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Title: Il dolore nell'arte
Author: Fogazzaro, Antonio, 1842-1911
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

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           ANTONIO FOGAZZARO


          Il Dolore nell'Arte

                DISCORSO



                 MILANO

  CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º

  _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_

                  1901


          PROPRIETÀ LETTERARIA

  MILANO--TIP. PIROLA & CELLA DI P. CELLA



I.

  NOTA.--Il presente discorso, tenuto la prima volta in
  Torino l'11 aprile 1900 per invito di quella Società di
  Cultura, venne quindi pubblicato nella _Rassegna
  Nazionale_.


Sull'orlo di un lago bizzarro che io amo, verde ai due capi, sottile e
torto per sinuose gole di colli selvaggi e di montagne tragiche,
sereno a mezzo il corso nell'arco di un golfo idilliaco, si affaccia
allo specchio maggiore delle acque una densa e signorile corona di
ombra. Sovente per le vie solitarie di quell'ombra fui preso dal
senso di una bellezza che più si prometta di quanto si sveli. Non la
scoprivo intera nel tremolar lucente del lago tra i tronchi, nelle
pensose montagne assise a levante del bosco, nelle alte scene lontane,
dorate di sole, che mi apparivano tratto tratto a settentrione. Mi
sorgeva invece nel cuore e me lo riempiva di sè l'idea di una
possibile parola unica nella quale consuonassero tante diverse voci di
cose; di una profonda parola di bellezza, tentante e inafferrabile
come la parola di accordi musicali che annuncino, preparino una
successiva rivelazione di suoni e invece si spengano senza seguito nel
silenzio. Così penetrato dall'anima occulta delle cose che mi
figuravo desiderosa e incapace di esprimersi a me com'ero io di
comprender lei, movevo alla più recondita sede di quel regno di ombra
dove i maggiori alberi, fronteggiandosi in giro, congiungendosi a
grande altezza in un'ascensione unica, fanno di sè ghirlanda e tempio
a un cupo fantasma.

Una giovine donna, bellissima, dai capelli scomposti, dalle vesti
cadenti, siede là sopra un alto seggio, piegato il busto gentile in
avanti, puntati i gomiti alle ginocchia, strette le guance fra i pugni
chiusi, fissi gli occhi tordidi nel vuoto. Il viso rivela una
intelligenza forte che affonda nella follia. Nessuna cura stringe più
costei nè del mondo nè di sè. Nessun vivente presuma, per esserle
stato caro, poterle recar conforto. Ella non torcerebbe un momento
gli occhi suoi avidi dalla visione di angoscia che la impietra; e
tuttavia ci balena che possa repente balzar dal seggio con uno strido,
avventarsi là dove guarda, tanto potente vita spirò nel marmo il
grande artista che le pose nome «Desolazione». Si soffre davanti
all'alta Dolorosa, e si gode intensamente di soffrire. Ci partiamo
pensosi e la visione di lei ne persegue al sole, per le ombre che il
vento scompiglia, lungo le rive sonore del lago scintillante. Non ci
guasta l'incanto dei colori e dei suoni ma vi spira una malinconia
segreta che lo rende più soave, infonde alle voci delle cose un
accento nuovo e profondo. Pare che l'enigma di bellezza oscura onde
avemmo dianzi turbato il cuore vi ritorni, lo prema più forte, quasi
vi si disveli. I susurri del fogliame paiono prima dire dire
incalzando e poi dolersi, nel venir meno, di non essere intesi.



II.


Ma non è nel vento, è sulle labbra silenziose della bella creatura di
marmo che ci si disegna la prima parola del mistero. Perchè costei che
se fosse viva ci agghiaccerebbe il sangue con la sua vista, ci
distruggerebbe l'incanto del giardino, perchè si mesce, fatta visione
e opera d'arte, con la bellezza delle cose in un'armonia che ci muove
al desiderio e al sospiro, a un turbamento non simile alla pietà,
simile piuttosto alle inquietudini dell'amore nascente? S'ella fosse
raffigurata nell'atto del pregare o del piangere, di una emozione
insomma tenera e calda, si direbbe che l'attitudine sua genera il
sentimento nostro; ma non è così. Il dolore e l'amore di lei,
compenetrandosi a vicenda, si sono indurati in un'angoscia torva,
senza tenerezza, senza fiamma. È forse la leggiadria del volto e del
corpo che può tanto sopra di noi? No, la sua bellezza è troppo cupa,
troppo sinistro il disordine dei suoi capelli e delle sue vesti. La
potenza sua fascinatrice è nella grandiosità del suo dolore
impersonale, senza nome. Ella non è una madre, non è un'amante, è il
dolore stesso, è l'idea pura, fatta marmo, dell'universale dolore, del
dolore che oscura presto o tardi ogni vita umana. Ma se l'idea pura
del dolore, sensibilmente rappresentata dall'Arte, ne accende l'anima
di pensieri alti e soavi, conviene che in lei si asconda qualche
occulta bellezza; e poichè solo ha potenza di commuovere l'opera
d'arte che fu creata nella commozione, convien pensare che il creatore
di quel marmo abbia concepito con entusiasmo, prima di noi, una
occulta bellezza del soffrire. Pure, se io potessi evocare dai morti
Vincenzo Vela, l'artefice sovrano, e interrogarlo, egli mi
risponderebbe di non avere pensato mai a una bellezza del soffrire.



III.


Signori, le sorgenti della ispirazione artistica sfuggono alla
coscienza stessa dell'artista. Esse si celano in una regione
misteriosa dello spirito umano, nelle tenebre inferiori alla coscienza
dove giacciono tesori di ricordanze oscurate e lampeggiano
meravigliose facoltà del conoscere cui non sono ministri nè i sensi nè
il ragionamento. Laggiù sono le inaccessibili fonti della ispirazione
artistica insieme alle fonti degli oscuri presentimenti, della
malinconia e della ilarità senza causa conosciuta, delle dolcezze
mistiche. Di laggiù è balzata in un'ora di emozione creatrice questa
mirabile forma cui l'artista, vagheggiandola e meditandola, condusse
poi a perfezione squisita; e non è temerità di pensare che nelle ombre
del subcosciente un'arcana bellezza del dolore fosse da lui appresa.
Non è temerità di pensare che quando erravamo per i viali deserti
ascoltando la voce del vento e delle onde colla mente piena della
Desolata, una bellezza mistica del dolore fosse appresa da noi stessi,
che pur non ne avevamo coscienza. Non esclamate, signori, ch'è
temerario innalzare su questa sola pietra la strana dottrina di una
bellezza recondita del dolore. No, io ho incominciato col parlarvi di
quella pietra perchè il dolore vi si rivela nella sua forma più alta,
la sofferenza morale, e perchè altro che dolore la sublime forma non
dice; ma evochiamo insieme dalle reliquie dei secoli morti, dalle
pagine degli antichi poeti le creature che l'Arte innamorata del
dolore partorì nobili di bellezza immortale.



IV.


Esse ascendono in folla al richiamo, turbinano davanti a noi come le
anime dolenti nel tenebroso vento che Dante ideò, e Voi tutte le
riconoscete al viso, alle vesti, alle attitudini, perchè i loro nomi
di gloria vi sono familiari. Io non so come si ardisca insegnare alle
turbe in prosa e in rima che la visione artistica del dolore ha
origini cristiane, che procede dalla glorificazione di un infame
strumento di tortura e di morte, che l'arte antica fu solo una
fioritura di bellezza serena e di gioia. Voi tutti sapete che non è
vero. Altro che armoniose membra di Veneri caste e di efebi divini,
altro che placide maestà di volti olimpici ha dato l'arte antica.
Vedete Laocoonte che passa contorcendosi fra le spire dei draghi,
levando al cielo _clamores horrendos_; vedete il bel guerriero ferito
del Campidoglio che reclina tristemente il capo nelle ombre della
morte, e se l'una opera e l'altra Vi paiono pensate e condotte dagli
artefici a prova della loro scienza e della valente mano, se il dolore
fisico Vi sembra predominar troppo in esse sul dolore morale, vedete
Niobe che impietrata piange ancora secondo il tragico mito, piange
spaventosamente per gli occhi di sasso, Niobe, il sempiterno dolore
inflitto alla creatura umana dall'Invisibile, che innamorò di sè
l'arte greca e la sua imitatrice latina. Ecco le creazioni dei grandi
tragici. Prometeo, che soffre in fiero silenzio mentre i carnefici ne
configgon le catene alla rupe e, appena è solo, caccia un urlo,
chiama, come il profeta, le genti «HIdesthe me». «Attendite et
videte». Ecco la frigia Cassandra, schiava nella reggia degli Atridi,
ululante nel suo barbaro linguaggio quale una belva prigioniera. Ecco
il dolore disceso fin nelle tombe a invader le ossa dei morti, il
fantasma del vecchio re Dareios che piange con Atossa, la compagna sua
tuttora vivente, sulle sventure del figlio Serse, e la dolce Elettra
singhiozzante sopra una ciocca di capelli sconosciuti, Antigone e
Ismene che a vicenda si eccitano al pianto. Ecco Edipo e l'ombra
sinistra del Destino. E che è mai finalmente la tragedia greca se non
la forma di bellezza onde si vestì un grandioso concetto del dolore e
del suo ufficio nel mondo? Il dolore vi è rappresentato come un frutto
inevitabile del disordine, come un castigo che persegue il sangue
colpevole di generazione in generazione e punisce nell'infante in cuna
il delitto degli avi. Lo spettacolo del soffrire fatale, immeritato
dagli afflitti avvinse a sè la mente dei tragici di Atene e, per opera
loro, il cuore del popolo. Certo quei grandi poeti non videro in esso
che crudeli vendette divine e il volere del destino implacabile, non
ebbero coscienza di un'azione provvidenziale e salutare del dolore; ma
vi divinarono tuttavia la forma di un ordine onde non valevano a
penetrare l'essenza. La stessa Iliade prende bellezza e grandezza
sovrana dal suo elemento tragico, dal Fato che v'incombe agli uomini e
agli Dei e il poeta di Achille non lo ha forse mai tanto amato come
quando a lui, salito alle vendette sul suo carro di battaglia, fa
profetare dal cavallo Xanto una sinistra profezia di sventura.

Ed ecco tra i fantasmi omerici anche Ulisse pensoso in riva al mare
colla cara lontana Itaca nel cuor pesante, e presso a lui Calipso, la
triste impotenza dell'amore e della bellezza immortale contro un
destino che mostra la felicità e la rifiuta. Ecco passar gemendo con i
capelli al vento le creature ahimè troppo verbose della poesia
elegiaca, nate dal fascino che il dolore ha esercitato, come soggetto
d'arte, sull'anima pagana. Ecco la Musa malinconica e appassionata di
Virgilio, una voluttuosa della tristezza, che sentì le lagrime delle
cose, e si compiacque di ascoltar i lamenti dei boschi e dei laghi:

    Te nemus Anguitiæ, vitrea te Fucinus unda
    Te liquidi flevere lacus:

che si arrestò sospirando a contemplar gl'insolubili enigmi
dell'Universo, il mistero delle cause prime.



V.


Ed ecco, in ogni attitudine che ogni dolore compone, infiniti fantasmi
cui l'Arte diè vita e nome dopo che un dramma di passione divina ebbe
trasformato il mondo. Disponendomi ad additarvene alcuni tra i più
famosi, penso di escluderne le creazioni dell'arte sacra, delle quali
è difficile riconoscere fino a qual punto sieno state ispirate dalla
fede e dalla bellezza ideale della religione piuttosto che dalla
bellezza ideale del dolore. Mi sia solamente concesso di affermare
che nessuna fede religiosa si richiede a godere di tante magnifiche
rappresentazioni del soffrire; che davanti alla Pietà scolpita da
Michelangelo e alla Pietà dipinta da Van Dyck anche uno scettico, se
ha intelletto e cuore, sente, insieme all'ammirazione artistica, le
inquietudini di una simpatia profonda. Egli si accuserà forse di
debolezze atavistiche e la sua ragione insorgerà contro il suo
sentimento, ma questa presunta debolezza sentimentale non è in fondo
che la intuizione incosciente di una bellezza intellettuale e morale
del dolore, segreta sì, ma, come dirò più tardi, non impossibile a
scoprire meditando. E ora passate in silenzio, legioni afflitte!
Passate, madonne del Beato Angelico, di Giambellino e di Sassoferrato,
dolci creature sacre al dolore, che tanto soavemente piegate sotto il
dono misterioso e terribile; passate, nobili immagini del _vir
dolorum_, che il genio di Rubens e di Michelangelo evocò sulla tela e
dal marmo, biondi adolescenti che Luino assise pensosi a piè della
Croce, penitenti e martiri irradianti da mille famose tele la divina
luce di un dolore che giunto dai sensi al più interno dell'anima vi è
trasmutato in un'aurora di gioia eterna. Passate accompagnati da
quelle melodie sovrumane che suonarono nella mente di Francesco
Francia quando dipinse i suoi musicisti del cielo. Passate, cedete ad
altri fantasmi!



VI.


Ecco le visioni dantesche del dolore. Considerate, signori, come fra
tante ammirabili forme che vincono i secoli, quelle ci rapiscano a
entusiasmi quasi tormentosi nella loro dolcezza, nella loro misura
superiore alla parola, le quali ci rappresentano un dolore almeno in
parte immeritato, almeno in parte inesplicabile. Quando Dante ci
descrive una pena giustamente commisurata alla colpa, mai non si mesce
all'ammirazione nostra il sentimento dolce e tormentoso di cui vi
parlo. Solo fra i dannati ci commuove così Francesca. Il poeta
rappresentò Francesca e la sua colpa per modo che la sua pena eterna
non consuona, inconsci o no che ne siamo, con il nostro intimo
sentimento della giustizia. La dolce Francesca, che dall'impeto
colpevole del volere altrui, d'improvviso, in un momento di oblio, fu
tratta al peccato, che neppur nell'Inferno ha smarrito il senso
riverente del divino, il desiderio della preghiera, il gentile
rispondere dell'animo alla pietà, ci commuove tanto perchè nella
nostra mente, consci o no che siamo, la misura della sua pena eccede
la misura del suo consenso al male. E Dante stesso mentre creava per
l'Inferno l'amoroso fantasma pare avere in qualche oscuro modo
sentito così perchè dannò alla profonda Caina il marito punitore e non
mosse Virgilio a rimproverarlo, come in altra parte del poema, per una
pietà contraddicente al giudicio divino. La stessa potenza per la
stessa cagione ha il fantasma del conte Ugolino, la visione non del
tormento infernale, ma del dolore che il vivo patì con gl'innocenti
compagni suoi e che non sappiamo accordare con la nostra conoscenza
della giustizia. E soave nell'aura di un dolore senza giusta causa
sofferto tu passi davanti a me, ombra della Pia che Maremma disfece;
più soave nella memoria per un solo cenno di quel dolore che qualsiasi
beato spirito raggiante nel paradiso del tuo Poeta.



VII.


Ecco, tra le infinite ombre che seguono, venute da ogni tempo e da
ogni paese, il _Pensieroso_ di Michelangelo, solitario sul suo seggio
di principe, contemplante nel vuoto come in uno specchio invisibile
qualche idea triste della sua mente. Ecco, un tragico sciame di anime
che il soffio di Shakespeare ha suscitato dal niente e porta nei
secoli; il buon vecchio Re pazzo, errante a caso nella notte e nella
tempesta, il principe infelice, meditabondo in faccia al delitto, i
dolci, pallidi visi di Cordelia la semplice e di Desdemona la fedele,
strangolate. Ecco il giovine Werther che scrive l'ultimo addio a
Carlotta e alla vita. Ecco, nelle gelide nebbie di una notte
invernale, il padre straziato che cavalca fra i grigi ontani
stringendosi in braccio il figliuoletto morente, delirante, chiedente
aiuto invano contro un caudato e coronato spettro che lo chiama, che
lo vuole, che lo afferra, che lo uccide. Ecco la sconsolata Margherita
che geme ginocchioni davanti a una immagine della _Mater Dolorosa_ e
Tecla invocante la stessa Pia che a sè la richiami da questo basso
mondo ove per lei l'ora dell'amore e della intensa vita passò; e
bella, florida di speranze come a primavera la spica, come il tralcio
d'estate, nell'ombra d'un carcere, con l'orrore della ghigliottina
negli occhi, la fanciulla che Andrea Chénier udì singhiozzare,
avvinghiandosi disperatamente alla vita; «_je ne veux point mourir
encore!_» Ecco il Bonnivard di Byron che nel nero Chillon apprende ad
amare la disperazione. Ecco la Musa di Leopardi assorta nella
contemplazione dell'universale soffrire che mette capo al nulla, vaga
della morte, intenta continuamente a ornarsi di queste tristezze
magnifiche, sia detto senza offesa del grande Poeta, come predilige i
pizzi e i velluti neri una dama che li sa confacenti alla sua
bellezza. Nella più squisita coppa che arte di poeta lavorasse mai
per quest'uso, Leopardi ne porge la più pura essenza del dolore del
mondo e noi ne leviamo le labbra sospirando per una mistica ebbrezza
che ne invade, che ne innamora di sè, che nei cuori giovanetti torna
in idolatria vana del dolore, in concepimenti di poesia sconsolata,
falsa e debole perchè artificiale ma tuttavia documento dell'occulto
fascino di bellezza cui possiede il concetto più puro e più vasto del
dolore, l'idea di un dolore inesplicabile, infuso al mondo dalla
ignota sua Causa per modo che la stessa natura inferiore ne ha senso e
lamenti e ne ha strazio di dubbi angosciosi l'intelletto umano, che
senza posa ne domanda inutilmente il perchè al silenzio formidabile
dell'Infinito. E non è misterioso il soffrire della donna più cara
nell'opera di Alessandro Manzoni?

    Te dalla rea progenie
    Degli oppressor discesa,
    Cui fu prodezza il numero,
    Cui fu ragion l'offesa,
    E dritto il sangue e gloria
    Il non aver pietà,

    Te collocò la provvida
    Sventura fra gli oppressi.

Certo il poeta non pensò illuminar le leggi della sventura con quel
_provvida_ che par sancire un immeritato dolore, annullare,
compensandole fra loro, le sofferenze degl'innocenti. Crudele parola,
indice di una legge storica che infligge dolore non giusto secondo il
veder nostro, che ha dunque una intima ragione di mistero; crudele
parola e in tutto il coro la pia potente, per questo appunto che ci
suona tanto amara. Ecco la lunga tratta dei pellegrini polacchi che
passano cantando le litanie di Mickiewicz: «Per tutte le ferite, le
torture e le lagrime dei prigionieri, dei proscritti, dei pellegrini
polacchi, liberaci, Signore!» Se la infelice Polonia ricuperasse un
giorno l'indipendenza troverebbe l'arte polacca nella gioia le
ispirazioni sublimi ond'ebbe gloria nel dolore? In Italia, signori, si
può dubitarne. Quando l'anima italiana diede al dolore nazionale
un'espressione artistica trovò accenti immortali; e che trovò invece
quando la indipendenza e l'unità della patria furono raggiunte di
slancio? Quale fu il grande artista di questa gioia se non Iddio solo
che impresse agli eventi impeto e splendore di poema?



VIII.


E ora, signori, se volgendo le spalle alla folla spettrale che ci fluì
davanti noi entriamo negli studii dei nostri artisti, dei nostri
poeti, dei nostri romanzieri, ci appare intatta l'antica potenza
fascinatrice del dolore. Siamo pure condotti a considerare che
nell'arte moderna si manifesta più e più la inclinazione a un uso
razionale del dolore per diversi scopi di cui è conscia. L'arte
moderna volentieri filosofeggia e parteggia, volentieri rappresenta
il dolore come prodotto di esistenti ordini morali e sociali cui
l'artista vuole additare come opposti a un ideale della sua mente e
possibili a riformarsi giusta questo ideale. Noi osserviamo in pari
tempo che il dolore così manifestamente rappresentato in servizio di
tesi morali o sociali non ci commuove nell'opera d'arte quanto il
dolore che procede dall'ineluttabile, dalle fatali condizioni della
vita sulla terra, dalla morte, dall'amore, dai problemi della sorte
umana, dalle ombre dell'al di là. Noi possiamo abborrire la guerra e
consentire con l'artista che per un intento civile ce ne rappresenta
gli orrori, noi onoriamo l'arte sua, ma poi davanti al Napoleone
morente di Vela un diverso, un più forte fascino ci arresta
palpitanti, dimentichi di quell'arte civile, dimentichi del bene e del
male, dimentichi di noi stessi. Quando i poeti socialisti ci
descrivono miserie atroci di lavoratori, possono richiamarci da un
colpevole oblio alla meditazione delle piaghe sociali e dei rimedi, ma
la emozione artistica che suscitano in noi immediatamente si
trasforma, si converte in desiderio di azione sociale, non è
comparabile, nè per intensità nè per durata di piacere, alle emozioni
che non trovano sfogo in alcun'azione possibile perchè loro materia,
offerta dall'Arte, è un dolore che non ha nè rimedio nè riparo. Il
soffrire dei minatori nelle viscere della terra, il soffrire della
piccola cucitrice costretta a un lavoro assassino della giovinezza e
della gioia, non hanno, come contenuto di forme artistiche, la potenza
fascinatrice che ha il soffrire di Enoch Arden naufrago del mare e
dell'amore, che ha il soffrire del piccolo venditore di zolfanelli
morente sulla via, benchè l'ingegno di chi scrisse _Germinal_ e di chi
scrisse il _Canto della camicia_ non ci paia inferiore all'ingegno di
Tennyson e di Andersen.



IX.


E lo stesso che dell'arte socialista può dirsi di quell'arte che
rappresenta il dolore a scopo espresso d'insegnamento morale. Leone
Tolstoi, nel porsi a raccontare la storia di un adulterio quando le
ragioni pure dell'Arte informavano ancora l'opera sua di scrittore,
premeditando di condurre la sua eroina dalla colpa grado grado alla
disperazione e al suicidio, parve temere che il dolore castigo, il
dolore inflitto dalla giustizia offesa, non avesse sufficiente
efficacia artistica, e seppe con una ispirazione geniale infondere
all'opera sua il fascino eterno del dolore prescritto dal Destino,
del dolore senza causa conosciuta. Considerate le infinite
rappresentazioni artistiche moderne della morte tanto più potenti
sull'animo nostro, tanto più attraenti quanto più questo fatto della
morte, abborrito dalla natura umana, ci è mostrato nelle sue parvenze
maggiormente odiose, maggiormente contrarie all'idea nostra del giusto
e del ragionevole, quando colpisce l'innocenza, la grazia, la
bellezza, l'amore, le giovanili speranze. Chiudo il libro dove Enrico
Sienkiewicz ha dipinto un'epoca famosa dell'antica Roma con il largo
pennello, con la violenza di luci e d'ombre che una distanza di tanti
secoli richiedeva, e sento dolce nella memoria non tanto Licia la
martire, l'amante cristiana scomparsa nelle ombre discrete di un
idillio nuziale, quanto Evnica l'infedele, che per amore consente
senza speranza di futuro premio alla morte il fiore degli anni suoi e
della bellezza. Supremo dono, io penso, del poeta alla sua prediletta,
la morte! Per l'apoteosi del patrizio e della schiava, perchè andasse
ad essi il più intimo profondo sospiro di chi palpitò per la sorte di
Licia e Vinicio, non altro poteva l'Arte dopo averli creati entrambi
così belli e generosi, che donar la vita agli amanti cristiani e la
morte ad essi, la morte sulla scena, la morte lenta, la morte nei
vincoli del più fervido e splendido amore; e anche questo è a me
argomento di rifiutare al libro il carattere di apologia cristiana.



X.


Signori, prima di esporvi il mio concetto circa la natura di questa
intima bellezza del dolore che innamora gli artisti e le moltitudini
raggiando nel loro inconscio, mi piace dire alto che nessuno mi vince
nel sentire la grandezza e la bellezza della gioia, nell'Arte. Non mi
rapiscono palpitante a sè le sublimi forme di poesia che Dante creò
per la gioia quando immaginava esser tratto dagli occhi sfavillanti di
Beatrice per entro un riso dell'Universo? Non ebbi io brividi di
sacro entusiasmo davanti alla Vittoria di Samotracia, a quel divino
corpo slanciato nel vento da una gioia che lo libera dall'impero della
terra? Nel metro stesso dell'Inno di Schiller alla Gioia, nel flutto
dei versi rapidi con maestà, delle alterne rime incalzanti, non sento
io con un lieto tumulto dell'animo lo spirito di fuoco che ha
posseduto il poeta? Nei più delicati cantori voluttuosi dell'Antologia
greca, nelle più molli canzoni veneziane non assaporo l'incanto di
un'arte che alle gioie dell'amore diviso e pago fa partecipare lo
spirito senz'abbassarlo? Persino davanti al meraviglioso dipinto di
Jordaens «Le roi boit» mi sono inebbriato di quella trionfale gioia
del vino che vi spuma sull'obeso volto del mite monarca beone,
sorridente in estasi alle fragranze dell'aureo liquore, del cortigiano
acclamante alle sue spalle col calice in alto, dei cavalieri barbuti e
delle donne floride trincanti a cerchio dell'anfitrione gioviale, del
bimbo ignudo in grembo alla madre, nel quale si ostenta, ignuda del
pari, la innocenza magnifica della natura.



XI.


Appunto perchè godo inesprimibilmente le armonie della gioia con
l'Arte, mi riesce più mirabile che l'Arte renda dilettoso al cuore
umano ciò ch'egli per natura più abborre. L'abitudine c'impedisce di
apprezzar degnamente questo fatto che ci turba se lo consideriamo come
nuovo, come appreso da noi quando nel dolore non ci appariva che il
gran nemico e nell'Arte non ci appariva che la grande consolatrice.
Diremo forse che un sottile egoismo ci rende piacevoli le
rappresentazioni del dolore altrui? Non lo diremo, perchè se questo
egoismo ha talvolta luogo riguardo a dolori reali, il piacere
dell'egoista che Lucrezio descrive seduto sul lido del mare in
cospetto del travaglio e del pericolo altrui è troppo diverso da quel
dolcissimo sentimento, che, destato dall'opera d'arte, sovente si
sfoga in lagrime. Non lo diremo perchè del proprio dolore stesso
l'artista s'innamora. Diremo forse, invece, che il sentimento nostro è
una forma di amore, è una essenza di pietà, e che la pietà è dolce a
sentire? Sì, la dolcezza del sentir pietà è senza dubbio parte
dell'emozione che il dolore espresso dall'Arte suscita in noi, ma non
è, non può essere questa emozione intera. Se commossi amaramente da
uno spettacolo di reale dolore, specie di quel dolore ingiusto,
fatale, inesplicabile che più sarebbe atto ad accoppiarsi con l'Arte,
noi sottoponiamo ad analisi la nostra emozione, essa ci si scinde
subito in due elementi: la pietà per chi soffre e un trepido moto
dell'anima verso la causa di quel soffrire. Espresso dall'Arte, il
dolore c'ispira una emozione non più amara ma deliziosa nella quale
l'elemento della pietà per un particolare soffrire si è attenuato, è
anzi talora scomparso; e ne invoco a prova quell'arte che a me par
sovrana.



XII.


Quando, posseduto ancora nel pensiero dal fantasma della Desolata,
camminavo lentamente lungo il ritmico fragore delle onde cadenti sulla
riva, pensai ai profondi accordi che aprono la _Mondscheinsonate_ di
Beethoven. Se adesso, pieno il cuore delle ombre dolenti che ho
evocate davanti a voi, mi figuro di ascoltare in una solitudine o
nelle tenebre quel sublime adagio, vi sento l'anima unica, vi odo
l'unica voce di tutti i dolori del mondo. Non è un lamento, è un
canto solenne e grave che insiste in suoni profondi, echeggianti nelle
viscere immote delle cose, sotto un ondeggiar vago di parvenze
mutabili. Dolore, mistero, inesprimibile bellezza; questo mi dicono i
sovrumani accordi e una voluttuosa pena simile alla pena dell'amore
m'invade, un desiderio infinito di confondermi all'onda sonora del
canto che ascende come la preghiera di tutto che soffre verso un
Potere immenso e silenzioso. Suprema forma dell'arte, primizia quasi
di parole e d'idee superiori allo stadio presente della intelligenza
nostra, la musica sola vale a esprimere il dolore impersonale e puro,
e allora nel suo linguaggio magnifico è sempre un elemento di
preghiera, di aspirazione a qualche ignoto stato felice ch'è nelle
possibilità del futuro, di speranza nell'ordine ideale di un mondo sul
quale si apre la porta di uscita delle generazioni umane. Anche quando
a commento di poesia la musica esprime ebbrezze amorose, le avviene
talvolta d'infondere nelle parole più tenere e liete un'anima di
tristezza. «Sommesso nella notte» dice il poeta «il canto mio a te
sospira, vieni, rendimi beato». La musica di Schubert si slancia con
un grido amoroso, cade, rinnova lo slancio, ricade in accorato pianto.
Vede ella forse venir l'ora delle lagrime dopo l'ora della gioia o non
dice piuttosto ch'è impossibile sulla terra di amare senza dolore
perchè le condizioni della vita terrena non concedono la unione
completa e perpetua che dell'amore è inestinguibile sete? Neppure
Schubert saprebbe rispondere, ma certo il divino incanto della melodia
è in quell'accento di tristezza che vi risponde all'amoroso richiamo.



XIII.


Quale sarà dunque la intima bellezza del dolore che si rivela
nell'inconscio dell'artista e ci attrae inesplicabilmente nell'opera
d'arte?

Il dolore è per sè così ripugnante alla natura umana che se lo si
considera non solamente all'infuori di ogni specificazione individuale
ma puranche all'infuori dell'ordine delle cose esistenti, è
impossibile a chi senta l'impero della ragione attribuirgli bellezza
alcuna. Ove in un mondo ordinato alla gioia entrasse un giorno senza
causa, nè apparente nè occulta, il dolore, non si concepisce come un
essere intelligente potrebbe compiacersi di esprimerlo ad arte, come
altri potrebbe compiacersi di contemplarne o leggerne o udirne la
studiata espressione. Quindi la bellezza del dolore non può essere che
nell'ordine suo con le cose esistenti, come la bellezza di una seconda
minore, per sè il più spiacente connubio di suoni, non può essere che
nell'ordine degli accordi cui è inserta. Ora non è difficile a chi
mediti le cose umane scoprire normali funzioni benefiche del dolore
nell'ordine delle cose esistenti. Io medesimo ebbi a rappresentarlo
come un grande artefice di progresso, perchè fu veramente il dolore
inflitto dagli elementi, dalle belve, dai morbi, che costrinse
l'umanità primitiva a difese ond'ebbero crescente vigore
l'intelligenza e crescente impulso la civiltà. Veramente dal terrore
degli Dei, da temuti guai nacquero l'astronomia e le matematiche, come
dalle zuffe che insanguinarono il suolo per la sua spartizione nacque
la geometria. L'orrore della indigenza e della morte generò
l'alchimia, madre della chimica. La dottrina della fraternità umana
insegnata dal Cristianesimo generò, accomunando le sofferenze, quel
mirabile lavoro scientifico che a gloria del nostro tempo combatte
indefesso il dolore individuale e sociale e con le sue continue
conquiste accumula potenza nello spirito. Il dolore purifica e
ritempra, precede ogni nascita anche nell'ordine delle grandi idee
sorgenti a illuminare e dirigere la evoluzione della razza. Il dolore
finalmente, tanto nell'ordine morale quanto nell'ordine fisico, non
altro è che il salutare indice del disordine. Tali visibili aspetti di
bellezza morale ha dunque il dolore nell'ordine delle cose esistenti.
Bastano a spiegare come l'Arte volentieri s'ispiri ad esso? Non lo
credo. Comprendo come un'arte moralista si compiaccia di
rappresentarci il dolore che procede da un disordine morale, il dolore
che ammaestra; come un'arte socialista si compiaccia di rappresentarci
il dolore che procede da un disordine sociale, il dolore che richiama
a giustizia; come un'arte civile si compiaccia di rappresentarci il
dolore che procede da un disordine nelle condizioni della patria, il
dolore che infiamma all'adempimento del dovere civile; ma non posso
dimenticare che il dolore nell'opera d'arte mi apparve testè tanto più
attraente quanto più inesplicabile, quanto meno visibilmente
rappresentato dall'artista per un suo fine straniero all'Arte. Mi dico
inoltre che il dolore espresso dalla musica pura, disgiunta dalla
parola, tanto potente sull'animo nostro, è impossibile a collegare con
alcun disordine apparente. Vi ha dunque una suprema bellezza del
dolore che ancora si nega alla mente indagatrice, che senza un
conosciuto perchè ci solleva nel petto il più voluttuoso pianto, che
non risiede in alcun visibile ordine delle cose esistenti e ha quindi
la ragione propria o in un ordine ignoto e impenetrabile di esse o in
un ordine più ampio del quale il mondo presente non sarebbe che un
termine intermedio. Qui, o signori, noi tocchiamo i confini prescritti
alla conoscenza umana, qui l'esploratore che avanza passo passo
nell'ombra crescente, ode il fragore, sente l'alito di quel mare che
non ha barca nè vela. Egli ristà.



XIV.


Si mette invece per le onde oscure, qualunque sorte lo attenda, il
poeta. Se la suprema bellezza del dolore risiede forse in un ordine
diverso da quello che soltanto collega fra di esse le cose del mondo
presente e se deve per necessità esser simile alla bellezza di una
dissonanza musicale genialmente preparata e risoluta, ne balenan lampi
che da un passato più lontano della nebulosa originaria vanno a un
avvenire più lontano del giorno in cui si compierà la evoluzione del
sistema solare. «Niente avviene senza causa» dice Eliphaz nel libro di
Job «e il dolore non nasce dal suolo.» No, il dolore inesplicabile che
echeggia nelle viscere della musica non è senza causa e la sua causa
non è nella Terra. Risalendo a ritroso con la fantasia il moto della
evoluzione universale, mi è difficile arrestarmi alla materia prima,
inorganica, informe, tenebrosa di questo mondo e non pensare che pur
essa è uno stadio di quel moto, che altre forme dell'essere l'hanno
preceduta. Mi risovvengono allora parole arcane del Libro Sacro
accennanti a un mondo di gloria e di colpa scomparso ma non estinto,
connesso e compenetrato copertamente con le cose presenti; e mi dico
che in quel mondo hanno la prima radice gl'infiniti guai di cui tanto
ci turba nel mondo presente lo spettacolo amaro, il soffrire
degl'innocenti, le ingiustizie crudeli della fortuna. Le tristezze che
ci ascendono talvolta nell'anima senza che ne sappiamo il perchè, le
tristezze che allora rispondono a noi dalle cose quasi amorosamente,
quasi a consenso di pena in una comune sorte, tutto procede da quel
mondo prenebulare di cui la memoria è spenta nella coscienza umana ma
vive sotto di essa. E comprendo come l'Arte, che attinge le proprie
ispirazioni all'inconscio, crei, quando prende a soggetto il dolore
che non ha visibile causa, forme di bellezza sovrumana perchè lo
intuisce occultamente nell'ordine che collega la dissonanza
intermedia del mondo presente a due mondi sovrumani appunto, a un
mondo passato di splendore e di colpa dove si è dischiuso il seme del
piangere, a un mondo futuro sulla cui soglia il dolore conduce le
creature rifatte splendide per esso e spira. E se la Intelligenza
ordinatrice dei mondi dispose l'Arte a elevare l'ideale del piacere
sopra ogni tetra febbre per modo che i desideri umani aspirino a
un'armoniosa gioia dello spirito e della sua veste, comprendo pure che
abbia disposto l'Arte anche a render voluttuosa non la sofferenza ma
l'idea del soffrire; così che gli uomini vi si soffermino liberamente
e richiamino allora in sè le ombre di ogni dolore del mondo,
afferrino, almeno per un momento, il più intero disegno di questa vita
terrena e almeno per un momento sentano quel desiderio indistinto
d'infinito, quell'amore che punge il pellegrino di Dante

    .... se ode squilla di lontano
    Che paia il giorno pianger che si muore.

Indefinibile palpito, pieno di rimpianti e di aneliti, ricordo di un
tempo felice trascorso, presentimento di un tempo felice venturo,
anello sensibile di due mondi inaccessibili al senso.

L'Arte che obbedisce a questo divino appello non esercita un
insegnamento morale esplicito e diretto che la diminuirebbe, solamente
imprime all'anima umana un moto che seconda il moto volgente tutte le
cose a uno stato superiore. Più che mai si conviene all'Arte nel
nostro tempo di glorificare la gioia vera e intera, mentre i desiderii
degli uomini volgono a un ideale di soddisfazione comune che appaga sì
lo spirito in quanto un principio di giustizia nel riparto dei beni
economici lo attrae, ma che soverchio potere per la felicità umana
conferisce a ciò che l'uomo tocca un momento e subito abbandona. E
mentre la scienza, mentre tutte le forze operose del Bene combattono
con gloria i dolori sanabili della terra, più che mai si conviene
all'Arte, che pure a questo bene soccorre, di allettare gli uomini
alla contemplazione del dolore insanabile, fatale e fermo, perchè
soltanto dalla piena coscienza di tutto il dolore può emergere un
perfetto sperato ideale di gioia; e un perfetto sperato ideale di
gioia, un intero sperato possesso del bene è già così gran parte della
possibile felicità umana, è del Bene stesso artefice così potente!



XV.


Signori, io non ho inteso con queste ultime mie parole rivolgere agli
artisti, inutile retore, precetti o consigli. È una divina legge
dell'Arte che addito e proclamo, una legge superiore alle volontà
umane, la riconoscano o non la riconoscano, poichè coloro che Iddio
chiama all'Arte non sono liberi di escludere il dolore dal campo del
lavoro artistico nè il pubblico è libero di passar noncurante o
sdegnoso davanti all'opera che gli rammenta con efficacia di forme
ciò che di più acerbo ha la condizione umana. Io vedo la legge che ho
glorificata operare infallibilmente nell'avvenire, vedo andar
diminuendo per opera della scienza e della civiltà le sofferenze umane
sanabili, vedo le insanabili disegnarsi appunto per questo sempre più
nettamente nel loro carattere di limite fatale della potenza nostra,
di manifestazione d'una potenza superiore; e vedo l'Arte richiamar
sempre più forte ad esse il pensiero dell'uomo. Vedo in lei e per lei
levarsi inquieti dai beni che avran raggiunto nello spazio e nel tempo
e tendere all'infinito immensi desiderî umani cui la scienza non
appagherà mai, cui la Fede non avrà raccolti ancora, li vedo chiedere
dolorosi all'Arte il ristoro di una forma di bellezza, e nel
moltiplicarsi di tale bellezza io credente vedo moltiplicarsi
realmente i contatti del desiderio umano con l'infinito, vedo quello
più e più nel contatto accendersi, questo più e più concedersi
clemente, e così predisposta la ultima gioia del loro congiungimento,
mi si rivela intera nel suo sublime disegno la elaborazione del dolore
nell'Arte dalle oscure fonti di lei sino alla foce tutta riverberante
gl'imminenti splendori del regno di Dio.





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