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Title: Scritti di Giuseppe Mazzini - Politica ed economia, volume secondo
Author: Mazzini, Giuseppe, 1805-1872
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Scritti di Giuseppe Mazzini - Politica ed economia, volume secondo" ***

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              SCRITTI

                 DI

          GIUSEPPE MAZZINI

        POLITICA ED ECONOMIA

           VOLUME SECONDO

                    _PENSIERO ED AZIONE._



  CASA EDITRICE SONZOGNO--MILANO

        VIA PASQUIROLO, 14.



PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano.--STAB. GRAFICO MATARELLI. Via Passarella, 13-15.



PREFAZIONE

Come abbiamo accennato nella prefazione al vol. I, riassumiamo qui la
vita politica e i fatti salienti dell'apostolato di G. Mazzini dal 1853
al dì della sua morte, a complemento delle note autobiografiche nello
stesso primo volume raccolte ed a commento degli scritti politici ed
economici in questo contenuti.

De' concetti filosofici del Mazzini, de' suoi pensamenti intorno
all'arte, non che della sua vita privata, parleremo nelle prefazioni ai
volumi _Filosofia_, _Letteratura_, _Epistolario_, man mano che verranno
pubblicati.

E se i brevi e rapidi cenni, che le proporzioni della presente edizione
ci consentono, son troppo inferiori al soggetto e non danno che una
pallida idea dell'azione indefessa, magnanima del grande Italiano, nella
cui formula _Dio e il Popolo_ è la fede dell'avvenire, nondimeno
crediamo che possano bastare per mostrare ai lettori come quella fede si
esplicò nel suo pensiero; come il Dio ch'egli portava in petto,
talismano contro ogni debolezza, ogni vigliaccheria, nulla avesse di
comune cogli Dei invocati a giustificazione d'ogni nequizia, d'ogni
reazione. Come quel Dio inspirò e sollevò in alto colui che con lo
sguardo fisso nel progresso dell'umanità ne interrogò la legge.

Chi desidera più particolareggiate e copiose notizie su questo
importante periodo dell'apostolato mazziniano, consulti i proemi
premessi dal Saffi agli ultimi nove volumi delle opere complete, e gli
scritti contemporanei, fra i quali citiamo a titolo d'onore quelli della
signora J. W. Mario e dell'Anelli, a cui abbiamo largamente attinto.

                                  *
                                 * *

Quando la Russia nel 1853 manifestò l'intenzione di risolvere la
questione d'Oriente a modo suo, pigliandosi Costantinopoli,
l'Inghilterra, risoluta di attraversarne i disegni, iniziò le trattative
per un'alleanza con la Francia in difesa dell'Impero Turco, facendo
conto eziandio sul concorso dell'Austria. E il degenere nipote di
Napoleone Bonaparte di buon grado accoglieva quelle proposte, nella
speranza di acquistare popolarità in Francia col prestigio della gloria
militare, e predominio morale in Europa.

Il Mazzini vide quel disegno funesto alla causa della libertà, e
specialmente all'Italia coll'accrescer potenza alla nemica Austria[1], e
pubblicò varî scritti indirizzati alla nazione inglese, nei quali
indicava l'onta d'un'alleanza con l'uomo del 2 dicembre, l'errore
massimo di porre fede nell'Austria, e la necessità di non trasfondere
sangue nuovo nelle vene di uno Stato che rappresentava il _dispotismo_,
la _ferocia_, l'_immobilità_. Affermava essere invece degno della libera
Inghilterra il fare appello, in nome del santo principio della
nazionalità, alla Polonia, alla Germania, all'Ungheria, all'Italia e a
tutti gli elementi rumeni, serbi, bulgari, albanesi, per sottrarli
all'influenza russa ed _inalzare intorno all'Impero moscovita una
barriera vivente di giovani nazioni associate_[2].

Ma sebbene queste idee del Mazzini fossero divise dai più eminenti
uomini di stato inglesi, come Gladstone, Stansfeld, Forster, Roebuck ed
altri, pure quell'alleanza _assolutamente torta e immorale_[3] fu
conchiusa in nome del sempre invocato equilibrio europeo. E di
quell'alleanza, per opera del Cavour, entrava a far parte il Piemonte,
che spediva in Crimea 15 000 valorosi soldati, mentre questi associati
al _resto dell'esercito ed a tutto il popolo_[4] avrebbero potuto
costringere l'Austria ad abbandonare il Po.

Il risultato di quella guerra, che costò tante nobili vite, è noto; e
l'Europa ne risente ancora i tristi effetti[5]. Il Piemonte ottenne la
soddisfazione di presentare al Congresso di Parigi il famoso
_memorandum_ cavouriano al quale gli scrittori di parte attribuirono
tanta importanza. Ma l'effetto del prendere in tal guisa un posto umile
e tollerato intorno al tappeto verde della diplomazia imperante, fu di
legare da quel tempo in poi il Cavour alla vacillante e personale
politica di Napoleone: nulla più faceva senza il beneplacito suo, pronto
a soffocare qualunque tentativo d'iniziativa nazionale[6] quando
piacesse all'imperatore da cui pendevano le sorti d'Italia[7]. E per il
Cavour quelle sorti--è bene notarlo subito--si confinavano in
un'ingrandimento dello Stato piemontese; chè all'Unità d'Italia egli non
credette fino a quando gli eventi, da lui non preveduti, lo costrinsero
a riconoscerla inevitabile[8].

E mentre il primo ministro piemontese limitava il suo lavoro a preparare
con ajuti stranieri l'annessione della Lombardia e, tutt'al più, del
Veneto, Mazzini invece trattava in Lugano col Garibaldi intorno ad una
spedizione in Sicilia, dov'era già fondato, fino dal 1850, un Comitato
nazionale col duplice intento di sradicare dall'Isola ogni idea
d'autonomia e di costringere i governanti o ad abbandonare il meschino
concetto cavouriano d'un Piemonte ingrandito, o a rovinare con esso.

Quella spedizione non ebbe luogo allora, bensì sei anni dopo, e
gloriosamente, mercè appunto la lunga, costante, efficace preparazione
degli animi alla santa causa dell'unità e indipendenza nazionale.

Intanto per le brighe di Napoleone e de' suoi devoti si divulgava nella
penisola l'idea di dare a Luciano Murat il regno di Napoli; idea non
favoreggiata solamente dal governo piemontese[9], ma per un momento
anche da uomini come Saliceti, Lizabe Ruffoni, Montanelli, i quali, dopo
la caduta della Repubblica romana esuli in Francia, troppo presto
disperavano della causa dell'unità.

Contro quell'intendimento antiunitario ed antinazionale protestavano
bensì i più insigni patrioti d'Italia; e Poerio, Spaventa, Mauro,
Bianchi e Settembrini rispondevano dalle prigioni «preferir di morire in
carcere piuttosto che stender le loro mani a quell'avventuriere
straniero»[10]. Il Mazzini, appena ne ebbe sentore, scriveva fiere
parole dirette specialmente all'esercito, e opportunamente ricordava il
voto dato da Murat a favore della spedizione francese del 1849.

Di quel vano tentativo del Bonaparte, per spegnere ogni speranza di
unità, non si parlò più: sparve come tanti altri disegni architettati
dal nipote nella solitudine per emulare le gesta dello zio.

E sebbene in quel tempo--per opera specialmente di Giorgio Pallavicino,
monarchico unitario, cittadino integro e forte, che per la dura scuola
dell'esperienza dovette ricredersi e morire convertito al culto della
fede repubblicana[11]--molti si fossero distaccati dal Mazzini per
avvicinarsi al governo costituito, quegli si dette con tutta l'anima a
tenere alta la bandiera dell'unità nazionale, osteggiata allora, come
sempre, dalla monarchia che sognava in accordi federativi fra principi
regnanti _quattro o cinque Italie_, come egli dice nelle stupende
lettere a Daniele Manin e a Giorgio Pallavicino[12]. Nè contento di sole
esortazioni, preparava, organizzava moti, fra i quali, degni di glorioso
ricordo, la spedizione di Sapri e la sollevazione di Genova.

Come tutti i tentativi generosi, per l'una o l'altra circostanza non
riusciti, sollevarono contro gl'iniziatori ed in ispecie contro l'anima
dirigente, il Mazzini, un'ondata di recriminazioni, accuse e calunnie;
ma non valsero a scuotere chi ben sapeva essere il bene premio di
sacrificio e l'audace iniziativa indispensabile per scuotere e mantenere
vive le inerti aspirazioni[13].

Fallita la sollevazione di Genova, non per colpa del popolo, che si
mostrò, come sempre, pronto ed animoso, ma per colpa dei capi che
dovevano dirigerla, il gran Proscritto cercato ovunque a morte dalla
polizia sarda, _ajutata da cagnotti còrsi e francesi_[14], potè a stento
mettersi in salvo. Fu bensì con altri patrioti condannato in contumacia
alla pena di morte; ricompensa decretata dai giudici della monarchia
costituzionale di Vittorio Emanuele, non diversa da quella venti anni
prima assegnatagli dai giudici del padre Carlo Alberto.

Tornò a Londra e riprese con lo stesso ardore il suo lavoro di
cospirazione ed organizzazione per muovere le popolazioni centrali e
meridionali all'azione unitaria, protestando in pari tempo, in nome
della dignità nazionale, contro la politica governativa che spingeva il
Piemonte ad allearsi con Napoleone III, fra tutti i regnanti il più
pericoloso ed abjetto. E l'uomo del 2 dicembre, spinto agli estremi,
impose al ministero di chiedere al governo inglese l'estradizione del
Mazzini, del Ledru Rollin, del Kossuth e di Simon Bernard, sotto lo
specioso pretesto che fossero complici nell'attentato di Felice Orsini.

L'Inghilterra, gelosa delle sue tradizioni di libertà, protestò
sdegnosa, e lord Palmerston, che aveva presentato un progetto di legge
per ottenere la facoltà di limitare quelle libertà ed applicare lo
sfratto quando si trattava di sudditi esteri, dovette lasciare il
potere. Anche il Belgio e la Svizzera resistettero alle pretese
imperiali: soltanto il conte di Cavour si piegò, per compiacere il
futuro alleato, a proporre e a fare approvare alcune disposizioni
limitanti la libertà della stampa e ad imaginare, coll'ajuto delle
compiacenti autorità di pubblica sicurezza, un complotto contro la vita
sua e quella di Vittorio Emanuele[15]. All'ingiustissima accusa il
Mazzini rispose da par suo con la lettera al Cavour, riportata in questo
volume, nella quale rampogna altresì i meschini concetti, le arti
subdole di un governo, che non aveva fiducia nel popolo, e tutto
aspettava dall'ajuto straniero.

Premio a tanta condiscendenza fu il triste patto di Plombières.

Appena il Mazzini ne ebbe notizia, fieramente e italianamente scrisse
contro; perchè mentre confidava, e non a torto, che l'Italia avrebbe
potuto far da sè, temeva le mire interessate dell'infido alleato; e il
15 novembre 1858, quasi vaticinando Villafranca, scriveva:

«Il re, circondato, assediato, tormentato dalle mille influenze, che le
tradizioni monarchiche, la diplomazia, la paura d'inimicarsi altri
governi, gli stenderanno intorno, porgerà orecchio alle prime proposte
di pace--_pace all'Adige o a Campoformio non monta_--che gli assicurino
un ingrandimento territoriale e un addentellato a più larga conquista
nell'avvenire»[16].

Molti esuli del partito d'azione avevano pubblicamente dichiarato che se
la guerra fosse stata iniziata e condotta da Napoleone, non vi avrebbero
preso parte; ma quando videro muover prima l'Austria e gli Stati
d'Italia insorgere in nome della libertà, abbandonarono tosto il primo
proposito, chè in cima ai loro pensieri tenevano quello dell'unità della
patria. «E Giuseppe Mazzini diè mano--come uomo di stato nel più alto
senso della parola, ed esperto misuratore dei rapporti possibili fra il
suo Ideale e la realtà--a promuovere, con ogni poter suo, nell'elemento
italiano del moto, caratteri recisamente nazionali ed unitarî»[17].

Giunto in Toscana, rincorò i patrioti, che erano indignati e stupiti per
l'inattesa tregua di Villafranca, con la singolare efficacia della sua
parola, e formulò un nuovo piano d'insurrezione in questo semplice
motto: _al centro mirando al sud_; invasione cioè dell'Umbria e dello
Stato Romano per muovere quindi verso il regno delle Due Sicilie. E
sebbene egli e gli altri suoi compagni d'azione avessero lealmente
dichiarato di tacer di repubblica se la monarchia piemontese si fosse
dichiarata alla sua volta unitaria e si fosse attivamente accinta
all'opera, furono, ciò non ostante, cercati, perseguitati dalla polizia
come traditori e peggio. Al Saffi, giunto a Torino, fu intimato di
ripassare entro ventiquattr'ore la frontiera. Sicchè alcuni si
affrettarono a riprendere la via dell'esilio, altri si nascosero, mentre
altri ancora, o meno cauti o più fidenti, venivano chiusi in
carcere[18].

Indignato il Mazzini dello sleale ed iniquo trattamento, da Firenze, ove
rimase nascosto per circa tre mesi, in casa Dolfi, scrisse al re, cui
egli giudicava migliore de' suoi ministri, la nota lettera qui
riportata.

Al pari di quella indirizzata a Pio IX, lo scritto produsse una profonda
impressione e fu argomento di chiose ed interpretazioni le più erronee.
Come il Mazzini si rivolse al papa, quando questi aveva in mano
l'iniziativa, per mostrare al popolo come dal successor di san Pietro
non v'era da aspettarsi opera di vera libertà e rigenerazione, così, a
sua volta, quando la sorte si volse propizia al re, volle che la lezione
si ripetesse, sapendo quanto eran discosti gl'interessi dinastici da
quelli del popolo. Trattò con Vittorio Emanuele per mostrare, colla
evidenza del fatto, che ogni speranza di generosa ardita iniziativa si
infrangeva dinanzi alle preoccupazioni, ai timori, alle tradizioni della
politica dinastica.

Qui giova riprodurre, dalla lettera accennata, il brano seguente:

«L'unità è voto e palpito di tutta Italia. Una patria, una bandiera
nazionale, un solo patto, un seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a
metropoli: è questo il simbolo d'ogni italiano. Voi parlaste
d'indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50.000 volontarî... Ma era
la metà del problema. Parlatele di libertà e d'unità: essa ve ne darà
500.000... Ma voi non siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo
della Francia imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte
all'Italia, inspirazioni a Parigi. Sire! sire! in nome dell'onore, in
nome dell'orgoglio italiano, rompete l'esoso patto! Non temete che la
storia dica di voi: ei fece traffico del credulo entusiasmo
degl'Italiani per impinguare i proprî dominî?... I padri nostri
assumevano la dittatura per salvare la Patria dalla minaccia dello
straniero. Abbiatela, purchè siate liberatore. Dimenticate per poco il
re, per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato
della Nazione. Siate grande come l'intento che vi ho posto davanti,
sublime come il dovere, audace come la fede. Vogliate e ditelo. Avrete
tutti, e noi primi con voi.»

Ma fra tutti gli scritti pubblicati dal Mazzini con l'animo amareggiato
dalla triste pace di Villafranca, bellissimo per elevatezza di concetto,
per nobiltà di forma, per una ineffabile malinconia che vi spira o
quello _Ai giovani_, la cui lettura ai giovani d'Italia vivamente
raccomandiamo, chè fra l'immensa congerie dei libri pubblicati in
quest'ultima metà del secolo, raramente troveranno altre pagine capaci
come quelle di elevar l'animo a nobili sensi.

Sulla fine di quell'anno il Mazzini tornò in Inghilterra, «ma non cessò
dal lavoro per le delusioni sofferte, inculcando con lettere ai patrioti
dell'interno e con pubblici scritti al Paese ed al re il dovere comune,
protestando contro la piega servile, che subordinava il diritto,
l'indipendenza e la dignità dell'Italia alla politica del secondo
Impero, e ponendo in rilievo le condizioni dell'opinione europea,
favorevole ad una condotta indipendente e civile da parte degli
Italiani. Voci al deserto! Pur nondimeno perseverava: e, ne' primi mesi
del 1860, mentre, ripresa la pubblicazione del periodico _Pensiero e
Azione_, insisteva, scrivendo, sul da farsi, s'adoprava nello stesso
tempo ad apprestare elementi e mezzi di nuovi moti a primavera,
dirigendo le sue mire alla Sicilia... Al quale intento cooperarono,
arditamente attivi, Rosalino Pilo, Francesco Crispi[19], La Masa, Corao
ed altri patrioti siciliani, devoti alla Patria, visitando segretamente,
a rischio del capo, la serva terra nativa, ordinandovi le prime bande, e
dirigendo il moto che determinò la spedizione di Marsala»[20].

Il 5 maggio il Garibaldi, fin allora raggirato dalle arti della
diplomazia sarda[21], ruppe gl'indugî, salpando da Quarto con la prode
schiera dei Mille, e il 27 entrava trionfante in Palermo, nella nativa
città di Rosalino Pilo, sei giorni dopo che quell'eroe era caduto,
colpito in fronte da una palla borbonica.

Appena fu liberata la Sicilia, il Mazzini, insieme col Bertani ed altri,
diè mano a preparare, secondo il suo antico concetto, mezzi e uomini per
una spedizione che, attraverso l'Umbria e lo Stato Romano, si
ricongiungesse al Garibaldi in Napoli; e fu tosto messa insieme una
brigata di duemila volontarî della quale ebbe il comando G. Nicotera. Ma
inaspettatamente dal Governo di Piemonte--che temeva dei volontarî e che
era geloso e sospettoso del prestigio acquistato dal Garibaldi[22]
--venne ordine d'impedire alla brigata di Castelpucci l'invasione
dell'Umbria e dello Stato Pontificio. Il Nicotera, ad evitare una guerra
civile, ubbidì, pur fieramente protestando contro lo sleale ed inatteso
divieto e dichiarando--gli eventi non giustificarono la promessa--che
non avrebbe più combattuto sott'altra bandiera, all'infuori di quella
repubblicana.

L'ingresso dell'eroico duce in Napoli persuadeva _finalmente_ il Cavour
che l'unità d'Italia era ormai inevitabile, e che perciò la Monarchia
doveva fare qualche cosa per controbilanciare l'influenza di Garibaldi,
e _per riacquistare la forza morale necessaria a signoreggiare la
rivoluzione_[23]. Ed allora fu deliberata l'occupazione delle Marche e
dell'Umbria con l'esercito regio guidato dal Cialdini, e nello stesso
tempo vennero mandati a Napoli abili faccendieri i quali, impazienti di
ottenere la dedizione immediata di Napoli e temendo che ad ottenere ciò
fosse d'ostacolo la presenza del Mazzini, non rifuggirono dall'eccitare
contro di lui i bassi fondi della città, che gli gridarono morte sotto
le finestre del suo alloggio. Alla lettera del prodittatore
Pallavicino--_cuore generoso raggirato nel comune inganno_--che lo
esortava a partire da Napoli, facendo appello al suo patriotismo, egli,
rifiutando, rispose con l'anima piena d'amarezza:

«Il più grande dei sacrificî ch'io potessi mai compiere, l'ho compiuto
quando, interrompendo per amore all'unità ed alla concordia civile
l'apostolato della mia fede, dichiarai ch'io accettava, non per
riverenza a ministri o monarchici, ma alla maggioranza--illusa o no poco
monta--del popolo italiano, la monarchia, presto a cooperare con essa,
purchè fosse fondatrice dell'unità.»

E nello scritto intitolato _Nè apostati nè ribelli_, non solo ribatte la
calunnia che i repubblicani abbiano cercato di attraversare i disegni
del Garibaldi, ma rivendica al partito d'insurrezione tutte le
iniziative d'unità nazionale.

Consegnato a Vittorio Emanuele il regno delle Due Sicilie e ottenutone
in compenso la più nera ingratitudine[24], il Garibaldi salpò povero e
solo da Napoli per Caprera, dopo aver fissato col Mazzini di fondare il
giornale quotidiano l'_Italia del Popolo_ e di promuovere una
sottoscrizione a favore di Venezia e di Roma.

Ed anche il gran Genovese partì da Napoli _con l'anima in pianto_, e
riprese la via dell'esilio; ma, sempre tenace ne' suoi generosi
propositi, tutto si dette a ordinare il lavoro che doveva redimer Roma e
Venezia; ed a vantaggio delle due oppresse provincie usò d'ogni onesto
accorgimento, non escluso quello dell'azione parlamentare; tanto che il
Saffi ed altri di parte repubblicana, da lui non dissuasi, si risolsero
d'accettare il mandato di rappresentanti della Nazione in Parlamento
Egli però non ci volle entrare mai, sebbene per tre volte consecutive
eletto, sui primi del '66, dai cittadini di Messina con plauso e
commozione del non immemore popolo d'Italia. Il quale avvenimento giova
ricordare ad onore dell'eroica città, che protestava con quel nome
contro la subdola e servile politica d'allora, ed a severa rampogna
verso la maggioranza parlamentare, che per ben due volte annullò quella
elezione, invocando, senza rossore, la sentenza della Corte d'appello di
Genova del 20 ottobre 1858.

Il programma del Mazzini per la redenzione del Veneto e dello Stato
Romano era riassunto in queste parole: _A Roma per la via di Venezia_;
chè egli per l'azione nelle provincie venete contro l'Austria faceva
molto assegnamento sull'Ungheria, sulla Polonia e sulle altre
popolazioni slave gementi tutte e frementi sotto il bastone
austriaco[25]. E mentre con siffatto intendimento attendeva a preparare
armi e danaro, cercava anche di mantener _viva la protesta morale contro
la occupazione francese in Roma; nè solo in Italia, ma in Inghilterra e
nella Francia stessa. D'onde le_ =Petizioni=--_proposte e scritte da lui
medesimo--al Parlamento Italiano, alla Camera dei Comuni inglesi, e la_
=Rimostranza= _a Luigi Napoleone_[26].

Il 28 giugno dell'anno 1862 giunse improvvisa la notizia da Palermo che
il Garibaldi, accompagnato dal figlio Menotti, dal Guastalla, Missori ed
altri, era colà sbarcato, accolto con grande onore e con grande
esultanza del popolo e che, avendo fatto suo il grido uscito dalla folla
plaudente «_O Roma o morte_» preparava una spedizione contro lo Stato
Pontificio, fidando ancora nel tacito assenso del governo del re non
ostante il recentissimo tradimento di Sarnico[27].

Appena ebbe di ciò avviso il Mazzini, benchè dissentisse dal Garibaldi
circa il programma militare, dichiarò che _non era più tempo di
discussioni, ma d'ajutare quel moto con tutte le forze_! E lasciata
Londra, s'avviò in Italia. Ma era appena giunto a Lugano, che ebbe
notizia del luttuoso e codardo fratricidio d'Aspromonte, e, pochi giorni
dopo, dell'efferato assassinio di Fantina[28].

Era colmo e traboccava il vaso delle nequizie governative: con gente
capace di simili azioni nè accordo nè tolleranza potevano più a lungo
perdurare, e G. Mazzini nella sua lealtà denunciò a' governanti ed al
popolo la tregua fin allora subita con la seguente dichiarazione:

«La palla di moschetto regio che feriva Garibaldi ha lacerato l'ultima
linea del patto che s'era stretto, or sono due anni, tra i repubblicani
e la monarchia... Noi ci separiamo oggi per sempre da una monarchia che
combatte in Sarnico per l'Austria, in Aspromonte pel papa».

A questo breve ma triste periodo della nostra storia, pieno di forti
propositi, di generosi ardimenti da parte del popolo; di titubanze, di
raggiri, di colpe da parte del Governo, si riferiscono gli scritti
compresi nel presente volume: _Una dichiarazione_, _I Monarchici e noi_,
la _Lettera a Campanella_ e l'altra agli _Editori del_ =Dovere=.

Quando poi il Governo firmò la indegna _Convenzione di settembre_, con
la quale rinunziava a Roma, il Mazzini protestò contro quell'atto con
diversi scritti: _La Convenzione_, _La Convenzione e Torino_, _Ai
giovani delle Romagne e delle Marche_, _Roma è dell'Italia_, _Ai miei
fratelli delle Romagne_, dal primo dei quali togliamo il brano seguente,
profezia di ciò che avvenne tre anni dopo alla gloriosa e sventurata
spedizione nell'Agro Romano:

«La Convenzione, se il Governo mantiene i patti, decreta Roma
abbandonata fra due anni a una lotta feroce senza pro: l'Italia legata
ad assistervi immobile: Aspromonte in permanenza: decreta--se il Governo
non li mantiene--il disonore della Nazione; la guerra della Francia per
violazioni di trattati liberamente sanciti; l'incredulità dell'Europa in
ogni promessa dell'Italia.»

Il Mazzini aveva sperato che i deputati dell'estrema sinistra, indignati
d'un atto che era _violazione della legge fondamentale e dell'onore
della Nazione, si sarebbero ritirati come Trasea da un Senato
irreparabilmente servile e corrotto_; ma fu disingannato; chè anzi il
loro capo, Francesco Crispi, improvvisamente convertito, inalberava, in
una lettera al Mazzini, una nuova bandiera col motto: _la monarchia ci
unisce, la repubblica ci divide_. Il Mazzini a sua volta rispose con la
stupenda lettera, inserita anche in questo volume, la quale segna la
completa rottura fra il partito mazziniano e la maggior parte della
sinistra parlamentare.

«Nel 1866 la rottura dell'alleanza austro-prussiana e la guerra
germanica offersero alla nazione ed alla monarchia la grande, l'invocata
opportunità per l'acquisto del Veneto.» Sotto diverso reggimento,
fidandosi nella iniziativa e nelle forze popolari, non trattenuta da
tutela imperiale, «l'Italia avrebbe potuto coronarsi di gloria,
vincendo, con armi sue, per terra e per mare, e integrando i suoi
nazionali confini»[29].

Pur troppo così non fu. L'esito di quella guerra, che ci diede per le
mani di Napoleone il Veneto, s'associa ai ricordi più tristi ed
umilianti per il paese: Lissa e Custoza segnano la condanna inesorabile
di chi non seppe meglio usare dell'italica forza e valore. La storia
dovrà ripetere la desolante esclamazione di Nino Bixio: _Quello che io
so è che noi siamo disonorati!_

Il Mazzini, che era venuto in Italia a spingere i suoi fra i volontarî
di Garibaldi e a prestare tutta l'opera sua per rinfocolare i santi
entusiasmi; dopo gli inesplicabili disastri, l'armistizio, l'ordine al
Garibaldi di ritirarsi dalle forti posizioni conquistate nel Trentino,
nulla più potendo, ritornava in Lugano. E quando ebbe notizia
d'un'amnistia a lui accordata, la rifiutò sdegnosamente dicendo _che non
gli dava il core di rivedere l'Italia il giorno stesso in cui essa
accettava tranquilla il disonore e la colpa._

Ottenuto il Veneto nel modo inglorioso dianzi accennato, l'objetto del
pensiero nazionale si fissava nella liberazione di Roma; ma mentre da un
lato il _partito d'azione_, capitanato dal Mazzini e dal Garibaldi, si
rivolgeva al patriotismo delle popolazioni tuttora soggette al dominio
teocratico, dall'altro lato il partito del Governo, sempre soggetto alle
istruzioni dell'Eliseo, inculcava doversi rinunziare ad ogni tentativo
armato ed aspettare Roma dalla maturità dei tempi e dalla benevolenza
del Bonaparte[30].

Non a questo fatalismo inerte si rassegnavano i conscienti palpiti
popolari, ed appena il Garibaldi ebbe pronunziato di nuovo il grido:
_Andiamo a Roma!_ la gioventù italiana rispose balda e fidente: _Siamo
con voi!_ E il Governo, coerente alla propria politica, ai patti che
aveva escogitato nella sua alta sapienza diplomatica, volontariamente si
accinse ad inseguire ed arrestare i giovani generosi, che accorrevano a
far sacrifizio della propria vita per la redenzione di Roma e ad
assistere coll'arme al piede, fida sentinella del Bonaparte,
all'ecatombe di Mentana.

Come risulta limpidamente dal proemio del Saffi[31], in quella
sventurata campagna del '67, i seguaci del Mazzini furono, per suo
consiglio, fra i primi a seguire il Garibaldi; e questo giova notarlo,
perchè lo stesso Garibaldi, ingannato da maligni insinuatori, credette
allora e per molto tempo appresso che dell'infelice esito di quella
spedizione fossero responsabili i mazziniani.

Vero è che il Mazzini avrebbe voluto vedere il _popolo d'Italia_ entrare
in Roma a riprendere e continuare le gloriose tradizioni del '49, come
dice anche in un suo scritto _Ai Romani_[32], pubblicato fino dal 1866;
ma appunto per questo egli aveva bisogno di spingere ad arrolarsi
nell'esercito garibaldino gli uomini del suo partito, i quali, dopo la
vittoria, avrebbero potuto risollevare l'antica bandiera
repubblicana[33].

E a buona ragione premeva sventolare quella bandiera gloriosa, perchè la
monarchia s'era macchiata della maggior colpa, rinunziando a Roma;
ond'egli scriveva: «Ho esaurito con la monarchia tutte le prove, tutte
le concessioni, tutta l'obbedienza possibile. Dispero d'essa, non
dispero dell'Italia.» Pur ritenendo il momento non propizio, la bandiera
errata, secondò nondimeno con ogni forza a sua disposizione la
iniziativa del Garibaldi; la secondò pur prevedendone l'esito, perchè in
quella occasione, come in ogni altra, tutto subordinò e sacrificò alla
costituzione della patria unità.

Ben pochi sono i nomi dei grandi pensatori ed apostoli la cui fede seppe
trionfare di una lunga vita nella quale costanti delusioni, persecuzioni
e calunnie non vennero temperate da periodi di soddisfazioni e di
successo. Fra quei pochissimi si scriverà il nome di G. Mazzini; di lui
che ebbe sempre la terra promessa, a cui avea condotto il popolo
italiano, dinanzi agli occhi, ed esule e ramingo ne fu sempre
proscritto. Irradiato da presciente fede, tetragono al dolore, il forte
animo non vacillò, nè per un istante cedette alle patrie vergogne o alla
ingratitudine ed alle false accuse che ebbe sempre in compenso della
magnanima sua opera; non vacillò nemmeno quando ai dolori morali, per la
fiacchezza del corpo logoro da tanti patimenti, s'aggiunsero quelli
fisici, che lo trassero dopo lunghe sofferenze, stoicamente sopportate,
al sepolcro.

D'ogni breve periodo di sollievo profittava per continuare il suo già
quarantenne apostolato, e così, per esempio, scriveva agli amici di
Bologna: «Miglioro. E in verità il nuovo guanto di sfida che il papato e
lo straniero, protettore del papato, ci mandano coi cadaveri di Monti e
Tognetti, l'ira italiana ed il terrore di scendere nel sepolcro
coll'imagine della mia patria disonorata, inchiodata nell'anima,
operano, credo, a guisa di tonici sul corpo infiacchito.»

«Ma in quel tempo, narra il Saffi[34], i nuclei dell'alleanza
repubblicana stendevano, intrecciavano le loro fila di regione in
regione, avevano aderenti nella bassa ufficialità dell'esercito,
patrocinatori segreti nell'opposizione parlamentare; e i loro atti di
propaganda correvano per ogni terra d'Italia, erano diffusi nelle
officine, penetravano nelle caserme.»

E il Governo impaurito di quella propaganda, ferocemente insaniva,
ordinando sequestri, sciogliendo associazioni e cacciando in prigione i
migliori patrioti; nè di ciò pago, faceva spargere calunnie di
accoltellatori assoldati dal partito mazziniano a dare di piglio negli
averi e nel sangue dei cittadini; e costringeva, d'accordo col
Bonaparte, il Governo federale a cacciare gli esuli raccolti nel Canton
Ticino[35].

Alla volgare calunnia rispose il Mazzini nobilmente, serenamente, come
chi si sente l'animo integro, con lo scritto _Ai nemici_, al quale
mandiamo il lettore[36].

Furono quelli dal '67 al '70 tristissimi anni, chiamati con ragione dal
Garibaldi _tempi borgiani_, i quali forse soltanto nei presenti trovano
riscontro; per la qual cosa mai come allora suonò santa e potente al
cuore della patria la voce del Mazzini, quasi voce della Nemesi
italiana, che in mezzo alle corruzioni, alle viltà, agli arbitrî, allo
sperpero del pubblico denaro si levasse vendicatrice dell'onor
nazionale[37].

Nello scritto _L'iniziativa_, pubblicato nel maggio 1870[38], il Mazzini
riassume con un'abile sintesi le misere condizioni politiche, morali ed
economiche nelle quali dibattevasi la Patria per opera di un Governo
senza fede e senza ideali, e prova alla stregua dei fatti che dal popolo
solo può sorgere una vera iniziativa nazionale.

«Fra quelle congiunture, fermo nell'idea che l'Italia dovesse procedere
e predisporre, anzichè seguire, le combinazioni del tempo, e impaziente
d'inalzare la bandiera, che sola poteva, per suo avviso, rigenerarne la
vita, cedette ad ingannevoli proposte d'azione in Sicilia; e perchè il
moto porgesse malleveria non dubbia di tendere, non a separazione, ma ad
unità, deliberò di recarsi a capitanarlo. Nè valsero a rimuoverlo dal
suo proposito gli avvertimenti degli amici, convinti della vanità del
tentativo. Mosse pertanto, nel luglio del 1870, alla volta dell'Isola,
com'uomo che si consacra all'ultimo sacrificio per la sua fede. Ne
seguì, come tutti sanno, la sua cattura sulla nave che l'avea condotto
nelle acque di Palermo e la reclusione a Gaeta»[39].

Seppe in carcere della fucilazione del Barsanti e ne provò un profondo
dolore, una nuova scossa quel corpo affranto, il quale ormai reggeva a
tante lotte per la sola vigoria dello spirito, che ebbe in lui una
perenne giovinezza[40]; e ne sono mirabile testimonianza gli ultimi
scritti dettati poco prima di morire[41].

Seppe pure in carcere della presa di Roma; ma tale avvenimento non
poteva dargli allegrezza, chè nella Città Eterna, non il popolo entrava
altero e cosciente de' proprî destini, ad iniziarvi la terza civiltà; ma
la monarchia, quasi riluttante e supplichevole in atto, a continuarvi la
pedestre politica d'ipocrisie e di volgari espedienti[42]; e nello
scritto _Ai miei fratelli repubblicani dopo la prigionia di Gaeta_[43]
raccomandò in Roma e per Roma l'apostolato dell'_Alleanza repubblicana_.

Uscito di carcere per atto d'amnistia, correva a Staglieno a sfogare la
suprema angoscia dell'animo invitto sul sepolcro materno; quindi, mesto
e sdegnoso di dover la propria libertà ad un reale decreto, riprendeva
ancora una volta la triste via dell'esilio.

«Cessato l'arringo dell'azione armata--continua il Saffi--dinanzi
all'unità _materialmente_ compiuta, sentì più che mai profondo il
bisogno di volgere quell'avanzo di vita, che la natura fosse per
concedergli, all'arringo dell'azione pacifica, cercando preparare nella
mente e nella virtù della nuova generazione, l'unità morale della patria
risorta. Al quale effetto egli volse l'animo a due principali intenti:
l'ordinamento cioè delle società operaje d'Italia a nazionale
fratellanza, e la fondazione, nella capitale, d'un periodico: _La Roma
del Popolo_, inteso a riassumere, sotto forma d'apostolato civile, la
tradizione della scuola repubblicana unitaria, discesa dalla _Giovine
Italia_, interpretandone al Paese le dottrine religiose, politiche o
sociali»[44].

Sono frequenti in quel tempo gli scritti di G. Mazzini che apparvero
nella _Roma del Popolo_--come può vedersi in fine del presente
volume--indirizzati ad associazioni operaje, alle quali specialmente e
continuamente raccomanda di non separare la questione economica da
quella politica, e di stare in guardia contro esotiche dottrine tendenti
o ad abolire ogni legittimo principio d'autorità o a distruggere nella
patria, nella famiglia, nella proprietà individuale i cardini su cui si
svolge oggi ogni progresso di civile consorzio.

«Nè mai forse come in quell'estremo periodo del viver suo--continua il
Saffi--la parola del Grande Italiano penetrò così addentro nella mente,
non che dei suoi discepoli, ma di coloro stessi tra i suoi compagni di
Patria, che avevano per lo innanzi ignorato o frainteso i veri
intendimenti delle sue dottrine.»

Ed a queste dottrine facendo, com'era suo costume, seguire
l'applicazione pratica, fece sì che in Roma convenissero i
rappresentanti dei varî sodalizî operaî della Penisola a stringere un
patto di fratellanza, che doveva organizzare tutto _il ceto artigiano in
un gran corpo od ordine nazionale_[45]. In quel Congresso fu proclamato
mezzo efficace all'emancipazione economica delle classi operaje, la
costituzione delle cooperative di consumo e di produzione, le quali, da
quel tempo in poi, crebbero continuamente di numero e d'importanza,
tanto nei piccoli come nei vasti centri, avviamento lento ma sicuro
verso quell'ultimo assetto sociale da lui vagheggiato: _la riunione_,
cioè, _del capitale e del lavoro nelle stesse mani_[46].

Ma questa propaganda morale e sociale, a cui consacrò le rimanenti forze
dell'anima sua, gli fruttò, come di consueto, accuse, calunnie, amarezze
infinite, e, come di consueto, ei continuò impavido nella lotta: e con
lo scritto intitolato _Il Comune e l'Assemblea_[47] pubblicato il 3
maggio 1871 nella _Roma del Popolo_, egli respinse il consiglio di
coloro che lo esortavano a tacere di questione religiosa e sociale per
non suscitare discordie nel partito. Lo respinse perchè, oltre ad essere
il Mazzini sinceramente e profondamente convinto, giudicava che tacendo
o mentendo, non si ottengono mai unioni efficaci e durevoli[48].

«Al cadere dell'anno 1870--scrive il Saffi[49]--quasi presago della sua
fine, volle rivedere i suoi amici inglesi a Londra, serbando l'antica
consuetudine di celebrare con essi a domestico ritrovo l'ora del
passaggio dell'anno che muore all'anno che nasce. Mosse nel cuore
dell'inverno da Lugano, in compagnia del suo giovane amico Giuseppe
Nathan, passando il Gottardo, mal riparato dal freddo e dalla neve; onde
gli si aggravò la tosse, che da tempo lo affaticava. Fatta breve dimora
in Londra, si ricondusse nei primi giorni del '71 a Pisa, per dar mano
più da vicino alla collaborazione della _Roma del Popolo_; poi di nuovo
a Lugano nell'autunno di quell'anno, e vi si trattenne fino al febbrajo.
Ma in principio di quel mese, non curando la rigida stagione, volle
tornare a Pisa; e quel viaggio, molestato com'era dalla bronchite,
l'uccise.»



          CENNI E DOCUMENTI

  INTORNO ALL'INSURREZIONE LOMBARDA

               E ALLA

        GUERRA REGIA DEL 1848


                        DICEMBRE 1849.


I.

  TENDENZE NAZIONALI--MOTIVI DELLA GUERRA REGIA
           DOCUMENTI GOVERNATIVI

Il moto italiano assumeva più sempre di giorno in giorno il carattere
nazionale che ne costituisce l'intima vita. Il grido _Viva l'Italia_
suonava nell'estrema Sicilia; fremeva in ogni manifestazione di
scontento locale: conchiudeva, come il _delenda Carthago_ di Catone,
ogni discorso politico. Altrove, le moltitudini s'agitavano,
insofferenti di miseria o d'ineguaglianza, in cerca d'un nuovo assetto
di cose, sociale o politico: in Italia, vanto unico e speranza potente
di grandi cose future, sorgevano o anelavano sorgere per una idea:
cercavan la patria, guardavano all'Alpi. La libertà, _fine_ agli altri
popoli, era _mezzo_ per noi. Non che gl'Italiani, com'altri s'illuse a
crederlo o finse, fossero noncuranti dei loro diritti o imbevuti di
credenze monarchiche--tranne in qualche angolo di Napoli o di Torino,
non credo sia popolo che per tradizioni, coscienza d'eguaglianza civile,
colpe di principi e istinti di missione futura, sia democratico, quindi
repubblicano più del popolo nostro--ma sentivano troppo altamente di sè
per non sapere che l'Italia fatta nazione sarebbe libera, e avrebbero
sagrificato per un tempo la libertà a qualunque, papa, principe o
peggio, avesse voluto guidarli e farli nazione. Ostacolo, non il più
potente, ma il più dichiarato e visibile, all'affratellamento di quanti
popolano questa sacra terra d'Italia, era l'Austria. E guerra
all'Austria invocavano innanzi tutto, e quel tanto di libertà ch'essi
andavano strappando ai loro padroni giovava quasi esclusivamente a far
più forte e unanime e solenne quel grido. Fin dall'aprile 1846,
l'indirizzo ai legati pontificî raccolti in Forlì, dopo aver compendiato
le giuste lagnanze delle provincie, conchiudeva che le questioni col
malgoverno locale erano, per gli uomini delle Romagne, secondarie, che
principale era la questione italiana, e che il più grave peccato della
corte papale era quello d'essere ligia dell'Austria. In Ancona,
nell'agosto 1846, l'annunzio dell'amnistia pontificia raccoglieva le
moltitudini sotto le finestre dell'agente austriaco e la gioja si
traduceva naturalmente nel grido: _Via gli stranieri!_ In Genova, quando
nel novembre 1847 il re si recava a visitare quella città e quaranta
mila persone gli passavano, plaudenti ad una speranza, davanti, la
bandiera strappata nel 1746 da Genova insorta agli Austriaci s'inalzava,
tra quelle migliaja, programma eloquente dei loro voti. Così per ogni
dove e da tutti. Metternich intendeva le tendenze nazionali del moto:
_Sotto la bandiera delle riforme amministrative_--ei diceva al conte
Dietrichstein in un dispaccio del 2 agosto 1847--_i faziosi... cercano
consumare un'opera, che non potrebbe rimanersi circoscritta nei limiti
dello Stato della Chiesa, nè in quelli d'alcuno degli Stati che nel loro
insieme compongono la penisola italiana. Le sètte tendono a confondere
questi Stati in un solo corpo politico o per lo meno in una
confederazione di Stati posta sotto la condotta d'un potere centrale
supremo_. Ed era vero: se non che tutta Italia era sètta.

Era un momento sublime: il fremito che annunziava il levarsi di una
nazione, il tocco dell'ora che dovea porre nel mondo di Dio una nuova
vita collettiva, un apostolato di ventisei milioni d'uomini, oggi muti,
che avrebbero parlato alle nazioni sorelle la parola di pace, di
fratellanza e di verità. Se nell'anima di quei che reggevano fosse stata
una sola favilla di vita italiana, avrebbero, commossi, dimenticato
dinastia, corona, potere, per farsi primi soldati della santa crociata,
e detto a sè stessi: _Più vale un'ora di comunione in un grande pensiero
con un popolo che risorge, che non la solitudine d'un trono minacciato
dagli uni e sprezzato dagli altri per tutta una esistenza_. Ma per
decreto di provvidenza che vuol sostituire l'èra dei popoli a quella dei
re, i principi non sono oggimai nè possono esser da tanto; e si
giovarono di quella generosa ma incauta tendenza all'oblio e al
sagrificio della libertà, al desiderio d'indipendenza che poc'anzi
accennammo, per tradir l'una e l'altra e ricacciarci, deludendo il più
bel voto di popolo che mai si fosse, dov'oggi siamo.

Era sorta tra la fucilazione dei fratelli Bandiera e la morte di
Gregorio XVI, una gente, educata, comunque ciarlasse di cristianesimo e
di religione, metà dal materialismo scettico del secolo XVIII, e metà
dall'eclettismo francese, che sotto nome di _moderati_--come se tra
l'essere e il non essere, tra la nazione futura e i governi che ne
contendono lo sviluppo, potesse mai esistere via di mezzo--s'era
proposta a problema da sciogliere la conciliazione degli inconciliabili,
libertà e principato, nazionalità e smembramento, forza e direzione mal
certa. Nessuna sètta d'uomini potrebb'esser da tanto: essi men ch'altri.
Erano scrittori dotati d'ingegno, ma senza scintilla di genio, forniti
quanto basta d'erudizione italiana raccolta, senza scorta vivificatrice
di sintesi, nel gabinetto e fra i morti, ma senza intelletto del lavoro
unificatore sotterraneamente compito nei tre ultimi secoli, senza
coscienza di missione italiana, senza facoltà di comunione col popolo
ch'essi credevano corrotto ed era migliore di loro, e dal quale li
tenevano disgiunti abitudini di vita, diffidenze tradizionali e istinti
non cancellati d'aristocrazia letterata o patrizia. E per questa loro
segregazione morale e intellettuale dal popolo, unico elemento
progressivo ed arbitro oggimai della vita della nazione, erano
diseredati d'ogni scienza e d'ogni fede dell'avvenire. Il loro concetto
storico errava, con lievi rimutamenti, tra il guelfismo e il
ghibellinismo; il concetto politico, checchè facessero per ammantarlo di
veste italiana, non oltrepassava i termini della scuola che, discesa in
Francia da Montesquieu ai Mounier, ai Malouet, ai Lally Tollendal e
siffatti dell'Assemblea nazionale, s'ordinò a sistema tra gli uomini che
diressero l'opinione in Francia nei quindici anni che seguirono il
ritorno di Luigi XVIII: erano monarchici con una infusione di libertà,
tanta e non più che facesse tollerabile la monarchia e, senza stendersi
sino alla moltitudine a suscitar l'idea di diritti che aborrivano e di
doveri che non sospettavano, attribuisse loro facoltà di stampare le
loro opinioni e un seggio in qualche consulta. In sostanza non avevano
credenza alcuna: la loro non era fede nel principio regio come quando il
dogma del diritto divino immedesimato in certe famiglie o l'affetto
cavalleresco posto in certe persone collocava il monarca tra Dio e la
donna del core--_mon Dieu, mon roi et ma dame_:--era accettazione
passiva, inerte, senza riverenza e senza amore, d'un _fatto_ ch'essi si
trovavano innanzi e che non s'attentavano d'esaminare: era codardia
morale, paura del popolo al cui moto ascendente disegnavano argine la
monarchia, paura del contrasto inevitabile fra i due elementi ch'essi
non si sentivano capaci di reggere, paura che l'Italia fosse impotente a
rivendicarsi con forze popolari anche quella meschina parte
d'indipendenza dallo straniero ch'essi pure, teneri, per unica dote,
dell'onore italiano, volevano. Scrivevano con affettazione di gravità,
con piglio d'acuti e profondi discernitori, consigli ricopiati da tempi
di sviluppo normale, da uomini ravvolti in guerre parlamentarie e
cittadini di nazioni fatte, a un popolo che da un lato aveva nulla,
dall'altro avea vita, unità, indipendenza, libertà, tutto da
conquistare: il popolo rispondeva alle loro voci eunuche col ruggito e
col balzo del leone, cacciando i gesuiti, esigendo guardie civiche e
pubblicità di consulte, strappando costituzioni ai principi, quand'essi
raccomandavano silenzio, vie legali e assenza di dimostrazioni perchè il
core paterno dei padroni non s'addolorasse. S'intitolavano _pratici,
positivi_, e meritavano il nome d'arcadi della politica. Questi erano i
duci della fazione, nè ho bisogno di nominarli; ed oggi taluni fra loro,
per desiderio di potere o vanità ferita dalla solitudine che s'è creata
d'intorno ad essi, stanno a capo della reazione monarchica contro ai
popoli. Ma intorno ad essi, salito appena al papato Pio IX,
s'aggrupparono, tra per influenza della loro parola e del prestigio
esercitato dai primi atti di quel pontefice, tra per precipitoso
sconforto dei molti tentativi falliti e speranza d'agevolare all'Italia
le vie del meglio, molti giovani migliori d'assai di que' capi e che
s'erano pressochè tutti educati al culto dell'idea nazionale nelle
nostre fratellanze, anime candidissime e santamente devote alla patria,
ma troppo arrendevoli e non abbastanza temprate dalla natura o dai
patimenti alla severa energica fede nel vero immutabile, stanche anzi
tempo d'una lotta inevitabile, ma dolorosissima, o frantendenti il
bisogno che domina tutti noi d'una autorità in riverenza all'autorità
ch'esisteva e sembrava allora rifarsi. E più giù s'accalcava, lieta di
presentire menomati i sagrificî e gli ostacoli, la moltitudine degli
adoratori del calcolo, dei mediocri d'intelletto e di cuore, dei tiepidi
respinti dal vangelo ai quali il nostro grido di guerra turbava i sonni
e il programma dei _moderati_ prometteva gli onori del patriotismo a
patto che scrivessero qualche articolo pacifico di gazzetta o
armeggiassero innocentemente col _Lloyd_ sulle vie ferrate o
supplicassero al principe che si degnasse mostrarsi meno tiranno. E più
giù ancora, peste di ogni parte, brulicava, s'affaccendava la genìa dei
raggiratori politici, uomini di tutti mestieri, arpìe che insozzano ciò
che toccano, ed esperti in ogni paese a giurare, sgiurare, inalzare a
cielo, calunniare, ardire o strisciare a seconda del vento che spira e
per qualunque dia loro speranza d'agitazione senza gravi pericoli d'una
microscopica importanza o d'un impieguccio patente o segreto: razza più
rara, per favore di Dio, in Italia che non altrove; pur troppo più
numerosa, per forza d'educazione gesuitica, tirannesca, materialista,
che non si vorrebbe in un popolo grande nel passato e chiamato a esser
grande nell'avvenire.

Dai primi esciva una voce che ci diceva: «La nostra prima questione è
l'indipendenza, la prima nostra contesa è coll'Austria, potenza
gigantesca per elementi proprî e leghe coi governi d'Europa; or voi non
avete eserciti o li avete, se minacciate i vostri principi, nemici a
voi. Il popolo nostro è corrotto, ignorante, disavvezzo dall'armi,
indifferente, svogliato; e con un popolo siffatto non si fa guerra di
nazione nè repubblica fondata sulla virtù. Bisogna prima educarlo a
forti fatti e a morale di cittadini. Il progresso è lento e va a gradi.
Prima l'indipendenza, poi la libertà educatrice, costituzionale
monarchica, poi la repubblica. Le faccende dei popoli si governano a
opportunità; e chi vuol tutto ha nulla. Non v'ostinate a ricopiare il
passato e un passato di Francia. L'Italia deve aver moto proprio e
proprie norme a quel moto. I principi vostri non vi sono avversi se non
perchè li avete assaliti. Affratellatevi con essi; spronateli a
collegarsi in leghe commerciali, doganali, industriali; poi verranno le
militari, e avrete eserciti pronti e fedeli. E i governi esteri
comincieranno a conoscervi e l'Austria imparerà a temervi. Forse
conquisteremo pacificamente, e con sagrificî pecuniarî, l'indipendenza;
dove no, i nostri principi, riconciliati con noi, ce la daranno
coll'armi. Allora penseremo alla libertà.»

I secondi--gl'illusi buoni--inneggiavano a Pio IX, anima d'onesto curato
e di pessimo principe, chiamandolo rigeneratore d'Italia, d'Europa e del
mondo: predicavano concordia, oblio del passato, fratellanza universale
tra principi e popoli, tra il lupo e l'agnello: inalzavano commossi un
cantico d'amore sopra una terra venduta, tradita da principi e papi per
cinque secoli e che beveva ancora sangue di martiri trucidati pochi dì
prima.

Gli ultimi--i faccendieri--correvano, s'agitavano, si frammettevano,
commentavano il testo, ronzavano strane nuove d'intenzioni regie, di
promesse, d'accordi coll'estero, ripetevano parole non dette, spacciavan
medaglie: al popolo spargevano cose pazze dei principi: a noi tendevano
con mistero la mano, susurrando: _Lasciate fare; ogni cosa a suo tempo;
or bisogna giovarci degli uomini che tengono cannoni ed eserciti, poi,
li rovescieremo_. Io non ne ricordo un solo che non m'abbia detto o
scritto: _Io sono, in teoria, repubblicano come voi siete_; e che
intanto non calunniasse come meglio poteva la parte nostra e le nostre
intenzioni.

Noi eravamo repubblicani per antica fede fondata su ciò che abbiam detto
più volte e che ridiremo; ma innanzi tutto, per ciò che tocca l'Italia,
perchè eravamo unitarî, perchè volevamo che la patria nostra fosse
nazione. La fede ci faceva pazienti: il trionfo del principio nel quale
eravamo e siamo credenti è sì certo, che l'affrettarsi non monta. Per
decreto di provvidenza, splendidissimo nella progressione storica
dell'umanità, l'Europa corre a democrazia: la forma logica della
democrazia è la repubblica: la repubblica è dunque nei fati
dell'avvenire. Ma la questione dell'indipendenza e della unificazione
nazionale voleva decisione immediata e pratica. Or come raggiungerla? I
principi non volevano: il papa nè voleva, nè poteva. Rimaneva il popolo.
E noi gridavamo come i nostri padri: _popolo! popolo!_ e accettavamo
tutte le conseguenze e le forme logiche del principio contenuto in quel
grido.

Non è vero che il progresso si _manifesti_ per gradi; s'_opera_ a gradi;
e in Italia il pensiero nazionale s'è elaborato nel silenzio di tre
secoli di servaggio comune e per quasi trent'anni d'apostolato assiduo
coronato sovente dal martirio dei migliori fra noi. Preparato per lavoro
latente il terreno, un _principio_ si rivela generalmente
coll'insurrezione, in un moto collettivo, spontaneo, anormale di
moltitudini, in una subitanea trasformazione dell'_autorità_:
conquistato il principio, la serie delle sue deduzioni ed applicazioni
si svolve con moto normale, lento, progressivo, continuo. Non è vero che
libertà e indipendenza possano disgiungersi o rivendicarsi ad una ad
una: l'indipendenza, che non è se non la libertà conquistata sullo
straniero, esige, a non riescire menzogna, l'opera collettiva d'uomini
che abbiano coscienza della propria dignità, potenza di sagrificio e
virtù d'entusiasmo che non appartengono se non a liberi cittadini; e
nelle rare contese d'indipendenza sostenute senza intervento apparente
di questione politica, i popoli desumevano la loro forza dalla unità
nazionale già conquistata. Non è vero che le virtù più severe
repubblicane si richiedano a fondare repubblica; idea siffatta non è se
non vecchio errore che ha falsato in quasi tutte le menti la teorica
governativa; le istituzioni politiche devono rappresentare l'elemento
_educatore_ dello Stato, e perciò appunto si fondano le repubbliche onde
germoglino e s'educhino nel petto dei cittadini le virtù repubblicane
che l'educazione monarchica non può dare. Non è vero che a ricuperare
l'indipendenza basti una forza cieca di cannoni e d'eserciti: alle
battaglie della libertà nazionale si richiedono forze materiali e una
idea che presieda all'ordinamento loro e ne diriga le mosse; la bandiera
che s'inalza di mezzo ad esse dev'essere il simbolo di quell'idea; e
quella bandiera--i fatti lo hanno innegabilmente provato--vale metà del
successo. E del resto, il collegamento franco, ardito, durevole, nella
guerra d'indipendenza tra sei principi, alcuni di razza austriaca, quasi
tutti di razza straniera, tutti gelosi e diffidenti l'uno dell'altro e
tremanti, per misfatti commessi e coscienza del crescente moto europeo,
del popolo e senz'altro rifugio contr'esso che l'Austria, è ben altra
utopia che la nostra. Voi dunque non potete sperare di fondar nazione se
non con un _uomo_ o con un _principio_: avete l'uomo? avete fra i vostri
principi il Napoleone della libertà, l'eroe che sappia pensare e
operare, amare sovra ogni altro e combattere, l'erede del pensiero di
Dante, il precursore del pensiero del popolo? Fate ch'ei sorga e si
sveli; e dove no, lasciateci evocare il principio e non trascinate
l'Italia dietro a illusioni pregne di lagrime e sangue.

Noi dicevamo queste cose--non pubblicamente, ma nei colloqui privati e
nelle corrispondenze--a uomini fidatissimi di quei primi. Ai secondi,
agli amici che ci abbandonavano, guardavamo mestamente pensando: _Voi ci
tornerete, consumata la prova; ma Dio non voglia che riesca tale da
sfrondarvi l'anima e la fede nei destini italiani!_ Dagli ultimi, dai
faccendieri--ci ritraevamo per non insozzarci. Amici o nemici, eravamo e
volevamo serbarci nobilmente leali. Le nazioni--noi lo dicemmo più
volte--non si rigenerano colla menzogna.

A quell'ultima nostra interrogazione, i _moderati_ rispondevano
additandoci Carlo Alberto.

Io non parlo del _re_: checchè tentino gli adulatori e i politici
ipocriti i quali fanno oggi dell'entusiasmo postumo per Carlo Alberto
un'arme d'opposizione al successo re regnante--checchè or senta il
popolo santamente illuso che simboleggia in quel nome il pensiero della
guerra per l'indipendenza--il giudizio dei posteri peserà severo sulla
memoria dell'uomo del 1821, del 1833 e della capitolazione di Milano. Ma
la natura, la tempra dell'individuo era tale da escludere ogni speranza
d'impresa unificatrice italiana. Mancavano a Carlo Alberto il genio,
l'amore, la fede. Del primo, ch'è una intera vita logicamente,
risolutamente, fecondamente devota a una grande idea, la carriera di
Carlo Alberto non offre vestigio: il secondo gli era conteso dalla
continua diffidenza, educata anche dai ricordi d'un tristo passato,
degli uomini e delle cose; gli vietava l'ultima l'indole sua incerta,
tentennante, oscillante perennemente tra il bene e il male, tra il fare
e il non fare, tra l'osare e il ritrarsi. Un pensiero, non di virtù, ma
d'ambizione italiana, pur di quell'ambizione che può fruttare ai popoli,
gli aveva, balenando, solcato l'anima nella sua giovinezza; ed ei s'era
ritratto atterrito, e la memoria di quel lampo degli anni primi gli si
riaffacciava a ora a ora, lo tormentava insistente, più come richiamo
d'antica ferita che come elemento e incitamento di vita. Tra il rischio
di perdere, non riuscendo, la corona della piccola monarchia e la paura
della libertà che il popolo, dopo aver combattuto per lui, avrebbe
voluto rivendicarsi, ei procedeva con quel fantasma sugli occhi quasi
barcollando, senza energia per affrontare quei pericoli, senza potere o
voler intendere che ad essere re d'Italia era mestieri dimenticare prima
d'essere il re di Piemonte. Despota per istinti radicatissimi, liberale
per amor proprio e per presentimento dell'avvenire, egli alternava fra
le influenze gesuitiche e quelle degli uomini del progresso. Uno
squilibrio fatale tra il pensiero e l'azione, tra il concetto e le
facoltà di eseguirlo, trapelava in tutti i suoi atti. I più, tra quei
che lavoravano a prefiggerlo duce all'impresa, lo confessavano tale.
Taluni fra i suoi famigliari susurravano che egli era minacciato
d'insania. Era l'Amleto della monarchia.

Con uomo siffatto, non poteva di certo compirsi l'impresa italiana.

Metternich, ingegno non potente ma logico, aveva giudicato da lungo lui
e gli altri: però, nel dispaccio citato, ei diceva: _La monarchia
italiana non entra nei disegni dei faziosi.... una ragione pratica deve
stornarli dall'idea d'una Italia monarchica; il re possibile di questa
monarchia non esiste al di là nè al di qua delle Alpi. Essi camminano
verso la repubblica..._--

I _moderati_, ingegni nè potenti nè logici, intendevano essi pure che,
s'anche avesse voluto, Carlo Alberto non avrebbe potuto e non era da
tanto, ma transigevano coll'intento, e all'ITALIA invocata sostituivano
il concettino d'una _Italia del nord_. Era fra tutti concetti il pessimo
che mente umana potesse ideare.

Il regno dell'Italia settentrionale sotto il re di Piemonte avrebbe
potuto essere un semplice _fatto_ creato dalla vittoria, accettato dalla
riconoscenza, subìto dagli altri principi per impossibilità di
distruggerlo; ma gittato in via di programma anteriore ai primordî del
fatto, era il pomo della discordia, là dove la più alta concordia era
necessaria. Era un guanto di sfida cacciato, colla negazione dell'unità,
agli unitarî--un sopruso, sostituendo alla volontà nazionale la volontà
della parte monarchica, ai repubblicani--una ferita alla Lombardia che
volea confondersi nell'Italia, non sagrificare la propria individualità
a un'altra provincia italiana--una minaccia all'aristocrazia torinese
che paventava il contatto assorbente della democrazia milanese--un
ingrandimento sospetto alla Francia perchè dato a una potenza monarchica
avversa da lunghi anni alle tendenze e ai moti francesi--un pretesto
somministrato ai principi d'Italia per distaccarsi dalla crociata verso
la quale i popoli li spingevano--una semenza di gelosia messa nel core
del papa--un aggelamento d'entusiasmo in tutti coloro che volevano bensì
porre l'opera, e occorrendo, la vita in una impresa nazionale, ma non in
una speculazione d'egoismo dinastico. Creava una serie di nuovi
ostacoli, non ne rimoveva alcuno. Creava inoltre una serie di necessità
logiche che avrebbero signoreggiato la guerra. E la signoreggiarono e la
spensero nel danno e nella vergogna.

Pur nondimeno, era tanta la sete di guerra all'Austria, che il
malaugurato programma, predicato in tutte guise lecito e illecite, fu
accolto senza esame dai più. Tutti speravano nella iniziativa regia.
Tutti spronavano Carlo Alberto e gli gridavano: _fate a ogni patto_.

Carlo Alberto non avrebbe mai fatto, se l'insurrezione del popolo
milanese non veniva a porlo nel bivio di perdere la corona, di vedersi
una repubblica allato, o combattere.

Il libro di Carlo Cattaneo[50], uomo che onora la parte nostra, mi
libera dall'obbligo d'additare le immediate ragioni della gloriosissima
insurrezione lombarda, estranea in tutto alle mene e alle fallite
promesse dei _moderati_ che s'agitavano fra Torino e Milano. È libro che
per estrema importanza di fatti e considerazioni vuole esser letto da
tutti, che nessuno ha confutato e che nessuno confuterà. Ma in quel
libro, l'opinione or ora espressa è accennata, per mancanza di
documenti, soltanto di volo. «Pare certo che in un manifesto a tutte le
corti d'Europa il re attestasse che, invadendo il Lombardo-Veneto, egli
intendeva solo d'impedire che vi sorgesse una repubblica» (p. 96). Ed
ora i documenti governativi[51] esibiti dal ministero al parlamento
inglese intorno agli affari d'Italia pongono il fatto oltre ogni dubbio
e rivelano come, ad onta di tutta la garrulità _moderata_, il governo
piemontese mirasse, prima dell'impresa e poi, alla questione politica
ben più che alla italiana. La guerra contro l'Austria era in sostanza e
sempre sarà, se diretta da capi monarchici, guerra contro l'italiana
democrazia.

L'insurrezione di Milano e Venezia sorse, invocata da tutti i buoni
d'Italia, dal fremito d'un popolo irritato d'una servitù imposta per
trentaquattro anni al Lombardo-Veneto da un governo straniero aborrito e
sprezzato. Fu, quanto al tempo, determinata dalle provocazioni feroci
degli Austriaci che desideravano spegnere una sommossa nel sangue e non
credevano in una rivoluzione. Fu agevolata dall'apostolato e
dall'influenza, meritamente conquistata fra il popolo, d'un nucleo di
giovani appartenenti quasi tutti alla classe media e tutti repubblicani,
da uno infuori, che allora nondimeno si dicea tale. Fu decisa--e questo
è vanto solenne, non abbastanza avvertito, della gioventù
lombarda--quando era già pubblicata in Milano la abolizione della
censura con altre concessioni: il Lombardo-Veneto voleva, non
miglioramenti, ma indipendenza. Cominciò non preveduta, non voluta dagli
uomini del municipio o altri che maneggiavano con Carlo Alberto: la
gioventù si battea da tre giorni; quando essi disperavano della
vittoria, deploravano si fossero abbandonate le vie legali, parlavano a
stampa dell'_improvvisa assenza dell'autorità politica_, proponevano
armistizî di quindici giorni. Seguì, sostenuta dal valore d'uomini,
popolani i più, che combattevano al grido di _Viva la repubblica!_[52] e
diretta da quattro uomini raccolti a consiglio di guerra e di parte
repubblicana. Trionfò sola, costando al nemico quattro mila morti fra i
quali 395 cannonieri. Son fatti questi incontrovertibili e conquistati
oggimai alla storia.

La battaglia del popolo cominciò il 18 marzo.

Il governo piemontese era inquietissimo per le nuove venute di Francia e
per l'inusitato fermento che si manifestava crescente ogni giorno nel
popolo dello Stato. Del terrore nato per le cose francesi parlano due
dispacci, il primo spedito il 2 marzo a lord Palmerston da Abercromby in
Torino (p. 122), il secondo firmato de Saint-Marsan, parimenti il 2
marzo, e comunicato a lord Palmerston dal conte Revel l'11 (p. 142). Il
fermento interno imponeva al re, il 4 marzo, la pubblicazione delle basi
dello Statuto e si sfogava in Genova, il 7, con una sommossa, nella
quale il popolo minacciava voler seguire l'esempio di Francia.

La nuova dell'insurrezione lombarda si diffuse il 19 in Torino.
L'entusiasmo fu indescrivibile. Il consiglio dei ministri raccolto
ordinò si formasse un corpo d'osservazione sulla frontiera, centri
Novara, Mortara, Voghera. Le voci corse erano di moto apertamente
repubblicano, e un dispaccio del 20 spedito da Abercromby a lord
Palmerston da Torino (p. 174-75), accenna a siffatte voci siccome ad una
delle cagioni che determinavano le decisioni ministeriali. Intanto, si
spediva ordine che si vietasse il passo ai volontarî che da Genova e dal
Piemonte s'affrettavano a Milano; e fu vietato. Ottanta armati
_lombardi_ furono disarmati sul lago Maggiore[53].

Il 20, le nuove in Torino correvano incerte e lievemente sfavorevoli
all'insurrezione. Le porte, dicevasi, erano tenute tuttavia dagli
Austriaci, e il popolo andava perdendo terreno per difetto d'armi e di
munizioni. Durava il fermento in Torino. Un assembramento di popolo
chiedeva armi al ministero dell'interno ed era respinto. Il conte Arese,
giunto da Milano a chieder soccorsi all'insurrezione, non riesciva a
vedere il re; era freddamente accolto dai ministri, e ripartiva lo
stesso giorno, scorato, deluso. Vedi un dispaccio di Torino spedito il
21 dall'Abercromby a Palmerston (p. 182-83).

Il 21, le nuove correvano migliori. E dal conte Enrico Martini,
viaggiator faccendiere dei _moderati_, fu affacciata agli uomini del
municipio milanese e del consiglio di guerra la prima proposta d'ajuto
regio a patti di _dedizione assoluta_ e della formazione d'un governo
provvisorio che ne stendesse profferta: vergogna eterna di cortigiani
che nati d'Italia trafficavano per una corona sul sangue dei generosi ai
quali era bello il morir per la patria, mentre il Martini diceva al
Cattaneo: _Sa ella che non accade tutti i giorni di poter prestare
servigi di questa fatta ad un re?_[54] Ad un re? L'ultimo degli operaî,
che lietamente combattevano tra le barricate per la bandiera d'Italia e
senza chiedersi a quali uomini gioverebbe poi la vittoria, valea più
assai innanzi a Dio e varrà innanzi all'Italia avvenire che non dieci
re.

Il 22, la vittoria coronava l'eroica lotta. Espugnata porta Tosa da
Luciano Manara, caduto più tardi martire della causa repubblicana in
Roma, occupata dagli insorti porta Ticinese, liberata dagli accorrenti
della campagna porta Comasina, separate e minacciate di distruzione
immediata le soldatesche nemiche, Radetzky, la sera, non si ritraeva,
fuggiva.

E allora--la sera del 23--certa la vittoria e quando l'isolamento
avrebbe inevitabilmente rapito Milano alla monarchia sarda per darla
all'Italia--mentre i volontarî di Genova o di Piemonte irrompevano sulle
terre lombarde e le popolazioni sdegnate dell'inerzia regia minacciavano
peggio all'interno--il re, che aveva, il 22, accertato, per mezzo del
suo ministro, il conte di Buol, ambasciatore d'Austria in Torino, ch'ei
_desiderava secondarlo in tutto ciò che potesse confermare le relazioni
di amicizia e di buon vicinato esistenti fra i due Stati_[55], firmò il
manifesto di guerra.

Le prime truppe piemontesi entrarono in Milano il 26 marzo.

Il 23 marzo, alle undici della sera, il signor Abercromby in Torino
riceveva un dispaccio segnato L. N. Pareto; e vi si leggeva: «........
Il signor Abercromby è informato come il sottosegnato dei gravi eventi
or ora occorsi in Lombardia: Milano in piena rivoluzione e bentosto in
potere degli abitanti che, col loro coraggio e la loro fermezza, hanno
saputo resistere alle truppe disciplinate di S. M. Imperiale,
l'insurrezione nelle campagne e città vicine, finalmente _tutto il paese
che costeggia le frontiere di S. M. Sarda in incendio_.--Questa
situazione, come il signor Abercromby può bene intendere, riagisce sulla
condizione degli spiriti nelle provincie appartenenti a S. M. il re di
Sardegna. La simpatia eccitata dalla difesa di Milano, lo spirito di
nazionalità, che, malgrado le artificiali limitazioni di diversi Stati,
si manifesta potentissima, ogni cosa concorre a mantenere nelle
provincie e nella capitale una tale agitazione _da far temere che da un
istante all'altro possa escirne una rivoluzione che porrebbe il trono in
grave pericolo, però che non può dissimularsi che dopo gli eventi di
Francia, il pericolo della proclamazione d'una repubblica in Lombardia
non possa essere vicino_: diffatti, sembra da ragguagli positivi, che un
certo numero di Svizzeri ha molto contribuito col suo intervento alla
riescita del sollevamento di Milano.--Se s'aggiungano a questo i moti di
Parma e di Modena, come pure quei del ducato di Piacenza sul quale non
può ricusarsi a S. M. il re di Sardegna il diritto di vegliare come
sopra un territorio che deve un giorno, per diritto di reversibilità,
spettargli; se s'aggiunga una grave e seria irritazione eccitata in
Piemonte e nella Liguria dalla conclusione d'un trattato fra S. M.
Imperiale ed i duchi di Parma e Piacenza, e di Modena, trattato che
sotto apparenza d'ajuti da prestarsi a quei piccoli Stati li ha
veramente assorbiti nella monarchia austriaca spingendo le sue frontiere
militari dal Po, dove dovrebbero finire, sino al Mediterraneo e rompendo
così l'equilibrio che esisteva tra le diverse potenze d'Italia, è
naturale il pensare che _la situazione del Piemonte è tale che da un
momento all'altro, all'annunzio che la repubblica è stata proclamata in
Lombardia, un simile moto scoppierebbe pure negli Stati di S. M. Sarda_
o che almeno un qualche grave commovimento porrebbe a pericolo il trono
di S. M.--In questo stato di cose, il re... si crede costretto a
prendere misure che _impediscano al moto attuale di Lombardia di
diventare moto repubblicano_, ed evitino al Piemonte e al rimanente
d'Italia le catastrofi che potrebbero aver luogo se una tale forma di
governo venisse ad essere proclamata[56]».

L'Abercromby si recava, a mezzanotte, a visitare il conte Balbo e ne
otteneva più minuti particolari: «Egli ed i suoi colleghi, giudicando
dalle varie relazioni officiali ad essi trasmesse dal direttore di
polizia _sul pericolo imminente d'una rivoluzione repubblicana in paese,
dove il governo differisse ancora di porgere ajuto ai Lombardi_, e
vedendo l'impossibilità di raffrenare più oltre il grande e generale
concitamento esistente negli Stati di S. M. Sarda, avevano deciso
ecc.[57]».

Il marchese di Normanby scriveva, il 28, da Parigi a lord Palmerston
ragguaglio d'un colloquio da lui tenuto col marchese di Brignole
ambasciatore sardo in Francia. Il Brignole gli ripeteva, fondandosi
sopra un dispaccio di Torino, le ragioni pur ora esposte; e insisteva
sul fatto «che Carlo Alberto aveva respinto con un rifiuto la prima
deputazione venutagli da Milano, quando la città era tuttavia in mano
agli Austriaci; aggiungendo che la seconda deputazione aveva dichiarato
al re che s'ei non s'affrettava a porgere ajuto, il grido _Repubblica_
sarebbe sorto» e che il re non aveva incominciato le ostilità se non per
_mantenere l'ordine_ in un territorio lasciato per forza d'eventi senza
padrone[58].

In altro dispaccio del 25 marzo l'Abercromby esponeva più
diffusamente a lord Palmerston la condizione delle cose in Piemonte
al tempo della decisione--le intenzioni pacifiche del gabinetto
Balbo-Pareto--l'insurrezione lombarda--l'immensa azione esercitata
dal popolo che minacciava rivolta in Piemonte e assalto agli
Austriaci a dispetto dell'autorità governativa--e l'imminente
pericolo alla monarchia di Savoja che avea forzato i ministri alle
ostilità[59].

E non basta. Nelle istruzioni che il ministro degli esteri mandava da
Torino al marchese Ricci, inviato sardo in Vienna, era detto: «.... _Era
da temersi che le numerose associazioni politiche esistenti in Lombardia
e la prossimità della Svizzera facessero proclamare un governo
repubblicano. Questa forma sarebbe stata fatale_ alla nazione italiana,
al nostro governo, _all'augusta dinastia di Savoja_; era d'uopo adottare
un pronto a decisivo partito: il governo e il re non hanno esitato, e
sono profondamente convinti d'avere operato a prezzo dei pericoli ai
quali s'espongono, per la _salvezza degli altri Stati monarchici_[60]».

E l'idea era così radicata in quegli animi, che il 30 aprile, quando la
guerra era inoltrata, nè v'era più bisogno di dissimulare, ma solamente
di vincere, il Pareto tornava a dichiarare all'Abercromby che _se
l'esercito piemontese avesse indugiato a valicare il Ticino, sarebbe
stato impossibile d'impedire che Genova si ribellasse e si separasse dai
dominî di S. M. Sarda_[61].

Con siffatti auspicî, con intenzioni siffatte, la monarchia di Piemonte
e i _moderati_ movevano alla conquista dell'indipendenza. La nazione
ingannata plaudiva ad essi, a Carlo Alberto, al duca di Toscana, al re
di Napoli, al papa. Tanta piena d'amore inondava in que' rapidi beati
momenti l'anime degli Italiani, che avrebbero abbracciato, purchè
avessero una coccarda tricolore sul petto, i pessimi tra i loro nemici.


II.

  ESIGENZE E CONSEGUENZE FUNESTE DELLA GUERRA REGIA.
                  I REPUBBLICANI

Nella genesi dei fatti, la logica è inesorabile; nè possono falsarla
utopie di _moderati_ o calcoli di politici obliqui. Nella politica come
in ogni altra cosa, un _principio_ trascina seco inevitabile un metodo,
una serie di conseguenze, una progressione d'applicazioni prevedibili da
qualunque ha senno. Ad ogni _teorica_ corrisponde una _pratica_. E
reciprocamente, se il principio generatore d'un _fatto_ è falsato,
tradito nelle applicazioni, quel fatto è irrevocabilmente condannato a
sparire, a perire senza sviluppo, programma inadempito, pagina isolata
nella tradizione d'un popolo, profetica d'avvenire ma sterile di
conseguenze immediate. Per aver posto in oblìo questo vero, il moto
italiano del 1848 dovea perire e perì.

Il moto italiano era moto _nazionale_ anzi tutto, moto di popolo che
tende a definire, a rappresentare, a costituire la propria vita
_collettiva_, dovea sostenersi e vincere con guerra di popolo, con
guerra potente di tutte le forze nazionali da un punto all'altro
d'Italia. Quanto tendeva a far convergere all'intento la più alta cifra
possibile di quelle forze, favoriva il moto: quanto tendeva a scemarla,
doveva riescirgli fatale.

Il gretto pensiero dinastico contraddiceva al pensiero generatore del
moto. La guerra regia aveva diverso fine, quindi norme diverse non
corrispondenti al fine, che l'insurrezione s'era proposto. Dovea
spegnere la guerra nazionale, la guerra di popolo, e con essa il trionfo
dell'insurrezione.

I poveri ingegni che, avversi alla parte nostra, pur sentendosi
impotenti a confutarci sul nostro terreno, hanno sistematicamente
adottato un travisamento perenne delle nostre idee e confondono
repubblica ed anarchia, pensiero sociale e comunismo, bisogno d'una fede
concorde attiva e negazione d'ogni credenza, hanno sovente mostrato di
intendere la guerra di popolo come guerra disordinata, scomposta,
d'elementi e di fazioni irregolari, senza concetto regolatore, senza
uniformità d'ordini e di materiali, finchè son giunti ad affermare che
noi vogliamo guerra senza cannoni e fucili: cose ridicole ma non nostre;
e i pochi fatti esciti, a guisa di prologo del dramma futuro, dal
principio repubblicano, l'hanno mostrato. I pochi uomini raccolti in due
città d'Italia intorno alla bandiera repubblicana hanno fatto guerra più
ostinata e più savia che non i molti legati a una bandiera di monarchia.

Per guerra di popolo noi intendiamo una guerra santificata da un intento
nazionale, nella quale si ponga in moto la massima cifra possibile delle
forze spettanti al paese, adoprandole a seconda della loro natura e
delle loro attitudini--nella quale gli elementi regolari e
gl'irregolari, distribuiti in terreno adatto alle fazioni degli uni e
degli altri, avvicendino la loro azione--nella quale si dica al popolo:
_la causa che qui si combatte è la tua; tuo sarà il premio della
vittoria: tuoi devono essere gli sforzi per ottenerla_; e un
_principio_, una grande idea altamente bandita, e lealmente applicata da
uomini puri, potenti di genio ed amati, desti, solleciti, susciti a
insolita vita, a furore, tutte le facoltà di lotta e di sagrificio che
sì facilmente si rivelano e s'addormentano nel core delle
moltitudini:--nella quale nè privilegio di nascita o di favore, nè
anzianità senza merito presieda alla formazione dell'esercito, ma il
diritto d'elezione possibilmente applicato, l'insegnamento morale
alternato col militare o i premî proposti dai compagni, approvati dai
capi e dati dalla nazione, facciano sentire al soldato ch'ei non è
macchina, ma parte di popolo e apostolo armato d'una causa santa--nella
quale non s'avvezzino gli animi a riporre esclusivamente salute in un
esercito, in un uomo, in una capitale, ma s'educhino a creare centro di
resistenza per ogni dove, a vedere tutta intera la causa della patria
dovunque un nucleo di prodi inalza una bandiera di vittoria o di
morte--nella quale, maturato e tenuto in serbo un prudente disegno pel
caso di gravi rovesci, le fazioni procedono audaci, rapide, imprevedute,
calcolate più che non s'usa sugli elementi e sugli effetti morali, non
inceppate da riguardi a diplomazie o da vecchie tradizioni regolatrici
di circostanze normali--nella quale si guardi più ai popoli che ai
governi, più ad allargare il cerchio dell'insurrezione che a paventare i
moti del nemico, e più a ferire il nemico nel core che non a risparmiare
un sagrificio al paese.

E a questa guerra--sola capace di salvare l'indipendenza e fondar
nazione--la guerra regia doveva, per necessità ineluttabile di
tradizioni e d'intento, contrapporre le abitudini freddamente
gerarchiche dei soldati del privilegio--il mero calcolo degli elementi
materiali e la noncuranza d'ogni elemento morale, d'ogni entusiasmo,
d'ogni fede che trasmuta il milite in eroe di vittoria e martirio--il
disprezzo o il sospetto dei volontarî--l'importanza esclusiva data alla
capitale--l'esercito quale era ordinato dal despotismo, co' suoi molti
uffiziali tristissimi, co' suoi capi inetti pressochè tutti e taluni
avversi alla guerra e peggio--la diffidenza d'ogni azione, d'ogni
concitamento di popolo, che avrebbe sviluppato più sempre tendenze
democratiche e coscienza di diritti fatali al regnante--l'avversione a
ogni consigliere che potesse, per influenza popolare, impor patti o
doveri--la riverenza alla diplomazia straniera, ai patti, ai trattati,
alle pretese governative risalenti all'epoca infausta del 1815, e quando
anche inceppassero operazioni che avrebbero potuto riescir decisive--la
ripugnanza a soccorrere Venezia repubblicana--il rifiuto d'ogni sussidio
dal di fuori che potesse accrescere simpatie alla parte avversa alla
monarchia--la vecchia tattica e la paura d'ogni fazione insolita,
ardita--l'idea insistente, dominatrice, di salvarsi, in caso di
rovescio, il Piemonte ed il trono--e segnatamente un germe, mortale
all'entusiasmo, di divisione tra i combattenti per la stessa causa, un
meschino progetto d'egoismo _politico_ sostituito alla grande idea
nazionale[62]. Nè io parlo, come ognun vede, di tradimento; e s'anche io
vi credessi, non consuonerebbe all'indole mia gittarne l'accusa sopra
una tomba. Accenno cagioni più che sufficienti di rovina a una
insurrezione di popolo; e ricordo agli Italiani che operarono due volte
in brevissimo giro di tempo e oprerebbero fatalmente una terza e sempre
ogni qual volta sorgesse una gente sì cieca e ostinata da volere
ritentare la prova.

Operarono potenti fin dai primi giorni della guerra, sì che bisognava
esser ciechi a non discoprirle e insensati a non piangerne. E ciechi e
insensati eran fatti dall'egoismo, dallo spirito di parte, dalla
servilità cortigianesca, dalle tradizioni aristocratiche e dalla paura
della repubblica, gli uomini del governo provvisorio di Milano e i
_moderati_ di Piemonte e di Lombardia. Ben lo videro i repubblicani; e
l'averlo detto, quantunque, come or ora vedremo, sommessamente, era
colpa da non perdonarsi. Quindi le accuse villane e le stolte minaccie e
le calunnie ch'essi allora sprezzarono e ch'oggi, compita la prova e
giacente, mercè gli accusatori, l'Italia, corre debito di confutare.

Io scrivo cenni e non storia; però non m'assumo in queste pagine di
seguire attraverso gli errori governativi e le fazioni della guerra
regia l'influenza dissolvente, rovinosa di quelle cagioni. Ma il libro
di Cattaneo; i documenti contenuti in un opuscolo pubblicato nel 1848 in
Venezia da Mattia Montecchi, segretario del generale Ferrari, e in uno
scritto recente del generale Allemandi; la relazione degli ultimi casi
di Milano stesa da due membri del comitato di difesa; gli atti officiali
contenuti nel giornale _Il 22 marzo_, e le relazioni stesse dettate a
difesa dagli avversarî raffrontati colla ineluttabile ragione dei FATTI;
racchiudono tutta intera la dolorosissima storia--e a rischiararla più
sempre gioverà il rapido esame della campagna, scritta da uno dei nostri
uomini di guerra, Carlo Pisacane[63]. A me importava di chiarire le
intenzioni e le necessità[64] che spinsero Carlo Alberto sulla terra
lombarda; e importa or di chiarire qual via tenessero i repubblicani fra
quelle vicende: punti finora non trattati o sfiorati appena.

L'insurrezione lombarda era vittoriosa su tutti i punti quando le truppe
regie inoltrarono sul territorio; e si stendeva sino al Tirolo. I
volontarî vi s'avviarono, dando la caccia al nemico. I passi che di là
conducono alle valli dell'Adda e dell'Oglio erano occupati dai nostri.
L'insurrezione del Veneto s'era compita con miracolosa rapidità e poneva
in mano dei montanari della Carnia e del Cadore i passi che guidano
dall'Austria in Italia. Nostre erano Palma ed Osopo. Il mare e le Alpi,
come scrive Cattaneo, erano chiusi al nemico. E lo erano per sempre, se
all'Alpi ed al mare, al Tirolo e a Venezia, non alle fortezze e al
Piemonte, avesse saputo o voluto, come a punti strategici d'operazione,
guardare la guerra regia.

L'entusiasmo nelle popolazioni era grande, quanto lo sconforto nel
nemico. Una sottoscrizione aperta in Milano il 1.º d'aprile per
sovvenire alle spese correnti governative aveva prodotto, il 3, la somma
di lire austriache 749 686; un imprestito di 24 milioni di lire proposto
dal governo provvisorio trovava, allora, presti ad offrirsi, e
senz'utili, i capitalisti[65]. Gli uomini correvano a dare il nome ai
CORPI FRANCHI o alle guardie nazionali; le donne gareggiavano,
superavano quasi in entusiasmo i giovani dell'altro sesso: preparavano
cartuccie, sollecitavan di casa in casa sovvenzioni al governo,
soccorrevano negli ospedali ai feriti[66]. Gli Austriaci si ritraevano
per ogni dove impauriti, disordinati, tormentati dai volontarî, mancanti
di viveri. I soldati italiani disertavano le loro file: in Cremona, il
reggimento Alberto, il terzo battaglione Ceccopieri, e tre squadroni di
lancieri, in Brescia parte del Haugwitz[67], altri altrove. Una fregata
austriaca stanziata in Napoli[68], due brick da guerra che incrociavano
nell'Adriatico[69] inalzavano bandiera italiana e si davano alla
repubblica veneta. All'Austria non rimanevano in Italia--ed è cifra
desunta da relazioni officiali--che 50 000 uomini[70], rotti,
sconfortati, spossati.

E fuori di Lombardia, per tutto dove suona lingua del _sì_, era
fermento, fremito di crociata. L'insurrezione di Milano avea suonato la
campana a stormo dell'insurrezione italiana. Alle prime nuove del moto
in Modena, s'affrettavano 2000 guardie civiche da Bologna, 1200 e 300
uomini della linea da Livorno, e guardie civiche e studenti armati da
Pisa, e civici e volontarî da Firenze[71]; e pochi dì dopo, a evitare
l'estrema rovina[72], il gran duca era costrette egli pure a intimar
guerra all'Austriaco. In Roma, date alle fiamme dal popolo, dai civici e
dai carabinieri commisti le insegne dell'Austria, e sostituita sulla
residenza dell'ambasciata la leggenda: PALAZZO DELLA DIETA ITALIANA[73],
s'adunavano, benedetti da sacerdoti, volontarî, s'aprivano
sottoscrizioni ad armarli e avviarli: il 24 marzo, molti avevano già
lasciato la città[74], e al finir del mese, 10 000 Romani e 7000 Toscani
erano al Po, presti a varcarlo dalla parte di Lagoscuro[75]. A Napoli,
arse parimente le insegne aborrite, erano già aperte il 26 marzo le
liste dei volontarî; era dall'universale concitamento forzato a cedere
il re[76]. Di Genova e del Piemonte non parlo: i volontarî di Genova--e
lo ricordo con orgoglio, non di municipio, ma d'affetto per la terra ove
dorme mio padre e nacque mia madre--segnarono primi in faccia al nemico
comune il patto di fratellanza italiana cogli uomini di Lombardia.

E fuori d'Italia, la buona novella, diffusa colla rapidità del pensiero,
ringiovaniva gl'incanutiti nell'esilio, benediceva di nuova vita le
anime morenti nel dubbio, cancellava i lunghi dolori e i ricordi delle
ripetute delusioni e le antiveggenze che dovevano pur troppo
verificarsi. Un solo pensiero balenava dal guardo, dall'accento
commosso, a noi tutti: ABBIAMO UNA PATRIA! ABBIAMO UNA PATRIA! POTREMO
OPERARE PER ESSA!--e traversavamo, accorrendo, colla fronte alta,
insuperbendo nell'anima d'orgoglio italiano, le terre che avevam corse
raminghi e sprezzati e sulle quali suonava allora un grido di sorpresa e
di plauso alla nostra Italia. Ah! Dio perdoni i calunniatori dell'anime
nostre in quei momenti di religione nazionale e d'amore. Essi, i
MODERATI, ricevevano in Genova colle bajonette appuntate e facevano
scortare disarmati al campo, a guisa di malfattori, gli operaî italiani
che da Parigi e da Londra, capitanati dal generale Antonini, accorrevan
a combattere la battaglia dell'indipendenza. Ci accusavano di congiure.
Noi non congiuravamo che per dimenticare. Io rammento la parola:
_Infelici! non possono amare!_ che santa Teresa proferiva pensando ai
dannati.

Ma tutto quel fremito, tutto quell'entusiasmo che sommoveva a grandi
cose l'Italia, parlava di POPOLO e non di PRINCIPE, di nazione e non di
misere speculazioni dinastiche. Urtarlo di fronte era cosa impossibile.
E comunque il Martini prima, il Passalacqua poi, avessero profferto gli
ajuti regî soltanto a patti di dedizione--comunque i più tra gli uomini
componenti il governo provvisorio di Milano fossero proclivi e alcuni
vincolati a quei patti--nessuno osò per allora stipulare patentemente il
prezzo dell'incerta vittoria. Il leone ruggiva ancora: bisognava prima
ammansarlo.

In un indirizzo a Carlo Alberto, il governo provvisorio di Milano aveva,
fin dal 23 marzo, invocando gli ajuti, lasciato intravvedere al re e
alla diplomazia quali fossero le sue intenzioni[77]. Ma le sue
dichiarazioni pubbliche posero un programma che differiva sino al giorno
della vittoria la decisione della questione politica e la fidava per
quel giorno al senno del popolo. LIBERI TUTTI, PARLERANNO TUTTI.--A
CAUSA VINTA, LA NAZIONE DECIDERÀ--così nei proclami del 29 marzo, dell'8
aprile ecc., e queste dichiarazioni fatte ai Lombardi, ai Veneti, a
Genova, al papa, erano pur fatte il 27 marzo alla Francia: IN SIFFATTA
CONDIZIONE DI COSE, NOI CI ASTENEMMO DA OGNI QUESTIONE POLITICA, NOI
ABBIAMO SOLENNEMENTE E RIPETUTAMENTE DICHIARATO CHE, DOPO LA LOTTA, ALLA
NAZIONE SPETTEREBBE DECIDERE INTORNO AI PROPRII DESTINI (Vedi
_Documenti_, pag. 354).

E Carlo Alberto annunziava, nel proclama del 23 marzo, che le armi
piemontesi _venivano a porgere nelle ulteriori prove ai popoli della
Lombardia e della Venezia quell'ajuto che il fratello aspetta dal
fratello, dall'amico l'amico_: annunziava poco dopo in Lodi, che le sue
armi, abbreviando la lotta, «ricondurrebbero fra i Lombardi quella
sicurezza che permetterebbe ad essi d'attendere con animo sereno e
tranquillo a riordinare il loro interno reggimento».

Era partito onesto; e i repubblicani lo accettarono, e vi s'attennero
lealmente: traditi; poi, al solito, calunniati.

Se di mezzo alle barricate del marzo fosse sorta, piantata dalla mano
del popolo, la bandiera repubblicana--se gli uomini che diressero
l'insurrezione, assumendosi una grande iniziativa rivoluzionaria, si
fossero collocati a interpreti del pensiero che fremeva nel core delle
moltitudini--l'indipendenza d'Italia era salva. Tutti sanno--e noi
meglio ch'altri sappiamo--come gli ajuti svizzeri negati dal governo
federale al RE fossero profferti dai cantoni all'insurrezione
_repubblicana_. Nè il governo francese, diffidentissimo allora delle
intenzioni di Carlo Alberto e incerto della sua via, avrebbe potuto
sottrarsi all'entusiasmo popolare e alla necessità della politica
repubblicana. E in Italia, non guardando pure a soccorsi stranieri, le
forze e l'ira unanime contro l'Austria eran tali da assicurare ai
nostri, sotto la guida d'uomini che sapessero e volessero, vittoria non
difficile e decisiva. Forse, il terrore di quel nome fatale e
l'impossibilità d'avversare all'impeto della crociata italiana avrebbero
cacciato alcuni fra i nostri prìncipi sulla via del dissenso e provocato
allora le fughe che vennero dopo. Nuova arra di salute per noi, dacchè
non avremmo avuto traditori nel campo. Ma fors'anche i tempi erano
tuttavia immaturi per l'unità repubblicana, tanto importante quanto
l'indipendenza, dacchè indipendenza senza unità non può stare, e l'arti
o le influenze straniere farebbero in pochi anni l'Italia divisa campo
di mortali guerre civili. Perchè l'_Italia del Popolo_ avesse
probabilità consentita d'esistenza, _Roma_ dovea mostrarsi degna
d'esserne la metropoli.

Comunque, la bandiera non era sorta: popolo e monarchia stavano uniti a
fronte dello straniero sulle terre lombarde; il popolo avea accettato il
programma di neutralità del governo provvisorio fra tutte parti
politiche, e i repubblicani decisero di rinunciare ad ogni iniziativa
politica, di aspettare pazienti che la volontà del popolo, vinta la
guerra, si palesasse, e di consacrare ogni loro sforzo alla conquista
dell'indipendenza.

Ed anche questo ci fu turpemente conteso dagli uomini del provvisorio e
dai MODERATI, faccendieri del pensiero dinastico.

La vita errante, anzi che no tempestosa, che i credenti nella fede
repubblicana durano da parecchî anni, ci contende di poter documentare
con lettere, date, giornali, i fatti ai quali accenniamo. Ma io affermo
la verità d'ogni sillaba mia sull'onore. Gli accusatori vivono: neghino
se possono ed osano. Duolmi ch'io debba frammettere in questi cenni il
mio nome; ma dacchè fui scelto--meritamente o no poco monta--da amici e
nemici a rappresentare in parte il pensiero repubblicano, debbo
all'onore della bandiera ciò che per me non farei. Trattai con silenzio
sdegnoso, che volea dire _disprezzo_, le false accuse di aver nociuto
per ostinazione di fini politici all'esito della guerra, che ci
s'avventarono addosso da tutte parti, quand'io aveva stanza in Milano.
Avrebbero detto allora ch'io scendeva a discolpe per paura o desiderio
di rimovere il turbine che s'addensava. Ma importa oggi che gl'Italiani
sappiano il vero intorno agli uomini che li chiamano all'opra.

I fatti son questi.

Noi non avevamo fiducia che il governo provvisorio, giudicato
collettivamente, potesse mai riescire eguale all'impresa. Ma dacchè
avevamo, per amor di concordia, accettato il programma di neutralità fra
i due principî politici, non potevamo spingere uomini dichiaratamente
repubblicani al potere e cacciare il guanto ai sospetti e alle
irritazioni della parte avversa alla nostra. Però, gl'influenti fra noi
si strinsero intorno ai membri di quel governo, sperando da un lato che
i consigli giovassero, dall'altro che il paese vedendoci uniti non
rimetterebbe del suo entusiasmo--e finalmente, che il nostro frequente
contatto suggerirebbe, per pudore non foss'altro, a quegli uomini di
mantenersi sulla via solennemente adottata. Le prime mie parole in
Milano furono di conforto al governo; le seconde, chiestemi da persona
fautrice di monarchia, furono una preghiera a Brescia perchè in certe
sue vertenze con Milano sagrificasse ogni diritto locale all'unione e al
concentramento fatto allora indispensabile dalla guerra.

Noi non avevamo fiducia in Carlo Alberto o nei suoi consiglieri. Ma
Carlo Alberto _era_ in Lombardia e capitanava l'impresa che più di tutte
ci stava a core! Noi non potevamo fare che il fatto non fosse; bisognava
dunque giovar quel fatto tanto che n'escisse l'intento. Dietro al re
stava un esercito italiano e prode; e dietro all'esercito un popolo, il
piemontese, di natura lenta forse ma virile e tenace, popolo cancellato
nella capitale da una guasta aristocrazia, ma vivo e vergine nelle
provincie e depositario di molta parte dei fati italiani. Esercito e
popolo ci eran fratelli; e il vociferare, come molti fecero, di
propaganda anti-piemontese da parte nostra era calunnia pazza e
ridicola. Bensì, perchè le varie famiglie italiane imparassero a
stimarsi, amarsi e confondersi fraternamente davvero sul campo--perchè
al popolo rimanesse colla coscienza di sagrificî compiuti, coscienza de'
proprî diritti--e da ultimo perchè diffidavamo dei capi e antivedevamo,
quand'altri urlava vittoria prima della battaglia, possibile, probabile
forse, una rotta--volevamo che il paese s'armasse per potersi in ogni
caso difendere: volevamo che a fianco delle forze regolari alleate si
mantenesse, si rinvigorisse, rappresentante armato di questo popolo,
l'elemento dei volontarî: volevamo che l'esercito lombardo si formasse
rapidamente, su buone norme e con buoni uffiziali.

Il governo provvisorio voleva appunto il contrario.

Ignari di guerra e d'altro; fermissimi in credere che l'esercito regio
bastasse a ogni cosa; vincolati, i più almeno, al patto della fusione
monarchica e pensando stoltamente ch'unica via per condurre il disegno a
buon porto fosse, che il re vincesse solo e il popolo fosse ridotto a
scegliere tra gli Austriaci e lui; poco leali e quindi poco credenti
nell'altrui lealtà, proclivi al raggiro politico perchè poveri di
concetto, d'amore e d'ingegno--gli influenti tra i membri posero ogni
studio nel preparare l'opinione alla monarchia piemontese e nel
suscitare nemici alla parte nostra: nessuno nelle cose della guerra,
nessuno nell'armare, nell'ordinare, nel mantenere infiammato e militante
il paese; i pochi buoni tra loro non partecipavano al disegno,
partecipavano al fare e al non fare per debolezza di tempra o per
vincoli d'amistà individuale.

La condotta dei repubblicani fu semplice e chiara.

Un'associazione democratica, pubblica e con basi di statuti comunicati
al governo, fu impiantata dai giovani delle barricate nei giorni che
seguirono la vittoria del popolo, e prima ch'io giungessi in Milano:
avendo il governo annunziato[78] ch'ei convocherebbe nel più breve
termine possibile una _rappresentanza nazionale, affinchè un voto
libero, che fosse la vera espressione del poter popolare_, potesse
decidere i futuri destini della patria, era naturale e giovevole che
l'elemento repubblicano manifestasse con un atto legale la propria
esistenza. Ma compito una volta questo dovere e adottata la linea di
condotta accennata più sopra, l'associazione, messa da banda ogni
questione politica, non s'occupò, nelle rare e pubbliche adunanze
tenute, che di proposte di guerra. Io non v'intervenni, prima del 12
maggio, che una volta sola per atto d'adesione a' miei fratelli di fede
e vi proposi che si spronasse e s'appoggiasse il governo.

La _Voce del Popolo_, giornale diretto dai più influenti tra i
repubblicani, s'uniformava. Scriveva consigli eccellenti di guerra e
finanze. Cercava infonder vita di popolo nel governo. La questione
politica v'era toccata rare volte e di volo: la parola _repubblica_
studiosamente evitata[79].

Se non che il governo era pur troppo, nato appena, incadaverito; nè
galvanismo di consigli repubblicani poteva infondergli vita.

Il governo, stretto fin prima del nascere ad un patto di servitù,
diffidava di noi, diffidava del popolo, dei volontarî, di sè stesso e
d'ogni cosa, fuorchè del _magnanimo principe_. E il _magnanimo principe_
campeggiava nei proclami, nei discorsi, nei bollettini grandiloqui, sì
che ogni uomo s'avvezzasse a non vedere che in lui e nell'esercito che
lo seguiva l'àncora di salute. Magnificava, in quel primo periodo, ogni
scaramuccia che si combattesse intorno al Mincio fatale in battaglia
quasi napoleonica; e stando a' suoi computi, gli Austriaci avrebbero
dovuto essere, sul mezzo della campagna e quando appunto cominciavano a
farsi minacciosi davvero, spenti pressochè tutti.

Il moto di tutta Italia verso i piani lombardi e le lagune della Venezia
riusciva pei politici della _fusione_ tardo ed inutile. La vittoria era
certa, infallibile. I nostri consigli s'ascoltavano cortesemente, si
provocavan talora: non s'eseguivano mai. Il popolo s'addormentava nella
fiducia.

E v'era peggio. Mentre da noi si diceva: _soccorrete ai volontarî;
animateli: cacciateli all'Alpi_, la perdita dei volontarî, repubblicani
i più, era giurata: giurata fin dagli ultimi giorni di marzo quando
Teodoro Lecchi fu assunto al comando del futuro esercito. Erano lasciati
senz'armi, senza vestiario, senza danaro; fortemente accusati ogni qual
volta la necessità li traeva a provvedersi da sè; sospinti al Tirolo, ai
passi dell'Alpi, poi impediti dal combattere, forzati ad abbandonare
quei luoghi e le insurrezioni nascenti: finalmente richiamati, feriti,
essi i vincitori delle cinque giornate, nel più vivo del core, e
disciolti[80]. Mentre da noi s'insisteva sulla rapida formazione d'un
esercito lombardo e s'indicavan le norme; s'indugiava, s'inceppava
l'armamento, si sbandavano le migliaja di soldati italiani che
abbandonavano il vessillo d'Austria, si commetteva l'istruzione degli
accorrenti a ufficiali piemontesi fuor di servigio, taluni cacciati per
colpe dai ranghi. Ricordo che alle mie richieste insistenti perchè a
render più sempre nazionale la guerra e a prefiggere al giovane esercito
uomini già esperti delle guerre d'insurrezione, si chiamassero i nostri
esuli ufficiali in Grecia, in Ispagna, ed altrove, m'ebbi risposta che
_non si sapeva ove fossero_. Non mi stancai, e ottenni, dacch'io lo
sapeva, facoltà di chiamarli e firma, a convalidare il mio invito, del
segretario Correnti. Ma quando giunsero, il ministro Collegno, allegando
mutate le circostanze, da pochi in fuori, li ricusò[81]. E mentre da noi
s'offrivano, ad affratellare colla nostra guerra il libero pensiero
europeo e creare un senso d'emulazione nei nostri giovani, legioni di
volontarî francesi e svizzeri, giungevano divieti dal campo, e il
governo, obbedendo, rompeva le pratiche imprese in Berna e nel cantone
di Vaud. Ma--e non era Garibaldi, reduce da Montevideo, accolto
freddamente e con piglio quasi di scherno al campo monarchico, e
rimandato a Torino a vedere se e come il ministero di guerra potesse
giovarsi dell'opera sua?

Intanto, mentre queste cose accadevano in Milano, la guerra regia,
rifiutate l'Alpi, si confinava oziosamente tra le fortezze. Intanto
l'esercito austriaco, raggranellato, riconfortato, vettovagliato,
aspettava, riceveva rinforzi. Il Tirolo era vietato a Carlo Alberto
dalla diplomazia del 1815: la difesa del Veneto vietata in parte da
segrete mene di governi stranieri e da speranze di lontani accordi
coll'Austria, in parte e più assai dall'aborrimento, rivelato senza
pudore, al vessillo repubblicano[82]. I principi italiani coglievano, a
ritrarsi o raffreddare gli spiriti, pretesto dalle mire ambiziose che i
fautori dell'_Italia del nord_ manifestavano imprudentemente,
sconciamente, per ogni dove. Pio IX vietava ai Romani passassero il Po.
Il Cardinal Soglia corrispondeva in cifra con Innspruck. Corboli-Bussi
si recava al campo del re esortatore di defezione[83] e cospiratore. I
fati d'Italia erano segnati.

Sorgevano momenti ne' quali sembrava che il governo si destasse al senso
della condizione delle cose de' proprî doveri, e allora--come chi per
istinto sente dov'è l'energia--ricorreva ai repubblicani; ma tradiva le
sue promesse e ricadeva nel sonno il dì dopo. Un messo segreto dal
campo, una parola di faccendiere cortigiano, bastavano a mutare le
intenzioni. Il povero popolo, già avviluppato in mille modi dai
raggiratori, traeva forse da quel contatto inefficace tra noi e il
governo nuova illusione di securità. E citerò un solo esempio.

La nuova della caduta d'Udine avea colpito gli animi di terrore. Fui
chiamato a mezzanotte al governo, e trovai convocati parecchî altri
influenti repubblicani. Bisognava, dicevano i governanti, suscitare il
paese, avviarlo a sforzi tremendi, chiamarlo a salvarsi con forze
proprie--e chiedevano additassimo il come. Scrissi sopra un brano di
carta parecchie tra le cose ch'io credeva opportune a raggiunger
l'intento, ma dichiarando che riescirebbero inefficaci tutte se il
governo ne assumesse l'esecuzione. «Dio solo, dissi, può spegnere e
risuscitare. Il vostro governo è screditato, e meritatamente. Il vostro
governo ha oprato sinora a sopir l'entusiasmo, a creare colla menzogna
una fiducia fatale. E _voi_ non potete sorgere a un tratto predicatori
di crociata e guerra di popolo senza diffondere nelle moltitudini il
grido funesto di _tradimento_. A cose nuove uomini nuovi. Io non vi
chiedo dimissioni che oggi parrebbero fuga. Scegliete tre uomini,
monarchici o repubblicani non monta, che sappiano e vogliano e siano, se
non amati, non disprezzati dal popolo. Commettete ad essi, sotto
pretesto delle soverchie vostre faccende o d'altro, ogni cura, ogni
autorità per le cose di guerra. Da essi emanino domani gli atti ch'io vi
propongo. Intorno ad essi noi tutti ci stringeremo e staremo mallevadori
del popolo». Tra le cose che si proponevano era la leva della totalità
delle cinque classi quando al governo pareva soverchia la leva delle
prime tre, e ne indugiava la convocazione al finire d'agosto, _perchè i
contadini potessero attendere pacificamente al ricolto_. E rispondevano
la bestemmia che i _contadini erano austriaci_ d'animo e di tendenze: i
poveri contadini delle prime due classi tumultuavano intanto contro i
chirurghi che ne respingevano alcuni siccome inetti al servizio. Io
insisteva perchè almeno si rifacesse una chiamata ai volontarî e mi
poneva mallevadore, certo che l'esempio sarebbe seguito in ogni città
per la formazione d'una legione di mille volontarî in Milano, purchè mi
fosse concesso d'affiggere un invito e sottoscrivere prima il mio nome.
E partiva applaudito e con promessa d'assenso.

Due giorni dopo, l'assenso all'arruolamento dei volontarî era rivocato.
E quanto al comitato di guerra, fu trasformato in comitato di difesa pel
Veneto e subito dopo in commissione di soccorsi al Veneto composta di
membri del governo, e finalmente in nulla. Il segretario faccendiere di
Carlo Alberto, Castagneto, aveva detto: «Che al re non piaceva di
trovarsi un esercito di nemici alle spalle».

D'esempî siffatti, io potrei citarne, se lo spazio concedesse, parecchî.

Così si consumò il primo periodo della guerra. Nel secondo, il governo
mutò di tattica. I _moderati_ cominciavano, credo, ad antiveder la
rovina; e a stabilire non foss'altro pel futuro incertissimo un
PRECEDENTE, diventavano frenetici di FUSIONE monarchica. Farneticavano
per le piazze promettendo a Milano che sarebbe capitale del nuovo regno;
infanatichivano, con ogni sorta di menzogne, le moltitudini ignare
contro ai repubblicani collegati coll'Austria e provocatori di leve[84]:
tormentavano il governo provvisorio, perchè non s'affrettava abbastanza.
E i membri del governo, creduli o increduli alle stolte loro promesse,
ridicevano, per mezzo dei loro agenti, al popolo--a quel popolo ch'essi
avevano fino a quel giorno intorpidito, addormentato nella fiducia--che
i pericoli diventavano gravi, che a difendere il paese mancavano gli
uomini, mancava il danaro, mancava ogni cosa; ma che, al solo patto
d'una prova di fiducia nel re, al solo patto della FUSIONE, verrebbero
milioni da Genova, migliaja d'armati dal Piemonte, benedizioni dal
cielo, e senza leve, senza gravi sagrifici, la Lombardia vedrebbe
compiuta l'impresa: coi repubblicani ch'essi avevan fermo in animo di
tradire mutavano l'amicizia menzognera in freddezza, e affettavano
sospetti di congiure che non avevano. Congiure a che? Se rovesciando
quel meschino fantasma che s'intitolava governo, le sorti della guerra
avessero potuto mutarsi, i repubblicani l'avrebbero rovesciato in due
ore.

Sul cominciare di quel secondo periodo, quando la violazione del
programma governativo era già decisa, e mentre io era già assalito, pel
mio tacermi, di calunnie e minaccie da tutte parti, mi giunse inviato
dal campo, e messaggiero di strane proposte, un antico amico, patriota
caldo e leale. Parlava a nome del Castagneto già nominato, segretario
del re, e proponeva: CH'IO MI FACESSI PATROCINATORE DELLA FUSIONE
MONARCHICA, M'ADOPRASSI A TRARRE ALLA PARTE REGIA I REPUBLICANI, E
M'AVESSI IN RICAMBIO INFLUENZA DEMOCRATICA QUANTA PIÙ VOLESSI NEGLI
ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE CHE SI DAREBBE; COLLOQUIO COL RE e non so
che altro.

Primo nostro intento e sospiro antico dell'anime nostre era--ed
è--l'INDIPENDENZA dallo straniero: secondo, l'UNITÀ della patria, senza
la quale l'indipendenza è menzogna: terzo, la REPUBBLICA--e intorno a
questa, indifferenti a ciò che riguarda noi individui, e certi, quanto
al paese, dell'avvenire, noi non avevamo bisogno d'essere intolleranti.
A chi dunque m'avesse assicurato l'indipendenza, e agevolato l'unità
dell'Italia, io avrei sagrificato, non la fede, ch'era impossibile, ma
il lavoro attivo pel trionfo rapido della fede: a me la solitudine e la
facoltà, che nessuno avrebbe potuto mai tormi, di versare in un libro,
da stamparsi quando che fosse, quel tanto d'idee ch'io credessi utili al
mio paese, bastava, e per amor dell'indipendenza, i repubblicani non
avevano aspettato, a tacer di repubblica, gli inviti d'un re. Ma la
questione era allora tutta di guerra. E fatale all'esito della guerra
noi ritenevamo il concetto _federalistico_, troppo ambizioso pei nostri
principi e per la diplomazia, troppo poco per le popolazioni d'Italia,
dell'Italia del nord. L'entusiasmo popolare era, mercè quel concetto,
già spento; e i governi erano ostili e i mezzi che il paese
somministrava condannati all'inerzia e le probabilità della guerra
cresciute pur troppo a' danni nostri. A volgerlo in favor nostro, a
ricreare lo spirito che vince ogni ostacolo, era solo una via: far
guerra, non di PRINCIPI, ma di NAZIONE. E per questo, bisognava un UOMO
che osasse e si vincolasse a non retrocedere per egoismo e codardia
nell'impresa. Voleva Carlo Alberto esser l'uomo? Ei doveva dimenticare
la povera sua corona sabauda e farsi davvero SPADA D'ITALIA: doveva,
poichè i governi tutti gli eran nemici, rompere dichiaratamente,
irrevocabilmente, con essi e raccogliersi intorno, congiunti, ravvivati
in un grande pensiero, i buoni, quanti erano tra l'Alpi e gli estremi
confini della Sicilia, in Italia. Così avremmo saputo ch'ei parlava o
voleva operare da senno, e noi avremmo potuto tentare ogni nostro modo
per sommovere a pro del suo intento tutti gli elementi rivoluzionarî
italiani. Dove no, meglio era lasciarci in pace. Noi potevamo e dovevamo
sagrificare per un tempo alla salute d'Italia anche la nostra bandiera;
ma nè potevamo nè dovevamo sagrificarla--e con essa quel tanto
d'influenza sulle sorti del paese che la nostra costanza in una fede ci
dava--ad un re che non volendo avventurar cosa alcuna del suo, nè
affratellarsi col pensiero italiano, nè cangiare in meglio le condizioni
della guerra, avrebbe potuto ritrarsi dall'arena a suo piacimento e
dirci: VOI, CREDENTI, ACCETTAVATE TRANSIGERE.

Queste cose a un dipresso io risposi a quell'inviato. Richiesto del come
il re potesse farsi mallevadore delle sue intenzioni a pro della unità
del paese, risposi: _Firmando alcune linee, che le rivelino_; e
richiesto s'io scriverei quelle linee, presi la penna e le scrissi.
Erano, con mutazioni di forma ch'or non ricordo, le stesse ch'io, con
intento, inserii più dopo nel programma dell'_Italia del Popolo_
pubblicato in Milano; e le trascrivo:

IO SENTO MATURI I TEMPI PER L'UNITÀ DELLA PATRIA: INTENDO, O ITALIANI IL
FREMITO CHE AFFATICA L'ANIME VOSTRE. SU, SORGETE! IO PRECEDO. ECCO: IO
VI DO, PEGNO DELLA MIA FEDE, SPETTACOLO IGNOTO AL MONDO D'UN RE
SACERDOTE DELL'EPOCA NUOVA, APOSTOLO ARMATO DELL'IDEA-POPOLO,
EDIFICATORE DEL TEMPIO DELLA NAZIONE. IO LACERO NEL NOME DI DIO E
DELL'ITALIA I VECCHI PATTI CHE VI TENGONO SMEMBRATI E GRONDANO DEL
VOSTRO SANGUE: IO VI CHIAMO A ROVESCIARE LE BARRIERE CHE ANCH'OGGI VI
TENGON DIVISI E AD ACCENTRARVI IN LEGIONE DI FRATELLI LIBERI EMANCIPATI
INTORNO A ME, VOSTRO DUCE, PRONTO A CADERE O VINCER CON VOI.

L'amico partì. Pochi dì dopo mi fu fatto leggere un biglietto del
Castagneto, che diceva: VEDO PUR TROPPO CHE DA QUESTO LATO NON V'È DA
FAR NULLA. Quando mai può un'idea generosa, potente d'amore e d'avvenire
per una nazione, allignare nel cuore d'un re?

Noi seguimmo a tacer di politica[85] e a giovare come meglio potevamo,
d'opera e di consiglio, la guerra. Ma la guerra non era più italiana,
non era lombarda; era piemontese e d'una fazione. Ministero,
organizzazione, amministrazione, tutto era in mano d'uomini devoti ad
essa. Il governo non aveva missione da quella infuori di ricevere i
bollettini dal campo e magnificarli e preparare il funesto decreto del
12 maggio.

Ed escì. Il programma di neutralità fu violato, quando pei sinistri
eventi, che facevano presagire la catastrofe non lontana, importava più
che mai attenervisi, per non gittar nuovi semi di discordia nel campo,
per non togliere apertamente il suo carattere nazionale alla guerra, e
per lasciar non foss'altro eredità d'un principio alla insurrezione
futura. Noi perorammo, scongiurammo il governo, ma inutilmente. Volevan
servire.

E allora--allora soltanto--noi sentimmo necessità di protestare in
faccia all'Italia. Quei che erano a quei giorni in Milano sanno che il
farlo non era senza pericolo. E dovrebb'essere nuovo indizio a tutti,
avversi o propizî, che noi non avevamo lungamente taciuto se non per
amor di patria e per non rompere quella concordia, che, anche apparente,
poteva giovare alla guerra.

Il dì seguente al decreto, pubblicammo il documento seguente:


  AL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE
         DELLA LOMBARDIA.

    «SIGNORI,

«Quando, compiti i prodigi delle cinque giornate, sublimi di vittoria e
di fiducia nei risultati della vittoria, il popolo, solo sovrano su
questa terra redenta col suo sangue, v'accettò capi, esso vi commetteva
un doppio mandato: provvedere all'intera emancipazione del paese; e
preparargli un terreno libero sul quale l'espressione del suo voto
intorno ai futuri destini potesse sorgere spontanea, illuminata dalla
discussione fraterna, accettata da tutti i partiti, solennemente legale,
in faccia all'Europa, pura di basse speranze e di bassi timori, degna
dell'Italia e di noi.

«E i popoli d'Italia, che tutti si sapevano fratelli a noi, tutti
mandavano, come concedevano le distanze e le circostanze particolari,
uomini loro a combattere la santa guerra, vi confermavano tacitamente lo
stesso mandato. Sentivano che qui, su questa terra lombarda dove moto e
trionfo erano cose di popolo, si agitavano le sorti di tutta Italia: che
qui in una importantissima parte d'Italia, da parecchî milioni d'uomini
generosi, doveva compiersi, con voto libero e meditato, un esperimento
forse decisivo sulle vere tendenze, sugli istinti, sui desiderî che
fermentano in core alle moltitudini, e ne decideranno la nuova vita.

«Voi intendeste allora, signori, quel mandato, o mostraste d'intenderlo.
E poichè non trovavate in voi potenza o diritto d'iniziativa,
dichiaraste solennemente più volte che l'iniziativa spettava tutta
intera al popolo, e che il popolo solo, emancipato il territorio e
finita la guerra, avrebbe discusso e deciso, raccolto in assemblea
costituente, intorno alle forme che dovrebbero reggerne la vita
politica.

«E dichiarandolo, voi di certo non intendevate, cosa impossibile,
ingiusta, che un popolo intero si rimanesse muto, per un tempo
indefinito, sulle questioni più gravi e più vitali per lui: voi non
potevate ragionevolmente pretendere ch'ei combattesse senza sapere il
perchè; ch'ei conquistasse vittoria senza interrogarsi quali sarebbero i
frutti della vittoria, ch'ei si facesse soldato della libertà
cominciando dal rinnegarla e dal contendersi ogni diritto di pacifica e
fraterna parola.

«Le opinioni a poco a poco si rivelarono. Era cosa buona, era la
educazione preparatoria, che voi non davate al popolo, offertagli dai
migliori fra' suoi fratelli perchè il giorno dell'assemblea avesse il
suo voto illuminato e pensato; era prova data all'attenta Europa che le
popolazioni lombarde non s'erano mosse per solo e cieco spirito di
riazione, ma perchè sentono i tempi maturi per entrare con coscienza di
diritti e doveri nel grande consorzio delle nazioni. Voi non dovevate
atterrirvi, ma rallegrarvene; e solamente avevate debito di usare di
tutta la vostra influenza perchè il campo fosse aperto a tutti
egualmente, perchè la discussione si mantenesse scevra di raggiri e
d'intolleranze, nei termini d'una pacifica e fraterna polemica.

«Voi sapete, o signori, quale fra le diverse opinioni fosse prima ad
uscire da quei limiti consentiti di discussione. Voi sapete che mentre
la opinione alla quale si onorano di appartenere i segnati qui sotto si
manteneva tranquilla e pacata sull'arena della persuasione--mentre
insisteva essa sola sul terreno legale assicurato da voi e v'appoggiava
in ogni occasione e con ogni sforzo--mentre esagerava, a proprio danno,
la virtù di moderazione, altri più impaziente, perchè men sicuro di
giusti argomenti, infervorava nella questione tanto da mutare quasi in
lotta la discussione, in minaccia la parola amica. A voi toccava, amati
siccome eravate, inframmettere una parola conciliatrice; e non lo
faceste. Più dopo, uomini d'alcune provincie, traviati a partiti
illegali, pericolosi, tentarono apertamente lo smembramento dell'unità
collettiva dello Stato, parlarono di dedizioni immediate senza il
consenso dei loro fratelli, aprirono il varco, violando la debita
soggezione al vostro governo centrale, all'anarchia del paese;
iniziarono liste, le presentarono rivestite del prestigio d'autorità
secondarie a popolani illusi, agli ignari abitatori delle campagne;
raccolsero in un subito firme, le raccolsero in più luoghi con arti
subdole, con abuso di nomi. Questi abusi, questi artificî vi furono
noti, o signori! voi riceveste lagnanze e prove; alcuni tra noi
ricordano parole vostre in proposito, e le ridiranno, s'altro non giova,
alla storia. Era obbligo vostro santissimo punire quei tentativi,
illuminare colla vostra parola pubblica le illuse popolazioni; ridire ad
esse, ridire a tutti il vostro programma e le ragioni che militavano a
mantenerlo, diffonderlo con tutti i mezzi che stavano in mano vostra per
ogni dove; invocare l'amore al paese e il senso diritto de' vostri
concittadini. Voi nol faceste, e mentre l'agitazione prodotta da mene
siffatte nel popolo inconscio domandava a sedarsi una vostra parola, e
molti fra gli onesti d'ogni partito vi traducevano questa dimanda, voi
ricusaste; voi vi ravvolgeste in un silenzio funestissimo,
inesplicabile; voi lasciaste procedere, immobili, quella condizione di
cose; ed oggi voi l'invocate, esagerandola, a scolparvi della violazione
al programma accettato dalla nazione; oggi, mentre l'amore al paese e il
senso diritto de' Lombardi cominciano a diminuire, per opera propria, i
pericoli--oggi che da talune delle città traviate cominciano a
giungervi, non provocate da voi, prove di ritorno a più giusto sentire e
proteste di adesione all'antico programma--il vostro decreto del 12 lo
sacrifica, sanziona quei procedimenti funesti e chiama i cittadini non
preparati a decidere in un subito le sorti del paese con un metodo
illegale, illiberale, indecoroso, architettato al trionfo esclusivo
d'un'opinione sull'altra.

«Il metodo dei registri è illegale, perchè viola per autorità vostra il
programma ch'era condizione della vostra esistenza politica in faccia al
paese; perchè invola la più vitale, la più decisiva fra le questioni
all'_Assemblea costituente_.

«Illiberale perchè sopprime la discussione, base indispensabile al voto;
cancella un diritto inalienabile del cittadino, e sostituisce
all'espressione pubblica e motivata della coscienza del paese il mutismo
e la servilità dell'impero.

«Indecoroso perchè affrettato; perchè tende a trasmutare ciò che
potrebbe esser prova d'affetto sentito e di maturato convincimento in
dedizione di codardi impauriti; perchè la guerra pendente e la presenza
d'un esercito che rappresenta una opinione rapisce alla decisione ogni
dignità; perchè in faccia all'Italia e all'Europa noi appariremo a torto
in sembianza d'uomini condotti da interessi immediati e paure, e i
generosi che ci sono fratelli e che ci salutarono, combattendo,
fratelli, appariranno a torto conquistatori.

«Architettato al trionfo esclusivo d'un'opinione sull'altra, perchè
coglie a imporsi il momento in cui quell'opinione ha preparato in tutti
i modi e con tutti gli artificî il terreno; e perchè voi non vi limitate
neppure a chiedere al popolo se intende o no procedere immediatamente a
una decisione, ma escludete dai vostri registri una delle soluzioni al
problema, e ne sopprimete qualunque espressione.

«Signori, voi avete violato il vostro mandato.

«Noi crediamo debito nostro dolorosissimo il dirvelo: dolorosissimo non
per ciò che spetta alle future sorti d'Italia; le sorti d'Italia stanno
in più alta sfera che non è quella in che i governi provvisorî
s'aggirano; ma perchè noi v'abbiamo lungamente difesi ed amati: e
perchè, noi lo crediamo, il decreto del 12 maggio turberà lungamente la
pace della vostra coscienza.

«Signori; le conseguenze immediate di quel decreto potrebbero riescire
sommamente pericolose alla pace domestica e alla libertà del paese. Voi
somministrate con esso un pretesto all'intervento straniero che tutti
lamenteremo. Voi, rompendo la vostra neutralità per farvi a un tratto
settatori d'un'opinione esclusiva, cacciate un guanto di sfida
imprudente alle opinioni sagrificate.

«Dio ajuti l'Italia e rimova il pericolo, che voi le suscitate, degli
stranieri! Quanto a noi, amiamo la patria comune più che noi stessi. Noi
non raccoglieremo quel guanto. Noi non resisteremo pei nostri diritti
perchè la resistenza sarebbe cominciamento di guerra civile, e la guerra
civile, colpevole sempre, lo sarebbe doppiamente oggi che lo straniero
invade tuttora le nostre contrade. Ma i nostri concittadini ci terranno,
noi lo sappiamo, conto del sacrificio.

«A noi basta per ora, o signori, protestare solennemente in faccia
all'Italia e all'Europa e a quiete della nostra coscienza. Il buon senso
della nazione e l'avvenire faranno il resto».

       *       *       *       *       *

Così, la parte repubblicana, ingannata con false promesse, aggirata per
lunga pezza dal contegno gesuiticamente amichevole del governo
provvisorio, poi perseguitata d'accuse villane, di stolte minaccie e di
perfide insinuazioni diffuse tra il popolo, e tradita a un tratto nelle
sue più care speranze da un decreto che alla libera, solenne, pacifica
_discussione_ d'una Costituente _dopo_ la vittoria sostituiva una muta
votazione su registri e, pendente la spada di Damocle sulla testa ai
votanti, rispondeva parole di dignitosa e severa mestizia ai violatori
della pubblica fede, pur dichiarando di non volere, per amore di quella
concordia che essi soli avevano, tacendo, serbata sino al 12 maggio,
_raccogliere il guanto_--la plebe dei _moderati_, irritata, arse in
Genova quella protesta. Noi potevamo rispondere, in modo non dissimile
da Cremuzio Cordo: _ardete anche i buoni tutti d'Italia in quel rogo,
perch'essi sanno la verità che noi diciamo a memoria_.

Pochi dì dopo, pubblicavamo il programma dell'_Italia del Popolo_. Ed
anche allora, il nostro era linguaggio di conciliazione. «La nostra è
missione di pace. Fratelli tra fratelli, noi concediamo e rivendichiamo
il diritto di libera parola, senza la quale non è fratellanza possibile.
Chi vorrebbe, chi potrebbe contenderlo? Non è santo, in Italia, il
pensiero? Non prorompe dal conflitto delle opinioni la verità? Ov'è chi
già la possieda infallibile, intera? Ah, se i fratelli potessero mai
impor silenzio ai fratelli, se un diverso convincimento intorno ai modi
di far questa nostra patria una, libera, grande, potesse mai farci
nemici gli uni degli altri, i presentimenti d'un'Italia futura sarebbero
menzogna e ironia. Il problema dei nostri fati è problema di educazione.
Educhiamo. Noi rinunziammo, da quando albeggiò sulla nostra terra la
libertà di parola, al lavoro segreto, alle vie, sante nel passato,
d'insurrezione. Pieghiamo noi tutti riverenti il capo davanti al
giudizio sovrano, legalmente manifestato, del popolo. Accettiamo i fatti
che, consentiti dal popolo, si producono successivi fra il presente e
l'ideale che splende, come una stella dell'anima, davanti a noi. Ma chi
fra' nostri oserebbe dirci: _rinnegate quell'ideale?_ Lasciate, in nome
di Dio, in nome dell'inviolabilità del pensiero, che questa nostra
bandiera, bandiera, voi tutti lo dite, dei dì che verranno, sventoli
sorretta da mani pure, nella sfera dell'idea, quasi presagio aleggiante
intorno alla culla d'un popolo che sorge a nazione! Noi sappiamo che
dov'anche moveste in oggi per altre vie, voi verrete un giorno a
raccoglierla sui nostri sepolcri. Ma la raccoglierete illuminati, mercè
nostra, sul suo potente significato, sul valore delle sacre parole _Dio
e il popolo_ che vi splendono sopra: la raccoglierete, non per subito
impulso di concitate passioni o di riazioni contro le tirannidi spente,
ma come legato de' nostri padri, purificato, discusso dagli studî, e
dalla meditata esperienza dei vostri fratelli. E intanto noi ci
abbracceremo sul terreno comune che le circostanze c'insegnano:
l'emancipazione della patria, l'indipendenza dello straniero che la
minaccia. Studieremo insieme i modi più attivi, più efficaci di guerra
contro l'Austriaco; susciteremo insieme il nostro popolo all'opera;
indicheremo ai governi la via da tenersi per vincere; moveremo su quella
con essi. Primo nostro pensiero sarà la guerra; secondo, l'unità della
patria; terzo, la forma, l'istituzione che deve assicurarne la libertà e
la missione. Ora i nostri lettori sanno chi siamo e l'inspirazione che
ci dirigerà nel nostro lavoro. Spetta ad essi il giudizio: ai giovani,
consacrati dall'amore e dall'intelletto, sacerdoti del progresso
italiano, l'ajutarci fraternamente all'impresa. Noi seguiremo, avvenga
che può, come le leggi future e gli eventi concederanno. E s'anche,
fraintesi dagli uni, tiepidamente soccorsi dagli altri, cadessimo a
mezzo la via, noi diremo, sereni e assicurati dalla pura coscienza:
perisca il nostro nome; si sperda la memoria del molto affetto, dei
molti dolori patiti, e del poco che noi facemmo; ma rimanga, santo,
immortale, il pensiero, e Dio gli susciti migliori e più avventurosi
apostoli negli anni futuri».

Siffatte erano le nostre parole. E nondimeno, noi fummo per ogni dove
accusati d'avere, sostituendo un'idea _politica_ alla questione di
indipendenza, nociuto alla guerra e seminato dissidî tra le forze che
dovevano combatterla unite! E tanto fu diffusa e ripetuta la falsa
accusa, ch'oggi ancora serpeggia all'estero e in patria per opera di
uomini illusi o tristi. _I repubblicani dovevano combattere e
discussero._ La storia intanto dei fatti documentati dice e dirà: _che i
repubblicani furono i primi a combattere, gli ultimi a discutere_. Dirà
che i repubblicani combattevano sulle barricate mentre i _moderati_
congiuravano con Torino--che repubblicani erano pressochè tutti coloro i
quali, inseguendo gli Austriaci fuor di Milano, o uscendo da Como, si
spingevano fino al Tirolo, mentre il governo provvisorio moveva i primi
passi a render possibile più tardi la dedizione--repubblicani i
volontarî che l'undici aprile s'impossessavano della polveriera di
Peschiera--repubblicani i più tra gli uomini che pugnarono per Treviso,
e sostennero per diciotto ore, il 23 maggio, in Vicenza l'urto di
diciottomila uomini e di quaranta cannoni--repubblicani gli studenti che
riuniti in corpo chiedevano, scongiuravano d'essere condotti al
nemico--repubblicani gli uomini che sul finire del maggio formarono il
così detto _battaglione lombardo_, e mossero a difesa del Veneto
abbandonato, tradito dalla guerra regia. Dirà che repubblicano e
fondatore della _Società democratica_ era Giuseppe Sirtori, salito più
tardi a meritata fama di guerra in Venezia--repubblicano il Maestri,
membro del comitato di difesa negli ultimi giorni della
guerra--repubblicano, egli e chi lo seguiva, il Garibaldi che lasciò
ultimo senza codardie di patti o armistizî il suolo lombardo. E dirà che
di guerra furono tutte le proposte escite dalla fratellanza
repubblicana; per la guerra unicamente e contro l'inerzia del governo
tutte le agitazioni che dopo il 12 maggio si rivelarono in piazza San
Fedele. Il protagonista, dell'unica manifestazione che assumesse per un
istante colore politico--quella del 29 maggio--l'Urbino, era giunto da
poco di Francia, ignoto ai repubblicani, non veduto fuorchè una sola
volta da me.


III.

Il 29 maggio furono chiusi, esaurita la votazione, i registri. Come se
ad ogni trionfo dei _moderati_ dovesse corrispondere una sciagura
nazionale, il fiore della gioventù toscana cadeva in quel giorno,
sagrificato, per inscienza di guerra o peggio[86], sui ridutti di
Montanara e di Curtatone.

L'8 giugno fu pubblicata la cifra dei voti. Il 13, due giorni dopo
caduta Vicenza, una deputazione recava, duce il Casati, al campo del re
l'atto solenne della _fusione_. La vittoria era della fazione; l'intento
della guerra regia era finalmente raggiunto: _svanita per allora ogni
possibilità di repubblica e un_ PRECEDENTE, come lo chiamano i
diplomatici, _conquistato alla dinastia di Savoja_. I regî a quel tempo
diffidavano già di vincere, e un _precedente_, un titolo da tenersi in
serbo a giovarsene nei futuri rivolgimenti e nei futuri congressi, era
per molti fra loro la somma speranza. Quindi la fusione affrettata, in
onta alle promesse e all'utile della causa, nella Lombardia; e peggio
nella santa eroica Venezia, dove il 6 agosto, _segnate già da due giorni
le basi della turpe cessione all'Austria_, giungevano a prender
possesso, in nome di re Carlo Alberto, della città i due commissarî
Colli e Cibrario. Ah! duri l'esilio per noi, duri per voi, fratelli
miei, l'oppressione, anzi che debba un'altra volta vedersi profanato per
siffatte oscene miserie il grande concetto italiano e dato ai traffichi
di un'ambizione dinastica l'entusiasmo e il sangue dei prodi! Perchè,
come nelle lagrime si santifica la virtù, così nei patimenti inflitti
dalla tirannide si purificano le nazioni; ma per arti di menzogna e
calcoli d'egoismo non si sollevano popoli alla libertà: si sfibrano
nell'inerzia della diffidenza e si condannano a tale una lenta agonia
d'ogni facoltà potente e d'ogni palpito generoso da far lungamente
piangere le madri in terra e gli angioli in cielo.

Ed era agonia!--noi più miseri di tutti gli altri che senza illusioni
interrogavamo i segni crescenti del male e numeravamo i battiti del
polso alla grande morente, nè potevamo sclamare: _la libertà d'Italia
perisce_, senza ch'altri ci gridasse terrificatori e alleati
dell'Austria!

Fin dall'aprile, per odio ai volontarî e obbedienza alla diplomazia,
l'impresa del Tirolo s'era abbandonata. Il Friuli era perduto e aperto
al nemico. E perduta era la provincia veneta, dove Padova, Vicenza,
Treviso, Rovigo, l'una dopo l'altra cadevano senza che un soldato del re
movesse a soccorrerle: ai regi importava, non di salvare il Veneto, ma
di strappare, col terrore della rovina e con false speranze di
redenzione, a Venezia il voto del 5 luglio. Promesse date a governi
stranieri contendevano ogni operazione--e poteva riescir
decisiva--contro Trieste. La flotta sarda, in virtù d'obblighi
reiteratamente e inesplicabilmente contratti, si rimaneva inattiva: l'11
giugno, ad ajutare in Venezia i raggiratori della fusione, s'era
annunciato che in un coi Veneti i legni sardi avrebbero tentato una
impresa; ma, raggiunto l'intento, l'ordine di mossa si rivocava. Gli
Austriaci, rinforzati a lor senno, maturavano gli estremi disegni. Poco
dopo il decreto del 12 maggio, il re di Napoli aveva richiamato le sue
truppe. Le dichiarazioni del papa a Durando avevano reso pressochè
inutili gli ajuti romani. L'atto di fusione aveva, rivelando nuovi
pericoli ai governi italiani dall'ambizione della casa di Savoja, tolta
ogni speranza di cooperazione da parte loro; aveva, col fantasma d'una
costituente sardo-lombarda, irritati più sempre i timori, gli odî e
maneggi segreti dell'aristocrazia torinese. Le tristi necessità, che
accennammo più sopra, della guerra regia avevano creato il vuoto e
l'isolamento intorno al campo di Carlo Alberto.

E a isolarsi in Europa, a privarsi d'ogni speranza di soccorso
dall'estero, sommavano le necessità della regia diplomazia: tortuosa del
resto come fu sempre la politica di casa Savoja, e incerta e tentennante
come il pensiero del re.

La storia diplomatica di quel periodo è tuttavia arcana e rimarrà tale
per qualche tempo. Vivono, e pressochè tutti in potere, gli uomini che
la maneggiarono; e importa ad essi sottrarne i documenti alle povere
aggirate popolazioni. Però, anche la collezione inglese, citata più
volte, è visibilmente manchevole nella parte che più rileva. Ma le linee
principali trapelano di sotto al velo e giova, a compimento di questo
lavoro, accennarle.

La guerra fra i due principî era generale in Europa: l'entusiasmo
suscitato dai moti italiani, e segnatamente dall'insurrezione lombarda e
dai prodigi delle cinque giornate, era immenso; e l'Italia poteva,
sapendo e volendo, trarne quanta forza era necessaria a controbilanciare
ogni forza di riazione nemica. Ma per questo bisognava, checchè
temessero i meschini politici _moderati_, dar carattere apertamente,
audacemente nazionale, a quei moti, tanto da spaventare i nemici e
offrire un elemento potente d'ajuto agli amici. Gli uni e gli altri
presentivano maturi i tempi, e cominciavano a credere che l'Italia
sarebbe; ma l'_Italia_, non il _regno del nord_. Ricordo le
confortatrici parole a me rivolte nelle sue stanze, due giorni prima
ch'io rimpatriassi, da Lamartine in presenza, fra gli altri, d'Alfred de
Vigny e di quel Forbin Janson ch'io doveva più tardi ritrovarmi davanti
predicatore di restaurazione papale e cospiratoruccio raggiratore in
Roma. «L'ora ha battuto per voi--diceva il ministro--ed io ne sono
siffattamente convinto, che le prime parole da me commesse al signor
d'Harcourt pel papa a cui l'ho spedito sono queste: _Santo padre, voi
sapete che dovete essere presidente della repubblica italiana_». Il
d'Harcourt aveva ben altro che dire al papa per conto della fazione che
avvolgeva Lamartine nelle sue spire mentr'ei s'illudeva di
padroneggiarla. Nè io dava importanza più che di sintomo alle parole di
Lamartine, uomo d'impulsi e di nobili istinti, ma fiacco di fede, senza
energia di disegno determinato, e senza conoscenza vera degli uomini e
delle cose. Bensì, egli era l'eco d'una tendenza prepotente, in quei
momenti di concitamento, sulle menti francesi; e una bandiera di nazione
risorta, un programma, se non risolutamente repubblicano, come quello
almeno della costituente italiana, avrebbe, in Francia, fatto forza ad
ogni più esitante governo. Da cose grandi nascono cose grandi. Il
concetto pigmeo dei _moderati_ agghiacciò gli animi per ogni dove e
comandò politica diversa alla Francia. Il POPOLO ITALIANO era alleato
più che forte a salvare la repubblica da ogni pericolo di guerra
straniera; un regno del nord, in mano di principi mal fidi e avversi per
lunga tradizione ai repubblicani di Francia, aggiungeva un elemento
pericoloso alla lega dei re. La nazione da quel giorno ammutiva e
lasciava libero il suo governo di commettere i fati della repubblica
all'ignoto avvenire e non aver politica alcuna per l'estero.
L'Inghilterra, comechè l'idea d'una Italia possa ingelosirne il governo,
non era tale da contrastare a una solenne manifestazione nazionale:
politica perpetua inglese è quella di creare ostacoli al sorgere d'ogni
fatto che introduca un nuovo elemento nell'assetto europeo, e di
riconoscere prima quel fatto, sorto che sia e potentemente iniziato. E
le due cagioni che rendevano meno avversa l'Inghilterra alla formazione
del nuovo regno--l'impianto d'una barriera alla Francia conquistatrice e
la necessità creata all'Austria di cercare un compenso nelle provincie
turche e costituirsi ostacolo alle mire russe--militavano con più vigore
per l'ipotesi nazionale. L'Austria sentiva il nembo, e non intravvedeva
possibilità di difesa. _Se domani_--scriveva a Londra a lord Palmerston
il barone Hummelauer[87]--_se domani i Francesi varcassero l'Alpi e
scendessero in Lombardia, noi non moveremmo a incontrarli. Noi
rimarremmo a principio nella posizione di Verona e sull'Adige; e se i
Francesi venissero in cerca di noi, noi retrocederemmo verso le nostre
Alpi e l'Isonzo; ma non accetteremmo battaglia. Noi non ci opporremo
all'ingresso e alla marcia dei Francesi in Italia. Quei che ve li
avranno chiamati potranno a lor posta sperimentare anche una volta la
loro dominazione. Nessuno verrà a cercarci dietro le nostre Alpi; e
rimarremo spettatori delle lotte che avranno sviluppo in Italia_.

Io non dico che si dovesse o non si dovesse chiamare gli eserciti
francesi in Italia. Io credeva allora e scrissi più volte sull'_Italia
del Popolo_--comechè a noi repubblicani venisse dalla stessa gentaglia,
che ci chiamava alleati dell'Austria, gettata continuamente in viso
l'accusa di volere far decidere le nostre liti dallo straniero--che noi
Italiani avevamo, purchè uniti e volenti, forze nostre a dovizia per
emanciparci: e lo credo anch'oggi. Ma dico che a sciogliere il nodo
bisognava o giovarsi degli ajuti stranieri o chiamar sul campo tutte le
forze vive della nazione; e dico che gli ajuti di Francia in quei giorni
erano, per chi li avesse voluti, certi, immancabili. I _moderati_
respinsero gli uni e non vollero, anzi addormentarono e soffocarono
l'altre. Era stoltezza e tradimento ad un tempo. A noi, che di certo
sentivamo italianamente quant'essi e volevamo liberarci con armi nostre
suscitando a crociata il paese, pareva utile e giusto che la fratellanza
dei popoli ricevesse pure consecrazione sui campi delle prime nostre
battaglie e s'accettasse con riconoscenza l'offerta d'una numerosa
legione di volontarî francesi, che avrebbe coi primi fatti bastato a
cimentar l'alleanza morale tra le due nazioni e a mostrar da lungi come
probabile l'ajuto governativo. Ma che sperare da uomini, ai quali non
era rossore il condannare--per terrore d'un rimprovero da
Pietroburgo--all'ozio increscioso d'una caserma in Milano Mickiewicz e i
suoi Polacchi sino al giorno in cui la determinazione di sottrarli a
Venezia, che per mio suggerimento li aveva accettati, fe' sì che fossero
chiamati al campo?

Carlo Alberto e i suoi non volevano gli ajuti di Francia, non per
orgoglio nazionale nè per coscienza di secura vittoria, ma come non
volevano gli Svizzeri e i volontarî, per paura dell'idea, della bandiera
repubblicana. Un timido indirizzo fatto sul cominciar della guerra, e
senza chiedere ajuti, al governo di Francia, meritò rimproveri severi
dai regî al governo provvisorio. E le istruzioni date agli agenti sardi
imponevano di chiudere possibilmente ogni via all'intervento francese.
_L'esercito francese_--diceva orgogliosamente, il 12 maggio, Pareto alla
Camera torinese--_non entrerà se non chiamato da noi; e siccome noi non
lo chiameremo, non entrerà_. E si minacciava sul finir di luglio
resistenza aperta a ogni tentativo d'intervento che venisse di Francia.
A tenersi intanto diplomaticamente amico il governo francese e a carpire
promessa d'approvazione al _regno del nord_ quando sarebbe giunto il
tempo di farlo accettare dalle potenze europee, i _moderati_ assumevano
segretamente l'obbligo di cedere la Savoja. Di questo ho certezza. E la
Savoja era eliminata da una carta del futuro regno fatta disegnare a
quel tempo in Torino a norma segreta d'alcuni fra gli agenti sardi, e un
esemplare della quale sta in nostre mani. Mercè quel pattuito mercato,
Lamartine dimenticava le sue prime aspirazioni repubblicane; e mentre il
segretario degli esteri, Bastide, dichiarava a me e a qualunque altro
volesse udirlo che la Francia era inesorabilmente ostile alle mire
ambiziose di Carlo Alberto, l'inviato francese in Torino, signor Bixio,
perorava indefesso per la fusione e mi spediva a Milano, per tentar di
convincermi, il suo segretario. Di siffatte vergogne diplomatiche e del
continuo oblio del principio scritto sulla sua bandiera, la Francia paga
oggi il fio col decadimento del suo nome all'estero e coll'anarchia che
la rode.

Dei maneggi politici che i faccendieri del re millantavano
coll'Inghilterra, i _documenti_ non hanno indizio. Ma l'Austria, forse
da principio, sinceramente atterrita com'era dalle proprie condizioni
interne ed esterne, più dopo con intenzione visibile di guadagnar tempo,
tentò più volte il gabinetto inglese perchè si facesse mediatore e
paciere fra l'insurrezione e l'impero.

Fin dal 5 aprile, Ficquelmont annunziava da Vienna al conte
Dietrichstein, ambasciatore austriaco in Londra, l'invio d'un
commissario imperiale in Italia incaricato di negoziare per una
riconciliazione _sulle più larghe basi possibili_[88], e pregava perchè
lord Palmerston appoggiasse le sue proposte. Non so se il commissario
giungesse in Italia o con chi favellasse; ma le _larghe basi_ non
eccedevano allora i limiti dell'indipendenza amministrativa. Se non che
da un altro dispaccio spedito lo stesso giorno al Ficquelmont dal barone
di Brenner, incaricato d'Austria in Monaco[89], appare un primo indizio
o tentativo o desiderio di non foss'altro scambievoli cortesie fra i due
nemici per iniziativa di Torino: e merita attenzione. Era una
comunicazione scritta delle intenzioni di S. M. Sarda risguardanti le
relazioni pacifiche da mantenersi sul mare; ma i modi della
comunicazione e parecchî accessorî, e l'interpretazione data al buon
ufficio dall'Austria, moverebbero sospetto d'altro. Il marchese
Pallavicini, incaricato della comunicazione, s'indirizzava al Severine,
ministro di Russia in Monaco, perchè manifestasse come intermediario
all'Austria il desiderio della corte di Torino, e gli ottenesse un
colloquio col Brenner. L'abboccamento aveva luogo il 5--non già, come
parea naturale, nella residenza del Severine _dacchè non bisognava
risvegliar l'attenzione degli sfaccendati curiosi in Monaco_--ma in casa
d'un Voillier, consigliere della legazione di RUSSIA; e fu scelta come
_il luogo più adatto perchè situato in una parte più remota, poco
osservata della città_: il Pallavicini insisteva perchè non si
ritardasse di un'ora. La nota fu trasmessa da quest'ultimo al Brenner,
coll'aggiunta da leggersi nel dispaccio, «che con quella comunicazione
il governo sardo desiderava allontanare per quanto era in esso le
conseguenze _funeste_ che il conflitto nel quale il Piemonte si trovava
_sventuratamente_ impegnato coll'Austria, potrebbe avere per gli
interessi del commercio marittimo ne' due paesi»--forse con altre
aggiunte da non leggersi nel dispaccio: e la nota stessa consegnata dal
Pallavicini, mandata al Ficquelmont, e da lui, per copia, al
Dietrichstein in Londra, non è da trovarsi fra i _documenti_. Comunque,
i due conversavano sulle faccende correnti, e il Brenner nota che il
marchese «non sembrava affatto rassicurato sull'ultime conseguenze
dell'impresa nella quale re Carlo Alberto s'era indotto ad entrare», ma
credendo che «in caso di collisione fra i due eserciti il vantaggio
rimarrebbe al maresciallo Radetzky, ei pareva fondare le sue speranze
sulle interne difficoltà dell'impero». _Non ho creduto_--scrive il
Brenner al suo padrone--_dovere respingere una iniziativa che potrebbe
forse, nelle intenzioni del governo sardo, aver valore d'un primo
tentativo per condurre un accordo col gabinetto imperiale_. Il
Pallavicini, pare, fu poi redarguito dal suo governo per avere
oltrepassato i termini del mandato. Tutto quel maneggio a ogni modo ha
sembianza di congiura più assai che non di franca e leale comunicazione
governativa. E se si raffronti colla dichiarazione, non provocata, del
Ficquelmont a lord Palmerston «che se l'Austria riescisse a respingere i
Piemontesi sul loro territorio.... _noi possiamo porgere anticipatamente
all'Inghilterra che noi non seguiremmo al di là delle nostre provincie
il successo ottenuto_[90]»--cresce il sospetto nell'animo. Certezza
siffatta data innanzi tratto a un fiacco nemico poteva riescire--e
riescì forse--fatale.

D'allora in poi, le richieste di buoni uffici e i progetti di pace e le
comunicazioni austriache al gabinetto inglese spesseggiavano nei
_Documenti_.

Un primo progetto, steso da chi non si nomina nella collezione--e credo
sia Colloredo--fu discusso l'11 maggio nel consiglio dei ministri in
Vienna e mandato il 12 da Ponsonby a Palmerston. È l'unico savio che
potesse escire da Vienna; e cominciando dal confessare la onnipotenza
dell'idea nazionale in Italia[91], propone che, accettata la mediazione
dell'Inghilterra e del papa, e sancito un armistizio in virtù del quale
gli Austriaci terrebbero la linea dell'Adige, si convochino i consigli
comunali del Lombardo-Veneto e si chieda se vogliano entrare nella
confederazione italiana, della quale l'Austria si farebbe promovitrice,
sotto la sovranità di quest'ultima con un arciduca a vicerè,
rappresentanza nazionale, costituzione e codice proprio--o se
preferiscano indipendenza assoluta con compensi finanziarî e commerciali
da stabilirsi. Dichiarando prima il grande principio della nazionalità
italiana e ponendosi a un tratto quasi fondatrice d'una confederazione
italica a patto che questa dichiarasse stretta e permanente neutralità
europea, e l'Europa se ne facesse, come per la Svizzera, mallevadrice,
l'Austria serbava, secondo l'estensore del progetto, una possibilità di
successo nella votazione, costituiva a ogni modo la propria influenza
sulla confederazione, staccava l'Italia dalla temuta influenza francese
e la condannava alla debolezza inerente ad ogni paese, per volontà di
potenze, neutrale. Ed era infatti sola via di salute e di nuova
attitudine in Europa per l'Austria, alla quale lo scrittore dimostrava
sin d'allora l'impotenza della vittoria con parole che meritano d'essere
qui registrate, come confessione preziosa strappata dall'ingegno e
dall'esame dei fatti ad uomo non nostro. «Vinceste anche--egli dice--che
ne risulterebbe per l'Austria? Il possedimento di provincie impoverite,
che per lunghi anni non darebbero le spese dell'occupazione militare
indispensabile per contenerle; l'indebolimento della monarchia in tutte
le questioni concernenti la Francia e la Russia, per la necessità di
mantenere un esercito di 100 000 uomini nel regno Lombardo-Veneto, e
guardare contro gli assalti dei nemici esterni ed interni le provincie
del Tirolo, del Litorale e della Carniola. E quindi, politicamente,
finanziariamente, militarmente, e sovra tutto moralmente, diminuzione
delle forze reali, intralcio d'interessi e lotta, talora celata, talora
aperta, ma incessante, contro una nazione di più di 20 000 000 d'uomini
riuniti dalla stessa lingua, dalla stessa religione dalle stesse
speranze».

Il progetto, per ciò appunto ch'era l'unico ragionevole da proporsi, non
andò oltre la discussione. Altri, meno plausibili, furono
successivamente comunicati al gabinetto inglese dall'Austria, il 12
maggio, il 23 maggio, il 9 giugno[92]: tutti fondati sulla separazione
del Lombardo e del Veneto: il primo da emanciparsi, or con un vicerè
ereditario--e proponevano il secondo fratello del duca di
Modena--indipendente dal governo viennese, pur sotto l'alta signoria
dell'imperatore, or con un luogotenente dell'imperatore e con un
ministero italiano, ma risiedente in Vienna--il secondo, dotato di più o
meno libere leggi, ma sempre provincia dell'Austria: la difesa del
Tirolo e la tutela delle comunicazioni tra Vienna e Trieste esigevano la
servitù di Venezia. L'emancipazione della Lombardia doveva intanto
comprarsi col tributo annuo di quattro milioni di fiorini all'impero,
col pagamento annuo d'una rendita di circa dieci milioni di fiorini,
trasportata sul monte Lombardo-Veneto, come parte nostra del debito
pubblico dell'impero, e coll'obbligo di combattere colle nostre truppe
le battaglie dell'Austria. Senza il Veneto e col nemico in Verona e
sulla linea dell'Adige, la Lombardia avrebbe, nel primo momento
favorevole ai re, trovato illusorî codesti patti. Pur non vedo che
fossero mai seriamente proposti; e diresti che tanta espansione
d'intenzioni pacifiche dall'Austria al ministero inglese non avesse
intento, passati i primi terrori, da quello in fuori di allettare, senza
compromettersi con comunicazioni dirette, il Piemonte. Soltanto il 13
giugno un armistizio fu proposto da Wessemberg al conte Casati, con basi
di pace risguardanti il solo Lombardo; ma non tendeva che a dare un po'
di tempo ai rinforzi; e il 18 un dispaccio di Ponsomby avvertiva
Palmerston che Radetzky, al quale era stato commesso dal Wessemberg non
di _conchiudere_ ma di _proporre_ armistizio, dissentiva,
ripromettendosi meglio dall'armi[93].

E a questo somma la storia, nota fin qui, della diplomazia di quel
tempo: volpina al solito per parte dell'Austria, nulla per parte del
Piemonte, se non in quanto appajono qua e là indizî d'un mistero che
forse il tempo sciorrà. Il solo incidente che conforti l'animo e
splenda, come gemma nel fango, di mezzo a questa abbietta prosa di
cancellerie, è il subito generoso commoversi della popolazione lombarda
ogni qual volta serpeggiavano rumori d'abbandono di Venezia e di pace
all'Adige. Balzava e ruggiva, come lione addormentato al quale un ferro
rovente marchi a un tratto la fronte. _Guerra per tutti, libertà per
tutti o per nessuno_, era in que' momenti il grido universale, e
proferito con tale energia da far retrocedere ogni governo provvisorio o
regio che avesse in animo di patteggiare. L'idea nazionale si ridestava
potente come ai primi giorni dell'insurrezione. Quei giornalisti
francesi che menarono, non ha molto, romore di parecchî fra i dispacci
citati, e rimproverarono i Lombardi perchè non afferrassero allora
l'áncora di salute d'una pace all'Adige, provarono a un tempo la loro
profonda ignoranza della politica austriaca e il silenzio d'ogni senso
generoso nell'anima loro. Quel rifiuto vale più assai per l'avvenire del
nostro popolo che non dieci regni costituzionali da fondarsi a
beneplacito dell'Austria tra l'Adige e il Po.

Non so se la pace all'Adige entrasse mai positivamente nei disegni del
re o--dacchè, com'oggi in Torino son due governi, così erano allora nel
campo--d'altri per lui. Ma credo certo che quel fantasma, evocato sin da
principio astutamente dall'Austria, operasse quasi fascino sull'animo
suo, e contribuisse alle lentezze e al mal esito della guerra. A
qualunque guardi, con occhio quanto più vuolsi indulgente, all'insieme e
alle fazioni di quella malaugurata campagna--all'abbandono deliberato
d'ogni impresa in Tirolo e agli sbocchi dell'Alpi--al sagrificio del
Veneto--alla decisione di non muover guerra a Trieste e sul mare--alla
negligenza d'ogni tentativo per sommover l'Illirico e per collegare la
causa d'Italia coll'altre cause nazionali che s'agitavano
nell'impero--all'inazione sistematica dell'esercito prima della resa di
Peschiera, unico trionfo dei regi, e dopo, fino a quasi la metà del
luglio--e ai modi più che cavallereschi e cortesi usati in tutte
occasioni coll'Austria--parrà non foss'altro probabile che Carlo Alberto
tendesse, anche inconscio, a serbarsi per ogni rovescio aperto il
rifugio d'un trattato che, senza infliggergli la vergogna d'abbandonare
un terreno già conquistato, gli avrebbe pur procacciato un ingrandimento
di territorio nella Lombardia. Tristissima e inevitabile conseguenza
anche questa d'una guerra d'indipendenza affidata ad un re. Guerre
siffatte, quando non trovino uomini apostolicamente credenti a guidarle,
vogliono almeno duci che abbiano tutto da conquistare nella vittoria,
tutto da perdere nella disfatta. Carlo Alberto non poteva riuscire a
vittoria assoluta senza giovarsi d'un elemento--l'elemento popolare--che
gli minacciava da lungi il trono; e cadendo, era certo, come ho detto
poc'anzi, di serbarsi la sua corona.

Se non che per ridurre il popolo ad accettare una pace all'Adige non era
forse che un'unica via: porgli il pugnale del nemico alla gola,
conchiuderla coll'Austriaco alle porte di Milano. E giunto una volta
alle porte di Milano, l'Austriaco avrebbe, schernendo, lacerato ogni
patto segreto in viso al patteggiatore.

Intanto, la guerra era irremissibilmente perduta; e il decreto della
fusione non fece che affrettar la catastrofe. Il popolo incominciò poco
dopo a destarsi dal sonno delle illusioni e a sentire l'inganno.

Gli avevano detto che, segnato il contratto, Genova avrebbe dato danaro,
e il Piemonte soldati--e il governo invece andava or più che mai
stimolandolo a sagrificî, e assumendo per la prima volta linguaggio
inquieto. Gli avevano parlato di capitale, e di altro che il Piemonte,
commosso dall'atto fraterno, gli avrebbe consentito con entusiasmo--e
ascoltava invece discussioni esose d'ostilità e di mal celata diffidenza
nella Camera torinese. Gli avevano promesso che, sicuri una volta del
premio, Carlo Alberto e l'esercito avrebbero operato prodigî--e Carlo
Alberto e l'esercito si stavano, dopo resa Peschiera, inerti, immobili
sino al 13 luglio. E le moltitudini cominciarono ad agitarsi, siccome
persona inferma che si desta in accesso di febbre, a tender l'orecchio
sospettoso ai romori che venivan dal campo, alle accuse che i
chiaroveggenti movevano da molto tempo al governo, al gemito dei traditi
del Veneto, e all'_hurrah_ del croato che si spingeva a corsa non
molestata fino ad Asola e a Castel Goffredo. Quasi ogni sera, la piazza
san Fedele, dov'era il palazzo del governo, s'empieva di popolo
chiedente nuove del campo, e quasi ogni sera il Casati ripeteva dalle
finestre le solite frasi «non dubitassero: si vincerebbe: la prossima
resa di Verona ridarebbe le città cadute del Veneto: la bandiera
tricolore sventolerebbe presto sulle mura di Mantova per opera del
magnanimo re e del prode esercito piemontese». Poi, si schermivano
dall'agitazione crescente con decreti di leve, armamenti, ed imprestiti
e con turpi vessazioni di polizia: dannose queste e semenza
d'irritazione; buoni i primi, ma tardi, e mercè la pessima costituzione
del ministero di guerra, inefficaci: mancavano armi, ufficiali,
uniformi, e i primi battaglioni che s'affrettarono al campo sembravano,
per difetto di tutto quel materiale che costituisce ai proprî occhî e
agli altrui il soldato, un'accozzaglia di gente cacciata in guerra
perchè il popolo non tumultuasse. Il popolo che in quella nudità d'ogni
forma guerresca, in quelle vesti e giberne di tela--coperti di tela si
mandavano perfino i destinati alle nevi del Tonale e dello
Stelvio--ravvisava una dimostrazione innegabile della inerzia colpevole
di tre mesi, tumultuava più forte. E allora, alle cento cagioni che
avevano oprato a spegnere l'entusiasmo e le forze popolari
dell'insurrezione, s'aggiunge la diffidenza di tutto e di tutti, e la
parola _tradimento_, fatale a ogni impresa, serpeggiò tra le
moltitudini. A me fu più volte proposto, e da forze ordinate, di
rovesciare il governo e tentar con altri uomini qualche via di salute.
Ed era facile impresa; ma a qual pro? Un subito mutamento di governo in
Milano avrebbe acceso la guerra civile e messo una macchia, agli occhi
dei moltissimi illusi tuttavia nel resto d'Italia, sulla bandiera
repubblicana senza salvare il paese. La fusione pronunciata dava diritto
al re di spedir truppe a _protegger l'ordine_ e il _suo governo_. Noi ci
saremmo trovati a fronte bajonette di fratelli. L'Austriaco, che
s'addensava vigilante, avrebbe profittato dello smembramento delle forze
e delle nostre discordie. E coll'oscillazione inevitabile delle
provincie, sparivano, nei momenti di maggior bisogno, danaro, credito,
armi e materiale di azione al governo che si sarebbe inalzato. Ricusai
dunque sempre e impedii.

Per noi i fati della guerra erano da lungo segnati. Sapevamo che
l'esercito regio sarebbe rotto e il paese lasciato indifeso; e stanno
nell'_Italia del Popolo_ articoli che pronunziavano, senza grande sforzo
di genio, le cose che accaddero, nè potevano per forza umana impedirsi.
Bensì vagheggiavamo un'ultima speranza; ed era: che da Milano, assalita
dall'armi austriache, risorgesse per impeto di popolo concitato la
guerra lombarda. Milano era ed è città di prodigi. Gli estremi pericoli,
la disperazione d'ogni altro ajuto per la probabile ritirata delle forze
regie al di là delle proprio frontiere e il tuonare del cannone
austriaco alle porte, avrebbero forse rifatto gigante il popolo delle
barricate di marzo. Liberi d'ogni impaccio di governo inetto che sarebbe
stato, da taluno fra' suoi membri infuori, primo alla fuga, liberi
d'ogni terrore di tradimento, liberi sovra tutto della taccia aborrita
di suscitare colla nostra azione risse civili, i repubblicani, che erano
negli ultimi tempi risaliti in influenza tra le moltitudini, avrebbero
ordinato e condotto una tremenda battaglia di popolo nella città. Per
battaglia siffatta abbondavano l'armi, le munizioni ed i viveri. E
l'esercito austriaco avea nemiche alle spalle le popolazioni, e forze
nostre tenevano tutta l'alta Lombardia, l'eroica Brescia, Bergamo, la
Valtellina; e Venezia durava, e le Romagne fremevano, emancipate d'ogni
illusione principesca, sull'altra riva del Po. Una resistenza ostinata
in Milano poteva far riarder l'incendio. E a prepararla si dirigevano
tutti i nostri pensieri, e i legami che stendevamo per le provincie, tra
i corpi lombardi e noi, argomento di continue paure e calunnie a chi
s'ostinava a sconoscerci. Ma tutto questo disegno si fondava sopra una
condizione: _Che Milano fosse lasciata a sè stessa_. E questa condizione
ci fu anch'essa rapita. Il re che aveva perduto il Lombardo-Veneto,
dichiarò, fatalmente, che avrebbe difeso Milano.

Lo stesso giorno in cui l'esercito piemontese, vittima dell'inscienza
dei capi e di peggio, dopo miracoli di valore inutilmente operati, duce
il Sonnaz, intorno al posto di Volta, entrava in una rotta che dal
Mincio non s'arrestava se non al Ticino, quel Fava, mezzo-letterato,
mezzo-poliziotto, che citammo più sopra in nota, urlava imperterrito per
le vie di Milano vittoria del re magnanimo e migliaja di prigionieri e
trofeo di non so quante bandiere; ond'io, ch'era informato del vero,
ebbi a inviare un amico agli uomini del governo, non più veduti da me
dopo il 12 maggio, per supplicarli che non provocassero, ingannandolo
sino agli estremi, il popolo a ferocia di riazione; se non che erano
ingannati, i più almeno, dall'ambasciata sarda. Le nuove funeste si
diffusero nella giornata; e il governo atterrito e fatto, allora per la
prima volta, consapevole della propria impotenza, ricordò a un tratto
ch'erano in Milano uomini i quali amavano davvero il paese, comechè
repubblicani e in sospetto, due mesi addietro, d'_alleati dell'Austria_.

Il concentramento del potere per la difesa era necessità universalmente
sentita. Richiesti di nomi, indicammo Maestri, Restelli e Fanti:
repubblicano il primo d'antica data; non repubblicano fino allora il
secondo, e noto a noi per aver lavorato, ma per errore di buona fede,
alla fusione in Venezia: più soldato il terzo che uomo di concetto
politico: tanto a noi premeva esclusivamente la difesa della città e
nulla il trionfo della parte nostra. Erano onesti, vogliosi del bene e
capaci. Superata coll'insistenza l'opposizione del governo al Fanti, al
quale il generale Zucchi ricusava come a più fresco di grado,
ubbidienza, i tre si costituirono, il 28 luglio, comitato di difesa. Il
governo rimase inoperoso, nullo, nelle proprie sale.

Di mezzo ad errori, conseguenze in parte quasi inevitabili della
condizione anomala creata dalla fusione--e il primo era quello di non
esser solo all'impresa ma d'aver frammisti nelle discussioni ministri e
generali del re--il comitato operò con attività singolare e fece in tre
giorni più assai che non avea fatto il governo in tre mesi. I suoi
provvedimenti stanno registrati nel libro di Cattaneo e in uno scritto
abbastanza noto steso da Maestri e Restelli[94]; nè a me spetta, in
questi rapidi cenni, ridirli. Ma il popolo s'era ridesto a vita sublime;
correva minaccioso le vie esigendo che ricomparissero per ogni dove le
bandiere tricolori quasi disfida al vegnente nemico; apprestava armi e
difese: sentiva l'alito della _sua_ battaglia e lo salutava con una
gioja santamente feroce. Milano in quei giorni era la più eloquente
risposta che dar si potesse a tutte stolide accuse, la più irresistibile
condanna della guerra regia e dei metodi tenuti dai _moderati_. A noi
balzava il core per lietezza insolita e risorgenti speranze. Rinasceva
col popolo la potenza d'amore e d'oblio che avea santificato i primi
giorni dell'insurrezione.

Illusi e giovenilmente incauti dopo quasi vent'anni di delusioni e
d'esilio! Gl'Italiani avevano peccato contro l'eterno vero e contro la
unità nazionale; e noi dimenticavamo che a ogni colpa tien dietro
inevitabile l'espiazione.

La notte dal 2 al 3 agosto, Fanti e Restelli si recavano a Lodi par
chiedere a Carlo Alberto quali fossero le sue intenzioni: nol videro, ma
ebbero dichiarazione dal generale Bava «che il re moverebbe a difender
Milano». Vidi Fanti al ritorno e presentii la rovina. Ei dovrebbe or
ricordarsi ch'io lo scongiurava di preparare i disegni della difesa
_come se l'esercito piemontese venisse per girsene_. Egli, militare--_i
fatti posteriori lo hanno pur troppo chiarito_--più ch'altro, e
affascinato dai quaranta mila difensori soldati, sorrideva del mio
scetticismo.

Il 3, comparve, munito di regio decreto che lo instituiva commissario
militare, un generale Olivieri, il quale con altri due, il marchese
Montezemolo e il marchese Strigelli, s'assumeva, in nome della fusione,
ogni potestà esecutiva. Io vidi i tre, intesi le loro parole alla
moltitudine raccolta sotto il palazzo, rividi Fanti, corsi le vie di
Milano, studiai gli aspetti e i discorsi; e disperai. Il popolo si
credeva salvo; era dunque irrevocabilmente perduto. Lasciai la città,
Dio solo sa con che core, e raggiunsi in Bergamo la colonna di
Garibaldi.

Il dì dopo, Carlo Alberto entrava in Milano.

Com'egli recasse la capitolazione con sè e nondimeno promettesse difesa,
e ordinasse incendî d'edificî che potevano giovare al nemico--come il 4
ei giurasse per sè, pe' suoi figli, e pe' suoi soldati, a una
deputazione della guardia nazionale, e il 5, mentre tutta Milano era un
fremito di battaglia, egli e i suoi dichiarassero a un tratto la
capitolazione un _fatto compito_--come, all'udirlo, la popolazione
ardesse d'immenso furore; e le minaccie al re, le scene del palazzo
Greppi; le nuove promesse parlate e scritte di Carlo Alberto ch'egli,
commosso dall'unanime volere del popolo, combatterebbe fino alla morte;
e quasi a un tempo, la fuga segreta e codarda, con tali particolari da
infamare in perpetuo la monarchia--sono cose da vedersi documentate
nella relazione del comitato di difesa e nel tremendo capitolo,
intitolato _La consegna_, del libro di Cattaneo. Poco importa appurare
se il re tradisse o non tradisse, o da quando avesse data il tradimento,
suo o d'altri: poco importa la lapide d'infamia che la storia potrebbe
scrivere ad uno o ad altro individuo. Esce ben altro da quei ricordi. E
chi non legge in quelle pagine della passione d'un popolo che fu grande,
era grande e vuole esser grande, l'IMPOTENZA ASSOLUTA DELLA MONARCHIA,
la morte di tutte illusioni dinastiche, aristocratiche e _moderate_, non
ha intelletto nè core, nè amor vero d'Italia, nè speranza mai
d'avvenire.

Una piccola bandiera di compagnia, colle parole DIO E IL POPOLO,
s'inalzava per alcune ore in Monza, di fronte a quell'immenso spettacolo
di monarchia fuggente e di popolo abbandonato, tra i prodi che nella
legione Garibaldi seguivano Giacomo Medici--ed io, trascelto
dall'affetto di quei giovani, la portava. Era la bandiera della nuova
vita sorgente tra le rovine d'un periodo storico; e sei mesi dopo
splendeva di bella luce, quasi programma dell'avvenire italiano
dall'alto del Campidoglio.

Caduta Milano, era caduta la Lombardia. Frutto anch'esso delle abitudini
tradizionali monarchiche e dei canoni della guerra regia, durava
inviscerato negli animi--e, per prova più recente, tuttavia dura--il
pregiudizio che nei fatti della capitale concentra i fatti dell'intero
paese. La capitale è dovunque splende sorretta da cittadini devoti alla
libera vita o alla bella morte e più energicamente difesa, la bandiera
della nazione. Ma allora, questa verità non era sentita, e d'altra
parte, la provincia era tuttavia indebolita dalle fresche scissioni
della fusione, e gli uomini che avrebbero potuto perpetuare la guerra
nella parte montagnosa della Lombardia e guardare a Venezia siccome a
capitale dei paesi lombardo-veneti, Durando, Griffini ed altri, erano
generali del re, stretti ad un patto ignominioso di resa, e, dati i
luoghi forti in mano al nemico, maneggiarono in modo da spegnere ogni
possibilità di resistenza e condurre, taluni con fogli di via segnati da
penna austriaca, i volontarî del marzo in Piemonte. Garibaldi solo resse
quanto umanamente potevasi: poi cesse, ultimo e senza transazione, alla
piena.

La meschina storia dei _moderati_ sardo-lombardi non finì colla resa.
Come lombrico troncato in due, seguirono ad agitarsi impotenti e senza
speranza di vita: la coda--il governo provvisorio trasformato in
consulta--verso il Lombardo-Veneto; la testa, il gabinetto torinese e
gli uomini della confederazione principesca, verso il centro d'Italia,
dove il pensiero nazionale, cacciato dal nord, s'era ridotto e
rinvigoriva. Non potendo tentar di giovare, si diedero deliberatamente a
nuocere; non potendo _fare_, lavorarono a _disfare_ l'altrui. Operarono
ed operano dissolvendo. Ma non entra nel mio disegno seguirne i raggiri
e le mosse. L'azione funesta che taluni fra loro, riconciliati
apparentemente e pentiti, tentarono esercitare in Venezia--le mene che,
affascinando parecchî uomini nostri, contribuirono potentemente al mal
esito del tentativo che da Val d'Intelvi doveva riaccendere
l'insurrezione in tutta l'alta Lombardia--le menzognere speranze che
introdussero il dissolvimento nell'emigrazione lombarda--i progetti
d'invasione in Toscana--l'opposizione, coronata di successo pur troppo,
alla unificazione del centro--e da ultimo la rotta infamissima di
Novara--potrebbero formare, e formeranno forse un dì o l'altro, una
pagina addizionale a questi miei cenni, come i documenti, che si
preparano per la stampa nella Svizzera italiana, faranno commento a più
cose accennate qui appena di volo. Per ora basta così; e l'animo
affaticato di ravvolgersi per entro a codesto fango ha bisogno di
riconfortarsi levandosi a contemplar l'avvenire. Oggi ancora i
superstiti fra i _moderati_, smembrati in più frazioni a seconda dei
concettucci e delle ambizioncelle locali, lavorano fra le tenebre, gli
uni a sedurre, se valessero, la povera Lombardia a nuove illusioni, a
nuove trame monarchico-piemontesi, gli altri a suscitar congiure innocue
in Toscana a favore d'uomini che combattono in Piemonte le libere
tendenze delle popolazioni, altri ancora a giovarsi dell'aborrimento
comune al governo sacerdotale per proporre--vera profanazione del
concetto escito da Roma--uno smembramento alle provincie romane
e--servendo, forse inavvedutamente, alle mire dell'Austria--una
_fusione_ collo Stato del duca di Modena! Ma siffatte mene, basta
svelarle perchè non riescano--e se gl'Italiani, dopo la guerra regia del
1848, dopo la rotta di Novara, dopo la provata impotenza e peggio dei
capi della fazione da un lato--dopo i miracoli di valore e costanza
popolare operati in Roma e Venezia dall'altro--tentennassero ancora
nella scelta fra le due bandiere--sarebbero veramente indegni di
libertà.

No; gl'insegnamenti scritti negli ultimi due anni con lagrime di madri e
sangue di prodi non possono andar perduti. La prova è compita. Gli
uomini d'intelletto traviato o perverso, che hanno voluto applicare alla
nascente Italia una dottrina sperimentata venti o trenta anni addietro e
trovata inefficace anche in Francia, possono per breve tempo ancora
creare modificazioni ministeriali, ordire raggiri, sedurre,
ingannandoli, pochi uomini inesperti d'ogni politica o paurosi; ma non
terranno più mai, con qualunque nome s'ammantino, le redini del moto
italiano. Mancavano ad essi, fin da quando usurpavano la direzione del
moto, i diritti che danno all'altrui fiducia le forti radicate credenze:
si dichiaravano uomini d'_opportunità_, di transazioni a tempo, di
menzogne che diceano utili. Mancano oggi anche i pretesti che potevano,
anni sono, desumersi ai loro metodi dalle condizioni europee.

Le condizioni europee sono da due anni visibilmente, innegabilmente
mutate. La questione ferveva un tempo fra il dispotismo e la monarchia
temperata; freme in oggi fra la monarchia e il principato. Grido
repubblicano sarà, da dove che sorga, il primo grido rivoluzionario.
Alla rivoluzione italiana, se intende a farsi forte d'alleanza col moto
europeo, è dunque forza d'essere repubblicana. Tutte le utopie
_moderate_ non daranno un solo amico nè scemeranno un nemico alla causa
italiana.

In Italia, caduto Pio IX, caduto Carlo Alberto, e dopo la parola escita
da Roma, non esiste più nè può esistere, giova ripeterlo, che un solo
partito: il PARTITO NAZIONALE.

E la fede politica di questo partito nazionale si compendia nei pochi
seguenti principî:

L'Italia vuole esser NAZIONE: per sè e per altrui: per diritto e dovere;
diritto di vita collettiva, d'educazione collettiva--dovere verso
l'umanità, nella quale essa ha una missione da compiere, verità da
promulgare, idee da diffondere.

L'Italia vuole essere nazione una: una, non d'unità napoleonica, non
d'esagerato concentramento amministrativo che cancelli a beneficio d'una
metropoli e d'un governo la libertà delle membra; ma di unità di patto,
d'assemblea interprete del patto, di relazioni internazionali, di
eserciti, di codici, d'educazione, armonizzata coll'esistenza di regioni
circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di
grandi e forti comuni, partecipanti quanto più è possibile coll'elezione
al potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l'intento
dell'associazione e il cui difetto li rende oggidì impotenti o
necessariamente servi al governo centrale. L'autonomia degli Stati
attuali è un errore storico. Gli Stati non sorsero per vitalità propria
e spontanei, ma per arbitrio di signoria straniera e domestica. La
confederazione fra Stati siffatti spegnerebbe ogni potenza di missione
italiana in Europa, educherebbe gli animi a funeste rivalità,
conforterebbe ambizioni; e tra queste e le influenze inevitabili di
governi stranieri diversi si cancellerebbe presto o tardi la concordia e
la libertà.

L'Italia vuole essere nazione di liberi ed eguali: nazione di fratelli
associati a malleveria di progresso comune. Santo è per essa il
pensiero: santo il lavoro: santa la proprietà che il lavoro crea: santo
e misurato dai doveri compiuti il diritto al libero sviluppo dalle
facoltà e delle forze, del senno e del core.

Il problema italiano, come quello dell'umanità, è problema d'educazione
morale. L'Italia vuole che tutti i suoi figli diventino progressivamente
migliori. Essa venera la virtù e il genio, non la ricchezza, o la forza:
vuole educatori e non padroni: il culto del vero, non della menzogna o
del caso. Essa _crede_ in Dio e nel popolo: non nel papa e nei re.

E perchè popolo sia, è necessario che conquisti, coll'azione e col
sagrificio, coscienza de' suoi doveri e de' suoi diritti. La
indipendenza, cioè la distruzione degli ostacoli interni ed esterni che
s'attraversano all'ordinamento della vita nazionale, deve dunque
raggiungersi, non solamente pel popolo, ma dal popolo. Battaglia di
tutti, vittoria per tutti.

L'insurrezione è la battaglia per conquistare la rivoluzione, cioè la
nazione. L'insurrezione deve dunque essere _nazionale_: sorgere
dappertutto colla stessa bandiera, colla stessa fede, collo stesso
intento. Dovunque sorga, essa deve sorgere in nome di tutta Italia, nè
arrestarsi finchè non sia compita l'emancipazione di tutta Italia.

L'insurrezione finisce quando la rivoluzione comincia. La prima è
guerra, la seconda manifestazione pacifica. L'insurrezione e la
rivoluzione devono dunque governarsi con leggi e norme diverse. A un
potere concentrato in pochi uomini scelti dal popolo insorto per
opinione di virtù, d'ingegno, di provata energia, spetta sciogliere il
mandato dell'insurrezione e vincer la lotta: al solo popolo, ai soli
eletti da lui, spetta il governo della rivoluzione. Tutto è provvisorio
nel primo periodo: affrancato il paese dal mare all'Alpi, la COSTITUENTE
NAZIONALE raccolta in ROMA, metropoli e città sacra della nazione, dirà
all'Italia e all'Europa il pensiero del popolo. E Dio benedirà il suo
lavoro.

Al partito nazionale appartengono quanti accettano queste basi. Al di
fuori non sono nè possono essere che _fazioni_: brulicano senza vera
vita; possono guastare e corrompere, non creare.

Creare. Creare _un_ popolo! È tempo, o giovani, d'intendere quanto
grande e santa e religiosa sia l'opera che Dio v'affida. Nè può
compiersi per vie torte di raggiri cortigianeschi o menzogne di dottrine
foggiate a tempo o patti disegnati a rompersi dai contraenti appena
s'affacci occasione propizia; ma soltanto per lungo esercizio e
insegnamento vivo alle moltitudini di virtù severe, per sudori d'anima e
sagrifizî di sangue, colla predicazione insistente della verità,
coll'audacia della fede, coll'entusiasmo solenne, perenne, irremovibile
e più forte d'ogni sventura, che alberga nel petto ad uomini ai quali
unico padrone è Dio, unico mezzo è il popolo, unica via è la linea
diritta, unico intento l'avvenire d'Italia. Siate tali e non temete
d'ostacoli. Ma cacciate i trafficatori di consulte o di portafogli dal
tempio. Respingete inesorabili i Machiavellucci d'anticamera, i
diplomatici in aspettativa che s'insinuano nelle vostre file a
susurrarvi progetti di corti amiche, di principi emancipatori; che
possono essi darvi oggimai se non illusioni ridicole e fomite a
smembrare l'unità del partito nazionale e germi di corruttela? Essi
tennero or son due anni tutte le forze e l'anima della nazione fra le
loro mani, un re che i milioni salutavano conquistatore d'indipendenza,
un papa che i milioni veneravano iniziatore di libertà--e v'hanno dato
l'armistizio di Salasco e la disfatta di Novara: rovina e vergogna:
oggi, fantocci nelle mani d'altri cortigiani, d'altri diplomatici più
avveduti, per lunga pratica d'inganni e tristizie, che non son essi, non
possono nemmeno rievocar quei fantasmi, e son ridotti a librarsi fra un
duca di Modena e il principe che firmò la pace coll'Austria. E
s'avvicina tale un conflitto fra i due principî in Europa, che farà di
principini, cospiratori segreti monarchici e concettucci di fusioni
pigmee, quello che l'uragano fa delle margheritine del prato.

La _guerra regia_ ha dato un grave insegnamento ai Lombardi, e imposto
un obbligo severo al Piemonte.

I Lombardi sanno ora che il segreto dell'emancipazione è per essi
un _problema di direzione_. Se essi non avessero, per cieca
devozione a un'apparenza di forza, messo i traditori nel proprio
campo--s'essi avessero fidato più nell'Italia che non nel _re_ di
Piemonte--se avessero conferito il mandato di guerra, anzichè a
una congrega di cortigiani, ad uomini come quelli che avean
diretto l'insurrezione--vincevano. Le giornate di marzo possono e
devono rifarsi quando che sia. Ricordino essi allora l'insegnamento.

I Piemontesi hanno l'obbligo di provare all'Italia e all'Europa che essi
sono Italiani e non servi d'una famiglia di re, ch'essi mossero alle
battaglie nei piani lombardi, non come cieco stromento di voglie
ambiziose d'un uomo o di pochi raggiratori, ma come apostoli armati del
più bel concetto che Dio possa spirare nei petti umani: la creazione
d'un popolo, la libertà della patria. Hanno l'obbligo di provare ch'essi
non furono nè codardi nè ingannatori, ma ingannati essi pure e vinti per
colpe altrui. Hanno l'obbligo di lacerar quel trattato che li accusa
impotenti, di restituire all'esercito l'antica fama immeritamente
perduta, di cancellare nel sangue nemico la vergogna della disfatta, e
dire ai loro fratelli dubbiosi: _noi_ siam la spada d'Italia. Sia la
loro bandiera quella di ventisei milioni di liberi: sia la loro parola
di riscossa: ROMA e MILANO, unità e indipendenza; sia il loro esercito
la prima legione dell'esercito nazionale. Ben altra gloria è codesta che
non quella d'essere frammento regio senza base e senza avvenire,
continuamente oscillante mercè regnatori deboli o tristi, fra la
minaccia dell'Austria e il giogo de' gesuiti.

Compiano la Lombardia e il Piemonte il debito loro. Roma e l'Italia non
falliranno all'impresa.



           ATTI

  DELLA REPUBBLICA ROMANA


I.

(La repubblica romana fu proclamata dall'Assemblea eletta dal suffragio
universale il 9 febbrajo 1849. Il 24, i membri detti della Montagna
nella Costituente Francese scrissero un indirizzo di congratulazione
fraterna e promessa d'ajuto alla Costituente romana. A quell'indirizzo
io, per mandato dell'Assemblea, risposi col seguente.)

    CITTADINI!

Il vostro indirizzo ci è giunto in un momento solenne, alla vigilia
della battaglia[95]. E noi v'attingeremo nuove forze, nuovi
incoraggiamenti per la santa lotta che sta per aprirsi. La Francia ha
fatto grandi cose nel mondo: voi avete patito, sperato, combattuto per
la umanità, e ogni voce che venga da voi ci impone doveri che,
coll'ajuto di Dio, noi sapremo compiere.

Voi intendeste, cittadini, quanto ha di nobile, di grande, di
provvidenziale questa bandiera di rinnovamento ondeggiante sulla città
che racchiude il Campidoglio e il Vaticano: il Diritto eterno fatto
forte d'una nuova consecrazione: un terzo mondo sorgente, nel nome di
Dio e del Popolo, sulle rovine di due mondi spenti: un'Italia, che sarà
sorella alla Francia, rompente il coperchio della sua sepoltura per
chiedere, in nome d'una missione da compirsi, il diritto di cittadinanza
nella federazione dei popoli. Voi intendeste che i nostri cuori sono
puri d'odio e d'intolleranza, che noi stiamo compiendo un'opera d'amore
e di miglioramento umano; e che, rivendicando i nostri diritti senza
violar la credenza, separando, come noi lo abbiam fatto, il papa dal
principe, abbiamo assunto l'obbligo di non contaminare quest'opera col
contatto delle basse passioni e delle codarde vendette che una stampa
corrotta o ingannata s'ostina a rimproverarci. Quest'obbligo, noi lo
atterremo: parole come le vostre ci compensano di molte calunnie, ci
rassicurano contro molte insidie coperte. Noi sappiamo che voi
illuminerete i vostri concittadini sul carattere della nostra
rivoluzione, e che manterrete per noi quel diritto alla vita nazionale
che voi primi avete proclamato e conquistato.

Non v'è che un sole in cielo per tutta la terra: non v'è che uno scopo,
una legge, una sola credenza, _associazione, progresso_, per tutti quei
che la popolano. Come voi, noi combattiamo pel mondo intero, noi siamo
tutti fratelli, noi rimarremo tali checchè si faccia.

Fidate in noi: noi fidiamo in voi. Se mai nella crisi che stiamo per
attraversare, le forze ci mancassero, noi ricorderemo le vostre
promesse; vi grideremo: _Fratelli, l'ora è giunta, sorgete_, e vedremo i
vostri volontarî ad accorrere. Insieme combattemmo sotto l'Impero:
insieme combatteremo un'altra volta a pro di quanto v'ha di più sacro
per gli uomini: Dio, Patria, Libertà, Repubblica, Santa Alleanza dei
Popoli.


II.

(Il 29 marzo ebbe luogo l'elezione del Triumvirato, del quale io feci
parte e che pubblicò il seguente programma.)

    CITTADINI!

Da cinque giorni noi siamo rivestiti d'un sacro mandato dall'Assemblea.
Abbiamo maturamente interrogato le condizioni del paese, quelle della
patria comune, l'Italia, i desiderî dei buoni, e la nostra coscienza; ed
è tempo che il popolo oda una voce da noi; è tempo che per noi si dica
con quali norme generali noi intendiamo soddisfare al mandato.

Provvedere alla salute della repubblica; tutelarla dai pericoli interni
ed esterni; rappresentarla degnamente nella guerra dell'indipendenza:
questo è il mandato affidatoci.

E questo mandato significa per noi non solamente venerazione a una
forma, a un nome, ma al _principio_ rappresentato da quel nome, da
quella forma governativa; e quel _principio_ è per noi un principio
d'amore, di maggiore incivilimento, di progresso fraterno con tutti e
per tutti, di miglioramento morale, intellettuale, economico per la
universalità dei cittadini. La bandiera repubblicana inalzata in Roma
dai rappresentanti del popolo non esprime il trionfo d'una frazione di
cittadini sopra un'altra; esprime un trionfo comune, una vittoria
riportata da molti, consentita dalla immensa maggiorità, del principio
del bene su quello del male, del diritto comune sull'arbitrio dei pochi,
della santa eguaglianza che Dio decretava a tutte le anime, sul
privilegio e sul dispotismo. Noi non possiamo essere repubblicani senza
essere e dimostrarci migliori dei poteri rovesciati per sempre.

Libertà e Virtù, Repubblica e Fratellanza devono essere inseparabilmente
congiunte. E noi dobbiamo darne l'esempio all'Europa. La repubblica in
Roma è un programma italiano: una speranza, un avvenire pei ventisei
milioni d'uomini fratelli nostri. Si tratta di provare all'Italia e
all'Europa che il nostro grido _Dio e il Popolo_ non è una menzogna--che
l'opera nostra è in sommo grado religiosa, educatrice, morale--che false
sono le accuse d'intolleranza, d'anarchia, di sommovimento avventate
alla santa bandiera, e che noi procediamo, mercè il principio
repubblicano, concordi come una famiglia di buoni, sotto il guardo di
Dio e dietro alle inspirazioni dei migliori per Genio e Virtù, alla
conquista dell'ordine vero, Legge e Forza associate.

Così intendiamo il nostro mandato. Così speriamo che tutti i cittadini
lo intenderanno a poco a poco con noi. Noi non siamo governo di un
partito; ma governo della nazione. La nazione è repubblicana. La nazione
abbraccia quanti in oggi professano sinceri la fede repubblicana,
compiange ed educa quanti non ne intendono la santità; schiaccia nella
sua onnipotenza di sovranità quanti tentassero violarla con ribellione
aperta o mene segrete provocatrici di risse civili.

Nè intolleranza, nè debolezza. La repubblica è conciliatrice ed
energica. Il governo della repubblica è forte; quindi non teme; ha
missione di conservare intatti i diritti e libero il compimento dei
doveri d'ognuno: quindi non s'inebria di una vana e colpevole securità.
La nazione ha vinto; vinto per sempre. Il suo governo deve avere la
calma generosa e serena e non deve conoscere gli abusi della vittoria.
Inesorabile quanto al principio, tollerante e imparziale cogli
individui: nè codardo nè provocatore: tale dev'essere un governo per
esser degno dell'instituzione repubblicana.

Economia negli impieghi; moralità nella scelta degli impiegati;
capacità, accertata dovunque si può per concorso, messa a capo di ogni
ufficio, nella sfera amministrativa.

Ordine e severità di verificazione e censura nella sfera finanziaria,
limitazione di spese, guerra a ogni prodigalità, attribuzione d'ogni
denaro del paese all'utile del paese, esigenza inviolabile d'ogni
sacrificio ovunque le necessità del paese la impongano.

Non guerra di classi, non ostilità alle ricchezze acquistate, non
violazioni improvvide o ingiuste di proprietà; ma tendenza continua al
miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e volontà ferma
di ristabilire il credito dello Stato, e freno a qualunque egoismo
colpevole di monopolio, d'artificio, o di resistenza passiva,
dissolvente o procacciante alterarlo.

Poche e caute leggi; ma vigilanza decisa sull'esecuzione.

Forza e disciplina d'esercito regolare sacro alla difesa del paese,
sacro alla guerra della nazione per l'indipendenza e per la libertà
dell'Italia.

Sono queste le basi generali del nostro programma: programma che
riceverà da noi sviluppo più o meno rapido a seconda dei casi, ma che,
intenzionalmente, noi non violeremo giammai.

Recenti nel potere, circondati d'abusi spettanti al governo caduto,
arrestati a ogni passo dagli effetti dell'inerzia e delle incertezze
altrui, noi abbiamo bisogno di tolleranza da tutti; bisogno sovra ogni
cosa che nessuno ci giudichi fuorchè sulle opere nostre. Amici a quanti
vogliono il bene della patria comune, puri di core se non potenti di
mente, collocati nelle circostanze più gravi che sieno mai toccate ad un
popolo e al suo governo, noi abbiamo bisogno del concorso attivo di
tutti, del lavoro concorde, pacifico, fraterno di tutti. E speriamo
d'averlo. Il paese non deve nè può retrocedere: non deve nè vuole cadere
nell'anarchia. Ci secondino i buoni; Dio, che ha decretato Roma risorta
e l'Italia nazione, ci seconderà.

    _5 aprile 1849._


III.

Considerando che dovere e tutela di una bene ordinata repubblica è il
provvedere al progressivo miglioramento delle classi più disagiate;

Considerando che tra i primi miglioramenti è quello di emancipare molte
famiglie dai danni di abitazioni troppo ristrette e insalubri;

Considerando che mentre la repubblica studierà modo di destinare locali,
tanto in Roma, che nelle provincie, ad uso delle famiglie indigenti, è
opera intanto di moralità repubblicana cancellare le vestigia
dell'iniquità, consacrando a beneficenza quanto la passata tirannide
destinava a tormento, l'Assemblea Costituente, proponenti i Triumviri,
decreta:

1.º L'edificio, che già serviva al Santo Ufficio, resta fin d'ora
destinato ad abitazione di famiglie o individui che vi saranno
alloggiati contro tenui pigioni mensili e posticipate.

2.º È instituita una commissione, composta di tre rappresentanti del
popolo e due ingegneri civili, per provvedere sollecitamente alla
esecuzione del presente decreto:

a) Ricevendo le instanze delle famiglie e degli individui di Roma, che
chiedessero alloggio nel suddetto locale, e secondando di preferenza le
domande di chi saprà comprovare maggiori bisogni.

b) Facendo eseguire nel locale quei lavori d'innovazione, che troverà
necessarî per renderlo adatto alla nuova destinazione.

c) Fissando mano mano a coloro, di cui saranno secondate le instanze, i
locali di abitazione, determinando la pigione che dovranno pagare gli
alloggiati, e mettendoli in fatti nel possesso del rispettivo alloggio.

d) Formulando un regolamento per l'interna disciplina del locale, per la
regolare gestione amministrativa, e per la conservazione del medesimo.

3.º Non potranno aver luogo in nessun tempo e in nessun modo i
subaffitti delle accennate abitazioni.

4.º La commissione, incominciando dal giorno 9 corrente, siederà nel
locale suddetto per dare immediato adempimento al proprio mandato.

    _14 aprile 1849._


IV.

Considerando che a rendere più prezioso il lavoro agricolo, sollevare
una classe numerosa benemerita e mal retribuita, affezionarla alla
patria ed al buono ordinamento della grande riforma, promoverne la
moralità e il benessere materiale, migliorare in una parola ugualmente
il suolo e gli uomini colla emancipazione dell'uno e degli altri, non
v'è spediente più congruo e urgente di quello di ripartire una grande
porzione della vasta possidenza rustica, posta o da porsi sotto
amministrazione demaniale, dividendola in piccole porzioni enfiteutiche
da assegnarsi ciascuna, sotto un discreto censo annuo a favore dello
Stato, in ogni tempo redimibile, a una o a poche famiglie dei più poveri
coltivatori, con quelle regole e condizioni che si stabiliranno per la
più pronta, ed insieme più giusta e stabile esecuzione d'un disegno così
salutare, è decretato:

Art. 1.º Una grande quantità de' beni rustici provenienti dalle
corporazioni religiose, o altre mani-morte di qualsivoglia specie, che
in tutto il territorio della repubblica sono o saranno posti sotto
amministrazione del Demanio, verranno nel più breve termine ripartiti in
tante porzioni sufficienti alla coltivazione di una o più famiglie del
popolo sfornite d'altri mezzi, che le riceveranno in enfiteusi libera e
perpetua col solo peso di un discreto canone verso l'amministrazione
suddetta, il quale sarà essenzialmente e in ogni tempo redimibile
dall'enfiteuta.

Art. 2.º Un regolamento particolare specificherà distintamente il modo
di procedere all'attuazione di questa salutare provvidenza.

Art. 3.º Sui fondi urbani altresì, della stessa provenienza e qualità,
verranno prese analoghe misure ad oggetto di rendere più comodo e meno
dispendioso l'alloggio del povero.

Art. 4.º Rimangono ferme le disposizioni annunciate sulla congrua
dotazione del culto, del ministero pastorale dei parrochi e degli
stabilimenti di pubblico interesse, sia coi beni in natura, sia col
prodotto delle corrisponsioni enfiteutiche, sia con altri mezzi del
pubblico, del provinciale e del municipale patrimonio.

I ministri delle finanze e dell'interno sono incaricati, ciascuno
rispettivamente, della esecuzione della presente legge.

    _15 aprile 1849._


V.

Considerando:

Che intento continuo delle instituzioni repubblicane dev'essere un
miglioramento progressivo nelle condizioni economiche dei più;

Che il prezzo alto del sale reca offesa all'agricoltura, alla
pastorizia, alla pesca, alla mezzana e piccola industria, ai commerci e
alla salute del povero;

Che il modo attuale di percezione dell'imposta sul sale concentra
ingiustamente nelle mani di un solo affittuario tutti i beneficî che il
libero commercio di quella derrata procaccierebbe alla mezzana e piccola
industria;

Che ogni affitto delle rendite pubbliche, costituendo uno Stato nello
Stato, equivale ad uno smembramento della sovranità, e accenna a una
incapacità del governo d'amministrare da per sè stesso gli interessi
sociali;

Il Triumvirato decreta:

Art. 1.º È abolito l'appalto dei sali noto col nome di Amministrazione
cointeressata.

Art. 2.º La tassa sul sale di ogni genere è fissata ad un bajocco per
ogni libbra romana.

Art. 3.º Il Triumvirato provvederà, all'uopo mediante requisizione del
materiale e delle scorte, ad assicurare che non venga interrotto il
servizio pubblico.

Art. 4.º Il Triumvirato provvederà pure a che l'esazione del dazio non
sia d'impedimento alla libera produzione ed al libero commercio del
sale.

Le ragioni dell'attuale amministrazione saranno prese in considerazione
pei compensi che fossero riconosciuti di diritto dietro regolare e
generale liquidazione, da operarsi da una commissione nominata dai
rappresentanti del popolo.

Il presente decreto avrà esecuzione dopo 24 ore dalla sua pubblicazione
in ogni punto della repubblica.

I ministri dell'interno e delle finanze sono incaricati, per ciò che li
riguarda, dell'esecuzione del presente decreto.

    _15 aprile 1849._


VI.

    ROMANI!

Un intervento straniero minaccia il territorio della repubblica. Un
nucleo di soldati francesi s'è presentato davanti a Civitavecchia.

Qualunque ne sia l'intenzione, la salvezza del principio liberamente
consentito dal popolo, il diritto delle nazioni, l'onore del nome
romano, comandano alla repubblica di resistere.

La repubblica resisterà. È necessario che il popolo provi alla Francia e
al mondo che non è popolo di fanciulli, ma popolo d'uomini e d'uomini
che un tempo diedero leggi e incivilimento all'Europa. È necessario che
nessuno possa dire: _i Romani vollero, ma non seppero essere liberi_. È
necessario che la nazione francese impari, dalla nostra resistenza,
dalle nostre dichiarazioni, dal nostro contegno, la ferma nostra
decisione di non soggiacere più mai al governo aborrito che rovesciammo.

Il popolo lo proverà. Chi pensa altrimenti disonora il popolo e tradisce
la patria.

L'Assemblea è in permanenza. Il Triumvirato adempirà, checchè avvenga,
al proprio mandato.

Ordine, calma solenne, energia concentrata. Il governo vigila
inesorabile su qualunque tentasse di travolgere il paese nell'anarchia o
d'operare a danno della repubblica.

Cittadini, ordinatevi, stringetevi intorno a noi; Dio e il Popolo, la
legge e la forza trionferanno.

    _25 aprile 1849._

(Stesi a un tempo la protesta che l'Assemblea costituente mandò lo
stesso giorno al generale Oudinot.)

L'Assemblea romana, commossa dalla minaccia d'invasione del territorio
della repubblica, conscia che questa invasione, non provocata dalla
condotta della repubblica verso l'estero, non preceduta da comunicazione
alcuna da parte del governo francese, eccitatrice di anarchia in un
paese che tranquillo e ordinato riposa nella coscienza dei proprî
diritti e nella concordia dei cittadini, viola a un tempo il diritto
delle genti, gli obblighi assunti dalla nazione francese nella sua
costituzione e i vincoli di fratellanza che dovrebbero naturalmente
annodare le due repubbliche, protesta in nome di Dio e del Popolo contro
l'inattesa invasione, dichiara il suo fermo proposito di resistere e
rende mallevadrice la Francia di tutte le conseguenze.


VII.

Considerando che i voti religiosi non costituiscono se non una relazione
morale tra la coscienza e Dio;

Considerando che la società civile non può, quanto a sè stessa,
intervenire coi suoi mezzi d'azione estrinseci e materiali nella sfera
dei doveri spirituali;

Considerando che la vita e le facoltà dell'uomo appartengono di diritto
alla società e al paese in cui la provvidenza lo ha posto;

Considerando che la società non può riconoscere promesse irrevocabili
che le involano e restringono in certi limiti la volontà e l'azione
dell'uomo;

Il Triumvirato decreta:

La società non riconosce perpetuità di voti particolari ai differenti
ordini religiosi così detti regolari.

È in facoltà d'ogni individuo, facente parte di un ordine religioso
regolare qualunque, di sciogliersi da quelle regole all'osservanza delle
quali s'era obbligato con voto entrando in religione.

Lo Stato protegge contro ogni opposizione o violenza le persone che
intendessero profittare del presente decreto.

Lo Stato accoglierà con gratitudine tra le file delle sue milizie quei
religiosi che vorranno colle armi difendere la patria, per la quale
finora hanno inalzato preghiere a Dio.

Il presente decreto verrà letto da un commissario governativo a tutti i
religiosi riuniti in piena comunità nei rispettivi conventi.

    _27 aprile 1849._


VIII.

(Il decreto del 15 aprile aveva promesso di ripartire gran parte delle
terre incolte appartenenti a corporazioni religiose od a mani-morte e
divenute, per decisione dell'Assemblea del 21 febbrajo, proprietà della
Repubblica. Il decreto seguente provvedeva alla esecuzione.)

Il Triumvirato decreta:

Art. 1.º Ogni famiglia povera, composta almeno di tre individui, avrà a
coltivazione una quantità di terra capace del lavoro di un pajo di buoi,
corrispondente ad un buon rubbio romano, cioè due quadrati censuarî,
pari a metri quadrati ventimila.

Art. 2.º I vigneti saranno dati a coltura all'individuo senza che sia
richiesta la famiglia, e verranno divisi in ragione della metà della
indicata misura.

    _27 aprile 1849._


IX.

Credendo nelle generose virtù dei Romani come nel loro valore;

Conscî che, sebbene deciso a difendere fino agli estremi contro ogni
invasione l'indipendenza della sua terra, il popolo di Roma non rende
mallevadore il popolo di Francia degli errori e delle colpe del suo
governo;

Fidando illimitatamente nel popolo e nella santità del principio
repubblicano;

Il Triumvirato decreta:

Gli stranieri, e segnatamente i Francesi dimoranti pacificamente in
Roma, sono posti sotto la salvaguardia della nazione.

Sarà considerato come reo di leso onore romano qualunque proponesse far
loro oltraggio o molestia.

Il governo invigilerà a che nessun d'essi trasgredisca i doveri
dell'ospitalità.

    _28 aprile 1849._


X.

    ROMANI!

Un corpo d'esercito napoletano, trapassate le frontiere, accenna muovere
alla volta di Roma.

Suo intento è ristabilire il papa padrone assoluto nel temporale. Sue
armi sono la persecuzione, la ferocia, il saccheggio. S'asconde tra le
sue file il re, al quale l'Europa ha decretato il nome di Bombardatore
dei proprî sudditi. E gli stanno intorno i più inesorabili fra i
cospiratori di Gaeta.

Romani! Noi abbiamo vinto i primi assalitori; noi vinceremo i secondi.

Il sangue dei migliori tra i patrioti napoletani, il sangue dei nostri
fratelli della Sicilia, pesano sulla testa del re traditore. Dio, che
accieca i perversi, e dà forza ai difensori del diritto, vi sceglie, o
Romani, a vendicatori.

Sia fatta la volontà della patria e di Dio!

In nome dei diritti che spettano ad ogni paese, in nome dei doveri che
spettano a Roma verso l'Italia e l'Europa--in nome delle madri italiane
che hanno maledetto a quel re, e delle madri romane che benediranno ai
difensori dei loro figli--in nome della nostra libertà, del nostro
onore, della nostra coscienza--in nome di Dio e del Popolo--resisteremo.
Resisteremo, milizia e popolo, capitale e provincia. Sia Roma
inviolabile come l'eterna giustizia. Noi abbiamo imparato che basta per
vincere il non temer di morire. Viva la Repubblica!

    _2 maggio 1849._


XI.

    POPOLI DELLA REPUBBLICA!

Le truppe napoletane hanno invaso il vostro terreno, e marciano su Roma.

Cominci la guerra del popolo.

Roma farà il suo dovere. Le provincie facciano il loro.

Il momento è giunto per uno sforzo supremo. Per quanti credono nella
dignità dell'anima loro immortale, nell'inviolabilità dei loro diritti,
nella santità dei giuramenti, nella giustizia della repubblica,
nell'indipendenza dei popoli, nell'onore italiano, è debito in oggi
l'agire. Per quanti hanno a cuore la propria libertà, le proprie case,
la famiglia, la donna dell'amor suo, la terra nativa, la vita, l'agire è
necessità. Vita, libertà, averi, diritti, ogni cosa, cittadini, v'è
minacciata, ogni cosa vi sarà tolta.

Il re di Napoli inalza per noi la bandiera del dispotismo, della
tirannide illimitata. I primi suoi passi sono segnati di sangue.

A caratteri di sangue sono scritte le liste di proscrizione.

Voi avete per troppo lungo tempo parlato, mentre gli altri spiavano e
registravano. Non v'illudete. Oggi la scelta sia per voi tra il
patibolo, la miseria, l'esilio o il combattere e vincere. Popoli della
repubblica, ogni incertezza, ogni esitazione sarebbe viltà, e viltà
senza frutto.

Sorgete dunque e operate; l'ora che decide è suonata. Schiavitù, quale
non l'aveste giammai, o libertà degna delle antiche glorie, lunga
securità, ammirazione di tutta l'Europa. Sorgete ed armatevi. Sia guerra
universale, inesorabile, rabbiosa, poich'essi la vogliono. E sarà breve.

Mentre Roma assalirà il nemico di fronte, recingetelo, molestatelo ai
fianchi, alle spalle.

Roma sia il nucleo dell'esercito nazionale del quale voi formerete le
squadre.

Resistete dovunque potete. Dovunque la difesa locale non è concessa, i
buoni escano in armi: ogni cinquanta uomini formino una banda; ogni
dieci una squadra nazionale; ogni uomo di non dubbia fede, che raccoglie
i dieci, i cinquanta, sia capo. La repubblica darà premio e
riconoscenza. Ogni preside diriga i centri d'insurrezione, inciti,
ordini, rilasci brevetti di capibanda o di capisquadra. La repubblica
terrà conto dei nomi, e retribuirà in danari, terreni ed onori. Il
brevetto serva come foglio di via, che i comuni, soccorrendo,
vidimeranno.

E tutte le bande, tutte le squadre, tormentino, fuggendone l'urto, il
nemico; gli rapiscano i sonni, i viveri, gli sbandati, la fiducia; gli
stendano intorno una rete di ferro che si restringa, lo comprima ne'
suoi moti e lo spenga.

L'insurrezione diventi per poco la vita normale, il palpito, il respiro
d'ogni patriota. I tiepidi siano puniti d'infamia, i traditori di morte.

Come fu grande in pace, sorga la repubblica terribile in guerra. Impari
l'Europa che vogliamo e possiamo vivere. Dio e il Popolo benedicano
l'armi nostre.

    _3 maggio 1849._


XII.

    ROMANI!

Disordini rari ma gravi, cominciamenti di devastazione, atti offensivi
alla proprietà, minacciano la calma maestosa, colla quale Roma ha
santificato la sua vittoria. Per l'onore di Roma, pel trionfo del santo
principio che noi difendiamo, bisogna che questi disordini cessino.

Ogni cosa dev'essere grande in Roma: l'energia del combattimento, e il
contegno del popolo dopo la vittoria.

Le armi degli uomini che vivono, ricordevoli dei padri, fra queste
eterne memorie, non possono appuntarsi a petti inermi o proteggere atti
arbitrarî. Il riposo di Roma dev'essere come quello del leone: riposo
solenne com'è terribile il suo ruggito.

Romani! I vostri Triumviri hanno preso solenne impegno di mostrare
all'Europa che voi siete migliori di quei che vi assalgono:--che ogni
accusa scagliatavi contro è calunnia:--che il principio repubblicano ha
qui spento quei semi d'anarchia fomentati dal governo passato, e che il
ripristinamento del passato potrebbe solo rieducare:--che voi siete non
solamente prodi, ma buoni:--che forza e legge sono tra voi l'anima della
repubblica.

A questi patti i vostri Triumviri rimarranno orgogliosi alla vostra
testa; a questi patti combatteranno, occorrendo, tra le barricate
cittadine con voi. Rimangano inviolabili come l'amore che lega governo e
popolo, irrevocabili come il proposito comune a governo e popolo di
mantenere illesa e pura d'ogni benchè menoma macchia la bandiera della
repubblica.

Le persone sono inviolabili. Il governo solo ha diritto e dovere di
punizione.

Le proprietà sono inviolabili. Ogni pietra di Roma è sacra. Il governo
solo ha diritto e dovere di modificare l'inviolabilità delle proprietà
quando il bene del paese lo esiga.

A nessuno è concesso procedere ad arresti o perquisizioni domiciliari
senza la direzione o assistenza d'un capo-posto militare.

Gli stranieri sono specialmente protetti dalla repubblica. Tutti i
cittadini sono moralmente mallevadori della verità della protezione.

La commissione militare instituita giudica rapidamente, come i casi
eccezionali e la salute del popolo esigono, tutti i fatti di sedizione
di riazione, d'anarchia, di violazione di leggi.

La guardia nazionale, come ha provato esser pronta a combattere
valorosamente per la salvezza della repubblica, proverà esser pronta a
mantenerne intatto, in faccia all'Europa, l'onore. Ad essa segnatamente
è fidata la custodia dell'ordine, e l'esecuzione delle norme qui sopra
esposte.

    _4 maggio 1849._


XIII.

Considerando che tra il popolo francese e Roma, non è, nè può essere
stato di guerra;

Che Roma difende per diritto e dovere la propria inviolabilità; ma
deprecando, siccome colpa contro la comune credenza, ogni offesa fra le
due repubbliche;

Che il popolo romano non rende mallevadore dei fatti d'un governo
ingannato i soldati che, combattendo, ubbidirono;

Il Triumvirato decreta:

Art. 1.º I Francesi, fatti prigionieri nella giornata del 30 aprile,
sono liberi, e verranno inviati al campo francese.

Art. 2.º Il popolo romano saluterà di plauso e dimostrazione fraterna, a
mezzo giorno, i prodi soldati della repubblica sorella.

    _7 maggio 1849._


XIV.

    SOLDATI DELLA REPUBBLICA FRANCESE!

Per la seconda volta voi siete spinti, come nemici, sotto le mura di
Roma, della città repubblicana che fu culla un tempo di libertà e di
valore nell'armi.

È fratricidio quello che vi comandano i vostri capi.

E quel fratricidio, se potesse mai consumarsi, sarebbe colpa mortale
alla libertà della Francia. I popoli sono mallevadori l'uno per l'altro.
La repubblica, spenta fra noi, porrebbe una macchia incancellabile sulla
vostra bandiera, rapirebbe alla Francia un alleato in Europa, sarebbe un
nuovo passo inoltrato sulla via della ristorazione monarchica, verso la
quale un governo ingannatore o ingannato spinge la bella e grande vostra
patria.

Roma dunque combatterà come ha combattuto. Essa sa di combattere per la
sua libertà e per la vostra.

Soldati della repubblica francese, mentre voi movete ad assalto contro
la nostra bandiera tricolore, i Russi, gli uomini del 1815, movono
contro l'Ungheria e sognano di Francia.

Poche miglia da voi, un corpo napoletano, vinto pochi giorni addietro da
noi, tiene sollevata una bandiera di dispotismo e d'intolleranza. Poche
leghe da voi, sulla vostra sinistra, una città repubblicana, Livorno,
resiste, mentre noi vi parliamo, all'invasione austriaca. Là è il vostro
posto.

Dite ai vostri capi d'attenervi ciò che vi dissero. Ricordate loro che
vi promisero, in Marsiglia e in Tolone, di farvi combattere contro i
Croati. Ricordate loro che il soldato francese porta sulla punta della
bajonetta l'onore e la libertà della Francia.

Soldati francesi! Soldati della libertà! Non movete contro uomini che vi
sono fratelli. Le nostre battaglie sono le vostre. Possano le due
bandiere tricolori intrecciarsi e movere unite all'emancipazione dei
popoli e alla distruzione della tirannide! Dio, la Francia e l'Italia
benediranno all'armi vostre.

Viva la repubblica francese! Viva la repubblica romana!

    _10 maggio 1849._


XV.

  _Lettera al signor Lesseps
  inviato plenipotenziario della repubblica francese._

    SIGNORE,

Voi ci chiedete alcune note sulle condizioni presenti della repubblica
romana. Le avrete da me, dettato con quella sincerità che fu, in venti
anni di vita politica, mia norma inviolabile. Noi non abbiamo bisogno di
nascondere o mascherar cosa alcuna. Fummo, in questi ultimi tempi, segno
di strane calunnie in Europa: ma noi dicemmo sempre agli uomini che
udivano le calunnie: _Venite e osservate_. Voi siete ora, signore, fra
noi; siete mandato a verificare la realtà delle accuse: fatelo. La
vostra missione può compirsi con libertà illimitata. La salutammo noi
tutti con gioja, perchè essa non può che giustificarci.

La Francia non intende, senza dubbio, contenderci il diritto di
governarci come a noi piace, il diritto di trarre, per così dire, dalle
viscere del paese il pensiero regolatore della sua vita e porlo a base
delle nostre instituzioni. La Francia non può che dirci: «Riconoscendo
la vostra indipendenza, io debbo accertare ch'essa esce dal voto libero
e spontaneo della maggioranza. Collegata coi governi d'Europa e
desiderosa di pace, se fosse vero che una minoranza soggioga tra voi le
tendenze nazionali--se fosse vero che la forma attuale del vostro
governo non è se non il pensiero capriccioso d'una fazione sostituito al
pensiero comune, io non potrei vedere con indifferenza la pace d'Europa
messa continuamente a rischio dalle passioni e dall'anarchia
inseparabili ad ogni governo di fazione».

Noi concediamo questo diritto alla Francia, perchè crediamo alla
solidarietà delle nazioni pel bene. Ma affermiamo a un tempo che se fu
mai governo escito dal voto della maggioranza, quel governo è il nostro.

La repubblica s'impiantò fra noi per volontà d'un'Assemblea escita dal
suffragio universale; fu accettata con entusiasmo per ogni dove; in
nessun luogo fu combattuta. E notate, signore, che rare volte
l'opposizione fu così facile e poco pericolosa; direi anzi così
provocata, non dagli atti, ma dalle circostanze singolarmente
sfavorevoli nelle quali la repubblica si trovò collocata nei primi suoi
giorni.

Il paese esciva da una lunga anarchia di poteri inseparabile
dall'interno ordinamento del governo caduto. Le agitazioni inevitabili
in ogni grande trasformazione e a un tempo fomentate dalla crisi della
questione italiana e dagli sforzi di parte retrograda, lo avevano
cacciato in un eccitamento febbrile che apriva il campo ad ogni ardito
tentativo, ad ogni cosa che suscitasse interessi e passioni. Non avevamo
esercito, non forza capace di reprimere; e in conseguenza degli abusi
anteriori, le nostre finanze erano impoverite, esaurite. La questione
religiosa, maneggiata da uomini capaci e interessati a trarne tutto il
partito possibile, era facile pretesto a torbidi con un popolo dotato di
splendidi istinti e di aspirazioni generose, ma intellettualmente poco
educato. E nondimeno, proclamato appena il principio repubblicano, un
primo fatto innegabile sottentrò a quelle condizioni pericolose:
l'ordine. La storia del governo papale offre sommosse frequenti,
periodiche: la storia della repubblica non ne ha una sola. L'uccisione
di Rossi, fatto deplorabile ma isolato, eccesso individuale rifiutato,
condannato universalmente, provocato forse da una condotta imprudente,
d'origine a ogni modo ignota, fu seguito dall'ordine più mirabile[96].

La crisi finanziaria intanto saliva. Raggiri colpevoli riuscirono a far
cadere di tanto il credito della carta della repubblica, da non potersi
scontare se non al 41 o al 42 per %. Il contegno dei governi d'Italia e
d'Europa si fece sempre più ostile. Difficoltà materiali e isolamento
politico non valsero a turbare la calma di questo popolo. Era in esso
una fede incrollabile nel futuro che doveva escire dal nuovo principio.

Ed oggi, di mezzo alla crisi, di fronte all'invasione francese,
austriaca, napoletana, il nostro credito si rafforza; la nostra carta
non soggiace che allo sconto del 12 per %; il nostro esercito ingrossa
di giorno in giorno; e le popolazioni s'apprestano a farci riserva. Voi
vedete Roma, signore, e sapete l'eroica lotta or sostenuta da Bologna.
Io scrivo solo, di notte, in seno a una città profondamente tranquilla.
Le milizie che custodivano Roma l'abbandonarono jersera per compire una
impresa; e innanzi all'arrivo d'altre milizie, che non ebbe luogo se non
a mezzanotte, le nostre porte, le nostre mura, le nostre barricate
erano, in conseguenza d'un semplice avviso trasmesso, guardate, senza
romore o millanteria, dal popolo in armi. Vive in core a questo popolo
una profonda determinazione: il decadimento della potestà temporale
attribuita al papa; l'odio del governo pretesco sotto qualunque forma,
anche temperatissima, esso tenti di riproporsi; l'odio, io dico, non
agli uomini, ma al governo. Verso gli individui il nostro popolo,
dall'impianto della repubblica fino ad oggi, s'è mostrato, la Dio mercè,
generoso; ma la sola idea del governo clericale del re pontefice lo fa
fremere. Combatterà energicamente ogni disegno di ristorazione: si
travolgerà nello scisma anzichè subirlo.

In conseguenza d'oscure minaccie, ma segnatamente del difetto
d'abitudini politiche, un certo numero di elettori non avea contribuito
alla formazione dell'Assemblea. E quel fatto sembrava indebolire
l'espressione del voto generale. Un secondo fatto decisivo, vitale,
rispose poc'anzi ai dubbî possibili. Poco tempo innanzi alla
costituzione del Triumvirato, si rieleggevano i municipî. L'universalità
degli elettori si accostò all'urne. Dovunque e sempre l'elemento
municipale rappresentò l'elemento conservatore dello Stato. Taluni
paventavano che tra noi s'insinuasse in esso uno spirito di
retrogressione. Or bene, sotto il rugghio della tempesta, iniziato già
l'intervento, mentre le apparenze accennavano a una vita di giorni per
la repubblica, esciva dai municipî l'adesione più spontanea, più unanime
alla forma scelta. Agli indirizzi dei Circoli e dei Comandi della
guardia nazionale s'unirono nella prima metà di questo mese i municipî
tutti, da due o tre infuori. Io ebbi l'onore di trasmettervene la lista,
o signore.

Essi dichiararono devozione esplicita alla repubblica e convincimento
che i due poteri sono incompatibili in un solo individuo. È questo,
concedetemi di ripeterlo, un fatto decisivo; una seconda prova legale
confermante la prima e fondamento irrecusabile al nostro diritto.

Quando le due questioni--repubblica e abolizione della potestà
temporale--furono poste all'Assemblea, alcuni fra i membri, più timidi
dei loro colleghi, stimarono che l'inaugurazione della forma
repubblicana fosse prematura e di fronte agli ordini attuali d'Europa
pericolosa: non un solo votò contro il decadimento del papa re, destra e
sinistra si confusero in un solo pensiero.

A popolo siffatto oserebbe un governo libero comandare, senza delitto e
contradizione, il ritorno al passato? Quel ritorno, pensateci bene,
signore, equivarrebbe a un ripristinamento dell'antico disordine, delle
società segrete consacrate alla lotta, dell'anarchia nel core d'Italia,
della vendetta innestata in un popolo che oggi non chiede se non
d'obliare. Quel ritorno sarebbe una fiamma di guerra permanente in
Europa, un programma di partiti estremi sostituito al governo
repubblicano ordinato ch'oggi rappresentiamo. Può voler questo la
Francia? Lo può il suo governo? Lo può un nipote di Napoleone? La
persistenza in un disegno ostile di fronte alla doppia invasione
napoletana ed austriaca ricorderebbe lo smembramento della Polonia. E
pensate inoltre, signore, che disegno siffatto non potrebbe compirsi
fuorchè risollevando la bandiera che il popolo rovesciò sopra un cumulo
di cadaveri e sulle rovine delle nostre città.

Riceverete fra poco, signore, una seconda mia lettera sulla questione...

    _16 maggio 1849._


XVI.

(Lettera che accompagnava il rifiuto delle tre proposte di Lesseps:

I. _Gli Stati romani chiedono protezione fraterna dalla repubblica
francese:_

II. _Le popolazioni romane hanno diritto di pronunziarsi liberamente
sulla forma del loro governo:_

III. _Roma accoglierà l'esercito francese come esercito di fratelli,
ecc.)_

    SIGNORE,

Abbiamo l'onore di trasmettervi la decisione dell'Assemblea concernente
il progetto da voi comunicato alla sua commissione. L'Assemblea non ha
creduto di poter accettarlo. Essa c'incarica d'esprimervi a un tempo le
ragioni dell'unanime suo voto e il rincrescimento ch'essa ne prova.

Ed è pure con profonda mestizia, naturale a uomini che amano la Francia
e pongono tuttavia fede in essa, che noi compiamo con voi, signore, la
missione affidataci.

Quando dopo la decisione della vostra Assemblea _che invitava il governo
a far sì, senza indugio, che la spedizione d'Italia non si sviasse più
oltre dal fine assegnatole_, noi sapemmo del vostro arrivo, ci balzò il
core per gioja. Credemmo nella immediata riconciliazione, in un solo
principio proclamato da voi e da noi, tra due popoli, ai quali tendenze
naturalmente amichevoli, ricordi, interessi comuni e condizione politica
comandano stima e amore. Pensammo che, scelto a verificare la condizione
delle cose e colpito dall'accordo assoluto che annoda in un solo
pensiero quasi tutti gli elementi del nostro Stato, voi avreste coi
vostri ragguagli distrutto il solo ostacolo possibile ai nostri voti, il
solo dubbio che potesse ancora indugiare la Francia nel compimento del
nobile pensiero espresso dalla decisione della vostra Assemblea.

Concordia, pace interna, determinazione ponderata, entusiasmo,
generosità di condotta, voto spontaneo e formale dei municipî, della
guardia nazionale, delle truppe, del popolo, del governo e
dell'Assemblea sovrana in favore del sistema d'instituzioni esistente,
tutto questo v'è riuscito evidente; voi lo diceste, non ne dubitiamo,
alla Francia; e speravamo quindi a buon dritto che, parlando in nome
della Francia, voi avreste con noi proferite parole diverse da quelle
che formano il vostro progetto.

L'Assemblea ha notato il modo col quale la parola _repubblica romana_ è
studiosamente evitata nel primo vostro articolo; e ha indovinato in quel
silenzio una intenzione sfavorevole ad essa.

Parve all'Assemblea che, dalla maggiore importanza in fuori data dal
vostro nome e dalla vostra autorità al progetto, non fosse quasi in esso
più che non in alcuni atti del generale prima della giornata del 30
aprile. Accertata una volta in modo innegabile l'opinione del popolo,
perchè insistere ad affrontarla coll'occupazione di Roma? Roma non ha
bisogno di protezione: nessuno combatte nella sua cerchia; e se un
nemico si presentasse appiè delle mura, Roma saprebbe resistergli con
forze proprie. Roma può in oggi proteggersi sulla frontiera toscana e in
Bologna! L'Assemblea ha dunque intravveduto egualmente nel vostro terzo
articolo un pensiero politico, inaccettabile da essa oggi, tanto più che
il decreto dell'Assemblea francese sembra risolutamente avverso a una
occupazione non provocata, non richiesta dalle circostanze.

Noi non vi nasconderemo, signore, come la funesta coincidenza di una
relazione risguardante la cinta di difesa contribuisse alla decisione
dell'Assemblea. Un nucleo di soldati francesi varcava, in questo stesso
giorno e violando lo spirito della tregua, il Tevere presso a San Paolo,
stringendo sempre più in tal modo il cerchio delle operazioni militari
intorno alla capitale. E non è questo, signore, un atto isolato. La
diffidenza del popolo, già suscitata dal pensiero di veder la propria
città occupata da truppe straniere, s'è intanto accresciuta, e sarebbe
difficile, forse impossibile, una transazione su cose che l'Assemblea
considera da canto suo come pegno vitale d'indipendenza e di dignità.

Per queste e altre ragioni, il progetto fu, comunque a malincuore,
giudicato inammissibile dall'Assemblea. Noi avremo l'onore di
trasmettervi domani, signore, conformemente alle sue intenzioni, una
proposta inferiore di certo alle nostre giuste speranze, ma che avrebbe
non foss'altro il vantaggio d'allontanare ogni pericolo di collisione
tra due repubbliche fondate su diritti identici e congiunte da simili
aspirazioni.

Accettate, signore, ecc.

    _19 maggio 1849._


XVII.

    ROMANI!

Parecchî fra voi, in un moto di zelo irriflessivo, promosso da sentori
di nuovi pericoli, hanno jeri posto mano, disegnando farne arnesi di
barricate, sopra alcuni confessionali appartenenti alle chiese.

L'atto sarebbe grave e punibile, se noi non conoscessimo le vostre
intenzioni.

Voi avete creduto, con quella dimostrazione, dar nuova testimonianza che
ogni cosa è oggimai possibile in Roma, fuorchè il ripristinamento del
governo sacerdotale caduto. Avete voluto esprimere il pensiero che non
è, nè può essere vera religione, dove non è patria libera; e che oggi la
causa della religione vera, la causa dell'anime nostre libere,
immortali, si concentra tutta sulle barricate cittadine.

Ma i nemici della nostra santa repubblica vegliano in ogni parte
dell'Europa a interpretar male i vostri atti, e ad accusare il popolo
d'irreverenza e d'irreligione. Tradirebbe la patria chi fornisse motivo
a siffatte accuse.

Romani! La città vostra è grande e inviolabile fra tutte le città
d'Europa, perchè fu culla e conservatrice di religione. Dio protegge e
proteggerà la repubblica, perchè il santo suo nome non è mai scompagnato
dalla parola popolo, e perchè da noi si combatte per la sua legge
d'amore e di libertà, mentre altrove si combatte per interessi e
ambizioni, che profanano e ruinano ogni credenza. In quelle chiese,
santuario della religione dei nostri padri, s'inalzeranno, mentre
combatteremo, preghiere al Dio dei redenti.

Da quei confessionali, d'onde pur troppo uscirono talvolta, violazioni
del mandato di Cristo, insinuazioni di corruttela e di servitù, esce
pure, non lo dimenticate, la parola consolatrice alle vecchie madri dei
combattenti per la repubblica.

Fratelli nostri nella causa benedetta da Dio e dal Popolo! I vostri
triumviri esigono da voi una prova di fiducia che risponda alle accuse,
conseguenza d'un atto imprudente. Riconsegnate voi stessi alle chiese i
confessionali che jeri toglieste. Le barricate cittadine avranno difesa
dai nostri petti[97].

    _20 maggio 1849._


XVIII.

    POPOLI DELLA REPUBBLICA!

L'austriaco inoltra--Bologna è caduta: caduta dopo otto giorni sublimi
di battaglia e di sagrificî: caduta com'altri trionfa. Sia l'ultimo suo
grido di guerra e vendetta per tutti noi: chi ha core italiano lo
raccolga come un santo legato. Roma vi chiede, cittadini, uno sforzo
supremo; e lo chiede certa d'ottenerlo, perchè il sangue versato dai
suoi nella giornata del 30 gliene concede il diritto.

Colle adesioni al nostro programma, mandate quando cominciavano i dì del
pericolo, voi avete dato bella e solenne testimonianza di fede concorde
all'Italia e all'Europa. Noi vi chiamiamo a un'altra testimonianza,
quella dei fatti. Sia pronto ogni uomo a segnare col proprio sangue la
fede. Sorga ogni città, ogni borgo, ogni luogo, vindice di Bologna!
Suoni ogni campana, il tocco dell'agonia che il popolo intima
all'invasore straniero! Accendete sui vostri monti, di giogo in giogo,
simbolo della fratellanza nell'ira, i fuochi che diedero, nel dicembre
1847, il programma della nostra rivoluzione! Sventoli per ogni dove,
sulle torri, sui campanili, la rossa bandiera! Di terra in terra, di
casolare in casolare, corra un fremito di battaglia! Sappiano il nemico,
l'Italia, l'Europa, che qui, nel core della penisola, stanno tre milioni
d'uomini legati in sacramento di tremenda difesa, decisi
irrevocabilmente a combattere sin all'estremo, a sotterrarsi, anzichè
cedere, sotto le rovine della patria! E, viva Dio, nessuna potenza umana
potrà vietarci di vincere. Tre milioni di popolo sono onnipotenti quando
dicono: _Noi vogliamo_.

Italiani figli di Roma! Militi della repubblica! Questa è un'ora solenne
preparata da secoli; uno di quei momenti storici che decretano la vita o
la morte d'un popolo.

Grandi e potenti per sempre o segnati per sempre del marchio di servitù;
riconosciuti liberi e fratelli dalle nazioni o condannati alla nullità
degli obbedienti al capriccio altrui: padroni di voi medesimi, delle
vostre case, dei vostri altari, delle vostre tombe, o cosa e ludibrio
d'ogni tiranno: raccomandati alla immortalità della gloria o della
vergogna: sarete ciò che vorrete. Il giudizio di Dio e dell'Umanità
pende dalla vostra scelta.

Siate grandi. Decretate la vittoria. Il popolo la conquistava agli
Spagnuoli, ai Greci, agli Svizzeri: la conquisti all'Italia. I presidi,
i commissarî straordinari organizzino l'insurrezione: si colleghino di
provincia in provincia: traducano l'inspirazione di Roma: assumano dagli
estremi pericoli poteri eccezionali, rimedî estremi. Il capo che cede,
che s'allontana prima d'aver combattuto, che capitola, che tentenna, sia
reo dichiarato. La terra, che accoglie il nemico senza resistenza, sia
politicamente cancellata dal novero delle terre della repubblica. Chi
non combatte in un modo o nell'altro l'invasore straniero, s'abbia
l'infamia; chi, non fosse che per un istante, parteggia per esso, perda
la patria per sempre o la vita. Sia punito chi abbandona al nemico
materiali da guerra: punito chi non s'adopera a togliergli viveri,
alloggio, quiete: punito chi, potendo, non s'allontana dal terreno
ch'esso calpesta. Si stenda intorno all'esercito, che inalza bandiera
non nostra, un cerchio di fuoco o il deserto. La repubblica, mite e
generosa finora, sorga terribile nella minaccia.

Roma starà.

    _21 maggio 1849._


XIX.

  _Al signor Lesseps._

    SIGNORE,

Ebbi l'onore di trasmettervi, nella nota del 16, alcuni dati
sull'accordo unanime che accompagnò l'instaurazione della nostra
repubblica. Oggi, è necessario parlarvi della questione attuale com'è
posta nel fatto, se non nel diritto, tra il governo francese e il
nostro. Vorrete, speriamo, concederci il franco discorso richiesto
egualmente dall'urgenza della situazione e dalle simpatie internazionali
che devono animare tutte le relazioni tra la Francia e l'Italia. Tutta
la nostra diplomazia sta nel vero; e nel carattere dato, o signore, alla
vostra missione abbiamo pegno che quanto diremo sarà interpretato nel
miglior modo possibile. Permettetemi di risalire per pochi istanti alla
sorgente della situazione attuale.

Dopo conferenze e accordi ch'ebbero luogo, senza che il governo della
repubblica romana fosse chiamato a prendervi parte, fu, qualche tempo
addietro, deciso dalle potenze cattoliche europee: 1.º Che una
modificazione politica era necessaria nel governo e nelle instituzioni
dello Stato romano; 2.º che questa modificazione avrebbe a base il
ritorno di Pio IX, non solo come papa--a questo non porremmo ostacolo
alcuno--ma come principe e sovrano temporale; 3.º che se per raggiungere
intento siffatto, un intervento concertato fosse giudicato
indispensabile, l'intervento avrebbe luogo.

Ci è caro ammettere che, mentre solo e unico fine d'alcuni tra i
contraenti era un sogno di ripristinamento generale, un ritorno assoluto
ai trattati del 1815, il governo francese non fosse trascinato a quei
patti se non in conseguenza d'informazioni erronee che gli dipingevano
lo Stato romano in preda all'anarchia e signoreggiato col terrore da una
minoranza audace.

Sappiamo inoltre che, nella modificazione proposta, il governo francese
intendeva farsi rappresentante di una più o meno liberale influenza
opposta al programma dispotico dell'Austria e di Napoli. Pur nondimeno,
sotto forma tirannica o costituzionale, senza o con pegni d'una libertà
qualunque alle popolazioni romane, il pensiero predominante su tutti i
negoziati ai quali alludiamo, fu sempre un ritorno verso il passato, una
transazione tra il popolo romano e Pio IX, considerato come sovrano
temporale. Sotto l'inspirazione di quel pensiero fu, sarebbe inutile
dissimularlo, ideata, eseguita l'invasione francese. Fu suo doppio
intento cacciare, da un lato, la spada della Francia sulla bilancia dei
negoziati che dovevano iniziarsi in Roma e assicurare, dall'altro, la
popolazione romana contro ogni eccesso retrogrado, ma ponendo pur sempre
a condizione fondamentale la ricostituzione d'una monarchia
costituzionale in favore del papa. Intento siffatto è provato per noi,
non solamente da ragguagli esatti che abbiamo sui negoziati anteriori,
ma dai bandi del generale Oudinot, dalle formali dichiarazioni d'inviati
che vennero l'un dopo l'altro al Triumvirato, dal silenzio ostinatamente
serbato quando tentammo più volte trattare la questione politica e
cercammo ottenere una dichiarazione formale del fatto accertato nella
nostra nota del 16, _che cioè le instituzioni colle quali oggi si regge
il popolo romano sono libera e spontanea espressione del voto
inviolabile delle popolazioni legalmente interrogate_. E il voto stesso
dell'Assemblea francese convalida implicitamente il fatto che noi
affermiamo. Di fronte a condizione siffatta, di fronte alla minaccia
d'una transazione inaccettabile e di negoziati che non hanno ragione
alcuna nello stato delle nostre popolazioni, la parte che ci spettava
non era dubbia. Resistere; era per noi un dovere verso il nostro paese,
verso la Francia, verso l'Europa.

Noi dovevamo, per adempiere a un mandato lealmente dato e lealmente
accettato, mantenere, per quanto era in noi, l'inviolabilità del nostro
paese, del suo territorio e delle sue instituzioni unanimemente
acclamate da tutti i poteri, da tutti gli elementi dello Stato.

Dovevamo conquistare il tempo necessario per richiamarci dalla Francia
ingannata alla Francia meglio informata, ed evitare alla repubblica
sorella il rimorso d'essersi fatta, cedendo senza esami a suggerimenti
stranieri, complice d'una violenza che non ha paragone se non nel primo
smembramento della Polonia.

E dovevamo all'Europa una testimonianza, quale almeno poteva escire da
noi, a pro del principio fondamentale d'ogni vita internazionale,
l'indipendenza di ciascun popolo in ciò che riguarda la sua interna
amministrazione. Resistendo con entusiasmo ai tentativi della monarchia
napoletana e dell'eterna nostra nemica l'Austria, resistendo con
profondo dolore alle armi francesi, noi andiamo alteri di poter dire a
noi stessi che abbiamo benemeritato non solamente di voi, ma dei popoli
europei.

Voi sapete, signore, gli eventi che tennero dietro all'intervento
francese. Il nostro territorio fu invaso dalle truppe del re di Napoli;
e quattromila soldati spagnuoli salparono, probabilmente il 17, per
assalire le nostre coste. Gli Austriaci, superata la resistenza eroica
di Bologna, inoltrarono nella Romagna e minacciano Ancona. Noi abbiamo
respinto dal nostro territorio le forze del re di Napoli. Faremmo lo
stesso--è fede nostra--delle forze austriache, se il contegno delle
forze francesi non c'impedisse d'agire.

Noi parliamo dolenti. Ma è necessario che la Francia sappia finalmente
le vere conseguenze della spedizione di Civitavecchia, ideata, se stiamo
a ciò che s'afferma, a proteggerci.

Noi diciamo, signore, che fra tutti gli interventi promossi a danno
nostro, l'intervento francese è quello che ci riescì più fatale.
Possiamo batterci contro i soldati del re di Napoli e contro gli
Austriaci: vorremmo non batterci contro i Francesi. Noi siamo a riguardo
loro in condizioni non di _guerra_, ma di semplice _difesa_. Sarà tale
il nostro contegno ovunque ci troveremo innanzi la Francia. Ma quel
contegno, non giova dissimularlo, ha per noi tutti i danni d'una guerra
senza alcuno de' suoi vantaggi possibili.

La spedizione francese ha reso indispensabile per noi un concentramento
di forze che lasciò la nostra frontiera aperta all'invasione austriaca,
e disarmate Bologna e le città della Romagna. Gli Austriaci ne
profittarono. Dopo otto giorni di lotta sostenuta eroicamente dalla
popolazione, fu forza a Bologna di cedere.

Avevamo comprato in Francia armi per nostra difesa; queste armi, 10 000
fucili almeno, furono sequestrate fra Civitavecchia e Marsiglia: esse
sono in mano vostra. Togliendoci quell'armi, ci avete tolti 10 000
soldati, perchè ogni uomo armato sarebbe un soldato contro gli
Austriaci.

Le vostre forze stanno sotto le nostre mura, a un tiro di fucile,
disposte come per un assedio. Esse rimangono ostinate, minacciose a quel
modo, senza fine dichiarato, senza programma, costringendoci a mantenere
la città in uno stato di difesa che aggrava le nostre finanze, e
togliendo alle nostre truppe ogni possibilità di movere a salvare le
nostre terre dall'occupazione e dalla devastazione austriaca.
Circolazione, approvvigionamenti, corrieri, ogni cosa è inceppata. Gli
animi concitati potrebbero, se il nostro popolo fosse men buono e meno
devoto, trascendere ad atti funesti. Quell'attitudine dei vostri soldati
non genera anarchia o riazione, perchè nè l'una cosa nè l'altra è
possibile in Roma; ma produce irritazione contro la Francia; ed è grave
sciagura per noi che ponevamo finora amore e speranza in essa.

Noi siamo assediati, signore, assediati dalla Francia in nome d'una
missione di protezione, mentre, a distanza di poche leghe, il re di
Napoli trascina con sè i nostri ostaggi, mentre gli Austriaci scannano i
nostri fratelli.

Voi avete, signore, presentato proposte. Quelle proposte furono
dichiarate inaccettabili dall'Assemblea, e sarebbe inutile per noi il
discuterle. Voi ne aggiungete oggi una. La Francia, voi dite,
_proteggerà contro ogni invasione straniera tutte le parti del
territorio romano occupate dalle sue truppe_. Or quella quarta proposta
non muta menomamente le nostre condizioni. La parte di territorio
occupato da voi è già protetta, nel fatto, contro ogni altra invasione;
ma se guardiamo al presente, quella parte è di men che lieve importanza,
e se guardiamo al futuro, non abbiamo noi dunque modo di proteggere il
nostro suolo fuorchè abbandonandolo tutto a voi?

Non è quello il nodo della questione: la questione sta tutta
nell'occupazione di Roma. Ed è condizione da voi posta a capo di tutte
le vostre proposte.

Or noi abbiamo l'onore di dirvi, signore, che quella condizione è
impossibile: il popolo non vi consentirebbe giammai. Se l'occupazione di
Roma non ha per fine che di proteggerla, il popolo vi si mostrerà
riconoscente, ma vi dirà che, capace di proteggere Roma con forze
proprie, si terrebbe disonorato davanti a voi se dichiarasse sè stesso
impotente e indispensabile alla difesa l'ajuto d'alcuni reggimenti
francesi. Se l'occupazione di Roma ha invece, Dio nol voglia, un
pensiero politico, il popolo che ha liberamente scelto le proprie
instituzioni, non può rassegnarsi a subirla. Roma è la sua capitale, il
suo Palladio, la sua città sacra. Esso intende che, oltre il principio
violato e l'onore tradito, ogni occupazione trascinerebbe una guerra
civile. E ogni insistenza gli aumenta i sospetti e l'antiveggenza,
ammesse una volta che fossero le truppe straniere, di mutamenti
inevitabili funesti alla sua libertà, negli uomini e nelle instituzioni.

Il popolo ha innanzi l'esempio di Civitavecchia; e sa che di mezzo alle
bajonette straniere, l'indipendenza dell'Assemblea e del governo non
sarebbe più che una vana parola.

Su quel punto, signore, credetelo a noi, la sua volontà è irrevocabile.
Non soggiacerà se non dopo aver seminato de' suoi cadaveri le barricate.
Vogliono, possono i soldati di Francia trucidare un popolo di fratelli
che affermano voler proteggere, perch'esso rifiuta di cedere all'armi
loro la sua capitale?

La Francia non ha, negli Stati romani, che tre parti da scegliere:

Dichiararsi per noi, contro noi o neutrale.

Dichiararsi per noi significa riconoscere formalmente la nostra
repubblica e combattere a fianco nostro, colle nostre truppe, gli
Austriaci.

Dichiararsi contro noi, cioè schiacciare senza cagione la libertà, la
vita nazionale d'un popolo d'amici e combattere a fianco degli
Austriaci.

La Francia non _può_ far questo. Essa non _vuole_ avventurarsi a una
guerra europea per difenderci come alleata. Rimanga dunque neutrale
nella lotta che noi sosterremo. Noi avevamo, poco tempo addietro, ben
altre speranze; oggi non le domandiamo che questo.

L'occupazione di Civitavecchia è fatto compiuto; sia. La Francia crede
che, nella condizione di cose presenti, non le conviene di tenersi
lontana dal campo della battaglia, e pensa che, vincitori o vinti, noi
possiamo aver bisogno della sua protezione o della sua azione
moderatrice. Noi nol crediamo, ma non intendiamo di ribellarci per
questo contr'essa. Serbi dunque Civitavecchia. Estenda, se il numero
delle sue truppe lo esiga, i proprî accantonamenti ai luoghi salubri che
stanno sul raggio da Civitavecchia a Viterbo. E aspetti immobile l'esito
finale della nostra guerra. Noi offriremo ad essa tutte le agevolezze
possibili, tutte testimonianze di leale amicizia. I suoi ufficiali
entreranno in Roma visitatori; i suoi soldati avranno, occorrendo, ajuto
e conforti da noi, ma sia la sua neutralità sincera e senza mistero;
dichiarata in termini espliciti. Lasci a noi libertà di giovarci senza
tema di tutte quante le nostre forze. Ci renda l'armi da noi comprate.
Non chiuda co' suoi legni i nostri porti agli uomini che dall'altre
parti d'Italia volessero accorrere a dividere i nostri pericoli.
S'allontani anzi tutto dalle nostre mura. Cessi anche l'apparenza
d'ostilità fra due popoli chiamati, noi non possiamo dubitarne, negli
anni avvenire a congiungersi in una stessa fede internazionale come sono
oggi congiunti nell'adozione d'una stessa forma governativa.

Accettate, signore, ecc.

    _25 maggio 1849._


XX.

Considerando che debito di Roma, per la sua tradizione nel passato e per
la sua missione nell'avvenire, è ampliare possibilmente la propria vita
e la propria libertà a quanti soffrono, combattono e sperano per la
causa delle nazioni e dell'umanità;

Considerando che per patimenti, energia di sacrificî e immortalità di
speranze, la Polonia è sorella all'Italia e sacra fra tutte le nazioni;

Considerando che gli esuli polacchi rappresentano in oggi la Polonia
futura;

Il Triumvirato decreta:

1.º È formata sul territorio della repubblica una legione polacca, che
combatterà sotto i segni di Roma per l'indipendenza italiana.

2.º La legione inalzerà il vessillo nazionale polacco colla sciarpa
tricolore italiana. Il comando si farà in lingua polacca. L'uniforme dei
legionari sarà di colore blu scuro, collare e mostre di rosso amaranto e
colle parti metalliche bianche.

3.º La legione ascenderà a duemila uomini o più.

Il governo della repubblica somministrerà, occorrendo, i mezzi pel
trasporto degli arrolati. Gli Slavi, che militassero sotto la
repubblica, saranno incorporati nella legione.

4.º La legione elegge i proprî ufficiali. Il capo militare della legione
presenterà le nomine fatte. Il governo sceglie tra quelli. Il capo
militare non può essere che Polacco, scelto con suffragio universale dai
suoi.

5.º Il soldo della legione sarà eguale a quello dell'esercito romano. I
feriti o mutilati difendendo la repubblica hanno tutti i diritti che
spettano ai feriti e mutilati cittadini dello Stato.

6.º La legione si obbliga per un anno, prolungando a sua posta di anno
in anno sino a sei il suo esercizio militare.

Dove la guerra dell'indipendenza polacca ricominciasse, e la legione
potesse consacrarsi utilmente alla salute della propria patria, sarà
libera, e potrà lasciare, annunziandolo prima al governo, il territorio
della repubblica.

    _29 maggio 1849._


XXI.

(Risposta alla dichiarazione di Lesseps che il 29 maggio riproduceva con
lievi varianti le proposte accennate nel documento, n. XVI.)

    SIGNORE,

Ricevemmo la dichiarazione che indirizzaste a noi il 29 maggio. Avendo
l'Assemblea, alla quale copia della dichiarazione fu pure trasmessa,
riconfermata l'autorità già accordataci per ogni negoziato, è debito
nostro rispondervi; e lo facciamo solleciti. Se indugiammo a rispondere
alla vostra nota del 26, vogliate considerare ch'essa non conteneva
proposte in nome della Francia, nè discuteva le nostre.

Abbiamo esaminato accuratamente il vostro progetto; ed ecco quali
modificazioni vi proponiamo. Esse riguardano più assai la forma che non
la sostanza.

Noi potremmo svolgere lungamente le cagioni dei mutamenti che
proponiamo; mutamenti, vogliate crederlo, signore, richiesti, non
solamente dal mandato trasmessoci dall'Assemblea, ma dal voto esplicito
del nostro popolo contro il quale nessuna convenzione sarebbe possibile;
ma il tempo stringe e ci è forza rinunziare ai particolari. E preferiamo
inoltre affidarci, per supplire a questa omissione, alla vostra lealtà e
al favore con cui sovente guardaste alla nostra causa e a' suoi fati. La
nostra, signore, non è nè può essere diplomazia; è una chiamata di
popolo a popolo, libera e cordiale, senza minaccia come senza pensiero
segreto. Più d'ogni altra nazione, la Francia è capace d'ascoltarla e
d'intenderla.

La condizione anormale di cose esistente fra la repubblica francese e
noi riescirebbe, prolungandosi, segnatamente dopo la dichiarazione della
vostra Assemblea e le recenti manifestazioni del popolo francese a
nostro riguardo, inconcepibile. E la proposta che tende a far sì che
cessi v'è inviata da noi, signore, con tutta la potenza di convincimento
e di desiderio che vive in noi. Abbiatela sacra, però che essa compendia
la fede incrollabile ai fervidi desiderî d'un popolo, piccolo per numero
ma prode e leale, che ricorda i suoi padri e ciò che compirono sulla
terra e che, combattendo oggi per una causa sacra, quella
dell'indipendenza e della libertà, è irrevocabilmente deciso a imitarli.
Questo popolo, signore, ha diritto d'essere compreso dalla Francia e di
trovare in essa un appoggio, non una potenza ostile; ha diritto di aver
dalla Francia non _protezione_, ma fratellanza. Ogni domanda di
_protezione_ proferita da esso sarebbe interpretata dall'Europa come un
grido di disperazione, come una dichiarazione d'impotenza e lo farebbe
indegno di quell'amistà della Francia sulla quale ei facea calcolo prima
dei fatti recenti. Quel grido di disperazione non può suonargli sul
labbro. Non esiste impotenza per un popolo che sa morire; e mal
s'addirebbe a generoso sentire da parte d'una grande e altera nazione di
sconoscere il nobile impulso che muove il popolo di Roma.

Bisogna, signore, che questa condizione di cose cessi. La fratellanza
non è oggi fra noi se non parola vuota di senso pratico: diventi una
realtà. Sia lecito ai nostri corrieri, alle nostre armi, alle nostre
truppe di circolare liberamente a nostra difesa su tutte quante le
nostre terre. Non sian i Romani condannati come oggi sono a guardare con
sospetto uomini ch'erano avvezzi a considerare siccome amici. Ci sia
schiusa la via di difenderci con tutti i nostri mezzi dagli Austriaci
che bombardano le nostre città. Non rimangano più dubbie le buone e
leali intenzioni della Francia. Non sia più possibile all'Europa di dire
ch'essa, la Francia, ci sottrae le difese per imporci poi una
protezione, mercè la quale si serberebbe inviolato da altri il nostro
territorio, ma colla perdita di quanto abbiamo più caro, del nostro
onore e della nostra libertà.

Fate questo, signore. Svaniranno le difficoltà che or ci separano: gli
affetti, oggi illanguiditi, potranno rivivere; e la Francia
riconquisterà il diritto di consigliarci che l'attitudine ostile assunta
le toglie.

Gli accantonamenti che ci sembrano più opportuni per ora si
stenderebbero sulla linea da Frascati a Velletri.

Accettate, signore, ecc.

    _30 maggio 1849._

Ecco ora le proposte:

I. I Romani, fidenti oggi come sempre nell'appoggio fraterno della
repubblica francese, reclamano la cessazione d'ogni ostilità reale o
apparente e lo stabilimento delle relazioni che devono esprimere
quell'appoggio fraterno.

II. I Romani hanno pegno di libero esercizio dei loro diritti politici
nell'art. 5 della costituzione francese.

III. L'esercito francese sarà considerato dai Romani come un esercito
amico e accolto siccome tale. In accordo col governo della repubblica
romana, esso stanzierà in accantonamenti convenevoli così per la difesa
del paese come per la salubrità. L'esercito francese rimarrà estraneo
all'amministrazione del paese.

Roma è sacra pe' suoi amici come pe' suoi nemici. Essa non fa parte
degli accantonamenti scelti dalle truppe francesi. Il prode suo popolo è
la sua migliore difesa.

IV. La repubblica francese difenderà da ogni invasione straniera il
territorio occupato dalle sue truppe.


XXII.

(Accettata, con mutamenti di forma, la proposta contenuta nel documento
che precede dal plenipotenziario Lesseps, il generale Oudinot, allegando
istruzioni segrete, ricusò di ratificare gli accordi, ruppe la tregua,
intimò gli assalti, dichiarando che non assalirebbe prima del lunedì;
poi assalì nella notte dal sabato alla domenica.)

    ROMANI!

Al delitto d'assalire con truppe repubblicane una repubblica amica, il
generale Oudinot aggiunge l'infamia del tradimento. Egli viola la
promessa scritta, ch'è in mano nostra, di _non assalire prima di
lunedì_.

Levatevi, Romani! Alle mura, alle porte, alle barricate! Proviamo al
nemico che neppure col tradimento si vince Roma.

Sorga l'intera città nell'energia di un solo pensiero. Combatta ogni
uomo; abbia ogni uomo fede nella vittoria. Ricordatevi tutti dei vostri
padri e siate grandi.

Trionfi il diritto e una eterna vergogna s'aggravi sull'alleato
dell'Austria.

Viva la repubblica!

    _3 giugno 1849._


XXIII.

    ROMANI!

Voi avete oggi sostenuto l'onore di Roma, l'onore d'Italia. Per oltre a
quattordici ore avete combattuto come vecchî soldati. Sorpresi a un
tratto dal tradimento, dalla violazione d'una formale e segnata
promessa, voi avete conteso palmo a palmo il terreno, riconquistato
posizioni un istante perdute, respinto le più valorose truppe d'Europa e
salutato d'un sorriso la morte. Dio vi benedica, custodi della gloria
dei vostri padri, come noi, alteri d'aver indovinato l'elemento di
grandezza ch'è in voi, vi benediciamo in nome d'Italia.

Romani, questa giornata è giornata d'eroi, una pagina storica.

Vi dicevamo jeri: _siate grandi_; oggi diciamo: _voi siete grandi_.
Durate; siate costanti. Al popolo di Roma possono dimandarsi miracoli. E
noi diciamo con piena fiducia ad esso, alle guardie nazionali, alla
gioventù di tutte le classi: Roma è inviolabile; custodite questa notte
le sue mura: esse racchiudono l'avvenire della nazione. Vigilate, mentre
quei che hanno combattuto quattordici ore riposano, alle porte, alle
barricate. L'angelo della patria vigila con voi, e l'angelo della patria
è l'angelo della nazione.

Viva la repubblica!

    _3 giugno 1849._


XXIV.

    ROMANE! FIGLIE DEL POPOLO!

I vostri mariti, i vostri figli, i vostri fratelli combattono il nemico
della patria alle mura: voi avete diritto all'amore e alla protezione
del paese. Il nemico, che si ritrasse l'altro jeri atterrito davanti
agli uomini vostri, ha minacciato oggi colle bombe le vostre case. Voi
siete donne romane, non potete impaurirvi ad una minaccia impotente,
perchè le nostre truppe terranno il nemico lontano; combatteranno,
occorrendo, coi vostri cari alle barricate; ma Roma deve protezione alle
vecchie madri, ai fanciulli dei suoi difensori. Il Triumvirato decreta
in conseguenza:

Che le famiglie popolane, le cui case fossero minacciate dalle bombe o
dal cannone, durante l'assedio a cominciar da domani, e occorrendo anche
prima, avranno alloggio per cura del governo in case, palazzi o conventi
fuori d'ogni pericolo:

Che i rappresentanti del popolo in ogni rione riceveranno le domande, ne
verificheranno la giustizia, e rilasceranno una carta d'ammissione ai
locali, la lista dei quali verrà consegnata ad essi, colle dovute
istruzioni, dal ministero dell'interno.

I Triumviri affidano alla virtù e al patriotismo delle popolane romane
la custodia vigilante e l'ordine necessario a preservare da ogni guasto
le abitazioni assegnate ad esse da Roma.

    _5 giugno 1849._


XXV.

(Le linee seguenti rispondevano a un'ultima intimazione del generala
Oudinot, quando i Francesi erano già sul primo bastione a sinistra della
porta San Pancrazio.)

Abbiamo l'onore di rimettervi la risposta dell'Assemblea alla vostra
comunicazione del 12.

Noi non tradiamo mai le nostre promesse. Abbiamo promesso difendere, in
esecuzione degli ordini dell'Assemblea e del popolo romano, la bandiera
della repubblica, l'onore del paese e la santità della capitale del
mondo cristiano, e manterremo la nostra promessa.

Gradite, generale, l'assicurazione della nostra distinta considerazione.

    _13 giugno 1849._


XXVI.

(Risposta a una lettera indirizzata dal signor de Corcelles, inviato
straordinario della repubblica francese, al signor de Gerando,
cancelliere dell'ambasciata francese in Roma. La lettera tentava scusare
la contraddizione patente fra gli accordi di Lesseps e l'assalto dato a
Roma dal generale Oudinot.)

    SIGNORE,

La lettera che il signor de Corcelles vi scrive con data del 13, e che
m'è da voi cortesemente comunicata, non invalida affatto, dovete
ammetterlo, la risposta data dall'Assemblea costituente romana alla
intimazione del generale Oudinot. Poco monta la data di uno o di altro
dispaccio francese; poco monta che il signor Lesseps fosse o no
richiamato al momento della firma apposta da lui alla convenzione del 31
maggio.

Una sola parola risponde a ogni cosa: _l'Assemblea ignorava; essa non
ebbe mai comunicazione officiale di quei dispacci_.

La questione diplomatica è dunque, per noi, posta in questi termini:

Il signor Lesseps era ministro plenipotenziario della Francia in Roma.
Egli era tale per noi il 31 maggio come prima d'allora. Nulla ci aveva
avvertiti d'una modificazione o d'un annullamento de' suoi poteri.
Trattavamo noi dunque con lui in piena buona fede come se trattassimo
colla Francia: e questa nostra buona fede ci valse, nella notte dal 28
al 29 maggio, l'occupazione di Monte Mario. Addentrati in una
discussione assolutamente pacifica col signor Lesseps, ansiosi d'evitare
quanto avrebbe potuto trascinare gli spiriti su direzione avversa ai
nostri voti e non sapendo indurci a credere che la missione protettrice
della Francia comincerebbe coll'assedio di Roma, guardavamo ogni
incidenza senza commoverci. A ogni movimento delle vostre truppe, a ogni
operazione tendente a restringere la cinta militare e a ravvicinarsi
gradatamente a posizioni che noi avremmo potuto difendere, il signor
Lesseps s'affrettava a dirci che i Francesi non operavano a quel modo se
non per quetare la concitazione febbrile delle truppe affaticate dalla
lunga inerzia; in nome dei due paesi, in nome dell'umanità, ei ci
supplicava d'evitare ogni conflitto, d'aver fede in lui, di non
paventare conseguenza alcuna da quei fatti anormali. E noi cedevamo
volonterosi. Oggi, io sono costretto, per quanto a me spetta, a pentirmi
di quella arrendevolezza; non già ch'io tema per Roma, ma perchè petti
di prodi difendono ciò che buone posizioni avrebbero potuto difendere.
Il 31 maggio, alle otto di sera, furono firmati gli accordi tra il
signor Lesseps e noi. Ei li portò seco al campo affermandoci ch'ei
considerava la firma del generale Oudinot come semplice formalità
intorno alla quale non poteva esistere dubbio. Eravamo tutti coll'animo
lieto. Le cose stavano per ripigliare, tra la Francia e noi, la loro
naturale tendenza.

La notte, parmi, ci giunse il dispaccio del generale Oudinot contenente
rifiuto d'adesione agli accordi e l'affermazione che il signor Lesseps,
firmandoli, aveva oltrepassati i poteri affidatigli.

Un secondo dispaccio, con data del 1.º giugno, a tre ore e mezzo dopo
mezzodì, e firmato dal generale, ci dichiarava «che i fatti avevano
giustificato la sua determinazione e che in due dispacci del ministro di
guerra e degli affari esteri, in data 28 e 29 maggio, il governo
francese gli annunziava il termine della missione del signor Lesseps.»

Ventiquattro ore ci erano concesse per accettare l'_ultimatum_ del 29
maggio.

V'è noto come lo stesso giorno il signor Lesseps c'indirizzasse una
comunicazione nella quale è detto: «Mantengo l'accordo firmato jeri.
Parto per Parigi onde ottenergli ratifica. Quell'accordo fu conchiuso in
virtù d'istruzioni che mi davano facoltà di consacrarmi esclusivamente
ai negoziati e alle relazioni da stabilirsi colle autorità e le
popolazioni romane.»

Lo stesso giorno, in ora più inoltrata, il generale Oudinot ci
dichiarava che ricomincerebbe le ostilità, ma che «su richiesta del
cancelliere dell'ambasciata francese... l'assalto sarebbe differito fino
a lunedì mattina, almeno».

Fummo assaliti la domenica, e la conseguenza di questa violazione di
fede era per noi l'occupazione di Villa Panfili e la sorpresa operata su
due compagnie, la cui cifra entra senza dubbio nel _bollettino_ della
giornata del 3. Quei duecento uomini, còlti nel sonno, sono ora, insieme
ai 24 prigionieri fatti nella giornata, in Bastia nella Corsica.

Dopo ciò, che importa a noi, vogliate dirmelo, signore, il dispaccio del
26 maggio citato la prima volta nella lettera del signor de Corcelles?
Che importano al governo romano i dispacci citati dal generale Oudinot?
Noi non vedemmo mai quei dispacci; ci è ignoto ciò che contengono;
nessuna comunicazione officiale c'informò della loro esistenza. Da un
lato abbiamo le informazioni del generale Oudinot; dall'altro quelle del
ministro plenipotenziario; le une contradicono le altre. Esca la Francia
da viluppo siffatto e salvi l'onore se può. Posta fra un ministro
plenipotenziario e il generale d'una divisione d'esercito, la nostra
Assemblea ha stimato di conformarsi alla tradizione dei fatti stabiliti
dal plenipotenziario. Io consento in ciò ch'essa fece e vi ricordo,
signore, che oggi soltanto, decimo giorno dell'assedio, la presenza del
signor de Corcelles nel campo, con attribuzioni di ministro
straordinario, ci è fatta indirettamente nota.

Meditate, signore, le date delle note ufficiali, paragonatele colla data
dell'occupazione di Monte Mario o d'altre operazioni dell'esercito
francese; poi diteci se, esaminando freddamente la questione
diplomatica, l'Europa non dovrà dire: «Il governo francese non ha voluto
se non deludere il governo romano. Il generale Oudinot s'è giovato della
buona fede degli uomini che lo compongono per restringere il cerchio
dell'assedio, per occupare posizioni favorevoli, per agevolarsi la
possibilità d'impossessarsi della città. O il dispaccio del 26 non
esiste o non fu comunicato in tempo al signor Lesseps.»

Il dispaccio del 29 maggio era difatti noto nel campo francese nella
mattina del 1.º giugno; quello del 26 poteva dunque essere in mano al
generalo Oudinot fin dal 29 maggio. Se il generale non lo esibì fin
d'allora per sospendere negoziati e poteri del negoziatore, sorge il
pensiero ch'ei volesse trarre partito da quei negoziati, che inceppavano
la vigilanza e le forze del popolo romano, per impadronirsi a poco a
poco, senza incontrare resistenza, dalle posizioni migliori; certo
com'egli era di porre fine quando giovasse, rivelando il dispaccio del
26, agli accordi e di rompere, pronta ogni cosa per assalire, la tregua.

Concedete, signore, ch'io vi dica colla libertà che si addice a un uomo
leale e d'indole non servile: la condotta del governo romano non
s'allontanò mai d'una linea, nelle trattative ch'ebbero luogo, dalle vie
dell'onore. Il governo francese potrebbe difficilmente affermarlo di sè.
Ciò non tocca, la Dio mercè, menomamente la Francia; prode e generosa
nazione, essa è, come noi, vittima d'un basso indegno raggiro.

Oggi, i vostri cannoni tuonano contro le nostre mura, le vostre bombe
scendono sulla città sacra; la Francia ebbe questa notte la gloria
d'uccidere una povera fanciulla del Trastevere che dormiva a fianco
della sorella.

I nostri giovani ufficiali, i nostri militari improvvisati, i nostri
popolani, cadono sotto i vostri projettili gridando: _Viva la
repubblica!_ I prodi soldati di Francia cadono, senza grido, senza
mormorare accento, come uomini disonorati. Io son certo che non havvi un
solo cuore tra voi che non dica internamente a sè stesso ciò che uno dei
vostri disertori ci diceva oggi: _Non so qual voce segreta ci dice che
combattiamo de' fratelli_.

E perchè questo conflitto fraterno? Io nol so; voi nol sapete. La
Francia non ha qui bandiera; essa combatte uomini che l'amano e che,
pochi giorni addietro, fidavano in essa. Essa cerca l'incendio di una
città che non l'ha menomamente offesa, senza programma politico, senza
fine determinato, senza diritto da esercitare, senza dovere da compiere.
Essa gioca, per mezzo de' suoi generali, la partita dell'Austria e senza
il tristo coraggio di confessarlo. Essa trascina il suo stendardo nel
fango dei conciliaboli di Gaeta e retrocedendo davanti a una schietta
dichiarazione di ripristinamento sacerdotale. Il signor de Corcelles non
s'avventura più a parlare d'anarchia, di fazioni; ma scrive, come chi è
turbato nell'anima, queste parole, senza senso: «La Francia ha per fine
la libertà del capo riverito della Chiesa, la libertà degli Stati romani
e la pace del mondo!»

Noi sappiamo almeno perchè combattiamo, e perchè lo sappiamo, siam
forti. Se la Francia rappresentasse qui tra noi un principio, una di
quelle idee che fanno grandi le nazioni e la fecero grande in passato,
il valore de' suoi figli non si romperebbe contro il petto dei nostri
giovani militi.

È trista pagina davvero, signore, quella che sta ora scrivendosi dai
vostri generali nella storia di Francia; è un colpo mortale vibrato al
Papato che voi pretendete proteggere e che affogate nel sangue; è un
abisso incolmabile scavato fra due nazioni chiamate a movere insieme pel
bene di tutti e che si stendevano, vogliose d'intendersi, la mano da
secoli; è una violazione profonda della morale che dovrebbe governare le
relazioni tra popolo e popolo, della comune credenza che dovrebbe
guidarli, della santa causa della libertà che vive in quella credenza,
dell'avvenire non dell'Italia--i patimenti sono per essa un battesimo di
progresso--ma della Francia, che non può serbarsi in prima fila tra le
nazioni se non colle maschie virtù della fede e dell'intelletto della
libertà.

    _15 giugno 1849._


XXVII.

(Dopo il decreto dell'Assemblea che ingiungeva cessasse la resistenza.)

    ROMANI!

Il Triumvirato s'è volontariamente disciolto. L'Assemblea costituente vi
comunicherà i nomi dei nostri successori.

L'Assemblea, commossa, dopo il successo ottenuto jeri dal nemico, dal
desiderio di sottrarre Roma agli estremi pericoli, e d'impedire che si
mietessero senza frutto per la difesa altre vite preziose, decretava la
cessazione della resistenza. Gli uomini, che avevano retto mentre durava
la lotta, mal potevano seguire a reggere nei nuovi tempi che si
preparano. Il mandato ad essi affidato cessava di fatto, ed essi si
affrettarono a rassegnarlo nelle mani dell'Assemblea.

Romani! Fratelli! Voi avete segnata una pagina che rimarrà nella storia
documento della potenza d'energia che dormiva in voi e dei vostri fati
futuri, che nessuna forza potrà rapirvi. Voi avete dato battesimo di
gloria e consacrazione di sangue generoso alla nuova vita che albeggia
all'Italia, vita collettiva, vita di popolo che vuole essere e che sarà.
Voi avete, raccolti sotto il vessillo repubblicano, redento l'onore
della patria comune contaminata altrove dagli atti dei tristi, e scaduta
per impotenza monarchica. I vostri Triumviri, tornando semplici
cittadini fra voi, traggono con sè conforto supremo nella coscienza di
pure intenzioni, e l'onore d'avere il loro nome associato ai vostri
fortissimi fatti.

Una nube sorge oggi tra il vostro avvenire e voi. È nube d'un'ora.
Durate costanti nella coscienza del vostro diritto e nella fede per la
quale morirono apostoli armati, molti dei migliori fra voi. Dio, che ha
raccolto il loro sangue, sta mallevadore per voi. Dio vuole che Roma sia
libera e grande; e sarà. La vostra non è disfatta: è vittoria dei
martiri ai quali il sepolcro è scala di cielo. Quando il cielo splenderà
raggiante di resurrezione per voi; quando, tra brev'ora, il prezzo del
sacrificio, che incontraste lietamente per l'onore, vi sarà pagato;
possiate allora ricordarvi degli uomini che vissero per mesi della
vostra vita, soffrono oggi dei vostri dolori, e combatteranno,
occorrendo, domani, misti nei vostri ranghi, le nuove vostre battaglie.
Viva la repubblica romana!

    _30 giugno 1849._


XXVIII.

    ROMANI!

La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato
i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile, nel
suffragio dei liberi che la proclamarono, nell'adesione spontanea di
tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato
la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le
nostra mura per essa. Tradiscano a posta loro gl'invasori le loro
solenni promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al
voto dell'anima vostra nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi
soggiaciate; e non diffidate dell'avvenire. Brevi sono i sogni della
violenza, e infallibile il trionfo d'un popolo che spera, combatte e
soffre per la Giustizia o per la santissima Libertà.

Voi daste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di
coraggio civile.

Per quanto avete di sacro, cittadini, serbatevi incontaminati di stolte
paure e di basso egoismo. Duri visibile agli occhî del mondo la
separazione tra voi e gl'invasori. Sia Roma il loro campo, non la loro
città. E segnate del nome di traditore di Roma chi trapassa, transigendo
colla propria coscienza, nel campo nemico. Le necessità europee non
consentono che ROMA sia conquista di Francesi o d'altri. Mantenete
all'occupazione il suo carattere di conquista; isolate il nemico;
l'Europa leverà una voce potente per voi. E intanto nessuno può
contendervi la pacifica espressione del vostro voto. Organizzate
pubblicamente espressione siffatta. Dai municipî esca ripetuta con
fermezza tranquilla d'accento _la dichiarazione ch'essi aderiscono
volontarî alla forma repubblicana e all'abolizione del governo temporale
del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s'impianti senza
l'approvazione liberamente data dal popolo_; poi, occorrendo, si
sciolgano. Da ogni rione, da ogni città di provincia escano liste
segnate da migliaja di nomi che attestino la stessa fede e invochino lo
stesso diritto. Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga
un grido: _Fuori il governo dei preti! Libero voto!_ e dopo quell'unico
grido, ritraetevi. All'inalzare dello stemma pontificio governativo,
quanti giurarono alla repubblica s'allontanino dai loro ufficî. Non si
imprigionano le migliaja; non si costringono gli uomini ad avvilirsi. E
voi v'avvilireste, o Romani, v'avvilireste per sempre, se dopo aver
gridato una volta all'Europa che volevate esser liberi e combattuto e
perduto i migliori fra i vostri per esser tali, assumeste condizione di
schiavi e pattuiste fin dal primo giorno colla disfatta.

I vostri padri, o Romani, furon grandi, non tanto perchè sapevano
vincere, quanto perchè non disperavano nei rovesci.

In nome di Dio e del Popolo, siate grandi come i vostri padri. Oggi,
come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano, in
custodia.

La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri,
sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere,
a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla.

    _5 luglio 1849._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



        SCRITTI

  SUL MEDESIMO PERIODO

(Gli scritti che seguono sono, in certo modo, epilogo al dramma di Roma,
e conchiudono il periodo che abbraccia il 1848 e il 1849. Li pubblicai
dalla Svizzera.)


LETTERA AL MINISTERO FRANCESE.

  _Ai signori Toqueville e Falloux, ministri di Francia._

    SIGNORI!

Se voi, ne' vostri discorsi del 6 e del 7 agosto, non aveste calunniato
che _me_, tacerei: non ho provato mai nella vita se non indifferenza per
la calunnia e supremo disprezzo pei calunniatori. Ma voi faceste segno
delle vostre calunnie una intera rivoluzione, santa nel suo diritto,
pura d'eccessi nel suo sviluppo: un intero popolo, buono, valoroso e
notabile per affetto all'ordine e abitudini di disciplina, tramandate ad
esso dagli antichi suoi padri. Uomini consacrati da lunghi studî alla
serena imparzialità filosofica, avete non per tanto, pe' vostri fini,
ripetuto impassibili all'Assemblea le volgari accuse d'_anarchia_, di
_terrore_ e di _setta_, gittate per più mesi, pascolo a un pubblico
ignaro, da gazzettieri pagati perchè si spianasse la via all'iniqua
impresa contro la romana repubblica. Avete freddamente, col labbro
atteggiato al sorriso dell'ironia, avventato il fango della nazione su
quei che morirono per la patria nascente. Importa che, per onore della
razza umana, qualcuno protesti. Importa che non per voi nè per una
maggioranza parlamentaria diseredata, per opera d'egoismo e paura,
d'ogni senso morale, ma per quei che gemono tra voi, come noi gemiamo,
la libertà perduta, e per la Francia dei dì che verranno, sorga una voce
d'onesto a dirvi, o signori, che la vostra eloquenza è mero artificio,
la vostra fede una ipocrisia; che per tutta quanta la serie delle vostre
asserzioni voi non avete dato se non menzogne alla Francia e all'Europa;
che s'havvi nel mondo cosa più vile del carnefice e dell'opera sua, è
l'insulto al cadavere, la percossa alla pallida faccia di Carlotta
Corday. Io dunque scrivo e protesto in nome di Roma. Io so d'uomini i
quali dovrebbero, per onor della Francia, assumersi la parte ch'oggi io
m'assumo: sono gli impiegati della vostra cancelleria in Roma[98], che
arrossivano davanti a me degli atti del loro governo e plaudivano
riconoscenti alle nostre cure protettrici e alla condotta ammirabile del
nostro popolo, ma paventavano la perdita dell'ufficio. E so d'altri--ma
questi son nostri,--ai quali basterebbe l'animo per protestare, da Roma,
e sfidando le vendette sacerdotali, contro le vostre menzogne: ma la
vostra antiveggente amministrazione ha chiuso ad essi, sopprimendo ogni
giornale, dal vostro infuori, ogni via di pubblicità.


I.

Non era più in Roma sovrano. Il papa s'era fatto disertore a Gaeta. Una
commissione governativa instituita da lui avea ricusato d'assumer
l'ufficio. Due deputazioni, inviate successivamente da Roma a supplicar
Pio IX, perchè tornasse, s'erano vedute respinte. E condizione siffatta
di cose trascinava inevitabili l'anarchia e la guerra civile. Urgeva un
rimedio.

Il 9 febbrajo, a un'ora del mattino, si proclamavano il decadimento del
potere temporale del papa, e conseguenza logica, la repubblica. Da chi?
Dall'Assemblea costituente degli Stati romani. D'onde esciva la
Costituente? Dal voto universale. Ebbe luogo, non dirò terrore, ma
agitazione, influenza illegalmente esercitata nelle elezioni? No; tutto
si fece pacificamente, tranquillamente, senza corruttele e senza
minaccia. La minorità fu considerevole? Su _cento cinquantaquattro_
membri presenti, _undici_, per motivi d'opportunità, si dichiararono
avversi alla repubblica, soli _cinque_ al decadimento. Quanti fra quei
ch'oggi voi chiamate sprezzando _stranieri_, quanti Italiani nati al di
là del confine romano, avevano seggio in quell'Assemblea? _Due_ forse;
Garibaldi e il generale Ferrari; e Garibaldi era partito per Rieti. Noi,
Saliceti, Cernuschi, Cannonieri, Dall'Ongaro e io, fummo eletti più
tardi.

E come accolsero le popolazioni il doppio decreto dell'Assemblea?
Insorse, per tutta quanta l'estensione del territorio romano, un solo
tentativo di resistenza, un solo indizio di parere discorde, una sola
voce che protestasse in favore della potestà decaduta? Non una. Alcuni
carabinieri, collocati sulla frontiera napoletana, si fecero disertori;
forse temevano, a torto, tristi conseguenze degli imprigionamenti
eseguiti sotto Gregorio. Ma fu fatto isolato. Città, campagne,
salutarono con gioja sentita l'èra repubblicana. I vecchî municipî,
eletti sotto il governo papale, mandarono la loro adesione come la
mandarono più dopo i nuovi eletti per voto universale l'undici marzo.
Rimaneva a Pio IX qualche individuo amico, non uno al governo del papa.

E dopo la giornata del 30, quando il governo repubblicano, imminente la
quadruplice invasione, e concentrate le truppe in Roma, non serbava
influenza se non morale sulla provincia--fra i terrori della crisi
finanziaria e gli sforzi dei pochi retrogradi--l'elemento conservatore
dello Stato rinnovò spontaneo l'adesione alla forma repubblicana.
Bologna, Ancona, Perugia, Civitavecchia, Ferrara, Ascoli, Cesena, Fano,
Faenza, Forlì, Foligno, Macerata, Narni, Pesaro, Orvieto, Ravenna,
Rieti, Viterbo, Spoleto, Urbino, Terni, duecento sessantatrè municipî
mandarono a Roma indirizzi, dichiarando in nome dei popoli che
l'abolizione del potere temporale e la repubblica erano condizioni di
vita allo Stato.

L'Assemblea costituente, numerosa di 150 membri e se non per intelletto,
per core almeno, parte eletta della nazione, sedeva permanente, fino al
giorno in cui la forza brutale, violando doveri e promesse di Francia,
veniva a discioglierla. Essa dettava o approvava quanto fu fatto dal 9
febbrajo sino al 2 luglio.

E chi governava in suo nome? furono elementi indigeni o forestieri?

Prima un Comitato esecutivo: due romani, Armellini e Montecchi; un
napoletano, Saliceti; poi, il Triumvirato: proporzione identica di
elementi. Ma inferiormente al potere, quanti applicano e vivificano il
concetto primo, quanti amministrando, sciogliendo le questioni
individuali, operando ad ogni ora, esprimono e modificano il paese,
furono romani. Il presidente del Consiglio sotto il comitato esecutivo,
Muzzarelli;--il ministro di grazia e giustizia, Lazzarini;--quello degli
esteri, Rusconi;--i ministri dell'interno, Saffi e Mayr;--delle finanze,
Guiccioli e Manzoni;--dei lavori pubblici, Sterbini e Montecchi;--della
guerra, Campello e Calandrelli, appartenevano tutti agli Stati romani.
La sicurezza pubblica fu successivamente affidata a Mariani, Meucci,
Meloni, Galvagni, romani. Un romano, Sturbinetti, tenne la pubblica
istruzione; un romano, la direzione del debito pubblico;--quella dei
lavori statistici,--la presidenza della Corte suprema,--il segretariato
del governo,--la direzione degli ospedali,--la zecca. A una commissione
composta di sette membri, Sturbinetti, Piacentini, Salvati, Meucci,
Allocatelli, Spada, Castellani, romani tutti, fu commessa la
sovraintendenza sulle domande d'impieghi. Non un preside, non un solo
impiegato in provincia, che non fosse suddito nato dello Stato. In tutta
la serie degli impiegati superiori, io non trovo dal primo all'ultimo
giorno della repubblica che due soli stranieri, Avezzana, ministro di
guerra, e Brambilla, membro della commissione di finanze; e romani erano
i due colleghi di quest'ultimo, Costabili e Valentini.

E l'esercito?

Il piccolo esercito repubblicano, concentrato ai tempi dell'assedio in
Roma contava: il primo reggimento di linea, colonnello de Pasqualis:--il
secondo, colonnello Caucci-Molara;--il terzo, colonnello Marchetti,
romani tutti ufficiali e soldati;--due reggimenti leggieri, il primo
comandato da Masi, lo stesso che il signor de Corcelles, nel suo
dispaccio del 12 giugno, tenta far credere forestiero; il secondo
condotto da Pasi; ed ambi romani.--la legione romana--i bersaglieri
comandati da Mellara, morto per molte ferite, romani--i pochi reduci
romani--il battaglione Bignami, romano--il reggimento dell'Unione,
romano--i carabinieri, romani--i dragoni, romani--il Genio,
romano--l'artiglieria, romana.

E romani erano non solamente i capi nominati finora, ma i due Galletti,
Bartolucci, i colonnelli Pinna, Amedei, Berti Pichat, il generale in
capo Roselli, i capi dell'intendenza Gaggiotti e Salvati, i principali
impiegati nel ministero dell'armi.

Quali dunque erano gli _stranieri_?

Garibaldi e la sua legione: 800 uomini.

Arcioni e la sua legione degli emigrati: 300 uomini.

Manara--morto per la libertà--e i suoi bersaglieri lombardi, 500 uomini.

I Polacchi: 200.

La legione straniera: 100 uomini.

Il pugno di prodi che, duce Medici, difese il Vascello.

Otto, forse, uffiziali di stato maggiore.

Duemila uomini al più; no, la cifra fu minore d'assai: il corpo
d'Arcioni racchiudeva un terzo almeno di elementi esciti dalla provincia
romana:--il nucleo di cavalleria appartenente alla legione Garibaldi e
comandato dal bolognese Masina, morto sul campo, si componeva pressochè
tutto d'indigeni: l'infanteria Garibaldi spettava per metà quasi al
paese.

Da 1400 a 1500 uomini; a questo si limita la cifra degli _stranieri_
accorsi alla difesa di Roma: da 1400 a 1500 uomini sopra un insieme di
14 000; perchè--giova che l'Italia lo sappia--soli 14 000 uomini,
giovine esercito senza esperienza, senza tradizione, sorto per così dire
di mezzo alla pugna, tennero fronte per due mesi a 30 000 soldati di
Francia.

Tutto ciò v'era noto; _poteva_ almeno, dunque _doveva_ esservi noto, o
signori; e nondimeno voi gittaste sfrontatamente all'Assemblea la cifra
di 20 000 _stranieri_ siccome prova che quello da voi soffocato per poco
nel sangue non era il pensiero di Roma; e su quella parola, su quella
cifra inventata, s'aggomitola metà della vostra argomentazione!
_Stranieri!_ Io chiedo perdono alla mia patria d'avere, insistendo
sull'orme vostre, innestato in queste pagine l'esosa parola. Come?
_Stranieri_ in Roma i Lombardi, i Toscani, i nati d'Italia! E l'accusa
move da voi, da voi Francesi, da voi che a risollevare il vecchio trono
papale, v'appoggiate sulle bajonette austriache e spagnuole!

La gioventù di tutte le nostre provincie mandava, un anno addietro, i
suoi migliori, come a convegno d'onore, sui campi lombardi; ma io non
ricordo che Radetzky li chiamasse mai, nei suoi proclami, stranieri. La
negazione assoluta della nazionalità italiana era serbata al governo del
nipote dell'uomo che proferiva a Sant'Elena quelle parole: _per unità di
letteratura, di costumi, di lingua, l'Italia è destinata a formare una
sola nazione_.


II.

L'accusa di violenza, di terrore eretto in sistema, gittata contro il
governo repubblicano, è accusa oggimai smentita solennemente dai fatti
della difesa. Non si comanda col terrore l'entusiasmo a tutto un popolo
armato[99]; e voi siete, signori, nel bivio di calunniare il valore
dell'armi francesi o di confutarvi da per voi stessi--di dichiarare che
_pochi_ faziosi, costretti a comprimere una popolazione di 160 000
anime, valsero per due mesi a combattere, a vincer sovente l'esercito
vostro, o di confessare, a salvarvi dalla taccia d'imbecillità e
codardia, che governo, popolo, guardia nazionale ed esercito, erano in
Roma affratellati in un solo pensiero di libertà e di guerra ai nemici
della repubblica. Pur giova parlarne, tanto almeno che voi non possiate
ripetere la stolta accusa senza ch'altri possa dirvi: la _vostra
menzogna è premeditata_.

Lasciate da banda l'assassinio tante volte ipocritamente citato di
Rossi. La repubblica decretata il 9 febbrajo 1849 non deve scolparsi
d'un fatto accaduto il 16 novembre 1848, quando la parte principesca, la
parte dei _moderati_ settatori di Carlo Alberto, teneva il campo e
cacciava o condannava ad assoluto silenzio gli uomini di fede
repubblicana; nè alcuno in Italia accusa le vostre rivoluzioni di
procedere dall'assassinio perchè il duca di Berry cadea di pugnale e
cinque o sei tentativi di regicidio si succedevano nel volger di due
anni in Parigi. Attenetevi ai fatti generali che contrassegnano in ogni
tempo e in ogni luogo i sistemi che s'appoggiano sulla violenza. Potete,
signori, citare, pei cinque mesi a un dipresso di governo repubblicano,
_una sola_ condanna a morte per cagione politica? _un solo_ esilio
intimato per sospetto politico? _un solo_ tribunale eccezionale
instituito in Roma per giudicare colpe politiche? _un solo_ giornale
sospeso per ordine governativo? _un solo_ decreto diretto a vincolare la
libertà della stampa anteriore all'assedio? Citate. Citate le leggi
ordinatrici del terrore: citate i bandi feroci; citate le vittime--o
rassegnatevi al marchio dei mentitori.

«La bandiera repubblicana inalzata in Roma dai deputati del popolo»--noi
dicevamo in una delle nostre dichiarazioni--«non rappresenta il trionfo
d'una frazione di cittadini sopra un'altra: rappresenta un trionfo
comune, una vittoria riportata da molti, consentita dalla immensa
maggiorità del principio del bene su quello del male, del diritto comune
sull'arbitrio dei pochi, della santa eguaglianza che Dio decretava a
tutte l'anime sul privilegio e sul dispotismo. Noi non possiamo essere
repubblicani senza essere e dimostrarci migliori dei poteri
rovesciati... Noi non siamo governo d'un partito, ma governo della
nazione... Nè intolleranza, nè debolezza. La repubblica è conciliatrice
ed energica. _Il governo della repubblica è forte; quindi non teme._» In
queste linee stava il programma repubblicano; nè fu mai violato, siccome
i vostri, o ministri di Francia, dagli uomini che amministrarono tra noi
la repubblica.

Ed eravamo forti: forti dell'amore dei buoni--e i tristi fra noi son
pochissimi--forti del consenso dei cittadini ben altrimenti che voi non
siete, signori. Noi non avevamo per mantenerci bisogno di porre lo stato
d'assedio alla capitale: di sciogliere guardie nazionali; di riempir le
prigioni; di cacciarvi, misti agli altri, i rappresentanti del popolo;
di condannare a deportazione centinaja d'uomini di lavoro; di
ricingerci, a comprimer gli altri, di cannoni e soldati. La nostra
capitale era lieta, festosa sotto il peso dei sacrifici che ogni
mutamento di stato impone, tranquilla, serena, quando la presenza del
vostro esercito sotto le mura provocava alle audacie i malcontenti, se
malcontenti fossero mai stati in Roma. La nostra guardia nazionale dava
oltre a 7000 uomini al servizio attivo per entro la città e sulle mura.
Le nostre prigioni erano pressochè vuote d'accusati politici: due o tre
individui fondatamente sospetti di contatto col vostro campo: due o tre
cardinali côlti in delitto flagrante di cospirazione, e un ufficiale,
Zamboni, reo di diserzione, stavano soli sotto processo quando il signor
de Corcelles si recò a visitar le prigioni; i cinque o sei detenuti,
Freddi, Alai, e siffatti, da lui trovati in Castel Sant'Angiolo, v'erano
per ordine di Pio IX e per trame contro il _suo_ governo. Gli uomini più
avversi alla repubblica, un Mamiani, un Pantaleoni, passeggiavano liberi
le vie di Roma: al popolo, che ne sospettava, noi ricordavamo che la
repubblica, migliore del principato, teneva inviolabili le opinioni
quando non si traducevano in fatti pericolosi; e il popolo, generoso per
indole e per coscienza di forza, intendeva e rispettava; nè cominciarono
per taluno fra quegli uomini i pericoli se non quando noi non potevamo
più interporre la nostra parola e lo spettacolo della vostra forza
brutale irritava a riazione la moltitudine. Parecchî fra i nostri
cannoni rimasero sovente, per impossibilità di custodia a tutto quanto
il cerchio della città, accessibili a ogni uomo senza un solo soldato
che li guardasse. E fu tal giorno--il 16 maggio quando le nostre truppe
mossero alla volta di Velletri contro l'esercito del re di Napoli--in
cui dalle cinque fino alla mezzanotte la città rimase sprovveduta d'ogni
milizia e affidata al popolo unicamente. La truppe francesi erano a poca
distanza dalle nostre mura. Noi facemmo ritrarre dalle porte del palazzo
le poche guardie, richieste altrove. L'amore del popolo ci custodiva. E
nè allora nè mai--tra i disagi d'una crisi finanziaria inevitabile, in
mezzo a privazioni materiali inseparabili dal semi-blocco che le vostre
forze ci stendevano intorno, sotto le vostre bombe come sotto
l'influenza di corruttela che i vostri agenti e quei di Gaeta
s'affaccendavano a esercitare--non un tentativo d'insurrezione fu
operato da quei che il signor Drouyn de Lhuys chiama sfrontatamente gli
_onesti_, non una voce di popolano sorse a dirci: _scendete_. Fazione!
Terrore! Ah! se l'anima vostra, ministri di Francia, serbasse un'ombra
pur di pudore, voi, guardandovi attorno o pensando alle paure e alle
violenze tra le quali vi reggete in Parigi, avreste fuggito
studiosamente quelle parole per temenza ch'altri vi leggesse la _vostra_
condanna.

E se l'Assemblea davanti alla quale parlaste non fosse irreparabilmente
guasta e inaccessibile ad ogni amore di verità--se invece di trascinarsi
servilmente sull'orme del potere qual ch'ei si sia, i membri che
sostengono col voto la vostra politica esterna, avessero, e sia pure
avverso al nostro, un sistema nella mente, un concetto di credenza nel
core--cento voci si sarebbero levate a tumulto in udirvi e v'avrebbero
gridato: «Tacete. Non disonorate le nostre tendenze coll'aperta
menzogna. Che! il vostro primo decreto in Roma instituisce pei fatti
politici tribunali militari, scioglie circoli, governo, assemblea--il 5
luglio vietate ogni anche pacifico assembramento, intimate castighi
_esemplari_, a proteggere le persone aventi relazioni amichevoli colle
vostre truppe--il 6, sciogliete la guardia civica--il 7, ordinate il
disarmamento totale dei cittadini--il 14, sopprimete tutti i
giornali--il 18, fulminate minaccie contro ogni radunanza d'oltre a
cinque persone;--tutti i vostri atti in mezzo a una popolazione che ci
affermate favorevole a voi, e che ci vengono officialmente nel vostro
giornale, son quelli appunto che noi, sulla vostra parola, credevamo
ordinatori di terrore in Roma sotto il governo repubblicano e dei quali
or non troviamo vestigio nella collezione de' suoi decreti; e voi
persistete imprudentemente a gittargli contro un'accusa che ricade su
voi, e a vantarvi restauratori della libertà nella pace e nell'ordine!»

E quei fatti durano tuttavia; durano dopo due mesi dal vostro trionfo. E
le prigioni sono piene zeppe di uomini, i più, rei non d'altro che
d'avere obbedito a chi reggeva, segnati dal dito d'alcune spie alle
vendette sacerdotali. Oltre a cinquanta preti stanno in Castel
Sant'Angiolo, colpevoli d'avere prestato i loro servigi alle ambulanze
repubblicane. In Roma, condanne feroci, condanne di lavori forzosi a
vita, feriscono vilmente ufficiali _subalterni_ di pubblica
sicurezza[100]. In Terni, in Bologna, in Ancona, in Rimini, si fucilano
giovani, perchè detentori di un'arme. Non è forse oggi, nello stato
romano, una famiglia su cinque che non conti uno dei suoi membri
fuggiasco o prigione. Gli uomini della parte che intitolavasi
_moderata_, gli uomini ai quali voi affermate d'esservi diretti ponendo
piede in Roma, sono, per opera vostra, in esilio. Esuli sono Mamiani,
Galeotti, il padre Ventura. Il vostro è lavoro di distruzione: lavoro
eguale a quello che la monarchia compiva in Ispagna nel 1823. Aveste
almeno il coraggio brutale della monarchia! Ma, mandatarî infedeli d'una
idea che non è la vostra, avversi nel segreto alla bandiera nel nome
della quale pubblicamente giurate, cospiratori anzichè ministri, voi
siete condannati a ravvolgervi ipocritamente, premeditatamente, nella
menzogna.


III.

Menzogna nelle asserzioni fondamentali; menzogna nei particolari;
menzogna in voi, menzogna nei vostri agenti; menzogna, arrossisco in
dirlo per la Francia che avete cacciata sì in fondo, negli ultimi a
smarrire la tradizione dell'onore, nei capi del vostro esercito. Avete
vinto colla menzogna, e tentate giustificarvi colla menzogna. Mentiva il
generale Oudinot, quando egli, per illudere le popolazioni e spianarsi,
trafficando sul nostro amore per la Francia, la via di Roma, serbava
fino al 15 luglio intrecciate in Civitavecchia la bandiera francese e la
nostra bandiera tricolore ch'ei sapeva di dover rovesciare. Mentiva
impudentemente affermando in un suo proclama che la maggior parte
dell'esercito romano s'era affratellato col francese, quando tutto lo
stato maggiore diede, protestando, la sua dimissione, quando soli 800
uomini--oggi anch'essi disciolti--accettarono le condizioni di servizio
proposte. Mentiva vilmente quando, dopo avere solennemente promesso in
iscritto di non assalire la città prima del _lunedì_[101] 4 giugno,
assalì nella notte dal sabato alla domenica. Mentiva a noi, trascinato
da una debolezza colpevole, pur temperata dalla speranza di porre
rimedio al male, l'inviato Lesseps, quand'egli ci rassicurava con
promesse continue d'accordo e ci scongiurava a non attribuire importanza
alle mosse francesi dettate, com'ei diceva, unicamente dal bisogno di
porgere sfogo alla insofferenza di riposo nella soldatesca--e intanto, i
vostri si prevalevano bassamente della nostra buona fede a studiare non
molestati il terreno, a collocarsi, a fortificarsi, a occupare
improvvisamente, pendente un armistizio, il punto strategico di Monte
Mario. Mentiva il signor de Corcelles quando, contro la dichiarazione
del municipio romano, quella dei consoli esteri e la testimonianza di
tutta una città, affermava che Roma non era stata bombardata mai: le
bombe piovvero, per molte notti e segnatamente dal 23 al 24 e dal 29 al
30, frequentissime e dannosissime, sul Corso, a piazza di Spagna, al
Babbuino, sul palazzo Colonna, sullo spedale di Santo Spirito, su quello
dei Pellegrini, per ogni dove. Mentite voi, signor Tocqueville, quando,
fidando nell'ignoranza della vostra maggiorità, millantaste _fatto unico
nella storia_ la scelta del punto verso porta San Pancrazio per assalire
la città quasi a maggior salvezza della popolazione e delle abitazioni.
Roma, che presenta a porta San Paolo e a porta San Giovanni un'aperta
campagna, vede appunto a porta San Pancrazio accumularsi popolo e case;
porta San Pancrazio fu scelta perchè si mantenessero con rischio minore
le comunicazioni con Civitavecchia, e perchè, mentre dagli altri punti
era forza scendere a una temuta battaglia di popolo e di barricate, da
quella di San Pancrazio il Gianicolo, signoreggiando Roma, offriva il
destro di vincerla con guerra, non d'uomini, ma di bombe e cannoni.
Mentiste tutti, o signori, da colui ch'è primo tra voi sino all'ultimo
de' vostri agenti, a noi, all'Assemblea, alla Francia e all'Europa,
quando deste ripetutamente, dal primo giorno della nefanda impresa sino
a jeri, promesse di protezione, di fratellanza, di libertà che avevate
fermo in animo di tradire.


IV.

Stretti in concerto con Gaeta, colla Spagna e coll'Austriaco, deliberati
di rovesciare ogni segno di libertà repubblicana in Roma, e dopo avere
lungamente cospirato tanto da illudervi a credere che la riazione
retrograda avrebbe tra noi secondato le vostre mire, voi mendicaste i
sussidî all'Assemblea, ingannandola--e risulta irrepugnabilmente dalle
discussioni posteriori--sull'intento della spedizione. E ingannaste la
commissione incaricata d'interrogarvi, i soldati ai quali persuadeste in
Tolone che li guidavate a battersi contro gli Austriaci; gli abitanti di
Civitavecchia fra i quali scendeste, come ladro mascherato, con due
proclami, uno dei quali distruggeva l'altro; poi, quando la giornata del
30 commosse gli animi a sdegno, di bel nuovo l'Assemblea, mandando
Lesseps a eseguire il decreto del 7 e scrivendo lo stesso giorno al
generale Oudinot che tenesse fermo e avrebbe rinforzi; poi il vostro
inviato medesimo, dandogli istruzioni che lo autorizzavano a fare
secondo il concetto dell'Assemblea e ingiungendogli nondimeno di
mantenersi in accordo con Rayneval che aveva istruzioni direttamente
contrarie; poi noi; poi tutti--oggi forse ingannate il Papa, al quale
prometteste ridare, senza condizioni, l'autorità e che ora, non sapendo
come farvi perdonare dalla Francia d'averla disonorata, vorreste ridurre
a proconsole costituzionale dipendente dalla vostra politica. Pur
nondimeno non avete saputo architettare così bene le vostre menzogne che
non esca dalle vostre stesse parole diritto perenne in noi di rivolta e
condanna assoluta di nullità per quanto avete operato, per quanto
opererete, senza consultar legalmente la volontà del popolo da voi
manomesso.

Il preambolo della vostra Costituzione, nell'art. 5, vi grida: LA
FRANCIA RISPETTA LE NAZIONALITÀ STRANIERE.... ESSA NON IMPIEGA MAI LE
SUE FORZE CONTRO LA LIBERTÀ D'ALCUN POPOLO. E strozzati da
quell'articolo che vorreste, ma non osate ancor lacerare, mancanti a un
tempo di coscienza della virtù e dell'energia della colpa, avete
balbettato parole che l'Europa ha raccolto e ch'oggi sono tortura
all'anima vostra.

Odillon Barrot, l'uomo che aveva, il 31 gennajo 1848, affermato
il diritto assoluto d'ogni Stato italiano alla libertà e
all'indipendenza[102]--dichiarava alla commissione dell'assemblea
_che il pensiero del governo non era di far concorrere la Francia
alla distruzione della repubblica in Roma... e ch'esso opererebbe
libero d'ogni solidarietà con altre potenze_. E quando il relatore
della commissione riferiva il 16 aprile all'Assemblea queste
dichiarazioni, il presidente del Consiglio diceva: _Io non rinnego
una sola delle parole da me pronunziate davanti alla commissione e
riferite a quest'Assemblea_. E insisteva: _Noi non andremo in
Italia per imporre un governo, nè quello della repubblica, nè
altro... Noi non vogliamo usare delle forze della Francia per
difendere in Roma una o altra forma di governo: no! L'intento
nostro è quello d'essere presenti agli eventi che possono
compiersi nel doppio interesse della nostra influenza e della
libertà che può correre rischio_.

La dichiarazione del corpo d'occupazione francese al preside di
Civitavecchia, in data del 24 aprile, affermava che il governo francese
_rispetterebbe il voto della maggiorità delle popolazioni romane... e
non imporrebbe mai ad esse forma alcuna di governo_.

Il 26, il generale Oudinot ripeteva che _lo scopo dei Francesi non era
quello d'esercitare una influenza opprimente nè d'imporre ai Romani un
governo contrario al loro voto_.

Il 7 maggio, il presidente del Consiglio dichiarava all'Assemblea che
_quei proclami, lavoro del ministro degli esteri, racchiudevano tutto
quanto il concetto della spedizione_.

_Noi non dovevamo marciar su Roma_--diceva il relatore della
commissione--_che per proteggerla contro un intervento straniero e
contro gli eccessi d'una controrivoluzione.... come protettori_--e
citava l'espressione usata dal presidente del Consiglio in seno alla
commissione--_o com'arbitri richiesti_.

_L'Assemblea non voleva_--ripeteva lo stesso giorno Odillon
Barrot--_che sotto la pressione diretta dell'Austria l'influenza
contro-rivoluzionaria conquistasse Roma_.

E il ministro degli esteri confermava: _lo scopo della spedizione_--ei
diceva--_era quello d'assicurare alle popolazioni romane le condizioni
d'un buon governo, d'una buona libertà, condizioni che sarebbero state
compromesse dalla riazione o dall'intervento straniero_. E negava che si
fosse dato ordine al generale Oudinot d'assalire la repubblica romana;
negava che il generale avesse intimato al governo romano d'abbandonare
il potere.

Allora interveniva il voto solenne dell'Assemblea: l'ASSEMBLEA NAZIONALE
INVITA IL GOVERNO A FAR SENZA INDUGIO GLI ATTI NECESSARI PERCHÈ LA
SPEDIZIONE D'ITALIA NON SIA PIÙ OLTRE SVIATA DALLO SCOPO ASSEGNATOLE.

E d'allora in poi, ministri di Francia, ad ogni istante, attraverso i
passi che movevate verso il vostro intento segreto--nelle parole da voi
prescritte al vostro inviato, la cui scelta doveva essere all'Assemblea
prova delle vostre liberali intenzioni--in tutte le conferenze con noi
tenute dai vostri agenti--nei progetti d'accordo[103] architettati fra
il signor Lesseps o il generale Oudinot, il 16 e il 18 maggio--nel
linguaggio del signor de Corcelles: _La Francia non ha che uno scopo; la
libertà del pontefice, la libertà degli Stati romani e la pace del
mondo_ (lettera del 13 giugno)--sempre il vostro governo, esplicitamente
o implicitamente, accennò, come a sorgente d'ogni diritto, alla volontà
delle nostre popolazioni e promise il libero voto.

A voi solo, signor Falloux, spetta il tristissimo onore d'aver primo,
nel vostro discorso del 7 agosto, dichiarato all'Europa che la Francia
avea fino a quel giorno mentito. La vittima era allora stesa a terra e
col pugnale alla gola.

Pur le vostre tarde dichiarazioni del _vero_ intento della spedizione,
non cancellano, signori, le ripetute promesse del vostro governo. Il
popolo di Roma ha diritto di gridarvi: _Attenetelo!_ E noi che vi
conosciamo d'antico, noi consapevoli dei vostri disegni e della
necessità che si chiariscano interi perchè i buoni tuttora illusi
v'abbandonino e cerchino salute altrove, abbiamo debito di gridarvi e vi
grideremo, checchè facciate, ogni giorno: «Attenetele! quale pretesto
può rimanervi a non attenerle? Roma è libera in oggi d'ogni _straniero_,
d'ogni _fazioso_. Gli uni son morti sotto le palle delle vostre carabine
di Vincennes, sul campo: gli altri errano nell'esilio. Gli _onesti_ sono
riconfortati, riordinati: essi sanno che tutti i gabinetti, anche il
gabinetto repubblicano di Francia, sono pronti a operare in loro difesa,
e il popolo sa quanti pericoli importi nell'avvenire l'espressione del
suo intimo voto. Osate or dunque, rifate la prova. Date al popolo il suo
libero voto. Ritraetevi: fate che l'armi dei vostri alleati, compita in
provincia la missione assegnatavi nella capitale, si ritraggano
anch'esse; e chiamate per mezzo d'un governo provvisorio, i cittadini a
dichiarare l'animo intorno al potere temporale del papa e alle
instituzioni che devono reggere la nazione. Noi lontani, profughi per
opera vostra, accettiamo l'esperimento. Accettatelo voi pure--o, anche
una volta, rassegnatevi al marchio dei mentitori.»


V.

Voi nol farete; non potete farlo: voi sapete che dall'esperimento
escirebbe oggi ancora la vostra condanna, e la rovina de' vostri
disegni. Tendenti a rovesciare la repubblica in Francia e vogliosi
d'educare i vostri soldati a far fuoco sulla sua bandiera, voi non
potete sottomettervi al rischio di vederla, per voto di popolo, rialzata
fra noi. Deboli sino alla viltà nella vostra diplomazia e nondimeno
trafitti di vergogna per la parte che recitate in Europa e inquieti
sull'opinione dei vostri concittadini, voi credeste conciliare paura,
intento e apparenza di forza, cacciandovi, a far prova di azione, sopra
una piccola nascente repubblica, ed oggi v'illudete a credere che alcuni
ordini del giorno datati da Roma accarezzino l'orgoglio e le tendenze
guerresche del vostro popolo. Il vostro presidente abbisogna dei voti
della parte cattolica; e voi tutti avete, pei vostri concetti, bisogno
che il principio dall'_autorità_ per arbitrio di privilegio possa,
quando che sia, richiamarsi all'esempio d'una instituzione religiosa.
Però rimarrete. Rimarrete quanto potrete, sapendo che la forza straniera
può sola impedire una seconda rivoluzione. Rimarrete esosi agli uni ed
agli altri, trascinandovi di raggiro in raggiro, di protocollo in
protocollo, impotenti a reprimere la riazione pretesca da un lato o il
malcontento popolare dall'altro, peggiorando, non modificando la
situazione, intricando più sempre la questione diplomatica, lasciando
nei termini ove si sta la politica e suscitando la religiosa. L'Europa
saprà che voi siete non solamente tristi ma inetti, e che avete
trascinato il bel nome di Francia e l'onore dell'armi vostre nel fango
per fallire a un tempo al vostro programma pubblico ed al segreto, per
procacciarvi le maledizioni dei popoli senza ottenere riconciliazione e
fiducia dai loro oppressori.

Perchè il nome e l'onore di Francia _sono_ nel fango; non solamente per
l'iniquo fatto, ma pel modo del fatto; non solamente per la violazione
sfacciata del programma di non intervento e d'indipendenza
internazionale scritto sulla bandiera della nazione e ripetuto da tutti
i ministri del suo governo--non solamente per la codarda oppressione
esercitata dall'armi francesi unite colle napoletane, colle austriache,
colle spagnuole, a danno d'uno Stato, pressochè inerme, di popolazione
grandemente inferiore al più piccolo dei quattro Stati invadenti--non
solamente per tutte le promesse di libertà, di pace, d'ordine, ad una ad
una tradite--ma pei menomi particolari dell'impresa. Io non so d'alcun
periodo nella storia moderna, tranne forse quello dello smembramento
della Polonia, nel quale in così breve tempo si siano accumulate tante
turpezze sul nome d'una nazione che mormora la parola di libertà. Come
se la coscienza della colpa facesse smarrire a chi la commette ogni
senso di dignità e la corruttela dei promotori si trasfondesse
fatalmente negli inferiori, l'immoralità ha contrassegnato quasi ogni
atto dal primo giorno dell'occupazione fino al giorno in cui scrivo. E
mentre un ministro scendeva sì basso da inserire nella _copia_[104]
delle istruzioni date al signor Lesseps, comunicata recentemente al
consiglio di Stato, un'espressione che ne muta il senso, io vedeva e
ordinava s'imprigionassero due uffiziali venuti in qualità di
parlamentari e i quali, abusando della nostra generosa fiducia,
staccavano i piani dei nostri lavori nella città; mentre il generale
Oudinot disarmava e costituiva prigionieri in Civitavecchia, senza che
alcuna ostilità avesse avuto luogo e quando le due bandiere stavano
congiunte per opera dei Francesi sull'albero della libertà, i cacciatori
Mellara, un uffiziale superiore francese s'avviliva più tardi a
strappare colle proprie mani, nella chiesa e in mezzo alle esequie, la
coccarda italiana di sul petto al cadavere del loro colonnello. Ah! noi
potremmo perdonarvi, ministri di Francia, il male incalcolabile che non
provocati ci avete fatto, i nostri dolori, i nostri fratelli caduti o
dispersi, l'indugio stesso recato alla nostra futura emancipazione: ma
una cosa non potremo mai perdonarvi: l'avere per lunghi anni disonorato
il nome della nazione, alla quale tutti noi guardavamo come alla nazione
emancipatrice: l'avere colla menzogna, col materialismo delle promozioni
e coll'esempio dei capi corrotto i soldati di Francia a farsi carnefici
dei loro fratelli in nome del papa ch'essi disprezzano e a fianco
dell'Austria che aborrono; l'avere ridotto per essi a simbolo senza
significato, a idolo materiale da seguirsi ciecamente dovunque conduca,
una bandiera che porta i segni d'un'idea, d'una _fede_; l'aver seminato
l'odio lento e difficile a spegnersi tra due popoli che ogni cosa
spingeva ad amarsi, tra i figli di padri ch'ebbero insieme su tutti i
campi d'Europa il sacramento della gloria e dei patimenti; l'aver dato
una mentita brutale al santo presentimento della fratellanza dei popoli
e dato ai nemici del progresso e dell'umanità la gioja feroce di veder
la Francia, scesa alla parte di sgherro esecutore dei loro concetti,
ferire la nazionalità italiana di fronte e l'Ungheria a tergo per
beneplacito dell'Austria e dello Tsar.


VI.

Uomini senza core e senza credenza, ultimi allievi d'una scuola che
incominciando dal predicare l'atea dottrina dell'arte per l'arte ha
conchiuso nella formula del _potere pel potere_, voi avete da molto
smarrito ogni intelletto di storia, ogni presentimento dell'avvenire. La
vostra mente è immiserita dall'egoismo e dal terrore d'un moto europeo
che nessuna potenza umana può arrestare, che consentito e diretto potea
svolgersi pacificamente e che la vostra colpevole resistenza muterà
forse pur troppo in elemento di guerra tremenda. Voi eravate oggimai
incapaci d'intender coll'anima la grandezza del risorgimento italiano
albeggiante da Roma, dalla Roma del Popolo. Ma quali erano le vostre
speranze quando decretaste la guerra fraterna? Spegnere, ferendola al
core, la rivoluzione nazionale? E non dovevate avvedervi che ogni
resistenza opposta all'armi vostre da Roma, e il solo fatto del vostro
movervi a lega con tre governi per comprimerne i moti, avrebbero dato
consecrazione incancellabile al dogma della nostra unità e fatto
religione di quella parola ROMA a tutta quanta l'Italia? Rifare un trono
al papa? Al _papa_ colle _bajonette_? Al _papa_ un trono
_costituzionale_? Ogni trono può rifarsi per un tempo colle bajonette,
non quello del capo dei _credenti_. E la più semplice logica v'insegnava
che il papa non _può_ essere se non monarca assoluto. Due mesi dal
giorno in cui scrivo v'insegneranno che avete, in tutti i sensi, fallito
all'intento.

Voi volevate, lo dite almeno, impedire che rinascessero negli Stati
romani gli antichi abusi; e gli antichi abusi rinasceranno inevitabili
l'un dopo l'altro, tanto più fieri quanto più cancellati per cinque mesi
dal governo repubblicano e minacciati nell'avvenire. Voi non potete
mutare le abitudini, le tendenze, i bisogni all'aristocrazia del clero;
non potete cancellare l'aborrimento che il popolo nutre per essa; e non
potete appoggiarvi sopra una parte _moderata_, intermedia, che in Roma
non esiste. Potrete dettare provvedimenti; ma l'inesecuzione delle leggi
fu sempre, è, e sarà la piaga mortale negli Stati romani. E questa
inesecuzione, dipendente dalla natura degli elementi che costituiscono
il potere escludente la severa responsabilità, crescerà di tanto quanto
più per opera vostra all'agitazione legale e pubblica si sostituirà di
bel nuovo la guerra extra-legale delle associazioni segrete, e Dio nol
voglia--alla condanna delle leggi il pugnale del popolano irritato e
disperato di giusta difesa. La miseria, la fatale rovina delle finanze e
l'anarchia, inseparabile dal disprezzo in che si tengono i reggitori,
aspreggieranno la contesa fra i diversi elementi che compongon lo Stato.
Intanto avete il vecchio governo ripristinato senza condizioni; le
commissioni per ispiare, retroagendo, i fatti politici; e gli uomini,
non di Pio IX, ma di papa Gregorio, padroni in Roma e nella provincia.

Voi volevate mantenere, accrescere l'influenza francese in Italia; e
l'avete perduta: perduta coi popoli, ai quali avete iniquamente e
ingratamente rapito libertà e indipendenza: perduta cogli oppressori dei
popoli per ciò appunto che li avete liberati, scendendo ad allearvi con
essi, dai timori che inspiravate: perduta coi satelliti del papato,
perchè la condizione vostra in faccia alla Francia vi costringe a
nojarli con suggerimenti di concessioni, ch'essi non ammettono nè
possono ammettere senza scavarsi, rinnegando il _principio_ che li
sostiene, la sepoltura. L'influenza vostra in Italia consisteva nelle
speranze che i popoli s'ostinavano a nudrire sul conto vostro e nella
spada di Damocle che tenevate sospesa sul capo dei principi. Or siete
sprezzati dagli uni, e aborriti come ingannatori perpetui dagli altri.
Il nome francese è segno di scherno da un punto all'altro d'Italia e lo
sarà finchè fatti decisivi, innegabili, non dicano al mondo che la
Francia è ridesta alla coscienza della propria missione.

Voi volevate da ultimo riedificare trono e ridar lustro al papato: e io
vi dirò a che riescite. Voi avete suscitato la questione religiosa e
dato l'ultimo colpo a una instituzione cadente. Voi avete voluto salvare
il _re_ e avete ucciso il _papa_, struggendone il prestigio morale
coll'ajuto dell'armi, avvilendolo davanti all'Italia, sola arbitra vera
della questione religiosa, coll'appoggio straniero, e cacciando fra lui
e le moltitudini un torrente di sangue. Il papato affoga in quel sangue.
Unico modo a salvarlo per un tempo ancora, unico modo per sottrarlo alla
pressione straniera che gli è rovina, era quello di strapparlo dalla
sfera delle influenze politiche alla più pura e indipendente dell'anime.
Voi avete or chiusa per sempre quell'ultima via di salute. Il papato è
spento; Roma e l'Italia non perdoneranno mai al papa l'avere, come nel
medio evo, invocato le bajonette straniere a trafiggere petti italiani.

Voi cominciate, signori, a intendere queste cose in oggi. Il vostro
gabinetto cela segreti di sconforto, d'illusioni sfumate, di politica
oscillante fra Parigi e Gaeta, che un prossimo avvenire rivelerà. Voi
sentite le vendette di Roma.

La repubblica romana è caduta; ma il suo diritto vive immortale,
fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura
evocarlo. La questione politica è intatta. L'Assemblea costituente
romana, dichiarando ch'essa intendeva cedere unicamente alla forza,
senza accordi e transazioni colpevoli, vi rapiva ogni base d'azione
legale. Noi non abbiamo capitolato. Il diritto di Roma esiste potente
come al giorno in cui fu decretata la forma repubblicana. La disfatta
non ha potuto mutarlo. Il voto delle popolazioni legalmente e
liberamente espresso rimane condizione di vita normale, alla quale
nessuno può omai più sottrarsi.

Voi non osaste negare quel diritto, mendicaste solamente pretesti ad
attenuarne o renderne dubbia l'espressione nel passato. E la disfatta di
quella che voi chiamate, imposturando, _fazione_, rimovendo, anche
nell'opinione di quei che vi prestano fede, ogni ostacolo alla libertà
delle popolazioni, ha reso il diritto del voto più sacro e più urgente.

Per noi, per quelli che con noi sentono, il diritto di Roma ha ben altre
radici e ben altre speranze che non le locali. Le radici del diritto di
Roma abbracciano nelle loro diramazioni tutta quanta l'Italia: le
speranze di Roma sono le speranze della nazione italiana, che nè il
vostro nè l'altrui divieto può far sì che non sorga.

Dio decretava quel sorgere dal giorno in cui, superate ad una ad una
tutte le delusioni monarchiche, espiati col martirio gli errori di leghe
e federazioni che una bastarda dottrina cercava impiantare fra noi,
l'istinto italiano inalzò sull'antico Campidoglio la bandiera
unificatrice, e dichiarò che Dio e il Popolo sarebbero soli padroni in
Italia!

Roma è il centro, il core d'Italia, il palladio della missione italiana.

E la città che cova forse tra le sue mura il segreto della vita
religiosa avvenire, può sostenere pazientemente il breve indugio che
l'armi vostre hanno inaspettatamente frapposto allo svolgersi de' suoi
fati.


VII.

Voi siete ministri di Francia, signori: io non sono che un esule. Voi
avete potenza, oro, eserciti e moltitudini d'uomini pendenti dal vostro
cenno; io non ho conforti se non in pochi affetti, e in quest'alito
d'aura che mi parla di patria dall'Alpi e che voi forse, inesorabili
nella persecuzione come chi teme, v'adoprerete a rapirmi. Pur non vorrei
mutar la mia sorte con voi. Io porto con me nell'esilio la calma serena
d'una pura coscienza. Posso levare tranquillo il mio occhio sull'altrui
volto senza temenza d'incontrar chi mi dica _Tu hai deliberatamente
mentito_. Ho combattuto e combatterò senza posa e senza paura dovunque
io mi sia, i tristi oppressori della mia patria: la menzogna, qualunque
sembianza essa vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a
mantenere o ricreare il regno del privilegio, sulla corruttela, sulla
forza cieca e sulla negazione del progresso nei popoli: ma ho combattuto
con armi leali; nè mai mi sono trascinato nel fango della calunnia, o
avvilito ad avventare la parola _assassino_ contro chi m'era ignoto ed
era forse migliore di me.

Dio salvi a voi, signori, il morir nell'esilio; perchè voi non avreste a
confortarvi coscienza siffatta.

    _Settembre 1849._



           ROMA

  E IL GOVERNO DI FRANCIA


La questione di Roma è stata nuovamente oggetto di lunga discussione
nell'Assemblea francese. Per tre sedute, la parte ch'oggi tiene il
potere ha esaurito quanto ha d'ingegno, di sofismi e d'ipocrisia per
giustificare la nefanda impresa e scolparsi davanti alla Francia e
all'Europa. Per tre sedute, gli uomini che stanno al governo o tendono
ad occuparlo--i _dottrinarî_ e i _legittimisti_--hanno tentato, come la
moglie di Macbeth, ogni artificio per cancellare dalle loro mani la
macchia di sangue, dalla loro fronte la macchia di disonore, che la
guerra fratricida v'ha posto; e senza riescirvi. La serva maggiorità lo
sentiva, l'irritazione di chi intende il suo torto e trema d'udire la
verità fremeva nelle interruzioni e in ogni sillaba che veniva dalla
diritta. Ogni tattica di pudore fu dimenticata. S'udirono sdegni contro
chi gittava--ed era un illustre poeta--l'anatema alle ferocie di
Radetzky e d'Haynau; un lungo remore di biasimo accolse chi, parlando di
confisca e d'inquisizione, diceva: _è necessario che lo spirito di vita
dell'Evangelio penetri e rompa la lettera morta di tutte queste
instituzioni diventate barbare_; e l'oratore del cattolicismo balbettò
parole di scusa agli assassinî, che si consumano dall'Austria
nell'Ungheria, chiamandoli rappresaglie. Le menti erano travolte come da
un insistente rimorso. Lo spettro di Roma, come quello di Banquo, le
funestava. Come Garnier de l'Aube a Robespierre, gli _uomini_ della
sinistra avrebbero potuto gridare ai falsi repubblicani: _Il sangue di
Roma v'affoga_.

Noi pubblichiamo tradotta letteralmente dal _Monitore_ l'intera
discussione[105] e lo facciamo per due ragioni: perchè gl'Italiani
v'imparino come, smarrita la fede in un principio e sostituito alla
religione del vero il culto dell'egoismo, si cada in fondo d'ogni
sozzura, e perchè i nostri nemici vedano che, diversi da essi, noi non
temiamo pubblicità d'avverse dottrine. In Roma, quando reggevano i
repubblicani, la stampa era libera: oggi il silenzio assoluto v'è
imposto alla parte nostra. Una circolare del ministro Dufaure vieta con
minaccie severe l'introduzione in Francia dell'_Italia del Popolo_, e i
suoi doganieri, aggiungendo il furto al divieto illegale, confiscano
copie avviate agli Stati Uniti d'America; noi diciamo ai nostri: _Eccovi
le argomentazioni degli uomini che v'hanno tolto la libertà; leggete e
sia maturo il vostro giudizio_.

       *       *       *       *       *

Non so s'io m'illuda; ma credo che per ciò che riguarda coraggio di
verità o schiettezza d'affermazioni, la questione fra noi e gli uomini
del governo francese sia, per gli onesti d'Europa, decisa. Noi possiamo
peccare d'utopia, d'audacia, d'ogni cosa fuorchè di menzogna o di
gesuitismo; e gli uomini che hanno rovesciato la nostra repubblica hanno
tanto cumulo di menzogne, chiarite da tali prove documentate, sulla loro
coscienza, che nessuno oggimai può esiger da noi nuove confutazioni di
vecchie imposture ripetute sfacciatamente dai ministri o dai loro
seguaci nell'ultima discussione. Le nostre mani, le mani di quei che
ressero la repubblica in Roma, sono pure di colpe e di sangue. La
repubblica, proclamata per libero e universale suffragio dai cittadini,
riconfermata di mezzo ai pericoli dell'invasione da pressochè tutti i
municipî, si mantenne senza terrore di giudizî o di proscrizioni,
tollerante e leale al di dentro come prode e leale coi nemici che
l'assalirono dal di fuori: le proscrizioni non cominciarono se non col
trionfo dell'armi francesi. All'Assemblea francese, al popolo di Roma
furono fatte dal governo di Francia, dai suoi inviati, dai capi
dell'esercito, solenni promesse; e furono tutte tradite. La condizione
di Roma in oggi è pretta tirannide. Son fatti questi innegabilmente
provati dalle dichiarazioni del signor Lesseps, dagli atti officiali
della repubblica, da mille testimonianze onorevoli italiane e straniere,
dalle confessioni strappate di bocca a' nostri stessi nemici--e
conquistati d'ora innanzi alla storia.

Io lascio dunque senza commento al giudizio di chi vorrà leggerlo il
discorso del signor Thuriot de la Rosière, e la lunga serie
d'affermazioni sfrontate colle quali intende a provare che in Roma,
clero, capitalisti, proprietarî di mobili ed immobili, artisti,
stranieri, diplomatici, guardia civica, truppe di linea, tutti insomma
erano schiavi ed avversi al Triumvirato: chi dunque, dal 30 aprile al 2
luglio, difese Roma? Ei sa di storia contemporanea come d'antica e non
merita ch'altri spenda parole a combatterlo. E lascio le menzogne
gittate qua e là nel lungo intralciatissimo discorso del signor Odillon
Barrot sulla parte adempiuta dai Francesi in Roma--la protettrice
clemenza estesa dal governo di Francia ai nemici, anzi, come afferma il
signor Thuriot, a me stesso che scrivo--il vanto, a fronte di Cernuschi,
d'Achilli, dei preti che diedero le loro cure ai feriti, dell'esule
napoletano Caputo, del dottor Ripari e d'altri infiniti, d'avere posto
divieto a qualunque imprigionamento--le ampliazioni già ottenute dal
ministero all'amnistia pontificia, quando forse due giorni prima ch'ei
pronunziasse il discorso erano cacciati dal territorio romano anche i
cinque che nell'Assemblea votarono contro il decadimento, anche gli
uomini i quali, come il Calderari dei carabinieri, erano nella milizia
più invisi al popolo perchè sospetti di congiure retrograde--e siffatte.
La lista dei decreti pubblicati via via dal giornale officiale di Roma è
risposta che basta a tutte parole possibili sulla parte sostenuta dalla
Francia in Roma; alle falsità che riguardano la condizione degli spiriti
nello Stato risponde il fatto che, sperperata, imprigionata, esiliata la
parte più energica della popolazione, sciolto l'esercito, disarmato il
paese, non s'osa interrogare il voto dei cittadini, e son necessarî a
impedire l'insurrezione 6000 Spagnuoli, 20 000 Austriaci e 40 000
Francesi.

       *       *       *       *       *

Dalla discussione tenuta nell'Assemblea emergono irrevocabili parecchî
fatti che giova registrare a insegnamento e a conforto:

Che la spedizione francese contro Roma fu ideata ed eseguita
coll'intento di restaurare senza limitazione alcuna di diritto la
sovranità temporale del papa: è confessione _oggi_ di tutti, da Thiers a
Odillon Barrot;

Che l'intento dei negoziati, o meglio--per dichiarazione esplicita del
signor O. Barrot a nome de' suoi colleghi e del presidente--delle
rispettose timide istanze del governo francese, è quello d'ottenere dal
papa concessione d'una consulta che voti l'imposta, consulta nominata
dai consigli municipali e risultante dal principio elettivo al terzo
grado;

Che la lettera del presidente è nulla, capriccio d'inetto o, come
direbbe il signor Barrot, codarda millanteria;

Che, quantunque--sono parole del signor Barrot--_la separazione dei due
poteri, temporale e spirituale, sia per tutta Europa necessaria alla
libertà di coscienza, alla vera e durevole libertà_, non può nè deve
ammettersi per Roma, e che tre milioni d'uomini italiani sono condannati
a starsi eccezione di servitù e negazione di progresso fra le nazioni;

Che il cattolicismo, per bocca del suo oratore, capo della setta in
Francia, ritiene irreconciliabile il papato e la libertà, e non può
accettare restrizione alcuna di consulta e voto d'imposta all'autorità
del governo pretesco;

Che la politica del governo francese non posa oggimai più su principio
alcuno desunto dalla morale e non merita quindi più fede da popoli o da
governi.

E per questo io dissi _a insegnamento e a conforto_: a insegnamento
perchè nessuno dimentichi, che, qualunque sia il nome scritto in fronte
ai decreti di Francia, gli uomini ch'oggi vi reggono, Barrot,
Tocqueville, Thiers, Dufaure e i simili ad essi, son gli uomini della
_monarchia_, i predicatori del sistema misto costituzionale:--a
conforto, perchè un governo senza principio, senza fede in una morale
comune, è condannato a travolgersi rapidamente di crisi in crisi, e
cadere.

       *       *       *       *       *

Senza principio nè fede; ed è tempo, a fronte d'un popolo brutalmente
oppresso e d'un altro disonorato, di dirlo senza riguardi. Spettacolo
più schifoso di quello offerto in oggi dai falsi repubblicani che
maneggiano le cose francesi, non credo possa trovarsi nella storia
dell'ultimo mezzo secolo. Uomini che per quindici anni guerreggiarono
con tutt'armi contro l'elemento del clero; e che sostennero nei loro
libri e nelle loro assemblee come cardine dell'edifizio civile
l'emancipazione dalla potestà spirituale; che lavorarono instancabili,
quantunque ammantandosi d'ipocrisia, da Luigi XVIII fino al 1830, e più
dopo qualunque volta intravvedevano al termine della guerra un
portafoglio di ministero, a dissolvere, a cancellare ogni fede
nell'altare e nel trono; son oggi collegati coi dispersi superstiti del
partito che vinsero per vietare ai popoli di desumere le conseguenze
della vittoria. Eredi bastardi di Voltaire e di Volney, ultimo rampollo
del materialismo del XVIII secolo, e diseredati d'ogni concetto di
_dovere_ e d'avvenire religioso dell'Umanità, sommavano pochi anni
addietro la loro dottrina internazionale nella esosa parola: _ciascuno
per sè; il sangue francese non deve scorrere che per la Francia_--la
loro dottrina di politica interna nella formula negativa: _la legge è
atea_; oggi federati, pur disprezzandoli in core, cogli ultimi fautori
del _diritto divino_ che alla volta loro li sprezzano, inneggiano
congiunti al papa e imposturano parole di venerazione al cattolicismo,
gli uni col piglio ignaziano di Mefistofele, gli altri con amarezza
d'intolleranza domenicana, taluno per nullità d'ingegno servile a tutto
ciò ch'è _fatto_ o lo sembra. Cospiratori, per impazienza di potere,
com'oggi sappiamo sotto Carlo X, taluni d'essi membri di società segrete
repubblicane, pur protestando con calore, in pubblico, riverenza alla
carta monarchico-costituzionale, tremanti e adulatori davanti al popolo
quando sorge nell'onnipotenza rivoluzionaria, poi feudalmente insolenti
quando il leone s'acqueta, cospirano oggi contro l'instituzione
repubblicana alla quale tutti--anche il signor Montalembert--giurarono
fede. Persecutori, per irritazione di rimorso, dei loro antichi
compagni; persecutori, per terrore del vero, di quei che non mutarono
mai credenza o linguaggio; essi mutarono tante volte che non è sillaba
nei loro discorsi dell'oggi alla quale non potesse trovarsi confutazione
in quei d'un anno o di mesi addietro--e cito a pie' di pagina un esempio
per saggio[106].

Son questi i nemici di Roma repubblicana. Ah! ben è vero: la libertà,
come disse un dei loro, non suscita più nel core degli uomini in Francia
quel culto di sagrificio serenamente incontrato, quel santo giovanile
entusiasmo puro di sdegni e vendette, nudrito di fiducia e speranza, che
fremeva anni sono sotto l'alito dell'amore. Ma chi n'è in colpa? Non i
rari fatti consumati dalle insurrezioni su taluno fra gli oppressori,
che noi deploriamo, ma che voi, veneratori di Carlotta Corday, non avete
diritto d'anatemizzare: a quei fatti noi possiamo contrapporre
carnificine regie recenti, e centinaja di vittime scannate ad arbitrio.
Non qualche assurdo esclusivo sistema di sovversione violenta, mormorato
da qualche individuo e rifiutato universalmente da noi, che si
sperderebbe nel soddisfacimento dei veri bisogni del popolo. Se quel
culto si contamina talora di meschine passioni--se quell'entusiasmo
sembra infiacchirsi nello sconforto--spetta a voi tutti la colpa.
Mallevadori delle tristi conseguenze che possono escire da condizioni
siffatte son gli uomini, che, da ormai vent'anni, hanno fatto scuola
della delusione; son gli uomini che, amati un giorno per apostolato di
libere dottrine dai giovani, li hanno freddamente traditi; son gli
uomini che avean detto al popolo: _la libertà è il diritto d'ogni
creatura umana al proprio sviluppo, il mezzo di miglioramento
progressivo alle moltitudini_, e dicono oggi cogli atti loro: la libertà
è l'aristocrazia dell'egoismo potente sostituita a quella del sangue: la
libertà è il monopolio e il privilegio dei forti capitali: la libertà è
la via schiusa agli uffici e al dominio per un piccolo numero d'ingegni
scettici e raggiratori. Non cercate altrove cagioni al dubbio e alle
diffidenze.

Saggio della immoralità alla quale io accenno sono i discorsi
ministeriali sulla questione romana. Alla parte del diritto nessuno
allude. L'inviolabilità della vita d'un popolo, la missione repubblicana
scritta nello parole: _libertà, eguaglianza, fratellanza_ della bandiera
di Francia, non entrano elementi del problema da sciogliersi. _Bisognava
davanti al fatto di Roma_, argomenta il presidente del Consiglio,
_rimanersi inerti, ed era disonore--riconoscer sorella la repubblica
romana, e correr pericolo di guerra europea--o intervenire a suo danno,
e questo scegliemmo. Se noi non facevamo, l'Austria faceva_. Così,
perchè il ferro dell'assassino minaccia un onesto e voi non avete il
coraggio d'interporvi a difenderlo, v'affrettate a vibrar primi il
colpo. Rallegratevi, o signori: il pugnale infitto nel core di Roma è
vostro: ciò che palpita sotto le pieghe della bandiera tricolore di
Francia è una vittima, e voi potete ricevere le felicitazioni di Welden
e del re di Napoli: giungeste primi.

E argomentazione siffatta riscote gli applausi della _diritta_. E quando
taluno rammenta i patti e le promesse dell'intervento, il ministro
risponde con piglio di Brenno: GUAI A CHI È VINTO! _A che parlate di
patti e promesse? La guerra li infranse._ La guerra! ma non fondaste
tutti i vostri discorsi anteriori sull'oppressione esercitata da una
mano di faziosi sulle popolazioni romane? non vi diceste liberatori? non
si facevano più sacre le vostre promesse quando appunto, cacciati quei
pochi, cominciava per voi possibilità di compirle?

       *       *       *       *       *

La Francia ha fatto in Roma quello che l'Austria avrebbe potuto fare: ha
ristabilito il papa nella pienezza del suo potere temporale assoluto;
stolta e nulla è dunque la difesa che poggia sui pericoli che noi
correvamo dall'Austria. Ma erano pericoli insuperabili?

Ho certezza morale--e non sarebbe difficile accumulare gli indizî--che
l'intervento fu concertato a Gaeta fra i quattro governi invasori. Ma or
non importa appurarlo. Che avremmo noi fatto se all'Austria, e non alla
Francia, fosse stato conferito l'incarico di rovesciare la repubblica
romana? Giova, per gl'Italiani, accennarlo.

L'esercito romano sommava dai 14 ai 15 mila combattenti. La divisione
lombarda, forte d'8 000 uomini, era pronta all'imbarco alla nostra
volta: gli ostacoli veri, come ognun sa, non vennero che dai legni da
guerra francesi e dall'impossibilità, dove si fossero superati, di
scendere a Civitavecchia. Stava in Marsiglia un nucleo di legione
straniera assoldata da noi, forte d'800 volontarî, francesi i più. In
Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila
fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in
Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s'aspettavano
dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d'aprile, le forze
repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini.

Gli Austriaci giunsero sotto le mura d'Ancona con soli 12 000 uomini, e
la lunga loro linea d'operazione rimase, per difetto di forze,
sprovveduta, indifesa. Disegno premeditato nostro era quello di fare una
dimostrazione a Tolentino, quindi movere con rapida marcia e rovesciando
ogni ostacolo per la via di Fano, e presentarsi riconcentrati alle
spalle del nemico nelle Romagne. Operazione siffatta, consumata da un
ventotto mila uomini, doveva infallantemente o cacciare gli Austriaci a
fuga precipitosa o distruggere intero quel corpo d'esercito.

O gli Austriaci dunque--e questo è il vero--sentendosi ancora deboli,
ritardavano l'invasione, e ci davano campo di trovarci alla metà del
maggio largamente provveduti di materiale da guerra, e forti d'un 45 000
uomini:--o invadevano, e la repubblica iniziava la difesa del suo
territorio con una prima e certa vittoria. Chi può calcolare le
conseguenze morali d'una vittoria sull'armi austriache, cacciata come
guanto di sfida tra popolazioni frementi di lungo odio contro l'Austria,
e facili all'entusiasmo, chiarite or prodi e vogliose di battersi? A noi
sorrideva nell'animo la speranza di stendere una mano all'eroica Venezia
e ricominciare, poi che la guerra regia s'era spenta in Novara, in nome
di Dio e del Popolo, la guerra sacra dell'indipendenza italiana.
Comunque, l'impresa fidata all'Austria, ricinta di nemici com'era, e
costretta a serbare la più gran parte delle sue forze fra il Piemonte,
la Toscana e la Lombardia, era più che dubbia nell'esito; e il parlarne
come d'impresa infallibile ad uomini che privi di tutte le forze
accennate, e alle quali chiuse il varco Civitavecchia francese,
combatterono la giornata del 30 aprile, e costrinsero in città non
forte, trentamila Francesi a un mese d'assedio, aggiunge il ridicolo
alla coscienza della menzogna.

Ma vi sono fronti, come dice Giorgio Sand, alle quali non è più dato
arrossire.

       *       *       *       *       *

La questione, per ciò che spetta all'invasione, ai motivi e ai
particolari del fatto, è, ripetiamolo, questione oggimai decisa; e noi
possiamo da questo fango di menzogne, di contraddizioni e d'ipocrisie,
levarci a contemplarla in più alta sfera. Gl'inetti eredi della
_dottrina_ si trascineranno come potranno di difficoltà in difficoltà,
di vergogna in vergogna, tentando sempre e inutilmente di transigere tra
i due principî rappresentati in Roma dal Papa e dal Popolo, finchè
piaccia alla Francia o all'Italia di tollerarli. Ma lo scioglimento
della questione non è nelle loro mani.

Lo scioglimento della questione spetta all'umanità. UMANITÀ e PAPATO:
son questi i due termini estremi d'una controversia, inerente
all'educazione progressiva e provvidenziale dello spirito umano, e che
s'agita apertamente in Europa da ormai quattro secoli. Chi muta quei
nomi in _Libertà_ e _Autorità_ fraintende ad arte, o per grettezza di
mente, i termini del problema, falsa gli elementi della decisione, e
assegna all'umanità un carattere d'_opposizione_ che tende a negarne la
stessa essenza.

Unico il signor Montalembert intravvide, nell'Assemblea di Francia,
l'altezza della contesa: sdegnò i particolari, e assalì di fronte, con
coraggio degno di miglior causa, la parte repubblicana: inferiore
anch'egli al soggetto, in virtù appunto dell'errore, ch'io noto. Pur
tanto giova trattar le questioni nella sfera dei principî, che dal suo
discorso scese più luce a rischiarare la vera condizione delle cose e
degli animi, che non da tutti i discorsi ministeriali dall'assedio di
Roma in poi. E noi rendiamo grazie, come Italiani e come repubblicani,
al Montalembert. Egli ci ha dato il programma della parte cattolica; e
questo programma è una solenne conferma delle nostre credenze. Le
transazioni ideate dagli uomini della _dottrina_ son nulle, impossibili.
Il _sint ut sunt_ è anch'oggi il simbolo del cattolicismo. La libertà è
inconciliabile col papato. L'autorità assoluta della chiesa cattolica
incarnata nel papa deve rimanersi qual era ai tempi di Gregorio XVI,
libera d'inspirarsi alla propria coscienza senza vincoli, senza patti,
senza istituzioni che possono menomarla. Così parla l'oratore della
parte cattolica; e perchè quant'ei parla sia il vero dell'avvenire come
è del presente, non gli manca che di cancellare una cosa sola: la
coscienza del genere umano.

E la coscienza del genere umano, superiore al papa e a ben altro; la
coscienza del genere umano, che ha costituito per molti secoli, col
proprio consenso, la potenza e il diritto del papa; protesta in oggi, in
nome, non della Libertà ma dell'Autorità, contro l'instituzione in nome
della quale il signor Montalembert vorrebbe sopprimere il libero
sviluppo della vita romana.

Noi non siamo continuatori di Voltaire e del secolo XVIII. Essi
distrussero, negarono; e perchè distrussero, noi cerchiamo fondare;
perchè negarono, noi affermiamo. L'umanità, oggi come sempre, è
profondamente, inevitabilmente religiosa; e perchè religiosa, move
guerra al papato, forma, fantasma di religione, non religione.

L'accusa d'irreligione, di pura e semplice negazione d'_ogni_ autorità
gittata alla democrazia, è indegna oggimai di chiunque guardi con occhio
imparziale alle sue più pure e potenti manifestazioni. Noi tutti
combattiamo per conquistare al mondo un'autorità; noi tutti invochiamo
il termine d'un periodo di crisi nel quale dei due criterî di verità,
_coscienza dell'umanità e coscienza dell'individuo_, che la provvidenza
ci ha dati, ci rimane solo il secondo. Chiediamo un patto, una fede
comune, un interprete alla legge di Dio. Ma perchè questo patto sia
religioso ed abbia mallevadrici dell'osservanza l'anime nostre, è
necessario che la nostra coscienza lo accetti liberamente: perchè
quest'autorità possa dirigere la nostra vita, è necessario che essa
abbia fede in sè, che il mondo abbia fede in essa, che essa sia _verbo_
d'unità, di progresso continuo, di scoprimento incessante del vero[107].
E diciamo che non uno di questi essenziali caratteri fa sacro in oggi e
fecondo il papato. Il grido di libertà che s'inalza in mezzo ai popoli è
grido d'emancipazione da un'autorità incadaverita, inciampo alla nuova.
Ogni grande rivoluzione è segno di morte a un potere esaurito, e
iniziativa d'un altro che intenda la _vita_ e ne consacri tutte le
manifestazioni a progresso coordinato e pacifico.

Perchè nessuno, nell'assemblea di Francia, pose in questi termini la
questione al signor Montalembert? Perchè non una voce si levò a
gridargli: «Voi poggiate sul vuoto; voi discutete intorno a ciò ch'era e
non è. Il papato, signore, è morto; morto nel sangue: morto nel fango:
morto per aver tradito la propria missione di protezione del debole
contro il potente che opprime: morto per avere da oltre a tre secoli e
mezzo fornicato coi principi: morto per avere crocefisso una seconda
volta Gesù, in nome dell'egoismo, davanti all'aule di tutti governi
tristi, scettici o ipocriti: morto per aver proferito una parola di fede
senza credere in essa: morto per aver negato la libertà umana e la
dignità dell'anime nostre immortali: morto per aver condannato la
scienza in Galileo, la filosofia in Giordano Bruno, l'aspirazione
religiosa in Giovanni Huss e Girolamo di Praga, la vita politica
coll'anatema al diritto dei popoli; la vita civile col gesuitismo, coi
terrori dell'inquisizione, coll'esempio della corruttela; la vita della
famiglia colla confessione fatta spionaggio e colla divisione seminata
spesso tra padre e figlio, fratello e fratello, consorte e marito: morto
pei principî del trattato di Vestfalia: morto pei popoli, dal 1378, con
Gregorio XI, e col cominciar dello scisma: morto per l'Italia dal 1530,
quando Clemente VII e Carlo V, il Papato e l'Impero, segnarono un patto
nefando e trafissero la morente libertà italiana in Firenze, come oggi i
vostri tentarono trafiggere la libertà nascente d'Italia in Roma: morto
perchè il popolo è sorto; perchè Pio IX fugge; perchè le moltitudini gli
maledicono; perchè gli uomini che in nome di Voltaire fecero guerra al
prete per quindici anni, lo difendono in oggi coll'ipocrisia; perchè
voi, signore, ed i vostri, lo difendete coll'intolleranza e colle armi,
e dichiarate che il papato non può vivere allato della libertà! Voi
chiedete a Vittore Hugo, d'additarvi una idea che abbia ottenuto un
culto di diciotto secoli? È quella, signore, che voi giudicate
irreconciliabile col papato e che dura da quando il soffio di Dio trasse
dal nulla l'umanità; l'idea che ha sottratto al vostro cattolicismo metà
del mondo cristiano, l'idea che vi ha strappato Lamennais e il fiore
degli intelletti europei, l'idea di Gesù, la pura, la bella, la santa
libertà, che voi invocavate pochi anni addietro per la Polonia, che
l'Italia invoca oggi, sotto forma e mallevadoria di nazione per sè e che
non può, quando voi non crediate parte di religione il costituire un
popolo-_paria_ nel seno dell'umanità, esser buona cosa per una contrada
e triste per l'altra. Ah! è grave condanna al papato, o signore, grave
conferma alle nostre credenze questa contraddizione che le vostre parole
confessano tra l'eterno elemento d'ogni vita umana e l'instituzione che
dovrebbe, anzichè cancellarlo, benedirgli e promoverlo.

       *       *       *       *       *

È questa contraddizione somma per noi alla negazione, non solamente, del
diritto ingenito nelle popolazioni romane, ma della NAZIONE.

Un anno addietro, i ministri di Francia salutavano come immancabile e
prospero evento lo sviluppo dell'italiana nazionalità. Lamartine
dichiarava _con certezza di non essere smentito mai dai fatti possibili,
che, con intervento di Francia o senza, l'Italia sarebbe libera_;
l'Assemblea costituente _invitava la potestà esecutiva a serbare norma
alla sua condotta il voto unanime dei rappresentanti; emancipazione
d'Italia_. Oggi adoratori dei fatto e della cieca forza che soggioga per
un giorno l'idea, rappresentanti e ministri dimenticano, cancellano la
nazione e trattano la questione siccome puramente locale. Or, la Nazione
e Roma sono una sola cosa per noi. Credono essi spento per sempre il
palpito di ventisei milioni d'uomini che hanno imparato a insorgere, a
vincere, a morire in nome dell'Italia futura? E se credono nell'Italia
futura, credono che la nazione possa vivere un giorno libera e
progressiva col dogma dell'autorità assolata impiantato nella sua
metropoli?

L'Italia futura, la nazione una, è fatto inevitabile in un tempo che non
è lontano. Questa fede italiana annunziata, da Dante in poi, nella vita
e negli scritti dei nostri grandi del pensiero, trasmessa da generazione
a generazione dalle aspirazioni della nostra letteratura, trasmessa di
padre in figlio, negli ultimi trenta anni, in seno alle nostre
fratellanze segrete, e nudrita di sangue e di lagrime, noi non la
sagrificheremo, signori, ai vostri meschini concetti di transazione o
perchè a voi piaccia far poesia sulle rovine d'una instituzione che _fu_
sublime, e anteporre al futuro il passato. Papi, imperatori, oppressori
domestici e gelose potenze straniere hanno fatto a gara per sotterrar
dal nascere questa fede; e non valse. Il lento lavoro d'unificazione non
s'arrestò mai in Italia per gli ultimi tre secoli: se un papa volle,
quando il papato era già esoso alla miglior parte della nazione, che il
suo nome rimanesse ricordo d'affetto fidato al genio di Michelangelo e
alla tradizione italiana, gli fu forza cacciare il grido di _fuori i
barbari!_--e quando l'entusiasmo di tutta quella gioventù, che voi
calunniate come anarchica e demagogica, salutò d'un lungo grido d'illusi
applausi il papa in nome del quale gli stranieri stanno oggi in Roma,
quel papa avea proferito con amore la sacra parola ITALIA; e l'applauso
gli fu sottratto, e il popolo si ritrasse fremendo da lui quand'ei si
rivelò avverso alla guerra d'emancipazione. Oggi quel lavoro procede
colle leggi del moto uniformemente accelerato; dalle menti educate al
pensiero è sceso al core d'Italia, alle moltitudini; e voi presumereste
arrestarlo? presumereste convincerci che noi sacrificammo la nostra vita
ad un sogno, ad una illusione colpevole, perchè un vecchio senza genio,
senz'amore, senza forti credenze, senza il coraggio del martirio, e
pochi uomini, corrotti, immorali, irreligiosi, segnati a dito dal
popolo, come Richelieu, col nome di _triumviri rossi_, balbettano un
anatema?

Ed io--è l'unica volta ch'io parlo quasi con rimorso di me--io, signor
Montalembert, che non ho mai firmato dichiarazioni o accettato amnistie,
perch'io non voleva porre una menzogna nella mia vita e perch'_essi_
hanno bisogno della nostra amnistia, non noi della loro,--io che esule
ormai da vent'anni ho dato tutte le gioje della vita, e ciò che più
monta, le gioje de' miei più cari al culto d'un'unica idea, d'Italia
iniziatrice, di patria libera ed una--io che v'ho amato leggendo le
vostre pagine premesse al _Pellegrino polacco_, e vi compiango oggi
persecutore dei miei fratelli e nemico al bene della mia nazione--io
dovrei cancellare la mia coscienza e calpestare questa mia fede di
venticinque anni, sostegno mio contro al dubbio e allo sconforto
attraverso delusioni e sciagure ch'io non vi desidero, perchè i
corruttori della Chiesa non possono conciliare i loro appetiti di
dominio principesco colla libertà dell'Italia e coi progressi del mondo?
Ah! ricordo una madre italiana che dolevasi di non avere due figli da
dare alla patria, e un'altra che a me, vacillante un momento per dolori
taciuti a tutti fuorchè ad essa, scriveva additando il versetto 12 e
seguenti al capo VI dell'epistola di Paolo agli Efesi. La prima di
quelle madri avea perduto il figlio, per opera dei vostri, sotto le mura
di Roma: alla seconda, due erano sottratti dall'esilio, e un terzo da
morte volontaria in una prigione. La voce di quelle due madri, signore,
confuta per me molti studiati discorsi. La religione del sacrificio è
ben altramente vera che non la religione sostenuta da voi colle
bajonette. Perisca dunque il papato, e viva l'Italia! Se la Chiesa,
disse il padre Ventura, non cammina coi popoli, i popoli cammineranno
senza la Chiesa, fuor della Chiesa, contro la Chiesa. Contro la Chiesa!
no: noi cammineremo dalla Chiesa del passato alla Chiesa dell'avvenire,
dalla Chiesa cadavere alla Chiesa di vita, alla Chiesa dei liberi e
degli eguali, dove regge chi più serve i fratelli, dove il seggio della
fede non si puntella colla violenza. V'è spazio che basta per Chiesa
siffatta fra il Vaticano e il Campidoglio.

E questo grido dell'anima mia, questo convincimento che nulla può
svellere, è grido, o signore, è convincimento di tutta la gioventù
italiana che ha palpitato di sdegno leggendo il vostro discorso, che
palpiterà d'affetto leggendo il mio. Voi potreste spegnere il mio, non
il suo grido. Voi potete cancellar molte vite, ma non la vita. La Vita
d'una nazione è cosa di Dio. Tutti i vostri sforzi romperanno contro il
decreto della provvidenza. L'Italia sarà.

E il giorno in cui l'Italia sarà, che avverrà del papato?

       *       *       *       *       *

Anche cadendo, Roma ha reso servigio alla Francia. Essa ha creato al
governo ch'oggi l'opprime il più grave ostacolo che potesse mai
suscitarglisi: ha logorato la parte della _dottrina_; ha strappato il
segreto alla parte ch'oggi invade il potere: 1815 e _diritto divino_.

La Francia provveda, e s'affretti. Due morti sono pei popoli:
l'assassinio per conquista e il suicidio del disonore. La Francia è
minacciata in oggi di questa seconda.

E non di meno la Francia non deve, non può perire. Un popolo che affida
all'umanità l'ultima parola di un'epoca deve concorrere alla rivelazione
della prima d'un'altra. L'Europa ha bisogno della Francia, del suo
braccio e del suo consiglio. E l'avrà.

Una voce di poeta che amammo giovani e che lamentavamo muta da lungo tra
le nostre file, la voce di Vittore Hugo, s'è riscossa al grido di Roma,
della città madre al genio e alla poesia. E in nome di Roma, noi lo
ringraziamo pel marchio stampato in fronte ai nostri oppressori. Una
voce d'amico, esule come noi siamo, ha scritto belle e forti parole a
scolpare la Francia, la vera Francia, del delitto commesso contro la
nostra nascente nazionalità[108]; e a lui con affetto riconoscente
diciamo: non temete, fratello; lasciate al vostro esilio e al nostro
cuore le discolpe della vera Francia. Le anime nostre sono tranquille e
serene come dopo una vittoria. Noi amiamo come combattiamo, ora e
sempre. E il nostro amore è il vostro amore, le nostre battaglie sono le
vostre battaglie. La falsa _parola d'ordine_, gettata fra noi da uomini
disertori dalla bella vostra bandiera, non dividerà i soldati dello
stesso campo. Noi gemiamo e speriamo per voi come per noi. E quando voi
ci vedete segregati in Roma, in Italia, da uomini che parlano la lingua
di Francia, ma non ne rappresentano l'idea, la missione, dite: _essi
vogliono serbarsi puri all'abbraccio della Francia redenta_;--quando
udite la nostra parola escire concitata ed amara contro fatti ed uomini
che disonorano la Francia, dite: _essi s'irritano, come per la loro, per
la nostra patria; ma non dimenticano in cuore un solo dei fatti e degli
uomini che la redimono_.

    _28 ottobre 1849._



           A LUIGI NAPOLEONE

  PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESE

                              «Jusqu'à présent je ne suis qu'un
                              simple volontaire; mais... je me
                              mettrai avec satisfaction sous vos
                              ordres si vous me jugez utile à la
                              _cause sacrée_ que j'embrasse avec
                              ardeur, et à laquelle je rêve depuis
                              dix ans--(Napoléon, lettre au gén.
                              Sercognani, Terni. 28 février, 1831.)

                              «Moi aussi, banni de ma patrie, je
                              gémis souvent sur la loi d'exil qui
                              frappe ma famille; mais cependant
                              lorsq'on voit qu'aujourd'hui, _tout ce
                              qui a l'âme noble est chassé de la
                              terre natale ou persécuté par le
                              pouvoir, alors on est fier d'être dans
                              les rangs des opprimés et des
                              proscrits_.»--(Napoléon Louis C.
                              Bonaparte, adresse aux réfugiés
                              polonais, Arnenberg, 17 août 1833.)

                              «Nos armes ont renversé à Rome cette
                              démagogie turbulente qui, dans toute
                              la peninsule italienne, avait
                              compromis la cause de la vraie
                              liberté, et nos braves soldats ont eu
                              l'insigne honneur de remettre Pie IX
                              sur le trône de St-Pierre.»--(Message
                              du président de la République, 12
                              novembre 1850.)


    SIGNORE.

Quando vostro fratello scriveva da Terni le parole che stanno in capo al
mio scritto, voi eravate al suo fianco. La _causa sacra_ per la quale
egli e voi eravate presti a combattere, era la stessa ch'oggi chiamate
_demagogia_. Il governo agli ordini del quale voi ambivate sottomettervi
era, come il nostro, governo d'insurrezione; decretava, come il nostro,
l'abolizione del potere temporale del papa. Non sorse in voi un ricordo
di quei giorni, mentre scrivevate le linee calunniatrici di Roma nel
vostro Messaggio? Non vedeste levarsi, come un rimorso, la pallida
faccia del fratello vostro tra voi e quella bandiera di popolo sotto la
quale voi militavate vent'anni addietro, semplice volontario con lui, e
alla quale oggi voi, presidente di Francia, insultate? Io era allora
prigione in una fortezza, in Savona, dove un papa fu confinato da vostro
zio: e giurava a me stesso che nè terrore di persecuzione nè seduzione
d'egoismo m'avrebbero sviato mai d'un sol passo dalla bandiera che voi
pure abbracciavate con ardore. Ho speso intorno a quella promessa le
forze, le gioje e le speranze individuali della mia vita; ma posso
guardare con occhio sicuro attraverso quei vent'anni passati senza che
un solo ricordo venga a cozzare coll'oggi, senza che una sola imagine di
congiunto o d'amico si levi a dirmi: _tu hai falsato il giuramento
dell'anima tua; tu hai travolto nel fango e calpestato con orma violenta
il Dio de' tuoi anni più puri!_

E quando nel 1833, sopra una terra repubblicana, confortavate l'esilio
col nobile orgoglio d'aver compagni i migliori di tutte contrade
perseguitati dai loro governi, voi stringevate una seconda volta il
patto di fratellanza cogli uomini ai quali oggi il vostro Messaggio
vorrebbe porre in fronte il marchio di demagoghi. Repubblicani erano e
chiamati demagoghi dai loro oppressori i cinquecento Polacchi ai quali
voi mandavate le amiche parole: repubblicani e ribelli al papa gli esuli
d'Italia ch'erravano tra le valli svizzere, adocchiati, com'oggi dalle
vostre, dalle spie di Luigi Filippo. Non ripensaste al vostro linguaggio
di diciassette anni addietro, mentre osavate chiamare _libertà vera_
quella di ch'oggi godono, mercè vostra, gli abitanti delle terre romane?
Non vi sentiste il rossore salire alla fronte mentre dicevate _onore
cospicuo_ l'atto che condannò all'esilio migliaja d'uomini salutati dal
loro popolo liberatori? Io era, quando voi parlavate in Arnenberg, tra
quei proscritti nelle cui file eravate allora altero di connumerarvi; ed
anch'oggi son tale e perseguitato, come i miei fratelli di Polonia e
Germania, di note confidenziali dai vostri satelliti interpreti del
Messaggio. Ma posso levar serena la fronte davanti agli uomini senza
temere che un solo de' miei antichi compagni d'esilio mi dica: _tu hai
tradito il patto stretto nella sventura; tu hai aggiunto il tuo al nome
dei proscrittori_.

In nome degli esuli di Roma e di tutta Italia, io vi ringrazio, signore,
delle parole scritte su noi nel vostro Messaggio. Per esse noi sentiamo
insuperbirci, conforto supremo, nell'anima la coscienza di combattere
per una causa che non ci costringe a contraddirci e a mentire. La nostra
parola d'oggi è quella dei primi giorni della nostra carriera politica:
voi date forzatamente una mentita a vent'anni della vostra vita. Noi,
militi della fede repubblicana, non invochiamo a vincere se non il
libero suffragio del popolo: voi, amministratore d'una repubblica,
mutilate il suffragio in patria, lo cancellate coll'armi al di fuori.
Noi a mantenere il nostro governo in Roma non avevamo bisogno d'esilî,
di proscrizioni, ma d'una bandiera e d'un grido al popolo, perchè in
nome di Dio la proteggesse siccome sua: voi a mantenere in Roma il
governo che affermate voluto dalla maggioranza, dichiarate aver bisogno
che si prolunghi il soggiorno dell'armi francesi; a mantenerlo in
Francia, avete bisogno di continue destituzioni, di numerosi
imprigionamenti, di sciogliere in cento località le milizie cittadine,
di perpetuare in più dipartimenti lo stato d'assedio, d'introdurre
limitazioni alla stampa, alle associazioni, alla universale
rappresentanza. Noi ristampiamo le sedute della vostra Assemblea, le
parole del vostro Messaggio: voi ponete per quanto è in voi divieto
sulle nostre difese; la vostra polizia contende la frontiera all'_Italia
del popolo_; la vostra Assemblea non osa leggere le nostre proteste. Noi
accusiamo: voi calunniate. Giudichino gli uomini onesti d'Europa da qual
parte stia il Vero e la coscienza del Dritto. Giudichino dove stia la
_fazione_.

       *       *       *       *       *

Alle parole del vostro Messaggio, il COMITATO NAZIONALE ITALIANO ha
contrapposto la protesta che precede queste mie pagine[109]. La vostra
maggioranza, signore, ha cercato soffocarla tacendone. Dai popoli ai
quali voi tenete la spada di Brenno alla gola, essa non accetta che
_petizioni_. I selvaggi delle foreste d'America sospendevano le torture
per rispettare nel prigioniere il diritto di conchiudere il suo inno di
morte, e d'oltraggio ai tormentatori: i vostri non hanno il coraggio di
dire: _lasciamo passare il grido delle nostre vittime_. Essi votano la
rovina d'un popolo nel silenzio: _la mort sans phrases_.

E nondimeno, voi non soffocherete quel grido, signore. Finchè rimarrà un
angolo dell'Europa capace di contenere una stamperia pubblica o
segreta--finchè vivrà un uomo, forte d'amore e di sdegno, incapace di
dimenticare, perchè caduta, la patria e incapace di tacere la verità
all'oppressore, perchè potente--quel grido sorgerà a turbare i vostri
sonni presidenziali. Quell'angolo di terreno esiste ancora, signore; e
quell'uomo anch'egli: io oggi, un altro qualunque de' miei compagni
domani. Io v'ho promesso che evocherei di tempo in tempo lo spettro di
Roma a ricordarvi, a ricordare alla Francia il delitto che fu commesso e
tuttavia dura--e manterrò la parola. I nostri padri credevano che,
ridesto al passo dell'assassino, l'assassinato sporgesse fuor del
terreno rigida e sanguinosa la mano per accusarlo agli uomini e a Dio.
Io sarò per voi, pei vostri, quella mano, signore. Scriverò ROMA sulla
punta delle mie cinque dita, e le solleverò a dirvi: _voi avete
sull'anima l'assassinio d'un popolo amico, d'un popolo che amava la
Francia, d'un popolo pel quale voi, convinto che la sua causa era sacra,
volevate combattere vent'anni addietro_.

Ed è sacra, signore: sacra pei luoghi, che furono culla d'incivilimento
all'Europa; sacra per le memorie dell'antica libertà repubblicana che
costituiscono per noi tradizione di quello ch'è per altri popoli recente
e combattuta conquista: sacra pei caratteri del nostro progresso che non
escì mai dall'elemento monarchico o aristocratico, ma sempre, per virtù
provvidenziale, dall'iniziativa del popolo: sacra per oltre a tre secoli
di patimenti durati sotto occupatori stranieri e papi corrotti e
corrompitori e principi inetti o tiranni e caste sacerdotali
intolleranti, cupide, avverse a ogni libertà di pensiero, senza che
siasi spenta la potente scintilla di vita animatrice della nostra razza;
sacra per la lunga serie di martiri che in ogni angolo d'Italia hanno
segnato la fede col sangue: sacra per l'indomita, instancabile costanza
dei tentativi: sacra per la clemenza usata nella vittoria, per l'assenza
di dottrine ingiustamente sovvertitrici, per la concordia di tutti i
cittadini in un solo volere: sacra per Roma e per gli eroici fatti di
Milano, di Venezia, di Brescia, di Bologna e della Sicilia: sacra per la
Francia segnatamente, alla quale noi demmo largo tributo del nostro
sangue, e dalla quale avemmo sempre promesse, tradite sempre e fatali;
poi per opera vostra, signore, compenso quasi alle migliaja di vite
italiane spese per accrescere onore alla bandiera di vostro zio, il
sacrificio d'alcune migliaja di soldati francesi caduti nell'impresa di
spegnere il primo alito della nostra libertà nascente!

Voi avete, signore, sacrificato quei soldati di Francia, falsato le
vostre promesse, tradito l'obbligo che v'imponeva la Costituzione,
assalito chi non v'offendeva, rovesciato un governo pacifico, messo la
bandiera francese allato di quella dell'Austria e dell'oppressore di
Napoli, ucciso il fiore dei nostri giovani ufficiali colle vostre palle
coniche, dato per bersaglio ai vostri cacciatori d'Africa le camiciuole
rosse ch'essi, i nostri, avevano valorosamente indossato quasi a dirvi:
_eccoci_, e condannato migliaja di famiglie alla miseria, alla
persecuzione, al lamento su' spenti e sugli esuli, per _rovesciare_--son
parole del vostro Messaggio--_quella irrequieta demagogia che in tutta
la penisola italiana_ AVEVA _posta a pericolo la causa della vera
libertà_. Aveva! La causa della _vera libertà_ è dunque salva oggi in
Italia. Le vostre armi rovesciarono il solo ostacolo che l'attraversava.
E lasciando da banda il dominio austriaco, dimenticando Napoli e la
Sicilia, le leggi organiche pubblicate o da pubblicarsi dal papa
costituiscono la libertà vera. La _repubblica_ è per voi dunque sinonimo
di _demagogia_. E la storia dei tempi registrerà che un'Assemblea
_repubblicana_ udiva con approvazione quelle vostre parole. Ma io non
debbo discuter con voi di repubblica o monarchia. Il buon senso ha
insegnato e insegnerà più sempre alla mia nazione che libertà non può
esistere per essa se non fondata sulla repubblica e che il grido di Roma
ha in sè l'avvenire italiano. Pur noi non imponemmo repubblica;
l'avemmo, lieti e plaudenti, dal popolo, da una Assemblea Costituente.
Libertà vera per noi fu allora ed è tuttavia quella ch'esce ordinata dal
libero suffragio della nazione. Perchè non la interrogate? Una
irrequieta audace _fazione_ toglieva allora senno e libertà di giudizio
al popolo? Ma quella _fazione_ oggi è spenta o lontana. Io vi scrivo
dall'esilio. L'esilio, la prigione o la sepoltura hanno tutti i miei
compagni. Perchè non restituite al popolo il libero voto? Perchè, dopo
diciotto mesi, siete costretto a conchiudere le vostre parole
dichiarando che _il soggiorno del vostro esercito è tuttavia necessario
al mantenimento dell'ordine in Roma_?

Voi potete, signore, ravvolgervi a vostro senno di menzogna e sofismi:
potete trovare un'Assemblea _repubblicana_ che applauda per breve tempo
alle vostre parole; ma il giudizio dell'Europa sta irrevocabilmente per
noi. Tra noi e voi la contesa è ridotta a termini troppo semplici per
ammetter dubbio. Il principio repubblicano è sancito per noi dal decreto
non revocato dalla nostra Assemblea: vive nel dritto, legittimo per lo
meno quanto il vostro governo; e noi possiamo chiedere alla Francia e
all'Europa di restituirci Roma qual era prima del luglio 1849. E
nondimeno stiam paghi a chiedervi--tanto siam certi dell'animo delle
moltitudini--di rifare onestamente la prova. Noi siamo più assai potenti
di voi, signore. A voi, perchè trionfi la _libertà vera_, bisogna un
esercito; a noi basta una urna. Noi vi cacciamo a guanto di sfida ciò
che gli agenti vostri promettevano prima della vittoria: sgombrate e
RENDETECI IL VOTO; e voi non osate raccoglier quel guanto!

       *       *       *       *       *

Io ho già confutato vittoriosamente altrove l'obliqua accusa data ai
repubblicani d'Italia d'aver posto a pericolo, per soverchia esigenza,
non la libertà che i principi non pensavano a dare: ma la causa
dell'indipendenza che molti sognavano--e si pentono amaramente del
sogno--potersi dividere dalla causa della libertà. Cessato il clamore
d'una stampa comprata dai nostri padroni, i documenti hanno provato che
i repubblicani, convinti che nè da un papa, nè da un principe, nè da un
accordo fra i principi potea venir salute all'Italia, cessero nondimeno
al voto della maggioranza del paese che inchinava all'esperimento;
tacquero, non rinnegarono, le loro dottrine, e s'astennero da ogni
maneggio politico negli anni 1846 e 47:--che nel 1848, insorta l'Italia
a scacciar lo straniero, accettarono il programma proposto dal
principato «che, solamente finita la guerra, il paese fosse chiamato a
decretare i proprî fatti politici» e non s'occuparono che di
guerra:--che, violato dalla parte regia il programma, essi protestarono
virilmente, ma aborrirono dall'armi civili e non tentarono
resistenza:--che perduta per ignoranza, per rifiuto degli ajuti popolari
e per tradimento la guerra, rinnegata da principi e papa la causa della
nazione, essi raccolsero il vessillo abbandonato e lo inalzarono in nome
di Dio e del Popolo sulle mura di Venezia e di Roma a riconquistare, se
non la vittoria, l'onore d'Italia contro gli Austriaci e contro l'armi
vostre, signore:--che riescirono a riconquistarlo. Ma dacchè tra voi e
me non può essere intelletto comune di libertà, io non debbo dir qui
quale concetto ne avessero i repubblicani, ma solamente seguirvi sul
vostro terreno, e ricordare alla Francia qual sia la _libertà vera_ per
voi.

Il 26 aprile 1849, la libertà che voi venivate a tutelare fra noi era,
signore, la libertà fondata sulla sovranità del paese.--_Il nostro
scopo_--dichiarava in un proclama dettato da voi il generale
Oudinot--_non è quello d'esercitare una influenza che opprima, nè_ DI
IMPORVI UN GOVERNO CHE SAREBBE OPPOSTO AL VOSTRO VOTO... _Noi
giustificheremo il titolo di fratelli. Noi rispetteremo le vostre
persone e i vostri beni... noi ci porremo di concerto colle_ AUTORITÀ
ESISTENTI, _perchè la nostra occupazione non mova inciampo di sorta
alcuna_.

Il giorno in cui, caduta Roma, voi scrivevate la lettera a tutti nota
all'ufficiale Edgard Ney, la libertà che voi promettevate alle
popolazioni dello Stato romano non era più quella del voto; era la
libertà che scende come beneficio dall'autorità regia non contrastata,
non limitata; e consisteva in un governo fondato e avviato su norme
liberali, in una amministrazione laicale, in una legislazione desunta
dal codice Napoleone, in un'amnistia generale o quasi. Era programma
meschino, illegale, di conquistatore. E Roma, s'anche la parola vostra
avesse potuto ridursi in atto, avrebbe sprezzato dono e donatore ad un
tempo. Pure, la _vera_ libertà di che oggi parlate è la libertà forse
del vostro secondo programma?

Quando--e sia sollecito per l'onore della specie umana quel
giorno--avremo una politica religiosa e la parola del vero suonerà
franca e spontanea tra popoli e capi di popoli, gli uomini non vorranno
credere che da un preside di repubblica potesse escir mai linguaggio
così sfacciatamente menzognero come quello del Messaggio, e che
un'Assemblea d'eletti dal popolo di Francia l'ascoltasse paziente.
Libertà, in Roma, signore! Ma quale? libertà di stampa? d'associazione?
di parola? di voto? d'insegnamento? di persona? protetta da milizia
cittadina? da rappresentanze inamovibili fuorchè dal popolo? perchè nol
diceste? perchè non vel chiesero? Fu ignoranza, codardia, indifferenza?
Fu da parte vostra un insulto cacciato alla vittima?

La libertà di Roma, signore--io ricapitolerò cose note per la Francia
che dimentica facilmente--la libertà di Roma è lo scioglimento della
guardia civica, mantenuto in onta al decreto del 6 luglio che diceva
nell'articolo secondo: _essa sarà_ IMMEDIATAMENTE _riordinata secondo le
sue basi primitive_:--il divieto d'ogni circolo e d'ogni associazione
politica:--il sequestro delle armi che lascia l'onesto indifeso dal
ladro e dal masnadiere:--la soppressione di tutti i giornali dai
governativi in fuori:--la commissione instituita, in onta alle vostre
promesse, il 23 agosto 1849 per rintracciare e punire gli attentati
commessi contro la religione e i suoi ministri sotto il governo della
repubblica:--le vessazioni contro i forestieri, le denunzie di
locandieri, le condizioni al soggiorno in Roma riordinate dalla
notificazione del 31 agosto:--la disposizione del 3 settembre colla
quale ogni stamperia deve, sotto pena di gravi multe e di prigione,
consegnare al governo l'elenco preciso e progressivo de' suoi tipi e de'
suoi operaî:--la commissione di censura instituita per tutti gli
impiegati della repubblica, la destituzione pressochè generale e da
settecento famiglie cacciate nella miseria:--la dispersione
dell'esercito e l'esilio di quasi tutti gli uffiziali:--la sospensione
di tutti i maestri d'ogni categoria pronunziata il 17 ottobre:--il
richiamo degli uffici di polizia e della sbirraglia di tutti gli uomini
della reazione e del fecciume dei sicarî di Gregorio XVI:--il
ristabilimento dell'inquisizione e del vicariato. La libertà di Roma è,
signore, la carta monetata ridotta del 35 per 100--la tassa di barriera
ripristinata--le multe di bollo portate al decuplo--la restituzione dei
beni alle mani morte--l'incarimento del sale--il rinnovamento della
tassa sul macinato--l'aumento del 15 per 100 sulle imposte--la miseria
visibilmente crescente in ogni angolo e in ogni ordine dello Stato. La
libertà di Roma è un'amnistia che esclude i membri del governo
provvisorio, il triumvirato, i componenti i ministeri, i rappresentanti
del popolo, i presidi delle provincie, i capi dei corpi militari, gli
amnistiati del 1848 colpevoli d'una parte qualunque alla rivoluzione e
ch'ebbe per conseguenza immediata una nuova emigrazione--un
_motu-proprio_ che, cancellando quello del 1848, riordina il despotismo
temperato da una Consulta di Stato eletta dal papa su terne presentate
dai consigli provinciali senza intervento dei comuni, accresciuta di
membri nominati a capriccio da lui, e condannata al silenzio se non
quando al governo piace richiederla di _consiglio_--una instituzione di
consigli provinciali i cui membri sono scelti su terne dei municipî dal
papa purchè abbiano età di trent'anni, domicilio di dieci anni nella
provincia, beni del valore almeno di seimila scudi e _condotta religiosa
e politica riconosciuta buona_, e le riunioni dei quali possono essere
sospese o sciolte ad arbitrio governativo--poi, una persecuzione d'ogni
giorno, d'ogni ora: piene zeppe le carceri _nuove_, quelle del Castello,
del Santo Officio, della Galera di Termini, d'uomini strappati per
sospetto alle loro famiglie e lasciati a giacersi fra i ladri e gli
accoltellatori senza processo finchè piaccia al governo o alla morte di
liberarli; i non imprigionati, ma invisi per opinione repubblicana,
additati ai soprusi, agl'insulti alle ferite dei birri arbitri oggimai
dello Stato; e, conseguenza inevitabile di condizioni siffatte,
l'aumento dei delitti, le vie mal sicure, i paesetti di campagna invasi
e derubati da malfattori.

Questa, signore, è la _libertà vera_ di Roma, frutto delle vostre armi e
documentata dal Giornale Officiale del governo per voi restaurato.
Cancellate, in nome della Francia, la linea del Messaggio che chiama
l'invasione _fatto glorioso_ e arrossite pel nome che il caso v'ha dato.
Il nipote di Napoleone può esser tiranno, ma don dovrebb'esserlo
bassamente. Uccidete, finchè l'altrui fiacchezza ve lo consente; ma non
sollevate il lenzuolo dei morti colle vostre mani a farvene manto di
gloria.

Gloria! I pochi vostri adulatori possono, a mercare i guadagni del
favore d'un giorno, susurrarvi quella parola all'orecchio: ma essa v'è
contesa per sempre. Da quando i popoli si sono ridesti, gloria e virtù
sono sinonimi.

       *       *       *       *       *

Principe Luigi Napoleone! un nome in oggi è piccola cosa. L'onda
collettiva delle moltitudini spinte a nuovi fati da Dio sommerge,
salendo, nomi e individui. E nondimeno, voi, giunto per meriti non
vostri al potere quando ancora l'onda non ha raggiunto il vertice della
piramide e i popoli cacciano, prima d'abbandonarlo per sempre, un guardo
di riverenza tradizionale al passato, la storia poneva innanzi una
bianca pagina, e voi potevate riempirla. Capo d'una forte e grande
nazione, erede d'un nome, ultimo potente in Europa, e ammaestrato dalla
sciagura, voi dovevate leggere nelle parole che vostro zio proferiva
morente in Sant'Elena, nel grido recente di Parigi e negli insegnamenti
dell'esilio, la vostra missione. Voi potevate, compiendola, confondere
tra i posteri più remoti su quel nome che v'era trasmesso l'aureola
delle cento battaglie e la luce pura confortatrice della libertà:
Napoleone e Washington. Bastava per questo un affetto di virtù, un
pensiero di amore; e se l'amore e la virtù non allignavano nell'anima
vostra, bastava un savio calcolo dell'intelletto, un guardo che
s'addentrasse nel passato e spiasse il futuro. Voi non potevate,
quand'anche aveste sentito a fremervi dentro il suo genio, ricominciare
Napoleone: se l'èra dei popoli non fosse stata che sogno, egli era tale
da non morir che sul trono. Voi non potevate che trasformare il
concetto: ricordarvi che s'egli sorgeva per propria potenza, e sugli
ultimi stanchi giorni d'una repubblica, voi sorgevate per elezione di
popolo in una repubblica nascente e pregna di fati: ricordarvi che se
Napoleone aveva, conscio o inconscio, preparato colla eguaglianza
civile, coll'armi e colle leggi europee il terreno alla novella unità,
era--e i popoli ve ne avvertivano col sorgere spontaneo per ogni
dove--impresa compita: ricordarvi che avevate incontrato e salutato
fratelli nell'esilio Polacchi, Italiani, Alemanni rappresentanti la
stessa fede; e dire: io inizio, in nome del Popolo, l'epoca nuova:
porto, io proscritto di jeri, sul seggio di preside della repubblica, il
pensiero de' miei fratelli, e dichiaro: la _Francia non vuole
ch'esistano da oggi innanzi proscritti_. La vita è sacra: sacra nel
pensiero, sacra nei popoli. Si riveli, s'espanda, si dia forme proprie
come nella creazione di Dio. La spada della Francia conquistatrice giace
per sempre nella tomba di Napoleone; ma il popolo ha dato un'altra spada
alla Francia e questa spada proteggitrice si stenderà dovunque sorga
vita vera in un popolo, tra quella vita nascente e chi s'attentasse di
soffocarla.

Non eravate da tanto. Impotente a ripetere la parte di Napoleone, voi
avete travestito i suoi concetti gigantescamente ambiziosi in sogni
d'un'ambizioncella tremante, pigmea: in disegni di rivoluzioni consolari
o imperiali ideate la sera, svanite al mattino davanti all'agitarsi
d'una commissione di permanenza o a un'aspra minacciosa parola di un
soldato geloso. Incapace di trasformarne il pensiero e senza idee
vostre, senza amore nell'anima, e buja d'intelletto dell'avvenire la
mente, voi, d'incertezza in incertezza, di codardia in codardia, siete
sceso a ricopiare la parte immorale, dissolvente, atea di Luigi Filippo.
Vi circondano, inspiratori, dominatori or l'uno or l'altro, gli uomini
di Luigi Filippo. Vi pende sul capo, inevitabile, fatale, la sentenza di
Luigi Filippo.

Colla spedizione di Roma voi intendeste a propiziarvi a un tempo la
parte cattolica, l'esercito e l'Austria; la parte cattolica piegando il
ginocchio davanti al papa nel quale voi non credete: l'esercito
accarezzandone l'orgoglio e gli spiriti irrequieti: l'Austria alla quale
la paura v'ha fatto complice, ajutandola a soffocare nel centro d'Italia
l'elemento temuto e insegnando a tutte le popolazioni italiane ch'esse
non devono illudersi a sperare cosa alcuna da voi. Colle leggi
repressive, imitate da quelle dell'ultimo regno, intendeste a
conciliarvi gli abbienti tremanti del socialismo perchè lo giudicano
nelle esagerazioni che falsano quella santa tendenza. Col programma di
neutralità ch'oggi, prima di avere ritirate le vostre truppe da Roma,
sostituite al programma d'azione della Francia, voi sperate rendervi
favorevoli gli uomini della pace. Diseredato d'iniziativa, voi, ponendo
in luogo della politica dei _principî_ che poggia sul Vero, sul giusto,
sull'onore e sull'elemento dotato di maggiore vitalità nel futuro, la
trista, meschina, impossibile politica degli _interessi_ e di
concessioni che cozzano l'una coll'altra, v'illudeste ad essere quel
ch'oggi chiamano _uomo di Stato_. Ma quel misto di scetticismo e
d'orgoglio, d'analisi cadaverica e d'ignoranza della vita che sorse con
quel nome quando in Europa mancarono le forti credenze e si ruppe ogni
vincolo d'unità, andò digradando da Machiavelli, storico e giudice, fino
a Talleyrand, copista meschino e briccone. Luigi Filippo è morto in
esilio. Metternich vive in esilio. Ora, _uomo di Stato_ è colui che
pensa e pratica il bene. Proscritto anch'oggi, ei riescirà senza fallo
domani.

La parte cattolica vi sa ipocrita incredulo: ipocrita anch'essa e senza
fede, essa ha accettato, promettendo, l'ajuto vostro: ma i suoi odî
vanno oltre la tomba, le sue speranze stanno nei governi dispotici, ed
essa vi gitterà l'anatema il primo giorno in cui essa crederà non aver
bisogno di voi.

L'esercito sa in oggi che voi lo spingeste all'assassinio di Roma perchè
non osavate combattere l'Austria invadente nè lasciarla sola; e
arrossirà della macchia di disonore che voi avete messa sulle sue
bandiere e della parte di gendarmeria pretesca alla quale voi lo
condannate. I soldati di Francia intenderanno che lo stendardo dato ad
essi dalla nazione è simbolo d'un _principio_ o cencio senza senso e
valore--ch'essi tengono in deposito l'onor della Francia--che dovunque
il principio repubblicano, vita e speranza della Francia, è violato per
opera loro, essi tradiscono la nazione--che il giuramento del milite nel
XIX secolo non è giuramento di medio evo, giuramento d'uomo servo a un
signore, ma giuramento di libero a chi rappresenta--e fino a quando la
rappresenta--la missione della sua patria.

L'Austria sa il perchè scendeste in campo con essa, e non si giova,
sprezzando, di voi che per logorare ogni influenza morale francese in
Italia e togliere un alleato alla vostra illusa nazione.

I proprietarî, i detentori della ricchezza di Francia, imparano
rapidamente le vere idee degli uomini che studiano i segni della
inevitabile trasformazione sociale e cercano le vie per le quali possa
pacificamente compirsi. Essi s'avvedranno che in questi uomini, oggi
ancora fraintesi, è riposta mallevadorìa più potente che non quella
delle vostre leggi repressive e seminatrici di guerra implacabile contro
gli agitatori violenti e i sofisti sovvertitori d'ogni ordine.

Gli uomini della pace v'abbandoneranno come abbandonarono Luigi Filippo,
appena un nucleo d'arditi scenderà nelle vie delle città francesi a
provare che non v'è pace senza giustizia.

Per tutti questi elementi voi non siete che una transizione ad altro.
Essi vi hanno conosciuto debole, e nessuno lega a quelli del debole i
proprî fati.

E la Francia, la Francia-popolo, la vera Francia, che noi amiamo e non
confondiamo, signore, con voi e coi vostri, la Francia che geme e freme
sotto un obbrobrio non meritato, sentirà un dì o l'altro, ma di certo
entro un breve cerchio di tempo, il rimprovero che pesa sulla sua
fronte, e d'un de' suoi moti di lione lo scoterà via da sè. La Francia
intenderà che la noncuranza colla quale essa concede ai governi che la
dirigono di cancellare o falsare il principio europeo pel quale essa ha
sparso sudori e sangue, non è una stanchezza momentanea dell'oggi, ma
dura da lunghi anni e accumula sulla sua bandiera diffidenze e reazioni
ormai gravi; che vigilano nell'Europa dei popoli, contro l'amore ch'essa
inspirava, la rovina della libertà spagnuola nel 1823, le promesse
fallite all'Italia nel 1831, l'isolamento colpevole del 1848,
l'abbandono della Polonia, l'indifferenza davanti all'invasione russa
nell'Ungheria, lo scredito che sparge per ogni dove sull'idea
repubblicana la repubblica-menzogna immedesimata con essa, e il delitto
di Roma; che la sua potenza d'iniziativa perisce; che a farla rivivere è
urgente ridestarsi; e si desterà.

In quel giorno, signore, abbandonato, schernito, maledetto da quei
ch'oggi s'avviliscono più di menzogne e di lodi davanti a voi, andrete,
vittima espiatrice di Roma, a morire in esilio.

Il culto dei nomi, esaurito nell'ultima formula, svanirà per la Francia
e per l'Europa. Il Popolo sarà papa in Roma, presidente in Parigi.

       *       *       *       *       *

Principe Luigi Napoleone! Il 14 gennajo 1848 io scrivevo al ministro
Guizot: «Voi siete travolto oggimai dagli eventi che non potete più
prevenire nè dirigere. Voi siete ancora molto potente, signor ministro;
ma noi saremo in ultimo più potenti di voi.» Il ministro crollava,
sorridendo, il capo. Ma dov'era egli in febbrajo?

    _Dicembre 1850._



       1856.

  A DANIELE MANIN


I.

Quando voi, capo di repubblica nel 1848, e caro a noi tutti pei ricordi
della gran difesa e per dignità di condotta negli anni d'esilio,
gittaste, rompendo a un tratto il lungo silenzio, la bandiera--non dirò
della repubblica--ma della nazione, ai piedi d'un re, io vi compiansi e
mi dolsi per l'Italia, tacendo.

Mi dolsi per l'Italia, che perdeva in voi un'altra gemma della sua
corona d'illustri, quando appunto la condizione delle cose additava più
urgente il bisogno d'averli tutti congiunti in un solo pensiero di
azione: compiansi voi, che, abbandonando la logica, piana, diritta via
dei principî per frammettervi agli uomini d'opportunità, e accettando
concessioni e transazioni colla coscienza, che illudono e indugiano da
otto anni l'Italia, smarrireste, per legge fatale, l'intelletto delle
circostanze europee, dimezzereste fra le ambagi d'una dubbia politica le
libere facoltà della mente, e scendereste, dal seggio d'apostolo della
causa patria, alla parte di strumento inconscio dei diplomatici,
ingannatori sempre, e dei faccendieri di corte: ma tacqui, sperando che
l'esame attento dei fatti vi ricondurrebbe sollecito a miglior partito,
e che dall'aver detto alla monarchia: _Fate, e saremo con voi_,
trarreste vigore novello per gridare al paese: _La nazione salvi la
nazione: noi abbiamo offerto alla monarchia di guidarci, e la monarchia,
paurosa e impotente, ricusa_.

Più dopo, io vi vidi, in onta a fatti che dovevano togliervi ogni
speranza, persistere sulla torta via: parlare in nome dei repubblicani,
dai quali non avevate avuto mandato, e sopprimere la fede repubblicana:
parlare in nome d'un partito nazionale non fondato da voi e i cui
martiri muojono, da un quarto di secolo, col grido di _viva l'Italia!_ e
sopprimere la coscienza e il diritto della nazione. Vi vidi affaccendato
a fondare, in onta della moralità, base necessaria d'ogni progresso, la
fusione, l'abdicazione di tutti i partiti in un solo, il peggiore, sopra
un equivoco, sulla parola _unificazione_ sostituita alla parola _unità_,
senza avvedervi, senza leggere nella storia delle imprese passate, che
uomini i quali si collegano, pur movendo a diversi fini, possono forse
insorgere, ma a patto di uccidere, colle liti civili, l'insurrezione il
dì dopo. Vi vidi, a fronte di trattati che promettono all'Austria
l'interezza dei suoi possedimenti, ostinarvi a seguire inspirazioni
straniere; a fronte d'un _memorandum_[110] che insegna ai governi il
come si possa con miglioramenti locali indugiare, se non vincere, il
proposito degli uomini che cercano la patria comune, dichiarare che la
monarchia piemontese moveva guidatrice all'impresa; poi, quasi pentito,
gridare al partito: _Agitate, agitatevi_, come se la parola di O'Connel
potesse adattarsi a terra non libera, sulla quale ogni agitazione è
delitto severamente punito; e, impaurito dei consiglieri, nuovamente
ritrarvi: spettacolo tristissimo a quanti più v'ammiravano e a me primo.
E nondimeno avrei, tanto mi pesa l'accarezzar con l'esempio il mal abito
delle polemiche, continuato a tacermi. Ma una delle ultime vostre
lettere avventa, sotto colore d'insegnamento morale, tale un'accusa al
partito, che il non respingerla parrebbe indifferenza o consenso. Però
vi scrivo.

In quella lettera voi dichiarate che il partito non riescirà
nell'impresa patria, se prima non si separa solennemente dalla _teoria
del pugnale_.

Quella lettera fu stampata all'estero: stampata nel _Times_, giornale
ch'oggi, iniziato al maneggio diplomatico, accenna alla necessità di
alcune riforme locali nel centro e nel mezzogiorno d'Italia, ma che fu
sempre ed è tuttavia avverso alla nostra causa nazionale, che predicò in
ogni tempo l'alleanza dell'Inghilterra coll'Austria, s'avventò
sistematicamente rabbioso contro ogni insurrezione italiana, calunniò
sfacciatamente gli uomini del partito, inveì feroce contro i nobili
tentativi dei popolani lombardi, e ci dichiarò a più riprese corrotti,
inetti, incapaci di libertà, accennando soltanto ultimamente, per
suggerimento dei suoi padroni, a un indizio di miglioramento innegabile
nel Piemonte; come se Roma, Milano, la vostra Venezia e dieci altri
punti in Italia, non ci avessero, nel 1848 e nel 1849, dichiarato agli
onesti di tutta Europa, razza non inferiore ad alcuna in attitudine a
governi liberi non guasti da licenza e anarchia.

In giornale siffatto, voi, per senso di dignità personale e di rispetto
alla vostra nazione, non dovreste mai scrivere. Ma come non v'avvedeste
a ogni modo che, inserendovi quella lettera, voi, sottraendovi ad ogni
accusa e decretando a voi solo una patente di moralità, prestavate al
nemico un'arme potente contro il partito, contro il paese?

Quando il turpe maneggio governativo, al quale voi porgete oggi
inconscio l'autorità del vostro nome, avrà raggiunto il suo fine, o
dispererà di raggiungerlo--quando i padroni del _Times_, ch'oggi tentano
di sviarci, colle illusioni delle riforme locali, dall'unica meta, la
libera UNITÀ NAZIONALE, crederanno giunto il momento di por fine al mal
gioco e di mutare linguaggio--essi commenteranno la vostra lettera, e ne
dedurranno che noi abbiamo statuito, mezzo alla nostra emancipazione, la
_teoria del pugnale_; che il partito o frazione importante del partito
l'accettava, che voi, capo di repubblica un giorno e nome autorevole,
v'eravate sentito in obbligo di protestare contro la _teoria_; ma che il
partito--e questo lo dedurranno dal primo fatto isolato d'ira o vendetta
individuale che si commetterà in un angolo della penisola--non avendo
accettato il vostro consiglio, noi siamo un popolo feroce,
irreparabilmente guasto, e indegno delle simpatie dell'Europa.

E quasi a convalidare anzi tratto accusa siffatta e lasciar che altri
creda in una potenza segretamente ordinata a uccidere chi dissenta, voi
parlate a più riprese di _coraggio_ che v'è necessario per dettar quella
lettera. Coraggio! Voi sapevate, scrivendo, che tuonando contro il
pugnale raccogliereste, senz'ombra di rischio da anima viva, lode di
moralissimo tra gli educatori d'Italia, da quanti, seduti all'ombra
della loro bandiera patria e assicurati nell'esercizio dei loro diritti
da una ben ordinata giustizia nazionale, giudicano, freddamente severi,
i palpiti irregolari, convulsi, d'un popolo oppresso, ineducato, senza
speranza fuorchè in una lotta di sangue, senza tribunale che
ristabilisca equilibrio tra esso e chi lo perseguita.

Da taluni mi fu detto che, denunziando la _teoria del pugnale_, voi
accennavate obliquamente, senza nominarmi, a me e agli uomini
affratellati con me in un pensiero d'azione. Non vi credo d'animo basso;
e respingo il sospetto. Pur, come mai gli affetti dovuti a chi combatte
da oltre 25 anni per la causa italiana non vi suggerirono che altri
potrebbe interpretare le vostre parole a quel modo? Come non ricordaste
che i governi e i giornali dei _moderati_ piemontesi e lombardi, e il
_Times_, depositario dei vostri pensieri, tentarono a gara di diffondere
contro me la codarda accusa, dopo il 6 febbraio 1853? Come non vi venne
in mente che, inalzandovi contro la _teoria del pugnale_, soccorrevate,
scortesemente immemore, alle calunnie delle spie, dei creduli e dei
nemici senza coscienza, che m'apposero sentenze di morte, tribunali
segreti e tendenze a vendette illegali?

E non di meno, non è in nome mio--a me oggimai poco importa di ciò che
l'opinione altrui, quando non mova da coloro che io amo e che m'amano,
sentenziò a mio danno o a mio pro--ma in nome di tutto un partito, ch'io
vi chiedo solennemente: quand'è che fu sancita in Italia la _teorica del
pugnale_? chi la stese? chi l'appoggia coi fatti, o colla parola?

Se per _teorica del pugnale_ intendete il linguaggio di chi grida a una
gente schiava, senza patria, senza bandiera che ne ombreggi la culla e
la sepoltura: «Sorgete: morite o spegnete: voi non siete uomini, ma
arnesi adoprati a beneplacito dello straniero; non siete popolo, ma
razza diseredata di servi sprezzati quanto più guaîte; non siete
Italiani, ma Israeliti, Paria, Iloti d'Europa; non avete nome, non
battesimo di nazione, ma siete numero, vi rappresenta una cifra, e
Francesco I descriveva con essa sfrontatamente le migliori anime nostre
gementi, tormentate, schiacciate nelle segrete di Spielberg; primo,
unico vostro debito è farvi uomini, cittadini; ogni educazione comincia
da quello; nessun progresso può iniziarsi se non da chi _è_: _sorgete_
dunque e _siate_; sorgete tremendi a quanti v'attraversano, in nome
della forza brutale, le vie che la Provvidenza v'insegna: sorgete
sublimemente feroci. Se i vostri oppressori vi hanno disarmato, create
l'armi a combatterli: vi siano istrumenti di guerra i ferri delle vostre
croci, i chiodi delle vostre officine, i ciottoli delle vostre vie, i
pugnali che la lima può darvi. Conquistate colle insidie, colle
sorprese, l'armi colle quali lo straniero vi toglie onore, sostanze,
libertà, diritto e vita. Dalla daga dei Vespri, al sasso di Balilla, al
coltello di Palafox, benedetta sia nelle vostre mani ogni cosa che può
distruggere il nemico ed emanciparvi.»--Quel linguaggio è il mio, e
dovrebbe essere il vostro. L'arme che uccise Marinovich, nel vostro
arsenale, iniziò l'insurrezione della quale accettaste la direzione in
Venezia; e fu arme di guerra non regolare, come quella che trafisse in
Roma, tre mesi prima della Repubblica, il ministro Rossi.

Ma se per _teorica del pugnale_ intendete il linguaggio di chi dicesse
ai nostri concittadini: «Perite, non iniziando l'insurrezione, ma pel
solo intento di ferire, e perchè non volete, non potete insorgere:
ferite nell'ombra: ferite isolatamente individui, la vita o la morte dei
quali non è nè salute nè ostacolo alla Patria; sostituite la vendetta,
che disonora, alla congiura che emancipa: fatevi tribunale, prima di
essere cittadini, prima di poter concedere alla vittima pentimento o
discolpe:»--Chi tenne questo linguaggio? chi stese in Italia l'atroce
teorica? È debito vostro il dirlo o ritrattare l'accusa.

Quel linguaggio fu susurrato segretamente una sola volta, nel 1849, da
qualche tristo, a pochi traviati in Ancona: e noi, repubblicani,
rispondemmo ponendo Ancona in istato d'assedio, e reprimendo con vigore,
mentre appunto le fazioni fremevano più che mai concitate intorno a noi
per l'invasione francese, quei fatti insensatamente feroci. La
repubblica uscì da Roma pura di terrore e vendette, senza aver segnato,
tra i pericoli dell'assedio, una sola condanna di morte.

D'allora in poi, ravvolta nuovamente l'Italia nella tenebra della
servitù, pochi fatti isolati di ferimenti uscirono, risposta disperata a
lunghe inaudite persecuzioni, dall'inspirazione individuale, da furore
d'uomini ai quali le commissioni militari torturavano forse o fucilavano
un padre o un fratello. E a voi era lecito biasimarli, deplorarli
inutili, pericolosi, o indegni d'un partito che tende a creare un
Popolo: non addossarli all'intero partito, e additarli all'Europa come
applicazioni pratiche d'una _teorica_ che non esiste. Errano tuttavia,
tra' vivi, uomini usciti imbecilli dalle prigioni di Modena per
infusione di belladonna ministrata nelle bevande a sconvolgere loro la
mente e farsi accusatori d'amici: un Cervieri, popolano lombardo.--e
cito un solo nome ad esempio--ebbe in Mantova venti colpi di bastone al
giorno, per una settimana: sul danaro che i congiunti mandavano al
colonnello Calvi, perch'ei prima di morire strangolato pagasse un suo
debito a un prigioniero, gli Austriaci, rifiutando pagare il debito,
ritennero le spese della fune e del boja: e se un figlio, un fratello di
Cervieri, di Calvi o di quegli infelici, avesse, fatto furente, dato di
piglio ad un'arme, e trafitto in piazza il primo tra i persecutori in
cui si fosse abbattuto, direste voi frutto di _teorica_ quella
uccisione?

In questo--nell'insana, incessante, efferata persecuzione contro il
pensiero, contro i menomi atti sospetti, contro le sostanze, contro la
vita di quanti sono rei o creduti rei d'affetti al paese--nel bastone
fatto legge di mezza Italia--nell'insolenza perenne di padroni
stranieri--nell'irritazione febbrile generata dai _precetti_ e da uno
spionaggio sfrontato--negli odî educati dalle denunzie pagate--nelle
prepotenze consumate sotto l'egida d'un governo aborrito come il papale,
da tirannucci subalterni, noti a ogni individuo delle nostre non vaste
città--nell'assenza d'ogni educazione popolare--nel disprezzo forzato
d'ogni instituzione esistente--nell'impossibilità di trovar giustizia
contro i sorprusi degli oppressori--nello spregio della vita,
conseguenza inevitabile d'ogni incertezza del domani--in una condizione
di cose, che non poggia se non sull'arbitrio del potente--nella
colpevole indifferenza dell'Europa governativa a un pensiero di Patria
comune, ad una immensa aspirazione nudrita e inesorabilmente repressa da
mezzo secolo--vive la _teorica del pugnale_.

Il partito, collettivamente, ha respinto sempre e respinge la tentazione
tremenda che i nostri padroni ci porgono: se pochi individui, organi di
non altro che della propria inspirazione, soccombono, è _fatto_ e
conseguenza delle cagioni che accenno, e che non cesserà se non col
cessare di quelle. Bisognava dirlo. Bisognava ricordare all'Europa come,
sopra ogni punto d'Italia, il nostro popolo fu sublime--ogni qual volta
ebbe un lampo di viver libero--di perdono e di oblio. Bisognava
ricordarle, ciò che pur jeri un ministro inglese dichiarava,
contradicendosi, a proposito di Roma, davanti ai Comuni[111] che le
nostre città non furono mai sì bene governate e così pure di delitti e
violenze, come quando una bandiera di Patria sventolò sulle loro torri.
Bisognava ritessere il quadro delle nostre misere condizioni, e gridare:
_il governo austriaco, che s'ostina, contro il voto unanime della
popolazione, a conservare ciò che non è suo; il governo di Francia, che
tolse a Roma ogni via di miglioramento; il protestante governo inglese
che dichiarò nei suoi dispacci di volere il ritorno del papa; i governi
tutti d'Europa, che vietano all'Italia di essere nazione stanno
mallevadori davanti agli uomini e a Dio pei pugnali che lampeggiano, tra
l'ombra, sulle nostre terre. Essi cospirano tutti a contrastare il
nostro libero sviluppo, a mantenere sul nostro suolo una grande
Ingiustizia: incolpino sè stessi s'esce talora, di mezzo a una gente
schiava, ineducata, abbandonata da tutti, una protesta anormale,
violenta_.

Era questa, parmi, la parte vostra. Gridare ad uomini che agonizzano
ingiustamente sotto il coltello del boja: «_non usate il coltello che vi
vien tra le mani_» è tutt'uno col gridare a chi muore in una atmosfera
appestata: _corra regolare il sangue nelle vostre vene; guarite_: è lo
stesso errore che quello dei valentuomini i quali aspettano per iniziare
l'instituzione repubblicana, che i nati e educati sotto il dispotismo
monarchico, abbiano virtù di repubblicani.

La _teorica del pugnale_ non ha mai esistito in Italia; il _fatto_ del
pugnale sparirà quando l'Italia avrà vita propria, diritti riconosciuti
e giustizia.

Oggi io non approvo, deploro, ma non mi dà il core di maledire. Quando
un uomo, Vandoni, accerchia d'artificî in Milano il suo vecchio amico,
per far ch'egli accetti da lui un biglietto dell'Imprestito Nazionale,
poi corre a denunciarlo alla polizia dello straniero--se un popolano si
leva il dì dopo e trafigge il Giuda a mezzo il giorno sulla pubblica
via--io non mi sento coraggio di gettar la pietra a quel popolano, che
s'assume di rappresentare la giustizia sociale aborrita alla tirannide.

Io aborro anche da una sola goccia di sangue, quando non richiesta
imperiosamente pel trionfo e per la consecrazione d'un santo principio.
Credo colpa la pena di morte applicata dalla Società che può difendersi,
e vagheggio, primo decreto della repubblica trionfante l'abolizione del
patibolo. Gemo sulle vendette individuali, anche se contro gl'iniqui,
anche se manchi, ove si compiono, ogni rappresentanza di giustizia
legale. Ricusai, affrontando la taccia di debole, di apporre in Roma la
mia firma a una condanna nel capo pronunziata da un tribunale di guerra
contro un soldato colpevole. Non temo dunque dagli onesti,
interpretazione sinistra alle mie parole, se aggiungo che sono, nella
vita e nella storia delle nazioni, momenti eccezionali ai quali il
giudicio normale umano non può adattarsi, e che non ammettono
inspirazioni fuorchè dalla coscienza e da Dio.

Santa è nelle mani di Giuditta la spada che troncò la vita ad Oloferne;
santo il pugnale che Armodio incoronava di rose; santo il pugnale di
Bruto; santo lo stile del siciliano che iniziò i vespri; santo il dardo
di Tell. Quando, dove ogni giustizia è morta e un tiranno nega e
cancella col terrore la coscienza d'una nazione e Dio che la volle
libera, un uomo, puro d'odio e d'ogni bassa passione e per sola
religione di Patria e dell'eterno diritto incarnato in lui, si leva di
faccia al tiranno e gli grida: _tu tormenti i milioni dei miei fratelli:
tu contendi loro ciò che Dio decretava per essi: tu spegni i corpi e
corrompi le anime: per te la mia patria agonizza ogni giorno, in te fa
capo tutto un edifizio di servitù, di disonore e di colpe: io rovescio
quell'edifizio, spegnendoti_--io riconosco, in quella manifestazione di
tremenda eguaglianza tra il padrone dei milioni e un solo individuo, il
dito di Dio. I più sentono in core come io sento: io lo dico.

Io dunque non gitterei, come voi, Manin, l'anatema su quei feritori: non
direi loro, con ingiustizia patente: _siete codardi_; non direi al
Partito, che non incuora quei fatti: _fallirete allo scopo se non fate
che cessino_--ma direi: «perchè ferite, o miseri? che sperate? se mai
l'uomo ha diritto sulla vita dell'uomo, io so che la spia, il traditore,
l'italiano, che accetta, per danaro, dall'oppressore straniero la infame
missione di torturare o consegnare al patibolo i suoi fratelli
intolleranti della servitù della Patria, son tristi e degni di morte; ma
importa spegnerli? e potete spegnerli tutti? E potete esser giudici voi
soli di ciò che s'agiti nella coscienza delle vostre vittime? Sapete voi
se non saranno pentiti e migliori domani? e a ogni modo, volete esser
tristi come essi sono? A vincere, noi dobbiamo esser migliori; a meritar
la vittoria, noi dobbiamo cancellare dal nostro core ira, ferocia,
vendetta. Noi siamo gli apostoli della Patria futura: vogliamo fondar la
Nazione. In quella sacra idea, e nel dovere di far che trionfi, sta la
sorgente dei nostri diritti. Or potete fondar la Nazione, conquistar la
Patria a quel modo?

«A voi è mestieri di spegnere, non pochi satelliti dei vostri tiranni,
ma la tirannide. E finchè vivrà--finchè avrete corruttori in seggio,
bajonette straniere e patiboli, avrete corrotti, schiavi traditori per
codardia, e tormentatori e carnefici; e ripulluleranno pur sempre,
perchè il vostro pugnale lampeggia raro ed incerto e la bajonetta degli
oppressori splende sugli occhî loro continua, inesorabile, onnipotente.
Concentrate adunque la vostra energia in un pensiero d'insurrezione
collettiva, che liberi a un tratto il vostro suolo dalle cagioni che
creano i vili ed i tristi. Volgete, intesi fra voi, contro gl'invasori
stranieri quei ferri, che oggi adoprate, assumendovi una tremenda
missione di giudici, senza esame e senza difesa, contro uomini, che non
sono se non arnesi della tirannide che vi sta sopra. Liberi, non avrete
da temere o da punire traditori o giudici iniqui. Il diritto di
conquistarvi una Patria è diritto che Dio vi dà: quello che vi date da
per voi contro gl'individui, agenti ciechi del dispotismo, si libra tra
la giustizia e il delitto.»

Se non che, a me, quegli uomini concederebbero il diritto di tener loro
questo linguaggio, però che io grido _insorgete_ e addito la via unica,
semplice, razionale, e m'adopro, per quanto io so, perchè possano
insorgere, e accetto e invoco la cooperazione fraterna di tutti, e
chiamo gl'Italiani ad unirsi tutti in opre concordi ed attive intorno a
un programma che nessuno, senza intolleranza o tradimento alla Patria
comune, può rifiutare: LA NAZIONE SALVI LA NAZIONE: LA NAZIONE DECIDA,
LIBERA ED UNA, DEI SUOI DESTINI. Ma voi?

Ponetevi la mano sul core, e rispondetemi: se un di quegli uomini sui
quali voi chiamate l'anatema, sorgesse a dirvi: «Voi ci avete, Daniele
Manin, predicato, con altri, l'odio alla dominazione straniera, l'idea
nazionale, l'aborrimento agl'Italiani che rinnegano la nostra fede. Voi,
con altri, avete messo nell'anima nostra la febbre di Patria. Perchè,
cogli altri, non ci guidate alla conquista di quell'ideale? Perchè ci
lasciate soli? Perchè, invece di volgervi a noi, fratelli vostri, vi
volgete alla diplomazia, alle corti straniere, a una monarchia che non
vuole e non può salvarci? Noi siamo milioni; v'abbiamo, nel 1848 e nel
1849, provato che siamo capaci di emancipare il nostro terreno: siamo
oggi più forti d'allora, e ve lo provano i fatti stessi che biasimate:
perchè non ci ajutate nell'opera del riscatto comune che di certo
preferiremmo? perchè voi cogli altri, che salutammo, e siam pronti a
salutare oggi ancora nostri capi, non v'unite a chi lavora per noi? Voi
non amate i nostri pugnali, perchè non ci date fucili? Voi lo potete:
voi e dieci altri nomi cari a tutti, unendovi a dire, palesemente,
arditamente: _è giunta l'ora!_ unendovi a chiedere ai facoltosi una
parte del loro oro per noi che poniamo il nostro sangue sulla bilancia,
riescireste, convincereste, indurreste a sacrificî quei che oggi,
nell'anarchia del partito, tentennano irresoluti. Perchè nol fate?
Perchè ci trascinate d'illusione in illusione, finchè scenda sull'anime
nostre la disperazione? volete che i potenti d'Europa scendano a
scannarsi per noi? volete che l'emancipazione d'Italia si compia con
forze straniere? No; venite apertamente, francamente con noi. Aggiungete
la vostra mente alle nostre braccia. Allora soltanto avrete diritto di
consigliarci.»--Che potreste voi rispondere a linguaggio siffatto?

    _Londra 8 giugno._


II.

Io non vi rimprovero i subiti amori per casa Savoja. Se a voi, fautore
di repubblica jeri, piace il giogo d'un re, sia: meglio è dirlo che
tacerlo. Se alle nobili tradizioni, repubblicane tutte, del nostro
popolo, voi anteponete le tradizioni d'una famiglia, la cui storia si
libra perennemente fra le invasioni di due potenze straniere--se alla
libera, logica ed una espressione della coscienza nazionale parvi
preferibile il complesso, artificiale viluppo, che chiamano monarchia
costituzionale, un popolo imperfettamente rappresentato, una
aristocrazia _creata_--dacchè aristocrazia propriamente detta non esiste
in Italia--a incepparne sistematicamente la volontà, un sovrano che non
governa, ma oscilla fatalmente fra i due--giudichi il paese il vigore
del vostro intelletto: voi avete il diritto di predicare il concetto
politico inglese, che volete trapiantare in Italia. Io non parteggio per
casa alcuna: la mia casa è il Paese: il mio amore è riposto nella Patria
comune; la mia fede vive negli sforzi, nel sangue, nella suprema energia
del suo Popolo; la mia nozione del dritto posa sulla vita progressiva
della nazione guidata dai migliori per senno e virtù; ma non m'irrito se
altri dissente, e non credo che la discussione nuoccia alla mia fede
repubblicana. Veglia, arbitro su tutti noi, il Paese. Io fido in esso.

Ciò che io vi rimprovero è il _modo_ e il _tempo_ di quel programma; è
il mutare in formula di agitazione politica, _prima_ del moto, un
concetto che non può essere se non la _conclusione_ del moto stesso; è
l'oblìo assoluto, fatale dell'altra, della prima metà del programma,
l'insurrezione; è l'irritare, l'allontanare più sempre dal terreno
comune, indicato ripetutamente da noi, la parte repubblicana,
comandandole dittatoriamente di gittare, ai piedi della frazione
monarchica, la propria bandiera; è il sedurre a speranze addormentatrici
in disegni segreti del governo piemontese, la gioventù fremente delle
nostre terre, quando non esiste disegno alcuno, se non quello
d'accattarsi popolarità e prepararsi le vie per padroneggiare e sviare
un moto nazionale possibile; è il dire: _la rivoluzione è vicina_, come
se l'Italia dovesse riceverla compiuta da un motu-proprio di gabinetto,
invece di dire: _fate la rivoluzione e siate_; è il gridare: _Roma non
mova_, invece di gridare: _mova ogni angolo del paese_; è il dichiarare
che l'unificazione nazionale ha progredito d'un passo, perchè un
ministro di casa Savoja ha tentato insegnare ai nostri padroni come
s'eviti l'insurrezione unificatrice; è il travolgere--concedetemi
l'acerba, ma giusta parola--nel ridicolo voi stesso, e, se poteste, il
Partito, proclamando dall'esilio, e prima che un sol uomo sia desto a
combatter tra noi, _unificatore d'Italia_ un re, che non tenta, nè
vuole, nè può unificare, i cui cortigiani rifiutano le vostre parole, e
i cui ministri perseguitano, imprigionano e trasportano in America quei
che si adoprano a mover guerra allo straniero, dismembratore della
nostra Patria.

A chi giova la prematura, incauta proclamazione?

Al monarca che oggi servite?

No. La corona d'un popolo che sorge non s'ha in dono; si vince. Volerla,
prima di meritarla, è perderla. Se Carlo Alberto, invece d'attendarsi
nel quadrilatero, correva, per impedire i rinforzi, ai monti; se, invece
d'arrestarsi davanti ai pali della confederazione Germanica accampava in
Tirolo; se invece di volere che Venezia, la vostra Venezia, Manin,
scontasse la colpa della sua bandiera repubblicana, ei s'affrettava a
difenderla e a cingere i passi delle Alpi Friulane e Cadoriche; s'ei non
patteggiava col governo inglese la inviolabilità di Trieste; se, invece
di rifiutare gli ajuti d'un popolo prode e voglioso, invece di
sciogliere i volontarî, ei chiamava la libera guerra dei cittadini a
fiancheggiare la battaglia dell'armi regolari; s'ei voleva, insomma o
sapeva vincere, nessun partito valeva a contendergli la corona d'Italia.

La malaugurata fusione, affrettata appunto quando l'impresa volgeva in
peggio, perdè lui e il paese ad un tempo. Dite al vostro re d'assalire e
di vincere; quella è l'unica via per la quale ei possa sperare di
cingersi la corona che voi gli decretate, mentr'egli, in virtù dei
trattati, siede allato degli stranieri, occupatori di due terzi
d'Italia.

O giova al paese?

Il paese, Manin, vive anch'oggi inerte, immemore dei suoi doveri, tra il
capestro e il bastone. Bisogna insegnargli la fede in sè, colla fede in
esso, l'unità dei voleri, colla concordia degli uomini, ch'egli a torto
o a ragione saluta suoi capi, l'energia delle decisioni, colla
insistenza d'una parola vera, ardita, immutabile. Bisogna additargli uno
scopo determinato, i mezzi logici che ad esso conducono, i doveri che
deve compire a raggiungerlo. Bisogna rapirgli inesorabilmente tutte le
illusioni che lo disviano, poi rialzarlo colla conoscenza delle forze
onnipotenti ch'esso possiede e dimentica. Bisogna, sopra ogni cosa,
dargli coscienza di sè, della propria dignità, del diritto eterno che
vive in esso, della tradizione de' suoi padri, dell'alta missione alla
quale è chiamato nell'avvenire. Voi gli dite: _Agita le tue catene, e
scegliti un re_.

A fronte di quei che gli dicono: _Rompi le tue catene e sii re di te
stesso_, voi gli fate intravedere, nel nome di Vittorio Emanuele,
un'arcana potenza che deve emanciparlo ed unificarlo; gl'insegnate, con
un consiglio codardo, a disperare di vincere la gente straniera che
occupa la sua Roma; lo dichiarate, da un lato, colla negazione del dogma
repubblicano, incapace di guidarsi da sè; dall'altro, avviato già
pienamente, mercè le cure del re piemontese e dei gabinetti stranieri,
alla meta. Così, o Manin, non si destano: s'addormentano i popoli.
L'Italia aspettava ben altro linguaggio da voi.

È tempo di dire all'Italia, e senza riguardi, la verità. Gli uomini i
quali sagrificano, e ripetutamente, le loro convinzioni a un calcolo
d'opportunità momentanea--gli uomini che, a sciogliere il problema
italiano, guardano all'estero e non nelle viscere del paese--gli uomini
che, dopo aver maledetto alle delusioni del 1848, chiamano l'Italia a
rifar quella via di vergogna e sciagura--gli uomini che, dopo aver
veduto il popolo vincere su dieci punti d'Italia, e l'esercito regolare,
mal guidato e tradito, soccombere, insegnano al popolo che non può
vincere, se non mercè quell'esercito--gli uomini che credono l'opera di
alcune dichiarazioni sospette e d'alcune adulazioni mentite, bastevole a
conquistare ad un tempo esercito e governo che lo dirige--gli uomini che
susurrano possibile, prezzo d'apostasia, _l'iniziativa_ della monarchia
piemontese--gli uomini che, dopo tanto millantar di vulcani e ruine
presso ad esplodere, non gridano unanimi al paese: _vergognati e
sorgi_--tradiscono, consci o inconsci, per difetto di core o di senno,
la causa della Nazione. Qualunque sia il nome che portano, la nazione
deve rifiutarne i consigli.

Quell'esercito, pel quale voi siete presti a dimenticar la Nazione
intera, lo avremo: è esercito italiano, prode, memore, e sente con noi
l'aborrimento dello straniero; ma non lo avremo, fuorchè levandoci e
invocandone, armati, l'armi. Quel re, al quale in oggi piaggiate, come
piaggiaste, per poi maledirlo, al padre di lui, lo avrete--e piaccia a
Dio che non abbiate a pentirvene--purchè vogliate: è giovine,
coraggioso; l'onta di Novara e l'insulto austriaco devono da quando a
quando balenargli sugli occhî, ed è possibile ch'egli un giorno,
commosso a forti pensieri, cacci da sè i codardi uomini di gabinetto,
che lo circondano, e si faccia, di piemontese, italiano; ma non prima
che voi sorgiate, non prima che voi gli abbiate offerto, in azione, un
più potente alleato che non è la diplomazia, non prima che il grido di
un popolo sommosso gli abbia tuonato all'orecchio: _scendi o inalzati
con noi_. I re seguono talora, non iniziano mai. Chi tenta indugiar la
Nazione dietro al fantasma d'un'_iniziativa_ monarchica, o inganna, o ha
smarrito il senno.

Le tradizioni del governo piemontese son regie. La monarchia è
vincolata, da vecchî e nuovi trattati, alle altre monarchie, e alle
norme generali d'ordine e assetto territoriale europeo, prestabilite da
lungo. Può il governo piemontese rompere a un tratto, non provocato, non
costretto dalla prepotenza di fatti, spettanti ad un ordine nuovo, quei
vincoli e quei trattati? Tutta la politica degli uomini del gabinetto
sardo poggia sulla speranza di conquistarsi la simpatia e, occorrendo,
l'appoggio dei gabinetti inglese e francese; può il gabinetto sardo
provocarsi contro l'ira dei due alleati, i quali, col linguaggio
officiale e segreto, gl'intimano una politica di resistenza, e non
altro? Ogni idea di mutamenti territoriali fu solennemente, unanimemente
respinta, nelle Conferenze di Parigi: il diritto italiano vivente,
fremente nei Lombardo-Veneti, non ottenne dai plenipotenziarî sardi
neanche una sommessa, indiretta allusione: riconoscendo la legalità
dello statu-quo, essi s'accontentano d'accennare a una teorica possibile
di non intervento, che vietasse all'Austria d'allargarsi oltre agli
attuali confini[112]; e pretendereste che re Vittorio Emanuele scendesse
un giorno subitamente in campo, varcasse spontaneo il Ticino e la Magra,
intimasse ai re delle varie parti d'Italia di scendere; intimasse,
affrontando scomuniche e l'armi dell'Impero alleato, al Papa di
rassegnare la potestà temporale, e, fatto incitatore d'insurrezione,
sovvertitore dell'equilibrio territoriale e del diritto comune
governativo europeo, cacciasse il guanto a tutta quanta la lega dei re?
Voi, re, nol fareste. Io, re, scenderei dal trono, mi rifarei cittadino,
e il dì dopo, libero d'ogni vincolo coll'Europa monarchica, griderei a
soldati e a cittadini: seguitemi all'impresa. Sperate l'una o l'altra
decisione da re Vittorio Emanuele?

Voi dunque, ai quali par fede che una nazione non possa farsi e vivere
senza re, non potete avere il re che chiedete, se non aprendogli la via
con una insurrezione di popolo. L'INSURREZIONE è, per voi come per noi,
l'unica soluzione possibile del problema italiano. Per voi, come per
noi, l'_iniziativa_ dell'impresa spetta al nostro popolo: il _monarca
unificatore_ non può che _seguire_; l'esercito piemontese non può che
_rispondere_ alla chiamata de' suoi fratelli. Perchè dunque non vi unite
con noi a procacciare, a promovere, a persuadere l'insurrezione? Perchè,
invece di decretare, voi esule, a una terra schiava un re alleato in
oggi degli alleati dell'Austria, non vi adoprate con noi a scuotere i
giacenti, a rinfrancare gl'incerti, a raccogliere gli ajuti per chi vuol
movere, a diffondere concordi la parola che suscita, a cominciar contro
l'Austria quella guerra, che può sola presentare al re vostro
opportunità di snudare la spada e rivelare all'aperto le generose
intenzioni, susurrate oggi misteriosamente all'orecchio dei creduli, dai
faccendieri di corte?

Invertendo l'ordine logico dei fatti, che devono e possono costituire lo
sviluppo della nostra rigenerazione, voi, che pur vi dite _pratici e
positivi_, nuocete al popolo, smembrando il Partito Nazionale che deve
guidarlo, _disertando l'unico terreno comune, sul quale tutte le forze
potevano e possono tuttora raccogliersi_; nuocete al re, facendolo
apparire davanti all'Europa provocatore segreto d'agitazioni ostili ai
governi; aizzandogli contro le ammonizioni e le minaccie di quegli
stessi gabinetti che, disposti a salutare un fatto potente compiuto,
desiderano pur non di meno impedire che sorga, costringendolo, quand'ei
non abbia energia o ipocrisia sovrumana, a legarsi verso i governi
europei con nuove promesse di pace, d'ordine, d'immobilità, se non forse
di repressione. Siete a un tempo amici imprudenti, tiepidi e malsicuri
patrioti.

Perchè dunque ostinarvi su quella via? Perchè, uomini che amano
anch'essi sinceramente il paese, non si stringono in un accordo comune
di pensieri e d'azioni onde persuadere all'Italia che il momento per
levarsi è venuto, e ajutarla ad afferrarlo con celerità di mosse e
imponenza di forze?

S'arretrano essi forse impauriti davanti all'_esclusivismo_
repubblicano?

No: voi non proferirete quella parola, Manin; voi men ch'altri potreste
proferirla senza arrossire. La storia dei tentativi fatti da me, perchè
tutti ci unissimo sopra un terreno, che non è il _mio_, ad ajutare le
tendenze generose d'un popolo, che è migliore di noi letterati, v'è
nota. Ma, lasciando la banda gli sforzi inutili d'un individuo, il grido
unanime dei repubblicani d'Italia, convalidato da fatti innegabili,
sorgerebbe a smentire l'accusa.

_La Nazione salvi la Nazione: la Nazione, libera ed una, decida dei suoi
propri fati_--è programma esclusivo? Può intendersi, senza quella
formola, l'esistenza d'un Partito Nazionale? Non possono, non devono,
all'ombra di quella bandiera, abbracciarsi quanti cercano la Patria
comune, a qualunque frazione appartengano? Non rimane l'avvenire aperto
a ciascuno?

Noi, repubblicani oggi siccome jeri, non vogliamo imporre repubblica, e
confessiamo arbitro supremo il paese: voi, repubblicani jeri, volete in
oggi imporre la monarchia: chi è l'esclusivo tra noi?

    _Giugno 30._


III.

In una vostra lettera, s'io non erro, del 28 maggio, voi decretavate
Vittorio Emanuele re unificatore d'Italia.

Nella vostra del 26 giugno, voi professate d'insegnare, per mezzo della
stampa inglese, agl'Italiani di Napoli, il modo d'ottenere che
Ferdinando ridiventi monarca costituzionale delle Due Sicilie. Se
migliaja, anzi milioni d'uomini, schiavi d'una tirannide illimitata,
possano quetamente intendersi a praticare universalmente un rimedio più
che difficile e rare volte tentato là dove vivono libertà e diritti
custoditi da corpi deliberanti--se, dove potesse raggiungersi armonia di
voleri siffattamente miracolosa, non valga meglio scendere in piazza ed
emanciparsi a un tratto dall'esoso governo--è questione che gli uomini
del regno sciorranno, se giunge ad essi il vostro consiglio. Io scrivo a
chiedervi, a chiedere agli amici vostri, come si concilii la unità
d'Italia sotto Vittorio Emanuele col ristabilimento d'una monarchia
costituzionale in Napoli. L'Italia ha lungamente deplorato, Manin, il
vostro silenzio; temo che voi dovrete deplorare tra non molto l'ora, in
cui i suggerimenti di falsi o d'incauti amici v'indussero a romperlo.

Che cosa è che volete? In chi credete? qual via pratica di risurrezione
additate voi all'Italia? Qual è il principio, il metodo che vi guida?
Ogni uomo che s'arroga il diritto di consigliare un Popolo, ha debito di
dirlo chiaro. Voi accarezzate il _linguaggio_ reciso, laconico,
dittatoriale, dell'uomo che si sente capo, e domanda d'esser seguito;
non potreste avere aperto, logico, definito il _pensiero_? Volete
l'unità d'Italia sotto un solo monarca, o volete sette principi che, di
fronte a minaccie interne o straniere, giurino oggi e sgiurino domani
costituzioni? Volete un'insurrezione nazionale che ci conquisti colla
forza delle armi la PATRIA comune, o volete riforme locali, che ci diano
una dose omeopatica di libertà, concessioni che ci addormentino,
amnistie che ci disonorino? Quando chiedete al Popolo agitazione,
intendete agitazione di petizioni, dimostrazioni pacifiche, come quelle
che precedettero nel 1848 le cinque giornate, e che oggi sarebbero
accolte dalla mitraglia, o le sommosse parziali, che annunziano e talora
affrettano l'insurrezione? Quando dite che la rivoluzione è forse
_vicina_, accennate a un levarsi di moltitudini o ad una mossa spontanea
del monarca unificatore? Quando scongiurate che Roma non mova, insegnate
codardia all'insurrezione o fidate in arcani disegni dell'uomo del 2
dicembre?

A voi, ai vostri, incombe rispondere; e nol farete. Nol farete,
atteggiandovi a sprezzatori di richieste che chiamerete imprudenti, a
diplomatici che non possono, senza grave danno, rivelare il loro
segreto. Ma il vero è che non _potete_ rispondere. Voi non avete
segreto; non avete programma; non avete principio che vi guidi. Voi non
vivete di vita italiana, ma d'inspirazioni straniere. Voi cercate
l'Italia, non nelle aspirazioni e nella potenza, provata pochi anni
addietro, delle sue moltitudini, ma nei suggerimenti, nelle instigazioni
di gabinetti, che ci hanno sempre traditi. Io ne conosco gli agenti, e
potrei nominarli.

I governi europei tremano dell'Italia. Questa povera Italia, Cristo
delle nazioni pei patimenti, ha pure fidata a sè dalla Provvidenza la
parola della grande universale risurrezione; e lo sanno. Sanno che il
giorno in cui, inspirata da un momento di fede suprema, essa oserà
proferirla, la sepoltura, nella quale son posti a giacere i popoli, si
aprirà in un subito a dar varco alla nuova vita. Sanno che noi teniamo
in pugno la questione delle nazionalità, il nuovo assetto d'Europa.
Sanno che un grido potente di redenzione non può sorgere da questa
terra, che ha dato due volte la parola d'Unità alle razze europee, senza
suscitare UNGHERIA, POLONIA, GERMANIA, FRANCIA, GRECIA, e SLAVI
meridionali. E quando, frutto dei casi europei, delle nuove delusioni,
della rinfierita tirannide, ed opera del partito al quale io mi onoro
d'appartenere, sorse il fermento confessato dai _memorandum_, dai
discorsi ministeriali e dalla stampa europea, essi, i governi,
s'affrettarono impauriti a cercare, poichè non potevano spegnerlo, il
come sviarlo, e s'appigliarono al vecchio artificio del 1831 e del 1848,
dividere in due correnti la piena che minaccia sommergerli, smembrare in
due campi il campo della nazione, incitar gli uni, i più lenti, sì che,
non movendo mai, accennino pur sempre di movere, frenar gli altri, i più
fervidi, colle speranze di eventi prossimi e d'una unione generale di
forze, che non verrà mai, se non da un audace fatto compiuto. A questo
concetto, sorgente in oggi di quanto s'opra o si mormora nelle sfere
governative, era necessaria una bandiera, un'autorità di nome italiano,
noto e caro all'Italia, che impiantasse il dualismo nelle nostre file: e
scelsero voi. Voi siete, inconscio, il Gioberti del 1856.

Tornate a noi, Manin; tornate al campo della nazione; tornate agli
uomini che difendevano l'onore d'Italia in Roma, mentre voi lo
difendevate in Venezia; tornate al Popolo, al Popolo che combatte e
muore, al popolo che non tradisce, al Popolo delle cinque giornate, al
Popolo dei grandi fatti di Sicilia, di Bologna, di Brescia, della città
che v'ha dato vita. Siete in tempo. Lacerate tutte le vostre lettere, e
serbate unicamente il SE NO, NO della prima: un anno d'ambagi, di
codarde dubbiezze, e d'inadempite speranze, ha ormai cancellato quel
_se_. Vi rassegnaste a un'ultima prova; dichiaratela or consumata, e
venite a noi. Dite agli Italiani: _accoglietemi: io non ho più fede che
in voi_. V'accoglieranno plaudenti; e risponderanno, credete a me,
all'accordo unanime degli uomini di tutte le frazioni, con fatti, che
saranno ai bei fatti del 1848, ciò che l'incendio è alle annunziatrici
scintille.

L'Italia versa oggi in uno di quei momenti supremi nei quali il Partito
deve decidere tra il fare ed _essere_ domani, o soggiacere a un decennio
di schiavitù. Nella guerra delle nazioni oppresse, le circostanze
geografico-politiche, in consenso noto degli animi dall'Alpi al mare, e
l'opinione europea, hanno decretato che l'iniziativa spetta all'Italia:
bisogna accettarla, o abdicare e aspettar salute dalla lentissima,
incerta modificazione delle cose europee.

Da un lato, le insurrezioni antivedute, prenunziate inevitabili
dall'opinione, sono appoggiate dall'opinione; la nostra proromperebbe
come incarnazione, rappresentanza materiale d'una idea, d'un principio,
che ha già ricevuto la cittadinanza europea. Le confessioni della
diplomazia, l'attenzione rivolta da tutti i governi alle cose nostre
l'agitazione seminata dagli uomini della monarchia piemontese, le
previsioni della stampa di tutti i paesi, l'ordinamento spontaneo, o
provocato dagli uomini di parte nostra tra il popolo delle città tutte
quante, dentro e fuori d'Italia, hanno a gara preparato il terreno a chi
vorrà impossessarsene. Ogni _fatto_, splendido d'ardire e di volontà,
compito in nome della Nazione e delle Nazioni, apparirà come segnale
inaspettato, invocato dagli oppressi di tutti i paesi. Dieci bandiere di
popoli risponderanno, sorgendo a guerra, a quel _fatto_.

Dall'altro, non giova dissimularlo, l'opinione delusa rovescierebbe su
noi giudicio severo; il terreno conquistato dalle prove del 1848 e del
1849 sarebbe perduto. Il core dell'Europa batteva, concitato di speranza
e di fede, per la Polonia molti anni dopo l'insurrezione del 1830;
l'inerzia sistematicamente adottata, per calcoli d'opportunità
menzognere, dagli uomini di quella nazione nel 1848 e negli anni che
vennero dietro, ha spento quel palpito d'affetto; e l'opinione, ch'io so
mal fondata, pure universalmente diffusa, che la Polonia sia morta,
russa, impotente, fu una delle principali cagioni che trattennero il
popolo inglese dal comandare al proprio governo di mutare le tendenze
dell'ultima guerra. Lo stesso avverrebbe di noi, s'or tradissimo le
speranze vive per ogni dove. Abbiamo tanto snudato le nostre piaghe
all'Europa, abbiamo svelato con tanta insistenza la storia dei nostri
dolori e a un tempo stesso del nostro fremito e delle nostre minaccie,
che non dovremmo lagnarci fuorchè di noi, se l'Europa, stanca e
vedendoci pur sempre fallire al momento opportuno, gittasse su noi la
condanna: _sono millantatori codardi; meritano pietà, non favore ed
ajuto_.

Bisogna fare, o scadere.

E fare e riescire si può, se--lasciate da banda le vie oblique,
rinunziando, non a giovarsi della diplomazia, ma ad accettarne le
inspirazioni, rassegnando alla nazione emancipata i programmi
dell'avvenire, accettando, fin dove importa, la cooperazione d'ogni
elemento, ma non sottomettendo la propria azione ad alcuno--gli uomini
che amano il paese più che sè stessi, vogliano unirsi tutti ad azione
incessante, ardita, virile, nelle norme seguenti:

Vogliamo una Patria, vogliamo la Nazione; vogliamo che una Italia sia.
Possiamo _accettare_, a giovarcene, non _chiedere_, riforme o
miglioramenti amministrativi e civili. Sappia l'Europa che venticinque
milioni d'uomini, figli d'una terra che ha dato all'Europa incivilimento
e unità morale, non chiedono elemosina di condizioni più miti, ma
chiedono d'essere ammessi, Nazione, tra le Nazioni.

La libertà e l'unità d'Italia non possono conquistarsi che colle nostre
forze, col nostro sangue, colla battaglia di tutti per tutti. I nostri
più potenti alleati devono essere i popoli oppressi come noi siamo. Li
avremo a seconda dell'energia che riveleremo sorgendo. I forti son certi
di essere seguiti.

Qualunque sia l'intenzione, qualunque il disegno della monarchia
piemontese, l'_iniziativa_ del moto spetta necessariamente al popolo.
L'insurrezione popolare può sola preparare freno e rimedio ai disegni,
se tristi; sola porgere opportunità al loro sviluppo, se buoni.

Qualunque sia quindi l'opinione in proposito di ogni italiano che ami
davvero l'Italia, egli deve rivolgere tutti i suoi sforzi a promovere
l'iniziativa insurrezionale.

L'Italia è matura per sorgere e vincere, più assai che non era nel 1848,
quando eravamo incerti del popolo, oggi deliberatamente nostro in tutte
provincie, in tutte città. Non bisogna consecrarsi a lavori già fatti.
Non bisogna smarrir tempo e cure in vasti preordinati disegni, scoperti,
traditi sempre, prima di tradursi in fatti: bisogna chiamare gli audaci
all'azione aperta, coll'azione aperta:

Spirar fiducia negli irresoluti, provando ad essi col fatto, che
sorgere, trascinarsi dietro le moltitudini e vincere, è cosa possibile;
provare, come il filosofo antico, la possibilità del moto, movendo:

Diffondere per ogni dove il fermento, l'aspettazione, l'ansia del
segnale; e concentrare il lavoro pratico, definito, sopra un punto dato
d'onde abbia a sorgere quel segnale, è questo il segreto della vittoria
per noi.

Ogni provincia, ogni città importante d'Italia può essere quel punto;
ogni provincia, ogni città d'Italia deve lavorare ed essere quel punto.
Ogni terra d'Italia ha in deposito il Diritto e il Dovere della Nazione;
ogni terra d'Italia può assumersi l'iniziativa del moto, e formare
l'antiguardo del grande esercito nazionale.

La prima che sorge deve sorgere in nome di tutte: tutte devono senza
indugio seguirne il segnale:

_Fuori gli stranieri; giù le tirannidi quali esse siano: la Nazione è
una e sovrana; in essa sola vive eterno, incancellabile, il diritto di
prescriver forma ai proprî destini_: chi non accetta programma siffatto
non appartiene al Partito Nazionale; è uomo di setta o di fazione; chi
lo accetta, lo dica, lo diffonda a un nucleo d'uomini intorno a sè,
raccolga sollecito danaro e materiale da guerra quanto più può, e
comunichi direttamente, o attraverso il nucleo che gli è vicino, col
centro della sua provincia o città.

Un Governo d'Insurrezione, uscito e approvato dall'insurrezione stessa,
ne regga le parti. Quei che scendono in campo ad appoggiare il moto
iniziato, siano accolti, quali essi siano, come alleati e fratelli, non
come padroni.

Fatti e non parole; sagrifici e non frasi pompose di retori o
discussioni interminabili su programmi; cartuccie e non libri; ogni cosa
è concessa a un Popolo schiavo fuorchè il cader nel ridicolo; e noi,
schiavi di stranieri, di papi, di preti, di re, di gendarmi, di tutti e
di tutto, ciarlando sempre di sorgere, e non sorgendo mai, vi camminiamo
a passi veloci.

Venite a noi, Manin; date il nome vostro a norme siffatte; la Nazione
dimenticherà le vostre lettere, per non ricordar che Venezia. E se no,
no. La Nazione, temo, dimenticherà che foste capo, grande talora, d'un
Popolo di prodi, per ricordarsi soltanto dell'uomo, che, acclamato capo
d'una Repubblica, sagrificava ripetutamente alla monarchia il principio
giurato, vietava alla futura Capitale d'Italia di cacciar lo straniero,
e decretava ad un tempo, il Borbone re costituzionale di Napoli, e
Vittorio Emanuele monarca unificatore d'Italia.

    _2 luglio._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



A GIORGIO PALLAVICINO


    SIGNORE,

Io onoro il vostro passato; non intendo il vostro presente. Ammiro e
ammirerò sempre in voi uno di quei nostri martiri che primi, mentre la
patria dormiva e l'idea Nazionale era sogno di pochi, rappresentaste
nobilmente allo Spielberg l'antica protesta del Diritto Italiano contro
la forza brutale; ma mi geme l'animo in vedervi, or che la Patria si è
desta, or che l'Idea Nazionale è fremito di tutto un popolo, trascinarvi
miseramente dietro a un fantasma di forza, rinegare, pur balbettandone
il nome, la coscienza della Nazione, e protestare, con una ostinazione
che non ha scusa, il Dritto Italiano a' piedi d'un re tentennante che
guarda altrove e di pochi ministri inetti, diseredati di ogni grande
concetto, che si giovano di voi a logorare d'illusione in illusione la
fede operosa di quei che vorrebbero far salva davvero l'Italia.

Ricordo gli anni nei quali noi, giovanotti allora, tendevamo, palpitanti
di riverenza e d'amore, l'orecchio a ogni voce che movea dal luogo ove
sorgevano le vostre prigioni, come s'essa dovesse recarci un messaggio
di fede. Lo Spielberg era per noi il Golgota dell'Italia e voi eravate
gli apostoli perseguitati, confessori d'una religione nazionale
nascente, destinata a ritemprare una gente caduta in fondo per idolatria
d'_interessi_, e risollevarla all'adorazione dei _principî_, del Vero
eterno, del Dritto immortale. Ah! dovea tanta espansione d'affetti,
tanto entusiasmo d'anime pure e fidenti, condurci a vedere il nostro
Pellico morire della morte dell'anima prima che di quella del corpo, e a
udir voi, Giorgio Pallavicino, gridare all'Italia l'atea parola:
_prostrati a un re, adora l'idolo dell'interesse dinastico, o rimanti
schiava!_

Io non so chi suoni quel _noi_ frequente nelle vostre pagine del 15
ottobre[113]. Parlate, accettate, in nome degli uomini che si dicono di
parte regia? È il vostro _ultimatum_ una risposta _collettiva_ alle
nostre conciliatrici proposte? Sale dell'anonimo _ex-prigioniero di
Stato_, al quale io accennava pochi dì innanzi, fino all'aule nelle
quali, in nome d'Italia, si patteggia coll'impianto d'una dinastia
straniera nel Sud? Veggo, in cima allo scritto vostro, le parole:
_Partito Nazionale Italiano_. Quelle parole, usurpate a noi, come
s'usurpa una parola d'ordine a cacciare scompiglio in un campo, e poste
oggi in capo a scritti, che sembra abbiano assunto di travolgere nel
ridicolo la causa italiana, furono usate nel senso regio, prima che da
altri, da Daniele Manin. Assente egli al vostro dilemma? l'altero _se no
no_, che suonava naturalmente: _liberi con voi o senza voi_, si
tramuterebbe oggi dunque nella formola servile: _liberi per opera vostra
o schiavi_? Gioverebbe saperlo. Gioverebbe sapere se, mentre gli
stranieri s'agitano per noi col grido l'_Italia per gl'Italiani_, gli
uomini della Monarchia piemontese hanno core di presentare ai loro
fratelli il programma: _o nostri o dell'Austria_. Se mai ciò fosse--se
mai le imprudenti parole: _noi respingiamo la bandiera neutra,
giudicando la conciliazione impossibile_, fossero le parole, non d'uno o
di pochi individui, ma d'un intero Partito--quel Partito diventerebbe
immediatamente _setta, fazione_. Chiunque ha core in Italia e senso di
dignità si leverebbe per dirgli: «_O non sorgeremo o sorgeremo per
essere liberi e padroni di noi; possiamo donarci, non soggiacere a
condizioni prescritte_.» E a noi, uomini non di re ma della Nazione, non
rimarrebbe che spiegare esclusivamente la vecchia nostra bandiera, e
dirvi: _Noi accettiamo l'arbitrio del paese, non quello d'una frazione:
se respingete ogni conciliazione, se rovesciate l'altare della sovranità
nazionale, noi ci riconcentreremo alla nostra fede individuale e
grideremo Repubblica_.

No; non è. Voi non siete interprete d'un partito. Le aspirazioni degli
uomini di parte monarchica non vanno tant'oltre. Essi non si
arretrerebbero di certo davanti a una violazione della libertà
nazionale; taluno fra i vostri lo diceva, ingenuamente immorale,
poc'anzi: «_vinciamo; poi imporremo_»[114]. Ma non osano. Il pensiero
della unità nazionale è troppo grande per essi: sanno che la corona
d'Italia schiaccerebbe le auguste fronti dei nostri principi. Gli illusi
patrioti li tentarono tutti, ad uno ad uno, nell'ultimo mezzo secolo,
respinti da tutti; il più tristo rispose alla proposta col patibolo di
Ciro Menotti: il più debole, Carlo Alberto, colla diserzione al campo
nemico. Non si crea una nazione se non da chi l'ama: bisogna venerarne
il concetto, incarnarlo in sè, consecrargli la vita, fremere, vegliar le
notti, affrontar l'insulto, patire, fare per esso: i re non amano; hanno
talora un'ambizione volgare, un _interesse_--voi stesso lo dite--a
guida; e non possono levarsi all'ideale della creazione d'un Popolo.
Poveri d'intelletto, corrotti dai godimenti del presente, immiseriti
dall'adulazione servile che li circonda, non hanno nè possono avere
intuizione dell'avvenire. Legati da vincoli di trattati, di parentela,
di tradizioni dinastiche, tra la minaccia della diplomazia collettiva e
quella dei popoli, ai quali ogni passo salito rivela un nuovo orizzonte
di verità fatale alla monarchia, tremanti dell'una e degli altri, essi
non porranno mai a rischio la loro piccola corona dell'oggi per la
speranza di conquistarne una maggiore domani. E gli uomini di parte
monarchica conoscono i loro padroni, nè s'attentano, nei loro disegni,
di là dai confini voluti. Quei disegni non hanno varcato mai, non
varcano in oggi, una timida, lontana, incerta speranza di un limitato
ingrandimento territoriale, e non da conquistarsi coll'audace
_iniziativa_ dell'armi, ma da procacciarsi, quando noi popolo
sorgessimo, dalle potenze occidentali, in ricompensa di pericoli più
gravi rimossi, e patteggiando con Murat, coll'uomo del 2 dicembre, con
qualunque possa ajutarli all'intento.

La parola _Unità_ è bandita, nei conciliaboli, come sovvertitrice
dell'ordine europeo, derisa come utopia ineseguibile d'uomini insani e
pericolosi. Lo avversarla è patto giurato di gabinetto, e prezzo d'una
promessa di protezione straniera all'inviolabilità dei dominî attuali.
Il grido che voi proponete apparirebbe suggerimento, provocazione
piemontese ai gabinetti proteggitori: essi minaccerebbero ritrarsi;
però, i vostri, che non osano, nè sanno, nè possono combattere senza
quell'ajuto, rifiutano l'intento, l'_una_ Italia che voi proponete.
Essi--da alcuni individui in fuori--parlano dell'_Alta Italia_, non
d'altro. E quel regno sognato non abbraccia neppure tutto il
Lombardo-Veneto: i loro progetti, se mai potessero verificarsi, sommano
a sprecare onore, sostanze, vite italiane, per fondar _quattro Italie_,
una francese, una austriaca, una papale, una sarda; e le quattro ne
trascinano inevitabilmente una quinta, la siciliana, dacchè
l'Inghilterra non consentirà mai la Sicilia a un prefetto di Francia. O
voi ignorate queste intenzioni e siete cieco, passeggiate coi bambini
nel limbo: o voi lo sapete--e allora, perchè illudete i vostri
concittadini? perchè li persuadete a sperare in intenzioni che il
governo _liberatore_ non ha? perchè v'intitolate _Partito Nazionale_?
perchè dite _noi_?

Voi non lo ignorate. Voi sapete che l'Idea dell'Unità Italiana, senza la
quale la Patria è nome vuoto di senso, non entra nei disegni della
monarchia piemontese. Voi volete--sono vostre parole--_allettare,
sforzare all'uopo_ il monarca. Possibile! È la causa d'Italia caduta
così in fondo, che noi dobbiamo, non accogliere, ma mendicare un
padrone? Che? far dipendere da un egoismo _allettato_ la creazione di un
Popolo? _sforzare_ un re ad esser grande? voi lo sforzerete a tradirci.
Il monarca allettato si ritrarrà davanti al primo ostacolo grave che lo
minaccerà sulla via; e quando noi vorremo costringerlo a inoltrare, ci
tradirà. Così fece Pio IX; così il re di Napoli; così, per colpa propria
o di chicchessia, la monarchia piemontese nel 1848. Non ci costringete
perdio, a rimescolar quella storia di vergogna e di sangue.

Se Dio potesse mai oggi mandare nel core d'un re il grande pensiero di
farsi liberatore e unificatore della propria Nazione--se il POPOLO non
fosse, per decreto di Provvidenza e logico sviluppo di sintesi storica,
l'unico re possibile dell'avvenire--quel re porrebbe da un lato,
disposto a perderla, la povera sua corona, e snudando la spada e
cacciandola attraverso la rete di vecchî iniqui trattati, che gli
contendono libertà d'opere, griderebbe ai milioni che lo circondano:
_ecco: io non sono monarca, ma primo soldato e primo cittadino d'Italia.
Noi dobbiamo cancellare insieme un'onta di secoli, insieme conquistare
il Diritto di reggerci liberi a unità di Nazione. Serratevi intorno a
me, però ch'io mi sento deciso a vincere o cadere con voi_. Quel re,
vincendo, non avrebbe forse il misero vanto di fondar dinastia; pur di
certo ei sarebbe, monarca, preside o dittatore, l'Eletto del Popolo. Ma
un re sforzato? un re allettato dall'offerta d'una più ricca corona?

Da un re _sforzato_ voi avreste, presto o tardi, il 15 maggio.

Da un re _allettato_ avreste promesse splendide in sulle prime; poi, per
forza di cose, titubanza, come di chi procede, non per impulso proprio,
ma per altrui--scelta di capi avversi o ineguali all'impresa, comandati
dalle tradizioni aristocratiche di ogni monarchia--limitazione dei
disegni di guerra fin dove imporrebbero le monarchie sperate amiche o
non nemiche--sospetto d'ogni elemento non interamente dipendente
dall'inspirazione monarchica--rifiuto di tutti gli ajuti che tendono a
dar, coll'azione, coscienza al popolo della propria forza e dei proprî
diritti--prostrazione d'ogni entusiasmo nelle moltitudini, che sole
assicurano vittoria ad ogni guerra nazionale--isolamento dell'elemento
regolare, inferiore per cifra al nemico--indietreggiamento e tendenza ad
accogliere patti disonorevoli e contrarî al primo programma--malcontento
del popolo rieccitato--inganni a sopirlo--capitolazioni vergognose--e
Novara.

È legge di cose, e voi non potete sfuggirla. Sforzando o allettando, voi
preparate al paese la terza rovina, la seconda Novara.

Io vi predissi la prima; ed or vi predirei la seconda: ma non oserete.
Voi siete, o monarchici, diseredati d'iniziativa. _Nessuno agirà primo
in Italia se noi non agiamo._ E se, a Dio piacendo e all'Italia,
operiamo, respingeremo la vostra esclusiva, tirannica, intollerante
bandiera.

La respingeremo, perchè prefiggere anzi tratto un capo a una
Insurrezione Nazionale, e darne le sorti al caso, è tutt'uno. I capi
delle insurrezioni escono dalle insurrezioni medesime; e allora soltanto
possono incarnarne in sè il concetto e l'audacia.

La respingeremo, perchè prefiggere a una Insurrezione Nazionale un re, è
lo stesso che condannarla a tutte le tradizioni, necessità, esitazioni,
transazioni, inerenti a una guerra regia, fatali inevitabilmente al
successo. Dando la condotta d'una insurrezione al principio monarchico,
voi affidate lo sviluppo d'una _rivoluzione_ al principio dell'_ordine
stabilito_: e quanto al re guidatore, voi lo ponete nel bivio o di
segnare egli stesso gli ultimi fati della dinastia, o di tradire. Non è
un solo tra voi che non abbia scritto o detto, l'avvenire dell'Italia
libera essere la Repubblica.

La respingeremo, perchè da Vittorio Emanuele non abbiamo pegno alcuno di
genio, di devozione all'Italia, di audacia pari all'impresa, di ferrea
costanza e di preconcetto disegno. Sappiamo ch'egli trovò lo Statuto
legge del regno, che lo accettò, e che non potrebbe, se anche ei
volesse, ritorlo. Sappiamo che i ministri, nei quali ei fida, rifiutano,
come utopia non verificabile, l'Unità dell'Italia, ne perseguitano i
promotori, e accettano, taluni almeno, la vergognosa, funesta influenza
imperiale di Francia, al mezzodì dell'Italia.

La respingeremo perchè tutti i _municipalismi_, che voi Pallavicino
enumerate nel vostro scritto presti a confondersi nella grande libera
espressione della Volontà Nazionale, riarderebbero, minacciosi, il
giorno in cui volessimo cancellarli sotto il dominio _imposto_ d'un re,
domandato ad una o ad altra provincia.

La respingeremo, perchè siamo Repubblicani, e se accettiamo, più
riverenti che voi non siete al paese, il voto della Nazione, quando
anche avverso alle nostre credenze, non vogliamo soggiacere all'arbitrio
d'una frazione impercettibile del Partito.

E la respingeremo, perchè è parola--non di codardi: avete provato che
voi nol siete--ma codarda, il dire ad un popolo, che deve e vuole farsi
libero: _da un individuo pende la tua salute; devi acclamarlo o non
insorgere_. Un popolo, che accettasse questa _formola salvatrice_, non
merita d'essere libero, e nol sarà.

A questo popolo, grande anche nella sventura--a questo popolo, che
gl'istinti europei additano come depositario dei fati delle nazioni
oppresse--è tempo, parmi, di tenere linguaggio diverso e più degno.
Questo popolo balzò gigante dal fango d'un doppio servaggio, sei anni
addietro, commosso da una parola di Nazione e di Libertà, che noi gli
avevamo proferita, santificata dal sangue dei nostri martiri. Non chiese
un re, ma una Patria; non mendicò, a patto di concessioni servili,
promessa di battaglioni ordinati, ma disse a sè stesso: _sono italiani e
li avrò_. Grande a un tratto per un senso di dovere comune, per un lampo
di fede che avea solcato subitamente la tenebra in cui giacea, s'inebriò
della vista d'una bandiera, sulla quale non era scudo di Savoja, nè
altro, fuorchè l'iride dei bei tre colori, si levò a battaglia e vinse,
e trascinò dietro a sè i battaglioni ordinati. Poi, prevalsero funesti
consigli. Voci d'uomini, taluni tristi, altri illusi, e inetti tutti, e
incapaci d'intendere qual tesoro di forze si chiuda in un popolo e in un
_principio_, gli susurrarono di re, di _centomila soldati_, di
liberatori _allettati_ o _sforzati_. E il moto diventò, di nazionale,
dinastico; e all'impeto d'amore sovrumano, che avea convertito una gente
schiava e divisa in un popolo di fratelli, sottentrò la _diffidenza_;
poi la _discordia_ e lo sconforto e l'isolamento e l'inganno e la rotta
dei _battaglioni ordinati_; e la tenebra si raddensò sull'Italia: e il
popolo ridiscese nella sua prigione ad espiarvi la colpa d'essersi
lasciato sedurre ad abbandonare il _principio_, che gli aveva dato forza
e virtù. Allora, i delusi profughi giuravano, giuravano a noi, ch'erano
rinsaviti per sempre, che nessuna illusione, nessun sofisma li avrebbe
mai più sviati d'un passo dalla bandiera della Nazione. Ora, immemori,
incorreggibili, copisti meschini d'un passato che dovrebbe farli
arrossire, ridicono al popolo, ridesto al fremito e conscio che
l'espiazione è compita, gli errori, i sofismi e le codardie d'otto anni
addietro. Io ricordo ogni linea di quella tristissima storia, e grido
agli Italiani: «Badate! Guai se porgete orecchio a quei detti! Ricordate
il 15 maggio; ricordate Milano; ricordate Novara. I consigli ch'oggi vi
danno, sono gli stessi che v'hanno perduti pochi anni addietro; gli
uomini che osano darveli sono gli stessi che vi travolsero allora. Non
siate, per Dio, popolo di fanciulli! Quegli uomini vi parlano di
battaglioni che non hanno, di cannoni che non s'allontaneranno d'un
palmo dalle fortezze o dagli arsenali ove giaciono, di re collegati con
chi rifiuta l'Unità della vostra terra. Di fantasma in fantasma, di
sogno in sogno, servi ciechi e inconsapevoli di un inganno tessuto a
frenarvi, essi vi trascinano fin dove comincia il disonore, ch'è la
morte dei popoli. E se anche la monarchia, ch'essi presumono imporvi,
potesse mai--e nol può--scendere sull'arena prima, essa si varrebbe del
vostro moto per ottenere, colla minaccia di peggio, una zona del vostro
terreno, e abbandonerebbe, voi tutti quanti non siete compresi in quella
zona, alle vendette d'un nemico irritato. Essi vi dicono, come a gente
spregevole che non può vivere senza padrone: _gridatevi un re o non
sorgete_; io vi dico: _sorgete liberi padroni di voi: darvi senza patti
è parte di schiavi_. Sorgete in nome dell'eterno Diritto: abbiate,
incarnate in voi, la coscienza di quel Diritto: senza quella, non
isperate d'essere liberi mai. Voi siete giganti di forza, purchè
vogliate esserlo di volontà. Ma se volete essere Nazione--se volete dai
popoli d'Europa che studiano i vostri moti, non pietà, ma onore e ajuto
fraterno, v'è d'uopo rompere oggimai quel cerchio di menzogne, di
piccoli calcoli, d'espedienti immorali o fallaci, che le piccole menti,
i _politici_ della giornata, e le scimmie di Machiavelli, v'hanno steso
attorno; v'è d'uopo riconsacrarvi a dignità, a riverenza pei santi nomi
d'Italia e di Roma, colla memoria della grandezza passata, colla fede
nella grandezza avvenire; v'è d'uopo di purificare la BANDIERA NAZIONALE
di tutto questo fango d'anticamere e cancellerie, che gli adoratori
degli idoli v'hanno cacciato sopra. Voi non dovete adorare altro Dio che
Dio, e il Popolo sulla terra. Posate, finchè non v'è dato di sorgere
come leoni. Sorgete, venuta l'ora, potenti e subiti come le nostre
tempeste. Colpite siccome fulmine. Decisi, volenti, avrete dalla Nazione
i battaglioni e i cannoni, che oggi mendichereste invano da un re.»

A voi, Giorgio Pallavicino, ed ai vostri, io dirò: se invece d'ostinarvi
a fondare un Partito Nazionale senza la Nazione, e ad evangelizzare una
guerra regia senza re e senza esercito, dacchè l'insurrezione sola può
darveli, vi adopraste colla tacita opera concorde, colla parola, e col
sacrificio di parte dei vostri mezzi, a spianare le vie difficili alla
Insurrezione--se, invece di gettare nel nostro campo una nuova semenza
di discordia e di riazione coll'intolleranza, abbracciaste con noi la
bandiera, non d'un governo locale, ma della Patria comune, e ve ne
faceste apostolo instancabile tra i vostri amici--se voi, Manin,
Cattaneo, Montanelli, Ulloa, Sirtori, Tommaseo, Garibaldi, e altri
uomini cari pel passato all'Italia, firmaste con noi, pegno d'unità di
voleri e di riverenza collettiva alla Sovranità del Popolo Italiano, una
chiamata simile a questa che io ho scritto qui sopra--voi sareste di
certo più giovevoli alla vostra Patria che non siete oggi, stampando
foglietti in nome d'un Partito invisibile, che manda il Papa a
Gerusalemme e commette la Dittatura a una _ipotesi_ di liberatore. E noi
potremmo salutare i vostri anni cadenti colla stessa amorevole
riverenza, che avviava i nostri pensieri allo Spielberg, quando voi
eravate protesta vivente, fra i ceppi, per l'Italia contro le tirannidi
che l'opprimono, senz'altra fede che nel Dio di Giustizia e nella
Nazione predestinata a risorgere. Io, se mi è dato di vedere il giorno
di resurrezione, ricorderò al popolo quella protesta, perchè sperda fin
la memoria degli errori nei quali, per una funesta illusione, vi
lasciaste più dopo travolgere.

    _Ottobre, 25._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



RICORDI SU CARLO PISACANE


Un giorno in Roma, nel 1849, mentr'io era ancora semplice rappresentante
del popolo e senza parte nella suprema direzione delle cose, saliva a
vedermi un giovane ufficiale napoletano. Era Carlo Pisacane. Mi si
presentava senza commendatizie; m'era ignoto di nome e, bench'io
ricordassi di averlo alla sfuggita veduto un anno prima fra quel
turbinìo d'esuli che la dedizione regia rovesciava da Milano e da tutti
i punti di Lombardia sul Canton Ticino, io non sapeva nè gli studî
teorici e pratici, nè la ferita di palla austriaca che lo aveva tenuto
per trenta giorni inchiodato in un letto, nè i principî politici serbati
inconcussi attraverso l'esilio e la povertà, nè altro di lui. Ma bastò
un'ora di colloquio perchè l'anime nostre s'affratellassero, e perch'io
indovinassi in lui il tipo di ciò che dovrebb'essere il militare
italiano, l'uomo nel quale la scienza, raccolta con lunghi studî ed
amore, non aveva addormentato, creando il pedante, la potenza di
intuizione e il genio, sì raro a trovarsi, dell'insurrezione. Da quel
giorno in poi fummo amici e concordi nell'opere a pro del Paese.

La fronte e gli occhî di Carlo Pisacane parlavano a prima giunta per
lui; la fronte rivelava l'ingegno, gli occhî scintillavano di energia,
temperata di dolcezza e d'affetto. Traspariva dalla espressione del
volto, dai moti rapidi, non risentiti, dal gesto nè avventato nè
incerto, dall'insieme della persona, l'indole franca, leale, secura. Il
sorriso frequente, singolarmente sereno, tradiva una onesta coscienza di
sè e l'animo consapevole di una fede da non violarsi nè in vita nè in
morte.

Era la FEDE ITALIANA: la fede nella Patria avvenire, nell'Unità
repubblicana d'Italia e nel Popolo per fondarla.

Fede, io dico, e non opinione: l'_opinione_ nazionale è oggi universale
in Italia: la _fede_ rara tuttavia, fuorchè tra i popolani delle nostre
città, nei quali riposano le migliori speranze d'Italia. L'opinione
commossa dalle ingiustizie e dalle pazze ferocie che tuttodì si
commettono dai nostri padroni in Italia, dal desiderio di sicurezza
personale e di più largo sviluppo all'industria e ai guadagni, dalle
condizioni migliori in che versano le nazioni più libere, _crede_ che
una Italia _dovrebbe_ essere; la fede--convinta che noi tutti siam posti
quaggiù per compiere quando che sia un intento comune; che
l'associazione di tutte le nostre facoltà e forze per raggiungerlo è
nostro dovere; che il dito di Dio ha segnato nei caratteri geografici,
nelle lingue, nelle tradizioni delle diverse terre, la distinzione dei
gruppi nei quali deve partirsi l'associazione universale--_sa_ che una
Italia _sarà_. L'opinione, vagante nella sfera del pensiero e presta a
salutare e seguir l'azione da dove che venga, non sente il bisogno
d'iniziarla e, rifuggendo dai pericoli che l'accompagnano, fa velo
all'intelletto e trasforma volentieri le difficoltà in impossibilità: la
fede anela alla azione, martirio o vittoria: sa che bisogna educare il
Popolo a fare, e fare con esso. L'opinione diplomatizza, si prostra,
sprezzando nel suo segreto, a qualunque potere le faccia sperare un
milionesimo di libertà; insozzerebbe dello stemma turco la santa
bandiera, se il sultano s'arrendesse a dire: _innesterò sul mio
dispotismo una frazioncella di miglioramento_; la fede intende che non
si rigenerano i Popoli con la menzogna; intende che le Nazioni non siano
se non hanno coscienza del loro diritto, e chiama coll'esempio il Popolo
a conquistarsi patria ed emancipazione col proprio sacrificio e col
proprio sangue. L'opinione, piegando a seconda di tutti eventi,
accoglie, come grado a salire, le costituzioni strappate ai principi nel
1821; rinnega la fratellanza Italiana coi Governi provvisorî del 1831;
sostituisce alla bandiera nazionale la bandiera bianca dei moti di
Rimini nel 1843; fantastica le tre, le quattro, le cinque Italie, coi
Balbo, Azeglio, Durando; l'Italia del Nord con Gioberti, l'Italia
Muratista, Papale, Piemontese con Cavour e gli eunuchi politici che gli
fan codazzo:--la fede, logica, diritta, leale, non riconosce se non una
Italia, una Sovranità, quella della Nazione, una guerra di tutti, in
nome del diritto e dei principî che chiamano i Popoli ad esser padroni
di sè, per procacciare vittoria e vita normale a tutti. L'opinione cede
cogli anni, sfibrata dalle delusioni e dai patimenti inseparabili da
ogni grande impresa; la fede si ritempra nei santi dolori, e splende,
come il sole sulle nevi dell'Alpi, sulle fronti incanutite
nell'apostolato e nei tentativi d'azione. L'opinione sta alla fede
politica, come la filosofia alla religione. E religione, quali pur
fossero le altre di lui credenze, era l'amor patrio di Pisacane:
occupava in esso tutte le facoltà della vita, non illanguidiva per anni
o per sventura, non s'addormentava nello sconforto, egoismo ammantato
d'orgoglio, che oggi pur troppo sottrae tante anime, un dì generose,
alla lotta. L'ultimo giorno in cui ci abbracciammo, gli lampeggiava sul
volto quel sorriso di fede ignara del tempo, che mi strinse a lui nel
primo nostro colloquio a Roma. Gli uomini dei quali io parlo tradiscono
ne' stanchi lineamenti e ne' moti snervati il guasto che si è fatto,
consumando il bollore del sangue giovanile nell'anima loro; li diresti
reliquie galvanizzate di una vita spenta, fantasmi di un tempo che fu.

Erano giorni quelli nei quali gli affetti sgorgavano singolarmente
rapidi e schietti fra i seguaci della bandiera. Non v'era _menzogna_ tra
noi; il vero sfavillava, sereno e limpido, dal simbolo che aveva
sostituito Dio al papa, il Popolo all'aristocrazia di un clero
incredulo, inetto, corrotto; e nella luce di quel vero l'anime buone si
ravvisavano, imparavano a conoscersi ed amarsi più facilmente. Fra noi
non era _diplomazia_. Quando il nome d'Italia suonava sulle nostre
labbra, volea dire Italia davvero; non una Italia del Centro o del Nord.
Quando dicevamo _libertà_, intendevamo libertà vera e per tutti, non una
libertà di pochi, e salvi i _diritti_ d'una dinastia e de' suoi
faccendieri. Roma era convegno d'uomini viventi la vita piena, attiva,
volente, che Dio ci assegnava creandoci, e che noi stessi dovevamo
serbarci, non di liberti, di servi emancipati, che ne affidano la tutela
ad un re e a un pugno di milizie assoldate da lui; tra i giorni
sospettosi, dubbiosi, trepidi, di Milano dopo l'ingresso di Carlo
Alberto e i giorni di Roma repubblicana, correva lo stesso divario che
fra un'alba dei cieli sereni d'Italia e le fredde nebbie di Londra.
Luciano Manara di monarchico si tramutava in repubblicano, e mi chiamava
fratello; uomini imbevuti fino allora delle calunnie che ci chiamavano
alleati dell'Austria, dopo un giorno trascorso in Roma, si ricredevano e
venivano, accolti con amore, a dichiararcelo lietamente. Da poche vanità
incorreggibili in fuori, vivevamo tutti nella patria e nell'avvenire,
non nei proprî meschini rancori, nelle povere ambizioncelle di un'ora, o
nei gretti sistemi architettati nel gabinetto. Era vita collettiva d'un
Popolo trasformato dal subito apparirgli del vero tradotto in fatti, e
d'uomini scelti liberamente a capi, che avevano fiducia in quel Popolo.

C'intendemmo rapidamente con Pisacane, e mi occupai di metterlo in luogo
dov'ei potesse rivelare le potenti facoltà che gli fremevano dentro, e
giovare alla causa d'Italia.

Gli uomini che circostanze straordinarie e necessità imprevedute avevano
chiamato al sommo delle cose, avevano potuto far poco per un avvenire
imminente: forse la coscienza d'un diritto moralmente innegabile e la
purezza delle intenzioni li allettavano a sperare che non verrebbero
assaliti mai. Il dicastero di guerra era singolarmente negletto: non
ordini, non armi, non allestimento di un esercito nazionale. Io,
Pisacane ed alcuni altri sentivamo il turbine che si addensava
tacitamente da lungi. Sapevamo che la bandiera repubblicana non poteva
sventolare dal Campidoglio senza diventare più o meno rapidamente
bandiera d'Italia: come potevano gli eterni nemici della libertà delle
Nazioni lasciarla in pace? E d'altra parte, a che la libertà in Roma, se
non significava libertà dell'Italia intera? Il turpe spettacolo d'una
forte provincia italiana, libera e in armi per dieci anni, tra il gemito
di venti milioni di fratelli e l'insulto dello straniero, e nondimeno
inerte e inutile, anzi dannosa per lunghe inadempite speranze,
all'Italia, era privilegio serbato ai monarchici di Piemonte; i
repubblicani da Roma guardavano alle Alpi. D'offesa o difesa, a seconda
dei casi, la guerra era dunque inevitabile a ogni modo per noi. Il 19
marzo 1849 io proponeva all'Assemblea Romana di costituire una
Commissione di guerra, composta di cinque individui, che si occupasse,
dando conto ogni dieci giorni dei suoi lavori, d'apprestare armi,
armati, ordinamenti e studî guerreschi. Richiesto di consiglio quanto a
quei che dovessero comporla, indicai fra gli altri Pisacane. Ed egli fu
l'anima della Commissione e l'inspiratore de' suoi lavori. Se le di lui
cure attive non avessero apprestato i materiali alla difesa, i generosi
propositi di Roma sarebbero forse stati strozzati in sul nascere.

Il piccolo esercito romano era male ordinato: gli ufficî degli elementi
diversi che lo componevano erano mal definiti; le paghe non erano eguali
per tutti i corpi; non esisteva, se non di nome, stato-maggiore. E
questo piccolo esercito era disseminato in piccoli distaccamenti
attraverso lo Stato. Un lungo cordone, steso parallelamente alla
frontiera napoletana, ne assorbiva la maggior parte. L'idea di
proteggere uno Stato con una forza smembrata in piccoli nuclei posti a
difesa d'ogni punto esposto ad assalto era militarmente falsa. Gli Stati
si difendono non sul confine, bensì col concentramento delle forze
ordinate sui punti strategici interni. Ma il sistema contrario era
suggerito e appoggiato da tutte le paure locali: ogni paesetto della
frontiera fantasticava difesa, purchè avesse un gomitolo di milizia
regolare collocato sul proprio terreno: ed io solo ricordo la tempesta
di opposizioni, lagnanze e deputazioni provinciali, che mi fu forza
affrontare quand'io e i miei colleghi decretammo il riconcentramento di
tutte le truppe sui due campi di Bologna e di Terni. Quel
riconcentramento, avversato da presidi, deputati e cittadini delle terre
poste lungo il confine, sostenuto con ostinazione pari al convincimento
da Pisacane e da me, fu cagione che noi potessimo, al primo apparire dei
Francesi, raccogliere in Roma le forze.

L'unità dell'esercito, l'abolizione in esso di ogni privilegio e
disuguaglianza, il miglioramento degli elementi direttivi, il
concentramento su punti che gli assicurassero in un momento dato
l'iniziativa, furono opera in gran parte di Pisacane. E quei che sentono
quanto l'onore raccolto nel 1849 dalle armi italiane in Roma debba
fruttare nell'avvenire all'unità della patria comune, gli serberanno
lunga ed amorosa riconoscenza.

Ricordo le ore notturne che passavamo sulla carta d'Italia, parlando
dell'ultimo fine che la Repubblica Romana doveva proporsi; della guerra
della nazione; dei modi coi quali avremmo potuto iniziarla; dei disegni
che avrebbero dovuto presiedere al vibrarsi dei primi colpi. Parevami
che in lui il concetto della guerra insurrezionale vivesse limpido,
logico, rapido più che in qualunque altro da me interrogato; e gli studî
da lui pubblicati intorno alla malaugurata campagna del 1848 lo
riveleranno a chi vorrà leggerli attentamente. Ma quando, ad esplorare
l'animo suo, io gli chiedeva _chi guiderebbe militarmente_, ei
m'additava, senza pensiero di sè, un suo commilitone, allora colonnello,
nel quale infatti ebbi campo a riconoscere doti singolari, e concetto
altamente strategico della guerra nazionale, oscurato in oggi
miseramente da progetti colpevoli di monarchismo straniero. Pisacane
aveva, come dissi più sopra, giusta coscienza di sè, non ombra di
ambizione o di vanità.

Il 29 marzo 1849, dopo la rotta di Novara, fummo eletti triumviri, io,
Saffi e Armellini. Ci affrettammo a porre in atto le principali tra le
idee maturate coll'amico. Un decreto del 16 aprile dichiarava che
l'esercito romano raggiungerebbe la cifra di 45 000 uomini ed 80
cannoni, più due batterie di montagna. Se ci fosse stato dato tempo sino
al finire di maggio, Carlo Pisacane sarebbe forse caduto, ma col sorriso
della vittoria sul volto, appiè dell'Alpi Lombarde, non a Padula per
mano di fratelli, e senza conforto di vicina speranza per la patria
giacente.

Gli eterni nemici della Nazionalità Italiana sentivano intanto il
pericolo, e determinarono di prevenirlo. La morte della Repubblica
Romana fu decretata nei conciliaboli di Gaeta. Importava che il
principio repubblicano apparisse disonorato in Europa; e la Francia,
allora repubblicana di nome, fu scelta a vibrare il primo colpo. La
Francia accettò. Il 24 aprile fummo assaliti dalle armi francesi
codardamente e sotto colore di proteggerci contro l'invasione austriaca,
in Civitavecchia. La subita occupazione di Civitavecchia ci tolse 4000
fucili, che avevamo comprato a denaro dal Governo di Francia, un
battaglione di bersaglieri, ingannato prima, poi disarmato, e tra sei
mila soldati lombardi che s'apprestavano a ricongiungersi sotto le
nostre aquile, e ai quali il naviglio francese vietava il mare.
Nondimeno l'onore della Nazione, la necessità di provare con fatti che
il Paese, fatto segno di sozze calunnie da tutta la diplomazia
straniera, voleva davvero ed unanime le libere instituzioni proclamate
in febbrajo, l'immensa forza che una splendida difesa in Roma doveva
procacciare alla futura Unità Nazionale, comandavano resistenza ad ogni
costo; e decidevamo resistere. Pisacane fu scelto a capo dello stato
maggiore; nessuno de' suoi colleghi certo mi smentirà, s'io qui dico
che, condannati pur troppo a pentirci di parecchie scelte suggerite da
circostanze insuperabili o dalla poca conoscenza degli elementi
individuali coi quali ci trovavamo per la prima volta a contatto,
sceglieremmo oggi di nuovo l'aulico, s'ei vivesse, a quello o a più alto
incarico, senza timore d'illuderci.

Per me egli non era solamente il capo dello stato maggiore, esecutore
rapido e diligente delle intenzioni del generale in capo e delle nostre;
era l'ufficiale nato per la guerra d'insurrezione, dotato di quella
potenza d'iniziativa che trova la vittoria dove il nemico, fidando nella
scienza tradizionale, non prevede l'assalto, ed al quale io potevo
affacciare i più arditi consigli, securo ch'ei non li avrebbe respinti
unicamente perchè in apparenza contrarî alle così dette regole dell'arte
bellica. E da lui solo ebbi approvazione ed appoggio--mentr'altri, in
nome di quelle regole, protestava--in due di quelle determinazioni che
sembrano gravi di pericoli agli ingegni timidi e pedanteschi, e
trascinano, se non riescono, biasimo universale sulla testa di chi le
prende. La prima fu quella di vuotar Roma d'ogni milizia per inviarle
tutte contro l'esercito Napoletano accampato in Velletri e dintorni; la
seconda, quella di convertire, verso la fine dell'assedio, la difesa
regolare in una giornata campale.

I Francesi stavano, quando il nostro piccolo esercito mosse alla volta
di Velletri, appiè delle mura. V'era armistizio, ma a tempo
indeterminato; ed io sapeva che Oudinot era tale da romperlo e ordinare
l'assalto, qualunque volta ei vedesse l'occasione propizia a
impadronirsi di Roma. Togliendo a Roma ogni difesa di milizia regolare,
io avventurava dunque i fati della città; e ricordo ancora i giusti
terrori e i rimproveri di parecchî tra i membri dell'Assemblea, i quali,
vedendo reggimento dopo reggimento avviarsi fuori della cinta, correvano
sospettosi a chiedermi ragione degli ordini dati. Ma d'altro lato, i
Napoletani erano giunti senza ostacolo ad Albano e Velletri, e
minacciavano Roma; ed io sapeva che le istruzioni date al generale
francese gli commettevano di vietare l'ingresso in Roma ad ogni altro
straniero. L'assalire dei Napoletani trascinava quindi inevitabile la
subita rottura dell'incerta tregua; e, stretta fra due nemici operanti
ad un tratto, Roma era inevitabilmente perduta. Bisognava dunque
scegliere tra un _pericolo_, al quale potevamo in ogni modo opporre una
difesa di popolo, ed una _certezza_ di rovina. Bisognava liberarsi per
sempre dai Napoletani per poter poi concentrare tutte le forze a
sostenere l'urto dell'altro nemico. E bisognava, ad _accertare_ la rotta
dei Napoletani, cacciar loro addosso quante forze avevamo: il dimezzarle
non avrebbe raggiunto lo scopo, nè salvato Roma. Forte dell'approvazione
di Pisacane, m'avventurai. E il disegno riescì; riusciva ben altrimenti
se l'incauto ardire del corpo di battaglia, guidato dal generale
Garibaldi, non mutava in un assalto a Velletri le istruzioni date, che
erano quelle di raggiungere con una contromarcia Cisterna, e troncare le
comunicazioni e la via della fuga al nemico.

Più dopo, quando i Francesi stavano per aprir la breccia, e le cose
alloramai disperate di Francia e l'inerte silenzio di tutta Italia non
lasciavano alcuna via di salute visibile, pensai si dovesse convertire
l'assedio in una battaglia. La disfatta avrebbe senz'altro accelerato il
cadere di Roma; ma una decisiva vittoria ci avrebbe ridato due mesi
forse di vita; e ad ogni modo il fatto splendido per sè e audacissimo,
in chi era ridotto agli estremi, avrebbe coronato Roma di nuovo lustro,
prezioso, come dissi e sentivo profondamente, per l'avvenire davanti
all'Italia. Apersi il mio pensiero a Pisacane ed ei lo accolse
lodandolo, e lo tradusse in un disegno pratico che gli dava, s'altri non
lo rimutava poco prima dell'esecuzione, tutte le possibili probabilità
di trionfo. Il disegno fu descritto da Pisacane medesimo in una
_Relazione storica_, ch'egli inserì, nel 1849, in un fascicolo
dell'_Italia del Popolo_, pubblicato in Losanna; e lo ricopio, perchè
rivela singolarmente, parmi, la tempra dell'ingegno militare di
Pisacane.

«I monti delle Cave della Creta sono risentite ondulazioni di terreno,
comprese fra la strada di Tiradiavoli, che parte da Porta San Pancrazio,
costeggia Villa Pamfili e, svolgendo verso destra, conduce al canale di
Pio V, e l'altra che, movendo da Porta Cavalleggieri, rasenta le mura
Vaticane, passa per la Madonna del Riposo, e curvandosi a sinistra, si
unisce alla precedente.

«Queste due strade formano quasi un triangolo mistilineo, la cui base si
estende lungo la cinta di Roma, compresa fra le due parti nominate; e su
questa base è un terreno intricato da casette e giardini, facilissimo a
difendersi palmo a palmo. Il rimanente del terreno, compreso nell'area
del triangolo, è sgombro affatto, e vantaggioso a ogni truppa che
marciasse all'assalto di Villa Pamfili.

«L'esercito Romano fu diviso in 5 brigate.

«La prima doveva uscire da Porta Cavalleggieri, prendere per punto di
direzione il Canale di Pio V, e portarsi a ridosso di Villa Pamfili,
cercando penetrarvi.

«Tre brigate l'avrebbero seguita a giusta distanza; ma, giunte alla
svolta, propriamente all'altura dell'angolo di Villa Pamfili, dovevano
far alto e porsi per massa in battaglia, parallelamente e di fronte alla
strada dei Tiradiavoli, dalla quale erano separati dai monti della
Creta; quindi, cominciando il movimento dalla diritta, marciare in
iscaglioni per assalire la detta Villa, non dovendo percorrere che uno
spazio di circa 1200 metri. L'artiglieria doveva prendere posizione
sopra una delle più vantaggiose elevazioni; e la quinta brigata,
marciando lungo la base del triangolo, avrebbe occupato tutte le casette
e giardini sgombri affatto dal nemico, assicurando la sinistra della
linea. Guadagnata Villa Pamfili, era girata la prima parallela, e per
conseguenza tutti i lavori sarebbero stati presi da rovescio, e con tale
manovra si poteva anche accollare al fiume il campo nemico.

«La marcia doveva principiare due ore prima del giorno... Tutto era
pronto e non restava che spedire gli ordini.»

Del come l'operazione fosse strozzata in sul nascere, non importa qui
favellare: chi vuole può rintracciarlo nel lavoro sopra citato,
_Fascicolo VI_ dell'_Italia del Popolo_.

Roma cadde; infamia eterna all'assalitore; ai Governi che, intitolandosi
pure Italiani, non protestarono allora, nè protestano oggi, contro
l'oltraggio straniero; e agli ipocriti per codardia, che inalzano un
guaito di servi contro chi tenta frapporsi tra l'oppressore e gli
oppressi, mentre taciono davanti all'assassinio, che ancor dura, d'un
popolo. Roselli, generale in capo dell'armi repubblicane e uomo degno di
tempi migliori, diede, protestando, la sua dimissione e quella di
pressochè tutti gli ufficiali del piccolo esercito; Pisacane la diede
con essi, e ripigliò le vie dell'esilio.

Ci ricongiungemmo a Losanna dove io lo vedeva ogni giorno, sereno,
sorridente nella povertà, com'io l'aveva veduto in mezzo ai pericoli.
Fondai allora l'_Italia del Popolo_, raccolta periodica di scritti
politici; ed egli v'inserì uno scritto sulla _Guerra Italiana_; alcuni
_Pensieri_, notevolissimi, sulla _Scienza della guerra_; una eccellente
_Relazione storica delle operazioni militari eseguite dalla Repubblica
Romana_; una serie di _Osservazioni sulla Relazione scritta dal generale
Bava della Campagna di Lombardia_:--lavori che dovrebbero raccogliersi
in un volume[115]. Poi, spronato dalla necessità d'una occupazione
utile, impossibile nella Svizzera, partì per Londra, dove visse otto
mesi, ajutandosi di qualche lezione di lingua; quindi ripartì per
l'Italia, dove io lo rividi nel 1857.

In questa sua vita errante, egli aveva un conforto. La maledizione del
_vae soli_ non si adempiva per lui. Unico raggio ai giorni di chi cerca
patria e non l'ha, gli era compagno un amore nato fino dal 1830;
infelice, pur costante per diciassette anni; ricambiato apertamente e
con rara e lieta fedeltà dopo quel tempo e sino agli ultimi giorni. Dal
1847 in poi, la donna del suo core lo seguiva e gli accarezzava della
suprema carezza l'incerta vita. È storia d'amore questa che rivelerebbe,
s'io la raccontassi, come all'indomita energia, di ch'ei fece prova,
s'accoppiassero in Pisacane una potenza singolare d'affetto e un sentire
delicato, raro a trovarsi, e che onorerebbe ad un tempo l'anima sua. Ma
non mi sento il diritto di sollevar quel velo che parmi debba quasi
sempre lasciarsi sospeso tra i più e il santuario delle vita
individuale. Dirò soltanto che quell'amore, mercè le nobili aspirazioni
della donna, non infiacchì mai l'anima dell'amico, non si trovò mai a
contrasto coll'adempimento de' suoi doveri, e gli accrebbe forza a
lietamente compirli. Fu l'amore delle epoche di credenza, l'amore che
ritempra l'animo a grandi cose, e tradizionale, più che altrove, in
Italia, prima che noi ci facessimo, come nell'ultimo mezzo secolo,
imitatori servili--salve le eccezioni--delle idee e delle foggie
straniere.

Da Genova, dov'ei rimase per due anni celatamente, poi tollerato, ei
mantenne corrispondenza con me; corrispondenza liberamente fraterna,
come dovrebbe correre fra uomini che sentono la propria dignità, e
onorano anzi tutto il Vero, ma intendono la suprema necessità d'unità
del Partito, e non si allontanano, per dissidî o vanità individuali, dal
terreno comune, conquistato coll'opera di tutti. E noi dissentivamo su
parecchî punti; sulle idee religiose, ch'ei non guardava--errore comune
ai più--se non attraverso le credenze consunte e perciò tiranniche e
corrotte dell'oggi; sul così detto _socialismo_, che riducevasi a una
mera questione di parole, dacchè i sistemi esclusivi, assurdi, immorali
delle sètte francesi erano ad uno ad uno da lui respinti; e sulla vasta
idea sociale, fatta oggimai inseparabile in tutte le menti d'Europa dal
moto politico, io andava forse più in là di lui; sopra una o due cose
delle minori, spettanti all'ordinamento della futura milizia; e talora
sul modo d'intendere l'obbligo che abbiamo tutti di serbar fede al
Vero[116].

Ma il differire di tempo in tempo sui modi d'antiveder l'avvenire, non
ci toglieva d'esser intesi sulle condizioni presenti e sulla scelta dei
rimedî. Pisacane sapeva che tra le sue opinioni e le mie sarebbe sempre
giudice supremo l'arbitrio della Nazione, alla cui Sovranità io avrei
sempre piegato riverente il capo: io sapeva che ogni qualvolta avessi
potuto additargli una via di libertà o d'onore al Paese, l'avrei trovato
pronto a cacciarvisi. Però duravamo amici, benchè talora discordi. Se
tutti sentissero a un modo come, sopra una terra oppressa e disonorata,
davanti all'insulto perenne di chi ci nega Patria, libertà, dignità
d'uomini e vita e bandiera ed ogni cosa ch'è santa e cara, il
richiamarsi a piccole gare e lagnanze individuali, per giustificare
l'isolamento e la inerzia, sia colpa a un tempo e meschinità, noi
saremmo compatti come Legione, e concordemente operosi e potenti e
liberi forse a quest'ora.

Pisacane credeva, com'io credo, nel dovere e nella potenza educatrice
dell'Azione; credeva che dalle vittorie popolari del 1848-49 in poi non
fosse più concesso, senza sofisma o innata viltà, ciarlare dei tempi
immaturi, di popolo da educarsi. Quel popolo, ch'altri giudica senza
curar di conoscerlo, ei lo aveva studiato e lo studiava dappresso,
convivendo famigliarmente con esso e ajutandone l'ordinamento; e lo
sapeva capace d'emancipare la propria terra, se guidato da capi che
vogliano e sappiano. Credeva con me che una splendida vittoria
basterebbe a risuscitarlo da un capo all'altro d'Italia; e non sentiva
così bassamente della nostra terra da dichiararla diseredata
d'iniziativa, e commetterne i fati a una vittoria straniera: vergogna
senza nome, che alligna tuttavia in molto anime, e le accusa di
servilità e di mentito o tiepido amore alla Patria. Pisacane non
dimenticava che le insurrezioni d'Europa aveano, nel 1848, seguìto, non
preceduto l'insurrezione della Sicilia; avea veduto i vecchî soldati
Austriaci fuggire davanti ai giovani volontarî Lombardi, e le temute
insegne francesi dar volta davanti ai militi improvvisati della
Repubblica appiè delle mura di Roma. Ei raccoglieva insieme a me
dall'attenzione di tutta Europa, or volta su noi, dai vincoli che
inanellano tutte le cause nazionali, dai terrori, dalle cure gelose dei
Governi risolutamente avversi, e dalle speranze ipocritamente date dai
Governi codardamente ambiziosi, che qui, sul nostro terreno, premio del
martirio generosamente affrontato per lunghi anni dai nostri migliori,
sta oggimai la potenza iniziatrice delle battaglie nazionali. E ripeteva
spesso a ogni modo con me che, o le nostre moltitudini non erano
preparate alla lotta suprema, e bisognava educarle con forti fatti, o lo
erano, e bisognava guidarle. A questo dilemma non abbiamo mai, nè egli
nè io, trovato risposta chiara da quei che dissentono; ben egli ed io
abbiamo incontrato sovente diserzioni mute e doloroso abbandono dove
meno l'aspettavamo. Se non che vi sono uomini ai quali è impossibile
tradire il proprio dovere perchè altri tradisce il suo: ed egli era
tale. Però studiando, scrivendo, e vivendo con povertà lieta su qualche
lezione di matematica, fissava l'occhio voglioso su qualunque angolo
della Penisola rivelasse indizio di vita; tendeva intento l'orecchio,
presto a seguirla, ad ogni chiamata.

E la chiamata venne da quella parte d'Italia dov'egli avea imparato a
patire, a fare, ad amare: venne dalle insanie feroci di un Governo che
un _conservatore_ inglese definì _una negazione di Dio_; dalle torture
dei migliori del Regno; dal cupo malcontento di tutti; da una serie di
dimostrazioni, piccole in sè, pure indicanti una crescente tendenza al
fare: dal tremendo appello d'Agesilao Milano; dal linguaggio dei
_moderati_ stessi, ai quali è da parecchî anni fatto famigliare il mal
vezzo di bandire all'Europa il fremito del Paese per ottenere un brano
di tiepida frase in un _memorandum_ o in un discorso ministeriale, a
patto di frammettersi con ogni sorta d'ostacoli agli audaci che
s'affidano in quel fremito ed operano; venne dai nostri pure; or dirò in
quali termini.

I nostri dissero: _venite e faremo_. Posero condizioni, alcune delle
quali ci parvero inattendibili; altre esigevano mezzi ch'io sperava
raccogliere e non raccolsi. Ma, al di sopra di ogni particolare, stava
avverato per noi che i nostri--forti d'ardire, d'attività, d'elementi
mal collocati tra un Governo insospettito e potente e la genìa
_moderata_, avversa a ogni moto e ad ogni generoso concetto--avevano
bisogno d'una scintilla che suscitasse a fermento le vaste moltitudini;
e ci richiedevano d'applicarla, indicando il come. Esaminata la
proposta, Pisacane l'approvò, e me ne scrisse, sollecitandomi, s'io pure
approvassi, a recarmi ov'esso era. Esaminai, approvai: parvemi che le
numerose difficoltà potessero vincersi; e, traversando Parigi e Lione,
mi affrettai a recarmi in Genova.

Nessuno s'aspetta ch'io dica i concerti presi, i provvedimenti, gli
ostacoli superati. Il fatto ha provato, credo, che anche sotto gli occhî
di un Governo ostile, _volendo_ si può; e noi volevamo, e volevano
davvero gli uomini che ci secondavano. E quanto ai modi tenuti, ai
preparativi fatti, perchè una prima vittoria fosse veramente la
scintilla che dà moto all'incendio, è debito assoluto il silenzio. Ben
devo alcune parole all'energia singolare di Pisacane e alla condotta dei
nostri in Napoli. Delle accuse gittate contro a chi tenta da chi non fa,
dopo fallito un disegno, nè io devo occuparmi, nè Pisacane, s'ei
vivesse, si occuperebbe. Ma le accuse gittate alla spensierata, da chi
non sa, contro quei che non fecero, son poscia invocate dai nemici come
prova che il Paese, rimasto inerte, non vuole o non può, e giova
ribatterle e togliere ai raggiratori il pretesto di cui si valgono a
infondere lo scetticismo negli animi.

La spedizione in Ponza doveva aver luogo il 10 giugno. Un incidente, di
quelli che niuno può prevedere o combattere, s'attraversò e distrusse
tutto il nostro lavoro lo stesso giorno in cui doveva tradursi in atto.
Avevamo intanto, poche ore prima, certi com'eravamo di mantener la
promessa, avvertito i nostri del Regno che il battello partiva.
Mancavano i mezzi per sollecite spiegazioni, e, più assai della perdita
del materiale ed altro, temevamo gli effetti morali della delusione e i
pericoli che il subito attivo prepararsi a seguire poteva moltiplicare
sugli amici di Napoli. Partiva a quella volta un legno a vapore la
stessa sera, e Pisacane determinò di portare egli stesso ai nostri la
spiegazione dell'indugio e d'accertarsi a un tempo della realtà degli
elementi sui quali si fondavano le nostre speranze. In due ore ei
decise; fece tutti i preparativi opportuni, abbracciò la donna del suo
cuore, che si mostrò in tutto degna di lui, e partì. Era determinazione
per lui più grave dell'altra; era l'esporsi a tortura e a morte
solitaria, senza difesa, non coll'armi in pugno e lottando. E nondimeno,
chi lo vide in quelle ore avrebbe detto ch'ei s'avviava a diporto. Era
tanta in lui la religione del Dovere, che la coscienza di compirlo
bastava a infiorargli la via.

Partì, giunse, rimase tre giorni in Napoli e tornò dov'io era. Tornò
lieto, convinto, anelante azione, e come chi sente, toccando la propria
terra, raddoppiarsi in petto la vita. Gli balenava in volto una fede
presaga di vittoria. I nostri non lo avevano ingannato; non gli avevano
celato le gravi difficoltà che si attraversavano alla riscossa; avevano
ripetuto che un indugio le avrebbe spianate. Ma, al di là delle
objezioni pratiche, egli aveva veduto gli animi risoluti e vogliosi, il
terreno disposto, il fremito dei popolani; ei sentiva che uno splendido
fatto, un trionfo, sarebbero stati più assai potenti, che non protratti
e pericolosi preparativi; e mi scongiurò di rifar la tela pel 25, giorno
di partenza del _Cagliari_. Fui convinto, e diedi opera ai preparativi.
Il tempo era breve, breve di tanto ch'io disperava quasi di condurli a
termine. Ma il fervore dei nostri compagni di lavoro era tale che si
riescì. Il 25 ei partiva. Genova doveva seguire, farsi padrona di sè e
de' suoi materiali da guerra, consecrarsi ad afforzar l'impresa in
Napoli, operare come riserva e chiamare coll'esempio alla crociata
italiana il Nord e parte del Centro. Io rimasi a dirigere il moto.
Genova, che nessuno oggimai può rapire alla causa della Nazione, avrebbe
fatto e, al sorgere d'una generosa chiamata, checchè provveda il
governo, farà.

Il tentativo riescì quale l'avevamo ideato. La nostra parte era fatta;
perchè Napoli non fece la sua?

Io accennai altrove, e lo ridico oggi più esplicitamente, provocato
dalle menzogne degli avversi a noi, e dalle ingiuste accuse gittate
contro ai nostri da uomini buoni, ma precipitosi nei giudizî e incauti
nel proferirli; se Napoli non rispose, è dovuto alla frazione così detta
dei _moderati_.

Gli uomini che oggi s'adoprano a smembrare il nostro campo e impedire il
moto, furono--prima del 1848, taluni anche dopo--cospiratori, su tutti i
punti d'Italia, con noi. E questo aver cospirato con noi li addita
tuttavia al Popolo come amatori caldi, attivi, volenti d'Italia, e rende
impossibile una mossa imminente, senza che essi vengano a risaperlo. Il
Popolo ricorda i loro lavori, gli imprigionamenti patiti, le
persecuzioni governative; ignora il loro mutamento, e non sospetta la
tattica perenne che essi adoperano in oggi.

E questa tattica, identica negli uomini del Governo Piemontese e nei
_moderati_ costituzionali delle altre parti d'Italia, ha invariabilmente
tre stadî: promettere, agitare, illudere a sperare in cose
giuste--dissuadere, ingigantire i pericoli e le triste conseguenze d'un
moto inopportuno, e diffondere sfiduciamenti e paure, quando altri
s'appresta a fare--affratellarsi, frammettersi apparentemente a chi fa,
quando il _fare_ sembra inevitabile, a strozzare in sul nascere o sviare
lentamente il moto dalla via diritta. Tattica siffatta fu adoperata con
successo dai _moderati_, dal 1848 in poi, dieci volte su dieci punti
diversi; tanto che pare oggimai più idiota che credulo chi tuttavia
s'abbandona a quelle arti. E tattica siffatta fu adoperata in Napoli, a
tradire il concetto dei generosi.

All'annunzio della discesa su Sapri, fu deciso dai nostri d'agire in
Napoli. Furono presi i concerti opportuni. Fu determinato il giorno. I
capi-popolo aderivano tutti. Il momento era solenne; e, dimenticate
tutte le gare, i nostri chiesero agli influenti fra i moderati
cooperazione ad un fatto già iniziato da Pisacane e da' suoi compagni.
_Gli influenti fra i_ moderati _non solamente risposero con un rifiuto
alla generosa proposta, ma s'adoprarono a tutt'uomo a infiacchire,
sviare, dividere i capi-popolo; e vi riuscirono; venne allora proposta
una vasta manifestazione tra il pacifico e l'ostile, che suscitasse
fermento nelle moltitudini. I moderati aderirono e s'assunsero
l'ordinamento della dimostrazione; tradirono la promessa e non ne
tentarono il compimento; poi, quando giunse l'infausta nuova della rotta
di Padula, e indovinarono diffuso lo sconforto nei ranghi, si ritrassero
subitamente_. Più dopo s'avvilirono, protestando anonimi contro il fatto
di chi moriva per tutti.

A queste mie affermazioni potrei dare appoggio di dichiarazioni scritte;
ma or non giova; e potrei dir nomi; ma finchè vive la tirannide, non per
essi, ma per la dignità dell'anime nostre, nol devo.

Io non ho dunque accusa pei nostri, per gli uomini veduti da Pisacane,
se non quest'una, che in parte li onora: l'avere essi, uomini di pure,
generose intenzioni, sperato soverchiamente nelle altrui. E lo dico,
perchè alcune parole scritte da me nell'_Italia del Popolo_ potrebbero
essere interpretate a loro danno, e me ne dorrebbe. Sia sprone ad essi,
nella santa impresa iniziata col proprio sangue dall'amico, il dolore
profondo che la delusione deve aver confitto nell'anima loro.

Non mi tratterrò sugli ultimi fatti; mancano tuttavia i particolari: nè
io scrivo la vita di Carlo, ma soltanto alcuni ricordi del mio contatto
con lui. Altri potrà forse dire un giorno le sue sensazioni scendendo
sul suolo napoletano, i divisamenti che ne diressero i moti, l'arti
inique del Governo che, annunziando la discesa di una banda di
prigionieri rei di delitti comuni fuggiti da Ponza, gli sospinsero
contro le popolazioni ignare dei villaggi che ei traversava; i due
scontri, vittorioso l'uno, fatale l'altro, e le ultime sue parole. Io
imagino gli ultimi suoi pensieri; cadde mentr'ei credeva incamminarsi a
vittoria, cadde per mano di uomini che avrebbero dovuto secondarne
l'impresa e abbracciarlo fratello e iniziatore di vita italiana ai
giacenti; e nondimeno io sono certo che se egli avesse potuto, cadendo,
mandarci un ultimo grido, questo grido ci avrebbe detto: _rifate,
tentate, tentate sempre fino al giorno in cui vincerete_. Pisacane non
era simile ai tanti che, dopo aver cacciato il guanto al nemico, si
ritraggono per alcune disfatte, e dopo aver giurato che _ora e sempre_
consacrerebbero anima e vita a fondare una Patria, tramutano il _sempre_
in alcuni anni di sforzi, e tradiscono nell'inerte stanchezza giuramento
e Patria ad un tempo, perchè non riescono a creare in quei pochi anni
una Italia.

Perdendo Pisacane noi abbiamo fatto una perdita grave: perdemmo
l'ufficiale che avrebbe un dì o l'altro guidati i nostri alle battaglie
del Popolo: perdemmo il cittadino al quale noi avremmo potuto fidare
quell'alto incarico, senz'ombra di timore che ei ne abusasse mai per
ambizione o voluttà di basso egoismo: perdemmo l'uomo che, fra quanti io
conobbi, identificava più in sè il pensiero e l'azione e le doti
generalmente disgiunte, scienza e spontaneità d'intuizione guerresca,
energia e riflessione pacata, calcolo ed entusiasmo. Guardava dall'alto
le cose, e nondimeno ne afferrava i menomi particolari. Amava di amore
intensamente devoto l'amica e la fanciulla che gli era figlia, ma non
sacrificava a quei santi affetti un solo de' suoi doveri verso la
Patria. Moveva ad una impresa che doveva costargli la vita, e dava lo
stesso giorno l'ultima lezione di matematica ad un allievo.

E morì. Noi possiamo seguire ad amarlo; ma che cosa è l'amore a chi è
morto alla terra, se scompagnato dalla religione del pensiero che
costituiva la miglior parte della sua vita quaggiù? Basta a compiere il
legato, ch'ei ci lasciava morendo, un tributo di lode, una
sottoscrizione per la fanciulla che non lo rivedrà mai più sulla terra?
Son essi, o Italiani, i vostri martiri, gladiatori al cui morire
applaudono gli spettatori del Circo, se muojono composti in atto virile
ed impavido? Non ha diritto la figlia di Pisacane di dirvi un giorno,
quand'essa invocherà la carezza paterna, e saprà il come e perchè le fu
tolta: _se mio padre scendeva, mercè i vostri ajuti, con forze doppie
sulla mia terra, forse ei sormontava gli ostacoli; e giungendo ad uno
dei centri ove vivono luce d'intelletto educato e fiamma di libertà,
trovava fratelli e vinceva?_ Rimprovero amaro è cotesto, o Italiani,
perchè meritato; e viene a noi nel gemito non solamente della povera
Silvia, ma dei mille orfani dell'amore dei tanti, che da oramai dieci
anni morirono vittime della tirannide straniera e domestica, protestando
per noi tutti contr'essa. Perchè sono orfani su questa terra che seppe
sorgere e vincere nove anni addietro? Perchè si muore d'intorno a noi,
quando si potrebbe vivere col serto del trionfo sul capo? Perchè move il
vento e bagna la pioggia le ossa di Pisacane, come fossero ossa di
masnadiere, quando sta a noi di comporgli su terra libera una tomba
sulla quale sventoli la sua bandiera? E come provvediamo noi a ch'egli
sia almeno l'ultimo martire che cada nello sconforto e nel silenzio
comune?

Perchè noi siamo a tale, che non possiamo oggimai evitare il martirio
dei buoni se non coll'azione e colla vittoria. Un Paese sul quale pesa
l'oltraggio e il patir d'ogni genere, non può dare per cinquanta anni al
patibolo, o alla lenta morte delle carceri e dell'esilio, il fiore dei
suoi patrioti, e a un tratto adagiarsi nella propria tomba ad aspettare
muto ed inerte che gli squilli la tromba di risurrezione dall'Oriente o
dall'Occidente. Un Popolo non può ricordarsi che pochi anni prima
liberava con cinque giorni di lotta il proprio terreno, e non cadeva se
non per errori evitabili, e rassegnarsi immoto al marchio della
schiavitù, sol perchè a una genìa diplomatico-letterata, sfibrata e
codarda, piace di dirgli: _tu aspetterai salute da una serie di
memorandi o dall'ambizione d'un despota_. Un partito, al quale la parola
di tanti, che non hanno se non parole, tesse ogni giorno la storia de'
suoi dolori e delle sue vergogne, non può impedire che i più bollenti
fra i suoi non prorompano nel grido di Foscolo: _chè non si tenta?
Morremo, ma frutterà almeno il nostro sangue un vendicatore_; non può
impedire che gli uomini, non nati a gemere o a servilmente tacere,
tentino por fine al disonore o alla vita. Il sangue di quegli uomini sta
su voi tutti, o Italiani, che potete e non fate; su voi che, caldi di
amor patrio a parole, non v'affratellate in concordia di lavori e di
sacrificî con quei che s'adoprano a creare alle moltitudini
l'opportunità; su voi che, fatti pubblico ozioso di chi move, condannate
freddamente i tentativi _su piccola scala_, senza far cosa alcuna che
renda possibili i tentativi maggiori; su voi che profondete in capricci
e sollazzi di schiavi inviliti ed immemori, l'oro che potrebbe
procacciar salute al Paese: su voi che, teneri dei vostri impieghi o dei
vostri riposi, date apparenza di dottrina al vostro egoismo e sviate,
colle illusioni, colle torte teoriche di progresso pacifico, e colle
accuse ai migliori, la gioventù nostra dal diritto sentiero.

E il sangue di Pisacane e d'Agesilao Milano, il sangue di quanti
morirono col nome di Patria sul labbro per suscitarvi ad opre virili, da
Milano e Pisacane risalendo fino ai Bandiera, grida a voi degnamente,
Italiani di Napoli: _sorgete e ribattete da uomini un'accusa che
serpeggia crescente per tutta Europa_. Siete voi, iniziatori un tempo
della lotta italiana, caduti per sempre? Non freme più vita sulle vostre
terre, fuorchè quella dei vostri vulcani? Da parecchi anni voi
diffondete attraverso l'Europa un lamento che riesce ignobile, se non
profetizza, dimostrandola legittima, l'insurrezione: voi snudate, popolo
Giobbe d'Italia, le vostre piaghe dinanzi a tutte le Nazioni, e non
temete ch'esso dicano: _un popolo che soffre ciò ch'essi soffrono è un
popolo degenerato; chi sopporta il bastone lo merita?_

Io ho, per amore del vero, scolpato i nostri, gli uomini che presero
concerti con noi, dell'accusa di codardia: i nostri, comunque numerosi,
son pur sempre minorità. Ma chi può scolpare un popolo intiero? Il
popolo Napoletano sopporta in oggi una di quelle tirannidi che non
solamente tormentano, ma disonorano. L'esercito Napoletano serve ad un
sistema che tramuta il soldato in birro e carnefice dei proprî fratelli.
Napoli ha, più che ogni altra parte d'Italia, propizia al moto
l'opinione europea: e nessun Governo, dall'Austriaco in fuori, oserebbe
combattere con armi aperte l'insurrezione. E dall'Austria l'assecura il
resto d'Italia, presto a rispondere alla chiamata. Perchè non sorse,
quando intese l'annunzio della discesa di Pisacane? Manca pur troppo
finora ai nostri, non il coraggio, ma l'intelletto rapido, audace,
dell'insurrezione. Se ciò che noi predichiamo da ormai dieci anni, _che
al levarsi di una bandiera di libertà, supremo dovere, suprema salute, è
insorgere dove che sia_, si facesse, Pisacane sarebbe in oggi capo della
rivoluzione napoletana. Se una delle provincie collocate fra il punto di
sbarco e la Capitale avesse, al primo giungere della nuova, romoreggiato
armi e guerra, il concentramento di quei che oppressero Pisacane non
s'operava. Mancò il tempo perchè si ricevessero istruzioni dal punto
centrale? Che! non erano istruzioni viventi i generosi che venivano a
sacrificarsi per voi? Aspettate, per farvi liberi, un cenno di Comitato?

Giovani del Regno! voi potete compiere una grande missione: e voi
_dovete_ compirla, dapprima, perchè in mano vostra sta la salute
d'Italia; poi--non v'incresca la franca fraterna parola--perchè v'è
mestieri redimervi dall'accusa che vi dice scaduti e indegni dei vostri
padri. Sorgete dunque e smentite l'accusa. Siano vostra parola d'ordine
al combattere i nomi di Milano e di Pisacane. La terra che produce tali
uomini non è fatta per rimanersi schiava, segno al disprezzo dei padroni
e al compianto dei Popoli.

    _Febbrajo 1858._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



A LUIGI BONAPARTE[117]


I.

    SIGNORE,

I tempi sovrastano minacciosi: la marea imperiale retrocede
visibilmente. Voi lo sentite. Tutti i provvedimenti da voi adottati in
Francia, dopo il 14 gennajo; le note e le intimazioni diplomatiche che
voi, dal dì fatale, spargeste al di fuori, rivelano le ansie del
terrore. Un senso d'intensa agonia--l'angoscia di Macbeth--vi rode
l'animo, trapela da ogni vostro atto o parola. Il presentimento che
_summa dies et ineluctabile fatum_ pendon su voi, v'incalza insistente.
Il Signore di Glamis, il Signore di Cawdor e il re[118],--il
Pretendente, il Presidente e l'Usurpatore--son condannati. L'incanto è
sciolto. La coscienza dell'Umanità s'è riscossa, e guatandovi con piglio
severo, vi esamina, scruta i vostri atti, e vi chiede conto delle vostre
promesse. Da questo momento la vostra sorte è decisa. La coscienza
dell'umanità scorgerà in breve che voi non siete che una menzogna
vivente; una deforme ripetizione di un Passato spento da lungo tempo e
per sempre; una pallida ombra furtivamente emersa dalla tomba di
Sant'Elena, e non coronata dalla gloria immortale e dalla solenne
missione del potente ch'ivi riposa; una parodia di potere, atta a
negare, a dissolvere, a schiacciare per breve tempo, inetta ad
affermare, ad organizzare, a edificar cosa, in cui l'avvenire possa
adagiarsi. L'umanità chiede realità, non fantasmi; evoluzioni del
principio d'educazione, che Dio le assegna a legge di vita, non fatti
bastardi, arbitrarî, anormali, che han la vita d'un'ora. A tai fatti
essa guarda, sospesa per meraviglia, un istante; poi passa, intimando
alla importuna apparizione il ritorno nel nulla. E voi, signore, vi
affrettate a tal termine. Voi potete viver mesi, non anni.

Allorchè, illegalmente, occupaste il potere, voi prometteste, quasi ad
ammenda, di voler ridurre in pace la Francia--la Francia irrequieta,
perturbata e perturbatrice. È governo l'imprigionare, il deportare, il
soffocar la parola? È strumento di educazione il gendarme? apostolo di
moralità e di mutua fidanza la spia? Voi annunciaste al rozzo paesano di
Francia, che nuovi tempi albeggiavano, col vostro impero, per lui; che
le gravezze sotto cui geme, andrebbero l'una dopo l'altra cessando. Ne
sparve sol una? Potete voi additare un miglioramento qualsiasi della sua
condizione, un solo elemento d'imposte rimosso? Potete spiegar come
avvenga che il paesano oggidì si affratelli nella _Marianna_? Potete
negare che lo storno dei fondi--già consacrati all'industria
agricola--nei canali della speculazione aleatoria, aperti da voi, non
abbia tolto al lavoratore di che procacciare strumenti al lavoro e
migliorare la terra? Voi seduceste il traviato operajo, dichiarandovi
l'_Empereur du peuple_, un Enrico IV sotto forma diversa, inteso ad
assicurargli lavoro perenne, alte mercedi, e la _poule au pot_. Non è la
_poule au pot_ vivanda alquanto cara oggi in Francia? Non costan più
caro ancora gli affitti delle case, e parecchî fra gli oggetti più
necessarî alla vita? Apriste nuove strade; tracciaste, per fini
strategici e repressivi, nuove linee di comunicazione; distruggeste e
riedificaste. Ma la moltitudine delle classi operaje appartiene forse
tutta alla beneficata categoria dei muratori? Potete voi, a schiuder
sorgenti di lavoro e di guadagni al proletario, metter sossopra
indefinitamente Parigi, e le principali città di provincia? Potranno
questi transitorî espedienti far mai le veci della produzione regolare,
progressiva, normalmente richiesta? È forse la domanda della produzione
in condizioni soddisfacenti al presente? Non sono tre quinti degli
ebanisti, dei falegnami e degli operaî meccanici, senza impiego in
Parigi? Voi adombraste alla borghesia, facilmente soggetta a paure e a
lusinghe, sogni e speranze di raddoppiata attività industriale, sorgenti
feconde di nuovi profitti, _eldoradi_ di stimolata esportazione e di
operosità internazionale. Che avvenne di tutto ciò? La vitalità
produttrice della Francia langue incagliata: le commissioni pel
commercio diminuiscono: i capitali si celano. Voi avete, come il
selvaggio, tagliato l'albero per coglierne le frutta; avete,
intemperantemente e con mezzi artificiali, eccitato speculazioni
sfrenate, immorali, che mentono larghe promesse solo a tradirle; avete,
millantando progetti giganteschi, attratto da ogni parte della Francia a
Parigi i risparmî de' piccoli capitalisti, deviandoli dalle fonti vere e
permanenti della prosperità nazionale:--l'agricoltura, l'industria e il
commercio. Questi risparmî furono ingojati e fatti sparire da qualche
dozzina di speculatori privilegiati, sommersi in un lusso sfrenato e
improduttivo, o copertamente trasferiti--potrei citar nomi della vostra
famiglia--a salvamento in paesi stranieri. La metà de' progetti caddero,
dimenticati, nel vuoto. Alcuni degli inventori viaggiano ora, per
prudente riguardo, _à l'étranger_. Voi avete dinanzi una borghesia
malcontenta; vi stringono le angustie dell'erario, stremato dei mezzi
ordinarî, per 500 000 000 di franchi sprecati, nelle città principali di
Francia, in pubblici lavori che non rendon profitto, pel _deficit_ di
300 000 000 nel vostro ultimo bilancio, con la _Ville de Paris_ carica
di debiti, senz'altro rimedio da quello infuori di un nuovo prestito di
160 000 000 da aprirsi, non in nome vostro, chè non riuscirebbe, ma in
nome del Consiglio di città; e, a pagarne l'usura, l'allargamento delle
barriere, quindi dell'odiato _octroi_, sino alla cinta delle
fortificazioni esterne. Il rimedio peserà gravissimo sulle classi
operaje, provocandovi contro la _banlieue_, prima devota. I vostri
artificî toccano il termine. D'ora innanzi, qualunque cosa facciate per
ovviare alle difficoltà finanziarie del vostro regime, sarà un passo di
più verso la fatale caduta. Viveste sin qui col prestigio del credito,
ricorrendo ad una serie indefinita di prestiti. Or dove sono le sicurtà
del credito avvenire? Roma e Napoleone saccheggiavano il mondo: voi non
potete saccheggiar che la Francia; ai loro eserciti era dato vivere di
conquista, ai vostri è vietato. Voi potete sognar conquiste; ardirle,
arrischiarle, non mai. I dittatori romani, e vostro zio guidavano di
persona gli eserciti conquistatori: se in voi, quantunque vago di mostre
soldatesche e di uniformi dorate, sia capacità di condurre pochi
battaglioni in accordo di azione, m'è dubbio. Dichiaraste alla Francia
di combattere, solo per amore di lei, l'anarchia: dichiaraste che la
libertà--la vera, la sobria, l'ordinata libertà--troverebbe sotto il
regime dell'impero le più desiderabili e certe guarentigie; che
il bonapartismo era un'idea, una scorta al progresso, auspice un
potere forte ed accentrato; che una aristocrazia di capacità
intellettuali, devote al progresso--la sola aristocrazia veramente
divina--promoverebbe, voi patrocinante, la vita civile della Nazione.

Potete voi mostrare un solo vestigio di libertà in un paese ora caduto,
vostra mercè, non dirò al di sotto dell'Inghilterra, ma al di sotto del
Belgio, della Svizzera, del Piemonte? in un paese nel quale centinaja
d'uomini stanno oggi rinchiusi nel castello d'If, per essere deportati
in Algeria o a Lambessa, senz'ombra di processo, senza aver pur veduto
faccia di magistrato? Potete voi additarci, nella vostra Francia
imperiale, un solo periodico, una sola rivista indipendente? un solo
corpo morale che abbia facoltà di manifestare il pensiero, i voti, le
aspirazioni del paese? un solo potere autorizzato ad iniziar leggi? un
sol uomo, che i suoi concittadini possano eleggere alle vostre
pseudo-assemblee, senza ch'ei s'obblighi prima, con giuramento, a
sostenere il vostro dispotico governo? Potete citare un sol uomo
d'intelletto, che avvalori, presente ai vostri consigli, il vostro
odioso sistema?--No: a voi non è dato trovare alcun ministro, alcun
fautore, fuori del circolo dei vostri complici immediati: da Thiers a
Guizot, da Cousin a Villemain, da Michelet a Giovanni Reynaud, la
Francia intellettuale rifugge dal vostro contatto corruttore. Sono
vostri uomini un Veuillot, l'avvocato della Saint-Barthélemy e della
Inquisizione; un Garnier di Cassagnac, il partigiano della schiavitù dei
negri, ed altri sì fatti. A rinvenire un uomo che fosse degno di dare il
nome allo scritto da voi indirizzato all'Inghilterra, vi fu forza
ricorrere a tale, che apostatò dal legittimismo e dalla repubblica[119].
Vantaste, or non è molto, in faccia all'Europa, che il cuore della
Francia era vostro; che lieta, felice, tranquilla, essa vi celebrava
salvatore. Passarono pochi mesi: uno scoppio fu udito nella _Rue
Lepelletier_: e con selvaggie, paurose ordinanze di repressione, con
appelli, parte minacciosi, parte supplichevoli, all'Europa, collo
spartimento militare del paese, con una spada al sommo del Ministero
dell'interno, voi dichiarate ora, dopo sette anni d'illimitata
signoria--concentrato un numeroso esercito, prive le schiere nazionali
dei capi temuti--che non potete vivere nè governare, se la Francia non
sia convertita in una vasta Bastiglia, l'Europa in una dipendenza della
polizia imperiale. Per quanto schiacciata, la Francia _non può_
trasformarsi in una Bastiglia; l'Europa _non vuole_ ridursi per amor
vostro a divenire ministra della polizia de' vostri Côrsi. Rassegnatevi
quindi al vostro fato, e cadete.

Il vostro impero tornò in menzogna; e le menzogne non durano. Voi
pervertiste la vita economica della Francia in una trista speculazione;
la vita religiosa in ipocrisia cattolica; la vita politica in negazione
dispotica del diritto e della libertà; la vita sociale in bisogna di
gendarmi e di spie; la vita intellettuale in una lacuna. Il vostro, o
signore, non è governo:--governo è cosa sacra; significa rappresentanza,
perfezionamento dell'anima di un popolo libero, per mezzo dei migliori e
dei più capaci;--il vostro non è che il _fatto_ insano, momentaneo,
sconsacrato, di un individuo, d'un pugno di avventurieri, di pochi preti
e d'un esercito di pretoriani, congiurati a soffocare _pro tempore_, nel
loro proprio paese, anima, virtù, intelletto. E gli avventurieri
assicurano già gli avanzi del loro bottino nei fondi americani od
inglesi; i preti vi sopraffanno, presti ad abbandonarvi ove esitiate nel
retrogrado corso; i pretoriani si affrettano alla prefettura, cercando
che dica di Parigi il telegrafo, prima di abbattere il tumulto di
Châlons[120]. Tristi sintomi questi. Non sentite--sinistro indizio
d'imminente rovina--tremarvi sotto i piedi la terra?


II.

Sì; l'impero si è chiarito menzogna. Voi lo formaste, o signore, ad
imagine vostra. Nessun uomo in Europa, nell'ultimo mezzo secolo, da
Talleyrand in fuori, ha mentito al pari di voi: e _in ciò_ sta il
segreto del vostro temporaneo potere. In questa nostra malferma e
scettica età, le menzogne sono agevolmente credute; senonchè non
approdano.

Voi, insieme con vostro fratello, chiamaste _causa sacra_, nel
1831[121], la insurrezione delle popolazioni romane contro il papa; dal
49 in poi voi infliggeste a quella causa l'insulto di _demagogica_.

In Arenemberg, nel 1833[122], diceste che, essendo ogni nobile anima
cacciata in esilio dai Governi, o perseguitata, andavate superbo di
appartenere alla tribù dei proscritti. Voi avete organizzato dappoi una
universale, incessante persecuzione contr'essi.

Nel 1836, allorchè, dopo l'attentato di Strasburgo, Luigi Filippo vi
bandì nell'America, vi dichiaraste conscio di esser _reo_ verso lui,
_profondamente commosso_ dalla sua _generosa clemenza_, e vincolato a
non più cospirargli contro[123]. Due anni dopo cospiravate dalla
Svizzera. Quattro anni dopo approdaste a Boulogne.

Nel 1848, vi affrettaste a Parigi, «per seguire la bandiera della
Repubblica, e darle prova di devozione»[124].

In quello stesso anno scriveste[125]:

«In presenza della sovranità nazionale non posso nè voglio reclamare
cosa alcuna oltre i diritti di cittadino francese».

Scriveste, come candidato alla presidenza in novembre[126]: «Non deve
esistere ambiguità fra me e voi. Io non sono uomo ambizioso che sogni
impero... Educato in libere terre e ammaestrato dalla sventura, rimarrò
sempre fedele ai doveri che la volontà dell'Assemblea e i vostri voti
m'impongono. Ove io fossi eletto presidente, m'impegnerei sull'onore a
cedere, dopo quattro anni, a chi mi succedesse, un potere fatto più
forte e la libertà intatta».

Scriveste come presidente in dicembre[127]: «Il giuramento da me
prestato prescrive la mia futura condotta..... Riguarderò nemici del
paese tutti coloro che tentassero di mutare con mezzi illegali ciò che
l'intera Francia ha decretato». Prima che queste parole fossero
proferite, Cavaignac aveva divisato una spedizione a Roma, solo a
tutelare la sicurezza personale del Papa. Voi biasimaste la proposta.
«Non potrei--diceste--dare mai il mio voto ad una dimostrazione
militare, nociva agli stessi interessi che è intesa a proteggere»[128].
Quattro mesi dopo le vostre truppe sbarcavano a Civitavecchia.

Dichiaraste nel 1849[129], in un proclama dettato al generale Oudinot,
che «non era vostro intento di esercitare su Roma una influenza
opprimente, nè d'imporle un governo contrario al volere del popolo». Tre
mesi appresso, Roma, il suo governo, la volontà del popolo, erano
inesorabilmente schiacciati. Indi a non molto, in agosto[130],
prometteste ottenerle «generale amnistia, amministrazione secolare,
leggi civili e liberale governo». Le vostre truppe sono ancora in Roma,
e nulla fu ottenuto, nè chiesto.

Nel 1849 concludeste il vostro primo messaggio[131], dicendo: «Saprò
meritare la fiducia della Nazione, conservando la costituzione che ho
giurata».

Nel 1850[132], proferiste solennemente questo parole: «Se nella
costituzione sono difetti e pericoli, è in potere di voi tutti il torli
via. Io solo, vincolato dal mio giuramento, mi sento in dovere di
tenermi strettamente nei limiti della medesima».

Nel 1851, pochi giorni prima del _colpo di stato_[133], voi diceste
all'esercito: «Non dimanderò altro da voi che i miei diritti
riconosciuti dalla costituzione».

E il 2 dicembre stesso, pendente ancora il risultato finale del disegno
di usurpazione, proclamaste che: «Era vostro dovere il proteggere la
repubblica»[134].

Indi sopravvennero la improvvisa violazione di ogni promessa giurata,
l'ambiziosa volontà di un solo sostituita alla volontà legalmente
espressa della nazione, il feroce appello alla forza brutale, gli ordini
inesorabili a Saint-Arnaud; l'Assemblea parte dispersa, parte
imprigionata, i generali arrestati; la _Francia cosacca_ avventata
contro la _Francia repubblicana_; Parigi data in preda ad una soldatesca
compra, briaca, incitata, feroce; il fuoco di linea nei Boulevards
contro una popolazione inerme, inoffensiva, il macello regolarmente
praticato a mettere terrore negli animi dei futuri elettori; donne e
fanciulli massacrati nelle loro case, fucilati i prigionieri, 2652
vittime[135]: 88 rappresentanti del popolo proscritti, 100 000 uomini
posti in prigione, deportati, confinati, senza pur mostra di giudizio:
infine il trionfo, e il simulacro della elezione.

E sopra un tale sistema di menzogne, sopra edificio sì fatto di fango e
di sangue, speraste inalzare una dinastia! Credeste che la idolatria
transitoria, prestata al successo da tutti i poteri che or sono, potesse
prevalere contro il marchio di Caino, che Dio e la eterna giustizia vi
stampavano in fronte!

V'ha tal cosa, o signore, che sta sopra al successo: Dio;--tale che è
più forte del fatto: il Diritto;--tale che è più alto e più durevole
d'ogni idolatria: il Tempo. Potreste voi balzar di trono Iddio?
Cancellare il diritto? Abolire il tempo? Perchè, sin che splenda lume di
verità dall'alto alle menti, e la idea del diritto alberghi nel cuore
dell'uomo e tempo sia dato agli eventi, nè vero o falso imperatore, nè
zio privilegiato di genio, nè satanicamente astuto nipote, possono nel
secolo XIX sostituire il proprio egoismo allo inoltrarsi provvidenziale
dell'umanità; nè può un individuo, per quanto sostenuto da bajonette e
da preti, farsi innanzi e dire: «io sono la mente irresponsabile,
maggiore d'ogni esame, di 35 000 000 di uomini», senza condannarsi a
cadere, esempio agli oppressori, insegnamento profondo agli oppressi.
Dopo il passo del Rubicone è il vindice pugnale di Bruto: dopo le
Tuileries, Sant'Elena: e, nell'intervallo, una breve, irrequieta, esosa
vicenda di paure e di rimorsi: indi la storia, la coscienza universale
del genere umano, che infama in eterno il tiranno. È legge; legge certa,
ineluttabile. Voi avete trafficato sul vizio e sulla debolezza; fatto
assegnamento sul terrore e sulla codardia: misurato, con l'occhio
penetrante del gran Dissolvitore, la scorza delle corruttele, in che il
materialismo del primo impero, quindici anni di gesuitica opposizione
monarchica, l'egoismo posto sul trono durante il regno di Luigi Filippo,
e i sogni anarchici di un socialismo settario, avvilupparono il core de'
vostri concittadini, e diceste a voi stesso: son miei. Dimenticaste che,
sotto la melmosa superficie, rimaneva non doma, non tocca, la nobile e
solida madre-terra di Francia, la terra che diè vita a Giovanna d'Arco,
e agli uomini giganti della Rivoluzione. Dimenticaste che l'Europa,
anche l'Europa ufficiale, atea, adoratrice del fatto, s'inchinerebbe a
voi sol quanto fosse richiesto dal progressivo pacifico incremento del
fatto medesimo, mentre ora la forza di questo, per minaccie e pericoli,
visibilmente declina. E dimenticaste che tra voi e l'Europa materialista
stanno uomini che voi non potete nè piegare nè frangere, la cui vita è
incarnazione di un principio, che agisce, da Maratona in poi, sulla
razza europea, e i quali riusciranno da ultimo più forti di voi perchè
non ruppero mai i loro giuramenti, e non combattono, come voi fate, per
mire egoiste e malvagie ambizioni. Noi, uomini del diritto e della
libertà, conquistammo l'Inquisizione e il grande Impero. Siatene certo,
o signore, noi vinceremo voi pure.

Vi avremmo già vinto se stato non fosse per l'Inghilterra.


III.

Voi siete ingrato all'Inghilterra, o signore. Senza l'Inghilterra, senza
l'ajuto che, in un malaugurato momento, il Governo inglese vi porse, non
sareste più da gran tempo. Voi dovete all'Inghilterra quella specie di
adozione fra i poteri costituiti di Europa, che, solo, non avreste mai
conquistata. L'alleanza inglese ha tenuto in freno sin qui l'Italia e la
Francia. A voi piace oggi por ciò in oblìo. Alludete sovente ai vantaggi
procacciati dall'alleanza agli Inglesi, e ne parlate come di evento
concepito e creato da voi. Ambo le asserzioni sono false. E dacchè molti
Inglesi sono proni a lasciarsi ancora ingannare dall'audacia delle
vostre parole, non sarà senza frutto ch'io qui, in nome della verità,
suggelli la mia doppia protesta contr'esse.

L'alleanza anglo-francese non fu vostro concetto. Esso è concetto della
Francia e dell'Inghilterra: a voi fu forza obbedirvi. Le relazioni
amichevoli sorsero a grado a grado da naturale riazione contro le
lunghe, mortali, storiche lotte, che toccarono il colmo sotto il primo
impero; dal sentimento de' tristi effetti della contesa per ambedue le
nazioni; e dallo spirito che agita provvidenzialmente il core della
Umanità, sospingendola a universal fratellanza. Voi vi giovaste di
relazioni sì fatte pe' vostri ambiziosi disegni, pervertendole per un
tempo. Nel vostro segreto, l'Inghilterra v'è in odio. L'antagonismo alla
sua grandezza è tradizione di famiglia per voi. E il sentimento còrso
della _vendetta_ cova profondo nella gretta anima vostra. E l'aver
vissuto esule, povero, negletto in Inghilterra, lo rese più acerbo.
_Noi_ apprendiamo facilmente ad amare il rifugio della nostra vita
raminga; ma le nature sensuali ed egoiste non sentono nel beneficio che
un peso importuno. Nel 1836, dichiaraste innanzi ai Pari che «_un
principio, una causa, una sconfitta si personificavano in voi: Waterloo,
la sconfitta; voi inteso a vendicarla_». Odio alla perfida Albione, fu
la parola consegnata da voi alle caserme dopo il _colpo di stato_:
l'insolenza recente de' vostri colonnelli non è che l'eco di quella.
Guerra all'Inghilterra era allora, com'oggi, il vostro sogno impotente,
e ne farebbero, all'uopo, testimonianza le carte geografiche,
strategicamente punteggiate, nel vostro _cabinet de travail_. Ma vi
sentiste debole, isolato, biecamente guardato, però cedeste alla
necessità, seguendo le crescenti popolari tendenze, voi non creaste
l'alleanza: la firmaste con _restrizione mentale_.

L'alleanza anglo-francese, ripeto, è pensiero delle due nazioni: nè
gl'Inglesi, ora troppo sovente ingiusti alla repubblica del 1848,
dovrebbero dimenticarlo. Il moto di febbrajo fu salutato con favore, non
certamente dall'Inghilterra officiale, ma dalla maggioranza del popolo
inglese. Nè mai fu saluto con tanta gioja e gratitudine accolto come il
saluto dell'Inghilterra dai repubblicani del 1848. La tradizione
diplomatica fra le due nazioni non fu un solo istante interrotta. Lord
Normanby--mantenuto officiosamente nella sua rappresentanza durante il
primo periodo--fu accreditato officialmente dall'Inghilterra, appena
l'Assemblea ebbe sanzionato la mutazione di Stato. L'ambasciatore di
Russia, Kisseleff, offerse, sino dai primi giorni, patto di alleanza
collo Tsar contro l'Inghilterra, chiamata da questi la _comune nemica_,
e la giovine Repubblica rifiutò l'offerta. Un noto generale,
Changarnier, ora in esilio, fece indi a poco proposta di scendere a
guisa di pirata in Inghilterra, minacciando distruzione a Londra e ai
depositi della ricchezza inglese. Dichiarava bastargli, ad eseguire il
disegno, un dato numero di soldati, di navi e di battelli a vapore. La
proposta fu sdegnosamente respinta, e il generale rimandato al suo
comando militare, da cui s'era, per quell'insano proposito,
improvvisamente allontanato. Mercè tali disposizioni, una qualsiasi
opportunità, un primo segno di buon volere del Governo inglese avrebbe
senz'altro dato nascimento ad un'alleanza assai più sincera, più morale
e feconda di quella alla quale l'Inghilterra fu indotta da voi.

Voi vi cacciaste di mezzo fra i due popoli, e su ciò ch'era buono e
sacro innestaste disegni egoisti e ambiziosi. Di una solenne
riconciliazione, che, sotto il vessillo della libertà, sarebbe stata
come benedizione dall'alto sul genere umano, faceste un tristo e sterile
connubio tra la libertà e la tirannide, tra la vita e la morte.
L'Inghilterra non fu per voi che strumento a brame dinastiche:
l'alleanza ponte fra voi e le Potenze diffidenti d'Europa.

Le vostre prime pratiche furono volte alla Russia. Naturali tendenze,
logica di despota, e non so che ricordi delle conferenze del Kremlino,
vi spronavano a quella parte. La Russia non accolse le offerte. Lo Tsar
sentiva di non poter fare a fidanza colla vostra parola. I vostri
agenti, quasi a legittimarvi con nozze regali, avevano tentato indarno
tutte le corti germaniche, in cerca di una sposa per voi. L'Europa
dinastica v'era chiusa; la leva della rivoluzione vietata; suicidio
l'agitarla contro le Potenze. Però pensaste all'Inghilterra. Vi
occorreva tal cosa, che vi additasse ad un tratto partecipe del
sodalizio de' poteri legittimi; vi occorreva una conferenza diplomatica,
un trattato di pace, al quale apporre, insieme con essi, la vostra
firma. Strada alla pace era la guerra; e voi la provocaste.
L'Inghilterra v'entrò, renitente, al vostro fianco, ma con animo
perfettamente sincero, e mosse il primo passo con fermo proposito di
trarne qualche pratico e permanente effetto. Ma volendo voi evitare il
risvegliarsi delle nazionali insurrezioni, e fare, ad un tempo, le prime
parti nella guerra, sacrificaste per ciò la questione _strategica_ al
vostro intento _politico_. A Riga e a Odessa preferiste la Crimea. Non
era ivi pericolo di un moto polacco: e le vostre forze di terra, in un
assedio lungamente protratto, doveano, per loro naturale superiorità,
risplendere su quelle dei vostri alleati. Oltrechè, concentrata la
guerra ad oppugnare un avamposto lungi dalle parti vitali dell'impero
nemico, v'era lasciata possibilità di negoziazioni amichevoli collo Tsar
pel futuro, ed argomento a dirgli quando che fosse: l'Inghilterra, posta
davvero alla prova, v'avrebbe colpito nel core: io vi salvai. Così,
mercè vostra, e per la condiscendenza colpevole del Governo britannico,
la guerra, traviata dal suo naturale indirizzo, si ridusse ad un
brillante duello _au prémier sang_, senz'altro risultamento, da quello
in fuori che voi avevate prefisso alla giostra. Quando, al chiudersi del
primo periodo, l'Inghilterra cominciò a intendere la necessità di una
lotta seria, e l'importanza europea della contesa, e lo Tsar consentì a
differire la esecuzione lungamente vagheggiata de' suoi disegni in
Oriente, voi vi affrettaste a soddisfarlo a qualunque patto, e senza
salde guarentigie per l'avvenire; e, come avevate trascinata la Gran
Bretagna, contro suo grado, all'esperimento dell'armi, così la forzaste
ad accettare, riluttante invano, l'inganno di una pace precaria. Fu
convocato a Parigi un congresso, il vostro fine raggiunto, la questione
d'Oriente prorogata, non sciolta: e la Polonia giace avvolta tuttavia
nel suo sudario; la Turchia si dissolve fra civili discordie, conscia
della propria impotenza; nè alcuna barriera fu inalzata a rattenere la
Russia da novelle invasioni. Lo Tsar ristaura rapidamente, in silenzio,
le forze militari dell'impero: la guerra balena da lontano: ma il vostro
nome apparve, fra nomi di sovrani da lungo tempo regnanti, appiè di un
Protocollo di Pace; e voi potreste, favorendovi i casi, susurrare allo
Tsar «Io vi salvai!» e combattere l'antica alleata al suo fianco.

I vantaggi dell'alleanza furono tutti côlti da voi, non uno
dall'Inghilterra. Avete, ricoverando il vostro usurpato dispotico potere
sotto le pieghe della sua libera nazionale bandiera, seminato diffidenza
e rancore contro di lei nel cuore delle oppresse nazioni. Le avete
alienato le simpatie delle razze Slave, Elleniche e Rumene della
Turchia, abbandonate al loro fato. Riusciste a distorre i suoi uomini di
stato da quella ch'esser dovrebbe loro politica nazionale--la libertà
civile, religiosa e politica per tutta Europa. Or non dovreste esser
pago? Non dovreste prudentemente astenervi dal millantar pretese alla
sua gratitudine e alle sue simpatie?

Sdegno discutere con voi intorno a ciò che esigete dall'Inghilterra
rispetto ai proscritti. Io sono esule e vostro nemico; nè mi abbasso a
ragionare su quanto io riguardo mio diritto e dovere, con un potere
tirannico. Potendo, lo abbatto. Le mie parole potrebbero essere
fraintese come volte a difendermi, ed io rifuggo dal possibile orrore.
Qualunque legge sia fatta a nostro riguardo, m'è eguale; giusta,
l'accetto; ingiusta, mi assumo di violarla, che che ne avvenga. Il
nostro è stato di guerra. Noi nol scegliemmo: ci fu e ci è tuttora
imposto. La tirannide ci ha tolto la patria; non vi è potere che ci
protegga; non sono per noi passaporti, non leggi alle quali appellarci,
nè giustizia sulla terra, se non quando possiamo imporla noi stessi. In
tutto il Continente, solo perchè repubblicani, o sostenitori della
nostra bandiera nazionale, noi siamo dichiarati _sospetti_, e come tali
imprigionati, confinati, privi di ogni possibilità di sicuro stato,
perseguitati, trattati come paria, cacciati come iloti. Accetto per la
mia parte le conseguenze della mia condizione, e non ho, io esule, da
render conto delle mie opinioni ad un uomo, ora imperatore e oppressore,
una volta esule anch'egli. Ma certo, ogni individuo nato in quest'isola
avrebbe diritto di rispondere alle vostre querele e alle vostre pretese
a un dipresso con queste parole:

«Voi foste, o signore, esule in Inghilterra. Da questa terra cospiraste
senza tregua contro un re costituzionale, a cui avevate sull'onore
promesso di non cospirare mai più; ed operaste da ultimo una discesa
armata sulle coste di Francia. Noi non vi facemmo attenzione. Perchè
muteremmo noi le nostre leggi a sorvegliare e perseguitare uomini che
tentano alla lor volta di rovesciare il vostro usurpato potere? Perchè
dovremmo noi per amor vostro abbandonare le tradizioni antiche di una
libertà individuale che fu benedizione al nostro paese, adottando misure
che implicherebbero, se realmente attuate, un intero sistema di
spionaggio, atti di polizia segreta e interpretazioni arbitrarie? Perchè
abbandoneremmo il nostro chiaro, preciso, onesto metodo di definizioni
legali, per aver ricorso a quelle formole indefinite di eccitazione e di
instigazione, che nel vostro paese promossero i _procès de tendance_,
così sovente vituperati da voi mentre eravate cospiratore non coronato?
Perchè, insomma, dovremmo noi in alcun modo proteggervi? E da che nasce
che abbisognate di protezione? Forse che la nostra Regina vi chiede
soccorso contro insidiatori ed assassinî? Voi eleggeste di porvi al di
sopra e al di fuori della legge: dovrà per ciò l'Inghilterra far leggi
speciali a pro vostro? Voi saliste al potere attraverso cadaveri: sta
forse in noi lo impedire che la memoria vivente delle vittime evochi
vendicatori? Voi spediste e spedite tuttora migliaja di uomini, non
sottoposti a giudizio, a languire e morire nei paduli di Cajenna;
possiam noi cacciar l'odio e gli effetti dell'odio dai petti dei loro
amici e parenti? Eleggeste sopprimere la libertà in ogni sua
forma:--stampa, adunanze, associazioni, parola: avete ermeticamente
chiusa ogni uscita al potente spiro di una nazione che ama
eccezionalmente la vita esterna: possiamo noi fare che la forza
compressa non iscoppii per qualche adito imprevisto, irregolare? Voi,
repubblicano ancora, mandaste un esercito a bombardare, far serva,
uccidere, schiacciare Roma repubblicana: quell'esercito d'ingiusti
invasori è là tuttavia: possiamo noi spegnere la vendetta di Roma?
Dobbiamo noi convertire la nostra libera isola in un uffizio di polizia,
per sicurtà di quanti amano diventare tiranni? pel re di Napoli, pel
Papa, per lo Tsar, per voi o per Soulouque? Non balenan pugnali dove il
voto può esprimere il pensiero dell'uomo; non si avventano bombe a
carrozze di presidenti o di re, in America, nella Svizzera, in
Inghilterra, nel Belgio, in Piemonte. Non ci vengono richieste di leggi
contro le cospirazioni da quei paesi, ma solo da voi. Non è da ciò
manifesto che «v'ha del marcio nello Stato[136]» di Francia? E dobbiamo
noi gratificarvi di privilegi a mantenere la «putredine?» I cospiratori,
voi dite, vivono in Inghilterra: d'Inghilterra giungono quelli che
attentano alla vostra vita. Chi li spinge qua, se non voi? In quale
altra terra sarebbe loro dato di vivere? Da quale altra movere a voi?
Ogni anno, ogni sei mesi, i vostri gendarmi ci apportano, sotto scorta,
quanti sono malcontenti, o tenuti per tali; possiamo noi addossarci
l'incarico di strettamente sorvegliarli in segreto, di circondare
ciascun di loro di gendarmi e di spie? Possiamo noi impedire che taluni,
quali che siano le loro intenzioni, non ritornino in Francia?

«È forse da imputarsi a noi se Kelch e Deron--pure ammettendo che quanto
asserite nel vostro manifesto sia vero--ritrovan la via di Parigi?
Dovrem noi rispondere di Mazzini se di tanto in tanto gli è a grado di
traversare la vostra Francia, sebben guardata, spiata e organizzata a
guisa di un campo? Voi disponete ora di 3 milioni di franchi--2 di più
che non a' tempi di Luigi Filippo--apertamente destinati allo
spionaggio: noi non spendiamo un obolo per tale ufficio. Or non potete
difendervi da voi stesso, senza vessare, calunniare e minacciare vicini
pacifici, che non ci han nulla che fare?--Voi citate apologie del
tirannicidio, stampate in Inghilterra; e che per ciò? Dovrem noi
escludere dalle nostre scuole l'antica storia di Roma e di Grecia?
Abolire la traduzione del _Guglielmo Tell_ di Schiller, proibire, per
decreto, la ristampa di Milton? La stampa è libera tra noi: in Francia è
schiava; voi imbrigliate ogni manifestazione del pensiero ne' sudditi.
Noi non vi chiediamo però di vietare l'apologia del macello degli
Ugonotti, nè la ristampa del legato di vostro zio a Cantillon. Siatene
certo, o signore, il tirannicidio non è conseguenza di poche pagine di
ragioni teoriche, ma dell'odioso fatto della tirannide. Togliete questo
di mezzo, e sarà rimosso il pericolo contro il quale invano cercate
soccorso da fuori. Voi non potete esigere da noi che, mentre il _fatto_
esiste, ci assumiamo di prevenire le conseguenze fatali che possono
derivarne.»

Tale, o signore, è la risposta che l'Inghilterra ha virtualmente data, e
darà sempre, io spero, colla voce del suo popolo, alle vostre
illiberali, ingiuste richieste. Per queste richieste frattanto, e per le
indirette minaccie congiunte con esse, voi scendeste un grado più basso
nella vostra rovinosa carriera. Avete disperso il solo prestigio che vi
circondava tuttora, l'approvazione e l'amicizia di una libera gente. Voi
vi trovate ora, o signore, che che ne dica la diplomazia adulatrice e
bugiarda, _solo in Europa_.


IV.

E l'Europa vi guarda, come Banquo guardava le fatidiche sorelle,
apparecchiata a chiedervi:--«_È vita in voi? o siete cosa ch'uom possa
interrogare_?»[137]

Ed ogni interrogazione tornerà sinistra alla vostra artificiale,
accattata grandezza; voi sbigottiste le menti degli uomini colla
improvvisa audacia, coll'apparenza del compiuto successo. Cessato lo
sbigottimento, la vostra causa è perduta. Voi non potete sostenere
esame.

L'Europa cercherà le origini del vostro potere, e troverà la risposta
nella pagina di storia che segue:


    REPUBBLICA FRANCESE.

    DECRETO.

L'Assemblea Nazionale, straordinariamente convocata alla _mairie_ del
decimo circondario,

Visto il sessantesimo ottavo articolo della Costituzione,

Considerando che l'Assemblea è impedita dalla violenza di adempire i
suoi ufficî,

    DECRETA:

Luigi Napoleone Bonaparte è destituito dalle funzioni di Presidente
della Repubblica.

I cittadini sono tenuti a ricusargli obbedienza.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I giudici dell'Alta Corte di Giustizia sono chiamati immediatamente a
radunarsi e pronunciare giudizio sul Presidente e sui suoi complici.

                                              Firmato

                                DUECENTOVENTI MEMBRI DELL'ASSEMBLEA.

    _Parigi, 2 dicembre 1851._

       *       *       *       *       *


ALTA CORTE DI GIUSTIZIA.

In virtù dell'articolo sessantesimo ottavo della Costituzione, l'Alta
Corte di Giustizia dichiara:

Luigi Napoleone Bonaparte è chiamato in giudizio come reo d'alto
tradimento,

L'Alto Giurì Nazionale è chiamato a pronunziare speditamente giudizio.

                                                 Firmato

                                         HARDOUIN--_Presidente_
                                         DELAPALME, PATAILLE, MOREAU
                                         CAUCHY--_Giudici._

    _Parigi, 2 dicembre 1851._

       *       *       *       *       *

L'Europa chiederà per quali mezzi manteneste il potere usurpato. La
risposta sarà: col terrore e colla corruzione, cancellando ad un tratto
ogni libertà di parola e d'azione, costituendo unica potenza nello Stato
l'esercito, cacciando dal paese, senza giudizio, tutti gli uomini
d'influenza pericolosa per voi, seminando sistematicamente il dissenso
fra la borghesia e la _blouse_, spaventando la prima col fantasma del
_socialismo_, e corrompendo la seconda con egoismo e promesse di
felicità materiale.

L'Europa vi chiederà conto delle vostre disposizioni e tendenze a suo
riguardo, e la risposta sarà: «Quell'uomo è l'assassino di Roma: ei vi
mantiene, senz'ombra di diritto, un esercito, quasi avamposto ad
incarnare un giorno disegni di ambiziose invasioni; ei cospira
celatamente a pro d'una insurrezione Muratiana in Napoli; s'intromette
senza tregua ad impedire il pacifico progresso della libertà nel
Piemonte, nel Belgio, nella Svizzera; e, impiantando lo Tsarismo nel
centro di Europa, prepara i germi di una immensa e pericolosa reazione
nel cuore dei popoli.»

L'Europa investigherà la vostra condizione attuale e la risposta sarà:
«finanziariamente ei precipita a rovina; moralmente, agli ultimi
saturnali d'una condannata tirannide; politicamente, all'isolamento
assoluto, e alle pazze disperate imprese di chi è costretto a
distruggere ogni libertà intorno alla Francia, o a cadere.»

Cadete, or dunque, e la giustizia si adempia! La Francia, che or va
ridestandosi, pronuncierà da qui a non molto il suo decreto, e l'Europa
lo approverà. Questo io vi dico, io, voce di Roma che assassinaste.

I tempi sovrastano minacciosi: la marea imperiale retrocede
visibilmente. Voi lo sentite.

Cesare--il quale, credendo che non vi fossero più Romani, avea
cancellato il nome della repubblica,--quando si avvide, al lampo di una
daga, che v'era ancora un Romano, si avvolse nel manto, piegò la testa
davanti ai fati, e morì in silenzio. Per l'onore del nome che portate,
fatevi imitatore di Cesare.

Piegate il capo davanti «all'invisibile daga» della pubblica opinione,
colla quale la Francia ridesta e l'Europa condannano a rovina il vostro
usurpato potere, e morite, come Orsini moriva, con calma e
rassegnazione.

    _Londra, aprile 1858._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



AL CONTE DI CAVOUR


I.

    SIGNORE,

Io vi sapeva, da lungo, tenero della monarchia piemontese, più assai che
della Patria comune; adoratore materialista del _fatto_, più assai che
d'ogni santo eterno principio; uomo d'ingegno astuto più che potente,
fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e
tendenze ingenite, alla libertà; non vi credeva calunniatore. Or voi vi
siete chiarito tale. Avete, nel vostro discorso del 16 aprile,
calunniato deliberatamente e per tristo fine, un intero Partito, devoto,
per confessione vostra, all'indipendenza e all'unità nazionale. A questo
partito, che conta fra' suoi da Jacopo Ruffini a Carlo Pisacane,
centinaja di martiri, davanti alla memoria dei quali voi dovreste
prostrarvi:--a questo Partito che salvò, senza un solo atto
d'oppressione o terrore, l'onore d'Italia in Roma e Venezia, quando la
vostra monarchia sotterrava nel fango in Novara la bandiera tradita poco
prima a Milano; a questo Partito--alla cui _straordinaria vitalità_,
confessata oggi da voi in onta ai vostri che lo dichiarano ad ogni ora
morto e sepolto, il Piemonte deve le libertà di che gode, e voi dovete
le occasioni di farvi patrocinatore ozioso, ingannevole d'Italia nelle
conferenze governative--voi avete avventato, in occasione solenne, e da
luogo ove ogni sillaba di ministro rivendica pubblicità europea, una di
quelle accuse che la credulità umana raccoglie e magnifica, ad argomento
di sospetto perenne e di persecuzione. Avete, su gente contro la quale
vi fanno potente prigioni, proscrizioni, birri, e soldati, e alla quale
i sequestri dei vostri agenti rapiscono ogni libertà di difesa, cercato
di stampare un marchio d'infamia. Avete, da osceni libelli di poliziotti
stranieri, dissotterrata a nostro danno l'accusa della _teoria_ del
pugnale, ignota all'Italia. Avete, sapendo che la menzogna poteva
fruttarvi un aumento di voti, dichiarato alla Camera che la legge
liberticida proposta aveva per intento di proteggere i giorni di
Vittorio Emanuele, minacciati da noi. E questa accusa voi, due volte
mentendo, l'avete gittata contro noi per mero artificio politico, ad
allontanare possibilmente da voi la taccia di sommesso conceditore
all'impero di Francia. Perciò, s'io prima non vi amava, ora vi sprezzo.
Eravate fin ora solamente nemico: or siete bassamente, indecorosamente
nemico.

Non per voi dunque, che accusate per tattica, ma pei molti creduli che
raccolgono senza esame le accuse, io mi giovo del vostro nome per
indirizzare ed altri, e sarà l'ultima volta, una franca dichiarazione
che ponga fine fra gli onesti--i tristi che vi fanno coda calunnieranno
per sempre--ai sospetti oltraggiosi e agli stolti terrori. Se a voi,
nemico accusatore, fosse sembrato, come a me sembra, obbligo elementare
di moralità e parte d'avversario generoso appurare, attraverso i miei
scritti e le azioni mie, la mia fede l'avreste prima d'ora raccolta
dalla mia condotta in Roma e dalle lettere ch'io indirizzai due anni
addietro a Manin[138]. Ma quanti serbano, avversi o no, desiderio o
pudore d'imparzialità a mio riguardo, devono, non foss'altro, essersi a
quest'ora avveduti che nè la natura, nè la fede, nè l'alterezza
dell'animo mi consentono di mascherar le opinioni. Ho taciuto talora:
non mai mentito: perchè mentirei e per chi? Per quel tanto di vita
_individuale_ che m'avanza dalle sciagure e dagli anni, non temo nè
spero, se non da chi mi ama. E il trionfo della bandiera che io seguo
m'appare, in un tempo incerto, non lungo, infallibile; nè sento quindi
la tentazione d'agevolarlo coll'arti gesuitiche della menzogna.


II.

Credo, nella sfera dei principî, ogni giudizio di morte--se applicato
dalla società o dall'individuo non monta--delitto; se n'avessi potere,
stimerei debito mio abolirne la facoltà. Non ch'io creda, come altri, la
vita sacra e inviolabile: la santità della vita non comincia coi moti
organici o coll'agitarsi d'una esistenza fisiologica che abbiamo comune
cogli animali; bensì coi doveri compiti, coll'intelletto della missione
della vita stessa; e finchè sarà santa la guerra per la libertà della
Patria, o la protezione armata del debole contro il tiranno potente che
lo calpesta, o la difesa a ogni patto del fratello su cui pende il ferro
dell'assassino, l'inviolabilità assoluta della vita è menzogna. Ma noi
tutti, società e individui, abbiamo, dalla missione della madre fino a
quella del legislatore, un primo e sommo dovere: _educare_, sviluppare
per quanto è in noi, tentarlo almeno, i germi di progresso che Dio ha
messo nel core di ogni uomo. E non s'educa spegnendo. Inoltre,
l'infallibilità non è retaggio di giudizî umani; e per uomini, non
ciarlatori di moralità, ma morali, il solo pensiero che un innocente può
essere quando che sia gettato al carnefice col marchio del colpevole in
fronte, dovrebbe bastare a rovesciare per sempre la feroce instituzione
del patibolo.

Credo dunque l'abolizione della pena di morte dovere assoluto di ogni
popolo libero. E perchè io credo in questo dovere, quando in Roma la
Commissione militare m'affacciò, per ottenerne conferma, una sentenza di
morte contro un milite dichiarato reo di ladroneccio domestico, respinsi
il foglio e salvai la vita a quel misero. A voi, ministri di monarchia,
che attingete ai legislatori dei tempi dispotico-feudali, o a De
Maistre, teoriche crudeli di _espiazione_ o di _vendetta sociale_,
firmare, fra un trionfo parlamentare e la cena, una condanna nel capo,
pare atto normale governativo; a me, repubblicano, pareva ch'io non
avrei mai più riposato sonni tranquilli, se avessi, mentre i mezzi di
difesa sociale abbondavano, rapito per sempre ad una famiglia ogni
speranza di gioja, a un mio simile la possibilità di ravvedersi quaggiù.

E quello ch'io credo della società, lo credo dell'individuo; tanto più
quanto più mancano all'intelletto solitario d'un uomo gli elementi che
la società possiede abbondanti per accertare i gradi di colpa di chi è
segno al giudizio, e l'efficacia del colpo che vuol vibrarsi. I due
primi, che nel 1848 annunziarono al popolo di Milano che il patto di
dedizione era firmato, che Carlo Alberto, mentre giurava di voler
sotterrar sè e i suoi figli sotto le rovine della città, apprestava
celatamente la fuga, furono spenti da chi li giudicava agenti prezzolati
dell'Austria, ed erano patrioti ed avevano parlato il vero. I traviati
che nel 1849, instigati dall'ambizione delusa di un tristo, uccidevano
in Ancona gli uomini noti per appartenere alla parte dispotica,
credevano salvar la repubblica, e la minavano coll'anarchia, la
deturpavano davanti all'Europa, e schiudevano la via alle infinite
calunnie che oggi trovano, o signore, un'ultima eco sulle vostre labbra.
I miseri che, oppressi, angariati, irritati in mille modi dai satelliti
del papato e dallo straniero, e abbandonati, illusi, delusi perennemente
dai vostri fautori, sfogano l'ira trucidando birri e spie, non alleviano
d'un atomo i proprî mali, non giovano menomamente la causa della
Nazione, alla quale solo un ardito sforzo collettivo può dar salute. E
gli sconsigliati che dissanguavano, nel 1793, sistematicamente la
Francia, ordinando, suprema riazione delle loro stesse paure, il
_terrore_ contro i sospetti, non impedivano, affrettavano la caduta
della Repubblica; non salvavano il paese dalla tirannide gloriosa di
Napoleone, nè dalle due monarchie Borboniche, nè dal volgare dispotismo
dell'oggi; somministravano bensì pretesto, vivo tuttavia contro
l'avvenire repubblicano, alle diffidenze borghesi e alle ripugnanze dei
poveri ingannati coltivatori del suolo francese. Però, io abomino
egualmente--e non lo tacqui mai scrivendo o parlando--il _terrore_
eretto a sistema, ogni _teoria_ di pugnale, e i giudizî di morte, e
l'idea, fondamento anche oggi a tutte le vostre legislazioni, che a noi,
società o individui non monta, spetti mai un ministero di _vendetta,
d'espiazione o castigo_. Noi non abbiamo che un diritto di _difesa_, e
il _dovere_ di tentare la riforma, il miglioramento, l'educazione del
colpevole. Ogni sistema penale che non mova da questo _principio_ è
reliquia di barbarie più o meno mascherata e fatale.

E queste credenze ch'io ho predicate sempre ad amici e nemici, e
mantenute in Roma tra i fautori nostri dei partiti estremi e gli uomini
che cospiravano, pur mandandomi dichiarazioni solenni che non
cospiravano, coll'invasore straniero, ed oggi siedono nella vostra
Camera;--queste credenze che movono in me da una fede religiosa ignota a
voi ed ai vostri, sono non solamente mie, ma di quei che promossero con
me la diffusione della GIOVINE ITALIA, e promovono oggi il Partito
d'Azione. Veggo tra i vostri sostenitori e tra quei ch'or gridano,
commossi in visita, contro l'inventata _teoria del pugnale_, uomini che
s'avvolgevano faccendieri, prima del 1848, fra le mene della Carboneria.
E l'uso del pugnale vendicatore era sancito dai giuramenti e da giudizî
solenni nella Carboneria. Ma la GIOVINE ITALIA, che voi tentate infamare
col nome di setta, e che prima osò piantare apertamente, con libri e
giornali, la bandiera dell'unità repubblicana d'Italia in faccia a' suoi
oppressori, bandiva il pugnale, e non condannava lo spergiuro fuorchè
all'abominio dei suoi fratelli. L'Associazione non ebbe condanne mai, se
non d'esclusione. Mutammo nome, non instituti nè fede. A voi non
riuscirebbe trovare una sola delle nostre pubblicazioni, dal 1831 sino
al mese in cui scrivo, contenenti dottrine dissimili da questa mia.
Ond'è che, quando non vi giovi, con credulità d'idiota, accogliere
siccome storia accuse come quella di Rodez[139] smentite da' tribunali,
e le novelle delle quali s'ingemmano tratto tratto le gazzette
cattoliche, voi, deplorando che per noi si torcesse nel 1849 la nostra
dottrina alla santificazione del pugnale, avete detto, sciente, il
falso: siete peggio che stolido, o calunniatore.

Stolto e calunniatore foste di certo ad un tempo, quando, a carpire un
voto di concessione obbrobriosa, dichiaraste alla facile Camera che si
minacciava per noi la vita di Vittorio Emanuele. Se la vita di Vittorio
Emanuele fosse minacciata davvero, non la proteggerebbero le vostre
leggi. Ad uomini della tempra di PIANORI, di MILANO, di ORSINI, poco
importa di giudizî o giudici: uccidono, o muojono. Ma la vita di
Vittorio Emanuele è protetta, prima dallo Statuto, poi dalla nessuna
utilità del reato. Anche mutilata e spesso tradita da voi, la libertà
del Piemonte è tutela che basta ai giorni del re. Dove la verità può
farsi via nella parola; dove, anche a patto di sacrificî, l'esercizio
de' proprî doveri è possibile, il regicidio è delitto ed insania. Ci
credete scellerati ed insani? A che mai gioverebbe, ed a chi, la morte
di Vittorio Emanuele? Egli regna, ma non governa. L'indole indifferente,
non tirannica, può procacciargli biasimo forse da chi ricorda quali
solenni doveri ei potrebbe e non cura compiere; non odio mai. Io lo
credo--malgrado i difetti della sua natura--migliore dei suoi Ministri.
Per chi lo uccidesse, avremmo noi tutti il ribrezzo che s'ha per
l'assassino.

Le nostre teoriche, bensì, le credenze che propugniamo, mal s'adattano
alle condizioni anormali nelle quali si producono fatti simili a quei di
Bruto, di Tell, di Pianori e d'Orsini. A che parlar di _doveri_, quando
la Libertà, senza la quale l'idea del _Dovere_ non ha più base, è
cancellata dalla violenza, e tutte le vie a compierli sono chiuse? A che
ripetere oziosamente: _la vita è sacra_, dove la definizione della VITA,
ch'è moto, sviluppo, progresso, è falsata, soppressa? A che contendere
all'individuo il diritto di rivendicare le condizioni prime di ogni
vita, per sè e pe' suoi fratelli, quando tribunali non sono: quando ogni
potenza collettiva è negata; quando è vietata ogni interpretazione
_sociale_ della legge? Ciò che rende illegale, immorale, colpevole
nell'_individuo_ il richiamarsi alle forze proprie per combattere ciò
ch'ei crede ingiustizia, è l'esistenza d'un terzo elemento, d'un terzo
potere, d'un arbitro tra l'ingiusto e lui: dove questo elemento
intermedio non esiste; dove la coscienza di tutti non ha più voce,
direte all'oppresso: _dacchè non esiste tribunale a cui tu possa
richiamarti, soggiaci; l'ingiusto ha vinto_?--La coscienza
dell'individuo che sente il proprio diritto, e trova in sè il coraggio
per tentare di riconquistarlo ad ogni patto, vi risponderà sempre,
d'epoca in epoca: _dacchè la società è impotente a tutelarsi e tutelarmi
contro l'oppressore, i suoi diritti, i diritti dell'umanità conculcata,
vivono in me, e me li assumo_.--O legge, o guerra; e vinca chi può. Dove
ogni vincolo è spezzato tra la legge e gli uomini d'uno Stato, ogni
forza è santa che s'adopera, per qualunque via, a riconnettere gli uni
coll'altra. Dove è rotto l'equilibrio fra la potenza d'un solo e la
potenza di tutti, ogni individuo ha diritto e missione di cancellare,
potendo, la cagione del vizio mortale, e ristabilir l'equilibrio.
Davanti alla sovranità collettiva il cittadino tratta riverente la
propria causa; davanti al tiranno sorge il tirannicida.

È _fatto_, non teoria: legge di logica inesorabile, non sistema
d'ingegni irrequieti e sovvertitori. E se questa logica delle cose non
balenasse tratto tratto subita, onnipotente attraverso la tenebra che la
tirannide stende fra l'uomo e Dio, la tirannide, come gli ultimi
imperatori di Roma, farebbe sè stessa Dio. Il lampo del ferro
tirannicida rompe quella tenebra e rivela alle attonite, incodardite
migliaja, che il tiranno davanti a cui piegano non è Dio, ma un idolo di
delitto e menzogna. L'uomo che vibra quel ferro è una incarnata,
tremenda negazione della tirannide; ei dice, spegnendo e morendo
all'umanità: «Quel violatore della vita universale pensava d'essere
_superiore_ alla legge; ei non era che _fuor_ della legge. Ei s'illudeva
a credere d'aver sotterrato giustizia e coscienza, perchè alcune
migliaja di pretoriani e molte di vili gli si assiepavano intorno,
difensori e schiavi: egli stimavasi forte perchè s'era ricinto di
patiboli e spie; io ho provato a lui e all'umanità che la punta di un
ferro di libero vale tutto quel corredo di forza, e basta a sperdere i
satelliti e ridestare a vita gli schiavi».

E perchè questo è il senso segreto del tirannicidio, gli uomini, come
salutano il nembo purificatore d'un'atmosfera corrotta, salutano e
saluteranno il tirannicida--comunque accumuliate, voi, signore, ed i
vostri, sofismi a infamarlo e leggi a punirlo--siccome il rivendicatore
dell'eterno diritto; e ripeteranno pur sempre commossi la vecchia
canzone d'Armodio; e cercheranno tra gli antichi marmi, a spiarle
riverenti, le sembianze di Bruto; e scriveranno, quasi mallevadori della
giustizia del fatto, i loro nomi sui muri della cappella di Guglielmo
Tell; e tramanderanno, rispettando, ai posteri i nomi di MILANO e
d'ORSINI: tra le lettere che formano quei nomi s'affaccia per essi la
tentata vendetta di Napoli e Roma.

La vita è sacra, voi dite. Ma la vita degli uomini che muojono di
languore nelle isole, convertite in ergastoli pei migliori, delle
spiaggie napoletane; la vita degli uomini che muojono di miasmi
pestilenziali a Cayenne, senza colpa, senza giudizio, senz'altra cagione
che il terrore sospettoso di un despota; la vita delle madri, delle
sorelle che muojono di dolore per quei miseri in Francia e in Italia,
non è sacra essa pure? E la vita d'un popolo--la coscienza dei suoi
diritti, delle sue speranze, del suo avvenire, della missione che gli è
data da compiere--non è sacra per voi? Voi avete per l'assassino del
viandante il carnefice; perchè serbate l'inviolabilità alla vita
dell'assassino d'una nazione? voi spegnereste, con qualunque arme vi
trovaste dinanzi, l'uomo che minacciasse rovina, tentando l'incendio
d'una polveriera, a mezza città; perchè non volete che altri spenga
l'uomo artefice di rovina continua a cento città; persecutore di
milioni, tiranno del corpo e dell'anima d'una gente intera? Sofisti ed
eterni contraddittori di voi medesimi! Voi vi assumete il sacerdozio
della santità della vita ogni qual volta vi sta davanti un reo coronato
e dimenticate che i vostri gendarmi, i vostri doganieri, hanno da voi
l'autorità di far fuoco sul masnadiere, sul contrabbandiere che fugge.

La vita è sacra! E la guerra? Non la intimate voi, quando l'onore e
l'utile del paese o della monarchia, alla quale servite, vi sembra
richiederlo? Non cacciaste due mila vite di soldati nostri a spegnersi
sui campi della Crimea in battaglie non nostre, sol perchè intravedeste
in quel sacrificio una probabilità d'accrescere in Europa lustro alla
monarchia piemontese? Non insegnano i vostri libri di guerra l'arte
delle sorprese? Non si addestrano i vostri bersaglieri a strisciarsi
rapidi, inosservati, tra le lunghe erbe dei prati, a meglio colpire di
palla il nemico? Non mirano sovente i vostri disegni a trascinare,
ingannandolo, il soldato che combattete, nelle imboscate? Non
v'impadronite delle batterie, piombando notturnamente e con ogni
artificio di silenzio sovr'esse, e trafiggendo con arme corta--la
baionetta--gli artiglieri sui loro cannoni? Non decreterebbe il vostro
Lamarmora una lode al soldato che, spegnendo all'impensata una
sentinella, gli avesse dato adito a impadronirsi di una fortezza nemica?
Noi bandiamo guerra prima, risponderete, assaliamo poi. Che! fra il
tiranno e l'oppresso non è guerra naturale, continua? Guerra bandita fin
da quando il primo Martire di una Patria calpestata, del Diritto
violato, gettò il guanto dell'eterna sfida dal patibolo all'oppressore?
Noi bandimmo guerra all'invasore francese e all'austriaco dalle
barricate del 1848, dalla prima resistenza di Roma nel 1849. Traditi o
sopraffatti dal numero, i soldati della Nazione furono costretti a
ritirarsi. Ma l'occupazione del Lombardo-Veneto e della sacra terra
Romana dura tuttavia; e se v'è tra noi chi trovi in sè tanta energia da
sprezzare numero e certezza di morte, e continuar solo la guerra nel
modo più efficace a conquistare indipendenza e libera vita al paese,
Dio, che vede se il di lui animo è puro d'ogni bassa passione, lo
giudichi: io non mi sento da tanto; io so ch'ei salva, spegnendo il
tiranno, migliaja di vittime dalla prigione, dall'esilio, dal palco; e
so ch'ei rivendica a un popolo intero la vita, ben altramente solenne,
dell'anima, la Libertà, ch'è la vita di Dio. Voi coniate nuove leggi e
decreti e tribunali a proteggere i giorni del potente che opprime; è
parte vostra: ma non atteggiatevi a moralisti severi, ad apostoli d'un
_principio_. Finch'io vedrò le vostre leggi architettarsi a proteggere
la vita di un usurpatore, che rompeva, senza bandirla, guerra al suo
popolo e alle libertà dell'Europa, e invadeva su migliaia di cadaveri il
trono, non mai in benefizio del popolo trucidato:--finch'io vi vedrò
inerti e muti davanti ad ogni delitto coronato di successo, e senza
ardire che basti a dire una sola volta in nova anni all'invasore di
Roma: _in nome del diritto Italiano, ritratti da quella terra che non è
tua_--io vi crederò ipocriti, e nulla più.

Ho accennato or ora all'_efficacia_ del fatto, e all'assenza di ogni
basso affetto nell'animo di chi lo compie; e son gli estremi senza i
quali, anche per me, il tirannicidio è delitto o follia. È delitto, se
tentato per senso, non dirò di vendetta, ma d'espiazione: delitto, se
tentato dove altre vie sono aperte all'emancipazione: colpa e follia se
tentato contro chi non trascina la tirannide nel sepolcro con sè.
Bonaparte, esule una seconda volta, dovrebbe passeggiare impunemente fra
noi. La libertà, non di voto, ma anche sol di parola, dovrebbe
proteggere da tentativi siffatti, non dirò ogni monarchia
costituzionale, ma ogni temperata tirannide. E dove, per inettezza o
impotenza di popolo, è certo che al tiranno caduto sottentrerebbe un
altro tiranno, a che pro l'ucciderlo? Ma quando, per circostanze
evidenti, l'esistenza della tirannide è concentrata in quella d'un
solo,--quando quel solo è deliberatamente, pazzamente, ferocemente
tiranno,--quando il popolo che, dominato da un fascino di terrore, gli
giace davanti, ha provato aver nondimeno coscienza di libertà; chi, per
puro amore della Patria comune, rompe d'un colpo quel fascino,
risparmiando al paese una lunga vicenda di tentativi e di vittime, e
alla crescente generazione l'educazione corrompitrice del dispotismo,
_combatte_ e non assassina. Voi potete, s'ei non riesce, oltraggiarlo;
ma i posteri gli porranno sul capo la corona del MARTIRE. S'ei riesce,
lo saluterete, voi pure, Liberatore ed Eroe.


III.

Liberatore ed eroe. Non siete voi gli uomini che chiamarono in ogni
tempo gloriose le insurrezioni trionfanti, e magnanimi i popoli che le
compievano, e che perseguitan oggi coi nomi di _demagoghi_ e _settarî_
gli animosi che tentano rifarle e soccombono? Non diceva il Gioberti,
vostro, _belle, sublimi e portentose_ le parole DIO E IL POPOLO che
splendono sulla nostra bandiera? Non ci salutava egli, quando eravamo
potenti del favore di tutta la gioventù, _precursori della nuova legge e
primi apostoli del rinnovato Evangelo_[140], per poi versare l'insulto
sui nostri nomi, quando la gioventù, traviata da false lusinghe, ci
abbandonava? Non udii io, nel 1848, parecchî tra gli oratori a voi
propizî, ch'oggi dichiarano--perchè credono il principato rifatto
potente--essere la guerra regia unica speranza d'Italia, dichiarare a me
ed agli amici miei--perchè credevano, caduta Milano, condannato ad
impotenza il principato--che, pentiti dell'errore commesso, fidavano
esclusivamente alla guerra del popolo l'emancipazione italiana? Non
cospiravano meco dieci anni addietro, in nome di una fede rigeneratrice,
gli uomini che, nella vostra Camera, citano Machiavelli a provare che la
politica non conosce _principî_, ma solamente calcoli d'utile a tempo, e
che son buone le alleanze coi tristi purchè potenti? Non recitano ogni
giorno i gazzettieri di parte vostra lodi al Bonaparte imperante in
seggio, che abominavano quando non era che pretendente? Non siete voi,
signore, presto a cedere, con vero tradimento al paese, il mezzogiorno
d'Italia a Murat, purchè l'impero v'assicuri compenso d'una zona di
terreno al di là della vostra frontiera? Partito d'_opportunisti_, voi
non avete diritto d'invocar _principî_. Adoratori del _fatto_, voi non
potete assumere veste di sacerdoti di _moralità_. La missione educatrice
d'ogni Governo v'è ignota. La vostra scienza vive sul _fenomeno_,
sull'incidente dell'oggi; non avete _ideale_. Le vostre alleanze non
sono coi liberi, sono coi forti; non posano che su nozioni d'un utile
materiale immediato. Taluni fra' vostri scrittori proponevano, prima del
1848, altri più recenti ripetono, che si dovrebbe sottrarre il
Lombardo-Veneto all'Austria, dandole a compenso le terre Moldo-Valacche,
come se quelle terre non avessero gli stessi diritti che noi abbiamo.
Materialisti col nome di Dio sulle labbra, nemici in core e veneratori a
parole del Papa, tendenti per cupidigia d'ingrandimento a rompere i
trattati del 1815, sui quali v'appoggiate per contendere ai popoli il
diritto d'insorgere, voi siete gli eredi di quella politica europea, che
iniziava in Navarino lo smembramento dell'impero turco, e invadeva
ultimamente, in nome dell'integrità dell'impero stesso, la Grecia,
perchè tentava riconquistarsi provincie sue. Obbedito dunque alle
intimazioni del Bonaparte; ma non vi vantate di obbedire, proponendo
leggi restrittive della libertà, a un _senso morale_ che tutta la vostra
dottrina rifiuta: non accusate noi di disegni tristi ed assurdi ad un
tempo, dei quali in cuor vostro non ci credete capaci.

La moralità politica non vive oggi se non negli uomini di parte nostra:
in noi che diciamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che diciamo; in noi
che, fondando tutta la nostra scienza politica sopra una fede di dovere
e sulla nozione, come la mente e il core la inspirano, del Diritto e del
Giusto, possiamo rallentare a seconda dei casi l'opera nostra, non
disviarla mai, o mutarle natura; in noi che, credenti nell'unità del
PENSIERO e dell'AZIONE, non accettiamo l'immorale dissenso fra la
_teorica_ e la _pratica_, che campeggia ogni tanto nei discorsi dei
vostri; in noi che non diciamo: la _tirannide è delitto verso gli uomini
e Dio_, per poi stringere alleanze col tiranno, purchè forte d'eserciti
pretoriani; in noi che non mutammo coi tempi, ma cerchiamo, colla parola
e coi fatti, mutare progressivamente i tempi, a seconda dell'_ideale_
che abbiamo nell'anima; in noi che non siamo nè piemontesi nè lombardi,
nè siculi, nè vincolati ad una dinastia, nè patrocinatori d'interessi o
d'ambizioni locali, ma italiani, e legati ad una fede di unità nazionale
da conquistarsi colle forze vive dell'intero popolo e a pro del popolo
intero; in noi che, vivendo poveramente, non aspirando nè a conforti nè
ad onori, non temendo nè sperando da chicchessia, sprezzando noje,
accuse e persecuzioni, non seguendo che un intento attraverso la vita,
abbiamo diritto di esser creduti, e--che che facciate--siamo creduti. La
_straordinaria vitalità_ del partito--che a voi, signore, piace di
chiamare mazziniano, ed è il partito repubblicano, il partito della
SOVRANITÀ NAZIONALE--è dovuta a questo concetto di moralità che noi, da
ormai trent'anni, rappresentiamo. Voi potete, imposturando terrori che
non sentite, affratellandovi la _destra_ della vostra Camera colla
guerra alla nostra stampa, affratellandovi la tiepida incerta _sinistra_
con lo spauracchio d'un Ministero deliberatamente retrogrado, carpir
voti di fiducia e concessioni codarde; ma non potete togliere a noi gli
affetti della crescente generazione, a me la coscienza di ottener fede
quando io dico: spegnere una vita--di contadino o di re poco monta--in
virtù di teoriche d'espiazione, di vendetta o gastigo, è delitto:
_spegnere il tiranno, se dalla sua morte dipenda l'emancipazione di un
popolo, la salute dei milioni, è fatto di guerra, e--se l'uccisore è
puro d'altro pensiero e pone la vita in ricambio--virtù. Qualunque
diversa opinione mi si apponga, è calunnia_.


IV.

Ho detto che salutereste liberatore ed eroe l'uomo dal cui pugnale
escisse, come dal dardo di Tell, l'insurrezione trionfante d'un popolo.
E dico che salutereste glorioso fra tutti i popoli quel popolo che,
sprovveduto d'altre armi, trovasse modo d'emanciparsi dall'oppressore
straniero con soli pugnali. I vostri poeti inneggiarono in ogni tempo ai
pugnali che liberarono col VESPRO la Sicilia dagli invasori Francesi. I
vostri scrittori politici, Balbo fra gli altri, proposero venti volte
all'Italia l'esempio della Guerra d'Indipendenza spagnuola; e fu, come
la intimava il grido energico di Palafox, guerra a coltello. Tra voi e
me non corre differenza se non quest'una: ch'io dico: _santa è ogni
guerra contro lo straniero_, e onoro chi la tenta s'anche soccombe; voi
dite: _santa è ogni guerra che vince_, e insultate ai caduti. Voi
gittate l'oltraggio sugli arditi popolani Milanesi del 6 febbrajo: li
avreste detti magnanimi e salvatori del paese, se avessero vinto. Voi di
certo non credeste che un popolo servo dello straniero e capace di
liberarsi non debba farlo, sol perchè l'armi rimaste in sue mani non
raggiungono una data lunghezza; voi credete _morale_ l'uso d'un'arme da
fuoco sparata di dietro da una barricata, o di una granata avventata in
una insurrezione nazionale da un tetto di casa, e gridate _immorale_
l'uso d'un pugnale brandito sul petto al soldato straniero da chi
avventura nel tentativo la vita. Voi non credete, in guerra, colpa le
sorprese o infamia le mire: voi non offrireste duello al masnadiere che
v'occupasse la casa, ma fareste arme d'ogni cosa a liberarvene
speditamente e col menomo vostro pericolo. A voi riesce mal gradita
l'insurrezione _iniziata_ da popolani. Come piegare davanti al prestigio
monarchico moltitudini che hanno raggiunto coscienza di emanciparsi da
sè? Dietro a tentativi come quello del 6 febbrajo, voi intravedete il
fantasma, che vi turba i sonni, della sovranità popolare; dietro a un
VESPRO, la dittatura indipendente degli uomini che lo diressero: quindi
l'ire. Non millantate moralità. Se i popolani d'Italia vibrassero i loro
coltelli al grido di _Viva il re Sardo!_ e vincessero, voi li
abbraccereste fratelli. E se vincessero anche senza quel grido, voi li
abbraccereste il dì dopo, per cercare d'impossessarvene e sviarne e
tradirne i nobili istinti a benefizio d'un concettuccio ambizioso della
monarchia.

Ma intorno al pugnale adoprato com'arme di guerra dal popolo, a cacciar
dalla terra, ch'è sua, il ladrone straniero, non occorre ch'io spenda
parole. Se gl'Italiani, determinati una volta a conquistarsi libertà e
patria coll'insurrezione, si ritraessero, per dubbiezze intorno ai palmi
e pollici delle loro armi, sarebbero, più che stolti, ridicoli. Se la
bestemmia d'un popolo tormentato potesse, concentrata miracolosamente a
veleno, spegnere in un subito e senza tempo a difesa quanti violano le
nostre Alpi per avidità di potenza e d'oro, quanti contaminano di sozza
tirannide e di pianti materni e di sangue di onesti le contrade che Dio
ci diede, la bestemmia sarebbe santificata agli uomini e a Dio.


V.

Ben giova ch'io noti come voi, dopo avere raccolto dai cadaveri di
ORSINI e di PIERI argomento a un artificio oratorio contro me e contro
gli uomini del PARTITO D'AZIONE Italiano, abbiate dalle sciagure, alle
quali i vostri volontariamente soggiacquero in Lombardia, tratto
argomento, confondendo uomini e date, a calunniare le intenzioni dei
repubblicani di Francia. Parlo del rifiuto dato alle domande d'ajuto
contro l'Austria, indirizzate dal vostro Governo al Governo francese;
rifiuto dal quale voi e il vostro collega Lamarmora avete desunto che:
_le repubbliche ebbero sempre una politica egoista_, e che voi dovete
allearvi all'impero.

Ogni membro della vostra Camera, che--pur corrivo ad accettare come
verità di fatto le vostre dichiarazioni--avesse semplicemente serbato
lume di logica, avrebbe potuto sorgere e dirvi: «La repubblica francese
ricusò combattere le vostre battaglie; non volle scendere in campo _per_
l'indipendenza italiana. Luigi Napoleone scese in campo _contro_
l'indipendenza italiana; distrusse le libere instituzioni che s'erano
impiantate sulla base del suffragio universale in Roma; i suoi soldati
mantengono tuttora negli Stati Romani il dispotismo papale. Come potete
biasimar la repubblica e lodar l'impero? Tra chi non compie il proprio
dovere e chi viola patentemente il vostro diritto, perchè insultate al
primo e adulate al secondo?»

Altri avrebbe potuto ridere della vostra scienza storica, e in risposta
al vostro: _mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di
Roma_--son le sole che ricordate--_per cui si possa dire che esse
portarono civiltà_, chiedervi dove sarebbe la civiltà d'Europa se i
repubblicani greci non avessero vinta la battaglia di Maratona e
respinto l'elemento orientale, negativo d'ogni progresso;--come si
sarebbe costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo
latino e il germanico, senza l'opera livellatrice delle conquiste di
Roma repubblicana:--poi, se il programma delle nostre lotte contro il
dominatore teutonico non sia stato dato in Pontida dai repubblicani
lombardi:--se alle tendenze improntate dalle nostre repubbliche del
medio evo non si debba il senso d'eguaglianza civile che, tra le
oppressioni politiche d'ogni genere, ci colloca anch'oggi, in fatto di
convivenza sociale, innanzi a parecchie nazioni d'Europa;--se non
escissero dalle conquiste dei repubblicani veneti la civiltà delle
spiaggie illiriche e i vincoli che ad esse ci stringono; chi arrestasse
la fatale invasione del Maomettismo se non un figlio della repubblicana
Polonia, Sobieski; a chi, se non ai repubblicani francesi della fine
dell'ultimo secolo sian dovuti i due terzi delle instituzioni di libertà
e d'eguaglianza civile esistenti oggi in Europa.

Altri finalmente avrebbe potuto levarsi e dirvi: «La vostra
affermazione, signore, è la vostra condanna. Voi potete dimenticare, ma
noi non dimentichiamo, che voi, sostituendo al sacro pensiero nazionale
la gretta ambizione d'una dinastia; alla ITALIA UNA dall'Alpi al mare,
il meschino concettuccio d'una _Italia del Nord_; all'emancipazione
d'una razza intera, la tentata preponderanza di una frazione di quella,
perdeste la nostra causa ed isteriliste i frutti d'un moto che aveva
l'Europa con sè. In nome d'Italia, noi avevamo costretto i nostri
principi a lasciar scendere le loro milizie sul campo delle sorti future
della Nazione: parlando in nome del Piemonte, voi porgeste al Papa, al
re di Napoli, al duca di Toscana l'ottimo fra i pretesti per retrocedere
e ridiventare tiranni. La Francia repubblicana era presta ad appoggiare
colle armi il popolo italiano; ma perchè una repubblica avrebbe dato il
sangue de' suoi per fortificare i dominî territoriali di un re poco
amante di libertà, odiatore di ogni instituzione repubblicana, non
tenero della Francia, e pericoloso ad essa il giorno in cui egli avesse
voluto, ristabiliti gli accordi coll'Austria, movere a' danni
dell'imprudente soccorritrice? Voi _non chiedeste mai_ per l'Italia. E a
chi chiedeva per la monarchia di Piemonte non aveva la repubblica
francese diritto di rispondere queste parole:--ove si tratti di
soccorrere l'Italia, siam presti: possiamo anche combattere a fianco
delle legioni piemontesi: ma rompere guerra per sostener gl'interessi
del re di Sardegna, intrecciare la bandiera della Francia a quella di
casa Savoja, la repubblica non può farlo--?»

Io vi dico invece: Signore, voi mentite alla storia; e parmi impossibile
che contro le asserzioni vostre e dei vostri nessun deputato si sia
richiamato ai documenti officiali.

Io non sono tenero, da molti anni in qua, delle cose francesi. So che la
politica estera del Governo repubblicano di Francia nel 1848 non fu, per
difetto d'omogeneità tra i membri che lo componevano, quale i tempi e la
missione del _principio_ repubblicano in Europa chiedevano. Le tendenze
rappresentate da Ledru-Rollin nel primo Governo, poi nella Commissione
esecutiva--tendenze che, per rispetto non foss'altro all'esilio
determinato per Ledru-Rollin da un nobile tentativo a favore di Roma,
voi, signore, non avreste dovuto mai calunniare--non erano secondate
abbastanza da' suoi colleghi. Ma io affermo che la repubblica francese
_voleva_ ajutare coll'armi la emancipazione d'Italia, e affermo che il
Governo Sardo _non volle_. È questione di fatto e non altro per me. Io
credeva allora--e pubblicai la mia opinione sull'_Italia del Popolo_ in
Milano--che l'Italia, a patto di suscitare e porre in azione tutte le
forze vive della nazione; a patto di non fidare la direzione della
guerra a chi per inettezza o mal animo doveva fatalmente tradirla; a
patto di combattere le battaglie d'Italia in Tirolo, sull'Alpi venete, a
Trieste, non intorno alle quattro fortezze: a patto di combattere per
l'unità, non per l'ingrandimento della monarchia sarda, poteva
emanciparsi da sè. Lo credo tutt'ora. Ma voi, signore--e dicendo _voi_
accenno al sistema che rappresentate, al Governo in nome del quale
gittate l'accusa ai repubblicani di Francia--voi che, per terrore
dell'elemento popolare, rifiutaste gli ajuti che la nazione poteva darvi
all'impresa, voi che tradiste doppiamente il paese rifiutando quei che
la Francia v'offriva, non dovreste oggi tornare sopra un argomento
intorno al quale la menzogna sola può esservi puntello e difesa.

L'8 maggio, la Francia, per bocca di Lamartine, diceva: _Se nazionalità
conculcate, diritti calpestati, indipendenze legittime ed oppresse
sorgessero, si costituissero con forze proprie, entrassero nella
famiglia democratica dei popoli, e ci chiamassero a difesa dei loro
diritti, ad ajutare la fondazione d'instituzioni conformi alle nostre,
la Francia è pronta. La Francia repubblicana non è solamente la patria,
ma il soldato democratico dell'avvenire_.

Il 22 maggio, la Commissione esecutiva, parlando della questione
italiana, ripeteva più esplicita:

_Se i popoli d'Italia fossero troppo deboli--se questa indipendenza,
questo diritto di rinascimento della nazionalità Italiana, che tutte le
pagine della storia attestano, fossero assaliti, la Francia è presta;
appiedi dell'Alpi, armata. Essa dichiara altamente ad amici e nemici,
che al primo segnale varcherà le Alpi e stenderà agli Italiani una mano
liberatrice. Fin dai primi giorni, noi abbiamo fatto comunicare alle
potenze italiane la ferma volontà d'intervenire alla prima chiamata che
ci si facesse; e conformemente a quella dichiarazione, abbiamo riunito
appiè dell'Alpi, dapprima un esercito di 30 mila uomini, poi un altro
che può, nello spazio di pochi giorni, sommare a 60 mila. E v'è
tuttavia. Noi abbiamo aspettato una chiamata dall'Italia, e sappiatelo,
malgrado il nostro rispetto per l'Assemblea Nazionale, se quel grido
avesse traversato l'Alpi, noi non avremmo aspettato, ma avremmo creduto
compiere anzi tratto la vostra volontà, movendo a soccorrere l'Italia._

La Commissione esecutiva parlava all'Assemblea Nazionale, e l'Assemblea
Nazionale rispondeva il 24 con un decreto, nel quale ingiungeva alla
Commissione di mantenere, a norma della sua condotta, il voto unanime
dell'Assemblea, l'emancipazione dell'Italia.

Qual era intanto il vostro linguaggio?

Io non noterò come il 13 marzo il vostro ambasciatore in Parigi non
avesse ancora col Governo della repubblica relazioni _officiali_. Non
dirò i rimproveri fatti al Governo provvisorio lombardo per un timido
indirizzo alla Francia. Non parlerò delle istruzioni date agli agenti
vostri perchè esagerassero in Parigi le diffidenze italiane, e
spegnessero, calunniando colla stampa, ogni simpatia coi Lombardi. Ma il
6 aprile protestavate formalmente contro l'assembrarsi dall'esercito
alle Alpi.--«Non posso intendere»--scriveva il vostro ambasciatore
Brignole--«quali siano i motivi che hanno potuto spingere a credere la
sicurezza e la gloria della repubblica esigere l'avvicinarsi dei suoi
soldati alla frontiera delle Alpi. Non è quella una frontiera amica?...
Perchè parlare di guerra, d'entrare in campagna?... L'agglomerazione di
un corpo considerevole presso ai dominî del re potrebbe suscitare
inconvenienti gravissimi». Ed il 7 aprile insisteva in nome vostro
l'ambasciatore: «È necessario che la Francia intenda ben questo: se mai
l'esercito della repubblica varcasse l'Alpi senz'essere chiamato...
l'influenza della Francia e delle idee francesi in Italia sarebbe per
lungo tempo perduta. Non si vuole l'appoggio militare della Francia, se
non il giorno in cui una strepitosa disfatta avrà provato che l'Italia
sola è impotente a cacciar l'Austria al di là dell'Alpi... Ove la
Francia intervenga prima dell'ora segnata dallo spavento pubblico, si
griderà da un punto all'altro d'Italia: _la Francia, della quale non
avevamo bisogno, viene unicamente per dare sfogo alle tendenze che
l'animano e che minacciano di trasarginare: essa non viene per conto
nostro, ma per proprio conto. Essa aveva detto, nel suo programma, che
rinunziava ad ogni conquista; e mentiva. Essa intende sostituirsi
all'Austria..._ E si desterà in tutti i cuori un odio implacabile, un
odio italiano...».

E poco dopo l'ambasciatore diceva: «Io sono espressamente incaricato dal
mio Governo d'esprimervi il suo desiderio che le truppe francesi siano
tenute lontane dalla frontiera».

Il 22 maggio, il ministro Parete gridava alla Camera Torinese:
«L'esercito Francese non entrerà se non chiamato da noi: e siccome noi
non lo chiameremo, non entrerà».

E il 30 maggio, l'agente del Governo Provvisorio Lombardo, udendo che un
buon numero di _volontarî_ francesi s'ordinava per movere alla volta
d'Italia e rassegnarsi al comando supremo--che era il vostro--della
vostra guerra, s'affrettava ad interporre proteste: «La formazione di
legioni di volontarî per la guerra lombarda potrebbe cagionare
disturbi.... Il Governo di Lombardia non vede con piacere
l'organizzazione di corpi ausiliarî siffatti»[141].

Tale fu, fin verso il finire di luglio, il linguaggio tenuto al Governo
Francese dai vostri. Nè credo che, da quando il trattato di Vestfalia
inaugurò quel congegno di menzogne e d'inezie che nominano diplomazia,
si tenesse mai da un Governo linguaggio più imprudente e più stolto.
Alla Francia, della quale si pronunciava potersi un dì o l'altro
richiedere l'ajuto, il Governo Sardo diceva: «Non vi stimiamo leali:
diffidiamo altamente di voi. Non vogliamo gli ajuti che ci profferite,
oggi che le vostre armi congiunte alle nostre vincerebbero senz'altro la
guerra; ma, se un giorno cadremo, allora, cadendo, vi chiameremo. Non
potremo più allora secondarvi. I danni, i pericoli della guerra saranno
tutti vostri. Nondimeno, dopo avere ricambiato le vostre offerte con
orgoglio e disprezzo, v'invocheremo, giacendo, a fare per noi, senza
vostro pro, ciò che noi non potemmo; e se non vorrete, vi accuseremo di
tradimento al principio, aborrito da noi, che rappresentate.» E
all'Italia, pur predicando: _fate, da voi, temete gli ajuti di Francia_,
il Governo liberatore diceva: «tenete le baionette di Francia in serbo
pel giorno nel quale dovrete invocarle nel terrore e nella vergogna
della disfatta: rifiutatele oggi che potete averle onorevolmente
alleate; le accetterete quando avrete perduto ogni diritto a moderarle e
giovarvene senza pericolo. Sdegnate, irritate col sospetto lo straniero
che vi si offre fratello, e che voi, forti e rispettati, potete contener
nei limiti della fratellanza; ma preparatevi fin d'ora a chiamarlo
supplici, quando nulla gl'impedirà d'esservi padrone; quando, trovandovi
inermi ed impotenti, ei potrà rivendicare, senza ostacolo da parte
vostra, i diritti del benefattore insolente, e sarà tanto più allettato
ad esercitarli quanto più ei ricorderà d'essere stato offeso da ingiusti
sospetti da voi.» Son queste le avvedutezze politiche della monarchia
piemontese.

Dopo gl'infausti moti del giugno, la Repubblica perdeva intanto, per
terrore d'una anarchia che avrebbe potuto e non seppe padroneggiare,
coscienza di sè; si sviava affidandosi a una dittatura militare, a
tendenze illiberali di resistenza. Il 24, Cavaignac, uomo d'anguste
vedute, per difetto d'ingegno e per abitudini soldatesche, repubblicano
solamente di nome, assumeva il potere. Allora la Francia, che aveva
sinceramente desiderato combattere con noi per lacerare gli aborriti
trattati di Vienna, cominciava a riconcentrarsi nell'egoismo di paese, e
desiderava astenersi da imprese più di _principio_ che non
d'_interesse_. Pur, se voi volevate, cedeva: cedeva, vincolata dalle
solenni profferte anteriori e dall'ingenito orgoglio. Non volevate. Al
vostro Governo pareva meglio fin d'allora perder la guerra con un titolo
monarchico in portafoglio per le contingenze future, che non vincerla
con l'aiuto di soldati repubblicani e a rischio di risuscitare nel
nostro popolo le idee che gli avevano procacciato l'ardire della
vittoria sulle barricate. Quel titolo, quel documento, l'atto della
fusione, era fin dal 13 giugno nelle mani di Carlo Alberto. Che
importava dell'Italia al re e agli uomini della Monarchia? Non l'amavano
come l'amiamo noi; e non avevano genio nè audacia per tentare di
conquistarne il dominio.

Il giugno e il luglio passarono fra positive sconfitte e bandi di
vittorie ideali, senza che si fiatasse sillaba d'intervento. Il ministro
Pareto parlava, se ben ricordo, sul finire del luglio, di resistere
apertamente ai Francesi, ove si attentassero di varcare le Alpi. Il 31
bensì, sotto il fremito delle popolazioni, che incominciavano a
indovinare la disfatta e a sentirsi tradite, si mutava linguaggio, e si
annunziava officialmente ai Lombardi che il Ministero piemontese
chiedeva formalmente l'intervento di Francia. Non era vero. S'era, tra
per deludere il popolo e sviarlo dall'ordinarsi a difesa, tra per
contrabilanciare presso il Governo francese l'influenza dei lombardi
Guerrieri, Trivulzi e Mora, accorsi in Parigi a sollecitare ajuti,
spedito da Torino Alberto Ricci; ma non richiedeva, impediva; e ne
abbiamo la prova in un documento indirizzato in quel torno al Cavaignac
da Felice Foresti, Tommaso Gar, Aleardi, colonnello Frapolli, Giulio
Carcano, segretario del Governo provvisorio, ed altri. Anche su quegli
estremi, e benchè a malincuore, Cavaignac si dichiarava pronto a operare
purchè le domande lombarde venissero appoggiate dal Governo piemontese,
sulle cui terre bisognava por piede. Ma il 2 agosto, quando gli
Austriaci erano a qualche lega da Milano, il vostro ambasciatore era
muto: muto il 3, il 4, il 5 e il 6. Non fu che sul mattino del 7 agosto,
_due giorni dopo la dedizione di Milano_, quando non un solo milite
piemontese rimaneva sul territorio lombardo, che il Brignole richiese
intervento. Era derisione o stoltezza? E fu stoltezza o impudenza di chi
sa che la maggioranza della Camera accetta ciecamente ogni affermazione
ministeriale, quella che v'indusse a muovere accuse ai repubblicani
francesi? Le date v'uccidono, e lo sapevate. Che importa il dispaccio
spedito il 23 luglio dal marchese Brignole, sul quale la vostra stampa
ha menato tanto romore? Opporrete, voi ministro, ai documenti ufficiali
il ragguaglio essenzialmente incerto d'una discussione _segreta_ del
Comitato degli affari esteri? E se anche il ragguaglio fosse esattamente
conforme al vero, come poteva darvi diritto di assalire, per compiacere
all'Impero, quei che, nel vostro discorso del 16, voi chiamate _gli
amici i più spinti della rivoluzione, i Ledru-Rollin e i Bastide_? Il
nome di Ledru-Rollin non è nel dispaccio, e Bastide dichiara, a detta
dell'ambasciatore, non curarsi della Savoja o di Nizza; la Francia
dovere, lietamente o no, concedere ajuto, se chiesto. Ben risplende in
quel dispaccio l'arte solita di voi e dei vostri di attribuire senza
cagione alcuna agli uomini che vi sono avversi i disegni men buoni.
Ricordo Balbo, che, mentre io fondava la più unitaria di tutte le nostre
associazioni politiche, stampava che io voleva ricostituire le
repubblichette del medio evo. Così il vostro Brignole accusa il Bastide,
perchè avverso a un ingrandimento territoriale di casa Savoja, di voler
favorire _la divisione dell'Alta Italia_ in piccoli Stati. Al patrizio
Brignole non si affacciava la semplice idea che un repubblicano potesse
vagheggiare nell'animo _la Italia Una fatta repubblica_.

Voi rifiutaste gli ajuti della Repubblica Francese, quand'essa li
offriva. Li invocaste, quando, disfatti, impotenti--e lo provò più tardi
Novara--a rifar la guerra, e mutato già, in Francia, l'andamento delle
cose, sapevate che avreste rifiuto: e lo accertaste più sempre,
aggiungendo alla domanda, per _tutelare le istituzioni contro i pericoli
di una propaganda politica_[142], condizioni indecorose, inaccettabili
dalla Francia. Questo è ciò che la storia dirà. E dirà, come, respinti
anche i semplici _volontarî francesi_, disarmati siccome masnadieri i
militi della Legione Antonini appena scesero sul vostro suolo, ricusaste
pure il soccorso offertovi da un colonnello del Canton di Vaud, di 2000
carabinieri svizzeri. Più assai che non gli Austriaci, il vostro Governo
temeva l'apparire in Italia di soldati repubblicani.

Le linee dunque del vostro discorso del 16 aprile, nelle quali, senza
citar date, anzi travolgendole,--dacchè il nome di Ledru-Rollin come
membro del Governo indurrebbe a credere che la domanda di cooperazione
fosse anteriore all'agosto,--gittate l'oltraggio ai repubblicani, sono a
un tempo, o signore, una menzogna, una calunnia e un indegno artificio,
che i vostri Deputati, se curassero d'appurare la storia dei tempi,
avrebbero dovuto respingere. Il sangue d'un popolo italiano, tradito nel
1848 dalla monarchia, vi comandava di non tornare su quell'argomento.
Bastavano per arra di servilità al nuovo vostro alleato la Legge
Deforesta, l'oscena caccia data agli esuli italiani sul vostro terreno,
e le persecuzioni alla libera stampa.


VI.

Questa vostra nuova alleanza col Bonaparte, alla quale la vostra stampa
spianava da qualche tempo la via e che voi avete arditamente confessata
negli ultimi vostri discorsi alla Camera e più nei vostri atti,
dovrebbe, parmi, aprir gli occhî agli uomini che in buona fede sognano
tuttavia iniziatrice della emancipazione italiana la monarchia del
Piemonte. E dovrebbe aprirli sul valore del vostro senno politico. Fra i
Governi costituzionali e i dispotici, tra l'Inghilterra e l'Impero, voi
scegliete di stringervi alla tirannide dell'Impero, e vi stringete ad
essa quando appunto essa accenna a rovina.

Non so se gli uomini ai quali alludo si avvedano che l'alleanza col
Bonaparte vale inevitabilmente da parte vostra: accettazione
dell'assassinio di Roma:--negazione d'ogni unità o unificazione
italiana:--negazione di libertà per qualunque parte d'Italia
rovesciasse, sotto i vostri auspicî, il suo governo:--patto nefando di
promovere la dedizione del sud a un prefetto dell'Impero, Murat, purchè
il Bonaparte cooperi a che i dominî del re vostro s'impinguino dei
Ducati; dico dei Ducati e non d'altro, perchè le segrete millanterie sul
Lombardo-Veneto non sono per voi che artificio di chi chiede il più per
ottenere il meno più agevolmente. Nessuno può ragionevolmente supporre
che il Bonaparte, senza altro sostegno oggimai che i pretoriani e il
clero cattolico, getti disfida mortale a quest'ultimo, assalendo il
papato: nessuno, ch'ei possa mai offendere irreconciliabilmente
l'orgoglio francese, lasciando che un suo prefetto conceda a Napoli
libertà contese alla Francia: nessuno ch'ei, più corrivo di Lamartine,
v'ajuti a fondare nel nord dell'Italia un vasto e potente Regno,
minaccioso il dì dopo pei dominî ch'egli avrebbe impiantato nel sud. Gli
uomini che hanno votato con voi contro la offesa dignità del paese,
contro l'indipendenza dei giurati e della stampa, non per sola paura, ma
per conquistare alla causa italiana gli ajuti del Bonaparte, hanno
tradito, ad un'ora, Italia, logica e senno elementare politico.

Bonaparte tende a impiantare, scimmiottando Napoleone su scala pigmea,
la dinastia di Murat in Napoli. Odiatore cupo dell'Inghilterra d'antico,
riconcitato ad odio novello dalla civile condotta del popolo che ci
porge asilo, e certo di averlo dichiaratamente avverso ai suoi disegni
sul mezzogiorno d'Italia, ei cerca prepararsi una diversione contro
l'Inghilterra, stringendo un patto segreto con la Russia e suscitando
guerra in Oriente; un'altra contro l'Austria, spingendovi, quand'ei
faccia, a dimostrazioni che ne tengano a freno gli eserciti. Voi,
noncurante d'onore o di patria comune, avete accettato, in qualità di
cooperatore, il disegno, perchè ei vi ha promesso di ajutarvi ad
ampliare di zona più o meno angusta i dominî di casa Savoja. È questo il
segreto della vostra politica d'oggi. Voi lo negherete, come, giovandovi
della dimissione di un vostro collega, negaste la verità di un'altra mia
accusa, proferita, non contro voi individualmente, ma contro il vostro
governo: io lo affermo. Gli uomini che giudicheranno spassionatamente
fra voi e me, sanno che i segreti di Stato possono scoprirsi, non
documentarsi, e studieranno le prove del vero che io affermo nei menomi
atti dello Tsar di Russia, di quello di Francia e di voi.

Ministro di re costituzionale e promotore, per debito al principio che
rappresentate, d'interessi dinastici, voi cercate le vostre alleanze
esclusivamente fra i despoti. Italiano, e millantatore di concetti
emancipatori, voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte
di Lodovico il Moro; chiamando la tirannide straniera al di qua
dell'Alpi, e dando assenso a un nuovo dominio e ad una potente
influenza, difficile a sradicarsi, dove un Governo aborrito da tutti e
logorato da lungo tempo nell'opinione sta per cadere. Uomo di Stato e
pensatore politico, voi create al Governo inglese la necessità di
accostarsi all'Austria e condannate all'isolamento il Piemonte, il
giorno, inevitabile e non lontano, in cui sotto il colpo ardito di un
vendicatore, o sotto l'ira oggi visibilmente ridesta della Francia,
l'Impero mal sorto cadrà. Inaugurereste, se mai poteste riuscire, la più
tremenda guerra civile che mai si sia veduta in Italia. Intanto voi
mutilate, per compiacere al despota straniero, le libertà dello Stato:
inacerbite, con la persecuzione sistematica ai suoi giornali, i giusti
rancori di Genova, e stampate sulla fronte all'unico popolo italiano,
che rappresenti in faccia all'Europa il germe del nostro avvenire, la
vergogna di un'alleanza con l'uomo che uccise la libertà della propria
patria, e fece mietere in Roma il fiore dei nostri giovani. Questi sono,
mercè la vostra politica, i risultati di dieci anni di libera vita pel
Piemonte, considerato come provincia e, un tempo, come speranza
d'Italia!


VII.

Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere
libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni,
razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e
consacrato dalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con
un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle
frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi;
con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro
terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio
europeo--e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro
e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se
voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio,
ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste
potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra
le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di
Carlo Alberto--la fede di Carlo Alberto suona ironia--ma dell'Italia;
che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede,
non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'_Unità
Nazionale_, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a
beneplacito altrui: che _Unità_ e _Libertà Nazionale_ non si fondano se
non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli
elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo;
che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia,
quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al
grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di
levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea
fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi
simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con
esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra
missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni
vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo
passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî
che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una
nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un
nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già
fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno
contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota
segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato
definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la
vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste
mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi
presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo
di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti
esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate
alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava
ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia,
interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione
straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con
l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse
trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello
dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state
coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America,
coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni
modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento
decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci,
con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza
nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste
accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta
d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro
linguaggio nelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa
evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la
voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione
come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni
opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere,
ma per farvi rappresentante del DIRITTO ITALIANO; per fare intendere a
tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar
sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che
quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento
propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi
che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie
per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte
offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana--questo non
potevate nè dovevate pretendere--ma d'affratellarci con voi sotto
bandiera comune, quella della _sovranità nazionale_. E a voi, s'anche
amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea
sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di
principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni
monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante
d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e
l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a
scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il
vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli
serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.

Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via
funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi.
Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o
indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi
finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare
agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri
quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare:
tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse
il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la
pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da
poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di
battaglia--io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e
affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare:
impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle
al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi
Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede
l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di
politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e
cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto
altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu--profanerei,
citandoli, i nomi di Washington e Bolivar--ma d'un ultimo allievo di
Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella
casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia,
tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel
passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi,
giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una
frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete
collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a
sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e
travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.


VIII.

Non so se i vostri s'illudano, ma voi di certo non v'illudete. L'Italia,
checchè avvenga, non può farsi Piemonte. Il centro dell'organismo
nazionale non può trasferirsi all'estremità. Il core d'Italia è in Roma,
non in Torino. Un _monarca_ piemontese non conquisterà Napoli mai:
Napoli si darà alla Nazione, non mai a un principe d'altra provincia
italiana. Il principio regio non può rovesciare il papato, e aggiungere
ai proprî i dominî del papa. Un ministro di re non potrà mai lacerare i
trattati, rompere i vincoli che lo legano all'equilibrio attuale
d'Europa, e invadere il terreno tenuto a conquista dall'Austria. Voi,
uomini della monarchia, non potete iniziare la lotta, non potete fare
l'Italia. Il popolo solo lo può. E chi non vede, o non confessa il vero
che io scrivo, è stolto, o cerca, ingannando i creduli, pretesti alla
propria inerzia. Io dunque non vi accuso perchè non vi cacciate a
imprese impossibili; non v'accuso perchè non liberate coll'armi il
paese. V'accuso perchè, pur sapendo di non potere e di non volere fare
l'Italia, andate millantando che la farete. V'accuso perchè spargete per
ogni dove voci di disegni che non avete in animo di ridurre in atto,
sviando così molti dal seguire partiti più logici e generosi. V'accuso
perchè, congiurando col tiranno di Francia, e cedendo Napoli, per quanto
è in voi, a un dominio straniero, persistete ad ammantarvi della veste
di emancipatore. Vi accuso perchè, fomentando segretamente odî inutili
all'Austria ed al papa, vi giovate dei mezzi che il Piemonte vi dà a
impedire di far noi, che soli vogliamo davvero rovesciare l'una e
l'altro. V'accuso d'aver fatto quanto era in voi per travisare
all'estero il nostro problema e persuadere col vostro linguaggio segreto
e pubblico che si tratta per noi di miglioramenti amministrativi e
d'ordini civili men rei, da introdursi nei diversi Stati d'Italia,
quando la prima, la vitale questione, l'_unum necessarium_ per noi, è
l'essere Nazione UNA dall'ALPI al MARE. V'accuso di combattere noi colle
armi sleali della calunnia, mentre in core siete convinto che noi
possiamo essere ogni cosa fuorchè colpevoli; che adoriamo una santa
idea; che possiamo essere ostinati, non ambiziosi; utopisti, non
ingannatori; rivoluzionarî, non demagoghi o sovvertitori pazzi e feroci.

E v'accuso sopratutto di due gravissime colpe: d'avere impiantato un
dualismo fatale di Piemonte e d'Italia dov'era, prima del 1848,
concordia assoluta di voti e d'opere; e d'avere corrotto, per quanto è
in voi, l'educazione del nostro giovane popolo, sostituendo una politica
di artificî e menzogne alla severa, franca, leale politica di chi vuole
risorgere.

Era vostra missione d'_italianizzare_ il Piemonte e prepararlo a
confondersi nella patria comune, della quale esso avrebbe potuto essere
la prima provincia, come il re vostro avrebbe potuto esserne il primo
cittadino. Voi, guardando al Piemonte come a Stato destinato a vivere di
vita propria, lo avete educato a rinegare la madre comune; a considerare
una libertà, figlia del moto nazionale del 1848, siccome conquista
propria, a mutare i diritti di libera azione, che dovevano essergli arma
ad emancipare i venti milioni di fratelli schiavi, in egoismo che
calcola se il tentativo a pro dei fratelli non possa per avventura
fruttargli la perdita d'un godimento. Avete inaugurato la politica
dell'esempio, come se, a chi vive in ricchezza splendida, non incombesse
debito alcuno verso il congiunto che geme nella miseria, fuorchè
l'insegnargli il perchè della sua condizione diversa. Prima di voi, si
cospirava per l'unità d'Italia, in Piemonte, nell'esercito e nelle
classi cittadinesche; una tradizione di martiri per la Nazione, da
GARELLI e LANERI a TOLA e GAVOTTI, da SANTA ROSA a RUFFINI, s'inanellava
colla lunga tradizione sulla quale poggia la FEDE ITALIANA: oggi, si
condannano tra voi alla galera uomini che, come Savi, promovono colla
penna la causa dell'unità, e si caccia raminga da Genova la vedova di
PISACANE, senza che un deputato alla vostra Camera levi una voce di
generosa protesta.

Era vostra missione promovere l'educazione _morale_ d'un popolo che
s'affaccia, ingenuo, incauto, corrivo, benedetto oltre ogni altro
d'istinti buoni, ma facile a traviarsi, alla vita nuova. E voi gli avete
dato la scienza dei popoli incadaveriti, il machiavellismo dei secoli
nei quali la coscienza è muta, il culto degli interessi, l'adorazione
della forza e del delitto che riesce, l'artificio de' vecchi Stati,
retti a monarchia costituzionale, l'ipocrisia che travolse la Francia
ove or giace. Gli avete insegnato a mentire al proprio fine, ed allearsi
con chi ha il suo disprezzo, a diffidare di quei che lavorano per esso.
Lo avete sedotto a spendere sangue ed oro per mantenere l'integrità d'un
impero nel quale, come nell'impero d'Austria, le popolazioni indigene
s'agitano sotto l'arbitrio d'una minoranza conquistatrice, diversa per
razza, lingua, religione, abitudini. L'avete educato alla tattica dei
partiti scettici, che hanno per bandiera nome di uomini e non principî:
a decidere delle questioni politiche, non dalla nozione del giusto e
dell'ingiusto, ma dall'utile fugace di un giorno; a votare in favore di
leggi che credete triste, per evitare il possibile ritorno di certi
uomini al Ministero. Avete innestato sulla giovinezza di un popolo, che
non può meritare la cittadinanza dell'Europa futura se non con una
_fede_ rappresentata in tutti i suoi atti, la _dottrina_ materialistica
dell'_espediente_, l'egoismo della paura, l'ateismo del calcolo, che
uccide l'entusiasmo, solo operatore di grandi cose.

E tutto questo a qual pro?

Che otteneste voi, adulandone le tradizioni, dalla diplomazia? Avete in
dieci anni di _concessioni_, di guerra fatta, per accarezzare i Governi,
a noi, e di silenzio obbrobrioso sulla perenne occupazione di Roma,
conquistato un solo palmo di terra italiana a libere instituzioni?
strappato un solo miglioramento alle condizioni, non dirò politiche, ma
amministrative, degli altri Stati? rotto i ceppi a un solo dei miseri
che gemono nelle cento prigioni d'Italia? fortificato, ordinato, armato,
educato il partito? No. La vostra politica non ha fruttato--lo
confessate voi stesso nel vostro discorso del 16 aprile--_un solo
risultato materiale_:--non ha fruttato--questo possiamo arditamente
aggiungerlo noi--un solo grado di progresso _morale_ alla causa della
nostra Nazione.

_S'è proclamato_, voi dite, _in faccia all'Europa che le condizioni
d'Italia abbisognano d'energici rimedî_. Signore! Il _proclama_ che voi
attribuite alla politica del marchese d'Azeglio e alla vostra, s'è
scritto e si scrive, da oltre mezzo secolo, col sangue dei mille
martiri, che dai Napoletani del 1799, a PISACANE ed ORSINI, spesero la
vita combattendo, o sul palco; e non uno è vostro: la spesero, i più, in
nome della FEDE REPUBBLICANA, tutti in nome della grande Idea Nazionale.
Voi, spronato, costretto dal loro sagrificio a balbettare qualche
timido, incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete rimpicciolito il
grido potente, che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda
preghiera; avete, all'immensa aspirazione nazionale, al sacro e
veramente divino DIRITTO d'Italia, ch'essi rappresentarono in vita ed in
morte, sostituito l'immorale, disonorevole massima che anche dai nostri
tiranni noi possiamo, quasi mendicata elemosina, ottener libertà. Se
l'Europa guarda su noi con affetto e speranza, è dovuto, non alla vostra
incerta politica, ma alle cinque giornate lombarde, al giuramento
d'insorgere, dato e attenuto dai Siciliani, alla difesa di Venezia, ai
caduti di Curtatone, alle prodezze di Bologna e d'Ancona, ai fatti di
Roma. Se l'Europa ci crede capaci di libertà vera e non violatrice degli
ordini eterni sociali, è dovuto a ciò che essa vide di noi, per alcuni
mesi, in Roma e Venezia. Se l'Europa conosce i nostri dolori, le nostre
guerre, e i nomi dei santi che consacrarono a vittoria la nostra causa,
è dovuto a noi, al nostro apostolato di venticinque anni, alle continue
nostre pubblicazioni. E s'essa porge attento l'orecchio ad ogni suono
che muova dal vostro Piemonte, è perchè, malgrado vostro, il Piemonte è
Italia: perch'essa crede, illusa, che compirete il debito vostro, e
moverete, un dì o l'altro, alla conquista, non d'una povera zona dei
Ducati o della Toscana, ma dell'Italia. Non v'illudete. Il giorno in cui
l'Europa avrà scoperto, come noi l'abbiamo da un pezzo, il segreto della
vostra politica, essa torcerà il guardo da voi, e non ricorderà i vostri
nomi se non per accusarvi con me d'aver ritardato l'emancipazione
d'Italia, troncando il Partito in due, e sviandolo in direzioni diverse.

L'unico vitale decisivo progresso compito negli ultimi dieci anni in
Italia, è quello delle classi operaje; è la diffusione della fede
nazionale fra i popolani delle nostre città; è il loro tacito ordinarsi
all'azione. E quel progresso non è vostro: vi cresce ostile. La
tradizione nazionale e gl'istinti repubblicani fremono in seno a
quell'elemento, ch'è arbitro, checchè facciate, dell'avvenire.


IX.

Tra noi e voi, signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi
radicalmente diversi. Perchè, come noi facciamo, nol dite? Perchè
persistere a ingannare l'Italia e l'Europa sul vostro intento?

Noi rappresentiamo l'Italia: voi rappresentate la vecchia, cupida e
paurosa ambizione di Casa Savoja.

Noi vogliamo anzitutto l'unità Nazionale: voi non cercate se non un
ingrandimento territoriale nel nord dell'Italia ai regî dominî; voi
avversate l'Unità, perchè disperate di conquistarla e di dominarla.

Noi crediamo nell'iniziativa del popolo d'Italia: voi la temete, e vi
studiate di allontanarla. Voi sperate l'accrescimento sognato, dalla
diplomazia, dal favore dei Governi Europei. Ogni _iniziativa_ v'è dunque
contesa, e voi non potete porgere alla Nazione _opportunità_ per sorgere
e costituirsi.

Noi vogliamo che il paese, sorto una volta che sia, scelga libero la
forma d'instituzioni che dovrà reggerlo: voi negate la sovranità
nazionale, e fate della monarchia una prepotente condizione d'ogni ajuto
all'impresa.

Noi cerchiamo i nostri ajuti fra i popoli che hanno con noi comunione
d'intento, di dolori e di lotte: voi li cercate fra i nostri oppressori,
fra i poteri deliberatamente, necessariamente avversi alla nostra Unità.

Noi consacriamo tempo, mezzi, anima, vita, a persistere in una guerra
che, attraverso una serie inevitabile di sconfitte, educa il nostro
popolo a combattere, radica in Europa l'Idea che l'Italia vuole davvero,
e deve infallibilmente conchiudersi colla vittoria: voi consacrate
tempo, mezzi e politica, ad attraversarci la via, a perseguitarci
dovunque potete scoprirci, a denunciarci alle polizie dei Governi
assoluti, a dissuggellare le nostre lettere, a cercar di sopprimere,
legalmente ed illegalmente, i nostri giornali.

Noi adoriamo una fede: la FEDE NAZIONALE;--un principio: il PRINCIPIO
popolare repubblicano;--una politica: l'espressione ardita, continua,
colla parola e coi fatti, del DIRITTO italiano: voi piegate il ginocchio
davanti alla forza, ai trattati del 1815, al dispotismo, a ogni cosa che
sia, purchè sorretta da _squadre grosse_. Non avete scorta di moralità
nè di fede.

Noi vi accusiamo: voi ci calunniate.

Tra voi e noi, signore, l'Italia giudicherà. Io penso talora che voi
avreste potuto, volendo, fare l'Italia, e che la politica del marchese
d'Azeglio e la vostra non sommeranno che a disfare il Piemonte.

    _Giugno, 1858._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



A VITTORIO EMANUELE


    SIRE,

Potete, di mezzo al frastuono di lodi codarde e di adulazioni servili,
che i cupidi faccendieri, gli ambiziosi d'un giorno e i nati ad essere
cortigiani d'ogni potere v'inalzano intorno, discernere e intendere la
parola d'un uomo libero che nè teme nè spera da Voi, nè ambisce fuorchè
di vivere e di morire in pace colla propria coscienza? Siete tale da
porger l'orecchio, fra le premature adesioni d'intere provincie e le
note insidiosamente carezzevoli di tutta una Diplomazia, alla voce
solitaria d'un individuo, che non ha merito se non quello d'amare
d'immenso e disinteressato amore l'Italia, e dirvi:--_da quella voce
può forse venirmi il Vero?_--Allora, uditemi: però che io, parlandovi,
non posso dirvi che il vero, o ciò che l'intelletto ed il core mi fanno
credere vero. Repubblicano di fede, ogni errore di re dovrebbe, s'io non
guardassi che al mio Partito, sorridermi, come elemento di condanna alla
monarchia. Ma perchè io amo, più del Partito, la Patria, e Voi potreste,
volendo, efficacemente ajutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo. Vi
scrivo da terra italiana, dove la persecuzione d'un Governuccio, che
ciarla di _libertà_ e manomette ducalmente gli esuli che gl'insegnarono
quella parola, e il traviamento d'un Popolo illuso e il freddo abbandono
d'uomini, or potenti e che mi furono amici, dovrebbero farmi credere
morto ogni senso di libera coscienza e di libero avvenire in Italia. Ma
per entro le viscere di questa terra popolata un tempo di Grandi
d'anima, e dove il guardo erra dal Sasso di Dante ai ricordi delle
patrie difese erette da Michelangiolo, scorre un fremito di vita
potente, che tre secoli di tirannide sacerdotale e straniera non hanno
potuto spegnere, e che aspetta l'ora di rivelarsi: vita concentrata,
energica, collettiva di Popolo che fu libero e repubblicano quando
l'Europa giaceva nelle tenebre del feudalismo; che irruppe tratto tratto
in getti vulcanici da Procida a Masaniello, dal moto genovese del 1746
alle Cinque Giornate lombarde; e che sommergerà un giorno, nella
pienezza della sua onda, le povere, intisichite vite pigmee ch'oggi
s'attentano di scimmiarla. In nome di questa Vita--vita d'un Popolo che
non è, ma sarà, vita, non d'una o d'altra zona italiana, ma d'ITALIA,
che ha centro in Roma e informa tutte le membra del Paese, da Trento a
Capo Passaro--io oggi vi parlo. Voi non la conoscete, Sire, questa vita:
se la conosceste, non avreste mendicato all'impresa ajuti stranieri. I
cortigiani, che vi ricingono il trono, ve la celano ad arte: sanno che
non potrebbero governarla. Gli ingegni mediocri, che vi furono o sono
ministri, e che studiano il segreto della terza Vita della Nazione nelle
pagine scritte da Machiavelli sul cadavere di lei, non possono
rivelarvela. La Diplomazia, che ha posto assedio intorno all'anima
vostra, la nega, perchè ne trema. Io la conosco, perchè, nato di popolo,
la esplorai nell'amore, nel dolore, nel sacrificio di ogni cosa più
cara, e coll'anima pura d'ogni desiderio che riguardi me stesso.

Sire, Voi siete forte; forte, sol che Voi vogliate, di quella Vita;
forte di tutta la potenza invincibile ch'è in un Popolo di ventisei
milioni, concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro
principe che or vive in Europa, dacchè nessuno ha in oggi tanto affetto
dalla propria Nazione, quanto Voi potreste suscitarne con una sola
parola: UNITÀ:--Voi non avete osato proferirla quella parola: però non
sapete ciò che può essere, ciò che può darvi l'Italia. La forza latente
che quella parola, risolutamente pronunziata, chiamerebbe in azione, v'è
ignota.

L'Italia cerca Unità. Essa vuole costituirsi Nazione Una e Libera. Dio
decretava questa Unità quando ci chiudeva tra l'Alpi eterne e l'eterno
Mare. La storia scriveva Unità sulle mura di Roma; e il concetto
unitario ne usciva così potente, che, varcando i limiti della Patria,
unificava due volte l'Europa. Il lento lavoro dei secoli ha logorato di
tanto le differenze che invasioni, colonie e conquiste aveano posto tra
le famiglie seminate sulla nostra terra, che più d'ogni altro forse il
nostro Popolo rappresenta quasi universalmente, comechè servo e
smembrato, nelle usanze e nella convivenza sociale, il sentimento della
eguaglianza. L'Unità d'Italia fu l'ideale dei nostri Grandi, da Dante a
Machiavelli, da Machiavelli ad Alfieri. Nel nome della Unità muoiono da
mezzo secolo, col sorriso sul volto, sui patiboli o coll'armi in pugno,
da Messina a Venezia, da Mantova a Sapri, i nostri migliori. Nel nome
dell'Unità noi iniziammo e mantenemmo, privi di mezzi e influenza, e
perseguitati, e cento volte sconfitti, tale una crescente agitazione in
Italia, da far della Questione Italiana una Questione Europea, e
somministrare a Voi, Sire, ed ai vostri il terreno ch'oggi vi frutta
lodi e potenza. L'Unità è voto e palpito di tutta Italia. Una Patria,
una Bandiera Nazionale, un solo Patto, un Seggio fra le Nazioni
d'Europa, Roma a Metropoli: è questo il simbolo d'ogni Italiano.

Voi parlaste d'Indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50 000
volontarî. Ma era la metà del problema. Parlatele di Libertà e di Unità:
essa ve ne darà 500 000.

Che cos'è l'indipendenza per Napoli, per la Sicilia, per la metà delle
provincie Romane? Oltre a dodici milioni d'Italiani gemono sotto una
tirannide domestica, eguale a quella esercitata sul Veneto dallo
straniero. Il birro e il prete contendono ad essi ogni sviluppo di vita.
Le galere, il bastone, il carnefice, sono sostegno ai Governi. Che
importa ai miseri Perugini, che importa ai tormentati di Napoli e di
Sicilia che la potenza dell'Austria non s'estenda oltre il Mincio? E
Venezia? E Roma? Dov'è, senza Roma, l'Italia? Là stanno, come belva
accasciata su cadavere di generoso, diecimila Francesi, stranieri
anch'essi; e la tirannide papale non vive che di quell'ajuto. Voi
v'alleaste con essi. La vostra Indipendenza non protegge il Santuario
d'Italia. Ah, Sire! Non rimproverate l'Italia per non avervi dato di
più: ammiratela per aver gettato a' vostri piedi, senz'ombra di patto,
50 000 vite di giovani, dietro un programma sì monco, sì meschino e
ingannevole, come quello che Voi le affacciaste.

E badate. Malgrado le angustie e le contradizioni di quel programma,
tanta era la fiducia in Voi, Sire, tanto l'impeto del lungo dolore e
della lunga speranza, tanto il convincimento che il Piemonte non avrebbe
voluto, una volta sguainata la spada, rimanersi a mezzo la via, che
l'Italia era presta a ben altro. Se non che i vostri non vollero;
tremavan del Popolo; paventavano in esso la coscienza, crescente
coll'azione, de'suoi diritti; in voi temevano che imparaste a
conoscerlo. Sapete Voi, Sire, con quanto artificio, con quanta
insistenza di predicazione codarda, s'ammorzò, per cinque mesi, ogni
passione generosa, ogni fiamma d'entusiasmo, ogni nobile impulso di
sacrificio in questo Popolo che si volea chiamare a rivivere? Come
s'insegnò, da quei che parlavano in nome vostro, unica virtù la
disciplina, l'inerzia, quasi le Nazioni s'educhino a forti fatti
cogl'instituti gesuitici? Come fummo sistematicamente calunniati presso
le moltitudini, noi che insegnavamo ad esse--in nome dell'Unità (Unità
inevitabilmente regia, se il re la facesse)--la virtù della lotta, del
sacrificio e del saper morire, pegno certo di vita? Come si profanò di
scherno, quando non di sospetti feroci, dalle gazzette patrocinanti la
vostra causa, l'ardita impresa degli uomini del febbrajo 1853, la
protesta di Bentivegna, la sepoltura deserta di Pisacane? Sapete come fu
dai vostri ricusata l'iniziativa che il popolo di Milano offriva di
assumersi poco prima della guerra, quando gli Austriaci erano tuttavia
pochi e potevano cogliersi alla sprovveduta? Sapete come alla Sicilia,
ordinata a insorgere e irrequieta per gl'indugî durante la guerra, fu
detto: _no; attendete il cenno_; e il cenno, per arcane ragioni, non
andò mai? L'insurrezione del Sud, fervente la battaglia al Nord, fondava
d'un getto l'unità del moto; fondava, in vostro nome, l'Unità
dell'Italia: e nessuno, tra i maneggiatori che vi s'agitavano intorno,
voleva o s'attentava di voler l'Unità. Intanto questo povero Popolo
s'addottrinava a non credere in sè, a perdere ogni virtù iniziatrice, ad
aspettar salute, non dal proprio furore, ma solamente dai battaglioni
ordinati, dalle artiglierie e dai Generali in capo. E ne vedemmo gli
effetti. Ma se, dall'inerzia di molti e dalle titubanze di tutti, Voi
desumeste, Sire, che questo Popolo non ha in serbo altra vita da quella
infuori che rivelava negli ultimi mesi, mostrereste di non conoscerne la
natura nè la storia, e d'aver dimenticato i fatti d'undici e di dieci
anni addietro. Le manifestazioni della vita d'un popolo stanno in
ragione dell'intento che gli si propone, e dell'audacia dei capi che lo
dirigono.

Sire, non bisogna dimenticarlo: Voi non v'affratellaste col Popolo
d'Italia, nè lo chiamaste ad affratellarsi con Voi. Sedotto dalla trista
politica d'un ministro, che antepose l'arti di Lodovico il Moro alla
parte di rigeneratore, Voi rifiutaste il braccio del nostro Popolo, e
chiamaste, senza bisogno, in un'ora infausta, alleate ad una impresa
liberatrice l'armi d'un tiranno straniero; senza bisogno, dico, perchè
se voi dicevate ai Lombardo-Veneti d'insorgere subitamente, quando
l'Austria era, in Italia, debole e improvvida, e vi tenevate
apparecchiato a seguire, i Lombardo-Veneti riconquistavano senz'altro la
terra loro fra l'Alpi e il mare, e a Voi non rimaneva, per vincer la
guerra, che correre, sprezzando gli avanzi nemici appiattati nelle
fortezze, sui gioghi del Tirolo e dell'Alto Veneto. In quell'ora, della
quale Voi dovete ancora ammenda all'Italia, Voi perdeste i nove decimi
delle forze che il Paese era presto a darvi: perdeste gli uomini--e son
più molti che i faccendieri non curan di dirvi--i quali, come noi, non
adorano ciecamente l'idolo della forza, e non sagrificano a una menzogna
la loro coscienza; perdeste tutti coloro che, davanti all'immenso
apparato di guerra regolare, dissero a sè stessi: _non hanno bisogno di
noi_; perdeste il Popolo, che sentì la diffidenza e pensò: _il re non ci
vuole_; perdeste la consacrazione del santo entusiasmo, dell'ire sante,
delle sante audacie che creano la vittoria; perdeste l'ajuto onnipotente
della Rivoluzione, senza la quale non si fonda, in Italia, Unità. Però
che, Sire, stringendo la malaugurata alleanza, Voi rapivate alla Causa
d'Italia, l'aureola di virtù che la faceva cara agli uomini e a Dio, per
affratellarla col vizio e coll'egoismo; la facevate scendere
dall'altezza di un _principio_ al fango d'un _interesse_ e delle oblique
ambizioni altrui; mettevate un'opera di libertà sotto la tutela del
dispotismo; toglievate ogni sanzione di moralità all'impresa; stendevate
la mano liberatrice alla contaminazione del tocco d'un uomo la cui mano
gronda del miglior sangue di Roma e Parigi; e quanto a Voi, Sire, invece
d'un alleato, vi davate un padrone.

No, Sire; non rimproverate di freddezza l'Italia; non diffidate di
questa terra che, schiava e smembrata, ha saputo, colla costanza dei
tentativi e colla pertinacia de' suoi Martiri, farsi centro di tutte le
questioni d'Europa--che, ridesta per brev'ora, fu capace di sperperare
in Lombardia, in cinque giorni, un esercito di 75 000 uomini; capace di
resistere per due mesi, in Roma, con 14 000 uomini raccolti sotto una
bandiera di Popolo, a 30 000 e più Francesi; capace di resistere, con
armi di militi improvvisati, per diciotto mesi in Venezia, ad Austriaci,
fame e colèra; capace di combattere come combattè, colle braccia dei
popolani, a Brescia, a Bologna, a Palermo, a Messina. Voi non l'avete
voluta mai.

       *       *       *       *       *

Sire, volete averla? Averla splendida davvero di entusiasmo, di fede e
d'azione? Averla con forze tali da far sì che ogni Diplomazia s'arresti
impaurita, ogni disegno d'avversi si sperda davanti a essa?

Osate.

La prudenza è la virtù dei tempi e delle condizioni normali. L'audacia è
il Genio dei forti, in circostanze difficili. I popoli la seguono perchè
vi scorgono indizio di chi non li tradirà nel pericolo. La fede genera
la fede. Maturi i tempi per una impresa, nella potenza della
_iniziativa_ sta il segreto della vittoria. S'anche oggi seguiamo noi
tutti, ammaliati o tementi, le fortune di Francia e le sue volontà, è
perchè, mezzo secolo addietro, un potente--Danton--ne compendiò
l'iniziativa nella parola _audacia_; e una Assemblea si fece, davanti
all'Europa in armi, incarnazione di quella parola. Da quel giorno ha
data l'inviolabile Unità della Francia.

Sire! L'Italia vi sa prode in campo, e presto, per l'onore, a far getto
della vostra vita. Sire, il giorno in cui sarete presto, per l'Unità
Nazionale, a far getto della vostra corona, Voi cingerete la Corona
d'Italia.

L'Italia vi sa prode in campo. Ma, comunque virtù sì fatta sia rara in
un re, l'ultimo tra i vostri volontarî può farne mostra; e la vita è per
lui sacra d'affetti di madre, di sorella, d'amica, che son la corona
dell'anima sua. L'Italia ha bisogno or di sapervi prode nel consiglio;
potente di quella volontà che fa via di ogni ostacolo: forte di quel
coraggio morale che, intraveduto un dovere, un'alta impresa da compiere,
ne fa sua stella, e la segue intrepido, irremovibile sulla via, senza
arretrarsi davanti a lusinga o minaccia. Voi potete, io lo credo,
mostrarvi tale, e per questo vi scrivo: pur, finora, Sire, non vi
_siete_ mostrato tale.

Sire, Voi accettaste la pace di Villafranca e rifiutaste--però che
l'accettazione sottomessa all'arbitrio di Governi stranieri è
rifiuto--il voto d'alcuni milioni d'Italiani, che, credendo darsi
all'Unità, si davano a Voi.

Il primo atto cacciava l'Italia a' piedi d'un _uomo_ straniero: il
secondo cancella il Diritto Italiano a pro d'un _principio_ straniero. E
l'_uomo_ e il _principio_ sono ambi incarnazioni del Dispotismo.

Sire, troppi adulatori fanno a gara per isterilire i germi del bene che
possono essere in Voi, perch'io non vi dica la verità. L'accettazione
della pace di Villafranca sarebbe atto di codardo, se non fosse vostro.

La lode al padre, Sire, non può giungervi grave, quand'anche racchiuda
un rimprovero per Voi: avete tempo per darle solenne e gloriosa
risposta. Sire, vostro padre non avrebbe apposto il suo nome a quel
Patto. Il padre vostro mancò egli pure, nella sua combattuta ed incerta
vita, d'energia di proposito e di fede nel Popolo d'Italia. Ma quando,
dopo la battaglia di Novara, ei vide ch'altro non gli rimaneva se non
regnare vinto e sommosso, e segnar del suo nome patti umilianti, gettò
sdegnoso la corona da sè e s'incamminò volonteroso sulle vie
dell'esilio. Voi segnaste il patto umiliante, uscendo da tre, da quattro
vittorie. Segnaste un patto che tradiva Venezia, l'Italia, le vostre
promesse e gli uomini che, sulla fede di quelle, s'erano da ogni parte
d'Italia affrettati a combattere intorno a Voi: un patto che v'era
imposto dallo straniero; imposto da chi era sceso come vostro alleato e
si faceva a un tratto insolente padrone; imposto, senza pur chiamarvi a
discuterlo; imposto col tratto villano di chi vi tiene per nullo e
incapace di ribellarvi. E perchè l'Europa potesse fraintendervi avido,
più che d'onore, di preda, accettaste--offesa mortale all'Italia ed a
Voi--che la Lombardia vi fosse trasmessa come feudo di seconda mano dal
Signore straniero. Sire, un privato a' tempi nostri non soffrirebbe
l'oltraggio. Io non so di qual tempra s'informino l'anime dei re; ma so
che s'io fossi Voi non potrei dormire una notte, senza che l'imagine
della povera, santa, eroica, tradita Venezia, mi apparisse, rimprovero
tremendo, fra i sonni; nè potrei scorrere, il giorno, coll'occhio le
file de' miei e vedervi i volontarî di Perugia e di Roma, senza che il
rossore mi salisse su per le guancie.

Dell'accettazione _condizionale_, data al voto delle provincie del
Centro, non parlo: è tristissima conseguenza del primo fatto. Voi non
siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo della Francia
imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte all'Italia,
inspirazioni a Parigi.

Sire, Sire! In nome dell'onore, in nome dell'orgoglio Italiano, rompete
l'esoso patto! Non temete che la Storia dica di Voi:--_ei fece traffico
del credulo entusiasmo degli Italiani per impinguare i proprî dominî?_--

Sire! io nol credo. Io vi credo--e lo scrissi anni addietro, quando i
vostri mi condannavano a morte, per aver tentato di promovere con armi
liguri il tentativo d'un prode amico nel Sud--migliore dei vostri
ministri e dei faccendieri politici che vi circondano. Credo che viva in
Voi una scintilla d'amore e d'orgoglio Italiano. Ma s'è vero--se ciò
ch'io sentii, leggendo alcune vostre recenti, semplici, spontanee parole
di risposta a non so quale adulatrice deputazione, non è illusione di
chi desidera--non avete energia che basti per vivere di vita vostra?
Sperdete, perdio, lungi da Voi quel brulichio di pigmei consiglieri di
codardia, come il leone sperde, scotendo i velli, gl'insetti che gli si
affollano intorno. Perchè assumeste, sul cominciar della guerra, la
Dittatura? Per accarezzare le voglie dispotiche dell'Alleato? Per
imporre silenzio, con abbiette persecuzioncelle, ad uomini che, come me,
osano dirvi la verità? I padri nostri assumevano la Dittatura per salvar
la Patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purchè siate
Liberatore. Ma cominciate dal liberar Voi medesimo dagli uomini che
tradirono il concetto Italiano nelle mani del carnefice di Roma, e dalla
turba impotente che incatena negli artificî diplomatici il pensiero
dell'anima vostra.

Sire! La guerra Italiana non è finita; non è se non cominciata. Per Voi,
le vittorie di Lombardia non debbono costituirne che la prima campagna.

A Voi spetta, per le date promesse, il far che riarda; all'Italia, il
sostenerla e compirla.

Ma non è col guadagnar tempo che potete ottenere l'intento. I dieci, i
venti, i trenta mila uomini che potrete aggiungere al vostro esercito,
son nulla a petto di ciò che perdete, indugiando. L'Italia si sfibra
nello scetticismo e nello sconforto: l'entusiasmo si spegne: la
Diplomazia diffonde i germi del dissolvimento; le questioni si
_localizzano_: il moto perde il suo carattere nazionale.

Voi avreste dovuto respingere sdegnosamente il patto di Villafranca:
avreste dovuto dire a Luigi Napoleone: _io non tradisco le mie
promesse_; e dire all'Italia: _l'alleato straniero ci abbandona; io
continuo solo la guerra, e chiedo al Paese la cifra d'uomini, sottratta
da quell'abbandono, all'esercito_.

Voi nol faceste, ma siete in tempo. Affratellatevi al Popolo:
affratellatevi, senza tremarne, alla Rivoluzione. In essa troverete
forza più che sufficiente all'impresa. I centoventimila uomini di
milizie regolari, che il Piemonte e il Centro vi danno, sono nucleo che
basta a determinare l'insurrezione generale d'Italia; Voi trarrete altri
centoventimila uomini di milizie regolari, e tutto un Popolo in armi, ad
afforzare ed agevolare le operazioni dell'esercito, a fiancheggiarne le
mosse, a creare una perdita al nemico in ogni passo ch'ei mova; a
rapirgli in un subito forza e coraggio.

Un esercito, e l'Insurrezione di tutto un Popolo: Voi potreste, Sire,
aver questo in brev'ora; ma per averlo, è necessaria una cosa:

Osare.

Dite a Luigi Napoleone: «Io diffidai dell'Italia; accettai una pace non
mia. Ma l'Italia non ha diffidato di me; ed io sento gli obblighi che
quella fiducia m'impone. Io ritratto l'accettazione. Farò, libero d'ogni
vincolo, ciò che Dio e la mia Patria m'inspireranno. A Voi non chiedo se
non una cosa: l'astenervi da ogni intervento nelle cose nostre, e
lasciar, come prometteste, l'Italia libera di compiere coll'opera
propria l'impresa che iniziaste con me. E a quel patto, avrete me grato,
l'Italia amica sempre alla Francia.»

Dite ai Governi d'Europa: «Voi avete cancellato il vecchio Diritto
Europeo, i Trattati del 1815, in Polonia, nel Belgio, in Oriente, per
ogni dove. L'esperienza degli ultimi quarant'anni vi ha dimostrato--e lo
avete confessato più volte--che non v'è pace possibile in Europa, se non
accettando il principio che ogni Popolo assetti da per sè le proprie
faccende interne. Ci apprestiamo a farlo. In nome del Diritto Italiano,
io vi chiedo di lasciarci liberi e soli. Contro l'Austria noi non
chiediamo ajuto fuorchè alle nostre spade: fate soltanto che nessuno
l'ajuti: statevi custodi del campo: e rendete tarda giustizia al Popolo
dal quale vi venne gran parte dell'incivilimento che allieta le vostre
contrade.»

Dite agli Italiani: «Voi mi salutaste primo soldato della vostra
Indipendenza, ed io non tradirò la missione che m'affidaste. Non v'ha
indipendenza per gli schiavi, nè forza possibile pei divisi: siate
dunque Popolo libero ed uno; chiuda la vittoria la lunga serie dei
vostri Martiri: dal 1848 voi provaste con fatti che i tempi sono maturi
per questo. Sorgete or dunque: sorgete tutti. Rovesciate le barriere
artificiali che vi disgiungono, com'io lacero ogni vecchio patto avverso
alla vostra Unità. Liberatevi da quanti v'opprimono, e accentratevi dove
vedrete, sotto la bandiera tricolore, splendere la spada ch'io snudo. Se
Dio m'ajuta e voi compite il debito vostro, io non la riporrò nella
guaina che in Roma, dove i vostri rappresentanti detteranno il Patto di
amore pei ventisei milioni che popolano la nostra Italia. Ma badate! Io
vi chiedo, oltre quello che io qui raccolgo d'intorno a me, duecentomila
uomini in armi: vi chiedo i mezzi necessarî a mantenerli in azione: vi
chiedo illimitata fiducia; vi chiedo, per vincere, di esser presti,
com'io sono, a morire. Schiavi o Grandi; non v'è via di mezzo per noi.»

Sire, gl'Italiani _saranno_ grandi il giorno in cui Voi proferirete
parole sì fatte: i Partiti saranno spenti fra noi. Due sole cose avranno
vita e nome in Italia: il Popolo e Voi.

Sire! di che temete? Dell'Austria? Coll'Italia intera--però che il
linguaggio ch'io vi propongo vi dà Napoli e la Sicilia--schierata sotto
la vostra bandiera? Coll'Ungheria presta a insorgere ed
affratellarsi?--Dell'Inghilterra? L'Inghilterra è con Voi, purchè Voi
non siate con Luigi Napoleone.--Dell'alleato? L'alleato scese,
collegandosi con Voi, in Italia, per tentare di riacquistarsi,
patrocinando una nobil causa, un'aura popolare perduta: ei non può
scendere oggi a combatterla: non può dire alla Francia: _chiesi jeri
l'oro e il sangue de' tuoi figli contro l'Austria a pro dell'Italia:
oggi li chiedo a pro dell'Austria contro l'Italia_.--L'alleato affrettò
la pace perch'ei si sapeva minacciato ne' suoi dominî dall'invasione
Germanica; e quella invasione pende, minaccia perenne, sul di lui capo.
Ei poteva jeri fare, pe' suoi fini, la parte d'_emancipatore_; quella
del _tiranno_ gli è oggimai, al di fuori dei confini Francesi, vietata
dalla Prussia, dalla Germania, dall'Inghilterra e dalle tendenze ch'or
ricominciano in Francia a manifestarsi.

No; la prima guerra di Luigi Napoleone non sarà contro Voi, Sire; sarà
tra lui, l'Inghilterra e Germania.

Ma, Sire; a che parlarvi di cose che vi sono, o dovrebbero esservi note
più assai che a me?--Io vi chiamo, in nome d'Italia, ad una grande
impresa: ad una di quelle imprese nelle quali il forte numera gli amici,
non i nemici. Vi chiamo all'alleanza con 26 milioni d'Italiani, padroni,
purchè uniti e guidati, dei proprî destini. Vi chiamo a porvi a capo
d'una Rivoluzione Nazionale, che troverà, s'altri mai s'attentasse
reprimerla, alleati nei Popoli quanti sono ai quali manca una libera
Patria. Vi chiamo a una Iniziativa che può diventare Iniziativa Europea.
Metà dell'Europa, Sire, trasalirà plaudente al sorger d'Italia, come
trasalì, plaudente ed ajutatrice, al sorgere degli Stati Uniti, della
Grecia, d'ogni guerra di Popolo che vuol farsi Nazione, d'ogni grande
fatto provvidenziale: l'altra metà si ritrarrà sospettosa, ma trepida.
La Diplomazia è come i fantasmi di mezzanotte: minacciosa, gigante, agli
occhî di chi paventa, si dissolve in nebbia sottile davanti a chi le
mova risolutamente incontro. Osate, Sire: allontanate da Voi qualunque
tema, o vi suggerisca temenza. Circondatevi di pochi uomini la cui vita
intera parli fermezza di principî, schietto amore d'Italia e potenza di
volontà. Date pegno al Popolo di libertà; lasciate vita alla stampa,
alle Associazioni pubbliche, alla pubblica parola: stampa, associazioni,
convegni pubblici, vi creeranno intorno quel fermento, quell'entusiasmo,
dal quale trarrete quante forze vorrete; la libertà non ha pericoli se
non per chi ha in animo di tradirla.

Dimenticate per poco il re, per non essere che il primo cittadino, il
primo apostolo armato della Nazione. Siate grande come l'intento che Dio
vi ha posto davanti, sublime come il Dovere, audace come la Fede.
Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi, con Voi. Movete innanzi,
senza guardare a dritta o a manca, in nome dell'eterna Giustizia, in
nome dell'eterno Diritto, alla santa Crociata d'Italia. E vincerete con
essa.

E allora, Sire, quando di mezzo al plauso d'Europa, all'ebbrezza
riconoscente dei vostri, e lieto della lietezza dei milioni, e beato
della coscienza d'aver compito un'opera degna di Dio, chiederete alla
Nazione quale posto ella assegni a chi pose vita e trono perch'essa
fosse Libera ed Una--sia che vogliate trapassare ad eterna fama tra i
posteri col nome di Preside a vita della Repubblica Italiana, sia che il
pensiero regio dinastico trovi pur luogo nell'anima vostra--Dio e la
Nazione vi benedicano!--Io, repubblicano, e presto a tornare a morire in
esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia
giovinezza, esclamerò nondimeno coi miei fratelli di Patria:--Preside o
Re, Dio benedica a Voi, come alla Nazione per la quale osaste e
vinceste.

    _Firenze, 20 settembre 1859._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



  PREFAZIONE DI GIUSEPPE MAZZINI

      ALL'EDIZIONE DI NAPOLI

             DELLE

      _PAROLE AI GIOVANI_


Io scrissi queste pagine, coll'anima in pianto, poco dopo la pace di
Villafranca. D'allora in poi, la Provvidenza che vuole l'Italia Nazione,
la costanza degli uomini del Partito d'Azione e la santa audacia di
Giuseppe Garibaldi, hanno affrancato le nostre terre meridionali: l'armi
capitanate dalla Monarchia Piemontese hanno vendicato Perugia. Ma
l'Italia non è. Venezia è schiava. Un Governo che trae le sue
inspirazioni dallo straniero ci contende Roma. Una terra Italiana è
oggi, per opera di quel Governo, terra Francese. I materialisti pagani
del XIX secolo, che sostituiscono il culto della _forza_ e del _calcolo_
all'adorazione dell'eterno Vero e dell'eterna Giustizia, tengono tuttora
il campo, e imbastardiscono su torte vie, dietro tattiche immorali
indegne d'un Popolo che sorge, l'intelletto de' giovani. Vorrebbero che
questa Italia, iniziatrice perenne dell'Unità della Vita--questa Italia
che ebbe Roma antica e il Papato, e la cui tradizione intellettuale si
svolve da Gregorio VII a Dante, da Michelangiolo a Napoleone--si
componesse in sembianza di cortigiana, servilmente adulatrice e
ipocritamente idolatra. E non credo di dovere mutar sillaba di questo
libretto.

Mi suonano, mentr'io scrivo, all'orecchio le grida di _morte!_ che un
pugno d'uomini, comprati dalla gente che s'intitola _moderata_, o
pazzamente briachi, m'avventa contro. E penso alle calunnie che
perseguitarono l'amico mio Rosalino Pilo, sei mesi prima che ei morisse
per la libertà dalla Patria. Io lo rividi quand'egli esciva di carcere
dove l'avevano tratto gli uomini della monarchia, accusandolo fautore
dell'Austria. Sorrideva allora, come prima d'entrarvi, del sorriso mesto
e amorevole che erra sul labbro ai Martiri del Pensiero.

Ciò ch'io scrissi è un riflesso di quel sorriso di fede, di dolore e
d'amore. Gli uomini d'oggi non possono intenderlo; ma i giovani di
domani lo intenderanno.

    _Napoli, 12 ottobre 1860._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



AI GIOVANI D'ITALIA

                                        Predica verbum; insta opportune;
                                      importune; argue, observa, impera.

                                                    PAUL., _ad Tim._


I.

Voi cercate la Patria. Un istinto che Dio ha infuso nel vostro core, una
voce che vi viene dalle sepolture dei vostri Grandi, un segno che la
potente natura d'Italia ha messo sulla vostra fronte e nel vostro
sguardo, vi dicono che siete fratelli, chiamati ad avere una sola
Bandiera, un solo Patto, un solo Tempio, dall'alto del quale splenda, in
caratteri visibili a tutte le genti, la Missione Italiana, la parte che
Dio commise, pel bene dell'UMANITÀ, alla nostra Nazione.

E per questo ogni uomo tra voi pronunzia ardito o mormora sommesso quel
santo nome di Patria. Per questo i migliori fra voi muojono da mezzo
secolo, martiri d'una IDEA, sul patibolo, nelle segrete o nella lenta
agonia dell'esilio, col sorriso di chi intravede l'avvenire sul volto,
colla parola ITALIA sul labbro. Per questo le vostre moltitudini fremono
di tempo in tempo d'un fremito che solleva il coperchio della tomba dove
i papi e i re le han poste a giacere, poi ricadono spossate per
ritentare dopo il silenzio d'un tempo.

La Patria è il sogno, il palpito, il desiderio segreto d'ogni anima che
s'informa a vita sulle nostre terre. Come il bambino che s'agita
cercando fra i sonni il seno materno, come quei fiori che si volgono
nella notte nera verso la zona del Cielo dove apparirà sul mattino il
sole fiammante, voi, nei sonni irrequieti della servitù, nella tenebra
fredda e greve dell'isolamento, andate brancolando in cerca della Madre
comune che ha nome Patria, e interrogate ansiosi l'orizzonte a scoprire
da qual punto accenni sorgere il Sole della vostra Nazione.


II.

Ma perchè cercate e non trovate la Patria? Perchè a voi soli il lungo
martirio non frutta vittoria? E perchè la pietra del sepolcro, dove papi
e re v'han messi a giacere, si leva soltanto di tempo in tempo a metà
per ricadere più pesante sulle vostre teste? Quale strana fatalità
s'aggrava su voi, poveri Israeliti delle Nazioni, perchè Dio vi neghi la
Patria concessa da secoli a popoli che oprarono e patirono meno di voi?

La vita di Dio freme in seno alla vostra terra più che altrove potente.
Imagini di bellezza e di forza s'avvicendano singolari su questo suolo,
dove il sole accende vulcani e che gli uomini salutano del nome di
Giardino d'Europa. La natura sorride per voi d'un sorriso di donna. I
languenti per morbo vengono dalle brume settentrionali a ribever la vita
nell'aure balsamiche de' vostri prati, sotto l'azzurro profondo de'
vostri cieli.

L'Alpi eterne vi guardano solenni dall'estremo della vostra contrada
come per dirvi: siate grandi! E appiè di quell'Alpi, i fiori più belli
che all'uomo sia dato vedere vi guardano, dovunque moviate, coi loro
occhi innocenti, come per dirvi: siate buoni! E tra quell'Alpi e quei
fiori errano, quasi murmure d'angeli, melodie che gli uomini chiamano
Musica, e sono un'eco della lingua che si parla in cielo.

Splendide come le stelle dei vostri sereni furono l'opere del Genio tra
voi: splendide di pensiero e d'azione, che voi soli sapeste congiungere
in bella armonia.

L'Europa era--dalla vostra sorella, la Grecia, in fuori--semibarbara,
quando le vostre aquile passeggiarono di trionfo in trionfo sovr'essa; e
insegnaste ai popoli conquistati una sapienza di leggi che dura tuttavia
riverita, i conforti della vita civile, e quella tendenza all'Unità che
preparò un mondo a Gesù.

L'Europa giaceva ravvolta fra le tenebre del servaggio feudale, quando
voi, sorti a seconda vita, affermaste nei vostri Comuni la libertà
repubblicana dell'uomo e del cittadino, e diffondeste alle più lontane
contrade i beneficî della civiltà, delle lettere e del commercio.

I vostri sacerdoti dell'Arte pellegrinarono di terra in terra,
disseminando per ogni dove forme di bellezza immortale e insegnando come
si svolva dal simbolo l'ideale.

E quando l'Europa ingrata vi pose in fondo, dividendosi le vostre
spoglie, il genio Italiano, prima di velarsi per un tempo, gettò dalla
sua croce, quasi pegno di ciò che un giorno potrebbe, un Nuovo mondo
all'Europa.

Genio, forza, natura bella oltre ogni altra e feconda, concento d'aura e
ineffabile sorriso di cieli, Dio tutto vi diede. Perchè non vi diede la
Patria? Perchè, mentre ogni abitatore delle terre che inciviliste,
interrogato del chi ei si sia, risponde alteramente: _sono Francese,
sono Inglese, sono Spagnuolo_, voi non potete rispondere se non come
espressione di desiderio: _sono Italiano_?


III.

Perchè voi mancaste e mancate tuttora di _fede_: di fede in voi stessi,
nel vostro Diritto, e nella vita collettiva e nella missione della
Nazione: Dio visita in voi un'antica colpa dei Padri che finora non
cancellaste.

I Padri vostri non ebbero _coscienza_ di Patria. La vita fremente in
_ciascuno_ d'essi era tanta, che essi si diedero ad adorarne la potenza
incarnata nell'individuo: dissero _io_, non _noi_. E disertarono
l'altare del Dio di tutti per farsi idolatri, gli uni della loro Città,
gli altri della loro Compagnia, altri dell'Arte che li inspirava, altri
d'altro: dimentichi tutti della Madre comune.

E perchè ogni vita, comunque potente, incontra, se non si rinnovi al
latte della Madre comune che ha nome Patria, la debolezza tra via, alla
grandezza d'una città sorse contro nimica la grandezza d'un'altra, alla
forza d'una mano di prodi quella d'altra mano di prodi, e all'ardito
concetto dell'artefice l'impotenza dei mezzi a tradurlo in atto, i
vostri padri, invece di stringersi a concordia e cercar l'incremento
della forza di ciascuno nella forza di tutti, pensarono di vincersi gli
uni cogli altri procacciandosi l'ajuto dello straniero.

E gli uni chiamarono in ajuto d'oltr'alpe i figli della Germania ed
altri i Franchi ed altri gl'Ispani. E taluni, che si dissero Vicarî di
Dio sulla terra e furono veramente, negli ultimi seicento anni, Vicarî
del Genio del Male, fecero scienza di quel peccato, e divisarono modo
per cui due almeno di quei popoli stranieri si trovassero sempre a
fronte l'uno dell'altro sulla nostra terra, tanto che nessuno potesse
mai riunire in uno le membra sparte d'Italia, ed essi potessero
tiranneggiare securi sovra una parte o sull'altra.

E per oltre a trecento anni, divisi in parti nomate di nomi non nostri,
i fratelli scannarono i fratelli con lancie e spade straniere. Dio torse
allora il suo sguardo da noi e decretò, espiazione al fratricidio, una
servitù d'oltre a trecento anni per tutti.

Però che quelle genti straniere, stanche di combattersi, si partirono le
terre nostre come i crocefissori le vestimenta di Cristo, e s'assisero
dominatrici le une al mezzogiorno, l'altre al settentrione, ed altre sul
core d'Italia. E i primi che segnarono il patto nefando furono un
Imperatore di quella Casa maledetta in Europa che gli uomini chiamano
d'Austria, e uno di quei Vicarî del Genio del Male dei quali fu detto
poc'anzi. E lo segnarono sul cadavere d'una delle più generose nostre
città, che ultima aveva serbato in Italia la sacra scintilla della
libera vita.

Ma quella città aveva, duecento ventotto anni innanzi, condannato
all'esilio e alle pene dei malfattori l'uomo il più potente che mai si
fosse in Italia per intelletto ed amore, il quale fu il primo Apostolo
dell'Unità della Patria e padre di quanti esularono più dopo per essa.

Ora voi durate anch'oggi nella colpa dei padri; e immemori dei trecento
anni di guerra fraterna che inaffiarono il vostro terreno di sangue,
immemori dei trecento anni di muto e codardo servaggio che li seguirono,
immemori degli insegnamenti che vi diedero, da quel primo Potente in
poi, i vostri Grandi di mente e i martiri che patirono per infondervi la
coscienza della vostra forza, aspettate la Patria, in sembianza di
mendicanti, dal beneplacito dello straniero. Però Dio vi contende la
Patria, e vi condanna a trascinarvi di sogno in sogno, di delusione in
delusione, poveri Israeliti delle Nazioni, finchè, rinsaviti, non
sentiate la forza ch'è in voi, e non diciate, colla fronte levata al
cielo e colle destre impalmate sulle sepolture di quei che morirono per
insegnarvi a combattere e vincere: _col nostro sangue, coll'armi nostre,
o Signore: ecco, noi incrocicchiamo, fratelli e pentiti, in nome del
Dovere e del Diritto Italiano, le spade, perchè tu benedica dall'alto le
sante nostre battaglie_.


IV.

Come sasso che, precipitato dall'alto, rotoli a valle, raccoglie
scendendo ogni mota e sozzura che incontra sulla sua via e giunge al
fondo doppio di lurida mole, così la colpa inespiata dei padri,
trasmessa in voi di generazione in generazione, si è ingigantita di
corruttela e s'è fatta delitto mortale.

Però che i vostri padri non avevano, quando chiamavano gli stranieri,
coscienza di Patria comune: ma li chiamavano a sostenere cupidigie di
dominazioni e disegni torbidi di tirannide sui vicini. Voi millantate
intelletto ed amore di Patria, e chiamate, per codarda sfiducia e
temenza di sacrifici, gli uomini dell'altre terre a edificarvela.

Essi erano increduli e ignari; voi siete consapevoli profanatori.

E i vostri padri, quando gli stranieri invocati calpestavano di
soverchio gl'improvvidi invocatori o insolentivano sui loro averi o sui
loro affetti, sentivano a rinsuperbirsi dentro l'orgoglio e le fiere
passioni degl'Italiani, e davano loro ricordi di sangue, pei quali
suonano tuttavia tremendi i nomi di Legnano, di Palermo, di Forlì. Ma
voi sceglieste in questi ultimi tempi, fra i potenti stranieri, a
simbolo delle vostre speranze di Patria, quello appunto dalle cui mani
gronda il sangue dei migliori tra i vostri giovani di dieci anni
addietro, spenti in Roma per l'armi sue, onde si riponesse in seggio
quel Vicario del Genio del Male, il cui nome suona negazione di Patria e
di Libertà.

E lo circondaste dell'entusiasmo con cui i buoni salutano in terra il
Genio consecrato dalla Virtù; baciaste il lembo della sua veste usurpata
e intrisa di sangue di prodi e pianto di madri, e lo adoraste siccome
idolatri diseredati di Dio e d'ogni lume di Verità e di Giustizia.

Quel giorno, l'anime dei vostri martiri si velarono, per dolore e
vergogna, coll'ali; e le catene che ricingono i languenti nelle prigioni
per voi, solcarono di solco più grave le loro membra; e gli angioli
piansero in cielo; e i popoli in terra vi sospettarono indegni per
sempre d'assidervi, eguali, alla libera mensa delle Nazioni.

Però che quell'uomo, mandato in terra sì come castigo alla Francia e
perchè i popoli si ravvedano d'ogni culto idolatra d'un nome
nell'avvenire, è il peggiore fra quanti tormentano in oggi l'Europa. Il
suo Genio è la conoscenza del male: la sua parola, menzogna: la sua
forza, tradimento e disprezzo d'ogni cosa nella quale gli uomini
ripongono fede ed amore. L'anima sua si libra, come pendolo nelle mani
di Satana, fra il Calcolo e la Voluttà. L'opere sue sono di volpe e di
jena.

E la sua tomba non avrà nome, ma solo due date: 1849-1851.

E le madri l'additeranno, passando, per lunghi anni ai loro bambini come
_la tomba dello Spergiuro_.

E a voi che, dopo averlo maledetto in nome di Roma e di Parigi, lo
acclamaste, in nome dei suoi cannoni e dei suoi fucilieri d'Africa,
magnanimo e redentore, bisogneranno molte e molte opere sublimi di
grandezza e di sacrificio, perchè l'Angelo dell'Espiazione cancelli dal
libro della vostra vita quel ricordo di colpa e di disonore.


V.

Non sia fraintesa, o fratelli, la mia parola da voi. Io so che da quando
l'Uomo che più amò sulla Terra protese di sulla croce le braccia quasi a
stringere in amplesso tutti i viventi e proferì la parola ignota ai
secoli che lo precedettero: _perchè tutti, o Padre, siam uno in te_, Dio
decretò che la voce _straniero_, come abitatore di terra diversa,
passerebbe dalla favella degli uomini, e solo straniero sarebbe il
malvagio.

Ma se voi guarderete attenti per entro le pagine della storia, vedrete
che appunto in quel tempo cominciò a prepararsi visibile quel moto delle
razze umane che dovea conchiudersi col loro riparto ordinato sulle varie
terre d'Europa a seconda del disegno che il dito di Dio scolpiva, fin da
quando la sottrasse alle acque, sulla sua superficie.

Allora, quasi sommossa dall'eco di quella grande parola, la terra
sobbollì d'un immenso fermento. E come due Mari che si contendessero il
dominio dell'abisso, una metà del genere umano si rovesciò sull'altra
metà.

E dall'estremo settentrione, dall'oriente, da tutti i punti, come
sospinte da non so quale tempesta divina, tribù d'uomini strane e fino
allora ignote apparvero ad una ad una, sospingendosi, accavallandosi a
guisa d'onde gigantesche l'una sull'altra, avviate da un'arcana potenza
alla volta della Città dai sette Colli, nella quale l'idea di Patria
s'era incarnata da secoli.

E là s'urtavano, si mescevano, si confondevano, struggendo e
struggendosi. Era come un rotearsi d'elementi diversi per entro un caos
infinito; e gli uomini, impauriti, credevano imminente la fine del
Mondo, ma era invece la nascita d'un nuovo Mondo, che s'elaborava in
grembo a quel caos.

E dopo cento anni e più di quel rimescolamento di genti senza nome e
senza missione visibile, come un tempo la piena dell'acqua che ricopriva
il globo si concentrava, retrocedendo, in laghi, fiumi ed oceani, si
videro emergere dal turbinìo delle moltitudini i Popoli, collocati a
seconda delle loro tendenze e del disegno di Dio dentro a certi confini.
E gli uni si chiamavano Ispani e gli altri Britanni ed altri Franchi,
altri, Germani, altri Polacchi, Moscoviti o con altri nomi.

E sulla fronte a ciascuno splendeva un segno di _missione speciale_: un
segno che sulla fronte al Britanno diceva: _Industria e Colonie_; sulla
fronte al Polacco: _Iniziazione Slava_; sulla fronte al Moscovita:
_Incivilimento dell'Asia_; sulla fronte al Germano: _Pensiero_; sulla
fronte al Franco: _Azione_; e così di Popolo in Popolo.

E quel segno era la Patria: la Patria di ciascun Popolo; il battesimo,
il simbolo della sua vita inviolabile fra le Nazioni.

E come, nella lingua che si parla in cielo e della quale noi adoriamo
un'eco sotto il nome di Musica, molte note formano l'accordo--come di
molte parole, ciascuna esprimente una idea, si compone progressivamente
la formula Religiosa che rappresenta d'epoca in epoca il Verbo di Dio
sulla Terra--così l'insieme di tutte quelle missioni compite in bella e
santa armonia pel bene comune rappresenterà un giorno la Patria di
_tutti_, la Patria delle Patrie, l'UMANITÀ.

E solamente allora la parola _straniero_ passerà dalla favella degli
uomini; e l'uomo saluterà l'uomo, da qualunque parte gli si moverà
incontro, col dolce nome di fratello.

Così Dio v'insegna attraverso la Storia, ch'è l'incarnazione successiva
del suo disegno, che voi non conquisterete l'Umanità se non quando
ciascun Popolo avrà conquistata la Patria.

Però che l'_individuo_ non può sperare di tradurre in atto, da sè solo e
colle sue fiacche forze, il vasto concetto della fratellanza di tutti;
ma gli è necessario ajutarsi delle forze, del consiglio e dell'opera di
quanti hanno con lui comuni lingua, tendenze, tradizione, affetti e
agevolezza di consorzio civile.

E chi volesse tentare senza quell'ajuto l'impresa, somiglierebbe colui
che volesse smovere l'inerzia d'un immenso ostacolo con una leva senza
punto d'appoggio. La Patria è il punto d'appoggio della leva che si
libra tra l'individuo e l'Umanità.


VI.

La Patria è una Missione, un Dovere comune. Or come mai potete sperare
di conquistarvi la Patria, se chiamate altri a compiere quella Missione,
ad eseguir quel Dovere?

La Patria è quella linea del disegno di Dio che Egli commise a voi
perchè la svolgiate e la traduciate in fatti visibili. Come dunque
potete meritare la Patria, invocando altri a svolgere quella parte di
disegno per voi?

La Patria è la vostra vita collettiva, la vita che annoda in una
tradizione di tendenze e d'affetti conformi tutte le generazioni che
sorsero, oprarono e passarono sul vostro suolo:--la vita che si solleva
in orgoglio nell'anima vostra davanti a un sasso staccato dal
Campidoglio o alla pietra di Portoria in Genova, con maggiore impeto che
non davanti alle piramidi Egizie o alla Colonna Vendôme in Parigi:--la
vita che, quando errate su terre poste al di là dell'Oceano, v'annuvola
l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale
sia scritto un nome italiano.

Come mai potete illudervi a credere che la rivelazione di questa vita
possa compirsi per opera d'uomini, nei quali è muta la voce di quella
tradizione e di quei ricordi, e ai quali s'agita in seno il segreto
d'un'altra Patria?

E la Patria è, prima d'ogni altra cosa, la _coscienza_ della Patria.

Però che il terreno sul quale movono i vostri passi, e i confini che la
Natura pose fra la vostra e le terre altrui, e la dolce favella che vi
suona per entro, non sono che la _forma_ visibile della Patria; ma se
l'_anima_ della Patria non palpita in quel santuario della vostra vita
che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere, senza moto
ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione;
_gente_, non Popolo. La parola _Patria_, scritta dalla mano dello
straniero sulla vostra bandiera, è vuota di senso, com'era la parola
_Libertà_, che taluni fra i vostri padri scrivevano sulle porte delle
prigioni.

La Patria è la _fede_ nella Patria. Quando ciascuno di voi avrà quella
fede, e sarà presto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente
voi avrete la Patria, non prima.


VII.

La Fede è Pensiero ed Azione. E lo sarà un giorno per tutti; ma lo è fin
d'oggi e segnatamente per voi.

Io vi dissi che quando, come membra del grande essere collettivo che
chiamasi Umanità, i diversi Popoli emersero, ciascuno colla sua missione
speciale, dal caos di mille anni addietro, Dio pose un segno sulla
fronte al Germano che significa _Pensiero_, e sulla fronte al Franco un
altro che significa _Azione_. Or sulla vostra Ei pose un doppio segno
che significa Pensiero ed Azione congiunti.

E quel doppio segno, ch'è la vostra missione ed il vostro battesimo fra
le Nazioni, era visibile sulla vostra fronte, mille anni innanzi che gli
altri Popoli fossero.

Però che voi, soli fino ad oggi fra tutti, aveste da Dio privilegio di
morire e rivivere, come gli uomini favoleggiarono della Fenice. E alla
Grecia soltanto, sorella nata ad un tempo colla nostra Italia, fu dato
riaffacciarsi, nell'ultimo mezzo secolo, alla seconda vita, quando
appunto cominciava per l'Italia ad albeggiare la terza.

Così, mentre il Germano move sulla terra col guardo perduto nell'abisso
dei cieli, e l'occhio del Franco si leva di rado in alto, ma trascorre
irrequieto e penetrante di cosa in cosa sulla superficie terrestre, il
Genio che ha in custodia i fati d'Italia trapassò sempre rapido
dall'Ideale al Reale, cercando d'antico come potessero ricongiungersi
terra e cielo.

Per virtù di quella Unità che annoda il cielo infinito, patria del
Pensiero, alla terra, patria dell'Azione, i padri dei vostri padri
conquistarono il mondo cognito allora; ogni loro Legione era una
missione armata; ogni vittoria era per essi decreto di Giove.

E, innanzi ad essi, i padri degli avi, che stanziavano fra Tevere e Po e
si chiamavano Etruschi, edificavano le loro città giusta il concetto che
si erano formati del cielo: ed ogni loro atto era incarnazione d'un
pensiero di religione.

E dopo d'essi venne una generazione d'uomini-capi--capi per consenso e
riverenza di popoli--i quali tentarono, per oltre a sei secoli, la santa
impresa di dar sulla terra trionfo alla Legge di Dio sull'arbitrio degli
uomini, al Pensiero ed alla Parola sulla forza cieca e brutale; e
stettero per tutta Europa, in nome dell'Amore e della Giustizia, fra i
Popoli e i padroni dei Popoli. E l'ultimo e il più grande fra loro fu il
figlio d'un falegname per nome Ildebrando, frainteso anche oggi dai più.
Poi, perchè il regno di Dio non può scendere sulla terra se non per
l'opera libera e pur concorde di _tutti_, quegli uomini tradirono Popoli
e Dio, e fornicando cogli oppressori delle Nazioni, diventarono e sono
veramente i Vicarî del Genio del Male, da sterminarsi per sempre.

I vostri filosofi, i vostri sacerdoti del pensiero e dell'arte, non sì
tosto avevano afferrato colla mente un concetto di Vero, che sentivano
prepotente il bisogno di ridurlo a fatto, e furono, dagli antichi
Pitagorici a Tomaso Campanella, da Dante Alighieri a Michelangiolo e
Machiavelli, ordinatori di consorzî segreti, legislatori di città o
predicatori d'instituti sociali. E si frammischiarono alle battaglie
delle loro città, congiurarono contro le tirannidi, affrontarono
prigioni, esilî, torture. Contemplarono e fecero.

E mentre altrove gli uomini ch'ebbero nome di riformatori di Religione
assalivano gli oppressori dell'anima, rispettando gli oppressori dei
corpi, ed erano Titani d'audacia contro la menzogna violatrice del
Cielo, maledicendo aspramente ai figli del popolo che volevano
cancellarla di sulla Terra, tra voi intesero che Spirito e Corpo si
confondono nella Vita, ch'è una, e morirono sui roghi per aver tentato
che la Verità di Dio trionfasse in atti visibili nella fratellanza
civile. E cento anni addietro, le vostre donne in Firenze versavano
ancora fiori, il ventitrè maggio d'ogni anno, sul terreno dove era morto
tra le fiamme un santo frate che sollevava, or son tre secoli e mezzo,
la bandiera dell'emancipazione religiosa e della Repubblica.

Or voi, abbandonando in questo la tradizione del vostro popolo, e
perduta dietro a insegnamenti stranieri la memoria della missione
d'Unità il cui compimento deve farvi Nazione, avete smembrato la vostra
vita; e i più tra voi amano la Patria col solo pensiero, commettendo
l'opere che devono fondarla all'usurpatore straniero e a quel misto
d'impotenza e d'inganno che chiamano Diplomazia.

E la patria vi sfugge, e le speranze vi tornano di anno in anno in
delusioni amarissime e vergognose, però che le parole dei principi, e
sopratutto le promesse dello straniero, sono da tempo immemorabile
simili ai pomi dell'Asfaltide, belli all'occhio e cenere al dente; e
quando Dio disse all'uomo: _tu ti ciberai del sudore della tua fronte_,
Egli intese non solamente del pane del corpo, ma del pane dell'anima,
della Libertà e della Patria.


VIII.

Voi state sul limitare della terza vita d'Italia.

La prima vita d'Italia si diffuse pel mondo come alito fecondatore,
colla sola potenza dell'Azione: la seconda, colla sola potenza del
Pensiero e della Parola. Ed oggi la terza vita deve conquistare il mondo
a nuova universale concordia colla potenza del Pensiero e dell'Azione,
armonizzanti per opera dello Spirito di Giustizia e di Amore.

Però, se nella prima vita vi bastò la spada, e nella seconda la parola e
l'esser presti a obbedire ad essa e morire per essa, voi non potete ora
varcare il limitare della terza vita, se non usando la spada e
testimoniando colla parola.

Dovete essere savî e forti: apostoli e militi.

Or la sapienza è il culto del Vero; e la forza è la fede nella potenza
del Vero.

E perchè la sapienza scenda sul vostro intelletto e la fede benedica
l'anima vostra, è necessario che invochiate l'una e l'altra con
intenzioni sante e con un core puro d'ogni bassa passione.

La Virtù è la sorella del Genio. E quando il culto idolatra dell'io
scaccia dall'anima la Virtù, che è lo spirito di sacrificio, l'anima
rovina in basso com'aquila a cui manchi l'ala, e il Genio s'arresta a
mezzo la via come stella cadente che illumina d'un solco di luce lo
spazio e subitamente sparisce.

E però l'uomo il più potente per Genio nei nostri tempi mostrò al mondo
attonito due vite in una: la prima, quand'ei rappresentava una Idea;
vita di concetti giganteschi e miracoli di vittorie; la seconda,
quand'egli, inebriato d'egoismo e di spregio, non rappresentava che sè
stesso; vita di errori e disfatte. E dalle solitudini di Sant'Elena lo
spirito di quel Potente manda a chi sa intenderla una voce che dice: _la
corona delle vittorie immortali non posa se non sulla tomba del forte,
che, dimentico di sè stesso, combatte sino all'ultimo giorno pel santo
Vero e pel Diritto dei Popoli_.

Santificate dunque col sacrificio e coll'intrepida adorazione del Vero
l'anime vostre, se volete vincere i molti nemici che s'attraversano tra
voi e la terza vita d'Italia: l'Angelo della Vittoria aborre dal fango
dell'egoismo e della menzogna. Portate la vostra credenza alteramente
sulla bandiera, come i guerrieri dei secoli addietro portavano sullo
scudo la loro insegna. Come il tuono tien dietro al lampo, così segua
rapido ogni vostro pensiero l'azione. Dio è grande perchè pensa
operando. Ingigantite nella fede: come il sonnambulo passeggia sicuro
sull'orlo del tetto perch'ei _crede_ movere sulla carreggiata, e s'ei si
desta e misura l'abisso, impaurisce e precipita, così voi, se potenti di
fede, supererete ostacoli davanti ai quali, se trepidi e tentennanti,
cadrete. Non pensate a voi: vivete nel _fine_, nella coscienza del
Dovere, nel santo orgoglio del Diritto. E la costanza coroni l'unità
della vostra vita, come cupola il tempio. Siate uomini, e Dio sarà Dio,
cioè Padre e Proteggitore per voi.

La vostra è la più grande fra tutte le missioni terrestri; siate grandi
com'essa. Voi siete chiamati a un'opera emulatrice delle opere di Dio:
la creazione d'un Popolo. E vi conviene accostarvi a Lui, quanto può la
creatura finita, purificandovi, consacrandovi. I giovani guerrieri dei
tempi di mezzo vegliavano la notte in armi, prostrati sul nudo marmo,
nel digiuno e nella preghiera, prima d'iniziarsi nella cavalleria. Ed
essi non giuravano che ad un signore, creatura mortale com'essi: voi
giurate a Dio, alla Patria, all'Umanità. E la loro ricompensa per le
belle imprese era la speranza che il loro nome passasse, suono fugace, a
pochi posteri nella canzone d'un trovatore; ma voi aspetta la lunga
benedizione delle generazioni che avranno Patria da voi, e la vostra
memoria, fatta tradizione d'onore, s'incarnerà nella vita progressiva di
tutta la vostra Nazione.


IX.

Ed io raccolsi, o giovani d'Italia, questi ricordi dalle sepolture degli
uomini che morirono per voi, interrogate con fremito di riverenza e con
un amore per voi tutti che nulla può spegnere. Però che, come pietre
miliari che segnano la via al grande intento, o più veramente come le
stelle che c'insegnano, splendendo nei cieli mentre la tenebra fascia la
terra, la virtù della serena costanza nella sventura, apparvero sempre
di tempo in tempo, fra gli errori dei padri, uomini puri d'ogni falsa
scienza e d'ogni egoismo, i quali da Arnaldo e Crescenzio fino a
Bentivegna e Carlo Pisacane, raccolsero nelle grandi anime loro la voce
che la Patria manda invano da secoli a voi, e mantennero incontaminata
la tradizione del Genio Italiano: e, con essi, i martiri del pensiero
che soggiacquero, per calunnie, ingratitudine e oblio, alle torture
dell'anima, gravi quanto quelle del corpo. E ogni qual volta il Popolo
d'Italia, trasalendo sotto il suo lenzuolo di morte, protestò, dalla
Lega Lombarda e dai Vespri fino alle Cinque Giornate, in nome della
grandezza passata e della futura, fu visitato dallo spirito che visse
negli uomini dei quali io parlo.

E i giovani d'Italia, che furono innanzi a voi, avevano, or corre quasi
un terzo di secolo, raccolto quei ricordi con me. E con me avevano fatto
giuramento solenne di non obliarli[143].

Ma poi, simile a nembo di locuste su campo fecondo, s'addensò sulla
regione Subalpina una gente senza fede, senza tombe di martiri, senza
tradizione fuorchè di tempi nei quali il servaggio si era abbarbicato
alle menti, che fece suo studio e vanto deridere quei santi ricordi e
l'entusiasmo dei giovani e la solennità dei giuramenti prestati. E si
diffuse rapida su tutte le città d'Italia come lebbra su forma umana o
crittogama sulle piante.

E fu veramente ed è tuttavia la crittogama o lebbra dell'anime.

Gente di mezzo intelletto, di mezza scienza e di nessun core. E gli uni
si chiamarono _Dottrinarî_, ciò che significa uomini che millantano
dottrina e non l'hanno: gli altri, _moderati_ o fautori del _giusto
mezzo_, cioè tentennanti sempre tra la virtù e il vizio, tra la verità e
la menzogna; ed altri, _pratici_ e aborrenti dalle teorie, cioè corpi
senza anima e cadaveri galvanizzati; ed altri con altro nome. Ma tutti
si riconoscevano, siccome appartenenti alla stessa gente, dal nome
barbaro d'_opportunisti_, cioè diseredati d'iniziativa, eternamente
passivi e presti a fare solamente quand'altri ha fatto.

E rinnegarono il culto puro di Dio per adorare idoli di loro fattura,
come gli Ebrei nel deserto.

E gli uni si prostrarono davanti a un idolo che chiamarono Forza, gli
altri davanti a un altro che chiamarono _Tattica_, ed altri davanti al
pessimo fra tutti gl'idoli che ha nome _Lucro_.

E i primi escirono, strisciando siccome vermi che pullulano dal cadavere
d'un Potente, dalla sepoltura di Napoleone; i secondi escirono dalla
sepoltura profanata d'un nostro Grande frainteso, che, dopo aver patito
tortura per la libertà della Patria, l'aveva veduta morire, e assiso sul
suo cadavere s'era fatto storico delle cagioni della sua morte; gli
altri escirono ed escono dal fango dove brulicano gli insetti senza
nome, la cui vita non guarda al di là dell'ora che fugge.

E insegnarono che solo diritto è il _fatto_, e solo creatore del _fatto_
l'arsenale dove s'accumulano strumenti di guerra; e le idee essere
nulla, e i grossi battaglioni d'assoldati ogni cosa: dimenticando come
il Potente dalla doppia vita, ch'ebbe ad arsenale l'Europa e ad esercito
gli eserciti di tutte le genti d'Europa, giacesse cadavere di
prigioniero in Sant'Elena, per avere, com'ei ripeteva morente, camminato
a ritroso delle _idee_ del secolo.

Insegnarono, bestemmiando, che la virtù è nome vano, che la moralità e
la politica non sono sorelle, che il vero e l'errore sono egualmente
buoni, a seconda dei casi; e architettarono le teorie dei _delitti
utili_ e della _menzogna opportuna_, ed altre siffatte, predicando gli
uomini doversi adattare ai tempi, come se i tempi creassero gli uomini,
e non questi i tempi.

Insegnarono che i popoli possono redimersi gridando or _viva Cristo_ or
_viva Barabba_, e che il bandir oggi l'infamia e il capestro a Giuda, e
inneggiarlo _magnanimo_ e _augusto_ domani, e pianger pianto di
tenerezza per papa o re, susurrando all'orecchio degli avversi:
_lasciate fare; forti, li rovescieremo;_ e accarezzare un dì i Popoli, e
l'altro, gli oppressori dei Popoli, e prima la Polonia, poi il carnefice
della Polonia, e invocare la libera Inghilterra un giorno per maledirla
_perfida Albione_ appena giovi ad accattare il favore della Francia, è
scienza di Stato: non avvedendosi che a quel modo si perde in ultimo
l'ajuto di principi e Popoli, come gente che; non avendo fede, non ne
merita alcuna.

Insegnarono che alcuni popoli avendo, quando l'Europa intera era barbara
o semibarbara, conquistato lentamente e faticosamente, prima un grado di
civiltà, poi un altro ed un altro, tutti i popoli, comunque sorgenti a
Nazione in seno ad una Europa incivilita, devono salire quella scala da
capo, come se l'esperienza degli uni non dovesse fruttare agli altri, e
le verità scoperte da un Popolo non fossero scoperte per tutti, e il
faro acceso da una mano provvida tra le roccie marine non diffondesse
lume e consiglio ad ogni navigatore che navighi per quella via.

Insegnarono che indipendenza può conquistarsi senza Unità e senza vita
di liberi, come se lo schiavo in casa potesse mai esser libero
dall'usurpazione altrui, come se l'animale aggiogato potesse accettare
un padrone e respinger l'altro, come se importasse combattere per
scegliere tra padrone e padrone.

E insegnarono le tre Italie, le quattro Italie, le cinque Italie, e il
forte Regno del Nord, e la Confederazione con semi-libertà a
Settentrione, e tirannide a Mezzogiorno, e autocrazia al Centro--che è
il sacco del parricida--come se Dio avesse creato l'Italia a spicchî; e
dimentichi che anche quel Grande frainteso, invocato da essi come
maestro, additava, supremo rimedio a tutte le piaghe di Italia, l'Unità
Nazionale.

E questa essi chiamarono scienza, ma io la chiamo impostura di falsi
profeti e rintonaco di sepolcri.

E dacchè Cristo v'insegnava di scernere i veri e i falsi profeti dai
frutti dell'opere loro, voi dovete guardare ai fatti che quelle loro
dottrine hanno generato finora; e sono: la consegna di Milano,
l'abbandono di Roma e la pace di Villafranca.

Ma poi che la costanza non è ancora virtù di popoli, e voi seduceva il
fascino della novità, e quelle dottrine blandivano nei più l'inconscia
tendenza ad accettare le vie che pajono più facili e richiedono minore
potenza di sacrificio, io vidi gemendo tutta una generazione distaccarsi
dalle tombe de' suoi martiri e plaudire insana ai falsi profeti e
seguirne le torte vie.

Allora ogni idea di rettitudine e di dignità d'anima fu smarrita, e le
menti s'abbujarono d'ogni sorta d'errori, tanto che s'udirono, senza
nota di pubblica infamia, fra gli adepti degli idolatri, scribi di diarî
e libercoli, taluni proporre che si comprasse indipendenza dall'Austria
a prezzo della libertà d'altri Popoli, forti di sacri diritti come noi
siamo; altri che si riscattasse Venezia a danaro; altri esultare ogni
giorno all'annunzio che si commetterebbero le sorti d'Italia a un
Convegno di despoti, ed altri prostituire l'umana parola fino a
paragonare alle creazioni di Michelangelo l'uomo per il cui cenno
caddero migliaja di libere vite in Roma e Parigi;--poi, quando un popolo
spense, in modo non giusto, _una_ vita di tristo, diventarono a un
tratto ipocriti di virtù e di clemenza, dichiararono disonorata l'Italia
e lamentarono, come se il mondo andasse sossopra.

E parve una danza di streghe dell'intelletto.

E al soffio gelato di quelle codarde dottrine, io vidi inaridirsi
l'entusiasmo, incadaverire l'anime più generose, ed uomini, che avevano
insieme a me consacrato metà della vita a suscitare i giovani alla vera
fede, patteggiare, nell'altra metà, coi capi degli idolatri, ed erger
cattedra a distruggere l'opera propria; ond'io sentii nell'anima
solitaria quel dolore che labbro non può ridire.

E pochi tra voi protestarono, sterilmente dignitosi, col silenzio, ma i
più cedettero, però che poche siano sulla nostra terra quelle anime che
ritraggono della natura degli angeli, e poche quelle che rivelano natura
pervertita di demoni, ma innumerevoli le anime dei fiacchi, che seguono
la corrente ovunque essa mova e alternano di continuo fra il bene ed il
male.

Or io vi dico:

In verità, in verità, così non si fonda Nazione; così si disfanno e si
disonorano i Popoli.

Tornate ai consigli dei vostri Martiri. Prostratevi tre volte sulle loro
tombe e tre volte supplicate, commossi di pentimento, perch'essi spirino
in voi la forza della quale mancaste. Poi sorgete e, afferrato, come
Cristo, il flagello, cacciate inesorabili fino all'ultimo i trafficatori
di sofismi, di protocolli e d'_accoglienze_ mutate in _accettazioni_,
dal Tempio contaminato della coscienza italiana. E dei libri, diarî e
libercoli di che essi appestarono la nostra contrada, fate cartuccie.

Voi non avrete d'ora innanzi, se vorrete davvero redimervi, altra via
che la linea retta, altra scienza che la verità senza veli, altra
tattica che il coraggio e l'ardire, altro Dio che il Dio della Giustizia
e delle Battaglie.


X.

Non vi sono cinque Italie, quattro Italie, tre Italie. Non vi è che una
ITALIA. I tiranni stranieri e domestici l'hanno tenuta e la tengono
tuttavia serva e smembrata, perchè i tiranni non hanno patria; ma
qualunque tra voi intendesse a smembrarla redenta, o accettasse, senza
lotta di sangue, ch'altri la smembrasse, sarebbe reo di matricidio e non
meriterebbe perdono in terra nè in cielo.

La Patria è una come la Vita. La Patria è la Vita del Popolo.

Dio ve la diede; gli uomini non possono a modo loro rifarla. Gli uomini
possono, tiranneggiando, impedirle per breve tempo ancora di sorgere; ma
non possono far ch'essa sorga libera, oppur diversa da quel ch'essa è.

Dio che, creandola, sorrise sovr'essa, le assegnò per confine le due più
sublimi cose ch'ei ponesse in Europa, simboli dell'eterna Forza e
dell'eterno Moto, l'Alpi ed il Mare. Sia tre volte maledetto da voi e da
quanti verranno dopo voi qualunque presumesse di segnarle confini
diversi.

Dalla cerchia immensa dell'Alpi, simile alla colonna di vertebre che
costituisce l'unità della forma umana, scende una catena mirabile di
continue giogaje, che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre
nella divelta Sicilia.

E il mare la recinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la
ricingono; quel mare che i padri dei padri chiamavano _Mare nostro_.

E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa,
in quel mare, Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole, dove
natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan
d'Italia.

Per entro a quei confini tutte le genti passeggiarono l'una dopo l'altra
conquistatrici e persecutrici feroci; e non valsero a spegnere quel nome
santo d'Italia, nè l'intima energia della razza che prima la popolò;
l'elemento Italico, più potente di tutte, logorò religioni, favelle,
tendenze dei conquistatori, e sovrappose ad esse l'impronta della Vita
Italiana.

Per entro a quei confini tremende guerre fraterne insanguinarono per
secoli ogni palmo di terra. E mentre i pedanti scribi di diarî e
libercoli edificavano poc'anzi, su quelle guerre, sistemi a dichiarare
utopia l'unità della nostra vita, ecco i popoli sorgono e gridano:
_siamo fratelli_, e anelano confondersi in uno, e si danno, colla foga
imprudente del desiderio, ad un principe, solo perchè sperano ch'ei si
faccia simbolo vivente di quella Unità.

In verità, colui che nega l'Unità della Patria non intende la Parola di
Dio, nè quella degli uomini.

Voi dovete vivere e morire in quella Unità, però che in essa stanno per
voi la Forza e la Pace, il segreto della vostra missione e la potenza
per adempirla. Qualunque tra voi sorge a libertà, sappia ch'ei sorge per
tutti. Incarni ciascuno in sè i dolori, le speranze, le memorie, il
palpito d'avvenire di quanti respirano l'alito che si ricambia dall'Alpi
al Mare e dal Mare alle Alpi. Fra l'Alpi e il Mare non sono che
fratelli. E la maledizione di Caino aspetta qualunque dimentichi che,
mentre un solo dei suoi fratelli geme nell'abjezione della servitù e non
posa tranquillo e lieto d'amore sotto la sacra bandiera dei tre colori,
ei non può aver Patria, nè merita averla.


XI.

Venite meco. Seguitemi dove comincia la vasta campagna che fu, or son
tredici secoli, il convegno delle razze umane, perch'io vi ricordi dove
batte il core d'Italia.

Là scesero Goti, Ostrogoti, Eruli, Longobardi, ed altri infiniti,
barbari o quasi, a ricevere inconscî la consecrazione dell'Italica
civiltà, prima di riporsi in viaggio per le diverse contrade d'Europa; e
la polve che il viandante scote dai suoi calzari è polve di Popoli. Muta
è la vasta campagna, e sull'ampia solitudine erra un silenzio che
ingombra l'animo di tristezza, come a chi mova per camposanto. Ma chi,
nudrito di forti pensieri, purificato dalla sventura, s'arresta nella
solitudine a sera, poi che il sole ha mandato dalla lunga ondeggiante
curva dell'orizzonte l'ultimo raggio sovr'essa, sente sotto i suoi piedi
come un murmure indistinto di vita in fermento, come un brulichìo di
generazioni che aspettano il _fiat_ d'una parola potente, per nascere e
ripopolare quei luoghi che pajono fatti per un Concilio di Popoli. Ed io
intesi quel fremito e mi prostrai, però che mi pareva un suono profetico
dell'Avvenire.

Là, per la via che ricorda il nome d'uno dei forti uccisori di Cesare, e
si stende fra tufi di vulcani spenti e reliquie d'Etruschi, tra
Monterosi e la Storta, presso al lago, è Bracciano.

Sostate e spingete fin dove vale lo sguardo verso mezzogiorno, piegando
al Mediterraneo. Di mezzo all'immenso, vi sorgerà davanti allo sguardo,
come faro in oceano, un punto isolato, un segno di lontana grandezza.
Piegate il ginocchio e adorate: là batte il core d'Italia: là posa,
eternamente solenne, ROMA.

E quel punto saliente è il Campidoglio del Mondo Cristiano. E a pochi
passi sta il Campidoglio del Mondo Pagano. E quei due Mondi giacenti
aspettano un terzo Mondo, più vasto e sublime dei due, che s'elabora tra
le potenti rovine.

Ed è la Trinità della Storia, il cui Verbo è in Roma.

E i tiranni o i falsi profeti possono indugiare l'incarnazione del
Verbo, ma nessuno può far che non sia.

Però che molte città perirono sulla terra e tutte possono alla lor volta
perire; Roma, per disegno di Provvidenza indovinato dai popoli, è CITTÀ
ETERNA, come quella alla quale fu affidata la missione di diffondere al
mondo la parola d'Unità. E la sua vita si riproduce ampliandosi.

E come alla ROMA DEI CESARI, che unificò coll'Azione gran parte
d'Europa, sottentrò la ROMA DEI PAPI che unificò col Pensiero l'Europa e
l'America, così la ROMA DEL POPOLO, che sottentrerà all'altre due,
unificherà nella fede del Pensiero e dell'Azione congiunti l'Europa,
l'America e l'altre parti del mondo terrestre.

E col patto della Nuova Fede raggiante un dì sulle genti dal Panteon
dell'Umanità, che s'inalzerà, dominatore sull'uno e sull'altro, tra il
Campidoglio ed il Vaticano, sparirà nell'armonia della vita il lungo
dissidio fra terra e cielo, corpo ed anima, materia e spirito, ragione e
fede.

E queste cose avverranno quando voi intenderete che la Vita d'un popolo
è religione--quando, interrogando unicamente la vostra coscienza e la
tradizione, non dei sofisti, ma della vostra Nazione e delle altre, vi
costituirete sacerdoti, non del solo _Diritto_, ma del Dovere, e senza
transazioni codarde moverete guerra, non solamente alla potenza civile
della Menzogna, ma alla Menzogna stessa che usurpa oggi in Roma il nome
d'Autorità--quando raccoglierete il grido profetico che Roma ridesta
mandava, or son dieci anni, all'Italia, e scriverete nel vostro core e
sulla vostra bandiera: _noi non abbiamo che un solo padrone nel cielo,
ch'è Dio, e un solo interprete della sua legge in terra, ch'è il
Popolo_.

Intanto Roma è la vostra Metropoli. Voi non potete aver Patria se non in
essa e con essa. Senza Roma non v'è Italia possibile. Là sta il
Santuario della Nazione. Come i Crociati movevano al grido di
_Gerusalemme!_ voi dovete movere innanzi al grido di _Roma, Roma!_ nè
aver pace o tregua, se non quando la bandiera d'Italia sventoli
nell'orgoglio della vittoria da ciascuno dei Sette Colli.

E qualunque s'attentasse parlarvi d'una Italia senza Roma a centro, o
dettarvi leggi d'altrove, sarebbe simile a chi volesse ideare vita senza
core; e leggi e potenza sparirebbero, al primo soffio di tempesta, dalle
sue mani, come spariscono, cacciati non si sa dove dall'alito più
leggiero, quei filamenti ch'errano talvolta, senza base e centro, per
alcuni istanti nell'aria.


XII.

La Patria è la Vita del Popolo: io dico vita del popolo e non d'altrui.
È necessario che quella vita si svolga liberamente e in tutte le sue
facoltà, senza vincoli che la incatenino, senza ostacoli di condizioni
che la isteriliscano e la condannino all'impotenza.

Adorate dunque la Libertà. A che gioverebbe aver Patria se l'individuo
non dovesse trovare in essa e nella sua forza collettiva la tutela della
propria libera vita? Come potreste servire la Patria e giovarle, se
doveste vivere a beneplacito d'altri? È forse la prigione Patria del
prigioniero?

Adorate la Libertà. Rivendicatela fin dal primo sorgere, e serbatela
gelosamente intatta, siccome pegno della vittoria, nelle battaglie che
dovete combattere per la Patria. Non vi fate mai d'altri. Abbiate capi i
migliori tra voi, padroni non mai. Però che voi non potete darvi
padroni, senza sagrificio del fine a cui tendete sorgendo. E quando voi
direte: _la patria dell'Italiano è tra l'Alpi e il Mare_, i padroni vi
diranno: _no; la Patria è tra il Mincio e il Conca_; quando griderete:
_a Roma! a Roma!_ i padroni vi grideranno: _a Milano! o a Torino!_ E
quando l'anima vostra fremerà guerra per tutti, i padroni e i servi dei
padroni, che sempre abbondano e sono gli adoratori dell'Idolo _Lucro_,
raccoglieranno Congressi di re stranieri per decidere, a seconda dei
loro fini, sulle cose vostre; e v'impediranno la guerra.

Quei che vi dicono: _voi dovete avere prima Indipendenza, poi Patria,
poi Libertà_, o sono stolti o pensano a tradirvi e a non darvi nè
Libertà, nè Patria, nè Indipendenza. Però che l'Indipendenza è
l'emancipazione dalla tirannide straniera, e la libertà è
l'emancipazione dalla tirannide domestica; or, finchè, domestica o
straniera, voi avete tirannide, come potete aver Patria? La Patria è la
casa dell'Uomo, non dello schiavo.

E quei che vi persuadono, come mezzo d'ottener vittoria sollecita,
Dittatura di re e capi d'esercito, o sono stolti, o pensano, fin dal
cominciar dell'impresa, a tradirvi. Perchè, come può agevolarsi
l'impresa di tutti affidandola a un solo non sottoposto a sindacato
d'alcuno? I vostri padri creavano talora, nei sommi pericoli, Dittatori,
ma li sceglievano tra cittadini addetti al foro, all'armi o all'aratro;
e ponevano dietro ad essi il littore del Popolo colla scure in alto, e
presto a colpire s'ei tradiva o abbandonava, prima d'aver vinto,
impresa.

La libertà vi viene da Dio; e voi non potete alienarla senza violarne la
Legge. Voi siete liberi perchè siete Uomini, e perchè dovete conto alla
Patria e a Dio dell'opere vostre. Voi dunque affermerete la vostra
Libertà, non, come i falsi profeti vi suggeriscono, in virtù di qualche
vecchia pergamena che ne faccia menzione--ciò che una pergamena vi dà
un'altra pergamena può torvelo--nè di concessioni di principi, che una
lunga storia di tradimenti v'insegna revocarsi sempre il dì dopo, o
l'altro,--ma in nome dell'irrevocabile Diritto umano. E vi leverete col
grido: _colla nostra Libertà per la Patria_.

E se, dimenticando la buona vecchia tradizione Italiana e la storia
degli ultimi cinquanta anni e le parole che Dio disse a Samuele profeta,
volete pur darvi un re, sia almeno quel re il figlio, l'eletto della
vostra Libertà e riceva, insieme al Patto che i vostri Delegati
liberamente raccolti scriveranno in Roma per la Nazione, la sua corona
da voi, e il vostro linguaggio gl'insegni ad ogni ora ch'ei l'ebbe da
voi e che potete e vorrete ritoglierla ogniqualvolta ei falserà quel
Patto, o a voi piacerà governarvi in modo più affine al Vero e più
favorevole ai fati della Patria vostra.

Gli antichi uomini dell'Arragona, quando l'Arragona era libera, dicevano
al Re ch'essi eleggevano: _noi che, singoli, vi siamo eguali, e uniti
possiamo più di voi, vi facciamo re nostro, a patto che voi manteniate i
nostri diritti e le nostre libertà. E se no_, NO.

E voi all'uomo che s'assume d'esservi re dovreste dire: _a patto che voi
poniate, senza indugio, esercito, tesori, opera e vita a servizio di
tutta quanta l'Italia, e rompiate ogni vincolo che non sia col Popolo
d'Italia, e domandiate tre volte perdono a Dio e all'Italia d'aver
lasciato che si contaminasse la Patria dall'alleanza coll'uomo che
versò, in nome della tirannide, il sangue di Roma. E se no_, NO.

Ma trascinandovi sommessi davanti a lui col turibolo dell'adulazione
servile e chiamandolo Grande, Salvatore e Generosissimo, mentre non è
secco ancora l'inchiostro che firmò la pace di Villafranca, e
benedicendogli mentr'ei vi riceve in dedizione feudale dal tiranno
straniero, e illudendovi a tradurre le _accoglienze_ in _accettazioni_,
voi non fate se non disonorare voi stessi e lui, e insegnargli che siete
pur sempre schiavi, e incitarlo a tradire il debito suo.

Però che da tempo immemorabile i violatori del Dovere e delle promesse e
dei diritti dei Popoli, escirono generati, più che da natura perversa,
dalla codarda idolatria e servile adorazione dei popoli che tradivano la
propria coscienza e la dignità dell'anima loro immortale.


XIII.

V'hanno detto che l'unico vostro grido deve essere in oggi: _fuori lo
straniero! viva l'Indipendenza!_ Ma io vi dico che non otterrete Patria
se non quando il vostro grido sarà: _fuori la tirannide! viva l'Unità
Nazionale!_ Quel grido di _fuori lo straniero_ non è che un'eco misera
del grido _fuori il barbaro!_ che nei secoli addietro ogni papa o
principe, a cui stava in animo d'occupare un qualche lembo della vostra
terra, mandava, sorridendo celatamente di scherno, ai poveri popoli
illusi. E fu trovato di sofisti idolatri, che intesero a sviarvi dal
vero sogno e serbarvi, allettandovi dietro a un fantasma
d'emancipazione, facile preda a ogni dominazione di principi e
cortigiani.

V'hanno detto che voi siete servi dell'Austria e che prima di provvedere
alle vostre sorti d'uomini e di cittadini, v'è d'uopo attendere a
liberarvene. Ma io vi dico, ed altri vi ha detto, che voi siete servi
dei vostri servi; servi del re che tiene le belle e forti regioni del
Mezzogiorno: servi del Vicario del Genio del Male: servi di meschine
trepide ambizioni dinastiche: servi di prelati, di cortigiani,
faccendieri e sofisti, che immiseriscono le vostro guerre, incatenano
colle vecchie tradizioni e colle gerarchie d'anticamera il genio dei
vostri militi, intorpidiscono le vostre facoltà e ammorzano il vostro
entusiasmo con polvere e fango di protocolli: servi di governucci
diseredati egualmente di pensiero e di azione, i quali regolano il
vostro moto nazionale colle forme d'una vecchia danza di corte, e, con
un popolo fremente innanzi, dissertano sull'_accogliere_ o
sull'_accettare_, e sopra ogni sillaba venuta da Biarritz o da altro
ricettacolo di Despota traditore, come i Greci del Basso-Impero
dissertavano, morente la Patria, sulla luce che veniva o non veniva
dall'ombelico.

Emancipatevi, in nome della Libertà, da tutti costoro--da quei che
mandano deputazioni a regnanti stranieri per chieder loro permesso di
vivere liberi--da quei che smembrano la Causa d'Italia, restringendo ad
una o ad altra zona della vostra terra i diritti trepidamente
enunziati--da quei che spendono la vostra polvere da cannone, non contro
il nemico, ma per celebrare i benefizî e le glorie d'una _annessione_
ch'è favola--da quei che vi dicono: _sperate nell'uomo di Villafranca,
nello Tsar, nel Convegno futuro dei Principi_, invece di dirvi: _sperate
in voi stessi, nelle vostre bajonette, nel diritto Italiano e nel Dio di
Giustizia_--da quei che dicono a chi parla d'insorgere: _sostate sino al
finir delle Conferenze in Zurigo o sino al cominciare delle Conferenze
in Bruxelles_--da quei che v'hanno detto: _durate immobili_, mentre si
vendeva a Venezia o si scannava in Perugia--da quei che vi vietano,
mentre ogni giorno che corre frutta proscrizione ai nostri e ordinamento
di forza al nemico, di varcar la Cattolica--da quei che si dicono
chiamati a governare una impresa di libertà, e, perchè non s'impaurisca
il dispotismo straniero, vi vietano libertà di parola, di pubblici
convegni, di stampa. Ruggite e sperdeteli. Non avrete allora da temer
l'Austria.

Voi sperdeste l'Austria dieci anni addietro colla campana a stormo e
colle barricate d'una provincia, e non si rifece potente--lo diceste
tutti in quel tempo--se non per le colpe degli stessi sofisti e
faccendieri di corte che oggi rigovernano le cose vostre. Perchè non la
sperderebbero la campana a stormo e le barricate di tutta Italia?

Non è la forza, prima nel Diritto e nei fermi propositi, poscia nel
numero? Or come dunque osano i sofisti dirvi che siete troppo deboli per
pensare ad altro che a cacciar l'Austria, e limitano intanto il vostro
numero e le vostre forze, confinandovi per entro al recinto di poche
provincie e contendendovi la vasta, la forte, l'onnipotente Italia?

Libertà! Libertà! Siate liberi come l'aria delle vostre Alpi: liberi
come le brezze dei vostri mari: liberi per seguir capi i quali osino e
sappian guidarvi: liberi per combattere: liberi per suscitare, coll'armi
e con tutti i mezzi che Dio vi ha profusi, l'Italia tutta ad insorgere:
liberi d'infervorarvi a vicenda coi convegni fraterni e di chiamare lo
spirito di Dio sulle turbe raccolte: liberi di vivere e morir per la
patria, non per un frammento di Regno o per una Italia a mosaico, col
marchio di servitù su Napoli, Palermo, Venezia e Roma.


XIV.

D'onde vengono, ove vanno quegli uomini che hanno sembianza di prodi, e
nondimeno portano come un segno di sconfitta sulla pallida fronte e
movono verso il mar di Liguria, tristi come vittime consecrate? Perchè
trasaliscono muti alle parole _Eljen a' Magyar_, mormorate sommessamente
al loro orecchio, come da chi si sente involontariamente colpevole?

Sono figli della Drava e dei Carpati: Ungheresi ch'erano pochi mesi
addietro nelle file nemiche.

Soldati e prodi, essi s'apprestavano al debito loro nella battaglia; ma
quando si videro a fronte la bella bandiera dai tre colori, e udirono il
grido _all'armi!_ d'Italia, sentirono un brivido nell'ossa, come s'essi
movessero a guerra fraterna, e calarono l'armi e s'arresero.

Ricordarono le libere pugne di dieci anni prima contro l'oppressore
della loro terra, e che in quel tempo anche in Italia si combatteva
quell'oppressore, ch'è oppressore di tutte le terre ove pone piede.

Ricordarono le glorie dei padri combattenti la minaccia dell'invasore
Ottomano, e Venezia che combatteva anch'essa le battaglie Cristiane
quando le combattevano i padri. Ricordarono i vestigi dell'antica
civiltà Italica diffusi per le loro terre, e i patti di fratellanza
stretti nell'esilio fra uomini immedesimati nelle comuni sventure e
nelle comuni speranze.

E ciascuno di loro disse all'altro: _là, dove si combatte per
l'emancipazione d'un Popolo, è sacra l'emancipazione di tutti: ogni uomo
della libera Italia sarà un fratello per noi, e moveremo uniti in nome
della loro e della nostra Nazione_. E cessero l'armi per ripigliarle
sotto più giusta bandiera il dì dopo.

Ed ora movono lentamente, tristamente, smarriti dell'anima, incerti
nella fede, verso quelle terre d'Austria dove sognavano di non tornare
che vincitori, a incontrarvi gli scherni e la persecuzione
dell'oppressore.

Però che dov'essi credevano trovare un popolo di fratelli, e combattere
uniti le battaglie della Patria, trovarono una gente aggirata da
idolatri e sofisti, combattente senza saperlo, per un frammento di
Regno, e reggitori di rivoluzioni tremanti davanti al cipiglio dello
straniero e ministri commessi di corte che dissero loro: _tornate; noi
v'abbiamo ottenuto_ PERDONO _dall'Austria_.

Ed io mi sento il rossore su per le guancie, scrivendo; e voi tutti
dovreste arrossire, leggendo.

Addio, poveri illusi figli della Drava e dei Carpati. Voi faceste atto
solenne di fede; e veniste fra noi per insegnarci come l'Austria sia
debole, e come quel fantasma di potenza, in nome del quale i traviatori
del nostro moto ci chiedono di rinunziare alla libertà, all'unità, a
tutto ch'è caro ad un popolo, sfumerà come neve tocca dal sole, quando
tra noi una bandiera di popolo porterà scritto: _per la nostra libertà e
per la vostra_. Ma gli uomini, ch'or reggono e traviano il nostro moto,
non possono intendere la santità della vostra fede e non vogliono
raccogliere l'insegnamento. Non ci maledite: gemete per voi e per noi.
Il Popolo d'Italia è ora cieco, non vile.

Ma il Popolo d'Italia sorgerà, come Lazzaro, dal sepolcro d'inerzia ove
giace, dopo brevi giorni di sonno. E fin dalla prima ora del risorgere,
esso ricorderà il patto d'alleanza che voi gli offriste e i suoi forti
si trasmetteranno di fila in fila la parola della battaglia:
Roma--Pesth.

E a quel grido, da Pesth a Praga, da Praga a Zagreb, da Zagreb a
Lemberg, da Lemberg a Cattaro, sorgeranno nemici all'Austria e diranno:
_noi pure, noi pure!_ E il nome del vecchio Impero sparirà nella
tempesta d'un giorno.


XV.

Voi siete ventisei milioni d'uomini, circondati da una Europa di Popoli
oppressi, che, come voi, cercano la Patria e come voi provarono d'esser
potenti, desti una volta che siano, a rovesciare i loro padroni. Non
entrerà mai dunque in voi coscienza dalla vostra forza? Non intenderete
voi mai che il giorno in cui, invece di gemere e supplicare, in nome dei
vostri patimenti e di non so quali diritti locali, una dramma di
libertà, delibererete di sorgere e dire: _in nome della natura umana e
del Diritto Italiano, vogliamo Libertà e Patria per noi e per quanti
s'affratelleranno in armi con noi_, voi sarete iniziatori della Guerra
delle Nazioni, e tanto forti da far tremare sulle loro sedi tutti i
Potenti d'Europa?

Voi potete, il giorno in cui due uomini sopra ogni cento fra voi
vorranno star tre mesi sull'armi, due terzi all'aperto e l'altro terzo a
guardia delle barricate cittadine, appoggiare le vostre richieste o la
vostra chiamata all'Europa con un mezzo milione di combattenti. Non
intenderete voi mai che un mezzo milione d'uomini, levati in armi per
una idea santa di verità e di giustizia, può ciò che vuole? che la
vittoria è sua senza i danni inseparabili da ogni vittoria cercata da
forze minori? che le sorti d'Europa stanno raccolte per entro le pieghe
della sua bandiera?


XVI.

Non dite: l'Europa è più vasta della nostra contrada e può mettere in
armi un maggior numero di combattenti, e li verserà contro noi. Due
milioni d'armati in nome della tirannide non prevalgono contro un mezzo
milione d'armati per la Libertà e per la Patria, accampati su terra
loro, tra le sepolture dei loro martiri e i grandi ricordi dei loro
padri. Ma in verità io vi dico che davanti allo spettacolo d'un Popolo
fatto Principio e procedente col ferro nella destra e il Vangelo Eterno,
_libertà, vita, progresso, associazione, fratellanza delle Nazioni_,
nella sinistra, i due milioni d'Europa non moveranno contro voi, ma
contro i despoti che s'attentassero d'assalirvi.

Quando, undici anni addietro, la Francia si riscosse dal lungo sonno in
cui l'avean posta i padri dei sofisti idolatri ch'oggi pesano sui vostri
moti, una lunga tremenda corrente elettrica corse Francoforte, Berlino,
Pesth, Vienna, Milano, e pose a pericolo tutti i troni d'Europa, perchè
i Popoli, ricordando la Francia del 1789 e commossi dalla potente parola
che suonava attraverso la nuova riscossa, credettero che un principio
sorgesse e salutarono con impeto la vita che doveva discenderne a tutti.

E quel che la Francia, sorgendo, produsse allora, voi, come ogni altro
Popolo, potete, sorgendo, produrlo in oggi. Però che, non quel che i
Popoli _sono_ per numero o concentramento di forze, ma quel che i Popoli
_fanno_ è, per decreto di provvidenza, norma generatrice agli eventi; e
mentre la Monarchia di Spagna co' suoi vasti dominî sui quali non era
tramonto di sole, non lasciò segno nel mondo fuorchè di roghi e d'ossa
di vittime, i piccoli Comuni d'Italia diffusero sull'Europa un solco
immortale d'incivilimento e di libertà.

Porgete attento l'orecchio, e ditemi se non udite un cupo rumore che
viene come di sotterra, un fremito come di marea che salga, un'eco
indistinta come di lavoro che scavi le fondamenta delle Potenze
terrestri.

Guardate in volto ai padroni del mondo e ai servi dei padroni del mondo,
e ditemi se le pallide fronti e il guardo irrequieto dei primi e
l'affaccendarsi convulso di qua, di là, di su, di giù per le vie
dell'inferno che chiamano Diplomazia, non accennino a presentimento di
rovina, a terrore d'ineluttabili fati.

Essi tremano nell'anima loro, come per freddo di morte imminente, perchè
sentono il fremito di quella terza vita d'Italia, ch'io v'annunziava
poc'anzi e che, quando si manifesti nel mondo, sperderà la turba di
Fantasmi e Menzogne colla quale essi sviano i Popoli dalla vera via.

E contemplate, studiando, l'Europa al lume, non delle lanterne cieche
degli angusti sistemi e delle false dottrine, ma della fiaccola ardente
della verità; poi ditemi, se nel culto invadente della materia, nello
scherno versato sulle vecchie credenze, nell'anelito a nuove tuttora
ignote, nel pazzo e breve affollarsi dei molti intorno ad ogni più
strano concetto, nel silenzio paziente dei pochi, nel contrasto fra il
martirio degli uni e l'indifferenza degli altri, nelle filosofie
congegnate a mosaico, nell'inaspettato riapparire di vecchie Potenze che
il mondo credeva spente per sempre, nel disfacimento visibile d'antichi
Imperi che il mondo credeva immortali, nell'agitarsi sovra ogni terra
dei milioni che lavoravano finora muti, inconscî, pei pochi, e nel
dolore senza nome che invade l'anime giovani, e nelle gioje profetiche
che illuminano subitamente l'anime stanche, non ravvisiate i segni della
morte d'un Mondo e del faticoso accostarsi alla vita, d'un altro.

Io vi dico che, come quando morivano gli Dei Pagani e nasceva Cristo,
l'Europa è oggi assetata d'una nuova vita e d'un nuovo Cielo e d'una
nuova Terra; e ch'essa si verserà, come a santa Crociata, sull'orme del
primo Popolo dal quale escirà, sopportata da forti fatti, una voce
banditrice d'adorazione all'eterno Vero, all'eterna Giustizia, e
d'anatema alla Potenza che opprime e alla Menzogna che mentisce o
prostituisce la vita.

Siate voi quella voce e quell'esempio vivente. Voi lo potete. E l'Europa
coronerà la vostra Patria d'una corona d'amore sulla quale Dio scriverà:
_guai a chi la tocca!_

Ma finchè l'Europa vi vedrà agitati pur trepidi sempre, frementi pur
prostrati davanti agli idoli, e apostoli o accettatori ipocriti di
menzogna e chiedenti a principi o a convegni di stranieri la terra ch'è
vostra, essa dirà: _non è un popolo che si desta, ma un infermo che muta
lato_; e i dubbî piccoli fatti, che si compiranno nella vostra contrada,
non saranno argomento se non di ciarle diplomatiche a raggiratori, o di
speculazioni devote all'idolo _Lucro_ in quell'antro di rapina che, con
vocabolo gallico, chiamano Borsa.


XVII.

Non dite: _il nostro Popolo non è maturo pei sacrifici e per
l'entusiasmo che si richiedono alla grande impresa_. Il Popolo è di chi
merita d'averlo con sè. E dopo i miracoli operati dal Popolo d'Italia
per solo istinto di Patria, nel 1848 per ogni dove, e nel 1849 in Roma e
Venezia, chi parla in siffatta guisa del Popolo d'Italia, in verità, è
reo di bestemmia.

E allora, non era in esso, come or dissi, che istinto e non altro di
Patria. Però che, da poche anime buone in fuori che s'erano accostate ad
esso con amore, ma gli avevano, insieme a qualche parte di Vero,
insegnato la triste e inerte rassegnazione, nessuno avea cercato
educarlo e affratellarlo in comunione d'idee con chi gli sta sopra.

Ma d'allora in poi, mentre voi guardate freddi dall'alto di un falso
sapere su ciò che chiamate tuttora, come se foste Pagani, il vulgo
profano, molte anime buone, alle quali la tradizione dell'Umanità
collettiva ha dato l'intuizione dell'avvenire, hanno stretto con amore
le mani incallite degli uomini del lavoro e hanno parlato ad essi come
fratelli, e gli uomini del lavoro le conoscono e le ricambiano d'amore e
possono sviarsi per breve tempo da esse, ma ogni qual volta le
troveranno sulla loro via, le seguiranno con profonda fiducia.

E poi che nel popolo delle vostre città la coscienza s'è aggiunta
all'istinto di Patria, e Dio, che segnò le diverse epoche della Vita
coll'emancipazione degli _schiavi_ dapprima, poi con quella dei _servi_,
vuole che sia battesimo dell'epoca nuova l'emancipazione dei poveri
_figli del lavoro_, io vi dico, non per vezzo d'adulazione alle
moltitudini, ma in puro spirito di verità, che oggi il popolo delle
vostre città è migliore di voi, che il mondo chiama letterati e
filosofi, e di me che scrivo.

Però che voi ed io possiamo avere _virtù_, ch'è lotta e fatica, laddove
nel Popolo, fanciullo dell'Umanità, vive e respira la spontaneità
dell'_innocenza_, ch'è la virtù inconscia; e mentre in voi ed in me
alloggiano forse orgoglio d'intelletto violato dalla tirannide e
vaghezza di fama, il Popolo more ignoto sulle barricate cittadine, senza
onore di tomba, senza orgoglio fuorchè della sua terra, senza speranza
fuorchè pei figli ch'ei confida commettere a fati men duri.

E mentre voi ed io, guasti dai conforti dell'esistenza o da lunghi studî
su morte pagine, andiamo calcolando sulle maggiori o minori probabilità
di vittoria nelle battaglie pel Giusto e pel Vero, e tentennando e
indugiando finchè il nemico s'avveda del colpo che vorremmo vibrargli,
il Popolo, che non conosce libro fuorchè quello della Vita e accoglie in
sè più gran parte della tradizione italiana che congiunge in uno il
_pensiero_ e l'_azione_, vibra il colpo subitamente e coglie sprovveduto
il nemico.

E se il popolo delle vostre campagne è da meno, dipende da questo che,
abbandonato interamente da voi e lontano anche da quel riflesso di
pensiero che si diffonde più o meno a tutti dai grandi centri
d'incivilimento, esso soggiace nei suoi villaggi alle inspirazioni del
birro dei corpi e del birro dell'anime. E la vita misera oltre ogni dire
lo fa più cauto nel sacrificio, però che, se per tradimento o fiacchezza
di chi guida, il nemico ritorna potente là d'onde ei partì, non può far
sì che gli uomini delle città non abbiano bisogno di pane, tetto,
vestimenta e utensili, sorgenti perenni di lavoro, mentre struggendo,
nei primi furori della vendetta, le messi e involando i buoi che
trascinan l'aratro, il nemico isterilisce le sorgenti della vita
all'uomo del contado e condanna lui e la sua famigliuola a morire. Ma
con pochi decreti che gli promettano un miglioramento nelle sue
tristissime condizioni, e con una energia d'azione che gli provi la
vostra irrevocabile determinazione e la vostra forza, voi lo avrete
pronto agli ajuti anch'esso e devoto alla causa comune.

Voi avete tutti un gran debito verso il Popolo, perchè il Popolo ha
bisogno che gli si assicuri, con più equa retribuzione al lavoro, il
pane del corpo, e, con una educazione nazionale, il pane dell'anima, e
voi gli avete finora mostrato, scritta in capo a un brano di carta, una
serie di diritti ch'ei non _può_ esercitare, e di libertà delle quali ei
non _può_ valersi: e gli avete chiesto di morire per quel brano di
carta.

E il Popolo ha bisogno di amore, e voi gli date diffidenza ed orgoglio;
il Popolo ha bisogno d'azione, e voi gli date diplomazie e andirivieni
di legulei; il Popolo ha bisogno di verità e di programmi semplici e
chiari, e voi lo trascinate per ginepraî di transazioni e artificî
politici ch'ei non intende, e lo chiamate a cacciar lo straniero
dandogli lo straniero per alleato, a emanciparsi dal Vicario del Genio
del Male prostrandovi a un tempo davanti a lui come a sorgente di verità
spirituale, a liberarsi dalla tirannide vietandogli intanto convegni
pubblici, insegnamento di giornali, oratori cari ad esso e libertà di
parola. E gl'insegnate per anni ad agitarsi e fremere e prepararsi
all'azione per poi dirgli: _sta; noi non abbiamo bisogno di te, ma
d'eserciti ordinati di principi e despoti_. Poi vi lagnate d'esso e lo
chiamate stolto e codardo, se gli accade d'esitare nel dubbio e nello
sconforto il giorno in cui il tardo senso della sua onnipotenza vi
costringe a invocarlo.

In verità voi raccogliete quello che seminaste colle vostre mani.

Ma parlate al Popolo di _libertà_ e fate, non ch'ei la veda scritta su
brani di pergamena, ma la senta nella vita d'ogni giorno e d'ogni ora;
ditegli _amore_, e mescolatevi eguali ed amorevoli fra le sue turbe:
ditegli _fede_, e mostrategli che l'avete in esso: ditegli _progresso_,
e decretate, in nome e a spese della Nazione, l'educazione dei suoi
figli: ditegli _proprietà_, e fate che scenda ad esso la proprietà del
lavoro: ditegli _verità_, e non gli date mai ipocrisie, menzogne o
reticenze gesuitiche: ditegli _Patria_, e mostrategliela, non a spicchî
e frammenti, ma Una e vasta e potente: ditegli _azione_, e ponetevi a
guida delle sue moltitudini col sorriso della vittoria sul volto e
presti a combattere, per ottenerla, con esse: siategli apostoli, capi,
fratelli; e voi trarrete dal Popolo miracoli di virtù e di potenza a
petto dei quali i miracoli di dieci anni addietro saranno come deboli
riflessi di luce a fronte della luce viva e raggiante, come incerte
promesse a fronte delle opere che adempiono.


XVIII.

Chi vinse, il 29 maggio 1176, contro Federico Barbarossa in Legnano, la
prima grande battaglia dell'indipendenza Italiana?--Il Popolo.

Chi sostenne per trent'anni l'urto di Federico II e del patriziato
ghibellino, e ne logorò le forze davanti a Milano, Brescia, Parma,
Piacenza, Bologna?--Il Popolo.

Chi franse in Sicilia la tirannide di Carlo d'Angiò, e compì nel marzo
del 1282 i Vespri a danno dell'invasore Francese?--Il Popolo.

Chi fece libere, grandi e fiorenti le Repubbliche Toscane del XIV
secolo?--Il Popolo.

Chi protestò in Napoli a mezzo del secolo XVII contro la tirannide di
Filippo IV di Spagna e del Duca d'Arcos?--Il Popolo.

Chi vietò con resistenza instancabile che l'Inquisizione dominatrice su
tutta l'Europa s'impiantasse nelle Due Sicilie?--Il Popolo.

Chi scacciò da Genova nel dicembre del 1746, di mezzo al sopore di tutta
l'Italia, un esercito Austriaco?--Il Popolo.

Chi vinse le cinque memorande Giornate Lombarde nel 1848?--Il Popolo.

Chi difese due volte, nell'agosto del 1848 e nel maggio del 1849,
Bologna contro gli assalti dell'Austria?--Il Popolo.

Chi salvò nel 1849, in Roma e Venezia, l'onore d'Italia prostrato dalla
monarchia colla consegna di Milano e colla rotta di Novara?--Il Popolo.

Il Popolo senza nome, combattente senza premio di fama; l'Eroe
collettivo, l'uomo-milione che non fallì mai alla chiamata ogni qual
volta gli vennero innanzi, in nome della santa Libertà, uomini che
incarnarono in sè l'_azione_ e la _fede_.


XIX.

Giovani Volontarî Italiani, benedette siano l'armi vostre! Benedette le
Madri che s'incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore,
che compressero sotto un pensiero di patria i palpiti del core per
salutare d'un sorriso di conforto la vostra partenza!

Però che in voi vivono le due virtù del Popolo, l'azione e la fede; e,
come il Popolo, abbracciaste il sacrificio siccome un fratello, senza
calcolo di premio o di rinomanza, fuorchè di tutti. Sante sono le vostre
bajonette, perchè portano sulla punta una idea: l'Unità della Patria;
sante l'anime vostre, perchè portano in sè, come Dio in santuario, il
più puro fra tutti gli affetti, l'affetto alla libertà della Patria.

Fra voi splendono, come ricordi d'una gloria mietuta, come bandiera
d'onore di mezzo a un esercito, uomini che diedero combattendo, da Roma
e Venezia, il programma dell'Italia futura. E su voi tutti splende la
serena maestà dell'intrepido Capo, il cui nome è fascino d'entusiasmo
alla gioventù d'Italia e di terrore al nemico. Ma sulla fronte a
ciascuno di voi sta un segno che vi dice capaci d'emular quei ricordi e
d'esser degni del Capo. In voi respira, volente, potente, la Patria. Il
vostro campo è un Pontida Italiano. Voi siete un Poema vivente, che
ricongiunge la coscienza dell'oggi colla tradizione di quasi sette
secoli addietro.

Ma perchè sostate, o giovani Volontarî, sulla bella via? Perchè, come
Poema troncato a mezzo dalla morte del Genio che lo dettava, l'impresa
che iniziaste giace, colpita di subita inerzia, a mezzo il suo corso? È
libera ed una l'Italia, o giovani? O segnaste voi pure, collo straniero,
i patti di Villafranca?

Voi accorreste dove suonava il nome di Patria, col nome d'Italia sul
labbro, coi colori Italiani sul petto.

Sono i limiti della Patria Sant'Arcangelo e il Mincio?

Non è terra d'Italia quella che si stende a mezzogiorno e a settentrione
di quei confini?

Ciascuno di voi portò seco un giuramento solenne: _dall'Alpi al Mare_.
Non è Venezia al di qua delle Alpi? Non bagna il nostro mare le spiaggie
frementi della Sicilia?

E Roma? Roma dove vive l'unità della Patria? Roma che è core, tempio,
palladio della Nazione? La cancellate voi dalla Carta d'Italia? O lo
straniero che vi signoreggia è meno straniero perchè veste una assisa
francese tinta in rosso dal sangue dei vostri?

A due passi dalle vostre vedette il bastone dei mercenarî Svizzeri e dei
birri papali scende sul dorso d'uomini che vi sono fratelli. Più in là,
in mezzo ai desolati dominî del Vicario del Genio del Male, sorge un
Castello che chiude da dieci anni centinaja d'uomini, che vi
prepararono, congiurando, combattendo, la via. Più in là stanno le
prigioni di Roma. E più in là, nelle atroci segrete napoletane, negli
scavi delle isole disseminate sui vostri confini meridionali, vivono,
d'una vita di chi domani morrà, apostoli della vostra Causa, volontarî
della stessa Bandiera, che vi precorsero nell'impresa. Volgete addietro
lo sguardo; là tra le lagune agonizza di lenta, tremenda agonia la Roma
dell'Adriatico, Venezia, che v'insegnò indipendenza fin da quando gli
uomini del Nord cominciarono a correre le vostre contrade; Venezia che
tenne ultima in alto, dieci anni addietro, il vessillo della libertà e
dell'onore d'Italia; Venezia alla quale venti volte giuraste che i
vostri fati non si scompagnerebbero mai da' suoi.

Giuraste ad essa, alla Patria, a Dio; e nelle parole di quel giuramento
cingeste l'armi. Perchè sostate? Perchè tradite il debito cresciuto in
voi colla forza, e obbedite come se foste assoldati dalla tirannide e
non apostoli armati d'una Fede suprema, alla paura degli inetti che
travolgono la Patria appiè d'un Convegno di re stranieri?

Il tempo rode le rivoluzioni dei Popoli: il tempo è lima che consuma
l'entusiasmo dell'anime. Non v'avvedete voi che sul tempo calcolano i
vostri padroni, perchè lo sconforto aggeli e isterilisca gli elementi di
forza che vi stanno innanzi? Non v'avvedete che ogni mese, ogni giorno
d'indugio scema d'un raggio la stella di vittoria che splendeva sulle
vostre colonne armate e affascinava a seguirvi le moltitudini?

Giovani Volontarî, perchè sostate? Voi siete un Esercito Liberatore o
una Menzogna vivente: siete gli Araldi della Nazione o strumenti miseri
e inconscî d'una angusta ambizione di principe, d'un disegno preordinato
di dominazione straniera. Voi siete oggi custodi della vita e della
morte del vostro Popolo. Chi oserà sorgere fra gli inermi, se voi,
forti, armati, ordinati, non osate varcare una linea segnata
dall'inchiostro d'un commesso di diplomazia e d'un faccendiere di corte?

Affrettatevi intorno ai Capi e dite loro: _è Capo chi guida: guidateci.
Noi ci sacrammo Cavalieri d'Italia, non di Toscana, Parma o Romagna. I
fati della Patria pendono dai suoi figli in armi, non dai protocolli di
Parigi o Zurigo. Ovunque gemono e fremono fratelli nostri, là sta il
campo delle nostre battaglie. Movete, o moviamo_.

E siano benedette l'armi vostre, giovani Volontarî Italiani! Benedette
le madri che s'incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro
amore, che compressero sotto un pensiero di Patria i palpiti del core,
per salutare d'un sorriso di conforto la vostra partenza!


XX.

Il cielo era senza stelle, cupo, d'un colore di piombo. La notte,
scendendo, aveva disteso sull'azzurro profondo un velo denso e continuo,
come lenzuolo di morte presto a calare sopra un cadavere.

Un soffio gelato passava di tempo in tempo senza rumore sulla vasta
campagna. Le lunghe e folte erbe piegavano, mute anch'esse, sotto quel
soffio. Io guardava; e mi venivano alla mente le pure splendide imagini
dell'anima vergine e le dolci speranze de' miei anni giovanili, cadute
ad una ad una sotto il soffio gelato delle delusioni e dello sconforto.

Era una tristezza nell'ora, nella terra e nel cielo e nell'immenso
silenzio, profonda, inconsolabile, muta. La vita pareva sospesa e senza
vigore per ridestarsi.

E scese lento, invadente, su tutto quanto il mio essere, come veste che
s'adatti alle forme, un senso di stanchezza suprema, un queto tedio
della vita e d'ogni cosa terrena, un illanguidimento senza nome e senza
dolore, ma peggiore di tutti dolori: come una morte dell'anima.

E pensai ai lunghi anni vissuti, senza gioja e senza carezza, nella
solitudine d'una idea, agli amici morti per la terra o morti per me,
alle illusioni sparite per sempre, all'ingratitudine degli uomini, alla
tomba di mia madre, alla quale io non avevo potuto accostarmi se non
celatamente, la notte, come uomo che tenti delitto; finch'io sentii un
bisogno di piangere, piangere, piangere, ma non poteva.

E m'assisi sopra una pietra del cammino, colla testa fra le mani,
affranto nell'anima, e come chi tenta celare a sè stesso la via percorsa
e la via da percorrere.

E mentr'io mi stava a quel modo, mi pareva di sentirmi la fronte lambita
tratto tratto come da un alito, e l'orecchio lambito da suoni fiochi
fiochi, come di voci lontane e che vengono di sotterra; e mi pareva di
conoscere quelle voci.

E rizzandomi inquieto e guardando, mi sembrava che la campagna fosse
seminata tutta di piccole croci; e accanto a ciascuna di quelle croci
sorgeva biancastra una forma d'uomo e taluna di donna. Ed erano volti,
alcuni noti, altri no; ma tutti come di fratelli e sorelle dell'anima
mia.

E gli uni avevano sulla fronte o sul petto segni sanguigni, rotondi,
come di ferita, altri come un nastro di sangue intorno al collo, altri
altro segno di morte violenta e súbita, e taluna di quelle forme non
aveva segno fuorchè d'un lento angoscioso dolore in ogni lineamento del
volto; ed erano le più tristi a vedersi.

E tutte si guardavano mestamente quasi interrogandosi l'una coll'altra.
Poi da una di quelle forme mosse un suono di voce che disse: _sempre
immemori?_

Ed altre voci risposero con accento di profondo dolore: _sempre!_

E un suono di lungo gemito si diffuse per la vasta campagna. Quelle
anime, che avevano sorriso sul patibolo e fra le torture, gemevano
sull'oblio dei loro fratelli viventi.

Allora si levò una voce e disse: Morimmo per la Verità o per l'Errore?
La volontà del nostro Padre ch'è nei cieli ci raccolse qui, perchè da
noi esca il segnale della terza Vita della Nazione, quando i fratelli
nostri avranno raccolto gl'insegnamenti che noi scrivemmo ad essi col
nostro sangue. E i mesi passano, e gli anni passano, e nuove anime di
martiri s'aggiungono ogni giorno alle nostre senza che l'ora
d'emancipazione sorga per noi.

E un'altra voce disse, mentre il guardo accennava a molte di quelle
forme: che manca ad essi? noi cademmo vittime volontarie dello
straniero, per insegnar loro che chi vuole redimersi non deve sperare
salute fuorchè dalle proprie braccia e dalle armi proprie. Perchè fidano
anch'oggi a conciliaboli e decisioni di stranieri le proprie sorti?

E surse una terza voce: noi lasciammo le dolci sponde dell'Adriatico e
ci recammo, come il Padre c'inspirava, a morire sulle terre dell'estrema
Calabria, per insegnar loro che ogni uomo d'Italia è mallevadore per
tutti, e che ogni zona del nostro terreno è zona della Patria comune.
Perchè s'accampano oggi ciascuno sul lembo di terra che ha conquistato,
e tutti non curanti dei fratelli che soffrono a pochi passi da loro?

E una quarta voce s'alzò: E noi morimmo per insegnar loro che la fede
senza l'opere è un'inganno agli uomini e a Dio, e che _l'azione_ è il
migliore ammaestramento che possa darsi ad un Popolo. Perchè dunque lo
spirito di vita si manifesta sulle migliaja, e i milioni rimangono
inerti contemplatori?

E una quinta voce proferì sdegnosa: E noi affrontammo, deliberatamente
solenni, la morte e l'infamia dai più, per insegnar loro che, fra la
prepotenza della tirannide e la servitù incatenata dei molti, un sol
ferro può ristabilir l'eguaglianza, se scintilli fra le mani di chi
sprezzi davvero la vita e non conosca giudici fuorchè Dio e la propria
coscienza. Perchè dunque si querelano sempre fanciullescamente della
prepotenza d'un solo despota?

E una sesta forma, femminile, che non aveva segno di morte violenta, ma
l'impronta d'un dolore di Niobe sullo scarno volto, fece come chi vuol
movere parola, ma non potè, e soltanto accennò, con un guardo di
rimprovero che pareva abbracciar terra e cielo, a quattro o cinque forme
di giovani che le stavano intorno.

E dopo un silenzio, tutte quelle forme proruppero in un lamento: Dov'è
la Patria promessa ai nostri figli da coloro che ci videro morire e
giurarono vendicarci? Dov'è la tomba che dovea raccogliere l'ossa nostre
su terra libera e sotto la bella bandiera per la quale ponemmo la vita?
Perchè sfumarono le promesse dei vostri cari? A che dirci grandi se il
nostro esempio non è raccolto? A che la parola d'amore gittata
pomposamente alla nostra memoria, se il pensiero, il voto, il palpito
dell'anima nostra è obliato, profanato, travolto? Morimmo per la Verità
o per l'Errore?

E un tremito prese tutte quelle ombre. Ed io mi coprii per vergogna e
dolore la faccia.

Quando riguardai, non vidi più cosa alcuna fuorchè il cielo senza stelle
e la vasta deserta campagna e le lunghe e folte erbe che piegavano al
soffio gelato. Ma spesso, tra i sogni, vedo tuttavia riaffacciarmisi la
dolente visione.


XXI.

Dio dei Popoli oppressi! Dio dell'anime afflitte! Posa sui poveri sviati
figli d'Italia uno sguardo di clemenza e d'amore. Il solco segnato da
trecento anni di schiavitù e la lunga idolatra predicazione dei falsi
profeti che usurpano in terra il tuo santo nome non si cancella in un
giorno; e la loro mente è spesso ingombra d'errore. Ma in fondo del loro
core vive, come lampa velata, il culto del tuo Vero, e della Patria alla
quale tu li chiamasti: ed hanno molto patito per essa.

Tu, davanti al cui occhio l'Umanità intera appare come un Essere solo,
volesti che il sacrificio d'un Giusto lavasse ogni fatalità di colpa e
d'errore da tutte l'anime de' suoi fratelli. Pesa nella tua mano il
sacrificio di tutti i Giusti che morirono per richiamarci a vita, e
accoglilo siccome espiazione dei nostri traviamenti. Scenda sui poveri
ingannati figli d'Italia il tuo Spirito di Verità! Manda, dove
s'accolgono, l'Angiolo dei forti pensieri, e fa ch'essi diventino degni
dei loro Martiri e non contristino l'anime sante coll'oblio o colla
fiacchezza delle opere!

Per la parte che adempiemmo de' tuoi disegni nel passato--per la parola
d'Unità che due volte diemmo alla terra--per l'intelletto della divina
bellezza che i nostri profeti diffusero, inspirati da te, sulle
genti--pei Santi che vissero e morirono sul nostro suolo nella tua
fede--per la promessa che ci venne data da te, quando stendesti più
splendido che non altrove su noi l'arco dei cieli e il sorriso infinito
della tua Creazione--noi ti preghiamo, o Signore: levaci alla terza
Vita! Infondi nelle nostre madri l'adorazione della Patria e l'amore
all'anima, non alle sole membra, dei figli! Spira nei padri i virili
concetti e l'ardita virtù che sola può far nostra la nostra terra!
Benedici le spade dei nostri giovani, finch'essi possano scioglierti
dalla tua Roma un cantico degno di te, il cantico dell'Italia redenta.

E salvaci, oh salvaci dalla morte dell'anima! Sperdi da noi, checchè
avvenga nel tempo di prova che ancor ci avanza, l'ateismo della
disperazione, il soffio gelato del dubbio. Come il ferro s'affina sotto
i colpi che par minaccino di spezzarlo, così s'affinino i nostri cori
sotto il martello della sventura. Come il forte licore diffonde il suo
profumo all'intorno quand'è infranto il vaso che l'accoglieva, così si
diffonda, tra le ferite dell'ingratitudine, da noi sui nostri fratelli
l'amore, ch'è il profumo dell'anime.

E quando nel freddo della solitudine, ch'è il peggiore dei mali, saranno
presso a spegnersi le sorgenti della tua vita, suscita, o Padre, a
ravvivarle, il pensiero dei morti che amammo e che ci amano. E scenda a
lambirci la fronte riarsa il bacio delle madri e delle sorelle perdute,
e c'insegni i segreti dell'immortalità, tanto che vivi e morti siamo
tutti uno in te nella fede e nella speranza.


XXII.

E stetti sull'Alpi: sull'alto dei Monti che ti ricingono come diadema, o
mia Patria, là dov'è eterno il candor delle nevi, eterna la purezza
dell'aria, eterno il silenzio se non quando lo rompono lo scroscio della
valanga e l'invisibile scorrere, eterno anch'esso, dell'acque che di là
scendono a fecondare l'intera Europa; e l'uomo sente se stesso come più
presso a Dio.

E le stelle si dileguavano ad una ad una come i fochi d'un campo che si
prepara sull'alba alla mossa. E l'alba incoronava l'estremo orizzonte di
una luce di vita nascente.

Correva sul vasto ripiano un alito come di creazione, pregno di
freschezza e potenza di vita, che affondava sotto a' miei piedi la
nebbia delle falde, come un puro e forte pensiero affonda le misere
vanità, e le basse passioni tentatrici del core. Ed io sentiva l'anima
stanca ringiovanirsi a quel soffio.

E pensai agli istinti profetici della vita immortale, che nè delusioni
nè lunghi inconfortati dolori avevano mai potuto spegnere in me, al
rinascere solenne di Roma dopo secoli di tenebra profonda e servaggio,
alla giovine libertà Ellenica risuscitata dai Klephti delle montagne,
quando il mondo la credeva spenta per sempre, al sorriso dei morenti sul
palco per l'Unità della Patria, al _tiremm innanz_ del povero Sciesa,
quando, a due passi dal supplizio, gli offrivano vita, purchè invocasse
perdono, e ai pochi ma rari affetti seminati, come fiori tra le nevi
dell'Alpi, sul cammino della mesta mia vita, o all'anima femminile che
Dio mi mandava, com'Angelo de' miei giorni cadenti, perch'io la amassi
sovra ogni cosa terrena. E dissi a me stesso: _No, la vita e il martirio
non sono menzogna: l'amore consacra l'uno e l'altro all'eternità. Il
dolore è santo; la disperazione è codarda_.

E il Sole sorgeva; simbolo, eternamente rinascente, di vita, grande,
maestoso, solenne: il Sole d'Italia sulle Alpi! Ed io affondava lo
sguardo fin dove poteva, giù dove si stende il sorriso interminabile
della bella mia Patria. E la luce si diffondeva come aureola
promettitrice sovr'essa colla rapidità del mio sguardo. E la mia anima,
sorvolando quel torrente di calore e di luce, nuotava con fede
irresistibile e nella speranza e nell'antico orgoglio del nome d'Italia.

Tu sorgerai, o mia Patria! grande nel mondo come il sole sulle tue Alpi:
santa del tuo lungo Martirio: bella del duplice tuo Passato e
dell'infinito Avvenire. E il tuo sorgere sarà segnale al sorgere delle
Nazioni; e rinnovellerà, onnipotente contro ogni nemico, la faccia
dell'Europa. E questo avverrà, quando, cacciati gl'idolatri dal Tempio e
disperse le nebbie delle false dottrine che t'indugiano sulla via, i
tuoi figli non avranno altra via che la linea retta, altra scienza che
la verità senza veli, altra tattica che il coraggio e l'ardire, altro
Dio che il Dio della Giustizia e delle Battaglie.


XXIII.

Ed io so che parecchî fra voi, incadaveriti in ogni libera facoltà per
troppo lungo soggiorno appiè dell'Idolo _Forza_, dell'Idolo _Tattica_,
dell'Idolo _Lucro_, s'irriteranno delle mie parole e diranno _raca!_ al
fratello; e appiattati, siccome ladri in viottoli, in qualche angolo
oscuro dei loro diarî e libercoli, schizzeranno contro me fango, bava e
veleno. Ma essi non hanno potere sull'anima mia, nè contro le verità
ch'io parlo ai giovani e ai figli del Popolo, e che i giovani e i figli
del Popolo ascolteranno quando che sia.

Però che Dio mi diede, chiamandomi a vita quaggiù, una inesauribile
potenza d'amore ed una di spregio. E come Giovanni Huss di sul rogo,
vedendo un uom del contado affaccendarsi per aggiungere legna a quella
che già lo ardeva, esclamava: _o semplicità santa!_ io diffondo la prima
sulla testa di quei che m'oltraggiano per errore di mente debole: e la
seconda, io la verso sulla testa degli idolatri che calunniano per basso
livore d'invidia o per secondi fini. Nè guardo o curo più oltre.

Ma il Vero ch'io parlo, come m'è inspirato dalla tradizione d'Italia e
dalla pura coscienza, è immortale; nè calunnia di codardi o malia di
false dottrine o bastardure di corti può soffocarlo se non per poco.

E in nome di quel Vero oggi io grido:


XXIV.

Giovani d'Italia, sorgete!

Sorgete sui monti! Sorgete sul piano! Sorgete in ciascuna delle vostre
città! Sorgete tutti e per ogni dove! Non vedete che il sorgere subito o
universale è vittoria certa, senza i sacrificî della vittoria?

Sorgete tutti e per tutti! Non siete voi tutti figli d'una stessa
Italia, in cerca d'una stessa Patria?

Non dite, voi che avete terreno libero ed armi: _perchè non sorgono come
noi gli uomini delle altre provincie?_ In verità, quella è parola di
Caino, e se voi poteste proferirla, meritereste di perdere la libertà
conquistata, e la perdereste.

Non v'è che una Italia, e, su quella, non provincie, ma zone di
operazione e un esercito Italiano composto di quanti si concentrano in
armi intorno alla bandiera della Nazione. Voi siete quell'esercito e
dovete muovere senza riposo, ingrossando per via, alla conquista di
quelle zone.

Non dite, voi che gemete tuttora nella servitù: _perchè non vengono a
scacciare i nostri tiranni gli uomini delle terre già libere?_ Se voi
sorgeste, verrebbero, e scacciereste, uniti, più rapidamente i vostri
padroni.

Figli delle terre affrancate, non troverà la Patria fra voi un Cesare
della libertà che valichi il Rubicone? Figli delle terre schiave, non
troverà la Patria fra voi un solo Procida che osi chiamare gli oppressi
ai Vespri sugli oppressori?

Sorgete, oh sorgete! Sorgete oggi: domani avrete più gravi ostacoli.
Perchè, se nei loro Conciliaboli i Principi potranno dire: _là vi è
quiete_, sanciranno coi loro patti la durata di quella quiete, e voi
avrete nemici tutti, mentr'oggi è in vostro potere dividerli.

Sorgete oggi! Il tempo è tutto per voi. Oggi ancora le moltitudini
sperano e fremono: domani ricadranno incredule, sfibrate, pervertite
dall'arti assidue dei vostri nemici.

Sorgete oggi! Un'ora di schiavitù rassegnatamente patita, quando la
vittoria è possibile, merita un secolo di tirannide e d'obbrobrio al
Popolo che la patisce. E chi può darvi condizioni migliori per vincere
di quelle d'oggi? Le migliaja dei vostri fratelli in armi, le forze dei
vostri padroni titubanti e smembrate, uno straniero spossato dalla
disfatta, l'altro dalla vittoria e impotente a mutar di campo e di
bandiera ad un tratto, e i consigli dell'Europa divisi, e le Nazioni
deste al vostro destarsi, non vi dicono che il momento è venuto?

Uomini delle terre Napoletane! A che state? Sapete voi quale nome serpe
per voi tra i Popoli dell'Europa attonita della vostra immobilità? È il
nome che l'uomo non ode senza ricorrere all'armi: il nome che stampa
sulla fronte a un Popolo il marchio del disonore. In nome dell'onore
d'Italia e del vostro, in nome del vostro passato, in nome degli esempî
di fortezza che vennero da voi primi a tutta la nostra contrada,
sorgete, e fondi il vostro sorgere la Patria d'un getto!

Figli dell'Isola che disse undici anni addietro ai suoi tiranni: _noi
sorgeremo il tal giorno_, e attenne la sua parola, siete voi fatti
simili a fanciulli pendenti dal labbro del pedagogo? L'ora della vostra
Libertà non può venirvi per messaggio segreto di Firenze o Torino. L'ora
della vostra Libertà scoccherà il giorno in cui, in una delle vostre
città, cento generosi fra voi, congiunte le destre e l'armi, ripeteranno
la parola dei padri: _tradisce la Patria chi tarda. Morte pria che
servire!_

Tradisce la Patria chi tarda. Gittate, o giovani d'Italia, l'anatema a
chi vi parla d'indugio, e sorgete. A che ammirate l'impeto sublime di
Francia nel 1792 e i quattordici eserciti spinti alla sua frontiera? La
Francia non contava allora più milioni d'uomini che non son oggi i
milioni d'Italia. A che dir grandi i combattenti della Grecia risorta?
Non potete esser grandi com'essi? I Greci erano un milione contro un
nemico dieci volte più forte; ma s'armarono tutti, giurarono di
sotterrarsi sotto le ruine delle loro città, anzichè piegare innanzi
alla Mezza-luna, mantennero a Missolungi il loro giuramento, e vinsero.
Fate com'essi: vincerete com'essi.

Su, sorgete! Non piegate alle lodi che vi vengono, per gl'indugi
accettati, da quelli ai quali giova che voi indugiate: in verità io vi
dico che quei lodatori sogghignano nel loro segreto, e vi scherniscono
creduli e puerilmente arrendevoli. I cinque mesi d'inerzia durata
dovrebbero pesarvi sulla fronte come cinque anni di vergogna non
meritata. L'insurrezione d'Italia è iniziata: diffondetela, allargatene
la base, afforzatela, per quanto vi è caro. Le insurrezioni che
s'arrestano muojono. A voi bisogna andar oltre, o perire.

Sorgete, sorgete! Non corre sangue d'Italia nelle vostre vene? Fra la
minaccia del nemico e i cenni del Brenno alleato, non sentite ribollirvi
nel core vita e orgoglio di liberi? È terra nostra questa o d'altrui?
Feudo o proprietà di cittadini padroni di sè? A che l'armi, su non le
adoperate? A che il grido fremente di _Viva l'Italia_? Su per Perugia! I
protocolli non vi pagheranno il sangue che vi fu versato. Su per
Venezia! Dai conciliaboli regî non avrete che paci di Campoformio o di
Villafranca. Su per quanti gemono dall'Alpi al Mare! Sorgete, come le
tempeste dei vostri cieli, tremendi e rapidi! Sorgete, come le fiamme
dei vostri vulcani, irresistibili, ardenti! Fate armi delle vostre
ronche, delle vostre croci, d'ogni cosa che ha ferro! Sfidate la morte,
e la morte vi sfuggirà. Abbiate un momento di vita volente, potente,
Italiana davvero, come Iddio la creò; e la Patria è vostra.

E Dio benedica voi, le vostre spade, i vostri affetti e la vostra vita
terrena, e l'anime vostre e le maledizioni stesse escite talora dal
vostro labbro su me che scrivo col vivo sangue del core, e la cui voce,
tremante per febbre d'amore e di desiderio, voi spesso scambiaste in
voce d'agitatore volgare, irrequieto e importuno. Sperda l'oblio ogni
ricordo di me, purchè sventoli, fra un Popolo di liberi, pura d'innesti,
la bella, la santa, la cara Bandiera dai tre colori di Italia, sulla
terra ove dorme mia Madre.

    _14 novembre 1859._



NÈ APOSTATI NÈ RIBELLI[144]


La diffidenza cieca, come la cieca fiducia, è morte alle grandi imprese.
I maneggiatori politici del moto Italiano peccano in oggi della prima, e
vi aggiungono l'ingratitudine; il Popolo d'Italia pecca della seconda.

Della necessità che il Popolo d'Italia non segua passivamente servile
l'inspirazione che scende dalle sfere governative, ma senta la vita
iniziatrice che ha in sè, e la svegli e provveda, più che non fa, con le
opere proprie alle proprie sorti, ho parlato sovente e riparlerò. Parlo
oggi per conto mio e de' miei amici repubblicani, della diffidenza
sistematica che perseguita di calunnie e di stolti sospetti essi e me.
Ne parlo, non perch'io creda debito nostro giustificarci o difenderci
con gli uomini che diffondono quelle calunnie o affettano di nudrire
quei sospetti: nei più tra essi calunnie e diffidenze non sono sincere,
ma solamente basso calcolo politico e codarda guerra d'uomini meschini
contro uomini che paventano, a torto, rivali possibili sul campo
dov'essi mietono; però non li stimo. Ne parlo pei molti che credono
senza appurare, o perdono così la speranza d'una concordia che
nell'intimo core desiderano; pei molti che, ineducati a scegliere tra le
cose messe loro innanzi, travedono pericoli ove non sono, e credono,
ingannati non colpevoli, salvare il Paese vigilando sospettosi su noi ed
allontanandoci da un campo che aprimmo noi primi in Italia. Davanti al
Popolo non v'è dignità offesa che comandi il silenzio. Giovammo--e
questo lo confessano gli stessi avversi--alla Causa del suo avvenire.
Vogliamo giovarle ancora, tentarlo almeno, e per questo bisogna
intenderci. Agli accusatori sistematici vorrei ricordare soltanto che le
ingiuste diffidenze generano ingiuste ire, traviano l'opinione Europea
su le cose nostre, scemano le forze della Nazione, e cacciano i germi di
quel sistema che contaminò, sessantasette anni addietro, la Rivoluzione
francese, e finì per affocarla nel sangue.

Da quali fatti movono i sospetti che oggi ancora si accumulano contro i
repubblicani? Per quanto io cerchi, non ne trovo uno solo che non sia
un'assurda calunnia smentita dieci volte da prove documentate.

Ebbe luogo, in un sol punto d'Italia, un solo tentativo di sommossa
repubblicana? Fu trovata, fu letta, negli ultimi due anni, una sola
linea scritta pubblicamente o privatamente, dagli uomini che più o meno
rappresentano il principio del Partito, che accenni a Repubblica? Fu mai
promossa da noi, dal primo svolgersi del moto d'Italia, la questione di
forma d'instituzioni politiche?

No: e mi smentisca co' fatti chi può. Prima della pace di Villafranca,
parecchî tra noi protestarono contro il commettersi de' nostri fati alle
armi straniere e ad armi dispotiche: sapevamo d'antico che nessuna Unità
Nazionale s'era fondata a quel modo, e la subita pace, e lo smembramento
di Nizza e Savoja vennero poi a giustificare l'antiveggenza. Dopo la
pace di Villafranca, appena l'emancipazione Italiana rimase opera di
menti e braccia Italiane, anche quei che non avevano fatto se non
astenersi, senza badare alla bandiera che padroneggiava il moto,
s'affrettarono a unirsi. Il programma _monarchico_ di Garibaldi fu il
loro. Le file di Garibaldi son piene di repubblicani. Essi pugnano,
vincono, muojono lietamente sotto di lui. Nè prima nè dopo l'infausta
pace escì dalle loro labbra altro grido che quello dell'Unità; di quella
Unità alla quale i loro tentativi, i loro scritti, le loro associazioni,
i loro martiri, avevano educato l'Italia. Ovunque fu pericolo onorato da
corrersi per promoverla, là furono. La sola sfera nella quale i loro
nomi non si trovano più che rari è quella degli impieghi lucrosi.
Sdegnati, calunniati, respinsero le calunnie senza una parola che
riconducesse l'antica questione sul campo. Perseguitati, oggi sorrisero,
e il dì dopo giovarono, come fu loro dato, alla causa della Patria e
dell'Unità. I più tra loro promossero, stimandola giovevole,
l'annessione combattuta delle provincie del Centro. Taluni si tennero,
in Toscana segnatamente, a contatto col Governo per rassicurarlo e
appoggiarne più validamente le mosse, quando tendessero all'Unità. Io
che scrivo dichiarai sull'onore e pubblicamente che se mai nuovi
smembramenti di terra Italiana, o il rifiuto deliberato dell'Unità da
parte dei reggitori ci riducesse, disperati da altre vie, alla nostra
vecchia bandiera, noi lo annunzieremmo anzi tratto con la stampa agli
avversi.

Può un Partito dar pegni più solenni di questi? Può spingersi più oltre,
per amore della concordia, l'abnegazione? Può la riverenza alla
sovranità dell'opinione Nazionale esigere altro da noi?

Il Popolo d'Italia, lasciato alle proprie aspirazioni, non traviato da
calunnie, risponderebbe: _non può_. I raggiratori che strisciano intorno
alla piramide del potere vorrebbero di più. Diseredati di fede e
veneratori materialisti dell'_opportunità_ e della forza, essi
vorrebbero rapirci la nostra. Non basta ad essi che da noi si chini
riverente il capo alla sovranità dell'opinione dei più; vorrebbero che,
dichiarando di avere errato nel passato, noi ci dicessimo credenti nella
fede monarchica. Vorrebbero che non fossimo _accettatori_, ma
_propugnatori_ della dottrina che in oggi domina. Non lo vogliamo, nè lo
possiamo. La nostra è fede; possiamo tacerla per un tempo, rinunziare ad
ogni tentativo d'attuarla; non rinnegarla e dirla falsa per l'avvenire.

Nè ribelli, nè apostati; in queste parole si compendia la nostra
condizione dell'oggi. Non possiamo andare d'una linea più in là. Essere
_cittadini_ non significa per noi cessare d'esser uomini.

Cittadini onesti e leali accettiamo, purchè guidi all'Unità della
Patria, la monarchia dal consenso dei più: non tentiamo di sostituire
alla sua bandiera la bandiera repubblicana. Che volete di più? Abolire
la coscienza? Siate allora inquisitori e tiranni: non vi fregiate del
santo nome di libertà.

La libertà esige la coscienza della libertà. Volete servi, non liberi
alleati all'impresa? Raccoglierete una menzogna di libertà e nuova
servitù poco dopo. Preferireste averci cortigiani, ipocriti e
gesuitanti, all'averci cooperatori leali e salvo il pudore dell'anima,
salva la dignità d'uomini in noi? Qual pegno avreste del nostro non
tradirvi domani?

Movendo all'emancipazione delle Marche e dell'Umbria--emancipazione che
voi dichiaravate inopportuna e pericolosa cinque giorni prima di
compierla colle armi vostre--noi inalzavano la bandiera dei tre colori
d'Italia, senza lo stemma Sabaudo. Con qual diritto avremmo noi, pochi
iniziatori e semplici cittadini, detto alle popolazioni alle quali
imprendevamo di portar libertà: _noi vi ajutiamo a patto di
padroneggiarvi_? Non dovevamo aspettare che la volontà dei nostri
fratelli, come altrove, si dichiarasse?

Non rimase la bandiera pura d'ogni stemma in Toscana, prima che il voto
popolare dell'annessione si rivelasse? Inalzarono altra bandiera che
l'Italiana gl'insorti della Sicilia, quando per sei settimane Rosalino
Pilo e i compagni di lui tennero vivo, aspettando Garibaldi, il
combattimento? Perchè voler noi, noi soli repubblicani, usurpatori della
Sovranità del Popolo? Non bastava a voi la promessa che il nostro grido
repubblicano avrebbe taciuto? che avremmo accettato il vostro vessillo
dal primo libero Municipio che l'avrebbe--e non v'era dubbio--inalzato?
Perchè pretendere che ci mostriamo in sembianza d'iniziatori monarchici?
Perchè l'Italia impari a rigenerarsi convincendosi che non v'è partito
entro i suoi confini capace di non vendere o calpestare la propria fede,
e nondimeno capace di sacrificarne la realizzazione immediata
all'opinione dei concittadini e all'Unità della Patria?

Scorrete le file dell'esercito di Garibaldi. Là, tra quei forti che
numerano i giorni con le battaglie, voi trovate il repubblicano a fianco
dell'uomo della monarchia. Nessuno diffida del compagno, nessuno
sospetta ch'egli covi un pensiero d'insidia nell'anima. Perchè non è lo
stesso nei ranghi della vita civile? Perchè non potremo parlare di
Patria e Unità, senza che voi diciate: _intendono parlare di
Repubblica_?

Nè apostati, nè ribelli. Noi, serbando fede al nostro ideale, ci
serberemo il diritto di non apporre il nome nostro in calce d'inni
monarchici; di non dire oggi ai nostri concittadini: _vogliamo che siate
Regî e non altro_; di esprimere pacificamente, conquistata l'Unità della
Patria, davanti al Paese le nostre credenze; d'astenerci dagli ufficî
che altri si contenderanno; di ripigliare taluni fra noi la via
dell'esilio. Oggi chiediamo di essere ammessi, senza calunnie, senza
sospetti villani, senza interpretazioni maligne date ad ogni nostra
parola, senza testimonianze d'ingratitudine--che a noi, securi nella
coscienza, importano poco, ma che disonorano la Patria nostra--a
lavorare noi pure per l'Unità, a combattere qualunque straniero o
italiano la avversi, lasciando al Popolo ogni decisione sulla forma che
deve incarnarla.

Ma il diritto di lavorare per l'Unità importa diritto di consiglio; e di
questo intendiamo usare liberamente quant'altri, come uomini ai quali
l'Italia è patria, e che hanno operato costantemente a fondarla.

Non vi è tra noi contesa sul fine dell'oggi; accettiamo tutti il voto
della maggioranza; la contesa è sui mezzi di raggiungere sollecitamente
l'Unità che tutti vogliamo. Su quel terreno comincia il dissenso. Chi
pretende impedirci di esprimerlo è intollerante, esclusivo, settario:
continua, con nomi diversi, il sistema dei padroni che i nostri sforzi
hanno rovesciato.

Chiediamo libertà per dire, non che la Repubblica è il migliore de'
Governi, ma che noi, 25 milioni d'Italiani, dobbiamo essere in casa
nostra padroni; che possiamo esser tali se tutti lo vogliamo; che la
nostra libertà sta sulla punta delle nostre bajonette e nella ferma
determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di
Francia o delle Aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal
beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un
immiserirla anzi tratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente,
dichiarandocene immeritevoli.

Chiediamo libertà per dire che, tra il programma di Cavour e quello di
Garibaldi, scegliamo il secondo: che senza Roma e Venezia non v'è
Italia; che, eccettuata la guerra del 1859, provocata dall'Austria e
sostenuta, a prezzo di Nizza e Savoja, dall'armi dell'Impero francese,
eccettuata l'invasione delle provincie Romane, provocata da noi, dalla
necessità che creammo noi, nessuna iniziativa d'emancipazione Italiana
appartiene al programma Cavour; che Roma e Venezia rimarranno schiave
dello straniero, se l'insurrezione e la guerra dei volontarî non le
conquistano a libertà.

Chiediamo libertà per dire che non si fonda la Patria libera ed una
annettendo una od altra provincia al Piemonte; ma confondendo Piemonte e
tutte provincie dell'Italia in Roma, che n'è core e centro; che
l'annessione immediata delle provincie conquistate a libera vita,
ponendole sotto il dominio del programma di Cavour e sottraendole a
quello di Garibaldi, arresta il moto, toglie le forze del Paese dalle
mani di chi vuole usarne, per darle a chi vuol condannarle all'inerzia,
e cancella per un tempo l'idea dominatrice.

Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non
ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per
la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate
a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta
ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate
contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che
deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della
propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità
senza esame è abitudine d'idioti.



DICHIARAZIONE


Quando, consumato l'atto antinazionale, che ha nome di _Pace di
Villafranca_, il Popolo d'Italia sottentrò--colle manifestazioni, colle
assemblee, coi plebisciti--iniziatore della Rivoluzione Nazionale, e
diede opera a fondare la Patria, sentimmo, noi repubblicani, l'obbligo
assoluto di contribuirvi con tutte le forze dell'animo e dell'azione. E
poi che la maggioranza del Popolo d'Italia, obbedendo alle circostanze e
al bisogno che tutti gli elementi si unissero al grande intento,
dichiarò che la via più facile a raggiungerlo era l'unificazione
monarchica, noi piegammo, dubbiosi dell'esito ma riverenti, la testa
alla volontà del Paese, e dicemmo: _tenteremo lealmente per la seconda
volta l'esperimento_. Colla mano sul core noi possiamo affermare che
attenemmo la nostra promessa.

L'attenemmo, fra le amarezze d'una guerra continua di diffidenze, di
sospetti sleali, di basse e ingrate calunnie, respinti da ogni
consiglio, posposti agli uomini di parte retrograda, condannati come
nemici, all'isolamento nello Stato; guardati come strumenti da
utilizzarsi per vincere, da rompersi poi. L'attenemmo di fronte a gravi
colpe; di fronte a una politica pertinacemente servile allo straniero,
di fronte al turpe mercato della Savoja e di Nizza. L'attenemmo,
spronando al voto unificatore le popolazioni del Centro, preparando e
rendendo necessaria l'emancipazione delle Provincie romane, iniziando
l'insurrezione della Sicilia, sommovendo le terre meridionali, e
ajutando efficacemente il trionfo del plebiscito, che aggiunse dieci
milioni d'uomini alla monarchia.

Era il Dovere Nazionale; e a questo, a questo solo, sacrificammo ogni
cosa: aspirazioni, ideale, tradizioni del nostro passato, concetti ben
altrimenti vasti e gloriosi che non quei della monarchia reggitrice.

_Fare l'Italia_; a questo avremmo sacrificato la fama e l'onore.
Amavamo, amiamo la Patria, la Patria Una, fino al suicidio. Gli uomini
che avevano per trent'anni lavorato in nome di una bandiera repubblicana
diedero lietamente all'Europa, in nome d'Italia, lo spettacolo, nuovo
nella storia delle parti politiche, d'uomini che combattono a pro di una
bandiera avversa ad essi e persecutrice.

Per quella via seminata di dolori e di sacrifici, non ci serbammo che un
solo diritto: combattere: agire a danno dell'invasore straniero: agire
senza interruzione, perchè l'Unità Nazionale si compia; perchè la
Patria, costituita e forte, esca rapidamente dai pericoli di una
condizione provvisoria e mal secura, che minaccia le conquiste operate;
perchè si cancelli dalla fronte di ventidue milioni di Italiani la
vergogna della servitù di Venezia e di Roma, la vergogna di essere forti
e non attentarsi di rivendicarle.

Era un solo diritto, ma su quello posava il patto.

Per quello noi riducemmo fin d'allora tutto il nostro pensiero alla
breve formula: fare l'Italia Una _con la_ monarchia, _senza_ la
monarchia, _contro_ la monarchia, se essa si ribellasse a quel fine.

Per quello, io, presago nell'animo, dichiarai che, mentre il Governo non
avrebbe, operando a quel fine, cosa alcuna da temere da parte nostra,
noi ci terremmo liberi, ove esso lo abbandonasse, di seguire le
inspirazioni, quali si fossero, della coscienza, avvertendone prima
lealmente il Governo stesso.

E sciolgo oggi, per ciò che riguarda individualmente me, la promessa.

Quel diritto ci è tolto. Il Governo non opera a emancipare le terre
schiave e compire l'Unità Nazionale: vieta a noi, con energia di nemico,
il tentarlo. Ogni ragione del patto cessa dunque d'esistere. E credo
debito mio dichiararlo.

Io mi sento, da oggi in poi, libero da ogni vincolo, fuorchè da quelli
che m'imporranno l'utile del Paese e la mia coscienza.

Ciò poco monta all'Italia e al Governo. Gli anni, la salute malferma,
l'influenza degli ordinamenti, segreti un tempo, cessata naturalmente
per la semi-libertà del Paese, che può provvedere da sè ai proprî fati,
e altri uomini ben altramente potenti ch'io non sono, sorti nelle file
della Nazione, fanno di me un fiacco amico e un più fiacco nemico. La
mia dichiarazione non ha quindi altro fine che quello di soddisfare
all'anima mia. Sento il bisogno di portarla fino al sepolcro
incontaminata, e mi dorrebbe che altri potesse dirmi: _Vi credevamo
alleato, e nol siete_.

Di fronte a un dualismo così chiaramente definito dal Potere attuale,
tra il tentativo dei nostri a danno dell'Austria, e la violenta
repressione governativa--tra gli uomini coperti di cicatrici colte nelle
battaglie dell'Unità Nazionale e gli uomini che li consegnano ai birri e
li accusano d'alto tradimento per aver voluto combattere lo straniero e
liberare i loro fratelli--tra le aspirazioni della parte migliore del
Paese e le fucilate date per unica risposta in Brescia--tra il concetto
emancipatore di Garibaldi e il Governo che lo nega, e, non osando
imprigionare Garibaldi, lo oltraggia--corre debito, parmi, a ogni uomo
che ami l'Italia di scegliere, e pubblicamente.

Prego gli avversarî onesti di non fraintendermi. Non si tratta ora per
me di _repubblica_ o _monarchia_; si tratta d'azione o d'inerzia, di
Unità o smembramento, d'avere lo straniero in casa, o di averlo fuori.

Il nostro programma dell'oggi è tuttora quello del 1859. Si compendia in
due parole: _Venezia_ e _Roma_: il braccio d'Italia, il core d'Italia.
Soltanto, allora speravamo ottenerle alleate colla monarchia; oggi,
esaurita quella speranza, diciamo che cercheremo d'averle soli, por vie
nostre, malgrado il Governo, e disposti a combatterlo, ov'esso si ostini
in attraversarci la via.

Se gli uomini del Governo, non contenti dell'inadempimento del Dovere,
vorranno impedire a noi di compirlo, faremo di conquistare in ogni modo
la libertà: se violeranno il diritto delle Associazioni pubbliche a pro
di Roma e Venezia, torneremo a stringere le nostre fratellanze segrete;
cospireremo. Non rinnegammo il dovere Nazionale davanti all'Austria, non
lo rinnegheremo davanti a uomini che han nome Rattazzi, Minghetti o
Farini.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma sta il segreto della nostra
Unità, in Venezia il disfacimento dell'Impero d'Austria, e la nostra
alleanza colle Nazioni sorelle, che assicureranno colla loro esistenza
la nostra frontiera dell'Alpi.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma soltanto possiamo avere leggi
nuove che ci bisognano, e non un vecchio Statuto _Piemontese_, ma un
Patto Nazionale; perchè in Venezia soltanto può cominciare la missione
internazionale d'Italia.

Vogliamo _sollecitamente_ Roma e Venezia, perchè l'interrompimento del
nostro moto Nazionale e la condizione provvisoria nella quale versiamo,
minacciano la nostra Unità; perchè l'Austria nel Veneto è la congiura
perenne dei principi spodestati, la minaccia perenne di subita invasione
nel core delle nostre terre; perchè la Francia in Roma è la congiura
perenne dei satelliti del Papa e del Borbone di Napoli, la perpetuazione
del brigantaggio nelle terre Meridionali; perchè Luigi Napoleone,
avverso deliberatamente alla nostra Unità, cospira per trarre alimento
dai crescenti malcontenti locali al suo disegno federativo, e il tempo
gli giova; perchè ventidue milioni di uomini liberi non possono, senza
incancellabile disonore, tollerare ciò che susciterebbe a guerra
immediata ogni altra Nazione Europea, che lo straniero accampi
tranquillo sul suolo che è loro; perchè ogni uomo imprigionato nel
Veneto, ogni uomo scannato dai masnadieri Borbonici nel Napoletano, pesa
come un delitto, e dovrebbe pesare come un rimorso, sull'anima della
Nazione; perchè, se gli uomini del Governo sono incapaci di vergogna e
rimorso, noi non lo siamo.

Sperammo che il Governo avrebbe compito il debito suo e che noi avremmo
potuto seguirlo e ajutarlo.

E gli dicemmo:

Armate il Paese. Serbate com'è l'esercito a insegnamento, esempio e
nervo di guerra. Abolite, pel futuro, la coscrizione, e ordinate la
Nazione all'armi, giusta il metodo Svizzero. Avrete l'affetto del
Popolo, che non ama esser svelto, senza necessità, da' suoi, e avrete
presto, occorrendo, un milione di combattenti.

Affratellate al moto Nazionale il Popolo, allargando il suffragio,
facendolo partecipe dell'armi cittadine, dei diritti politici, della
vita d'Italia.

Dichiarate che in Roma i delegati di tutto il Paese saranno chiamati a
definire, con un Patto Nazionale, le nuove aspirazioni italiane. Fate
che l'agitazione per Roma assuma aspetto Europeo. Indirizzate ai Governi
e ai Popoli un Manifesto, che chieda loro d'adoperarsi perchè il
principio del non intervento sia, non menzogna, ma _realtà_. Chiedete a
Garibaldi di recarsi, con tutti i poteri necessarî, nel Mezzogiorno,
commettendogli di spegnervi il brigantaggio, e di risuscitare
l'entusiasmo popolare, rendendo alla frontiera del Mincio i sessanta
mila soldati ch'oggi proteggono quelle provincie.

Fondate concordia, non di _parole_, ma di _fatti_; giovandovi di quanti
uomini hanno patito e combattuto per l'Unità dell'Italia, incoraggiando
nelle Associazioni la pubblica normale espressione della volontà
popolare, chiamando voi stessi a battere più concitati il polso, il
core, ogni arteria della Nazione.

E allora, intimate guerra all'Austria sul Veneto. Là sta la salute
d'Italia, l'iniziativa d'Italia. Là sta la guerra--battesimo pel Paese e
per voi, che non combatteste fin ora, se non a fianco e sotto gli ordini
dello straniero.

Queste cose furono dette, ripetute pubblicamente, privatamente, a ogni
mutamento di Ministero, da Garibaldi, da me, da quanti amano di vero e
vivo amore l'Italia.

Minacciava una sola di quelle proposte la monarchia? Circondata
dall'entusiasmo e dalla fiducia del Popolo, padrona per iniziativa
propria del solo campo sul quale noi possiamo esser potenti, la
monarchia assicurava, accettandole, la propria vita per mezzo secolo.

Il Governo sprezzò i leali consigli. Mantenne il Popolo nella condizione
d'elemento sospetto, esiliandolo, dopo il plebiscito, dall'arena
politica: volle una Italia senza Patto Nazionale Italiano: mendicò per
Roma l'elemosina di concessioni, funeste e disonorevoli,
dall'occupatore, ed ebbe rifiuto: non osò levare una voce di generosa
protesta davanti all'Europa: negò Garibaldi alle unanimi domande del
Mezzogiorno: versò sino all'ultima stilla il calice delle amarezze sui
Volontarî e sugli Esuli di Venezia: avversò le manifestazioni popolari
per Roma: diede ostracismo nella pubblica vita a quanti non giurano
nell'inerzia e nell'alleanza imperiale: dichiarò non doversi avere Roma
senza il consenso di Luigi Napoleone: Venezia senza il permesso dei
Gabinetti d'Europa: negò Rivoluzione e Nazione; e--coll'esempio di
quattordici eserciti levati in un solo anno dalla Francia repubblicana,
coll'esempio dei 650 000 uomini levati in pochi mesi da venti milioni di
repubblicani d'America--non seppe in quasi tre anni raccogliere se non
250 000 soldati; ed oggi, audace soltanto contro i patrioti italiani,
aizza l'esercito contro il popolo, imprigiona gli uomini che liberarono
il Mezzogiorno, perchè tentano liberare le terre Venete; perseguita le
Associazioni, e ammaestra Garibaldi che suo posto è la solitudine di
Caprera.

Spetta al Paese di compiere il Dovere Nazionale che il Governo diserta.
E gli uomini del Partito d'azione non falliranno di certo al debito
loro.

Voi avete, dicono, un Governo regolare; rispettatelo: non v'assumete un
diritto d'azione che impianterebbe un dualismo funesto.

Noi non abbiamo Governo _nostro_ in Roma e Venezia, ma oppressi e
stranieri oppressori. I nostri non scendevano l'Alpi per sommovere
Torino o Firenze: tentavano salirle per sommovere Trento e Venezia:
tendevano a continuare l'emancipazione della Nazione, a continuarla a
pro vostro: cercavano un'altra Marsala. Non impiantavano un dualismo:
movevano a distruggere quello che pur troppo esiste sulla terra
Italiana. Vittoriosi, essi v'avrebbero posto ai piedi il frutto della
vittoria: disfatti, voi li avreste sconfessati e perseguitati.

Che se il rispetto al Governo regolare inchiude per voi l'obbligo di
sacrificare il Dovere Nazionale agli errori o alle colpe di chi sta in
alto, l'obbligo di rinnegare la solidarietà italiana, perchè chi sta in
alto la nega e dimentica--l'obbligo di lasciare la libertà dei fratelli
all'iniziativa di chi dichiara colla parola e coi fatti non potersi fare
iniziatore--l'obbligo di troncare a mezzo la Rivoluzione unificatrice,
perchè chi sta in alto si sente fiacco o codardo; se l'esistenza fra voi
d'un Governo qualunque, buono o tristo, attivo o inerte, negazione o
affermazione del fine Nazionale, importa per gl'Italiani obbedienza
passiva--rifatevi Austriaci. L'Austriaco era anch'esso Governo: poteva
da un dì all'altro--e molti diplomatici stranieri tentavano
persuadervelo--mutare sistema. D'onde nasceva per gl'Italiani il
_diritto_ di ribellarsi? Dal Dovere Nazionale. Il Governo Austriaco,
come il Governo Borbonico in Napoli, lo negava. Il Paese sorgeva ad
affermarlo: il Governo Legale, in virtù di quella affermazione, era in
esso.

Il DOVERE NAZIONALE è superiore a ogni formula governativa; esso
costituisce la norma, sulla quale è giudicata la legalità o l'illegalità
dei Governi.

Una menzogna di Governo non è Governo. Governo è la Vita della Nazione,
interpretata, riassunta, diretta.

La vita della Nazione è l'Unità. Il Paese l'ha definita coi Plebisciti.
Esiste un solo uomo in Italia dal quale possa affermarsi che i paesi del
Centro e del Mezzogiorno s'aggiunsero al Piemonte per altro fine che
quello dell'Unità Nazionale?

Conquisti il Governo risolutamente quell'Unità; noi saremo con esso,
lasciando al tempo e all'apostolato pacifico, ch'è diritto nostro
inviolabile, la soluzione delle altre questioni. Qualunque volta il
Governo tradisca il _fine_ del Paese, il _Dovere_ della Nazione, rivive
in ogni uomo il debito di compirlo. E faremo per quanto è in noi di
compirlo. Lo compiremo con nostre forze o costringeremo il Governo a
compirlo.

È impossibile che la parte eletta del Paese, gli elementi nei quali più
freme lo spirito dell'azione, i giovani, gli studenti, i volontarî, i
figli del Popolo, si rassegnino lungamente a far del santo grido di Roma
e Venezia una meschina ironia, una parola di delusione mormorata
periodicamente su due sepolcri. È impossibile che i prodi di Magenta,
Solferino e Palestro, si rassegnino lungamente a far la parte di
protettori della frontiera per conto dell'Austria.

È impossibile che la Nazione si rassegni lungamente a un Governo i cui
atti pajono calcolati a creare--e lo scrivo con profondo
dolore--nell'Italia nascente tutti i mali che contaminano le monarchie
morenti; antagonismo tra i popolani e le classi medie: antagonismo tra
l'esercito e il Paese: antagonismo tra i governanti e il Popolo
governato.

    _30 maggio 1862._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



IL SOCIALISMO E LA DEMOCRAZIA[145]


Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e
questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura
bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe media dalle
classi operaje. Questo malinteso consiste nell'aver confuso, sì gli uni
che gli altri, i _sistemi socialisti_ col _pensiero sociale_, col
_principio d'associazione_.

Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie
assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste
teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla
loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana,
quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.

Gli altri credettero che l'antagonismo della Democrazia verso i loro
sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e
condannarono quindi la Democrazia, in nome dell'Associazione.

Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si
trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.

Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti
uniti.

Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente _politica_. Ogni
rivoluzione deve essere _sociale_, nel senso che sia suo scopo la
realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali,
intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo
triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse
_anzitutto_ devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.

E neppure può esservi una rivoluzione puramente _sociale_. La questione
_politica_, cioè a dire, l'organizzazione del potere, in un senso
favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e
tale che renda impossibile l'antagonismo alla causa del progresso, è una
condizione necessaria alla rivoluzione sociale.

È necessaria all'operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia
per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.

La parola d'ordine dei nostri tempi è l'_Associazione_, che deve
estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell'avvenire; e noi dobbiamo
adoperarci a rendere vicina l'ora della sua realizzazione. La riunione
del capitale e dell'attività produttrice nelle stesse mani sarà un
vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l'intera Società,
poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.

Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al
riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e
faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî
ogni giorno maggiore.

Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre,
che non cesso di ripetere: LIBERTÀ--ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non
basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella
realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un'ampia
via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?

Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di
Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti;
progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero
democratico, che non s'inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a
questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica
inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per
conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l'associazione?

Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea,
simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti,
se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute,
non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta! I
vostri padri vinsero i Mori, non già dividendosi e questionando tra loro
sull'importanza del Cristianesimo e dell'Indipendenza nazionale; li
vinsero, perseverando uniti in una lotta eroica di 800 anni, e così
ottennero finalmente il loro posto di popolo libero in Europa!

Riunitevi tutti adunque, o credenti nella Libertà e nell'Associazione,
contro i Mori moderni, contro i nemici di queste due grandi idee, e sono
certo che conquisterete il vostro posto fra gli Stati Uniti, liberi ed
associati, d'Europa.

    _1862._                                        GIUSEPPE MAZZINI.



LETTERE D'UN ESULE


AGLI EDITORI DEL _DOVERE_.

.... Odo che soldati Italiani s'incamminano alla frontiera. Nel
Bergamasco, sui gioghi del Tonale e dello Stelvio, ai passi che guidano
al nostro Trentino, occupato anch'oggi dagli Austriaci, scintillano
addensate bajonette di bersaglieri, dei bersaglieri che pugnarono e
vinsero--al grido di _Viva Italia!_--le battaglie destinate ad
affrancare la Patria dall'Alpi all'Adriatico. Perchè questi moti? Hanno
quei che imperano sull'Italia sorgente sentito finalmente il debito
loro? Ha la guerra eroica che si combatte contro la prima potenza
militare d'Europa da giovani, in campo senza base, senza unità di
disegno, senz'ordini e quasi senz'armi, insegnato agli uomini della
Monarchia ciò che _può_ chi _vuole_ davvero, e additato ad essi, schiusa
senza gravi pericoli di disfatta, la via dell'onore e della salute
d'Italia? Hanno quelli uomini che ci susurrano da tre anni all'orecchio:
_aspettate sei mesi e vedrete_--scossi dal grido di quei combattenti,
taluni dei quali versarono sangue per la nostra libertà a fianco dei
nostri bersaglieri, e che suscitano oggi un entusiasmo promettitore in
tutte le frazioni del Partito Nazionale d'Italia--indovinato che il
momento è sorto; che, afferrandolo spontanei, possono forse ancora,
riaffratellare le moltitudini a una instituzione cadente, che la guerra
all'Austria, la guerra pei nostri fratelli Veneti, la guerra per le
nostre Alpi, è oggi facile, opportuna, invocata, e collocherebbe d'un
balzo l'Italia a capo della guerra delle Nazionalità conculcate? Dite,
oh ditemi, saremo redenti? Cancelleremo con battaglie nostre tre anni di
meschine incertezze e di concessioni alla Dea Paura? Saluteranno
finalmente i poveri Veneti, nei bersaglieri italiani, i loro liberatori?

Il moto Polacco è moto iniziatore di quello d'una intera famiglia
Europea; i vostri uomini di governo lo sanno. Il moto Polacco è, non
solamente nazionale, ma Slavo. Un'anima sola, un solo pensiero,
inspirano il Governo segreto dell'Insurrezione Polacca e la vasta
Associazione _Terra e Libertà_ Russa, Pietroburgo e Varsavia.
Costringendo i Polacchi all'azione quattro mesi prima del tempo
prefisso, scegliendo alla battaglia, ch'ei presentiva inevitabile, il
tempo e l'ora, lo Tsar ha potuto scindere la manifestazione del disegno
comune, non arrestare il lavoro che si stende rapidamente. E quel lavoro
non si limita alla Polonia insorta, alla Russia cospiratrice: abbraccia
i Polacchi della Posnania e della Galizia, i Cecki di Boemia e Moravia,
gli Slavi Meridionali della Bosnia, dell'Erzegovina, del Montenegro,
della Voyvodina serbo-austriaca, della Serbia. E la Serbia, ordinata,
armata, presta all'azione, avrebbe seguaci al suo moto quattro milioni
di Bulgari. E il moto degli Slavi del Sud trascinerebbe in Tessalia e in
Epiro gli Elleni, in Bessarabia e nel Banato i Rumani. E l'Ungheria,
Magiara e Slava, non aspetta a levarsi se non un assalto all'Austria, da
dove che venga, e l'insurrezione Serba alla propria frontiera. Sono due
Imperi, l'Austriaco e il Turco, minati per ogni dove, ribelli in ogni
elemento e pendenti da una _iniziativa_ subita, ardita. Or questa
iniziativa spetta all'Italia; all'Italia forte di ventidue milioni
d'abitanti e verso la quale, per virtù dei fati che sono in essa, si
rivolgono le speranze di tutti i Popoli oppressi. Poche navi
nell'Adriatico, centomila uomini che movano di fianco al quadrilatero su
Venezia, trentamila volontarî cacciati all'Alpi, Garibaldi in lettiga,
come il cieco Ziska nelle battaglie degli Ussiti, tra essi, bastano a
sommovere tutta quella moltitudine d'elementi, bastano a trasformare la
carta d'Europa. La Polonia e l'Italia tengono i due poli d'un asse che
si prolunga dal Baltico fino all'Adriatico. E questa nostra Patria, alla
quale per essere grande fra tutte non manca se non coscienza delle
proprie forze, può, volendo, strozzare in sul nascere, com'Ercole in
culla, il serpente del dispotismo europeo. L'Austria lo sa: i vostri
uomini di governo lo sanno. L'Austria ha fatto prova di tolleranza verso
i Polacchi in Cracovia a impedire, a indugiare almeno il moto in
Galizia, e a illuder gli insorti tanto che non escisse da essi una
chiamata all'Ungheria e agli Slavi meridionali. I vostri uomini di
governo hanno cospirato, a modo loro, e cospirano col principe Michele e
coi capi del Montenegro; sanno da essi le condizioni alle quali accenno.
Perchè non coglierebbero l'opportunità cacciata loro innanzi dal Partito
d'Azione in Polonia? Perchè i battaglioni di fanteria e di bersaglieri
ch'essi mandano affrettatamente in Valtellina, a Vestone, a Sarnico,
altrove, non avrebbero incarico di piombare sopra un nemico minacciato
all'interno su tutta la linea, e d'inalzare la bandiera
dell'insurrezione Veneta, e di lavare a un tratto l'onta di Villafranca?

       *       *       *       *       *

No; l'onta di Villafranca non sarà lavata, la Polonia non avrà gli ajuti
del Governo Italiano, i Veneti rimarranno per non so quanto condannati a
pascersi d'illusioni. I vostri giornali governativi rivelano senza
vestigio di rossore il segreto di quelle mosse. L'armi italiane
scintillano ai gioghi dell'Alpi per proteggerle contro noi, contro
tentativi possibili, a pro dei poveri Veneti, degli uomini che
liberarono il Mezzogiorno d'Italia. I vostri bersaglieri sono collocati
di fronte agli Austriaci per difenderli da ogni assalto italiano, come i
zuavi di Francia difendono in Roma il Papa. Dormite tranquilli, Croati:
i soldati d'Italia guardano i passi per voi. I sogni di gloria degli
uomini che li mandano non vanno al di là d'un secondo Aspromonte.

Ma perchè? Perchè, tremanti d'ogni straniero, taciti davanti al perenne
insulto dell'occupazione di Roma, incapaci d'una deliberazione ardita a
pro di Venezia e servi anche oggi, quando un Popolo di ventidue milioni
è con essi, della timida, lenta, obliqua politica piemontese, sorgono
audaci e rapidi nei propositi contro ogni supposta mossa di cittadini, e
trovano coraggio d'azione ad ogni sospettare di spia che accenni a
generose aspirazioni negli Italiani? Perchè questi uomini, che a fronte
di due anni di guerra ordinata, alimentata da Roma Papale, non osano
dire agli invasori francesi: _sgombrate la base d'operazione del
brigantaggio_, diventano a un tratto energici per proteggere l'usurpata
frontiera dell'Austria? Perchè, se sospettano che i nostri fratelli
dell'Alpi pensino a insorgere, si frappongono in armi fra essi e noi,
quasi a dir loro: _rimarrete soli e senza il menomo ajuto dai vostri_?
Vogliono Roma, o preferiscono che duri indefinitamente un mortale
pericolo all'Unità? Vogliono Venezia libera o serva? Che importa ad essi
s'altri si avventuri a tentare l'impresa che è da tre anni debito loro?
Qual rischio corrono? Non son certi di cogliere per ora i frutti
dell'altrui vittoria? Non hanno presta, nel caso dell'altrui disfatta,
la discolpa--e ne userebbero largamente--delle persecuzioni sui vinti?
Perchè, se intendono a fare l'Italia, non salutano in core, non si
tengono presti a seguire, dove il successo la coroni, l'iniziativa di
popolo, che sola può cominciare la lotta emancipatrice? Che mai sperano,
se non dall'azione? Non vedono essi che nell'azione è oggi l'unico
argomento potente a convalidare il Diritto? Non vedono l'Europa intera
agitarsi a pro della Causa rappresentata dalle bande Polacche? Perchè
antepongono il silenzio e l'inerzia alla generosa protesta in nome della
quale soltanto essi potrebbero dire all'Europa: _o riconoscimento del
Diritto Italiano o rivoluzione_? Sono essi inetti o tradiscono? Vogliono
l'Unità d'Italia, che sola l'insurrezione può darci, o accarezzano
tuttavia nel segreto il pensiero di _confederazione_, che il loro Cavour
accettava da Luigi Napoleone in Plombières?

Sono inetti e tradiscono. Tradiscono, non dirò del tradimento volgare
che inganna deliberatamente--perch'io non so le intenzioni e quindi non
le accuso--ma del tradimento perenne, ineluttabile, egualmente funesto,
di chi si assume un ufficio senza possedere uno solo degli elementi
necessarî a compirlo. Vorrebbero Roma, vorrebbero Venezia--a chi non
sorriderebbe l'acquisto della doppia gemma?--ma le vorrebbero
dall'Austria, dalla Francia, dalla Diplomazia, da concessioni codarde e
fatali al futuro, da mercati colpevoli verso altri Popoli, da interventi
disonorevoli, da ogni Potenza, da ogni raggiro, fuorchè dall'Italia e
dalla franca, leale, diretta, morale Politica, che dice: _son mie; Dio
le dava all'Italia: il Popolo Italiano compie i voleri di Dio_. Hanno
sognato d'avere Venezia allettando l'Austria a impossessarsi delle terre
Moldo-Valacche, coi capi delle quali ricambiavano intanto proteste
d'amicizia fraterna: sognano d'averla ajutando un giorno l'Austria nella
conquista dell'egemonia Germanica, la Francia in quella delle provincie
Renane; e, quanto a Roma, l'aspettano--Cavour lo dichiarava, applaudito
alla Camera--dalla conversione del Papa e di tutto l'orbe cattolico.
Erano pronti, per avere tre anni addietro Venezia, ad abbandonare ai
disegni napoleonici il Centro; abbandonerebbero oggi, per aver Roma, il
Mezzogiorno d'Italia. Fiacchi sino al ridicolo, mandarono elucubrazioni
rettoriche al Papa, che l'alleato non consegnò. Condannati dall'assenza
d'ogni concetto a rinascenti contraddizioni, proclamarono la vuota
formula _libera Chiesa in libero Stato_ con uno Statuto il cui primo
articolo dichiara il Cattolicesimo religione officiale della Nazione:
bandirono solennemente il Diritto del Paese a Roma, poi annunziarono che
s'asterrebbero da ogni pratica per tradurre il diritto in fatto, e si
tacquero. Da due anni il Papa ha praticamente dichiarato guerra al Regno
d'Italia; da due anni escono da Roma, fatta convegno aperto di
cospiratori protetti dalle bajonette francesi, bande armate di
masnadieri a infestare le provincie meridionali; ed essi si limitano a
una impotente difesa. Leggono nel preventivo Francese del 1864 mantenuta
la cifra che rappresenta le spese dell'occupazione, e non trovano in sè
coraggio che basti, non foss'altro, a protestare pubblicamente davanti
all'Europa e chiederle l'onesta applicazione del _non-intervento_;
e--forti del favore dell'Inghilterra e dei Popoli quanti sono--non hanno
core, dacchè guerra non osano, di dire almeno a tutti, Papa, Francia,
Governi e Popoli: «Lo straniero occupa ad arbitrio la nostra Metropoli e
una zona di frontiera della nostra terra; l'Europa è inerte; il Diritto
è muto per noi; l'azione legale ci è contesa: noi lascieremo aperta la
via ai rimedî anormali. Collocati fra l'usurpazione altrui e il diritto
dei nostri, lascieremo ai nostri libertà d'azione contro l'ingiustizia
dalla quale nessuno protegge l'Italia. Se alle invasioni delle masnade
che vengono da Roma i cittadini risponderanno invadendo essi pure, non
ci opporremo; se, a sottrarsi al continuo pericolo d'una irruzione
dell'Austria, tenteranno sommovere il Veneto e conquistarsi la frontiera
dell'Alpi, non ci opporremo; e nol potremmo senza pericolo. Date
giustizia all'Italia, o rassegnatevi ad avervi un foco perenne di
rivoluzione.» Quel linguaggio, appoggiato da quattrocento mila
bajonette, ci darebbe Venezia e Roma in tre mesi.

Ma per tenere linguaggio sì fatto bisogna avere una _fede_, ed essi non
hanno che _opinioni_ mutabili, tiepide, incerte; bisogna credere nelle
forze che sono in Italia, ed essi si credono deboli e s'affaccendano a
dirlo agli stessi loro soldati: bisogna credere nella potenza del
Diritto, ed essi non credono che nel raggiro, negli artificî della
diplomazia; bisogna avere la scienza, l'intuizione che crea l'avvenire,
ed essi non giurano se non nella scienza delle epoche morte; bisogna
intendersi colle Nazioni vogliose di sorgere, ed essi cospiravano con
Ottone e cospirano con Michele; bisogna osare, ed hanno paura; bisogna
amare ed essere amati, ed essi non sono amati e non amano; bisogna fare
una cosa sola del Governo e del Popolo, ed essi hanno creato e
mantengono un dualismo sistematico fra l'uno e l'altro; bisogna
desiderare, evocare, occorrendo, una iniziativa dalle viscere del Paese
e giovarsene come di punto d'appoggio alla leva, ed essi, incapaci
d'azione propria, aborrono, per timore del futuro, da ogni iniziativa
popolare, aborrono dalla possibilità che il Popolo acquisti coscienza
della propria forza, aborrono dal passato che grida loro: _Marsala e
Napoli_; aborrono dall'avvenire che direbbe loro: _Trento o Treviso_:
bisogna _fare_, promovere, inspirare, dirigere, progredire, ed essi non
sanno altro segreto che di _negare e reprimere_. Hanno raggiunto
l'ideale della repressione, quando, invece di velarsi il capo e gemere
come per lutto nazionale, mandavano, otto mesi addietro, un brevetto di
promozione all'uomo che versava, sulla via di Roma, il sangue di
Garibaldi; raggiungevano, pochi dì sono, l'ideale della negazione,
quando, per timore dell'Austria, negavano nome e qualità d'Italiani ai
romani e ai veneti. Perchè meravigliare se mandano fanteria e
bersaglieri contro ipotesi di tentativi emancipatori--se dicono ai
Croati: _dormite tranquilli; i soldati d'Italia guardano i passi per
voi?_

_Negare e reprimere_: è la formula dei Governi che cadono. I Popoli
vogliono vivere, vivere della vita divina ch'è in essi e si chiama
Progresso: i Popoli che sorgono a vita nuova, segnatamente. Una
_nazionalità_ è un _fine_, un ufficio, una missione, un Dovere
collettivo accennato da Dio: bisogna raggiungere quel _fine_, compiere
quel Dovere: ogni sosta sulla via segnata costa disonore, poi lagrime e
sangue. Il Popolo ha l'istinto di questo Vero. Dove si sente guidato
innanzi, dove trova sviluppo incessante, espansione di _vita_ sulla via
per la quale è chiamato, dove scopre negli atti una virtù _iniziatrice_,
il Popolo saluta una Instituzione, un Governo. Si chiami Dittatura,
Monarchia, Impero o Papato, il Popolo segue e protegge: seguiva i Papi
quand'essi promovevano, nei primi secoli, l'emancipazione degli schiavi,
insegnavano che la Morale era suprema su tutti, padroni e sudditi, e
opponevano la parola religiosa Dovere all'arbitrio, alle usurpazioni dei
re: seguiva Richelieu e Luigi XI, quando la loro tirannide combatteva il
feudalismo e mozzava nel capo la gerarchia dei baroni di Francia:
seguiva Napoleone, quand'ei, nella prima metà della sua carriera,
rappresentava colle bajonette una idea d'Eguaglianza, e lasciava dietro
ogni mossa un Codice, imperfetto ma contenente il riconoscimento dei
diritti civili negati dalla aristocrazia, da principi e papi. Dove cessa
l'_iniziativa_ del Progresso da compiersi--dove l'Instituzione non
rappresenta più il moto, la vita--dove il Governo assume per proprio
simbolo il segno d'una quantità _negativa_, per propria teorica una
teorica di _repressione_, per proprio ufficio quello di _conservare_ e
impedire--il Popolo intende che una sintesi è consumata, che la vitalità
d'un principio è esaurita, che una forma è irreparabilmente logora, e si
volge altrove.

Allora comincia uno spettacolo che la Storia ci addita dieci volte negli
ultimi settanta anni. Da un lato, diffidenza e speranza; dall'altro
diffidenza e paura. Il Popolo pende, per un tempo, incerto, perchè
dubbioso dell'avvenire, ignaro di chi lo guidi, avverso timidamente
all'autorità che lo regge, sospettoso della futura. Quei che siedono al
governo interpretano quella incertezza come noncuranza, impotenza o
mancanza di coraggio, e s'illudono a persistere nel loro funesto
sistema: i corrotti nell'anima fiutano il guasto e s'affrettano a
cogliere i frutti dell'albero che domani forse rovinerà: i tiepidi, che
son pur sempre i più numerosi, si ravvolgono, come chi presente
tempesta, nel manto dell'io, s'astengono da ogni atto virile, da ogni
affermazione di vita, e prolungano le illusioni e la crisi alla quale,
dichiarandosi, imporrebbero fine rapidamente: i buoni, ma fiacchi,
disperano: i buoni arditi, credenti e non curanti di conseguenze per sè,
inalzano, incerti anch'essi da principio e arrendevoli ad ogni
transazione onorevole, la bandiera dell'avvenire. Contro questa
minoranza perturbatrice d'una illusione fatta abitudine, il Governo
s'irrita, e tende a sopprimerla quasi eresia violatrice del dogma.
Incomincia una guerra, sorda dapprima, di spionaggio, d'insidie,
d'accuse calunniatrici, di tentativi di corruzione che trionfano su
taluni, falliscono sugli altri, e li rendono più sempre convinti che
l'Instituzione è guasta e condannata a perire; poi, d'aperta crescente
persecuzione: persecuzione contro le facoltà più inviolabili, più
indivisibili dall'umana natura, l'associazione, l'espressione libera del
pensiero. La resistenza infierisce quella minoranza d'apostoli che,
sgominata sopra un terreno, si riordina sopra un altro, muta forme
d'opposizione, mina segretamente il punto che essa non può assalire di
fronte, stanca con piccoli ma continui assalti il nemico e lo trascina
più in là ch'esso, per tattica, non vorrebbe: di _conservatore_ il
Governo diventa finalmente _retrogrado_. Il Popolo intanto studia tacito
i segni e le vicende di quella guerra, comincia a leggere sulla fronte
di quei perseguitati il proprio segreto, afferra nel martirio affrontato
nobilmente da pochi un pegno delle schiette sincere intenzioni di quei
che piantano la bandiera sulla loro tomba, e accenna ad affratellarsi.
Di fronte al primo pericolo i sostenitori dell'Instituzione minacciata
si dividono in due campi; nell'uno, gli _eclettici_ del Partito, quanti
in fondo cominciano a dubitar del trionfo, tentano conciliazioni
impossibili fra termini che s'escludono, si studiano di sopprimere
l'ostilità d'alcuni fra gli elementi progressivi, aprendo loro un
angusto varco al sacrario dell'Autorità, offrono transazioni impotenti a
fondar la concordia, dànno promesse di meglio che non possono mantenere:
nell'altro, si ristringono i cupidi d'autorità senza limiti,
gl'intolleranti per natura o educazione di corte, gli uomini che hanno
il coraggio inferocito della paura, i pochi ingegni logici che deducono
imperturbabili tutte le conseguenze del loro principio. Dal primo campo
esce presto o tardi, inevitabile conseguenza del difetto di forte
convincimento, uno spettacolo d'immoralità che sparge lo scredito sulla
bandiera; dal secondo esce una perenne minaccia di crisi violenta, che
accende le passioni dei combattenti e comincia a far sentire ai tiepidi
i pericoli d'una condizione precaria e anormale. Il malcontento
s'allarga alla base. Il Governo, pauroso e irritato dai nuovi pericoli,
smarrisce anche quella apparenza di calma e di coscienza di forza che
accennava ancora, nella mente del Popolo, a una Autorità esistente in
esso, e da quel giorno è perduto; da quel giorno comincia per esso uno
stadio fatale, sul quale anche una vittoria è rovina. Se il Potere
s'afforza d'armi e accarezza il _militarismo_, diffonde sdegni e
sospetti funesti negli ordini cittadineschi; se cerca appoggio in uno o
altro Governo straniero, offende l'orgoglio nazionale e si confessa
separato dalla vita della Nazione; se infierisce nella resistenza, è
aborrito come tirannico; se accenna a concedere, sprezzato siccome
debole. Un giorno, gli uomini del campo logico si avventurano a un
tentativo imprudente, a una tarda illegale manifestazione di forza; gli
uomini del campo eclettico si sperdono, come sempre usano, per vie
diverse; le frazioni nelle quali le vanità individuali aveano diviso,
nella sfera intellettuale, il campo d'azione, si raccolgono tutte di
fronte all'assalto nemico. L'Europa ascolta un rumore come di cosa che
rovina. È una Instituzione caduta, trapassata alla vita storica.
Un'altra sorge in sua vece. Il Popolo ripiglia, emancipato, la propria
via verso il _fine_.

È questa una pagina di storia ripetuta sovente negli ultimi due terzi di
secolo in Francia, in Germania, nel Belgio, in Grecia, nella Spagna.

A quale linea della pagina siamo oggi in Italia?

    _Aprile, 1863._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



I MONARCHICI E NOI


La guerra vigliacca e sleale, combattuta dagli uomini di parte
monarchica contro gli uomini di fede repubblicana, ci conforterebbe
sulla via, se guardassimo soltanto a noi e al trionfo della nostra
bandiera. Un Partito che spende metà della sua polemica a dichiararmi
morto per sempre e senz'ombra d'influenza in Italia, e l'altra a provare
ch'io minaccio di porre l'Italia a soqquadro, e chiamare il Governo a
vegliare e reprimere energicamente:--che, a farci avversi i soldati
italiani, ci accusa di chiamarli _sgherri_, e manda a un tempo circolari
segrete per impedire disegni nostri di _seduzione_ sull'esercito;--che
consacra periodicamente dieci colonne delle sue gazzette a dimostrare
che noi aggiriamo Garibaldi e ne inspiriamo le mosse, e dieci a
dichiarare che Garibaldi non è con noi, che noi ne usurpiamo il nome,
ch'ei non divide alcuna delle nostre aspirazioni--si condanna
deliberatamente ad essere ridicolo. Un Partito--_partito governativo_, e
quindi potente d'influenza, di pubblicità, di prestigio su quanti
adorano il _fatto_--che non trova contro noi individui, pochi, dicono, e
di certo con pochi mezzi d'apostolato e d'azione, altr'arme che la
calunnia;--che ripete a ogni tanto, contro ogni evidenza storica, che i
repubblicani vogliono _sangue_ e _rapina_;--che non discute, ma
insulta;--che non cita mai ciò che si scrive da noi, ma insiste a
confutare fatti e detti, provati non nostri;--che ammette falsarî nelle
sue file; conia in Torino una circolare, v'appone il mio nome, la manda,
perchè s'inserisca, a una gazzetta austriaca, tradisce stolidamente, per
gioja insana della propria colpa, il segreto, annunziandola prima
dell'inserzione, e la commenta oltraggiosamente, quasi fosse documento
storico, il giorno dopo--è _partito_ indegno del nome, e condannato a
perire. Una Nazione non può lungamente acquetarsi ad essere guidata da
gente immorale.

Ma davanti a questo avvicendarsi di basse calunnie anonime e di
villanie; davanti a questa danza d'iloti briachi, che s'intitolano
_moderati_, è impossibile non sentirsi, anche sprezzando, rattristato
nell'anima. Quella stampa è pur sempre stampa italiana: italiani son gli
uomini che la insozzano di contumelie, italiani gl'insultati da essi.
Quelle tristi gazzette viaggiano all'estero, rappresentano agli occhî di
molti la politica, le tendenze del Regno, somministrano una base ai
giudizî stranieri su noi. «Che!»--dicono quegli uomini, i quali studiano
attenti, come oracoli del futuro, i nostri detti, i menomi fatti del
nostro sorgere--«volete essere rispettati, e non sapete rispettarvi fra
voi? Vi dichiarate capaci di libertà, e la violate, fin dai primi passi,
coll'odio? Volete giustizia, e vi presentate per meritarla colla veste
dei calunniatori? Invocate progresso, e l'espressione d'ogni opinione
diversa dalle vostre v'irrita sino al furore? Taluni fra i perseguitati
d'intolleranza da voi ci son noti da lungo: possiamo dividere o non
dividere tutte le loro opinioni; ma li sappiamo onesti, profondamente
convinti e devoti--senza fini individuali--a una idea. Confutateli, ma
non li oltraggiate. L'inviolabilità del pensiero è madre della Libertà;
sua primogenita è la tolleranza reciproca.» E cominciano a guardare, con
un senso di suprema sfiducia, all'agitarsi di un Popolo che chiede Unità
di Nazione, e tinge a danno dei proprî figli, la penna di fiele, e
calunnia le intenzioni, e cancella--o lo tenta--la sacra indipendenza
delle diverse credenze.

E tra noi? Ah! qual cumulo di rimorsi dovrebbe opprimere un giorno--se i
coniatori di circolari potessero esserne capaci mai--l'anima di questi
gazzettieri monarchici che diffondono l'immoralità della menzogna e
dell'odio; versano nel core dei giovani, in un Popolo nascente alla
Libertà, la diffidenza, lo scredito sul principale stromento
d'educazione, la Stampa; e irritano colla persecuzione e
coll'intolleranza le passioni vendicatrici e di ribellione contro
l'ingiustizia, dove non bisognerebbe che seminar l'amore e la riverenza
alla libera discussione! Pochi tra noi vi sanno inetti, più che settarî
avveduti e calcolatori; d'anima volgare e meschinamente invida, più che
profondamente malvagia; irritabili e collerici per natura di fiacchi;
adoratori ciechi, per difetto di fede, d'ogni fatto che appaja potente,
e servi ad ogni potere confortato di bajonette e d'erario. Sanno che
schiamazzaste, prima del 1859, maledizioni, poi adulazioni schifose al
Bonaparte; inni, finchè vinse, a Garibaldi, come anch'oggi al re-mito, a
Cavour, a Ricasoli, a Rattazzi, a Minghetti, a chi no? Schiamazzereste a
noi se vincessimo; però essi vi guardano sorridendo, e vi vedrebbero,
stringendosi nelle spalle, mutar linguaggio e mendicare interpretazioni
di progresso all'antico, il dì che fosse mutata l'instituzione. Ma gli
altri? I non educati dalle lunghe delusioni e dallo studio severo delle
umane cose a tollerare e compiangere? A giudizî ingiusti non opporranno
giudizî ingiusti, alle calunnie ribellione d'accuse appassionate e
violenti? V'odono a insinuare che uomini, la cui vita intera fu culto
quasi esclusivo dell'Unità Nazionale, sono oggi affratellati con fautori
di moti autonomisti locali o retrogradi: perchè non crederanno voi,
lodatori dello sgoverno che minaccia strapparci le provincie
meridionali, affiliati consapevoli al disegno di smembramento,
persistente nel Bonaparte? Vi vedono imprigionare uomini che patirono
per la patria, come Rosario Bagnasco, lunghi anni d'esilio e, a cercar
d'infamarli, confonderli coi _camorristi_: perchè non infameranno voi
come _pagnottanti_ e venditori della vostra coscienza agli agî o alla
vanità del potere? Così voi alimentate, imprudenti, una guerra ch'oggi è
d'oltraggi, domani può essere di sangue; voi falsate il senso morale
della Nazione; convertite in fiaccola seminatrice d'incendî la luce che
dovrebbe escire, serena e fecondatrice, dall'esame dei diversi concetti;
insegnate ai giovani l'intolleranza, e radicate nei cuori la funesta
massima, che tutti i mezzi son buoni a spegnere gli avversarî! Dio tolga
che un giorno non abbiate a pentirvene!

Or noi non v'abbiamo dato l'esempio. La nostra polemica contro voi può
essere acerba, sdegnata, sospettosa talora; non fu mai deliberatamente
calunniatrice. Noi non coniammo circolari, citiamo le vostre; citiamo
documenti firmati da ministri vostri, citiamo lettere di Roverbella,
ragguagli dati da agenti officiali stranieri, che vi provano presti ad
abbandonare chi si dà a voi, presti a transigere sull'onore italiano
collo straniero, presti a combattere, per ossequio a un despota potente
o avversione innata all'azione popolare, chi ha fatto, per l'illusione
di concordia, sacrificio d'ogni idea più cara, ma non può sacrificarvi
l'Unità della Patria. Noi vi rimproveriamo gli impotenti metodi di
terrore spiegati nel Mezzodì dell'Italia; condanniamo le fucilazioni
lasciate ad arbitrio di militari, cacciati a un tratto in paesi ove
ignorano uomini e cose e devono commettere inevitabili errori, non le
inventiamo: voi avventate, insistenti, contro noi l'accusa di
sanguinarî, quando sapete che, da un unico vecchio e severamente
biasimato esempio francese infuori, voi non potete citare un solo atto
di feroce arbitrio, commesso da quei che reggono le repubbliche
Svizzere, o ressero le brevi repubbliche di Roma e Venezia. Voi accusate
sistematicamente le nostre intenzioni; noi registriamo fatti continui di
guerra all'Associazione e alla Stampa, _stati d'assedio_,
imprigionamenti di deputati, rifiuto di cittadinanza agl'italiani romani
e veneti, paci disonorevoli, alleanza servile con chi occupa a forza
quella che voi proclamaste a parole vostra Metropoli; Nizza, Savoja,
Aspromonte. Stringete in una tutte le nostre polemiche: esse sommano a
dirvi, che voi non adorate un principio, ma servite a una precaria
_opportunità_: che, per documenti firmati da voi, voi non foste nè siete
gli uomini dell'Unità Nazionale, ma sapete talora giovarvi, fin dove non
si frappone il divieto straniero, dell'opera di quei che son tali: che
non avete nè avrete mai virtù iniziatrice: che non siete pianta indigena
in Italia, ma innesto: che non amate il Popolo e ne temete, e siete
quindi e sarete trascinati fatalmente ad avversarne la Libertà: che non
avete nè tradizione, nè vita vera nell'oggi. Confutateci, se potete; ci
avrete vinti: perchè noi, dissimili dai vostri sostenitori, non
cerchiamo altro terreno che questo.

Io conosco un Paese--ed è il solo--dove la Monarchia ha tuttora radici
inviscerate colle tendenze, colle idee, colla vita storica della
Nazione. È l'Inghilterra. Là, la Costituzione non escì improvvisata,
strappata dalla paura, in un angolo del paese; crebbe spontanea per
opera lenta di secoli, colla potenza collettiva, col naturale sviluppo
degli elementi innestati dalla conquista sugli elementi anteriori. La
Monarchia compì una missione, frapponendosi tra la tendenza a smembrare,
innata nel feudalismo, e le tendenze unificatrici: diede il suo nome
all'incremento progressivo delle forze nazionali. Una aristocrazia,
forte di possedimenti, d'una tradizione d'uomini illustri, d'affetto
orgoglioso all'indipendenza e alla grandezza del paese e--nel
passato--d'una costante iniziativa in tutte le instituzioni di
beneficenza, sta, con unità di concetto e di disciplina, tra la
Monarchia e l'elemento democratico, moderatrice. Questa aristocrazia,
indispensabile in ogni ordinamento di monarchia costituzionale, cede
oggi terreno all'elemento finanziario industriale e sparirà un giorno, e
con essa la Monarchia; ma or vive, rigogliosa tuttavia e venerata. La
Monarchia è in Inghilterra immedesimata ancora colla vita del Regno. E
perchè lo è e sa d'esserlo, non teme, non sospetta, non s'irrita, non
vive, come in Italia, di repressione. Là, le instituzioni che dichiarano
libero l'uomo non sono lettera morta: hanno mallevadori Governo e
Popolo. La facoltà d'associazione è, politicamente, illimitata: il
diritto delle pubbliche adunanze, protetto: l'espressione del pensiero,
santa, inviolabile. Uno scrittore pubblicò per due anni una Rivista
mensile, intitolata: _Repubblica_, senza che potesse sognarsi un
sequestro. Altri perorano contro l'instituzione monarchica, contro
l'ordinamento attuale della proprietà, contro il cristianesimo, con un
uomo di polizia alla porta, incaricato di tutelare, occorrendo, a pro
dell'oratore, l'ordine nella sala.

Un ministro, Lord Palmerston, propone, per compiacere a Luigi Napoleone,
alcune modificazioni al diritto di libertà illimitata, che gli
stranieri, gli esuli politici, possiedono in Inghilterra: 50 000 uomini
si raccolgono a convegno pubblico in Hyde-Park, per protestare contro le
intenzioni ministeriali: il ministro ritira il dì dopo la proposta, e
torna alla vita privata. Un altro ministro, Lord John Russell,
rimproverato di trascurare le riforme elettorali credute necessarie,
rimprovera alla sua volta di freddezza il Paese: _perchè non agitate?_
ei dice; _perchè non provocate adunanze pubbliche, che esprimano la
volontà del Paese?_ La Monarchia non ha vigore d'iniziativa; ma segue,
desidera, invoca l'iniziativa popolare. E per questo vive rispettata dal
Paese, e sicura: ciò che da noi si chiama _rivoluzione_ è ignoto in
Inghilterra; ignoti sono i consorzî segreti, ignoti i tumulti di piazza:
la _piazza_, quando è unanime, ha dominio legale. Gli avversarî politici
discutono pacifici e rispettosi; nessuno sogna d'accusare il più
accanito nemico del Governo d'essere alleato segretamente con una o
altra cospirazione straniera, o con fazioni avverse all'Unità del Paese:
nessuno conia circolari a suo danno.--Ma voi? Voi, immemori dell'anno
1830 e del 1848, immemori delle dieci rivoluzioni che punirono,
nell'ultimo terzo di secolo, i governi ostili alle libertà popolari,
ricopiate servilmente la politica dei _dottrinarî_ francesi: tenete per
nemico vostro ogni uomo che invochi sviluppo progressivo di libertà, e
lo trattate siccome tale: avversate ogni manifestazione d'opinione
pubblica: aborrite e perseguitate, quando non v'obbedisce ciecamente, il
pensiero: ricusate voto e armi al Popolo per paura--ignota in
Inghilterra--ch'esso ne usi contro di voi: tremate dei volontarî, che vi
diedero mezza Italia, mentre l'Inghilterra addita con orgoglio
centocinquantamila volontarî armati dalla monarchia; vi circondate di
forze artificiali: restringete nel cerchio angusto d'un _partito_
l'amministrazione del Paese: avete sospetti quanti fanno prova d'ingegno
e d'animo indipendente: trascinate l'incerta esistenza nella sfera
fattizia degli impiegati da voi, tra i responsi, calcolati a non
turbarvi i sonni, dei vostri prefetti, e respingendo e cercando
sopprimere ogni espressione della volontà del Paese, ogni avvertimento
che vi venga da esso. Voi non dirigete, non governate: vi difendete.
Accampate in Italia.

A voi, come a noi--più che a noi, dacchè all'espressione del nostro
pensiero son posti limiti da non potersi facilmente varcare--sono aperte
le vie di pubblicità. Perchè, senza oltraggi e calunnie, dimenticando
gl'individui e non guardando che alle idee, non ne usate a confutarci, a
convincerci? I sequestri, gl'impedimenti alle riunioni, le diffamazioni
da trivio, possono darvi vittorie d'un giorno, vittorie di Pirro, ma
confermano nella mente degli assennati ciò ch'io vi dico a ogni tanto:
che siete e vi sentite deboli. Provateci che la monarchia compie da
lungo in Italia una missione storica unificatrice: provateci che fu per
secoli iniziatrice di progresso al Paese: provateci che i grandi periodi
della nostra vita e della nostra potenza non furono di Popolo, ma ebbero
moto e nome da Principi: provateci che la Monarchia non s'insinuò in
Italia sotto il patronato straniero, ma vi crebbe spontanea per grandi
servigi resi, per entusiasmo di popolo riconoscente; provateci che non
aprì mai gli sbocchi dell'Alpi agli invasori stranieri, che non militò
alternativamente per Francia, Austria o Spagna sui campi d'Italia;
provateci che la Lega Lombarda, la difesa di Firenze, l'insurrezione di
Masaniello, i Vespri di Sicilia, la cacciata degli Austriaci da Genova,
le giornate di Milano, di Palermo, di Bologna, di Brescia, le nobili
resistenze di Venezia e Roma, furono capitanate da Principi; provateci
che la cessione di Milano e la pace di Villafranca non portano la firma
d'un re. Avrete rivendicato all'_instituzione_ il potente sostegno d'una
tradizione; avrete rovesciato la metà dei nostri argomenti e distrutto
la metà della nostra forza. Ponete il vostro nome e date virtù di
decreto all'utopia, che Giorgio Pallavicino ripete con gloriosa
insistenza al deserto da ormai tre anni: armate il Paese: date 400 000
soldati all'esercito e 50 000 volontarî a Garibaldi; affidate, porgendo
loro ajuti d'armi, danaro e autorità, a commissioni locali composte
d'uomini noti per energia e devozione all'Unità Nazionale, la
distruzione dei masnadieri meridionali: date prova di fiducia al Popolo
chiamandolo al voto: provocate colle adunanze pubbliche, una espressione
generale di volontà nel Paese: riconfermate il Diritto Italiano,
dichiarando cittadini eguali e liberi quanti nascono e nacquero tra
l'Alpi e il Mare: ripartite ai Comuni, perchè li vendano o li affidino
ad associazioni industriali e agricole, i beni del clero; protestate
prima solennemente, a Popoli e Governi d'Europa, contro l'occupazione
francese in Roma; poi intimate; se per altra via non riuscite, lo
sgombro: chiamate il Veneto a insorgere, e appoggiatene l'insurrezione
colle armi. Avrete confutato l'altra metà dei nostri argomenti, e
provato che è in voi un elemento di vera vita, una potenza d'iniziativa,
capace di guidar la Nazione.

Fino a quel punto, tollerate ch'io vi dica: _Voi non avete in Italia
tradizione, nè virtù di vita nell'oggi_--e vendicatevi come potete,
coniando circolari, o tentando sotterrare coi sequestri la mia parola.

VENEZIA e ROMA: voi non potete sotterrare le due città; non potete
cancellarne il nome dal core degl'Italiani. Quelle due parole vi
uccideranno. Di mese in mese, d'anno in anno, d'indugio in indugio, di
promessa in promessa, voi finirete per convincere i Veneti e i Romani
illusi, gl'Italiani tutti titubanti anch'oggi, tra la diffidenza
crescente e una incerta servile speranza, che non è in voi risolvere il
doppio problema. Quel giorno, cadrete.

Noi siamo convinti, e però siete caduti per noi. Checchè scriviate nei
vostri diarî, checchè scriva un uomo[146], a cui la canizie e un passato
onorevole dovrebbero vietare d'affermare alla leggera sul conto
d'altrui, non è vero ch'io voglia la Repubblica _a qualunque prezzo_. Io
mi sento troppo certo dell'avvenire, per affrettarlo a prezzo dell'Unità
Nazionale e contro il volere riconosciuto del mio Paese. Per tre anni,
finchè l'immensa maggioranza del Paese si dichiarava soddisfatta e
fidava in voi, finchè era possibile illudersi a credere che intendereste
la missione, la forza e la via di salute che la Nazione v'offriva;
finchè l'esperimento potea dirsi non assolutamente compiuto, io tacqui
religiosamente d'ogni questione che non fosse di _azione_ per l'Unità
della Patria: noi tutti, Partito d'Azione, ponemmo, qualunque fosse la
bandiera, in mano vostra mezzi, uomini, voto, imprese, concessioni di
tempo, consigli, quanto era in noi. Sacrificavamo, non a voi, ma alla
pronta liberazione di Roma e Venezia. Oggi--dopo Aspromonte, dopo il
rifiuto della cittadinanza Italiana ai Romani e ai Veneti, dopo il voto
che sancisce in ogni ministro il diritto di sopprimere ad arbitrio la
libera espressione del pensiero del Popolo, e poi che tutti i vostri
_uomini di stato_, esauriti a cerchio, hanno rappresentato miseramente,
l'un dopo l'altro, lo stesso sistema: _impotenza_ per la questione
nazionale: _repressione_ per ciò che concerne la Libertà--s'illuda chi
può. A me parrebbe d'essere, tacendo il vero a' miei concittadini,
stolto a un tempo e colpevole.

La Nazione non avrà salute, Unità, Libertà, se non dal suo Popolo.

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



A FEDERICO CAMPANELLA[147]


Mi chiedi perchè taccio? Taccio perchè ho il dolore nell'anima e il
rossore sulla fronte per la mia Patria. Taccio perchè, tra la codarda
servilità degli uni e il difetto di spirito pratico e virtù di
sacrificio negli altri, temo oggimai che la parola non giovi. Taccio
perchè ogni qual volta mi sento spronato a prender la penna mi torna
alla mente il grido del povero Savonarola, quando ei, predicando a un
popolo inerte, indifferente, dileggiatore, prorompeva in parole rotte da
singhiozzi: «Signore, stendi, stendi dunque la tua mano, la tua potenza!
Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più altro che
piangere.»

Ricordi tu, vecchio e fedele amico, le visioni dell'Italia che
splendevano sull'anime nostre quando tentavamo, trenta anni addietro, la
spedizione di Savoja, e nei lunghi anni d'esilio che durammo insieme?
L'Italia sorgeva--poco importava il quando--in nome dell'eterno Diritto,
santificata dal martirio de' suoi migliori, a impadronirsi, continuando
il passato, dell'_iniziativa_ che la Francia aveva dal 1814 perduta; ad
assumere una missione di Verità e di Giustizia in mezzo all'Europa
incadaverita per opera del Papato e della Monarchia: sorgeva, non
riconoscendo padroni da Dio e dal Popolo infuori, fidando in sè e nei
Popoli che avrebbero--come fecero sempre a chi seppe chiamarli--risposto
al suo grido, con un doppio programma di Nazionalità e di Libertà,
suscitando a nuova rivelazione la vita fremente nel profondo delle genti
aggiogate sotto l'Austria, smembrate fra esse e l'impero Turco, e
dicendo ad esse: _per noi e per voi_. Governavano il periodo della sua
insurrezione pochi uomini acclamati dal Popolo, mallevadori ad esso,
fidenti in esso, senza vincoli di passato avverso al sorgere collettivo,
senza vincoli di presente a corti, trattati o diplomazia, credenti,
logici, arditi. E, compita la lotta, un'Assemblea eletta da tutti,
interrogava la vita, i bisogni, le aspirazioni del nuovo Popolo e
dettava da Roma, nuovo anch'esso, discusso da tutti, eguali per tutti,
il Patto della Nazione; promulgava al mondo la morte del Papato e la
libertà di coscienza; annunziava, in una dichiarazione di Principî, la
fede degl'Italiani nel secolo XIX; armonizzava con una immensa libertà
di Comune l'Unità morale e la politica Nazionale; schiudeva con un
semplice equo sistema di tributi, cogli impulsi dati alla produzione,
con ajuti alle Associazioni operaje, la via del meglio alla classe più
numerosa e più povera; aboliva, proclamando libertà di commercio,
dogane, monopolî, proibizioni; aboliva, ordinando il paese intero
all'armi, la coscrizione; aboliva, riordinando la legislazione penale
sul concetto del miglioramento individuale e della difesa collettiva, il
palco e il carnefice; inaugurava gratuito, universale, uniforme e
desunto dall'idea religiosa PROGRESSO, un sistema di Educazione
Nazionale.

Quel sogno è per ora sfumato. Era necessario, perch'esso potesse
trapassare nel dominio della realtà, che il nostro risorgere escisse
dall'iniziativa popolare: l'iniziativa fu regia e straniera. E da quel
fatto, colpa di tutti noi, le conseguenze dovevano sgorgare
irrimediabili per un tempo, fatali. Per legge storica, derivazione della
legge morale, ogni colpa deve espiarsi. La Francia espia da tredici
anni, colla negazione di gran parte delle sue conquiste politiche
anteriori, l'assassinio di Roma: noi espiamo la rassegnazione servile
colla quale aspettammo a emanciparci da un padrone straniero che un
altro scendesse, come nel medio evo, a combatterlo. La vita nuova della
Nazione, segnata d'un marchio d'impotenza, mancò di sviluppo e di
interprete: la monarchia non poteva dare che la propria, misera, locale,
legata al passato, e lo fece: s'aggiogò ad una ad una le provincie
italiane come se fossero territorio inerte, e diede a tutte come Patto
un patto che non rappresenta se non la vita del passato e di una sola
frazione d'Italia. Nel conflitto fra le due vite è il segreto di tutte
le nostre piaghe, di tutti i nostri dolori: nè cesserà se non quando
l'_iniziativa_ trapasserà, come nelle nostre visioni, nel Popolo; se non
quando il compimento di un grande Dovere, raggiunto con forze e
battaglie proprie, avrà dato alla Nazione coscienza del proprio
_diritto_ e vigore per esercitarlo. Quel giorno avremo la libertà. Gli
uomini, nostri un tempo, che oggi si affannano a conciliar le due vite,
tentano un problema insolubile, che li guiderà nuovamente a noi o li
travolgerà nell'apostasia. Gli uomini, nostri anche oggi ma traviati,
che s'illudono a credere che la Nazione possa conquistare la vita nuova,
prima di averla meritata col sagrificio, prima d'aver cancellato
quell'onta dell'intervento straniero, pretendono essi pure
l'impossibile. Non basta predicare al Paese il _diritto_: bisogna dargli
volontà e potenza di conseguirlo; migliorarlo, sollevarlo dall'elemento
di machiavellismo, di materialismo in cui vive; _moralizzarlo_
coll'azione a pro di quella parte di paese che ha diritto essa pure a
contribuire al patto d'Associazione e di Libertà, alla manifestazione
della Vita d'Italia, e che, occupata dallo straniero, nol può.

Nè io dunque gemo o mi taccio perchè vedo tradite dagli inetti, che
usurpano il nome di governanti, le nostre speranze di libertà e di
interno progresso; accetto rassegnato il periodo d'espiazione. Ed
esortandovi a proseguire, come fate, nel vostro apostolato educatore,
perchè gl'Italiani intendano il significato e il valore delle libere
instituzioni promesse e non date, v'esorto pure a non irritarvi degli
indugi limitati che si frappongono. Ma v'è tal cosa che può perpetuar
quegl'indugi e uccidere una Nazione in sul nascere: il disonore del
pensare e sentir da codardi. Se una Nazione tollera ch'altri le pianti
sulla fronte quel marchio, è perduta. Or l'Italia versa in questo
pericolo. E per questo io gemo, per questo io mi sento talora spronato a
disperato silenzio.

Io guardo a Venezia. Là, sta l'onore della Nazione, ed è confitto sulla
croce, ludibrio ai Popoli e insulto perenne a noi, dalla potenza
straniera che più d'ogni altra ha meritato, per tirannide, persecuzioni
e morte dei nostri, l'aborrimento d'Italia. Cento mila soldati vegliano
appiedi di quella croce: altri cento mila sono presti a raggiungerli.

Al di qua della frontiera artificiale che la pace, comandata da un altro
straniero alla monarchia, ci diede, io vedo un esercito regolare
sommante nelle dichiarazioni governative a 380 000 uomini: una leva
d'altri 50 000 che il Governo afferma poter chiamare immediatamente: una
cifra di 130 000 guardie nazionali mobilizzabili a termini di una legge
del 1861; e 30 000 volontarî che il Governo non può, dopo l'impresa
meridionale, dubitare di vedere raccolti, al primo grido di guerra,
intorno a Garibaldi. Sono 590 000 armati dei quali può volendo, disporre
l'Italia. Dietro a quelli stanno da ventun milioni d'altri italiani,
unanimi a desiderare l'emancipazione del Veneto e presti agli ajuti
quando piaccia al Governo di rimovere, col suo cenno, dagli animi ogni
dubbiezza sull'opportunità dell'impresa. Davanti ad essi si stende,
campo di guerra, un terreno _nostro_, sul quale due milioni e mezzo
di oppressi s'agitano irrequieti e più o meno audacemente ci
presterebbero ajuto, non foss'altro--e per chi dubita di tutti e di
tutto--d'informazioni, di mezzi e di quel fermento che inceppa la
libertà, tanto essenziale, di moti al nemico. Tra il Veneto, il Trentino
e l'Impero sta una serie di posizioni inaccessibili alla cavalleria e
all'artiglieria e che, occupate in parte dall'esercito, in parte
dall'insurrezione--facile a suscitarsi quando il Governo accenni
volerlo--troncano le comunicazioni fra il nemico e la sua base di
operazione. Al di là, popolazioni Serbe, Magiare, Romane, Ceke,
malcontente e ricordevoli del 1848. E, scendendo dall'Alpi di fronte a
Venezia lungo la costa orientale dell'Adriatico, una zona di Popoli
italiani e slavi, amici naturali i primi, vogliosi gli altri di sbocchi
indipendenti ai loro prodotti sul mare, avversi all'Austria e presti a
secondare l'azione di chi offra loro patti sinceri e utili di alleanza.
Diresti che Dio stesso, ordinando gli elementi a quel modo, additi
all'Italia dovere e vittoria ad un tempo.

La monarchia sequestra, rivelando all'Austria il pericolo, l'armi
invocate dai Veneti. La stampa governativa insulta ai Veneti dichiarando
non esistere sul loro terreno elementi d'insurrezione.

E l'esercito? I 380 000 soldati d'Italia? Leggono i loro ufficiali che
si torturano or nuovamente col bastone i fratelli dai quali li separa un
fiume? Hanno culto di patria e senso d'onore, o intendono confermare per
sempre coll'indifferente contegno la vergognosa pace di Villafranca?
Sanno che l'Europa, guardando ai fatti passati o al linguaggio presente
dei ministri d'Italia, ripete colla Francia ch'essi sono incapaci di
combattere e vincere soli? Non freme in essi l'orgoglio del nome
italiano? Non giurarono all'Unità? Non ebbero dai loro capi un programma
che diceva: _dall'Alpi all'Adriatico_? Non hanno molti fra essi madri,
padri, fratelli, sorelle sul Veneto? Non ricordano, i nati lombardi, le
sacre promesse del 1848 a Venezia? E gli esciti dall'esercito dei
volontarî, i compagni d'armi di Garibaldi, i difensori di Venezia e di
Roma, son essi fatti macchine senz'anima e vita? Ha la nuova assisa
soffocato ogni antico ricordo nel loro cuore? Non è l'assisa d'Italia?
Non è simbolo d'una forza che mancava negli anni addietro, e che crea in
chi la porta doveri proporzionati? Perchè non esce da quell'esercito,
nei modi che non toccano la ribellione ma fanno palese il desiderio, una
voce unanime che dica al re loro: _Sire! non vogliate che una macchia
contamini l'assisa Italiana! Guidateci sul Veneto! Lasciateci provare
all'Europa che sappiamo combattere e vincere senza stranieri a fianco!_

Noi abbiamo lo straniero in casa: abbiamo incontrastabilmente le forze
per vincerlo. E il Paese tace. Il Paese si lagna dei mali, delle
incertezze che accompagnano inseparabili ogni condizione provvisoria di
cose: deplora il masnadierume: sa che l'assenza di frontiere secure e il
soggiorno dello straniero tra noi confortano quanti nemici abbiamo alle
trame: mormora delle somme ingenti consecrate a un esercito inutile; e
nondimeno, tace. Il Paese sa che non è in Europa una sola Nazione alla
quale il soggiorno dello straniero armato per entro i proprî confini non
ponesse un grido d'insurrezione sul labbro: sa che le Nazioni d'Europa
stanno guardando ai primi passi dell'Italia sulla nuova via, per
decidere se devono cercare in essa l'alleanza del forte o la soggezione
del debole; e nondimeno tace e non osa, non dirò insorgere, ma parlare
unanime colla stampa, colle petizioni, colle adunanze pubbliche, il
proprio volere.

Da forse quarantamila Veneti or sono esuli tra noi: hanno la terra ove
nacquero profanata dal bastone austriaco: ciascun d'essi dovrebb'essere
centro d'apostolato incessante a pro di Venezia, centro d'ajuti raccolti
a pro dell'impresa emancipatrice; e, da pochi infuori, tacciono,
obliano. I rappresentanti d'Italia, gli uomini del Mezzogiorno
segnatamente, giurarono all'Unità, come condizione dell'assenso dato
dalle loro provincie alla monarchia; e tacciono: udirono il ministro a
proferire le cifre d'armati accennate più sopra, e non una rimostranza,
non una mozione, non una voce sorse dal Parlamento Italiano a dire:
_siam forti: compiamo dunque il Dovere: al Veneto, all'Alpi!_ Gli
agitatori, gli arditi della Sinistra consacrano l'audacia a speculare su
qualche rielezione, tacciono di Venezia. Gli uomini che rubarono a noi,
vivente Manin, il _se no, no,_ e ci dissero: _dateci tempo perchè la
monarchia raccolga 200 000 soldati, e vedrete_, oggi, davanti ai 380
000, tacciono e sostituiscono la formola: «aspettiamo pazienti il
_quando_ ignoto indefinito di chi governa» alla formola altera delle
Cortes Aragonesi. Dimenticano che il servile silenzio lascia crescere
una taccia di viltà sulla loro monarchia, e che un Popolo perdona ogni
cosa a un Potere fuorchè d'essere codardo.

Per questo io gemo temente dell'avvenire e chiedendo a me stesso: _siam
noi fatti per la libertà?_ Eccoti uomini che si dicono convinti di ciò
ch'io non credo possibile, l'unione della monarchia collo sviluppo delle
libere istituzioni, coll'Unità nazionale, coll'indipendenza, coll'onore
d'Italia. Erranti o no, essi sono vincolati dal loro programma a tentare
di convertire in fatto quella possibilità, a esaurire tutte le vie che
potrebbero praticamente condurvi. Crederesti che s'affannassero intorno
alla monarchia a indicarle i desiderî del Paese, a esprimerle
liberamente i bisogni ai quali essa deve dare soddisfacimento, a
spronarla, nelle sue colpevoli e pericolose esitazioni, sulle vie
dell'onore, ad affratellarla colle aspirazioni dei più, a farla
rispettata e temuta in Europa? Non uno di questi uomini che,
interrogato, non ti dica: _non avremo pace, sicurezza o capacità di
progresso senza Roma e Venezia; non avremo Roma se non dopo Venezia_; e
tacciono tutti. Discutono intrepidi con Minghetti, Rattazzi o Ricasoli,
giornalisti e lontani dal potere; tacciono con essi se diventati
ministri; l'Autorità è sacra ai loro occhî: gli uomini che l'hanno
_possono_, dunque sanno: bisogna lasciarli fare. Perchè non dicono loro:
_badate; noi ci assumemmo di provare al Paese che la monarchia si
concilierebbe coi diritti e colle necessità dell'Italia; ma noi possiamo
senza l'opera vostra_?--No; tacciono tremanti, insolenti soltanto contro
noi perchè non partecipi del potere: passeggiano le vie della libertà
colla catena del servaggio al piede e sul collo; educano la giovine
Nazione al progresso, insegnandole che il segreto del progresso sta
nell'arbitrio di cinque o sei uomini scelti, non da essa, ma dal
monarca: sopprimono, col tacere sistematico, l'elemento vitale d'ogni
Governo, che è la trasmessione continua del pensiero dei governati a
quei che governano: spingono, senza avvedersene, il Paese sulla via che
dice: _Rivoluzione_. Tal sia di loro. Ma gli uomini di parte nostra? Gli
uomini che gemono com'io gemo pel disonore della Nazione? Gli uomini
che, assumendo il nome di Partito d'Azione, dichiarano la trasformazione
di Popolo in Nazione non esser compita e doversi, se non si vuol
retrocedere, sollecitamente compire? Gli uni s'affannano a costituire
comitati elettorali, inefficaci dove prima non si muti la legge in virtù
della quale si compiono le elezioni: gli altri, smembrati a tre centri
di direzione e a due punti objettivi, consumano forze che concentrate
darebbero risultanze potenti e rapide. Taluni spendono l'obolo che
dovrebbe esser sacro alla liberazione del suolo Italiano inalzando
monumenti a Martiri i quali, se mai potessero favellar dalla fossa,
respingerebbero quelle testimonianze e direbbero: _emancipate prima
dallo straniero la Patria per la quale morimmo_. Centinaja, migliaja
d'uomini giovani versano danaro in celebrazioni d'anniversarî gloriosi o
pellegrinaggi al soggiorno di Garibaldi, dimentichi che, se sta bene
celebrare le antiche glorie, meglio è l'imitarle; e che Garibaldi li
amerebbe più assai se serbassero quel danaro all'impresa patria,
scrivendogli: _verremo a vedervi quando sarem fatti degni di voi_. Che!
Non avremmo noi mezzi sufficienti al bisogno, non trascineremmo noi
Paese e Governo, non vinceremmo, forti di numero come siamo, la prova,
se commossi davvero e tormentati dal pensiero che ventidue milioni
d'uomini non possono senza infamia tollerare lo straniero in casa, e
ricordevoli che nel massimo concentramento di forze sotto un'unica
direzione e sopra un dato punto sta il segreto della vittoria,
consacrassimo _tutti_, per mezz'anno, attività e sacrifizio al _porro
unum_, Venezia--se per mezz'anno _ciascuno_ s'assumesse di rappresentare
nella propria sfera un grado d'apostolato, una cifra di mezzi--se il
pensiero di Venezia soffocasse per un tempo ogni altro pensiero--se ogni
scrittore ripetesse in cima ai suoi scritti per l'Austria la parola di
Catone sopra Cartagine--se ogni adunanza a qualunque scopo raccolta
s'iniziasse e si conchiudesse col grido di _guerra all'Austria_--se ogni
madre patriota mormorasse _Venezia_ a' suoi figli, ogni fanciulla buona
alle amiche, ogni volontario ai militi che gli furono fratelli sul
campo, e tutti al Governo?

Un Popolo può ciò che vuole. Ma un Popolo che, forte di mezzi, sopporta
d'anno in anno, immobile, muto, che lo straniero gli vieti Unità,
imprigioni, tormenti, bastoni i suoi fratelli, non merita libertà, e non
l'avrà.

Ho detto _forte_ e avrei potuto dire _onnipotente_ di mezzi. Ricordi tu
Roma? Ricordi quella pagina storica del 1849, che tanti fra i nostri,
tanti fra i nati in Roma oggi dimenticano, ma che nessuno potrà
cancellare? Là--coll'Italia incodardita dalla catastrofe di Milano e
dalla rotta di Novara, con quattro Governi avversi, colla congiura
pretesca a fronte, abbandonati da tutti e ridotti alle forze d'una sola
città, con un erario vuotato dal Papa fuggiasco, con armi scarse e
mediocri--noi semplici cittadini, senza prestigio di passato, senza
credito fuorchè quello che la nostra condotta ci dava, governammo amati,
impedimmo senza terrore ogni tentativo avverso, trovammo danaro bastante
alla guerra e a nudrire i nostri quattordici mila militi, volgemmo in
fuga l'esercito del re di Napoli, combattemmo lungamente l'Austriaco in
Ancona, tenemmo fronte per due mesi ai soldati francesi che sommarono,
prima del finir dell'assedio, a trentamila e più. Fu l'amore e la
fiducia che ponemmo nel Popolo che ci fruttarono amore e fiducia da
esso? Fu il nostro non ispendere un obolo solo che non fosse
direttamente utile alla difesa? Fu il sistema di Governo fondato, non
sul _reprimere_, ma sul _dirigere_? Fu il fascino esercitato dalla
bandiera? Lo diranno gl'Italiani della generazione che sorge. Io so che
se, invece d'una città, l'Italia d'oggi, l'Italia dei ventidue milioni,
avesse le sue forze concentrate in mano d'uomini che avessero quella
fede nel Popolo, quel sistema economico, quel metodo di Governo, quella
ferma, irrevocabile volontà di seguire quel programma, avvenga che può,
e quella bandiera, le forze, nonchè dell'Austria, di tutta Europa non
basterebbero a vietarle Venezia e Roma. Il contrasto fra quei giorni e
le vergognose condizioni presenti m'addolora l'anima, m'avvelena i
giorni cadenti e spiega a te, amico, il silenzio per lungo tempo
serbato.

Ama il tuo

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



A FRANCESCO CRISPI[148]


Il 17 novembre, Voi, parlando alla Camera sulla Convenzione tra Luigi
Bonaparte e il Governo d'Italia, dichiaravate che Vittorio Emanuele non
_può_ rovesciare il trono del Papa--che la Convenzione monarchica
rinunzia a Roma--ch'essa è quindi violazione aperta dei Plebisciti, dai
quali si poneva, condizione dell'annettersi alla Monarchia di Savoja,
l'Unità della Patria. Voi compivate in quel giorno un dovere di
cittadino.

Ma il 18, irritato dall'accusa d'illogico--scagliatavi
machiavellicamente contro da chi violava, votando per la clausola ch'è
suggello alla Convenzione, ben altro che logica--Voi dichiaraste che la
vostra bandiera era: _Italia Una e Vittorio Emanuele_; e v'aggiungeste
che chi solleva un'altra bandiera non vuole l'Unità dell'Italia.

Se a Voi giova, sul cader della vita, rinunziare a una bandiera per
acclamare ad un'altra, io non mi assumerò, per molte ragioni, di
riconvertirvi. Ma proferendo la seconda affermazione, Voi non solamente
contradicevate, cosa in oggi frequente, al vostro passato--non solamente
offendevate la maestà della vostra sorgente Nazione--ma dimenticavate,
ingiusto e ingrato ad un tempo, che tra gli uomini morti e viventi, ai
quali un giorno foste amico e collega di cospirazione, i migliori furono
e sono unitarî e repubblicani. Bastino, tra gli estinti, Carlo Pisacane
e Rosalino Pilo. Ma, tra i vivi, io la sollevo questa bandiera diversa.
E tra voi, quanti siete novellamente convertiti e diplomatizzanti fra la
coscienza e il linguaggio, chi osi scrivere che io non adoro l'Unità
della Patria, e non l'ho predicata altamente fin da trentadue anni
addietro, quando stranieri e italiani la deridevano siccome utopia, e
voi tutti balbettavate di costituzioni regie e federazioni?

Io la sollevo; e mi giovo della dolorosa opportunità che m'offriste per
ridirlo a tutti; non solamente perchè i principî l'additano unica
malleveria di vero e libero progresso--perchè intorno ad essa si
avvolgono i più splendidi ricordi del nostro passato, quando la vostra
non ha tradizioni di gloria in Italia, nè origine indipendente, nè
coscienza di moralità educatrice, nè intelletto della missione
italiana--perchè è sola logica deduzione delle credenze e delle
negazioni dei tempi, mentre la vostra vive d'una transazione artificiale
tra elementi inconciliabili, sempre provata menzognera in Europa,
fuorchè nel paese singolare ov'io scrivo, dagli ultimi sessant'anni--ma
perchè cerco, proscritto tuttavia e dannato nel capo dalla monarchia
vostra, l'Unità della Patria; perchè, mercè l'ingenito antagonismo dei
vostri padroni ad ogni sviluppo di vita popolare, e le vostre tattiche
secondatrici, vedo rapidamente disfarsi quella unità di propositi e di
speranze che spinse per ogni dove, fuorchè in Lombardia, ventidue
milioni d'Italiani a congiungersi in uno; perchè, esaurita ogni via,
tentata ogni concessione possibile, soffocata lungamente nel silenzio la
fede dell'anima mia--tanto che nessuno potesse rimproverarmi di
sostituire l'arbitrio d'una ragione individuale fallibile all'opinione
dei più--ho raggiunto, costretto dai fatti, l'intimo convincimento che
noi non avremo mai, dall'azione spontanea della Monarchia, Venezia, Roma
e Unità. E mi stanno davanti, mentre io scrivo, i patti della
Convenzione che segna l'abbandono di Roma, e le parole del vostro
ministro che abbandonano Venezia:

L'Italia avrà Venezia quando l'Austria, persuasa non da noi--noi non
siamo--ma dall'autore dei patti di Villafranca, ritirerà volontariamente
i soldati ch'oggi v'accampano:

L'Italia avrà Roma quando il Papa, convinto ch'ei regna tiranno, e fatto
amico della libertà, inviterà egli stesso i nostri ad entrarvi:

Così _unifica_ la Monarchia.

Di fronte a queste codarde e assurde dichiarazioni, proferite da chi
s'appoggia su 380 000 soldati, può averne in breve ora mezzo milione, e
rappresenta legalmente 22 milioni d'uomini che anelano farsi Nazione,
Voi avete evocato un momento dell'antico entusiasmo, per gridare con
volto agitato, con accento commosso, un saluto di gladiatore morente
alla Monarchia, e un anatema a quei tra i vostri fratelli che hanno
serbata intatta quella che fu vostra fede. Io non meraviglio della
vostra potenza di volontà; bensì vi compiango perchè abbiate creduto
doverla spiegare per una causa nella quale, se interrogate l'intimo
core, voi non credete.

Conosco troppo il vostro passato e vi so d'ingegno troppo arguto, per
ammettere un solo istante che voi siate oggi monarchico di fede,
monarchico teoricamente, monarchico come lo erano settant'anni addietro
gli uomini della Vandea: s'io vi sapessi tale, pur combattendovi per
dovere, mi dorrei d'esservi costretto. Ogni fede suscita in me, in
questi tempi d'immorale e stolido scetticismo, rispetto. Ma gli uomini
della Vandea credevano nel _diritto divino_: Voi no:--giuravano sui loro
preti e ponevano la croce protettrice nella regia bandiera: Voi fate
guerra ai preti e vorreste vedere in due campi separati, indipendenti
l'uno dall'altro, la croce e la monarchia;--sorgevano a combattere e
morire pei discendenti di san Luigi, senza badare a probabilità di
successo, senza calcolo delle forze nemiche, come si muore per una idea:
Voi non morreste, nè altri in Italia, per la sola Casa di Savoja, per la
mistica trinità dell'elemento aristocratico, del democratico e del
monarchico. Voi siete, come oggi barbaramente dicono, _opportunista_.
Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli: un esercito, che Voi
credete monarchico, e ch'io credo, come tutti gli eserciti,
semplicemente governativo; e un'Italia officiale, forte d'una vasta rete
d'impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci
ciechi, muti, servili, tra per abitudine d'obbedienza passiva, tra per
paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d'essere chiamati
a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch'io potrei
chiamare _guicciardinesche_, Voi porgete omaggio alla Forza o ad un
sembiante di Forza. Voi trovate che la Monarchia potrebbe agevolmente,
_volendo_, fare l'Italia; e l'accettate, siccome mezzo all'intento. Se
domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi.

Pur tuttavia l'_opportunismo_ accenna inevitabilmente a limiti di tempo
e di condizioni transitorie, che un _principio_ non cura.
L'_opportunismo_ genera un metodo proprio, diverso da quello che guida
chi ha una fede. E questo metodo logico dovrebbe insegnarvi linguaggio
più temperato e meno assoluto. La Monarchia potrebbe, non v'ha dubbio,
_volendo_, fare l'Italia. Ma se la Monarchia _non_ volesse? Se,
antivedendo nella guerra all'Austria una serie di insurrezioni
nazionali, come quelle del 1848, e conseguenze probabilmente fatali
all'interesse dinastico, s'arretrasse deliberatamente dall'impresa
Veneta? Se, impaurita di quel potente nome di Roma, e presentendo a ogni
modo che, sciolta la questione Nazionale, gli Italiani verserebbero
tutta la piena della giovine vita sulla questione di Libertà, scegliesse
di tenersi lontana dal Campidoglio repubblicano e dalle mura segnate dai
ricordi del 1849? Se, intendendo che non possono tentarsi le due
imprese, senza suscitare l'entusiasmo e gli ajuti del Popolo a guerra
che gli darebbe coscienza di sè e delle proprie forze, paventasse le
esigenze inevitabili dell'avvenire e non vedesse rimedio al pericolo,
fuorchè nell'afforzarsi unicamente dell'alleanza col dispotismo
straniero? E se Luigi Napoleone, cupido di predominio sul Mediterraneo e
su noi, e aborrente quindi dalla nostra Unità, preparasse, di concerto
colla Monarchia--prezzo della protezione invocata--la triplice divisione
d'Italia, architettata da lui già prima del 1859? Io non intendo di
discutere con Voi la verità di queste ipotesi; dico che nessun italiano
ha, dopo i fatti degli ultimi tre anni, diritto di affermarle
impossibili e trascurarle: Voi, repubblicano un tempo, men ch'altri. E
dico che la loro possibilità avrebbe dovuto bastarvi per adottare, anche
non disertando il nuovo campo _opportunista_ accettato, altra tattica
che non la seguita, per non gittare anatemi al rimedio che potrebbe
diventare necessario, e per non cacciare a' piedi del trono l'assurda
immorale promessa di rimanergli fedele _quand'anche._ Ed è per dolore
d'antico affetto, memore di ciò che faceste pel Paese, ch'io parlo. S'io
non guardassi che al trionfo della mia fede, m'appagherei nel ricordar
sorridendo, che i Monarchici del _quand'anche_ furono in tutti i tempi
artefici di rovina alla monarchia.

Parte vostra--e, parlando a Voi, parlo ai miei amici ed _ex amici_ della
Sinistra--era quella di piantarvi, poichè così volevate, nella Camera a
guisa di scolte vigili e diffidenti; di piegare, poi che lo credevate
opportuno, la bandiera ch'ebbe i vostri giuramenti, ma tenendovi su la
mano, in atto di chi è deliberato a nuovamente spiegarla s'altri non
attiene le sue promesse; di giovarvi delle leggi esistenti a sviluppo
progressivo di quel tanto di diritto ch'esse affermano e che i
governanti tradiscono, ma senza teorizzare sovr'esse, accettandole come
modelli di perfezione; di buttare in viso ai ministri diversi ogni
violazione del loro Statuto, ma senza mai venerarlo Arca di Libertà e
affermare racchiuso in esso il germe di ogni progresso futuro, quando il
suo primo articolo inaugura, religione dei sudditi, l'infallibile
autorità di chi maledice al Progresso; di sollevare di tempo in tempo,
sugli occhî dei gaudenti del Governo e della sua maggioranza, la santa
bandiera che porta scritti con sangue di martiri i nomi di Venezia e di
Roma; di guardare più al Paese bisognoso e capace di educazione, che non
al recinto d'una Camera, dove l'educazione è impossibile; di protestare
colla parola e minacciar col silenzio; di serbarvi compatti come un sol
uomo; di parlar pochi, rare volte e solenni: poi d'afferrare uniti una
delle molte opportunità offertevi dall'aperta violazione della legge
fondamentale e dell'onore della Nazione, per dire ai vostri
concittadini: _Esaurimmo, e senza riescire, ogni tentativo per giovarvi
coll'armi legali_: e ritrarvi, come Trasea, da un Senato
irreparabilmente servile e corrotto. Così governandovi, voi non vi
facevate di certo _possibili_ a chi oggi governa, ma educavate il Paese,
gli additavate dove cercare un giorno gli uomini suoi e salvavate la
dignità dell'anima vostra.

Seguiste altra via. Vi atteggiaste a convertiti adoratori della
Monarchia, prima che la Monarchia avesse compito il debito suo, e come
se alla Monarchia importassero alcuni adoratori di più. Miraste con
frequenti dichiarazioni a rassicurarla sul conto vostro, quando unica
via, se pur una n'esiste, di trascinarla a bene è il mostrarle pendente
la spada di Damocle. Non pagaste il debito vostro a Roma con una solenne
rimostranza collettiva, ch'io vi proponeva, che prometteste, poi non
osaste: non il debito vostro a Venezia quando, raggiunta la cifra di 380
000 soldati, viva tuttavia l'insurrezione polacca, vivo il conflitto
Dano-Germanico, bisognava proporre apertamente al Gabinetto e al Paese
la guerra. Non escì da voi collettivamente un solo atto d'energia
nazionale. Ma sprecaste, smembraste la vostra forza e la vostra
importanza, cinguettando individui e inutilmente su tutte minuzie,
movendo interpellanze e dichiarandovi soddisfatti di spiegazioni che
nulla spiegavano, o di promesse che sapevate non doversi attenere.
Taluni fra voi cercarono, rosi da vanità di pigmei, di isolarsi da
tutti, ciarlando sofismi balzani, cozzanti, francesi. Taluni si
ritrassero con piglio nobilmente sdegnoso da un recinto che dissero
prostituito, poi vi rientrarono senza che cosa alcuna vi fosse mutata.
Erraste quasi tentone fra gli equivoci e il Vero, tra le formole
artificiali d'un costituzionalismo bastardo e gli eterni principî d'una
Rivoluzione Nazionale fermata a mezzo e che vuol compimento; finchè,
dopo leggi eccezionali, stati d'assedio, imprigionamenti di deputati,
scioglimenti arbitrarî d'associazioni, divieti frequenti d'adunanze
pubbliche, persecuzioni sistematiche e preventive della stampa,
violazioni giornaliere della libertà individuale--dopo un rifiuto di
leggi comuni ai Veneti e ai Romani--dopo Aspromonte--caldo ancora il
sangue dei cittadini trucidati in Torino--trovaste core, voi, Mordini,
di votare l'abbandono di Roma; il conte Ricciardi d'esclamare
comicamente: _Io sono repubblicano, ma amo la monarchia_: Voi di provare
che la Convenzione rompe il Plebiscito e condanna l'Italia a rimanersi
smembrata e acefala, e nondimeno conchiudere: _La Monarchia ci unisce,
la Repubblica ci divide_. Così passano le glorie della Sinistra: i
pochissimi che seppero rimanersi puri, mutano seggio o si allontanano
dal cadavere.

Se non che l'origine prima dei traviamenti risale più in su, e doveva
generare fatalmente le conseguenze che vennero dopo.

Il vizio della situazione dell'oggi ha origine--e l'Italia dovrebbe ora
avvedersene--dall'annessione, dal cieco entusiasmo degli uni e dalla
funesta debolezza degli altri, che falsarono, fin dal cominciamento del
nostro moto, la posizione del problema italiano. E voi tutti, Dio vi
perdoni, v'aveste parte.

Statuita dallo straniero e accettata dalla Monarchia Sarda la pace di
Villafranca, l'iniziativa popolare protestò nobilmente nel Centro, e
poco dopo nel Mezzogiorno, contro i disegni federalisti del Bonaparte; e
decretò che l'Italia sarebbe. Allora due vie vi stavano innanzi. La
prima guidava a fondar la Nazione; la seconda all'ampliamento della
Monarchia Sarda, finchè tutto quanto il Paese si confondesse
successivamente, annettendosi ad essa.

Annunziare come fine supremo e sorgente perenne di sovranità la
Nazione--sommergere tutti, nomi antecedenti e fini locali, nel grande
nome d'Italia--dichiarare la Vita Nuova che, preparata, fecondata
d'antico, assumeva di recente sostanza e corpo--chiamare ogni terra
posta fra le Alpi e il Mare a _connettersi_, ad affratellarsi
coll'altra, in una Patria comune di liberi e di eguali--far escire da
una Costituente la formola di quella _nuova vita_, la legge del nuovo
Patto, il Patto della Nazione--poi, dacchè i tempi volgevano a
Monarchia, scrivere nell'ultimo articolo del Patto, che l'Italia si
sceglieva un re, e quel re aveva nome Vittorio Emanuele.

O porre attività di vita, sovranità, diritto nel solo Piemonte;
_annettere_ ad esso, quasi terreno dell'unione e successivamente, ogni
provincia Italiana; accettar quindi una tradizione locale, una Dinastia,
una Legge anteriore alla Vita della Nazione, una serie predeterminata di
vincoli diplomatici, un sistema, un metodo di governo prestabilito.

Tra queste due vie sceglieste--voi tutti, politici
_opportunisti_--quest'ultima. Io perorai, scrivendo e parlando, a pro
della prima; poi, quando vidi prorompere irresistibile la piena, e il
povero Popolo d'Italia, travolto dietro agli uomini che avevano meritato
negli anni anteriori affetto e fiducia da esso, versarsi all'urne col Sì
sul cappello, e m'udii richiedere che cosa io preferissi tra la
dedizione incondizionata e il _separatismo_, mi strinsi nelle spalle,
e--fidando nei fati d'Italia, più potenti che non gli errori degli
uomini--assentii e ajutai.

Sceglieste la seconda: in quel giorno decretaste, per quanto era in voi,
l'abdicazione d'Italia; e poneste in seggio il sistema che or chiamate
_piemontesismo_. Poco importa che, stretti dal pudore, inseriste non so
quale menzione di Roma e dell'Unità nelle vostre formole. Scrivendo
sulla vostra bandiera e nei vostri proclami eguali ed indivisibili,
prima che l'Italia fosse compita, Vittorio Emanuele e la Patria--come se
questa non potesse vivere senza quello--porgeste l'arme, che dovea
trafiggervi, alla Monarchia. Oggi, la Monarchia risponde, in virtù della
dedizione, a chi le chiede Venezia: _quand'io vorrò e coll'ajuto, da
ripagarsi, dello straniero_. A chi le chiede Roma: _com'io vorrò e
coll'assenso del Papa_. Strozzati dall'_antecedente_, e senza virtù che
basti per chiedere perdono a Dio e all'Italia dell'equivoco adottato
quattro anni addietro, voi, pari a quei miseri che gridavano, morendo
per mano del carnefice regio: _viva il re_, gridate, pur protestando:
Unità--che v'è tolta--e Vittorio Emanuele--che vi dice: _protestate,
purchè serviate_; e servite. Se non che quei miseri _credevano_, e la
loro era sublime follia: chi non crede è sublime d'ipocrisia o di paura.

Or voi potete a vostra posta combattere il _piemontesismo_. Il
_piemontesismo_ che è, non cosa d'individui o di terra, ma sistema e
metodo essenzialmente monarchico, ha data da quella deviazione e
durerà--sia Torino o Firenze l'alloggio--finchè, esaurite le conseguenze
dell'iniziativa del 1859, una nuova iniziativa di Popolo non ricollochi
sul vero terreno il problema e non ribattezzi il Paese alla coscienza
del proprio Diritto.

L'Unità è suprema su tutte forme, monarchiche o repubblicane. Le forme
sono buone, in quanto armonizzano col fine e gli giovano; tristi e da
rompersi, nel caso contrario. Sovranità e vita sono nell'Italia che
vuole esser Nazione; gli individui--re, presidenti o consoli poco
monta--non sono che ministri scelti di quel concetto; fedeli al mandato,
sono servi lodati dalla Nazione; traditori o dimentichi, meritano pena e
che altri sottentri. L'Unità d'Italia è cosa di Dio; parte del disegno
provvidenziale che vuole il Progresso dell'umanità, per mezzo di ciò che
noi chiamiamo _Nazionalità_, ed è la _divisione del lavoro tra i
Popoli_: è scritta nella nostra configurazione geografica, nelle
tendenze manifestate dalla Storia nostra, nella lingua che noi tutti
scriviamo, nell'indole e nelle attitudini di quanti abitano la nostra
terra: fu il Verbo dei più potenti fra i nostri intelletti,
l'aspirazione visibile, da Roma in poi, del nostro Popolo nelle sue
grandi e spontanee manifestazioni; la fede di centinaja, di migliaja di
martiri, taluni monarchici, repubblicani i più. Ciascuno di noi la
presentiva, per iniziativa regia o insurrezione di Popolo, presto o
tardi inevitabile; ciascuno di noi sa che, per qualunque via, a seconda
degli intelletti diversi, avremo Venezia e Roma. Chiunque, come Voi,
presume d'aggiogare il _fatto divino_ a uno o ad altro individuo, la
Vita della Nazione alla povera esistenza d'un re, un _principio_ eterno
a una _forma_ fenomenale e mutabile, bestemmia e disonora la Patria;
rinnega Dio per farsi idolatra. Debito nostro e vostro è di conquistar
l'Unità, _con, senza o contro_ la Monarchia. Al di fuori di questa
formola, adottata da noi anni sono, io non posso vedere che inetti o
cortigiani insanabili.

Or Voi non siete nè l'uno nè l'altro: non siete che _opportunista_. Io
so che solo, tra le quattro pareti della vostra camera, e guardandovi
attorno a vedere che non vi siano onorevoli, Voi balbettate tre volte
ogni sera, quasi giaculatoria d'espiazione, la nostra formola. Ma oggi,
le circostanze non corrono favorevoli al recitarla in pubblico. La
Monarchia è tuttora forte; potrebbe, come dissi, _volendo_; noi forse,
volendo, non potremmo. Voi quindi, pubblicamente, siete monarchico. Pur
nondimeno, ha la vostra coscienza prefisso un limite alla Monarchia,
oltre il quale direte: _non vuole_? Potranno mai gli uomini, che un
tempo vi stimarono fratello, incontrarvi, riaffratellato dai fatti,
sulla loro via? Quante cessioni di terre italiane allo straniero
esigerete per romper guerra? Quanto aumentare di servilità alle
inspirazioni di Parigi? Quanti eserciti da farsi e disfarsi? Una legge
che dichiari non solamente stranieri, ma _sospetti_, in Italia, i Romani
e i Veneti? Otto, dieci violazioni dello Statuto? Tre, quattro
Aspromonti? Quante città devono veder sangue di cittadini illegalmente
versato dai gendarmi regî? Fin dove si estenderà la robusta vostra
pazienza? Vogliate dircelo. Perchè se mai il: _se no, no_ di Manin e dei
Plebisciti dovesse ripetersi, eco sterile e perduta nell'aria, per un
tempo indeterminato e senza sapersi a che mira--se il: _perdio...
badate... protesto..._ di Voi e dei miei ex amici, dovesse conchiudersi
sempre e checchè si faccia col grido di: _Viva, quand'anche, la
Monarchia_--io vi ricorderei un tipo lasciato ai posteri da Carlo Porta.
Parmi che, comunque privilegiati, gli elettori del Regno mai possono
aver decretato che i loro eletti debbano recitare nell'aula parlamentare
la parte di _Giovannin Bongée_.

Tento sorridere, ma nol posso. L'anima mi s'abbevera di tristezza,
pensando al povero Popolo d'Italia, buono ma ineducato--d'onde mai
avrebbe esso potuto desumere educazione?--e, come tutti i Popoli
ineducati, facile ai traviamenti, ai subiti sconforti, al dubbio su
tutti e su tutto. Come insegniamo noi a questo Popolo--del quale usiamo,
a modo d'arme democratica, il nome, lasciandolo senza voto, senz'armi,
senza ajuti economici--la sua vita futura, la vita italiana, la vita
della fede, dell'amore, dell'entusiasmo, del culto morale ai principî,
al Giusto, al Vero, alla Libertà? Ove sono i suoi capi, gli uomini
ch'esso s'era avvezzo a considerare, non solamente come apostoli
d'insurrezione, ma come sacerdoti di rigenerazione morale, d'un santo
concetto di sacrificio e costanza? Per venti, per trent'anni predicarono
ad esso con noi che la salute d'Italia non scenderebbe nè da principi nè
da papi, ma dalle forze associate del Paese, dalla coscienza del
Diritto, dalla religione del Dovere, dalla persistenza nell'Azione; oggi
predicano inerzia, sommessione, fiducia illimitata nel principe,
l'ateismo del _lasciar fare a chi spetta_.

Predicarono non dovere un Popolo, che vuol farsi Nazione, sperare dallo
straniero; non dovere un popolo, che vuol farsi libero, affratellarsi
colla tirannide: oggi additano, perno di emancipazione nazionale e di
libertà, l'alleanza col monarca straniero che affogò nel sangue la
libertà della propria. Giurarono solenni e gl'insegnarono a giurare
all'instituzione repubblicana; oggi giurano acclamando all'instituzione
monarchica; promisero che l'Unità darebbe al popolo miglioramenti
economici, alleviamento alle piaghe che rodono i più; oggi sanciscono
col voto e colla presenza un sistema che, aprendo le vie d'una male
acquistata ricchezza ai pochissimi, aggrava di contribuzioni i
consumatori più poveri, colloca in mano a speculatori stranieri le
sorgenti del nostro sviluppo, inaugura la corruzione, coglie, a superare
le angustie presenti, il frutto troncando l'albero; pugnarono, militi e
veneratori di Garibaldi, per Venezia e Roma, dichiarando che senz'esse
l'Italia non è; oggi oziano soddisfatti, beati di croci e pensioni,
colonnelli e generali nell'esercito regio, senza una parola, senza un
palpito visibile per Roma e Venezia, imprendendo a proteggere le
frontiere dei dominî papali, proteggendo quelle dell'Austria,
imprigionando i giovani che, per recare ajuto ai loro fratelli, tentano
di violarle, non avendo più fede che l'obbedire e il tacere: parlarono,
scrissero d'un Patto nazionale, discusso, votato liberamente da tutti,
interprete del nuovo _fatto_ italiano, suggello alla volontà della
Patria; oggi invocano sacro, inviolabile, per l'Italia venuta dopo, un
embrione di Statuto regio, dettato subitamente da un calcolo d'egoismo e
da paura, sedici anni addietro, ad un re, per 4 milioni e mezzo
d'Italiani del settentrione.

Oh! qual criterio morale, qual senso di verità, quale idea di dovere può
formarsi, con siffatti esempî sugli occhî, questo Popolo infante? Chi
potrà impedire ch'esso non cada nell'indifferenza, nella pratica dello
scetticismo, in uno sconforto supremo d'uomini e cose? Chi salverà
l'anima dell'Italia nascente dai vizî di diffidenza, d'egoismo e di
ipocrisia che disonorano le Nazioni morenti?

Ingannammo noi tutti questo Popolo d'Italia, che avevamo giurato di
redimere e far libero e grande: io, promettendo con voi, voi
acquetandovi a veder violate le promesse. Ma io prometteva, illuso sulla
generazione d'uomini cresciuta meco nel lavoro concorde delle sante
congiure; e quando mi vidi illuso, lo dissi: piegai la fronte non
potendo altro, davanti all'onda irruente, ma dichiarando ch'io
m'inchinava afflitto al voto dei più, non a Governo o a monarca veruno:
tentai giovare al Paese, senza riguardo a bandiera, ma sempre tenendo
aperta la via per la nostra: non acclamai, non giurai ad altra: non
proferii altro evviva, fuorchè quello dell'Italia Una, _con, senza o
contro_; ed oggi, esauriti visibilmente i due primi stadî, posso senza
contradizione risollevare l'antica bandiera e chiamare i giovani al
terzo. Voi, ex amici miei, persistete, strozzati dalle conseguenze di
una diserzione e contro l'evidenza, nel far durare, parlando o tacendo,
l'inganno.

Questa religione dell'anima dell'Italia, questo problema morale, che è
supremo per me, questo vincolo di Dovere, che ci chiama tutti ad essere
Educatori dei primi passi della Nazione e sacerdoti dell'Avvenire,
furono e sono, pur troppo, dimenticati da voi. Davanti a una santa
missione, santa per la Patria nostra, santa per l'Europa che, diseredata
oggimai d'ogni fede pur non potendo vivere senza, ha diritto
d'aspettarla da un Popolo dal quale ebbe due volte un vincolo d'Unità;
io vi vedo, attonito, circondarvi di formole artificiali, scimiottare il
vuoto frasario parlamentare d'uomini che hanno, da lungo, patria, unità,
potenza non minacciate; spendere, inascoltati e inesauditi sempre,
l'energia e l'ingegno in particolari, in minuzie, giovevoli soltanto
dove le basi d'ogni vivere sociale, Indipendenza e Libertà, sono
conquistate da secoli; armeggiare di tattiche intorno a fini secondarî,
come se non aveste lo straniero in casa, un padrone in Parigi, la
Menzogna incarnata nella nostra Metropoli. Lo sdegno e la vergogna, che
dovrebbero far correre il vostro sangue a concitamento di febbre, non
v'hanno fatto dimenticare una volta sola nei vostri discorsi il titolo
d'_onorevoli_, dato periodicamente ai colleghi quand'anche non li
crediate tali: non v'hanno strappato mai uno di quei gridi d'angoscia e
di minaccia, che violano il cerimoniale parlamentario, ma sommovono e
talora salvano una Nazione. Vergniaud, Isnard e Danton sarebbero per voi
violatori del _Regolamento_. L'anima vostra, raffreddata subitamente dal
contatto colla Monarchia, ha smesso i bollori plebei d'anni sono, ha
chiuso con sette chiavi le sacre audacie delle antiche congiure, per
assumere il gelato contegno dei parlamentari inglesi. Ma i parlamentari
inglesi non sono oggi chiamati che a desumere lentamente, pacatamente,
le conseguenze e le applicazioni pratiche di principî radicati da molte
generazioni nel paese; e apparirebbero, credo, assai diversi, se
avessero gli Austriaci in Edimburgo, i Francesi in Liverpool, il Papa in
Dublino. La questione che v'è posta innanzi, è questione di vita o
morte: è l'enigma della Sfinge: bisogna trovarne la soluzione o perire;
perire, non voi, badate, chè non sarebbe gran fatto, ma l'Italia. Se voi
l'amaste davvero, non recitereste, siccome fate, copisti inopportuni, la
_commedia dei quindici anni_. Ricordereste che quella _commedia_,
recitata allora da liberali tattici che, credenti in ben altro,
conchiudevano i loro discorsi, come voi i vostri, col grido di _viva la
Carta_, inoculò nell'anima della Francia quel gesuitismo politico,
quella ipocrisia negatrice dei principî e del Vero che ha messo in trono
la tirannide del Bonaparte.

Il Vero! L'Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere
senza quello. L'Italia nascente cerca in oggi il proprio _fine_, la
norma della propria vita nell'avvenire, un criterio morale, un metodo di
scelta fra il bene e il male, tra la verità e l'errore, senza il quale
non può esistere per essa responsabilità, quindi non Libertà. Secoli di
schiavitù, secoli di egoismo, unica base all'esistenza dello schiavo,
secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un
cattolicismo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito,
cancellato quasi l'istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in
essa. E voi intendete a educarla, insegnandole che un principio, il
principio della sua vita, dipende da un _interesse_, l'interesse
dinastico. L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando
conoscenza dei proprî doveri, della propria forza, della virtù del
sacrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date
una teorica d'interessi, d'opportunità, di finzioni; un machiavellismo
male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo,
direbbe: _io aveva dinanzi la sepoltura, voi, stolti, la culla d'un
Popolo_. L'Italia nascente ha bisogno d'uomini che incarnino in sè quel
Vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce,
lo rappresentino negli atti, lo confessino, checchè avvenga, fino alla
tomba: e voi le date l'esempio d'uomini che dicono e disdicono, giurano
e sgiurano, troncano a spicchî la verità, protestano contro i suoi
violatori, e transigono a un'ora con essi. Così preparate al giogo del
primo padrone straniero o domestico, che vorrà inforcarla di tirannide
una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di sè stessa e d'altrui, senza
stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio
di tradurla in opera.

Io non so se la Repubblica ci unirebbe--e dipenderebbe in parte dai
primi uomini chiamati a dirigerla--so che la monarchia, tale quale oggi
l'abbiamo, ci corrompe; e so che la corruzione è principio di
dissolvimento supremo.--So--e Voi che viaggiaste recentemente nel
Mezzogiorno lo sapete--che da tre anni al giorno in cui scrivo, pel mal
governo sociale, politico, economico, amministrativo, la causa
dell'Unità è andata perdendo terreno, e che le popolazioni minacciano
d'attribuirle i danni che derivano da chi non ne cura e v'antepone
l'interesse dinastico. E so che solo mezzo a salvarne l'idea e a
compirla praticamente, è separarla da chi, non intendendola o non
volendola, ne usurpa il nome;--additare, a raggiungerla, una nuova
via--insegnare al Paese che unico mezzo è oggimai la rivoluzione,
continuata dal Popolo--e gridare ai giovani, com'io grido: _conquistate
all'Italia Venezia affratellandovi ai Popoli che devono essi pure farsi
Nazioni, sorgendo per essi e per voi, assalendo l'Austria nell'interno
del Veneto e da ogni terra italiana; preparatevi a conquistare
all'Italia Roma; ma in nome del Diritto Nazionale, colla fronte levata,
per decretarvi, a beneficio di tutti i Popoli, la libertà di coscienza;
conquistate a voi tutti col voto e per vantaggio di quanti son nati fra
le Alpi e il Mare, il Patto Italiano, formola detta vita collettiva
presente, e sorgente della vita collettiva dell'avvenire. Fatelo a ogni
patto, con ogni mezzo, e rovesciando ogni ostacolo che s'attraversi. E
se tra gli ostacoli incontrate la Monarchia, in nome di Dio e
dell'Italia, non v'arretrate davanti al fantasma, e sorgete a
Repubblica_.

A Voi tocca di rivelarci, e senza indugio soverchio, una Monarchia che
faccia suoi i voti, i bisogni, l'onore del Paese--che invece di
rimandare a casa i soldati, li cacci sul Veneto--che non aspetti la
conversione del Papa per darci Roma--che fidi nel Popolo, e lo chiami a
parlare e ad agire--che non desuma le sue inspirazioni da Parigi--che
rispetti la libertà delle Associazioni, delle adunanze, della Stampa,
degli individui--che scelga i suoi ministri fra i migliori della parte
più progressiva--che chiami i delegati di tutto il Paese a promulgare un
Patto Nazionale. E la seguiremo noi tutti, lasciando al tempo di
maturare all'Italia ordini egualmente buoni e più filosofici. Ma se nol
potete, parlate più prudente o tacete. Altri potrà ammirare sublime la
vostra costanza intorno a una illusione fondata sopra un equivoco. Io
richiamerò alla vostra mente la vecchia sentenza, che dal sublime al
ridicolo non corre se non un passo.

E parmi che Voi e i miei ex amici v'affrettiate a varcarlo.

    _Dicembre 1864._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



MAZZINI E VITTORIO EMANUELE


A PROPOSITO DI UNA FRASE DI FRANCESCO CRISPI[149]

AL DIRETTORE DEL «DOVERE.»

In una lettera del deputato Crispi, inserita nel _Diritto_ del 6 giugno,
trovo le parole: «Mazzini, il quale ha solo l'arte di restare
repubblicano offrendo i suoi servigi ai principi.»

Quelle parole sono indegne, ma non mi sorprendono. La caduta dell'anime
segue, come quella dei gravi, le leggi del moto accelerato. Smarrita la
fede che le guidava, precipitano, in balìa di subiti impulsi e dell'ira,
d'abisso in abisso.

Nè mi curerei di rispondere a un oltraggio smentito da tutta una leale
impavida vita. Se non che il dubbio sul quale speculano quelle parole,
affacciato già da altri, può serpeggiar facilmente tra giovani buoni ma
proni a uno scetticismo che le fraintese dottrine di Machiavelli hanno
impiantato nell'anime. Scrivo dunque per essi quel tanto ch'è necessario
a provar loro come qualcuno almeno possa, in un contatto regio, serbare
inviolata, non dirò la fede, ma la dignità della fede repubblicana.

Nel novembre del 1863--mentr'io lavorava come meglio poteva per l'unica
impresa possibile allora, e di necessità suprema oggi come
allora--l'impresa Veneta--mi venne da persona che praticava col re un
messaggio la cui sostanza era questa: «il re non intendere questo
cospirare continuo e impiantare un dualismo tra il Governo e il Partito
d'Azione in cose nelle quali si era, in sostanza, d'accordo: volere egli
Venezia quanto me: aver egli fede nell'onesta lealtà del mio procedere:
perchè non si verrebbe a un patto per l'intento comune?»

Io sono repubblicano; ma ho sempre creduto e credo che sarebbe colpa e
follìa introdurre la questione repubblicana nell'impresa Veneta. La
questione Veneta è _Nazionale_, non politica: questione di terra nostra
da conquistarsi sullo straniero, sotto qualunque bandiera rappresenti
l'Italia nel momento in cui l'impresa si tenterà. La guerra all'Austria
ha bisogno di tutti gli elementi di forza esistenti nella Nazione:
dell'esercito, come dell'insurrezione e dei volontarî. Ajutare
rapidamente, potentemente, universalmente, senza suscitare questioni
generatrici di discordia, una iniziativa Veneta, perchè il Veneto
emancipato s'unisca all'Italia: è questo tutto il programma. Solamente,
è necessario vincere, e vincere in modo che dia all'Italia coscienza di
sè. Quindi, indispensabili alcune condizioni all'impresa; non ajuti
stranieri che c'imporrebbero soggezione e patti funesti: iniziativa di
Popolo, per determinare il disegno pratico della guerra, e non lasciare
alla pedanteria dei generali governativi facoltà di concentrarla, come
nel 1848, per entro al Quadrilatero, dove saremmo forse battuti:
l'elemento importantissimo dei volontarî schierato intorno a Garibaldi.
Queste mie convinzioni erano tali da potersi esporre a popoli e
principi; e le esposi.

Il 14 novembre io aveva ricevuto il messaggio: risposi il 15.

Risposi non potere nè volere stringere patto alcuno. Ricordai: «che più
d'un anno addietro»--dopo Aspromonte--«io aveva dichiarato pubblicamente
ch'io ripigliava tutta la mia indipendenza e non avrei più patti se non
colle inspirazioni della mia coscienza e delle circostanze» e dissi:
«credere debito mio verso me stesso e il Partito serbare inviolata
quella mia indipendenza.» Dissi: «ch'io non potevo avere fiducia nella
fermezza delle deliberazioni di chi seguiva le inspirazioni
dell'Imperatore Francese e presentiva che, dove le intenzioni di Luigi
Napoleone diventassero favorevoli all'Austria, un telegramma di Parigi
agghiaccierebbe in un subito le tendenze bellicose governative. Una
politica Nazionale non poteva soggiacere a variazioni sì fatte e a me
conveniva quindi rimaner libero da ogni vincolo o patto.

«E d'altra parte, a che i patti? Era noto che io sentiva necessaria
l'Unità di tutte le forze nazionali all'impresa: noto ch'io non pensava
a inalzare la bandiera repubblicana sul Veneto: noto che noi tacendo,
per coscienza e dignità, di V. E., e limitandoci al grido di _Guerra
all'Austria, Ajuto ai nostri Fratelli_, avremmo lasciato il programma ai
Veneti, i quali, volendo l'esercito, avrebbero senz'altro invocato la
monarchia. Voleva il re, come noi, l'emancipazione del Veneto?
_Lasciasse fare e s'apprestasse a cogliere rapidamente l'opportunità_
che noi cercheremmo di suscitare. Il metodo naturalmente indicato dalle
circostanze era: _iniziativa insurrezionale nel Veneto: risposta da
nuclei di volontarî italiani e manifestazioni del Paese; intervento
governativo_. Mandasse il re pe' suoi agenti una parola al Veneto che
consonasse colle nostre: rallentasse verso noi l'azione governativa: non
cordoni ostili, non sequestri d'armi; mentre dal nostro lato
s'opererebbe con ogni prudenza possibile: provvedesse all'esercito e
segnatamente agli apprestamenti navali: bandisse dall'animo ogni idea
d'ajuto francese a noi o d'ajuto italiano alla Francia, se mai la
Francia movesse guerra sul Reno: lasciasse Garibaldi capo libero
indipendente dei volontarî, e intendesse che mal si compie una impresa
nazionale con un ministero screditato nel paese e avverso
deliberatamente a noi.»

Nè scenderò in particolari del contatto che seguì: ripugna all'indole
mia di rivelare fuori del necessario, sensi e disegni altrui, poco
importa di chi. Affermo soltanto--e se v'è chi possa smentirmi, lo
faccia--che nessuna mia lettera ebbe una sola sillaba che sviasse dal
contenuto di quella del 15 novembre. Non proferii parola intorno ai
nostri elementi, ai lavori iniziati, alle nostre intenzioni. Spinsi
l'indipendenza sino a rispondere con un rifiuto esplicito all'incerta
ipotetica offerta d'ajuti pecuniarî all'intento; dissi che ajuti sì
fatti costituirebbero tra chi li darebbe e me un vincolo ch'io non
voleva accettare; e suggerii si volgessero a pro dei poveri Polacchi e
Ungheresi.

Il 25 gennajo 1864, nojato dei continui tentennamenti e volendo pur
essere leale, io dicevo: «che il linguaggio della Stampa Governativa, le
circolari ministeriali pronunciavano un voltafaccia codardo, fatale più
assai alla monarchia che non alle nostre idee: che avremmo tentato e
ritentato; ma che, se fossimo impediti davvero, tutta la mia attività si
sarebbe inevitabilmente rivolta alla questione interna e all'apostolato
repubblicano.» E ripetevo che: «dare ai Veneti una parola d'ordine a pro
dell'azione--lasciare che nuclei di volontarî movessero a soccorrerla
quando s'iniziasse--non opporsi a manifestazioni popolari invocatrici
d'ajuto ai Veneti--dichiarare, come fece Carlo Alberto nel 1848 ai
Governi Europei, il governo Italiano essere costretto a movere--era il
da farsi.»

Quando nell'aprile ebbi notizia del sequestro dei fucili in Brescia e
Milano, dichiarai «non voler essere _mistificato_ da principi o da
chicchessia: si restituissero immediatamente l'armi, o si sostituisse un
numero eguale e, mallevadorìa del futuro, si togliesse all'ufficio
Spaventa: dove no, terrei per chiarite le intenzioni avverse, e porrei
fine ad ogni contatto.»

Il 24 maggio finalmente io scrivevo: «È chiaro che non possiamo
intenderci... S'è cominciato per dichiarare che non poteva sollevarsi
_iniziativa_ dal di fuori: risposi, dichiarando che si trattava di
iniziativa interna. Si disse allora che sarebbe stato necessario un moto
_anteriore_ in Galizia: risposi--che, comunque m'increscesse mutare a un
tratto disegno e linguaggio coi nostri Alleati, mi vi adoprerei. Oggi si
vuole anche l'Ungheria. Domani si vorrà la Boemia, l'Impero Austriaco
assolutamente sfasciato prima d'assalirlo. Intanto, l'anno venturo
avremo la Polonia morta, la Galizia impossibilitata ad agire, la
questione Danese finita, l'Ungheria in braccio al partito
conciliatore[150]. Questa non è politica italiana: è politica di paura,
politica indegna d'un popolo di 22 milioni e d'un esercito di 300 000
uomini. È impossibile trattare di cose vitali, senza un limite di tempo
determinato. _Non deve farsi_, mi si dice, _se non a tempo opportuno_. È
appunto perch'io credo il momento opportuno, che io cerco si colga.
Bisognava dirmi per quali ragioni non è opportuno; bisognava dirmi:
_s'intende agire nel tal tempo e non prima_. Il dirmi oggi che non
possono darsi armi all'interno per timore che agiscano, è un ricacciarmi
nell'indefinito. Il dirmi che _anche con una insurrezione interna
s'impediranno gli ajuti_; è un dirmi: _il Governo è deciso a far le
parti dell'Austria_.

«..... Rinunzio quindi a un contatto inutile... Rimango libero, sciolto
da ogni vincolo, fuorchè quello che ho colla mia coscienza, terreno sul
quale cittadini e re sono eguali.»

Se linguaggio sì fatto valga _offrire servigi ad un re_, vedano
gl'Italiani. Nauseato oggimai delle pazze accuse che l'immoralità dei
nemici e degli ex amici m'avventa, io dichiaro esser questa l'ultima
volta ch'io scendo, di fronte alla causa d'un Popolo, a parlare di me e
a giustificare o spiegare la mia condotta.

    _12 giugno._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



AI ROMANI[151]


    ROMANI,

Non so a che, nelle nuove circostanze, voi vi apprestiate; ma so a che
_dovreste_ apprestarvi; e m'assumo di dirvelo: prima, per coscienza
d'Italiano e di cittadino di Roma, dacchè a voi piacque, in tempi
gloriosi alla vostra città, farmi tale: poi, perchè gli uomini di parte
monarchica imposturarono come mia una stolta lettera nella quale v'è
predicata pazienza e sono tacciati d'imprudenti i vostri bei fatti del
1849. Taluni fra voi possono aver creduto nella verità di
quell'impostura, e m'importa sappiate che io, triumviro un giorno in
Roma, incanutito oggi nella chioma ma non nell'anima, serbo
incontaminata la Fede che noi annunziavamo allora uniti e volenti
all'Italia dal Campidoglio.

Ignoro quale situazione impreveduta possano creare per voi le tattiche
oblique del Governo del Regno e le trame degli agenti francesi con esso
e col Papa; e spero che voi vi governerete in ogni modo da forti, a
seconda dei casi. Ma io vi parlo come se la Convenzione Franco-Italiana
dovesse essere unica norma alle vostre condizioni. E di fronte a quella
Convenzione, che comanda al Governo Italiano di non promovere azione
contro la potestà temporale del Papa, di non tollerare ch'altri la
promova dalle terre Italiane, e di serbare capitale d'Italia Firenze,
voi avete due solenni doveri da compiere: il primo verso Roma e voi
tutti, che portate sulla fronte quel santo nome: il secondo verso
l'Italia e l'Europa.

Voi dovete AGIRE: levarvi contro la ciurmaglia accozzata dal rifiuto dei
paesi stranieri e sperderla. Una accusa serpeggia--perchè celarvelo?--a
vostro danno in Europa, e ha trovato sovente espressione nelle gazzette
inglesi e francesi. La singolare pazienza colla quale voi avete, per
diciassette lunghi anni, tollerato, senza una virile protesta, gli
invasori stranieri nelle vostre mura, fu guardata come sommessione di
Popolo che s'arretra davanti ai pericoli, e avvalorò la menzogna che
Roma fosse, nel 1849, difesa da uomini appartenenti ad altre terre
d'Italia. Io vi vidi in quel tempo, e però la dichiarai sempre, e la
dichiaro menzogna. Le influenze che v'inspirarono quell'attitudine mi
son note tutte, e non dimentico la singolare e difficile posizione in
cui vi mantenne, chiamando ad alleata la Francia, la Monarchia Italiana.
Ma se oggi, liberi da quell'equivoco, voi persisteste in soggiacere a
quelle influenze addormentatrici--se non v'affrettaste a provare che,
non la _forza_ nemica, ma l'essere quella forza della Nazione che
l'Italia chiamava alleata, e che combatteva in Solferino e Magenta, fu
ostacolo al vostro sorgere--voi confermate la pazza accusa. Or voi non
dovete--non dirò mostrarvi codardi--ma poter essere sospettati di
codardìa.

Ma sorgendo, quale deve essere il vostro grido? Quale programma dovete
scegliere?

La risposta fu già data, diciassette anni addietro, da voi: non dovete
_scegliere_; avete scelto.

Il 9 febbrajo 1849, liberi e legalmente rappresentati, dichiaraste
unanimi, che il grido dal quale venne la grandezza dei vostri padri era
il vostro; che il programma di Roma all'Italia futura si compendiava
nella parola REPUBBLICA. E quel programma, accettato con entusiasmo in
quante terre dipendevano allora da Roma, fu segnato ogni giorno, in due
mesi di lotta, col sangue dei vostri migliori, in Roma, in Bologna, in
Ancona.

Il 2 luglio, un ostacolo--la forza brutale--si frappose tra voi e
l'espressione della vostra volontà, del vostro Diritto. Quell'ostacolo
sparisce in oggi. La vostra volontà ricomincia a manifestarsi qual era.
L'eterno Diritto rivive. Voi siete, sorgendo, ciò che il 9 febbrajo
eravate: REPUBBLICANI E PADRONI DI VOI MEDESIMI.

Il 3 luglio, un giorno dopo l'ingresso delle truppe francesi, il Popolo
di Roma levò una volta ancora la mano per affermare, di fronte al
nemico, la propria fede: la Costituzione Repubblicana fu solennemente
letta alla moltitudine dal Campidoglio. La bandiera straniera s'abbassò,
come velo, tra quella mano, che mostrava il Patto, e l'Italia. Quel velo
oggi si squarcia. La mano del Popolo di Roma riappare levata in alto.

È questo il solo programma che logica, onore, coscienza del passato e
dovere verso l'avvenire v'additino. Riaffermate, prima d'ogni altra
cosa, voi stessi, la vostra vita, la potenza che è in voi: farete poi
ciò che Dio e la coscienza del Dovere Nazionale vi inspireranno. Siate;
poi disporrete di voi.

E allora--quando il vostro voto non sarà il muto, immediato, cieco
suffragio che inaugurò la tirannide di Bonaparte e consegnò Nizza alla
Francia--quando potrà escire solenne, pensato, forte d'inspirazione
collettiva, illuminato dal consiglio dei buoni e dalla libera
discussione sulle vostre condizioni e su quelle d'Italia--deciderete se
Roma debba darsi, come città secondaria, diseredata di vita propria, a
una monarchia condannata, provata impotente a ogni forte fatto, che
riceveva jeri, come elemosina dallo straniero, Venezia, e che
scriverebbe sul Campidoglio _Custoza e Lissa_:--o se la Tradizione,
gloriosa sopra ogni altra, del suo passato, e la missione ch'è in essa e
dalla quale escì due volte l'unificazione materiale e morale del mondo,
la chiamino a parte più degna e feconda pei giorni futuri della Nazione.

Intanto affermatevi; affermate Roma.--Chi vi dà consiglio diverso--chi
vi sprona ad aggiogarvi senza maturo, collettivo e libero esame nel
_fatto_ esistente--disonora Roma senza giovare all'Italia.

Non m'accusate di contradizione coi consigli che io diedi ad altri in
passato.

Quand'io, nel 1859 e nel 1860, consigliai il Mezzogiorno d'Italia ad
_annettersi_, l'Unità materiale, avversata in tutti i disegni del
Bonaparte, non esisteva: l'Italia intera consentiva--non monta se a
torto o a ragione--nel concedere alla Monarchia il benefizio d'un
esperimento a pro della possibilità d'un accordo fra essa e il Paese: nè
le città alle quali io, riverente alla Sovranità popolare, parlava
portavano il grande nome di Roma.

E nondimeno io suggeriva, anteriori a ogni plebiscito, le Assemblee,
tanto che le annessioni si compissero a patti, e con certezza di libertà
vera e d'onore alla Nazione futura. Non m'ascoltarono--ed oggi si
pentono d'essersi dati alla cieca.

Ma io parlo ora a voi, uomini di Roma, in condizioni radicalmente
mutate.

L'Unità materiale d'Italia è ormai irrevocabilmente fondata; nè le
vostre decisioni o i vostri indugi possono farle correr pericolo. Quel
ch'oggi importa non è che voi siate d'Italia il tale o tal altro giorno;
importa che lo siate in modo degno di voi, e che promova i fati d'Italia
e l'Unità morale, mancante tuttora e inaccessibile alla Monarchia.

L'esperimento è compiuto. Una lunga serie di fatti incontrovertibili ha
provato, a quanti hanno senno e core, che la Monarchia non può essere se
non servile al di fuori, strumento di resistenza al di dentro.
L'Instituzione è moralmente condannata. Il Paese può trascinarsi per un
tempo ancora tra le esitazioni dell'_opportunismo_; non è più
monarchico.

E io parlo a voi, Romani di ROMA, eccezione fra quante città s'inalzano
sulle nostre terre. Roma non è _città_; Roma è una Idea. Roma è il
sepolcro di due grandi religioni, che furono vita al mondo nel passato,
e il Santuario d'una terza che albeggia e darà vita al mondo
nell'avvenire. Roma è la missione d'Italia fra le Nazioni: la Parola, il
Verbo del nostro Popolo: il Vangelo Eterno _d'unificazione_ alle genti.
Posso io dirle di _annettersi_, appendice subalterna a Firenze? Posso io
suggerirle, senza delitto di profanazione, di consacrare del suo
prestigio una Instituzione incadaverita; di coprire coll'immensa ombra
della sua gloria le colpe, gli errori, la servilità allo straniero d'una
Monarchia, che non ebbe una protesta per voi nel 1849, che non trovò una
parola da proferirsi a pro vostro nei vostri diciassette anni di
servitù; che disse per bocca de' suoi ministri: _non andrò in_ ROMA _se
non col_ BENEPLACITO _della Francia e del_ PAPA?

No: Roma non deve annettersi a Firenze; dobbiamo noi tutti annetterci a
Roma. Ma per questo abbiamo bisogno che Roma risorga quale era quando
salvò l'onore d'Italia, perduto in Milano e Novara dalla Monarchia:
abbiamo bisogno ch'essa si levi dal suo sepolcro, in nome, non del
passato, ma della nuova vita dell'avvenire; abbiamo bisogno ch'essa
splenda, per breve tempo isolata, siccome faro di Verità e di Progresso,
alle incerte, desiose popolazioni d'Italia.

L'Unità _materiale_ d'Italia è pressochè fondata: oggi, è necessario un
simbolo che rappresenti l'Unità _morale_; e quell'Unità non può venirci
che dalla fede repubblicana. Ciò che abbiamo è forma senz'anima: noi
l'aspettiamo da Roma; ma Roma non può spirarla nell'inerte forma, se non
a patto di serbarsi pura dalle sozzure presenti. Accettandole, Roma
cade; e con essa cadono, per non so quanto, i grandi fatti d'Italia in
Europa.

Addio--ora e sempre vostro

    _5 dicembre 1866._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



     1869.

  AI NEMICI[152]


Scrivo a voi, non perchè io intenda--nè voi l'aspettate da
me--difendermi dalle vostre accuse o spiegare la mia condotta: le vostre
accuse mi onorano, e sulla mia condotta non vi riconosco diritto alcuno.
Scrivo per dirvi e dire al Paese, che quelle recenti accuse, suggerite
da voi alle vostre gazzette, vi chiariscono a un tempo immorali, codardi
e stolti: immorali, perchè voi le sapete false e nondimeno le
profferite; codardi, perchè, padroni d'ordini costituiti, di vasti mezzi
finanziarî, d'un esercito che dite vostro e d'una stampa che è vostra,
vi giovate a combatterci d'armi sleali, delatori segreti e calunniatori,
dichiarandovi così da voi stessi impotenti ad altro; stolti, perchè vi
illudete a credere che il Paese, ingannato da voi da lunghi anni ogni
giorno, accetti credulo le vostre accuse, e ritenga me e gli amici miei
uomini capaci di assoldare accoltellatori o fomentare saccheggi e
violazione di proprietà.

Il Paese ricorda--da quando il Governo del padre del vostro re spargeva
in Genova, nel 1832, voce nelle caserme di veleni destinati al
presidio--che calunnie siffatte ricomparvero a ogni minaccia di moto, a
ogni paura che la coscienza dei vostri falli vi suscitò dentro; chiarite
poco dopo menzogne architettate ad aizzare i pregiudizî d'una o d'altra
classe di cittadini contro i vostri avversarî. Il Paese--e per Paese non
intendo le poche centinaja di raggiratori che servono oggi, lucrando,
voi, e servirebbero noi domani se potessimo mai accettarli, ma i milioni
di onesti cittadini che possono essere talora traviati, non corrotti e
calunniatori--conosce voi e comincia a conoscere noi. Quei milioni hanno
veduto voi escir dal potere impinguati di facoltà, e noi quanti siamo
escirne più poveri; hanno udito di Manin maestro di scuola in esilio,
del generale romano Roselli traente per anni, con tacita dignità,
esistenza di povero popolano nella Liguria, della modesta vita di Carlo
Cattaneo in Lugano, di Gustavo Modena rassegnato a vendere paste e cacio
in Bruxelles, dei molti nostri periti nella miseria su terra straniera;
e intendono che se noi, come tutti, possiamo avere errori
nell'intelletto, non abbiamo basse avidità nè vizî da soddisfare a danno
del paese o dell'altrui proprietà; hanno veduto voi pazzamente feroci
contro il masnadierume nel Mezzogiorno e prodighi di domicilî coatti, di
persecuzioni arbitrarie, _di stati d'assedio_ nel Centro, e di
repressioni sanguinose in Torino; noi, saliti al potere in Venezia e
Roma, serbarci, di mezzo al concitamento d'una guerra contro stranieri e
soldati della monarchia napoletana, puri di proscrizioni e di
intolleranza; e intendono, che noi possiamo essere uomini d'arditi e
tenaci propositi, non di sangue e vendette, e che la _nostra_ Repubblica
non è nè può mai essere la francese del 1793; hanno udito d'una gloriosa
tradizione di martiri repubblicani, morti tutti, dai grandi napoletani
del 1799 sino a Carlo Pisacane e Rosalino Pilo, sul palco o in
battaglia, col sorriso della coscienza incontaminata sul labbro e col
raggio d'una speranza, che il sangue loro frutterebbe al futuro della
Patria, sulla fronte serena; hanno udito del venerando e canuto Giuseppe
Petroni--abbandonato da voi perchè amico mio e repubblicano--e del suo
duplice e glorioso rifiuto, a me, che gli offrivo di agevolargli la
fuga, perchè ei non voleva abbandonare i compagni di prigionìa; e ai
satelliti del Papa, che gli offrono, dopo quindici anni di patimenti,
libertà, perchè l'offrono a patti codardi; e hanno oggimai conchiuso
che, mentre i men tristi fra voi sono uomini d'una _opinione_ o d'un
_interesse_ dinastico e incapaci di martirio o di sagrificio, noi siamo
uomini d'una _fede_, purificati da essa nell'anima e incapaci di delitti
ch'essa rifiuta. Molti fra gli Italiani si affacciano oltre l'Alpi alla
Svizzera repubblicana e vi trovano spettacolo di virtù semplici, di
perenne concordia civile e di proprietà largamente diffusa e inviolata;
viaggiano oltre il mare, agli Stati Uniti repubblicani, e vi trovano
vita rigogliosa e crescente, lavoro universale e onorato, educazione
pressochè universale, dignità di liberi in tutti, potenza, quando
occorre, di sagrificio in armi e denaro, quale nessuna delle vostre
monarchie può sognare; e si convincono che l'Instituzione Repubblicana
significa onnipotenza di legge, ufficî dati al merito e alla virtù,
eguaglianza d'anime promossa da eguaglianza d'educazione, governo
iniziatore di progresso, ricchezza fondata sul lavoro, libero e
vigilante consenso di cittadini in ogni cosa che li concerna,
impossibilità quindi di rivoluzioni violente; mentre, volgendo gli occhî
alle monarchie, vi trovano arbitrio, ufficî dati al privilegio d'oro o
di nascita, ineguaglianza, corruzione scendente dall'alto, lavoro
inceppato a ogni passo nella produzione e nella circolazione, ignoranza,
accarezzata siccome strumento di servitù, nelle moltitudini, assenza
d'armi e di voto nei più, e quindi rivoluzioni periodiche o frequenti
tentativi d'insurrezione, fatali alla pace, all'industria, ai commerci,
ma inevitabili dove diritti e doveri sono sistematicamente negati.

E finalmente, alcune migliaja tra gli uomini ai quali mentite, hanno
letto ciò ch'io e parecchî dei miei amici repubblicani andiamo da ormai
trentacinque anni scrivendo, e v'hanno raccolto che noi abbiamo sempre
combattuto a viso aperto ogni terrore eretto a sistema, ogni vendetta
del passato, ogni atto che sommova una classe di cittadini contro
l'altra--che abbiamo virilmente respinto, affrontando per amore del
Vero, il biasimo e l'ira di taluni fra i nostri più stretti amici, ogni
sistema di comunismo, di spogliazione violenta, di violazione di patti
accettati dalla Nazione, o di diritti individuali legittimamente
acquistati--che abbiamo invariabilmente predicato ai nostri
concittadini: _voi non potete mutare in meglio le sorti del vostro
Paese, se non a patto d'essere migliori, più virtuosi e più giusti di
quelli che rovesciate_.

Però, quando uno dei vostri ministri, al quale consiglierei d'imparare,
prima di governarlo, la lingua del suo Paese, deplora, sgrammaticando,
nel Parlamento «che uomini che ardiscono vituperare il nome della
libertà, vantandosene campioni, _possano dar luogo_ a iniqui tentativi,
che se fossero stati seguiti dal premeditato effetto avrebbero avuto
_conseguenze veramente da assassini_;» poi, parlando d'armi scoperte,
afferma: «è inutile dire che questi strumenti erano _diretti contro
galantuomini_;» e finalmente attribuisce agli arresti virtù «d'aver
_dimostrato_ che la congiura era più che altro ordita _contro_
l'esercito,» il Paese ride del ministro, delle insensate affermazioni,
delle strane ipotesi e della patente contraddizione del congiurare
_contro_ un esercito che, a detta vostra, ci adoperiamo con ogni
artificio a sedurre. Ma quando v'ode a infamare davanti all'Europa la
Sicilia, come capace di spedire, viaggiatori commessi a sgozzare,
duecento accoltellatori a una città del Settentrione italiano, e i
repubblicani della nostra tempra come capaci d'assoldarli, il Paese
torce nauseato il suo sguardo da voi, che non rifuggite, per
combatterci, dal calunniare la Patria vostra, e desume intanto, dalla
scelta delle vostre armi, che le altre vi sfuggono, che siete oggimai
vittime votate alla _Dea Paura_, che siete e vi sentite perduti. Noi,
per provarvi tristi, inetti e fatali all'Italia, non abbiamo bisogno
d'arti siffatte.

Io--dacchè l'insistenza vostra ad attribuirmi ogni cosa che vi conturba
mi riduce a parlar di me--vi sono e vi sarò, finch'io viva, nemico
irreconciliabile: voi avete crocefisso al cospetto delle Nazioni l'onore
della mia Patria e fatto, per quanto è in voi, retrocedere un avvenire
che Dio le assegnava, e che bastò a me intravedere, perchè io gli
consecrassi anima, vita e affetti, sentendomi largamente compensato
d'ogni possibile sacrificio. Ma nè l'immenso amore che io porto
all'Italia, nè lo sdegno profondo contro ognuno che la vituperi e cerchi
di corromperla e traviarla, m'hanno fatto mai adottare armi sleali con
voi, o scendere ad accuse ch'io non credessi fondate, o rifiutarvi
quella libertà d'esperimenti, che voi con ipocrite promesse invocaste
più volte negli anni addietro. Quando nel 1848 dichiaraste solennemente
che la monarchia scendeva in campo contro l'Austria per compiere un
dovere verso l'Italia e promettendo al paese di lasciarlo, a guerra
vinta, arbitro delle proprie sorti--quando nel 1859 e nel 1866 diceste,
per bocca dei vostri dittatori, a noi tutti: «la monarchia ha esercito,
forze da lungo ordinate e tesori; essa può e vuole dare all'Italia ciò
che cercate, Roma, l'Alpi, indipendenza al di fuori, libertà vera al di
dentro, con sacrificî minori e certezza di successo che voi non
avete»--io, incredulo a voi, ma riverente al Paese che vi credeva, e
tratto da un ingenito amor di giustizia a concedervi modo di tentare
l'adempimento delle vostre promesse, tacqui di repubblica, ajutai come
per me si poteva le vostre guerre e le vostre annessioni nel Centro e
nel Mezzodì, m'astenni da ogni lavoro segreto e da ogni cosa che voi
poteste chiamar congiura; aspettai che il tempo chiarisse
gl'intendimenti vostri, e vi promisi che se mi sentissi mai costretto a
rifarmi nemico e ripigliare l'antica via, v'avvertirei. D'allora in poi,
i fatti, fatti ripetuti, innegabili, coordinati a sistema, provarono a
quanti vogliono intendere, che le promesse erano menzogne, che voi non
sapevate, non potevate, non volevate darci Roma, nè le nostre frontiere,
nè indipendenza, nè libertà, nè prosperità materiale, nè vita e dignità
di Nazione. E, sul finire del 1866, io risollevai pubblicamente, con un
manifesto stampato, quella bandiera repubblicana, che porta fra le sue
pieghe i fati d'Italia; e in nome dei credenti in essa vi dissi: _volete
guerra? l'avrete_. Chi è sleale tra noi? Noi, che aspettammo, pazienti,
esaurite tutte le possibili vie d'accordo nel presente; e soltanto
quando fu compito ogni esperimento e tradita ogni speranza, ci
distaccammo apertamente da voi, o voi che trafficaste del sangue dei
nostri martiri dai quali vi fu preparato il terreno, delle illusioni di
tutto un popolo credulo nelle vostre promesse, e del nostro silenzio,
per impiantarvi, potenti e armati dominatori, sul collo d'Italia e dire
ad essa: _non siamo tuoi, ma d'una dinastia_--a noi: _siete assassini ed
espilatori_?

Reprimete, finchè avete modo, e tacete. Avete troppo mentito perchè
altri vi presti fede. La coscienza irritata del Popolo italiano vi
toglie oggimai il diritto della parola.

Voi avete avuto incitamento ad essere grandi e virtuosi, ciò che nessuno
ebbe mai: un popolo forte, numeroso, capace d'ogni entusiasmo, che v'era
ciecamente devoto e vi offriva ogni cosa sua perchè lo guidaste alla
meta, e l'avete prostrato ai piedi dello straniero, privato d'armi e di
voto, coperto di disonore davanti all'Europa. Avevate il prestigio d'un
nome, Roma, sacro fra i popoli e pegno, pel ricordo storico di due
epoche di civiltà date al mondo, del loro rispetto e del loro amore; e
avete, pur giurando il contrario, annientato quel prestigio abbandonando
Roma al fantasma papale, e tollerato, tacendo, che un ministro francese
vi dicesse: _non l'avrete mai_. Avevate radicato financo nelle
moltitudini dal lungo nostro apostolato e da sagrificî di sangue dei
migliori fra noi, un culto all'Unità, che in una Nazione di venticinque
milioni costituisce potenza gigantesca, vincolo sicuro d'amore e pegno
di missione comune; e avete, sostando a mezzo e facendo, a furia di
sgoverno, parere amaro anche quel misero incominciamento, ridato vita a
uno spirito di federalismo che riescirebbe, se mai durasse, fatale alla
Patria. Avevate, insegnamento a fondar durevole quell'Unità, una
splendida tradizione storica che v'additava due soli e inseparabili
elementi della vita Italiana, la Nazione e il Comune; e voi avete, col
suffragio ristretto e colla tirannide governativa di prefetti,
viceprefetti, delegati e carabinieri, soffocata ogni attività di Comuni
e soffocato--negandogli un Patto e costringendolo in uno Statuto
anteriore al fatto dell'Unità e dettato, in un momento di paura, dal re
che tradì Milano--il pensiero della Nazione. Avevate una terra che fu
granajo e maestra d'industria e commerci ai popoli e sarebbe, sotto un
Governo Nazionale davvero, anello tra l'Europa e l'Oriente e deposito
centrale delle merci d'Europa verso esso; avevate nei beni demaniali,
nei possedimenti incamerati del clero, nella Sicilia, in Sardegna, nel
Mezzodì, nei sei milioni d'ettari di terreno incolto, una immensa
sorgente di ricchezza; e avete, con un sistema di contribuzioni ostile
alla produzione, inceppata l'agricoltura, tormentato, insterilito il
commercio coi dazî, colle dogane, col monopolio, ucciso il credito con
una economia d'espedienti e colle condizioni provvisorie nelle quali
v'ostinate a mantenere il paese; avete sprecato quelle ricchezze nel
vortice della speculazione straniera e negli imprestiti rovinosi, che
non sollevano, se non d'anno in anno, il _presente e disseccano le
sorgenti dell'avvenire_. Avevate una linea, unica in Europa, di
frontiere pressochè insuperabili, e l'avete spezzata abbandonando allo
straniero, che tiene già Roma, Nizza e Savoja:--un Esercito di prodi,
presto a tutelare quella frontiera, e l'avete avvilito, ricevendo
com'elemosina dalla Francia imperiale quelle terre, che avreste potuto
conquistarvi coll'opera sua, e tradito in tutte le sue speranze a
Villafranca, nel Trentino, a Lissa, a Custoza;--un cominciamento della
Nazione Armata nei volontarî che vi diedero il Mezzogiorno d'Italia e
potevano procacciarvi il favore e l'entusiasmo di quanti popoli
anelano a farsi Nazioni; e li avete spiati, ricinti d'insidie,
perseguitati;--Garibaldi, e l'avete ingannato, combattuto, imprigionato,
ferito. Onore, amore del paese, sicurezza, esercito, Roma, tutto giace
per voi a' piedi dello straniero, sol perchè, sentendovi mal fermi sulla
vostra terra, sperate d'averlo un giorno alleato contro di noi. Ricordo
le parole d'un principe della vostra dinastia, Vittorio Amedeo II, che,
men servile degli altri, richiesto da Luigi XIV di Verrua e della
Cittadella di Torino, gli dichiarò guerra esclamando: _Sono stato da
lungo trattato come vassallo: ora vogliono fare un paggio di me: è
giunto il tempo di mostrar ciò ch'io sono_. Ciò che voi siete, l'Italia
lo sa. Voi avreste, come a Mentana, comandato ai vostri d'assistere,
spettatori inerti, all'invasione di Luigi XIV e alla strage dei
difensori italiani di Torino e Verrua.

Ma, perchè a voi piace di travolgervi nel fango imperiale, dobbiamo
farlo noi? Perchè non vive nell'anima vostra scintilla d'amore e
d'orgoglio italiano, avete sperato che noi dovessimo spegnerla nella
nostra? Perchè voi potete contemplar sorridendo l'agonia dell'anima
della Patria, vi siete illusi a credere che noi ci rassegneremmo a non
tentare di farla rivivere?

Pensate che tutti debbano tradire la fede nel Dovere, perchè voi la
tradite?

Io non logorerei quest'ultimo minacciato avanzo di vita per una semplice
questione politica, per affrettare di pochi anni o di mesi l'impianto
dell'Instituzione Repubblicana; la Repubblica è, in Italia, inevitabile
tra non molto; e lascerei al tempo e ai vostri errori l'opera loro a pro
nostro. Ma se una questione di libertà o di finanza può affidarsi al più
o meno lento svolgersi delle idee progressive, una questione d'onore non
può. Il disonore è la cancrena delle Nazioni; ne spegne, se non è
combattuta a tempo, la vita. Un Popolo che si rassegna, potendo altro,
all'insulto straniero, che avendo in sè forze per essere popolo libero e
padrone dei proprî fati, si trascina in sembianza di liberto fin
dov'altri vuole e non oltre, è un popolo perduto: abdica potenza e
avvenire. Noi siamo oggi, mercè vostra, disonorati; e ogni giorno che
passa aggiunge alla coscienza del disonore uno strato di corruzione ai
molti, che quattro secoli di servaggio, l'educazione gesuitica, le
influenze straniere, il materialismo inseparabile dalla servitù, il
machiavellismo ch'è la politica dei popoli incadaveriti, hanno messo
intorno all'anima della Nazione. Ponendo la macchia nera del disonore
sulla giovine bandiera d'Italia, voi ci avete intimata la necessità
dell'Azione. S'altri, che più lo dovrebbe sentire, nol sente, tal sia di
lui. Noi lo sentiamo; ci apprestiamo quindi e ci appresteremo, checchè
facciate, all'Azione. Ci ordineremo a quel fine, pubblicamente dove
potremo, segretamente, dove le vostre leggi ci costringeranno al
segreto. Provvederemo ad armarci, non come bassamente voi ci apponete,
per accoltellare gli onesti, o conquistarci l'altrui, ma per non darci,
stolidamente inermi, il giorno in cui chiameremo il popolo d'Italia a
decidere tra voi e noi, ai vostri birri, ai vostri carabinieri, a quei
fra i vostri soldati che, durando nella servitù e nell'inganno, non
scenderanno nell'Azione con noi. E diremo e ridiremo a stampa pubblica o
clandestina, a seconda delle vostre persecuzioni, le parole che l'amico
mio Lamennais, santo dei nostri oggi troppo dimenticato, diceva, prima
di morire, al popolo: «Sappiate questo. Quando l'eccesso del patire
v'inspira la determinazione di ricuperare i diritti dei quali i vostri
oppressori v'hanno spogliati, essi vi accusano perturbatori dell'ordine,
e cercano infamarvi come ribelli. Ribelli a chi? Non v'è ribellione
possibile se non contro il vero sovrano, contro il popolo: e come può il
popolo esser ribelle al popolo? Ribelli son quelli che creano a sè
stessi, in suo danno, privilegi iniqui, che coll'astuzia o colla forza
riescono a imporgli la loro dominazione: e quando il popolo rovescia
quella dominazione, non turba l'ordine, compie l'opera di Dio e la di
Lui volontà sempre giusta.»

È con voi il popolo? Avete, oltre le vaste forze ordinate e il
prestigio, potente sui più, della lunga esistenza, la maggioranza del
Paese, dei governati, a pro vostro? Perchè ci temete? Perchè ci
calunniate? Perchè v'arretrate irritati davanti all'apostolato delle
nostre idee? Dateci libero quell'apostolato: libera da sequestri la
stampa; libera, qualunque ne sia il programma politico, l'associazione;
libera da ogni arbitrio, da ogni imprigionamento di precauzione, da ogni
invasione di domicilio, da ogni violazione di corrispondenza, la nostra
vita individuale; date a me che scrivo facoltà di viaggiar libero di
città in città, raccogliere a convegno i vogliosi d'udirmi e spiegar
loro le nostre dottrine repubblicane. Noi vi promettiamo solennemente di
astenerci da ogni ordinamento segreto, da ogni preparativo di quella che
voi chiamate _ribellione_, e non sarebbe se non un ridare al popolo, a
compimento della nostra Rivoluzione Nazionale, l'iniziativa interrotta,
soppressa da voi. Perchè non osate ciò che l'Inghilterra osa,
l'ammissione dell'inviolabilità del Pensiero? Perchè confischerete voi
questo scritto? Perchè fate argomento di delitto ai vostri soldati la
lettura dei nostri giornali? Perchè chiedete alla Svizzera di cacciarmi?
V'ha mai richiesti la Svizzera di cacciare un de' suoi per paura d'un
apostolato monarchico?

No: voi nol farete; non lo potreste, volendo. Voi non siete Governo
Nazionale. Non potete reggervi che colla forza. Fatelo, finchè la forza
vi vale. Ma non vi lagnate se noi, opponendo all'apostolato
l'apostolato, opporremo un giorno--in nome di Roma tradita, in nome
dell'onore italiano violato, in nome dell'incompiuta Unità, della nostra
Indipendenza gittata ai piedi dello straniero, del traffico delle nostre
terre, dell'avvilimento versato sul nostro esercito, della rovina
finanziaria del paese, della Vita Nazionale lasciata senza patto, senza
espressione legale da voi--la forza alla forza.

Voi non siete Governo Nazionale in Italia; in questo sta la vostra
condanna, il segreto delle nostre attuali condizioni, il nostro eterno
diritto. La vita Italiana nacque e crebbe repubblicana, origine del
COMUNE, fin da quando Roma non era; nacque e crebbe repubblicana e
creatrice dell'idea UNITÀ con Roma, anteriormente all'Impero; rinacque e
crebbe repubblicana nel medio evo colle nostre città rivelando la
MISSIONE dell'Italia in EUROPA e diffondendo ai popoli vincoli di morale
unità, religione, arte, industria e commercio. Repubblicani sono tutti i
nostri grandi ricordi; repubblicani pressochè tutti i nostri potenti di
intelletto e di cuore: repubblicane le tendenze, le abitudini del viver
civile, le appena abbozzate instituzioni sociali. L'Italia ebbe patrizî,
non patriziato; condottieri, signori, mercanti, che si inalzarono al di
sopra dei cittadini coll'armi, coi tradimenti, colla ricchezza: non una
aristocrazia simile a quella dell'altre terre europee, intesa, compatta,
guidata da capi universalmente accettati, diretta da un solo disegno
politico. La monarchia si impiantò, nel decadimento morale d'Italia,
sotto gli auspicî e la protezione armata di invasori stranieri: smembrò,
non unì, soffocò l'intelletto della Nazione sotto inspirazioni non
italiane: fu serva, vassalla, scolta inoltrata di Parigi, di Madrid, di
Vienna: ingrandì tentennando fra le diverse Potenze che scendevano a
derubarci, trafficando codardamente sull'alterna vicenda della guerra
straniera, non richiamandosi mai all'intima vita, alla forza latente
della Nazione, e negandola per terrore. E, noi tempi più vicini a noi,
la dinastia che servite perseguitò gli apostoli dell'Unità Nazionale e
tentò spegnerne nel sangue la fede, finchè impaurita, costretta
dall'onda dei moti popolari, trapassò dalla guerra all'inganno, e
s'insignorì, promettendo, giurando e non attenendo mai, d'un terreno non
suo, d'un lavoro iniziato e quasi compìto da uomini repubblicani, per
farne monopolio a pro dei proprî meschini interessi. Oggi l'Italia è
fatta, per essa, prefettura dell'Impero di Francia. Io non vedo un uomo
tra voi, che non attinga dalle tradizioni straniere le idee, i modi di
governo, i metodi amministrativi; non ne ricordo un solo che abbia
avuto, prima dei fatti compìti, concetto d'Unità o fede nel popolo
d'Italia o amore schietto e profondo della missione ch'essa è chiamata a
rappresentare nel mondo, o senso di Dovere o, non fosse altro, orgoglio
di Patria. La vostra morale è quella d'un machiavellismo bastardo: la
vostra economia è scienza d'espedienti suggeriti o ricopiati da mezzi
ingegni stranieri: la vostra politica è politica di _resistenza_: la
vostra religione è ateismo mascherato d'ipocrisia.

Però cadrete, cadrete rapidamente, e ve ne avvedete. Com'è vero Dio,
l'Italia sarà tra non molto repubblicana. E voi dovete il breve periodo
di misera affannata esistenza che vi avanza, non alle vostre calunnie,
ma alle nostre titubanze, alle passioncelle individuali, che non
sappiamo ancor soffocare nella santa coscienza del _fine_, ai sospetti,
alle mal ferme determinazioni, ai piccoli vizî di mente o di anima,
inerenti a schiavi, che ruppero jeri soltanto la loro catena.

Queste cose ho voluto dirvi, interprete dei vostri fati, perchè sappiate
ciò ch'io penso e com'io disprezzi le vostre accuse. Avversai
deliberatamente coi migliori tra' miei amici l'immaturo tentativo ch'or
v'ha empito l'animo di terrori: ma non intendo che ciò mi valga di
difesa con voi. Se crederò di poter giovare quando che sia a
rovesciarvi, lo farò per debito d'Italiano e con lieta, serena
coscienza.

Addio.

    _Maggio._

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



    _1870._

  L'INIZIATIVA[153]


I.

Il 16 maggio 1791, in Francia, nella discussione sulla facoltà di
rieleggere i deputati, Duport, uno dei migliori dell'Assemblea,
dichiarava, insistendo, che la _Rivoluzione era compita_. Quell'idea,
adottata per norma di legislazione dall'Assemblea, fu sorgente a quanto
accadde più dopo. Resistenza a quei che s'adopravano a _continuare_
l'opera _iniziata_, irritazione di questi, diffidenza reciproca, guerra
di parti e _terrore_, tutto giaceva latente in quella errata imprudente
parola e si svolse, per legge di logica, inevitabilmente. Una _idea_ era
a capo d'eventi, che s'attribuirono e s'attribuiscono ancora dagli
ingegni educati nella scuola storica di Voltaire a piccole cagioni, a
piccoli errori commessi, a piccole gare tra individuo e individuo.

Lo stesso errore si commette oggi e da più anni in Italia: genera le
conseguenze di resistenza, di diffidenza e di irritazione visibili ad
ogni uomo, e che s'attribuiscono dagli ingegni superficiali a mene
d'individui irrequieti, a piccoli errori d'uno o d'altro ministro:
genererà ben altro, se dura.

L'Italia OFFICIALE--Governo, Parlamento e Stampa governativa o
parlamentare--dichiara che la Rivoluzione Italiana è compita: noi,
viventi al di fuori di quella sfera, affermiamo il contrario. In questo
dissenso sta il secreto della crisi perenne, che affatica e minaccia di
perder l'Italia.


II.

Quale è il carattere predominante nel moto d'Italia? Quale il _fine_
immediato al quale tende quel moto?

Il carattere predominante nel nostro moto è anzi tutto di _nazionalità_.
L'Italia vuole Libertà, Eguaglianza, prosperità materiale; e sa che
saranno per essa conseguenze della Rivoluzione compita; ma non è sorta
per quello. L'Italia è sorta per essere NAZIONE. Grande un tempo e
iniziatrice nel mondo per opera di Roma, grande e iniziatrice più dopo
per opera dell'ordinamento dato al Cristianesimo dal Papato, grande e
iniziatrice una terza volta per virtù di popolo e delle sue città
repubblicane, l'Italia, caduta da oltre tre secoli in impotenza e
nullità civile e politica davanti a sè stessa e all'Europa, serva
spregiata di dominazioni o influenze Austriache, Francesi e Spagnuole,
ma memore e presaga, raccolse dalle aspirazioni de' suoi Grandi di
mente, dal martirio de' suoi Grandi d'azione, dal lento continuo moto
d'assimilazione de' suoi popoli e dalla necessità d'essere forte, la
sacra parola UNITÀ, e si riscosse con un pensiero di vita collettiva
nell'anima, col grido di _Nazione_ sul labbro. Un nome, una bandiera,
una esistenza riconosciuta e onorata dai popoli, una parte e non ultima
nel lavoro europeo, una missione da compiere degna delle compite: fu
questo il voto Italiano. Per questo l'Italia acclamò, illudendosi, a Pio
IX: per questo essa gettò, ingannata, tutte le sue forze a' piedi della
Monarchia. Speranze, errori, esperimenti, inquietudini, tentativi,
aspirazioni, minaccie, tutto è, non giustificato, ma spiegato dal
predominio di quel pensiero.

È la Rivoluzione Nazionale compita?

Una Rivoluzione Nazionale non è compita se non quando, libero da ogni
straniero, il Paese ha indipendenza accertata da una linea di frontiere,
che comprendono e proteggono tutti gli elementi che tendono a ordinarsi
in unità di nazione:--se non quando sono egualmente accertate e fatte
norma di legge le tradizioni, la _fede_ comune e le tendenze, in virtù
delle quali tutto il popolo compreso per entro a quelle frontiere sente
dovere, diritto e volontà di costituirsi in _associazione_ speciale e
distinta dall'altre. Senza libere e secure frontiere, senza Patto
Nazionale, non esiste Nazione.

Noi non abbiamo nè le une, nè l'altro.

La Francia imperiale, già dominatrice dell'Alpi frapposte, occupa e
vieta all'Italia il suo centro Nazionale, ROMA. L'Austria ha il Trentino
e l'Istria. Da Nizza fino al Carnero, «che Italia chiude e i suoi
termini bagna,» la frontiera italiana è schiusa a Governi stranieri.

E quanto all'interno, l'Italia presenta il fatto anormale, mostruoso,
unico nella Storia, d'un popolo che sorge muto, che vuole esser Nazione
e non dichiara l'insieme dei principî in virtù dei quali è chiamato ad
assumerne il nome; che intende a vivere di vita una e comune, e non
esprime, solennemente e universalmente interrogato, la legge della
propria vita; che mira a costituirsi, senza Autorità costituente. La
Monarchia alla quale dobbiamo la condizione delle nostre frontiere, ha
detto all'Italia: _La tua vita è la vita, come fu definita, prima che tu
fossi, da un principe di una tua estrema provincia_. Mercè lo Statuto
sardo del 1848, l'Italia è un'appendice del Piemonte: ventidue milioni
d'Italiani son dichiarati _clienti_ di quattro.

La Rivoluzione Nazionale non è compita: e gli uomini della Monarchia che
l'hanno, fermandola a mezzo, dichiarata tale, hanno sull'anima i mali
presenti e preparano, ostinandosi, ben altrimenti gravi i futuri.

Una rivoluzione fermata a mezzo è una somma di forze che, usate come
mezzo di propulsione, schiuderebbero, contro qualunque ostacolo, innanzi
la via, ma, concentrate e rivolte in sè stesse, determinano esplosione e
rovina: è una piena d'acque che, libero il corso, purificano e
fecondano; arrestate da ostacoli artificiali, ristagnano, avvelenano,
isteriliscono. Velato l'intento del moto nazionale, arrestate
subitamente le forze che tendevano a raggiungerlo, dileguata anche
quella menzogna di _iniziativa_ che la Monarchia s'era assunta, e
vietata al Paese quella che s'assumerebbe, noi abbiamo oggi in Italia un
Governo senza concetto, senza missione, senza scopo, fuorchè quello di
prolungare la propria esistenza e resistere agli elementi che lo
minacciano:--un popolo deluso, diffidente, senza via, senza fine
determinato, agitato dagli impulsi d'una vita crescente e condannato
all'inerzia:--forze impedite nella loro direzione naturale, che si
sfogano in moti irregolari, sconnessi, sterili:--nuclei politici senza
programma possibile, costretti quindi a concentrarsi intorno a bandiere
d'individui e diventare fazioni:--elementi di ricchezza e di vita
economica virtualmente potenti, ma inceppati nella loro azione dalla
certezza d'una crisi inevitabile, dal senso che tutto è _provvisorio_
all'intorno. In condizione siffatta, gli uomini possono mutare, le cose
non possono.

L'immobilità non è vita: i popoli non furono creati per essa. Bisogna
che la Rivoluzione retroceda o si compia. Retrocedere è ipotesi
inammissibile: pochi in Italia lo desiderano e non oseranno tentarlo. È
forza dunque inoltrare. Ed è forza per questo suscitare una _iniziativa_
ch'oggi non è.

Come? Dove? Quale è l'elemento dal quale può sperarla il Paese?


III.

Può il Paese sperare _iniziativa_ dalla Monarchia?

A questione siffatta, la Monarchia stessa risponde. La sosta fatale
della quale ho parlato finora è opera sua: sua, coi fatti, la
dichiarazione che la Rivoluzione è compita e che non si tratta oggimai
se non di miglioramenti e riforme. La Monarchia si giovò d'un interesse
straniero, che le dava alleato un esercito, per tradurre in realtà
l'antico disegno d'aggregare al Piemonte la Lombardia e far del piccolo
regno un Regno del Nord; s'impossessò poi, sottraendolo alla
Rivoluzione, di quanto l'_iniziativa popolare_ conquistò o accennava a
conquistare nel Centro e nel Sud: si rifece immobile appena quella
_iniziativa_ cessò; e, giovatasi della funesta interruzione per
ordinarsi e afforzarsi, impedì colle bajonette ogni recente tentativo di
risuscitarla. E non poteva, in virtù della propria natura, fare
altrimenti.

Può la Monarchia, che _diede_ Nizza alla Francia imperiale, ritorgliela?
Può, dopo d'avere abbandonato il Trentino già invaso dalle sue truppe e
dai volontarî e segnata la pace che lo esclude dai termini dell'Italia,
assalir sola l'Austria e farne conquista? Può essa, isolandosi da tutte
le monarchie sorelle che additano trattati e comandano pace, rivendicar
coll'armi Trieste e l'Istria? Può sopratutto--dacchè non è da sperarsi
che il Papa rassegni volontario la potestà temporale--rovesciare il
Papato a dar Roma all'Italia? È tuttavia fra noi chi affermi cose
siffatte e presuma d'essere creduto sincero?

Può l'_iniziativa_, che deve compire il moto _nazionale d'Italia_,
escire dal Parlamento?

S'io non pensassi, scrivendo, che al Paese, non dovrei, credo, spender
parola a rispondere. Le liste dei votanti nelle elezioni, la suprema
indifferenza colla quale il Paese guarda ai procedimenti parlamentari,
la disubbidienza sistematica, dove riesce possibile, alle leggi sancite
da esso, attestata dalle cifre degli arretrati nel pagamento delle
tasse, rispondono abbastanza per me. Il Paese non aspetta salute dal
Parlamento, non ha riverenza per esso, non crede rappresentati in esso i
suoi voti, le sue speranze, l'avvenire della Nazione.

Ma sono nel Parlamento, e durano ostinati a rotolarvi il sasso di
Sisifo, uomini di mente e di cuore, che hanno giovato quand'erano
affratellati col popolo alla Patria, che potrebbero, riaffratellandosi
con esso, giovarle ancora e che, sotto il fascino di non so quale
illusione, consumano tempo, nome, influenza, potenza d'ingegno, capacità
di forti generosi propositi e, quel che è peggio, parte di quella virtù
morale, che scende da una pura diritta ardita coscienza, in una
inefficace e talora ridicola guerricciola di pigmei, seminata di
equivoci, di transazioni, simulazioni e dissimulazioni, indegne d'essi e
della Causa alla quale un tempo giurarono. E ad essi ricordo che i
Parlamenti furono, sono e saranno sempre impotenti a varcare spontanei
il cerchio di Popilio che l'Instituzione, in nome della quale esistono e
agiscono, descrive intorno ad essi--che se talvolta lo varcarono, non fu
mai per inspirazione propria, ma per opera d'insurrezioni consumate al
di fuori e alle quali obbedirono--che tanto può in essi l'influenza
della prima origine, da aver fatto sì che anche in quei pochi casi
guastassero, se non rinnovati, il concetto che accettavan dal popolo.

Il Parlamento d'Italia è Parlamento monarchico. I suoi membri giurano
alla monarchia e accettano lo Statuto, che falsa il carattere
_nazionale_ del moto italiano. Ove anche il giuramento non avesse--e men
dorrebbe--valore morale per essi, non possono dirlo, nè possono in
Parlamento operare a violarlo. Il Parlamento non può avere in sè potenza
maggiore d'_iniziativa_ che non ne ha la monarchia, dalla quale discende
e dipende. La monarchia non può compire la nostra Rivoluzione nazionale:
non lo può quindi, per conseguenza logica, il Parlamento.

E il Parlamento lo sa: però ne tace e vorrebbe che il Paese la credesse
compita.

Il Parlamento che siede, incurioso, svogliato o servile, in Firenze, non
è Parlamento nazionale; e lo diresti un'assemblea di provincia. La
NAZIONE gli è ignota: ignoto quanto tocca l'unità, l'indipendenza,
l'onore, l'avvenire, la politica _nazionale_. L'Italia può essere
condannata ad abdicare, nella sua vita internazionale, l'inspirazione
naturale che la sprona verso gli Slavi e verso l'Oriente, e trascinata
invece in alleanze col dispotismo che la decretano impotente e le
chiudono l'avvenire: il suo Governo può trascurare, come non fossero, le
sorgenti principali della vita _nazionale_ interna, ordinamento del
Paese a milizia, associazione operaja, incremento dell'agricoltura,
miglioramento delle condizioni produttive in Sardegna e in Sicilia; il
Parlamento è muto, senza pensiero che ad esso spetti occuparsi di cose
siffatte.

Collo straniero in casa, colla sfida, la più insolente ch'io mi sappia
dal _guai ai vinti_ di Brenno in poi, cacciata due volte da due ministri
di Francia a chi dichiarava pochi anni addietro Roma capitale d'Italia,
il Parlamento, che si dice italiano, tace sistematicamente di Roma: non
uno dei suoi membri s'attenta di proferire quel sacro nome: non
uno fra quei che avventurarono la vita al grido di _Roma o
Morte_ osa--tanto è il senso d'abdicazione che spira in quell'aula data
all'equivoco--gettarlo, sanguinoso rimprovero, in viso agli uomini del
Governo e dir loro: _Se voi potete o volete vivere disonorati, noi non
possiamo nè vogliamo; e dacchè in questo recinto non può trovarsi vie di
salute, scendiamo a cercarla nel popolo_.

Le Assemblee--bisogna ripeterlo, non all'armento che vota a seconda del
cenno governativo, ma ai pochi uomini ai quali io miro--operano a
desumere e applicare conseguenze del principio in virtù del quale
esistono, ma nè un passo più oltre, nè mai possono fondare, per virtù
propria, un principio nuovo. Dove, creata già la _Nazione_ e secura
l'Indipendenza, non si tratti se non d'un semplice sviluppo di libertà
conquistata, e di _riforme_ amministrative o economiche, le Assemblee
esistenti in nome di quella libertà giovano, e possono, come in
Inghilterra, compire lentamente una importante missione. Ma dove, come
tra noi, si tratti di costituir la Nazione e--dacchè il _principio_
esistente non esce dalla tradizione del Paese, è diseredato
d'_iniziativa_ e non porge via per raggiungere il _fine_--di proclamarne
un altro, le Assemblee raccolte in nome del primo e condannato, non
giovano. Unica Assemblea che valga è quella del popolo in armi.

Nessuno di noi s'arroga diritto d'imporre ad altrui la propria opinione;
ma ciascuno ha diritto di chiedere agli uomini che pretendono
rappresentare il Paese e possono giovargli o nuocergli a seconda delle
opere loro: _che cosa volete_? Il _fine_ dichiarato additerà il
_metodo_, norma del giudizio da pronunziarsi sugli uomini. Senza
dichiarazione siffatta, amici e nemici errano nel bujo e combattono
senza conoscersi. L'anarchia morale, foriera dell'altra, invade il
Paese.

Credete l'Instituzione attuale capace, non dirò ora di dare libertà
vera, indipendenza dall'estero, educazione ed esempio di moralità,
prosperità e grandezza al Paese, ma di compiere senza lungo indugio la
Rivoluzione Nazionale, di darci Roma, il Trentino, Trieste, e un Patto
ch'esca dal voto e dalle aspirazioni di tutto il popolo?

Se potete, colla mano sul core, affermare che lo credete, rimanete ove
siete, ma agite, conquistate, trascinate, guidate: incarnate in voi il
pensiero del Paese e decretate a un tempo la mossa dell'esercito, la
chiamata dei volontarî e la convocazione d'una Assemblea Costituente in
Roma. O diteci almeno _quando_ lo farete. Il paese non può, per quanta
fiducia voi meritiate, commettere le sue sorti all'eloquenza indefinita
del vostro silenzio: il Paese non può accettare il pericolo di perire
nel disonore, nella corruzione, nella rovina economica, perchè voi
possiate incidere una inscrizione splendida d'Unità meditata e di Patto
postumo sulla sua tomba.

Ma se non credete l'Instituzione capace di tanto, allora, al nome di
Dio, ponete giù la medaglia e la profanazione dell'anima: lasciate quei
banchi contaminati d'equivoci e d'ipocrisia, e scendete a rinverginarvi
nel popolo, dicendogli: _là non si compiono i tuoi fati: là Nazione vive
in te, che aneli al Vero e hai potenza: levati e capi e soldati, siam
tuoi_. Distruggerete una illusione, che la vostra presenza in quell'aula
alimenta tuttavia in alcuni, e uno scetticismo sugli uomini, che cresce
fatale nei più.

Darete al Paese un insegnamento morale, da voi finora a torto
dimenticato. Educherete i giovani, col senso dell'umana dignità, al
culto della coscienza; e sottraendovi alla parte di minatori segreti per
quella, più degna di voi, di leali guerrieri all'aperto, contribuirete a
liberare l'Italia dal pericolo d'un gesuitismo politico che, cospirando
in Francia col grido di _viva il re_ alla caduta della monarchia, sommò
a tornare in nulla due Rivoluzioni e agevolare la via al secondo Impero.


IV.

Intanto, sciolta com'è _per noi_ la questione, l'Italia, pel compimento
della propria Rivoluzione, che sola può rendere possibile una condizione
normale di cose, non può aspettarsi _iniziativa_ dalla monarchia e nol
può dal Parlamento monarchico. Nol può che dal popolo. Bisogna ch'essa
tragga dalle proprie viscere la forza che manca altrove.

Come può giungervi? E quali norme devono in questo supremo sforzo
guidarla?


V.

Dissi che l'iniziativa del moto, dal quale deve compiersi la Rivoluzione
Nazionale, spetta al Paese.

E il Paese è maturo per essa.

Il Paese è universalmente malcontento: lo è nella gioventù educata,
nelle classi operaje delle città, nella popolazione agricola, nella
parte migliore della magistratura, nei piccoli proprietarî, negli uomini
di commercio, nel popolo dell'esercito, nel clero cattolico. I giovani,
da pochi infuori indifferenti per abitudini indegnamente dissipate, o
guasti da non so quale pedantesco dottrinarismo di seconda mano, sentono
nell'anima un alito dell'orgoglio italiano e intendono che la loro
patria non sorge come dovrebbe. Gli operaî delle città--due o tre
eccettuate, nelle quali l'arti governative e gli ajuti d'alcuni ricchi
hanno sviato per poco le associazioni dal segno--amano il Paese
d'affetto tanto puro e devoto, da confortare di speranza l'anima più
solcata di delusioni e dolori che sia. Il macinato ha suscitato il
malcontento degli agricoltori; le tasse, gravissime, crescenti,
molteplici e un pessimo irritante metodo di percezione, lo alimentano
nei piccoli proprietarî. La democrazia dell'esercito, lasciando anche da
banda il pessimo trattamento e i soprusi dei capi, sente profonda--ed è
sua lode--la vergogna che da Novara a Villafranca, da Villafranca a
Custoza pesa sulla bandiera. Gli onesti fra i magistrati si ribellano
agli arbitrî governativi e alla corruzione sfrontatamente invaditrice
dell'alta sfera. Gli uomini di commercio aborrono dall'incertezza del dì
dopo, che falsa i loro calcoli e inceppa le loro operazioni: essi
intendono che, fino al giorno in cui il _fine_ nazionale raggiunto darà
sicurezza di condizioni normali, la crisi sarà perenne. E il clero, in
parte retrogrado, è a ogni modo, nei migliori, avverso a un sistema
rappresentato da una gente che non ha religione e l'affetta. Un senso
crescente di sfiducia serpeggia tra gli impiegati e spira visibile nei
consigli di chi regge. Il tentativo di un'ora in Piacenza ha suscitato a
misure rivelatrici di profonda paura il Governo e a moti imprudenti,
isolati, non preparati--getti vulcanici che indicano la condizione
latente del terreno--cinque o sei località dello Stato. Non v'è uomo in
Italia che, temendo o invocando, non presenta vicino, inevitabile, un
mutamento di cose. E l'indifferenza stessa, colpa apparente nei
cittadini, all'esercizio dei loro diritti e alle frequenti violazioni di
quel tanto di libertà che le leggi concedono, accenna al muto
convincimento che ben altro si appresta.

Son questi i sintomi che in ogni paese nel quale ebbe luogo una grande
rivoluzione, la prenunziarono.

Perchè nondimeno il Paese dura inerte e incapace tuttora d'_iniziativa_?

Il Paese non ha coscienza delle proprie forze.

Il Paese vorrebbe cancellato il presente, ma sospetta, per preconcetti
errori, dell'avvenire.

Quest'ultimo ostacolo esige un'opera di apostolato: il primo non si
vince che coll'azione.

Pesano tuttavia sull'anima del Paese i ricordi e le abitudini d'oltre a
tre secoli di servitù pazientemente durata. Splendidi lampi d'audacia e
d'onnipotenza popolare hanno negli ultimi venticinque anni solcato la
tenebra addensata da quella servitù su noi tutti: ma furono lampi, non
fiamma perenne di faro, che sia guida ai fati della Nazione. Suscitati
dal prestigio d'un capo militare che _comandi_ ad essi di vincere, i
nostri giovani compiono miracoli di valore e vincono: lasciati a sè
stessi, tentennano incerti e ridiventano timidi calcolatori d'ogni
ostacolo positivo o possibile: giganti d'azione _seguendo_, mancano
tuttavia dell'istinto che addita il _momento_ e del coraggio che
_inizia_. Capo ai Romani era Roma: Roma che _doveva_ essere capo del
mondo. I duci dell'armi si succedevano, apparivano e passavano, quasi
viventi non di vita propria, ma della vita di Roma: ignoti ai soldati, i
dittatori erano rappresentanza a tempo della _Città_ che aveva detto ad
essi: _guidate e vincete_; ma la loro potenza, la potenza invincibile
dei militi che li seguivano, derivava da una fede in una potenza
_collettiva_ superiore a essi tutti, ma della quale ognun d'essi si
sentiva parte. La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni:
_perchè tutti siamo uno in noi, come tu, Padre, sei in me e io sono in
te_ s'era fatta _realtà_ nella Patria Romana. Ogni uomo credeva nei fati
di Roma: sentiva dentro sè una scintilla della grande anima di Roma;
Roma s'era incarnata in ciascuno dei suoi figli, e ciascuno si sentiva
forte della sua forza e mallevadore del suo avvenire. Per questo Roma
diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. E
questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella Patria, come in un
pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi, questa
potenza d'amore che abbracci in uno, passato, presente e futuro
d'Italia, questa coscienza d'esser ministri a una Tradizione di
grandezza iniziata da Dio e che _deve_, attraverso ogni ostacolo,
continuare nella vittoria--questa fede, un raggio della quale fu dato,
sullo spirare dell'ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a
farla più forte di tutta l'Europa congiurata a' suoi danni, manca
tuttavia agli Italiani. La coscienza della forza _collettiva_ ch'è in
essi e la fiducia ch'esercita sulle moltitudini una _idea_ grande e
vera, rappresentata in azione da un'ardita _iniziativa_--spente in
Italia, fin dal XVII secolo, dal materialismo che fa centro
dell'_io_--non sono finora rinate. Uomini che, guidati da un capo in cui
s'era incarnato un _momento_ di quella coscienza e di quella fiducia,
videro dissolversi, senza combattere, tutto un esercito davanti ad essi,
s'arretrano incerti, fra calcoli che dicono _pratici_, e nei quali non
entra il _pensiero_, davanti a poche centinaja di birri o a poche
migliaja di soldati, nell'anima dei quali freme appunto quel _pensiero_
ch'essi, perchè sfugge ai _sensi_, trascurano. Altri--arrossisco
_scrivendolo_--guardano anch'oggi, lieti d'una speranza che disonora,
alle agitazioni e all'iniziativa possibile della Francia come ad áncora
di salute. Guardava la Francia del 1792--quando, come voi, non aveva che
venticinque milioni di popolo ed era minacciata da nemici interni ed
esterni--all'Italia?

Non guardava; e fu grande e vinse per questo. Guardava in sè, nella
bandiera della Nazione; pensava al dovere di reggerla incontaminata e di
salvare, non foss'altro, l'onore. E il nostro onore, o Italiani, è
macchiato: macchiato di fresca macchia ad ogni ora. Finchè Roma è in
mano d'altrui, e soltanto perchè un imperatore straniero ha detto: _voi
non l'avrete_, ciascuno di noi dovrebbe non osare di guardare in volto
un cittadino di terra libera: quel cittadino non può stimarci. Se gli
uomini che hanno in Italia il _potere_ non hanno più anima per sentire
questa tristissima verità, e possono discuter tranquilli una economia
d'alcune migliaja di lire o la scelta d'un bibliotecario, tal sia di
loro; ma la sentano i giovani e conquistino, a purificarlo, quel
_potere_, che dovrebb'essere una santa missione, ed è oggi inutile
impotente menzogna.

L'Italia è forte: essa può provvedere libera e secura alla propria vita
nazionale, senza calcolo d'interventi stranieri o di leghe monarchiche
avverse. Essa non dovrebbe, nel compimento del Dovere, arretrarsi
davanti ad alcuna minaccia: nessuno, a ogni modo, checchè essa muti ne'
suoi ordini interni, le farà guerra. L'Impero di Francia è condannato e
lo sa: gli è necessario concentrare le forze a prolungare di qualche
anno o di qualche mese una incerta combattuta esistenza: l'_iniziativa_
Italiana determinerebbe in Francia la crisi suprema. L'Impero d'Austria
si dibatte fra le esigenze minacciose delle diverse _nazionalità_ che lo
compongono, e alle quali le concessioni forzate all'Ungheria hanno dato,
aggiunta al diritto, opportunità. L'Italia, è d'uopo ripeterlo, ha due
onnipotenti elementi di forza in pugno che l'assicurano, non solamente
d'una assoluta indipendenza ne' suoi moti, ma del primato morale in
Europa: l'Alleanza Slava e la questione d'Oriente. Un Governo Nazionale
Italiano stringerebbe in un mese la prima, ajutando, attraverso
l'Adriatico, gli Slavi meridionali a costituirsi, liberi d'ogni giogo,
da Cattaro e Zara ad Agram: e susciterebbe la seconda, offrendosi amico,
purchè si unissero in un disegno di Confederazione, ai tre elementi,
Ellenico, Slavo, Romano, che dominano l'Impero Turco in Europa. Con armi
siffatte, l'Italia può, nei limiti del Diritto e del Giusto, osar ciò
che vuole.

E osare, in un paese dove le condizioni morali sono le accennate
poc'anzi, è virtù di supremo calcolo. Balilla, quando avventava il sasso
al soldato tedesco, Camillo Desmoulins, quando, in mezzo ad una
moltitudine inerme, gridava: _alla Bastiglia!_--i 250 insorti olandesi,
quando, muto, schiacciato il Paese, fuggiaschi essi medesimi e sbattuti
indietro dalla tempesta, s'impadronivano della piccola fortezza di
Brilla--erano, secondo ogni calcolo normale di guerra, stolti; e
nondimeno _iniziarono_ l'emancipazione delle loro terre. Il fanciullo
genovese, gli altri citati e quanti iniziatori di grandi vittorie potrei
citare, non avevano numerato le armi, studiato le posizioni, calcolato
le forze nemiche; avevano tastato inconscî il polso al Paese, avevano
sentito nell'anima giunto il momento, e osarono.

Oggi tra noi, popolo guasto pur troppo di materialismo, di scienza
machiavellica e di culto tributato alle apparenze della forza, è
necessario che il _fatto iniziatore_ sorga di mezzo alle moltitudini
d'una importante città, e suoni vittoria. Ma ho fermo nell'animo che
quando quel primo fatto avrà luogo, sarà segnale a un ridestarsi
italiano che pochi, amici o nemici, sospettano.

E a crear questo fatto basterebbe--anche di questo sono convinto--che
quanti si professano in una città seguaci della bandiera s'unissero
nella idea di crearlo; basterebbe che, deponendo ogni piccola gara, ogni
dissenso sul guidare o seguire, ogni cieca adorazione o diffidenza di
nomi, ogni pensiero di predicazione anticattolica, d'apostolato scritto,
fra classi che non possono leggere, di riforme sociali impossibili
coll'Instituzione che regge, d'ogni cosa che smembra le forze e svia gli
intelletti dall'unico segno, concentrassero per brevi giorni tutte le
potenze dell'anima intorno al disegno di riconquistar coll'Azione
_iniziativa_ all'Italia; non avessero innanzi agli occhî altra imagine
che quella della Patria giacente nel disonore; non sentissero che la
vergogna del mai profferito dal Brenno moderno; non avessero che un solo
concetto, la necessità dell'_osare_; non avessero che una parola sul
labbro: _A Roma per la via che sola vi mena_.

A combattere intanto le stolte diffidenze, nudrite tuttavia da molti
sull'avvenire, giovi una dichiarazione, nella quale io credo potermi,
senza presumere, fare interprete del Partito. La stampa repubblicana fu
finora troppo esclusivamente negativa, troppo paga a registrare le colpe
della Monarchia, troppo corriva ad accogliere come prova di forza e
d'estensione del Partito ogni manifestazione ch'abbia luogo in Francia,
in Ginevra o altrove, senza avvertire alle idee che vi si esprimono. E
quelle idee, profferite per avventatezza da uomini che non sanno e
credono audacia l'atteggiarsi a distruttori d'ogni cosa, e da gente
venduta celatamente ai Governi e addottrinata a spaventare con
esagerazioni la borghesia, sono con arte d'indegna calunnia raccolte e
additate ai poveri di spirito dalla stampa governativa come idee del
campo repubblicano e indizio dell'avvenire, se trionfasse.

Per questo, e anzitutto per amore del Vero, è debito d'allontanare ogni
pericolo d'inconsulta imitazione fra noi; è tempo che la stampa
repubblicana assuma, più che oggi non ha, carattere severità, di
sacerdozio morale; è tempo ch'essa abbia, non solamente il coraggio
d'affrontare le ire e le persecuzioni monarchiche, ma quello assai più
difficile d'affrontare gli sdegni dei traviati fra i nostri, e la temuta
taccia di moderata dagli avventati che odiano e non sanno amare.

Guerra al capitale, abolizione della proprietà, ostilità alla borghesia,
violazione d'obblighi assunti anteriormente dalla Nazione, crociata
contro i preti cattolici, terrore e vendetta, son grida insane,
immorali, di pochi selvaggi della politica, aborrite da quanti
repubblicani hanno senno e core: nessuno ha mai osato, nè oserà mai
tentare di tradurle in fatti; e chi lo tentasse, troverebbe in noi
nemici più acerrimi che non nei monarchici.

I repubblicani sanno che il capitale rappresenta frutti accumulati di
lavoro; che la proprietà è il segno della missione trasformatrice data
all'uomo nel mondo materiale; che la borghesia scende dagli artigiani
dei nostri comuni repubblicani, emancipò l'Italia dai signori feudali e
arricchì il Paese e sè col lavoro; che, o non esiste Nazione, o le
generazioni sono solidali per gli obblighi legalmente assunti sotto un
diverso governo; che la coscienza è inviolabile e le credenze religiose,
se false o consunte, non possono combattersi se non con tollerante e
pacifico apostolato; che _terrorismo_, persecuzione e vendetta sono armi
di codardi o colpevoli, fatali a chi le adopra e da lasciarsi ai governi
fondati sull'arbitrio e sull'ingiustizia e cadenti.

Il concetto della Repubblica tende a combattere, a scemare
progressivamente i _privilegi_ politici o civili dati a una classe, il
_monopolio_, l'immobilizzazione dei capitali, il _concentramento_
soverchio della proprietà, l'ingiusto e fatale alla produzione
accumularsi di tasse sulle classi date all'industria, l'_immoralità_ di
speculazione, piaga crescente e alimentata da una trista, corrotta
politica governativa, l'_egoismo_ inevitabile d'una legislazione
affidata alla nascita o al censo e sottratta all'intervento delle classi
che ad essa soggiacciono:--tende a far sì che le classi s'affratellino
in eguaglianza di doveri e diritti, di protezione, di progresso,
d'insegnamento:--che, per mezzo dell'_Associazione_ e d'ajuti dati dalle
instituzioni, i capitali, che fanno possibile il lavoro, si trovino
nelle mani di chi deve compirlo:--che il lavoro generi la Proprietà e la
diffonda quindi al maggior numero possibile di cittadini:--che
_l'economia e l'aumento della produzione_ presiedano d'ora in poi al
maneggio delle Finanze:--tende a sopprimere _l'immobilità_ in ogni
Potere, a distribuire gli uffici a seconda della capacità e della virtù,
a dare coll'elezione coscienza a ogni cittadino della missione ch'egli è
chiamato a compire sulla terra ov'è nato, a far mallevadori tutti delle
opere loro, a conquistare--coll'onestà delle convenzioni sulle terre,
coll'interesse creato ai coltivatori nel suolo che fecondano, colla
moderazione delle tasse, con un sistema d'esazione sottratto agli
arbitrî, coll'educazione data a tutte le classi, colla moralità
dell'amministrazione, col compimento della Rivoluzione Nazionale--quel
senso di securità pubblica, senza il quale ogni progresso è inceppato o
precario.

Prima dell'azione o pendente l'azione, per un anno o per una settimana,
come i fati vorranno, urge che questo, ch'io rapidamente accenno, sia
soggetto d'ogni giorno alla nostra Stampa. I calunniatori devono pagarsi
da noi col disprezzo. Ma il popolo, al quale molti ricordi della
Repubblica francese suonano terrore e violenza, ha diritto a sapere da
noi quali intenzioni ci guidino, e bisogna insistervi.


VI.

Ricapitolando il già detto:

La Rivoluzione Italiana non è compita: la monarchia l'ha fermata a
mezzo!

Bisogna compirla o perire: perire di lenta morte nella rovina economica,
o di violenta nell'anarchia: sperare che si stabiliscano, prima d'averla
compita, condizioni di normale securità pel Paese, è follìa e i sintomi
_crescenti_ ogni giorno provano nella _realtà_ ciò che la logica insegna
al _pensiero_.

Roma; frontiere naturali; Patto Nazionale dettato da un'Assemblea
Costituente: sono le prime condizioni del compimento:

Per uscire dall'inerzia e avviarsi al _fine_, è necessaria una
_iniziativa_.

L'_iniziativa_ non può escire dalla monarchia: non può escire dal
Parlamento monarchico: non può dunque escir che dal _popolo_.

Il Paese è maturo per accogliere e secondare il sorgere di questa
_iniziativa_ popolare: il desiderio di un mutamento è universalmente
diffuso in esso.

I due soli ostacoli che s'attraversino a quel desiderio,
sono--incertezza diffidente sull'avvenire, alimentata da una stampa
calunniatrice--mancanza di coscienza della propria forza.

Bisogna vincere il primo ostacolo coll'apostolato, dichiarando
ripetutamente ciò che la Repubblica è e ciò ch'essa non è: separandosi
lealmente e coraggiosamente dagli amici che traviano, e respingendo gli
stolti concetti che sostituirebbero una tirannide all'altra.

Il secondo ostacolo non può superarsi che coll'argomento col quale il
vecchio filosofo provava allo scettico l'esistenza del moto,
coll'azione; bisogna che una città provi, sorgendo e vincendo, al Paese
che _volendo si può_.

L'_iniziativa_ Italiana diventerebbe rapidamente, se diretta da uomini
che sapessero e osassero, iniziativa Europea.

E scrivendo questa linea m'è impossibile non aggiungerne alcune di
sorpresa e lamento.

L'orgoglio, quando si sperde intorno a misere ambizioncelle dell'_io_ e
s'affatica a crear superiorità artificiali di ricchezza, di potenza o di
quella fama d'un giorno che Dante paragonava a un _color d'erba_ che _va
e viene_, è colpa e meschina. Ma l'orgoglio raccolto intorno all'anima
dal ricordo dell'ultima parola dei martiri per una _idea_, dalla voce
profetica di tutta una tradizione religiosamente interrogata, da una
riverenza che adora ogni indizio di disegno provvidenziale, da un
immenso amore per la terra che vi fu culla, e ha le tombe dei vostri più
cari, da un senso di vita collettiva che abbraccia quanti vi furono,
sono e saranno più strettamente fratelli, dalla tacita eloquenza d'una
natura che si stende, privilegiata oltre ogni altra, intorno a noi quasi
mormorandoci: _siate grandi quant'io son bella_,--e versato sulla
Patria, sulla Nazione nascente, sulla Bandiera, alla quale il mondo
guarda per vedere s'è bandiera di Popolo annunziatore o di gente
inutile, senza nome e senza missione--è cosa santa e pegno di grandezza
futura al Paese nel quale si mantiene perenne, coscienza e fiamma alla
vita. Sentono quest'orgoglio i nostri giovani, o l'hanno sommerso nel
disprezzo dell'_ideale_, al quale oggi li alletta un materialismo che fu
sempre conseguenza o preludio di servitù? A me quest'orgoglio del nome
italiano insuperbì nell'anima fin da quando, nel silenzio comune e fra
le mura d'una prigione, mi prostrai davanti al pensiero d'una Italia
repubblicana iniziatrice in Europa e giurai fede alla sua bandiera. Come
i figli della Polonia portavano con sè nella proscrizione, quasi
reliquia, una zolla della loro terra, portammo, io e i miei amici, quel
sacro pensiero con noi nell'esilio e lo serbammo incontaminato per voi,
o giovani, sperando che lo raccogliereste in tempi migliori, quando vi
sarebbe dato di tradurlo in fatto. E oggi vi è dato. Oggi l'Europa è in
tali condizioni, che a voi basta il sorgere a compire, in nome d'un
_principio_ e affratellandovi arditamente coi Popoli che v'aspettano, la
vostra Rivoluzione Nazionale, perchè la vostra Patria diventi
iniziatrice d'un'Epoca e guidatrice delle Nazioni sulla via del
Progresso. Una dichiarazione di Principî, dettata da Roma libera ai
Popoli e appoggiata da due o tre atti ai quali più volte accennai,
darebbe all'Italia un Primato morale, che da oltre a mezzo secolo è
vacante in Europa.

Se agli uomini che, invecchiati anzi tempo, si chiamano _pratici_ perchè
hanno imparato a tacere, e _patrioti_ perchè agli inevitabili errori del
povero Lanza antepongono le colpe subdole di Rattazzi, la iniziativa
italiana in Europa sembri folle utopia, poco monta. Ma i giovani? I
giovani delle Università e della classe educata alle lettere e alle
arti? I giovani che hanno in custodia nell'esercito la bandiera della
Nazione, e sanno di potere con un _fatto_ collocarla all'antiguardo
d'Europa? I trentamila volontarî che dal Trentino all'estrema Sicilia
fecero battesimo del loro sangue all'Unità del Paese? I popolani che,
vergini d'anima e devoti per istinto non contaminato da calcoli
all'avvenire d'Italia, adorano la religione e la poesia dei grandi
ricordi? Son essi muti al pensiero della loro Patria fatta, da un atto
energico di volontà, prima tra le prime e centro di moto pel bene alle
Patrie sorelle? Sanno che dalla coscienza d'un alto _dovere_, d'una
solenne missione da compiersi move tutta una Educazione e che il
carattere d'una _iniziativa_ determina tutta una lunga vita di Popolo?
Rammentano che, soltanto per quella coscienza, la vita di Roma fu vita
del mondo e che ciascuna delle nostre città repubblicane scrisse, nel
medio evo, una pagina di gloria e d'incivilimento nella storia europea?
Sentono in core l'immensa potenza che dovrebbe emergere dalle cento
città d'Italia unite ad un _fine_, e che il sorgere della Nazione a
guisa d'ancella sommessa, timida, incerta, tanto che il mondo non si
avveda neppur di quel sorgere, è--per essa--scadere? Se gli Italiani
possono guardare alle condizioni nelle quali versa oggi l'Europa e non
vedervi i segni di un'Epoca, che aspetta e accoglierebbe con entusiasmo
l'_iniziatore_, sono ciechi. E se lo vedono, ma dicono a sè stessi:
_altri può esserlo, noi non possiamo_--sono imbelli e indegni davvero
del nome che portano.

No: gli Italiani non saranno nè ciechi nè imbelli. Ma ricordino che
dieci anni d'interruzione nel moto sono lungo periodo; che l'inerzia
genera l'inerzia; che la corruzione non combattuta ingigantisce
rapidamente e minaccia le sorgenti della vitalità; che le delusioni
durate per breve tempo irritano gli animi, durate a lungo li affogano
nell'immoralità dello scetticismo; che gli uomini, anche maledicendo,
s'avvezzano a tollerare; che il disonore prolungato è la morte delle
Nazioni; che le popolazioni ineducate son facili ad accusare dei loro
mali, non l'interruzione della Rivoluzione, ma la Rivoluzione stessa;
che il _federalismo_, muto dieci anni addietro, accenna oggi a rivivere;
che gli indugi non fruttano ormai se non alle fazioni retrograde; e
quanto più si prolunga la resistenza a una crisi inevitabile, tanto più
la crisi riesce violenta e pregna di quei mali, ai quali sul cominciare
di questo scritto accennai.

Comunque, quando l'_iniziativa_ popolare s'assumerà il compimento del
moto Nazionale Italiano, importerà che si raggiunga il _fine_ colla
maggiore rapidità e colla menoma violenza possibile. E le vie, se non
erro, son queste:

Unità di bandiera. Isolare la questione di Roma; prefiggersi a programma
una battaglia col Papa-re: ricominciare imprese, generose un tempo e
feconde, impossibili attualmente e che non toccano se non un termine del
problema, è oggimai colpa più che follìa. L'emancipazione di Roma--nè
avrei mai creduto di doverlo ripetere--si compie in Genova, Milano,
Bologna, Torino, Firenze, Palermo e Napoli, non altrove. L'Italia deve
esser base secura d'operazione all'impresa. Una frazione d'arditi non
riescirebbe che a chiamare, prima d'entrarvi, in Roma nuove forze
francesi. A un fatto compito dalla Nazione in armi, nessuno oserà mover
guerra.

Programma semplice, chiaro, puro da un lato di reticenze ed equivoci,
puro, dall'altro, d'ogni voce che accenni a sistemi non definiti e
molteplici, capaci quindi di false interpretazioni e di suscitare
calunnie e terrori. Le due parole aggiunte da molti in Francia alla
parola _repubblica_, inutili e senza valore pratico, hanno scisso il
campo e indugiato il lavoro d'emancipazione più ch'altri non pensa. Chi
mai può in oggi sognare d'una Repubblica fondata, come nell'antica
Venezia, sopra un patriziato che più non esiste? Chi può intendere
l'Instituzione repubblicana, se non come fatto anzi tutto sociale e
mezzo al rapido miglioramento delle misere condizioni economiche dei più
fra i produttori? Ma chi può, d'altra parte, esigere dichiarazioni
solenni di _socialismo_, prima d'aver detto a quale fra i tanti sistemi
cozzanti l'uno contro l'altro egli attribuisca quel nome? E a che
varrebbe l'accettazione di quella voce straniera, quando chi l'accetta
la intende probabilmente in modo diverso dal vostro? I soli pegni
efficaci dell'avvenire sociale invocato stanno nell'attiva predicazione
delle idee ragionevoli, desunte dal moto dell'Epoca e dai serî lavori di
quanti hanno cercato e cercano di definirlo: stanno nell'ordinarsi del
Popolo alla solenne espressione de' suoi più urgenti bisogni, nella
scelta accurata degli uomini chiamati a dirigere, nelle questioni
proposte dagli elettori ai membri dell'Assemblea, che dovrà dettare il
Patto della Nazione.

Azione rapida e aperta di quanti credono necessario il compimento
dell'impresa nazionale, di quanti s'avvedono che il moto è veramente di
popolo destinato a vincere. Le incertezze, il tentennare, il
fanciullesco amor proprio di quei che indugiano a dar l'opera loro
perchè jeri non credevano venuto il momento, non impediscono lo
svolgersi dei fati, ma prolungano la crisi, irritano gli animi di quei
che iniziano e cacciano il germe di categorie funeste in futuro. La
_legge dei sospetti_ in Francia ebbe origine dall'esistenza degli uomini
_del dì dopo_. Nei grandi rivolgimenti nazionali è concesso, se
conseguenza di convincimento, l'essere ostili, non l'esser tiepidi. Dove
si tratta di cose che involvono la salute del Paese, ogni uomo ha debito
di combattere per impedire, o di secondare; e quando un fatto appare
inevitabile, unica via perchè assuma condizioni normali e s'inanelli
alla vita del Paese, è quella d'accentrarvisi intorno e giovarne il
pronto sviluppo: gli uomini o le classi, che per mal fondati sospetti o
indegno egoismo si ritraggono e lasciano un solo elemento a compirlo,
preparano gravi mali al Paese e a sè stessi.

Scelta dei pochi--dacchè la Dittatura è, in una impresa di libertà,
illogica e pericolosa--chiamati a dirigere il moto fino al momento in
cui, raccolta la Costituente Nazionale, il Paese esca dalle condizioni
provvisorie e ripigli vita normale: da quella scelta e dai primi atti di
quel piccolo nucleo dipendono il carattere dell'_iniziativa_ e metà del
successo. Di fede provata, d'immacolata onestà, d'intelletto diritto e
logico, di tranquilla pertinace energia, incapaci d'odio e di spiriti di
vendetta, quelli uomini devono _conoscere_ le condizioni di Europa e
_sentire_ la forza ch'è nell'Italia: devono esser capaci di movere
arditamente al _fine_ senza guardare al di là del Paese; capaci
d'intendere che l'Europa governativa oserà s'essi titubano, rimarrà
inerte se si mostrano forti e decisi, capaci di sommovere i Popoli, se i
Governi s'atteggiassero a offesa o minaccia.

Riunione di Commissioni numerose nelle diverse zone d'Italia chiamate
dai Municipî, dai Consigli locali e dai Delegati dell'Autorità
governativa, a dirigere inchieste sulle condizioni morali, civili,
economiche delle loro zone e preparare materiali ai lavori della futura
Assemblea. Commissioni siffatte gioveranno a rassicurare gli animi
sospettosi, a determinare il _fine_ del moto Nazionale e a invigilare a
un tempo la condotta del Governo d'Insurrezione.

Ma, e anzitutto, coscienza, negli _iniziatori_, dell'altezza e della
santità dell'Impresa. L'Italia e l'Europa devono avvedersi dal loro
linguaggio e dai loro primi atti che, sacerdoti del Dovere Nazionale,
essi sono _migliori_ di quei ch'oggi lo violano o lo fraintendono: che
essi sono deliberati di vincere, ma non oltrepassando d'una linea la
condotta indispensabile alla vittoria: ch'essi combattono per l'onore
della Nazione e lo mantengono puro, incontaminato d'ogni macchia d'odio,
di vendetta, d'intolleranza: che vogliono fondare un Governo morale e
_sono_ morali: che intendono a conquistare libertà di coscienza, di
parola, d'associazione, non per sè, ma per tutti: che intendono a
rivendicare le frontiere d'Italia, ma senza usurpar sulle altrui: a
riconquistar colla forza Roma, negata dalla forza alla Patria, ma senza
persecuzioni alle altrui credenze e lasciandone la vita e la morte
all'apostolato pacifico del pensiero: che amano quanti nascono nella
loro zona e si prefiggono di migliorare le condizioni dei più, non di
peggiorare quelle dei pochi: che, come aborrono dal monopolio
privilegiato d'una classe sulle altre, aborrono dall'antagonismo tra
classe e classe: che la loro è bandiera d'associazione, non di risse
civili: che sorgono a compire una Rivoluzione Nazionale interrotta, non
a ricominciarla o perpetuarla.

A questi patti s'ha diritto di vincere: a questi patti si vince.



  AI MIEI FRATELLI REPUBBLICANI

  DOPO LA PRIGIONIA DI GAETA[154]


Io devo, dopo oltre a due mesi di silenzio forzato, una parola sul
passato e sulle condizioni presenti al Partito: e questa parola deve
esser libera d'ogni riguardo fuorchè all'amor del vero.

Il Partito ha, negli ultimi tempi, tradito il debito proprio, e con esso
i fati del Paese.

Il dolore, ch'io sento profondo nello scrivere queste affermazioni, deve
essermi scusa all'acerba franchezza.

Primo debito d'un Partito che professa una fede, dal cui trionfo
dipendono l'onore e la grandezza della Nazione, è quello di non illudere
sè stesso e altrui intorno alle proprie forze e alle proprie intenzioni.
Il Partito ha violato quest'obbligo: ed è quindi scaduto, nè può
risorgere se non facendone ammenda e accogliendo, senza ribellione
d'amor proprio da qualunque sia proferita, la verità.

Dopo Mentana, dopo il rinnovamento della Convenzione, dopo fatti
governativi, turpi oltre ogni dire, di persecuzione e corruttela; dopo
avere da un lato calcolato il danno, che scendeva inesorabile dal
sistema regnante all'educazione morale e alle condizioni materiali del
Paese, ed esplorato dall'altro com'io potea le forze ordinate del
Partito e le tendenze generali delle popolazioni d'Italia, dissi
agl'influenti che rappresentavano nelle diverse zone i repubblicani,
ch'io credeva fosse giunto il momento di sostituire al periodo
dell'apostolato un periodo d'azione, e che, secondo un mio convincimento
radicato in me tuttavia, una forte e vittoriosa iniziativa sopra uno o
due punti strategicamente e moralmente importanti basterebbe a sfasciare
una Instituzione, che non aveva omai nè intelletto, nè ardire di fede in
sè, nè prestigio d'illusioni, nè fiducia de' suoi, nè compattezza
d'esercito. E dissi ad un tempo che l'azione, santa pel _fine_ e
provocata dalle circostanze, diventerebbe nondimeno immorale, creando
pericoli e sacrificî senza speranza, se chi doveva iniziarla non si
sentisse forte di determinazione e moralmente convinto di poter vincere.

Io chiedeva risposta sincera e che non soggiacesse menomamente a
influenza mia o d'altro individuo qualunque.

Mi fu detto: _siamo concordi con voi: possiamo e vogliamo_. E mi recai
in Italia per ajutare i preparativi supremi e assumermi la parte di
pericolo che mi spettava.

Allora cominciò un periodo d'esitazioni, di tentennamenti, di diffidenze
reciproche, di paure e d'errori, ch'io non vorrei per tutte le felicità
terrestri ritraversare, e dal quale raccolsi che il Partito non era
maturo per forti fatti, nè educato finora alla coscienza della propria
missione e della propria potenza.

Io non ridirò una storia che i più tra quelli pei quali scrivo
conoscono, ma ne accennerò i sommi capi.--Uomini tra i più prodi in
battaglie già iniziate affacciarono, troppo tardi e quando la parola
d'azione era già corsa nelle file, la necessità d'aspettare una
opportunità che creasse agitazione di piazza nel popolo; ed io pure
preferiva quel metodo, ma chiedeva al Partito di creare esso medesimo,
con radunanze per le tasse, per Roma o per altro, quell'agitazione: ed
essi volevano aspettarla impreveduta e di altrove. Le opportunità
inaspettate sorsero, sorsero due o tre volte; ma le città che dovevano
afferrarle rapide come il ciuffo della Fortuna, e lo avevano promesso,
mandavano allora a ottenere promesse di seguire, già più volte date,
dall'altre, e le opportunità passavano. Altri, scambiando il problema
d'insurrezione, che deve fondarsi su tendenze accertate nelle
moltitudini, in un problema di guerra, chiedevano materiale, ordini,
capi, disegni strategici senza fine.--Tutte le città si dichiaravano
pronte, anelanti a seguire, nessuna a iniziare: intere zone, che in
altri tempi sollevavano la bandiera, non sospettavano neanche che si
potesse dire ad esse: _due milioni d'uomini bastano sempre, se vogliono,
ad esser seguiti_: e la possibilità del moto si riduceva quindi a due o
tre luoghi determinati. E da quei luoghi, gli uni parlavano ad ogni
tratto di _fare_ in qualunque modo, gli altri ricusavano tutti i modi
proposti senza determinarne migliori. Poi, conseguenza inevitabile, si
separavano, s'aspreggiavano, con diffidenza esagerata, gli uni cogli
altri, invece d'intendersi e discutere con amore. Ebbi promesse di fatti
complessivi importanti che sommarono in nulla o si ridussero a
ebullizioni di bande o sommosse disapprovate da me, che pur tradivano
l'elemento vulcanico latente, ma che invece somministravano argomento
d'inerzia a chi non sapeva osare. E gli uomini noti e consenzienti con
noi, in Parlamento e fuori, la cui azione insieme alla nostra avrebbe
assicurato il successo, rimanevano inerti per poi dirci: _vedete che non
potete riescire_. Finchè, disperato non del fare o non fare, ma del
disfarsi del partito nei continui annunzî di fatti che non si
ottenevano, m'avviai dove pure s'era solennemente promessa azione
immediata, e fui preso.

E mentre ero in Gaeta si svolse più sempre la guerra che, sottraendoci
il solo temuto nemico, ci lasciava padroni dei nostri fati: venne la
settimana di tentennamenti, di ordini e contr'ordini governativi nella
mossa su Roma: venne la caduta di Luigi Napoleone e la proclamazione
della Repubblica; e nulla si fece, e la promessa data pubblicamente dai
patrioti genovesi alla Francia, che l'Italia, s'essa sorgesse a
Repubblica, la seguirebbe, si ridusse allo schierarsi di un pugno di
volontarî sotto la bandiera francese, come se la inspirazione
repubblicana dovesse, fatalmente, essere muta in Italia, o l'ajuto d'una
Nazione fatta anch'essa Repubblica non dovesse riescire ben altrimenti
efficace.

È forza il dirlo: il popolo è in Italia maturo: gl'influenti chiamati
naturalmente a guidarlo, nol sono; mancarono e mancano, prodi come pur
sono in campo, del coraggio _morale_, che solo crea le Nazioni: della
fede che vien dall'amore; del culto al _principio_; dell'intuizione che
rivela la forza latente e presta a suscitarsi nel popolo. Non è in essi
finora virtù _iniziatrice_.

Intanto la situazione è mutata.

La caduta dell'Impero e la presunzione mal fondata, pur troppo che noi
ne profitteremmo, ha spinto la monarchia verso Roma. Guasta, sviata,
profanata com'è, Roma, fatta città italiana, è oggi, in virtù del
passato e dell'avvenire, centro, perno, anima della Nazione. Nessuna
grande questione può oggimai sciogliersi senza prima accertare quale
sarà la condotta di Roma. E inoltre, l'iniziativa, abdicata dai nostri,
spetta oggi al Governo: a' suoi errori, alle sue transazioni col Papato,
al suo resistere agli istinti della Nazione. È d'uopo attenderne le
decisioni manifestate, e prendere norma dalla sua condotta. Chiaritosi
incapace di crearsi la propria opportunità per agire, il Partito
l'aspetterà inevitabilmente da essa.

L'attività del Partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a
infondere in essa il Pensiero italiano ch'essa deve rappresentare nel
mondo; a richiamarla alle grandi sue tradizioni; a darle coscienza di
ciò che la Nazione aspetta da essa; a rendere impossibile ogni vita del
Papato fra le sue mura.

Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni
città per sancire che da Roma deve escire, consecrazione della nuova
vita della Metropoli, per opera d'un'Assemblea Costituente convocata dal
suffragio universale, IL PATTO NAZIONALE ITALIANO.

Ogni agitazione, che sorgesse tendente all'abolizione del Giuramento o
d'altra qualunque esclusiva guarentigia monarchica, dovrebbe essere
secondata.

E mentre l'ajuto dato a tutte le agitazioni miranti a chiarire la
radicale opposizione esistente fra la monarchia e il progresso libero
della Nazione creerebbe presto o tardi l'opportunità all'Azione
popolare, unica via per la quale può risolversi il problema vitale, il
lavoro ordinato dei nostri dovrebbe rafforzarsi e preparare più sempre
l'elemento destinato ad afferrare quella opportunità inevitabile.

L'_Alleanza Repubblicana_ deve tendere a moltiplicare i suoi nuclei--ad
ajutare la stampa repubblicana e diffonderla nell'Esercito--ad
affratellarsi più sempre colle Associazioni Operaje--ad evangelizzare,
contro le calunnie e le stolte paure, ciò che la Repubblica è e ciò che
non è--a educare i suoi a rinnegare il pregiudizio monarchico, che
limita la possibilità di una iniziativa a tre o quattro città
principali, e peggio, all'azione d'uno o d'altro individuo qualunque ei
siasi--ad avvezzarli a sentire che se la disciplina è virtù essenziale
d'ogni ordinamento finchè l'opportunità non è sorta, l'osare è virtù
suprema di popolo quando è sorta, e mezzo sicuro di trascinare i capi
che tentennano soltanto perchè diffidano--e a dirigere, senza inutili e
funeste congiure, un assiduo apostolato di principî fra le file
dell'Esercito Nazionale, dove abbonda più che generalmente non è creduto
l'elemento italiano, ove aumentano ad ogni ora le cagioni del
malcontento, ed è vivamente sentito il disonore che paci vergognose e
guerre tradite hanno versato sulla bandiera.

È questo il dovere dell'oggi: al resto provvederanno Dio, i fati
assegnati all'Italia e gli errori inevitabili della monarchia.

Noi fummo inferiori ai nostri propositi e alle circostanze: ma questo
sentimento deve spronarci al meglio e a correggere i vizî che sono in
noi, non a prostrarci nel dubbio e in una inerzia colpevole. Vive in voi
pur sempre la forza, che non abbiam saputo dirigere al _fine_.

Ma in questo nuovo periodo di lavoro, voi, è necessario ch'io lo dica,
non potete, fratelli miei, avermi oggimai compagno d'ogni ora,
corrispondente assiduo con ogni nucleo, consigliero in ogni piccola
difficoltà. Vostro e della Sacra Causa alla quale giurammo è questo
logoro avanzo di vita ch'io ho.

Voi mi conoscete abbastanza per sapere che l'opportunità, dove sorga me
vivo, non mi troverà lontano, e che voi non farete opera decisiva e
degna di voi, senza ch'io mi trovi con voi l'ora prima o l'ora nella
quale agirete. Ma sono inoltrato negli anni, infiacchito nella salute e
incerto, pur troppo, pei fatti e le delusioni dell'ultimo periodo,
dell'avvenire immediato. Sento il dovere di tentare di giovare
all'educazione di quei che di certo opereranno nel futuro, degli operaî
segnatamente, ch'io amo, e che hanno in sè gran parte dei fati italiani,
scrivendo per essi tutti pubblicamente e con qualche lavoro
politico-storico, impossibile finchè ogni minuto del mio tempo è
assorbito da una corrispondenza con quanti professano la mia fede
concernente i menomi particolari d'un ordinamento segreto, inutile se
non conduce all'azione, facile ormai se spirito d'azione è in voi.

Norme, metodo, fine, tutto in questo ordinamento fu da lungo
determinato.

Voi non avete oggimai bisogno giornaliero di consigli, nei quali io non
potrei ripetervi se non cose dette e ridette. Nè avete bisogno da me o
da altri di sprone: se lo aveste, sareste indegni della Causa che
propugnate; sprone d'ogni ora deve esservi lo spettacolo della vostra
Patria com'è oggi, e la coscienza di ciò che un Governo nazionale
davvero potrebbe farla.

Non v'aspettate dunque da me contatto regolare e moltiplicato: e nessuno
s'offenda del mio silenzio. Sento per me impossibile la continuazione
d'un lavoro, che non sarebbe se non ripetizione, probabilmente sterile,
del passato.

Lavorate soli e tempratevi a forti _fatti_ come siete oggi temprati a
nobili _desiderî_. Io saprò dei progressi che voi compirete, e voi
udrete di tempo in tempo la mia voce a dire a tutti quel tanto di vero
essenziale che mi parrà d'intravedere.

Poi, se vorrete e vivrò, m'avrete compagno nell'_azione_. Prepararla è
còmpito vostro: còmpito mio è prepararmi a morire degnamente con voi e
per voi, quando sentirete di potermi dire, senza illudervi e illudermi:
_l'ora è suonata_.--Addio.

    _5 novembre 1870._

                                                        Vostro

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



LA GUERRA FRANCO-GERMANICA[155]


I.

La guerra Franco-Germanica è una _espiazione_ per la Francia e un grave
_insegnamento_ per noi: è la prova, nella sfera dei _fatti_, d'una
verità che proferimmo noi primi e che, se riconosciuta e accettata,
modificherebbe il punto di mossa degli intelletti dati agli studî
storici, emanciperebbe gli animi da un errore che fu negli ultimi cento
anni fatale, e susciterebbe a nuova direzione di attività la coscienza
dei popoli.

Nel tumultuoso affannarsi delle menti intorno alle vicende d'una guerra
non impreveduta, ma pregna d'impreveduti rapidi eventi, la necessità di
desumere imparzialmente dalla grave sciagura europea le lezioni che
covano in ogni grande sciagura e ne formano il solo compenso, fu
dimenticata. L'osservazione giornaliera fu inevitabilmente superficiale
e assunse colore di parte. Gli uni si fecero esclusivamente francesi,
gli altri esclusivamente germanici: taluni parteggianti per la Germania
fino a Sedan, cominciarono d'allora in poi a parteggiare per la Francia,
dimenticando che la guerra, provocata da Luigi Napoleone, doveva,
iniziata una volta, assumere carattere di guerra tra due Nazioni e che
ogni guerra ha per intento, non il vincere, ma l'ottenere _condizioni_
di pace che sopprimano la necessità di combattere e vincere una seconda
volta. Udimmo, da un lato, citazioni di ricordi storici a provare le
ripetute offese alla Germania e le usurpazioni territoriali consumate o
tentate in passato dalla Francia, come se tutte quasi le Nazioni non
fossero state nel loro sviluppo egualmente colpevoli e la famiglia
teutonica non possedesse anch'oggi tutta una considerevole zona usurpata
su popolazioni slave, italiane, magiare;--dall'altro, parole stoltamente
concitate sulle bombe gittate in Parigi, come se i soldati di Francia
non avessero ventidue anni addietro bombardato Roma e non fossero
presti, ove la fortuna arridesse, a bombardare Berlino; parole anche più
stolte di Barbari e di _nuovi Unni_ avventate ai Tedeschi per pochi
fatti isolati inevitabili in una guerra combattuta fra quasi due milioni
d'uomini in armi e quando le norme generali date dal comando germanico
furono innegabilmente norme di battaglia leale, generosa talora. Ogni
guerra è duello più o meno feroce. L'Europa deve rimproverare sè
medesima se invece d'affrettarsi, coll'abolizione delle dinastie, la
confederazione repubblicana dei popoli e una Instituzione internazionale
di Arbitri in tutte contese, a sopprimerne le cagioni, è condannata a
guaire inerte e impotente sui mali che ne derivano e proferire insani
aforismi sui beneficî d'una pace perpetua impossibile finchè i popoli
non sono ordinati in assetto fondato sul Giusto e sulle naturali
tendenze. Ma fino a quel giorno, ciascuno dei combattenti ha _dovere_,
in nome della propria Nazione, di vincere; e se, per riverenza a una
cattedrale o a una galleria, l'esercito germanico avesse rispettato
Strasburgo e Parigi o ripassato, pago d'aver vinto a Sedan, la
frontiera, cinquecentomila tra vedove e madri in pianto avrebbero avuto
il diritto di dirgli: «Noi v'abbiamo dato la vita dei mariti e dei
figli, non perchè l'orgoglio germanico fosse accarezzato dalla vittoria,
ma perchè si conquistassero pegni di non dovere ripetere sacrifizî
siffatti nell'avvenire.»

Altri, non sapendo darsi ragione dei subiti e continui rovesci toccati
all'armi, riputate invincibili, della Francia, travolsero il proprio
intelletto e l'altrui nel falso sistema storico che, nel secolo XVIII,
attribuiva, duce Voltaire, i grandi eventi alle piccole cause: idearono
tradimenti deliberati dove il tradimento non aveva scopo possibile e
avrebbe infamato senza pro il traditore: mutarono in colpe premeditate,
in disegni architettati da lungo, tra i nemici d'ogni libertà, errori
ch'escirono da una fiacchezza frutto delle condizioni generali di
Francia: spiegarono i più decisivi risultati della guerra con una
inferiorità, non esistente, nell'armi, con un menomo errore di tattica
di un generale, con un indugio di pochi giorni in una mossa strategica:
incolparono i capi della difesa di Parigi perchè non ruppero con un
vigoroso assalto la cinta d'assedio, quando oggi sappiamo che ogni
vigore di battaglia era impossibile cogli elementi dei quali la difesa
poteva disporre e di fronte all'assioma strategico che non si vince un
potente esercito ordinato ad assedio se non armonizzando le mosse
interne con quello di forze esterne sempre lontane, sempre respinte e
disfatte nei loro tentativi per avvicinarsi: pensarono che _se_ agli
uomini preposti alla Difesa Nazionale si fossero sostituiti due o tre
agitatori violenti, la Francia avrebbe rinnovato i miracoli del 1792 e
respinto da sè, come il vulcano fa della lava, l'invasore straniero:
dimenticarono che, maturo per forti fatti un paese, i capi non mancano
mai--che sola la _insurrezione nazionale_ poteva salvare la Francia--che
in una guerra di nazione come quella della Spagna nel 1808, della Grecia
nel 1821, della Francia nel 1792, il tradimento compito in un punto non
soffoca il moto sugli altri--e che la rivoluzione dell'ultimo secolo
ebbe traditori, defezioni, ribellioni interne, dissolvimento d'esercito,
clero e patriziato nemici, città di frontiera conquistate dallo
straniero, e non cadde per forza altrui: morì suicida, quand'era al
sommo della vittoria.

Alle due cagioni di errori accennate s'aggiunse, a mezzo alla guerra,
una terza e la più potente coi nostri: il fascino esercitato dalla
parola _Repubblica_. Da quando quella parola fu proferita come formula
di Governo in Parigi, i giudizî mutarono: la guerra diventò, per le
anime più santamente bollenti di culto all'_idea_, guerra non di nazioni
contendenti per sicurezza o incremento territoriale, ma di _principî_,
di libertà repubblicana contro la monarchia invaditrice. E d'allora in
poi si falsarono più sempre i giudizî sui fatti: ogni mossa germanica
innanzi parve delitto: ogni necessità inseparabile dalla contesa,
ferocia gratuita; ogni esigenza d'un popolo irritato o sospettoso del
futuro, vendetta regia. Il vecchio prestigio rivisse tacitamente nei
cuori: l'antica speranza che dalla terra accettata da tutti per lunghi
anni come iniziatrice di progresso all'Europa partisse finalmente il
segnale di rimettersi in via rialbeggiò nella mente dei migliori tra i
nostri giovani. La formazione del campo Italiano, che fu poi l'esercito
dei Vosgi, ebbe luogo.

Gloria a quei giovani, a quei che diedero la vita e a quei che
l'offrirono! Speranza della nostra terra e della nostra fede, essi
meritano da noi tutti amore e riconoscenza. La più splendida pagina
della guerra, solenne di fratellanza e di solidarietà dei popoli nel
futuro, fu scritta da essi e segnata, come s'addice a uomini che sentono
l'unità umana nell'accordo tra il _pensiero_ e l'_azione_, col sangue. E
quella pagina, lezione profonda alla Francia, dirà per quanto duri la
storia: «_voi, quando eravate ancora alteri d'una bandiera repubblicana,
lasciaste ch'altri vi trascinasse a sgozzare la nostra Repubblica in
Roma; i repubblicani d'Italia accorrono a morir per la vostra_.» È
vendetta nobile e repubblicana davvero; e Dio vi benedica, o giovani,
per averla compita. Non è colpa vostra se non poteste, facendo altro,
porger più valido ajuto alla fede nostra e alla Francia.

Ma la condotta di quei prodi non deve traviare il nostro giudizio dei
fatti. La guerra Franco-Germanica non è guerra di _principî_. Posteriore
ad essa, la Repubblica non sorse in Francia voto spontaneo e deliberato
di popolo che si leva in nome dell'eterno Dovere ad affermare la propria
libertà ed il proprio diritto di non aver padrone da Dio e dalla sua
Legge Morale infuori: fu conseguenza di _fatto_, escita dalla
situazione, dalla codarda abdicazione di Luigi Napoleone e dall'assenza
d'ogni altro Governo: collocò, sorgendo, le sue speranze, non nelle
forze vive e nell'energia del paese, ma negli ajuti impossibili delle
potenze neutre; e a blandirle, ad addormentarne i timori, celò quanto
più potè il _principio_ sotto l'intento della Difesa; scelse a primo
rappresentante inviato a _ogni_ corte, poco monta se dispotica o no,
l'uomo della monarchia orleanista come Instituzione, del _napoleonismo_
come sistema; evitò di raccogliere un'Assemblea che, convocata nei primi
giorni del mutamento, avrebbe di certo inaugurato una politica
repubblicana e si astenne dal dire in un Manifesto ai popoli
dell'Europa: _la Repubblica, annullando il plebiscito che gettò la
Francia ai piedi d'un usurpatore, annulla tutti i plebisciti intermedi,
ripudia gli atti internazionali del periodo bonapartista, riannette la
propria tradizione politica col 1792 e col 1848, rinnega solennemente
ogni idea di conquista ed è presta, occorrendo e chiedendo reciprocità
d'obblighi, a combattere per l'unità territoriale Germanica contro ogni
straniero che tentasse impedirla_. Bismarck, uomo, come Cavour, di
_tendenze_ e non di _principî_, veneratore come lui della Forza e dei
_fatti_, più avveduto di lui e consapevole della potenza che vive nella
patria Germanica più assai che Cavour non era di quella che freme
latente in Italia, non guerreggia contro la Repubblica nella quale ei
crede d'intravedere una sorgente di debolezza pel popolo rivale, ma
contro la Francia e per creare con nuovi acquisti una sorgente di
perenne influenza alla Prussia. La Germania combatte, su via non buona,
per la _nazionalità_ minacciata in essa dal _cesarismo_ ch'essa crede,
esageratamente, incarnato tuttora nel popolo Francese. E noi abbiamo
debito e diritto di dirle che, come noi Italiani c'illudemmo, essa
s'illude, e che la Prussia monarchica potrà darle la _forma_ non
l'_anima_ dell'Unità, il simbolo materiale, non la _vita_ della Nazione:
possiamo dirle che il mancare di generosità nel vincere dimezza il
merito e i frutti della vittoria--che l'impadronirsi, senza libero voto
dei cittadini, d'una zona di territorio, perchè la Francia vincitrice
avrebbe _forse_ fatto lo stesso, è tristo insegnamento di libertà al
popolo che compie quel fatto e somma a ripetere l'immorale consiglio
dato a noi talora dagli uomini del _terrore_: «siate intolleranti e
feroci perchè i nemici d'ogni libero progresso son tali»--che
l'annettere oggi, per via di conquista, quella zona alla Germania è un
decretare inevitabile fra pochi anni una seconda guerra tra le due
Nazioni e creare anzi tratto, come fece l'Austria usurpando il
Lombardo-Veneto, una base e un potente ajuto al nemico che tra due
popoli forti di 37 o 40 milioni d'uomini i metodi di guerra attuale non
concedono altra barriera che i petti dei combattenti, la scienza dei
capi, i mezzi finanziarî e l'ardire--che i Pirenei e le Alpi si valicano
dagli eserciti e le linee di monti, tremende all'invasore nell'interno
delle terre invase, non furono mai nè saranno, se collocare sulla
frontiera, ostacolo all'invasore; ma non possiamo, senza ingiustizia e
follia, parlar di crociata repubblicana contro una brutale tirannide e
avventare il nome di _barbaro_ a chi, padrone d'imporre o di minacciare,
lascia compiersi libere[156] le elezioni e raccogliersi un'Assemblea che
potrebbe, volendo, in nome della Repubblica, respingere le proposte e
romper guerra domani. La Repubblica è per noi cosa santa; ma il nome
solo non basta; e il _feticismo_ non è Religione. Dal Governo, con
qualunque nome si chiami, il cui Delegato dichiara, quasi parodia del
_giammai_ di Rouher: _abitanti di Nizza, voi appartenete da oggi in poi
alla Francia_, ed esilia, come _nemico dell'integrità territoriale
Francese_, un cittadino che scrive con tendenze italiane un articolo di
giornale, non escirà l'_iniziativa_ della Repubblica universale. Se
pensassimo altrimenti, non detteremmo articoli per _La Roma del Popolo_:
saremmo noi pure in Francia.

Ad annuvolare intanto più sempre le menti, taluni gemono terrori
sull'avvenire e intravedono nella sconfitta della Francia l'agonia della
razza Latina, nella vittoria Prussiana il cominciamento d'una nuova èra
di _militarismo_, nel destarsi dal _pensiero_ all'_azione_ della razza
Germanica una prepotente invasione di Teutoni; e dietro ad essi la
Russia, lo TSAR: terrori vani e argomento di pregiudizî e di
considerazioni superficiali politiche. Quei profeti di sventura
all'Europa dimenticano che l'_espiazione_ ritempra; che la Francia,
rinsavita dall'errore che una missione compita dia privilegio
d'iniziativa perenne nello svolgersi dei fati d'un mondo, risorgerà più
pura e più forte alla ricerca d'una nuova missione in un senso
d'eguaglianza colle Nazioni sorelle; che una razza non more perchè la
fiaccola irradiatrice delle vie del futuro trapassa d'epoca in epoca da
uno ad altro dei popoli che la compongono: dimenticano che la civiltà
Latina parve sparita, spenta per sempre nel V secolo e rivisse, col
Papato, coi Comuni, coll'Arte, coll'Industria, colle Colonie, più
potente di prima; che il principato, il materialismo e l'intervento
cercato o servilmente accettato dallo straniero, sotterrarono, nel XVII,
l'anima delle città italiane e che quelle anime spinte sotterra si
confusero lentamente in una ed emergono oggi dal loro sepolcro di
trecento anni chiamandosi ITALIA; che Roma è il sacrario della razza
Latina, che da Roma escì due volte la _parola_ unificatrice del mondo e
che se prima Roma non è sommersa nel Tevere, la missione Latina vivrà
eternamente trasformata e trasformatrice; dimenticano che un esercito di
cittadini non fonda _militarismo_ durevole; che _tutti_ i cittadini
entrano, in Germania, per tre anni nell'esercito attivo; che le
questioni di politica interna rivivranno tra essi, dopo la pace, tanto
più fervide quanto più quei cittadini soldati hanno conquistato col
sacrifizio e colla vittoria coscienza di diritto e potenza; che il
tedesco è popolo di pensatori e che il _pensiero_ guida oggi
inevitabilmente, dopo brevi traviamenti, a repubblica: dimenticano che
lo Tsar è un fantasma forte soltanto, come lo fu Luigi Napoleone, delle
altrui paure e dell'assenza d'una saggia e morale dottrina politica nei
Gabinetti Monarchici; che il primo popolo capace d'averla, limiterà
l'azione possibile della Russia all'Asia dove può esercitarsi benefica;
che la metà delle popolazioni Slave-Polacche, Ceke, Serbo-Illiriche,
aborre dallo Tsarismo; che il giorno in cui noi, invece di paventarle,
stringeremo alleanza con esse e aiuteremo il loro formarsi in Nazioni,
le conquisteremo alla Libertà: che in quella zona di popolazioni Slave,
stesa fra la Germania e la Russia e ostile per antiche e recenti
usurpazioni alla prima, vive la nostra difesa contro la sognata
invasione teutonica. L'asse del mondo Slavo è sulla Vistola e sul
Danubio, non sulla Newa.

No; noi non temiamo per l'Europa o per noi le conseguenze della guerra e
della vittoria Germanica; temiamo, per lunga esperienza, lo sconforto
irragionevole che segue, ov'anche è meritata, una delusione. I popoli,
gl'Italiani segnatamente, si sono illusi, per abitudini non vinte
ancora, sulle condizioni e sulla forza attuale della Francia e illusi
sul valore e sulle conseguenze della parola _repubblica_ proferita in
Parigi; la disfatta della Francia pare ad essi disfatta repubblicana a
pro del principio monarchico, disfatta della Potenza dalla quale a torto
speravano il cominciamento di un'èra. Scriviamo per combattere questo
sconforto. Se gli uomini di parte repubblicana avessero antiveduto come
noi--e per cagioni che nulla hanno di comune colla questione che ci sta
a cuore--la disfatta francese; se non avessero, fraintendendo i termini
della contesa, imprudentemente detto: _là si combatte per la repubblica,
là si vince per la monarchia_, noi, tra due Nazioni che amiamo e
stimiamo, preferiremmo anche oggi il silenzio. Ma importa dire ai nostri
e agli avversi, che quanto è accaduto _doveva_ accadere, che nulla è
mutato nelle nostro speranze, come nei nostri doveri, che le condizioni
essenziali dell'Europa rimangono le stesse di prima, che la monarchia
non esce più forte dalla guerra attuale, che dove la repubblica non è
che di nome, nessun argomento può desumersi a suo danno dalla sconfitta.


II.

Dal cumulo delle affermazioni e delle opinioni proferite più o meno
avventatamente sulla guerra Franco-Germanica emergono alcuni fatti
innegabili, che giova registrare come base a un giusto giudizio e norma
a desumere rettamente le conseguenze della vittoria germanica.

La guerra fu ideata, voluta, provocata senza cagione da Luigi Napoleone.
Determinata poco dopo la pace di Villafranca, decretata dopo Sadowa,
prenunziata dalla domanda d'una rettificazione di frontiere che la seguì
ed ebbe rifiuto, data da quel tempo pubblicamente come parola d'ordine
alle caserme, preceduta da ogni sorta di disegni e di preparativi
militari, diventò finalmente necessità per l'Impero. A cattivarsi gli
animi dei Francesi in qualunque impresa e per ogni sacrificio, Luigi
Napoleone piegò, senza intenzione reale di libertà, dalle vie del
terrore alle concessioni apparenti. E le concessioni, come ad ogni
Governo che piega dal proprio principio, gli nocquero. La Francia, che
aveva per lunghi anni tremato d'una potenza fondata su dispotismo
illimitato e davanti alla quale l'Europa monarchica s'era tutta quanta
servilmente curvata, sospettò vacillante nel padrone la coscienza della
propria forza e ne trasse animo ad agitarsi. L'agitazione dei partiti,
rifatta minacciosa davvero e ogni giorno crescente, collocò l'Impero
davanti al bivio o di ceder più sempre e spegnersi nella libertà
rinascente o di rifarsi un prestigio in Francia e in Europa adulando,
colla conquista di terre vagheggiate d'antico, l'ambizione della prima,
cancellando con vittorie splendide, nelle tendenze volgenti all'ostile
della seconda, i ricordi della disfatta subìta, per energia pertinace
d'uomini repubblicani, nel Messico e vincolando a sè nuovamente colla
gloria e le promozioni l'Esercito vacillante. Un milione d'uomini, tra
morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura
d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile
per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto
d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e
di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito
nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e
codardamente accettato. Non sappiamo--se i popoli vogliono raccogliere
l'insegnamento--di condanna più irrevocabilmente severa contro il
principio avverso a quello che noi propugniamo.

Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe
assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza
d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente
repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo
noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e,
dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan,
mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata,
era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali
che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la
resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi:
rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria,
era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera
Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per
impedirne il rinnovamento. Il Governo della Difesa non voleva e non
doveva concedere il pegno _materiale_ richiesto e non poteva,
provvisorio com'era e revocabile ad ogni istante, dar sicurezza
_morale_. L'esercito Germanico s'avviò a Parigi. I fatti che seguirono
diedero un altro grave insegnamento all'Europa, ed è che un popolo è, in
parte almeno e quando tollera lungamente, responsabile dell'ingiusta
immorale politica del suo Governo--che deve, per legge di cose,
soggiacere alle conseguenze--che non basta a evitarle la caduta di quel
Governo, quando è determinata, non da fede e sacrificio spontaneo del
popolo, ma da un errore o da un atto codardo di quel Governo medesimo.

E questi insegnamenti furono confermati dai casi della guerra, dalla
serie non interrotta di rovesci ai quali soggiacquero l'armi francesi;
rovesci cominciati fin dai primi giorni e inaspettati anche a quelli
che, come noi, antivedevano rovinoso per la Francia l'esito finale della
contesa.

Quei rovesci furono dovuti a molte cagioni di natura apparentemente
diversa, ma tutte più o meno direttamente connesse colla prima suprema
cagione, il potere fidato a un sol uomo, e coll'altra dell'orgoglio
francese che presumeva di vincer tutti e sempre o a ogni modo. La prima
cagione era avversa naturalmente al progresso; la seconda fece gli animi
noncuranti d'esso; norma regolatrice in ogni guerra dev'essere quella di
stimare il nemico, e i Francesi lo disprezzavano e credevano inutile
ogni riforma.

Una grande riforma s'era intanto compiuta nell'esercito nemico alla
Francia. Per impulso dato segnatamente dal principe Federico Carlo e
seguito efficacemente da altri, la pedanteria militare prussiana aveva
fin dal 1861 ceduto il terreno a una scuola più libera, più emancipata
dal metodo servile che prescriveva il da farsi per ogni menoma
contingenza possibile, e lo riduceva, come il Talmud gli Israeliti, a
ufficio di macchina, costringendolo in ogni circostanza e per ogni atto
a forme e regole prestabilite. Le istruzioni tattiche Prussiane di
quell'anno iniziavano un nuovo periodo: affidavano gran parte
dell'esecuzione di principî irrevocabilmente accettati dalla scienza
guerresca al giudizio e all'inspirazione degli ufficiali: riconoscevano
l'_individualità_ e fondavano quindi più grave e più vigile la
_responsabilità_. È questo il segreto di tutti gli ordini umani; e
convalidato, quanto alla guerra, dal frequente successo dei volontarî,
prevarrà più sempre in futuro nella difesa delle Nazioni. Soltanto, quel
metodo esige più forti cure nella scelta degli individui destinati a
funzioni speciali, nella costituzione dell'esercito, nel sistema delle
promozioni, nell'istruzione sul maneggio delle armi dato a chi deve
combattere, nella formazione anzitutto degli stati maggiori che
dovrebbero accogliere gli ufficiali esperimentati migliori dei corpi e
non appagarsi d'un esame di scuola politecnica o d'altra inefficace ad
accettare le attitudini pratiche e di applicazione. Base dell'esercito
Germanico è, come dicemmo nel numero antecedente, l'obbligo in ogni
cittadino di ricevere una sufficiente istruzione militare e d'esser
presto ad accorrere. E per intelletto dell'arte, studî d'ogni luogo sul
quale accade o è probabile che accada un conflitto, provate abitudini
pratiche, conoscenza di lingue e d'altro, lo stato maggiore è oggi in
Prussia il migliore forse che esista in Europa.

In Francia, l'Impero, per le condizioni inerenti al sistema e appunto
per l'obbligo che ad esso correva di far dell'esercito un'arme, non
della Nazione ma d'un _partito_ pericolante, ha diminuito nel _soldato_,
naturalmente prode, la coscienza e l'entusiasmo del _cittadino_ e
allentato, dove quella coscienza è rimasta, il vincolo di fiducia tra
soldati e capi senza il quale le vittorie non sono possibili. Il sistema
del _cambio_, violazione dell'eguaglianza e della missione dei cittadini
incoraggiata dai bisogni crescenti delle finanze imperiali, s'era negli
ultimi anni aggravato di corruzione fatale alla forza delle file: la
somma versata come sostituzione al servizio era presa; il _cambio_ non
curato, e le cifre pagate dal Ministero di Guerra rappresentavano un
vuoto considerevole nella cifra _reale_ dei soldati. I capi erano scelti
a seconda, non del merito o della moralità, ma della loro devozione vera
o presunta al bonapartismo: i generali, segnatamente cercati fra gli
uomini delle guerre d'Algeria, guerre buone per avvezzare a tendenze
ferocemente dispotiche e ad allontanare l'animo dall'effetto di patria,
ma di natura diversa da quella delle grandi guerre regolari europee.
Accarezzati da chi dovea serbarsi ad ogni patto in essi un ajuto contro
il possibile insorgere del paese, quegli uomini intendevano la carezza,
sentivano il bisogno che il capo supremo aveva d'essi e acquistavano
impunemente abitudini e vizî di pretoriani: nuotavano nel lusso e lo
tolleravano negli ufficiali: la depredazione s'era fatta, come
nell'esercito Russo, tradizione in ogni ramo d'amministrazione militare
e, come per l'armi Russe in Crimea, doveva produrre delusioni e
disastri.

Il soldato, acuto osservatore e facile al biasimo in Francia più che
altrove, indovinava e scemava di fiducia nei superiori e quindi di
spirito di disciplina. Fondato sulla corruzione, l'Impero periva per
essa. Le relazioni che giungevano a Luigi Napoleone sugli apprestamenti
di guerra e sulle condizioni dei corpi erano menzognere: il vero avrebbe
svelato i guasti operati dalla cupidigia. Quelle che gli dipingevano la
Germania meridionale pronta a sollevarsi contro la Prussia erano
egualmente false: il danaro profuso a cospirare per Francia tra i
cattolici di quelle terre e che di fronte al senso della patria
germanica sarebbe pur sempre riuscito inefficace, aveva impinguato le
borse dei segreti incaricati di quel lavoro. E--copiatore infedele dello
zio--Luigi Napoleone non verificava, credeva: ingannatore, ingannato.
Quando, dopo il suo giungere al campo, gli rifulse il vero, era tardi.
Davanti a un esercito nemico mirabile per esattezza armonica di tutti i
rami d'amministrazione militare, per capacità in ogni frazione di farsi,
occorrendo, _unità_ e operare da sè e nel quale il soldato era fidente
nei capi e che certo nulla gli mancherebbe, ei si trovò, dopo d'avere
dichiarato guerra e scelto il momento per assalire, condannato alla
difensiva, incapace di marciar su Magonza, incapace d'operare da
Strasburgo contro la Germania meridionale, incapace di violare,
avventurandosi per vincere allo sdegno dei neutri, la frontiera Belgica
e girare il nemico, incapace perfino di distruggere i vicini centri nei
quali si congiungono le vie ferrate germaniche. Inerte, immobile,
aspettò gli assalti e soggiacque. Il solo valore tradizionale nei
soldati francesi non bastò, nelle sfavorevoli condizioni preparate dalla
corruzione e dalla inettezza dei capi, a resistere. L'_intelligenza_--ed
è il terzo insegnamento che vorremmo vedere raccolto dai nostri--vinse
il cieco valore. L'unità, la fiducia reciproca, l'armonia tra le diverse
sezioni amministrative, l'esattezza nell'esecuzione dei disegni, la
giusta parte d'indipendenza lasciata agli individui, la coscienza di
combattere, non per un uomo o per un onore militare scompagnato
dall'idea d'una sacra missione, ma per la propria Nazione, dimostrarono
anche una volta come un esercito che accoglie in sè ogni ordine di
cittadini sia superiore ad ogni altro. Il trionfo Germanico è il trionfo
dell'ordinamento militare che ricordammo nell'altro numero e
dell'insegnamento obbligatorio nella Nazione.

Ma la Repubblica? Il Governo della Difesa?

Sì: emancipata dall'Impero e anche dopo Sedan, la Francia poteva
salvarsi, risorgere: una Nazione lo può sempre se vuole, e un mezzo
milione di stranieri non basta per conquistare a patti disonorevoli un
popolo forte di 38 milioni di cittadini. Bisognava distaccarsi
interamente, apertamente, dalle tradizioni imperiali e dagli uomini
della monarchia--dichiarare ai popoli, nei termini che accennammo
nell'altro numero, la nuova politica e ottemperarvi gli atti--convocare
immediatamente, non fosse che di _notabili_, un'Assemblea che
confermasse--e sotto i primi impulsi l'avrebbe fatto--il Governo della
Difesa, poi rimanesse o meglio si disperdesse, in piccoli nuclei
di Commissarî ai Dipartimenti per suscitarvi e dirigervi
l'entusiasmo--rinunziare a vincere con mosse ed eserciti regolari e
organizzare guerra di popolo--abbandonare, occorrendo, Parigi,
condannata ad arrendersi presto o tardi e, se s'antivedeva che il suo
arrendersi sarebbe dissolvimento alla resistenza della Nazione, chiamare
la Francia non alla _leva in massa_, ma all'_insurrezione in
massa_--ordinare i giovani, non a versarli ineducati all'armi nelle
sezioni dell'esercito regolare dove non potevano recare se non germi
d'ineguaglianza e d'indisciplina, ma a collocarsi, liberi nelle loro
inspirazioni e conoscitori dei luoghi e confortati dal pensiero di
difendere i proprî lari, a guerreggiare nella loro zona, tanto che il
nemico trovasse in ogni via una barricata, in ogni inoltrarsi un
pericolo, in ogni boscaglia un agguato--mandare ai nuclei di partigiani
uomini già esperti nelle cose di guerra come insegnamento elementare
vivente--distribuire largamente armi, munizioni, danaro
all'insurrezione--costringere con guerra siffatta il nemico a
smembrarsi, a occupare una moltitudine di punti, ad assottigliare la
propria linea--e stabilire intanto, in Bretagna, in Provenza o altrove,
un punto di concentramento a tutti gli elementi regolari per riordinarvi
e rifornirvi, eliminando gli antichi capi e scegliendo i nuovi tra gli
ufficiali, un esercito pel momento in cui il nemico stanco, sconfortato,
rotto in frazioni, avviluppato nelle spire dell'insurrezione, avrebbe
prestato il fianco a una operazione decisiva d'offesa.

Questo ed altro poteva, doveva farsi. Il Governo della Difesa non lo
tentò: seguì un metodo diametralmente contrario. Un uomo solo, Gambetta,
parve volerlo tentare: ma fervido, energico nel linguaggio, fallì
all'impresa nei fatti e s'ostinò anch'egli nell'errore di volere salvare
la Francia colle mosse e cogli eserciti regolari.

Fu colpa di quegli uomini o della Francia?

Quanti, con grave torto e pericolo, accarezzano tuttavia negli animi dei
nostri giovani l'illusione che dalla Francia debba escire l'_iniziativa_
delle grandi cose, dei grandi moti che avviano innanzi l'Umanità,
persistono e persisteranno nell'attribuire la colpa a que' pochi
individui. Noi l'attribuiamo pensatamente alla Francia.

E non deriviamo, tardi profeti, la nostra opinione dai fatti recenti,
bensì li spieghiamo con quella. Chi scrive affermò nel 1835 in una
Rivista Francese, quando tutti vaticinavano in Europa _iniziatrice_
dell'èra repubblicana la Francia e le idee repubblicane erano in Parigi
rappresentate dai migliori per intelletto e per cuore[157], che l'Europa
e la Francia s'illudevano--che mancava in Europa l'_iniziativa_,--che
ogni popolo poteva, credendo, sapendo, volendo, colmar quel voto, ma che
bisognava cominciasse dal convincersi che la virtù _iniziatrice_ non
esiste più, monopolio perenne, in Francia o altrove--che la Francia
l'aveva, fin dal 1815, perduta--che la grande gigantesca Rivoluzione del
1789 non era stata _iniziativa_, ma _sommario_ e _conclusione_
d'un'epoca--che splendidi fatti e presentimenti del futuro potevano
rivelarsi in Francia, ma che per molti anni le solenni collettive mosse
della Nazione non segnerebbero nuovi gradi di progresso all'Europa e si
consumerebbero fatalmente per entro alla chiusa curva di un circolo.
Oltre a un terzo di secolo è trascorso d'allora in poi e i fatti hanno
confermato l'idea.

Nessuno può--noi men ch'altri possiamo--dimenticare i grandi servigi
resi dalla Francia all'Europa, i grandi esempî di fortezza e di volontà
che abbondano nelle pagine della sua vita storica, lo splendido
tentativo, trionfante in parte, d'applicazione pratica del lavoro
intellettuale di due epoche, Politeismo e Cristianesimo, e la
conquista operata per noi tutti a prezzo di sangue dei _diritti_
dell'_individualità_: nessuno può sospettare che la Francia non risorga
a nuova e potente vita, anello indispensabile nella catena dei progressi
da compiersi. Ma nessuno, popolo o individuo, può sottrarsi, comunque
sia grande, alla Legge Morale che ha decretato s'_espii_ presto o tardi
ogni lunga deviazione dalla missione assegnata, ogni violazione del
DOVERE.

Affascinata dall'orgoglio d'una lunga seria di trionfi coll'armi, guasta
dalle proprie tendenze dominatrici e dal plauso servile dei popoli che
la circondano, la Francia traviò dalla propria missione e dall'intento
nazionale che avea, sul finire dell'ultimo secolo, definito:
_evangelizzazione di Libertà, d'Eguaglianza e di Fratellanza fra i
popoli_: sostituì la propria dominazione a quella dei tiranni che
rovesciava; commise i suoi fati all'eletto delle battaglie; conculcò per
accrescere potenza a sè stessa i diritti delle nazioni sorelle; sostituì
alla bandiera della rivoluzione una bandiera d'Esercito, all'adorazione
delle idee il culto degli interessi materiali, alla Fede in Dio la Fede
nella Forza: più dopo e inevitabilmente alla politica dei _principî_,
alla franca, aperta, leale dichiarazione delle proprie credenze, la
politica dell'_opportunità_, delle transazioni, il gesuitismo
d'_opposizione_ che campeggiò nel regno dei due rami borbonici;
rimpicciolì le sante idee di rinnovamento sociale in una guerra
d'egoismo di classi e nelle angustie d'un problema _esclusivamente_
economico; ringrettì nel 1848 il vasto pensiero repubblicano in una
tattica anormale di riconoscimento dei _principî_ e d'accettazione dei
_fatti_ che li negavano; suscitò, promettendo ajuto, i popoli a moti e
li abbandonò; incredula, protesse il Papato; predicatrice di libertà,
votò poi secondo Impero; dichiarò d'esser unica tra le Nazioni a
combattere per una _idea_ e volle, prezzo al combattere, danaro e terre
non sue; ingelosì, Essa rappresentante esagerata dell'Unità, del moto di
unificazione germanica; si disse avversa alla guerra e applaudì quando
fu dichiarata; invase il Messico, dimenticò la Polonia, trucidò, movendo
repubblica contro repubblica, Roma; e s'arrogò nondimeno, violando
l'eterna massima: _Dio solo è padrone; i popoli devono tutti essere,
nell'eguaglianza e nell'amore, interpreti della sua Legge_, diritto di
perenne primato fra le Nazioni. La Francia oggi espia queste colpe
coll'impotenza, colla mancanza degli spiriti del 1792, colle esitazioni
dei suoi capi, colla codarda condotta della sua Assemblea, coll'inerzia
da noi preveduta delle sue moltitudini.

E l'espiazione è severa, severa oltre il giusto; e per questo,
largamente compita.

Guidata da una cupida Monarchia, la Germania ha traviato alla sua volta
dai confini del retto che la riverenza al pensiero ingenita in essa le
insegnava di non varcare, e sostituito al diritto di proteggersi un
concetto di vendetta che semina i germi di nuove guerre. Dio e i popoli
lo allontanino. Possa la Francia risorgere all'influenza che le spetta e
vendicarsi delle ingiuste esigenze come i nostri vendicarono con essa
l'eccidio di Roma, ajutando a promovere il trionfo d'una Unità Nazionale
Germanica fondata sulla Libertà. Possa l'Italia, oggi colpevole di
parecchie delle colpe che travolsero in fondo la Francia, affrettarsi a
cancellarle, intendere la grande missione ch'essa potrebbe, volendo,
compiere a pro di tutti in Europa, raccogliere la fiaccola di libertà
popolare caduta dalle mani altrui e iniziare l'impresa dalla quale
soltanto può, col giusto riparto delle terre europee fra le Nazioni e
l'unità d'una fede morale comune a tutte, inaugurare un'èra di pace e di
armonia nel lavoro.



POLITICA INTERNAZIONALE[158]


I.

Abbiamo, fin dalle prime pagine di questa pubblicazione, detto, e
insisteremo a ripetere, che la Legge Morale è il criterio sul quale deve
giudicarsi il valore degli atti sociali e politici che costituiscono la
vita delle Nazioni e delle diverse dottrine che s'assumono di dirigerle:
e lo spettacolo che abbiamo innanzi d'una grande Nazione caduta in fondo
per essersi sviata da quella Legge dovrebbe essere oggi luminosa
conferma al nostro principio. Ciò ch'è vero per tutte le Nazioni, lo è
doppiamente per le Nazioni che sorgono. Nella moralità dei loro ordini
sociali e delle norme che ne dirigono la condotta politica sta non
solamente il compimento del Dovere, ma il pegno del loro avvenire. Come
la vita del commercio ed ogni vasto sviluppo economico posano sul
credito, la vita complessiva d'un popolo e l'incremento nazionale posano
sulla fiducia che gli altri popoli pongono in esso; e quella fiducia ha
bisogno d'un programma definito accettato e invariabilmente mantenuto
nelle transazioni interne e segnatamente internazionali del nuovo
popolo. Dai mercati economici alle alleanze politiche, tutto si schiude
agevolmente a una Nazione che vive d'una vita normale fondata sopra un
principio morale la cui sorgente è nota e le cui conseguenze sono
logicamente e praticamente dedotte negli atti: dove manca, dove non
esiste norma dall'arbitrio infuori degli individui e dei capi, i popoli
guardano diffidenti, sospettosi, gelosi. Un trionfo carpito al delitto o
all'altrui codardìa può affascinarli o impaurirli a concessioni e a
riverenza apparente, ma per breve tempo, e il primo indizio di
decadimento o fiacchezza li muterà. Par avere negato l'idea di
Nazionalità, anima dell'Epoca nuova e sostituito alla potenza d'un
_principio_ la propria, genio, forza e prestigio del primo Napoleone
sparirono davanti al subito inaspettato fremito dell'Europa rifatta
ostile non sì tosto parve interrompersi per lui il corso delle vittorie.
E la Francia dell'ultimo Napoleone, orgogliosa pochi anni addietro della
sommissione abjetta di tutti i Governi Europei non trovò, nella prima
ora di crisi, un solo alleato. Gli stessi fati s'apprestano
all'Inghilterra, s'essa persiste a cancellare nella sua politica esterna
quel culto al _principio_ di Libertà che la fece potente e inspira
tuttavia la sua vita interna.

Per noi--ed è la dottrina dei nostri Grandi da Dante in poi--ogni
_essere_, individuale o collettivo, ha un _fine_, e il _fine_ ch'è parte
del Disegno divino regna sovrano: l'esistenza di quel _fine_ genera il
_dovere_ di raggiungerlo, di tentarlo almeno. La vita è una missione. Il
compimento più o meno continuo, più o meno potente della missione
costituisce il merito e quindi il progresso della vita.

L'Umanità ha un _fine_: scoperta _progressiva_ della Legga Morale e
incarnazione di quella Legge nei _fatti_. Il mezzo, il metodo, per
raggiungere quel _fine_, è l'Associazione: l'associazione, progressiva
anch'essa, delle facoltà e delle forze umane, la comunione più e più
vasta, più e più intensa d'ogni vita coll'altre vite, l'_amore_ trasfuso
nella _realtà_. Quando tutti i figli di Dio saranno liberi, eguali e
affratellati in una fede comune di pensieri e d'opere, e la coscienza
della Legge splenderà in ogni vita come splende il sole in ogni goccia
di rugiada diffusa sui fiori dei campi, il _fine_ sarà raggiunto.
L'Umanità trasformata ne intravederà un altro.

Le Nazioni sono gli individui dell'Umanità: tutte devono lavorare alla
conquista del _fine_ comune: ciascuna a seconda della propria posizione
geografica, delle proprie singolari attitudini, dei mezzi che sono ad
essa naturalmente forniti. L'insieme di queste condizioni costituisce
per essa un _fine speciale_ da raggiungersi sulla direzione del _fine
comune_.

Dov'è _coscienza_ del fine speciale e speciale attitudine ad accostarsi
attraverso quel fine al fine comune ch'è l'ideale dell'Umanità, ivi è
Nazione: dove non è, è gente, frazione di popolo destinato presto o
tardi a confondersi con un altro.

Il PATTO NAZIONALE, ch'è battesimo e mallevadorìa di fraterno progresso
ad un popolo, riconosce, _nella Dichiarazione di principî_ che deve
essere preambolo al Patto, il fine _comune_ a tutti e addita nel proprio
insieme il fine _speciale_, la parte di lavoro che spetta, nel lavoro
generale, a quel popolo. Ogni qual volta un popolo rinnega il fine
comune o svia dal bene di tutti esclusivamente al proprio il frutto dei
progressi compiti verso il fine speciale, la Nazione retrocede.
Raggiunto il loro fine speciale, le Nazioni morivano un tempo per lungo
corso di secoli: oggi, la conoscenza del fine comune, della vita
_collettiva_ allora ignota dell'Umanità e della legge di Progresso che
la governa, lo impedisce; ma la Nazione colpevole smarrisce per un tempo
ogni virtù _iniziatrice_ e non si ritempra ad essa fuorchè espiando.

La dichiarazione del fine _speciale_ costituisce il vincolo di libera
associazione nel quale i milioni appartenenti a un gruppo determinato
riconoscono di far parte d'una Nazione e ordinano il loro lavoro
interno: l'analogia dei fini _speciali_ costituisce la baso di più
perenni e più intime relazioni tra popolo e popolo: la dichiarazione del
fine _comune_ determina le _alleanze_.

Santa è ogni guerra comandata dalla necessità d'un progresso vitale
verso il fine _comune_ assolutamente vietato per ogni altra via o contro
chi contende ad un popolo libertà di compiere la propria missione: ogni
altra è delitto di fratricida; e le Nazioni affratellate nella
conoscenza accettata del fine _comune_ dovrebbero collegarsi contr'essa.
Come i membri d'una famiglia, i popoli sono, a seconda dei loro mezzi,
solidali e chiamati a combattere il Male ovunque s'accampa, e a
promuovere il Bene ovunque può compiersi. Le Nazioni che rimangono
spettatrici inerti di guerre ingiuste e inspirate da egoismo dinastico o
nazionale, non avranno, il giorno in cui saranno alla volta loro
assalite, che spettatori.

Son queste per noi le norme regolatrici d'ogni politica internazionale e
le abbiam fin d'ora affermate perchè giudicheremo a seconda gli eventi
europei: norme semplici e piane come tutte quelle che derivano da un
concetto morale; ma la loro prova sta nella Storia che, interrogata a
dovere, dimostra ogni violazione di esse aver generato conseguenze
funeste ai violatori e ai popoli che, potendo, non impedirono. La
scienza del come dirigere le cose umane è più semplice e men difficile
ch'altri non pensa, se mova da pochi principî derivati tutti da una idea
di religione e di Dovere: non diventa complessa e oscura e raddensata di
semi-diritti storici cozzanti gli uni cogli altri e sorgente
inesauribile di piati e dissidî, se non quando, cancellata ogni fede
comune e illanguidito ogni senso collettivo di religione, la vita
politica delle Nazioni è data agli arbitrî d'un materialismo che ha
l'_io_ per principio e la _forza_, il fatto transitorio, per prova. In
quel materialismo ebbe nascita la Diplomazia, scienza intricatissima e
incerta di transazioni fra i molteplici fatti, di concessioni disegnate
per un tempo alla menzogna e alla corruzione per un tempo dominatrici, e
di formole destinate a coprir le intenzioni: scienza funesta
all'educazione dei popoli e sterile sempre quanto ai fini da
raggiungersi, che l'Instituzione repubblicana abolirebbe, decretando
pubblicità per le relazioni tra popolo e popolo.

Oggi e da tre secoli in poi non esiste principio comune nè quindi norma
determinata alle relazioni internazionali. Vivo e fecondo il concetto
Cristiano, una influenza direttrice morale si manifestava tratto tratto
modificando, per quanto era allora possibile, in un senso uniforme, gli
eventi creati dalle circostanze e dalle passioni. La predicazione che
aveva lentamente tramutato le tremende invasioni degli uomini del nord
in Italia e altrove in colonizzazioni territoriali e aveva più dopo,
promovendo a un tempo l'emancipazione dei servi di gleba, gettato colle
Crociate in nome dell'Europa un guanto di sfida al fatalismo d'Oriente,
proferiva di tempo in tempo, coi Concilî e colle epistole pontificie,
parole di pace, d'unità morale, di fede comune. I tempi erano
semi-barbari: il Feudalismo smembrava popoli che tendevano a
conglomerarsi, a unificarsi: il _dualismo_, impiantato nel Cristianesimo
stesso, tra il mondo delle anime e quello dei corpi, erano cagioni
insuperabili e perenni di discordie e di guerre: pur nondimeno, una
tendenza generale, frutto d'alcuni principî morali davanti ai quali
s'incurvavano tutte le fronti, signoreggiava talora quella tempesta,
accorciava le guerre o ne traeva un avviamento alla caduta degli ordini
feudali e all'avvicinarsi dei popoli. Ma, cominciato nel XVI secolo il
lento dissolversi del Cristianesimo, si schiuse un vuoto, non colmato
finora in Europa: vuoto d'una fede morale comune, d'un patto
solennemente o tacitamente riconosciuto, movendo dal quale i popoli
potessero intendersi e fidare l'uno nell'altro; e sull'orlo di quel
vuoto alternarono sistemi dettati da inspirazioni isolate o da cupidigie
dinastiche; sterili, inefficaci tutti. Taluni fra gli scrittori
accettati come maestri di diritto internazionale si richiamarono
all'antichità come se norme dettate per popoli politeisti potessero mai
dirigere le relazioni di popoli sui quali era passato l'alito del
Cristianesimo: poi venne, promossa dall'Inghilterra, la dottrina
d'_equilibrio europeo_ che conchiuse in Vestfalia un patto d'eguaglianza
fra due credenze irreconciliabilmente nemiche e con altri trattati una
sospensione d'ostilità tra Francia, Austria e Spagna che doveva durare
perpetua e cessò con Luigi XIV: poi nuovi tentativi in Utrecht e altrove
che sfumarono davanti al lampo della spada di Federico II e conchiusero
col sorgere del militarismo Prussiano e coll'iniquo smembramento della
Polonia. L'_equilibrio_ diede da circa settanta anni di guerra
all'Europa; la _ponderazione_ si tradusse in un sistema d'armi e
d'armati sempre crescenti a impedire le guerre e nel _principio_ che
decretò in Campoformio la vendita di Venezia a compenso degli
ingrandimenti francesi sul Reno: _la conquista operata da una Potenza
deve controbilanciarsi_ da conquiste dell'altre. Tutti quei sistemi,
figli del concetto materialista, erano condannati a perire
nell'impotenza, nell'anarchia, nel delitto. Mancava ad essi la sanzione
di Dio.

Oggi, quasi disperando di trovare rimedio ai conflitti, le Nazioni
inchinano, duce l'Inghilterra, alla teorica del _non intervento_;
teorica che non ha _principio_ sul quale si fondi, ma è negazione di
tutti i principî conquistati fino a noi intellettualmente dall'Umanità:
unità di Dio e della Legge Morale, unità dell'umana famiglia, unità
d'intento assegnato a noi tutti, fratellanza e associazione dei popoli,
dovere di combattere il Male e di promovere il trionfo del Bene. Ateismo
trasportato nella vita internazionale o deificazione, se vuolsi,
dall'egoismo, quella teorica, la cui suprema formola fu data in Francia
da un uomo di stato monarchico colle parole: _chacun chez soi, chacun
pour soi_, tocca gli estremi dell'immoralità e dell'assurdo: se
accettata da tutti, sottrarrebbe una delle più potenti leve al Progresso
che la Storia ci addita compìto quasi sempre con atti d'intervento; se
praticata, com'è attualmente, dagli uni e non dagli altri, schiude
l'adito a chi vuol fare trionfare inique pretese e sa di non dover
temere che alcuno, in nome dell'eterna Giustizia, gli contenda la via.
La Nazione che s'assumesse di costituirla norma generalmente regolatrice
delle relazioni internazionali si condannerebbe a guerra perpetuamente
rinascente con quanti ricuserebbero d'accettarla: limitandosi a
proclamarla per sè, abdicherebbe la metà della propria vita, perderebbe
la stima e l'amore dei popoli e non si sottrarrebbe alla necessità della
guerra. Il grido di _pace a ogni patto_ inalzato in Inghilterra da tutta
una scuola influente, alla quale erano capi Cobden e Bright, confortò la
Russia ad osare e determinò in gran parte la guerra della Crimea.

Il sangue di tutti i martiri, popoli o individui, che intervennero
santamente e santamente morirono a pro del Giusto e del Vero al di là
della loro terra nativa, solleva una eterna protesta contro questa
fredda, abjetta, codarda dottrina, che per noi credenti è bestemmia
contro il DOVERE e indizio innegabile dell'assenza e della necessità
d'una fede.

Quanto alla vita internazionale dell'Italia d'oggi, non occorre
spendervi lunghe parole: non esiste. Gli uomini della monarchia non
hanno coscienza di missione Italiana nel mondo, nè concetto o disegno
politico da uno infuori: trascinare di giorno in giorno, attraverso
brevi espedienti e sempre seguendo chi sembra momentaneamente potente,
una incerta e fiacca esistenza. Le rare frasi, rubate a un dispaccio
russo o britannico e proferite con sussiego di chi ha una dottrina, da
chi regge per le faccende Estere, farebbero sorridere se non facessero
arrossire. Guerre e paci ci furono sempre dettate. L'avvenire d'Italia e
la moralità non ebbero parte nelle nostre alleanze. Invocammo, sorgendo,
dicendolo almeno, per la libertà, l'ajuto d'un regnatore tiranno;
sorgendo, dicendolo almeno, per l'unità della Nazione, l'ajuto di chi la
vietava col possesso iniquamente ottenuto e serbato di Roma e ci
richiedeva d'uno smembramento di terre nostre che gli fu senza indugio
concesso: ci collegammo colla Prussia contro l'Austria: ci collegavamo
pochi anni dopo colla Francia Imperiale contro la Prussia e
l'unificazione Germanica, se le precipiti disfatte francesi e il nostro
accennare, agitando, a fatti--altri ha recentemente _scoperto_ una
potente agitazione della Sinistra--non lo impedivano: ci collegheremo
domani--e i gazzettieri di parte monarchica, impauriti del trovarsi
senza padrone, cominciano a preparare il terreno--nuovamente
coll'Austria. La nostra Diplomazia ha detto ai Greci, unita coi
difensori del Turco: _non rivendicate le vostre terre_: ha promesso,
richiesta, all'Inghilterra di non mover piede nella recente guerra senza
avvertirla: ha corteggiato insistente il proscrittore della Polonia. La
Storia dovrà indicare i primi dodici anni dell'Italia risorta, nella sua
_vita_ internazionale, con un segno di negazione.


II.

Noi non abbiamo oggi politica internazionale. Manca a chi regge la fede
in una norma morale e nel dovere della Nazione che il Governo è chiamato
a rappresentare. Questa assenza di fede, questo oblio della missione
Italiana nel mondo, ci condannano a vivere nel _presente_, senza
intelletto della nostra tradizione, senza concetto dell'_avvenire_,
prostrati davanti ai fatti e tremanti di essi. Gli organi governativi
scrivono articoli a provare che, caduta la potenza francese, unica
politica per noi è il non averne alcuna. Così, tra l'Italia sorta a
Nazione e il vecchio Ducato di Modena, di Toscana o di Parma non corre
divario: ambi deboli, passivi, senza scopo, senza nome tra i popoli,
senza voto efficace nel congresso delle Nazioni, senza potenza
iniziatrice di civiltà. Ora, un Popolo che non reca, sorgendo, un nuovo
elemento di progresso al lavoro comune, una pietra all'edifizio
lentamente inalzato dall'Umanità, non ha ragione di vita nè vita:
ricadrà inevitabilmente sotto il dominio diretto o indiretto del primo
potente che vorrà impadronirsene. Come in ogni consorzio, così nel
consorzio internazionale, chi non compie un ufficio, chi non produce,
perde il diritto di vivere.

E nondimeno, se v'è popolo che abbia dalla posizione geografica, dalle
tradizioni, dalle naturali attitudini, dall'aspettazione vivissima sui
primi moti italiani oggi per le ripetute delusioni sopita, degli altri
popoli, un grande ufficio da compiere sulle vie dell'incivilimento
europeo, è certamente il nostro: se v'è momento in cui un popolo possa,
volendo, assumersi un'alta missione e creare a sè stesso un vasto e
fecondo avvenire, è questo in cui, smarrita nel moto ascendente delle
Nazioni ogni iniziativa, tutti invocano chi raccolga la lampada della
vita caduta visibilmente dalle altrui mani e la sollevi a conforto e
scorta delle genti travagliate dal dubbio e minacciate dalla invadente
tenebra dell'egoismo. Quei che ponevano pochi dì sono la vita per
impedir che cadesse, dovrebbero più che altri pensarci.

L'Italia ha evidentemente dalla Storia, dalle condizioni dell'Europa,
dai caratteri del suo risorgere, una doppia missione: compiendola, essa
si porrebbe a capo d'un'Epoca.

La prima--abolizione del Papato, conquista pel mondo dell'inviolabilità
della _coscienza_ umana e sostituzione del dogma del PROGRESSO a quello
della _caduta_ e della _redenzione_ per _grazia_--è missione religiosa
della quale ora non intendiamo parlare e da maturarsi a ogni modo, prima
che i decreti d'un popolo di credenti non vengano a compirla col
pacifico apostolato. Ma la seconda--sviluppo del principio di
NAZIONALITÀ come regolatore supremo delle relazioni internazionali e
pegno sicuro di pace nell'avvenire--è missione politica, connessa
intimamente coll'altra, perchè guida a un nuovo riparto Europeo che fu
sempre, in tutte le grandi Epoche storiche, preludio a una
trasformazione religiosa, e da compirsi coll'influenza morale,
appoggiata, occorrendo e sotto il momento propizio, dall'armi.

_Nazionalità_ è infatti la parola vitale dell'Epoca che sta per sorgere.
Le guerre combattute in Europa dagli ultimi anni del primo Impero fino a
noi originarono quasi tutte da quel principio: suscitate da popoli
rivolti a conquistarsi _nazionalità_ o a proteggerla dagli assalti
altrui o promosse da monarchie tendenti a impadronirsi di moti
_nazionali_ antiveduti inevitabili e sviarli dal segno. I popoli
chiamati da tendenze provvidenziali a conglomerarsi per vivere di vita
normale e compire liberamente e spontanei un ufficio in Europa sono
oggi, i più, smembrati, divisi, servi d'altrui, aggiogati a chi ha
_fine_ diverso, separati per opera di violenza da rami della stessa
famiglia, deboli quindi e inceppati nei loro moti, nelle loro legittime
aspirazioni. L'Europa come escì dalle conquiste e dai trattati dinastici
non è l'Europa quale il dito di Dio segnava coi grandi fiumi e colle
grandi linee di montagne la divisione del lavoro alle generazioni de'
suoi abitanti. E finchè nol sia, la _pace_ che tutti cerchiamo è sogno
di menti illogiche che imaginano potersi conquistare senza la Giustizia
i suoi frutti. Le _Nazioni_ rappresentano le diverse facoltà umane
chiamate a raggiungere _associate_, non confuse e sommerse l'una
nell'altra, il _fine_ comune e hanno eterno il diritto di vivere di vita
propria: non si associa chi non vive e non comincia dall'affermare la
propria _individualità_. I panteisti della politica che sconoscono quel
diritto e paventano nel principio di _nazionalità_ un germe di gare e
guerre continue, dimenticano che le Nazioni non furono sinora libere mai
nè fondate sulla coscienza popolare, ma soggiacquero, nella loro vita
politica, al monopolio delle famiglie regie e delle avide loro
ambizioni: negano il disegno provvidenziale indicato dalle
configurazioni geografiche e rivelato dalla Storia; sopprimono i _mezzi_
che fanno possibile il raggiungersi dell'intento; e avvalorano, senza
avvedersene, il concetto di _monarchia universale_ che accarezzò nel
passato la mente d'ogni regnatore potente e inondò l'Europa di sangue
sparso senza santità di sagrificio, nè frutto. Le _Nazioni_ sono unico
argine al dispotismo d'un popolo, come la libertà degli _individui_ al
dispotismo di un uomo.

Il rimaneggiamento della carta d'Europa è nei fati dell'Epoca e si
compirà attraverso una serie di battaglie inevitabili. Ma la Nazione che
si farà, con saviezza d'intelletto ed energia di volontà, centro del
moto, accorcierà quella serie fatale e sarà per molti secoli
_iniziatrice_ di progresso all'Umanità.

Là, nel pensiero che agita in oggi prima d'ogni altro le menti europee,
sta la base della vera vita internazionale d'Italia. Da esso deve
inspirarsi nella scelta delle sue _alleanze_. Il suo luogo è a capo
delle Nazioni che sorgono, non alla coda delle Nazioni che da lungo sono
e accennano a declinare.

L'ITALIA è un fatto nuovo, un Popolo nuovo, una _vita_ che jeri non era:
non ha legami fuorchè i voluti dalla Legge Morale, sovrana su tutte le
Nazioni, giovani o antiche: non fa parte nei trattati dinastici
anteriori al suo nascere, nè è quindi vincolata da essi, quando non
consuonino colle norme del Giusto e dell'eterno Diritto. Dovrebbe dirlo
altamente e operare liberamente a seconda. La _tradizione_ è santa e
dobbiamo rispettarla; ma, come in religione non è Tradizione quella
d'una sola chiesa o d'un'epoca sola, ma quella dell'Umanità che le
abbraccia, le domina e le spiega tutte, la tradizione politica non è
tutto il passato, è quella parte di passato soltanto che interpreta la
Legge Morale e segna la via che guida al Progresso: è la _tradizione_
nel Bene, non quella che si svia nel Male e che, accettata, tenderebbe a
perpetuarlo. E un Popolo che sorge a Nazione ha non solamente il dovere
di respingere da sè le colpe dei padri, ma una splendida opportunità per
compirlo. Ogni nuova vita è pura. Dio non la dà perchè s'insozzi del
fango accumulato dalle vite corrotte anteriori.

L'Italia, se intende ad essere grande, prospera e potente davvero, deve
incarnare in sè questo concetto del riparto d'Europa a seconda delle
tendenze naturali e della missione dei popoli. Essa deve piantare
risolutamente sulle sue frontiere una bandiera che dica ai popoli:
LIBERTÀ, NAZIONALITÀ, e informare a quel _fine_ ogni atto della sua vita
internazionale.

È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla
Repubblica il concetto dell'Unità _politica_, e quanto e dove era allora
possibile, lo tradusse in fatto coll'armi delle Legioni: la Roma dei
Papi tentò il concetto dell'Unità _morale_ e riescì in parte colla
_parola_ de' suoi sacerdoti e de' suoi credenti; ma l'una e l'altra non
riconobbero--nè lo potevano allora--il moto collettivo provvidenziale
delle Nazioni, non videro nel mondo che la propria potenza, e gli
_individui_ umani che dovevano subirla non ebbero intermediarî
cooperatori tra sè e il _fine_ proposto e non trovarono quindi stromento
a raggiungerlo fuorchè quello dell'_autorità_ assoluta dispotica sui
corpi e sull'anima. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente
nel Progresso, nella vita collettiva dell'Umanità e nella divisione del
lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all'impresa: guidatrice e
soccorritrice.

E alla doppia missione che diciamo prefissa all'Italia accennano le
necessità prime del nostro risorgere, che non potè iniziarsi se non
intimando guerra al Papato, custode della vecchia _autorità_ illimitata,
e all'Impero d'Austria, negazione, potente oltre ogni altra in Europa,
della _nazionalità_; nè potrà compirsi se non procedendo innanzi e fino
alle ultime conseguenze su quella via. Ciò che per altri può essere
semplicemente dovere morale, è legge di vita per noi.

Le migliori alleanze, anche per popoli già costituiti, viventi di vita
normale e senza missione speciale, son quelle che si stringono con chi è
abbastanza potente e abbastanza vicino per giovare all'intento, ma non
lo è tanto da potere, sotto pretesto di servizî resi o tentazione
d'operazioni miste e comuni, imporre la propria volontà e varcare per
egoismo d'ingrandimento i limiti apertamente stipulati nei patti
dell'alleanza; e di quali danni possa essere feconda la violazione di
questa norma ha fatto recente e dolorosissima prova l'Italia. Per noi,
popolo nuovo e che non può entrare degnamente e con securità d'avvenire
nella comunione delle Nazioni se non aggiungendo agli elementi esistenti
un nuovo e utile elemento di vita, le alleanze durevoli non possono
fondarsi che sulla conformità della fede politica e dell'intento. I
nostri alleati naturali sono tra i popoli che tendono con diritto ad
assodare la loro unità nazionale o a conquistarsela con probabilità di
successo. Le Nazioni costituite da lungo, e potenti per tradizione,
guarderanno per lungo tempo, con istinti di gelosia e di sospetto, a una
Nazione che sorge e il cui progresso le minaccia di nuove influenze e di
concorrenza economica. Tra i popoli nuovi soltanto noi troveremmo
amicizia sincera fondata sull'importanza della nostra per essi,
riconoscenza degli ajuti negati da altri e prestati da noi, incremento
ai nostri già avviati commerci, nuovi mercati crescenti col crescere
della vita suscitata in quelle terre risorte, giovamenti d'ogni sorta
senza pericoli.

La politica internazionale d'Italia dovrebbe anzi tutto, e per
acquistarsi potenza agli ulteriori sviluppi, tendere a costituirsi anima
e centro d'una Lega degli Stati minori europei stretta a un patto comune
di difesa contro le possibili usurpazioni d'una o d'altra grande
Potenza. La Spagna, il Portogallo, la Scandinavia, il Belgio, l'Olanda,
la Svizzera, la Grecia, i Principati Romano-danubiani costituirebbero
così coll'Italia una forza materiale di più che 64 milioni d'uomini
stretti a un patto d'indipendenza e di libertà al quale non sarebbe
difficile d'acquistare l'adesione dell'Inghilterra e che potrebbe
efficacemente resistere a ogni tentativo d'usurpazione meditato, com'è
generalmente, da una sola Potenza e guardato con diffidenza dall'altre.

L'influenza morale dell'Italia s'eserciterebbe intanto, ingrandita da
questa Lega, nella direzione del futuro riordinamento europeo: _Unità
Nazionali frammezzate possibilmente di libere confederazioni_ protette
nella loro indipendenza e barriera alle collisioni. La costituzione
definitiva della Penisola Iberica per mezzo dell'unione del Portogallo e
della Spagna, la trasformazione della Confederazione Elvetica in
confederazione delle Alpi coll'unione ad essa della Savoja e del Tirolo
tedesco, l'Unione Scandinava, la Confederazione repubblicana dell'Olanda
e del Belgio, sarebbero intento e tèma perenne di predicazione gli
agenti italiani.

Ma il vero objettivo della vita internazionale d'Italia, la via più
diretta alla sua futura grandezza, sta più in alto, là dove s'agita in
oggi il più vitale problema europeo, nella fratellanza col vasto,
potente elemento chiamato a infondere nuovi spiriti nella comunione
delle Nazioni o a perturbarle, se lasciato da una improvvida diffidenza
a sviarsi, di lunghe guerre e di gravi pericoli: nell'alleanza colla
famiglia SLAVA.

I confini orientali d'Italia erano segnati fin da quando Dante scriveva

    ........ A Pola presso del Carnaro
    Ch'Italia chiude e i suoi termini bagna.

                                            _Inf._, IX, 113.

L'Istria è nostra. Ma da Fiume, lungo la sponda orientale
dell'Adriatico, fino al fiume Bojano sui confini dell'Albania, scende
una zona sulla quale, tra le reliquie delle nostre colonie, predomina
l'elemento slavo. E questa zona che sulla riva Adriatica abbraccia,
oltrepassando Cattaro, la Dalmazia e la regione Montenegrina, si stende,
sui due lati della catena del Balkan, verso oriente fino al Mar Nero,
risalendo nella direzione settentrionale attraverso il Danubio e la
Drava, all'Ungheria ch'essa invade aumentando d'anno in anno in
proporzione più rapida di quella dell'elemento magyaro.

Tra questa zona, popolata d'un dodici milioni di slavi, e la zona
superiore e continua, slava anch'essa, che dalla Galizia s'espande da un
lato alla Moravia e alla Boemia, dall'altro alla Polonia per raggiungere
attraverso il Ducato di Posen e la Lituania il Mar Baltico,
s'interpongono, impedimento provvidenziale alla realizzazione della
sognata unità _panslavistica_, la Moldavia, la Valacchia, la
Transilvania; ma son terre Daco-Romane, legate a noi, da Trajano in poi,
per tradizioni storiche, affinità di lingua e affetti che non hanno
bisogno, ad assumere importanza, fuorchè d'essere da noi coltivati; e
mentre scemano il pericolo minacciato dallo Tsarismo, possono giovare a
noi come anello di congiungimento tra le due zone nelle nostre relazioni
colla famiglia slava. E questa sua seconda zona, popolata di 18 a 20
milioni di slavi, sembra disegnata, anch'essa provvidenzialmente, come
barriera futura tra la Russia e la Germania del nord.

Là, nell'alleanza colle popolazioni di queste due zone, stanno, lo
ripetiamo, la nostra missione, la nostra iniziativa in Europa, la nostra
futura potenza politica ed economica.

Dell'agitazione slava, del moto, crescente negli ultimi cinquanta anni,
che affatica le popolazioni delle due zone e le sospinge a costituirsi
Nazioni, dovremo parlare più volte e additare le immense conseguenze del
fatto di una vasta famiglia umana, muta finora e senza vita propria
costituita e ordinata, chiedente oggi, come la famiglia teutonica sul
perire del politeismo, diritto di _parola_, e di comunione coll'altre
famiglie europee. Ma possiamo intanto affermare che per quanti hanno
studiato con occhio attento e profondo quel moto, il suo non lontano
successo è certezza. Non si tratta più d'impedirlo o dissimularlo, ma di
dirigerlo al meglio e di trarne, allontanandone i pericoli, le
conseguenze più rapidamente favorevoli al progresso europeo. Il moto
delle razze slave che, salutato e ajutato come fatto provvidenziale,
deve ringiovanire di nuovi impulsi e d'elementi d'attività la vita
europea e preparare, ampliandolo, il campo alla trasformazione religiosa
e sociale fatta oggimai inevitabile, può, se avversato, abbandonato o
sviato, costare all'Europa vent'anni di crisi tremenda e di sangue.

E i pericoli sommano in uno: che il moto ascendente slavo del
mezzogiorno e del nord cerchi il proprio trionfo negli ajuti russi e
conceda allo Tsar la direzione delle proprie forze. Avremmo in quel caso
un gigantesco tentativo per far _cosacca_ l'Europa, una lunga e feroce
battaglia a pro d'ogni autorità dispotica contro ogni libertà
conquistata, una nuova èra di militarismo, il principio di _nazionalità_
minacciato dal concetto d'una monarchia europea, Costantinopoli, chiave
del Mediterraneo, e gli sbocchi verso le vaste regioni asiatiche in mano
allo Tsar: invece di una confederazione slava fra i tre gruppi,
slavo-meridionale, boemo-moravo e polacco, amici a noi e alla libertà,
l'unità russo-panslavistica ostile: invece di 40 milioni d'uomini
liberi, ordinati dal Baltico all'Adriatico a barriera contro il
dispotismo russo, cento milioni di schiavi dipendenti da un'unica e
tirannica volontà.

Il pericolo, checchè altri abbia scritto, non esisteva allo iniziarsi
dell'agitazione slava: fu creato dalla falsa immorale politica adottata
dalle monarchie. Il moto slavo sorse, come il nostro, spontaneo dagli
istinti e dal giusto orgoglio dei popoli, dai germi di futuro cacciati
nelle tradizioni storiche e nei canti popolari, dagli esempî d'altre
Nazioni, dal destarsi d'idee che volevano e non trovavano libero sfogo,
dalla coscienza svegliata al senso d'una missione da compiersi scritta
nel disegno divino che informò l'Europa a fati progressivi comuni.
Cagioni siffatte s'avvivano sempre a un alito di libertà e le libere
tendenze s'afforzavano naturalmente dagli ostacoli al moto risiedenti
tutti nella resistenza e nelle persecuzioni delle monarchie alle quali
gli agitatori slavi si trovavano e si trovano ancora aggiogati. Ed è
tanto vero che il concetto di federazione slava, pel quale nel 1825
caddero martiri in Russia Pestel, Mouravieff, Bestoujeff e altri
ufficiali, assumeva bandiera repubblicana. Ma il rifiuto d'ogni
appoggio, la diffidenza di tutti governi e popoli, l'ostinazione dei
gabinetti inglesi e francesi a non vedere in una santa aspirazione di
popoli se non un maneggio segreto russo e a volerne impedire lo sviluppo
col sorreggere l'Impero Turco e l'Austriaco, ricacciarono in parte gli
Slavi, avversati, negletti, fraintesi e disperati d'ajuto, verso chi
insisteva a susurrare promesse d'eserciti e di guerre emancipatrici. Non
piegammo noi Italiani, bestemmianti pochi dì prima ai Francesi in Roma e
plaudenti ai ricordi d'Orsini, alle promesse e alle offerte del
Bonaparte?

La via che additiamo all'Italia farebbe svanir quel pericolo. Freme
intorno alle radici d'ogni moto nazionale un pensiero di libertà e quel
pensiero, ch'è anima in Polonia e altrove d'una poesia ignota all'Italia
e superiore a ogni poesia posteriore a Byron e Goethe, avrebbe,
cancellando ogni fiacchezza verso la Russia dello Tsar, potente e
immediato sviluppo il giorno in cui un forte popolo repubblicano
stenderebbe agli Slavi una mano fraterna. Chi scrive sa come gli uomini
a capo del moto slavo sorridessero alla speranza di quel giorno e si
affrettassero a dircelo quando, tra il 1860 e il 1861, il moto italiano
assumeva sembianza di moto popolare e Garibaldi, allora fidente nelle
forze vive della sua Nazione, guidava i nostri volontarî a scrivere
nelle terre meridionali una delle più belle pagine della nostra Storia.
La speranza cadde negli animi d'allora in poi. Il machiavellismo servile
e l'ignorante paura dei ministri della monarchia spensero l'entusiasmo
di quei popoli che avevano intraveduto nell'Italia la Nazione
_iniziatrice_ e la videro inferiore a' suoi fati. Ma una parola di
fratellanza che accennasse a fatti virili e inaugurasse una politica
nuova fondata sul principio di _nazionalità_ ridesterebbe in un subito
le sopite speranze e richiamerebbe gli Slavi dall'accettazione forzata
d'un ajuto che non amano e del quale paventano, a più largo e popolare
concetto. La politica sostenitrice dell'Impero Austriaco e del Turco è,
nelle sue conseguenze, politica russa e fomentatrice del panslavismo.

L'Impero Turco e l'Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire.
La vita internazionale d'Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E
l'elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli Slavi.


III.

Le prime e più importanti conseguenze del moto slavo saranno il
disfacimento dell'Impero d'Austria e dell'Impero Turco in Europa. Chi
non antivede inevitabili quei due fatti e non sente la necessità di
promoverne lo sviluppo, tanto che giovi al progresso generale della
civiltà e all'avvenire d'Italia, non usurpi alla sua il nome di politica
internazionale: viva, come i ministri della monarchia, d'espedienti,
ottenga un giorno un apparente vantaggio scontandolo il dì dopo col
disonore e la soggezione del paese, passi senza norma e pegno securo
d'alleanza in alleanza per trovarle perdute tutte quando più importerà
di non essere soli, tremi davanti alla Francia, davanti alle vittorie
prussiane, davanti alle stolide minacce papali e condanni--finchè il
paese lo tollera--una Nazione di ventisei milioni d'uomini e che fu due
volte iniziatrice nel mondo a nullità assoluta in Europa. Sgoverni e
taccia. Senza norma morale, senza intelletto del futuro, senza coscienza
d'un _fine_ determinato e un _metodo_ costantemente e arditamente
seguìto a raggiungerlo, non esiste vita internazionale possibile.

Rotta appena a occidente dalla stretta zona che si stende da Vienna a
Innsprück, a oriente dalla Moldavia non germanica, e avversa essa pure
per le sue genti smembrate all'Austria, la circonferenza dell'Impero
Habsburghese è slava e da quella larga zona di circonferenza partono
raggi che solcano in ogni direzione l'interno. Cifra di popolazione
straniera alla razza che governa cedendo, e progresso regolarmente
crescente delle agitazioni nazionali condannano l'Impero a dissolversi.
Cominciato da noi, seguìto timidamente finora dall'Ungheria, il moto
disintegrante non può oggimai più arrestarsi.

A mezzogiorno, le popolazioni slave predominano sulla Turchia. L'Impero
Turco è condannato a dissolversi, prima forse dell'Austriaco; ma la
caduta dell'uno segnerà prossima quella dell'altro. Le popolazioni che
insorgeranno in Turchia per farsi Nazioni sono quasi tutte ripartite fra
i due Imperi e non possono agglomerarsi senza emanciparsi dall'uno e
dall'altro. L'Impero Austriaco è un'Amministrazione, non uno Stato; ma
l'Impero Turco in Europa è un accampamento straniero isolato in terre
non sue, senza comunione di fede, di tradizioni, di tendenze,
d'attività, senza agricoltura propria, senza capacità d'amministrazione,
invasa un tempo dai Greci, oggi dagli Armeni disseminati sul Bosforo,
ostili al Governo che servono: immobilizzata dal _fatalismo_ maomettano,
la razza conquistatrice, ricinta, affogata da popolazioni cristiane,
avvivate dall'alito della libertà occidentale, non ha dato da oltre a un
secolo un'idea, un canto, una scoperta industriale e conta meno di due
milioni d'uomini circondati da tredici o quattordici di razze europee,
slave, elleniche, daco-romane, assetate di vita, anelanti insurrezione.
E a questa insurrezione non manca per aver luogo a convertirsi
rapidamente in vittoria se non l'accordo fra quei tre elementi gelosi
anch'oggi per vecchî ricordi di guerre e oppressioni reciproche, l'uno
dell'altro.

Proporre e far prevalere le basi di questo accordo è missione italiana.

_Sorti in nome del Diritto Nazionale, noi crediamo nel vostro, e vi
profferiamo ajuto per conquistarlo. Ma la nostra missione ha per fine
l'assetto pacifico e permanente d'Europa. Noi non possiamo ammettere che
lo Tsarismo russo sottentri, minaccia perenne alla Libertà, ai vostri
padroni; e ogni vostro moto isolato, limitato a uno solo dei vostri
elementi inefficace a vincere, incapace s'anche vincesse di costituire
una forte barriera contro l'avidità dello Tsar, giova alle sue mire
d'ingrandimento. Unitevi: dimenticate gli antichi rancori: stringetevi
in una Confederazione e sia Costantinopoli la vostra Città Anfizionica,
la città dei vostri Poteri Centrali, aperta a tutti, serva a nessuno. Ci
avrete con voi._ È questo il linguaggio che dovrebbe tenere a quelle
popolazioni l'Italia. L'Italia repubblicana lo terrebbe. L'Italia
monarchica non lo terrà mai.

E mentre consigli e profferte siffatte spianerebbero la via a una
soluzione della tormentosa questione d'Oriente favorevole al principio
di _nazionalità_ e avversa un tempo all'ambizione russa, profferte
simili inoltrate alle popolazioni della Dalmazia, del Montenegro, della
Croazia e delle terre daco-romane, preparerebbero il disfacimento
dell'Impero d'Austria e compirebbero il concetto della nostra politica.
Suonata dai popoli sommossi l'ora suprema, la costa occidentale
dell'Adriatico diventerebbe la nostra base d'operazione per ajuti
efficaci ai nuovi alleati. Le nostre navi da guerra riscatterebbero
l'onore violato della bandiera conquistando agli slavi del Montenegro lo
sbocco del quale abbisognano, le Bocche di Cattaro, e agli slavi della
Dalmazia le città principali della costa Orientale. Lissa, chiamata
giustamente da altri la Malta dell'Adriatico e campo d'una nostra
immeritata disfatta che importa per l'onore del navilio di cancellare,
rimarrebbe stazione italiana.

Il moto slavo-meridionale si diffonderà naturalmente, quando avrà luogo,
lungo i Carpati, attraverso la Galizia e il gruppo Boemo-Moravo, alla
Polonia, santa, martirizzata, immortale Nazione colla quale noi abbiamo
già, dal periodo delle Legioni di Dombrowski in poi, vincoli di speciale
affetto fraterno e patti di futura alleanza.

Ajutatrice del sorgere degli slavi illirici e di quelli che
costituiscono gran parte della Turchia europea, l'Italia acquisterebbe,
prima fra tutte le Nazioni, diritto d'affetto, d'inspirazione, di
stipulazioni economiche coll'intera famiglia slava.

I vantaggi, all'Europa e all'Italia, del concetto politico al quale
rapidamente accenniamo e del quale la nostra Nazione potrebbe, volendo,
farsi iniziatrice, sono innegabili e di una importanza vitale.

Al nord la Federazione slava, frapposta fra la Russia e la Germania e
alla quale, svelta dall'Impero d'Austria, potrebbe aggiungersi
l'Ungheria, sarebbe a un tempo tutela alla Germania contro il predominio
russo, tutela alla Francia e all'Italia contro il minacciato predominio
teutonico: alleata agli Slavi non amici della Germania, l'Italia
minaccierebbe, occorrendo, con essi l'invasore alle spalle.

A mezzogiorno e a oriente, data per sempre Costantinopoli alla Libertà
occidentale e inalzata contro lo Tsarismo una barriera di giovani popoli
federati a difendere la propria indipendenza, la Russia sarebbe
consegnata ai suoi limiti naturali, la civiltà e la produzione europea
conquisterebbero un immenso e singolarmente fecondo terreno, due delle
tre grandi vie al mondo asiatico sarebbero schiuse e normalmente
assicurate al commercio d'Europa e segnatamente, mercè la nostra
iniziativa slavo-ellenica-daco-romana, a quello d'Italia.

Abbiamo nominato il mondo asiatico. Ed è infatti verso quello, se
guardiamo nel futuro e oltre ai nostri confini, che convergono oggi le
grandi linee del moto europeo. Popolata un tempo dalle emigrazioni
asiatiche che ci recarono i primi germi di civiltà e le prime tendenze
nazionali, l'Europa tende oggi provvidenzialmente a riportare all'Asia
la civiltà sviluppata da quei germi sulle proprie terre privilegiate.
Figli delle razze vèdiche, noi, dopo un lungo e faticoso pellegrinaggio,
ci sentiamo quasi da mano ignota sospinti a cercar nei luoghi che ci
furono cuna un vasto campo alla nostra missione morale trasformatrice
dell'idea religiosa, un vasto terreno alla nostra attività industriale e
agricola trasformatrice del mondo esterno. L'Europa preme sull'Asia e la
invade nelle sue varie regioni colla conquista inglese nell'India, col
lento inoltrarsi della Russia al nord, colle concessioni periodicamente
strappate alla China, colle mosse americane attraverso le Montagne
Rocciose, colle colonizzazioni, col contrabbando. Prima un tempo e più
potente colonizzatrice nel mondo, vorrà l'Italia rimanere ultima in
questo splendido moto?

Schiudere all'Italia, compiendo a un tempo la missione d'incivilimento
additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico: è
questo il problema che la nostra politica internazionale deve proporsi
colla tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la
Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell'alleanza
cogli Slavi meridionali e coll'elemento ellenico fin dove si stende,
nell'influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in
Alessandria e in una invasione colonizzatrice da compirsi, quando che
sia e data l'opportunità, nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile
che chiama l'Europa a incivilire le regioni africane, come Marocco
spetta alla Penisola Iberica e l'Algeria alla Francia, Tunisi, chiave
del Mediterraneo centrale, connessa al sistema sardo-siculo e lontana un
venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all'Italia. Tunisi,
Tripoli e la Cirenaica formano parte, importantissima per la contiguità
coll'Egitto e per esso e la Siria coll'Asia, di quella zona africana che
appartiene veramente fino all'Atlante al sistema europeo. E sulle cime
dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine,
il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo padroni, fino al V secolo,
di tutta quella regione. Oggi i Francesi l'adocchiano e l'avranno tra
non molto se noi non l'abbiamo.

Sono i disegni, ai quali accenniamo e che andremo via via svolgendo,
utopie? Gli uomini della monarchia lo diranno e schernendo: sono uomini
_pratici_. Ma la storia più _pratica_ d'essi ha registrato e dirà che,
scherniti dagli uomini _pratici_, noi predicavamo trentanove anni
addietro l'Unità d'Italia ed è, materialmente almeno, quasi compita;
che, scherniti, annunziavamo fin da quel tempo l'Unità Germanica, e si
sta compiendo; scherniti, affermavamo perduta in Francia ogni potenza
d'_iniziativa_ e i fatti d'oggi provano che soli avevamo veduto il vero.
I _pratici_ dicevano nel 1848 impossibili le Cinque Giornate, ed ebbero
luogo: ci predicevano nel 1849 che non avremmo potuto difendere Roma
contro i Francesi due giorni, e la difendemmo due mesi: dicevano ai
Veneti che si affrettassero a calare la bandiera repubblicana perchè
senza l'ajuto dinastico sarebbero stati incapaci di resistere
all'Austria tre settimane, e Venezia si dava alla monarchia, non
riceveva ajuto alcuno da essa e nondimeno durava diciotto mesi. I
_pratici_ non seppero finora che movere quando s'avvidero che
inoltravano davvero, sull'orme nostre, usurpare guastandoli i nostri
disegni, porsi indosso a tempo e insozzandolo di codardie, imprevedute
da tutti fuorchè da noi, il manto tessuto dalle nostre mani. I _pratici_
cedevano tremanti Nizza e Savoja a un uomo del quale i poveri _utopisti_
repubblicani del Messico iniziavano, resistendo trionfalmente, la
rovina. I _pratici_ si vincolarono a rispettare il territorio del Papa,
diedero in pegno la scelta di Firenze a metropoli e s'arretrerebbero
anch'oggi davanti a Roma, se gli _utopisti_ non minavano il trono a
Luigi Napoleone e la parola _repubblica_ non si proferiva dagli
_utopisti_ in Parigi. Meschina parodia dei _dottrinarî_ francesi, i
_pratici moderati_ non hanno dato un'idea, un precetto morale, un giorno
di vera vita all'Italia. Tra le angustie di un disavanzo che promettono
cancellar d'anno in anno e che ricompare d'anno in anno ostinato, tra
gli espedienti di nuove tasse aggiunte alle antiche non pagate o
incompiutamente pagate, tra disegni d'alleanze contraddittorie colla
Francia un giorno, colla Prussia un altro, coll'Austria un terzo, i
vinti di Lissa e Custoza trascinano un'esistenza che poggia sul trionfo
rimpicciolito d'alcune idee nostre, d'alcune formule usurpate a noi,
guaste da essi come le vivande imbandite da altri erano guaste dalle
Arpìe irruenti; ma pur potenti abbastanza per sedurre gl'Italiani a
rispetto. Governano alla giornata ajutandosi delle forze passive che
trovano, senza virtù per creare un solo nuovo elemento o per infondere
uno spirito di progresso negli esistenti. Irridono alle idee perchè
hanno l'_amaurosi_ dell'anima e non possono intendere ciò che non
vedono.

Le grandi idee, noi lo abbiamo detto più volte, fanno i grandi popoli. E
le idee non sono grandi pei popoli se non in quanto travalicano i loro
confini. Un popolo non è grande se non a patto di compire una grande e
santa missione nel mondo, come appunto l'importanza e il valore d'un
individuo si misurano da ciò ch'ei compie a pro della società nella
quale ei vive. L'ordinamento interno rappresenta la somma dei mezzi e
delle forze raccolte pel compimento dell'opera assegnata al di fuori.
Come la circolazione e lo scambio danno valore alla produzione e
l'avvivano, la vita internazionale dà valore e moto alla vita interna
d'un popolo. La vita _nazionale_ è lo stromento; la vita
_internazionale_ è il _fine_. La prima è opera d'uomini; la seconda è
prescritta e additata da Dio. La prosperità, la gloria, l'avvenire di
una Nazione sono in ragione del suo accostarsi al _fine_ assegnato.



LE CLASSI ARTIGIANE[159]


I.

Se noi fossimo, come taluni affettano di credere, partigiani irosi e
guidati esclusivamente dal desiderio di vincer comunque, avremmo
salutato il linguaggio della stampa monarchica intorno ai fatti di
Francia come potente indizio di fiacchezza sentita nella parte avversa.
Da quel linguaggio, come dalla proposta di leggi eccezionali per la
pubblica sicurezza--come dagli annunzî esagerati di nuove mene
repubblicane perchè qualche ufficiale legge la ROMA DEL POPOLO--come
dalle spese di guerra, profuse non pel di fuori da dove nessuno
minaccia, ma per antivigenze interne--trapela il terrore dell'avvenire,
la coscienza dell'impossibilità di riconquistare il terreno perduto.
Servi di Francia e presti a trascinar la Nazione in una rovinosa
immorale alleanza quando speravano nelle vittorie del Bonaparte, ligi
alla Prussia poi che videro disfatto l'Impero e s'illudevano a credere
che l'armi di re Guglielmo avrebbero rifatto in Francia una monarchia,
gli uomini avversi al principio che sosteniamo s'irritano oggi sino al
furore contro gl'insorti a pro del Comune parigino: chiamano _orda,
bordaglia pazza di furore e di lucro_ duecentomila elettori che votano
placidamente la scelta de' membri del municipio: _inorridiscono_, essi
che tacquero e tacciono sulle proscrizioni del Due dicembre, sulle
fucilazioni messicane, sopra ogni sangue versato da mano regia, alle
uccisioni--son due e conseguenza d'eccitamento parziale riprovato da
quei che reggono--commesse in Parigi; e diresti tornati i giorni
terribili del 1793. Come i tori, i gazzettieri della monarchia
insaniscono all'apparire di un cencio rosso.

Ma il rimproverare, tra due espressioni di orrore pel sangue di due
individui, l'Assemblea di Versailles d'esitazione codarda perchè non
s'affretta ad affogare a Parigi nella guerra civile--il far arme d'un
conflitto suscitato da cagioni speciali in un luogo e d'alcuni fatti
isolati per eccitare a reazione di spavento quei che governano
altrove--il desumere, dalla parte qualunque che una Associazione può
avere in quel conflitto e in quei fatti, argomento a levare un
grido di crociata contro tutta una classe straniera in Italia a
quell'Associazione--il segnare una linea ostile di separazione tra le
aspirazioni degli _operaî_ e i diritti degli _agiati_[160]--è tal cosa
che dovrebbe rattristare profondamente tutte le anime oneste e vogliose
del bene in Italia. Che! Sono i protettori dell'_ordine_ giunti a tale,
da sostenerlo calunniando deliberatamente tutta una classe di cittadini
e seminando i germi d'una guerra civile? E che sarebbe, se noi fossimo
capaci di raccogliere il guanto?

Noi non possiamo essere sospetti di cieco favore pei fatti che vanno
svolgendosi fatalmente in Parigi. Non aspettiamo il pensiero iniziatore
della nuova Epoca dalla Francia: il materialismo, sceso come sempre
dalla sfera filosofica generalmente nelle anime, è--finchè
dura--ostacolo insuperabile a quel pensiero. Abbiamo giudicato con
dolore, ma severamente, le cagioni della guerra e dell'inferiorità
rivelata in essa dalla Francia. E l'idea che predomina sul moto attuale
è idea che, dove fosse universalmente accettata, condurrebbe rapidamente
a esagerazioni di spirito _federalista_ fatale ad ogni unità morale, a
ogni missione collettiva, a ogni cosa che fa grande e giovevole
all'Umanità una Nazione. Ma il linguaggio di quei gazzettieri sui fatti
dell'oggi è nondimeno mera calunnia. Quel moto non ha rivelato finora
programmi o intenzioni che provochino le parole avventate contr'esso:
non sorgeva se l'Assemblea non manifestava--e senza coraggio di tradurle
in fatti--tendenze positivamente monarchiche: cesserebbe anch'oggi se la
scelta d'altri uomini agli ufficî, una esplicita dichiarazione
repubblicana e pochi atti, che fossero pegno di sincerità nel volere e
d'energia nell'osare, accertassero gli insorti che la Repubblica non
sarà tradita nelle mani del monarca caduto o d'un nuovo. L'insurrezione
parigina è protesta repubblicana--ed è questo, benchè nol dicano, il
segreto dell'ire dei gazzettieri monarchici--contro le opere
d'un'Assemblea colpevole d'aver sancito col voto lo smembramento
territoriale della Francia, colpevole di tendere a rapirle l'unico
compenso possibile in tanta sciagura, un Governo di popolo che assicuri
almeno internamente la Libertà. Ponendo i fati di Francia nelle mani
d'un uomo che rappresenta per l'indole delle teorie le idee essenziali
del Bonapartismo o per vincoli individuali le pretese degli Orléans,
affidando gli avanzi dell'esercito alla condotta dei generali di Luigi
Napoleone, evitando studiosamente la parola _repubblica_ e ricusando di
raccogliersi in Parigi perchè città dichiaratamente repubblicana,
l'Assemblea decretò inevitabile la protesta. Forse, se invece di
pellegrinare in Francia e altrove o rimanere in un'Assemblea della quale
diffidano, gli uomini influenti per potenza d'intelletto e fede
repubblicana provata si fossero frammisti quasi inspiratori agli ignoti
del Comitato Centrale, quella protesta non si sviava e s'evitava la
guerra civile, triste sempre, tristissima di fronte all'invasore
straniero.

Questo per la Francia e per amor di giustizia. Ma per l'Italia? Per
l'Italia dove il moto ascendente della classe operaja si svolge
mirabilmente, inalterabilmente temperato e pacifico? Dove gli uomini del
Lavoro non hanno sparso altro sangue che il proprio a pro
dell'Indipendenza e della Unità della Patria? Dove i sistemi socialisti
settarî di Francia e d'altrove non hanno trovato seguaci visibili? Dove
l'Apostolato delle Associazioni move, in tutti i suoi atti, dalla santa
idea del Dovere e tace, forse soverchiamente, ma per amore all'Unità
incompiuta finora dell'Italia, del _diritto_ che sorge dal dovere
compiuto? Dove le agitazioni, se agitazioni furono tra gli operaî,
ebbero sempre a motore il senso dell'onore italiano violato, della
grandezza della Patria tradita, non mai il miglioramento delle loro
condizioni economiche? A che il grido selvaggio d'allarme? A che
l'insulto non provocato? A che l'annunzio d'un grave imminente pericolo
gettato fra le classi _agiate_ perch'esse s'ordinino a resistere e
prevenire?[161] È tristizia? È follia? o più verosimilmente calcolo
nefando d'uomini che, avversi tanto più ferocemente alla Repubblica
quanto più furono, pressochè tutti, repubblicani un tempo e li irrita il
rimorso d'aver ceduto a seduzioni volgari di potere o di lucro,
afferrano per combatterci e impaurire i creduli ogni arme sleale? Questa
nostra classe operaja delle città, che gli stranieri ammirano superiore,
se non per istruzione, per moralità di principî e sobrietà di condotta,
a quante altre popolazioni artigiane ha l'Europa, può sprezzare,
gazzettieri di parte monarchica, le vostre calunnie: i suoi titoli
stanno sui registri dei morti nelle patrie battaglie dalle Cinque
Giornate in poi: come i suoi padri che fecero grande l'Italia, essa è
repubblicana perchè tutti i forti nobili ricordi della sua terra le
parlano di repubblica e tutte le memorie di servitù, disonore e
persecuzione le parlano del reggimento che sottentrò; ma non perch'essa
veda nel mutamento esclusivamente un gradino al proprio miglioramento
materiale o perchè, ròsa da ingiuste e turpi passioni d'invidia o
vendetta, macchini guerra ad altre classi prima d'esse emancipate e pur
troppo sovente immemori del dovere e del _fine_ comune: non falsò il
problema che involve l'avvenire d'Italia: non traviò dietro a sistemi
che mirano a traslocare colla violenza il benessere da una ad un'altra
zona sociale: non sostituì gli appetiti materiali all'adorazione dello
spirito, dell'umana dignità e del progresso per tutti: non scisse, come
in altri paesi, il campo dei credenti nella nostra fede, separando la
vita economica dalla vita politica, dalle sante aspirazioni a una
missione nazionale da compiersi colle forze di tutti. E voi che avete
rinnegato quella missione pel fatto potente dell'oggi, sagrificando le
convinzioni dell'intelletto a un officio, a un titolo, a una pensione,
voi che nel poco contatto avuto per calcolo politico colle Associazioni
operaje tentaste di persuaderle in Torino, in Milano, in Napoli ad
abbandonare ogni pensiero, ogni dovere di cittadini per non occuparsi
che delle proprie condizioni materiali, spingendole così al vizio
ch'oggi atteggiandovi a puritani rimproverate, voi che, irritati dal
generoso rifiuto delle più tra le Associazioni, le denunziate all'Europa
come fomite di perdizione e chiamate gli _agiati_ a premunirsi contro il
pericolo, siete a un tempo calunniatori e--se noi fossimo capaci più
d'ira che di disprezzo--imprudenti.

Lasciamo i tristi gazzettieri all'oblìo. Ma tra gli uomini che
s'intitolano, non intendiamo il perchè, _moderati_, come se tra il bene
e il male del paese la parola _moderazione_ potesse aver senso, al di
sotto delle poche centinaja di faccendieri raggiratori che invadono le
altre sfere, sono migliaja d'Italiani che amano come noi la patria,
illusi di buona fede sulle vie che guidano al suo incremento e non
d'altro colpevoli che di lasciarsi ciecamente ingannare, tra per
soverchia arrendevolezza d'animo, tra per ignoranza di noi e delle
nostre idee, da quei pochi raggiratori. Molti fra i nostri confondono
queste due classi d'uomini e hanno torto. I primi illudono, e con essi
s'ha da fare assoluto divorzio: i secondi non sono che illusi, e ci
corre debito fraterno d'insistere a illuminarli e richiamarli al severo
esame dei fatti. E a questi diciamo:

Voi non avete in Italia minaccia di pericoli sociali, di guerre tra
classe e classe, di sconvolgimenti inspirati da ree passioni o da
cupidigie volgari. Gli artigiani delle nostre città, miseri e angustiati
come pur troppo sovente sono, non trascorrono a pensieri di violenza o
mutamenti ingiusti e arbitrarî per sottrarre la loro vecchiaja alle
crisi inevitabili d'una condizione che concede raramente la possibilità
di risparmî: costituiscono, per senno istintivo, pazienza e amore
intenso, disinteressato, di patria, una delle migliori speranze del
nostro avvenire; e spira in essi un alito di quella virtù cittadina che
animava le generazioni di popolani per le cui opere le antiche nostre
Repubbliche diedero spettacolo unico al mondo di prosperità e di
grandezza. Scendete tra essi: affratellatevi: interrogateli. Vissi, io
che scrivo, con essi, e li vidi--quando proscritto e dannato nel capo
dai governucci d'Italia, cercavo, volendo pure di tempo in tempo
rivedere la terra che mi diè vita, asilo nelle loro case--a piangere
sulle pagine di storia che registrano le nostre sciagure, a inorgoglirsi
d'orgoglio generoso su quelle che ricordano le nostre glorie passate.
Quando il primo incerto e debole soffio di libertà corse le nostre
contrade ed essi se ne giovarono a raccogliersi in associazioni, la loro
vita collettiva non varcò mai, ordinati i modi d'ajuto reciproco, al di
là d'una giusta speranza di lento e pacifico progresso economico e d'un
vivissimo desiderio d'una educazione che li rendesse capaci di giovare
più efficacemente all'inalzarsi dell'edifizio italiano, all'onore, alla
potenza, alla legittima influenza della bandiera italiana nel mondo:
Nizza, Lissa, Custoza irritano le anime loro più assai che lo squilibrio
frequente fra i salarî e le necessità della vita per sè e le famiglie;
la servile politica seguìta dai nostri ministri e le transazioni col
Papa che profanano Roma suscitano più fremito in essi che non l'ingiusto
riparto dei frutti d'una produzione senza essi impossibile. E oggi,
quando il numero cresciuto e l'ordinamento diffuso potrebbero, colla
coscienza d'una forza importante, destarli a disegni più rapidi, a meno
tolleranti esigenze, io non odo, nel mio contatto con essi, una voce che
accenni ai concetti, cagione in altre terre di terrore alla classe
abbiente, ma soltanto voci d'affetto all'Italia, di dolore per quanto la
offende e profferte di sacrificî e d'opere attive a pro d'essa: fidano
pel resto nella Patria rinata e nei beneficî inseparabili della Libertà.
No: com'è vero che crediamo in Dio e nell'anima nostra immortale, voi
non dovete, lo ripetiamo, paventare per quanto concerne le eterne basi
dell'ordine sociale dalle classi artigiane d'Italia o da noi che da un
terzo di secolo combattiamo, a viso aperto e senza riguardo al possibile
allontanarsi da noi d'uomini traviati di parte nostra, le intemperanze e
gli errori dei sistemi _socialisti_, come a viso aperto e senza riguardo
allo stesso pericolo combattiamo il _materialismo_.

Rassicuratevi dunque; ma badate: le condizioni d'armonia, di concordia
civile, delle quali andiamo alteri e che darebbero al nostro risorgere
un carattere perduto in Francia e minacciato in Inghilterra, non
dureranno se non ad un patto: che siate antiveggenti, giusti, devoti al
progresso comune, come le classi operaje sono pazienti, tolleranti,
devote alla Patria più che ai loro vantaggi materiali. Ogni diffidenza
non meritata irrita chi ne è fatto segno: ogni accusa come quelle che,
vergognando per chi le scrisse, abbiamo citate, infonde inconscia una
amarezza nelle anime che può produrre gravi effetti più tardi: ogni
perenne oblìo dei _diritti_ creati da sacrificî compiti a una classe di
fratelli, può suscitare in essa il pensiero di conquistarli colla forza,
cieca sempre e travalicante oltre il segno. Pensateci. Al noncura