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Title: Ricordi di un garibaldino vol. I - dal 1847-48 al 1900
Author: Elia, Augusto
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ricordi di un garibaldino vol. I - dal 1847-48 al 1900" ***

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                                A. ELIA

                                RICORDI DI
                             UN GARIBALDINO
                           dal 1847-48 al 1900

                                  ROMA
                     TIPO-LITOGRAFIA DEL GENIO CIVILE
                                  1904



    MIO CARO ELIA,

    _I fatti esposti nel vostro Manoscritto sono esatti per ciò che
    riguarda quanto io ne conosco._

    _Un caro saluto alla famiglia dal_

                                   Sempre vostro
                                   G. GARIBALDI.


    _Caprera, 18-3-76._



                              =PREFAZIONE=


                    _Ai miei Vecchi Compagni d'Armi!
                         Ai giovani d'oggi!_


Mai, come in questo momento che scrivo, e che ho davanti a me sul
tavolo, raccolte le bozze dei miei «Ricordi», ho sentita tutta la
religione delle memorie, e il conforto dell'opera prestata per la
redenzione della patria.

In queste pagine povere e modeste, si seguono, in folla, uomini ed
episodi, confusi nella nebbia del tempo e delle vicende, vivi, però, nel
cuore di quanti parteciparono alle epiche lotte della italica
rivendicazione.

Come da un prisma, vividi e smaglianti si sprigionano i colori, così
dalle memorie, netti e purissimi vivono gli uomini che furono--le
battaglie combattute--le lotte fierissime sostenute gli ideali mai
piegati e mai domi--le turbinose vicende che tempo ed uomini non
poterono infrangere o tramutare.

E malgrado io sappia che un pensiero scettico domina e vince gli uomini
dell'oggi--pure non reputo inutile il pubblicare questi
«Ricordi»--documento autentico d'una epoca fortunosa e grande--fiore
modesto che io depongo sulle fosse dimenticate e su' marmi
onorati--lauro votivo a quanti alla patria dettero la giovinezza, il
sangue, gli entusiasmi, la vita.

E voi, scettici beffardi, che irridete le gloriose memorie delle nostre
battaglie--Voi che dovete l'attuale libertà alla fede da noi sentita e
alle lotte da noi sostenute--Voi che educate la odierna gioventù alla
negazione di quel sentimento patriottico che fu il culto dell'epoca
nostra--Voi che tentate distruggere col freddo sofisma o col gelido e
immeritato disprezzo, le pagine più belle e più gentili della storia del
popolo nostro--Voi, scettici per opportunismo, leggete questi modesti
«Ricordi» ove palpita, freme e grida dolente l'anima mia--un'anima di
soldato che ebbe ed ha un solo ideale: _la patria_! e che vorrebbe che,
come una volta, s'effuse sangue generoso, si prodigasse oggi intelletto,
operosità e cuore per completarla e mantenerla grande, prospera e
temuta.

Leggete e se non troverete la bellezza della forma e della frase
letteraria studiatamente convenzionale, voi vedrete, invece mano a mano
riapparire e palpitare uomini che furono e sono gloria e vanto
dell'Italia nostra, e dopo questi, altri ed altri ancora, che il facile
oblio trascinò troppo presto fra la folla dei dimenticati.

Ed allora son certo--se il vostro cuore, non sarà precocemente
pervertito dall'opportunismo moderno--che anche Voi, resi men scettici
dalla lettura di questi «Ricordi», vi riconcilierete col passato
glorioso che è eredità di popolo generoso--e comprenderete che il
patriottismo non è una forma arcadica morta, mentre esso vive e vivrà
nel pensiero e nel cuore dei popoli liberi, fino a che sarà culto
gentile la riconoscenza per i fattori della nostra indipendenza.

                                    *
                                   * *

Ed è ai giovani che insieme a Voi miei vecchi commilitoni--che io dedico
questo libro mio:--è ai giovani che, anche in nome vostro, ricordo tutta
quell'epoca che parrà leggenda, quando il tempo renderà la tarda ma
dovuta giustizia agli uomini ed agli eventi storici.

Ed è ai giovani che hanno l'anima piena di speranze e d'amore, e sentono
che la vita sarebbe sterile senza la luce d'un ideale, che io mando il
mio saluto augurale.

Su, su, giovani d'Italia!--Come voi, rosei e frementi nei loro
vent'anni, eran coloro che dal 48 al 70 combatterono per redimere
l'Italia--eran come voi animosi e gagliardi gli studenti che a Curtatone
e Montanara, come a Roma, tennero alto agli albori del nostro
risorgimento, il genio e il valore italiano;--come voi erano entusiasti
e nobilmente ribelli i Mille compagni di Garibaldi, che salpando da
Quarto compirono il più grande fatto storico dell'epoca moderna;--e
giovani come voi erano i caduti sui campi di battaglia per la causa
santissima da Custoza a Milazzo--da S. Martino a Calatafimi--da
Pastrengo a Bezzecca--da Volturno a Castelfidardo e Mentana; e le zolle
d'Italia, ricoprono ovunque pietose le ossa generose di quella balda e
fiera gioventù, che tutto abbandonando affrontava la morte al grido di
«Viva Italia!...»

Su, su, giovani! sulle mura d'ogni vostro paese, nei marmi votivi, sono
scolpiti i nomi dei vostri cari--e quei nomi sono solcati dal sangue
dei morti e dalle lagrime dei superstiti--sangue e lagrime che valsero a
darvi una patria libera e indipendente!

Innanzi a tali ricordi l'irrisione diventa bestemmia!...--Giovani
d'Italia venite con me a salutare i soldati del patrio risorgimento!


                                          A. ELIA.



                                =CAPITOLO I.=

                           =Garibaldi in America.=


Nato in Ancona il 4 settembre del 1829 e figlio d'un marinaro, Elia
volle fin dalla tenera età di nove anni intraprendere esso pure la
carriera del mare incominciando ad esercitarla da mozzo e percorrendola
tutta, fino a diventare Capitano di lungo corso.

Nei suoi viaggi più volte gli era occorso di entrare in relazione
con patrioti italiani; nei loro discorsi aleggiava già la fulgida
figura di Giuseppe Garibaldi. Si sentivano entusiasmati dal racconto
delle eroiche azioni da lui compiute nell'America del Sud, ne
apprendevano i particolari con avidità e ne facevano prezioso
tesoro. Era tutta un'epopea che vedevano svolgersi intorno all'eroe,
e loro sembravano omeriche gesta quelle compiute in difesa della
piccola repubblica dell'Uraguay invasa dalle truppe del terribile
Rosas, e fra le altre, la campagna del Paranà combattuta da Garibaldi
con tre piccoli legni, male armati, contro tutta la flotta Argentina
comandata dall'Ammiraglio Brown; e particolarmente il combattimento di
Nuova Cava decantato quale uno dei più brillanti fatti navali. La
gloriosa giornata di Sant'Antonio al Salto fu poi quella che illustrò il
nome italiano e rese celebre quello di Garibaldi; combattimento di leoni
che il Generale stesso descrisse così:

«Nella mattina del 18 febbraio 1846 dalle ore 8 alle 9 sortii
dell'accampamento del Salto alla testa di centonovanta legionari
italiani divisi in quattro piccole compagnie e circa duecento cavalieri
comandati dal Colonnello Baez che da pochi giorni si era a noi riunito.

«Costeggiando la sinistra dell'Uraguay un pò prima delle 12 si arrivò
alle alture del Tapevi, fiancheggiato sempre dal nemico che fu tenuto in
soggezione dalle nostre catene di Cacciatori.

«La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia, che altro
vantaggio non ci offrivano fuorchè di ripararci dai cocenti raggi del
sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una
mezz'ora passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico;
ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell'agguato,
occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi, per trarci
in aperta campagna, cosa che non gli riuscì, causa l'azione della nostra
batteria. La nostra cavalleria, attaccata da forze molto superiori, fu
travolta e messa in fuga, meno pochi che ci raggiunsero. Io arringai con
brevi parole i miei:--«I nemici sono molti, ma per noi sono ancora
pochi--non è vero? Italiani! questo sarà un giorno di gloria pel nostro
paese; non fate fuoco se non a bruciapelo.

«Grandi masse di cavalleria si avanzano su di noi, e per poco ci
lusingammo di avere a fare con la sola cavalleria; ma fummo ben presto
disingannati nel vedere scendere dalla groppa dei cavalli i fanti, ed
ordinarsi in numero di oltre trecento: mille e più erano i cavalieri,
tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole
compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trarre
profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la
cavalleria, ridotta in pochi, si tenne pronta ad agire ove più
occorreva. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci
prendeva ai fianchi ed alle spalle: ma quando la fanteria fu a trenta
passi da noi, l'accogliemmo con una scarica così concorde ed aggiustata,
che s'arrestò di botto: e poichè anche il suo comandante era caduto da
cavallo lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno che noi pensammo di
trarne profitto immediatamente. E ben n'era tempo, perchè anche la
cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir
fatali. Con l'esempio e con la voce, ci scagliammo all'attacco della
fanteria impegnando una lotta corpo a corpo che terminò colla quasi
distruzione del nemico. Anche la nostra cavalleria ci giovò in quel
frangente, divergendo da noi parte delle truppe nemiche e caricando
forze dieci volte superiori, quando già stavano per piombare su di noi.

«Distrutta la fanteria restammo padroni del campo; il nemico si ritirò a
rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa. Non abbandonò però il
pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua
cavalleria--metà della quale era armata di carabine--all'intorno del
nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni ci avrebbero
costretti alla resa.

«La nostra posizione era ben critica: scemati di numero, feriti la
maggior parte dei superstiti, circondati da un nemico imponente e
minaccioso, la nostra energia era pressochè esaurita; guai a noi se il
nemico ci avesse attaccati un'altra volta in quel momento.

«In attesa della notte si diede opera a sollevare e curare i feriti.

«Era tanto il terrore del nemico per l'eroismo dei legionari, che i suoi
capi non riuscirono a condurlo ad un secondo attacco.

«Infine venne la desiderata oscurità.

«Ad un miglio circa dal luogo del combattimento eravi il bosco che
costeggia l'Uraguay, porto di salvezza, che l'ignoranza del nemico aveva
lasciato aperto.

«In gran silenzio si formò una piccola colonna--così dice Garibaldi--i
feriti atti a camminare, furono posti nel mezzo, caricati sulle
spalle!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo accelerato,
decisi a tutto; si prese la direzione del bosco passando silenziosi
avanti al nemico, che stupefatto, del nostro ardire ci lasciò libero il
varco, e prima che si fosse riavuto o fosse stato in grado di seguirci
noi avevamo raggiunto il bosco--porto tanto necessario e desiderato.

«Nessuno si sbandò--ubbidienti all'ordine, tutti si gettarono a terra,
distesi in una lunga catena, in attesa del nemico che non si fece
attendere molto. Il suono delle sue trombe ci avvisò del suo
avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che noi,
silenziosi e nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti passi per
salutarli con una salva che li colpì nel più fitto, e riuscì micidiale,
tanto da metterli in scompiglio e deciderli a dar volta a briglia
sciolta!

«Soddisfatto il bisogno il più sentito, quello della sete, riprendemmo
la ritirata verso il Salto. A poca distanza dal paese incontrammo il
bravo Anzani, tenente colonnello Comandante la legione italiana, che ci
era venuto incontro per abbracciarci.

«Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La
nostra perdita ammontò a quarantatre morti--gli altri quasi tutti
feriti; ma le perdite del nemico furono assai gravi, più di cinquecento
fra morti e feriti, e fra i morti diversi ufficiali superiori. Appena si
seppe che la Campagna era libera dal nemico, sortimmo per raccogliere i
corpi dei nostri fratelli per dar loro onorata sepoltura sul terreno ove
caddero valorosamente, pugnando per tenere alto ed onorato il nome
italiano. Una alta Croce colla modesta iscrizione:--_trentasette
italiani morti combattendo l'8 febbraio 1846_--indica il luogo ove quei
valorosi riposano per sempre»!

A questa narrazione fatta da Garibaldi non manca di aggiungere che
l'ordine del giorno col quale egli ringraziò i suoi legionari della
vittoria riportata, e il decreto, con cui la Repubblica Orientale
deliberava ai vincitori di Sant'Antonio imperitura onoranza.

Ecco i due documenti:


                                  Salto 10 febbraio 1846.

                Fratelli,


«Avanti ieri ebbe luogo nei Campi di Santo Antonio, a una lega e mezzo
da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le
quattro compagnie della nostra Legione, e circa cinquanta uomini di
cavalleria rifugiatisi sotto la nostra protezione, non solo si sono
sostenuti contro mille e duecento uomini di Servando Gomez, ma hanno
sbaragliato interamente la fanteria nemica che li assaltò in numero
assai superiore. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a
mezzanotte; non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di
cavalleria, nè gli attacchi dei suoi fucilieri a piedi; senz'altro
riparo che una casupola in rovina coperta di paglia, i legionari hanno
respinto i ripetuti assalti del più accanito dei nemici; io e tutti gli
ufficiali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era
rimasto al Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della
piazza, rispose colla miccia alle mani e il piè sulla Santa Barbara
della batteria, quantunque lo avessero assicurato che noi tutti eravamo
caduti morti o prigionieri.

«Abbiamo avuto trentasette morti e cinquantatre feriti; tutti gli
ufficiali sono feriti. _Io non darei il mio nome di legionario italiano
per tutto il globo in oro_». Il vostro

                                          _G. Garibaldi._

Ed ecco il

                                DECRETO

«Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della patria ai prodi
che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant'Antonio il giorno 8
del corrente; consultato il Consiglio di Stato, decreta:

Art. 1. Il Generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in
quella gloriosa giornata, sono benemeriti della Repubblica.

Art. 2. Nella bandiera della Legione Italiana saranno iscritte a lettere
d'oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole. «Gesta dell'8
febbraio del 1846, operate dalla Legione Italiana agli ordini di
Garibaldi».

Art. 3. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la
separazione della cavalleria, saranno iscritti in un quadro, il quale si
collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma Nazionale,
incominciando la lista col nome di quelli che morirono.

Art. 4. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la
goderanno doppia.

Art. 5. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di
esserne stata separata la Cavalleria, uno scudo che porteranno nel
braccio sinistro con questa iscrizione circondata di alloro:
«Invincibili combatterono l'8 febbraio 1846».

Art. 6. Fino a tanto che un altro corpo dell'Esercito non s'illustri con
un fatto d'arme simile a questo, la Legione Italiana sarà in ogni parata
alla diritta della nostra fanteria.

Art. 7. Il presente decreto si consegnerà in copia autentica alla
Legione Italiana, e si ripeterà nell'ordine generale tutti gli
anniversari di questo combattimento.

Art. 8. Il Ministro della Guerra resta incaricato della esecuzione e
della parte regolamentare di questo decreto che sarà presentato alla
Assemblea de' Notabili: si pubblicherà e inserirà nel R. U.

«Suarez--Jose de Beia--Santiago--Vasquez Francisco-J. Mugnoz».

Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto di Sant'Antonio, continuando
a battagliare colla flottiglia e colla Legione, fino a che il Governo
stesso lo chiamò a Montevideo. Sul cominciare di settembre il Generale
Pacheco che aveva immensa affezione e stima di Garibaldi gli offrì il
comando della Piazza.

Per ubbidienza Garibaldi accettò l'arduo incarico--ma ben presto grandi
e piccole gelosie, pregiudizi locali, permalosità spagnole, scoppiarono
contro di lui e lo fecero accorto che era meglio deporre l'ufficio.

                                    *
                                   * *

Saputosi a Montevideo la notizia dell'assunzione al trono pontificale di
Pio IX e delle sue idee riformatrici, nonchè delle apparenti sue
intenzioni di promuovere guerra contro l'Austria, a Garibaldi ed ai suoi
legionari sembrò giunta l'ora di combattere per la redenzione della loro
terra natale, e senza indugio, in nome suo e dei suoi compagni d'arme,
scrisse al Nunzio papale a Montevideo, offrendo i suoi servigi nella
guerra contro lo straniero.

Contemporaneamente scriveva al suo amico Paolo Antonini di Genova,
concludendo così:

«Io pure, con gli amici penso venire in Italia ad offrire i deboli
servigi nostri, o al Pontefice o al Granduca di Toscana. Indi avrò il
bene di abbracciarvi. Qui si aspettano notizie d'Europa. Amate il
vostro»

                                           _G. Garibaldi_

Montevideo 27 dicembre 1847.



                              =CAPITOLO II=

                  =1847-48 Insurrezione della Sicilia
                    Messina-Palermo-Catania-Calabrie.=


Come la più oppressa tra le regioni italiane, la Sicilia fu la prima a
tentare di scuotere il giogo che le gravava sul collo appena si ebbe
sentore delle idee liberali di Pio IX. Primissima Messina, il 1º
settembre del 1847. Molti parteciparono alla congiura, pochi, per fatali
equivoci, presero parte all'azione; gli ufficiali borbonici che dovevano
essere tutti colti all'improvviso all'Hôtel Vittoria, dove erano uniti
per festeggiare una promozione, non si sa come, vennero prevenuti;
corrono alle caserme ed alla Cittadella e ne escono alla testa di forti
battaglioni. Gli insorti non s'intimidiscono; affrontano le truppe
vendendo cara la loro vita; ma alla fine il numero la vince sul valore e
l'insurrezione è domata. Il generale Landi pubblica un bando contro i
principali cospiratori promettendo lauti premi a chi li consegni.

Tutta la città conosceva i capi dell'insurrezione, ma non vi fu uno che
li denunziasse; e, più meraviglioso ancora, che taluni dei perseguitati
trovarono rifugio in case di gente poverissima per la quale il premio
promesso dal Lanza sarebbe stata una vera ricchezza. Tutti i compromessi
trovarono modo d'imbarcarsi; ma nei messinesi restò accresciuto l'odio
contro le truppe borboniche, e doveva presto venir il giorno che la
patriottica città avrebbe presa la sua rivincita.

A dare la nuova iniziativa spettava alla capitale della Sicilia,
all'eroica Palermo e questa non tardò ad affermarlo in modo veramente
straordinario.

Maggiore eroismo di un popolo non si sarebbe potuto dare. Certo fu
esempio unico nella storia.

Questo fu la sfida poderosa, quasi pazza, in cartello a giorno
determinato che i palermitani stanchi di domandare lenimento alle
profonde piaghe comuni, lanciavano alle autorità costituite del
tirannico governo borbonico. Il 22 gennaio 1848, giorno natalizio di
Ferdinando II Re delle due Sicilie, era fissato per la rivoluzione.

                                    *
                                   * *

L'ansia dei giorni che di poco precedettero quello stabilito fu grande.

Spuntava l'alba del 12. Forti pattuglie di cavalleria in attitudine di
guerra percorrevano le vie della città e i sobborghi. Buon nerbo di
fanteria e di birri stavano schierati in piazza Vigliena. Le truppe
erano consegnate ne' quartieri, al palazzo Reale, al Castello. Era
appena giorno e le vie brulicavano di gente inerme di ogni classe come
nei giorni di festa. Le finestre, i balconi di tutte le case zeppe
d'uomini, di donne, di fanciulli, tutti aspettanti qualche cosa che
ignoravano ma che presentivano dovesse accadere. Finalmente alla Madonna
del Cassero si presenta un uomo armato di fucile, visto di essere il
solo armato, grida al tradimento e fa fuoco in aria. Al colpo si
risponde con applausi rumorosi dalle finestre, dalle vie; ed ecco altri
due cittadini armati salutati al loro arrivo da frenetici applausi. Alla
piazza della Fieravecchia una ventina di persone, quali armati di fucile
e quali d'arma bianca con nastro tricolore sul petto, stanno aspettando
che altri vengano a far massa; fu un'ora tremenda di aspettativa e di
dubbio, ma altri valorosi sopraggiungono, si forma una colonna, questa
si muove per altre strade e fa nuove reclute. Passa per l'Albergaria e
la colonna s'ingrossa d'armati, pronti a dare la vita combattendo. La
truppa ed i birri di piazza Vigliena, non molestati e non molestanti, si
ritirano verso il palazzo Reale ed il popolo li acclama.

Un corpo di circa cinquanta soldati a cavallo con alla testa il figlio
del generale Vial entrava nella strada nuova per sciogliere
l'attruppamento; il popolo gridava _Viva la truppa_! ma i soldati
all'ordine dell'ufficiale che li comandava misero mano alle sciabole;
dal popolo allora partirono alcuni colpi di fucile e questi bastarono
per mettere in fuga ufficiali e cavalieri. Il dado ormai era tratto e la
rivoluzione prese animo e si fè gigante per l'inasprimento della
popolazione svegliata dal rombo delle artiglierie. Si festeggiava il
natalizio del re con la strage che palle e mitraglia facevano del
popolo; e da parte del popolo coi rintocchi delle campane suonanti a
stormo.

Il giorno 13 le squadre cittadine cresciute di numero e di coraggio
assalivano da più parti il palazzo delle Finanze difeso da forte
presidio di soldati; il combattimento fu ostinato e non cessò che la
sera; il popolo mancava di artiglieria e non poteva tentare un assalto
con fucili od armi corte perchè per forzare i cancelli bisognava esporsi
alla mitraglia dell'artiglieria di Porta Nuova che infilava il
«Cassero»; durante il lungo combattimento contro le Finanze non si cessò
mai dal Castello di lanciare bombe che danneggiavano le case, i
conventi, le chiese; si sperava che il terrore avrebbe consigliata la
sottomissione, ma l'effetto fu totalmente contrario. Pacifici cittadini,
anche i più timidi, vistisi minacciati negli averi e nella vita scelsero
di morire con le armi in pugno in difesa del patrio focolare e si
unirono al popolo; si chiedeva armi da ogni parte.

Per provvedere ai più urgenti bisogni si riunivano molti dei più
notabili cittadini nel palazzo Municipale e si formarono comitati
diversi in appoggio del Comitato della Fieravecchia centro delle
disposizioni di guerra, e siccome le imprese generose svegliano la
simpatia dei cuori umani, un inglese, che per modestia volle non fosse
pubblicato il suo nome, mise a disposizione del Comitato armi e
munizioni da guerra a quanti dei cittadini ne avessero fatta richiesta.

I combattimenti continuavano da parte dei cittadini; la distruzione col
bombardamento da parte delle truppe che fra l'altro incendiavano il
Monte di S. Rosalia e nell'incendio venivano consumati i miseri cenci
della parte più povera del popolo e il popolo inferocito, nonostante la
difesa delle truppe, s'impossessava del quartiere militare di Santa
Cita; altra vittoria sanguinosa riportava sulle truppe che occupavano il
podere del principe di Villafranca di fronte a porta Macqueda.

Nel giorno 24 i cittadini assalivano furiosamente il Noviziato guardato
da molta forza e se ne rendevano padroni. Le truppe erano scosse già;
alcuni militi eransi affratellati al popolo accolti con amorevolezza; il
palazzo Reale nel giorno 26 cadeva in mano dei cittadini e nelle ore
pomeridiane questi prendevano possesso anche del palazzo delle Finanze.

I regi cacciati da tutte le loro posizioni si riunirono al Molo; i
generali De Maio e Vial s'imbarcano per Napoli; al comando delle truppe
rimase il Desauget.

I cittadini si aspettavano un sanguinoso combattimento al Molo, ma il
Desauget sceglie di ritirarsi, costeggiando la catena dei Monti che
cingono da Levante a Settentrione Palermo.

Non restava ai cittadini che di espugnare il forte di Castellamare; e a
questa impresa si accinsero animosi.

Furono piantate, mascherandole, le più grosse artiglierie e mortai
caduti in mano del popolo nel fabbricato della Carità che guarda il
Castello dal lato della Cala. Il forte sotto il fanale del molo fu
destinato a tenere occupato il Gross comandante del Castello dal lato
opposto; altri pezzi dovevano ribattere il fuoco della batteria
principale e questi furono piazzati fra le case che circondano la Cala
di porta Felice a Piedigrotta; doveva essere un feroce bombardamento e
della battaglia dovevano essere spettatori un Vascello di linea inglese
ed altro Vapore, nonchè molte navi mercantili di diverse bandiere che
abbandonato il molo eransi schierate in linea nella rada. E il fuoco
incominciò da ambo le parti; per quasi tre ore tremarono le case della
città al rimbombo delle grosse artiglierie e di mortai. Ad un tratto il
fuoco cessava su tutti i punti. Per mediazione del Comandante del
Vascello inglese si trattò della resa ad onorevoli condizioni. Nella
notte il Comandante Gross con tutta la guarnigione di circa mille
soldati con armi e bagaglio s'imbarcava per Napoli.

Il giorno 5 febbraio Palermo libera, dalle armi borboniche, solennizzava
alla Chiesa Madre, con l'inno ambrosiano, la sua vittoria.

Fu questa la fine dei 24 giorni di rivoluzione palermitana, meravigliosa
per l'audacia di chi la indisse, pel valore sommo del popolo che la
sostenne, per la generosità di soccorsi avuti e pel favore unanime
dell'Isola tutta; deplorevole per le truppe regie, vittime delle
insolenze e delle viltà dei capi, nonchè del giusto risentimento di un
popolo da assai tempo calpestato ed oppresso.

Il Comitato Generale ottenuta la meravigliosa vittoria col concorso e il
sagrifizio di tutta la cittadinanza, sentì la necessità, sino alla
convocazione del Parlamento, di costituire un governo provvisorio e con
un proclama divideva le incombenze governative e nominava i cittadini
che doveano esercitarle come appresso:

Presidente del Comitato generale sig. Ruggero Settimo, Segretario
generale sig. Mariano Stabile.

1º Comitato--Guerra e Marina--presidente il principe di Pantellaria,
Vice presidente il barone Pietro Riso, Segretario sig. Francesco Crispi.

2º Comitato--Finanze--presidente il Marchese di Torrearsa, vice
presidente il conte Sommatino, Segretario sig. Francesco Anca.

3º Comitato--giustizia, culto, sicurezza pubblica interna--Presidente
sig. Pasquale Calvi, vice presidente il sac. Gregorio Ugdulena,
Segretario sig. Vincenzo Errante.

4º Comitato, Amministrazione civile, istruzione pubblica e commercio,
presidente il principe di Scordia, vice presidente il barone Casimiro
Pisani, segretario il cav. Vito Beltrami.

Componenti dei quattro Comitati. Guerra e Marina, i signori barone
Andrea Bivona, Rosario Bagnasco, Pasquale Bruno, Ignazio Calona,
Salvatore Castiglia, Giambattista Cianciolo, Emanuele Caruso, Damiano Lo
Cascio, Giacinto Carini, Sebastiano Corteggiani, Ascanio Enea, Enrico
Fardella, principe Grammonte, cav. Antonio Jacono, Giuseppe La Masa,
Giacomo Longo, Domenico Minelli, Pasquale Miloro, Filippo Napoli, Faija
Giovanni, Naselli Flores, Giuseppe Oddo, Andrea Ondes Reggio, Agatino
Ondes Reggio, Vincenzo Orsini Giordano, Salvatore Porcelli, Rosolino
Pilo Giaemi, Mario Palizzolo, principe Ottavio Ramacca, Tommaso Santoro,
Francesco Vergara, Guglielmo Velasco.

Finanze--i signori conte Aceto, duca Monteleone, duca Serradifalco,
Francesco Stabile, Giovanni Villa Riso, Benedetto Venturelli, Francesco
Trigona, Paternostro Francesco.

Giustizia, culto e sicurezza interna--i signori Vincenzo Caccioppo,
Giovanni del Castillo Sant'Onofrio, Angelo Marocco, march. Ignazio Pilo,
Paolo Paternò, Francesco Ugdolena.

Amministrazione civile, istruzione pubblica e commercio--i signori
Salesio Balsano, Francesco Burgio, Villafiorita, duca Gualtieri, conte
Manzone, Paternò di Sessa, Federico Napoli, march. Spedalotto, Luigi
Scalia, duca della Verdura.

La Città di Catania non degenera figlia della Sicilia, appena ebbe
novella della gloriosa rivoluzione della magnanima Palermo corse alle
armi al grido di Viva Palermo--Viva la Sicilia. Il popolo espugnò
valorosamente tutti i posti occupati dalle truppe compreso il forte S.
Agata. L'entusiasmo, il coraggio e la magnanimità dei cittadini
risparmiò la vita ai miserabili mercenari che ardirono tirare sulla
città e con le grida della vittoria e del perdono confuse quelle genti
col rimorso di essersi battuti per la causa nefasta della tirannide.

Alla voce di Palermo e di Catania tutti i paesi della Sicilia risposero
secondando il movimento rivoluzionario armando numerose bande pronte a
combattere per la difesa della patria.

Ed ora toccava a Messina.

Ecco quel che scrivevano i delegati del Comitato di Messina a Ruggero
Settimo presidente del Comitato Generale di Palermo.

«Sia gloria ai prodi che combattono per la Sicilia.

«Messina attende lo avviso da Palermo. Se deve perire morrà; ma con le
armi alla mano e con il voto dell'indipendenza nel cuore.

«Sappiate intanto che la guarnigione è forte di 4000 soldati--300
cannoni sono pronti a vomitare l'esterminio sulla città. Ma Messina
sprezza il pericolo--ne facciano fede la brillante pugna del 1º
settembre e la imponente dimostrazione del 6 gennaio. Messina
quantunque si mostri disarmata è col fatto in rivoluzione--il suo
aspetto è minaccioso, imponente; però Messina come al tempo dei Vespri
desidera di gareggiare con Palermo solo nella virtù. Se per la causa
comune vuolsi il sacrificio di lei essa è pronta a patirlo e ardimentosa
si getterà nella voragine. Quantunque i prodi del settembre siano
profughi, altri figli ella ha pronti al cimento; quantunque fu disarmata
pugnerà con le mani. Se l'attuale stato minaccioso della città, i fatti
già consumati, e la diversione dei 4,000 soldati bastano per aiuto alla
causa comune, essa starà pronta e minacciosa; se altro vuolsi da lei, si
dica. Messina è città «Siciliana» e solamente «Siciliana». Viva Palermo
è il grido del popolo. Dite e sarà fatto il voler vostro. Indipendenza e
libertà è il solo voto di Messina».

                                    *
                                   * *

Ma il contegno ardimentoso, provocante del popolo messinese non piaceva
ai regi. Comandava in Messina il generale Nunziante, che un giorno,
credendo d'intimorire la popolazione, volle far mostra di tutte le
truppe che aveva al suo comando stendendole lungo la via Ferdinando. Un
abatino si staccò dal popolo che s'era addensato tanto da impedire i
movimenti dei soldati, s'avvicinò al generale e gli disse: «Sono queste
tutte le vostre truppe? Non ci toccherà neppure un boccone a testa». Al
generale che aveva voluto scendere in piazza non restava che caricare la
folla e rompere l'assembramento per tenere alto il prestigio militare,
invece ordinava di rientrare nei quartieri, il che si fece fra gli urli
e i fischi della popolazione. L'abatino era Felice Perciabosco che fu
patriota e dei dimenticati.

Da quel momento non ebbero più tregua le provocazioni, le risse fra
popolo e truppe borboniche e la sommossa divenne generale. Il
bombardamento della città non faceva che inasprire gli animi dei
cittadini, i quali, armatisi con armi fornite dai bastimenti, che erano
nel porto e con altre mandate da Palermo, si divisero in tre schiere
sotto il comando di Antonio Pracomi, di Paolo Restuccia, e di Domenico
Landi, decisi di vincere o di morire e senz'altro si diè mano ai più
arditi assalti.

Il 22 febbraio il forte Real Basso, Porta Saracena, Santa Chiara, i
bastioni di Don Blasco, le barricate di Porto Franco, e l'Arsenale
cadevano in mano delle forze cittadine. Aiutati dall'ardire eroico dei
bravi cannonieri palermitani il valoroso popolo messinese si avventava
furioso all'attacco. Non valse ad arrestarlo il fuoco micidiale del
forte S. Salvatore e della Cittadella, traenti bombe e mitraglia contro
gli assalitori; tutti questi luoghi difesi dalle truppe borboniche
dovettero cedere all'imponenza del furore cittadino, mentre i nemici
della patria, atterriti e sbaragliati, correvano a gambe levate a
cercare rifugio nella Cittadella, unico punto ormai di loro salvezza. Da
per tutto il popolo vittorioso inalberava la bandiera a tre colori. In
questi eroici fatti si distinsero assai Longo, Porcella e Scalia.

Diedero esempio di patriottismo altri bravi messinesi e fra altri
l'infaticabile Salvatore Bensaia; espugnato il forte Real Basso, si
slanciava in altre parti dove ardeva la pugna acclamato dal popolo,
quando il figlio suo Giuseppe, salito sull'espugnato baluardo per
piantarvi il tricolore vessillo, veniva colpito a morte.--Portata la
notizia al padre, al primo annunzio ne rimase tramortito--ma riavutosi
gagliardamente gridò al popolo: «Cittadini mio figlio è morto
gloriosamente per la salute della patria, io non debbo piangere la sua
morte»: al cittadino Valadi portarono la notizia che i suoi figli erano
feriti all'attacco del forte di porta reale: l'infausto annunzio non
sgomentò il patriota: preso il fucile disse: «vado io a rimpiazzare i
miei figli». Giulio Colondre, ginevrino, che si unì nel combattere al
popolo messinese, riportava grave ferita ad un braccio che ferro
chirurgo dovette amputare--ai cittadini accorsi a confortarlo, con tutta
serenità diceva: «Signori di questo mio braccio io fo dono alla Città di
Messina». Moriva Tommaso Arena e rimaneva ferito anche Nicola Bensaia.

Ai soldati borbonici ridotti nella cittadella non restava altro sfogo
che di lanciare ogni giorno delle bombe sulla città, ma i cittadini ne
avevano fatta ormai l'abitudine, tanto che accudivano ai loro affari
senza punto badarvi.

Il 24 aprile una fregata a vapore napoletana portava a Messina,
incaricati di trattare l'armistizio, i commissari Plutino e Lo Presti,
calabresi; il Comitato Messinese incaricava per suoi rappresentanti i
cittadini Piraino, Ribotti e Natoli, ai quali, prima di altre
trattative, era dato il mandato dello sgombro della Cittadella.

Così la Sicilia, che aveva dichiarato decaduto il Re delle due Sicilie,
era liberata da tutte le truppe borboniche.

A Palermo veniva istituita la Guardia Nazionale affidandone l'incarico
al Comandante generale Barone Riso.

                           _Collaboratori_

Duca di Monteleone, Marchese Casimiro Drago, Leopoldo Pizzuto, Conte
Lucio Tasca, Cav. Luigi Gravina, Andrea Mangeruva--Tommaso Abbate
_Segr_.

La rivoluzione della Sicilia del 1848 sarà ricordata come uno dei più
meravigliosi fatti storici. Il prodigio operato da Palermo gli ha
guadagnato il rispetto e l'ammirazione generale.

                                    *
                                   * *

Le notizie delle Calabrie erano da per tutto favorevoli al movimento
insurrezionale.

A Cosenza, centro delle operazioni, nido di uomini generosi, il cui
suolo, santificato più volte dal sangue di tanti martiri ed ove
rosseggia tuttora di quello dei fratelli Bandiera e compagni, tutte le
cure erano rivolte ad un unico scopo, distruzione della tirannia. A
Nicastro come in altri punti della Calabria si riunivano uomini armati
per dare la caccia ai borbonici, correre serrati a Reggio al grido di
viva la libertà.

Nelle provincie di Catanzaro, di Abruzzo, di Salerno, di Lecce, di
Campobasso e di Avellino, si apprestavano armi ed armati. Che più?
Napoli insorgeva massacrando Svizzeri e spie borboniche.

L'ora della libertà pareva suonata da un punto all'altro d'Italia!
Sventuratamente non fu di lunga durata; mancò un'unica direzione e la
concordia.

Dal Ministero di Guerra e Marina veniva emanato il seguente ordine del
giorno:

Gloria e lode ai nostri fratelli di Calabria. Un avviso telegrafico
giunto ieri da Messina alle ore 23-1/2 così avvisa:

Dal piano della Corona ci viene con espresso avvisata la disfatta delle
truppe borboniche per parte dei naturali di Catanzaro e la morte del
Nunziante; l'azione ebbe luogo presso il fiume Angitola nel giorno di
ieri.

Ci consola, o Cittadini, vedere eseguita con tanta giustizia l'ira del
Cielo.

Attendiamoci di sentire altre vittorie, acciò si giungesse al santo
scopo di liberare gli afflitti fratelli del Continente dal duro giogo
d'un barbaro.

Palermo, 30 giugno 1848.

Il Maresciallo di Campo, Ministro della Guerra

                            _Giuseppe Paternò_



                               =CAPITOLO III.=

             =Garibaldi s'imbarca coi suoi legionari per l'Italia.=


Si era alla fine del 1847 e ogni bastimento che approdava alla Plata,
portava dal vecchio continente l'annunzio di avvenimenti importanti.

Un nuovo Pontefice benediva l'Italia, perdonava ai ribelli, accoglieva i
proscritti, e poneva sotto la tutela della Croce la causa dei popoli.
Queste notizie entusiasmavano i legionari e la partenza per l'Italia era
nella mente di Garibaldi ormai risoluta. L'annunzio della sollevazione
di Palermo e di Messina venne a precipitarla; la lotta era già
incominciata; in Italia si combatteva e si moriva per la libertà; il
posto suo e della legione era indicato.

Una pubblica sottoscrizione venne aperta fra gli italiani in favore
della spedizione comandata da Garibaldi. Un brigantino era stato
noleggiato e si stava apprestando per la partenza. Invano il Governo di
Montevideo, conscio della perdita che stava per fare, tentava trattenere
con preghiere, con lusinghe Garibaldi ormai impaziente; invano gli
stranieri stessi che vedevano nel generale una delle più sicure garanzie
dello Stato e dei loro interessi, si associavano al Governo nel
sforzarlo a ritardarne quanto più poteva la partenza; ma Garibaldi non
si sentiva più padrone della sua volontà, e le insistenze e gli indugi
lo inasprivano e lo si sentiva pieno di amarezza dire «duolmi che
arriveremo gli ultimi e quando tutto sarà finito».

Però egli stesso capiva che per ottenere la riuscita della impresa era
necessario precisarne la meta, avvertire gli amici e prepararle in
Italia il terreno.

Poco dopo la giornata del Salto era sbarcato a Montevideo e si era
arruolato nella legione Giacomo Medici. Era un giovane bello di forme,
intrepido di cuore, affabile di modi; e Garibaldi, intuendo nel Medici
un valoroso che avrebbe immortalato il suo nome, l'ebbe subito assai
caro e ripose in lui tutta la sua fiducia. Garibaldi pensò subito di
mandarlo in Italia quale foriero e preparatore della divisata spedizione
e lo muniva delle seguenti

                                 ISTRUZIONI

«Terrai presente che scopo nostro è di recarci in patria non per
contrariare l'andamento attuale delle cose, e i Governi che
v'acconsentano; ma per accomunarci ai buoni, e d'accordo con essi andare
innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una
via ci fosse aperta ad agire contro il tedesco, contro cui devono essere
rivolte senza tregua le ire di tutti; e tanto più lo vorremmo, perchè la
gente che ci accompagna è mossa da questo ardentissimo desiderio: perchè
questo avvenga ti recherai:

«1. A consultare Mazzini intorno ai passi da farsi onde preparare le
cose nel senso suindicato; quindi t'affretterai per alla volta di
Genova, Firenze e Bologna, a meno che con Mazzini non risolviate
altrimenti.

«2. Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che
crederai utile di visitare, affine di dar moto a preparare gli uomini, e
combinare elementi di cooperazione.

«3. Scorsi quei paesi, ti ridurrai a Livorno come luogo più acconcio a
sapere di noi.

«4. Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre
gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il
bisognevole almeno pei primi giorni, affine di non correre il rischio di
perdere il frutto di tante fatiche e dei sagrifici fatti con tanta
generosità dai nostri compatriotti di Montevideo.

«5. I venti, ed altre cause, potrebbero obbligarci a toccare Gibilterra.
Se Mazzini ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi
della marcia delle cose e sul da farsi--e potrà, appena tu arrivi,
cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre
all'erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo e subito. Dal nome
del bastimento chè quello di «Speranza» con bandiera orientale, sarebbe
al momento avvertito del nostro arrivo--e perchè ne fosse più sicuro e
potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all'albero di prora una
bandiera bianca attraversata orizzontalmente per quanto è lunga e nel
bel mezzo, da una striscia _nera_.

«Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci
mutare di direzione».

Montevideo, 20 febbraio 1848.

                                            _G. Garibaldi_

«Le lettere che io ti scriverò a Livorno saranno dirette al nome di M.
James Gross--nella soprascritta--sig. Giacomo Medici».

Il Medici infatti dopo tre giorni s'imbarcava per la sua missione; e il
15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de'
suoi legionari, fra cui l'Anzani, ammalato, il Sacchi, ferito, Ramorino,
Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro
Aghiar, soccorso dallo stesso Governo Orientale di armi, munizioni, col
brigantino «La Speranza» salpò da Montevideo per la terra Italiana.



                               =CAPITOLO IV.=

                       =Venezia si erige a repubblica.
                        Milano e le cinque giornate.=


L'annunzio d'una sollevazione degli studenti viennesi propagatosi alla
metà di marzo, spinse il popolo veneziano alla presa delle armi per la
cacciata dello straniero. Si combattè nella città della laguna per
cinque giorni e il popolo veneziano, rimasto vittorioso, liberava Manin
e Tommaseo e si erigeva in repubblica.

Il 18 marzo Milano iniziava colle barricate le memorande cinque
giornate. Mentre gli Austriaci avevano fatto del Broletto la loro
cittadella e luogo di macello; mentre dal Castello si prendeva di mira
l'italiano che giungeva a tiro--al suono delle campane a stormo il
popolo impegnava la lotta sotto la direzione di un Comitato di salute,
del quale facevano parte Carlo Cattaneo e Enrico Cernuschi.

Non sgomentavano i Milanesi il rombo assordante del cannone, al quale
rispondevano coi rintocchi delle campane; e la strage che facevano le
truppe imperiali, spronava alla lotta, alla vendetta gli eroici insorti
per la patria libertà.

E la lotta fu aspra, violenta, combattuta corpo a corpo. I cittadini si
scontravano con le pattuglie, che numerose stavano appostate in ogni via
della città, le affrontavano con ardimento; uccidevano od erano uccisi,
mentre dalle finestre delle case, dai tetti pioveva pioggia micidiale di
tegole e di sassi--e di quartiere in quartiere si scacciavano le truppe
con valore senza pari.

Il 23 marzo fu giorno di vittoria e di giubilo per la città di Milano.
Assaliti da ogni parte, gli Austriaci cacciati dal popolo che non dava
loro tregua, al Radetzky non restò che di ordinare la ritirata.

L'eco delle cinque giornate risuonò per tutta Italia commuovendo le
popolazioni ed incitandole alla riscossa.



                               =CAPITOLO V.=

              =Carlo Alberto bandisce la guerra all'Austria.=


Il 23 di marzo 1848 il Re Carlo Alberto bandiva la guerra all'Austria,
ed il 27 dello stesso mese si metteva alla testa delle sue truppe con a
Capo di Stato Maggiore il generale Salasco. L'esercito piemontese, forte
di circa 60 mila uomini, era diviso in due corpi d'armata, il primo era
comandato dal generale Eusebio Bava; il secondo dal generale Ettore De
Sonnaz; a capo dell'artiglieria era il Duca di Genova, e d'una terza
Colonna era comandante il principe ereditario Vittorio Emanuele.

Le altre forze che concorsero alla guerra in Lombardia erano 5000
Toscani, 3000 Parmensi e Modenesi, 15000 dello Stato Pontificio, 4000
volontari Lombardi. Le truppe Napolitane comandate dal generale Pepe
erano entrate in Venezia. Le forze Austriache erano di 80 mila uomini
suscettibili di rinforzi.

Il giorno 6 di aprile le truppe Sarde ebbero cogli Austriaci un forte
scontro al ponte di Goito ed a Monzambano ove i bersaglieri comandati
dal Colonnello Lamarmora, il battaglione Real Navi e i cannonieri si
copersero di gloria.

Il giorno 13 s'investiva Peschiera con vivissimo cannoneggiamento.

Il 24 le truppe Toscane prendevano posizione a Montanara ed a Curtatone
alla destra dell'armata Piemontese.

Nello stesso giorno la colonna mobile dei Modenesi comandata dal
Maggiore Fontana fu attaccata da un Corpo Austriaco sulla strada di
Mantova ad un miglio da Governolo. Il combattimento sostenuto dai nostri
con valore durò circa tre ore e terminò con la ritirata degli Austriaci.
In appresso quasi ogni giorno si ebbero scaramuccie nelle prossimità di
Mantova dagli avamposti Piemontesi, e da quelli Toscani e Modenesi, fin
che si arrivò al 13 maggio, nel qual giorno verso le due pomeridiane
5000 Austriaci attaccarono le posizioni di Curtatone e Montanara tenute
dai Toscani; l'attacco fu sostenuto con vigore per oltre tre ore e i
Tedeschi furono respinti con forti perdite sotto le mura di Mantova.

I reduci dall'America non conoscevano gli avvenimenti del febbraio, la
sollevazione di Vienna, la riscossa di Venezia, le barricate di Milano,
l'entrata di Carlo Alberto in Lombardia e le prime vittorie delle armi
italiane sul Mincio; tutto questo era loro interamente ignoto; quindi
Garibaldi era incerto del luogo e della meta del suo sbarco--e l'animo
suo ondeggiava tra i consigli avuti dal Mazzini, che con uno scritto lo
spingeva a sbarcare in Sicilia e gli accordi presi col Medici per i
quali erasi impegnato ad approdare in Toscana, mentre il suo vivo
desiderio era di scendere ove fosse più pronta l'occasione di menar le
mani. Obbligato ad approdare a Palos presso Cartagena per fare provvista
di viveri, Garibaldi riceveva dal vice Console Francese la lieta notizia
della guerra dichiarata all'Austria. Non più esitazioni--la via era
tracciata, la meta era designata. A Garibaldi urgeva senza perdere un
istante dirigere la prora verso la costa della Liguria per essere più
vicino al teatro della lotta, ed offrire senza esitare il braccio suo e
dei suoi a Carlo Alberto.

I venti lo obbligarono ad approdare a Nizza, ed alle 11 antimeridiane
del 21 giugno 1848, inalberante la bandiera di Montevideo, gettava
l'ancora nel porto della sua Città natale.

Nello scendere a terra un urlo d'entusiasmo lo saluta, facendogli
suonare all'orecchio nel dolce idioma natio quel grido d'ammirazione che
da tanti e tanti anni non aveva più udito se non in lingua straniera, in
terra straniera.

Non perdette tempo Garibaldi.

Riordinata la legione, alla quale i Nizzardi avevano recato un primo
rinforzo, il 28 giugno di mattina salpa con circa duecento volontari ben
armati ed equipaggiati, ed arriva a Genova nel pomeriggio del 29,
accolto dai Genovesi coll'entusiasmo di popolo con cui era stato
acclamato a Nizza, e ricevuto dalle autorità con ogni dimostrazione
d'onore.

Per debito di cortesia prima di partire da Genova dovette accettare
l'invito fattogli d'intervenire ad un'adunanza del Circolo Nazionale; fu
obbligato dopo avere uditi diversi discorsi a pronunziarne uno egli
stesso per esprimere il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle
condizioni dell'esercito. Procurò di schermirsi, ma dovette cedere alle
vive insistenze e con parola misurata e con molta franchezza si espresse
così:

«Voi sapete che io non fui mai partigiano dei Re. Ma poichè Carlo
Alberto si è fatto il difensore della causa popolare e muove guerra allo
straniero per l'indipendenza nazionale, io ho creduto dovergli recare il
mio concorso e quello dei miei camerati.

«Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si
prolunghi e non sia terminata quest'anno. Noi dobbiamo fare ogni sforzo
perchè gli Austriaci sieno presto cacciati dal suolo italiano e non si
abbia a sostenere una guerra di due o tre anni. Ora noi non possiamo
ottenere questo intento se non siamo fortemente uniti. Si bandisca da
noi la politica, non si aprano discussioni sulla forma di governo, non
si ridestino i vecchi partiti. La grande, l'unica questione del momento
è la cacciata dello straniero, è la guerra dell'indipendenza.

«Io fui repubblicano, ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto
campione dell'Italia, io ho giurato di ubbidirlo e di seguire
fedelmente la sua bandiera. In lui vedo riposta la speranza della
nostra redenzione; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro
simbolo; gli sforzi di tutti gl'italiani si concentrino in lui. Fuori di
lui non vi può essere salute.

«Uniamoci dunque tutti nel solo pensiero della guerra allo straniero;
facciamo per la guerra ogni sorta di sacrifici. Pensiamo che essi
saranno sempre minori di quelli che c'imporrebbero i nemici se fossimo
vinti».

Queste parole vennero accolte da grandi applausi, e Garibaldi fu
nominato socio onorario del circolo Nazionale.

Garibaldi senz'altro partì per Torino.--Passata in fretta Novara, e
toccata Pavia per salutare il suo grande amico Sacchi, il quale andava
raccogliendo volontari, al 4 di luglio arrivò al Quartiere Generale in
Roverbella, e si presentò immediatamente al Re.

Questi lo accolse con grande cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta
di America, se ne compiacque altamente congratulandosi con lui. Ma
all'offerta che Garibaldi gli fece di sè e dei suoi compagni, quale Re
costituzionale si credette obbligato di mandare il Generale ai suoi
Ministri.

Garibaldi non perdette tempo--si presentò al Ministro della Guerra
Generale Ricci, bravo uomo, colto militare, ma pieno di pregiudizî;
questi credette di non potere accettare i servigi che Garibaldi offriva
alla causa italiana combattendo con l'esercito, per ragioni di
regolamenti ecc.--e finì per consigliarlo di recarsi a Venezia «campo
degno di lui, dove poteva prendere il comando di qualche flottiglia
tanto utile a quell'assediata Città». A Garibaldi «uccello di bosco e
non di gabbia» non piacque quel suggerimento--deliberò invece di recarsi
a Milano, dove giunse la sera del 15 luglio e dove l'aspettava miglior
fortuna.

Milano era pur sempre la città delle Cinque Giornate e quindi il
concetto della guerra popolare rivoluzionaria era sorta dalle barricate.



                               =CAPITOLO VI.=

            =Garibaldi a Milano prende il comando dei Volontari.=


Il governo provvisorio s'affaccendava a reclutare quante più milizie
poteva, ed accoglieva volontieri quanti venivano ad offrirgli il loro
braccio; e però il giorno stesso del suo arrivo esso offerse a
Garibaldi il comando di tutti i volontari raccolti fra Milano e Bergamo,
i quali sommavano a circa tremila.

Non era forza atta a salvare il paese, ma più di quanta in quel momento
Garibaldi potesse desiderare. Si occupò quindi senz'altro dell'armamento
dei suoi volontari; li ordinò in battaglioni, dando al più scelto il
nome del suo amico Anzani morto, suo compagno di Montevideo, ponendolo
sotto il comando di Medici che si era unito a lui a Torino.

Nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a un ordine del Governo
Provvisorio, lasciò i quartieri di Milano e s'incamminò verso Bergamo.

Prima di lasciare Milano Garibaldi indirizzava alla gioventù italiana il
seguente:

                           PROCLAMA

            Alla Gioventù!

La guerra ingrossa, i pericoli aumentano. La patria ha bisogno di voi.

Chi v'indirizza queste parole ha combattuto per l'onore italiano in lidi
stranieri, è accorso con un pugno di valenti compagni da Montevideo per
aiutare anche egli la vittoriosa patria, o morire su terra italiana.

Egli ha fede in voi: volete, o giovani, averla in lui?

Accorrete, concentratevi intorno a me, l'Italia ha bisogno di dieci, di
ventimila volontari, raccoglietevi da tutte le parti, in quanti più
siete: e alle Alpi! Mostriamo all'Italia, all'Europa che vogliamo
vincere, e vinceremo.

Milano, 25 luglio 1848.

                                                   _G. Garibaldi_



                              =CAPITOLO VII.=

    =Venezia, Treviso, Vicenza, Curtatone e Montanara, Goito, Peschiera,
      Rivoli--Sfortunata giornata di Custoza--Armistizio di Salasco.=


Il 21 marzo Venezia quasi senza spargimento di sangue si liberava dal
giogo straniero.

Il governo civile e militare austriaco era dichiarato decaduto ed una
convenzione era firmata per la quale il reggimento Kinski e tutte le
altre truppe, Croati, Artiglieria, Marina ecc. ecc. si ritiravano,
imbarcandosi per Trieste. Manin e Tommaseo, liberati dal carcere
politico, venivano portati alla sede del governo in trionfo.

Il popolo veneziano proclamava la repubblica e il governo prendeva
provvedimenti per una pronta ed efficace difesa contro il ritorno dello
straniero.

Padova, Treviso, Vicenza e tutte le città del Veneto proclamavano il
governo provvisorio, e così facevano le città del Friuli.

La mattina del 24 marzo 1848 ebbe luogo a Roma un'imponente
dimostrazione popolare che chiedeva armi e la guerra all'Austria.

Questa ottenne effetto immediato, perchè nel giorno stesso fu affidata
al generale Ferrari la organizzazione del Corpo dei Volontari e Ferrari
non perdette tempo; difatti alle cinque del mattino del 26 marzo partiva
da Roma la prima legione Romana di circa mille uomini; e solo due giorni
dopo partiva anche, e bene organizzato, il primo reggimento volontari
forte di altri milleduecento uomini. Queste truppe per la via di Ancona
giungevano a Bologna il 16 e 18 aprile; e non più in numero di 2200
combattenti, ma di circa 8000 uomini, pieni di ardimentoso entusiasmo
per la libertà della patria.

Il mattino del 27 di marzo Carlo Alberto assumeva in Alessandria il
comando supremo dell'esercito e il 29 entrava in Pavia, ove era accolto
con grande gioia dai cittadini. Agl'inviati di Milano si esprimeva in
sensi di vera devozione alla causa dell'unità italiana e manifestava il
deliberato proposito di volere liberata l'Italia dallo straniero.

Procedeva quindi innanzi coi suoi figli fino a Lodi e vi piantava il suo
quartier generale, da dove emanava i seguenti proclami:

«Italiani della Lombardia, della Venezia, di Piacenza e Reggio!

«Chiamato da quei vostri concittadini nelle cui mani una ben meritata
fiducia ha riposto la temporanea direzione della cosa pubblica, e
sopratutto spinto visibilmente dalla mano di Dio, il quale, condonando
alle tante sciagure sofferte da questa nostra Italia, le colpe antiche
di lei, ha voluto ora suscitarla a nuova gloriosissima vita, io vengo
tra voi alla testa del mio esercito, secondando così i più intimi
impulsi del mio cuore; io vengo tra voi non curando di prestabilire
alcun patto: vengo solo per compiere la grand'opera, dal vostro stupendo
valore così felicemente incominciata.

«Italiani! In breve la nostra patria sarà sgombra dallo straniero. E
benedetta le mille volte la Provvidenza Divina, la quale volle serbarmi
a così bel giorno, la quale volle che la mia spada potesse adoperarsi a
procacciare il trionfo della più santa di tutte le cause.

«Italiani! La nostra vittoria è certa: le mie armi, abbreviando la
lotta, ricondurranno tra voi quella sicurezza che vi permetterà di
attendere con animo sereno e tranquillo a riordinare il vostro interno
reggimento; il voto della nazione potrà esprimersi veracemente e
liberamente; in quest'ora solenne vi muovano sopratutto la carità della
patria e l'abborrimento delle antiche divisioni, delle antiche
discordie, le quali apersero le porte d'Italia allo straniero; invocate
dall'Alto le celesti ispirazioni; e che l'Angelico Spirito di Pio IX
scorra sopra di voi; Italia sarà!

«Dal nostro Quartier Generale in Lodi, 31 marzo 1848.

                                                _Carlo Alberto_

                            Il Ministro della Guerra, Franzini.

                                    *
                                   * *

            «Soldati!

«Passammo il Ticino e finalmente i nostri piedi premono la sacra terra
Lombarda! Ben è ragione che io lodi la somma alacrità, colla quale, non
curando le fatiche di una marcia forzata, percorreste nello spazio di 72
ore più di cento miglia.

«Molti di voi, accorsi dagli estremi confini dello Stato, appena poteste
raggiungere le vostre bandiere in Pavia; ma or non è tempo di pensare al
riposo: di questo godremo dopo la vittoria.

«Soldati! Grande e sublime è la missione a cui la Divina Provvidenza ha
voluto ne' suoi alti decreti chiamarci. Noi dobbiamo liberare questa
nostra comune patria, questa sacra terra italiana dalla presenza dello
straniero, che da più secoli la conculca e l'opprime: ogni età avvenire
invidierà alla nostra i nobilissimi allori che Iddio ci promette; tra
pochi giorni, anzi tra poche ore, noi ci troveremo a fronte del nemico;
per vincere basterà che ripensiate alle glorie vostre di otto secoli, e
gl'immortali fatti del popolo Milanese; basterà vi ricordiate che siete
soldati italiani.

Viva l'Italia!

Dal nostro Quartier Generale in Lodi, 31 marzo 1848.

                                        _Carlo Alberto_

                    Il Ministro della Guerra, Franzini»

E quasi a dimostrare il sentimento concorde di popolo e di Re nel volere
liberata l'Italia dallo straniero, in Ancona veniva pubblicato il
seguente bando:

                «Cittadini!

«Al suono delle campane a stormo, che eccitò l'insurrezione nelle
Lombarde città contro l'odiato straniero e ne fa ora trionfalmente
inseguire la fuga e disperdere gli avanzi, si mesce già il vivo fuoco
degli accorsi drappelli italiani e il tuono possente del cannone di
Carlo Alberto. Da ogni città, da ogni borgo, da ogni siepe esce un
animoso combattente della santa guerra d'Italia. La croce corona la
tricolore bandiera, e Cristo ne ha fatto l'indivisibile segno della
nostra vittoria. I lunghi secoli del dolore e del lutto si riscattano
con brevi e invidiabili perigli; le macchie, già abolite, d'inerzia e
d'indifferenza si redimono con un'eternità d'impareggiabile gloria.

«Chi, alla voce d'Italia, di questa patria sublime, ode più gli affetti
di padre, di marito, di figlio? Chi getta ancora uno sguardo sugli averi
e sulla ricchezza se non per farne un sagrificio alla patria?

«Via il lusso, via gli ornamenti; il ferro! il ferro! nessuna gioia
fuorchè nelle ferite largamente aperte nei petti nemici; nessun
desiderio fuorchè del sangue copiosamente sparso per l'Italia; nessuna
gloria fuorchè nella sua redenzione. La nostra avanguardia è partita. I
nostri prodi ci aprono la via. Quale ragione, qual pretesto ai forti, ai
valenti per rimanere? Che dolcezza in queste mura, che beltà nella vita,
quando nei campi di Lombardia si muore per l'indipendenza italiana?

«Chi non invidia a sè stesso questa nobile fortuna di morire per
l'Italia? Chi ricusa la celeste voluttà di vendicare la sua vendetta?
Chi non s'infiamma all'alto pensiero di concorrere ad eseguire il
decreto di Dio, il decreto della rigenerazione italiana? In questo punto
si fonda la nostra nazionalità, si conquista la libertà nostra, si
edifica una gloria immortale! Deh! ciò non sia senza noi! Deh! si
accorra alla guerra della redenzione! Felice chi lascerà la vita per
lei! Felice chi tornerà vittorioso, e udrà dirsi ammirando e piangendo
di tenerezza: questi fu soldato dell'indipendenza d'Italia!

Ancona, 30 marzo 1848».

                                    *
                                   * *

Da Lodi il Re mosse per Cremona, ove tenne Consiglio di guerra per
deliberare sulle operazioni militari.

L'esercito procedeva verso il fiume Oglio e arrivatovi il generale Bava
faceva restaurare il ponte di Marcaria.

Il Re si trasferiva a Bozzolo.

Il giorno 6 aprile il generale Bava si avanzava verso il fiume e giunto
verso le 9 in prossimità di Goito ordinava ad un battaglione di
bersaglieri di assalire i cacciatori austriaci che occupavano i colli; i
nostri mossero impetuosi all'assalto e gli austriaci, abbandonate le
posizioni, si ripararono entro Goito. Ordinata in schiera d'assalto la
brigata _Regina_, e sopraggiunti i reggimenti della brigata _Aosta_, il
generale Bava mosse contro Goito preceduto dai bersaglieri comandati dal
generale Alessandro Lamarmora; questi appoggiati dall'artiglieria che
battevano le case per cacciarne gli austriaci spalleggiati da due
compagnie delle _Real Navi_, superati arditamente gli asserragliamenti
costruiti dai nemici, penetravano nel paese; gli austriaci, parte
rimasero prigionieri, parte corsero al ponte per difenderlo; i nostri
bersaglieri e i _Real Navi_ inseguono, passano a tutta corsa il ponte e,
scesi sulla sinistra del fiume, s'impadroniscono di un cannone che il
nemico nella precipitosa fuga non riesce a salvare.

Il combattimento durò tre ore, le nostre truppe che vi presero parte,
sopratutto bersaglieri e Real Navi, mostrarono gran valore; ebbero due
ufficiali e sei soldati morti, cinque ufficiali feriti fra i quali il
Colonnello Lamarmora e il Maggiore Maccarani comandante le truppe Real
Navi e trentacinque soldati. Si distinsero il Generale D'Arvillars, il
Capitano Griffini e Domenico Resta.

Il giorno appresso il generale De Sonnaz con un ardito colpo di mano
sloggiava gli austriaci da Monzambano ed alle 5 pomeridiane i Piemontesi
erano padroni di quelle posizioni. Contemporaneamente il Colonnello
comandante il reggimento _Savoia_ entrava in Borghetto alla destra di
Monzambano in faccia a Valeggio, ove i nostri entravano il giorno
appresso.

A questi combattimenti seguirono quelli di Pastrengo e di Santa Lucia.

I nostri guidati dal Generale De Sonnaz, cacciati gli austriaci dai
colli di Costiera, Cassetta e Fratelli furono, in breve ai piedi di
Pastrengo. Ma il Duca di Savoia, che colle brigate _Cuneo_ e _Regina_ si
era avanzato alla testa di tutti, si trovò arrestato dal melmoso letto
di quei piccoli torrenti che si scaricano più in basso nel fiume Tione.
Fu dovuta rallentare la marcia, finalmente, superato l'ostacolo ed
animati della presenza del Re e del Duca, s'avventano alla lotta, che fu
aspra perchè gli austriaci difesero palmo a palmo il terreno; alle 3 e
mezzo i nostri erano padroni di Pastrengo. Il Re in quel giorno superò
tutti in valore e corse gravissimo pericolo; intollerante d'indugi aveva
precorso la fanteria con la sola scorta di un drappello di carabinieri.
Un corpo di Tirolesi, in agguato per ritardare la marcia dei Piemontesi,
fece una scarica a bruciapelo contro il piccolo drappello e se il
Colonnello Sanfront non fosse arrivato in tempo coi suoi squadroni di
carabinieri, il Re, che aveva tratto la spada in atto di slanciarsi
contro il numeroso nemico, si sarebbe trovato a mal partito.

Il 6 maggio i Piemontesi con tre divisioni mossero in ricognizione su
Verona; la brigata _Regina_ sotto gli ordini del generale D'Arvillars
si avanzava sulla strada di Sona, incontrava il nemico e impegnava un
assai vivo combattimento, che ebbe esito fortunato per i nostri perchè
il nemico si ritirava sotto le mura di Verona; però durante il
combattimento la brigata _Aosta_, per seguire il Re, sempre primo ai
rischi, avendo accelerato il passo si trovò sola di fronte alla nemica e
formidabile posizione di S. Lucia, seguita a grandissima distanza dalla
brigata Guardie.

Gli Austriaci occupavano il Campanile e le case, e, del Cimitero cinto
di mura munite di feritoie, ne avevano formato una vera fortezza, e un
fuoco micidiale colpiva i nostri; il valoroso generale Sommariva
secondando l'ardore del Re e dei suoi soldati assale energicamente il
villaggio; il generale Bava fa piazzare in buona posizione
l'artiglieria, la quale apre vivo fuoco contro il campanile, le case e
il Cimitero; sotto le mura del villaggio si accende un aspro conflitto
nel quale trova morte il prode colonnello Caccia del 5º reggimento; a
fianco del generale Sommariva cadeva mortalmente ferito il tenente
Beston Balbis suo aiutante, il colonnello Manassero del 6º reggimento
era gravemente ferito ed a lui vicino moriva il tenente Gandolfo di lui
aiutante e tanti e tanti altri; ma i valorosi Valdostani non si
arrestano; chè anzi il desiderio di vendicare i caduti li spingeva a più
fiera lotta. Giungeva finalmente la brigata _Guardie_, che al fragore
del cannone aveva accelerato la sua corsa; e allora il Generale Bava
valendosi del sopraggiunto rinforzo si pone alla testa di questo,
slancia le sue brave truppe sul merlato muro, e queste sprezzando il
pericolo, animate dalla presenza dei condottieri, superano tutte le
difficoltà, s'impadroniscono del baluardo seminando morti e facendo
prigionieri.

Dopo il combattimento di S. Lucia, tanto glorioso per le armi
Piemontesi, essendo giunto il parco da Alessandria, il Re ordinava che
si cingesse d'assedio Peschiera. La direzione dell'assedio fu affidata
al Duca di Genova, il quale aveva sotto i suoi ordini il generale Chiodo
del Genio e il generale Rossi dell'artiglieria; ai lavori d'assedio e a
cingere la piazza furono destinate le brigate _Piemonte_ e _Pinerolo_
con Federici generale di divisione, Bes e Manno brigadieri.

Il giorno 19 aprile le truppe Romane di linea e volontari, alle quali
eransi uniti il battaglione volontari di Ancona ed altri delle Marche,
la Legione Romagnola di Ferrara, passavano il Po, e si mettevano in
marcia verso Montebelluno. Il generale Durando Comandante in capo di
queste truppe colla prima divisione trovavasi già ad Ostiglia.

Il 25 d'aprile nei dintorni di Schio ebbe luogo un combattimento fra le
nostre truppe e un corpo di Austriaci che durò per quattro ore;
l'attacco fu vivo, ma i bravi nostri giovani volontari seppero così bene
resistere alle prime prove del fuoco da costringere il nemico a
ritirarsi con perdite non lievi.

Anche nei giorni seguenti ebbero luogo vari scontri sempre favorevoli
alle nostre armi.

Il giorno 8 maggio il generale Ferrari, che aveva concentrato le sue
forze di volontari e regolari a Montebelluno, ebbe avviso dai suoi posti
avanzati dell'avvicinarsi del nemico.

Il generale, lasciata una parte delle truppe a guardare il paese, mosse
col resto delle sue forze per la via di Cornuda, ove giunto alle ore 5
pom. fece prendere ai suoi posizione sulle colline circostanti, mentre
mandava grosse pattuglie a perlustrare sulla strada dalla quale si
attendeva il nemico. Poco prima del tramonto la compagnia dei
bersaglieri del Po, che stava appostata sulla collina di destra,
incominciava il fuoco contro l'avanguardia nemica che di poco precedeva
il grosso delle truppe, per cui ben presto il fuoco fu acceso su tutta
la linea; questo durava da un'ora circa e cessava da parte del nemico
che suonò a raccolta. Era certo che questo aveva voluto limitare la sua
azione ad una ricognizione, e sicuro che l'indomani sarebbe stato
attaccato da forze superiori il generale Ferrari dispose di ritirarsi
dalle posizioni avanzate che occupava colle sue giovani truppe e di
disporre una nuova linea di avamposti al di là di Cornuda. Mandava
subito avviso al Durando, che si trovava colla sua divisione nella
vicina Bassano, della presenza del nemico, affinchè come generale in
capo avesse prese le sue disposizioni.

Alle 5 di mattino del 9 maggio il nemico si mosse all'assalto delle
posizioni occupate dai nostri i quali sostennero l'urto senza cedere un
palmo di terreno, mantenendo un fuoco assai ben nutrito fino alle 4
pomeridiane in attesa dell'arrivo del Durando.

Intanto il nemico ingrossava sempre più tanto che a sera la truppa del
Ferrari si trovava ad avere di fronte l'intera divisione del Nugent che
occupava con nuovi battaglioni tutte le posizioni di fronte con
spiegamento di altri battaglioni a destra e a sinistra tendenti
all'avviluppamento dei nostri; intendimento che non sfuggì al Ferrari,
il quale ordinava alle sue truppe un movimento di ritirata e di
concentramento più indietro di Cornuda per proseguire poi per
Montebelluno onde congiungersi colle truppe che vi aveva lasciato di
presidio. Giunto a Montebelluno ordinava la partenza per Treviso dandone
avviso al generale Durando.

Nel combattimento del 9 si distinsero il marchese Patrizi comandante la
2ª Sezione composta di perugini e di marchigiani che si comportarono da
eroi; combatterono da prodi veterani i bersaglieri romani comandati dal
Tittoni ed il 1º battaglione della 3ª sezione composta di romagnoli;
ebbe il cavallo ucciso e riportò ferita il maggiore Diamilla-Muller
aiutante di campo del generale Ferrari mentre conduceva al fuoco due
compagnie.

Il mancato appoggio del Durando fu inesplicabile.

Alle pressanti premure del generale Ferrari egli rispondeva così:

                                        Crespano, 9 maggio 48.

                Generale,

«Vengo correndo».

                                             «Durando»

Ma non si vide!

Il generale Ferrari presa posizione a Treviso ordinava una
ricognizione--volle dirigerlo di persona il generale Guidotti il quale
spintosi avanti alla testa dei suoi, ebbe trapassato il cuore da una
palla tedesca.

Verso mezzogiorno si ebbe notizia che il nemico in forti masse si
avvicinava a gran passi da tre parti su Treviso. Il bravo generale
Ferrari si spinse con una forte ricognizione verso il Piave. Venuto a
contatto col nemico ingaggiava il combattimento di tiragliori, facendo
piazzare intanto la debole sua artiglieria. Al contrattacco del nemico,
che aveva spiegato forze imponenti, e al fuoco delle sue artiglierie che
fulminavano, la colonna avanzata composta di truppe di linea non resse,
balenò prima, poi, presa da panico, si sbandava abbandonando al nemico
un cannone e non arrestandosi che a Treviso. Non giovò l'intrepido e
valoroso esempio del generale di fronte al fuoco: fu vana la voce degli
ufficiali che tentarono di richiamarli al dovere e di fare argine alla
fuga; nulla valse e la rotta, di quella truppa fu completa. I volontari
marchigiani, romagnoli, umbri, romani rimasero al loro posto ma non
poterono riparare al disastro: questi si misero sotto gli ordini del
colonnello Galletti e del Sante per riannodarsi alle truppe del generale
in capo Durando, avendo il generale Ferrari abbandonato il comando,
offeso della condotta del Durando che gli aveva fatto mancare il
promessogli soccorso.

                                    *
                                   * *

Nei combattimenti di Cornuda e di Treviso, sostenuti con valore dalle
forze di linea e di volontari comandate dal generale Ferrari si
distinsero:

Patrizi Filippo, Galletti Bartolomeo, Diamilla-Muller Demetrio,
Stefanoni Carlo, Ruspoli Bartolomeo, Tittoni Angelo, Pianciani Luigi,
Del Grande Natale, Montecchi Mattia, Gariboldi Alessandro, Ceccarini
Luigi, De Angelis Pietro, Federici Romolo, Savini Francesco, Gazzani
Adriano, Silli Giuseppe, Chiavarelli Antonio.

                                    *
                                   * *

Il generale Durando col grosso dei suoi si trovava a Padova con posti
avanzati a Vicenza.

Il 20 maggio gli Austriaci, forti di 6000 uomini oltre l'artiglieria,
assalivano i posti avanzati di Vicenza sviluppando la loro azione di
artiglieria e di ben nutrito fuoco di fucileria contro le barricate di
Porta S. Lucia, di Porta Padova e di Porta S. Bartolo, ma dopo 4 ore di
combattimento il nemico fu da ogni parte brillantemente respinto.

In questo combattimento, sostenuto con molto valore, i nostri ebbero a
soffrire non poche perdite e lo stesso generale Antonini vi rimase
gravemente ferito.

Il giorno 23 gli Austriaci con maggiori forze ritornarono ad assalire
Vicenza; il combattimento durò accanito tutto il giorno e fu ripreso la
mattina del 24, mentre nella notte del 23 al 24 gli Austriaci
bombardarono la città che non diè segni di allarme. I nostri fecero
prodigi di valore; colla punta della baionetta fugarono il nemico che
perdeva due cannoni e lasciava in nostre mani 154 prigionieri; gli
Austriaci ebbero più di mille feriti.

Fu una giornata gloriosa per le armi italiane.

Contemporaneamente gli Austriaci attaccavano i nostri nelle posizioni
del Caffaro-Lodrone-Bagolino, ma anche da quella parte furono bravamente
respinti.

Il giorno 8 giugno da informatori il generale Durando fu avvisato del
nuovo avanzarsi del nemico, ma mal si seppe del numero e della
direzione. Si diceva che non raggiungeva i 20,000 uomini ed erano
diretti al Piave per congiungersi ad altro corpo ivi concentrato. Ma il
giorno 9 si ebbe notizia che aveva tagliata la strada ferrata e gittati
tre ponti sul Bacchiglione; ormai il sospetto di essere attaccati
diveniva certezza e quindi con ogni maggiore alacrità si diede opera ai
lavori di difesa, si distribuirono le forze di 11,000 uomini nelle
posizioni le più importanti. Verso sera si ebbero precise informazioni
che tutto l'esercito Austriaco con Radetzky alla testa e con 80 cannoni
stava per rovesciarsi su Vicenza.

Alle 4 di mattina del giorno 10 incominciò l'attacco al Monte Berico
posizione importantissima che domina Vicenza. Per disposizione del
generale Durando, le posizioni di Castel Rambaldo e di Bellaguarda
presidiate dagli Svizzeri dovevano essere abbandonate se attaccate da
forze preponderanti per concentrarsi con una forte difesa al Colle su
cui sta la Villa Ambelicopoli; e così fu fatto. Abbandonato dai nostri
il colle di Bellaguarda gli Austriaci pensarono subito di piantarvi una
batteria, ma colpiti con grande precisione dalla batteria del Colle
Ambelicopoli batterono in ritirata. Fino alle 10 del mattino l'attacco
fu debole perchè gli Austriaci lavoravano per fortificarsi nelle
posizioni conquistate nel piantarvi batterie che avrebbero ben presto
vomitato quel turbine di fuoco che doveva avviluppare la città e
piombare sui colli. Ad un dato momento il nemico spiegava tutte le sue
forze attaccando contemporaneamente il Monte Berico, i Colli e le porte
di Padova, di S. Lucia, e di S. Bartolo.

Alla difesa della posizione Ambelicopoli stava la batteria Lentulus,
rafforzata da un battaglione di corpi pontificii, di un battaglione di
svizzeri e dalle compagnie di Mosti di Ferrara e Fusinato di Schio e
del Tirolo italiano. Fu un accanito scambiarsi di palle, di granate, di
razzi e di fucilate con esito micidialissimo. Alle 2 pomeridiane il
Marchese d'Azeglio comandava un attacco alla baionetta contro i nemici
occupanti la collina opposta; il combattimento a corpo a corpo fu
accanito, micidiale sopratutto per i nostri che avevano di fronte forze
quattro volte superiori; vi rimasero feriti lo stesso d'Azeglio e il
colonnello Cialdini, e l'esito infelice fu la causa della perdita della
nostra posizione al Monte Berico: i nostri costretti a ritirarsi furono
inseguiti da cinquemila cacciatori ed Ungheresi senza che la nostra
batteria potesse arrestarli con fuoco a mitraglia per non colpire i
fratelli inseguiti d'appresso; giunti gli Austriaci a passo di corsa
fino ai nostri, come una valanga li rovesciarono giù dal Monte;
tentarono ancora i bravi italiani di fare resistenza sul Monte della
Madonna e per i portici, ma tutto inutile, che dovettero ripararsi in
città.

Perduto il Monte Berico la sorte di Vicenza era decisa, ma è pur vero
che la resistenza poteva prolungarsi.

Erano le 8 di sera e ad onta del fulminare delle artiglierie e degli
stutzen nessuna delle barricate aveva ceduto, tutte difese fino
all'eroismo dal battaglione volontari e dalla legione Romana, dalla
legione Romagnola, dal battaglione Anconitano e dalle truppe delle
Marche; di questo parere di ulteriore resistenza erano i Vicentini che
quando videro sulla torre inalberata la bandiera bianca, la presero a
fucilate.

Fu firmata una capitolazione che salvava la città e i cittadini da ogni
rappresaglia; ai parlamentari nostri, l'Austriaco disse: «che non si
poteva negare una onorifica capitolazione a chi si era difeso tanto
eroicamente».

Certo è che le truppe regolari e volontari fecero tutti il loro dovere e
si batterono con accanimento e valore, e la stessa capitolazione lo
dimostrava perchè le truppe poterono ritirarsi con armi e bagaglio ed
onori di guerra, senza alcuna scorta, colla semplice promessa che non
avrebbero preso le armi per tre mesi.

Si distinsero il Pasi, il Ceccarini, il Calandrelli, il Casanova, il
Marchese Ruspoli, l'Albani, i capitani Ornani, Gigli, Andreucci, ed i
tenenti Schellini e Andreani.

Vi lasciarono la vita il Maggiore Conte Gentiloni, il colonnello Del
Grande, Francesco Maria Canestri; rimasero feriti Massimo d'Azeglio, il
Colonnello Enrico Cialdini, il Comandante l'Artiglieria Lentulus, il
Maggiore Morelli, il Morigliani, il Minghetti, il Corandeni, capitani,
il Beaufort, e il Bandini tenenti.

                                    *
                                   * *

Vinti separatamente, le truppe Romane e i volontari, delle Marche, del
Ferrarese, delle Romagne e delle Venete provincie e del Friuli,
comandate dal Durando, dal Ferrari, dal Zambianchi, dal Mosti, dal
Fusinato, il Maresciallo Radetzky era ormai libero di portare tutte le
sue forze rafforzate e ringagliardite contro l'esercito Piemontese di
cui aveva provato il valore e che solo gli rimaneva di fronte.

Disgraziatamente queste truppe, il cui ammontare non superavano i 60
mila uomini, erano ordinate in una estensione di terreno larghissimo, da
occupare una linea di circa cento chilometri attraversati da un
fiume--Rivoli, le rive del Mincio da Peschiera a Goito, i pressi di
Mantova, Governolo, Villafranca ne erano le estremità, Roverbella il
centro.

Il Maresciallo Austriaco volle tentare un colpo decisivo, salvare
Peschiera dall'imminente caduta e piombare addosso all'esercito
Piemontese sperando di trovarlo debole a motivo della estensione della
lunga linea di posizioni che teneva occupate. Formava quindi il piano di
forzare la destra del Mincio per Rivalta, le Grazie e Curtatone contando
di trovarvi debole resistenza, sorprendere alle spalle le truppe
Piemontesi e sospingerle sotto le fortezze del quadrilatero.

Formato questo piano il 27 di maggio usciva da Verona con 30 mila uomini
che diresse per Mantova, la notte del 28 si attendò sotto quella
fortezza da dove trasse con se altri 15 mila uomini del Nugent; aveva
con se 45 mila combattenti con corrispondente artiglieria e li divise in
tre corpi di 15 mila ognuno.

Alle 10 del mattino del 29 maggio attaccava contemporaneamente l'ala
sinistra dell'esercito Piemontese girandolo per Rivoli, Affi, Lozise ed
il Campo Toscano di guardia alla destra; fra Mozzacane e Povegliano
eravi un altro corpo di 15 mila uomini minacciante il centro, qualora i
Piemontesi avessero incautamente appoggiato a destra e a sinistra per
rafforzare i deboli estremi.

L'attacco di Lozise riuscì sfavorevole agli Austriaci; essi furono
ricacciati al di là dell'Adige dal generale De Sonnaz e vi lasciarono
sul terreno oltre 500 feriti e numerosi prigionieri.

A Curtatone e a Montanara erano 5 mila Toscani con pochi Napolitani a
guardia del Mincio comandati dal valentissimo generale Laugier, di
questo pugno d'uomini il Maresciallo Austriaco coi suoi 15 mila che loro
mandava contro credeva di averne ben presto ragione.

Lanciava quindi contro questa estrema punta un numero di truppe, con
ordine di disfarli senz'altro, varcare il Mincio, prendere alle spalle i
Piemontesi, sgominarli e fare punta su Peschiera.

Senonchè i Toscani ricevettero il formidabile urto come tanti eroi della
vecchia guardia, entusiasmati dall'esempio del loro generale che
moltiplicandosi si trovava ove più fiera era la mischia.

Gli artiglieri rispondono coi loro otto cannoni alle furiose scariche
nemiche, molti muoiono da eroi sui loro pezzi, ma vengono tosto
rimpiazzati da altri animosi, dal molino e dalla casa del Lago, della
quale i Toscani avevano fatto una fortezza aprendovi feritoie e
fulminavano gli assalitori; il battaglione degli studenti si slancia con
impetuosa carica sulla sinistra del nemico, lo rompe e lo mette in fuga.

Il combattimento durò fino alla sera; un pugno d'uomini che il Radetzky
credeva di sterminare in brev'ora, seppe con impareggiabile valore
tenergli testa sebbene decimato. Alla sera, sfiniti, dovettero ritirarsi
su Goito e Castelluccio.

In quel fiero combattimento nel quale i bravi Toscani combatterono
contro forze tre volte superiori, maggiormente si distinse l'artiglieria
comandata dal bravo tenente Nicolini, che vi rimase ferito; gli
artiglieri morirono tutti sui loro pezzi, meno uno l'Elbano Gaspari che,
aiutato dal bravo Capitano Camminati riusciva a salvare i pezzi che
avevano fatto strage di nemici tutto il giorno; anche il Capitano
Malenchini cooperò potentemente colla sua compagnia a trarli in salvo;
tutti si comportarono con eroico contegno e sopratutto il battaglione
universitario comandato dal valoroso Maggiore Mossotti.

Al combattimento prese parte il Montanelli; questi temendo che il forte
numero degli Austriaci potesse avere ragione del piccolo corpo dei
Toscani disse al Malenchini, Capitano dei bersaglieri:

--«Moriamo qui tutti piuttosto che arrenderci» mentre così diceva
venivano colpiti a morte Pietro Parra e Paolo Crespi; Malenchini si
trovava vicino a quest'ultimo, volle soccorrerlo, accorse e lo prese
nelle sue braccia «dammi un bacio amico» gli disse il moribondo Crespi
«e torna a fare il tuo dovere».

Fra i tanti feriti vi era il Colonnello Campia e il tenente Colonnello
dello Stato Maggiore Chigi che dovette soffrire l'amputazione della mano
sinistra.

                                    *
                                   * *

Nel mattino del 30, accortosi Carlo Alberto che la Colonna nemica del
centro erasi ritirata durante la notte a Mantova, trovò necessario di
dare appoggio alla destra del Mincio a garantire le ritirate delle
truppe Toscane su Volta, e tener fermo sull'alto Mincio lungo le forti
ed elevate posizioni che da Valleggio distendonsi fino a Castiglione; e
fu una provvida misura.

Il nemico fatte passare le sue truppe alla destra del Mincio, le
distese da Rivalta a Gazzaldo e già si trovava a Goito quando giunsero
le truppe Piemontesi.

Ben notevole era la differenza delle due forze; i Piemontesi non
superavano i 19 mila uomini e 45 pezzi di artiglieria, l'Austriaco era
di 28 mila uomini e 60 cannoni; ma questa sproporzione fu tosto vinta
dall'ardimento e sommo valore dei Piemontesi.

In sei ore di eroico combattimento dalle 2 pomeridiane alle 8, l'inimico
fu sconfitto; lo sbaragliarono nelle sue colonne, e lo misero in piena
fuga, inseguito fin sotto Mantova.

Fu una vittoria veramente gloriosa. Il Re fu sempre esposto in mezzo
alle palle, ed ebbe sfiorato un orecchio; il duca di Savoia fu ferito ad
una coscia. Il numero dei morti e feriti austriaci fu grande e molti
furono i prigionieri; fra questi è morto il principe Bentheim, ed è
rimasto prigioniero il generale principe Hohenloche.

I nostri erano comandati dal Re col Duca di Savoia; generale di
Divisione era il Bava; le brigate che vi presero parte furono quelle
delle Guardie di Aosta, Cuneo, Acqui e Sardegna.

A rendere più memorabile la giornata, Peschiera si era resa alle 2
pomeridiane; e alle 4 il Re lo annunziava all'esercito durante il
combattimento.

Per facilitare le comunicazioni con la Carniola e con la Carinzia il Re
Carlo Alberto credette utile di conquistare la posizione di Rivoli,
punto importantissimo per gli austriaci; ne diede ordine al generale De
Sonnaz.

Stava a difesa dell'importante posizione il colonnello Zobel con 4 mila
uomini. Il generale De Sonnaz il 9 di giugno si metteva in marcia e
l'avanguardia piemontese, formata dal battaglione degli studenti,
entrata a Cavaion, che trovò sgombra di nemici, proseguiva fino a
Costerman ove pernottava ad un'ora di distanza dagli avamposti.

All'indomani il De Sonnaz divideva il corpo in due colonne; l'una
comandata dal Duca di Genova composta dalle due brigate _Piemonte_ e
_Pinerolo_, dalle compagnie degli studenti, dei volontari pavesi e
piacentini e di due batterie, giunse per Costerman, Boi e Caprino, sopra
S. Martino, accennando a circuire la posizione di Rivoli per la sinistra
e tagliare la ritirata al nemico, l'altra colonna partita da Pastrengo
composta di tutta la Divisione Broglia per la strada del Ronchi ed Affi
giunse sopra Rivoli che fu trovato sgombro, perchè il Zobel, quando si
accorse che due forti colonne erano in marcia per attaccarlo da due
parti, s'era ripiegato su Incanale; giunto a Preabono occupava
fortemente la Corona, punto molto importante sul suo destro fianco e le
Croare, e mandava sul Trentino alcune compagnie sulla sinistra
dell'Adige e quivi sperava di mantenersi. Ma allo spuntare del giorno 11
fatto assalire dal Duca di Genova, dopo qualche resistenza, batteva in
ritirata verso Madonna della Neve luogo al di là del confine italiano.

Il 18 luglio le truppe Piemontesi ordinate a serrar più d'appresso
Mantova, con brillante attacco ordinato e diretto dal Generale Bava
s'impadronivano di Governolo ricacciando nelle paludi gli Austriaci e
facendone molti prigionieri.

Il giorno 22 luglio il Maresciallo Radeztky deciso di dare una decisiva
battaglia ai Piemontesi usciva di Verona con 45 mila uomini; divideva
queste forze in tre corpi l'uno capitanato dal d'Aspre doveva portarsi
sulle alture e il borgo di Sona; l'altro comandato da Wratislaw doveva
assalire Sommacampagna; il terzo lo teneva sotto mano il Wimpfen per
soccorrere al bisogno d'Aspre o Wratislaw.

Le posizioni che stavano per essere investite dal nemico erano difese
dal Generale Broglia che con la brigata Savoia, un battaglione del 13º,
alcune compagnie di Toscani, di bersaglieri e di volontari, sei
squadroni di Cavalleria Novara, una batteria da posizione Piemontese,
due pezzi Toscani e quattro pezzi Modenesi e Parmensi, occupava
Palazzolo, S. Giustino e mandava avamposti alle Cascine di Colombarone a
destra ed a sinistra fra Sondrio e Boscolengo.

Pochi alberi abbattuti e qualche barricata erano tutte le difese dei
Piemontesi sulla sinistra.

Non così al centro ove il generale De Sonnaz aveva fatto innalzare un
lungo bastionato che legando le colline di Palazzolo con quelle di Sona,
chiudeva la gran strada che da Peschiera porta a Verona; quest'opera era
difesa dal Duca di Genova e dai Parmensi.

Sulla destra a Sommacampagna eransi pure erette alcune trincee, difese
da un battaglione del 13º e dai Toscani con tre cannoni.

Stava in riserva Novara Cavalleria. Erano in tutti appena ottomila
uomini.

In Villafranca stavano gli altri due battaglioni del 13º, un secondo
battaglione Toscano e mezza batteria di artiglieria; in tutto duemila
cinquecento uomini che non presero parte al combattimento.

L'attacco incominciò a Sona alle 6 del mattino del 23 luglio; i
Piemontesi assaliti da tre lati con forze tre volte superiori,
respingevano con grandissimo valore i ripetuti attacchi.

E sebbene il Wimpfen vedendo l'ostinata resistenza dei Savoiardi e dei
Parmensi avesse mandato in aiuto la riserva, pure poco frutto ne
riportava contro il bastione difeso dalla brava artiglieria e dalle
valorose truppe di fanteria; nè sarebbero riusciti ad impadronirsene se
Sommacampagna avesse potuto resistere. Ma come era possibile resistere
mentre tre battaglioni combattevano arditamente per più ore contro tre
brigate? E non sarebbero entrati in Sommacampagna neppure; ma gli
Austriaci per venirne a capo, collocata una batteria di obici
sull'altura del Santuario della Salute, fecero piovere nel paese tale
una grandine di proiettili che i Piemontesi dovettero sloggiare e
ripiegare assai ordinati sopra San Giorgio in Salice, nel qual luogo
erasi già ridotto il generale Broglia ritiratosi egli pure in ordine
perfetto portando con se la sua artiglieria; dietro ordine ricevuto dal
generale De Sonnaz ricondusse le valorose truppe per Sandrà e Colà sopra
Pacengo.

Il maresciallo Radetzky dopo questa battaglia che gli era costata
numerose perdite si preparava a valicare il Mincio per impedire a De
Sonnaz di ricongiungersi col resto dell'Esercito; intanto Carlo Alberto
ordinava i suoi per assalire il nemico e cacciarlo dalle posizioni di
Custoza, Sommacampagna e Staffalo, ributtarlo contro il Mincio e
togliergli la ritirata su Verona.

Il generale De Sonnaz prima del far del giorno del 24 luglio uscito da
Peschiera colle sue genti saputo dell'avvicinarsi degli Austriaci al
Mincio, presidiata la terra di Ponti con cinque battaglioni e collocati
due cannoni e una compagnia di bersaglieri a Salionze per contrastare al
nemico il passaggio del fiume, con la brigata Savoia recavasi a
Monzambano; senonchè assalito il presidio di Ponti da forze assai
preponderanti, dopo accanita resistenza furono costretti cedere,
abbandonando i cannoni per ridursi a Peschiera; anche De Sonnaz vedendo
che non avrebbe potuto tenersi a Monzambano con le poche sue forze,
cinque volte inferiori a quelle nemiche, dovette abbandonarla per
raccogliersi a Volta.

Ma nel frattempo Carlo Alberto trionfava in Val di Staffalo; il re si
era mosso da Villafranca alle 2 e mezza pomeridiane colle brigate
_Guardie_ _Piemonte_ e _Cuneo_, aveva lasciato la brigata _Aosta_ ad
Acqueroli a breve distanza da Villafranca sulla strada verso Valleggio,
dando ordine a Sommariva d'invigilarla, a Manno di custodire
Villafranca, ad Olivieri di lasciare la brigata Robillant di riserva al
Centro e portarsi a perlustrare sulla destra in direzione di Alpo.

Giunta a Pozzomoretto la brigata _Guardie_ veniva salutata dal cannone
nemico, ma l'impareggiabile brigata schierava a battaglia i suoi
battaglioni, piazzava la sua artiglieria e controbatteva vittoriosamente
quella nemica; la brigata Cuneo continuando ad avanzare al centro
progrediva sino a Fredda ed all'imboccatura della Valle di Staffalo che
separa i Monti Gai e Mondatore dalle colline della Berettara e di
Somma.

La brigata Piemonte convergendo fino a destra fiancheggiata dalla
cavalleria assaliva la posizione di Berettara.

Gli austriaci avevano collocato due pezzi su quel Monte in un'ottima
posizione da dove mitragliava i nostri; il generale Bava faceva
prontamente raccogliere in un forte drappello i volteggiatori dei due
reggimenti _Piemonte_ e postili sotto gli ordini di due Capitani
Marcello del 3º e Chiabrera del 4º ordinava loro di sloggiare il nemico
e rivoltosi ad essi diceva:

«Vedono quei due pezzi?--me li facciano tacere».

In breve spazio di tempo--in meno di mezz'ora gli artiglieri che li
servivano erano fulminati: l'ufficiale austriaco pensò a tirarsi
indietro ma non fu in tempo, i nostri erano sul monte.

Da per tutto si combatteva dai nostri con impareggiabile valore guidati
dal Duca di Savoia e dal duca di Genova, a baionetta spianata cacciavano
gli Austriaci dalle favorevoli posizioni di Sommacampagna e di Custoza e
vi si mantenevano; i morti da parte degli Austriaci furono in numero
stragrande circa quattromila. Furono diciotto ufficiali, milleottocento
soldati colla loro bandiera quelli che dovettero deporre le armi.

Fu un giorno di gloria! ma era destino fosse foriero di ben dolorose
sventure!

Il 25 luglio Carlo Alberto ordinava alle sue truppe d'impadronirsi di
Monzambano e di Borghetto alfine di ricongiungersi al De Sonnaz. Usciva
col Bava e col Sommariva da Villafranca e presso Valleggio attaccò gli
Austriaci. Ma l'astuto Radetzky indovinando la mossa aveva moltiplicato
le sue forze traendole tutte con se da Mantova e da Verona, e mentre si
combatteva accanitamente nei pressi di Villafranca, il Duca di Savoia e
il Duca di Genova venivano furiosamente attaccati a Sommacampagna ed a
Custoza. Dopo fierissima lotta, dopo essere stati per bene otto volte
respinti da Custoza e da Berettara nei quali combattimenti i principi di
casa Savoia dettero prova d'indomito coraggio, finalmente gli austriaci
del generale d'Aspre che ritornavano all'attacco con sempre nuovi
rinforzi poterono nel cadere del giorno occupare Sommacampagna e
stabilirsi nella posizione di Custoza.

Questo risultato ebbe le più fatali conseguenze. Nello scoraggiamento e
nel pericolo di quelle ore, fu decisa l'immediata ritirata su Goito.

Per la via di Roverbello marciava in ritirata l'esercito piemontese;
chiudeva la marcia il duca di Savoia. Con cozzo furioso l'armata regia
la sera del 26 s'avventava all'assalto di Volta, superando sotto il
fuoco micidiale nemico l'ertissima altura lottando disperatamente nelle
tenebre, replicando l'assalto più e più volte in sette ore di
combattimento; ma ogni sforzo fu inutile, il nemico ne faceva un vero
macello--e la ritirata si rese imperiosamente necessaria.

A Custoza si era iniziata, a Volta si compiva la catastrofe!

                                    *
                                   * *

L'ora del risveglio era suonata, e qual triste risveglio!

L'esercito piemontese dopo tante vittorie in tre giorni di lotta eroica
disfatto; le linee del Mincio e dell'Oglio perdute; quella dell'Adda
insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzky;
Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 25 al 30 luglio
giungevano terribilmente gravi nella Capitale Lombarda.

Fin dall'annunzio dei primi disastri un Comitato di difesa erasi
costituito, il quale, mentre Re Carlo Alberto andava radunando le membra
sparse del suo esercito, assumevasi di porre in istato di difesa la
città, procedeva alla fortificazione ed all'asserragliamento delle mura
e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari
raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldare nuovi volontari,
provvedeva ai viveri per l'esercito e per la popolazione, richiamava
infine a Milano quanti corpi franchi non erano stati tagliati fuori
dall'invasione nemica, fra i quali necessariamente anche Garibaldi.

Se chiedere armi, rizzar barricate, bruciar case, offrire vita e
sostanze, gridar «guerra o morte» erano segni della deliberata volontà
d'un popolo di seppellirsi sotto le rovine della sua città, Milano li
diede tutti!

A Garibaldi l'ordine di recarsi a Milano minacciata dagli eserciti
austriaci giunse a Bergamo alla sera del 3 agosto; e poichè egli era già
consapevole dello stato delle cose, e che le avanguardie austriache
bivaccavano già a Cassano d'Adda, non esitò un momento e mandava ai
suoi legionari il seguente ordine del giorno:

                Legione italiana!

Legionari! Il cannone tuona--il punto in cui siamo è in pericolo, come
in posizione di essere tagliato fuori, e poi il giorno di domani ci
promette un campo di battaglia degno di voi.

Adunque vi chiedo ancora una notte di sacrificio, progrediamo la marcia.

Viva l'indipendenza italiana.

Merate, 4 agosto 1848.

                                         _G. Garibaldi_

Fatti quindi nella notte stessa gli apparecchi della partenza per la via
più corta e sicura di Pontida--Brivio--Merate, dopo trent'ore di marcia
forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza.

Conduceva con sè cinquemila uomini circa, e fra essi, confuso co'
gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema
angoscia della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini
armato di carabina inglese, pronto a dare come semplice legionario
italiano la vita per la patria.

Monza, finchè Milano resisteva era una buona posizione di fianco sulla
destra dell'esercito austriaco, e quand'anche fosse stato impedito di
penetrare nell'assediata città, l'audace condottiero avrebbe potuto
molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non
spregevole soccorso, ma troppo tardi! Sfasciato l'esercito; discordi i
generali; riescite sfortunate le prime fazioni sotto le mura; smarrita
ogni speranza, disordinate, inesperte le milizie cittadine; diviso il
popolo; impossibile persino l'eroismo della disperazione, certo
l'eccidio della città e con esso inevitabile la ruina del Piemonte e
della sua libertà; in tale frangente Carlo Alberto ebbe il triste
coraggio di fare col proprio sacrificio sua l'onta amara di una resa,
che la giustizia della storia attribuisce a molti altri più che a lui, e
la sera del 4 agosto mandò una proposta di armistizio al nemico, che la
accettò.

L'annunzio dell'armistizio Salasco colpì tutta la Lombardia, e fu inteso
con un sentimento d'incredulità, e Garibaldi, anzichè pensare alla
ritirata, deliberò di marciare prontamente in soccorso di Milano.

Invano! tutto era finito! L'esercito piemontese in ritirata verso il
Ticino, l'esodo dei patriotti e dei proscritti era già incominciato;
Radetzky superbo come un conquistatore, passeggiava per le vie di
Milano.

                                    *
                                   * *

Nel frattempo un altro fatto degno di essere ricordato era avvenuto in
Bologna.



                            =CAPITOLO VIII.=

                        =Sollevazione di Bologna.=


Il giorno 8 agosto fin dal mattino, v'erano state provocazioni fra le
truppe austriache ed i cittadini. Tra il pro-legato Bianchetti e il
generale Velden, era stato convenuto che le truppe austriache non
sarebbero stanziate colle armi in città, riservandosi la sola guardia
delle Porte di San Felice, Galliera e Maggiore.

Alla Guardia Civica era affidato il servizio della città, e l'onorevole
posto della Gran Guardia al Pubblico Palazzo.

Tali patti non vennero mantenuti, e soldati armati erano entrati in
città, sfidando e provocando i cittadini; ne seguirono delle risse con
ferimento di un ufficiale e di alcuni croati, quindi scorrerie in città
di truppe a piede ed a cavallo, entrate da Porta San Felice, ed un
corpo di cavalleria alle 9 del mattino, entrato da Porta Maggiore,
recavasi ad occupare la piazza.

Fu un fremito generale per la città e gli atti minacciosi degli
austriaci non si vollero tollerare. Datone il segno, tutte le campane
della città suonarono a stormo, i tamburi della guardia civica batterono
a raccolta; gli armati volarono alla difesa; gli inermi, non atterriti
dalle minaccie nemiche, si diedero ad erigere barricate.

Gli austriaci senz'altro cominciarono l'attacco lungo la linea che da
Porta San Felice stendesi a quella Galliera, punto formidabilmente
battuto.

Da porta Galliera la mitraglia contro la strada diretta recava danni
gravissimi; cannoni, dalla Montagnola e da piazza d'armi, fulminano
contro le case e gli sbocchi delle vie.

Le racchette, i razzi, le bombe piovendo nella città, recavano gravi
guasti agli edifizi, ed appiccavano incendi, che i bravi pompieri a
stento riuscivano con ammirevole coraggio a domare.

Ma il popolo non si atterrisce, anzi cresce il suo sdegno di fronte a
tali barbarie e armatosi di fucili o con qualsiasi altro mezzo offensivo
che può trovare incomincia una disperata difesa. Si combatteva da due
ore virilmente da parte dei cittadini; quando la guardia civica con due
cannoni si piantò alla Montagnola menando strage dei nemici, che
sfiduciati e vinti si danno alla fuga, lasciando prigionieri ufficiali e
soldati. Per fortuna loro il popolo, senza alcuna direzione, non pensò
di approfittare della fuga, nè d'impadronirsi dei cannoni che poterono
portar seco.

Fu universale il grido di gioia da parte dei cittadini quando, usciti i
nemici, si videro padroni di Porta Galliera.

Ma la gioia della vittoria non fece dimenticare i pericoli ai quali la
città era esposta. Fu ordinato un servizio di sorveglianza e di difesa
lungo tutte le mura, e fu salutare consiglio.

Un corpo di cavalleria muovendo da S. Felice si dirigeva lungo gli
spalti esterni verso Porta S. Mamolo, minacciando d'impadronirsi degli
sbocchi e dei Colli che da quel lato sovrastano e dominano la città; una
mano di bravi giovani, appostata in un interno riparo, lasciarono
venirsi sotto i cavalieri nemici e con una scarica generale ne ferirono
diversi e misero in fuga gli altri.

I bolognesi non si addormentarono sulla vittoria; essi si prepararono
alla difesa per potere accogliere come si conveniva il nemico.

Si creò un comitato di pubblica salute, il quale subito si mise
all'opera pubblicando il seguente manifesto:

                                    *
                                   * *

                Fratelli delle Romagne e d'Italia!

«Dopo di avere occupato tre porte principali della città ed i suburbi,
l'insolente austriaco credeva di potere gettare il fango a piene mani su
un popolo italiano; il castigo fu pronto. L'amor della patria e l'onore
d'Italia fa gagliardamente palpitare il cuore del nostro popolo quanto
ogni altro generoso; in breve, dopo ostinata pugna, gli austriaci furono
cacciati dai posti che avevano proditoriamente occupati e dalla
Montagnola, ove avevano fatto il loro inespugnabile baluardo, che
credevano di tener saldo coi cannoni bombardando la città. Un popolo
quasi inerme fece mordere la polvere a molti di quei tristi, e ne
incatenò molti altri.

«Dopo la prima vittoria la causa non è vinta; accorrete in armi tutti,
generosi fratelli a dividere la gloria come divideste per tanto tempo i
dolori.

                Bologna, 9 agosto 1848.

Bianchetti, Pro-delegato--Pepoli Gioacchino-Napoleone--Biancoli
Oreste--Berti Lodovico--Gherardi Silvestre--Dottore Frezzolini--Rusconi
Federico».

Ma il destino era segnato, l'Italia doveva ancora soffrire il servaggio
dello straniero, causa non ultima le nostre discordie.



                              =CAPITOLO IX.=

                =Garibaldi continua la lotta contro l'Austria.=


La Lombardia dopo l'Armistizio avea piegato il capo al duro destino; era
forza che Garibaldi piegasse il suo; ma la sua doveva essere la ritirata
d'un leone! Decide pertanto di piegare su Como, sperando che il paese,
scosso dal primo sbalordimento, si leverebbe in armi per riprendere la
lotta. Infiammato da questa fede arrivava coi suoi a Camerlata; ivi
prendeva posizione e si trincerava: di là spediva messi al Griffini, al
D'Apice, al Manara, all'Arcioni perchè si riunissero a lui per
continuare la guerra Santa; apriva nuovi arruolamenti invitando alle
armi il paese. Tutto inutile! Il Griffini per la Valcamonica, il
d'Apice per la Valtellina, erano già in via sul confine Svizzero; il
Manara, il Dandolo, il Durando subendo l'Armistizio, s'erano incamminati
verso il Ticino; la sua Colonna, anzichè ingrossare perdeva più della
metà dei suoi uomini; una cosa era sicura: che gli Austriaci
s'avanzavano, e in poche giornate potevano avvilupparlo.

Tuttavia non volle darsi vinto. Levò bensì il campo dirigendosi verso
San Fermo; ivi giunto, fece formare sulla piazza il quadrato e arringò i
rimasti; disse che sarebbe stata vile cosa deporre le armi; che
bisognava continuare la guerra di banda e con altre parole incisive che
egli sapeva così ben trovare, tentava comunicare il suo sacro fuoco agli
altri--ma il silenzio eloquente fu la prima risposta; nuove e numerose
diserzioni, furono il commento di quel silenzio.

Calato il cappello sugli occhi come era solito fare nei momenti più
torbidi, l'eroe iniziò la marcia senz'altro col resto de' suoi su
Varese; passatavi la notte del 9, ripartiva il mattino seguente per il
Lago Maggiore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende approdò la sera
del 10 agosto a Castelleto presso Arona. La mattina dell'11 s'impadronì
nel porto d'Arona dei due piroscafi «S. Carlo» e «Verbano» v'imbarcò in
essi e in alcuni navicelli a rimorchio, i millecinquecento uomini
rimastigli; risalì il Lago Maggiore e sbarcò a Luino ove pose il suo
campo.

Era la prima delle sorprese con cui Garibaldi doveva far meravigliare
popoli e governi.

Già aveva deciso di non lasciare la terra Lombarda senza misurarsi con
lo straniero. Egli mantenne il suo voto, nè l'occasione si fece
attendere.

Fin dalla mattina del 15 una colonna di Austriaci forte di duemila
uomini era partita da Varese coll'intenzione di attaccare i legionari
italiani. Garibaldi era ammalato nell'albergo della Reccaccia posto a
piccola distanza da Luino sulla strada di Varese. Medici vegliava per
lui. Barricata la strada al di là dell'albergo, collocati gli avamposti,
spediti esploratori a scandagliare i dintorni, stava in guardia pronto
alle armi. Non era scoccato il mezzogiorno che gli esploratori vennero
ad annunciargli l'avanzarsi del nemico.

Medici corse ad avvertire Garibaldi il quale, dimentico del male che lo
tormentava, balzava dal letto, montava a cavallo, spiegava una parte
della sua colonna sulla strada nei campi circostanti, appostava sulla
sinistra il Medici col rimanente del corpo, lasciava, secondo il suo
costume di guerra, avvicinare il nemico e, scambiati pochi colpi, lo
caricava alla baionetta, prima di fronte, poi colla colonna del Medici
di fianco. In poche ore di fiera lotta lo metteva allo sbaraglio,
inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul
terreno, tra morti feriti e prigionieri, circa duecento uomini.

Una nuova campagna era incominciata in Lombardia! Il giorno 16 stette ad
aspettare un nuovo assalto del nemico, che non si fece vedere; il dì
seguente per la Valgana, s'avvicinò a piccole tappe a Varese, dove entrò
il 18 alle cinque del pomeriggio.

La patriottica città lo accolse trionfalmente. Vi passò in riposo la
giornata del 19, e la mattina del 20 avvertito dell'avvicinarsi di un
grosso corpo di Austriaci ordinò la ritirata sulle colline d'Induno,
spingendo Medici ad Arcisate. Il giorno appresso alcune compagnie
presentavansi in ricognizione e, raccolte le notizie sulle posizioni
occupate da Garibaldi, ripartivano. Il 23 tutta la divisione D'Aspre,
comandata dal generale in persona, forte di dodicimila uomini, entrava
in Varese, mentre due altre colonne Austriache, l'una da Luino e l'altra
da Como, erano in moto per occupare tutti i passi della Valcuvia e del
Mandrisiotto con l'intendimento di impedire a Garibaldi ogni ritirata e
farlo prigioniero.

Garibaldi comprese che se lasciava tempo a tutte quelle colonne nemiche
di compiere le loro manovre, chiusa ogni via di scampo, ne sarebbe
rimasto schiacciato. Non esitò un istante; lasciò Medici ad Arcisate con
duecento uomini, con l'ordine di tenere a bada e molestare il nemico, di
resistere più che avesse potuto, ed all'estremo di rifugiarsi in
Svizzera; egli risalì per un tratto la Valgana, per confermare gli
avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi
ad un tratto mutò direzione, girò per Valcuvia, scese rapidamente su
Gavirate, costeggiò il Lago e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di
marcia forzata riuscì a Morazzone, alle spalle del nemico che credeva
averlo sempre di fronte.

Il generale D'Aspre non durò a lungo nell'inganno, perchè uno spione lo
avvertì dell'ardita mossa di Garibaldi, deliberò quindi di assalirlo
immediatamente nella sua nuova posizione; l'indomani una colonna di
cinquemila Austriaci comandata dallo stesso generale D'Aspre, compariva
improvvisamente a Morazzone.

Garibaldi non si aspettava sì rapida mossa; i suoi, spossati dalle
marcie forzate dei giorni precedenti, trascurarono il comandato servizio
di vigilanza e di perlustrazioni, sicchè il nemico potè facilmente
sorprenderli, e il cannone fu la loro sveglia. Egli ebbe appena il tempo
di montare a cavallo e di accorrere alle prime difese; in brevi istanti
l'attacco sviluppò in tutta la linea, e i garibaldini, dominata la prima
sorpresa, animati dalla voce e dall'esempio del loro capitano,
sostennero intrepidamente l'urto nemico e lo arrestarono. Il nemico però
non poteva tardare ad avere ragione sul valore: tuttavia a Garibaldi
riuscì di protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi con
la baionetta una via tra i petti nemici, si buttò coi suoi, serrati e
minacciosi, nell'aperta campagna, e quivi sciolse la colonna,
consigliando i compagni di guadagnare alla spicciolata il confine
svizzero.

Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, nascosto ed
ospitato dagli amici, protetto dalla sua stella, giunse a sconfinare,
presso ponte Fresa, in Svizzera, dove ad Agno in casa Vicari ricevette
calda ed affettuosa ospitalità.

Anche a Medici era toccata la stessa sorte. Assalito il 24 agosto da
circa cinquemila austriaci che in più colonne s'erano mosse ad
avvilupparlo, con soli duecento dei suoi, tenne fronte per oltre
quattr'ore ai replicati assalti; finchè divenuta pericolosa ogni
ulteriore resistenza, si ritirò in buon'ordine nella limitrofe Svizzera,
lasciando le truppe del D'Aspre nell'illusione di avere combattuta
l'intera Legione di Garibaldi, e di avere riportato una grande vittoria.
Così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia. Essa riuscì quale
doveva essere! Fu la protesta di un uomo avvezzo a non deporre le armi
che dopo la vittoria e non contro l'armistizio Salasco; fu l'audace
disfida di un eroe, e una disperata rivolta, della quale nessun'altri
all'infuori di lui e dei suoi avrebbe affrontate le conseguenze.

Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite
che la mente di uno stratega possa immaginare. Lo stesso generale
D'Aspre scoprì nella azione del suo avversario, i lampi di un gran genio
militare, che gli italiani non avevano ancora appreso a conoscere e lo
confessava così a persona elevata: «L'uomo che avrebbe potuto essere
utile nella vostra guerra del 1848, l'avete disconosciuto; esso era
Garibaldi».

                                    *
                                   * *

Garibaldi fu costretto da quei febbroni che mai l'avevano abbandonato
durante tutta la campagna a prolungare la sua dimora in Svizzera più di
quanto avrebbe voluto; alla metà di settembre potè partirne, e si
ricondusse a Nizza per rivedervi la moglie, il figlio, la madre. Ma vi
rimase per poco perchè la febbre della lotta gli bruciava le vene.

Si recò a Genova, sperando di trovarvi aiuto di denaro, di armi, e di
armati; ma la sua fu una disillusione; non vi trovò nulla di quanto
sperava! Però appunto in quei giorni, una deputazione di siciliani si
presentava in Genova a Garibaldi, invitandolo a formare una spedizione
di soccorso alla Sicilia.

Ferdinando II di Napoli aveva tradita e assassinata la promessa libertà
e mandato un poderoso esercito a sottomettere la Sicilia, la quale priva
di armi, di milizie e di capitani, nonostante la gagliarda difesa di
Messina stava per soccombere.

Garibaldi, senza prendere impegno assoluto, promise, se gli fosse stato
possibile di portare ai siciliani l'aiuto richiesto. Infatti, raccolti
circa cinquecento della sua vecchia Legione di Lombardia lanciava agli
italiani il seguente proclama:

Italiani!

Il nido della tirannide, al quale mettevano capo tutte le vili iniquità
cortigiane, è rovesciato. Vienna combatte per la loro libertà. Non
combattiamo noi per la nostra? Non udite venire, o italiani, un fremito
dalla Lombardia e dalla Venezia? Il popolo che surse di marzo, sebbene
coperto di ferite, non è morto, ma vive; carica il fucile e aspetta il
cenno.

All'armi, dunque o italiani; noi siamo alla vigilia dell'ultima guerra,
non lenta, non fiacca, ma rapida, implacata. Levatevi forti dei vostri
diritti calpestati, del vostro nome schernito, del sangue che avete
sparso: levatevi in nome dei martiri invendicati, della libertà
conculcata e della patria saccheggiata, vituperata dallo straniero;
forti come uomini parati a morire! Non chiedete vittoria che a Dio e al
vostro ferro; non confidate che in voi. Chi vuol vincere vince.

Su dunque, raccogliete fucili e spade, o italiani. Non sonore promesse,
ma opere; non vanti passati, ma gloria avvenire.

Genova, 18 ottobre 1848.

                                           _G. Garibaldi._

Da Genova s'imbarcò col proposito di recarsi in Sicilia.

                                    *
                                   * *

Ma il 25 di ottobre a Livorno ove Garibaldi aveva approdato, i
democratici di quella città gli si misero attorno, persuadendolo a
restare in Toscana ed a prendere il comando di quel simulacro d'esercito
senza capo. Fu costretto ad acconsentire e, sbarcati i suoi, si recava a
Firenze; ma quivi giunto si sentì sedotto dall'immagine di Venezia, sola
combattente invitta per mare e per terra contro l'Austriaco. Dominato
da questo sentimento, lasciava con la sua colonna Firenze, e s'avviava
per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a dare il
suo aiuto all'eroica regina dell'Adriatico.

Ma era appena arrivato in Bologna, intento sempre a reclutare nuovi
seguaci, ed a spiare l'occasione che gli schiudesse l'agognata via di
Venezia, quando si sparse per tutta Italia l'eco dei tragici fatti di
Roma; il 15 novembre Pellegrino Rossi veniva assassinato; il Papa,
assediato nel Quirinale, rassegnato a subire un Ministero Mamiani; ma
risoluto a non concedere di più; infine il 21 novembre Pio Nono fuggito
a Gaeta; il governo affidato alle mani di una _Giunta Suprema_ eletta
dal Parlamento; la _Costituente_ convocata.

                                    *
                                   * *

Un sì inatteso e violento mutamento nelle cose d'Italia, mutò anche
tutti i piani di Garibaldi. Ora gli era aperta la via di Roma, ed il
fascino di Roma era per lui irresistibile.

Non mise quindi indugio ad offrire al nuovo governo l'opera sua e dei
suoi compagni; e l'offerta essendo stata accettata così scriveva al
Ministro della Guerra.

Eccellenza,

Domani raggiungerò colla mia colonna Foligno, donde mi dirigerò a Rieti,
punto che mi sembra molto conveniente per organizzare il battaglione, e
ricevere da Roma l'armamento e quanto altro necessario. Mi permetto di
raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, trovandosi la mia
gente in uno stato deplorevole.

Mi onori dei suoi ordini.

Terni, 22 dicembre 1848.

                                            _G. Garibaldi_

«P.S. Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo di aver scritta la
presente; dirigerò la colonna a Fermo siccome mi viene ordinato.
Ringrazio V. E. dell'accettazione del Corpo al servizio dello Stato e
solamente reitero la sollecitudine dell'abbigliamento e dei suoi ordini.
Vale.»

Garibaldi partì da Foligno il 28 dicembre, avendo dovuto aspettare il
vestiario e l'armamento; arrivò a Macerata il 1º del 1849 dove lo
raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di restare
dove era.

A Macerata Garibaldi badava ad ordinare, agguerrire ed a rinforzare la
sua gente; e tanto entrò nella stima e nell'affetto dei maceratesi, che
più tardi, quando furono convocati a nominare il deputato alla
Costituente, elessero lui.

Mentre la Giunta Suprema di governo lavorava ad apparecchiare il terreno
alla Costituente, dall'altro i clericali si studiavano a seminare
d'ostacoli il cammino di quella rivoluzione, il cui andare era
necessario e ormai fatale; giusta la loro vecchia teoria ogni mezzo era
buono; e in attesa che le potenze cattoliche muovessero all'invito di
Pio IX, coprivano di trame e d'intrighi tutto lo stato romano; e in
alcuni luoghi, specie nell'appennino ascolano, e nel confinante Abruzzo,
spalleggiate dal Borbone, avevano coronate le creste di quei monti,
antico teatro del sanfedismo, di numerose bande brigantesche.

Importava alla Giunta Suprema di parare a quell'urgente pericolo; laonde
deliberava di mandare il Colonnello Roselli a combattere il brigantaggio
ascolano; nello stesso tempo chiamava Garibaldi a Rieti, con l'incarico
di guardare quel confine verso Napoli, e di concertarsi con Roselli per
soffocare la nascente reazione; Garibaldi ubbidiva; e per Tolentino,
Foligno, Spoleto, arrivato verso la fine di gennaio a Rieti, si accinse
senz'altro all'opera; e, quantunque il mandato fosse arduo e richiedesse
severe punizioni, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei
luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna traccia di sangue innocente.

Rese invece segnalati servizi al Governo Romano, perseguendo nel più
rigido inverno l'ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e
rimpiattata la reazione, custodendo fino all'ultimo tratto quel
territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche....



                              =CAPITOLO X.=

                     =Roma--Proclamazione di Repubblica.=


Il 5 febbraio 1849 i deputati del popolo adunati in Campidoglio trassero
con solenne maestà al palazzo della Cancelleria, luogo stabilito per le
loro adunanze. Fu posta subito la questione che si dichiarasse il
_decadimento_ del potere temporale dei papi e si proclamasse la
repubblica. Sorse allora Terenzio Mamiani con le memorande parole: _A
Roma, o i Papi o Cola di Rienzo_,--«i Papi, investiti del potere
temporale essere stati sempre il flagello d'Italia e della religione;
la repubblica la più bella parola, che dir potesse labbra d'uomo. Gravi
per altro i pericoli che potea con sè portare la repubblica, non avendo
gli Stati romani per tutelarla le immortali falangi che la Francia ebbe
nel 1793. Toscana poteva aiutare ma debolmente; gran danno invece la
proclamata repubblica potea recare in Liguria e in Piemonte, nerbo e
centro delle forze italiane; l'Europa tutta conservatrice; la Francia
meno repubblica che impero Napoleonico. Concluse che la questione della
forma di governo conveniva rimettere alla Costituente italiana».

Masi, Filopanti, Agostini, Carlo Rusconi, Garibaldi parlarono in favore
della repubblica. Vinciguerra esclamava essere tempo di finirla coi
Papi, assentivano Gabussi e Savini. Bonaparte principe di Canino,
dichiarava impossibile la conciliazione del papato con la libertà
italiana; fu una discussione serrata, efficace, eloquente. Infine
respinta ogni altra proposta fu messo ai voti il memorando decreto.

_Art. 1. Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo
temporale dello Stato romano._

_Art. 2. Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per
la indipendenza nell'esercizio della sua potestà spirituale._

_Art. 3. La forma di governo dello Stato romano sarà la democrazia pura,
e prenderà il glorioso nome di Repubblica romana._

_Art. 4. La repubblica romana avrà col resto d'Italia le relazioni, che
esige la nazionalità comune_.

I votanti furono _Centoquarantatre_; centoventi risposero _Sì_; nove
risposero _No_; quattordici approvarono commentando un articolo.

La folla immensa di popolo alla notizia proruppe in un urlo immane di
gioia e di plauso.

Roma in quel momento aveva affermato il diritto del popolo italiano.

Essa parve, e fu più grande della Roma dei Cesari!

E il manifesto, che la _Costituente romana_ diresse a tutti i popoli lo
prova.

Ecco alcune parti più importanti di quel documento d'imperitura memoria:

Italiani,

«Novello vi si presenta quel popolo, che era già il più grande della
terra. Ma fra l'antica grandezza e questa resurrezione stette per mille
anni il papato.

                           ..................

«Il popolo ha voluto, e la sua volontà non ha bisogno di chiedere
giustificazioni dal passato. La sua ragione è antecedente ad ogni fatto
umano.

                           ..................

«Era piena di lacrime la storia d'Italia, e al papato ne veniva ascritta
gran copia. E non dimeno, allorchè si fece innanzi il papato, e mise la
croce sulla cima del vessillo nazionale, vide il mondo che gl'italiani
erano presti ad obbliar le sue colpe; e a nome di un papa iniziavano la
loro rivoluzione. Ma quella fu appunto la prova di quanto potesse il
papato e di quanto non potesse. I predecessori dell'ultimo regnante
erano stati troppo cauti per non impegnarsi a tal prova, e la loro
potenza non fu misurata, che dalle sciagure accumulate sui popoli.
L'ultimo regnante si avventurava primo nell'opra e volle ritrarsene,
quando si fu accorto, ch'egli aveva rivelata una terribile verità, cioè
l'impotenza del principato papale a far libera, indipendente e gloriosa
la nazione italiana; volle ritrarsene, ma fu tardi. Il papato aveva
giudicato se stesso............

«Speravamo tuttavia; ma un sistema di reazione fu la risposta che venne
dal papato. Cadde la reazione. Il papato dapprima dissimulò; vide la
pace del popolo e fuggì. E nel fuggire portò seco la certezza di destare
la guerra civile; violò la costituzione politica; ci lasciò senza
governo; respinse i messaggi del popolo; fomentò le discordie; stette in
braccio del più feroce nemico d'Italia e scomunicò il popolo.

«Questi fatti mostrarono abbastanza che il principato papale nè voleva,
nè poteva modificare se stesso, e non restava, che subirlo o
distruggerlo. Venne distrutto.

«La liberalità di regnanti o tolleranza di popoli avevano posto il
papato nella città degli Scipioni e dei Cesari, invece che nel mezzo
della Francia, o sulle rive del Danubio e del Tamigi; doveva esser per
questo, che gl'Italiani perdessero i diritti comuni a tutti i popoli, la
libertà e la patria? E se fosse pur vero, che alla potestà spirituale
del pontificato sia necessario il possesso d'una sovranità temporale,
quantunque non a questa condizione fosse promessa da Gesù Cristo
l'immortalità della sua Chiesa, era dunque serbato a Roma il divenire il
patrimonio del papato e divenirlo per sempre? Roma, patrimonio di una
sovranità, che per sussistere aveva bisogno di opprimere, e per essere
gloriosa aveva necessità di perire? e come patrimonio del papato farsi
cagione permanente della ruina d'Italia? Roma, di cui le tradizioni, il
nome e fin le ruine parlano sì forte di libertà e di patria?....»

                           ..................

E il popolo rispose e risponde: =No!--Roma è mia! Roma è della libertà!=

                                    *
                                   * *

Pagato a Roma il debito politico Garibaldi ritornò a Rieti a riprendere
il suo posto militare.

Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso.

Il 22 marzo la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell'Assemblea
Veneta all'Haynau: «Venezia resisterà ad ogni costo»; il 28 l'insensata
rivolta di Genova; il 1º aprile l'ultimo giorno della decade Bresciana.



                              =CAPITOLO XI.=

       =Le dieci giornate di Brescia disastrosa giornata di Novara.=


Il 20 marzo in Brescia una adunata di popolo in piazza Vecchia, sotto la
loggia municipale, preceduta da bandiera tricolore chiedeva le
dimissioni del Podestà Zambelli, e la formazione della guardia civica.
Nello stesso giorno sul Colle di S. Florian era comparsa una squadra
d'armati condotta dal prete Boifava. Questo piccolo corpo volante di 300
uomini al quale si erano aggiunti alcuni terrazzani, aveva avuto
incarico dal Comitato per l'insurrezione di impedire le comunicazioni
sulla strada per Peschiera, Verona e Mantova, intercettare dispacci del
nemico e molestarlo con avvisaglie.

La sera del 21 marzo, fermata una staffetta latrice di dispacci,
tradotti questi dal tedesco si rilevò che recavano l'annuncio, essere
partito da Verona un grosso convoglio di munizioni per fornirne Brescia
e Milano.

Una trentina di giovani animosi, fra i quali Giuseppe Zanardelli,
postisi sotto gli ordini di tale Longhena, perchè egli era stato
militare, uscirono dalla città alle 11 di sera col determinato proposito
d'impadronirsi del convoglio di munizioni tanto utile ai cittadini
insorti.

L'ardita, ma non numerosa falange, giunse a Rezzato prima di giorno.

Avvertiti i baldi giovani che il convoglio delle truppe imperiali era
prossimo a giungere, si diedero subito a costruire una barricata allo
sbocco della via verso Ponte S. Marco, e dopo di avere collocata della
gente anche inerme sui balconi e nelle vie per dimostrare che erano in
molti a chiudere il passo, presero posto nella barricata, risoluti a
tutto.

Non tardò a comparire sulla strada la pesante colonna dei carri
custoditi dalle baionette croate.

Il corpo austriaco di scorta agli otto carriaggi carichi di munizioni
era di 173 soldati e sei ufficiali; questi accortisi della barricata e
degli armati che impedivano il passo si fermarono. Il comandante della
piccola squadra bresciana divisò di mandare un parlamentario ad invitare
il comandante delle forze nemiche a recarsi a Rezzato per trattare col
duce delle forze cittadine insorte. Questi assentì, e quando fu
all'ingresso del paese gli fu imposto d'arrendersi, informandolo che
ogni resistenza sarebbe stata inutile, perchè Brescia e Milano erano in
mano del popolo e le truppe avevano capitolato, l'intero paese insorto,
come era insorta la stessa Vienna.

Intanto, durante le trattative erano sopraggiunti altri insorti guidati
dal curato Boifava, e il capitano acconsentì di arrendersi; ufficiali e
soldati consegnarono le armi e i bravi bresciani preso possesso del
convoglio delle munizioni, per vie montane, onde evitare l'incontro di
qualche squadrone di cavalleria, si diressero verso Brescia ove giunsero
sul fare di sera del giorno seguente accolti dalla cittadinanza con
luminarie e grande entusiasmo.

La sera del 21 era stato acclamato Podestà il Soleri che si annunziava
alla cittadinanza con un patriottico manifesto.

Il 22 venivano aperti i ruoli per la formazione della Guardia civica.

La mattina del 23 nella contrada degli Orefici, nei pressi di Piazza
Vecchia, un pugno di popolani si avventava contro i soldati austriaci
di scorta ai carri di legna destinata al riscaldamento delle caserme e
del Forte, li disarmava, inseguendoli fino all'accesso del Castello; e
disarmava pure alcuni gendarmi incontrati per via. La sommossa si fece
allora generale, si abbatterono gli stemmi e le insegne imperiali, e si
disarmarono i soldati di picchetto negli ospedali ed in altre località
dando ad essi dovunque la caccia.

Il comandante del Forte, Leshke, senza indugio volle ricorrere alle armi
dello spavento; e nelle ore pomeridiane fece piombare sulla città un
gran numero di bombe, che, se cagionarono qualche rovina alle case,
ebbero per effetto di accendere maggiormente l'entusiasmo belligero
della cittadinanza; dopo tale preludio mandava un messaggio al Podestà,
intimando che se la città non fosse ritornata alla soggezione imperiale,
l'avrebbe bombardata ed incendiata. Il Soleri a sua volta domandava
tempo per provvedere; ma allo scoccare della mezzanotte, in esecuzione
della fatta minaccia, il Leshke apriva dal castello un furioso
bombardamento.

Questo procedere barbaro, che veniva principalmente a colpire donne e
bambini giacenti nel sonno, inasprì i cittadini, che armati si fecero
sotto al Castello e rispondevano al bombardamento prendendo a bersaglio
i cannonieri nemici al grido «di viva l'Italia, viva il Piemonte.»

Quelli del giorno 23 e della notte del 24 marzo furono i primi
bombardamenti subiti da Brescia nel 1848.

                                    *
                                   * *

Intanto sul mezzoggiorno del 20 marzo le ostilità da parte dell'esercito
piemontese contro gli austriaci furono riprese, ma le sorti della guerra
furono addirittura disastrose per le armi italiane.

Il piano del generale in capo Chzamowsky, non era tale che potesse
convenire ad un piccolo esercito, qual era quello potuto mettere assieme
dall'eroico Piemonte. Invece di tenere unite quanto più si potesse le
nostre forze, esse erano schierate sopra una fronte eccessivamente
estesa.

Il generale Lamarmora con una Divisione era stato inviato nella
Lunigiana per attraversare l'Appennino con l'obbiettivo di assalire gli
austriaci alle spalle sulla sinistra del Po.

Ma qualunque fosse il piano strategico, è certo che il generale
Ramorino, che con la Divisione Lombarda fronteggiava il Ticino nella
posizione della Cava, ed a cui era stato dato ordine preciso di
arrestare la marcia del nemico ove questo avesse passato il Ticino a
Pavia, e, come segnale al Comando Generale del passaggio, tirare
moltiplicati colpi di cannone; questo generale, contrariamente a tali
ordini precisi, non sparò neppure un colpo, non fece atto di resistenza,
nè si ritrasse, sopra Sannazzaro e Mortara ove corpi piemontesi
avrebbero potuto trovarsi concentrati il mattino del 21 per dargli man
forte, appoggiati ad ottime posizioni.

Invece la Divisione senza sparare una cartuccia, si ritirò sulla destra
del Po, standosene là spettatrice inerte, anzi accennando a ritirarsi
per la volta di Genova.

Dopo un'avvisaglia di avamposti al Gravellone, gli eserciti avversari si
trovarono di fronte il 21 presso Mortara. Radetzky con rapide mosse
aveva spinto i suoi all'attacco; le truppe piemontesi comandate al
centro da Vittorio Emanuele, Duca di Savoia, fecero prodigi di valore,
ma gli austriaci soverchianti di uomini riuscirono ad impossessarsi di
notte della città; e fu notte di strage in Mortara, perchè si combattè
accanitamente per le vie, nelle piazze e nelle case, opponendo i nostri
un'indomita e disperata resistenza....

Intanto si combatteva con valore ed onore dalle nostre truppe anche alla
Sforzesca; ma i risultati ottenuti furono completamente neutralizzati
dalla rotta di Mortara.

Il grosso dell'esercito, con Re Carlo Alberto, nella supposizione che
gli Austriaci muovessero da Magenta per transitare il Ticino, stava
accampato per attendere il nemico presso Trecate; ma, trovate sgombre le
posizioni circostanti, mosse al di qua del fiume, per la via di Milano.

Pur troppo non potè continuare al lungo la sua marcia su terra lombarda,
perchè, giunta fra quelle schiere la notizia che l'austriaco già
vittorioso proseguiva alle sue spalle minacciando Torino, fu
immediatamente ordinata la retromarcia.

Il 23 marzo, l'esercito nostro, forte di cinquantamila uomini e 110
pezzi d'artiglieria, si trovava alle nove di mattino sotto Novara. Alle
ore undici il cannone nemico diede il segnale della battaglia. Re Carlo
Alberto era al suo posto in prima fila tra i combattenti. Il Crocevia
della Bicocca era la chiave della posizione, e gli austriaci in dense
colonne diressero tutti i loro sforzi contro di essa. I piemontesi la
difesero col coraggio della disperazione; Re Carlo Alberto, ritto sul
suo cavallo, nella sua marziale impassibilità, sembrava desiderasse di
essere colpito a morte; ma se il Re era risparmiato dalle palle nemiche,
quanti gli stavano vicini venivano mietuti e fra altri il generale
Perrone, colpito da palla alla testa, e il generale Passalacqua
restavano fulminati sul terreno, proprio al fianco di Carlo Alberto.

Tutte le riserve erano state impegnate.

Il Duca di Savoia, dopo avere avuto feriti a morte tre cavalli,
appiedato, mantenevasi alla testa degli avanzi dei suoi battaglioni con
singolare intrepidezza. Ma l'eroismo non poteva più rimettere le sorti
della giornata.

Re Carlo Alberto, testimonio e parte di tutte le fasi della battaglia,
cavalcava taciturno e mesto verso la città, incurante dei pericoli che
lo circondavano, e giuntovi, di là, muto, contemplava con indicibile
dolore la disfatta del suo esercito. Lo si voleva allontanare dal luogo
tanto esposto, ma Egli nello schianto del dolore gridava: «lasciatemi
morire; questo è l'ultimo giorno della mia vita!» Aveva tanto invocato
dal Dio degli eserciti di perdere in quel giorno la vita! ma non fu
ascoltato.

La bandiera bianca annunziava la sospensione delle ostilità, cui seguì
l'armistizio, e quindi l'abdicazione di Carlo Alberto e l'assunzione al
trono del figlio Vittorio Emanuele II.

Tutto era finito! I destini d'Italia non erano ancora maturi! Alle
undici della notte, Carlo Alberto, muoveva alla volta di Oporto, per
morirvi di lì a pochi mesi, martire di una idea sublime, vittima del
dolore!

                                    *
                                   * *

Il 25 marzo a Brescia, ove nulla si sapeva del disastro toccato alle
truppe piemontesi, si procedeva alla nomina del Comitato di difesa nelle
persone dei cittadini Cassola e Contratti i quali pubblicarono il
seguente proclama

                                    Brescia, 26 marzo 1849.

Cittadini!

La patria è in pericolo!

Ora è il momento, o bresciani, d'agire e di fare conoscere che le
vostre promesse non furono millanterie.

Gli armati accorrano davanti al teatro per ricevere la loro
destinazione. Chi non ha armi, le donne, i vecchi, i ragazzi si
adoperino a costruire barricate alle porte della città.

Uniamo le nostre forze e difendiamoci. Non si tratta che di duemila
uomini, con due pezzi d'artiglieria, quasi tutti italiani.

All'armi! All'armi!

Unione, costanza, ordine!

                                              _Cassola, Contratti._

Ragione di questo Manifesto al popolo di Brescia era che il Comitato
della difesa aveva avuto avviso che la notte del 25 un corpo d'imperiali
sotto il comando del generale Nugent, sortito da Mantova, con marcie
forzate si dirigeva su Brescia.

Nella città erasi formato un corpo dei più ardimentosi guidati da Tito
Speri, capi squadra erano Giuseppe Nullo, Antonio Frigerio, Luigi
Castelli, Camillo Biseo, Eligio e Filippo Battaggia. Tutti mossero
incontro al nemico prendendo posizione nel borgo di Sant'Eufemia ove
già trovavasi il curato Boifava con la sua compagnia, si asserragliarono
pure in altre posizioni, atte ad impedire al nemico l'ingresso nella
città.

Poco prima del mezzodì gli austriaci aprirono il fuoco, ma gli
assalitori vennero coraggiosamente respinti.

Il Comitato ed il Municipio, convinti che la resistenza non poteva
durare a lungo, decisero di spedire al generale Nugent una Commissione
di cittadini, che si presentò agli avamposti nemici con bandiera bianca.

La Commissione fu ricevuta dal generale; il quale poneva senz'altro per
condizione che i bresciani cessassero dalla difesa, deponessero le armi,
e distruggessero le barricate perchè egli, per amore o per forza,
sarebbe entrato nella città.

Quando si seppe dell'arrogante risposta del generale austriaco, la
popolazione proruppe unanime in un sol grido. «Guerra! Guerra!»

Gli austriaci mossero allora all'assalto della città, inoltrandosi fino
a San Francesco di Paola; ma i Bresciani usciti da porta di Torre Lunga,
giunsero a San Francesco, alle spalle degli austriaci, alle prese con
le bande dei nostri, e impegnarono una mischia micidiale.

Il combattimento durò fino alla sera con la peggio degli Austriaci, che,
abbandonate le conquistate posizioni, si ritirarono nei loro
attendamenti di S. Eufemia.

Così ebbe fine la memorabile giornata del 26 marzo.

Il 27 gli imperiali a mezzodì ripresero le ostilità, si spinsero fino a
Rebuffone a poca distanza da Torre Lunga, dove i Bresciani erano
appostati alla difesa. Gli Austriaci, piantata una batteria sopra l'erta
della Villa Maffei, si diedero a fulminare i bravi difensori, mentre
nello stesso tempo il Castello iniziava il bombardamento prendendo i
Bresciani fra due fuochi. Ma le cannonate, il bombardamento, gli incendi
non sgomentavamo i valorosi Bresciani, che anzi, inaspriti dalla ferocia
del nemico, moltiplicarono gli atti di eroismo; tanto che quando videro
verso sera rallentare e cessare il fuoco da parte degli imperiali che
rientravano nel loro accampamento, gli eroici difensori, comandati dallo
Speri, con rapida sortita, si slanciarono sull'inimico ed in breve
furono addosso alla retroguardia austriaca facendone strage.

La sera la città era in festa per la felice resistenza opposta al
nemico; e il Comitato della difesa pubblicava il seguente manifesto.

Cittadini!

Il vostro nome alla posterità è assicurato. Il nemico trovasi
nell'avvilimento, perchè gli imponenti mezzi di guerra coi quali credeva
atterrirvi, non hanno fatto che accrescere il vostro entusiasmo.

Ormai ha consumato tutti i suoi mezzi guerreschi, e quindi non dovete
fare altro che dar compimento alla vittoria nello stesso modo che
l'avete cominciata.

Italia tutta farà plauso a tanta prodezza.

Ordine, Costanza, Unione!

Brescia il 27 marzo ore 6-1/2 pomeridiane.

                                           _Cassola, Contratti._

Per dire degli episodi, degli atti di eroismo compiuti dai Bresciani nei
giorni successivi 28, 29, 30, 31, non basterebbe un intero volume. Basti
affermare che tutti gli sforzi fatti dal Nugent con ben 3500, uomini per
impossessarsi di Brescia o per costringerla alla resa furono inutili.
Vista la sua impotenza, fu obbligato a chiedere rinforzi, e questi non
tardarono a giungere condotti da un ben formidabile avversario,
tristamente conosciuto dai Bresciani.

Il 31 marzo giungeva infatti, per espugnare l'eroica Brescia, il tenente
maresciallo Haynau con una intera divisione--e ben presto diede sue
nuove col seguente dispaccio: n. 152--Dal 2º I. R. Comando del Corpo
d'Armata.

Alla Congregazione Municipale della Città di Brescia.

«Notifico alla Congregazione Municipale che io alla testa delle mie
truppe mi trovo qui, per intimare alla città di arrendersi tosto e senza
condizioni.

«Se ciò non succederà fino a mezzogiorno, se tutte le barricate non
saranno interamente levate, la città sarà presa d'assalto, e
saccheggiata e lasciata in balia a tutti gli orrori della devastazione.

«Tutte le uscite dalla città verranno occupate dalle mie truppe ed una
resistenza prolungata trarrà seco la certa rovina della città.

«Bresciani! Voi mi conoscete, io mantengo la mia parola!

«Il Comandante delle truppe stanziate all'intorno della città di
Brescia.

                                          Il Tenente Maresciallo

                                                 _Haynau._

Non è a dire quanto la lettura di questo dispaccio rinfuocasse gli
animi.

Il Municipio mandò subito per il Comitato che pronto accorse
all'adunanza.

Richiesto del suo parere il Comitato dichiarava doversi risolutamente
resistere.

La maggioranza degli adunati, pur non dissentendo dalla resistenza,
deliberava però di mandare deputati all'Haynau per ottenere una proroga
di tempo onde si potessero prendere ponderate risoluzioni.

Come ambasciatori si offersero i cittadini Lodovico Borghetti, Pietro
Pallavicini, Paolo Barucchelli e il Nobile Girolamo Rossa, alla patria
devotissimi. Così composta, e fiancheggiata da due gendarmi e preceduta
da bandiera bianca l'ambasceria verso le 10 si avviava per il Castello.

I messaggeri trovarono l'Haynau inflessibile. _Ho detto a mezzogiorno_.

Ed alle vive rimostranze degli inviati, per grazia dichiarava che
avrebbe aspettato fino alle due pomeridiane.

Dell'ultimatum del Maresciallo austriaco fu data partecipazione al
popolo dal balcone del Palazzo Comunale. E la risposta del popolo
Bresciano fu quale doveva essere: Guerra! Vogliamo la guerra!

Quella del Podestà fu dunque--All'armi Bresciani! all'armi!

Allo scoccar delle due, tutte le campane della città, come se fossero
mosse da un sol uomo e tocche da uno stesso martello, si diedero a
suonare a stormo gloriosamente. Questa era la risposta che i bresciani
mandavano all'Haynau.

Il nemico aveva intanto circondato con forze numerose la città e
piantate sulle alture batterie di cannoni e di mortari coll'ordine che
quando le artiglierie dal Castello avessero dato il segnale, tutte le
batterie facessero fuoco.

E alle tre, tanto dal Castello che dalle batterie circostanti,
s'incominciò senza interruzione a vomitare bombe e palle incendiarie;
tutte le campane della città suonavano a stormo, chiamando il popolo
alla resistenza.

L'Haynau aveva stabilito di dare alla città un assalto generale;
ordinava quindi le sue genti in modo che tutta la circuissero, per
dividere così le forze dei difensori e rendere più debole la resistenza.

A questo scopo sul ripiano del poggio Maffei dove stava la brigata
Nugent, aveva fatto piazzare una batteria, che batteva direttamente la
barriera di Torre Lunga, ove dovevano essere diretti i maggiori sforzi.
Infatti essa fu presa a fulminare con fuoco mai interrotto e con colpi
così ben diretti, che presto l'intera trincea ne fu squarciata,
costringendo i difensori ad abbandonarla, ed a ritirarsi al ridosso
della barricata che formava la seconda linea di difesa. Tennero loro
dietro i nemici, che tentarono di entrare con essi in città, ma furono
valorosamente respinti lasciando molti di essi sul terreno.

Non cessava intanto il tuonare dei cannoni e dei mortari dal di fuori,
mentre le bombe ed i razzi piovevano dal Castello; ma non per questo
ritiravansi i difensori, che sempre capitanati dallo Speri, combattevano
con tanta valentia e costanza, da tornare ad onore anche dei più
esperimentati e disciplinati veterani.

L'Haynau aveva ordinato che un battaglione di croati, di notte
appostato, scendesse giù per la china del colle ed a forza occupasse le
vie che conducevano al centro della città. Furono però accolti, mentre
discendevano con una tempesta di fucilate, sì da essere obbligati a
sostare e a dare indietro; ma poi riordinati, assalirono i nostri con
fuoco ben nutrito e così ben diretto che i difensori furono obbligati ad
abbandonare la trincea più avanzata, posta alla svolta della china del
Castello, non solo, ma poi dopo altra eroica difesa, furono costretti a
ritirarsi anche dalla barricata che custodiva la svolta di S. Urbano; ed
infine anche dall'ultima di via della Consolazione. Gli imperiali alla
carica, sorpassando le barricate, sgombrando impedimenti si
precipitarono nella piazza dell'Albero. Là i Bresciani li attendevano
alla posta, dalle finestre, dai tetti, dagli sbarramenti che chiudevano
il passo all'interno della città, vennero accolti con una salva di
fucilate, tanto che ben pochi ebbero salva la vita; ma una fiumana di
altri croati serrati in colonne giù per quella stretta impediva ai primi
di dare indietro; tanto che alla disperata mancando loro ogni scampo,
fecero testa, e s'avventurarono risoluti contro le trincee per forzare
il passo; ma ancora un fuoco micidiale a bruciapelo li accolse, e più
che decimati, dovettero arrestarsi e dare indietro.

L'Haynau che dal Castello vedeva lo scempio che i difensori facevano dei
suoi ordinava al Colonnello Milez di accorrere in aiuto con buon nerbo
di forza; ma appena sboccato sulla piazza il Milez stesso, che stava
alla testa dei suoi, colpito da palla al cuore cadeva morto; i suoi
soldati allora sostarono indecisi; prendendo il momento i bravi
bresciani saltarono dai ripari, e slanciandosi sul nemico l'assalirono a
colpi di baionetta, di daghe, di stocchi, di coltelli. Non ressero gli
austriaci, ma si diedero alla fuga, abbandonando armi e feriti.

La piazza dell'Albero a ricordo di tanto valore fu poi nominata _Piazza
del 1849_. In quel giorno 31 marzo correva a rivi il sangue e i cadaveri
vi giacevano ammonticchiati.

Però in altri punti alcuni quartieri della città furono invasi dal
nemico come Torre Lunga, S. Urbano, S. Alessandro, e l'incendio, il
saccheggio, gli orrori di città presa d'assalto, incominciarono nelle
tenebre con tutti i suoi atti brutali.

Il primo aprile dalla parte del Castello, appoggiati dalle artiglierie,
gli Austriaci discesero in città, investendo e rompendo tutti gli
ostacoli che trovavano sui loro passi, giungendo alle spalle dei
difensori della barricata della Piazza dell'Albero, teatro del micidiale
combattimento del giorno innanzi, occupando il palazzo del governo, del
Broletto, massacrando ed abbruciando quanti si paravano a loro dinanzi,
gettando dalle finestre, e dai tetti quante persone si trovavano nelle
case. Lo stesso avveniva nel quartiere di San Nazzaro e a porta S.
Giovanni.

Era tempo di pensare seriamente ai casi della patriottica città, ridotta
agli estremi, e minacciata di distruzione.

Alle 10 antimeridiane il Municipio riceveva le dimissioni del Comitato
di difesa. Bisognava senza perdita di tempo mandare all'Haynau una
deputazione per trattare la resa. Fu incaricato il padre Maurizio da
Brescia, che fu accompagnato dal padre Ilario da Milano e dal cittadino
Pietro Marchesini.

I patti della resa furono con molto stento convenuti.

La mattina del 2 aprile entrate le soldatesche austriache in città, il
Maresciallo Haynau emanava due bandi. Col primo imponeva alla città una
taglia di 300,000 lire, destinate a compenso e a premio degli
ufficiali--più imponeva alla città e provincia una multa di sei milioni
di lire.

Così ebbe fine la lotta gloriosa di Brescia sostenuta per 10 giorni con
subblime eroismo.

                                    *
                                   * *

I tempi intanto incalzavano e la reazione divampava.

Il 6 aprile Catania dopo eroica difesa cadeva nelle mani sanguinarie del
borbonico Filangeri; il 12 la reazione lorenese restaurava in Toscana il
granduca; il 20 Filangeri era minaccioso alle porte di Palermo;
finalmente il 21 aprile salpava da Tolone la spedizione francese per
Roma.

L'ultima di queste notizie sorprese Garibaldi ad Anagni dove era
arrivato il giorno precedente.

Il 24 aprile l'avanguardia, il dì appresso tutto il corpo di spedizione
comandato dal generale Oudinot, portato da dieci navi, forte di ben
dodicimila uomini, di sedici pezzi da campagna e di sei di assedio,
gettava l'ancora nelle acque di Civitavecchia.



                             =CAPITOLO XII.=

                         =Eroica difesa di Roma.=


Sullo scopo dell'intervento francese nelle cose di Roma è stata già
giudice severa la storia, e non è tema che invogli un italiano a
ritornarci sopra. Solo affermeremo che per quanto si sia voluto dire,
certo non fu scusabile che una grande nazione come la Francia, col
pretesto d'instaurare l'ordine, fra un popolo già confidente e calmo nel
suo patriottismo, siasi mossa a sostenere una abborrita teocrazia, ed a
strozzare, tra le braccia d'una repubblica sorella, la libertà nascente.

E fu con sembianze oneste ed amiche che l'esercito francese potè
sorprendere la buona fede del governatore, del presidio e della
popolazione di Civitavecchia, e mettere impunemente il piede sul suolo
della repubblica. Se Civitavecchia avesse respinto con la forza dal suo
forte il disbarco o lo avesse soltanto ritardato il governo della
Repubblica Romana avrebbe avuto maggior tempo e si sarebbe trovato in
migliori condizioni per preparare la difesa.

Il Colonnello Leblanc, inviato dal Generale francese, ebbe il merito di
parlar chiaro al Mazzini e confessare che scopo della spedizione era la
restaurazione papale. Egli rese grande servigio a Roma, quando uscì
nella ridicola guasconata «_Les Italien ne se battent pas_» la quale
fece affluire al cuore il sangue caldo del popolo di Roma, e mise
gl'italiani in obbligo di provare che colui aveva mentito per la gola.

Alla Repubblica Romana non restava adunque più che difendere ad
oltranza, se non la vita che era preda designata alla forza del numero,
l'onore che non poteva essere da alcuno calpestato impunemente, e che
sarebbe salito tanto più alto quanto più fosse stato inaffiato di
sangue.

E la difesa di Roma fu degna dei suoi giorni migliori, al tempo dei
consoli e dei Cesari.

L'Assemblea decretò senz'altro di dare incarico al Triunvirato di
respingere la forza con la forza; il popolo applaudì al magnanimo
decreto, corse alle armi, e i Triumviri, mirabili di concordia e di
energia, assunsero l'impegno della difesa. Giuseppe Avezzana nominato
ministro della guerra, posto al Comando supremo dell'esercito; la
guardia civica venne armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata;
i punti principali muniti; i Corpi stanziati fuori di Roma richiamati; e
tutta la massa di truppe regolari ed irregolari, di finanzieri, di
studenti, di emigrati, di reduci, di quanti infine si trovavano in Roma
atti alle armi, fu ordinata e così ripartita e comandata:

La Legione Garibaldi; il battaglione dei Reduci, i quattrocento giovani
universitari, i trecento finanzieri, i trecento emigrati, un totale di
duemilacinquecento uomini, composero la prima brigata comandata dal
Generale Garibaldi.

Alla seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica e del
primo Reggimento di fanteria leggiera fu posto comandante il Colonnello
Masi.

La Legione Romana e il primo di linea con due pezzi di campagna, posti
agli ordini del Colonnello Bartolomeo Galletti; una colonna di riserva,
di ottocento carabinieri ubbidivano al generale Giuseppe Galletti;
cinquecento dragoni al Colonnello Savini; le artiglierie al Lopez e ai
fratelli Calandrelli.

I bersaglieri Lombardi comandati dal Manara avendo ottenuto dal generale
Oudinot di sbarcare a Porto d'Anzio a condizione che non avrebbero preso
parte a combattimenti prima del 4 maggio, erano vincolati dall'impegno
preso per essi dal Preside di Civitavecchia.

Sicuri ormai che il generale Oudinot voleva entrare in Roma per
ristaurarvi il governo papale il 28 aprile l'assemblea approvava il
seguente decreto, dove il senno romano ben distingueva fra nazione e
governo di Francia, non incolpando la prima delle inique aggressioni del
secondo, e ponendo sotto la protezione delle leggi i Francesi nell'atto
che si apprestava alla guerra contro l'armata di Francia.

                         REPUBBLICA ROMANA

                In nome di Dio e del Popolo

«Credendo nelle generose virtù dei Romani come nel loro valore:

«Conscio che sebbene deciso a difendere fino agli estremi, contro ogni
invasore l'indipendenza della sua terra, il popolo di Roma non rende
mallevadore il popolo di Francia degli errori e delle colpe del suo
governo»:

«Fidando nel popolo e nella santità del principio repubblicano:

                       IL TRIUNVIRATO DECRETA

«Gli stranieri e segnatamente i Francesi dimoranti pacificamente in Roma
sono posti sotto la salvaguardia della Nazione»:

«Sarà considerato come reo di leso onore romano qualunque proponesse far
loro oltraggio o molestie»:

«Il governo invigilerà che nessuno d'essi trasgredisca i doveri
dell'ospitalità».

Così Roma vicina a scendere sul campo di battaglia per amor della
libertà ed indipendenza, dava prova di quella generosità che è
tradizionale nel suo popolo.

                                    *
                                   * *

La mattina del 28 aprile, la legione insieme agli altri corpi militari
riuniti in Roma, fu passata in rivista sulla piazza di S. Pietro dal
Ministro della guerra.

Il piano di guerra fu presto formato; la topografia della Città, le
condizioni dell'esercito difensore, le forze degli assalitori,
chiaramente lo suggerivano.

Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberata
una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere
stabilita che sulla destra del Tevere e precisamente lungo le mura
d'Urbano VIII, che da porta Portese, per quelle di San Pancrazio e
Cavallegeri va a porta Angelica; comprendente come posizione avanzate,
al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il
forte Vaticano, e come seconda linea d'appoggio le alture del Gianicolo.

Garibaldi avuto partecipazione del Comando affidatogli, spedì il
seguente ordine del giorno:

Al comando della Sezione degli Emigrati.

«Il Ministro della Guerra, col dispaccio del 27 corrente affidò a me il
comando della prima brigata nella cui forza è pure compresa la vostra
Sezione.

«Le urgenze del momento esigono che c'intendiamo subito e quindi oggi
vorrete immancabilmente trovarvi con la vostra truppa sulla piazza di S.
Maria in Trastevere per tutte le comunicazioni».

«Salute e fratellanza».

Dalla piazza del Vaticano 29 aprile

                                                _G. Garibaldi._

La brigata Garibaldi fu ordinata a coprire la posizione tra porta
Portese e porta San Pancrazio; quella di Masi distribuita tra porta
Cavalleggieri e porta Angelica; la riserva composta dalla brigata
Galletti, dai dragoni Savini, dai bersaglieri Manara, schierata tra
Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi
pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; tutto ciò disposto in buon
ordine; di modo che Roma si tenne pronta a ributtare gli assalitori.

Il 30 aprile le vedette di San Pietro annunziarono lo spuntare di una
colonna francese sulla via di Civitavecchia. Erano circa dodicimila
uomini, divisi in due brigate sotto il comando dei generali Molière e
Lavaillant, con due batterie da campagna; credevano davvero che gli
italiani non si sarebbero battuti; dovevano presto accorgersi del loro
folle giudizio e chiamare poderosi rinforzi.

Alcuni colpi aggiustati dal Calandrelli fecero capire che si pensava a
respingere sul serio gli assalitori, ma erano pur sempre francesi, gli
agguerriti soldati dei combattimenti africani. Essi quindi avanzarono da
prodi secondo l'ordine ricevuto per l'attacco; non restavano i nostri
dal fulminarli colla mitraglia e coi fucili. Ai difensori, specialmente
agli artiglieri, nuocevano le carabine dei cacciatori di Vincennes; ma
le nostre artiglierie egregiamente servite e dirette, facevano vuoti
sanguinosi nelle file avversarie.

Un notevole vantaggio avevano ottenuto i francesi, fin dal principio; il
generale Oudinot aveva ordinato alla brigata Molière di occupare la
Villa Panfili, il battaglione universitario sostenne valorosamente i
primi assalti, ma scarso di numero, in confronto degli assalitori, dopo
di avere contrastata la preziosa posizione dovette abbandonarla,
ritraendosi al riparo dietro il Casino de' Quattro-Venti.

Ma da quella parte, attento a tutte le fasi del combattimento, stava
vigile Garibaldi e il trionfo dei francesi non doveva essere di lunga
durata. Infatti il generale, scorto il pericolo, chiamò a sè la legione
italiana e la lanciò a baionetta contro il nemico. Questi non temette
l'attacco, e da quell'istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i
prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s'impegnò una
lotta corpo a corpo, petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte.

A favore dei francesi erano il vantaggio delle armi, la bontà della
posizione che li proteggeva, l'abitudine alla disciplina, l'esperienza
del combattere; per gl'italiani era presidio la coscienza della giusta
causa, la religione della patria, la fede nella baionetta e il comando
di Garibaldi.

Ormai troppo già durava il contrasto: e Garibaldi sentì venuta l'ora del
colpo decisivo.

Con l'aiuto di mezza brigata Galletti, riunite tutte le forze che aveva
sotto mano si rovescia per la Valle sul fianco destro francese, lo
rompe, lo sfonda ed incalza con la baionetta alle reni e costringe in
brev'ora tutto l'esercito assalitore, già ributtato dal fronte su tutta
la linea, a battere in precipitosa ritirata.

La giornata del 30 aprile sarà ricordata dalla storia come una delle
più belle pagine militari dell'indipendenza italiana.

Più di trecento morti, cinquecentotrenta feriti, duecentosessanta
prigionieri dovuti all'eroismo di Nino Bixio, fecero pagar cara alla
Francia l'insana aggressione e dimostrarono al mondo che gl'italiani si
battono.

In confronto le perdite degli italiani furono lievi; sessantadue morti,
un centinaio di feriti; un solo prigioniero--Ugo Bassi.

Onore ai prodi rapiti troppo presto ai futuri cimenti della patria.

Il battaglione universitario comandato dal Maggiore Andreucci si
distinse assai nella gloriosa giornata. «Avanti ragazzi» tuonava
Garibaldi--«avanti alla baionetta» e i ragazzi, da veterani si
lanciavano impavidi contro gli agguerriti soldati della Francia
combattendo da eroi.

Fra tutti primeggiò Nino Bixio che con audacia da leone, come già fu
detto, fece prigioniero con pochi uomini un battaglione del 20º
reggimento di linea col Maggiore che lo comandava.

Il primo merito della gloriosa giornata spetta al generale Garibaldi.
Fu unanime il sentimento di tutta Roma nella sera stessa del
combattimento; e la storia lo conferma col suo ponderato giudizio. Egli
rimase ferito nel più caldo della mischia e non ne fece mostra; solo
alla sera il dottore Ripari, il carissimo amico suo, volle a forza
curarlo.

Fatto caratteristico del combattimento fu questo, che, nelle lievi
perdite subite dai nostri, chi più ne sofferse furono gli ufficiali,
sempre i primi ad esporsi al fuoco nemico; così, oltre a Garibaldi,
furono feriti il maggiore Marochetti, il tenente Ghiglione, il tenente
Teglio, i sottotenenti dall'Ovo e Rota, e feriti a morte il maggiore
Montaldi, il maggiore Scianda, i tenenti Grassi e Righi e il
sottotenente Tresoldi.

Garibaldi combattè tutto il giorno, affrontando il nemico in aperta
campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì quando ravvisò il tempo
opportuno, e decise della giornata.

Avrebbe fatto di più se in quel giorno avesse egli avuto il comando
supremo, o se fosse stato ascoltato il suo consiglio.

Garibaldi aveva infatti intenzione di completare, quella sera stessa, la
vittoria, tagliando ai francesi la ritirata su Civitavecchia; e il
progetto sarebbe stato senza dubbio attuato; dopo lo scacco sofferto, il
morale del nemico era depresso ad incominciare dall'Oudinot, sfinito,
inoltre i francesi mancavano di cavalleria per coprire la ritirata,
mentre Garibaldi coi lancieri del Masina e coi dragoni di linea, tutta
gente fresca che nulla aveva sofferto dal combattimento, poteva giungere
a Civitavecchia prima dei francesi e suscitare quelle popolazioni contro
lo straniero. Che se non si fosse voluto precorrere i francesi in quel
posto, si poteva prenderli di fianco nella loro ritirata: giacchè
Garibaldi avrebbe potuto ingrossare le sue truppe coi due reggimenti di
linea che non avevano ancora combattuto, e così trarre il miglior frutto
della vittoria.

Ma indarno Garibaldi insistette appoggiato da Galletti: Mazzini non
voleva esporre la Francia ad una completa disfatta, e provocarne i
risentimenti. Egli era il capo del triumvirato, e se i nostri si
arrestavano nel momento il più propizio, era lui che doveva risponderne
alla storia.

Utilizzata o no la vittoria del 30 aprile si doveva capire che i
francesi avrebbero voluto prendere la rivincita; meglio era dunque
trarre partito della giornata, annientare il primo corpo di spedizione,
circondando di una aureola gloriosa i difensori di Roma, ammirati da
tutta Europa, poi prepararsi a far degna accoglienza al secondo corpo di
spedizione, che la Francia ostinata nel volere ristaurato il potere dei
papi ed ormai impegnata, avrebbe senza ritardo ordinato.

Unica impresa che venne concessa dal Triunvirato a Garibaldi il 1º
maggio, fu una ricognizione sul nemico che si ritirava per la via di
Civitavecchia, verso Castel di Guido, dove i Francesi avevano passata la
notte in armi nella certezza di essere assaliti. Egli uscì colla sua
legione da porta S. Pancrazio, mentre il Masina coi lancieri e coi
dragoni usciva da porta Cavalleggeri; entrambi si unirono all'osteria di
Malagrotta, dove i Francesi si erano preparati alla resistenza.

Ma per volere di Mazzini non si venne alle mani, come Garibaldi avrebbe
desiderato. E ciò anche perchè l'Oudinot mandò a Garibaldi un
parlamentario, per avvertirlo che trattava col governo Romano un
armistizio; quasi contemporaneamente Garibaldi stesso riceveva un ordine
di ritornarsene a Roma; e l'ordine fu eseguito nel giorno stesso.

Così i Francesi ebbero modo di guadagnar tempo, e ritornare con forte
nerbo di forze e grosso materiale di guerra a riprendere l'attacco
dell'eterna città con certezza di successo.

Ma se la giornata del 30 aprile non ebbe quelle conseguenze che erano da
aspettarsi dopo una vittoria così bella, essa però provò al mondo che
Garibaldi era qualche cosa di più di un semplice guerrigliero Americano,
e che non gli mancavano le doti tutte del generale delle grandi fazioni;
come provava al mondo che gl'Italiani, se ben condotti, sapevano
battersi.

                                    *
                                   * *

Intanto che Oudinot riposava a Civitavecchia, e mandava a Parigi
messaggi bugiardi mal dissimulanti la sconfitta toccata, e l'Assemblea
Romana lo rimeritava delle sue slealtà col mandargli liberi i
prigionieri; un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni;
un'armata Spagnola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo;
e finalmente re Ferdinando di Napoli faceva occupare da una divisione
Velletri, mentre due altre, una di milizie regolari comandate dal
generale Winspeare, l'altra composta di briganti comandata dallo Zucchi,
s'inoltravano per la provincia di Frosinone sui colli Latini.

Il governo Romano commise a Garibaldi, che, evitando i decisivi
conflitti, tenesse a bada e molestasse il nemico, sperando il Mazzini
che le trattative colla Francia si risolvessero con soddisfazione, per
poi, tranquilli da quella parte, potere intraprendere una guerra a fondo
contro il re di Napoli, e rivendicare a libertà il suo reame.

Garibaldi riunì la sua piccola brigata il 4 maggio, dalle 6 alle 8 di
sera, in piazza del Popolo; era composta in tutto di duemila duecento
uomini, la passò in rivista, ed uscito tacitamente da Porta del Popolo,
s'incamminò per Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi
voltò a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna pei
Monti Tiburtini faticosissima, ma silenziosa ed ordinata, arrivò
all'indomani a Tivoli dove si accampò sulle sponde dell'Aniene,
occupando cogli avamposti il ponte Lucano a circa sei chilometri sotto
Tivoli.

Il 6 maggio fece riposare nelle ore più calde la truppa presso gli
avanzi grandiosi degli acquedotti romani.

L'esercito borbonico appena avuta notizia della sortita da Roma di
Garibaldi, s'era concentrato fra Albano e Valmontone, e forte di seimila
uomini sotto il comando del generale Lanza si preparava ad affrontare
Garibaldi e disfarlo.

La mattina del 7 Garibaldi fece levare il campo e verso la mezzanotte
del giorno stesso, sotto un acquazzone torrenziale, occupò Palestrina a
poche miglia dalle linee nemiche, minacciando così da vicino il suo
fianco destro. Fin dal giorno 8, Garibaldi ordinava alcune scorrerie dei
suoi, una delle quali, comandata dal prode Bronzetti Narciso, gli aveva
riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile
come si vantava di essere. Era però troppo forte di numero per
attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti
posizioni; e risolvette di starsene sulla difensiva e attenderlo di piè
fermo.

Il primo incontro serio fra le parti avversarie avvenne verso la sera
dell'8 maggio sulla strada che da Montecompatri porta a Frascati.

Il giorno 9 Garibaldi circondato dal suo stato Maggiore salì a Castel
San Pietro, piccolo paese sopra Palestrina, per osservare dal campanile
le mosse del nemico. Questo, in numerosa schiera di 6000 uomini, verso
le 2 pom. si avanzava da Valmontone su Palestrina, con intenzione di
chiudere a Garibaldi la ritirata su Roma.

Garibaldi prese tosto le sue misure e affidata a Manara la difesa della
città, collocò parte dei Legionari al suo fianco sinistro fuori porta
del Sole, egli in persona stava al centro, mentre Nino Bixio guardava la
destra.

Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare ben bene i napoletani e a un
dato momento ordinò un attacco generale alla baionetta che mise in rotta
il nemico, il quale lasciava nella fuga feriti e prigionieri e in potere
dei nostri tre cannoni da montagna e non pochi fucili. Le perdite delle
truppe romane furono lievi; degli ufficiali solo il sottotenente Rotta
rimase ucciso e il tenente Martino Franchi ferito.

Ormai una più lunga stanza a Palestrina poteva divenire pericolosa
perchè a Roma era giunta la notizia di un prossimo attacco combinato di
napoletani e francesi, per cui il Triumvirato ordinava a Garibaldi di
rientrare in Roma. Era anche lui deciso di finirla e non s'attardò sotto
le tende; la sera dell'11 per sentieri impraticabili sfilando in
perfetto ordine e silenziosamente nelle vicinanze del campo nemico,
marciò per Zagarolo, sostò un poco nella osteria della Colonna sulla via
Casilina, e con un lungo giro come se venisse da Tivoli ricondusse la
propria gente a Roma, lieta se non di riportata vittoria, di onorato
successo.

                                    *
                                   * *

Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi
maturati. Bologna, dopo quattro giorni di disperata resistenza, aveva
dovuto capitolare nelle mani del bombardatore Gorkowsky. Ancona, dove
teneva il comando militare quel Livio Zambeccari, compagno di Garibaldi
a Rio Grande, minacciata, si preparava ad imitarne e sorpassarne
l'eroismo; a Fiumicino s'ancorava la flotta, avanguardia della
spedizione spagnola; da Gaeta l'Antonelli s'affannava a mettere
d'accordo i quattro alleati senza riuscirvi; la Francia finalmente
continuava la politica a due faccie: quella delle parole favorevoli a
Roma, quella dei fatti favorevoli al Papa.

Di guisachè, mentre l'Assemblea nazionale a Parigi decretava che la
spedizione francese fosse «_ramenée à son premier but_», Luigi Napoleone
e l'Odillon Barrot inviavano lettere e messaggi all'Oudinot,
ripetendogli l'ordine di entrare a Roma a qualunque costo per
restaurarvi il governo papale.

Infine, perfidia maggiore di tutte (se si eccettua il nero tradimento
che doveva fra breve compiere il Generale Oudinot), la missione a Roma
del Lesseps affidatagli da Drouyn De Lhuys. L'inviato francese doveva
col governo di Roma trovare il modo di conciliare la libertà del popolo
Romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità del governo
francese; in realtà doveva condurre i Romani ad aprire ai francesi le
porte di Roma, per restaurarvi il potere temporale del Papa.

Il primo effetto dell'arrivo del Lesseps fu la tregua di trenta giorni:
tregua che slealmente venne anticipatamente rotta dal Generale francese;
ma che ad ogni modo giovò al governo della Repubblica romana, per
finirla almeno coll'esercito borbonico.



                             =CAPITOLO XIII.=

               =Spedizione contro l'Esercito Borbonico--Velletri.=


L'esercito romano tra il 1º e il 16 di maggio s'era venuto via via
ingrossando. Il battaglione Melara, prepotentemente catturato
dall'Oudinot a Civitavecchia, veniva lasciato libero; i corpi distaccati
nell'Ascolano erano rientrati; una Legione straniera si veniva
organizzando; la Legione trentina ed una compagnia del 22º Reggimento,
scappata dagli accantonamenti forzati della Spezia, erano riuscite a
penetrare in Roma tra il 9 e il 10, e fuse insieme andavano a formare un
altro battaglione di bersaglieri lombardi, che aggiunto al primo, sotto
il comando del Manara promosso colonnello, prendeva corpo e nome di
Reggimento. Finalmente venuta da Bologna, dopo 15 giorni di marcia,
entrava dalla Porta del Popolo la Divisione Mezzacapo, forte di circa
duemila uomini, preceduta da quella compagnia di studenti lombardi e
toscani che formarono il nerbo dei futuri difensori del Vascello.

Sommate queste forze nuove a quelle già esistenti al 30 aprile, si ha
che Roma poteva disporre di circa diciottomila combattenti, non
bastevoli certo a fare la guerra alla Santa Alleanza, accanitasi contro
di lei, e neppure a vincere la Francia, ma, finchè durava l'armistizio,
più che sufficiente a cacciare dal territorio della Repubblica le truppe
del Re di Napoli, e proteggere nel tempo stesso Roma da qualsiasi
insidia.

Restava la scelta del Generale in capo. Chi meglio di Garibaldi meritava
tale carica? Nessun altro poteva contrastargliela. Il Triumvirato, per
timore esagerato della sua indisciplinatezza, e forse anche per gelosia
della sua popolarità sempre crescente, non volle nominarlo. Siccome però
la sua superiorità era innegabile, il Triumvirato fece questa pensata;
promosse Garibaldi Generale di Divisione, ed elesse Generale in Capo il
colonnello Roselli entrato da poco a Roma, reduce dall'Ascolano, ove era
stato a combattere il brigantaggio.

Il Roselli generalissimo s'accinse senza ritardo, come voleva il
governo, alla spedizione contro il Borbone. Pensò di attaccare i
Napoletani, accampati fra Porto d'Anzio e Valmontone, sulla loro destra,
spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata: capitanava
diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d'artiglieria.

La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la
direzione del colonnello di Stato Maggiore Haug, composta della Legione
Italiana, del terzo reggimento di linea, dello squadrone dei lancieri
Masina, d'una compagnia di zappatori del genio e due pezzi
d'artiglieria, in tutto duemila cinquecento uomini circa, formava
l'avanguardia.

Il corpo di battaglia componevasi di due brigate composte del reggimento
dei Bersaglieri Lombardi, di un battaglione del primo fanteria, del
secondo e quinto reggimento, della Legione romana, di due squadroni di
dragoni e sei pezzi d'artiglieria; circa seimila uomini; e lo capitanava
il generale Garibaldi in persona, colonnello Milbitz capo dello Stato
Maggiore.

La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe Galletti,
che marciava alla testa del sesto reggimento di fanteria, d'un
battaglione di carabinieri a piedi, del battaglione zappatori del genio,
di due squadroni di carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi di
artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.

Comandante l'artiglieria il colonnello Lodovico Calandrelli; quello
della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore
generale il colonnello Pisacane. Generale in capo Pietro Roselli.

Formato così il piano e l'ordine di marcia, uscirono la sera del 16 da
porta S. Giovanni; marciarono per via Labicana; arrivarono alla mattina
del 17 a Zagarolo, dove soggiornarono; ripartirono il giorno appresso
per Valmontone, dove il grosso e la riserva si accampò, mentre
l'avanguardia si spinse fino a Montefortino, forte posizione a cavaliere
delle due vie che da Valmontone conducono l'una a Velletri, l'altra a
Terracina; che è quanto dire, sulla fronte e sul fianco dell'esercito
Napoletano.

Questo però non era rimasto immobile come il Roselli nel silenzio del
suo studio aveva calcolato; ma appena avuto sentore dell'avanzarsi dei
Romani, aveva frettolosamente abbandonato la linea dei Colli Latini, e
s'era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era una notizia
importantissima: il piano di campagna del generale Roselli poteva dirsi
fallito prima che tentato: occorreva farne un altro, ma suprema
necessità era prontezza d'occhio e celerità di esecuzione; il Roselli
non affrettò d'un passo la sua marcia, non diede le occorrenti
disposizioni; solo ordinava all'avanguardia di spingere il 19 di mattina
ricognizioni fin sotto le mura di Velletri, mentre l'armata in ordine
compatto, _fiancheggiata_ da perlustratori, avrebbe secondato il
movimento.

All'alba del 19 l'avanguardia si era già messa in moto; ma, fatti pochi
chilometri di strada, il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che
scorgeva verso Velletri un confuso movimento di truppe nemiche, onde
temeva di essere da un istante all'altro assalito da forze superiori. A
tale annunzio Garibaldi montò a cavallo, e mandò avviso al generale in
capo, dell'allarme dato delle mosse nemiche, come della sua partenza per
trovarsi coll'avanguardia sul luogo dell'attacco, se attacco ci fosse
stato, affinchè avesse provveduto mandando pronti rinforzi. A spron
battuto raggiunse l'avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi
rapporti, cavalcò ancora innanzi per cercare, come fu sempre suo
costume, un posto elevato d'onde scoprire le posizioni e le mosse del
nemico.

Giunto alle Colonnelle sull'altura della vigna Rinaldi, smontò da
cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della Vigna, s'inoltrò fino
ad una sporgenza d'onde l'occhio poteva correre fin sotto le mura di
Velletri; e vide abbastanza chiaro che i borbonici si preparavano ad
un'azione imminente.

Garibaldi senza perdita di tempo spiegò a destra e a sinistra della
strada, che correva tutta incassata fra poggi e vigneti, la legione
italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto
d'una casa nella vigna Spalletti si rimise a spiare le mosse nemiche.

I borbonici avanzavano su tre colonne; un battaglione di cacciatori pei
vigneti a destra e a sinistra; uno squadrone di cavalleria appoggiato da
un corpo di fanteria e da artiglieria, al centro della strada. Garibaldi
sceso dal suo osservatorio non fece un passo per muovere loro contro; ma
li aspettò di piè fermo. Trascorsi pochi minuti lo scoppiettio presso la
salita di Villafredda avvertiva che i nostri erano stati scoperti e che
il primo scontro era avvenuto.

Potevano essere le 11 di mattina. Gli avamposti s'erano ripiegati sulle
Colonnelle dove erano appostate le fanterie romane; l'attacco si
svolgeva su tutta la linea; la fucilata era vivissima da ambe le parti;
quando Garibaldi, vista spuntare sulla strada la testa della cavalleria
nemica, spiccò il Masina coi suoi cinquanta lancieri ad arrestarla; e il
Masina si slanciava seguito dai suoi compagni: ma o perchè sopraffatti
dal torrente della cavalleria nemica sei volte più numerosa, o perchè i
loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, il
fatto è che al primo cozzo furono travolti, e voltarono briglia tutti
quanti, abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico
che ne riportò la testa spaccata.

Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi perchè potesse
starsene inerte spettatore. Visto il voltafaccia dei lancieri e il
Masina circondato dai nemici, saltò a cavallo e scortato dal solo moro
Aghiar, si mise a traverso la via per tentare col gesto imperioso, colla
voce tonante e colla stessa persona, d'arrestare la rotta sfrenata.
Tutto invano; chè egli stesso rovesciato di sella, venne travolto
dall'onda commista degli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto il
proprio cavallo e pesto dalle unghie di cento altri, stava per cadere
ormai morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto la brava
compagnia di ragazzi, detta della Speranza, appostata lì vicino, con una
scarica ben aggiustata, non avesse fatto largo nella siepe dei cavalieri
nemici, che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia
alla baionetta, non avesse salvata la vita al suo generale. Come se
nulla fosse stato, quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo,
e coll'impronta di un ferro da cavallo sulla mano destra, Garibaldi
balzava come lampo in sella e riprendeva sereno e imperturbabile come
sempre la direzione del combattimento.

Nel frattempo però gli Ussari borbonici, trasportati dalla foga dei loro
cavalli, erano andati a cascare nel fitto delle linee repubblicane e
fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale vennero forzati
a dar volta, lasciando sul terreno numerosi feriti e prigionieri, e
trascinando nella fuga rovinosa la fanteria che li spalleggiava. I
garibaldini non mancarono di approfittare della rotta, e slanciatisi
tutti assieme alla carica accompagnarono i fuggenti colle baionette alle
spalle fin sotto le mura della città. Là era forza arrestarsi.

Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri era
impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna, e più
atta a caricare con furore che ritirarsi con ordine, sarebbe stata una
follia; altro non restava che sollecitare il comandante supremo di
correre in suo soccorso; e tenere frattanto in iscacco il nemico con
manovre e scaramuccie. Mandò a gran carriera Ugo Bassi a dare notizia
dell'accaduto al Roselli e pregarlo, se aveva cara, nonchè la vittoria,
la salute dei suoi, a correre senza indugio in suo aiuto; intanto
pensava a coprire alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e
gli scoscendimenti del terreno, in attesa degli invocati aiuti.

Il Bassi trovò il Roselli a Valmontone--gli fece l'ambasciata di cui era
incaricato, usò di tutta la sua fervida eloquenza nel dipingere la
situazione perigliosa dell'avanguardia; ma s'ebbe in risposta «dover
prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe
mossa». Fortuna volle che alcuni corpi della seconda brigata, tra cui i
bersaglieri Lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone,
onde Garibaldi man mano che arrivavano poteva condurli a riparare le
file stremate dell'avanguardia.

Così entrarono in linea i Bersaglieri Lombardi, la Legione romana, un
battaglione del secondo reggimento, e parte dell'artiglieria del
Calandrelli, che, controbattendo gagliardamente le batterie del nemico,
gli levarono la tentazione di ripigliare l'offensiva.

Ma tutto ciò a nulla approdava; i nostri non retrocedevano; i borbonici
non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, ed ogni istante
che fuggiva andava a loro profitto; solo uno sforzo concorde di tutto
l'esercito poteva assicurare e compiere la vittoria. Convinto di questo,
Garibaldi mandò il capitano David, un animoso Bergamasco, tanto aitante
della persona come caldo di parola, a sollecitare ancora una volta il
soccorso dal Roselli.

E il David, divorata la via, trovò il generale in capo, che seguito da
tutto il suo stato maggiore, alla testa di circa cinquemila uomini
marciava alla volta di Velletri.

Il messaggio portato dal capitano David fece accelerare la marcia delle
truppe. L'arrivo dei rinforzi diede modo a Garibaldi di tentare qualche
mossa, che dalla tenuità delle forze gli era prima vietata. Veduto
infatti sulla via di Terracina un insolito movimento e sospettando un
preparativo di ritirata, mandò il colonnello Marchetti con un centinaio
di fanti e mezzo squadrone di dragoni a imboscarsi nella selva che
fiancheggiava quella via affinchè piombasse sui fianchi e alle spalle
del nemico appena gli fosse giunto a portata; e dispose un vigoroso
assalto contro il Convento dei Cappuccini, che formava la chiave delle
posizioni borboniche alla loro sinistra.

Intanto che Garibaldi era intento a riprendere l'offensiva, ecco il
fuoco dei Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada
di Terracina nereggiare, e tutto accennare a precipitosa ritirata.

In quel punto arrivava Roselli sul luogo dell'azione. Garibaldi lo
ragguagliò di quanto era avvenuto e condusse il generale in capo al
luogo che gli era servito da osservatorio in casa Blasi, e gli mostrò i
preparativi dei Napoletani per una precipitosa ritirata, concludendo col
fargli questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del
nemico fuggente; il Roselli coll'artiglieria del Calandrelli, la linea
e i carabinieri della riserva resterebbe a difendere la posizione
espugnata e appoggerebbe l'attacco».

Ma il generale in capo non prestò fede nè ai suoi occhi, nè a quanto gli
esponeva Garibaldi; secondo il suo giudizio, quei nemici che sfilavano
sulla strada di Terracina erano brigate che si disponevano ad un nuovo
attacco per l'indomani; la ritirata dell'esercito borbonico era una
manovra!

--Ma che manovra! ribatteva Garibaldi, non vedete che quello è un
esercito che fugge? e lasciò il generale in capo a passare
tranquillamente la notte in casa Blasi, e lui pure se ne andò a dormire
coi suoi all'aperto.

Al nuovo mattino non c'era più a Velletri un solo Napoletano!

Si è voluto fare un'accusa a Garibaldi di avere attaccato battaglia col
borbonici contro l'ordine del generale in capo.

Garibaldi fu attaccato--non attaccò, e giudicando pericolosa la ritirata
e per di più disonorevole, prese posizione difensiva, in attesa
dell'arrivo del grosso delle nostre forze. Si tenga in mente che
Garibaldi era all'avanguardia, e si trovò senza provocarlo alle prese
col nemico; in quanto all'ordine di non attaccare, Garibaldi ha sempre
dichiarato sul suo onore di non averlo ricevuto che tardi, quando già
era impegnato--e la parola di Garibaldi non può essere da nessuno messa
in dubbio.

La mattina del 20 il generale in capo mandò sulla strada di Terracina
qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare il nemico;
ma Garibaldi aveva già idea di buttarsi nel Regno ed accendervi la
rivoluzione.

Ne scrisse perciò lo stesso giorno al Roselli con la seguente lettera:

«Generale.

«Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi, e vi espongo il mio
parere. Voi avete mandato ad inseguire l'esercito Napoletano da una
forza nostra; ed è molto bene.

«Domani mattina dobbiamo col Corpo d'esercito tutto prendere la strada
di Frosinone, e non fermarci fino a giungere sul territorio Napoletano,
le popolazioni del quale bisogna insurrezionare.

«La divisione che seguita la strada di Terracina non deve impegnarsi con
forze superiori, e deve ripiegarsi sopra noi in caso di urgenza; ciò
che potrò, farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso
dell'artiglieria.

Velletri, 20 maggio 1849.

                                               _G. Garibaldi_.»


Il generale Roselli, come era debito suo, trasmise la proposta di
Garibaldi al Ministro della Guerra, esponendo le difficoltà dell'impresa
e declinandone la responsabilità.

Il governo Romano richiamò a Roma il Roselli col grosso delle forze; e
lasciò Garibaldi con una brigata coll'incarico apparente di liberare i
confini dalle masnade dello Zucchi, ma con quello reale di tentare
l'impresa dell'insurrezione del Regno di Napoli.

Il 23 di sera Garibaldi era coll'avanguardia a Frosinone, da dove il
Zucchi era già partito; il 25 a Ripi; il 26 sconfinava a Ceprano, e
saputo che Rocca D'Arce, posizione fortissima, era occupata dai
Napoletani, inviava tosto i suoi bersaglieri ad assalirla. E i
bersaglieri si slanciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspettandosi
da un momento all'altro d'essere salutati dalla mitraglia, ma arrivarono
senza dare e ricevere un colpo, fino nel paese, ove non trovarono anima
viva.

All'annunzio dell'approssimarsi di Garibaldi, soldati ed abitanti colti
da timore avevano sloggiato.

Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. Le truppe si
coricarono sulla piazza, tranquille, senza tentare di rompere un'imposta
e vi passarono la notte.

Garibaldi, saputo che un corpo di Svizzeri l'aspettava a San Germano
ordinò al mattino di riprendere la marcia. Egli aveva in mente che se
avesse potuto vincere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperta le
porte del Regno.

Altri però erano i pensieri del governo di Roma. L'invasione austriaca
s'avanzava minacciosa; mentre Wimpfen s'inoltrava verso Ancona, un corpo
sotto gli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva
essere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; fare argine a tanto
pericolo era un'assoluta necessità.



                             =CAPITOLO XIV.=

              =Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma.=


Il Triunvirato illuso che le trattative con Lesseps sarebbero approdate
ad una felice conclusione, ordinò che si allestisse in Roma una
spedizione per le Marche. Garibaldi fu richiamato, ed egli, saputo il
motivo del richiamo ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il
confine, con marcie forzate, la mattina del 1º giugno rientrò in Roma.

Sventuratamente, ma come del resto era da prevedersi, il giorno stesso
della rientrata in Roma di Garibaldi le trattative con Lesseps erano
fallite e rotte.

Il 1º di giugno l'Oudinot alla lettera ingenua del generale Roselli, con
la quale chiedevagli una proroga dell'armistizio per dare modo allo
esercito della Repubblica romana di battere l'esercito austriaco,
rispondeva «che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di entrare
in Roma al più presto; di avere già denunziato l'armistizio alle
autorità Romane; solo per riguardo ai sudditi francesi residenti in Roma
_consentiva a differire l'attacco fino a lunedì mattina_». In tutte le
lingue del mondo ciò voleva dire che egli non avrebbe attaccato che il
mattino _del giorno 4_.

Con una slealtà senza nome, con una perfidia inaudita negli annali
militari, della quale la coscienza della Storia ha gridato vendetta,
all'alba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tradimento, sorpreso
quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, s'impadronivano di Villa
Panfili, e in men che si dica, avviluppati da ogni parte i pochi bravi
che la occupavano, si rendevano padroni del Convento di San Pancrazio,
di Villa Corsini, detto Casino de' Quattro-Venti, formanti con Villa
Panfili quell'altipiano che era la chiave della difesa di Roma.

Era da prevedersi che i francesi cui necessitava assicurarsi le retrovie
per Civitavecchia, avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessarsi
del punto più elevato della linea di difesa--e vi misero tanta e tale
importanza che per venirne al possesso adoperarono perfino il
tradimento. Come il generale in capo non se ne sia preoccupato non si
spiega. Era principalissimo suo dovere di provvedere durante
l'armistizio alla fortificazione in modo efficace delle alture, nonchè
delle ville e dei casini fuori porta San Pancrazio per servirsene come
posti avanzati--invece non pensò a nulla, e le conseguenze furono
gravissime. E la imprevidenza non si arrestò a questo; il 1º di giugno
il generale Oudinot, come abbiamo visto, dichiarava la cessazione
dell'armistizio dando l'annunzio che avrebbe aperte le ostilità il
giorno 4; le necessità del momento obbligavano se non altro il generale
in capo a guarnire di forze sufficienti a respingere il nemico e non
permettergli d'impossessarsi di posizioni tanto importanti, quali erano
quelle avanzate di porta S. Pancrazio e ciò senza attendere l'ultima
ora! Neppure a questo fu provveduto--e fu errore fatale.

Avvenuta l'occupazione, per sorpresa e per tradimento, la villa Corsini
(detta dei Quattro Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai
bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuovamente perduta, ripresa
dal reggimento Pasi fu difesa coraggiosamente per più ore ma riperduta;
con combattimento accanitissimo sostenuto dalle truppe del generale
Bartolomeo Galletti fu anche da queste perduta.

Il furioso accanimento per conservarne il possesso dimostra quanto
grande importanza si dava dalle due parti a quella dominante posizione;
e tanto più non si arriva a capire perchè nè il Triumvirato, nè il
generale in capo dell'esercito l'abbiano trascurata! Ed ora Roma ne
pagava il fio.

Garibaldi sempre così vigile, mai pensando che da parte dei Francesi si
potesse temere un tradimento, dormiva nel suo modesto letto in Via delle
Carrozze n. 59 quando il fragore del cannone che, aveva scossa tutta la
città, lo destò. In un baleno fu in sella; si trasse dietro la Legione
Italiana, acquartierata nel vicino convento di S. Silvestro; lasciò
l'ordine che le rimanenti truppe lo seguissero; partì al galoppo.
Arrivato alla Porta di San Pancrazio, misurò con un'occhiata tutta
l'estensione del pericolo; distribuì le truppe man mano che arrivavano
tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i Legionari alla
conquista di Villa Corsini.

La Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina accompagnata dal
Bixio, non indugiò, traversò sotto una grandinata di palle, il terreno
scoperto, seminandolo dei suoi migliori, e arrivò fin sotto la Villa; ma
colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi,
dalle muraglie da migliaia di nemici appostati al coperto, furono
costretti a desistere e ordinatamente a ritirarsi al Vascello, che da
quel momento divenne l'antemurale estremo e più tenace dei difensori di
Roma.

L'attacco replicato del Casino dei Quattro Venti, fu micidiale per i
nostri; feriti a morte il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni
portabandiera dei lancieri e Pietro Scalcerle aiutante dei lancieri
stessi. Esposti a grave pericolo e feriti il generale Bartolomeo
Galletti; Nino Bixio, che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a
salire su un balcone del primo piano rimanendo gravemente ferito.

Ebbero pure ferite mortali Francesco Daverio, Capo dello Stato Maggiore
della Legione, il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo di Garibaldi
e tanti e tanti altri.

E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori di prima
diventarono gli assaliti; i francesi sboccavano da ogni parte; ma i
legionari protetti dal massiccio edificio, convertito in fortezza,
folgoravano da cento feritoie la morte. Il Vascello, avvolto da una
bufera di fuoco resisteva impavidamente. Di questo baluardo della
repubblica romana ne aveva preso il comando Giacomo Medici; si era certi
che sarebbe stato difeso fino agli estremi.

Nelle ore pomeridiane i tentativi di riprendere le posizioni perdute,
furono dai garibaldini rinnovati con grande energia ed insuperabile
eroismo; nonostante le perdite gravissime, i Legionari, i bersaglieri
del Pietromellara e quelli del Manara si slanciarono ad un nuovo attacco
anche contro il Casino dei Quattro Venti: i due aiutanti di Garibaldi,
Goffredo Mameli e Augusto Vecchi erano alla testa dell'ardita falange,
il primo, Goffredo Mameli, caro sopra tutti a Garibaldi, ne riportò una
ferita mortale.

La grande superiorità delle forze francesi, che coi rinforzi ricevuti
superavano i quarantamila uomini sì da permettere loro di subito
rioccupare con truppe nuove le posizioni perdute, resero vani tutti gli
sforzi, anche quello tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuto dal
reggimento Unione (9º di linea).

Così finì la giornata del 3 giugno, nefasta alla fama francese, giornata
veramente memorabile nei fasti del valore italiano se si pensi che
cinque grandi assalti furono dati dai soldati della repubblica Romana
per sloggiare il nemico dalle posizioni occupate per tradimento; più di
dieci furono le cariche alla bajonetta con cui precipitarono contro il
nemico, e per quattro volte seppero riprendere alle migliori truppe del
mondo le posizioni perdute.

Chi può dire, degli eroici episodi di questa immortale giornata? Come
ricordare alla patria i nomi dei caduti per essa?

Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga si
slanciava a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto dai
nemici roteando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla
cadeva fulminato.

Il Mangiagalli, a Villa Valentini menò strage di Francesi; spezzata la
spada, combattè sempre, benchè ferito e tenne la villa con pochissimi
rimastigli fino a sera.

Lo Scarcele colpito a morte legò tutto il suo alla patria. Il Manfrin
sergente dei bersaglieri, quantunque gravemente ferito, volle riprendere
il suo posto nelle file; e al Manara che gli diceva «vattene, qui non
servi a nulla;» rispondeva «lasciatemi stare colonnello, almeno faccio
numero» e alla prima scarica il valoroso era colpito mortalmente.

Il Rozà, ferito due volte, ritornava alla pugna, e alla terza
soccombeva.

Angelo Bassini, s'avventava con un pugno de' suoi, contro Villa Corsini
e ne tornava pesto e insanguinato. Dalla Longa, milanese, raccolto sulle
spalle il caporale Fiorani mortogli al fianco mentre ritraevasi col caro
peso, una palla lo trapassò e cadde in un fascio col suo carico. Emilio
Dandolo, errava per tutto il campo in cerca delle spoglie dell'amato
fratello e fu ferito mortalmente. Narciso Bronzetti pure ferito andava
in ore notturne tra le scolte francesi per togliere ai nemici il corpo
del suo servo fedele.

I legionari del Medici, affrontarono la grandine dei _Vincennes_ per
sottrarre da una casa incendiata dal fuoco nemico i cadaveri dei loro
compagni ivi caduti quando essi la difendevano, d'onde il nome di Casa
Bruciata. Eroismi immortali!

In tutti i corpi Romani che presero parte ai combattimenti del 3 giugno
grande fu il numero degli ufficiali che morirono o rimasero feriti,
perchè negli attacchi alla bajonetta primi col loro esempio incitavano i
giovani soldati della Repubblica al sacrifizio della propria persona. Ma
nessun corpo, in proporzione del numero, ebbe perdite così rilevanti di
Ufficiali come la Legione Italiana e lo Stato Maggiore di Garibaldi;
Garibaldi stesso calcolava a ventitrè ufficiali della sola legione messi
fuori combattimento; otto gli ufficiali dello stato maggiore di
Garibaldi; cinquecento e più dei nostri soldati tra feriti e morti;
circa sessanta ufficiali tra morti e feriti.

È doloroso che ancora non si conoscano tutti i nomi dei caduti in difesa
di Roma nel 1849; quelli che si conoscono e sono raccomandati alla
storia eccoli: Oltre ai già nominati: morirono il Colonnello Pulini,
d'Ancona, dello stato Maggiore di Garibaldi, l'aiutante Maggiore
Feralta, il Capitano Ramorino, Emanuele Cavallaro, Canepa, Sivori,
Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi,
Coglioli, de Maestri, Cavalleri, Bonnet, Grossi, Savoia, Bonduri,
Meloni, Conti, Loreta, Gazzaniga, Bucci, Marzari, Cavizzi, Battelloni,
Rambaldi.

Feriti gravemente: Nino Bixio, Goffredo Mameli morto in seguito alla
ferita, Strambio, Duzelisiana, Binda, Ricci, Marocchetti, Bassini,
Frattini, Grattigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti,
Magni, Zanucchi, Tassoni, Gnoli, Zuccalà, Vigoni, Sampieri, Righi,
Tresoldi, Silva, Colombo, Mancini, Signoroni, Scorani, Vinaselti, Luzzi,
Mazza, Costaldini, de Pasqualis, del Pozzo, Lucci, Giorgieri; e fra
questi i due valorosissimi giovanetti Domenico Cariolato delle provincie
Venete, e Raffale Tosi di Rimini che il generale Garibaldi ebbe
carissimi per tutta la vita.

Fu pure ferito combattendo valorosamente Baccigaluppi Paolo che fu poi
fucilato sul Po assieme a Ciceruacchio e ad altri patriotti.

Padroni di Villa Panfili e delle alture, i francesi, quasi fosse una
piazza forte, intrapresero l'assedio di Roma; tracciarono parallele,
piantarono batterie sotto la direzione del generale Vaillant,
s'avanzarono senza posa verso la piazza.

I nostri, condotti da un genio militare arditamente infaticabile, privo
di cannoni e di ogni sorta di materiale, contrapposero intrepidi offesa
ad offesa, trincera a trincera, scavarono vie coperte, alzarono cortine,
restaurarono senza sosta le cannoniere smontate, e tentarono anche
delle sortite; alla debolezza dei mezzi supplirono con la forza dei
petti, per prolungare quanto potevano l'agonia della Repubblica.

Ma ogni giorno che passava la cinta d'assedio veniva sempre più
serrandosi.

                                    *
                                   * *

Dopo ripetuti attacchi di forze sempre in aumento e soverchianti,
malgrado l'eroica resistenza sostenuta dalla Legione Romana reduce dal
Veneto della quale faceva parte il tenente Giacinto Bruzzesi che pel suo
valore si meritava la medaglia d'oro al valore, malgrado il valore
spiegato dal battaglione universitario e da altri valorosi. Anche ai
Monti Parioli i nostri venivano sopraffatti.

Tra questi fu ferito il colonnello Romano Silvestri mentre combatteva
eroicamente con al fianco tre figli, uno dei quali rimase pure ferito.
Questo patriota che Roma ricorda con onore, fu uno dei più perseguitati
dal governo pontificio; esiliato nel 1821 e nel 31, doveva subire la
stessa sorte nel 1849.

Nel 1848 comandò il 1º reggimento volontari romani che tanto si fece
onore combattendo a Cornuda ed a Mestre; ebbe poi il comando
dell'Estuario e quindi passò capo di Stato Maggiore col generale Pepe.

Combattendo sotto Velletri le truppe borboniche, ebbe ucciso il cavallo;
dopo la ritirata delle truppe Napolitane venne nominato comandante di
quella zona. Nel 1860 egli stesso accompagnava i sui tre figli al campo
a combattere per l'unità della patria. Onore alla sua memoria.

I francesi eransi fortemente stabiliti con l'intera Divisione Guepiller
anche nella Via Flaminia da dove per 28 giorni fulminavano il Pincio,
bombardavano la città, senza essere mai riusciti a sloggiare i nostri
dai Monti Parioli; fra i difensori vi era anche un battaglione degli
studenti che teneva con grande valore la Villa Paniotowschi, sebbene
bersagliato senza tregua dal nemico che della Villa Polverosi al di là
del ponte Milvio aveva fatto una formidabile posizione offensiva e
difensiva.

L'11 di giugno nelle ore pomeridiane il battaglione comandato dal
valoroso capitano Golinelli sostenuto dalla Legione romana volle con
supremo ardimento tentare di sloggiare il nemico dalla Villa: con
slancio da veterani i bravi studenti si precipitarono impavidi
all'attacco, sostenendo un accanito combattimento per più ore, ma la
grandine delle palle nemiche alfine ne arresta lo slancio, balenano i
bravi giovani, cadono numerosi e sono obbligati a ritirarsi; ultimi a
farlo furono i fratelli Francesco ed Alessandro Archibugi di Ancona, che
combattendo da veri eroi caddero entrambi mortalmente feriti; rimasti
sul campo, vennero fatti prigionieri e condotti a Civitavecchia ove vi
lasciarono la vita.

Il combattimento di quel giorno sostenuto con slancio ammirevole, costò
al piccolo battaglione oltre quaranta feriti gravemente, primi fra i
quali il capitano Gollinelli, il tenente Ronchini, il Cattaneo, il
Pietrasanta, il Silvagni, il Finzi.

Il fatto d'armi meritò di essere messo all'ordine del giorno nel quale
venne segnalato in modo speciale il battaglione degli studenti
meritevole di grandi encomi.

                                    *
                                   * *

La mattina del 13 i francesi smascherarono tutte le loro batterie e con
trenta bocche da fuoco batterono per sette giorni e sette notti i
bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi aprirono in tre punti la
breccia; non restava più agli assedianti che di salirla; e difatti la
notte del 21 al 22, taciturni, tentarono l'assalto; il battaglione del
reggimento «Unione» che vi stava di guardia, si lasciò sorprendere e
volse in fuga, e gli assalitori solleciti a trarre profitto dal panico,
furono padroni, senza combattimento, delle mura di Roma.

Presa la breccia, Mazzini propone che ne sia tentata la ripresa la notte
stessa. Si mandò a chiamare Garibaldi, ma questi dichiarò ineseguibile
l'impresa.

Mazzini scrisse a Manara perchè persuadesse Garibaldi, ma questi non
mutò divisamento.

Disse essere suo convincimento che l'assalto notturno alla breccia, con
truppe stanche, orbate dei loro migliori ufficiali, sarebbe
inevitabilmente fallito--e che ormai la sola provvida e urgente
risoluzione da prendersi era quella di riparare dietro una nuova linea,
che egli aveva già ideato e proposto.

Perduta la breccia, e la fiducia di conquistarla, ai Romani non restava
fuori di Roma che il Vascello. Solo ma formidabile sempre; e dentro
Roma restava il tratto dei bastioni da Porta S. Pancrazio a Porta
Angelica, e come seconda difesa, la linea tracciata dagli avanzi della
Mura Aureliana, sostenuta al centro dalle batterie del Pino, ad
occidente dal bastione ottavo e dalla Villa Spada, ad oriente dai
Conventi di San Calisto e di San Cosimato, sulle falde dell'Aventino.

                                    *
                                   * *

Ed era appunto intorno a queste posizioni che stava per rinnovarsi la
lotta.

I francesi, dopo di essersi gagliardamente trincerati nella breccia
conquistata, avevano costruito una terza parallela dalla quale
bersagliavano le posizioni nemiche facendo piovere nella città una
tempesta di bombe che spesso andava a cadere, danneggiandoli, sui
monumenti più famosi dell'antica romana grandezza.

Garibaldi affidava al valore dei Legionari del Medici la ripresa di
Villa Barberini; in questa impresa ebbe fracassato un braccio il
Capitano Gorini, il corpo forato da diciotto ferite l'Induno Girolamo,
la spalla forata da una baionettata il giovinetto valorosissimo
Cadolini, e non lasciarono al nemico che un monte di rovine; armarono
di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzarono Villa Spada,
tempestarono di colpi bene aggiustati le batterie nemiche, e
sopportarono con costanza invitta i disagi dei lavori notturni, i guasti
del bombardamento, i vuoti della morte.

Tutti fecero eroismi sorretti dalla coscienza d'un alto dovere.

Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi la
difese con sovrumana energia di piano in piano, di pietra in pietra.
Bersagliato notte e giorno da Villa Corsini, tormentato senza posa dalle
carabine dei famosi Cacciatori d'Africa, ridotto in frantumi in gran
parte l'edificio che gli serviva di asilo e di rocca, nulla valeva a
scrollare la sua impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano scese
al primo; crollato anche il primo, passò al piano terreno; diroccato
questo pure, s'accampò all'aperto; ma non cedette un sasso della sua
ruina e la rese immortale.

E i difensori delle batterie fecero pure miracoli--e innanzi tutti i
cannonieri--inferiori per l'armi, mal coperti da terrapieni
improvvisati, costretti a combattere con pezzi da campagna contro pezzi
d'assedio più di una volta fecero tacere le batterie nemiche; ne
sconquassarono o ne demolirono le opere, strapparono per la giustezza
dei tiri e l'intrepidezza della difesa grida d'ammirazione anche agli
stessi nemici.

Un uomo compendiava in se tutti gli eroismi e pareva abbellire colla
calma la morte dei suoi bravi e rendere fede al miracolo
dell'invulnerabilità sua; Garibaldi!

Lasciata Villa Spada si era fatta costruire una capanna di stuoie presso
la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante
delle bombe francesi, passava i giorni e le notti nell'osservare tutte
le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i
suoi ordini ad ogni parte del campo, e trovando modo di dormire
tranquillamente come in casa sua.

Ma l'ultima ora fatalmente s'appressava; dal 27 al 29 sette batterie
francesi, avevano fulminato tutte le posizioni romane, e malgrado la
virtù e l'eroismo dei difensori avevano fatto di esse mucchi di rottami.

Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta S.
Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente
danneggiati, la batteria del Pino sconquassata, e infine il bastione
ottavo, punto principale di mira dell'assediante, ridotto in macerie, e
la quarta breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava impedire che il
nemico ne approfittasse e vi si organizzò una fiera resistenza.

La mattina del 30 due grosse colonne francesi, sostenute da forti
riserve mossero di fronte e dai fianchi all'assalto della breccia; i
Romani li respinsero con vigorosa pugna; assaliti e assalitori si
trovarono corpo a corpo ed un accanito combattimento a ferro freddo
s'impegnò sul terrapieno; molti s'immortalarono in quella difesa
disperata. Emilio Morosini eroe diciottenne fece eccidio di nemici, e
sebbene ferito due volte non ristà dalla pugna, ma sfinito di forze
mentre era trasportato all'ambulanza dai suoi, fu sopraggiunto dai
nemici e abbandonato; ma non si arrese ancora e menò di sciabola finchè
gli bastò la lena; quando una terza palla nel ventre gli trapassò il bel
corpo e ne involò l'anima eroica.

La breccia era salita, ma non presa ancora; le batterie della Montagnola
facevano strage degli assalitori; i francesi pagarono ogni palmo di
terreno col sangue loro e dei loro capitani; gli artiglieri si facevano
tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non si arrendevano; esaurite le
polveri restavano ancora le baionette e i calci dei fucili; restavano
sopratutto ancora a far barriera i petti dei superstiti ed i cumuli dei
morti; ma la gloriosa ecatombe non poteva trattenere il nemico ed il
numero doveva avere ragione una volta ancora; i francesi irruppero da
ogni lato minacciando l'unica via di ritirata; non restava ai superstiti
altro riparo che Villa Spada.

Garibaldi richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, poichè la
perdita della seconda linea rendeva inutile la difesa del Vascello,
asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in
Montorio, la Sinistra a San Calisto, l'estrema destra al bastione nono
ancora in piedi, tentò improvvisare una terza linea di difesa.

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i
francesi montavano da ogni parte all'assalto; ma il loro obiettivo era
sempre Villa Spada; colà ormai si decideva l'estrema sorte di Roma; colà
Garibaldi, il Manara, Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti erano
uomini vivi e atti ancora a impugnare un'arma si prepararono all'estremo
cimento. Il tetto, le mura della casa bombardata, crollavano da ogni
lato sui difensori, ma nessuno parlava di resa. Il Manara infiammato da
eroico ardore, desiderando la morte piuttosto che assistere alla resa
correva dove più era grande il pericolo, incorraggiava i combattenti,
dirigeva la lotta, ma mentre s'affacciava per osservare le mosse del
nemico una palla lo stramazzò agonizzante fra le braccia di Emilio
Dandolo, a cui poco prima aveva detto, come Ney a Vaterloo: «Non ci sarà
dunque una palla per me?»

Un altro come lui aveva cercato in quell'antro infuocato di Villa Spada
la morte; ma questa lo risparmiò suo malgrado volendolo serbato a ben
più grande destino. Se in quel giorno Manara fu grande, Garibaldi fu
terribile; ruotava come fulmine la sua spada e guai ai nemici che
incontrava dinanzi. I suoi fidi tremavano di vederlo cadere da un
momento all'altro, ma pareva che le palle avessero paura di toccarlo.

A mezzo giorno del 30 giugno tutto era finito; Villa Spada era perduta;
Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi dei suoi, per la Lungara,
sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant'Angelo, quando, un
rappresentante del popolo venne ad annunziargli che l'Assemblea aveva
bisogno d'interrogarlo sullo stato delle cose, e l'attendeva in
Campidoglio.

Chiese al Vecchi Augusto che lo scortava «credete che in un'ora potremo
essere di ritorno?» Lo credo rispose il Vecchi--«allora partiamo» e al
galoppo, coperto di polvere, fiammeggiante in volto per l'ardore della
pugna, salì al Campidoglio. Al suo apparire l'Assemblea ruppe in una
salva interminabile di applausi. Informato che Mazzini aveva già
proclamato che tre sole vie rimanevano aperte ai romani: o capitolare; o
difendere la città fino all'estremo ovvero uscire da Roma, Governo,
Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove; invitato Garibaldi a
salire sulla Tribuna ed esporre il parere suo, dichiarò senz'altro.

«La difesa oltre Tevere impossibile; possibile ancora al di qua del
fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione
s'internasse nella città, e che tutto ciò si effettuasse entro due ore.
Dover suo di aggiungere che anche siffatta difesa non avrebbe potuto
durare che pochi giorni. Quanto a lui null'altro restavagli che uscir di
Roma col resto dei suoi prodi e tenere alta la bandiera della patria
fino all'estremo; consigliava perciò l'Assemblea di accettare la terza
proposta del Mazzini: uscire da Roma coll'esercito, col Governo e coi
rappresentanti del popolo; concludendo: «dovunque saremo, colà sarà
Roma».

Ciò detto tornò al suo campo, e l'Assemblea, respinta ogni idea di
resistenza votò il Decreto omai celebre:

«In nome di Dio e del popolo.

«L'Assemblea costituente romana cessa una difesa divenuta impossibile, e
sta al suo posto».

Per effetto di questo Decreto, il Triumvirato rassegnava l'ufficio al
Municipio Romano unica autorità legittima cui spettasse di negoziare col
vincitore i patti della resa. Senonchè avendo il generale francese per
colmo, rifiutate le più oneste condizioni, e tra le altre quella del
rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni
negoziato, preferendo lo estremo arbitrio del vincitore al disonore di
sottoscrivere con lui una resa che avrebbe soffocato in lei il grido di
estrema protesta al mondo, contro quella bugiarda sorella latina, che
dopo averla assalita colla perfidia di un tradimento, vinta colla sola
virtù del numero, veniva a negarle il supremo diritto dell'incolumità
della vita e degli averi dei cittadini.

Il Municipio annunziava ai romani la prossima entrata dei francesi.

«Romani!

«Il coraggio da voi dimostrato nella difesa di Roma, i sacrifici che
incontraste, vi hanno assicurata la gloria e la stima degli stessi
stranieri--Una difesa ulteriore, come fu annunziato dal Decreto
dell'Assemblea, sarebbe stato impossibile, senza volere la distruzione
d'una città che conserva memorie le quali non debbono perire. La vostra
rappresentanza municipale non ha accettato patti per non compromettere
menomamente la dignità di un popolo così generoso, ed ha dichiarato di
cedere alla forza.

«Le leggi di umanità e di incivilimento, la disciplina di un'armata
regolare, le assicurazioni dei comandanti ci ripromettono il rispetto
delle persone e delle cose.

«La vostra rappresentanza municipale vi promette che non mancherà di
fare quanto è in suo potere onde non si rechi ingiuria ad alcuno.
Abbisogna però del vostro concorso ed è certa di ottenerlo. Fida nel
vostro contegno dignitoso e nell'esperienza costante che ha dimostrato
al mondo come i romani in circostanze prospere o avverse, hanno saputo
egualmente mantenere l'ordine, e costringere anche i nemici e salutare
con riverenza la città dei monumenti, e rispettarne gli abitanti che con
le loro virtù rendono impossibile l'oblio della Romana Grandezza.

«Dal Campidoglio il 2 luglio 1849.

                     «Francesco Sturbinetti, _Senatore_.

Lunati Giuseppe, Gallieno Giuseppe, Galeotti Federico, Deandreis
Antonio, Piacentini Giuseppe, Corboli Curzio, Feliciani Alceo, Tittoni
Angelo, _Conservatori_.

                            Giuseppe Rossi, _Segretario_.

La sera del 2 luglio i francesi s'impadronirono di Porta Portese, di
Porta S. Pancrazio, e il dì seguente occupavano Porta del Popolo. Nella
giornata entrava in Roma il generale Oudinot circondato dal suo Stato
Maggiore ed alla testa della 2ª Divisione e di numerosa cavalleria,
accolto con ogni sorta di dimostrazioni ostili ed al grido «Viva la
Repubblica Romana, morte agli stranieri, morte al cardinale Oudinot,
morte al traditore».

La sera del 4 soldati francesi entrano a viva forza con le armi in pugno
alla sede della Costituente ed intimavano alla sezione che vi stava in
permanenza di sciogliersi. Carlo Bonaparte che la presiedeva protestò.

«In nome di Dio; in nome del popolo degli Stati Romani che liberamente,
con suffragio universale, ha eletto i suoi rappresentanti; in nome
dell'art. 5º della Costituzione francese, l'Assemblea Costituente Romana
protesta in faccia all'Italia, in faccia alla Francia, in faccia al
mondo incivilito contro la violenta invasione, della sua sede operata
dalle forze francesi il giorno 4 luglio, alle ore 6 pomeridiane.

Roma, nel Campidoglio 4 luglio 1849.

                                  _Per l'intera Assemblea_

                Il Presidente di Sezione: C. Bonaparte,

                Il Segretario: Quirico prof. Filopanti.



                             =CAPITOLO XV.=

     =Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari San Marino--Morte di
                           Anita--Cesenatico=


A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi radunava sulla Piazza del
Vaticano i resti della sua divisione, e fatto formare il quadrato li
arringò così:

«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo
straniero venga con me. Ciò che io offro a quanti vogliono seguirmi
eccolo: non paga, nè onori, nè stipendi. Gli offro fame e sete, marcie
forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua».

Lo seguirono circa tremila uomini, i resti cioè della Legione Italiana,
buona parte della polacca, e del battaglione Medici, grossi manipoli di
finanzieri, di studenti e di emigrati, i superstiti Lancieri di Masina,
circa quattrocento Dragoni; i pochi bersaglieri Lombardi.

La sera del giorno stesso usciva furtivamente da Porta San Giovanni, e
lasciando tutti incerti sulla sua meta s'incamminò per la via Tiburtina.

Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la sua Anita; gli faceva da
guida Ciceruacchio coi suoi figli, l'accompagnava Ugo Bassi; ne
seguivano le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni,
Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller,
l'eletta dei suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull'alba del 3 a
Tivoli, fece spargere la voce che si dirigeva al Napoletano. Al tramonto
infatti, levato il campo, marciò per un buon tratto verso il
Mezzogiorno; indi volse improvvisamente a Settentrione, pernottò a
Monticelli, e la mattina del 4 s'accampò a Monterotondo.

Qual era il suo disegno? dove voleva andare? a che mirava? nessuno seppe
indovinarlo. Egli aveva in animo di portare il suo aiuto a Venezia, e
certo una cosa voleva: tener viva la fiamma finchè avesse soffio di
vita, morire, tra i laceri brani della sua bandiera!

Come era facile prevedersi l'Oudinot gli sguinzagliò contro due grosse
colonne, l'una comandata dal generale Molière, l'altra dal generale
Morris; il borbonico Statella gli muoveva alle spalle dal Tronto; gli
Spagnoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e
gli austriaci del D'Aspre, accampati nell'Umbria, l'aspettavano di
fronte a Foligno, e gli chiudevano le due vie di Perugia e di Ancona.
Così Garibaldi era accerchiato in una maglia di ferro; sbagliata una
mossa, l'eroe, l'amato del popolo, era irremisibilmente perduto. Ma
l'inseguito era Garibaldi, ed il leone non si sarebbe lasciato cogliere!
Nel pomeriggio del 5 staccava la marcia da Monterotondo; il sei era a
Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l'8 a Terni dove s'incontrò col
colonnello Forbes, che veniva a portargli una colonna di ottocento
uomini, resti di corpi sbandati nella campagna, e due pezzi di cannone.

Terni era il centro di cinque vie; si poteva salire a Foligno, quanto
discendere a Rieti; voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e
Perugia. Garibaldi lasciò in ogni passo delle squadriglie per ingannare
gl'inseguenti, spinse una avanguardia di cavalli a Todi, e il dì
appresso, 9 luglio, vi si condusse egli stesso col grosso del corpo. Qui
le cose cominciavano a volgere male, e l'orizzonte ad intorbidirsi. Il
programma di Garibaldi--fame, sete, marcie forzate--se ebbe applausi
quando fu proclamato, accennava man mano a divenire impossibile; anche
ai tanti di buona volontà veniva meno le forze, e sintomi di scoramento
cominciarono a manifestarsi; seguirono quindi le diserzioni, prima a
frotte, poi in massa.

Intanto concordi notizie recavano, che i francesi del Morris gli
muovevano contro da Viterbo, e che gli austriaci da Foligno si mettevano
in marcia per Todi. Garibaldi mandò un nerbo de' suoi a scorazzare sulla
strada di Foligno per far credere che mirava là; spedì Müller con i suoi
cavalli ed una compagnia della legione per la strada di Orvieto con
ordine di spingersi fino a Montefiascone-Viterbo; seppellì i due cannoni
del Forbes, e quando ebbe l'assicurazione dai suoi scorridori che i due
nemici erano ancora lontani tanto da potervi scivolare in mezzo, lasciò
Todi la sera del 12, passò il Tevere a Ponte Acuto e s'incamminò per la
via mulattiera, montuosa ed obbliqua di Brodo per Orvieto, sua meta la
Toscana.

La sera del 13 avendo avuto informazioni che il generale Morris era
ancora lontano, staccò la marcia per Orvieto ove giunse sul mattino del
14.

Non entrò in Orvieto ma s'accampò su di una buona posizione a cavaliere
della strada di Ficulle. Gli Orvietani mandarono a Garibaldi invito di
entrare in città, e lo fornirono del pane mandato ad ordinare dai
Francesi. Ma Egli non s'indugiò; nel pomeriggio del 15 levò il campo e
mosse verso Ficulle, vi arrivò a sera quando già i Francesi gli erano
alle calcagne; gli Austriaci gli muovevano incontro da Perugia.

Partì la mattina del 16; abbandonò dopo poche miglia di cammino la
strada maestra, e si buttò a Sole dove riposò per poche ore; e la notte,
per sentieri impervii e monti disabitati, sotto una pioggia
dirottissima, in mezzo a tenebre fitte, guadagnò il confine Toscano e
giunse alla mattina a Cetona accolto festosamente dalla popolazione. Fu
quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscito da Roma, dormì
acquartierata.

Liberatosi dai Francesi gli restavano sempre di fronte gli Austriaci,
che scendevano da Perugia, ed i Toscani, che tenevano presidii tra
Santeano e Chiusi, i quali potevano impacciare se non arrestare i suoi
movimenti e molestarlo.

Ma l'eroe non se ne sgomentava. Fortificatosi a Cetona, circondati i
suoi fianchi d'imboscate, coperte le spalle da forze sufficienti, mandò
celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e
Chiusi, e quando gli riportarono di avere snidati e messi in fuga i
presidii Toscani, ripigliò la marcia; dormì il 17 a Sarteano; entrò il
18 a Montepulciano, dove tutta la popolazione fece a gara nell'usargli
gentilezze e nel colmarlo di cortesie e d'offerte. Rinata la speranza in
Garibaldi, pubblicò un ardente manifesto ai Toscani col quale li
invitava ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Ma fu
l'illusione di un momento, e presago ormai che nulla più poteva sperare,
proseguì il suo fatale cammino.

Giunto sull'albeggiare del 20 a Torrita prese una grande risoluzione,
quello di abbandonare il granducato Toscano e di prendere per nuova meta
l'Adriatico e Venezia! Là sulla laguna ardeva sempre quel gran focolare,
in cui ormai si concentravano tutti gli sforzi d'Italia.

Il piano di Garibaldi fu presto formato; salire fin presso Arezzo;
passare dal subappennino al grande appennino; scendere tra Pesaro e
Ravenna all'Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno per Venezia.

Vani sforzi! inseguito come belva feroce passo passo dagli Austriaci
che con forze superiori da ogni parte lo circondavano, seppe rompere il
cerchio di ferro, e per vie dirupate e nascoste, guadagnò dopo enormi
fatiche le alture di Carpegna al mezzodì del 30; ne ripartì nel Vespro,
traversò la Valle del Conca, prese un po' di riposo poche ore in un
bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripigliò la marcia alla volta di S.
Marino.

Non gli restava altro rifugio!

A San Marino scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di
tornare alla vita privata col seguente ordine del giorno:

                                       San Marino 31 luglio 1849.

Soldati!

Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno
ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritata la considerazione che
merita la disgrazia perseguitata.

Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni,
lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che
l'Italia non deve rimanere nell'obbrobrio, e che è meglio morire che
vivere schiavi dello straniero.

                                             _G. Garibaldi._

Verso le undici di sera chiamò intorno a sè i migliori suoi ufficiali e
i pochi suoi fidi, e svelò loro l'incrollabile suo proposito di
sottrarsi ai patti che il governo della repubblica Sammarinese stava
trattando collo straniero.

«A chi vuole seguirmi, egli dice, io offro nuove battaglie, patimenti,
esiglio; patti collo straniero mai».

Le parole di Garibaldi caddero come stille roventi nell'animo degli
accorsi al suo invito, ma a pochi bastò il cuore e la forza di ascoltare
il suo appello. Non furono più di duecento quelli disposti a seguirlo.
Allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane, per un
unico sentiero di montagna, scendeva il Titano; guizzando tra le scolte
nemiche, traversava la Marecchia, passava Montebello; e camminando tutta
la giornata verso le 10 di sera del 1º agosto penetrava in Cesenatico.
Non perdette tempo; fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati
austriaci colà sorpresi, s'impadronì di tredici «bragozzi» Chiozzetti,
v'imbarcò tutta la gente, uscì dal porto e veleggiò per Venezia.

                                    *
                                   * *

In sulle prime al fuggitivo arrise la fortuna; ma verso sera apparì
all'orizzonte la flottiglia Austriaca che s'avanzava a tutto vapore.

Ritornato ardito uomo di mare, concepì con rapidità fulminea il suo
piano; comandò ai bragozzi di sparpagliarsi e di dirigersi verso
punta della Maestra, dove le acque basse li avrebbe protetti
dall'inseguimento. Ma egli comandava a timidi pescatori; questi alle
prima minaccie delle scialuppe nemiche che venivano loro incontro, si
scompigliarono senza saper più manovrare: sicchè otto bragozzi caddero
prigionieri degli austriaci ed a Garibaldi non restò che gettarsi sulla
costa di Magnavacca, che per miracolo potè afferrare.

Ma la terra non era più sicura del mare; squadre di gendarmi lo
cercavano per ogni verso.

Prima necessità fu quella di separarsi per potersi meglio nascondere ai
nemici. Ugo Bassi e il Capitano Livraghi presero per una via,
Ciceruacchio e i suoi figli per un'altra; e Garibaldi restò solo con
Anita e il Capitano Leggiero. Ma la povera Anita era in fin di vita, di
lei non viveva più lo che lo spirito, il corpo era consunto dagli stenti
sofferti. Unico mezzo di salute era quello di lasciare all'istante
quella spiaggia; Garibaldi, senza pensare ad altro, prese sulle braccia
la sua Anita e scortato da Leggiero, e guidato da un contadino che la
fortuna gli aveva condotto dinanzi, col caro peso traversò la macchia e
arrivò ad una deserta capanna, dove trovò un nascondiglio, e fu per
Anita un po' di riposo un giaciglio di frasche.

                                    *
                                   * *

Era là da qualche tempo quando Garibaldi si vide davanti all'uscio della
capanna un giovanotto in veste signorili che lo salutava
rispettosamente. Era Gioacchino Bonnet di Comacchio, di famiglia di
patrioti il cui nome va ricordato dagli Italiani. Fu lui che salvò
Garibaldi, facendogli traversare le valli di Comacchio, travestito de'
suoi abiti, in una sua barca, nella quale aveva preparato anche un
giaciglio per l'Anita; fu per mezzo suo, e dei suoi fidi guardiani, che
potè arrivare nella fattoria Guiccioli presso Sant'Alberto. Colà appena
adagiata sul letto, l'eroica Anita esalava l'ultimo suo respiro nelle
braccia del marito.

Così il 4 agosto 1840 alle 4 di sera spirava l'anima forte di Anita
Ribeira Garibaldi; essa fu martire dell'amore, sublime, intrepida donna
degna compagna dell'Eroe che tanto la pianse. Le sue ossa furono
coperte, da poca sabbia, in vicinanza della fattoria Guiccioli alla
Mandriola, a circa undici miglia da Comacchio!

Povera martire!!!

                                    *
                                   * *

Lasciato per necessità il triste luogo Garibaldi, con l'aiuto di
patriotti montanari, potè raggiungere la pinetta di Ravenna e di là
subito dopo, si condusse alla valle Guiccioli, detto Manubria. Colà
venne a prenderlo in consegna il bravo popolano Giuseppe Savini di
Ravenna, che, tenutolo nascosto per alcuni giorni in un casolare delle
Paludi di Ravenna della Valle di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi,
Ravennate esso pure, che a sua volta lo affidò a Don Giovanni Verità
onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale,
attraversato il Passo della Futa potè sconfinare in Toscana. Da allora
passando sempre da mano amica a mano amica, sgusciando in mezzo alle
ronde mandate alla sua caccia, protetto dalla sua stella, valicò i due
versanti dell'appennino. Il 26 agosto fu a Poggibonsi, di là a Pomarance
dove fu ospite di Antonio Martini. In appresso, Camillo Serafini lo
tragittò a San Dalmazio dove lo raccomandò al Guelfi che a sua volta,
condottolo prima a Massa Marittima poi a Follonica, lo consegnò
finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, che si offrì di
portare Garibaldi a Porto Venere, in terra di salute.

Colà sbarcato assieme all'amico Leggiero rilasciò all'Azzarini un
prezioso documento così concepito:

«Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra
italiana, dominata dagli austriaci, mi ha trasportato su questo luogo di
asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse».

                                            _G. Garibaldi._

In questo frattempo un forte corpo di armata austriaco invadeva gli
Stati di Romagna; occupava il 7 maggio Ferrara e marciava difilato su
Bologna. Quel popolo patriottico si dispose alla resistenza, e quando
gli austriaci investirono la porta di Galliera buon numero di popolani
spalleggiati da uno squadrone di carabinieri comandati dal Colonnello
Boldrini con una carica arditissima ed a colpi di baionetta mettono in
fuga il nemico; ma i bravi bolognesi sono ad un tratto arrestati dalle
scariche di mitraglia di tre pezzi di cannoni che gli austriaci avevano
piazzati in buona posizione e fulminati dalle Carabine dei Tirolesi che
seminavano morte, sono costretti di cedere e ritirarsi dopo avere veduto
cadere ferito a morte il colonnello Boldrini, l'aiutante Marziani, il
maresciallo Pavoni e numerosi altri. Occupata Bologna gli austriaci
proseguirono per restaurare il governo papale nelle Marche.



                              =CAPITOLO XVI.=

                  =Assedio di Ancona e sua eroica difesa.=


Ancona era investita dagli austriaci, il 24 maggio, bloccata e chiusa
per terra e per mare.

Erano 12,000 gli assedianti, muniti di armi potenti.

Il generale Wimpfen aveva mandato agli anconitani l'intimazione di
arrendersi, e di assoggettarsi al Sovrano Pontefice; il Preside
Mattioli rispose con fiere parole; Livio Zamboccari, comandante delle
milizie a difesa, ricordava: «gloria a piccolo Stato il vincere; gloria
per la santità del diritto soccombere».

I difensori erano 4850 compresovi i fratelli accorsi da Iesi, da Loreto,
da Sinigaglia, da Fano, da Pesaro, dalla Romagna, dalla Lombardia ed
anche dal Piemonte, nell'insieme, i più maldestri alle armi, vissuti
fino allora nelle industrie e nei commerci; ma tutti animati di amor
patrio, e dal proposito di fare il proprio dovere.

Elia e suo padre erano giunti pochi giorni prima del blocco in Ancona e
furono destinati sul vapore da guerra «Roma» sotto gli ordini del
tenente di vascello Castagnoli e poscia comandati ai forti in difesa
della città.

Il 25 maggio avvenne il primo scambio di fucilate fra le Torrette e
Montagnolo, e il primo cannoneggiamento fra il forte della Lanterna e il
piroscafo austriaco «il Vulcano».

Il 27 «la Bellona» la più potente nave armata della squadra nemica,
attacca il forte della Lanterna con le sue bordate e nonostante fiera
difesa, smontati alcuni pezzi, il forte fu costretto al silenzio:
diresse allora la nave le sue bordate alla Darsena, ma i cannonieri del
forte Marano risposero con spessi colpi e con tiri così bene aggiustati
da aprire numerose falle nei fianchi della «Bellona» che fu salvata dal
«Vulcano» accorso in aiuto per trarre la Nave Ammiraglia a rimorchio
fuori del tiro del forte; essa ebbe il comandante mortalmente ferito,
due morti e quaranta messi fuori di combattimento.

Così con ugual valore, con indomita fierezza, nessuno mancò al dovere
suo nei memorabili venticinque giorni d'assedio.

Tutti i giorni un combattimento; sui forti, sui baluardi, sulle
baricate, all'aperto. Agli austriaci occupanti le alture; alla squadra
che batteva il forte cannoneggiando con potenti artiglierie,
rispondevano con efficacia i nostri bravi dal Cardetto, dalla
Cittadella, dai Cappuccini, da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo
fortificato; i marinai e popolani senza conoscere la balistica eransi
tramutati in un lampo puntatori meravigliosi.

Nel profondo della notte dal 29 al 30 maggio gli austriaci lanciarono in
città una spaventosa grandinata di bombe.

Gli Anconitani, a giorno fecero una sortita; tre volte attaccarono nelle
sue posizioni avanzate il nemico alla baionetta; i giovani parevano
veterani, i veterani erano tramutati in eroi! sembrava ricostituita la
compagnia della morte, rinnovante le tradizioni del libero comune,
intrepida nelle audaci sorprese, negli scontri temerari, nello sprezzo
della morte; i vecchi gli inabili alle armi, le donne fornivano le
munizioni; i capitani di mare in corse pericolose rompevano il blocco,
rifornivano i viveri.

L'8 di giugno Wimpfen, mandava un messaggio al comune, che è documento
del valore Anconitano, tanto più alto in quanto veniva dal nemico
stesso. «Le truppe imperiali, esso dice, passarono per le romagne, per
le marche senza incontrare ostacoli; ne trovarono solo avanti Ancona; si
arrenda la città se non vuol essere distrutta».

Ancona non si arrese; ma continuò la difesa colla forza rinnovata dalla
disperazione.

Il 15 giugno, trecento uomini comandati dai capitani, Gervasoni, Gigli
ed Ornani, cuori ardimentosi, assaltarono Monte Marino alla baionetta; i
nemici furono messi in rotta e l'altura rapidamente occupata. Ma le
forze nemiche ritornarono soverchianti di numero all'assalto; la lotta
durò accanita i nostri piuttosto che cedere morivano nel santo nome
della patria, finchè più che decimati furono obbligati alla ritirata.
Gervasoni fu colpito a morte, e Francesco Gigli sopraffatto da' nemici
sarebbe rimasto sul terreno, se Enrico Schellini con coraggio leonino
non fosse accorso in suo aiuto.

La minaccia di Wimpfen aveva infiammati gli animi alla lotta suprema.

Dal 14 al 18 giugno le bombe, i razzi, scoppiavano per le vie, nelle
case, sugli ospedali, rombavano di notte e di giorno con orrendo
fracasso; pareva d'essere circondati da una catena di vulcani che
eruttassero fiamme, fuoco e ferro sulla patriottica città.

I pompieri, onorato corpo che vanta nobilissime tradizioni, senza badare
a fatiche e pericoli, si moltiplicarono, spengevano incendi, sgombravano
via le macerie, demolivano muri, salvavano quanti più potevano dalle
case incendiate, trasportavano feriti, lottavano ogni giorno, ogni ora
con la furia degli incendi, guidati dal sentimento del dovere e da
profonda pietà umana.

Tanto sacrificio, tanta nobiltà d'animo, tanti eroismi non bastarono a
salvare la città degli oppressori.

I viveri erano esauriti e il blocco sempre più stretto come in cerchio
di ferro non permetteva d'introdurne in città; ottanta incendi
divamparono, gli ospedali riboccavano di feriti che non si aveva mezzo
di alimentare; oltre trecento morti affermarono col sangue l'affetto
alla patria.

Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo 35 giorni di resistenza
veniva forzata alla resa.

La marina mercantile Anconitana della quale era a capo Antonio Elia fece
nella difesa del patrio suolo bravamente il suo dovere.

                                    *
                                   * *

Era necessario pensare alla salvezza dei compromessi politici affinchè
non cadessero nelle mani dei sbirri papalini e dei Croati.

Un bastimento anconitano, di cui era proprietario e comandante Mariano
Scoponi, ottenne per solerte intromissione del patriotta Nicola Novelli,
di poter inalberare bandiera inglese e su di esso dovevano prendere
imbarco per essere trasportati a Corfù, quanti credevano di non essere
sicuri in patria.

E difatti vi si imbarcarono tutti quelli, che si trovavano compromessi e
che avevano a temere la vendetta del governo ristaurato e dello
straniero. Antonio Elia aveva avuto un diverbio col priore del convento
di S. Francesco di Paola.

Temendo la vendetta del prete che mai perdona, il figlio e gli amici lo
pregarono caldamente, di prendere esso pure imbarco per l'estero. Ma
egli rispondeva di avere la coscienza tranquilla, di nulla avere a
temere, non volere quindi volontariamente abbandonare la patria e la
famiglia, e restò.

La notte del 24 luglio 1849 la casa abitata dall'Elia, appartenente ai
frati di S. Francesco di Paola ed attigua al loro convento, fu
circondata da gendarmi papali, da soldati austriaci e da poliziotti. Si
picchiò all'uscio di casa ed alla intimazione della forza fu aperto;
venne eseguita una minuziosa perquisizione e nulla si rinvenne. Non era
questo che volevasi dal barbaro austriaco e dai preti; era necessario
dare un terribile esempio alla popolazione, applicando la legge
stataria su uno dei capi del popolo. Non essendosi rinvenuto nulla in
casa, gli assetati di sangue del patriota, requisiti alcuni muratori, si
diedero a rompere un condotto di scolo avente comunicazione con tutti i
cinque piani superiori, abitati da numerosi inquilini.

In fondo al condotto disfatto, fu trovata un'arma che aveva appartenuto
chi sa a chi, o che poteva anche essere stata appositamente gettata da
coloro, che avevano premeditato il delitto. Antonio Elia venne legato
sotto gli occhi della moglie incinta, in mezzo al pianto di quattro
creature, e condotto alle Carceri di S. Palazia. Appena giorno la povera
moglie con le sue quattro piccole figlie andava a gettarsi alle
ginocchia del generale austriaco Faltzenter domandando grazia per
l'innocente, ed il permesso di poterlo visitare nelle carceri. Le fu
accordato il permesso di visitare il marito, ma quando la santa donna si
presentava alle carceri una detonazione le gelava il sangue e le faceva
istintivamente comprendere, che la vita di Antonio Elia veniva
barbaramente ed ingiustamente troncata. Alla domanda di vedere il
marito, come ne aveva il permesso, le fu risposto che era troppo tardi.
Sarà stata una raffinatezza di barbarie del generale quella di far
trovare presente alla esecuzione la moglie del martire? Il sospetto
almeno è ammissibile.

Ecco una lettera che Garibaldi scriveva al figlio del martire
Anconitano:

                                 Caprera, 22 dicembre 1868.

                Mio caro Elia,

«Figlio del popolo, il padre vostro merita di essere annoverato tra i
grandi Italiani.

«Oggi, che si avvicina la caduta della tirannide papale noi dobbiamo
ricordare agli italiani le vittime della sua ferocia e fra quelle una
delle più illustri, certamente, Antonio Elia.

«Ancona ricordi quel prodissimo suo cittadino che tanto l'onora».

                                                 Vostro
                                              _G. Garibaldi_

Per la morte del padre, Augusto Elia all'età di venti anni rimaneva
unico sostegno della povera madre e delle quattro sorelle, tutte di
tenera età.

                                    *
                                   * *

Un fatto avvenuto in Ancona nell'inverno del 1849 lo obbligò di lasciare
la patria e la famiglia e di darsi a volontario esilio.

In tarda ora di una notte oscura e piovosa una povera donna scendeva la
via del porto con un orcio pieno d'acqua attinta alla pubblica fonte di
piazza grande. Quando fu in vicinanza del vicolo della Cisterna, la
poveretta veniva brutalmente assalita da quattro croati, i quali,
toltole l'orcio, volevano trascinarla nel vicolo oscuro per violentarla.
Mentre la povera donna resisteva e gridava sopraggiunse un giovane, il
quale, sguainata in men che si dica dal fodero di uno dei croati la
sciabola-baionetta, assalì i quattro intenti a dare prova di loro
prodezza su di una povera donna; i quattro furono assai malconci e posti
fuori combattimento dal giovinotto e la donna liberata.

Alla mattina l'Elia se ne stava in casa sua in prossimità del luogo ove
avvenne il fatto, quando gli si fa annunziare l'amico del padre e suo,
Agostino Scipioni, il quale, tutto trepidante, lo veniva ad avvisare,
che una donna, la signora Piermattei, gli aveva confidato di averlo
riconosciuto quale assalitore dei quattro croati; gli disse di aver
supplicata la signora Piermattei di non ripetere parola se non voleva
farlo fucilare; la signora promise di non parlare, ma l'amico Scipioni
pensava, che non vi era da fidarsene e volle che l'Elia lasciasse subito
Ancona. Così fece, prese subito imbarco e si recò a Malta: l'opportuna
fuga salvò la vita, ma all'Elia figlio, apriva la via dolorosa dello
esilio.

Scorsero dieci anni. Ma ormai i destini della patria venivano
maturandosi e l'ora della resurrezione stava per suonare.



                             =CAPITOLO XVII.=

                =Dal 24 marzo 1849 al 1859--Il Piemonte.=


Nella notte del 24 marzo 1849 Vittorio il nuovo Re, uscente dalla tenda
di Radetzky a cui aveva detto «I Savoia sanno la via dell'esilio non
quella del disonore»!--galoppava tra i campi seminati dai caduti per la
libertà della patria, seguito da piccolo drappello de' suoi. A qual
destino andava incontro? Quale meta attendeva la giovinezza del suo
regno saturo già d'ineffabili angoscie? Qual fiamma lo agitava? Certo il
suo cuore era angosciato dai ricordi del breve idillio del «48» e della
dolorosa epopea del «49»; ma la grand'anima sua si sollevava al pensiero
che il nome d'Italia era stato per la prima volta il grido del popolo
combattente, e sentiva già che le speranze della patria erano in lui
riposte. E stretto al cuore il patto della libertà, e il simbolo della
redenzione, proseguiva incontro al suo destino verso il suo vecchio e
fido Piemonte, deciso entro di sè di volere raggiungere la santa
meta--l'unità della patria!

                                    *
                                   * *

Garibaldi dopo il «49» si era recato a New-York con la speranza di
trovare imbarco come comandante od anche come secondo di nave
mercantile; dopo lunga aspettativa una Società Italo-Americana gli diede
il comando di un bastimento col quale doveva battere gli scali
dell'America Centrale. Nel 1853 Garibaldi prendeva il comando del
«Commonwealth»--un tre alberi destinato ai carichi di carbone
dall'Inghilterra per l'Italia; arrivato a Genova, lasciava il comando e
si recava a Nizza per portare un saluto almeno, sulla tomba della sua
santa madre e per restare qualche tempo presso i suoi figli, Menotti,
Teresita e Ricciotti.

Vi rimase immolestato l'anno 1854: quindi con altro piccolo bastimento
detto «L'Esploratore» si mise a fare la navigazione del piccolo
cabotaggio.

In uno di questi viaggi, colto da grosso fortunale nelle bocche di
Bonifacio dovette cercare rifugio nel porto della Maddalena, e
dimorandovi alcuni giorni, per la prima volta gli balenò l'idea di
comprare una parte dell'Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui dei suoi stipendi di Montevideo; nei suoi
viaggi marittimi aveva messo da parte qualche cosa; dall'eredità del
fratello Felice aveva raccolto una sommetta; onde gli parve venuto il
momento d'impiegare i suoi modesti capitali e decise di comprare dal
Demanio Sardo i lotti dell'Isola che erano vendibili e di fissarvi la
sua dimora.

                                    *
                                   * *

Lungo, lento, doloroso decennio quello dal «49 al 59!» Ma pur
meraviglioso di contrasti e di conciliazioni; di forze latenti che si
preparavano; di aperte riscosse che si tentavano; di passioni ardenti
che spingevano a sagrifizi; di martiri che inaffiarono di sangue l'Idea:

Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour, Garibaldi, Pallavicini ed altri
grandi patriotti non dimenticavano che l'Italia viveva in catene, e si
preparavano.

L'Austria, accampava in Italia con diritto di feudo su Modena, Parma e
Toscana; con eserciti dominatori nel Lombardo, nel Veneto, nelle
Romagne, nelle Marche; suo sistema di governo, forche, fucilazioni e
bastone.

Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra l'Austria forte e l'Idea
Italiana.

Luminoso e generoso si diffondeva il pensiero dell'agitatore genovese
nella Giovine Italia che aveva per bandiera il tricolore; per programma
l'indipendenza ed unità di Nazione, forma di governo repubblicano; che
predicava guerra di popolo, s'insinuava nelle congiure, scoppiava in
parziali insurrezioni, provocava vendicatori del nuovo sangue versato,
cementava l'idea santa del martirio.

Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegneva fra gli ergastoli ed
ai patiboli; i tentativi infelici di Orsini, di Bentivegna, di Pisacane;
il moto di Calvi in Cadore; la congiura di Milano, che dava, sugli
spalti di Belfiore, alle forche, ed al carcere duro tanto fiore di
nobili vite, dimostravano che il pensiero mazziniano, grande perchè
manteneva vivo il fuoco patrio, era impotente nell'azione.

Chi avrebbe potuto armare l'idea? Il Piemonte e la Casa Sabauda! Quel
principato italiano doveva trasformarsi in principato Nazionale; la
monarchia dovea farsi rivoluzionaria; i repubblicani unitari dovean
persuadersi che la monarchia di Savoia aveva fede, forza e valore; e la
monarchia si pose allo esperimento dei fatti. Pallavicini e Manin si
fecero apostoli dell'unione della democrazia col Piemonte.

                                    *
                                   * *

Cavour--vigile e possente intelletto--uomo di Stato degno del Re
Vittorio Emanuele--concepisce la felice idea di mandare nelle terre
d'Oriente, sui campi di Crimea, combattenti, tra i soldati d'Inghilterra
e di Francia, i nostri bravi soldati che riaffermino alla Cernaia, la
virtù degli animi e la potenza delle armi italiane.

Al Congresso di Parigi si fa eco dei dolori, delle miserie, delle
speranze d'Italia--e l'Italia sente nel Piemonte se stessa--intuisce in
Vittorio Emanuele il suo Re prode generoso e fedele.

Finalmente a Plombiers si segna l'alleanza con la Francia, e
l'_ultimatum_ lanciato dall'Austria, tanto desiderato, dà la spinta al
compimento dei destini della patria.

                                    *
                                   * *

Nel 1856 il generale Garibaldi trovandosi a Genova veniva ogni giorno,
ogni minuto sollecitato, e messo alle strette da numerosi patrioti, i
quali chiedevano che si mettesse alla loro testa per iniziare un ardito
movimento Nazionale.

Da tempo erano sorti due partiti in Italia: unica però la meta--la
cacciata dello straniero: i mezzi per raggiungerlo, però, si palesavano
assolutamente diversi. Gli uni rimanendo fedeli intransigenti al
principio repubblicano volevano arrivarci colla rivoluzione. Gli altri,
senza alcuna abiura ai principii, aderivano al patto con la Casa di
Savoia che s'impegnava di mettersi alla testa del movimento Nazionale e
di combattere per l'unità ed indipendenza d'Italia. Garibaldi sentiva
che per raggiungere questo fine patriottico era necessario di far
tesoro delle forze piemontesi e che la spinta, magari indiretta, doveva
venire da quel principe leale e da quel governo. Egli quindi abbracciò
questo secondo partito; per lui si doveva compiere l'unità italiana; ed
è dovere riconoscere che la Casa Savoia era chiamata per virtù propria,
per valore e per tradizione storica, a compiere i destini della patria.

L'impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari; la
sfacciata complicità degli altri principati italiani collo straniero; la
politica schiettamente nazionale del Piemonte e del suo Parlamento; il
sangue già versato sui piani Lombardi; l'esilio del suo Re; la
proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; furono queste
le vere ragioni che chiamarono provvidenzialmente la monarchia
piemontese a capo della lotta nazionale.



                             =CAPITOLO XVIII.=

                    =1859--La guerra d'indipendenza.=


Il 1º dell'anno 1859 l'Europa veniva risvegliata dall'eco rumorosa dei
pochi detti, pronunziati dall'Imperatore Napoleone III al conte Hübuer
ambasciatore d'Austria:

«Mi duole che le relazioni col vostro governo non sieno così amichevoli
come per lo passato; dite però all'Imperatore che i miei sentimenti
personali verso di lui non sono punto cambiati».

Era il preavviso della dichiarazione di guerra, e furono pochi quelli
che non lo capirono. In Italia sopra tutto queste parole risvegliarono
tutte le speranze alle forze sopite dal 49 in poi. I frutti delle
alleanze di Crimea venivano a maturanza.

Si attendeva con ansia febbrile l'apertura della Camera Sarda per
trovare nella parola del Re Sabaudo un detto che confermasse le
concepite speranze, e la parola si fece sentire così:

Signori Senatori, signori Deputati,

«L'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno.
Ciò nondimeno vi accingerete colla consueta alacrità ai vostri lavori
parlamentari. Confortati dalla esperienza del passato, andiamo incontro
risoluti all'eventualità dell'avvenire. Quest'avvenire sarà felice
riposando la nostra politica sulla giustizia, sull'amore della libertà e
della patria.

«Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei consigli
di Europa, perchè grande per le idee che esso ispira.

«Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè mentre rispettiamo
i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti
d'Italia si leva verso di noi.

«Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo
prudenti e decisi i decreti della Provvidenza».

10 gennaio.

La Corona non potea dire di più: i gridi di dolore uditi dal Re Vittorio
Emanuele, si cambiarono nelle genti italiane in grido di giubilo e di
esultanza.

                                    *
                                   * *

Il primo dardo era gettato e l'Austria non aveva tardato a raccoglierlo
ordinando la marcia del 3º Corpo d'Armata di stazione a Vienna verso la
Lombardia.

Questo provvedimento unito ad altri di concentrazioni di truppe ordinati
dal Maresciallo Giulay sul Ticino e sul Lago Maggiore diede motivo alla
stampa liberale, diretta dal Conte di Cavour, di dichiararsi provocati e
di fare appello a tutto ciò che l'Italia aveva di valido e di
nazionale--ed ai preparativi per la prossima campagna.

                                    *
                                   * *

Mentre tutto nell'Alta Italia si apprestava alla guerra, in Toscana la
dinastia di Lorena al 27 di aprile cessava di regnare. Una rivoluzione
si compiva pacificamente, si formava un governo provvisorio, e il
generale Ulloa prendeva il comando delle forze militari.

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                                   * *

Il 20 di dicembre del 1858 il Conte di Cavour aveva chiamato in segreto
convegno Garibaldi e gli comunicava in confidenza questo disegno:
un'insurrezione era preparata nei ducati: verso il 1º di aprile Massa e
Carrara inizierebbero il movimento; due bande di volontari
irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana: Garibaldi
doveva spalleggiare la rivolta e capitanarla. Nello stesso tempo un
battaglione di bersaglieri, dei migliori elementi della guardia
Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il
primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiare colla
rivoluzione l'esercito regolare.

Garibaldi applaudì alla proposta e diede senza restrizione la sua
adesione; e lieto che ormai la guerra dell'indipendenza era davvero
imminente, si ridusse di nuovo nella sua isola di Caprera.

Ma l'accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte, consigliò il Conte
di Cavour di pensare ad altro mezzo per potere più efficacemente trar
profitto di Garibaldi. Infatti il 2 marzo 1859 il generale fu chiamato a
Torino dal Re. Le parole di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l'eroe
popolare andarono perdute; ma il senso ne fu presto palese. Gli si volle
dare una parte più diretta ed importante sul teatro della guerra.

Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi,
Bixio e diede loro quest'annunzio: «Ho veduto Vittorio Emanuele; credo
che il giorno di ripigliare le armi non sia lontano; state pronti; io
spero di poter fare ancora qualche cosa con voi»!

Fu deciso di ordinare tutta quella valorosa gioventù--che da ogni
regione della penisola conveniva in Piemonte--in corpi speciali, che
stessero a fianco dell'esercito, come rappresentanti dell'elemento
popolare e rivoluzionario di Italia, disciplinati in ordinata milizia,
ubbidienti al suo capo, e soggetta al Comando supremo.

Da questo concetto nacquero i Cacciatori delle Alpi. Garibaldi fu
richiamato da Caprera per capitanarli; ed egli rispose subito
all'appello, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni.

La sera pel 23 aprile due inviati austriaci presentavano al Conte di
Cavour l'_ultimatum_ del loro governo: «disarmo immediato, o guerra» e
la risposta non poteva essere dubbia.

Finalmente quel cartello di sfida, tanto provocato, tanto desiderato, il
grande statista lo teneva in mano; finalmente la guerra era certa, la
Francia vi era impegnata; l'Austria l'intimava essa stessa, e non poteva
sfuggirla.

Infatti, prima ancora che il Conte di Cavour consegnasse ai messaggeri
austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancor più espressiva,
riceveva l'ordine di portare la sua brigata a Brusasco, sulla destra del
Po, cioè a dire, in prima linea. Suo mandato era, guardare il Po da
Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e
chiudere gli intervalli esistenti tra la divisione Cialdini che guardava
la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a
mezzogiorno i passi del Po.

Garibaldi ad effettuare questo disegno, mandò una compagnia a presidiare
Verua, e, spedito avviso al generale Cialdini suo capo immediato, nel
giorno stesso occupava Brozzolo e vi piantava il suo quartier generale.

Il 25 aprile le truppe francesi varcavano il confine della Savoia, ed
altre prendevano imbarco nei porti di Tolone e di Marsiglia per Genova.

Il dado era tratto, la guerra dichiarata, e il 29 aprile un corpo di
austriaci comandato dal generale Giulay invadeva il territorio sardo.

L'esercito Piemontese si concentrava sulla destra del Po, tra Casale e
San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, aspettando che il
nemico avanzasse se lo avesse osato.

Nella giornata del 30 giungevano a Torino ed Alessandria le avanguardie
francesi.

                                    *
                                   * *

In data del 29 aprile 1859 il re Vittorio Emanuele diresse alle truppe
un nobilissimo proclama, il quale fra le altre belle cose diceva:

«..... L'annunzio che vi dò è annunzio di guerra; all'armi dunque o
soldati... Io sarò il vostro duce. Altre volte ci siamo conosciuti con
gran parte di voi nel fervore delle pugne; ed io, combattendo a fianco
del magnanimo mio genitore, ammirai con orgoglio il vostro valore.
Movete fidenti alla vittoria, e di novelli allori fregiate la vostra
bandiera, quella bandiera che coi tre suoi colori e colla eletta
gioventù, qui da ogni parte d'Italia convenuta e sotto a lei raccolta,
vi addita che avete a compito vostro l'indipendenza d'Italia; questa
giusta e santa impresa che sarà il vostro grido di guerra» quali parole
del re guerriero e patriota empirono d'entusiasmo e di ardimento gli
animi delle milizie regolari e dei volontari Garibaldini.

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                                   * *

Nel pomeriggio del 22 maggio Garibaldi con marcia ordinata e celere
aveva preso la via di Arona, e mentre per le disposizioni date, tutto
doveva far credere che vi avrebbe pernottato, a notte calata le sue
truppe facevano un rapido mezzo giro a destra e infilavano, serrate e
silenziose, la strada di Castelletto, penetravano nel parco Visconti e
trovati alla riva i barconi preparati già dal bravo Viganotti in ordine
mirabile s'imbarcarono, e passarono sull'opposta riva occupandola
militarmente; e subito dopo la 3ª compagnia De Cristoforis, scelta per
avanguardia si spingeva a notte profonda dentro Sesto Calende a cogliere
nel sonno le autorità austriache, doganieri, gendarmi e croati colà
residenti, facendoli prigionieri.

                                    *
                                   * *

La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era
questa: gli alleati ancora al di là della Sesia e del Po, tra Vercelli e
Voghera; gli austriaci in faccia a loro, padroni delle due rive della
Sesia e del Ticino, e di tutto il Lago Maggiore.

In questo stato di cose Garibaldi si trovava isolato, come campato in
aria, ed i suoi cacciatori potevano considerarsi come un nucleo di
truppa perduta nel cuore del campo nemico: per cui al nostro eroe non
restava che, o vincere subito ad ogni costo, o disperdersi coi suoi per
i monti, onde potere all'evenienza rifugiarsi in Isvizzera. A ragion
militare veduta, dei due eventi certo il meno probabile non era il
secondo. Ed invero l'Austria era signora della Lombardia, la scorrazzava
con dodicimila uomini, riceveva rinforzi, o ne poteva ricevere ancora;
occupava Milano con imponente presidio, allacciava i suoi distaccamenti
con forti colonne mobili pronte a correre nei punti più minacciati;
sicchè poteva opporre al condottiero italiano una forza sempre di molto
maggiore della sua. Ma a Garibaldi in mancanza di grandi forze erano
potenti ausiliari, la perizia e l'indomita audacia. Si fissava quindi
nell'antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario, e formava
in un baleno il suo piano deliberando la marcia su Varese nel giorno
stesso.

Un fiero proclama scritto di sua mano, inciso colla sua spada, aveva
annunziato il suo arrivo alle popolazioni della regione, e non vi era
umile terra dei dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno,
Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, accorsero festanti ad offrire al
famoso Capitano l'opera loro, ad invocare una sua parola d'ordine per la
lotta; ed a tutti l'eroe distribuiva parole d'incitamento e di coraggio.

All'inviato di Varese, che, a nome del suo generoso Podestà Carlo
Carcano gli domandava istruzioni, rispondeva di suo pugno; «qualunque
cosa facciate contro il nemico in pro' della santa causa italiana, sarà
da me approvata, ed io vi sosterrò validamente».

La marcia da Sesto Calende a Varese non poteva essere fatta di fronte,
perchè esposta ad essere pericolosamente molestata di fianco; oltre di
che, prima d'inoltrarsi nel paese, importava assicurarsi sul Lago
Maggiore un punto di sostegno, e impadronirsi di uno almeno dei
piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato da questi concetti ordinò il
suo movimento così:

Bixio con un battaglione del suo reggimento doveva marciare per la
strada lacuale di Sesto Calende; toccato Angera doveva staccare una
compagnia per tentare di predare il piroscafo «Ticino» ivi ancorato:
giunto ad Ispra sostare ed informarsi esattamente del presidio di
Laveno, e di tutte le altre forze austriache sul Lago, dopo ciò
convergere su Brebbia e spingersi fino a S. Andrea, borgo che cavalca la
via Laveno-Varese ed ivi accamparsi gagliardamente.

Il capitano De Cristoforis doveva rimanere a Sesto con la sua compagnia,
sorvegliare il passo del Ticino, e se gli capitava il destro
impossessarsi di qualcuno dei vapori nemici, e sopratutto doveva
guardare la strada Sesto-Gallarate attirandovi il nemico, trattenerlo
quanto avesse potuto, e battere in ritirata su Varese se assalito da
forze superiori.

Tutto ciò stabilito, spinta un'altra pattuglia a Gallarate, per
mascherare una volta di più la sua mossa, verso le 5 di sera Garibaldi
staccava la marcia, e per le vie traverse di Corpegno, Varano, Bodio,
Capolago, tra fitte tenebre, attento a tutti i bivii, e sollecito a
tutti i rumori, con la truppa stanca, ma elettrizzata al contatto di
quella terra tanto agognata, s'accostava a Varese, dove circa le 11 di
sera incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di
popolo in delirio, vi entrò in trionfo, s'avviò difilato al Municipio ed
incontrato il Podestà lo abbracciava infiammando con l'ardente sua
parola che affascinava quanti l'ascoltavano; e prima di ritirarsi
pronunziava queste testuali parole, che la storia non può dimenticare:
«Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele non sarà mai troppo. _Io
non sono realista_: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti
riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l'Italia un
amore immenso, ma un culto, un'idolatria».

Quello che importava era provvedere alla difesa. L'Austriaco, scossa la
prima sorpresa, accorreva e serrava da ogni banda. Giulay conosciuta
l'invasione garibaldina, in risposta a quello di Garibaldi, bandiva un
suo proclama feroce, nel quale dopo avere annunziato il suo arrivo
concludeva. «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa
comune con la rivoluzione, verrebbero puniti col fuoco e con la spada».
E non dovevano essere parole soltanto.

Il giorno stesso spiccava dal grande esercito una colonna che a marcia
forzata, accorreva sul nuovo teatro di guerra; anche da Milano il
generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un corpo di
quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone. Fu questo corpo che il 25
di mattino andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De
Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni di una pagina di
storia indimenticabile, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo
in mano per quasi due ore con forze quattro volte inferiori, e
sgusciargli di sotto gli occhi, a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo
solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dalla mattina non
v'era più l'ombra di un garibaldino.

Intanto la colonna austriaca partita da Oleggio, il cui antiguardo fu
visto spuntare ad Olgiate la sera del 23, era in marcia su Varese, forte
di quattromila uomini con due batterie e due squadroni, comandata dal
tenente maresciallo Urban.

Varese giace in una conca di colline alcuna delle quali vestite di
macchie e di boscaglie che formano il suo baluardo. E tramezzo a
siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono
altrettante strade principali: ad oriente, quella che dalle falde di
Biumo conduce per Malnate, a Olgiate e a Como; a mezzodì, quella che
lambendo le pendici di San Pedrino e di Gubiano, va per Gallarate a
Tradate a Milano; ad occidente, quella che, traversati i poggi di
Masnago e Comerio, mena per Gavirate a Laveno, a settentrione, infine le
due strade d'Induno e di Sant'Ambrogio che spaccando le prealpi di
Valcuvia e di Valgana, portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Ora a
chi avesse considerata questa topografia, due cose risultavano notabili:
la prima, che la strada di Induno e di Valgana si allacciava
presso Biumo inferiore, alla strada di Como in guisa da formare
con essa un angolo retto; la seconda, che per il poggio di
Biumo Superiore s'incamminava nel quadrivio testè descritto,
Varese-Sant'Ambrogio-Induno-Como, e con la forte postura ne teneva la
chiave e la dominava.

Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l'attacco principale sarebbe
venuto dalla via di Como, non era però da trascurarsi, il supposto,
assai probabile, che l'Urban avrebbe compiuto un movimento aggirante per
la via Induno; nè molto meno era a rigettarsi come improbabile il caso
che i corpi incontrati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di
Laveno si muovessero a rincalzare di fianco e alle spalle l'assalto
principale, tentando di mettere i garibaldini tra tre fuochi.

Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da
potere all'evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di
troppo la propria linea e disseminare le forze; e Garibaldi non titubò.
Fissate due linee di difesa, l'una esterna, lungo l'arco
Biumo-Giubiano-San Pedrino e l'altra interna rasente gli sbocchi delle
principali vie di Varese, occupò coi carabinieri genovesi e un
battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo
Superiore, e vi piantò il suo Quartier Generale; mise a guardia di Biumo
Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due
barricate, una appoggiata alla Villa Litta Modignani, a custodia della
strada d'Induno, l'altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa
Merini, a sbarrare le vie di Como, assicurò su queste posizioni la sua
sinistra. Appostò indi un battaglione del primo Reggimento in faccia a
Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggiò
il suo centro; collocato tra Villa Pero e la Villa De Cristoforis a San
Pedrino, il rimanente del primo Reggimento sotto il comando di Cosenz, e
fatta asserragliare anche quella strada, afforzò la sua destra dal lato
di Milano; richiamò Bixio da Sant'Andrea, senza tralasciare di far
battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno,
munì di barricate tutti gli sbocchi di Varese e provvedere così alla sua
seconda linea; infine prescritte come eventuali linee di ritirata le
strade di Induno e Sant'Ambrogio, tutto ispezionato co' suoi occhi, a
tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attese di piè fermo
il nemico.

E questo non si fece aspettare lungamente, fin dalla sera del 25 gli
esploratori l'avevano segnalato a Olgiate. Un breve ma eloquente
manifesto del Regio Commissario Emilio Visconti-Venosta che diceva:
«Varesini, Voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in
Lombardia, Voi sarete i primi a difenderla» vi aveva preparato gli animi
ad accoglierlo degnamente e al mattino seguente infatti sullo scoccare
delle otto il nemico appariva innanzi a Belforte e il combattimento
incominciò.

Dei quattromila uomini che il generale Urban traeva seco, una parte,
l'aveva lasciata in riserva a San Salvatore forte posizione tra Binago e
Malnate; un altro battaglione di granatieri lo aveva inviato per
Casanuova e Cozzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada
d'Induno che Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri duemilacinquecento
fanti circa, la cavalleria, e quattro pezzi veniva ad assalire
direttamente Varese. Impadronitosi del poggetto di Belforte annunziò con
alcuni razzi il suo attacco, muovendo simultaneamente contro la sinistra
e il centro garibaldino; ma questi non si mossero ed attesero, come
Garibaldi aveva ordinato, a mezzo tiro il nemico e con pochi colpi ben
assestati l'arrestarono di botto. Ad un secondo e più gagliardo attacco,
i garibaldini usarono la medesima tattica. Infatti appena il nemico fu
presso la barricata della gran strada di Como, e spuntò al centro sulle
alture di Boscaccio, Medici con una brillante carica alla baionetta di
fronte, e Cosenz con un abile contrattacco di fianco, con poche forze,
ma con grande valore ributtarono l'assalitore fin sotto alle falde di
Belforte e lo forzarono a battere in ritirata su tutta la linea.

Garibaldi da Villa Ponti, donde aveva osservato le vicende della pugna,
visto che il nemico si ritirava, ordinò che s'inseguisse e scendendo di
galoppo sulla strada, si pose egli stesso a capo dell'inseguimento.

Il generale Urban era intanto arrivato a San Salvatore, dove aveva
lasciato la sua riserva, e, saputo del rovescio toccato ai suoi, si
apparecchiava a sua volta a sostenere l'assalto.

Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze, e quantunque la
posizione di San Salvatore fosse fortissima e serrasse la strada come un
contrafforte, non esitò ad ordinare l'attacco; occupato il poggetto
Raera fronteggiante San Salvatore, e fatto ripiegare Bixio che si era
troppo inoltrato, tenne a bada il nemico con vivissimo fuoco di
moschetteria, finchè sceso da Cozzone il Medici, spinse ad una carica
alla baionetta tutta la sua linea, costringendo gli Austriaci a lasciare
a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che
ad Olgiate.

All'annunzio della vittoria di Varese, l'agitazione patriottica divampò,
estendendosi rapidamente. I patrioti di Como fecero sapere a Garibaldi
che lo aspettavano frementi nella loro città; che molte pievi del Savio
s'erano sollevate, e che alcuni giovani armati si erano impadroniti dei
vapori del Lago ed erano passati alla causa Nazionale. Garibaldi promise
che avrebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito di
entrarvi, ma di occupare una buona posizione che gli avesse permesso di
dar la mano agli insorti del Lago, e di riassaltare di conserva con loro
l'austriaco.

Date le opportune disposizioni per la sicurezza di Varese, all'alba del
27 col primo reggimento in testa s'incaminava con tutta la brigata per
la via che per Olgiate e Cavallasca mette a Como.

Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin
e Scoffgotsche) che facevan montare le sue truppe a ben diecimila
uomini, aveva preso posizione difensiva fra la strada medesima e l'altra
più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e
colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Breccia, il centro a San
Fermo, la destra al Prato di Porè sul lago, si preparava a sostenere
l'assalto. Se non che, male esperto delle abitudini tattiche di
Garibaldi, egli se l'aspettava nel piano, alla sua sinistra e quindi per
rinforzare questo punto aveva malaccortamente indeboliti gli altri.
Garibaldi invece aveva l'occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate
arrestava la colonna, metteva in posizione tutto il primo reggimento sì
da far credere si preparasse allo assalto, tenne a bada il nemico per
più ore, e allo scoccar del mezzogiorno, coperto dal reggimento Cosenz,
voltava repentinamente a sinistra per gli erti viottoli che salivano a
Geranico al Piano ed a Porè; e giungeva a Cavallasca in faccia a San
Fermo. Quivi, spiate dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche,
Garibaldi stabiliva prontamente il suo piano di battaglia e ne ordinava
con pari celerità l'esecuzione. Al colonnello Medici ed al suo
reggimento l'onore del primo assalto; De Cristoforis con due compagnie
doveva attaccare di fronte la chiesa di San Fermo; Susini-Millelire con
una compagnia doveva attaccarla da sinistra, quella del Vacchieri da
destra; altre compagnie, condotte dal Gorini, e tutte comandate dal
Medici in persona, dovevano calare sulla strada San Fermo-Rondinello e
minacciare il nemico.

Il primo cozzo fu tremendo; i cacciatori austriaci armati delle loro
eccellenti carabine, appiattati attorno al parapetto del piazzale della
Chiesa, che s'innalzava sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le
finestre delle case circostanti battevano con un fuoco micidiale di
fronte e di fianco, i primi assalitori e cioè la compagnia De
Cristoforis, che rigò del sangue dei suoi migliori la via infuocata;
cadde colpito gravemente il tenente Pedotti; cadde, lacerate le visceri,
il capitano De Cristoforis; cadde, fracassata una spalla, il tenente
Guerzoni ed altri, ed altri; la compagnia decimata balena s'arresta un
istante, ma non indietreggia. Nel frattempo l'assalto ai due fianchi si
spiegava ed incalzava; un battaglione austriaco si lanciava alla corsa
da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici che lo arresta, e
con una carica furiosa riesce a rovesciarlo; altre compagnie dei nostri
subentrano a rinforzare l'assalto, sicchè il nemico ormai circuito,
sgominato, rotto, volta in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.

Garibaldi non indugiò un istante ad occupare le posizioni espugnate, e
mentre Medici s'afforzava tra Rondinello e Breccia, e Bixio chiudeva
gl'intervalli tra S. Fermo e Rondinello, il maggiore Quintini si
piantava col battaglione ed alcune compagnie del secondo reggimento a
San Fermo; ed altre compagnie si stendevano a sinistra verso Cima la
Costa. Ma ancora il nemico non si dava per vinto, il generale Augustin,
raccolte tutte le sue forze, le spinse parte a destra, su Cima la Costa,
per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca, per riafforzare
l'altura di sopra la Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa
fu condotta con rapidità; ma vegliava Garibaldi, e vegliavano i suoi
luogotenenti; onde appena l'assalitore giunse a mezzo tiro della nostra
linea, il Cosenz a sinistra di Cima la Costa, il Medici a destra da
sopra la Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio,
giù per la strada d'onde era venuto, fino a che Garibaldi adocchiata da
Cima la Costa quella seconda più rovinosa ritirata, vide possibile
quello di cui prima dubitava, cioè la presa di Como; e vi si preparò
senz'altro.

Ordinò che si raccogliessero e riordinassero le forze; spedì Simonetta
con alcune guide ad esplorare i dintorni della città, e lasciata una
buona retroguardia a San Fermo, marciò a notte fatta giù per la tortuosa
via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l'austriaco
aveva abbandonato Como vi entrò risolutamente.

Non può descriversi la festosa sorpresa della città; una piena di popolo
trasognato accorse ebbro, frenetico; Garibaldi baciato, benedetto,
toccato come un santo, è portato in trionfo fino al palazzo del Comune.
Ma nella gioia di una intera città egli non smarrì un solo istante la
mente; e tosto diede opera a custodire le sue spalle, mandando Medici,
infaticabile quanto lui, a vegliare sulla strada di Camerlata, dove
ancora s'accalcava minaccioso il nemico.

L'alba dell'indomani però chiariva che l'ultimo austriaco era scomparso
da Camerlata e che ormai tutta la colonna dell'Urban s'era riconcentrata
tra Barlesina e Monza sulla via di Milano.

L'Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emigrare, si trovava a New York
quando i giornali diedero la notizia che Vittorio Emanuele aveva
sguainata la spada per l'indipendenza italiana.

Non perdette tempo--col primo Pacchetto in partenza il «Devonshire»
s'imbarcava per Londra e presa la via di Calais per la Svizzera
raggiungeva Garibaldi a Como il 28 maggio e subito si presentava al
generale sotto gli auspici del padre, già amico suo fin da quando era in
America. All'udire che colui che gli stava davanti era il figlio del
fucilato Antonio Elia, volle baciarlo e tenendogli stretta la mano, con
accento commosso gli disse parole di affetto paterno e volle che stesse
al quartier generale. Da quell'ora l'Elia seguì sempre Garibaldi con
venerazione filiale.

Garibaldi non era uomo da stare ozioso; affidò a Camozzi, Commissario
Regio per Bergamo, l'organizzazione militare; lasciò la compagnia del
Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi, inviò
con lo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati come
meritavano i suoi bravi cacciatori delle Alpi, e concessa loro per
riposarsi tutta la giornata del 28, la mattina del 29, senza svelare ad
alcuno il suo disegno, fece battere l'assemblea, e si pose in marcia,
col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti,
dagli infermi e dai distaccati, per Olgiate e Varese.

Dove si andava? a che mirava il generale? a qualcuno dello stato
maggiore che lo interrogò «Andiamo, risponde, a incontrare i nostri
cannoni a Varese». Infatti il ministro della guerra aveva deciso
d'inviare ai cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna: ma i
cannoni erano un pretesto, o tutto al più uno scopo secondario, altro
era l'intendimento di Garibaldi.

Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago
Maggiore; voleva quindi impadronirsi di Laveno che ne era uno dei punti
dominanti. Marciava per ciò a quello scopo, fidando nella rapidità e
segretezza delle sue mosse.

Passata la notte del 30 a Varese, mosse all'alba dell'indomani per la
gran strada di Laveno; giunto a Germonio, sostò per studiare il piano e
raccogliere notizie dopo di che decise di tentare di notte la sorpresa
del forte: e si inoltrò con la brigata fino a Citiglio, lasciò dietro di
sè a Brenta il secondo Reggimento, ed a Germonio sulla strada di Varese
il terzo, mandò segretamente Bixio e il Simonetta nell'altra sponda del
Lago, perchè vi raccogliessero barche ed armati, con cui tentare un
abbordaggio contro qualcuno dei vapori Austriaci ancorati a Laveno; e
ciò disposto voltò a sinistra per Mombello e andò a collocarsi a due
chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per
attaccarlo.

Gli ordini erano buoni; i soli possibili; e se a frustrarli non avesse
cospirato quel nemico fatale in tutte le imprese notturne, il buio,
causa di confusione, d'equivoci, di terrori, il colpo sarebbe riuscito.
Il capitano Bronzetti che doveva con la sua compagnia cogliere di
sorpresa il Castello dal lato settentrionale, venne abbandonato dalle
guide, perdette la via e non arrivò al posto. Il capitano Landi, che
doveva con un'altra compagnia sorprendere il Castello dal lato
meridionale, incontrò una strada coperta, gremita di nemici, dove
credeva trovare un orto indifeso; scoperto, prima del tempo dalle
vedette, combattè per più di un'ora valorosamente, lasciando sul terreno
non pochi de' suoi, sino a che feriti i suoi luogotenenti Gastaldi e
Sprovieri e ferito egli stesso fu costretto a ripiegare ed a ritirarsi,
conducendo seco i feriti. Il forte desto dall'allarme, diede fuoco a
tutte le sue batterie, tempestò di palle il terreno circostante,
comunicò l'allarme ai Vapori, che, accortisi delle barche condotte dal
Bixio e dal Simonetta, le presero a bordate mettendo ben presto lo
spavento nella ciurma inesperta, che si sgominava, e nonostante le
preghiere, le minacce degli intrepidi condottieri voltavano
precipitosamente le prue.

Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi visto fallito il
tentativo, ordinava la ritirata su Cittiglio, colà si ricongiungeva in
buon ordine ai corpi che aveva lasciato a Brenta ed a Gemonio, con
intendimento di ritornare a Varese.

Però la mattina del 31 maggio si ebbero non liete novelle. Il generale
Urban marciava minaccioso e ringagliardito su Varese; sicchè Garibaldi
dovette prudentemente mutar pensiero, e risalire la via di Valcuvia,
dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi.

Ma era difatti la giornata del 31 al tramonto, che Urban compariva con
due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San
Pedrino dominanti Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva
dodicimila uomini e diciotto pezzi d'artiglieria; sbuffava fuoco e
fiamme, annunziava alla città ribelle strage e rovina, la multava
dell'enorme tributo di tre milioni, oltre grande quantità di
provvisioni, prendeva ostaggi numerosi, li minacciava ad ogni istante di
morte, e non vedendo subito soddisfatte le sue insensate pretese, apriva
contro di essa un furibondo bombardamento abbandonandola poi per più ore
al saccheggio.

Intanto che Varese subiva l'infernale flagello, Garibaldi scendeva da
Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina
del 1º giugno, giù fino a Sant'Ambrogio e Robarello, discosti un'ora da
Varese, sfidando il nemico.

Più bella occasione pel generale austriaco di vendicarsi di quel
brigante di Garibaldi non gli si poteva dare. Aveva giurato che lo
avrebbe impiccato con tutti i suoi: ed ora che lo teneva quasi nelle
unghie, appena ad un tiro di cannone, in una posizione quasi disperata,
e presso a schiacciarlo di un sol colpo con forze quadruplicate, perchè
non lo assaliva? Perchè se ne stette immobile dietro Varese, occupato
soltanto a bombardare una città inerme, non rispondendo alla sfida
temeraria dell'eroe?

Il perchè è un mistero! Il fatto si è che l'Urban lasciò passare tutta
quella giornata senza fare un passo, senza tentare nemmeno una
ricognizione a fondo, e, soltanto, la sera si decise ad occupare la
posizione di Biumo superiore temendo di essere attaccato. Intanto più
grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra.

                                    *
                                   * *

Fra il 27 e 28 maggio l'esercito alleato iniziava quel gran movimento di
fianco dal Po al Ticino, che fu la più abile manovra strategica della
campagna.

Il 29 maggio l'esercito Sardo, meno la quinta divisione rimasta a difesa
della riva destra del Po, si concentrava sopra Vercelli per passare la
Sesia sui ponti che vi erano stati gettati. Il 30 la divisione Cialdini
passò per la prima. Il nemico occupava tutti i villaggi sparsi in faccia
alla Sesia e dominava il paese; a Palestro poi aveva concentrati i più
grandi mezzi di resistenza. Vi aveva piantato batterie per dominare il
fiume e per battere d'infilata la strada. Aveva inoltre coronate le
cime delle alture di forti parapetti per tenere al coperto la fanteria,
e scavati dei fossi nei lati, pure protetti di parapetti, dietro ai
quali stavano numerose truppe, mentre molti cacciatori tirolesi erano
appostati dietro gli alberi e nelle case da dove fulminavano gli
assalitori.

Vittorio Emanuele dirigeva in persona le operazioni militari. Il 6º e 7º
bersaglieri formavano l'avanguardia con una sezione d'artiglieria ed uno
squadrone di cavalleggeri d'Alessandria; il generale Cialdini marciava
alla testa.

Al terzo ponte che taglia la strada, gli esploratori incontrarono gli
avamposti austriaci; accolti da fitte scariche di fucile e di mitraglia
i nostri non si arrestarono, si cacciarono risolutamente di corsa,
invadendo il ponte e vi si stabilirono, mentre il 17º bersaglieri
guidato dal suo comandante Chiabrera si precipitò con slancio
irresistibile sulla difesa di destra, snidò i cacciatori nemici
imboscati nei declivi, e la quarta divisione con rapidità fulminea, con
foga irresistibile metteva in fuga il nemico e s'impadroniva di
Palestro. La terza divisione rafforzata dai reggimenti 5º cavalleria e
Piemonte Reale, traversata la Sesia marciava sopra Vinzaglio,
fortemente occupato dal nemico. La divisione piombò in colonne serrate
sul villaggio; non vi furono ostacoli validi ad arrestarla; i
battaglioni divoravano lo spazio e fatta una scarica si avventavano sul
nemico colla punta della baionetta--questo non resistè all'urto
terribile e, come a Palestro, abbandonò il villaggio e si ritirò su
Confienza.

L'imperatore dei francesi, prevedendo che l'esercito italiano avrebbe
dovuto sostenere aspre battaglie, staccava dal 5º corpo il 3º reggimento
Zuavi, ed ordinava al colonnello Chabron di mettersi a disposizione di
Vittorio Emanuele. Il Re, sicuro che gli austriaci avrebbero fatto tutti
gli sforzi per riprendere l'importante posizione di Palestro, ordinava
al colonnello dei Zuavi di dirigersi su quella posizione.

Verso le dieci del 31 maggio gli austriaci sboccando per le strade di
Robbio e di Rozano diedero di cozzo negli avamposti piemontesi che li
accolse con fuoco ben nutrito. Ma erano tre le colonne d'attacco che si
avanzavano in grandi masse compatte, ed obbligavano i nostri a ripiegare
sul villaggio.

Il 20º reggimento che trovavasi a sinistra della strada di Robbio fu
pure obbligato a ritirarsi sull'alture ma non rallentò il fuoco; il
nemico però ingrossando sempre, minacciava di schiacciare le poche e
intrepide nostre truppe; accorse in quel frangente il prode colonnello
Brignone conducendo con se alcuni battaglioni, ed i Piemontesi prendendo
l'offensiva, si lanciarono contro il nemico e lo respinsero al di là
delle linee degli avamposti.

Il generale Cialdini accorso, si avvide che le manovre del nemico
tendevano ad aggirare la sinistra della sua posizione; vi mandò tosto
alcuni battaglioni che raccolse con una sezione d'artiglieria comandata
dal bravo capitano Ponzio-Vaglia, mentre il 7º bersaglieri si slanciò
addosso al nemico, minacciante il ponte gettato sulla Sesia e fa
occupare vigorosamente gli approcci di Palestro affine d'impedire al
nemico la marcia sul villaggio; la lotta si fa accanita, le grosse
colonne austriache comandate dal feld Maresciallo Zobel, sorrette da
numerose compagnie di tirolesi e dall'artiglieria, si avanzarono
risolutamente contro le truppe piemontesi che tennero fermo, incuorate
dalla presenza di Vittorio Emanuele; coprendosi di gloria. Proprio nel
più caldo del combattimento il colonnello Chabron lanciò i suoi Zuavi
all'attacco: questi, come un uragano, sotto gli occhi del Re di Piemonte
si gettarono sopra agli austriaci; nessun ostacolo, nessuna resistenza
li arresta; invadono le difese nemiche si gettano sopra ai cannoni: gli
artiglieri austriaci non hanno tempo di caricare i pezzi perchè le
terribili baionette ne fanno strage; riescono vani i tentativi della
fanteria che accorse per salvarli e i cinque cannoni furono preda dei
vincitori; non si arresta il reggimento, si slancia sulla strada e,
seguendo Vittorio Emanuele che con la spada li invita all'attacco, si
avventa contro le masse austriache impegnate in furiosa lotta coi
piemontesi, e così i soldati delle due nazioni si frammischiarono nel
combattimento e nella gloria, investendo il nemico alla baionetta.
Questo fortemente trincerato sul ponte della Brida, fortificatosi in una
grande masseria, munita di cannoni e di feritoie, preclude il passaggio
del ponte; ma zuavi e piemontesi non si sgomentano, nè si arrestano;
animati dalla presenza del re e dall'esempio degli ufficiali,
s'avventano sul ponte, sui cannoni, che sono presi dai piemontesi;
nella masseria è una lotta terribile, corpo a corpo, e gran numero di
nemici trovano la morte nel fiume che li travolge nei gorghi delle sue
acque.

La vittoria dei nostri fu completa, oltre ventimila erano gli austriaci
combattenti, numerosissimi furono quelli rimasti sul campo, circa
cinquecento trovarono la morte nel fiume, gli austriaci perderono fra
morti feriti e prigionieri oltre seimila uomini; i nostri circa duemila
uomini fra morti e feriti. Trofeo della vittoria furono, oltre mille
prigionieri, cinque cannoni presi dai zuavi e tre dai piemontesi. La
campagna s'iniziava splendidamente!

I Zuavi per rendere omaggio al valore del Re, vollero portare al suo
quartier generale la sera stessa del 31 i cannoni tolti al nemico.

Il Re grato del delicato pensiero di quei valorosi, scrisse al
colonnello Chabron la seguente lettera:

                                          Torrione, 1 giugno 1859

Sig. Colonnello,

«L'Imperatore nel porre sotto ai miei ordini il 3º reggimento degli
Zuavi mi ha dato un prezioso attestato di amicizia. Io ho creduto di
non poter meglio accogliere questa truppa scelta, che fornendole
immediatamente l'occasione di aggiungere un nuovo glorioso fatto a
quelli che sui campi di battaglia d'Africa e di Crimea hanno reso così
terribile al nemico il nome degli Zuavi. Lo slancio irresistibile con
cui il vostro reggimento, sig. Colonnello, ha mosso ieri all'assalto, ha
meritato tutta la mia ammirazione. Avventarsi contro il nemico alla
baionetta, impadronirsi di una batteria, sfidando la mitraglia, è stato
l'affare di pochi istanti. Voi dovete essere altero di comandare a
siffatti soldati, ed essi debbono essere felici di obbedire ad un capo
quale voi siete. Io apprezzo altamente il pensiero che hanno avuto i
vostri Zuavi di condurre al mio quartier generale i pezzi d'artiglieria
presi agli austriaci, e vi prego di ringraziarli in mio nome. Io mi
affretterò d'inviare questo bel trofeo a S. M. l'Imperatore, al quale ho
già fatto conoscere la bravura impareggiabile con cui il vostro
reggimento si è battuto ieri a Palestro ed ha sostenuto la mia estrema
destra.

«Vogliate, sig. Colonnello, far noti questi miei sentimenti ai vostri
Zuavi».

L'Imperatore Napoleone, desideroso di mostrare la sua ammirazione pel
cavalleresco alleato e di soddisfare il voto dei Zuavi, decise che il Re
di Sardegna sarebbe pregato di volere accettare i cannoni. E così fu
infatti.

Ma un altro regalo di non minor gradimento pel Re doveva venirgli dai
bravi Zuavi.

L'indomani mattina, quando Vittorio Emanuele si recava a visitare i suoi
valorosi camerati della vigilia, ed a consegnare al Colonnello Chabron
il decreto col quale decorava colla medaglia d'oro la bandiera del suo
reggimento, il più anziano dei Zuavi gli partecipava che il reggimento
lo aveva acclamato suo Caporale e lo pregava di accettare. «Ben
volentieri amici miei» rispose il Re commosso di quel segno di simpatia
«d'ora innanzi io appartengo a voi».

Così Vittorio Emanuele fu nominato Caporale dei Zuavi, come altra volta
Napoleone Bonaparte era inalzato allo stesso grado a Montenotte.

                                    *
                                   * *

In seguito a questi avvenimenti il generalissimo austriaco, sicuro che
ormai l'aspettava una grossa battaglia sul Ticino, aveva pensato a
rafforzarsi, e s'era affrettato a richiamare la divisione Urban da
Varese, dandole per obiettivo Turbigo.

                                    *
                                   * *

Mentre avvenivano questi fatti, gli austriaci in grandi masse, comandati
dall'Arciduca Carlo, dalle alture di Montebello dimostravano, coi loro
movimenti del 19 maggio proseguiti il 20, essere loro intenzione di
stringere in un cerchio di ferro e di fuoco la 1ª divisione
dell'esercito francese, comandata dal generale Forey, prima che fosse
riunita ed in ordine di battaglia; bisognava ad ogni costo arrestare il
movimento girante delle grandi masse nemiche.

Il generale Forey vi si preparò arditamente, ordinando al colonnello
Cambriels di riunire quanti più uomini può della sua divisione in
marcia, e con questo piccolo numero di valorosi, elettrizzati
dall'ardente coraggio del generale e del loro colonnello, con audacia
senza pari si slanciò contro il nemico tre volte superiore di numero, lo
arrestò e gli tenne testa. Ma la lotta ineguale non può durare a lungo,
molti dei bravi cadono colpiti a morte fra i quali il maggiore
Lecretelle che combatteva da eroe alla testa del suo battaglione;
bisognava difendere passo-passo il terreno per impedire al nemico di
avanzare e dare tempo al resto della divisione di arrivare sulla linea
del combattimento; ma il nemico con forze preponderanti pressa, si
avanza, e la resistenza ulteriore diviene ormai impossibile; quando per
grande fortuna in quel critico momento un reggimento di cavalleria
piemontese (Monferrato) comandato dal valoroso generale De Sonnaz si
slanciò vigorosamente all'attacco in soccorso dei fratelli d'armi di
Francia e con ripetute cariche irresistibili, si gettò contro le masse
austriache che ne furono sgominate e costrette a sbandarsi e a cedere
terreno.

Intanto giunsero al generale Forey i desiderati rinforzi del resto della
sua divisione.

Il combattimento si fece sempre più accanito da ogni parte; il generale
Forey ordinò al brigadiere Beuret un supremo attacco alla baionetta; gli
austriaci non resistendo all'urto sono obbligati a cedere terreno; si
arrestano, però, al Cimitero di Montebello del quale fanno la loro
estrema base di difesa. Bisognava sloggiare il nemico da quell'ultimo
formidabile riparo; ancora uno sforzo: e, gridando ai suoi bravi
soldati:

«--Allens, mes enfants, arrachons a l'ennemi son dernier abrì! Suivez
votre generale».--Il valoroso Forey si slanciò alla testa dei suoi
contro la posizione nemica. Il Cimitero fu investito con slancio furioso
ed il terreno venne seminato di morti e feriti--primo a cadere
mortalmente colpito fu il generale di brigata Beuret; ma niente arrestò
la foga degli assalitori che, scavalcato il muro del Cimitero
investirono il nemico colla punta della baionetta menandone strage.

Alle ore sei e mezzo il nemico era in rotta precipitosa verso Casteggio,
inseguito alle reni per buon tratto di via. La vittoria di Montebello,
nella quale la 1ª divisione comandata dal prode generale Forey si
copriva di gloria, inaugurava brillantemente la campagna che doveva
procedere di vittoria in vittoria.

In questo combattimento anche le brave truppe piemontesi comandate dal
valoroso De Sonnaz ebbero la loro parte di gloria.

                                    *
                                   * *

Il 4 di giugno a Magenta e a Ponte Vecchio si decideva delle sorti di
quella memoranda giornata.

Avanti e dentro Magenta il combattimento fu accanito oltre ogni
credere. Gli austriaci vi avevano concentrate tutte le truppe del loro
centro lasciando la sola brigata Rammindz in riserva. Le truppe degli
alleati fecero sforzi i più eroici per sloggiarli; i loro soldati
caddero sotto il fuoco violento dei ripetuti contrattacchi. Nel momento
il più caldo e decisivo il generale d'artiglieria Auger ebbe
un'ispirazione felice; seguendo il movimento dell'estrema destra riuscì
a piantare, un dopo l'altro, 42 pezzi d'artiglieria sull'argine della
ferrovia ed il loro fuoco a mitraglia fece orribili vuoti nelle file
nemiche, e portò lo sgomento nelle brigate del 1º 2º 7º e 3º corpo che
combattevano unite: i francesi e due battaglioni di bersaglieri italiani
si slanciarono con impeto irresistibile contro il nemico che non resse
all'urto tremendo, si ruppe e si dette alla fuga. Alle 8 di sera le
truppe francesi entrarono a Magenta. Gli austriaci vi perdettero due
bandiere, quattro cannoni e circa quindicimila uomini fra morti, feriti
e prigionieri.

La vittoria di Magenta ebbe per immediata conseguenza non solo la
sollevazione di Milano e di tutta la Lombardia, ma pur quella dei Ducati
e delle legazioni pontificie.

Il giorno 8 di giugno, dopo un accanito combattimento di tre ore i
francesi sloggiarono gli austriaci, comandati dal Principe di Sassonia
ed occuparono Melegnano.

Il giorno 10 gli austriaci sgombrando Lodi batterono in piena ritirata
sulla sinistra dell'Oglio.

Il giorno 16 occupate forti posizioni dietro il Chiese attesero di piè
fermo gli alleati. Lonato e Castiglione furono i due punti salienti sui
quali la linea spiegò la sua azione.

L'imperatore Napoleone e Vittorio Emanuele conosciuta la ritirata dei
nemici nell'interno del quadrilatero ordinavano il passaggio del Chiese
e l'occupazione delle ultime colline che tra questo fiume e il Mincio
rannodano la grande catena delle Alpi alla pianura Lombarda.

Il giorno 23 al Maresciallo Mac-Mahon venne ordinato di fare
ricognizioni generali tra il fronte dell'esercito e il Mincio.

Intanto all'imperatore Francesco Giuseppe giunsero grandi rinforzi:
cambia, perciò, tattica e risolve di prendere l'offensiva. Divise le sue
forze in due grossi corpi di armata, il 23 passava il Mincio sopra 11
ponti gettati fra Peschiera e Goito, spingendo avanti forti
ricognizioni, onde conoscere al giusto le posizioni degli alleati.

Dalla situazione dei belligeranti è provato che gli austriaci portavano
in campo nell'imminente battaglia 150 mila fanti, 13 mila cavalli e 688
pezzi di cannone, mentre gli alleati mettevano in linea 140 mila fanti,
15 mila cavalli e 522 pezzi d'artiglieria.

Il giorno 24 i due eserciti si pongono in marcia l'uno verso l'altro,
senza sapere che andavano rispettivamente ad urtare il grosso del
nemico.

Il Maresciallo Baraguay partito alle tre del mattino per la strada di
montagna che va da Esenta su Solferino, trovava i posti di Fontana e le
Grotte occupati dagli austriaci e impegnava un accanito combattimento.

Il Maresciallo Mac-Mahon, che si era messo in marcia alle due e mezzo
antimeridiane per la gran strada che da Castiglione va a Mantova, a
cinque chilometri dal primo villaggio, vedeva il 7º cacciatori a cavallo
incontrare gli avamposti del nono corpo austriaco, che aveva occupato
casa Merini.

Il Maresciallo fece prendere dai suoi immediatamente casa Merini e se ne
servì di base per lo spiegamento delle sue forze.

Così avvenne di tutti gli altri corpi in marcia, i quali si urtarono
contro il nemico pure in marcia.

L'imperatore Napoleone ai primi colpi di cannone era montato a cavallo e
senza indugio diede gli ordini per la battaglia.

Per descrivere le vicende di quel sanguinoso e memorabile combattimento,
il più glorioso che ebbe a sostenere la Francia dopo la battaglia di
Marengo ci vorrebbe un volume.

A Solferino l'esercito francese si coprì di gloria.

                                    *
                                   * *

L'armata Sarda secondo gli ordini ricevuti da Vittorio Emanuele doveva
portarsi il 24 a Pozzolengo. Il quartiere generale ordinava alla 1ª 3ª e
5ª divisione di esplorare il terreno con cura, mediante numerose
ricognizioni. In conseguenza la brigata granatieri della 1ª divisione,
postasi in moto alle 4 del mattino, era preceduta da un battaglione di
bersaglieri, uno di fanteria, uno squadrone di cavalleggeri
d'Alessandria ed una sezione d'artiglieria; la 3ª divisione aveva spinto
quattro ricognizioni sulla strada che costeggia il Lago e la ferrovia;
la 5ª inviò il suo capo di Stato Maggiore Colonnello Cadorna con l'8º
bersaglieri, un battaglione dell'11º, una sezione d'artiglieria ed uno
squadrone cavalleggeri di Saluzzo per la strada Sugana nella direzione
di Pozzolengo.

La ricognizione della 1ª divisione che costituiva la destra
dell'esercito Sardo, incontrati gli avamposti austriaci in Val di
Quadri, attaccò il nemico, ma essendo questi in forze assai superiori
dovette retrocedere fino verso Fenile Vecchio per ricongiungersi al
grosso della divisione. Questa si slanciò sulla posizione austriaca e se
ne impossessò; ma gli austriaci rinforzati gagliardamente tornarono alla
carica e vi fu un momento in cui i granatieri Sardi furono per essere
sopraffatti, ma l'arrivo della brigata Savoia li salvò. Sulle alture di
Monte Polperi l'arrivo di nuovi rinforzi rende il combattimento
ostinato, micidiale; nè Piemontesi nè austriaci, guadagnano terreno, ma
infine gli austriaci sono obbligati alla ritirata, e La Marmora fa
avanzare i suoi che occuparono Madonna della Scoperta; là vi ricevè il
rinforzo della brigata Piemonte e si mette in marcia per Pozzolengo.

Il Colonnello Cadorna della 5ª divisione avanzandosi per la strada
Sugana incontra alle cascine di Ponticello gli avamposti del corpo di
Benedeck; per rendersi conto della loro forza spiegò immediatamente le
sue poche truppe, mandando ad avvisare il generale Mollard onde
accelerasse la marcia. Gli austriaci, che erano in forze preponderanti,
accettarono la sfida e, malgrado la resistenza eroica delle poche truppe
che loro stanno di fronte, riescirono ad impadronirsi delle alture della
Casetta e S. Martino occupandole solidamente. Alle 10 del mattino il
generale Mollard vedendo sboccare la brigata Cuneo la spiegò in due
linee fra la strada Sugana e Casa Nuova e procedè all'assalto. Il 7º e
l'8º reggimento si slanciarono alla baionetta sostenuti dal fuoco di una
batteria e da alcune cariche dei cavalleggeri di Monferrato, giungono
due volte sul culmine dell'altura, ma non riescono a scacciarvi il
nemico che la tiene solidamente e sono costretti alla fine di ritirarsi,
protetti dalle batterie della sopraggiunta divisione Cucchiari; la
brigata Acqui si portò anche essa in linea e tutte queste truppe si
precipitarono sotto una pioggia di fuoco all'assalto di S. Martino e se
ne rendono padroni; ma Benedeck lanciò le sue riserve intatte sul
fronte e sul fianco dei Piemontesi; ed è allora che la 5ª divisione
mitragliata a pochi passi, contrattaccata vivamente, balena e non
trovandosi sostenuta fu costretta a ripiegare e a retrocedere in buon
ordine fino a mezza strada di Rivoltella. Il generale Mollard ridotto
alle sole sue forze prende posizione alla Cascina di Retinella colla
brigata Pinerolo in prima linea e vi si tiene.

Intanto il generale Fanti--riserva generale dell'armata Sarda--era stata
inoltrata secondo gli ordini imperiali verso Solferino, ma alle 12 le
altre tre divisioni strette seriamente da Benedeck con grandi forze,
domandando rinforzi, il Re Vittorio Emanuele dava l'ordine di spedire la
brigata Piemonte a Madonna dello Scoperto, ove La Marmora avrebbe preso
il comando superiore, mentre la brigata Aosta, col quartier generale, si
sarebbe rivolto a S. Martino.

All'arrivo della brigata Aosta, il generale Mollard, che era l'anima di
tutti i movimenti offensivi, la formò su due linee colla sinistra alla
ferrovia; la brigata Pinerolo si collocò alla sua diritta identicamente
disposta, aggregandosi il 7º reggimento, mentre l'8º stava in riserva.
Il punto di direzione di queste truppe è la Contracania, mentre sei
compagnie con due pezzi di cannone si volgono sulla sinistra austriaca
dietro le alture di S. Girolamo. Appena fosse giunta in linea la 5ª
divisione era dato ordine di cominciare l'attacco generale. Ma in quel
punto scoppiò un forte uragano che obbligò la sospensione di qualunque
operazione.

Fin dalle prime ore del mattino si combatteva con gran valore e con
straordinario accanimento--erano le sette di sera e per quanti sforzi
eroici si fossero fatti dai nostri non si era potuto sloggiare il nemico
dalle alture di S. Martino, da dove opponeva indomita resistenza.--Molte
erano state le perdite. Vi era rimasto ucciso il colonnello Rovetta e il
Maggior Bosio del 6º reggimento: feriti il generale Cerale, il generale
Arnaldi, il colonnello Vialardi del 5º, il Colonnello del 6º, i maggiori
Polastri, Botteri e molti altri ufficiali.

Cessato l'uragano fu deciso di fare uno sforzo supremo con un assalto
generale per strappare al nemico il possesso di posizioni con tanto
accanimento disputate; il piano concepito stava per essere posto in
esecuzione con quella simultaneità da cui solo potevasi sperare
vittoria.

Il 14º era all'estrema destra, poi verso sinistra veniva il 7º, indi
Aosta, poscia Casale, e un battaglione dell'8º, in ultima Acqui. L'8º
battaglione bersaglieri col 14º, il 1º con Aosta, il 5º col 17º.

Cerale, che quantunque ferito non si ritirava dall'azione, domandava al
generale Mollard aiuto di artiglieria e tosto venti pezzi erano condotti
dal valente maggiore Revel e posti in buona posizione.

Appena le truppe si posero in movimento, un fracasso assordante delle
artiglierie che battevano di fronte e di fianco, avvertiva il nemico che
i nostri stavano per piombargli addosso. Centinaia di tamburi battevano
la carica, le trombe dei bersaglieri la suonavano ai punti estremi ed al
centro; un urrah generale scoppiava da un punto all'altro delle colonne
convergenti che, a baionetta spianata, si slanciavano sulla posizione e
ne toccavano la cima. I generali, gli ufficiali, tutti alla testa dei
loro soldati, incuoravanli col grido «Avanti, avanti». Il nemico ne fu
scosso, non sostenne l'urto tremendo, cominciò ad oscillare ed infine
voltate le spalle si diede alla fuga; e allora l'Avogadro, comandante
il 2º squadrone di cavalleria, collo assenso del colonnello Ricotti lo
assalì con carica brillantissima, lo sbaragliò e lo pose in rotta
disordinata verso Pozzolengo, lasciando nelle nostre mani numerosi
prigionieri.

Il combattimento aveva durato dalle sette del mattino fino alle nove di
sera: quattordici ore! fu uno dei più lunghi ed ostinati combattimenti
che gli annali delle battaglie ricordino.

Trofei della vittoria furono cinque cannoni, non pochi prigionieri, fra
cui parecchi ufficiali.

Così la sera del 24 giugno prendeva posto, tra le glorie dell'esercito,
la battaglia di S. Martino.

La memorabile giornata del 24 fu chiamata di Solferino e S. Martino dal
nome dei luoghi sui quali ne venne deciso l'esito.

Le truppe alleate hanno dovunque combattuto con grandissimo valore. I
Piemontesi si diportarono in modo degno di grande lode, dacchè è certo
che le loro 3 divisioni 1ª 3ª 5ª hanno avuto a fronte 7 brigate
austriache, quasi un terzo di forze superiori; e, quel che è peggio,
situate in ottime posizioni difensive.

Bella la vittoria di S. Martino--tale da rendere immortali quanti vi
presero parte.--Molti furono gli atti di supremo valore che
meriterebbero di essere qui ricordati. Ma per farlo non basterebbe un
intero volume. Merita di essere segnalato quello di un valoroso giovane
tenente Besozzi Giuseppe, ufficiale d'ordinanza del colonnello
comandante il 17º reggimento: questo bravo, quantunque ferito due volte
gravemente, con ferrea volontà, con sforzo sovrumano volle continuare il
suo servizio--e resistette per tutto il tempo che durò il combattimento;
solo acconsentì a farsi medicare quando cambiata la linea del suo
reggimento non trovossi più esposto al fuoco nemico.

Questo valoroso veniva decorato colla croce dell'ordine militare di
Savoia e portato all'ordine del giorno dell'esercito.

Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, Napoleone III emetteva il
seguente ordine del giorno:

Soldati!

«Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta cannoni e seimila prigionieri.
L'esercito Sardo ha lottato con grande valore contro forze superiori.
Esso è degno di marciare al vostro fianco. Soldati! tanto sangue versato
non sarà inutile per la gloria della Francia e dell'Italia e per la
felicità dei popoli».

                                                  _Napoleone._

                                    *
                                   * *

Mentre l'Urban, lasciata una forte retroguardia a Varese, contromarciava
col grosso della sua divisione su Gallarate diretto al Ticino, Garibaldi
ignaro di questa improvvisa ritirata, levato nel tempo stesso il suo
campo da Induno, per Arcisate, Rodero, Casanova arrivava a Como fra il
tripudio di quella cittadinanza che da quattro giorni paventava di
rivedere ad ogni istante gli austriaci.

La vittoria delle armi alleate spalancava loro le porte di Milano,
mentre gli austriaci erano obbligati a ritirarsi precipitosamente.

Quest'avvenimento fortunato ebbe per immediata conseguenza non solo la
liberazione della Lombardia ma la sollevazione dei ducati, delle
Legazioni e dell'Umbria.

                                    *
                                   * *

Nel giorno 20 di giugno una forte colonna di soldati svizzeri al soldo
del Papa, partiti da Roma assaliva Perugia che si era ribellata al
governo papale. La patriottica città, quantunque la gran parte della
gioventù fosse in Lombardia a combattere con Vittorio Emanuele e con
Garibaldi, oppose una valorosissima resistenza, dapprima dall'alto
delle mura, poi nelle contrade, combattendo corpo a corpo, cedendo il
terreno alle forze soverchianti palmo a palmo, finchè, i bravi Perugini
sopraffatti dovettero cedere. I vincitori, satelliti della tirannide
vaticana, inferociti per la resistenza incontrata, si vendicarono
mettendo a saccheggio la città, seminando strage, non rispettando
neppure gli inermi e le donne; la strage di Perugia perpetrata da armati
al soldo del Papa andrà alla storia come fatto esecrando.

                                    *
                                   * *

Ventiquattro ore dopo la battaglia di Magenta l'intero esercito
austriaco era in ritirata sull'Adda; le avanguardie degli alleati
entravano in Milano, ed anche il piccolo corpo dei cacciatori delle Alpi
poteva proseguire la sua marcia fortunosa.

Il 4 e 5 giugno Garibaldi li impiegò a riordinare le sue forze, a
chiamare nuovi volontari, perlustrare in tutti i sensi le strade
circostanti, e lanciare scorridori che si spinsero fin presso le porte
di Milano.

Dal 5 al 6 s'imbarcava con tutta la sua brigata, meno alcune compagnie
lasciate a Como, alla volta di Lecco e nel giorno in cui l'esercito
alleato varcava il Ticino, egli toccava la destra sponda dell'Adda. Non
vi si fermò a lungo; chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripigliò
la marcia per Caprino e Almeno.

Mentre Garibaldi era in via per Caprino e Almeno, accompagnati da una
lettera di Cavour si presentarono al generale Garibaldi, Turr e Teleki,
ambedue colonnelli nell'esercito della libera Ungheria, che nel 1849
combattè strenuamente contro l'Austria.

Il generale accolse i due valorosi magiari come fratelli e da quel
giorno quei bravi seguirono Garibaldi con vera devozione.

Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei cacciatori delle Alpi con
alla testa il suo generale passava il Brembo sul ponte S. Salvatore e
per la strada occidentale del monte Luvrida riusciva a Voltezza, ed a
passo di carica scendeva in Bergamo.

Vi arrivava però troppo tardi, chè il nemico, erasi precipitosamente
ritirato. Garibaldi pensò immediatamente d'inseguire i fuggenti sulla
strada di Crema, ma appena incominciata la marcia venne informato che un
corpo d'austriaci stava per arrivare in ferrovia per portare rinforzo
al presidio. Richiamò in fretta la brigata dalla strada di Crema,
distribuì e rimpiattò i suoi cacciatori alla stazione e nei dintorni, in
modo che il nemico non potesse scappargli; senonchè a pochi passi da
Seriate uno spione avvisò la colonna viaggiante che i Garibaldini erano
a Bergamo; il comandante austriaco fatto fermare il treno, fece smontare
le truppe, e protetto da fiancheggiatori e da esploratori s'inoltrò con
tutta cautela verso la città, ove sarebbe stato ben accolto; ma il
Bronzetti inviato con due compagnie per la strada di Seriate lo
incontrò, e, senza contare i nemici, li assalì con impetuoso ardimento,
lo arrestò, lo sbaragliò costringendolo a riprendere in fretta la
vaporiera.

In quel giorno i sovrani entravano nella capitale Lombarda; e Garibaldi
era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele. Le accoglienze fatte al
comandante dei cacciatori delle Alpi furono degne del grande animo del
Re, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi compagni.

Intanto il generale Urban fin dal giorno 7 si era accampato sull'Adda,
nei dintorni di Vaprio e vi si era trincerato. Era questa una posizione
forte; ma, dopo l'entrata di Garibaldi a Bergamo, la sua importanza era
di molto diminuita perchè poteva essere minacciata di fronte e di
fianco. Sarebbe bastato che il generale Cialdini, il quale formava
l'avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l'Adda, e
il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo,
perchè quella divisione nemica fosse inevitabilmente disfatta. Quali
frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra!

La rotta di Vaprio avrebbe precipitato la ritirata dell'esercito
austriaco più della rotta di Magenta; gli alleati avrebbero potuto
marciare senza intoppi e con celerità, e, arrivando molto prima nella
destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il concentramento nemico.

Per questo mancato accordo del generale Cialdini con Garibaldi, l'Urban
potè restare impunemente tre giorni sull'Adda, e per altrettanti
Garibaldi indugiarsi a Bergamo.

La mattina dell'11 giugno l'Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via
di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi, abbandonato Bergamo, si
mise in marcia per Martinengo alla volta di Brescia; il 12 riprendeva
il cammino per Palazzolo, da dove passava a Polasco, mentre l'Urban con
la sua divisione si trovava a Pontoglio.

Chi nel giorno 13 giugno avesse potuto guardare a volo d'uccello sulla
terra Lombarda vi avrebbe scorto: l'imperatore Napoleone colla sua
guardia imperiale a Gorgonzola, il re Vittorio Emanuele a Vimercate in
mossa per Palazzolo, la più avanzata sinistra degli scaglioni francesi a
Treviglio sulla sinistra dell'Adda, il più avanzato scaglione piemontese
a Romano sulla sinistra del Serio, lo scaglione austriaco più vicino,
divisione Urban, a Pontoglio e Garibaldi marciare coi suoi cacciatori da
Palazzolo a Brescia; marcia pericolosa perchè fatta su strada parallela
a quella del nemico, quattro volte più forte, e minacciante sul fianco.
Ma il generale destreggiandosi con grande avvedutezza, facendo uso delle
poche guide, comparendo or quà or là su tutti i punti della linea
nemica, spingendo a marcia forzata i cacciatori delle Alpi, affranti ma
non domi, all'alba del 14 si trovava già alle porte di Brescia, la
quale, incitata da infuocate parole dell'illustre patriota Giuseppe
Zanardelli, non aveva atteso neghittosa l'arrivo del corpo liberatore,
ma era già tutto pronto per dare a colui che li emancipava potente
aiuto. Dopo l'entrata in Brescia accolto dalla popolazione delirante,
Garibaldi cessava di godere di quella indipendenza che era il principale
fattore dei suoi successi.

                                    *
                                   * *

Mentre i cacciatori dello Alpi eransi fermati nella sera del 14 di
giugno per pernottare a S. Eufemia a due chilometri circa da Brescia, il
generale Garibaldi riceveva nella notte stessa un ordine dal quartier
generale espresso in questi termini: «S. M. il Re desidera, che
domattina ella porti la sua divisione su Lonato, dove sarà raggiunto
dalla divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy composta di
quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo».

                                       _Generale Della Rocca._

Ebbe anche l'ordine il generale di ristabilire il ponte del Bettoletto
sul Chiese a monte del ponte di S. Marco.

Sul fare dell'alba del 15 Garibaldi lasciata una compagnia a S. Eufemia,
e fatto perlustrare tutto intorno il paese si pose in marcia. Giunto a
Rezzatto e non avendo notizia della divisione di cavalleria che doveva
seguire, fermò la colonna e mandò al Re, a mezzo del tenente Trecchi, un
rapporto scritto col quale informava che, quantunque avesse sul fianco
destro la divisione Urban pure egli procedeva avanti per eseguire gli
ordini ricevuti. Infatti pattuglie delle guide a cavallo avevano
rapportato che avamposti nemici stavano sulla strada tra
Rezzato-Castenedolo e Villa-Boffalora. Per non lasciarsi dietro al suo
fianco destro truppe nemiche sì prossime, scaglionò i suoi sei
battaglioni nel modo seguente. Due del 1º reggimento agli ordini di
Cosenz, dietro le case Carbone in Tre Ponti; un battaglione del 2º con
una squadra di carabinieri genovesi sotto il comando di Medici, in
Bettola di Ciliverghe, dove la strada da Brescia a Lonato si biforca,
l'una sul ponte di S. Marco, l'altra a sinistra sul ponte del
Bettoletto; l'altro battaglione del 2º reggimento, e i due del 3º
coll'artiglieria e con i rimanenti carabinieri genovesi Garibaldi stesso
li condusse in persona al ponte del Bettoletto; al colonnello Turr
addetto al suo Stato Maggiore il generale ordinava di occupare con due
compagnie del 1º reggimento lo sbocco di Tre Ponti verso Castenedolo e
nel tempo stesso riconoscere bene il nemico; a tutti Garibaldi
raccomandava di difendere ad ogni costo la strada da Rezzato a Tre Ponti
e Bettola di Ciliverghe aspettando l'arrivo della divisione di
cavalleria piemontese; mandò il capitano Corte del suo Stato Maggiore ad
avvisare Cialdini che era sul Mella, della sua mossa e si mise
senz'altro per la via di Molinetto. Intanto il generale Rupprecht, che
colla sua brigata formava l'avanguardia della divisione Urban dal Mella
al Chiese, mandava ricognizioni sulla strada tra Rezzato, Tre Ponti e
Bettola-Ciliverghe, mentre si portava col grosso a Castenedolo.

Per far fronte al nemico e rigettarlo come aveva ordinato il generale
Garibaldi, Medici fece costrurre una barricata al biforcamento della
strada Brescia-Bettola-Ciliverghe appoggiata alla Cascina Lana che
occupò militarmente; pose tre compagnie nel Cimitero di Ciliverghe
munendo i muri di feritoie. Cosenz dal suo canto fece occupare Osteria
di Rezzato, casa Bassalini che sta a destra della strada bresciana a
capo del sentiero di Tre Ponti, munendo i muri di feritoie, lasciando
in riserva il primo battaglione. Così la difesa era ordinata col fronte
a Castenedolo, la destra a Osteria di Rezzato, il Centro a Tre Ponti, la
sinistra a Bettola-Ciliverghe.

Una ricognizione nemica si spinse stendendo la sua catena di cacciatori
fin sotto il giardino di casa Bassalini; e fu presto respinta. Alle otto
di mattina il nemico molto rinforzato si avanzò a destra e a sinistra
del canale Lupo, con forti riserve nelle cascine Chizzola e Chidone fra
Tre Ponti e la strada ferrata. Il colonnello Cosenz deliberò di opporre
attacco ad attacco; il colonnello Turr si recava di persona a Rezzato e
dava ordine al comandante della compagnia posta all'Osteria di mandare
una parte dei suoi uomini per un sentiero traversale in forma di testa
di colonna che accennasse a girare la sinistra della catena nemica.

Ciò fatto Turr raggiunse Cosenz il quale, spinte due compagnie da casa
Bassalini a risoluto attacco di fronte, costringeva il nemico a
ripiegare; e tanto fu l'ardore dei nostri da riuscire a sloggiare il
nemico anche dalle due cascine Chizzola e Chidone, ed occupare l'argine
della strada ferrata e il ponticello sul Lupo.

I nostri, rinforzati da una compagnia del Bronzetti e da altra del
Lipari, non si arrestarono, assalirono il cascinone chiamato
Fenile-Ospitale e, sebbene fortemente difeso, riuscirono a cacciarne il
nemico e l'occuparono.

In questo frattempo il capitano Croce, che calla sua compagnia formava
l'ala spinta più avanti della estrema nostra sinistra scoprì molte forze
nemiche ammassarsi sulle alture di Castenedolo; avvisatone Cosenz,
questi riconoscendo di non essere in numero da potere assalire la intera
brigata Rupprecht, fece suonare l'alto e l'assemblea a sinistra per
prepararsi a ricevere l'urto nemico. Ma il colonnello Turr riunite quel
che potè di forze, e chiamando a sè la restante debole riserva, deliberò
di assalire il nemico sul roccolo che prende nome da S. Giacomo e fece
suonare la carica; udito questo segnale il Cosenz, per non produrre un
movimento slegato nella sua linea fece esso pure suonare la carica. I
nostri si avanzarono arditamente fin presso alla falda del poggio di
Castenedolo; ma il nemico suonata a sua volta la carica su tutta la
linea si rovesciò imponente di forze su quelle scarse dei cacciatori
delle Alpi che, minacciati di aggiramento, dovettero ripiegare. Nel
tempo stesso il colonnello Turr spinse arditamente alla carica i suoi,
ma il fuoco micidiale dei nemici che coronavano il roccolo boscoso li
arrestò sul ponte S. Giacomo; qui il Turr avanti a tutti comandava a
voce sonora... «Passo di carica, avanti...» allorchè una palla gli
trapassava il braccio sinistro poco sotto la scapola; non si arrestò per
questo il bravo soldato ma seguitò a comandare e incoraggiare i militi
allo assalto. Ma il nemico, numeroso assai, dalla forte posizione
seminava la morte; a fianco di Turr, colpito da una palla alla gola
cadeva il tenente Gradenigo; nel medesimo istante era colpito
mortalmente il Bronzetti e, al sergente Gnocchi che lo sorreggeva, una
palla gli traversava l'omero. Non era possibile più sostenersi e i
nostri dovettero ripiegare.

Ma il Cosenz non si sconfortava; formata dalla prima compagnia e dai
resti di altre che potè raccogliere una piccola colonna comandata dal
tenente Martini, la spinse avanti per la via di mezzo, e sostenuta da un
distaccamento guidato dal tenente Mancini per un sentiero di destra, e
da altro simile affidato al tenente Logarbo che lo condusse a sinistra
celato fra le boscaglie, riprendeva l'offensiva.

Giungeva in quel punto il generale Garibaldi coi bravi carabinieri
genovesi e con altri valorosi; arrivavano pure in quel mentre tre
compagnie del Medici, e dirette da Garibaldi stesso si spinsero ad un
furioso attacco in aiuto del Cosenz; la lotta per alcun tempo fu
accanita e micidiale, già il nemico balenava e cedeva terreno quando
comparvero le prime avanguardie del Cialdini mandato in soccorso del Re;
si poteva ben sperare di prendere fra due fuochi il nemico e
distruggerlo, ma questo si affrettò a battere in ritirata lasciando i
nostri padroni del campo di battaglia seminato di morti. Fu quella dei
Tre Ponti una giornata ben calda; anche i garibaldini ebbero perdite
gravi: centoventi feriti, fra i quali molti ufficiali e sott'ufficiali
alla testa delle loro squadre; fra questi l'Elia del seguito del
generale Garibaldi ed il Carbone dei carabinieri genovesi; più del
quinto degli ufficiali che presero parte all'azione vi rimasero feriti.
Grandi lodi meritarono prima d'altri il Cosenz, e il Turr, il capitano
Bronzetti e il tenente Gradenigo, il maggiore Lipari i capitani Pesce e
Rosaguti, i tenenti Mancini, Logarbo, Martini, Specchi, Pea, Ribolla,
Spettini, ed i furieri Pedotti, Torre e Torchi, portati all'ordine del
giorno e proposti per la medaglia al valore militare.

Il giorno 16 il generale Lamarmora si recava a trovar Garibaldi a
Nuvolento--i due generali si stimavano a vicenda, e certo devono avere
parlato sulle mosse ulteriori della guerra.

Il 17 Garibaldi mandava a Turr che era a Brescia a curarsi la ferita la
seguente lettera:

                Carissimo amico,

«Il sangue Magiaro si è versato per l'Italia, e la fratellanza che deve
rannodare i due popoli nell'avvenire, è aumentata: quel sangue doveva
essere il vostro, quello di un prode! Io sarò privo di un valoroso
compagno d'armi per qualche tempo e d'un amico, ma spero rivedervi
presto sano al mio lato, per ricondurre i nostri giovani soldati alla
vittoria. Sarei fortunato in qualunque circostanza di potervi valere, e
non avete che a comandarmi».

                                                 Vostro
                                             _G. Garibaldi_

Alla sera di quel giorno la brigata con Garibaldi entrava in Gavardo fra
le acclamazioni della popolazione. La mattina del 18 all'alba Bixio,
come all'ordine avuto, occupava Salò.

La mattina del 20 la brigata col generale a capo si metteva in marcia.
Un ordine del Comando generale portava che i cacciatori delle Alpi senza
indugio si recassero ad occupare la Valtellina.

Il 26 la brigata bivaccava a Pontida e a sera arrivava a Lecco; così il
generale si approssimava alla meta designatagli, la Valtellina,
preceduto buon tratto avanti dal colonnello Medici. Lecco, costeggiando
il lago, mena a Colico e, continuando nella Valtellina, va per lo
Stelvio al Tirolo austriaco.

La Valtellina incomincia dalla foce dell'Adda nel lago di Como e si
prolunga, incassata fra altissimi monti, le cui inaccessibili punte
piramidali vanno a congiungersi colle altre pure altissime dello
Stelvio.

Il basso fondo della valle è così stretto da non lasciare altro spazio
che al corso rapidissimo dell'Adda e ad un'unica strada carreggiabile
che la costeggia fino a piccola distanza da Bormio, ove volge a
sinistra per salire allo Stelvio.

Bormio, ora poco popolato, fu un punto importante cinto di
fortificazioni, avanzo delle quali sono le sue antichissime torri.

Da Bormio incomincia una strada tortuosa tagliata lungo il fianco del
monte Cristallo; verso la sommità si trova la fortissima posizione della
Cima di Sponda Lunga che gli austriaci tenevano chiusa con doppie
palizzate e con parapetti, oltre a due fortini all'estremità, armati di
più pezzi per battere di fianco e di fronte il sottoposto stradale, nei
cui ponti e gallerie vi avevano praticato delle mine. Trincerati in tale
inespugnabile posizione gli austriaci vi possedevano la chiave
dell'unica comunicazione della Valtellina all'Alto Tirolo.

Il generale Cialdini avendo assunto l'incarico della difesa delle Valli
limitrofe al Tirolo aveva concentrato il nerbo delle sue forze in
Valcamonica e come principale punto lo stretto di Breno che mise tosto
in stato di difesa.

A Garibaldi era dato l'incarico d'impedire la discesa in Lombardia di
masse nemiche dal Tirolo. Importava prima di tutto impadronirsi delle
gallerie soprastanti alla strada dello Stelvio, per frapporre un
ostacolo inespugnabile alla minacciata invasione. Necessitava quindi
conquistare la sommità dello Stelvio onde far nostro lo sbocco alla
valle dell'Adige.

Questo compito era affidato al colonnello Medici, che precedeva la
brigata comandata da Garibaldi, il quale aveva formato una colonna di
ottocento combattenti con volontari che il maggiore Fanti, il capitano
Bassini ed il tenente Bottini avevano arruolati ed armati alla meglio.

Il giorno 25 giugno Medici diede ordine al tenente Zambelli, comandante
una compagnia di volontari Valtellinesi, di occupare il ponte del
Diavolo come estremo avamposto, e la seconda linea di Prese-Mondadizza e
Balladore, mentre faceva avanzare le altre truppe su Mazzo, Grosetto e
Grosio, e si assicurava i fianchi con un distaccamento in Val Grosina,
ed un altro alla sommità del Monte Mortirolo che comunica colla Val
Camonica.

Il giorno 26 mentre Medici erasi recato ad ispezionare l'estremo
avamposto, questo venne di sorpresa attaccato. I pochi ma valorosi
Valtellinesi si ritiravano calmi e combattendo, ma arrestati dal Medici
in una forte posizione a cavallo della strada, quel pugno d'uomini per
oltre un'ora oppose valida resistenza, finchè raggiunto da altra
compagnia di Valtellinesi comandati dal capitano Strambio gli austriaci
furano costretti a ritirarsi.

Il colonnello Medici visto che la scelta del ponte del Diavolo per
estrema linea di difesa era stata poco abile, si spinse ad occupare
l'indomani S. Antonio di Morigone e fattevi erigere alcune opere di
fortificazione si mise in grado di potersi vantaggiosamente sostenere
fino allo arrivo di Garibaldi col grosso delle forze.

Frattanto il generale Garibaldi colla brigata sbarcava a Colico il 27
giugno e proseguiva fino a Tirano, dove seppe che il generale Cialdini
dovendo ripiegare su Brescia, incaricava lui della difesa degli sbocchi
dello Stelvio, Tonale e Caffaro con Rocca d'Anfo, in conseguenza di che
il generale affidava al Medici, col secondo reggimento, con un
battaglione del terzo comandato da Bixio, colla compagnia carabinieri
genovesi comandata dal tenente Chiassi, con una sezione d'artiglieria ed
un distaccamento del Genio, la difesa dell'Alta Valtellina, mentre
Garibaldi scaglionava in dietro il resto dei cacciatori delle Alpi.

Il 1º luglio una deputazione di Bormio avvertiva Medici che quel
municipio aveva ricevuto l'intimazione di provvedere una forte somma di
denaro, viveri e bestiame agli austriaci.

Il 3 luglio il Medici si spingeva avanti per lo stradale e per le alture
laterali. Giunto a Ceppina fece occupare a sinistra il monte Oga, ed a
destra le alture di Piazza e Ratta che si stendono verso Bormio. Dopo di
che fece avanzare due compagnie ad occupare il ponte di S. Lucia.

Il distaccamento austriaco che si trovava in Bormio per l'intimata
requisizione, strepitava contro il Municipio che ritardava la consegna;
ma intanto due compagnie agli ordini del maggiore Fanti si avanzavano su
Bormio il che fece decidere gli austriaci a darsi a precipitosa fuga. A
mezzogiorno Bormio era salva.

La mattina seguente Medici disponeva un attacco simultaneo da Bormio e
da Ceppina; tosto che vide le due colonne in marcia, il nemico si
ritirava dai Bagni Nuovi sui Bagni Vecchi, dando fuoco alle mine, per
cui in un istante si vide cadere il magnifico ponte della galleria.

Il Medici diè ordine di occupare i Bagni Nuovi; s'impegnò una viva
fucilata fra i due stabilimenti. Garibaldi giunto in quel momento, 3
luglio, si portò sul luogo del combattimento; la resistenza degli
austriaci durava ostinatissima; ma sul fare della sera, presi di fianco
da un distaccamento, asceso a sinistra fino a metà del monte delle
Scale, e minacciati alle spalle da altro distaccamento disceso dalle
Torri di Fraele, il nemico battè in ritirata dando fuoco alle mine delle
altre gallerie, ma senza molto successo.

Al Medici importava scacciare il nemico al di là dello Stelvio. Con
questo intendimento dava le seguenti disposizioni. Il maggiore Bixio
colle forze di cui disponeva, più la compagnia del genio, doveva dalle
alture di Piatta-Martina avanzarsi fin oltre a Val Vitelli per
minacciare l'estrema sinistra nemica fortificata a Cima di Sponda Lunga,
e così con un finto attacco distrarre l'attenzione del nemico dalla sua
destra.

Il capitano Bosisio, doveva la mattina dell'8 impadronirsi delle vette
del monte Pedenello con trecento uomini scelti del secondo reggimento;
il tenente Croft con circa cento carabinieri doveva mostrarsi a tempo
opportuno sull'altura che domina la quarta Cantoniera bersagliando il
nemico alle spalle; il Bosisio doveva assalire con vigore dalla nostra
sinistra il nemico, minacciargli la ritirata e rendere possibile un
assalto di fronte; sulla strada dello Stelvio nelle gallerie, tra la
prima e la seconda Cantoniera, era disposto un battaglione in colonna
d'attacco agli ordini del maggiore Sacchi rinforzato da pochi pezzi
d'artiglieria che a gran stento eransi potuti trascinar fin lassù.

Come alle istruzioni avute la mattina dell'8 Bixio riusciva ad occupare
la posizione che minacciava la sinistra nemica; gli austriaci aprivano
un fuoco vivissimo colle eccellenti loro carabine, alle quali solo i
carabinieri potevano rispondere. Nonostante Bixio si mantenne nella
posizione finchè non ebbe ordine di ritirarsi.

Il nemico prevedendo un attacco aveva chiesto ed ottenuto rinforzi,
tanto che in quelle formidabili posizioni vi aveva concentrato settemila
uomini delle migliori truppe oltre un numero di volontari tirolesi con
eccellenti carabine; per questo fatto la sorpresa di sinistra non potè
riuscire perchè il Bosisio trovava già solidamente occupate le alture di
Pedenollo. Del resto quello dell'8 fu un combattimento inutile, perchè
in quel giorno era stato segnato l'armistizio.

                                    *
                                   * *

Difatti dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino l'imperatore
Napoleone mandava all'imperatore d'Austria una proposta di armistizio.
Il giorno 8 di luglio in seguito ad una conferenza dei commissari
incaricati venivano regolate le condizioni dell'armistizio stesso.

Secondo questa convenzione la ripresa delle ostilità era fissata per il
16 di agosto.

Ma l'armistizio nel pensiero di Napoleone segnava il preludio della
pace; e a tal fine mandava a chiedere un convegno all'imperatore
d'Austria che lo accordava.

Il giorno 11 i due imperatori ebbero una conferenza a Villafranca, nella
quale furono fissate le basi del trattato di pace, a concludere il quale
fu incaricato il principe Girolamo Bonaparte.

Il 12 di luglio l'imperatore Napoleone mandava all'armata, dal suo
quartier generale di Valeggio, il seguente proclama:

Soldats!

«Les bases de la paix sont arrétêes avec l'empereur d'Autriche, le but
principal de la guerre est ateint, l'Italie va devenir pour la primière
fois una nation.

«Une confederation de tous les Etats de l'Italie, sous la presidence
honoraire du Saint-Pere, reunira en un faisceau les membres d'une même
famille; la Venétia reste, il est vrai, sour le sceptre de l'Autriche:
elle sera neanmois une province italienne faisant partie da la
confederation.

«La réunion de la Lombardie au Piémont nous crée de ce cotè des Alpes un
allié puissant qui nous devra son indipendance; les gouvernements restés
en dehors du mouvement, on rappelés dans leur possessions, comprendront
la necessité de réforms salutaires.

«Un amnistie générale fera disparaître les traces des discords civiles.
L'Italie, desormais maitresse de ses destinées, n'aura plus qu'à s'en
prendre á elle-même, si elle ne progresse pas réguliërment dans l'ordre
e la libertè.

«Vous allez bientôt retourner en France, la patrie reconnaissant
accuillera avec transport ses soldats qui ont porté si haut la gloire
de nos armes á Montebello, á Palestro, á Turbigo, á Magenta, á
Marignano, et Solferino, qui en deux mois, ont affranchi le Piémont e le
Lombardie, et ne se sont arretés, que parce que la lutte allait prendre
des proportions qui n'etaient plus en rapport avec les intéréts que la
France avait dans cette guerre formidable.

«Soyez donc fiers de vos succés, fiers des résultats obtenus, fiers
sourtout d'etre les enfents bien-aimés de cette France qui sera toujours
la grande nation, tant q'elle aura un coeur pour comprendre les nobles
causes et des hommes comme vous pour les défendre.

                                              _Napoleon_»

Così mentre le vittorie di Solferino e di S. Martino ci dovevano
schiudere i varchi all'Adige ed all'agognata conquista del Veneto,
inattesa e dolorosa come una catastrofe giungeva la notizia della pace
di Villafranca, che tale ormai poteva chiamarsi.

                                    *
                                   * *

L'Italia, prima i garibaldini, accolse con vivo dolore la fatale notizia
che troncava d'un colpo le più belle speranze. Ma pensandoci poi a
sangue freddo, si dovette trovare che la pace fu una provvidenza. Se
l'aiuto della Francia ci costò per la liberazione della Lombardia, Nizza
e Savoia, che cosa altro ci avrebbe costato l'aiuto per la liberazione
del Veneto? Di più avremmo veduto ingrandirsi il predominio della
Francia imperiale, e forse effettuata l'idea Napoleonica della
Confederazione Italica presieduta dal Papa!

Invece restava agli italiani soltanto il compito doveroso di completare
l'unità della Patria, e questo dovere essi lo compirono con prudenza e
con fermezza.

Un articolo del trattato di pace--quello nel quale veniva stabilito il
non intervento--giovò all'unità della Patria, perchè permise alle
diverse provincie sorte a libertà di proclamare coi loro plebisciti
l'unione nazionale.

                                    *
                                   * *

Verso la metà di agosto, la Toscana, la Romagna, Modena e Parma
concludevano una lega, costituendo un governo dell'Italia centrale e
prescegliendo come comandante supremo il generale Manfredo Fanti, e
comandante in seconda il generale Giuseppe Garibaldi.

Nell'ottobre sparsasi la voce che le truppe al soldo del Papa si
adunavano a Pesaro per marciare di qua della Cattolica, e che le Marche
si preparavano ad una generale sollevazione, il Fanti disponeva che
Garibaldi si recasse alla frontiera, per far fronte ad ogni attacco del
nemico, batterlo ed inseguirlo oltre il confine, occupando le Marche.

Giunto il generale a Rimini vi stabiliva la sede del comando, volle
fosse data esecuzione ad un suo disegno che avrebbe giovato
all'occupazione delle Marche; quello cioè di armare alcune delle navi
mercantili che si trovavano in quel porto-canale.

Furono scelte pel momento le due migliori, lo Scooner «Arimino» e «la
Fenice» di proprietà del patriota Agostino Pericoli; del primo il
generale diede il comando ad Andrea Rossi di Oneglia, del secondo ne fu
nominato comandante Augusto Elia entrambi col grado di sotto-tenenti di
Vascello dell'Italia centrale. Essi si misero all'opera senza ritardo
per armare ed equipaggiare il naviglio facendo tesoro dei consigli che
ad essi dava il loro amico colonnello Bixio. L'Elia intanto per ordine
del generale e con l'intesa dei patrioti di Pergola, G. B. Jonni,
Ginevri, Bertiboni e Bertuccioli per la via di S. Marino aveva fatto
pervenire nell'Urbinate buon numero di fucili affine di promuovere un
movimento insurrezionale che provocasse l'intervento di Garibaldi.

Tutto era pronto e non si attendeva che l'ordine di marciare.

Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori dei quattro nuovi Stati di
Toscana, Romagna, Modena e Parma l'ordine ritardava. Il Ricasoli ed il
Cipriani, temendo di complicare le cose nostre, decidevano di
sconfessare le istruzioni date dal generale Fanti a Garibaldi; ma questi
alla loro intimazione, sorretto dal patriottico ardire del Farini,
rispondeva fieramente col noto telegramma--«Non ricevo ordini che dai
governi riuniti».

Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo seguito anche quello fra
il Fanti e Garibaldi; il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sè
Garibaldi.

All'invito del Re, Garibaldi si recò subito a Torino e con lui si
trattenne a lungo colloquio.--Che cosa il Re abbia raccomandato a
Garibaldi non si seppe, ma si potè ben immaginare che erasi elaborato
questo piano:

Se attaccato dai mercenari del Papa Garibaldi avrebbe dovuto sgominarli,
inseguirli ed occupare le Marche; se le Marche fossero insorte, correre
in loro soccorso. Tolto di mezzo il Fanti generale dell'esercito regio,
cessava la compromessa del Piemonte; Garibaldi rappresentava la
rivoluzione, e nulla si comprometteva da parte del governo, se lui fosse
accorso in aiuto degli insorti. Infatti Garibaldi lavorava allo scopo di
incitare le Marche alla sommossa, ma queste sventuratamente non davano
segno di prepararsi ad un serio movimento insurrezionale--e non potevano
neppur tentarlo; basti considerare che le Marche erano occupate da
imponenti forze mercenarie al soldo del Papa, e che i migliori patrioti
erano stati obbligati ad esiliare; come dovette fare il conte Michele
Fazioli, gonfaloniere di Ancona, che si salvò miracolosamente colla fuga
da condanna di morte per avere eccitato un tentativo di sommossa.

Il Farini era d'accordo col Fanti, e, come Garibaldi, credeva alla
rivoluzione nelle Marche ma voleva la mossa rivoluzionaria. Il Cipriani,
reputato fautore di un movimento politico nell'Italia Centrale inteso a
favorire il Principe Napoleone, chiamato davanti all'assemblea delle
Romagne a dare ragione dei fatti che gli si addebitavano, si dimise;
così che L. C. Farini fu chiamato al governo anche di Bologna, Ravenna e
Forlì, formando lo _Stato unico delle provincie dell'Emilia_; la lega
dell'Italia Centrale veniva così ricomposta in due Stati: Emilia e
Toscana.

Garibaldi intanto persuaso da agenti e da amici che la rivoluzione era
imminente, aveva fatto i preparativi per l'occupazione; e mentre al
governo della Lega risultava che l'insurrezione era assolutamente priva
di base, e solo fissa nella mente di pochissimi esaltati, Garibaldi
mandava un telegramma al governo annunziante che la rivoluzione era
scoppiata, e che egli stimava suo dovere di accorrere senza altro, come
aveva preso impegno, in favore di quei patrioti.

L'animo del Farini, amante delle audaci risoluzioni e devoto a
Garibaldi, avrebbe desiderato che l'asserzione della scoppiata
rivoluzione fosse vera; ma le informazioni che aveva autentiche la
smentivano assolutamente; ed obbligato a ricordarsi che egli era il
dittatore dell'Emilia, e che era suo dovere di agire d'accordo col
Ricasoli dittatore in Toscana, che ben sapeva che le Marche non erano
nella possibilità d'insorgere, dava ordine al generale Fanti di
richiamare Garibaldi al dovere, invitandolo a recarsi a Bologna.

Garibaldi ubbidì alla chiamata; gli si fece presente quali pericoli
sarebbero derivati alla patria se egli si fosse spinto nelle Marche che
non davano segno di sommossa e si cercò di strappargli la promessa che
sul momento avrebbe rinunziato all'impresa.

Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la certezza che le
popolazioni marchigiane qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il
suo intervento.

Allora si fece di nuovo ricorso al Re Vittorio Emanuele, ed il 14
novembre Garibaldi era di nuovo chiamato a Torino.

Il 17 mattino il generale si abboccava col Re, e la sera stessa i
giornali davano la notizia che Garibaldi aveva rassegnato le sue
dimissioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava l'annunzio agli
italiani col suo celebre manifesto da Genova, portante la data del 19
novembre 1859.

Eccolo:

«Agli Italiani:

«Trovando, con arti subdole e continue, vincolata quella libertà
d'azione che è inerente al mio grado nell'Armata dell'Italia Centrale,
onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon italiano,
mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio
Emanuele chiami un'altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la
redenzione della Patria, io ritroverò un'arma qualunque ed un posto
avanti ai miei prodi commilitoni.

«La miserabile volpina politica, che turba il maestoso andamento delle
cose italiane, deve persuaderci più che mai, che noi dobbiamo serrarci
intorno al prode e leale soldato dell'Indipendenza Nazionale, incapace
di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai
preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti tuffarci nelle
antiche sciagure.

                                           _G. Garibaldi_»

Dopo ciò il generale volle annunciare al Re la sua determinazione con
questo affettuoso e riverente biglietto:

23 novembre 1859.

Sire,

«Secondo il desiderio della Maestà Vostra, io partirò il 23 da Genova
per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole
servizio.

«La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale
Fanti, non è ottenuta ancora. Prego Vostra Maestà si degni ordinare
venga ammessa.

«Con affettuoso rispetto di Vostra Maestà

                                                      «Devmo

                                                  «_G. Garibaldi_»

Ed il prode, insieme ai suoi vecchi amici che vollero dimettersi con
lui, Schiaffino, Basso, Froscianti, Elia, Gusmaroli, Stagnetti, Rossi ed
il figlio del generale Menotti si ritirarono a Caprera e colà vissero in
famiglia, amandosi come fratelli e passando le giornate a fare lavori di
muratura per condurre a termine la casa di Garibaldi, a dissodare quella
parte di terra dell'isola che si prestava alla coltivazione, a cacciare
e pescare per provvedere al loro nutrimento.

Garibaldi era da poco a Caprera quando ricevette una lettera dal
colonnello Turr con la quale gli proponeva in nome del Ministro Rattazzi
di organizzare la mobilizzazione della guardia nazionale, includendovi i
volontari.

Garibaldi rispondeva al Turr dando la sua piena adesione, e il Turr si
recava da S. M. il Re con la lettera ricevuta, e dopo di avere conferito
col Ministro Rattazzi scriveva al generale di recarsi a Torino.

Garibaldi non indugiò e arrivato a Torino prendeva alloggio all'Hôtel
Trombetta.

Il 1º di gennaio i patrioti di Torino Sineo, Bottero, Brofferio, Leardi,
Turr ed altri, vollero dare un banchetto al generale e mentre questi
siedeva a mensa cogli amici, una immensa folla lo acclama dalla piazza.

Garibaldi dovette affacciarsi e parlare al popolo: disse essere pieno di
speranze nell'avvenire della patria; avere fiducia intera nel Re
galantuomo e molto confidare nel forte carattere del popolo subalpino;
concludendo che egli non avrebbe deposta la spada finchè l'Italia non
fosse interamente unita e libera.

Ma la dimostrazione del 2 gennaio organizzata dagli studenti
universitari fu anche più imponente. Garibaldi fu costretto a parlare
dal balcone dell'Albergo: disse di andare superbo di quella
dimostrazione che lo assicurava dello amore della gioventù per l'Italia,
pronta a liberarla dal fango nel quale le potenze straniere volevano
cacciarla; concludendo così: «Ho chiesto un milione di fucili--ed oggi
vi dico che bisogna formare la Nazione armata per essere padroni dei
destini della patria nostra».

Questo discorso elettrizzò la gioventù ma ebbe un grave contraccolpo;
poichè il giorno appresso tutto il corpo diplomatico protestava presso
S. M. il Re contro le parole pronunziate da Garibaldi; e il Ministro fu
obbligato a dare le dimissioni, e il generale Garibaldi fece pubblicare
dalla Gazzetta del Popolo la seguente sua lettera:

Agli Italiani,

«Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra
le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la
presidenza d'una società che si sarebbe chiamata «La Nazione Armata».

«Credetti potere essere utile; mi piacque la grandezza del concetto ed
accettai.

«Ma siccome la Nazione Italiana armata è tal fatto che spaventa quanto
c'è di sleale e prepotente tanto dentro che fuori d'Italia, la folla dei
moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato; Anatema!

«Il governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti, e per non
comprometterlo mi sono deciso di desistere dall'onorevole e grande
proposito.

«Di unanime accordo con tutti i soci--dichiaro dunque sciolta la società
della Nazione armata--ed invito ogni italiano che ami la patria a
concorrere alla sottoscrizione per l'acquisto di un milione di fucili.

«Se con un milione di fucili l'Italia in cospetto dello straniero _non
fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare
dell'umanità_!

«L'Italia si armi e sarà libera»!

Torino 4 gennaio 1860.

                                          _G. Garibaldi_

Il Conte Benso di Cavour veniva incaricato di formare il nuovo
Ministero.

Il 17 gennaio 1860 il colonnello Turr riceveva dal generale Garibaldi la
lettera seguente:

                                         Fino 17 del 1860.

                Mio caro colonnello Turr

«Vogliate avere la compiacenza di chiedere a S. M. se è deciso di cedere
Nizza alla Francia. Questa domanda mi viene fatta molto caldamente dai
miei concittadini.

«Rispondetemi subito per telegrafo. Sì! o no!

                                          _G. Garibaldi_»

Il colonnello Turr ossequiente al desiderio del generale si recava da S.
M. e gli consegnava la stessa sua lettera: ed Egli dopo averla letta
disse al Turr:--umh, hum, _sì o no_--è un po' spiccio, umh! Ebbene
sì--ma non telegrafategli--Andate a trovare Garibaldi e ditegli:--«Pare
il destino domandi da noi due il più grande sacrificio che uomo possa
fare. E se a lui rode il cuore per la sua Nizza deve immaginare il
dolore mio per la Savoia, culla della mia famiglia! Ma per fare l'Italia
noi due dobbiamo fare questo grande sacrificio.

«Andate a fare questa mia commissione a Garibaldi e ditegli che conto su
di lui, come egli può contare su di me per il bene d'Italia».

Il colonnello Turr portò la parola del Re a Garibaldi che si trovava a
Fino e che subito si ritirava a Caprera.

Ma non doveva trattenervi a lungo e venne il momento in cui Garibaldi
dovette decidersi di passare sul Continente, e s'imbarcò coi suoi fidi
compagni.

Arrivato a Genova dopo breve sosta in casa del suo amico Coltelletti, il
generale si recava ad alloggiare a Quarto nella Villa Spinola presso il
suo vecchio amico e compagno del 1849, Augusto Vecchi.

Gli altri prendevano stanza nella locanda di Raschiani al porto.

                                    *
                                   * *

                         FINE DEL PRIMO VOLUME


                              ERRATA-CORRIGE

  Pagina   Riga  Errata                 Corrige

  16       3ª-4ª Porto nuovo           _Porta nuova_
  45       14ª   soli                  _solo_
  50       17ª   su                    _in_
  56       20ª   Montebellune          _Montebelluno_
  59       20ª   tiraglieri            _tiragliori_
  64       1ª    Fusinato-di Schio     _Fusinato di Schio_
  "        13ª   Ungaresi              _Ungheresi_
  65       22ª   Albini                _Albani_
  66       11ª   comandante            _comandanti_
  72             Corinzia              _Carinzia_
  77       17ª   comune                _cannone_
  78       12ª   faccia                _facciano_
  109      9ª    Baifava               _Boitava_
  110      11ª   dallo                 _dello_
  117      10ª   Nogent                _Nugent_
  119      23ª   Nogent                _Nugent_
  122      16ª   diede                 _diedero_
  123      10ª   Nogent                _Nugent_
  "        22ª   Leshka                _Leshke_
  130      2ª    doi                   _dei_
  "        25ª   leggiero              _leggiera_
  131      26ª   coma                  _come_
  192      5ª    Sorleano              _Sarteano_
  "        19ª   due volte ripetuto    _gli_
  198      24ª   Gallina               _Galliera_
  206      13ª   Si Palazia            _S. Palazia_
  231      1ª    a,                    _e,_
  243      1ª    dell'allarme          _dall'allarme_



                                 INDICE

    Prefazione................................................ Pag. v

    CAPITOLO   I.--Garibaldi in America.......................  "   1

       "      II.--1847-48 Insurrezione della Sicilia
                     Messina-Palermo-Catania-Calabrie.........  "  12

       "     III.--Garibaldi s'imbarca coi suoi legionari
                     per l'Italia.............................  "  29

       "      IV.--Venezia si erige a repubblica. Milano
                     e le cinque giornate.....................  "  34

       "       V.--Carlo Alberto bandisce la guerra
                     all'Austria..............................  "  36

       "      VI.--Garibaldi a Milano prende il comando
                     dei Volontari............................  "  42

       "     VII.--Venezia, Treviso, Vicenza, Curtatone e
                     Montanara, Goito, Peschiera,
                     Rivoli--Sfortunata giornata di
                     Custoza--Armistizio Salasco..............  "  44

       "    VIII.--Sollevazione di Bologna....................  "  84

       "      IX.--Garibaldi continua la lotta contro
                     l'Austria................................  "  88

       "       X.--Roma--Proclamazione della Repubblica.......  " 101

       "      XI.--Le dieci giornate di Brescia--disastrosa
                     giornata di Novara.......................  " 107

       "     XII.--Eroica difesa di Roma......................  " 128

       "    XIII.--Spedizione contro l'Esercito
                     Borbonico--Velletri......................  " 147

       "     XIV.--Ripresa delle ostilità dei Francesi contro
                     Roma.....................................  " 162

       "      XV.--Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari
                     San Marino--Morte di Anita--Cesenatico...  " 187

       "     XVI.--Assedio di Ancona e sua eroica difesa......  " 199

       "    XVII.--Dal 24 marzo 1849 al 1859--Il Piemonte.....  " 209

       "   XVIII.--1859--La guerra d'indipendenza.............  " 216

    _Errata-corrige_..........................................  " 303

                                    *
                                   * *

    Note di trascrizione:
    pag. 5 avesse attaccati un'altra [un altra] volta
    pag. 32 potrebbero obbligarci [ebbligarci] a toccare
    pag. 45 il 29 entrava [antrava] in Pavia
    pag. 52 Si distinsero il Generale D'Arvillars [D'Arvillers]
    pag. 59 la colonna [colonne] avanzata
    pag. 73 il Maresciallo Radeztky [Radetky]
    pag. 74 quest'opera era [ora] difesa
    pag. 76 Il maresciallo Radetzky [Radetsky]
    pag. 78 in un'ottima [un ottima] posizione
    pag. 80 agli eserciti di Radetzky [Radetzki]
    pag. 82 Pontida--Brivio--Merate [Pontide--Brivio--Merate]
    pag. 82 le due pomeridiane del giorno [giorne]
    pag. 84 Radetzky [Radetzki] superbo come un conquistatore
    pag. 92 scese [scesce] rapidamente
    pag. 95 Lo stesso generale [genenerale]
    pag. 96 Il popolo che [cho] surse
    pag. 97 del sangue che [cho] avete sparso
    pag. 107 dal prete Boifava [Boitava]
    pag. 108 era prossimo [prossima] a giungere
    pag. 109 dal curato Boifava [Boitava]
    pag. 116 si adoperino [adeporino] a costruire
    pag. 117 trovavasi il curato Boifava [Boitava]
    pag. 122 che dalle [della] batterie
    pag. 130 si trovavano [trovanano] in Roma
    pag. 166 il generale Bartolomeo [Bartolemeo] Galletti
    pag. 168 tutto il suo alla [alle] patria
    pag. 176 dagli avanzi [avvanzi] della Mura Aureliana
    pag. 176 una terza parallela [paralella]
    pag. 178 mucchi di rottami. [rotami.]
    pag. 179 un accanito combattimento [cambattimento]
    pag. 181 un momento all'altro [all'eltro]
    pag. 186 con suffragio [sufragio] universale
    pag. 192 mandò celeremente [celeramente] una grossa squadriglia
    pag. 192 entrò [entro] il 18 a Montepulciano
    pag. 194 stava trattando collo straniero. [atraniero.]
    pag. 195 i suoi figli per un'altra [un altra]
    pag. 198 valicò i due versanti [versati] dell'appennino
    pag. 198 poi a Follonica [Fallonica]
    pag. 198 marinaio di Rio, [Hio]
    pag. 199 Il generale Wimpfen [Wimphften]
    pag. 200 gloria per [per per] la santità
    pag. 202 L'8 di giugno Wimpfen [Wimphften]
    pag. 202 Gervasoni [Cervasoni], Gigli ed Ornani
    pag. 203 alla ritirata. Gervasoni [Gorvasoni] fu colpito
    pag. 203 La minaccia di Wimpfen [Wimphften]
    pag. 209 dalla tenda di Radetzky [Radetzchy]
    pag. 211 nelle bocche di Bonifacio [Bonifaccio]
    pag. 212 si diffondeva [difondeva] il pensiero
    pag. 230 delle principali [prircipali] vie di Varese
    pag. 231 tra Villa Pero e la [le] Villa
             De Cristoforis [Decristofaris]
    pag. 231 e provvedere [provvedete] così alla sua seconda linea
    pag. 231 comunicando la [le] sua intrepidezza
    pag. 239 in partenza il «Devonshire» [«Dewonshire»]
    pag. 243 discosti un'ora [un ora] da Varese
    pag. 245 dal suo comandante [comandente] Chiabrera
    pag. 251 quando Vittorio Emanuele [Emanuole] si recava
    pag. 262 dalle prime ore del mattino [mattiuo]
    pag. 263 a baionetta spianata [spianate]
    pag. 266 di questa improvvisa [improvisa] ritirata
    pag. 267 i bravi Perugini sopraffatti [soprafatti]
    pag. 269 pochi passi da Seriate [Soriate]
    pag. 269 per la strada di Seriate [Soriate]
    pag. 270 era di molto [molta] diminuita
    pag. 271 si trovava a Pontoglio [Portaglio]
    pag. 271 il re Vittorio Emanuele a Vimercate [Vimercato]
    pag. 274 nel Cimitero di Ciliverghe [Cileverghe]
    pag. 282 alla sommità [sommttà] del Monte Mortirolo
    pag. 288 réunion de la Lombardie au Piémont [Piemont]
    pag. 293 se lui fosse [fosso] accorso
    pag. 297 a dissodare [disodare] quella parte di terra
    pag. 299 un grave contraccolpo [contracolpo]
    pag. 303 ERRATA-CORRIGE - Le correzioni sono già state riportate
             nel testo





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ricordi di un garibaldino vol. I - dal 1847-48 al 1900" ***

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