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Title: Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Author: Mazzini, Giuseppe, 1805-1872
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I" ***

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POLITICA ED ECONOMIA, VOL. I***


SCRITTI DI GIUSEPPE MAZZINI

POLITICA ed ECONOMIA

VOLUME PRIMO

_PENSIERO ED AZIONE._



Casa Editrice Sonzogno--Milano
Via Pasquirolo, 14.

Proprietà Riservata
Alla Casa Editrice Sonzogno--Milano

Milano.--Stab. Grafico Matarelli, via Passarella, 13-15.



PREFAZIONE


Per meglio diffondere fra il popolo gli scritti di Giuseppe Mazzini
abbiamo di buon grado stipulato un contratto col benemerito e solerte
editore signor Edoardo Sonzogno, il quale s'è assunto l'incarico di
pubblicare in quattro volumi della sua _Biblioteca Classica_ quanto di
più eletto e di più importante sortì dalla penna del grande Educatore.

Nè la scelta degli scritti era molto agevole a farsi, come può sembrare
a primo aspetto, perchè non si trattava di compendiare un lavoro storico
o scientifico o di raccogliere brani scelti, come si fa talora, a
comporre delle antologie, pei quali lavori non si chiede che attitudine
a riassumere o gusto del bello letterario. Qua invece trattavasi di
scegliere, prima di tutto, fra un grandissimo numero di scritti tutti
ammirabili, sia che si guardi o alla forma o al concetto o
all'efficacia; e non potevamo d'altra parte ridurli a brani senza
nuocere alla loro chiarezza, senza menomarne l'importanza, e senza--ci
si consenta di dirlo--mancare di riverenza a quel Sommo, in cui atto,
pensiero, affetto, tutto è così armonico ed uno.

Eravamo nella condizione di chi, posto innanzi ad una collezione d'opere
d'arte tutte ugualmente belle, con facoltà di sceglierne alcune, prima
comincia a prendere questa e quella, poi un'altra ed un'altra ancora,
finchè, accortosi d'aver oltrepassato il numero consentito, si trova
costretto ad un nuovo doloroso lavoro d'eliminazione, e spesso rimane
incerto, indeciso con l'oggetto nella mano, il quale non può ritenere
senza cederne un altro, e che non vorrebbe abbandonare.

Così a noi accadde, nella prima scelta, di mettere insieme molto più
materiale di quello necessario, e costretti quindi a ridurlo nelle
proporzioni volute dalla presente edizione, sovente restammo dubbiosi
intorno all'esclusione di qualche scritto, finchè non si convenne di
tenerci a questa regola: raccogliere dalle Opere complete del Mazzini
specialmente gli ultimi scritti indirizzati ai giovani, ad associazioni
popolari, a comitati, perchè i consigli, gli ammonimenti in essi
contenuti sono anch'oggi opportuni come quando furono la prima volta
dettati.

Ma scegliendo di preferenza gli ultimi lavori del gran Genovese, non
potevamo escludere quelli che si riferiscono ai primi tempi del suo
apostolato, perchè in quelli si pare nel pieno vigore l'altezza del suo
intelletto, che ebbe spesso lume di vaticinio, l'indomito animo sol
confortato da una fede che parve a molti follìa, e quindi tutta la
grandezza dell'opera sua a beneficio della Patria per l'Umanità.

Non potevamo escludere i più importanti fra i primi suoi scritti anche
perchè--e proviamo dolore e rossore nel confessarlo--non molti in Italia
sanno anch'oggi--dopo ventidue anni da che egli è morto--la suprema
importanza che ebbe il grande Agitatore nell'opera emancipatrice della
Patria; perchè anch'oggi la storia o timida od aulica non sa o non può o
non vuole indagare e svelare tutta la verità di quel primo glorioso
periodo di predicazione, di lotte e di martirio. Ricordiamo d'aver
veduto per molto tempo, appesi in locali pubblici, dei quadri
raffiguranti, più o meno rozzamente, i fondatori dell'Unità d'Italia:
Vittorio Emanuele in gran dimensione, poi Cavour, Garibaldi, Cialdini,
Rattazzi, ecc. Giuseppe Mazzini non c'era, oppure si scorgeva lontano
lontano, nello sfondo del quadro, quasi messo lì a fare corteggio agli
altri.

Ricordiamo che da quattro o cinque anni appena, scrittori scolastici di
storie d'Italia o di libri di lettura educativa _ardiscono_ inserirvi
una monca e timida biografia di quell'uomo del quale la storia veridica
dirà che fu il primo e il massimo tra i fondatori dell'unità d'Italia e
che per altezza d'ingegno, per efficacia d'azione supera di tanto i
sovraccennati, di quanto l'Alighieri supera gli altri tre poeti che, per
lungo tempo, professori idolatri della forma anche senza pensiero,
glorificarono pari a lui.

Era, da prima, nostra intenzione dividere la presente raccolta in
quattro volumi: Politica, Economia, Filosofia, Letteratura; e ci fu
subito agevol cosa fornire la materia per il volume letterario. Maggiore
difficoltà incontrammo invece nel mettere insieme il III volume, perchè
sovente negli scritti del Mazzini l'esame d'un avvenimento politico dà
luogo a considerazioni d'ordine filosofico, come sovente
dall'enunciazione d'un concetto filosofico escono ammaestramenti
d'ordine politico.

Pure, dopo un lavoro paziente, riuscimmo a mettere insieme anche quel
volume, scegliendo quelli scritti nei quali la parte filosofica
predomina; ma per quanto si tentasse, ci fu impossibile fare una scelta
conveniente di scritti che trattino esclusivamente d'economia; e le
ragioni di tale difficoltà si fanno subito manifeste anche a chi, senza
avere piena conoscenza delle opere del Mazzini, ricorda che per lui la
questione economica è così congiunta alla questione politica, che
afferma sempre essere vano ed assurdo occuparsi dell'una senza occuparsi
dell'altra. Tutta l'azione mazziniana infatti è compresa in questo
concetto: L'organismo politico è il mezzo necessario: il miglioramento
economico e morale, il fine.

Ovvero nelle sue parole:

«Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente _politica_. Ogni
rivoluzione dev'essere _sociale_, nel senso che sia suo scopo la
realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali,
intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo
triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse
_anzitutto_ devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.

«E neppure può esservi una rivoluzione puramente _sociale_. La questione
_politica_, cioè a dire, l'organizzazione del potere, in un senso
favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e
tale che renda impossibile l'antagonismo alla Causa del progresso, è una
condizione necessaria alla rivoluzione sociale»[1].

La verità di quest'affermazione, scritta nel 1862 e confermata da tutto
lo sviluppo successivo del movimento sociale europeo, non avrebbe
bisogno di commento se non occorresse rammentare come negli ultimi anni
della travagliata vita fu per il Mazzini causa di amaro dolore ed
altresì occasione di prestare alla patria, così ingrata verso l'esule,
un grande e segnalato servigio.

Sorse poco dopo l'_Internazionale_ a bandire che tutti i lavoratori
dovessero unirsi nel solo intento di provvedere al loro avvenire
economico, che dalla politica dovessero fare divorzio come da sterile
lotta fra borghesi che li distoglieva dalla cura dei loro interessi
materiali, i soli veri, i soli legittimi, i soli necessarî. E da tutte
le nazioni, artigiani, scrittori ed uomini d'azione, attratti dalla
lusinga di facili promesse, s'erano fatti intorno animosi alla novella
bandiera--duci Carlo Marx e Bakunin--militando sotto la quale speravano
di rinnovare _ab imis_ la moderna società civile.

Era invero una critica poderosa delle ineguaglianze e delle ingiustizie
che dilaniano il consorzio civile, era una potente affermazione delle
sofferenze a cui è condannata una parte dell'Umanità per l'egoismo
dell'altra, era un monito dei servi agli emancipati, come lo sciopero è
monito agl'industriali che le leggi le quali governano la produzione e
la distribuzione nelle industrie, non sono più in relazione con la
civiltà odierna, e vanno uniformate a criterî più equi e più umani. Ma
questo verbo di nuovo progresso peccava alla base: credeva poter
raccogliere sotto la bandiera degl'interessi individuali i lavoratori di
tutto il mondo senza por mente al cozzo dei singoli interessi nella
lotta per l'esistenza; credeva di sopprimere le barriere fra le nazioni,
le favelle, le tradizioni, quanto si racchiude nella parola _patria_,
per sostituirvi la solidarietà nel guadagno; il contrasto fra proprietà
e lavoro, senza considerare che faceva appello a sentimenti e passioni
radicate nell'egoismo, incapaci di suscitare quello spirito di
fratellanza e di sacrificio, che solo un alto e nobile ideale può
svegliare nell'anima delle moltitudini.

E dall'Inghilterra e dalla Francia ove prima sorse l'_Internazionale_,
varcò la frontiera, e pose, per un momento, le sue tende in Italia; nè è
a dirsi quale e quanta parte della gioventù si sarebbe lasciata attrarre
dalle lusinghe di un movimento mondiale fra i proletarî, se Giuseppe
Mazzini non avesse con la potenza de' suoi insegnamenti dimostrata la
fallacia delle promesse di cui facevansi banditori i nuovi apostoli.

Fra questi non pochi spiriti generosi ma superficiali, sedotti dalla
visione di una smagliante uguaglianza universale, si staccarono da lui
per passare nell'altro campo, e col fervore di neofiti non risparmiarono
amare accuse, violente apostrofi, senza per un istante deviarlo di una
linea dalla via che si era tracciata, ma aggiungendo al tramonto
d'un'esistenza, votata al sacrificio, altre spine a quelle che già lo
avevano dilaniato.

Soffrì e vinse.

Dell'_Internazionale_ più non si parla, come non si parla di altre
scuole socialistiche, esotiche e nostrali, e da venticinque anni i
sistemi più diversi e più estremi, sortiti dalle loro ceneri, dal
collettivista all'anarchico, provarono e provano ogni giorno col fatto
la verità dell'affermazione mazziniana--che tanto condannarono una
volta--collegandosi, agitandosi, socialisti e anarchici, per conquistare
i pubblici poteri; gli uni per rinnovarli, gli altri, in teoria, per
distruggerli.

I capi del socialismo germanico, i quali per lungo tempo furono citati
per oppugnare col loro esempio l'opinione del Mazzini, prima col
fatto--accettando il mandato di rappresentanti del popolo--poi con
esplicite dichiarazioni, le quali vennero, e non è molto, provocate,
affermarono essere la politica indispensabile a risolvere la questione
sociale.

E se non bastasse la prova di coloro i quali aspirano alla comunità, non
manca la riprova in quei pochi individualisti, i quali non rifuggono dai
più selvaggi attentati per dimostrare con esempî di una barbarie
medioevale la necessità del rinnovamento politico per preparare il
terreno al rinnovamento sociale.

Così negli scritti del Maestro le due questioni sono--come erano nel suo
pensiero--sì fattamente congiunte, che riesce impossibile, come abbiamo
detto, separarle, se pure non ci si contenta di prendere qua e là brani,
sentenze, formule, senza ordine e senza nesso.

Abbiamo quindi pensato di raccogliere quel maggior numero di scritti
economico-politici consentito dalle proporzioni di questa edizione,
distribuendoli in due volumi e disponendoli per ordine cronologico.

L'ordine cronologico è sempre necessario che venga adottato nella
pubblicazione delle opere dei grandi scrittori, come quello che dalla
genesi del pensiero ne fa notare via via, d'epoca in epoca,
l'esplicazione, l'evoluzione, e spesso la trasformazione, offrendo così
al lettore il destro di giudicare quanta parte ebbero in quelle
manifestazioni gli anni, gli affetti, le pubbliche vicende.

Quest'ordine invece è richiesto dagli scritti del Mazzini soltanto per
seguire lo svolgimento storico; chè, del resto, nessun uomo forse, che
sia stato meritevole d'immortalità per virtù di pensiero o d'azione,
serba come il Mazzini immutato il cuore, l'intelletto, la fede nei
diversi stadî d'una vita lunga e agitatissima.

Si direbbe che egli nacque colla fede già impressa nell'anima, che il
genio si manifestò in lui d'un tratto in tutta la sua potenza, fino da
quando si affacciò la prima volta alla vita politica. Ed è tanto vero e
mirabile ciò, che i suoi scritti svolgono una medesima sintesi, spirano
tutti una perpetua giovinezza, dai primi della _Giovine Italia_ agli
ultimi su Foscolo e Rossel.

E questo avvenne perchè egli, a differenza degli altri scrittori od
uomini d'azione, non subì ma dominò, con la potenza del genio, l'epoca
in cui visse; agitò, trasformò tutta una generazione per spingerla a
conseguire quell'unità ch'egli solo, fra tanti consacrati sapienti,
previde e volle con tenacia di propositi, con suprema virtù di
sacrificio; egli d'un altro avvenire, tuttora lontano ma inevitabile,
strenuo banditore fino alla morte.

Nè l'inflessibile attaccamento ad un reggimento popolare, fu nel Mazzini
idea fissa, preconcetto dogmatico; fu invece un riflesso di quel
meraviglioso intuito col quale, leggendo nel libro dell'avvenire,
antiveggeva nella sovranità popolare la fatale decadenza dei troni, in
Italia non solo, ma ovunque i nuovi bisogni e le nuove conquiste del
popolo non potevano più confinarsi entro i limiti consentiti dalle regie
prerogative.

Aboliti i maggioraschi che consacravano sotto la veste di proprietà le
ultime vestigia dei diritti feudali, non potevasi più erigere a feudo un
paese a beneficio dei maggiorenti di una famiglia; rivendicato al popolo
il diritto di scegliersi i proprî reggitori, diveniva una contradizione
mostruosa il far eccezione del maggiore e più geloso degli uffici, per
trasmettere le redini della suprema direzione dello Stato, da padre a
figlio, quasi che la cresima usurpata dai pontefici in nome del diritto
divino non fosse passata nelle mani del popolo.

A brandelli a brandelli i lembi del manto regio, fra rivoluzioni ed
evoluzioni, passano in mano ai cittadini per lasciare a nudo una
parvenza della forte tradizione monarchica: l'assurda finzione
costituzionale del re che regna e non governa. E l'anima dell'apostolo,
intenta all'opera educatrice d'insegnare il vero, il buono, il giusto,
si ribellava a questa menzogna, e la mente dello statista calcolava
tutte le conseguenze politiche e sociali che dovevano derivare da
quell'innesto di un paese giovane su di un vecchio e cadente tronco; e
numerava le schiere di adoratori curve dinanzi a quel feticcio, le
abitudini ed i vizî delle corti insinuandosi e diffondendosi dalla vetta
fino alla base della piramide sociale; e preconizzava le sorti del paese
ammanettate a quelle di una dinastia, le libere espansioni di
fratellanza, le simpatie popolari, gli affetti, le tradizioni incanalate
e dirette a rinvigorire altre prerogative, a ribadire altri ceppi, a
portare tributo di adorazione ad altri feticci; e vedeva ingaggiarsi una
lotta continua fra la prerogativa sovrana e le libertà popolari, e in
quella lotta e nei puntelli eretti intorno al trono sfibrarsi le
migliori energie, esaurirsi le forze morali ed economiche del paese; e
però nella sua opera educativa egli fu repubblicano: repubblicano visse
e repubblicano morì.

E gli avvenimenti odierni, la decadenza morale ed economica, una fatale
inerzia che stende un velo grigio su tutto il paese e rende ognuno
indifferente, apata, passivo, mentre pericoli e vergogne frusterebbero
il sangue a febbrile calore: tutto il ciclo triste dell'ultimo quarto di
secolo mostra quant'egli era nel vero!

L'importanza storica degli scritti del Mazzini è tale e tanta, che
scrivere non si può la storia d'una gran parte del secolo XIX senza
consultare sovente, con onesto intendimento, quegli scritti e nel loro
concetto e nella loro potenza educativa; osiamo anzi asserire che nelle
opere del Mazzini già pubblicate, e nell'_Epistolario_ che verrà in
seguito alla luce, è condensato una gran parte del materiale
indispensabile a chi voglia scrivere con verità la storia d'Italia dal
'21 fino ai giorni nostri; perchè il pensiero mazziniano non cessò con
la morte del maestro, ma continuò nei suoi discepoli rimasti custodi e
difensori e propagatori delle sue dottrine, bersaglio alle invettive e,
quel ch'è più amaro, alle derisioni dei soddisfatti o dei sognanti
vagheggiatori d'una nuova _Città del sole_.

La fede mazziniana, la fede nel dovere e nel sacrificio, è destinata
dalla sua stessa natura a educare ben altre generazioni e a veder
perire--condannate dall'educata coscienza delle moltitudini--dottrine
che oggi hanno plausi ed inni, sebbene la miseria sia pronta a correre
dietro ad ogni bella promessa, e l'ignoranza non permetta d'indagare
quanto in quella promessa vi sia fondamento di verità.

E non i soli scritti del Mazzini, come abbiamo accennato, hanno grande
importanza storica, ma bensì l'opera sua indefessa, rischiarata da tanta
luce d'intelletto, riscaldata da tanto ardore di fede, e che a quelli è
commento; però pensammo di raccogliere e collegare in questo primo
volume le note autobiografiche scritte fra il '61 ed il '65 per la
edizione completa delle opere, le quali non giunsero oltre l'ottavo
volume per il sopraggiungere della morte che tolse alla Patria ed
all'Umanità la persona, non l'anima, del grande Italiano.

Sono note che commentano ed illustrano un periodo di agitatissima vita
italiana dal '21 al '53; e così raccolte nel presente volume ed
interpolate da qualche scritto importante che meglio rende la fisionomia
morale dell'apostolo e dell'agitatore, formano come una storia a larghi
tratti di avvenimenti, ora dolorosi, ora lieti, ma sempre grandi; di
uomini d'antica tempra che nella lotta, nell'esilio, nel carcere e sul
patibolo furono sempre magnanimi; e crediamo che questa storia, benchè
compendiosa, molto opportunamente preceda la raccolta degli scritti
politici ed economici, la cui serie va dal '32 al '72, attraverso cioè
un periodo di 40 anni.

Spirato Giuseppe Mazzini in Pisa il 10 marzo 1872 ed instituita
un'apposita Commissione per continuare la stampa e la diffusione delle
opere di lui, rimaste in tronco, fu scelto a capo di essa Aurelio Saffi,
il quale, con affetto d'amico, con reverenza di discepolo, ed anche con
integra coscienza di cittadino e con autorità di primo e quasi diuturno
cooperatore nell'apostolato mazziniano, commentò, illustrò con
magistrali proemî gli altri nove volumi delle _Opere complete_
pubblicate nel corso di 18 anni, finchè la morte inesorabile lo colse,
mentre stava per metter mano al diciottesimo ed ultimo volume,
coronamento della benefica ed insigne opera sua e degno monumento al più
grande degl'Italiani.

Ma non potendo noi in questa edizione nemmeno riassumere i proemî del
Saffi, i quali completano le note autobiografiche qui pure raccolte, nè
volendo d'altra parte che le notizie intorno alla vita ed all'azione di
Giuseppe Mazzini si arrestino all'anno 1853, abbiamo aggiunto alcuni
brevi cenni, che troveranno la loro sede nel volume secondo, per
completare a larghi tratti la parte biografica e per far meglio
comprendere l'opportunità e il valore degli altri scritti che Mazzini
pubblicò dal '53 al '72.

Fu lamentato da taluno che il prezzo elevato della nostra edizione
completa abbia dato fin qui a pochissimi di poter conoscere nella sua
integrità la dottrina di Giuseppe Mazzini, e che perciò la classe
operaja, la quale fu cura precipua e affetto profondo e forte speranza
del grande Educatore, poco sappia dell'opera e del pensiero di lui, e
quel poco sovente travisato da ignoranza o da mala fede d'interpreti.

Pur troppo ciò che si afferma intorno alla causa della scarsa diffusione
degli scritti del Mazzini solamente in parte è vero, perchè noi vediamo
ogni giorno editori e scrittori far la loro fortuna con pubblicazioni di
romanzi o d'altri generi di componimento che sono frivoli quando non
sono immorali; le quali edizioni pur costano assai specialmente per
raffinati e spesso indecenti lenocinî tipografici.

Oggi, invero, una letteratura sbracata, malsana, corre le vie, s'insinua
dappertutto, nelle case, nelle scuole; e colla pornografia larvata a
positivismo scientifico aizza le passioni men nobili, stimola alla
materialità di soddisfazioni fisiche che uccidono ogni senso d'ideale,
ogni sentimento che eleva l'uomo al di sopra del bruto. È una educazione
a rovescio che affinando l'intelletto e rivolgendo tutte le energie alla
sola conquista dei godimenti materiali, distoglie lo sguardo dal cielo
ove l'ascetismo cristiano l'aveva fissato, ma per ripiombarlo invece
nelle manifestazioni della vita animale sulla terra. Quando, come oggi,
dalla teoria darwiniana si elimina il pensiero di eterno progresso che
la governa e si eleva la sterile lotta per la vita a mezzo e fine a sè
stessa; quando nella evoluzione della specie non si vede la scala
infinita che inalza l'umanità a Dio, e dai contrasti sociali altro non
si deduce se non gli appetiti del gregge disputantesi la scarsa pastura
e il pavoneggiarsi dell'animale maschio per impossessarsi della femmina;
quando scopo della letteratura è il fotografare le fogne che carreggiano
al mare i detriti sociali, o l'idealizzare le raffinatezze di un
sensualismo dedito ad uccidere l'uomo ed il tempo; se da cotesta lenta
soffocazione d'ogni nobile aspirazione lo Stato non sa difendere la
gioventù alle sue cure affidate, non sostituendo più sana, più virile
educazione, non è a meravigliarsi se le vetrine dei libraî siano
guarnite da libri di cui non sai se sia più sconcia l'illustrazione od
il titolo; non è a meravigliarsi se laddove con riverente affetto
passavano di mano in mano le opere di Dante o del Mazzini ora si
mostrino le scollacciate pubblicazioni degli editori da trivio.

Si è domandato più volte la ragione perchè la Commissione editrice non
abbia popolarizzati gli scritti dei quali cura la divulgazione, mediante
una edizione per dispense a pochissimo prezzo. La risposta è semplice:
sta nella triste esperienza dei fatti. In questo momentaneo disguido
degl'intelletti, che nella morbosità degli appetiti rifiuta il sano cibo
a cui la generazione omai tramontata deve i forti fatti della
rigenerazione patria, e eccita gli snervati sensi cogli stimoli più
pungenti, la iniziativa non sortirebbe utile risultato; non è il momento
in cui il paese possa assimilare gl'insegnamenti di chi sopratutto
l'amò, e per esso sperò e patì.

Sarà così in un prossimo avvenire?--Per il bene della patria, per
l'onore di quella generazione a cui spetta la grande opera di redenzione
morale, speriamo di no.

Intanto possa questa edizione economica in quattro volumi, a una lira il
volume, trovare fra le classi popolari larga diffusione, perchè in essa
è compreso ogni pensiero fondamentale, ogni sviluppo della dottrina di
Mazzini, e sotto quest'aspetto può dirsi completa.

Al popolo italiano questi scritti affidiamo, perchè pel popolo furono
dettati, perchè nel popolo, nel solo popolo, sono i germi di
rigenerazione cui egli volle fecondare.

                                            LA COMMISSIONE EDITRICE.



SCRITTI DI GIUSEPPE MAZZINI



INTRODUZIONE DELL'AUTORE


  Londra, 25 marzo, 1861.

Richiesto di prefiggere all'Edizione de' miei Scritti politici e
letterarî i ricordi della mia vita, ricusai l'incarico e persisterò. I
frequenti dolori e le rare gioje della mia vita privata non importano se
non ai pochi ch'io amo e che m'amano d'affetto individuale profondo:
quel tanto di vita pubblica ch'io m'ebbi sta ne' miei Scritti; e
l'influenza ch'essi esercitarono sugli eventi ch'oggi si compiono spetta
al giudizio del paese, non al mio. Noncurante per tendenza ingenita
dell'animo di quel vano romore che gli uomini chiamano fama, sprezzatore
per indole altera e securità di coscienza delle molte calunnie che
s'addensarono su' miei passi lungo la via, e convinto sino alla fede che
debito della vita terrestre è dimenticare l'_io_ pel _fine_ che le
facoltà dell'individuo e le necessità dei tempi prescrivono, non ho
serbato mai note, copie di lettere o memoria di date. Ma s'anche io
avessi custodito gelosamente ogni cosa, non mi darebbe l'animo di
giovarmene. Davanti al ridestarsi d'un Popolo che solo finora ha da Dio,
visibile nella Storia, il privilegio di rimutare, in ogni grande periodo
della propria vita, l'Europa, ogni biografia d'individuo è meschina:
fiaccola accesa di fronte al sole che sorge.

Andrò bensì frammezzando agli Scritti alcuni ricordi di cose ch'io vidi
e d'uomini ch'io conobbi giovevoli a far meglio intendere il moto
Europeo dell'ultimo terzo di secolo, ed anche qualche reminiscenza mia
personale ove accenni al perchè degli Scritti e s'immedesimi collo
svolgimento dei fatti che assicurano in oggi il trionfo dei due
principali elementi dell'era nuova: Popolo e Nazionalità. La mia voce fu
spesso voce di molti: eco di pensiero collettivo dei nostri giovani che
iniziavano l'avvenire. S'essa ha valore, è quello di documento storico;
e ogni cosa che riesca a crescergli evidenza e mostrarne l'intima
connessione colle vere tendenze Italiane, può tornar utile quando che
sia. Forse interrogando le sorgenti del moto, i miei fratelli di Patria
intenderanno più agevolmente e men tardi quali sieno gli errori e i
traviamenti dell'oggi.

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.



NOTE AUTOBIOGRAFICHE.


Una domenica dell'aprile 1821, io passeggiava, giovanetto, con mia madre
e un vecchio amico della famiglia, Andrea Gambini, in Genova, nella
Strada Nuova. L'insurrezione Piemontese era in quei giorni stata
soffocata dal tradimento, dalla fiacchezza dei Capi e dall'Austria. Gli
insorti s'affollavano, cercando salute al mare, in Genova, poveri di
mezzi, erranti in cerca d'ajuto per recarsi nella Spagna dove la
Rivoluzione era tuttavia trionfante. I più erano confinati in
Sampierdarena aspettandovi la possibilità dell'imbarco; ma molti si
erano introdotti ad uno ad uno nella città, ed io li spiava fra i
nostri, indovinandoli ai lineamenti, alle foggie degli abiti, al piglio
guerresco, e più al dolore muto, cupo, che avevano sul volto. La
popolazione era singolarmente commossa. Taluni fra i più arditi avevano
fatto proposta ai Capi, credo Santarosa ed Ansaldi, di concentrarsi
tutti nella città, impossessarsene e ordinarvi la resistenza; ma la
città dicevano, era militarmente sprovveduta d'ogni difesa, mancavano ai
forti le artiglierie, e i Capi avevano ricusato e risposto: _serbatevi a
migliori destini_. Non rimaneva che soccorrere di danaro quei poveri e
santi precursori dell'avvenire; e i cittadini vi si prestavano
liberalmente. Un uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e
con un guardo scintillante che non ho mai dimenticato, s'accostò a un
tratto fermandoci: aveva tra le mani un fazzoletto bianco spiegato, e
proferì solamente le parole: _pei proscritti d'Italia_. Mia madre e
l'amico versarono nel fazzoletto alcune monete; ed egli s'allontanò per
ricominciare con altri. Seppi più tardi il suo nome. Era un Rini,
capitano nella Guardia Nazionale che s'era, sul cominciar di quel moto,
istituita. Partì anch'egli cogli uomini pei quali s'era fatto collettore
a quel modo; e credo morisse combattendo, come tanti altri dei nostri,
per la libertà della Spagna.

Quel giorno fu il primo in cui s'affacciasse confusamente all'anima mia,
non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si
_poteva_ e quindi si doveva lottare per la libertà della Patria.

Io era già inconsciamente educato al culto dell'Eguaglianza dalle
abitudini democratiche dei due miei parenti e dai modi identici che essi
usavano col patrizio e col popolano: nell'individuo essi non cercavano
evidentemente se non l'_uomo_ e l'_onesto_. E le aspirazioni alla
libertà, ingenite nell'animo mio, s'erano alimentate dei ricordi di un
periodo recente, quello delle guerre repubblicane francesi, che
suonavano spesso sulle labbra di mio padre e dell'amico nominato più
sopra; delle Storie di Livio e di Tacito che il mio maestro di Latino mi
faceva tradurre; e della lettura di alcuni vecchi giornali da me trovati
semi-nascosti dietro ai libri di medicina paterni, fra i quali ricordo
alcuni fascicoli della _Chronique du Mois_ pubblicazione girondina dei
primi tempi della Rivoluzione di Francia. Ma l'idea che v'era un guasto
nel mio paese contro il quale bisognava lottare, l'idea che in quella
lotta io avrei potuto far la mia parte, non mi balenò che in quel giorno
per non lasciarmi più mai.

L'immagine di quei proscritti, parecchi dei quali mi furono più tardi
amici, mi seguiva ovunque nelle mie giornate, mi s'affacciava tra i
sogni. Avrei dato non so che per seguirli. Cercai raccoglierne nomi e
fatti. Studiai, come meglio potei, la storia del tentativo generoso e le
cagioni della disfatta. Erano stati traditi, abbandonati da chi aveva
giurato concentrare i loro sforzi all'intento; il nuovo re aveva
invocato gli Austriaci: parte delle milizie piemontesi li aveva
preceduti in Novara; i capi del moto s'erano lasciati atterrire dal
primo scontro e non avevano tentato resistere. Tutte queste nozioni
ch'io andava acquistando sommavano a farmi pensare: _potevano_ dunque,
se ciascuno avesse fatto il debito suo, vincere; perchè non si
ritenterebbe? questa idea s'impossessava più sempre di me, e
l'impossibilità d'intravvedere per quali vie si potesse tentare di
tradurla in fatti m'anneriva l'anima. Sui banchi dell'Università--v'era
allora una Facoltà di Belle Lettere che precedeva di due anni i corsi
legali e medici e ammetteva i più giovani--di mezzo alla irrequieta
tumultuante vita degli studenti, io era cupo, assorto, come invecchiato
anzi tratto. Mi diedi fanciullescamente a vestir sempre di nero; mi
pareva di portar il lutto della mia patria. L'Ortis che mi capitò allora
fra le mani mi infanatichì: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto
oltre, che la mia povera madre temeva di un suicidio.

Più dopo quella prima tempesta si racquetò; e diè luogo a men travolti
pensieri. L'amicizia ch'io strinsi coi giovani Ruffini--ed era per essi
e per la santa madre loro un amore--mi riconciliò alla vita e concesse
sfogo alle ardenti passioni che mi fermentavano dentro. Parlando con
essi di lettere, di risorgimento intellettuale Italiano, di questioni
filosofico-religiose, di piccole associazioni--ch'erano preludî alla
grande--da fondarsi per avere di contrabbando libri e giornali vietati,
l'anima si rasserenava: intravvedeva possibile, comecchè su piccola
scala, l'azione. Un piccolo nucleo di scelti giovani d'intelletto
indipendente, anelante a nuove cose, si raggruppava d'intorno a me. Di
quel nucleo, la cui memoria dura tuttavia nel mio core come ricordo di
una promessa inadempita, nessuno è rimasto a combattere per l'antico
programma, da Federico Campanella in fuori, oggi Membro di un Comitato
di Provvedimento per Venezia e Roma in Palermo; morti gli uni, disertori
gli altri: taluno fedele tuttavia alle idee, ma inattivo. Allora quella
plejade fu salute all'anima tormentata. Io non era più solo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ho detto ch'io non intendo scrivere la mia vita, e balzo all'anno 1827.
Sul finire, credo, dell'anno anteriore, io aveva scritto le mie prime
pagine letterarie, mandandole audacemente all'_Antologia_ di Firenze,
che, molto a ragione, non le inserì e ch'io aveva interamente
dimenticate, finchè le vidi molti anni dopo inserite, per opera di N.
Tommaseo, nel _Subalpino_: versavano su Dante, ch'io dal 1821 al 1827
aveva imparato a venerare, non solamente come poeta, ma come Padre della
Nazione.

Nel 1827 fremevano accanite le liti fra _classicisti_ e _romantici_, tra
i vecchi fautori d'un dispotismo letterario la cui sorgente risaliva per
essi a duemila e più anni addietro e gli uomini che, in nome della
propria ispirazione, volevano emanciparsene. Eravamo, noi giovani,
romantici tutti. Ma a me pareva che pochissimi, se pur taluno, si
fossero addentrati a dovere nelle viscere della questione. I primi,
Arcadi di Roma, Accademici della Crusca, professori e pedanti, andavano
ostinatamente scrivendo imitazioni fredde, stentate, senza intento,
senz'anima, senza vita: i secondi, non dando base alla nuova Letteratura
fuorchè la fantasia _individuale_, si sbizzarrivano in leggende dei
tempi di mezzo, inni menzogneri alla Vergine, disperazioni metriche non
sentite, e in ogni concetto d'un'ora che s'affacciasse alla loro mente
intollerante d'ogni tirannide, ma ignara della santità della Legge che
governa, come ogni altra cosa, anche l'Arte. E parte di questa Legge è
che l'Arte o compendii la vita di un'Epoca che sta conchiudendosi o
annunzii la vita di un'Epoca che sta per sorgere. L'Arte non è il
capriccio d'uno o d'altro individuo, ma una solenne pagina storica o una
profezia: e se armonizza in sè la doppia missione, tocca, come sempre in
Dante e talora in Byron, il sommo della potenza. Or, tra noi, l'arte non
poteva essere se non profetica. Gli Italiani non avevano da tre secoli
_vita_ propria, spontanea, ma esistenza di schiavi immemori che
accattavano ogni cosa dallo straniero. L'Arte non poteva dunque rivivere
se non ponendo una lapide di maledizione a quei tre secoli e intonando
il cantico dell'avvenire. E a riuscirvi bisognava interrogare la vita
latente, addormentata, inconscia del popolo, posar la mano sul core
pressochè agghiacciato della Nazione e spiarne i rari interrotti palpiti
e desumerne riverenti intento e norme agli ingegni. L'ispirazione
individuale doveva sorgere con indole propria dalle aspirazioni della
vita collettiva italiana, come belli di tinte varie e d'infiorescenza
propria sorgono, da un suolo comune a tutti, i fiori, poesia della
terra. Ma la vita collettiva d'Italia era incerta, indefinita, senza
centro, senza unità d'ideale, senza manifestazione regolare, ordinata.
L'arte poteva dunque prorompere a gesti isolati, vulcanici: non
rivelarsi progressiva, continua, come la vita vegetale del Nuovo Mondo,
dove gli alberi intrecciando ramo a ramo formano l'unità gigantesca
della foresta. Senza Patria e Libertà noi potevamo avere forse profeti
d'Arte, non Arte. Meglio era dunque consecrare la vita intorno al
problema: _avremo noi Patria?_ e tentare direttamente la questione
politica. L'Arte Italiana fiorirebbe, se per noi si riuscisse, sulle
nostre tombe.

Questi pensieri--che l'ingegno sommo e l'amor del paese devono avere di
certo suggerito a Manzoni e che tralucono divinamente nei Cori delle sue
tragedie ed altrove, raumiliati poi dalla soverchia mitezza dell'indole
e dalla fatale rassegnazione insegnatagli dal Cattolicismo--erano allora
pensieri di pochi. Predominava a tutto quel subuglio di letterati non
cittadini la falsa dottrina francese dell'_arte per l'arte_. Soli, sul
campo della Critica fecondatrice, ne davano indizio nell'_Antologia_
Tommaseo e Montani. In me rinfiammavano l'idea dell'aprile 1821 e
determinavano la mia vocazione di rinunziare alla via delle lettere per
tentare l'altra più diretta dell'azione politica.

E fu il primo grande mio sacrificio. S'affaccendavano in quel tempo
nella mia mente visioni di Drammi e Romanzi Storici senza fine, e
fantasie d'Arte che mi sorridevano come imagini di fanciulle carezzevoli
a chi vive solo. La tendenza della mia vita era tutt'altra che non
quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra
abjezione.

La via dell'azione a ogni modo era chiusa: e la questione letteraria mi
parve campo ad aprirmela quando che fosse.

Esciva allora in Genova, edito dal tipografo Ponthenier, un giornaletto
d'annunzî mercantili; e doveva, in virtù di non so quale prescrizione
governativa, limitarsi a quell'angustissima sfera. Era l'_Indicatore
Genovese_. Persuasi il librajo ad ammettere annunzî di libri da
vendersi, coll'aggiunta di due o tre linee quasi a definirne il
soggetto e m'assunsi di scriverle. Fu quello il cominciamento della mia
carriera di Critico. A poco a poco gli annunzî impinguarono e
diventarono articoli. Il Governo, assonnato allora come il paese, non se
ne avvide o non se ne curò. L'_Indicatore_ si trasformò in giornale
letterario. Gli articoli estratti da quel giornale, ristampati molti
anni dopo tra gli _Scritti d'un Italiano vivente_, in Lugano, e che
ricompariranno in questa edizione, non hanno valore intrinseco, ma
rivelano l'intento con cui da me e da pochi altri giovani amici si
scriveva e s'intendeva la questione del Romanticismo. La controversia
letteraria si convertiva in politica: bastava mutare alcune parole per
avvedersene. Erano guerricciuole, zuffe di bersaglieri sul limite di due
campi. Per noi l'indipendenza in fatto di Letteratura non era se non il
primo passo a ben altra indipendenza: una chiamata ai giovani perchè
ispirassero la loro alla vita segreta che fermentava giù giù nelle
viscere dell'Italia. Sapevamo che tra quelle due vite essi avrebbero
incontrato la doppia tirannide straniera e domestica e si sarebbero
ribellati dall'una e dall'altra. Il Governo finì per leggere e irritarsi
di quella tendenza. E quando, sul finir del primo anno, noi annunziavamo
imbaldanziti ai lettori che il Giornale s'ingrandirebbe, un divieto
governativo lo spense.

Ma quei lavorucci dettati con impeto giovanile, e il _fine_ ardito che
trapelava, m'avevano fruttato un grado qualunque di fama in Genova e
conoscenze d'uomini altrove che lavoravano poco dopo con me sulla via
più dichiaratamente emancipatrice. Un mio rimprovero a Carlo Botta,
storico di tendenze aristocratiche, senz'ombra d'intelletto filosofico,
ma il cui stile foggiato talora a gravità tacitiana e lo sdegno
alfieriano contro ogni straniero infanatichivano allora la gioventù, mi
valse contatto cogli uomini, timidi i più, ma d'animo italiano
dell'_Antologia_ di Firenze. E due articoli d'un altro studente, Elia
Benza di Portomaurizio, giovine d'alto sentire e di forte ingegno
isterilito poi, con mio dolore, dalla soverchia analisi e dai conforti
della vita domestica, pel Dramma _I Bianchi e i Neri_, ci diedero a
corrispondente il Guerrazzi. Guerrazzi aveva già scritto, non solamente
quel Dramma, ma la _Battaglia di Benevento_; e nondimeno, tanta era la
separazione tra provincia e provincia d'una stessa terra, il di lui nome
era ignoto fra noi: il Dramma, capitatoci a caso, ci aveva, di mezzo a
forme bizzarre e a una poesia che rinegava ogni bellezza d'armonia,
rivelato un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano.
Io risposi alla di lui lettera, e s'intavolò fra noi un carteggio
fraterno allora e pieno d'entusiasmo per promuovere l'avvenire. Quando
il Governo Sardo soppresse l'_Indicatore Genovese_, il vincolo tra noi e
i giovani Livornesi che facevano corona a Guerrazzi era già stretto di
tanto da suggerirci l'idea di continuare la pubblicazione sotto il
titolo d'_Indicatore Livornese_ in Livorno.

Era la prima lotta che imprendevamo coi governucci che smembravano la
povera Patria, e il senso di quella lotta ci crebbe l'ardire. Le
tendenze politiche si rivelarono in quel secondo Giornale nel quale
scrittori più assidui eravamo Guerrazzi, Carlo Bini ed io più esplicito
e quasi senza velo. Parlammo di Foscolo, al quale, tacendo degli altri
meriti, gl'Italiani devono riverenza eterna per avere egli primo cogli
atti e gli scritti rinvigorito a fini di Patria il ministero del
Letterato--dell'_Esule_, poema di Pietro Giannone, allora proscritto, di
fede incorrotta, ch'io imparai più tardi a conoscere ed a stimare--di
Giovanni Berchet delle cui poesie, magnifiche d'ira italiana,
moltiplicavamo allora noi studenti le copie e che mi toccò di vedere nel
1848 immiserito tra patrizî _moderati_ e cortigiani regî in Milano.
Osammo tanto, che l'intormentito Governo Toscano, compito l'anno,
c'intimò di cessare. E cessammo. Ma quei due giornali avevano intanto
raggruppato un certo numero di giovani potenti di una vita che volea
sfogo; avevano toccato efficacemente nell'anime corde che fin allora
giacevano mute; avevano--e questo era il più--provato ai giovani che i
Governi erano deliberatamente avversi a ogni progresso e che libertà
d'intelletto non era possibile se non cadevano.

Tra quell'armeggiare letterario, io non dimenticavo lo scopo mio e
andava guardandomi attorno a vedere s'io potessi trovare uomini capaci
d'avventurarsi all'impresa. Serpeggiavano tra noi voci vaghe di
Carboneria rinata, d'un lavoro segreto comune alla Francia, alla Spagna,
all'Italia. Cercai, spiai, interrogai tanto che finalmente un Torre,
amico e studente di Legge, mi si rivelò membro della Setta o come
dicevano allora dell'_Ordine_ e mi propose l'iniziazione. Accettai.

Io non ammirava gran fatto il simbolismo complesso, i misteri gerarchici
e la fede--o piuttosto la mancanza di fede politica--della Carboneria,
come i fatti del 1820 e del 1821, da me studiati quanto meglio io poteva
in quelli anni, me l'additavano. Ma io era allora impotente a tentare
cosa alcuna di mio e mi s'affacciava una congrega d'uomini i quali,
inferiori probabilmente al concetto, facevano ad ogni modo una cosa sola
del pensiero e dell'azione e sfidando scomuniche e pene di morte,
persistevano, distrutta una tela, a rifarne un'altra. E bastava perchè
io mi sentissi debito di dar loro il mio nome e l'opera mia. Anch'oggi,
canuto, credo che, dopo la virtù di guidare, la più alta sia quella di
saper seguire: seguire, intendo, chi guida al bene. I giovani, troppo
numerosi in Italia e altrove, che si tengono, per rispetto
all'indipendenza dell'_individuo_, segregati da ogni moto collettivo
d'associazione o di partito ordinato, sono generalmente quelli che più
rapidamente e servilmente soggiacciono a ogni forza ordinata
governativa. La riverenza all'Autorità vera e buona, purchè liberamente
accettata, è l'arme migliore contro la falsa e usurpata.

Accettai dunque. Fui condotto una sera in una casa presso San Giorgio,
dove, salendo all'ultimo piano, trovai chi doveva iniziarmi. Era, come
seppi più tardi, un Raimondo Doria, semi-corso; semi-spagnuolo, d'età
già inoltrata, di fisionomia non piacente. Mi disse con piglio solenne
come la persecuzione governativa e la prudenza necessaria a raggiunger
l'intento vietavano le riunioni e come quindi mi si risparmiassero
prove, cerimonie e riti simbolici. M'interrogò sulle mie disposizioni ad
agire, a eseguire le istruzioni che mi verrebbero via via trasmesse, a
sagrificarmi, occorrendo, _per l'Ordine_. Poi mi disse di piegare un
ginocchio e, snudato un pugnale, mi recitò e mi fece ripetere la formula
di giuramento del _primo grado_, comunicandomi uno o due segni di
riconoscimento fraterno, e m'accomiatò. Io era Carbonaro.

Uscendo, tormentai di domande l'amico che m'aspettava, sull'intento,
sugli uomini, sul da farsi, ma inutilmente: bisognava ubbidire, tacere e
conquistarsi lentamente fiducia. Mi felicitò, dell'avermi le circostanze
sottratto a prove tremende e, vedendomi sorridere, mi chiese con piglio
severo che cosa avrei fatto se m'avessero, come ad altri, intimato di
scaricarmi nell'orecchio una pistola caricata davanti a me. Risposi che
avrei ricusato, dichiarando agli iniziatori che, o la carica cadeva, per
mezzo d'una valvola interna, nel calcio della pistola ed era farsa
indegna d'essi e di me, o rimaneva veramente nella canna ed era assurdo
che un uomo chiamato a combattere pel paese cominciasse dallo
sparpagliarsi quel po' di cervello che Dio gli aveva dato. Fra me stesso
io pensava con sorpresa e sospetto che il giuramento non conteneva se
non una formula di obbedienza e non una parola sul _fine_. L'iniziatore
non aveva proferito sillaba che accennasse a federalismo o unità, a
repubblica o monarchia. Era guerra al Governo, non altro.

La contribuzione colla quale ogni affigliato doveva alimentare la Cassa
dell'_Ordine_ consisteva di 25 franchi all'atto della iniziazione e di 5
franchi mensili: contribuzione grave e a me, studente, più che ad ogni
altro. Pure mi parea buona cosa. Grave colpa è raccogliere danaro altrui
e usarne male; più grave l'esitare davanti a un sacrificio pecuniario
quando le probabilità stanno perchè giovi a una buona causa. Oggi gli
uomini--ed è uno dei più tristi sintomi che io mi sappia dell'egoismo
abbarbicatosi all'anime--argomentano per un franco. E mentre si gettano
ogni dì somme ingenti a procacciare a sè stessi conforti non reali, ma
artificiali i più, gli uomini che per una impresa come quella di fondar
la Patria o di crear libertà dovrebbero far moneta del sangue, lamentano
l'impossibilità di sacrifici frequenti, e pongono, anzichè schiuder la
borsa, la vita, l'onore, la dignità dell'anima loro o di quella de' loro
fratelli a pericolo. I cristiani dei primi secoli versavano sovente a'
piedi del sacerdote, a pro dei loro fratelli poveri, tutta quanta la
loro ricchezza, non serbandosi che il puro necessario alla vita. Tra
noi, è impresa utopistica, gigantesca, quella di trovare tra ventidue
milioni d'uomini, che cicalano di libertà, un milione che dia un franco
per l'emancipazione del Veneto. I primi avevano _fede_: noi non abbiamo
se non _opinioni_.

Ebbi, non molto dopo, l'iniziazione al _secondo grado_ e facoltà
d'affigliare. Conobbi due o tre Carbonari, fra gli altri un Passano,
antico Console di Francia in Ancona, che dicevano alto dignitario
dell'_Ordine_; vecchio, pieno di vita, ma che si pasceva più di piccolo
raggiro e d'astuzie che non d'opere tendenti virilmente e logicamente
allo scopo. Rimasi nondimeno sempre in una assoluta ignoranza del loro
programma o del che facessero; e cominciai a sospettare che nulla
facessero. L'Italia non appariva nei loro discorsi che come terra
diseredata d'ogni potenza per fare: appendice più che secondaria di
altrui. Si professavano cosmopoliti: bel nome se vale libertà per tutti;
nondimeno, a ogni leva è necessario, per agire, un punto d'appoggio e
quel punto d'appoggio ch'io intravvedeva fin d'allora in Italia, era per
essi visibilmente in Parigi. Fervevano allora in Francia le liti
d'opposizione, nella Camera e fuori, alla Monarchia di Carlo X, ed essi
non sognavano e non parlavano che di Guizot, di Barthe, di Lafayette e
dell'_Alta Vendita_ Parigina. Io pensava che avevamo dato noi Italiani
l'Istituzione dei Carbonari alla Francia.

Fui richiesto di stendere in francese una specie di _memorandum_,
indirizzato a non so chi, in favore della libertà della Spagna e a
provare l'_illegalità_ e le tristi conseguenze dell'intervento Borbonico
del 1823. Mi strinsi nelle spalle e lo stesi. Poi, giovandomi delle
facoltà che m'erano date, mi diedi ad affigliare tra gli studenti.
Presentiva il momento in cui, crescendo di numero e formando tra noi un
nucleo compatto avremmo potuto infondere un po' di giovine vita in quel
corpo invecchiato. Continuavamo intanto, aspettando che si potesse far
meglio, la zuffa contro quei che chiamavamo i _Monarchici_ delle
Lettere. E scrissi il lungo articolo _d'una Letteratura Europea_, che
dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso
nell'_Antologia_ di Firenze e troverà luogo in questa edizione.
Finalmente, all'appressarsi visibile della tempesta in Francia, i nostri
Capi parvero ridestarsi a un'ombra d'attività. E mi fu commesso di
partire per la Toscana a impiantarvi la Carboneria. La missione era più
grave ch'essi non pensavano. Le abitudini della famiglia, dalle quali io
non aveva mai desiderato d'emanciparmi, s'opponevano inappellabilmente
alla gita, quindi alla possibilità d'avere i mezzi che erano necessarî.
Dopo lunghe esitazioni, risolsi compire a ogni modo l'incarico. Dissi
ch'io mi recava per due giorni in Arenzano presso uno studente amico di
casa, raggranellai sotto diversi pretesti un po' di danaro dalla buona
mia madre, e mi preparai a partire.

Il dì prima della partenza--e cito questo fatto perchè mostra per quali
vie si trascinasse allora la Carboneria--mi fu intimato di trovarmi a
mezzanotte sul Ponte della Mercanzia. Vi trovai parecchi de' miei
giovani affigliati convocati essi pure senza sapere il perchè. Dopo
lungo aspettare, comparve il Doria; e lo seguivano due ignoti,
ammantellati sino agli occhi e muti come due spettri. Il core ci balzava
dentro per desiderio e speranza d'azione. Fatto cerchio, il Doria dopo
un breve discorso rivolto a me sui biasimi colpevoli e sulle
intemperanze dei giovani inesperti e imprudenti, accennò ai due
ammantellati e dichiarò ch'essi partivano il dì dopo per Barcellona onde
trafiggervi un Carbonaro reo d'avere osato sparlare dei Capi, però che
l'_Ordine, quando trovava ribelli, schiacciava_. Era una risposta a'
miei lagni rivelati da qualche affigliato zelante. Io ricordo ancora il
fremito d'ira che mi sorse dentro alla stolta minaccia. Mandai, su quei
primi moti dell'animo, a dire ch'io non partiva più per Toscana e
l'_Ordine_ schiacciasse pure. Poi, racquetato e ammonito dagli amici
ch'io sacrificava senza avvedermene la causa del paese all'offeso
_individuo_, mutai consiglio e partii, lasciando lettera a rassicurare
la mia famiglia.

In Livorno fondai una _Vendita_: affigliai parecchi Toscani ed altri
d'altre provincie, tra i quali ricordo un Camillo d'Adda, lombardo,
allievo di Romagnosi e ch'esciva allora, credo, dalle prigioni
dell'Austria, e Marliani, che moriva anni dopo difendendo Bologna contro
gli Austriaci. Commisi il resto a Carlo Bini, anima buona e candida,
serbatasi incontaminata attraverso una gioventù passata fra i rozzi e
rissosi popolani della Venezia[2], ingegno potente, ma che imprigionato
fra le cure mercantili e fatto indolente da un profondo scetticismo, non
di principii, ma degli uomini e delle cose d'allora, non potè rivelarsi
che a lampi. Una immensa rettitudine d'animo e una immensa capacità di
sagrificio per ciò ch'ei credeva bene, sagrificio tanto più meritevole
quanto meno ei credea nel successo, erano doti immedesimate con lui. Ei
rideva con me delle formalità e del simbolismo dei Carbonari, ma
credeva, com'io credeva, nell'importanza d'ordinarci, sotto qualunque
forma si fosse, all'azione.

Viaggiammo insieme a Montepulciano dov'era allora relegato Guerrazzi,
colpevole d'aver recitato alcune solenni pagine in lode d'un prode
soldato italiano, Cosimo Delfante, tanto quei miseri Governi d'allora
s'adombravano d'ogni ricordo che potesse guidarci a sentire men
bassamente di noi. Avrebbero, se fosse stato in loro potere, abolito la
Storia.

Vidi Guerrazzi. Ei scriveva l'_Assedio di Firenze_ e ci lesse il
capitolo d'introduzione. Il sangue gli saliva alla testa mentr'ei
leggeva ed ei bagnava la fronte per ridursi in calma. Sentiva altamente
di sè, e quella persecuzioncella che avrebbe dovuto farlo sorridere gli
rigonfiava l'anima d'ira. Ma ei sentiva pure altamente della sua Patria
nei ricordi della passata grandezza e nei presentimenti de' suoi fati
futuri; e mi pareva che l'orgoglio italiano, e l'orgoglio dell'_io_, non
gli avrebbero forse impedito di sviarsi quando che fosse, ma gli
avrebbero resa impossibile ogni bassezza e ogni transazione con chi egli
avrebbe sentito da meno di quel ch'egli era. Non aveva fede. La fantasia
potente oltremodo lo spronava a grandi cose: la mente incerta, pasciuta
di Machiavelli e di studî sull'uomo del passato più che d'intuizioni
sull'uomo avvenire, lo ricacciava nelle anatomie dell'analisi, buone a
dichiarare la morte e le sue cagioni, impotente a creare e ordinare la
vita. Erano in lui due esseri combattenti, vincenti e soggiacenti
alternativamente: mancava il nesso comune, mancava quell'armonia che non
discende se non da una forte credenza religiosa o dagli impulsi
prepotenti del core. Stimava poco: amava poco. Io cercava in lui una
scintilla di quell'immenso affetto che si versava dagli occhi di Carlo
Bini, mentr'egli commosso dalla lettura delle magnifiche pagine che i
giovani d'Italia sanno a memoria, lo guardava d'un guardo di madre
pensoso unicamente dal suo soffrire. Erano i tempi (1829), nei quali ci
venivano, aspettate con ansia, di Francia, le lezioni storiche di Guizot
e le filosofiche di Cousin, fondate su quella dottrina del Progresso che
contiene in sè la religione dell'avvenire, che splendeva, rinata da
poco, nei discorsi eloquenti di quei due e che non prevedevamo dovesse
miseramente arrestarsi un anno dopo all'ordinamento della _borghesia_ e
alla Carta di Luigi Filippo. Io l'aveva attinta dal Dante nel Trattato
della Monarchia, pochissimo letto e sempre frainteso. Ed io parlava con
calore dei due Còrsi, della Legge, del futuro che doveva presto o tardi
irrevocabilmente escirne. Guerrazzi sorrideva tra il mesto e
l'epigrammatico. E quel sorriso m'impauriva come s'io avessi
intravveduto tutti i pericoli di quell'anima privilegiata: m'impauriva
di tanto, ch'io partii senza parlargli a viso aperto del motivo
principale della mia gita e commettendo a Bini di farlo. E nondimeno io
l'ammirava potente e benedetto d'un nobile orgoglio, che, come dissi,
m'era mallevadore dell'avvenire. Stringemmo allora una fratellanza che
più tardi si ruppe, non per mia colpa.

Tornato in Genova, trovai mali umori tra gli alti dignitarî
dell'_Ordine_. A me fu detto di non dare conto del mio lavoro al Doria;
poco dopo, redarguito di non so che, egli ebbe intimazione da chi stava
più in alto di lui d'allontanarsi per un certo tempo dalla città, e
promise farlo. Ma un giorno ch'io esciva di casa sull'alba per recarmi a
una campagna (Bavari) dove stava allora mia madre, lo incontrai sulla
via, e ne feci riferta. Non so di dove egli escisse a quell'ora; ma
tramava, irritato, vendetta contro l'_Ordine_, i suoi lavori e i nuovi
affigliati.

Scoppiava l'insurrezione francese del luglio 1830. I capi s'agitavano
senza intento determinato, aspettando libertà da Luigi Filippo. Noi
giovani ci diemmo a fondere palle e a prepararci per un conflitto che
salutavamo inevitabile e decisivo.

Non ricordo le date; ma poco dopo le tre Giornate di Francia, mi venne
ingiunto di recarmi ad ora determinata al _Lion Rouge_, albergo
esistente allora nella salita San Siro, dove avrei trovato un maggiore
Cottin di Nizza o Savoja, il quale avea ricevuto, dicevano, il _primo
grado_ di Carboneria da Santa Rosa e invocava il _secondo_ ch'io doveva
conferirgli. Eravamo noi giovani maneggiati dai Capi a guisa di macchine
e sarebbe tornato inutile chiedere perchè scegliessero me a
quell'ufficio invece d'altri a cui fosse già noto il maggiore. Accettai
quindi l'incarico. Soltanto, côlto da non so quale presentimento, mi
intesi, prima di compierlo, coi giovani Ruffini, intimi di mia madre,
intorno a un modo di corrispondenza segreta da praticarsi per mezzo
delle lettere della famiglia nel caso possibile d'imprigionamento a cui
soggiacessi. E l'antiveggenza giovò.

Mi recai, nel giorno assegnato, all'albergo, nelle cui stanze intravidi
il Passano, che fece sembianza di non conoscermi. Chiesi del Cottin e lo
vidi. Era uomo piccolo di statura con un guardo errante che non mi
piacque: vestiva abito non militare: parlava francese. Gli dissi, dopo
d'essermi fatto riconoscere fratello, o, come allora dicevano, _cugino_,
ch'ei doveva sapere perch'io venissi. Introdotto nella sua stanza da
letto, chiuso l'uscio, ei piegò un ginocchio ed io, cavata, com'era
d'uso, una spada dal bastone, cominciava a fargli prestare il
giuramento, quando si schiuse subitamente un piccolo uscio praticato,
accanto al letto, nel muro, e s'affacciò da quello un ignoto. Mi guardò
e richiuse. Il Cottin mi pregò d'acquetarmi, dichiarò ch'era quegli un
domestico suo fidatissimo e si scusò dell'avere dimenticato di chiudere
l'usciolo a chiave. Compita l'iniziazione, il maggiore mi disse ch'ei si
recava tre giorni a Nizza dove avrebbe lavorato utilmente fra la
milizia, ma che la memoria lo tradiva e ch'io avrei fatto bene a dargli
la formula del giuramento in iscritto. Ricusai, dicendogli che non era
abitudine mia scrivere cose siffatte: scrivesse egli sotto mia
dettatura. Scrisse, e m'accomiatai, scontento di quella scena.

L'ignoto, come seppi più dopo, era un carabiniere regio travestito.

Trascorsi pochi giorni io era nelle mani della polizia.

Io aveva sulla persona, al momento in cui la sbirraglia s'impossessò di
me, materiale per tre condanne: palle da fucile, una lettera in cifra
del Bini, un ragguaglio delle tre giornate di Francia stampato su carta
tricolorata, la formula di giuramento del _secondo_ grado e inoltre,
dacchè fui preso sull'uscio di casa mia, un bastone con entro lo stocco,
fra le mani. Riuscii a liberarmi di ogni cosa: quella gente aveva le
tendenze, non l'ingegno della tirannide. La lunga perquisizione fatta in
casa e fra le mie carte non fruttò scoperte pericolose. Fui nondimeno, e
quantunque il commissario (Pratolongo) sostasse e mandasse per ordini,
tratto alla caserma dei carabinieri in Piazza Sarzano.

Là fui interrogato da un vecchio commissario per nome Bollo, il quale,
dopo avermi tentato in ogni modo possibile, nojato della mia freddezza,
pensò atterrirmi provandomi ch'io era tradito, e mi disse a un tratto
ch'io, _il tal giorno, la tal ora, nel tal luogo, aveva iniziato al
secondo grado di Carboneria, il maggiore Cottin_. Un lieve brivido mi
corse l'ossa; mi contenni nondimeno, e risposi ch'io mal poteva
confutare un romanzo, ma sperava che il maggiore sarebbe venuto a
confronto con me.

Non venne. Egli aveva, accettando la parte di _agente provocatore_,
stipulato che non se ne sarebbe fatto motto nel processo. Rimasi
parecchi giorni nella caserma, esposto al sogghigno e ai motteggi dei
carabinieri, il più letterato fra i quali m'additava ai compagni come
una nuova edizione di Jacopo Ortis, corrispondendo, mercè un pezzetto di
matita ch'io m'era trovato mangiando, fra i denti--il pranzo m'era
mandato da casa--e col quale io scriveva nella biancheria, rimandandola.
Diedi in quel modo avviso agli amici perchè distruggessero alcune carte
pericolose agli affigliati toscani. Seppi che erano stati imprigionati
altri con me, Passano, Torre, un Morelli avvocato, un Doria librajo, ed
uno o due ignoti: nessuno dei giovani affigliati da me.

Governava allora in Genova un Venanson, lo stesso che, richiesto da mio
padre delle mie colpe, rispondeva non esser tempo di dirle; ma ch'io era
a ogni modo dotato di certo ingegno e tenero di passeggiate solitarie
notturne, e muto generalmente sui miei pensieri; e al Governo non
andavano a sangue _i giovani d'ingegno dei quali non si sapeva che cosa
pensassero_.

Una notte, destato subitamente, mi vidi innanzi due carabinieri, i quali
m'ingiunsero d'alzarmi e di seguirli. Pensai si trattasse d'un
interrogatorio; ma l'avvertirmi d'un d'essi ch'io non lasciassi il
mantello, mi fece accorto ch'io doveva escire dalla caserma. Chiesi dove
s'andasse: risposero non poterlo dire. Pensai a mia madre che, udendomi
il dì dopo sparito, avrebbe ideato il peggio, e dichiarai risolutamente
ch'io non sarei partito se non trascinato, quando non mi venisse
concesso di scrivere un biglietto alla famiglia. Dopo lunghi dubbî e
consigli col loro ufficiale, concessero. Scrissi poche linee a mia madre
dicendole ch'io partiva, ma che non temesse di male alcuno, e seguii i
miei nuovi padroni. Trovai all'uscio una _portantina_ nella quale mi
chiusero. Quando si fermò, udii a un tempo uno scalpito di cavalli,
indizio di partenza per luogo lontano e la voce inaspettata di mio padre
che mi confortava ad avere coraggio.

Non so come egli fosse stato informato della partenza, dell'ora e del
luogo. Ma ricordo ancora con fremito i modi brutali dei carabinieri che
volevano allontanarlo, il loro sospingermi dalla portantina nella
vettura, sì ch'io potei appena stringergli la mano, e il loro avventarsi
furente, per riconoscere un giovane che stava fumando a poca distanza e
m'avea salutato del capo. Era Agostino Ruffini, uno dei tre che mi
furono più che amici, fratelli, morto anni sono, lasciando perenne
ricordo di sè, non solamente fra gli Italiani, ma tra gli Scozzesi che
lo conobbero esule e ne ammirarono il core, l'ingegno severo e la pura
coscienza.

Eravamo davanti alle carceri di Sant'Andrea. Scese da quelle un
imbacuccato che fecero salire nella vettura ov'io era e vi salirono pure
due carabinieri armati di fucile; e partimmo. Nel prigioniero riconobbi
poco dopo Passano. Uno dei due carabinieri era l'ignoto del _Lione
Rosso_.

Fummo condotti a Savona (Riviera Occidentale) in Fortezza e tosto
disgiunti. Giungevamo inaspettati, e la mia celletta non era pronta. In
un andito semibujo dove mi posero, ebbi la visita del governatore, un De
Mari, settuagenario, il quale motteggiandomi stolidamente sulle notti
perdute in convegni colpevoli e sulla tranquillità salutare ch'io
troverei in Fortezza--poi rispondendomi, sul mio chiedere un sigaro,
ch'egli _avrebbe scritto a S. E. il Governatore di Genova per vedere se
poteva concedersi_--mi fece piangere, quand'ei fu partito, le prime
lagrime dall'imprigionamento in poi.

Erano lagrime d'ira nel sentirmi così compiutamente sotto il dominio
d'uomini ch'io sprezzava.

Fui dopo un'ora debitamente confinato nella mia celletta. Era sull'alto
della Fortezza: rivolta al mare e mi fu conforto. Cielo e Mare--due
simboli dell'infinito e, coll'Alpi, le più sublimi cose che la natura ci
mostri--mi stavano innanzi quand'io cacciava il guardo attraverso
l'inferriate del finestrino. La terra sottoposta m'era invisibile. Le
voci dei pescatori mi giungevano talora all'orecchio a seconda del
vento. Il primo mese non ebbi libri: poi, la cortesia del nuovo
governatore, cav. Fontana, sottentrato per ventura all'antico, fe' sì
ch'io ottenessi una Bibbia, un Tacito, un Byron. Ebbi pure compagno di
prigionia un lucherino, uccelletto pieno di vezzi e capace d'affetto,
ch'io prediligeva oltremodo. D'uomini io non vedeva se non un vecchio
sergente Antonietti che m'era custode benevolo, l'ufficiale al quale si
affidava ogni giorno la guardia e che compariva un istante sull'uscio,
ad affisare il suo prigioniero, la donna piemontese, Caterina, che
recava il pranzo, e il comandante Fontana. L'Antonietti mi chiedeva
imperturbabilmente ogni sera _s'io avessi comandi_, al che io rispondeva
invariabilmente: _un legno per Genova_. Il Fontana, antico militare,
capace d'orgoglio italiano, ma profondamente convinto che i Carbonari
volevano saccheggio, abolizione di qualunque fede, ghigliottina sulle
piazze e cose siffatte, compiangeva in me i traviamenti del giovine e
tentò, a rimettermi sulla buona via, ogni arte di dolcezza, fino a
tradire le sue istruzioni conducendomi la notte a bere il caffè colla di
lui moglie, piccola e gentile donna imparentata, non ricordo in qual
grado, con Alessandro Manzoni.

Intanto, io andava esaurendo gli ultimi tentativi per cavare una
scintilla di vita dalla Carboneria coi giovani amici lasciati in Genova.
Ogni dieci giorni io riceveva, aperta s'intende e letta e scrutata dal
Governatore di Genova a da quello della Fortezza, una lettera di mia
madre e m'era concesso risponderle, pur ch'io scrivessi in presenza
dell'Antonietti e gli consegnassi aperta la lettera. Ma tutte queste
precauzioni non nuocevano al concerto prestabilito tra gli amici e me,
ed era che dovessimo formar parole, per sovrappiù di cautela, latine,
colla prima lettera d'ogni alterna parola. Gli amici dettavano a mia
madre le prime otto o nove linee della sua lettera; e quanto a me, il
tempo per architettare e serbare a memoria le frasi ch'io dovrei
scrivere, non mi mancava. Così mandai agli amici di cercare abboccamento
con parecchi fra i Carbonari a me noti, i quali tutti, côlti da terrore,
respinsero proposte ed uomini; e così seppi l'insurrezione Polacca,
ch'io per vaghezza d'imprudenza giovanile annunziai al Fontana, il quale
m'aveva accertato poche ore prima tutto essere tranquillo in Europa. Di
certo, ei dovè raffermarsi più sempre nell'idea che noi avevamo contatto
col diavolo.

Bensì, e il terrore fanciullesco dei Carbonari in quel solenne momento,
e le lunghe riflessioni mie sulle conseguenze logiche dell'assenza
d'ogni fede positiva nell'Associazione, e una scena ridicola ch'io
m'ebbi col Passano (il quale incontrato da me per caso nel corritojo
mentre si ripulivano le nostre celle, al mio susurrargli affrettato: _ho
modo certo di corrispondenza; datemi nomi_, rispose col rivestirmi di
_tutti i poteri_ e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado
_indispensabile_ di Massoneria), raffermavano me nel concetto formato
già da più mesi: che la Carboneria era fatta cadavere e che invece di
spendere tempo e fatica a galvanizzarla, era meglio cercar la vita
dov'era, e fondare un edificio nuovo di pianta.

Ideai dunque, in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno della
_Giovine Italia_; meditai i principii sui quali doveva fondarsi
l'ordinamento del partito e l'intento che dovevamo dichiaratamente
prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato a
iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi
rivoluzionarî Europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e d'influenza
più che ristretta; ma il problema stava per me nell'afferrare il vero
degli istinti e delle tendenze, allora mute, ma additate dalla storia e
dai presentimenti del core d'Italia. La nostra forza dovea scendere da
quel Vero. Tutte le grandi imprese Nazionali si iniziano da uomini
ignoti e di popolo, senza potenza fuorchè di fede e di volontà che non
guarda a tempo nè ad ostacoli: gl'influenti, i potenti per nome e mezzi,
vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi e spesso pur
troppo a sviarlo dal segno.

Non dirò qui come gli istinti e le tendenze d'Italia, quali m'apparivano
attraverso la Storia e nell'intima costituzione sociale del paese, mi
conducessero a prefiggere intento all'Associazione ideata l'Unità e la
Repubblica. Accennerò soltanto come fin d'allora il pensiero generatore
d'ogni disegno fosse per me, non un semplice pensiero politico, non
l'idea del miglioramento delle sorti d'_un_ popolo ch'io vedeva
smembrato, oppresso, avvilito: ma un presentimento che l'Italia sarebbe,
sorgendo, _iniziatrice_ d'una nuova vita, d'una nuova potente Unità alle
nazioni d'Europa. Mi s'agitava nella mente, comunque confusamente e
malgrado il fascino ch'esercitavano su me in mezzo al silenzio comune le
voci fervide di coscienza direttrice uscenti allora di Francia, un
concetto ch'io espressi sei anni dopo; ed era che un _vuoto_ esisteva in
Europa, che l'Autorità, la vera, la buona, la Santa Autorità nella cui
ricerca sta pur sempre, confessato a noi stessi o no, il segreto della
vita di tutti noi, negata irrazionalmente da tanti i quali confondono
con essa un fantasma, una menzogna d'Autorità e credono negar Dio quando
non negano che gli idoli, era svanita, spenta in Europa, che quindi non
viveva in alcun popolo potenza d'_iniziativa_. È concetto che gli anni,
gli studî e i dolori hanno confermato irrevocabilmente nell'animo mio e
mutato in fede. E se mai, ciò ch'io non credo, mi fosse dato, fondata
una volta l'Unità Italiana, di vivere un solo anno di solitudine in un
angolo della mia terra o in questa ove io scrivo e che gli affetti
m'hanno fatta seconda patria, io tenterò di svolgerlo e desumerne le
conseguenze più importanti ch'altri non pensa. Allora da quel concetto
non maturato abbastanza balenava, come stella dell'anima, un'immensa
speranza: l'Italia rinata e d'un balzo missionaria di una Fede di
Progresso e di Fratellanza, più vasta assai dell'antica, all'umanità. Io
aveva in me il culto di Roma. Fra le sue mura s'era due volte elaborata
la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, compìta una breve
missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva _guidato_ due volte,
la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d'un'epoca di
Civiltà che aveva avuto anteriormente alla Greca, sede in Italia, e
della quale la scienza storica dell'avvenire segnerà l'azione esterna
più ampia che gli eruditi d'oggi non sospettano, s'era sovrapposta,
cancellandola nell'oblìo, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari,
e avea solcato, dietro al volo dell'aquile, il mondo noto coll'idea del
Diritto, sorgente della Libertà. Poi, quando gli uomini la piangevano
sepolcro di vivi, era risorta più grande di prima e, risorta appena,
s'era costituita, coi Papi, santi un tempo quanto oggi abbietti. Centro
accettato d'una nuova Unità che levando la legge dalla terra al cielo,
sovrapponeva all'idea del Diritto l'idea del Dovere comune a tutti e
sorgente quindi dell'Eguaglianza. Perchè non sorgerebbe da una terza
Roma, la Roma del Popolo Italico, della quale mi pareva intravedere gli
indizî, una terza e più vasta Unità che armonizzando terra e cielo,
Diritto e Dovere, parlerebbe, non agli individui, ma ai popoli, una
parola di Associazione insegnatrice ai liberi ed eguali della loro
missione quaggiù?

Queste cose io pensava tra l'inchiesta serale dell'Antonietti e i
tentativi per convertirmi del governatore Fontana, nella mia colletta in
Savona: queste io penso oggi, con più logico e fondato sviluppo, nella
stanzuccia, non più vasta della mia prigione, ov'io scrivo. E mi valsero
nella vita accuse d'utopista e di pazzo, e oltraggi e delusioni che mi
fecero sovente, quando fremeva tuttavia dentro me una speranza di vita
dell'_individuo_, guardare addietro con desiderio e rammarico alla mia
celletta in Savona, tra il mare e il cielo, lungi dal contatto degli
uomini. L'avvenire dirà s'io antivedeva o sognava. Oggi il rivivere
d'Italia, fidato a materialisti immorali celebrati grandi da un volgo
ignaro e corrotto, condanna le mie speranze. Ma ciò ch'è morte agli
altri popoli è sonno per noi.

Da quell'idee io desumeva intanto che il nuovo lavoro dovea essere anzi
ogni altra cosa _morale_, non angustamente _politico_: religioso, non
negativo; fondato sui _principî_, non su teoriche d'_interesse_; sul
Dovere, non sul _benessere_. La scuola straniera del materialismo aveva
sfiorato l'anima mia per alcuni mesi di vita Universitaria; la Storia e
l'intuizione della coscienza, soli criterî di verità, m'avevano
ricondotto rapidamente all'idealismo de' nostri padri.

Il mio processo era stato rimesso a una Commissione di Senatori in
Torino, fra i quali non ricordo che il nome d'un Gromo. La promessa data
al Cottin limitava tutte le testimonianze a mio danno a quella del
carabiniere che m'avea veduto, collo stocco snudato, nella stanza
dell'iniziato. Contro quella stava la mia; e s'equilibravano. Era chiaro
ch'io doveva essere assolto. Avrei adunque avuto campo al lavoro.

Fui difatti assolto dalla Commissione Senatoriale. Se non che il
Governatore Venanson, odiato e odiatore in Genova, irritato dallo
sfregio e pauroso della taccia di calunniatore che la popolazione,
vedendomi libero, gli avrebbe avventato, corse a gettarsi ai piedi del
re clementissimo, Carlo Felice, accertandolo che per prove fidate a lui
solo io era colpevole e pericoloso, e il re clementissimo, commosso al
dolore inquieto del Governatore, calpestò la sentenza dei giudici e i
miei diritti ed il dolore muto de' miei genitori, e fece intimarmi che o
mi scegliessi soggiorno, rinunziando a Genova, a ogni punto delle
spiaggie liguri, a Torino e ad altre città d'importanza, Asti, Acqui,
Casale o altra piccola città dell'interno--o ch'io andassi in esilio a
tempo indefinito da prolungarsi o accorciarsi dalla volontà regia a
seconda dei meriti o demeriti della mia condotta. E il bivio mi fu posto
da mio padre che s'affrettò a Savona per liberarmi dall'ultima noja
dell'essere ricondotto in Genova fra gendarmi, dacchè al decreto del
clementissimo era aggiunta la disposizione ch'io non vedessi alcuno
fuorchè i miei più vicini parenti. Il Passano, in virtù dell'antico
consolato in Ancona e della nascita in Corsica, era stato già prima di
me ridonato a libertà senza patti e passeggiava le vie di Savona:
abitudine antica d'ogni governo regio in Italia d'aborrire la Francia e
adularla a un tempo e compiacerle e servirle.

Era intanto scoppiata, poco prima della mia liberazione, l'insurrezione
del Centro (febbrajo 1831). Intesi in Genova che gli esuli Italiani si
addensavano sulla frontiera confortati di larghe speranze e d'ajuti dal
nuovo Governo di Francia. In una delle minori città di Piemonte, ignoto
fra ignoti, io mi sarei veduto condannato a un'assoluta impotenza dalla
vigilanza della polizia e imprigionato nuovamente al primo atto
sospetto. Per queste ragioni scelsi l'esilio che mi dava libertà piena e
ch'io allora fantasticava brevissimo. Lasciai la famiglia; dissi a mio
padre, ch'io non doveva rivedere più mai, di star di buon animo e che la
mia era assenza di giorni; e partii. Traversai la Savoja che la libertà
moderata non aveva ancora fatta francese, e il Cenisio; e mi recai in
Ginevra. Di là io doveva avviarmi a Parigi, e la sollecitudine materna
m'avea dato compagno di viaggio uno zio che avea abitato per lunghi anni
la Francia.

Andai a visitare Sismondi, lo storico delle nostre repubbliche, pel
quale io avea commendatizia d'una amica sua, Bianca Milesi Moion.
M'accolse più che cortese, e con lui la moglie Jessie Mackintosh
scozzese. Sismondi lavorava allora intorno alla Storia di Francia. Era
buono, singolarmente modesto, di modi semplici e affabili, italiano
d'anima; e m'interrogò con ansia d'affetto sulle cose nostre. Mi parlò
di Manzoni del quale ammirava oltre ogni sua cosa il Romanzo, e dei
pochi i quali davano segno di vita intellettuale rinascente. Deplorava
in noi le tendenze appartenenti tutte al XVIII secolo, ma le spiegava
colla necessità della lotta. Le sue non n'erano emancipate quant'ei
credeva; e la sua scienza non oltrepassava i limiti delle teorica dei
Diritti e la conseguenza unica di questa teorica, la Libertà. E d'altra
parte l'amicizia che lo stringeva ai capi della scuola _dottrinaria_
d'allora, Cousin, Guizot, Villemain, annebbiava visibilmente i suoi
giudizî sugli uomini e sulle cose. Nelle tendenze di quegli uomini dei
quali nè egli nè io sospettavamo l'intento, nel culto esclusivo,
frainteso, della libertà, e nelle condizioni della sua Svizzera egli
avea succhiato il _federalismo_ e lo predicava siccome ideale di
reggimento politico ai molti esuli Italiani, segnatamente lombardi, che
gli stavano intorno e pendevano dalle sue ispirazioni: non era fra essi
chi sospettasse possibile e desiderabile l'Unità. M'introdusse, nel
_Cerchio di Lettura_, a Pellegrino Rossi, il quale si limitò ad
additarmi un tale seduto in un angolo e creduto spia. Non so quale
indefinito senso di sconforto s'insignoriva di me vedendo dappresso
quelli esuli ch'io aveva fino a quel giorno ammirati rappresentanti
l'anima segreta d'Italia. La Francia era tutto per essi. La politica
m'appariva nei loro discorsi come scienza, maneggio, calcolo diplomatico
di transazioni opportune, non fede e moralità.

Mentre a ogni modo io m'accomiatava un giorno da Sismondi chiedendogli
s'io poteva far cosa alcuna per lui in Parigi, un esule lombardo che
avea sempre ascoltato attentamente i miei discorsi senza mover parola,
mi chiamò in disparte e mi susurrò nell'orecchio che, s'io aveva
desiderio d'azione, mi recassi in Lione e mi presentassi agli Italiani
che troverei raccolti nel _Caffè della Fenice_. Lo guardai con vera
riconoscenza, chiedendogli il nome. Era Giacomo Ciani, condannato a
morte dall'Austria nel 1821.

In Lione, trovai fra i nostri una scintilla di vera vita. Predominava
negli esuli che v'erano raccolti, e v'accorrevano ogni giorno,
l'elemento militare. Trovai molti di quelli uomini ch'io aveva veduto
dieci anni addietro errare, coll'ira della delusione sul volto, per le
vie di Genova; e avevano d'allora in poi onorato il nome Italiano
nell'armi difendendo la libertà Spagnuola o la Greca. Vidi Borso de'
Carminati, ufficiale che nel 1821 s'era in Genova, in Piazza de' Banchi,
cacciato fra il popolo irruente e i soldati ai quali era stato ordinato
_fuoco_ contr'esso, militare d'alte speranze, salito più tardi ai più
alti gradi nelle guerre spagnuole, e che avrebbe levato grido di sè
nelle nostre, se l'indole irritabile, incauta, intollerante d'ogni
sopruso, non lo avesse travolto, per odio ad Espartero, in un tentativo
indegno di lui che gli costò vita e fama: Carlo Bianco, che mi diventò
amico e del quale riparlerò: un Voarino, ufficiale di cavalleria, un
Tedeschi ed altri, piemontesi tutti, proscritti del 1821 e in mezzo ad
una maggioranza costituzionale monarchica, non per fede ma perchè
monarchica era la Francia, repubblicani. Erano accorsi per partecipare
in una invasione che stava ordinandosi della Savoja da un Comitato,
membri del quale ricordo il generale Regis, un Pisani, un Fechini. La
spedizione contava da forse duemila italiani e un certo numero d'operai
francesi. I mezzi abbondavano, però che la bandiera monarchica e la
credenza che il Governo Francese spingesse al moto avevano raccolto
esuli ricchi, patrizî, principi, uomini d'ogni colore, all'impresa. I
preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore Italiana
s'intrecciava nel _Caffè della Fenice_, stanza del Comitato, alla
bandiera Francese; i depositi d'armi erano noti a tutti: correvano
comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.

Le stesse cose avevano luogo ad un tempo sulla frontiera Spagnuola.
Luigi Filippo non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie
assolute: cercava d'esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come
Cavour diceva, trent'anni dopo ai plenipotenziarî raccolti in Parigi: _o
riforme o rivoluzioni_, la nuova monarchia di Francia diceva ai re
titubanti: _o accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di
rivoluzione_. I re accettarono e Luigi Filippo tradì. Era il terzo
tradimento regio ch'io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle
cose d'Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo
Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico: il secondo era quello
di Francesco IV duca di Modena, il quale avea protetto la congiura
tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi, al momento
dell'esecuzione, lo avea assalito coll'armi e tratto prigione fuggendo a
Mantova, per poi impiccarlo quando l'Austria gli spianò le vie del
ritorno.

Un giorno, mentr'io mi recava alla Fenice pieno l'animo di speranza per
l'azione imminente, vidi la gente affollarsi a leggere uno stampato
governativo affisso sulle cantonate. Era una dichiarazione severa contro
il tentativo italiano, una intimazione di sciogliersi agli esuli e una
minaccia brutale di visitare col rigore delle leggi penali chiunque
s'attentasse di violare frontiere amiche e compromettere coi Governi la
Francia. Il bando esciva dalla Prefettura. Trovai il Comitato atterrito:
le bandiere sparite, l'armi sequestrate in parte, il vecchio generale
Regis in pianto. Gli esuli imprecavano al tradimento e ai traditori:
vendetta sterile di quanti in una impresa di patria fidano in altro che
nelle proprie forze. Taluni ostinati, magnanimi nella fede che il re
galantuomo Luigi Filippo non potesse deludere a quel modo le speranze
degli uomini della libertà, insinuavano che il Governo avveduto non
intendesse se non a levarli anzi tratto d'ogni sospetto di cooperazione,
ma non pensasse a impedire. Mi avventurai a proporre che si sciogliesse
il problema mandando un nucleo d'armati, quasi antiguardo della
spedizione e frammischiandovi quanti più si potesse degli operai
francesi, sulla via di Savoja; e fu fatto. Ma un drappello di cavalleria
li raggiunse e li sciolse a forza: primi a ubbidire i francesi, ai quali
l'ufficiale parlò di doveri verso il paese e della necessità di lasciare
al Governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta
impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti
ammanettati fino a Calais, e imbarcati per l'Inghilterra.

Fra quel subuglio di fughe, d'imprigionamenti, minaccie e disperazioni,
Borso mi rivelò ch'egli e pochi altri repubblicani partivano la stessa
notte alla volta di Corsica, per di là raggiungere in armi
l'insurrezione, che ancor durava, del Centro, e mi chiese s'io volessi
seguirli. Accettai senz'altro. Celai la subita determinazione allo zio,
lasciandogli poche linee pregandolo di tranquillarsi sul conto mio e a
tacere per pochi giorni colla mia famiglia; e partii. Nella diligenza
che ci portava a Marsiglia trovai Bianco, Voarino, Tedeschi, un Zuppi,
se non erro, napoletano, e non so chi altri. Borso con tre o quattro
compagni seguiva in altra vettura. Viaggiammo sempre senza quasi
fermarci fino a Marsiglia: da Marsiglia a Tolone; e da Tolone sopra un
legno mercantile napoletano, attraverso il mare più tempestoso ch'io
abbia veduto mai, a Bastia. Là mi sentii nuovamente, con gioja di chi
rimpatria, in Terra Italiana.

Non so che cosa abbiano fatto dell'isola, d'allora in poi, l'insistenza
corruttrice francese e la colpevole noncuranza dei Governi d'Italia; ma
nel 1831 l'Isola era Italiana davvero: Italiana non solamente per aere,
natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. La
Francia v'era accampata. Da Bastia e Ajaccio in fuori dove l'impiegatume
era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d'Italia, seguiva con palpito
i moti del centro e anelava ricongiungersi alla gran Madre. Il Centro
dell'Isola, dov'io feci una breve corsa con Antonio Benci, toscano,
collaboratore dell'_Antologia_ e ricovratosi, per minaccia di
persecuzioni, in Corsica, guardava unanime ai Francesi come a nemici.
Quei ruvidi ma buonissimi montanari, armati quasi tutti, non parlavano
che di recarsi a combattere nelle Romagne; e c'invocavano Capi. Leali,
ospitali, indipendenti, gelosi oltremodo delle loro donne, avidi
d'eguaglianza e sospettosi del forestiero per temenza di violata
dignità, ma fraterni a chi stende loro la mano come d'uomo a uomo e non
come d'incivilito a selvaggio, vendicativi ma generosamente e di fronte
e avventurando nella vendetta la vita, quei Corsi del centro mi sono
tuttavia un ricordo d'affetto e di speranza ch'essi non saranno sempre
divelti da noi. La Carboneria, recatavi dai profughi napoletani, era
allora dominatrice dell'Isola, e i popolani ne facevano quel che ogni
uomo dovrebbe fare d'una associazione liberamente accettata, una specie
di religione. Come alla vigilia d'una grande impresa, molti i quali
avevano giurato vendetta l'un contro l'altro, si riconciliavano in essa.
N'era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che riconsegnato
al tiranno di Napoli da Carlo X stava a rischio di morte, quando la
rivoluzione di luglio lo rivendicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia
ed altri proscritti del mezzogiorno d'Italia, convenuti da più punti
nell'isola, pel disegno dei miei nuovi amici politici.

Ed era di recarsi, come dissi, nel Centro, ma capitanando una colonna di
due o più migliaja di Corsi ch'erano ordinati e con armi. Mancava il
danaro pel noleggio dei legni e per un lieve sussidio da lasciarsi alle
famiglie povere degli isolani che doveano seguirci. E questo danaro
ch'era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini
legati a un Bonnardi prete patriota e affigliato di Buonarroti, non
venne mai. Due dei nostri, Zuppi e un Vantini dell'Elba che fu poi
fondatore di parecchi alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al
Governo Provvisorio di Bologna a offrirgli l'ajuto e chiedergli la somma
indispensabile, e da quel Governo inetto che non fidava se non nella
diplomazia e s'atterriva dell'armi ebbero risposta di stranieri barbari:
_chi vuole la libertà se la compri_. D'indugio in indugio, l'intervento
Austriaco riconquistò nella prima metà di marzo le terre insorte ai
padroni. Sfumata ogni speranza d'azione e consunti i pochi mezzi ch'io
aveva, lasciai la Corsica e mi condussi in Marsiglia dove mi richiamava,
in nome della famiglia, lo zio.

E in Marsiglia ripigliai l'antico disegno di Savona, la fondazione della
_Giovine Italia_. V'affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle
Romagne, oltrepassando il migliajo. Frammisto ad essi, conobbi in
quell'anno i migliori, Nicola Fabrizi, Celeste Menotti fratello del
povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A.
Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di
principii, e altri molti, giovani, ardenti, capaci e tutti convinti
degli errori commessi e ch'io aveva in animo di distruggere. Erano
elementi preziosi al lavoro, e taluni d'essi lo provarono all'Italia
negli anni che seguirono. Ci affratellammo della saldissima tra le
amicizie, che è quella santificata dall'unità d'un intento buono:
amicizia che con alcuni, come con Nicola Fabrizi, vive anch'oggi
carissima, con altri, come Lamberti, non fu interrotta se non dalla
morte, con nessuno fu da me primo tradita. Abbozzai le norme
dell'Associazione e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici
di Genova e di Toscana.

Intanto nell'aprile di quell'anno, morto Carlo Felice, sottentrava re
nei dominî Sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui fra i
deboli che abbondavano ed abbondano, un'onda di speranze che la idea del
cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua
non era _idea_, ma solamente velleità d'ambizione, e che il pericolo di
perdere la _piccola_ corona lo ritrarrebbe dal tentare coll'ardire
necessario la _grande_. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi
fu risposto che la mia proposta era buona, ma riuscirebbe importuna e
non troverebbe seguaci se non quando cadessero le illusioni sul nuovo
re.

Da quelle risposte germogliò in me il pensiero di scrivere a Carlo
Alberto per via di stampa.

Io non credeva allora nè credo in oggi che possa dalla Monarchia venir
salute all'Italia, cioè all'Italia com'io la intendo e la intendevamo
noi tutti pochi anni addietro: Una, libera, forte, indipendente da ogni
supremazia straniera e morale e degna della propria missione. Nè il
presente mi costringe finora a mutare avviso. La Monarchia Piemontese
non avrebbe mai preso l'iniziativa del nostro moto, se l'uomo del 2
dicembre non le profferiva l'ajuto de' suoi eserciti e Garibaldi coi
cinque sesti degli uomini di parte repubblicana non le profferivano
cooperazione; or chi mai poteva prevedere cose siffatte? E nondimeno, la
Monarchia Piemontese ci darà--se pur mai--una Italia smembrata di terre
ch'erano, sono e saranno sue concesse, in compenso ai servigi resi, alla
dominazione straniera e serva aggiogata della politica francese e
disonorata per alleanze funeste col dispotismo e debole e corrotta in
sul nascere e diseredata d'ogni missione e coi germi delle risse civili
e delle autonomie provinciali risorti. Oggi e mentr'io scrivo il mal
governo inerente all'istituzione monarchica prepara rapidamente una
crisi di _separatismo_ nel mezzogiorno d'Italia che s'era affacciato
alla nuova vita ebbro d'Unità e del grande ideale di Roma. Ma se l'Unità
Monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quand'io deliberai di
scrivere quella Lettera e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, una
assoluta impossibilità. Scrivendo a lui ciò ch'egli avrebbe dovuto
trovare in sè per fare l'Italia io intendeva semplicemente scrivere
all'Italia, ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s'apposero gli
uomini i quali si fecero più tardi un'arme di quello scritto sia per
giustificare, coll'esempio altrui, sè stessi della diserzione dalla
bandiera, sia per accusarmi d'incertezza o d'arrendevolezza soverchia
nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggimai dell'opinione degli
uni o degli altri; e solamente per la stima ch'io serbo profonda
all'ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra
gli ultimi Carlo Cattaneo[3].

A lui vorrei ricordare, senza rimprovero ma perch'ei non dimenticasse
come la necessità sia talora padrona di tutti noi, ch'egli repubblicano
come io sono e convinto che l'intervento monarchico avrebbe sviato
l'insurrezione dal segno, abdicò nondimeno nel 1848 il potere--quando
compito il trionfo con sole forze di popolo, egli era, per l'energica
condotta del Comitato di guerra da lui presieduto, moralmente padrone
dei combattenti lombardi--in mano d'uomini ch'ei pur disprezzava inetti
e traditori anzi tratto del concetto della Nazione. Quanto a me
individualmente--e sia detto una volta per sempre--la teoria politica
che dice a un uomo bambolo in fascie: _tu regnerai dall'alto,
impeccabile sempre e inviolabile e solamente combattuto ne' tuoi
Ministri, sullo sviluppo della vita d'una Nazione fidato in tutte le sue
manifestazioni al principio d'elezione_, mi pare più che errore,
contradizione e follìa che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi
perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni. E sparirà, quando
vinte la servilità e la paura che signoreggiano l'anime nostre, la
democrazia, ch'oggi abbiam sulle labbra, entrata davvero nei nostri
cuori c'insegnerà che l'onesto operajo non è da meno d'un discendente di
dieci generazioni di re--quando il tocco di mano del secondo non ci
parrà evento più rilevante nella nostra vita che non quello del
primo--quando sapremo che lo Stato deve governarsi come si governa da
ciascun di noi l'amministrazione delle faccende private, scegliendo,
ovunque si trovino unite, probità e capacità intellettuale.

Scrissi la lettera al Re, e la lessi, prima di stamparla, a un solo fra
gli Italiani coi quali era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato
illustre, capo in quell'anno d'una cospirazione contro il Gran Duca in
Toscana, accusato, credo a torto, di tradimento, ma tratto più dopo, e
mi duole il dirlo, dal materialismo che stava in cima alle sue dottrine
e da un esagerato scetticismo su tutti uomini e su tutte cose, a tradire
la dignità dell'anima e i doveri ch'egli, ingegno potente davvero, dovea
compiere verso il paese. Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal
pubblicare la Lettera, schierandomi innanzi, conseguenze inevitabili,
l'esilio perpetuo, l'abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi
sarebbero compagne sulla via. E m'esortava a lasciare la politica
militante e consacrarmi alla Storia.

Fui ribelle ai consigli e stampai.

Fu quello il mio primo scritto politico. Non serbo, e non meritavano
d'essere serbate, alcune pagine ch'io aveva scritte prima in francese,
col titolo la _Notte di Rimini_, maledizione alla Francia di Luigi
Filippo, che il _National_ pubblicò mutilate--(1861).



A CARLO ALBERTO DI SAVOJA

UN ITALIANO[4].

  Se no, no!


  _Sire_,

S'io vi credessi re volgare, d'anima inetta o tirannica, non
v'indirizzerei la parola dell'uomo libero. I re di tal tempra non
lasciano al cittadino che la scelta fra l'armi e il silenzio. Ma voi,
Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche
ad alti concetti ed a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di
regio più che la porpora. I re volgari infamano il trono su cui si
assidono, e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, per distruggere la nube
di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d'amore,
non avete forse bisogno che d'udire la verità; però, io ardisco
dirvela, perchè voi solo degno estimo di udirla, e perchè nessuno tra
quanti vi stanno attorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio
di cortigiano: non suona che sul labbro di chi nè spera, nè teme
dell'altrui potenza.

Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire,
in cui gli schiavi guardarono in voi siccome in loro liberatore; un
momento che il tempo v'aveva posto dinanzi, e che, afferrato, dovea
fruttarvi la gloria di molti secoli. E vi fu un altro momento in cui le
madri maledissero al vostro nome, e le migliaja vi salutarono traditore,
perchè voi avevate divorata la speranza e seminato il terrore. Certo,
furono momenti solenni, e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria.
Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno; e non
v'erano; nè l'uomo che avea potuto formare un voto santo e sublime potea
discendere a un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però
abbiamo detto: nessuno fu traditore fuorchè il destino. Il principe lo
intravide da lunge, e non volle affidare all'ostinazione la somma delle
speranze italiane. Forse anche, l'alto animo suo rifuggì dall'idea che
la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il
principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi d'alcuni anni
quel trono che nessuno potea rapirgli.

Così dicemmo: ora vedremo, se c'ingannammo: vedremo se il re manterrà le
promesse del principe.

Intanto le moltitudini non s'addentrano nelle intenzioni: afferrano
l'apparenza delle cose, e insistono sulle prime credenze. Ora quel tempo
è passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono
tuttavia. Non v'è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido
all'udirvi re. Non v'è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi
passi nella carriera che vi s'apre davanti.

Sire, è forza dirlo: questa carriera è difficile. Voi salite sul trono
in un'epoca, della quale non saprei scorgere la più perigliosa pei troni
negli annali del mondo.

Al di fuori, l'Europa divisa in due campi. Dappertutto il diritto e la
forza, il moto e l'inerzia, la libertà e il dispotismo a contrasto.
Dappertutto gli elementi del vecchio mondo, e quei d'un nuovo mondo
serrati a battaglia ultima, disperata, tremenda. I popoli e i re han
rinnegato i calcoli della prudenza: han gettata la spada nelle bilancie
dell'umanità: han cacciata via la guaina. Quarant'anni addietro i re
dominavano i popoli col solo terrore delle bajonette, e i popoli non
guerreggiavano i re se non coll'armi del pensiero e della parola. Ora
siamo a tempi nei quali la parola s'è fatta potenza, il pensiero e
l'azione son uno, e le bajonette non valgono, se non son tinte di
sangue. Da entrambe le parti è forza e immutabilità di proposito; ma i
re combattono per conservare le usurpazioni puntellate dagli anni, i
popoli combattono per rivendicare i diritti voluti dalla natura. Per gli
uni stanno le arti politiche, le abitudini, la ferocia, e, per ora, gli
eserciti. Per gli altri, l'entusiasmo, la coscienza, una costanza a
tutta prova, la potenza delle memorie, dieci secoli di tormenti e la
santità del martirio. I gabinetti diffidano l'uno dell'altro, i popoli
si affidano ciecamente, perchè i primi vincola l'interesse, i secondi
affratella la simpatia. Al fondo del quadro una guerra inevitabile,
perchè tutti gli altri modi di controversia sono oggimai esauriti:
universale, perchè ai popoli e ai re la causa è una sola: decisiva e
d'estinzione, perchè guerra non d'uomini ma di principî.

Al di dentro un fremito sordo, un'agitazione indistinta, un disagio in
tutte le classi, perchè la miseria dei molti non è che velata dalla
opulenza dei pochi; e i pochi si stanno anch'essi diffidenti del
presente, e incerti dell'avvenire. Le intraprese commerciali s'arrestano
davanti a un orizzonte che muta ad ogni istante: il commercio marittimo
vuol pace al di dentro, e securità al di fuori, e noi non abbiamo
certezza nè dell'una nè dell'altra. Quindi le sorgenti della
circolazione e della vita sociale interrotte, come la circolazione del
sangue si aggela per terrore nei corpi umani; quindi una forte tendenza
a mutamenti, perchè ogni mutamento cova sempre l'idea del meglio, e ai
popoli, come agl'individui, l'incertezza è morte continua: stato
violento da cui conviene uscire a qualunque patto. Tra noi, come tra gli
altri, l'ardore di nuove cose s'appoggia su bisogni innegabili;
l'aspettazione è rinforzata dalle antiche promesse. E le promesse son
dimenticate da' principi, non mai dai popoli. Poi la potenza degli
esempî, le fresche speranze, i rancori novissimi, e l'ira, stan presso a
ridurre il desiderio all'azione.

Per circostanze sì fatte, voi salite sul trono; sopra un trono che nè
prestigi di gloria, nè memorie solenni fanno venerato o temuto; sopra un
trono composto di due metà ostili l'una all'altra congiunte a forza, e
tendenti pur sempre a separazione.

Che farete voi, Sire?

Volete voi essere uno dei mille? Volete che il vostro nome passi fra i
molti che ogni secolo consacra all'esecrazione o al disprezzo?

Due vie vi si affacciano. Due vie fra le quali i re si dibattono da
quarant'anni. Due sistemi tra i quali oscilla tuttavia il dispotismo,
rappresentati da gran tempo in Europa da due potenze di primo rango,
l'Austria e la Francia, e che nel Piemonte importano anche oggidì
l'alleanza coll'una o coll'altra.

La prima è la via del _terrore_.

Terrore, Sire! Il vostro cuore l'ha già rinnegato. La è carriera di
delitto e di sangue; nè voi vorrete farvi il tormentatore dei vostri
sudditi. Dio vi ha posto al sommo grado della scala sociale, vi ha
cacciato al vertice della piramide. I milioni stanno d'intorno a voi,
invocandovi padre, liberatore. E voi! voi darete ferri? porrete il
carnefice accanto al trono? inalzerete la mannaja tra il presente e
l'avvenire, e ricaccerete l'umanità nel passato?

Sire! l'umanità non si respinge col palco e la scure. L'umanità si
arresta un istante, tanto che basti a pesare il sangue versato, poi
divora i satelliti, il tiranno e i carnefici.

Pure talvolta, nell'uomo che si mette per sì fatta via, i cortigiani
nutrono una speranza che il solo apparato del terrore basti a soffocare
i germi della resistenza: mostratevi forte, dicono, e gli altri saranno
vili.

Sire! Un tempo, quando l'ignoranza e la superstizione incatenavan le
menti e nessuno guardava al passato o nell'avvenire, e la causa dei
popoli non contava trionfi, il terrore agli occhi del volgo valeva
potenza. Ora, ognuno sa che il terrore, eretto in sistema, è una prova
di debolezza; un riflesso di paura, che rode l'anima a chi lo spiega;
una necessità di uomo disperatamente perduto, che non ha se non
quest'una via di dubbia salute. Oggimai la minaccia non basta. È d'uopo
essere e mostrarsi scellerato; vivere e morire tiranno, porsi la benda
sugli occhi, e inoltrarsi rotando la sciabola a destra e a sinistra. È
d'uopo cacciar la maschera d'uomo e tuffarsi nel sangue.

Sire, farete voi questo? e facendolo, riescirete? e per quanto? E' vi
son uomini, Sire, che han giurato di non riposarsi che nel sepolcro, o
nella vittoria. Li spegnerete voi tutti? Soffocherete colle bajonette i
moti popolari, ch'essi vi susciteranno?

Sire! il voto di Nerone tradiva l'impotenza della tirannide. Il sangue
vuol sangue. Ogni vittima frutta il vendicatore. Mozzerete dieci, venti,
cinquanta teste; insorgeranno a migliaja: l'idra della vendetta non si
spegne nei popoli, come negl'individui; e il ferro del congiurato non è
mai sì tremendo, come quando è aguzzato sulla pietra sepolcrale del
martire.

O tenterete ridurli all'impotenza coll'arte? Dura e difficile impresa.
Or comprate la plebe coll'oro, la milizia coi gradi. Cacciate i delatori
nelle famiglie; addormentate col lusso e la corruttela le classi agiate
dei cittadini; tenete viva la dissenzione fra l'uomo d'arme e l'uomo del
popolo; esplorate i moti, le parole e i gesti; ma indefessamente, senza
rallentare un istante, senza arrestarvi d'un passo davanti all'ombra dei
traditi, perchè dove un minuto conceda agli schiavi d'intendersi, voi
siete perduto. Ma, e l'anime di ferro che non riconoscono despota
abbastanza potente per atterrirle, nè abbastanza ricco per comprarle;
l'anime che non respirano se non un'_idea_, che non si vendono se non
alla morte, non sono esse? Pochissime, è vero; pur sono, e consacrate
dalla sciagura ad una santa missione, e tremende d'influenza e di forza,
perchè la vera energia è magnetismo sulle moltitudini. Le bajonette che
oggi si appuntano al loro petto, domani si ritorcono al vostro; nè
dovete obliare che, sotto l'assisa del soldato, battono cuori di figlio,
di fratello, d'amico. Pur conterrete le masse, struggerete le
rivoluzioni nei loro principî! Ma, Sire! è parola dura a udirsi, e
durissima a pronunciarsi da chi abborre, il delitto. Pure soffrite ch'io
la pronunci questa parola: chi vi salverà dal pugnale?--Deludete anche
questo; siate immortale, Sire! e la esecrazione delle generazioni? e la
infamia ne' secoli? Chi vi salverà dal pugnale dell'anima? Le censure,
le proscrizioni, gli esilî? Ma il mondo è troppo vasto perchè non
rimanga un angolo allo scrittore; ma nè potenza di tirannide, nè viltà
di servaggio, può spegnere la memoria, o sotterrar sotto le ruine del
presente la voce dell'avvenire. Il senato mandava al rogo le storie di
Cremuzio Cordo, e la grand'anima di Tacito raccoglieva da quelle fiamme
la scintilla che fe' viva ne' suoi annali l'infamia dei tiranni di Roma.
O è essa l'infamia un peso divenuto così leggiero per la testa dei re,
che non degnino di metterla a calcolo?

La seconda via che i cortigiani vi proporranno è quella delle
concessioni.

Mutamenti nelle amministrazioni, riduzioni economiche, miglioramenti nei
codici, distruzioni d'alcuni abusi, allentamento di freno; una riforma,
insomma, lenta, temperata, insensibile; ma senza guarentigia
d'istituzioni, senza patto fondamentale, senza dichiarazioni politiche,
senza una parola che riconosca nella nazione un diritto, una sovranità,
una potenza.

Così voi non vi appoggiate sopra alcun dei partiti che dividono la
nazione, nè sopra i tristi che speculano sul re tiranno, nè sui buoni
che invocano il re cittadino. Così voi vi inimicate il Tedesco senza
riconciliarvi l'Italiano. Così voi mostrate che non avete nè l'energia
del delitto, nè la coscienza della virtù.

Sire! non basta: voi differite forse di alcuni momenti la vostra ruina,
ma la fate più certa, isolandovi.

E vi conviene, seguendo cotesta via, conciliare a un tempo colla
illimitata potenza del trono i diritti del popolo e le pretese
dell'aristocrazia, perchè voi avete bisogno del concorso di tutte le
volontà, e un solo de' grandi elementi sociali non può mancarvi
all'impresa, che non vi si attraversi nemico. Vi conviene trovar mezzo
di far rivivere la confidenza nei governati senza dar pegni di
stabilità. Vi conviene procedere per mezzo a minuzie infinite, a
interminabili particolari, a ostacoli speciali e di mille generi senza
poter ricorrere a regole generali, e pur costretto a spendervi tanta
somma di attenzione e di forze, che basterebbe a gettar le basi d'un
edifizio immortale. Vi conviene far guerra minuta, eterna, individuale,
a molti abusi introdotti nelle amministrazioni, e nei modi governativi,
e rinascenti sempre sotto altre forme, senza troncarli tutti, e d'un
colpo, alla sorgente. Vi conviene illudere i popoli a stimarsi liberi
senza fondar libertà, far sentire gli effetti senza dar vigore di legge
alle cause, sciogliere insomma il problema difficile di appoggiarsi
sovra tutte quante le molle sociali, di giovarsi d'ognuna d'esse, di
concentrarle a uno scopo senza che alcuna preponderi un sol momento
sull'altra, senza che alcuna acquisti attività per sè stessa, e
coscienza di attività.

E tutto questo perchè? perchè un incidente non preveduto, una
imprudenza, un grido proferito da un'anima fervida e intraprendente vi
sconvolga l'edifizio, che avrete penosamente inalzato? perchè un colpo
di fucile tirato imprudentemente sul Reno o sull'Alpi, rovini i vostri
progetti, precipitando le cose e gli uomini a circostanze violenti, a
condizioni di rapidità incalcolabile? Sire, il tempo mancò a Bonaparte.
Chi può afferrare il tempo ed imporgli: _Tien dietro a me?_ Questa
vostra, Sire, è opera di pace; e v'è potenza umana o divina in Europa,
che possa oggimai decretar pace d'un anno, d'un mese, d'un giorno solo?

Sire, non vi lasciate illudere dai cortigiani. Essi vi dipingeranno lo
stato queto al di dentro, sicuro al di fuori. Essi mentono al re; voi
passeggiate sopra un vulcano. Guardatevi intorno; scendete nel vostro
cuore. Voi non potete fidar nel presente; voi siete incerto
dell'avvenire. Voi avete a temer di tutto e da tutti; non avete speranza
che in voi medesimo; non potete aver salute che in una forza fisica e
morale dipendente dall'opinione.

Or, come conquisterete voi l'opinione? Come farete a non conculcare il
popolo inalzando d'un grado l'aristocrazia, e a non irritare l'orgoglio
dell'aristocrazia mescolando il popolo ne' suoi ranghi, e ne' suoi
favori? Come farete a sradicare gli abusi, e a non crearvi nemici
implacabili tutti coloro, e son molti, che ingrassano negli abusi?
Sperate compensar l'odio loro coll'amore delle moltitudini?--Gli amori
delle moltitudini sono brevi e mutabili, quando non poggian sopra
qualche cosa di determinato e di certo, che vegli perenne alla loro
tutela, che parli ai loro sensi ogni giorno. Le moltitudini vi
applaudiranno un momento, e nel secondo grideranno contro di voi, perchè
in fatto di riforme, l'universale ha nome di sapiente giustizia, il
particolare ha nome e carattere di _arbitrario_; perchè i mutamenti, le
riduzioni, le destituzioni d'impiegati prevaricatori che sotto libere
leggi arridono al popolo, assumono apparenza di parzialità e di
capriccio ogni qual volta mancano al popolo le sole vie di
verificazione, norme certe invariabili di giudizio a' casi particolari,
e pubblicità di processo.

Sire, i governi camminano sui principî, non sulle eccezioni.

Non v'è esistenza senza un modo certo d'esistenza. Non v'è sistema
durevole, se non poggia sopra una serie d'idee ordinate, e vincolate
l'una all'altra, atte a ridursi a dichiarazione. In altri termini, i
governi un tempo posavano sopra una volontà disordinata, ajutata da una
cieca potenza; ora vivono di logica.

Sapete voi qual suffragio otterrete? E' v'è una gente in Italia, come
in ogni contrada, che non sa, nè cura di libertà consacrata da
istituzioni. Una gente fredda, calcolatrice e paurosa, per avarizia, di
ogni rapido mutamento, che ama sovra ogni altra cosa la pace, fosse
anche pace di cimitero. Ne avrete il voto alla timida e lenta carriera
che forse imprendete. Ma, Sire, è voto che non pesa, nella bilancia
dello Stato; voto sterile, nudo, impotente all'azione. È classe inerte
per calcolo e per abitudine; non ha dottrine e non s'adopera a
sostenerle; non compie rivoluzioni, ma non le strugge, non contende con
esse. Voi ne avrete lodi e adulazioni, finchè le lodi non fruttan
pericoli; ma nè sacrifici nè devozione a fronte di una potenza
contraria. Una bandiera che sventoli all'aure, un grido che intimi:
_pronunciate: chi non è meco è contro di me_; e questa gente si ritrarrà
dall'arena ad aspettare il nome che la fortuna saluterà vincitore.

Sire! da gente sì fatta non pende il destino della cosa pubblica. Il
nerbo della società, l'azione, l'opera, la potenza vera sta altrove; nel
genio che pensa e dirige, nella gioventù che interpreta il pensiero e lo
commette all'azione, nella plebe che rovina gli ostacoli che si
attraversano.

Il genio, Sire, è scintilla di Dio, indipendente e fecondo com'esso; nè
si vende, nè si stringe a individui, ma provvede alle razze, e
interpreta la natura. La gioventù è bollente per istinto, irrequieta per
abbondanza di vita, costante ne' propositi per vigore di sensazioni,
sprezzatrice della morte per difetto di calcolo. La plebe è tumultuante
per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.

Or, genio, gioventù e plebe stanno contro di voi; non s'acquetano a
poche concessioni, dono d'uomo, a cui niuna legge vieta rivocarlo il dì
dopo; non s'appagano di riforme che fruttano ricchezza o potenza
all'individuo che le promuove; bensì voglion riforme che fruttino tutto
alla nazione e null'altro che amore a chi le propone. Vogliono
riconoscimento dei diritti dell'umanità manomessi ad arbitrio per tanti
secoli; vogliono uno stato ordinato per essi e con essi; uno stato la
cui forma corrisponda ai bisogni ed ai voti sviluppati dal tempo;
vogliono leggi, vogliono libertà. Il genio ne ha letto da gran tempo il
precetto nella natura delle cose e nei principj di universale progresso
sviluppati nella storia coi fatti; la gioventù nel proprio cuore, nella
coscienza di facoltà che la tirannide condanna a giacersi inoperose,
nella maestà degli esempli, sulla tomba dei padri: la plebe nella parola
dei buoni, nelle memorie, nell'istinto potente che la suscita a moto,
nella propria tristissima condizione, e in certo suo intimo senso,
davanti a cui impallidisce sovente l'intelletto del savio.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione. Poichè il grido del 1789 ha
rotto il sonno dei popoli, hanno ricercato i titoli co' quali potevano
presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi;
divisi, oppressi, smembrati, non han nome nè patria; hanno inteso lo
straniero a chiamarli _iloti delle nazioni_, l'uomo libero a esclamare
visitando le loro contrade: non è che polvere! Han bevuto intero il
calice amaro della schiavitù; han giurato di non ricominciarlo.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno, perchè han fermo
di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle lor teste e non han
disperato. Han guardato indietro ne' tempi che furono, hanno rimescolata
la polvere delle sepolture, e ne hanno dissotterrato memorie di
grandezza da lungo tempo obliate, memorie d'antiche imprese, di leghe
terribili, alle quali non mancò che costanza. I bandi di Giovanni
d'Austria e di Nugent, le bandiere di Bentink, 1809 e 1814, insegnarono
ad essi il sentimento della loro potenza. Poi il cannone di Parigi, di
Brusselle e di Varsavia ha mostrato che questa è potenza invincibile.
Ora ad un popolo che ha fede e potenza che cosa manca per rigenerarsi
fuorchè l'occasione?

E pensate voi che poche concessioni addormentino i popoli, o non
piuttosto ch'esse svelino la debolezza dei dominatori? Pensate che
rimovano per lungo tempo quell'occasione o non piuttosto l'affrettino?
Siete cinto da tutte parti di paesi italiani, che anelano al momento di
ritentare le vie fallite una volta per inesperienza di cose, per
tradimento straniero; e sperate che manchino occasioni? Ponete che essi
afferrino il tempo; e, o le armi tedesche non verranno a combatterli e
il contatto di terre libere sommoverà i vostri sudditi, o verranno, e
chi vi assicura che i fratelli contempleranno inerti due volte la ruina
de' loro fratelli?

Sire! le vostre forze si logoreranno in una lunga e penosa guerra contro
la vostra situazione, ma non farete retrocedere il secolo, non
ispegnerete un partito, che niuna cosa al mondo può spegnere.
Trascinandovi tra l'odio e l'entusiasmo, procederete in mezzo
all'universale freddezza, nojoso agli uni come riformatore imprudente,
sospetto agli altri come perfidamente politico; e gli uni e gli altri vi
accuseranno di debolezza; accusa mortale ai re, che non posson vivere se
non di potenza o d'amore. Ogni concessione dà campo all'opre, speranza
di meglio, coscienza delle proprie forze e del proprio diritto. Il
popolo si avvezza a vedersi esaudito, e le espressioni dei bisogni e dei
desiderî si fa più imperiosa ogni giorno. Intanto gli uomini della
libertà spiano le circostanze, profittano d'ogni errore, di ogni
incertezza a screditarvi nelle moltitudini e trarvi a partiti estremi.
Lasciateli fare, voi siete perduto. Opponetevi, siete tiranno, e tiranno
tanto più increscioso ed esoso, quanto più le prime concessioni
presagivano ai cittadini moderazione. A qualunque via vi atteniate vi
concitate addosso l'ira o il disprezzo, perchè non potete concedere più
che non vorreste senza debolezza, nè retrocedere senza delitto; perchè o
vi abbandonate al torrente, o smarrite lo scopo senza neppur raccogliere
il merito dell'iniziativa; o tentate arrestarlo, e Dio ha dato il moto
alle cose, ma nè Dio stesso potrebbe forse sospenderlo. Davanti alle
esigenze e ai pericoli, nella impossibilità di adottare determinazioni
energiche e decisive, voi siete forzato a ordinare una lotta coperta
contro l'opere vostre, contro le speranze suscitate da voi; ritorre
coll'arte ciò che avete dato con vigore di volontà; contendere le
conseguenze dei principî sanciti tacitamente ne' primi giorni del regno
vostro. Ed è sistema in cui ricaddero necessariamente i re ogni qual
volta non seppero esser tiranni, nè liberatori; ma fruttò sciagure
irreparabili a tutti, esilio ad alcuni;--a due il patibolo.

E allora, quando minacciato da ogni parte e spaventato dall'isolamento,
in cui v'ha messo una politica incerta, vorrete salvarvi e null'altro,
cercherete voi un rifugio nell'ajuto straniero? Invocherete le baionette
tedesche a puntellarvi il trono vacillante? Fatelo: giurate sommessione
ad un nemico che avete sul principio sprezzato; fatevi schiavo
dell'estero; ma badate, Sire! non tutte le provincie italiane son prive
di mezzi per difendersi dalle aggressioni, come le popolazioni della
Romagna; non tutte le occasioni troveranno il popolo inerte, e sviato
da' preparativi di guerra per fede cieca in un principio che i governi
han mille volte violato; badate che i popoli imparano più da una
sconfitta, che non i re dal trionfo; badate che quando la lotta è da
nazioni ad eserciti, due vittorie non bastano al assicurare la terza.

O forse cercherete una condizione di vita ne' trattati che avrete
stretti colla Francia? Sire, un'ora crea i patti, un'ora li rompe,
dacchè fra i calcoli diplomatici e le risultanze, fra i trattati e la
loro durata si è frapposto gigante l'arbitrio d'un terzo elemento
sociale, che giacque inerte per molti secoli, contro il quale le
alleanze, le convenzioni hanno perduta ogni realità di vigore.
Stringetevi a lega cogli uomini che governano oggi la Francia; chi vi
assicura che l'intervento popolare non rovescierà quegli uomini, e la
vostra sicurezza con essi? Credete voi che i cadaveri di diecimila
martiri non abbiano a servire che a sorreggere lo sgabello di sette
ministri? Il ministro Perier, Sire, ha stretto un patto coll'infamia,
non coll'eternità. Ma la nazione francese non ha segnato quel patto; la
nazione francese ha suggellato col proprio sangue l'alleanza de' popoli.
Iddio creò in sei giorni l'universo fisico; la Francia in tre ha creato
l'universo morale. Come Dio, essa si è riposata e riposa, perchè
l'immensa azione esaurisce per un tempo le forze; ma credete voi che il
leone sia spento perchè non n'udite il ruggito? Attendete un mese e
l'udrete: attendete un anno, e le associazioni che or passano
inosservate avranno generata la grande federazione nazionale; le società
popolari che or procedono mute, formeranno la _montagna_ del secolo
decimonono; la Francia avrà avuto il suo 10 agosto. La rivoluzione
francese, Sire, non è che incominciata. Dal terrore, e da Napoleone in
fuori, la rivoluzione del 1830 è destinata a riprodurre, su basi più
larghe, tutti i periodi di quella del 1789.

Sire! a voler vivere una vita potente e sicura, voi dovete edificare,
anzichè sul presente, sull'avvenire; e l'avvenire è prima d'ogni altra
cosa la guerra. Or sapete voi che cos'è per la Francia la guerra? È
guerra di propaganda, guerra altamente rivoluzionaria, guerra europea,
lunga, feroce; guerra dei due principî che da secoli si contendono
l'universo; non v'è guerra possibile per la Francia ove non sia
nazionale, ove non s'appoggi alle passioni delle moltitudini, ove non si
alimenti d'uno slancio comunicato ai trentadue milioni che la
compongono. Non v'è slancio possibile per la Francia se non si
rinnovellano gli uomini, i sistemi e le cose; se non si commuove la
gioventù con la gloria, e il popolo con una vasta idea d'incremento e
d'utile gigantesco. Ma la gloria de' giovani sta nel grido che i loro
padri bandirono al mondo: _guerra ai re! libertà e pace ai popoli!_ E
l'incremento che può sommuovere la nazione è riposto nella fratellanza
colle nazioni confinanti, nell'unità d'interessi collocata su basi
perpetue, nel predominio politico consecrato dalla vittoria e dalla
riconoscenza dei beneficî prestati. Quindi la necessità di chiamare il
popolo e la gioventù ad una parte più attiva nella somma delle cose;
quindi inevitabilmente un ritorno, se non alle forme, almeno allo
spirito repubblicano. E quando, spinti dall'impulso di diffusione
inerente allo spirito repubblicano, costretti dal prepotente interesse
di guerra, gli eserciti francesi varcheranno l'Alpi ed il Reno; quando
lo stendardo tricolore s'affaccierà alle vostre contrade promettendo
rapida e intera quella libertà che voi avrete lasciato intravvedere
soltanto da lungi, che farete voi, Sire? Darete voi allora come dono
regale ciò che i popoli insorti potranno ritorvi coll'armi? O condurrete
gli schiavi a combatter co' popoli, colla Francia, col secolo? Sire,
guardate al 1798; e la libertà era allora in Italia opinione
d'individui; ora è passione di moltitudini; la libertà sorgeva nuova a
tutti, incognita a molti, sospetta a quanti, nati, educati sotto
condizioni contrarie, aborrivano da un mutamento, a cui non potevano nè
sapevano partecipare: ora è sospiro di mezzo secolo, idea famigliare,
cresciuta, radicata negli animi per studî, per educazione paterna, e
memorie dei primi anni, pensiero rinfiammato dalla vendetta, santificato
dal martirio di mille forti, dal gemito di mille madri.

Riassumete, Sire! voi siete a tale, che il sistema del _terrore_ vi
uccide, dichiarandovi infame; ed il sistema delle _concessioni_
v'uccide, svelandovi debole; siete a tale, che non potete durare
esecrato, nè cader grande.

Sire! sono queste le sole vie che vi avanzano? Siete voi tale da non
poter mietere che l'odio o il disprezzo?

E' v'ha una terza via, Sire, che conduce alla vera potenza e alla
immortalità della gloria. V'ha un terzo alleato più sicuro e più forte
per voi che non sono l'Austria e la Francia. E v'ha una corona più
brillante e sublime che non è quella del Piemonte, una corona che non
aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di
cingerla, abbastanza fermo per consecrarsi tutto alla esecuzione di
siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore
con intenzioni di bassa tirannide.

Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila
che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura,
incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente
per mezzi infiniti, ai quali non manca che unione, ricinta di tali
difese che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a
proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a
grandi destini? non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre,
splendido tuttavia malgrado l'ombra che il servaggio stende sulla sua
testa, grande per istinto di vita, per luce d'intelletto, per energia di
passioni, feroci o stolte, poichè i tempi contendono l'altre, ma che
sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poichè
la sciagura non ha potuto abbatterlo e togliergli la speranza? Non v'è
sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi
elementi dispersi; riunisci le membra sparte e pronuncia: _È mia tutta e
felice_; tu sarai grande siccome è Dio creatore e venti milioni d'uomini
esclameranno: Dio è nel cielo e Carlo Alberto sulla terra?

Sire! voi la nutriste cotesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene
quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria; voi
divoraste i sonni di molte notti dietro a quell'unica idea; voi vi
faceste cospiratore per essa. E badate a non arrossirne, Sire! Non v'è
carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisce
vindice dell'umanità, interprete delle leggi eterne della natura. I
tempi allora furono avversi; ma perchè dieci anni e una corona precaria
avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno delle
vostre notti? Dieci anni e una corona avrebbero ricacciata nel fango
l'anima che passeggiava sui re dell'Europa? Onta a voi! La posterità
perdona ogni cosa a un re fuorchè la viltà; e che cosa è l'uomo che può
esser grande e non è? Quel concetto, Sire, è pur sempre il maggior
titolo, l'unico forse che voi abbiate alla stima degli uomini italiani;
e voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l'Italia non
sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede che Carlo Alberto ambisce
d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi
anni di trono prima del tempo? Per Dio, Sire, che i dominatori de'
popoli abbiano ad esser diseredati dalla natura di tutte quante le
generose passioni? Che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto
fa battere i cuori delle migliaja? Che il sole d'Italia non abbia a
fecondare di affetti magnanimi che petti di cittadini! Che i tiranni
stranieri abbiano soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino
tuttavia, un principe italiano non mai!

Sire! se veramente l'anima vostra è morta a' forti pensieri, se non
avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino de'
re che vi han preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimanetevi:
curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma tiranno
vero, perchè un sol passo che accenniate di muovere al di là dell'orma
segnata, vi fa nemica quell'Austria che voi temete. L'Austriaco diffida
di voi; ma cacciategli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate
le catene sugli altri; pagategli colla sommissione illimitata il
disprezzo di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno
d'Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui: forse
concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista, ch'ei medita
dal 1814 in poi.

Che se leggendo queste parole, vi trascorre l'anima a quei momenti, nei
quali osaste guardare oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi
sentite sorger dentro una voce che grida: _tu eri nato a qualche cosa di
grande_; oh! seguitela quella voce; è la voce del genio; è la voce del
tempo che v'offre il suo braccio a salire di secolo in secolo alla
eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola,
una sola parola, per farsi vostra.

Proferitela questa parola!

L'Austria vi minaccia i dominî, minaccia Italia intera colle pretese,
colle congiure e cogli eserciti accumulati; a ingojarvi essa non attende
che un'occasione.

La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, colla diffusione
dei principî, coll'azione delle sue società, colla necessità prepotente
che, spingendola un dì o l'altro alla guerra, la caccierà nel bivio o di
perire o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarle
coll'armi.

L'Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido
delle infinite vittime, coll'ira delle promesse tradite, colle
associazioni segrete che han due volte tentata la libertà della patria,
che proseguono all'ombra, che nessuna forza può spegnere.

Sire! respingete l'Austria,--lasciate addietro la Francia,--stringetevi
a lega l'Italia.

Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera:
_Unione, Libertà, Indipendenza!_ Proclamate la santità del pensiero!
Dichiaratevi vindice, interprete de' diritti popolari, rigeneratore di
tutta l'Italia. Liberate l'Italia dai barbari! Edificate l'avvenire!
Date il vostro nome ad un secolo! Incominciate un'era da voi: siate il
Napoleone della libertà italiana! L'umanità tutta intera ha pronunciato:
_i re non mi appartengono_; la storia ha consecrato questa sentenza coi
fatti. Date una mentita alla storia e all'umanità: costringetela a
scrivere sotto i nomi di Washington, e di Kosciusko, nati cittadini:
_v'è un nome più grande di questi; vi fu un trono eretto da venti
milioni di uomini liberi che scrissero sulla base_: A Carlo Alberto,
nato re, l'Italia rinata per lui!

Sire! La impresa può riescir gigantesca per uomini che non conoscono
calcolo se non di forze numeriche, per uomini che, a mutar gl'imperi,
non sanno altra via, che quella di negoziati e d'ambascerie. È via di
trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posizione
vostra, convincervi fortemente d'esser consecrato ad un'alta missione,
procedere per determinazioni franche, decise ed energiche. L'opinione,
Sire, è potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose non si
compiono coi protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto
della potenza è nella volontà. Scegliete una via, che concordi col
pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate
fermo e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.

I Polacchi, Sire, hanno insegnato al mondo la potenza d'un popolo che
combatte per l'esistenza politica e la libertà. Suscitate l'entusiasmo,
e anche i sudditi vostri diverranno Polacchi. Cacciate il guanto
all'Austriaco, e il nome d'Italia nel campo: quel vecchio nome d'Italia
farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella
contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni
onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo
pensiero, non anela che al momento di tradurlo in azione: chiamatela
all'armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne,
delle vostre fortezze. Liberato in tal guisa l'esercito, dategli il
moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha
proclamati grandi d'intelletto, forti di coraggio; incontaminati
d'avarizia e di basse ambizioni. Ispirate la confidenza nelle
moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni, e
invocando l'ajuto di tutti gli uomini liberi.

Gli uomini liberi, Sire, in Italia son molti; hanno pur potenza,
confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare
tutti quei troni che non s'appoggiano sulle bajonette straniere.
Caddero, Sire, ma voi sapete il perchè: caddero traditi, venduti, perchè
lottavano coi governi, e combattevano coll'armi de' generosi, e colla
innocenza della virtù, mentre i governi pugnavano coll'oro, colle
seduzioni, colla perfidia, coll'arti inique del delitto nascosto.
Caddero perchè mancanti di capi che reggessero coll'influenza d'un nome
l'impresa, e la facessero legittima agli occhi del volgo. Or che sarebbe
quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando
essi non avessero a contrastar col potere, bensì a riunirsi con esso?
Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti
usassero la loro influenza a pro vostro, quando tutti vi cacciassero ai
piedi le loro vite per pagarvi del beneficio d'aver creata un'idea
sublime, d'aver somministrato all'universo un nuovo tipo di grandezza,
la virtù sul trono? Sire! a quel patto noi ci annoderemo d'intorno a
voi: noi vi profferiremo le nostre vite: noi condurremo sotto le vostre
bandiere i piccoli Stati d'Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i
vantaggi che nascono dall'unione: provocheremo le sottoscrizioni
nazionali, i doni patriotici: predicheremo la parola che crea gli
eserciti, e, dissotterrate le ossa de' padri scannati dallo straniero,
condurremo le masse alla guerra contro i barbari come a una santa
crociata. Uniteci, Sire, e noi vinceremo, perocchè noi siam di quel
popolo, che Bonaparte ricusava di unire perchè lo temeva conquistatore
di Francia e d'Europa.

Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa: nel sapere
scegliere il momento è riposta la somma delle cose; ed ora è il momento:
ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli
eserciti dalle opinioni e da' morbi, screditata in faccia all'Europa, ha
d'uopo rifarsi col riposo e riordinarsi:--ora che la Prussia è agitata
da terrori di sommosse all'interno, e costretta a serbar le sue forze
per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento
all'altro:--ora che l'Inghilterra è condannata all'inerzia, finchè non
sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale
aristocrazia. E la nazione francese è per voi. Or che temete? Il
Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso,
composto di parti eterogenee, minato in Galizia, nella Ungheria, nella
Boemia, nel Tirolo, nella Germania; e che non è forte se non
dell'inerzia, e perchè altri è debole. Gridategli guerra e assalite:
l'assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico. Una voce ai vostri,
una voce alla Lombardia, e avanzatevi rapidamente. Là nella terra
lombarda hanno a decidersi i fati dell'Italia, ed i vostri: nella terra
lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per
levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici come
a' tempi di Federigo e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e
deciso: rinnegate i calcoli diplomatici, gl'intrighi de' gabinetti, le
frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada.
Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto colla morte e l'avrete
fatto colla vittoria.

Sire! e' m'è forza il ripeterlo: Se voi non fate, altri faranno e senza
voi, e contro voi. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha
salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di
questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è
sorto, perchè, salutandovi, salutavano la speranza, perchè il vostro
nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l'aspettazione; il fremito del
furore sottentrerà ad una gioja che non guarda se non al futuro. Oggimai
la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre,
perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I re della
lega lo intendono, ma son troppo in fondo per poter risalire. Essi
lottano disperatamente col secolo e il secolo li affogherà. Han detto:
chi nacque tiranno, morrà tiranno: e sia: vissero paurosi e colpevoli,
morranno esecrati e rejetti. Ma voi, Sire, siete vergine di delitto
regale: siete degno ancora d'interpretare il voto del secolo. Davanti al
voto del secolo che la grand'anima sua intravedeva, impallidiva
Napoleone quando il diciotto brumajo lo costituiva in contrasto colla
libertà nella sala de' Cinquecento. Fu l'unica volta che Napoleone
impallidì: ma pochi anni dopo, egli commentava dolorosamente nell'isola
di Sant'Elena quel pallore, proferendo le memorande parole: _j'ai heurté
les idées du siècle, et j'ai tout perdu_.

Sire! per quanto v'è di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete
voi morir tutto e vilmente? La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo
tedesco insultò al principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo _re
d'Italia_. Quell'onta, Sire, vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e
lo scherno amaro ripiombi sulla testa de' nostri oppressori. Prendete
quella corona: essa è vostra, purchè vogliate.

Attendete le solenni promesse.--Conquistate l'amore de' milioni. Tra
l'inno de' forti e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il
primo. Liberate l'Italia dai barbari e vivete eterno!

Afferrate il momento.

Un altro momento, e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di
Flores-Estrada a re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo
di Nassau!

Sire! io v'ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra
risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità
proclamerà in voi--il Primo tra gli uomini, o l'Ultimo de' Tiranni
Italiani.--Scegliete! (1831).

                                                        UN ITALIANO.

       *       *       *       *       *

La lettera, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero
d'esemplari indirizzati, dacchè io non aveva allora altri modi, in via
epistolare e per posta a uomini ch'io non conosceva se non di nome, in
diverse città dello Stato Sardo. La violazione delle lettere non v'era
ancora, come fu poi, ridotta a sistema. Ma tre o quattro ristampe
clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. Il re l'ebbe e la
lesse. Non andò molto che una Circolare governativa spedita a tutte le
autorità di frontiera dava i miei connotati, perchè, s'io mai tentassi
introdurmi, fossi imprigionato senz'altro. S'avveravano le previsioni
del Libri.

Lo scritto intanto era accolto dai giovani con favore, indizio ch'io
parlando dichiaratamente d'Unità di Patria trovava un'eco nell'anime
incerte, inconscie fin allora delle loro tendenze ingenite. Raccolsi
quell'indizio con vera gioja. Era il primo conforto ad osare. L'Unità,
comechè presentita di secolo in secolo da taluni fra i nostri Grandi,
era, era sul campo della politica _pratica_, ciò che gli uomini
battezzano, sorridendo, del nome _utopia_. Nessuno la sospettava
possibile. La parte più illuminata della vecchia emigrazione era
universalmente _federalista_. Nè credo che da Melchiorre Gioja in fuori
in un libriccino dimenticato, un solo degli scrittori politici sorti in
Italia nel periodo dell'invasione francese contemplasse l'unità politica
della patria comune. Miravano a una lega di Stati. E d'altra parte la
questione di _libertà_ preoccupava più assai le menti che non quella
della Nazione. Or dove mai può essere libertà dove la forza non
l'assecura? E da qual principio può scendere un'associazione di liberi
se non dai _diritti_ dell'individuo o dal principio d'una comune
missione fidata da Dio a tutti quanti i figli d'una stessa terra? A me
la dottrina dei _diritti_, dottrina americana, inglese, francese del
XVIII secolo, pareva fin d'allora metà del problema, e impotente tanto a
fondare Governo vero quanto a promovere l'Educazione progressiva dei
Popoli.

Le illusioni fondate su Carlo Alberto sfumavano rapidamente davanti a'
primi suoi atti. E' non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli
che avevano giurato con lui, molti de' quali erano stati trascinati
nella congiura del 1821 dal solo suo nome e parecchi gli erano stati
ajutanti, compagni, amici. Ripensai, interrogai prima di decidere. Carlo
Bianco, col quale io viveva allora in Marsiglia, mi comunicò l'esistenza
d'una società segreta capitanata da lui sotto l'alta direzione di
Buonarroti chiamata degli _Apofasimèni_. Era un ordinamento militare
complesso di simbolismo, giuramenti e gradi molteplici che uccidevano
colla disciplina l'entusiasmo del core, sorgente d'ogni grande impresa;
e mancava inoltre d'un principio _morale_ predominante. Ora, io non
concepiva una Associazione se non come _educatrice_ a un tempo e
insurrezionale. L'armonia fra il _pensiero_ e l'_azione_ signoreggiava
in me ogni concetto. E finalmente i moti del Centro erano, nel mio modo
di vedere, un colpo mortale alla supposta vitalità dell'Associazione. O
gli _Apofasimèni_, io diceva a Bianco, si frammisero ad essi, e sono a
quest'ora esuli, dispersi o noti; o si tennero in disparte, ed è prova
che non erano forti. Più dopo, conobbi alcuni dei capi, un Berardi,
parmi, di Bagnacavallo tra gli altri: erano inetti o, come quest'ultimo,
spie.

L'esistenza o no d'altra società non era del resto cagione di dubbiezze
per me: m'era chiaro che dopo una disfatta come quella dell'insurrezione
del Centro d'Italia, non esisteva possibilità di successo se non per un
lavoro rifatto di pianta con elementi non noti e giovani. Ma si trattava
di ben altro. Si trattava di tentar d'avviare l'educazione morale d'un
popolo: si trattava di cercare non solamente che l'Italia fosse, ma che
sorgesse grande, forte, degna delle sue glorie passate e colla coscienza
della sua missione futura. E tutte le mie convinzioni erano
diametralmente opposte alle tendenze predominanti. L'Italia era
materialista, machiavellizzante, credente nella iniziativa francese,
tendente a emanciparsi e migliorare le proprie condizioni nei diversi
suoi Stati più che a ricomporsi in Nazione, poco curante dei principî
supremi e presta ad accettare ogni forma di reggimento, ogni ajuto, ogni
uomo che promettesse sottrarla ai suoi patimenti immediati. Io credeva,
allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell'oggi fosse
problema religioso e tutti gli altri gli fossero secondi. Ciò ch'altri
chiamava _teorica_ di Machiavelli non era per me che Storia e Storia
d'un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar col
passato. Mi fremeva dentro il pensiero dell'_iniziativa_ Italiana e a
ogni modo io sentiva che non si risorge senza fede in sè, e che quindi
bisognava prima d'ogni altra cosa distruggere la servile soggezione
all'influenza francese. E per questo era mestieri mover guerra
all'idolatria degli _interessi_ immediati e sostituirle il culto dei
principî, del Giusto, del Vero, e convincer l'Italia che il sagrificio e
la costanza nel sagrificio erano le sole vie per le quali conseguirebbe,
quando che fosse, vittoria.

La Carboneria--traduco qui alcune pagine[5] ch'io scrissi per gli
Inglesi nel 1839, perchè compendiano lo idee che mi s'affaccendavano
nella mente allora e mi determinarono a fondare la _Giovine Italia_--la
Carboneria m'appariva come una vasta associazione _liberale_, nel senso
attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII
e di Carlo X, efficace a diffondere lo spirito d'emancipazione, ma
condannata dall'assenza d'una fede positiva, determinata a mancare di
quella potente unità, senza la quale riesce impossibile il trionfo
pratico d'ogni difficile impresa. Sorta, in sul maturarsi della caduta
d'una gigantesca ma tirannica unità, l'unità napoleonica, tra i
frammenti d'un mondo, tra giovani speranze e vecchie pretese a
contrasto, tra presentimenti tuttavia mal definiti di popolo opposto ai
ricordi d'un passato che i Governi si preparavano a dissotterrare, la
Carboneria aveva portato l'impronta di tutti quei diversi elementi e si
era affacciata in dubbia attitudine nel crepuscolo diffuso in quel
periodo di crisi su tutta Europa. La protezione regia incontrata al suo
nascere e finchè s'era sperato in essa uno stromento di guerra contro la
Francia Imperiale, aveva più sempre contribuito a comunicare
all'Istituzione quella incertezza di moti che sviava gli animi dalla
vera idea nazionale[6]. Vero è ch'essa aveva, tradita, respinto poi quel
giogo da sè; ma serbando inconscia taluna fra le antiche abitudini e
segnatamente una fatale tendenza a cercar capi nell'alte sfere sociali e
a considerare la rigenerazione Italiana come parte più degli ordini
superiori che non del popolo, principale operatore delle grandi
rivoluzioni. Ed era errore vitale, inevitabile bensì ad ogni consorteria
politica alla quale manchi una salda religiosa credenza in un vasto e
fecondo principio, bandiera suprema su tutti eventi. Or siffatto
principio mancava alla Carboneria. Essa non aveva per arme che una
semplice negazione: chiamava gli uomini a rovesciare, non insegnava il
come s'inalzerebbe sulle rovine dell'antico il nuovo edifizio.
Esaminando il problema, i Capi dell'Ordine avevano trovati tutti gli
Italiani concordi sulla questione d'Indipendenza, non su quella
dell'Unità Nazionale o sul modo d'intendere la Libertà. Impauriti dalle
difficoltà e incapaci di scegliere risolutamente tra i diversi partiti,
s'appigliarono a una via di mezzo e scrissero sulla bandiera
_Indipendenza e Libertà_; di definire il come dovesse intendersi e
provocarsi la Libertà non curarono: il paese, dicevano--e il paese era
per essi nell'alte classi della società--deciderebbe più tardi. La
parola _unione_ fu similmente sostituita alla parola _Unità_, e il campo
lasciato aperto ad ogni possibile ipotesi. D'eguaglianza non facevano
motto o richiesti ne parlavano con modi sì incerti che ogni uomo poteva
a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile, o
semplicemente cristiana. Così senza porgere soddisfacimento ai dubbî che
agitavano le menti, senza dire a quei ch'essa chiamava a combattere
quale programma potrebbero offrire al popolo che doveva secondarli, la
Carboneria s'era data ad affratellare. E aveva trovato in tutte le
classi copia d'adepti, perchè in tutte era copia di malcontenti ai quali
non si chiedeva se non di prepararsi a distruggere la condizione di cose
esistenti e perchè il profondo mistero ond'erano ravvolti i menomi Atti
della Setta affascinava la fantasia oltremodo mobile degli Italiani. Il
presentimento delle esigenze di quella moltitudine d'affratellati
ripartiti fra le spire della intricata molteplice gerarchia suggeriva
l'adozione di numerosi, strani, incomprensibili simboli che celassero il
vuoto delle dottrine; poi l'ingiunzione d'una cieca obbedienza ai cenni
di capi invisibili. Ma era difesa contro quelle esigenze, più che mezzo
d'azione; e però l'esecuzione delle prescrizioni procedeva fiacca e a
rilento. La severità della disciplina era men di fatti che di parole.

La forza numerica della Società aveva a ogni modo raggiunto un grado di
potenza ignoto a quante altre associazioni vennero dopo. Ma la
Carboneria non aveva saputo trarne partito. Diffusa nel popolo, non
aveva fede in esso: non lo cercava per condurlo dirittamente all'azione,
ma per attirare con quell'apparato di forze gli uomini d'alto rango nei
quali solamente essa riponeva fiducia. L'ardore dei giovani affratellati
che sognavano patria, repubblica, guerra e gloria davanti all'Europa era
fidato alla direzione d'uomini vecchi d'anni, imbevuti dell'idea
dell'Impero, freddi, minuziosi, diseredati d'avvenire e di fede, che lo
ammorzavano invece di suscitarlo. Più dopo, quando il numero gigantesco
degli affigliati e la impossibilità di serbare più a lungo il segreto la
convinsero che bisognava operare la Carboneria, aveva sentito il bisogno
d'una unità più potente, e non sapendo trovarla in un _principio_, s'era
data a cercarla in un _uomo_, in un principe. Ed era stata la sua
rovina..............

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Intellettualmente, i Carbonari erano machiavellici e materialisti.
Predicavano libertà politica, e dimenticando che l'uomo è _uno_, quei
tra loro che si occupavano di letteratura, predicavano sotto il nome di
_classicismo_ la servitù letteraria. Si dicevano nel loro linguaggio
simbolico Cristiani e intanto, confondendo superstizione e fede, papato
e religione, disseccavano il vergine entusiasmo dei giovani con uno
scetticismo rubato a Voltaire e negazioni rubate al secolo XVIII. Erano
_settarî_, non apostoli di una religione nazionale. Ed erano tali nella
sfera politica. Non avevano fede sincera nelle Costituzioni, ridevano
fra di loro della monarchia; e l'acclamavano nondimeno, dapprima perchè
s'illudevano a trovare in essa una forza della quale pensavano
abbisognare; poi perchè la monarchia li liberava dall'obbligo di guidare
le moltitudini ch'essi temevano e mal conoscevano; da ultimo perchè
speravano che il battesimo regio dato alla insurrezione avrebbe
ammansato l'Austria o conquistato l'ajuto di qualche grande potenza,
Francia o Inghilterra. Avevano dunque cacciato lo sguardo su Carlo
Alberto in Piemonte, sul principe Francesco in Napoli: d'indole
naturalmente tirannica il primo, ambizioso, ma incapace di grandezza;
ipocrita e traditore fin da' primi suoi passi il secondo; e avevano
commesso all'uno ed all'altro i fati d'Italia, lasciando al futuro di
porre in accordo le mire inconciliabili dei due pretendenti.

I fatti intanto avevano dimostrato quali siano le inevitabili
conseguenze del difetto di principî negli uomini che si pongono a capo
delle rivoluzioni, e come la forza spetti veramente non alla _cifra_, ma
alla _coesione_ degli elementi che si adoprano a raggiungere il fine. Le
insurrezioni avevano avuto luogo senza ostacoli gravi; ma rapidamente
seguite dalla interna discordia. Compita la loro promessa di
_rovesciare_, gli affigliati dei Carbonari erano tornati ciascuno alle
proprie tendenze, e s'erano divisi su ciò che importasse fondare. Gli
uni avevano creduto di cospirare per una unica monarchia, altri pel
federalismo; molti parteggiavano per la Costituzione francese, molti per
la Spagnola: taluni per la repubblica o per non so quante repubbliche; e
tutti lagnandosi d'essere stati ingannati. I Governi provvisorî s'erano
trovati indeboliti in sul nascere dall'opposizione aperta degli uni e
dalla inerzia calcolata degli altri. Quindi le diffidenze, l'incertezza
di quei Governi e i pretesti al non fare, cercati in una opposizione che
non potea vincersi se non facendo, e il popolo e i giovani volontarî
lasciati senza sprone, senza ordinamento, senza intento determinato.
Quindi l'assenza di libertà vera nella scelta dei mezzi, perchè la
monarchia scelta a capitanare le insurrezioni traeva seco vincoli e
tradizioni d'ogni genere ostili all'ardito sviluppo del principio
insurrezionale. La logica vuole in ogni tempo il suo dritto. I capi del
moto avevano dichiarato implicitamente incapace il popolo d'emanciparsi
e governarsi da sè: bisognava dunque astenersi dall'armarlo, dal
suscitarlo di soverchio a frammettersi nelle cose: bisognava
sostituirgli una forza, cercarla al di fuori ai gabinetti stranieri, e
ottenere promesse menzognere a patto di concessioni reali: bisognava
lasciare ai principi la libera scelta dei loro ministri e dei
condottieri degli eserciti, anche a rischio--avverato più dopo--di
vederli scelti traditori o incapaci e di vedere i principi stessi
sfuggire in un subito al campo nemico o andare a gittar l'anatema
sull'insurrezione da Laybach.

La rivoluzione napoletana era caduta in Napoli dopo avere esaurito ad
una ad una le conseguenze fatali di un primo errore; dopo aver negato
sui primi giorni la tendenza nazionale col rifiuto di Pontecorvo e di
Benevento, città appartenenti allora agli Stati Romani ma circondate
dalle terre napoletane e che avevano, insorgendo esse pure, chiesto di
confondersi coi popoli emancipati; dopo aver decretato che la guerra
sarebbe puramente difensiva e che l'esercito austriaco spinto nel core
non dovea considerarsi nemico se non quando traverserebbe la frontiera
napoletana; dopo avere insomma spenta ogni fiamma d'insurrezione
nell'Italia Centrale. E l'insurrezione piemontese, sorta quando già
quelli errori erano stati commessi nel Sud e insegnavano il come
evitarli; mentre la fremente Lombardia, sguernita di forze Austriache
eguali all'incarico di reprimere, potea, con soli 25,000 uomini
sommoversi da un capo all'altro, e quei 25,000 uomini potevano avviarsi
una settimana dopo l'insurrezione, era caduta non tentando questo nè
altro, inceppata dagli stessi vincoli, condannata dalla stessa
influenza che avevano impedito il moto due mesi prima, quando il Sud era
libero e poteva ordinarsi la difesa comune[7].

Nè mai--anche limitandosi a scorrere la Storia onesta ma imperfetta del
moto scritta da Santarosa--erano state più visibili le tristissime
conseguenze d'un tristo programma. Un proclama di Carlo Alberto, capo
del Governo Rivoluzionario, aveva largito _amnistia_ alle truppe che lo
avevano fondato. La Giunta s'era avvilita in negoziati coll'ambasciatore
russo, conte Mocenigo, che offriva sfrontatamente perdono ai cospiratori
e _qualche speranza_ d'una Carta Costituzionale. Erano uomini
d'innegabile patriotismo e di core, e giurati tutti alla Carboneria; e
nondimeno tremanti fra le esigenze della rivoluzione e le forme
accettate della legalità monarchica, costretti a derivare ispirazioni da
un uomo che in fondo del core sprezzavano e temevano li tradirebbe un dì
o l'altro, consapevoli del diritto e non osando affermarlo, avevano
preteso di mutare le istituzioni del paese senza mutare gl'impiegati
della vecchia amministrazione o i capi dell'esercito stretti al
giuramento di mantener la tirannide; avevano lasciato il Governo di
Novara al conte di Latour e quello della Savoja al conte d'Andezene,
ambi nemici aperti della causa rivoluzionaria; avevano preveduto e
predetto la guerra e, per timore che il programma monarchico potesse
essere presto o tardi violato, negate l'armi al popolo che le chiedeva,
differito indefinitamente l'adunarsi delle assemblee elettorali, e
negletto ogni atto capace d'affratellare alla rivoluzione le
moltitudini, sino alla revoca del decreto col quale Genova insorta aveva
ridotto il prezzo del sale a metà. Erano caduti, fuggiti, non davanti
alla forza che poteva con onore combattersi, ma davanti a un sofisma
innestato nel programma rivoluzionario.

Tale m'appariva la carboneria: vasto e potente corpo, ma senza capo:
associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee,
e priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo
in atto. Il _cosmopolitismo_ che una osservazione superficiale d'alcune
contrade straniere le avea suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma
sottraendole il punto d'appoggio. L'eroica educatrice costanza degli
affratellati e il martirio intrepidamente affrontato avevano grandemente
promosso quel senso d'eguaglianza ch'è ingenito in noi, preparato le vie
all'unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di
tutte provincie e di tutte classi sociali, sacerdoti, scrittori,
patrizî, soldati e figli del popolo[8]. Ma la mancanza d'un programma
determinato le aveva tolto sempre la vittoria di pugno.

Queste riflessioni m'erano suggerite dall'esame dei tentativi e delle
disfatte della Carboneria. E i fatti appena allora conchiusi dell'Italia
Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli
da combattersi: primi fra i quali erano quello di collocare le speranze
della vittoria nell'appoggio di governi stranieri e quello di fidare lo
sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo
iniziarle.

Nei fatti del 1831, il progresso delle tendenze s'era rilevato
innegabile. L'insurrezione non aveva invocato come necessità
indeclinabile l'iniziativa dell'alte classi o della milizia: era sorta
dalla gente senza nome, dalle viscere del paese. Dopo le tre giornate di
Parigi, il popolo in Bologna s'affollava all'Ufficio Postale. I giovani
salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli
astanti. Si preparavano armi, s'ordinavano compagnie di volontarî, si
sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato
che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell'altre
città. L'eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbrajo in Modena,
contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s'era
levata il 4.--Il 5, il popolo di Modena, riavuto dallo stupore, aveva
cacciato in fuga duchi e duchisti; Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna
s'erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l'esempio: gli austriaci
s'erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s'erano, l'8,
liberate dei loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma:
poi in Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre
città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s'era mostrato in sulle
prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di
soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo
s'era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si
stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarde e
bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai
giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo
loro: _noi le riportammo difendendo il nostro paese_. Così il 25
febbrajo due milioni e mezzo quasi d'Italiani avevano abbracciata la
Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l'emancipazione degli
altri loro fratelli.

Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti
universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda
adottata per ogni dove in onta alle preghiere d'Orioli ed altri
appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù
Bolognese aveva tentato d'invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio
d'inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d'esser
condotte per la via del Furlo sul Regno.

Di quel moto tutto Italiano nell'origine e nell'intento, i Capi intanto
avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era
stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi
l'avevano limitata nei più angusti confini; avevano proscritto ogni
tentativo di propaganda: avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione
invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l'anima dell'impresa;
ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d'Italia. La
guerra coll'Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la
vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione
consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente
possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era
necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbarla. La
rivoluzione s'incamminava necessariamente, per natura d'elementi e per
condizioni speciali delle terre insorte, a repubblica: i Governi non
potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi
omogenei, nei popoli; ora, solo pegno d'alleanza tra i popoli sono le
dichiarazioni di principî, ed essi non ne avevano fatta alcuna; avevano
calcolato sull'ajuto dei re, e prostrato un moto di popolo appiedi della
Diplomazia. Bisognava suscitare l'azione coll'azione, l'energia
coll'energia, la fede colla fede; ed essi, deboli, tentennanti, avevano
in ogni loro atto rivelato il terrore dell'anima. Quindi la diffidenza
cresciuta in seno ai paesi insorti, lo sconforto nell'altre provincie
d'Italia, le delusioni diplomatiche e la ineluttabile rovina del moto.
Appoggiato unicamente sul principio del non intervento, era caduto con
esso.

Il principio del non-intervento era stato, a dir vero, proclamato
esplicitamente, solennemente, dal Governo di Francia. Già prima del moto
una memoria stesa da parecchi Italiani influenti aveva chiesto
all'ambasciatore francese in Napoli, Latour Maubourg, quale sarebbe
stata la condotta della Francia se una rivoluzione in Italia provocasse
l'intervento armato dell'Austria; e l'ambasciatore aveva scritto in
calce di proprio pugno che «La Francia avrebbe difeso la rivoluzione
purchè il nuovo Governo non assumesse forme anarchiche e riconoscesse i
principî d'ordine generalmente adottati in Europa.»

Latour Maubourg negò nel seguito quella nota; ma, consegnata nei primi
giorni del moto al Governo Provvisorio, fu veduta e attestata da un de'
suoi membri, Francesco Orioli, nel suo libro stampato nel 1834-35 in
Parigi sulla _Révolution d'Italie_. Poi Lafitte, presidente della Camera
dei Deputati, aveva il 1º dicembre 1830, proferito le seguenti parole:
«La Francia non permetterà violazione alcuna del principio del
non-intervento.... La Santa Alleanza aveva per base di soffocare
collettivamente la libertà dei popoli dovunque ne fosse sollevato lo
stendardo; il nuovo principio proclamato dalla Francia è quello di
concedere incontrastato sviluppo alla libertà ovunque essa sorga
spontanea.» Il 15 gennajo, Guizot aveva detto: «Il principio del
non-intervento è identico col principio della libertà dei popoli.» Il 22
dello stesso mese, il Ministro degli Esteri aveva dichiarato: «La Santa
Alleanza era fondata sul principio d'intervento sovvertitore
dell'indipendenza di tutti gli Stati secondarj: il principio opposto che
noi abbiamo consecrato e che faremo rispettare, assicura a tutti libertà
e indipendenza.» Il 28, le stesse cose erano state ripetute dal Duca di
Dalmazia: il 29 da Sebastiani.

Ma se i Capi del moto avevano diritto di credere che non sarebbero stati
traditi, avevano pure debito di considerare che nel 1831 una guerra tra
l'Austria e la Francia doveva risolversi in guerra generale Europea tra
i due principî dell'immobilità e del progresso per mezzo della sovranità
nazionale. E in guerra siffatta, se la Francia non aveva che trionfi da
mietere, Luigi Filippo correva rischio di perdere ogni cosa, affogato
nel moto. L'impulso rivoluzionario dato alla Francia avrebbe travolto la
monarchia nel vortice d'una guerra alla quale la natura degli elementi
chiamati in azione avrebbe impartito rapidamente il carattere d'una
crociata repubblicana; e la monarchia d'allora era debole e senza radici
di simpatia popolare in paese. La pace era dunque pegno d'esistenza alla
dinastia. Non v'era dunque che un mezzo per costringerlo ad attener le
promesse: preparare la resistenza tanto da prolungare una lotta quanto
bastasse a sommovere in Francia l'opinione; e adoprarsi a estendere il
moto per ogni dove e segnatamente in Piemonte dove l'intervento
dell'Austria è inconciliabile, come quello della Prussia nel Belgio,
colla tradizione politica della Francia. Pretender di vincere la
ripugnanza di Luigi Filippo mostrandosi deboli, era follia; e follia
illudersi a credere che il principio del non-intervento avrebbe impedito
l'innoltrarsi all'Austria. Anche a rischio di guerra, l'Austria non
poteva tollerare che di fronte a' suoi possedimenti Lombardo-Veneti si
stabilisse un Governo di libertà. Il Governo dell'insurrezione non
preparando la guerra, dava tempo all'Austria per distruggere rapidamente
la cagione di lite colla Francia e lo toglieva all'agitazione francese.
L'importanza del tempo era stata intesa così bene da Luigi Filippo che
sperando repressa l'insurrezione prima che gli si chiedesse conto delle
promesse, ei nascose per cinque giorni al Presidente del Consiglio,
Lafitte, inetto ma onesto, il dispaccio col quale l'ambasciatore
francese in Vienna annunziava l'invasione dell'Austria nell'Italia
Centrale.

E nondimeno, i Governi Provvisorî delle provincie insorte avevano
adottato l'ipotesi che l'Austria non invaderebbe, ch'essa concederebbe
alla rivoluzione d'impiantarsi stabilmente nel core d'Italia; e che
tutta la politica della rivoluzione dovea consistere nel non
somministrare motivo legittimo all'invasione. Non un atto quindi aveva
proclamato la sovranità nazionale, non uno aveva chiamato il popolo
all'armi: non uno aveva ordinato il principio d'elezione: non uno aveva
confortato ad agire l'altre provincie italiane. La paura trapelava in
ogni loro decreto. La rivoluzione v'appariva accettata anzichè
proclamata. I Governi Provvisorî di Parma e di Modena avevano dichiarato
che avendo i principi abbandonato i loro Stati senza lasciare governo
ordinato, il popolo s'era veduto nella necessità di fondarne uno nuovo.
Quel di Bologna affermava d'essersi costituito perchè la dichiarazione
di Monsignor Clarelli, prolegato, annunziando la di lui intenzione di
abbandonare interamente l'amministrazione politica della provincia, era
urgente d'evitar l'anarchia. E anche quando la rivoluzione trionfante,
secura all'interno, avea suggerito stile più ardito, quel Governo che
concentrò in sè a poco a poco la direzione generale del moto, non aveva
osato richiamarsi al diritto che vive eterno in ogni popolo, ma s'era
affaccendato a desumere la libertà di Bologna dalla tradizione locale,
dalla convenzione stretta nel 1447 tra Bologna e il Papa Nicolò V; e un
lungo, pedantesco e poco degno scritto del Presidente Vicini, in data
del 25 febbrajo[9] commentava da legulejo la tradizione. In Parma, a un
Fedeli che, scelto a capo della Guardia Nazionale, ricusava, a meno d'un
permesso della Duchessa, il Governo aveva concesso lo richiedesse e
n'era stato rimeritato da lui poco dopo con una congiura retrograda:
poi, nello stremo delle finanze, ordinava si continuassero gli stipendî
agli impiegati della Corte scacciata.

Mentre il sorgere dell'Italia Centrale aveva messo in fermento gli
spiriti in Napoli, nel Piemonte e per ogni dove tutti aspettavano con
ansia che dal centro iniziatore dell'impresa giungesse l'ispirazione del
da farsi, il decreto dell'11 febbrajo aveva freddamente annunziato che
«Bologna non avrebbe interrotte le antiche relazioni d'amicizia
coll'altre contrade, nè concederebbe la menoma violazione dei loro
territorî, sperando che in ricambio nessun intervento avrebbe luogo a
suo danno: il solo obbligo della difesa potrebbe trascinarla
all'azione.» Il Centro aveva con quell'atto rinunziato ad ogni
iniziativa, e separato la propria causa da quella d'Italia. E gli uomini
di pura ribellione, troppo numerosi tra noi, avevano, sdegnati,
abbandonato ogni pensiero d'azione altrove: la gente diplomatizzante
anche sull'orlo della sepoltura e cospiratrice all'antica aveva in quel
codardo abbandono intraveduto un grande mistero di politica calcolatrice
e aveva susurrato per ogni dove: «rimanetevi inerti; perchè, se quei
Governi non fossero _certi_ dell'ajuto francese, non agirebbero come
fanno.»

Questa illimitata fiducia, in quanto ha sembianza di calcolo o tattica,
e la diffidenza perenne dell'entusiasmo, dell'azione e della
simultaneità dell'opere, tre cose che racchiudono in sè tutta quanta la
scienza della rivoluzione, furono e sono tuttavia piaga mortale alla
Italia. Noi seguiamo, aspettiamo, studiamo gli eventi, non ci adopriamo
a crearli e padroneggiarli. Onoriamo del nome di prudenza ciò che in
sostanza non è se non mediocrità insopportabile di concetto. Lo
sconforto che i deputati lombardi avevano, nel 1821, trovato a Torino,
li aveva indotti a rinunciare all'azione: operando, avrebbero distrutto
quello sconforto.

Il Governo di Bologna, fidando unicamente nelle promesse dell'estero,
aveva rinunziato, non all'offesa soltanto, ma alla difesa. La proposta
d'ordinare una milizia era stata rigettata. Le fortificazioni d'Ancona
non erano state riattate. Il progetto di Zucchi che, giunto a Bologna,
aveva ordinato la formazione di sei reggimenti di fanteria e di due di
cavalleria era stato attraversato. L'idea, proposta più volte da
Sercognani, d'una decisiva impresa su Roma, dove il 12 febbrajo s'erano
mostrati sintomi d'insurrezione, era sempre stata respinta. Nè il
ministro Armandi[10] nè altri aveva saputo intendere l'importanza d'una
bandiera di Patria sventolante dal Campidoglio. Il mormorare de' giovani
era stato acquetato da promesse continue, non attese mai: il linguaggio
severo della stampa, represso da un editto del 12 febbrajo «minacciante
condanna finanziaria o di prigione ai venditori di scritti capaci di
nuocere alle relazioni di pace e amicizia esistenti coi Governi
stranieri.»

E, conseguenza inevitabile del codardo operare, il meschino Governo era
stato abbandonato, tradito da tutti. Al conte Bianchetti, mandato a
Firenze a interrogare gli ambasciatori di Francia e d'Austria, il
Governo Francese non aveva pur degnato rispondere, e corrispondeva
amichevolmente col Papa. Il conte di Saint'Aulaire, inviato di Francia a
Roma nel marzo, aveva evitato la via di Bologna sfuggendo ad ogni
contatto col Governo Provvisorio. L'Austria aveva, aggiungendo l'ironia
all'oltraggio, dichiarato che avrebbe invaso Modena e Parma, ma soltanto
in virtù di non so qual patto di riversione, e Bologna, purchè si
mantenesse saggia, sarebbe stata rispettata. La invasione di Parma,
Modena e Reggio aveva avuto luogo: e il 6 marzo il Governo Provvisorio
aveva detto: «le cose dei Modenesi non sono le nostre; il non intervento
è legge per noi come pei nostri vicini; e nessuno di noi dove
immischiarsi nella contesa degli Stati finitimi;» aveva decretato che
«quanti _stranieri_ si fossero presentati alle frontiere, si
disarmassero e s'internassero;» e i 700 _stranieri_ modenesi, guidati
dal Zucchi, avevano dovuto traversare Bologna in sembianza di
prigionieri. L'occupazione di Ferrara aveva tenuto dietro a quella di
Modena e Parma: Ferrara era parte delle Provincie Unite e aveva sette
deputati in Bologna, e nondimeno il governo aveva annunciato, l'8 marzo,
il fatto senza commento; il _Precursore_, organo governativo, aveva il
12 sostenuto la tesi che il principio del non-intervento non era
violato, dacchè i trattati di Vienna concedevano all'Austria diritto di
guarnigione in Ferrara: due inviati del Governo, Conti e Brunetti,
avevano riportato da Ferrara assicurazione verbale di Bentheim che gli
Austriaci non si sarebbero inoltrati. Una reggenza pontificia s'era
istituita intanto in Ferrara; e il Governo Bolognese aveva sostenuto che
tra le operazioni papali e le austriache non era vincolo necessario. Gli
Austriaci s'erano presentati alle porte di Bologna il 20; il Governo
aveva intimato stessero tutti quieti, la Guardia Nazionale mantenesse
l'ordine, _solo suo intento_; e s'era ritirato in Ancona, dove il 25
marzo, due soli giorni dopo eletto un triumvirato e abdicato quindi ogni
potere, aveva capitolato col cardinale Benvenuti, chiedendo amnistia:
firmati tutti, fuorchè Carlo Pepoli ch'era assente[11]. I patti della
Capitolazione erano stati, come di ragione, violati, annullati il 5
aprile dal Papa. Gli editti del 14 e del 30 condannavano capi, complici,
sostenitori. E dacchè i Governi insultano sempre ai caduti, il 23 giugno
Luigi Filippo annunziava nel suo discorso alle Camere ch'egli aveva
ottenuto dal Papa piena amnistia per gli insorti. E il 9 luglio una
circolare fatta pubblica dalla Francia, dalla Prussia, dal Piemonte e
dall'Inghilterra, chiamava altamente colpevoli gli insorti e il loro
Governo. Intanto i padroni _legittimi_ degli Italiani violavano la
libertà dei mari, catturando la nave che portava in esilio Zucchi e da
circa settanta insorti e conducevali nelle prigioni di Venezia; e
pubblicavano decreti come il seguente: «qualunque volta, in virtù _di
denunzie_ o _testimonianze segrete_ (gli autori delle quali non verranno
mai compromessi da confronti o altrimenti) noi otterremo certezza
_morale_ di un delitto commesso, noi, invece d'esporre l'individuo
rivelatore, ci contenteremo di condannare, per misura di polizia, il
colpevole a un castigo straordinario, più mite dell'ordinario, ma _al
quale sarà sempre aggiunta la pena dell'esilio_.» Editto del duca di
Modena dell'8 aprile 1832.»

Così gl'infausti moti del 1820, del 1821, del 1831, m'insegnavano gli
errori che bisognava a ogni patto evitare. I più, confondendo individui
e cose, traevano, dal mal esito, cagione di profondo sconforto. Per me,
non ne esciva se non il convincimento che il _successo era un problema
di direzione_ e non altro. Il biasimo meritato dagli uomini che avevano
diretto ricadeva, dicevano, sul paese: il solo fatto dell'essere essi e
non altri saliti al potere, rappresentava per tutti quasi un vizio
inerente alle condizioni d'Italia: la media, per così dire, della
potenza rivoluzionaria italiana. Io non vedeva in quella scelta se non
un errore di logica capace di rimedio. Ed era quello, prevalente anche
oggi pur troppo, di _fidare la scelta dei capi delle insurrezioni a quei
che non le hanno operate_. In virtù d'un senso di legalità buono in sè,
ma spinto oltre i termini del dovere; per un timore, onorevole
nell'origine ma esagerato e improvvido, di soggiacere all'accusa di
anarchia o d'ambizione; per un'abitudine tradizionale di fiducia, giusta
solamente in condizioni normali, negli uomini provetti d'anni e di nome
più o meno illustre nelle loro località; finalmente per una assoluta
inesperienza della natura e dello sviluppo dei grandi fatti
rivoluzionarî, il popolo e la gioventù avevano ceduto sempre il diritto
di dirigere ai primi che, con un'apparenza di legalità, si erano
presentati ad esercitarlo. La cospirazione e la rivoluzione erano state
sempre rappresentate da due ordini diversi d'uomini: gli uni messi da
banda dopo d'avere rovesciato gli ostacoli, gli altri sottentrati il dì
dopo a dirigere lo sviluppo d'una idea che non era la loro, d'un disegno
che non avevano maturato, d'un'impresa della quale non avevano studiato
mai le difficoltà o gli elementi e colla quale non si erano, nè per
sacrificio nè per entusiasmo, immedesimati. Quindi l'andamento del moto
trasformato in un subito. Così, nel 1821, in Piemonte, lo sviluppo del
concetto rivoluzionario era stato affidato ad uomini i quali, come Dal
Pozzo[12], Villamarina, Gubernatis, erano rimasti stranieri alla
cospirazione. Così in Bologna s'erano accettati a membri del governo
provvisorio uomini approvati dal governo stesso che si rovesciava: il
loro titolo era un editto di monsignore Paracciani Clarelli. Così
generalmente, i consigli d'amministrazione comunale, assunto il nome di
consessi civici, s'erano dichiarati rappresentanti legali del popolo e
avevano eletto, senza dritto alcuno, le autorità provvisorie. Ora
predominavano in questi Consigli gli uomini di età canuta, nudriti di
vecchie idee, sospettosi della gioventù e atterriti ancora degli eccessi
della Rivoluzione Francese; il loro liberalismo era quello ch'oggi
chiamano _moderato_, fiacco, pauroso, capace d'una timida, legale
opposizione su particolari, non risalente mai a principî. E sceglievano
naturalmente uomini di tendenze affini, discendenti di vecchie famiglie,
professori, avvocati di molti clienti, diseredati dell'intelletto,
dell'entusiasmo, dell'energia che compiono le rivoluzioni. I giovani,
fidenti, inesperti, cedevano: dimenticavano l'immensa diversità che
corre tra i bisogni d'un popolo servo e d'un popolo libero e che
difficilmente gli uomini, i quali rappresentarono gli interessi
individuali o municipali del primo sono atti a rappresentare gli
interessi politici o nazionali dell'ultimo.

Per riflessioni siffatte, deliberai finalmente di seguire l'istinto mio
e fondai la GIOVINE ITALIA, dandole per base il seguente Statuto



  ISTRUZIONE GENERALE PER GLI AFFRATELLATI

                  NELLA

             GIOVINE ITALIA


  LIBERTÀ.      EGUAGLIANZA.       UMANITÀ.

     _INDIPENDENZA._        _UNITÀ._


§ 1.º

La _Giovine Italia_ è la fratellanza degli Italiani credenti in una
legge di _Progresso_ e di _Dovere_; i quali, convinti che l'Italia è
chiamata ad esser Nazione--che può con forze proprie crearsi tale--che
il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla
pessima direzione degli elementi rivoluzionarî--che il segreto della
potenza è nella costanza e nell'unità degli sforzi--consacrano, uniti in
associazione, il pensiero e l'azione al grande intento di restituire
l'Italia in Nazione di liberi ed eguali, _Una_, _Indipendente_,
_Sovrana_.


§ 2.º

L'Italia comprende: 1.º L'Italia continentale e peninsulare fra il mare
al sud, il cerchio superiore dell'Alpi al nord, le bocche del Varo
all'ovest, e Trieste all'est; 2.º le isole dichiarate italiane dalla
favella degli abitanti nativi e destinate ad entrare, con
un'organizzazione amministrativa speciale, nell'unità politica italiana.

La Nazione è l'universalità degli Italiani affratellati in un patto e
viventi sotto una legge comune.


§ 3.º

_Basi dell'Associazione._

Quanto più l'intento d'un'associazione è determinato, chiaro, preciso,
tanto più i suoi lavori procederanno spediti, securi, efficaci.--La
forza d'una associazione è riposta, non nella cifra numerica degli
elementi che la compongono, ma nella omogeneità di questi elementi,
nella perfetta concordia dei membri circa la via da seguirsi, nella
certezza che il dì dell'azione li troverà compatti e serrati in falange,
forti di fiducia reciproca, stretti in unità di volere intorno alla
bandiera comune. Le associazioni che accolgono elementi eterogenei e
mancano di programma possono durare apparentemente concordi per l'opera
di distruzione, ma devono infallibilmente trovarsi il dì dopo impotenti
a dirigere il movimento, e minate dalla discordia tanto più pericolosa,
quanto più i tempi richiedono allora unità di scopo e di azione.

Un principio implica un metodo; in altri termini: quale il fine, tali i
mezzi. Finchè il vero e pratico scopo d'una rivoluzione si rimarrà
segreto ed incerto, incerta pure rimarrà la scelta dei mezzi atti a
promoverla e consolidarla. La rivoluzione procederà oscillante nel suo
cammino, quindi debole e senza fede. La storia del passato lo insegna.

Qualunque, individuo o associazione, si colloca iniziatore d'un
mutamento nella nazione, deve sapere a che tende il mutamento ch'ei
provoca. Qualunque presume chiamare il popolo all'armi, deve potergli
dire il perchè. Qualunque imprende un'opera rigeneratrice, deve avere
una credenza: s'ei non l'ha, è fautore di torbidi e nulla più: promotore
d'un'anarchia alla quale ei non ha modo d'imporre rimedî e termine. Nè
il popolo si leva mai per combattere quand'egli ignora il premio della
vittoria.

Per queste ragioni, la _Giovine Italia_ dichiara senza reticenza ai suoi
fratelli di patria il programma in nome del quale essa intende
combattere. Associazione tendente anzi tutto a uno scopo d'insurrezione,
ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno, essa
espone i principî pe' quali l'educazione nazionale deve avverarsi, e dai
quali soltanto l'Italia può sperare salute e rigenerazione. Predicando
esclusivamente ciò ch'essa crede verità, l'associazione compie un'opera
di dovere e non d'usurpazione. Preponendo al fatto la via ch'essa crede
doversi tenere dagli Italiani per raggiunger lo scopo; inalzando davanti
all'Italia una bandiera e chiamando ad organizzarsi tutti coloro che la
stimano sola rigeneratrice, essa non sostituisce questa bandiera a
quella della Nazione futura. La Nazione libera e nel pieno esercizio
della sovranità, che spetta a lei sola, darà giudizio inappellabile e
venerato intorno al principio, alla bandiera e alla legge fondamentale
della propria esistenza.

La _Giovine Italia_ è repubblicana e unitaria.

_Repubblicana:_--perchè, teoricamente, tutti gli uomini d'una Nazione
sono chiamati, per la legge di Dio e dell'umanità, ad esser liberi,
eguali, e fratelli; e l'istituzione repubblicana è la sola che assicuri
questo avvenire,--perchè la sovranità risiede essenzialmente nella
nazione, sola interprete progressiva e continua della legge morale
suprema,--perchè, dovunque il privilegio è costituito a sommo
dell'edificio sociale, vizia l'eguaglianza dei cittadini, tende a
diramarsi per le membra, e minaccia la libertà del paese,--perchè
dovunque la sovranità è riconosciuta esistente in più poteri distinti, è
aperta una via alle usurpazioni, la lotta riesce inevitabile tra questi
poteri, e all'armonia, ch'è legge di vita alla società, sottentra
necessariamente la diffidenza e l'ostilità organizzata--perchè
l'elemento monarchico, non potendo mantenersi a fronte dell'elemento
popolare, trascina la necessità d'un elemento intermediario
d'aristocrazia, sorgente d'ineguaglianza e di corruzione all'intera
nazione--perchè, dalla natura delle cose e dalla storia è provato, che
la monarchia elettiva tende a generar l'anarchia, la monarchia
ereditaria a generare il dispotismo--perchè, dove la monarchia non
s'appoggia, come nel medio-evo, sulla credenza, oggi distrutta, del
diritto divino, riesce vincolo mal fermo d'unità e d'autorità nello
Stato--perchè la serie progressiva dei mutamenti europei guida
inevitabilmente le società allo stabilimento del principio repubblicano,
e l'inaugurazione del principio monarchico in Italia trascinerebbe la
necessità d'un'altra rivoluzione tra non molti anni.

_Repubblicana_--perchè, praticamente, l'Italia non ha elementi di
monarchia: non aristocrazia venerata e potente che possa piantarsi fra
il trono e la nazione: non dinastia di principi italiani che comandi per
lunghe glorie e importanti servizî resi allo sviluppo della nazione, gli
affetti o le simpatie di tutti gli Stati che la compongono--perchè la
tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi
memorie: repubblicano il progresso della nazione e la monarchia
s'introdusse quando cominciava la nostra rovina e la consumò: fu serva
continuamente dello straniero, nemica al popolo, e all'unità
nazionale--perchè le popolazioni dei diversi Stati italiani, che si
unirebbero, senza offesa alle ambizioni locali, in un principio, non si
sottometterebbero facilmente ad un Uomo, escito dall'un degli Stati, e
le molte pretese trascinerebbero il Federalismo--perchè il principio
monarchico messo a scopo dell'insurrezione italiana trascinando con sè
per forza di logica tutte le necessità del sistema monarchico,
concessioni alle corti straniere, rispetto alla diplomazia e fiducia in
essa, e repressione dell'elemento popolare, unico potente a salvarci, e
autorità fidata ad uomini regî interessati a tradirci, rovinerebbe
infallibilmente l'insurrezione--perchè il carattere assunto
successivamente dai moti tentati in Italia insegna l'attuale tendenza
repubblicana--perchè a sommovere un intero popolo è necessario uno scopo
che gli parli direttamente, e intelligibilmente, di diritti e vantaggi
_suoi_--perchè, destinati ad avere i governi contrarî tutti per sistema
e terrore all'opera della nostra rigenerazione, ci è forza, per non
rimanere soli nell'arena, di chiamarvi con noi i popoli levando in alto
una bandiera di popolo e invocandoli a nome di quel principio che domina
in oggi tutte le manifestazioni rivoluzionarie d'Europa.

La _Giovine Italia è Unitaria_--perchè senza Unità non v'è veramente
Nazione--perchè senza Unità non v'è forza, e l'Italia, circondata da
nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzi tutto d'essere
forte--perchè il Federalismo, condannandola all'impotenza della
Svizzera, la porrebbe sotto l'influenza necessaria d'una o d'altra delle
nazioni vicine--perchè il Federalismo ridando vita alle rivalità locali,
oggimai spente, spingerebbe l'Italia a retrocedere verso il
medio-evo--perchè il Federalismo, smembrando in molte piccole sfere la
grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e
diverrebbe sorgente d'aristocrazia--perchè, distruggendo l'unità della
grande famiglia italiana, il Federalismo distruggerebbe dalle radici la
missione che l'Italia è destinata a compiere nell'Umanità--perchè la
serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente le società
europee a costituirsi in vaste masse unitarie--perchè tutto quanto il
lavoro interno dell'incivilimento italiano tende da secoli, per chi sa
studiarlo, alla formazione dell'Unità--perchè tutte le objezioni fatte
al sistema unitario si riducono ad objezioni contro un sistema di
concentrazione e di dispotismo amministrativo che nulla ha di comune
coll'Unità.--La _Giovine Italia_ non intende che l'Unità nazionale
implichi _dispotismo_, ma concordia e associazione di tutti.--La vita
inerente alle località dev'esser libera e sacra. L'organizzazione
_amministrativa_ dev'esser fatta su larghe basi, e rispettare
religiosamente le libertà di comune; ma l'organizzazione _politica_
destinata a rappresentar la Nazione in Europa dev'essere una e centrale.
Senza unità di credenza e di patto sociale, senza unità di legislazione
politica, civile e penale, senza unità di educazione e di
rappresentanza, non v'è Nazione.

Su queste basi e sulle loro conseguenze dirette esposte negli scritti
dall'associazione, la _Giovine Italia_ è credente, e non accoglie ne'
suoi ranghi se non chi le accetta. Sulle applicazioni minori, e nelle
molte questioni secondarie di organizzazione politica da proporsi, essa
lavora e lavorerà: ammette ed esamina le divergenze, e invita i membri
dell'associazione a occuparsene. L'associazione pubblicherà via via
scritti appositi su ciascuna delle basi accennate e sulle principali
questioni che ne derivano, esaminate dall'alto della legge di Progresso
che regola la vita dell'Umanità e della Tradizione Nazionale Italiana.

I principî generali della _Giovine Italia_ comuni agli uomini di tutte
le nazioni, e gli accennati fin qui sulla nazione italiana in
particolare, verranno predicati, svolti, e tradotti popolarmente dagli
iniziatori agli iniziati, e dagli iniziati, quanto più possono,
all'universalità degli Italiani.

Iniziati e iniziatori non dimenticheranno mai che le applicazioni morali
di principî siffatti sono le prime e le più essenziali--che senza
moralità non v'è cittadino--che il principio d'una santa impresa è la
santificazione dell'anima colla virtù--che dove la condotta pratica
degli individui non è in perfetta armonia co' principî, la predicazione
de' principî è una profanazione infame e una ipocrisia--che solamente
colla virtù i fratelli nella _Giovine Italia_ potranno conquistare le
moltitudini alla loro fede--che se noi non siamo migliori d'assai di
quanti negano i nostri principî, non siamo che meschini settarî--che la
_Giovine Italia_ è non setta, o partito, ma credenza ed apostolato.
Precursori della rigenerazione italiana, noi dobbiamo posare la prima
pietra della sua religione.


§ 4.º

I mezzi de' quali la _Giovine Italia_ intende valersi per raggiunger lo
scopo sono l'Educazione e l'Insurrezione. Questi due mezzi devono usarsi
concordemente ed armonizzarsi. L'Educazione, cogli scritti,
coll'esempio, colla parola, deve conchiudere sempre alla necessità e
alla predicazione dell'insurrezione; l'insurrezione, quando potrà
realizzarsi, dovrà farsi in modo che ne risulti un principio
d'educazione nazionale. L'educazione, necessariamente segreta in Italia,
è pubblica fuori d'Italia.--I membri della _Giovine Italia_ devono
contribuire a raccogliere ed alimentare un fondo per le spese di stampa
e di diffusione.--La missione degli esuli Italiani è quella di
costituire l'apostolato. L'intelligenza indispensabile ai preparativi
dell'insurrezione è, dentro e fuori, segreta.

L'insurrezione dovrà presentare ne' suoi caratteri il programma in germe
della Nazionalità italiana futura. Dovunque l'iniziativa
dell'insurrezione avrà luogo, avrà bandiera italiana, scopo italiano,
linguaggio italiano.--Destinata a formare un Popolo, essa agirà in nome
del Popolo e si appoggerà sul Popolo, negletto finora.--Destinata a
conquistare l'Italia intera, essa dirigerà le sue mosse dietro un
principio d'invasione, d'espansione, il più possibilmente vasto ed
attivo.--Destinata a ricollocare l'Italia nell'influenza tra' popoli e
nel loro amore, essa dirigerà i suoi atti a provare loro l'identità
della causa.

Convinti che l'Italia può emanciparsi colle proprie forze--che a fondare
una Nazionalità è necessaria la coscienza di questa nazionalità, e che
questa coscienza non può aversi, ogni qual volta l'insurrezione si
compia o trionfi per mani straniere--convinta d'altra parte che
qualunque insurrezione s'appoggi sull'estero dipende dai casi
dell'estero e non ha mai certezza di vincere--la _Giovine Italia_ è
decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora
e il carattere dell'insurrezione. La _Giovine Italia_ sa che l'Europa
aspetta un segnale e che, come ogni altra nazione, l'Italia può darlo.
Essa sa che il terreno è vergine ancora per l'esperimento da
tentarsi--che le insurrezioni passate non s'appoggiarono che sulle forze
di una classe sola, non mai sulle forze dell'intera nazione--che ai
venti milioni d'Italiani manca non potenza per emanciparsi, ma la fede
sola. Essa ispirerà questa fede, prima colla predicazione, poi coi
caratteri e coll'energia dell'iniziativa.

La _Giovine Italia_ distingue lo stadio dell'insurrezione dalla
rivoluzione. La rivoluzione incomincerà quando l'insurrezione avrà
vinto. Lo stadio dell'insurrezione, cioè tutto il periodo che si
stenderà dall'iniziativa alla liberazione di tutto il territorio
italiano continentale, dev'esser governato da un'autorità provvisoria,
dittatoriale, concentrata in un piccol numero d'uomini. Libero il
territorio, tutti i poteri devono sparire davanti al Concilio Nazionale,
unica sorgente di autorità nello Stato.

La guerra d'insurrezione per bande è la guerra di tutte le Nazioni che
s'emancipano da un conquistatore straniero. Essa supplisce alla
mancanza, inevitabile sui principî delle insurrezioni, degli eserciti
regolari--chiama il maggior numero d'elementi sull'arena--si nutre del
minor numero possibile d'elementi--educa militarmente tutto quanto il
popolo--consacra colla memoria de' fatti ogni tratto del terreno
patrio--apre un campo d'attività a tutte le capacità locali--costringe
il nemico a una guerra insolita--evita le conseguenze d'una
disfatta--sottrae la guerra nazionale ai casi d'un tradimento--non la
confina a una base determinata d'operazioni--è invincibile,
indestruttibile. La _Giovine Italia_ prepara dunque gli elementi a una
guerra per bande, e la provocherà, appena scoppiata l'insurrezione.
L'esercito regolare, raccolto e ordinato con sollecitudine, compirà
l'opera preparata dalla guerra d'insurrezione.

Tutti i membri della _Giovine Italia_ lavoreranno a diffondere questi
principî d'insurrezione. L'associazione li svolgerà cogli scritti, ed
esporrà, a tempo, le idee e i provvedimenti che devono governare lo
stadio dell'insurrezione.


§ 5.º

Tutti i fratelli della _Giovine Italia_ verseranno nella cassa sociale
una contribuzione mensile di 50 centesimi. Quei tra loro che potranno,
s'astringeranno nel momento della loro iniziazione all'offerta mensile
d'una somma maggiore, corrispondente alle loro facoltà.


§ 6.º

I colori della _Giovine Italia_ sono: il _bianco_, il _rosso_, il
_verde_.

La bandiera della _Giovine Italia_ porta su quei colori, scritte da un
lato le parole: _Libertà_, _Uguaglianza_, _Umanità_; dall'altro:
_Unità_, _Indipendenza_.


§ 7.º

Ogni iniziato nella _Giovine Italia_ pronunzierà davanti all'Iniziatore
la formula di promessa seguente:

Nel nome di Dio e dell'Italia,

Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i
colpi della tirannide, straniera o domestica,

Pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m'ha posto, e ai fratelli
che Dio m'ha dati--per l'amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove
nacque mia madre e dove vivranno i miei figli--per l'odio, innato in
ogni uomo, al male, all'ingiustizia, all'usurpazione, all'arbitrio--pel
rossore ch'io sento in faccia ai cittadini dell'altre nazioni, del non
avere nome nè diritti di cittadino, nè bandiera di nazione, nè
patria--pel fremito dell'anima mia creata alla libertà, impotente ad
esercitarla, creata all'attività nel bene e impotente a farlo nel
silenzio e nell'isolamento della servitù--per la memoria dell'antica
potenza--per la coscienza della presente abjezione--per le lagrime delle
madri italiane pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio--per
la miseria dei milioni:

Io N. N.

Credente nella missione commessa da Dio all'Italia, e nel dovere che
ogni uomo nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento;

Convinto che dove Dio ha voluto fosse Nazione, esistono le forze
necessarie a crearla--che il Popolo è depositario di quelle forze--che
nel dirigerle pel Popolo e col Popolo sta il segreto della vittoria;

Convinto che la Virtù sta nell'azione e nel sagrificio--che la potenza
sta nell'unione e nella costanza della volontà;

Do il mio nome alla _Giovine Italia_, associazione d'uomini credenti
nella stessa fede, e giuro:

Di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in
Nazione _Una_, _Indipendente_, _Libera_, _Repubblicana_;

Di promovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d'azione,
l'educazione de' miei fratelli italiani all'intento della _Giovine
Italia_, all'associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola
può rendere la conquista durevole;

Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;

Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito
della _Giovine Italia_, da chi rappresenta con me l'unione de' miei
fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i
segreti;

Di soccorrere coll'opera e col consiglio a' miei fratelli
nell'associazione,

ORA E SEMPRE.

Così giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio, l'abominio degli
uomini e l'infamia dello spergiuro, s'io tradissi in tutto o in parte il
mio giuramento.

       *       *       *       *       *

Io giurai, primo, quello Statuto. Molti lo giurarono con me allora e
poi, i quali sono oggi cortigiani, faccendieri di consorterie
_moderate_, servi tremanti della politica di Bonaparte e calunniatori e
persecutori dei loro antichi fratelli. Io li disprezzo. Essi possono
aborrirmi, come chi ricorda loro la fede giurata e tradita; ma non
possono citare un sol _fatto_ a provare ch'io abbia mai falsato quel
giuramento. Oggi come allora io credo nella santità e nell'avvenire di
quei principî: vissi, vivo e morrò repubblicano, testimoniando sino
all'ultimo per la mia fede. S'essi mai volessero dirmi, quasi a
discolpa, ch'io pure mi adoprai negli ultimi due anni e tuttavia
m'adopro per l'Unità sotto una bandiera monarchica, io additerei loro le
linee dello Statuto che dicono: _l'Associazione non sostituisce la sua
bandiera a quella della Nazione futura: la Nazione libera. . . . . .
darà giudizio. . . . . venerato_.--Il popolo d'Italia è oggi travolto da
una illusione, che lo trascina a sostituire l'Unità materiale all'Unità
morale e alla propria rigenerazione: non io. Io piego la testa, dolente,
alla Sovranità nazionale, ma la monarchia non m'avrà impiegato nè servo;
e se la mia fede poggiasse sul Vero, dirà il futuro.

Lo Statuto risponde a ogni modo alle cento accuse che furono avventate
più tardi contro noi da libelli di spie come il De la Hodde, o di
frenetici come D'Arlincourt, e citate spesso con amore da scrittori di
parte _moderata_ che le sapevano false. Sopprimendo la condanna di
morte, minacciata da tutte le Società segrete anteriori, ai traditori
dei loro fratelli; sostituendo fin d'allora alla erronea straniera
dottrina dei _diritti_ la teorica del Dovere come fondamento dell'opere
nostre; prefiggendo ai buoni un programma definito, norma suprema sulla
quale ogni affratellato potea giudicare delle istruzioni trasmesse;
negando risolutamente la _necessità_ dell'iniziativa straniera;
dichiarando che l'Associazione, serbando segreto il lavoro tendente
all'insurrezione, svilupperebbe colla stampa i proprî principî e le
proprie idee, io separava interamente la nuova fratellanza dalle vecchie
Società segrete, dal dispotismo di capi invisibili, dalla indegna cieca
obbedienza, dal vuoto simbolismo, dalla molteplice gerarchia e da ogni
spirito di vendetta. La Giovine Italia chiudeva il periodo delle _sette_
e iniziava quello dell'_Associazione educatrice_.

Più dopo, consunto il primo periodo della nostra attività, sorsero nelle
Calabrie e in qualch'altro punto organizzazioni indipendenti dal Centro
che, assumendo il nome fatto popolare della _Giovine Italia_, coniarono,
a seconda delle abitudini del paese o delle inspirazioni personali dei
fondatori, Statuti in parte diversi dal nostro. Ma o le circostanze
vietarono ogni contatto fra noi, o insistemmo perchè accettassero le
nostre norme fondamentali. Quei che ci apponessero deviazioni siffatte
farebbero come quei che apponessero al principio repubblicano il terrore
del 1793, o al monarchico gli assassinii del 1815 nel mezzogiorno di
Francia. Ogni Partito, ogni moto nazionale ha sobbollimenti, pei quali,
presso gli onesti ragionatori, il Partito e il moto non sono
mallevadori.

Mi posi a capo della impresa perchè il concetto era mio ed era naturale
ch'io lo svolgessi, e perch'io sentiva in me potenza d'attività
infaticabile e pertinacia di volontà capaci di svolgerlo; e l'unità
della direzione mi pareva essenziale. Ma il programma era pubblico e
destinato ad essere l'anima dell'Associazione. Io non poteva deviarne
menomamente senza che gli affratellati sorgessero a rinfacciarmelo. Poi,
io ero circondato d'uomini i quali m'erano amici, e usavano liberamente
dei diritti dell'amicizia, e accessibile a tutti e in tutte le ore. Era
in sostanza un lavoro collettivo fraterno nel quale chi dirigeva
s'assumeva più ch'altro il privilegio d'incorrere il biasimo, le
opposizioni e la persecuzione per tutti.

Fermo nell'idea d'iniziare la doppia nostra missione segreta e pubblica,
insurrezionale ed educatrice, mentr'io dava opera assidua, come dirò
poi, all'impianto dei Comitati dell'Associazione in Italia, m'affrettai
a stampare il manifesto della GIOVINE ITALIA, _raccolta di scritti
intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell'Italia,
tendente alla sua rigenerazione_. Noi non avevamo mezzi pecuniarî. Io
andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che mi veniva dalla
famiglia: i miei amici erano tutti esuli e dissestati in finanza. Ma ci
avventurammo, fidando nell'avvenire e nelle sottoscrizioni volontarie
che dovevano venirci se i nostri principî tornavano accetti. Il
Manifesto escì sul finire, a quanto ricordo, del 1831. Gli tenne dietro
di poco, nel 1832, il primo fascicolo.



MANIFESTO

DELLA

GIOVINE ITALIA


Se un Giornale a noi Italiani esuli raminghi, e sbattuti dalla fortuna
fra gente straniera, senza conforto fuorchè di speranza, senza pascolo
all'anima fuorchè d'ira e dolore, non dovesse riuscire che sfogo
sterile, noi taceremmo. Fra noi, finora, s'è speso anche troppo tempo in
parole: poco in opere; e se non guardassimo che a' suggerimenti
dell'indole propria, il silenzio ci parrebbe degna risposta alle accuse
non meditate, e alla prepotenza de' nostri destini; il silenzio che
freme e sollecita l'ora della giustificazione solenne; ma guardando alle
condizioni presenti, e al voto, che i nostri fratelli ci manifestano,
noi sentiamo la necessità di rinnegare ogni tendenza individuale a
fronte del vantaggio comune: noi sentiamo urgente il bisogno di alzare
una voce libera, franca e severa che parli la parola della verità ai
nostri concittadini, e ai popoli che contemplano la nostra sventura.

Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle bajonette:
dapprima nell'ordine morale, poi nel materiale. Le bajonette non valgono
se non quando rivendicano, o tutelano un diritto: e diritti e doveri
nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei
più: la cieca forza può generare vittime e martiri e trionfatori; ma il
trionfo, collochi la sua corona sulla testa d'un re o d'un tribuno,
quand'osta al volere dei più, rovina pur sempre in tirannide.

I soli principî, diffusi e propagati per via di sviluppo intellettuale
nell'anime, manifestano nei popoli il diritto alla libertà, e creandone
il bisogno, danno vigore e giustizia di legge alla forza. Quindi
l'urgenza dell'istruzione.

La verità è una sola. I principî che la compongono sono pochi: enunciati
per la più parte. Bensì le applicazioni, le deduzioni, le conseguenze
de' principî sono molteplici; nè intelletto umano può afferrarle tutte
ad un tratto, nè afferrate, comprenderle intelligibili e coordinate, in
un quadro limitato e assoluto. I potenti d'ingegno e di core cacciano i
semi d'un grado di progresso nel mondo; ma non fruttano che per lavoro
di molti uomini ed anni. La umanità non si educa a slanci; ma per via
d'applicazioni lunghe e minute, scendendo a particolari e paragonando
fatti e cagioni, impara le sue credenze. Un Giornale, opera successiva,
progressiva e vasta di proporzioni, opera di molti che convengono a un
fine determinato, opera, che non rifiuta alcun fatto, bensì li segue
nell'ordine del tempo e li afferra, e ne trae, svolgendoli per ogni
lato, l'azione de' principî immutabili delle cose, sembra il genere più
efficace e più popolare d'insegnamento, che convenga alla moltiplicità
degli eventi, e alla impazienza dei nostri tempi.

In Italia come in ogni paese che aspira a ricrearsi v'è un urto di
elementi diversi, di passioni che assumono forme varie, d'affetti
tendenti in sostanza a uno stesso fine, ma con modificazioni presso che
all'infinito. Molti, anime alteramente sdegnose, abborrono lo straniero,
e gridano libertà soltanto perchè lo straniero la vieta. Ad altri la
idea della riunione d'Italia sorride unica, nè ad essi increscerebbe il
concentrarne le membra sotto l'impero d'una volontà forte, foss'anche di
tiranno cittadino, o straniero. Alcuni paurosi delle grandi scosse, e
diffidando di potere senza lunghi travagli soffocare ad un tratto tutti
quanti gl'interessi privati e le gare di provincia a provincia, si
arretrano davanti al grido d'unione assoluta, e accetterebbero una
divisione che minorasse non foss'altro il numero delle parti. Pochi
intendono, o pajono intendere la necessità prepotente, che contende il
progresso vero all'Italia, se i tentativi non s'avviino sulle tre basi
inseparabili dell'Indipendenza, della Unità, della Libertà. Pur questi
pochi aumentano ogni dì più, e assorbiranno rapidamente tutte l'altre
opinioni. L'abborrimento al Tedesco, la smania di scuotere il giogo, e
il furore di Patria sono passioni universalmente diffuse, e le
transazioni, che la paura, e i falsi calcoli diplomatici vorrebbero
persuaderci, sfumeranno davanti alla maestà del voto nazionale. Però la
questione sotto questo aspetto vive e s'agita fra l'ardire generoso che
tenta il moto, e la tirannide che fa l'ultime prove e le più tremende.

Non così sui mezzi, pei quali può conseguirsi l'intento, e tramutarsi la
insurrezione in vittoria stabile ed efficace. Una classe di uomini
influenti per autorità e per ingegno civile contende doversi procedere
nella rivoluzione colle cautele diplomatiche, anzichè colla energia
della fede, e d'una irrevocabile determinazione. Ammettono i principî,
rifiutano le conseguenze; deplorano i mali estremi, e proscrivono gli
estremi rimedî: vorrebbero condurre i popoli alla libertà coll'arti, non
colla ferocia della tirannide. Nati, cresciuti, educati a' tempi, nei
quali la coscienza degli uomini liberi era in Italia privilegio di
pochi, diffidano della potenza d'un popolo che sorge a rivendicare
gloria, diritti, esistenza; diffidano dell'entusiasmo, diffidano d'ogni
cosa, fuorchè dei calcoli de' gabinetti che ci hanno mille volte
venduti, e dell'armi straniere che ci hanno mille volte traditi. Non
sanno che gli elementi d'una rigenerazione fermentano in Italia da mezzo
secolo, e ch'oggi il desiderio del meglio è fremito di moltitudini. Non
sanno che un popolo schiavo da molti secoli non si rigenera se non colla
virtù, o colla morte. Non sanno che ventisei milioni d'uomini, forti di
giustizia, e di una volontà ferma, sono invincibili. Diffidano della
possibilità di riunirli tutti ad un solo voto; ma essi, tentarono forse
l'impresa? Si mostrarono decisi a sotterrarsi per essa? Bandirono la
crociata italiana? Insegnarono al popolo che non v'era se non una via di
salute; che il moto operato per esso dovea sostenersi da esso; che la
guerra era inevitabile, disperata, senza tregua fuorchè nel sepolcro, o
nella vittoria? No: ristettero quasi attoniti della grandezza
dell'opera, o camminarono tentennando, come se la via gloriosa che essi
calcavano fosse via d'illegalità, o di delitto. Illusero il popolo a
sperare nell'osservanza di principî ch'essi traevano dagli archivi de'
congressi o da' gabinetti: addormentarono l'anime bollenti, che
anelavano il sacrificio fecondo, nella fede degli ajuti stranieri:
consumarono nella inerzia, o in discussioni di leggi che non sapevano
come difendere, un tempo che doveva consecrarsi tutto a fatti magnanimi,
e all'armi. Poi, quando delusi nei loro calcoli, traditi dalla
diplomazia, col nemico alle porte, colla paura nel core, non videro che
una via d'ammenda generosa all'errore, la morte su' loro scanni,
rinnegarono anche quella, e fuggirono. Ora negano la fede nella nazione,
mentr'essi non tentarono mai suscitarla coll'esempio: deridono
l'entusiasmo, ch'essi hanno spento coll'incertezza e colla codardia. Sia
pace ad essi però che non traviarono per tristo animo; ma dovevano essi
assumere il freno d'una intrapresa, che non s'attentavano neppure di
concepire nella sua vasta unità?

Ma nelle rivoluzioni ogni errore è gradino alla verità. Gli ultimi fatti
hanno ammaestrato la crescente generazione più che non farebbero volumi
di teoriche, e noi lo affermiamo, coi moti Italiani del 1831, s'è
consumato il divorzio tra la Giovine Italia e gli uomini del passato.

Forse a convincere gl'Italiani, che Dio e la fortuna stanno coi forti e
che la vittoria sta sulla punta della spada, non nelle astuzie de'
protocolli, si volea quest'ultimo esempio, dove la fede giurata sui
cadaveri di sette mila cittadini fu convertita in patto d'infamia e di
delusione. Forse a insegnare che un popolo non deve aspettare libertà da
gente straniera, non bastava la vicenda di dieci secoli, nè il grido dei
padri caduti maledicendo: e si voleva lo spergiuro d'uomini liberi
insorti sei mesi prima contro ad uno spergiuro, poi l'esilio, le
persecuzioni, e lo scherno. Ora, l'Italia del XIX secolo sa che la unità
dell'impresa è condizione senza la quale non è via di salute: che una
rivoluzione è una dichiarazione di guerra a morte fra due principî: che
i destini dell'Italia hanno a decidersi sulle pianure Lombarde, e la
pace a fermarsi oltre l'Alpi: che non si combatte, nè si vince senza le
moltitudini, e che il segreto per concitarle sta nelle mani degli uomini
che sanno combattere e vincere alla loro testa: che a cose nuove si
richiedono uomini nuovi, non sottomessi all'impero di vecchie abitudini
o di antichi sistemi, vergini d'anima e d'interessi, potenti d'ira e
d'amore, e immedesimati in una idea: che il segreto della potenza sta
nella fede, la virtù vera nel sagrificio, la politica nell'essere e
mostrarsi forti.

Questo sa la Giovine Italia, e intende l'altezza della sua missione, e
l'adempirà, noi lo giuriamo per le mille vittime, che si succedono
instancabili da dieci anni a provare, che colle persecuzioni non si
spengono, bensì si ritemprano le opinioni: lo giuriamo per lo spirito
che insegna il progresso, pei giovani combattenti di Rimini, pel sangue
de' martiri Modenesi. V'è tutta una religione in quel sangue: nessuna
forza può soffocare la semenza di libertà, però ch'essa ha germogliato
nel sangue dei forti. Oggi ancora la nostra è la religione del martirio:
domani sarà la religione della vittoria.

E a noi giovani, e credenti nell'istessa fede, corre debito di
soccorrere alla santa causa in tutti i modi possibili. Poichè i tempi ci
vietano l'opre del braccio, noi scriveremo. La Giovine Italia ha bisogno
d'ordinare a sistema le idee che fremono sconnesse e isolate nelle sue
file: ha bisogno di purificare d'ogni abitudine di servaggio, d'ogni
affetto men che grande, questo elemento nuovo e potente di vita che la
spinge a rigenerarsi: e noi, fidando nell'ajuto Italiano, tenteremo di
farlo: tenteremo di farci interpreti di quanti bisogni, di quante
sciagure, di quante speranze costituiscono la Italia del secolo XIX.

Noi intendiamo di pubblicare, con forme e patti determinati, una serie
di scritti tendenti a cotesto scopo, e a norma de' principî che abbiamo
accennati.

Noi non rifiuteremo gli argomenti filosofici, e letterarî: l'unità è
prima legge dell'intelletto. La riforma d'un popolo non ha basi stabili
se non posa sull'accordo nelle credenze, sul complesso armonico delle
facoltà umane; e le lettere, contemplate come un sacerdozio morale, sono
espressione della verità dei principî, mezzo potente di incivilimento.

Rivolti principalmente all'Italia, noi non ci allargheremo nella
politica forestiera e negli eventi europei, se non quanto giovi a
promuovere la educazione e l'esperienza italiana, se non quanto giovi ad
accrescere infamia agli oppressori del mondo, o a stringer più fermo il
vincolo di simpatia che deve raccogliere in una fratellanza di voti e
d'opere gli uomini liberi di tutte le contrade.

Una voce ci grida: la religione della umanità è l'Amore. Dove due cori
battono sotto lo stesso impulso, dove due anime s'intendono nella virtù,
ivi è patria. E noi non rinnegheremo il più bel voto dell'epoca, il voto
dell'associazione universale tra' buoni; ma un sangue gronda dalle
piaghe, aperte dalla fede nello straniero, che noi non possiamo
dimenticare ad un tratto. L'ultima voce dei traditi si frappone tra noi
e le nazioni che ci hanno finora venduti, negletti, o sprezzati. Il
perdono è la virtù della vittoria. L'amore vuole equilibrio di potenza e
di stima. Però, noi, rifiutando pur sempre l'ajuto e la compassione
dello straniero, gioveremo allo sviluppo del sentimento europeo col
mostrarci, non foss'altro, quali noi siamo, nè ciechi nè vili, ma
sfortunati; e cacciando sulla mutua stima le basi della futura amicizia.
L'Italia non è conosciuta. La vanità, la leggerezza, la necessità di
crear discolpe ai delitti han fatto a gara per travisare fatti,
passioni, costumanze e abitudini. Noi snuderemo le nostre ferite:
mostreremo allo straniero di qual sangue grondi quella pace alla quale
ci sacrificarono le codardie diplomatiche: diremo gli obblighi che
correvano a' popoli verso di noi, e gl'inganni che ci han posto in
fondo: trarremo dalle carceri e dalle tenebre del dispotismo i documenti
della nostra condizione, delle nostre passioni, e delle nostre virtù:
scenderemo nelle fosse riempiute dell'ossa de' nostri martiri, e
scompiglieremo quell'ossa, ed evocheremo que' grandi sconosciuti,
ponendoli davanti alle nazioni, come testimonî muti dei nostri
infortunî, della nostra costanza, e della loro colpevole indifferenza.
Un gemito tremendo di dolore, e d'illusioni tradite sorge da quella
rovina, che l'Europa contempla fredda, e dimentica che da quella rovina
si diffondeva ad essa due volte il raggio dell'incivilimento, e della
libertà. E noi lo raccorremo quel gemito, e lo ripeteremo alla Europa,
ond'essa v'impari tutta l'ampiezza del suo misfatto, e diremo a' popoli:
queste son l'anime che voi avete trafficate sinora: questa è la terra
che avete condannata alla solitudine e all'eternità del servaggio!
(1831).

       *       *       *       *       *

Le obbiezioni a noi più frequenti movevano, singolare a dirsi, dalla
credenza radicata nei più tra gli uomini delle insurrezioni passate e
nei mezzi ingegni della Penisola, che l'Unità fosse utopia ineseguibile
e avversa alle tendenze storiche degli Italiani. Tra gli oppositori e me
il fatto ha deciso. Ma allora, quando il dissenso era nelle classi dette
educate, pressochè universale--quando i Governi di tutta Europa
mantenevano la teoria di Metternich che facea dell'Italia una
espressione puramente _geografica_, e gli uomini più noti in Francia ed
altrove per tendenze repubblicane ostili ai Trattati e invocanti
rivoluzione parteggiavano pel _federalismo_ come solo possibile tra
noi--le cagioni di dubbio erano molte davvero. Armand Carrel e gli
uomini del _National_ insinuavano i vantaggi delle confederazioni in
Italia, nella Spagna, in Germania. Buonarroti e gli uomini che
cospiravano intorno a lui erano teoricamente favorevoli alle Unità
Nazionali; ma la loro decisione irrevocabile, intollerante, che nessun
popolo dovesse mai movere se non dopo la Francia, rendeva illusoria
l'idea e minacciava spegnerla in germe. Il vero è che mancava a tutti in
quel periodo di concitamento europeo l'intuizione dell'avvenire. Il moto
era, più che d'altro, di libertà. Pochi intendevano che libertà vera e
durevole non può conquistarsi all'Europa se non da popoli compatti,
forti, equilibrati di potenza e non ridotti dal terrore d'una invasione
a mendicare con turpi concessioni un'alleanza proteggitrice o sviati da
speranze d'ajuti per lo scioglimento d'una od altra questione
territoriale a imparentare la libertà propria coll'altrui dispotismo:
pochissimi intendevano che l'invocata associazione dei popoli pel
progresso ordinato e pacifico dell'Umanità tutta quanta esigeva prima
condizione _che i popoli fossero_. E popoli non sono dove pel
congiungimento forzato di razze o famiglie diverse manca l'unità della
fede e dell'intento morale che soli costituiscono le nazioni. Il riparto
d'Europa, come i Trattati del 1815 l'avevano sancito, frapponeva, colla
eccessiva potenza degli uni e la debolezza degli altri, colla necessità
d'appoggiarsi a ogni patto su qualunque grande Potenza s'offrisse creata
ai piccoli Popoli e col germe delle divisioni interne lasciato vivo in
seno a quasi ciascuna Nazione, un ostacolo insormontabile a ogni
sviluppo normale e securo di libertà. Rifare la Carta d'Europa e
riordinare i popoli a seconda della missione speciale assegnata a ognun
d'essi dalle condizioni geografiche, etnografiche, storiche, era dunque
il primo passo essenziale per tutti. A me la questione delle Nazionalità
pareva chiamata a dare il suo nome al secolo e restituire all'Europa una
potenza d'_iniziativa_ pel bene che non esisteva più da quando Napoleone
aveva, cadendo, conchiuso un'epoca intera. Ma quei presentimenti non
erano se non di pochissimi. Quindi la questione d'Unità che stava in
cima de' miei pensieri non era guardata siccome importante, e gli
ostacoli apparenti inducevano facilmente i nostri a sagrificarla. In
Francia l'istinto, inconsciamente dominatore non delle moltitudini, ma
degli ingegni, accarezzava allora, come sempre, teorie e disegni che
miravano a ordinare intorno alla Francia Una e forte, libere, ma deboli
confederazioni.

Bensì, a me per verificare le probabilità del mio concetto importava,
più assai che non il voto dei mezzi ingegni stranieri e nostri,
l'istinto delle moltitudini e dei giovani ignoti a contatto con esse in
Italia. Mi diedi dunque, tra un articolo e l'altro, a impiantare
l'Associazione segreta. Mandai Statuti, Istruzioni, avvertenze d'ogni
genere ai giovani amici lasciati in Genova e in Livorno. Là, mercè i
Ruffini in Genova, Bini e Guerrazzi in Livorno, s'impiantarono le prime
_Congreghe_. Così chiamavamo con nome desunto dai ricordi di Pontida i
nostri nuclei di direzione.

L'ordinamento era, quanto più si poteva, semplice e schietto di
simbolismo. Respinta l'interminabile gerarchia del Carbonarismo,
l'associazione non avea che due gradi: _Iniziatori_ e _Iniziati_: erano
_iniziatori_ quanti, oltre la devozione ai principî, avevano intelletto
abbastanza prudente per scegliere nuovi membri da affratellarsi;
_iniziati_ semplici gli uomini ai quali era sottratta la facoltà di
affigliare. Un Comitato Centrale all'estero, destinato a tenere
sollevata in alto la bandiera dell'Associazione, a stringere quanti più
vincoli fosse possibile tra l'Italia e gli elementi democratici
stranieri, e a dirigere generalmente l'impresa:--Comitati interni,
dirigenti la cospirazione pratica nei particolari, impiantati nei
capoluoghi delle provincie importanti:--un Ordinatore in ogni città
posto a centro degli _Iniziatori_:--poi gli affratellati divisi in
drappelli ineguali di numero capitanati dagli Iniziatori;--era questa
l'ossatura della _Giovine Italia_. La corrispondenza correva quindi
dagli Iniziati agli Iniziatori, da questi, separatamente per ciascuno,
all'Ordinatore; dagli Ordinatori alla Congrega della loro
circoscrizione, dalle Congreghe al Comitato Centrale. Eliminati come
soverchiamente pericolosi i segni di conoscimento tra gli affratellati,
una parola convenuta, una carta tagliuzzata, un tocco speciale di mano
accreditavano i viaggiatori dal Comitato Centrale ai Comitati
provinciali e da questi a quello: mutabili per trimestre. Le
contribuzioni mensili, alle quali ogni affratellato s'astringeva a
seconda dei mezzi, rimanevano pei due terzi nelle Casse dell'interno: un
terzo rifluiva, o più esattamente dovea rifluire nella Cassa Centrale
per supplire alle spese d'ordine generale. La stampa doveva alimentarsi
da sè colla vendita degli scritti. Un ramoscello di cipresso era, in
memoria dei Martiri, il simbolo dell'Associazione. Il motto generale ORA
E SEMPRE accennava alla costanza necessaria all'impresa. La bandiera
della _Giovine Italia_ portava da un lato, scritte sui tre colori
italiani, le parole: LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ e dall'altro: UNITÀ e
INDIPENDENZA: indicatrici le prime della missione internazionale
Italiana, le seconde della nazionale. DIO e l'UMANITÀ fu fin dai primi
giorni dell'Associazione la formola da essa adottata in tutte le sue
relazioni esterne: DIO E IL POPOLO la formola per tutti i lavori
risguardanti la Patria. Da questi due principî, applicazioni a due sfere
diverse d'un solo, l'Associazione deduceva tutte le sue credenze
religiose, sociali, politiche, individuali. Prima fra tutte le
Associazioni politiche di quel tempo, la _Giovine Italia_ mirava a
comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita
Nazionale e a dirigerle tutte, dall'alto d'un principio religioso: _la
missione fidata alla creatura_, verso un unico fine, l'emancipazione
della Patria, e il suo affratellamento coi Popoli liberi.

       *       *       *       *       *

Le istruzioni che io in quel primo periodo dell'Associazione andava
inculcando ai Comitati, agli Ordinatori e a quanti giovani venivano a
contatto con me, erano in parte morali, in parte politiche.

Le morali sommavano, mutate le parole, a questo: «Noi siamo non
solamente cospiratori, ma credenti: aspiriamo ad essere, non solamente
rivoluzionarii ma per quanto è in noi rigeneratori. Il nostro è problema
d'_educazione nazionale_ anzi tutto: l'armi e l'insurrezione non sono se
non mezzi senza i quali, mercè le nostre condizioni, è impossibile
scioglierlo: ma noi non invochiamo le bajonette se non a patto ch'esse
portino sulla punta un'idea. Poco ci importerebbe distruggere, se non
avessimo speranza di fondare il meglio: poco di scrivere doveri e
diritti sopra un brano di carta se non avessimo intento e fiducia di
stamparli nell'anime. Questo neglessero i nostri padri; questo dobbiam
noi aver sempre davanti la mente. Determinare i diversi Stati d'Italia a
insorgere, non basta; si tratta di crear la Nazione. Noi crediamo
religiosamente che l'Italia non ha esaurito la propria vita nel mondo,
essa è chiamata a introdurre ancora nuovi elementi nello sviluppo
progressivo dell'Umanità e a vivere d'una terza vita; noi dobbiamo
mirare a iniziarla. Il materialismo non può generare in politica se non
la dottrina dell'_individuo_, buona forse ad assicurare--e appoggiandosi
sulla forza--l'esercizio di alcuni diritti personali, ma impotente a
fondare la nazionalità e l'associazione, ch'esigono fede in una unità
d'origine, di legge, di fine: lo respingiamo. Noi dobbiamo tendere a
rannodare la tradizione filosofica italiana dei secoli XVI e XVII,
tradizione di sintesi e spiritualismo; a ravvivare le forti credenze, e
risuscitare nel core degli italiani la coscienza dei fatti della
nazione; a dar loro con quella coscienza coraggio, potenza di
sagrificio, costanza, concordia d'opera.»

       *       *       *       *       *

E le Istruzioni politiche ripetevano:

«Il partito più forte è il partito più logico. Non vi contentate d'un
semplice senso di ribellione nei vostri; o d'incerte, indefinite
dichiarazioni di liberalismo: chiedete a ciascuno la sua credenza e non
accettate se non gli uomini la credenza dei quali è concorde colla
vostra. Non fate assegnamento sul numero, ma sull'unità delle forze. Il
nostro è un esperimento sul nostro popolo: ci rassegniamo alla
possibilità di trovarci delusi nelle nostre speranze, ma non al pericolo
di vedere sorgere tra noi la discordia il dì dopo l'azione. La vostra è
bandiera nuova: cercatele sostenitori fra' giovani: è in essi
entusiasmo, capacità di sagrificio, energia. Dire loro tutta quanta la
verità, tutto ciò che vogliamo. Saremo certi d'essi s'accettano. Supremo
errore del passato fu quello di fidare le sorti del paese agli individui
più che ai principî: combattetelo: predicate fede, non nei nomi ma nelle
moltitudini, nel diritto, in Dio. Insegnate a scegliere i capi tra quei
che avranno attinto le inspirazioni nella rivoluzione, non nella
condizione di cose anteriori. Ponete a nudo gli errori del 1831: non
tacete alcuna delle colpe dei capi. Ripetete sempre che la salute
d'Italia sta nel suo popolo. E la leva del popolo sta nell'azione,
nell'azione continua, rinnovata sempre senza sconfortarsi o atterrirsi
delle prime disfatte. Fuggite le transazioni: sono quasi sempre immorali
e per giunta inutili. Non v'illudete a poter evitare guerra, guerra
inesorabile, feroce, dall'Austria: fate invece, quando vi sentirete
forti, di provocarla: l'offensiva è la guerra delle rivoluzioni;
assalendo, inspirerete paura al nemico, fiducia e ardore agli amici. Non
abbiate speranza nei Governi stranieri: se potrete mai averne un ajuto
non sarà se non a patto di convincerli prima che siete forti e capaci di
vincer senza essi. Non fidate nella diplomazia; sviatela lottando, e
pubblicando ogni cosa. Non insorgete mai se non in nome d'Italia e per
l'Italia tutta quanta è. Se vincerete la prima battaglia in nome d'un
principio e con forze vostre, sarete iniziatori tra i popoli e li avrete
compagni nella seconda. E se cadrete avrete almeno promosso l'educazione
del paese: lascerete sulla vostra tomba un programma per la generazione
che terrà dietro alla vostra.»

       *       *       *       *       *

Vivono ancora molti degli uomini ch'ebbero in quel tempo contatto con
me; e possono dire se il mio linguaggio non era tale.

L'esperimento riuscì.--Il popolo confutò i mezzi ingegni.

       *       *       *       *       *

I Comitati si costituirono rapidamente nelle principali città di
Toscana. In Genova, i Ruffini, Campanella, Benza ed altri pochi che
accettarono l'ufficio di diffondere l'associazione, erano pressochè
ignoti, giovani assai e senza mezzi di fortuna od altro che potesse
conquistare ad essi influenza. E nondimeno da studente a studente, da
giovine a giovine, l'affratellamento si diffuse più assai rapidamente
che non era da sperarsi. I primi nostri scritti supplirono all'influenza
personale. Quanti potevano leggerli, s'affratellavano. Era la vittoria
delle idee sostituita alla potenza dei nomi o al fascino del mistero. Le
nostre trovavano un'eco, rispondevano visibilmente a una aspirazione
fino allora inconscia e dormente nel core dei giovani. E bastava per
rinfrancarci, e segnarci doveri che in verità noi tutti, piccola falange
di precursori, per quanto concerne operosità instancabile e sagrificio,
compiemmo. Dall'associazione dei San Simoniani in fuori, alla quale la
semplice pretesa di religione inspirava appunto in quei tempi più assai
potenza di sagrificio e d'amore che non n'ebbero tutte le società
democratiche puramente politiche, io non vidi--e lo dico per debito ad
uomini che morirono o vivono noncuranti di fama e pressochè
ignoti--nucleo di giovani devoti con tanto affetto reciproco, con tanta
verginità d'entusiasmo, con tanta prontezza a fatiche d'ogni giorno,
d'ogni ora, come quello che s'adoprava allora con me. Eravamo, Lamberti,
Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi quasi
tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e
gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere,
interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di
stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e
funzioni d'operai: La Cecilia, allora dirittamente buono, s'era fatto
compositore di stampa: Lamberti, correttore; tal altro letteralmente
facchino per economizzarci la spesa del trasporto dei fascicoli a casa.
Vivevamo eguali e fratelli davvero, d'un solo pensiero, d'una sola
speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per
tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani
stranieri: spesso--dacchè spendevamo, per ogni cosa, del nostro--fra le
strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di
fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine,
pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge.
Avevamo guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da
nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie,
d'ingratitudini, di sospetti e calunnie da uomini di patria e spesso di
parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione
dalla bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità
offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quelli
anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime
nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi
pochi

    La violenta e disperata pace,

il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al
freddo, inesorabile, scarno dovere.--E Dio ne salvi quei che verranno.

Il contrabbando delle nostre stampe in Italia era faccenda vitale per
l'Associazione e grave per noi. Un giovane Montanari che viaggiava sui
vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morì poi di colèra nel
Mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci
giovavano mirabilmente. E finchè l'ira dei Governi non fu convertita in
furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere
sull'involto destinato per Genova, un indirizzo di casa commerciale non
sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di
Civitavecchia e via così: sottratto in questo modo l'involto alla
giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto
serbavasi dall'affratellato sul battello, finchè i nostri, avvertiti,
non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno
alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e
furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce
tremendo agli introduttori--quando la guerra inferocì per modo che Carlo
Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pensa, Barbaroux,
Lascaréne, intimò a chi non _denunzierebbe_, due anni di prigione e una
ammenda, promettendo al _delatore_ metà della somma e il
segreto--cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci
costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i
fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di
pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la
notte: le botti, dieci o dodici, si spedivano numerate per mezzo
d'agenti commerciali ignari a commissionarî egualmente ignari nei luoghi
diversi, dove taluno dei nostri avvertito dell'arrivo, si presentava a
mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un
solo dei molti ripieghi che andavamo ideando.

Avevamo del resto ai contrabbandi l'ajuto di qualche repubblicano
francese e segnatamente della marineria dei legni mercantili italiani,
buona allora com'oggi, e verso la quale avevamo con attività grande
diretto il nostro lavoro. Primi fra i migliori erano gli uomini di
Lerici, e ricordo con affetto e ammirazione come ad esempio un tipo
mirabile di popolano, Ambrogio Giacopello, che perdè nave e ogni cosa
per averci contrabbandato sulle coste liguri duecento fucili, e mi
rimase amico devoto. Credo ch'ei viva tuttavia in Marsiglia, e vorrei
che potessero cadergli sott'occhio queste mie linee. So ch'egli sarebbe
lieto del mio ricordo. Non ho mai trovato ingratitudine e oblio nei
popolani d'Italia.

Incapace d'impedire la circolazione dei nostri scritti all'interno, i
Governi d'Italia tentarono di soffocare la nostra voce in Marsiglia, e
si rivolsero al Governo Francese. E il Governo Francese che,
riconosciuto da tutti, non aveva più cagione d'impaurire il dispotismo
Europeo, annuì alle richieste. Ma quella persecuzione non impedì
menomamente il progresso del nostro lavoro. L'ordinamento si diffuse
rapidamente da Genova alle Riviere, a parecchie località del Piemonte e
a Milano, dalla Toscana alle Romagne. I Comitati si moltiplicarono. Le
comunicazioni segrete si stabilirono regolari e possibilmente sicure
fino alle frontiere napoletane. I viaggiatori da una provincia all'altra
corsero frequenti a infervorare gli animi e trasmettere le nostre
istruzioni. La sete di stampati fu tale che, non bastando i nostri,
stamperie clandestine s'impiantarono su due o tre punti d'Italia:
ristampavano cose nostre o diramavano brevi pubblicazioni inspirate
dalle circostanze locali. La _Giovine Italia_, accettata con entusiasmo,
diventava in meno d'un anno associazione dominatrice su tutte l'altre in
Italia.

       *       *       *       *       *

Era il trionfo dei principî. Il nudo fatto che in così breve tempo pochi
giovani, ignoti, sprovveduti di mezzi, esciti dal popolo, avversi
pubblicamente nelle dottrine e nelle opere a quanti avevano, per voto di
popolo e influenza riconosciuta, capitanato fin allora il moto politico,
si trovassero capi d'una associazione potente tanto da concitarsi contro
la trepida persecuzione di sette Governi, bastava, parmi, a provare che
la bandiera inalzata era la bandiera del vero--(1861).

       *       *       *       *       *

Il decreto ministeriale che, per compiacere ai governi dispotici
d'Italia, m'esiliava di Francia, mi colse nell'agosto del 1832.
Importava continuare in Marsiglia, dov'erano ordinate le vie di
comunicazione coll'Italia, la pubblicazione dei nostri scritti. Però
determinai di non ubbidire e mi celai, lasciando credere ch'io partiva.

Gli esuli di tutte le Nazioni erano allora accantonati con un misero
sussidio nei dipartimenti e sottomessi, in virtù di quel sussidio, a
leggi speciali che ricordavano i _sospetti_ dell'antica rivoluzione e
somigliavano a quelle che poi costituirono la classe degli
_attendibili_ nel Mezzogiorno d'Italia. Io non riceveva sussidio
governativo e mandai quindi alla _Tribune_, giornale repubblicano
d'allora, la protesta seguente:

«Quando vige un sistema fondato sulle eccezioni, quando diritti di
domicilio e di libertà individuale sono manomessi da una legge ingiusta
anche più ingiustamente applicata, quando accusa, giudizio e condanna
emanano da uno stesso potere, o senza possibilità di difesa, quando lo
sguardo cacciato intorno non s'abbatte che in esempî di tirannide e di
sommessione, è debito d'ogni uomo ch'abbia senso di dignità di
protestare altamente.

«E scopo della protesta non è un tentativo di difesa inutile e
impotente, nè un desiderio di movere a simpatia quei che soffrono essi
pure gli stessi mali, ma il bisogno d'infamare davanti agli uomini il
Potere che abusa della propria forza, di rivelare al paese, nel quale
l'ingiustizia è commessa, le turpitudini di chi governa, d'aggiungere un
documento a quelli sui quali un popolo presto o tardi condanna quei che
lo tradiscono e lo disonorano.

«Per queste ragioni io protesto.

«I Giornali parlarono dell'Ordine che m'è dato dal Ministero Francese e
dei motivi sui quali è fondato.

«Io sono accusato di cospirare per l'emancipazione del mio paese,
cercando di suscitarvi gli animi con lettere e stampati segretamente
introdotti: sono accusato di mantenere corrispondenza con un Comitato
repubblicano in Parigi, e d'avere avuto, io Italiano privo di relazioni
e di mezzi e risiedente in Marsiglia, contatto pericoloso allo stato coi
combattenti del chiostro di S. Mery.

«Non respingerò io di certo la responsabilità della prima accusa. Se
cercare di diffondere utili verità, per via di stampa, nella propria
patria ha nome di cospirazione, io cospiro. Se l'esortare i propri
concittadini a non addormentarsi nella servitù, a durare combattendola,
a vegliare e afferrare, appena s'affacci, il momento propizio per
conquistarsi nome di patria e Governo Nazionale, è cospirazione, io
cospiro. Ogni uomo ha debito di cospirare per l'onore e la salute de'
suoi fratelli. E nessun Governo che s'intitoli libero ha diritto di
trattare come colpevole l'uomo che compie quel sacro dovere. Soli gli
uomini dello _stato d'assedio_ possono rinnegare principî siffatti[13].

«Ma della seconda accusa ove stanno le prove?

«I dispacci ministeriali citano alcuni estratti di lettere che
s'affermano scritti da me agli amici dell'interno, e, a quanto dicesi,
sequestrate.

«Quelle lettere contengono, a detta del ministero, rivelazioni sulle
giornate del 5 e del 6 di giugno. Esse dichiarano che i fatti di quei
due giorni non hanno danneggiato in modo alcuno la parte repubblicana di
Francia; che il tentativo fallì unicamente _perchè i patrioti dei
Dipartimenti, che dovevano trovarsi in Parigi, mancarono alla promessa_;
che nondimeno si sta maturando un altro non remoto disegno
d'insurrezione; che il trono di Luigi Filippo è minato per ogni dove; e
finalmente che il _Comitato repubblicano di Parigi sta per mandare
cinque o sei emissari in Italia_ per coordinarvi i lavori degli uomini
della libertà.

«Ove sono quelle lettere? in Parigi? le sequestrava il Governo di
Francia? furono esse comunicate all'accusato? Somministrano la mia
condotta, i miei atti, le mie corrispondenze prove che convalidino
l'affermazione dell'essere le lettere scritte da me? No. Le citazioni
delle lettere spettano alla polizia Sarda; gli originali stanno, dicono,
ne' suoi archivî; il ministro di Francia non le cita che a brani,
sull'altrui fede. Soltanto, ei crede che le altrui relazioni meritino
fede da lui. Perchè? Come? esiste un solo ragguaglio di polizia francese
che mi dimostri cospiratore contro il Governo di Francia? Fui io mai
colpevole di ribellione? o sorpreso nelle file della sommossa?

«In condizione siffatta di cose, che mai posso io fare?

«È possibile dimostrare le falsità d'un fatto speciale, definito; non è
possibile dimostrar quella d'un fatto generale che può abbracciare gli
atti e i pensieri di tutta una vita: non è possibile difendersi da una
accusa che non s'appoggia su prova alcuna.

«Io chiesi che mi fossero comunicate le lettere ministeriali; ed ebbi
rifiuto. Non mi rimaneva che la facoltà di negare il fatto siccome
falso, e lo feci. Negai l'esistenza nelle mie lettere delle linee in
corsivo che sole accennerebbero a un intendimento comune tra me e il
partito repubblicano di Francia. Quelle linee sono una interpolazione.
Altro non esprimono che osservazioni e giudizî intorno a fatti recenti,
e non possono formare argomento d'accusa.

«Io dissi queste cose al Ministro in una mia lettera del 1.º agosto.
Smentii quelle linee, sfidando la polizia francese e la sarda a provarne
l'autenticità. Chiesi inchiesta, processo e giudizio. Il Ministro non
condiscese a rispondermi.

«Il prefetto di Marsiglia, che m'aveva promesso d'aspettare la risposta
del signor di Montalivet, m'intimò a un tratto un secondo ordine di
partenza. E mi fu forza cedere.

«Son questi i fatti.

«Uomini del Potere, che cosa sperate? che la vostra vergognosa
sommessione ai voleri della Santa Alleanza c'induca a tradire i nostri
doveri verso la Patria? o che le vostre insistenti persecuzioni possano
mai sconfortarci e stancarci di quella santa libertà che voi rinegaste
saliti appena al potere? Pensate di riuscire con una serie di atti
arbitrarî nella missione retrograda che v'assumeste di far germogliare
la diffidenza dove il vincolo di fratellanza va più sempre stringendosi?
o d'infondere un senso di riazione nei patrioti di tutte contrade contro
quella Francia alla quale voi soli contendete fati e missione?

«O credete, uomini abbiettamente codardi, cancellarvi di sulla fronte il
marchio meritato d'infamia, allontanando gli uomini che voi spingeste
sull'orlo dell'abisso per abbandonarli al pericolo, gli uomini la cui
presenza sul suolo francese è un sanguinoso rimprovero, un perenne
rimorso per voi? Non lo sperate. Quella macchia è incancellabile; ogni
giorno della vostra dominazione la fa più profonda; ogni giorno solleva
una voce di proscritto per maledirvi e gridarvi:

«Seguite, seguite! Voi ci rapiste libertà, patria, esistenza: rapiteci
or, se potete, anche la parola: rapiteci l'alito che ci reca un profumo
della nostra terra: rapite al proscritto la sola gioja ch'ei serbi sul
suolo straniero, quella d'affondare lontano sul mare lo sguardo dicendo
a sè stesso: _là è l'Italia!_ Seguite, seguite! D'una in altra
umiliazione trascinatevi ai piedi dello Czar, del Papa o di Metternich;
supplicate perchè vi si concedano ancora alcuni giorni d'esistenza,
offrendo in ricambio oggi la libertà d'un patriota, domani la di lui
testa. Seguite, seguite! Spingetevi più sempre innanzi sulla via che
attraverso il disonore conduce a rovina. È necessario, perchè i popoli
raggiungano salute, che voi possiate rivelarvi in tutta la nudità d'un
sistema d'inganno e di bassezza nuovo in Europa. È necessario, perchè la
santa causa trionfi, che si dimostri innegabilmente per voi
l'impossibilità d'una alleanza tra la causa dei re e quella dei popoli.

«Ma quando la misura sarà colma, quando la campana a stormo dei popoli
suonerà l'ora della libertà, e la Francia in armi vi chiederà: _come
usaste il potere ch'io v'affidai?_ guai a voi! popoli e re vi
respingeranno ad un'ora. Voi consegnaste la patria senza difesa alle
insidie dei despoti; cacciaste a piene mani il disonore sovr'essa;
faceste quasi retrocedere d'un passo l'associazione universale; per voi
la libertà delle nazioni fu data in pasto alla Santa Alleanza; per voi
s'invelenirono l'anime, s'annebbiarono di diffidenza i generosi
pensieri, s'interruppe il nobile moto di fratellanza che le giornate del
Luglio avevano iniziato. Poi, quando le vittime della vostra diplomazia,
dei vostri perfidi protocolli, vennero, siccome spettri, a chiedervi
asilo, voi le respingeste, le abbeveraste d'oltraggi, e cancellaste dai
vostri codici i diritti inviolabili della sciagura e il dovere ospitale.

«Quanto a noi, uomini d'azione, minorità sacra alla sventura, sentinelle
perdute della rivoluzione, diemmo, il dì che giurammo alla causa degli
oppressi, un addio solenne alla vita, alle sue gioje, a' suoi conforti.
Non entri in noi ira ingiusta o diffidenza fatale. La fazione ch'oggi
governa nulla ha di comune coi popoli che gemono conculcati come noi
gemiamo. Serbiamoci uniti, e stringiamo le file. L'ora della giustizia
verrà per noi tutti[14].»

  _24 agosto 1832._                                GIUSEPPE MAZZINI.


Dopo la Protesta, rincrudirono, com'era da aspettarsi, le persecuzioni.
Irritato della nostra ostinazione e sollecitato senza posa dagli agenti
dei nostri Governi, il Ministro Francese tentò tutte le vie per
sopprimere la _Giovine Italia_: intimò lo sfratto a parecchi tra i
nostri operai compositori e a taluni fra quei ch'egli supponeva
collaboratori: s'adoprò a impaurire il pubblicatore: minacciò di
sequestri: moltiplicò le ricerche per avermi in mano. Noi sostenemmo
virilmente la lotta: agli operai cacciati sostituimmo operai francesi:
un cittadino di Marsiglia, Vittore Vian, si fece _gerente_: i nostri si
dispersero nei piccoli paesi vicini al centro del nostro lavoro:
provvedemmo a trafugare le copie degli scritti appena escite dal nostro
torchio; e quanto a me, cominciai allora quel modo di vita che mi tenne
ventidue anni su trenta prigioniero volontario, fra le quattro pareti
d'una stanzuccia. Non mi rinvennero. Gli accorgimenti coi quali mi
sottrassi--le doppie spie che servivano, a un tempo, per poco danaro, al
prefetto e a me, inviandomi lo stesso giorno copia delle informazioni
date sul mio conto alle Autorità--il comico modo col quale, scoperto un
giorno il mio asilo, persuasi al Prefetto di lasciarmi partire,
invigilato da' suoi agenti, senza scandali e chiassi, poi mandai in mia
vece a Ginevra un amico che m'era somigliante della persona, mentr'io
passava tra i birri in uniforme di guardia nazionale--non entrano in
questo racconto che non mira a pascere la curiosità dei lettori
sfaccendati, ma a giovare d'indicazioni storiche e d'esempî il paese.
Basti ch'io rimasi per tutto un anno in Marsiglia, scrivendo,
correggendo prove, corrispondendo, abboccandomi a mezzo la notte con
uomini del Partito che venivano d'Italia e con taluni fra i capi
repubblicani di Francia.

Ed ebbe allora cominciamento, da una atroce calunnia, quella turpe
guerra sleale d'accuse non provate mai nè fondate, d'insinuazioni
impossibili a confutarsi, di sospetti introdotti in una pubblicazione
per giovarsene poi in un'altra, di congetture gesuitiche sulle
intenzioni, di frasi strappate all'insieme d'uno scritto e mutilate e
isolate e tormentate a farne escire un senso contrario alla mente dello
scrittore, che la polizia francese dei tempi di Luigi Filippo insegnò
alle polizie dei tirannucci italiani e che, continuata con insistenza
sistematica da storici, uomini in ufficio, gazzettieri anonimi,
scribacchiatori d'opuscoli e aspiranti a impieghi o sussidî, e spie e
trafficatori di parte _moderata_ per tutta Italia, ci seguì, come i
corvi gli eserciti, per oltre a trent'anni di vita; m'assalì sui
fianchi, alle spalle, raro o senza nome di fronte, latra anch'oggi e
ringhia e urla contro ogni mio atto vero o inventato di pianta, e
riuscì, colla plebe dei creduli e di quanti, irati nel segreto
dell'anima alla propria impotenza, abborrono, come i gufi la luce, chi
_fa_ o tenta di _fare_, ad accumulare nella mia patria, e qui dov'io
scrivo, le taccie di _comunista_, e _socialista settario_, d'uom di
sangue e di _terrorista_, d'ambizioso intollerante esclusivo e di
cospiratore codardo contro me che confutai stampando le sette
_socialistiche_ a una a una, chiamai il _terrorismo_ francese delitto
d'uomini tremanti per sè, sagrificai, non curando il biasimo de' miei
più cari, la predicazione delle mie credenze a ogni probabilità che si
facesse l'Italia per altra via, diedi lietamente l'opera mia nel
silenzio anche a uomini di parte avversa purchè giovassero, strinsi,
immemore di me stesso, la mano che avea scritto mortali e false accuse
sul conto mio quando m'apparve liberatrice, e affrontai con indifferenza
serena ogni sorta di pericoli, mentre gli accusatori non sognarono mai
di pericolo nella vita fuorchè di spiacere ai padroni. Guerra di tristi
bassamente e crudeli, perchè non paga di perseguitare colla forza chi
dissente da essi, tenta d'uccidere l'anima e l'onore dell'avversario:
guerra di vili, perchè combatte senza rischio e di sotto allo scudo del
potente, sopprime le difese colla violenza e si giova financo del
silenzio sdegnoso del calunniato a convalidar la calunnia: guerra fatale
ai popoli che non le impongono fine, perchè mette nella loro vita il
tarlo d'una immoralità che ne rode la fama al di fuori e la maschia
energia dell'azione al di dentro. E per questo ne parlo e mi toccherà
riparlarne.

L'accusa alla quale io alludo m'apponeva un assassinio e peggio, dacchè
un decreto d'assassinio è colpa peggiore. Il Governo Francese, irritato
del non potere trovarmi, pensò che infamandomi reo di delitto volgare,
avrebbe allontanato da me la stima e l'affetto che mi procacciavano
asilo. Però, raccolse dalle mani d'un agente di polizia un documento
storico al quale l'impostore aveva apposto il mio nome, e lo inserì, pur
sapendolo opera di falsario, nel _Monitore_.

Il 20 ottobre 1832 un Emiliani era stato assalito sulla strada e ferito
non mortalmente in Rodez, dipartimento delle Aveyron, da parecchi esuli
italiani. Il 31 maggio 1833, poco dopo pronunciata sentenza di cinque
anni di prigione contro i feritori, l'Emiliani e un Lazzareschi di lui
compagno, furono, in un caffè, mortalmente feriti da un giovine Gavioli,
esule del 1831. Ambi erano, a quanto poi seppi, spie del duca di Modena
e tenuti per tali dai loro compagni di proscrizione. Al tempo dei tristi
fatti io non sapea che esistessero; e m'erano egualmente ignoti i loro
aggressori.

Già pochi giorni dopo il primo ferimento, il Giornale dell'Aveyron avea
preparato il terreno all'accusa, e m'avea suggerito la protesta
seguente:


Al Direttore della _Tribune_.

  «_Signore_,

«Il Giornale dell'_Aveyron_ nel suo numero del 27 ottobre, parlando del
triste fatto accaduto recentemente in Rodez e nel quale un Emiliani,
antico stalliere del Duca di Modena, fu ferito, s'esprime così:

«Le informazioni raccolte dal Prefetto lo conducono a credere che gli
assalitori italiani dello sventurato Emiliani non sono che strumenti dei
quali si giovano i capi del Partito detto della _Giovine Italia_ per
liberarsi di quei fra i loro compatrioti che non vogliono sottomettersi
ai loro Statuti.»

«Se il gazzettiere intende parlare degli uomini stretti a una fede
politica ch'essi credono sola capace di rigenerare la loro patria e i
principî della quale si svolgono nella pubblicazione mensile la _Giovine
Italia_, io sono, come Direttore di quella pubblicazione, uno fra i capi
di quel Partito. Credo quindi aver facoltà di rispondere per tutti
all'accusa.

«Io do la più solenne mentita al gazzettiere e a quanti si compiacessero
di ripeterne le affermazioni.

«Io sfido chicchessia a portare in campo la menoma prova di ciò che così
avventatamente s'afferma a danno d'uomini onorevoli per lo meno quanto
il gazzettiere dell'Aveyron, a danno d'uomini che la sventura non
foss'altro dovrebbe proteggere contro la calunnia.

«Aggiungo che l'idea d'un partito il quale si proporrebbe di spegnere
quanti non abbracciano i suoi Statuti è siffattamente assurda che solo
forse in Francia il gazzettiere dell'Aveyron può profferirla.

«La _Giovine Italia_ non ha stromenti: non accoglie se non uomini liberi
che liberamente abbracciano i suoi principî e non giurano se non di
sperdere, appena potranno, gli Austriaci.

«Ed è questa la mia risposta.

«Quanto a ciò che il gazzettiere si compiace d'aggiungere intorno _a
scene che i costumi francesi rispingono e che non potranno mai
nazionalizzarsi in Francia_, non monta occuparsene. Ogni Francese che
pensa prima di scrivere sa che gli agguati non appartengono specialmente
ad alcuna nazione e che si commettono in ogni luogo delitti respinti dai
costumi dei popoli. Gli assassini di Ramus e Delpech valgono di certo
quei che ferirono l'Emiliani.

«Credetemi, Signore, vostro

  _30 ottobre 1832_[15].                                  «MAZZINI.»

Ma nel giugno 1833 comparve, come dissi, nel _Monitore_ una Sentenza
pronunziata da un Tribunale Segreto che condannava Emiliani e
Lazzareschi a morte, altri a diverse pene, col nome mio e quello di La
Cecilia come Preside e Segretario del Tribunale. L'artificio era
grossolano. Le date non corrispondevano alla possibile realtà.
L'italiano era pieno zeppo di errori grammaticali[16] ch'io non era uso
veramente a commettere. Protestai nuovamente, nei termini seguenti, nel
_National_.


  «_Signore._

«Il _Monitore_ del 7 giugno contiene, a proposito d'un assassinio
commesso in Rodez, una pretesa esposizione dei fatti che precedettero e
accompagnarono quel triste evento; s'afferma in quella che la morte
d'Emiliani e di Lazzareschi è dovuta a una sentenza pronunziata
contr'essi da un tribunale segreto siedente in Marsiglia e appartenente
alla _Giovine Italia_. Il Monitore cita la sentenza in esteso e v'appone
il mio nome colla qualità di Preside del Tribunale.

«Ch'io sia stato cacciato di Francia senza cagione, senza difesa, per
solo arbitrio ministeriale e bench'io vivessi indipendente, fuori d'ogni
_deposito_ e di mezzi miei, non ha di che sorprendere alcuno come fatto
d'un Governo corrotto e corrompitore, che fu successivamente spergiuro
sui Pirenei, birro in Ancona, denunziatore in Frankfort, e persecutore,
in nome e a pro della Santa Alleanza, dovunque spuntava un raggio
d'indipendenza, dovunque s'incontrarono anime generosamente altere in
preda a sciagure virilmente durate. È tra noi, patrioti, ed esso guerra
mortale.

«Ma che dopo d'aver ferito s'infonda veleno nella piaga, dopo di aver
vibrato contro un nemico ogni saetta di persecuzione si vibri anche
quella della calunnia, dopo d'avergli tolto libertà, conforto, riposo,
si tenti togliergli anche l'onore, è cosa sì bassa che non vorremmo
trovarne colpevoli gli uomini stessi dello _stato d'assedio_.

«Io non ispenderò tempo a notare tutte le contradizioni che abbondano in
quella esposizione, lavoro perfido e assurdo, nel quale ogni cosa è
falsa dalla data della mia proscrizione ch'ebbe luogo nell'agosto, e non
dopo il novembre 1832, fino a quella della pretesa sentenza attribuita a
Marsiglia, mentre è citata nell'atto stesso una lettera indirizzata da
Marsiglia a non so qual punto: dall'asserzione che pone a risultato dei
procedimenti, iniziati in ottobre contro i supposti autori delle prime
ferite inflitte a Emiliani cinque anni di reclusione, mentre quei
procedimenti furono conchiusi da una assoluzione senza restrizioni fino
alla comunicazione della sentenza che il Ministero dichiara fattagli nel
gennajo 1833, mentre l'istruzione cominciata in ottobre, e proseguita
oltre il gennaio, non ne fa cenno.

«L'accusa parte da troppo basse sfere perch'io m'avvilisca a difendermi.
Ma davanti ai tribunali io chiederò conto al _Monitore_ dell'audacia
colla quale ei s'attentava di sottoscrivere quel documento col nome d'un
onesto, straniero financo a un pensiero di colpa. Chiederò come,
senz'altro indizio che una semplice copia della quale non fu provata
l'autenticità, s'osi chiamarmi assassino.

«Intanto i molti, che s'assunsero spontanei la mia difesa, hanno diritto
di esigere che io smentisca l'accusa.

«Però, la smentisco.

«Smentisco formalmente esposizione, sentenza, ogni cosa.

«Smentisco _Monitore_, gazzette semi-officiali e Governo.

«E sfido il Governo, gli agenti suoi, e le polizie straniere che
architettarono la calunnia, a provare una sola delle cose affermate a
mio danno; a mostrare l'originale della sentenza e la firma mia, a
scoprire una sola linea proveniente da me che possa far credere alla
possibilità d'un tale atto da parte mia.

«Vogliate, Signore, inserire ecc.

                                                 «GIUSEPPE MAZZINI.»

       *       *       *       *       *

Il _Monitore_ tacque. L'originale non fu mostrato. Io non poteva allora,
celato in Marsiglia com'io era e non potendo quindi nè presentarmi nè
dar mandato legale a chi facesse le parti mie, iniziare il processo di
diffamazione. Se non che l'Autorità giuridica sciolse senz'altro il
problema. La Corte Suprema dell'Aveyron[17] decise che il delitto,
conseguenza di rissa, s'era commesso _senza premeditazione_. Più dopo,
credo nel 1840, Gisquet, Prefetto di Polizia nel 1833, scrivendo le sue
_Memorie_ e speculando, per far denaro, sugli aneddoti melodrammatici,
riprodusse l'accusa: poi, chiamato in giudizio da me, dichiarò stimarmi
onesto e incapace di misfatti e il tribunale pronunziò sentenza in quel
senso[18]. Più dopo ancora, nel 1845, un Ministro Inglese, Sir James
Graham, che aveva osato far rivivere la calunnia, fu costretto, da
informazioni attinte presso i Magistrati dell'Aveyron, a chiedermi scusa
in pubblica seduta di Parlamento. E nondimeno, da quella prima calunnia
ripetuta per più anni da gazzette e da libelli anonimi a uomini che non
avevano letto e non potevano, sotto la tirannide, leggere i documenti
officiali che la distruggevano, scese e si radicò lentamente nell'animo
di molti l'opinione ch'io mi fossi uomo di vendette tenebrose e di
sangue e che la _Giovine Italia_ avesse Statuti tremendi ai violatori
del giuramento e a quanti dissentissero dalle sue dottrine.

Io abborro--e quanti mi conoscono dappresso lo sanno--dal sangue e
da ogni terrore eretto in sistema, come da rimedî feroci, ingiusti
ed inefficaci contro mali che vogliono essere curati dalla
diffusione libera delle idee: credo la vendetta, l'espiazione e
altri simili concetti, posti finora a base del diritto penale,
tristissimi e sterili, sia che l'applicazione mova dalla _Società_
o dall'_individuo_; e non accetto guerra, lamentandone la necessità,
contro la forza materiale violatrice del dovere e del diritto umano,
se non aperta e leale, fuorchè in un caso--e avrò campo di dire qual
sia. Ma la _Giovine Italia_ che, separandosi dalle formole e dalle
abitudini vendicatrici dell'antica Carboneria, aveva abolito fin la
minaccia di morte contro il traditore spergiuro, non ebbe mai, dal
Centro che la dirigeva, se non uno Statuto, ed è quello che i
lettori possono vedere in questo volume. Soltanto, gli furono,
appunto nel tempo al quale si riferisce questo volume, aggiunte
alcune dilucidazioni morali che inserisco qui appresso. Nè mai ci
dipartimmo da quelle norme. A chi ci proponeva di spegnere traditori
o spie, rispondevamo: _additate i Giuda a tutti e basti per essi
l'infamia_. Quanto fu affermato o citato sul conto nostro da
scrittori infermi d'insania come d'Arlincourt e Cretineau Joly, o da
libellatori venduti come Bréval e Lahodde, è falso e apocrifo. Ben
possono a insaputa nostra essersi improvvisate modificazioni locali
al nostro Statuto da frazioni menome dell'Associazione; ma chi tra
gli onesti vorrebbe giudicare il Cattolicesimo sui giuramenti
orribili del Sanfedismo? È possibile che uno o altro nucleo
dell'Associazione abbia, nelle Romagne segnatamente, decretato il
pugnale contro disertori o denunziatori; ma chi tra gli onesti
vorrebbe apporre all'istituzione monarchica l'assassinio di Prina?

Le dilucidazioni date nel 1833 al nostro Statuto erano le seguenti:

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«La _Giovine Italia_ ha per doppio scopo di riunire la gioventù nella
quale sta il nervo delle forze italiane sotto l'influenza d'uomini
veramente rivoluzionari, onde, allo scoppiare del moto, non ricada sotto
i primi che si presentano a impadronirsene, e di riunire in accordo per
capi o rappresentanti tutte le diverse società che in Italia s'adoprano,
sotto forme diverse, a ottenere Unità, Indipendenza, Libertà vera alla
Patria.

«Il primo intento è affidato, proporzionatamente ai loro gradi e alla
loro situazione, a tutti i membri della _Giovine Italia_. Il secondo è
serbato alla Centrale, e alle Congreghe Provinciali, sotto la direzione
della Centrale.

«_Principii politici e morali dell'Associazione:_

«Una Legge morale governa il mondo: è la Legge del PROGRESSO.

«L'uomo è creato a grandi destini. Il fine pel quale è creato è lo
sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà.

«Il mezzo per cui l'uomo può giungere a questo intento è
l'_Associazione_ co' suoi simili.

«I popoli non toccheranno il più alto punto di sviluppo sociale al quale
possono mirare, se non quando saranno legati in un vincolo unico sotto
una direzione uniforme regolata dagli stessi principî.

«La _Giovine Italia_ riconosce in conseguenza l'_Associazione universale
dei Popoli_ come l'ultimo fine dei lavori degli uomini liberi. Essa
riconosce e inculca con ogni mezzo la Fratellanza dei Popoli.

«Bensì, perchè i popoli possano procedere uniti sulla via del
perfezionamento comune, è necessario ch'essi camminino sulle basi
dell'Eguaglianza. Per essere membri della grande Associazione conviene
esistere, avere nome, e potenza propria.

«Ogni popolo, in conseguenza, deve, prima d'occuparsi dell'Umanità,
costituirsi in Nazione.

«Non esiste veramente Nazione senza Unità.

«Non esiste Unità stabile senza Indipendenza: i despoti, a diminuire la
forza dei popoli, tendono sempre a smembrarli.

«Non esiste Indipendenza possibile senza Libertà. Per provvedere alla
propria indipendenza è d'uopo che i popoli siano liberi, perchè essi
soli possono conoscere i mezzi per serbarsi indipendenti, essi soli
hanno a sagrificarsi per esserlo, e senza libertà non esistono interessi
che spingano i popoli al sagrifizio.

«La _Giovine Italia_ tende in conseguenza a conquistare all'Italia
l'Unità, l'Indipendenza, la Libertà.

«Quando il potere è ereditario e nelle mani d'un solo, non v'è libertà
durevole mai.

«Il potere tende sempre ad aumentare e concentrarsi.

«Quando il potere è ereditario, gli acquisti del primo fruttano al
secondo. L'eredità del potere toglie a chi ne è rivestito la coscienza
della sua origine popolare. Sottentrano per conseguenza nei Capi
ereditarî interessi particolari a quelli della Nazione; e inducono una
lotta che, presto o tardi, trascina la necessità d'una Rivoluzione. Ora
quando una nazione compie una Rivoluzione, essa deve cercare d'imporle
fine il più presto possibile, e non ha altro mezzo per questo che
troncare radicalmente ogni via per la quale si possa ricadere nella
lotta.

«Le Rivoluzioni si fanno col Popolo pel Popolo. Per produrre vivissimo
nel Popolo il desiderio della Rivoluzione conviene infondergli la
certezza che la Rivoluzione si tenta per esso. Per infondergli questa
certezza, è necessario convincerlo de' suoi diritti, e proporgli la
Rivoluzione come il mezzo d'ottenerne il libero esercizio. È necessario
per conseguenza proporre come scopo alla Rivoluzione un sistema
popolare, un sistema che enunzi nel suo programma il miglioramento delle
classi più numerose e più povere, un sistema che chiami tutti i
cittadini all'esercizio delle loro facoltà e perciò al maneggio delle
cose loro, un sistema che s'appoggi sull'eguaglianza, un sistema che
impianti il Governo sul principio dell'elezione largamente inteso e
applicato, ordinato nel modo meno dispendioso e più semplice.

«Questo sistema è il Repubblicano.

«La _Giovine Italia_ è repubblicana unitaria.

«Essa tende, in religione, a stabilire un buon sistema parrocchiale,
sopprimendo l'alta aristocrazia del clero.

«Essa tende, in generale, all'abolizione di tutti i privilegi che non
derivino dalla legge eterna della capacità applicata al bene; a
diminuire gradatamente la classe degli uomini che si vendono e di quelli
che si comprano; in altri termini a ravvicinare le classi, costituire il
Popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà
individuali; a ottenere un sistema di legislazione accomodata ai
bisogni; a promovere illimitatamente l'educazione nazionale.

«Bensì, finchè il primo perno della Rivoluzione, ossia l'Indipendenza,
non sia ottenuto, essa riconosce che tutto deve essere rivolto a quello
scopo. Finchè quindi il territorio Italiano non sia sgombro dal nemico,
essa non riconosce che armi e guerra con tutti i mezzi. Una
dichiarazione di doveri, una di diritti, ma l'effetto sospeso fino
all'emancipazione del territorio: un Potere dittatoriale, fortemente
accentrato, composto d'_un individuo deputato per ciascuna
provincia_[19], riunito a consesso permanente, responsabile allo spirar
del mandato, vegliato nell'esercizio del suo potere dall'opinione
pubblica e dalla _Giovine Italia_ convertita in Associazione Nazionale:
primi provvedimenti intorno alla stampa, intorno ai giudizî criminali,
intorno alle annone, intorno all'amministrazione, e null'altro: creato
intanto Commissioni che maturino progetti di legislazione politica e
civile da presentarsi al Congresso Nazionale raccolto, libero il
territorio, in Roma: vietati gli accordi col nemico sul territorio: i
cittadini armati chiamati a guardar la città, a mobilizzarsi all'uopo e
recarsi in bande a infestare il nemico e servire d'ausiliarie
all'esercito Nazionale. Prima armi e vittoria, poi leggi e Costituzione.

«La _Giovine Italia_ predica questi principî. I mezzi coi quali essa si
propone d'ottenere l'intento sono l'armi e l'incivilimento morale.

«Pel primo, essa congiura, pel secondo, essa diffonde gli scritti
liberi, pubblica giornali, ecc.

«Congiurando e scrivendo, essa sa che la rigenerazione Italiana non può
compirsi che per mezzo d'una Rivoluzione Italiana davvero. Essa biasima
in conseguenza i movimenti parziali: essi non possono che aggravare la
nostra condizione. L'insurrezione d'un Popolo deve compiersi con forze
proprie. Dallo straniero non scendè mai libertà vera o durevole. La
_Giovine Italia_ s'ajuterà degli eventi stranieri, ma non fonderà su
quelli le proprie speranze.

«Tutti i suoi membri sono incaricati di diffondere queste norme
generali.

«_Ordinamento dell'Associazione:_

«Una Congrega Centrale:

«Una Congrega Provinciale per ogni Provincia Italiana composta di tre
membri:

«Un Ordinatore per ogni città:

«Federati propagatori:

«Federati semplici.

«La Congrega Centrale elegge le Congreghe Provinciali, trasmette le
istruzioni Generali, crea e mantiene l'accordo fra le Congreghe
Provinciali, comunica i segnali di riconoscimento necessarî alle
Congreghe, provvede alla stampa e alla sua diffusione, forma un disegno
generale d'operazioni, riassume i lavori dell'Associazione, accentra,
non tiranneggia.

«Ogni Congrega Provinciale tiene la somma delle cose della Provincia che
le è affidata e dirige il lavoro: crea i segnali per gli affratellati
della Provincia, trasmette le istruzioni della Centrale, inviando ad
essa di mese in mese relazione dei progressi dell'Associazione nella
Provincia, dei mezzi materiali raccolti, delle condizioni dell'opinione
nelle diverse località: osserva i bisogni e ne trasmette l'espressione
alla Centrale.

«L'ordinatore in ogni città, scelto dalla Congrega Provinciale, riassume
i lavori della città e ne trasmette il quadro di mese in mese alla
Congrega Provinciale. Gli elementi della sua corrispondenza con quella
sono a un dipresso gli stessi dei quali si compone la corrispondenza
della Congrega Provinciale colla Centrale.

«I Propagatori vengono eletti dall'Ordinatore e dalla Provinciale tra
gli uomini che hanno _core_ e _mente_: iniziano i semplici affratellati
e li dirigono secondo le loro istruzioni. Corrispondono ciascuno
coll'Ordinatore della loro città, e gli elementi della loro
corrispondenza sono a un dipresso gli stessi che formano la
corrispondenza dell'Ordinatore colla Provinciale. Trasmettono di mese in
mese all'Ordinatore il quadro del loro lavoro, e comunicano ai loro
subalterni le istruzioni che da lui ricevono.

«I semplici affratellati scelti dai Propagatori tra gli uomini che hanno
core, ma non mente bastevole a scegliere gli individui idonei, dipendono
dal loro Propagatore, a lui comunicano informazioni, osservazioni,
conoscenze, diffondono i principî della _Giovine Italia_, e aspettano la
chiamata.

«Ogni affratellato ha un nome di guerra.

«L'Associazione deve diffondersi, per ciò _segnatamente_ che riguarda le
classi popolari[20], nella gioventù, negli uomini che hanno succhiato le
aspirazioni del secolo.

«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi d'un fucile e di
cinquanta cartucce. A quei che non possono, provvederanno le Congreghe
Provinciali.

«Gli affratellati versano all'atto dell'iniziazione una contribuzione
che continuerà mensilmente, quando nol vieti la loro condizione.
L'ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano sino alla
Congrega Provinciale, sarà consacrato ai bisogni dell'Associazione,
nella Provincia, salva una quota serbata alla Centrale per viaggiatori,
stampe, compra d'armi, ecc.

«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme di
iniziazione, e tutte le disposizioni d'ordine secondario, si lasciano
alle Congreghe Provinciali. La Centrale abborre da ogni tendenza
soverchiamente dominatrice e non impone se non quel tanto ch'è
strettamente necessario all'unità del moto e all'accordo comune.

«L'Associazione ha due ordini di segnali: gli uni, che non giovano se
non alle Congreghe Provinciali e ai viaggiatori che vanno dall'una
all'altra e da esse alla Centrale, e reciprocamente--e sono ideati e
trasmessi dalla Centrale: gli altri, che servono per gli affratellati
delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega Provinciale,
comunicati alla Centrale, e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente
se il bisogno lo esiga. S'anche quindi i segni d'una Provincia fossero
scoperti dalle polizie, l'altre provincie, avendoli diversi,
rimarrebbero fuor d'ogni rischio.»

Il nostro lavoro era coronato di successo. L'istinto Nazionale s'era
ridesto. La formola _Unità Repubblicana_ s'accettava con entusiasmo
dalla gioventù in tutte le provincie d'Italia. Gli uomini della
tirannide, il principe di Canosa, Samminiatelli, gli editori della _Voce
della Verità_ scrivevano contro noi, ma con sì pazza ferocia ch'ogni
loro assalto ci fruttava amici. Metternich presentiva l'importanza del
nostro lavoro e scriveva al Menz in Milano: _J'ai besoin de deux
éxemplaires complets de la_ Giovine Italia, _dont cinq volumes ont paru
jusq'ici. J'attends aussi toujours les deux exemplaires de la_ Guerra
per Bande[21]. La Società degli _Apofasiméni_ coi suoi affiliati delle
Romagne, diretta da Carlo Bianco si versava nelle nostre file; Carlo
Bianco entrava membro del nostro Comitato. La Società dei _Veri
Italiani_, che non s'era ancora, in quell'epoca, fatta regia, stringeva
alleanza con noi. E le reliquie della Carboneria che s'agitavano
tuttavia, _membra disjecta_, in alcune provincie Italiane, accettavano
la nostra fede, e la nostra direzione. In Francia, capo supremo di
quanti avevano, anteriormente a Luigi Filippo, dato il nome alla
Carboneria, e corrispondente venerato delle fratellanze segrete in
Germania e altrove, era il Buonarroti; e si poneva con me in contatto
regolare e fraterno. E in contatto con me stavano gl'influenti delle
nuove Associazioni repubblicane francesi, Goffredo Cavaignac, Armand
Marrast e gli arditi uomini della _Tribune_, Armand Carrel e i tattici
del _National_. Parole d'incoraggiamento ci venivano da Lafayette. Con
noi erano i capi dell'emigrazione Polacca. L'elemento Italiano
cominciava, mercè nostra, ad essere riconosciuto da quanti uomini di
progresso lavoravano uniti o indipendenti in Europa elemento importante
dell'avvenire. E in Italia erano uomini avversi, per istinto o paura, a
ogni cosa che fosse moto: non _moderati_. Gioberti, padre e pontefice
anni dopo della malaugurata consorteria e insultatore sistematico di me
e di tutti noi, accettava in Torino gli ordini del nostro lavoro e ci
scriveva inneggiando: _Io vi saluto, precursori della nuova Legge
politica, primi apostoli del rinovato Evangelo:... io vi prenunzio un
buon successo nella vostra impresa, poichè la vostra causa è giusta e
pietosa, essendo quella del popolo, la vostra causa è santa, essendo
quella di Dio... Ella è eterna e però più duratura della forma antica di
quello, il quale diceva: Dio e il prossimo; ma ora dice per vostra bocca
e del secolo: Dio e il Popolo... Noi ci stringeremo alla vostra bandiera
e grideremo Dio e il Popolo, e studieremo di propagar questo grido...
Combatteremo eziandio certi falsi amatori di libertà, che vogliono
questa senza il popolo o contro il popolo, malaccorti od ingiusti; certi
odiatori delle antiche aristocrazie... che, facendo rivoluzioni,
intendono a traslocare il potere in sè stessi divisi dal popolo, anzi
che farsi popolo e restituirgli i diritti rapiti: certi che vilipendono
e bistrattano il popolo con nomi spregevoli ed abborriti, con angherie,
con soprusi, ed aggravano il suo giogo colla stessa mano, con cui
tentano schermirsi da quello dei nobili e dei tiranni... Io vi prometto
francamente una costante disposizione e un vivo desiderio di morire con
voi, se v'è d'uopo, per la comune patria_[22].

L'ordinamento dell'Associazione era, a mezzo il 1833, potente davvero e
segnatamente in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati
Pontificî. L'anima dell'Associazione Toscana era in Livorno, dove
Guerrazzi, Bini ed Enrico Mayer eran operosissimi e inspiravano Pisa,
Siena, Lucca, Firenze. Pietro Bastogi, oggi Ministro, era Cassiere del
Comitato. Enrico Mayer viaggiava a Roma, dov'ei fu per sospetti
imprigionato, poi, tornato in libertà, a Marsiglia per intendersi meco:
egli era uno dei migliori, più sinceri e devoti uomini, che mi sia stato
dato conoscere. Il Professore Paolo Corsini, Montanelli, Francesco
Franchini, Enrico Montucci, Carlo Matteucci, oggi Senatore del Regno, un
Cempini, figlio del Ministro, oggi, a quanto odo, calunniatore nostro
nella _Nazione_, insieme a Carlo Fenzi, cospiratore egli pure con me, un
Maffei ora avversissimo, e altri molti ch'or non importa nominare,
secondavano nelle varie città toscane l'inspirazione livornese.
Nell'Umbria, Guardabassi era capo del Comitato. Nelle Romagne, pressochè
tutti gli uomini che oggi, insigniti d'onori, impieghi e pensioni, ci
gridano la croce addosso, si agitavano irrequieti nelle nostre file; e
vivono ancora i popolani Bolognesi, che ricordano il Farini,
vociferatore di stragi nei loro convegni, e uso ad alzare la manica
dell'abito sino al gomito e dire: _ragazzi, bisognerà tuffare il braccio
nel sangue_. In Roma, avevamo un Comitato. In Napoli, Carlo Poerio,
Bellelli, Leopardi e gli amici loro facevano, quanto ai metodi, parte da
sè, ma si dichiaravano ai nostri viaggiatori, che tuttavia vivono, capi
d'un ordinamento potente, alleati, presti a fare collo stesso nostro
programma, e corrispondevano stenograficamente con me. In Genova, non
solamente i giovani della classe commerciale e gli influenti fra i
popolani, ma s'accostavano a noi, convinti della nostra potenza, gli
uomini del patriziato; i fratelli Mari, il Marchese Rovereto, i due
Cambiasi e Lorenzo Pareto, che fu poi Ministro, fra gli altri. In
Piemonte il lavoro procedeva più lento: nondimeno le nostre fila
toccavano tutti i punti importanti e si stendevano fino alle terre,
popolate d'arditi uomini, del Canavese: l'avvocato Azario, Allegra esule
ripatriato del 1821, Sciandra commerciante, Romualdo Cantara, Ranco,
Moia, Barberis, Vochieri, Parola, Maotino Massimo, Depretis, un ex
militare Panietti d'Ivrea, un Re di Voghera, Stara e altri parecchi
s'adopravano alacremente. E uomini collocati più in alto, e ch'or non
giova additare, non s'affratellavano regolarmente all'Associazione, ma
lasciavano sapere che dove l'impresa s'iniziasse potente,
l'ajuterebbero. Con copia d'elementi siffatti e coi pericoli che la
duplice parte, di congiura e d'apostolato, alla quale si era astretta
l'Associazione, trascinava con sè, bisognava giovarsi dell'entusiasmo
crescente prima che le persecuzioni venissero ad ammazzarlo, e pensare
seriamente all'_azione_.

Così facemmo.

Base dell'azione dovevano essere le provincie Sarde. Forti di mezzi,
d'armi ordinate, d'influenza morale e d'abitudini di disciplina che
avrebbero fruttato a qualunque riuscisse a impadronirsene, gli Stati
Sardi avevano due punti strategici d'alta importanza, Alessandria e
Genova; ed erano appunto quelli pei quali eravamo più potenti
d'affiliazioni. Un moto nel Centro, più agevole forse, non offriva
appoggio di forze reali e non avrebbe suscitato l'entusiasmo di tutta
l'Italia. D'altra parte, io era certo che al primo annunzio del moto,
l'Austria avrebbe occupato, coll'assenso di Carlo Alberto, il Piemonte e
resa quindi impossibile ogni azione diretta o rapida sulla Lombardia,
nella quale io aveva fin d'allora fede grandissima. D'un moto in Napoli
e delle norme colle quali procederebbe non potevamo, mercè la
semi-indipendenza nella quale si stavano gli elementi coi quali eravamo
in contatto, non potevamo starci mallevadori. E inoltre, il convertire
ciò che deve essere _riserva_ in _centro_ del moto, non mi sembrava,
checchè dicessero i militari, buona strategìa di rivoluzione. Movendo in
Napoli, noi non eravamo certi che per invasione degli insorti o per
altra via, il moto si sarebbe diffuso rapidamente all'altre parti
d'Italia; e io temeva la tendenza pur troppo naturale in tutti i paesi
ad aspettare lo sviluppo d'ogni moto che s'operi dietro ad essi, e
sognare disegni dottamente complessi d'insurrezione quando il nemico
assalitore e respinto può collocarsi tra due forze ostili e vedersi
staccato dalla sua base. Di pretesti siffatti all'inerzia, suggeriti ed
accettati con arte profonda e sempre fatale alle insurrezioni, erano
frequenti nel passato gli esempî. Una insurrezione nel Mezzogiorno non
scemava un solo dei pericoli che le insurrezioni del Centro e del
Settentrione avrebbero dovuto affrontare; un moto in Piemonte salvava
invece dal primo urto dell'armi straniere Mezzogiorno e Centro ad un
tempo. Battuti in Piemonte potevamo appoggiarci su quel terreno come su
potente riserva. Poi--e questa è ragione ch'io riteneva importante,
comechè poco intelligibile a quanti non vedono in una rivoluzione che un
problema di strategia regolare--ogni rivoluzione operata in un popolo
addormentato da secoli sviluppa vulcanicamente tremende le forze latenti
ch'essa possiede se provocata e sollecitata da pericoli che possono
riescirle mortali, intorpidisce e si consuma nel sonno e nelle illusioni
se abbandonata a sè stessa e secura. Il nostro nemico era l'Austria.
Bisognava cacciarle il guanto dai primi giorni, fidare nella Lombardia e
assalirla invece di aspettarne gli assalti. L'entusiasmo della guerra
allo straniero, abborrito da tutti com'era, avrebbe sopito ogni interno
dissidio e fondato l'Unità nell'azione comune.

Per queste e altre ragioni determinai che l'iniziativa dell'insurrezione
Nazionale si tenterebbe nelle terre Sarde, perni Genova e Alessandria;
noi esuli invaderemmo, appena dato il segnale dall'interno, la Savoja,
non solamente per dividere le forze ostili e per aprire un varco sino al
centro del moto agli uomini che l'esperienza acquistata al di fuori
chiamava a capitanarla civilmente e militarmente, ma per cacciare un
anello tra i nostri e i repubblicani di Francia, che allora accennavano
a diventare potenti e preparavano, tra gli operai, elementi numerosi di
riscossa in Lione.

Tentammo l'esercito. Trovammo gli alti ufficiali renitenti, i bassi
vogliosi di mutamento e arrendevoli al concetto dell'Italia Una e
Repubblicana. Riuscimmo a impiantare relazioni con quasi tutti i
reggimenti: nuclei d'attivi in alcuni e fila più numerose
nell'artiglieria in Genova e in Alessandria, dove stava a guardia degli
arsenali. Affratellammo caporali, sergenti e capitani; a contatto
continuo coi loro soldati son essi più influenti dei capi; e ricordavamo
i Cavalleggeri che disubbedienti, nel 1821, alla chiamata del loro
colonnello Sammarzano, s'erano poco dopo lasciati trascinare
all'insurrezione da un semplice capitano, l'adesione della legione
procacciata dal sergente Gismondi e altri fatti consimili. Taluno fra i
generali, presti sempre a seguire chi vince--Giflenga tra gli
altri--promise cooperazione a patto che ci mostreremmo forti.
Acquistammo in sostanza convincimento che l'esercito osteggerebbe o no a
seconda del carattere che la prima mossa assumerebbe; e sarebbe in ogni
modo tiepido nel resistere.

Proposi il moto e chiesi ajuti pecuniari alle Congreghe. La proposta fu
accolta. Gli ajuti furono dati, benchè al solito inferiori al bisogno e
al dovere. Strana cosa, ma vera: gli uomini della libertà danno,
occorrendo, il sangue, restii a dare il danaro che potrebbe risparmiarlo
sovente.

Comunicato il disegno generale del moto ai nostri di Genova, di
Alessandria, di Vercelli, di Torino, della Lomellina, io mi preparai a
trasferirmi da Marsiglia a Ginevra, da dove io dovea preparar gli
elementi per l'insurrezione nella Savoja. Ma prima, volli intendermi coi
repubblicani di Francia.

Cavaignac e gli uomini della _Tribune_ non avevano bisogno
d'eccitamenti; fremevano azione. Non così gli uomini del _National_,
diffidenti dell'elemento operajo sul quale i primi appoggiavano tutte le
loro speranze in Lione. Pregai Carrel di recarsi in Marsiglia e venne.
Cavaignac si recava intanto a Lione.

Armand Carrel, ch'io vidi in casa di Demostene Ollivier, membro nel 1848
dell'Assemblea, era uomo signorile nei modi, freddo in apparenza, ma
capace d'energia quando lo esigessero le circostanze, chiaramente onesto
e tale da provocar fede assoluta nelle sue promesse, più amico della
repubblica che non dei repubblicani, e poco disposto a fiducia negli
operai dai quali lo tenevano discosto le abitudini della vita e certe
tendenze militari rimastegli dal primo periodo della gioventù e
accarezzate da lui. Intelletto acuto, non vasto, analitico più ch'altro,
educato a scuole di materialismo e veneratore del secolo XVIII, credente
nella teorica dei _diritti_ e presto a dare fatiche e vita al suo
trionfo più per senso d'onore e generosità d'indole che non per dovere
religiosamente supremo, _intendeva_ molte delle aspirazioni del secolo,
ma non _sentiva_ profondamente che quelle di libertà. E il suo ideale
era la repubblica come s'intende in America, dove l'_individuo_ è
sovrano, la missione sociale di chi regge fraintesa e il diritto
personale ogni cosa. Più in là non andava o a disagio, e le questioni
sociali lo impaurivano. Logico per natura, si sentiva tratto a desumere
le ultime conseguenze della dottrina che ha per base l'_individuo_ e tra
queste il _federalismo_; insinuava infatti a ogni tanto il _federalismo_
per l'Italia, per la Spagna, per la Germania, unitario per la Francia,
tra perchè l'Unità era fatto compiuto, tra perchè l'istinto dominatore
francese potentissimo in lui gli mostrava perpetua la supremazia della
sua Nazione nella debolezza delle confederazioni all'intorno. Le sue
idee andavano nondimeno migliorando e allargandosi a più vasto
orizzonte, quand'egli morì; e ne fanno fede i suoi ultimi articoli. Morì
sulla breccia, repubblicano com'era vissuto, puro d'ogni basso affetto,
d'ogni immoralità, d'ogni servile tendenza alla ricchezza o al potere,
amato da chi lo conobbe dappresso, rispettato da' suoi nemici.

Fermammo accordo tra noi che se l'Italia avesse iniziato il moto
repubblicano, ei si sarebbe unito a Cavaignac per affrettare
l'insurrezione Lionese e l'avrebbe secondata in Parigi.

Intanto, un incidente, irrilevante per sè, sperdeva tutto il disegno.

La diffusione non foss'altro dei nostri scritti, malgrado lo zelo posto
dalla Polizia a impedirla, avvertiva il Governo che un lavoro segreto,
potente esisteva nelle Provincie Sarde; e da più mesi era posta in opera
ogni arte per discoprirne le fila e il centro, ma senza successo.
Cercavano quel centro dove non era, nell'alte sfere sociali e tra gli
antichi cospiratori del 1821; non ideavano neppure che una Associazione,
visibilmente numerosa e capace d'eludere le instancabili inquisizioni
della polizia mettesse capo a pochi giovani di nome ignoto e ricchi non
d'altro che d'energia di volere e d'attività senza pari.

Però temendo di porre sull'avviso, col vibrar colpi in fallo, i veri
cospiratori, spiavano gli indizî senza procedere. E l'insurrezione
avrebbe potuto coglierli all'impensata.

Ma or non so bene se sul finire del marzo o sul cominciar dell'aprile
1833, due artiglieri, uno dei quali apparteneva all'Associazione e aveva
fatto proposte all'altro, venuti a subita lite per una donna, dalle
parole proruppero ai fatti. Impediti dai carabinieri regî, l'un d'essi,
quegli appunto che avea avuto invito dall'altro ad affratellarsi, lasciò
sfuggire parole di minaccia come s'egli potesse, volendo, essergli causa
di male. Quelle parole furono raccolte e additarono al Governo il
momento per tentare di risalire da uomo a uomo al segreto della
congiura. Ricordo ch'io fatto partecipe dell'incidente, presentii le
conseguenze fatali e scrissi: _agite, se potete, o siete perduti_. Il
consiglio non giunse o non valse.

Il Governo si mise all'opera coll'energia di chi è minacciato da un
supremo pericolo. Una rigorosa perquisizione nelle mucciglie e nella
caserma degli artiglieri condusse alla scoperta d'alcuni stampati della
_Giovine Italia_. I possessori furono imprigionati, e poco dopo i loro
più intimi amici; gli uni e gli altri isolati da ogni contatto. Studiati
i volti, i moti, l'inquietudine, il pallore, la mestizia insolita
diventarono argomenti di carcere. E ciò che si fece in Genova fu fatto
altrove; le prigioni di Torino, d'Alessandria, di Chambery s'aprirono a
una moltitudine d'uomini che parevano sospetti, e si frapposero indugi
tra l'uno e l'altro imprigionamento, tanto che gli ultimi imprigionati
potessero credere a denunzie dei primi. E denunzie furono: vere in
parte, in parte menzognere e suggerite da chi diceva: _denunziate o
perite_: i codardi furono tre militari e un borghese, altri si
avvilirono senza tradire i compagni, ma si confessarono, implorando,
colpevoli e bastava: si catturarono gli amici loro. Dalle primarie si
passò alle città secondarie, Nizza, Cuneo, Vercelli, Mondovì. Ebbero
così tra le mani senza pur saperlo, parecchi degli uomini che dovevano
dare il segnale del moto, e da carte sequestrate, da imprudenti parole o
da altri indizî di nome. Intanto il terrore entrava negli animi; molti
dei nostri si celarono; parecchi fuggirono. Sul cominciare della
persecuzione i capi esitarono, in parte avvedendosi che il Governo poco
sapeva e credendo che la tempesta trapasserebbe rapida com'era venuta,
in parte,--e parlo d'Jacopo e Giovanni Ruffini segnatamente--perchè
d'animo generoso, paventavano che dove il tentativo in quei frangenti
fallisse a buon porto, s'apponesse ad essi l'aver dato improvvidamente
il segnale a salvar sè stessi: dopo pochi giorni, l'insorgere s'era
fatto impossibile. «Le caserme erano chiuse ai borghesi, custodite e
vegliate[23]. E a render vano ogni tentativo d'accordo tra i cittadini e
l'esercito, la _Gazzetta Ufficiale_ stampava che le carte sequestrate
provavano come i cospiratori professassero l'ateismo; come per
distruggere il trono e l'altare intendessero giovarsi d'ogni mezzo il
più orrendo dal pugnale all'incendio; come veleno in copia fosse stato
trovato nelle stanze di due ufficiali; come in Chambery fossero
preparate le mine a fare esplodere la polveriera situata a ridosso delle
caserme, e la città di Torino fosse devota alle fiamme e decretata in
Genova guerra di vespri contro i soldati piemontesi: arte nefanda di
Governi immorali ch'io vidi ripetersi in Genova nel 1857, quando ci
preparavamo ad ajutare l'ardita impresa di Carlo Pisacane sulle terre
meridionali. Poi, se un fatto isolato di vendetta o d'irrefrenabile ira
ha luogo nelle nostre file, gli uomini servi di Governi siffatti si
fanno vermigli in volto e accusano noi tutti di teoriche del pugnale,
come se il pugnale della calunnia che mira a spegnere l'onore e l'anima
fosse da meno di quello che ferisce il corpo. E lo sciagurato che,
falsando il nostro principio, vibra il coltello contro il nemico, è non
foss'altro solo e senza mezzi per proteggersi da lui o punirlo
altrimenti: i Governi che avventano sistematicamente l'arme certa della
calunnia contro i perseguitati e pongono, come gli Irochesi,
l'insultatore accanto al carnefice, hanno a difendersi, potenza di
ricchezza, di prigioni e d'eserciti.

«Allontanato a quel modo e col terrore ogni pericolo d'insurrezione il
Governo poteva allentare la propria ferocia e tornare, per punire, alle
norme d'una leale giustizia. Ma infierì più che mai, fatto doppiamente
crudele dal pericolo corso e dalla coscienza d'averlo temuto. La pagina
di storia che si scrisse dalla Monarchia Sabauda in quell'anno fu tale
che vorrebbe la penna d'un Tacito e intinta nel sangue; ed è di quelle
che gli uomini dovrebbero rileggere ogni qualvolta sentono a
infiacchirsi nell'animo loro l'abborrimento della tirannide, e le madri
ripetere ai figli perchè v'imparino quali possano essere le sorti d'una
terra non libera. Mentre al difuori delle prigioni era detto ai parenti
e agli amici degli imprigionati che posassero tranquilli, e li
rivedrebbero dopo indugio non lungo, dentro cominciavano scene terribili
per indurre i sospetti a dichiararsi colpevoli.

«Ogni cosa, che l'odio ajutato dalla più profonda scienza del male può
suggerire, era posta in opera per ottenerne confessioni: cogli uni la
corruttela, cogli altri la menzogna sfrontata o il machiavellismo degli
interrogatorî: con tutti, prima o dopo il terrore. A quei che si
indovinavano meno fermi era detto: _noi vi sappiamo colpevoli: morrete
di fucilazione tra ventiquattro ore, ma svelando i complici vostri,
potete salvarvi_. Con quelli dei quali era nota la robusta tempra o la
virtù, s'usava linguaggio diverso: _erraste; ma per illusione di bene,
lo sappiamo e vi compiangiamo; voi pensavate adoperarvi in un'opera di
devozione e fidaste in traditori indegni del vostro sagrificio; il
vostro silenzio non salva amici fidati e costanti, ma perde voi stessi e
le vostre famiglie per codardi che vi denunciano; eccovi le loro
testimonianze a vostro danno. Or volete, confermandole, versare anche
una volta la gioja sul capo dei vostri cari ricongiungendovi ad essi o,
persistendo a tacere, perire miseramente?_ E testimonianze con firme
_falsificate_ si ponevano un istante, in quell'ora di turbamento
supremo, sotto gli occhi loro[24]. Per altri dai quali non volevano se
non una confessione della loro partecipazione individuale all'impresa,
ricorrevano allo spionaggio delle prigioni. S'introducevano vicino ad
essi falsi cospiratori i quali agguatavano ogni momento d'abbandono o di
disperazione per estorcere le informazioni volute[25]. Per ogni
individuo si creavano nuove torture; tutte egualmente ignobili, codarde,
feroci. Sotto la prigione dell'uno, una voce di pubblico gridatore
annunziava fucilazione e imminenza d'altre. Di fronte alla prigione d'un
altro, nello stesso corridojo, si poneva un amico dell'imprigionato: a
quest'ultimo si parlava dei pericoli che minacciavano l'altro, il quale
mutato subitamente e con ostentazione di straordinario calpestìo di
soldati, di stanza, lasciava il prigioniero in balìa delle più tristi
congetture possibili; e allora una scarica di moschetteria, indizio
certo della sorte dell'amico, veniva a ferirgli l'orecchio[26].

«Altrove i prigionieri erano assordati da un frastuono continuo: si
impedivano loro i sonni: poi dopo quattro o cinque notti agitate, erano
assaliti dagli interrogatorî architettati a tale una tortura morale che
non può calcolarsi se non da chi l'ha patita. Allora quando vedevano
l'energia morale del prigioniero esaurita, gli affacciavano un'offerta
di perdono o profanavano la santità degli affetti domestici trascinando
nella prigione un vecchio padre, o una madre a supplicarlo ch'ei
rivelasse[27]. Parecchi piegarono. Altri si mantennero fermi e
perirono. Uno solo l'autore dello scritto sul _Giuramento Militare_
citato più sopra, dotato d'anima pura e potente, che le seduzioni e le
minaccie di tutti i re della terra non avrebbero mai potuto appannare o
atterrire, sottrasse lo spirito ai corruttori e il corpo al carnefice.
La notte, con un chiodo strappato all'uscio della prigione, ei s'aprì
una vena del collo e si rifugiò, protestando contro la tirannide, nel
seno di Dio. Ed ei lo poteva, perch'era incontaminato. Era il più dolce
giovane, il più delicato e costante negli affetti ch'io m'abbia veduto.
Amava la patria, della quale intendeva l'ampia missione, la madre,
modello d'ogni virtù i fratelli e me[28]. Aveva vasto e pronto
intelletto, ed era capace delle più grandi idee, però che le più grandi
idee vengono dal core. Quei che conobbero intimamente Jacopo Ruffini
venerano anch'oggi la sua memoria come quella d'un santo.»

Narra Brofferio nella sua _Storia del Piemonte_ come Carlo Alberto,
fatto per paura feroce, anelasse sangue, e a tal punto che dolendosi con
Villamarina dell'umile condizione delle prime vittime, gli dicesse: _non
è bastevole esempio il sangue dei soldati: pensate a qualche ufficiale_.
Non ho modo d'appurare il fatto: ma di certo Villamarina, tenuto fino
allora per uomo di spiriti liberali, e Giudici e Governatori, si
condussero in guisa da far credere che sapessero di potere,
incrudelendo, mercarsi favore dal Sire. Morto ogni senso di giustizia e
sprezzate le stesse apparenze, si decretò fossero commessi i giudizî a
tribunali di guerra tanto per incolpati civili quanto pei militari.
Protestarono i primi, ma indarno. Protestarono pure con nobile ardire,
il 17 luglio, cinque avvocati genovesi estranei ai procedimenti, ed
ebbero risposta negativa il 25. Fu chiesto che ai civili si concedesse
almeno il diritto di scegliersi difensori, e s'ebbe rifiuto. I
denunziatori, ai quali era promessa la vita, mal s'accordavano tra di
loro: due furono messi, il dodici maggio, nella stessa prigione; tre il
23, quattro il 30, e si concertarono. S'intese allora il sergente Turff
a dichiarare, in appoggio alla testimonianza d'un Piacenza, soldato,
d'avere somministrato egli stesso all'Associazione minuti ragguagli
intorno all'Artiglieria; e nondimeno, in sette esami anteriori, ei non
avea fatto cenno di questa gravissima circostanza. Rimanevano, a ogni
modo, incancellabili, le contradizioni dei primi esami, contradizioni
spinte al punto di dirsi taluni affigliati alla _Giovine Italia_ dal
1830, quando l'Associazione non esisteva. Su rivelazione d'uomini
siffatti si pronunziarono le sentenze: sentenze di morte anche contro
prigionieri provati innocenti d'ogni attiva complicità, ma rei d'avere
saputo e non denunciato[29]. Le difese furono una ironìa. I documenti si
davano ai difensori mutilati, imperfetti, e per tempo sì breve da non
lasciar campo a maturo esame. E i difensori appartenenti tutti
all'esercito, furono non molto dopo, generalmente, puniti: forse avevano
tradito nella voce o nella espressione del volto il commovimento
dell'animo. Tra una sentenza e l'altra escivano decreti che il Governo
non si sarebbe attentato di pubblicare in tempi normali, che
minacciavano di galera e talora di morte qualunque darebbe circolazione
in Piemonte a scritti avversi ai principî della monarchia: decreti
infami in ogni tempo, che attribuivano ricompensa di cento scudi a chi
si farebbe denunziatore.

Quei che perirono furono Giuseppe Tamburelli, caporale nella brigata
Pinerolo, il 22 maggio 1833, in Chambery: Antonio Gavotti di Genova,
maestro di scherma, il 15 giugno, in Genova: Giuseppe Biglia di Mondovì,
sergente nei granatieri guardie, lo stesso giorno in Genova: Domenico
Ferrari di Taggia, sergente nella brigata Cuneo il 14 giugno, in
Alessandria; Giuseppe Menardi, Giuseppe Rigasso Amando Costa, Giovanni
Marini, sergenti nella brigata Cuneo, lo stesso giorno, in Alessandria;
Effisio Tola, di Sassari, luogotenente nella brigata Pinerolo, l'11
giugno, in Chambery; Alessandro de Gubernatis, di Gorbio, sergente nella
brigata Pinerolo, il 14 giugno, in Chambery: Andrea Vochieri,
d'Alessandria, legale, il 22 giugno, in Alessandria.

Condannati a morte, ma fuggiti in tempo, furono l'avvocato Scovazzi;
Ardoino, luogotenente nella brigata Pinerolo; Vacarezza, sottotenente
nella stessa brigata; i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina; il
chirurgo Scotti; Gentilini, proprietario; il marchese Carlo Cattaneo;
Giovanni Ruffini; l'avvocato Berghini; l'ufficiale divisionario
Barberis; il marchese Rovereto ed altri. Io pure allora fui condannato
nel capo. Thappaz, luogotenente nel regio corpo degli ingegneri, fu
condannato a venti anni di prigionia; il generale fuori di servizio
Giuseppe Guillet a dieci; il medico Orsini a venti; Noli, mercante, e
Moja, a prigione perpetua; Lupo, gioielliere, a venti anni; altri molti
a cinque, a tre, a due; parecchi ufficiali imprigionati ad arbitrio;
Spinola, Durazzo, Cambiaso e altri del patriziato furono, come puniti
abbastanza dal carcere sofferto, restituiti alla libertà.

Tutto questo fu fatto affrettatamente, senza riguardo a legalità, senza
alcuna di quelle apparenze solenni che danno indizio, non foss'altro,
d'un atto di giustizia da compiersi. Era un furore, un terrorismo
rivoluzionario senza grandezza di fine, senza scusa di prepotente
necessità. Parea temessero di vedersi strappate le vittime. Carlo
Alberto avea chiesto sangue, e davano sangue. Lo spargevano allo
spuntare del giorno, fra le tenebre e l'alba. Le tinte del delitto
incoloravano quelle opere di vendetta. Le mani della giustizia
somigliavano quelle dell'assassino.

Qua e là accadevano scene da rabbrividirne. I carnefici, certi del regio
sorriso, superavano la crudeltà del loro padrone[30]. Il generale Morra
in Chambery, Gaverga Governatore, in Cuneo, il Generale Governatore
d'Alessandria Galateri, furono per ferocia, cospicui. Al più feroce
Carlo Alberto diede l'ordine della Santa Annunziata che gli conferiva il
diritto di salutare il re del nome di _cugino_. E lo meritava.

Ringrazio Iddio d'avermi inspirata una fede che non s'è mai contaminata
in Italia di simili orrori. I repubblicani di Napoli, di Venezia e di
Roma escirono dal Governo puri di sangue cittadino e di bassa vendetta.

       *       *       *       *       *

Non dirò com'io mi fossi, a quell'accalcarsi di nuove funeste,
nell'animo mio: scrivo appunti di fatti, non la storia delle mie
sensazioni. Parve bensì a me e agli amici miei che durasse in ogni modo
per noi la necessità di tentare un fatto. Era visibile, nelle incertezze
dei cospiratori dell'interno, quello squilibrio tra il pensiero e
l'azione che anch'oggi, in grado minore, inceppa l'andamento del nostro
risorgere. I principî di rivoluzione che predicavamo erano accolti; la
necessità d'operare a seconda non era abbastanza sentita. Bisognava
_moralizzare_ il Partito: provargli col fatto che quando uomini d'una
fede, e che si stanno mallevadori della salute o della rovina altrui,
hanno promesso di fare, devono fare e non lasciarsi sviare da nuovi
ostacoli o da cagioni individuali, comunque nobili e generose. Noi pure,
capi al di fuori, avevamo promesso, e toccava a noi, insegnatori, di
mantener le promesse. Avevamo d'altra parte, se ci veniva fatto
d'operare sollecitamente, probabilità di successo. I più tra i nostri
elementi non erano stati scoperti: sgominati, incerti e senza unità di
capi o disegno, duravano pure potenti di numero, e una ardita iniziativa
da parte nostra li avrebbe senz'altro raggranellati all'azione. Il
fremito suscitato dalle crudeltà delle quali accennai era universale, e
trapiantando rapidamente l'iniziativa dall'interno in noi, eravamo quasi
certi di dar moto a una riscossa in Italia. Le nostre speranze erano
talmente fondate che--per accennar qui di volo un tentativo intorno al
quale non occorre spendere lunghe parole--il solo annunzio della nostra
decisione bastò a raccogliere gli elementi dispersi di Genova e
risuscitare il disegno. Sul finire dell'anno, un moto era nuovamente
preparato in quella città, e non fallì se non per l'inesperienza dei
capi, buoni, ma giovanissimi e ignoti ai più. Giuseppe Garibaldi fu
parte di quel secondo tentativo e si salvò colla fuga[31].

Deliberammo adunque di fare. Lasciai Marsiglia e mi recai in Ginevra.

Studiai il terreno dal quale dovevamo operare. Come ogni Governo, il
Ginevrino doveva opporsi a ogni tentativo d'irruzione armata in un paese
finitimo; ma venuto a contatto coi cittadini influenti, tra i quali era
Fazy, allora amicissimo mio, poscia, fatto capo di Governo, nemico,
m'avvidi che l'opposizione sarebbe stata fiacca e che avremmo avuto il
favore del popolo. Strinsi lega con quanti avrebbero potuto all'uopo
giovarci; ajutai l'impianto d'un giornale, l'_Europe Centrale_,
destinato a diffondere l'idea dell'emancipazione della Savoja; trovai
gli uomini capaci di mantenere sicure le corrispondenze segrete con
quella Provincia: feci insomma quant'era in me per accertare che avremmo
potuto, anche a dispetto del Governo, operare.

La Savoja era oppressa, malcontenta, disposta a insorgere. Ebbi
abboccamenti con cittadini di Chambery, d'Annecy, di Thonon, di
Bonneville, d'Evian, d'altri punti. Si concertarono le basi del moto. A
chi mi chiedeva quali erano le sorti serbate, in caso di riuscita, al
paese, io rispondeva: che sarebbe lasciato al voto della popolazione di
serbarsi all'Italia o dichiararsi Francese o congiungersi alla
Confederazione Svizzera; e che, quanto a me, avrei desiderato si
scegliesse il terzo partito. Ed era in fatti ed è tuttavia mia opinione
che nel riparto futuro d'Europa, la Federazione Svizzera, mutata in
Federazione Alpina, e fatta barriera tra Francia, Italia e Germania,
dovrebbe stendersi da un lato alla Savoja, dall'altro al Tirolo Tedesco,
e più oltre. La Lega delle popolazioni Alpine è indicata dalle
condizioni geografiche, dalle tendenze più o meno uniformi degli
abitatori dei monti, e dalla missione speciale a pro della pace Europea
che quella zona intermedia, fatta più forte ch'oggi non è, sarebbe
chiamata a compire. E credo che, quando la Svizzera, smembrata fra la
Germania, la Francia e noi, non sia cancellata dalla Carta d'Europa,
sarà quello il futuro. Soltanto la politica funesta di Cavour ha
seminato difficoltà tremende dove non erano, come ha cacciato, colla
cessione di Nizza, il germe d'una guerra nell'avvenire tra due nazioni,
chiamate ad amarsi e procedere unite.

Gli elementi non mancavano all'azione ideata. E avremmo potuto
raccoglierli tutti fra li esuli italiani; se non che il chiamarli dai
diversi luoghi di deposito in Francia avrebbe, oltre al suscitar
l'attenzione, importato gravissima spesa. Altri elementi erano stati
accumulati dalle circostanze in Isvizzera: esuli tedeschi in conseguenza
del tentativo fatto in Hambach; esuli polacchi cacciati per
insubordinazione ai regolamenti o per altro dalla Francia. Ed erano,
agglomerati, i primi nei cantoni di Berna e Zurigo, i secondi in quei di
Neuchâtel, Friburgo, Vaud e Ginevra. Noi potevamo dunque ordinarli e
giovarne l'impresa senza rivelare, con subite traslocazioni, il disegno
ai Governi. A me sorrideva l'idea d'inanellare colla causa di Italia
quella d'altre nazioni oppresse, e d'impiantare sulle nostre Alpi una
bandiera di fratellanza Europea. La Giovine Europa era nella mia mente
uno sviluppo logico del pensiero che informava la Giovine Italia. E il
ridestarsi d'Italia doveva essere a un tempo un atto di _iniziativa_,
una consecrazione dell'alto ufficio che le spettò nel passato, e le
spetterà, confido, nell'avvenire. La Federazione dei Popoli doveva
trovare il suo germe nella nostra Legione.

Il pensiero comunicato da me ai migliori tra gli esuli delle due
nazioni, fu accolto con entusiasmo. Si fondarono comitati: si lavorò
all'ordinamento pratico militare dei diversi nuclei che dovevano essere
chiamati all'azione. M'ajutavano in questo lavoro alcuni militari, tra i
quali era primo Carlo Bianco che s'era con Gentilini, Scovazzi e altri
collocato in Nyon. Intorno a me, nell'albergo della _Navigazione_, ai
_Pâquis_, s'erano raccolti Giovanni e Agostino Ruffini di Genova,
Giambattista Ruffini di Modena, oggi Maggiore, Celeste Menotti, Nicola
Fabrizi, Angelo Usilio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, Paolo Pallia
e altri parecchi. L'albergo era tutto nostro e fatto inaccessibile alla
vigilanza delle polizie. Giacomo Ciani lavorava operoso a conquistare al
disegno i facoltosi lombardi, sparsi qua e là per la Svizzera: operoso
egli pure, un Gaspare Belcredi di Bergamo, valente medico, noncurante di
fama o d'ogni altra cosa fuorchè del _fine_ e ch'io cito perchè fra i
pochissimi che non mutarono mai, e mi sono ancora, mentr'io scrivo,
amicissimi. Raccogliemmo nuovi mezzi in danaro, segnatamente da Gaspare
Rosales, gentiluomo lombardo, raro per unità di pensiero e d'azione,
d'indole generosa, leale, cavalleresca. Provvedemmo da Saint-Etienne e
dal Belgio armi in buon numero: preparammo cartucce e quanto occorreva.
Lavoravamo tutti concordi e lietamente instancabili.

Tutto andava a seconda. Se non che, come dissi, importava agire
rapidamente; e da una esigenza dei comitati dell'interno e degli uomini
che ajutavano con danaro l'impresa, sorse un ostacolo che dovea
condannarla a indugi indefiniti e a rovina. Chiedevano un _nome_.
Volevano messo a capo dell'invasione un uomo militare, di grado
superiore, e che alla capacità aggiungesse il fascino della rinomanza. E
indicavano il Generale Ramorino.

Mandato, dal Comitato degli amici della Polonia in Parigi, a Varsavia,
durando l'insurrezione nazionale Polacca, Ramorino, legato colla
frazione capitanata dal Principe Czartoriski e dall'aristocrazia del
paese, s'era condotto, negli ultimi tempi della guerra, in modo
giudicato severamente dai migliori patrioti. Ma, tornato in Francia, era
stato salutato d'ovazioni da quanti nello straniero soldato volontario
in Polonia vedevano rappresentato il principio della fratellanza dei
popoli, e da quanti, dando plauso a ogni uomo che avesse combattuto in
Polonia, intendevano onorare non tanto lui quanto le lotte d'una nazione
oppressa dal numero ma destinata a rivivere. Il nome di Ramorino era
inoltre popolare in Savoja dov'egli, credo, era nato, in Genova dove
viveva la di lui madre, e generalmente in Italia dove l'orgoglio dei
caduti in fondo era accarezzato dagli omaggi profusi a un Italiano. E
nessuno badava più oltre. Ebbi intimazione solenne di dovermi porre in
contatto con lui e offrirgli il comando della fazione.

Protestai quanto seppi.--Affratellato coi migliori tra gli esuli della
Polonia io aveva, dalle loro conversazioni come dall'attento esame delle
operazioni militari di Ramorino, ritratto giudicio diverso da quello dei
Comitati. Ricordai loro che avevamo tutti predicato il principio: _a
cose nuove uomini nuovi_; che nelle grandi rivoluzioni le imprese
avevano creato i nomi, non i nomi, le imprese; che in ogni modo, nel
duplice stadio dell'iniziativa e della guerra che terrebbe dietro,
sarebbe stato più cauto lasciare il primo agli ordinatorî del moto, e
affidare al Generale il secondo, quando i primi successi avrebbero già
fatto securo il programma e vincolerebbero il Capo qualunque ei si
fosse. Non valse, il prestigio d'un nome era pur troppo allora--ed è
tuttavia--più assai potente che non il principio. Mi fu dichiarato che
senza Ramorino non s'agirebbe. E m'avvidi che s'interpretava il dissenso
mio come istinto di chi ambiva essere capo civile e militare ad un
tempo. Vive tuttavia chi mi vide prorompere in lungo ed amaro pianto
convulso al primo allacciarsi di quella accusa: io la meritava sì poco
che non aveva mai sospettato potesse sorgere. E m'era tremenda
rivelazione dell'avvenire di sospetti, di diffidenze e calunnie serbato
agli uomini che con un'anima pura e piena di fiducia in altrui si
consacrano a una grande impresa. Quella rivelazione s'adempì tristissima
sulla mia vita.

Piegai, credo a torto, la testa e invitai Ramorino. Udito il disegno
accettò. Statuimmo che l'invasione s'opererebbe da due colonne; che la
prima moverebbe da Ginevra, e io ne assumeva l'ordinamento; la seconda
da Lione dove Ramorino affermava d'aver influenza grandissima; e
imprendeva egli a formarla. Ramorino mi chiese, per le spese necessarie
all'ordinamento della colonna, 40,000 franchi; e li diedi. L'ottobre
(1833) non doveva trascorrere senza vederci in azione. Ei partì
sollecitamente. Io gli raccomandai come segretario un giovine modenese,
fidatissimo nostro, che doveva invigilarlo e informarmi.

«Non molto prima della spedizione, sul finire del 1833[32], mi si
presentò all'Albergo della _Navigazione_ in Ginevra, una sera, un
giovine ignoto. Era portatore d'un biglietto di L. A. Melegari, che mi
raccomandava con parole più che calde l'amico suo, il quale era fermo di
compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovine era Antonio
Gallenga. Veniva di Corsica. Era un affratellato della _Giovine Italia_.

«Mi disse che da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva
deciso di vendicare il sangue de' suoi fratelli e d'insegnare ai tiranni
una volta per sempre che la colpa era seguita dall'espiazione: ch'ei si
sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821 e il
carnefice de' suoi fratelli; ch'egli aveva nutrito l'idea nella
solitudine della Corsica, finchè s'era fatta gigante e più forte di lui.
E più altro.

«_Obbiettai_, come ho fatto sempre in simili casi: _discussi, misi
innanzi tutto ciò che poteva smuoverlo_. Dissi ch'io stimava Carlo
Alberto degno di morte, ma che la di lui morte non salverebbe l'Italia,
che per assumersi un ministero di espiazione, bisognava sentirsi puro di
ogni senso di povera vendetta e d'ogni altro che non fosse missione; che
bisognava sentirsi capace di stringere, compito il fato, le mani al
petto, e darsi vittima; che in ogni modo ei morrebbe nel tentativo,
morrebbe infamato dagli uomini come assassino, e via così per un pezzo.

«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentr'ei parlava: non
importargli la vita: non s'arretrerebbe d'un passo, compito l'atto:
griderebbe _viva l'Italia_ e aspetterebbe il suo fato: i tiranni osar
troppo, perchè sicuri dell'altrui codardia, e bisognava rompere quel
fascino: sentirsi destinato a quello. S'era tenuto in camera un ritratto
di Carlo Alberto e il contemplarlo gli aveva fatto più sempre
dominatrice l'idea. Finì per convincermi ch'egli era uno di quegli
esseri le cui determinazioni stanno tra la coscienza e Dio e che la
Provvidenza caccia da Armodio in poi di tempo in tempo sulla terra per
insegnare ai despoti che sta in mano d'un uomo solo il termine della
loro potenza. E gli chiesi che cosa volesse da me.

«_Un passaporto e un po' di danaro._

«Gli diedi mille franchi e gli dissi che avrebbe un passaporto in
Ticino.

«Fin là, ei non sapeva neanche che la madre di Jacopo Ruffini fosse in
Ginevra e appunto nell'albergo ov'io era.

«Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò colla Ruffini
e con me: non si disse verbo tra loro. Lasciai la Ruffini ignara delle
intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse
quasi parola.

«Nelle ore ch'ei passò meco, sospettai ch'ei fosse spronato più da una
sfrenata ambizione di fama che non dal senso d'una missione espiatoria
da compiersi. Mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non
s'era compiuto un simile fatto, e mi raccomandò ch'io scrivessi, dopo la
sua morte alcune linee sui suoi motivi. Partì valicando il Gottardo, mi
scrisse poche parole, piene d'entusiasmo: s'era prostrato sull'Alpi e
avea nuovamente giurato all'Italia di compiere il fatto. Ebbe in Ticino
un passaporto col nome di Mariotti.

«Giunto in Torino, s'abboccò con un membro del Comitato
dell'Associazione del quale egli aveva avuto il nome da me. Fu accolta
l'offerta. Furono presi concerti. Il fatto doveva compirsi in un lungo
adito in Corte, pel quale il re passava ogni domenica recandosi alla
cappella regia. S'ammettevano taluni a vedere il re con un biglietto
privilegiato. Il comitato potè provvedersi d'uno. Gallenga andò con
quello, senz'armi, a studiare il luogo. Vide il re e più fermo che mai:
lo diceva almeno. Fu statuito che la domenica successiva sarebbe il
giorno del fatto. Allora, impauriti del procacciarsi, in quei momenti di
terrore organizzato, un'arme in Torino, mandarono un membro del
Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Chambery a
Ginevra, a chiedermi l'arme e avvertirmi del giorno.

«Un pugnaletto con manico di lapislazzuli che m'era dono carissimo,
stava sul mio tavolino: accennai a quello, Sciandra lo prese e partì.

«Ma intanto, non considerando quel fatto come parte del lavoro
d'insurrezione ch'io dirigeva, e non facendone calcolo, io mandava per
cose nostre in Torino un Angelini nostro sotto altro nome. L'Angelini,
ignaro del Gallenga e d'ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove
stava in una cameretta quest'ultimo. Poi, commettendo imprudenze di
condotta, fu preso a sospetto; tornando a casa, la vide invasa dai
carabinieri: tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, udito che a due porte da quella del regicida erano
scesi i carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell'Angelini, argomentò
che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca del
Gallenga. Perciò lo fece uscir di città, lo avviò a una casa di campagna
fuor di Torino, dicendogli che non si poteva tentare quella domenica, ma
che se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un'altra
delle successive.

«Una o due domeniche dopo, mandarono per lui: non lo trovarono più. Era
partito ed io lo rividi in Isvizzera.

«Rimanemmo legati: ma si sviluppò in lui un'indole più che orgogliosa,
vana, una tendenza d'egoismo, uno scetticismo insanabile, uno sprezzo
d'ogni fede politica, fuorchè l'unica dell'Indipendenza Italiana. Lavorò
meco, nondimeno: fu membro del nostro Comitato Centrale e firmò, come
Segretario, un appello stampato agli Svizzeri contro la tratta de'
soldati sgherri che facevano. Poi s'astenne e si diede a scrivere
articoli di Riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, degli
amici, e di me. Prima del 1848 si riaccostò e fece parte d'un nucleo
che s'ordinò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva; mi chiese di
partire con me. In Milano si separò, dicendomi ch'egli era uomo di
fatti, e voleva recarsi al campo. Invece d'andare al campo andò in
Parma, dove congregato il popolo in piazza, cominciò a predicare quella
malaugurata fusione che fu la rovina del moto. Diventò segretario d'una
Società Federativa presieduta da Gioberti, del quale egli aveva scritto
_plagas_ nei suoi articoli inglesi sulle cose d'Italia; sottoscrisse
circolari destinate a magnificare la monarchia piemontese; e fu scelto
dal Governo a non so quale piccola ambasciata in Germania.

«Lo incontrai nuovamente dopo la caduta di Roma, in Ginevra. Mi parlò; e
indifferente a biasimo o lode, gli parlai. Egli accusava i lombardi di
non avere secondato il re; io gli narrai quelle storie di dolore ch'io
avea veduto svolgersi, egli no: gli provai la falsità dell'accusa. Parve
convinto e insistè perch'io scrivessi su quell'argomento. Dopo un certo
tempo, tornato in Londra, trovai ch'egli, giuntovi appena, avea
pubblicato un libello contro i milanesi dov'egli li chiamava persino
codardi. Nauseato e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano,
tra stranieri, un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo
e non lo vidi mai più.»

Quando questa mia rivelazione fu letta in Torino, si levò tale una
tempesta contro il Gallenga ch'ei s'avvilì. Scrisse lettere sommesse e
pentimenti del _trascorso giovanile_: diede la sua dimissione di
Deputato: rimandò non so qual croce che gli avevano appiccata al petto,
sì come indegno di farne mostra, e dichiarò solennemente nel
_Risorgimento_ del novembre 1856 ch'ei rinunziava d'allora in poi ad
ogni atto e scritto _politico_. Poi, mendicò di bel nuovo ad un collegio
di ignari la Deputazione e si fece corrispondente pagato, per le cose
d'Italia del _Times_, nelle cui colonne egli versa due volte la
settimana oltraggio e calunnie sui volontari Garibaldini, sull'esercito
meridionale, sugli artigiani associati, sul Partito d'Azione e su me. È
decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei _moderati_
debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?

Sui primi d'ottobre, ogni cosa era pronta da parte mia: non così da
parte del generale Ramorino, al quale io scriveva e riscriveva senza
ottenere risposta: mi giungevano bensì dal giovane segretario ragguagli
tristissimi che m'additavano Ramorino perduto nella passione del gioco,
indebitato e vôlto a tutt'altro che ad ordinar la colonna. Passò
l'ottobre. Gli mandai viaggiatori, tra i quali ricordo Celeste Menotti
che dovè raggiungerlo in Parigi, dov'ei s'era, senza scopo apparente,
ridotto. Spronato, rimproverato, ei chiese tempo, allegando ostacoli
impreveduti al lavoro. Gli concedemmo, riluttanti, il novembre. E il
novembre anch'esso passò. Sul cominciare di dicembre, ei finalmente mi
dichiarò che gli riusciva impossibile d'ordinare anche cento sui mille
uomini promessi; che la polizia parigina informata, l'aveva interrogato
sul disegno; ch'ei s'era valentemente schermito, ma che invigilato,
adocchiato in ogni suo passo, ei non poteva ormai più adempiere alle sue
promesse--e mi rimandava 10,000 sui 40,000 franchi affidatigli. Più
tardi seppi ch'egli, cedendo a minacce e promesse di pagamento dei
debiti, s'era messo in accordo col Governo francese, vincolandosi, non a
tradire sul campo, ma a impedire che v'entrassimo mai.

Intanto, l'opportunità della mossa andava sfumando. Il partito
all'interno, decimato, impaurito, sviato, cadeva nell'anarchia e nella
impotenza. Al di fuori, il segreto dell'impresa, fidato a centinaja di
uomini italiani, polacchi, francesi, svizzeri, si svelava a tutte le
polizie. I loro agenti convenuti da ogni lato di Ginevra, spiavano ogni
nostro passo, accumulavano ostacoli, insistevano colle autorità
Ginevrine perchè disperdessero gli esuli agglomerati nel Cantone. Li
disseminammo come meglio si poteva, a sviar l'attenzione e i sospetti;
ma rimossi dalla vigilanza del Centro, lasciati alle loro inspirazioni
individuali, scorati, e diffidenti pei lunghi indugi e per le promesse
ripetute e sempre fallite perdevano ogni senso di disciplina, partivano,
tornavano, s'allontanavano senza dir dove, in cerca d'occupazione: altri
molti, privi di mezzi, ricorrevano alla Cassa Centrale ed esaurivano i
mezzi serbati all'azione. Deputazioni incessanti venivano dai più
impazienti fra i proscritti stranieri a lagnarsi, a chiedere quando si
farebbe, ed assegnare termini perentorî all'azione, minacciando taluni
di sciogliersi, altri d'operare rovinosamente da sè. L'ambasciata
Francese offriva ai polacchi cacciati poco innanzi da Besançon oblio,
passaporti, danaro, ogni cosa purchè vi tornassero; e i comitati
Svizzeri, informati di quelle offerte, ricusavano più oltre soccorrerli.
Bisognava, a trattenerli, dar loro paga regolare. L'indugio era una vera
rovina.

E nondimeno, io non poteva svelare il vero. La voce fatta correre
all'interno che Ramorino capitanava l'impresa era diventata una
condizione _sine qua non_. Il nostro dichiarare che s'agirebbe, ma senza
di lui, avrebbe disanimato tutti i cospiratori della Savoja, e
l'interpretazione più ovvia sarebbe stata ch'ei s'asteneva, giudicando
l'impresa impossibile. Nè io, sospetto di volere allontanato un rivale,
avrei ottenuto fede, se non con prove documentate, ch'io non aveva,
della sua mala condotta.

E come se quel viluppo di difficoltà pressochè insormontabili non
bastasse, s'aggiungeva l'opposizione segretamente dissolvitrice di
Buonarroti. Buonarroti in lega con me fino allora s'era fatto
subitamente avverso a ogni nostro tentativo d'azione: angusto di vedute
e intollerante nel suo giudicare degli uomini, ei vedeva nel mio
collegarmi con Giacomo Ciani, con Emilio Belgiojoso, ch'era venuto a
offrirsi ajutante di Ramorino, e con altri patrizî o ricchi lombardi
ch'ei chiamava sdegnosamente i _banchieri_, una deviazione dai principî
della pura democrazia; ma sopratutto, egli, cospiratore per tutta la
vita a Parigi, ignaro assolutamente d'ogni elemento Italiano e neppur
sognando che l'_iniziativa_ potesse e dovesse un giorno trapiantarsi di
Francia in Italia o in altra Nazione, non ammetteva che potesse
cominciarsi un moto fuorchè--non dirò in Francia, perch'egli avversava
pure i disegni del Lionese--ma in Parigi. E fulminò scomunica contro di
noi: scomunica abbastanza potente, perchè tutti gli elementi Svizzeri
che m'erano indispensabili erano affratellati nella Carboneria, ed egli
costituiva, con Testa, Voyer di Argenson ed altri l'Alta Vendita della
Setta. Io mi trovava a un tratto minato nelle parti vitali del mio
lavoro, e sentiva tutte le ruote del congegno arrestarsi, senza poterne
indovinare il perchè.

Com'io resistessi a ostacoli siffatti e rinascenti ogni giorno, non so.
Era una lotta d'Antèo, cadente a ogni tanto e risorgente con nuova forza
dalla terra toccata. Mi toccò riconquistare a uno a uno gli agenti
Svizzeri e staccarli da Buonarroti. Raccolsi nuovo danaro. Trattenni i
Polacchi. Mandai uomini nostri a formare rapidamente, perchè non
fallisse una parte del disegno ch'era promessa e che era diversione
importante, un nucleo di colonna in Lione, fidandone la direzione a
Rosales, a Nicolò Arduino e all'Allemandi: in quel nucleo era il giovine
Manfredo Fanti, più tardi Generale, Ministro, e nemico nostro.

Perchè non rinunziai all'impresa? Oltre le cagioni del persistere
accennato più sopra, il dire a un tratto a tutti gli elementi
dell'interno a tutti gli uomini nostri e stranieri che al difuori
vivevano in quella fede, ai repubblicani francesi, a tutti coloro che
avevano dato denaro pei quattro quinti già speso: _non era che un
sogno_, era un decretare morte per sempre al Partito nella cui vita io
vedeva gran parte della salute dell'Italia. Era meglio tentare e cadere
in campo, lasciando non foss'altro un insegnamento morale a chi volesse
raccoglierlo. Poi se taluno fra' miei lettori è stato mai a capo d'una
impresa collettiva, egli almeno deve sapere come l'impresa giunta a un
certo grado di sviluppo diventi padrona dell'uomo e non gli conceda più
di ritrarsi.

Passava intanto in quei lavori, non solamente tutto il novembre, ma il
dicembre; con tale rovina della fiducia di tutti, e con tale esaurimento
di mezzi da comandarmi imperiosamente l'azione. La risolsi pel finir di
gennajo (1834) e sollecitai perchè verso quel tempo s'operasse in Lione.
L'eco dell'insurrezione Francese avrebbe largamente supplito a tutti
quei gradi di potenza che s'erano irreparabilmente perduti in Italia.

Scrissi a Ramorino, dicendogli ch'io avrei iniziato a ogni modo; venisse
ad assumere il comando della fazione, e se non prima, ricevuta appena la
nuova del nostro ingresso. Il moto era fissato pel 20 gennajo.

E aspettando risposta, ordinai quant'era necessario alla mossa. Si
determinarono i giorni, l'ora della partenza di nuclei collocati sui
diversi punti, l'ordine delle giornate, le vie da tenersi, i viveri, i
corrieri di punto in punto. Si fece deposito delle armi, per quei che
venivano da lontano, in Nyon, sulla sponda del lago. S'apprestarono
barche e zattere, tanto che invece di spingersi tutti in Ginevra dove
eravamo già troppi, e dove il Governo avrebbe necessariamente tentato
d'opporsi, tragittassero il lago e venissero a ricongiungersi con noi in
Carouge, punto di convegno per tutti. In Carouge si trasportarono l'armi
per quei che dovevano muovere da Ginevra e dintorni. Si compì
l'ordinamento militare; si scelsero i capi; si prepararono i proclami.

Poco importa ora l'esporre minutamente il concetto di guerra che mi
parve da scegliersi. Basti il dire che il punto centrale dell'operazione
era Saint-Julien, sulla via d'Annecy. Non potendo nè volendo determinare
l'ora dell'insurrezione delle provincie Savojarde, ordinai si
raccogliessero in Saint-Julien, delegati di ciascuna, tanto che fatti
certi del nostro arrivo, corressero a dare alle loro circoscrizioni il
segnale del moto. La nostra forza era tale da rendere ogni valida
resistenza in Saint Julien impossibile.

Io sperava che Ramorino s'attenesse al secondo partito insinuatogli e
non venisse che dopo iniziata la mossa; ma fui deluso. Mi scrisse che
sarebbe venuto a tempo. E questa sua promessa fu intanto cagione di
nuovi indugi fatali allora più che mai. S'arrestò sulla via, mi mandò
avvisi che mi trattennero di giorno, in giorno, e ci trascinarono fino
al 31 gennajo, quand'ei giunse la sera, con due generali, polacco l'uno,
spagnuolo l'altro, un ajutante, un medico.

Lo vidi. Stava sul suo volto il sospetto di chi sente d'essere
sospettato e meritamente. Ei non levava, parlandomi gli occhi da terra.
Io ignorava ancora gli accordi stretti col governo francese, ma
presentii un tradimento possibile. Determinai stargli a fianco, e giunti
che fossimo a Saint-Julien, negargli, occorrendo, il potere.
L'insurrezione iniziata avrebbe probabilmente sentito la propria forza e
concesso minor importanza al prestigio di un nome.

Non proferii parola sul passato. Gli diedi il quadro delle nostre forze.
Gli comunicai il disegno di guerra. Gli proposi l'approvazione degli
ufficiali. Accettò ogni cosa. Soltanto, allegando la responsabilità che
pesava su lui, volle assumere sin d'allora il comando ch'io avrei voluto
non cominciasse che a Saint-Julien: fu appoggiato da quanti fra i nostri
vedevano nella supremazia militare la salute dell'impresa, e se ne giovò
per istituire alcuni capi, quello fra gli altri che dovea guidare i
polacchi destinati ad attraversare il lago da Nyon. Lo condussi, per
vincolarlo più sempre, a un convegno segreto col generale Dufour. Là
furono studiate nuovamente le basi del disegno.

Il 1.º febbrajo ci ponemmo in moto. In Ginevra il governo tentò
d'impedire, anche più energicamente ch'io non avrei pensato, il
concentramento. I battelli furono sequestrati. L'albergo ov'io era fu
circondato dai gendarmi. S'arrestavano i nostri quando il menomo
indizio, un'arme, un berretto, una coccarda li rivelava. Ma la
popolazione preparata di lunga mano si levò tutta a proteggerci.
Ufficiali e soldati guardavano con favore la nostra mossa e cedevano
facilmente alle istanze semi-minacciose dei cittadini. Tutti i nostri si
raccolsero al convegno e s'armarono. Rimasi l'ultimo in Ginevra per
dirigere la mobilizzazione, poi, la sera, in un battello ch'era stato
giudicato inservibile, traversai coi Ruffini e uno o due altri il lago e
mi recai al campo dei nostri. Era tutto entusiasmo, lietezza, fiducia.

Ma ci aspettava d'altra parte una serie terribile di delusioni.

I giovani tedeschi che avevano avuto le mosse da Zurigo e Berna, spinti
da un entusiasmo che esagerava la facilità dell'impresa e dimenticava
l'inevitabile opposizione del governo Svizzero, s'avviarono
collettivamente, a nuclei, quasi in ordine di battaglia, con coccarde
repubblicane germaniche, foglie di quercia al berretto, e rivelando agli
occhi di tutti il fine per cui movevano. La distanza dal punto di
convegno era grande e concedeva tempo e mezzi di repressione alle
autorità. Gli uni furono lungo la via circondati; altri dispersi; molti
vinsero gli ostacoli e giunsero, ma per vie diverse dalle segnate e
tardi: pochissimi tra quelli elementi ci raggiunsero in tempo. E fu
perdita grave.

La colonna dei polacchi che dovevano attraversare il lago da Nyon,
affidata da Ramorino a un Grabski, commise l'inescusabile errore di
separare gli uomini dall'armi: barche svizzere con soldati del
contingente passarono in mezzo, s'impossessarono della zattera sulla
quale erano l'armi, e condussero gli inermi prigioni.

Questi e altri incidenti simili ci privarono a un tratto dei tre quarti
almeno delle nostre forze, e quel ch'è peggio, diedero a Ramorino il
pretesto che gli mancava.

Per qualunque avesse avuto scintilla di genio insurrezionale e
sopratutto intenzione di riuscire, la posizione era chiara. Noi potevamo
anche colle poche nostre forze, correre difilati su Saint-Julien e
occuparlo. _Non v'erano truppe._ Certi di non poterlo difendere, i capi
piemontesi, all'annunzio della nostra mossa, avevano abbandonato quel
punto, e s'erano collocati a metà strada per coprire Annecy. Giunti a
Saint-Julien e partiti a diffondere il segnale d'insurrezione i delegati
che s'erano raccolti, poco importava la cifra delle nostre forze. E
inoltre l'entusiasmo delle popolazioni svizzere, infervorato dal nostro
primo successo, avrebbe costretto il governo a mettere in libertà le
nostre colonne che ci avrebbero poco dopo raggiunti.

La nuova dell'allontanamento delle truppe da Saint-Julien era stata
comunicata a Ramorino. Credendo nell'esecuzione della promessa e non
volendo dar pretesti al sospetto di dualismo e d'ambizione nascente,
presi una carabina e mi confusi nelle file dei militi.

Il documento collettivo ch'or qui si ripubblica lascia intendere
abbastanza come Ramorino si facesse un'arme dell'imprigionamento dei
polacchi del lago e della speranza di riaverli per mutare subitamente il
disegno, sviarsi dal punto obbiettivo, costeggiare per quasi
ventiquattro ore il lago, stancare, sconfortare, rendere incapaci di
disciplina i nostri elementi. Ond'io m'asterrò dal ripetere, e dirò
solamente in poche linee ciò che mi concerne personalmente.

Io aveva presunto troppo delle mie forze fisiche. L'immenso lavoro ch'io
m'era da mesi addossato le avea prostrate. Per tutta l'ultima settimana
io non aveva toccato il letto; avea dormito appoggiandomi al dosso della
mia sedia a mezz'ore, a quarti d'ora interrotti. Poi, la ansietà, le
diffidenze, i presentimenti di tradimento, le delusioni imprevedute, la
necessità d'animare altrui col sorriso d'una fiducia che non era in me,
il senso d'una più che grave responsabilità, avevano esaurito facoltà e
vigorìa. Quando mi misi tra le file, una febbre ardente mi divorava. Più
volte accennai cadere e fui sorretto da chi m'era a fianco. La notte era
freddissima e io aveva lasciato spensieratamente non so dove il
mantello. Camminava trasognato, battendo i denti. Quando sentii
qualcuno--era il povero Scipione Pistrucci--a mettermi sulle spalle un
mantello, non ebbi forza per volgermi a ringraziarlo. Di tempo in tempo,
poi che m'avvidi che non s'andava su San Giuliano, io richiamava con uno
sforzo supremo le facoltà minacciate per correr in cerca di Ramorino e
pregarlo, scongiurarlo perchè ripigliasse il cammino sul quale eravamo
intesi. Ed ei m'andava, con un guardo mefistofelico, rassicurando,
promettendo, affermando che i polacchi del lago s'aspettavano di minuto
in minuto.

Ricordo che a mezzo dell'ultimo abboccamento, mentr'ei più
deliberatamente mi resisteva, un fuoco di moschetteria partito dal
piccolo nostro antiguardo mi fece correre al fascio delle carabine, con
un senso di profonda riconoscenza a Dio che ci mandava finalmente,
qualunque si fosse, la decisione. Poi, non vidi più cosa alcuna. Gli
occhi mi s'appannarono; caddi, e in preda al delirio.

Fra un accesso e l'altro, in quel barlume di coscienza che si racquista
a balzi per ricadere subito dopo nelle tenebre, io sentiva la voce di
Giuseppe Lamberti a gridarmi: _che cosa hai preso?_ Egli e pochi altri
amici sapevano ch'io temendo d'esser fatto prigione e tormentato per
rivelazioni, aveva preso con me un veleno potente. E affaticato pur
sempre dal pensiero delle diffidenze che s'erano, o mi pareva, suscitate
in taluni, io interpretava quelle parole come s'ei mi chiedesse quale
somma io avessi preso dai nemici per tradire i fratelli. E ricadeva,
smaniando, nelle convulsioni. Tutti quei che fecero parte della
spedizione e sopravvivono, sanno il vero delle cose ch'io dico. Quella
notte fu la più tremenda della mia vita. Dio perdoni agli uomini che,
spronati da cieca ira di parte, seppero trovarvi argomento di tristi
epigrammi.

Appena Ramorino seppe di me, sentì sparito l'ostacolo: salì a cavallo,
lesse un ordine del giorno che scioglieva la colonna dichiarando
l'impresa impossibile, e l'abbandonò. Supplicarono Carlo Bianco perchè
li guidasse: egli s'arretrò davanti alla nuova responsabilità e al
disfacimento visibile tra gli elementi. La colonna si sciolse.

Quando mi destai, mi vidi in una caserma, ricinto di soldati stranieri.
Vicino a me stava l'amico mio Angelo Usiglio. Gli chiesi ove fossimo. Mi
disse con volto di profondo dolore: _In Isvizzera._ E la colonna? _in
Isvizzera_ (1861).

       *       *       *       *       *

Il primo periodo della GIOVINE ITALIA era conchiuso e conchiuso con una
disfatta. Doveva io ritirarmi dall'arena e rinunziando a ogni vita
politica, aspettando paziente che il tempo o altri più capace o più
avventuroso di me maturasse i fati italiani, seguire nel silenzio una
via di sviluppo individuale e riconcentrarmi negli studî che più
sorridevano all'anima mia?

Molti mi diedero quel consiglio: gli uni convinti che l'Italia, guasta
fino al midollo dal lungo servaggio e dall'educazione gesuitica, non
avrebbe mai potuto far suo il nostro ideale e conquistarne colle proprie
forze il trionfo; gli altri già stanchi sul cominciar della lotta,
bramosi di vivere della vita dell'individuo e impauriti dalla tempesta
di persecuzioni che s'addensava visibilmente sulle nostre teste. E i
fatti che seguirono l'infausta spedizione convalidavano i loro
argomenti. Un immenso clamore di biasimo s'era levato, da quanti in
tutti i tempi non adorano che la vittoria, contro di noi. L'onda, rotta
agli scogli, retrocedeva. Dall'Italia non venivano che voci di
sconforto, nuove di fughe, diserzioni, imprigionamenti e dissolvimento.
Intorno a noi, nella Svizzera, il favore col quale erano stati accolti i
nostri disegni si convertiva rapidamente in irritazione. Ginevra era
tormentata di note diplomatiche, richieste imperiose di liberarsi di noi
e minaccie; e i più cominciavano a imprecare a noi caduti come a
stranieri che mettevano a pericolo la pace del paese e rompevano la
buona armonia della Svizzera coi governi europei. L'autorità federale
mandava commissarî, iniziava inquisizioni e processi. Il nostro
materiale di guerra era sequestrato: i nostri mezzi finanziarî erano
quasi esauriti di fronte alla tristissima condizione degli esuli,
sprovveduti i più d'ogni cosa. E anche tra i nostri la miseria e
l'amarezza della delusione seminavano recriminazioni e dissidî. Tutto
era bujo all'intorno. Ben promettevano dalla Francia battaglia imminente
e vittoria in nome della repubblica; ma io credeva spenta per allora
l'_iniziativa_ francese, e quelle uniche promesse di meglio mi trovavano
incredulo. E più potente d'ogni consiglio e d'ogni minaccia mi suonava
all'orecchio il grido di dolore e di suprema inquietudine della povera
mia madre. Avrei ceduto a quello se avessi potuto.

Ma era tal cosa in me che le circostanze esterne non valevano a domare.
La mia natura era profondamente subbiettiva e signora de' proprî moti.
L'_io_ era fin d'allora per me una _attività_ chiamata a modificare il
_mezzo_ in cui vive, non a soggiacergli passivo. La vita raggiava dal
centro alla circonferenza, non dalla circonferenza al centro.

La nostra non era impresa di semplice riazione, moto d'infermo che muta
lato ad alleviare il dolore. Noi non tendevamo alla libertà come a
_fine_, ma come a mezzo per potere raggiungere un fine più positivo e
più alto. Avevamo scritto Unità repubblicana sulla nostra bandiera.
Volevamo fondare una Nazione, creare un Popolo. Cos'era, per uomini che
s'erano proposto intento sì vasto una disfatta? Non era appunto parte
dell'opera educatrice quella d'insegnare ai nostri l'imperturbabilità
negli avversi eventi? Potevamo insegnarla senza darne l'esempio noi? E
non avrebbe la nostra abdicazione somministrato un argomento a quanti
ritenevano impossibile l'Unità? Il guasto radicale in Italia, ciò che la
condannava all'impotenza, era visibilmente non una mancanza di
desiderio, ma una diffidenza delle proprie forze, una tendenza ai facili
sconforti, un difetto di quella costanza, senza la quale nessuna virtù
può fruttare, uno squilibrio fatale tra il _pensiero_ e l'_azione_.
L'insegnamento morale che dovea porre rimedio a quel guasto non era
possibile in Italia, sotto il flagello persecutore delle polizie, per
via di scritti o discorsi, su larga scala, in proporzioni eguali al
bisogno. Era necessario un apostolato vivente: un nucleo d'uomini
italiani forti di costanza, inaccessibili allo sconforto, i quali si
mostrassero, in nome d'una Idea, capaci di affrontare col sorriso della
fede persecuzioni e sconfitte, cadenti un giorno, risorgenti il dì dopo,
e presti sempre a combattere e credenti sempre, senza calcolo di tempo o
di circostanze, nella vittoria finale. La nostra era, non setta, ma
religione di patria. E le sette possono morire sotto la violenza: le
religioni non mai.

Scossi da me ogni dubbiezza, e deliberai proseguir sulla via.

In Italia, il lavoro doveva inevitabilmente rallentarsi. Bisognava dar
tempo agli animi di riaversi, ai padroni di credersi vincitori e
riaddormentarsi. Ma potevamo rifarci all'estero delle perdite
dell'interno e lavorare a risorgere un giorno e gittare una seconda
chiamata all'Italia, forti d'elementi stranieri alleati e dell'opinione
europea. Potevamo, nel disfacimento, ch'io vedeva lentamente compirsi,
d'ogni principio rigeneratore, d'ogni _iniziativa_ di moto europeo,
preparare il terreno alla sola idea che mi pareva chiamata a rifare la
vita dei popoli, quella della Nazionalità, e una influenza
_iniziatrice_, in quel moto futuro all'Italia. Nazionalità e possibilità
d'iniziativa italiana: fu questo il programma, questa la doppia idea
dominatrice d'ogni mio lavoro dal 1834 al 1837.

La nostra stampa aveva attirato su noi l'attenzione degli stranieri.
L'ardito tentativo sulla Savoja aveva raccolto intorno al nostro
comitato una moltitudine d'esuli di tutte contrade. Erano, i più,
Tedeschi e Polacchi; ma parecchi venivano di Spagna, di Francia e
d'altrove--e citerò ad esempio Harro Haring, scrittore di merito e vero
pellegrino della Libertà, dacch'egli avea combattuto e lavorato per essa
in Polonia, in Grecia, in Germania. Era nato sulle sponde del Mar
Glaciale e portava con sè l'aspirazione ignota allora a tutti fuorchè a
lui e a me, ma pur destinata a tradursi in fatto un dì o l'altro,
all'Unità della Scandinavia. Fra tutti quegli uomini, e prima che la
persecuzione ci balestrasse a diverse foci, intesi a cacciare i germi
della doppia idea e d'una alleanza universalmente invocata, non tentata
ordinatamente da alcuno.

La Carboneria diretta in Francia da Buonarroti, Teste e, credo, Voyer
d'Argenson, tentava naturalmente di stendere i suoi lavori in tutte le
contrade: e accoglieva nelle sue file uomini d'ogni terra. Ma era
Associazione _cosmopolita_ nel senso filosofico della parola: non vedeva
sulla terra che il _genere umano_ e l'_individuo_; e individui, non
altro, erano per essa i suoi membri. La Patria non aveva altare o
bandiera nelle Vendite: il Polacco, il Tedesco, il Russo non erano, dopo
iniziati, se non Carbonari. Figli idolatri della Rivoluzione Francese,
quelli uomini non oltrepassavano le sue dottrine. Cercavano per l'uomo,
per _ogni_ uomo la conquista di ciò ch'essi chiamavano suoi _diritti_:
diritti di libertà e d'eguaglianza, non altro. Ogni idea _collettiva_, e
quindi l'idea-Nazione, era per essi inutile o--quando la giudicavano dal
passato--pericolosa. Teoricamente, ignoravano che non esistono _diritti_
per l'individuo se non in conseguenza di _doveri_ compiti: dimenticavano
che la legge di vita dell'_individuo_ non può desumersi se non dalla
_specie_; e rinegavano il sentimento della vita _collettiva_ e il
concetto dell'opera trasformatrice che ogni _individuo_ deve tentare di
compiere sulla terra a pro dell'umanità. Praticamente, essi s'assumevano
d'agire con una leva alla quale sottraevano il punto d'appoggio, e si
condannavano all'impotenza.

«Se per _cosmopolitismo_[33] intendiamo fratellanza di tutti, amore per
tutti, abbassamento delle ostili barriere che creano ai popoli,
separandoli, interessi contrarî, siamo noi tutti cosmopoliti. Ma
l'affermare quelle verità non basta: la vera questione sta per noi nel
_come_ ottenerne praticamente il trionfo contro la lega dei Governi
fondati sul privilegio. Or quel _come_ implica un _ordinamento_. E ogni
ordinamento richiede un punto determinato d'onde si mova, un _fine_
determinato al quale si miri. Perchè una leva operi, bisogna darle un
punto d'appoggio e un punto sul quale s'eserciti la sua potenza. Per
noi, quel primo punto è la Patria, il secondo è l'Umanità collettiva.
Per gli uomini che s'intitolano _cosmopoliti_, il _fine_ può essere
l'Umanità: ma il punto d'appoggio è l'uomo-_individuo_.

«La differenza è vitale; è la stessa a un dipresso che separa, in altri
problemi, i fautori dell'_Associazione_ da quei che non riconoscono come
strumento d'azione se non la _libertà_ sola e senza limitazione.

«Solo, in mezzo dell'immenso cerchio che si stende dinanzi a lui e i cui
confini gli sfuggono, senz'arme fuorchè la coscienza de' suoi diritti
fraintesi e le sue facoltà individuali, potenti forse, pur nondimeno
incapaci di spander la loro vita in tutta quanta la sfera d'applicazione
ch'è il _fine_, il cosmopolita non ha se non due vie tra le quali gli è
forza scegliere: l'inerzia o il dispotismo.

«Poniamolo dotato d'ingegno logico. Non potendo da per sè solo
emancipare il mondo, ei s'avvezza facilmente a credere che il lavoro
emancipatore non è suo debito: non potendo, col solo esercizio dei suoi
diritti individuali, raggiungere il _fine_, ei prende rifugio nella
dottrina che fa dei _diritti_ mezzo e fine ad un tempo. Dov'ei non trova
modo di liberamente esercitarli, ei non combatte, non muore per essi; si
rassegna e s'allontana. Ei fa suo l'assioma dell'egoista: _ubi bene, ibi
patria_; impara ad aspettare il bene dal corso naturale delle cose,
dalle circostanze, e convertito a poco a poco in paziente ottimista
limita la propria azione alla pratica della _carità_. Ora, qualunque,
nei tempi nostri, non esercita che la _carità_, merita taccia d'inerte e
tradisce il dovere. La _carità_ è virtù d'un'epoca oggimai consunta e
inferiore moralmente alla nostra.

«Poniamolo illogico e facile a contradire a sè stesso. Volendo a ogni
patto tradurre in fatti l'idea, e sentendo il bisogno d'un punto
d'appoggio, ei lo cerca ove può, o tenta supplire con una forza
artificiale, usurpata, alla forza reale e legittima che gli manca.
Quindi le teoriche d'ineguaglianza, le gerarchie arbitrariamente
ordinate dall'alto al basso, nelle quali noi vediamo rovinar fatalmente
i più tra i riformatori sistematici de' nostri giorni. Quindi--e in ambo
i casi--il _materialismo_, inevitabile presto o tardi in ogni dottrina
che noi, s'appoggia se non sul concetto dell'_individuo_.

«Io non dico che tutti i _cosmopoliti_ accettino conseguenze siffatte:
dico che dovrebbero, logicamente, accettarle. Seguono, se afferrano una
terza via, gli impulsi del core, non l'intelletto: son nostri,
incapricciati, per lunga abitudine o noncuranza del retto significato
delle parole, a serbarsi quel nome.

«La prima specie di _cosmopoliti_ occorre pur troppo frequente per ogni
dove, e fu spesso rappresentata in teatro: la seconda esiste fra gli
scrittori, segnatamente Francesi. Tutti quei pretesi _cosmopoliti_ che
negano la missione delle razze e guardano disdegnosi al concetto o
all'amore della Nazionalità, collocano--appena si tratti di fare, e
quindi della necessità d'un ordinamento--il centro del moto nella
propria Patria, nella propria città. Non distruggono le Nazionalità; le
confiscano a prò d'una sola. Un popolo eletto, un popolo-Napoleone è
l'ultima parola dei loro sistemi; e tutte le loro negazioni covano un
_nazionalismo_ invadente, se non coll'armi--ciò che è difficile in
oggi--con una _iniziativa_, morale e intellettuale, _permanente,
esclusiva_, che racchiuderebbe, pei popoli abbastanza deboli per
accettarla, gli stessi pericoli[34].

«Gli avversi all'idea _nazionale_ servono, inconscî, a un pregiudizio
ch'io intendo senza dividerlo. Essi derivano la definizione della parola
_nazionalità_ dalla storia del passato. Quindi le obbiezioni e i
sospetti.

«Or noi, credenti nella vita collettiva dell'Umanità, respingiamo il
passato. Parlando di _nazionalità_, parliamo di quella che soli i popoli
liberi, fratelli, associati, definiranno. La Nazionalità dei Popoli non
ha finora esistenza: spetta al futuro. Nel passato, noi non troviamo
nazionalità fuorchè definita dai re e da trattati tra famiglie
privilegiate. Quei re non guardavano che ai loro interessi personali;
quei trattati furono stesi da individui senza missione, nel segreto
delle Cancellerie, senza il menomo intervento popolare, senza la menoma
inspirazione d'Umanità. Che poteva escirne di santo?

«Patria dei re era la loro famiglia, la loro razza, la dinastia. Il loro
_fine_ era il proprio ingrandimento a spese d'altrui, l'usurpazione
sugli altrui diritti. Tutta la loro dottrina si compendiava in una
proposizione: _indebolimento di tutti per securità o giovamento dei
proprî interessi_. I loro Trattati non erano se non transazioni concesse
alla necessità: le loro paci erano semplici tregue: il loro _equilibrio_
era un tentativo diretto unicamente dall'antiveggenza di combattimenti
possibili, da una diffidenza ostile e perenne. Quella diffidenza trapela
attraverso tutte le mene diplomatiche di quel tempo, determina le
alleanze, regna sovrana in quel Trattato di Vestfalia, ch'è parte anche
oggi del diritto pubblico Europeo e il cui pensiero fondamentale è la
legittimità delle _razze regali_ dichiarata e tutelata. Come mai
l'Europa dei re avrebbe potuto concepire e verificare un pensiero
d'_associazione_ e un ordinamento pacifico delle Nazioni? Essa non
riconosceva principio superiore agli interessi secondarî e parziali nè
credenza comune che potesse essere base e pegno di stabilità a' suoi
atti. La dottrina delle razze regali legittime consacrava solo arbitro
del futuro il diritto degli _individui_. E ne usciva un misero
_nazionalismo_, che non è se non parodìa di ciò che il santo nome di
Nazionalità suona oggi per noi.

«E allora, conseguenza dello spirito del Cristianesimo che non voleva
sulla terra nemici, conseguenza pure della legge del Progresso che
preparava le vie all'_associazione_, cominciò una grande inevitabile
opposizione all'idea travisata della Nazione. La filosofia e l'economia
politica introdussero il _cosmopolitismo_ tra noi. Il _cosmopolitismo_
predicò l'eguaglianza dei _diritti_ per ogni uomo, qualunque ne fosse la
patria: predicò la _libertà_ del commercio: ebbe interpreti politici in
Anacarsi Clootz e altri oratori nella Convenzione: creò una Letteratura
col _romanticismo_; e fece in ogni cosa ciò che fanno generalmente le
opposizioni: esagerò le conseguenze d'un principio giusto in sè, e non
vedendosi intorno che nazionalità regie e patrie senza popoli, negò
Patria e Nazione: non ammise che la terra e l'uomo.

«D'allora in poi, il popolo entrò sull'arena.

«Oggi, di fronte a quel nuovo elemento di vita, tutto è mutato. Il
romanticismo, il mercantilismo, il cosmopolitismo, sono passati, come
ogni cosa che ha compito la propria missione. La _nazionalità_ dei re
non ha più sostegno che nella cieca forza e rovinerà inevitabilmente un
dì o l'altro. Il _nazionalismo_ dei popoli va rapidamente spegnendosi
condannato dall'esperienza e dalle severe lezioni che i tentativi di
rigenerazione, impresi isolatamente e governati dall'egoismo locale,
fruttarono. Il primo popolo che si leverà, in nome della nuova vita, non
ammetterà conquista fuorchè dell'esempio e dell'apostolato del vero. Il
periodo del _cosmopolitismo_ è ovunque compito: comincia il periodo
dell'UMANITÀ.

«Or l'Umanità è l'associazione delle Patrie: l'Umanità è l'alleanza
delle Nazioni per compire, in pace e amore, la loro missione sulla
terra: l'ordinamento dei Popoli, liberi ed uguali, per movere senza
inciampi, porgendosi ajuto reciproco e giovandosi ciascuno del lavoro
degli altri, allo sviluppo progressivo di quella linea del pensiero di
Dio ch'egli scrisse sulla loro culla, nel loro passato, nei loro idiomi
nazionali e sul loro volto. E in questo progresso, in questo
pellegrinaggio che Dio governa, non avrà luogo nimicizia o conquista,
perchè non esisterà uomo-re o popolo-re, ma solamente una associazione
di popoli fratelli con fini e interessi omogenei. La legge del Dovere
accettata e confessata sottentrerà a quella tendenza usurpatrice
dell'altrui diritto che signoreggiò finora le relazioni fra popolo e
popolo e non è se non l'antiveggenza della paura. Il principio
dominatore del diritto pubblico non sarà più _indebolimento d'altrui, ma
miglioramento di tutti per opera di tutti, progresso di ciascuno a pro'
d'altri_. È questo il futuro probabile e a questo devono ormai tendere
tutti i nostri lavori.

«Ma pretendere di cancellare il sentimento della Patria nel core dei
popoli--di sopprimere in un subito le nazionalità--di confondere le
missioni speciali assegnate da Dio alle diverse tribù dell'umana
famiglia--di curvare sotto il livello di non so quale cosmopolitismo le
varie associazioni schierate a gerarchia nel disegno provvidenziale, e
romper la scala per la quale l'Umanità va salendo all'Ideale--è un
pretendere l'impossibile. I lavori diretti a quel fine sarebbero lavori
perduti; non riuscirebbero a falsare il carattere dell'Epoca che ha per
missione d'_armonizzare_ la Patria coll'Umanità, ma ritarderebbero la
vittoria. Il patto dell'Umanità non può essere segnato da individui, ma
da popoli liberi, eguali, con nome, coscienza di vita propria e
bandiera. Parlate loro di Patria, se volete ch'essi diventino tali, e
stampate a caratteri splendidi sulla loro fronte il segno della loro
esistenza, il battesimo della Nazione. I popoli non entrano sull'arena
dell'_iniziativa_ se non con una parte definita, assegnata a ciascun
d'essi. Voi non potete compire il lavoro e rompere lo stromento: non
potete usare con efficacia la leva sottraendole il punto d'appoggio. Le
nazioni non muojono prima d'aver compita la loro missione. Voi non le
uccidete negandola, ma ne ritardate l'ordinamento e l'attività.»

Erano queste le idee che dovevano, a quanto parevami, dirigere il nostro
lavoro. E il mio modo d'intender la Storia le convalidava. Io vedeva la
serie delle Epoche, attraverso le quali si compie lentamente il
progresso dell'Umanità, quasi equazione a più incognite, e ogni Epoca
_svincolarne_, come dicono gli algebristi, una, per aggiungerla alle
quantità cognite collocate nell'altro membro dell'equazione.
L'_incognita_ dell'Epoca Cristiana conchiusa dalla Rivoluzione Francese
era per me l'_individuo_; l'_incognita_ dell'Epoca nuova era l'Umanità
_collettiva_; e quindi l'_associazione_. La leva era l'Europa.
L'ordinamento politico Europeo doveva necessariamente precedere ogni
altro lavoro. E quell'ordinamento non poteva farsi che per popoli: per
popoli che liberamente affratellati in una fede, credenti tutti in un
_fine_ comune, avessero ciascuno una parte definita, una missione
speciale nell'impresa. Perchè l'Europa potesse inoltrare davvero,
raggiungere una nuova sintesi e consecrare a svolgerla tutte le forze
ch'oggi si consumano in lotte interne, bisognava rifarne la Carta. La
questione delle Nazionalità era ed è per me, e dovrebb'essere per tutti
noi, ben altra cosa che non un tributo pagato al diritto o all'orgoglio
locale: dovrebbe essere la _divisione del lavoro_ Europeo.

In ogni modo, la questione delle Nazionalità era per me la questione che
avrebbe dato il suo nome al Secolo. L'Italia, com'io l'intravvedeva e
amava, poteva esserne iniziatrice, e lo sarà, se liberandosi dalla turba
codarda e immorale ch'oggi la domina, intenderà un giorno il proprio
dovere e la propria potenza.

Pensai che il lavoro doveva stendersi tra i popoli che non erano ancora
e tendevano ad esser Nazioni. La Francia _era_ Nazione: avea conquistata
prima d'ogni altro popolo la propria Unità: e i problemi che s'agitavano
in essa erano d'altra natura.

Sono in Europa tre famiglie di popoli, l'Elléno-Latina, la Germanica, la
Slava. L'Italia, la Germania, la Polonia le rappresentavano. La Grecia,
santa di ricordi e speranze, e chiamata a grandi fati nell'Oriente
Europeo, è or troppo piccola per essere iniziatrice. La Russia dormiva
allora un sonno di morte: mancava d'un centro visibile in cui la vita
potesse assumere potenza praticamente direttiva, nè a me pareva ch'essa
potesse sorgere così presto a coscienza di sè[35]. Il nostro patto
d'alleanza doveva dunque stringersi dapprima fra i tre popoli
iniziatori. La Grecia, la Svizzera, la Romania, i paesi Slavi del
Mezzogiorno Europeo, la Spagna si sarebbero a poco a poco raggruppati
ciascuno intorno al popolo più affine ad essi fra i tre.

Da questi pensieri nacque l'Associazione che chiamammo GIOVINE EUROPA.

       *       *       *       *       *

Ma intanto, la persecuzione infieriva. Moltissimi fra i nostri erano
condotti, a guisa di malfattori, alla frontiera, e spinti in Inghilterra
o in America: altri si disperdevano collocandosi ad uno ad uno, sotto
nomi mentiti, qua e là ne' paesetti dei Cantoni di Vaud, Zurigo, Berna,
Basilea, Campagna. Cercati più ch'altri, riescimmo, noi Italiani a
sottrarci. Lasciai, insieme ai due Ruffini e a Melegari, Ginevra.
Rimanemmo celati per un po' di tempo in Losanna; poi prendemmo,
tollerati, soggiorno in Berna.

«Non erano»--io diceva in alcune pagine pubblicate in Losanna col titolo
_Sono partiti!_ parlando della persecuzione ai proscritti--«non erano
che duecento; e nondimeno, al solo vederli, la vecchia Europa aveva,
côlta d'odio e terrore, indossato l'antica armatura di note e protocolli
per dar loro battaglia mortale e avea posto in moto contr'essi tutta
quanta la turba de' suoi diplomatici, birri, sgherri d'aristocrazia,
prefetti, uomini d'armi e spie sotto ogni guisa di travestimento. Da un
punto all'altro d'Europa, tutta quella ciurma bifronte, diseredata di
cose, che Dio tollera quaggiù come prova ai buoni, s'era raccolta alle
porte delle ambasciate a riceverne gli ordini, poi s'era diffusa per
ogni angolo della Svizzera, denunziando, calunniando, frugando. Era
cominciata la _caccia ai proscritti_.

«Per quattro mesi, le _note_ piovvero, come grandine, come locuste, come
mosche sopra un cadavere, sulla povera Svizzera. Vennero da Napoli,
dalla Russia, dai quattro punti cardinali; e intimavano tutte, con
linguaggio più o meno acerbo d'ira e minaccia: _scacciate i proscritti_.

«Pur fingevano talora di disprezzarli. Erano, scrivevano i loro
giornali, giovanetti inesperti, esciti di fresco dalla scuola,
cospiratori in aborto. S'erano inebbriati di sogni e cercavano
l'impossibile. Era giusto s'educassero, espiando le stolte illusioni; ma
in verità non erano da temersi.

«Sì; erano, i più, giovanetti, benchè solcata prematuramente la candida
aperta fronte dall'orme di mesti e solenni pensieri; benchè deserti
d'ogni carezza di madre, d'ogni gioja d'affetti domestici: fanciulli
d'un nuovo mondo, figli d'una nuova fede; e l'Angelo dell'esilio
mormorava ad essi, sui primi passi del loro pellegrinaggio, non so quale
dolce e santa parola d'amore, di fratellanza universale, di religione
dell'anima, che li aveva inalzati al di sopra degli uomini del loro
secolo, perchè li aveva trovati puri d'egoismo come la gioventù, presti
al sacrificio come l'entusiasmo. Al tocco dell'ala dell'Angelo, il loro
occhio aveva intravveduto cose ignote alla tarda età; un nuovo _verbo_
fremente sotto le rovine della vecchia feudale Europa; un nuovo mondo
ansioso di vederlo emergere dalle rovine alla luce della vittoria; e
nazioni ringiovanite; e razze, per lungo tempo divise, moventi, come
sorelle, alla danza, nella gioja della fiducia; e le bianche ali degli
angeli della libertà, dell'eguaglianza, dell'Umanità ad agitarsi sulle
loro teste. E innamorati dello spettacolo, avevano richiesto il loro
Angelo che mai dovessero fare; e l'Angelo avea risposto: _seguitemi; io
vi guiderò attraverso i popoli addormentati e voi predicherete
coll'esempio la mia parola e conforterete a levarsi quanti giacciono e
gemono. Nessuno conforterà voi; e sarete respinti dall'indifferenza e
perseguitati dalla calunnia: ma io vi serberò una ricompensa al di là
del sepolcro._ Ed essi s'erano posti in viaggio tra i popoli e
predicavano per ogni dove la santa parola; e ovunque un fremito di
popolo oppresso e prode giungeva al loro orecchio, accorrevano, ovunque
udivano un lamento di popolo oppresso e avvilito, s'affrettavano e
dicevano a quel popolo: _levati, e impara la forza ch'è in te_. E
spesso, com'era stato loro predetto, incontravano sulla via la calunnia
e l'ingratitudine: ma un'orma del loro pellegrinaggio rimaneva pur
sempre e i popoli stessi che li avevano respinti sentivano con
maraviglia non so quale mutamento in sè stessi che li migliorava.

«E queste cose erano state intravvedute anche dai re, perchè anche lo
Spirito del Male intravvede il futuro; soltanto è condannato a
combatterlo. Tutti gli oppressori odiavano i proscritti perchè li
temevano. L'Italia si cingeva di patiboli per respingerli dalla
frontiera; la Germania guardava con terrore a vedere se taluno di quei
giovani erranti non si celasse nel folto della Foresta Nera; la Francia,
la Francia, dei _dottrinari_ e degli elettori privilegiati, consentiva
loro la via attraverso le proprie terre, ma faceva di quella via un
_ponte dei sospiri_ pel quale andavano a morire di stenti e miseria in
altre terre lontane e diffalcava dai _soccorsi di via_ ch'essa loro
accordava il soldo dei _gendarmi_ che li trascinavano alla coda dei loro
cavalli, e il valore della catena ch'essa poneva talora al collo di quei
nobili perseguitati.

«E ora, essi sono partiti. Gli ultimi, giovani Tedeschi, colpevoli
d'aver pubblicato alcune pagine energiche indirizzate ai loro
compatrioti, furono, or son pochi giorni, consegnati dai gendarmi di
Berna ai gendarmi Francesi a Béfort, per essere avviati a Calais. Sono
partiti, salutando d'un lungo sguardo di dolore e rimprovero questa
terra Elvetica che aveva dato ai proscritti d'Europa solenne promessa
d'asilo e per paura la rompe, questi monti che Dio inalzava perchè
fossero la casa della Libertà e che il materialismo dei diplomatici
converte in uno sgabello della tirannide straniera, questi uomini che li
avevano circondati d'affetto e di plausi nei giorni della speranza e
ch'oggi ritirano la loro mano dalla mano dei vinti. Essi avevano inteso
a combattere per la Libertà non solamente del loro paese, ma di tutti,
per la Libertà come Dio la stampava nel core dei buoni, pei diritti di
tutti, per la luce su tutti; e uomini che s'intitolano repubblicani li
rinegano nella sventura e non una voce ha osato qui, tra l'Alpi, levarsi
e rispondere agli scribacchiatori di Note: _no; noi non violeremo la
religione della sventura; non cacceremo questi esuli; e se mai vorrete
strapparli da noi colla forza, Dio, le nostre Alpi e le nostre armi ci
difenderanno da voi_.

«E l'ardita parola avrebbe fatto retrocedere i persecutori. L'Europa
diplomatica, turbata, sommossa per quattro mesi dai duecento giovani
proscritti, non avrebbe osato affrontare il grido di resistenza d'un
popolo che ricorda Sempach e Morgarten.

«Perchè--non lo dimenticate, uomini deboli ch'esciste dalla rivoluzione
e la rinegate--non s'arretrarono essi, quei re stranieri ch'oggi
minacciano perchè vi vedono tremanti, davanti alla guerra nel 1831? Non
videro, impotenti ed immobili, l'elemento democratico, il principio
popolare, a invadere ad una ad una le costituzioni dei vostri Cantoni?
Allora, eravate fermi e guardavate con fiducia al popolo: allora i
vostri contingenti federali s'incamminavano lietamente alla frontiera
minacciata dall'Austria; e voci energiche gridavano ad essi: _voi
difenderete contro qualunque l'assalga la terra dei vostri padri_. E
s'arretrarono quei re terribili. Siate oggi quali foste allora: come
allora s'arretreranno. Fra il primo colpo di cannone dei re e l'ultimo
d'un popolo che combatte una guerra d'indipendenza, sanno essi quanti
troni possano rovinare, quanti popoli insorgere? Voi tenete in mano le
due estremità della leva rivoluzionaria, la Germania e l'Italia.

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Voi non avete saputo osare. Vi siete fatti stromento ignobile delle
persecuzioni monarchiche. Avete violato i diritti della sventura. Avete
scacciato quei che abbracciavano, invocando, i vostri focolari. Avete
rinegato il vincolo più sacro che unisca l'uomo a Dio, la pietà.

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Quando i depositari del Dovere d'una Nazione si mostrano incapaci di
serbare intatto quel sacro deposito, spetta, o giovani Svizzeri, alla
Nazione levarsi, dapprima per avvertire i mandatari infedeli di mutar
via, poi per rovesciarli nel fango e fare da sè[36].

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Sono partiti! Dio li scorga e versi la pace sull'anima loro nel lungo
pellegrinaggio al quale li condanna inospitale l'Europa. Non disperate,
giovani proscritti, dell'avvenire che portate nel core; inalzate il
vostro pellegrinaggio all'altezza d'una missione religiosa; soffrite
tranquilli. La nuova fede della quale voi siete apostoli ha bisogno, per
trionfare, di martiri; e i patimenti nobilmente sopportati sono la più
bella gemma della corona che l'angelo dei fati Europei posa sulla testa
de' suoi combattenti. I giorni intravveduti da voi sorgeranno. È tal
cosa in cielo che nè decreti di Consigli, nè Diete, nè ukasi di Czar
valgono a cancellare, come le nuvole addensate dalla tempesta non
possono cancellare il sole dalla vôlta azzurra: la Legge morale
universale; il progresso di tutti per opera di tutti. Ed è tal cosa in
terra che nessuna tirannide può soffocare lungamente: il popolo, la
potenza e l'avvenire del popolo. I fati si compiranno. E un giorno,
quando appunto s'illuderanno più fortemente a crederlo acciecato,
incatenato, sepolto per sempre, il popolo alzerà gli occhi al cielo, e,
Sansone dell'Umanità, con un solo sforzo di quella mano che stritola i
troni, romperà ceppi, bende e barriere, e apparirà libero e padrone di
sè.

«....Apparirà, apparirà! E la santa legge dell'Umanità, la santa
parola di Gesù, _amatevi gli uni cogli altri_, la libertà,
l'eguaglianza, la fratellanza, l'associazione, avranno il compimento che
Dio decretava. I popoli confonderanno in un abbraccio fraterno dolori
passati e speranze dell'avvenire.

«E allora, se alcuni di quei proscritti, di quei pellegrini sublimi,
messi al bando dell'Umanità per averla troppo ardentemente amata,
rimarranno tuttavia in vita, saranno benedetti. E se tutti, a eccezione
d'un solo, saranno caduti nella battaglia, quell'uno s'incurverà sulla
pietra che coprirà le bianche ossa de' suoi fratelli e mormorerà ad essi
attraverso l'alta e folta erba cresciuta su quella: _fratelli, gioite,
però che l'Angelo ha detto il Vero e noi abbiamo vinto il vecchio
mondo_.

«E quegli sarà l'ultimo proscritto, perchè i soli popoli regneranno.»

       *       *       *       *       *

In Berna, tra le incertezze del futuro, le noje del presente e i
frequenti richiami della polizia che a ogni nuova Nota diplomatica ci
tormentava, stesi e stringemmo congregati--se la memoria non mi
tradisce--in diciasette fra Tedeschi, Polacchi e Italiani, il Patto di
Fratellanza che doveva avviare il lavoro dei tre popoli a un unico fine.
E fu questo:

«Noi sottoscritti, uomini di progresso e di libertà:

«Credendo:

«Nell'eguaglianza e nella fratellanza degli uomini,

«Nell'eguaglianza e nella fratellanza dei Popoli;

«Credendo:

«Che l'Umanità è chiamata a inoltrare, per un continuo progresso e sotto
l'impero della Legge morale universale, verso il libero e armonico
sviluppo delle sue facoltà e verso il compimento della sua missione
nell'Universo;

«Ch'essa nol può se non coll'attiva cooperazione di tutti i suoi membri
liberamente associati;

«Che l'associazione non può costituirsi veramente e liberamente se non
tra _eguali_, dacchè ogni ineguaglianza racchiude una violazione
d'indipendenza e ogni violazione d'indipendenza annienta la libertà del
consenso;

«Che la Libertà, l'Eguaglianza, l'Umanità sono egualmente sacre--ch'esse
costituiscono tre elementi inviolabili in ogni soluzione positiva del
problema sociale--e che qualunque volta uno di questi elementi è
sagrificato agli altri due, l'ordinamento dei lavori umani per
raggiungere quella soluzione è radicalmente difettivo;

«Convinti:

«Che se il _fine_ ultimo al quale tende l'Umanità è essenzialmente uno,
e i principî generali che devono dirigere le famiglie umane nel loro
moto verso quel _fine_ sociale sono gli stessi, molte vie sono nondimeno
schiuse al progresso;

«Convinti:

«Che ogni uomo e ogni popolo ha la sua missione speciale, il cui
compimento determina l'_individualità_ di quell'uomo o di quel popolo e
ajuta a un tempo il compimento della missione generale dell'Umanità;

«Convinti finalmente:

«Che l'associazione degli uomini e dei popoli deve congiungere la
certezza del libero esercizio della missione _individuale_ alla certezza
della direzione verso lo sviluppo della missione _generale_;

«Forti dei nostri diritti d'uomini e di cittadini, forti della nostra
coscienza e del mandato che Dio e l'Umanità affidano a tutti coloro i
quali vogliono consecrare braccio, intelletto, esistenza alla santa
causa del progresso dei popoli;

«Dopo d'esserci costituiti in associazioni Nazionali libere e
indipendenti, nuclei primitivi della Giovine Polonia, della Giovine
Germania e della Giovine Italia;

«Uniti in accordo comune pel bene di tutti, il 15 aprile dell'anno 1834
abbiamo, mallevadori, per quanto riguarda l'opera nostra, dell'avvenire,
determinato ciò che segue:

«I. La Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Italia,
associazioni repubblicane tendenti allo stesso fine umanitario e dirette
da una stessa fede di libertà, d'eguaglianza e di progresso, si
collegano fraternamente, ora e sempre, per tutto ciò che riguarda il
fine generale.

«II. Una dichiarazione dei principî che costituiscono la legge morale
universale applicata alle società umane, sarà stesa e firmata dai tre
Comitati Nazionali. Essa definirà la credenza, il fine e la direzione
generale delle tre Associazioni.

«Nessuna potrà staccarsene nei suoi lavori senza violazione colpevole
dell'Atto di Fratellanza e senza soggiacere a tutte le conseguenze di
quella violazione.

«III. Per tutto ciò che non è compreso nella dichiarazione dei principî
ed esce dalla sfera degli interessi generali, ciascuna delle tre
Associazioni è libera e indipendente.

«IV. L'alleanza difensiva e offensiva, espressione della solidarietà dei
popoli, è stabilita fra le tre Associazioni. Tutte lavorano
concordemente alla loro emancipazione. Ciascuna d'esse avrà diritto al
soccorso dell'altre per ogni solenne e importante manifestazione, che
avrà luogo in seno ad esse.

«V. La riunione dei Comitati Nazionali o dei loro delegati costituirà il
comitato della Giovine Europa.

«VI. È fratellanza tra gli individui che compongono le tre Associazioni.
Ciascun d'essi compirà verso gli altri i doveri che ne derivano.

«VII. Un simbolo comune a tutti i membri delle tre Associazioni sarà
determinato dal Comitato della Giovine Europa. Un motto comune indicherà
le pubblicazioni delle Associazioni.

«VIII. Ogni popolo che vorrà esser partecipe dei diritti e doveri
stabiliti da questa alleanza, aderirà formalmente all'Atto di
Fratellanza, per mezzo dei proprî rappresentanti.

  «_Berna, 15 aprile 1834._»



ISTRUZIONE GENERALE PER GLI INIZIATORI.

1. La Giovine Europa è l'associazione di tutti coloro i quali, credendo
in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza per gli uomini
quanti sono vogliono consecrare i loro pensieri e le opere loro a
fondare quell'avvenire.


PRINCIPII COMUNI.

2. Un solo Dio;

Un solo padrone, la di lui Legge;

Un solo interprete di quella Legge: l'Umanità.

3. Costituire l'Umanità in guisa ch'essa possa avvicinarsi il più
rapidamente possibile, per un continuo progresso, alla scoperta e alla
applicazione della Legge che deve governarla; tale è la missione della
Giovine Europa.

4. Il bene consiste nel vivere conformemente alla propria Legge: la
conoscenza e l'applicazione della Legge dell'Umanità può dunque sola
produrre il bene. Il bene di tutti sarà conseguenza del compimento della
missione della Giovine Europa.

5. Ogni missione costituisce un vincolo di Dovere.

Ogni uomo deve consecrare tutte le sue forze al suo compimento. Ei
troverà nel profondo convincimento di quel dovere la norma dei proprî
atti.

6. L'Umanità non può raggiungere la conoscenza della sua Legge di vita,
se non collo sviluppo libero e armonico di tutte le sue facoltà.

L'Umanità non può tradurla nella sfera dei fatti, se non collo sviluppo
libero e armonico di tutte le sue forze.

Unico mezzo per l'una cosa e per l'altra è l'_Associazione_.

7. Non è vera Associazione se non quella che ha luogo tra liberi ed
eguali.

8. Per Legge data da Dio all'Umanità, tutti gli uomini sono liberi,
eguali, fratelli.

9. La Libertà è il diritto che ogni uomo ha d'esercitare senza ostacoli
e restrizioni lo proprie facoltà nello sviluppo della propria missione
speciale e nella scelta dei mezzi che possono meglio agevolare il
compimento.

10. Il libero esercizio delle facoltà individuali non può in alcun caso
violare i diritti altrui.

La missione speciale d'ogni uomo devo mantenersi in armonia colla
missione generale dell'Umanità.

La libertà umana non ha altri limiti.

11. L'Eguaglianza esige che diritti e doveri siano riconosciuti uniformi
per tutti--che nessuno possa sottrarsi all'azione della Legge che li
definisce--che ogni uomo partecipi, in ragione del suo lavoro al
godimento dei prodotti, risultato di tutte le forze sociali poste in
attività.

12. La Fratellanza è l'amore reciproco, la tendenza che conduce l'uomo a
fare per altri ciò ch'ei vorrebbe si facesse da altri per lui.

13. Ogni privilegio è violazione dell'Eguaglianza.

Ogni arbitrio è violazione della Libertà.

Ogni atto d'egoismo è violazione della Fratellanza.

14. Ovunque il privilegio, l'arbitrio, l'egoismo s'introducono nella
costituzione sociale, è dovere d'ogni uomo, che intende la propria
missione, di combattere contr'essi con tutti i mezzi che stanno in sua
mano.

15. Ciò ch'è vero d'ogni individuo in riguardo agli altri individui che
fanno parte della Società alla quale egli appartiene, è vero egualmente
d'ogni popolo per riguardo all'Umanità.

16. Per Legge data da Dio all'Umanità, tutti i popoli sono liberi,
eguali, fratelli.

17. Ogni Popolo ha una missione speciale che coopera al compimento della
missione generale dell'Umanità. Quella missione costituisce la sua
Nazionalità. La Nazionalità è sacra.

18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto d'egoismo
esercitato a danno d'un Popolo è violazione della libertà,
dell'eguaglianza, della fratellanza dei Popoli. Tutti i Popoli devono
prestarsi ajuto perchè sparisca.

19. L'Umanità non sarà veramente costituita se non quando tutti i Popoli
che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro
sovranità, saranno associati in una federazione repubblicana per
dirigersi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e d'un patto
comune, allo stesso fine: scoperta e applicazione della Legge morale
universale.»

       *       *       *       *       *

Firmarono quei due atti, per gli Italiani, L. A. Melegari, Giacomo
Ciani, Gaspare Rosalez, Ruffini e Ghiglione con me: altri pei Polacchi e
pei Tedeschi. Poi, parecchi tra noi s'allontanarono per varie direzioni.
Rosales partì pei Grigioni, Ciani per Lugano, Melegari per Losanna,
Campanella per Francia[37], attivi tutti nel diffondere l'Associazione.
Tedeschi e Polacchi rimasero, i più almeno, in Isvizzera, ma separati e
in Cantoni diversi. Gustavo Modena durò nel Bernese dove qualche tempo
dopo contrasse amore con Giulia Calame, oggi di lui vedova, donna
mirabile, come per bellezza, per sentir profondo, per devozione e
costanza d'affetti e per amore alla sua seconda patria, che corse più
tardi ogni pericolo di guerra accanto al marito nel veneto e ch'io
imparai a conoscere nel 1849 durante l'assedio di Roma. I due Ruffini,
Ghiglione e io ci ricovrammo nel Cantone di Soletta, in Grenchen, nello
Stabilimento di Bagni tenuto dai Girard, ottima famiglia d'amici, nella
quale uomini e donne gareggiavano verso noi di cure protettrici e
gentili. Così dispersi, riuscivamo ad allontanare la tempesta e scemare
terrori e noje al Governo Centrale.

L'ideale della _Giovine Europa_ era l'ordinamento federativo della
Democrazia Europea sotto un'unica direzione, tanto che l'insurrezione
d'una Nazione trovasse l'altre preste a secondarla con fatti, o non
foss'altro con una potente azione morale che impedisse l'intervento ai
Governi. Però statuimmo che in tutte si cercasse di costituire un
Comitato Nazionale al quale si concentrerebbero a poco a poco tutti gli
elementi di progresso repubblicano, e che tutti questi Comitati
s'inanellassero per via di corrispondenza a noi come a Comitato Centrale
Provvisorio dell'Associazione; diramammo norme segrete per le
affiliazioni: determinammo le formole di giuramento per gli iniziati:
scegliemmo--ed era una fogliuzza d'ellera--un simbolo comune a tutti;
prendemmo insomma tutti quei provvedimenti che sono necessarî
all'andamento d'una associazione segreta. Bensì, io non poteva illudermi
sul suo diffondersi regolarmente o sul suo raggiungere mai un grado di
forza compatta e capace d'azione. La sfera dell'Associazione era troppo
vasta per poter ottenere risultati _pratici_; e il bisogno d'una vera
Fratellanza Europea richiedeva tempo e lezioni severe per maturarsi fra
i popoli. Io non tendeva che a costituire un apostolato d'idee diverse
da quelle che allora correvano, lasciando che fruttasse dove e come
potrebbe.

Buchez dichiarava allora nell'_Européen_ che quell'Atto racchiudeva una
dottrina affatto nuova; e soltanto aggiungeva, per obbligo di settario
monopolizzatore, parergli evidente che gli uomini dai quali scendeva ne
avessero desunto le inspirazioni da _lavori e comunicazioni orali della
sua scuola_[38]. La scuola di Buchez--più inoltrata, per quanto riguarda
la parte morale e la sostituzione dell'idea _Dovere_ a quella del nudo
_diritto_ di quelle che avevano voga tra gli uomini di parte
repubblicana--tentava, credo più per tattica che non per convincimento
profondo, un'opera allora e sempre impossibile, la conciliazione del
_dogma_ cristiano colla nuova fede nella Legge del Progresso; e
professava riverenza al Papato come a istituzione che le predicazioni
della Democrazia religiosa avrebbero ravvivata e ricostituita
_iniziatrice_ d'ogni futuro sviluppo. La scuola ch'io cercava promovere
e ch'era in germe nella _Giovine Europa_ respingeva fin dalle primo
linee: _un solo Dio; un solo padrone, la Legge di Dio; un solo
interprete della Legge, l'Umanità_, ogni dottrina di Rivelazione
esterna, immediata, finale, per sostituirle la lenta, continua,
indefinita rivelazione del disegno Provvidenziale attraverso la Vita
_collettiva_ dell'Umanità; e sopprimeva deliberatamente tra gli uomini e
Dio ogni sorgente intermedia di Vero che non fosse il Genio affratellato
colla Virtù, ogni potere, esistente in virtù d'un preteso diritto
divino, Monarca o Papa. Nuove a ogni modo, non nella sfera del
pensiero, ma nelle Associazioni politiche che s'agitavano allora in
Europa, erano di certo le idee della Nazionalità considerata come segno
d'una missione da compiersi a pro' dell'Umanità--della Legge morale
suprema sovra ogni Potere e quindi dell'unità destinata a cancellare un
giorno il dualismo fra le due potestà, spirituale e temporale--della
Libertà politica definita in modo da escludere da un lato l'assurda
teorica della _sovranità dell'individuo_, dall'altro i pericoli
dell'anarchia--e altre accennate nei due documenti. E forse, ripetute e
diffuse dai moltissimi affratellati, giovarono in parte a promovere
nelle file della Democrazia quella trasformazione di tendenze e dottrine
visibile in oggi, e senza la quale sono possibili sommosse più o meno
importanti, non rivoluzioni durevoli. Parlo delle tendenze che mirano a
farci escire dalla ribellione d'un materialismo che nega e non edifica
per assumere carattere di missione religiosa, positiva, organica e
capace di sostituire una Autorità vera e liberamente consentita alle
menzogne d'autorità che signoreggiano anch'oggi in Europa.

Fondammo il Patto della Giovane Europa sei giorni dopo l'insurrezione
Lionese, tre dopo la sconfitta, e mentre ogni speranza di moto Francese
sfumava. Era la nostra risposta alla vittoria conseguita dalla
_monarchia repubblicana_ sul popolo che s'era illuso a credere in essa.
Era, com'io l'intendeva, una dichiarazione della Democrazia ch'essa
viveva di vita propria, collettiva, europea e non dell'iniziativa d'un
_solo_ popolo, Francese o altro. Anche sotto quell'aspetto, credo che la
nuova istituzione giovasse. L'idea, che le Nazionalità contrastate
potrebbero impossessarsi un giorno dell'iniziativa perduta e
ricominciare sotto la loro bandiera il moto d'Europa, cominciò d'allora
a diffondersi.

Si trattava allora, non d'azione immediata, ma d'apostolato d'idee.
Cercai quindi contatto cogli uomini che, nel Partito, rappresentavano
sopratutto il Pensiero. Non serbai copia delle mie lettere nè le
risposte; le mie mi parvero sempre inutili fuorchè all'intento
immediato; e la vita errante, i pericoli ch'io corsi traversando spesso
paesi appartenenti a governi nemici e l'aver talora smarrito, per
singolare circostanze, carte date in custodia ad amici, mi suggerirono,
a torto, di dare, ogniqualvolta io m'avventurava, alle fiamme le lettere
altrui. Non m'avanza quindi vestigio di quella lunga attivissima
corrispondenza con uomini di terre diverse, da una lettera infuori
diretta a Lamennais e della quale un amico di quest'ultimo serbò copia.
E la inserisco come indizio delle idee che mi dirigevano in quella
molteplice corrispondenza.


  «_12 ottobre 1834._

  «_Signore._

«Ebbi la vostra del 14 settembre, io la serberò come ricordo prezioso,
come uno di quei ricordi che confortano e ritemprano nelle ore senza
nome che s'aggravano talora sull'anima con tutto il peso d'un passato e
d'un presente incresciosi e le susurrano il dubbio sull'avvenire. Vi
mando un esemplare della _Giovine Italia_. Là stanno in germe tutte le
nostre idee, tutte le nostre credenze: senza lo sviluppo e le
applicazioni che esigerebbero; ma pensammo che intendendo a mutare la
base dalla quale move in Italia lo spirito rivoluzionario, importava
d'insistere sui principî generali più che d'affaccendarci, a pericolo di
smarrirci, intorno a una moltitudine di questioni secondarie. Tra noi,
come altrove, arte, scienza, filosofia, Diritto, storia del Diritto,
metodo storico, tutte cose insomma aspettano un rinnovamento, ma
l'analisi ci ha troppo sviati perchè si possa da noi sperare di farla
stromento all'impresa. Sola la sintesi crea i grandi moti rigeneratori
che mutano i popoli e ne fanno Nazioni. È dunque anzi tutto necessario
di suscitare le anime coll'azione d'un principio unitario; dato
l'impulso, la logica, la forza delle cose e i popoli faranno il resto.

«Che vi dirò io, Signore, del timore espresso nella vostra lettera, che,
movendo guerra al Papato, si nuoccia per noi alla fede e alla morale
pratica? una lettera mal potrebbe trattare coi necessarî sviluppi una
questione di tanta importanza. Occorrerebbero lunghe e intime
conversazioni a spiegare i pensieri attraverso i quali s'è generato in
noi il convincimento le cui conseguenze vi sembrano pericolose.
Nondimeno, credetemi; non è irritazione di ribelle la mia. Tutte le
tendenze individuali dell'animo mi spronano a contemplare rispettando
ogni grande concetto unitario e organico; e non v'è illusione giovanile,
non sogno d'avvenire ch'io non abbia una volta almeno versato su quella
gigantesca rovina che racchiude la storia d'un mondo. Io, non foss'altro
per amore della mia terra, avrei voluto che un raggio del sole sorgente
della giovine Europa si posasse su quella rovina a redimerla e a
ravvivare in essa lo spirito di vita che animava Gregorio VII, senza il
pensiero dispotico proprio del suo, non del nostro tempo. Avrei
desiderato che almeno le due grandi istituzioni del medio evo, l'impero
ed il Papato, oggi cadenti a frantumi, senza gloria, senza onore, senza
eredità, fossero state capaci di morire rappresentate da uomini
inspirati, come chi sa d'aver compito sulla terra una missione sublime e
trasmette a un tempo alle generazioni la formola dell'epoca dominata dal
proprio concetto e la prima parola della nuova. Ma ciò non è. Quelle
rovine non hanno più se non una sorgente di poesia, quella
dell'espiazione. La condanna del Papato non vien da noi, ma da Dio: da
Dio che chiama il popolo a sorgere e a fondare la nuova unità nelle due
sfere del dominio spirituale e del temporale. Noi non facciamo che
tradurre il pensiero dell'epoca. E l'epoca respinge ogni potenza
intermedia tra sè e la sorgente della propria vita: essa si sente capace
di collocarsi al cospetto di Dio e chiedergli, come Mosè sul Sinai, la
legge dei proprî fati. L'epoca vi abbandona il papa per ricorrere al
Concilio generale della chiesa, vale a dire di tutti i credenti:
Concilio che sarà nello stesso tempo ciò ch'oggi chiamano costituente,
perchè riunirà ciò che fu sempre finora diviso e fonderà quell'unità
senza la quale non esiste fede nè morale pratica. Il papato deve perire,
perchè ha falsato la propria missione e rinnegato padre e figli ad un
tempo: e padre e figli gli maledicono. Il papato ha ucciso la fede sotto
un materialismo più assai funesto e abbietto di quello del XVIII secolo,
dacchè quest'ultimo aveva almeno il coraggio della negazione, mentre il
materialismo papale procede ravvolto nel mantello gesuitico. Il papato
ha soffocato l'amore in un mare di sangue. Il papato ha preteso
schiacciare la libertà del mondo, e sarà schiacciato da essa. E quando,
al primo grido d'un popolo, alla prima insurrezione veramente europea
per concetto e per fine, tre secoli solleveranno le loro accuse contro
un papato spirante, senza fede, senza forza, senza missione, e gli
intimeranno di ritirarsi e sparire, dov'è la potenza umana che potrà
salvarlo? Le grandi istituzioni non ricominciano la loro vita, perchè
non sono interpreti all'umanità che d'una sola parola.

«Il papato e l'impero d'Austria sono destinati a perire: l'uno per
avere impedito per tre secoli almeno la missione _generale_ che Dio
affidava all'umanità; l'altro per avere impedito per tre secoli
egualmente l'adempimento della missione _speciale_ che Dio affidava alle
razze. L'_umanità_ s'inalzerà sulle rovine dell'uno; la _patria_ su
quelle dell'altro. Pensateci, Signore. Non vi sorprenda l'ardita parola:
essa deve indicarvi la potenza ch'io vedo in voi e la fiducia che
m'inspirate. Dove andrebbe l'Europa se gli uomini di potenza e di fede,
si ostinassero a gridarle nei momenti che precedono la crisi suprema:
_tu dovrai desumere dal papato le norme della morale pratica?_ Qual
vincolo potrà congiungere in celeste armonia le due sorelle immortali
che han nome patria e umanità, se alla vigilia della nuova creazione i
credenti avranno insegnato ai popoli che soltanto nel Dio del medio evo
vive il segreto dell'unità?

«E un altro pensiero contenuto nella vostra lettera mi diede dolore. Voi
vi dichiarate convinto che nella sua condizione presente l'Italia è
incapace d'emanciparsi politicamente colle proprie forze. E questa idea
è quella appunto che, predicata e diffusa, ha tolto ogni forza ai nostri
tentativi d'emancipazione. Voi condannate all'impotenza ventisei milioni
d'uomini che hanno per basi di difesa le Alpi, l'Apennino ed il mare, ed
hanno, per rialzarsi, tremila anni di grandi ricordi. Voi rapite
all'Italia ogni missione sulla terra, dacchè senza spontaneità non
esiste missione, senza coscienza di libertà non esiste libertà, senza
conquista d'emancipazione con forze proprie non esiste coscienza di
libertà.

«Non manca forza all'Italia, Signore: essa ne ha tanta da superare
ostacoli due volte più gravi di quelli che abbiamo oggi a fronte. Manca
all'Italia la fede; non la fede nella libertà, nell'eguaglianza e
nell'amore--quella fede è manifestata nelle sue continue proteste--ma la
fede nella possibile realizzazione di quelle idee, la fede in Dio
protettore del diritto violato, la fede nella propria forza latente,
nella propria spada. L'Italia non ha fede nelle proprie moltitudini che
non furono chiamate mai sull'arena: non ha fede in quella unità di
missione, di voti, di patimenti, che può fare d'una prima vittoria una
leva potente a suscitare l'intera Penisola: non ha fede nel vigore
ignoto finora dei _principî_, che non rifulsero mai sugli occhi del
popolo, che non furono invocati mai e che dirigeranno, lo spero, la
nostra prima impresa di libertà. Ma questa fede, unica cosa che manchi
ad essa, albeggia, mentre noi ci scriviamo: sorge dalle lezioni del 1830
e del 1831 ch'essa, l'Italia, sta meditando: comincia a rivelarsi nei
fatti, tra le file della gioventù illuminata, da dove scenderà a poco a
poco sulle moltitudini; e progredirà, non dovete dubitarne, perch'essa
veste i caratteri d'una credenza religiosa. Guardate, Signore, alle
tendenze di spiritualismo che si ravvivano, ai rischi tremendi che
s'affrontano per leggere ciò che scriviamo, all'entusiasmo destato dalle
vostre calde, sublimi pagine, ai nostri tentativi ripetuti in onta al
mal esito, ai nostri apostoli, ai nostri martiri. Ora questa fede
sorgente, questa fede nell'azione che trae le sue forze dall'alto e
tenta di scendere sulle moltitudini, mancò finora alla lotta, non pesò
mai sulla bilancia dei fati rivoluzionarî d'Italia. Però che in Italia
si more da secoli per un istinto d'indipendenza, di ribellione,
d'avvenire mal definito; ma da due anni si more in Savoja, in Genova, in
Torino, in Alessandria, in Napoli, per la Giovine Italia, per giuramenti
prestati al popolo, per un convincimento che l'Italia può rigenerarsi
con forze proprie. E quando questa fede, questo nuovo principio,
splenderà sopra una bandiera nazionale a un tempo ed umanitaria, chi può
dire ch'essa soccomberà?

«Non giudicate, Signore, del nostro avvenire dal nostro passato. È tra
essi un abisso. Tutti i nostri tentativi rivoluzionari perirono; ma
tutti furono opera d'una casta militare o aristocratica e intesi a pro'
d'una casta: tutti s'arretrarono davanti alla parola generatrice delle
grandi rivoluzioni: _Dio e il Popolo_: tutti sagrificarono a non so
quali meschine speranze il dogma sublime dell'Eguaglianza: tutti furono,
in sul nascere, soffocati dal tradimento. E quel tradimento, che
allontanava il popolo e ricacciava la gioventù nello scetticismo, era
inevitabile: l'avevano posto al sommo dell'edifizio, in un disegno
diplomatico, in una promessa di principe, in una protezione straniera
sostituita alle battaglie per una santa causa. Gli uomini erano tuttavia
sotto il dominio d'una fredda scuola d'individualismo che agghiacciava
in una analisi materialista tutti i nobili pensieri, tutti i grandi
concetti di sintesi, d'entusiasmo, di sagrificio. E dato un falso
principio, bisognava subirne tutte le conseguenze fatali. E in virtù di
quel falso principio, tutti, amici e nemici, gridavano all'Italia: _i
tuoi figli non bastano a darti salute_; nessuno osava dirle: _levati
potente d'energia e di devozione, però che tu non devi sperare che ne'
tuoi figli e in Dio._

«La rigenerazione d'Italia non può compirsi per fatto altrui. La
rigenerazione esige una fede: la fede vuole opere: e le opere devono
essere sue, non imitazione dell'opere altrui. E d'altra parte, come può
mettersi amore in una libertà non conquistata con sagrifici? Come può
esistere libertà forte e durevole dove non è dignità d'individui e di
popolo? E come può esistere dignità d'uomini o popoli dove la libertà
porta sulla fronte il segno del benefizio altrui? L'azione crea
l'azione. Un solo fatto d'iniziativa è più fecondo di progresso morale a
un popolo decaduto, che non dieci insurrezioni determinate da una azione
esterna o da mene di diplomazia.

«Cerco diffondere, per tutte le vie possibili, la mia credenza. Incontro
ostacoli gravi, ma non mi sconforto. Da parecchi anni ho rinunziato a
quanto versa un'ombra, non foss'altro, di felicità sulla vita terrestre.
Lontano da mia madre, dalle mie sorelle, da quanto m'è caro, perduto
nelle prigioni il migliore amico de' miei primi anni giovanili, e per
altre cagioni note a me solo, ho disperato della vita dell'individuo, e
detto a me stesso: _tu morrai perseguitato e frainteso a mezzo la via._
Ma non avrei di certo trovato in me forza per vincere la tempesta e
rassegnarmi, se questa grande idea della rigenerazione italiana compita
con forze proprie non m'avesse dato il battesimo d'una fede.
Distruggetela; e per che o per chi lotterei? A che affaticarci, se
l'Italia non può sorgere che dopo una grande insurrezione francese?

«Io ho provato, Signore, un profondo dolore, quando, dopo d'avere pianto
e sorriso sugli ultimi versi del vostro capo XVIII--e detto a me stesso:
_ecco l'uomo che c'intenderà_--e scritto a voi l'animo mio
coll'entusiasmo e colla franchezza d'una fiducia senza confini--ho udito
dal vostro labbro, invece della confortatrice parola ch'io sperava
mandereste ai miei fratelli di patria, il freddo consiglio che m'è
toccato d'intender più volte dai diplomatici e dai falsi profeti:
_rimanetevi inerti e aspettate; forse, la libertà vi verrà dal nord,
forse, dall'ovest della Germania o dalla Penisola Iberica_. Ma io lessi
nelle vostre pagine inspirate, che la libertà splenderebbe su noi,
quando ciascuno di noi avrà detto a sè stesso: _voglio_ esser libero;
quando per diventarlo ciascuno di noi sarà pronto a sacrificare e
soffrire ogni cosa. Dirò io che noi non _siamo_ finora pronti a
sacrificare e patire quanto dovremmo? Lo so; ma perchè oggi ancora
l'anima nostra è ravviluppata di dubbio, non avremo certezza mai?
Perchè la fede or ci manca, dobbiamo disperare dell'avvenire? Io non vi
chiedeva di darci il segnale della battaglia: vi chiedeva per l'Italia
ciò che avete dato alla Polonia, un commento al consiglio che ho citato
dal vostro libro. Rimproverateci, come profeta, i nostri vizî, la nostra
fiacchezza, le nostre divisioni, la nostra mancanza d'ardire; ma diteci
a un tempo: _il giorno in cui vi sarete fatti migliori e fratelli tutti,
sarà il giorno della vostra emancipazione. Quando vorrete davvero, voi
non dovrete più temere i vostri nemici nè esigere, per vincere, cosa
alcuna dai vostri amici._

«Addio, Signore. Credete alla mia immensa stima. Senz'essa io non avrei
osato parlarvi, aperto il mio cuore.

                                                 «GIUSEPPE MAZZINI.»

Negli ultimi mesi del 1834 impiantai l'Associazione della _Giovine
Svizzera_: e s'ordinarono Comitati nel Bernese, nei Cantoni di Ginevra e
di Vaud, nel Vallese, nel Cantone di Neufchâtel e altrove.

La Svizzera era ed è paese importante non solamente per sè ma e
segnatamente per l'Italia. Dal 1.º gennajo 1338 quel piccolo popolo non
ha padrone nè re. Per esso, da oltre a cinque secoli, unica in Europa,
ricinta di monarchie gelose e conquistatrici, una bandiera repubblicana
splende, quasi incitamento e presagio a noi tutti, sull'alto della
regione Alpina. Carlo V, Luigi XIV, Napoleone passarono: quella bandiera
rimase immobile e sacra. È in quel fatto una promessa di vita, un pegno
di Nazionalità non destinata, com'altri pensa, a sparire. I trentatrè
pastori del Grütli che, eguali tutti e rappresentanti popolazioni
sorelle, inalzarono, oltre a cinque secoli addietro, contro la
dominazione di casa d'Austria, quella bandiera, furono di certo
interpreti, allora inconsci, d'un programma che Dio, segnando col dito
la gigantesca curva dell'Alpi, affidava alla forte razza disseminata,
quasi a difenderle, alle loro falde. Lungo quell'Alpi si stende una
fratellanza di tradizioni popolari, di leggende, d'abitudini
indipendenti e di costumanze che accenna a una missione speciale. Nel
riparto territoriale futuro d'Europa, la Confederazione Elvetica
dovrebbe trasformarsi in Federazione dell'Alpi, e affratellandosi da un
lato la Savoja, dall'altro il Tirolo Tedesco e possibilmente altre
terre, stendere una zona di difesa tra Francia, Germania e l'Alpi
Elvetiche e nostre. È l'idea ch'io cercai di diffondere e che, dovrebbe,
parmi, dirigere quanti guardano con ingegno severo all'avvenire delle
Nazioni. Oggi, gli uomini della monarchia l'hanno fatta, cedendo la
Savoja alla Francia, retrocedere d'un passo. Nondimeno chi sa gli eventi
tenuti in serbo dalla crisi trasformatrice che i tempi inevitabilmente e
rapidamente maturano?

Ma quando si fondava la Giovine Svizzera, la Nazione conservatrice in
Europa della forma repubblicana, era infiacchita, anneghittita dal
difetto di coesione interna, e quindi da un senso di debolezza servile
che la condannava, verso l'Europa dei re, a una politica ignominiosa e
suicida di concessioni, della quale dovevamo non molto dopo sperimentare
gli effetti. Lasciando da banda le cause morali che intiepidendo negli
animi ogni fede collettiva e il concetto del Dovere che ha base in essa,
li sospinge oggi su tutta quanta l'Europa a ravvilupparsi più o meno in
un manto d'indifferenza atea fra il bene e il male, quel senso di
debolezza era conseguenza diretta del vizio fondamentale mantenuto
ostinatamente nella Costituzione Svizzera; la mancanza di Rappresentanza
della Nazione.

Il concetto d'una Repubblica Federativa racchiude l'idea d'una doppia
serie di doveri e diritti: la prima spettante a _ciascuno_ degli Stati
che formano la Federazione; la seconda, all'_insieme_: la prima
destinata a circoscrivere e definire la sfera d'attività degli
individui, come cittadini dei diversi Stati, l'interesse _locale_; la
seconda destinata a definire quella degli stessi individui come
cittadini dell'intera Nazione, l'interesse _generale_: la prima
determinata dai delegati di _ciascuno_ degli Stati componenti la
Federazione; la seconda determinata dai delegati di _tutto_ il paese.
Or, nella Svizzera, questo concetto è violato. Gli Stati o Cantoni sono
rappresentati, governati da autorità che più o meno direttamente, più o
meno democraticamente, emanano dal popolo dei Cantoni: la Dieta, o
Governo centrale, è composta dei delegati di _ciascun_ Cantone scelti
dai grandi Consigli dei Cantoni medesimi; la Svizzera non ha quindi
rappresentanti proprî, e il Potere Nazionale non è che un secondo
esercizio della Sovranità Cantonale. In questa Dieta scelta sotto
l'inspirazione degli interessi locali, ogni Cantone, qualunque ne sia
l'importanza, l'estensione, la popolazione--e sebbene gli oneri ne siano
determinati dal numero de' suoi abitanti--ha un voto. Un voto è dato a
Zurigo che, popolato di circa 225,000 abitanti, versa nell'esercito
federale un contingente di circa 4,000 uomini e nell'erario tra i
settanta e gli ottanta mila franchi: un voto a Zug che ha da 14,000
abitanti e contribuisce di 250 soldati e di 2,500 franchi al paese. Un
voto rappresenta i 355,000 abitanti di Berna e i 13,000 d'Uri. Ove i
piccoli Cantoni s'uniscano in un intento, una minoranza di mezzo milione
o poco più tiene fronte a una maggioranza di due milioni incirca di
Svizzeri. E quasi a evitare la possibilità che una inspirazione
nazionale sorga efficacemente nel core d'uno o d'altro Delegato, un
mandato _imperativo_ cancella in lui ogni spontaneità di coscienza. I
rappresentanti sono vincolati da istruzioni precise date dai grandi
Consigli Cantonali, e le questioni, comunque urgenti, che sorgono
inaspettate, non possono sciogliersi se non interrogando nuovamente
quelle sorgenti d'autorità.

Mercè condizione siffatta di cose, i Gabinetti stranieri riescono
facilmente dominatori sulla mal connessa Confederazione. Essi mal
potrebbero tentare d'atterrire o corrompere un popolo di due milioni e
mezzo di repubblicani; ma possono, indirizzandosi separatamente ai
piccoli Cantoni, giovandosi delle loro tendenze aristocratiche e della
loro ignoranza, o accarezzando di speranze e di piccole concessioni un
Cantone a danno dell'altro, conquistarsi una minoranza _legalmente_
potente a equilibrare le tendenze della maggioranza del popolo. E quelle
seduzioni alternate colla minaccia perenne e temuta a torto dalla
Svizzera di ridurre a nulla quella mallevadoria di _neutralità_ che crea
non securità ma dipendenza al paese, riescono a perpetuare nella
Confederazione una debolezza che ordinamenti migliori cancellerebbero.
L'assetto pubblico non tende, come dovrebbe, a porre in armonia verso un
_fine_ comune le esistenze Cantonali, ma soltanto a proteggerne la quasi
assoluta indipendenza. L'autorità Federale manca di relazione diretta
coi cittadini, e di forza per costringere i violatori de' suoi Decreti.
Il sistema aristocratico, assurdo, di rappresentanza mantiene un
principio funesto d'ineguaglianza nel core della Nazione, e semina
rancori e gelosia tra Cantone e Cantone. La Confederazione non ha
coscienza d'unità Nazionale. I Cantoni si toccano, non s'associano. Il
diritto civile, la legislazione penale, la fede politica, si mantengono
troppo diversi. E se non fosse il vigore che spetta naturalmente
all'istituzione repubblicana, la Svizzera, mercè l'arti dei Governi che
la circondano, sarebbe da lungo caduta nell'anarchia o nell'agonia lenta
e disonorevole dell'impotenza.

Ho accennato queste cose per rendere ragione a un tempo dell'intento e
del diritto della _Giovine Svizzera_. Congiurare per congiurare fu in
passato vezzo di molti, non mio. Frammischiarsi deliberatamente nelle
faccende interne d'una Nazione straniera è materia grave e pericolosa.
Ma quando un vizio politico genera conseguenze Europee come le
capitolazioni militari a servizio del dispotismo, concessioni
ecclesiastiche a Roma papale, potenza all'ordine de' Gesuiti e
violazioni perenni del Diritto d'Asilo, ogni uomo che crede potersi
inframmettere utilmente a combatterlo, deve farlo. La libertà è diritto
Europeo. L'arbitrio, la tirannide, l'ineguaglianza non possono esistere
in una Nazione senza nuocere alle altre. I Governi lo sanno, ed è tempo
che noi lo impariamo.

La _Giovine Svizzera_ ebbe missione di combattere i vizî accennati; e se
l'una o l'altra delle loro conseguenze sparì o è presso a sparire
l'apostolato fondato da noi non v'ebbe parte.

       *       *       *       *       *

Lo scritto _dell'Iniziativa rivoluzionaria in Europa_[39], steso sul
finire del 1834, fu inserito nella _Revue Républicaine_, del gennajo
1835. Diretta da Godefroy, Cavaignac e Dupont, quella Rivista parigina
rappresentava le opinioni della parte repubblicana ordinata sul terreno
dell'azione nella Società dei _Diritti dell'uomo_. La questione Europea
v'era di tempo in tempo tentata con aspirazioni generose, ma governate
sempre dall'idea che alla Francia spettasse, quasi per decreto di
Provvidenza, l'_iniziativa_ del Progresso in Europa. E questa idea,
filosoficamente e storicamente falsa e funestissima alla vera morale
emancipazione dei popoli, avversava ostinatamente su tutti i punti, e
segnatamente nella Svizzera dove l'_Alta Vendita_ di Buonarroti aveva
tuttavia molti seguaci, il nostro lavoro. Io la combatteva con frequenti
circolari diramate segretamente, suprema formola delle quali erano le
parole: _nè Uomo-re nè Popolo-re_. Ma richiesto di qualche lavoro dagli
Editori della _Revue_, stimai opportuno di trattare apertamente la
questione. La Storia degli anni che seguirono confermò le mie idee; ma
allora le apparenze mi stavano contro: il Partito repubblicano era
potente per numero, audacia, intelletto e virtù, nella Francia del 1834,
e i popoli guardavano tutti riverenti in Parigi come unico centro di
speranze e di vita (1862).

Fondai nel giugno del 1835 un giornale destinato a estendere
l'Associazione e le sue idee nella Svizzera. Esciva due volte la
settimana, su due colonne, francese l'una, tedesca l'altra.

Avevamo fatto acquisto d'una stamperia in Bienna, nel Cantone di Berna.
Il professore Weingart, svizzero, dirigeva lo Stabilimento, nel quale
allogammo operai profughi, tedeschi e francesi. E una Commissione
d'uomini svizzeri, taluni, come Schneider, membri del Gran Consiglio,
somministrava i mezzi e additava e confermava i lavori. Pubblicavamo,
oltre il giornale, opuscoli politici e una Biblioteca popolare
economica.

Il giornale, che portava il nome dell'Associazione e la formola:
_Libertà, Eguaglianza, Umanità_, era diretto da me; ma, poi ch'io doveva
starmi pur sempre semi-celato, Direttore visibile era un Granier,
estensore in capo un tempo della _Glaneuse_ in Lione e che
l'insurrezione repressa aveva balestrato fra noi. Traduttore tedesco era
un Mathy, giovine assai capace e fervido allora d'entusiasmo per la
nostra fede, più dopo, poi ch'ei ripatriò, mutato, come dicono, in
_conservatore_.

Tendevamo a formare una scuola e a richiamare la politica dalle gare
meschine delle fazioni e dal culto esclusivo degli interessi materiali
agli alti principî di moralità religiosa senza i quali i mutamenti non
durano o volgono a liti d'individui o sette anelanti il potere. E il
nostro linguaggio era pacifico, grave, filosofico, inusitato nella
polemica giornaliera d'allora. Nondimeno, e appunto perchè nuovo, fruttò
corrispondenti ed amici in tutti i Cantoni: pochi ma buoni, come diceva
Manzoni dei versi del Torti. Erano giovani stanchi di scetticismo
ribelle e di negazioni, ministri protestanti che c'interrogavano sul
carattere religioso della nostra dottrina di Progresso, madri che
avevano fino a quel giorno raccomandato ai figli di tenersi lontani dal
subuglio, sterile fuorchè d'ire e pericoli dei Partiti e che
intravvedevano, leggendoci, un Dovere d'amore e di Verità da compirsi e
insegnarsi. Sei mesi dopo il primo numero della _Jeune Suisse_ noi ci
trovammo, comunque assaliti rabbiosamente dai materialisti della vecchia
scuola economica come Fazy e altri simili a lui, a capo d'un numero di
Svizzeri affratellati all'apostolato Italiano e presti ad opere attive
per avviare la loro Patria all'intelletto della missione che Dio le
assegnava.

Scrissi in quel giornale da cinquanta a sessanta articoli d'argomento
Svizzero o intorno alla questione Europea[40]. Le più tra le idee ch'io
v'espressi furono più dopo da me trasfuse in altri scritti.

       *       *       *       *       *

Gli scritti che s'andavano via via stampando da Tedeschi e Svizzeri
affratellati con noi, e il giornale, e più l'importanza che l'apostolato
italiano conquistava visibilmente in una terra strategicamente
pericolosa, indifferente fino allora al moto europeo, davano intanto
pretesto e cominciamento a una persecuzione assai più accanita della
prima. Finchè l'agitazione repubblicana si concentrava tutta, per
assenso di popoli inserviliti, in un solo fôco, Parigi, era facile
invigilarla e combatterla; non così quando, emancipati gli animi dal
pregiudizio che affidava l'iniziativa perenne del moto alla Francia,
sorgesse in più punti, assalitrice ovunque vivesse istinto di nazione e
coscienza di diritti violati. I governi collegati vedevano inquieti
levarsi o farsi potente una bandiera che mirava a un nuovo riparto
d'Europa e che presentivano dovere essere un dì o l'altro la bandiera
dell'Epoca. E deliberarono di soffocarla.

Le varie diplomazie, dalla Francia ai governucci italiani, dalla Russia
all'Austria e ai governucci Germanici intimarono al fiacco e illiberale
governo elvetico d'imporre fine al nostro apostolato e disperdere
l'associazione. E a rendere la turpe concessione possibile,
s'adoperarono i soliti modi: false accuse e agenti provocatori. Sul
cadavere d'un Lessing accoltellato da mano ignota e per cagione ignota
presso Zurigo, architettarono tutto un edificio di società segreta
all'antica, di giuramenti terribili, di tribunali vehmici e di condanne
mortali pronunziate dalla _Giovine Germania_. Su qualche parola
avventata, espressione d'un desiderio inefficace, composero lunghe e
minute rivelazioni di disegni, ordini, armi raccolte per invadere un
punto o l'altro della frontiera Germanica. E a far nota di parole
imprudenti e provocarle ove non escivano volontarie, seminarono le
nostre file d'incitatori e di spie. Un Giulio Schmidt, sassone, trovò
modo, fingendosi agli estremi di povertà e supplicando lavoro,
d'introdursi nella nostra stamperia. Un Altinger, israelita, che
assumeva il nome di barone Eib, si diede a promuovere, con un segreto
che voleva esser tradito, arrolamenti fra gli operai tedeschi. Una
circolare fu coniata in mio nome nell'ambasciata francese diretta allora
dal duca di Montebello e diramata a parecchi tra gli esuli cacciati di
Svizzera dopo la spedizione di Savoja e soggiornanti in varie città
della Francia, a invitarli a Grenchen ov'io era per irrompere di là nel
Badese. Potrei citar venti fatti di questo genere, ma si riassumono
tutti, nei loro caratteri di profonda immoralità e di perfidia, in quel
di Conseil che or ora ricorderò.

Le accuse segrete appoggiavano le Note pubbliche. E la guerra
diplomatica inspirata e iniziata dall'Austria, dalla Prussia e dalla
Russia, finì per concentrarsi sotto la direzione della Francia. Fu
sempre abitudine della Francia monarchica di fare il male per impedire
ad altri di farlo; e le monarchie dispotiche si valsero di quella
vecchia tendenza per ottenere il fine voluto e rovesciarne i tristi
effetti sulla monarchia costituzionale sospetta ad esse e temuta:
minacciarono intervento perchè la Francia s'affrettasse ad intervenire;
e riuscirono. Era anima del ministero francese Thiers. E' s'assunse di
capitanare l'ignobile impresa.

Intanto, il governo centrale (_vorort_), credulo alle pazze denunzie,
cominciava la codarda persecuzione contro gli esuli repubblicani. Il 20
maggio ebbi avviso da un ingegnere amico in Soletta che si distribuivano
cartucce alla piccola guarnigione della città prima d'avviarla a una
spedizione pericolosa. Alcune ore dopo duecento soldati e una mano di
gendarmi circondavano e invadevano lo stabilimento dei Bagni. V'eravamo
in tre, io e i due fratelli Ruffini; ma tra l'avviso e l'arrivo, era
giunto, inaspettato, dalla Francia Harro Haring: gli era stata mandata
la circolare apocrifa di convocazione, ed egli avea creduto, accorrendo,
di compiere il debito suo. Era munito di passaporto inglese e lo ammonii
di mostrarsi ignoto a noi; se non che quand'egli udì il capo di quella
forza a intimarmi di seguirlo a Soletta, ei disse il proprio nome e fu
imprigionato con noi.

Condotti nel carcere di Soletta, fummo, senza esame di sorta, lasciati
liberi dopo ventiquattr'ore: la gioventù della città minacciava
liberarci da sè. La lunga perquisizione nei Bagni di Grenchen non aveva
scoperto un fucile, un proclama, una circolare, un solo indizio della
pretesa spedizione germanica. Ci fu nondimeno intimato d'escir dal
Cantone. Varcammo il limite e ci ricovrammo nel primo paesetto al di là,
Langenau nel Bernese, in casa d'un ministro protestante, che ci accolse
come apostoli d'una fede proscritta, ma santa e destinata al trionfo.

Non per questo la persecuzione si rallentò. Il governo centrale avea,
nelle sue inquisizioni, trovato, rimpiattati in uno o in un altro
Cantone, parecchi tra i cacciati del 1834, e a rabbonire i governi
stranieri decretò che sarebbero ricondotti alla frontiera. Un dispaccio
sommesso annunziava il 22 giugno all'ambasciatore francese la decisione,
e chiedeva l'ammessione dei cacciati sul territorio di Francia:
aggiungeva, pegno di devozione, la lista dei condannati e di quei
ch'erano fra noi più sospetti. Ogni concessione codarda imbaldanzisce a
insolenza il nemico, e, mercè i suoi ministri, l'Italia d'oggi lo sa. Il
duca di Montebello rispose il 18 luglio colla Nota la più
minacciosamente oltraggiosa possibile. Invocava, esigeva un sistema di
mezzi coercitivi a danno degli esuli e annunziava che se la Svizzera non
ponesse fine a ogni tolleranza contro _gli incorreggibili nemici del
riposo dei governi, la Francia provvederebbe da sè_.

Era un guanto di sfida cacciato, senz'ombra di pretesto,
all'indipendenza della Svizzera, nella quale Luigi Filippo aveva ne'
suoi anni di sventura, trovato asilo. E a creare quell'ombra, s'adoprò
un mezzo siffattamente immorale che giova ricordarlo a insegnamento del
fin dove scendano le monarchie costituzionali dell'oggi, e a conforto
dei repubblicani, contro i quali nessuno può sollevare accusa siffatta.

Sui primi del luglio di quell'anno 1836, un Augusto Conseil, affiliato
alla polizia parigina, era stato chiamato al ministero dell'interno e
spedito in Isvizzera con una missione riguardante gli esuli. Ei doveva,
prima di tutto, tentare ogni via di contatto con noi, rappresentarsi
come complice d'Alibaud, che aveva tentato poco innanzi di uccidere il
re, e conquistarsi così la nostra fiducia: poi, cacciati noi,
accompagnarci in Inghilterra e rimanerci vicino, denunziatore perenne:
intanto, la sua presenza tra noi convaliderebbe davanti al governo
svizzero le accuse di disegni regicidî che si movevano nelle Note. E a
far sì ch'ei fosse creduto ciecamente da noi, l'ambasciata francese in
Berna dovea ricevere da Parigi denunzia formale che lo indicherebbe
partecipe dei tentativi di Fieschi e Alibaud e incarico di chiederne al
governo elvetico la consegna o la cacciata. Per tal modo egli avrebbe
potuto seguirci. Gli fu dato danaro, un passaporto col nome di Napoleone
Cheli, e un indirizzo per corrispondere. Ei partì il 4 luglio alla
nostra volta. La denunzia fu spedita poco dopo e trasmessa il 19 luglio
dal Montebello al Direttorio svizzero. Conseil era in Berna dal 10.

Là, ei trovò modo d'affiatarsi con due esuli italiani, Boschi e
Primavesi, poi con un Aurelio Bertola, preteso conte di Rimini,
avventuriero tristissimo e truffatore, ch'io feci qualche anno dopo
imprigionare a Londra, ma che trovava allora suo pro' nel recitare la
parte di patriota perseguitato; e mentr'ei cercava d'ascriverli alla
società segreta francese _delle famiglie_ onde ne stendessero le fila in
Berna, parlò loro delle sue relazioni coi regicidî, annunziò nuovi
tentativi e chiese un abboccamento per rivelazioni importanti con me.
Avvertito, fiutai la spia: un complice d'Alibaud non si sarebbe svelato
mai a uomini ignoti a lui, e trovati a caso per via o in un caffè.
Ricusai l'abboccamento e consigliai si costringesse impaurito a cedere
le proprie carte. Ma prima che ciò si facesse, egli, sviato dalla
polizia Bernese, ripartiva per Besançon, in cerca di nuove istruzioni da
Parigi, di danaro e d'un altro passaporto.

Gli fu spedita ogni cosa e istruzione di tornare a Berna e presentarsi
per consigli all'ambasciatore francese, fatto complice della trama egli
pure. Tornò, sotto il nome di Pietro Corelli, il 6 agosto. Ebbe un
abboccamento la sera col duca di Montebello. Il 7, Boschi, Primavesi,
Migliari e Bertola che l'avevano incontrato nell'albergo del Selvaggio,
seguirono il mio consiglio e minacciandolo, ebbero le sue carte e
confessione esplicita d'ogni cosa.

Importava dimostrare più sempre la complicità dell'ambasciatore. Conseil
fu quindi indotto a ripresentarglisi, seguito da lungi, la sera. V'andò;
nol vide; ma vide in sua vece il segretario Belleval e n'ebbe danaro, un
altro passaporto col nome d'Hermann e una lista d'esuli da invigilarsi:
la lista conteneva, s'intende, il mio nome, quello dei fratelli Ruffini,
e poi altri d'esuli tedeschi e francesi.

Le prove bastavano per chiarire ogni cosa e somministrare al governo
svizzero un'arme potente per respingere le audacie francesi. Diemmo
quindi conoscenza di tutto alla polizia. Una istruzione governativa
iniziata il 16 agosto fu conchiusa da un documento contenente la
confessione di Conseil[41].

E nondimeno, in una Nota del 27 settembre, il duca di Montebello parlava
sfrontatamente alla Svizzera il linguaggio della virtù calunniata,
parlava di dignità offesa, sospendeva ogni relazione officiale colla
Svizzera e minacciava di peggio. Tutta questa galante gentaglia che
prende nome di diplomatici, ambasciatori, segretarî di legazione e che
rappresenta in Europa le monarchie, vive, move e respira, siccome in
proprio elemento, nella menzogna. Gli uomini politici dei nostri giorni
si tengono onorati del loro contatto e s'affaccendano a ottenerne un
sorriso, una stretta di mano. Io crederei insozzata la mia dalla loro.
Il primo tra essi non vale l'onesto operajo che dice ruvidamente il vero
e arrossisce se colto in fallo.

Gli uomini che governavano a quel tempo la Svizzera erano opportunisti,
machiavellici, _moderati_; immorali quindi e codardi. L'imitazione di
quelle che chiamano abitudini e tradizioni _governative_ e non sono se
non una deviazione dall'unica morale e logica idea del GOVERNO
_rappresentare tra i popoli per mezzo d'un popolo il Vero ed il Giusto_,
aveva infiacchito in essi il severo costume e il vigore repubblicano.
Invece di rispondere all'ambasciatore: _mentite_ e chiederne il richiamo
al governo; invece di dire ai gabinetti stranieri: _voi non avete
diritto di giudici in casa nostra; lasciateci in pace_--e certi come pur
erano per esperienza che nessuno avrebbe osato di varcare la frontiera e
assalirli--risposero sommessamente alle Note, querelandosi d'essere
fraintesi, invocando le vecchie alleanze, gli antichi vincoli
d'amicizia. I governi, vedendoli tremanti, insolentivano più che mai.

Allora, io diceva agli Svizzeri: «La sicurezza e l'indipendenza della
patria sono nelle vostre antiche virtù e nell'onore. I suoi nemici
stanno fra quei che tradiscono quelle virtù e contaminano l'onore della
bandiera repubblicana piantata sul sepolcro dei loro padri. Che importa
il godimento precario d'un diritto d'associazione o di stampa, se la
santità di quel diritto v'è ignota, se invece di ravvisare in esso
l'applicazione d'un principio universale, frammento della legge di Dio,
voi insegnate ai vostri figli a non vedervi che un semplice _fatto_? Che
importa la libertà s'essa deve, colla paura nell'anima e la vergogna
sulla fronte, trascinarsi, in sembianza di cortigiana avvilita,
d'ambasciata in ambasciata, per mendicarvi alla diplomazia monarchica
una esistenza d'un giorno? Libertà siffatta non è se non amara
derisione; e simile alla ironica leggenda che una mano d'empio
inchiodava sulla croce di Cristo, essa forma l'eterna condanna degli
uomini che la scrivono sulla bandiera e crocefiggono il Giusto al
disotto.

«Sventura agli uomini che, sconoscendo quanto ha di santo l'esilio,
calpestando la sacra ospitalità, speculano sull'isolamento del
proscritto e pongono una corona di spine sulla testa consecrata dal
battesimo dei patimenti e del sagrificio! Sventura al popolo capace
d'assistere indifferente a quello spettacolo e senza sentirsi spronato a
levare la mano e dire: _quei proscritti sono fratelli che Dio ci manda;
rispetto per essi e per noi_! La libertà de' suoi padri si dissolverà
come ghiaccio al sole, alla prima difficile prova. Le lagrime provocate
dal suo egoismo testimonieranno contr'esso. Esse ne cancelleranno la
gloria e il nome. Perchè Cristo disse: _date da mangiare agli affamati e
da bere a chi ha sete_. Ma la libertà è il pane dell'anima e
l'ospitalità è la rugiada versata da Dio sui buoni, perch'essi la
riversino sulle fronti solcate dalla persecuzione.» (_Giov. Svizz._, 2
luglio 1836.)

E il popolo era, come sempre, diverso da' suoi raggiratori e presto a
incontrare ogni sagrificio per mantenere intatto l'onore del paese. Il
fermento era generale e generale il grido di resistenza. Radunanze
patriotiche di diecimila uomini a Reiden, di ventimila a Viediken, ne
facevano fede. Ma alle titubanze accennate s'aggiungevano le divisioni
inerenti ad ogni federazione e fomentate dalle monarchie,
ch'esercitavano influenza sopra un Cantone o sull'altro, la Prussia su
Neuchâtel, l'Austria sui tre piccoli Cantoni, la Francia pel contatto
dell'ambasciata, su Berna. Di fronte allo scandalo di Conseil e malgrado
l'energica opposizione di parecchi fra i deputati, la Dieta ritrattò
ogni espressione che nelle Note anteriori avesse sembianza d'accusa o
rimprovero al governo francese, e decretò si procedesse più severamente
che mai contro gli esuli pericolosi.

Era un aprire il varco all'arbitrio, e fu spinto all'estremo. Non
potendo e pur volendo sopprimere il giornale _La Giovine Svizzera_, il
governo imprigionò, sotto diversi pretesti, prima il traduttore tedesco,
poi il correttore, e dopo lui i compositori tedeschi e francesi, e
finalmente taluni fra i collaboratori, cittadini svizzeri, come Weingart
e Schïeler: a noi la vita errante e l'impossibilità di comunicazioni
regolari coi nostri vietavano di sottentrare con un lavoro periodico. Il
giornale fu quindi costretto a cessare sul finire di luglio.

«Un vento gelato del nord»--io diceva in uno degli ultimi articoli, il
18 giugno--«ha soffiato sull'anime. Odo voci ignote a mormorare parole
ignote anch'esse finora su questa terra repubblicana: _rompiamo cogli
esuli, rannodiamo coi governi: sagrifichiamo ad essi questa mano
d'agitatori: proscriviamo i proscritti, e rovesciamo sulle loro teste le
colpe delle quali i governi ci accusano_. E si stendono liste di
proscrizione, s'imprigionano ad arbitrio gli esuli contro i quali non
milita accusa: novanta individui formano una categoria di _sospetti_:
hanno ricompensa le denunzie e prezzo le teste. I giornali ridondano di
calunnie. Non siamo interrogati nè ammessi ad esame. Segnati quasi capi
d'armento, siamo destinati gli uni all'Inghilterra, gli altri
all'America. Perchè? In virtù di qual diritto? Per quali scoperte? Quali
delitti furono commessi da noi? Su qual codice è fondato il giudizio?
Quali testimonianze s'invocano? Quali giustificazioni ci sono chieste?
Come nell'antica Venezia, la persecuzione è fondata su denunzie segrete.
Le condanne non poggiano sul diritto comune, su leggi note. Non v'è
legge per noi. Il nostro presente, il nostro avvenire è dato in balìa al
_diritto dello Stato_, a un non so che d'incerto, d'indefinito, a una
autorità cieca e sorda come l'Inquisizione di Schiller, senza nome
siccome l'Ateo. E non una voce di patriota influente, di legislatore
repubblicano, si leva per protestare in nome degli uomini ai quali ogni
protesta è vietata, e dire: _i proscritti sono uomini: hanno diritto ad
ogni umana giustizia: ogni condanna non fondata sulla legge di tutti è
iniqua: ogni giudizio non preceduto da pubblica discussione, e da libera
illimitata difesa, è delitto davanti agli uomini e a Dio_. No; non una.
Diresti che lo monarchie esiliandoci dalla Patria ci esiliassero
dall'Umanità.

«Dall'Umanità? Sì--e Dio sa che il dolore da me provato mentr'io scrivo
questo parole non deriva da considerazioni individuali--non ho mai
sentita così profondamente com'oggi la verità di quel detto di
Lamennais: _Dio versi la pace sul povero esule, perch'egli è, dovunque,
solo_.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Io scrivo senz'odio e senza amarezza.--Il primo mi fu sempre ignoto. Ma
uno sdegno profondo mi solca l'anima, quand'io penso al come si giochi
quaggiù sul tappeto d'una Cancelleria la libertà, la dignità, l'onore
d'un popolo--quand'io vedo i delegati d'una repubblica ordinare, a
benefizio delle polizie monarchiche, _una tratta di bianchi_--quando odo
uomini che sono padri, fratelli, sposi, pronunziare spensieratamente,
presso alla culla dei loro bambini, il nome d'_America_ per altri uomini
che hanno perduto ogni cosa e ai quali unico conforto è forse di poter
guardare all'Alpi o al Reno, pensando che la loro patria è al di là. Son
essi conscii di quel che fanno? Ricordano che noi pure, proscritti,
abbiamo madri, vecchi padri e sorelle? Sanno le conseguenze che quella
loro spensierata parola può trascinare per essi e per noi?

«Un giorno, nel 1834, un uomo mi venne innanzi richiedendomi d'ajuto
fraterno. Era un proscritto, proscritto da vent'anni, e aveva bevuto a
lenti sorsi tutto quanto il calice amaro che l'esilio versa sui poveri e
soli. L'avevano sospinto da Berna a Ginevra, da Ginevra in Francia. La
Francia lo aveva respinto, perch'ei mancava di carte regolari. Avea
ricorso il paese a piedi e trovato un rifugio in Berna dove alcuni
Italiani prendevano cura di lui. Fu riconsegnato ai gendarmi e respinto
su Ginevra. Là, fu messo in prigione, per avere osato tornarvi, poi
scacciato com'uomo senza domicilio legale.--Io lo vidi quand'ei compiva
a quel modo il terzo viaggio. Le lagrime gli scendevano giù per le
guancie, mentr'ei mi narrava i suoi casi. Commoveva profondamente. Gli
intimarono, poco dopo, di partire per l'Inghilterra. E partì,
attraversando Svizzera e Francia pedone.

«Quell'uomo era napoletano e si chiamava Carocci. Morì attraversando il
mare.

«Sua madre e suo padre vivevano ancora. Aveva fratelli e sorelle. Dio
perdoni ai repubblicani che avvelenarono di dolore i loro giorni.»

Nulla d'individuale, come dissi, inspirava le mie lagnanze. Non ho mai
tentato, attraverso le persecuzioni alle quali soggiacqui, d'impietosire
alcuno per me. Quando un _conclusum_ della Dieta m'intimò l'esilio in
perpetuità dalla Svizzera, mi strinsi nelle spalle e rimasi. Rimasi,
cercato inutilmente per ogni dove, fino al dicembre di quell'anno, e
sarei rimasto indefinitamente se il modo di vita, che ci era comandato
dalle circostanze, non avesse seriamente minacciato la salute dei due
amici che dividevano meco la persecuzione.

Nel gennajo del 1837, io giunsi in Londra con essi.

       *       *       *       *       *

Ma in quelli ultimi mesi, io m'era agguerrito al dolore e fatto davvero
tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m'aspettavano.
Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare
le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma
s'anch'io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il
finir di quell'anno e la tempesta per entro i vortici della quale fu
presso a sommergersi l'anima mia. E ne acenno qui riluttante, pensando
ai molti che dovranno patire quel ch'io patii e ai quali la voce d'un
fratello escito--battuto a sangue, ma ritemprato--dalla burrasca, può
forse additare la via di salute.

Fu la tempesta del Dubbio: tempesta inevitabile credo, una volta almeno
nella vita d'ognuno che, votandosi ad una grande impresa, serbi core e
anima amante e palpiti d'uomo, nè s'intristisca a nuda e arida formola
della mente, come Robespierre. Io aveva l'anima traboccante e assetata
d'affetti e giovine e capace di gioja come ai giorni confortati dal
sorriso materno e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in
quei mesi fatali mi s'addensarono intorno a turbine sciagure, delusioni,
disinganni amarissimi, tanto ch'io intravidi in un subito nella scarna
sua nudità la vecchiaja dell'anima solitaria e il mondo deserto d'ogni
conforto nella battaglia per me. Non era solamente la rovina, per un
tempo indefinito, d'ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri
migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva
anche quel punto vicino all'Italia, l'esaurimento dei mezzi materiali,
l'accumularsi d'ogni maniera di difficoltà pressochè insormontabili tra
il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell'edifizio morale
d'amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a
combattere, lo scetticismo ch'io vedea sorgermi innanzi dovunque io
guardassi, l'illanguidirsi delle credenze in quei che più s'erano
affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni
gremita di triboli, e più ch'altro, la diffidenza ch'io vedeva crescermi
intorno ne' miei più cari delle mie intenzioni, delle cagioni che mi
sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m'importava anche
allora che l'opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi
sospettato d'ambizione o d'altro men che nobile impulso dai due o tre
esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d'affetto, mi
prostrava l'anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu
rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti io
sentiva più prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di
poche anime sorelle che m'intendessero anche tacente; che indovinassero
ciò ch'io, rinunziando deliberatamente a ogni gioja di vita, soffriva; e
soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che
quelle anime si ritrassero allora da me.

Quand'io mi sentii solo nel mondo--solo, fuorchè colla povera mia madre,
lontana e infelice essa pure per me--m'arretrai atterrito davanti al
vuoto. Allora, in quel deserto, mi s'affacciò il Dubbio. Forse io errava
e il mondo aveva ragione. Forse l'idea ch'io seguiva era un sogno. E
fors'io non seguiva _una_ idea, ma la _mia_ idea, l'orgoglio del _mio_
concetto, il desiderio della vittoria, più che l'intento della vittoria
l'egoismo della mente e i freddi calcoli d'un intelletto ambizioso,
inaridendo il core e rinegando gli innocenti spontanei suoi moti che
accennavano soltanto a una carità praticata modestamente in un piccolo
cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri
immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi
solcarono l'anima, io mi sentii non solamente supremamente e
inesprimibilmente infelice, ma come un condannato conscio di colpa e
incapace d'espiazione. I fucilati d'Alessandria, di Genova, di Chambery,
mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso pur troppo
sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri aveva già pianto per
me! Quante piangerebbero ancora s'io m'ostinassi nel tentativo di
risuscitare a forti fatti, al bisogno d'una Patria comune, la gioventù
dell'Italia? E se questa Patria non fosse che una illusione? Se l'Italia
esaurita da due Epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla
Provvidenza a giacere senza nome e missione propria aggiogata a nazioni
più giovani e rigogliose di vita? D'onde traeva io il diritto di
decidere sull'avvenire e trascinare centinaja, migliaja d'uomini al
sagrifizio di sè e d'ogni cosa più cara?

Non m'allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi
dubbi su me: dirò soltanto ch'io patii tanto da toccare i confini della
follìa. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia
finestra chiamato, com'io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora,
mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la
stanza vicina, nell'idea ch'io v'avrei trovato persona allora
prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, un
accento, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com'era
nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte
sotto il quale m'invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava
vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più
spesso a rimprovero. Io sentiva disseccarsi entro me ogni sorgente di
vita. L'anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si
fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell'egoismo del
suicidio.

Mentr'io m'agitava e presso a soccombere sotto quella croce, un amico, a
poco stanze da me, rispondeva a una fanciulla che, insospettita del mio
stato, lo esortava a rompere la mia solitudine: _lasciatelo, ei sta
cospirando e in quel suo elemento è felice_. Ah! come poco indovinano
gli uomini le condizioni dell'anima altrui, se non la illuminano--ed è
raro--coi getti d'un amore profondo!

Un giorno, io mi destai coll'animo tranquillo, coll'intelletto
rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo
destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di
riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d'altro: e in quei mesi
mi compendiava in un subito tutte le ormai insopportabili lotte che
avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura
pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi
benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi
balenò innanzi alla mente fu: _questa tua è una tentazione dell'egoismo:
tu fraintendi la Vita_.

Riesaminai pacatamente, poi ch'io lo poteva, me stesso e le cose. Rifeci
da capo l'intero edifizio della mia filosofia morale. Una definizione
della Vita dominava infatti tutte le questioni che m'avevano suscitato
dentro quell'uragano di dubbî e terrori, come una definizione della Vita
è base prima, riconosciuta o no, d'ogni filosofia. L'antica religione
dell'India aveva definito la Vita: _contemplazione_; e quindi l'inerzia,
l'immobilità, il sommergersi in Dio delle famiglie Ariane. Il
Cristianesimo l'avea definita _espiazione_: e quindi le sciagure
terrestri considerate come prova da accettarsi rassegnatamente,
lietamente, senza pur cercar di combatterle; la terra, guardata come
soggiorno di pena; l'emancipazione dell'anima conquistata col disprezzo
indifferente alle umane vicende. Il materialismo del XVIII secolo avea,
retrocedendo di duemila anni, ripetuto la definizione pagana: _la Vita è
la ricerca del benessere_; e quindi l'egoismo insinuatosi in noi tutti
sotto le più pompose sembianze, l'esoso spettacolo d'intere classi che
dopo aver dichiarato di voler combattere per il benessere di _tutti_,
raggiunto il proprio, sostavano abbandonando i loro alleati, e
l'incostanza nelle più generose passioni, i subiti mutamenti quando i
danni della lotta pel bene superavano le speranze, i subiti sconforti
nell'avversità, gli interessi materiali anteposti ai principî e altre
molte tristissime conseguenze che durano tuttavia. M'avvidi che,
comunque tutte le tendenze dell'anima mia si ribellassero a quella
ignobile e funesta definizione, io non m'era tuttavia liberato
radicalmente dalla sua influenza predominante sul secolo e nutrita
tacitamente in me dai ricordi inconscî delle prime letture francesi,
dall'ammirazione all'audacia emancipatrice dei predicatori di quella
dottrina e da un naturale senso d'opposizione a caste e governi che
negavano nelle moltitudini il diritto al benessere per mantenerle
prostrate e schiave. Io avea combattuto il nemico in altrui, non
abbastanza in me stesso. Quel falso concetto della Vita s'era spogliato,
a sedurmi, d'ogni bassa impronta di desiderî materiali e s'era
riconcentrato, come in santuario inviolabile, negli affetti. Io avrei
dovuto guardare in essi come in benedizione di Dio accolta con
riconoscenza qualunque volta scende a illuminare e incalorire la vita,
non richiesta con esigenza a guisa di diritto o di premio; e aveva
invece fatto d'essi una condizione al compimento dei miei doveri. Io non
avea saputo raggiungere l'ideale dell'amore, l'amore senza speranza
quaggiù. Io adorava dunque, non l'amore, ma le gioje dell'amore. Allo
sparire di quelle gioje, io avea disperato d'ogni cosa, come se il
piacere e il dolore côlti fra via mutassero il _fine_ ch'io m'era
proposto raggiungere, come se la pioggia o il sereno del cielo potessero
mai mutare l'intento o la necessità del viaggio. Io rinegava la mia fede
nell'immortalità della vita e nella serie delle esistenze che mutano i
patimenti in disagi di chi sale un'erta faticosa in cima alla quale sta
il bene, e sviluppano, inanellandosi, ciò che qui sulla terra non è se
non germe e promessa: negava il Sole, perch'io non poteva, in questo
breve stadio terrestre, accendere alle sue fiamme la mia povera lampada.
Io era codardo senza avvedermene. Serviva all'egoismo pure illudendomi
ad esserne immune, soltanto perch'io lo trasportava in una sfera meno
volgare e levata più in alto che non quelle nelle quali lo adorano i
più.

La Vita è Missione. Ogni altra definizione è falsa e travia chi
l'accetta. Religione, Scienza, Filosofia, disgiunte ancora su molti
punti, concordano oggimai in quest'uno: che ogni esistenza è un _fine_:
dove no, a che il moto? a che il Progresso, nel quale cominciamo tutti,
a credere come in Legge della Vita? E quel _fine_ è uno: svolgere, porre
in atto tutte quante le facoltà che costituiscono la natura umana,
l'_umanità_, e dormono in essa, e far sì che convergano armonizzate
verso la scoperta e l'applicazione pratica della Legge. Ma gli individui
hanno, a seconda del tempo e dello spazio in cui vivono e della somma di
facoltà date a ciascuno, _fini_ secondarî diversi, tutti sulla direzione
di quell'uno, tutti tendenti a svolgere e associare più sempre le
facoltà collettive e le forze. Per l'uno è giovare al miglioramento
morale e intellettuale dei pochi che gli vivono intorno; per un altro,
dotato di facoltà più potenti o collocato in più favorevoli circostanze,
è promovere la formazione d'una Nazionalità, la riforma delle condizioni
sociali in un popolo, lo scioglimento d'una questione politica o
religiosa. Il nostro Dante intendeva questo più di cinque secoli
addietro, quand'ei parlava del _gran Mare dell'Essere_, sul quale tutte
le esistenze erano portate dalla virtù divina _a diversi porti_. Noi
siamo giovani ancora di scienza e virtù, e una incertezza tremenda pende
tuttavia sulla determinazione dei _fini_ singolari, verso i quali
dobbiamo dirigerci. Basti nondimeno la certezza logica della loro
esistenza; e basti il sapere che parte di ciascun di noi, perchè la vita
sia tale e non pura esistenza vegetativa o animale, è il trasformare più
o meno, o tentare di trasformare, negli anni che ci sono dati sulla
terra, l'elemento, il _mezzo_, nel quale viviamo, verso quell'unico
fine.

La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema.
Nell'intendere quella missione e nel compiere quel dovere sta per noi
il mezzo d'ogni progresso futuro, sta il segreto dello stadio di vita al
quale, dopo questa umana, saremo iniziati. La Vita è immortale: ma il
modo e il tempo delle evoluzioni attraverso le quali essa progredirà è
in nostre mani. Ciascuno di noi deve purificare, come tempio, la propria
anima d'ogni egoismo, collocarsi di fronte, con un senso religioso
dell'importanza decisiva della ricerca, al problema della propria vita,
studiare qual sia il più rilevante, il più urgente bisogno degli uomini
che gli stanno intorno, poi interrogare le proprie facoltà e adoperarle
risolutamente, incessantemente, col pensiero, coll'azione, per tutte le
vie che gli sono possibili, al soddisfacimento di quel bisogno. E
quell'esame non è da imprendersi coll'analisi che non può mai rivelar la
vita ed è impotente a ogni cosa se non quando è ministra a una sintesi
predominante, ma ascoltando le voci del proprio core, concentrando a
getto sul punto dato tutte le facoltà della mente, coll'intuizione
insomma dell'anima amante compresa della solennità della vita. Quando
l'anima vostra, o giovani fratelli miei, ha intravveduto la propria
missione, seguitela e nulla v'arresti: seguitela fin dove le vostre
forze vi danno: seguitela accolti dai vostri contemporanei o fraintesi,
benedetti d'amore o visitati dall'odio, forti d'associazione con altri o
nella tristissima solitudine che si stende quasi sempre intorno ai
Martiri del Pensiero. La via v'è dimostra: siete codardi e tradite il
vostro futuro, se non sapete, per delusioni o sciagure, correrla intera.

    _Fortem posce animum, mortis terrore carentem,
    Qui spatium vitæ extremum inter munera ponat
    Naturæ, qui ferre queat quoscumque labores,
    Nesciat irasci, cupiat nihil_. . . . . . . . .

Son versi di Giovenale, che compendiano ciò che noi dovremmo invocare
sempre da Dio, ciò che fece Roma signora e benefattrice del mondo. È più
filosofia della vita in quei quattro versi d'un nostro antico che non in
cinquanta volumi di quei sofisti che da mezzo secolo inorpellano,
traviandoli, con formole d'analisi e nomenclature di facoltà la troppo
arrendevole gioventù.

Ricordo un brano di Krasinski, potente scrittore polacco ignoto
all'Italia, nel quale Dio dice al poeta: «Va e abbi fede nel nome mio.
Non ti calga della tua gloria, ma del bene di quelli ch'io ti confido.
Sii tranquillo davanti all'orgoglio, all'oppressione, e al disprezzo
degli ingiusti. Essi passeranno, ma il mio pensiero e tu non
passerete.... Va e ti sia vita l'azione! Quand'anche il core ti si
disseccasse nel petto, quand'anche tu dovessi dubitare de' tuoi
fratelli, quand'anche tu disperassi del mio soccorso, vivi nell'azione,
nell'azione continua e senza riposo. E tu sopravviverai a tutti i
nudriti di vanità, a tutti i felici, a tutti gli illustri; tu
risusciterai non nelle sterili illusioni, ma nel lavoro dei secoli, e
diventerai uno tra i liberi figli del cielo.»

È poesia bella e vera quant'altra mai. E nondimeno--forse perchè il
poeta cattolico, non potè sprigionarsi dalle dottrine date dalla fede
cattolica per intento alla vita--spira attraverso a quelle linee un
senso di mal represso individualismo, una promessa di premio ch'io
vorrei sbandita dall'anima sacra al Bene. Il premio verrà, assegnato da
Dio: ma noi non dovremmo preoccuparcene. La religione del futuro dirà al
credente: _salva l'anima altrui e lascia cura a Dio della tua_. La fede,
che dovrebbe guidarci splende, parmi più pura, nelle poche parole di un
altro polacco, Skarga, anche più ignoto di Krasinski, ch'io ho ripetuto
sovente a me stesso: «Il ferro ci splende minaccioso sugli occhi: la
miseria ci aspetta al di fuori; e nondimeno, il Signore ha detto:
_andate, andate senza riposo_. Ma dove andremo noi, o Signore? _Andate a
morire voi che dovete morire: andate a soffrire voi che dovete
soffrire!_»

Com'io giungessi a farmi giaculatoria di quelle parole--per quali vie di
lavoro intellettuale io riuscissi a riconfermarmi nella prima fede e
deliberassi di lavorare sino all'ultimo della mia vita, quali pur
fossero i patimenti e il biasimo che m'assalirebbero, al _fine_
balenatomi innanzi nelle carceri di Savona, l'Unità Repubblicana della
mia Patria--non posso or dirlo nè giova. Io vergai in quei giorni il
racconto delle prove interne durate e dei pensieri che mi salvarono, in
lunghi frammenti d'un libro foggiato, quanto alla forma, sull'Ortis,
ch'io intendeva pubblicare anonimo sotto il titolo di _Reliquie d'un
Ignoto_. Portai meco, ricopiato a caratteri minutissimi e in carta
sottile, quello scritto a Roma e lo smarrii, non so come, attraversando
la Francia al ritorno. Oggi, s'io tentassi riscrivere le mie impressioni
d'allora, non riuscirei.

Rinsavii da per me, senza ajuto altrui, mercè una idea religiosa ch'io
verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del
Progresso; da quella del Progresso a un concetto della Vita, alla fede
in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e
giunto a quel punto, giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo
avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un
viaggio dal martirio alla pace[42]: pace _violenta e disperata_ nol
nego, perch'io m'affratellai col dolore e mi ravvolsi in esso, come
pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza
ribellarmi e fui d'allora in poi in tranquilla concordia coll'anima mia.
Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioje, a tutte le speranze
di vita individuale per me sulla terra. Scavai colle mie mani la fossa,
non agli affetti--Dio m'è testimone ch'io li sento oggi canuto come nei
primi giorni della mia giovinezza--ma ai desiderî, alle esigenze, ai
conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì
ch'altri ignorasse l'io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie
visibili, altre ignote, la mia vita fu, è e durerebbe, s'anche non fosse
presso a compirsi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in
poi, un istante che l'infelicità dovesse influir sulle azioni. Benedico
riverente Dio padre per qualche consolazione d'affetti--non conosco
consolazioni da quelle infuori--ch'egli ha voluto, sugli ultimi anni,
mandarmi, e v'attingo forza a combattere il tedio dell'esistenza che
talora mi si riaffaccia; ma s'anche quelle consolazioni non fossero,
credo sarei quale io sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in
un bel mattino d'Italia o si stenda uniformemente plumbeo e color di
morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il Dovere muti
per noi. Dio è al disopra del cielo terrestre e le sante stelle della
fede e dell'avvenire splendono nell'anima nostra, quand'anche la loro
luce si consumi senza riflesso come lampada in sepoltura.--(1862).

       *       *       *       *       *

I primi tempi del mio soggiorno in Londra non corsero propizî al lavoro
politico. Alla crisi morale durata nella Svizzera sottentrò--conseguenza
in parte d'obblighi da me contratti per le cose d'Italia e ai quali io
dovea consecrare il denaro destinato alla vita, in parte di danaro
speso per altri--una crisi d'assoluta miseria che si prolungò per tutto
l'anno 1837 e metà del 1838. Avrei potuto vincerla svelando le mie
condizioni: mia madre e mio padre avrebbero trovato lieve ogni
sagrifizio per me; ma essi avevano sagrificato già troppo e mi parve
debito tacere con essi. Lottai nel silenzio. Impegnai, senza possibilità
di riscatto, quanti rari ricordi io aveva avuto da mia madre e da altri;
poi gli oggetti minori, finchè un sabato io fui costretto a portare, per
vivere la domenica, in una di quelle botteghe, nelle quali s'accalca la
sera la gente povera e la perduta, un pajo di stivali e una vecchia
giubba. Mi trascinai, mallevadori taluni fra' miei compatrioti, d'una in
altra di quelle società d'imprestiti che rubano al bisognoso l'ultima
goccia di sangue--e talora l'ultimo pudore dell'anima--sottraendogli il
trenta o quaranta per cento su poche lire da restituirsi di settimana in
settimana, a ore determinate, in uffici tenuti, fra malviventi e
briachi, nei _public houses_ o luoghi di vendita di birra e bevande
spiritose. Attraversai a una a una tutte quelle prove che, dure in sè,
lo diventano più sempre quando chi le incontra vive solitario,
inavvertito, perduto in una immensa moltitudine d'uomini ignoti a lui e
in una terra dove la miseria, segnatamente nello straniero, è argomento
di diffidenze sovente ingiuste, talora atroci. Io non ne patii più che
tanto nè mi sentii un solo istante avvilito o scaduto. Nè ricorderei
quelle prove durate. Ma ad altri condannato a durarle e che si crede per
esse da meno, può giovare l'esempio mio. Io vorrei che le madri
pensassero come nessuno sia, nelle condizioni presenti d'Europa, arbitro
della propria fortuna o di quella dei proprî cari, e si convincessero
che, educando austeramente e in ogni modo di vita i figli, provvedono
forse meglio al loro avvenire, alla loro felicità e all'anima loro che
non colmandoli d'agi e conforti e snervandone l'indole che dovrebbe
agguerrirsi fin dai primi anni contro le privazioni e gli stenti. Io
vidi giovani italiani, chiamati dalla natura alla bella vita,
travolgersi miseramente nel delitto o ricovrarsi sdegnosi nel suicidio
per prove ch'io varcai sorridendo, e accusati mallevadrici le madri. La
mia--benedetta sia la di lei memoria--m'aveva preparato, con quell'amore
che pensa all'avvenire possibile, tetragono ad ogni sventura.

Uscito da quelle angustie, mi feci via colle lettere. Conobbi e fui
noto. Ammesso a lavorare nelle _Riviste_--taluna delle quali mi
retribuiva una lira sterlina per ogni pagina--scrissi quanto era
necessario per equilibrare la modesta rendita colle spese maggiori in
Inghilterra che non altrove. I più tra quei lavori di critica letteraria
sono compresi in questa edizione, e i lettori possono giudicarne i
demeriti o i meriti. A me, pei soggetti direttamente italiani o per le
frequenti allusioni alle vere condizioni della nostra terra, furono
scala a richiamare l'attenzione degli Inglesi sulla nostra questione
nazionale interamente negletta, e preparare il terreno a
quell'apostolato deliberatamente politico che avviai in Inghilterra dopo
il 1845 e che vi fruttò, credo, gran parte delle attuali tendenze a pro
della nostra unità.

In Inghilterra, paese dove la lunga libertà educatrice ha generato
un'alta coscienza della dignità e del rispetto dell'individuo, le
amicizie crescono difficili e lente, ma più che altrove sincere e
tenaci. E più che altrove è visibile negli individui quella unità del
pensiero e dell'azione ch'è pegno d'ogni vera grandezza. Non so quale
tendenza esclusivamente analitica, ingenita nelle tribù anglo-sassoni e
fortificata dal protestantismo, insospettisce gli animi d'ogni nuovo e
fecondo principio sintetico e indugia la nazione sulle vie del progresso
filosofico e sociale; ma in virtù di quella unità della vita alla quale
accenno, ogni miglioramento, conquistato una volta che sia, è
conquistato per sempre; ogni idea accettata dall'intelletto è certa di
trapassare rapidamente nella sfera dei fatti: ogni concetto, anche non
accettato è accolto con tolleranza rispettosa, purchè le azioni di chi
lo professa ne attestino la sincerità. E le amicizie s'annodano profonde
e devote a fatti più che a parole anche tra uomini che dissentono
sovr'una o altra questione. Molte delle mie idee sembravano allora
talune, sembrano tuttavia, inattendibili o pericolose agli Inglesi; ma
la sincerità innegabile di convinzioni immedesimate con me e logicamente
rappresentate dalla mia vita, bastò ad affratellarmi parecchie tra le
migliori anime di quest'isola. Nè io mai le dimenticherò finch'io viva,
nè mai proferirò senza un palpito di core riconoscente il nome di questa
terra ov'io scrivo, che mi fu quasi seconda patria e nella quale trovai
non fugace conforto d'affetti a una vita affaticata di delusioni e vuota
di gioje. Appagherei l'animo mio citando molti nomi di donne e d'uomini,
s'io scrivessi ricordi di vita individuale più che di cose connesse col
nostro moto politico; ma non posso a meno di segnare in questa mia
pagina il nome della famiglia Ashurst, cara, buona e santa famiglia, che
mi circondò di cure amorevoli tanto da farmi talora dimenticare--se la
memoria de' miei, morti senza avermi allato, lo consentisse--l'esilio.

       *       *       *       *       *

Il consorzio d'uomini letterati e lo scrivere intorno al moto
intellettuale d'Italia ridestarono in me, in quei primi tempi di
soggiorno in Inghilterra, il desiderio lungamente nudrito di crescere
più sempre fama ad uno scrittore, al quale più che ad ogni altro, se
eccettui l'Alfieri, l'Italia deve quanto ha di virile la sua letteratura
degli ultimi sessanta anni. Parlo d'Ugo Foscolo, negletto anch'oggi
affettatamente dai professori di lettere, pur maestro di tutti noi, non
nelle idee mutate dai tempi, ma nel sentire degnamente e altamente
dell'arte, nell'indole ritemprata dello stile e nell'affetto a quel
grande nome di patria dimenticato da quanti a' suoi tempi scrivevano--ed
erano i più--in nome di principi, d'accademie o di mecenati. Io sapeva
che dei molti lavori impresi da lui nell'esilio parecchi erano stati
soltanto in parte compiti, altri erano, per la morte che lo colpì povero
e abbandonato, andati dispersi. Mi diedi a rintracciar gli uni e gli
altri. E dopo lunghe infruttuose ricerche, trovai, oltre diverse lettere
a Edgar Taylor--oggi contenute pressochè tutte nell'edizione ch'io pure
ajutai, di Lemonnier--quanto egli aveva compito del suo lavoro sul poema
di Dante, e in foglietti di prove, due terzi a un dipresso della
_Lettera apologetica_ ignota allora intieramente all'Italia.
Quest'ultima scoperta fu una vera gioia per me. Quelle pagine, senza
titolo o nome dell'autore, stavano cacciate alla rinfusa con altri
scritti laceri, e condannati visibilmente a perire, in un angolo d'una
stanzuccia del librajo Pickering. Come nessuno fra i tanti Italiani
stabiliti in Londra o viaggiatori a diporto andasse in cerca di quelle
carte quando tutte potevano senza alcun dubbio ricuperarsi, e toccasse a
un altro esule, fra le strette egli pure della miseria, la ventura di
restituirne, undici anni dopo la morte di Foscolo, parte non foss'altro
al paese, è memoria fra le tante di noncuranza e d'ingratitudine, vizî
frequenti nei popoli inserviliti. Ma oggi che gli Italiani millantano
d'essere liberi, perchè, a espiar quell'oblìo non sorge una voce che
dica: «Invece di mandar doni a principesse che nulla fanno o faranno mai
pel paese, e inalzar monumenti a ministri che nocquero ad esso, ponete,
in nome della riconoscenza, una pietra che ricordi chi serbò inviolata
l'anima propria e la dignità delle lettere italiane, quando tutti o
quasi le prostituivano?» Se non che forse, meglio così. L'Italia d'oggi
serva atterrita e ipocrita del Nipote, mal potrebbe consolare l'ombra
dell'uomo che stette solo giudice inesorabile e incontaminato
dell'ambiziosa tirannide dello Zio.

Comunque, rinvenni io quelle carte; e lo dico perchè altri, non so se a
caso o a studio, ne tacque. Ma il librajo, ignaro in sulle prime di quel
che valessero e sprezzante, poi fatto ingordo dalla mia premura,
ricusava cederle s'io non comprava il lavoro sul testo dantesco--e ne
chiedeva quattrocento lire sterline. Io era povero e non avrei potuto in
quei giorni disporre di quattrocento soldi inglesi. Scrissi a Quirina
Magiotti, rara donna e rarissima amica, perchè m'ajutasse a riscattar le
reliquie dell'uomo ch'essa aveva amato e stimato più ch'altri nel mondo:
e lo fece; ma il librajo insisteva per cedere indivisi i due lavori o
nessuno, ed essa non poteva dar tutto. Com'io, dopo molte inutili prove,
riuscissi a convincere Pietro Rolandi, librajo italiano in Londra e che
m'era amorevole, d'assumersi il versamento di quella somma e per giunta
le spese dell'edizione, davvero nol so. Fu miracolo d'una fermissima
volontà di riuscire da parte mia sopra un uomo calcolatore, trepido per
abitudine e necessità, ma tenero in fondo del core delle glorie del
paese più che i librai generalmente non sono.

Altre pagine del prezioso libretto, connesse appunto colle racquistate
da me, furono poco dopo trovate in un baule di carte foscoliane
sottratto alla dispersione dal canonico Riego, unico che vegliasse,
nell'ultima malattia, al letto dell'esule, acquistato poi da Enrico
Mayer e altri amici in Livorno, ma non esaminato fino a quei tempi. La
scoperta dei frammenti smarriti ridestò in essi tutti un ardore di
ricerca che fruttò all'Italia dapprima il volume di scritti politici
d'Ugo Foscolo ch'io pubblicai in Lugano, poi l'edizione fiorentina delle
opere diretta con intelletto d'amore dall'Orlandini. Manca una vita
ch'io m'era assunto di stendere e che pur troppo mi fu vietata dalle
circostanze e da cure diverse. Unico avrebbe potuto--e dovuto--scriverla
degnamente G. B. Niccolini; ed è morto, e aspetta tuttavia anch'egli la
sua.

Ma, l'edizione del Dante Foscoliano mi costò ben altre fatiche.
M'offersi, com'era debito mio verso il generoso editore, di dirigere
tutto il lavoro e corregger le prove. Ora, strozzato dalla miseria e
dalla malattia, Foscolo non aveva compito l'ufficio suo fuorchè per
tutta la prima cantica. Il _Purgatorio_ e il _Paradiso_ non consistevano
che delle pagine della volgata alle quali stavano appiccicate liste di
carta preste a ricevere l'indicazione delle varianti, ma le varianti
mancavano e mancava ogni indizio di scelta o di correzione del testo.
Rimasi gran tempo in forse s'io non fossi in debito di dichiarare ogni
cosa al Rolandi; ma Pickering era inesorabile a vendere tutto o nulla, e
il librajo italiano non avrebbe probabilmente consentito a sborsare
quella somma per sola una cantica. A me intanto sembrava obbligo sacro
verso Foscolo e la letteratura dantesca di non lasciare che andasse
perduta la parte di lavoro compita; e parevami di sentirmi capace di
compirlo io stesso seguendo le norme additate da Foscolo nella
correzione della prima cantica e immedesimandomi col suo metodo,
l'unico, secondo me, che riscattando il poema dalla servitù alle
influenze di municipio, toscane o friulane non monta, renda ad esso il
suo carattere profondamente italiano. Tacqui dunque e impresi io stesso
la difficile scelta delle varianti e la correzione ortografica del
testo. Feci quel lavoro quanto più coscienziosamente mi fu possibile e
tremante d'essere per desiderio di sollecitudine irriverente al genio di
Dante e all'ingegno di Foscolo. Consultai religiosamente i due codici
ignoti all'Italia di Mazzucchelli e di Roscoe. Per sei mesi il mio
letto--dacchè io non aveva che una stanza--fu coperto dalle edizioni del
poema attraverso le quali io rintracciava le varie lezioni che la
mancanza d'un testo originale, l'ignoranza dei tardi copisti e le borie
locali accumularono per secoli su quasi ogni verso. Oggi, credo mio
debito dir tutto il vero e separare il mio lavoro da quello di
Foscolo[43].--(1863).

       *       *       *       *       *

Come le conseguenze logiche della nostra fede mi trascinassero a
lavorare non solamente _pel_ popolo, ma _col_ popolo, non occorre
ripeterlo. E i pochi popolani d'Italia coi quali, nei casi passati, io
aveva avuto contatto mi s'erano mostrati tali e così vergini di calcolo
e di basse passioni da confortarmi davvero al lavoro. Ma le opportunità
per addentrarmi nello studio di quel prezioso elemento m'erano finora
mancate. Londra m'offrì inaspettatamente la prima, e m'affrettai ad
afferrarla.

Affiatandomi, sulle vie della vasta città, con taluni di quei giovani
che vanno attorno coll'organino, imparai, con vero stupore e dolore
profondo, le condizioni di quel traffico, condotto da pochi speculatori,
ch'io non saprei additare con altro nome che con quello di _tratta dei
bianchi_: vergogna d'Italia, di chi siede a governo e del clero che
potrebbe, volendo, impedirlo. Cinque o sei uomini italiani stabiliti in
Londra, rotti generalmente ad ogni mal fare e non curanti fuorchè di
lucro, si recano di tempo in tempo in Italia. Là, percorrendo i
distretti agricoli della Liguria e delle terre parmensi, s'introducono
nelle famiglie dei montagnuoli, e dove trovano i giovani figli più
numerosi, propongono i più seducenti patti possibili: vitto abbondante,
vestire, alloggio salubre, cure paterne al giovine che s'affiderebbe ad
essi: una certa somma, dopo trenta mesi, pel ritorno e per compenso
dell'opera prestata. E steso un contratto; se non che i poveri
montagnuoli non sanno che i contratti stesi sul continente non hanno, se
non convalidati dai consoli inglesi, valore alcuno in Inghilterra.
Intanto, i giovani raccolti a quel modo seguono lo speculatore a Londra:
ivi giunti, si trovano schiavi. Alloggiati, quasi soldati, in una stanza
comune, ricevono, i giovani un organino, i fanciulli uno scojattolo o un
topo bianco, gli uni e gli altri ingiunzioni di portare, la sera, al
padrone una somma determinata. La mattina, hanno, prima d'uscire, una
tazza di the con un tozzo di pane; ma il pasto della sera dipende
dall'adempimento della condizione: chi non raccoglie, non mangia; e i
più giovani sono, per giunta, battuti. Io li vedeva, la sera in inverno,
tremanti per freddo e digiuno, chiedenti, quando la giornata era
stata--come in quella stagione è sovente--poco proficua, l'elemosina
d'un soldo o di mezzo soldo agli affrettati pedoni, onde raggiungere la
somma senza la quale non si attentano di tornare a casa. E non basta:
l'avidità dei padroni arbitri onnipotenti trae partito dalle infermità,
che commovono, quando sono visibili, le buone fantesche inglesi. Taluno
di quelli infelici, sospinto sulla strada benchè consunto dal morbo e
col pallore della morte sul volto, fu raccolto dagli uomini della
polizia e portato allo spedale, dove morì senza proferire parola. A tal
altro è ingiunto di fingersi mutolo, ferito in un piede o côlto da
convulsioni epilettiche. Costretti da minacce tremende a mentire per
conto dei loro tiranni, quei giovani, esciti buoni dalle loro montagne,
imparano a mentire e architettare inganni anche per conto proprio, e
tornano in patria profondamente corrotti. Spesso, sullo spirare dei
trenta mesi, i padroni si giovano d'un pretesto qualunque, d'una lieve
infrazione, facilmente provocata, ai patti, per cacciare sulla strada
quelli infelici senza pagar loro la somma stipulata colla famiglia, e
condannarli al bivio di perire di stenti o vivere d'elemosina e furti.

Una circolare diramata dal governo ai sindaci di comune e ai parrochi,
perch'essi, influenti come sono nelle piccole località, illuminassero le
famiglie sulle tristi condizioni alle quali, cedendo agli allettamenti
de' speculatori, espongono i figli, basterebbe probabilmente a imporre
fine al traffico o a moderarlo. La legalizzazione consolare inglese data
in Italia ai contratti, e alcune istruzioni mandate agli agenti
governativi italiani in Inghilterra perchè vegliassero a proteggere quei
meschini, raddolcirebbero a ogni modo la loro sorte. Ma i governi
monarchici s'occupano di ben altro. E quanto al clero italiano in
Londra, i miei articoli sulla scuola gratuita mostrano abbastanza il
come, diseredato omai non solamente di fede ma di carità, intenda la
propria missione.

Tentai dunque d'alleviare in altro modo quei mali e istituii a un tempo
un'associazione per proteggere quei giovani abbandonati, e una scuola
gratuita per illuminarli sui loro doveri e sui loro diritti, onde
ripatriando inspirassero migliori consigli ai loro compaesani. Più volte
trassi i padroni, rei di violenza, davanti alle corti di giustizia. E il
sapersi adocchiati li persuase a meno crudele e meno arbitraria
condotta. Ma la scuola ebbe guerra accanita da essi, dai preti della
Cappella sarda e dagli agenti politici dei governi d'Italia. Prosperò
nondimeno. Fondata il 10 novembre 1841, durò sino al 1848, quando la mia
lunga assenza e l'idea che il moto italiano, consolidandosi, aprirebbe
tutte le vie all'insegnamento popolare in Italia, determinò quei che
meco la dirigevano a chiuderla. In quei sette anni, la scuola diede
insegnamento intellettuale e morale a parecchie centinaja di fanciulli e
di giovani semibarbari che s'affacciavano sulle prime sospinti da
curiosità e quasi paurosi alle modeste stanze del numero 5, Hatton
Garden, poi s'addomesticavano a poco a poco conquistati
dall'amorevolezza de' maestri, finivano per affratellarsi lietamente e
con certo orgoglio di dignità acquistata all'idea di rimpatriare
educati, e accorrevano, ponendo giù l'organino, ad assidersi per una
mezz'ora, tra le nove e le dieci della sera, sui nostri banchi.
Insegnavamo ogni sera leggere, scrivere, aritmetica, un po' di
geografia, disegno elementare e d'ornato. La domenica, raccoglievamo gli
allievi a un discorso d'un'ora sulla storia patria, sulle vite de'
nostri grandi, sulle più importanti nozioni di fisica, sopra ogni cosa
che paresse giovevole a secondare e inalzare quelle rozze menti
intorpidite dalla miseria e dalla abbietta soggezione ad altri uomini.
Quasi ogni domenica per due anni parlai di storia italiana o di
astronomia elementare, studio altamente religioso e purificatore
dell'anima che, tradotto popolarmente ne' suoi risultati generali,
dovrebbe essere tra i primi nell'insegnamento. E da forse cento discorsi
sui doveri degli uomini e su punti morali furono recitati da Filippo
Pistrucci, improvvisatore noto un tempo all'Italia, e che, creato da me
direttore della scuola, s'immedesimò con zelo senza pari colla propria
missione.

E fu un secondo periodo d'operosità fraterna e d'amore che rinverdì a
forti e costanti propositi l'animo mio e quello di altri esuli
tormentati. Era davvero una santa opera santamente compita. Tutto era
gratuito nella scuola. Direttore, vice-direttore--ed era un Luigi
Bucalossi toscano, infaticabilmente devoto--maestri, quanti s'adopravano
intorno all'istruzione degli allievi, s'adopravano non retribuiti. Ed
erano tutti uomini che avevano famiglia e la sostentavano col lavoro.
Insegnavano il disegno Scipione Pistrucci, figlio del direttore, e un
Celestino Vai, vecchio bresciano, al quale era affidata la custodia
della scuola, impiegato oggi in Milano nell'ufficio dell'_Unità_ e del
quale non vidi mai uomo più amorevole agli allievi, più convinto del
dovere di tutti noi verso i poveri ineducati. Insegnavano a leggere e a
scrivere operai che dopo aver faticato tutta la giornata al lavoro,
rinunziavano alle sole ore che avessero libere per accorrere a compiere
l'ufficio assuntosi, ed erano a un tempo sottoscrittori. Il 10 novembre
d'ogni anno, anniversario della fondazione, noi raccoglievamo da circa
duecento allievi, prima a una distribuzione di piccoli premî ai
migliori, poi a una modesta cena, nella quale noi tutti facevamo da
scalchi, distributori e domestici, e ch'era rallegrata da canti
patriottici e da improvvisazioni del direttore. Una di quelle sere era
eguale, nelle conseguenze morali, a un anno d'insegnamento. Quei miseri,
che i padroni trattavano siccome schiavi, si sentivano uomini, eguali e
animati. Amiche e amici inglesi intervenivano a quelle cene di popolani
e ne uscivano commossi, migliori anch'essi. Ricordo la povera Margherita
Fuller venuta dagli Stati Uniti con non so quali diffidenze di noi.
Condotta in mezzo a una di quelle riunioni ci era, dopo un'ora, sorella.
L'anima sua candida, e aperta a tutti i nobili affetti, aveva indovinato
il tesoro d'amore che la religione del _fine_ aveva suscitato fra noi.

L'esempio fruttò, prima in Londra, dove i preti della Cappella sarda,
poi che videro inutili i loro sforzi per far cadere la nostra scuola, si
ridussero a impiantarne un'altra nella stessa strada: poi in America,
dov'io aveva in quel torno impiantato relazioni fraterne. Scuole simili
alla nostra furono istituite nel 1842, per cura di Felice Foresti e di
Giuseppe Avezzana, in Nuova York, per cura del professore Bachi in
Boston, e per cura di G. B. Cuneo in Montevideo.

Intanto la scuola mi fu, come dissi, occasione di contatto frequente
cogli operai italiani in Londra. M'occupai, scelti i migliori, d'un
lavoro più direttamente nazionale con essi. Fondai una sezione di
popolani nell'associazione e l'_Apostolato popolare_ col motto: _Lavoro
e frutto proporzionato_.

E ristrinsi pure in quelli anni i vincoli di fratellanza che, annodati
nella Svizzera tra noi e i Polacchi, erano stati rallentati dai casi. Nè
importa oggi ricordare i particolari di quel nuovo lavoro
internazionale.

Solamente a mostrare come fin d'allora l'Associazione oltrepassasse nel
suo concetto la sfera d'un moto nazionale polacco per allargarsi a
quella che comprende tutte le tribù slave, inserisco le linee seguenti
colle quali ci riunimmo a chi celebrava in Londra, il 25 luglio 1845, il
diciannovesimo anniversario della morte dei martiri russi--(1863).

       *       *       *       *       *

Credendo che superiore a tutte le patrie esiste una patria comune nella
quale gli uomini son fatti cittadini dall'amore del bene, fratelli dal
culto della stessa idea, santi dal martirio e che Pestel, Mouravief,
Bestugef, Ryleief, Kochowski, morti per la redenzione delle famiglie
slave, sono concittadini e fratelli a quanti combattono sulla terra per
la causa del giusto e del vero.

Credendo che le famiglie slave sono chiamate a una grande missione
d'ordinamento interno e d'incivilimento da diffondersi altrove, che non
potranno compire se non con una serie di lavori fraterni, e che la
Russia e la Polonia devono, per ragioni storiche e geografiche, essere a
capo di quei lavori.

Credendo che la lega dei governi assoluti non può essere vinta se non
dalla santa alleanza dei popoli.

Credendo inoltre che le famiglie slave dovranno un giorno affratellarsi
specialmente all'Italia in una guerra al nemico comune, l'Austria.

Il comitato centrale della _Giovine Italia_, associazione nazionale,
unita in anima e cuore ai voti, alle speranze, alle aspirazioni dei
patrioti polacchi, dà nome e adesione alla commemorazione dei cinque
martiri russi.

       *       *       *       *       *

Nel 1844 ebbe luogo la spedizione dei fratelli Bandiera. I _Ricordi_
ripubblicati in questo volume contengono quanto importa all'Italia, nè
intendo riparlarne. Ma l'incidente della violazione delle mie lettere
merita ch'io vi spenda alcune parole. È un episodio d'immoralità
ministeriale monarchica da porsi allato a quello della spia Conseil
riferito in questo volume; e quella immoralità dura tuttavia eretta a
sistema da pressochè tutti i governi d'Europa.

A mezzo quell'anno, or non rammento più se in giugno o sul cominciare
del luglio, m'avvidi che le lettere dei miei corrispondenti in
Londra--ed erano tra quelli i banchieri per mezzo dei quali mi giungeva
la corrispondenza straniera--mi venivano tarde di due ore almeno.
Concentrandosi dai diversi punti all'uffizio postale generale, le
lettere vi ricevono un timbro che accerta l'ora del loro arrivo: la
distribuzione a domicilio ha luogo nelle due ore che seguono. Esaminai
accuratamente quei timbri e trovai ch'erano generalmente doppî: al primo
era sovrapposto un secondo timbro, di due ore più tardo e collocato in
modo da celare il primo, e allontanare il sospetto. Bastava per me, non
per altri increduli d'ogni violazione di ciò che chiamano lealtà
britannica e che accoglievano con sorriso ironico i miei sospetti. I
timbri così sovrapposti lasciavano mal discernere le due ore diverse e
serbavano apparenza di lavoro affrettato e data illeggibile. Ideai
d'impostare io stesso all'uffizio centrale lettera diretta a me,
calcolando l'ora tanto che il primo timbro dovesse portare la cifra 10.
Or dopo avere ricevuto quel timbro, le lettere a me dirette erano, per
ordine superiore, raccolte e mandate a un uffizio segreto dov'erano
aperte, lette, risuggellate, poi rinviate al postiere incaricato della
distribuzione nella strada ov'io allora viveva, ch'era _Devonshir
Street, Queen square_. Quel nefando lavoro consumava due ore a un
dipresso; e il timbro da sovrapporsi alla cifra 10 dovea quindi portare
il 12 che, per quanto facessero lasciava visibile parte dello zero del
10. Chiarito quel punto, raccolsi altre prove. Feci impostare, in
presenza di due testimonî inglesi e ripetutamente, alla stessa ora e
allo stesso ufficio postale, due lettere, una delle quali era diretta al
mio nome, l'altra a un nome fittizio, ma alla stessa casa: i testimonî
venivano ad aspettare con me la distribuzione; e accertavano con
dichiarazione scritta come la lettera che portava il mio nome giungesse
invariabilmente due ore più tardi dell'altra. In altre lettere a me
dirette racchiusi granellini di sabbia o semi di papavero; e li
trovammo, aprendo con cura, smarriti. Istituimmo una serie d'esperimenti
intorno ai suggelli, scegliendo i più semplici e segnati di sole linee,
poi collocandoli sì che le linee cadessero sulla lettera ad angolo
retto; e ci tornarono identici di forma, ma colle linee piegate
lievemente ad angolo acuto. Inserii un capello sotto la ceralacca, e non
era più da trovarsi: risuggellando, lo consumavano. E via così, finchè
raccolto un cumulo di prove innegabili, misi ogni cosa in mano a un
membro del parlamento, Tommaso Duncombe, e inoltrai petizione alla
Camera perchè accertasse e provvedesse.

L'accusa produsse vera tempesta. Alle interpellanze che da ogni lato
furono mosse ai ministri, questi diedero per alcuni giorni risposte
evasive; poi, meglio informati sul conto mio e convinti ch'io non mi
sarei avventurato senza certezza di prove, confessarono, schermendosi in
parte con certo vecchio editto che risaliva alla regina Anna e a
circostanze eccezionali, in parte con insinuazioni a mio danno e come
s'io avessi macchinato pericoli all'Inghilterra. Confutai queste ultime
in modo da ridurre il ministro accusatore--ed era sir James Graham--a
farmi ammenda pubblica in parlamento. E quanto all'altra difesa,
afferrai la via che m'apriva per disvelare all'Inghilterra tutta la
piaga. Non era da credersi che gli stessi ministri e gli altri che li
avevano preceduti avessero resistito sempre, fuorchè in quell'unico
caso, alla tentazione di valersi, pei loro fini, di quell'editto
antiquato. Feci quindi chiedere e ottenni che s'istituissero due
commissioni d'investigazione nelle due Camere. E le relazioni che
fecero, comunque tendenti a palliare le colpe più che non a produrle
brutte com'erano, provarono che dal 1806 fino al 1844, da lord Spencer a
lord Aberdeen, tutti i ministri, compresi Palmerston, Russell e
Normanby, s'erano successivamente contaminati di quell'arbitrio--che non
solamente le mie e quelle d'altri esuli, ma le lettere di molti inglesi,
di membri del parlamento, di Duncombe medesimo, erano state violate a
quel modo--che si erano inevitabilmente praticati, a celare la colpa,
artifizî contemplati dalle leggi penali, falsificazione di suggelli,
imitazione di timbri e altri--che le mie erano state aperte per quattro
mesi.

E provarono cosa più grave: che l'arti nefande di Talleyrand e
Fouchè s'erano praticate dai ministri d'Inghilterra, non per indizî
ch'io cospirassi contro lo Stato o m'immischiassi pericolosamente di
faccende inglesi, ma per compiacere servilmente a governi stranieri
e dispotici, e che ad essi--a Napoli e all'Austria--si trasmettevano
regolarmente le cose che parevano più importanti nelle lettere a me
dirette. Molte di quelle cose riguardavano appunto il disegno, da me
combattuto, dei due Bandiera, e rivelate suggerirono al governo di
Napoli l'atroce pensiero di provocarli, di sedurli, per liberarsene,
all'esecuzione. I ministri inglesi s'erano fatti complici di
quell'assassinio; e lo sentivano e ne arrossivano. Lord Aberdeen, il
gentiluomo più onorato in Inghilterra per fama d'impeccabile
schiettezza e la cui parola era considerata da tutti come sillaba di
Vangelo, fu trascinato a mentire sfrontatamente alla Camera. Fatto
interrogare da me se si fosse data comunicazione dei segreti
contenuti nella mia corrispondenza a governi stranieri, il _nobile_
lord aveva, plaudente la Camera--a quale affermazione di ministri
non plaudono le Camere escite dalla legge del privilegio?--risposto:
_nè una sillaba di quella corrispondenza fu mai sottomessa ad agenti
di potenze straniere_. Poche settimane dopo, la relazione delle due
commissioni investigatrici gli gettava in viso: _le informazioni
raccolte dalla corrispondenza erano comunicate a un governo
straniero_. Io scrissi il dì dopo su' giornali, alludendo alle
calunnie insinuate contro me da sir James Graham, che quando uomini
di Stato scendevano alla parte di _falsificatori_ e _bugiardi_, non
era da stupirsi che fossero anche _calunniatori_.

Nè giova stupirne. Ogni governo fondato sull'assurdo privilegio
dell'eredità del potere e che si regge su vuote formole come quelle che
_il capo dello Stato regna ma non governa; che tre poteri serbandosi in
equilibrio perenne creano il progresso_, e siffatte delle monarchie
costituzionali, è trascinato inevitabilmente presto o tardi
all'immoralità. Vive di menzogne, di norme ideate, di tradizioni
diplomatiche vigenti in una piccola frazione di società privilegiata, in
guerra quindi più o meno dichiarata coll'altra, non delle inspirazioni
che salgono dalla coscienza _collettiva_ a quella dell'_individuo_. E
ogni vita artificiale e profondamente immorale esce dal vero e dalla
comunione colla umanità, ch'è la via per raggiungerlo. In quelli uomini
di governo naturalmente buoni e leali, ma veneratori di formole
artificiali architettate a sorreggere un concetto artificiale anch'esso
e non desunto dalla natura intima delle cose, s'era fatalmente smarrito
quel senso diritto e morale che insegna l'unità della vita, e si
commettevano, come _uomini di Stato_, ad atti davanti ai quali si
sarebbero ritratti impauriti com'uomini e nulla più. Intanto la loro
politica immoralità insegnava immoralità agli inferiori guidandoli a
dirsi: _se per utile dello Stato è lecito dissuggellare, violare gli
ultimi segreti, sottrarre e trasmettere l'altrui proprietà, perchè nol
potremmo noi per l'utile delle nostre famiglie?_ Non v'è forse paese in
Europa dove le lettere siano così frequentemente violate come in
Inghilterra; e parlando delle lettere contenenti danaro, il direttore
delle poste in quel tempo, lord Maberly, diceva _che tanto valeva
cacciarle sulla pubblica via quanto affidarle alla posta_. Ma se i più
tra gli uomini d'oggi non fossero schiavi d'anima ed educati dalla
monarchia a guardare, più che l'uomo, la veste dell'uomo--se rifiutando
l'immorale distinzione tra l'uomo _politico_ e il _privato_ e intendendo
che al primo, come a quello che si assume una parte educatrice nella
nazione corre anzi debito maggiore di scrupolosa onestà, visitassero
severamente la colpa--se il dì dopo la menzogna, le sale dei convegni
amichevoli si fossero tutte chiuse, come a uomo disonorato, a lord
Aberdeen--la lezione sarebbe stata proficua non foss'altro a' suoi
successori. Prevalse alla nozione morale il prestigio dell'aristocrazia
e dell'alto ufficio; e mentre il paese pur dichiaravasi avverso
all'abuso, lasciò che i colpevoli durassero amministratori. Però il
segreto delle corrispondenze è oggi come allora, comunque più raramente,
violato.

A me intanto quella violazione additò il momento proprio per trattare
davanti l'Inghilterra la causa, fin allora negletta, della mia patria e
con uno scritto diretto a sir James Graham cominciai quell'apostolato a
pro dell'Italia che diede più tardi origine ad associazioni, riunioni
pubbliche e interpellanze parlamentari. Lo intitolai: _l'Italia,
l'Austria e il Papa_, e lo pubblicai in inglese. Fu poi tradotto nella
_Revue indépendante_ di Parigi.

Le prove accumulate in quel libretto a far conoscere lo sgoverno
finanziario e amministrativo che pesava sulle provincie italiane
soggette all'Austria e al papato sono oggi inutili[44].

       *       *       *       *       *

I documenti contenuti in questo volume riguardano un periodo solenne per
gloria e sventura, per errori, per insegnamenti e per delusioni. Queste
ultime mi riuscirono inaspettate e dolorosissime. Immemori della lunga
nostra predicazione e del culto da essi medesimi giurato ai _principî_
come a quelli che soli potevano dar salute all'Italia, i migliori tra i
nostri--e parecchi m'erano individualmente amicissimi--al primo apparire
d'una _forza_, o d'un fantasma di forza, disertarono la bandiera e si
fecero adoratori ciechi del _fatto_. Da pochissimi infuori, temprati non
solamente a combattere, ma, avversi i fati, a vivere solitarî nel mondo
delle credenze e delle aspirazioni al futuro, il partito si sviò tutto
quanto a transizioni, fazioni e concetti di leghe ipocrite e inefficaci
tra rappresentanti d'opposti principî che tendevano scambievolmente a
deludersi. L'Italia abbandonò allora le tradizioni generose della
propria vita per rincatenarsi a quelle che nei secoli XVI e XVII ci
vennero dalla incontrastata dominazione straniera e dalla inenarrabile
corruttela d'una Chiesa non italiana nè alloramai più cristiana.
Machiavelli prevalse a Dante. E i danni e la vergogna di quelle
trasformazioni durano tuttavia.

Io potrei--e molti forse lo aspettano da me--scrivere un capitolo di
storia che consegnerebbe al giudizio severo dei posteri molte debolezze
oggi ignote che diedero cominciamento a quella crisi di dissolvimento
morale; molte violazioni di solenni promesse rimaste arcane; molte
ingratitudini d'uomini debitori a noi di fama e d'altro e che ci si
fecero avversi appena videro schiudersi un'altra via per salire. Ma nol
farò. Per cagioni d'affetto patrio, io non potrei dir tutto e di tutti,
e anche il vero tornerebbe in certo modo ingiusto ai trascelti. Tacerò
dunque; e mi limiterò ad accennare rapidamente la serie dei fatti tanto
da porne alcuni, negletti finora o fraintesi, in luce migliore che giovi
alla storia del principio nazionale, unico fine del mio lavoro.

Poi, a che pro? Perchè m'occuperei d'individui? Le loro colpe, i loro
errori, le loro fiacchezze risalgono a cagioni morali e si ripetono oggi
e si ripeteranno in altri negli anni futuri, finchè durano quelle
cagioni, sole che importi distruggere. Le generazioni rappresentano, a
seconda dalla loro educazione morale, _idee_ o _interessi_: noi
possiamo, quand'esse vivono governate dalle prime, antivederne gli atti
e calcolarne logicamente, a pro dei nostri disegni, la capacità e la
costanza; quand'esse traviano dietro ai secondi, mutabili per
circostanze fuggevoli d'ora in ora, ogni logica è muta. La generazione
vivente nel 1848 non aveva filosofia, nella sua generalità, se non
quella degli _interessi_; interessi personali nei più guasti: interessi
di vittoria, di partito, d'odio al nemico, nei migliori. La fede senza
calcolo di frutto immediato nell'ideale e nell'avvenire, non era in
essa. Noi avevamo sperato sostituirle in un subito l'entusiasmo pel
bello e pel grande. E ci eravamo ingannati. La fede è dovere: il dovere
esige una sorgente, una nozione superiore all'umanità, Dio. E Dio non
era e non è pur troppo nella mente del secolo.

L'Italia era ed è tuttavia--e se s'eccettuino i buoni istinti che
incominciano, segnatamente nelle classi operaje delle città, a
rivelarsi--appestata di materialismo: materialismo che dalla filosofia
meramente analitica e negativa del secolo passato s'infiltrò nella vita
pratica, nelle abitudini, nel modo di considerare le cose umane. Le
ardite negazioni del secolo XVIII assalivano un dogma inefficace oggimai
perchè inferiore all'intelletto dell'umanità; erravano perchè
confondevano uno stadio consunto di religione colla vita religiosa del
mondo, una _forma_ collo spirito che la riveste a tempo, un periodo di
rivelazione coll'eterna rivelazione progressiva di Dio tra gli uomini;
ma combattevano non foss'altro nella sfera del pensiero e la vita
ritraeva ancora un non so che dell'antica unità. Oggi noi soggiaciamo
non ai _principî_, ma alle conseguenze di quel periodo: traduciamo la
dottrina negli atti, senza il vigore di battaglia ch'era nella dottrina
medesima. Un alito di fervore religioso fremeva tuttora per entro a
quella irreligiosa ribellione: gli uomini che abbiuravano il Dio del
mondo cristiano inneggiavano con lunghe apostrofi alla Dea Natura,
sollevavano sugli altari la Dea Ragione. Tra noi pochi--se pur
taluno--s'attenterebbero, richiesti, di rispondere che Dio non è, ma i
più non sanno e non curano di sapere ciò che importi Dio nella vita e
come tutta una serie di solenni e inevitabili conseguenze derivi da
quella prima nozione: facili a oziosamente accettarla a patto
d'esiliarla inerte, infeconda, in non so quale angolo del regno delle
astrazioni. La legge morale, conseguenza di Dio--la sanzione della legge
nella vita futura dell'individuo--il dovere che ne discende a ciascun di
noi--il vincolo fra terra e cielo, tra gli atti e la fede--sono cose
indifferenti agli uomini d'oggi. L'unità della vita è così smembrata per
essi; il nesso tra l'ideale definito dalla religione e il mondo
visibile, che deve esserne interprete e rappresentarlo nei diversi rami
dell'umana attività, è posto siffattamente in obblio che fu salutata a'
dì nostri siccome formola d'alto senno civile la vuota frase _libera
Chiesa in libero Stato_. Quella formola vale _legge atea_ e religione
falsa o vera, buona o trista non monta; vale progresso nella pratica e
immobilità nella teorica, anarchia perenne tra il pensiero e l'azione,
intelletto liberamente educato e coscienza serva. Diresti che nessuno
intravveda l'unica ragionevole soluzione al problema, la trasformazione
della Chiesa sì che armonizzi collo Stato e lo diriga, senza tirannide e
progressivamente, sulle vie del bene.

Senza cielo, senza concetto religioso, senza norma che _prescriva_ il
dovere e la virtù, prima fra tutte, dal sagrificio, la vita, sfrondata
d'ogni eterna speranza per l'individuo e d'ogni fede inconcussa
nell'avvenire dell'umanità, rimane in balìa degli istinti, delle
passioni, degli interessi, agitata, ondeggiante fra gli uni e gli altri
a seconda degli anni e dei casi. I generosi impulsi e la poesia d'un
entusiasmo naturalmente fervido quando l'anima vive più spontanea e meno
signoreggiata dal mondo esterno, suscitano i giovani a contrasto colla
tirannide e li avviano inconsci sulle vie dell'azione. Poi, quando le
aspirazioni, le rapide speranze e le illusioni dorate sugli uomini e
sulle cose si rompono alla fredda prosaica realtà del presente e le
inevitabili delusioni, le persecuzioni, le disfatte aspreggiano a ogni
tanto la via, sorge il dubbio, sorge quel senso di stanchezza che
persuade l'impossibilità della lotta e dietro a quello s'insinua
l'egoismo che tende a godere--dacchè l'immortalità è ignota--quaggiù. E
allora, la prima proposta d'un disegno che non rinnega ma dimezza e
pospone il programma, è ascoltata; il primo affacciarsi d'una forza
appartenente ad altro campo, ma che pur promette adoprarsi contro il
nemico, è salutato come un modo d'accostarsi con rischi e sagrificî
minori all'intento. L'anima senza una fede sulla quale possa riposare
secura e sentirsi potente a procreare fatti quando che sia, si
ribellerebbe forse a una diserzione, ma s'arrende agevolmente a
transazioni che pur vi conducono. Entrata su quella via di
machiavellismo e d'ipocrite concessioni, s'avvela; smarrisce a poco a
poco la luce del vero, s'avvezza ad affratellarsi col calcolo e muta più
o meno lentamente ma inevitabilmente natura, finchè avvedendosi, tardi e
quando è fatta incapace della virtù santa del pentimento s'irrita
intollerante del biasimo altrui e s'ostina, per orgoglio e per utile ad
un tempo, nel traviamento accettato.

Tale è la storia della generazione che, tra il 1847 e l'anno in cui
scrivo, mutò lato e bandiera. E si rifarà fino a che gli uomini si
rimarranno diseredati di Dio e d'una fede che insegni il Dovere. Io lo
ripeto sovente, perchè so che in questo è la radice d'ogni nostro male.
Il popolo d'Italia potrà essere fantasma di nazione, ma non nazione
vera, grande, potente a fare, conscia della propria missione e ferma di
compierla, se non rieducandosi a religione: religione intendo quale i
progressi intellettualmente compiti e le tradizioni, studiate a dovere,
del pensiero italiano l'additano.

       *       *       *       *       *

Su questa condizione morale, o piuttosto immorale, di cose s'innestò la
parte così detta de' _moderati_, composta d'uomini che avevano, come
Farini, cospirato con noi e s'erano stancati d'una via sulla quale
incontravano a ogni passo pericoli e persecuzioni; d'altri ai quali,
come ad Azeglio, era ingenita una avversione aristocratica al popolo e
alla democrazia e finalmente d'alcuni timidi angusti intelletti
immiseriti fra le tradizioni del piccolo Piemonte e incapaci d'afferrare
ogni concetto che non avesse perno in un re, in una corte, in un
esercito regolare.

La tradizione della parte alla quale accenno non era splendida.
_Moderati_ si dicevano gli uomini che nel 1814 avevano, in Lombardia,
applaudito al ritorno degli eserciti austriaci: _moderati_ quei che
avevano nel 1821 legato i fati dell'insurrezione piemontese a un
principe disertore: _moderati_ quei che avevano nel 1831 tradito il moto
degli Stati romani prima colla teorica anti-nazionale del non-intervento
da una provincia nostra ad un'altra; poi colla codarda capitolazione di
Ancona. Ma erano _individui_, come ne trovi in ogni crisi, vuoti
d'intelletto rivoluzionario, non _partito_ costituito, ordinato. Ben di
fronte alla _Giovine Italia_ s'era formata, sotto nome di _Veri
Italiani_, una società di fautori monarchici che si raccolsero intorno a
un patrizio lombardo, Arconati, in Brusselle e di là s'adoprarono a
diffondere le prime aspirazioni verso la dinastia savojarda: ma
respinta dai buoni istinti del nostro popolo, abbandonata a poco a poco,
mercè il nostro apostolato, da' suoi migliori, s'era trascinata
nell'ombra seminando di soppiatto accuse ai repubblicani e germi di
divisione, senza copia di seguaci, senz'eco. La parte _moderata_ non
pensò a costituirsi davvero e a sostituire alla nostra la propria
influenza prima del 1843 e poco dopo la sventurata impresa dei fratelli
Bandiera. Quell'impresa, attribuita inonestamente da essi a noi e
segnatamente a me, aveva innegabilmente versato sconforto e diffidenza
nelle nostre fila. Le circostanze a ogni modo non correvano propizie a
disegni di moti e mi pareva che si dovesse lasciar tempo alle idee
perchè trapassassero a poco a poco dalla gioventù degli ordini medî al
popolo non foss'altro delle città. I vincoli dell'associazione s'erano
quindi allentati e io mi limitava a mantener contatto qua e là, in
Lombardia più che altrove, con nuclei di giovani uniti senza forma
definita e liberamente a un intento d'apostolato e a invigilare se mai
sorgesse il momento opportuno a far meglio. Di quell'intervallo di
stanchezza e d'inazione forzata da parte nostra si giovarono i
_moderati_.

La prima loro manifestazione fu nel 1845 in Rimini. E quasi a dichiarare
l'assoluta assenza d'idee politiche, inalzarono bandiera _bianca_.
Bensì, dovendo pur dire al popolo agitato, perchè movessero, diffusero
un manifesto steso dal Farini ch'era pallida copia del memorandum dato
inefficacemente dalle potenze al papa nel 1831. Quel manifesto
sostituiva al moto nazionale i moti _locali_; alle grandi vitali
quistioni dell'indipendenza, dell'unità, della libertà i miglioramenti
amministrativi economici.

Io so che i più tra i capi dei _moderati_ avevano essi pure
nell'animo--non dirò la libertà, della quale non curano o poco--ma
l'indipendenza d'Italia, la questione nazionale, la cacciata dello
straniero. Dico che il metodo loro insegnava a disperarne per un lungo
indefinito periodo di tempo e sviava dal segno, che noi gli avevamo
additato, l'educazione del popolo. Dico che moltissimi fra quelli uomini
non volevano l'unità, nessuno la credeva possibile. E dico che se i
principi più avveduti, meno tristi e meno spronati dalla fatalità che li
sospinge, per somma ventura e legge dei tempi, a rovina, avessero tanto
quanto soddisfatto a quel monco programma, noi non avremmo oggi ventidue
milioni d'Italiani stretti a unità di nazione, ma il vecchio mosaico di
grandi e piccole monarchie e leghe più o meno ipocrite e traditrici.
Quelle leghe furono l'ideale dei pensatori del partito: da Balbo fino a
Cavour. Giacomo Durando predicava le tre o cinque Italie a beneplacito
dei principi volonterosi. Mamiani era centro in Genova d'apostolato
federativo. Gioberti proponeva in una lettera del 16 marzo 1847 a Pietro
Santarosa che «s'ottenesse dall'Austria con rimostranze un mutamento di
politica in Lombardia tanto che _pacificata_ colla dolcezza e colle
riforme, potesse poi, _con agio e tempo_, ricevere _d'accordo coi
potentati_ un assetto definitivo.» Cavour proponeva, non molto prima che
Garibaldi scendesse nel regno, patti e alleanza al Borbone. L'assenza
d'ogni fede unitaria nei _moderati_ è fatto documentato che la storia
dei tempi, quando sarà imparzialmente scritta, registrerà; nè le
millanterie machiavelliche dei giorni posteriori all'unità conquistata
dal popolo varranno a cancellarlo.

E un altro fatto, conseguenza di questo primo e troppo trascurato
finora, verrà registrato dalla storia, base e scorta all'intelletto
degli eventi di tutto il periodo; ed è il dualismo perenne tra l'azione,
generatrice d'ogni mutamento importante, dell'elemento popolare nostro e
l'influenza, potente unicamente a menomare, a sviare dal segno quei
mutamenti, esercitata dai _moderati_. Oggi, a udirli, diresti avessero
fatto l'Italia e promosso col loro metodo quanto ebbe luogo negli ultimi
quindici anni. Ma quando il tempo e l'Italia rinsavita avranno imposto
silenzio al cicalìo di gazzette vendute e alle calunnie e alle lodi
sfacciate, i fatti e le inesorabili date diranno che dall'amnistia
papale infuori, ogni concessione di principi, ogni passo mosso innanzi
dal paese originò dall'azione, avversata dai _moderati_, del popolo, dai
moti di _piazza_ com'essi sprezzando dicevano.--Da sommosse in Livorno,
nelle Romagne, in Roma, l'accresciuta libertà di stampa e l'istituzione
delle guardie nazionali--dalle petizioni firmate a tumulto su per le vie
e dagli assalti ai conventi, la cacciata de' Gesuiti--dall'insurrezione
siciliana del 1848 gli Statuti regi--dalle cinque giornate di Milano la
guerra, miseramente tradita, d'indipendenza--come nella recente seconda
fase del periodo, dalle resistenze del popolo ai disegni federalisti del
Bonaparte, dalle nostre minacciate spedizioni su Roma, dal moto di
Sicilia, dalle imprese di Garibaldi, originarono le annessioni del
Centro, l'invasione delle Marche, l'emancipazione del Mezzogiorno. Il
nostro metodo sopravviveva, negli istinti del popolo, a noi. Soltanto i
_moderati_, fatti per lungo artificio e pompose ripetute promesse e
profezie misteriose e prontezza ad attribuire a sè stessi ogni successo
ottenuto e a prudenza di tattica il biasimo dato invariabilmente ai
tentativi, soli e visibili padroni del campo, raccoglievano, accettando
i fatti compiuti, i frutti di quelli istinti.

Miravano non a conquistare un governo all'Italia, ma a conquistarsi i
governi italiani: non s'indirizzavano al popolo, ma ai principi: non
provocavano insurrezioni, ma un lento e temperato progresso dall'alto al
basso: rinnegavano le associazioni segrete e la stampa clandestina e
tentavano ottenere alcune dosi omiopatiche di libertà dalle carezze,
dalle lusinghe, dalle adulazioni servili profuse ai governi. E quanto al
Lombardo-Veneto e all'Austria, non avevano concetto di sorta; e i
filosofi politici della setta si limitavano a vaticinare possibilità di
risolvere la questione quando suonasse, per virtù d'atomi confederati e
arcadiche conversioni di monarchi al progresso e al bene dei popoli,
l'ora dello smembramento dell'impero turco in Europa. Ma quando la
febbre popolare irrompeva--quando il sangue dei nostri martiri ribolliva
nelle viscere del suolo d'Italia e a guisa d'agente vulcanico lo
sollevava--si rassegnavano volonterosi e lasciavano intendere col loro
sorriso ch'essi avevano antiveduto e aspettato quei moti anormali come
conseguenza del loro operare sagace. Al popolo, politicamente ineducato
e ignaro del come importi allo sviluppo dei fatti la coscienza delle
vere loro cagioni, poco caleva di chi li rivendicasse: accettava chi più
s'acclamava suo capo: confondeva causa ed effetti; e quando gli
ripetevano che i suoi trionfi erano dovuti all'avere i _moderati_
conquistato un papa che lo benediceva e un re che _aspettava l'astro_ e
teneva allato la _spada d'Italia_, plaudiva, colla gaja noncuranza del
fanciullo, non--di tanto gli giovavano gli istinti e gli insegnamenti
raccolti--al papato o alla monarchia, ma a Pio IX e a Carlo Alberto.
Intanto i _moderati_ s'insignorivano del potere e si collocavano a capo
dell'alte sfere sociali.

Se non che non si viola impunemente la logica; ogni errore porge origine
a una serie d'inevitabili conseguenze. Ogni menzogna proferita e
accettata genera un grado d'immoralità che logora a un tempo vigore e
virtù nel core della nazione. E temo che la conseguenza più grave della
supremazia assunta dai moderati sarà pur troppo uno strato di nuova
immoralità sovrapposto ai molti che la tirannide e la paura e il
gesuitismo e il materialismo congiunti hanno steso d'antico intorno al
core d'Italia.

Una profonda immoralità è infatti radice a tutte le teoriche e al metodo
dei _moderati_. L'eterno vero è da essi perennemente sagrificato alla
misera _realtà_ d'un breve periodo; l'avvenire al presente; il culto dei
_principî_ all'_utile_ presunto della giornata; Dio all'idolo
subitamente inalzato dalla forza, dall'egoismo o dalla paura. Le forti
credenze, i forti affetti, i forti sdegni non allignano in quelle anime
fiacche, arrendevoli, tentennanti fra Machiavelli e Lojola, mute a ogni
vasto concetto, vuote d'ogni profonda dottrina, abborrenti dalla via
diritta, impastate di ripieghi, di transazioni, di finzioni,
d'ipocrisia. Noi li udimmo, i capi della fazione, a dirci, colle stesse
labbra che paragonavano nei loro congressi a Giove Olimpico il re di
Napoli e dichiaravano _miracolo_ il re di Piemonte e redentore novello
Pio IX: _è necessità dei tempi, ma in sostanza lavoriamo per voi_. Li
vedemmo insolenti col debole, striscianti in terrore davanti al potente;
stringere or col popolo ora collo straniero, a propiziarsi l'uno e
l'altro, patti che intendevano di non mantenere; dichiararsi riverenti
al papa pur cercando modo di scavargli la fossa; professarsi alleati
devoti del Bonaparte che abborrono come abborre chi soggiace e per
sentita viltà; cospirare a un tempo, per prepararsi la via a due
ipotesi, con Garibaldi e contro Garibaldi. Nè dico che a tutti fosse o
sia sprone su queste vie tortuose e indegne degli educatori d'un popolo
il basso desiderio di meritarsi una nomina di senatore o di consigliere
di Stato. Parecchi tra loro vissero o vivono indipendenti. Ma la
mancanza d'un concetto religioso e quindi l'intormentimento del senso
morale, il torpore delle facoltà lasciate alla sola sterile analisi e
l'interna anarchia delle idee senza base determinata, senza fede
d'intento, hanno pervertito in essi intelletto e cuore e li commettono
agli impulsi sconnessi che vengono ad essi di giorno in giorno dai casi,
dai menomi fatti o dalle apparenze di fatti. Quando Salvagnoli diceva a
Brofferio: _bisogna tirare innanzi come si può e del resto colla verità
non si governa_, ei sommava in sè la teorica di tutto il partito. Quando
i _moderati_ acclamavano a Gioberti come al primo pensatore e al più
potente filosofo che avesse l'Italia, preparavano ai posteri la giusta
misura della loro mente e dell'ideale filosofico che veneravano.

No; Gioberti, il gran sacerdote della setta, non era filosofo; e
l'essere egli stato generalmente riconosciuto siccome tale dimostrerà a
quali poveri termini fossero ridotti in Italia gli studî filosofici. La
filosofia è una affermazione dell'_individualità_ fra una sintesi
religiosa che cade e un'altra che sorge: è una coscienza del mondo
presente illuminata dai raggi d'un mondo futuro: è un criterio
determinato di vero fondato sulla universale tradizione del passato e
tendente con un metodo egualmente determinato a indagar l'avvenire.
Gioberti non ebbe vero intelletto di tradizione nè intuizione--oggi
nessuno vorrà negarlo--dell'epoca che va maturandosi. L'uomo che esordì
dalle dottrine di Giordano Bruno per sommergersi in un concetto
neo-guelfo di primato italiano per mezzo del papato--che salutò
d'entusiasmo la formola _Dio e Popolo_ per rinnegarla poi a profitto
d'un cattolicesimo rintonacato--che dopo d'avere fulminato dall'altezza
d'una coscienza filosofica gli artifici del gesuitismo, li adottò
cardine de' suoi disegni, appena entrato sull'arena della politica
pratica--che viaggiò di città in città, pellegrino crociato d'una
monarchia da lui sprezzata, adulando a ciascuna da Pontremoli a Milano
come a prima città d'Italia--che diceva a me nel 1847 in Parigi: _io so
che differiamo in fatto di religione; ma Dio buono! il mio cattolicesimo
è tanto elastico che potete inserirvi ciò che volete_--non fu nè
filosofo nè credente. Ingegno facile, rapido, trasmutabile, fornito
d'una erudizione copiosa ma di seconda mano e non derivata dalle
sorgenti, capace d'eloquenza, ma di parole più che di cose, fervido
d'imaginazione più che di core, non ambizioso nè cupido di potere o
d'agi ma vano e irritabile e intollerante d'ogni opposizione, Gioberti
soggiacque per impazienza di successo e per indole naturalmente
obbiettiva agli impulsi esterni, agli avvenimenti che si sottentravano e
v'accomodò, scendendo dalle serene-immutate regioni della filosofia, le
sue facoltà. Non diresse, riflesse. E dacchè il periodo era, come io
dissi, guasto d'immoralità, non cercò di vincerla, vi s'adattò. Ei fu,
inconsciamente, con Balbo e Azeglio, tra i primi corruttori della
giovine generazione: mentre Balbo insegnò la rassegnazione della scuola
cattolica e seminò lo sconforto nelle forze collettive del paese--mentre
Azeglio pose in core alle classi medie della nazione il materialismo
veneratore servile dei fatti e i germi d'un _militarismo_
pericoloso--Gioberti rivestì di sembianze filosofiche l'immorale
dottrina dell'_opportunità_ e mascherò da idea l'irriverenza alle idee.
E fu primo--biasimo assai più grave--che introducesse nel campo della
libertà l'arme atroce della calunnia politica e l'insana accusa di
settatori dell'Austria contro repubblicani e dissenzienti dal concetto
del _regno del nord_, dalle fusioni imposte, dalle guerre che
rispettavano il Trentino e Trieste e da ogni idea che non fosse sua.

I fatti del 1848 e del 1849 sono commento alle cose ch'io dico. A me non
tocca or ripetere ciò ch'io accennai di quei fatti nei _Cenni e
Documenti_ della guerra regia e negli altri scritti contenuti in questo
volume e nel seguente. Ma dirò--perchè importa al piccolo nucleo di
repubblicani che si serbarono in quei due anni incontaminati--come
sentissimo, come prevedessimo fin d'allora gli eventi e quale fosse la
norma della nostra condotta.

       *       *       *       *       *

Fin da quando, gran tempo innanzi al delirio che invase nel 1847 le
menti, si mostrarono, nel mezzogiorno segnatamente, i primi indizî di
tentennamento fra i due _principî_, io mi diedi a combatterli più che
pubblicamente privatamente, per via di lettere. E ne inserirò qui a
saggio delle molte ch'io scrissi, una ch'io diressi a un Leopardi,
membro del Comitato napoletano, repubblicano nel 1833, incerto nel 1834
dopo il mal esito del tentativo sulla Savoja, monarchico dichiarato nel
1848 e autore d'un libro oggi dimenticato nel quale sono da trovarsi
parecchie falsità sul mio conto e su quello di parte nostra.

«..............Avete fede»--io gli diceva--nei destini d'Italia? Avete
fede nel secolo? V'arde il sacro pensiero di proclamare l'unità delle
famiglie italiane? Avete provato quanto ha di grande, di solenne, di
religioso, il concetto che chiama la generazione del secolo decimonono a
creare una Italia? Volete farla grande e bella fra tutte le nazioni?
Intendete come si tratti per noi d'un'opera immensa, divina, ove ci
riesca di darle la parola dell'epoca nuova, di cacciarla alla testa d'un
periodo di civiltà, di commetterle una missione che influisca
sull'umanità intera? Allora, staccatevi dalle idee di transazione anche
momentanea, anche concepita come gradino al meglio, e siate
repubblicano, repubblicano sin d'oggi apertamente e credente nella
possibilità, nella necessità del trionfo del simbolo repubblicano. Però
che tutte le altre idee sono illusioni, menzogne della vecchia politica
che s'è abbarbicata alle menti.

«Guardate all'Europa. Il suo moto è a repubblica, moto universale che
aumenta ogni giorno, che trascina gli intelletti un tempo più schivi,
fin Chateaubriand, fin Lamennais. La prima rivoluzione francese, avvenga
quando che sia, sarà per necessità repubblicana: la prima insurrezione
germanica, repubblicana per necessità: dacchè le divisioni politiche e
l'assenza d'una famiglia che abbia quanto basti d'influenza e di virtù
per riunirle, escludono il governo monarchico a quei che vogliono
unificare l'Alemagna.

«La Svizzera si regge a repubblica e progredisce verso un nuovo assetto
più popolare e più energicamente concentrato. E voi vorreste che
l'Italia, sorgendo a rivoluzione, gridasse un grido costituzionale
monarchico? Vorreste collocarla in condizioni di avere rivoluzioni
posteriori? Ridurla allo stato della Francia d'oggi? Porla retrograda
fra i popoli che s'affrettano alla meta? L'Italia si trascinerebbe
stentatamente dietro al moto europeo, quando è destinata a precorrerlo?
Il simbolo popolare, dovunque verrà proferito, darà a quel popolo la
palma dell'incivilimento europeo, e noi, questa palma vogliamo darla
all'Italia--e possiamo, volendo.

«Il simbolo popolare è unico a darle vigore e possibilità di unità.
Create una o più monarchie costituzionali: avrete sancita, educata,
fortificata la divisione in Italia: avrete di necessità creato
un'aristocrazia, elemento indispensabile nel reggimento monarchico
costituzionale: avrete forse gettati i germi d'una guerra civile
tremenda. Perchè non giova illudersi; cacciato un governo costituzionale
nel regno di Napoli, credete voi che il Piemonte e la Lombardia
s'uniscano sotto la bandiera di quel re? No. Le gare, le invidie sono
sopite perchè il simbolo popolare, che s'è affacciato, non ammette
irritabilità d'amor proprio di provincie; ma si ridesteranno formidabili
ogni qual volta si parlerà di monarchia. Il Piemonte non subirà mai un
re napoletano. Napoli non subirà mai un re piemontese. Avanza dunque una
federazione di re italiani. Una federazione di re non ha esistito, nè
esisterà mai.

«Una federazione non è che un passo mosso verso l'unità, e questa è
contraddittoria alla esistenza dinastica dei re. Una lega di re può
esistere--esiste; ma contro ai popoli, contro al moto delle idee, non a
favore della libertà e delle idee progressive. E d'altra parte, ponete
Napoli governata costituzionalmente, come farete cotesta lega?
Pacificamente o colle armi? Pacificamente no certo, nè alcuno lo crede.
Sarebbe portento tale che supererebbe le difficoltà d'una rivoluzione
repubblicana. Colle rivoluzioni non l'avrete mai; perchè, a cagion
d'esempio, l'insurrezione ligure non sarà mai che repubblicana[45].
Abbiatelo--dalle cagioni in fuori che fanno tendere Genova a separarsi
da un re piemontese--come fatto inevitabile, del quale io starei
mallevadore sulla mia testa. Allora, che farete in Italia? Se ponete
anche che le rivoluzioni strappino ovunque un patto costituzionale ai
nostri principi, poserete voi una confederazione italiana sulla lega dei
principi costituzionali, per violenza esercitata sovr'essi? Faranno
lega, forse; ma per emanciparsi dai popoli--non per altro. Noi vogliamo
non solo mutar le sorti d'Italia, ma rigenerarla; perocchè vogliamo
farne un gran popolo; ed elemento d'un popolo grande è, più che non si
pensa, un popolo schiavo, ma fremente. Gli estremi si toccano. Nelle
grandi scosse i popoli si ritemperano, si consacrano alle grandi cose.
Non così se, invece di chiamarli dal nulla alla creazione, volete
indugiarli in tentativi incerti e graduati. La monarchia costituzionale
è il governo più immorale del mondo; istituzione corrompitrice
essenzialmente, perchè la lotta organizzata, che forma la vitalità di
quel governo, solletica tutte le passioni individuali alla conquista
degli onori e della fortuna che sola dà adito agli onori. Vedete la
Francia! come ridotta in Parigi! e che indifferenza e che egoismo non la
ucciderebbe se non sorgessero tratto tratto i martiri repubblicani a
riconfortarla! Gli anni della _Restaurazione_, la _commedia dei quindici
anni_ e l'ipocrisia continua delle lotte d'opposizione parlamentare
l'hanno sfinita, gangrenata, guasta per modo, che se la sua missione
d'incivilimento è finita, se ad un popolo qualunque dà l'animo di
sorgere primo. E dovete paventare più per l'Italia.

«La Francia ha inaugurato il programma dell'èra moderna; la Francia ha
avuto la Costituente e la Convenzione: l'Italia, uscente dal servaggio
per addestrarsi nell'arena costituzionale, avrà da aggiungere ai vizî
del primo i vizî e le corruttele del reggimento monarchico-misto.
Quindi, troncato l'avvenire italiano--troncata, per un mezzo secolo, la
grandezza italiana--troncato, forse per sempre--io non cesserò mai di
ripeterlo a voi caldo e intelligente italiano--il primato morale
italiano sulla civiltà dell'Europa. Pure, se a fronte d'una quasi
impossibilità di sorgere come vogliamo, si mostrasse una certezza, una
speranza fondata di sorgere come possiamo! Ma noi abbiamo spiato bene
addentro il pensiero dell'Europa monarchica. Abbiamo esplorato tutte le
vie di miglioramento. Non ve n'è una fondata sulle mire dei governi.
Siamo soli, o coi popoli.

«L'Europa è in oggi un campo d'audacia pel partito repubblicano; un
campo d'astuzia pel partito monarchico dove la forza delle cose ha
strappato le concessioni; un campo di ferocia dove il dispotismo regna
sicuro.

«L'Austria e la Russia rappresentano quest'ultimo. La Francia e la
Spagna l'altro.

«L'Inghilterra nulla rappresenta nel sistema europeo. Il principio
motore del governo non è mutato. È l'egoismo nazionale, commerciale--e
non altro. Da Canning in giù, uomo mal noto ai buoni, e che in più cose
gode di fama usurpata, non v'è grado di progresso verso idee
d'equilibrio europeo. V'è una lotta segreta ma vivissima interna tra
l'aristocrazia e il popolo, che assorbe ogni cosa. L'alleanza colla
Francia è nulla, è parola cacciata a illudere i due popoli--null'altro.
Quando il governo inglese ebbe voce che si tenterebbero reazioni
Carliste in Francia, cacciò il partito whig e spinse il tory. Il nome di
Wellington rappresentante il dispotismo nella sua brutalità militare, fu
posto innanzi. Svanite le speranze dell'assolutismo si tornò alle
tendenze di Grey. Ma chiunque conosce l'Inghilterra, sa come in oggi gli
whigs, sieno ridotti, come perdano ogni giorno le forze nella gran
contesa che pende tra i tories e i radicali, e come non possedano più se
non quella vita che si trascina senza concetto di avvenire, senza idee
d'iniziativa Europea, senza possibilità di averle e praticarle.
L'Inghilterra non è, nè sarà mai alla testa di una propaganda qualunque.
Essa riconosce i fatti: riconosce la regina in Ispagna: riconosce D.
Pedro, perchè tende da secoli a farsi del Portogallo una specie di
colonia commerciale: riconoscerebbe noi, ove insorgessimo vigorosi.--Ma,
nè un uomo, nè un obolo dal governo per un punto ch'esso non desideri
far suo direttamente o indirettamente--siatene certo.

«La Spagna non è ora a porsi in calcolo per un appoggio, come non è per
un ostacolo ai progetti dei popoli. Il governo, intravedendo una
insurrezione, ha transatto; ma, nè buona fede al di dentro, nè influenza
vera al di fuori.--

«La Francia?--Luigi Filippo è collocato in un bivio. Il partito
repubblicano minaccia cacciarlo; le potenze del Nord minacciano
cacciarlo. La guerra, da qualunque parte venga, gli è mortale, ed egli
lo sa. La guerra trae seco infallibile--alla prima vittoria come alla
prima disfatta--il trionfo repubblicano. L'ira del popolo nel secondo
caso, le sole promozioni nel primo, bastano a rovinarlo, perchè
l'esercito, nella bassa ufficialità, gli è minato. Il re, il governo non
ha partito alcuno: partito di Luigi Filippo in Francia non esiste:
esiste un partito di ciò che è, dello _stato-quo_; un partito della pace
a ogni prezzo fondato sugli interessi immediati. Togliete la pace,
togliete l'unica speranza di quel partito che chiamano _juste-milieu_,
la rivoluzione è compiuta. Per questo il governo ha evitato la guerra
quando, due o tre volte, tutta l'Europa la gridava inevitabile. Noi
dicemmo il contrario sempre, perchè nessun governo si suicida. Per
questo Luigi Filippo ha sacrificato, nel 30 la Spagna, nel 31 l'Italia,
poi la Polonia--a malgrado delle promesse solenni. Per questo egli ha
obbedito agli ordini del Nord, che gl'imposero di vietare le
associazioni. Per questo ei s'è fatto capo, ora di fresco, della
crociata diretta dai governi contro i proscritti, temuti perchè
repubblicani e tutte le arti sue tendono a cacciarli in America. Per
questo egli ha avvertito sempre i governi di ciò che si tramava
contr'essi, ogni qualvolta gli venne fatto di risaperne come all'epoca
del tentativo di Francoforte. Per questo metterà sempre tutti gli
ostacoli che per lui si possono a qualunque moto italiano, perchè moto
italiano e guerra sono sinonimi. V'è tal cumulo di fatti oggimai sul
conto di Luigi Filippo, che il travedere intenzioni di progresso in lui
è un ostinarsi ne' sogni. Bensì la Francia lo inceppa, il fremito delle
nazioni lo inceppa; e però, mentre i re del Nord stanno Attila della
tirannide, a lui è stata affidata una parte ipocrita. Luigi Filippo è il
Tartuffo della santa lega. A lui è stato commesso il differire i moti,
che gli altri si riserbano di spegnere dov'ei non riesca. Quindi le voci
di leghe e di speranza cacciate a caso, onde i popoli seguano e si
ritengano nell'aspettativa e nell'inerzia. Sogni che sviano dal lavoro e
dalle vere terribili cospirazioni--inganni tesi per la millesima volta
ai cospiratori di tutti i paesi, senza che questi rinsaviscano mai. Quei
progetti che vi seducono gli furono affacciati, non da noi direttamente,
chè abbiamo cacciato il guanto e lo manteniamo, ma da gente inspirata da
noi e che doveva servirci di esploratrice--affacciati, nel 31, al segno
di proporre un re d'Italia che gli fosse figlio: affacciati in altra
forma risguardante l'Italia centrale, al tempo dell'occupazione di
Ancona--affacciati poco prima della spedizione di Savoja, e ogni volta
che si venne alle strette, un ritrarsi è un tradire. Abbiamo prove
materiali della politica che qui vi accenno.

«E perch'ei lo sa, perch'ei sa che in lui non avremo fiducia mai, che da
noi egli non ha speranza nè di rivelazione nè d'altro, intende a
cacciarci in America. E prima che ciò avvenga, potrebbe accadergli ciò
che gli troncasse a mezzo la via. Ma per somma disavventura, vi sono, a
Parigi specialmente, uomini illusi che vorrebbero ostinarsi a fidare, e
vi sono altri a' quali è principio opporsi ad ogni tentativo che non
venga da Parigi, e che, non sapendo il come, tentano illudere i nostri
concittadini a sperare in progetti, de' quali Luigi Filippo e i suoi
agenti ridono di soppiatto. Il nostro Pepe è fra quelli ed alcuni de'
nostri e molti dell'Italia centrale. Ma quali? Membri di governi
provvisorî, che tradirono la causa italiana alla illusione del _non
intervento_, e non possono in oggi condannarsi da sè, però insistono su
quelle miserie. Uomini d'una fratellanza che s'intitola de' _Veri
Italiani_, diretta sotterraneamente da quella stessa _alta vendita_ che
noi abbiamo denunciata, perchè è rovina alla causa, e che, prefiggendosi
apparentemente gli stessi principî che noi predichiamo, va pure
stillando negli animi la massima che nessun moto è da tentarsi, che
l'Italia è impotente a reggersi insorta, che dalla sola Francia può
partire il segnale.--E guai se coteste massime filtrano negli Italiani!
Guai se i buoni, come siamo noi e siete voi, non le contrastano a viso
aperto!

«Riflettete. Il partito dell'Austria, e però delle potenze del Nord, è
preso: guerra, guerra inevitabile a qualunque progresso italiano, perchè
qualunque progresso è mortale all'Austria; guerra, ne segua che può. E
quando essa vide il pericolo non si arretrò nè davanti a patti di non
intervento, nè a minaccie nè ad altro. Volete ch'essa si rassegni a
morire? A morire vilmente? Essa avventurerà la vita per tentare la
vittoria, anzichè rimanersi spettatrice inerte de' nostri progressi. La
guerra coll'Austriaco noi non possiamo evitarla mai, sia che moviamo a
gradi, sia che ci lanciamo d'un balzo all'ultimo della carriera. La
speranza di evitare questa guerra è la causa che ha perduto tutte le
nostre rivoluzioni. L'avere posto i re a direttori dell'impresa italiana
ci ha tratto in fondo fino ad oggi. Perdio! Ricadremo ne' vecchi errori?
Attraverso tanto sangue di martiri sparso per questa Italia che vogliamo
liberare, torneremo ancora una volta al punto d'onde partimmo?

«Torneremo nel 1834, al 1821?

«Io non vi ho parlato di principî perchè in politica l'unica vertenza
che può esistere fra gente come noi siamo non può posare che sulla
questione di fatto, di possibilità o d'impossibilità, ma pure è
necessario ch'io il dica; è necessario che sappiate a che attenervi
circa alle intenzioni della _Giovine Italia_. Nulla è mutato alle sue
leggi, al suo scopo, ai mezzi ch'essa intende di scegliere e di porre in
opera. Però essa insiste ed insisterà nel suo grido repubblicano, essa
rifiuterà qualunque transazione s'offrisse: essa crede alla potenza di
rigenerarsi in Italia, alla possibilità della iniziativa italiana in
Europa, al dovere di ogni buon Italiano di promuoverla con ogni mezzo.
L'impresa è grande, ma per questo è italiana. Per questo io v'invito a
promuoverla. Non vi sviate per quanto v'è di più sacro, dietro a
speranze chimeriche: queste speranze le abbiamo nutrite un giorno noi
pure: poi una accurata disamina e un addentrarci più sempre nel segreto
delle Corti alleate, e un'intima conoscenza delle molle che pongono in
gioco queste voci di transazione, ci hanno convinti che nulla v'ha da
sperare se non nell'armi, nel popolo e nei popoli. Come intendiamo
adoperar queste forze vi dirò domani in un'altra mia alla quale io vi
pregherò di risposta.

«Dio voglia, per l'Italia e per noi, ch'essa sia quale io la invoco e la
spero.

«Ho scritto a voi; ma, come bene intendete, per tutti i buoni che sono
con voi e che vi prego d'abbracciare per me.

«Siatemi fratelli, e innanzi.»

       *       *       *       *       *

Quella lettera fu scritta nel 1834. Tredici anni dopo, quando
l'entusiasmo per Pio IX toccava i limiti della follìa e
Montanelli--anima buona, ma debole e affascinata successivamente dalla
_Giovine Italia_, dai sansimoniani, dai neo-cattolici, da Gioberti, da
tutti e da tutto--mi scriveva cose mirabili intorno alla trasformazione
del papato e all'accordo del dogma cattolico coi progressi dello spirito
umano, insistendo perch'io parlassi da convertito o tacessi, io
rispondeva il 16 luglio 1847: «.....Nell'impossibilità di ricreare la
fede in un dogma oggi essenzialmente in cozzo coi progressi irrevocabili
dell'intelletto spinto a nuovi mondi da Dio padre ed educatore, voi vi
troverete colla nuda e sola morale; e io so che nessuna morale può
durare feconda di vita nell'umanità senza un cielo e un dogma che la
sopportino. . . . . . . . . Lascio al tempo la verificazione dei miei
presagi, e s'io vedrò la vita dell'umanità rinnovarsi nella vostra
credenza, io mi prostrerò riverente agli altari dei nostri padri.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Andreste errato di molto se credeste me e quelli che stanno con me
intolleranti, esclusivi adoratori dei principî democratici repubblicani
e trattenuti per quelli dall'unirci a voi. L'avvenire democratico
repubblicano, non al modo degli Stati Uniti ma ben altro e ben
altrimenti religioso e derivante dall'autorità bene intesa, m'apparisce
così inevitabile, così connesso col disegno provvidenziale che si
manifesta nella progressione storica dell'umanità, ch'io non sento
bisogno alcuno d'essere intollerante. . . . . . Se oggi dunque la
maggioranza buona della nazione s'accentrasse intorno a un papa o a un
re e lo gridasse iniziatore de' suoi destini e questo papa o questo re
li iniziasse davvero, io primo dimenticherei che questo re m'ha rapito
il mio primo e migliore amico, che questo papa rappresenta
essenzialmente una credenza o per meglio dire un ricordo d'autorità
contro la quale tutta l'anima mia si ribella; e accetterei la bandiera
ch'egli m'offrisse e darei quel che m'avanzasse di vita e di sangue e
persuaderei gli amici miei a far lo stesso. . . . . . . Bensì, dov'è
essa questa bandiera intorno alla quale vorreste avermi? Io non conosco
che una sola bandiera, quella della nazione, quella dell'unità. Io vi
sacrificherei per un tempo, tutte l'altre parole che vorrei scritte sul
vostro vessillo; ma quell'una no. E mi parrebbe di tradire Dio, la
patria e l'anima mia. . . . . . .

«Non so se voi conosciate il papa, se ne abbiate quindi potuto ottenere
nel colloquio privato quella fede ch'io non potrei trarre se non dai
fatti. A me i fatti sinora non rivelano che il buon uomo, il principe
che tra per le necessità dei tempi più minacciosi ne' suoi Stati che non
altrove, tra per la bontà del cuore, ha dovuto vedere se amministrando
un po' meglio, con un po' più di tolleranza, con un po' più d'amore, le
condizioni de' suoi sudditi, non si potrebbe imporre fine ai tumulti,
alle congiure, alle insurrezioni fatte ormai permanenti. Dati i primi
passi, gli applausi poco dignitosi degli uni, le esagerazioni, ipocrite
nei più, d'entusiasmo. . . . . gli hanno fatto legge di durare nella
benevolenza, nelle parole della gratitudine e della fiducia. Più in là
non vedo per quanto io mi faccia. . . . . . Ho taciuto sempre per non
essere accusato di nuocere a progetti ignoti e ho studiati attentamente
gli atti, le parole del papa e degli scrittori _moderati_. Per questi
ultimi ho spesso arrossito; ma nel papa, io lo ripeto, non ho potuto
vedere che l'uomo buono, senza una fede, tentennante fra l'Austria e le
proprie tendenze, senza una sola delle intenzioni italiane ch'altri ha
voluto vedere ne' suoi primi atti. S'io m'inganno, il primo fatto che mi
smentirà mi troverà pronto a ravvedermi. Ma fino a quel fatto, dov'è la
bandiera di Pio IX? Dov'è la bandiera italiana senza la quale io non
intendo unione possibile ed efficace? Io invecchio e non posso
facilmente farmi entusiasta di sogni e di sogni, dato che tali fossero,
pericolosi. . . . . . .

«Non approvo la strategìa che m'indicate in poche linee, ma prima di
dirvi il perchè, vorrei farvi intendere che il mio non approvarla non
parte da spirito di liberalismo cospiratore. La cospirazione non è per
me un _principio_, è un tristissimo _fatto_, un derivato d'una
condizione di cose che la rende indispensabile. Tutte le mie tendenze
individuali stanno per la pubblicità e voi dovreste farmi giustizia e
ricordare che lasciandomi spesso tacciare di imprudenza, ho aggiunto
fino dalle prime mosse la pubblicità al lavoro segreto; che la _Giovine
Italia_ si mise subito in aperto contrasto colla vecchia Carboneria
fissa a voler procedere in tutto e per tutto nell'ombra; che da noi si
fece segretamente quello che non poteva farsi pubblicamente, ma che
inalzammo una bandiera e ci cacciammo a tenerla levata a viso aperto e
come predicatori di principî. Se v'è chi m'apra una via di predicare
unità di nazione in Italia, io lo benedirò e verrò immediatamente in
Italia. Ma qualunque predicazione non abbia quel nome, quel vocabolo a
principio e fine, tornerà, temo, non solamente inutile ma dannosa. Io
non posso accettare la strategìa che mi proponete perchè non può
condurre a quel fine; può condurre a conquistare qualche miglioramento
amministrativo, qualche concessione, qualche riforma di codici; può
condurre, se pur volete, a conquistare una porzioncella omiopatica di
libertà a ciascuno dei molti Stati in cui siamo divisi, non già a
riunirli, a farne nazione: può condurre, se vi ci concentriamo tutti, a
sviare gli animi dalla meta, a persuadere le popolazioni italiane che
possono migliorare le loro condizioni sotto gli attuali governi, a dare
sfogo all'attività concentrata dei giovani che un giorno avrebbe
prodotto l'esplosione nazionale, a cacciare nuovi germi di divisioni
federalistiche, a creare vanità locali, a generare spirito di
machiavellismo e di tattica dove abbiamo bisogno di fede, sincerità e
virtù vera. . . . .

«Mentr'io m'era deciso di tacere, sento ormai dovere di parlare e
parlerò fra non molto. Non parlerò esclusivo come parmi temiate; parlerò
d'Italia e d'unità nazionale, perchè i più fra i vostri la pongono in
dimenticanza; e mentre voi continuerete a giovarvi delle occasioni che,
non l'amore ma la debolezza dei governi vi porge, per spingere innanzi
le popolazioni assonnate e divise, io procurerò di tenere alzata la
santa bandiera, sì che, sospinte, sappiano a che fine dirigersi:
dirigersi, badate, quanto lentamente casi e tempi vorranno--la nostra
non è questione di tempo--ma dirigersi continuamente a quell'unico
intento che le moltitudini potrebbero facilmente dimenticare per
adagiarsi nel letto di rose dei miglioramenti materiali e
amministrativi:--soli che voi, seguendo il metodo attuale, possiate
ottenere e precariamente. . .»

E più dopo ancora, il 3 gennajo 1848, io scriveva a Filippo de Boni:

«. . . . . . . . . . Non so con quale occhio vediate ora l'andamento
delle cose nostre; ma due fatti son certi: il retrocedere del papa e il
pessimo maneggio dei _moderati_. Abbiamo taciuto: ceduto quanto si
poteva; ma non giova. Il silenzio è interpretato come congiura, e sapete
che vanno ripetendo per ogni dove ch'io sto maneggiando per un moto
repubblicano immediato! Perduto il papa, impazziscono pel _primo
capitano d'Italia_, l'eroe del Trocadero: perduto quello, impazziranno
pel Granduca; più tardi Dio sa per chi. Che sperare per la rigenerazione
d'Italia da un partito che grida _viva il re di Napoli_ dopo le atrocità
di Messina e di Reggio e stende petizioni a quel re imbrattato di
sangue? da un partito che predicò nel _Risorgimento_ l'unità d'Italia
essere assurda, illegale, funesta? da un partito che ne' suoi giornali
comincia a transigere coll'Austriaco e insinua che anche lo Stato del
Lombardo-Veneto _migliorerà_? da un partito ch'è una menzogna in faccia
a sè stesso, che si dichiara, in molti de' suoi membri, unitario e
nondimeno imprende a educare, terrorizzando, il popolo all'eccellenza
del federalismo, salvo, come dicevano in un convegno tenuto in Genova
per la _Lega_, a educarlo più tardi alla eccellenza dell'unità?
Coscienza di scrittori e d'apostoli.

«Mentr'io vi scriveva, giunge la vostra; e sospendo la mia _tirade_
contro i moderati, dacchè vedo che consentiamo. . . . . . Dal vostro
silenzio argomento che, voi non avete ricevuto la mia _Lettera al papa_,
ch'egli ebbe in settembre e ch'io ho consentito si stampasse perchè mi
pare che da un lato possa far sentire vieppiù il contrasto fra' suoi
doveri e la sua attuale condotta, e che dall'altro mantenga saldo il
nostro principio dell'unità.

«. . . . . . . . . Con tutta l'avversione ch'io ho a Carlo Alberto,
carnefice dei migliori miei amici, con tutto il disprezzo che sento per
la sua fiacca e codarda natura, con tutte le tendenze popolari che mi
fermentano dentro, s'io stimassi Carlo Alberto da tanto da essere
veramente ambizioso e unificar l'Italia a suo pro, direi _amen_.

«Ma ei sarà sempre un re della Lega; e l'attitudine militare ch'ei
prenderà, se la prenderà non farà che impaurir l'Austria e ritenerla
forse nei suoi confini, che i re della Lega rispetteranno; e questo è il
peggio.

«. . . . . . . . . . Vidi il nome vostro fra i collaboratori della
_Concordia_. Vorrei foste scelto a dirigere quel giornale. Valerio è una
delle migliori anime ch'io mi conosca in Torino; ma minaccia da molto di
cadere in quella politica sentimentale creata da taluno fra i
neo-cattolici, che perdona tutto, spera tutto da tutti, abbraccia re,
popoli, federalisti, unitari, e intende che la risurrezione d'Italia si
compia in Arcadia. Il titolo stesso è arcadico. _Concordia_? Tra chi?. .
. . . . »

       *       *       *       *       *

Tra questa lettera e l'altra indirizzata a Montanelli io scrissi la
lettera a Pio IX contenuta in questa edizione. Quello scritto mi fu
apposto da uomini deliberati di trovare a ridire quasi deviazione
politica e prova a ogni modo di credulità nelle intenzioni del papa. I
critici o non lessero o non capirono, per ansia di cogliermi in fallo,
la mia lettera. Le forme adottate furono quelle senza le quali,
nell'Italia, allora tutta farneticante, non un uomo l'avrebbe letta. Ma
la sostanza diceva a Pio IX: «Albeggia un'epoca nuova: una nuova fede
deve sottentrare all'antica: questa nuova fede non accetterà interpreti
_privilegiati_ fra il _popolo_ e Dio. Se volete, giovandovi
dell'entusiasmo ch'or vi circonda collocarvi a iniziatore di
quell'epoca, di quella fede, scendete dal seggio papale e movete
apostolo del Vero tra le turbe come Pietro Eremita predicatore della
crociata. Il popolo vi saluterà capo e fonderà in Italia uno Stato che
cancellando l'atea formola: _sia dato l'uomo interno alla Legge e
all'Amore, l'esterno alla Forza_; adorerà l'altra: _l'uomo interno e
l'esterno, l'anima e il corpo son uno: una è la legge che deve
dirigerli_»--e diceva agli italiani: «È necessario che Pio IX sia tale,
s'ei deve rigenerarvi e crear l'Italia: or lo credete da tanto?»

Se quella lettera non fu intesa allora a quel modo da una gente che
delirava, non è colpa mia. Ma quei che dopo aver delirato e più volte
cogli altri s'atteggiano oggi a critici puritani del mio passato, sono
fanciulli davvero e non meritano ch'io mi dilunghi a confutare le loro
accuse.

Sei mesi dopo ch'egli aveva avuta la mia lettera Pio IX dava,
coll'enciclica del 19 aprile 1848, una solenne smentita alle adorazioni
dei neo-guelfi e ai sogni dei _moderati_. Se non che ad anime siffatte
tornava facile ogni cosa fuorchè il rinsavire. I neo-guelfi si
tramutarono in ghibellini; i _moderati_, che avevano dissertato a
provare la sola via di salvar l'Italia esser nel congiungimento del
_pastorale_ colla _spada_, dissertarono a provare che la _spada_
d'Italia bastava. Nel marzo intanto quella _spada_, che potea salvare
davvero l'Italia, era stata snudata dal popolo nel Lombardo-Veneto e
poco prima in Sicilia. E il primo suo lampeggiare in Sicilia aveva
convertito i principi agli ordini costituzionali e ottenuto in un subito
più assai che non avevano ottenuto le tattiche adulatrici di tutto un
anno: il secondo in Milano aveva sgominato un esercito creduto fin
allora invincibile e affrancato quasi dal nemico straniero il suolo
d'Italia. La vera forza era dunque visibilmente nel popolo. Bastava
intenderlo: bastava dire al popolo: _prosegui, l'impresa è tua_--ai
principi: _alleati tutti, padroni nessuno_--ai principi, al popolo,
all'Europa: _vogliamo essere uniti, liberi, forti: vinta la guerra
dell'indipendenza, l'Assemblea nazionale deciderà in Roma degli ordini
coi quali dovrà reggersi l'Italia_--perchè l'impresa si compisse in
guisa degna di noi. Un governo d'insurrezione e di guerra--e il nucleo
di quel governo esisteva nella commissione delle Cinque giornate--che
avesse affratellato in sè l'elemento lombardo col veneto e chiamato
qualch'altro dalla Sicilia e d'altrove, avrebbe, col programma
accennato, unificato fin d'allora l'Italia.

Se non che i _moderati_ dai quali l'insurrezione lombarda era stata
fino all'ultimo giorno avversata come impossibile--che avevano,
richiesti, spronati dai nostri, contribuito fra tutti d'una misera
somma di _settemila_ lire italiane alla lunga agitazione
anteriore--e che avevano invariabilmente alternato fra i tentativi
di conciliazione coll'Austria e gli inutili maneggi segreti colla
monarchia piemontese--s'impossessarono del moto appena lo videro
trionfante; gli uomini della commissione delle Cinque giornate
abbandonarono, per disdegnosa noncuranza, il potere a un governo
provvisorio che disprezzavano--e i giovani che avevano antiveduto,
preparato, capitanato sulle barricate il moto del popolo, inesperti,
soverchiamente modesti e paghi dei gloriosi fatti compiti, si
ritrassero dall'arena quando importava tenerla.

Quei giovani erano nostri. Nostri, esciti pressochè tutti dalla
_Giovine Italia_, amici miei e in contatto con me, erano Mora, Burdini,
Romolo Griffini, il povero Pezzotti, Carlo Clerici, De Luigi, Ercole
Porro, Daverio, Bachi, Ceroni, Antonio Negri, Bonetti, Pietro Maestri e
gli altri che avevano, stretti a nucleo e consigliandosi talora con
Carlo Cattaneo, educato il popolo all'abborrimento dello straniero,
diffuso scritti popolari, predicate le idee, insegnato ai giovani la
coscienza della propria forza, ispirata e diretta l'agitazione
progressiva che affratellò le moltitudini nel concetto e deliberato il
moto quando giunse la nuova delle concessioni imperiali: nostri e giova
or dirlo e nominarli, dacchè nessuno lo disse o li nominò. Al nucleo di
quei giovani repubblicani appartenevano Emilio Visconti Venosta oggi
ministro e un Cesare Correnti, spettabile per ingegno ma appestato di
scetticismo e senza fede ne' principii, della cui rovina m'occorrerà tra
non molto dar cenno.

Taluno fra quei buoni si lasciò, poco prima del moto, sedurre dal
raggiro monarchico e scese, a insaputa del nucleo, a patti coi
faccendieri torinesi che mentivano quando promettevano ajuti ma che
presentivano possibile l'insurrezione e miravano a impadronirsene.
Errarono tutti--e lo noto perchè l'errore si ripete generalmente nelle
insurrezioni e le svia--affaccendandosi a prestabilire un governo. Il
governo d'una insurrezione deve sorgere dall'insurrezione stessa; tra i
più arditi e a un tempo avveduti a guidare il popolo nella lotta.
Scegliendolo prima, la scelta cade inevitabilmente sovr'uomini stimati
influenti per uffici anteriori o ricchezza o tradizioni di famiglia,
buoni forse, ma che non avendo il segreto dei santi sdegni e delle sante
audacie del popolo, non hanno fiducia in esso nè intelletto d'iniziativa
rivoluzionaria nè coscienza del fine cercato dall'insurrezione e
tradiscono, sovente inconsci, il mandato per ignoranza o paura. Noi
vedemmo nell'ultimo mezzo secolo insurrezioni repubblicane date al
governo d'uomini d'opposizione monarchica--insurrezioni contro il
dominio straniero fidate a individui che avevano patteggiato con esso
accettandone incarichi pubblici--insurrezioni preparate e iniziate, come
in Polonia, dall'elemento democratico, cedute all'influenza di principi
e aristocrazie, consumarsi miseramente in un cerchio di transazioni che
senza fruttare un solo ajuto reale dai governi, incepparono, limitarono,
spensero l'energia popolare e l'entusiasmo delle nazioni sorelle. In
Lombardia--dacchè per inopportuna modestia, fiacchezza o noncuranza
colpevole, i promotori dell'insurrezione si ritrassero dal dirigerne lo
sviluppo--il governo fu dato a uomini inetti come Casati, aristocratici
come Borromeo, raggiratori come Durini: anime di cortigiani che non
potevano vivere senza padrone e cacciarono popolo, libertà, avvenire
d'Italia e ogni cosa, senz'ombra di patti a' piedi di Carlo Alberto.

Quand'io giunsi in Italia, era tardi per ogni rimedio. I _moderati_
guidavano dominatori: gli altri seguivano ciechi: il popolo, tra il
quale avevano diffuso le più atroci calunnie a danno dei repubblicani,
fidava illimitatamente nel re.

Due partiti s'affacciavano a un uomo della mia fede.

Ritrarsi; e come Trasea escì, ravvolta la testa nel manto, da un senato
corrotto e tremante, allontanarsi da una terra dimentica dei principii e
condannata a rovina: ricalcare le vie dell'esilio e dall'esiglio tenere
levata in alto la bandiera repubblicana: non guardare a tempi nè ad
uomini e dir tutta la verità, inascoltato, maledetto dai vivi, perchè i
posteri la ricevessero un giorno e ammirassero chi non l'aveva taciuta
mai:--ed era partito al quale tutte le sdegnose tendenze dell'animo mio
mi spronavano.

Rassegnarsi all'onnipotenza dei fatti e tentare lentamente di
modificarli tanto da trarne un grado di progresso verso non foss'altro
un dei termini del problema, l'unità: non separarsi dai proprî fratelli
perchè sviati: non interrompere, collocandosi in una sfera per allora
inaccessibile ad essi, la tradizione emancipatrice iniziata: confutare
colla pazienza dell'onesto e colla mesta riverenza alla volontà del
paese le accuse d'intolleranza, di spiriti esclusivi e dittatoriali,
versate sui repubblicani: tacere, senza apostasia, parte del vero perchè
l'altra possibilmente prevalesse; percorrere col popolo e senza
illusione la _via crucis_ delle delusioni onde conquistare il diritto di
dirgli un giorno: _io era teco: ricordati_; insegnare a ogni modo
l'amore, e il dovere perpetuo del sagrificio, anche della fama, e non
del vero ma d'ogni orgoglio del vero, a pro di chi s'ama.

E mi scelsi quest'uno.

Taluni, molt'anni dopo--Giuseppe Sirtori unico allora--mi rimproverarono
quella scelta. A Giuseppe Sirtori fondatore nel marzo del 1848 in Milano
d'una società democratica e che, partendo per Venezia, mi scrisse ch'io
_disertava_, non m'occorre rispondere: egli è oggi generale di re e
credente nella onnipotenza del regio statuto; io sono tuttavia esule e
repubblicano. Ma agli altri, fratelli miei di credenza, dirò ch'io ho
ripensato sovente a quel periodo della mia vita con profonda tristezza,
ma senz'ombra di rimorso. Noi eravamo fatti, quand'io giunsi in Italia,
impercettibile minoranza. Il popolo non era--nè sarà mai in Italia
monarchico; ma era ciò che oggi chiamano _opportunista_: vedeva una
forza ordinata, un esercito d'italiani presto a combattere contro
l'abborrito straniero e, a quanto gli predicavano uomini tenuti fino a
quell'ora da esso in conto di apostoli della libertà, unica sua salute:
quell'esercito era capitanato da un re; le acclamazioni salutavano
quindi liberatori, esercito e re. Sul compirsi della quinta giornata,
quando il popolo, ebbro di vittoria, era solo sull'arena, la parola
_repubblica_ avrebbe potuto proferirsi: nell'aprile avrebbe suscitato, e
senza pro, la pessima fra tutte guerre, la guerra civile. D'altra parte,
perchè parlare a ogni tratto di sovranità popolare, di riverenza alla
volontà del paese, e tenerle in niun conto non sì tosto si
pronunziassero in modo diverso dal desiderio? Non toccava a noi
repubblicani più che ad altri educare gli animi, salva la missione di
modificare le idee coll'apostolato, al dovere di non violarle colla
forza? Il diritto d'iniziativa era in noi quando, schiavo universalmente
il nostro popolo, noi dovevamo, noi soli potevamo aprire la via: desto e
libero il popolo, non avevamo diritto fuorchè di consiglio, di voto, o
d'azione in virtù d'un mandato affidatoci. E quanto al ritrarci
nell'isolamento per poter dire _tutto_ il vero, pareva a me tentazione
dell'_io_ inconsciamente geloso più di sè stesso, della propria dignità
o del proprio atteggiarsi pei posteri, che non del _fine_ da
raggiungersi e della patria, traviata, inferma, ingannata, pur sempre
patria, cara e sacra pel passato e per l'avvenire. Rousseau poteva
vivere solitario e dire senza reticenze quanto parevagli vero, perch'ei
non tentava nè presentiva la Rivoluzione imminente nella sfera dei
fatti; ma per noi, per me, la Rivoluzione era iniziata: egli era uomo di
pensiero soltanto, noi di pensiero e d'azione. E se avevamo una missione
speciale, era quella appunto di tradurre sempre--come e quanto
concedevano le circostanze--il pensiero in fatti: se un insegnamento
poteva escire dalla nostra vita era quello di non separarsi mai dalle
sorti della nostra terra, di dividere tutti i palpiti della sua vita, di
menomarne i mali o tentarlo quando non potevamo distruggerli, di
conquistarle un grado d'educazione, una frazione dell'ideale, quando
l'ideale stesso era--per colpe non nostre--impossibile.

Praticamente io antivedeva la rovina della guerra regia: ma una speranza
m'accarezzava l'anima sconfortata; e quella speranza avea nome Venezia.
Su Venezia sventolava la bandiera repubblicana. Quando l'imbecillità e
il tradimento avrebbero consumato l'opera loro nella Lombardia, gli
occhi di tutti, liberi di false visioni, si sarebbero rivolti a quella
bandiera. Da Venezia, fatta centro di resistenza e guida, avrebbe potuto
risorgere la guerra del popolo. Per questa idea ch'io taceva, io avviava
la legione Antonini a Venezia: per questa io consigliava a Garibaldi,
reduce da Montevideo, di recarvisi a porre se e il suo nucleo di prodi
a' cenni del governo veneto: per questa tentai più dopo di concentrarvi
i Polacchi condotti dal poeta Mickiewicz. Se non che l'imbecillità e il
tradimento dovevano distruggere, consumando l'opera loro in Milano, ogni
possibilità d'una nuova chiamata alla Lombardia.

Ho nominato la legione Antonini. E la seguente lettera ch'io indirizzai
a Lorenzo Valerio, direttore della _Concordia_, giornale torinese,
ricorderà come i _moderati_ d'allora intendessero in modo non dissimile
da quei d'oggi l'unione dei partiti e come incoraggiassero i nostri
sforzi.

«Signore.--In alcune linee inserite nel vostro numero del 25 aprile è
parlato della _banda d'operai male intenzionati_ provenienti di Francia
e scesi, credo, il dì dopo in Genova, per avviarsi qui dove si combatte
la guerra dell'indipendenza. La _banda male intenzionata_ è una legione
d'Italiani che all'annunzio ricevuto in terra straniera
dell'insurrezione lombarda decisero raggiungere in ogni modo i
combattenti la guerra santa. Il danaro indispensabile per la
mobilizzazione del corpo fu raccolto dall'_Associazione nazionale
italiana_ alla quale io presiedo; e il cui programma ripubblicato da più
giornali d'Italia e approvato dalla vostra censura, non espresse altro
simbolo fuorchè l'indipendenza e l'unificazione d'Italia.
Dall'Associazione escirono i capi della legione e le norme regolatrici
della mossa. Il capo che la dirige è il generale Antonini, incanutito
nelle guerre di Francia e di Polonia.

«La mossa fu preceduta da un indirizzo della legione ai loro fratelli
italiani, che fu reso pubblico in parecchi giornali, forse nel vostro, e
che avrebbe dovuto meritare agli uomini che lo dettarono risposta
fraterna assai diversa dalle misere calunnie diffuse da non so chi e che
mi pesa vedere riprodotte nel vostro giornale. La legione fu accolta in
Genova con apparato di precauzioni governative, e quel ch'è peggio, con
tale una freddezza dalla ingannata popolazione genovese che dev'essere
stata punta mortale al cuore d'uomini che accorrevano a dare il sangue
per la patria loro e molti de' quali si erano preparati a missione
siffatta con lunghi anni d'esilio e patimenti virilmente incontrati.

«È duro il discendere dopo lunga assenza e col palpito di chi cerca e
merita amore, sulla propria terra, e incontrarvi calunnie e minaccie
ridicole, è vero, di _bajonette_. È duro l'accorrere lietamente, in nome
d'Italia, ad affrontare le palle austriache per la libertà del paese, e
trovarsi a un tratto fra volti diffidenti e irosi, tra gente che accusa
la parola e il silenzio d'_ingratitudine_ e d'anarchia. Poco importa del
resto. Gli uomini devoti a un'idea non aspettano conforti se non dalla
propria coscienza e da Dio; ma stimandovi com'io vi stimo, ho sentito
necessità prepotente di richiamare la vostra attenzione sul carteggio
dei vostri corrispondenti di Genova, perchè le colonne della
_Concordia_ non si contaminino di ben altre _ingratitudini_ che non
quelle di che s'accusano in oggi, per nuova moda, uomini che hanno
lungamente amato, patito, operato, quand'altri taceva, per la patria
loro, unicamente perchè non rinnegano a un tratto le credenze maturate
per vent'anni di studî e «d'esiglio.»

  _Milano, 27 aprile 1848._

Accettai dunque--e i miei amici accettarono con me--i fatti compiuti
come terreno donde movere innanzi. Piegammo la testa alla manifestazione
della volontà popolare che diceva _monarchia_ e pensammo a provvedere,
per quanto era in noi al trionfo d'una guerra che si combatteva sotto
bandiera non nostra, ma che ricacciando l'Austria oltre l'Alpi potea
farci liberi di conquistare l'unità della patria. Ma rassegnandoci al
silenzio, non rinnegammo la fede nel nostro ideale. Ci offrimmo alleati
leali e a tempo del campo regio; non dichiarammo che quel campo era il
nostro. Sospendemmo, come inopportuna e pericolosa all'impresa
emancipatrice dallo straniero, la predicazione dei nostri principî; non
ci facemmo predicatori di principî contrarî. E lo dico pensando ai
molti, i quali repubblicani giurati ieri, sono, mentr'io scrivo, giurati
monarchici, non per convincimento mutato, ma per ciò ch'essi chiamano
tattica e non è se non mancanza d'una fede qualunque. Essi non potranno
mai, checchè tentino, richiamarsi all'esempio nostro. Noi ci mantenemmo
puri di menzogna e d'ossequio servile; essi no. Dimenticando che primo,
supremo dovere verso un popolo che sorge a nazione è l'educazione morale
alla dignità dell'anima e alla costanza, essi, sperando in quel modo
ottenere qualche miglioramento finanziario, qualche riformuccia
amministrativa dalla parte avversa, gittano a' piedi della monarchia il
presente e l'avvenire; accettano _incondizionatamente_ l'istituzione
contro la quale predicavano pochi anni addietro; giurano che da uno
Statuto, il cui primo articolo è violazione della libertà di coscienza,
escirà logicamente ogni sviluppo possibile di libertà; teorizzano
sull'assurdo equilibrio dei tre poteri; s'irritano, pur sogghignando nel
loro segreto, se il sacro inviolabile nome del re è tratto sull'arena da
un incauto ministro e dichiarano che tutta la questione italiana si
risolve in un mutamento, non di principî, ma d'uomini. E gli avversi
ridono delle proteste additando, col rancore di chi non perdona, il
passato, e il popolo attinge in quel machiavellismo d'evoluzioni un
insegnamento d'immoralità o un senso di sfiducia egualmente dannosi.
Quei che verranno dopo noi li diranno apostati; io li compiango deboli e
malati della malattia d'un secolo scettico e senza ideale.

I pochi rimasti, nel 1848, fedeli all'ideale repubblicano seppero
rispettare la volontà, suprema s'anche errata, del popolo e serbarsi
nondimeno incontaminati. E v'insisto perchè, mentre taluni ci accusano
d'avere deviato in quel periodo dalla fede, i più persistono, ingannati
dalle calunnie d'allora, a credere che da noi escissero per avventatezza
repubblicana, semi d'anarchia e di ruina nel conflitto contro lo
straniero. Donde escissero quei semi è accertato negli scritti del
volume anteriore, nella memoria di Carlo Cattaneo _Sull'insurrezione di
Milano_ e nell'_Archivio triennale_ delle cose d'Italia. A me, in questo
lavoro che compendia la tradizione repubblicana italiana negli ultimi
trentaquattro anni, importa provare come il nostro linguaggio rimanesse
invariabilmente conforme al programma di condotta adottato; tanto che
gli Italiani sappiano potere la parte nostra ingannarsi ma non
ingannare.

Quel programma di condotta--unità nazionale anzi tutto; guerra concorde
contro lo straniero: sovranità del paese da interrogarsi al finir della
guerra--era già indicato sin dal febbrajo e prima dell'insurrezione
lombarda in una lettera ch'io indirizzai ai Siciliani e che riproduco:

«Siciliani!--Voi siete grandi. Voi avete in pochi giorni fatto più assai
per l'Italia, patria nostra comune, che non tutti noi con due anni
d'agitazione, di concitamento generoso nel fine, ma incerto e
diplomatizzante nei modi. Avete, esaurite le vie di pace, inteso la
santità della guerra che si combatte per le facoltà incancellabili
dell'uomo e del cittadino. Avete, in un momento solenne d'ispirazione,
tolto consiglio dalla vostra coscienza e da Dio: decretato che sareste
liberi: combattuto, vinto e serbato la moderazione dei forti nella
vittoria. E la vostra vittoria ha mutato--tanto i vostri fati sono
connessi con quelli della penisola--le sorti italiane. Per la vostra
vittoria s'è iniziato un nuovo periodo di sviluppo italiano: il periodo
del diritto, delle istituzioni, dei patti sostituito al periodo delle
_concessioni_ e delle riforme. Per la vostra vittoria, il popolo
italiano ha riconquistato la coscienza delle proprie forze, la fede in
sè. Per voi, noi, esuli dall'Italia, passeggiamo con più sicura e serena
fronte tra gli stranieri che ieri ci commiseravano ed oggi ci ammirano.
Dio benedica l'armi vostre, le vostre donne, i vostri sacerdoti e voi
tutti, come vostri fratelli v'amano e v'ameranno d'amore perenne e
riconoscente.

«Ma perchè noi v'amiamo riconoscenti, perchè ripetiamo con orgoglio il
vostro nome e le vostre gesta ai nostri ed agli stranieri perchè
salutiamo in voi un elemento iniziatore di progresso italiano, noi
abbiamo diritto di parlarvi liberi come fratelli a fratelli: abbiamo
diritto di ricordarvi i nostri comuni doveri: abbiamo diritto di dirvi:
_voi siete nostri; voi non potete staccarvi da noi, non potete esservi
rivelati ottimi fra quanti abitatori ha l'Italia, per ritrarvi, per
isolarvi. Foste grandi di prodezza e d'onore davanti agli obblighi del
presente; noi vi chiediamo d'essere grandi nell'amore, grandi nel
presentimento dell'avvenire._

«Voi siete in oggi parte importante, vitale, dello Stato più popoloso,
più forte per posizione, navigli e armi, d'Italia. Primi a levare in
esso il grido di libertà, primi al trionfo, salutati d'ammirazione
concorde dai vostri concittadini di terra-ferma, voi avete conquistato
una influenza che non morrà, una potenza morale che nessuno vuole o può
contrastarvi, diritti che nessuno s'attenterà più di rapirvi. Perchè
scemereste, separandovi, forza ai vostri concittadini e a voi? Perchè
dal rango che, uniti, potete occupare in Europa, scendereste, per
volontario suicidio, al quarto, all'ultimo rango, condannandovi a
debolezza perenne e alla inevitabile influenza straniera? Perchè il
governo di Napoli v'ha lungamente oppressi e trattati come popoli di
colonia? Ma non pesava la stessa tirannide su' vostri concittadini di
terra-ferma? Non l'abborrivano, non l'abborrono essi, come voi
l'abborrite? Non protestarono colle congiure, colle associazioni
segrete, col sangue dei migliori fra i loro? Non furono i vostri
carnefici carnefici ai Napoletani? Non corsero più volte patti solenni
d'insurrezione tra voi e gli uomini delle Calabrie? Non ebbero quei
patti solenne manifestazione in faccia all'Italia, in faccia all'Europa,
nella bandiera levata fra l'agosto e il settembre del 1847, per entro il
breve cerchio di quarantotto ore, in Reggio e in Messina? Ah, non
dimenticate, o Siciliani, l'alleanza che i martiri di Reggio e Messina
e Gerace segnarono del loro sangue. Non tradite nella vittoria le sante
promesse della battaglia. Siate ora e sempre fratelli, come giuraste.
Non fate che lo straniero dica esultando: _saranno liberi forse, uniti e
potenti non mai_. Avete insegnato all'Italia la potenza del volere;
insegnatele la santità dell'amore, insegnatele la religione dell'unità
che sola può ridarle gloria, missione e iniziativa, per la terza volta
in Europa.

«Io non sono napoletano. Nacqui in Genova, città grande anch'essa una
volta per vita propria, libera, indipendente: grande per aver dato, nel
1746, all'Italia sopita l'ultimo esempio di virtù cittadina, come voi
avete or dato il primo all'Italia ridesta. Come voi, fummo nel 1815
dati, senza consenso nostro, a un altro Stato d'Italia col quale pur
troppo i ricordi del passato aspreggiavano le contese e dal quale pur
troppo, come avviene sempre in ogni unione non liberamente scelta, ma
decretata dall'arbitrio straniero, avemmo per molti anni più danni assai
che vantaggi. E non per tanto, quanti fra noi amavamo la patria comune,
quanti avevano desiderio e certezza dell'avvenire, salutarono quella
unione come fatto provvidenziale. In questo lento ma costante moto di
popolazioni oggimai vicino al suo termine che, logorate con lavoro di
secoli influenze di razze dominatrici, aristocrazie feudali, ambizioni
di municipî discordi, prepara all'Europa, dopo l'Italia dei Cesari e
l'Italia dei Papi, l'_Italia del Popolo_, ogni frazione di terra
italiana unificata ad un'altra segna un trionfo per noi, una difficoltà
pacificamente rimossa. Ogni smembramento sarebbe un passo retrogrado.
Tolga il cielo che l'esempio funesto debba, o Siciliani, venirci da voi!

«La vostra questione, o Siciliani, sta, non fra Napoli e voi, ma tra voi
e l'Italia futura, tra un alto insegnamento d'unione e un pessimo
d'individualismo locale; tra l'Europa che deciderà dall'opere vostre se
noi risorgiamo a nazione o a mero egoismo d'utile materiale e di
libertà, e l'Austria che studia i modi di conculcarci e vi riescirà se
invece di stringerci a falange serrata, ci confineremo nella formola
immorale del _ciascuno per sè_, nell'esosa indifferenza alle sorti
comuni; e sta fra la vita potente, attiva europea, che si prepara a
venticinque milioni d'Italiani ricchi di mente, di cuore e di mezzi, e
l'esistenza nulla, impotente, dominata dalla prima influenza straniera
che vorrà soggiogarvi, destinata all'isola vostra se sola e non
immedesimata coi fati della penisola. Pensatevi. Molti fra voi vi
parlano di costituzioni vostre, di tradizioni, di diritto pubblico
fondato su precedenti del 1812. In nome di Dio, non tollerate che la
posizione conquistata da voi cogli ultimi fatti scenda a termini così
meschini. Se poteste mai rassegnarvi a ritrocedere nel passato e
cercarvi le origini del vostro diritto, rinneghereste a un tempo
l'Italia futura e la coscienza che vi spronava a insorgere e vi meritava
vittoria.

«Le origini del vostro diritto stanno, o Siciliani, non in una
costituzione ineguale alle ispirazioni dei tempi che vi fu data quando
il gabinetto inglese non aveva altro modo di far dell'Isola vostra una
_stazione militare_ per le sue armate e che vi fu tolta quando, caduto
Napoleone, quel bisogno cessò; ma nella vostra gloriosa insurrezione del
12 gennajo e nell'entusiasmo con che essa fu accolta da un capo
all'altro della penisola. E quel diritto non vi fallirà perchè fa parte
del nuovo diritto italiano, diritto che non conosce i trattati del 1815
e darà la formola d'una nuova vita che scenderà dalla nozione di Dio
all'interpretazione del popolo: vita d'una nazione che non fu mai sino
ad ora e sarà. Ma l'altro il vecchio diritto desunto da fatti non
nostri, scritto un terzo di secolo addietro a formole ambigue come la
parola dell'inganno, violato a ogni tratto dai principi e cancellate
oggimai da pianto e sangue di molti popoli, riannetterebbe il vostro
sviluppo a una tradizione di menzogne, vi travolgerebbe nelle reti d'una
diplomazia corrotta e corrompitrice, e vi preparerebbe, presto o tardi,
infallibilmente tradimenti eguali a quelli che già provaste.

«Siciliani, fratelli! Vi sentite voi forti per riassumere in voi soli la
vita, quale un giorno sarà, dell'Italia, maturi per balzare d'un salto
all'ideale che affatica l'anime nostre e costituirvi a un tratto con
ordini di governo superiori a quanti esistono in oggi, nucleo e
insegnamento vivo della nazione? In quell'unico caso, cesserebbe in me,
cesserebbe in noi tutti, il diritto di scongiurarvi all'unione cogli
Stati di terra-ferma. Ma se voi sentite prematuro il disegno, se tra voi
e Napoli non corrono in oggi se non questioni di forme, d'istituzioni
divergenti soltanto nei particolari, di maggiore o minore emancipazione
locale, ascoltate la parola d'un fratello vostro che ama, dopo Dio, la
patria comune e ha logorato in quell'amore la vita: è parola, oso dirlo,
di tutta Italia. Ponete quel santo nome di nazione sulla bilancia, non
date l'esempio d'uno smembramento ai fratelli che guardano in voi.
Rimanete uniti ai vostri concittadini della penisola: uniti per
combattere insieme ad essi le battaglie della libertà, per combattere
fra non molto insieme a noi tutti le battaglie dell'indipendenza: uniti
per confortarci del vostro aspetto e della vostra parola autorevole nei
nostri parlamenti, nelle nostre adunanze: uniti perchè i fratelli,
schiavi tuttora, si inanimiscano alla guerra sacra; uniti perchè lo
straniero senta la virtù del sacrificio nell'anime nostre e ammiri;
uniti perchè i fati dell'Italia si compiano, mercè vostra, più rapidi e
l'umanità si rallegri e Dio protegga bella di potenza e d'amore la terra
sua prediletta.»

  _Londra, 20 febbrajo 1848._

Poco dopo, nel programma dell'Associazione nazionale italiana ch'io
fondai, nel mio breve soggiorno in Parigi, il 5 marzo, io diceva:

«. . . . . . . . . . . . Qualunque sia, nelle nostre menti il concetto
del progresso futuro, qualunque la forma che lo rivelerà alle nazioni
europee, noi tutti sappiamo che fummo grandi--che vogliamo e dobbiamo
esser grandi, più grandi che mai non fummo pel bene della patria e
dell'umanità--e che nol possiamo se non vivendo d'una vita comune,
ordinandoci forti e compatti sotto una sola bandiera, affratellandoci in
un solo patto d'amore, sommando in una tutte quante le facoltà, le
forze, le aspirazioni del core e del senno italiano. Sappiamo che tra
noi e quel patto d'amore fraterno ed uno sta l'Austria--che all'Austria
soggiacciono molti milioni d'Italiani fratelli nostri--che prima della
loro emancipazione noi non possiamo aver patria--che vita, libertà,
forza, unità, securità di progresso, saranno menzogna per noi, finchè
non avremo con guerra aperta, ostinata, irreconciliabile, cacciato oltre
le ultime Alpi lo straniero che contamina le nostre contrade. Sappiamo
che fintantochè un solo Italiano avrà chiuso il labbro e compresso il
pensiero dalla forza brutale straniera, tutto sarà per noi provvisorio e
incerto; e a fronte dei nostri patti, dei nostri imperfetti progressi
quell'Italiano potrà sorgere e dire: _io pure nacqui sul vostro terreno:
a me pure Dio rivelava parte dell'idea che l'Italia è chiamata a
rappresentare nel mondo: e il mio labbro fu muto e il mio senno e il mio
cuore non ebbero parte nei vostri consigli, nei decreti ai quali voi
volete ch'io, non consultato, soggiaccia._

«Rappresentare questo pensiero, questa comune credenza è l'intento
dell'Associazione in nome della quale parliamo. L'Associazione non è
toscana, piemontese o napoletana; è italiana: non tende a discutere
questioni d'interessi locali; tende ad armonizzarli, a unificarli nel
grande concetto nazionale: non prefigge a' suoi sforzi il trionfo
predeterminato d'una o d'altra forma governativa; ma li consacra a
promuovere, con tutti i mezzi possibili e in accordo colle ispirazioni
progressivamente manifestate dal popolo italiano lo sviluppo del
sentimento nazionale; li consacra ad affrettare col consiglio e
coll'opera, collo studio accurato dei voti dei più e coll'esercizio del
diritto di suggerimento fraterno, il momento in cui il popolo italiano
fatto nazione, libero indipendente, forte della coscienza de' proprî
diritti e della propria missione, santo dell'amore che annoda in bella
eguaglianza i credenti in comuni doveri, potrà dar voto solenne intorno
alle forme di viver civile che meglio gli converranno, intorno alle
condizioni politiche, sociali, economiche che ne costituiranno
l'essenza.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«È questo un momento solenne: momento di crisi suprema, di nuova vita
europea. Qui d'onde scriviamo, un popolo glorioso tra quanti mai furono,
ha provato l'onnipotenza della volontà nazionale e rovesciando in poche
ore un edifizio a cui gli eserciti, le corruttele, le false dottrine e
le diplomazie promettevano lunga durata, ha iniziato un nuovo diritto
europeo. Ma a noi rimane intatta una grande missione: cancellare dal
mondo europeo un'antica ingiustizia e sostituire sulla Carta d'Europa,
coll'esempio della nostra emancipazione, una libera federazione di nuove
nazioni a un impero fattizio, colpevole d'avere negato per secoli la
santa legge di progresso che Dio prefiggeva all'umanità. . . . . . »

       *       *       *       *       *

E il 22 marzo, in un indirizzo al governo repubblicano di Francia, io
definiva nuovamente in questi termini il fine dell'Associazione.

«. . . . . . . . Il suo scopo, signori, è quello che fu annunziato o
preveduto da tutti i grandi italiani, da Arnaldo da Brescia fino a
Machiavelli, da Dante fino a Napoleone, che appartiene a voi come a noi:
l'unificazione politica della penisola; l'emancipazione dal mare
all'Alpi di questo suolo dal quale esciva due volte la parola d'ordine
dell'unità europea; la fondazione d'una nazionalità forte e compatta che
possa pel bene del mondo collocarsi nella confederazione dei popoli e
apportare al lavoro comune le ispirazioni e il sagrificio, il pensiero e
l'azione di venticinque milioni d'uomini liberi, fratelli e uniti in una
sola fede nazionale: DIO E IL POPOLO in una sola fede internazionale:
DIO E L'UMANITÀ.

«Questa fede, signori, è, malgrado gli sforzi fatti per oscurarla, la
fede dei nostri padri. Dalla scuola pitagorica dell'Italia meridionale
sino ai filosofi pensatori del secolo XVII--fra le torture che invano
tentavano d'annientare l'idea sociale di Campanella e le palle che
troncavano sulle labbra dei fratelli Bandiera il loro ultimo grido di
viva l'Italia! il genio italiano ha sempre dichiarato, con una serie non
interrotta di proteste individuali che sua tradizione nazionale era
UNITÀ E LIBERTÀ: unità come pegno della missione, libertà come pegno di
progresso.

«Fra i ceppi, fra le corruttele figlie del dispotismo, sotto la
bajonetta straniera che minacciava ogni battito del suo core, dal fondo
delle segrete, dall'alto dei patiboli, il genio italiano gridò sempre
alle attente nazioni: l'Italia non è morta; essa sta trasformandosi, e
la sua grande idea escirà pura, com'oro dal crogiolo, dai suoi trecento
anni di schiavitù, quando l'opera di fusione sarà compita quando le
popolazioni italiane si stringeranno in un amplesso unanime intorno alla
santa bandiera della patria comune per dare all'Europa, dopo l'Italia
degli imperatori e l'Italia dei papi, l'immenso spettacolo dell'Italia
del popolo.

«Questo momento, signori, noi lo crediamo vicino.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

       *       *       *       *       *

Con queste idee, con questo programma, io mi recai in Milano. E le prime
parole indirizzate ai Bresciani, i quali si querelavano, per non so
quale faccenda interna, di Milano, furono di concordia e di pace. «Oggi
l'uomo--io diceva--non è che l'incarnazione d'un dovere. Troppo grandi
cose avete da fare, perchè vi sia lecito pensare alle locali vertenze.
Avete in mira, voi come Milano, come tutte le altre città dello Stato, i
destini di venticinque milioni d'uomini che vi sono fratelli, il
rinnovamento della terra che v'ha dato vita la creazione d'un popolo,
gran parte dei fati europei, però che i fati europei dipendono
essenzialmente da noi. E a compiere i vostri doveri, avete d'uopo di
miracoli d'amore; avete d'uopo di sorridere come a gioja suprema, ad
ogni sagrificio d'individualità, che le circostanze vi chieggano. Ho
sentito ieri, vedendo sfilare i soldati del reggimento Ceccopieri
tornati alla bandiera della patria, un bisogno prepotente d'abbracciar
con amore il mio primo nemico, un bisogno di qualche grande sagrificio
pel bene comune, per farmi degno della mia contrada. Voi tutti sentite
com'io sento...» Nè queste idee furono tradite mai da me e da' miei
amici. Le mantenemmo fedelmente, tra diffidenze, calunnie e minacce, per
tutto il periodo della guerra regia. Forse, se tutti gli uomini di parte
nostra si fossero schierati risolutamente con noi intorno al programma:
_Guerra e Costituente Nazionale dopo la guerra_, che poggiava su
promesse solenni date da Carlo Alberto e dal governo provvisorio, la
lotta contro l'Austria avrebbe avuto esito diverso. Ma i più tra i
nostri si diedero, come dissi, senza patti. La monarchia rimase
incondizionatamente padrona.

       *       *       *       *       *

Il giorno istesso in cui doveva, in seno al governo, discutersi il
malaugurato decreto della _fusione_, comparve inaspettato nella mia
stanza Cesare Correnti, seguito da Anselmo Guerrieri, e mi parlò,
com'uomo che v'intravvede rovina, della proposta. Dissi a lui e al
Guerrieri ciò ch'io avea detto poche ore prima a un altro membro del
governo, Durini, che m'aveva inutilmente tentato perch'io aderissi. La
_fusione_ subitamente richiesta e con aperta violazione dei patti, dal
re era indizio certo ch'ei sentiva le sorti della guerra corrergli
avverse e premeditava ritrarsi, ma con un documento di signoria da
dissotterrarsi quando che fosse in futuro. L'adesione intanto
persuaderebbe la Lombardia del contrario e infondendole più sempre fede
nella determinazione del re, l'addormenterebbe a stimarsi secura e
difesa quando appunto importava risuscitarne l'energia e prepararla a
salvarsi da sè. Le promesse tradite irriterebbero i partiti che si erano
persuasi per amor di patria a tacere. L'ingrandimento della monarchia di
Savoja, non più sospetto ma fatto, darebbe a tutti gli altri principi
d'Italia il pretesto, da lungo cercato, per separarsi da una guerra
senza speranza per essi. Il re, soddisfatto d'avere conquistato un
_diritto_ alle terre lombarde, si rassegnerebbe più facilmente a
differirne l'attuazione e cedere per allora il campo all'Austriaco. La
Lombardia, non più alleata ma suddita, perderebbe ogni opportunità di
preparare la propria difesa, e perderebbe, soggiacendo, anche l'unico
vanto, prezioso per l'educazione e per l'avvenire d'Italia, d'aver
mirato a fondare, anzichè un misero regno del Nord, l'unità nazionale.
Queste e altre cagioni trovavano assenso nei due, i quali si
dichiaravano deliberati in ogni modo d'opporsi e chiedevano d'intendersi
con me sul come. Proposi che s'intendessero con Pompeo Litta e
coll'Anelli di Lodi--unico per fede, onestà incontaminata e senno
antiveggente in quel gregge di servi--poi, esaurito ogni argomento,
protestassero uniti contro il voto della maggioranza, si ritirassero dal
governo e pubblicassero, esponendone le cagioni, dimissioni e protesta:
lasciassero il resto a noi. Noi avremmo con una manifestazione popolare
costretto il governo a dimettersi; ma invece di sostituire all'elemento
monarchico il nostro e ad evitare ogni pericolo d'aperto contrasto col
re, avremmo acclamato i quattro oppositori e senza rompere interamente
la tradizione legale raccolto intorno a quel nucleo d'antichi governanti
altri nuovi non repubblicani, ma consapevoli dei pericoli che
s'addensavano e capaci di scongiurarlo o tentarlo. La proposta fu
accettata e promisero: Correnti più assai concitatamente dell'altro; e
poco mancò, tanto pareva fremente e melodrammatico, ch'ei non giurasse
sul pugnaletto che aveva a fianco.

Il giorno dopo, i primi nomi che mi ferirono l'occhio in calce al
decreto furono quei di Correnti e Guerrieri. Seppi che quest'ultimo,
natura buona ma debole, s'era lasciato travolgere dal compagno e ne ebbe
per molti giorni rimorso vivissimo.

Rividi, caduta Milano, Correnti. Io era nel giardino Ciani in Lugano con
Carlo Cattaneo e altri, quando Pezzotti--uno de' migliori nostri e che
morì suicida nelle prigioni dell'Austria--venne a dirmi che Correnti
chiedeva vedermi. Ricordo ancora il volto di pentito e l'accento di
supplichevole con cui, fisso l'occhio al suolo, ei mi disse: _non
parlarmi del passato, ma usciere, sentinella, ufficiale, fatemi ciò che
volete, pur ch'io giovi al paese_. Riferii quelle parole agli amici:
diffidavano tutti. Pensai nondimeno che s'egli avea male operato, i casi
di Milano erano tali da guarire radicalmente chi non fosse profondamente
corrotto. E divisai d'avviarlo a Venezia, dove il popolo teneva levata
in alto la bandiera tradita dalla monarchia. In Lombardia, Garibaldi
errava tuttavia in armi tra Como e Varese. Migliaja d'esuli
s'accalcavano nel Cantone Ticino e potevano, se una opportunità
s'affacciasse, rivarcare la frontiera. Gli spiriti duravano in fermento
nelle valli bergamasche e bresciane, importava dare un centro visibile,
una bandiera, una direzione semi-legale all'agitazione e mi pareva che
dovesse trovarsi in Venezia. Manin v'era l'anima della difesa. Deliberai
dunque d'inviargli Correnti a dirgli le nostre forze, le nostre speranze
e persuaderlo che concentrasse in sè la direzione del moto, additasse il
dovere alla Lombardia e dicesse: _Venezia, emancipata dal tradimento,
combatte non per sè, ma per tutti: stringetevi tutti intorno alla sua
bandiera repubblicana_. Il pentito accettò la proposta festante: ebbe
lettere e danaro da noi; e partì, accompagnato da un fidatissimo nostro,
Ercole Porro.

Non so che cosa ei dicesse a Manin: so che Manin nulla fece di quanto
era debito suo; ch'ei, Correnti, non si fece mai vivo con noi; e che lo
udimmo poco dopo in Torino, faccendiere di quella inetta, assurda,
aristocratica congrega che s'intitolava Consulta e accoglieva Casati e
quanti altri avevano con lui rovinato il paese.

Ho citato fra i tanti quest'incidente perch'altri indovini quale storia
io potrei tessere dei _moderati_ di quel periodo--perchè gl'Italiani
v'imparino a non fidarsi, fino a vittoria compiuta, di subiti
pentimenti--e perchè i giovani vedano come le tendenze scettiche possano
travolgere a bassa e sleale condotta le menti più svegliate e chiamate
ad altro.

Tentammo il possibile per ricominciare popolarmente la lotta e la
iniziammo in Val d'Intelvi. Ma da un lato gare inaspettate fra d'Apice e
Arcioni, capi militari dell'impresa, dall'altro la potenza del
pregiudizio monarchico che immobilizza la leva dell'azione nella
capitale e, quella caduta, sconforta dall'osare le città di provincia,
fecero inutile ogni tentativo. Di tutto quello splendido moto di
popolazioni, non rimase se non un potente insegnamento, ch'io sperai
fosse allora raccolto e non fu. Tutte quelle migliaja d'esuli d'ogni
condizione e d'ogni colore che giuravano non commetterebbero più mai le
sorti della patria a un principe e applaudivano freneticamente agli
ultimi versi della _Clarina_ di Berchet recitati da Gustavo Modena,
sagrificavano come prima servili, pochi anni dopo, alla monarchia.

Lasciai, disperata ogni cosa in Lombardia, la Svizzera e m'avviai, per
Francia, verso Toscana.

       *       *       *       *       *

Il papa era intanto fuggito. Roma era fatta libera di governarsi a suo
modo. Venezia prometteva lunghe difese. La rivoluzione viveva tuttavia
in Toscana, governata da uomini, un tempo, di fede nostra. La cessione
di Milano lasciava screditata la monarchia, irritati gli animi e
disposti ad accettare il principio contrario. L'impresa nazionale,
caduta nel nord, potea risorgere dal centro. Da Roma dovea escire la
parola iniziatrice; e forse, uscendo senza indugio, mentre durava il
fremito universale e Napoli non s'era peranco rassegnata alla schiavitù,
sarebbe stata più feconda di conseguenze che non fu dopo quattro mesi.
Convinto di questo e libero oggimai di seguire apertamente la fede mia,
indirizzai il 5 novembre la seguente lettera a' miei amici romani[46].

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Tendo l'orecchio a udire se mai
venisse dalla città vostra un'eco di parola maschia, libera, degna di
Roma, un suono di popolo ridesto all'antica grandezza; e non odo che le
solite evirate vocine d'Arcadi parlamentari che ricantano alla culla
d'una nazione le nenie mortuarie delle spiranti monarchie
costituzionali. Scorro avidamente coll'occhio le colonne del vostro
_Contemporaneo_, sperando ogni giorno trovarvi un di quei decreti che
ingigantiscono chi li legge; e dopo il famoso autografo nel quale il
papa raccomanda, in cattivo italiano, non il ministero, ma i proprî
palazzi, non vi trovo, a consolazione del mondo cattolico, se non che
_Roma è tranquilla_. Tranquilla sta bene; anche il Signore riposava
tranquillo il settimo giorno, ma dopo d'avere creato un mondo.

«E voi potete, volendo, creare un mondo civile. Voi avete in pugno le
sorti d'Italia e le sorti d'Italia son quelle del mondo. Voi non
conoscete, o immemori, la potenza ch'esercita l'accozzamento di quattro
lettere che forma il nome della vostra città; voi non sapete che ciò che
altrove è parola, da Roma è un _fatto_, un decreto imperatorio: _urbi et
orbi_. Perdio! Che i vostri monumenti, i vostri ricordi storici non
mandino una sola ispirazione all'anima degli uomini che reggono le cose
vostre! Io, nella mia religione romana, m'andava confortando dello
spettacolo di meschinità e d'impotenza che pur troppo ci danno finora le
nostre città col pensiero che toccava a Roma, che il _Verbo_ non poteva
uscire se non dalla Città Eterna: ma comincio a temere d'essermi illuso.
Roma così com'è, colle sedute ch'io leggo è una ironia, una cosa,
perdonatemi, tra il ridicolo e il lacrimevole.

«Io non credo che la provvidenza abbia mai detto così chiaramente ad una
nazione: _tu non avrai altro Dio che Dio, nè altro interprete della sua
legge che il popolo_. E non credo che sia al mondo una gente più
ostinata della nostra a non vedere nè intendere. La provvidenza ha fatto
dei nostri principi una razza d'inetti e di traditori, e noi vogliamo
andare innanzi a rigenerarci con essi. La provvidenza, quasi a
insegnarci guerra di popolo, ha fatto sconfiggere un re in una impresa
già quasi vinta, e noi non vogliamo far guerra se non con quel re. La
provvidenza ha fatto del Borbone di Napoli un commento vivo dei ricordi
di Samuele agli Israeliti che chiedevano un re, e la Sicilia, liberata
di quello, bussa alle porte delle sale regie in cerca d'un altro. La
provvidenza vi fa d'un papa un fuggiasco spontaneo: vi toglie, come una
madre al bambino, ogni inciampo di sulla via; e voi, ingrati, rimanete
in forse e come se non aveste mente, nè cuore, nè storia, nè esperienza
che basti, nè avvenire, nè l'Italia in fermento d'intorno a voi, nè
l'Europa in fermento d'intorno all'Italia, nè la Francia repubblicana
allato, nè la Svizzera repubblicana di fronte, nè venti altre cagioni di
decisione, andate ingegnandovi a governarvi coll'autografo dei palazzi.
Carlo XII, prigioniero dei Russi, mandava un suo stivale a governare lo
Stato; ma son parecchi anni e Carlo XII non era fuggito e la metropoli
svedese non era Roma.

«Io vivo, voi lo sapete, irrequieto per l'unità d'Italia messa a
pericolo dai guastamestieri, non per la repubblica immancabile,
inevitabile, non solamente in Italia, ma in pressochè tutta Europa. E
aspetto come ho detto, scritto e stampato, devoto e sommesso che la
volontà dell'Italia si manifesti solennemente. Ma parmi di potervi dire
senz'essere agitatore: quando la forma repubblicana, senz'opera vostra,
senza violenza, senza usurpazione di minorità, v'è messa davanti,
pigliatela; non fate vedere all'Italia e all'Europa che voi,
repubblicani nati, la rifiutate senza perchè. Voi non avete più governo;
non potere, malgrado l'autografo, che sia legittimo. Pio IX è fuggito:
la fuga è un'abdicazione: principe elettivo, egli non lascia dietro sè
dinastia. Voi siete dunque, di fatto, repubblica, perchè non esiste per
voi, dal popolo in fuori, sorgente d'autorità. Uomini logici ed energici
ringrazierebbero il cielo del consiglio ispirato a Pio IX e direbbero
laconicamente: _il papa ha abbandonato il suo posto: noi facciamo
appello dal papa a Dio convocando un Concilio. Il principe ha disertato,
tradito: noi facciamo appello dal principe al popolo. Roma è, per
volontà di provvidenza, repubblica. La Costituente italiana, quando
queste mura l'accoglieranno, confermerà, muterà o amplierà questo
fatto_. E scelto dal popolo un governo, s'accoglierebbe in Roma, poichè
i popoli d'Italia non son liberi tutti sinora, il nucleo iniziatore e
precursore della Costituente italiana futura; e questo nucleo d'uomini
noti, mandati dalla Toscana, dalla Sicilia, da Venezia, dall'emigrazione
lombarda, dai circoli, dalle associazioni, presterebbe appoggio efficace
al governo; e quel governo, con pochi atti nazionali davvero,
diventerebbe governo morale di tutta Italia in brev'ora. Dio che ajuta i
volenti e ama Roma farebbe il resto.

«Perchè non abbiate fatto questo nelle prime ventiquattr'ore, perchè non
lo facciate ora, m'è arcano. So che così non potete stare; e che tra il
seguir questa via e il mandar deputati supplichevoli a Pio IX e dirgli:
_tornate onnipotente, cancelliamo ogni traccia della giornata del 16_,
non è via di mezzo. Taluni mi scrivono che li trattiene il timore
d'essere invasi. Invasi? E nol sarete voi a ogni modo? Non vedete che la
questione sta fra il concedere la iniziativa e la scelta del tempo e del
come al nemico o l'assumerla voi, averne tutti i vantaggi e sconvolgere
i disegni dell'invasore? Non vedete che in una ipotesi cadrete derisi
perchè nessuno moverà in ajuto d'un ministero tiepido e senza nome;
nell'altra inizierete quello a che tutti in Italia tendono, quello a che
sarete trascinati inevitabilmente un dì o l'altro, ma coi traditori nel
campo?

«Nè sarete soli a combattere...»

       *       *       *       *       *

Giunsi in Livorno l'8 febbrajo 1849, quando appunto giungeva al
governatore Pigli l'annunzio della fuga del duca. E fui pregato
d'annunziarla io stesso al popolo, che s'era raccolto per festeggiarmi,
dacchè temevano non si trascorresse a violenze contro i fautori noti del
fuggiasco principe. Era timore mal fondato. Il popolo livornese è popolo
d'alti spiriti, tenerissimo di libertà e presto sempre a virilmente
conquistarla o difenderla: facile appunto per questo a guidarsi sulle
vie del bene, purchè additate da chi abbia fiducia in esso e ispiri ad
esso fiducia. Annunziai il fatto come buona nuova e dicendo quanto
importasse ai cittadini di provare a tutti che potevano vivere più che
mai concordi e amorevoli senza principe. Nè vidi mai città più lieta e
ordinata. A taluni che parlarono d'atterrare una statua del duca, bastò
suggerire che la velassero. Livorno è città repubblicana e onorerà tra
le prime l'Italia futura.

Il 9 febbrajo, la repubblica era proclamata in Roma.

Era l'iniziativa ch'io cercava; e m'adoprai quanto seppi in Firenze
perchè la Toscana affratellasse le proprie sorti a quelle di Roma.
L'esempio avrebbe fruttato in Sicilia e altrove. Minacciata
dall'Austria, insidiata dal Piemonte, il cui ministro Gioberti tendeva a
restaurare i principi per ogni dove[47], la Toscana non poteva, isolata,
salvarsi. Ricovrandosi sotto l'ali di Roma, essa poneva i proprî fati
sotto la tutela del diritto italiano e accrescendone le forze, apriva la
via alla possibilità d'un nuovo moto della nazione: cadendo, essa
lasciava almeno una splendida testimonianza a pro dell'unità
repubblicana, giovevole all'educazione politica del paese. E gli istinti
del popolo, afferravano, come sempre, il concetto. In una pubblica
adunanza tenuta il 18 febbrajo sotto le logge degli Uffizî e alla quale
si affollavano da diecimila persone, feci votare l'adozione della forma
repubblicana, l'unione a Roma e la formazione d'un Comitato di difesa,
composto di Guerrazzi, Montanelli e Zannetti. Gli uomini che reggevano
ricusarono. Io partii alla volta di Roma, dove m'avevano eletto
deputato.

Roma era il sogno de' miei giovani anni, l'idea madre nel concetto della
mente, la religione dell'anima; e v'entrai, la sera, a piedi, sui primi
del marzo, trepido e quasi adorando. Per me, Roma era--ed è tuttavia
malgrado le vergogne dell'oggi--il Tempio dell'umanità; da Roma escirà
quando che sia la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta,
unità morale all'Europa. Io avea viaggiato alla volta della sacra città
coll'anima triste sino alla morte per la disfatta di Lombardia, per le
nuove delusioni incontrate in Toscana, pel dissolvimento di tutta la
parte repubblicana in Italia. E nondimeno trasalii, varcando Porta del
Popolo, d'una scossa quasi elettrica, d'un getto di nuova vita. Io non
vedrò più Roma, ma la ricorderò, morendo, tra un pensiero a Dio e uno
alla persona più cara, e parmi che le mie ossa, ovunque il caso farà che
giacciano, trasaliranno, com'io allora, il giorno in cui una bandiera di
repubblica s'inalzerà, pegno dell'unità della patria italiana, sul
Campidoglio e sul Vaticano.

Le cagioni che mi determinarono a trasvolare sul 1848 militano identiche
perch'io mi taccia sulla storia dei quattro mesi che corsero dal mio
giungere in Roma fino alla caduta della repubblica. Non potrei dir
tutto. E mi limiterò ad accennare per sommi tocchi la parte mia e il
concetto che governò gli atti miei. Nella pagina gloriosa che Roma
scrisse in quel breve periodo, l'individuo dovrebbe sfumare. Pur sono
anch'io repubblicano e la mia vita, comunque poca cosa, è parte della
tradizione repubblicana. Nè vedo perchè, presso all'escirne, io debba
lasciarla, per molti errori che gli avversi a noi v'accumularono
intorno, fraintesa.

       *       *       *       *       *

Fu scritto che noi, vincitori un istante, proclamammo la repubblica
romana, non l'italiana. L'accusa è stolta. Una insurrezione, dichiarando
illegale quanto esiste d'intorno a sè, può scrivere sulla propria
bandiera ogni più audace formola, purchè suggerita dalla coscienza del
Vero: un'Assemblea escita legalmente e pacificamente dal voto d'una
frazione menoma del paese, nol può. Il mandato avuto è supremo per essa.
Proclamare da Roma--di fronte al Piemonte costituzionale e armato--di
fronte alle condizioni generali--la repubblica per tutta l'Italia,
sarebbe, del resto, stato più ch'altro, ridicolo. La repubblica non
poteva conquistare l'Italia a sè se non emancipandola dallo straniero,
facendola. E per farla, bisognava creare una forza.

Pochi giorni bastarono a convincermi che non solamente quella forza non
esisteva, ma che nessuno pensava a ordinarla. Gli istinti buoni
abbondavano: mancava un concetto. Da circa 16,000 uomini formavano
l'esercito dello Stato; ma erano senza coesione, senza uniformità di
disciplina, d'assisa e di soldo; lo stato maggiore era nullo; il
materiale di guerra pochissimo. Le forze disponibili erano disseminate
in gran parte lungo la frontiera napoletana, unico punto da dove quei
che reggevano temevano offese e che quel metodo radicalmente errato di
cordone militare, debole per ogni dove, non avrebbe potuto difendere.

Io non temeva offese da Napoli: un tentativo da quel lato, creando in
noi un diritto di reazione, era, più che da temersi, da desiderarsi. Nè
allora io presentiva pericoli dalla Francia; ma li presentiva
inevitabili, presto o tardi, dall'Austria. E dov'anche l'Austria non
avesse assalito, dovevamo prepararci ad assalirla noi. Ridestare
l'Italia contro l'eterno nemico; iniziare una nuova crociata e dire col
fatto al paese: _la repubblica farà ciò che la monarchia non seppe o non
volle_; era quello il mio disegno. Preparare la _resistenza_ a un
pericolo, che poteva essere imminente e preparare a un tempo l'_azione_
futura se quel pericolo non si verificasse, era ciò ch'io adombrava,
dicendo in quei giorni all'Assemblea: _bisogna lavorare come se avessimo
il nemico alle porte e a un tempo come se si lavorasse per l'eternità_.

Il 16 marzo, proposi all'Assemblea l'elezione d'una Commissione di
guerra composta di cinque individui, che dovesse studiare i modi
migliori d'ordinamento per l'esercito e provvedere all'altra necessità
di difesa e d'offesa. Il 18 la Commissione era eletta. Carlo Pisacane ne
era anima e vita. E con lui io m'intendeva compiutamente.

Al sistema inefficace dei distaccamenti sparsi su tutti i punti della
lunga frontiera meridionale, sostituimmo, pensando alla difesa, il
concentramento delle forze su due punti, Bologna e Terni; e a questo
concentramento anteriore fu dovuta in parte la possibilità della
prolungata difesa di Roma.

Alla cifra di 16,000 uomini sostituimmo, pensando all'offesa, quella di
45,000, cifra facile a raggiungersi colla coscrizione nello Stato e
cogli elementi che potevamo agevolmente raccogliere dall'altre parti
d'Italia.

Il Piemonte intanto, in parte per timore di vedere l'iniziativa
nazionale trapassare dalla monarchia alla bandiera repubblicana, in
parte per altre cagioni, intimava nuovamente la guerra all'Austria. La
repubblica romana non era stata riconosciuta dal Piemonte. E nondimeno,
bastò la lettura del bando che annunziava imminente le ostilità perchè,
affogata nell'entusiasmo ogni considerazione, la Repubblica decretasse
spontanea, senza alcun patto, l'invio di 10,000 uomini, capo il tenente
colonnello Mezzacapo: spontanea, dico, perchè Lorenzo Valerio non
giunse, con missione semi-officiale d'intendersi in Roma se non dopo il
decreto. Il 21 marzo, i soldati di Roma partivano. Se non che quattro
giorni bastarono a quella misera guerra regia, iniziata il 20, e
conchiusa, colla colpa e colla vergogna di Novara, il 24. La monarchia
vedeva poco dopo Roma assalita dallo straniero, senza neanche una parola
di protesta a suo pro.

Il 29 marzo fui scelto Triumviro. Aurelio Saffi e Armellini mi furono
colleghi.

Il 17 aprile confermammo con decreto le proposte anteriori sulla cifra e
sull'ordinamento dell'esercito. Avevamo già sui primi di quel mese
tentato ogni modo per avere in Roma la Divisione lombarda, forte di 6 a
7000 uomini: ma il governo sardo, ajutato dal general Fanti, deluse,
ingannando, il disegno[48].

Il 25 aprile i Francesi erano in Civitavecchia. Non avevamo avuto un
mese di tempo per ordinare le forze, assestar la finanza, rimediare al
difetto d'artiglierie, provvederci d'armi.

       *       *       *       *       *

Con quei che scrissero essere stato errore il resistere non è da
discutersi. Ma alle molte evidenti cagioni che ci comandavano di
combattere, un'altra se ne aggiungeva per me intimamente connessa col
fine di tutta la mia vita, la fondazione dell'unità nazionale. In Roma
era il centro naturale di quell'unità; e verso quel centro bisognava
attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani
avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba,
e parea. Sede d'una forma di credenza omai spenta e sorretta
dall'ipocrisia e dalla persecuzione, abitata da una borghesia vivente in
parte sulle pompe del culto e sulle corruttele dell'alto clero e da un
popolo virile e nobilmente altero, ma forzatamente ignorante e
apparentemente devoto al papa, Roma era guardata con avversione dagli
uni, con indifferenza sprezzante dagli altri. Da pochi fatti individuali
infuori, nulla rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava
ogni tanto le Romagne e le Marche. Bisognava redimerla e ricollocarla in
alto perchè gli Italiani si riavvezzassero a guardare in essa siccome in
tempio della patria comune: bisognava che tutti intendessero la potenza
d'immortalità fremente sotto le rovine di due epoche mondiali. E io
sentiva quella potenza, quel palpito della immensa eterna vita di Roma
al di là della superficie artificiale che, a guisa di lenzuolo di morte,
preti e cortigiani avevano steso sulla grande dormiente. Io avea fede in
essa. Ricordo che quando si trattava di decidere se dovessimo difenderci
o no, i capi della guardia nazionale, convocati e interrogati da me,
dichiararono, deplorando, pressochè tutti che la guardia non avrebbe in
alcun caso ajutato la difesa. A me pareva d'intendere il popolo più
assai di loro: e ordinai che i battaglioni sfilassero il mattino
seguente davanti al palazzo dell'Assemblea e si ponesse da un oratore la
proposta ai militi. Il grido universale di guerra che s'inalzò dalle
loro file sommerse irrevocabilmente ogni trepida dubbiezza di capi.

La difesa fu dunque decisa dall'Assemblea e dal popolo di Roma per
generoso sentire e riverenza all'onore d'Italia, da me per conseguenza
logica d'un disegno immedesimato da lungo con me. Strategicamente, la
guerra avrebbe dovuto condursi fuori di Roma, sul fianco della linea
d'operazione nemica. Ma la vittoria era, se non ci venivano ajuti
d'altrove, dentro e fuori impossibile. Condannati a perire, dovevamo,
pensando al futuro, proferire il nostro _morituri te salutant_
all'Italia da Roma.

Pur nondimeno e anche antivedendo inevitabile la sconfitta, noi non
potevamo, senza tradire il mandato, trascurare l'unica via di salute
possibile; ed era un mutamento nelle cose di Francia. L'invasione era
concetto di Luigi Napoleone che, meditando tirannide, volea da un lato
avvezzare la soldatesca a combattere la repubblica altrove, dall'altro
prepararsi il suffragio del clero cattolico e di quella parte di popolo
francese che in provincia segnatamente ne segue le ispirazioni.
L'Assemblea di Francia, incerta e divisa com'era, dissentiva da ogni
proposito deliberatamente avverso a noi: aveva approvato l'intervento,
ingannata sulle nostre condizioni e sul fine segreto della spedizione. I
complici di Luigi Napoleone affermavano imminente la invasione
austro-napoletana a pro della dominazione assoluta papale e dichiaravano
la popolazione dello Stato nemica al sistema repubblicano e soltanto
compressa dal terrore esercitato da pochi audaci: Roma quindi impotente
a resistere e preda in brevi giorni dell'Austria se non
s'inframmettevano l'armi di Francia. Provare alla Francia l'assenza in
Roma di ogni terrore, l'unanime volere delle nostre popolazioni, la
possibilità per noi di resistere a un intervento austriaco o napoletano;
costringere Luigi Napoleone a smascherare il suo vero disegno;
combattere, separando nella serie dei nostri atti, la nazione dal
Presidente di Francia: vincere tanto da testimoniare della nostra
determinazione, ma senza abusare della vittoria, senza irritare
l'orgoglio e le subite passioni francesi; somministrare per tal modo una
opportunità ai membri della Montagna, ai nostri amici nell'Assemblea,
d'iniziare la resistenza a Luigi Napoleone: era questo il debito nostro
e non lo tradimmo. Quindi gli ordini mandati a Civitavecchia e traditi
dall'altrui arrendevolezza alle menzognere promesse del generale
Oudinot, di resistere a ogni patto, non fosse che per ore, pur tanto da
provare il desiderio unanime di resistere, l'energia delle nostre
dichiarazioni agli inviati del campo francese, i preparativi solleciti e
la battaglia--e a un tempo la richiesta ai municipî, accolta da tutti,
perchè esprimessero nuovamente adesione al governo repubblicano--il
rinvio dei prigionieri francesi fatti nella giornata del 30
aprile--l'ordine spedito in quel giorno a Garibaldi di desistere
dall'inseguire i Francesi in rotta--e generalmente l'attitudine assunta
e mantenuta da noi durante l'assedio e ch'io compendiava dicendo che
Roma era non in condizione di _guerra_ con la Francia, ma di pura
_difesa_. Quell'ordine a Garibaldi mi fu apposto come errore, da chi non
guardò che al fatto isolato. Ma che importava, di fronte al concetto
accennato, qualche centinajo più di Francesi morti o prigioni?

E quel concetto--gli uomini dagli appunti non dovrebbero
dimenticarlo--se Luigi Napoleone non violava ogni tradizione di lealtà
affidando all'inviato Lesseps poteri illimitati pacifici e annullandoli
a un tempo con istruzioni segrete trasmesse al generale Oudinot,
riesciva. Il 7 maggio, commossa dall'opera nostra e dal nostro
linguaggio, l'Assemblea di Francia invitava solennemente il potere
esecutivo ad adottare senza indugio i provvedimenti necessarî a far sì
che la spedizione di Roma non fosse più oltre sviata dal vero suo fine;
e mandava incaricato di statuire gli accordi con noi il Lesseps. Sul
finire di maggio, si firmava tra noi e il plenipotenziario di Francia un
patto che dichiarava:--_L'appoggio della Francia è assicurato alle
popolazioni dello Stato romano: esse riguardano l'esercito francese come
un esercito amico che viene a correre alla difesa del loro
territorio.--D'accordo col governo romano e senza menomamente
intromettersi nell'amministrazione del paese, l'esercito francese
prenderà gli alloggiamenti_ ESTERIORI _convenienti, tanto per la difesa
del paese come per la salubrità, alle sue truppe_. Così la guerra era
convertita in alleanza: l'esercito francese diventava nostra riserva
contro ogni altro invasore straniero: Roma, com'io aveva detto, rimaneva
sacra e inviolabile ad amici e nemici: la diplomazia repubblicana
otteneva una vittoria splendida come quella dell'armi repubblicane in
aprile: noi eravamo liberi di correre ad affrontare gli Austriaci e li
avremmo disfatti.

Ognun sa come Oudinot rifiutasse d'assentire al trattato e disdicesse a
un tratto la tregua. Egli aveva da Luigi Napoleone istruzioni segrete
direttamente contrarie a quelle da lui date a Lesseps.

Il 13 giugno, i nostri amici nell'Assemblea francese tentarono,
capitanati da Ledru Rollin, sommovere Parigi contro l'infamia commessa:
ma non riuscirono. Il loro tentativo era un appello all'insurrezione
senza i preparativi necessarî a iniziarla.

Taluno m'appose d'aver continuato la difesa anche dopo le infauste nuove
del 13 giugno. Avrei creduto tradire il mandato, l'onore del paese, la
bandiera repubblicana e me stesso, s'io avessi fatto altrimenti.
Dovevamo noi lacerare la pagina gloriosa che Roma scriveva, dichiarando
all'Europa che se avevamo accettato la guerra, non l'avevamo fatto per
compire, a ogni prezzo, un dovere, ma perchè speravamo in una
insurrezione francese?

Noi dovevamo resistere fino all'estremo. Quando si trattava
nell'Assemblea di decidere tra l'accogliere i Francesi che movevano su
Roma o combatterli, io m'astenni, per non esercitare influenza sopra una
decisione che doveva essere espressione collettiva e spontanea,
dall'assistere alla seduta: il Triumvirato non v'era rappresentato che
da Saffi e Armellini, titubanti ambidue. Ma raccolto da un popolo e da
un popolo repubblicano, in nome del Dritto, il guanto nemico, il duello
non dovrebbe cessare che coll'esaurimento assoluto o colla vittoria. Le
monarchie possono capitolare; le repubbliche muojono: le prime
rappresentano interessi dinastici; possono quindi ajutarsi di
concessioni e occorrendo di codardie per salvarli: le seconde
rappresentano una fede e devono testimoniarne fino al martirio. Per
questo noi avevamo fatto anzi tratto gremir Roma di barricate: alla
guerra delle mura doveva sottentrare la guerra delle strade; e in Roma
sarebbe stata tremenda. Quella guerra fu resa impossibile dai Francesi i
quali s'appagavano visibilmente di padroneggiare la città dalle alture
occupate e ridurla, strema com'era di vettovaglie, ad arrendersi. Ma
l'idea di prolungare la lotta finchè ci rimanesse un uomo e un fucile
era siffattamente elementare nell'animo mio che, disperata ogni difesa
in Roma, proposi un altro partito: escire dalla città: escirne col
piccolo esercito e coi popolani armati che volessero seguirci: escirne
noi Triumviri accompagnati dai ministeri e se non da tutta, da una
numerosa delegazione dell'Assemblea, tanto da dare alla mosse
dell'esercito autorità legale e prestigio sulle popolazioni.
Allontanarci rapidamente da Roma, approvvigionarci sull'Aretino,
gettarci poi tra Bologna e Ancona, sulla linea di operazione austriaca,
e cercare con una vittoria di risollevar le Romagne; era quello il
disegno mio. I Francesi avrebbero così occupato Roma senza vincere la
repubblica e sotto una perenne minaccia; nè avrebbero potuto seguirci
sul nuovo terreno se non combattendo a pro dell'Austria e smascherando
l'infamia dell'invasione davanti alla loro patria e all'Europa. E fu il
disegno tentato da Garibaldi, ma con poche migliaja raccozzate da corpi
diversi, senza artiglieria, senza appoggio d'autorità governativa e in
condizioni che vietavano ogni possibilità di successo.

Il 30 giugno, padroni i Francesi dei bastioni e di tutte le alture,
convocai i capi militari a consiglio. Garibaldi rispose non potere
allontanarsi un solo istante dalle difese e ci recammo quindi ov'egli
era. Là dichiarai che l'ora suprema per Roma essendo giunta e urgendo
decidere qual partito dovesse scegliersi, il governo desiderava, prima
di comunicare coll'Assemblea, raccogliere i consigli dei capi dell'armi.
Dissi com'erano innanzi a noi tre partiti: capitolare--resistere finchè
la città fosse rovina--escire da Roma, trasportando altrove la guerra:
il primo essere indegno della repubblica: il secondo inutile dacchè
l'attitudine dei Francesi annunziava che non scenderebbero a battaglia
di barricate e di popolo, ma aspetterebbero, tormentandoci dall'alto
colle bombe e le artiglierie, che ci vincesse la carestia: il terzo
essere quello ch'io, come individuo, proponeva. Furono diversi i pareri.
Avezzana, i capi romani e altri votarono, a maggioranza di due, perchè
rimanessimo, ostinati a difenderci, in Roma: Roselli, Pisacane,
Garibaldi con altri parecchi accettarono la mia proposta: non uno--e lo
ricordo a onore del piccolo esercito repubblicano--pose il nome nella
colonna in capo alla quale io aveva scritto: _capitolazione_. Disciolsi
il Consiglio e m'affrettai all'Assemblea.

Ad essa, raccolta a comitato segreto senza intervento di popolo, dissi
ciò ch'io aveva detto al Consiglio di guerra: e proposi il partito che
solo mi pareva degno di Roma e di noi. L'Assemblea non volle accettarlo.
Non narrerò i particolari, a me tristissimi, della seduta. Ma trovai
avversi al partito i migliori amici ch'io m'avessi tra i membri. Taluni
mi rimproverarono poco dopo, e a ragione, di non avere anzi tratto
preparato gli animi alla decisione; se non che la singolare, tranquilla
e veramente romana energia mostrata fino a quel momento dall'Assemblea
m'aveva illuso a credere che la proposta sarebbe stata accolta con
plauso.

Prevalse il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che
Roma cessasse dalle difese.

Io aveva lasciato l'Assemblea prima che il voto sancisse quella
proposta. Il decreto fu trasmesso al Triumvirato coll'invito a noi di
comunicarlo al generale francese e trattar con lui pei provvedimenti
necessarî a tutelar l'ordine e le persone nella città conquistata.
Ricusai di farlo: scrissi all'Assemblea ch'io era stato eletto Triumviro
per difendere, non per sotterrar la repubblica, e accompagnai quelle
parole colla mia dimissione. I miei due colleghi s'unirono a me.

Il 3 luglio, io deposi nelle mani dei segretari dell'Assemblea la
seguente protesta:

«Cittadini.

«Voi avete, coi vostri decreti del 30 giugno e del 2 luglio, confermato
involontariamente, voi incaricati dal popolo di tutelarla e di
difenderla sino agli estremi, il sagrificio della repubblica; ed io
sento, con un immenso dolore sull'anima, la necessità di dichiararvelo,
perchè non rimanga taccia a me stesso davanti alla mia coscienza e per
documento ai contemporanei che non tutti disperavano, quando voi
decretaste della salute della patria e della potenza della nostra
bandiera.

«Voi avevate da Dio e dal Popolo il doppio mandato di resistere, finchè
avreste forze, alla prepotenza straniera e di santificare il principio
incarnato visibilmente nell'Assemblea, provando al mondo che non è patto
possibile tra il giusto e l'ingiusto, fra il diritto eterno e la forza
brutale, e che le monarchie, fondate sull'egoismo delle cupidigie,
possono e devono cedere o capitolare, ma le repubbliche, fondate sul
dovere e sulle credenze, non cedono, non capitolano: muojono
protestando.

«Voi avevate ancora forza nei generosi della milizia che pugnavano
mentre voi stendevate il decreto fatale; nel popolo che fremeva
battaglia; nelle barricate cittadine; nell'influenza esercitata dal
vostro consesso sulle provincie. Nè popolo nè milizia vi domandavano di
cedere: la città era tuttavia irta di barricate ordinate da voi come
solenne promessa che Roma si sarebbe, esauriti i modi della milizia,
popolarmente difesa. E nondimeno voi decretaste _impossibile_ la difesa
e la rendeste tale pronunciando l'esosa parola. Voi dichiaraste che
l'_Assemblea stava al suo posto_. Ma il posto dell'Assemblea era
l'ultimo angolo di terreno italiano dove potesse tenersi eretta, anche
un giorno di più, la bandiera della repubblica; e voi, confinando
l'esecuzione del mandato per entro le mura del Campidoglio, uccidevate
sotto la morta lettera lo spirito del decreto.

«Voi sapevate, per insegnamento di storia e di logica, che nessuna
Assemblea può durar libera un momento solo colle bajonette nemiche alle
porte; e che la repubblica cadrebbe il giorno in cui un soldato francese
porrebbe piede dentro le mura di Roma. Voi dunque, decretando che
l'Assemblea repubblicana starebbe in Roma, decretavate a un tempo e
inevitabilmente la morte della repubblica e dell'Assemblea. E decretando
che l'esercito repubblicano escirebbe di Roma senza voi, senza il
governo, senza la rappresentanza legale della repubblica, decretavate,
senza avvedervene, la prima manifestazione di dissenso tra quei ch'erano
stati fortissimi nell'unione e, Dio nol voglia, lo scioglimento d'un
nucleo sul quale riposavano tutte le più care speranze d'Italia.

«Voi dovevate decretare l'impossibilità del contatto, fuorchè di guerra,
fra gli uomini chiamati a rappresentar la repubblica e gli uomini venuti
a distruggerla--ricordarvi che Roma era, non una città, ma l'Italia, il
simbolo del pensiero italiano, e grande appunto perchè, mentre tutti
cadevano disperando, aveva detto: _io non dispero, ma sorgo_--ricordarvi
che Roma non era in Roma, ma dappertutto dove anime romane, santificate
dal pensiero italiano, erano raccolte a combattere e soffrire per
l'onore d'Italia--ricordarvi che terra italiana si stendeva d'intorno a
voi e trasportare governo, Assemblea, ogni elemento rappresentante il
pensiero e i buoni armati del popolo in seno all'esercito, portando di
terreno in terreno, finchè tutti vi fossero chiusi, il palladio della
fede e della missione di Roma. A confortarvi della speranza che il fatto
frutterebbe, sorgevano ricordi antichi e il ricordo moderno
dell'Ungheria. Ma dov'anche nessun esempio vi confortasse, voi, fatti
apostoli della terza vita d'Italia, dovevate essere primi a dare
spettacolo di nuova indomita costanza all'Europa. Queste cose vi furono
dette: non le accettaste; e io, rappresentante del popolo, protesto
solennemente in faccia a voi, al popolo, a Dio contro il rifiuto e le
sue conseguenze immediate.

«Roma è destinata dalla provvidenza a compiere grandi cose per la salute
dell'Italia e del mondo. La difesa di Roma ha iniziato queste grandi
cose e scritto la prima linea d'un immenso poema che si compirà checchè
avvenga. La storia terrà registro della iniziativa e della parte che voi
tutti, generosi d'intenzioni, v'aveste. Ma dirà pure--e gemo, per
affetto violato a un tratto, scrivendo--che nei supremi momenti nei
quali voi dovevate ingigantirvi maggiori dei fati, falliste alla vostra
missione e tradiste, non volendo, il concetto italiano di Roma.

«Possa l'avvenire trovarci uniti a riscattar questa colpa!»

  _3 luglio 1849._

       *       *       *       *       *

Entrati i Francesi e rientrata con essi la coorte di preti nemici che
s'era accentrata cospiratrice in Gaeta, io rimasi una settimana
pubblicamente in Roma. Le ciarle delle gazzette francesi e cattoliche
sul terrore esercitato da me in Roma durante l'assedio m'invogliavano di
provare a tutti la falsità dell'accusa, offrendomi vittima facile a ogni
offeso che volesse vendicarsi e ottenerne guiderdone dalla setta
dominatrice. Poi, non mi dava il cuore di staccarmi da Roma. Vidi, col
senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri
dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio;
invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che
non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi
calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero. Io errava
al cader del sole, con Scipione Pistrucci e Gustavo Modena, ambi ora
morti, per le vie di Roma quando appunto i Francesi movendo lentamente,
colle bajonette in testa; fra un popolo cupo, irritato, intimavano lo
sgombro delle contrade, fremente di sdegno e ribollente di pensieri di
lotta. Parvemi che gli occupatori si fossero collocati in modo sì
incauto da prestare opportunità a una serie di sorprese e m'affrettai a
chiedere al generale Roselli e a' suoi dello stato maggiore se, dove un
_leva leva_ di popolo capitanato da me, che non aveva vincolo di patti
con anima viva, avesse luogo, ajuterebbero, ed assentirono: ma era
tardi: i capi-popolo erano in fuga e ogni tentativo fallì. Suggerii al
Roselli di chiedere al generale Oudinot, sotto colore d'evitare
collisioni probabili, la distribuzione del piccolo esercito romano in
accantonamenti fuori della città: là, i nostri militi si sarebbero
riavuti dall'esaurimento della lunga lotta: avremmo potuto
riequipaggiarli: io mi sarei tenuto celato e prossimo ad essi; poi,
forse, avremmo potuto cogliere un momento propizio per gittarci a
sorpresa sul nemico di Roma. Ma quel disegno, sulle prime accettato,
tornò pure inutile: la partenza in armi di Garibaldi insospettì
l'Oudinot: fu intimato che l'artiglieria romana rimanesse in città: i
nostri militi, convinti che il nemico era capace d'ogni iniquo
procedere, s'insospettirono alla volta loro che si volesse collocarli
senza mezzi di difesa tra i Francesi e gli Austriaci e farne macello; il
piccolo esercito si smembrò e poco dopo fu sciolto. Pazzi e rovinosi
consigli; ma in quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano
che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in
nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica.

Perchè preti e Francesi non si giovassero allora dell'occasione ch'io
offriva per avermi morto o prigione, m'è tuttavia arcano. Ricordo come
la povera Margherita Fuller e la cara venerata amica mia Giulia Modena
mi supplicassero di ritrarmi e serbarmi, com'esse dicevano, a tempi
migliori. Ma s'io avessi potuto antivedere i nuovi disinganni e le
ingratitudini e il fallirmi d'antichi amici che m'aspettavano e non
avessi pensato che al mio individuo, avrei detto loro: _lasciatemi, se
mi amate, morire con Roma_.

Comunque, partii. Partii senza passaporto e mi recai in Civitavecchia.
Di là mandai a chiederne uno all'ambasciata americana, e l'ebbi, ma non
contrassegnato, come si richiedea per l'escita, dalle autorità francesi,
inutile quindi. Stava in Civitavecchia un vaporuccio, il _Corriere
Côrso_, presto a salpare. Il capitano, parmi un De-Cristofori; côrso
egli pure, m'era ignoto: m'avventurai nondimeno a chiedergli se volesse,
a suo rischio, accogliermi senza carte, ed ebbi inaspettato assenso da
lui. M'imbarcai. Il vapore moveva verso Marsiglia, toccando Livorno,
allora tenuta dagli Austriaci. Trovai sul bordo, ingrato spettacolo, una
deputazione di Romani tra gli avversi a noi che s'avviava a quest'ultimo
porto per risalparne e recarsi a implorare Pio IX in Gaeta. Non li
guardai. Ma essi mi conoscevano e il capitano temeva ch'essi, scendendo
in Livorno, denunziassero la mia presenza agli Austriaci. Nol fecero e
giunsi in Marsiglia. Non importa ai lettori sapere com'io, sprovveduto
di passaporto, v'entrassi e come mi venisse fatto di recarmi, attraverso
le terre del nemico, in Ginevra. Ma ho notato queste cose di me, perchè
gli storici e i gazzettieri di parte _moderata_, menzogneri per calcolo,
ciarlarono allora e riciarlerebbero, occorrendo, oggi, dei miei _tre_
passaporti, degli appoggi inglesi ch'io m'era procacciati anzi tratto e
della prudenza colla quale io provvedeva alla mia salvezza.

       *       *       *       *       *

Pur, nè calunnia sistematica di _moderati_ nè altro può cancellare
l'unico fatto che importi; ed è la difesa. La pagina gloriosa,
iniziatrice, profetica, che Roma scrisse in quei due mesi di guerra
rimarrà documento ai rinsaviti dagli errori dell'oggi di ciò che possono
un _principio_ e un nucleo d'uomini fermi in incarnarlo logicamente,
intrepidamente nei fatti. Roma era città di vastissima cinta, non
munita, pressochè aperta sulla sinistra del Tevere, ad ogni assalto
nemico. Difettavamo d'artiglierie; eravamo sprovveduti di mortai: non
preparati a guerra: mancanti, per fatto del vecchio governo, del nervo
d'ogni resistenza, danaro; mancanti a segno che la notte della nostra
elezione, raccolti noi Triumviri ad esaminare qual fosse la condizione
finanziaria e guerresca della repubblica, ponemmo a voti se non
dovessimo rassegnare la mattina dopo l'ufficio. La popolazione era, per
lunghi secoli di schiavitù corruttrice, ignara, intorpidita, incerta,
sospettosa d'ogni cosa e d'ogni uomo; e noi eravamo nuovi, ignoti i più,
senza prestigio di nascita, di ricchezza, di tradizioni. Individui
ch'erano stati a governo e rappresentavano l'elemento _moderato_
costituzionale diffondevano, duce Mamiani, presagi sinistri sugli
effetti della forma adottata e non s'arretravano dal cospirare col
nemico straniero. Gaeta era fucina di raggiri, di turbamenti e congiure:
di ribellione aperta sull'Ascolano. Fummo assaliti subitamente, prima
d'ogni sospetto! assaliti da chi era potente in Italia per antichi
affetti, tenuto per invincibile in guerra e ajutato dal prestigio d'una
bandiera repubblicana come la nostra: poi dal re di Napoli, dagli
Austriaci e dalla Spagna. E nondimeno fugammo, colle nostre nuove
milizie, le truppe del re di Napoli, combattemmo l'Austria, resistemmo
per due mesi all'armi francesi. Nella giornata del 30 aprile i nostri
giovani volontari videro in rotta i vecchi soldati d'Oudinot; in quelle
del 3 e del 30 giugno pugnarono in modo da meritare l'ammirazione del
nemico. Il popolo, rifatto grande da un _principio_, partecipava alla
difesa, affrontava con calma romana le privazioni, scherzava sotto le
bombe. Popolo, Assemblea, Triumvirato ed esercito furono una cosa sola,
s'afforzarono a vicenda d'illimitata fiducia. Governammo senza prigioni,
senza processi: io potei mandare a dire a Mamiani, quando fui avvertito
de' suoi colloqui notturni con Lesseps, che seguisse pure, non temesse
del governo, badasse soltanto a sottrarre la conoscenza del fatto al
popolo: sprezzammo le piccole cospirazioni e vedemmo il cavaliere
Campana, convinto dopo lungo studio dell'impotenza d'ogni tentativo di
fronte all'accordo dell'immensa maggioranza con noi, venire egli stesso
spontaneo a denunziare i suoi complici. Queste cose furono dovute
all'istituzione repubblicana, ai forti istinti del popolo ridesti
dall'esistenza d'un governo suo, alla formola _Dio e il popolo_ che
diede subitamente a ciascuno coscienza del proprio dovere e del proprio
diritto, alla nostra fiducia nelle moltitudini, alla fiducia delle
moltitudini in noi. La monarchia non aveva saputo, con 45,000 soldati e
col Piemonte a riserva, trovare in Milano altra via di salute che il
tradimento. E mentr'io scrivo, la monarchia, con mezzo milione d'armati
tra soldati regolari, volontari e guardie nazionali mobilizzabili--con
un vasto materiale di guerra--con mezzi finanziari considerevoli--con
ventidue milioni d'Italiani invocanti Venezia--esita ad assalire, sul
terreno italiano, le forze austriache.

_Viva la repubblica! Il sentimento repubblicano poteva solo ispirare
tanto valore agli Italiani._ Sono parole contenute nella relazione
scritta a nove ore di sera del combattimento del 3 giugno da Luciano
Manara.

Non so quanto i Romani ricordino oggi il 1849. Ma se le madri romane
hanno, come dovevano, insegnato ai figli la riverenza ai martiri
repubblicani, in quell'anno, della loro città--se additarono loro
sovente il luogo ove cadde ferito a morte il giovine poeta del popolo,
Goffredo Mameli--il luogo ove Masina, già indebolito da un colpo e con
diciannove seguaci, avventò il cavallo contro una posizione difesa da
300 francesi e moriva--il luogo ove perivano senza ritrarsi, combattendo
venti contro cento, Daverio e Ramorino--Villa Corsini--Villa
Valentini--il Vascello--Villa Panfili--le pietre dei dintorni di Roma
santificate quasi ciascuna dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto,
col grido repubblicano sul labbro--Roma non sarà, sorgendo, profanata--o
nol sarà lungamente--dalla monarchia (1864).

       *       *       *       *       *

La condotta di parte nostra, determinata dall'iniziativa altrui e da
fatti che si svolsero indipendenti dalla nostra fede, risulterà chiara a
chi vorrà esaminarla spassionatamente: noi ci limitammo a trarre il
migliore partito possibile dagli eventi, perchè il paese se ne giovasse
a tener sospesa sul capo agli uomini, che a noi sottentravano, la spada
di Damocle della Rivoluzione; perch'essi inoltrassero a forza sulla via,
non foss'altro dell'Unità Nazionale. Ma, in quel periodo di tempo
tentammo una iniziativa, della quale giova parlare perchè generò, a mio
credere, conseguenze importanti.

La Lombardia era, per colpe monarchiche, nuovamente dominio
dell'Austria; ma aveva, con fatti, provato d'essere capace d'emanciparsi
per virtù di popolo. Venezia era caduta, ma dopo lunghe eroiche prove e
come chi vince. Roma era dei Francesi e del Papa, ma l'esito morale
della battaglia era nostro: redenta davanti all'Italia, la sacra Città
era per la terza volta centro e perno delle aspirazioni della Nazione.
S'anche le anime nostre fossero state capaci di sconforto, non ne
avevamo cagione.

Ci raccogliemmo, dopo la caduta di Roma, in Losanna, Aurelio Saffi,
Carlo Pisacane, Mattia Montecchi ed io. Altri profughi ci raggiunsero,
collocandosi nei paesetti fra Losanna e Ginevra. Imprendemmo senza
indugio--settembre 1849--la pubblicazione dell'_Italia del Popolo_,
collezione di scritti mensile, il cui programma era, com'io diceva,
_nella parola escita il 9 febbrajo da Roma, madre comune e centro
d'Unità a tutte le popolazioni d'Italia e nella missione che all'Italia
assegnano la tradizione e la coscienza popolare_. Gli scritti ch'io
v'inserii sono, da pochi in fuori, contenuti nel Vol. VII delle Opere.
Ma i lavori che v'inserirono Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Filippo De
Boni e altri, meriterebbero d'essere raccolti in un volume e
gioverebbero perchè combattono vecchi errori, rinnovati in oggi e
fatali. Ne pubblicammo sedici fascicoli sino al febbrajo 1851. Ma nel
maggio 1850 l'Assemblea di Francia era chiamata a discutere una legge
restrittiva del suffragio, che violava apertamente l'articolo 3.º della
Costituzione e spianava la via alle mire usurpatrici di Luigi Napoleone.
Pensai giunta l'occasione d'un moto decisivo in Parigi e,
avventurandomi, mi vi recai. E questa mia assenza nocque naturalmente
all'_Italia del Popolo_, ch'io dirigeva; e comunque dall'Inghilterra
ov'io, dopo il soggiorno d'un mese incirca in Parigi, mi condussi,
cercassi continuarle vita, non vi fu modo. Il Buonamici, editore, datosi
al tristo, fuggì abbandonando moglie e negozio, in Australia. Il piccolo
nucleo si sciolse. Saffi, Montecchi, Agostini mi raggiunsero in Londra.

In Parigi ebbi a confermarmi nelle idee, nudrite ed espresse fino dal
1835, che la Francia era per molti anni perduta e che l'iniziativa del
moto Europeo era da trovarsi altrove. Vidi Lamennais, Flotte, Giulio
Favre e quanti mi parevano all'uopo, fino al principe Napoleone
Bonaparte, antico cospiratore con me finchè gli Orléans reggevano. Non
v'era speranza. Gli animi erano travolti da gare di parte, da stolte
paure, da rancori personali, e smarrivano il segno. M'affannai
inutilmente a dimostrare a quanti vennero a segreto convegno con me, che
il vero unico pericoloso nemico della Repubblica era il Presidente, e
che importava anzi tutto togliergli forza di compier disegni, evidenti
fin d'allora per me. La _borghesia_, impaurita dei pazzi sistemi che
assalivano la proprietà, tremava d'un socialismo inverificabile e
minaccioso soltanto a parole. I repubblicani avventati, o come li
dicevano _rossi_, non vedevano pericoli alla repubblica fuorchè dai
_bianchi_, dai monarchici dell'Assemblea, capaci di sviare e profanare
l'Istituzione, incapaci, per difetto d'unità di consigli e d'audacia,
d'abolirla. Tutti sprezzavano, errore dei più fatali, il nemico e mi
dicevano, quand'io vaticinava il _colpo di Stato_, che se mai tentasse,
il Presidente sarebbe quetamente condotto a Charenton, ospizio degli
impazziti. Lasciai Parigi col presentimento della catastrofe.

Ma l'Italia? Era essa condannata a seguire, quasi satellite, i fati di
Francia? Non poteva un popolo di ventisei milioni, ridesto a coscienza
di libera vita dalle giornate di Milano e dalle eroiche difese di
Venezia e Roma, raccogliere l'_iniziativa_ tradita altrove? Padrone del
proprio suolo e del proprio avvenire nel 1848, quel popolo non era
caduto se non perchè aveva ceduto la direzione delle proprie forze e del
moto a mani d'inetti e di tristi, a principi e cortigiani. Bisognava
insegnargli che non esistono capi per diritto di nascita o di ricchezza:
che soli capi legittimi d'una rivoluzione sono gli uomini che hanno più
combattuto per essa: che un popolo non deve mai rinunziare al proprio
diritto d'iniziativa, nè confidar ciecamente, nè allontanarsi
dall'arena, nè dire a sè stesso: _altri farà in vece mia_. E per questo,
il miglior partito era quello di condurre il popolo _primo_ sul campo,
tanto ch'esso imparasse in un tratto il proprio debito e la propria
forza, e gli altri imparassero a rispettarlo e temerlo.

Questi pensieri mi diressero nel nuovo stadio d'agitazione che da Londra
iniziai.

In Roma, io aveva lasciato, prima d'allontanarmene, le norme necessarie
all'impianto d'una Associazione Nazionale segreta, che si ordinava
rapidamente. In Londra fondai un Comitato Europeo e un Comitato
Nazionale Italiano.

       *       *       *       *       *

L'impianto e gli Atti del Comitato Nazionale trovarono favorevole
accoglimento in Italia. Gli animi si riconfortarono a speranza e lavoro.
Adesioni e promesse vennero pressochè unanimi dagli uomini che, nei
fatti di Venezia e di Roma, avevano conquistato nome e influenza.
Comunque, per diverse cagioni, il risultato pratico dell'Imprestito
dovesse, in ultima analisi, come dirò, riuscire meschino, le nostre
cedole erano su quei primi tempi ricercatissime. L'ordinamento segreto
si estendeva rapidamente. Nella Lombardia, in Toscana, in Roma, la
stampa clandestina s'iniziava operosa, ardita, irreperibile. Un Comitato
Siciliano si costituiva fin dalla prima metà del 1851 nell'Isola, e un
altro Comitato d'esuli Siciliani in Parigi stava anello intermedio fra
quello e noi. Tra il 1850 e il 1851 si fondavano in Piemonte e nella
Liguria le prime Associazioni Operaie, paghe del modesto fine del _mutuo
soccorso_, ma pronte a cogliere ogni opportunità di dichiarare la loro
devozione alla Patria. In Genova, dove, giovandosi della semi-libertà
concessa dallo Statuto, il popolo s'accalcava a pubbliche
manifestazioni, anche l'elemento militare s'affratellava: un sergente di
bersaglieri prorompeva, in un banchetto d'oltre a duecento individui, in
quel grido che dovrebbe suonare per tutto l'esercito nazionale: _anche
la truppa è popolo_, e Francesco Quetand, della Brigata Savoja, parlando
per tutti i suoi commilitoni, osava proferire il mio nome e quello di
Garibaldi, e conchiudeva: _le nostre armi non si tingeranno mai del
vostro sangue ch'è nostro sangue, perchè noi non abbiamo che una
madre_[49]. E in Roma, l'Associazione alla quale accennai s'era, in un
anno, fatta potente di tanto, che dichiarava a mezzo il 1851 compito il
lavoro preparatorio e scioglieva, entrando in un secondo periodo, il suo
Comitato, per istituire una _Direzione Centrale_, incaricata di studiare
i modi e le opportunità dell'azione. A quella Direzione, affidata a un
uomo singolare per intelletto, per fede, per cuore e per illimitato
spirito di sagrificio, era mia mente d'accentrare a poco a poco tutti
gli elementi nostri in Italia.

E da tutto quel lavoro sorgeva spontanea una parola: _Repubblica_. La
stampa clandestina milanese saettava continuamente i tentativi dei
monarchici lombardi ricoverati in Piemonte. Il Comitato Siciliano
scriveva in fronte ai suoi Atti la formula: _Dio e il Popolo_.
Repubblicano si chiariva il Comitato dei Siciliani in Parigi.
Repubblicana era la stampa segreta toscana. Di Roma non occorre ch'io
dica. Ma in Genova, quando l'11 giugno 1850, in un pubblico convito,
l'avv. Brofferio avventurava parole, che a torto o ragione furono
interpretate come favorevoli alla federazione e alla monarchia, un grido
unanime gli rispose: _Viva Roma, capitale della Repubblica Italiana!_
Noi non avevamo provocato l'espressione di quella tendenza; ma dovevamo
raccoglierla e movere un passo innanzi. Non potevamo pretendere di
guidare con bandiera neutra un lavoro generale, che inalberava la
bandiera repubblicana.

Come membro del Comitato Europeo, apposi, nell'agosto del 1851, il mio
nome a un suo Atto, che s'indirizzava agli Italiani e additava loro come
sola via di salute l'istituzione repubblicana. Per quel fatto, Giuseppe
Sirtori c'intimò, con parole dissennatamente irritate, di protestare,
come Comitato Nazionale, contro quell'Atto o d'accettare la di lui
dimissione. Accettammo la dimissione, dichiarando «che il Manifesto del
Comitato Europeo non racchiudeva contradizione alcuna col nostro e che
il consiglio dato agli Italiani d'attenersi, pel moto futuro, al simbolo
repubblicano, era conseguenza logica del principio di Sovranità
Nazionale da noi sancito.»

       *       *       *       *       *

Di mezzo a quel fervore d'apostolato, io guardavo sempre all'Italia e
alla possibilità di ridestarla all'azione. E l'opportunità non tardò a
rivelarsi.

S'era formata, spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852, in Milano, una
Fratellanza segreta di popolani, repubblicana di fede e con animo
deliberato di preparare l'insurrezione e compirla. Non s'era rivolta per
ajuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatto con
noi: aveva prima voluto esser forte. Uomini di popolo erano suoi capi:
influente fra tutti, un tintore, Assi di nome, assiduo di cure
nell'ordinamento e largo in quell'opera d'un po' di fortuna che gli era
venuta dal lavoro: lo chiamavano il _Ciceruacchio_ di Milano. La
Fratellanza v'era divisa in nuclei contrassegnati dalle lettere
dell'alfabeto: abbracciava ogni ramo di lavoro, e con quel senso pratico
ch'è facoltà prominente degli operai, s'era giovato del facile accesso
ai luoghi più vigilati, per raccogliere quante nozioni di fatto
potevano, in un momento dato, agevolare una impresa. E nel silenzio,
senza che l'esistenza ne fosse sospettata, non dirò dal nemico, ma dagli
uomini appartenenti nell'altre classi al simbolo nazionale, aveva
raggiunta la cifra di parecchie migliaja d'affratellati.

Allora soltanto l'Associazione, sentendosi forte e vogliosa di fare,
cercò contatto con me. Offriva azione immediata, e chiedeva istruzioni,
direzione, ajuti in armi e danaro.

Come sintomo, il fatto che mi si rivelava era di una importanza vitale,
e additava innegabile l'incarnazione del lungo nostro apostolato nel
popolo.

Come avviamento all'azione, era incerto: pendeva dalla somma di mezzi,
richiesta a porre in moto quell'elemento e, più ch'altro, dalla risposta
a una questione difficile: _sarebbe l'energia del popolo nell'azione
eguale alla costanza spiegata nel preparare?_ Scelsi un uomo militare
non noto, prudente, avveduto, d'abitudini atte a cattivarsi la fiducia
dei popolani e a studiarli; e lo mandai verificatore in Milano.

Una serie di relazioni che mi venne da lui, confermò tutte le
affermazioni degli artigiani milanesi sulle forze e sulla disciplina
della Fratellanza. Accolto siccome capo e in contatto continuo coll'Assi
e con quanti stavano alla direzione dei nuclei, ei mi giurava che
potevano e volevano. Quanto mi adoprai a raccogliere per altre vie
raffermava le relazioni dell'inviato.

Non mi dilungherò a spiegare com'io accettassi l'ipotesi dell'azione: ne
parlo in uno scritto da trovarsi poco oltre; e del resto, chi ha letto i
miei volumi, sa ch'io credeva--e dacchè la nostra Rivoluzione Nazionale
non è compita, credo--unica via all'educazione politica del paese
l'Azione. L'Italia era per ogni dove solcata di lavori nostri; e dopo i
fatti del 1848 io mi sentiva convinto che una sconfitta all'Austria in
Milano avrebbe dato moto all'insurrezione lombarda dapprima, poco dopo a
quella di tutta Italia. E nondimeno, la decisione del movere non fu mia.
Inferociti pei supplizî di Mantova[50], gli influenti fra i congiurati,
raccolti una notte in numero di sessanta a convegno, decretarono sul
finire dell'anno che si moverebbero e m'inviarono dichiarazione solenne
che, s'anche il Comitato Nazionale ricusasse assenso ed ajuto,
farebbero, anzichè soggiacere a uno a uno alle persecuzioni
dell'Austria, in ogni modo e da sè. Vivono tuttavia gli uomini che
potrebbero, ov'io non dicessi il vero, smentirmi.

Accennerò soltanto rapidamente--chi mai potrebbe in questi giorni[51]
diffondersi in particolari su cose passate?--come si preparasse e perchè
fallisse l'impresa.

Mancavano all'Associazione le armi; mancava il denaro. Di denaro diedi
quanto occorreva sul non molto raccolto dall'Imprestito Nazionale. Ma il
contrabbando delle armi era difficilissimo e, scoperto, com'era
probabile, avrebbe rivelato il disegno. Riescii ad introdurre in Milano
un certo numero di projettili di nuova invenzione che non giovarono,
dacchè le barricate, alla difesa delle quali erano destinati, non furono
fatte; ma, quanto ai fucili, risposi che le insurrezioni erano
avviamento alla guerra, non guerra; che l'armi dovevano e nelle città
potevano sempre conquistarsi sul nemico; che a conquistarle bastavano
animo deliberato davvero e coltella. Quei buoni popolani intesero, e
dissotterrate, non so di dove, da circa cento pistole, arrugginite le
più e inservibili, si diedero pel resto lietamente a raccogliere pugnali
e temprare e immanicare grossi chiodi da barca, dove i pugnali
mancavano.

Non v'è cosa alcuna che, nell'insorgere d'una città, non possa compiersi
per sorpresa; soltanto è necessario, perchè le sorprese riescano, che
siano tenute gelosamente segrete ai più, tra quelli stessi che devono
compirle e siano eseguite a puntino e a scocco d'oriuolo. Fu
architettato un numero di sorprese che dovevano dar Milano, senza grave
lotta, in mano agli insorti. Le caserme, i _corpi di guardia_, il
fortino, il Castello dovevano alla stessa ora, anzi allo stesso minuto,
assalirsi a un tratto, invadersi, quando sprovveduti quasi di difensori,
da squadre, apprestate a pochi passi, d'uomini armati d'arme corta e
ignari essi medesimi, dai capi infuori, dell'operazione da compiersi,
fino al momento in cui sarebbero stati raccolti al convegno. Da quella
generale sorpresa dovevano escire a un tempo la disfatta della
soldatesca e l'armarsi dei popolani. I luoghi occupati dal nemico erano
stati minutamente studiati, nell'interno e negli approcci, dal capo
militare preposto all'ordinamento e, sotto la di lui direzione, dai capi
chiamati a guidare all'azione le squadre. S'era scelto per
l'insurrezione il 6 febbrajo 1853, giorno detto del _giovedì grasso_, in
cui i sollazzi carnevaleschi chiamano in piazza, senza ch'altri
sospetti, tutto quanto il popolo di Milano. Alle due pomeridiane
incirca, i soldati ricevevano la loro paga e si disperdevano per la
città e nelle taverne a bere, giuocare e ballare. Contro i piccoli
nuclei rimasti a guardia dei luoghi diversi, il subito assalto avrebbe
avuto luogo alle cinque. Le truppe consegnate a quartiere o altri simili
indizî avrebber rivelato il nemico essere avvertito e sulle difese; e il
moto sarebbe stato quetamente, senza grave sconcerto, senza agitazione
visibile, protratto a tempo più opportuno.

I tre punti che più importavano erano il Palazzo ove risiedeva il
Comando Generale, il locale della così detta Grande Guardia, e il
Castello.

Nel primo, custodito da soli venticinque uomini, si raccoglievano a
pranzo, appunto alle cinque pomeridiane, Governatore, Generali,
uffiziali componenti lo Stato Maggiore e altri; la sorpresa,
comparativamente facile, di quel palazzo, bastava quindi a interromper
ogni unità d'ordini e cacciar l'anarchia nella difesa. Cento e più
risoluti popolani dovevano impadronirsene; ed erano stati affidati a un
tale, ch'era noto sotto il nome di Fanfulla, era stato nel 1848
ufficiale nei lancieri di Garibaldi, ed era tenuto prode da tutta
Milano. Il secondo, dov'erano centoventi uomini con tre ufficiali e due
obici carichi a mitraglia, collocati davanti al portone, presentava più
gravi difficoltà; ma il punto aveva per l'insurrezione importanza
strategica, e s'era scelto a punto di concentramento per gl'insorti
d'una larga sezione della città: il popolano--non ricordo il nome e men
duole, ma trafficava carbone e teneva bottega--eletto a impadronirsene
co' suoi, doveva, riuscendo, afforzarvisi, chiudendo ogni ingresso e
lasciando aperta a metà quello soltanto dove erano gli obici destinati a
proteggerlo. Il Castello era punto naturale di concentramento al nemico,
minaccia temuta più del dovere dalla città e racchiudeva, oltre quei del
presidio, 12,000 fucili: la sorpresa era dunque cosa vitale per noi e
s'era accertata in modo da non ammettere, se ignaro il Governo, un'ombra
di dubbio: diciotto uomini, scelti fra i più arrischiati e comandati dal
Capo di tutto quanto l'ordinamento, dovevano avventarsi improvvisi col
pugnale alla mano sui diciotto soldati messi a custodia della prima
corte; e, a un segnale dato, due squadre di popolani, sommanti a
trecento incirca, comandate una dall'Assi, l'altra da un falegname capo
di bottega, il cui nome m'è ignoto, dovevano irrompere a corsa da tutti
i luoghi dove, in vicinanza del Castello, i capi li avrebbero, poco
prima della fazione, appostati. I pochi soldati rimasti, dispersi nei
cameroni, inermi e côlti alla sprovveduta, non avrebbero di certo potuto
resistere a quella piena. I fucili di deposito nei magazzeni erano
nostri, in un batter d'occhio; i due armajuoli, che di tempo in tempo li
ripulivano e riattavano, erano nostri, avevano le chiavi dei magazzini e
dovevano in quel giorno, sotto un pretesto qualunque, tenerli aperti
perchè l'operazione non incontrasse il menomo indugio; e attennero la
promessa. Il Capo stesso, sprezzatore d'ogni rischio, s'introdusse,
un'ora prima della prestabilita all'insorgere, nella piazza interna del
Castello e li vide al lavoro. Riescito il colpo, un colpo di cannone e
la bandiera tricolore inalzata dovevano essere segnale agli insorti
d'accorrere ad armarsi.

Mentre si sarebbero compite quelle sorprese, duecento giovani dovevano
correre a due a tre le strade della città e cogliere soldati e ufficiali
che, avvertiti dal romore levato, avrebbero, uscendo dalle taverne, dai
caffè, dalle abitazioni, tentato raggiungere isolati i varii punti di
concentramento. Era un Vespro; e gli scribacchiatori moderati ci
accusarono d'avere preparato armi non generose. Ma chi, da Dante a noi,
non aveva registrato fra le glorie italiane il Vespro di Sicilia? Chi,
fra gli ipocriti ai quali alludo, non avrebbe acclamato al tentativo dei
popolani lombardi, se coronato dalla vittoria? A emancipare la patria
dalla tirannide dello straniero ogni arme--se lunga o breve non monta--è
santa; e se l'arbitrio sospettoso d'uomini, che a proteggere
l'usurpazione di terre non loro si giovano dell'arme infame del patibolo
non lascia ai cittadini altro ferro che quello delle loro croci,
benedetto sia chi, a salvare la libertà dei corpi e dell'anime, svelle e
aguzza ad offesa quel ferro!

A tutto s'era pensato, a tutto s'era, come meglio potevasi, provveduto.
Ottanta terrazzani erano presti, forniti di picconi, pali di ferro e
pale a inalzar barricate, ove si prolungasse, per incidenti non
preveduti, la lotta. L'impresario dell'illuminazione a gas era nostro e
s'era con lui d'intesa perchè l'illuminazione, occorrendo, non avesse
luogo. S'erano tentati, e in parte con esito buono, gli Ungaresi che
facevano parte del presidio: un ex-ufficiale inviato da Kossuth, allora
in pieno accordo con me, avea secondato il lavoro e conquistato a noi un
ufficiale di cavalleria; e molti bassi ufficiali, degli acquartierati in
San Francesco, avevano dato solenne promessa d'unirsi ai nostri
nell'azione, non sì tosto avessero ottenuto un primo successo. Klapka
s'era recato, sui primi del febbrajo, da Ginevra a Lugano per entrare e
assumere il comando de' suoi compatrioti il secondo giorno.

Costretti dall'assoluta necessità del segreto sulla natura del disegno
che doveva tentarsi e certi di non poter evitare, in un vasto lavoro,
inchieste e inquisizioni pericolose, ci eravamo, coll'altre città
lombarde, limitati a far presentire, in un tempo non remoto, eventi
supremi e a raccomandare si preparassero a profittarne. Soltanto coi
giovani universitarî della vicina Pavia eravamo andati più oltre e si
era stretto accordo perchè, a segnali di fiamma che si sarebbero
inalzati dalla punta del Duomo, movessero rapidi alla volta di Milano;
e, a intento siffatto, io aveva apprestato fucili sul Po, affidando la
direzione d'ogni cosa riguardante quel punto all'Acerbi, prode e devoto
esule mantovano. Per l'altre città tenevamo pronti corrieri a cavallo,
che avrebbero recato l'annunzio del fatto e chiamato i più prossimi ad
affrettarsi in ajuto a noi, tanto da avere, per la fine del 7, un forte
nerbo d'armati, capace di resistere a ogni tentativo d'Austriaci, che
volessero dalle vicinanze operare contro Milano. Noncurante del mortale
pericolo, Aurelio Saffi, uomo d'indole nobilissima per intelletto e per
cuore e rimasto, dal 1849 in poi, _amico mio e non della ventura_, s'era
recato, fra gli Austriaci, in Bologna, per animare a preparativi quella
valente città e le Romagne.

Perchè fallì il tentativo? Perchè da tanti apprestamenti non escì se non
una breve sommossa?

Non mancò il popolo dei congiurati; mancarono al popolo i capi. Il
segreto, cosa mirabile davvero se si pensi ai tanti che ne erano più o
meno partecipi, era stato gelosamente serbato. Il Governo ignorava ogni
cosa: avvertito da taluni di pericoli che sovrastavano, ma avvezzi a
cercarli nelle classi agiate e a sprezzare il popolo come incapace
d'iniziativa, aveva spiato attentamente le prime e, non vedendovi
indizio d'ostili disegni, s'era rassicurato. Il 6 febbrajo, distribuite
le paghe, i soldati s'erano, come al solito, dispersi per la città,
lasciando presso che vuoti ed indifesi i luoghi contro i quali dovevano
operarsi le sorprese. Ma il Fanfulla partì subitamente, nè s'arrestò se
non a Stradella: l'Assi sparì; più altri capi lo imitarono: le squadre,
non convocate e lasciate senza nuovi capi da chi non sapeva la
diserzione dei primi, non si recarono ai luoghi di convegno: altre che
si tenevano preste, non udendo d'assalto alcuno al Castello, assalto al
quale--e fu nostro errore--s'erano subordinate parecchie sorprese,
idearono tradimento o cangiamento di disegno e si sciolsero. Un solo
fatto importante, l'occupazione della Grande Guardia, trovò capo e
popolani esecutori fedeli, e riescì; se non che, immemori delle
istruzioni che statuivano quel punto a punto di concentramento, gli
occupatori, lieti di trovarsi armati e ansiosi d'azione, abbandonarono,
dopo breve tempo, il luogo per correre le vie. Ed essi e i giovani
armati di solo pugnale, scelti a operare indipendenti contro il nemico,
bastarono a versare sugli austriaci un terrore, che non cessò se non
sulla sera. Contro tutte le forze, spiegate allora dal Comando generale,
quel pugno di popolani, abbandonati da tutti, tentò difendersi
asseragliandosi, presso Porta Romana, nelle case e facendo fuoco dalle
finestre; ma, e sopratutto, per difetto di munizioni, fu costretto, dopo
un'ora di combattimento, a disperdersi. Perirono nel conflitto da cento
cinquanta soldati nemici e due ufficiali superiori assaliti nel caffè
della Scala[52].

Perchè, audaci e costanti nei lunghi pericoli dei preparativi, quei
capi-popolo s'arretrassero, giunta l'ora, davanti all'azione, mi pesa il
dirlo, ma può tornare utile insegnamento in imprese future. Essi, i più
almeno, retrocessero davanti all'isolamento in cui furono lasciati dalla
classe media. Avevano lavorato soli, senza sconfortarsi dell'inerte
indifferenza d'uomini, che i ricordi del 1848 e l'intelletto educato
additavano ad essi capi naturali del moto, sperando che, compito il
lavoro, dimostrata innegabilmente la propria tenacità di proposito e
conquistata potenza di numero e d'ordinamento, li avrebbero compagni
alla prova. Ma quando, sull'avvicinarsi dell'ora suprema, mentre
pensavano che il sacrificio di sangue, al quale, per la salute e per
l'onore del paese, s'apprestavano lietamente, li avrebbe fatti cari e
fratelli a quelli uomini, si videro freddamente accolti, guardati con
sospetto e rimproverati di commettere a un tentativo imprudente le sorti
della città--quando s'udirono a dire: _combattete dacchè lo volete: dopo
la prima giornata saremo con voi_--vacillarono e non osarono assumersi,
essi poveri popolani, l'immensa responsabilità d'una iniziativa, non
divisa da alcuno di quei, ch'essi s'erano avvezzi a chiamare i _loro
migliori_. Non un abito--_non una marsina_--ripetevano dolorosamente gli
insorti che cercavano ispirazione sul come si potesse più utilmente
morir per l'Italia.

Non una _marsina_, infatti, si vide tra i combattenti del 6 febbrajo a
incuorarli, a dirigerli. I portoni, le finestre delle case si chiusero.
Milano prese aspetto di città deserta. Unico, o quasi, delle classi
medie che si mostrasse in quelle ore fu un Bianchi Piolti, eccellente
giovane, allora in contatto con me, oggi, se non erro, deputato, pur
sempre onesto e liberale nelle tendenze.

Fin da quando il lavoro dei popolani accennò a tradursi in azione, io
presentii quel pericolo; e parevami inoltre che, dov'anche le forze
dell'Associazione fossero state sufficienti a vincere la prova in
Milano, avremmo pur dovuto desiderare che in una lotta da iniziarsi a
pro di tutti, tutti fossero rappresentati. M'era dunque rivolto a quelli
fra i giovani intellettualmente educati, che nel 1848 erano stati uniti
con me intorno alla bandiera sollevata dall'_Italia del Popolo_:
prominenti fra questi, l'Allievi e Emilio Visconti Venosta. Ma li trovai
mutati, scettici, riluttanti a ogni pensiero d'azione. Cominciarono per
dichiarare impossibile l'esistenza d'una vasta associazione di popolani;
poi, quand'ebbero prove irrecusabili, si ricacciarono sulla
impossibilità del segreto, e confutato il timore della rivelazione di
quella parte del disegno che riguardava la scelta dell'ora, la paga ai
soldati e gli indizî che escirebbero dalle loro mosse, cominciarono ad
argomentare sulla poca disposizione delle provincie lombarde a seguire:
temevano i pericoli del moto, la possibilità della disfatta e, credo,
egualmente le conseguenze d'una vittoria preparata esclusivamente dal
popolo. L'anima loro, impicciolita tra la vanità pedantesca della
mezza-scienza, il materialismo delle scuole francesi, che allora
seguivano, e il meschino freddo sussiego di letterati borghesi,
s'arretrava sospettosa davanti a quel ridestarsi di popolo, che avrebbe
dovuto inorgoglirli di gioja italiana.

Così titubavano paurosi, svogliati, inerti sino alla fine: non diedero
un uomo, nè una moneta, nè un'arme: avevano non so quanti fucili e li
rifiutarono, dicendo che se ne gioverebbero per la _seconda_ giornata.
Il Venosta accettò d'entrare, come loro delegato, in una direzione
formata di Bianchi Piolti, d'un Fronti, del capo militare e di lui; ma
non intervenne se non due volte ai convegni, ascoltando, nè mai
proponendo cosa che potesse tornar utile al moto; poi si dileguò.
Finalmente, richiesti, spronati, rimproverati, dichiararono che
consulterebbero, prima di decidersi a cooperare, una competente autorità
militare.

L'autorità militare competente fu per essi Giacomo Medici, allora
volontario garibaldino, oggi generale nell'esercito regio, il quale da
Genova, ov'ei soggiornava, era fuori d'ogni lavoro e ignaro delle forze
nostre, del disegno e d'ogni cosa. Gli spedirono l'ingegnere Cadolini,
oggi deputato. Medici rispose: _impedite il moto con ogni mezzo: se non
riuscite a impedirlo, cercate afforzarlo_. E i richiedenti fecero,
sconfortando, sviando taluni fra i capi, annunziando a tutti il loro
dissenso, quanto era in essi per impedire. Fu questa principale cagione
di disfatta al disegno. Era, in seno alla borghesia, il cominciamento
d'una scuola analoga, comunque inferiore d'ingegno, a quella dei
_dottrinarî_ francesi ai tempi di Luigi Filippo, e della quale l'Italia
vede oggi in quei che la reggono lo scandalo e i frutti.

E nondimeno ho certezza, che nel prepararsi generale degli animi, nello
sviluppo storico del risorgimento italiano, quel tentativo giovò.
Lasciando dello stolto e feroce spirito di repressione, che la paura
spirò allora più che mai nei consigli dell'Austria, delle contribuzioni
arbitrarie sui beni degli inoffensivi patrizî lombardi e degli esuli, e
dell'irritazione che ne nacque in essi, il popolo, il vero popolo,
salutò come sua l'impresa tentata, inorgoglì dell'ardito concetto, e
cominciò a credere nella propria forza e nella parte che sarebbe un
giorno chiamata a compiere. I segni d'una trasformazione morale nelle
classi operaje apparvero poco dopo più frequenti e visibili nelle
associazioni, fondate pubblicamente in Piemonte e nella Liguria, tra gli
uomini del lavoro, nella parte presa altrove dai popolani nei tentativi
che seguirono, e, a me segnatamente, negli indirizzi, nelle proposte,
nelle dichiarazioni d'affetto, che da essi mi vennero quando appunto il
volgo letterato e gli ingannati da esso mi rovesciavano quasi
universalmente sul capo una tempesta d'accuse, di rimproveri e di
villane calunnie[53]. Da Genova, da Parma, dalle città romagnuole i
popolani mi dicevano: _voi avete creduto in noi, stimati da tutti
incapaci di fare: vi rendiamo grazie, e vi proveremo quando che sia che
non v'illudete sul conto nostro_. Il 6 febbrajo strinse fra gli operai
d'Italia e me quel patto d'amore e di comunione educatrice, che fruttò e
frutterà, e che conforta di serenità e di speranze italiane i miei
ultimi anni, abbeverati d'amara e profonda mestizia, per le delusioni e
per l'abbandono di molti fra quei che m'eran più cari.

A quel tempestoso periodo appartiene lo scritto che segue. Io l'aveva,
fin dal 22 febbrajo, promesso con queste poche linee indirizzate
all'_Eco delle Provincie_:

       *       *       *       *       *

  _Al Direttore dell_'ECO DELLE PROVINCIE.

Il fatto recente di Milano che, comunque strozzato ne' suoi principî da
incidenti sottratti a ogni calcolo umano, e rimasto isolato per virtù di
prudenza, che non guarda a biasimo o lode, ma all'intento da
conquistarsi, avrebbe pur dovuto sollevare d'orgoglio italiano ogni
anima buona e rivelare ai più incerti le vere tendenze del nostro
popolo, frainteso, traviato da pregiudizî funesti e da codarde paure, ha
suscitato un biasimo pressochè universale.

Sento tutta quanta la responsabilità che trascina con sè l'ultimo
proclama del Comitato Nazionale, scritto da me e firmato da uno solo de'
miei colleghi--e non la rifiuto.

Scriverò con tutta quella sollecitudine che consentono le condizioni in
ch'io verso, le cagioni per le quali io l'assumo, volenteroso ed altero.
Scenderò, poichè amici tiepidi e irreconciliabili nemici lo esigono, a
parlare di me.

Chiedo--non agli uomini che hanno per tutta dottrina il _vae
victis_!--non ai gazzettieri che vendono per trecento franchi mensili
la coscienza e la penna a un'aristocrazia prima morta che nata--non ai
consci o inconsci colpevoli che diseredano l'Italia d'una potenza
d'iniziativa, fatto oggimai evidente dai martirî eroici e dalle eroiche
audacie degli ultimi quattro anni--ma agli Italiani che amano davvero la
loro patria e sentono altamente de' suoi fati e fremono e combattono per
compirli, pochi giorni d'indugio nei loro giudizî.

Ho l'anima amara, ma di dolore, non di rimorso. La fede che scaldava,
ventiquattr'anni addietro, di un sorriso d'entusiasmo la mia giovinezza,
splende or più che mai, stella eterna dell'anima, davanti a' miei occhi.
Non la rinneghino i giovani. Non la rinnegherà un popolo che, fatto
superiore ai mezzi intelletti d'una classe che dovrebbe guidare e
dissolve, assale nell'inerzia comune, colla sola arme che l'Austria non
può rapire al cittadino, cannoni e Castello in Milano.

  _22 febbrajo._                                       _Vostro_
                                                   GIUSEPPE MAZZINI.

       *       *       *       *       *



AGLI ITALIANI

_Marzo, 1853._

                                    . . . . . Come da me si suole,
                                    Liberi sensi in semplici parole.

                                                         TASSO.

Io mando queste pagine ai giovani ignoti d'Italia, ai quali è fede
l'unità della patria comune, speranza il popolo in armi, virtù l'azione,
norma di giudicio sugli uomini e sulle cose l'esame spassionato dei
fatti non travisati e delle intenzioni non calunniate.

Pei gazzettieri che mercanteggiano accuse e opinioni a beneplacito di
monarchie cadaveriche o aristocrazie brulicanti su quei cadaveri:--pei
miseri, quali essi siano, che in faccia a un paese schiavo e fremente,
non trovano ispirazioni fuorchè per dissolvere e accusano d'ambizione
chi fa o tenta fare, rosi essi medesimi d'ambizioncelle impotenti, che
non fanno nè faranno mai cosa alcuna:--per gli stolti, che, in una
guerra nella quale, da un lato stanno palesemente, regolarmente
ordinati, eserciti, tesori, uffici di polizia; dall'altro, tutto
dall'invio d'una lettera fino alla compra di un'arme, è forzatamente
segreto, non applicano ai fatti altra dottrina che quella del barbaro:
_guai ai vinti!_:--pei tiepidi, ai quali il terrore di qualche
sacrificio da compiersi suggerisce leghe ideali di principi, disegni
coperti di monarchie due volte sconfitte, o guerra tra vecchi e nascenti
imperi, da sostituirsi all'unico metodo che conquisti libertà alle
nazioni, l'insurrezione:--per gli uomini, prodi di braccio, ma fiacchi
di mente e d'anima, che nei fatti di Milano, Venezia e Roma, nel 1848 e
nel 1849, non hanno saputo imparare che l'Italia non solamente _deve_,
ma _può_ emanciparsi, e la condannano a giacersi serva derisa finchè ad
altri non piaccia esser libero--io non ho che disprezzo o compianto. Gli
uni non vogliono intendere: gli altri non sanno. Nè io scenderei per
essi a parole dilucidatrici o a difese.

Ma ai giovani--maggioranza nel Partito Nazionale e speranza
dell'avvenire--che non rinegano per disavventure la santa tradizione di
martirio e di lotta incessante segnata dai migliori fra i nostri: ai
giovani, che non hanno imbastardita la mente italiana tra sofismi di
sette straniere, nè immiserita la potenza dell'intuizione rivoluzionaria
tra le strategiche delle guerre regolari governative, nè sfrondato il
core d'ogni riverenza all'entusiasmo, alla costanza, alle grandi audacie
e alle grandi idee, che sole rifanno i popoli, io debbo conto delle
cagioni che promossero il recente tentativo popolare in Milano, delle
principali che lo sconfissero.

Il Comitato Nazionale è disciolto; disciolto dopo un proclama
d'insurrezione, ch'io scrissi, e che due soli de' miei colleghi
firmarono. Di questo fatto io debbo pur conto al paese.

E parmi ch'io debba oggimai parlare al paese anche di me, delle idee che
dettarono la mia condotta, delle norme che mi diressero. È la prima e
sarà l'ultima volta. Ma le accuse e le calunnie vibrate al mio nome
mirano a ferire tutto intero il partito d'azione; e non mi è concesso
negligerle. Fors'anche il perpetuo silenzio da parte mia potrebbe
generare dubbî e incertezze nell'animo di quei che mi richiesero, in
questi ultimi anni, di consiglio e di direzione. E importa ch'essi mi
sappiano deluso e tradito ne' miei calcoli e nella mia fiducia, non reo
d'avventatezza sistematica, o di spregio delle altrui vite o d'orgoglio
insensato, che vuol moto a ogni patto e senza speranza.

                                                   GIUSEPPE MAZZINI.


I.

Roma era caduta; ma come chi deve infallibilmente risorgere. I Francesi
occupavano le mura e le vie della città e cancellavano le insegne e la
sacra formola della Repubblica; ma non potevano cancellare due grandi
fatti, conseguenza dell'eroica difesa: il Papato moralmente spento e
l'unità italiana moralmente fondata. Il Papa, rimesso in seggio da una
gente materialista, affogava nel sangue dei martiri d'una nuova fede; e
l'Italia aveva trovato il suo centro. Parvemi che la conquista fosse
tale da non doversi commettere alle incertezze, all'anarchia del
partito, e che fosse pensiero degno del luogo il cacciare nel terreno
della sconfitta il germe della vittoria futura. E prima di ritrarmi,
ultimo fra i noti, da Roma, lasciai fondata l'Associazione Nazionale. Il
Comitato Nazionale doveva esserne il centro visibile.

Quale era il mio intento, quale era il nostro, dacchè allora eravamo
tutti concordi? L'azione: l'azione fisica, diretta, insurrezionale.
Riordinando l'Associazione, noi intendevamo ordinare il partito
all'azione. Il Comitato Nazionale doveva condurlo fino al punto in cui
l'azione fosse possibile; poi sparire tra le file del popolo
combattente.

Due anni prima, la missione degli influenti nel Partito poteva essere
diversa. Viveva abbastanza diffuso, conseguenza naturale d'una
oppressione stolta e feroce ad un tempo, l'abborrimento all'austriaco,
ma localmente, senza vincolo, senza simbolo, senza speranza comune. La
nazione era aspirazione di menti e d'anime elette, non fede di
moltitudini. Mancava al popolo d'Italia, non l'istinto, il desiderio del
meglio, ma la conoscenza della propria forza. Quando noi, repubblicani,
dicevamo ai giovani lombardi del ceto medio o patrizio: «Voi avete
bisogno del popolo; ma questo popolo non l'avrete se non osando, creando
in esso, col fascino della fede incarnata in voi stessi, l'opinione
della propria potenza,» crollavano, increduli, il capo; e disperavano,
pochi mesi, pochi giorni prima della insurrezione lombarda, di
trascinare sul campo d'azione le moltitudini. I fatti soli potevano
convincerli; e quei fatti dovevano escire, non dalla volontà d'uno o di
pochi individui, bensì da circostanze propizie, presentite, non create
da noi. Allora l'azione poteva e doveva predicarsi, come intento finale
e mezzo unico di riscossa, quando che fosse, senza tempo determinato: a
guisa d'apostolato educatore, più che come disegno pratico di congiura.
Ma, nel 1849, le condizioni erano radicalmente mutate. Il popolo aveva
detto in Sicilia ai suoi oppressori: _aderite alle domande nostre il tal
giorno, o insorgiamo_: ed era insorto e aveva vinto. Braccia di popolo
pressochè inermi avevano emancipato in cinque giorni il Lombardo-Veneto
dall'Alpi al Mare. I popolani di Bologna avevano, soli, e abbandonati da
chi più doveva combatter con essi, combattuto due eroiche battaglie
contro gli Austriaci. Brescia aveva segnato in ognuna delle sue strade
una pagina storica. In Roma, nel cuore della Nazione, s'era manifestata
tanta vita da rifare un popolo intero. In Venezia, guerra, bombe, colèra
e fame non avevano potuto suscitare un tumulto, strappare un gemito. I
nostri giovani militi s'erano fatti, in pochi mesi di combattimenti,
vecchi soldati. E tutti questi miracoli di virtù guerriera e di
sacrificio s'erano compiti in un fremito di patria comune, sotto la
grande ombra d'una bandiera che portava il nome d'Italia. E l'ultima
codarda illusione che aveva affascinato il popolo a credere possibili
fondatori di libertà nazionale un papa ed un re, s'era logorata e per
sempre in un esperimento, al quale io, non volendo che la bandiera
repubblicana si contaminasse, al primo apparire, di guerra civile, aveva
assistito, cupamente rassegnato e con dolorosa pazienza, che mi fu poi,
da uomini pazienti allora, oggi più che pazienti, rimproverata. Davanti
a cosiffatte innegabili rivelazioni, con un popolo ridesto alla fede,
che aveva in due anni imparato, non solamente a morire, ma a vincere, le
parti d'un Comitato Nazionale non eran più dubbie.

Fondare all'interno l'unità del Partito: concentrarne la forza a
principî comuni, a intento comune: preparare le cose in modo che
l'impresa, ove fosse vigorosamente iniziata in un punto, diventasse
infallibilmente impresa nazionale italiana: predicare il dovere e la
possibilità dell'azione: poi, quando il popolo decretasse di movere,
ajutarne, con un po' di materiale raccolto, le prime mosse.

Fondare, all'estero, l'unità della Democrazia: cacciar le basi
dell'alleanza futura dei popoli nell'alleanza, sopra un terreno comune,
degli influenti sul partito attivo in ogni Nazione: far sì che, data una
iniziativa italiana, fosse rapidamente seguita dai popoli aggiogati ora
sotto l'Austria e ajutata di favore operoso dagli altri.

Fu questo il programma del Comitato, dichiarato apertamente, come da noi
si usa; svolto nelle molteplici comunicazioni private, praticato con
insistenza dal primo fino all'ultimo giorno. Ogni altro programma
avrebbe fondato un ozioso dominio di setta, e dato al carnefice vittime
senza scopo. Or noi non eravamo settarî, ma apostoli, credenti in una
fede di non lontano risorgimento; non eravamo sì illusi da volere che un
popolo risorgesse senza sacrificio di vite, ma nè sì stolidi e appestati
di egoismo da guardare freddamente al patibolo dei nostri migliori e non
desumerne, com'oggi altri fanno, che un insegnamento di pazienza
servile.


II.

Il Comitato esciva, in parte dal fatto dell'associazione ordinata, in
parte dalla tradizione, buona a conservarsi, del Triumvirato di Roma.
Era in breve tempo confermato, con adesione scritta, ch'io serbo, da un
numero considerevole d'uomini che avevano rappresentato il popolo in
Roma e d'altri che avevano virilmente difeso, nella milizia o negli
ufficî civili, l'onore della nazione per tutte parti d'Italia. E presso
le moltitudini, vogliose sempre di trovar chi le guidi a fare, presso
quella gioventù santa che non ha vanità individuali da accarezzare, ma
non domanda se non di combattere, vincere, o morire ignota per la Patria
comune, non era per mancarci autorità direttrice, quanto almeno bastava
all'intento nostro. Pur nondimeno pareva onesto e giovevole,
segnatamente per l'estero, che i più noti fra gli esuli si
raggruppassero in questo lavoro di riordinamento interno e di
rappresentanza internazionale; e determinammo richiederli. Scrissi
allora io stesso a parecchi, tra i quali ricordo Enrico Cernuschi,
Amari, Montanelli, Manin, Cattaneo. Chi per una, chi per altra ragione,
ricusarono tutti. Manin non rispose. Cattaneo, ora avversissimo, senza
ch'io possa indovinare il perchè, rispose magnificando, dichiarando che
bastavamo, che la tradizione dell'unico potere popolarmente legale era
in noi, che ogni accessione avrebbe guastata l'integrità del concetto e
che egli ajuterebbe a ogni modo; e poco dopo inviava una forma di
cedola, quasi interamente adottata per l'imprestito Nazionale. A noi
dolse che uomini, il cui nome avrebbe potentemente giovato a operare una
più rapida unificazione degli elementi, mancassero alla chiamata, ma il
loro non fare lasciava intatto l'obbligo nostro, e deliberammo compirlo.
Saliceti e Sirtori, nomi cari, l'uno agli italiani di Napoli, l'altro a
quei del Lombardo-Veneto, s'erano uniti a noi.

Da taluno fra gli esuli fu susurrata allora l'idea--e fu l'unica, dacchè
gli altri non allegavano se non motivi di circostanze, o, peggio,
d'antipatie individuali--che un Comitato dovesse escire dal voto
universale dell'emigrazione, e comporsi di tanti individui quante sono
oggi, per nostra sventura, le parti d'Italia. E se noi non avessimo
avuto in core che la meschinissima ambizione di recitare una parte,
avremmo accettato: eravamo certi d'essere eletti. Ma troppi e troppo
fatali traviamenti erano già entrati a corrompere la schietta logica
dell'esercito della democrazia, perchè da noi si consentisse, con
tattica indegna della nostra coscienza, a sancirne un nuovo. Sulla non
infallibilità del suffragio universale, adoperato anche su larga scala,
e in condizioni normali, gli esperimenti non foss'altro di Francia
dovrebbero, a quest'ora, aver illuminato molti fra i nostri e insegnato
la suprema necessità d'accoppiarlo a un disegno d'educazione nazionale,
non solamente gratuita, ma obbligatoria per tutti. La ragionevolezza del
suffragio, a ogni modo, quand'è applicato ad un Popolo, sta nel patto
comune che gli elettori hanno davanti agli occhi scegliendo, e del quale
gli eletti s'assumono di farsi interpreti. Ma il proporre che si
scegliesse per via di suffragi un Comitato destinato a unificare, sotto
certe norme, il partito; e l'affidare l'esercizio del voto a una
emigrazione di tempi e di principî diversi, dispersa fra Tunisi e
Montevideo, fra Costantinopoli e Nuova York, vegliata, perseguitata,
impaurita spesso dai governi sulle cui terre s'accoglie, era consiglio
inattendibile e pericoloso: inattendibile, perchè proclamava un diritto
d'elezione dove non erano condizioni di libero voto, nè di metodo
uniforme, nè di pubblica discussione fraterna, nè di verificazione
severa: pericoloso, perchè fidava all'anarchia delle opinioni ed al caso
la scelta della bandiera, sotto la quale doveva ordinarsi il partito. La
bandiera era stata inalzata, tra un fremito d'assenso di quanti
intendono l'avvenire immancabile dell'Italia, nella metropoli della
Nazione, in Roma: nè potea, senza colpa, sottoporsi a vicende di voti
dati fuor di paese. Il problema s'agitava, del resto, in Italia; e in
Italia stavano gli elementi che solo potevano scioglierlo;
l'emigrazione non li rappresentava, nè l'interno avrebbe accettato il
suo voto, quando non fosse escito mirabilmente concorde colle proprie
tendenze.

Questa mania di suffragi, di sovranità popolare, omeopaticamente
applicata dove non è nè indipendenza, nè popolo, fu, tra noi, rovina di
molte imprese e indugio perenne al concentramento delle forze e alla
rapidità delle operazioni. Noi non siamo, giova pur sempre ripeterlo, la
Democrazia, ma un esercito di cospiratori--e chiamo cospirazione, tanto
il lavoro che si adopera a diffondere stampe vietate, quanto quello che
tende a preparar barricate--militante a conquistare un terreno alla
Democrazia. Le norme dell'assoluta libertà, applicate oggi al compimento
della nostra missione, ricordano il _Libertas_ che i genovesi scrivevano
un tempo sulle porte delle prigioni. Nelle congiure, come tra le
barricate, l'iniziativa scende, non sale. Spetta ai pochi che si sentono
fatalmente spronati a fare, e capaci d'indurre altri a seguire, e puri
d'anima e irrevocabilmente determinati a non adorar idoli d'opinione,
transazioni o menzogne, ma solamente l'idea che li guida e l'intento. E
se la loro è, come spesso avviene, illusione, il popolo non li segue.

Il popolo--il popolo dei volenti azione--accennava seguirci.
L'Associazione s'ordinava rapida e spontanea su tutti i punti; e il
primo atto d'ogni nucleo era un'adesione al Comitato Nazionale. Il
bisogno d'unità era universalmente sentito, e cancellava, nei migliori,
ogni lieve dissenso. I giovani che amavano, più che sè stessi, la
patria, non temevano sagrificata una parte d'indipendenza
nell'accentrarsi volontariamente a una direzione; non sospettavano che,
pel loro consenso, potesse mai inalzarsi un seggio d'autorità pericolosa
al paese: chi è degno di libertà non teme di perderla, nè la perde. Però
procedemmo, lasciando ch'altri dicesse, e presti a seguire chi facesse
meglio e più attivamente di noi.


III.

Fondato il Comitato Europeo, e costituita, vincolo di fratellanza tra
esso e il Comitato Nazionale Italiano, l'identità di credenze, noi
predicammo, dentro e fuori, le poche semplici norme, che ci parevano
meglio opportune a guidare il partito sulle vie dell'azione, e a dargli
vittoria. Come individui, ciascun di noi serbava libero il pensiero,
libera la diffusione delle proprie idee sui problemi di soluzione
pacifica e più remota, che tormentano il secolo e ne vaticinano la
grandezza: come nucleo collettivo, dovevamo tenerci per entro i limiti
di sfera men vasta, sopra un terreno già conquistato e accettato dai
più. E noto questo, perchè a taluni, i quali non hanno cura se non di
scrivere libri, libercoli, o articoli, parve bello l'atteggiarsi a
pensatori più arditi, e rimproverarci l'incerto, il limitato, come essi
dicevano, del nostro programma. Scambiavano i caratteri della nostra
missione; e confondevano, col lento e solenne svolgersi della
rivoluzione, i preparativi d'una insurrezione. Noi non potevamo ridurci
a proporzione di _setta_; dovevamo studiare di rappresentare tutto
quanto il Partito. Dovevamo essere repubblicani, perchè la monarchia
spegnerebbe in sul nascere la nostra rivoluzione; unitarî, perchè, senza
unità, l'Italia non può essere nazione; ma lasciare ogni altra questione
alla nazione e alle ispirazioni dell'avvenire.

Le norme fondamentali da noi proposte eran queste:

Per forza di cose e d'idee, di leghe regie e istinti di popoli, di
intuizione logica e di storia severamente documentata negli ultimi
anni, l'Europa dovea considerarsi come divisa in due campi: il campo
della tirannide e del privilegio dei pochi, e il campo della libertà e
delle nazioni associate. La Democrazia, chiesa militante dell'avvenire,
doveva ordinarsi ad esercito, presta a promuovere pacificamente lo
sviluppo progressivo dei popoli, dove son liberi i mezzi pacifici; a
rovesciare colla forza la forza dove quei mezzi sono contesi. Le nazioni
dovevano riguardarsi come divisioni di quell'esercito, chiamato ad
operare sotto un disegno comune e sotto la mallevadoria d'uomini,
vincolati da un patto a non ricadere nell'esoso egoismo locale, che rese
impotenti i moti del 1848. La questione d'iniziativa, fidata
teoricamente ai fati provvidenzialmente preordinati e alla coscienza
d'ogni nazione, perdeva così l'importanza pratica, che l'orgoglio degli
uni e la servilità degli altri avevano fatto degenerare funestamente in
monopolio esclusivo. Poco importava su qual punto strategico d'Europa
s'aprisse la lotta, purchè tutte le forze dell'esercito democratico
sottentrassero alla battaglia. Sorelle sul campo, le nazioni
rimarrebbero tali, vinta la guerra, quando, riordinata la Carta
d'Europa, un Congresso di rappresentanti, scelti da esse, darebbe al
nuovo riparto consecrazione di comune consenso. I popoli, indipendenti
nell'assetto interno, alleati per tutto ciò che riguarda gl'interessi
europei e le relazioni internazionali, s'avvierebbero così alla
risoluzione pacifica dell'eterno problema, svisato quasi sempre dalle
sêtte moderne, armonia tra l'_associazione_ e la _libertà_.

E le stesse norme dovevano più o meno applicarsi al problema italiano.
Il campo italiano si divideva, come sempre, in due parti: gli uomini che
s'ostinavano ad aspettare la libertà della patria dalla diplomazia, da
disegni arcani di principi ambiziosi o da guerre straniere, e gli uomini
ch'erano fermi a cercarla nell'azione delle forze italiane, ajutate
dall'elemento popolare europeo. A questi soli il Comitato Nazionale si
rivolgeva: da questi soli chiedeva concentramento ordinato sotto un
disegno comune e un'unica direzione; gli altri sarebbero stati
trascinati dal fatto. E questo fatto non doveva, nè poteva avere un
giorno predeterminato a manifestarsi;--la nostra era questione d'idea,
non di tempo--ma, accettato come possibile, e maturato tanto da
raggiungere condizioni ragionevoli di vittoria probabile, prorompere,
quando il partito credesse, conseguenza di moti europei o principio ad
essi.

Intento del fatto doveva essere conquistarci una Patria, costituirci in
Nazione; una dunque doveva esserne la bandiera: inalzarsi, ovunque le
circostanze darebbero, in nome di tutti; proteggersi da tutti; trionfare
per tutti: guerra di popolo, governo di popolo. E perchè il popolo
potesse rivelare solennemente l'animo proprio, i proprî bisogni e la
propria fede:--perchè non traesse, come nel 1848, da pericoli
ipocritamente esagerati, o da speranze ipocritamente affacciate,
occasione a cedere improvvidamente le proprie sorti ad ambizioni di
principi e raggiri di cortigiani sofisti:--perchè, col decidere
immaturamente, prima d'essere libero tutto ed affratellato, non
richiamasse a vita, spenti, ma da poco, germi fatali di
federalismo:--perchè, infine, le incertezze, le oscillazioni, i pericoli
d'una libertà mal ferma, sospettosa quindi e facile a sùbiti sconforti e
a mortale anarchia, non si trapiantassero nel campo, non disviassero
dalla suprema necessità di combattere, non involassero, spegnendo la
vittoria in fasce, i frutti della vittoria:--il Comitato Nazionale
segnava due periodi alla risoluzione del problema; il primo, periodo
d'insurrezione, da governarsi con assoluta unità da un nucleo di pochi
buoni e volenti, acclamato e vegliato dal popolo, operante a rendere
nazionale, popolare, rapida e tremenda la guerra; il secondo, non
ottenuta, ma assicurata la vittoria, e libero, se non tutto, quasi tutto
il popolo d'Italia, da reggersi normalmente e svolgersi, sotto la tutela
d'una libertà meritata, dall'Assemblea Nazionale, raccolta, per voti di
tutti, in Roma.

Il Comitato Nazionale prometteva di sciogliersi davanti al Governo
d'insurrezione: la nostra missione era quella d'agevolare
l'insurrezione, non di dirigerla. E davanti al Concilio della Nazione,
il Governo d'insurrezione dovea render conto, sciogliersi, o portar la
testa sul palco. Norme siffatte, accettate, predicate, radicate per
tutto quanto il partito, bastavano per sè sole a spegnere ogni pericolo
d'usurpazione; ma s'altre, più positivamente proteggitrici, fossero
state credute necessarie per quel primo periodo, il popolo le avrebbe
architettate e sancite. Quanto ai cento problemi dell'avvenire, noi
collettivamente, non dovevamo occuparcene; ed era debito del Comitato
educare, coll'esempio, gli animi a fidare nel senno, raccolto in
Assemblea, del paese. Solamente, poi che senza tradir la nazione non
potevamo non dirci unitarî, aggiungevamo che l'unità vagheggiata non era
l'unità napoleonica--che non dovrebbe confondersi col concentramento
amministrativo--che l'associazione e la libertà, la Nazione ed il
Comune, erano, due eterni elementi, sacri egualmente, dello Stato, come
per noi si ideava;--e che all'elemento _reale_, storico, del Comune,
ampliato e sostituito all'elemento _fattizio_, arbitrario, degli Stati
d'oggi, doveva senz'altro attribuirsi quanta forza bastasse a non
renderne illusoria la libertà, quanta indipendenza potesse localmente
ordinarsi senza travolgere la Nazione nell'anarchia di vita politica e
d'educazione.


IV.

Non so s'io m'illuda: ma non parmi che queste norme possano formar
soggetto, da una in fuori, di controversia da chi accetti pel paese la
necessità d'una crisi rivoluzionaria: sgorgano da una logica elementare
documentata da quante rivoluzioni vollero riescire a buon porto e
riescirono. Comunque--e importa notarlo--nol formarono allora. Espresse
senza riguardi ed ambagi fin dal primo Manifesto del Comitato, furono
accolte con favore dalla generalità del partito; combattute
tiepidamente, e senza il corredo delle solite villanie, dai giornali
pagati per essere avversi. Nessuno levò allora la voce--ed era il
momento naturalmente additato alla buona fede--per dichiarare che la
nostra teorica rivoluzionaria era falsa; nessuno escì in campo a
proporne un'altra; nessuno s'attentò di fare atto pubblico di codardia e
di dirci: _l'Italia, checchè facciate, è e sarà pur sempre impotente a
movere ed emanciparsi, se prima non move la Francia o un'altra
contrada_. Gli umori che serpeggiavano fra taluni, segnatamente in
Parigi, si strisciavano, come dissi, rodendoli, intorno a nomi, non a
idee, d'individui. E noi, poco curanti di questo, procedemmo, con animo
alacre, nell'opera incominciata e nella pratica delle dottrine
enunciate. Primo passo su questa via, e nuovo indizio che per noi si
tendeva all'azione, fu l'emissione dell'Imprestito Nazionale: concetto
arditamente buono, che fu accolto con tanto favore da rivelare l'animo
del paese, ancorchè il risultato materiale non fosse gran cosa; diedero,
non i ricchi, colpevoli d'un'avarizia che espiano cogli imprestiti
forzosi e coi sequestri dell'Austria, ma i poveri.

Io non dirò, per ragioni facili a indovinarsi, quello che sotto
l'ispirazione del Comitato e la forte instancabile attività iniziatrice
di Roma si facesse all'interno; e soltanto affermo il lavoro condotto al
punto di dare certezza, che ove una vigorosa iniziativa sorgesse in una
parte d'Italia, sarebbe, più o men rapidamente, ma infallibilmente,
seguita da tutte l'altre; e della vigorosa unità del partito hanno, del
resto, dato indizî che bastano l'audacia inconquistabile della stampa
clandestina, le dimostrazioni periodiche a ricordo della repubblica in
Roma e provincie, i fatti compiti a danno di delatori in Milano ed
altrove, i terrori dei governi e le vittime, pescate il più delle volte
a caso, pure in tutte le classi, dal prete fino al più umile popolano.
Ma all'estero, accettate dal Comitato Europeo le basi intorno
all'iniziativa e alle relazioni internazionali accennate più sopra, il
lavoro assunse proporzioni importanti davvero e preparò risultati, che
agevoleranno all'Italia, quando vorrà coglierli, la via per collocarsi,
tra le nazioni, su quell'altezza, alla quale i fati la chiamano. Per
questo almeno io sento di meritare--e mi preme più assai di meritarla
che non d'averla--la gratitudine del paese. Per circolari, indirizzi e
inviati, il nome e la parola d'Italia suonarono potenti in tutte le
file, disgiunte prima del 1848, rannodate ora a un disegno comune della
democrazia Europea. L'alleanza, temuta e inutilmente assalita con
tutt'arti possibili, tra gli ungheresi e noi, più visibile dacchè
l'elemento rivoluzionario ungarese s'incarna in un uomo, non fu se non
una delle molte che traemmo--educandole con amore attraverso difficoltà
più gravi che altri non pensa--dai germi che le delusioni del 1848
avevano seminati. Dalla penisola Iberica, destinata ad unificarsi, fino
alla Grecia alla quale apparterrà un giorno, checchè facciano le
diplomazie per galvanizzare un cadavere, il primato su Costantinopoli;
in Polonia, centro pur sempre d'una delle quattro divisioni future del
mondo Slavo; nelle valli, troppo dimenticate dall'Italia, dove s'agita,
in cerca dell'avvenire, una gente romana di nome, di ricordi e
d'affetti, da Traiano in poi; in Germania; in Oriente, tra popolazioni
varie, taluno semi-barbare, ma il cui sommoversi cova inevitabile la
guerra europea, noi cercammo e trovammo nemici all'Austria. I pensatori,
ai quali è centro di politica europea Moncalieri, sorridano increduli a
posta loro, ma chi cerca appurare il vero, viaggi per quei paesi,
interroghi, e veda se l'importanza data all'Italia non è cresciuta di
tanto, da far parere ogni suo moto, ogni sua sommossa, fatto grave di
conseguenze ai moti e al progresso d'Europa. Questo cangiamento nella
teorica dell'iniziativa europea, accettato senza analisi di cagioni dai
popoli, è dovuto alle manifestazioni che nel 1848 e nel 1849 rivelarono
un'Italia, ignota fino a quei giorni. Il Comitato Nazionale non fece che
indovinar quel fatto, giovarsi dei diritti che dava a chi parlasse in
nome d'Italia, e fondarvi sopra una fratellanza più positiva, un accordo
predeterminato pel caso d'azione. Pur tanti anche oggi fra i nostri--e
dovrò or ora, con dolore e rossore, accertarlo--dimenticano quel fatto
supremo e guardano all'Italia, siccome a schiava giacente, finchè
piaccia a Parigi o a Berlino di dirle: _sorgi!_ dimenticano che non è
senza merito di fede in noi l'avere inteso quanta parte di vita europea
s'agita nella patria nostra, e l'aver preparato, come meglio si poteva,
il terreno ad alleanze, che l'Italia dovrà e potrà stringere fin dai
primi giorni del suo risorgere.

E in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America--in questi ultimi per
opera in parte di Kossuth, che affratellò sempre i fati dell'Ungheria e
dell'Italia--l'opinione, sistematicamente traviata dalla stampa ligia
alla monarchia piemontese, si trasformava, si incaloriva rapidamente. Il
mutamento in America, dove le tradizioni isolatrici dei fondatori
dell'Unione, cedono alla coscienza e al fremito della vita virile,
assumeva aspetto più pratico che gli eventi--se l'Italia vorrà dar moto
agli eventi--riveleranno. In Inghilterra a ogni modo la Nazione
sottentrava nelle menti al Piemonte; il popolo d'Italia sottentrava
negli affetti a una aristocrazia, i cui ricordi avevano data
all'emigrazione patrizia del 1821: cresceva e cresce l'irritazione
contro l'Austria quasi eguale a quella che suscita negli animi contro il
papato. A capo della propaganda trasformatrice si poneva
un'Associazione, fondata, dopo l'istituzione del Comitato, dai migliori
amici ch'io m'abbia. E se i miracoli delle Cinque giornate, o fatti come
quei di Roma, verranno mai a verificare le predizioni e rafforzarne il
linguaggio, vedremo, dove prima non fu se non tiepida e sterile
ammirazione, fremere una vita larga d'affetti operosi e d'ajuti.

Ma tutto questo a che pro? a che sollecitare gli animi con un cumulo di
lavori e speranze se l'Italia, diseredata di vita e potenza propria,
doveva aspettare, a tempo incerto, indefinito, libertà dalla Francia? A
che edificare con ostinato studio nella fratellanza europea una
iniziativa alla cospirazione italiana, se non per trarne, quando
occorresse, una possibilità d'iniziativa all'Italia? E chi mai poteva
credere che noi tentassimo imprestiti, predicassimo la necessità di
procacciarsi materiale di guerra e spingessimo con quanto ardore
potevasi adoperare, a concentramento di forze, se non per agire?

Nessuno lo credeva. Quanti s'accostavano a noi sapevano e udivano
ripetersi dalle nostre labbra che noi, pronti a seguire s'altri facesse,
tenevamo l'Italia capace, come ogni altra nazione, di fare ed esser
seguita. Se v'è taluno tra i nostri ch'oggi affermi il contrario, o
dimentica o inganna. Io non ingannai nè dimentico. E questo mio serbarmi
indeclinabilmente fedele al primo proposito, rimprovero, credo,
acerbissimo, checchè millantino, a quei che mutano ad ogni tanto o
dicono ciò che non pensano, è sorgente precipua d'ire e d'accuse. Se non
che a me torna più conto di starmi in pace colla mia coscienza, che non
cogli uomini de' miei giorni; porto, come i cavalieri crociati, il mio
simbolo sul petto e morrò con esso.

La coscienza mi dettava allora, com'oggi: che ad ogni uomo della mia
terra, il quale mi richiedesse del fine a cui s'ha da tendere, io
dovessi rispondere: _all'azione_:--ch'io predicassi, come obbligo oggi
supremo d'Italia, il prepararsi a insorgere e insorgere:--ch'io
nondimeno non dovessi illudere, affascinare gli animi a moti non
desiderati, sostituendo al loro il giudizio mio:--ma che qualunque
volta, da uomini capaci di rappresentare il voto delle moltitudini, mi
fosse detto: _vogliamo agire_, io dovessi dir loro: «Dio benedica il
generoso concetto,» e, come meglio potessi, ajutarli. Non ho tradito
alcuno di quei consigli. Quei che maravigliano in oggi del mio dire al
paese di lavorare ad insorgere, dimenticano ch'io, da ventiquattro anni,
predico la stessa cosa: quei che mi accusano d'aver detto o di dire:
_insorgete comunque; insorgete anche pochi; insorgete a ogni patto_,
affermano, consci o inconsci, quel che non sanno.

Gl'italiani devono insorgere pronti a morire, ma quando le probabilità
stanno per la vittoria. Soltanto, taluni non credono io credo che
probabilità siffatte possano raggiungersi dall'Italia guardando a sè
stessa, non a Londra o a Parigi.


V.

Intanto, mentre i lavori accennati si facevano dal Comitato e l'interno
assentiva e noi ci rallegravamo nell'animo del potere poco o molto
giovare da lungi al paese, prendeva forma e corpo e sorgeva più
sistematica, più attiva e dannosa, quell'opposizione, della quale notai
più sopra i germi esistenti segnatamente in Parigi, ma che allora si
diffuse qua e là tra gli esuli in altri punti; opposizione che, versando
tra elementi eterogenei, atei, cattolici, militari, federalisti,
repubblicani e non repubblicani, era inefficace a fare o sostituire cosa
alcuna a ciò che per noi si tentava: ma efficace pur troppo--e chi non
lo è?--a distogliere, a intiepidire, a dissolvere, a dar pretesto
d'inerzia ai molti che abborrono in core dal sacrifizio qualunque siasi.
E trovarono faccendiere ed antesignano un Ferrari, ingegno francese al
peggiorativo, scrittore facile, ardito, superficiale: copista delle
negazioni di sessanta anni addietro, scettico di fede, di principî e di
dottrine; inavvertito--e questo è il segreto dell'ire--in Italia. Costui
stampò un libro a provare--dopo avermi biasimato per tenacità d'idee in
altri scritti--ch'io non era a vero dire repubblicano, ma monarchico
alternativamente e papista e non so che cosa altro; poi che all'Italia,
per rigenerarsi, bisognavan due cose: farsi scettica e farsi francese.
Or se in Italia sono uomini che accettino questi due rimedî alla
servitù, accettino anche quello ch'ei dice di me: non cercherò
convertirli. E non occorre che io parli altro di lui. Ma tra gli uomini,
che allora si fecero oppositori, sono parecchi ch'io stimo per doti di
core o di mente, e che diedero in altri tempi prova d'amore intenso
all'Italia. Ed è necessario citarne le accuse.

Erano varie e contradditorie, come le tendenze degli uomini dai quali
escivano.

Gli uni ci rimproveravano il silenzio, del primo Manifesto, intorno al
principio repubblicano, e ci accusavano di tener celata la nostra
bandiera. Non la celavamo; era incarnata in noi tutti che l'avevamo
difesa in Roma; era incarnata in me che aveva, venti anni prima, e poi
sempre, predicato repubblica, quando nessuno, in Italia, osava fiatarne.
E alla repubblica guidavano inevitabilmente le norme prefisse nel
Manifesto, allo stadio d'insurrezione e al modo d'assetto finale. Ma la
riverenza alla Sovranità Nazionale e il concetto puramente
insurrezionale che il Comitato s'era fatto della propria missione, ci
aveva persuasi a tacerne il nome. Pur nondimeno, dacchè repubblicani
eravamo e repubblicana era l'Associazione e repubblicane si
manifestavano le tendenze di tutto il partito d'azione in Italia,
deliberammo di troncare in un secondo Manifesto ogni dubbio,
dissenziente, per semplice opinione d'inopportunità, il solo Giuseppe
Sirtori, che ci lasciò, addolorati, e addolorato egli pure: tra lui e
noi, mallevadore d'affetto fraterno, rimaneva e rimane[54] il core, più
potente d'ogni passeggero dissidio.

Altri ci accusavano d'antagonismo alla Francia; ma a quale? alla Francia
governativa eravamo, per debito verso noi e verso la vera Francia,
irrevocabilmente nemici; e avversi alla Francia delle sêtte
intolleranti, traviate, esclusive, ch'io da più anni, vedeva--e lo
scriveva in Inghilterra e in Italia--spianar la via, colle stolte
minaccie a quanti possiedono, colle promesse inattendibili al popolo,
colle utopie senza mente a danno della libertà e col culto degli
interessi materiali, anzi degli appetiti, alla tirannide del primo che,
potente a giovarsi della corruttela, vorrebbe, ottenerla: colla buona,
colla pura Francia repubblicana, colla Francia dalle larghe e
filosoficamente religiose tendenze sociali, colla Francia sorella, non
monopolizzatrice d'una civiltà ch'è l'alito della vita europea, non
traduttrice del principio monarchico in una monarchia di nazione, noi
eravamo legati in concordia d'opere, nota a molti francesi, e indovinata
per istinto dal loro governo, che m'odia quanto io lo disprezzo. La
democrazia italiana sovveniva, mentre gli accusatori parlavano, la
democrazia francese d'azione, di consigli fraterni e d'ajuti materiali.
Eravamo antagonisti, non alla Francia dell'avvenire, ma al pregiudizio
servile di molti fra i nostri, i quali, senza pure operare a mutarla,
dichiaravano la Francia arbitra unica delle cose d'Europa e sola datrice
possibile di libertà a venticinque milioni d'uomini nati in Italia.
Parecchi tra gli adulatori della Francia repubblicana piaggiano oggi
all'imperatore.

Taluni riparlavano di suffragio; e a questi, dopo tutte le ragioni ch'io
dissi, concedemmo una doppia prova in un Comitato scelto per voti
dell'emigrazione in Marsiglia, e in un altro, eletto per la Sicilia da
tutti gli esuli di quell'inclita parte d'Italia. Le proteste di quei che
si dicevano lesi o delusi dall'elezione, l'inesecuzione degli ordini, i
dissidî insorti tra gli esciti dall'urne, costrinsero, dopo breve tempo,
i due Comitati a disciogliersi.

Lascio delle accuse volgari: delle pretese, mormorate appunto dagli
uomini che non hanno mai contribuito d'un obolo, che si desse conto ad
altri, che non al paese insorto e rappresentato, delle offerte, date e
impiegate segretamente, all'imprestito Nazionale:--dei motti codardi e
codardamente gittati contro le abitudini dei membri del Comitato,
mentre, rispettando all'inviolabilità del deposito e all'indipendenza
dell'anima loro, i membri del Comitato si facevano lietamente, per
vivere, maestri di lingue:--e d'altre consimili: il Comitato non dovea
che riderne, sprezzando, e rideva. Ma le più forti accuse, quelle che
trovavano più facilmente un'eco nei deboli d'intelletto o di fede, si
concentrarono su due punti, che meritano d'essere rapidamente toccati:
la guerra bandita al federalismo, e la teorica del governo dittatoriale
raccomandata all'insurrezione.

Io considero--e noi tutti consideravamo il _federalismo_ come la peste
maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull'Italia; il
dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la
colpirebbe d'impotenza e di condanna a lenta, ingloriosa morte, in sul
nascere. Rampollo d'un vecchio materialismo che, incapace d'affermare la
collettiva unità della vita, non può coll'analisi scoprirne se non le
manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo
sostituisce, al concetto della missione d'Italia nell'Umanità, un
problema di semplice libertà e d'un più soddisfatto egoismo. Senza base
di filosofia:--senza teorica d'antecedenti storici in Europa, dacchè
tutte le federazioni non furono, nel passato, che concessioni imperfette
alla tendenza unitaria, cadute, appunto perchè imperfette, ogni
qualvolta si scontrarono coll'unità già ordinata:--senza argomenti
d'analogia nel presente, dacchè delle due sole confederazioni esistenti,
la Svizzera e l'America, questa rappresenta la sola unità possibile tra
i paesi d'un continente intiero, quella, formata per aggregazione
successiva, rappresenta la sola unità possibile tra popoli di lingua, di
razza, e di credenze diverse:--senza tradizione nazionale, dacchè non
furono mai in Italia se non leghe a tempo, limitate sempre a una parte
sola della Penisola, e tutte, dalla Lombarda infuori, funeste al
paese:--senza appoggio possibile di diplomazia, dacchè nè i federalisti
medesimi s'attentano di dichiarare giusta e da rispettarsi la divisione
attuale, ineguale, arbitraria, tirannica, come è, degli Stati:--senza
conforto d'aspirazione di popolo, dacchè il popolo non conosce se non
la nazione e la propria città:--il Federalismo italiano non è nè può
essere che capriccio intellettuale di letterati imprudenti o sogno
inconscio d'aristocrazie locali, accarezzato da mediocrità ambiziose
alle quali l'ampia sfera nazionale minaccia l'oblìo. E aristocrazie
locali di mediocrità; usurpazioni tanto più facili, quanto più la sfera,
nella quale tentano compiersi è angusta; influenze straniere e contrarie
di nazioni gelose esercitate, a seconda della posizione geografica,
degli interessi commerciali o dei ricordi storici, sul Sud, sul Centro,
o sul Nord dell'Italia; invidie e gare civili di supremazia mercantile o
politica rieccitate nelle diverse parti: debolezza perenne e perenne
mancanza d'iniziativa, scenderebbero inevitabili dal sistema federativo
applicato alla nazione risorta. Per tutte queste, e per più altre
ragioni, noi credemmo debito nostro il dichiararci, senza riguardo
alcuno ai pochi avversi, esclusivamente unitarî. Ma pensando come per
noi si temperava l'idea di unità e al come gli altri parevano capire il
federalismo, non mi venne mai fatto d'intender di che si lagnassero, o
che si vogliano. Com'essi, noi adoriamo, riverenti, la libertà:
com'essi, abborriamo dal concentramento amministrativo: com'essi teniamo
sacra la spontaneità della vita locale. Soli due elementi _storici_
esistono in Italia per noi: il Comune, dal quale incominciò lo sviluppo
della nostra vita; la Nazione verso la quale andò, d'epoca in epoca,
operandosi più sempre la fusione del nostro popolo. Sono i due elementi
che corrispondono ai due, violati alternativamente dai sistemi del
socialismo francese, _individuo_ e _società_, in ogni Stato; e,
com'essi, sono inviolabili e devono armonizzarsi, non negarsi l'un
l'altro. Il Comune, unità primordiale politica, deve ampliarsi e dotarsi
di forze proprie che gli consentano indipendenza, per quanto concerne
doveri e diritti locali, dal governo della Nazione: esercizio
d'attribuzioni, che costituiscano un primo grado d'educazione civile,
pratica al cittadino; e ricchezze che lo abilitino a irraggiare un
incivilimento progressivo nelle campagne, oggi isolate soverchiamente e
ignoranti. La Nazione, unità complessiva e suprema, rappresenta, tutela
e promove l'insieme dei doveri e diritti, che spettano a quanti nascono
tra l'Alpi e l'ultimo nostro mare, e costituiscono al di dentro e al di
fuori la missione Italiana. E mentre cura e vocazione della famiglia
dev'essere l'educare uomini al Comune, il Comune deve educare cittadini
alla Nazione, la Nazione educare le generazioni italiane a compiere la
parte e gli obblighi loro nell'Umanità. V'è chi possa levarsi
protestando contro questo ideale, o vagheggiarne, sotto nome di
federalismo, uno migliore? Io intendo--Dio mi guardi dall'approvarlo--il
federalismo monarchico di Gioberti e Mamiani; essi sacrificano Italia,
principî, avvenire a una pretesa opportunità o alla codarda ambizione
d'una famiglia di principi. Ma il federalismo repubblicano, il
federalismo che non ha innanzi se non tre vie:--sagrificare giustizia e
principî rispettando gli Stati attuali--affrontare tutti gli ostacoli
incontrati dagli unitarî e più altri nuovi per fondare ad arbitrio una
diversa serie di Stati--o scendere, per equa deduzione di logica, alla
sovranità d'ogni campanile, alle cento o duecento repubblichette, al
medio evo rifatto in faccia al moto verso gigantesche unità nazionali
che affatica l'Europa--mi riesce, io confesso, inintelligibile. E duolmi
che un ingegno potente d'analisi e di nozioni pratiche come quel di
Cattaneo, si lasci sospettare di siffatta follìa.

Ma l'altra accusa, vecchio grido d'allarme di quanti demagoghi mirarono
a conquistarsi, adulandone le incaute passioni, il popolo, sollecitava
pur troppo tutte le invidiuzze, le ambizioncelle, i sospetti e la foga
irrequieta di libertà, che s'agitano tra gli oppressi, e più
nell'emigrazione. I tristi--e dovrò dirne tra poco--non arrossivano far
discendere la questione del centro unico dittatoriale sul terreno degli
assalti personali; i migliori esageravano, dimenticando che una
insurrezione non è libertà, ma guerra per conquistarla, i pericoli d'una
dittatura che non potrebbe mai diventare tirannide, se non quando
gl'Italiani meritassero tutti d'essere servi--e nol meritano.
Taluni--perchè i più saviamente s'astennero--fra i membri dell'Assemblea
Romana, sognandosi pur sempre reduci in patria per virtù d'armi
francesi, poi che si sarebbe compita la pacifica rivoluzione dell'urne,
s'affrettarono a dichiarare, in un documento, che in qualunque luogo
avessero veduto compirsi l'insurrezione, essi si sarebbero
immediatamente raccolti, in virtù del loro mandato, come monade e nucleo
generatore di una Assemblea Nazionale, dirigendo intanto i primi moti
del popolo insorto: e ci mandarono, perchè il rifiuto ci chiarisse
pericolosi alla futura libertà del paese, quel documento, richiedendoci
di firmarlo. La nostra coscienza ci comandava di amare il popolo, e
d'ajutarlo a conquistarsi una Patria, non d'adularlo, ingannandolo; e
però ricusammo. Quei valentuomini non s'avvedevano che la loro proposta
era, più d'ogni altra, usurpazione dittatoriale di sovranità: i
rappresentanti del popolo in Roma, eletti dagli uomini, non d'Italia, ma
dello Stato, con mandato di provvedere alle sorti, non d'Italia, ma
dello Stato, avevano esaurito degnamente quel mandato, proclamando il 2
luglio dal Campidoglio una Costituzione buona in più parti, ma che certo
non sarà mai Costituzione d'Italia. Se non che, a una usurpazione che
avesse avuto in sè virtù di salvare la patria, noi avremmo piegato il
capo e, ripetendo la formola dei nostri padri, aderito. Ma io vedeva
dall'Assemblea Romana ricostituita escire, in forza d'un diritto
analogo, al quale di certo non mancherebbero gli invocatori, l'Assemblea
Veneta, l'Assemblea Toscana, l'Assemblea di Sicilia: e riviver con esse
tradizioni di partiti e illusioni o peggio, che sviarono a certa rovina
la rivoluzione del 1848; e l'impossibilità di condurre rapidamente,
energicamente, nazionalmente, fra le gelosie, le esigenze, le
improntitudini di quattro assemblee, l'insurrezione a buon porto; e,
s'anche miracoli di popolo le avessero procacciato vittoria, gravi e
quasi insuperabili pericoli all'Unità della Patria. E questi miei timori
si confermavano dal linguaggio d'uomini di Sicilia, Toscana, Venezia,
ch'io andava via via richiedendo del loro parere, e che, fautori d'una
Assemblea, erano pur tutti avversi al rivivere della Romana. Ond'io,
forte d'un voto esplicito, decisivo, dato da tutta quanta l'Associazione
di Roma e Provincie, minacciosamente ostili alla proposta di quei pochi
Rappresentanti, proponeva ad altri che si riunissero nel primo punto
libero bensì, per far atto degno veramente di loro e di Roma, e fecondo
di conseguenze giovevoli all'insurrezione, dicendo: _noi non
capitolammo, e non abdicammo il mandato davanti alle bajonette; noi, nei
quali vive per decreto di voto il pensiero di Roma, anima, centro,
altare d'Italia--ci raduniamo a scioglierci e abdicare il mandato
imperfetto davanti alla maestà del popolo insorto: con noi perisce ogni
diritto, ogni sovranità di passato: a cose nuove poteri nuovi: una sola
Assemblea è legittima, quella che la Nazione Italiana convocherà_. Ma
quando? E la questione, sciolta cogli uomini dell'Assemblea Romana dal
voto dell'interno e più dopo dai mutamenti di Francia, risorgeva, e
risorgerà, probabilmente, con altri, i quali vorrebbero i fati
dell'insurrezione affidati a una Assemblea nuova da raccogliersi
immediatamente.

Immediatamente? S'io avessi mai potuto sostituire, per accattare
suffragi, gli accorgimenti tattici dei più tra i cospiratori al libero
diritto favellare del pensatore patriota, avrei riecheggiato allora e
riecheggerei oggi quella parola. La forza delle cose avrebbe deciso e
deciderà sempre in favore dell'opinione ch'io mantengo. La convocazione
d'una Assemblea qualunque, esige un vasto tratto di terreno assicurato
dall'insulto nemico, tregua a quel primo stadio di guerra che assorbe il
popolo tutto nell'azione incessante, redazione di legge elettorale,
comizî, voto, comunicazione agli eletti, riunione da punti diversi,
verificazione: in tutto quel tempo l'insurrezione deve pur governarsi;
avrà capi quindi e autorità direttrice, e se i primi passi di
quell'autorità avranno creato vittorie, se avranno rivelato al paese gli
uomini potenti di concetto e audaci nell'eseguire che hanno, più
ch'altri, fede e sanno infonderla nelle moltitudini, non un'Assemblea
prematura oserà balzarla di seggio finchè dureranno i supremi pericoli.
Ma le reticenze, le transazioni colla propria e coll'altrui credenza, e
le tattiche dei machiavellucci parlamentari, arnesi buoni per monarchici
e monarchie, minacciarono di troppo in questi ultimi anni l'educazione
repubblicana del nostro popolo, perchè s'accettino da noi. E però dissi
allora e ridico: che il fidare le sorti d'una insurrezione italiana ad
un'Assemblea convocata dai primi tempi, riescirà, se mai si facesse, a
moltiplicare gli ostacoli e i pericoli sulla via dell'insurrezione,
senza educare il popolo a libertà vera o proteggerlo dalle brighe degli
ambiziosi. La nostra insurrezione potrà vincere--tante sono le forze che
possono adoprarsi in Italia--rapidamente: un anno, sei mesi forse--e gli
uomini delle guerre governative sorridano a posta loro--basteranno,
tante sono le conseguenze, possibili altrove, d'un moto nazionale
italiano, a far sì che si segni la pace oltr'Alpi; ma a patto che la
battaglia sia di giganti; a patto che le forze interne si concentrino
tutte a un intento da una volontà ferrea, non indugiata da gelosie,
paure o riguardi; a patto che le conseguenze dell'insurrezione italiana
si rendano inevitabili all'estero coll'audacia che lacera in viso ai
regnanti trattati e protocolli di diplomazia e costringe le nazioni
schiave a trasalire fra i ceppi, a sentire il tocco d'un'ora di vita
suprema voluta da Dio, a salutare con entusiasmo di fiducia il popolo
iniziatore; a patto che le operazioni, maturate, ordinate nel segreto
assoluto, prorompano, inaspettate, come colpi vibrati in duello; a patto
che gli animi, i pensieri, le azioni del popolo insorto, sollecitato,
affascinato dalla fredda audacia dei capi, non si sviino un solo istante
dal grande, dall'unico intento, insurrezione, guerra, vittoria. Ma chi
può mai sperar questo, se non da pochi individui puri, volenti,
energici, affratellati, quasi dita d'una stessa mano, in unità di
concetto e di moti liberi e mallevadori al paese solamente degli ultimi
risultati? Dove è la potestà esecutiva che possa mai attentarsi,
siedente un'Assemblea, di sprezzare le pretese della confederazione
Germanica nel Tirolo, di sprezzar le proteste di tutti i Consoli del
commercio europeo in Trieste, di abbandonare, occorrendo, il paese alle
devastazioni dei nemici racchiusi nelle fortezze del quadrilatero, per
trasportare altrove, tagliando il nemico dalla propria base, la forza
dell'insurrezione, senza chiederne assenso da quell'Assemblea? Pur
quelle e ben altre audacie racchiude il segreto della vittoria; e il
segreto, dato a discussioni, pubbliche o no poco monta, di parecchie
centinaja d'uomini, è segreto perduto. Citar Roma, citar Venezia, parmi,
più che argomento, artificio rettorico d'allievi inesperti. In Roma e in
Venezia sì trattava di tutelare città, non di fondare una Nazione: era
guerra non d'offesa ma di difesa; non passibile di concetti e disegni
radicalmente diversi; e ogni perdita di tempo era tolta dal continuo
contatto fra la potestà esecutiva e l'Assemblea; e il cannone nemico
tuonava alle porte, mirabil rimedio a lievi dissensi. E l'unico potente
esempio, che par soccorrere ai fautori dell'Assemblea, quello dei
prodigi operati in Francia sotto la Convenzione, è per me sofisma
pericoloso. Un unico esempio--ed unico è nella storia--mal fonda
teorica, alla quale s'affidi la salute d'un popolo; ma neppur
quell'unico regge. La Convenzione venne, terza assemblea in un paese già
concentrato a unità nazionale dopo tre anni di rivoluzione crescente, di
libera stampa, d'agitazione popolare e di società giacobine, e quando
fremeva nell'animo a tutti la coscienza d'una rivoluzione invincibile;
la nostra si raccoglierebbe in sui primi moti di una insurrezione,
incerta tuttavia de' suoi fati, in una terra che deve conquistarsi unità
e indipendenza ad un tempo, da un popolo d'elettori buoni per istinto,
ma ineducati, tra un popolo di eleggibili, ignoti per mancanza di
contatto colle moltitudini e di vita pubblica anteriore; predominante
necessariamente in essa una classe di cittadini timidamente devoti, di
pretese superiori all'intelletto e dotati della semi-scienza fatale alle
insurrezioni, che vede e calcola tutti i pericoli senza indovinare le
audacie sublimi che possono vincerli. Chi può dire: _noi avremo la
Convenzione?_ E nondimeno a quali patti fu grande d'energia la
Convenzione di Francia? Le denunzie che escivano pe' suoi membri dai
banchi de' giacobini si trasformavano in condanne sulle labbra degli
uomini del Comitato di salute pubblica o di Robespierre e si compievano
sul patibolo. La guerra civile inferociva in seno alla Convenzione; una
metà scannò l'altra: passeggiò su tutte, dominatrice tremenda, la
_ghigliottina_. La dittatura a tempo e limitata di pochi chiamati dal
popolo, invigilati dal popolo, mallevadori al popolo, è dunque
siffattamente pericolosa, che debba preferirsi la dittatura della
_ghigliottina_ e lo spettacolo di terrore e di sangue, ch'oggi ancora
impaurisce gli animi della Repubblica? Non so s'io traveda, ma la via
ch'io propongo parmi la sola che possa dar salute all'insurrezione e
liberare a un tempo l'Italia dalla tristissima necessità del terrore
ordinato in sistema e del sangue. Un'assemblea esige nel paese un
esercizio di libertà illimitata, che nel concitamento febbrile di quel
primo periodo, deve tradursi infallibilmente in licenza: si divide
essenzialmente in partiti, che rappresentati da uomini cinti della
fascia di mandatarî del popolo, si riproducono potenti non foss'altro
nel collegio degli elettori; e trapassando di crisi in crisi, di
discordia in discordia, finirà, checchè si faccia, per insegnare al
popolo l'anarchia--l'inerzia della stanchezza--o la dittatura: e alla
istituzione di un potere dittatoriale conchiusero, ne' momenti supremi,
le Assemblee quanto furono, antiche e moderne. Ma non cova maggiori
pericoli una dittatura, sancita per confessione implicita d'impotenza,
da un'Assemblea, che non quella alla quale il popolo fiderebbe nei primi
momenti il governo dell'insurrezione e a un tempo l'ufficio di
preparare, libero d'ostacoli e di pericoli, il terreno alla convocazione
dell'Assemblea? Non fu la maggior parte della via alla tirannide
agevolata a Luigi Napoleone dallo scredito in cui l'Assemblea era
caduta?

Non cito i danni minori:--l'imprudenza di dettar leggi regolatrici della
vita d'un popolo, prima che quel popolo abbia potuto manifestare la
somma di facoltà, di bisogni, di credenze, di aspirazioni che gli
compongon la vita:--il pericolo di soggiacere, senza pur avvedersene,
alle tradizioni d'un passato abbarbicato ancora alle menti:--la
certezza di subire, in disposizioni destinate a regolare un avvenire
pacifico, l'influenza d'un presente, affannato dall'ansie, dai sospetti,
dalle riazioni d'una guerra non per anco decisa:--e finalmente
l'allontanamento forzato dal campo, e dagli uffici praticamente utili
all'insurrezione, d'un numero d'uomini militari ed altri: benchè io
ricordi tuttavia che se la proposta ch'io, semplice rappresentante del
popolo in Roma, e antiveggendo i pericoli prossimi, feci all'Assemblea,
di disperdere i suoi membri a portar la croce di fuoco tra i loro
elettori nelle provincie, non fosse stata da improvvidi sospetti
respinta, forse le Romagne non davano il triste spettacolo--e so che
laveranno quell'onta--di lasciare il tedesco passeggiar senza ostacolo
da Bologna sino ad Ancona. Ma come può esistere Assemblea Nazionale
legislatrice su tutti e obbedita da tutti, se tutti, o i più almeno, fra
gl'Italiani non l'hanno eletta? Ben so ch'altri, a scansare l'ostacolo,
propose un'Assemblea, che andasse via via rafforzandosi dai
rappresentanti delle frazioni di territorio che s'andrebbero via via
emancipando. Ma le leggi via via votate non rimarranno pur sempre mal
ferme, per vizio d'illegalità, nell'animo dei non elettori? o dovranno
riesaminarsi ad ogni nuova infornata di rappresentanti? Pensando
all'immensa unità richiesta da un'impresa, come quella di far d'un
popolo insorto Nazione, e ad un tempo al continuo variar di tendenze,
all'incertezza di sistema governativo, alla instabilità d'ogni disegno
di guerra e pace, che prevarrebbero in quell'Assemblea, formata per
alluvione, non pare, a dir vero, proposta da senno.

Io intendo l'atto d'una prima Assemblea Nazionale Italiana, raccolta in
Roma, a definire e consecrare col Patto la terza vita d'un Popolo
predestinato, come il nostro, a infondere la propria nella vita
dell'Umanità, siccome l'atto il più solennemente religioso che possa, in
questa Europa sconvolta, compirsi; e lo vorrei tale nelle circostanze,
nella pace d'anima dei rappresentanti, liberi da ogni influenza d'eventi
passeggieri e violenti, nella maestà d'un Popolo circostante, purificato
dal martirio e in riposo sull'armi della vittoria. Vorrei che
gl'Italiani avessero prima imparato l'unità della Patria nel campo, la
missione della Patria nel sacrificio, la libertà della Patria nella
coscienza d'aver combattuto e vinto per essa. Vorrei che il Messia
dell'Italia, l'Assemblea Nazionale, avesse profeti che gli preparassero
la via. E cura del Governo d'Insurrezione sarebbe quella di prepararla
in quel breve periodo colla educazione iniziatrice, colla stampa
ordinata ad un fine, coll'associazione pubblica concentrata a una sola
bandiera, coll'esercizio della facoltà elettorale, dato, fin dov'è
possibile, ai militi e ai comuni pei loro uffici: di leggi, quel Governo
a tempo non dovrebbe farne se non concernenti la guerra, e le poche
richieste dai più urgenti bisogni del popolo e dalla necessità di fargli
intendere che combatte per sè, pel suo meglio. Commissioni o assemblee
di provincia, raccolte intanto senz'altro mandato che quello di snudare
le piaghe del passato, di studiare i nuovi bisogni, di preparar
materiali alla futura Assemblea, costituirebbero di fatto una potenza
invigilatrice, pel caso in cui il Governo d'Insurrezione accennasse
tradire o prolungasse il periodo transitorio oltre il termine indicato
dall'esito della guerra: guerra, ripeto, tanto più breve quanto più
concentrata, quanto più dittatoriamente diretta. Nè temo gran fatto
d'usurpazione da quei pochi: tremenda è la tirannide d'una Assemblea,
perchè il punirla minaccia le fondamenta dello Stato ed esige
l'insurrezione di tutto un popolo; ma i pochi, rivestiti di mandato a
tempo e per un intento definito, non avrebbero appoggio possibile se non
nella forza; e quella forza--non atteggiata ad esercito permanente e
separato dalla nazione--in un popolo ringiovanito nelle battaglie della
libertà, starebbe contr'essi. A me, nell'udire tanti puritani di libertà
affaccendarsi dall'esilio a custodire dalle ambizioni possibili la
patria futura, veniva spesso sul labbro: che! sognate un Cesare in ogni
patriota, a cui lo studio delle rivoluzioni suggerisca idee dissimili
dalle vostre, e non sapete giurare a voi stessi di essergli Bruti?


VI.

Queste cose dicevamo, in termini assai più miti e meno assoluti, agli
avversi; e aggiungevamo: «tra le opinioni nostre e la vostra, avremo
giudice supremo il paese: noi non abbiamo desiderio di costringere il
paese ad accettarle, nè potenza per farlo; il primo giorno
dell'insurrezione vedrà disciolto il Comitato Nazionale: a che dunque
aspreggiarsi e dividersi per questioni siffatte? D'una sola cosa siamo
tutti debitori all'Italia: d'operare ad affrettarne l'emancipazione:
uniamoci per questo intento. Il Comitato Nazionale è oggimai un _fatto_:
e voi non potete fare che i fatti non siano. Noi concentriamo elementi
d'azione importanti d'intorno a noi: abbiamo fiducia dalle democrazie
nazionali straniere, e simpatia lentamente conquistata dai buoni
d'Inghilterra e d'America, e qualche mezzo materiale raccolto. Voi non
potreste--nè dovreste volerlo--rompere, disperdere questo cominciamento
d'unificazione, prezioso per la terra nostra; ma potete dargli,
cooperando, più vigoroso sviluppo e migliorarlo e trasformarlo
gradatamente. Venite: ci avrete fratelli, non capi.» Io ricordo d'aver
scritto, insistendo, a uno de' principali tra loro, che se temevano di
soggiacere a idee preconcette, o ad influenze che non amavano,
d'individui, venissero in tre, in quattro, in cinque: sarebbero tutti
accettati e formerebbero maggioranza; però che noi non fidavamo in altra
potenza che in quella del vero; e lo avremmo discusso tra noi. E non
valse. Non avendo che dire, tacevano; ma avversavano con quanti potevano
all'Imprestito Nazionale, sindacavano, notomizzavano ogni frase dubbia
dei nostri scritti, evocavano fantasmi d'ambizioni o di stolti concetti
insurrezionali, ci davano carico d'ogni sillaba che escisse di bocca a
un gregario di parte nostra; e architettavano, eretto di contro al
Comitato Europeo, non so quale Comitato Latino in Parigi, angusto di
concetto e di forma, che s'esauriva in un Manifesto. Firmato da soli
francesi e anonimo per l'altre nazioni, quel Manifesto dichiarava non
ammettere che alcuno individuo o Comitato potesse--da francesi in fuori,
suppongo--rappresentare il Partito Nazionale in Italia. Era atto
scortese quanto impolitico; e non di meno, anche dopo quell'atto, noi
mandammo parole di pace e offerte d'azione fraterna, alle quali non
s'ebbe cenno mai di risposta. Le portò Saliceti, che allora appunto, per
cagioni personali estranee ad ogni politica, si staccava, recandosi
altrove, da noi e ci lasciava dichiarazione scritta, e promessa
d'adoprarsi a convincere i dissidenti e proteste d'amicizia, ricambiata
sinceramente da noi, smentita più tardi, e senza cagione, da lui.

Pochi, in Italia, badavano a questo dissidio. La Direzione Romana
redarguì gli autori con parole severe. Inattivi e fuor di contatto col
popolo, gli anonimi del Comitato Latino non potevano nuocere
sensibilmente al nostro lavoro. Pur diedero agli stranieri pretesto per
ripeterci la vecchia accusa delle divisioni intestine, e ajutarono a
fecondare il germe dell'idea monopolizzatrice francese, che assunse
forme più definitive poco prima del tentativo milanese e lo rovinò.


VII.

Venne la crisi di Francia e l'usurpazione del dicembre, provocata dalla
falsa tattica che avvertiva il nemico d'una condanna a giorno
determinato, senza togliergli i mezzi di prevenirla, e accettata
codardamente dai più, per cagioni ch'io vedeva da lungo tempo operare a
traviare e dissolvere la parte repubblicana, e che un Manifesto del
Comitato Nazionale additò agli Italiani. La rivoluzione del 1848 aveva
tradito il concetto europeo, che solo poteva procurarle consecrazione e
trionfo. Guidate da uomini di poco cuore, di non largo intelletto e di
meschina insistente ambizione, le sétte socialistiche avevano falsato,
per entro a sistemi pomposi di forme, vuoti o assurdi nella sostanza, il
vasto Pensiero Sociale che appartiene ai migliori di tutta Europa.
Diseredati di sintesi e di aspirazione, servi a mezzo il secolo nostro
di Bentham e dei materialisti dell'ultimo secolo, i più tra i Francesi
avevano, con una falsa definizione della vita, la _ricerca del
benessere_, insegnato al paese il culto della materia e soffocato il
nobile istinto di sagrificio che ispirò le più belle pagine della storia
di Francia. Un'analisi dissolvente e rissosa aveva ministrato a invidie
meschine di più meschino dominio e logorando ad una ad una le migliori
riputazioni, aveva rotta ogni unità del partito; la paura, esagerata ad
arte, della dittatura di una idea, aveva preparato la dittatura della
forza cieca; la foga demagogica di libertà che rifiuta ogni ordinamento,
ogni associazione, ogni capo, non avea lasciato che individui e anarchia
a fronte d'una fazione ordinata. Pareva che la Provvidenza avesse voluto
insegnare praticamente all'Italia la necessità d'unificazione,
d'ordinamento e di fiducia reciproca che noi andavamo predicando a tutti
com'unica via di salute. E pareva, salendo in più alta sfera, che
gl'italiani dovessero vedere patente, in quel fatto, la conferma di
quello ch'io fin dal 1835 dichiarava a' Francesi ed a' nostri: _che
l'iniziativa della Francia in Europa era spenta, e che la via era aperta
a ogni popolo per colmare il vuoto, davanti al quale l'Umanità
s'arrestava pensosa ed incerta_[55].

Per noi dunque, pel Partito Nazionale Italiano, quando non volesse
smentire vilmente il linguaggio tenuto dal 1849 in poi, nulla era
cangiato. La Francia non periva: espiava Roma; ma s'anche essa non
avesse dovuto mai più risorgere, era debito del Partito il dire:
_Perisca la Francia: viva l'Europa!_ Due grandi quistioni s'agitavano
infatti e s'agitano tuttavia in Europa: la questione sociale e la
questione della Nazionalità. La Francia, che prima di noi seppe
conquistarsi la più forte unità nazionale che sia; la Francia, libera di
stranieri, poteva maturar dentro sè lentamente, attraverso una
purificazione di dolori e di studî severi, l'esplicazione del problema
sociale. Le Nazioni, oppresse, smembrate, negate dal Diritto Monarchico,
contendevano per esistere. Spettava ad esse, alla loro Alleanza,
_l'iniziativa_ in Europa, perchè se la questione sociale può idealmente
sciogliersi dai pensatori individui, nol può, nè lo potrà mai,
praticamente, nella sfera dei fatti, se non quando, rifatta la carta
d'Europa, un migliore e libero assetto conceda un'ampia scala alle
applicazioni. E spettava, nell'Alleanza, l'iniziativa a quella tra le
Nazioni che più delle altre avesse potenza di ferire il nemico al core;
alla quale la tradizione storica insegnasse più che all'altre missione
d'universalizzare la propria vita, e che raccogliesse fra tutte più
larga messe di affetti, di simpatie e di fiducia in Europa. Era
l'Italia. Sola l'Italia avea dentro sè la duplice rappresentanza
dell'Autorità condannata, Papato ed Impero, Roma e Milano: sola potea
levarsi e annunziare a un tratto all'Europa l'emancipazione dei corpi e
delle anime, del Pensiero e dell'Azione. La vita d'Italia, nelle sue
grandi epoche, fu sempre vita d'Europa: da Roma, dal Campidoglio e dal
Vaticano, si svolge nel passato la storia dell'umana unificazione. Nè
mai su terra d'Europa s'abbracciarono tanti affetti di riverenza,
compianto e speranza, come su questa sacra terra Italiana, alla quale
poeti, artisti, martiri del pensiero e del core, dimandano ricordi,
ispirazioni e conforti. Pronti dunque a seguire lietamente la Francia,
se mai, ridestata a un tratto, cacciasse la vergogna del bonapartismo da
sè, attivi più che mai a secondare di ajuti la parte repubblicana, che
in Parigi e altrove andava riordinandosi, fermammo tra noi di procedere
innanzi nel lavoro italiano e di ripetere ai nostri: _l'iniziativa
europea può escir d'Italia come di Francia: s'altri non fa, fate voi_. E
fu la sostanza di quanto dicemmo in un Manifesto, escito due mesi o più
dopo il 2 dicembre. Quel Manifesto rimane condanna inappellabile per
chi, fra noi, si arretrò poi davanti a ogni concetto d'iniziativa
italiana e disdice in oggi i compagni, i quali non hanno colpa, se non
quella d'aver pensato quello che firmavano.


VIII.

Questa idea d'iniziativa italiana possibile, affacciata a ogni tanto da
me agli uomini dell'interno, non era--e neppur dopo i mutamenti
francesi--respinta teoricamente se non da pochi. Gli animi non s'erano
affatto prostrati: parevano anzi, al cader della Francia, essersi
ritemprati d'orgoglio italiano e di fede. Dalla sovversione della
repubblica in Francia sino al finire dell'anno 1852, il lavoro
preparatorio corse più ardito e più rapido, come di chi sente cresciuti
gli obblighi. Da due punti d'Italia, ambi importanti, ebbi proposta di
movimento immediato: da uno tra i due, con rimprovero al continuo
indugiare e minaccia d'andar oltre, anche senza l'assenso del Comitato.
Accusato io sempre, da chi afferma, inonestamente, ciò che non sa, di
volere e promuovere azione a ogni patto, sconsigliai, pregando,
insistendo perchè non si prorompesse in moti parziali prima d'essersi
ottenuta certezza che sarebbero seguiti ove più importava, nel
Lombardo-Veneto. Vivono, e liberi, gli uomini che proponevano e coi
quali io discuteva le cagioni del mio rifiuto.

Senza l'azione iniziatrice o simultanea del Lombardo-Veneto, una
insurrezione in Italia aveva ed avrà pur sempre pericoli centuplicati. E
so che parecchi, pur d'accusare, accuseranno d'imprudenza queste mie
parole, come s'io rivelassi al nemico i segreti del nostro campo: ma non
ne curo: l'Austria non ha bisogno d'essere erudita da noi
sull'importanza del Lombardo-Veneto, nè può crescer cautele o
provvedimenti efficaci pel giorno in cui gli uomini di quella parte
d'Italia vorranno intendere i loro obblighi e la loro potenza. Nel
Lombardo-Veneto sta la chiave, il punto strategico dell'insurrezione
italiana. Pel peso d'una tirannide efferata quanto l'Austriaca, per
somma minore d'ostacoli, dacchè quella tirannide s'appoggia su forze
nazionali per importanza militare di posizione, per materiale da guerra,
ozioso in oggi e prezioso ad una impresa emancipatrice, Napoli dovrebbe,
non v'ha dubbio, assumersi gli onori dell'iniziativa. Pur nondimeno--e
dacchè, lo scrivo con dolore, Napoli sembra dimenticare la lunga
splendida tradizione di martiri e di nobili tentativi ch'essa diede alla
Patria comune--le migliori speranze del Paese accennano, siccome a Roma
per l'_idea_, alle terre Lombarde per l'_azione_ decisiva
insurrezionale. Il nostro principale nemico è l'Austriaco: e il nemico
s'assale dov'è, dove può ferirsi al core, per modo che non risorga.
Napoleone marciava direttamente sulle Capitali: la tattica
dell'insurrezione dev'esser la stessa; tentar la vittoria dove una
vittoria prostra e dissolve le forze nemiche e trascina con sè i
risultati più generali. Una, non dirò vittoria, ma battaglia vera sulla
terra Lombarda, e l'insurrezione di tutta Italia, son cose identiche; e
però s'anche la battaglia volgesse a sconfitta, la riserva della
insurrezione avrebbe campo a ordinarsi nel centro e nel mezzogiorno: il
nemico, indebolito, spossato dalla battaglia, collocato sopra un terreno
vulcanico fumante e presto a riardere, mal potrebbe operare contr'essa.
Ma una vittoria, tronca a un tratto dalla sua base la lunga linea, che
il nemico spinge sino a Foligno e impedisce il concentramento: forse, se
decisiva e compita in alcuni punti importanti, separa dalla loro vera
primitiva base d'operazioni tutte quante le forze nemiche. Ma vittoria
siffatta non s'ottiene se, come dissi, il moto non procede e non
prorompe almeno simultaneo al sorgere dell'altre parti d'Italia. Ogni
altro moto è annunzio all'Austriaco; e se gli è dato tempo per farsi
forte sui punti strategici, per incatenare le città col terrore o, se
occorre, prepararsi a sgombrarle e cingerle dal di fuori, la guerra
Italiana potrà conquistare la Lombardia; l'insurrezione sarà impossibile
o inefficace.

Per queste ragioni; spronato da quelle proposte; spronato anche da
frequenti disegni ed annunzi dei repubblicani francesi, annunzi ch'io
doveva--e questo pure mi venne apposto da molti--quasi per ufficio di
scolta e senza che s'avesse diritto di farmene mallevadore, trasmettere
ai nostri; io mi diedi a esplorare più attento la Lombardia.

L'odio all'Austriaco e il desiderio d'emancipazione v'erano universali;
ma quanto ai modi, alle speranze, al tempo, le opinioni variavano.
V'erano i millenari della fazione regia, beati di calcoli innocenti
sulla venuta del messia di Piemonte: pochi e nulli; invisi al popolo,
che serba vive le memorie del 1848. V'erano i letterati dal progresso
omiopatico, contenti di produrre di tempo in tempo, mozzato dalla
censura, un articolo di gazzetta, sviati da qualche scritto di settarî
francesi, socialisti pazienti, proudhonisti sommessi, tronfi di vedersi
a stampa, e rassegnati alla parte più misera ch'io mi sappia, quella di
pedanti sotto il bastone: pochissimi e ignoti al popolo. Ma al di sopra
di queste e d'altre minute frazioni, vivevano, fremevano, italiani e
repubblicani, i giovani d'ogni classe, maggioranza assoluta in paese,
stretta nelle tendenze generali alla nostra fede, e senza speranza
fuorchè nella rivoluzione d'Italia e d'Europa. Molti bensì tra loro, i
più forse, si mostravano titubanti, tentennanti sul come: consentivano
nel fine, si dichiaravano incerti, sfiduciati sui mezzi: non mancava ad
essi il core, mancava l'intelletto della rivoluzione.

Dichiaro io qui, prima d'andar oltre--e desidero che questa mia
dichiarazione non sia dimenticata fuorchè dagli uomini di malafede,
gazzettieri dell'_Opinione_ e siffatti, dai quali è bello l'essere
calunniati--ch'io non alludo a una classe intera, come non alludo a una
sola città. Del vizio ch'io noto son tocche Ancona, Bologna, Firenze
come Milano, e non esclusivamente le classi che chiamano medie, ma
frazioni importanti di tutte classi, dal patriziato fino agli uomini che
vivono col lavoro delle loro braccia. Ventura somma è per noi che non
s'agitino in Italia, come in Francia o in Inghilterra, odii o
distinzioni di classi, e che un governo Nazionale possa, quando che sia,
provvedere ai diritti del povero, e sciogliere quetamente i più ardui
problemi sociali, senza trapassare tutto quel trambusto, pregno di
sangue e risse civili, che sotto nome usurpato di _socialismo_ minaccia
oltr'Alpi di convertire la santa dottrina d'associazione in rapina, e la
nostra fede di libero progresso e d'amore in tirannide d'egoismo
ordinario. La comune oppressione ha generato fratellanza comune: il
prete cattolico e il pensatore, il proprietario e il popolano hanno
segnato col loro sangue sul palco un patto, che l'anime hanno raccolto e
che manterranno nei giorni di redenzione. Ma da tutte le classi, e
segnatamente dov'è mezza scienza, s'è formata, dopo il 1849, una setta
di giovani, vecchi a venticinque anni, e scettici pur colle sacre parole
della fede italiana sul labbro, che hanno smarrito tra i sofismi di un
raziocinio di terza sfera ogni potenza d'intuizione e intisichito
l'entusiasmo tra le anatomie d'una analisi, senza lume di sintesi che la
diriga: li diresti i primi cristiani intesi a fondare il mondo novello
colla triste dialettica dei Greci del Basso Impero. Io mi trovava
innanzi, dopo i dottrinarî monarchici del 1848, i dottrinari
repubblicani. Dovea, dopo i tanti, toccarmi il dolore senza nome di
veder morta in quattro anni nella vita dell'anima mezza una generazione
di giovani amici, che avevano dalle barricate Lombarde, dalle lagune
Venete, dai bastioni di Roma, bandito all'Europa, tra il plauso e le
speranze dei popoli, che l'Italia aveva finalmente riconquistato la
coscienza delle proprie forze.

Erano popolo allora; avean fede in esso, potenza sovr'esso e vincevano.
Da quei momenti di ispirazione, di comunione coll'avvenire d'Italia, di
suprema unità tra le facoltà della mente e del core, è scesa l'aureola
che incorona a parecchi tra loro la fronte, che additava ai nostri
affetti i migliori tra gli apostoli della Patria, e che rende oggi più
intenso il nostro dolore. Oggi, il guardo semispento, il sorriso arido
dell'incredulo, le braccia pendenti a sconforto, accusano la mente
adombrata di formole, la vita smembrata, illanguidita fra piccoli
sistemi e piccoli calcoli, e la fiamma dei forti pensieri, la fiamma che
illumina e crea, spenta o vicina a spegnersi sotto influenze estranee,
spregevoli; forse, per molti, sotto il freddo alito inavvertito
dell'egoismo. Prima loro piaga è l'orgoglio; non l'orgoglio che a me,
incanutito, rigonfia l'anima giovane tuttavia, l'orgoglio del nome e
dell'avvenire italiano, l'orgoglio del guanto gittato solennemente da
noi a quanti s'adoprano a tenerlo prostrato nel fango, ma l'orgogliuzzo
dell'io, l'orgogliuzzo saccente, cresciuto su qualche pagina di Jomini o
di Machiavelli; l'orgogliuzzo che, senza attentarsi di guidare, s'irrita
all'idea di seguire, che arrossisce, quasi côlto in fallo, quando il
core s'è sollevato, memore a una parola d'entusiasmo e di fede; che
rinnega le grandi speranze e le ispirazioni d'azione mormorate al loro
orecchio dal Dio dell'Italia, quando l'anima loro era vergine, più
potente d'intuizione e migliore che oggi non è. Seconda piaga è
l'inaridirsi in una atmosfera artificiale di libri e d'uomini, morti
senza scendere a ritemprarsi tra il popolo sul quale lo istinto non
allacciato da erudizioni, e l'amore e l'odio versano più gran parte di
verità che non sul gabinetto del letterato. Non lo studiano, non lo
conoscono, e ne diffidano. E mi dicevano ch'io m'esagerava le tendenze e
le capacità delle moltitudini, alle quali, senza eccitamento di eventi
stranieri e insurrezioni di mezza Europa, sarebbe stato impossibile
persuadere d'entrar nella lotta.

Interrogai, non per convincermi, ma per convincerli, le moltitudini.

Non dirò il come; e ognuno intende il perchè. Ma affermo solennemente e
come s'io parlassi a Dio stesso, che dal popolo, esplorato interrogato
in tutte le frazioni che lo compongono, non escì che una sola risposta:
_azione, azione immediata: date chi guidi, agiremo tutti_. Non
chiedevano di Francia o d'altro; non numeravano l'armi; un ferro,
dicevano, ci darà un fucile. La tradizione delle Cinque giornate vive
venerata ed intatta nel petto dei popolani e la coscienza delle forze
italiane con essa. Un patto di patria vendetta annoda senza forme, in un
solo concetto, in una sola speranza, tutta una popolazione. L'Austria
può spegnere infamemente a sua posta: se i consiglieri dell'imperatore
non trovano modo di verificargli il voto che faceva Nerone, il vulcano
eromperà un dì o l'altro a sotterrargli carnefici, battaglioni ed
Impero. E potrei citare, per onore al popolo e documento di progresso
operato in esso, prove di segreti fidati a centinaja, e tuttavia
inviolati, più eloquenti che non tutte le prove d'ardire e coraggio
indomato date dai pochi che agirono.

Questi ragguagli furono dati da me e da altri alla classe d'uomini, dei
quali io parlava poc'anzi, e che dovrebbero esser guida nell'impresa
patria alla inesperienza dei popolani. E allora, dacchè quella prima
obbiezione spariva, sorsero, delusione amarissima a me che stimava ed
amava quegli uomini come legione sacra nel nostro campo, dubbiezze
d'ogni maniera, opposizioni che tradivano una codardia morale strana in
chi aveva affrontato e affronterebbe anche oggi, non v'ha dubbio, la
morte in una posizione o sopra una barricata, purch'altri avesse
iniziato la guerra. Dicevano le condizioni politiche d'Europa avverse;
numeravano i gabinetti ostili all'emancipazione d'Italia: registravano i
reggimenti austriaci, prussiani, russi; e chiedevano dov'erano i nostri.
Dei popoli dimenticavano perfin l'esistenza, delle questioni che pendono
tremende fra i gabinetti non sapevano o non curavano; degli elementi di
dissolvimento, esistenti innegabilmente in seno dell'esercito austriaco,
non tenevan conto; della rapidità colla quale si erano pochi anni
addietro ordinate forze in Italia, ovunque i capi avevano _voluto_
ordinarle, non ricordavano cosa alcuna. Il problema posto per essi era
una piccola minoranza d'uomini iniziatori di lotta sul terreno lombardo,
l'Europa dei popoli immobile, e tutte le forze alleate del dispotismo,
anzi della monarchia, dall'altro lato. Posto a quel modo, il problema
era senz'altro deciso: se non che, il porlo a quel modo e dichiarare
ch'essi non conoscevano addentro nè l'Italia, nè l'Europa dei popoli, nè
quella dei re, tornava tutt'uno. Ammettevano, i più tra loro, la
possibilità dell'insurrezione; s'arretravano, atterriti, davanti alla
guerra che seguirebbe. Potevano, e non volevano. Il popolo sentiva di
potere e voleva.

Il popolo si era commosso alle inchieste: commosso tanto più, quanto più
era stato fino allora negletto. Il popolo, illuso anch'esso, non potea
credere che gli uomini, i quali avevano da molti anni rifatto
l'alfierianismo, ripetuto classicamente all'Italia gli acerbi rimproveri
tradizionali nei nostri poeti da Dante fino a Leopardi, e predicato con
me la necessità d'aver fede in sè, di liberarsi con armi proprie e di
non guardare per ajuti oltre i nostri confini, potessero ritrarsi quando
appunto gl'Italiani accennavano d'aver raccolto e di voler ridurre ad
atto l'insegnamento. E si apprestava a combattere da sè, certo d'essere,
dopo poche ore, seguito. Ed io pure era certo di questo. Ma posta una
volta in chiaro la determinazione dei popolani, non dovevano quegli
uomini fortificarla ora, priva d'ajuto, di consiglio o di direzione?

Sperammo che lo avrebbero fatto. Sperammo che ad essi non sarebbe
bastato l'animo di starsi freddi spettatori dei preparativi del loro
popolo, d'assistere come in un gioco, al trarre dei primi dadi, per
vedere quanto corressero avverse o propizie le probabilità. L'altrui
esitanza non mutava, a ogni modo, gli obblighi nostri; e, determinato
dagli ultimi avvisi, lasciai Londra e toccai la frontiera d'Italia.
Aurelio Saffi era partito già prima, ed altri dei nostri. Mattia
Montecchi dissentiva allora da ogni tentativo, e rimase. Ad altri esuli,
che partecipavano al nostro lavoro, non feci motto partendo, sì perch'io
m'era fatto legge inviolabile di segreto con tutti, e sì, perch'io
durava tuttavia incerto sulle ultime e irrevocabili decisioni.

E l'ultime irrevocabili decisioni furono prese in tempo così poco
lontano dai fatti, ch'io, s'anche avessi voluto, non avrei avuto agio di
avvertire, di consultare o convincere chi rimaneva. E questo io noto per
l'Agostini. Usai del suo nome, il quale, come di segretario, non scemava
nè cresceva gran fatto valore al proclama, perchè io l'aveva lasciato
farneticante, al cospetto di tutti i nostri, per l'azione pochi giorni
prima ch'io mi partissi, e stimai dargli prova d'amicizia e pegno
d'onore firmando per lui. Duolmi il dover pensare che, se il tentativo
avesse sortito buon esito, egli avrebbe raccolto grato quel pegno e
ringraziato me della fede riposta in lui.

Scrivo quando gli uomini dell'interno potrebbero, s'io non parlassi il
vero, smentirmi; scrivo agli Italiani che mi sanno, qualunque sia la
loro opinione sul conto mio, ardito e sprezzatore quanto basta per dire,
se fosse, _mossero arrendendosi a un cenno mio_: e aggiungo che s'io mai
potessi falsare i fatti e cedere all'impulso di disdegno e di sfida
generato nell'animo mio dal sozzo inveire che fu fatto contro di me, mi
sentirei affascinato a dire quelle parole. Ma mi parrebbe di menomare
l'importanza del tentativo e di sottrarre parte di lode ad un popolo
ch'io ammiro, compiangendo chi non lo fa. Le decisioni furono prese
all'interno: spontanee, e da uomini i quali credevano che la
determinazione fatta irrevocabile bastasse, come dissi, a trascinar
sull'arena i buoni dubbiosi. Più dopo, era tardi: il popolo era in
fermento e disse: _faremo da noi_. M'era noto il disegno, e braccia di
popolani bastavano a compirlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio
linguaggio fu sempre, sino agli ultimi, questo: _vi sentite tali da
eseguire il disegno? siete convinti, colla mano sul core, di poter
convertire la prima battaglia in vittoria? potete darci in una il frutto
delle Cinque giornate? fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal
fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate
soffrire ancora_. Quando ebbi risposta: _facciamo_, non vidi che un solo
dovere; ajutare--e ajutai. Diedi quella parte d'opera che mi fu chiesta:
scrissi un proclama che domandavano: provvidi perchè il moto, appena si
mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò, dove occorra, le
stesse cose. Altri, tra miei colleghi, fece lo stesso: e rifarebbe, è
conforto il dirlo, occorrendo.

Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell'esito anche da
chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l'altre
non si mostrarono? Nessuno, spero, tra gli onesti si aspetta ch'io, per
compiacere a gazzettieri di corte, o di ciambellani in aspettativa,
tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al
mio collega e a quanti fra gli esuli si adoperarono con noi, l'aver
dichiarato, senza timore d'essere smentiti da quei che all'interno
guidavano, che noi seguimmo e non provocammo, che diemmo ajuti, e non
cenni a chi volea fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse
debito nostro, e non s'impose ad altri di fare il loro. Bastino, a
provare la vastità del disegno, la moltitudine d'elementi che
s'agitavano in seno al popolo milanese e i pericoli che l'Austria corse,
i terrori e le incertezze dell'Austria, le querele congiurate di tutte
le monarchie, gli audaci fatti compiti dai pochi in Milano, l'attitudine
tuttavia minacciosa dei popolani. E bastino a provare, per gli animi
spassionati, il vero di quello ch'io prediceva sugli effetti inevitabili
d'una prima vittoria italiana, le nuove, registrate di giorno in giorno
dalle gazzette e dai decreti dei Generali Austriaci, sull'attitudine dei
paesi stranieri, il fremito dell'Ungheria, della Transilvania, de' paesi
Germanici, gli _stati d'assedio_ e le proscrizioni. Or penda sul capo al
nemico la spada di Damocle. Ei sa che sta in mani italiane troncare il
crine che la sostiene. Noi non abbiamo più ostacolo d'impotenza; ma
soltanto una falsa funesta idea preconcetta, che un generoso impulso di
core o la mente illuminata da più severe meditazioni può distrugger
domani.


IX.

Il tentativo di Milano ha intanto, comunque strozzato in sul nascere,
provato due cose: ha provato all'Europa che il silenzio della Lombardia
era silenzio, non di chi giace rassegnatamente assonnato, ma di chi odia
cupamente e tanto, da non poter esprimere l'odio se non coll'azione: ha
provato all'Italia che il fremito d'emancipazione è sceso alle
moltitudini e che i popolani assaliranno, sprezzando il nemico coi ferri
aguzzati delle loro officine, qualunque volta agli uomini
intellettualmente educati, parrà di dire: _eccoci con voi, sorgete!_ Da
oggi in poi non sarà più concesso ad alcuno di mascherare il rifiuto
sotto pretesti d'impotenza o di freddezza nel popolo: bisognerà dire:
_non vogliamo perchè siamo, fisicamente o moralmente, codardi_.

E un altro vantaggio ha reso quel tentativo alla causa nazionale
italiana: ha smascherato, per qualunque non è stipendiato, o imbecille,
mi contenterò di dire, la nullità, l'assoluta impotenza della parte
regia in Piemonte. L'insegnamento non è nuovo per noi. L'impotenza del
Piemonte regio a vincere m'era nota fin da quando io antivedeva e
predicava in Milano, nell'_Italia del Popolo_, le vergogne della guerra
del 1848; e più dopo, poco prima della rotta di Novara, io gridava a'
miei concittadini, nei _Ricordi ai Giovani_: «se ritenterete la guerra
sotto quella povera insegna, sarà guerra perduta.» E la tattica del
Piemonte regio m'era pur nota d'antico. Io aveva provato ne' miei _Cenni
e Documenti sulla guerra regia_, come quella malaugurata campagna fosse
stata impresa, non per vincere, ma per impedire ogni via alla
repubblica, e conquistare un _precedente_ alla monarchia per ogni caso
futuro di vittoria altrui. Io sapeva come la seconda guerra fosse stata
intimata per tema che Roma repubblicana covasse--e lo covava difatti--il
disegno di ricominciare entro l'anno l'impresa per conto d'una migliore
bandiera. E d'allora in poi tattica tradizionale e invariabile della
parte monarchica era stata _di far credere in disegni occulti di guerra
e d'indipendenza per sottrarre elementi all'iniziativa repubblicana e
impedirla; e a un tempo di tenersi pronta a confiscare a profitto
proprio un moto, che prorompesse vittoriosamente per opera d'altri_;
librarsi tra i due partiti tanto da raccogliere, senza rischio proprio
anteriore, l'eredità di qualunque tra i due soccombesse, il favore o i
dominî attuali dell'Austria. Ond'io, ad uomini della Camera piemontese
ed altri arcadi della politica, che m'interrogavano, e sembravano in
buona fede sperare nella loro monarchia per la cacciata dell'Austria,
andava dicendo a ogni tratto: «io non nutro le vostre speranze; ma voi
che v'ostinate a credere l'armi della monarchia vostra essenziali alla
liberazione del paese, perchè non entrate al lavoro con noi? La vostra
monarchia non si moverà, se pur mai, che dopo consumata una vittoria di
popolo sulle barricate.» Pur duravano illusi. Ma oggi, dopo gli atti
nefandi usati con italiani, accusati non d'altro che d'aver voluto,
tentato, desiderato--anzi per taluni neppur quest'ultima colpa è
reale--giovare all'emancipazione della Lombardia: poi che vedemmo
perquisiti, imprigionati, ammanettati come malfattori e deportati in
America giovani, sospettati d'aver cospirato contro l'Austria: noi
abbiamo diritto di dire ai regi: «rimanetevi ormai sulla via nella quale
siete entrati: non è men trista dell'antica, ma è più leale. Non cercate
illudere con promesse e speranze, prima falsate che date, i deboli che
vi credono forti: non alimentate colla stampa o nel segreto un odio, che
trattate come delitto quando intende a svelarsi. A voi, volendo pur
essere piemontesi e non italiani bastava disarmare, impedire quei che,
varcando la vostra frontiera, correvano in ajuto ai loro fratelli. Il
furore di persecuzione spiegato contro uomini emigrati sulla vostra
terra, perchè a voi piacque abbandonar Milano nel 1848, v'accusa ligi
dell'Austria o tremanti dell'Austria: tristi o codardi. Nel primo caso,
noi non possiamo aspettarci che tradimenti da voi; nel secondo, chi mai
può sperare iniziativa di guerra da un governo che, per terrore d'essere
assalito, accetta disonorarsi, dando alla prigione e all'esilio quei che
l'Austria non può dare al patibolo?»

Da questo dilemma, presentato e senza confutazione possibile, sgorgarono
tutte le contumelie e calunnie versate, come bava di serpente irritato,
sul mio nome, su' miei fatti, sulle mie intenzioni dall'_Opinione_,
dalla _Gazzetta del Popolo_ e da tutta la stampa regia o aristocratica
del Piemonte. A una stampa, che di fronte a una protesta ardita di
popolo schiavo contro l'oppressore straniero, può farsi per un mese
austriaca di vitupero contro uomini creduti eccitatori di quella
protesta, non ho che dire. I ragionamenti non giovano; non giova
ripetere ad essa il consiglio di Foscolo: _imparate a rispettarvi da
voi, affinchè, s'altri v'opprime, non vi disprezzi_. Serve chi paga:
oggi la monarchia di Savoja, domani il Bonaparte, e il dì dopo noi, se
pagassimo: calunnia sapendo di calunniare; e basti il suo ripetere a
ogni tanto, pur sapendo che la corrispondenza pubblica dei Bandiera,
prova il contrario, ch'io spinsi quei due prodi a morire, appunto come
le gazzette stipendiate di Francia ripetono a ogni tanto, pur sapendo
che due giudizî solenni di tribunali e la dichiarazione d'un Ministro
inglese m'esonerano, ch'io firmai la condanna a morte di due profughi,
spie. Seguano adunque i gazzettieri intrepidi nel mestiere che scelsero;
e solamente accettino il mio consiglio di riconsigliarsi a ogni tanto
coi loro padroni per vedere se l'assalire continuamente d'ingiurie
villane un uomo dichiarato, ogni anno almeno una volta nelle loro
colonne, morto e sepolto nell'opinione e abbandonato da tutti e deriso,
non guasti per avventura il nobile intento che si propongono.


X.

D'alcune accuse gittatemi talora contro da altri, forse più ingannati
che tristi, e accettate troppo facilmente anche da uomini di parte
nostra: accuse d'imprudenza, quando dei molti viaggiatori da me spediti
in diverse parti non uno capitò male, nè le polizie vantano una lettera
mia in loro mani, nè un amico mi fu vicino che non mi rimproverasse una
soverchia tendenza al segreto--accuse di inavvedutezza nella scelta
d'agenti come Partesotti, quando il Partesotti, scelto all'interno, non
ebbe mai una linea mia, e il suo carteggio, che ho tutto presso di me,
lo mostra ridotto a celarsi in un sotto-tetto di Parigi e imposturare
viaggi favolosi e favolose conversazioni in Londra con me, per buscarsi
qualche centinajo di franchi dalla polizia Austriaca--ed altre
consimili--non so se non gioverebbe scolparmi; ma non è mio stile. Feci,
da quando fondai la _Giovine Italia_, due promesse a me stesso: ch'io
non manderei a stampa una sola linea di politica senza il mio nome, e
ch'io, avverso più o meno a tutti i governi che esistono, concederei,
senza farne caso, ai governi e agli agenti loro d'essermi ostili e di
calunniarmi; agli altri di male interpretare, senza irritarmi,
un'attività che vive, forzatamente e senza colpa mia, nel segreto.
Mantenni la doppia promessa; e i più, spero, ricorderanno, che delle
accuse avventate alla mia vita in questi venti anni da governi e
governucci, da scrittori malati di vanità offesa, da birri libellisti e
romanzieri infelici, da commissariucci di polizie fallite senza
speranza, e da gazzettieri pagati o in candidatura di paga, tutti
irritati del vedermi sempre lo stesso e disperati d'atterrirmi o
comprarmi, io potrei fare una serie interminabile di volumi, mentr'essi
delle mie difese non potrebbero far tre pagine. Ma protesterò, per
debito non tanto a me, quanto a tutti gli onesti che furono o saranno
tormentati santamente d'una santa idea e incontrarono o incontreranno la
stessa calunnia, contro una sola: ed è quella d'ambizione personale e
d'aspirazione a esercitare una dittatura qualunque. E a questa accusa,
tristissima fra le tristi, diede occasione il sistema logico
d'insurrezione ch'io ho accennato alcune pagine addietro.

Tristissima fra le tristi: perchè se a un uomo non è concesso tra voi di
sostenere un'opinione politica agitata da secoli, senza ch'altri gli
dica: _tu intendi a farti di quell'opinione sgabello al potere_--o di
predicarvi che l'epoca matura nuove credenze trasformatrici e
purificatrici delle vecchie, senza che gli si susurri all'orecchio: _tu
aspiri ad essere rivelatore e pontefice_--meglio è dichiararvi
addirittura fautori del voto d'ostracismo, che il contadino dava ad
Aristide, perchè gli era noja l'udirlo salutato del nome di giusto, e
decretare la cicuta ad ogni Socrate che s'attenti annunziarvi un Dio
ignoto; e gemo pensando al pianto e al sangue versato, nelle età che
furono, per questa invida, ingiusta, funestissima diffidenza. A me
l'accusa villana fu gittata prima dai meno liberi d'animo tra gli esuli,
da uomini prontissimi a piegare il collo a tutte le esigenze di paesi
servi a soggiacere, sommessi alla dittatura dell'ultimo commissariuccio
di polizia straniera o domestica; poi da taluni--ed erano gli
ambiziosissimi--tra i socialisti settarî francesi, ai quali io aveva
osato dire, a rischio di essere battezzato retrogrado, che le loro
sètte, le loro utopie ineseguibili, e il materialismo d'interessi, al
quale essi pure avevano educato le moltitudini, avevano perduto la
Francia. Quei miseri s'atteggiavano a puritani gelosi d'ogni influenza
unificatrice e sospettosi d'ogni mia parola, che suonasse accordo,
ordinamento, unità di disegno e di direzione, mentre i loro fratelli
soggiacevano alla dittatura della forca e del bastone tedesco in Italia,
alla dittatura d'un avventuriere e d'una soldatesca briaca nella patria
francese. Io mi stringea nelle spalle senza rispondere. Dittatura a che
prò? per dominare sovr'uomini quali essi sono?

Non lo credevano. Speravano e sanno ch'io, nato di popolo senza
tradizione di nome illustre, senza ricchezze per comprare satelliti e
scribacchiatori, senza prestigio di milizia, senza capacità d'adulare,
non riescirei, s'anco io fossi dissennato e tristo ad un tempo, a far
correre rischi alla libertà in un popolo, la Dio mercè, non corrotto e
dove l'individuo serba più che altrove tendenze vigorose
all'indipendenza. E sapevano, che s'anche io lo potessi, non lo vorrei.
Dai sogni colpevoli e stolidi di ambizione di potere, se per ventura io
avessi avuto successo ne' miei tentativi, m'assicuravano, non
foss'altro, le abitudini parche della mia vita, l'animo altero, sdegnoso
di lode e non curante di biasimo, se non quando biasimo o lode mi
vengono dalle creature--e son poche--che io amo d'amore; e una certa
prepotente disposizione all'antagonismo non colle moltitudini che,
tratte in azione, sono migliori di noi letterati, ma al plauso e agli
omaggi delle moltitudini. Ho sempre potuto guardare addentro nell'anima
mia senza arrossire: la serbai da giovine pura di vanità meschine e di
basso egoismo, ed oggi, solcata come è di lunghi dolori e benedetta di
qualche nobile affetto, s'io volessi farla scendere a sfera più bassa
che non è quella dell'idea emancipatrice dove visse finora, non
m'obbedirebbe.

Ben mi freme nell'anima, fin da quando, imprigionato in Savona, io
meditai di sostituire una nuova associazione al vecchio carbonarismo,
una ambizione, un orgoglio: l'orgoglio ch'io desunsi dai ricordi del
nostro passato e dai presentimenti del nostro avvenire; l'orgoglio di
Roma; l'ambizione di veder la mia patria sorgere, gigante in fasce, dal
sepolcro, ove giace da secoli, e posarsi, grande a un tratto di pensiero
e d'azione, e a guisa d'angelo iniziatore, tra quel sepolcro
scoperchiato e l'avvenire delle nazioni. Era l'ambizione di quei che
morirono in Roma; e parmi strano che non tormenti l'anima di quanti,
pronti allora a imitarli, ne raccoglievano il pensiero e l'esempio; ed
oggi sono, ho vergogna e dolore in dirlo, servi ostinati della
iniziativa francese.


XI.

Dell'iniziativa francese. Perchè, non vale il negarlo: gli uomini ai
quali io alludo, e che leggeranno queste mie pagine, gli uomini che
assentono plaudenti alle nostre parole di patria, d'indipendenza, di
fede in noi stessi, e si staccano, biasimando, da noi ogni qual volta
noi cerchiamo tradurle in atto, non credono nell'iniziativa della parte
monarchica piemontese; non s'aggiogherebbero a tentativi bonapartisti;
non credo pongano sì basso l'onore italiano da pretendere che la sola
città di Vienna, o l'Ungheria, ricinta di nemici da ogni lato e
incalzata dal Russo, s'assumano d'iniziare ciò ch'essi non osano: in che
dunque sperano, se non nella iniziativa francese? Nessuno di loro ama la
Francia; taluni, esagerando, la sprezzano; io li ho uditi inveire, prima
e dopo il 1849, contro l'antico prestigio esercitato dalla Francia sugli
animi: e nondimeno ne invocano l'iniziativa: incatenano a' suoi fati i
fati della nazione: cancellano di fronte all'Italia ogni segno di
spontaneità: negano a venticinque milioni d'uomini potenza di
emanciparsi da centomila soldati stranieri. Con dottrina siffatta, non
rimane che a tacere d'Italia per sempre, e ad arrossire ogni qual volta
s'incontri uno Spagnuolo o un Greco per via.

L'iniziativa francese, io lo dico, giustificato ad ogni tanto dai fatti,
da ormai vent'anni, è un errore storico e un fantasma politico evocato
dall'altrui codardia. A nessun popolo, da quello infuori di questa
nostra sciaguratissima Italia--sciaguratissima dacchè i migliori tra'
suoi figli non sanno intenderne la storia, la potenza e la vocazione--è
dato di riassumere un'Epoca e iniziarne un'altra. La Francia, grande
per questo, e veneranda a noi tutti, compendiò colla sua Rivoluzione il
lavoro intellettuale di diciotto secoli: consecrò per sempre in faccia a
tutte tirannidi l'emancipazione dell'_individuo_: tradusse nella sfera
politica le conquiste di libertà e d'eguaglianza, elaborate nella sfera
religiosa del dogma cristiano. Non basta? Perchè pretendete che essa
sciolga per voi anche il problema dell'_associazione_, dell'alleanza fra
le nazioni della nuova Carta d'Europa? Essa potrebbe forse, se non
ostasse la legge provvidenziale guidatrice dell'Umanità, fondare,
trasfondendo la sua coscienza, la sua individualità in tutti noi, una
Monarchia Europea; ma l'associazione, l'alleanza fraterna, non possono
fondarsi che sull'armonia, sull'eguaglianza inviolabile delle coscienze
nazionali; e la _coscienza_ che siete Nazione, il segno che può darvi
rango nell'alleanza, il battesimo della vostra individualità collettiva,
non possono escire, non possono rivelarsi all'Europa, fuorchè dalla
vostra insurrezione spontanea, da un atto solenne della vostra sovranità
davanti agli uomini e a Dio. L'iniziativa francese s'è spenta con
Napoleone, come l'iniziativa dell'antica Grecia si spense con
Alessandro, come l'iniziativa dell'antica Roma si spense con Cesare. Dal
1815 in poi, la Francia si trascina ne' suoi moti lungo la periferìa
d'un cerchio, che non varcherà se non per opera nostra e dell'altre
nazioni europee. La Francia studia, raccolta, raggomitolata in sè
stessa, i termini del problema sociale applicati alle relazioni degli
individui che la compongono; il terreno per una più larga applicazione
deve conquistarsi da noi[56].

Voi potete contemplare il passato fino al punto in cui l'occhio
abbagliato vi fantastichi l'avvenire; ma voi non potrete far sì che
sorga. Avrete in Francia moti, insurrezioni, rivoluzioni; ma questi
moti, inevitabili dov'è com'oggi, un governo sprezzato, questi moti che
una vostra insurrezione determinerebbe e che, fecondati dall'iniziativa
delle nazioni, s'affratellerebbero nell'idea comune e romperebbero per
la Francia quel cerchio fatale, non vi daranno, prorompendo primi, quel
che cercate. Aveste patria e libertà dalla rivoluzione francese del
1830? Le aveste dalla repubblica del 1848? L'iniziativa francese vi
darebbe, o miseri, non la libera patria, ma l'impulso alla monarchia
che, impotente a fare da per sè, è vigile a preoccuparvi la via; e la
diplomazia europea consigliera ai vostri principi di concessioni e di
leghe: e la guerra regia sostituita alla nazionale; e le sue vergognose,
inevitabili, fatali disfatte. Oggi, se volete rimanere padroni del
vostro moto, della vostra guerra, del vostro intento, v'occorre, e
v'incombe di mover da voi. Voi non potete--e Dio v'ispiri d'intendere
l'incoraggiamento di questa parola--esser liberi che essendo grandi.

Grandi, intendo, di coscienza spontanea: grandi d'intuizione: grandi di
quel coraggio morale, che dilegua i fantasmi addensativi intorno dalla
falsa scienza dei tattici, dai sofismi de' paurosi, dai calcoli volgari
d'un inetto materialismo, dalle diffidenze nudrite di vanità, di
machiavellismo scimiottante e d'una anarchia insinuata dall'estero.
Perchè, dato il moto, non v'occorrerà d'esser grandi, ma di esser
uomini.

Io intendo i pericoli dell'insurrezione; e nondimeno i più tra i nostri
sanno che possono superarsi--non intendo i pericoli, quanto all'esito
ultimo della guerra, e m'è inconcepibile come uomini di mente e di core
ricusino in Italia l'oggi per paura del poi. Hanno studiato, essi che
s'affaccendano in cerca di scienza rivoluzionaria, nei libri delle
guerre regolari le pagine del loro Jomini sulle guerre nazionali?[57]
Hanno meditato sulla guerra della penisola Iberica scritta, non dirò da
Torreno, ma dai generali francesi? Hanno pensato che l'esercito nemico
s'assottiglia lungo una linea di quasi quattrocento miglia al di qua
dell'Alpi? che delle tre zone tenute dall'occupazione, due sono
inevitabilmente perdute fin da principio pel nemico, la terza, invasa
tutta, tranne pochi punti--e lo fu nel 1848--dall'insurrezione, può
essere conquista di due provvedimenti e di poche rapide marcie? Hanno
calcolato, sulla cifra dell'aggio che segue la carta dello Stato, la
condizione delle finanze Austriache, sostenute unicamente nei quattro
ultimi anni da sequestri, contribuzioni straordinarie, imprestiti
volontari o forzati, e alle quali l'insurrezione troncherebbe a un
tratto queste sorgenti di vita? Hanno sottomesso, come noi, all'analisi
quell'esercito nemico, composto di elementi eterogenei e diffidenti
l'uno dell'altro, potente nell'inerzia, incapace di resistere ordinato e
compatto a una battaglia perduta? Prevedono tutta quanta l'azione di
dissolvimento che eserciterà su milizie, nelle quali l'ufficiale d'una
nazionalità comanda il soldato d'un'altra, l'elemento ungarese, nostro,
e l'Austria lo sa, al primo urto potente che lo affidi di non essere
abbandonato senza scampo alla vendetta de' suoi padroni? È un solo tra
loro che non abbia scritto o non dica a sè stesso, pensando al 1848,
_ah! se chi dirigeva la guerra avesse voluto vincere o lasciarci
vincere!_ Molti hanno combattuto, vincendo, contro truppe regolari
austriache e francesi, con giovani volontari, educati soldati tra una
zuffa e l'altra. Conoscono tutti, come noi, le forze considerevoli,
gl'infiniti mezzi di guerra, che possono trarsi dal paese contro un
nemico che non ha terreno per sè se non quello su cui accampa. Non hanno
più dubbio sulle tendenze del nostro popolo. E nondimeno, dubitano,
indugiano, aspettano l'impulso iniziatore di Francia. Oh come deve il
governo austriaco, conscio com'è della propria debolezza, il governo
austriaco che ha tremato davanti ai pugnali di poche centinaja di
popolani, sorridere dei nostri uomini di guerra e della nostra inerzia!

L'insurrezione italiana, nelle condizioni attuali dell'Impero, trascina
con sè inevitabilmente l'insurrezione dell'Ungheria: l'insurrezione
d'Italia e d'Ungheria trascinano inevitabile l'insurrezione del popolo
in Vienna: l'insurrezione d'Italia, d'Ungheria e di Vienna, trascinano
inevitabile l'insurrezione di mezza Germania, il fermento dell'altra
metà. Non seguirebbero gli altri popoli? non seguirebbe la Francia?
L'iniziativa d'Italia è l'iniziativa delle nazioni: il 1848 rifatto su
più larga scala e con popoli affratellati. La nostra _insurrezione_ è
oggimai il solo fatto difficile da compiersi: la _guerra_ è un mero
problema di direzione.

Chi non sente il vero di queste linee ch'io scrivo, non intende le
condizioni d'Europa, dell'Italia e dell'Austria. Chi sente quel vero e
non opera, non proferisca il santo nome di Patria: ei non l'ha e non la
merita. Giaccia tacendo; e non lamenti sì che lo odano gli stranieri;
nulla è più esoso del guaito dell'uomo che può rompere, volendo, le sue
catene.


XII.

Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido
d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non
potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.

E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi
dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che
in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o
tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli
d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla
terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra
dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono
combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un
branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e
donne? e udirci dire: _che! non avete braccia? non avete core? non
sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in
uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile?_ O rimarremmo per
congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura,
apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati
d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee
rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e
proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di
elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle
moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta,
immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che
vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e
coll'armi in pugno.

Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre--e Dio sa con qual
dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici
di quindici o di dieci anni--dalla cospirazione _officiale_, dal lavoro
ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e
patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e
calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè
abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la
salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in
Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si
chiamino, partito d'uomini che _aspettano_ la libertà dalla Francia,
dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in
Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il PARTITO
D'AZIONE, partito d'uomini che intendono a _conquistarsi_ la libertà in
nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in
_Dio_, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel _Popolo_,
potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito
d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a
levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito
intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate
e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno
sempre--e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i
riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore
libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre
fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un
esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui
affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere
al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della
bandiera:--che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra
il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e
fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro
connazionali:--che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno,
al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo
sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta--e
non a noi--il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana
in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:--che due mesi
d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e
d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali
davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero,
se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far
dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.

       *       *       *       *       *

Dai traviati giovani di Milano io m'accomiatai colla seguente lettera
ch'io inserisco come saggio di molte simili ch'io scrissi in quel tempo.
Era indirizzata al Visconti Venosta, che non rispose:

  _5 aprile 1853._

Non v'atterrite d'una mia lettera; è l'ultima che avrete da me. In
alcune pagine stampate or ora, e che probabilmente vi giungeranno, ho
detto che mi separava dalla cospirazione _ufficiale_--e con questo nome
io intendo voi, gli amici vostri, i vostri in Genova e altrove. Ma
questa separazione cova per me tanto dolore, che sento il bisogno di
dirvelo. Voi siete uno di quelli, ai quali io guardava, anni sono, con
vero affetto, come a quelli che--io sperava--avevano più inteso il culto
della patria italiana e avrebbero più logicamente dedotte conseguenze
pratiche di questo culto. Non so se a voi e agli amici vostri, pochi
anni cresciuti, dolcezza di vita, sofismi di mezzi ingegni, o altro
abbiano intorpidito gli affetti, come vi hanno fatto infedeli ai sogni
dei vostri primi anni. A me, venticinque anni di stenti e di delusioni,
non hanno potuto togliere l'interna vitalità dell'affetto: però, vi
scrivo un'ultima volta; e Dio voglia, non per me, ma per essi, che non
abbiate fra gli amici vostri chi sorrida, come a debolezza, a questo
senso che mi costringe a scrivervi.

Quando noi c'intendevamo, molti anni sono, in una predicazione di idee,
che volevano dire azione--quando ci emancipavamo alteramente da ogni
cieca influenza di idee straniere, per rifarci italiani--quando, facendo
la critica delle insurrezioni passate, rimproveravamo ai capi di non
aver avuto fede nel popolo, e al popolo di non aver sentito la propria
potenza--quando m'applaudivate per questo linguaggio--quando mi davate
eccitamenti a stringere, in nome della nuova vivente Italia, fratellanza
con altri popoli qual era la mente vostra? Quella di avervi così
usurpata fama di _progressista_? di piantare scuola innocente di
contemplatori, di confortarvi i sonni della coscienza, paga di sentirsi
inoltrata teoricamente? Era una menzogna? una millanteria?
un'aristocrazia intellettuale? Per me era la vita, una religione,
un'unità di pensiero e d'azione, un'impresa d'emancipazione patria che
noi giuravamo. Eravamo uomini che, nudriti di tradizioni, di
presentimenti, commossi d'ira santa, di vergogna, d'orgoglio italiano,
di dignità d'anime offese, dicevamo l'uno all'altro: «Noi ci
affratelliamo per far quello che la Spagna ha fatto, che la Grecia ha
fatto, che l'America ha fatto, che tutte le nazioni schiave hanno fatto:
conquistarci con idee nostre, con armi nostre, con sacrificî nostri la
patria.»--Io prendeva la cosa sul serio e vi dedicava la vita. Ma voi,
voi giovani lombardi allora, ora uomini, avete serbato, serbate oggi,
fede al concetto? Noi, partito, noi più inoltrati, più santamente
devoti--lo dicevamo almeno--non abbiamo mai osato prendere l'iniziativa.
Cospiratori eterni, oggi per introdurre libri, il dì dopo per
organizzare, il terzo per opposizioni passive, abbiamo cacciato nei
giovani idee e furore di patria, per poi assistere muti alle loro
persecuzioni, al loro supplizio. Abbiamo fatta propaganda nel popolo e
propaganda d'odio e di aspirazioni nazionali, per poi dirgli: «ora
rassegnati e aspetta la Francia.»--Abbiamo magnificato il nostro paese,
le nostre piaghe, il nostro fremer di schiavi all'estero, perchè poi
l'estero meravigliasse dell'udire i servi frementi, predicatori, sotto
il bastone, d'inerzia sistematica e di rassegnazione codarda, a
ricevere, quando che sia, libertà da altri. Abbiamo rese inevitabili le
agitazioni, le congiure, le sommosse, le associazioni, per poi
dichiararle impotenti a renderle tali, separandoci dagli altri. Abbiamo
insomma offerto la decima di sangue di tormenti, d'esilî, di sconforti
morali supremi all'austriaco, che pur avevamo giurato di cacciare dal
paese.

E questo era inevitabile per un periodo dell'impresa. Eravamo pochi a
principio. Bisognava educare; e se sulla via dell'educazione dovevamo
seminar martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo, ma che
accettavamo per giungere al fine. Ma ora?--Ora abbiamo il popolo con
noi. Chi dice il contrario, chi affetta dubitarne, mente scientemente.
Il popolo di Milano ha cacciato l'austriaco in cinque giorni, mentre
Cattaneo pronunziava la sera prima ch'era impossibile. Il popolo s'è
battuto con furore in Brescia. Il popolo s'è battuto, solo, due volte in
Bologna. Il popolo ha rivelato miracoli di pazienza eroica in Venezia.
Il popolo ha redento Roma. Il popolo, dovunque s'è voluto averlo, è
venuto. Dovunque si vorrà averlo, verrà. Voi, nel fondo del vostro
cuore, non ne dubitate, Emilio; non ne dubitano i vostri amici. Non è
tra voi chi possa di buona fede dirmi che, se voi tutti, nostri un
tempo, assentivate all'azione popolare alcuni giorni prima del 6
febbrajo, tutto il popolo non scendeva. I capi popolo che non fecero il
loro dovere, che non eseguirono le concertate sorprese, che titubarono
il 6, si sentivano soli, col dissenso dei migliori della loro città con
un forestiero per capo.

E non è tra voi chi non sappia, che se Milano, non dirò vinceva, ma
combatteva due giorni, la Lombardia tutta era in fiamme. E non è tra voi
chi non senta che la Lombardia in fiamme, era il centro d'Italia in
fiamme; era la Sicilia: era il regno posto fra due insurrezioni: era
Genova, era il Piemonte in agitazione. Era il 1848. Direte che nel 1848
si cadde? Non mi direte questo: voi stessi avete dimostrato venti volte
perchè si cadde; voi stessi siete convinti che, se il Governo
provvisorio fosse stato composto di uomini capaci, devoti e nostri, non
cadeva. Se in Roma, io, salito al potere, senza uno scudo, nè un fucile,
tanto da dover discutere la prima notte se si dovesse o no ricusare
l'ufficio, ho potuto trovar modo di resistere due mesi alla invasione,
voi non potete dubitare che miglior bandiera e migliori uomini non
compissero l'impresa in Lombardia, dove il popolo generalmente parlando,
è migliore che non era il romano allora.

E voi avete a fronte una forza seminata di ungaresi; e sapete che son
nostri; nostri il primo giorno che l'insurrezione si mostrerà forte. Voi
non potete negarlo. Voi potete convincervene quando volete. Gli ungaresi
sono, come i nostri, guardati, confinati, traslocati, fucilati. Gli
ungaresi vi davano la caserma loro, se i nostri si presentavano ed
agivano. Gli ungaresi, non potendo altro, disertano--e me ne piange il
cuore--sul cordone che guarda la Svizzera. E quest'elemento prezioso,
decisivo, disorganizzatore delle forze nemiche, non vi basta.

Avete una condizione d'Europa, che v'assicura non poter aver luogo una
vittoria italiana senza eco d'insurrezione al di fuori. Avete letto,
studiato le relazioni e le misure governative dopo il 6? Le scoperte di
Komorn? Gli arresti di Berlino? Le misure prese in più punti in
Germania?

Voi non vedete impossibile l'insurrezione. Voi non potete credere che
l'Austria possa sostenere la guerra senz'essere assalita nell'interno e
smembrata. Quali obiezioni avete dunque all'azione?

Voi dovete intendere ciò che io non poteva pubblicar prima. Dato il moto
lombardo, la zona d'occupazione, che si stende da Bologna in su, è
perduta per gli austriaci coll'insurrezione della città, che è primo
punto di concentramento alla linea. I distaccamenti avventurati nelle
Romagne sono perduti. E il concentramento delle forze, che sono in
Toscana e più in su, è impossibile pure. Noi non abbiamo che ad essere
padroni della Lunigiana; e lo eravamo e lo saremo qualunque volta
l'insurrezione lombarda sarà un fatto accertato. Rimangono le forze
attualmente in Lombardia, rotte dall'insurrezione minate dagli
ungheresi, ai quali terrebbero dietro altri elementi. Date moto
all'insurrezione al nord: in Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Valtellina:
abbiate una sorpresa che tronchi le comunicazioni del quadrilatero col
lago, col Tirolo; accentrate queste forze dell'insurrezione delle parti
che ho nominate nel Tirolo italiano: date la mano con quest'operazione
al Friuli e al Cadore, fremente d'agire, e ditemi dov'è la guerra
dell'Austria. L'Austria in Italia dev'essere girata, tagliata dalla sua
base nei primi dieci giorni dell'insurrezione.

E mentre il governo dell'insurrezione farebbe questo--e verificherebbe
facilmente pensieri che io maturo da anni: mentre l'insurrezione della
parte superiore dello stato romano si rovescerebbe, non curando altro,
su Napoli, gli ungaresi rivoltati, disertati, ordinati sotto Kossuth e
Klapka--il povero Klapka era meco febbricitante di speranza tutta la
giornata del 6--darebbero il segnale al loro paese e con un'operazione
ardita, ma verificabile, svierebbero la guerra da noi.

Emilio, io concedo a voi tutti di discutere l'insurrezione. E perchè
quella è impresa seria e base d'ogni altra, io ho voluto provarvi che il
popolo, se chiamato da voi, è pronto a fare. Ho voluto suggerirvi il
come si possa, per sorpresa, scemare i sacrificî e impossessarsi di
materiale. Voi sapete che queste sorprese sono possibili e possono,
occorrendo, prepararsene altre diverse. Ma non concedo a voi, non
concedo ai vostri amici, parecchi dei quali sono militari, di dirmi:
«Noi non potremo vincere la guerra.»--Non v'è--lasciate che ve lo
dica--che un'assoluta inferiorità di intelletto che possa ispirare
negazione siffatta--o la paura dell'egoismo.--

Perchè la Lombardia e non un'altra parte d'Italia? E debbo sentire
questa parola da voi; da lombardi? Ho accennato le ragioni nell'opuscolo
che avete. Ma se io fossi lombardo non vorrei averle richieste. Per dio!
avete il nemico d'Italia in casa, e vorreste che Napoli agisse? Potete
annientare il nemico d'Italia in un subito e chiedete perchè lo fareste?
Roma andrà altera di dovere per benefizio del mondo rovesciare la
rappresentanza dell'autorità spirituale usurpata; non dovrebbe la
Lombardia andare altera di poter vibrare un colpo mortale all'autorità
temporale? Siete diventati proudhoniani di tanto che una pagina
storica--non parlo del dovere--non possa più scuotervi a meritarla?

L'insurrezione di qualunque altra parte d'Italia che precedesse quella
di Lombardia, la renderebbe, o impossibile, o assai meno decisiva: ma se
anche ciò non fosse, io vi direi sempre:--«l'Austria è tra voi, a voi
tocca l'onore dell'iniziativa.»--

Oh sventura a voi, che intendete, ma non _sentite_ più le cose ch'io vi
dico! Sventura a noi tutti che dobbiamo trovare negli uomini del marzo
la freddezza, il piccolo machiavellismo dei corrotti di Francia! Oh, i
miei sogni perduti, Emilio! E mi sentiva così santamente orgoglioso in
quei giorni, quand'io poteva ripetere a me e agli stranieri:--«_Hanno
imparato la loro forza; l'Italia è rinata!_»--

D'allora in poi io non v'intendo più: cadrei scettico e disperato
pensando alla pazienza sovrumana da voi sostituita alla fiamma di patria
che avevate comune con me. E credo oramai che non amiate più, che fosse
in voi tutti bollore di sangue giovanile, di riazione, di ambizione, di
gloria, non adorazione dell'idea, non culto d'Italia. Avete veduto
scannare gli amici vostri più cari: avete veduto impiccare, fucilare a
dozzine: avete veduto bastonare uomini e donne in Milano; avete esuli
vostri a migliaja, avete veduto cose che solleverebbero iloti e negri. E
tuttavia non avete smarrito il sangue freddo un istante; non vi siete,
se credevate alla vostra impotenza, travolti nella demenza o nel
suicidio! No, voi leggete, discutete--mentre i croati bastonano--punti
di sistemi stranieri; passeggiate tranquillamente. Amate! sì ma badate a
istillare prudenza e tiepidezza d'affetto patrio nel cuore della donna
che amate: il croato punisce col bastone le imprudenze femminili!

Io ho la morte nel cuore, Emilio, scrivendovi. Le codardie, le bassezze,
il gelo che m'è toccato vedere e palpare in questi ultimi mesi hanno
superato quello ch'io, nei momenti più neri, poteva idearmi. Uomini,
come... disdirmi l'amicizia, perchè io diceva--«verifichiamo se il
popolo vuole agire,»--uomini come... farsi denunziatore dei miei amici:
uomini, come Maestri, scrivermi che bisognava far libri: uomini come
Manin e Montanelli, rallegrarsi della disfatta perchè _ucciderebbe la
mia influenza_: uomini, come voi, rimanervi freddi, assiderati, immobili
di mezzo al fremito del popolo vostro, e vagheggiare l'iniziativa
francese! E, devo pur dirlo, gelosiucce meschine, vanità meschinissime,
diffidenze colpevoli, a rodere, di mezzo a voi, il mio nome, che non è
se non una bandiera caduta, domani, la mia influenza che, prima della
lotta, avreste dovuto usare come un mezzo di forza, le mie idee che non
sono se non quelle predicate un tempo da tutti voi. E che temevate da
me? Io non ho che la febbre d'Italia, l'amore d'Italia, l'ingegno
d'Italia. Io vi portava un vincolo di simpatie straniere, un vincolo con
importanti elementi, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione.
Non potevate giovarvene, e spegnermi, annientarmi il dì dopo? Non
avreste avuto un rimprovero da me, com'è vero ch'io esisto! Ho il tarlo
nel cuore; non posso più gioire, e la vita mi pesa dacchè io non stimo
più i meglio educati fra gli uomini del mio paese. E in Italia io non ho
più che sepolture. E all'estero non ho più core di parlare dei nostri
patimenti: le ciglia s'inarcano e mi sento dire: «Come fate a sopportar
tanto? il popolo è visibilmente con voi: ajutatevi dunque, o soffrite
muti.»

Voi avete la salute del paese in pugno: se un giorno mai v'accorgeste
della triste parte che fate in Europa, e volete far opera degna, pensate
a me; a quel tanto d'ajuto ch'io posso portarvi; ditemi:--«Siate con noi
il tal giorno»--io vi sarò. Se persistete nella vergognosa apatia, Dio
vi perdoni, io non lo posso. Ma non v'irriterò più con lettere, dirò il
vero agli ignoti. Addio.

                                                         G. MAZZINI.

    Un'ultima inchiesta; leggete questa
  lettera a quanti più potete fra i
  vostri amici prima di abbruciarla.

       *       *       *       *       *

I tre scritti: _Il Partito d'azione_, _Del dovere d'agire_, e _Centro
d'azione_[58] rivelano abbastanza chiaro a quale trasformazione del
Partito io mirassi. Da un lato, io vedeva sorgere in seno alla borghesia
letterata, quei vizî di pedanteria dottrinante, di dissenso tra il
pensiero e l'azione d'inerzia che sostituisce la fiducia paziente nella
forza degli eventi al compimento del Dovere, fatale a tutte le nazioni e
cagione visibile di decadimento alla Francia; e bisognava cercare il
rimedio nell'azione di un nuovo elemento, vergine di sistemi e ricco di
buoni e ineducati istinti, l'elemento popolare. Dall'altro, l'idea
_Nazionale_ era oggimai sufficientemente diffusa: mancava l'attitudine,
la tendenza a _fare_. Or non s'educa all'azione se non coll'azione,
coll'esempio, coll'ira, colla coscienza della debolezza del nemico che
si tradisce nelle continue paure, negli esagerati sospetti, nelle
ingiuste immoderate repressioni suggerite dalla perenne minaccia.
Entrai su quella via premeditatamente, risolutamente. E lo dico, perchè
i miei fratelli di patria mi giudichino, lo sapeva che mi porrei
sull'anima nuovi e gravi dolori ma non rimorsi. I popoli non si
ritemprano se non con forti fatti, pericoli intrepidamente affrontati e
patimenti virilmente durati.

E un'altra ragione, verificata in seguito da una serie di fatti e
nondimeno inavvertita da quanti mi giudicarono, mi spronava su quella
via. La Monarchia ricominciava a desiderare, ad agitarsi, a tentare
timidamente, pur con insistenza fuori e dentro il terreno, per vedere se
vi fosse modo d'ampliarsi. Cominciavano i turpi amoreggiamenti alla
Francia Imperiale, ed era facile antivedere l'alleanza che li avrebbe,
presto o tardi conchiusi. Ora il concetto accarezzato da Luigi Napoleone
era di federalismo per noi, di unità fortemente accentrata e facilmente
dominatrice, per la Francia. Nè gli uomini della Monarchia piemontese
oltrepassavano quel concetto: i suoi più potenti ingegni parlavano
apertamente di leghe regie; e alla turba volgare e al monarca, volgo
egli pure, sarebbe bastato il cenno del Dittatore Francese. Io vedeva
crescente il pericolo e non vedeva certi i rimedî: la mia fede, non nel
futuro dell'Italia, ma nella generazione, alla quale io parlava, s'era
illanguidita: il materialismo la signoreggiava, più assai ch'io non
aveva creduto; e il materialismo doveva guidarla--e la guidò pur
troppo--al culto della forza, dei primi successi, dell'_opportunità_
sostituita all'adorazione dell'Ideale. Il concetto della Monarchia
sarebbe stato, per poco ch'essa facesse, seguito. Bisognava dunque
impaurirla, sospenderle sul capo la spada di Damocle, farla credere
nella necessità di andare innanzi a seconda degli istinti del paese, o
perire: e per questo bisognava ordinare la minoranza che mi seguiva, a
protesta e minaccia continua in nome dell'Unità repubblicana: o
riescivamo in uno dei tentativi ad afferrare il ciuffo della fortuna, a
cogliere un momento propizio e fecondo d'entusiasmo popolare e potevamo
conquistare Unità e a un tempo Repubblica:--o gli Italiani non erano
maturi per emanciparsi in nome d'un _principio_ senza cooperazione di re
e avremmo, accennando continuamente a fare, costretto la monarchia ad
andare oltre i termini prestabiliti, a darci almeno l'Unità Nazionale.

Taluni fra i nostri m'accusarono, più dopo, d'aver deviato, ammettendo
ne' miei calcoli che si potesse trarre partito dalle opere della
Monarchia. Gli scritti coi quali io chiamava il Partito a trasformarsi
sistematicamente in Partito d'Azione non parlano di Monarchia ed
escludono quindi il rimprovero. Ma quanto alle ipotesi della mente, esse
furono purtroppo giustificate dai fatti. L'iniziativa _fu_ presa,
coll'ajuto dello straniero, dalla Monarchia: i repubblicani non ne
furono capaci. Se quanti allora ciarlavano di repubblica avessero dato
opera a ordinarsi, a disciplinarsi, a raccogliere mezzi, ad armarsi per
fare, noi non avremmo forse oggi sulla fronte della povera Italia le
vergogne di Nizza, di Lissa e Custoza e della perenne soggezione
all'influenza straniera. E s'oggi non si sfogassero in proteste
indecorose e derise, ma seguissero, severamente deliberati, le norme
pratiche che fruttano potenza a un Partito, noi potremmo cancellare
speditamente quelle vergogne, nè a me toccherebbe di struggere i miei
ultimi giorni nel dolore, supremo per chi ama davvero, di vedere ciò che
più s'ama inferiore alla propria missione. Se non che è più facile
rimproverare che fare.

Io credo d'avere, con quel metodo d'agitazione, contribuito a
costringere, non foss'altro, e dacchè i repubblicani non seppero
ordinarsi e fare, la Monarchia sulla via, non voluta dell'Unità
Nazionale; nè vedo, pur disprezzandola più sempre trascinata non da
fede, ma da paura, perchè m'increscerebbe. Saremmo noi, riordinati
federalmente, più vicini alla conquista del nostro ideale?

I monarchici intanto iniziavano dal canto loro un nuovo stadio di
attività con una perfidia.

Ho accennato al nembo di rimproveri e d'accuse che si rovesciò da ogni
lato su me dopo il 6 febbrajo: rimproveri e accuse tanto più feroci,
quanto più io sembrava sprezzarli e persistere. Al disciogliersi del
Comitato Nazionale e alla condanna che taluni fra i suoi membri
s'affrettarono a proferire contro di me, tenne dietro un generale
dissolvimento. Per più mesi io non ebbi, fuorchè da popolani, una sola
lettera che trattasse di cose italiane. Ogni lavoro s'era sospeso o
sottratto alla mia direzione. In Roma, soltanto, l'Associazione serbava
meco l'antico contatto: l'uomo, singolare per ingegno, per intrepida
fede repubblicana, per potenza di logica e antiveggenza del futuro, che
la dirigeva, non era tale da mutar giudizio e condotta per un tentativo
fallito. E Roma, era punto siffattamente importante, ch'era necessario
rapirmelo, o condannarsi a vedere ravvivarsi a poco a poco la mia
influenza sui lavori del Partito in Italia.

Un agente di parte monarchica fu spedito da Torino a Roma a tentar
l'impresa. Giovandosi dell'opinione largamente diffusa, ch'io fossi
politicamente un uomo perduto, si disse a parecchi dei nostri che la
Monarchia si preparava alacremente a operar per l'Italia--ch'io era
stato fin allora, colle mie improntitudini repubblicane, ostacolo a'
suoi disegni--che importava quindi staccarsi da me, provato incapace
dagli ultimi fatti, e unirsi fraternamente al Piemonte--_che la unione
delle forze determinerebbe, quasi immediata, l'azione_--che ogni uomo
potrebbe serbare intatte le proprie idee, ma che si trattava d'unirsi
_oggi_ per vincere, _poi_ il paese deciderebbe del proprio avvenire. E
le proposte furono accolte: primo a cedere un giovane che, ordinatore
supremo nei primi due anni dell'Associazione, poi segretario del
Direttore nella sua corrispondenza con me, possedeva nomi, cifre segreti
e meritata influenza.

Raccolti a deputazione, i dissidenti dall'antico programma fecero
proposta solenne al Direttore perchè, adottando il nuovo, decretasse
fusione dell'Associazione colla parte monarchica e sostituisse alla
formula unitaria repubblicana le parole: Indipendenza e Unione. Il
Direttore diede formale rifiuto.

Cominciò allora contro di lui una guerra sulla quale io trasvolo. I
mezzi di corrispondenza colle provincie gli furono interrotti: il
contatto coi nuclei esistenti in Roma gli fu seminato di difficoltà e di
pericoli: condannato, com'egli era, a vivere in un nascondiglio, ei si
trovò a un tratto quasi isolato. Accuse d'ogni genere lo assalirono: fu
detto che ei ricusava l'_azione_, ch'ei negava per ambizione di
dittatura la sovranità del paese; ch'ei tradiva, per intolleranza e
cieca riverenza a questioni di parole e di mere forme, il _fine_ del
lavoro; ch'egli ingannava l'Associazione parlandole in nome di un
Partito che s'era chiarito impotente e di un uomo, che s'era chiarito
incapace; furono di lui dette cose peggiori e bassamente sleali. Il
direttore durò imperturbabile, irremovibile.

Una notte ei fu preso, e furono presi nelle loro case quanti membri o
impiegati della gerarchia dell'Associazione persistevano fedeli al
programma repubblicano: dal primo fino all'ultimo, il postiere Trabalza.
Non accuso uno o altro individuo, ma è fatto, ammesso a quei giorni da
tutta Roma e chiarito dal carattere, dai modi e dalla simultaneità delle
scoperte, che la lista dei nomi fu trasmessa al Governo Pontificio dagli
agenti monarchici legati coi dissidenti.

Parecchi fra gli imprigionati in quella notte gemono tuttavia--benchè
nati in paesi che fanno parte del Regno Italiano--nelle carceri del
Papa; vergogna eterna del Governo Italiano che non esige, forse perchè
sono amici miei e repubblicani, la liberazione: vergogna degli Italiani,
che li dimenticano.

Contro quella diserzione dalla bandiera, io pubblicai, con altri, la
seguente protesta:

«I sottoscritti, Italiani di Roma e provincia, informati del mutamento
reazionario che, per opera di pochi e in contradizione alle tendenze del
Popolo, ha preteso rovesciare recentemente la Direzione Centrale
dell'Associazione Nazionale, per sostituirvi un Comitato, il cui primo
atto è un atto d'ateismo politico, un passo retrogrado verso i nemici
della bandiera inalzata nel 1849 in Roma, e un tradimento del patto
solenne stretto fra gli uomini dell'Associazione Romana e il Partito
Nazionale.

«Dichiarano:

«che la deviazione dal principio Repubblicano, come bandiera di
redenzione futura Italiana, colpa grave in ogni parte del territorio
Italiano, è infamia e vergogna in Roma:

«che questa deviazione tradisce Roma, alla quale rapisce l'iniziativa
morale, ch'è suo dovere e diritto nella Nazione; tradisce l'Italia che
guardava a Roma come depositaria della tradizione repubblicana; tradisce
l'Azione che non può escire se non da una bandiera di popolo:

«che il fare retrocedere il Partito Nazionale sino alla politica senza
nome del 1848, dopo che i fatti hanno dato a quella politica una nota
incancellabile d'infamia colla cessione di Milano e col tradimento di
Novara, è opera di manifesta ignoranza, o di mala fede:

«che la bandiera repubblicana non rappresenta un interesse particolare
in Italia, ma l'interesse, la missione, l'avvenire e l'unità della
Nazione, mentre la bandiera che porta scritta l'unica parola
d'Indipendenza, bandiera regia senza coraggio di dirsi tale, non
rappresenta se non federalismo, interessi dinastici, discordia tra il
fine e i mezzi, e quindi impotenza assoluta a combattere e vincere:

«Protestano in conseguenza contro il mutamento tentato, contro l'inganno
fatto a un Popolo, che meritò l'ammirazione dell'Europa combattendo per
la Repubblica; contro ogni atto emanato o che emanerà dal Comitato
_fusionista_ novellamente istallato; e lasciando che la responsabilità
dello scandalo d'un'apparente discordi e ricada su chi lo promosse, si
assumono di far noto al popolo di Roma e Provincie l'inganno e la
delusione di cui è vittima in oggi.

  «_Aprile 1853._

                                                       «G. MAZZINI.»

       *       *       *       *       *

_Qui finiscono le note autobiografiche di Giuseppe Mazzini, comprese nei
primi otto volumi delle_ Opere, _e che riunite insieme in questo libro
ci danno a grandi tratti una storia delle eroiche lotte, dei dolori
ineffabili che ebbe a sostenere il grande Apostolo d'Unità e di
Libertà._

_Seguono quindi gli scritti politici più importanti, disposti per ordine
cronologico._



D'ALCUNE CAUSE

CHE IMPEDIRONO FINORA

LO SVILUPPO DELLA LIBERTÀ IN ITALIA



ARTICOLO PRIMO.

                                  Un principe--et des consèquences--
                                voilà tout.--

                                         _Convention Nationale._

                                   Ma gli uomini pigliano certe vie
                                 del _mezzo_ che sono dannosissime,
                                 perchè non sanno essere nè tutti
                                 buoni, nè tutti  cattivi.--

                                     MACHIAVELLI.--_Discorsi._--


I.

Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà
nell'Italia--dei vizî che contrastarono al concetto rigeneratore di
farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.

O noi parliamo parole alte, libere, franche--parliamo coll'occhio
all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro--parliamo, come detta
la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudizî, snudando
l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e
gli errori ovunque si manifestino--e un grido si leva dagli uomini del
passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle
genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con
Dio, e la coscienza d'una missione: _voi violate l'eredità dei padri,
perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo
non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore
frammezzo ai vostri fratelli!_

O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di
universale concordia--ci soffermiamo nella predicazione di principii
nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza
mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi
principii--erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di
appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo
sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: _là è
la piaga!_--e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli
elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le
generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci
rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente
al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: _ecco
la polvere dell'Italia!_--

O sospetti, o colpevoli--condannati al silenzio o alla guerra--esosi
agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla
patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.--

LA PATRIA ANZI TUTTO.--Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le fôsse
dei nostri martiri--e le nostre parole hanno ad essere forti, pure,
incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri,
come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro
concittadini.--

LA PATRIA ANZI TUTTO.--E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i
nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è
sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido
in bocca ai lancieri Polacchi: _Periscano i lancieri, e la Polonia si
salvi!_--e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a
fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini
passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii
rimangono:--e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta
davanti alle conseguenze quali esse siano!

Una _idea_--e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una
_idea_ generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere
grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine
di pregiudizî, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi
dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio
immortale--ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in
tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti
che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di
meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica
testimonianza del palco. A questi patti s'è grande--a questi patti si
promuove la CAUSA SANTA--e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il
quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai
calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha
missione. Chi scrive codeste linee ha disperato--tranne un
affetto--della vita contemplata individualmente--e per questo ei si
sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In
politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il
sistema che matura i principî, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si
pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli
ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei principî, e
guardando innanzi.--La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla
scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una _dottrina_ che l'Europa
dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare
elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di
popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai,
s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini,
affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti,
aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.

Applichiamo queste idee all'Italia.

Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non
li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un
fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.

Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?

Noi abbiamo lungamente pensato al modo; abbiamo cercato una via di
fusione, un mezzo d'accordo tra chi insiste sulle antiche idee e chi
sente fremersi dentro le nuove.--Questa via non v'era: i popoli s'erano
illusi di averla trovata, ed hanno scontato quella illusione con tanto
pianto e con tanto sangue, che oggimai il volere ricrearla può
dimostrare forse bontà di cuore, non senno politico; nè le illusioni,
sfumate una volta, si ricreano mai. Il moto è in noi, sovra noi,
intorno a noi; e dove gli uni s'abbandonano al moto, e gli altri
s'industriano a costringerlo in un cerchio determinato, non v'ha
transazione possibile. O innanzi, o addietro! L'anello intermedio fra la
inerzia e il moto, fra la vita e la morte, è il segreto di Dio.

Oggi, i popoli hanno sete di logica; e tra molte opinioni
inconciliabilmente discordi, io non veggo che una via sola: consecrarsi
alla migliore--inalzarne la bandiera--e spingersi INNANZI. Là è il
progresso! Là è la vittoria!

Così abbiamo detto--e faremo.

Pace e fratellanza a chiunque saluta la bandiera del secolo; a chiunque
adotta i principî del secolo.--Gli altri ripeteranno per qualche tempo
ancora la insulsa accusa che ci chiama seminatori di discordia: accusa
simile a quella che i tiranni infliggono ai buoni, rampognandoli
violatori dell'ordine--come se l'ordine potesse esser mai il riposo
nell'errore: come se a fondare una concordia potente fosse altra via dal
trionfo del vero in fuori. I vizî e le colpe della gente che beve con
noi un raggio dello stesso sole, hanno a circondarsi, dicono, di
silenzio: paventano l'insulto dello straniero. Lo straniero?--Rammenti
che noi fummo grandi e temuti, quando il mondo era barbaro, rammenti che
la sua civiltà è opera nostra, la nostra abbiezione opera sua--e
arrossisca--però che lo scherno gli ripiomberebbe sul core amaro come un
rimorso!--Ma a noi la carità della patria non acciechi il lume della
mente. Le vanità puerili, le adulazioni accademiche, le cantilene de'
letterati di corte, e il pazzo entusiasmo di quei tanti amatori della
patria, che s'inginocchiano davanti ai simulacri dei nostri grandi,
senza oprare a farsi grandi com'essi, hanno partorito lunghi sonni e
codardi all'Italia--e non altro. L'adorazione al genio dei trapassati, e
a quello che spande il suo raggio sulla faccia della terra patria, è
bella veramente, quando chi si prostra è tale da potere posarsi eretto
davanti alla generazione che gli brulica intorno. Ma i nomi, le memorie,
le grande imagini, se non sono applicate alla vita, e migliorate, ed
emulate, sono come quell'armi che stanno attaccate alle pareti delle
sale: arrugginiscono se non le adopri. Noi non parliamo certo a chi
siede tra le rovine e inalza l'inno di disperazione; però che si tratta
di confortar gli uomini a osare, anzichè travolgerli nella inerzia. La
patria, come la donna amata, può non essere talora stimata: vilipesa non
mai! E noi, questa patria caduta, questa bella giacente, noi la
circondiamo di tanto affetto, che la vita intera e la morte non varranno
a svelarne la menoma parte. Forse, s'essa fosse fiorente di bellezza e
di gloria, noi l'ameremmo d'un affetto men caldo e santo: ma non si
torna a vita lo scheletro, incoronandolo di rose--nè quelle dive anime
incontaminate di Catone e di Tacito adonestavano le colpe de' loro
concittadini, ma le flagellavano a sangue. Che se l'orgoglio
insuperbisse a taluno nel petto, è grande, ben più che illudersi sulla
patria il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere.

Noi insistiamo sovente sul nostro simbolo di progresso e d'indipendenza,
anche a rischio di vederci accusati d'audacia, perchè l'uomo senza
credenza non è veramente uomo, e colui che l'ha e non s'attenta
bandirla, è men ch'uomo--perchè pur troppo v'è una gente che alla menoma
reticenza sospetta prave intenzioni, una gente il cui studio è quello di
introdurre un lembo della loro veste macchiata, sotto la toga candida,
incontaminata dell'apostolo della verità--perchè infine noi esponiamo le
nostre credenze come il programma delle azioni future. Siamo ai tempi
nei quali le opinioni hanno ad essere decise ed aperte, nei quali ad
ogni uno che si presenti per ottenere la cittadinanza dell'uomo libero
corre debito di portare in fronte una dichiarazione de' suoi principii,
perchè giovino alla condanna se mai i fatti della vita contrastassero un
giorno ai principî enunciati. Noi facciamo questa dichiarazione. Noi la
facciamo fidenti, perchè siam giovani e vergini di passato, abbiamo il
core puro, le mani pure, la mente pura, e non abbiamo speranza di
meglio, di gloria, di trionfo, di lode che nell'avvenire.--Gl'Italiani
giudicheranno i nostri atti.


II.

I tentativi di rivoluzione italiana tornarono fino a quest'oggi in
nulla. Perchè?--Siam noi codardi tutti? Mancano elementi rivoluzionari?
O veramente il mal esito de' moti italiani era dipendente dalla
direzione che le fazioni diedero a questi moti?

Lo straniero scelga, se vuole, la prima causa. Noi, Italiani,
adopriamoci a rintracciar la seconda.

Noi non siamo codardi. I popoli non sono codardi mai, quando l'impulso
che li move è potente--noi men ch'altri--e l'Europa lo sa.

Gli elementi di rivoluzione non mancano all'Italia. Quando un popolo
diviso in mille frazioni, guasto dalle abitudini del servaggio, ricinto
di spie, oppresso dalle bajonette straniere, divorato per secoli
dall'ire municipali, stretto fra la cieca forza del principato e le
insidie sacerdotali, senza insegnamento, senza stampa, senz'armi, senza
vincoli di fratellanza fuorchè nell'odio e in un pensiero di vendetta,
trova pur modo di sorgere tre volte in dieci anni--e il nemico interno
sfuma davanti alla potenza di un voto espresso, senza un colpo di
fucile, senza un grido d'opposizione, senza una voce che sorga a
difendere la causa della tirannide: quando in dieci giorni la bandiera
italiana sventola sopra venti città, e gli uomini della libertà invocano
confidenti i comizî popolari per concertare le opportune riforme: quando
nè persecuzioni, nè sventure, nè delusioni, nè morti possono spegnere il
pensiero rivoluzionario--e le prigioni sono piene--e i cannoni
s'appuntano contro al popolo--e i dominatori tremano d'una congiura ad
ogni romore notturno--compiangete quel popolo che le circostanze
condannano ancora all'inerzia, ma non lo calunniate: v'è una scintilla
di vita in quel popolo, che un dì o l'altro porrà moto a un incendio:
v'è una potenza in quel pensiero intimo di libertà, educato con tanto
amore e tanta energia di costanza, in quel voto che cinquecento anni di
silenzio non hanno potuto sperdere--che il Genio potrebbe trarne
miracoli--ma il Genio solo;--e dov'è il Genio che abbia governati fin
qui i tentativi italiani? Dov'è tra quei che stettero al maneggio delle
cose nostre, l'ingegno che abbia indovinato il segreto di quei
tentativi?

Le moltitudini non mancano alla libertà in Italia, nè altrove. Nei due
terzi dell'Europa, le moltitudini han fin d'ora un istinto del bene che
può bastare a rigenerarle; soltanto esse non possono esserne interpreti
ancora, e abbisognano d'uomini che s'assumano di ridurre i loro
sentimenti a sistema politico, che concentrino in una giusta direzione
quanti elementi s'agitano incerti e indefiniti negli animi non
educati.--Quand'altro non fosse, le moltitudini soffrono, le moltitudini
sono oppresse, conculcate dall'aristocrazia, immiserite dai dazî, dalle
imposte e dalle dogane, dissanguate dai frati ai quali l'altre classi
son già sottratte. Le moltitudini hanno dunque bisogno di mutamento:
v'anelano, e lo accetteranno qualunque volta sia loro proposto. Tutto
sta nel guidarle; nel convincerle che i mutamenti torneranno loro
efficaci; nel persuaderle, che in esse è potenza sufficiente per
ottenerli.

Intanto le rivoluzioni italiane hanno presentato finora un aspetto
singolare all'osservatore. Nei loro principî furono brillanti, unanimi,
confidenti, audacemente intraprese, prosperamente operate: poi, dati i
primi passi, languirono, si mostrarono incerte, paurose; e le
moltitudini si stettero inerti, indifferenti, sfiduciate
dell'avvenire--sorsero come stelle: svanirono come fuochi di cimitero.
Simili a quelle creature che nascono bellissime di forme e
d'espressioni, ma col germe della distruzione già sviluppato, colla
condanna del destino sulla fronte, e delle quali tu diresti ammirandole:
morranno prima d'avere raggiunto il fiore della giovinezza--le
rivoluzioni italiane ti s'affacciano belle e pure nel concetto primo, ma
inceppate, sviate, o soffermate a mezzo il cammino da un ostacolo
prepotente che tutti indovinano, pochi hanno espresso liberamente.

D'onde procede l'ostacolo?

Noi lo diremo francamente: mancarono i capi; mancarono i pochi a
dirigere i molti; mancarono gli uomini forti di fede e di sagrificio,
che afferrassero intero il concetto fremente nelle moltitudini, che
intendessero a un tratto le conseguenze; che, bollenti di tutte le
generose passioni, le concentrassero tutte in una sola, quella della
vittoria; che calcolassero tutti gli elementi diffusi, trovassero la
parola di vita e d'ordine per tutti; che guardassero innanzi, non
addietro; che si cacciassero tra il popolo e gli ostacoli, colla
rassegnazione di uomini condannati ad essere vittime dell'uno o degli
altri; che scrivessero sulla loro bandiera: _riuscire o morire_,--e
attenessero la promessa. Siffatti uomini mancarono ai tentativi: nè
giova indagarne la causa--ma quando sorgeranno e Dio li caccierà fra le
turbe, l'Italia rinata darà solenne mentita a quanti l'accusano di
codardia, o la vilipendono ineguale al disegno.

E badate, o Italiani, che la questione è decisiva per voi. Però che se
non mancarono i capi, mancarono le moltitudini: mancarono e mancano gli
elementi di rigenerazione. A questo bivio siam tratti: abbiamo a
scegliere tra l'errore dei pochi e l'impotenza de' molti: abbiamo a
rinegare le speranze in un vicino avvenire o la venerazione nei capi che
ci guidarono. Per noi, la scelta non è dubbia: gli altri che ripongono
l'onore del nome italiano nell'adonestare le colpe italiane, vedano se
giovi meglio alla patria il sagrificio dei pochi colpevoli, o l'anatema
gittato a un'intera nazione.

Mancarono i capi. Mancarono prima d'animo, poi di scienza politica:
prima di fede in sè, nelle moltitudini che reggevano, nella santa
bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito
logico e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa.--E
noi accenneremo successivamente dove e perchè mancassero; e come non
s'intendessero nè i mezzi, nè l'intento d'una rivoluzione. Ai popoli si
parla efficacemente in due modi: colla virtù dell'esempio, e colla
utilità del fine proposto; trascinandoli coll'entusiasmo, o seducendoli
coll'avvenire.--E parleremo in principio della mancanza di animo negli
uomini che tennero il freno delle cose nostre, perchè l'animo è prima
condizione del fare--perchè dove quello manchi o non sia deliberato
abbastanza, è follia mettersi a grandi imprese--perchè il vero beneficio
d'una rivoluzione deve affacciarsi al popolo con certezza fin dai primi
giorni del moto, ma non può, generalmente parlando, svilupparsi che al
secondo stadio della rivoluzione, quando essa è già santificata dalla
vittoria.--A fare, conviene prima d'ogni altra cosa esser forti.


III.

Del difetto d'energia nei guidatori delle nostre rivoluzioni, degli
errori che s'accumularono, della incertezza, delle contraddizioni
ch'emergono ad ogni passo dalla storia dei fatti trascorsi, fu detto da
molti. Un fremito d'ira generosa si levò nell'anime veramente Italiane
al vedere, come per colpa dei pochi l'Italia cadde nel gemito della
paura anzichè nel ruggito del lione ferito. Come accadesse, come
avvenisse ch'uomini puri nelle intenzioni, amatori del nome italiano e
consecrati fin dai primi anni alla carriera politica, si lasciassero
travolgere a tanta debolezza da commettere i destini della loro patria a
una illusione di tutela straniera anzichè all'armi e al consiglio de'
forti, non fu detto mai, ch'io mi sappia. Forse, quando i buoni
fremevano la parola del dispetto e della rampogna, le piaghe erano
troppo recenti, perchè il raziocinio potesse frammettersi alla passione,
e perchè riuscisse di risalire per mezzo agli errori alla sorgente
d'onde partivano. Fu guerra di particolarità, di minuzie, di fatti
isolati; fu grido d'uomini ai quali la prepotenza degli eventi struggeva
l'ultima delle speranze che fan bella la vita, e non lasciava che
l'ultimo appello della creatura al cielo, la maledizione agli uomini ed
alle cose.--Esce a ogni modo da quelle accuse un senso di sconforto, una
disperazione dell'avvenire, che può ridurre l'anime nuove e incerte alla
inerzia e le forti e deliberate a vivere d'una vita propria, intima,
individuale, a ricoverarsi nella solitudine e nel concentramento dalla
fallacia dei progetti e dal sorriso dei tristi. Oggi, è urgente di
ritrarre quell'anime dall'isolamento in cui giacciono, di rinfiammarle
alla costanza dell'opere, di riconfortarle ad osare, mostrando come
nessuna fatalità pesi sopra di noi, ma il solo errore degli uomini, e
non invincibile, non inevitabile da chi riassuma in poche massime le
vicende passate a trarne insegnamento al futuro. Ora--e per somma
ventura--quegli uomini, ch'ebbero un istante le sorti italiane nelle
mani, son fatti uomini del passato; quei nomi son retaggio dei posteri,
e noi possiamo favellarne senz'ira ed amore; possiamo esaminare più
sedatamente qual violazione di principio trascinasse la rovina dei
tentativi italiani. Un tentativo fallito si riduce quasi sempre ad un
principio violato.

Nelle rivoluzioni più che in ogni altra cosa l'armonia è condizione
essenziale del moto. Quando esiste disparità, sconnessione, disarmonia
tra gli elementi e la tendenza che ad essi s'imprime, tra chi dirige e
chi segue, non v'è speranza.

Gli uomini nati a governare e compiere le rivoluzioni son quei che
stanno interpreti delle generazioni contemporanee, miniatura del loro
secolo; che riassumono in sè i voti segreti, le passioni, le tendenze, i
bisogni delle moltitudini; che si collocano innanzi d'un passo alle
genti che seguono, ma come centro in cui vanno a metter capo tutti gli
elementi esistenti, tutte le fila ordinate all'intento. Indovinare il
pensiero generatore della rivoluzione, e assumerlo proprio, fecondarlo,
svilupparlo, e guidarlo al trionfo--tale è il primo ufficio di chi
dirige le rivoluzioni. Senza quello si cade tra via scherniti o infami,
per impotenza o per tradimento.

Ora, furono essi tali i capi delle nostre rivoluzioni?

No; non furono.

Vediamo l'ultima rivoluzione dell'Italia centrale.

Noi lo dichiariamo: noi la togliamo ad esempio, non perchè gli errori
notati v'appajano più manifesti che altrove; nè perchè a noi piaccia
diffondere un biasimo non meritato sui nostri fratelli delle Romagne.
Noi li amiamo come Italiani: noi li veneriamo come quei che sorsero
mentre noi giacevamo; come quei che diedero all'Italia e alla Europa un
esempio d'opinione popolare e concorde; come quei che pajono incaricati
di affacciare ai popoli una continua protesta in nome nostro contro la
tirannide che ci conculca.--I moti del 1820, e 21, furono predominati
dagli stessi errori, errori, come dicemmo, più dell'epoca che degli
uomini. Vero è che l'epoca ora è mutata, e gli stessi moti dell'Italia
centrale lo provano; però l'anacronismo politico, commesso da chi resse
que' moti, sgorga più evidente dall'ultime vicende che dalle prime. Poi
le piaghe sanguinano tuttavia--e noi scriviamo coll'ultimo gemito di
Ciro Menotti, e coll'eco dei fucili di Rimini nell'orecchio.

La rivoluzione dell'Italia centrale presenta distinte due classi
d'uomini: i molti insorti, e i pochi moderatori dell'insurrezione.

Che volevano gl'insorti?

Chiedetelo al pensiero che ordinava quei moti--chiedetelo al grido
levato dai primi a insorgere in tutte le terre che afferravano spontanee
il concetto di vita--chiedetelo al palpito di tutti i cori, al fremito
generoso che invase la intera Penisola, quando narrarono i colpi di
fucile tratti dalla casa Menotti, all'ardore che fece correre all'armi
la gioventù di Bologna quando il vento recò ad essa l'eco del cannone di
Modena--all'entusiasmo della gioventù parmigiana non avvertita, non
coordinata, non commossa dalle congiure--alle stampe, ai bandi, ai
colori adottati, ai viaggiatori che corsero da un punto all'altro per
affratellare le varie contrade, alla bandiera che sventolò tra quei
moti. Quella bandiera fu la bandiera italiana--quei colori erano i
nazionali italiani--quelle prime voci erano voci di patria, di
fratellanza, di lega italiana--quel fremito, quel tumulto, quel moto era
il voto dei forti, serbato intatto per quaranta anni di sciagure e di
persecuzioni; concentrato allora intorno ad un nome--al vecchio nome
d'Italia, a quel nome immenso di memorie, di gloria, di solenne
sventura, che i secoli di muto servaggio non avevano potuto spegnere, e
che mormorato all'orecchio era trapassato di padre in figlio, come il
nome del temuto nella lunga cattività degli Ebrei. Volevano l'_unità_,
l'_indipendenza_, la _libertà_ della Italia; volevano una patria;
volevano un nome, col quale potessero presentarsi al congresso futuro
de' popoli liberi, e che cacciato sulla bilancia Europea promovesse d'un
passo la civiltà. Però la gioventù insorta non s'arretrava davanti a
ostacoli di lunga guerra, o di disagi d'ogni genere; chiedeva la
gioventù Bolognese fin dal secondo giorno del movimento d'invader la
Toscana; chiedevano i nazionali di Reggio e Modena di conquistare Massa
e Carrara alla libertà; chiedevano più tardi le guardie civiche condotte
dal Zucchi di movere per la strada del Furlo al regno di Napoli; però
che ogni uomo a' quei giorni--tranne chi reggeva--sentiva profondamente
che si trattava d'una causa italiana, non Bolognese, o Modenese: ogni
uomo--tranne quei del governo--sentiva ch'era venuto tempo per
gl'Italiani di manifestare alla nazione e all'Europa con qualche atto
solenne il loro concetto, il principio che li guidava, la intenzione in
che s'erano mossi--del reato non curavano. Quel primo momento di
rivoluzione, di manifestazione generosa è sì bello, bello di sacrificio
individuale, di speranza infinita e d'audacia Titanica, che può
scontarsi colla morte in campo, o sul palco: nè gl'insorti pensavano
allora doverlo, per la inerzia di pochi, scontar col ludibrio.

Con siffatti elementi, con questa tendenza del popolo insorto, quali
erano i doveri degli uomini che il voto dei più, il caso e le
circostanze elessero a capi?

I doveri de' capi--noi lo dicemmo--emergono dal voto, dalla tendenza
predominante le moltitudini; stanno scritti nella bandiera adottata
dalle moltitudini. Ogni rivoluzione è la manifestazione, la espressione
pubblica d'un bisogno, d'un sentimento, d'una idea; e quando un popolo
insorge, la scelta dei capi costituisce un contratto tacito fra quel
popolo ed essi. Il primo, eleggendo, dice ai secondi: noi ci levammo per
rivendicare un diritto usurpato o violato; ci levammo per ottenere un
miglioramento di condizione che i governi ci vietano; ci levammo perchè
noi, maturi per salire d'un passo nella carriera del progresso, eravamo
pure inceppati e costretti alla inerzia da una prepotenza d'ostacoli
materiali. Ora, insegnateci la via; noi la ignoriamo; ma eccovi braccia
e mezzi; traetene il maggior partito a guidarci dove noi vogliamo: vi
seguiremo attraverso i pericoli.--I secondi, accettando, rispondono: noi
sacrificheremo ogni cosa allo sviluppo di cotesta idea; noi poniamo
vita, senno, consiglio dove voi ponete le sostanze e la vita. Seguiteci
con fiducia, però che dovunque, tra i pericoli inevitabili, vedrete
ondeggiare la nostra insegna, voi sarete certi, ch'ivi è la via che
avete trascelta.--Queste condizioni a noi pajono intervenire più
solennemente tra la nazione e i suoi capi, che non se fossero proferite
a parole; perchè dove il mandato sgorga dalle circostanze e dal voto
pubblico è più santo che non sarebbe uscendo da formole; nè i popoli
manifestano mai così solenni i loro voti, come quando li manifestano
colle azioni. Non giova illudersi; chi fraintende quel voto può meritare
compianto--ma qual nome serba la patria a chi, intendendolo, lo delude,
e inganna deliberatamente le migliaja che glie ne fidano lo sviluppo?


IV.

A quei che stettero primi nella rivoluzione dell'Italia centrale--a quei
che convalidarono col silenzio e colla inerzia le loro dottrine--a quei
che in oggi si assumono le difese dei loro atti, e maledicono alla
gioventù perchè non li venera muta, noi abbiamo il diritto di chiedere:

Volevate voi dirigere la rivoluzione all'intento voluto dalle
moltitudini, che la operavano?

Allora--dovevate costituirvi rivoluzionarî davvero: cacciare un grido
all'Italia, e lanciarvi innanzi. Dovevate prefiggere ad ogni atto della
vostra esistenza politica il pensiero d'indipendenza, d'unità, e di
libertà che fremeva nel petto ai vostri concittadini; dovevate procedere
con franchezza, e con energia alle conseguenze dei principî
rigeneratori. Allora--v'era mestieri calcolare le difficoltà della
vostra situazione, e affrontarle anche a rischio di soccombere davanti
ad esse; v'era mestieri meditare le leggi fondamentali d'ogni
rivoluzione, e subirne le conseguenze e l'azione; v'era mestieri, se
fatti non potevate, cacciar principî sull'arena italiana; lasciare un
alto insegnamento ai posteri, se le sorti ci contendevano un
miglioramento materiale, positivo: educarli, se liberarli non v'era
dato. Allora--vi correva debito sacro di definire davanti all'Europa la
tendenza, il carattere dei moti Italiani; debito di tentare tutte le vie
per le quali una rivoluzione può conquistar la vittoria; debito di
ritemprare con forti esempli l'anime incodardite negli anni lunghi di
servitù, di cacciare un guanto ai nostri nemici, ch'essi dovessero
tremare di raccogliere, di lasciare almeno alla crescente
generazione--s'altro non era concesso--il programma della rivoluzione
avvenire. Gli elementi stavano dinanzi a voi; Dio, padre della libertà,
li aveva creati per voi, se sapevate o volevate usarne. L'entusiasmo, il
coraggio, ed il genio--tre angioli di vita a un popolo decaduto: tre
scintille di potenza immortale: tre raggi che brillarono di bellissima
luce mentre il bujo della paura vi si stendeva intorno all'anima
sconfortata--erano con voi e per voi, purchè aveste cercato suscitarli
col sacrificio e coll'audacia dei generosi; purchè aveste saputo
evocarli colla fede e col martirio, purchè non aveste isterilita ogni
vostra potenza colla funesta parola: _l'Italia è morta_. L'Italia morta?
Oh! v'è una vita in questa Italia caduta, che non conosce la
morte!--L'Italia morta? Oh! se di mezzo a voi un uomo si fosse levato;
se quest'uomo, trascorrendo con occhio d'aquila tutti gli elementi di
lotta esistenti in Italia, avesse inteso il partito che potea trarsene;
s'egli avesse sentito la vastità del ministero che le circostanze gli
davano; s'egli avesse detto a sè stesso: a questo punto, non vi hanno
riguardi, non v'è autorità, non v'è legalità, non v'è che un dovere:
tentare la salute della patria; il mandato a fare non emana in siffatti
momenti da un congresso, o da una commissione provvisoriamente
governativa, ma dalla legge suprema della necessità, dal suffragio dei
proprî fratelli, dalla coscienza delle proprie forze e della propria
virtù; se quest'uomo avesse fatto un appello alla nazione, avesse
diffuso una gioventù bollente sulle terre vicine, sui monti, nelle
campagne, avesse detto ai giovani: siate grandi! alle moltitudini: siate
con noi, però che noi veniamo a togliervi allo stento ed alla miseria;
ai giacenti: sorgete! levatevi in arme! noi veniamo a vincere o morire
con voi!--che non avrebbe egli fatto della gioventù? di quella gioventù,
che sfiduciata da mille delusioni, abbandonata e tradita, resa inerte
dalla diffidenza, dai sospetti, dal difetto di ordini, trovò pur modo di
salvare l'onore italiano, e di protestare a Firenzuola, a Novi, a
Rimini, che dove fosse stata unione, confidenza, ed energia di
condottieri sapienti, la potenza del nome italiano sarebbe
stata?--Forse, se un linguaggio e un contegno decisivo s'assumevano
dagli uomini ai quali erano fidate le sorti della patria; se una parola
solenne bandiva che l'Italia Centrale era sorta per tutti, ch'essa
avrebbe combattuto per tutti, o sarebbe caduta vittima per tutti; se un
fatto--un fatto solo, ma grande, ma potente, ma tremendo d'una volontà
disperata, e compiuto al cominciar della lotta dai rappresentanti il
pensiero italiano, avesse scosso le menti, forse strappavamo alla mano
del tempo l'ora della risurrezione, forse il grido di guerra a morte
sorto di mezzo alle barricate cittadine, o la maledizione al barbaro
cacciata dai canuti morenti tra le rovine d'una città, rompeva il
letargo dei secoli, suscitava alla vendetta i milioni incerti fra la
speranza e la tema; però che la virtù d'un esempio è infinita, e dai
rottami di Missolungi sorse la Grecia.--O fors'anche, quei primi forti
perivano, e soli; ma si salvava l'onore, si struggevano le insulse
accuse che ci vengono dallo straniero, le infamie che suonarono
dall'alto della tribuna francese sulla bocca di Thiers e Guizot non
erano proferite; e si gittava tra le rovine italiane un principio che
avrebbe fruttato miracoli nell'avvenire, un principio essenziale,
inevitabile,--perchè, davvero, o Italiani, senza simili fatti, senza
quei sagrifici, NON SARETE LIBERI MAI.


V.

E voi, condottieri delle rivoluzioni passate, che avete voi fatto? Che
avete voi fatto del popolo, della gioventù, dell'idea rivoluzionaria,
de' principii che ne dominano lo sviluppo, dell'Italia e della missione,
ch'essa v'aveva fidata?

Nulla! Avete sprecate o neglette lo forze che vi s'accumulavano intorno;
avete scavato un sepolcro a tutte le più belle speranze; avete creato la
morte. Ora l'adorate divinità prepotente!

Avevate una parola, che proferita al popolo, potea suscitarlo all'opre
del braccio. Era la parola onnipotente; la parola della quale si valsero
per legge di cose tutti i grandi che vollero dominare o trascinare
all'azione le moltitudini; la parola che creava i quattordici eserciti
della Convenzione, e più tardi, benchè convertita in delusione, la
potenza di Napoleone; la parola che Dio scrisse nella prima pagina del
libro della creazione, il core.--L'avete voi detta? Avete voi gittato in
mezzo alle turbe quel nome magico, che annunciando all'uomo la propria
dignità, crea dallo schiavo l'eroe, quella parola d'EGUAGLIANZA, che
Cristo aveva pronunciata diciannove secoli addietro, e che in un mondo
corrotto, anarchico, egoista, incredulo, lacerato dai barbari aveva pur
bastato a fondare una religione? Avete voi detto al popolo: _noi veniamo
ad emanciparvi; veniamo a stringere il patto d'amore; veniamo a porre un
termine alle vostre miserie_?--No, avete tremato del popolo; del popolo
senza del quale non farete mai nulla; del popolo, PRIMO ELEMENTO DELLE
RIVOLUZIONI. Perchè, noi lo abbiam detto e lo diremo finchè prevalga, le
rivoluzioni hanno ad esser fatte PEL POPOLO E DAL POPOLO; nè
finattantochè le rivoluzioni saranno, come ai nostri giorni, retaggio e
monopolio d'una sola classe sociale e si ridurranno alla sostituzione
d'un'aristocrazia ad un'altra, avremo salute mai. Ma voi, dimenticando
che una riforma sociale è viziata ne' suoi principî, se non comprenda e
non rappresenti gl'interessi e i bisogni di tutte le classi;
dimenticando che a trionfare avevate bisogno di braccia, e che ad averle
è necessario animarle d'una idea di potenza, di fratellanza, e
d'ammiglioramento, poneste mente a comprimere il popolo, e frenarlo
nell'istinto del bene che lo agitava, e vietargli la lotta. Però il
popolo vi lasciò soli; stette inerte a contemplare lo spettacolo d'una
contesa, alla quale non era chiamato.--Un grado di progresso nella
grande fusione sociale, nell'equilibrio possibile, ecco l'intento delle
moltitudini. L'_idea_ è nulla per esse, dove non sia scesa
all'applicazione; e d'onde trapelò nei vostri atti, nella vostra
carriera questo desiderio d'applicazione?--Io scorro i vostri mille
decreti; dov'è un decreto, che proclami solennemente il principio della
sovranità del popolo, sorgente di tutti i poteri? Dov'è un decreto che
ordini l'esercizio del principio d'elezione, vastamente inteso e
applicato? Dove un decreto, che dica al popolo: armatevi, e che provveda
ad armarlo? Dov'è un atto solo in cui il popolo abbia schiusa, col suo
intervento, davanti a sè la carriera della insurrezione?

Avevate una gioventù calda, ardita, impaziente d'azione, dalla quale
potevate, sapendo, trarre una potenza invincibile; però che LA GIOVENTÙ
È SANTA; la gioventù anela al sagrificio puro, e per premio, una
speranza che le conforti il sospiro ultimo, una parola di lode.--Che
avete voi fatto per essa? Quali sorgenti d'entusiasmo avete schiuso a
quell'anime giovenili, che volano al grande collo slancio? Quali
generose passioni avete tentato dirigere all'intento sociale?--Nessuna.
L'anime giovanili s'erano infiammate al sole della novella Civiltà,
s'erano levate sublimi alle idee di patria comune, di fratellanza
italiana, di gloria europea, d'emulazione coi loro fratelli di Francia,
di Brusselle, di Varsavia--e voi sfrondaste quelle idee fin dalle prime
mosse, impiccoliste quell'anime nelle angustie d'una sommessione cieca
ed inerte; le intorpidiste colla diplomazia; le fiaccaste colla
diffidenza e colla paura. La gioventù fremea guerra,--e voi non che
attentarvi pur di bandirla, non osaste intravvederne la necessità; non
osaste mirarla in faccia un solo momento senza tremare; cacciaste nei
vostri primi discorsi, ad agghiacciarle il sangue bollente, una parola
di pace, di pace obbrobriosa, e impossibile. E mentre le grida dei
giovani; commossi al pericolo dei loro fratelli di Modena e Reggio, vi
richiedevano d'armi, di capi, e d'un cenno per volare a soccorrerli, voi
mandavate la infame parola: LE CIRCOSTANZE DEI MODENESI NON SONO LE
NOSTRE[59]; rinnegavate l'Italia e i vostri fratelli decretando si
togliessero l'armi, e si RINVIASSE NELL'INTERNO QUALUNQUE ESTERO
S'INTRODUCESSE NELLO STATO, però che NESSUNO DE' VOSTRI DOVEA PRENDER
PARTE ALLE QUERELE DEI VICINI; e queste parole uscivano da labbra
italiane, si parlavano ad Italiani, e gli esteri erano Italiani,
favellavano un linguaggio italiano, e la bandiera che l'Austriaco
calpestava coi piedi era italiana!!!--Sperda il tempo quella parola, e
verrà giorno in cui le nostre generazioni ricuseranno di crederla. Ma in
oggi, a chi non prepone all'utile della patria una illusione di meschino
amor proprio, giova farla suonare alto, sì che l'Italia arrossisca
d'averla intesa e sofferta! Giova ripeterla a snudare la piaga che
dannava a morte una rivoluzione nata sotto bellissimi auspicî; giova
dirla, perchè lo straniero impari a conoscere come furono tradite da
pochi capi le più care speranze d'un popolo condannato finora a starsi
errante tra la infamia dei gabinetti e la codardia de' suoi condottieri!
Furono visti i settecento Modenesi di Zucchi attraversare Bologna
disarmati e dimessi, in sembianza di prigionieri. I cittadini piangevano
a tanta viltà; il ministro della guerra era ARMANDI, e dava quest'ordine
mentre gli Austriaci avevano già oltrepassato il confine Bolognese;
rotto il non-intervento a Modena, a Reggio, a Parma, a Ferrara; e tutto
quel giorno (20 _marzo_), non fu dato un ordine ai cittadini armati
raccolti ai quartieri; e fu pubblicato solamente un manifesto, in cui
s'esortavano i cittadini non a preparare le barricate, ma a starsene
tranquilli nelle proprie case; e s'affermava la guardia NAZIONALE essere
istituita a mantenere non la indipendenza della nazione, ma il _buon
ordine_, e non altro; e fu sussurrato ai padri, ai capi di famiglia o di
negozio, ai giovani stessi di non abbandonar la città per raccogliersi
in Ancona; e chi facea queste cose, prometteva sarebbe stato l'ultimo a
partirsi, poi si partiva primo, la sera, e secretamente!--Nè gli estremi
pericoli sono scusa a siffatto procedere, però che nessun pericolo scusa
dalla viltà, nè d'altra parte quelle codardie furono generate dalle
incertezze degli ultimi momenti d'una rivoluzione caduta, ma furono
effetto d'un sistema; del sistema che noi combattiamo; del sistema che
parve adottato a infiacchire e sperdere la potenza d'ogni elemento
rivoluzionario.--Nove dì prima di quel giorno, invasa Ferrara dagli
Austriaci, e sostituita al Comitato Governativo una reggenza a nome del
Papa per opera di Flaminio Baratelli, infamissimo tra gli uomini, usciva
un bando del Governo Provvisorio bolognese, che parrebbe dettato
dall'Austria, se le firme non fossero, a difendere e giustificare quella
infrazione al patto del _non-intervento_; a coonestare per via di
sofismi e d'arguzie forensi quell'atto di guerra aperta; a frenare
l'impeto dei cittadini, che correvano all'armi, colle allegazioni del
trattato di Vienna, colle esortazioni alla inerzia, colle promesse di
pace[60]. E Ferrara aveva sette deputati a Bologna, e la unione e la
libertà s'erano decretate solennemente!--Or credevano essi gli uomini
del governo alle proprie parole o fingevano? Certo i posteri male
potranno discernere se in quelli atti predominasse la viltà, o la
ignoranza.--E nei primi giorni della insurrezione, quando urgeva
dilatare l'incendio per ogni dove, e fomentare lo slancio, le prime voci
che gli uomini influenti predicavano ai giovani armati erano voci di
moderazione; e il primo giuramento che fu fatto prestare in pubblica
piazza fu quello di: SIATE MODERATI; come se vi fosse moderazione
possibile prima della vittoria; come se vi fosse altro giuramento in
rivoluzione da quello in fuori d'essere, e farsi forti!

Con siffatti modi si voleva animare la gioventù! Con siffatti modi si
pretendeva giovare alla rivoluzione italiana nascente!

Ed oggi v'è chi assume la difesa di quei ciechi decreti! V'è chi dimanda
quasi schernendo PERCHÈ, se la gioventù fremeva avversa a siffatte cose,
non si levò nello sdegno a ricacciar nella polvere i pochi che ne
tradivano il voto!

Perchè?

Oh! io la so, io la so quella storia di sensazioni amarissime per le
quali il giovine del secolo XIX trapassò sì veloce dall'entusiasmo alla
indifferenza, dai conforti della speranza alle angoscie della delusione,
dal grido di guerra al destino, alla fredda bestemmia del disperato!--Da
prima uno slancio indefinibile, senza limiti, un delirio di gioja, un
anelito alla lotta, una fiducia nella vittoria--e quando la prima voce
di libertà si diffonde per le città, quando il primo stendardo patrio
sventola sulle torri, un'adorazione a quella voce, a quello stendardo,
un rinegamento, un oblìo totale di tutto ciò ch'è individuale, per
impalmare le destre, e correre alle armi! Allora i primi che si mostrano
rivestiti d'una missione sono venerati e seguiti colla stessa fede che
meriterebbero dopo averla compiuta. La gioventù s'annoda, si stringe
intorno ad essi, ad attendere il cenno, le norme per moversi. Poi,
quando la lentezza, o la incapacità incominciano a mostrarsi nell'opere
di quei duci, quando la espressione del voto pubblico esce travisata,
indebolita, o velata, una incertezza di giudicio, una esitazione
funesta, una speranza che gli arcani della profonda politica imperino
quelle mosse timide, e inadequate all'intento. Poi, il sospetto, il
freddo mortale sospetto insorge; la gioventù intende confusamente, che
non v'è il potente alla testa; la gioventù freme ma tacitamente, però
che il ribellarsi, il tumultuare, il cacciarsi innanzi da sè le
frutterebbe taccia d'ambiziosa, d'irrequieta, d'incontentabile. La
libertà s'affaccia ad essa così pura, così santa, che il grido della
rivolta pare contaminarla. Intanto lo spirito pubblico si deprime; la
diffidenza si stende; le voci di tradimento serpeggiano nelle
moltitudini; i partiti si formano; e il nemico innoltra, profittando
d'ogni cosa.--Poi, quando il momento della crisi è giunto, l'anatema ai
capi s'innalza potente, ma è tardi; il precipizio è aperto, la rovina è
inevitabile. Spento il coraggio, che dà la vittoria, rimarrebbe ai
giovani il sagrifizio. Ma il sagrifizio per chi? Per nulla? Per quei che
hanno minato, distrutto l'opera generosa? E senza speranza d'esito
favorevole?--Allora un freddo s'apprende al core; allora un senso di
stanchezza, di sconforto, di misantropia, s'insignorisce della facoltà;
allora vien la bestemmia, la sterile, disperata bestemmia. Ecco anime
perdute! Maledizione a chi le ha perdute! Maledizione a chi non seppe
trarne cosa alcuna a pro della umanità!

Io lo chiedo ai giovani italiani. Quanti fra loro non hanno subìto la
progressione di questi pensieri? Quanti fra loro non sentirono un
palpito nell'anima, non balzarono di gioja generosa all'idea del
pericolo? Chi è tra loro che non salutasse colla fede dell'avvenire il
mattino, il fresco mattino, vegliato al sorgere sovra una rupe, colla
bandiera al vento, la vedetta in distanza, un pensiero alla donna del
suo core, e una palla pel primo soldato austriaco? Chi non ha inebbriato
l'anima di questa poesia--poesia d'azione, di vita, di moto in tutte le
facoltà, libera, piena, potente--poesia del secolo--poesia i cui primi
raggi incoronano la zolla che ricopre l'ossa di Koerner, i secondi
strisciarono sul fucile del Klefta e posano sul sepolcro di Botzaris, i
terzi scherzeranno, io lo spero, intorno al berretto del giovine
italiano sui gioghi dell'Apennino?--Ma come oprare, come tradurre in
azione questa poesia dell'anima, dove tutto è paura, dove si combatte
colla diplomazia non coll'armi, dove ogni pensiero virile è maledetto
col nome d'audacia, dove mancano ordini, norme, esempli, materiali di
guerra, incoraggiamenti; dove finalmente gl'individui che rappresentano
quel voto d'una nazione che aspira a _ringiovanirsi_ lo rinegano al
primo apparire d'una bajonetta nemica?


VI.

Uomini delle rivoluzioni passate! Che volevate voi dunque quando
assumeste l'ufficio di guidare le moltitudini, di dirigere
l'insurrezione a un intento?--Noi torniamo a questa dimanda perchè è la
sola che ponga la questione nel vero aspetto; la sola, che stabilisca un
_criterio_ per giudicare del passato utilmente per l'avvenire.--Se il
voto nazionale, popolare, imponeva una condotta interamente diversa da
quella che voi teneste; se non avete fatto cosa alcuna per verificare,
per condurre ad effetto quel voto--che volevate voi dunque? Qual era
l'intento che v'animava? il simbolo che dirigeva i vostri atti? la
credenza politica che recavate sul seggio rivoluzionario?

Odo dire da taluni: _le cose Italiane vanno trattate con maturità:
nessuno è da più dei proprî destini, e i destini italiani non sono
finora quei della Francia o degli altri popoli Europei che si
costituiscono a nazione_. Leggo scritto da un uomo che tenne nell'ultime
vicende un ministero, anima della rivoluzione: _la riunione d'Italia non
sarà mai che una brillante utopia_ (e queste parole noi le registriamo
quaddentro, perchè in esse sta il segreto delle passate sciagure, e
perchè i _giovani_, che sentono come noi sentiamo, si rinfiammino a
smentirle): _dobbiamo adunque limitare i nostri sforzi al miglioramento
delle nostre istituzioni... nei diversi stati che la compongono. Il solo
voto, il cui compimento possa sperarsi in questo momento, è quello di
vedere sparire la divisione assurda e meschina della parte centrale, e
d'ottenere la riunione di queste frazioni in un solo stato valente a
sostenersi da sè_[61].--Così scrive in Parigi, coll'idioma francese, e
davanti all'Europa il ministro della guerra delle provincie insorte nel
1831, perchè l'Europa esclami: con siffatti uomini poteva aver esito
prospero la rivoluzione italiana?--E nè egli, nè quanti giudicano
com'egli giudica, intendono l'Italia, e come tra noi il bisogno di unità
sia oggimai più fortemente sentito che non quello di libertà, dacchè per
esser libera una gente ha necessità d'esistere come nazione. Ma a lui, e
a quanti in criterio politico gli somigliano, la gioventù italiana
insorta nel 1831 ha diritto di dire: «Perchè avete accettato l'ufficio
a che noi vi ponemmo? Perchè con un pensiero diametralmente opposto a
quello di cui noi chiedevamo lo sviluppo, avete pure assunto la nostra
assisa, inframmettendovi alle cose nostre? Se non avevate energia o
concetto rivoluzionario, dovevate almeno serbare intatta la buona fede.
E quando noi vi fidammo l'incarico di condurre la impresa italiana,
perchè non rivelaste il vostro sospetto? Perchè le parole che oggi
scrivete a giustificarvi anche a spese dell'utile nazionale, non le
avete proferite allora, che potevano fruttare utilmente alla patria? O
avevate allora sagrificata la vostra opinione alla universale, avevate
determinato di tentare le sorti italiane e vedere se mai quella ch'oggi
dite utopia fosse una verità--e perchè opraste vilmente? Perchè
rifiutaste i mezzi che vi s'offrivano? Perchè chiudeste la via di Roma a
quei che il buon senso politico aveva spinto a quella volta? Perchè
vietaste l'organizzazione delle milizie che il figlio del conte di
San-Leu progettava, e ve ne vantate? Perchè diceste al barone di
Stoelting, che non chiedevate se non pace ed amicizia all'Austria, e ve
ne vantate? Perchè impediste alla gioventù di promovere una rivoluzione
nella Toscana, e ve ne vantate?--O avete falsato il giuramento tacito
che prendeste, assumendovi la direzione del moto; avete sostituito il
concetto proprio al concetto della nazione; avete tradito il mandato che
vi s'era imposto--e allora tacete; non aumentate i vostri torti,
scrivendo; non vi paragonate a Kosciusko, e ricordatevi che Kosciusko fu
trovato sul campo delle patrie battaglie trafitto dalle palle nemiche!»

Altri furono di buona fede. Amavano la patria, amavano l'unità
italiana, senza la quale non v'è libertà, ma tremarono--e il tremare
in rivoluzione è delitto. Come gli antichi, deificarono la paura; ma
gli antichi rivolgevano la faccia del simulacro al nemico, essi gli
ergevano un altare nel proprio core. Travolta la mente dalle vecchie
norme, non intravvidero salute che nelle diplomazie--lo dissero
almeno.--Senz'attentarsi di fare la più piccola prova delle forze
italiane, disperarono d'esse, e disperano. Furono incerti, esitanti
dai primi passi; non ebbero virtù d'animo forte e sprezzatore d'ogni
pericolo per lanciarsi a corpo morto nella carriera del sacrificio, nè
logica di spirito rivoluzionario per intendere come l'efficacia d'ogni
diplomazia posi sulla forza e sull'armi. Pregarono e piansero: fu
questa diplomazia? Gli Austriaci invadeano il Modenese--ed essi
rinegavano i Modenesi. Gli Austriaci s'impossessavano di Ferrara--ed
essi mandavano bandi a giustificare gli Austriaci. Gli Austriaci
violavano il confine bolognese--ed essi fuggivano. Era questa
diplomazia? Credevano essi che l'Austria si fermasse alle porte della
loro città? Ideavano che una scintilla di libertà potesse sorgere e
mantenersi in qualunque parte d'Italia, senza che l'Austria accorresse
a spegnerla? Insurrezione e guerra coll'Austriaco sono una cosa per
noi, perchè la libertà trapassa muri e ripari, e l'Austria,
consapevole della potenza dell'esempio, non può nè deve appagarsi
della promessa di non estendere la rivoluzione oltre certi confini. O
fidavano nella Francia? Fidavano sul principio del non-intervento?
Nelle parole di Lafayette?--Ma la Francia non poteva scender nel campo
che a guerra incominciata, ed essi non volevano romperla, non raunavan
forze e materiali per sostenerla un sol giorno--ma il non-intervento
(parola infame in bocca degl'insorti, però che la idea del
non-intervento valendo soltanto tra paesi stranieri, riconosceva,
applicata a noi, la legittimità dei governi, che ci dividono) violato
già dalla Francia nelle cose del Belgio, non poteva allegarsi
efficacemente davvero se non in quanto l'intervento austriaco
s'opponesse alla volontà nazionale; ed essi comprimendo qualunque
manifestazione di questa volontà si tentasse dai nostri, non movendo
un passo per dichiararla coi fatti, ajutavano i sofisti _dottrinari_ a
rivocarla in dubbio--ma Lafayette aveva detto: ITALIANI, MERITATE LA
LIBERTÀ, E LA FRANCIA VI ASSISTERÀ; ed essi a meritarla, decretavano
toghe, facevano editti sul bollo delle carte da gioco, mutavano
professori d'università, col barbaro a venti passi. Era questa
diplomazia?

Ma se un uomo fra quei che reggevano fosse sorto e avesse parlato
agl'Italiani queste parole:

«NON FIDATE NELLO STRANIERO; la libertà non è veramente ottenuta, se non
la conquistano i cittadini col proprio sangue; nè lo straniero scenderà
a versare il suo sangue sulle vostre campagne, se non quando paventerà
in voi un nemico potente o vedrà in voi un potente ausiliario. La
libertà isterilisce rapidamente quando è commessa a mani d'esteri. Se
volete essere ajutati, mostratevi forti; cominciate per cancellare la
macchia di viltà che v'appongono; invocate il rispetto de' dritti o la
simpatia de' popoli coll'arme al braccio. LA DIPLOMAZIA S'APPOGGIA SULLA
MINACCIA: non v'è diplomazia per chi fugge: ma uomini e Dei soccorrono
al forte.--IN RIVOLUZIONE, L'ARRESTARSI PRIMA D'AVER TOCCATO LO SCOPO, È
COLPA GRAVISSIMA. Proclamate l'intento SOCIALE della rivoluzione;
enunciatelo al popolo; chiamate le moltitudini all'opra. L'onnipotenza
sta nelle moltitudini: convincetele che voi non oprate se non a
migliorare il loro destino; scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA
E LIBERTÀ da un lato, dall'altro: DIO È CON VOI; fate della rivoluzione
una religione; una idea generale che affratelli gli uomini nella
coscienza d'un destino comune e il martirio: ecco i due elementi eterni
d'ogni religione. Predicate la prima, slanciatevi sublimi verso il
secondo; CACCIATE LA GIOVENTÙ ALLA TESTA DELLE MOLTITUDINI INSORTE: voi
non sapete gli arcani di potenza nascosti in quei cori giovanili; non
sapete la influenza magica che la voce dei giovani esercita sulle turbe:
voi troverete nella gioventù una folla d'apostoli alla nuova religione.
Ma la gioventù vive di moto, ingigantisce nell'entusiasmo e nella fede.
Consecratela coll'altezza d'una missione; rinfiammatela colla emulazione
e colla lode; diffondete ne' suoi ranghi la parola di foco; la parola
dell'ispirazione; parlate ad essi di patria, di gloria, di potenza, di
grandi memorie--poi rovesciate moltitudini e gioventù sull'Austriaco;
bandite la crociata addosso al barbaro che divora l'oro italiano, che
beve il sangue italiano, che profana le memorie italiane, che sfronda
colla sua sciabola i cedri dei nostri terreni, che contamina l'aure del
nostro cielo, che ci toglie vita, patria, nome, gloria, intelletto e
sostanze--e assalite primi. LE RIVOLUZIONI, generalmente parlando, NON
SI DIFENDONO CHE ASSALENDO. Insurrezione e guerra sono sinonimi e poichè
non potete sfuggirla, rompetela primi: rompetela in modo che non lasci
via di pace o di tregua; snudate la spada e cacciate via la guaina; ma
badate se non è guerra d'eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra
disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi che la
natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e
vilmente! Badate che dove il tamburo non s'accompagni del suono delle
campane a stormo, dove il fatto campale non alterni colla barricata,
cadrete! Badate che dove non calcoliate esattamente le vostre forze,
dove non adottiate un metodo di guerra speciale, dove presumiate troppo
o troppo poco di voi, cadrete! VOLGETEVI AI MONTI: là sono le speranze
della libertà; là stanno le vostre difese insuperabili eterne, sol che
vogliate; di là scendete, dilagatevi nelle varie contrade italiane;
gittate in mezzo ai vostri fratelli un brano di bandiera Italiana, un
grido di risurrezione: avrete un eco per ogni dove, perchè dapertutto è
dolore, oppressione, anelito alla libertà santa.--Fate questo; poi, se
il secolo vi contrasta il passo, se la prepotenza degli umani destini
v'affoga, allora... allora LIBATE A GIOVE LIBERATORE e morite. Avrete
almeno morendo il conforto di non aver tradito voi stessi, d'aver
lasciato una scuola che i posteri imiteranno, d'aver versato un sangue
che frutterà un giorno o l'altro--ma inevitabilmente--il vendicatore.»

L'uomo che avesse parlato queste parole, sarebbe stato l'eletto del
popolo; quell'uomo avrebbe mutato forse le sorti italiane.

Perchè chi può calcolare l'influenza d'un fatto generoso, d'una mossa
rapida, d'un esempio virile davvero? Chi può calcolare le conseguenze
d'una incursione nella Toscana? Chi può prevedere i risultati d'un
assalto dato a Massa di Carrara, invocato--e il Governo Provvisorio
modenese lo sa--da inviati della Liguria?--Forse il Piemonte sorgeva;
forse gli Abruzzi tornavano alle prove antiche; forse, sedotto dalle
nuove d'una resistenza ostinata ed eroica, il popolo francese trascinava
i suoi governanti a partito più leale e più nobile. Ma dove nessuno
ordinava la resistenza; dove il terrore sedeva nel consiglio, accanto ai
ministri, sul seggio del Presidente; dove i governi rivoluzionarî
capitolavano prima d'aver tratto un colpo solo di cannone; quali
speranze potevano concepire le moltitudini e che slancio esigere
nell'Italia? Quella capitolazione fu l'ultimo atto d'una carriera di
codardie; pose il suggello alle colpe. Fu fatta quando la nuova del
fatto di Rimini non era giunta ancora all'orecchio di chi segnava e
tutte le forze--quali pur fossero--erano, nell'opinione del governo,
intatte. Fu fatta, quando i poteri di chi segnava erano nulli, e la
somma delle cose era rimessa nelle mani di tre uomini, atti a reggere
l'impresa senza viltà. Fu fatta dietro un'esposizione incompleta e
inesatta dei generali ARMANDI e BUSI: e i componenti il governo
tremavano della non accettazione e mandavano agli inviati «d'adoperarsi
POSSIBILMENTE affinchè fossero stipulate le convenzioni di salvezza che
ognuno conosce: lasciando però al loro PRUDENTE arbitrio di adottare
quelle deliberazioni che nella somma URGENZA delle cose credessero
all'uopo opportune[62]» cioè, a chi ben vede d'arrendersi a discrezione,
ove le condizioni proposte fossero rifiutate. Importava agli uomini del
governo d'arrendersi, non il come. E se a chi magnifica in oggi la
sapienza e il patriottismo di quella Capitolazione si mostrassero le
lettere scritte pochi dì dopo da taluno ai Cardinali, a implorare dalla
sacra Porpora il perdono e l'oblìo delle COLPE ASTERSE (dal Benvenuti)
non gli rimarrebbe che un fremito d'ira per la immensa paura de' pochi
preposti. Colpe! Oh sì! ve ne hanno; ma non v'è amnistia, o bacio di
Porpora che possa astergerle; nè l'Italia dimenticherà facilmente.


VII.

Leviamoci da cotesto fango. Parliamo all'Italia, parliamo alla gioventù
che fremeva e freme e nella quale stanno riposte le più care speranze
italiane. Confortiamo nei pensieri dell'avvenire, e nella coscienza
d'aver parlato utilmente alla patria, l'anima stanca d'errare tra le
rovine d'un passato doloroso, con un ufficio che non concede di scrivere
una sillaba senza gemito. Ora il nostro ufficio è compiuto. Stendiamo
una pagina di dimenticanza tra il passato e noi. Noi l'avremmo stesa
assai prima, se non corresse debito incancellabile a ogni uomo che ama
la patria anzi ogni altra cosa, di segnare i precipizî ove caddero i
primi, perchè non vi rovinino i secondi; e di esercitare tutta la
severità del giudicio sovra gli uomini che assumono la direzione della
cosa pubblica, onde astringerli a dritto sentiero.

Giovani miei concittadini! Se in voi è proposito deliberato e tenace di
risurrezione, la voce del giovine come voi, che si sente acceso delle
stesse vostre passioni, che v'ama come la speranza del secolo, che
intravvede un avvenire di gloria per voi, che veglia questo vostro
avvenire, quest'aurora della vostra emancipazione, coll'affetto d'una
madre all'infante, che sente balzarsi il core d'una gioja insolita ogni
qual volta intende un bel fatto vostro, che non vive se non in un
concetto vostro tutto, che darebbe la vita per accrescervi lode, che la
darà quando sorgerà il gran momento--la sua parola nulla per sè, fiacca,
debole e impotente ad esprimere le passioni generose che gli fremono
dentro, dovrebbe pure infiammarvi ad oprare! Non vi avvilite, perchè i
primi tentativi fallirono: nulla è perduto, se il coraggio non è
perduto. Ponete una mano sul cuore: lo sentirete battere di potenza.
Siate dunque potenti.--Vogliate, e farete. Rannodatevi a noi;
riconcentratevi alla bandiera che noi inalziamo: essa è vostra questa
bandiera; e se noi l'inalziamo primi, non è che un beneficio--il solo
beneficio--che ci concede l'esilio. Rannodatevi a noi, finchè il caso ci
dà di bandire l'espressione del concetto, che vi si agita nel petto: poi
quando voi saluterete il momento che vi schiuderà la via delle azioni,
allora sorgete e calpestatela: inalzatene una più bella e più vasta e
calpestate la nostra--calpestatela, perchè avete un grado di progresso a
salire; perchè noi non siamo tristi, ma voi avete ad essere migliori;
perchè infine ne abbiam bisogno a smentire le accuse che forse ci
movono, a provare che noi non aspiravamo a cosa alcuna individuale.--Ora
i nostri ammaestramenti possono esservi utili: l'unità di principî e di
direzione può esservi necessaria. Allora, l'unità sarà ben altrimenti
potente: allora dovrete farla sorgere voi. Guarderete d'intorno a voi e
nei nostri ranghi: gli eletti di Dio alla rigenerazione vi si
riveleranno nell'attrito delle circostanze e dei casi. Dove scorgerete
religione di pochi ma fecondi principî--esattezza di conseguenze
logicamente dedotte e intrepidamente applicate--potenza di sagrificio
illimitato--intelletto ed entusiasmo--e tanta solennità di
manifestazione di opinioni da non poter retrocedere senza infamia e
rovina totale, là sceglierete. Là stanno i vostri capi: là nella scelta
accurata, sta la salute dell'Italia e la vostra.



ARTICOLO SECONDO.

                                   Qu'il n'ait qu'un seul amour,
                                 l'amour du peuple; qu'un source de
                                 poésie, la souffrance du peuple;
                                 qu'une ambition, la délivrance du
                                 peuple!

                                   Que tout privilège excite sa
                                 haine comme un vice. Que la vue de
                                 toute misère et de toute
                                 dégradation le trouble comme un
                                 remords.

                                   Que pendant son sommeil, ces
                                 seuls mots soient murmurés par ses
                                 lèvres: l'avenir du peuple! Et que
                                 pendant le jour ces mêmes mots ne
                                 puissent être prononcés devant lui
                                 sans que sa poitrine frissonne, et
                                 que des larmes brulantes
                                 étincellent à ses regards.

                                                EDOUARD CHARTON.


                                            Il popolo! il popolo

                                            _Antico grido italiano._


I.

Dalla meditazione severa sulle vicende dei quaranta anni trascorsi e
sulle cagioni per le quali molti dei tentativi operati con animo
generoso a pro della emancipazione de' popoli tornarono in nulla, emerge
parmi, un fatto singolarissimo che giova anzi ogni altra cosa
distruggere, perchè frappone un ostacolo grave ai disegni degli uomini
liberi, ed è questo: che i più fra quanti combattono la tirannide
politica, intellettuale e civile o non hanno o non manifestano un
simbolo intero, una credenza coordinata. DISTRUGGERE, rovesciare il
vecchio edifizio sociale; sperdere le reliquie del feudalismo; rompere i
ceppi agli uomini d'una nazione--in questo concordano. Più oltre
s'arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro
missione. Procedono animosi com'Attila, nell'opera devastatrice:
com'egli, davanti a Roma, s'arretrano paurosi davanti a ciò che
dev'essere intento all'impresa, davanti alla parola che deve ridurre a
formola le loro dottrine, a definizione i loro progetti. Non parlano di
FONDARE, o se lo fanno, è linguaggio timido, misterioso, indeterminato
per siffatto modo che varrebbe meglio tacersi. Scrivono LIBERTÀ sulla
loro bandiera. Libertà di che sorta? Come ordinata? Da quali principî
dedotta?--I senatori Veneti facevano suonare alto quel nome; ma la loro
libertà si stava confinata tra: _a palace and a prison_[63], tra i
piombi e la bocca del leone.--I Genovesi l'aveano scritta sulle loro
prigioni; e v'è tal contrada in Europa che ricorda in oggi la prigione
dei Genovesi.--Bentinek l'affacciava agli Italiani del 1814 sullo
stendardo Britannico, e gli Italiani sanno come il congresso di Vienna
interpretasse quella parola. Non v'è usurpatore, tiranno o invasore
straniero che non abbia cacciato innanzi a sè quel vocabolo a spianarsi
la via del trono o della rapina.--È dunque necessario determinarne il
senso e le applicazioni; e nol fanno. Paventano le divisioni, come se un
dì o l'altro, compita l'opera di distruzione, queste non dovessero
insorgere, e più tremende perchè non calcolate. Paventano l'accusa di
dittatura, come se tra l'esprimere un'opinione e imporla colla forza non
corresse un divario infinito. Paventano d'errare come se l'errare fosse
delitto, come se non rimanesse sempre aperta una via d'ammenda
all'errore, morendo in un angolo della patria per la volontà nazionale
manifestata.

Noi non paventiamo l'accusa di fautori di divisioni, però che il nostro
franco discorso può, come sovente dicemmo, chiarirle, ma non crearle, e
d'altra parte, se noi a proporre un simbolo del futuro, vogliamo
attendere che tutti consentano, meglio è ristarsi; dacchè i buoni ad
affratellarsi con noi hanno bisogno di conoscerci quali siamo, i tristi
non consentiranno mai; nè d'essi curiamo.--Non paventiamo d'errare,
perchè, o il popolo sarà con noi, e la VERITÀ STA COL POPOLO, o i nostri
principj verranno respinti dal voto dei più, e noi curveremo riverenti
la testa davanti alla maestà del voto nazionale.--All'accusa d'ambizione
noi sdegneremmo rispondere. E però noi diremo il nostro simbolo
liberamente, come liberamente lo concepimmo. Cercare la verità con animo
spassionato e tranquillo; bandirla con entusiasmo e fiducia; e morire
per essa, quando il sagrificio frutti utilmente: questo è il debito del
cittadino alla patria, e non altro. Questo faremo. Apriamo un campo e vi
convochiamo i nostri fratelli. Spieghiamo primi la nostra bandiera, però
ch'essa è pura, incontaminata. Ognuno sollevi lealmente e generosamente
la sua.--L'Italia darà giudicio, e al giudicio italiano nessuno vorrà o
potrà ribellarsi.

Nelle circostanze presenti, la missione dell'uomo è doppia: abbattere
uno stendardo e inalzarne un altro; spegnere un errore e rivelare una
verità; struggere ed edificare. Chi dimezza l'opera, non intende la
chiamata del secolo. Noi siamo in sul finire d'un'epoca _critica_, e sul
cominciare d'una _organica_; al tramonto d'un ordinamento sociale,
all'alba d'un altro, e dobbiamo rifletterne i primi raggi. Stiamo fra il
passato e l'avvenire e a voler promuovere lo sviluppo della civiltà, ci
conviene dalle rovine del primo cacciare le prime linee del secondo. Ci
corre debito inviolabile, sciogliendo i ceppi all'umanità e
restituendola al moto, illuminarle la via, e farle almeno intravvedere
un intento _politico_ al viaggio. Ci corre debito inviolabile,
emancipando una razza, condurla almeno, come Mosè, in faccia alle terre
promesse--quand'anche come Mosè, noi dovessimo salutarla da lungi e
morire.--

Quella smania di struggere senza fondare, quel grido di morte lanciato
al presente senza una voce che annunzi la vita dell'avvenire, quella
incostanza di dottrine e di norme, che bene spesso ha meritato ai
tentativi dei _liberi_ la taccia di preparatori dell'anarchia, è
contrassegno profondo ancora del secolo--secolo di transizione, di
lotta, di guerra fra gli elementi che costituiscono la società. Nelle
lettere, nella filosofia, nell'altre discipline, lontane dalla politica,
ma che pure sono raggi dello stesso foco, espressioni varie d'un solo
pensiero, noi vediamo riprodursi la stessa tendenza, o meglio la stessa
assenza di tendenza distinta, quindi di concentramento agli sforzi
individualmente tentati.--Il romanticismo in letteratura, lo scetticismo
in filosofia hanno eretta una bandiera nera, senza nome, senza motto,
senza carattere determinato che possa farne bandiera di moltitudine. Il
primo ha rotto le porte della religione che i trattatisti, i professori,
le accademie, e i pedanti avevano imposta agli ingegni, e schiudendo uno
spazio infinito all'intelletto inceppato da secoli, ha gridato: sei
libero, va come vuoi e fin dove puoi;--ed oggi, che l'intelletto
lanciato a corsa sfrenata, s'è perduto nel misticismo o s'è cacciato
nelle rovine de' bassi tempi, esclamano: l'intelletto ha bisogno di
trattatisti, e accademie.--L'altro, sfrondando a un tempo superstizioni
e credenze, confondendo le forme mutabili delle cose colla sostanza,
struggendo--o tentandolo almeno--_simbolo_ e _idea_, ha snudato i vizî
delle credenze, e creduto abolirle; ha rovinato l'altare senza por mente
al pensiero che fece di quell'altare un sacrario all'umanità: ha creato
il vuoto intorno all'uomo, stimando costituirlo libero; poi, quando s'è
avveduto che l'uomo brancolava in quel vuoto, e cercando un appoggio, e
non trovandolo, ricadeva alle antiche credenze o a peggiori, lo
scetticismo ha sorriso, crollando la testa ed esclamando: l'uomo è un
ente debole; non v'è progresso, ma una vicenda eterna di generazioni
progressive e di retrograde.

Il progresso esiste, esisteva esisterà, perchè è legge di Dio--nè
tirannide civile o sacerdotale può romperla. La vicenda eterna è
interpretazione meschina alla gran pagina della storia del mondo data da
chi sostituisce nei suoi giudizî, la propria vita, la propria epoca, la
propria nazione alla umanità: tronca il nodo, non lo discioglie. L'uomo
_individuo_ è debole: l'UOMO collettivo è onnipotente sulla terra ch'ei
calca, e l'_Associazione_ moltiplica le sue forze a termine indefinito.
Bensì la libertà è altra cosa che una protesta o una negazione contro
ciò ch'esiste. La libertà è un ordinamento della facoltà umana
all'intento voluto dalla natura; la libertà è una rivelazione di verità
alle moltitudini; la libertà è il trionfo d'un principio passato dalle
dottrine dei saggi all'approvazione, alla sanzione di tutti; nè senza un
principio che vivifichi le forze motrici della società, senza una unità
potente che le colleghi, le coordini e le concentri tutte a un sol fine,
le rivoluzioni, ossia le conquiste d'un grado di sviluppo e di
perfezionamento, riusciranno durevoli mai.--Ora, non è certamente nello
scetticismo o nel materialismo del secolo XVIII, teorica fredda,
negativa ed essenzialmente individuale, che noi rinverremo questa unità.
Non si fonda, negando; e noi dal core, dagli studî storici, dalla
osservazione dell'umana natura, dall'andamento delle società, abbiamo
desunto, che siamo al limitare d'un'_epoca_, cioè al tempo in cui la
crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia una operazione radicale
da compiersi nella società, la scoperta d'una nuova relazione fra gli
esseri che la compongono, la rivelazione d'una legge organica:--che il
carattere di differenza tra l'epoca della quale noi siamo le prime
scolte, e l'epoca ora consunta, è che questa nuova dev'essere altamente
_sociale_, laddove l'antica era _individuale_; l'opera dei grandi popoli
laddove quella era dei grandi uomini, l'epoca d'ordinamento ai materiali
e non altro:--che l'epoca dovendo somministrare un grado di sviluppo
maggiore all'_associazione_ civile, è necessaria l'esistenza e
l'ammessione d'un principio, nella cui fede gli uomini possano
riconoscersi, affratellarsi, _associarsi_:--che questo principio dovendo
porsi a base della riforma _sociale_, dev'essere necessariamente ridotto
ad assioma: e dimostrato una volta, sottrarsi all'incertezza e all'esame
individuale che potrebbe, rivocandolo in dubbio ad ogni ora distruggere
ogni stabilità di riforme:--che a rimanere inconcusso, è d'uopo rivesta
aspetto di verità d'un ordine superiore, indistruttibile indipendente
dai fatti, e immedesimato col sistema morale dell'universo:--che, da
esso in fuori, tutto è mutabile e progressivo, perchè tutto è
applicazione di questo principio; e il tempo svolgendo via via nuove
relazioni tra gli esseri, amplia la sfera delle applicazioni:--e
finalmente che questo principio, avendo a stabilire un vincolo
d'associazione tra gli uomini, deve costituire per tutti un'_eguaglianza
di natura, di missione, d'intento_. Altri vedrà qual sia questo
principio ridotto ad espressione astratta nelle regioni filosofiche. Noi
per ora, rintracciamone l'applicazione politica.


II.

IL POPOLO--ecco il nostro principio; il principio sul quale deve
poggiare tutto l'edificio politico; il POPOLO; grande unità che
abbraccia ogni cosa, complesso di tutti i diritti di tutte le potenze,
di tutte le volontà; arbitro, centro, LEGGE VIVA del mondo.

_Il popolo! il popolo!_--E quando noi ci stringemmo alla sua bandiera, e
dicemmo, fin dalle prime linee del nostro giornale: LE RIVOLUZIONI HANNO
DA FARSI DAL POPOLO E PEL POPOLO, non era affettazione di calcolo
politico, o detto gittato a caso: era la nostra PAROLA, tutta la nostra
dottrina ridotta a formola, tutta la nostra scienza, tutta la nostra
religione stretta in un solo principio: era l'affetto delle nostre
anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento
delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti; perché noi siamo
popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioje e i dolori del
popolo. E quando noi guardiamo il popolo, com'è in oggi, passarci
davanti nella divisa della miseria e dell'ilotismo politico, lacero,
affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane
che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore
nei tumulti e nell'ebbrezza d'una gioja stupida, rissosa, feroce, e
pensiamo: là su quei volti abbrutiti, sta pure la impronta di Dio, il
segno d'una stessa missione--quando, alzandoci dalla realtà al concetto
che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime,
affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e di
amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte,
potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla
miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei proprî
doveri--il popolo della lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell,
della federazione del 14 luglio, delle tre giornate--noi sentiamo
battere il core d'un palpito che geme sul presente e superbisce
sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a
ricreare, traviano dietro a un principe a una famiglia, a una classe
sola. Quelli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni e il segreto
che le perpetua. L'epoca degli individui s'è consumata con Napoleone.
Dopo Napoleone e Lafayette non v'è regno di nomi possibile; forse
Lafayette s'è inoltrato troppo nel secolo, per avere sul suo sepolcro la
corona popolare com'ei l'ebbe vivendo. Oggi il culto s'è trasportato
dagli uomini ai principî e i principî soli hanno potenza per sommovere
le nazioni. Ai nomi il popolo è muto, nè una rivoluzione può sottrarsi
al popolo senza fallire all'intento. Dove tutti gli elementi politici
che stanno in una nazione non son calcolati e rappresentati in un
mutamento, il tentativo morrà tra le mani di chi cerca compierlo; ed
oggi l'elemento _popolare_ è comparso; il _popolo_ ha inalzato la sua
bandiera.

La sua bandiera è inalzata.

Un tempo, il popolo non vivea d'una vita propria, ma dell'altrui. Era
elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che
aspettava chi l'adoperasse; materia nella quale il genio spirava l'anima
sua. Spento il genio ricadea nell'inerzia. Le moltitudini conculcate
fremevano talora d'un fremito, che annunziava il bisogno di un
miglioramento; ma quel fremito si consumava nell'impotenza dei moti
isolati e non governati dalla mente che crea la vittoria. Bensì, perchè
la legge del progresso insisteva, sorgeva a tempo l'iniziatore: sorgeva
un nome, Gracco, Mario, Spartaco, o altri--e il popolo si stringeva a
quel nome, si cacciava sull'orme di quel rivelatore d'un dolore, d'un
bisogno sociale; ma non durava attivo oltre l'interprete del suo
pensiero e il pugnale patrizio uccideva Gracco e le pretese del popolo a
un tempo: nè da quei rivolgimenti usciva forse vantaggio da uno in
fuori, che il popolo s'esercitava all'azione. Mancava al popolo la
coscienza de' suoi diritti. Il paganesimo, religione che affogava l'idea
nel simbolo, riducendo ogni cosa al fisico, materializzava in certo modo
anche l'_io_ umano, confinandolo nel sentimento unico della _patria_: il
suolo creava diritti e doveri: diritti e doveri di _cittadino_, non
d'_uomo_, spirito d'indipendenza e d'onore, non di libertà, e di
perfezionamento morale. Perchè la religione di patria è santissima, ma
dove il sentimento della dignità individuale e la coscienza di diritti
inerenti alla natura d'uomo non la governino, dove il cittadino non si
convinca ch'egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa--è
religione che può far la patria potente non felice; bella di gloria
davanti allo straniero, non libera. E però il popolo romano non
progrediva con Roma: era venerato da lungi, e servo del patriziato, o
dei tiranni al di dentro, e più negli ultimi tempi che non nei
primi--più dopo, poi che una parola di rivelatore ebbe mormorato agli
uomini: _siete fratelli!_ e una religione spirituale manifestò all'uomo
una parte di sè diversa, indipendente, indomabile dalla materia e dalla
forza. Distrutta in principio la ineguaglianza delle caste, abolita la
servitù, il primo passo verso l'_associazione_ fu dato, la prima
coscienza de' suoi diritti svelata al popolo--e allora dopo un lungo
soggiorno nel cielo, quasi a far riconoscere i suoi diritti da Dio, il
pensiero del popolo scese in cerca d'uno sviluppo nella società e la
lotta incominciò. Allora l'altare fu santo, perchè il popolo conculcato
vi ricercava un rifugio e una forza; il papato fu santo perché
s'appoggiava al popolo, proteggendolo dall'aristocrazia signorile;
perchè somministrava al popolo una potenza morale contro la potenza
materiale della conquista e del feudalismo; perchè costituiva il centro
visibile d'una associazione universale e il popolo contemplava con gioja
il _servo_ cinto della tiara, calcare col piede la testa d'un
imperatore. Poi, quando il papato, compita la sua missione e rinnegata
la propria origine, fornicò coi tiranni, il popolo fu ghibellino, cercò
gli antipapi, plaudì ai tentativi delle riforme. In tutta quell'epoca
che si stende dalla parola di Cristo alla grande riforma nella quale
ruppe l'antica unità, e alla rivoluzione francese nella quale creò la
propria, il popolo visse d'una vita composta della sua e dell'altrui--ma
visse. Troppo debole ancora per inoltrarsi da sè s'appoggiò ora ad una,
ora ad un'altra forza speciale. Si strinse in Francia alla monarchia per
distruggere l'elemento aristocratico ch'esso aveva già combattuto
all'ombra delle abbazie e della stola sacerdotale. Si raccolse intorno
ai baroni nell'Inghilterra, dove l'elemento signorile feudale
preponderava, per restringere il principio monarchico. S'ordinò a
_comune_ in Italia; guerreggiò nelle Spagne sotto la bandiera degli
Stati; si valse del commercio a costituirsi in associazione di città
libere nella Germania. Sorse, giacque, risorse; ma sempre conquistandosi
qualche frazione d'esistenza politica, sempre invadendo ad una ad una le
molle sociali, sempre ampliando la propria sfera d'azione e minando la
potenza di casta, sia lanciando una minaccia di distruzione colla
JACQUERIE, e l'altre INSURREZIONI DELLE CAMPAGNE, sia transigendo col
potere a fortificarsi d'una _carta_, d'un diploma di borghese, d'un
privilegio d'elezione nelle città. La storia dello sviluppo progressivo
dell'elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di
guerre, manca tuttavia e chi la imprendesse farebbe salire d'un altro
grado la umanità, riducendo alla espressione più semplice l'enigma
europeo e rivelando il segreto della lotta che tenne fino ad oggi divise
le generazioni, e le terrà finchè gli uomini della libertà s'ostineranno
a traviare, per sistemi di transazione e per conciliazioni impossibili
dalla vera linea politica. _La guerra tra gl'individui e l'universale
tra il sistema frazionario e l'unitario, tra il_ PRIVILEGIO _ed il_
POPOLO, ecco l'anima di tutte le rivoluzioni, la formola della storia di
diciotto secoli. Dominio e servaggio, patriziato e plebeismo,
aristocrazia e popolo, feudalismo e cattolicismo nei primi tempi della
Chiesa, cattolicismo e protestantismo negli ultimi, dispotismo e
liberalismo, torna tutt'uno. Sono aspetti diversi della grande contesa,
espressioni variate dei due principî che si contendono ancora il dominio
dell'universo: _popolo e privilegio_. Ma il _privilegio_ è agli ultimi
aneliti nell'Europa; il POPOLO ha seguito sempre il suo movimento
ascendente, finchè trovato un simbolo nella Convenzione, si posò eretto
davanti al suo Creatore, e riconoscendone solennemente l'esistenza, ne
derivò come Mosè, la tavola de' suoi diritti e della sua legge e ridusse
l'universo a due termini: DIO e il POPOLO.

DIO--e il POPOLO; ecco il programma dell'avvenire.

DIO--e il POPOLO; questo è pure il nostro, e lo sosterremo con quanto
ardore un convincimento radicato può dare.

È tempo di scendere nelle viscere della questione sociale. È tempo di
predicare agli uomini che tentano la libertà della patria, che i loro
sforzi hanno non solamente ad essere rivolti all'utile del popolo--in
questo tutti concordano,--ma che devono proclamarlo altamente e
dirigersi francamente all'intento; che il tempo delle paure è passato;
che il popolo è sorto, e che senz'esso non avranno vittoria. È tempo di
dire e ripetere a tutti: in Lione, in Parigi, in Bristol, in Londra, il
popolo ha parlato; di mezzo alle barricate, e tra gl'incendî il suo
grido v'ha rivelato la sua potenza a fare e distruggere: non dimenticate
quel grido. Se non avete anima per affratellarvi alle moltitudini, nè
intelletto per indovinarne il segreto, nè scienza per adoprarle
utilmente; se non vi sentite potenti ad eccitarle e a dirigerle,
ritraetevi; quando le sorti saranno mature per una rivoluzione, sorgerà
il popolo e la compierà. Ma se vi sentite ispirati alla santa missione;
se volete iniziarlo a un grado di progresso; se sperate diminuire la
somma de' guai che accompagnano una rivoluzione, e trarlo all'intento
senza gravi perturbazioni, senza spogliazioni, senza inutili
carnificine, non dimenticate quel grido; non condannate all'inerzia le
moltitudini frementi; non v'illudete ad oprare per esse; non fidate a
una classe sola la grand'opera d'una rigenerazione nazionale. Se
convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete; o non
durerete senza violenze inaudite, senza fama d'usurpatori, senza accuse
di novella tirannide. Le moltitudini sole possono sottrarvi alle
necessità del terrore, delle proscrizioni, dell'arbitrario. Le
moltitudini sole possono santificare col loro intervento i vostri atti;
perchè sospetti ed accuse sfumano davanti al loro solenne consenso. Ma
badate a non chiamarle nell'arena, quando, esaurite le forze, non vi
rimane speranza che in esse, perchè allora non avrete più via di
dirigerle; badate che il vostro appello ad esse sia la chiamata del
forte, non il gemito della paura: badate che il vostro grido percota il
loro intelletto, come un richiamo, la loro memoria, come una promessa
d'avvenire infallibile, come una parola d'alta fiducia in voi, in esse,
e nella vittoria. Così vincerete.--In altro modo non avrete che la
tristissima soddisfazione d'aver durato per alcun tempo una lotta, senza
efficacia d'intento--la maledizione di tutti coloro che sperando nei
vostri sforzi vedranno ricadere le cose a eguali sorti, o
peggiori--poi, gli onori del patibolo, la vergogna della disfatta, e
una parola di diffidenza mormorata dai vostri, sul vostro sepolcro.

Noi italiani, più ch'altri, abbiamo bisogno d'avere le moltitudini con
noi, perchè nessun popolo forse ha più ostacoli da superare--nè giova il
dissimularli.--Abbiamo nemici al di dentro, pochi a dir vero, ma potenti
di ordinamento, d'oro, e d'insidie. Abbiamo un esercito straniero,
padrone di posizioni munite, di città primarie, di molte delle nostre
fortezze, e superbo delle passate vittorie. Abbiamo le divisioni
provinciali, che i molti secoli di sciagura comune hanno potuto
logorare, ma non distruggere. Abbiamo, e questa è piaga mortale, la
mancanza di fede in noi e nelle forze nostre, sicchè molti tra
gl'italiani si stimano impotenti a fare e guardano oggi ancora allo
straniero, come se dallo straniero potessero aver altro mai che nuove
delusioni, nuovi ceppi, e nuovi tormenti. Abbiamo la inesperienza
nell'arti di guerra, la innata diffidenza dei capi, e il perenne
sospetto dei tradimenti, cresciuto in noi dagli eventi. E non pertanto a
tutto questo porremo rimedio, se noi vorremo davvero. Non v'è ostacolo
vero per ventisei milioni d'uomini che vogliano insorgere e combattere
per la patria. I pochi nemici dell'interno, potenti all'astuzie, ma
vili--e abbiamo fatti--al pericolo, o sfumeranno davanti al nostro primo
grido di guerra, o li conterremo col terrore. Vinceremo lo straniero
colla unità del moto, e con un genere di guerra insolita, forte di tutti
i mezzi, diffusa su tutti i punti, varia, inesauribile, e tale che nè
venti disfatte possono spegnerla, nè stagione od altro può imporle
tregua, nè truppa disciplinata e avvezza alla battaglia campale può
sostenerla gran tempo senza disordinarsi, senza sfiduciarsi, e perire.
La scelta avveduta scemerà la diffidenza nei capi; e quanto ai
tradimenti, è tradito chi vuole. Quando i capi sapranno d'avere la morte
a fianco, e l'infamia alle spalle; quando la viltà sarà punita come la
perfidia; e il libero linguaggio ch'or taluni riprovano, avrà tolto a'
codardi e agl'infami la speranza di divorare il prezzo del tradimento
nel silenzio comune, non tradiranno--o pochissimi. Ma per questo ci è
forza avere le moltitudini; è forza, che il nostro vessillo sia vessillo
di popolo; è forza presentarsi in campo colla maggiore potenza
possibile; perchè abbiamo a compiere grandi cose, e soli tra i popoli,
dalla Germania in fuori, abbiamo a conquistarci l'unità, l'indipendenza,
la libertà. Ora, noi dobbiamo vincere, e rapidamente.--Prima legge
d'ogni rivoluzione è quella di NON CREARE LA NECESSITÀ D'UNA SECONDA
RIVOLUZIONE.


III.

Ma per avere compagno all'opera le moltitudini, per suscitarle dalla
inerzia che le occupa, quali vie s'affacciano al forte che tenti
l'emancipazione della sua contrada?--Il popolo ha fatto il callo al suo
giogo; il servaggio ha stampato profondo il suo solco sulla fronte del
popolo, e la polvere di cinque secoli posa sulla sua bandiera. Dov'è la
voce così potente che valga a rompere il sonno ai giacenti da secoli, e
dire efficacemente: levatevi?--Dov'è il soffio che possa sperdere quella
polvere, e restituire la vivezza degli antichi colori al vecchio
stendardo del popolo?

Il popolo?--Ah! Se voi non lo aveste chiamato mille volte a risorgere, e
mille deluso; se egli fosse vergine di passato; se una santa parola non
gli fosse troppo sovente suonata parola di derisione; se la libertà
ch'egli vedeva scritta sulle vostre insegne, ch'egli udiva con ansia
d'aspettazione suonare alto da' vostri seggi, nei vostri consessi, non
fosse stata per lui come il frutto del lago Asfaltide, bei colori al di
fuori, cenere dentro; se quando egli fidava salire d'un grado nella
scala sociale, non avesse trovato una nuova aristocrazia al luogo della
rovesciata, il privilegio dell'oro sottentrato a quello del sangue; se,
quando egli sperava migliorare di condizione e togliersi di dosso i
cenci della miseria, egli non avesse trovato i nomi soli mutati, non già
le cose; s'egli non vi avesse udito teorici di pretesa, legislatori
meschini, contendere d'una interpretazione di legge, d'una formalità
politica, mentr'egli, il popolo, chiedeva pane e un diritto di
rappresentanza; se finalmente egli avesse trovato in voi una scintilla
dei grandi riformatori, la virtù del martirio per la fede che
annunciavate, io vi direi: chiamatelo! Mormorate alle generazioni la
parola di libertà, la parola dell'avvenire; e le generazioni verranno
alla vostra chiamata; e voi vedrete il popolo levarsi, rompere il sonno
e le abitudini della inerzia, scuotere i cinque secoli di servaggio come
il lione la sua criniera, e innoltrarsi gigante: però che il popolo,
come il Nettuno Omerico, ha potenza per correre in tre passi la carriera
rivoluzionaria; e i popoli si rinnovano alla parola di libertà, come
gl'individui all'amore. Io vi direi: nessun popolo, chiamato a sorgere
pei suoi diritti, ha rifiutato: nessun popolo--tranne forse il
Portoghese oggidì, e la chiamata è di re, nè ispira fiducia.--Ma in
oggi, conviene pur dirlo, la esperienza di tante rivoluzioni che non
hanno fruttato miglioramenti alle moltitudini, ha insegnato al popolo la
diffidenza. E però, dove dieci anni addietro bastava chiamarlo, in oggi
è necessario convincerlo; dove un nome, una idea bastavano a creargli
speranze, in oggi è d'uopo esporgli apertamente l'utile materiale che
deve indurlo all'azione. Questi frutti escivano dai sistemi praticati
dalla fazione _dottrinaria_ francese. Vegliamo almeno a sottrarre i
tentativi futuri italiani alla influenza della fazione _dottrinaria_
italiana.

Una opinione generata dal desiderio non calcolato di raccogliere tutti
i voti, tutte le sentenze intorno a un sol punto, vorrebbe levare il
grido di Giulio II, gridar guerra _al barbaro!_..... e tacer
dell'altro.--Nessuno rifiuterà, dicono, di sorgere alla chiamata
contro l'Austriaco. Gli uomini s'affratellano volentieri nell'odio.
Non inalzate bandiera speciale. Lasciate al futuro le questioni
intorno alla forma del reggimento che avremo a scegliere. Non usurpate
i diritti del popolo. Il popolo, liberata la terra patria, deciderà.

Il consiglio move da gente ch'ama veramente l'Italia, e si slancerebbe
forse tra' primi alla santa crociata. Però, noi lo esponemmo, e lo
combatteremo, rispettandolo.

Dapprima,--e i nostri lettori oggimai lo sanno, ma giova ripeterlo,--la
unione di tutti i pareri, di tutte le opinioni, di tutte le credenze in
un solo intento, sta per noi, come utopia seducente, ma pericolosa. Se
la impresa che noi tentiamo fosse impresa di distruzione e non altro, la
concordia non riescirebbe difficile: ma l'epoca, la missione di
fondazione si concentra così strettamente alla prima, che noi non
possiamo disgiungerle. Le antiche rivoluzioni fallirono in questo, che
ordite a raunare i voti, comunque discordi, in un solo concetto generale
e non abbastanza determinato, riescono potenti alla prima operazione,
inette a compiere la seconda. I cospiratori raccolsero in un voto di
rovina ogni sorta d'uomini; non interrogarono che volessero, ma soltanto
che non volessero; commisero il resto al tempo.--Insorsero, e
facilmente, però che vincevano in numero; ma il dì dopo, quand'era più
urgente lo stringersi, gl'insorti apparivano divisi in più campi.--Le
forze imponenti a principio, si smembravano in mille simboli, in mille
sistemi d'ordinamento civile; perchè l'insurrezione avea, struggendo il
nemico comune, restituito ad ognuno la indipendenza; e ogni uomo si
sentiva forte a inalzare la bandiera, che gli studî, le passioni e il
calcolo gli suggerivano. Però riescivano inefficaci a resistere, e
cadevano: con quanta vergogna d'Italia noi possiamo sentirlo nel core, o
leggerlo sulla fronte dello straniero! Ma noi v'abbiamo imparato a non
calcolare di troppo la importanza delle unioni che aggregano elementi
eterogenei per via di programmi insignificanti o d'un breve entusiasmo.
V'abbiamo imparato che non v'è _bacio Lamourette_ pei partiti che
dividono una nazione; e che potenti, possono spegnersi, non confondersi;
deboli, si confondono, ma facendosi, e mostrandosi forti,--e in
politica, quel partito è più forte che rappresenta non la più alta
cifra, ma la più alta e intera concordia di volontà. Però noi vogliamo
non unire, ma unirci; non consumare gli sforzi e il tempo a conciliare
cose di diversa natura, ma stringere a falange serrata gli uomini che
professano le nostre credenze. A questi, diffusi e isolati fin qui,
abbiamo detto e diciamo: GIOVANI O CANUTI, forti di braccio o di senno,
siate con noi; rannodatevi alla nostra bandiera. Agli altri: rimanetevi:
voi non potete essere con noi; ma concentratevi, e non ci accusate
d'usurpazione: perchè o i più risponderanno alla nostra chiamata, e il
diritto sarà con noi: o rimarremo minorità, e noi non attireremo sulle
teste dei nostri concittadini la maledizione delle risse civili.

Ma quando avremo cacciato in Italia il grido di: _guerra al barbaro_;
quando l'altra faccia del nostro stendardo non presenterà una parola di
diritto, di rigenerazione, di miglioramento civile e materiale alle
moltitudini, le moltitudini saranno con noi?--Non posiamo le basi
dell'avvenire sopra illusioni. Le nazioni in oggi non si levano per una
bandiera di guerra. Le nazioni non sorgono che per un principio. Gemono
oppresse, immiserite, conculcate dalla tirannide, e contro alla
tirannide si leveranno: ma la tirannide è tremenda, cittadina o
straniera. A noi, potenti d'odio e d'amore, educati dagli studî, dai
monumenti e dalle pagine storiche all'orgoglio della sventura, può
stringere l'anima di più vergogna, e commoverla del fremito italiano, il
sapere che chi ci opprime parla una parola non nostra, e che la
sciabola, suonante oggi sulle tombe dei nostri padri è sciabola di
straniero--ma le moltitudini intendono il grido di libertà più che
quello d'indipendenza. Poi, l'assisa Austriaca splende abborrita agli
occhi dell'Italiano di Lombardia, perchè le messi, gli uomini, l'oro
lombardo trapassano nei granai, negli eserciti, nelle casse
dell'Austria: ma gl'Italiani del Piemonte, del Genovesato, di Napoli,
della Toscana, non sentono direttamente questo giogo sul collo. Il
bastone di Metternich governa i tirannetti italiani; ma è segreto di
gabinetto, e le moltitudini non s'addentrano nei gabinetti. Il pensiero
del popolo erra fremente sulle piazze delle città, per le vie, nei
tugurî, lungo i solchi delle campagne; non varca,--o di rado--oltre alle
frontiere. Il _barbaro_ per l'uomo del popolo è l'esattore, che
gl'impone un tributo sulla luce ch'egli saluta, sull'aura ch'egli
respira; il _barbaro_ è il doganiere che gl'inceppa il traffico; il
_barbaro_ è l'uomo che viola, insultando, la sua libertà individuale; il
_barbaro_ è la spia, che lo veglia nei luoghi dov'ei tende obliare
l'alta miseria che lo circonda! Là, nelle mille angherie, nelle
vessazioni infinite, nell'insulto perenne d'un insolente potere, d'una
esosa aristocrazia, stanno i guai delle moltitudini: di là avete a
trarre quel grido che può farle sorgere. Gridate all'orecchio del
popolo: la tassa prediale v'assorbe la sesta parte o la quinta
dell'entrata--le gabelle imposte alle polveri, ai tabacchi, allo
zucchero, ed altri generi coloniali, agguagliano la metà del valore--il
prezzo del sale, genere di prima necessità, v'è rincarito di tanto che
nè potete distribuirne al bestiame, nè talora potete usarne pur voi
medesimi--la necessità d'adoprare pei menomi atti, per le menome
contrattazioni, la carta soggetta al _bollo_ v'è sorgente continua di
spesa--i vostri figli sono strappati alle madri, e cacciati nei ranghi
di soldati, che v'appunteranno al petto le bajonette, sol che il vostro
gemito si faccia potente per salire al trono del tiranno che vi sta
sopra; nè v'è speranza per essi di promoversi nelle patrie battaglie a
condizione onorevole. Dite al popolo, per te non v'è dritto,--non
rappresentanza,--non ufficio--non magistrato speciale--non amore,--non
simpatia: v'è pianto, e miseria: v'è oppressione civile, politica,
sacerdotale: v'è tirannide del principe, scherno dei subalterni, insulto
di soldatesca, prepotenza di privilegio, d'opulenza--perpetuità di
servaggio, palco e scure se t'attenti di romperlo senza vincere!--Poi
mormorategli le grandi memorie de' Vespri, di Masaniello, di Legnano,
del 1746: narrategli le battaglie di Parigi, di Bruxelles, di Varsavia:
narrategli le barricate, le picche, le falci.--Ditegli: sta in te
l'imitare quelli atti; sorgi gigante nella tua potenza: Dio è con te:
Dio sta cogli oppressi! Quando vedrete passare sopra quei volti un
pensiero di vita, quando udrete levarsi, come un vento sul mare, il
fremito popolare--allora--ma allora soltanto, slanciatevi alla sua
testa, stendete la mano alla terra Lombarda: _là stanno gli uomini, che
perpetuano il vostro servaggio_: stendetela all'Alpi: _là stanno i
vostri confini_:--e mandate il grido di FUORI IL BARBARO: GUERRA
ALL'AUSTRIACO!--Il popolo vi seguirà.


IV.

E v'è una parola che il popolo intende dovunque, e più in Italia che
altrove, una parola che suona alle moltitudini una definizione dei loro
diritti, una scienza politica intera in compendio, un programma di
libere istituzioni. Il popolo ha fede in essa, perchè egli in quella
parola intravvede un pegno di miglioramento e d'influenza--perchè il
suono stesso della parola parla di lui, perchè egli rammenta
confusamente che s'ebbe mai potenza e prosperità, le dovette a quella
parola scritta sulla bandiera che lo guidava. I secoli hanno potuto
rapirgli la coscienza delle sue forze, il sentimento de' suoi dritti,
tutto; non l'affetto a quella parola, unica forse che possa trarlo dal
fango d'inerzia ov'ei giace per sollevarlo a prodigi d'azione.

Quella parola è--REPUBBLICA.--

Repubblica--ossia cosa pubblica: governo della nazione tenuto dalla
nazione stessa: governo sociale: governo retto dalle leggi, che siano
veramente la espressione della volontà generale.

Repubblica--ossia quel governo, in cui la sovranità della nazione è
principio riconosciuto, predominante ogni atto, centro e sorgente di
tutti i poteri, unità dello stato--in cui tutti gli interessi son
rappresentati secondo la loro potenza numerica--in cui il _privilegio_ è
rinnegato dalla legge e l'unica norma delle pene e de' premî sta nelle
azioni--in cui non esiste una classe, un individuo che manchi del
necessario--in cui le tasse, i tributi, i gravami, gl'inceppamenti alle
arti, all'industria, al commercio son ridotti al minimo termine
possibile; perchè le spese, le esigenze e il numero dei governanti e
dell'amministrazione sono ridotti al maggior grado possibile
d'economia--in cui la tendenza delle istituzioni è volta principalmente
al meglio della classe più numerosa e più povera--in cui il principio
d'associazione è più sviluppato--in cui una nuova via indefinita è
schiusa al progresso colla diffusione generale dell'insegnamento e colla
distruzione d'ogni elemento _stazionario_, d'ogni genere di
immobilità--in cui finalmente, la società intera, forte, tranquilla,
felice, pacifica e solennemente concorde, sta sulla terra come in un
tempio eretto alla virtù, alla libertà, alla civiltà progressiva, alle
leggi che governano il mondo morale, sulla cui faccia possa scolpirsi A
DIO, IL POPOLO!


V.

Questo nome di repubblica, che noi pronunciamo con tanta franchezza, è
terrore a molti, i quali non s'attenterebbero di proferirlo, se prima
non avessero esaurito tutte l'arti di perifrasi e circonlocuzioni, che
il linguaggio somministra a chi scrive. Perchè? Nol sappiamo. Si stanno
tremanti del nome, non della cosa. Se a ognuno d'essi s'affacciassero,
senza tradurle in un solo vocabolo, le condizioni di reggimento, che noi
abbiamo pur ora accennate, pochissimi rifiuterebbero consentire: ma
s'arretrano paurosi davanti alle imagini d'un terrore, che accompagnò
negli anni addietro non la repubblica, ma un tentativo di repubblica,
una guerra repubblicana--davanti ai simboli d'un tempo che non è più,
che per noi non fu mai, nè sarà--davanti a rimedî di leggi agrarie, di
proscrizioni, di rapine di proprietà famigliari, d'usurpazioni subìte e
di violenze, che se nell'anarchia delle prime crisi, alcuni affacciarono
al popolo, son oggi provate inefficaci, crudeli ed ingiuste. E a noi, se
il pregiudizio che s'adopera ad annettere a quella parola un significato
non suo, sembrasse non che impossibile a togliersi, radicato almeno
negli animi e diffuso ai più, non s'affaccerebbe un solo momento l'idea
d'insistere su quella parola, di far battaglia per nomi: e
sagrificheremmo alla concordia dei nostri quel grido, benchè l'anima ci
sorrida dentro all'udirlo soltanto, benchè quello fosse il grido dei
nostri padri, benchè quella bandiera ci splenda innanzi come la bandiera
dei secoli avvenire, incoronata d'una grandezza antica che non morrà, e
bella d'un pensiero d'emancipazione per tutti, d'amore e di fratellanza,
che ci è vita, anima, conforto, religione. Ma quelle false
interpretazioni non pajono potenti e diffuse, se non perchè la paura le
esagera e la insidia de' nostri oppressori le ingigantisce. Guardando
alla Francia, un gran fatto ci balza innanzi, un popolo levato in armi
che, rovinata la tirannide d'un solo, non s'induce ad accettare un nuovo
signore se non veggendo l'uomo stimato simbolo di repubblica,
affratellarsi col nuovo dominatore, se non ascoltando una promessa
solenne, _che il trono sarebbe stato circondato d'istituzioni
repubblicane_. Or crederemo quella fosse concessione fatta dal popolo ai
pochi trafficatori della sua vittoria, o non piuttosto dagli uomini
della _dottrina_ a un popolo fremente repubblica nel suo segreto e non
bisognoso d'altro che d'una opposizione imprudente e d'un Mirabeau
repubblicano per correre a quella forma di reggimento? E in Francia son
pur vive le immagini del terrore, vivi i figli dei proscritti del 93,
vive le memorie atroci di Lione, d'Arras, di Nantes--e tutte quelle
ferocie tornate in nulla, suggeriscono la diffidenza nell'efficacia del
simbolo, nel cui nome si commettevano--e da oltre a trent'anni, i nemici
delle pubbliche libertà e la genìa de' giornalisti venduti e i
rinnegati--che pur son tanti--per cupidigia d'imperio, s'adoprano a
ingigantire quei fatti al popolo, a convincerlo che carneficine,
usurpazioni e repubblica sono una cosa; a falsare la verità della
storia, che insegna a discernere gli eccessi dei subalterni dai rimedî
dolorosi, ma necessarî, adottati dalla Convenzione a salvaguardare la
indipendenza del territorio, e liberarsi dalle interne congiure, dalle
insidie coperte, che preti e nobili ordivano coll'oro inglese, dagli
assalti dell'emigrazione insistente sulle frontiere, e dagli eserciti
stranieri impossessati di piazze forti, e inoltrati sul suolo di
Francia.--Ma in Italia, dov'è il terrore che abbia accompagnato i pochi
anni di moto repubblicano? Dove sono le stragi o le devastazioni che
abbiano contaminato le idee di reggimento popolare? Le poche grida che
potevano racchiudere la minaccia, isolate e non seguite da effetto,
stanno raccolte e poste in tutta luce, ampliate a fantasmi nelle pagine
di taluni, che hanno prostituito la loro potenza a calunniare le
moltitudini, a fraudare i più santi concetti, a piangere sulle rovine
d'un'aristocrazia, che fondava il suo potere sulle delazioni, sulla
corruttela e sui piombi, e che giunta l'ora della prova non seppe nè
cedere da saggia, nè morire da forte. Il popolo non sa quelle pagine: il
popolo sa che la sua condizione migliorava progressivamente colle
istituzioni repubblicane: che il suo nome non era allora nome di
scherno; che la sua bandiera era potente e temuta. Il popolo sa che,
l'Italia non conosce proscrizioni se non regali, le antiche di Napoli,
le moderne di Piemonte e di Lombardia, le novissime dell'Italia
centrale, ordinate dal Canosa e dal Duca, e le atrocissime di Cesena e
Forlì, commesse nel nome del Papa, dagli sgherri del Papa, colla
benedizione del Papa.--Noi intanto abbiamo bisogno del popolo--e il
tempo stringe, più forse ch'altri non crede--e al popolo non basta un
grido di distruzione, o una parola indeterminata, però che i popoli non
si fanno nomadi in politica, non mutano governo, come gli Arabi del
deserto mutan di tende. Or, chiamandolo all'armi, perchè, se abbiamo un
grido che gli è famigliare, un grido che gl'ispira fiducia che lo
commove a un'idea di potenza, che gli dimostra direttamente l'intento
del moto, perchè rinnegheremo quel grido santo che Genova, Firenze, le
città Toscane, le città Lombarde conoscono, che consacra Roma, malgrado
le infamie de' Papi, che Bologna, e le città della Romagna hanno
nell'ultima insurrezione inalzato?

_Il popolo, il popolo!_--E quando noi cacceremo quel grido--quando
agitandogli sugli occhi il suo vecchio stendardo repubblicano, noi ci
slanceremo alla sua testa, e incontreremo le prime palle austriache,
credete voi che il popolo non affronterà le seconde? Quando spiegheremo
dinanzi a lui, come un programma dell'avvenire, la dichiarazione dei
suoi diritti, la tavola dei vantaggi che le libere istituzioni gli
frutteranno: quando gli diremo i primi, i più urgenti miglioramenti, e
per sicurezza degli altri porremo le nostre teste, dicendogli: «tu devi
esser libero, non tiranno: là è l'austriaco, l'unico ostacolo allo
sviluppo ordinato e progressivo delle tue facoltà: per te e pe' tuoi
figli libera il suolo de' padri tuoi; nel nome di Dio e della patria,
sorgi e sii grande, terribile nella battaglia, moderato dopo la
vittoria:» credete voi che il popolo contaminerà col delitto la sua
solenne risurrezione, che il sangue fraterno consacrerà all'infamia i
primi suoi passi, ch'egli vorrà far retrocedere, divorandola in germe,
la rivoluzione?--Date al popolo il moto, e abbandonatelo a sè; le
suggestioni de' suoi nemici, le abitudini del servaggio, gli eccitamenti
della lunga miseria lo trarranno in braccio alla prima fazione che vorrà
impadronirsene. Ma siate voi quella: non vi ritraete, non lo sfiduciate
colla freddezza, non rifiutate guidarla per codarde paure, o vanità di
virtù inoperose: mescolatevi con esso, assumetevi una influenza, una
potenza di direzione, che, senza questo, cadrà in mani perverse: morite
con esso, e il popolo vi seguirà come voi vorrete. Ricordate Parigi,
ricordate Lione, ricordate le moltitudini di Londra poi che il
ministero Gray cesse il governo dello stato a Wellington. Quale eccesso
contaminò la sua causa?--Ah! la gemma della sua corona splende d'una
luce più pura che non la vostra, uomini che chiamaste a insorgere il
popolo, per chiamarlo barbaro tre giorni dopo!

Ma a tutti gli uomini, i quali sospettassero, nel simbolo che noi
predichiamo, prave intenzioni: a tutti gli uomini che ci attribuissero
passioni di sangue o anelito di guerre civili, noi qui diciamo
solennemente, ed ogni sillaba che noi scriviamo giovi a condannarci
nell'avvenire, se i fatti non converranno colle parole: «noi non siamo
feroci: uscimmo da una madre, ed amiamo. Ma non siamo deboli: vogliamo
la libertà della patria; morremo, se farà d'uopo, per essa e GUAI AI
TRADITORI, E AI FAUTORI APERTI DELLA TIRANNIDE! Chi porrà la sua vita
nella bilancia, chi commetterà l'anima a Dio per la patria, avrà diritto
di proferire queste parole; avrà diritto che il suo sagrificio non
rimanga sterile, inefficace; avrà diritto che dal suo sangue germogli un
fiore di libertà, che il sorriso schernitore de' tristi non passi sulle
sue ossa, che la speranza d'una bandiera italiana piantata sulla sua
zolla scenda sotterra con lui. I vili e gl'inerti vadano colla
maledizione della loro viltà, non si commettano ai pericoli, che non
sanno reggere: vivono di paura, e nella paura.--Noi non siamo feroci; ma
dovremo sempre temere d'essere feriti da tergo? Dovremo sempre, per
difetto d'energia e d'antiveggenza, dar lo spettacolo al mondo della
nostra caduta? Ah! v'è un peso di delitti e d'infamie su questo suolo
d'Italia, accumulato dalla tirannide e dalla viltà; v'è un tal suono di
pianto dietro noi, un tal grido di vittime sotterrate per noi, che
s'anche un pensiero di vendetta di sangue ci strisciasse sull'anima,
amara per la perdita d'ogni cosa diletta, e per vedere il fiore de'
giorni giovenili consunto nel tormento d'un'unica idea, o solcasse la
fronte d'uomini, sulla cui testa canuta pesano undici anni d'esilio di
patimenti non meritati, nessuno avrebbe diritto di rimproverarlo come
delitto! Ma noi non siamo nè crudeli, nè tristi. Non cacceremo le nostre
sciagure sulla bilancia: non sommoveremo alle proscrizioni le
moltitudini: non abuseremo del diritto di reazione: sommetteremo i
tradimenti ed i traditori alla giustizia della nazione, e ci getteremo
tra il popolo e le vittime de' suoi sospetti. Non avremo forse per noi,
per tutto il passato, per compenso alle persecuzioni e all'esilio,
l'abbraccio delle nostre madri, la gioja sublime di contemplare sulle
nostre torri la bandiera italiana, il momento, il momento divino di
stringerci alla donna del nostro core, e dirle: _ora tu sei libera, e
d'un libero_?--Abborriamo dal sangue fraterno; NON VOGLIAMO IL TERRORE
ERETTO A SISTEMA: non vogliamo sovversioni di diritti legittimamente
acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà
individuali, non usurpazioni di proprietà. Vogliamo un nome, una
esistenza riconosciuta, una via schiusa al progresso, una
rappresentanza, e un miglioramento di condizione per un povero popolo,
che geme da secoli nella miseria. Non cacceremo il guanto della guerra
civile, noi primi: la sosterremo e la spegneremo virilmente, se una
minorità, una frazione di venduti al potere o di fabbri di
superstizioni, s'attenteranno di suscitarla colle insidie o colle
congiure, perchè noi non vogliamo farci persecutori; ma nè essere
delusi, trafficati, scherniti. Questo è il nostro simbolo--ed è strano
dover dichiararlo, quando gridiamo: repubblica. Gli uomini, che meditano
sulla politica, sanno che il terrore non è elemento inerente a governo
alcuno; bensì rare volte necessità per ogni governo che vuol durare:
per l'iniquo Miguele, per Francesco IV, come per la Convenzione di
Francia. Sanno, che le cagioni del 93 nella Francia erano, più che nella
volontà di pochi individui, negli infiniti elementi di discordia
interna, nelle insurrezioni della Vandea e dei dipartimenti, nelle trame
segrete degli alleati, nelle ostilità aperte del patriziato o del
sacerdozio: e che queste ragioni non saranno, dalle trame straniere in
fuori, nè potenti, nè attive in Italia. Sanno che il reggimento
repubblicano è il solo inteso dal popolo, che le moltitudini furono e
saranno incerte davanti ai termini di _bilancia politica, equilibrio dei
tre poteri, lotta ordinata d'elementi legali, reggimento misto
parlamentare, ecc._, che la forma _monarchico-costituzionale_ è forma
transitoria, consunta--e che la repubblica sola può esistere in Italia,
e conciliarsi colla unità.»


VI.

Perchè--parliamo a quei che non intendono _diritti_, ma _fatti_
soltanto--a chi fidare, nella ipotesi monarchico-costituzionale, la
somma dei destini italiani, lo scettro unico, il volume unico delle
costituzioni italiane, però che italiane vogliono essere? Chi riunirà i
voti di ventisei milioni d'uomini, divisi per secoli, per gare, per
ambizioni, per corruttela di favella, per usi, per leggi, per re? Chi
spegnerà il vecchio lievito di spirito provinciale, che un mezzo secolo
di predicazione ha sopito e logorato, ma non tanto che non appaja
talora, e che, risuscitato, non potesse farsi tremendo?--Un re tra gli
attuali? Vergogna e scherno! Qual è fra i tirannetti italiani, che non
abbia col sangue dei sudditi segnato il patto coll'Austria? Qual è quei,
che il passato non separi violentemente e inesorabilmente dal suo popolo
e dall'avvenire?--Un solo forse poteva assumer l'impresa. Era macchiato
d'uno spergiuro; ma l'Italia s'offriva a dimenticarlo. Fu un punto solo.
Nol volle; e fu meglio per noi! Ma chi è oggi fra i nostri principi che
presuma stender la mano a quella corona, ch'egli non seppe raccogliere?
Oh! la mano gli arderebbe, però che su quella mano, qualunque essa
siasi, sta rappreso sangue d'Italia e di _liberi_! Chi è che dimostri,
non dirò amore di patria o di libertà, ma ambizione deliberata nelle vie
da scegliersi, ambizione d'uomo che sa--se tra lui e la cosa voluta sta
la morte--affrontarla senza esitare? Ambizioni inette, meschine; uomini
deboli per paura, e stolidamente feroci. Poi, la questione si riduce a
due soli dei nostri principi, perchè, dove non sono eserciti, chi
vorrebbe formare un pensiero di conquista italiana? Tra quei due, la
questione è rapidamente decisa, o meglio, non v'è questione possibile.
Nessuno dei due, al punto in cui siamo, riescirebbe a mettersi in capo
la corona dell'altro, senza guerra lunga e decisa: nessuno dei due ha
diritto d'affetti, di simpatia, di virtù, d'ingegno o di fama per
contendere all'uno i sudditi dell'altro. Tra lo spergiuro del 1821, e
l'assassino di De Marchi, chi vincerà la questione?--I due eserciti
saranno fratelli, non cederanno all'armi reciproche mai. Accendete la
guerra: ecco risse civili, e stragi, e per anni: odj, offese d'onore,
invidie potenti rinate per secoli: e il pensiero di libertà e di patria
sfumato nell'infame contesa. O sceglierete un re nuovo, e non di
dinastia regnante in Italia?--Cittadino o straniero?--Di razza regale, o
plebeo?--Sceglietelo cittadino. Dopo la difficoltà della scelta
sottentra più forte l'altra della conquista, della occupazione di tutta
Italia: avete guerra civile; e chi dovrebbe sostenerla, incomincerebbe
privo anche dell'ajuto che il primo aspetto della questione
somministrava: uno stato, e un esercito suo. Ma--giova ripeterlo mille
volte--il napoletano non accorrà mai un re piemontese; e reciprocamente.
L'ire di provincia e di municipio non piegheranno mai che davanti a un
PRINCIPIO: riarderanno tremende ogni qual volta si moverà parola d'un
UOMO. Il principio è comune a tutti: il suo trionfo è trionfo di tutti,
il consesso che lo rappresenta è consesso di tutti, nè può suscitar
gelosie: ma l'uomo nasce d'una terra, rivendicato dalla vanità d'una
terra, abborrito dall'orgoglio dell'altra. O saluterete l'eletto della
vittoria? Inalzerete sullo scudo il soldato fortunato?--Fatelo: avrete
così una rivoluzione _sociale_ sfumata in un _uomo_: avrete un Bonaparte
che vi prometterà libertà, poi avrà bisogno d'una Sant'Elena per
riconoscerla valida e prepotente: avrete un'aristocrazia militare, una
gloria forse a prezzo della prosperità e dei vostri diritti: una
tirannide di pretoriani. Poi, i grandi geni militari non si manifestano
onnipotenti a conciliare i partiti più discordi, in un'ora, s'allevano
fra le battaglie: vincono nelle campagne gli sproni di cavaliere.
Dall'assedio di Tolone all'impero trascorsero parecchi anni, due
campagne in Italia, ed una in Egitto. E intanto? Vi rimarrete,
attendendo il genio, e le circostanze che lo fecondino? A non cacciare
nella nazione un principio che distrugga le vostre future speranze,
soggiornerete sempre nel provvisorio?--Sceglietevi un principe
straniero. Dalla Svezia alla Francia, dal Brasile all'Africa, i coronati
che invocano uno stato sono tanti!--Oh! è essa sì bassa cosa questa
corona d'Italia, che abbiate ad offrirla all'incanto ai raminghi
stranieri, colla certezza di trarvi in patria gli eserciti e le
battaglie, e, peggio, i protocolli dello straniero--dacchè la Italia non
è stato tale, che un germe di casa regale possa esserne scelto a
dominatore, senza concitare l'invidia e le paure e le gelosie delle
corti d'Europa?--Ora, qual è il modo di conciliare codesti elementi? Di
spegnere la tirannide, di non vendersi a un tiranno soldato, di non
ricommovere gli animi alle stragi civili, di non crearvi nemici potenti
in tutti i gabinetti stranieri? Io vi chiedo: datemi un re ma un re
italiano, potente d'intelletto e di core, grande nell'arti della
vittoria e della giustizia civile, che non mi ponga a fronte del mio
fratello--avanza una federazione di re, e dei re viventi in Italia!
avanza il Papa!!--avanza l'Austriaco!!!--[64].


VII.

Oggimai, a chi guarda all'Europa, i governi _monarchico-costituzionali_
appajono forma spenta, senza vita, senza elementi di vita, senz'armonia
coll'andamento della civiltà. Costituivano una forma di transizione tra
il servaggio assoluto e la libertà, un genere di reggimento che
somministrava, a tutti quanti gli elementi che s'agitano nelle società,
un campo per esperimentare le loro forze, esercitarsi a fare,
svilupparsi in una guerra ordinata, sotto tutti gli aspetti possibili,
finchè s'intravedesse a qual d'essi spetta il dominio sugli altri. I
governi misti valgono nella scala del progresso come una educazione
politica, una prova all'intelletto d'un popolo, perch'ei salga
maturamente e non di balzo all'ordinamento _sociale_, una transazione
dell'elemento _popolare_ debole ancora cogli elementi che lo circondano,
ma provvisoria, a tempo, e non omogenea. L'Inghilterra pose in favore la
teorica _costituzionale_; e ad essa ragioni di fatto e positive
prescrissero quella forma di reggimento. L'aristocrazia signorile,
risultato della conquista normanna, proprietaria delle terre, ed accetta
alla nazione per la magna Carta strappata a Giovanni, era elemento
predominante. Gran parte della lotta rivoluzionaria si consumava tra
essa, e il potere del re; e poich'ebbe ottenuta vittoria, il patriziato
rimase dominatore. Ma poichè due elementi non possono in un governo
trovarsi a fronte soli senza che l'urto duri perenne, il re si rimase
potere fra i due elementi aristocratico e popolare, termine intermedio,
vincolo d'accordo se l'uno cozzasse coll'altro.--Seguì la Francia;
ma gli uomini nel secolo XVIII quando posero mano alla grand'opera della
rigenerazione sociale, si diedero, noi lo dicemmo, a distruggere
quanto pareva avverso all'intento. Era la loro missione, ed era così
gigantesca, il terreno era così ingombro di pregiudizî, di superstizioni,
di codici barbari, e d'altro, che una generazione bastava appena a
purgarlo. Ridussero il loro simbolo alla negazione, e trasandarono
la parte organica positiva. E non pertanto urgeva affacciare qualche
forma che potesse sostituirsi alle vecchie: urgeva, più ch'altro,
vincere il presente; e poichè i popoli procedono più facilmente per
termini di comparazione ed opposizione, fu forza trascegliere. I
filosofi, non avendo il tempo di creare un sistema governativo, ne
andarono in traccia nella vecchia Europa, e stimarono averlo trovato
nell'Inghilterra. L'Inghilterra, nella quale l'elemento popolare non
s'era peranco sviluppato, presentava un'apparenza di riposo, di
tranquillità, d'equilibrio che innamorò la scuola _filosofica_. Il
suo governo fu scelto a modello, in opposizione alla Francia di
Luigi XIV e XV. Montesquieu, così mal giudicato finora, Montesquieu
che i molti s'ostinano a intendere legislatore, mentr'egli non fu
che narratore filosofo di ciò ch'ei vedeva, e degli elementi che gli
era dato scoprire nell'antichità e nei tempi moderni, incominciò ad
accreditar quella forma. Pure, egli tradiva tutto il segreto
dell'esistenza di quel governo, quando deduceva che _monarchia non
poteva concepirsi senza le classi privilegiate_. Voltaire, genio
d'azione, di distruzione, creato per la guerra, non per
l'ordinamento che segue la vittoria, estremamente superficiale nel
contemplare le cose, ma facile ad appassionarsi, e ingegnoso
abbastanza per puntellare ogni suo paradosso, si diede non a
studiare quella forma, ma a predicarla per ispirito di contrasto,
parendogli singolare di combattere il sistema francese con armi d'un
vecchio nemico; e ingigantì la perfezione di quell'edificio
sociale, come a combattere la religione di Cristo, afferrò Confucio,
e intese a far dei Cinesi un popolo di filosofi. Pure le massime di
Voltaire trascinavano all'eguaglianza.--L'autorità di quei nomi
prevalse intanto e prevale tuttavia in molti a farsi ammiratori
fanatici d'un governo, che il tarlo popolare ha minato per ogni
dove.

In oggi, la prova è fatta. La lotta s'è guerreggiata in tutte le guise
possibili. L'Europa ha tentato le forme, quante erano, della monarchia,
senza potersi riposare in alcuna: monarchia assoluta, per diritto
divino, monarchia per diritto di forza, monarchia per diritto, come
dicono, di popolo. Luigi XVI ha conchiusa la prima, e Carlo X, che volle
risuscitare il cadavere, non ebbe la testa mozza sul palco, perchè i
costumi erano fatti più miti e la nazione più sicura della propria
potenza. Napoleone chiuse la seconda, e certo dopo lui, nessun mortale
oserà ritentarla. La terza sta ora chiudendosi e rapidamente. E se
l'ultima prova, e il risultato morale riescì fatale alla forma
monarchico-costituzionale, impotente a inoltrare o retrocedere in
Francia, essa è assalita al core nell'Inghilterra, dacchè l'elemento
_popolare_ s'è mostrato nel dramma politico.

Napoleone ha riassunto l'epoca, allorquando pronunciò: che _l'Europa
nello spazio di quaranta anni sarebbe stata cosacca o repubblicana_.

L'Europa sarà repubblicana--Napoleone era la forza, nè poteva rinunciare
a porre un certo equilibrio tra quella e il diritto. Il mondo per lui
era un oggetto di guerra e di conquista per due genî di natura opposti,
come i due principî persiani. Ma ciò ch'egli vide fu l'impossibilità
d'un sistema permanente di transizione, fu che la guerra tra due
principî incominciava disperata, decisiva, finale! O innanzi--o
addietro: la umanità era impaziente d'affacciarsi a un'epoca positiva ed
organica. Questo egli vide, e gli anni avverano la predizione.


VIII.

_Il Popolo! Il Popolo!_--Torniamo al nostro grido. È il grido del
secolo: il grido dei milioni, che fremono moto: il grido d'un'epoca che
s'inoltra veloce. Salutate la bandiera del popolo, però ch'egli è
l'eletto di Dio a compiere la sua legge: legge d'amore, d'associazione,
d'eguaglianza, d'emancipazione universale. Spianate il sentiero al
popolo, però che, dove voi nol facciate, egli lo farà, e
volontariamente. Annunciate a tutti la sua manifestazione, i suoi
bisogni, e i suoi diritti, perchè, dove un tale elemento s'è rivelato,
fu tolta all'individuo, qualunque pur siasi, la potenza di fare
contr'esso o senz'esso.

O Italiani, giovani miei fratelli! Se volete imprendere imprese
generose, se avete in anima tentare il risorgimento davvero:
_associatevi le moltitudini_. Non v'illudete. Siete pochi, e morrete. È
bello il morire per la propria contrada, ma la vostra contrada vi grida:
morite lasciandomi libera, perch'io possa onorare almeno i vostri
cadaveri. Non v'illudete: santificatevi nell'entusiasmo e nella fede
d'una missione, ma badate a non isolarvi nell'entusiasmo: badate a non
pensare che tutto è fatto, quando i giovani, che si sono ispirati alle
sciagure della patria, si sono stretti la mano, dicendo l'uno all'altro:
_a domani il banchetto di Leonida_.--Siete pochi all'impresa: tanti da
ergere un mucchio di spenti su cui si levi visibile all'Europa la vostra
bandiera dell'Italia _ringiovanita_; ma chi la sosterrà quella bandiera,
perchè sventoli per sempre sui vostri sepolcri?--Associatevi le
moltitudini. Non temete il loro silenzio: quel riposo apparente cova un
vulcano, che divorerà colla sua lava il barbaro e i fautori del barbaro.
Ma stringetele colla famigliarità: destate in esse la fiducia: amatele,
e mostratelo. Il tempo stringe--ed io guardo, e non veggo, che voi
operiate abbastanza a meritarvi l'aiuto delle moltitudini nell'ora della
lotta.--Perchè giacete? Io v'ho detta tanta parola di lode e di
conforto, che posso mormorarvi un rimprovero, senza che voi m'incolpiate
di poco amore. Perchè scrivete inezie e canzoni d'amore invece di
rivolgere la letteratura al popolo, all'utile suo? Perchè non promovete
con sacrificî d'ogni genere l'istruzione elementare, la diffusione
dell'insegnamento popolare? Perchè non vi fate voi nelle vostre campagne
maestri di lettura ad alcuni degli uomini di montagna? Perchè non
rappresentate al popolo i suoi fatti antichi nei quadri, nei
libercoletti, negli almanacchi, in tutti i modi che possono illudere la
tirannide? Perchè non viaggiate a portare di paese in paese e di
villaggio in villaggio _la croce di foco_?--V'arde il furore di patria
che vi ha consecrati a una idea? I vostri passi siano tra le
moltitudini. Salite i monti: assidetevi alla mensa del coltivatore:
visitate l'officine, e quegli artigiani che voi non curate. Parlate ad
essi delle loro franchigie, delle loro antiche memorie, della gloria,
del commercio passato: narrate le mille oppressioni ch'essi ignorano,
perchè nessuno s'assume di rivelarle. Quei volti che la fame e
l'avvilimento hanno sformati, lampeggeranno d'un lampo italiano: quelle
mani negre, abbronzite, incallite all'aratro e alla vanga, tremeranno
forse brancolando quasi in cerca d'un fucile, d'un'arme--allora dite, o
Italiani, avete voi armi?--Per voi, e per essi?--

MOLTITUDINI, ED ARMI--Eccovi il segreto delle rivoluzioni future.--1832.



FRATELLANZA DEI POPOLI

                              _Peuples, formons une sainte-alliance,
                                  Et donnons nous la main._

                                                       BÉRANGER.

Quando Iddio cacciò la terra nello spazio infinito, mandò una voce
all'Uomo che l'animava: va! tu sei chiamato ad alti destini: io t'ho
creato a mia imagine; ma tu non mi contemplerai faccia a faccia, se non
quando potrai posarti davanti a me nella pienezza delle tue facoltà,
nell'esercizio libero delle tue potenze ordinate a un intento sublime.
Va! io t'ho steso dinanzi una vasta carriera di PROGRESSO; ma tu non
puoi correrla solo: affratellati in un gran pensiero di sviluppo morale
con tutti gli esseri, nei quali troverai riprodotta la imagine mia. La
via t'è seminata d'ostacoli; ma va! la vittoria è con te, perch'io t'ho
dato la POTENZA D'ASSOCIAZIONE.--

Nessuno sa i secoli che passarono sulla terra; le pagine del mondo
fisico ne rivelano una lunga serie senza determinarli: ma l'eco di
quella voce non è perduto, e sospinge tuttavia le generazioni sopra una
via, alla quale l'occhio non vede orizzonte determinato, ma che ogni
passo rivela più ampia e più bella.

L'umanità stette come inerte, concentrata, raggruppata in sè, quasi
intenta a studiarsi, a raccogliere le sue forze, a calcolare il punto
d'onde movere con più vantaggio, nel mondo orientale. Fu gigantesca come
le Piramidi: ma come le statue egiziache, aveva i piedi giunti, e la
immobilità per carattere. Poi, si slanciò a rintracciare una terra che
somministrasse materiali più vasti al pensiero, attitudini maggiori al
moto.

Questa terra è l'Europa. L'Europa è la leva del mondo. L'Europa è la
terra della libertà. Ad essa spettano i fati dell'universo, e la
missione di sviluppo progressivo ch'è legge all'umanità.

Quattromila anni scorsero, dacchè il primo raggio di civiltà spuntò
nella Grecia dalle rupi del Caucaso. Era un raggio fioco, incerto, e
tremolava nel bujo. La scintilla involata da Prometeo era così debole
che parea destinata a morire con esso. Ma la razza de' titani, che
pugnarono contro il destino asiatico, si perpetuò. Il germe europeo
educato dagli Elléni si sviluppò ingigantendo. Oggi ricopre l'Europa:
quel raggio è fatto sole d'incivilimento; nè v'è Giosuè che possa
arrestarlo.--Dacchè la umanità fece atto d'attività in un angolo della
Grecia, ogni periodo storico, ogni secolo rivelò l'azione dei due
principî sui quali s'appoggia la nostra religione.

L'umanità camminò sulla via del Progresso.

Ogni grado di progresso fu conquistato coll'associazione; e,
reciprocamente, nessun grado di progresso fu conquistato che non aprisse
una via, o un vantaggio all'associazione dei popoli.

Oggi le teoriche del progresso indefinito e dell'associazione Europea,
un tempo retaggio dei pochi che il volgo dei dotti battezzava utopisti,
son fatte credenze pressochè popolari in Francia, dove le delusioni e le
colpe non sono tante ancora da toglierle l'iniziativa dell'incivilimento
Europeo. Dacchè Cristo cacciò una base d'associazione, bandendo agli
uomini il principio dell'eguaglianza, senza la quale non v'è
associazione possibile; dacchè la stampa creò un vincolo universale e
concesse a quanti sentivano dentro la consecrazione a una missione di
sviluppo sociale, di coordinare i loro sforzi individuali, di stampare
una grande unità morale in tutti gli elementi materiali che avevano alle
mani, la tendenza all'associazione, l'anelito alla fratellanza Europea
crebbe evidentemente, e senz'arrestarsi. La rivoluzione francese
l'eresse in legge, in principio politico. Napoleone l'ajutò, forse senza
volerlo, colla conquista, e sacrando col battesimo di sangue tutte le
genti, sulle quali passeggiò colla spada nella destra, e un
codice--qualunque pur fosse--nella sinistra. I popoli s'affratellarono
prima nell'odio, poi nell'amore; e mentre i principi, piegando davanti
alla previsione d'una lega degli uomini liberi, strinsero un patto
d'infamia a contrastarne i tentativi, i popoli anch'essi strinsero la
loro. La parola d'ordine fu Libertà; e quando Parigi scrisse quelle
parole sulla sua bandiera, levandola in alto sicchè tutta Europa la
vedesse, tutta Europa sentì la necessità di concentrarvisi; tutta Europa
fermentò d'una nuova potenza, e gli uomini liberi intesero a strignersi
la mano, per essere più forti. Le nazioni Europee entrano ad una ad una
nel convegno, come viaggiatori che si raccolgano ad iscrivere il loro
nome. L'Inghilterra, ultima terra del feudalismo, della ineguaglianza,
quindi della tendenza all'individualismo, si commove tutta a nome di
riforma cacciato alle moltitudini; e il primo modo d'espressione che
gl'Inglesi scelsero, fu quello d'inviare con Bowring il saluto di
fratellanza agli insorti di luglio, quasi un atto d'adesione ai
principî, che hanno a reggere dominatori pacifici dell'universo. Il
trono Francia fu sull'orlo della rovina per la caduta di Varsavia.
Dall'Ungheria venne una voce di conforto ai prodi, che Lelewel aveva
inspirati, e che si battevano sotto Ramorino. Il pellegrinaggio dei
bravi Polacchi infiammò gli animi nella Germania; ed oggi gli uomini di
Fichte, gli uomini d'Arndt, di Jahn, di Körner, ritolgono la pensione al
dottor Wirth, per aver confuso la Francia cogli uomini che governano.
Fin le gare e gli odî tra Portoghesi e Spagnuoli si logorano in faccia a
un avvenimento che può diventare Europeo; e se suonasse la campana a
stormo dei popoli, se una guerra di principî, sola possibile in Europa,
inalzasse le due bandiere al vento, quanti segreti di simpatia noi non
vedremmo manifestarsi, quante moltitudini, ch'ora giacciono mute ed
inerti, covanti il fermento Europeo, non si slancerebbero risorte a
intrecciare le destre, a stendere le picche del cittadino, sull'altare
dell'umanità!

Un giorno, quando noi avremo nome, e patria, e libertà, noi spiegheremo
dinanzi ai nostri fratelli il quadro gigantesco e sublime del progresso
dello spirito d'associazione, e le vicende per le quali attraverso
rovine d'imperi e nazioni, attraverso i mille ostacoli che le tirannidi
e l'individualismo suscitavano ad ogni tentativo, giovandosi ora delle
conquiste, ora delle emigrazioni, ora del commercio, fuggendo un popolo
per trionfare in un altro, svanendo in un secolo per ricomparire poi più
potente, aspirando in un'epoca all'unità colla spada di Roma, tentandola
in un'altra col pastorale, tramutando insensibilmente lo schiavo in
servo, in vassallo, in borghese, in uomo libero; trasformando la
proprietà; combattendo il feudalismo colla monarchia, il dispotismo
coll'aristocrazia del sangue, colla potenza dell'oro, e l'insolenza
dell'oro colla influenza della capacità; sviluppando più sempre la
natura morale dell'uomo, e diminuendo il dominio della natura fisica:
vincendo le abitudini del clima colle frequenti comunicazioni, colle vie
moltiplicate, coi telegrafi, la Civiltà progressiva n'è inoltrata a un
punto, dal quale nessuna forza oggimai può farla retrocedere--e la
umanità emerge raggiante, sempre potente di nuovi ajuti, sempre
raccogliendo qualche popolo nel suo cammino, sempre acquistando terreno
in Europa, e incominciando ad invadere l'Asia. Sarà bello, finita la
gran giornata, gittare uno sguardo, come il pellegrino, sulla via
trascorsa. Oggi, noi stiamo sulla breccia, siamo stretti dalle urgenze
dei tempi e degli avvenimenti; abbiamo la lancia in pugno. Si tratta di
combattere, si tratta di vincere, si tratta di decidere se la civiltà
debba arrestarsi in faccia a pochi uomini--se la fratellanza dei popoli
sia una illusione o l'unico mezzo di trionfo per noi.--1832.



ITALIA E POLONIA

COMITATO NAZIONALE POLACCO


N.º 498, Parigi, via Taranne, 12.

                                         _Il dì 6 ottobre 1832[65]._

  FIGLI D'ITALIA!

Un Genio forte non si stanca mai, e nelle varie vicende sta sempre
intento a risuscitare gli alti pensieri ed a fortificare i nobili
sentimenti. Tale fu il Genio della vostra classica terra da tre secoli
soggiogata. Un lungo infortunio ha creata l'esperienza della vostra
nazione, la quale, principiando una nuova vita, non ha cessato mai di
dare alla patria uomini dotti che preparando per voi un felice futuro,
hanno mostrato al mondo i veri principî della libertà. Il popolo, dal
cui seno uscirono cittadini predicanti siffatti principî, non è per
certo destinato alla schiavitù. Ed oggi, figli d'Italia, GIOVINE ITALIA!
la vostra gioventù fervida di speranza è una viva e brillante imagine
del rinascimento vicino della vostra indipendenza e della vostra
libertà.

Un popolo, che sa sentire, ascolta ed intende qualunque altro popolo è
posto in simili circostanze. Per questo, i figli d'Italia accetteranno
con gioja la parola dei figli della Polonia, i quali giunti in esilio
insieme ad essi, si sono incontrati sull'amica terra di Francia. Qui
uniti si ricordano insieme delle speranze svanite, quando i popoli
d'Italia e di Polonia, riposando sull'eroe di Francia, incontrarono ogni
sorte di sacrificî per rilevare la loro esistenza; e questa fraterna
amicizia principiata allora fra i combattenti sotto gli stessi segni
guerrieri, fa in oggi ricordare la rovina di tutti gli sforzi insieme
ultimamente fatti per questo grande oggetto; fa intendere i suoi
pensieri e indovinare l'avvicinato futuro.

Quei prossimi e preziosi istanti non lasciano assai tempo per
risvegliare que' ricordi, per parlare di quelle strette relazioni che
dai principî del cristianesimo avevano uniti i Polacchi e gli Ungheresi
coi vicini Italiani. Il loro pensiero è tutto occupato di questo
combattimento europeo coll'atroce dispotismo, tanto per la libertà ed il
supremo potere dei popoli, quanto per la libertà e l'eguaglianza del
diritto di ciascuno contro i privilegi e le usurpazioni di qualche
eccezione: combattimento per l'indipendenza e per l'unione delle
oltraggiate nazioni.

Figli della Penisola oltremontana! Non siete stranieri lontani, quando
sul Continente si tratta una causa così importante. Simile è sempre ed
in tutto la situazione dell'Ungheria, della Polonia e dell'Italia: la
loro causa è la stessa; simili dunque e contemporanei devono per tutti
essere i momenti d'operazione. Questa persuasione bolle nel sangue degli
eroici guerrieri d'Italia e di Polonia, e il cuore dei cittadini delle
due nazioni s'infiamma egualmente per la causa dell'Umanità.
Nell'esilio, e nell'infortunio, le loro mani unite siano un segno dei
loro desiderî, dei loro sacrificî e delle loro sempre concordi
operazioni.

                                                      LELEWEL.
                                            VALENTINO ZWIERKOWSKI.
                                              ANTONIO HLUSZNIEWICZ.
                                                      RYKACZEWSKI.
                                              ANTONIO PRZECISZEWSKI.
                                             LEONARDO CHODZKO.
                                                   V. PIETKIEWICZ.



GIOVINE ITALIA

  POLONI!

La GIOVINE ITALIA accoglie con gioja la vostra parola. Voi siete prodi,
o Poloni. Dal giorno in cui l'infamia dei re congregati smembrò la
vostra contrada, voi non avete cessato mai dal combattere apertamente o
celatamente contro i vostri oppressori. Voi avete più volte, col
martirio, protestato solennemente in faccia all'Europa, che nessuna
forza potrebbe spegnere il pensiero d'indipendenza che vi fremeva nel
petto, come nessuna usurpazione poteva cancellare i vostri diritti di
popolo e di nazione. La vostra bandiera, proscritta sul vostro terreno,
pellegrinò, sublime di memorie, per tutta Europa, ma combattendo e
vincendo per l'altrui salute, mescendovi con altri prodi, il vostro
pensiero era sempre alla Vistola, e il voto che ispirava Dombrowski
scaldava i vostri cuori sulla terra straniera. Avete dato al mondo un
esempio unico di costanza e di fermo volere. E quando nel 1830, sorgeste
a salvar la Francia e l'Europa superaste gli esempî dei padri. Sorgeste
quando tutte le forze dell'Impero erano in marcia verso le vostre
frontiere. Sorgeste soli: combatteste soli. Onta all'Europa che rimase
inerte! Oppressi dal numero, fors'anche dal tradimento, cadeste; ma
l'aquila bianca, non brillò mai d'una luce sì bella come a quell'eroico
cadere, e v'è tal nazione, alla quale sarebbe più gloria l'esser caduta,
come voi cadeste, che non il trascinare una vita incerta e grave del
gemito e della maledizione dei popoli.

Però la vostra parola ci suona nell'esilio come una promessa d'avvenire,
e stringendo la mano che voi ci porgete, noi pure ci sentiamo più forti.

Ma il diritto d'onore, che il vostro coraggio v'ha dato da molti secoli,
s'è convertito, dal 1830, in diritto di fratellanza. Ampliando la sfera
dei vostri sentimenti, e fecondando il pensiero patrio col pensiero
europeo, mente dell'epoca in cui viviamo, voi avete imposto un debito
di riconoscenza e di lega a chi non avea che un debito d'ammirazione.

«Se anche, voi diceste all'Europa, in questa lotta della quale noi non
ci dissimuliamo i pericoli, dovessimo combattere soli _pel vantaggio di
tutti_, pieni di fiducia nella santità della nostra causa, nel nostro
valore e nell'assistenza dell'Eterno, noi combatteremo fino all'ultimo
sospiro per la libertà! E se la Provvidenza ha condannata questa terra a
un servaggio perpetuo, se in quest'ultima lotta la libertà della Polonia
è destinata a soccombere sotto le rovine delle sue città e i cadaveri
de' suoi difensori, il nostro nemico non regnerà che sovra deserti, e
ogni buon Polono trarrà seco morendo questo conforto, che se il cielo
non gli concedeva di salvare la patria egli almeno con questa guerra
mortale ha salvato per un momento, le libertà minacciate d'Europa.»

Furono parole solenni, grandi come la vostra sciagura: e l'Europa dei
popoli le ha raccolte. Dal giorno in cui lo proferiste, fu segnato il
patto d'alleanza perpetuo tra voi, e gli uomini della libertà in tutte
contrade. Dal 20 dicembre 1830 ha data il titolo della Polonia alla
grande Federazione Europea.

E però noi ora non facciamo che ratificare nell'esilio quel tacito
patto: patto santificato dalla sventura: patto che durerà, perchè sgorga
dalla natura della guerra che sosteniamo, e dalla missione che i destini
dell'Europa e dell'incivilimento progressivo ci affidano. Sacerdoti
d'una religione ch'oggi ancora è proscritta, ma il cui trionfo è sicuro,
devoti dalla coscienza e dallo spirito del secolo a una bandiera che ha
scritto da un lato _libertà ed eguaglianza_, dall'altro _Umanità_,
dovevamo forse incontrarci tutti in un esilio comune, perchè da questo
convegno di proscritti escissero i germi del gran convegno dei popoli;
perchè serrati a cerchio come i cospiratori del Grütli giurassimo la
alleanza degli oppressi contro l'alleanza degli oppressori. Da qui noi
ci riporremo in viaggio, nella direzione che la natura commette a
ciascuno, voi, coll'Alemagna unitaria, e coll'Ungheria ricostituita,
all'emancipazione del Nord, all'incivilimento delle razze Slave; noi,
colla Francia e colla Spagna all'emancipazione del Mezzogiorno. Ma in
qualunque luogo noi ci troviamo, ricorderemo le amicizie strette nei
giorni della sciagura: a qualunque zona del cielo europeo si rivolgano i
nostri sguardi, noi diremo: là abbiamo fratelli: là il sole della
libertà scalda anime di generosi!

Fratelli di Polonia!--i nostri padri hanno, voi lo accennate, combattuto
sotto gli stessi segni. Illusi dalle stesse speranze, diedero insieme il
loro sangue per cimento ad un trono che potea diventare il trono della
civiltà, e non fu che quello d'un uomo.

Fratelli di Polonia!--qualche cosa ci dice che nelle lotte parziali
inevitabili a toccare l'intento comune, noi combatteremo anche una volta
insieme. Ma quelle battaglie non c'inganneranno nei risultati, perchè
saranno combattute per noi e da noi, perchè saranno le battaglie non
d'un _uomo_ ma d'un PRINCIPIO.

                                            _Per la_ Giovine Italia,
                                                     MAZZINI.



DELL'UNITÀ ITALIANA

1833.

                                 L'Italie est une seule nation.
                                   L'unitè de moeurs, de langage,
                                   de litterature doit, dans un
                                   avenir plus ou moins éloigné,
                                   réunir enfin ses habitans dans
                                   UN SEUL gouvernement.

                                                       NAPOLÉON.


                                         _Italiam! Italiam!....._

                                                       VIRGILIO.


I.

La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in
lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e
indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i
limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente
convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica
il sistema _federativo_ ci sembra generata da una strana confusione
d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la
discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso
di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli
Italiani, e li indugia sui confini del _nuovo_ stato in continue
transazioni col _vecchio_ che pur vorrebbero struggere. Ma è questione
che vezzeggia e sollecita l'_individualismo_, potentissimo anch'oggi in
Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di
città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che
brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che
cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno
potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola
sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a
deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano
in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille
ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda
assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si
rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente
patrio--risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più
Stati--poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure--e
mostrare come da più secoli la tendenza _frazionaria_ e il decadimento
italiano camminino su due parallele--e svolgere le conseguenze
favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che
verrebbero dal concetto _unitario_--ed esporre intero il piano
d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo
progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal
contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne
l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed
organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo
che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte _critica_,
comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a
trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli
inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle
paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini
futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove
ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere
e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.

Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che
s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a
nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada
Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale
potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo
_unitari_. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di
sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni
pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse
improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di
potenza e d'amore--e questa idea ci s'affacciava nell'Italia _una_,
ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente
uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in
una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della
potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima
metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e
fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma
questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di
sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore
s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza
meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la
verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei
nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di
Machiavelli--e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e
romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per
entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come
frutto di studî severi.

Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci
d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di
profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi
che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi
s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità
Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a
ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e
documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue
fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le
nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un
legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle
apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario
il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le
tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una
formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si
riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di
decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete
anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i
diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli
coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando
un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi
moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior
partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico
compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se
vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto
primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà
dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche
americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri,
convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete
presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o
d'un re, poco monta. La _centralizzazione_ uccide la libertà delle
membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può
stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»

E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano
lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli
ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze
_individuali_, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte
ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano
davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto
scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla
battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come
l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al
calabrese: _tu vieni ad uccidere un morto_, sorgeva gigante a
frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente
contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi
anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il
genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una _idea_
solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî
dell'astrazione. La mano scarna della _dottrina_ ci sfrondava l'albero
delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati
studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su'
nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente,
quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo
d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento
d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte
le idee, s'affaccia _istintivamente_ all'umano intelletto ne' suoi primi
sviluppi, e _filosoficamente_ negli ultimi; e v'è fra queste due
un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale
l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano
innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle
oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche
_costituzionali_, delle due camere, della bilancia dei poteri,
dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza.
Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità
nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste
e grandi repubbliche.

Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del
manto della sapienza, noi la subimmo--e la trapassammo. Fummo
_federalisti_, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei
nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni--perchè
rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il
simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia
nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo
convincimento--perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le
difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra
credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.

Siamo unitarî--e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo
d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi
cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto
pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la
contraria opinione, com'oggi--e forse a torto[67]--gli unitarî di
Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in
una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto
modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla
libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è
possibile stabilirla in uno di venti. Ma _stabilirsi_ e _durare_ son due
termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle
presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione
federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità
generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno
l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e
immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà.
Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la
libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo _esclusivamente_
unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende
dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota
di senso. Siamo _esclusivamente_ unitarî, come siamo _esclusivamente_
repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo
libertà vera _possibile_, dall'unità in fuori non veggiamo libertà
_forte_ e _durevole_.

       *       *       *       *       *

Cos'è il governo _federativo_?--D'onde traggono origine le
federazioni?--Qual è l'elemento principale che le costituisce?

Ogni federazione trae evidentemente origine dalla debolezza degli Stati
che la compongono. La necessità d'una difesa che più Stati isolati non
trovano nelle proprie forze, li determina a collegarsi per reggersi l'un
l'altro contro ogni nemico che s'affacciasse.

L'essenza del governo federativo è riposta nel patto che stringe gli
Stati confederati a proteggere e tutelare la indipendenza di _ciascuno_
colle forze di _tutti_,--l'altre son condizioni accessorie, d'importanza
secondaria, e sottomesse a modificazioni infinite.

Che cercano gli Stati confederandosi?

La forza?

Dove la cercano?

Nella unione.

E questa unione non la ristringono a ciò ch'è di pura necessità, ma
l'ampliano d'ordinario a confini più larghi: non la fondano unicamente
sul patto giurato della difesa, ma tentano cacciarne le basi sulla
uniformità delle leggi interne, dei bisogni mutui, dell'utile
commerciale: non s'acquetano a desumerla dall'istinto che guida gli
Stati a crearsi per ogni dove sicurezze d'indipendenza, ma s'adoprano a
darle sostegno la fratellanza. A quelle unioni che posano solamente
sulla promessa di proteggersi scambievolmente, è serbato il nome di
Leghe; ma le federazioni procedono innanzi. I più tra gli Stati cercano
confederarsi con chi li somiglia. Son rare le confederazioni di
repubbliche e monarchie. Un istinto politico insegna ai popoli che la
conformità dei reggimenti interni fa le unioni durevoli. E le antiche e
le nuove federazioni statuirono principî dichiarati e immutabili, dai
quali non fosse concesso partirsi. Le repubbliche greche spinsero
tant'oltre gli obblighi di leggi uniformi che correvano ai confederati,
da mutare interamente la natura indipendente delle federazioni; e lo
vedremo tra poco. Delle nuovissime, basti l'America. Tutte--tranne la
Svizzera ch'oggi intende il suo vizio--hanno cercata l'_unione_ federale
durevole nel riavvicinamento graduato all'_unità_, delle leggi, degli
istituti, de' principî fondamentali.

Da questi pensieri che s'affacciano spontanei al primo esame della
questione, e sgorgano dalla definizione del sistema federativo, emerge
un dubbio: perchè se a più Stati vicini con molti punti di contatto e
collocati in simili circostanze, giova l'unirsi, cotesta unione non
toccherebbe gli ultimi termini?--Perchè se il bisogno d'essere forti li
stringe a confederarsi, la certezza dell'incremento di questa forza
ch'essi tentano procacciarsi non li indurrebbe all'unità?--Perchè, se la
uniformità di governo e di leggi fondamentali è bisogno sentito da
quanti si stringono a federazione, non lo adeguerebbero essi creandosi
un solo governo, una sola legislazione?

La questione specialmente in relazione all'Italia, si ridurrebbe dunque
a questione di possibilità o d'impossibilità: teoricamente decisa a
favore dell'unità scenderebbe ai dominî della _pratica_, che spesso
dicono, cozza colla _teorica_, rifiutando inappellabilmente ciò che i
principî vorrebbero.

Noi crediamo poco a questo dissenso fra la teorica e la pratica che pur
s'allega così sovente nelle questioni politiche. Generalmente parlando,
i principî stanno per noi sommi sovra tutte cose e le dominano. Teorica
e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la
legge, l'idea: la seconda è il segno che rappresenta il pensiero, la
formola scritta attraverso la quale è rivelata la legge, la forma che
l'idea assume trapassando nel mondo sensibile. Se un principio è vero,
le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili, perchè
nessun principio può rimanersi sterile a lungo e senza conseguenze. E
dei dieci casi, nei quali sembra manifestarsi questo dissenso, tre forse
spettano a una intelligenza parziale e frazionaria di quel principio che
s'è tentato applicare senz'averlo scoperto tutto--sei a un'applicazione
falsa, incompiuta, o paurosa--un solo a fatti reali che
s'attraversavano, dissonanze cacciate dalla natura, opposizioni inerenti
alle umane cose che l'intelletto è certo di vincere, non di vincere a un
tratto. Ma la scienza politica che riassume i gradi di progresso e
presenta, dopo le religioni e la filosofia, la formola più estesa delle
nozioni acquistate dall'intelletto, esce da poco d'infanzia. Le dottrine
gesuitiche dei settatori della tirannide assumono quei casi, li
moltiplicano e ingigantiscono, e sviano gli animi dall'addentrarvisi: la
presuntuosa ignoranza dei pedanti in politica che s'arrogano la
dittatura perchè ha raccolto, senza discuterli, una collezione di fatti,
avvalora l'arti della tirannide; e la inerzia dei più vi s'acqueta[69].


Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova
accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo
esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.

Or lo provano? e come?

I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla
storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche
confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica
unitaria su vaste proporzioni, non uno--e ne inducono senz'altro esame
la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione.
Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la
repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla
federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole
alla loro credenza, e giova distruggerla.--Ma prima è necessario per noi
l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica--e inalzarci
apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide
d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di
raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non
per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non
vogliamo sottometterci mai.

Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio,
l'imitazione servile.

A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da
pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi
rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I
più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo
all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o
diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di
salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore
di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa
fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel
principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se
veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una
nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che
inalzano--e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate
hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola,
non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un
sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi,
gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la
credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo,
quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a
risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di
giorno in giorno.

Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale,
funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio
su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo
esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori
politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile,
o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai
non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato,
quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri
occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche
di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi
sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo
prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.

La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e
Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole
l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il
secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella
foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di
creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti
all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche--e dietro
a quei due la turba degli enciclopedisti, i _filosofi_, i mezzo-politici
e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava
dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia
era elemento della nazione traente origine dalla _conquista_. In Francia
non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea
sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava
eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?--Il
solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau--e Rousseau fu greco:
spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato
che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere
d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo,
elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di
morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il
sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet,
per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la
mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a
tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant,
Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul
trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le _tre
giornate_, ritenta la terza--e speriamo--l'ultima prova. La ritenta,
mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato--mentre il
sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla--a fronte del ruggito
irlandese--a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi,
per ogni dove--quando i colori della repubblica si mostrano in
Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea--quando le dispute
vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che
sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo
disinganno alle moltitudini?

Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo
repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il
principio _monarchico-misto_ e il _repubblicano_. La repubblica v'ebbe
la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi
_americana_ esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di
rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei
repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del _National_, le due
camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il
senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a _buon
mercato_, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla
quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia,
invoca la federazione.--Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle
repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?

È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È
tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî
elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del
XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura
esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non
all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di
giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a
principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?--Un
fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che
s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e
quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne
la conseguenza che ne fu tratta altrove?--I principî prevalgono ai
fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma
dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che
domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il
principio _nazionale_ tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma
non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei
fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni
ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo
esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se
gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.--Contemplateli; ma
del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente.
Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine
deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a
voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca,
unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani,
e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete
servi, o meschinamente ribelli al vero.

Ed ora scendiamo agli esempî.

I primi ci s'affacciano nella Grecia.

Chi disse la varietà nell'unità essere il tipo del mondo greco, disse
cosa più vera ch'altri non pensa. La Grecia splende nella storia europea
d'una potente unità; ma d'una unità vivente nel genio greco più che
negli ordini greci; d'una unità che vegliava nelle religioni, nelle
abitudini, nella missione che i destini fidavano alla Grecia, nucleo
primitivo del mondo europeo, nella opinione radicata, che tutti
stranieri eran barbari, non nelle leggi e negli istituti politici
interni. La missione greca di romper guerra in nome dell'Europa futura
al genio orientale s'adempieva fatalmente, per legge di razze, senza che
fosse necessaria una forte e preordinata unità. E d'onde sarebbe sorta
cotesta necessità, quando la Grecia era sola in Europa?--Però nei tempi
delle greche repubbliche le confederazioni valsero contro ai Persiani,
come leghe formate a tempo, e volute dalla urgenza di combattere una
guerra comune a tutela dell'elemento nazionale. Ma quando sorsero le
ambizioni e le invidie domestiche, e le leggi varie partorirono le varie
tendenze, le federazioni non valsero a quetare la discordia e le guerre
intestine, nè a salvar la Grecia dalla dittatura d'un principe o d'una
delle repubbliche, nè a proteggerla dall'invasione straniera: quando
questa invasione venne d'Europa, la lotta fu varia, ostinata, perpetua.
Durò continua fra Sparta e Atene, fra l'elemento dorico e l'elemento
ionio. Nè la Lega anfizionica valse a indurre la pace. Fu simulacro, non
esempio di lega. Fu, nei tempi più queti, guerra tacita e quasi
_legale_, sostituita all'aperta. E la storia greca ai tempi anfizionici,
è storia di contrasti e d'usurpazioni alterne, nella quale ora Sparta,
or Tebe, or Atene furono dominatrici nel consiglio supremo. Poi venne la
potenza macedone--e quando Filippo e Alessandro sorsero primi, fu lega
di servaggio comune, non libera fratellanza di repubbliche confederate a
serbare intatto il sacro deposito dell'uguaglianza[70]. E quando il
popolo romano, il popolo Napoleone cacciò sull'arena il guanto della
universale dominazione, la lega achea riuscì impotente a sottrarvisi. Le
federazioni greche, come tutte federazîoni contro una potenza unitaria,
si fransero contro la unità di Roma.

Varchiamo d'un balzo tutto quel periodo nel quale la grande unità romana
delineò coll'armi il programma dell'era moderna che la pace dei secoli
liberi svolgerà nel futuro. Varchiamo tutto quel lungo periodo di guerre
virilmente difese contro il colosso romano, ma inefficacemente ordinate
e mal collegate che strappò di bocca a Tacito quella sentenza: che _rara
è la concordia di due o tre città nel combattere un comune
pericolo_[71]. Dalle leghe italiche in fuori, alle quali per domare la
potenza romana non mancò che d'essere forti d'un vincolo unitario,
nessuna lega apparisce, nessuna confederazione che meriti esser tolta a
modello; leghe di schiavi, leghe di colonie e di municipii, che Roma
struggeva d'un cenno. L'unico tentativo di lega che meriti l'attenzione
dei posteri, è quello ch'escì dal concetto d'un gladiatore tracio: è il
grido di Spartaco a' suoi fratelli di servitù. E il grido di Spartaco
potente a far tremare la stessa Roma, fu grido d'unione concentrata e
universale a quanti gemevano conculcati dalla romana aristocrazia; fu il
programma dell'unità _popolare_, come Roma fu della unità _nazionale_
italiana.

Il primo esempio di federazione che ci s'affaccia nel mondo europeo
moderno, è la Svizzera: la Svizzera, federazione di fatto, di
necessità, d'aggregazioni successive, che nessuno sceglierà mai a
modello d'organizzazione politica; la Svizzera, terreno neutro, che la
mutua gelosia delle grandi potenze salva dalle usurpazioni straniere
ogniqualvolta l'equilibrio europeo turbato non trascini con sè la
invasione: la Svizzera, associazione d'elementi eterogenei, composta
di Cantoni d'indole, di religione, di politica, di credenze diverse,
complesso di tutte le forme d'istituzioni aristocratiche, popolari,
monarchiche[72]--che non ebbe se non un secolo bello di pace, il
XIV--ch'oggi nel moto d'eventi che incalza l'Europa, sente
evidentemente il bisogno di avvicinarsi all'unità, o la condanna a
rodersi di anarchia. E so che taluni fra i politici--quelli appunto
che gridano alto contro le utopie dei repubblicani unitarî--tennero e
forse tengono tuttavia la Svizzera come un soggiorno di beati e
pacifici abitatori, e predicano la innocenza e la purità del costume e
le abitudini pastorali e patriarcali che regnano sulle balze elvetiche
e le proteggono dalle ambizioni, dalle risse e dalle corruttele
europee. Dov'essi travedano cotesta Svizzera non è facile risaperlo;
forse negli idillî di Gessner. Pur se anche innocenza e semplicità
prevalessero tra gli Svizzeri, non sarebbe frutto del reggersi a
federazione, bensì di cagioni inerenti ai luoghi, all'educazione, alla
povertà naturale. Ma io scorrendo la storia[73] veggo la Svizzera
campo di guerre e stragi fraterne per intolleranza religiosa in un
secolo, per pretese di aristocrazia in un altro, e sempre per raggiri
dei gabinetti stranieri influenti nei consigli e nei varî governi. E
guardando al suo patto, lo veggo ineguale ai bisogni, impotente a
crear la concordia, e violato sempre all'estero ed all'interno--e
mentre il patto conteneva solenne divieto ai cantoni di stringere
alleanze straniere senza il consenso di tutti, veggo i cantoni ligi
sempre delle potenze straniere collegarsi or coll'Austria, or colla
Francia, or colla Spagna e or con Venezia senza pur chiedere il
consenso voluto--e mentre ogni cantone cercava provvedere unicamente
alla propria gloria e al proprio incremento a dispendio della intera
confederazione, il timore solo dell'ambizione e della potenza dei
principi tenerli uniti, e superato il pericolo, rotta immediatamente
la unione--e la Svizzera forte a principio dell'altrui debolezza, la
Svizzera repubblicana decadere rapidamente, quando tutte le monarchie
ingigantirono nelle armi e nei mezzi--e odo la veneranda voce di
Giovanni Muller dichiarare che la intenzione d'occuparsi in un
trattato sul mantenimento della libertà nella Svizzera gli sarebbe
tornata inutile, dacchè quanto aveva veduto gliene dimostrava
l'_impossibilità_[74].--Però l'esercito repubblicano francese,
malgrado alcuni fatti di resistenza ostinata, soggiogò in brev'ora la
Svizzera. L'onnipotente unità ruppe la mal legata federazione. Poi se
Napoleone riconobbe nell'atto di mediazione del 1803 l'indipendenza
dei Cantoni, non fu perchè ei riconoscesse una suprema necessità o la
eccellenza delle forme federative, ma perchè Napoleone voleva fondare
il dominio universale francese sull'altrui debolezza; perchè le
confederazioni ch'ei piantava all'intorno porgevano alla Francia
occasione di protettorato, e, occorrendo, pur di dominio: perchè
pronunciando a Sant'Elena che _la Italia sarebbe_, rifiutò pur di
crearla, paventandola fatale alla Francia. Ma il trarre partito a
favore del sistema federativo dal progresso che s'ebbe la Svizzera nei
dieci anni durati sotto l'impero dell'atto di mediazione, varrebbe lo
stesso che voler desumere un argomento a danno dell'unità dalla
condizione infelicissima della Svizzera durante l'unità statuita dalla
francese repubblica. L'unità elvetica statuita violentemente
coll'armi, e armi straniere, durò brevissimo tempo: e quel tempo fu
segnato di oltraggi, di angherie, di dilapidazioni, conseguenze
inevitabili d'ogni intervento straniero; poi fu tempo di guerra
continua, di guerra atroce che trasse sull'arena svizzera le forme
russe e le teutone e le francesi. Ma i beneficî che vennero nei dieci
anni alla Svizzera non furono conseguenza dell'atto di mediazione, non
dell'indipendenza data ai Cantoni; bensì della libertà data al popolo,
dell'emancipazione dei villici costituiti in eguaglianza di diritti
coi cittadini, delle leggi proibitive soppresse. Escirono dalla
libertà, non perchè libertà dei popoli confederati, ma malgrado
gl'inciampi che la federazione frappone allo sviluppo della libertà.
Il solo effetto che dalla federazione venne allora alla Svizzera fu la
ineguaglianza di quello sviluppo d'incivilimento nei diversi Cantoni,
ineguaglianza che perpetuò i semi della discordia, viva or più che mai
in quella contrada. Venne infine il patto del 1815; e intorno a questo
i fatti parlano in oggi abbastanza chiari, perché s'abbia a parlarne
da noi.

Poi,--e questa è secondo noi differenza essenziale--le circostanze che
formarono la confederazione Svizzera furono totalmente diverse da quelle
che presiederanno alla nostra rigenerazione. Nella Svizzera
l'associazione crebbe col tempo e colle cagioni che emersero a distanze
considerevoli. Solamente dopo la giornata di Morgarten, trascorsi
quindici anni dalla prima lega di Schwitz, Uri ed Unterwald, Lucerna si
accostò ai tre cantoni: poi Zurigo, poi Glaris, poi Zug e Berna nel
secolo XIV: poi Soletta e Friburgo; e nel XV Sciaffusa e Basilea; e nel
XVI, duecento anni dopo quel primo nucleo, Appenzell. Noi sorgeremo, a
un tempo, nella fratellanza dei pericoli e dell'intento, nell'entusiasmo
comune, nella fusione d'una guerra molteplice, universale.--I fatti
creavano la federazione svizzera: tra noi non sarebbe che arbitrio di
volontà.

Nel 1579 la lega d'Utrecht cacciò il germe d'un'altra federazione in
Europa. Un vincolo strinse l'Olanda, la Zelandia, la Frisia, Utrecht, la
Gheldria e Over-Yssel. Groninga e le provincie unite crebbero e
fiorirono prospere e potenti nel secolo XVII: nel secolo XVII, quando la
politica europea era nell'infanzia, quando unità vera, libera, popolare
non era da trovarsi in Europa e lo stringersi a federazione conteneva
tanto omaggio al bisogno d'unione quanto oggi ne conterrebbe il concetto
unitario: sofferta la dominazione di Carlo V e la tirannide di Filippo
II, uomini di potere unico e concentrato all'estremo: dopo una lunga e
sanguinosa rivoluzione che dovea per legge di tutte rivoluzioni
fomentare l'istinto del popolo a crearsi uno stato contrario in tutto
all'antico: in un paese che la configurazione geografica, l'isole, le
lagune e le paludi disseminate nella Frisia, in Groninga,
nell'Over-Yssel e nell'altre contrade invitavano all'ordinamento
federativo: tra popoli che le abitudini frugali, economiche, operose e
dedite esclusivamente al commercio, salvavano da molti dei pericoli che
ci minacciano, e facevano idonei a qualunque forma di reggimento, tranne
alla tirannide. E son ragioni da porsi a calcolo tutte. Pur, quando
venne il momento di levarsi contro la Spagna e riconquistare
l'Indipendenza, quelle provincie sentirono un bisogno d'unità e si
annodarono attorno a un capo. Gli Orange costituivano nella realtà un
vero centro. Ma da quello in fuori, l'ordine federativo era l'unico
conveniente in allora alle provincie unite, l'unico che non contrastasse
all'elemento in quelle predominante, e chi ricerca le cagioni che dan
moto alle istituzioni, e ne trova di particolari, non dovrebbe
affrettarsi a desumere assiomi o teorie generali politiche.
L'aristocrazia era elemento prevalente in Olanda: l'aristocrazia che
l'unità logora e annienta, la federazione rispetta e blandisce. Popolo,
nel vero senso, non era. Le moltitudini avevano cercata libertà di
credenza religiosa, economia nelle amministrazioni, protezione e
sviluppo al commercio--e l'ebbero; ma da questo in fuori null'altro. Gli
interessi comuni ai governati e ai governanti, procacciarono ai primi
buoni magistrati, tribunali equi e incorrotti: vantaggi di fatto, non
guarentigie di diritto: beneficî civili, non prerogative politiche. La
costituzione, buona in quanto s'adattava a quelli elementi, pessima in
sè, non contemplava la massa della nazione: riconosceva un'aristocrazia
ereditaria, era essenzialmente oligarchica. Però l'istituzione
federativa esciva spontanea dalla necessità di dare sfogo alle diverse
aristocrazie, dal pericolo di ridarle alla ribellione volendo pur
soffocarle tutte in un solo centro potente. Ma tra noi, l'elemento
aristocratico è tale da determinare una forma di reggimento? Le
condizioni sociali ammettono oligarchia? I ventisei milioni di cittadini
sfumeranno davanti all'influenza ereditaria d'un picciol numero di
famiglie? o faticheremo noi a fondare un'aristocrazia--dacchè in Italia
aristocrazia, come elemento sociale, non esiste--unicamente per essere
tratti da quella alla necessità d'un governo federativo?--Ipotesi
assurde tutte, pure a chi volesse dall'esempio delle provincie unite
trarre un argomento a favore d'una federazione italiana, sarebbe forza
l'ammetterle. Noi vogliamo libertà, libertà di popolo, libertà durevole,
libertà eguale per tutti, libertà di fatto e di diritto--e questa sola
pretesa caccia l'immenso tra noi, tra l'Italia futura e l'Olanda del
secolo XVII. La prosperità dell'Olanda, la potenza a cui salì, non
vennero dalla federazione, ma dal commercio: dal commercio, nervo,
forza, vita di tutte le Provincie collegate: dal commercio che anche i
capi facevano, ed erano quindi costretti a promovere; dal commercio che
fioriva e dava predominio europeo a quelle città anche anteriormente
alla federazione[75]: dal commercio che cadde, viva la federazione,
quando l'Inghilterra e la Francia accrebbero il loro, quando le guerre
durate dalle sette provincie indussero aumento nelle tasse e nel debito
pubblico, quando il monopolio prevalse nel commercio dell'Indie.
Prosperità e rovina delle Provincie unite derivano da cagioni
evidentemente indipendenti dal vincolo speciale che le stringeva. Dalla
federazione scesero ben altri effetti che quelli dei quali or parlammo:
scesero i germi della disunione, poc'anzi operata: scesero le debolezze
dell'Olanda davanti alle potenze straniere: scese insomma, che
l'indipendenza delle Provincie Unite, riconosciuta nel 1609, fosse
pressochè nulla, e servile all'influenza francese poco più di mezzo
secolo dopo, all'epoca della pace di Nimegue.

Scendiamo all'epoca nostra. Scendiamo--poichè i passati non
giovano--agli esempî nuovi, o meglio all'unico esempio su cui
s'appoggiano i federalisti. Certo: la Confederazione Germanica non ha di
che indugiarci per via. Per quel cumulo inordinato di trentasei o più
Stati, il vincolo federativo non è solamente un vincolo debole o
difettoso; è un'illusione comprata a prezzo di sangue, e che sfumerà nel
sangue; è un'opera di stolta perfidia eretta dalla Santa Alleanza a
serbarvi, ov'arte umana potesse, il fantasma gotico dell'evo medio; è un
regolamento militare, una istituzione di polizia ordinata a profitto di
due sole potenze, che forse dovranno un dì o l'altro sbranarsi sul campo
medesimo, ov'oggi dividono i frutti della tirannide. Dei governi e dei
popoli che si dibattono sotto quel vincolo convertito in catena, i primi
cozzano, poichè coll'armi non possono, colle dogane, colle leggi
proibitive, cogli ostacoli alla navigazione su fiumi, colla diversità di
moneta, di pesi e misure--i secondi s'affratellano tacitamente e
cacciano i germi della futura unità in Hambach, e le prime linee del
programma repubblicano in Francfort.

Chi desume dalle repubbliche confederate degli Stati Uniti un argomento
generale a favore del sistema federativo, non pensa che dei due vizî
inerenti, secondo noi, ad ogni federazione, debolezza al di fuori e
aristocrazia inevitabile presto o tardi al di dentro, il primo è nullo
in America, ricinta com'è dall'Oceano e secura a un dipresso dagli
assalti stranieri--l'altro, se pur non comincia a esercitarsi, come noi
crediamo, negli Stati Uniti, ha bisogno di tempo lungo per manifestarsi
evidente e ostile alla libertà. L'aristocrazia di conquista si forma a
un tratto nel riparto delle terre. Ma dove non esce da quella cagione,
si forma lenta e a gradi sia coll'oro accumulato di padre in figlio, sia
colla trasmissione del suolo entro dati confini e delle influenze locali
che si concentrano a poco a poco nelle famiglie potenti. Due generazioni
corsero dall'indipendenza dichiarata, e due generazioni non son troppe a
fondare un'aristocrazia in un popolo giovine, non guasto da corruttele,
lontano dai raggiri d'aristocrazie e tirannidi confinanti, e sorto di
mezzo ad una lunga e popolare rivoluzione. Ma noi siamo guasti,
invecchiati nelle abitudini del servaggio, circondati da nemici potenti
d'odio e d'astuzie, e s'oggi aspiriamo--e riesciremo--a _ringiovanirci_,
le abitudini della vecchiaia veglieranno gran tempo ancora a
rinconquistarci, ove per noi si lasciasse un varco schiuso a quelle
abitudini.--Così siam noi: così è tutta Europa; nè l'aristocrazia di
finanza ha richiesto in Francia due generazioni per sottentrare a quella
del sangue.

Ma chi tenta applicare l'esempio desunto dagli Stati Uniti più
specialmente all'Italia, viola ogni legge d'analogia, travede condizioni
uniformi dove non sono, dimentica storia e topografia. A non guardar che
alla carta dei due paesi, a paragonare una superficie di 1,570,000
miglia quadrate ad una di 95,000 al più, sorge naturale l'inchiesta,
qual relazione esista tra l'immensa estensione che comprende quasi un
intero continente re dell'oceano, e la penisola mediterranea Italiana.
Chi direbbe che i due terzi, o quasi, d'Europa potessero formare una
sola repubblica?--o chi vorrebbe dalla impossibilità dell'ipotesi
dedurre che la ventinovesima parte d'Europa nol può?--proposizione
stranissima, e che lo diventa più sempre se il guardo, scorrendo le due
superficie, trovi la prima seminata di laghi vastissimi e d'immensi
deserti, l'altra di laghi incomparabilmente minori, e popolata non
interrottamente di città. Certo; qualunque sia per essere nel futuro il
destino delle attuali repubbliche, gli Stati Uniti han terreno per molte
repubbliche unitarie equivalenti l'Italia. Ma le ventiquattro che oggi
compongono la confederazione dell'America settentrionale sorsero a un
tempo?--ebbero condizioni identiche, perchè dove la vastità delle terre
non avesse posto un ostacolo, potessero confondersi in una?--In altri
termini la scelta del reggimento federativo fu scelta libera, o voluta
da prepotenze di cose? Noi vedemmo l'ordinamento federativo trascinato
dall'impero dei fatti nella Svizzera e nell'Olanda. Noi vediamo lo
stesso impero esercitarsi sulla confederazione degli Stati Uniti. Le
colonie che li compongono, sorsero successivamente a tempi diversi, per
emigrazioni determinate da varie cagioni. Differirono di credenze
religiose. Differirono di governo. Rimasero per molto tempo inegualmente
sottoposte all'influenza dell'Inghilterra. Alcune avevano governatore e
consiglio da Londra: altre governatore soltanto: d'alcune, all'epoca
della rivoluzione, non fu bisogno di mutare che un nome, tanta era la
libertà che in virtù di Carte concesse dal governo godevano.
Rhode-Island si regge tuttavia colla costituzione accordatale da Carlo
II: Connecticut non la mutò che pochi anni addietro, nel 1818. Ma per
l'altre fu questione di libertà interna ed esterna ad un tempo. Alle
opposizioni derivate dai climi, dalle condizioni del suolo, dalle
abitudini, si aggiunsero le importantissime delle origini e delle
interne risorse. La popolazione degli Stati del Nord è somministrata
nella più gran parte dall'Inghilterra; quella degli Stati meridionali
dai nativi della contrada, discendenti dei primi coloni. Le piantagioni
del Sud vivono dell'opera degli schiavi: le opinioni religiose tendono
invece all'emancipazione nel Nord, e vietano gli schiavi alla
Nuova-Inghilterra. E tutte queste differenze durarono nella loro azione
anche dopo consumata in comune la grande opera dell'indipendenza--e fu
forza piegare davanti alle rivalità degli Stati edificando per le sedute
del congresso una città neutra--e durano tuttavia, non aspettando a
insorgere pericolose che un'occasione. E udimmo non è molto nella
Carolina suonare alto il principio: _che la sovranità popolare genera in
ogni Stato confederato il diritto di rinunciare ai beneficî ed ai
carichi dell'associazione, e ritrarsene, quando il proprio vantaggio lo
imponga_: principio che basta l'aver gittato perchè fermenti, e si
riproduca più tardi: principio che a noi sembra d'una verità
incontrastabile, e racchiude perciò il più forte argomento possibile
contro il vincolo federativo applicato a paesi che debbono e vorrebbero
starsi uniti in perpetuo.

Ma tra noi--ripetiamolo anche una volta--dove sono le differenze che
accennammo pur ora?--Travagliati dalla stessa vicenda, educati nei bei
secoli a glorie comuni, a libertà uniformi, poi a comune servaggio,
oppressi--nessuna provincia eccettuata--da una stessa tirannide,
soggiacenti a bisogni eguali, quali tra le cagioni che vietarono
all'America l'unità la vietano a noi?--È pur forza dirlo, o ritrarsi. È
pur forza scendere, rinunciando alle fallacie degli esempî sul terreno
italiano.

       *       *       *       *       *

Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili
all'unità?

Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile
una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità
d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa
ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può--come, serbato il
potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva
trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca
impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi
si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto
quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti
prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica
moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il
popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni
alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.

Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni
punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle
istituzioni. E so che a taluno--nel XIX secolo--è piaciuto scrivere: _le
assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali_; ma chi badò a
quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo
morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause
fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di
quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale
monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad
ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].

La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla
Storia come elemento contrario alla Italiana unità, _forse_ affatica
tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico
argomento potente che gli uomini del _Federalismo_ invochino. _Forse_
abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato,
intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie.
Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e
dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in
oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e
nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città--se
non la sala ove si radunano--è troppo vasto universo. Ma la prima voce
di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio--il primo
battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale,
sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli
sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre
di tutti, per l'emancipazione di tutti;--potenza non di una o più città;
ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune,
raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione.
Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno
logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva
volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo
alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà
in loro vece?

Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola
codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle
moltitudini.

Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia
tentano spegnere--della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega,
diciamolo pure altamente, invincibile--della gioventù che s'oggi ancora
si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno
prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e
d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a'
suoi ranghi.

Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto
de' suoi destini.--

Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una
risposta assoluta:

IL POPOLO!

Il _popolo_: terzo _principio_ che s'è lentamente inalzato sulle rovine
di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati
dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè
s'estinguessero in una comune maledizione--il _popolo_ che non fu mai
guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una
or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo
sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e
l'altra--il _popolo_ che come il carroccio, simbolo santo della Patria
Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era
sicuro di giungere alla vittoria--il _popolo_ è d'ora innanzi solo
dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le
divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.--

Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non
s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il
recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui
che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le
gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono
enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e
le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si
mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza
non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle
delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e
genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'_individualismo_, primo come
più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi
cercò struggerla alle radici?

L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei
tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di
gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il
popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo
virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo
in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi
una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono
quelle pretese di popolo?--no: furono pretese di forensi, e di poca
gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere
ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che
lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi
da sè.--Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica
nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici
irreconciliabili; ma quando?--quando da un lato stava una monarchia
rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e
il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà,
comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e
Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me
che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto
raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano
verso Novara--e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come
pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà--e a quel
pegno l'ultimo gemito di LANERI e GARELLI ne aggiunse un più santo e
tremendo--e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e
Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e
l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si
divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di
Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a
Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e
quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione
d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo,
l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di
tributi, di capitale--un terzo d'Italia si confuse in una comune
emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a
un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida
separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura,
Piemonte e Napoli--e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando
dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini
italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale--sia voce di
popolo, non menzogna di Principe--e udrete quale eco di unità, quai
voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il
segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude
spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core;
va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio--e il soffio di
Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha
scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che
nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri
potranno mai cancellare.--Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi
troverete, voi soli, il decreto della futura unità.

Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più
tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.

Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano
nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la
confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal
positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un
monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi
repubblicani che vivono potenti in Italia--e se quei pochi non
s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si
aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe
transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo,
anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera
non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli
diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti
sottentrasse quell'uno.

Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi?
D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i
Federalisti, soggiace l'Italia?

Alcuni invocano le razze.

Or le razze tra noi dove sono?--Dove si mostrano predominanti?--In qual
punto hanno serbato le loro conquiste?--Su quale palmo di terreno
italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?--E
per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano
di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è
l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella
frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla
Illirica?

Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi
serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno
l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente
colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di
quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè
ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè
volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia
distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla
sotto lo strato uniforme che la ricopre?--In Italia fu il convegno di
tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a
congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del
mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la
spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze
settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera,
fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di
ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi
d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a
scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un
urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a
rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione
dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche
gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il _principio_
sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno
come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei
barbari, il _principio_ italiano logorò poco a poco le razze Greche,
Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse
ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi.
Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono
nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze
greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma
dell'Impero, quella delle razze settentrionali.--Oggi la missione
individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella
polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva,
irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la
turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual
razza appartengano?

E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario,
le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo
IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà
cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si
ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei
secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un
tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi
e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e
un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di
Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or
celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella
ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno
di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.

Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che
additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i
libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della
polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con
occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea
generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua
all'unità, troppo poco osservata finora.

E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia
del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo,
ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando
tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle
con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico
d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia,
e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella
costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni
politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere
pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le
vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono
l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine,
e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli
elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo
noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica
l'immobilità dell'Oriente?--Le buone leggi guardano all'avvenire. I
legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano
modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in
una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito
d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e
antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè
tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in
Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza
oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto
esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri
Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le
Federazioni, il fatto--se pur è fatto--delle divisioni, avranno
preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo
all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.


II[78].

Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi
unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato
ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei
_federalisti_. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato
ai letterati teorizzatori che la nostra _utopia_ di trenta anni addietro
era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della
sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto,
il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito _unitario_ a ogni patto:
s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando
all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza
mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo
alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri
sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di
confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio
del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.

Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che,
increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale,
son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta
pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione
invocata della vita Nazionale _collettiva_ l'espressione data più che
imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione
d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia
condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto
della missione Italiana gli addita. La Nazione è un _fatto nuovo_ che
non può trovare la propria espressione se non in un PATTO NAZIONALE
dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi
cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana
emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra
arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo,
non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi
all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte
cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa
che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa
conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo
da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di
fede da ogni rivolgimento d'eventi.

L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo,
accenna--fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato
dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella,
il Gran Sasso d'Italia, _umbilicus Italiæ_, e l'Aterno--il lento ma
continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che
doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due
volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta
dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche,
e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di
tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero
ad arrestarlo. La storia del nostro _popolo_ contiene il segreto della
storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri
scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno
alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende
spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò
rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso
fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle
sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate
a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra
gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze
democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia
delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie
illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione--intravveduto
ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi--che si compiva tacito
senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente
italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza
fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si
rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e
scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò _utopia_ l'Unità.
«Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata,
dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare
sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità?
Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati
italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una
maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non
vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare
che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano
dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo,
ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i
pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E
come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero
irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere
intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni
italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema
Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i
rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici
letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le
insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a
contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali
una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una
Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta
anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso _che il popolo
d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali,
soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta_. Or dove il
popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità--purchè la
Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune--è certa, infallibile. Le
aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più
facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita
splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta
e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.

«Sismondi[80]--e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un
ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato
superficialmente inteso--uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede,
storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto,
tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle
apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli
dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore
al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei
ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo
soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle
città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo
e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi
combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il
presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di
sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che
fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle
contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che
esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non
vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo
visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta
di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una
eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al
federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi
verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide
spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il
Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e
segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea
stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: _questa è la
morte d'Italia_.

«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue
ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del
suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad
un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa
iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a
quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo
sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si
sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.

«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio
conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori
superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà
delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e
fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della
Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel
1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E
nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso
a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli
parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide
conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini
d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio
dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi
quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo
secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei
travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati,
onnipotente il Cattolicesimo.

«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire
probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi
su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire
di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella
quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola
diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa
additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei
Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le
rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune
hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono
in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le
aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.

«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità
compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali,
alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia
irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia
va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla
nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in
essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir
quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati
sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi
patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e
gli stimoli d'una _individualità_ più che altrove potente, hanno creato
e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose,
pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri
travedesse nelle piaghe dell'_individuo_ germi di _federalismo_,
convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli
abitanti, tra le classi, tra i quartieri di _ciascuna_ città; di rado
s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e
provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di
vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione
alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo
stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un
soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la
necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i
fautori del _federalismo_ provinciale incapaci d'avvertire a due fatti
elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per
trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o
tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia,
dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:--che non esce
dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra
provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro
confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,

    Fra quei che un muro e una fossa serra

furono tra città e città; tra città d'una stessa provincia: tra Pavia,
Como, Milano, tra Pisa, Siena, Arezzo, Firenze, tra Genova e Torino, e
così nell'altre zone d'Italia, non tra Lombardia e Piemonte, tra Toscana
e Romagna, fra le terre napoletane e quelle del Centro.--Or non
composero quelle città tutte gare e discordie sotto reggimenti comuni?
Non vissero in lunga pace tra loro sotto un solo padrone? Se le vecchie
contese dovessero riardere al soffio della libertà, noi dovremmo tornare
alle cento repubblichette dell'evo medio, non agli Stati e alle grandi
Provincie. È tra noi un solo _federalista_ che spinga la logica fino a
quei termini?

«Non esiste fra noi dissenso tra zona e zona, tra provincia e provincia.
Gli osservatori superficiali, gli stranieri segnatamente, udirono
talora, negli ultimi cento anni, in Italia, lagni di servi che
s'agitavano contro altri servi lenti a rispondere all'agitazione; o
ricordi orgogliosamente invocati, quasi a inanimarsi, di glorie locali;
o rimproveri avventati da una ad altra provincia, tristissimo sollievo
di schiavi che tentano addormentare col malignarsi reciproco il dolore e
la vergogna delle catene; e ne desunsero pericoli pel futuro, senza
intendere che la libertà di tutte cancellerebbe in un subito le cagioni
dell'aspreggiarsi e che la campana a stormo della Nazione imporrebbe
silenzio, coll'annunzio d'un lieto collettivo avvenire per tutti, ad
ogni garrito. Dimenticarono la singolare unità colla quale parecchi anni
prima del 1789, furono predicate e tentate riforme simili ovunque, per
tutte le parti della Penisola. Dimenticarono l'unità di governo, di
legislazione, di commercio che strinse in uno, sul cominciare del secolo
e senza che un solo germe d'interna discordia apparisse, quasi otto
milioni d'italiani del Veneto, della Lombardia, delle provincie Romane.
Dimenticarono l'entusiasmo col quale i popolani di Genova, nemici
apparentemente irreconciliabili al Piemonte pochi dì prima, versavano
fiori nel 1821 sui militi piemontesi che accennavano movere contro gli
Austriaci--il grido potente d'ITALIA frainteso dieci anni dopo dai
miseri Governi provvisori del Centro, ma unanime tra i popoli
insorti--l'ardente apostolato Unitario delle nostre associazioni segrete
negli anni che seguirono--il sangue versato da martiri di tutte
provincie d'Italia in nome della Patria comune--e segnatamente il
_principio_: che un Popolo non more nè s'arresta mai sulla via prima
d'avere raggiunto l'intento storico supremo della propria vita, prima
d'aver compita la propria missione. Or la Missione Nazionale d'Italia
era additata dalla geografia, dalla lingua, dalle aspirazioni profetiche
dei nostri Grandi d'intelletto e di core, e da tutta una splendida
tradizione storica che potea facilmente disotterrarsi sol che dai fatti
delle aristocrazie o dalle azioni degli individui si scendesse a
studiare la vita del nostro popolo. La Nazione, dicevano, non ha
esistito mai: non _può_ dunque esistere. La _Nazione_, noi dicevamo
dall'alto della sintesi dominatrice, _non ha esistito finora, esisterà
dunque nell'avvenire_. Un popolo chiamato a compiere grandi cose a
benefizio dell'umanità _deve_ un dì o l'altro costituirsi in Unità di
Nazione.»

E il nostro popolo s'avviò lentamente d'epoca in epoca verso quel
_fine_. Soltanto, la storia del nostro popolo o della nostra Nazionalità
ch'è una cosa con esso, non fu, come dissi, scritta finora. A me pesa
più assai che non posso esprimere di dover portare inadempito alla
sepoltura il desiderio lungamente accarezzato di tentarla a mio modo. Ma
chi vorrà e saprà scriverla senza affogare i punti salienti del
progresso italiano sotto la moltitudine dei minuti particolari, e
sorvolando di _periodo in periodo lo sviluppo collettivo dell'elemento
italiano_, darà base fermissima di tradizione all'Unità della Patria; e
sarà la sua ricompensa. Dimostrata cogli antichi ricordi, coi vestigi
delle religioni, e colle recenti ricerche etnografiche, l'indipendenza
assoluta del nostro incivilimento primitivo dall'Ellènico posteriore
d'assai, lo scrittore torrà le mosse, per additare i primordi della
nostra Nazionalità, dalle tribù Sabelliche le quali collocate, come più
sopra accennai, intorno all'antica Amiterno, assunsero prime, congiunte
agli Osci, ai Siculi, agli Umbri, il sacro nome d'Italia, e iniziando la
fusione degli elementi diversi sparsi sulla Penisola, mossero a
configgere la loro lancia, simbolo d'autorità, nella valle del Tebro,
nella Campania e più oltre. Fu la prima _guerra d'indipendenza_
dell'elemento italiano contro l'elemento, d'origine probabilmente
semitica, chiamato dagli antichi pelasgico. La seconda fu quella
condotta dai Romani Italiani contro l'elemento celtico e Gallo: guerra
divisa in due periodi che comunque sovente s'intreccino l'uno coll'altro
potranno pur sempre e facilmente scernersi siccome distinti dallo
scrittore. Il primo, nel quale diresti che l'Italia segnasse a Roma i
termini della sua missione unificatrice dicendole: _sarò tua a patto che
la tua vita s'immedesimi colla mia_, ha il proprio punto culminante
nella guerra colla quale le città socie, risuscitato il vecchio nome
d'Italia e battezzando di quel nome il centro della Lega, Corfinio,
chiesero e ottennero la cittadinanza di Roma che poi s'estese a quanti
vivevano tra l'Alpi e il Mare: il secondo, mira colle forze romane
convertito in italiche, a promuovere il trionfo dell'elemento indigeno
sugli elementi stranieri. Poi venne il grido-programma, che l'epoca
successiva dovea raccogliere, di Spartaco. Poi la dittatura di Cesare
che conchiuse la prima epoca della fusione italiana. Era fusione, più
che sociale, _politica_; ma italiano a ogni modo era, nelle forme
materiali, verso il conchiudersi di quell'epoca, l'incivilimento
rappresentato da Roma; italiani di tutte provincie erano gli ingegni che
in Roma si concentravano; italiana era la rete di vie che vi mettea
capo: italiano il diritto civile: italiano il sistema municipale:
italiana l'aspirazione dei popoli. E la seconda epoca che s'iniziò tra
le incursioni barbariche incominciò e proseguì con pertinacia
mallevadrice di vittoria il lavoro di fusione _sociale_, ch'oggi ci
rende capaci di farci Nazione.

E lo scrittore della Storia invocata mostrerà come, smembrata l'unità
politica e spento apparentemente il moto nazionale condotto con rapidità
prematura e per via di conquista da Roma, il lavoro di fusione si
rifacesse per intima spontaneità e localmente dal popolo, e come le
popolazioni, disgiunte com'erano, sembrassero obbedire a una forma
identica per ogni dove, tanto le vie seguite da quel lavoro apparvero
simili e generatrici di conseguenze uniformi. Due elementi prepararono,
in quell'epoca d'apparente dissociazione che ha nome di medio evo,
l'unità della Patria Italiana: l'elemento cristiano rappresentato sino
al decimoterzo secolo dalla Roma papale, e custode dell'unità morale: e
l'elemento municipale che sopravvivendo profondamente italiano alle
invasioni, logorò appoggiandosi sul popolo, il predominio successivo
delle razze straniere, e le ineguaglianze sociali che la conquista aveva
impiantato o radicato in Italia. La storia del primo elemento fu dettata
sempre da una cieca superstiziosa adorazione o dagli uomini puramente
negativi del materialismo, ed è necessario rifarla. La storia del
secondo fu trasandata e sommersa nella storia della individualità
prominenti o dei fatti esterni: pochi, se pur taluno, scesero e a balzi,
fino alle radici della vita italiana. Il moto fu tutto di popolo e
contro le aristocrazie politiche, feudali, territoriali, che avrebbero,
perpetuandosi, perpetuato lo smembramento. Al di sotto dei nobili, degli
eredi dei conquistatori, sprezzatori, alteri, ignoranti e infangati di
passioni sensuali, i lavoratori delle terre, gli uomini di commercio e
d'industria, gente di razza nativa, si giovavano della noncuranza dei
padroni per l'arti utili e produttive ad arricchirsi con esse: si
giovavano financo della triste necessità che, rotte le comunicazioni tra
l'Italia e l'altre parti d'Europa, imponeva agli abitatori delle nostre
contrade di nutrirsi coi prodotti del suolo, a richiamare in vita
l'agricoltura decaduta negli ultimi tempi dell'impero. La piccola
coltura sottentrò all'inerzia degli spenti o scacciati proprietarî di
latifondi. La vita localizzata, migliorando tacitamente e afforzandosi
delle immortali tradizioni romano-italiche e riconquistando
inavvertitamente terreno, preparò il moto splendido dei nostri Comuni, e
una classe operosa, industriale, avversa a tutte distinzioni arbitrarie,
a tutte ineguaglianze non fondate sul lavoro, a tutte supremazie traenti
origine dalla conquista o da permanenti influenze straniere. Nella
storia di quella classe è il vero _criterio_ col quale devono giudicarsi
le nostre vicende. In essa è la norma del progresso italiano e della
nostra unificazione: in essa il segreto delle tendenze democratiche
onnipotenti checchè si faccia sulla nostra vita e che condurranno quando
che sia inevitabilmente l'Italia all'ideale repubblicano. La doppia
protesta dell'elemento popolare Italiano contro l'elemento tedesco da un
lato, contro l'elemento feudale dall'altro, emerse sempre, attraverso
errori, illusioni e contradizioni momentanee inseparabili da ogni
storia di popolo, dai tempi d'Ottone I sino a quelli di Carlo V. La
guerra dell'elemento italiano contro il predominio straniero comincia
visibile tra il X secolo e l'XI nel tentativo di Crescenzio,
nell'elezione d'Arduino d'Ivrea, nelle risse continue di Pavia, di
Ravenna, di Roma, fra Tedeschi e Italiani, nei moti di Milano contro
vescovi e grandi fautori dell'elemento anti-italiano; cova nel
gigantesco tentativo frainteso sinora dai nostri di Gregorio VII;
scoppia tremendamente eloquente nella Lega Lombarda; s'ordina nei nostri
Comuni; vive nei pensieri rimasti a mezzo d'Innocenzo III, e va oltre.
La guerra dello stesso elemento contro le aristocrazie feudali e altre
si manifesta verso lo stesso periodo di tempo nei tentativi del Mottese
Lanzone, nelle ispirazioni della contessa Matilde, negli asili aperti
dai Benedettini della valle del Po agli schiavi fuggiaschi, nel moto
emancipatore dei servi convertiti in liberi contadini, e procede aperto,
innegabile nelle nostre repubbliche. L'una e l'altra preparano la nostra
Unità.

E il moto unitario procede anche dopo caduta l'ultima libertà italiana
in Firenze e quando, muta ogni vita pubblica, tra dominazioni straniere
e principati abbietti vassalli dello straniero, appare spenta per sempre
ogni speranza di Patria. La vita locale, compressa dalla violenza,
s'estende nella sua base. Poche tra le sue manifestazioni riescono in
quel terzo periodo, visibili; ma quelle poche assumono carattere
universale, italiano. Lo storico dovrà rintracciarne lo sviluppo negli
studî dei nostri giurisprudenti, nell'iniziarsi d'una scuola economica
accettata teoricamente, poi che la pratica era allora impossibile dagli
ingegni d'ogni parte d'Italia, nel decadimento degli statuti locali,
nella tendenza a basi di legislazione uniformi, nel nostro moto
filosofico del secolo XVII, nella lenta rovina dell'ultime aristocrazie
combattute per sete di potere dalle tirannidi o avvilite per la loro
evidente impotenza dal disprezzo dei popoli, e nel tacito accrescersi di
quella classe data all'industria, all'agricoltura, al commercio, al
lavoro, sorta, come fin da principio accennai, dalle viscere della
nazione e imbevuta di tendenze, abitudini, aspirazioni uniformi da un
punto all'altro d'Italia. Tu senti, addentrandoti sotto lo strato di
servaggio steso su tutto il paese in cerca della vita latente, che
l'energia di quella vita potrà essere più o meno indugiata nelle sue
rivelazioni, ma che le prime saranno di Nazione, non di Provincie o di
Stati. E tali apparirono sul finire del secolo XVIII. D'allora in poi
l'Italia, martire o combattente, non ebbe più che una sola bandiera.

Sì, l'Unità fu ed è nei fati d'Italia. Il primato civile Italico che
s'esercitò coll'armi e colla parola dai Cesari e dai Pontefici è serbato
una terza volta al Popolo d'Italia, alla Nazione. Quei che fin da
quaranta anni addietro non vedevano la progressione segnata verso quel
_fine_ dai periodi successivi della vita italiana, non erano se non
ciechi d'ogni lume di storia; ma quei che davanti alla potente
manifestazione del nostro popolo s'attentassero oggi di ricondurci a
disegni di confederazioni o d'indipendenti libertà provinciali,
meriterebbero di essere infamati traditori della Patria loro. Il
_federalismo_ tra noi non solamente impicciolirebbe ad arbitrio la vasta
associazione di forze, di lavori, di lumi che l'Unità deve ordinare a
servizio di ciascun individuo--non solamente susciterebbe dalla
inevitabile disuguaglianza degli Stati quel perenne squilibrio tra le
_forze_ e le _pretese_, che cova i semi dell'anarchia e del dispotismo
ed è piaga mortale a tutte federazioni--non solamente ordinerebbe la
debolezza del paese, abbandonandolo facile preda all'invidie, alle
perfide suggestioni, alle invaditrici influenze di gelosi e potenti
vicini--ma cancellerebbe a prò d'una non _realtà_, ma _menzogna_ di
libertà locale, la MISSIONE dell'Italia nel mondo. E so che la
Confederazione è disegno e consiglio insistente di tale che molti fra i
nostri reputano tuttavia amico e protettore della Causa Italiana; ma so
pure ch'egli è straniero, perfido e despota; e se gli Italiani gli
prestassero orecchio sarebbero a un tempo colpevoli e stolti. Ch'ei
cerchi costituirci deboli per dominarci, è facile intenderlo; ma il
fatto stesso del suggerimento sceso da tale sorgente dovrebb'essere per
noi uno de' più potenti argomenti a respingerlo. Dopo lungo e severo
esame delle interne condizioni d'Italia, il Genio che fu capo alla
stirpe proferiva dalla terra d'espiazione la seguente sentenza:
_L'Italia è circondata dall'Alpi e dal Mare. I suoi limiti naturali sono
determinati con tanta esattezza che la diresti un'isola... L'Italia non
ha che centocinquanta leghe di frontiera col continente Europeo e quelle
centocinquanta leghe sono fortificate dalla più alta barriera che possa
opporsi agli uomini... L'Italia isolata fra i suoi limiti naturali... è
chiamata a formare una grande e potente nazione... L'Italia è una sola
nazione; l'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve in un
avvenire più o meno lontano riunire i suoi abitanti sotto un solo
governo... E Roma è, senz'alcun dubbio, la Capitale che gli Italiani
sceglieranno alla patria loro_[81]. Pongano i vostri Ministri, o
Italiani, a capo dei loro dispacci al nipote le linee or citate, e gli
dicano recisamente di non frapporsi fra l'Italia e la sua missione.

Missione ho detto; e in quella parola sta infatti la decisione suprema
della quistione agitata.

È tempo che la scienza politica rompa in Italia il cerchio d'opportunità
menzognere, di concessioni codarde agli interessi d'un giorno, e di
sommessioni abbiette a calcoli di gente non nostra, che l'iniziativa
monarchica imperiale ha segnato d'intorno a noi, e si sollevi
all'altezza dei sommi principî morali, senza i quali non è virtù
rigeneratrice nè vita gloriosa e durevole di nazione. Io venero
quant'altri l'alto intelletto di Machiavelli e più ch'altri forse
l'immenso amore all'Italia che solo scaldava di vita quella grande anima
stanca, addolorata di sè stessa e d'altrui; ma voler cercare nelle
pagine ch'egli dettò sulla bara dove padroni stranieri e papi fornicanti
con essi e principi vassalli bastardi di papi o di re avevano inchiodato
l'Italia, la legge di vita d'un popolo che sorge è mal vezzo di scimmie
e di meschini copisti per impotenza propria, del quale i nostri giovani
dovrebbero oggimai vergognare. Noi da Machiavelli possiamo imparare a
conoscere i tristi, e quali siano le loro arti e come si sventino e per
quali vie, corrotti e inserviliti, muojano i popoli; non come si
ribattezzino a nuova vita. E si ribattezzano, calcando risolutamente una
via contraria a quella sulla quale s'innestarono ad essi i germi di
morte, con un culto severo della Morale, coll'adorazione a una grande
Idea, coll'affermazione potente del Diritto e del Vero, col disprezzo
degli espedienti, coll'intelletto del vincolo che annoda in un moto
religioso, sociale, politico, con un senso profondo del Dovere e d'una
alta missione da compiersi: missione che esiste veramente dovunque un
popolo è chiamato ad essere Nazione, e l'oblìo della quale trascina
inevitabilmente, quasi espiazione dell'egoismo e della sterile vita,
decadimento, invasioni e dominazione straniera. Oggi i poveri ingegni
che s'intitolano Governo, e non governano nè amministrano, intendono a
far l'Italia Nazione chiamandola a risalire la via per la quale lungo
tre secoli discese verso l'abisso e vi periva, se non erano i fati e gli
istinti generosi dell'inconscio suo popolo.

Ha l'Italia o non ha una missione in Europa? Rappresenta il paese che ha
nome Italia un certo numero d'uomini, poco importa se migliaja o
milioni, indipendenti naturalmente gli uni dagli altri e soltanto
aggruppati a nuclei in virtù di certi interessi materiali comuni il cui
soddisfacimento è reso più facile e più securo da un certo grado
d'associazione? O rappresenta un elemento di progresso nel consorzio
Europeo, una somma di facoltà e tendenze speciali, un pensiero, una
aspirazione, un germe di fede comune, una tradizione distinta da quella
dell'altre Nazioni e costituente una unità storica tra le generazioni
passate, presenti e future della nostra terra?

A ciascuno di questi due termini del problema corrisponde una scuola
politica.

Corrisponde al primo, la scuola che si fonda sul _diritto_ individuale:
corrisponde al secondo quella che ha per base il _dovere_ sociale.

La scuola del diritto individuale è, illogicamente, _federalista_. Io
dico illogicamente, perchè, per essere logica, essa dovrebbe andare sino
all'autonomia d'ogni Comune. Lo Stato non dovrebb'essere per essa che un
aggregato, una federazione di molte migliaja di Comuni; la Nazione una
_forza_ destinata a proteggere nell'esercizio de' suoi diritti ciascuno
di quei Comuni--e non altro. E fu tale infatti la definizione dello
Stato data dal federalista Brizzot, ricopiata più dopo da Beniamin
Constant e da tutti i politici della Monarchia ristorata Francese e
sviluppata recentemente sino nell'ultime deduzioni dal francese
Proudhon.

La scuola del _dovere_ sociale è essenzialmente e logicamente Unitaria.
La vita non è per essa che un _ufficio_, una _missione_. La norma, la
definizione di quella missione non può trovarsi che nel termine
_collettivo_ superiore a tutte le _individualità_ del paese: nel popolo,
nella Nazione. Se esiste una missione collettiva, una comunione di
dovere, una solidarietà fra tutti i cittadini d'uno Stato, essa non può
essere rappresentata fuorchè dall'Unità Nazionale.

La prima, scuola d'analisi e di materialismo, ci venne dallo straniero.
La seconda, scuola di sintesi e d'idealismo, è profondamente italiana.
Fummo grandi e potenti, ogni qualvolta credemmo nella nostra missione;
soggiacemmo, decaduti, a forze straniere ogniqualvolta ci sviammo da
quella fede.

Tra queste due scuole gli Italiani hanno oggimai inappellabilmente
deciso. Poco importa che, sul terreno filosofico, l'ingegno intorpidito
dal lungo servaggio e l'imitazione tuttavia prevalente delle dottrine
negative straniere indugino ancora le menti nell'ipotesi materialista: i
nostri martiri affermavano, per mezzo secolo, il Dovere Nazionale,
quando morivano nel nome d'Italia, non di Toscana o Romagna; e lo
affermava il popolo quando, dimenticando ricordi locali, lunghe e
meritate diffidenze e orgoglio di metropoli e ogni cosa fuorchè la Madre
comune, gridò unanime alla Monarchia promettitrice: _Teco nell'Unità_.
Poco importa, se oggi forse riesca tuttora difficile accertare _quale_
sia la missione--ch'io credo altamente religiosa--d'Italia nel mondo: la
tradizione di due Vite iniziatrici e la coscienza del popolo Italiano
stanno testimonî d'_una_ missione; e dov'anche la doppia Unità data al
mondo non c'insegnasse la nostra, l'istinto d'_una_ missione nazionale
da compiersi, d'un concetto _collettivo_ da dissotterrarsi e da
svolgersi, additerebbe la necessità d'una sola Patria per tutti ed una
forma che la rappresenti. Quella forma è l'Unità. Il federalismo implica
molteplicità di fini da raggiungersi e si traduce presto o tardi
inevitabilmente in un sistema di caste o aristocrazie. L'Unità è sola
mallevadrice d'eguaglianza e, più o meno rapidamente, di vita di Popolo.

L'Italia sarà dunque Una. Condizioni geografiche, tradizione, favella,
letteratura, necessità di forza e di difesa politica, voto di
popolazioni, istinti democratici innati negli italiani, presentimento
d'un Progresso al quale occorrono tutte le facoltà del paese, coscienza
d'iniziativa in Europa e di grandi cose da compiersi dall'Italia a prò
del mondo si concentrano a questo fine. Nessun ostacolo s'affaccia che
non sia superabile; nessuna obbiezione che non possa storicamente o
filosoficamente distruggersi. Rimane una sola difficoltà: il come debba
ordinarsi.

Non credo occorra spendere tempo a sperdere il pregiudizio volgare che
in un ampio Stato l'Unità non possa fondarsi senza inceppare la libertà
dovuta alle singole parti. Quel pregiudizio sceso dalle affermazioni di
scrittori che non guardavano se non al governo esercitato direttamente
dal popolo nelle antiche repubbliche e furono ricopiati alla cieca dalla
turba degli impazienti o incapaci di esame, è confutato egualmente dal
ragionamento e dai fatti. La maggiore o minore estensione del terreno
non entra come elemento nella soluzione del problema: se v'entrasse, la
deciderebbe a pro nostro. La tendenza usurpatrice del Governo si
manifesta più agevolmente e più duramente in una sfera ristretta che non
nella vasta. La vita del potere centrale illanguidisce naturalmente in
proporzione inversa delle distanze: la vita locale ha mille vie per
sottrarre i proprî moti a una autorità lontana, la cui vigilanza
s'esercita da individui poco informati d'uomini e cose. Nessuna
tirannide fu più tormentosa di minuzie e insistenza di quella che nel
medio evo tenne parecchie delle nostre città: nessuna più di quella che
funestò in tempi più vicini a noi il piccolo Ducato di Modena. La
libertà può ordinarsi in uno Stato piccolo o vasto: le violazioni della
libertà sono innegabilmente più facili nel piccolo. Parlo d'usurpazione
cittadina: quella che s'esercita sopra una razza da una razza straniera
conquistatrice degenera quasi sempre in tirannide, eguale ovunque, di
soldatesca.

Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî
dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti
difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a
sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve
esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà
senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e
impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero
la funzione dello Stato a quella di _gendarme_ e fecero della Libertà
_mezzo e fine_ ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà
come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono
all'elemento _collettivo_ e ordinarono lo Stato a una tirannide di
concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo
appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di
Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo
del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della
Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere.
Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto
dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta
onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare
legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla
Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che
quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano
e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti,
senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del
passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un
solo dei termini che lo costituiscono.

I due termini che lo costituiscono sono _Associazione_ e _Libertà_: ambi
sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi,
non cancellarsi l'un l'altro.

In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta
l'_associazione_; il Comune la _libertà_.

NAZIONE e COMUNE: sono i soli due elementi NATURALI in un popolo: le
sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice
nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si
chiamino, _artificiali_, e aventi ad unico ufficio di rendere più
agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di
proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.

E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel
fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta
aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione
storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi
quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e
famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per
secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di
direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a
formare la Nazione.

E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa
sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è
potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al
Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di _tutti_ in
appoggio del diritto di _ciascuno_: è il pensiero d'Italia, il Dovere
sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a
norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione
_educatrice_ anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno,
supremo su tutte frazioni.

Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a
schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia
_coscienza_ del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di
Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda,
tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non
solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'_iniziativa_ nelle
idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il
concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la
condanna del _concentramento_ amministrativo che torrebbe, costringendo,
coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda
esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa,
d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore
dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e
indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale
prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in
anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in _diritto di fare o
non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui_, è per noi la
facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il _Dovere_, quei
che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo
progressivo del concetto di quel Dovere.

In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento
già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il _fine comune_,
dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni
collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede
all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli
interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a
cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella
Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica,
spetta al Comune. L'_Iniziativa_ è dovere e diritto dell'una e
dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo
all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato,
alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di
progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi
sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda
autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.

Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le
mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il
problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente
i limiti della doppia circoscrizione che assegna _doveri_ e _diritti_
alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza
Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la
Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da
attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà
Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle
norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta
dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da
serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione,
alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di
quelle unità.

Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio
universale, il PATTO NAZIONALE, la _Dichiarazione dei Principî_[82] nei
quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del _fine comune_,
del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e
d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare--e l'ordinamento
delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un
nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il
diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia
raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.

Allo Stato le norme per rendere universale, obbligatoria, e _uniforme_
nella direzione generale l'EDUCAZIONE NAZIONALE[83], senza l'unità
della quale non esiste Nazione: ai Comuni l'applicazione pratica delle
norme, la scelta degli uomini da _prefiggersi_ all'istruzione
elementare, il maneggio economico delle scuole, la tutela del diritto
che ogni individuo ha d'aprire altri istituti d'insegnamento:

Allo Stato, dacchè tutti i cittadini hanno debito di difendere
l'indipendenza del paese e proteggerne la missione, l'unità del sistema
militare, l'ordinamento della _Nazione armata_: ai militi d'ogni Comune,
trasformati in legione, il diritto di proporre, dal grado inferiore al
superiore progressivamente e sotto certe norme nazionalmente
prestabilite, le liste per la scelta degli uffiziali:

Allo Stato, dacchè la Giustizia non può essere se non una per tutti i
cittadini, l'unità dell'ordinamento giudiziario, i codici, la scelta dei
Giudici Supremi e dei magistrati preposti a dirigere l'amministrazione
della Giustizia: ai Comuni l'elezione dei giurati locali e dei membri di
tribunali di conciliazione e commercio:

Allo Stato la determinazione dell'ammontare del tributo nazionale e il
suo riparto sulle varie zone del territorio: ai Comuni, invigilati dallo
Stato, i tributi meramente locali, e il modo di soddisfare alla parte di
tributo nazionale assegnato[84]:

Allo Stato la formazione d'un Capitale Nazionale composto delle
proprietà pubbliche, dei beni del clero, delle miniere, delle vie
ferrate, d'alcune grandi imprese industriali, destinato in parte ai
bisogni straordinarî della Nazione e all'allievamento del tributo, in
parte a un Credito aperto alle associazioni volontarie, manifatturiere e
agricole, d'operai; ai Comuni, sotto norme generali uniformi e
invigilante il Governo Centrale, l'amministrazione di quel Capitale:

Allo Stato, la Sicurezza Pubblica per ciò che concerne i pericoli
interni di tutto il paese, le norme generali per le carceri, la
direzione d'alcuni stabilimenti Penitenziarî Centrali: ai Comuni la
tutela dell'ordine nella loro sfera, l'ordinamento della forza
necessaria a ufficio siffatto, l'amministrazione pratica delle prigioni
collocate nella loro circoscrizione:

Allo Stato, la direzione dei lavori pubblici rivolti all'utile e
all'onore di tutta la Nazione, al mantenimento e al progresso della
tradizione nazionale dell'Arte: ai Comuni le cure intorno
all'illuminazione, al selciato, all'acque, ai ponti, alle strade delle
loro località:

Allo Stato, quanto riguarda le relazioni esterne, guerre, paci,
alleanze, trattati: ai Comuni il diritto d'invigilare a che la politica
internazionale non si disvii, nel segreto, dalla missione e dal fine
della Nazione.

E via così: Dov'è, con riparto siffatto di doveri e diritti, il pericolo
d'anarchia o di tirannide? Dove il vizio d'una Nazione impotente a
calcare, per gelosia di località quasi sovrane e slegate, una via di
progresso e d'onore, o quello d'un Comune servo, come il francese,
astretto a ricevere capi e ufficiali d'ogni sorta dal Governo Centrale e
a soggiacere al suo intervento in ogni menoma operazione?

Bensì--e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso
appena accennare--se il Comune deve essere capace di proteggere nei
giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni
dell'Autorità che rappresenta l'Associazione--se in esso deve colla
elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici,
compiersi l'educazione politica del paese--se l'attribuirsi al Comune
dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non
illusione--è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo
riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola
estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare,
quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie
a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e
provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni
materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e
sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è
il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo
in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità
delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La
prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto
della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella
Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali
disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i
Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la
schiera _dottrinaria_ che predominò sul lungo periodo della così detta
Ristorazione monarchica.

E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al
bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che
il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e
parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra
gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando
anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione
interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli
agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno
convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello
sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra
le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni
nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di
tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga
potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta
disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle
città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle
separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo:
antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi
che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che
l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore
o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e
di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice,
dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.

Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la
soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo
smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè
taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto
quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando
debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici
su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le
addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa
intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità
politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di
missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per
compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici
circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in
oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il
Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante
generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati
visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia
indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri
territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini
agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici
Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento
Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila
abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni
Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni
territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e
questa divisione potrebbe forse, come nelle _townships_ del nord degli
Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le
quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e
quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo
risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla
Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi
rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione.
Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di _missi
dominici_, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due
elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento
siffatto spegnerebbe, parmi, il _localismo_ gretto, darebbe all'unità
secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso
possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai
l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola
provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente
esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia
nella quale possono più facilmente educarsi germi di _federalismo_ e
d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che
hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando
che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io
non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi
accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con
ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse
città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della
Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza
l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta
l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo
elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in
tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma
basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi
provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale
Europea.

Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro
sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di
Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà
Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune--se vorrà avere progresso
d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento
rurale e quello della città--se vorrà educare i suoi figli a dignità e
coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni,
moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i
più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato
degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione
industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda
Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e