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Title: Minerva e lo scimmione
Author: Romagnoli, Ettore
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Minerva e lo scimmione" ***

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  ETTORE ROMAGNOLI


      MINERVA
   E LO SCIMMIONE



  SECONDA EDIZIONE



       BOLOGNA
  NICOLA ZANICHELLI
       EDITORE


PROPRIETÀ LETTERARIA


Bologna--Cooperativa tipografica Mareggiani--XII-1917


  ALLA CARA MEMORIA
         DI
    DOMENICO OLIVA



INDICE

  PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE                  PAG.  IX

  PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE                     »     1

     I.--Il piede di creta                           »    21
    II.--Il corvo con le penne del pavone            »    47
   III.--La trappola scientifica                     »    69
    IV.--La macchina in funzione                     »    89
     V.--Lohengrin filologo                          »   123
    VI.--La filologia di ventura                     »   149
   VII.--La selezione alla rovescia                  »   167
  VIII.--Ceterum censeo philologiam esse delendam    »   187

  APPENDICE                                          »   193

     I.--L'edizione «Kolossal» del Decamerone        »   195
    II.--Per l'affrancamento della libreria italiana »   209
   III.--Intervista con Ugo Foscolo                  »   221



PREFAZIONE

ALLA SECONDA EDIZIONE


In talune marcite dell'«alta filologia», _Minerva e lo Scimmione_
è piombato con lo schianto d'un bolide. I filologi, lí per lí,
sono rimasti sgomenti, e si sono sprofondati nel motriglio, come
le rane d'Esopo. Poi, sempre come le rane, rane scusate, d'Esopo,
hanno ripreso animo, hanno risollevato i musi a fior d'acqua, e,
con altissimi gracidii, si sono arrampicati sull'intruso,
fiduciosi di affondarlo nella belletta. L'avevano preso per un
travicello.

Ma travicello non era. Eccolo, di nuovo a galla, sibilar dalle
pagine della seconda edizione.

                              *
                             * *

Io ebbi a scrivere, e la penna mi esitò allora a lungo fra
le dita, tanto alla mia ingenuità sembrava superflua la
dichiarazione, che assai differente è la disposizione del mio
spirito verso la cultura tedesca e verso la cultura italiana (pag.
130). Poniamo che esse siano, come io sostengo, due malate.
Ebbene, vada la prima in isfacelo; e date, date pietre a
sotterrarla, rovine di Ypres e di Lovanio, di San Quintino e di
Reims, di Asiago e d'Aquileia. Ma la cultura italiana si vuol
curare con affetto di figli. E con una malata occorre aver
pazienza, molta pazienza, e tollerarne in pace i malumori
irragionevoli, gli scatti inconsulti, i violenti rabbuffi.

Sí. Ma non già fingere di non vedere i suoi mali. Sarebbe rea
compassione. Ora, accanto ai sintomi che io già ebbi a svelare,
ecco, e appunto sotto lo stimolo del mio libro, sono apparse altre
stimmate. E stimmate vergognose.

                              *
                             * *

Minerva e lo Scimmione è un libro di battaglia: e, se volete,
d'attacco. Io combatto metodi e idee. E poiché dietro i metodi e
le idee ci sono gli uomini, ché mai non mi sedusse il diporto
d'affrontare mulini a vento, giustificabile, anzi desiderabile
sarebbe stato che i paladini delle idee da me combattute
insorgessero a difenderle.

Ma perché io mi limitavo appunto a combattere le idee, e il
dissenso, anche grave, in problemi intellettuali, non implica
offesa, anche ai miei contradittori incombeva il dovere di
attenersi alle armi legittime d'ogni polemica: le argomentazioni,
la eloquenza, l'ironia. E se queste armi avessero rivolte contro
me, ragione contro ragione, passione contro passione, davvero non
avrei avuto diritto di recriminare.

Invece si è seguita un'altra via: si è tentato di sopraffare
il mio libro e me stesso con metodi che ricordano tempi e
disposizione d'animi che da un pezzo dovrebbero essere sepolti. Mi
spiace tediare il lettore con tali miserie; ma è necessario per le
mie conclusioni. E, d'altra parte, in tutti questi maneggi è una
punta d'involontaria comicità che ne tempera la squallida
sciocchezza.

Si è dunque organizzato un vero e proprio attacco, suddiviso in
varie fasi, che, se nell'ordine reale di svolgimento presentarono
qualche interferenza, nel prestabilito ordine teorico si possono
allineare nel seguente modo.

=A=--Avvisaglia d'una banda di anonimi (cinque), che, in
giornaletti clandestini o in libelli volanti, spediti, senza
riguardo a spesa, a tutti i «centri di cultura», proponevano e
svolgevano i tèmi seguenti:

1) Il mio libro non era frutto di convinzione sincera, né rivolto
a combattere metodi e idee. Attraverso queste, volevo colpire
uomini odiati.

2) Era ispirato ad opportunità politica.

3) Tanto vero che prima della guerra ero appassionato ammiratore
della Germania.--A questa ultima ridicola asserzione risponde il
mio volume _Vigilie italiche, Breviarî intellettuali, N. 99_.

=B=--Uno degli anonimi, emulo dei costumi del cúculo, aveva
deposte le sue note nell'opuscolo non anonimo d'un minuscolo
filologo scientifico. In questo opuscolo si discutevano, in due
capitoli differenti, il mio _Scimmione_, e i libri di testo d'un
professore di storia che ha da solo piú ingegno di tutti i
filologi scientifici messi in fascio, e che in un suo articolo
aveva denunciata la infecondità e la miseria d'un insegnamento
impartitogli dalla cattedra universitaria col piú severo «metodo
filologico scientifico». Questo accoppiamento di bersagli, anodino
in apparenza, spianò man mano la via ai piú subdoli equivoci.

=C=--Un giornalista fece in una grande effemeride una lunga
recensione dell'opuscolo. E cosí, accortamente sanato il difetto
dell'anonimia, ebbero modo di venire alla luce non solo gli
argomenti, chiamiamoli cosí, del piccolo filologo firmato, ma
anche, e di preferenza, le insinuazioni e le calunnie dell'occulto
cúculo postillatore.

=D=--Il medesimo giornalista si diede a _intervistare_ persone
_autorevoli_, e a sollecitare la loro opinione intorno al mio
libro. All'affettuoso grido risposero quattro professori, tutti e
quattro dell'_Istituto superiore_ di Firenze. Il giornalista
dichiarò perentoriamente che essi erano «_gli unici letterati e
filologi in questo dibattito_». Quelli, sicuri per tanto avallo,
si impancarono, fieri e solenni, a giudicar la contesa. E i cuori
ben fatti intenderanno di leggieri se mi diedero torto su tutta la
linea.

                              *
                             * *

Ora intendiamoci. Io non confondo il quartetto dei professori di
Firenze col quintetto anonimo. Troppo ribaldo gesto sarebbe stato,
in verità, avventarsi prima nel buio, con una maschera sul viso, e
in pugno un randello da zanni; e poi, giunta l'alba, indossare,
grugno di corno, l'ermellino del giudice. Non può essere avvenuto.
Ma sussiste il fatto che anche questi Colleghi, e massime i due a
cui l'età e il prescelto magistero di vita avrebbero dovuto
consigliare maggior riserbo, non disdegnarono stringere le armi
ignobili e frodolente offerte ad essi dalla combriccola anonima.
Onde insinuazioni, personalità, ed equivoci si susseguirono
monotonamente e malignamente nelle suddette interviste.

Ora che cosa dovrei fare io? Opporre insinuazione ad insinuazione,
impertinenza ad impertinenza, equivoco ad equivoco? No no, cari i
miei classicisti: codeste sono armi da non invidiare al buffone
Sarmenta, da lasciare ai Messi Cicirri, e non da impugnarle i
galantuomini. Vero è che il troppo stroppia, e che alla lunga
anche un galantuomo potrebbe seccarsi. E allora vorrebbe essere
un'altra musica. Ma, anche una volta, tollera, tollera, mio cuore!
Io non nutro il menomo rancore verso queste brave persone che
tanto mostrano di nutrirne verso di me: io non ho interessi da
difendere né vendette da esercitare: né, d'altra parte, ignoro
che, quando si combattono idee troppo diffuse e rispettate,
conviene usare molta pazienza; e poi le aspre polemiche inducono
anche i piú misurati a varcare i confini delle proprie convinzioni
e della verità. E perciò mi limito a denunciare, e, ripeto, per la
salute nostra intellettuale, questi metodi polemici, che riescono
qualificati con l'esporli, e a richiamare quei due piú accaniti
Colleghi a certe norme di correttezza che mai non dovrebbero
essere violate fra persone di garbo. Che maniera è codesta, quando
altri esprima idee contrarie alle vostre, non affrontare
direttamente né combattere quelle idee, bensí fare il processo
alle intenzioni che egli ebbe, e figurarvele e dichiararle
all'Italia basse e volgari! Io credo erronei e nefasti per i
nostri studî molti principî nei quali voi ciecamente giurate; e li
combatto con tutte le armi lecite della polemica, dalle quali
niuno pretese mai di escludere né l'ardore né l'ironia né il
sarcasmo. Ma io non ho insinuato mai che a sostener quei principî
vi abbia indotto interesse materiale o altra passione meno che
nobile: io non ho mai proclamato che voi non cerchiate e non
amiate la verità.

Se non che, Signori miei, la verità non è oggetto da farne
monopolio né voi né nessuno. L'amore che io nutro per essa è puro
e profondo e senza macchia: e non tollero che altri ne dubiti. Se
a voi giova costruirvi un sacello, collocarvi un idolo, adorarlo
genuflessi, è affar vostro, e buon pro' vi faccia. Ma se altri
rifiuta di prostrarsi al vostro fianco, nessuno vi concede il
diritto di gridare al sacrilegio. La verità che io vedo chiara,
che io credo utile, ho non solo il diritto, ma il dovere di dirla,
e dirla forte. E questo diritto lo rivendico per me e per tutti.
Non son piú tempi da conventicole, da chiesuole, da tirannidi
letterarie. Cessino una buona volta le angherie, le imposizioni,
la tracotanza. E cessi il vergognoso ricorrere alle arti subdole,
alle vie traverse, alle opposizioni materiali. Le battaglie
dell'intelletto vogliono esser vinte con l'intelletto. Chi è
incapace di adoperare quest'arma, si ritiri dal campo.

                              *
                             * *

Or lasciamo queste miserie. Insieme con le insinuazioni, potete
rispondermi, abbiamo esposto argomenti. Confutateli, è la vostra
volta.

Ecco. Prima di tutto debbo rammentarvi una verità elementare,
della quale, mi sembra, avete smarrito il ricordo: ed è che le
dispute non si risolvono a colpi di maggioranza. Per dimostrare
che io fossi nel torto, si sono moltiplicate le interviste: mi si
è sguinzagliata contro una clamorosa turba di untorelli filologi:
si sono invocati _referendum_, rimasti in asso, credo, pel buon
senso degli interpellati: l'_Atene e Roma_, palladio in Italia
degli studî classici, s'è radunata, e ha deliberato di mobilitare
contro lo _Scimmione_ le fitte caterve dei suoi soci.

Ebbene, e che cosa significa il giudizio delle moltitudini in
questioni di pensiero? Cinquanta argomenti cattivi non ne scalzano
uno buono. E un argomento, buono o cattivo, ripetuto cinquanta
volte, vale per uno, e non per cinquanta.

Ora, e negli opuscoletti, e nei giornaletti, e nelle
intervistette, si sono sempre ripetuti, con fastidiosa insistenza,
i medesimi argomenti o pseudo argomenti. E neppure su questi
rispondo a voi direttamente, per parecchie ragioni, che enumero.

Prima e capitale, perché rispondo solo a chi mi interpella
gentilmente, e non a chi vuol farmi il sopracciò; a chi cerca la
discussione, e non a chi provoca la rissa.

Seconda, perché, o non vi siete data la briga di studiare
attentamente il mio libro, e quindi non ne avete afferrate le
idee; o avete fatto finta di non capirle. Sicché m'avete fatto
tacere quello che ho detto espressamente, e dire quello che non ho
detto, e avete combattute le mie idee dopo averle divelte dalle
radici ond'esse derivavano ogni loro vigore. Or queste non sono le
armi dei logici, bensí dei sofisti: non di chi cerca sinceramente
la verità, bensí di chi vuole avere ragione ad ogni costo. Ma io
cerco la verità, e non intendo impegolarmi in gare di sofismi.

Terza ragione: perché i vostri argomenti sono viziati da un
peccato logico originario, che stempera, anzi distrugge ogni loro
vigore. Tutti, infatti, i miei oppositori concordano in un punto:
nell'ammettere come assioma la incrollabile solidità del metodo
filologico scientifico. E l'un d'essi lo paragona ad una piazza
forte, nella quale chi c'è, è in una botte di ferro, e chi è
fuori, ogni acqua lo bagna. E un secondo lo assimiglia al siero
Behring, che sarà tedesco, ma se i nostri bambini sono attaccati
dalla difterite, siero Behring deve essere. E un terzo, piú
fantasioso, con peregrina immagine squisita, sentenzia che chi
vuole rinunciare a questo metodo «per far dispetto ai tedeschi, fa
come quel marito che per far dispetto alla moglie si privò da sé
stesso della possibilità d'essere piú mai un valido marito». Dove,
fra parentesi, e con la debita deferenza, faccio osservare al
Collega, che con questo paragone egli viene ad assimigliare gli
uomini e i metodi che intende esaltare, ad organi del nostro
corpo, i quali, pure essendo utilissimi e nobilissimi, da tempo
immemorabile vengono assunti come termini di confronto a
significare, oh ingratitudine umana!, la cocciutaggine e la
mellonaggine. Occhio alle immagini, caro Collega! Bisogna saperle
acchiappare, se no mordono la mano al serparo.

Dunque, filologi belli, voi partite dal postulato che codesto
«metodo scientifico» sia piazzaforte, siero salutifero, succo
vitale. Ma io penso di aver dimostrato nel mio libro che esso è
invece pantano, tossico e marciume. Quindi, se volete confutarmi,
dovete prima dimostrare falsa questa mia dimostrazione. _Hic
Rhodus, hic salta._ Non l'avete fatto, e siete caduti fin da
principio in una solenne petizione di principio.

Capisco benissimo. Voi potete credere e lasciar credere che
l'equazione filologia = scienza, se non è assiomatica per me, è
assiomatica per voi e per tutte le persone di mitidio, e assumerla
come principio, e, senza curarvi della mia dimostrazione,
dedurne giú giú, e farne luccicare, agli occhi dei creduli, le
meravigliose conseguenze. Benissimo. Ma quello storico struzzo,
nascondendo la testa sotto l'ala, non eliminò la presenza del
cacciatore.

Questa volta poi i cacciatori sono due. Già. Mentre io, investito
da voi e dalla stridula turba dei vostri accoliti, giravo intorno
lo sguardo, sgomento, costernato, esterrefatto della mia
solitudine, vidi puntar lo schioppo contro di voi tale che non
avrei mai supposto di potermi trovare compagno a simil caccia: vo'
dire Benedetto Croce.

Benedetto Croce, per l'appunto: che, dopo un periodo non breve di
germanofilia intellettuale, da qualche tempo va prodigando
graditissimi esempî di resipiscenza patriotica. E che, in un libro
uscito di questi giorni, si esprime cosí, parola per parola,
intorno al «metodo filologico scientifico». E porga orecchio anche
qualche suo cagnotto, che, scambiando le idee con gli uomini,
scese a spezzare anch'egli una lancia in difesa della bestialità
filologica.

«L'ardimento di respingere addirittura l'intromissione del
pensiero dalla storia, che era mancato agli storici diplomatici
(perché mancava loro la necessaria innocenza a tale ardimento),
l'ebbero invece i filologi, innocentissimi. E l'ebbero tanto piú
facilmente in quanto l'opinione di sé medesimi, anteriormente
modesta, si era assai accresciuta e aveva gonfiato i loro petti,
per il grado di perfezione a cui era pervenuta l'indagine delle
cronache e dei documenti, e per l'accaduta fondazione (che non fu,
a dir vero, creazione ex nihilo) del metodo critico o storico, che
si esplicava nella sottile e accurata genealogia e riduzione
delle fonti, e nella critica interna dei testi. E tanto piú
facilmente codesto orgoglio di filologi prevalse, in quanto il
perfezionamento del metodo accadeva in un paese come =la Germania,
dove la mutria pedantesca fiorisce meglio che altrove, e dove, per
effetto dello stesso abito ammirevolissimo della serietà
scientifica, la «scientificità» è assai idoleggiata, e questa
parola viene ambiziosamente adoperata per ogni cosa che concerne i
contorni e gli strumenti della scienza vera e propria, come è il
caso della raccolta e critica delle narrazioni e documenti=. I
vecchi eruditi italiani e francesi che al loro tempo fecero
compiere al «metodo» avanzamenti non minori di quelli che si
ebbero poi nel secolo decimonono in Germania, =non sognavano di
produrre cosí «scienza»=, e molto meno di gareggiare con la
filosofia e la teologia, e di poterle scacciare e surrogare col
loro metodo documentario. =Ma, in Germania, ogni meschino
copiatore di testi e collettore di varianti e scrutatore di
dipendenze tra i testi e congetturista del testo genuino, si
eresse a uomo di scienza e di critica=, e osò non solo guardare
a faccia a faccia, ma con superiorità e dispregio, come
uomini «antimetodici», uno Schelling o un Hegel, un Herder
o uno Schlegel. =Dalla Germania si diffuse questa mutria
pseudoscientifica negli altri paesi di Europa, e ora anche in
America:= sebbene in altri paesi incontrasse con piú frequenza
spiriti irreverenti, che ne risero. E allora per la prima volta si
manifestò in grado insigne quel modo di storiografia che ho
denominato «storia filologica» o «erudita»; cioè si presentarono
camuffate come storie, e come sole degne e scientifiche storie, le
piú o meno giudiziose compilazioni di fonti, che pel passato si
dicevano _Antiquitates_, _Annales_, _Penus_, _Thesauri_, e simili.
La fede di quegli storici era riposta in un racconto, del quale
ogni parola potesse appoggiarsi a un testo, e niente altro ci
fosse che quanto era nei testi, sceverati e ripetuti, ma non
pensati dal filologo narratore: la loro speranza, nel poter
assurgere a poco a poco, movendo da compilazioni circa singoli
tempi, regioni ed avvenimenti, a compilazioni comprensive,
riassumenti di grado in grado le meno comprensive, sino a ordinare
l'intero sapere storico in grandi enciclopedie, delle quali
forniscono saggi quelle, ora sistematiche ora lessicali, che sono
state messe insieme da gruppi di specialisti, guidati da un
direttore specialista, per la filologia classica, romanza,
germanica, indoeuropea e semitica. A togliere aridità ai loro
lavori, i filologi s'inducevano talvolta a mettervi qualche
ornamento di commozioni affettive o di sguardi ideali; e
attingevano le une e gli altri ai loro ricordi ginnasiali, alle
frasi della filosofia di moda e alle comuni disposizioni
sentimentali verso la politica, l'arte o la morale. Ma tutto ciò
facevano con molta moderatezza, per non perdere la reputazione di
gravità scientifica e per non fallire al rispetto dovuto alla
scientifica storia filologica, che disdegna i vani ornamenti onde
si compiacciono filosofi, dilettanti e ciarlatani».

Che cosa ne dicono gli illustri zelatori della filologia
scientifica? Sembra o non sembra un succoso riassunto di _Minerva
e lo Scimmione_?

So bene che, un passo piú in là da questa concordia iniziale, fra
Croce e me dovrà incominciare il dissenso. Il Croce piú d'una
volta si dimostrò e si dichiarò disposto a tollerare che questo
gramo filologismo séguiti a soppiantare e storia e letteratura e
filosofia nelle Università, che egli sembra concepire come una
specie di asilo della mediocrità abbandonata; mentre io credo che
nell'Università abbia diritto di cittadinanza soltanto la vera
scienza; e la scienza comincia dove comincia il pensiero. Ed anche
intorno ai modi onde il pensiero deve dar vita alla mole inerte
dei dati filologici, non andrò certo d'accordo col pensatore
d'Abruzzo. Egli vagheggia moduli e metodi spremuti dal metafisico
mosto alemanno: io credo, ed esporrò altrove le ragioni di questa
mia fede, che la salvezza dei nostri studî dipenderebbe da un
vigoroso colpo di barra che riconducesse nettamente il pensiero
italiano nel gran solco che da Leonardo e Galileo giunge a
Romagnosi, a Cattaneo, a Giuseppe Ferrari (calma, oh nuovi
hegeliani!), per poi confondersi in un grande estuario di non
infeconde ma torbide acque germaniche. Ma questo non vuol dire. La
mira al «metodo scientifico» è aggiustata bene, la schioppettata
colpisce in pieno. Struzzo, béccatela.

Ultima ragione per cui non rispondo al quartetto dell'Istituto.
Perché le loro argomentazioni e le loro ragioni vennero ripetute,
ma con la schiettezza che distingue chi cerca soltanto la verità,
col garbo che si addice a persona civile, da un altro Collega, dal
professore Ernesto Buonaiuti dell'Università di Roma. Al quale,
poiché egli dichiara che le sue pagine rispondono all'invito da me
rivolto agli studiosi nella prefazione al mio libro, mi parrebbe
scortesia non rispondere[1].

E in tale risposta sarà implicita la confutazione ai meno garbati
Colleghi.

                              *
                             * *

Chiarirò prima, brevemente, un paio di malintesi. Il Buonaiuti mi
fa dire che «il ciclo transitorio destinato allo svolgimento della
pura ricerca filologica è oramai concluso per sempre». Ma io non
ho detto questo. Ho detto che il sano lavoro filologico che si
poteva fare intorno ai grandi classici è quasi interamente
esaurito. Ma siccome riconosco che il primo studio d'ogni
disciplina storica, cioè la raccolta e l'epurazione del materiale,
deve essere severamente filologico; è chiaro che, finché ci
saranno codici nuovi da esplorare, finché verranno alla luce nuove
iscrizioni od epigrafi, sinché l'Egitto seguiterà ad offrirci i
nuovi doni, che, per dire la verità, a me non sembrano tanto
magnifici quanto sembrano al Buonaiuti; in tutti questi casi,
anche secondo me, il metodo strettamente filologico troverà la sua
ragion d'essere nobile e legittima.

Però, senta il Buonaiuti. Queste ragioni le vada a riferire a
qualcuno dei filologi autentici, degli zelatori del puro metodo
filologico scientifico, e sentirà. Si sentirà dare del dilettante.
Che papiri d'Egitto! La filologia ripete la sua ragion d'essere da
sé medesima, come il Creatore dell'universo. È fine e non già
mezzo. Manipolare i testi, mantrugiarli, emendarli, supplirli,
potarli, infiocchettarli, allontanarsi dai codici, riavvicinarsi
ai codici, riallontanarsene, ririavvicinarcisi, stampare i membri
ritmici l'uno dietro l'altro, in versi lunghi, ridurre un'altra
volta i versi lunghi in membretti e sottomembretti ritmici, questo
ibis redibis è il vero e proprio lavoro della filologia. La
filologia fatta per i testi? I testi, dilettanti che non siete
altro, son fatti per la filologia! I testi offrono il materiale
bruto, col quale e sul quale i filologi tedeschi o intedescati
edificheranno poi le loro moli informi e massicce, o i loro
castelli trascendentali, arieggianti, con nobile emulazione, le
babeliche torri di concetti onde i sommi metafisici alemanni
attinsero e svelarono l'autentico mistero dell'essere. E diffidare
delle contraffazioni.

Tale, mi creda il Buonaiuti, è la fede dei puri filologi
scientifici. Quando mettete il loro credo in soldoni, strepitano
che non è cosí. Ma il Buonaiuti ascolti il Vangelo, e giudichi
dagli atti e non dalle parole. Contro questa maniaca ed orgogliosa
concezione della filologia ho scagliato il mio delenda. Contro
l'arrogante serva padrona, e non contro la seduta ancella, i cui
servigi potranno tornare utili ancora per lungo ordine d'anni, e
magari per sempre.

                              *
                             * *

Anche piú mi sorprende l'altra accusa del Buonaiuti. Io
«rimprovero ai critici tedeschi, quasi avessero commesso una
profanazione, di avere richiamato l'attenzione sul cosí detto
periodo ellenistico».

Io? Qui mi par di sognare. E parrà anche al lettore che vorrà
controllare le mie precise parole (pag. 107). Io ho rimproverata
ai critici tedeschi e ai loro imitatori italiani la valutazione
esagerata di quel periodo: supervalutazione che, per contraccolpo,
ha prodotto la svalutazione dei veri grandi, a cominciar da Omero
(vedi pag. 105). Ora, questi spropositi, pronunciati da persone
credute competenti, in materia dove è difficile il controllo, per
la difficoltà della lingua, sono deleterî: assai piú deleterî che
non gli errori di fatto. Credere che la battaglia di Maratona sia
avvenuta il 470, sarà meno dannoso che non reputare Callimaco
poeta sovrano, e Omero vate da colascione, Corinna ape nutrita
dalle Muse, e Pindaro sgrammaticato guastamestieri, Timoteo (non
alessandrino, ma degno d'essere alessandrino) artefice sommo, ed
Eschilo tragediografo da fantocci. Queste sciocchezze screditano
l'arte classica agli occhi delle persone piú facili: agli occhi
degli artisti screditano gli studiosi di quell'arte, e, per
conseguenza, i medesimi studî classici. Chi li propala, tradisce
la sua missione di dotto: anzi, non è piú dotto: bensí, o sofista
o cerretano.

E da questo mio presunto bando al periodo alessandrino il
Buonaiuti trae una illazione anche piú ampia: io «mi pongo da un
angolo visuale circoscritto ed unilaterale»; io «non vedo nulla al
di là della produzione classica». La illazione è arbitraria:
tuttavia la ricordo, perché mi offre il destro di chiarire un
altro punto. Di distinguere, cioè, tra ricerca erudita e scuola.
La erudizione si occupi fin che vuole dei minimi fatti, dei minimi
autori: è suo diritto. Ma nelle scuole, anche universitarie, si
devono studiare i grandi, e solo i grandi. Il contatto con la
grande arte e con le grandi anime eleva i giovani e li accende ad
opere egregie: razzolare nelle minuzie isterilisce il cuore e
l'ingegno.

                              *
                             * *

E fin qui, dunque, chiariti gli equivoci, fra il Buonaiuti e me
esiste sostanziale concordia. Ora, poi, comincia il dissidio.

Tralasciando infatti i particolari, e venendo al nodo della
questione, il Buonaiuti non accoglie questo mio concetto della
filologia ancella; anzi mi richiama a quella nozione ampia
e complessa della filologia che «se fu grossolanamente e
pesantemente formulata dal Wolf, fu invece magnificamente definita
dal sommo filosofo italico, da Giambattista Vico, come =«la
scienza della esperienza umana, attraverso il discorso parlato o
scritto»=. E questa scienza «consente di abbracciare sotto
un'unica categoria le molteplici discipline che vanno sotto il
nome ben piú vago di storico-letterarie, e stringerle in un
fascio, come appaiono strette insieme sotto la denominazione di
giuridiche, filosofiche e scientifiche, le discipline che studiano
rispettivamente e interpretano la lettera (e lo spirito?
Soppresso?) del diritto, i problemi metafisici o quelli empirici».

Avvenuto il collegamento in un fascio di tutte le discipline
_storico-letterarie_, s'intende che si deve applicare ad esse un
metodo speciale di lavoro, che il Buonaiuti definisce «paziente
industria del metodo induttivo».

La definizione è senza dubbio sonora e decorativa. Stringere in
fascio i diversi rami d'una dottrina è operazione che semplifica
ed agevola l'economia del sapere. Metodo induttivo, ciò è Galileo,
scienza moderna, scoperte, chiniamo, dico meglio, chino la fronte
reverente. Ma vediamo un po' che cosa realmente significhino, a
stringerle da vicino, tutte queste belle parole.

Le discipline da raccogliere, secondo il Vico, sotto le grandi ali
della filologia, sarebbero l'epigrafia, la numismatica,
la cronologia, «i commentari» (non istorie, dunque) sulle
repubbliche, i costumi, le leggi, le istituzioni. Aggiungiamo pure
la etnografia, la geografia antica, la mitologia comparata,
l'archeologia, la diplomatica, la paleografia, ecc.

La mèta che si prefiggono tali studî dev'essere, secondo il Vico,
di confermare la tradizione _[firmare constantiam auctoritatis]_.

E quale sarà il metodo da applicare per raggiungere questo scopo?
La tradizione, con i suoi errori, le sue incertezze e le sue
alterazioni, è un fatto della intelligenza umana. Perciò cade
sotto certe leggi della psicologia, della ideologia e della
logica[2]. A queste scienze, e, in pratica, piú che altro, alla
logica formale, attinge il suo metodo questo lavoro di conferma
della tradizione.

Ora, se ciascuna delle discipline sopra enumerate, e le possibili
affini, volete chiamarle scienze, padroni, è questione di nomi. Se
volete battezzare scienza filologica il loro complesso,
accomodatevi. Se volete formulare le minute regole dei metodi
applicati a studiarle, nessuno si oppone.

Il guaio incomincia quando volete accogliere sotto quella
denominazione ed imporre quei metodi ad altre discipline che, pur
movendo dai medesimi fatti, si prefiggono altro fine ed esigono
altro metodo: cioè alla storia, alla storia della letteratura e
dell'arte, alla storia della filosofia e alla filosofia (giacché
anche questa, e massime la parte antica, si andava allegramente
convertendo in filologia).

In queste discipline, che per brevità chiamerò morali, lo scopo
supremo non è punto quello di allineare fatti, e siano pure
emendati, emendatissimi. E perché questo non è il loro scopo, non
ha diritto sovra esse il metodo che a quello scopo conduce: il
metodo _filologico_, che solo per grave abuso, lo vedremo, il
Buonaiuti identifica col metodo induttivo. Non già imporre
orgogliosamente il proprio metodo, bensí offrire con deferenza il
materiale da lei raccolto deve la filologia alle discipline
morali.

Tutto questo dovrebbe essere elementare, chiaro, assiomatico. Se
cosí oggi non sembra, è colpa del grave errore, da me piú volte
denunciato (v. pag. 78), per cui si è creduto che si potessero
identificare le discipline morali con le scienze esatte, e che i
fatti offerti allo studio di queste e di quelle, rivestissero il
medesimo carattere, e fossero quindi suscettibili del medesimo
trattamento. Qui è il grave abbaglio, di qui gli abusi che
pretesero e quasi riuscirono a sbalzar di soglio la storia, la
letteratura, le arti, la filosofia, per sostituire ad esse la
computisteria e l'inventario.

Pare che quanto dico in «Minerva e lo Scimmione» non sia bastato a
chiarire la mia idea. Cercherò di spiegarmi meglio.

Io immergo una verghetta nel fondo melmoso d'una piccola gora: ed
ecco sul velo dell'acqua un pullulare ed un crepitare di bollicine
che scoppiano. Se indugio a considerare il fenomeno, una serie di
domande affiorano al mio pensiero. Da che cosa sono prodotte
quelle bollicine e quello scoppiettío? Da qualche cosa di aereo
che si trovava imprigionato nel motriglio. Come poté trovarcisi? E
perché se ne è sprigionata quando io v'ho immersa la verghetta?
Perché è salita alla superficie? Di che materia s'ebbe a formare
la pellicola delle bollicine? Perché queste si sono frante? E
perché il crepitio?--Se avvicino ad esse un fiammifero, brilla una
vampa, e s'ode uno scoppio. Perché questi nuovi prodigi? E piú
insisto, piú si moltiplicano i problemi. E se li risolvo, io
scopro altrettante leggi. E ciascuna di queste leggi, snidate dal
minuscolo fenomeno, è universale, investe e regola ogni altro
fenomeno affine, per quanto solenne e smisurato. Le medesime leggi
osservate nella piccola gora reggono la meccanica dei mondi.
Quando io le ho scoperte, io posseggo altrettante formule magiche.
Applicandole in grande proporzione, io posso illuminare una città,
o lanciare un immane ordigno negli abissi del mare o ai vertici
dell'atmosfera. E ciò che avviene per questo fenomeno, si verifica
per ciascun altro dei fenomeni naturali, anche minimi o
impalpabili. Il fremito delle alucce d'una libellula, il
guizzolare d'una tenue luce sul mobile specchio d'un'onda, il
vario sibilo del vento fra gambi d'erbe ineguali, nascondono,
sotto un velo specioso, infinite leggi universali meravigliose.
Chi piú riesce a sollevare il velo mirabile, ad insistere,
scrutando il fenomeno in ogni suo menomo anfratto, ad incalzarne
il principio generatore per ogni piú riposto meandro, sino a
coglierlo, a formularlo, a stabilire la legge, quegli è
scienziato. E l'esperienza, oramai piú che due volte secolare,
dimostra che questo insistente minutissimo esame dei fenomeni,
applicato alle scienze fisiche, le costringe, diciamolo con gergo
barbarico ma efficace, al loro massimo rendimento.

Veniamo adesso agli studî storici. Esiste un dubbio se un gran
poeta, diciamo Vincenzo Monti, fu battezzato il 15 sera o il 16
mattina. Tizio, sitibondo di _verità_, sale in ferrovia, accorre
sui luoghi, importuna gente, compulsa archivî, scopre l'atto di
battesimo, il padrino, la madrina, il prete che battezzò, il
chierichetto che porse l'acqua santa, e quanto ebbe di mancia, e
gli assistenti, e la progenie degli assistenti; e poi scrive un
articolo, due monografie, tre polemiche e un volume di 650 pagine.
Tizio è un imbecille.

Ho scelto il secondo esempio grosso e marchiano, sebbene non fuori
dalla possibilità, anzi dalla realtà[3], per rendere l'antitesi
piú evidente. Ma è certo che tutti i fatti d'ordine storico, o
letterario, o artistico, si troveranno con quello d'ordine fisico
in analoga antitesi. In due discipline, cioè la ritmica e la
glottologia, torna utile e conduce alla scoperta di leggi una
analisi altrettanto minuziosa. Ma egli è che la prima di queste
discipline non è morale, bensí fisica, perché, quando è ciò che
deve essere, studia fenomeni d'ordine puramente acustico. E la
seconda, è in parte (gran parte) fisica, e in parte direttamente
psicologica: sicché, piú rigorosamente per quel lato, e meno per
questo, rientra nell'àmbito delle vere e proprie scienze esatte.
Ma nelle schiette discipline morali, l'insistere indefinitamente
sui fatti--una data storica, la originaria lezione d'un passo,
perfino l'autenticità di un documento--non conduce di per sé a
grandi risultati.

Tentiamo ora la controprova. Poniamo, che in una osservazione
d'ordine fisico, si giunga ad una analisi incompleta o inesatta.
Ed ecco, la legge vi sfugge, o, peggio, stabilite una falsa legge,
che sarà a sua volta feconda d'errori infiniti. Esempio, il famoso
principio dell'orrore pel vuoto. Al contrario, nelle discipline
storiche la minore esattezza del fatto non conduce di per sé a
conseguenze nefaste. Vico scoprí veri stupendi lavorando su
materiale limitato e viziato non solo dalla minore emendazione
obiettiva, ma anche dalla tendenza della sua mente ad alterare le
accolte testimonianze filologiche. La piú bella, anzi l'unica
storia della letteratura italiana fu scritta dal De Sanctis quando
si conoscevano assai meno fatti e assai meno vagliati di quelli
che conosca adesso ogni mediocre studioso.

Sicché, per concludere, e tornando al barbarico gergo efficace, la
«paziente industria del metodo induttivo» applicata alle
discipline morali, non le costringe al massimo rendimento. Essa
non ci può dare altro se non la emendazione del materiale. E non è
questa, badiamo bene, una tara che si sia cosí scoperta nel metodo
induttivo. Perché questa sua applicazione è una scimmiottatura:
perché il metodo che serve a scoprir leggi, applicato dove leggi
da scoprire non ci sono, non conserva piú la sua vera sostanza, ma
conserva solo una esterna parvenza: non è piú metodo induttivo,
bensí _metodo ordinativo_. Ora, l'ordinamento è una bella cosa, è,
ripetiamolo, il primo gradino d'ogni studio; ma nell'ordinamento
non si esaurisce lo studio. E tutti sentono che ben altre sono le
vette a cui debbono aspirare le discipline morali.

E bene osserva il Buonaiuti che ciascuna disciplina e ciascun
gruppo di discipline deve formarsi il suo metodo. E ciascuna,
infatti, delle discipline morali, storia, letteratura, filosofia,
dovrà crearsi nel proprio seno i proprî metodi e le proprie
leggi: come difatti è avvenuto in passato, senza chiedere il
permesso alla filologia scientifica. Ma se vogliamo poi trovare
una disciplina e un metodo che accolga in sé, come sottordini,
tutte quelle leggi e quei metodi, questa disciplina non sarà,
no, la filologia col suo metodo ordinativo. Sarà la disciplina
che ha per proprio cómpito lo studio d'ogni fenomeno del
pensiero mediante i piú raffinati strumenti del pensiero:
sarà la filosofia. Onde giusta è l'antica denominazione che
chiamava filosofica la facoltà di lettere, che oggi si vorrebbe
ribattezzare in filologica.

                              *
                             * *

E di tutto questo ragionerò ampiamente nel mio prossimo volume,
dove il Buonaiuti vedrà collocata anche materialmente, nel suo
giusto luogo, e con le sue debite attribuzioni, la sana ed onesta
filologia.

Ma fin d'ora voglio rispondere ad un altro appunto suo, che, del
resto, e prima e dopo di lui, mi è stato rivolto e ripetuto
centinaia di volte. Ed è questo. Che, a parte qualsiasi
discussione teorica, la mia ribellione contro la micrologia
filologica può indurre altri a trascurare il minimo accertamento
dei fatti, anche nei casi e nelle fasi di studio in cui lo
proclamo anche io indispensabile ed unico. Sicché si affacci il
pericolo di tornare al periodo di ignoranza e di confusione, alla
fabbrica di castelli in aria, che screditavano l'Italia di fronte
agli stranieri, prima che prevalesse anche fra noi questo
benedetto metodo scientifico.

Qui rispondo intanto, in via preliminare, che mi sembra mal vezzo,
e d'indiretta importazione germanica, questo battezzare castelli
in aria tutte le opere fiorite in Italia prima del sullodato
metodo scientifico. Castelli in aria le opere di Genovesi, di
Romagnosi, di Galluppi, di Verri, di Beccaria, di Micali, di
Amari, di Vannucci, di Gioberti, di Rosmini, di De Sanctis, di
Giuseppe Ferrari, di Cattaneo, e lasciamone tanti altri, e
lasciamo i puri e grandi artisti, che rifulgono come stelle, e
tutti li ammirano? Se gli stranieri d'allora traevano dalle opere
di quegli uomini insigni argomento di scredito per l'Italia,
peggio per loro: vuol dire che erano ignari o prosuntuosi. Se
gl'Italiani d'oggi non leggono piú le loro opere, peggio per loro:
vuol dire che sono incitrulliti e imbastarditi. Lasciamo andare,
filologi scientifici e sofi rihegeliani: prima di spifferare certe
sentenze, leggete un po', invece di tante contemporanee scipitezze
alemanne, le opere dei nostri grandi.

Ma andiamo avanti. Io domando ora questo solo al Buonaiuti.
Dato e non concesso che la irriverenza mia verso la filologia
scientifica, dovesse incoraggiare questo o quello studioso
a buttarsi sull'imbraca, e a far d'ogni erba fascio, ne
discenderebbe forse la ineliminabile conseguenza che avessero a
divenire babbei tutti quelli che debbono leggere, esaminare, o
giudicare a effetti pratici le loro opere? Vi risulta forse, oh
puri Scienziati, che nei concorsi ove ebbi l'onore di seder
giudice al Vostro fianco, io mi sia compiaciuto mai di esaltare
lavori retorici, gonfi, da acchiappanuvole? Anche qui avete
giuocato sull'equivoco, e non onestamente. Ripensateci su, egregi
Colleghi. E vedrete che fra Voi e me la differenza consisteva in
ciò solamente. Che io soffiavo tanto sui castelli di carte
italiane quanto su quelli di carte tedesche. Mentre Voi, non dico
tutti, ma parecchi di Voi, quando al posto d'un pacifico re di
coppe vedevano un macellaro kaiser di spade, chinavano riverenti
la fronte e il ciglio, e quel castello di carte lo pigliavano per
una rocca ciclopica.

Rinfoderate, cari Colleghi, rinfoderate questo patriottico
timore che i miei principî possano indurre i giovani alla
fannullonaggine. Anzi, la vostra «filologia scientifica» che,
almeno in pratica, non va oltre alla raccolta dei fatti sgranati,
alla minuta osservazione enumerativa, che Bacone dichiarava
fanciullesca, questa filologia, esaltatrice, non senza proprio
interesse, della inoperosa dottrina, consente, sotto le pompose
apparenze, la profonda inerzia intellettuale. Ma nessuna inerzia
consentono i principî miei, che in ogni ordine di disciplina
morale richiedono pensiero, pensiero e pensiero.

                              *
                             * *

Il fatto che il Buonaiuti, ad onta della indiscutibile sua buona
fede ha frainteso alcuni degli appunti miei principali, mi
dimostra poi chiaramente una cosa. Che cioè, piú che non dalle mie
idee, egli è rimasto impressionato dalla forma impressa alle idee.
Il modo l'ha offeso, piú che non la cosa. E tanto, che ha finito
per vedere solo il modo, e per esempio, ha combattuto come
affermato in linea perentoria ed assoluta il mio _delenda
philologia_, che era invece temperato da parecchie modalità.

Ma di questo fatto io non mi rammarico: anzi me ne allieto, come
d'un sintomo della prevagheggiata e preveduta efficacia del mio
libro. Mi spiego subito.

Dice Pindaro che infiniti errori sono appesi alle menti degli
uomini. Vorrò io forse immaginare che soltanto la mente mia vada
scevra di tali ingombri? Davvero, io non esercito la professione
dell'uomo modesto, che troppo sovente va a braccetto con la
ipocrisia e con la interessosa volponeria; ma neppure nutro una
cosí stolta presunzione. Però, prima di giudicare entro me una
cosa, ne esamino i fondamenti: prima di esprimere il giudizio, ci
penso su due volte: sicché non m'avviene di asserire nulla di cui
non possa poi rendere le mie ragioni. Queste potranno parere buone
o cattive, e sarò sempre grato a chi mi dimostrerà che erro. Ma
non permetto che chicchesia venga, con arbitrario atto d'autorità,
a tonarmi il _quos ego_.

Ora, avendo dedicato la mia vita agli studî dell'antichità
classica, e parendomi che tali studî siano avviati in Italia su
una strada falsa, da parecchi anni vado esponendo le mie ragioni,
e cerco di richiamare i filologi ad una ordinata discussione
intorno al carattere, alla ragion d'essere, e ai metodi che si
convengono a tali studî[4].

Ma i filologi, no. I filologi, o, per meglio dire, un certo gruppo
di filologi, che per lunghi e lunghi anni ha tenuto il mestolo
delle cose classiche, aveva concepito il lavoro filologico come
una pesante facchinata da compiere senza mai chiedere il perché.
O, meglio, come una specie di corsa nel sacco. C'erano certi
assiomi, e certe regolette e formulette, una specie di dottrinella
filologica, che ciascun adepto doveva imparare e ripetere e
giurare su quella, e poi, gambe e capo nel sacco, e via, avanti,
avanti, a balzelloni, a sdruccioloni, a rotoloni. E se qualcuno
tentava di fermarli, muto la metafora, si appallottolavano come
tanti porcospini, e gli dardeggiavano contro velenosissimi aculei.
Discutere? Rivedere i nostri assiomi? Distruggere i nostri dogmi?
Béccati, iconoclasta, questa allusione! Succhièllati questa
insinuazione! Giulèbbati questa calunnia!

Alla fine, mi sono seccato. Ora, che cosa si fa, quando un
organismo è divenuto torpido, e non risponde piú ai farmachi
usuali? Si pon mano ai rimedi eroici, agli eccitanti. E se
gli eccitanti non bastano, se l'organismo pare addirittura
insensibile, ci vuole il marchio rovente. Poniamo che il _Delenda
philologia_ sia stato questo marchio rovente.

Ho raggiunto lo scopo. I filologi, a quella bestemmia, hanno visto
rosso, e, senza neppure leggere il capitoletto, si sono avventati
a corna basse. E piú che io non sperassi. Gli opuscoletti, gli
articoletti, le letterine ai Direttori non furono che un piccol
cenno. Il giorno 8 luglio, la Società _Atene e Roma_ s'è radunata
in Assemblea solenne, e ha bandita una crociata contro lo
_Scimmione_, affidando ai vari soci, con equa distribuzione, la
fabbrica di «una collezione di volumetti--secondo un piano da
stabilire con matura riflessione--che potranno anche essere
polemici, purché serenamente concepiti e scritti, nei quali quelle
questioni siano chiaramente e compiutamente esposte e discusse».

Le mie speranze sono di gran lunga sorpassate: non questo o quel
filologo si è infine mosso a discutere; ma si è addirittura
bandita una leva in massa di filologi. Benone. Avranno infine
occasione di far lavorare un po' il cervello; e non può derivarne
che un bene a loro e agli studî.

Ed ora, mentre la «riflessione matura», io faccio qui una
profezia: che quando la minacciata Collezione d'opuscoli sarà
completa, se ne potrà stralciare una preziosa antologia
d'impertinenze contro il mio povero me; ma l'accordo fra me ed i
miei oppositori sarà pienamente raggiunto.

Ché già fin d'ora, molti di essi, pure con l'aria e la convinzione
di ferocemente combattermi, hanno aderito a parecchie delle mie
idee e delle mie proposte pratiche. Alcune di queste adesioni si
possono vedere in questo volume, nel capitolo sull'«Affrancamento
della libreria italiana». Anche piú notevole è la conclusione d'un
articolo in cui Giovanni Calò parla un po' per conto proprio, e un
po', anche, dell'_Atene e Roma (Marzocco, 29 aprile)_.

«Intanto si preparino gli studiosi, con tenacia di voleri e
concordia di spiriti, a contribuire al risorgimento italiano degli
studî umanistici. Nei quali, pur ispirandosi alla severità dei
metodi che sono l'essenza della filologia germanica come d'ogni
filologia, ma riducendo quant'è possibile il formulario algebrico
di cui è cosí spesso ispida e oscura la filologia tedesca,
evitando le eccessive pretese sistematiche e gli arbitrî
congetturali abbastanza frequenti nella scienza tedesca,
introducendo nell'indagine critica piú misura, piú buon senso, piú
semplicità, utilizzando pur sempre l'esempio e l'opera dei nostri
antichi umanisti, l'Italia potrà ancora una volta stampare una sua
impronta non cancellabile».

Ora, lasciamo le bizze polemiche, e veniamo al sodo. Queste parole
di Calò sembrano un'eco di talune pagine di «Minerva e lo
Scimmione». Qui, come negli altri punti ch'io registro, l'accordo
è raggiunto.

                              *
                             * *

E questo è l'essenziale, questo è quello che mi importa. Non sono
né cosí semplice né cosí vanitoso da sperare o da pretendere che
altri repudi e confessi di repudiare le sue convinzioni per la
forza dei miei argomenti. In verità, le convinzioni aderiscono
alla nostra coscienza con grovigli di radici sentimentali e
pratiche troppo fitti ed intricati perché possa reciderli mai lama
di dialettica, per quanto salda e affilata. Se contro esse vediamo
avventarsi la impalpabile e corroditrice schiera delle armi
logiche, tutto l'intimo essere nostro insorge a difesa; e quanto
piú vorranno stringerci al muro, tanto piú ci schermiremo e
irrigidiremo; e la sofistica, lodi le siano rese ora e sempre,
fornisce a tutti armi cosí manevoli e sottili, che chi si risolve
ad impugnarle, difficilmente si vedrà costretto a chieder mercede.

Ma per fortuna, in queste schermaglie dialettiche accade spesso
che, parato il colpo, rintuzzato l'avversario, il nostro pensiero,
eccitato dall'assalto, si ripieghi su sé stesso, e venga indotto,
quasi involontariamente, a meditare su quelle convinzioni. E
allora può anche avvenire che ci balenino argomenti nostri,
creduti nostri, per forza dei quali, pure escludendo ogni
possibile connessione fra essi e quelli dell'avversario, ci
risolviamo ad accogliere qualche temperamento della primitiva
nostra convinzione. E non è raro il caso che il temperamento
implichi addirittura un capovolgimento. Questo caso appunto sembra
essersi avverato nei riguardi degli urbani miei oppositori. Onde
io sopporto in pace le loro impertinenze. Perché, come ho detto
ora esplicitamente, e come già avevo implicitamente dichiarato
nel proemio alla prima edizione, piú che il chimerico ufficio di
suasore, intendevo assumere l'altro, piú modesto, ma piú efficace,
di provocatore logico.

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                             * *

E un altro scopo mi prefiggevo, oltre a quello di stimolar la
riflessione dei dissidenti: quello di porgere armi a quanti
concordano meco.

Le verità non si imparano solamente dai maestri né di sui libri,
tomo per tomo, pagina per pagina: si possono anche afferrare di
colpo, da pochi indizi e apparentemente remoti, grazie ad una
rapida intuizione. Salvo che, in questo secondo caso, piú
difficile riesce addurre le ragioni.

Ora, in Italia, dove l'intuizione e il buon senso fioriscono
accanto al mirto, perennemente, molti e molti, pur senza essere
iniziati nei misteri eleusini della filologia scientifica,
intendevano e intendono che lí sotto si annida qualche grossa
mistificazione. Ma, come ho detto, altro è intuire, altro è
provare. E finora, quando un profano si arrischiava a sollevar
qualche dubbio, saltava subito fuori un filologo babau, e
gl'intimava silenzio. «Zitto lí, profano. A me la parola, ch'io
sono uno scienziato». Adesso, spero, il giochetto sarà finito.
Adesso il povero profano di buon senso, che non ha altro torto se
non quello di non essersi tempestivamente sprofondato nei
_Jahrbücher_, nei _Beiträge_, nei _Sitzungsberichte_, potrà sempre
rispondergli: «No, sei tu un pappagallo». Vedi _Minerva e lo
Scimmione_, capitolo tale, pagina tale.

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                             * *

Longanime lettore, non ti sgomentare. Butto via un fascio di
cartelle, e concludo. Concludo con un ultimo appello ai filologi.
Qualcuno mostrò disdegno e terrore dei molti, dei troppi non
filologi, che avevano accolto festosamente il mio libro, e ai
quali porgo qui i miei ringraziamenti vivissimi. Dove si va a
finire, piagnucolavano quegli altri, se tutti vorranno parlare di
filologia?

Non vi spaventate, cari Colleghi, non fate le zitelle ritrose. Non
temete le discussioni. Quando in qualsiasi provincia di studio
impera senza contrasto una scuola, quella provincia è prossima
allo sfacelo. Lo spirito vive del contrasto. L'intorpidirsi delle
idee in moduli prestabiliti, gli riesce fatale, come la
stagnazione dell'acqua alla salubrità dell'aria. Nelle caverne,
chiuse da cinquanta anni, della filologia italiana, lasciate che
entrino a gran fiotti l'aria, la luce, i raggi del sole.

Allora sembreranno evidenti e naturali tante cose che ora sembrano
arcane ed inconcepibili. Questa fra l'altre: che questo mio libro
tanto incriminato non è se non una pura e semplice e modesta
difesa del buon senso italiano. Di quel buon senso che lo sterile
e prosuntuoso «metodo scientifico» ha ucciso da un pezzo in tutte
le nostre scuole. E questa volta, senza neppure la curiosità di
vedere com'era fatto.

Ma il buon senso non è morto. Giace riverso, mezzo fra torpido ed
ebbro. E pei giorni venturi e per i nostri figli, noi lo vogliamo
ridesto, limpido e vigile. E questo mio libro non deve essere una
lamentazione funebre, bensí una squilla di risveglio, una diana
italiana. Amici e nemici, levate con me il calice dell'auspicio!

  _Settembre 1917._



PREFAZIONE

ALLA PRIMA EDIZIONE

    Poiché c'è fra gli uomini certa stoltissima razza, che schifa
    le patrïe cose, e all'estranie rivolge bramoso lo sguardo,
    con irrita speme sviandosi dietro fantasime vane.

                                  PINDARO: _Ode Pitia_ III.


Nei primissimi giorni della guerra, un professore tedesco, in non
ricordo quale giornalone di Monaco, ammoniva solenne: «Ricordino
soprattutto i nostri nemici che dinanzi alle nostre schiere non
marciano i quattrocentoventi, bensí la vergine egidarmata
Minerva».

Si poteva discutere l'opportunità della reminiscenza classica; ma
l'idea era ben chiara. Non già l'immane materiale bellico
accumulato in cinquant'anni di tenace preparazione aveva
consentita ai tedeschi la strepitosa gesta contro il misero
Belgio; bensí quella famigerata superiorità intellettuale che
dovrebbe autorizzare l'_homo germanicus_ a rimpastare secondo la
propria effigie tutti i popoli della terra.

A prima giunta immalinconii: ché mi sembrò vedere la pura Dea
dell'Acropoli inquadrata, come una qualsiasi principessa
prussiana, tra le file dell'esercito di Guglielmo, fitto sulle
chiome ambrosie il negro colbacco degli usseri della morte.
Ma subito mi sovvenne che nessuna affinità, né etnica, né
psicologica, esiste fra l'antico popolo ellenico e l'accozzaglia
versicolore che obbedisce oggi ai cenni del re Costantino o del
presidente Venizelos[5]: onde l'ibrida immagine dileguò presto dal
mio spirito; e un'altra ve ne fulse, d'uno sconcio urango, che con
le lunghe braccia villose e con la ventosa della sozza bocca
irrompeva sulla fanciulla divina. Ma facilmente questa, con un
colpo della sua lancia invincibile, allontanava l'amplesso
mostruoso.

Da questa fantasia germinò l'idea prima del mio libro.

                              *
                             * *

Alcune ragioni dell'alterigia teutonica son certo da ricercare in
qualità profondamente insite nello spirito dei tedeschi. Ma
conviene aggiungere, a loro discolpa, che alla folle prosunzione
li ha spinti anche la tedescolatria che per tanti e tanti anni ha
imperversato in tutto il mondo, e massime in Europa.

Ed anche questa tedescolatria, nella sua forma generica, ha
fondamenti e giustificazioni. Oggi come oggi, di fronte agli altri
popoli d'Europa, i tedeschi hanno questo fortuito vantaggio: che
il loro rinascimento, venuto ultimo, è, per conseguenza, piú
vicino a noi. I loro poeti, i filosofi, gli storici, gli umanisti,
e i musicisti sommi, sono, si può dire, nostri contemporanei. Le
loro opere rispecchiano quindi sentimenti, passioni, aspirazioni,
ed anche usi, che ci sono familiari, che sono quasi i nostri: onde
possiamo penetrarle senza alcuno di quei sussidî e riferimenti
eruditi che sono indispensabili a intendere ed apprezzare
interamente gli artisti e gli scienziati del passato, e siano pure
della nostra stirpe. Perciò, per un effetto di prospettiva, li
vediamo giganteggiare dinanzi ai nostri occhi, e ne restiamo
stupefatti.

E questa vicinanza implica un'altra illusione. Il momento glorioso
del pensiero e dell'arte germanica è oramai tramontato.
Incominciato, a tracciar grandi linee, con Bach, con Winckelmann,
con Lessing, si può dire concluso con Heine, con Mommsen, con
Wagner. Quelli che vengono dopo, sono epigoni assai minori. Ma
questi epigoni seguitano a fruire in larga misura i benefizi della
loro nobile origine. Vicinissimi ai loro grandi padri, appaiono
ancora tutti circonfusi della loro luce. E dovranno correre
lunghi anni prima che le maggioranze, le quali vedono sempre in
ritardo, imparino a distinguere queste lucerne da quelle stelle.

Ché se poi restringiamo la nostra osservazione al campo degli
studî storici e letterarî, noi vediamo come la sconfinata
ammirazione, il credito immenso onde godono i grandi tedeschi del
passato e, piú ancora, i piccoli d'oggi, si debba a un certo
metodo che questi ultimi sono andati via via foggiando e
imponendo, e grazie al quale il primo venuto, pur senza vocazione,
pur senza ingegno specifico, e senza ingegno di nessun genere, può
aver l'illusione di divenire critico storico umanista, può aver la
soddisfazione di sentirsi proclamare tale da una schiera eletta di
accoliti e da una folla innumera di persone bevigrosso.
L'applicazione di questo metodo, che da parecchio tempo travolge a
decadenza gli studî anche in Germania, riuscí fatale al nostro
paese. A tale dimostrazione è consacrato il presente libro.

                              *
                             * *

Il quale è formato di articoli apparsi in una rivista di
Milano[6], e ripubblicati quasi integralmente. E a riunirli e
ripubblicarli mi hanno indotto alcune considerazioni che espongo
qui brevemente.

Io non oserei certo fare alcun prognostico circa il tempo e il
modo onde finirà la guerra che insanguina il mondo. Ma una cosa mi
sembra di vederla chiara: che cioè, qualunque sia per essere il
suo risultato, essa, nei nostri riguardi, sarà stata combattuta
invano, se, all'infuori d'ogni mutamento politico, dal suo gorgo
cruento non debba uscire una Italia assai differente da quella di
prima, ringiovanita, anche se estenuata, in ogni sua fibra, come
un corpo umano dopo la crisi d'un terribile morbo. La patria
nostra deve essere rinnovellata dalle radici, in ogni ordine di
attività, nelle industrie, nei commerci, nei pubblici ufficî, e
anche, e soprattutto, negli studî.

Un simile problema si era già imposto nella prima fase del nostro
risorgimento; e si crede' di risolverlo egregiamente intedescando
la cultura italiana. Mezzo secolo di esperimento dovrebbe oramai
aver dimostrato anche agli orbi che le conseguenze del dominio
intellettuale tedesco sono state, senza iperbole, funeste.
Tuttavia, ora che esso, per tanti segni palesi, accenna a
crollare, molti scienziati e studiosi, durante il fragore della
guerra che assorda e distoglie, già foggiano le catene per un
nuovo servaggio.

E non parlo di quelli che fanno apertamente l'apologia della
Germania. In questi momenti, riuscirebbe forse piú opportuno e
simpatico il loro silenzio; ma almeno hanno il coraggio delle
proprie predilezioni; e poi, un nemico palese si combatte meglio.
Assai piú pericolosa è l'opera di altri, i quali, pur protestando
fiera ed intransigente italianità _politica_, fanno poi ampie
riserve intorno alla questione _scientifica_, e sotto sotto
tengono caldo il posto al futuro dispotismo intellettuale tedesco.

Il loro ragionamento, per dire la verità, è seducente e
specioso.--I problemi dello spirito--dicono su per giú questi
signori--devono rimanere lontani ed illesi dalle considerazioni
politiche. Noi odiamo e protestiamo con tutte le nostre forze
contro la brutalità militare tedesca. Ma quanto alla scienza, oh,
la scienza bisogna lasciarla da parte. Qui i tedeschi sono maestri
ai maestri, e noi dobbiamo inchinarci a loro, e continuare ad
essere loro discepoli.

E perché non si affermi, come altra volta intervenne, che questi
signori esistono solamente nella mia immaginazione, e che io mi
fabbrico un fantoccio di fantasia per divertirmi poi a buttarlo
giú a palle di stracci, addurrò tre esempî, sotto i quali, come
sotto a moduli, si possono aggruppare le varie forme di apologia
della Germania scientifica.

1) Fervorino di smisurata esaltazione scientifica, spiccando il
salto, per arrivare piú su, dal trampolino dell'aborrimento
politico.

_Sua Eccellenza Luigi Luzzatti, nel discorso solenne all'Istituto
Veneto:_

     I Tedeschi hanno due coscienze non comunicanti fra
     loro, e si possono assomigliare ai _compartimenti
     stagni_ di un poderoso naviglio da guerra. In una di
     queste coscienze vi è =la scienza eccelsa, eletta,
     meravigliosa nelle analisi e nelle sintesi, ideale e
     pratica, colle sue alate indipendenze, colle sue
     improvvise temerità, intrepida ricercatrice, e all'uopo
     demolitrice delle cose umane e divine=; nell'altro
     compartimento vi è l'ossequio supino allo Stato, cioè
     al Governo che lo rappresenta, quale si sia.

2) Parata difensiva e botta a fondo contro gli iconoclasti.

_Programma della Rivista Indo-Greca-Italica_ (Napoli, 20 agosto
1916).

     La Direzione e gli amici della Direzione non
     appartengono alla classe di quei facili costruttori di
     ideologie che ogni giorno dalle colonne di certi
     quotidiani procedono, in assenza di avversarî, e con
     quanta autorità nessuno saprebbe dire, alla piú allegra
     e lucianesca svalutazione o vendita all'incanto di
     filologi e filosofi di vecchio stile. =Entro e al
     disopra di ogni sano sentimento nazionale= noi abbiamo
     vivo il culto e giusto il riconoscimento di quanto da
     noi o da altri è ormai acquisito alla scienza e
     patrimonio del genere umano.

3) Propositi e incitamenti a tornare, finita appena la guerra, al
dolce giochetto della tedescolatria.

GIROLAMO VITELLI, _Marzocco_, 30 luglio 1916.

     Debbo alla Germania moltissimo del poco che so, =e
     principalmente la visione sicura del quanto e del come
     importi sapere=. E poiché né le mie deboli forze in
     quaranta e piú anni di onesto lavoro, né le maggiori
     doti dei miei colleghi riuscirono in tempo
     relativamente cosí breve a togliere ai tedeschi la
     gloria della filologia classica e cacciarli di nido,
     dopo che sapientemente avevano organizzate le
     filologiche trincee, =mi è toccato d'insistere in ogni
     occasione sulla necessità assoluta di far capo ai
     Tedeschi= per chi volesse proficuamente giungere ad
     Omero e Tucidide. Molti dei miei scolari non ignorano,
     e qualcuno me lo ha ricordato non a titolo d'onore,
     come io pretendessi da ogni futuro filologo quale
     condizione indispensabile la conoscenza sicura della
     lingua.... tedesca! =E pur troppo, neppure dopo questa
     guerra=, che ai governanti e a tanta parte di governati
     tedeschi toglierà molte cose--fra il resto la facoltà e
     la voglia di asservire l'Europa,--=potrei fare e farei
     diversamente=, se mi fosse concesso di vivere e fossi
     riobbligato a fare il professore.

Ora io inviterei questi assennati discriminatori a fare un altro
paio di distinzioni, o se preferiamo, considerazioni.

1) A distinguere la scienza tedesca sino al '70, da quella dei
nostri giorni[7]. La prima fu veramente grande e mirabile.
L'altra, la famigerata Kultur, è, come io m'industrio di provare
per la filologia, come valenti scienziati vanno dimostrando per
altre discipline, è troppo spesso una vera cultura di scempiaggini
e di follie. Abbiano un po' la bontà, i sullodati germanolatri, di
levarsi i parocchi, di distogliersi un po' dalle rotaie su cui
hanno incominciato sin da ragazzi a camminare con cieca fiducia,
di dare un'occhiata in giro, e di vedere se per caso quelle rotaie
invece di guidarli a sicura mèta non li inabissino verso qualche
oscuro precipizio.

2) Si mettano un po' a riflettere sul serio se davvero in ogni
caso possa riuscire utile un travaso di cultura e di metodi da
popolo a popolo. Senza dubbio avviene spesso che un popolo barbaro
e senza eredità di cultura propria, per un certo tempo divenga
scolaro di un altro popolo. Se tra i due popoli interceda affinità
etnica, cioè intellettuale, i risultati possono anche essere
buoni, come buoni furono in Roma quelli dell'assimilazione
ellenica. Ma nel caso nostro doppiamente erroneo fu il tentativo
di travasamento. Primo, perché fra la mente italiana e la mente
tedesca vaneggia un abisso che nulla saprebbe colmare. Secondo,
perché l'Italia non era un paese inculto, bensí un paese già
cultissimo, in cui la cultura era decaduta e arretrata. Ma non
c'era bisogno e non conveniva a nessun patto andare ad accattar
fuori di casa germi forestieri da coltivare faticosamente.
Bisognava, e perché non fu fatto allora, bisognerà farlo adesso,
ricercare gli antichi virgulti sviati, erratici, intristiti, e
ricondurli, riallacciarli, rieducarli amorosamente.

Intendiamoci bene su questo punto, che poi non vengano a dirmi che
io consiglio di trascurare l'immenso lavoro che in ogni campo di
studî hanno fatto i tedeschi. Dio me ne guardi e liberi!

No, il problema è differente.

Ecco. Non esiste ramo di studî in cui l'Italia non abbia aperta la
via alle altre nazioni, compresa la Germania, con opere immortali.
E queste opere hanno le impronte della mente latina, cioè la
limpidità, la sobrietà, l'equilibrio, e l'unione strettissima
dell'arte con la scienza.

La Germania, prendendo le mosse da noi, ha prodotto per suo conto
un lavoro colossale. E in questo lavoro è andata via via
imprimendo le caratteristiche della propria mente: caratteristiche
che sono antipode a quelle della mente italiana.

Ora noi non possiamo certo fare astrazione da questo lavoro.
Assai spesso ce ne dobbiamo servire, e sarebbe da sciocchi non
farlo. Ma dobbiamo guardarci bene dall'attaccarci quelle
caratteristiche mentali, che sono troppo disformi dalle nostre, e
che anche in linea assoluta sono tutt'altro che ammirevoli e degne
d'imitazione.

Invece la tendenza della recente e della recentissima filologia
italiana è quella di scimmiottare i tedeschi specialmente nei loro
procedimenti logici e nelle loro determinazioni estetiche; i quali
e le quali, sono, come si dimostra ampiamente in questo libro,
sgangherati e bestiali. Da questa lebbra bisogna guarire,
radicalmente, gli studî italiani. I giovani devono certamente
impadronirsi della lingua tedesca, per adoperare il ricchissimo
materiale di studio accumulato in Germania, con un lavoro che
specialmente nei suoi primi periodi fu ammirevole per serietà, per
onestà, per abnegazione. Ma il modo d'elaborare quel materiale, ma
gli auspici, le norme per intendere i grandi autori classici, non
li devono chiedere a Wilamowitz, a Blass, a Leo: bensí a Giacomo
Leopardi, ad Ugo Foscolo, ad Angelo Poliziano.

                              *
                             * *

Io intendo benissimo che questa abolizione del dominio
intellettuale tedesco non debba riuscire troppo accetta agli
scienziati germanofili. Essi per mezzo secolo si sono modellati,
_cogitatione verbo et opere_, sui tedeschi: per mezzo secolo hanno
faticosamente elevato il proprio piedistallo, tutto di macigno
tedesco. Crollato il dominio tedesco, crolla il piedistallo.
Intendo pure, che, spezzati i dolci legami con la _vita
filologica_ d'Allemagna, non è cosí facile trovare all'estero un
altro mercato _scientifico_ nel quale i loro titoli vengano
scontati con tanto magnanima larghezza. E quindi riconosco che la
loro opposizione è giustificabile, umana la loro disperata difesa.

Ma questo non deve indurre ad una intempestiva tolleranza quanti
reputano che l'invasione intellettuale tedesca sia stata e sia
tuttora funesta per gli studî italiani. Perciò pubblico oggi
_Minerva e lo Scimmione_.

                              *
                             * *

E non è un libro, come ora si dice, _severamente scientifico_, nel
quale il pro ed il contro delle quistioni si pesino con gli
scrupoli dell'orafo, con la gelida insensibilità del notomista.
No, questo è un libro di passione.

Ma non di passione estemporanea.

Pochi mesi prima che scoppiasse la guerra, un collega, in un
documento ufficiale, mi rimproverava la mia poca simpatia per la
Germania[8]. L'accusa era doppiamente inesatta. Chi eventualmente
abbia seguito i miei scritti, ha potuto vedere che ho sempre
nettamente distinto fra la Germania veramente scientifica ed
artistica, e il moderno esercito di _filologi scientifici_, che,
catafratti di tutte le armi della pedanteria, hanno proceduto alla
sistematica distruzione d'ogni finezza e d'ogni gentilezza di
studio. Meglio che parole d'oggi, riuscirà convincente un brano
ch'io stralcio da un mio articolo del 1910 (_Cronache Letterarie_,
17 luglio).

     All'uscir dall'adolescenza io mi smarrii nella gran
     selva del romanticismo germanico: nella selva in cui
     Nestore il filisteo udí stupito cantare gli alberi i
     fiori e l'azzurro del cielo. Suonavano ancora per tutti
     i tramiti e i verdi anfratti gli echi soavi delle odi
     di Klopstock. Brentano susurrava le sue favole, e Gian
     Paolo le sue fantasticherie lunari. Fra i tronchi e i
     cespugli si vedevano errare le figure eroiche e
     chimeriche di Achim von Arnim, e a notte ammiccavano le
     creature grottesche di Hoffmann. Dagli invisibili campi
     remoti giungevano velati gli squilli del Corno
     meraviglioso del fanciullo. Ma gli steli, le frondi, i
     rivoli, ripetevano con ondulazioni e oscillii magici le
     divine melodie di Schubert; e gli accordi di Schumann
     esalavano un aroma d'ebbrezza. Il turbine Beethoven
     investiva talora la selva, e tutta la selva si piegava
     come un arbusto, e si torceva sotto l'impeto dei canti
     immortali. Ma dopo il turbine, nel cielo terso,
     effondeva la sua luce tranquilla Goethe, il sidere
     scintillante.

     E questo mondo d'incanti si dissipò quasi dal mio
     animo, allorché dovei sottopormi all'obbligatorio
     regime degli studî universitarî. Imperversava allora
     nel cosí detto mondo dell'alta cultura il fanatismo pel
     metodo _scientifico germanico_. E mai opera di
     sterilizzazione fu compiuta con piú testarda tenacia,
     con piú pettegolo accanimento. Per anni ed anni infierí
     la guerra sacra all'arte, alla poesia, all'ingegno,
     combattuta in nome del germanesimo.

     Non già, badiamo, in nome dei veri grandi
     dell'erudizione germanica, di Winckelmann, di Lobeck,
     di Herder, di Curtius: sotto certe bandiere non si
     combattono certe battaglie; ma in nome del primo
     bertoldo che tenesse cattedra in una qualsiasi scuola
     germanica, in nome dell'ultimo compilatore di
     _Beiträge_, di _Erläuterungen_, di _Vindiciae_, che
     periodicamente usasse concedere alle strette dei torchi
     le goffe lucubrazioni da lui perpetrate per intendere
     quello che per difetto di natura non poteva intender
     mai. Come una pianta maligna, la mentalità scientifica
     italiana rifiutò i succhi generosi che avevano dato
     fiori e frutti cosí nobili nel paese di Goethe, e
     assorbí tutti i tossici e tutti gli umori acri, per
     maturarne bacche venefiche ed irti pugnitopi.

Dunque, ho sempre distinto bene. E neanche era esatto chiamare
antipatia il mio sentimento verso la filologia novissima. Era un
sentimento assai piú violento che non l'antipatia; ma anche aveva
maggior fondamento che le antipatie non sogliano avere. Un
sentimento molto complesso, che neppure saprei determinare con un
nome preciso. Mi spiegherò con un esempio.

Voi state parlando con un pezzo d'uomo aitante, sicuro di sé,
pieno di facondia. Quest'uomo è armato.

Per un po' di tempo la conversazione procede benone. Ma ad un
tratto vi accorgete che i suoi ragionamenti non filano piú tanto
diritti: anzi la loro linea logica va diventando via via malcerta
e sgangherata. Ad un tratto, in uno strano lampo delle sue pupille
vedete brillar la follia. E il terrore v'invade. Se a un tratto
gli saltasse in capo di far uso delle armi?

Non voglio già dire che io prevedessi la guerra: già di politica
allora non m'occupavo quasi affatto. Ma pure, sotto il complicato
macchinismo delle lucubrazioni filologiche sentivo qualche cosa di
sinistro. Vedevo una mastodontica erudizione posta a servizio di
facoltà mentali squilibrate e maniache. E nella mia coscienza
profondamente latina, avida di chiarezza e di equilibrio, provavo
un disagio, un ribrezzo quasi di paura. L'odio mio tenace,
specialmente per i piú insigni rappresentanti di quei metodi, ebbe
sempre questo solo fondamento, e non mai verun addentellato
personale. Coi non moltissimi filologi tedeschi che m'avvenne di
conoscere, ebbi sempre rapporti cordiali: per qualcuno di essi
debbo ancora, nonostante la guerra, nutrire stima ed affetto.

                              *
                             * *

Nel momento di abbandonare alla sua sorte questo mio libro,
prevedo che qualcuno, lettolo, potrà farmi una ovvia obbiezione:
«Ammettiamo pure che sia giusto il quadro clinico che voi avete
tracciato del metodo scientifico tedesco. Ma quanto risponde al
vero la immagine che dalle vostre pagine si ricaverebbe, d'una
Università italiana interamente minata e mal ridotta dal morbo
germanico? Non ci sono forse molti professori, giovani e non
giovani, i quali, sebbene abbiano formata la loro cultura su libri
tedeschi, sebbene abbiano studiato in Germania, mantengono intatta
quella indipendenza e quella italianità di metodo che voi augurate
agli studî italiani?».

È vero. Ma sono floridi rami travolti in una torbida fiumana: nel
loro complesso tanto le Università quanto le Accademie, che hanno
poi non piccola influenza sugli studî superiori e sopra ogni
ordine di studî, sono tuttavia quasi interamente infeudate agli
stolti pregiudizî del metodo scientifico tedesco.

E perciò, muovi pure senza esitazione, oh mio tenue libretto. Io
non so quale sarà la tua sorte. Ma la battaglia che tu combatti a
viso aperto non è superflua né intempestiva.

E rivolgiti specialmente agli uomini che, pur non essendo
accademici, si interessano della nostra cultura, della odierna sua
decadenza, del suo possibile risorgimento. Forse troverai in essi
piú volonterosi ascoltatori. Ma se ti riesce, appressati anche a
qualcuno dei piú intransigenti _scienziati_, di quelli che
chiederanno la mia testa già solo nel vedere la tua veste, che ti
ha leggiadramente istoriata un genialissimo artista d'Italia.

Appressati e digli: «Ritorna un po' a tua scienza, tu che pure sei
nato in Italia, e dovresti avere una mente da italiano. Non badare
se qualche volta le parole sono un po' grosse; e vedi se queste
mie pagine, formalmente eccessive, non contengano per avventura
qualche argomentazione degna di essere per lo meno discussa. E
allora, piglia la penna, argomenta anche tu, difendi, combatti,
cònfuta. È questa la via diritta, l'unica via, per giungere alla
verità, che tu ed io amiamo d'uguale amore».

Mi cullo in una chimerica illusione? Forse. Ma non vogliate che io
soffi via questo granello di ottimismo dalla prefazione d'un libro
che non è precisamente ispirato ai principî di Pangloss
immortale.



I.

IL PIEDE DI CRETA


La seppia è, come tutti sanno, uno scaltrissimo animaletto.
Provocata e inseguita, spruzza dalla sua borsa un liquido nero
come l'inchiostro, e intorbida le acque, in guisa da rimanere
invisibile e inafferrabile.

La filologia è come la seppia. Essa, in un travaglio oramai
secolare, ha accumulato un prodigioso tesoro di parole tecniche,
di segni convenzionali, formule, abbreviazioni, sigle, riferimenti,
ed anche peculiari stranissimi atteggiamenti di pensiero: tutto un
gergo ostico ed incomprensibile ai profani. Provate a toccarla con
la punta d'un dito, ed essa schizza intorno a sé nero e nero, senza
parsimonia. Nessuno ci capisce piú nulla; e appena i filologi
si mettono a discutere, i non filologi scappano.

Ora io vorrei provare a chiarire un po' le acque, a ridurre il
gergo in linguaggio comprensibile, a rendere accessibili a tutte
le persone culte alcuni dei piú ardenti dibattiti «filologici»
agitati questi ultimi anni in Italia. L'eco ne sarà giunta anche a
molti dei cosí detti profani.

--Un momento--m'interrompe l'amico lettore.--A chi volete che
giovi, a questi lumi di luna, tale chiarificazione? Chi volete che
s'interessi alla filologia, ai filologi, alle loro diatribe
bizantine?

Non sono bizantine come tu pensi, amico lettore. Chi dice
filologia, dice, in ultima analisi, cultura tedesca. La filologia
è il tipo, il modulo, l'impronta che la mente tedesca ha impresso
e va imprimendo su tutti gli studî. Un tempo c'erano la storia, la
letteratura, l'eloquenza, la lessigrafia, la stilistica; e
ciascuna di tali discipline aveva contenuto e metodo proprî.
Adesso tutto è filologia, =Philologie=. Questo cefalopodo
(metafora, come sei giusta!), nato e cresciuto in Germania, ha
lanciato i suoi viscidi tentacoli sopra ogni provincia di
cultura, e tenta di soffocare quanto ciascuna di esse aveva di
caratteristico e di nazionale.

Il processo di soffocazione è tuttavia in corso: apro una
parentesi e cito un esempio. Nelle Università italiane ci sono tre
cattedre: di grammatica greca e latina, di letteratura latina, e
di letteratura greca. Ora la _Commissione Reale per la riforma
universitaria_ ha proposto pari pari che queste tre cattedre si
trasformino in due cattedre _uguali_ di _Filologia classica_.
Capite bene, eh! Anche la letteratura latina, la prima gloriosa
pagina della nostra civiltà, deve convertirsi, anodinamente, come
nelle università tedesche, in «_filologia classica_»: anche il
nome: _latino_ deve sparire dalle università italiane! E molti
universitarî italiani hanno approvato ed applaudito. Domani
un'altra _Commissione reale_ proporrà anche la conversione della
_Letteratura italiana_ in _Filologia moderna_, alla pari con la
_Letteratura tedesca_; e allora applaudiranno anche i barbassori
di Berlino.--La parentesi è chiusa.

La filologia, dicevo dunque, cioè il metodo tedesco, cerca di
soffocare dappertutto, e anche e soprattutto in Italia, ogni altro
metodo. Proteste si sono levate, e si levano: è di ieri la
polemica di Alessandro Bacchiani sul _Giornale d'Italia_. Ma
ad ogni tentativo di protesta, interviene la «_competenza
scientifica_», ed impone silenzio al buon senso. Comincia la
diffusione del nero di seppia, e la gente volta le spalle. Vediamo
un po' se una volta tanto ci riesce di afferrare il malizioso
mollusco. Vediamo se ci riesce di scernere ben chiaro che cosa sia
questa benedetta _filologia tedesca_, e quanto abbia giovato il
suo dominio alla scuola italiana, e quanto abbia nociuto, e se
convenga lasciarla ancora spadroneggiare e imperversare. Parlerò
più specialmente della filologia classica, perché è questa il
centro e la matrice in cui s'è formata e da cui s'irradia ogni
specie di filologia: e ciò che si dice di essa si può estendere,
piú o meno, a tutte le sue derivazioni.

                              *
                             * *

Che cosa è dunque questa benedetta _filologia_?--Se rivolgete la
domanda, non dico ai profani, ma anche ai piú profondi iniziati,
otterrete tante risposte diverse quanti saranno gl'interpellati.
La _filologia_ è, o sembra a prima giunta, proteiforme. E perciò
non ti sgomentare, amico lettore, se, dopo averne sentito parlare
come d'un cefalopodo, adesso, ai primi approcci, te la vedi
giganteggiare dinanzi come un colosso.

Proprio cosí. Aprite un catalogo tedesco, di Teubner, di Weidmann,
di Reimer. Non c'è autore che non sia pubblicato in edizioni
critiche, in edizioni scolastiche, in edizioni _scientifiche_.
Aprite una di queste edizioni. Ecco un solido blocco di varianti,
l'apparato critico: segue il testo, in pagine fitte fitte, e, in
genere, tipograficamente corrette: copiosi indici chiudono i
volumi. Le note formicolano di erudizione. Per tutti i principali
autori c'è un lessico speciale. Poi vengono i dizionarî generali
delle lingue, poi i dizionarî di cultura, d'arte, di vita, e via
dicendo, dove son registrati minutamente _tutti_ i fatti, _tutte_
le notizie dell'antichità classica. Insomma, c'è tutto, c'è piú
che tutto. E tutto in ordine, schierato, ammassato, pronto a far
fuoco. Sicché, dopo un esame anche superficiale, non potrete a
meno di esclamare: sí, la filologia tedesca è un colosso di
bronzo.

                              *
                             * *

È un colosso di bronzo. Ma questo colosso ha un piede di creta. Ed
io voglio nel mio primo articolo, anche per cominciare senza
troppo tedio, picchiare su questo piede di creta. Apri con me,
amico lettore, una delle piú grandi creazioni del genio ellenico:
l'_Agamennone_ d'Eschilo. Leggilo pure in una qualsiasi versione:
io terrò sotto gli occhi una delle edizioni tedesche che vanno per
la maggiore: quella del signor Keck.

E leggiamo dalla prima scena.

La scolta notturna che veglia sulla reggia degli Atridi, in Argo,
ha visto brillare fra le tenebre il segnale di fuoco, che, acceso
da monte a monte, è giunto da Troia ad Argo, ad annunciare la
caduta della città di Priamo. La scolta ha avvertito la regina
Clitennestra, e questa ha chiamato a sé i vecchi d'Argo (il Coro),
ed ha partecipato la notizia. Rimasti soli, i vecchi levano
preghiere di ringraziamento, e indugiano nei ricordi del passato,
quando la città suona improvvisamente di grida: ed essi fanno i
seguenti commenti. Traduco, poi si vedrà perché, verso per verso,
parola per parola.

    Del fuoco per il lieto messaggio--
    attraverso la città muove un veloce--
    clamore: se veritiero--
    chi sa, se sia un divino inganno?==

    Chi è cosí fanciullesco o dissennato--
    (che) del fuoco per gli annunzi--
    recenti essendosi infiammato in cuore, poi--
    per il mutamento (arrecato dai) dei discorsi s'abbatta?==

    Ad indole di femmina s'addice--
    prima che appaia il fatto allegrarsi==

    Troppo credula l'indole femminile è--
    precipitosa; ma sollecita--
    muore la buona notizia data da donne.==

Nei codici che ci hanno conservato l'_Agamennone_, codesti versi
appaiono cosí, uno dopo l'altro, senza distinzione o designazione
di personaggi. Ma appare ovvio che nella recita saranno stati
distribuiti in quattro gruppi: quelli che ho distinti con le
sbarrette doppie. Ora, sapete che cosa ha escogitato il Keck? In
uno di quegli accessi d'ipersensibilità estetica assai frequenti
nei nipoti di Arminio, ha visto una scena molto piú mossa: ha cioè
immaginato che ciascuno di quei versi fosse recitato da un attore
diverso. Avete ben capito? Uno dei vecchi avrebbe incominciato:
_Del fuoco per il lieto messaggio...._; e il secondo, levandogli
la parola di bocca: _attraverso la città muove un veloce..._; e il
terzo, interrompendo il secondo, a vendicare il primo: _clamore:
se veritiero..._; e il quarto: _chi sa, o se sia un divino
inganno_; e il quinto dopo il quarto, e cosí via sino al
dodicesimo.--Uccellin volò volò: come _giuoco di società_ è
raccomandabile.--E dopo questa «_teoria_», il Keck, glorioso e
trionfante come un mio pappagallo buon'anima, che, messa a posto
una beccata, si gonfiava e pavoneggiava tutto, commenta: «_In ogni
caso_, la simmetria di queste esclamazioni involontarie,
scoppiettanti qua e là fra le righe dei coreuti come un fuoco di
plotone (ah, prussiano!) è cosí perfetta, che non solo ne risulta
la divisione (fra varî personaggi) di questo brano, _ma d'ora in
poi_ non si può _neppure dubitare che il numero dei coreuti in
questa tragedia era di dodici_»[9].--Convincente, eh!--Adesso poi,
se un lettore malizioso va a contare i versi, vede che invece
sono tredici. Ma il Keck non si arresta dinanzi a cosí lieve
ostacolo. Rimaneggia un po' il testo, aggiunge di suo un
emistichio al 2.º verso, un emistichio e un verso intero al 4.º,
affida a due dei personaggi due versi per ciascuno, e fa tornare
il conto giusto. Sistema comodissimo, pratico, concludente, che i
tedeschi hanno applicato ed applicano in lungo e in largo ai poeti
greci, riuscendo in tal modo ad ottenere simmetrie e fondare
«_teorie_» divertentissime.

                              *
                             * *

Ma--obietteranno i competenti--questo ed altri non meno
sollazzevoli esempî che si possono raccogliere dall'opera
del Keck, non concludono molto. Il Keck è senza dubbio uno
scientificissimo filologo; e per questo noi lo pigliamo sul
serio, ad onta della incontestabile sua grullaggine: ma non è
addirittura una sommità. Sceglietene uno di prima fila.

Vi servo subito, illustri competenti. Scelgo un altro nome che
riuscirà nuovo ai profani (è l'allegra vendetta del buon senso),
ma farà chinar reverenti le fronti degli iniziati: Federico Blass.

Federico Blass è senza dubbio filologo d'erudizione immensa e
sicura; e possiede anche una nitidità di pensiero e d'espressione
non troppo comune fra i tedeschi. Ma stringi stringi, è tedesco
anche lui: e sentite un po' che cosa va ad arzigogolare intorno ad
una scena delle _Eumenidi_ di Eschilo. La sacerdotessa del
santuario d'Apollo entra un istante nel tempio, e ne esce
esterrefatta da una visione orribile. Sentiamo le sue stesse
parole (traduco fedelmente):

    Ai penetrali ed alle sacre bende
    m'accosto: e vedo su la pietra un uomo
    supplice, sozzo d'un delitto: sangue
    stillano ancor le mani, e il ferro ignudo;
    e stringe un ramo di montano ulivo
    tutto avvolto di pii candidi bioccoli.
    E dinanzi a costui, sovressi i troni,
    sopito giace un mostruoso stuolo
    di femmine: non femmine, anzi Gòrgoni
    io le dirò: se ben, neppure a Gòrgoni
    le posso assimigliar, quali dipinte
    io le vidi a Finèo predar la mensa:
    ché senz'ali son queste, e negre, e tutte
    lorde: con ammorbanti aliti russano,
    e sozze marce giú dai cigli colano.

Dunque Oreste, sgozzata la madre in Argo, è corso a rifugiarsi,
inseguito dalle Furie, ai piedi dell'altare d'Apollo; ed ha le
mani ancora intrise di sangue.

Penseresti, amico lettore, a chiedere di chi sia quel sangue?--Ma
i tedeschi sono coscienziosi, vogliono mettere tutti i puntini su
tutti gli «i». Quindi Federico Blass, angustiato dal dubbio
scientifico, si propone e cerca di risolvere il grave problema. E,
cerca cerca, scavizzola un po' oltre le seguenti parole, che
Oreste, abbandonato il santuario di Apollo, pronuncia ai piedi del
simulacro di Minerva:

    Langue su la mia man, si strugge il sangue.
    Del matricidio la recente macchia
    lavata è già: col sangue d'un porcello
    presso l'ara del Dio fu cancellata.

Che raggio di luce! Oreste ha dunque sacrificato un porcello ad
Apollo: il sacrificio fu compiuto prima della scena in cui Oreste
ci è apparso tra le Furie, perché al fine di quella scena
Oreste fugge, né in séguito torna piú nel santuario d'Apollo:
conclusione... conclusione: «_naturalmente il sangue non è
quello della madre, bensí quello del porcello sacrificato ad
Apollo_»[10]. E dice proprio naturalmente: _natürlich_. Perché è
incredibile quante cose che a noi sembrano dell'altro mondo, siano
naturali per i filologi tedeschi e per i loro tirapiedi italiani.
Scommetto che qualcuno di essi, leggendo queste mie righe, mentre
tu, o lettor profano, ridi, starà meditando gravemente se il Blass
non possa per avventura aver ragione lui[11].

Dunque, o profani, avete inteso bene anche questa volta? I poeti
greci sono grandi, ma sono anche remoti; e per intenderli occorre
l'aiuto dell'ermeneuta. Eccolo, l'ermeneuta. Mentre voi, dinanzi a
quella portentosa fantasia tragica, raccapricciate, mirando le
mani insanguinate del matricida, l'ermeneuta viene, barbone e
occhiali, e vi susurra misterioso all'orecchio: Attento bene, o
profano! Quello è sangue di porco!

                              *
                             * *

E senza abbandonare Eschilo, veniamo finalmente al piú grande dei
moderni ellenisti, al pontefice massimo, al gran lama, al kaiser
della filologia moderna: Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff.
Questo nome, sí, fa tremare le vene e i polsi a tutti i filologi
autentici, serî, veramente scientifici. Per avere denunciate
alcune sue gustosissime amenità pindariche[12], io mi sono
attirato l'odio teologico di quasi tutti i filologi italiani. Ma
questo non interessa il lettore. Il Wilamowitz è poi anche
abbastanza noto al gran pubblico, perché durante la guerra è piú
volte uscito dal suo guscio filologico, per fare clamorose ed
esilaranti dimostrazioni patriotiche. Un giorno, in una seduta
magna dell'accademia di Berlino, dopo che altri luminari ebbero
schiccherato parecchi discorsi imperialisti e mangiacristiani,
come usavano allora, si levò solenne, nella candida maestà della
barba fluente. Religioso silenzio. E mentre tutti attendevano dio
sa quali fiumi di eloquenza demostenica, intonò con voce gagliarda
il _Deutschland über alles_. Sarebbe come se, a una tornata
solenne dei _Lincei_, Pasquale Villari, putacaso, si alzasse a
cantare: _Si scuopron le tombe, si levano i morti_.--Un'altra
volta interruppe la lezione, e dopo un discorsetto di circostanza,
rivolto alle studentesse: È guerra--disse--le studentesse alla
calza!--L'ultima fu il permesso solennemente accordato alla
patria tedesca di rappresentare sulle scene alemanne i drammi di
Shakespeare. Eravamo ai grassi giorni della neutralità, e
codeste bertoldaggini erano riferite nei giornali italiani dai
corrispondenti germanofili con accenti di commossa ammirazione.

Il Wilamowitz, dunque, ha pubblicato, pochi mesi fa, un grosso
volume di _interpretazioni_ eschilee; e nella prefazione scrive
queste sacrosante parole: «L'interprete d'un'opera d'arte deve
fare ben piú che spiegare parole e proposizioni: egli deve
_sentire simpaticamente_ col poeta, deve sentire l'opera e il
poeta come qualche cosa di vivo, ed _insegnare agli altri a
sentire_».--Benissimo! Proprio quello che io vado ripetendo da
oltre un decennio ai wilamowitziani d'Italia, i quali rimarranno
adesso un po' male, sentendo queste parole pronunciate dal loro
idolo.

Benissimo! Ma come _sente_ poi il Wilamowitz? Come _insegna a
sentire_?--Del suo volume mi occupo altrove, lungamente[13]. Qui,
a conclusione di questo già lungo articolo, citerò un paio di
esempî.

Apriamo, anche una volta, l'_Agamennone_. Quando il re d'Argo,
reduce vittorioso da Troia, si presenta sul carro dinanzi alla
reggia. Clitennestra, che medita già in cuor suo di ucciderlo, lo
saluta con un lungo discorso tutto miele, infinte lusinghe, velati
sarcasmi. E conclude:

                Ed or che il male
    sofferto è già, con cuor lieto, quest'uomo
    dirò cane fedel della sua casa,
    gómena che salvezza è della nave,
    saldo pilastro dell'eccelso tetto,
    figliuolo unico al padre, terra apparsa
    ai naviganti contro ogni speranza,
    giorno fulgente dopo il turbine, acqua
    di vena al peregrino arso di sete!
    Questo è il saluto ond'io t'onoro.

Sapete che cosa ha inventato il Wilamowitz? Nei _Canti popolari
Toscani_ ha letto i seguenti versi:

    L'è rivenuto il fior di primavera,
    l'è ritornata la verdura al prato:
    l'è ritornato chi prima non c'era,
    è ritornato il mio 'nnamorato:
    l'è ritornata la pianta col frutto,
    quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto:
    l'è ritornato il frutto con la pianta;
    quando c'è il vostro cuore, il mio non manca:
    l'è ritornato il frutto con la rosa;
    quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.

Questo canto e le parole di Clitennestra sembrano al Wilamowitz
una sola cosa; onde egli induce dalla somiglianza non so qual
profondo misterioso rapporto; e scrive, senza paura: «Io credo
fermamente che i carmi convivali o i canti popolari greci
offrissero qualche cosa di simile. Questo non si può riuscire a
provarlo; _ma questo rispetto amoroso ci fa vedere_ a quale sfera
il poeta abbia attinto i colori per la finzione ipocrita (di
Clitennestra)», etc., etc.[14].

Per capire bene l'amenità di questa osservazione, bisogna
rileggere l'intera scena e l'intero discorso di Clitennestra, e
vedere come tutto quel che precede prepara l'animo in modo che
queste ultime lusinghe della femmina feroce suonano nell'anima del
lettore come un sarcasmo d'altezza tragica infinita. Allora viene
_l'ermeneuta_, e vi susurra all'orecchio che dovete pensare ad uno
stornello paesano.... Con che cuore, con che cuore!--E poi notate:
«a quale sfera il poeta abbia attinto i colori!» Come se Eschilo,
la fantasia piú vulcanica che il mondo abbia mai avuto, andasse a
racimolare qua e là bricciche per comporre le sue tragedie.
Avrebbe potuto almeno ricordare, il kaiser dei filologi, che nelle
_Rane_ d'Aristofane appunto Eschilo rimprovera al suo rivale
Euripide un simile sistema di composizione poetica!

E quasi piú interessante è la interpretazione o _visione_
wilamowitziana della scena di Cassandra.

Come tutti rammentano, la fanciulla profetica rimane muta ed
immobile durante tutta la scena dell'arrivo. Esce poi Agamennone,
esce Clitennestra, i coreuti intonano il loro tristissimo canto,
né essa dà segno di vita. Sembra, secondo la icastica espressione
del coro, una belva or ora presa. Riappare Clitennestra, la invita
a piú riprese ad entrare nella reggia, i coreuti la esortano, ma
non ottengono risposta. La regina rientra, i coreuti rivolgono
alla fanciulla un'ultima affettuosa esortazione. Né essa risponde;
bensí, d'un tratto, rompe in un inatteso grido straziante, che fa
tuttora correre un immenso brivido tra le file degli spettatori.

Il Wilamowitz, come ho detto, offre di questa scena una
interpretazione sua: e per apprezzare questa interpretazione,
bisogna che rileggiamo insieme tutta la scena. Riferisco la mia
versione.

    CLITENNESTRA

    _Esce dalla reggia, e si rivolge a Cassandra._

    Entra tu pure.--Dico a te, Cassandra.
    Poi che benignamente volle Giove
    che i sacrifici tu partecipassi
    fra i molti servi, stando presso all'ara
    del Dio custode della casa. Scendi
    dal cocchio, scaccia il tuo soverchio orgoglio.
    Anche il figlio d'Alcmena, un tempo, dicono,
    fu venduto, e dove' piegarsi a forza
    a servil giogo. Allor che su noi piomba
    di tal sorte la forza, è assai fortuna
    trovar padroni d'opulenza antica:
    ché quanti ricca messe hanno ricolta
    oltre ogni loro speme, in tutto crudi
    sono coi servi, oltremisura. Tu
    quanto conviene troverai fra noi.

    A

    _a Cassandra che rimane muta._

    Chiare parole t'ha dirette. Or tu
    obbedisci, poiché sei nelle reti
    fatali. Ma obbedir forse non vuoi!

    CLITENNESTRA

    Se pur la lingua sua barbara, ignota
    non è, simile a quella delle rondini,
    parlando il cuore suo convincerò.

    A

    Seguila: il meglio che poteasi in questa
    sorte ella disse. Lascia il carro, cedi!

    CLITENNESTRA

    Non ho tempo da perdere dinanzi
    a questa porta. Stanno già le vittime
    sull'ara, in mezzo della casa, e attendono
    il macello ed il fuoco.--Oh chi sperava
    mai questa grazia!--Or tu, se ciò che dissi
    vuoi far, non indugiare: e se t'è dura
    nostra favella, e dir non sai parola,
    con un barbaro cenno almeno esprimiti.

    A

    D'un efficace interprete bisogno
    ha la straniera, sembra. I modi suoi
    sono come di belva or ora presa.

    CLITENNESTRA

    D'insania è colta, e i mal pensieri ascolta.
    È giunta qui, lasciata la città
    arsa or ora, né sa patir le redini,
    se pria non spuma la sanguigna bava.
    Ma non oltre m'abbasso a favellarle.

    _Entra nella Reggia._

    A

    Non io m'adirerò. Pietà mi stringe.
    Lascia quel cocchio, sventurata, cedi
    al tuo destino, al nuovo giogo piègati.

    CASSANDRA

    _prorompendo improvvisa_

    Ahimè, terra! Ahimè, terra!
    Apollo! Apollo!

    A

    Perché d'ahimè saluti il nume ambiguo?
    Non si addice a quel dio funebre nenia!

    CASSANDRA

    Ahimè, terra! Ahimè, terra!
    Apollo! Apollo!

    B

    Con grida infauste ancor saluta il Nume
    cui non s'addice assistere a lamenti.

    CASSANDRA

    Apollo, Apollo!
    Mio duce e mio sterminio!
    Mi perdi, e non a mezzo, anche una volta!

    C

    Sue sciagure predir sembra: fra i lacci
    di servitù, vive il fatidico estro.

    CASSANDRA

    Apollo, Apollo!
    Mio duce e mio sterminio!
    Dove condotta m'hai? Verso qual tetto?

    D

    Al tetto degli Atridi: io te lo dico,
    se non lo sai: né troverai ch'io menta.

    CASSANDRA

    A tetto inviso ai Numi, di consanguinee stragi
    conscio, di lacci fatali, a macello
    d'uomini, a suolo gocciante di sangue.

    B

    Come can la straniera ha nari acute,
    e fiuta, per trovare odor di strage.

    CASSANDRA

    Ecco, ecco i testimonî che fede a me ne fanno
    questi fanciulli piangenti sgozzati:
    maciulla il padre le carni combuste!

    A

    Sapevamo per fama il tuo profetico
    estro; ma niun profeta andiam cercando.

    CASSANDRA

    Ahimè, ahimè! Che mai
    disegni? Quale immane
    novello immane lutto
    disegni in questa casa? Insopportabile
    pei tuoi, senza rimedio!
    E lontana rimane ogni difesa!

    A

    Questi ultimi presagi io non intendo;
    intendo il resto: tutta Argo lo grida.

    CASSANDRA

    Ah, scellerata! Questo
    farai! Lo sposo tuo,
    il compagno del letto,
    mentre nel bagno tu lo immergi.... Come
    dirò la fine? E presto
    sarà! Mano su mano avventan colpi!

    A

    Non anche intendo; ché irretito io sono
    fra vaticinî cui l'enigma accieca.

    CASSANDRA

    Ahi, terrore, ahi, terrore! Che visione è questa?
    Forse d'Averno è un laccio?
    La compagna del talamo è la rete,
    la complice! Discordia, insaziabile
    contro questa progenie, innalzi un ululo:
    ché pietre, poi, vendicheran lo scempio!

    A

    Quale tu invochi Erinni che si levi
    su questa casa? Il tuo dir non m'allieta!
    E refluisce al cuore la crocea stilla, come
    a chi trafitto cade di lancia, e quivi ha termine
    con i postremi raggi
    della naufraga vita. E vien rapida morte.

    CASSANDRA

    Ahimè, ahi! Vedi, vedi! Tieni, tieni lontana
    dal toro la giovenca!
    L'afferra al peplo con le negre corna,
    a tradimento lo colpisce: piomba
    nel bagno molle....--Di feral lavacro
    insidïoso a te la storia narro.

    A

    D'essere acuto intenditor d'oracoli
    vanto io non meno; e pur, somiglia questo
    a presagio di male. Quale fausta parola
    mai dissero i responsi? Ma ben con le sciagure
    gli ambigui vaticinî
    al cuor dell'uomo insegnano profetico terrore.

    CASSANDRA

    Ahi, me infelice! Al suo dolore mischio
    il mio dolore! Oh povera mia sorte!
    Perché, perché m'hai qui condotta, misera?
    Perché con lui m'avessi una la morte?

    A

    Tu deliri. T'invasa furor divino: e intoni
    su te díssono canto,
    come il fulvo usignuolo
    non mai sazio di pianto,
    che, chiuso nel suo duolo,
    Iti Iti per tutta la sua vita
    piange, di mali innumeri fiorita.

    CASSANDRA

    Oh! la sorte del garrulo usignuolo!
    Le membra un Nume a lui cinse di penne;
    dolce vita gli die', scevra di lagrime.
    Me attende, a farmi a brani, una bipenne.

Ora, questa figura di vergine fatidica, voi profani la immaginate
immota, sorda, perfettamente distaccata da tutto quanto la
circonda, seguendo, con gli occhi sbarrati nel vuoto, l'intima
visione dell'imminente scempio d'Agamennone: e quando l'orrore è
giunto ad un culmine insostenibile, prorompe in quel grido
straziante.

Nossignore, voi sentite e vedete male. Il Wilamowitz, il quale sa
che al mondo non c'è effetto senza causa, dice che la fanciulla è
indotta alla repentina esclamazione dalla circostanza che
l'occhio le cade sopra l'idolo di Apollo, suo innamorato e causa
prima delle sue sciagure; idolo di Apollo, il quale era poi un
cono di pietra, il quale in origine era un paracarri, e si poneva
innanzi ad ogni casa, come ci hanno insegnato i nuovi frammenti di
Menandro. Visto il paracarri, allora no, Cassandra non sa piú
stare alle mosse, e leva il suo grido d'orrore![15].

                              *
                             * *

È proprio tempo di concludere. Codesti volumi, codesti commenti
«filologici» son tutti ugualmente ameni, da cima a fondo?--Ah, no
davvero! Se cosí fosse, sarebbero altrettanti capolavori
d'umorismo, e i loro autori meriterebbero una nicchia accanto ai
grandi benefattori dell'umanità. Piú spesso le loro «_teorie_» (i
filologi tedeschi battezzano cosí ogni piú ovvia loro idea, ogni
piú grama ipotesi) sono d'una monotonia tetra e asfissiante. Ma
tutte, tetre o amene, si dimostrano, quasi sempre, prodotti dei
seguenti fattori:

1) Uno spirito d'analisi minuto, microscopico, ma miope e freddo:
uno spirito da revisore di conti, da curatore di fallimenti.

2) La trascuranza o l'inscienza degli elementi irrazionali che
entrano nella tempera d'ogni opera d'arte.

3) La mancanza assoluta di sensibilità estetica.

4) Lo struggimento di elevarsi, nondimeno, ad una valutazione
estetica: e le conseguenti amenità.

Le qualità medesime e i medesimi difetti si riscontrano in quasi
tutte le opere della moderna e modernissima filologia tedesca--la
filologia del kaiser, ben differente da quella che l'ha preceduta,
che diede frutti insigni, e di cui mi occuperò nei prossimi
articoli.

E la conclusione?--È ovvia, mi sembra. La filologia tedesca
presenta la medesima preparazione metodica meticolosa e
formidabile dell'esercito tedesco. Ma tale preparazione non
conduce alla valutazione estetica, cioè alla intelligenza delle
opere d'arte.

E se tale intelligenza è, come deve essere, lo scopo supremo
d'ogni studio, la filologia del kaiser fallisce--come gli eserciti
del kaiser--ai suoi scopi supremi.

Ecco il suo piede di creta.



II.

IL CORVO CON LE PENNE DEL PAVONE


C'era una volta un corvo che saltabeccava beato e tranquillo nel
bugigattolo d'un ciabattino. Un bel giorno trovò le spoglie d'un
pavone; e invaghitosi di quelle penne versicolori, tanto piú
appariscenti del suo piumaggio nero, se le mise indosso, e cosí
camuffato, andò tra gli altri pavoni, nei giardini del re....

No, via, non divaghiamo: ripigliamo il filo. Nell'articolo scorso
asserivo che, se chiedete agli iniziati in che cosa propriamente
consista questa benedetta filologia, probabilmente otterrete tante
risposte diverse quanti sono gl'interpellati.

E non c'è da farne meraviglia. Per ragioni che si chiariranno in
questo articolo, i filologi si sforzano ad affermare e dimostrare
che la filologia è tutt'altra cosa da ciò che essa è in effetto. E
quest'altra cosa, naturalmente, ciascuno la vagheggia, la
immagina, la definisce, secondo il proprio desiderio, la propria
fantasia, il proprio ingegno. È troppo ovvio che ne derivi una
babele. E ingenuità somma sarebbe quindi rivolgersi, per risolvere
la questione, ad essi i filologi. Cercare la verità attraverso un
dedalo d'errori, non è facile, non è piacevole, non è pratico:
onde noi cercheremo di raggiungerla battendo una via maestra. Ora,
qui, come in tutte le quistioni intricate, nulla giova tanto ad
illuminare quanto il rifarsi dal principio. Sia dunque longanime
l'amico lettore, ed abbia la pazienza di seguirmi in una
rapidissima corsa, dalle origini, alla decadenza, mascherata da
apoteosi, della filologia classica.

                              *
                             * *

La filologia classica sorge, come tante altre cose belle, in
Italia. Senza parlare dei precursori, tra i quali, per altro, è
Dante Alighieri, e i manualetti tedeschi non se ne accorgono,
incomincia con Francesco Petrarca, salutato anche dai manualetti
tedeschi, _resuscitatore_ dell'antichità classica; e in breve giro
d'anni vanta, per ricordare i sommi, il Boccaccio, Coluccio
Salutati, Niccolò dei Niccoli, Leonardo Bruni, Giovanni Aurispa,
il Guarino, Vittorino da Feltre, Poggio Bracciolini, Flavio
Biondo, Ciriaco D'Ancona, il Filelfo, il Valla, Marsilio Ficino,
Angelo Poliziano (muore il 1494), e, grandissimo epigono, Pietro
Vettori (muore il 1585).

Francamente, è un pantheon davanti a cui impallidisce anche la
kaiseriana superaccademia di Berlino. Si conceda pure ai
manualetti e ai manualoni tedeschi che tutti questi umanisti--i
quali però scrivevano il latino in guisa da rivaleggiare con
Cicerone e con Orazio, mentre parecchi accademici di Berlino lo
scrivono come sguatteri--non intendessero affatto il «contenuto»
degli scrittori di Roma: si conceda che non intendessero né lo
spirito né la forma dei poeti greci, sebbene vorrei vedere quanti
dei filologi «scientifici» sarebbero capaci di scrivere versi
greci come quelli di Angelo Poliziano, con quell'onda musicale,
con quella nitidezza cristallina, con quella intensità di colore:
si deplori col Voigt che questi umanisti fossero pieni d'orgoglio,
a cominciare dal Petrarca, il quale, del resto, ne avrebbe avuto
miglior diritto di qualche filologo tarpano: ai ammetta, si
riconosca tutto questo e quante altre cose vogliono i moderni
_scienziati_; ma rimane indiscutibile il fatto che essi, gli
umanisti, svelarono al mondo moderno imbarbarito la radiosa
civiltà degli antichi. Con un ardore che divampa tuttora dalle
loro pagine tante volte secolari, con abnegazione e tenacia
indomabili, a prezzo di stenti, di patimenti, di rischi,
questi uomini meravigliosi, che accoppiavano l'ardimento
dell'avventuriero alla pazienza del monacello amanuense, corsero
il mondo a cercare in fondo ai conventi e tra le insidie di
contrade barbare i preziosi manoscritti depositari dell'antica
civiltà, li trascrissero, li pubblicarono, li lessero e
commentarono alle genti attonite; fecero rivivere nell'uso, con
tutto l'antico splendore, la fulgida lingua di Roma; tradussero da
quel greco che «non conoscevano», e tradussero molto, e tradussero
bene. E per merito loro il nome latino e il nome italiano
suonarono, anche una volta, alti, gloriosi, per tutto il mondo
civile.

E accanto all'opera loro si svolge, non meno ardente e proficua,
quella dei «librai». Diamo un'occhiata, cosí alto alto, alle prime
edizioni di classici. Dal 1465, anno iniziale, sino ai primissimi
del '500, per una edizione dei _Paradossi_ di Cicerone, apparsa a
Magonza, per un Manilio di Norimberga, per un Terenzio e un
Valerio Massimo di Strasburgo--e basta--abbiamo 16 classici
stampati a Roma; 32 a Venezia (conto per uno gli Oratori attici);
6 a Firenze; 3 a Milano; ed altri a Subiaco, Bologna, Brescia,
Napoli, Vicenza, Ferrara. E sia pure che molte di queste edizioni
fossero provvisorie e da emendare con la collazione di nuovi
codici; sia pure che qualche umanista, abusando della sua favolosa
facilità nel latino, correggesse un po' troppo liberamente i
testi; ma anche qui sussiste ineliminabile il fatto che, mentre
tutto il mondo, Germania compresa, stava a guardare, _gli umanisti
italiani scopersero e pubblicarono tutti i principali classici
greci e latini_; li pubblicarono in edizioni in genere corrette,
e, quando possedevano il materiale occorrente, meravigliose: tanto
che, se confrontate qualche edizione aldina con qualche novissima
edizione di Lipsia, passata per la trafila di cento collazioni,
avete l'edificante sorpresa di trovarvi dinanzi al testo medesimo;
li tradussero, e le loro traduzioni spesso rimasero base
fondamentale di tutte le traduzioni future: li commentarono: in
una parola, scopersero e diedero al mondo moderno quasi tutto il
materiale per la conoscenza e per lo studio del mondo antico. Gli
altri avranno fatto meglio di loro: ma tutti dopo di loro. Cose
note, arcinote; ma non è male precisarle e ricordarle.

                              *
                             * *

Scoperta la terra, disegnata la configurazione generale, ecco
avvicinarsi gli altri popoli, la cui attività comincia appunto
quando quella italiana, raggiunta la piú ardua mèta, incomincia a
declinare. Enrico Stefano ed Erasmo di Rotterdam, corifei dei due
grandi periodi filologici francese ed olandese, nascono
rispettivamente il 1460, il 1466: il principio della loro attività
cade quindi fra il il 1480 e il 1490. Angiolo Poliziano, aquila ed
usignuolo dell'umanesimo, moriva nel 1494. Gl'Inglesi vengono
assai dopo; il Bentley, il loro corifeo, nasce il 1662. I
tedeschi, qui come in tante altre cose, arrivano ultimi.
L'Agricola, il Reuchlin, lo Schwarzert, non possono davvero
passare per precursori: e solamente col Winckelmann (nasce il
1717) incomincia in Germania un vero risorgimento umanistico.

Il periodo francese è veramente gloriosissimo. Esso vanta, per non
ricordare che i nomi piú famosi, tutta la dinastia degli Stefani,
il Turnèbe, che Montaigne chiamò il piú gran letterato da mille
anni ai suoi giorni, il Mureto, sovrano d'ogni eleganza, Giuseppe
Giusto Scaligero, l'«aquila fra le nubi», il Casaubon, l'uomo piú
dotto dei suoi tempi. Questi filologi, e i minori, ripubblicarono
o pubblicarono i testi greci e latini con diligenza, con
disciplina, con un materiale di studio che gli umanisti non
possedevano ancora. La loro potenza di lavoro era formidabile,
favolosa. Il solo Enrico Stefano (il minore), pubblicò 74 autori
greci e 58 latini, fra cui diciotto edizioni principi. E questa
non è se non la parte minore, il fregio della sua opera: il suo
capolavoro immortale è il _Tesoro della lingua greca_ (1572), che
in cinque volumi in folio racchiude tutta la grecità. È, sino ad
oggi, l'unico gran dizionario greco: è opera di dottrina e
genialità infinite: da esso derivano, piccoli rigagnoli, tutti gli
altri vocabolarî, compresi il Passow ed il Pape, tedeschi, famosi,
e mediocri.--Prima di lui, Roberto Stefano aveva pubblicato il
_Tesoro della lingua latina_ (1531), che rimase anch'esso unico
sino al lessico del Forcellini, italiano, che anche ora
giganteggia su tutti gli altri. Cinque accademie tedesche hanno
adesso radunati gli sforzi per compilare un nuovo vocabolario. Ma
chi sa quando sarà finito, e chi sa come sarà finito. Per il poco
che ne possediamo, si presenta, al pari di tante modernissime
operone tedesche, come un mare magno. E non è detto che non vi si
possano pescare anche granchi.

Per tornare alla filologia francese, accanto a questi due
monumenti degli Stefani, bisogna collocare i Glossarî della media
ed infima latinità e grecità del Du-Cange (1678-1688), la sua
edizione degli storici bizantini, e la Paleografia e la Biblioteca
dei manoscritti di Bernardo di Montfaucon.

Colgo i punti culminanti; e quanto al periodo olandese, che corre
quasi parallelo al francese, mi limiterò a ricordare il Lipsio, il
Meurs, il Grozio, il Gronovio, la cui opera amplia ed integra in
certo modo quella dei filologi francesi.

Ora, in questo periodo che diremo, per intenderci,
franco-olandese, si precisano meglio il cómpito e gli scopi della
filologia, rimasti nel periodo umanistico un po' indeterminati e
confusi. Gli umanisti italiani, nel loro sconfinato entusiasmo,
avevano voluto quasi cancellare il torbido periodo dell'età di
mezzo, riallacciare a Roma e ad Atene il pensiero e l'arte
contemporanea, far rivivere il passato. Sbollita la prima
ebbrezza, si vide quanto fosse chimerica tale aspirazione.
Rievocare il pensiero e l'arte antica, assimilarli, cercare in
quel primo radioso periodo della nostra civiltà fulcri ed impulsi
per i futuri progressi, andava bene; ma vuotare la vita attuale
del suo contenuto per iniettarvi quello di un'altra epoca, non era
possibile e sarebbe stato male. Gli umanisti francesi ed olandesi,
piú o meno compiutamente, restrinsero e definirono con gran
chiarezza l'essenza e il cómpito della filologia classica.
Pubblicare gli scrittori antichi nella forma presumibilmente piú
vicina alla forma originale; e per giungere a questo risultato,
radunare tutti i codici conservati di ciascun autore, correggerli
ed integrarli col paziente confronto. E intorno a questi autori,
raccogliere quante notizie antiche servissero ad illustrarli.

Tale il programma. Programma non clamorosamente bandito, bensí
strenuamente, pazientemente attuato. Allora non c'erano tante
«teorie», tanti contrasti di metodi, tante imposizioni. E non ce
n'era bisogno. L'opera era molto ardua nella pratica; ma quanto ai
criterî generali, per menti lucide come quelle, non potevano
sorger dubbî. Nessuno di quei gagliardi si dev'essere proposta mai
la domanda che sembra angosciar tanto le menti tedesche: che cos'è
la filologia. Badarono ad operare, ed operarono a bono. E se anche
tutto il lavoro filologico compiuto dopo di loro andasse perduto,
potremmo ancora, senza troppo disagio, leggere tutti i classici
greci e latini. Furono lavoratori ciclopici.

Lavoratori solamente?--Certo l'aureola che cinge i nostri umanisti
non circonda le loro fronti. Altro è scoprire una terra, altro è
metterla in valore. Il giudizio del mondo che, a lungo andare,
tribuisce a ciascuno il suo, colloca questi dotti in una sfera un
po' meno luminosa di quella in cui brillano il Filelfo, Marsilio
Ficino, Angiolo Poliziano; ma suonano tuttavia immortali i nomi
degli Stefani, del Mureto, del Grozio, del Du-Cange.

                              *
                             * *

Un passo innanzi si deve al Bentley, con cui comincia dunque la
filologia inglese. Il Bentley è una di quelle menti inglesi
d'acume indefettibile, che fissano, senza offuscarsi un momento,
i problemi piú abbacinanti. Qualche filologo alla tedesca
volentieri trova da apporre al suo gusto; ma insomma egli guardò
veramente con _occhio nuovo_ tutto l'immenso materiale della
dottrina classica, e vide quasi dappertutto fatti e fenomeni
sfuggiti ai piú acuti indagatori. A lui si deve la scoperta del
digamma in Omero, dalla quale rampollarono tante verità in
parecchi ordini di studî; egli intuí il vero studio scientifico
della metrica; e molte delle vie che batte' poi con tanto clamore
la filologia tedesca, furono, in realtà, dischiuse da questo
grande Inglese. Ma né di lui né di altri pure insigni, che mossero
sulle sue orme, posso parlare piú a lungo: non voglio però tacere
che in questo milluogo di studio sorge anche Giorgio Grote, che,
vissuto sempre nel mondo bancario, scrisse una storia della Grecia
che rimane, per chiunque non sia acciecato da pregiudizî
filologici, mirabile e insuperata.

                              *
                             * *

Ed eccoci infine alla Germania, cioè al punto capitale della
nostra discussione. E qui abbia un po' di pazienza il lettore, e
freni per un momento qualche obiezione che potesse affacciarglisi.
Per chiarezza d'esposizione, devo enunciare fatti fondamentali,
senza tener conto, volta per volta, di minori fatti concomitanti,
che sembrerebbero talora smentirli. Ad uno ad uno riesaminerò poi
questi fatti: ora debbo cogliere i punti essenziali. La matassa è
arruffatissima; e se non sbrogliassimo i capi uno per uno, non
arriveremmo in fondo.

Iniziatori della rinascenza classica in Germania furono non già
eruditi, bensí l'araldo dell'arte greca, Winckelmann, lo
scienziato poeta, Humboldt, e grandi scrittori e poeti: Lessing,
Herder, Klopstock, Goethe, Schiller. Il battesimo fu meraviglioso,
e se ne vide il buon frutto; ma questo è uno dei punti cui dovremo
troncare.

Dunque, il periodo filologico tedesco comincia tardi. Ma è
doveroso soggiungere che è però d'una fecondità straordinaria: se
oggi contate l'esercito dei filologi tedeschi, esso stritola
senz'altro gli eserciti riuniti di tutto il resto del mondo. Che
se poi domandate ad un filologo benpensante quali siano i tratti
caratteristici del movimento filologico tedesco, egli vi
risponderà senza dubbio:

1) Una metodologia piú raffinata, sicché solo coi tedeschi la
filologia diviene veramente scienza.

2) Un approfondimento delle discipline filologiche.

3) Un ampliamento delle sullodate discipline.

4) L'organizzazione del lavoro scientifico.

Questa _organizzazione_ è, in fondo, la parte fondamentale, che
diventa poi fabbrica di esportazione, mezzo d'espansione,
strumento di conquista: merita d'essere discussa a parte. Per ora,
occupiamoci degli altri tre punti, e vediamo che liquore si
nasconda, in realtà, dietro i seducenti cartellini.

1) Metodologia scientifica.--Nessuno ignora che i tedeschi hanno
la mania di fabbricar teorie. Metteteli al punto, e vi scrivono un
volume di mille pagine sulla «teoria» d'infilarsi la giubba. Cosí
fecero per la filologia.--Nel confrontare diversi codici per
derivarne la lezione presumibilmente piú vicina al testo
originario, nell'_emendare_ secondo la grammatica e le norme
stilistiche l'archetipo cosí derivato, e in simili altre bisogne
filologiche, conviene certo seguire certe regole. E il buon senso
le detta, e i grandi filologi in genere le avevano seguite senza
sciorinarle, senza organizzarle né farne pompa. I tedeschi
formularono, riunirono, codificarono, articoli, commi, sottocommi.
Ricordo un professore di storia che all'Università ci intrattenne
per un anno intero sulla metodologia, insegnandoci che conveniva
citare sempre l'ultima edizione scientifica, e quando si riferiva
un brano d'un altro scrittore, avvertire che non era nostro, e
chiuderlo fra virgolette, e citare la pagina precisa, e mettere un
_sic_ fra parentesi se l'opinione non ci persuadeva, e via di
questo passo.

Dunque, metodologia, asfissía. Ma in conclusione, ciascuno lavora
secondo il proprio genio. Se i tedeschi per filar diritto hanno
bisogno di tutti questi «_freni teorici_», adoperino pure questi
freni teorici. L'essenziale è che non deviino, che il risultato
sia buono.

E a dire il vero, per il lavoro filologico, secondo il concetto
determinatosi nel periodo francese--raccogliere, dunque, e
ordinare,--i tedeschi possedevano qualità di prim'ordine:
pazienza, resistenza, tenacia. A nessuno passerà per la mente di
scemar valore ad opere insigni come, per es., il _Corpus_ delle
iscrizioni greche del Boeck, la raccolta dei frammenti dei comici
del Meineke, la edizione plautina dei Ritschl, l'_Aglaophamus_ del
Lobeck--semplice raccolta di materiale anche questa, checché possa
sembrare ai filologi impenitenti.

2) Approfondimento.--Qui cominciano le dolenti note: in questo
_approfondimento_ ebbero ampio campo da esplicarsi alcune delle
meno buone qualità del tedesco.

I tedeschi hanno mente disordinata. Regolare un complesso d'idee
secondo una linea logica, precisa, sobria, come fanno senza
sforzo un italiano, un francese, un inglese, non sanno: quasi ogni
loro scritto, anche dei grandi, è perpetua prova di tale
affermazione. Il meticoloso ordine di tutti gli oggetti materiali
che meraviglia, seduce, ammalia tanti allocchi migrati in
Germania, non è se non una difesa, un argine contro questa
incoercibile tendenza delle loro idee a scompigliarsi, a
sparpagliarsi.

I tedeschi hanno mente poco lucida. Nel diaframma della loro
intelligenza le cose si riflettono senza nitidità di contorno,
circondate di nebbia, coi lembi sfumati e reciprocamente confusi.
Cosí vedono da per tutto oscurità, e quindi punti da chiarire,
cioè problemi da risolvere, dove non c'è niente da chiarire né da
risolvere. In tempi non sospetti, Giacomo Leopardi, la cui mente
ebbe sempre lucidità empirea, aveva già fatto questa osservazione:

      Che non provan sistemi e congetture
    E teorie dell'alemanna gente?
    Per lor, non tanto nelle cose oscure
    L'un di tutto sappiam, l'altro nïente,
    Ma nelle chiare ancor dubbî e paure
    E caligin si crea perpetuamente.

I tedeschi, per solito, stanno terra terra, salciccia, pipa, e
gotto di birra. Ma se, dio ci scampi e liberi, spiccano il volo,
eccoli d'un balzo tra la piú fitta nuvolaglia metafisica. Nel
cielo azzurro e limpido, nessuno ha mai visto un tedesco, se non
brevi istanti, e quando s'era perfettamente infrancesato, come
Heine, o grecizzato, latinizzato, italianizzato, come Goethe: e
nemmeno bastava.

Tutte queste qualità negative trovarono dunque fertilissimo
terreno nell'«approfondimento» della filologia. E seguendo,
secondo il genio della propria stirpe, le vie dischiuse dal
Bentley, produssero, con fecondità da conigli, centinaia,
migliaia, miriadi di scritti, in cui si _approfondiva_, cioè si
costruivano castelli in aria i piú goffi, i piú grotteschi, i piú
sbilenchi. Bisogna, come ho dovuto far io, aver letto a migliaia
codesti opuscoli, e vedere che cosa sono stati capaci di
arzigogolare filologi, anche di nome insigne, su miseri frammenti
di poeti, su innocenti figurazioni di vasi greci, per provare
dinanzi a questo _approfondimento_ tutti i sintomi del mal di
mare. Il frutto, non piú sollazzevole, ma certo piú cospicuo
dell'_approfondimento_, è la questione omerica. Milioni di pagine,
tra cui ne n'è da disgradare le amenità di Pulcinella. Oggi i
filologi per primi riconoscono che tutta la questione era
sbagliata, che tutte quelle pagine non hanno veruna ragione di
esistere, che chi ha impiegato mesi e mesi per studiare tutte le
teorie del Wolf, del Lachmann, del Hermann, si trova ora con un
pugno di mosche in mano--sono parole, sacrosante, di Giuseppe
Fraccaroli. Ma io ricorderò sempre un antico mio compagno
d'università, preconizzato luminare degli studî ellenici, perché
«conosceva a fondo la quistione omerica». Omero, poi, non l'aveva
letto, e se l'avesse letto non l'avrebbe capito.

3) Ampliamento delle discipline filologiche.--Questo «ampliamento»
risale a Federico Augusto Wolf. Il quale di punto in bianco,
identificò la filologia, o meglio la battezzò: _Scienza
dell'antichità_; e le subordinò ventiquattro, dico ventiquattro,
discipline, che viceversa, poi, sono di piú, perché molte si
potrebbero sdoppiare. Ve ne risparmio per ora l'enumerazione, che
c'è da fare una questione pregiudiziale. Che bisogno c'era di
questo ampliamento?

Non ce n'era proprio nessuno. Il contenuto e gli scopi della
filologia s'erano venuti precisando e determinando nei periodi
francese, olandese e inglese: non c'era che da seguire la via
tracciata.

E dunque, che cosa pote' indurre il Wolf a questo prodigioso
ampliamento? Il bisogno, innato in ogni alemanno, di cercar
mezzogiorno alle due pomeridiane? La mania d'annessione, nella
quale parecchi vogliono oggi riconoscere la qualità fondamentale
del carattere tedesco? Forse. O forse un altro movente, non dirò
nobilissimo, ma certo umano: e i filologi non sempre si librano al
disopra delle umane miserie.

Ecco. Dopo il momento umanistico, dopo i periodi francese,
olandese, inglese, cominciando ad esaurirsi il materiale di
studio, sfiorendone di giorno in giorno la freschezza, veniva
sempre piú in luce un carattere della filologia, che nei primi
entusiasmi era come sparito: il suo carattere di mezzo e non di
fine, di transitorietà e non d'immanenza. La filologia si mostrava
quale essa è veramente, non una scienza a sé, bensí un _metodo di
lavoro_. Ma cosí sparivano gli ultimi raggi dell'aureola che aveva
già circondata la fronte dei nostri umanisti: cosí la maestà del
filologo discendeva ancora d'un grado.

Ed ecco il colpo di stato di Augusto Wolf, e la conseguente
annessione delle ventiquattro provincie. La filologia semplice
mezzo, metodo, disciplina scientifica? La filologia è la scienza
delle scienze: essa le abbraccia tutte, come l'imperatore di
Germania abbraccia o abbraccerà tutte le nazioni del mondo: dalla
filologia, come dal kaiser, raggerà la luce su tutte le genti.

Le conseguenze del colpo di stato furono molteplici e varie, e in
questo articolo è proprio impossibile discuterle. Ma fin d'ora
accennerò a quella strettamente connessa con la nostra domanda
iniziale: alla babelica discordia nelle ulteriori definizioni
della filologia.

I filologi alemanni, dunque, si trovarono di punto in bianco
dinanzi a questo mostro, a questo ircocervo, che era uno ed era
ventiquattro; e non vi so dire se, con la disposizione sortita da
madre natura per le lucubrazioni apocalittiche, si sbizzarrirono a
studiarlo, a sviscerarlo, a definirlo. E ognuno enunciava la sua
_teoria_. Un dilettante di teratologia può con molto frutto
andarle a scovare. Io non le infliggerò al lettore, che, del
resto, può vederne discusse alcune in un bell'articolo di Raffaele
Onorato (_Nuova Antologia_, 16 maggio 1912). Ma non voglio
defraudarlo di quella dell'Urlichs, che apre il famoso _Manuale
della scienza dell'antichità classica_ di Iwan von Müller, una
lunga serie di volumoni che comprendono l'alfa e l'omega di tutta
l'odierna scienza filologica. Dunque, secondo l'Urlichs, la
filologia è la =scienza dell'idealità concreta=. Essa deve
dimostrare «la validità e il senso delle antiche testimonianze, la
connessione delle manifestazioni singole con le maniere collettive
di pensare e d'intuire dell'antichità». E cosí «nelle sublimi
creazioni di spiriti originali, offre _efficace correttivo_ alla
comune ipervalutazione del realismo utilitario, perché _stimola
la fantasia, impegna l'intelletto, arricchisce il cuore e acuisce
l'ingegno_».--Come un aperitivo Dulcamara. Oh dove sei tu, ché in
Italia non ti vedo, ombra che pensavi di Gian Domenico Romagnosi!

La risposta è molto filosofica. Ce n'è però una molto piú
semplice. La filologia è e dev'essere, né piú né meno, quello che
è stato nei grandi periodi classici. Deve preparare edizioni
corrette, e vicine, il piú possibile, al testo originario: deve
intorno ai testi raccogliere, con la maggior sobrietà possibile,
il materiale illustrativo. Arrivato a questo punto, il filologo,
_in quanto filologo_, ha esaurito il suo compito. Se poi oltre che
attitudine e spirito filologico, possiede anche _autentiche_
attitudini storiche, critiche, estetiche, scriva storia, critica,
letteratura: ma a codeste belle cose, le attitudini puramente
filologiche non servono proprio un bel corno; o servono a
spacciare amenità, come quelle, documentate nell'articolo scorso,
del Keck, del Wilamowitz, dei loro tirapiedi italiani. A scrivere
storia, letteratura, critica, si richiedono altre qualità, che non
s'acquistano, per trasfusione divina, con la patente di dottore in
filologia. Dunque i filologi facciano i filologi all'antica, e non
vadano oltre. E che c'è da vergognarsi, ad essere filologo puro?

Il corvo! Ha il brutto vezzo di scarnificar le carogne; ma non è
mica un brutto animale, il corvo! Nel bugigattolo del ciabattino,
con le ali un po' mozze, col becco grosso e duro, nero nero,
lustro lustro, è un sollazzo vederlo saltabeccare qua e là,
scavizzolando e ingollando chicchi di granturco, bottoncini da
scarpe, e in genere ciascun oggettino che luccichi. E perché gli
dovrebbe venire lo struggimento d'andare a far la ruota fra i
pavoni, nei giardini del re?



III.

LA TRAPPOLA SCIENTIFICA


E seguitiamo a dipanare la matassa arruffata. Seguitiamo,
distinguendo con esattezza quello che dicono i filologi da quello
che è in realtà. I filologi dicono che il Wolf ampliò il concetto
e sollevò la dignità della filologia convertendola in _scienza
dell'antichità_, e subordinandole ventiquattro discipline.
Benissimo. Ma in che cosa consistono codesto ampliamento, codesta
conversione, codesta sublimazione?

Le ventiquattro discipline che, in seguito alla riforma wolfiana,
rimasero tradizionalmente subordinate alla filologia, son dunque
le seguenti. Lettori di buona volontà, raccogliete il fiato:
lettori impazienti, saltate l'enumerazione,

                                ché senz'essa
    può star l'istoria, e non sarà men chiara.

E dunque: 1) Dottrina filosofica del linguaggio. 2-3) Grammatica
delle lingue greca e latina. 4) Ermeneutica, ossia fondamenti
dell'arte d'interpretare. 5) Fondamenti della critica filologica e
dell'arte di emendare. 6) Fondamenti della composizione prosastica
e metrica, o teoria dell'arte di scrivere. 7) Geografia ed
uranografia antica. 8) Storia universale di tutti i popoli
dell'antichità. 9) Fondamenti dell'antica cronologia e della
critica storica. 10) Antichità greche. 11) Antichità romane. 12)
Mitologia dei Greci e dei Romani. 13) Storia letteraria dei Greci.
14) Storia letteraria dei Romani. 15) Storia delle arti del
discorso e delle scienze presso i Greci. 16) Storia delle arti del
discorso e delle _conoscenze scientifiche_ (non scienze, questa
volta: adorabili nipoti d'Arminio!) presso i Romani. 17) Notizia
storica delle arti mimetiche presso entrambi i popoli. 18)
Introduzione dell'archeologia dell'arte. 19) Tecnologia
archeologica. 20) Storia universale dell'arte nell'antichità. 21)
Introduzione alla conoscenza e storia dell'architettura antica.
22) Numismatica dei Greci e dei Romani. 23) Epigrafia d'entrambi i
popoli. 24) Storia letteraria della filologia.--Auff! Ho dovuto
riassumere, ma è proprio finita.

Questa classificazione è un imperituro monumento della bestialità
teutonica, scoprentesi ed affermantesi proprio nel campo in cui i
tedeschi pensano d'essere maestri ai maestri, cioè nella
sistemazione teorica. E son pronto a dare la esauriente
dimostrazione di tale asserto ai filologi valvassori i quali me ne
facciano regolare domanda su carta da bollo. Per ora, chiediamo
solo perché le discipline siano per l'appunto ventiquattro. Forse
perché ventiquattro sono i canti dei poemi omerici, altre vittime
delle lucubrazioni wolfiane: perché quando si conta per
uno la _Numismatica dei Greci e dei Romani_ (e perché non la
grammatica?), peggio le _Antichità greche_, peggio la _Storia
universale degli antichi_, capite bene che il ventiquattro si può
senza fatica tramutare in quarantotto, in novantasei, in
centonovantadue. Viceversa alcune discipline dovrebbero essere
assorbite in altre da cui il Wolf le distingue. Ma questi, ed
altri errori che il piú profano dei lettori italiani rileva a
prima vista, sono in fondo, per attenerci alla partizione
dantesca, peccati d'incontinenza. La matta bestialità, che doveva
poi tralignare in malizia, è nella equazione fondamentale:
FILOLOGIA = SCIENZA DELL'ANTICHITÀ. Che cosa poteva voler dire
questa equazione?

Abbiamo visto nello scorso articolo che cosa era stata la
filologia sino a questo momento, e che cosa deve e non può non
essere sempre fondamentalmente: preparazione di testi.

E sappiamo anche, e ben chiaro, che cosa sia ciascuna di quelle
discipline conglobate insieme, da Federico Augusto Wolf, sotto il
nome e l'egida della filologia. Ma dove mai l'operoso demolitor
d'Omero trovò le basi per l'annessione?

Le trovò in un rapporto che esiste di fatto tra la filologia e
ciascuna di quelle discipline. La filologia prepara il materiale
per tutte. E questo fa sí che, mentre la maggior parte di esse non
saprebbe accoppiarsi omogeneamente con alcun'altra, sicché fra
l'astronomia, per esempio, e l'epigrafia, fra la numismatica e la
retorica, non si saprebbero escogitare connubî se non mostruosi;
essa la filologia, può invece unirsi benissimo con ciascuna di
esse. È come un minimo comun divisore di tutte.

Ma anche il piú annuvolato alemanno avrebbe inteso che,
riconosciuta una simile posizione della filologia di fronte alle
altre discipline, difficilmente si potevano subordinare queste a
quella. Essere singolarmente l'ancella di ventiquattro padrone,
non può significare, in linea generale, essere la padrona di tutte
e ventiquattro. E prima il Wolf, e poi, con protervia e malafede
sempre crescenti, i suoi degni epigoni, mutarono questa posizione
con uno spediente ingegnosissimo. Esaltarono, magnificarono,
proclamarono unico il metodo filologico, e lo imposero a quelle
ventiquattro discipline, e, via via, a tutte le discipline
dell'universo.

                              *
                             * *

I filologi piú induriti vorranno concedermi che parecchie di
quelle ventiquattro discipline non le ha inventate la _filologia
scientifica tedesca_. La storia, per esempio, la critica
letteraria, la interpretazione dei grandi autori, esistevano da un
pezzo. Se non che, ciascuna di queste discipline aveva metodi suoi
proprî, ed ai cultori di ciascuna d'esse si dimandavano qualità
peculiari e ben distinte. Allo storico, per esempio, la facoltà di
cogliere tra l'irrequieta moltitudine dei fatti i punti salienti e
significativi: il dono di vederli risorgere entro sé, in una
intima visione; la potenza espressiva per comunicare agli altri
tale visione. All'interprete dei poeti, cuore ardente, fantasia
agile, pronta a vibrare simpaticamente con quella degli autori
interpretati, orecchio finissimo, capace di seguire le menome
sfumature della poesia--che è sinfonia di parole--facoltà di
rievocazione plastica, cioè di veder dietro ogni parola una
immagine, di far risorgere nel proprio spirito le forme che già si
librarono alla mente dell'artista creatore.--Al critico, tutte
queste facoltà dell'interprete, e l'altra, di penetrare ancor piú
profondamente nell'animo dell'artista, d'intuire quali fantasmi si
disegnarono alla sua fantasia, di confrontarli con la loro
materiale espressione, e dal confronto elevarsi al giudizio.

E cosí via, ciascuna disciplina aveva metodi e richiedeva
attitudini speciali. Né parrebbe che i risultati di questa
pluralità metodica fossero cattivi. E finché i tedeschi non
abbiano data la prova del contrario a colpi di mortaro, il mondo
seguiterà ad ammirare senza eccezione le opere di storici, di
critici, di eruditi, come Tucidide, Orazio, Poliziano, Ludovico
Antonio Muratori, Macaulay, Michelet, Giacomo Leopardi, nessuno
dei quali, per quanto io sappia, andò a bere l'acqua della
saggezza sulle rive della Sprea.

Alla filologia sembrò invece che quella pluralità fosse deleteria,
quelle opere manchevoli e da dilettanti; e ai molti metodi
sostituí dunque il proprio, unico come il prezzo unico dei bazar.
È ben chiaro che chi impone il proprio metodo è padrone, come chi
impone le taglie a Bruxelles è padrone del Belgio. E quello che
avvenne per l'antichità classica, si ripete', su per giú, in ogni
altro campo di studî. E cosí, la filologia, a poco a poco, da
ancella divenne padrona.

La serva padrona.

                              *
                             * *

E quale era questo metodo unico? Quali attitudini, quali doti si
richiedevano a impadronirsene, ad applicarlo?

Le qualità fondamentali richieste nel filologo, erano, sono e
saranno sempre le seguenti:

1) Occhi resistenti e tenace pazienza per trascrivere e
collazionare codici.

2) Conoscenza grammaticale delle lingue.

3) Un certo acume che conduca a scoprire le interpolazioni e le
cause grafiche degli errori.

4) Un certo sentimento della fraseologia, che nei luoghi errati o
lacunosi suggerisca la correzione o il complemento.

Le prime due qualità non presuppongono vero ingegno. La terza è
una dote _sui generis_, molto affine a quella degli spiegatori
d'enimmi. La quarta appartiene ad un ordine piú alto. I tedeschi,
con la loro nativa leggerezza di tocco, la chiamano _critica
divinatoria_. In realtà, essa non potrebbe sembrare straordinaria
per alcun motivo, se non per l'abuso che se ne è fatto, anche dai
grandi, nella arbitraria manipolazione dei testi. Ma insomma, essa
attinge veramente i limiti del pensiero e dell'arte.

Se non che, tanto questa ultima quanto le altre che d'ora in poi
dovevano sostituire tutte quelle richieste sino ad ora nel
critico, nello storico, nell'esegeta, era difficile gabellarle per
qualche cosa di alto, di supremo, e far credere che la loro
applicazione dovesse condurre a risultati miracolosi, definitivi.
Era difficile, senza un'acconcia preparazione degli spiriti, senza
una propaganda, senza, come dire?, senza un _boniment_. Ed ecco
infatti i filologi tedeschi, commessi viaggiatori nell'animo, come
parecchi personaggi illustri della loro schiatta, a _lavorar
l'articolo_ con abilità prodigiosa. Grazie alla quale fu possibile
uno dei piú mastodontici equivoci, e si armò una delle piú
complicate e formidabili trappole che abbiano mai servito ad
acchiappare e paralizzare spiriti umani. Il metodo filologico,
aureolato dalla recente annessione, fu battezzato =metodo
scientifico=; e alla filologia fu ascritto il carattere e
decretata la dignità di =scienza esatta=.

                              *
                             * *

Alla prodigiosa identificazione si arrivò poi mediante un
ragionamento che rimase sempre la botte di ferro dei filologi
impenitenti, e che, spogliato dalle lappole dei dulcamara, dagli
orpelli dei ciceroni, dalle confusioni dei bertoldi, risulta
impostato sulle seguenti proposizioni:

1) La SCIENZA ricerca la verità. Qualsiasi fantasia dev'essere
bandita dal suo seno augusto. Non deve mai porre la mira e deve
disdegnare qualsiasi applicazione pratica.

2) La storia civile, la letteraria, la critica, intese nel senso
ovvio e comune, non vi dànno mai la verità assoluta. Una pittura
storica del Carlyle o del Michelet, una analisi artistica del
Taine, una sintesi estetica del De Sanctis, sono, in fondo, opere
di fantasia. Possono essere, e furono oppugnate.

3) Invece il metodo filologico vi dà =fatti=. Non aspira alle
sintesi ambiziose che, per quanto felici, =lasciano sempre
scappare da qualche parte qualche briciolo di verità=; ma vi dà
particolari veri: vi dà anch'essa la =verità assoluta=.

4) Dunque, LA FILOLOGIA È UNA SCIENZA. Stamburinata a piacere
sull'austerità e sulla dignità dello spirito scientifico di fronte
al princisbecche, ai castelli di carta, alle nuvole del metodo
critico estetico, eccetera, eccetera, eccetera.

5) Ma le scienze esatte studiano le verità anche minime, anzi
=tutte le benché minime= verità. Quindi non v'è fatto, per quanto
piccolo, per quanto in apparenza trascurabile, che non si debba
scavizzolare, studiare, farne l'edizione critica, e magari la
riproduzione fotografica.

Ora, non è difficile vedere come tutto questo bel ragionamento sia
imperniato sovra una metafora sbagliata. Ed è strano che i
filologi, i quali dimostrano cosí sacro orrore per le grazie dello
stile, si siano poi abbandonati ciecamente a quella insidiosa
figura retorica che suole spalancare anche ai piú esperti
scrittori il lubrico bivio dell'errore.

E infatti, la filologia non può a nessun costo essere agguagliata
alle scienze esatte. Queste studiano i fenomeni non per quello che
sembrano, ma per quello che piú presumibilmente sono: fanno perciò
astrazione dal loro velo specioso, onde rampolla ogni diletto
estetico, e cercano di cogliere la loro essenza (non parlo di
essenza filosofica), per arrivare a scoprire le leggi che li
governano. Scoprire leggi è mèta suprema della scienza.

Invece la storia, le opere letterarie, artistiche, musicali, tutto
insomma quello che è prodotto dello spirito umano, non è soggetto
a vere e proprie leggi. Quelle che i tedeschi onorano con tal nome
solenne, sono tanto leggi quanto io sono arciduca d'Austria. Per
esempio, il professore Eselkopf scuopre che una certa scuola di
poeti alessandrini si è sempre astenuta dal collocare una sillaba
lunga nella tale o nella tal'altra sede del verso--gli è come se,
per esempio, qualche serbatoio d'Arcadia si fosse imposto
l'obbligo di non far cadere mai nell'endecasillabo un accento
sulla terza sillaba. Eselkopf parla subito di legge, e gli
eselkopfiani di Germania non esitano a paragonarlo a Leonardo da
Vinci o a Galileo: quelli d'Italia battono le mani. Ma ai lettori
non filologi non ho bisogno d'aggiungere parole per dimostrare che
razza di leggi siano codeste. E pure ammesso che nello studio dei
fenomeni letterarî si possano osservare ricorrenze che somiglino,
sempre però assai da lontano, alle vere leggi scientifiche,
sussiste però immutabile il fatto, evidente a chiunque abbia sale
in zucca, che l'_Iliade_, la _Divina Commedia_, le _Tragedie_ di
Shakespeare, avranno sempre importanza per sé stesse, e non già
per le pseudo-leggi che un Eselkopf qualsiasi possa scavizzolarne.
Dunque, la equazione FILOLOGIA = SCIENZA è un solennissimo
sproposito.

Del resto, anche ammessa come legittima l'equazione, erroneo è il
corollario (N. 5) che _tutti i fatti_ possano e debbano essere
oggetto di studio per la filologia. Le scienze esatte studiano, è
vero, i fatti anche minimi; ma anche le scienze esatte limitano e
scelgono il materiale di studio. Il mineralogo che raccogliesse e
catalogasse uno per uno tutti i ciottolini della ghiaia di un
fiume, sarebbe un rotondissimo imbecille; come rotondissimi
imbecilli furono tanti e tanti che, a cavalcioni sul manico della
granata scientifica, andarono per biblioteche e per archivî a
caccia dei conti delle fantesche e delle liste dei bucati
classici.

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Equazione sbagliata, corollario pratico sbagliato. Eppure quel
ragionamento da tiralesina attecchí.

Attecchí per diverse ragioni. Prima di tutto, per il fascino che
esercitava pur il semplice nome di _scienza_. La scienza, immune
allora dalle tare che le si son via via scoperte, scorazzava da
padrona assoluta nelle regioni proprie e nelle altrui. E appena
essa appariva, tutte le fronti si chinavano reverenti.

Poi, la nuova concezione era democratica. Essa schiudeva a due
battenti le porte, sinora aristocratiche, degli studî umanistici,
alla bordaglia intellettuale. Infatti non si richiedevano piú le
doti di buon gusto e di sentimento artistico che, pur non
strettamente indispensabili alla bisogna filologica, erano però
state sempre retaggio dei filologi classici. Macché! La filologia
scientifica aveva inventata un'altra metafora, che fece e fa
tuttavia furore presso i filologi pappagalli. La filologia mira a
costruire un edifizio: l'EDIFIZIO DELLA SCIENZA. A costruire un
edifizio ci vogliono sassolini, tanti tanti tanti SASSOLINI
(questa dei sassolini mandava e manda in brodo di giuggiole i
filologi bevigrosso). Ma un sassolino, chi non lo può portare?
Anche «le piú deboli forze» possono portare un sassolino!--E le
piú deboli forze non intesero a sordo.

Ed oltre ai ragionamenti, anche parecchi fatti, di varia natura,
contribuirono ad accreditare e rinsaldare il prestigio del metodo
filologico scientifico.

E intanto, questo benedetto metodo filologico, che è non solo
insufficiente, bensí deleterio, qualora si voglia dirigerlo a
trattare e quindi a riformare l'essenza della storia letteraria,
della civile, d'ogni studio artistico, è invece, come già vedemmo,
non solo utile, bensí indispensabile ed unico nella preparazione
dei materiali. Sia che li raccolga ed apparecchi da sé quegli che
deve costruire l'opera complessiva, sia che altri glie li
ammanniscano, questi materiali devono essere preparati con lo
scrupolo e con la precisione filologica. Insomma, nel primo
periodo di ciascuno studio, il metodo dev'essere, lasciamo stare
lo scientifico, ma strettamente e severamente filologico. E chi
pretendesse costruire senza aver prima le basi, quegli, sí, non
riuscirebbe che ad innalzare castelli in aria.

Ora, appunto nel periodo in cui si lanciava il _bluff_ della
filologia scientifica, si incominciavano ad esplorare regioni di
studio ancora sconosciute o mal note: le letterature romanze, per
esempio, le letterature orientali, la glottologia, che, del resto,
per sua speciale natura, si può veramente paragonare alle scienze
esatte. In questi studî iniziali si applicò, come, del resto,
avevano sempre fatto le persone di criterio, il metodo filologico:
i risultati furono buoni; e l'onore ridondò in favore della
filologia scientifica, che aveva riparate sotto le grandi ale
tutte quelle discipline.

Tipico è il caso dell'archeologia. Dal Winckelmann in giú, si
prese ad esplorare l'immenso materiale artistico, ancora quasi
intatto, dell'antichità classica, e s'incominciarono gli scavi in
tutte le regioni della primeva civiltà greca. I risultati di
questi scavi, di queste esplorazioni, furono tali, che ne rimase
profondamente mutata la fisonomia, non solo dell'arte, ma
anche dell'antica letteratura greca. Merito unicamente della
archeologia. Ma siccome, grazie all'annessione wolfiana,
l'archeologia non era se non una delle tante province della
filologia scientifica, i prodotti di quella andarono ad impinguare
il tesoro di questa, come i quaranta milioni mensili estorti al
Belgio andranno ad impinguare l'erario di Berlino. E la confusione
arrivava piú in là: dall'ambiguità si giungeva all'inversione.
Anche ieri si poteva leggere in una rivista italiana che i
profondissimi studî tedeschi sulla questione omerica avevano
mutato la visione dell'antica poesia epica, anzi di tutta la
poesia, e via di questo passo. Mentre la verità è che tale
visione è venuta tramutando a poco a poco grazie alle scoperte
archeologiche, dallo Schliemann (che era tedesco, ma non era
filologo, e fu anzi schernito sempre dai filologi, finché non li
convinse coi fatti palmari) agli scavi inglesi, francesi,
italiani--perché, se Dio vuole, in questo campo, dove c'era da
operare e da pensare, e non da imbottar nebbia, gl'Italiani
in breve tempo si son messi alla pari con qualsiasi altra
nazione.--La visione della poesia epica greca è tramutata, dicevo,
grazie alle scoperte archeologiche, non grazie alle lucubrazioni
di Wolf, di Lachmann, di Hermann; ché, anzi, ogni colpo di zappa
affondato nel suolo di Troia, di Micene, di Creta, è andato via
via scalzando il grottesco edificio, ora abbattuto, e speriamo per
sempre, della famigerata «questione omerica».

Un altro fatto che contribuí ad accrescere il prestigio del
verbo novello, fu questo: che, durante o subito dopo la sua
promulgazione, la Germania ebbe, quasi in ogni campo, una quantità
di studiosi veramente grandi e geniali; e basterà ricordare, senza
uscire dal campo classico, Ottofredo Müller, che, morto giovane,
compose, fra altre opere insigni, la nota e bellissima Storia
della letteratura greca: Ernesto Curtius, autore d'una Storia
greca veramente geniale ed artistica, ed ora vilipesa dai puri
rappresentanti della _filologia scientifica_: e, punto simpatico,
ma grandissimo, Teodoro Mommsen. Questi ed altri furono critici,
storici, storici della letteratura, puramente e semplicemente
perché avevano sortito da natura il bernoccolo dello storico, del
critico, del letterato. E se vogliamo cercar derivazioni, essi, e
specialmente i due primi, si svelano figli dell'impulso
umanistico, quello impresso dal Winckelmann, dal Lessing, dal
Klopstock, dal Humboldt, dal Herder, dal Goethe: impulso che fu
artistico, poetico, tutto ardore e passione umana, e che era
direttamente agli antipodi con la grama, goffa ed altezzosa
concezione della filologia scientifica. Questa filiazione si
potrebbe mostrare, e farlo sarebbe interessante.--Ma siccome quei
tre, ed altri geniali filologi che onorano veramente la Germania,
il Ribbeck, per esempio, il Bergk, e, ultimo e non men degno,
l'Usener, avversato, in genere, dalla marmaglia _scientifica_,
erano venuti dopo la promulgazione della nuova legge; anche le
loro opere furono requisite a vantaggio della _filologia
scientifica_; la quale giganteggiò cosí di giorno in giorno, sino
a divenire un idolo mostruoso, un gigantesco Moloch, che
innalzava sino alle nubi la sua faccia bestiale, con lo iato
vaneggiante delle insaziabili fauci. E aveva sede in Berlino.

                              *
                             * *

Vedremo presto la filologia scientifica tedesca muovere alla
conquista di tutte le regioni dello spirito e della cultura,
invadere, saccheggiare, ricostruire a suo modo. Ma prima dobbiamo
esaminare i principali corollarî e le conseguenze pratiche della
nuovissima concezione. Per ora, enumeriamo.

_Corollarî:_

1) Oggettività e impassibilità dinanzi alle materie di studio.

2) Conseguente svalutamento del pregio intrinseco di tali materie.

3) E conseguente supervalutazione ed esaltazione della tecnica
divenuta fine a sé stessa.

4) Internazionalismo filologico.

_Conseguenze pratiche_, una, ma buona: il sacrario dagli studî
classici schiuso alle «piú deboli forze», e la produzione
meccanica d'uno sterminato numero di filologi, che col sacro
sigillo del metodo scientifico alemanno si sparpagliarono ai
quattro venti, esercitando una forma non meno scientifica di
spionaggio politico.

Questi gl'ingranaggi, e ne esamineremo le funzioni nel prossimo
articolo, della formidabile macchina filologica con la quale la
Germania, per la durata di circa un secolo, ghermí, irretí,
paralizzò, triturò il pensiero del mondo.



IV.

LA MACCHINA IN FUNZIONE


Dunque, la formidabile macchina della _filologia scientifica_,
incominciò ad entrare in funzione.

E prima di tutto, mutò la _posizione_ del filologo dinanzi alle
materie del suo studio. Il povero umanista, di fronte alle opere
degli antichi, stava, come un innamorato, in atto di perenne
adorazione. I _filologi_ scientifici se lo figurarono e lo
gabellarono per un semplicione tutto facilonità e dabbenaggine,
pronto a sdilinquire per ogni _pius Aeneas_ di Virgilio
(testuale). Su questo fantoccio tirarono a palle di fuoco, lo
abbatterono, lo calpestarono. E assunsero poi, di fronte ai poeti,
ai pensatori, agli storici antichi e moderni, la _posizione
obiettiva_.

Sicuro. «Lo _scienziato_--dicevano--non deve lasciarsi prender la
mano dall'entusiasmo. Che direste d'un chimico, d'un anatomico,
d'un patologo, che indulgesse al sentimento, alla passione, alla
sensibilità estetica, nella determinazione d'un peso atomico,
nell'analisi d'un fascio di fibre, nella descrizione d'una colonia
di batterî? Lo scienziato deve rimanere sereno, freddo e
impassibile. E sereno, freddo e impassibile deve rimanere il
filologo, _che è anch'esso uno scienziato_, nello studio dei
fenomeni storici letterarî artistici».

«L'interprete filologo--scriveva ancor ieri un macellaro filologo,
che ha sconciamente sbrandellato Virgilio, e che studiosi italiani
hanno avuto il fegato di lodare--deve, a servizio delle sue
ricerche =trascendentali=, trattare il coltello con mano sicura, e
piantarlo a fondo, =senza riguardo a ragioni sentimentali=»[16].

E in base a questi ragionamenti, la cui fallacia fu chiarita nello
scorso articolo, ecco il filologuccio tedesco inforcar gli
occhiali a stanghetta, sedere a scranna, e assumere con molto
sussiego, dinanzi ad Omero ad Eschilo a Tucidide a Lucrezio ad
Orazio a Tacito, la _posizione obiettiva_. Lasciate cioè le
frasche sentimentali, passionali, estetiche, Herr Philologus si
mise, come i cultori delle scienze esatte presi a scimmieggiare, a
fabbricare strumenti di precisione, a dettare norme metodiche, a
creare algoritmi, a fondar teorie, a scuoprire leggi.

STRUMENTI DI PRECISIONE.--Dizionarî generali, dizionarî speciali,
grammatiche, repertorî, prontuarî, manualetti e manualoni, e
indici di ogni specie, costruiti con meticolosità infinita. Ne ho
parlato e ne riparlerò.

NORME METODICHE.--Anche di queste ho fatto cenno. Nella bisogna
filologica si presentano varie operazioni. Decifrare i codici,
trascriverli, raffrontarli, compilare liste di varianti, portare
tutto al tipografo, correggere le prime, le seconde, le
terze bozze, e via dicendo. Tutte queste operazioni furono
scrupolosamente distinte, classificate. E per ciascuna di esse si
stabilirono _norme metodiche_. Già dissi che qualsiasi persona
intelligente codeste norme le possiede pel solo fatto che ha un
cervello. Esempio: se due codici, _A_ e _B_, presentano il
medesimo testo, si possono fare due ipotesi: o l'uno dei due
deriva dall'altro, o tutti e due derivano da un terzo. Herr
Philologus pensò che questa e simili altre peregrine verità non
potessero balenare alla prima a qualsiasi mente, e le espresse
con formule teoriche, e le raccolse in appositi manuali ad uso dei
neofiti.

ALGORITMI.--Son dunque i segni e le cifre convenzionali che la
matematica e le altre scienze esatte creano per rendere piú spicci
i calcoli. La filologia si fabbricò anch'essa algoritmi,
stabilendo un segno convenzionale per ciascun _numero_ del
bagaglio classico (opere, codici, etc), e per ciascuno strumento
della sua ricchissima suppellettile scientifica. Il terzo canto
della _Iliade_? Basta scrivere Γ, spiccio spiccio.--Il quinto
dell'_Odissea_? Basta ε.--Rendiconti dell'Accademia di Monaco?
Stz. d. b. Ak.--Codice laurenziano d'Eschilo? Si scriva A, e bott
lí.

Tutte cose, in apparenza, innocenti come l'acqua, e magari, a
tempo e luogo, opportune ed utili. Se non che, quando Herr
Philologus si trovò a manovrare con codeste sigle misteriose,
immaginò subito d'essere un nuovo Newton alla caccia di qualche
nuova legge universale. Guardate un po'. L'astronomo scrive, per
esempio:

  A + D - π = η3

Ed Herr Eselkopf scrive:

  θέλεν Μθέλει=A b f del. Karst.= N. I. Ph. III, 48, 3,
  cfr. Wil. Her. 121.

Quale delle due formule è piú scientificamente decorativa? Quella
dell'astronomo o quella del filologo?--Herr Eselkopf nuotava nel
latte e miele: e cominciò a concepire per le menome deiezioni del
suo cerebro augusto, una tenerezza, una stima, una ammirazione
illimitate. E coniò una terminologia cònsona ai sentimenti. Se
scavizzolava in qualche ignoto scoliasta la notizia che Euripide,
putacaso, mangiasse busecca nelle feste Lenèe, questa era la
_scoperta_ di Eselkopf. Se si figurava che Sofocle avesse imitato
alcuni versi di Eschilo, questa era la _teoria_ di Eselkopf. Se
con una accurata statistica vi dimostrava che quella mala zeppa di
Aristofane nutriva spiccatissima predilezione per una certa parola
alla quale dànno vivo sapore d'attualità i virili costumi della
Germania di Guglielmo, la dimostrazione di questa predilezione
diveniva la _legge_ di Eselkopf.

Ma voi capite che quando un mortale ad ogni pie' sospinto fa una
_scoperta_, ad ogni parola sputa una _teoria_, con ogni articolo
stabilisce una _legge_, allora questo mortale è lontano assai
dalla misera terra, è già prossimo, oh Pindaro, alle bronzee
soglie d'Olimpo.

                              *
                             * *

Coi nuovi acuminati strumenti Herr Philologus procede' alla
revisione _scientifica_ delle letterature antiche e moderne.

E prima di tutto, accumulò sassolini, sassolini, sassolini, cioè
fatti, fatti, fatti. Col sussidio dei suddetti strumenti, mercé i
quali il primo venuto può fare in dieci minuti una ricerca che,
per esempio, ad Enrico Stefano sarebbe costata mesi e mesi, Herr
Philologus si fu presto cacciato in tutti gli anditi, in tutti i
ripostigli ed i buchi _dell'arte e del pensiero antico_. In ogni
momento della sua vita egli vi sapeva dire quanti και si trovano
in ciascun dialogo di Platone, e in che proporzione; vi enumerava
tutti gli schemi metrici delle elegie di Tibullo; vi diceva quante
volte fa e quante volte non fa posizione la tal consonante doppia
in Omero. Ma ancora questi fatti non erano abbastanza positivi,
abbastanza cibanti, per lo stomaco di Eselkopf, uso alla
salsiccia, alla birra, al sauerkraut. Eselkopf ne cercava di piú
sostanziosi. E non dormiva i sonni tranquilli finché non avesse
saputo per filo e per segno che qualità di papiro adoperasse
Pericle per scrivere i bigliettini dolci ad Aspasia, con che lardo
Orfeo ungesse i bischeri della sua cetera, e come si chiamassero e
che mestiere esercitassero lo zio e il prozio e l'arcibisnonno di
qualche tanghero scazzottatore celebrato da Pindaro (Wilamowitz).
E quando poi si trovò cosí addentro nei fatti di casa del mondo
classico, quando ebbe frugato e rifrugato ben bene in tutti gli
angoli, anche nei meno puliti, allora Eselkopf si credette e si
proclamò sovrano assoluto di quel mondo. Come se il topo della
reggia, che va a ficcare il muso in buchi inaccessibili anche ai
mozzi di stalla, si figurasse di regger lo scettro, e di sedere in
trono, ammantato di porpora.

                              *
                             * *

Un sovrano assoluto può introdurre nel suo regno le mutazioni che
piú gli garbano. Ed Eselkopf procede' bravamente a parecchie
riforme che gli sembravano urgenti.

Prima mutò le livree. Dalle sue sterminate cognizioni gli
risultava che, per esempio, gli scrittori greci del quinto secolo
non adoperassero, per designare il suono _s_, quei segni σ e ς che
s'erano usati sino alla nuova proclamazione scientifica; bensí
l'unico segno ϲ. Alla squisita sensibilità estetica di Eselkopf,
tutti quei σ davano noia. E con gran solennità, nelle nuove
edizioni, introdusse la nuova, cioè la piú antica forma.

Dalle livree passò a qualche ritocco sulla viva carne, come si
mozza la coda o si tosa il pelo a un bull-dog o ad un maltese. Per
esempio, Eselkopf sapeva che Saffo aveva scritto in dialetto
eolico; e vedeva che certe forme delle poesie di Saffo giunte
sino a noi non corrispondevano alle forme eoliche quali avrebbero
dovuto essere secondo i paradimmi dei suoi manuali. Ed Eselkopf
mutò senza esitare le forme: perché, secondo lui, Saffo, artista
liberissima e capricciosissima, in un tempo in cui non esistevano
né regole né grammatiche, avrebbe dovuto scrivere in dialetto
eolico obbligato.

_À tout seigneur tout honneur._ Il tiro piú bello lo fecero ad
Omero. Un certo Fick--che dico? l'insignissimo filologo
scientifico Fick, fittosi in capo che la forma originaria dei
poemi omerici dovesse essere differente da quella che possediamo,
in un dialetto eolico ricostruito teoricamente, si prese la scesa
di testa di tradurre da cima a fondo i poemi di Omero in codesto
eolico teorico, e di presentarli al mondo scientifico come la vera
autentica lezione, quella uscita diritta diritta dalle labbra del
non mai esistito cantore d'Achille. E non lo mandarono al
manicomio. Anzi io rammento di averlo sentito proclamare
solennemente, da una cattedra dell'Università di Roma (non di
letteratura greca, per fortuna), =principe degli omeristi=.

E dopo le tosature, vennero i tatuaggi e le multiformi mutilazioni
degli emendamenti. Tutte le volte che non capiva, ed è incredibile
quanto spesso i tedeschi non capiscano le cose piú ovvie,
Eselkopf, senza esitare un momento, _emendava_. Non saprei dire a
che punto giungesse la aberrazione degli _emendamenti_. Aprite
l'_Eschilo_ commentato dal Wecklein. Ad ogni pie' sospinto, dove
non ce n'è il menomo bisogno, dove tutto è chiaro, Wecklein
sovrappone o sostituisce il tran tran del suo grecuccio teutonico
alla divina armonia di Eschilo, e spesso senza neppure avvertirvi
della sostituzione. È uno spasimo. Se avete senso d'arte, una
ribellione vi solleva le intime viscere. E nessuno dei poeti greci
e latini si salvò dalle oscene manipolazioni.

                              *
                             * *

Se non che, numera και, cambia terminazioni, volta in eolico,
avvenne a poco a poco un fenomeno curioso: avvenne che ad Herr
Philologus codesti famosi classici non parvero poi quelle
meraviglie che avevano detto gli umanisti. Ed è naturale. Prendete
Elena argiva, uccidetela, scuoiatela, e non vi rimane che un pezzo
anatomico ributtante. E analogamente, nelle opere di poesia e di
pensiero, fate astrazione dagli elementi sentimentali, passionali,
estetici, e vi resta una putrescente poltiglia di vocaboli. Herr
Philologus, pituita grossa come gli scarponi, non sentiva il lezzo
di cadavere. Herr Philologus procedeva gagliardo alla bisogna,
numerava, comparava, moltiplicava sillabe, punti, virgole. E
siccome, manipola, manipola, codesta grandezza magnificata dagli
esteti Herr Philologus non la vedeva; e siccome Herr Philologus,
scienziato per grazia del kaiser e dell'accademia di Berlino, non
poteva ammettere d'essere un ottuso; con un rapido passo delle
zampe elefantesche, Herr Philologus passò dalla obiettività alla
svalutazione.

Già. Avvenne proprio come quando, ai tempi barbari, non raggiando
ancora sul mondo la luce della _Kultur_, un povero europeo
naufragava in qualche inospite plaga dell'Africa o dell'Australia:
che gli aborigeni, prima lo pigliavano per un dio e lo adoravano;
poi, a mano a mano, gli tiravano il naso e le orecchie; quindi lo
mettevano in una stia ad ingrassare; e infine lo accoppavano e ne
imbandivano succulenti manicaretti. Cosí i filologi tedeschi.
Cominciarono, con Winckelmann, con Lessing, con Goethe, a
idolatrare i Greci e i Romani, e ad assumerli modelli per
dirozzare i proprî costumi, la lingua, lo stile. Poi, preso
coraggio, vennero le benevole confidenze: il ganascino a Catullo,
una tiratina d'orecchi a quello sporcaccioncino di Tibullo, un
colpetto di palma sulla pancetta pulcinellesca di Plauto. Poi
cominciarono le parole grosse e gli scappellotti. Cicerone era un
mozzorecchi, Livio un leccazampe contafrottole, Orazio uno
scimmiotto dei Greci, e bazza a chi tocca. Ma le incursioni
tentate dalla bordaglia scientifica in territorio latino,
gustosissimamente scorbacchiate in una poesia dello Zanella, sono
note a tutti. Meno risaputo è che da qualche tempo i filologi
lanzi hanno rivolto i quattrocentoventi del loro metodo contro il
Partenone.

Sicuro. Per esempio, il signor Richter, _oberlehrer_ (leggi
caporal maggiore) nel ginnasio di Breslau, in un aureo libro in
cui una serie di riassunti (il forte dei tedeschi) si dàn l'aria
d'uno studio tecnico sulla drammaturgia di Eschilo, dirà pari
pari, a proposito della prodigiosa _Orestea_, che =appena si
riesce a concepire una maniera piú unilaterale e superficiale di
trattare la poderosa materia=[17]. Oh, se l'avesse trattata il
caporal maggiore, con la rinocerontesca profondità alemanna!

Pindaro, quei campanari dei Greci suoi coetanei si deliziavano
tanto all'armonia dei suoi versi, che incisero in lettere d'oro
tutta una sua lunga ode, la Olimpica VII, sulle pareti del tempio
di Atena Lindia. Ma il Wilamowitz, quello che _scuopre_ le fonti
d'Eschilo negli stornelli di Lamporecchio, e che è professore
all'Università di Berlino e consigliere intimo del kaiser, ha
l'orecchio piú fine di tutti gli antichi Greci messi in un
fascio. E quindi assevera che il poeta di Tebe, =essendo beota,
non riusciva ad esprimere bene i suoi concetti, non sapeva
costruire bene le sue frasi e render chiaro il nesso dei suoi
pensieri mediante le ricche particelle della lingua greca,
non aveva il menomo orecchio per molte regole di eufonia
universalmente riconosciute =(in Germania?)=: sicché le sue
perifrasi convenzionali penzolano flosce flosce=[18]. Ho tradotto
alla lettera. E che bocciatura gli avrebbe appioppata, Wilamowitz
a Pindaro, se questi si fosse presentato all'esame di greco a
Berlino!--E in Italia lo spalleggiarono. Sicuro. Un uomo di gran
nome accademico, che non era ellenista, ma era filologo[19],
popolarizzando in un suo scritterello codeste preziosità
wilamowitziane, precluse la via perfino alla discussione,
sentenziando che in simili questioni avevan diritto di giudizio
solamente i PARI. Intendeva forse gli accademici di Berlino.
_Deutschland ueber alles!_ Vada al diavolo l'arte classica, ma
rimanga intatta, e neppur sospettata, la moglie di kaiser,
l'accademia di Berlino, che dà le croci di ferro. E non soltanto
di ferro.

Adesso poi l'hanno presa anche con Omero. Ed ecco come.

Corinna, emula di Saffo, gli antichi la chiamarono _mosca_, e non
certo per dimostrarle soverchia ammirazione. Quello che di lei
conoscevamo fino a poco tempo fa era davvero troppo poco per
valutare la convenienza di tale epiteto; ma nel 1906 uno dei
famosi papiri ci diede un paio di frammenti abbastanza importanti.
Si faccia coraggio il lettore, e scorra la versione, che io gli
sottopongo, del piú lungo di essi. C'è dunque un profeta, il quale
consola il fiume Asopo, indignato, non sappiamo perché, contro i
Numi, e gli rammenta che questi ebbero la degnazione di
fecondargli nove figliuole[20].

«Delle tue figlie, tre ne possiede Giove padre, sovrano d'ogni
cosa; tre ne sposò il signore che governa il ponto; di due Febo
governa i talami;

ed una l'ebbe Ermete, il buon figlio di Maia: ché cosí Amore e
Cipride li convinsero a venire nascostamente alla tua casa, a
rapire le nove giovinette.

Esse daranno alla luce una stirpe d'eroi semidei, e saranno molto
feconde ed esenti da vecchiaia, secondo mi convince il tripode
fatidico.

Questa dote ottenni solo io fra cinquanta gagliardi fratelli, e
fui profeta degli àditi venerandi, avendo ottenuto di profetare
senza menzogna.

Ché il figlio di Latona concesse ad Euonimo di bandire per primo
oracoli dai suoi tripodi.--Lo scacciò poi dalla terra, e conseguí
per secondo tale onore, Urièo

figlio di Posídone; e poi lo ebbe Oarione, mio genitore, che
riconquistò la sua terra. Ma esso ora abita in cielo, ed io
ottenni questa carica.

Perciò dico i veri responsi. E tu desisti dalle tue liti con
gl'Immortali[21].

Cosí disse il santissimo vate. Ed Àsopo, lietamente presolo per la
mano, e versando pianto dagli occhi, gli rispose cosí».

Coraggio lettori, la risposta dell'Asopo non c'è, e l'altra poesia
ve la risparmio. Se la traducessi, comincereste a comprendere
sempre meglio la _mosca_ degli antichi: questi due frammenti son
proprio ronzii. Ma insomma, il caso potrebbe anche aver
giuocato un brutto tiro alla povera Corinna; e né io né voi ci
arrischieremmo a pronunciare ancora un giudizio.

A Wilamowitz questo coraggio non manca. I discorsi di Pindaro non
gli vanno giú[22]; ma questa pappolata dell'ignoto profeta di
Corinna proprio gli rifinisce: e fa alla signora poetessa tanti
bei complimenti. E _transeat_, e vada a conto della cavalleria, il
forte dei nipoti di Wodan. Ma non è contento, se, per effetto di
contrasto, non tira un calcio a un poeta maschio; e questa volta
azzecca Omero. Asseverato che i frammenti corinnei offrono, come
_pendant_ all'epica ionica (quella d'Omero), un saggio dell'epica
dorica, proclama al mondo che essi =lo soddisfano assai piú delle
sganasciate opere dei rapsodi che vanno sotto il nome di Omero e
di Esiodo=[23].

Quando ho veduto questa roba, ho creduto sul serio d'aver le
traveggole; tanto piú che mi sembrava di ricordare che, sulla base
dei frammenti di Corinna già conosciuti, miseri anch'essi, ma
certo piú graziosi dei nuovi, il Wilamowitz in altri tempi avesse
espressi giudizî poco favorevoli sulla povera poetessa. Ho riletto
la pagina due o tre volte, ho provato a leggere dall'ultima parola
alla prima, ho messo insieme le lettere iniziali, per vedere se in
queste apparenti grullaggini il Wilamowitz avesse nascosto, per
manía acrostica, qualche arcano aforisma filologico. Niente: dice
proprio cosí: Corinna gli piace piú d'Omero[24].

E poi ho cominciato a farmi una ragione, badando ad un suo accenno
a qualche somiglianza che intercede fra Corinna e i poeti
ellenistici e gli alessandrini. E qui conviene fare un'altra
sosta, e parlare d'un bestialissimo dirizzone che stanno pigliando
ai nostri giorni i filologi biasciapiri.

Tutti sanno che, conclusa la serie dei grandissimi artisti greci
con Euripide, con Platone, con Demostene, incomincia un periodo di
carattere assai diverso: l'alessandrino. È assai difficile
significare l'impressione di asfissia che prova chi, dopo aver
vagato attraverso le foreste magiche della gran poesia classica,
si affaccia alle soglie dell'alessandrinismo. Di colpo, quasi per
malefico sortilegio, vediamo sparire tutte le mirabili doti
dell'arte greca: la spontaneità, la schiettezza, la luce, la
libertà, la fantasia, la virtú plastica, l'ampiezza di linea, la
musicalità profonda, quell'aderenza alla realtà e insieme quel
perenne battito d'ala verso l'azzurro; e ci troviamo d'innanzi
all'artificio, alla frigidità, alla pedanteria. Dai liberi campi
dove s'incrociavano tutte le luci e tutte le fragranze, passiamo
di colpo nel chiuso, tra polvere di libri e tanfo di lucerna.
Salvo qualche eccezione--luminosissima Teocrito, che per altro non
era greco, ma siciliano--i poeti alessandrini, a cominciare da
Callimaco, sono proprio aurei mediocri, cioè aurei seccatori.
Prima c'era solamente l'arte: con loro incomincia la letteratura
per la letteratura, peste e flagello della umanità sofferente.

Se non che, questi frigidi poeti erano meravigliosi eruditi,
bibliotecarî, raccoglitori di libri, compilatori di edizioni.
Oltre che la letteratura, inaugurarono essi la filologia.

Ora appunto questa attività filologica provoca, per affinità
elettiva, la simpatia dei filologi scientifici. Non solo; ma
quella loro gessosa poesia, tutta compaginata di fatti precisi e
documentati (_Nulla canto che non sia documentato_, diceva
Callimaco), limata, stropicciata in ogni giuntura di sillabe con
lo smeriglio della pedanteria, assoggettata spesso e volentieri a
rompicapi di regole cretine, è l'unica che i moderni emarginatori
di filologia, sordi alla grande arte classica, possano comprendere
e gustare sinceramente.

Per un po' hanno taciuto, ché i nomi di Omero, di Pindaro, di
Eschilo, si imponevano, e il filologo in genere è rispettoso delle
opinioni belle e fatte. Poi, a mano a mano, hanno preso animo a
ragliar fuori le vere predilezioni delle loro animule stoppacee.
Pindaro non sa il greco, ma Callimaco è il principe dei poeti.
Corinna è una poetessa grande, e l'_Iliade_ e l'_Odissea_ due
chitarronate.

Ah no, signori miei, fermi un momento: a che giuoco si giuoca?
Voci alte e fioche, in questa benedetta terra d'Italia, hanno
invocata a vostro favore la «libertà del cattivo gusto», hanno
ammonito, con pituitosa sapienza, che la infinita dottrina concede
al Wilamowitz il diritto di esprimere qualsiasi giudizio gli
frulli pel capo.

No, signori miei. Queste carte di libero transito per le insidiose
bestialità non possiamo concederle. L'arte non è un passatempo, è
una fede. È la sola virtú capace di sollevare gli spiriti dalle
miserie terrene; e non per nulla la religione cattolica, che è,
non solo la piú alta ed umana, ma anche la piú saggia delle
religioni, la volle compagna in ogni sua manifestazione[25]. Cento
e cento grandi artisti hanno pianto, sorriso, fremuto d'entusiasmo
alle sacre pagine dell'_Iliade_ e dell'_Odissea_. Noi, che non
siamo sciocchi, ritroviamo, ogni volta che torniamo ad esse, quel
pianto, quel sorriso, quegli entusiasmi. Se un frigido sofista
viene, senza altri argomenti se non quello della sua sterminata
erudizione, a dirci che quelle pagine sono chitarronate, non
rimane che il gesto di Gesú contro i mercanti invasori del tempio:
pigliare la frusta.

                              *
                             * *

Dunque, i filologi scientifici andavano facendo tabula rasa
dell'arte classica. Ma non perché si svalutasse la materia perdevan
credito gli strumenti che erano serviti alla svalutazione. Anzi,
quanti piú guasti esercitavano, tanto piú acquistavano prestigio.
Si capisce. Il fàscino che esercita sugli spiriti gentili un bel
quattrocentoventi è in ragione diretta col numero delle statue che
gitta giú, di un sol colpo, dalle nicchie di una cattedrale. Ma ci
pensate! Gli strumenti della filologia scientifica servivano, non
soltanto a penetrare sino negli intimi recessi delle opere, ma
anche a dimostrare che in fondo queste opere non erano gran cosa.

In fondo avevano un solo vero pregio: quello di offrire ad
Eselkopf rottami onde costruire i depositi dei suoi dizionarî, i
trinceroni dei suoi manuali, i reticolati dei suoi _contributi_.
Ed Herr Philologus, sulle rovine fumiganti del mondo classico,
distrutto una volta da lui, riedificato da lui, ridistrutto da
lui, si sentí simile ad un Saturno teutonico, padre di tutte le
cose, che genera figli e li trangugia a piacere.

    Che piú ti resta? Infrangere
    anche alla morte il telo,
    e della vita il nèttare
    libar con Giove in cielo.

                              *
                             * *

Eselkopf si sentiva grande. Se non che, quanto piú crescevano la
sua grandezza e la perfezione del suo metodo, tanto piú vedeva la
gente disinteressarsi delle sue lucubrazioni, allontanarsi da lui.
Eselkopf si sentiva grande ed incompreso. E allora vagheggiò la
secessione, pensò di allontanarsi dai rozzi profani, in un
tranquillo rifugio, insieme con altri grandi della sua risma.
E cosí avvenne. I filologi autentici, serî, scientifici,
scrupolosamente depurati di ogni scoria _dilettantesca_, cioè
d'ogni sentimento, d'ogni passione, d'ogni sensibilità, si
ritirarono, lontani dal mondo e dalle sue pompe, in una loro
torre d'avorio (leggi celluloide), parlando fra loro il loro
incomprensibile gergo, sdegnosi di comunicare i loro _contributi
scientifici_ al vulgo dei profani (_die Laien_), pei quali si
davano tanto da fare quei babbioni degli umanisti.--E i profani
non ci trovarono a ridire. Da una parte avevano sentito che
quell'arte, quel pensiero, quella letteratura non erano piú gran
cosa; dall'altra non capivano il gergo degli eselkopfiani: perché
avrebbero dovuto trattenerli per le falde della giubba?

Ma gli eselkopfiani pretesero di piú. Pretesero di essere
mantenuti, come a Sparta gli antichi savî, a spese dello
stato.--Veramente, avrebbero potuto rispondere i profani, lo stato
vi paga coi quattrini nostri; e non si dovrebbero pagare se non i
servigi realmente prestati; i quali, avvenuta la secessione, non
sussistono piú.--Ma gli eselkopfiani risposero col ragionamento
che abbiamo già esposto: che cioè la filologia era una scienza, e
che gli scienziati non avevano altro obbligo se non quello di
scoprire verità e leggi, senza punto occuparsi delle possibili
applicazioni. E i profani abboccarono. Abboccarono: un po' perché
non videro la fallacia dell'argomentazione; un po' per il
misterioso rispetto che incuteva il gergo eselkopfiano. Il mondo è
sempre il medesimo, dagli antichi àuguri ai tavoli spiritici:
avido, ingordo, insaziabile di mistificazioni. Per lui chi piú
parla difficile piú è bravo.

È tanto umano! Se io, per esempio, mi esprimo cosí: «Caio accetta
la tal correzione che nel codice tale della _Iliade_ una seconda
mano ha sovrapposto alla prima. Ma ne risulta un esametro con una
sillaba lunga nella tal sede, mentre i computi di Tizio hanno
dimostrato che per lo piú Omero evita la lunga in quella sede
dell'esametro»--: se mi esprimo cosí, tutti capiscono che cosa ho
voluto dire; ma tutti capiscono pure che per arrivare a questo
ragionamento non c'è bisogno d'una mente galileiana. Ma se io
scrivo invece: «La _teoria_ di Caio (_Phil. Unt._, II, s. 55) che
in A 139, m si ha da preferire ad M è dimostrata insostenibile
dalla _legge_, di Tizio, DGR^3. 185»; la gente penserà che codeste
cifre sibilline racchiudano dio sa quale astrusa e miracolosa
speculazione, inaccessibile a chi è fuor del santuario; e mi
piglierà per un'arca di scienza. E anche nella ipotesi, tanto
spesso verificatasi, che quelle formule, invece d'una anodina
osservazione, racchiudano qualche solennissima corbelleria, un
ministro della pubblica istruzione non potrà ragionevolmente
opporsi ad affidarmi, con l'articolo 69, una cattedra di
letteratura greca.

Dunque, i profani abboccarono. E assai piú volentieri abboccò lo
stato germanico, il quale, col fiuto commerciale che nessuno
saprebbe onestamente contendergli, aveva subodorato nel _filologo
scientifico_ un ottimo articolo spiologico. E cosí l'arido rifugio
dei filologi austeri venne consolato dalla manna mensile di
centinaia e centinaia di marchi. La Tebaide con lo stipendio.

                              *
                             * *

Ma l'uomo è un animale socievole. Dalla loro torre di celluloide,
i filologi cominciarono a guardarsi intorno. Che tristezza, aver
tante belle cose da dire, e non trovare un cane che voglia
ascoltarle! Il canto degli eselkopfiani si sperdeva tristamente
nel deserto. Ma che è, che non è, ecco altre voci, fioche, ma pur
voci, giungere sulle ali dei venti, da lungi, dalle terre
straniere. Oh diamine! E come non averci pensato prima! Sicuro! I
filologi delle altre terre, di Francia, Inghilterra, Russia,
America, Grecia, Spagna, San Marino, Italia! Quelli potevano
imparare la loro lingua, accordarsi al diapason dei loro
pensieri, formare con essi una umanità di pari, molto al disopra
della povera umanità solita, nel nome e sotto gli auspici
della filologia scientifica! E dalla torre di celluloide
partí un'altra bomba, carica di gas veramente asfissiante:
l'=Internazionalizzazione della filologia=.

Ma naturale, per bacco! E il mondo in tanti secoli non se n'era
accorto! Diamine! E che la scienza conosce patria o confini? E che
c'è una fisica tedesca, e poi tante altre fisiche, francesi,
russe, inglesi? Fisica è tutta! E analogamente, filologia è tutta!
Le letterature di tutto il mondo costituiscono una materia unica,
da studiare col medesimo metodo, il filologico, infischiandosene
altamente di tutta quella roba che ci andavano a cercare dentro i
bisnonni dei nostri arcibisnonni: i pensieri generosi, la
commozione, la celebrazione delle glorie avite, l'incitamento a
magnanime gesta.

Io non so se questo ragionamento internazionale fosse ispirato
agli eselkopfiani da malizia o solamente da matta bestialità. So
che esso serviva molto bene ad uno scopo per essi altamente
nazionale: cioè alla supervalutazione della letteratura tedesca.

Io non sono partigiano denigratore della letteratura tedesca. La
ammiro, non ciecamente, ed ho soprattutto sicura coscienza di
conoscerla, direttamente, assai meglio di tanti fanatici
germanofili ed ex-germanofili. Potrò errare nell'apprezzamento, ma
so quel che mi dico. Ora, la letteratura tedesca, incominciata
assai tardi, quando tutte le letterature d'Europa contavano secoli
di vita rigogliosa, vanta un solo poeta di primissimo ordine, il
Goethe, una sola fioritura veramente geniale, il romanticismo. Ed
io ho sempre avuto simpatia, anzi ho sempre sentita vera affinità
elettiva con questa candida e rosea fioritura dello spirito umano,
che conteneva tanti germi di pensiero di poesia e d'entusiasmo,
presto brutalmente calpestati dalle suole fangose del militarismo
prussiano. Io ho molto amato Hoffmann, Gian Paolo, Achim von
Arnim, Brentano; ed ancora mi son cari, ché non saprei renderli
responsabili dell'infamia e del cinismo dei loro tristi nipoti. Ma
anche la fioritura romantica è piú di aspirazioni che di opere. È
anemica, sporadica, informe. Non è un Olimpo, è un Limbo. E se si
guarda a fondo, il suo prestigio piú grande lo deriva dalla
musica, da Schubert, da Weber, da Schumann, da Beethoven, che
immerge le radici nel classico settecento, ma apre tutti i suoi
fiori nel piú ardente romanticismo. Né mai i poeti tedeschi
giungono al sereno equilibrio tra l'ispirazione e l'arte
cosciente, che costituisce l'intima essenza dei capolavori
classici. O tentano il cielo; e si perdono tra le nubi della
follia, come Nietzsche, o in una frigidità cristallina, come,
assai sovente, lo stesso Goethe. Oppure vogliono tuffarsi nella
umanità, e divengono sentimentali, come molti dei romantici,
declamatori, come spesso Schiller, frivoli e sgarbati, come non
raramente Heine. Forse la lingua stessa, tuttora nel periodo in
cui i singoli temi che informano ciascuna parola non sono bene
amalgamati, non è matura alle grandi creazioni[26]. Il rinnegato
Chamberlain, come tutti sanno, sostiene che codesta imperfetta
fusione costituisca invece una superiorità; perché ciascuna
parola tedesca lascia sempre sentir tutti gli elementi che la
compongono: sicché, quando un tedesco dice, per esempio:
Finger-hand-schuh (_scarpa dei diti della mano_, cioè guanto),
sente simultaneamente, nell'armonioso vocabolo, le dita, la mano
e la scarpa. Ma per confezionare simile ragionamento ci vuole
tutta la zucconaggine di chi, nato inglese, s'industria a diventar
prussiano. Sarebbe come dire che una cattedrale allora è
una vera opera d'arte, quando l'abbiate sbarazzata, magari coi
quattrocentoventi, delle sue statue, delle sue vetrate, dei suoi
veli di marmi versicolori, dei suoi rutilanti musaici, e ne
abbiate messe a nudo le travature, le grappe, i mattoni e il
calcestruzzo. La verità è che la parola latina è una gemma
iridescente, nella quale sono perfettamente fusi tutti i minerali
che l'hanno formata; e la parola tedesca è tuttora il fondiglio
non amalgamato di un crogiuolo forse mal costruito.

E va bene. Ma stabilito il principio che le opere dei poeti e
degli scrittori sono pura materia di scienza, da trattare con la
medesima obiettività scientifica, che, dunque, non può far
differenza tra il diamante e il carbone: ne risulta che, come
dinanzi alla infinita grandezza di Dio si agguagliano il moscerino
e l'elefante, cosí dinanzi a SUA MAESTÀ LA FILOLOGIA SCIENTIFICA
tanto vale la letteratura alemanna, quanto, poniamo, la
letteratura greca; alla quale, del resto, gli _usseri della morte_
della filologia paragonano insistentemente la letteratura tedesca,
in ardite punte volanti eseguite fuori del trincerone scientifico.

Un altro effetto dell'internazionalismo era poi lo svalutamento di
tutti i titoli nobiliari artistici e letterarî. È bensí vero che
quando Virgilio aveva scritto da un pezzo l'_Eneide_, i Germani
d'Arminio ululavano i loro belluini _barditi_; ma, ammessa la
concezione «scientifica», quale nipote di Virgilio vorrebbe essere
tanto rètore da inorgoglirsene di fronte a un nipote d'Arminio?

Previde la Germania, calcolò le conseguenze dell'internazionalismo
filologico? Inutile dimanda. Sussiste il fatto che, mentre dal
lato estetico esso tendeva a svalutare quello che in ciascuna
letteratura è piú prezioso, cioè il _carattere_: dal lato etico
mirava a scancellare quanto v'è nell'animo umano di piú profondo e
di piú nobile; e in primissimo luogo, il sentimento nazionale.

Pensate un po'. Noi non siamo Italiani e non ci sentiamo
orgogliosi di essere Italiani, perché siamo nati fra tanti gradi
di latitudine e tanti di longitudine. Bensí perché abbiamo comuni
certe memorie, certe fedi, certe speranze, certi sentimenti, certe
passioni. Questo patrimonio comune è retaggio dei nostri
antichissimi padri; e viene trasmesso, di secolo in secolo, dalla
letteratura. La letteratura è il ponte gittato fra il passato e il
presente, il mezzo per cui i nostri grandi avi rimangono sempre
fra noi, ci favellano, ci dànno continuamente il frutto prezioso
della loro secolare esperienza. E perché questo patrimonio è tanto
ricco e fulgido, noi ci sentiamo orgogliosi di possederlo. Ogni
scritto è composto, sí, di parole; ma di parole che cadendo nelle
anime germogliano vita. Le parole di Dante, le parole del
Petrarca, del Machiavelli, dell'Alfieri, del Foscolo, tennero
desta nel cuore degli Italiani la sacra coscienza della propria
nobiltà, che, trionfando infine d'ogni insidia barbarica, eruppe
dalle tenebre alla nuova luce fulgente.

Ma quando Herr Philologus vi fa persuasi che il primo dovere degli
Italiani non è quello di sapere a memoria la _Divina Commedia_,
bensí quello di collazionarne minutamente tutti i codici, o di
riformarne la grafia e la punteggiatura, sino a rendere
illeggibili i versi piú sublimi; allora, quando vi siate bene
imbevuti di codesta persuasione, sarete pure convinti che cercare
nei nostri grandi scrittori rievocazioni di memorie o incitamenti
a grandi opere, è superficialità, è retorica, è dilettantismo. E
dal '60 in giú, quanti e quanti, in Italia, si lasciarono
instillare da Herr Philologus codesta persuasione!

Dunque, o in buona o in mala fede, la Germania sparpagliò per
tutto il mondo sciami e sciami di _filologi scientifici_, a
diffondere il nuovissimo perfido verbo. E per non trovarsi ad
averne penuria, cominciò a fabbricarli a macchina; né la materia
prima poteva mancare. Abbiamo visto come la concezione scientifica
spalancasse le porte a due battenti alle _piú deboli forze_. Le
piú deboli forze corsero all'appello. Come, quando la gran patria
chiama, miopi, sciancati, varicosi, denutriti, gibbosi, accorrono
a sgozzare Belgi o Serbi; cosí microcefali, deficienti, maniaci,
corsero allo squillo della filologia scientifica. E quando furono
debitamente ferrati sul _metodo_, e, con la patente di _dottore in
filologia_, ebbero acquistata la incontrastabile signoria di
quelle ventiquattro, quarantotto, novantasei discipline che
abbiamo descritte, andarono, con sulle natiche callose il _made in
Germany_ della sacra accademia di Berlino, a disseminare ai
quattro venti il glutinoso polline della filologia scientifica.

E lavorarono bene. In poco d'ora, in tutti i paesi civili,
Francia, Inghilterra, Russia, America, Grecia, e specialmente in
Italia, la bruna Mignon sempre sospirata dal sentimentale
scimmione teutonico, sorsero, come per incanto, tante e tante
torricelle di celluloide, immediatamente collegate con mille fili
al gran torrione centrale di Berlino.

E dentro queste torricelle, bene isolati dalla comune dei mortali,
vissero e vivono i filologi ortodossi, favellando un lor gergo
speciale, ragionando con una specialissima logica, adottando usi e
costumi peculiari, strani, ben differenti da quelli della misera
gente profana.

E non hanno avuto ancora il loro Figuier.



V.

LOHENGRIN FILOLOGO


Prima di passare al punto capitale della mia ricerca, cioè alla
infiltrazione tedesca nella scuola e negli studî italiani, diamo
un'occhiata agli ultimi risultati del metodo filologico
scientifico in Germania.

Tali risultati sono, con matematica inflessibilità, conseguenti
alle premesse. Dichiarati superflui e nocivi, e banditi dagli
studî storici, letterarî, artistici, il sentimento ed il gusto,
ridotto tutto ad un appuramento e una raccolta di fatti, si
giunse, e non si poteva non giungere, al repertorio, alla
compilazione. Repertorî e compilazioni pure e semplici sono
oggimai tutti i libri tedeschi che pomposamente si intitolano
_Storia della letteratura_, _Dottrina metrica_, _Grammatica
scientifica_, _Storia della mitologia_.

Storia della letteratura il famosissimo Christ? Sono date di
nascita e di morte, fatti materiali, riassunti. Se ne leggete
venti pagine di fila, avrete rapita la palma a Didimo, che per la
sua coriacea resistenza di leggitore, fu chiamato _stomaco di
bronzo_. Dottrina metrica il Gleditsch? È un inventario, una
poltiglia di schemi ritmici, senza neppure il tentativo di
studiare l'essenza del ritmo, di stabilirne i principî, d'indagare
le ragioni naturali, storiche, estetiche delle sue multiformi
manifestazioni. Le grammatiche del Krüger e del Kühner non sono
che repertorî di fatti, e sia pure precisi, precisissimi.
Si potrà dichiararle utili a scopi professionali (io le trovo
inutilissime); ma per ammirarle ed entusiasmarsene, ci vuol
proprio la zucconaggine dei puri grammatici, i quali non sanno
deviare un millimetro dalle vecchie rotaie, e sembra non
sospettino neppure alla lontana la verità, già a suo tempo
mirabilmente formulata dal Giordani, che «la grammatica è parte di
metafisica la piú sublime»[27]. E vorreste chiamare_ Storia della
mitologia_ il Gruppe? È una bioscia indigesta, una bigutta, una
_olla podrida_. I fatti vi sono buttati a a casaccio, senza
ordine, senza discernimento, senza critica, come nel truogolo si
gittano al ciacco ossa di manzo, bucce di patate, torsoli di
cavolo.

E a mano a mano, neppure come repertorî servono piú codeste opere.
Se ne spacciano molte copie in Germania, e fuori di Germania, e
massime in Italia. E le nuove edizioni, spesso curate da nuovi
filologi, anche piú _scientifici_ degli originarî compilatori, si
vanno via via, sulla scorta delle _recentissime scoperte_,
rigonfiando, idropizzando, di fatti, di fatti, di fatti. E tutta
codesta abbondanza, che, secondo il concetto scientifico, dovrebbe
rendere piú profonda la conoscenza, serve a non far capire piú
nulla. Conoscenza è scelta, sceveramento, sintesi. Per esempio,
scrivere la grammatica d'una lingua, dovrebbe significare
approfondirne l'organismo con criterio filosofico, e scuoprirne i
principî regolatori, ai quali possa poi ciascuno agevolmente
riferire tutti i singoli fenomeni morfologici e sintattici. Ma se
voi trascurate l'analisi profonda dei principî, e mi date invece
tutti i singoli fatti, come appunto usano Krüger, Kühner e
compagni di Germania, mi trovo precisamente, punto e da capo, a
dover rifare per conto mio il lavoro di scelta, di sintesi,
d'ordinamento.--Ma pensare, l'abbiamo visto, è antiscientifico.
Scientifico è raccoglier sassolini. E mucchi di sassolini, anzi di
tritissima sabbia sono appunto codesti recentissimi manuali
tedeschi. Per esempio, il dizionario mitologico del Roscher,
incominciato, tanti e tanti anni fa, abbastanza bene, è
divenuto una selva cosí fitta e intricata di fatti e fattucci e
fatterellucci, che per cercare una notizia dovete impiegare una
settimana; e poi finite per non scovarla tra quel minutissimo
tritume, e dovete ricorrere a qualche altro lessico, per esempio a
quello inglese dello Smith, che è del 1815, ma è fatto da un uomo
che aveva la testa sulle spalle, e perciò è quel che dev'essere un
dizionario, vale a dire offre agevole risposta a ciascuna domanda.
Vero è che proprio negli ultimi tempi c'è stato qualche sintomo di
reazione «estetica» anche in Germania. Sicuro. Herr Philologus,
sebbene lautamente stipendiato, sebbene dichiarato, in Germania, e
massime in Italia, vir summus, sebbene pezzo grosso dell'accademia
di Berlino, ha cominciato a sentire, cosí a fiuto, che codesta sua
produzione «severamente scientifica» è un po' roba da ufficiale di
scrittura. Herr Philologus ha riscosso allora, nelle adipose
budella, il vecchio sentimento tedesco, e ha cominciato a largire
ai profani _interpretazioni estetiche_. Abbiamo visto di che
risma: e, sempre a richiesta dei filologi increduli, eccomi pronto
a moltiplicare gli esempî.

Troppo tardi, Herr Philologus! Nessuno, neanche un Latino, cioè un
uomo che pur nasce con ottime disposizioni all'arte, può
fabbricarsi di punto in bianco una giusta sensibilità artistica:
il tirocinio dell'arte è assai piú lungo, cari signori, che non
sia il tirocinio della vostra scienza. Voialtri poi, carissimi
lanzi, doti native di intelligenza artistica non ne avete punto, e
dovete fabbricarvele artificialmente, come hanno tentato tutti i
vostri migliori, a cominciare dal Goethe. Lavoro doppiamente
lungo. I vostri nonni e bisnonni ci si erano sobbarcati. Ma
avevate appena incominciato a tirarvi su, a furia d'iniezioni di
ellenismo, di romanesimo, di italianismo, e voi, ciechi nepoti,
pieni di voi perché avevate fabbricato cannoni, attivate
industrie, allineate ferrovie, presumeste scuotere quei gioghi
volontariamente accettati, e voleste rifar tutto al solo ed unico
lume dei vostri cervellacci. Cosí, raschiata in brev'ora la
vernice di umanesimo applicata con tanta pena, è riapparsa in
tutta la sua rozzezza la vostra mentalità originaria.

Cosí siete tornati a non capire la grande arte classica, e nel
vostro puzzolentissimo orgoglio l'avete dichiarata inferiore. Cosí
quando volete spiegarla a voi stessi ed agli altri, spacciate, ad
onta delle vostre sterminate cognizioni scientifiche, tali
corbellerie, che il piú tarpano scolaretto, il piú inculto uomo
del popolo che ha avuto la fortuna di nascere in Italia, può
rilevarle e ridere alle vostre spalle massicce.

Tal sia di voi, lanzi. Il vostro male è oramai profondo e
immedicabile. Davvero non vorrò io cercarne i rimedî. Cosí potesse
la vostra barbarie venir ricacciata, e per sempre, nelle selve
originarie, dalle quali uscite ogni tanto per tuffare l'umanità in
orrendi lavacri di sangue.

                              *
                             * *

Ma il vostro morbo s'è appreso all'Italia. L'Italia ha bevuto per
lunghi e lunghi anni, come nettarei farmachi, i tòssici pestiferi
che voi le andavate propinando. Questo mi avvilisce e mi cruccia:
e non è avvilimento e cruccio estemporaneo. E adesso, deposto lo
spirito di cordiale antipatia che sinora animava le mie pagine, mi
accingo a studiare il male della nostra patria, con l'ansia
dolorosa di chi vede languire e sempre piú estenuarsi una persona
diletta.

E non è studio facile. Anche qui abbiamo un intreccio fittissimo
di cause e di effetti, un corrodimento tenace e dannoso, che,
esercitandosi per piú di mezzo secolo nella scuola, nella cultura,
nello spirito italiano, ha prodotto effetti rovinosi. Il processo
deleterio fu di quando in quando avvertito da uomini di spirito
indipendente; e sorsero voci di allarme. Ma troppo piú numerose,
arroganti, sicure, si levaron le proteste dei tedescofili; e
quelle voci rimasero solitarie, furono soffocate. Nessuno
tentò una vera diagnosi. La relazione della Commissione pel
riordinamento universitario è opera di persone fornite di molta
dottrina e di molto ingegno. Ma ha il difetto originario di tutte
le relazioni: non è lavoro organico, bensí compilazione di
opinioni e vedute spesso diametralmente opposte. Le singole
osservazioni, prese ciascuna per sé, saranno eccellenti: messe a
raffronto, risultano quasi sempre contradittorie: sicché nel
complesso sembrano il discorso di un uomo cultissimo, il quale
affermi che il tale oggetto è bianco, e per provarlo dimostri che
è nero, e per rispondere a previste obiezioni sostenga che è verde
pisello. Per giungere a qualche risultato, conviene invece
raccogliere ed elaborare tutti gli elementi della discussione nel
fuoco d'una sola mente. Ed è questo il tentativo a cui appunto mi
accingo.

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                             * *

E dunque, il giorno in cui la patria nostra fu ricostituita a
dignità ed unità di nazione, fra gli altri compiti si presentò
anche quello di rianimare e riordinare la cultura languida e
dispersa. Come principalissimo tramite di tale riordinamento, si
presentavano, naturalmente, le Università. E quindi si procede' ad
organizzare ed unificare le molte Università italiane, che, per
ben cognite ragioni, erano diversamente ordinate, e s'erano andate
immiserendo, dove piú, dove meno, in tutte le regioni.

Stabilito il piano unico di riforma (legge Casati del 1859),
emerse la necessità di crear nuovi professori. E, quasi per
miracolo, si trovò un nucleo d'uomini insigni per dottrina, per
ingegno, per carattere: Carducci, De Sanctis, Settembrini, Bonghi,
Comparetti, D'Ancona, Amari, Villari, Bartoli (Atto Vannucci,
storico insigne, e per nostra vergogna quasi dimenticato, non
ebbe, ch'io sappia, cattedra universitaria).

Questi uomini non provenivano da veruna scuola tedesca. Erano
tutti di fabbrica paesana. Il De Sanctis, come tutti sanno, usciva
dalla Scuola del Puoti. Il poeta dei _Giambi ed epodi_ aveva
studiato dagli Scolopi. Il Settembrini s'era tirato su per
avvocato, per avvocato il Bartoli, per notaio, e l'esilio gli
troncò gli studî, Alessandro D'Ancona. Michele Amari era impiegato
alla Tesoreria di Stato in Sicilia, Ruggero Bonghi «o bene o male,
venne su da sé». Il Comparetti spiccò l'altissimo volo verso il
mondo ellenico dagli alberelli e dalle teriache d'una farmacia.
Alla stretta dei conti, furono tutti un po' autodidatti, e si
fecero, piú che altro, studiando gli autori, allacciandosi alle
tradizioni italiane. E ciò non ostante, nessuno vorrà dire che
abbiano tenuto con poco onore le cattedre ad essi affidate.

Se non che, di alcune discipline recentissime, per esempio
glottologia, sanscrito, lingue neo-latine, scarseggiavano o
mancavano cultori. Ed anche per le discipline piú coltivate, il
numero degli studiosi era insufficiente, anche perché le
Università italiane erano troppe. Erano troppe, e non si ebbe il
coraggio di ridurle: germe di male, questo, che difficilmente si
potrà estirpar mai dalla patria nostra.

Dunque, occorrevano professori. E l'Italia fece quello che fanno
in simili occorrenze gli acquirenti giudiziosi, che ricorrono ai
magazzini meglio forniti e accreditati. Né credito né merce
mancavano alle Università di Germania, che da tempo erano divenute
=un'ampia manifattura di filologia=, come con singolare
chiaroveggenza osservava fin dal 1845 il Giordani[28], il quale,
dal Bonghi in giú, vien dichiarato, da ragazzi e da non ragazzi,
puro stilista, cioè puro babbione, e invece espose, in quasi ogni
suo scritto, ed anche in quistioni di cultura e di studio, verità
profondissime, e da meditarle anche noi modernissimi, acutissimi,
profondissimamente rihegeliani. E l'Italia si provvide in
Germania. E si provvide in due maniere. Togliendo di peso
professori tedeschi che venissero a effonder direttamente fra noi
qualche raggio del loro sapere sublime; e mandando in Germania
studiosi italiani che si illuminassero alle empiree fonti di
Berlino, di Lipsia, di Gottinga, e tornassero poi a darcene
qualche riverbero.

E cosí, dal '60 in giú, ebbe luogo la _organizzazione scientifica_
delle Università italiane; e tutte le cattedre, le antiche, le
nuove e le nuovissime, furono affidate ad autentici rappresentanti
del metodo scientifico. A poco a poco, la organizzazione
scientifica fu compiuta. E in un suo scritto, il buon Pascoli, che
era molto fino, ma in certe questioni travedeva stranamente,
compiacendosi dello stato attuale della cultura italiana,
osservava che oramai gli stranieri badavano anche a noi, e ci
lodavano. «Oh bravi, guarda! Ci siete arrivati anche voi?»--Sí, oh
buono e grande poeta, che guardavi molto i campi e poco le miserie
accademiche: sí, la Facoltà di lettere nelle Università italiane è
divenuta istituto perfettamente scientifico: sí, ci siamo proprio
arrivati anche noi.

                              *
                             * *

Ci siamo arrivati anche noi. Però, miei colleghi universitarî,
deponete ogni male inteso amor proprio, e rispondetemi in
coscienza. Diamoci un'occhiata attorno. Dopo cinquant'anni
d'intenso lavoro_ scientifico_, la _scienza filologica_ italiana
ha prodotto opere che si possano equiparare alla _Storia della
letteratura italiana_ e ai _Saggi_ del De Sanctis, ai _Discorsi
sullo svolgimento della letteratura nazionale_ e ai cento altri
studî del Carducci, alla _Storia dei Mussulmani in Sicilia_
dell'Amari, al _Virgilio nel Medio Evo_ del Comparetti, e ai
lavori in genere del D'Ancona, del Settembrini, del Bonghi, del
Vannucci, del Bartoli?--No, è vero? La risposta non può essere
dubbia. Andiamo avanti.

È vero o non è vero che, ad onta di tanti perfezionamenti di
metodi e di tanta folla di studiosi, ci troviamo imbarazzatissimi
a cuoprire degnamente le cattedre vacanti, e specialmente quelle
delle discipline piú importanti, specialmente quelle di
letteratura italiana, specialissimamente quelle di letteratura
latina? Anche questo non saprete negarmelo.

E ditemi ancora. Quando nei concorsi alle cattedre di scuole medie
abbiamo esaminato centinaia e centinaia di giovani aspiranti,
dobbiamo o non dobbiamo deplorare quasi sempre che questi
giovani, pure usciti da codeste nostre università filologiche
scientificamente organizzate alla tedesca, non sappiano leggere
con giusta pronunzia né a senso una canzone del Petrarca, non
scrivere una paginetta di latino senza infiorarla di spropositi,
non intendere a prima vista autori latini che i nostri padri
e i nostri nonni, _scolari dei preti_, sapevano a memoria,
interpretavano dormendo?

E quante volte, ricordate, _in camera charitatis_, abbiamo
dovuto deplorare che nelle aule di lettere, e massime dopo il
miglioramento degli stipendi, si affollino giovani che per gli
studî letterarî non nutrono la menoma passione, che non leggono
mai né una storia, né un romanzo, né un poeta, che non dimostrano,
in genere, veruno sfavillio di pensiero: e che i giovani di piú
fervido ingegno corrano invece tutti alle altre Facoltà, quelle di
legge, di medicina, di scienze?

E, uscendo dalla scuola, vi siete accorti che oramai professore e
seccatore sono divenuti sinonimi quasi assoluti? Avete badato al
fatto che gli artisti, i quali un tempo solevano vivere in
fraterna dimestichezza con i dotti, adesso, al solo fiuto del
_professore_, scappano a gambe levate? Avete mai osservato che i
grandi movimenti di pensiero e di cultura avvengono, oramai, fuori
dell'università, e contro l'università? E le violente ribellioni
dei giovani contro la dottrina ufficiale ed accademica, ultima e
piú clamorosa il futurismo, le crederete davvero ispirate tutte ad
ignoranza, a malanimo, ad astio, ad invidia, insomma a sentimenti
ignobili, e quindi da spregiare, da non badarci, da non curarsene?

Sono sintomi gravi, cari colleghi. Tutta la cultura italiana è
viziata, attossicata. E dunque, non vi rincresca, se pure avete a
cuore le sorti della nostra patria, di studiare anche voi il male,
di aiutare la mia ricerca. Io potrò sbagliare la diagnosi, i
rimedî che suggerirò potranno sembrare inefficaci o inopportuni.
Confutatemi, e riconoscerò volentieri l'error mio. Ma non cadiamo,
per carità, nella solita presunzione di crederci ciascuno unico
depositario della verità, e di soffocare problemi di capitale
importanza, con le velate allusioni maligne, con le insinuazioni
personali, con le materiali occulte opposizioni.

                              *
                             * *

La maggior parte degli uomini chiamati, intorno al '60, a
rianimare la cultura d'Italia, erano principalmente studiosi di
letteratura italiana; e da persone di senno e di coscienza quali
erano, incominciarono con l'esaminare le condizioni della loro
disciplina, per scuoprirne le lacune e studiare il modo di
colmarle. Ora, questi uomini cosí diversi di cultura, d'ingegno,
d'indirizzo, si incontrarono tutti in un punto: nel sostenere che
occorreva sostituire ai metodi allora imperanti nelle università
un indirizzo severamente positivo. Non parliamo del Carducci e del
D'Ancona, è cosa nota; ma perfino il De Sanctis, sospetto,
ingiustamente, di spregiare la precisione dei fatti, scriveva
testualmente queste parole: «Gl'impazienti ci regalano ancora
delle tesi e dei sistemi: sono stanche ripetizioni che non hanno
piú eco. La vita non è piú là. Ciò che oggi può essere utile, sono
lavori serî, e terminativi nelle singole parti»[29].

E s'intende bene il perché di questa concordia. Da un lato
occorreva reagire ai pessimi vezzi della cultura italiana, al
fatuo rimbombo delle cattedre d'_eloquenza_, allo schematismo
vacuo pedantesco dei puristi, alle cicalate e alla zazzera degli
epigoni romantici: dall'altro molti campi ancora inesplorati
della letteratura italiana richiedevano l'applicazione del metodo
che dicemmo ottimo, anzi unico, nelle fasi iniziali di ciascuno
studio, quello severamente filologico.

E seguirono anni ed anni di austera disciplina. Se non che,
nessuno di quegli uomini perde' mai di vista alcune verità
fondamentali. E cioè:

1) Che questi studî positivi avevano carattere di mezzo e non di
fine.

2) Che quindi l'indirizzo positivo, ottimo ed unico per preparar
materiale, non doveva uscire dal gabinetto dello studioso, il
quale, e nella cattedra, e nei libri, doveva offrire una
elaborazione superiore di quel materiale.

3) Che la ragion d'essere di questo indirizzo sarebbe venuta a
mancare quando fosse compiuta la raccolta del materiale tutt'altro
che inesauribile: che dunque tale indirizzo aveva carattere di
transitorietà: che era programma di lavoro, e non poteva divenire
_metodo_, di valore assoluto, immanente.

Ho detto che questi uomini non perderono mai di vista tali verità.
Forse è piú esatto dire che la coscienza intima di tali verità
diresse sempre la loro attività pratica. A nessuno di loro passò
mai per la mente di spacciar dalla cattedra, di raccoglier nei
libri, fatti nudi e crudi, e di convincere i gonzi come fanno i
tedeschi, che quei semplici fatti fossero storia, storia della
letteratura, critica letteraria. E non parlo del De Sanctis né del
Carducci ché sarebbe superfluo. Ma Alessandro D'Ancona, il quale
passa per l'antesignano piú genuino dell'indirizzo _storico
positivo_, elaborava con ogni forza intellettuale e con ogni
finezza stilistica le sue lezioni universitarie; ed ogni pagina
dei suoi numerosissimi scritti è impregnata del suo simpatico,
argutissimo spirito. Altro che _impersonalità_ scientifica,
signori miei!

La intima coscienza non si oscurò dunque mai. Ma negli ammonimenti
teorici, seguitarono forse a predicare troppo assolutamente il
verbo del positivismo storico, anche quando il periodo in cui
questo tornava utile, era già trascorso. Forse occorreva già
reagire alle esagerazioni del metodo, ciecamente abbracciato e
seguito, al solito, dalle «piú deboli forze», quando invece, nel
1883, il Graf, il Novati e il Renier fondavano il _Giornale
storico della letteratura italiana_, e bandivano, con rinnovata
baldanza, il verbo storico positivo[30].

Ma questo non m'importa per ora. M'importa stabilire che il metodo
storico, autorevole per quei nomi insigni, accreditato da opere
eccellenti, divenne ottimo addentellato al metodo filologico
scientifico, piovutoci di Germania, specialmente pel tramite della
filologia classica. Se si fossero presentati cosí all'improvviso,
senza preparazione degli spiriti, gli imperativi categorici di
quel metodo si sarebbero mostrati, quali sono in realtà, e quali
li abbiamo dimostrati, risibili sciocchezze. Ma gli Italiani erano
già preparati da molti e molti anni di _metodo storico_. Questo e
il nuovo metodo tedesco poterono sembrare, e non erano, rami
divelti dal medesimo albero. Il metodo _scientifico_ tedesco si
innestò sul solido tronco del metodo storico italiano, attecchí, e
con la fecondità delle male erbe coprí in breve tutti i campi
della cultura italiana d'un fittissimo intrico di cardi, di rovi,
di lappole, di pugnitopi. Ed anche in questa macchia impervia
entriamo risolutamente, anche a costo di graffiarci le mani, e di
lasciare attaccato alle spine qualche lembo delle vesti o della
viva carne.

                              *
                             * *

Di studiosi specialmente versati nelle letterature classiche, in
Italia ce n'era in fondo uno solo di grande valore: Domenico
Comparetti. E il Comparetti, un po' per l'isolamento, che esclude
i contrasti e i loro fecondi risultati, un po' per il suo
temperamento, non professorale, non vago di teorie, non paziente
di propaganda, non si propose il problema delle condizioni e dei
bisogni della sua disciplina in Italia. Per lo meno, non lo studiò
con l'ardore del Carducci, del D'Ancona, del De Sanctis: tirò
diritto per la sua via, ampia e luminosa. E quindi, per gli studî
dell'antichità classica si andò un po' alla cieca. Si chiamarono
professori e studiosi tedeschi, come una volta i principotti
chiamavano capitani e soldatesche di ventura; e si mandarono,
dicemmo, Italiani ad imparare in Germania, come una volta i figli
di regoli barbari andavano a dirozzarsi ad Atene o a Roma.

I tedeschi chiamati in Italia non furono moltissimi: l'Italia non
è la Turchia, non è la Grecia, non è nemmeno l'America; e il piú
elementare sentimento estetico rendeva insopportabile un
professore che veniva a raccontarci i fasti di Roma, balbettando e
deturpando la lingua di Dante. Non furono moltissimi, ma non
furono nemmeno tanto pochi. Per rimanere solamente nel campo degli
studî letterarî, ci fu un tempo in cui lo straniero che fosse
venuto nella dolce Italia a studiare antichità classiche, avrebbe
trovato sulla cattedra di Palermo, ad insegnare storia antica,
Adolfo Hiolm. A dirigere il Museo di Bari, Max Meyer. A Roma, alla
cattedra su cui aveva seduto Ruggero Bonghi, Giulio Beloch era
stato chiamato dalla fiducia del governo italiano ad esporre la
storia Romana. Emanuele Loewy (un gentiluomo, questi; e ce ne sarà
stato qualche altro; ma ciò non vuol dire) insegnava la storia
dell'arte. Adolfo Berwin dirigeva, con la brutalità d'un caporale
prussiano, la Biblioteca di Santa Cecilia. La Galleria Corsini era
sotto la guida di Paolo (mi pare) Kriststeller. A Torino il Müller
insegnava letteratura greca. Questi, e tanti e tanti altri
professori d'altre discipline, occupavano posti ufficiali,
retribuiti dal governo italiano. Ma in ogni grande città d'Italia
c'erano poi istituti _scientifici_ tedeschi, formicolanti, come
s'intende, di persone altrettanto scientifiche, stabili o di
passaggio. Per rimanere a Roma, e lasciando stare il padre Ehrle,
direttore della Biblioteca vaticana, il quale dunque operava su
terreno neutro, c'erano i due grandi covi dell'_Istituto storico
prussiano_ e dell'_Istituto archeologico germanico_.

Del primo, non so gran cosa. Le vicende del secondo sono note
anche al gran pubblico, perché se ne è parlato nei giornali.
Sorse come istituto internazionale; ma con uno dei suoi abilissimi
colpi di mano, la Germania se ne rese padrona assoluta. Sicché
ora, sfolgorante di stonate policromie, e sempre olezzante di
grassa cucina, ricetta una sceltissima falange di giovani
archeologi, venuti in Roma a raffinare il gusto nativo con lo
studio dei libri tedeschi; e dalla vetta solenne del Campidoglio,
in bella simmetria col Monumento al Padre della Patria, attesta
all'Urbe la gloria di Guglielmo imperatore e del metodo
scientifico alemanno.

Nei primi tempi dell'alleanza fu sede ai dottissimi idillî degli
_scienziati_ tedeschi e italiani. Questi frequentavano la
biblioteca e assistevano alle sedute: quelli scendevano per tutta
Roma, e massime nel Foro, a scavare e far da padroni. Largivano
anche, ai piú fedeli _aficionados_ italiani, diplomi di soci
corrispondenti, ricercatissimi e gustatissimi.

Ma col tempo, il miele diventa fiele, il vino diventa aceto,
l'amore diventa uggia. Un bel giorno, a dirigere gli scavi del
Foro fu mandato Giacomo Boni, il quale con molto garbo chiuse le
porte in faccia agli ex padroni.--«Ma noi rappresentiamo la
scienza tedesca».--«E io rappresento il buon senso italiano».--Da
quel giorno gli scavi cominciarono a dare i risultati che tutto
il mondo conosce ed ammira[31].

Ma anche da quel giorno cominciarono i malumori. La cortesia
teutonica si appannò d'un velo. I direttori sí, rimasero corretti
verso gli ospiti italiani; ma lasciarono mano franca ad un
bull-dog, inserviente ma spadroneggiatore, il quale invigilava gli
studiosi italiani come il gatto guarda il sorcio, e piombava su
loro alla menoma infrazione ai centomila regolamenti della
biblioteca. I diplomi divennero piú rari: fioccarono invece
restrizioni su restrizioni. Ad un bibliotecario gentile se ne
sostituí da Berlino, per direttissima, uno cerbero. E ad ognuno
dei menomi incidenti agrodolci a cui dette origine la politica un
po' oscillante degli ultimi anni, partiva dall'Istituto la
minaccia di chiudere la biblioteca agli studiosi, e il rimprovero
di ingratitudine agli Italiani, perché, avendo quel po' po' di
agevolezza di poter usufruire d'una tale biblioteca, non erano
abbastanza pronti a curvar la schiena ad ogni beneplacito del divo
kaiser e dei suoi rappresentanti di Roma.

Dicevano proprio cosí. È cosa enorme, e pur vera. I tedeschi sono
venuti qui da noi per secoli e secoli a sfruttare le nostre
biblioteche, le nostre gallerie, i nostri musei e i nostri scavi.
Hanno ristampato i nostri classici, riprodotti i nostri quadri e
le nostre statue, ed hanno sparpagliato le edizioni e le
riproduzioni per tutto il mondo, e specialmente in Italia, e ci
hanno convinti che il popolo geniale non erano gli Italiani
che avevano create quelle opere, bensí i tedeschi che le
riproducevano. Con le riproduzioni hanno fatto fior di quattrini;
e fior di quattrini hanno fatto esercitando, legittimamente ed
illegittimamente, il commercio delle nostre antichità. Ma il
semplice concederci l'uso di una loro biblioteca, era tal
servigio da poterlo compensare solamente il nostro piú assoluto
vassallaggio. E quando al vassallaggio ci cominciammo a ribellare,
ancora assai prima che scoppiasse la guerra, le porte di quel
paradiso archeologico furono infine inesorabilmente chiuse ai
reprobi Italiani. E chiuse restino, e non si riaprano mai piú. E
speriamo che quel goffo baluardo teutonico, e l'annesso palazzo
dell'ambasciata, nelle cui sale si pompeggiano, dipinte
a fresco, le gesta d'Arminio, e si erge, pronto a ricevere
l'incommensurabile kaiser, il rutilante trono imperiale,
spariscano una volta per sempre dal Campidoglio, che dovrebbe
essere per noi sacro, e fieramente conteso al calpestio di ogni
piede barbarico.

E accanto agli istituti c'erano poi sciami di tedeschi
«scientifici» che venivano ad appollaiarsi sol suolo di Roma. Chi
erano? Donde venivano? Perché non cercavano un posto in patria?
Come campavano?

E chi lo sa? Piombavano a Roma con certi visi patiti, si
strofinavano alle porte dell'Università, facevano la corte a
professori, a giornalisti, a uomini politici, piangendo miseria,
piatendo un posto qualsiasi, tanto da poter vivere qui a Roma, ché
in Germania c'erano troppo freddo e troppa concorrenza. Ma anche
se non carpivano il posto, rimanevano lo stesso, e si ficcavano
nella società, scientifica e non scientifica. E dopo qualche mese,
si fabbricavano ciascuno il suo bravo villino, attiravano gente,
tenevano circolo, predicavano la grandezza della Germania,
miagolavano le cantate di Bach, mettevano su cattedra, vera
cattedra, non metafisica (Amelung), per consolarsi di quella non
potuta espugnare all'Università.

Come campavano?--E chi potrebbe dirlo? Di qualcuno s'è poi
risaputo, che, convinto di vergognose speculazioni di cimelî
archeologici, dove' in fretta e furia lasciare i posti e
restituire le onorificenze ottenute dalla dabbenaggine del
governo italiano. Ma gli altri, la maggior parte, rimanevano
enigmatici come tanti cavalieri del San Graal scientifico.--Mai
devi domandarmi!--E il governo italiano, Machiavelli o non
Machiavelli, si guardava bene dal curiosare.

Il danno prodotto dalla invasione di queste cavallette filologiche
fu enorme. Ma forse anche piú grande fu quello che arrecarono, in
buona fede, gli Italiani andati ad intedescarsi in Germania. E lo
vedremo nel prossimo articolo.



VI.

LA FILOLOGIA DI VENTURA


«Plutarco era un gran cretino!»--Queste parole, scandite con
incertezza fonica e con pretta sicumera teutonica, mi percossero
in pieno petto la prima volta che io, giovinetto, misi piede nelle
aule dell'Università di Roma. Le pronunciava Giulio Beloch,
chiamato dalla acefala Minerva, che presiede alle sorti
dell'istruzione pubblica, ad insegnare storia antica a giovani
d'Italia. E mi diedero subito una chiara visione della nobiltà di
sentimento, della elevatezza di forma che dovevano aleggiare in
quella scuola sacra alle rievocazioni classiche, e, dunque, anche
italiche: Plutarco era un gran cretino!

Nel mio ultimo articolo, a proposito dei professori tedeschi
piovuti ad insegnare in Italia, tentai il confronto coi soldati di
ventura che una volta scendevano d'Alemagna per rialzare le sorti
di questo o quel signorotto d'Italia: né penso di dover
abbandonare tale confronto.

E infatti, se esiste verità apodittica, questa è che ciascun
popolo deve conservare gelosamente i suoi segni specifici, quelli
per cui si distingue da tutti gli altri popoli, ed afferma il
proprio carattere[32]. Quindi, a rinnovare, a rinsanguare la
cultura d'un paese, conviene, sí, strappare i germi maligni, ed
anche tentare prudenti innesti da piante esotiche; ma occorre
innanzi tutto ricercare amorosamente tutti gli antichi virgulti e
gli antichi germi calpestati e imbozzacchiti, e risollevarli e
rieducarli con ogni sollecitudine: occorre studiare a fondo la
mente, il carattere, i costumi del popolo, per vedere quali forme
di cultura gli convengano e possano riuscirgli utili, quali invece
disutili o addirittura deleterie. Ora, questa è opera di
devozione, d'amore, opera di figli: la compierono, in Italia,
Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Alessandro D'Ancona, tutti
gli altri uomini insigni di cui discorsi nell'ultimo articolo.

Ma si poteva pretendere, era ragionevole sperare che si
sobbarcassero a tale bisogna professori tedeschi spinti sino a noi
dalla plètora scientifica che inturgidiva le loro università, o
mandati con una missione di fiducia dal governo del kaiser? Santa
ingenuità di tanti che se la bevvero! Nella migliore ipotesi, si
limitavano a travasare frigidamente nei vasi di coccio italiani
quel po' po' di panacea che da un pezzo, come vedemmo, andava
inacidendo nelle ferree botti d'Alemagna. Nella peggiore, erano
spioni camuffati da «_persone scientifiche_» che, grazie al
_sèsamo apriti_ della filologia berlinese, intrufolavano il grifo
in tutti i ripostigli, scientifici e non scientifici. Nel maggior
numero dei casi, esercitavano quella forma media di spionaggio,
inventata e praticata con entusiasmo da tutti i nipoti di Lutero,
e che si esplica nel render convinta ogni persona della supremazia
unica ed assoluta della scienza tedesca, della politica tedesca,
della vita tedesca: nello iniettare in tutti gli spiriti la
persuasione che la somma felicità di tutte le creature umane
consisterebbe nel divenire scimmie dei tedeschi e tributarie del
kaiser. Natural corollario di questa cavalleresca propaganda, era,
come s'intende, lo svalutamento di quanto fosse italiano. Le
Pleiadi--direbbe Pindaro--non possono rimaner lungi da Orione.

Tutti i tedeschi, abbiamo detto, s'adoperavano a questa santa
predicazione; ma s'intende facilmente qual pulpito prezioso
dovesse essere una cattedra _scientifica_! Abbiamo visto, negli
scorsi articoli, come i tedeschi, grazie al _metodo filologico_,
avevano dimostrato, fra tante altre belle cose, che la nostra
famosa romanità, in ordine civile e giuridico valeva assai poco,
in ordine artistico e letterario, zero. Dal momento che queste
erano verità indiscutibili, acquisite alla scienza, come il fatto
che idrogeno piú ossigeno fa acqua, era non solo lecito, bensí
doveroso insegnarle dove che fosse: dunque, anche in Italia, anche
a Roma.

Ora lasciamo stare che codeste famose _verità_ erano invece
asinerie e menzogne degne di frusta e di capestro. Ma anche se
avessero racchiuso qualche parte di vero, conveniva proprio
lasciarle predicare sopra una cattedra italiana da un professore
straniero? Avrei un po' voluto vedere come i tedeschi avrebbero
conciato un professore italiano, il quale fosse andato, poniamo, a
Berlino, a dimostrare che Martin Lutero era uno sporcaccione, e
che le qualità predominanti dei tedeschi sono la brutalità, la
caparbietà, e la tontaggine! Se non che la bonarietà degli
italiani è, come la misericordia di Dio, senza fine; e la sozza
propaganda fu tollerata: perché alla menoma obbiezione, Giulio
Beloch, per esempio, rispondeva che l'università era il «tempio
sereno della scienza pura».

Giulio Beloch, peraltro, meriterebbe un monumentino di
riconoscenza nazionale. Ecco perché.

A codesta opera di esaltazione della germanità e di svalutazione
del latinesimo, nessun pulpito, come ho detto, era meglio adatto
d'una cattedra universitaria. I giovani, si sa bene, e massime i
piú ribelli, sono molli e plasmabili come cera; e un professore
tedesco o tedescofilo, razza prolifica come gli insetti nocivi, ha
presto fatto di mettervi al mondo una nidiata di tedeschini. E
questa opera deleteria si può compiere alla chetichella, senza
menare scalpore, magari cuoprendosi con un costellato manto
d'italofilia. Le parole volano, e specialmente volano le parolette
gittate là, a caso, con qualche droghetta d'ironia alemanna, fra
l'una e l'altra dimostrazione scientifica.

Le parolette volano, ma gli articoli restano. E l'egregio Giulio
Beloch, prototipo per eccellenza della professoraggine tedesca in
Italia, si lasciò trascinare una volta a scrivere un articolo.

Ed ecco come. Un bel giorno, lontana essendo ancora la guerra,
influendo ancora gli _scienziati_ di Berlino, come del resto
influiscono tuttora, vergognosamente, perfino sulle attribuzioni
di cattedre universitarie italiane, qualcuno pensò ad affidare a
Guglielmo Ferrero una cattedra di storia romana in Roma: vicino,
dunque, a Giulio Beloch.

Giulio Beloch fiutò subito i non lievi pericoli d'un confronto,
fra lui storico scientificissimo e soporiferissimo, e un giovane
italiano che forse era meno scientifico, ma coi suoi libri di
storia aveva saputo interessare il mondo. E corse ai ripari. Corse
ai ripari, scrivendo un articolo polemico: e cosí avviene che
nella _Rivista d'Italia_ 1911, 15 dicembre, si trovi conservato il
piú bel documento, lucido, meridiano, definitivo, della mentalità
professorale tedesca, in sé, e nei suoi rapporti con la nostra
grama Italia. Proporrei che se ne tirassero a spese del pubblico
erario cento o duecentomila copie da distribuire alle persone
culte d'Italia, aggiungendovi come appendice la risposta che a
volta di corriere (gennaio 1912), gli fece, nella medesima
rivista, Ettore Pais.

Lo scritto di Ettore Pais è un piccolo capolavoro di forza logica
e d'umorismo. L'immagine del gatto e del topo ha la barba lunga
parecchie spanne; ma leggendo questo scritto, non riusciamo a
discacciarla dalla nostra fantasia.

Beloch è proprio il povero sorcio, un sorcio tedesco, per giunta,
impacciato quanto lurco: Pais un gatto dalle unghie affilatissime;
e si diverte per pagine e pagine, costringendolo ai piú strani ed
inaspettati capitomboli.

Rimando il gentile lettore all'articolo del Pais, assicurandolo
che sarà ampiamente compensato del breve disagio di cercar la
rivista; ed espongo in brevi parole il perfido ed esilarante
scritto di Giulio Beloch.

                              *
                             * *

«C'è qualcuno--dice Giulio Beloch--che vorrebbe offrire una
cattedra di Storia Romana a Guglielmo Ferrero. Ma se la cosa
dovesse avvenire, gli studî di storia antica ripiomberebbero nello
stato in cui si trovavano una ventina d'anni fa.

«_Una ventina d'anni fa_--riferisco alla lettera le sue
parole--_la scienza storica italiana era tanto screditata, che
all'estero non si teneva conto alcuno dei lavori di storia antica
pubblicati di qua dalle Alpi_.

«Invece in questo momento =l'Italia tiene il primato nel campo
della Storia romana=.

«E come ha conseguito questo primato?

«L'ha conseguito mediante quattro lavori. Cioè:

1) La _Storia romana_ di Ettore Pais, il quale è =scolaro di
Mommsen=.

2) La _Storia dei Romani_ del De Sanctis.

3) _Due volumi di Giovanni Costa_, che =raccolgono e vagliano
criticamente tutto quello che è necessario per preparare una
edizione dei fasti consolari di Roma=.

4) _Uno scritto di Prospero Varese_, che =pone su una nuova base=
(non accettata, per quanto io sappia, da nessun competente) =la
cronologia della prima guerra punica=».

Siccome poi il De Sanctis, il Costa e il Varese sono scolari del
Beloch, è logico ed onesto aggiungere un quinto paragrafo, quinto
d'ordine e primo di valore: =la Scuola di Giulio Beloch=.

Ora, Ettore Pais è, senza iperbole, un colosso. Il De Sanctis è
uomo d'immensa dottrina, d'acume straordinario, d'attività
prodigiosa. Onde, se il Beloch, dovendo scegliere i luminari della
scienza storica in Italia si fosse attenuto solamente ai loro due
nomi, si sarebbero potute, senza dubbio, deplorare parecchie
omissioni; ma non si sarebbe potuto gridargli la croce addosso.

Ma gli altri due eletti dal Beloch a completare il quartetto,
erano giovani appena usciti dalla università, e quei lavori, le
loro tèsi di laurea. E lasciamo stare che «i loro metodi e i
risultati ottenuti non sono giudicati favorevolmente dai piú
autorevoli rappresentanti della stessa loro scuola» (Pais,
articolo citato). Erano, ripeto, giovani, e ben si poteva sperare
che facessero, in seguito, qualche cosa di buono. Ma quando
due ragazzi e due speciali lavori di laurea vengono citati
come documenti del primato dell'Italia negli studî storici
nell'anno di grazia 1911, allora il piú modesto cultore di
studî dell'antichità doveva domandarsi:

«Corpo di Bacco, ma che cosa hanno fatto, dunque, tutte quelle
brave persone che occupano cattedre universitarie, e che si sono
procacciata bella fama negli studî di storia antica? Che cosa
hanno fatto Giacomo Boni, Rodolfo Lanciani, Ettore De Ruggiero,
Dante Vaglieri, Luigi Cantarelli, Iginio Gentile, Attilio De
Marchi, Oberziner, Cocchia, De Petra, Pirro, Columba, Ciaceri,
Niccolini, e, passando al diritto, che è tanta parte della storia
romana, che cosa hanno dunque fatto Vittorio Scialoia, Carlo
Fadda, e il Bonfante, il Pacchioni, il Costa, il Riccobono? Questi
bravi signori, evidentemente, hanno scroccato fama e prebenda, se
tutto il loro lavoro, per mole almeno, gigantesco, deve cedere il
passo, che dico, deve senz'altro andare eclissato dinanzi alle
dissertazioni di laurea di due ragazzi!»

Ma, lettor mio buono, quei due ragazzi uscivano dalla scuola
del Beloch, dunque erano di fabbrica tedesca. Di fabbrica
tedesca erano anche, secondo il Beloch, sebbene erano e sono
italianissimi, il De Sanctis e il Pais, _scolaro del Mommsen_.
Dunque, se l'Italia ha conseguito il primato negli studî di storia
antica, gli è che un italiano s'è andato a perfezionare nel paese
della birra, e un tedesco è venuto a insegnare nel paese del
vino. Gli altri, senza bollo tedesco, sono un branco di ciuchi.

Che questo ragionamento lo facesse un tedesco, nessuna meraviglia.
Un asino spalanca il gorgozzule, non chiedetegli un trillo di
rosignolo. Avrebbe invece potuto far meraviglia che codeste
castronerie si trovi in Italia una rivista che le stampa, gonzi
che se le bevono, succubi intellettuali che le applaudono e fanno
la corte a chi le ha scritte.

                              *
                             * *

Avrebbe potuto e potrebbe far meraviglia: ma non fa a chi conosca
da vicino il feticismo per la Germania che imperava e che impera
tuttora, per quanto opportunamente larvato, nelle nostre
università. Mi sono un po' seccato delle documentazioni; e siccome
documentazioni di tal fatta si rinvengono a prima vista negli
scritti di qualsiasi universitario, stralcio dai miei ricordi
personali qualche aneddoto ameno.

Tizio, discepolo, in una discussione di laurea, riferisce a Caio,
suo esaminatore e filologo di grido, certe argomentazioni
illogiche, al solito, e puerili, di un qualsiasi Eselkopf
alemanno. Caio fraintende, crede che le suddette argomentazioni
siano di Tizio; e, siccome fuori della filologia è persona di
buon senso e di mente acuta, ne riconosce la goffaggine
e la puerilità, e le combatte con finezza e con arguzia,
divertendocisi, senza badare alle proteste di Tizio. Il quale,
solo dopo l'intera confutazione riesce a far intendere che quegli
argomenti non sono suoi, bensí di Eselkopf, e che egli anzi vuole
confutarli. Momento di silenzio imbarazzato: e poi, incredibile se
non l'avessi udito con le mie orecchie, gli argomenti di Eselkopf
sono accettati come assiomi, e confutata animosamente la
confutazione di Tizio.

Un altro filologo, a un giovine che gli ha inviato un volume di
cinque o seicento pagine, risponde: «Ho letto con piacere il suo
diligente _lavoretto_. Ha consultato l'_opera_ del Wilamowitz?»
(saranno state una dozzina di pagine sí e no).

Terzo ed ultimo aneddoto. Ad un esame, uno scolaro dice che sotto
l'apparenza scherzosa le satire d'Orazio nascondono un contenuto
serio. E il filologo professore, perentoriamente: «=Un tedesco= le
ha chiamate _eine lachende Satir_». Capite? Mica Buecheler, o, che
so io.--UN TEDESCO. _Tanto nomini nullum par elogium_.--E per non
essere bocciato, lo scolaro dove' striderci.

                              *
                             * *

Ma--interrompe a questo punto l'arguto lettore,--e che razza
d'uomini erano quelli invasi da cosí cieco fanatismo? Asini?
Citrulli? Procaccianti?

Neanche per sogno. Erano, tranne qualche eccezione, uomini di gran
coscienza, di molta dottrina, e spesso non privi di un certo gusto
letterario. Se non che erano intossicati sino alle midolla dai
batterî della _Filologia scientifica_, che ho isolati e studiati a
lungo nel corso dei miei articoli.

E poi, c'era anche un'altra ragione, d'indole non interamente
intellettuale, bensí pratica; ma non però meno efficace e
spiegabile.

Gli studiosi italiani che dal '70 all'80 circa si recavano
in Germania, lasciavano un paese dove gli studî erano tenuti
in pochissimo conto, gli studiosi remunerati poco o nulla,
le biblioteche sprovviste, le facoltà universitarie incomplete
o addirittura informi. E in Germania trovavano invece una
organizzazione perfetta, cattedre per qualsiasi ramo dello
scibile, scuole di magistero, biblioteche ricchissime, ordinatissime,
larghissime nei prestiti, bene illuminate e ben riscaldate.

Il professore italiano, si chiamasse pure Giosuè Carducci o
Francesco De Sanctis, era in Italia un povero diavolo, che abitava
al quarto piano, in un quartiere fuori mano, magari operaio,
dentro una casuccia meschina, sguernita, spesso fragrante di
cucina e sonora di querele e di risse puerili.

Ed Herr Professor, fosse pure uno impermeabile zuccone, abitava un
villino suo, sopra un declivio aprico, con un giardino a roseti e
viali di ghiaia, dove scherzavano bimbi rosei, biondi, paffuti,
nettissimi. Apriva l'uscio una correttissima _Fräulein_ (possibile
fosse una cameriera?) in attillato abito nero. E per una sfilata
di ampie stanze ben mobiliate, tra una fresca fragranza di atomi
resinosi, il povero neofita italiano (_il pidocchioso italiano_,
come ci chiamano i tedeschi nei momenti d'intimità affettuosa),
giungeva nel _sancta sanctorum_, cioè nello studio di Herr
Professor: due, tre stanze, con magnifici scaffali, libri con
rilegature di gran lusso, busti, fiori, quadri e diplomi per le
pareti, secondo i gusti, il busto dell'imperatore; e in un angolo,
serio ed impassibile come un automa, il segretario, che ricopia a
mano o a macchina le lucubrazioni di Herr Professor.

E chi poteva essere quello spirito indipendente, quello straccione
filosofo, quel protervo buddista, che dinanzi a tanta magnificenza
osasse proporre a sé stesso l'irriverente quesito se per caso, ad
onta di cosí rutilante allestimento scenico, Herr Professor
potesse essere un solennissimo lavaceci?

Arrogi che Herr Professor, venerato dagli studenti e dai cittadini
come un Indigete, era in genere cortese ed accogliente verso
l'umile ospite: sicché questi vedeva riverberato sopra la sua
misera persona qualcuno dei raggi che sprizzavano dalla calva
fronte e dai lucidi occhiali del dotto alemanno. Arrogi tutti gli
elementi della cultura extra-scolastica, riviste, teatri,
concerti, gipsoteche, gallerie, facili, a portata di mano. Arrogi
una vita scrupolosamente ordinata, come conviene agli studiosi,
una sapida cucina, un confortevole riscaldamento. E tu vedrai,
paziente lettore, come al povero studioso che giungeva dal
disordine e dalla incuria italiana, la Germania apparisse come la
vera patria dell'aspirante alla cattedra universitaria.

E quasi tutti erano giovani, negli anni in cui l'animo si protende
avido e duttile per ricevere le impressioni che rimarranno poi
incancellabili. Tali impressioni, per questi uomini, si
inquadrarono in sagome tedesche. E la immagine del primo amore,
che non vanisce mai dall'anima umana, anzi la impronta della sua
luce per tutta la vita, ebbe per essi le gote rosee e le chiome
bionde d'una sentimentale Margherita.

Ora intenderete bene come tutti i giovani studiosi che trascorsero
in Germania gli anni del loro noviziato _scientifico_, tornati qui
in Italia, guardassero poi sempre alla Germania come al paradiso,
all'eldorado, al paese di cuccagna degli studî, e vagheggiassero
il sogno di costruirne in Italia uno simile a quello. Piú
piccino, s'intende, ma perfettamente uguale in ogni sua parte. E
per riuscire a tale costruzione, occorreva dunque non perder mai
di vista l'originale, il modello da copiare. E cosí fecero quelle
brave persone; e cosí dissero che bisognava fare ai loro scolari.

Dunque, le intenzioni erano buone: la condotta di quegli uomini
era coscienziosa e umanamente spiegabile.

E riuscí fatale alla cultura italiana.



VII.

LA SELEZIONE ALLA ROVESCIA


Quando in Italia si procede' al riordinamento degli studî
classici, la raccolta e l'epurazione del materiale, non solo per i
grandi autori, ma anche per i minori e per molti dei minimi,
attraverso le grandi trafile dei periodi filologici che abbiamo
esaminati (cap. II), erano già compiute: anzi si poteva scorgere
qua e là qualche sintomo del decadimento, che s'è poi manifestato,
dovuto alla manía di far qualche cosa di nuovo dove tutto era già
stato fatto.

E perciò sarebbe stato perfettamente inutile che gli Italiani
ricominciassero questo lavoro per proprio conto. Essi avrebbero
dovuto piuttosto profittare di quel materiale, elaborarlo secondo
la propria indole, e dare al loro paese tutto quanto mancava nel
campo della cultura classica: ristampe corrette di classici,
classici commentati, traduzioni di tutti gli autori, lessici,
studî generali e speciali intorno alla letteratura, la storia, la
filosofia greca e latina.

«Un momento--m'interrompe qui un puro filologo--. Gli eroi della
filologia alemanna erano andati ben oltre il semplice lavoro di
preparazione. Essi avevano anche date alla patria tedesca tutte
quelle ulteriori elaborazioni, tutti quei lavori di sintesi che
voi avreste vagheggiati per la patria italiana. Dal momento che,
come voi dite, avremmo dovuto servirci del loro lavoro analitico,
perché non profittare anche delle sintesi? Era piú comodo e
sbrigativo».

Adagio, signor mio. La prima parte, dico la preparazione del
materiale, cioè la bisogna strettamente filologica, è realmente
opera di carattere oggettivo; sicché, salvo imponderabili
differenze, tanto vale la edizione critica d'un tedesco, quanto
quella d'un francese. Ma in ciascuna ulteriore elaborazione
entrano subito in folla elementi fortemente soggettivi: il gusto,
il sentimento, la passione, in una parola quel complesso di doti
che costituiscono il carattere specifico, vuoi d'una persona,
vuoi d'una stirpe: complesso ineliminabile, senza il quale
nessuna opera di pensiero sarà mai altro se non grama tediosa
compilazione. Ora quei libri, composti bene, e spesso benissimo,
per la patria tedesca, non potevano convenire, e non convengono
infatti, a cominciar dagli ottimi, alla intelligenza, al
carattere, al sentimento italiano. E quali insidie possano poi
nascondersi in simili travasamenti, fu ben mostrato da Aldo
Sorani, con l'esempio di certi volumetti fatti tradurre dal
tedesco in italiano, a edificazione dei giovani e delle persone
culte, da quei filologi medesimi che reclamano la originalità del
lavoro italiano nelle trascrizioni dei codici. In uno di quei
volumetti, per non citar che un esempio, si insinua con molto
garbo che l'impero tedesco è il legittimo erede del potere della
saggezza e del gusto di Atene e di Roma[33].

Torniamo a noi. Gli studiosi di cose classiche avrebbero dovuto in
Italia dedicarsi a questa ulteriore elaborazione. Ad essa li
esortavano la opportunità del momento, la nativa attitudine degli
Italiani, meglio disposta alla sintesi che non alla semplice
analisi, e infine i grandi precursori, dal Poliziano, al Leopardi,
al Foscolo; i quali tutti, e coi precetti, e con l'esempio,
insegnarono che precipua dote dello studioso di cose classiche
dev'essere, non la pazienza, dichiarata dai tedeschi requisito
supremo del filologo, bensí il fine intuito letterario[34].

Ma i valentuomini chiamati allora a riformare, a dirigere tali
studî, erano infatuati, imbevuti, intossicati sino all'intime
fibre di germanesimo e di metodo scientifico. Scientifico è,
vedemmo, secondo i novissimi filologi, solo l'appuramento di fatti
precisi, per quanto minimi e in apparenza trascurabili. E però,
stringi stringi, vennero dichiarati _scientifici_ solo i lavori di
questo genere:

1) Trascrizioni di codici (magari fotografie: anzi, piú
scientifiche, perché piú fedeli).

2) Collazioni dei medesimi.

3) Cataloghi (anche spropositati).

4) Discussioni e accertamenti di fatti singoli, purché «ben
limitati; perché tanto piú è limitato, e tanto piú chiaro riesce
il campo d'osservazione». Microcefalico, ma testuale.

5) Congetture. Questa è la piú gran fabbrica di mulini a vento. Ma
era di gran moda in Germania, e strideteci.

Questi dunque, ed altri di tale risma, lavori scientifici: gli
altri tutti, dove bisognasse far lavorare un po' il cervello,
bollati in blocco come fantasticaggini, castelli in aria,
esercitazioni da dilettanti.

Ora, poiché la maggior parte, anzi, tutti quelli che in Italia si
dedicavano a tali studî erano, come tuttora sono, persone che
debbono guadagnarsi il pane quotidiano; poiché dinanzi a loro non
c'era aperta altra via se non la cattedra; poiché, infine, per
giungere alla cattedra, bisognava passare sotto le forche caudine
di esaminatori _scientifici_, i quali nel giudicare i _titoli_ non
sempre sapevano fare astrazione del genere, e giudicare il valore
intrinseco: ne venne, ineluttabile conseguenza, che tutti questi
studiosi, convinti o non convinti, si diedero anima e corpo alla
sedicente produzione scientifica, trascurando l'altra; che, o
mancò assolutamente, o rimase affidata a mestieranti.

Uno dei corollarî pratici di tale uniforme indirizzo fu che la
scuola italiana, sino ai nostri giorni, rimase sprovvista quasi
interamente di strumenti proprî, e dove' dipendere dalla Germania.
E adesso che, se Dio vuole, le vie della Germania sono chiuse, ce
ne siam dovuti accorgere.

Ma questo sarebbe il meno. Gli è che codesto cieco esclusivismo,
con un sottilissimo ingranaggio di cause e d'effetti, condusse ad
una strana svalutazione dell'ingegno italiano, agli occhi degli
stranieri, e agli occhi nostri medesimi. Esaminiamo anche questo
processo.

Il cosí detto _metodo scientifico_, fu, come vedemmo, invenzione
tedesca. Esso si adattava perfettamente, senza una grinza, alle
loro facoltà di formiche: onde nel maneggiarlo sono e rimarranno
sempre superiori a tutti; ma meno di qualsivoglia popolo
riusciranno ad emularli gli Italiani, immaginosi, nervosi,
insofferenti. Essi invece si lasciarono scioccamente indurre alla
impossibile gara. E poiché la loro inferiorità riuscí piú che
tangibile, con la loro morbosa prontezza a denigrar sé stessi, si
affrettarono a riconoscerla. I tedeschi presero atto, con benevolo
sussiego.

Anche piú palese fu la miseria dei risultati. E questa, oltre che
dalle minori attitudini degl'Italiani, derivava necessariamente da
un'altra ragione. Come abbiamo già detto, quando l'Italia fu
spinta nel nobile arringo della filologia scientifica, il meglio
del lavoro era già compiuto. Le vigne erano state già vendemmiate,
s'era fatta anche la ribrúscola. Non rimaneva che qualche acino
qua e là, sfuggito agli occhi líncei delle spigolatrici. Fruga
fruga, i poveri Italiani trovavano poco o nulla. Onde, in quella
cinquantina d'anni che durò questo travaglio da pitocchi,
gl'Italiani, paragonando alla produzione veramente colossale della
filologia tedesca quel pochissimo che riuscivano a mettere
insieme, si sentivano striminzire, sentivano via via germinare in
fondo al caro cuore lo scoraggiamento e la disistima di sé
medesimi, e giganteggiarvi sempre piú l'ammirazione per gli
eselkopfiani.

«Non siamo ancora abbastanza scientifici!--badavano pertanto a
gridare i maestri.--In Germania, in Germania! Lí sono le uberrime
fonti del sapere!». I poveri neofiti sgobbavano, vincevano le
borse di perfezionamento, correvano in Germania, facevano ogni
sforzo per intedescarsi. Ne ho conosciuto qualcuno che, non miope,
inforcava occhiali di puro vetro, non calvo, si radeva la zucca a
fil di rasoio, per somigliare anche nell'aspetto ad un filologo
tedesco. Ma tutto era inutile. Qui, dove fiorisce il mirto, la
filologia scientifica non si acclimava. Veniva su stentata,
cachettica, con le fibre attossicate.

Herr Eselkopf, per quanto benevolo, non poteva non accorgersi di
tanta miseria. Non ritirò l'augusta sua protezione, ma trattò i
famuli di qui e la loro produzione col massimo disprezzo. Tutti i
sassolini fan brodo (son proprio brodi di sassolini): ma quelli
italiani, Eselkopf non li raccattava neppure. Vo' dire che i
filologi tedeschi, pur proclamando che «bisogna tener conto di
tutto», dei lavori scritti in Italia non tenevano il menomo conto,
anzi si guardavano bene pur dal citarli. E i filologi italiani
talvolta strepitavano un po'. Ma come i cúccioli, che guàiolano lí
per lí alle legnate, ma finiscono per ritenere dotato di poter
sovrumano chi glie le ha appioppate sul groppone.

                              *
                             * *

Questo per la produzione. Nelle aule delle Facoltà di lettere il
metodo scientifico produsse poi un effetto deleterio, allontanando
dagli studî letterarî quei giovani appunto che a tali studî
avevano inclinazione e reali disposizioni.

I giovani che si presentano nelle Facoltà di lettere si dividono
nettamente in due categorie.

1) Quelli dotati di reale passione per gli studî letterarî.

2) Quelli che mirano al diploma, e basta.

I primi, ebbri del giovanile amore per l'arte e per la poesia, che
nel cuore degli eletti avvampa con piú furia di ogni altro amore,
vengono alla Università a chiedere una parola di luce, a chiedere
la rivelazione d'un mondo appena intravisto nelle scuole
secondarie. Nel Liceo, pensano, tutto è necessariamente
monco, superficiale, annegato nella miseria scolastica. Ma
nell'Università tutto sarà elevatezza e fulgore. Qui spazieremo
infine a nostro agio, dietro le orme di guide sapienti, nei
giardini meravigliosi, nelle foreste incantate della poesia e
della storia. Qui apprenderemo, infine, a cogliere la magica
poesia d'un inno di Pindaro, la ermetica saggezza d'un canto di
Lucrezio, la luce armonizzata d'un canto del _Paradiso_. Il loro
cuore trepida come quello dei Coribanti sulla soglia del
santuario.

Entrano nel santuario, e che cosa trovano? O, per meglio dire, che
cosa trovavano, poiché il metodo scientifico ebbe stesa in tutte
le Università la ferrea tirannide che oramai, per fortuna, da
qualche anno in qua, comincia a vacillare?

Ahimè! Un soporifero semibalbuziente, per cinque o per dieci
lezioni, attraverso un formicolio di nomi e di opinioni tedesche,
stillava frigidi sudori per decidere se convenisse dire Virgilio o
Vergilio, Marco Accio Plauto o Tito Maccio Plauto. E questa era la
letteratura latina.

Un altro consacrava un anno intero per allineare tutte le
opinioni, e abbiamo detto quanto possano concludere, schiccherate
dai perdigiorni tedeschi e seguaci intorno alla famigerata
questione omerica. Omero magari non si leggeva. E questa era la
letteratura greca.

Un terzo dettava da qualche suo scartafaccio, per un anno o due,
schemi metrici copiati da qualche codice inedito, o impiegava
qualche lezione a stabilire se il tal poeta fu battezzato il 14 a
sera o il 15 mattina. Questa si chiamava letteratura italiana.

Un quarto, e poi basta, ché anche il ricordo mi nausea, vi metteva
sotto il naso qualche cronicaccia medievale, e vi faceva
trascorrer l'anno a leggiucchiare e tentare emendamenti del testo
spropositatissimo. Quando per un paio d'anni avevate ingoiata
simile bigutta, par di sognare, ma vi assolvevano ad insegnare
_storia moderna_.

Il povero neofita cascava dalle nuvole. E vuoi subito, vuoi dopo
qualche vano tentativo di resistere a quel martirio, fuggiva per
disperazione le aule soporifere. E a mano a mano, tale aureola di
papavero ebbe circondate le Facoltà di Lettere, che i giovani
d'ingegno neppure le cercarono piú, ma tentarono lor ventura in
plaghe meno paurose, nella libera letteratura o nel giornalismo: e
formarono, e formano tuttora, un nucleo di cultura interamente
separato dal mondo universitario.

Ora poi, mentre i giovani forniti di attitudini artistiche e
letterarie venivano a mano a mano dissuasi o respinti dalle
Facoltà di Lettere, gli altri, quelli del diploma, venuti senza
reali attitudini, e, del resto, senza neppur presunzione d'averne,
si trovarono d'un tratto a sentirsi cresciuto, come per miracolo,
il piú pronunciato bernoccolo per la _letteratura scientifica_.
Molti che nel Liceo ce la sfangavano sí e no, col minimo dei
punti, che stentavano a legger correntemente un brano di latino,
detestavano i poeti greci, sudavan freddo a mettere giú una
paginetta d'italiano e a leggere a garbo una terzina di Dante:
tutti questi ragazzi si trovarono come confezionati apposta
da Domeniddio per gli studî universitarî. Riveder codici,
frugacchiare archivî, stender cataloghi, allineare le opinioni
altrui, respingere come dilettantesimo ogni velleità di gusto,
ogni aspirazione artistica, erano mestieri che parevano inventati
apposta per loro. Ci si buttavano a corpo perduto, c'ingrassavano
a vista d'occhio. E non vi so dire se i professori scientifici,
sempre piú inaciditi via via dal palese abbandono in cui li
lasciava intanto il mondo culto non accademico, tenevano cari quei
docili apostoli. Li accoglievano, li tiravano su a bricioline e
pillole di severità metodica, li assolvevano dottori, e poi
cominciavano ad arrabattarsi e mestare per procurare ad essi il
viaggio di perfezionamento a Gottinga, la cattedra di Liceo, la
cattedra, poverini, d'Università. Erano, sí, un po' ridicoli e
scocciatori; erano svaniti di molto e cacasenni; ma anche
erano, càttera, i puri rampolli del buon seme scientifico,
quello procurato in Germania. E a suo tempo avrebbero spigato
altri cacasennini piú piccinini, ma sempre a loro immagine e
somiglianza. E cosí finalmente la filologia italiana sarebbe
divenuta davvero e per sempre, quali essi la vagheggiavano,
tritume, polverume, poltiglia di parolette. E le facoltà di
lettere si avviavano gloriose e trionfanti al rimbambimento
completo.

Aggiungiamo subito che non ci sono arrivate e non ci arriveranno
mai. È ben difficile che dall'Italia vada assolutamente in bando
il buon senso. Reazioni sursero qua e là, alcune ebbero buon
esito, molte ridicolaggini furono proscritte. Tuttavia è
indiscutibile che nel loro complesso le Facoltà di Lettere
italiane sono tuttora infeudate ai metodi, e ahimè, purtroppo, ai
professori tedeschi. Anche ora, in tempo di guerra, l'atto
d'autorità d'uno di quei padreterni squinternati, conta,
agli occhi delle «_persone serie_», piú che non le logiche
argomentazioni e gli incontestabili documenti d'un povero diavolo
italiano.

Cosí dunque, per anni ed anni, si venne esercitando, nelle Facoltà
di Lettere, una vera selezione alla rovescia. Allontanati gli
eletti, furono allevati con gran cura quelli negati all'arte e
alla letteratura; i quali, o bene o male, formarono dunque un
gruppo a sé, il gruppo che diremo classico-scientifico,
recisamente opposto all'altro, che diremo letterario artistico. Fu
un vero scisma. E, naturalmente, le due parti si guardarono in
cagnesco.

                              *
                             * *

Questa scissione implicò uno snaturamento profondo degli studî,
dell'arte, della mente italiana.

Pensate un po', infatti, al tipo del letterato italiano, quale,
delineatosi fin dagli albori della nostra vita nazionale, s'è poi
mantenuto sino agli ultimi tempi. Dante scrive trattati teorici di
letteratura, di lingua, di politica e di scienze, e compone la
_Vita Nuova_, il _Canzoniere_ e la _Divina Commedia_. Il Boccaccio
si sprofonda nella piú minuta e riposta erudizione, e dalla vita
piú libera e godereccia toglie i colori pel suo libro immortale.
Petrarca è padre dell'umanesimo, veglia le notti a decifrare
codici, scrive lettere e libri e un poema in latino; e la piú
sottile e viva psicologia, il piú raffinato sentimento musicale
ispirano le rime d'amore a cui deve la sua fama perenne. Poliziano
inizia la filologia, usa come lingue native il latino e il greco;
ma gli studî e le cure minute non ottundono la sua sensibilità
artistica, anzi gli offrono incomparabili strumenti alla
espressione poetica. Machiavelli notomizza Livio e scrive le
_Storie fiorentine_; ma nella _Mandragola_ abbandona tutte le
briglie alla comicità piú salace e piú sfrenata. Ma che giova
moltiplicare gli esempî? Per tutti i nostri grandi, dall'Ariosto
al Foscolo, dal Berni al Parini, dal Tasso al Leopardi, l'arte e
la dottrina non furono mai due cose, bensí una sola, indivisibile:
questa è il terriccio prezioso onde quella attinge linfe
purificate e arricchite nel travaglio dei secoli: perciò i frutti
ne sono cosí opulenti e fragranti. Questa indissolubile unione è
tanto profonda nel sentimento italiano, i genî della nostra stirpe
ne ebbero cosí profonda coscienza, che persino i grandi cultori
delle scienze esatte non persero mai il contatto con l'arte. E per
non parlare del sommo Galilei, basti ricordare il Mascheroni, o il
Redi, che lascia le squisite analisi naturalistiche per dispiegare
alle nostre pupille attonite l'arazzo luminoso versicolore del
«Bacco in Toscana».

Il metodo scientifico spezzò in due, con un netto colpo brutale,
quella bella unità; e i due tronconi si divincolano ancora, uno
qua, uno là, in agonia spasmodica. Da una parte lo scienziato. Lo
scienziato tutto irto di cifre, impermeabile a qualsiasi finezza
d'arte, che scrive come un emarginator di pratiche, che dichiara
indegna dell'austerità scientifica (oh, la volpe e l'uva!) ogni
cura di forma e di stile. Dall'altra, il poeta, il romanziere, il
drammaturgo, il giornalista, i quali respingono violentemente ogni
contatto con la cultura ufficiale, e dal loro orizzonte hanno
escluso, a mano a mano, prima il mondo greco, poi il latino,
quindi l'italiano classico, e ultimamente ogni e qualsiasi
elemento della cultura passata. Tanto ha potuto l'odio suscitato
dall'imbestiamento scientifico.

Il benigno lettore avrà visto a sufficienza quale cordiale
antipatia io nutra per quel tipo di dotto. L'ammirazione che esso,
grazie alla facoltà mnemonica, riscuote da tanta gente, è
scroccata. La semplice dote della memoria, scompagnata dall'acume
e dalla sensibilità estetica, è vilissima facoltà, di molto
inferiore a quella dei grandi calcolatori, i quali pure non
dovrebbero riscuotere, salvo nelle fiere, eccessiva ammirazione.
Quando tutte le altre facoltà dormono, non è meraviglia che
quell'unica cresca e giganteggi[35].

E se non deve destare ammirazione per sé, odiosa e repugnante
diviene tale facoltà quando quelli che la possiedono unica se ne
servono per attaccare chi vale infinitamente piú di loro. L'arma è
insidiosa. Quanto piú velocemente in un cervello le idee si
trasformano in successive compagini--e in genere il valore
d'una mente è in ragione diretta con la velocità di tali
metamorfosi--tanto piú difficile riesce che in mezzo al continuo
tramutare rimangano immobili nelle loro caselle le notizie
precise. Fate che uno di quei microcefali pedanti colga in fallo
magari un grande artista, un gran poeta, ed eccolo gridare ai
quattro venti: «Vedete! Tizio la fa da pensatore e da poeta; ma
per quanto _gratti la sua cetra_ non giungerà mai a sapere quello
che so io, filologo scientifico, autenticato dal bollo di
Berlino». Il caso s'è verificato. E il pubblico applaude il
microcefalo, perché il pubblico ammira i calcolatori prodigiosi,
anche se hanno la coda e le orecchie.

Simpatico è invece, in genere, il tipo dell'artista libero,
romanziere, drammaturgo, giornalista, quale s'è venuto formando,
massime dall'80, in cifra tonda, ai giorni nostri. Si voglia
o non si voglia, questi giovanotti che abbandonarono le aule
universitarie, e si diedero all'articolo volante, alla polemica,
alla corrispondenza di guerra, hanno essi creata una prosa
italiana moderna, disinvolta ed efficace; e, stringi stringi, han
dovuto imparare da loro anche quelli che avevano altro fondamento
e altra serietà di studî. Piaccia o non piaccia ai critici bocche
amare, la produzione dei nostri novellieri, dei romanzieri e dei
drammaturghi è tutt'altro che da buttar via: e, secondo me, molti
dei moderni drammi italiani possono reggere vantaggiosamente il
confronto coi migliori di Francia, sebbene questi siano piú
appariscenti e continuino ad occludere le scene italiane per un
complesso di ragioni che non è qui luogo di esaminare.

Ma concesso tutto ciò di buon grado, conviene anche riconoscere
che quanti abbiano larga e piena conoscenza delle letterature del
passato, le quali, volere o non volere, rimarranno pur sempre
ineliminabile modulo a valutar la presente, sentono che in tutte
le opere contemporanee, non escluse le migliori, manca pur sempre
qualche cosa: qualche cosa che troviamo invece in tutti i nostri
classici, dall'Ariosto al Leopardi, al Manzoni, al Carducci:
qualche cosa che mal tollera definizioni, ma pure è quasi
un'intima essenza, pel cui alito un'opera ci sembra come sempre
esistita, o, meglio, coeva ad ogni età della stirpe nostra.

Ché se cerchiamo d'analizzare questa intima virtú, noi la vediamo
complessa di talune doti fondamentali nelle quali s'impernia e si
conclude il genio della stirpe. La coscienza sicura del valore dei
vocaboli, quale fu in ogni momento della loro variazione
ideologica, risalendo dall'italiano al latino, al greco, cosí da
poterlo agevolmente flettere a significare i piú sottili
atteggiamenti del pensiero. La sicurezza dello stile, non rivolta
a virtuosismo, bensí a stringere idee ed immagini in linee sobrie
perfette. La tenacia nel ponderare il proprio soggetto, nel
contemplarlo a lungo entro lo specchio del nostro animo, sin che
non se ne vegga illuminato ogni anfratto piú riposto. La sobrietà
nel trascegliere dalla visione i punti essenziali, i quali poi,
nella favellata espressione, bastino a suscitare l'intero
fantasma. E infine, la scienza della _forma_, intesa in senso alto
e musicale: scienza che, ad onta di illusorie parvenze, è andata
sempre immiserendo, e che si vede fulgere via via, risalendo i
gradi della nostra tradizione artistica, dagli Italiani ai Latini,
da questi ai Greci insuperati.

La semplice enumerazione di queste doti dice come per conseguirle
sia indispensabile un forte e tenace studio, non solo dei grandi
Italiani, bensí anche dei Latini e dei Greci. Insomma, le basi di
ogni seria disciplina letteraria non si possono fondare che sullo
studio dei classici.

È dunque tempo che in Italia abbia fine la scissione fra il mondo
degli studî e il mondo dell'arte. Ne abbiamo già analizzati gli
effetti funesti. Tornino a comporsi in bella armonia; e
matureranno ancora i frutti luminosi fragranti onde il nome
dell'Italia nostra brillò, segnacolo d'arte e di luce, anche
quando la brutalità straniera la teneva costretta di materiali
catene.



VIII.

CETERUM CENSEO PHILOLOGIAM ESSE DELENDAM


La mia diagnosi è finita.

O, meglio, il mio abbozzo di diagnosi: non piú che abbozzo è
quello da me tracciato, e ciascuna sua parte potrebbe avere ben
lungo svolgimento: anzi infinito, come infinita è la serie dei
guasti che gli abusi e i soprusi della filologia scientifica hanno
prodotti nella vita intellettuale d'Italia. Ma, dice Pindaro, è
sazietà anche del miele e degli aurei doni di Afrodite: anche la
caccia alle bestialità filologiche m'ha oramai tediato. Riprenderò
un'altra volta, quando ne avrò voglia, quando ce ne sarà bisogno.

Se non che, alla diagnosi, un buon medico dovrebbe far seguire la
prescrizione di una cura: dovrebbe suggerire i rimedî.

E intorno ai rimedî avevo appunto incominciato a scrivere un
ultimo capitolo. Ma scrivi scrivi, il capitolo diveniva libro,
faceva parte a sé, non s'inquadrava piú, né per la materia, né per
lo spirito, in _Minerva e lo scimmione_. Infatti, la sua parte
sostanziale consisteva in un piano di riforma universitaria.
Inutile pubblicarlo in un momento in cui sarebbe folle sperarne,
non dico l'attuazione, ma pur la semplice discussione.

Del resto, da ogni pagina del mio scritto riesce suggerito assai
chiaramente, mi sembra, quale sia l'antidoto principale, che io
credo appropriato ai mali osservati. È l'abolizione del sedicente
«metodo filologico scientifico».

La filologia, come abbiam visto, era un tempo ancella, ed ottima
ancella. A poco a poco s'è data delle arie, s'è imbaldanzita, ha
preso la mano, e adesso fa da padrona, e governa il regno dello
spirito coi criterî appunto e con l'anima che può avere una
fantesca.

Questo fatto, oltre che molto antiestetico, è anche molto dannoso.
Bisogna dunque finirla: bisogna richiamare la sguaiata fanticella
ai suoi piú umili ufficî.

E no, questa della serva padrona non è ancora una immagine precisa
ed esauriente. La cosí detta _filologia scientifica_ meglio si
potrebbe assimigliare ad una vischiosa pianta parassitaria, che,
abbarbicatasi a tutte le discipline, ne ha succhiato le linfe
migliori, per crescerne gambi gonfi di tossici, maligne
infiorescenze senza profumo, grosse bacche stoppose. Ora, questi
ibridi prodotti possono senza dubbio riuscire molto utili a
conquistar cattedre, sguisciare nelle accademie, far la ruota in
clandestini _congressi classici_ internazionali; ma per i fini
della cultura italiana non saprebbero davvero sostituire i frutti
delle piante terrigene che essi nascondono o sopprimono. Perciò
bisogna estirpare il parassita sin dalle radici. Perciò sin che la
filologia pretenderà di mantenersi nei posti dov'ella s'è intrusa
con malo arbitrio, non mi stancherò di ripetere le non ambigue
parole che si leggono in fronte a quest'ultimo capitoletto:
=ceterum censeo philologiam esse delendam=.



APPENDICE



I.

L'EDIZIONE «KOLOSSAL» DEL DECAMERONE

MANTISSA QUASI COMICA


Nella sua _Fin de Satan_, Victor Hugo immagina che quando
l'arcangelo ribelle piombò giù dal cielo, una penna delle sue ali
rimase, pura e candida, all'orlo degli abissi interminati. Un
angelo la raccolse, e, rivolto al cielo sublime, lanciò, con
carità di collega, una suggestiva domanda:

    _Seigneur, faut-il qu'elle aille, elle aussi, dans l'abîme?_

E Dio, con l'abituale misericordia:

    _Ne jetez pas ce qui n'est pas tombé._

Questa fantasia victorughiana, tra sublime e grottesca, m'è spesso
tornata alla mente, in questi ultimi tempi, a proposito della
cultura tedesca. Dopo che il tentativo di sopraffazione alemanna
ebbe mostrato qual nòcciolo si nascondesse dentro la grassa e
rubiconda polpa della Kultur, si cominciò ad esaminare di che
qualità fosse anche codesta polpa. E piú d'uno scienziato italiano
si diede alla salutifera analisi.

I loro scritti, sepolti in riviste scientifiche poco accessibili,
o addirittura contese al gran pubblico, dovrebbero essere
ristampati in edizioni popolari e aver larga diffusione in Italia.
Mi sia lecito intanto ricordarne alcuno dei piú notevoli.

Il professor Bossi, direttore dell'Istituto ginecologico della
Università di Genova, in una conferenza di chiusura dell'anno
1915, dimostrava come oramai, non solo nel campo ostetrico, bensí
in genere in tutto il campo chirurgico, i tedeschi, piú che
medici, siano da considerare dilettanti d'assassinio[36].

Federico Patetta, dell'Università di Torino, in un discorso
inaugurale pronunciato il 4 novembre 1915, sottoponeva a minuta e
profonda indagine di raffronto la civiltà latina e la germanica. E
illuminava per ogni verso, rigorosamente, inconfutabilmente, con
dottrina e genialità inesauribili, la ineliminabile barbarie
tedesca[37].

Dante Bertelli, professore di anatomia a Padova, già nel 1912, nel
_Discorso inaugurale per il Convegno della Unione Zoologica
italiana_, protestando contro il mal vezzo di mandare i nostri
giovani a perfezionarsi, cioè a incretinirsi, in Germania,
scriveva queste sacrosante parole: «Oramai vediamo che giovani
educati unicamente nel nostro Paese, pubblicano lavori i quali
nulla hanno da invidiare a quelli eseguiti nelle piú culte
nazioni. I nostri vecchi grandi anatomici si educarono in Italia e
furono maestri alle genti: ci siamo liberati dal servaggio
straniero politico, dobbiamo anche liberarci dal servaggio
scientifico»[38].

Piú lungo discorso meriterebbero gli scritti di Ernesto Lugaro.
Ernesto Lugaro è proprio il tipo dello scienziato italiano, quale
era prima dell'intossicamento tedesco, quale dovrà tornare domani,
quando l'intossicamento sarà neutralizzato, e speriamo per sempre.
Egli è scienziato profondo e preciso: ma tuttavia, artista
d'intuito e di studio, possiede una forma che gli potrebbero
invidiare parecchi dei suoi colleghi di lettere, i quali, tirati
su a pillole di _metodo scientifico_, scrivono come veri
emarginatori di pratiche letterarie. Egli sa quanto altri mai
isolarsi nel silenzio e nell'ombra del suo laboratorio; ma, ben
lungi dalla frigidità di tanti castroni, i quali, con la bella
scusa che l'uomo di scienza non deve occuparsi di politica,
evitano e si rifiutano di pronunziare il loro giudizio, del resto
piú che superfluo, sui misfatti della Germania, sin dal principio
della guerra ha rivolto il suo spirito appassionato ai multipli
problemi che quella coinvolge. E in una serie di scritti vibranti,
coloriti, suggestivi, ha dimostrata la insanabilità ed i pericoli
della follia collettiva che ha invasa la Germania. Non sarà
inutile riportare, per nostro mònito, le parole conclusive del suo
primo scritto: «_Molti segni mostrano come ci sia in Germania chi
sente che già troppi legami sono rotti col mondo, e che bisogna
cercare di salvare quelli che restano ancora._

«_E qui sta il pericolo per l'avvenire. Bisogna tenerlo bene a
mente, e ripeterselo sempre: questi legami che si voglion salvare
sono le vie per cui si potrà rinnovare l'insidia; essi possono
permettere di preparare a scadenza piú o meno breve il colpo piú
sicuro. Questi legami vanno tagliati sino a quando la Germania,
profondamente cambiata nella sua struttura politica, non dia serie
garanzie d'intenzioni oneste e ragionevoli._

«_La Germania deve persuadersi che il mondo può fare a meno di
essa. Noi italiani, forse piú degli altri, dobbiamo estirpare dal
nostro suolo le maligne radici germaniche che voglion succhiare
ogni principio di vita_»[39].

E qui m'interrompe il longanime lettore. Che cosa c'entrano, di
grazia, tutte queste belle considerazioni, con Giovanni Boccaccio,
con Victor Hugo, con la piuma dell'arcangelo?

Ecco come c'entrano. Grazie all'opera dei sullodati e di tanti
altri valentuomini che sarebbe lungo ricordare (non tacerò
l'infaticabile Ezio Maria Gray), gli Italiani hanno cominciato a
guardare un po' piú attentamente, e senza occhiali affumicati, il
colosso mastodontico della famigerata Kultur. E si sono accorti,
salvo qualche tempestivo o precoce rammollito, indurito nella
tedescolatria, che il piú dell'oro era princisbecche, il marmo
cartapesta, l'avorio celluloide. Ma una fede rimase intatta: la
fede nella eccellenza assoluta ed insuperabile dei tedeschi come
stampatori e come editori. Su questo punto niuno osò muover
dubbio. E gli ex germanofili, ora patrioteggianti, e pronti
domani, per loro esplicita confessione, a ricacciare il pensiero
d'Italia sotto il giogo tedesco, questi signori, dico, si
aggrapparono a quest'ultima trincea, per tener ferma la loro
posizione. Per questo lato, almeno, i tedeschi rimanevano maestri
al mondo: e noialtri poveri diavoli non potevamo che ammirarli ed
imitarli.

Era anche questa, come tutte le asserzioni dei germanofili, una
solenne impostura. Anche come editori, i tedeschi _sono stati
grandi_. Sono stati grandi, sebbene a loro modo--ma sarebbe stolto
pretendere che un uomo o un popolo tradiscano il proprio
genio--nel periodo eroico degli studî, che va, su per giú, dal
Winckelmann al Mommsen. Allora ebbero studiosi che consacrarono
tutta la loro vita ad un autore, magari di quart'ordine, e
riuscirono a stamparlo in modo pressoché ineccepibile. Ma
ultimamente buona parte degli studiosi tedeschi erano divenuti
mestieranti e cerretani della peggiore specie. Il libro
d'erudizione tedesco si spacciava assai in tutto il mondo, grazie
alla connivenza idiota o furbesca di tutti gli affiliati alla
onorata società filologica che i lettori han trovata descritta in
questo volume. E visto che il _genere_ andava, i _filologi_ si
erano dati a fabbricarlo a diluvio, due o tremila pagine ciascuno
ogni sei mesi; e intascavano i quattrini dei gonzi; e questo
era diventato il vero ed unico scopo della loro attività
_scientifica_.

Per disgrazia, dare la dimostrazione di tale asserto non è facile.
Facile sarebbe mostrare qualche indice esterno della volgarità
senz'amore in cui era caduta l'arte libraria. Tutti avranno viste
le famigeratissime edizioni di Lipsia spedite con fascicoli
slegati, e senza copertina. I clienti erano citrulli, e il
mercante li trattava da citrulli. Ma al di là di questi indici
esterni, se io mi industriassi a dimostrare che, poniamo, il
_Sofocle_ di Mekler è per molti versi, e dal lato editoriale
per ogni verso, una birbonata; che il _Pindaro_ (minore)
dello Schroeder, ad onta di qualche strombazzatura nostrana,
vale cinquanta centesimi: se m'industriassi a svolgere tale
dimostrazione: da quanti potrebbero essere apprezzate le mie
ragioni, d'indole necessariamente filologica? Qualcuno dei famuli
della sede centrale berlinese risponderebbe che quelle edizioni
sono bellissime; e, fra i due contendenti, la maggioranza, per
fortuna sua non filologica, non saprebbe a chi dar retta.

Ma il vecchio Dio favorisce palesemente le giuste aspirazioni;
sicché, dopo parecchie ricerche, spero di aver trovato un
documento meridiano definitivo ed inconfutabile della odierna
bestialità libraria alemanna.

È il fascicolo d'invito ad una edizione _monumentale_ del
_Decamerone_, perpetrata dalla casa Insel di Lipsia. La casa
Insel è una delle piú celebri, anzi quella piú in voga della
Germania; e a proposito delle sue edizioni, i bravi tedeschi
parlavano volentieri di _rinascenza del libro_. Riproduco
senz'altro le quattro pagine dell'invito, che debbono documentare
le mie conclusioni.

[Illustrazione: (Tavole 1-2-3-4).]

Ora che il lettore ha gustate le finissime incisioni, e si è
associato agli elogi, senza dubbio disinteressati, che l'editore
tributa al genio italiano, cominci a leggere il testo del
_Decamerone_, e veda con quale attenzione scrupolosa e veramente
_scientifica_ è curato il testo del nostro prosatore immortale.
Per agevolargli il compito, dò dei piú solenni sfarfalloni un
elenco che nella sua nudità riuscirà piú convincente di qualsiasi
commento.

Pag. 3, colonna sinistra, rigo 4: simili ad _ora_, correggi:
oro--rigo 14: _rispodendo_, correggi: rispondendo--rigo 18-19:
chiara _fronte_, correggi: fonte.

Pag. 3, colonna destra, rigo 3; che il nostro Re _me tanta_,
correggi: me a tanta--rigo 4-5: _mag-nificenza_, diviso cosí fra
due righe--rigo 6: _bellazza_, correggi: bellezza--Titolo della
novella: Novella d'un cavaliere =serve= al re di Spagna--rigo 26
(ultimo): del _quala_, correggi: del quale.

Pag. 4, colonna sinistra, rigo 1: ciascun altro signore
trapassata _e_ quei tempi, correggi: a quei tempi--rigo 8: si
_fee_, correggi: si fece--rigo 23: _famig-liare_, diviso fra due
righe.

Pag. 4, colonna destra, rigo 10: e come che molte ne ricogliesse
_tu_ camminando tutto il dí seco. Il _tu_ è una piacevole aggiunta
dell'editore tedesco--rigo 20: _perehè_, correggi: perchè--rigo
31: _con-osciuto_, diviso cosí--rigo 34: _dìcevo_ correggi:
dicevo--rigo 45: _si come_, correggi: sì--rigo 47: _in presenza
molti_, correggi: di molti (questo forse si può difendere)--rigo
50: _ogn'-altra_ diviso cosí.

Rimane, poi, a pagina 1, il nome dell'autore, che da Boccaccio è
divenuto =Di Boccaccio=. Credo che la particella gentilizia sia
una aggiunta dell'editore, per accreditar l'opera. E confesso che
in questo caso sono anzi stati assai discreti a non scrivere
addirittura un VON BOCCACCIO. Ma qui non son sicuro del fatto mio,
cioè non son sicuro che in qualche pergamena non esista la forma
Di Boccaccio; e però questo rilievo non vuol essere tanto una
condanna all'editore di Lipsia quanto un dubbio rispettosamente
rivolto agli scienziati storici della letteratura italiana.

       *       *       *       *       *

Sono dunque, in due pagine, sedici spropositi: sollazzevoli
tutti: ed alcuni da pigliar con le molle. Per una edizione
_monumentale_, davvero non c'è malaccio.

Se non che un mio conoscente, súccubo intellettuale della
Germania, al quale sottoposi questo ghiotto spicilegio, dopo esser
rimasto qualche attimo interdetto, sollevò la fronte irraggiata da
una luce improvvisa. «E se quegli errori ci fossero anche nel
testo italiano, e l'editore tedesco li avesse mantenuti per
_scrupolo scientifico_?»

E allora si schiuse alla mia mente tutto un nuovo orizzonte, e
meditai di prendere il direttissimo, e di recarmi in fretta e
furia alla Biblioteca nazionale di Parigi, per controllare la
cosa. Perché se cosí fosse, oh allora, resterebbe dimostrata, non
piú la goffa e mercantile incuria d'un editore, bensí la
insanabile innocenza intellettuale dei tedeschi. E mi sarebbe
avvenuto come a quell'eroe della Bibbia, che, uscito per cacciare
un cervo, trovò un regno.

Ma io sono pigro, e il disagio del viaggiare in tempo di guerra mi
distolse dall'eroico proposito. E d'altronde non bisogna pretender
troppo dalla Provvidenza celeste. Il viaggio sarebbe certo
riuscito vano, perché basta riflettere un minuto per convincersi
che gli errori non sono certo imputabili all'editore italiano del
1492, bensí all'editore tedesco del 1913.

E quindi, rinunciando a quella generale illazione, contentiamoci
di enumerare le conclusioni che senza possibile contrasto si
ricavano da queste quattro paginette.

1) Quando un tedesco vuole fare una cosa nuova e degna,
_riproduce_. Riproduce quello che hanno fatto gli altri, coi mezzi
meccanici inventati da altri.

2) Questa pedestre riproduzione, molto simile ad una
appropriazione, a lui, testone indomabile quanto prosuntuoso,
sembra una _creazione_: onde scrive pari pari (pag. 2, rigo 7):
=nous créons avec ces gravures les plus beau Décameron qui
existe.=

3) Sa lanciare bene l'affare (vedi i prezzi), in modo da ricavare
dal furterello una buona dose di marchi.

4) Salvate le apparenze, non si cura affatto della sostanza, e
lascia correre per le pagine della conclamata edizione tali e
tanti spropositi, quali e quanti non se ne trovano nella piú turpe
edizione stampata alla macchia in questa Italia povera ed
ignorante.

5) Le ragioni della incuria sono da cercare probabilmente nella
bestiale prosunzione germanica. A Lipsia, credo, non era difficile
trovare un italiano, sia pure di modestissima cultura, che
rivedesse le bozze di stampa. Ma l'editore avrà creduto che un
Italiano non fosse capace di tanto; e avrà ricorso a qualche
melenso tedescaccio, laureato in _filologia_ italiana o romanza in
qualche università tedesca.

E tutto questo va bene. Una cosa sola va male. Codesta edizione
non dovevano poi chiamarla _monumentale_. Dovevano chiamarla
=kolossal=. Kolossal come la bestialità teutonica.

Dobbiamo soffiare sull'ultima piuma?



II.

PER L'AFFRANCAMENTO DELLA LIBRERIA ITALIANA

     Questo breve articolo apparve nel _Corriere della Sera_
     del 27 marzo 1917. I filologi «scientifici» lo
     attaccarono con la solita virulenza, ma, viceversa,
     finirono per aderire inconsciamente a tutte le mie
     proposte. Riferisco in nota i luoghi da cui risultano
     tali adesioni; non per il gretto gusto di coglierli in
     contraddizione; ma per allineare alcuni dei punti su
     cui dovrà necessariamente passare la linea del futuro
     accordo, richiesto dal buon senso italiano. Vedi
     introduzione.


Tra le molte proposte fiorite ad alleviare il regime di guerra, ci
fu anche quella di chiudere a due battenti le Università. Non
attecchí, e le Università rimangono sempre aperte. Onde io, in
conformità a un certo piano di studî, debbo quest'anno svolgere un
corso sul teatro d'Euripide. E siccome reputo che sia metodo
eminentemente scientifico, ma anche eminentemente balordo quello
di impiegare un anno a discutere le varianti di un centinaio di
versi, poniamo, della _Medea_, e che in otto mesi si debba invece
e si possa condurre i discepoli ad una conoscenza tutt'altro che
superficiale di tutti i drammi d'Euripide, al principio dell'anno
prescrissi l'acquisto dell'intero teatro[40].

Ma una edizione italiana d'Euripide non c'è: una edizione francese
accessibile non c'è: quella di Lipsia non si può far venire, e
poi, prima di spedire in Germania oro che ci torni convertito in
piombo, manderei al diavolo non il solo Euripide, ma tutta la
letteratura greca. Rimaneva la piccola edizione di Oxford. E venti
giorni prima che incominciassero le lezioni, la feci richiedere.

Ma due settimane dopo l'inaugurazione dell'anno accademico,
giunse la risposta che Euripide era in ristampa. Pausa. Nuova
richiesta. E nuova risposta: era stampato e tirato, ma non
rilegato.--Mandassero pure i fogli slegati. Nuovo e lungo
silenzio. E forse prima d'Euripide arriverà l'auspicata chiusura
delle Università.

Questo per Euripide. Ma se invece d'Euripide avessi scelto
Eschilo, che so io, Sofocle, Aristofane, Pindaro, Omero, Tucidide,
Erodoto, i poemi omerici, mi sarei trovato su per giú nelle
medesime angustie. In Italia mancano assolutamente le _opere
complete_ di tutti i classici greci. È questa una delle più gravi
lacune della libreria italiana.

E ciò che fa piú stizza è vedere che una dose anche minima di
buona volontà basterebbe a colmarla.

Aprite, per esempio, un catalogo Loescher. E nella collezione dei
classici annotati trovate della Iliade commentata dallo Zuretti
il libro I, e poi i libri dal V al XXIV. Essendo annotata, costa
12 lire e 20, e non è completa.--Aprite il catalogo Albrighi e
Segati, e troverete quasi tutti i libri della Odissea, pubblicati
in altrettanti volumetti commentati. E su per giú il medesimo può
ripetersi per i principali editori scolastici, per i principali
autori greci e latini. Ne trovate le varie parti disperse, in
edizioni commentate: l'autore completo non lo trovate mai.

Ora, per rimanere al primo esempio, sul quale se ne possono
modellare infiniti altri, come mai non è passato per la mente al
Loescher di adoperare la composizione già pronta nei suoi
magazzini, di 21 libri della Iliade, aggiungere i tre altri, e
darci l'Iliade completa? Per gli usi della scuola avrebbe
vantaggiosamente sostituito le edizioni tedesche, e ci saremmo
cosí liberati dal vergognoso tributo che le nostre scuole hanno
per tanti anni pagato alla Germania. E quel che è detto per la
Iliade e per la Odissea va ripetuto per infiniti classici. E la
rapidità con cui la ditta Paravia va stampando un Euripide (7
tragedie commentate in meno d'un anno), dimostra che la libreria
italiana può far da sé, e può far presto e bene.

La colpa di tale deficienza ricade in parte sugli editori, i quali
in genere badano al piccolo utile immediato, e producono quello
che corrisponde alla piú frequente richiesta. Ma neppure
saprebbero andare scevri da biasimo gli studiosi, i quali, per
antico e pessimo vezzo, lavorano un po' come càpita, senza prima
dare un'occhiata generale allo stato della cultura e delle scuole,
e vedere quali ne siano le lacune, e come e in qual misura
convenga riempirle. Ma è inutile rivangare colpe o responsabilità.
L'essenziale è che gli editori italiani colmino presto questa
lacuna, mirando ciascuno a completare gli autori per cui hanno piú
materiale pronto, e dando cosí prestissimo all'Italia edizioni
_complete_ dei classici[41]. Non sarà impresa eccessivamente
proficua, almeno per ora, perché tali edizioni complete serviranno
piú che altro alle Università. Ma anche i professori dei Licei
avranno presto il buon senso di preferire e di consigliare le
edizioni complete, invece di quei miseri fascicoletti nei quali i
poveri studenti sono abituati a vedere sbrindellate le membra dei
grandi scrittori.

«Adagio, signor mio!--obietta qui un filologo
scientifico.--Codeste vagheggiate edizioni non saranno edizioni
_critiche scientifiche_: e quindi non potranno servire, come voi
v'illudete, alle Università».

La risposta è assai facile. Codeste edizioni, nella maggior parte
dei casi, saranno repliche delle famose edizioni di Lipsia, che
voi dichiarate ottime. Stampate, sono stampate non meno
correttamente di quelle. E se vi piace, i nostri editori potranno,
con poca spesa in piú, riprodurre anche i famosi _apparati
critici_.--Appropriazione indebita? E via, cari signori, tante
volte avete dichiarato che il lavoro scientifico è patrimonio
comune, _acquisito alla cultura mondiale_! E poi, non mi sembra
eccessivo sottrarre qualche _apparato critico_ a chi estorce alla
Francia, al Belgio, alla Romania, qualche cosa di ben piú
sostanzioso. E poi, Carlo Pascal, nella Biblioteca di classici
latini iniziata presso la ditta Paravia, va dimostrando che un
apparato critico lo sappiamo fare anche in Italia, senza
mendicarlo dai tedeschi.

Del resto, dico tanto per dire. Perché dopo la guerra tutti
intenderanno, speriamo, che spiegare il teatro d'Eschilo, non
potrà significare discutere con grottesca compunzione le innumere
scimunitaggini spiattellate dai filologi tedeschi alle spalle del
titano d'Eleusi. Ed Eschilo, e Sofocle, e Pindaro, e tutti gli
autori greci e latini, li studieremo egregiamente, e ne deriveremo
tutto quello che si deve derivarne per la cultura italiana, senza
attendere la vostra famigerata _edizione critica italiana dei
classici_, che di qui a due o tre secoli vanterà, al solito,
qualche libro d'Omero e qualche opuscolo di Senofonte. Ne
riparleremo.

Ma due altri punti voglio oggi sottoporre alla attenzione degli
editori e degli studiosi italiani.

Primo, le edizioni commentate. In séguito al funesto prevalere
dell'indirizzo _filologico scientifico alla tedesca_, si è fatta,
in Italia, una specie di classificazione dei varî lavori
filologici. E mentre compilare un catalogo o ricopiare e magari
fotografare un codice veniva dichiarato _scientifico_; il
commento d'un classico era invece screditato a priori, come lavoro
semidilettantesco. Conseguenza necessaria, i migliori ingegni,
anche per necessità materiali, se ne distolsero. E cosí avviene
che, ad onta di parecchie belle eccezioni--bellissima quella di
Paolo Ubaldi, il quale sta dando all'Italia un Eschilo che si
lascia dietro di gran lunga i migliori commenti tedeschi--il
commento dei classici fu troppo spesso abbandonato ad inetti e
mestieranti. Il fascicoletto commentato in modo da facilitare il
passaggio agli scolari poltroni si vendeva a sfascio: e a furia di
fascicoletti qualche commentatore si fabbricava perfino
l'automobile. Questo sconcio e questo preconcetto debbono cessare.
Commentare un classico, quando il commento è fatto con coscienza e
con gusto, è opera piú che degna ed elevata. E il mal vezzo di
gettar via nei concorsi i commenti solo perché commenti, deve
sparire, come in parte è sparito[42].

Secondo cómpito. Dare all'Italia la grande edizione _italiana_
dei suoi classici e dei classici greci. Non già l'edizione
critico-scientifica, quella a cui ho già accennato, e che si
dovrebbe fare ricominciando _ab ovo_ la disamina di tutti i codici
di ciascun autore, e tenendo conto di tutte le grullerie, e son
tante, passate per la mente ai filologi perdigiorni. Ma l'edizione
che oggimai si può fare in tempo relativamente breve, servendosi
dell'immenso materiale filologico e archeologico raccolto dai
tempi dell'umanesimo ai dí nostri, e dando ad esso l'impronta
della sobrietà e del gusto latino.

L'idea è bella e suggestiva e molti l'hanno accarezzata. Ed
hanno... ed hanno fatto riunioni, ed hanno nominate commissioni.
Come dicono i sapientoni di Pascarella?

    _--Sa? je fecero, senza complimenti
    Qui bisogna formà 'na commissione._

Pare impossibile che la vita non insegni mai nulla a nessuno,
nemmeno quella che viviamo oggi dolorosamente giorno per giorno.
Pare impossibile che tante egregie persone (egregie senza ironia)
non abbiano ancora inteso che per condurre a buon fine una
qualsiasi impresa val meglio un solo mediocre che cento ottimi.

E per fare la grande edizione italiana dei classici greci e
latini, non occorrono tante riunioni e tante commissioni.
Occorrono due uomini. Un editore di larghi mezzi e di buona
volontà: uno studioso non privo di gusto, e non impegolato,
neppure un briciolo, del vischio _scientifico_ tedesco.

Eccoti offerto ignudo il mio seno, o ironia filologica! Ma per
concludere, dichiaro che se l'editore di larghi mezzi mi
proponesse tale edizione, io la esigerei cosí bella e dispendiosa,
che la sua buona volontà naufragherebbe forse dinanzi allo
spauracchio dei preventivi.



III.

INTERVISTA CON UGO FOSCOLO SUI POETI CLASSICI E L'ASINITÀ DEI
PEDANTI

  Dal _Giornale d'Italia_ del 24 luglio 1917.


Dico la verità. Quando ho visto, nel _Giornale d'Italia_, tante e
tante autorevoli interviste allinearsi come le perle d'una
preziosa collana, ho sentito vacillare in me le piú salde e
meditate convinzioni. Mi mancava il conforto d'una parola
concorde. E poiché mi veniva rivolto pubblico invito a cercare
nelle «sfere dell'alta coltura» tanti studiosi che consentissero
meco quanti erano quelli che tiravano a palle di fuoco sul mio
calloso _Scimmione_, mi colse un attimo la tentazione di mettermi
a tale ricerca.

Un attimo appena. E subito dopo, un dilemma inevitabile mi
trattenne fra i suoi corni acutissimi. «O tu invece che alleati
trovi nuovi contradittori; e la tua solitudine risulta perfetta e
fatale. O ti dànno ragione. E tu, che nello _Scimmione_ hai
proverbiata l'Università italiana perché suddita ai metodi
alemanni, avrai contribuito a dimostrarla invece italiana,
italianissima. E allora sí, ti sarai data la zappa sui piedi».

E allora, mi balenò un'idea--è una cosa che può accadere a tutti:
quella d'intervistare qualcuno dei nostri grandi del passato, di
quando la germanofilia non era stata ancora inventata.

E incominciai da Ugo Foscolo. Né tedierò adesso il lettore
narrandogli come, sviluppando un piano di Wells, potei giungere,
nel regno delle ombre, a quel Grande. Ma della fedeltà fonografica
della intervista tutti potranno accertarsi confrontando le parole
del Foscolo, che io riferisco, con la edizione Le Monnier delle
sue opere, che io cito scrupolosamente, tomo per tomo e pagina per
pagina. Tronco il preambolo, e comincio.

                              *
                             * *

_Io_--Io reputo, Maestro, che fra i grandi Italiani sii tu quegli
che ha conosciuto piú profondamente ed intimamente la lingua e gli
autori greci. Forse piú del divino Leopardi; e certo un po' piú di
Ruggero Bonghi, che ti vorrebbe apporre, ma ti doveva aver letto
poco. Ed anche dei Latini fosti dottissimo. E assai chiaro
insegnasti, e provasti con l'opera, qual succo vitale si possa
derivare dallo studio dei classici per le nostre lettere e per la
vita civile. Perciò a te mi rivolgo, affinché tu disciolga alcuni
gravi dubbî che m'irretiscono oggi il pensiero.

_Foscolo_--Io so che tu sin da fanciullo assai ti nutristi dei
miei scritti, e molto mi amasti e venerasti. Onde voglio
appagarti. Di' liberamente.

_Io_--Arde oggi gran guerra tra i letterati ed i filologi
d'Italia. E alcuni, e dei famosi, sostengono che l'unico lavoro
possibile e serio intorno agli autori classici sia quello
strettamente filologico: cioè copiare e collazionare codici, e
allestire edizioni critiche. E hanno lanciato alla Patria un
bando, che, se raccogliesse consenso, convertirebbe tutti gli
studiosi, e massime quelli di piú forte ingegno, in una repubblica
di stampatori. Che dici di questa idea. Maestro?

_Foscolo_--Dico che «io vorrei che cessasse questa libidine di
codici e di varie lezioni. Questi sono i fasti della bella
letteratura italiana nei secoli passati. E la libidine ricomincia
a penetrare le fibre cornee degli eruditi italiani, che, violando
le prime ed ottime edizioni di Dante Alighieri, vanno ripescando
strane lezioni nelle tarlature dei codici». (I, 403).

_Io_--Lascia Dante e la letteratura italiana. È un altro vespaio,
dove per ora non voglio cacciarmi. Torniamo ai classici greci e
latini. E dimmi: con quale altro mezzo, se non con questo cercar
nelle tarlature dei codici, si potrà stabilire sicuramente il
_testo_ dei grandi autori?

_Foscolo_--Il testo, il testo! Sii pur certo che quanto piú ci
allontaniamo dal nostro grande Umanesimo, tanto piú i testi si
corrompono ed imbarbariscono. Rammenti che cosa intervenne a me,
quando volli tradurre la _Chioma di Berenice_? «In tanta battaglia
ed incertezza di lezione, mi rifuggii alla piú antica, ove non
riuscisse inintelligibile e assurda; prendendomi per esemplare
l'edizione principe, e quella dell'età Aldina: certo almeno che
sono estratte dai codici». (I, 241).

_Io_--Lasciamo la critica dei testi, vedo che è poco nelle tue
grazie. Non vorrai però negare che ci sono altre importantissime
bisogne filologiche, volte ad _assodare_, come dicono ora, le
minime verità, che son pure indispensabili a conoscere le grandi,
ed è cómpito della scienza indagarle. Pensa. Siamo ancora
perplessi se debbasi dire _Virgilio_ o _Vergilio_: sussistono
dubbî se Plauto si chiamasse _Accio_ o _Maccio_; e chi scrive
_intelligens_, e chi _intellegens_; e chi scrive _cum_, e chi
_quum_....

_Foscolo_--«Fuggiamo, figliuol mio, fuggiamo a tutto potere le
liti _de literis vocumque apicibus_! Se debbasi scrivere _cum_ o
_quum_, _lacrimae_, _lacrymae_ o _lachrymae_, _coelum_ o _caelum_,
e siffatte quisquilie grammaticali, ho creduto sempre riverenza a
chi legge, a me stesso, ed al tempo, il non disputare». (I. 242).
«A chi vedi che possano giovare dei volumi sull'abbiccí o
sull'uso d'un pronome?». (I, 403).

_Io_--Tu non m'hai lasciato finire. Non è quistione solo di
incertezze e quisquilie grammaticali, bensí anche d'altre cose
assai piú palpabili e massicce. Il presidente dell'_Atene e Roma_,
palladio in Italia degli studî classici, ebbe a sentenziar
pubblicamente che «_la visione storica del mondo antico non può
aver luogo se non si volga l'attenzione anche alle_ minime e meno
estetiche _manifestazioni di vita intellettuale e morale_».
(_Giornale d'Italia_, 27 aprile).

_Foscolo_--«Rispondigli con Seneca che indagare chi fu la madre di
Enea, e se Saffo si concedeva o non si concedeva a prezzo, e se
Anacreonte fu piú vinolento o piú salace, questa e simili
cianfrusaglie, anziché volerle apprendere, chi le sa converrebbe
le dimenticasse». (I, 228).

_Io_--E sia! Lasciamo anche i fatti minuti. Ma, e le chiose, e i
commenti, e le discussioni, che servono a far meglio penetrare
nello spirito degli autori antichi? Guarda la _questione
omerica_....

_Foscolo_--Chétati, figlio, per l'amor del cielo! «Chi ad ogni
verso dell'_Iliade_ o dell'_Odissea_ ponesse dieci volumi di
chiose, sarebbe forse discreto, sí immensa è la biblioteca degli
scrittori commentatori d'Omero dal secolo di Pisistrato al nostro.
Quanto profitto ne abbia ricevuto la poesia nostra, quale
profitto abbiano in noi fatto tante lezioni d'ogni genere,
dall'analisi grammaticale sino alle teorie metafisiche intorno ad
Omero, non veggo». (I, 317).

_Io_--Mi sembra, con sopportazione, che tu sii dotto, ma vivace ed
esagerato. Se concludono tanto poco queste ricerche e discussioni
e teorie metafisiche, come spieghi il fatto che solennissimi dotti
consumano in esse tutta la loro vita? Come potrebbero sussistere
tanta dottrina e tanta capinsaccaggine?

_Foscolo_--Ricorda le parole, ch'io feci mie, di Gian Giacomo
Rousseau: «I dotti hanno la piú parte mente ancor di fanciulli. La
loro vasta erudizione risulta piú da una moltitudine di immagini
che non da una moltitudine di concetti. Le date, i nomi proprî, i
luoghi, tutti gli oggetti isolati e spogli d'idee, ricordano solo
per la memoria dei segni». (I, 409).

_Io_--E non ti pare già essa da sola mirabilissima dote, questa
memoria?

_Foscolo_--Mai no. «Non v'è molto da meravigliarsi che la facoltà
della memoria sia fortissima, quand'è procacciata a spese di tutte
le altre facoltà. Quando il cuore si rimane senza affezioni
domestiche, l'immaginazione senza illusioni, il raziocinio
senz'attività nelle altre operazioni dell'intelletto, la memoria,
anche senza essere naturalmente straordinaria, trova libero il
campo ad agire senza interruzione né impedimenti. La mente umana
in siffatta situazione è piú inerte e meno industriosa ch'altri
non crede». (IV, 279).

_Io_--E questa è la bella stima che tu fai degli eruditi? Li
reputi anime e cervelli vuoti?

_Foscolo_--Vuoti no, ma colmi di stoppa. «Hanno sí pieno il capo
di alfabeti e di citazioni, che il cervello fugge e va a stanziare
ove dovrebbe esservi il cuore: ed il cuore.... dov'ei sia, né io
né tu né essi lo sanno». (I, 407).

_Io_--E come spieghi dunque la reputazione grande che riscuotono
presso la gente?

_Foscolo_--Varie ne sono le ragioni, ed io t'esporrò le
principali. Innanzi tutto, «pochissimo scrivono» (II, 144), e
questo pochissimo in «latino barbaro, in italiano semibarbaro,
_con formole matematiche_: un caos pieno di citazioni e di note
che non possono stare né col testo né senza il testo: come i
carciofi vecchi, spine di sopra, barbaccia irta di sotto». (II.
269). Poi «nei loro libri recitano a un tempo da sofisti e da
poetastri, assottigliando il fumo, e gonfiando le minime cose. E
minacciano e gridano per dar peso alle loro inette tragedie, di
che van pieni infiniti volumi che fanno noiosa la lettura dei
classici». (I, 242). Terzo «son gente clamorosa, implacabile,
intenta ad angariare i sudditi ed a scomunicare i ribelli». (I,
242). Sicché, tra per non potere leggerli né capirli, e per
credere alle loro apologie, e per temere le loro furie, la gente
si tace e li ammira. Aggiungi poi che, sebbene si azzannano e
dilaniano fra loro perennemente, dinanzi alle credule turbe non
ristanno dal magnificare le opere uno dell'altro. Già Addison, con
parole che pure ho riferite nei miei scritti, osservava come
questi rugumatori di pergamene «fan grido l'uno all'altro assai
piú che non le persone di vero ingegno. A leggere i titoli magni
ond'essi onorano chi, verbigrazia, stampò un classico o collazionò
un manoscritto, lo crederesti gloria della repubblica letteraria e
meraviglia dell'età sua. E, se cerchi bene, avrà rettificata una
particella greca o aggiustato un periodo fra le sue virgole». (I,
228).

_Io_--Dunque non è cosa tanto difficile procacciarsi fama di
erudito?

_Foscolo_--No no: «fu sempre ed è agevole impresa l'usurparsi
titolo di Maestro con poco sudore, e l'ostentare al volgo dei
letterati e dei grandi certo lusso d'inoperosa dottrina». (II,
79).

_Io_--Beh, insomma è inutile insistere: tu hai proprio in uggia
grammatici dotti ed eruditi.

_Foscolo_--Assai piú che non immagini. «Io l'ho giurata all'anima
dei pedanti. Il cane è nemico del gatto, il gatto del topo, il
ragno dei moscherini, il lupo delle pecore ed io de' pedanti». (I,
407).

_Io_--E nessun conto fai di quella multiforme attività che essi
dichiarano «severamente filologica» o «filologica scientifica»?

_Foscolo_--Dovresti oramai avere inteso che secondo me «le vane
congetture e le correzioncelle e le faticose bazzecole dei critici
sono meri giuochi e futili ostentazioni d'ingegno che servono ad
affaticar l'animo del lettore anziché ad erudirlo» (I, 228), e a
«far noiosa la lettura dei classici». (I. 242).

_Io_--Sta, ch'io t'ho colto in fallo. Tu disprezzi e beffi questi
compilatori di congetture e correzioncelle e aridi commenti. E di
che cos'altro hai tu rempiuto il tuo commento alla _Chioma di
Berenice_, che d'intorno a quarantasette distici si venne
gonfiando per trecento pagine in ottavo grande?

_Foscolo_--Ah, ah, ah, tu vuoi farmi ridere! Anche tu «hai preso
per moneta giusta quel mio scritto?» (I, 407). «E non sai tu
dunque che tutto questo lavoro non è altro che una grave e
continuata ironia sulle verbose disquisizioni dei commentatori?
Non sai tu che da prima dispensai ad arte poche copie dell'opera;
indi, vedendo effettuato il mio disegno, misi fuori i rimanenti
esemplari, con un'appendice che chiamai l'_addio ai miei lettori_,
dove, mentre svelo l'inganno, FACCIO CONOSCERE I MISTERI E GLI
ABUSI DELLA FILOLOGIA?». (XI. 308).

_Io_--Questo e non altro, hai voluto fare?

_Foscolo_--Sí, appunto. Scrissi «tale quale avrebbe scritto un
solenne pedante o grecista o grammatico o bibliotecario, ch'ei
son, poco piú poco meno, lo stesso cervello in diversi petti». (I,
407).

_Io_--E perché sobbarcarti a tanta fatica?

_Foscolo_--«Perché i pedanti e grecisti e bibliotecarî quando io
ridevo dei loro libri non gridassero piú: fate altrettanto!; e lo
han pur gridato, quelle anime di cimici!». (I, 407).

_Io_--Oggi ti direbbero d'usare espressioni «piú parlamentari». Ma
lasciamola lí. E concludiamo. Codici no, collazioni no,
emendazioni no, erudizione neppure, metafisica meno che meno: mi
sai dire che diamine si dovrebbe fare intorno a questi benedetti
autori classici?

_Foscolo_--«Si deve fare un commento critico per mostrare la
ragione poetica: filologico per dilucidare il genio della lingua e
le origini delle voci solenni: istorico per illuminare i tempi
ne' quali scrisse l'autore ed i fatti da lui cantati: filosofico
acciocché dalle origini delle voci solenni e dai monumenti della
storia tragga quelle verità universali e perpetue, rivolte
all'utilità dell'animo, alla quale mira la poesia. Chi piú
congiunge queste doti, quegli, a mio parere, consegue l'essenza
d'interprete, che io definisco: far intendere la lettera e lo
spirito dell'autore». (I, 242).

_Io_--Quanta roba! E quanta copia di domande mi si affolla
nell'animo! E dimmi, prima di tutto: a codesto riduci l'ufficio
della filologia? ad un esercizio di etimologia?

_Foscolo_--Qui tu mi sembri futile e precipitoso. Che etimologia
vai dicendo? Hai tu lette le mie osservazioni sul modo di tradurre
il cenno di Giove in Omero?

_Io_--E puoi chiederlo, Maestro? Se ho fatto mai nulla di meno
indegno nella interpretazione dei poeti greci, ho imparato piú da
quelle tue poche pagine che dai mille volumi della dottrina
alemanna. Così Voi Grandi insegnate a noi discepoli.

_Foscolo_--E dunque, vedi in quello scritto che cosa intendo per
dilucidare il genio della lingua: ché ora non ho piú tempo di
spiegartelo. Sta sano....

_Io_--Ma no: spiegami almeno che cosa intendi per commento
critico, storico, filosofico....

_Foscolo_--Un'altra volta, figliuolo.

_Io_--Dimmi almeno questo. Ai tempi tuoi, i filologi tedeschi e
intedescati, quando s'impancavano a spiegare i classici,
spacciavano tante scempiaggini quante ne spippolano oggi? Un amico
mio, in un suo volume recente, ne ha raccolto un sollazzevole
manipolo.

_Foscolo_--Figúrati! Ti basti questa. «L'eruditissimo Walkenaer
espungeva il verso in cui Callimaco chiama fulgente la chioma di
Berenice perché la costellazione berenicea essendo piú oscura
delle altre sue vicine, _non poteva esser detta fulgente se non da
un poeta senz'occhi_. E cosí un letterato che logorò gli anni e
gli occhi addosso agli antichi, non imparò che ogni poeta
chiamerebbe splendida nei suoi versi anche la costellazione meno
visibile, quando in essa vi fosse la chioma bionda d'una giovine
donna». (II. 227).

_Io_--Questa è proprio gemella del sangue di porco del Blass,
degli stornelli di Lamporecchio messi sul labbro a Clitennestra
dal Wilamowitz, e all'_uccellin volò volò_ del von Keck,
denunciati dall'amico mio nel volume ch'io ti dissi. Ma come
spieghi tu tali aberrazioni?

_Foscolo_--Egli è, figliuol mio, che «poeta e grammatico non se la
dicono». (II, 211). Egli è che «gli eruditi non hanno né un atomo
di mente poetica, né grande abbondanza di retta logica». (II,
226). E le aberrazioni o meglio castronerie di cui tu favelli,
dipendono «dalla poca mente di coloro che volendo parlar di
letteratura senza sapere né poter essere letterati, architettano
vane e inettissime teorie». (II, 81).

_Io_--Un'ultima domanda, e non t'importuno piú. Non mi pare che tu
dimostri in genere molta simpatia per i tedeschi. Ai tempi tuoi,
però, erano certo diligenti e coscienziosi.

_Foscolo_--Disingànnati figlio! Anche allora «gli autori tedeschi
lavoravano perché alla fiera di Lipsia i loro scolari e i librai
della Germania si provvedessero di volumi stimati nuovi quando
erano raffardellati di nuovo titolo e di rancide citazioni». (IV,
91).

_Io_--Raffardellati? Rancide citazioni? Vuoi tu bestemmiare che le
prendessero di seconda mano?

_Foscolo_--Giusto appunto. «Sedevano con la pipa in bocca, con la
bottiglia allato e la penna in mano, e le _Antiquitates_ di Grevio
e di Gronovio davanti gli occhi, a comporre e pubblicare ogni mese
de' volumi in latino moderno, conditi di greco e di dottissime
villanie, onde appurare le faccende dell'antichità». (IV, 46).

_Io_--Quelle che l'amico mio chiama «i fatti di casa del mondo
antico».

_Foscolo_--Fa' conto che sian quelli. Addio.

_Io_--No, resta un momento. Ed anche allora gli Italiani avevano
lo stolto ossequio d'oggi per i filologi d'Alemagna?

_Foscolo_--Figúrati! Ci fu perfino un tipografo, che, ristampando
l'_Alcesti seconda_ dell'Alfieri, «rase dal volumetto le otto
pagine di schiarimento ai lettori, perché gli parve indecente un
sorriso sulle labbra dell'Alfieri, massimamente contro ai dotti di
Lipsia». (II, 229).

_Io_--Lasciamo anche i tedeschi. Dimmi. Solevano ai tempi tuoi gli
eruditi inferocire contro chi, opponendosi alle loro congreghe,
esprimesse le proprie idee liberamente?

_Foscolo_--Se inferocivano? Bada a ciò che intervenne a me.
«Quando pubblicai lo scritto intorno alla traduzione dei due primi
canti dell'_Odissea_, preti, rètori, FRATI, cortigiani, ruffiani e
mercanti di letteratura, bibliotecarî, vocabolaristi, pedanti.
FIORENTINI SCONOSCIUTI, ciarlatani e impostori insomma, AIZZATI,
ISPIRATI E PRESIEDUTI DA UNA VECCHIA ANTISIBILLA, mi vennero
addosso, e m'uccidevano quasi, e mi provocavano con gazzette
quotidiane per le taverne e i crocchi e i caffè; e le calunnie mi
afflissero, e me ne accorai. Di ciò mi vergogno: ma me ne
accorai». (II, 201).

_Io_--Tutto bene. Ma poco mi capacitano quei Fiorentini che si
pigliano una scalmana per due libri tradotti dell'_Odissea_. Vedi
che non fossero metèci.

_Foscolo_--O frati, può essere. T'occorre piú altro?

_Io_--Anzi la cosa principale. Ti dirò tutto il vero, Poeta.
L'amico di cui t'ho parlato, e che ha scritto il libro contro la
filologia tedesca e intedescata, sono io medesimo. E me gli
eruditi e i filologi d'Italia investono e proverbiano e calunniano
come fecero a te quei messeri che tu dici. Ed io ero incerto se
dovessi continuar la battaglia o ripiegare dinanzi al numero. Ma
ora che tu m'hai parlato cosí, io stimo piú il giudizio tuo che
non quello di tutti gli altri presi in fascio. E voglio
gagliardamente combattere, parola per parola, senza ripiegar d'un
pollice.

_Foscolo_--Pessimo divisamento mi sembra il tuo, figliuolo. Pensa
che tu devi attendere ad altre opere; e gli eruditi e i
grammatici altra mèta non sogliono prefiggere alla lor vita che
d'accapigliarsi in queste inutilissime gare. Onde tu sarai stanco
quando quelli penseranno di non avere pur incominciata la zuffa.

_Io_--E dovrò dunque tacere, e tollerare in pace che si confondano
miseramente le mie idee, e, strappata questa o quella dal suo
contesto, e grottescamente camuffata, si trascini dinanzi alla
gente per confutarla e vituperarla?

_Foscolo_--Non dartene pensiero. Fa' come feci io nella evenienza
che ti dissi. «Io scrissi la risposta, ma la dignità dell'animo
mio risorse, e non mi avvilii a pubblicarla». (II, 201). O ricorri
all'altro espediente che escogitai quando ero piú maturo d'anni e
di esperienza. «Facevo puntualmente ristampare gli stessi articoli
di giornali e gazzette, epigrammi, dissertazioni, censure morali e
accuse politiche pubblicate a mio lume dai suddetti letterati miei
concittadini e stranieri, e tutti maestri miei. Cosí ristampate
senza alterare sillaba loro né aggiungervi sillaba mia, io le
lasciava distribuire agli amici miei, a' noti e agl'ignoti; ed io
usciva di ogni pensiero di quella faccenda». (IV, 77).

_Io_--Il conto mi tornerebbe poco. Mali tempi corrono, Poeta, e la
carta e la stampa costano un occhio.

_Foscolo_--Odi allora un sogno ch'io feci quando piú contro me
infierivano i pedanti gabbati dalla mia _Chioma di Berenice_. La
rupe di Mènnone, onde io avevo ragionato nelle chiose, m'apparve
fra le tenebre, e mi disse: «Poeta, io mi levo sul deserto, sola,
immobile, gelida nel basalto negro. Si abbattono su me stormi
d'augelli, e non vi annidano: nugoli di germi, e non vi allignano:
scrosci di piogge, e non mi corrodono. Le genti additano da lungi
la mia aridità e la mia solitudine. Ma come il sole sorge, al suo
raggio, al suo fuoco, le mie fibre segrete vibrano come le corde
d'una lira, e da tutta la mia sostanza si effonde un'armonia
purissima, come da un fiore il profumo. Poeta, la rupe risponde
solamente al sole».


NOTE:

[1] V. il mio libro _Vigilie Italiche_.

[2] Non ignoro, non dispregio, ma neppure accolgo i dettami
assiomatici della filosofia che oggi impera in Italia. Ciò valga
anche per quanto dico piú oltre delle scienze fisiche, che io non
identifico davvero con la scienza filosofica, ma che pregio su
ogni altra scienza, e reputo debbano formare la base ineliminabile
d'ogni sana filosofia. Anche di questo parlerò piú lungamente
altrove.

[3] Vedi il bellissimo articolo di Giulio Cantalamessa: _I
pregiudizi della critica nelle arti figurative_ (Nuova Antologia
1915); dove sono poi eccellenti osservazioni sulla indole e
sull'attuale super valutazione della critica.

[4] Vedi il mio volume _Vigilie Italiche_ (Breviarî intellettuali,
N. 99), e specialmente il capitolo: _I sassolini_, pubblicato
circa venti anni fa, e nel quale si contiene il nucleo fondamentale
di _Minerva e lo Scimmione_.

[5] Cosí scrivevo lo scorso inverno. E mi sembra inutile mutare.
La storia, e specie la storia greca, va oggi soggetta a troppo
rapide metamorfosi.

[6] _Gli Avvenimenti_, Anno 1915, N. 4, 8, 11, 15--Anno 1916, N.
5, 6, 25, 46, 49.

[7] Qui un filologhetto italiano presume d'avermi colto in fallo,
perché in seguito io elogio studiosi tedeschi di dopo il '70 e ne
biasimo altri anteriori. Si potrebbe essere piú tedescamente
consequenziarî? Ma non c'è costrutto ad ascoltare questi
innocenti.

[8] _Bollettino ufficiale della Pubblica Istruzione_, 5 novembre
1914.

[9] _Aischylos Agamemnon griechisch und deutsch_, pag. 291;
Iedenfalls ist die Symmetrie dieser wie ein Pelotonfeuer durch die
Chorreihen hin und wieder laufenden unwilligen Äusserungen eine so
vollständige, dass nicht nur die strophische Einteilung der Epodos
als bewiesen gelten darf sondern hinfort auch nicht mehr
gezweifelt werden kann, dass die Zahl der Choreuten in dieser
Tragödie zwölf betrug, wie sich dies Resultat uns auch schon oben
aus der Betrachtung der Parodos ergab.--Riferisco nel testo le piú
amene di queste _teorie_, non per fare il tedesco, ma perché il
lettore, sorpreso della loro enormità, non creda che io nella
versione calchi maliziosamente la mano.

[10] _Die Eumeniden des Aischylos, erklärende Ausgabe von
Friedrich Blass_, pag. 14: das Blut ist natürlich nicht das der
Mutter, sondern das des von Apollon geschlachteten Sühnopfers,
cfr. v. 282 f.

[11] Profetica anima mia! Un piccolo filologo ha infatti scritto e
stampato che per lui l'opinione del Blass è sostenibilissima.

[12] Vedi il mio volume _Pindaro_, Firenze, Casa editrice
italiana, 1909.

[13] _Rivista, di Filologia e d'Istruzione classica_, Anno XLIV,
Fasc. I. Vedi anche l'altro mio scritto: _Il contenuto degli scoli
laurenziani di Eschilo, in Atti dell'Istituto Veneto_, Tomo LXXV,
pag. 849 sg.

[14] _Aischylos Interpretationen_, pag. 172: Zufällig kann ich aus
dem Canti popolari toscani (Rispetti 348) ein Liebesliedchen
mitteilen, das sich mit der Rede Klytaimestras berührt. Ich glaube
gern, dass griechische Skolien oder sonstige Volkslieder Ähnliches
boten: dass lässt sich nicht nachweisen, aber ans welcher Sphäre
der Dichter die Farben für die Heuchelei nahm, illustriert doch
das Liebeslied.

[15] _Interpretationen_, pag. 173. Es ist ein Schweigen, wie es
Aristophanes an Niobe und Achilleus bewundert, wie wir es auch im
Prometheus gefunden haben. Dann fällt ihr Auge auf den ἀγυιεύς,
den Steinkegel des Apollon, der eigentlich nur der Prellstein ist,
der vor jedem Hause steht, wie uns das gewöhnliche μὰ τὸν Ἀπόλλω
τουτονί bei Menander von neuem gelehrt hat. Sie beginnt mit
Klagerufen. u. s. w.

[16] Alfred Gercke, _Die Entstehung der Aeneis_ (1913) pag.
7: _Das Seziermesser muss von der Hand des philologischen
Interpreten zum Zwecke TRANSZENDENTALER Untersuchungen OHNE
RÜCKSICHT AUF SENTIMENTALE EMPFINDUNGEN scharf und sicher
geführt werden._--Ancora una gemma. Le analisuccie che egli fa
dell'andamento dei pensieri dell'_Eneide_, per trarne le piú
illogiche ed arbitrarie conclusioni, le chiama: _das Fortschreiten
von rein philologischer Betrachtung zu historischer Auffassung,
von den Realer zum TRANSZENDENTALEN._--Si dica se si potrebbe
usare un gergo piú stoltamente ciarlatanesco. E tutto il libro è
di questa forza. Solenne monumento della odierna bestialità
filologica tedesca, proporrei fosse tradotto e proposto alla
contemplazione dei nostri giovanetti, come gli iloti ubbriachi a
quelli di Sparta.

[17] P. RICHTER, _Die Dramaturgie des Aischylus_.--Es war kaum
möglich den gewaltigen Stoff einseitiger und äusserlicher
behandeln--Del resto questo e simili giudizî sono una bazzecola di
fronte alla disperata nullaggine di tutto il libro.

[18] Pindar war ein Böoter; der Ausdruck in der konventionellen
Sprache ward ihm schwer; die Rede zu gliedern, die Gedankenverbindungen
durch die reichen Partikeln der griechischen Sprache klar zu machen,
gelang ihm nicht. Die konventionellen Umschreibungen klangen oft
ziemlich schlotterig. Auch seine Verse erreichen kaum je den
schmeichelnden Wohlklang des Bakchylides; für manche sonst allgemein
anerkannte Wohllautsregeln scheint er gar kein Ohr gehabt zu
haben.--_Griechische Literaturgeschichte_, pag. 52. E ce n'è
dell'altro, ma mi par che basti. Qualcuna di queste osservazioni è
fondata su fatti esistenti: per esempio quello circa l'uso delle
particelle. Ma sono peculiarità ben coscienti, dello stile pindarico
(intorno a questo si possono vedere gli acutissimi studî del
Fraccaroli); e non è che il poeta piú popolare della Grecia non
sapesse quello che assai probabilmente sapevano gli scolaretti.

[19] EMILIO TEZA, introduzione alla sua versione della 1.ª Pitia.

[20] Traduco alla lettera, dal testo pubblicato ed integrato dal
Wilamowitz, _Berliner Klassikertexte_, Heft V, _Zweite Hälfte_
(1907), pag. 32 sg.

[21] Il testo è qui troppo lacunoso, e però abbandono il
Wilamowitz.

[22] «Das Erzählen ist seine starke Seite nicht; die direkten
Reden charakteristisch abzutönen, hat er wohl nicht angestrebt».
_Griechische Literatur_, pag. 52.

[23] _Berliner Klassikertexte_, pag. 55: «Da haben wir ein
Gegenstück zu dem jonischen Epos, besser zu seiner gesungenen
Vorstufe. Das Epos, schon rezitativ, als er herüberkam, hat diese
Poesie zurückgedrängt, so dass sie bei den Frauen Zuflucht fand,
=deren Erzeugnisse uns sehr viel besser behagen als die
ausgeleierten= (propriamente: spanate: mi sembra che il mio
«sganasciate» lo renda assai bene, per quanto non alla lettera)
=Rhapsoden Werke, die unter die Namen Homer und Hesiod treten=».

[24] Ha fatto scuola. Si leggano le seguenti parole di Giuseppe
Fraccaroli (_Nuova Rivista Storica_, Anno I, fasc. III, pag. 523):
«Nell'Enciclopedia di Pauly-Wissowa, nell'ultimo fascicolo che è
giunto in Italia, sotto la voce _Ilias_ c'è un articolo non ancora
finito, che si può credere del Mülder, dal quale si impara, che
Omero c'è stato veramente e che _fu imitatore d'Archiloco_, che
però ha fatto un poema sgangherato. La critica tedesca aveva per
tutto un secolo cercato di rabberciarglielo, e non v'era riuscita:
qual miglior prova che quello era un guazzabuglio? Il suo autore
infatti non ha nemmeno saputo trar partito dalla materia che
trattava «Che tema pieno di effetto», dice, tra le altre a pag.
1024 «sarebbe stata una riconciliazione tra Achille ed Agamennone!
Ma niente di tal fatta c'è nell'_Iliade_». Oh che bell'effetto, oh
che bell'effetto! direbbe Cretinelli».--Sí, è da Cretinelli, caro
Fraccaroli. Ma di certo se fai leggere il brano ad un filologo
benpensante, ti risponderà che codesta è sostenibilissima
opinione, come quella del sangue di porco. Arri là, _scienziati_!
Fino a quando vorrà durare questa sadica passione degli ottusi per
i grandi antichi? E saremo esagerati noi che invochiamo il ferro e
il fuoco?

[25] Questa guerra ha fatto brillare al mio spirito, sicura come
un istinto, la verità che nella religione cattolica risieda
l'unica salute, ideale e pratica, delle stirpi latine: e che con
l'illanguidire di quella procederebbe inesorabilmente la decadenza
di queste.

[26] Mi permetto di rimandare il lettore ad un mio scritto in cui
svolgo queste idee, nel volume: _Musica e Poesia nell'antica
Grecia_ (Bari, Laterza) pag. 333 sg.

[27] GIORDANI, _Opere_ (Lemonnier, 1857) I, 325. Tutto lo scritto
da cui è tolta questa osservazione contiene assennatissime
riflessioni intorno agli studî classici e massime intorno
all'insegnamento del latino. Credo che non lo conoscano neppure di
vista tanti filologi che vanno cercando riparo alla spaventevole
decadenza degli studî latini in Italia coi pannicelli caldi dei
manualetti tedeschi.

[28] Proemio agli _Studi filologici_ di Giacomo Leopardi, XXI.

[29] Anni or sono, nel corso d'un'aspra polemica, mi lasciai
sfuggire qualche espressione meno riverente verso il De Sanctis,
pur protestando la mia ammirazione per la sua grandezza. Se non
che un piú profondo studio dell'opera sua m'ha convinto che il De
Sanctis non deve essere solamente ammirato, bensí venerato. Faccio
qui pubblica ammenda, e prego gli uomini di buona volontà di
accettarla con la medesima schiettezza onde la esprimo.

[30] Qualche anno dopo, però, in un articolo della «Nuova
Antologia» (_La scioperataggine letteraria in Italia_),
Arturo Graf protestava vivamente contro l'abuso del metodo
storico-positivo.

[31] Contro il Boni venne esercitata da allora, movendo
specialmente da salotti romani, covi di germanofilia, una
pettegola guerricciola. Vedi il mio articolo _Troppi fiori_ in
«Cronache Letterarie», anno I, n. 9.

[32] Rimando il lettore ad un libro bellissimo e rimasto quasi
inosservato, del General Filareti: _La conflagrazione europea e
l'Italia_ (ed. Carabba). General Filareti vi sa di pseudonimo?
Anche a me: ma ne so quanto voi.

[33] _Rivista delle nazioni latine_, Anno I, N. 5, pag. 123 e sg.

[34] Rimando il lettore alle osservazioni di Ugo Foscolo intorno
al modo di tradurre il cenno di Giove in Omero. Cosí s'intende un
poeta: e non già travestendolo in un altro dialetto e facendogli
addosso computi sballati d'anatomia microscopica.

[35] A suo tempo aveva già fatto tale rilievo Ugo Foscolo (In
_Antiquarî e critici_); il quale, del resto, su molte delle
questioni che abbiamo discusse, ha osservazioni profonde e
geniali.

[36] _I pericoli e le vittime della cultura tedesca nel campo
ginecologico_, in _Ginecologia moderna_, 1915.

[37] _Civiltà latina e civiltà germanica_, nella rivista: _La
riforma sociale_, novembre 1915.

[38] _Monitore Zoologico italiano_, anno XXIII, n. 9-10.

[39] _Pazzia d'imperatore o aberrazione nazionale? Rivista di
Patologia nervosa e mentale_, anno XX, fasc. 7.--HENRI FABRE, id.,
fasc. 12.--Cfr. fasc. 10, e anno XXI, fasc. 1-2. Nella medesima
rivista si è finito di pubblicare in questi giorni un altro suo
lavoro importantissimo: _La psichiatria tedesca nella storia e
nell'attualità._

[40] Vedi CALÒ, nel _Marzocco_, 27 maggio.--«Il meglio che si
possa ragionevolmente pretendere è che gli autori siano letti in
iscuola, largamente, con intelligenza aperta e con conoscenza
profonda della lingua, dell'antichità, dell'autore». Andiamo
pienamente d'accordo. Ma faccio osservare al CALÒ che, secondo i
criterî della scuola che egli difende, codesto sarebbe una specie
di svago, e la dignità «scientifica» rimarrebbe sempre ascritta
alla manipolazione dei testi. Ma non vuol dire. Siamo d'accordo.
Segnamo questo punto all'attivo del nostro bilancio.

[41] GIOVANNI CALÒ nel _Marzocco_ 29 aprile:--«Sarà bene
che editori e commentatori si preoccupino di completare la
pubblicazione delle opere delle quali sian pubblicate soltanto
alcune parti, anche per dare agl'insegnanti la possibilità di
servirsene con agio e con libertà, senza limiti di scelta, nella
scuola».

FELICE RAMORINO nel _Giornale d'Italia_ 23 maggio:--«Soprattutto e
prima di tutto i testi classici vogliono essere curati. Una
Raccolta _senza pretese_ ma fatta con diligenza e buon metodo, che
esibisse nel testo ora ritenuto migliore le opere dei principali
poeti, storici, oratori, filosofi greci e latini, con sobrii
prolegomeni e note, raccolta a cui potessero ricorrere con fiducia
gli studiosi, corrisponderebbe a un vero bisogno del nostro paese,
perché ora, se si deve consultare Erodoto o Tucidide o Polibio o
Plutarco o Cicerone stesso o Cesare o Livio, non si può a meno di
ricorrere a edizioni forestiere».--Come si vede, tanto CALÒ quanto
RAMORINO ripetono fedelmente quello che ho detto io. Ma è
altrettanto vero che nei tre convegni dell'_Atene e Roma_ non si
parlò mai di siffatta edizione, e in articolucci volanti e nelle
solite polemichette e «lettere ai Direttori» cosí care ai
filologhi occulti, si lasciò quasi intendere che una simile
impresa sarebbe stata futile e quasi disonesta. Basta, segnamo
all'attivo anche quest'altra nota concorde, e dimentichiamo che se
l'Italia si trova a questo punto la colpa è appunto del «metodo
scientifico».

[42] GIOVANNI CALÒ id. id.:--«È utile che i commenti, quando
presentino pregi veramente notevoli, siano tenuti nel debito conto
in qualsiasi concorso, anche universitario, insieme coi lavori
strettamente filologici (vorrei sapere perché i commenti non siano
lavori strettamente filologici; quando si dice i dirizzoni!)--Ché
un commento può appunto rivelare tali doti d'acume, di conoscenza
profonda della lingua, di gusto, d'abilità didattica, quali non si
possono generalmente riscontrare se non in coloro appunto che son
degni di salire all'insegnamento superiore».--È una pura e
semplice parafrasi di quello che dico io. Ma gli uomini appunto di
cui CALÒ si fa paladino sogliono dichiarare lavoro di terz'ordine
qualsiasi commento in genere; e, nel caso speciale, quelli
dell'UBALDI. Registro questo terzo punto di concordia, che con
l'altro fondamentale, rilevato nella prefazione, cominciano a
costituire un bel nucleo.



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Nota del trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono
stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi l'originale):

  P.   xv--ed equivoci si susseguirono monotonamente [monotamente]
  "     9--colle sue alate indipendenze [indipendanze]
  "    13--dominio intellettuale tedesco [tedessco]
  "    52--E accanto all'opera loro si svolge, non meno [mene]
  "    72--è proprio [propro] finita
  "    94--con codeste sigle misteriose [misteriore]
  "   117--nella quale sono perfettamente [perfettamento] fusi
  "   129--doti native di intelligenza artistica non ne avete
           punto [punte]
  "   207--avec ces gravures le [les] plus beau Décameron
  Nota 16--un gergo piú stoltamente [stoltamennte] ciarlatanesco
    "  39--La psichiatria [pischiatria] tedesca nella storia e
           nell'attualità

Grafie alternative mantenute:

  Aischylos / Aischylus
  asfissia / asfissía
  Asopo / Àsopo
  compito / cómpito
  fascino / fàscino
  giudizi / giudizî
  mania / manía
  niente / nïente
  poté / pote'
  rimedi / rimedî
  seguito / séguito
  sì / sí
  temi / tèmi
  tesi / tèsi
  tossici / tòssici
  vari / varî
  Vergilio / Virgilio





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