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Title: Baby
Author: Rovetta, Gerolamo, 1854-1910
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

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                               BABY



                    Opere di Gerolamo Rovetta


    _Romanzi e Racconti:_

  =La Moglie di sua Eccellenza=, romanzo.
  =Mater Dolorosa=, romanzo.
  =Il tenente dei Lancieri=, romanzo.
  =L'Idolo=, romanzo.
  =Le lacrime del prossimo=, romanzo.
  =La Signorina=, romanzo.
  =La Baraonda=, romanzo.
  =Cinque minuti di riposo!=
  =Casta Diva=, novelle.
  =Baby=, romanzo.
  =Ninnoli=, racconti.
  =Il processo Montegù=, romanzo.
  =Sott'acqua=, romanzo
  =Il primo amante=, romanzo.
  =Tiranni minimi=, racconti.
  =Cavalleria assassina=, racconti.


      _Teatro:_

  =Romanticismo=, dramma in quattro atti.
  =Un volo dal nido=, commedia in tre atti.
  =La Moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti.
  =In Sogno=, commedia in quattro atti.
  =Gli Uomini pratici=, commedia in tre atti.
  =Scellerata!...= commedia in un atto.
  =Collera cieca!...= commedia in due atti.
  =La Contessa Maria=, dramma in quattro atti.
  =La Trilogia di Dorina=, commedia in tre atti.
  =I Barbarò=, dramma in un prologo e quattro atti.
  =Marco Spada=, commedia in quattro atti.
  =La Cameriera nova=, commedia in due atti, in dialetto veneziano
  =Alla Città di Roma=, commedia in due atti.
  =La Realtà=, dramma in tre atti.
  =Madame Fanny=, commedia in tre atti.
  =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti.
  =I Disonesti=, dramma in tre atti.
  =Il Ramo d'ulivo=, commedia in tre atti.
  =Il Poeta=, commedia in tre atti.
  =Le due coscienze=, commedia in tre atti.
  =La Moglie giovine=, commedia in quattro atti.
  =A rovescio!= commedia in un atto.
  =La Baraonda=, dramma in cinque atti.
  =Il Re Burlone=, dramma in quattro atti.
  =Il Giorno della Cresima=, commedia in tre atti.
  =Papà Eccellenza=, dramma in tre atti.
  =Molière e sua Moglie=, commedia in tre atti.



                         GEROLAMO ROVETTA

                               BABY

                       _e TIRANNI MINIMI_



                              MILANO

               Casa Editrice BALDINI & CASTOLDI

               Galleria Vittorio Emanuele, 17-80

                               1913



                       PROPRIETÀ LETTERARIA


           MILANO--TIP. PIROLA & CELLA DI A. CELLA



I.



Quelle venti o trenta persone, che rappresentavano il _sancta
sanctorum_ del bel mondo veronese, e al _club_ si appartavano per
conversare in un circolo altrettanto intimo quanto ristretto, e che si
riunivano al lunedì dalla marchesa d'Arcole, al mercoledì dalla
generalessa Brocca di Broglio, e al venerdì da madama Kraupen, erano
state scosse nella loro inerte monotonia da una notizia importante: il
conte Andrea di Santasillia ritornava a Verona.

Egli vi mancava già da dieci anni: e per le peripezie che ne aveano
preceduta la partenza, e per il casato suo, forse il più
autenticamente illustre nella pleiade numerosa e problematica dei
conti veronesi, quell'inaspettato ritorno non poteva non mettere il
campo a rumore. Madama Kraupen, la generalessa Brocca di Broglio e la
marchesa d'Arcole meditavano già di rubarselo a vicenda; e ciascuna
delle tre voleva sapere il giorno e l'ora precisa del suo arrivo, per
essere la prima ad invitarlo a pranzo. I gelosi tremavano e i
giovinotti più eleganti cominciavano a mettersi in apprensione,
vedendo apparire nell'angusto firmamento un nuovo astro, che avrebbe
potuto far impallidire i fulgidi colori delle loro cravatte e
minacciare il tranquillo dominio delle loro illecite conquiste.

Ma Andrea di Santasillia era lontano assai dal pensare al subbuglio
ch'era succeduto per lui in quel piccolo mondo. Egli ritornava a casa
sua come in un ultimo rifugio e sempre in cerca di quella pace, che
invano aveva sperato trovare ne' lunghi viaggi in paesi lontani e in
una vita austera tutta dedicata allo studio e al lavoro.

Il suo aspetto era freddo e severo; ma il cuore era tuttavia
sanguinante per quel primo e grande dolore ch'era stato il triste
dramma de' suoi vent'anni.

Rimasto orfano fin da ragazzo, il conte di Santasillia era stato
affidato alla tutela d'uno zio Cardinale, arcivescovo in una
cittaduzza delle Romagne. Però le tradizioni di famiglia,
l'educazione, l'ambiente in cui egli era cresciuto, se pure avevano
fatto di lui un gentiluomo ed un galantuomo, non ne avevano certo
formato un liberale, tutt'altro! Ma pure, intelligente e buono, egli
sapeva stare con tutti, difendendo le proprie convinzioni, ma
rispettando anche quelle degli altri. Bigotto, proprio, non era; era
credente, e se a messa ci andava per conto suo, qualche migliaio di
lire all'obolo le mandava, più che altro, per conto dello zio
Cardinale. Non ostante la scomunica, il giorno dello Statuto, e per la
festa del re, anche dalla loggia del suo vecchio palazzo sul _Corso
Cavour_ si vedeva issata la bandiera tricolore. Insomma, a guardarlo e
a studiarlo bene, c'erano in lui quasi due nature, come due semi in
uno stesso nocciolo: il conte Andrea di Santasillia che sentiva la
seduzione degli studi e della vita moderna, e il pupillo del Cardinale
che, a volte, pativa di scrupoli. Per altro, dacchè il giovinotto era
libero e viveva lontano dalla _Curia_, il conte di Santasillia
prendeva il sopravvento sull'_abatino_, come lo chiamavano qualche
volta gli amici suoi per amabile celia, e come lo chiamava
schernendolo il buon popolo veronese, che lo vedeva di cattivo occhio
per via dei quattrini che mandava al Papa.

_Sportman_ appassionato e di coraggio singolare, il Santasillia si
trovava timido e impacciato soltanto colle donne. Quando una signora
gli parlava, lo fissava in viso, o gli stringeva la mano, arrossiva
come una fanciulla. Se gli amici (lo facevano apposta certe volte in
sua presenza per burlarsi di lui) si mettevano a raccontare qualche
fatterello un po' lesto, egli si sentiva preso da un impeto d'ira che
non sapeva frenare.

Una volta questi suoi amici, che si reputavano, in buona fede,
altrettanti Don Giovanni, perchè avevano pagato il conto della locanda
ad un contralto sfiatato, gli prepararono il brutto scherzo di fargli
capitare nel salottino del ristorante, dov'egli era solito cenare dopo
teatro, una coppia sbrindellata di quelle infelici sirene di
provincia. Ma, per poco, il giochetto non finiva male! In luogo del
timido abatino, i giovinastri si trovarono di fronte al conte di
Santasillia, che in barba ai precetti di mansuetudine insegnati in
seminario, era fermo più che mai a voler cadere, per quella volta, in
peccato mortale, accomodando le partite sul terreno.

Presto presto, gli dovettero fare le scuse.

Ma la ritenutezza del Santasillia non era selvaggio abborrimento della
donna, come succede in alcuni esseri dallo spirito attutito o
depravato. Proveniva, invece, da un senso profondo di rispetto. Nella
donna egli venerava la madre, per un culto di affettuose memorie;
nella donna egli aspettava la sposa, per un intimo sentimento di
amore.

Uggito, quasi offeso dalla volgarità di coloro che lo circondavano,
egli, a poco a poco, se ne allontanò, e cominciò a vivere solitario.
E, a poco a poco, quella solitudine gli riuscì ancora più gradita,
avendo miglior agio per essa di dedicarsi a' nuovi pensieri, a' nuovi
disegni. Ormai la poesia forte e gentile della sua giovinezza aveva
trovato la cara inspiratrice... Ormai non era più solo quando invocava
la benedizione della povera mamma: una testina bionda di fanciulla la
aspettava con lui, dentro al suo cuore.

Andrea cominciava ad amare. Quando, come, era ciò avvenuto?

È una storia umile assai.



II.


Una domenica ai _Santi Apostoli_, mentre la messa era già cominciata,
il Santasillia vide entrare nella chiesa, già tutta piena di gente,
una giovinetta bionda, aggraziata assai, in una vesticciuola di
percallina bianca, a fiori azzurri, e seguita da una donna di età,
linda, composta, che pareva essere qualche cosa meno di una
istitutrice, qualche cosa più di una cameriera.

La fanciulla s'era fatta in viso di fuoco, vedendo che i devoti,
raccolti nel silenzio della preghiera, volgevano il capo verso di lei,
disturbati dalla sua venuta in ritardo. Essa, in fretta, voleva
trovare un posto ove mettersi, ma i banchi erano tutti occupati. Lo
scaccino la vide, fe' cenno alla vecchia e portò due seggiole nel
recinto, dinanzi all'altare della Madonna, dove anche Andrea stava
ritto, ascoltando la messa. Egli dovette tirarsi un po' indietro per
lasciar passare la giovinetta, e nel far ciò, quasi commosso da
quell'apparizione, fece un inchino. Essa non rispose al saluto,
arrossì di nuovo, si inginocchiò confusa, aprì subito il libricciuolo
e vi nascose sopra il viso, come se volesse pregare più raccolta. La
vecchia seria seria, e con un'espressione sincera di devozione che le
spirava dalla faccia buona, s'inginocchiò pure, accanto alla
signorina.

Allora il Santasillia potè osservare la fanciulla a suo bell'agio, e
subito ne ammirò la figuretta gentile, flessuosa, e l'elegante
semplicità con cui era abbigliata. Egli sentiva diffondersi
all'intorno da quella vaga personcina alcunchè di fresco, di
primaverile, come una fragranza di giovinezza e di grazia.

E intanto ella continuava a pregare tenendo sempre il capo chino e gli
occhi fissi sul libro. Ma, ad un tratto, uno scoppio, uno schianto di
tosse diè un urto violento a quel corpicciuolo delicato. Molte persone
si voltarono allora verso di lei, che si premeva il fazzoletto sulla
bocca per trattenersi di tossire, e il Santasillia notò anche lo
sguardo attento e pieno di tenera sollecitudine che la vecchia rivolse
in quel punto alla padroncina.

Quando finì la messa, tutti uscirono di chiesa, e Andrea adagio adagio
e senza quasi pensarci, seguì da lontano l'abitino bianco dai
fiorellini azzurri; ma non ebbe molto cammino da fare, e ciò gli
rincrebbe. La fanciulla si fermò dinanzi a una piccola porta, dipinta
di verde scuro, d'una casetta tutta nuova, di via _Sant'Eufemia_; la
vecchia tirò la maniglia d'ottone lustro del campanello, la porta si
aprì, e la testina bionda e l'abitino bianco dai fiorellini azzurri
sparirono a un tratto. Il Santasillia, lì per lì, sentì che gli veniva
a mancare qualche cosa, la contrada gli sembrò vuota, ma già per lui
non era più una contrada indifferente, come tutte le altre.

D'allora in poi i due giovani s'incontrarono e si videro «_tutte le
feste al tempio_». E si videro appunto perchè, la domenica dopo, anche
la fanciulla, che indossava un abitino di percallina bianca a fiori
rosa, lo scorse subito, ritto in piedi vicino all'altare della
Madonna, e lo guardò. Lo guardò nel sedersi dopo l'_Elevazione_, e lo
guardò un'altra volta prima di sparire dietro la piccola porta.

E il ricambio di quegli sguardi si faceva più frequente ogni domenica. La
fanciulla cercava il giovane cogli occhi appena entrava in chiesa, ed era
sicura di vederlo sempre là, al solito posto. Lo guardava una volta prima
di mettersi a sedere; lo guardava dopo, nell'inginocchiarsi, lo guardava
nel volgere le pagine del libriccino; e a mano a mano tutte quelle
occhiate si facevano più lunghe e appassionate. Sapeva ella chi fosse il
bel giovanotto dei _Santi Apostoli_? Forse no. Certo, Andrea ignorava il
nome della fanciulla, nè si era curato di domandarlo. Il nome l'avrebbe
forse mutata? No; dunque non gli premeva di conoscerlo. Egli godeva
l'incanto di quella figuretta gentile, di quel volto soave, di quegli
occhioni azzurri e profondi, che guardandoli, gli accarezzavano l'anima;
e però aveva finito, durante quelle messe troppo brevi, a pregare Iddio
colla mente, e ad adorare col cuore la bella fanciulla. Ormai, fra loro
due, s'intendevano, e le formalità mondane, che ancora, in apparenza, li
tenevano divisi, erano state superate dal loro spirito. Si guardavano, ed
era assai più che non si parlassero; si guardavano ed erano felici,
perchè dicevano l'uno all'altro che si volevano bene. E insieme amavano
tutti e due anche quella chiesa dove si erano incontrati, quella pace
solenne, quel tepore molle e insinuante, quella luce tranquilla, quel pio
raccoglimento e infine quella bella Madonna dell'altare, ch'era _la loro_
Madonna.

Il giovane innamorato subiva seduzioni dolcissime, tanto più forti
quanto più erano intime. La sua poesia un po' romantica, un po'
mistica, trovava la sua incarnazione in quel bel viso pallido di
fanciulla bionda e delicata, ed egli già si sentiva sicuro ed aveva in
lei tutta la fede, come se le avesse parlato, come se ne avesse
ricevuto le più solenni promesse.

Fu per caso ch'egli venne a conoscere il nome e la famiglia della
giovinetta, e in quell'occasione comprese pure ch'era necessario di
risolversi presto, e di palesarle apertamente le proprie aspirazioni.

Una domenica (era già inoltrato l'autunno e la fanciulla non andava
più vestita di percallina chiara, ma indossava un abito succinto di
panno color monachino), una domenica, verso la fine della messa, ebbe
uno scoppio di tosse più forte e insistente del solito.

--_Pôra putela_,--mormorò una donnicciuola inginocchiata sul banco
dove anche Andrea si teneva appoggiato,--_pôra putela_, fa proprio
_mal al cor_, a sentirla _tossir_ in quel modo!

Andrea, che si era fatto pallido, non si mosse, non rispose verbo.

--Anche la _sò pôra mama_,--riprese l'altra dopo un poco,--_l'è morta
tisica_.

Andrea continuò a tacere, ma guardò la donna attentamente.

--_L'era cussì bela anca ela! L'era tutta el ritrato della signorina
Adele!_

Il giovanotto trasalì: si chiamava Adele!

--L'è morta troppo presto; come _tuti i boni_. _Mi l'ho cognossuda e
ghe andava spesso_ in casa. Allora _no gaveva_ la vista debole e
andava _a zornada a laorar_ in bianco.--_Pôra anima!.... L'era vedova
d'un colonel dei bresaglieri, un bel toco d'omo morto in guera soto
Vitorio._

--E come si chiamava?--domandò Andrea, con un leggero tremito nella
voce.

--_El colonelo Parabian! E po', salo, sior Contin_, seguitò la
donnicciuola che non finiva più di chiacchierare, felice di farsi
vedere in colloquio con un nobile di quella fata,--_e po', mi go avudo
l'alto onor de cognossar anche_ _la siora Contessa. Che santa dona,
che santa dona! E go portà in brasso tante volte anca el sior Contin!
Me lo ricordo come fusse adesso! Ma allora gaveva i oci boni e andava
a zornada e..._

Il Santasillia già da un pezzo non l'ascoltava più. Egli guardava la
sua fanciulla e gli era diventata anche più cara. «Orfana, orfana
anche lei, poveretta! Ed era ammalata!... Oh ma bisognava ch'egli ne
prendesse cura, e subito!.... L'avrebbe portata a San Remo, a
Bordighera... Là, fra quel tepore fragrante di aranci e di oliveti, si
sarebbe tosto rinfrancata...» Così pensando si fece coraggio, e la
guardò più fisso, e la seguì più da vicino quando essa, sempre
accompagnata dalla sua vecchia compagna, s'incamminava lentamente
verso casa.

Il Santasillia fu tutto quel giorno sopra pensiero, formando vari
disegni per poter conoscere ufficialmente l'Adele e per poterle
parlare. Egli si trovava un pochino impacciato. Per quanto le anime
loro fossero unite dal vincolo segreto della simpatia, pure le
formalità, l'uso, i rispetti umani, tentavano di ficcarcisi in mezzo.

--A chi doveva rivolgersi?... Al suo tutore?... E da chi, e come
doveva farsi presentare?...--E così, mille dubbi sorgevano, mille
difficoltà, tutte in effetto di lieve o nessuna importanza, ma pure,
al primo apparire, inquietanti.

Quel giorno doveva appunto andare a pranzo dalla contessa Giustiniani,
sua parente; una buona signora, piena di tatto, che conosceva, che
vedeva tutta Verona e che gli era affezionatissima: ebbene, si sarebbe
consigliato con lei.

--_Ah, fiol mio!_--gli rispose la vecchia signora sprofondata nella
sua poltroncina, accanto al caminetto, mentre accarezzava le orecchie
a un piccolo levriere, che si teneva accucciato sulle ginocchia.--_Ah
fiol!_... Bellezza molta, ma _bezzetti_ pochi in quella casa!... Del
resto, _riguardo alla puta_, non posso dir niente; non la conosco. Ma,
gli altri... _teste mate; teste mate!_... Il padre... un _esaltà_: ha
sempre fatto il rivoluzionario È scappato di casa nel quarantotto; è
stato in prigione, poi gli hanno fatto la grazia, ma invece di mettere
giudizio, è andato prima a Londra, poi s'è arrolato in Piemonte, e
dev'essere morto a _San Martino_. La madre era di buona famiglia; ma
romantica in sommo grado. Ha voluto sposare il Parabiano per forza, e
ha girato il mondo con lui. Il figlio poi, l'erede al trono....

--La signorina Parabiano ha dunque un fratello?--interruppe Andrea,
colla voce rauca. Egli si sentiva soffocare dalla flemma della vecchia
contessa.

--Sicuro: e anca lu, _pezo che pezo!_--Adesso dev'essere per l'appunto
a fare del chiasso nelle Romagne, con Garibaldi... buffoni!

In quei giorni il generale Menabrea aveva rovesciato Rattazzi, e
Garibaldi, coi volontari, metteva in fuga i papalini.

--Insomma,--continuava la Giustiniani, pronunciando sempre le parole
con una cadenza lenta e spiccata,--anche quel _toso l'è un
desperadon_!... Alla larga, _fiol_! alla larga!

--Ma... e il tutore della signorina?

--Non so proprio chi sia; ma dovrebbe essere appunto quella buona lana
di suo fratello!

Queste informazioni, poco favorevoli ai Parabiano, non ebbero alcuna
efficacia sull'animo di Andrea. Sebbene le sue idee politico-religiose
fossero agli antipodi con quelle professate dal giovane Parabiano,
pure egli non metteva tutti in un mazzo, come faceva la contessa
Giustiniani, i liberali e i birbanti. In ogni modo poi l'Adele avrebbe
dovuto essere innocente delle colpe di suo fratello, anche ammesso che
questi ne avesse avute. Egli la vedeva pregare con troppo fervore, con
troppo raccoglimento, perchè il cuore di lei non fosse pio e buono.
Anzi, dopo quel colloquio, il Santasillia cominciò un poco a credere
che la vecchia signora non avesse poi tutto quel tatto e quel gran
talento che aveva sentito vantare e un po' alla volta diradò le sue
visite; già tanto era sempre uggiosa e maldicente.

Però egli ancora non aveva indovinata la strada per mettersi in
relazione colla signorina Parabiano. Amici, conoscenti comuni a cui
rivolgersi per poter esserle presentato, non ce n'erano punti... E
poi, farsi presentare a una ragazza così sola?... Sarebbe stato un
agire ammodo?... No, di certo... Il tutore era proprio suo fratello;
ma per combinazione, non era a Verona!...

Che cosa fare?... Scriverle dunque?... Sì, non c'era altra via,
bisognava scriverle!...--E le ripugnanze sorte nell'animo del
Santasillia, appena gli era balenata, la prima volta, una simile idea,
si dissiparono a poco a poco, vedendo ch'era questo l'unico espediente
che gli poteva rimanere.

Ma che cosa scriverle?... Come contenersi?... E in qual modo gli
sarebbe riuscito di farle capitare la lettera?...

Com'era gretta e cretina quella vecchia Giustiniani!... Andar a
pensare alla dote, al danaro, ai _bezzetti_!... Ma appunto perchè
l'Adele non era ricca ed era ammalata, non bisognava indugiare.

--Sì, sì, me la condurrò in riviera--pensava Andrea,--e passeremo là
tutto l'inverno.

E Sua Eminenza?.... Che cosa avrebbe detto Sua Eminenza, vedendolo
imparentarsi con una famiglia di reprobi, di scomunicati?...--E a
questo punto il conte Andrea ebbe un sorriso fine fine, che sarebbe
parso assai volteriano allo zio Cardinale...--Ma l'Adele, per altro,
non è una reproba lei, la cara creatura. Lo scomunicato, in tutti i
casi, doveva essere suo fratello, era lui il _garibaldino_, il seguace
dell'_Anticristo_!...--Anzi lo zio mi dovrà lodare per questo appunto
che levo un'anima dall'inferno.

Sì, bisognava risolversi e scriverle presto: non c'era tempo da
perdere... Ma invece, quantunque Andrea avesse fretta di molta, trovò
necessario aspettare alcun po', prima di mettere ad esecuzione il
disegno.

Garibaldi, in quei giorni, sopraffatto dal numero e dai _chassepots_,
era rimasto vinto a Mentana, e un grido di dolore e di indignazione,
che le ipocrisie utilitarie della politica tentarono invano di
soffocare, s'era levato per tutta Italia.

Comizi, _meetings_, dimostrazioni popolari, sorsero protestando, e
anche a Verona, più di una volta, scoppiò minacciante la collera
generosa. Andrea comprese bene che non era quello il momento più
opportuno di scrivere all'Adele, la fanciulla dovendo essere inquieta
per il fratel suo; ma appena l'_Adige_ e l'_Arena_, le due gazzette di
Verona, annunciarono che Francesco Parabiano, dopo essersi battuto
valorosamente, era riuscito a mettersi in salvo, troncò immediatamente
gli indugi.

Scrisse alla signorina Parabiano una lettera breve; ma gli costò quasi
più fatica di un grosso volume; e il difficile non era per trovare
quello che le voleva dire, ma invece per tutto ciò che le doveva
tacere. Una volta pensata e scritta la lettera, sorgeva poi un'altra
difficoltà; trovare il modo di fargliela avere... Mandarla per la
posta?... gli pareva troppo sconveniente... Fargliela consegnare da
quella vecchietta tanto ammodo, e che l'accompagnava sempre per
istrada e alla messa?... Ma come, dove trovarla?... Non la vedeva
altro che la domenica e sempre in compagnia dell'Adele!... E poi,
anche se si fosse messo a farle la posta e gli fosse capitato
d'incontrarla sola, avrebbe poi avuto il coraggio di fermarla e di
darle lì per lì un'incombenza di quella fatta?... No, no, sentiva che
non l'avrebbe mai osato.

Pensò, ripensò; e alla fine credette di aver trovato un buon
espediente.

La _loro_ Madonna, quella dell'altare dove si mettevano ai _Santi
Apostoli_ per ascoltare la messa era la riproduzione d'un quadro
notissimo di Raffaello: _Lo sposalizio della Vergine_. Allora egli
cercò un libriccino di preghiere, che avesse appunto quell'immagine
sulla prima pagina: lo trovò, vi nascose dentro la lettera, e la mandò
col libro all'Adele. Pareva al giovane innamorato che la bella
Madonna, la quale aveva veduto nascere e diffondersi l'amore dell'uno
all'altro, dovesse esserne la sacra e casta intermediaria, dovesse
attestare l'onestà de' suoi propositi, dovesse togliere infine
all'ardimento di quell'atto tutto ciò che in sulle prime avrebbe
potuto turbare la vereconda ritenutezza della fanciulla.

Ma pure, appena egli ebbe mandato l'uffiziolo avvolto in un foglietto
candidissimo, e legato con un nastrino azzurro, volendo così che ci
fossero i colori dell'abito col quale avea veduto l'Adele la prima
volta, cominciarono ad agitarsi nell'animo suo le inquietudini e i
pentimenti.

Aveva osato troppo?... E se l'Adele fosse rimasta offesa da quel
brusco modo di procedere?... Se le fosse parso sconveniente?... Perchè
non aveva riflettuto meglio prima di commettere una tale pazzia?!...
Dio, Dio, che cosa aveva mai fatto?--E adesso avrebbe dato un po' del
suo sangue per ritornare indietro; ma ormai era troppo tardi.

Che fretta, che furia avea avuto di mandar la lettera proprio quella
sera!... E ad ogni minuto che passava, quelle paure, quegli sgomenti
si facevano sempre più vivi e angosciosi.

--Ecco,--diceva fra sè,--adesso Pietro...--era questo il nome del
vecchio servitore al quale il Santasillia aveva affidata la delicata
commissione--adesso Pietro avrà già passato i _Portoni dei
Borsari_!.... Adesso sarà a _Santa Eufemia_!... Dio, Dio, ora è il
momento!--E Andrea arrossì, sebbene fosse chiuso solo solo nella sua
camera. Egli vedeva il vecchio dinanzi alla casetta modesta, con in
mano l'involto dal nastro azzurro. Lo vedeva là fermo, presso la porta
verde; lo vedeva toccare, premere, la borchia lustra d'ottone del
campanello, sulla quale tante volte aveva pur veduto posarsi la manina
inguantata dell'Adele che, in quel punto, si voltava sempre per
guardarlo l'ultima volta, prima di entrare e sparire!...

Dio!... Se l'Adele fosse rimasta offesa, non l'avrebbe più guardato
con quegli occhioni buoni; non gli avrebbe più detto con quello
sguardo lungo e profondo, che gli volea bene!... Ma non era tutta la
sua felicità quella bella promessa, quella bella speranza?!... E
perchè dunque avventurarla così alla cieca, senza prima essere ben
sicuro del passo che stava per fare?...

E sentì un altro sussulto al cuore, e il più forte, quando si figurò
Pietro che stava consegnando l'involtino alla donna di casa... ma poi,
appena pensò che l'uffiziolo e la lettera potevano trovarsi tra le
mani dell'Adele, tutta la sua agitazione si quetò come per incanto.

--Ormai quel ch'è fatto è fatto,--pensò e sentì come un sollievo per
non essere più in tempo di ritornare indietro: almeno avrebbe avuto
fine quell'incertezza angosciosa!

Guardò l'orologio, poi suonò per chiamare il cameriere e gli diede
ordine di far salire Pietro da lui, appena questi fosse di ritorno. Ma
non ebbe pazienza di aspettare; suonò di nuovo, si fece portare il
cappello, il soprabito e scese, lentamente, sperando di incontrarlo
per le scale, ma Pietro tardava a farsi vedere. Il Santasillia aspettò
qualche momento ancora sul portone del palazzo, accendendo il sigaro,
ma tendendo sempre l'occhio lungo il _Corso_...

Infine vide il vecchio servitore che si avvicinava lentamente,
guardando nelle botteghe.

--Vecchia tartaruga!--mormorò Andrea.--È quello il modo di camminare?

Il vecchio, appena ebbe raffigurato il padroncino in lontananza, si
rizzò dritto dritto, e affrettò il passo.

--E così?--gli chiese Andrea movendogli incontro.

--È stato consegnato, signor conte.

--A chi?

--Ad una donna... ad una signora vecchia, ch'è venuta ad aprire.

--E... nessun... Non hai avuto nessuna risposta?

--No, signor conte.

--Va bene...

Andrea si avviò lungo il _Corso_ verso il _Portone dei Borsari_; il
vecchio si rimise in capo il berretto gallonato e continuò la sua
strada.

--Quel ch'è fatto è fatto--mormorò di nuovo il Santasillia, per
rassicurarsi; ma il desiderio, l'ansia di conoscere la risposta
dell'Adele non gli lasciavano pace... Intanto era presto notte; le
sette dovevano essere sonate... Passeggiò ancora un'oretta buona
passando e ripassando dal principio di via _Sant'Eufemia_, ma non
aveva mai il coraggio di guardare in fondo alla contrada dov'era
quella casetta sempre tutta chiusa, che egli aveva così ben disegnata
nella mente, da poterla dipingere a memoria.

E se l'Adele, appena trovata la lettera nel libricciuolo, gliela
avesse rimandata a casa, magari senza leggerla?... Andrea si sentì
salire il fuoco alla testa, ritornò subito a casa, tremando, nel
passar dinanzi al finestrino del portiere, che questi uscisse e gli
tenesse dietro per consegnargli l'involto: il portiere non si mosse;
Andrea respirò.

--Hanno portato nulla per me?--gli chiese poco dopo, mentre stava di
nuovo per uscire, chè quella sera avea l'argento vivo addosso.

--No, signor conte, nulla. È venuta anche la posta, ma non c'era altro
che una lettera per l'amministrazione.

L'uffiziolo non era stato respinto!... Andrea era tanto di buon umore,
che si fermò un momento a scherzare col bamberottolo del portinaio.

Dio, Dio, che cosa avrebbe mai fatto per trovarsi in un cantuccio
della camera dell'Adele e sapere un po'... qualche cosa della sua
lettera!

In fine poi le sue profferte, le sue intenzioni erano tanto chiare ed
oneste!... Pure... pure ci sarebbe stato il modo per capire s'ella gli
voleva bene, ma bene sul serio, e se le accettava quelle profferte!...

Tutte le sere, quand'erano vicine le nove, una finestra di quella
certa casetta si rischiarava per alcuni minuti, e un'ombra, ben nota,
si disegnava dietro dei vetri... Anche quella sera vi sarebbe apparsa
l'ombra della fanciulla?

Andrea, giunto il momento, si fe' coraggio. La pigliò larga per altro;
fe' il giro di _Santa Anastasia_, attraversò _Via Rosa_, poi venne giù
diritto per via _Santa Eufemia_, mezzo intontito, mentre il cuore gli
ritornava a battere fortemente e sentiva che non avrebbe più avuto
nulla nè da chiedere nè da desiderare, nè da sperare al mondo, se...
se quella piccola finestra fosse stata rischiarata!...

Guardò... guardò... ma era ancora troppo lontano per poterla scorgere;
e poi c'era di contro un lampione a gaz, maledetto!, e gli impediva di
distinguer bene!

Dio, era tutto buio!... Fa ancora qualche passo...--Sì, sì... c'è il
lume!... Ma no; quello è il riverbero del gaz!... Sì, sì, era proprio
la finestra illuminata!..!--e vide l'ombra, l'ombra cara, dietro dei
vetri!

--Oh, Adele, Adele, Adele, come ti voglio bene!... Come ti voglio
bene!...--mormorò Andrea coll'amore e la felicità che gli prorompeano
dall'anima. Egli, a un tratto, si sentiva rinascere; si sentiva
allegro, allegro: gli sarebbe parso di volare lassù, presso quella
finestra!

Il lume e l'ombra rimasero dietro ai vetri alcuni minuti, finchè
Andrea, passando strisciò colla mazzettina di ebano sul selciato. Era
questo un saluto tacitamente convenuto fra loro, nella misteriosa
intelligenza delle anime.

Allora il giovane innamorato si sentì commovere da una beatitudine
infinita, da un bisogno prepotente di espandere i propri affetti, la
propria gioia; da una tenerezza così viva che gli riempiva gli occhi
di lagrime.

--Adele, Adele, Adele, come ti voglio bene!

Continuò a girare attorno ancora per un pezzo, sempre fantasticando
colla mente e col cuore, sempre formando tutti i più bei disegni per
il _loro_ avvenire...

--Ma... e Sua Eminenza?... Non avrebbe fatta opposizione?... Ebbè, con
Sua Eminenza, nella peggiore ipotesi, ne avrebbe fatto un caso di
coscienza!... E... e il _garibaldino_?... Oh, anche il _garibaldino_
si sarebbe accomodato... A buon conto egli rappresentava quello che si
dice _un buon partito_, e... l'Adele gli voleva bene... Poi egli
avrebbe rispettato le opinioni del Parabiano, il Parabiano avrebbe
rispettate le sue, e avrebbero finito coll'intendersi... Quella
vecchia arpìa della Giustiniani lo aveva dipinto come un
_mangiapreti_; ma per altro non aveva proibito all'Adele di andare a
messa!

Continuando così a passeggiare a caso, senza nemmeno badare dove lo
portavano le gambe, finì a trovarsi, quando proprio cominciava a
sentirsi stanco, in _Piazza dei Signori_; e allora pensò di entrare un
momento nel _Caffè Dante_, prima di tornarsene a casa. Ma in quel
punto, nell'attraversare la piazza, aveva notato qua e là piccoli
gruppi di persone ferme a discorrere, e questurini che giravano su e
giù colle grinte dure dure.

--Che cos'è successo di nuovo?--chiese il Santasillia al cameriere
ch'era venuto a servirlo.

--El solito _bordelamento_!... le _bufonàde_ solite, signor conte!

Il cameriere, prima di rispondere così, aveva girato l'occhio attorno
alla sala del _Caffè_, e vedendola deserta, s'era arrischiato a dire
quelle parole, credendo cattivarsi l'animo del signor conte sempre
generoso nel dar la mancia.

Ma invece il Santasillia non gli aveva manco badato. Egli cominciò a
sfogliare l'_Illustrazione_, il _Pasquino_, mentre sorbiva il thè; ma
co' pensieri era quasi sempre fisso in _Via Santa Eufemia_ e, se si
moveva di là, era per correre ancora più lontano, più lontano assai, a
Bordighera o a San Remo.

E, in sulle prime, non si accorse nemmeno che due o tre giovanotti,
entrati da poco nel _Caffè_, e sedutisi a un tavolino presso la porta,
vicino al suo, avevano cominciato a guardarlo bieco, ad ammiccarselo
fra loro ed a ghignare: ma se ne accorse, per altro, dopo qualche
momento che durava il giochetto; tuttavia continuò impassibile a
sorbire il thè e a sfogliare le gazzette.

Gli altri s'indispettirono per quell'altera sicurezza, ghignarono più
forte, e le parole gesuita, abatino, _coa_, gli giunsero bene
all'orecchio, accompagnate da epiteti altrettanto espressivi, quanto
poco parlamentari.

Andrea chiamò forte il cameriere; pagò, scambiando qualche parola con
lui e sorridendo; si alzò, infilò il soprabito, lo abbottonò
bellamente adagio adagio; cominciò a mettere i guanti e poi si avviò
per uscire, guardando alla sua volta, fisso, dove sapeva che lo
tenevano d'occhio.

--_Marcia, marcia!_--borbottò a mezza voce taluno di quei giovinotti,
quando Andrea, già mezzo aperta una delle imposte a vetri, stava per
uscire.--_Marcia, marcia, bruto can!_

--L'hanno con me, lor signori?--domandò seccamente il Santasillia,
ritornando subito indietro, ed avvicinandosi risoluto presso il
tavolino.

--Sì, con lei, come l'abbiamo con tutti i _caccialepre_,--rispose
alzandosi di botto uno della comitiva.

Andrea alzò la mano, in atto di misurargli uno schiaffo; ma l'altro fu
pronto a fermargli il braccio. Tutti si levarono in piedi
confusamente, e i camerieri accorsero nella sala.

--L'ho come ricevuto, signor conte!

--Sta bene: è quello che desideravo.

--Fermi voi altri, e state zitti!--intimò il giovanotto a' suoi
compagni, che volevano pigliare le sue parti.--Ormai la partita sarà
sbrigata fra me e il signore!

--Sono a sua disposizione, sebbene non abbia l'onore di conoscerla.

L'altro, preso dal portafoglio un biglietto di visita, lo presentò al
Santasillia dicendogli assai compitamente:--Domattina mi farò premura
di inviarle due miei amici....

--Mi troveranno in casa senz'alcun dubbio!--rispose Andrea
inchinandosi nel prendere il biglietto, che ripose in una tasca del
paletò senza guardarlo.

Prima di uscire dal _Caffè_, egli si levò il cappello: tutti gli altri
risposero al saluto.

--_Che mati de siori!_--mormorarono i camerieri ghignando fra
loro--_prima de sbuelarse i se fa i complimenti!_

Andrea, in quell'incontro, non aveva avuto proprio nulla del
_seminarista_, ed anzi se Sua Eminenza lo avesse veduto, se ne sarebbe
molto scandalizzata.

--Una lezione bisognava darla, e la darò in tutte le regole!--disse
Andrea fra sè come si trovò solo in istrada.

Rifece _Via Rosa_, ritornò in _Via Santa Eufemia_ e passò ancora una
volta sotto alla finestra dell'Adele. Al duello non ci pensò più.

Cheh! Avea ben altri pensieri in quel momento, e più dolci e più cari
per potersene ricordare! Invece il duello gli tornò in mente quando fu
rientrato in casa, e, appena salito in camera, cercò nelle tasche il
biglietto da visita per vedere con chi mai avrebbe dovuto battersi.
Avvicinò il biglietto alla lucerna, ne lesse il nome, e subito il suo
volto si fece livido, contraffatto: era il nome di Francesco
Parabiano.



III

Andrea di Santasillia non era uomo da sbigottirsi facilmente, e per
quanto fosse rimasto colpito e addolorato, non tardò a ragionare e a
persuadersi che quello strano incontro non avrebbe certo dovuto
influire sopra i disegni del suo cuore.

L'insulto era stato grave, ma tuttavia il Parabiano aveva fermato a
tempo il suo braccio; lo schiaffo non era stato dato; ci sarebbe stato
di mezzo una sciabolata, e il Santasillia era disposto a buscarla per
amor dell'Adele.

Maledetta l'idea che gli era balenata di andare al _Caffè Dante_!...
Era tanto felice!... Ma e perciò?... Non lo sarebbe stato ancora
egualmente felice?... Alla fine il duello poteva essere una via come
un'altra per mettersi in relazione col tutore dell'Adele. L'aveva
tanto cercata quella via, e adesso che l'aveva trovata se ne lagnava?
Dopo lo scontro si sarebbero stretta la mano, e così sarebbero stati
subito buoni amici, per diventare presto cognati... Chi invece lo
doveva inquietare parecchio era _Sua Eminenza_! Chi sa come avrebbe
accolta quella notizia; perchè su certi argomenti, lo zio Cardinale
non era punto di manica larga.

La Chiesa proibiva il duello, e quella proibizione era savia, era morale:
col duello si esponeva la propria vita per attentare a quella degli
altri! Sicuro; non c'era anche il proprio onore da difendere...?
L'onore?... Il precetto fondamentale della Chiesa non era il perdono
delle offese?...--Bè, bè... ma allora non bisogna restar nel mondo,
bisogna farsi frate, a voler seguire certi precetti!--pensò il
Santasillia, ch'era già entrato in letto, e cominciava a rivoltarsi un
po' inquieto sotto le coperte...--E lui, in tal caso, perchè andava a
messa, dal momento che ne dovea ridere?...--Perchè lui era
credente...--Credeva?... Dunque era convinto di far peccato?!...

E allora, nel buio silenzioso in cui era avvolto, la coscienza del
giovane cattolico gli risollevò dinanzi al pensiero scrupoli e dubbi
che la vita mondana aveva assopiti, ma non aveva spenti nell'animo
suo.

--Perchè gli era mai venuto in mente di entrare in quel _Caffè_!...
Rifiutare il duello ad ogni costo, fare scuse, ecco quali sarebbero
stati i precetti della Chiesa!... Ah no, egli si sarebbe piuttosto
rassegnato ad andar dritto all'inferno, non c'era verso!...

--E se invece di esser punito coll'inferno, egli fosse stato punito,
per quella colpa, col perdere l'Adele?...--Il giovane trasalì, dubitò,
credette, per un momento, che la fanciulla dovesse essere il premio
del suo sacrifizio.--Dio, Dio: allora l'avrebbe perduta; perduta per
sempre!--In quella febbre angosciosa fe' per pregare.... ma
che?...--la sua preghiera non verrebbe ascoltata!... Si rizzò a sedere
sul letto, pallido, la fronte in sudore, il petto anelante. L'angoscia
di quel momento, la lotta che si agitava in lui, fra la sua fede e
l'onor suo di gentiluomo, era terribile....

--Ma non vado incontro all'avversario coll'odio nel
cuore,--pensò--vado col desiderio più vivo di fare la pace. Non sono
le intenzioni che contano?... Dunque, migliori delle mie, non
potrebbero essere certamente!.--Quietata un po' la coscienza, riuscì a
prender sonno. Per altro, dormì male assai; fe' sognacci tutti pieni
di assassinî, di ammazzamenti. L'Adele era già maritata; egli dovea
battersi col marito di lei, poi con suo padre, poi l'aveva perduta per
sempre. Si risvegliò in sussulto, ansante, e il pensiero che gli venne
subito del duello, in quel primo momento, lo atterrì, nè ritornò la
quiete al suo spirito se non colle prime spere di luce, annunziatrici
del nuovo giorno.

I padrini del Parabiano si presentarono alle undici precise. Erano due
ufficiali; e Andrea notò subito la delicatezza del suo avversario, che
non avea mandato per isfidarlo alcuno di que' suoi compagni che erano
la sera innanzi al _Caffè Dante_.

--So bene,--egli disse loro,--a che cosa devo attribuire l'onore di una
simile visita.--Poi dichiarò di essere pronto a dare la chiesta
soddisfazione, e di avere scritto al conte Renzanico e al marchese
Castiglioni (i quali si sarebbero trovati al _Club_ dalle dodici al
tocco) affidando ad essi il più ampio mandato per definire lo spiacevole
incidente; e fe' intendere bene quella parola _spiacevole_.

I due ufficiali, senza aggiungere parola, salutarono il Santasillia
inchinandosi con fredda cortesia, e si ritirarono stringendogli la
mano che egli aveva loro offerta, nell'accompagnarli fino
all'anticamera.

--Che musi! e come hanno preso sul serio la loro parte! pensò il
giovanotto mettendosi a far colazione.

Era un bel giorno limpido di sole e Andrea non voleva più saperne di
malinconie.

--Porterò il braccio al collo per una settimana--pensava;--poco male!

Il tocco era sonato da poco, quando il Renzanico e il Castiglioni
vennero insieme per riferire ad Andrea le condizioni dello scontro.

I due amici erano seri e impacciati: l'arma scelta era la sciabola; ma
avevano dovuto accettare condizioni gravissime. L'insulto era stato
pubblico, tutti ne parlavano; era il solo argomento della giornata, e
il Parabiano pareva non volersi accontentare di una graffiatura.

--Sta bene,--rispose Andrea seccamente.

--Ed ora,--aggiunse il Renzanico,--dobbiamo farti una strana
ambasciata, per conto, figurati, del tuo avversario!

Andrea guardò i due amici facendo atto di maraviglia.

--Egli vorrebbe ottenere un favore, per il quale si raccomanda al tuo
cuore e alla tua cortesia.

--E quale?--chiese Andrea premurosamente.

--Che lo scontro abbia luogo oggi stesso; subito. Egli deve avere una
sorella un po' malata (Andrea arrossì, poi si fe' pallido), e vorrebbe
evitare,--continuò il Renzanico,--che le chiacchiere, già messe in
giro a proposito di questo duello, potessero giungere al suo orecchio,
prima che lo scontro avesse avuto luogo. Vorrebbe risparmiarle
l'angoscia, l'inquietudine di sapere che suo fratello deve
battersi,--e non ha torto. Dopo... si sa bene, quel ch'è stato è
stato!

--Sono subito a disposizione del signor Francesco Parabiano,--rispose
il Santasillia assai vivamente.

E infatti, prima ancora delle quattro, e presto assai per tutti i
preparativi che c'erano stati da fare, i due avversari si trovarono di
fronte in una piccola spianata, vicino al forte di _Bosco Mantico_.

D'ambo le parti si erano prese anche le ultime disposizioni con quella
scrupolosa imparzialità, e insieme con quella squisita gentilezza di
forme, che provava quanto fossero la stima e il rispetto reciproci.
Tutti e due i combattenti si mostravano composti, tranquilli: il loro
giuoco era calmo, misurato, _di scuola_. Meglio che ad un duello,
pareva di assistere ad un assalto accademico in una sala di scherma.

--Toccato, alt!--gridarono a un tratto e insieme i due _secondi_, che
si tenevano vicinissimi e cogli occhi fissi ai duellanti. Questi si
fermarono subito, e intanto apparve sull'avambraccio di Andrea una
sottile striscia di sangue.

Chiamati tosto i medici, essi dovettero dichiarare sul loro onore che
la ferita non era di tale entità da impedire il proseguimento del
duello.

Gli avversari furono nuovamente messi di fronte, fu dato di nuovo il
segnale dell'attacco, e cominciò un secondo assalto.

Il Santasillia, sempre freddo e compassato, badava a riparare;
Francesco Parabiano attaccava con un gioco vivo e serrato, ma si
vedeva bene che non c'era odio fra i giovani combattenti, quantunque
gareggiassero fra loro in valore e bravura.

L'assalto continuava già da vari minuti, senza che nè l'uno nè l'altro
rimanesse toccato. A poco a poco il Parabiano vinto, attratto
dall'emozione stessa della lotta, vi si riscaldò: il suo attacco
divenne ancora più vivo, più rapido, più minaccioso; il sudore gli
colava a grossi goccioloni dalla fronte sulle guance accese. Il petto
aveva anelante, e a volte prorompeva in esclamazioni improvvise di
sfida per isconcertare l'avversario, il quale continuava a parare,
solamente a parare, sempre calmo, sempre impassibile.

A un tratto il Parabiano, sconcertato da così forte sicurezza, mutò
gioco e volle tentare un colpo suo di riserva e che fino allora gli
era sempre riescito. Si chinò allungandosi con una finta maravigliosa,
poi avanzò d'un passo e uscì arditamente in spaccata; ma la sua
sciabola non incontrò quella dell'avversario, barcollò scivolando sul
terreno umidiccio e precipitò da sè medesimo contro la sciabola di
Andrea.

Non il Parabiano, ma fu il Santasillia che gettò un grido terribile: i
secondi, i testimoni, i medici accorsero prestamente per sollevare il
ferito, già tutto sparso di sangue. Egli si era fatto bianco in viso,
ma pure sorrideva; colla voce fioca balbettava ancora qualche parola
di scherzo coi medici affaccendati e coi padrini, e quando fu medicato
volle stringere la mano al suo avversario che lo guardava muto, colla
più cupa disperazione impressa sul volto.

--E così?--domandarono premurosamente i padrini ad uno dei medici,
appena il Parabiano fu adagiato nella vettura che dovea ricondurlo in
città.

--È un affare grave, molto grave: la punta gli è penetrata assai
nell'addome... Staremo a vedere.

Poi il medico scosse la testa e non aggiunse altro. Nessuno più fiatò
per tutta la strada.

Ma, la mattina dopo, una lugubre voce correva per le vie, penetrava in
tutte le case di Verona. Crocchi di persone si formavano qua e là,
dinanzi alle botteghe, ripetendo l'uno all'altro la triste nuova, e
chiedendo o riferendo i più minuti particolari intorno all'alterco
succeduto al _Caffè Dante_, al duello che ne era seguito, e a quella
grande disgrazia.

Francesco Parabiano era morto nella notte.



IV.


Gli amici di Andrea avevano tentato di tenergli nascosta, almeno per
qualche tempo, la dolorosa notizia; egli la indovinò subito dai loro
volti abbattuti e dalle loro risposte dubbie e contradditorie. Allora
la disperazione del giovane non ebbe più ritegno, e fra i gemiti ed i
singhiozzi, e imprecando contro tutto ciò in cui egli aveva creduto,
confidò al Renzanico ed al Castiglioni le segrete speranze del suo
cuore, che quella morte atroce, quel delitto, quell'assassinio suo,
venivano a distruggere per sempre.

Che conforto ci poteva essere per un dolore così grande?... Nessuno:
il tempo solamente gli avrebbe ridata la pace.

Ma, invece, anche il tempo preparava un nuovo spasimo al suo cuore: il
più atroce, il supremo.

Lasciandosi guidare dai suoi amici e dai consigli dello zio Cardinale,
egli s'era rifugiato, per quei giorni, in Isvizzera; ma poi, quando
seppe che l'Adele (ch'era stata condotta nella villetta di un suo zio
in Valpantena) era caduta gravemente ammalata, ritornò subito in
Italia e corse a nascondersi, per essere quanto più vicino alla sua
fanciulla, in una casuccia di contadini, al di là di Grezzana.

Allora successe in lui uno strano mutamento: dimenticò tutto, anche la
morte del Parabiano, per non avere più altro che un pensiero,
un'ansia: la guarigione dell'Adele. Scosso, affranto da tante
sventure, vi ravvisò la collera di Dio che egli aveva offeso
accettando il duello; e si pentì dello spirito di rivolta, che in
sulle prime aveva preso l'animo suo, si diede per vinto, ritornò
umiliato alla fede e pregò, implorò per quella guarigione con un
fervore nuovo, che il disordine della sua mente indebolita spingeva
fino ai deliri della superstizione. E quando non girava come un matto
attorno alla villetta dei Parabiano, tutta la sua vita trascorreva in
preghiere, in devozioni, in pellegrinaggi votivi. Ma ogni giorno le
notizie della fanciulla si facevano più cattive, «Ebbene, non ho
ancora espiato abbastanza» pensava Andrea, e raddoppiava il suo
fervore. Egli, senza domandarlo al alcuno, aveva indovinato quale era
la finestra della camera d'Adele, perchè sempre, tutta notte, vi
vedeva il lume acceso; e quella finestra rischiarata, che nella
lontananza buia e fra le ombre cupe della valle pareva a volte una
piccola stella, era proprio la stella avvivatrice della sua speranza.
E ogni mattina, rinfrancato dalla luce che avea veduta nella notte,
ritornava ansioso a spiare se da qualche indizio poteva capire che
l'Adele cominciava ad alzarsi, o se almeno il medico le avesse
permesso, in una bella giornata di sole, che le aprissero la finestra.

Ma invece la fanciulla non si alzava mai, e la finestra era sempre
chiusa.

Pure una mattina venne ch'egli la vide colle imposte spalancate. Ebbe
un lampo di gioia; affrettò il passo, corse quasi fin sotto la casa:
poi si arrestò a un tratto, e con lui sembrò si arrestassero anche i
battiti del suo cuore.

...Era giorno fatto... e perchè tenevano ancora il lume acceso in
quella camera?...

Un contadinello usciva allora in fretta dalla casa; Andrea gli si
avvicinò; piangeva!....

La signorina era spirata all'alba, mentre suonava L'_Avemaria_,
stringendo fra le mani rattrappite un piccolo libro di preghiere.

Andrea diè un urlo e si precipitò nella villa, aprendo e sbattendo il
cancello di ferro; ma quando fu sull'uscio che metteva alla scala, un
uomo, quasi vecchio cogli occhi rossi di pianto, lo fermò, dicendogli
pieno di sdegno e di collera:

--Che volete voi ancora in questa casa? Che altro male ci volete fare?

---Voglio vederla!--rispose Andrea con voce rauca.

--No!--esclamò il vecchio avanzandosi per impedirgli il passo.--Siete
stato voi che l'avete fatta morire.

Andrea alzò il capo e guardò l'altro stupidamente; poi l'espressione
del suo volto si fece terribile, afferrò il vecchio per le braccia, lo
scosse e lo gittò barcollante contro la parete, balbettando con voce
rotta, soffocata:--Lasciatemi passare!.... Voglio passare!...

E passò.



V.


La marchesa D'Arcole, la generalessa Brocca di Broglio e madama
Kraupen godevano davvero di una autorità incontrastata nell'olimpo
veronese; ma per altro chi vi dettava legge, l'idoletto che tutti
adoravano, era la contessina Eleonora di Castelguelfo.

La chiamavano _contessina_, sebbene da quasi due anni fosse maritata,
per la graziosa piccolezza della persona; e gl'intimi suoi, a quel
titolo in vezzeggiativo, aggiungevano ancora il nomignolo di _Baby_,
appunto come l'avevano sempre chiamata fino da bambina. Eleonora era
un nome troppo sonante e, specialmente, troppo lungo per lei; e la
Baby, ch'era stata una bimba carina e capricciosa, s'era fatta una
piccola bellezza capricciosa e carina ma restando sempre un _baby_. Le
lacrime, che schiudono la vita della donna, come la rugiada quella dei
fiori, non le aveva ancora conosciute. Dal giorno che era nata, tutti
avevano sempre fatto a modo suo; e la cosa pareva tanto naturale, che
non se ne lagnava nessuno, e la Baby non se ne accorgeva.

Quando s'era maritata, non aveva più che la mamma: e anche questa le
morì poco dopo. Allora fu di moda a Verona, che le signore più elette
si dessero l'aria di consigliarla, di guidarla, insomma di tenerla di
conto, come fosse un po' il Baby di tutte quante. La contessina rideva
e le lasciava dire, ma, in fine, erano sempre loro che la seguivano e
la obbedivano in ogni capriccio.

Il matrimonio della Castelguelfo (essa aveva sposato un cugino, quasi
della sua stessa età) era stato affrettato dalla previdenza della
madre sua, che sentendosi malandata assai di salute, voleva vedere la
figliuola collocata, prima di chiudere gli occhi. Ma la Baby era
ancora un po' giovane per il matrimonio; e un po' giovane e inesperto
il marito. Questi, incantato del nuovo e piacevole giocattolo che gli
avevano dato, voleva goderselo troppo e però la Baby ne rimase urtata
e seccata; i suoi nervi si ribellavano, e il povero marito dovette
rassegnarsi, e andare a Vienna per qualche tempo a fare l'addetto a
quell'ambasciata.

E come prima avevano fatto le signore, quando era morta la mamma,
adesso, partito il marito, cominciarono i campioni giovani e vecchi
della galanteria veronese a montar la guardia attorno alla
Castelguelfo. E di giorno, e di sera, essa non era mai sola; il suo
salottino, il palco, la villa, erano sempre pieni di gente. Tutta
gente che le faceva una corte assidua e chiassosa: tutta gente che si
era innamorata di lei, perchè l'innamorarsene era di _buon genere_, e
perchè i «nervi che si ribellavano» promettevano il quieto vivere e
l'uguaglianza.

E la Baby, scintillante di giovinezza, colta, intelligente e destra
assai, governava quel piccolo popolo di somarelli impomatati
coll'allegria del riso giocondo che le usciva dalle labbra come un
invito e una carezza, e le traspariva insieme dagli occhi vivi,
penetranti, come una malizietta piacevole. Essa suscitava, a tempo
debito, gelosie miti, dispettucci innocenti, lacrimucce appena tepide,
e ciò per un mazzolino di fiori, o per un invito a pranzo, o per i
posti che assegnava nella sua carrozza. Ma non aveva mai da temere una
rivolta e tanto meno una defezione; i suoi innamorati, che si tenevano
d'occhio a vicenda, a vicenda si confortavano; e amavano insieme,
soffrivano insieme... e insieme non isperavano punto.

Aveva distribuito gradi e attribuzioni con savia prudenza. I
giovanotti le proponevano gite, feste, partite di piacere; ma gli
uomini posati, i tondeggianti nella pinguedine senile, dovevano
approvarle e combinarle. Gli assidui l'aspettavano al teatro, sul
corso, al caffè _Vittorio Emanuele_; ma erano sempre i più attempati
che godevano l'ambito onore di accompagnarla, e in tal modo erano
tutti contenti; gli uni nell'orgoglio di apparire pericolosi, gli
altri nella piena soddisfazione della loro autorità.

«_Accendo, ma non ardo_» poteva essere il motto della Baby; e,
infatti, anche nell'opinione della gente, essa usciva dalle fiamme che
la circondavano candida e intatta come l'amianto. I suoi corteggiatori
quando, dopo aver passata la sera da lei, ritornavano al _club_, erano
chiamati scherzosamente _gli Svizzeri di casa Castelguelfo_, oppure,
_le guardie del corpo_. Ed essi non se ne avevano a male; e se
arrossivano un poco era soltanto di piacere; però stavano a crocchio
fra loro soli, e se ne andavano uniti, come uniti erano venuti. Pareva
vedere una nidiata di pulcini allevati dalla medesima chioccia.

La marchesa d'Arcole, madama Kraupen e la generalessa Brocca di
Broglio erano poi le confidenti di quelle innocue passioncelle, e
sostenevano le parti degli spasimanti contro le fantasie bizzarre
della Baby.

--Come hai trattato male, ieri sera, quel povero Titta!--le diceva un
giorno la marchesa.--È venuto da me che faceva pietà!

--Avrà tossito?--domandava la contessina ridendo.

Titta Damonte era un biondino tisicuzzo, che voleva conquistare la
Baby toccandole la corda della pietà: i suoi affanni, le sue gelosie,
egli li esprimeva tossendo.

--E come tossiva, poveretto!--continuava l'altra.--Ma tu, alle volte,
sembri proprio senza cuore!

--Dio!... ma è un gran seccatore, sai, quel tisico falso!--esclamava
la Baby, attenuando con un sorriso la durezza delle parole.

--Non dire di queste enormità, carina!--e l'amica, intanto, rideva
anche lei.--Egli ha per te una stima così grande, un'affezione così
sincera. E poi è una di quelle persone, che si vedono volentieri
vicino alle signore giovani: serio, ammodo e niente affatto
compromettente!

--Sì, sì, sì, è un buon amico, un eccellente amico, la perla degli
amici, ed io gli voglio bene, bene assai; ma oh Dio, è pesante con
tutte le sue gelosie: pesante, pesante, pesante, da non averne idea!
Ieri sera, figurati, mi ha tenuto il muso perchè ho invitato Scipio
Spinola a colazione!

--E a Titta non gliel'avevi detto?

--A lui no; ma ci vorrebbe altro, se quando lo dico a uno, dovessi
dirlo a tutti!... E poi non ha il suo giorno fisso da venire a
pranzo?... il mercoledì?... Dunque basta e non mi secchi!... Sapessi
quanto ridere ho fatto con Scipio Spinola! Stamattina, pensa, l'aveva
con madama Kraupen, e m'ha contato che il suo primo marito era il
carnefice di Mosca!... Ma pensa, quant'è buffo!... Il carnefice di
Mosca!... E poi, dopo, ha rifatto Andrea quando predica ai selvaggi!

Il conte di Santasillia era cugino dei Castelguelfo; ma la Baby,
ancora troppo giovane quand'era partito la prima volta da Verona,
quasi non lo ricordava nemmeno. Fu appunto uno de' suoi amici più
attempatucci che al ritorno di Andrea si affrettò a darle tutte le
informazioni necessarie.

La Contessina, che aveva ascoltato distrattamente il racconto del
duello e dell'amore infelice del Santasillia, soltanto verso la fine
si fece attentissima, domandando poi, con un risolino furbetto:

--E il voto... lo ha mantenuto?

--Dicono di sì!--rispose Marco Baldi, un omicciattolo calvo, con pochi
capelli bianchi sulla nuca tagliati corti corti, e un paio di baffoni
nerissimi, ritinti.--Dicono di sì!...

--E... da quanto dura?...

--Dovrebbero essere... dieci anni!

--Ma... e prima?

--Prima... lo chiamavano l'abatino!

--Ma ci sono certi abatini...

--No, no; il Santasillia ha sempre rispettato... i decretali.

--Ma dunque?--continuava la Baby, insistendo più cogli occhi
birichini, che non colle parole.

--Dunque sicuro... Si trova ancora... si trova ancora, _pardon_...
allo stato primitivo...

--È una rarità!

--Poco invidiabile, contessina Baby!... Ah, se potessi averli io, que'
dieci anni sprecati!...

--Che cosa ne farebbe?...

La Baby prevedeva già la risposta, ma si godeva quando il vecchiotto
si dava l'aria da conquistatore...

--Che cosa ne farei?... Eh eh! allora non canterebbe vittoria,
contessina!

E il galante stagionato presa, così dicendo, nelle sue manacce villose
la manina morbida della Baby, la strinse con forza e l'avvicinò alle
labbra; ma lì si fermò, senza dare il bacio, sapeva che i baffi
lasciavano il nero.

--Ah _si zeunesse zavait_!--esclamò allora la Castelguelfo,
canzonandolo amabilmente. Marco Baldi pronunciava malissimo il
francese, ma pure aveva il ticchio di metterne sempre qualche parola
ne' suoi discorsi. E un'altra presunzione sua era quella di essere
stato da giovane «un gran diavolo colle donne», e in proposito aveva
sempre da insegnare metodi infallibili, e da citare aforismi.

--Colle donne bisogna andare a vapore: _à la grande vitez!_--Ci voleva
altro che farle piangere come Titta Damonte o farle ridere come Scipio
Spinola!... Bisogna stordirle, soggiogarle, maltrattarle!...--Io,
vedete...--e così dicendo soffiava, guardava bieco, e non potendo
arricciarsi i baffi, ne toccava leggermente colle dita la punta
impeciata; io, le donne, le ho sempre maltrattate!

E fu proprio lui, Marco Baldi, che condusse la prima volta il
Santasillia dalla contessa di Castelguelfo.

Andrea e la Baby erano parenti, dunque fra loro non c'era bisogno di
presentazioni; ma pure il Santasillia aveva tardato assai a conoscere
la Contessa personalmente, e fu proprio per caso che s'incontrarono.

Andrea viveva ritiratissimo; non facea visite, non riceveva amici.
Anche i suoi cavalli non uscivano mai da _Porta Nuova_, dove, alle
volte, v'era un po' di gente, ma erano condotti a passeggiare ne'
luoghi più deserti.

Egli passava gran parte del giorno e della notte chiuso solo nel suo
studio, tutto dedito, con indefessa alacrità, al compimento di
un'opera che dovea essere eminentemente umanitaria. Voleva rivolgere
la mente dei legislatori e il cuore dei filantropi su tanti popoli
diseredati dai benefizi della civiltà, e fra i quali, nei suoi viaggi,
egli aveva vissuto intimamente per meglio conoscerne i dolori e i
bisogni. Lo spirito di carità non aveva limite in lui, e però sperava
arrivare col concorso del suo lavoro e del suo ingegno là dove non
poteva giungere col generoso impiego delle proprie ricchezze.

Il libro dunque del Santasillia non era quello del letterato, ma il
libro dello statista e del filosofo. Lo zio cardinale era morto, e
Andrea non mandava più soldi all'_obolo_: credente, voleva diffondere
la fede, non come seme di discordia e di lotte, ma come apportatrice
feconda di ogni bene. Egli sentiva di essere incorso nella collera
divina; ricordava sempre di avere ucciso un uomo e voleva espiare, e a
questa espiazione consacrava tutto sè stesso, con un entusiasmo caldo,
appassionato. Però egli viveva lontano dal mondo, sempre col cuore e
colla mente in alto. Il suo mondo era al di là; _al di là_, dove c'era
un uomo dal quale aspettava il perdono, una vergine di cui lo
attendeva la fede.

Poeta, e sempre idealmente innamorato, l'ascetismo di Andrea di
Santasillia non era cupo e freddo come quello del prete cattolico; ma
gli entusiasmi del cuore, l'onda calda del sangue giovane e casto gli
facevano vedere quasi tinte di rosa le promesse del premio avvenire,
in cui riuniva, con una suprema e alta armonia, l'amore santo di Dio e
l'amore umano dell'Adele.

E tutto ciò, il suo tragico passato, le avventure nei suoi viaggi, la
splendida filantropia e la vita solitaria tenevano desta e vigilante
intorno al Santasillia la curiosità dei Veronesi. Ogni passo ch'egli
faceva era spiato, riportato e commentato. Si sapeva quando usciva di
casa, quando vi rientrava e quante ore rimaneva chiuso nello studio a
lavorare. Avevano scoperto che ogni sera andava a fare una visita al
cimitero; che la sua camera da letto avea le finestre verso l'Adige e
che il suo camiciaio era parigino. Molti lo riputavano un grande uomo
perchè aveva viaggiato; molti altri un illuso o un matto, perchè
scriveva libri; altri ancora lo credevano un cretino, perchè andava a
messa e mangiava di magro nei giorni di precetto. Ma invece le donne
si sentivano attratte verso quel misantropo elegantissimo, dal viso
pallido e dagli occhi neri di fuoco, la cui vita passata pareva una
leggenda e la vita presente era un mistero. In sulle prime gli avevano
notato anche le donne quel difettuccio di andare a messa ogni giorno
ai _Santi Apostoli_; chè, si sa bene, in generale, siano esse devote o
peccatrici, ridono sempre degli uomini bigotti. Ma poi vennero a
sapere che appunto era stato nella chiesa dei _Santi Apostoli_ dove il
conte di Santasillia si era incontrato coll'Adele Parabiano, e allora
anche la messa fu trovata una cosa romantica.

Intanto la Brocca di Broglio, la Kraupen, la marchesa d'Arcole che,
per quanto avessero cercato, non erano ancora riuscite ad
acchiapparlo, parevano diventate matte. Figurarsi: poter avere il
Santasillia che non andava in nessun posto! Che trionfo sarebbe
stato!... E ognuna delle tre, smaniando di ottenerlo un tale trionfo
sulle altre due, stuzzicava la Castelguelfo sperando di adoperarla
presso il cugino, come un eccellente richiamo. Ma invece la Baby, che
ci si divertiva assai a quell'inutile armeggio delle sue _dame della
consulta_, com'essa le chiamava, non voleva darsi la più piccola pena
per accontentarle. E appena si accorse che il Santasillia non le usava
nessuna preferenza, e si mostrava ritroso con lei, come colle altre,
fe' un risolino sprezzante ogni volta che le capitò di nominarlo,
gl'inflisse il titolo di _Monsignore_ e non ci pensò più.

Perchè si trovassero e diventassero amici, bisognò proprio che il
diavolo ci mettesse la coda.



VI.


Qualche tempo dopo il ritorno del Santasillia avevano preparato a
Verona, nelle sale del palazzo della _Gran Guardia Vecchia_, una
splendida fiera di beneficenza, presieduta e diretta da un comitato di
signore. Andrea aveva mandato in dono oggetti artistici e di
grandissimo valore; poi, appena le sale furono aperte alla pubblica
vendita, egli, senza sapere proprio di che si trattava e pensando
solamente che ci sarebbe stata l'occasione di far del bene, ci volle
andar subito, avendo cura di prendere con sè una forte somma di
danaro. Quando si trovò sotto la loggia e nel salire la grande scala
del vecchio palazzo, adornata di fiori e di bandiere, capì che stava
per essere preso come un uccelletto al paretaio: guardò se poteva
ancora svignarsela e tornare indietro; ma oramai non era più in tempo.
Una fanciullina gli era corsa incontro offrendogli una rosa, e un
signore, dai modi assai cortesi, e tutto vestito di nero, gli fe'
prendere una dozzina di biglietti d'ingresso e lo accompagnò fino alle
sale.

Andrea non sapeva che fare. Non aveva dato nulla per la rosa; avea
pagato cento lire per i biglietti e sorrideva ringraziando, ma
rimproverandosi in cor suo, per il cattivo pensiero che gli era venuto
di andare alla fiera. E appena fu dentro, nella prima sala, rimase
come sbalordito in mezzo ad un brusìo di gente, che andava e veniva
chiacchierando, cinguettando, ridendo, ma pure osservandolo e
ammiccandoselo l'un l'altro. Andrea non si sentiva il coraggio
d'inoltrarsi; e si guardava attorno in quella baraonda come intontito;
quando, ad accrescere la sua confusione, molte signore uscirono dalle
bottegucce che, sotto forma di artistiche pagode o di ricchi
padiglioncini erano disposte all'ingiro della vastissima sala, e lo
circondarono premurosamente, complimentandolo, offrendogli i loro
ninnoli, e disputandoselo, per attirarlo ognuna al proprio banco.
Erano giubilanti, perchè da quella visita si ripromettevano la
soddisfazione di un lauto incasso, ma più ancora perchè tenevano
finalmente in loro balìa quel personaggio misterioso. E alle signore
si univano i giovanotti, i _segretari_ della fiera, e anch'essi
facevano il chiasso e offrivano roba al Santasillia, il quale, col
cappello in mano, non faceva altro che salutare e ringraziare a destra
e a sinistra e si sentiva sempre più impacciato.

La Castelguelfo era in un salottino a parte, addetta colle sue amiche
alla vendita dei fiori, ma appena fu avvertita dalla marchesa d'Arcole
dell'arrivo del cugino gli mosse subito incontro, salutandolo con
amabile famigliarità, come se già da un pezzo fossero stati amici e
offrendosi per accompagnarlo a fare il giro dei banchi. Andrea
ringraziò, meglio che a parole, coll'effusione del cuore, e la vezzosa
cuginetta gli sembrò inviata dalla Provvidenza.

La Baby lo guardò sorridendo, passò la sua manina bianca sotto il
braccio di lui, e lo portò via da quella gente che lo importunava. Lo
condusse prima a comperare una statuina di bronzo ch'era stata donata
dal re, e fu lei che ne fissò il prezzo; poi a comperare un ricco
tappeto, poi un quadro, un orologio, un _album_ e via via, senza più
lasciarlo, finchè non ebbe fatto la visita di tutte le sale, seguiti
da Marco Baldi che notava, sopra un taccuino, le compere fatte e il
prezzo convenuto.

La Contessina si teneva sempre appoggiata al braccio di Andrea,
stringendosi a lui più forte quando erano urtati dalla folla; a volte
trascinandolo un poco per cercar di passare in mezzo alla gente, e a
volte fermandolo all'improvviso, per fargli ammirare una mostra. E
Andrea sentiva le scosse e i sussulti, e sorrideva ai vivaci
atteggiamenti della vaga donnina, che aveva una parola per tutti, per
tutti uno scherzo, sempre a proposito e sempre ammodo. Ma per altro,
con que' suoi occhi grandi e miti da bambina buona, con quella
grazietta affettuosa, e mentre pareva tutta compresa da una festività
composta e temperata, la Baby si godeva pure le sue piccole
cattiverie. La marchesa, la generalessa e madama Kraupen capitavano
ogni momento, con una scusa o coll'altra, a cercarla, a chiamarla, a
parlarle, aspettando sempre che la Baby presentasse loro il
Santasillia; ma la Contessina, invece, le lasciava dire, rispondeva
tranquillamente ciò che avea da rispondere, sorrideva e continuava il
suo giro, fingendo di non accorgersi di quegli artigli: poi, quando se
ne andavano indispettite, lanciava un'occhiatina a Marco Baldi, che
avea capito il giuoco e ne rideva.

E un altro divertimento volle prenderselo alle spalle di Titta Damonte
e di Scipio Spinola. Titta Damonte cominciava a essere geloso di quel
gran girare al braccio di Santasillia, e quando la Contessina condusse
il cugino presso il banco dove il giovanotto era segretario, questi
non la salutò nemmeno, fingendo di non vederla, occupatissimo a
discorrere con un'altra signora. E la Baby a ridere, a scherzare con
Andrea e con Marco Baldi e ad ordinare, proprio al Damonte, di farle
vedere un gran piatto di porcellana, esposto in modo che, per
toglierlo dalla mostra, bisognava buttare tutto all'aria. Il Damonte
schiattava di rabbia, ma dovette cedere, e quando infine riuscì a
levare il piatto e lo presentò, sempre con un palmo di muso, ad
Andrea, la Baby non volle più che il Conte lo comperasse, perchè il
disegno le sembrava troppo volgare.

--Stasera pillole di catrame!--mormorò Marco Baldi all'orecchio della
Contessina.

Invece Scipio Spinola voleva fare lo spiritoso; ma diventava rosso
rosso, sembrava nervoso e non diceva altro che sciocchezze. Insomma
tutti e due erano turbati assai per la presenza del Santasillia, e non
vedevano l'ora e il minuto che se ne andasse pe' fatti suoi.

Il Damonte a mano a mano si rendeva sempre più intrattabile,
brontolava su tutto, e faceva musacce persino alle signore; Scipio
Spinola continuava a bere cognac e ripeteva le sentenze che aveva
letto nei romanzi, contro le donne. Ma non ostante ciò, appena
intesero che Andrea avea abbandonato la fiera, non seppero resistere,
e corsero insieme dalla Baby per farle vedere che tenevano il broncio,
e cercare un po' di mettere in ridicolo il _Monsignore_.

--Ed ora, conte Andrea, tornerà a nascondersi?... a rintanarsi?... Non
la rivedremo proprio più?--aveva detto la Castelguelfo al Santasillia,
mentre questi prendeva commiato.

--Oh no, Contessa... anzi verrò presto... a ringraziarla.

--Ricorderà che siamo cugini?

--Non l'ho mai dimenticato, Contessa.

--Uhm... sarà... Ma finora si direbbe che ci ha pensato soltanto per
renderci orgogliosi di lei... il che non è molto, altro che per il
nostro amor proprio!

--Contessa...--e Andrea non trovò più le parole. A questo punto egli
cominciava a sentirsi timido anche colla Baby.

--Ma sa che cosa faremo?--continuò la Contessina, sempre
graziosamente;--s'ella non verrà presto a trovarci, manderò Marco
Baldi a ricordarle la sua promessa.

Andrea ringraziò, assicurando che non ce ne sarebbe stato bisogno; ma
appena uscito dal palazzo della _Gran Guardia Vecchia_ si volle
persuadere di essersi molto annoiato, e giurò a sè stesso che non
avrebbe più messo il piede in una fiera di beneficenza.

«Seccar la gente in quel modo? Essere in quel modo importuni e
sfacciati, colla scusa dei poveri e della carità!... Fortuna che si
era incontrato colla Castelguelfo, altrimenti si sarebbe trovato
davvero in un grande impiccio».

E anche fuori, all'aperto, sentiva sempre l'odore dei capelli della
piccola cugina...--Che odore, che profumo strano!...--A lui la
Castelguelfo aveva fatto l'effetto di una bimba!... Rideva, scherzava,
proprio come una bimba!... Pure, in quel suo visetto capriccioso c'era
della ingenuità e della bontà!... Buona, sì... Buona assai doveva
essere!... Era bionda... bionda come l'Adele... E, guarda
combinazione! aveva pure un abito bianco e un nastro azzurro fra i
capelli!...

Aveva attraversata la _Piazza Brà_ e affrettò il passo. Era già
trascorsa l'ora solita della sua visita all'Adele.--Vuol dire, pensò,
che anderò a pranzo più tardi... In ogni modo non fo aspettare
nessuno!...--E sospirava, sospirava... Si sentiva così solo al mondo!

Intanto aveva attraversato anche il _Ponte delle Navi_ e scendeva giù
nel lung'Adige per avviarsi al cimitero.

Com'era bello l'Adige, e maestoso!... E dire che non lo aveva mai
osservato!

Allora, prima di entrare nel Camposanto, volle fare qualche passo
lungo il fiume, e senza quasi avvedersene, andò innanzi fino all'altro
ponte lontano, quello grande della ferrovia.

Cominciava il tramonto ed era di aprile. L'Adige rigonfio, bigio,
passava mugghiando: le rive apparivano scialbe, fra una luce pallida,
malinconica come quell'ora trista del giorno; ma in alto verdeggiavano
superbe le colline, e il forte di _San Pietro_ splendeva rosseggiante
sotto l'azzurro del cielo, irradiato fantasticamente dall'ultimo
sprazzo di sole.

Andrea rimase sul ponte a guardare, fermo, immobile per qualche
minuto. Poi chinò il capo e discese.

--Ma perchè la chiamano Baby?--pensava:--Eleonora è così un bel nome!

Quando ripassò dal _Ponte delle Navi_ per tornarsene a casa,
s'incontrò in una carrozza a due cavalli che saliva al trotto. C'era
dentro una signora, dell'altra gente, e tutti avevano in mano mazzi e
canestri di fiori. Certo ritornavano dalla fiera. Ma la signora
riconobbe il Santasillia e lo salutò chinandosi e voltandosi in atto
molto amichevole. Era la Baby con Marco Baldi, Damonte e Scipio
Spinola.

Andrea, colto all'improvviso, rispose in fretta al saluto, e subito
arrossì, provando un senso di dispetto.

--Come mai quel balordo di mio cugino la lascia sempre sola?--E scosse
il capo con aria di malumore.

--Certo, certo... io non ci metterò i piedi in casa Castelguelfo! Con
tanta gente che ha sempre d'attorno?... Cheh! Nemmeno per idea!

Ma in quel punto la carrozza colla Baby gli passò dinanzi agli occhi
come l'avea raffigurata fra la luce pallida, crepuscolare, e sentì
ancora ripercuotere il trotto serrato dei cavalli.



VII.


La mattina dopo Andrea prese due biglietti di visita e li mandò alla
contessa di Castelguelfo.

--In tal modo me ne sono liberato--mormorò a bassa voce--e non avrò
altre seccature!

Continuò la vita di prima, tranquilla e studiosa. Solamente adesso
egli sentiva maggiore il desiderio e il bisogno di frequenti e lunghe
passeggiate all'aperto, dalle quali ritornava a casa stanco, spossato,
colla testa intronata dal sole primaverile. Di sua cugina non ne volea
più sapere; ma ci pensava sempre, se non altro per ripetere a sè
stesso che non sarebbe mai andato a farle visita.--Oibò, oibò; non ho
tempo da perdere!

Pure, dopo alcuni giorni, si maravigliò che Marco Baldi non venisse a
trovarlo, e ogni volta che Andrea passava dinanzi allo stanzino del
portiere, gittava un'occhiata sul tavolo per vedere se ci fosse un
biglietto di visita.

--Cheh!... ha ben altro per il capo la matterella! Del rimanente,
anche se il Baldi si incomodasse a venire, io cercherei sempre una
scusa per non riceverlo. Non voglio cominciare adesso a buttarmi nel
mondo: io vivo delle mie memorie e per il mio lavoro... E poi ci va
troppa gente in quella casa, e tutte persone antipatiche!

Ma il Baldi non si facea vivo; e ogni giorno cresceva il dispetto del
Santasillia contro quella stordita che rideva sempre, e che dovea
essere leggiera e superficiale.

--Sicuro: se fosse stata seria, se fosse stata proprio una donnina
d'ingegno, non si sarebbe tenuta in giro tutti quei cretini!

E Marco Baldi continuava a non lasciarsi vedere.

--Infine--concluse Andrea--a me fa proprio un favore a non mandarmi il
suo messaggero ritinto; tuttavia posso dire che questa dimenticanza
non è certo cortese... Ma già... le donne che ridono sempre, devono
valer poco!

E con tali pensieri passò un'altra settimana, poi un bel giorno,
mentre era nello studio a scrivere, gli fu annunciata la visita di
Marco Baldi.

Andrea si alzò vivamente, interrompendo il lavoro, e diè ordine al
cameriere di condurre il Baldi nel salotto.

--Ditegli di accomodarsi: vengo subito.

Andrea fu molto cortese coll'inviato della Castelguelfo; gli mostrò il
piccolo museo di rarità africane, ch'egli stesso aveva raccolte, e
poi, finita la visita, uscirono insieme.

Per voler essere giusto, adesso il Santasillia dovea modificare il
primo giudizio: la contessa di Castelguelfo si era diportata in un
modo assai gentile. Era lui invece, proprio lui, che avea commesso una
sconvenienza molto grave, non lasciandosi più vedere dopo quel giorno
della fiera! Ma ormai non c'era verso; una visita gliela doveva. In
fine, era sempre sua cugina; e perchè egli non andava più dalla
Giustiniani, non era una buona ragione per trascurare e mettersi in
urto con tutta la parentela.

Ma, anche questa volta, Andrea si era ingannato nel giudicare la
Castelguelfo: in sulle prime essa non ci pensava punto di mandare il
Baldi a cercarlo, come gli aveva promesso. Dopo il loro incontro alla
fiera di beneficenza, il ritroso cugino non istimolava più tanto la
sua maraviglia.

La Baby, avea subito capito che, s'ella avesse voluto, anche Andrea,
sebbene chiudesse un dramma nel cuore, avrebbe finito, presto o tardi
coll'innamorarsi di lei, come facevano tutti gli altri, e ciò bastava
al suo amor proprio. E, forse, sentiva pure che quell'uomo dal viso
pallido e dallo spirito ascetico, sarebbe stato a lungo andare, ancora
più _pesante_ di Titta Damonte, e però, quasi quasi, per non averci
impicci, preferiva meglio tenerselo lontano. D'altra parte la marchesa
d'Arcole, la generalessa Brocca di Broglio e madama Kraupen, sempre
infervorate col Santasillia, insistevano troppo perchè se lo facesse
venire in casa, e la Baby, anche per questa ragione, non aveva punto
fretta...--C'era sempre tempo, quando avesse voluto!...--Il Damonte e
Scipio Spinola erano gelosi ugualmente di Andrea, e bastava che ella
lo ricordasse qualche volta perchè Titta mettesse il broncio e l'altro
diventasse rosso rosso e dicesse subito una scioccheria. Insomma non
c'era punto bisogno, per divertirsi, che lo mandasse a chiamare. Essa
poi lo aveva invitato una volta per tutte. Bella pretesa che aveva
quel grande uomo, _quell'uomo fatale_, di essere anche supplicato!

Ma poi venne il giorno, in cui tutto quel suo piccolo mondo s'era
messo il cuore in pace.--Il Santasillia--dicevano--non avrebbe mai
dimenticata la Parabiano... Nemmeno la contessina Baby non gli aveva
fatto impressione!--E tutti, e più di tutti le «dame della consulta»
ripetevano spesso questa affermazione dinanzi alla Castelguelfo, e
coll'aria, certe volte, di volerla quasi compiangere, come un fiasco
patito; e ciò mentre il Damonte non aveva più tosse; e Scipio Spinola
cessava di arrossire.

La Baby lasciò correre quelle dicerie per un pezzo; ma un giorno ne fu
seccata; sfavillò negli occhi all'improvviso, poi sorrise
tranquillamente e mandò Marco Baldi a portare i suoi saluti al
Santasillia.



VIII.


Andrea fece la prima visita di giorno, come era naturale, ma la sera
stessa il Damonte e Scipio Spinola, in segno di protesta, non si
lasciarono vedere dalla contessina Baby. Andarono invece in
conversazione dall'avvocatessa Zanibon, una bella donnacciona, che
ogni sera «_teneva società_» ma una _società mista_, come dicevano le
signore dell'aristocrazia, le quali la colpivano spesso con frizzi a
satire atroci, un po' irritate, perchè, non ostante le loro
scomuniche, gli uomini ci andavano e si divertivano assai. Ma per
altro il Damonte e Scipio Spinola quella sera non si divertirono
appunto. Aveano sperato di poter sfogare il loro malumore e di far
dispetto alla Castelguelfo, e invece ebbero motivo di arrabbiarsi
ancora di più.

Appena entrarono dalla Zanibon tutti cominciarono a prendersi gioco di
loro e metterli in burletta a proposito di quella diserzione. E
nemmeno le celie erano di natura tale da lusingare il loro amor
proprio.

--A che si dovea attribuire--domandavano gli altri--quella comparsa
inaspettata? La Contessina era andata a letto? Faceva breccia il
cugino? Era ritornato il marito e avea congedata _la guardia del
corpo_?

E la Zanibon che rendeva felice, fra gli altri, anche un capitano
d'artiglieria, e ne aveva appreso il frasario, domandò «se eran stati
dispensati dal servizio per insubordinazione».

Il Damonte e Scipio Spinola, che da tutto ciò si capisce come avevano
ragione di annoiarsi parecchio in quella casa, se ne andarono prima
degli altri, e ancora sulle scale, fermandosi per accendere il sigaro,
brontolarono a bassa voce che «la _società_ era proprio impossibile!»

--La Zanibon, non è punto fina--osservò il Damonte tristo tristo.

--Credo bene,--rispose Scipio Spinola, stizzito e senza ridere:--è un
pezzo d'artiglieria!

Quella sera i due amici non si mostrarono al _club_. Temevano che
anche là ricominciassero le osservazioni e i motteggi. Invece, per far
tardi, continuarono a girare un po' a caso, finchè, senza mai dire una
parola, andarono a rincantucciarsi al _Caffè Dante_. Il Damonte era
raffreddato per davvero e sorbì un appio caldo; Scipio Spinola, rosso
come un gambero, prese un bicchierino di cognac, brontolando ch'era
cattivissimo. Poi tutti e due ritornarono muti, pensosi; Titta Damonte
tossendo e sospirando, mentre l'altro assonnacchiato si divertiva a
fare il tamburino con le dita, sull'orlo del _cabaret_. Speravano
entrambi che passasse dal _Caffè_ qualcuno dei frequentatori soliti di
casa Castelguelfo, per sapere almeno che cosa aveva detto la
contessina Baby a proposito della loro assenza. Ma quella sera non
capitò nessuno, e fu meglio assai; avrebbero avuta una ragione di più,
per andare a letto in cattiva luna.

La Baby avea passata la sera piacevolmente, mettendo in ridicolo i due
innamorati. Marco Baldi le aveva riferito le _grimaz_ fatte da Titta
Damonte e da Scipio Spinola, quando ebbero le prime notizie della
visita del Santasillia, e le disse pure che quella sera, per
vendicarsi, contavano appunto di andare a veglia dalla Zanibon.
Figurarsi allora la Baby! Non ci voleva di meglio per dar la stura al
suo buon umore!.. Cominciò a rifare l'avvocatessa coll'aria languida,
e il Damonte vicino, che le tossiva d'amore; poi Scipio Spinola che
dirigeva le quadriglie col capitano d'artiglieria e combinava le
sciarade in azione col marito e i figliuoli grandi e piccini della
Zanibon; e tutto ciò con uno spirito e un brio così schietto e vivace,
da far andare in visibilio i suoi fedeli che ridevano come matti.

E anche il giorno dopo la Baby non sentì altro a discorrere che della
visita fattale dal Santasillia. La Generalessa, la Marchesa e madama
Kraupen capitarono una dopo l'altra, ma tutte scalmanate, a casa
Castelguelfo, per sapere come mai e perchè il Santasillia c'era stato:
e che cosa aveva detto, e se avea promesso di ritornare.

--Certamente!--rispose svelta la Contessina, pensando fra sè, che la
divertiva troppo quel gran rumore per non voler obbligare il cugino,
con qualche pretesto, a farle un'altra visita. E allora ognuna delle
tre signore, appena ebbe agio di essere sola colla Baby, la pregò
assai perchè trovasse modo, qualora il Santasillia ritornasse davvero
di mandarla subito ad avvertire; ma badasse bene: «senza farsi
scorgere!» E la Baby a promettere, sorridendo, tutto ciò che volevano.

Ma il Santasillia, fatta la visita d'obbligo, non ricompariva più. Il
Damonte ricominciava a respirare, Scipio Spinola a dire spiritosità di
buona lega e «le dame della consulta,» che domandavano ogni giorno
alla Baby se avea rivisto il cugino, ricominciavano da capo ad
affermare che l'andare «nel mondo» dovea essere per lui una noia, un
sacrifizio, e che se c'era stato una volta per convenienza,
scommettevano che non ci sarebbe ritornato.

La Baby le lasciava dire, e le ascoltava colla solita dolcezza; ma
poi, quando vide che Andrea si faceva aspettare, combinò con Marco
Baldi di andar insieme a fare una visitina al museo africano.

Il Santasillia non fu nemmeno avvertito del grande onore che lo
attendeva; la Castelguelfo e Marco Baldi capitarono nel suo studio,
all'improvviso, forzando un po' la consegna del cameriere, per non
essere annunziati.

Andrea, alla bella prima, si trovò impacciato, ma poi fu preso dalla
graziosa amabilità della Baby, che girava attonita per lo studio,
guardando tutto, toccando tutto leggermente, colle manine garbate,
facendo su tutto un'infinità di domande, colla curiosità ingenua e
ardita insieme di una bimba. E l'ambiente severo e cupo della stanza,
un po' da filosofo, un po' anche da benedettino, pareva rallegrarsi
alla gaiezza dei colori, e alla festevole semplicità di quella
personcina elegante, a quella voce che vi risonava armoniosa e al
sorriso fresco e buono.

Ma la Baby divenne seria, appena incominciarono a visitare il museo.
Allora il suo visetto incantevole non esprimeva più altro che una
grande attenzione. Il Santasillia faceva la storia degli oggetti più
rari e curiosi, e la Baby tutta assorta, teneva fissi in lui gli occhi
intelligenti, appassionandosi a quelle maraviglie, e a mano a mano che
egli si accalorava nel discorso, il piacere ch'essa ne risentiva
sembrava farsi più vivo, mentre il seno, chiuso nell'abito attillato,
le si movea ansante. Ci fu un momento in cui essa impallidì e i suoi
occhi ebbero anche un barbaglio di lacrime. Andrea mostrando una
_zagaglia_ raccontava il pericolo in cui era caduto, quando
inoltrandosi troppo imprudentemente nel paese dei Bogos, arrischiò di
rimanere in mano dei selvaggi. Ma per altro, la grande commozione
della Contessina non le impedì poi di celiare e ridere, tornando a
casa con Marco Baldi, a proposito del Santasillia, che dovea chiudere
gli occhi, per non rimanere scandalizzato dinanzi al _décolleté_
«delle signore Assabesi!»

Intanto pareva ad Andrea che la creatura gentile gli avesse
rischiarata col suo passaggio la casa tetra e deserta, popolandola di
memorie e di immagini ridenti. Con una parola, con un sorriso, con un
gesto solo di maraviglia, essa avea lasciato dovunque tracce di sè,
che sarebbero rimaste indelebili. Persino i vecchi mobili dello
studiolo avevano un'espressione insolita di cordialità, e il
giovinotto avrebbe ricordato sempre, fra tutti gli altri, il
seggiolone su cui la Baby, scherzando, si era messa a sedere. Rifece
presto e solo il giro del museo, e alcuni oggetti sentì che gli erano
diventati più preziosi, e subito pensò di far accomodare e lustrare
gli scaffali. Ma ancora il Santasillia subiva la seduzione, l'incanto
senza avvedersene... Era come il profumo di alcuni fiori, che penetra
inavvertitamente, lentamente nel cervello, e addormenta prima di
uccidere.



IX.


Andrea, dopo la visita che avea avuta, non si fece aspettar molto
dalla cugina; ma la marchesa d'Arcole, la Generalessa e madama Kraupen
non ricevettero nessun messaggio in proposito. Quando lo seppero, e lo
seppero subito, se ne lagnarono altamente, dicendo alla Baby, non
senza malizia, che cominciava a essere gelosa delle sue conquiste e a
far misteri. La Baby ascoltò i rimproveri coll'usata docilità, ma
invece di rimediare al mal fatto, fece peggio; invitò a pranzo il
Santasillia solo, con Marco Baldi.

Ne seguì uno scompiglio; una piccola rivoluzione: musonerie,
lamentele, consigli, e anche rimproveri. Ma la Castelguelfo rispose
chiaro e netto che non aveva potuto invitare nessuno, perchè il
Santasillia non volea conoscer nessuno; e andava apposta da lei nelle
ore in cui sapeva di non incontrare altro che il Baldi, con cui era in
amicizia.

Che fare?... La Baby aveva parlato esplicitamente, dunque bisognava
rassegnarsi ed accettare i fatti compiuti. Ma allora, tutti insieme,
amiche e innamorati, le une per un po' d'invidiuzza, gli altri per
amor proprio, cominciarono, quasi si fossero data l'intesa, a
proclamare con quanto fiato avevano in corpo, l'innocenza di quelle
visite.

--Il Santasillia vedeva la Contessina per distrarsi un poco, e non
altro, perchè le sembrava proprio un _baby_--assicuravano le
signorine.--Infatti, la Castelguelfo è carina, carina, assai carina;
ma solamente carina. È una cosuccia graziosa e profumata; un ninnolo,
una maraviglia da _ étagère_... Ma per inspirare una passione?...
Oibò!... Manca la donna!--E in più ci sono i nervi--soggiungevano
gl'innamorati.

--In quanto al Santasillia, egli era un uomo... diverso dagli altri...
Era ancora troppo vivo in lui il ricordo della Parabiano; poi aveva
fatto i voti proprio come un prete e pativa di scrupoli.

E allora il voto di Andrea e i nervi della Contessina diventarono gli
articoli di fede della chiesuola elegante, e uno solo, il più piccolo
dubbio in proposito non sarebbe stato _di buon genere_. Fra gli altri,
Titta Damonte e Scipio Spinola si mostravano i più convinti e
intolleranti; essi non permettevano nemmeno lo scherzo.

Ma ci fu un guaio: commisero l'imprudenza di mettere a parte anche la
Baby di quella buona opinione; ed essa, invece di gloriarsene, si
senti pungere e proprio sul vivo.

Il solo Andrea, sempre chiuso in sè stesso, non ne sapeva nulla di
tutti quei discorsi e di tutti que' commenti che lo toccavano tanto da
vicino. Egli cominciava ad andare con certa frequenza in casa
Castelguelfo, dove avea ritrovata un'amica buona e intelligente, che
ascoltava volentieri il racconto de' suoi viaggi e gli intendimenti
de' suoi studi e i progressi del suo lavoro. Ma non vi andava altro
che di giorno e quando sapeva che la Contessina sarebbe stata sola. E
in quell'intimità affettuosa, egli ritrovò un nuovo conforto: quello
di aprire il cuore alla giovane cugina e confidarle l'angoscia, lo
spasimo dei suoi rimorsi, l'alta e forte idealità del suo amore; tutto
ciò che aveva sofferto, tutto ciò ch'egli aveva sperato. E le
raccontava quando e come si era incontrato la prima volta, ai _Santi
Apostoli_, coll'Adele «che indossava un abito di percallina bianca,
sparso di fiorellini azzurri.» E le ripeteva le ansie delle notti
terribili, quando egli spiava la vita della sua cara fanciulla,
mirando una finestra lontana, illuminata, che risplendeva sola fra le
tenebre; e le disse ancora, piangendo, com'egli avea veduto
contraffatto dalla morte quel viso tanto adorato.

La Baby lo ascoltava muta, raccolta, e spesso i suoi occhi si facevano
umidi, lucenti per le lacrime. Una volta sola essa aveva interrotto
Andrea: quando egli le avea detto che l'Adele era bionda.

--Bionda?... Come me?!--chiese subito la Contessina.

--Sì... proprio come lei!--rispose il Santasillia, e rimase lungamente
silenzioso a guardarla.

E l'amica buona, e le visite frequenti, e le lunghe confidenze
dissipavano a poco a poco la monotonia della sua vita. Egli adesso non
si sentiva più solo, no; nemmeno nel voler bene alla _povera_ Adele...
Anche la cugina diceva di amarla, anche la cugina credeva nella
_povera_ Adele, come in una santa; ed era così contenta di somigliarle
un poco, almeno nei capelli... almeno negli occhi!...

--Sì, che le somigliava, anche negli occhi!--pensava Andrea,
ricordandosi quando la Baby era attenta e sembrava commossa
nell'ascoltarlo.

E nemmeno non si sentiva più solo mentre era chiuso nel suo studiolo a
lavorare. Voleva imporsi, voleva vincere col suo ingegno, e ci sarebbe
riuscito. Ma guai se gli fosse mancata l'amica sua... Gli sarebbe
venuta a mancare la collaboratrice necessaria del suo lavoro... Del
resto, era naturale che le volesse bene. Così giovane giovane, e sola,
poveretta; sola anche lei!... E poi, egli non aveva altri parenti! Ci
sarebbe stata, per dir la verità... quella vecchia arpia dei
_bezzetti_, ma gli era troppo antipatica... Pure, andando spesso in
casa Castelguelfo, bisognava proprio che, almeno una volta tanto,
facesse il sacrifizio di lasciarsi vedere anche dalla Giustiniani...
Il non farlo sarebbe stata una sgarberia troppo forte... una
sconvenienza che lo avrebbe messo dalla parte del torto...

Così pensando, e a ragione, una domenica (era la domenica il giorno in
cui la Giustiniani riceveva) si fe' coraggio e andò a farle visita.

Il fuoco era spento, la gaiezza della luce primaverile era frenata
dagli spessi cortinaggi; ma pure la vecchia signora era sempre seduta
accanto al caminetto e pareva ancora più sprofondata nella poltrona
bassa, tanto gli anni l'avevano assecchita. Invece del levriere essa
teneva accucciata sulle ginocchia una canina _punch_ che si rizzò,
ringhiando col muso sudicio, appena Andrea si avvicinò per stringere
la mano alla padrona.

--E così, _fiol mio_,--cominciò la Giustiniani dopo finiti i saluti,
parlando con voce più debole e tremante, ma pure conservando la
cadenza spiccata e lenta delle parole, che parevano altrettante
punture;--_e così, fiol mio, i me dise che femo dei gelosi_ in casa
Castelguelfo.

Andrea guardò serio la vecchia senza rispondere.

--Sicuro... sicuro... _i me dise che quel pôro Damonte el sbossega a
tuto andar... Pôro putelo..._ bisogna compatirlo!... El pareva tanto
avanti nelle _bone grazie_ della Baby!

Quando Andrea uscì dalla Giustiniani era pallido, sconvolto.

--Il Damonte?--ripeteva fra sè nell'avviarsi verso casa.--Il Damonte
tanto innanzi nelle sue buone grazie?!... Vecchia strega!--Ma sentiva
che non poteva odiare soltanto la Giustiniani; odiava anche il
Damonte, e quell'odio, quella collera sua, in quel primo impeto di
sdegno pareva arrivasse fino alla Baby.

--In fine poi, che cosa me ne deve importare?... Nulla. Non vado più
in casa Castelguelfo per non arrischiare di essere incomodo, e tutto è
finito... A me proprio non preme punto; e che quel cretino sia innanzi
nelle sue _buone grazie_ quanto vuole!...

Ma Andrea era troppo onesto e schietto e non poteva mentire nemmeno
con sè stesso. Interrogò il suo cuore, e il cuore gli rispose fra i
rimorsi e la disperazione ch'egli era geloso e che ne soffriva come un
dannato.

Geloso!... Dunque... Dunque era l'amore?!

Sì, sì, era l'amore, e bisognava fuggire, nascondersi e non rivederla
mai più!...



X.


Ma poi, Andrea di Santasillia, come succede quasi sempre in simili
casi, invece di fuggire rimase a Verona e continuò a vedere la
Contessina.

Non c'è coscienza quanto quella degli innamorati che sia facile alle
transazioni e feconda di scuse.

Infine, pensava Andrea, acquietandosi, la povera Adele sarebbe sempre
stata il suo unico e santo ideale. Nessun altro sentimento avrebbe
potuto distoglierlo dalla sacra promessa. Egli doveva essere e sarebbe
rimasto per tutta la vita lo sposo, il fidanzato fedele della vergine
cara indimenticabile. Sì, egli sentiva, e adesso non dovea più
arrossire confessandolo come fosse una colpa, sentiva di volere un
poco di bene anche a sua cugina; ma questo affetto era di tutt'altra
natura. Era la dolce confidenza di una amicizia quasi fraterna; era
una simpatia intellettuale; era il conforto, ma non era l'oblìo dei
suoi dolori. Dunque perchè fuggire?... Perchè non dovea più vedere la
Castelguelfo, dal momento che quegli scrupoli erano esagerati? E,
adesso, pensandoci meglio, si persuadeva anche di non essere geloso
della Contessina. Gli seccavano tutti i corteggiatori che le stavano
appresso, perchè non erano punto divertenti; perchè erano vuoti e
banali. Se invece fossero state persone di spirito, li avrebbe veduti
volentieri e si sarebbe goduto in loro compagnia!... In quanto al
Damonte poi, l'esserne geloso, era addirittura una ridicolaggine... La
Castelguelfo non faceva altro che metterlo in burletta!...--È vero; si
era offeso e irritato udendo i pettegolezzi della Giustiniani: ma
soltanto perchè gli premeva il buon nome di sua cugina, e non per
altro. Tuttavia egli rimaneva convinto che quella vecchiaccia aveva
una lingua maledica, e che il Damonte era un bamboccione, e non poteva
proprio capire come mai facesse sua cugina a sopportarlo!...

Ma, intanto, a poco a poco, per amore o per forza, cominciava col
sopportarlo anche lui. Andrea aveva finito coll'andare tutti i giorni
in casa Castelguelfo e vi faceva visite che duravano per ore intere; e
siccome la Baby non voleva punto cambiare le proprie abitudini, così
anche Andrea doveva trovarsi coll'altra gente. Egli, però, non sapeva
nascondere il malumore; non parlava mai con nessuno; rimaneva
imbronciato e faceva musacce tanto che anche la Contessina principiava
a esserne seccata.

Il Santasillia, adesso che tutti lo conoscevano da vicino, avea
perdute le maggiori attrattive, ed era ritornato il _Monsignore_. Ma
un monsignore pesante, pretensioso, il quale pativa di scrupoli, e si
era innamorato a _modo suo_ della Baby.

E come se tutto ciò non bastasse per infastidire la Contessina, gli
amici i quali, sebbene non ne dessero l'aria, pure non avevano ancora
perdonato al Santasillia il trionfo de' primi giorni, congiuravano
insieme per la sua completa disfatta.

La Castelguelfo cominciava ad essere annoiata del nuovo adoratore. Ed
essi appunto, ormai sicuri del loro giuoco, glielo facevano godere a
tutto spiano.

Il Damonte affettava di mostrarsi assiduo presso la Zanibon, la quale
appunto se n'era innamorata per quell'unico merito che aveva il
giovinotto di essere uno dei corteggiatori dell'elegante contessina.
Scipio Spinola pareva preso d'una passione furiosa per il _cotecio_, e
passava tutta la serata al _club_, a giocare. Gli uomini posati
facevano capire alla Baby che ci andavano meno perchè temevano di
riuscire importuni «a certe persone.» Insomma essa era disperata; non
le rimaneva più fedele altro che qualche vecchio reumatizzato, il
quale l'angustiava maggiormente domandandole ogni momento:--Come mai
Scipio Spinola non si lascia vedere?... Perchè il Damonte corre sempre
dalla Zanibon?

Il fiore più bello di cui poteva far mostra la Contessina era Marco
Baldi: ma per essere sicura di non perderlo, doveva invitarlo a pranzo
quasi ogni giorno, e ascoltare pazientemente il solito racconto degli
antichi amori, e non solo tollerare, ma fingere di divertirsi assai
alle scipitaggini del vecchio libertino.

Marco Baldi, sempre ossequioso quando si trovava in presenza del
Santasillia, dietro le spalle ne diceva di cotte e di crude:
specialmente a proposito del voto faceva pompa di tutto il suo
spirito.

--Cheh, cheh! Il culto dell'anima era un pretesto, era una
_blague_!...--E raccontava, in proposito, una sua storiella, secondo
la quale il Santasillia, fatto prigioniero durante un'esplorazione,
era stato trattato dai selvaggi in modo così barbaro da essere poi
costretto a fare quel certo voto.

E la Baby, invece di offendersi per quelle volgarità, ne rideva più
degli altri, temendo potessero credere che la corte del Santasillia
fosse ben accetta, cosa che l'avrebbe resa ridicola in faccia a tutti.

In proposito, la Generalessa, la marchesa d'Arcole e madama Kraupen
parlavano chiaro. Il Santasillia non aveva saputo cattivarsi gli animi
di queste rispettabili signore. Egli le trattava tutte tre allo stesso
modo, senza usare nessuna preferenza, senza mai darsi la pena di far
loro una visita; e non le aveva neppure invitate a vedere il museo!

--Cara Baby, bada che cosa fai,--dicevano le signore.--Noi vogliamo
consigliarti pel tuo meglio: quel santone del Santasillia ti
compromette proprio senza sugo. Secca te, indispettisce i tuoi amici,
e tutti t'abbandonano. Titta non viene quasi più; Scipio nemmeno, e
gli altri non si lasciano vedere. Marco Baldi, il solo che ti rimane,
confessa di annoiarsi assai; dunque pensaci, carina, finchè c'è tempo.
Mettilo a posto quel superbioso, che vuol darsi l'aria di padrone di
casa, o finirai col diventare ridicola, e coll'essere messa al bando
della _società_.

E la Baby a tali parole, che vedeva colla prova dei fatti quanto
fossero vere, si sentiva sgomenta:--ma come fare a levarselo d'attorno
quel benedetto uomo? A dirlo era cosa spiccia...--ma come fare?... Era
stata lei a invitarlo in casa, a lusingarlo, e adesso senza un motivo
non poteva, in certo modo, metterlo alla porta. Poi, già, gl'incuteva
sempre un pochetto di soggezione e fors'anche sentiva compassione di
lui: pareva tanto innamorato, povero Andrea!

Allora, tutto sommato, continuò ad essere amabile col cugino, ma sfidò
i suoi musi e i suoi brontolamenti, mettendosi di nuovo a dar pranzi e
feste e a combinare ogni giorno partite di caccia, gite, cavalcate,
per richiamare le pecorelle smarrite. Faceva un pochino la gelosa con
Titta Damonte; nell'uscire da teatro, dava il braccio a Scipio
Spinola, e tutti furono di nuovo a' suoi piedi.

Andrea di Santasillia soffriva crudelmente, ma non avea il coraggio di
allontanarsi; anzi, adesso, stimolato dalla gelosia, si era fatto
ancora più assiduo presso la Castelguelfo; e lo si vedeva di giorno e
di sera nel suo salottino, sempre muto, accigliato. Certe volte,
quando la Baby si avvicinava sorridente al Damonte o a Scipio Spinola
e diceva loro qualche paroletta gentile, oppure, quando i suoi
adoratori le prendevano la mano per accarezzarla e baciarla con devota
galanteria, gli occhi di Andrea sembrava gettassero fiamme.

Una mattina essa dovea uscire col Baldi, col Damonte e col
Santasillia: andavano tutti insieme in _Piazza d'Armi_ per veder
correre certi cavalli, che la Castelguelfo voleva comperare. Gli amici
attendevano nel salotto, e non volendo farli aspettare più del
necessario, ella si presentò non del tutto abbigliata, allacciandosi
ancora i nastri del cappellino; poi diede i suoi guanti al Damonte,
perchè glieli mettesse...--Era questa una grazia speciale che la Baby
concedeva per turno.

Il giovinotto le si inginocchiò dinanzi, come era di rito, le prese la
manina, la baciò, e principiò a infilarle adagio il primo guanto.

--Guarda come stringe, quel mortale fortunato!--esclamò Marco Baldi.

Ma quasi subito la Castelguelfo strappò l'altro guanto che il Damonte
aveva in mano e gli sfiorò con esso la guancia graziosamente,
avviandosi sollecita per uscire.

--È troppo lento lei--esclamò--e si fa tardi: andiamo! chi mi ama, mi
segua!

Mentre il Damonte le calzava il guanto, Andrea fattosi pallido, aveva
guardato la Baby in modo tale da mettere paura.

Tuttavia, s'ella non sapeva ribellarsi interamente al predominio di
Andrea, se ne vendicava poi, come Marco Baldi, mettendolo in ridicolo
e burlandosi di lui. La Baby con quel musetto piacevole imitava la
faccia trista e i sospiri di Andrea quando «la opprimeva» col solito
racconto delle sue tragiche vicende. Tutti ne facevano le più matte
risate, e persino il malinconico Damonte, se adesso tossiva, non
tossiva altro che per il troppo ridere. La Baby, colla voce grossa, si
metteva a descrivere le tenebre alte, il silenzio pauroso della notte,
il lumicino piccolo che si vedeva in lontananza e il Santasillia
inginocchiato «sotto le verdi piante» che recitava preghiere e si
torturava col cilicio.

--È un espediente assai ingenuo,--esclamava il Baldi, toccandosi la
punta dei baffi con fare altezzoso,--quello di voler rendersi
interessanti coi piagnistei! Occorre ben altro per poter avere _chanz_
colle signore!

Andrea non sospettava certo di servir da zimbello ad una leggerezza
così perfida e crudele, ma pure sentiva di non essere più inteso, di
non aver più il compianto, l'effusione sincera della cugina, e ciò gli
dava al cuore uno strazio indicibile. Il suo viso pallido dimagrava,
egli aveva la febbre; era misero, disperato; straziato insieme dai
rimorsi e dalla gelosia. Dove trovare un conforto? La stessa sua fede
lo impauriva con terribili minaccie... Il pensiero dell'Adele?... Egli
l'aveva tradita...--Non era stato fedele a' suoi giuramenti d'amore:
non aveva saputo compiere i suoi propositi di espiazione...--Sì, egli
era perduto; egli era dannato... Ma forse poteva essere ancora
meritevole di perdono, perchè non era più padrone di sè stesso!...
Diventava matto: ed era lei, sua cugina, che lo voleva proprio matto
ad ogni costo!... Perchè, adesso, ritornava ad essere amabile e a
lusingare tutti quei cretini? Pareva come presa da una mania!... Era
sempre in moto; sempre in mezzo ai divertimenti e al frastuono!...

--Ma come mai il Castelguelfo la lascia sempre sola?--domandò al Baldi
in uno dei suoi impeti d'ira, che non riusciva più a poter frenare.

--Per incompatibilità di umori. Erano ancora ragazzi, quando li hanno
sposati.

--Dunque suo marito non le voleva bene?

--_Au contraire!_ Le voleva troppo bene!

E Marco Baldi, con un ghigno da satiro sdentato, riferì, dilettandosi
nei particolari, i motivi che avevano consigliato quella momentanea
separazione.

Per Andrea cominciò un nuovo e più atroce martirio. Egli aveva pensato
al Castelguelfo come in un possibile alleato che dovea mettere un po'
d'ordine e di quiete nella vita rumorosa della Baby e allontanare da
lei gli sciocchi sdolcinati e sfacciati. La continua lontananza di
questo marito, il non averlo mai veduto, avea indotto Andrea a
considerarlo quasi come un personaggio mistico, incorporeo. Ma invece
le rivelazioni del Baldi venivano a strapparlo brutalmente a quelle
illusioni, mettendogli a un tratto dinanzi agli occhi la realtà più
spietata. Allora immagini nuove e strane popolarono la sua fantasia e
gli straziarono il cuore. Il sangue fervente della sua maturità
intatta, non gli concedeva alcuna tregua. Non poteva più lavorare; non
gli riusciva di scrivere nemmeno una riga. Molte volte, vergognando di
sè stesso, egli si chiudeva nello studio col fermo proposito di
vincere quell'inerzia che lo accasciava, compiere il lavoro che avea
incominciato, e ritrovare nell'intelligenza uno svago, un conforto a'
suoi dolori. E per un momento pareva inebriarsi, stordirsi, ritornava
pieno di ardore verso quelle aspirazioni prime della sua giovinezza,
ma poi, dopo alcune righe che aveva scritte, rallentava la corsa della
sua mano, si lasciava andare disteso sulla poltrona, e il pensiero suo
abbandonava le vergini foreste e i popoli barbari per correre più
vicino dove era la Baby, e di lì non poteva più muoversi.

Era geloso del passato e sgomento dell'avvenire.--Se il Castelguelfo
fosse tornato?

....Se fosse ritornato?!...--e poteva tornare da un momento all'altro.

Egli l'odiava quell'uomo, eppure aveva rimorso del suo odio; avrebbe
voluto dimenticare, addolcire lo spasimo della propria gelosia,
abbandonandosi a qualche nuova illusione. Ma nel medesimo tempo era
trascinato, come dal delirio di una febbre maligna, a ricercare tutti
gli argomenti, tutti i pensieri che lo torturavano; parlava sempre
alla Baby di suo marito, e voleva tutto sapere di lui, per cercar di
capire se quel marito assente poteva farsi strada nel suo cuore. E
lungamente stava fisso cogli occhi in un ritratto del Castelguelfo che
era appeso nel salotto, e lo scrutava, lo divorava; pareva gli volesse
investigare anche l'anima.

La Baby rideva, indovinando i pensieri del Santasillia, e si godeva
mostrarsi tenera, affettuosa verso suo marito; e quando il cugino
guardava il ritratto così fissamente, ella esclamava con una grazietta
piena di moine che «il suo Giuliano era molto più bello!»

--Che diritto aveva quel lunatico,--pensava la Baby
stizzita,--d'essere geloso di suo marito? Era proprio una pretesa
fuori di posto e ridicola assai! E avrebbe voluto «che il suo
Giuliano» ritornasse per fargli dispetto. In tal modo la gelosia di
Andrea riavvicinava la Castelguelfo a suo marito.

--Povero Giuliano! Egli almeno era sempre di buon umore e non l'avea
mai seccata!

In quei giorni la Baby, com'era sua abitudine di ogni anno, aveva
abbandonato Verona per recarsi alla villa di Castelguelfo: un vecchio
palazzotto, innalzato sopra un dirupo enorme, che sporgeva nel lago di
Garda. E la tiepidezza dolce del settembre penetrava misteriosa nel
cuore della giovane donna, mentre la serenità placida del lago,
azzurro e nitido, come una meraviglia orientale distesa ai piedi delle
Alpi, infondeva nel suo spirito un raccoglimento affettuoso.

Ma pure, la solitudine della campagna non le piaceva punto e spesso
era anche annoiata.

--Infine,--pensava qualche volta,--Giuliano deve trovarsi bene a
Vienna perchè non parla più di ritornare!--E come avea fatto presto a
consolarsi della sua lontananza!... Ciò faceva proprio credere che
Giuliano forse le avea voluto bene, ma che non era mai stato
innamorato...--Di tanta gente ch'ella avea conosciuta, suo marito era
il solo che non avea perduta la testa per lei!...--Avrebbe però voluto
scoprire a chi faceva la corte a Vienna, e conoscere la sua rivale...
e fors'anche _le sue_ rivali, perchè Giuliano era un certo
tomo!...--Non tossiva come il Damonte e non sospirava come il
Santasillia!... E poi, in complesso, Giuliano era bellino assai, un
po' piccolo, ma elegante. Non gli stavano bene le fedine che si era
fatto crescere a Vienna, per darsi l'aria diplomatica, ma gliele
avrebbe fatte tagliare. Gli occhietti erano furbi e vivi... e poi
montava benissimo a cavallo!

E la Baby, che di solito scriveva ogni quindici giorni a suo marito,
in quella prima settimana che si trovò in villa sola, gli scrisse tre
volte, e l'ultima lettera era più lunga delle altre. Essa gli narrava
la sua vita di ogni giorno; le passeggiate, le visite ricevute e
ricambiate, e si doleva di veder poca gente a Castelguelfo perchè
troppo lontano dalle sue amiche, e di non poter avere per correttivo
alla noia del Santasillia, altro che le facezie di Marco Baldi.

«...Ti scrivo dal _picco della quercia_... te ne ricordi?... Mi piace
tanto questa roccia! Sembra un luogo incantato, _la rupe della
strega_... _lo_ _scoglio della fata nera_... quello che vuoi! Sotto la
quercia ho fatto distendere una grossa tenda, che di giorno ripara dal
sole e la sera dalla brezzolina umida, perchè io sono molto _frileuse_
(anzi _frileuz_, come direbbe Marco Baldi), e poi sono gracile e
delicata assai. Non ho la salute florida delle tue tedesche, le quali
del resto, come tipo, non mi piacciono punto... Tutto il giorno sto
qui a leggere o a scrivere e ad aspettare chi non viene... Non
lusingarti, sai, perchè proprio non aspetto te...--La sera fumo la
sigaretta e si fa chiacchiere con Marco Baldi. Ben inteso che c'è
sempre con noi anche quel noioso del Santasillia; ma non parla mai...
Guarda il cielo e sospira; guarda tua moglie (che sono io, ricordati!)
e geme profondamente, poi, certe volte, si avvicina al margine della
roccia, proprio come se avesse l'intenzione di fare un capitombolo nel
lago... Povero Andrea!... Ieri l'ho fatto tanto arrabbiare! L'ho
avvertito che il lago sotto la roccia è profondissimo, e che se non
era un forte nuotatore, non dovea risolvere di fare il salto.--Sarò
cattiva col nostro reverendo cugino, ma mi secca assai!... Pensa,
tanto per avere una scusa d'essere tutti i giorni a Castelguelfo, che
s'è messo a restaurare la sua villa d'Oriano. Così l'ho qui a due
passi e mi tiene sott'occhio... Carino carino!...--Scipio Spinola,
adesso, lo chiama il mio _tutore_.

«... Includo per te, in questo foglietto, una bella viola, e trova
modo di averla cara... Se sapesse il _tutore_ che te la mando,
guai!... Me ne offre sempre un mazzolino, che io porto tutto il giorno
per renderlo felice. Ha riempito le sue serre di fiori splendidi.
Tutti per me, ben inteso, e te lo dico perchè, tanto, tu non sei
geloso.

«Ti mando la mia mano da baciare. Dicono i nostri amici che è bellina
assai; ma tu, già, non te ne sarai accorto. E poi a te devono piacere
le mani rosee e _potelées_ delle tue tedesche. Scusami, sai, se ti
addoloro, ma le tedesche mi sono proprio antipatiche. Preferisco le
inglesi. Credilo; quando sono belle, sono più carine assai. Per altro
lo devi credere senza farti trasferire a Londra. Cattivo!... Saresti
ancora più lontano!»



XI.


Ma non ostante l'umore bizzarro della cugina, Andrea si sentiva assai
più tranquillo vedendola a Castelguelfo. Non c'erano visite, nè
viaggiatori, e anche il Damonte e Scipio Spinola non capitavano altro
che la domenica a pranzo, per ripartire la sera stessa. La fabbrica, i
ristauri d'Oriano e i disegni relativi erano occupazioni che si
confacevano allo stato suo; ed egli vedendo che trovava modo di
attendere a quegli impegni, s'illudeva promettendo ogni giorno a sè
stesso, che all'indomani avrebbe ricominciato i suoi studi con nuova
lena; ed era tanto sicuro di spicciarsene in breve, che avea già
scritto a Milano per procurarsi un editore.

Egli, intanto, sopportava ogni capriccio della Baby; era sola in
villa, e ciò lo confortava di tutto.

E infine quelle durezze non attestavano la piena innocenza della sua
amicizia?... Come dovevano essere diverse le soavi espansioni e gli
incanti dell'amore! Si era ingannato quando aveva creduto che gli occhi
della cugina somigliassero a quelli della povera Adele...--Avevano
tutt'altra espressione!--No, no; egli non veniva meno alla sua fede, nè
alle sue promesse recandosi sovente a Castelguelfo. La Baby (avevano
ragione di chiamarla in tal modo: alle volte, era proprio un _baby_) non
gli addolciva punto la vita; ed egli continuava a rimanerle amico, perchè
quella testolina sventata gli faceva paura. Essa, circondata com'era da
mille pericoli, aveva bisogno di consiglio, di guida, e si sentiva in
dovere di non abbandonarla.

Ingannandosi in tal modo nel giudicare i propri sentimenti, Andrea
rimaneva assiduo presso la bimba crudele, vivendo della vita sua, e
respirando del respiro suo; divorandola cogli occhi, adorandola
coll'abbandono più appassionato dell'anima e soffrendo spasimi
ineffabili, che soltanto una parola buona o un atto cortese di lei
riuscivano a mutare in altrettanta felicità. A poco a poco egli aveva
talmente rinchiusa la propria esistenza in quella della Castelguelfo,
da perdere persino il giusto criterio delle cose. Un oggetto che
apparteneva alla Contessina gli era sacro, e Andrea provava un senso
di dispetto e di gelosia quando il Baldi prendeva nelle sue mani o il
cestino da lavoro, o l'astuccio delle spagnolette, o lo sciallettino
che ella si faceva portare sotto la tenda. Quegli oggetti erano cari
al suo occhio e al suo cuore. Voleva essere lui solo quello che li
presentava a Baby; ed essa, che aveva indovinata la strana gelosia del
cugino, affidava volentieri lo sciallettino a Marco Baldi, e da lui si
faceva offrire e accendere la spagnoletta. E come il cuore di Andrea
avea raggiunto tanta finezza, così anche la sensibilità di lui si era
fatta maravigliosa.

Il _tic tac_ dei piccoli passi della Castelguelfo, il fruscìo leggiero
della sua veste lo facevano impallidire, e la sera, aspettava con
ansia il momento in cui, abbandonando il _picco della quercia_ e
ritornando verso la villa, essa usava appoggiarsi al braccio di uno
dei suoi amici. Quando la vedeva alzarsi, egli era inquieto,
agitato...--Avrebbe preso il suo braccio o quello di Marco Baldi?... E
le si metteva vicino vicino, ma non osava mai offrirsi per il primo,
impacciato e intimidito da uno strano turbamento.

Ma pure quelle belle sere di settembre erano tutte un incanto. Il lago
tranquillo sotto le stelle scintillanti; il profilo cupo delle colline
e dei monti lontani, che chiudevano l'orizzonte con immagini strane e
diverse: l'armonia quieta e uniforme della notte, solo interrotta
dallo schiocco echeggiante della frusta e dal cigolìo de' carri che
salivano la strada erta della riviera, tutto ciò rendeva più deliziosa
al Santasillia, in quella pace serena, la muta contemplazione del fumo
della spagnoletta, che usciva lento come il respiro, fra le labbra
socchiuse della Baby.

Certe volte, quando il rapimento di Andrea sembrava più intenso, la
Contessina lo interrompeva a un tratto, mormorando con un piccolo
sbadiglio:--Dio, Dio! com'è seccante la campagna! Ha proprio ragione
il mio Giuliano di rimanersene a Vienna!--Andrea, allora, la guardava
addolorato; ma mentre il Baldi protestava galantemente «che se fosse
stato lui nel suo Giuliano, sarebbe rimasto sempre a Castelguelfo», lo
sbadiglio della Baby pareva mutarsi in un sospiro di tenerezza, in un
saluto, in un invito misterioso del cuore a un'immagine cara e
lontana.

Dal _picco della quercia_ si dominava bene tutto il palazzotto, e ogni
sera, quando erano vicine le dieci, si vedeva rischiararsi una camera
del primo piano.

--Ecco la Gege--era il nome della cameriera--che accende la
_veilleuse_!--aveva esclamato una volta Marco Baldi.--Ah, Contessina,
come io la manderei al diavolo la... la diplomazia!

--Andremo a dormire... a sognare!--mormorò la Baby stringendosi con un
fremito nello scialletto e facendo un po' la ninna nanna colla
poltrona di vimini.

Andrea s'era messo a guardare quella finestra lontana, rischiarata,
senza più dire una parola.

--Perchè guarda così fissamente la finestra della mia camera?--gli
domandò la Baby, dopo qualche momento di silenzio.--Gli fa ricordare,
forse, il lumicino della Valpantena.

Andrea, offeso da tali parole, si alzò sdegnato. La Contessina, in
quel punto, non gli era più cara; non era altro per lui che un _baby_
cattivo. Le rivolse uno sguardo pieno di collera e se ne andò quasi
subito da Castelguelfo, dopo averla salutata freddamente e aver
giurato a sè stesso che non ci sarebbe più ritornato.

--Sì, sì; non era altro che un _baby_ cattivo; un ragazzo senza cuore,
che non avea nulla di sacro. Si faceva gioco di lui e non rispettava
nemmeno quella poveretta che era morta di dolore!... Così non poteva
durare; anche la sua dignità non lo potea più permettere. Sarebbe
ritornato subito a Verona, vicino alla sua Adele; avrebbe ripreso la
vita solitaria, che non avrebbe mai dovuto abbandonare, i suoi studi
e...--E di sua cugina non voleva più sentirne parlare.

Ma poi, la mattina dopo, pensò che così sui due piedi, non gli era
possibile di partire da Oriano. Come poteva sospendere i lavori da un
momento all'altro? Licenziare tutti gli operai?... Sarebbe stata una
ridicolaggine, una scenata, e la Castelguelfo ne avrebbe tratto
argomento per metterlo in burletta!... D'altra parte sarebbe stato un
voler dare alle parole di quel _baby_ una importanza che proprio non
avevano.

Cheh, cheh! Voleva continuare i restauri, la fabbrica, e figurarsi che
Castelguelfo non esistesse nemmeno, o, invece di essere lì vicino,
fosse in capo al mondo. Ma quando scese in giardino e gli fu mostrata
una cesta di fiori bellissimi, appena colti, si sentì impacciato non
potendo ordinare, come al solito, che fossero mandati alla Contessina.
Che cosa ne avrebbe fatto di tutti quei fiori? E poi, nel restauro
della villa s'era tanto uniformato ai gusti e ai consigli della Baby,
che adesso molte di quelle opere gli parevano diventate inutili; e non
andò nemmeno a vedere i lavori.

Tuttavia, per qualche giorno seppe resistere, e non si mosse da
Orlano. Egli, per altro, sperava sempre in una visita del Baldi e in
un invito della cugina. Infine, non vedendolo a Castelguelfo essa
avrebbe potuto dubitare ch'egli fosse ammalato!--Perchè non mandava a
vedere che cosa c'era di nuovo?--E tutti i giorni sperava, e tutti i
giorni cresceva il desiderio e lo sconforto: ma non gli capitava nulla
da Castelguelfo! Era proprio un _baby_ senza cuore! No; non sarebbe
stato lui a cedere; non ci sarebbe ritornato mai più!... Ma invece,
quando venne la domenica, pensando che in quel giorno ci sarebbero
andati il Damonte e Scipio Spinola, all'amore gli si aggiunse la
gelosia, non potè più resistere, ordinò che attaccassero per andare a
Castelguelfo, e adesso che si era risolto, dopo tanto aspettare, aveva
l'ansia, la febbre di far presto, e montato a cassetta spingeva i
cavalli al trotto, e gli pareva come di rinascere e ritornava a
sentirsi contento e consolato.

Andrea respirava con gioia quell'aria fine, che gli sfiorava la
faccia. Il lago era più limpido, il cielo più sereno, e più ridenti
gli parevano i vivi colori della collina, sparsa di ulivi e
verdeggiante di vigneti.

I cavalli erano affaticati e spumanti, ma Andrea, impaziente, li
stimolava di continuo; e quando gli apparve la villa, alta sulla
roccia, e tutta bianca nel barbaglio vivido del sole; e quando,
infine, rivide il _picco della quercia_ che sporgeva cupo, simile a un
gigante imbronciato, fra l'allegra nitidezza delle onde crespe, il
cuore gli battè forte forte, esultando, come s'egli ritornasse allora,
in mezzo agli affetti suoi, dopo un viaggio lontano e increscioso.

In quel momento egli aveva obliato rimorsi e dolori. La figuretta
mesta e soave della povera Adele era dileguata dal suo cuore;
l'immagine minacciosa di Francesco Parabiano era scomparsa dalla sua
mente. Egli aveva dimenticato anche tutto ciò che la Baby stessa gli
aveva fatto soffrire; e nella mente, nel cuore, nel sangue non aveva
più che un pensiero, una gioia, una febbre: rivederla!

Entrò nel cancello della villa e fece tutto il largo e ripido viale
del giardino spingendo i cavalli sempre al trotto, ma quando fu presso
alla casa tutta quella grande contentezza svanì quasi per incanto, e
si sentì sopraffatto dal pentimento e dalla vergogna.

Perchè mai aveva ceduto all'impeto del cuore?... Perchè mai si era
mosso da Oriano?...

Passando con la carrozza presso le finestre della sala terrena, aveva
udito la voce della Baby che cantava al pianoforte; e sparsi nel prato
aveva veduto i _mallets_ e le palle del _croquet_; segno evidente che
il Damonte e Scipio Spinola erano arrivati prestissimo: prima del
solito.

Quando il Santasillia entrò nel salotto, la Contessina lo salutò con
un cenno del capo e un sorrisetto esprimenti una certa maraviglia
birichina; ma continuò a cantare, accompagnandosi al pianoforte. Il
Damonte, in piedi vicino a lei, le voltava le pagine della musica e
salutò Andrea, come Scipio Spinola, senza dir motto: mentre il Baldi,
che stava leggendo sul canapè, si alzò, e in punta di piedi, gli andò
incontro per istringergli la mano.

La Baby cantava con anima e con passione.

Aveva le guance rosee e il seno ansante, strappò gli ultimi accordi
col tintinnio dei braccialetti, curvando, protesa sulla tastiera, la
personcina flessuosa, scintillante di _jais_, poi, fra gli applausi
de' suoi caldi ammiratori, si voltò verso Andrea, girando sullo
sgabellino:

--E così?--esclamò ridendo;--il nostro benamato cugino, non ha potuto
resistere, e ha smesso il broncio? Sa, ha fatto bene a venire. Sono
forse gli ultimi giorni che rimango in questo eremo, ameno sì, ma
noioso alquanto!... Lo zio Pancrazio sta male assai, e se succedesse
una disgrazia, andrei probabilmente a finire l'autunno a Navaledo...
Povero Santasillia,--continuò poi con un'aria leggermente
canzonatoria,--rimarrà qui solo solo, ed io non potrò nemmeno ammirare
le meraviglie di Oriano!... Ma vuol dire che, per compensarlo della
mia mancanza, affitterò Castelguelfo a madama Kraupen che, appunto, è
in cerca di una villa!

Andrea non badò allo scherzo che avea fatto ridere gli altri; ma
avvicinandosi vivamente alla Baby, le domandò con voce rotta dalla
commozione:

--Davvero?... Davvero, Contessa?... Non rimane più a Castelguelfo?

--Ma... chi può sapere?... Tutto dipenderà dalla salute dello zio
Pancrazio!

Era costui un vecchio decrepito, che giaceva infermo da parecchi anni
nella sua tenuta di Navaledo, nel Friuli, ma che non moriva mai, come
forse desideravano i creditori del conte di Castelguelfo.

Originale, di umore bizzarro e avarissimo, il conte Pancrazio, ricco a
milioni, non aveva parenti all'infuori di Giuliano e di Baby, i quali
spendevano senza scrupoli, fidandosi appunto in una tale eredità che,
del resto, non poteva mancare. Ma il conte Pancrazio era stato altre
volte in fin di vita, e poi era sempre ritornato indietro, per quanto
i medici si fossero ostinati a dichiarare il caso suo disperato. E
Andrea, sconvolto da quella inaspettata minaccia di perdere la Baby, e
dimenticando che un momento prima aveva ancora fermamente promesso a
sè stesso di non rivederla più, innalzò dal profondo del cuore una
preghiera così fervida, che forse l'uguale non era mai stata fatta per
la salute del conte Pancrazio.--Se la Baby fosse partita davvero, come
avrebbe potuto vivere a Oriano? E dove sarebbe andato? Che cosa
avrebbe fatto della vita sua?...

Tutto il mondo, senza la Baby, gli parea vuoto e triste.



XII.


Alcuni giorni dopo, ritornando Andrea a Castelguelfo, sentì che la
Contessa era a letto, un po' raffreddata. Egli aveva già fatto voltare
la carrozza per ritornarsene a Oriano, quando la Gege accorse
dicendogli che la padrona stava meglio, e che avea dato ordine di
lasciarlo passare.

Andrea non rispose verbo e seguì la cameriera; ma si era fatto ancora
più pallido del solito; non riusciva con le mani che gli tremavano ad
abbottonarsi i guanti, e incespicò nel tappeto dello scalone. Il
pensiero ch'egli doveva entrare nella camera di Baby lo intimidiva, e
provava una sensazione strana d'inquietudine, come s'egli fosse per
abbandonarsi all'ignoto.

--Ma forse--pensò--avrò inteso male.--La troverò alzata,
certamente!--E sperò davvero che così fosse.

Era la seconda volta soltanto, ch'egli vedeva e che entrava nella
camera di una donna. Però la cameretta umile, piccina, dove sul casto
lettino di ferro avea veduta distesa la morta, in quel punto non gli
attraversò la mente: egli era troppo commosso e turbato.

La Gege aprì l'uscio e sollevò la portiera; ma Andrea rimaneva fermo
sulla soglia. Non ardiva inoltrarsi in quell'oscurità misteriosa, fra
quel tepore insinuante, in cui sentiva più acuto il profumo
particolare, che la Baby spandeva dalle vesti, dai capelli, da tutte
le cose sue.

--Avanti, Santasillia, coraggio!... Si direbbe che le fo paura!

Andrea si avvicinò dì alcuni passi. Il suo occhio, abituandosi,
cominciava a vederci a poco a poco, le tenebre sembravano diradarsi,
ed egli non osava guardare il letto grandissimo, a dorature. Balbettò
alcune parole, ma non sapeva dove mettersi: la Baby non era proprio
alzata!

--Prenda una poltroncina, e venga qui, accanto a me!

Egli volse lo sguardo dove la Baby gli faceva cenno di andare, e vide
muoversi, e uscire dall'oscurità qualche cosa di lustro: era il cranio
pelato di Marco Baldi, che si alzava per cedergli il posto.

Andrea, più che di gelosia, provò allora un senso di disgusto e di
ribrezzo, scorgendo la faccia rossa, accesa del vecchio, vicino al
letto, proprio accanto alla Baby, tutta bella, coi capelli biondi che
coprivano mezzo il guanciale, e le ricadevano sul giubbettino di seta
rosa, chiuso fino al collo.

Egli non la guardava; pure quella figuretta gentile, la sentiva, la
vedeva muoversi nell'anima e nel sangue. Per quanti discorsi fossero
incominciati, Andrea taceva sempre, e tutt'al più non sapeva
rispondere che con pochi monosillabi, o parole inconcludenti. In
quella camera soffocava; dinanzi a quel letto soffriva turbamenti
nuovi e terribili. Rimaneva immobile, cogli occhi fissi nella faccia
di Marco Baldi (l'unico punto dove li poteva tenere senza soggezione),
ma intanto vedeva, osservava, studiava tutto d'intorno a lui.

Sul tavolino accanto al letto, c'era il ritratto di Giuliano, e lo
avea fatto fremere, come lo faceva fremere la Baby quando si muoveva
per accomodarsi colle mani il grosso volume dei capelli, quando
cercava sul letto, dove l'aveva buttata, la scatolettina delle
caramelle, e quando girava e batteva colla punta dei piedini
irrequieti, sotto la coperta grossa di stoffa antica. E, come se tutto
ciò non bastasse, c'erano anche le spiritosaggini e i commenti di
Marco Baldi, che aumentavano le sue angoscie e lo tenevano in continua
agitazione.

Il Baldi scherzava a proposito dell'altro cuscino, accanto a quello
della Baby, che rimaneva sempre vuoto, e la Baby, dopo aver arrossito
un poco, sorrideva, confessando di essere stata cattiva e ingiusta col
suo Giuliano.

--Era tanto giovane quando l'avevano maritata!--_Allora_ non sapeva
proprio che cosa volesse dire, nè che cosa fosse l'amore!... Povero
Giuliano!...--e a questo punto gli occhi scintillanti della Contessina
si empivano di lacrime; lacrime che non erano di dolore, ma di
tenerezza.

--Per dire il vero--osservò Marco Baldi ghignando--adesso quel birbone
di Giuliano non è poi tanto da compiangere. Anzi, _au contraire_, se
fossero vere le informazioni avute intorno al testamento del conte
Pancrazio, avrebbe da godere certi _agréments_...

--La finisca, Baldi! Non so come si possano dire certe cose!--esclamò
la Contessina facendosi rossa di fuoco.

--Ne faremo giudice il conte Andrea!--seguitò il vecchio sboccato, che
non voleva cedere a quelle intimazioni; e mentre la civettuola
nascondeva le fiamme del visetto, con amabile modestia, contro il
cuscino, riferì al Santasillia le dicerie che correvano in quei giorni
a proposito del testamento che avea fatto o stava per fare il conte
Pancrazio. Questi, non vedendo di buon occhio la separazione che
esisteva di fatto tra Giuliano e la Baby, pensava di lasciare tutti i
suoi milioni... al loro futuro primogenito.

Andrea guardava attonito il Baldi, ma non capiva bene:--Se i
Castelguelfo non avevano figliuoli?

--Appunto per ciò!--esclamò il vecchio ridendo sguaiatamente.--Lo zio
Pancrazio vuole che si dia principio alla successione!

Andrea arrossì a sua volta vivamente, poi subito impallidì. Avrebbe
voluto schiaffeggiare Marco Baldi, pigliarlo per il collo, cacciarlo
fuori dalla camera... Ma si sentiva la gola strozzata e non poteva
parlare; gli battevano le tempie; aveva la testa in fiamme e il cuore
soffocato. Reso più ardito dallo sdegno, dall'angoscia, dalla gelosia,
che gli bruciava il sangue, fissò la Baby; essa in quel punto volgeva
gli occhi amorosamente verso il ritratto di suo marito. Andrea si alzò
con impeto; era diventato livido. Se Giuliano fosse entrato in quel
momento, egli si sarebbe avventato contro di lui. La Castelguelfo e il
Baldi si scambiarono un'occhiata di intelligenza. Quella si sentì
irritata contro i furori del Santasillia; Marco Baldi, prudentemente,
cambiò il soggetto delle sue chiacchiere.

Ma Andrea non potè più riaversi, e anche dopo e nei giorni seguenti,
sembrava proprio ammattito. Aveva sempre dinanzi agli occhi la Baby
irrequieta, col giubbettino rosa; e fisse, fra lo spasimo della mente
e del cuore, le parole del Baldi. Sentiva sempre più acuto e
penetrante il profumo di quella camera, così piena di seduzioni forti
e misteriose. Ma il ritratto di Giuliano, messo, con amorosa cura,
accanto al letto; il cuscino vuoto, presso l'altro, dove vedeva sempre
la testina bionda della Baby, lo facevano delirare di gelosia... Poi,
per fargli perdere del tutto la ragione, capitò l'annunzio della morte
del conte Pancrazio, colla piena conferma di tutte le notizie avute o
già divulgate, a proposito del testamento.

Il conte Giuliano era partito da Vienna per Navaledo; aveva già
mandato la propria rinuncia al _Ministero degli esteri_, e doveva
capitare a Castelguelfo da un giorno all'altro, appena avesse sbrigati
nel Friuli gli affari più urgenti.

Questi avvenimenti importantissimi avevano mutato interamente
l'aspetto della villa, e quantunque la Baby fosse in lutto, pure la
sua casa era piena di gente e sempre in festa. Le amiche e gli amici
della Contessina si affrettavano a correre a Castelguelfo per
congratularsi e compiacersi colla Baby. E tutti facevano continue
domande e allusioni intorno al testamento, e tutti lo approvavano e ne
erano lieti, compreso il Damonte e Scipio Spinola; e più di tutti la
marchesa D'Arcole, madama Kraupen, e la generalessa Brocca di Broglio,
che, entusiasmate, levavano al settimo cielo la sagace previdenza del
fu conte Pancrazio; e tutte tre accarezzavano la Baby e la baciavano,
ridendo e scherzando coll'affettuosità ciarliera delle mamme che hanno
trovato il marito per le loro figliuole. E la Baby, docile e buona,
accettava quelle amorevolezze, arrossendo con effusione, ed era sempre
in moto, e aveva sempre un gran da fare per l'accoglienza che voleva
preparare «al suo Giuliano.» Faceva cambiare tutto ciò che immaginava
non gli dovesse piacere: volle vedere come gli avevano disposto il suo
quartierino particolare, e se non mancava nulla nel gabinetto di
toeletta; e si prendeva queste cure con tenerezza e con gioia,
nominandolo spesso, scrivendogli ogni giorno, mostrandosi ansiosa del
suo arrivo e crucciata perchè tardava troppo a venire.

Povero Giuliano! Era tanto tempo che non lo vedeva; ed era stata tanto
cattiva con lui!... Eppoi chi sa, poveretto, come ci veniva di mala
voglia a Castelguelfo!... Chi sa quante lacrime avrebbe fatto spargere
quella sua partenza da Vienna!...--E intanto, ridendo e scherzando,
cominciava a infiltrarsi anche un pocolino di gelosia nel suo amore
giocondo e senza pensieri.

--Sarebbe proprio rimasto sempre con lei, o sarebbe tornato a
Vienna?...

E mentre nel suo cuore cresceva l'amore per il marito, il Santasillia,
che diventava matto per lei, le faceva sempre più dispetto, e sentiva
una forte ripugnanza per quella passione ch'essa aveva inspirata, ma
che non divideva. Adesso ch'ella cominciava ad amare suo marito, il
grande innamoramento di Andrea non la divertiva più, ma l'offendeva e
l'irritava; e cominciava a trattare il _reverendo_ con molta
freddezza, e non gli rivolgeva quasi mai la parola; e certe volte era
persino scortese con lui, mentre con gli altri si mostrava amabile ed
espansiva anche più del solito. Ma il dolore di Andrea sembrava tanto
forte, da renderlo insensibile a tutto ciò. Egli era sempre lì, vicino
alla Baby, colla disperazione impressa nel volto, e pareva supplicarla
con gli occhi stravolti.

Egli non lottava più; non cercava più nemmeno di scusarsi, ma si era
abbandonato, intero, alla sua passione. Aveva finito di credere, aveva
finito di sperare; amava, amava soltanto, ma il suo amore non era il
soave incanto dell'anima; no, egli lo sentiva rodere ostinato come
l'odio, e divampare a un tratto come un impeto d'ira.

La sua mente smarrita si ribellava contro la fede. E, in vero, perchè
doveva egli credere? Quando era stata ben accolta la sua
preghiera?--Lui, che aveva tanto supplicato, avea potuto ottenere la
guarigione di Francesco Parabiano?... No.--Lui che avea tanto creduto,
avea potuto prolungare di un giorno solo la vita dell'Adele?... No.--A
lui, che aveva tanto sofferto, era stata concessa un'ora sola di
riposo e di oblio?...--No. Mai!

Giovanetto ancora, egli era buono, onesto, pio, e tutto ciò non valse
a difenderlo dal cattivo genio che lo spinse contro Francesco
Parabiano e gli distrusse in un attimo la felicità appena
intravveduta; la vita appena incominciata. Pure egli si era piegato
senza imprecare a tanta sventura. Si era fatto operoso, sollecito del
bene altrui, e sorretto da un raggio vivido di speranza e di amore
salutava lieto la fine di ogni giorno, perchè ogni giorno trascorso
era un nuovo passo ch'egli aveva fatto verso la cara perduta. La sua
vita correva triste e solitaria, ma correva ed era tranquilla; e
allora, sempre quel cattivo genio, gli volle negare anche la pace, e
fu preso dalla piccola sirena, incosciente e spensierata, che per
ridere o far ridere, gli aveva avvelenata l'anima e il sangue... Sì,
sì, sì: egli rinnegava la fede e si ribellava contro il cielo. Egli
non poteva credere altro che nel male, perchè il male era stato più
forte e aveva vinto; egli non poteva credere altro che nell'inferno,
perchè l'inferno lo sentiva nel cuore!

In quei pochi giorni, Andrea era diventato così macero, sparuto,
giallo, da far paura e pietà. Quando gli fu annunziato l'arrivo di
Giuliano ebbe prima un sorriso da ebete; poi si scosse all'improvviso,
e lanciò sulla Baby un'occhiata torva, minacciosa, in cui
lampeggiavano l'odio e la gelosia.

Il conte Giuliano aveva scritto da Navaledo che sarebbe arrivato a
Peschiera alle sette di sera; e che poi da Peschiera, con una carrozza
di posta, sarebbe giunto a Castelguelfo intorno alle nove.

Andrea capitò in villa, che avevano appena finito il pranzo. Ma non
entrò nella sala e rimase nel giardino a passeggiare. Non salutò
nemmeno la Baby, non disse una parola, sfuggiva tutti, internandosi
solo solo nei viali più riposti.

Quella passione, quel dolore così grande e muto avevano finito
coll'incutere in tutti un senso di pietà, e anche di rispetto. In
tutti, tranne per altro, nel cuore della Baby. Essa aspettava
Giuliano, e Andrea le dava noia, le faceva quasi ribrezzo.

Il Damonte e Scipio Spinola convenivano col Baldi, che a innamorarsi
al modo del Santasillia non ci doveva essere proprio nessun
divertimento; e la marchesa D'Arcole, d'accordo con la Generalessa e
con madama Kraupen, presa a parte la Castelguelfo, la consigliò di
calmare un poco il suo innamorato, che minacciava di diventare matto
furioso:

--Capirai: se tuo marito lo vede in quello stato, non gli può far
comodo, nè piacere... E poi insomma, anche per il Santasillia stesso,
povero diavolo, trova una buona parola; mettigli il cuore in pace. Tu
sai bene che mi è sempre stato antipatico... Ma, che vuoi? stasera mi
fa proprio compassione!...

--E a me, invece, col suo muso livido, mi fa rabbia, mi fa ira!... Che
diritto ha, domando io, per essere geloso di mio marito? È una bella
pretesa, sai?! Il Damonte, Scipio Spinola e tanti altri non mi hanno
mai seccata con simili scenate!... Sì, sì, sì,--e la Baby batteva i
piedini per terra sfogando la stizza contro Andrea.--Io amo Giuliano;
lo amo, lo amo, lo amo, e se a quel brutto coso fa dispetto, lo amo
ancora di più!

Ma la marchesa D'Arcole, aiutata dalle altre dame della consulta,
seppe adoperare così bene la propria eloquenza da indurre la
Castelguelfo a soffocare lo sdegno, e a mostrarsi buona verso il
cugino.

--Pensa, cara, che il tuo Giuliano potrebbe credere, fra l'altro, che
tu avessi un po' lusingato, un po' incoraggiato il Santasillia, a
farti la corte!...

--Dio, Dio che roba!--esclamò la Contessina sinceramente:--Ed io
invece, non l'ho mai potuto soffrire!

Tuttavia l'osservazione della Marchesa fece colpo.

La sera era bellissima, tepida e chiara. Il lago tranquillo, senza
vento. La Baby mandò il Damonte a prendere lo scialletto, e si chiamò
vicino Santasillia.

--Mi dà il suo braccio, Andrea? Voglio camminare un poco. Andiamo fino
al _picco della quercia_.--E quando furono innanzi nel viale, essa gli
domandò con molta affettuosità nella voce:--Ricorda ancora la nostra
tenda e quelle ore buone?

Andrea la guardò serio, fisso, senza rispondere. Erano soli. Gli altri
della brigata, messi in sull'avviso dalla marchesa D'Arcole, andavano
a passeggiare e a discorrere nelle altre parti del giardino.

--Dica un po' Andrea,--cominciò la Baby, tanto per aprire il
fuoco,--stasera siamo in collera?

Andrea la guardò di nuovo, senza dir motto.

--Che ha, dica?

--Che ho?... Vuol sapere che ho?--rispose il Santasillia sciogliendosi
vivamente dal braccio della Castelguelfo e fissandola minaccioso--ho
che l'amo e che mi ha dannato!

--Per amor del cielo, Andrea,--mormorò la Baby un po' inquieta per il
tono con cui furono dette quelle parole:--cerchi di essere
ragionevole, prudente: se gli altri ci sentono, diventiamo ridicoli.

--E che importa a me degli altri!--esclamò Andrea, il quale ormai,
rotto il freno alla passione, la lasciava prorompere.--Che importa a
me degli altri, quando è la mia coscienza che mi condanna? Quando è
lei, lei per la prima, Contessa, che mi trova ridicolo e che mi rende
tale? Lei, che ha distrutto quanto c'era in me di forte e di buono;
lei, che mi ha tolto ogni forza, che non mi lascia più ragionare, che
non mi lascia più sentire, nè pensare; lei, che non mi ha lasciato di
vivo altro che il cuore, per torturarlo, per poterlo straziare in
mille modi?!...

--Tanto male le ho fatto?--mormorò l'altra con un sorriso
dolcissimo.--È stata cattiva con lei la piccola Baby?

--Ella fa il male senza saperlo; ed è perciò che non risparmia alcun
dolore e che non sente pietà!

Gli occhi di Andrea si empirono di lacrime: la Baby gli si avvicinò, e
gli toccò il braccio con la sua manina carezzevole.

--Ma, infine, si può sapere che cosa è successo da due o tre giorni a
questa parte?

--Che cosa è successo?... È successo che io godevo la pace, e che lei
mi ha messo l'inferno nel cuore; è successo che mi ha fatto tutto
dimenticare ed offendere: la promessa giurata a' miei poveri morti, il
mio dovere e la mia dignità. È successo che per lei ho rinnegato Dio e
la mia fede: è successo che per lei sono disonesto e traditore. Ero un
uomo rispettato; avevo consacrato l'ingegno e la vita per un ideale
alto, per un'opera grandemente generosa, e lei mi ha fatto mancare a
tutto ciò, per rendermi lo zimbello suo e dei suoi stupidi
corteggiatori. Ecco, che cosa è successo! Avevo forza e coraggio e ora
sono debole e vile al punto da chiedere pietà pel mio strazio a lei,
alla Baby! che pure so essere senza pietà. E siccome lei ride, ride
sempre, non fa altro che ridere, e non sa, non vede, non osserva
nulla, così glielo dico io: questo è successo!

Le parole di Andrea erano rotte dai singhiozzi; e un pochino anche la
Castelguelfo cominciava a commuoversi.

--Coraggio, Andrea, coraggio e... ragioniamo; cerchiamo di ragionare
insieme. Non posso proprio dire che mi faccia complimenti stasera, ma
le perdono tutto perchè sento di aver molta, moltissima amicizia per
lei. Ma appunto, se mi vuol bene, si faccia forte e si calmi. A
vederla fare di queste scene, capirà, ne va della mia riputazione.
Tutti quanti hanno notata la sua faccia stravolta... Sapesse che cosa
mi ha detto la marchesa D'Arcole!... Insomma, lei dovrebbe fare a modo
mio,--e così dicendo la voce della Contessina diventava più
carezzevole e insinuante, e la manina premeva più forte sul braccio di
Andrea,--stasera, lei dovrebbe ritornare a Oriano.

--Mi manda via?... Mi mette alla porta?!--proruppe il Santasillia
esasperato.

--Ma no, tutt'altro, Dio mio!--E la Baby, senza perdere la pazienza,
soggiunse sorridendo:--Tornerà domani, quando vuole, sempre! A patto,
per altro, che non mi guardi più con quegli occhi stralunati! Dio mio,
sembra, quasi, ch'ella mi voglia mangiare! In fine, poi, dovrebbe
essere ragionevole e giusto. Se mi vuole, per sua disgrazia, come dice
lei, un po' di bene, che colpa ce n'ho io?

--No; lei non ne ha colpa. Ha voluto soltanto divertirsi col mio cuore
perchè il balocco le sembrava nuovo e strano; ha voluto romperlo, come
fanno i bimbi, per vederlo dentro, com'era fatto!... E quando vi ha
scoperto il culto per una povera morta e il rimorso per un omicidio
commesso; quando vi ha scoperto la fede nel perdono e nella pace, lei
s'è goduta a sconvolgere e a disperdere tutto ciò; s'è goduta a
infondervi un amore che brucia come l'odio, una gelosia terribile che
fa impazzire! Poi me lo ha ricacciato nel petto, per ridere di me, per
ridere vedendo la smorfia di un uomo che muore disperato.

Andrea col petto ansante per l'urto dei singhiozzi, fe' qualche passo
barcollando come un ubbriaco e si buttò sopra una panchina di pietra,
presso il margine della roccia. I suoi occhi incavati non avevano più
lacrime e fissavano cupamente il lago profondo, che si stendeva
immobile e nerastro sotto il cielo bianco.

--Scusi, caro lei!--rispose la Baby, seccamente, perchè punta sul
vivo...--io non voglio niente affatto ch'ella muoia disperato!...
Anzi, al contrario; da un'ora non fo altro che raccomandarle la calma
e la prudenza. Pensi che adesso deve arrivare Giuliano e...

--Ma se sono due giorni eterni, e due notti d'inferno, che non penso
ad altro!--esclamò Andrea alzandosi di colpo e afferrando un braccio
della Baby e scuotendolo.--E lei ora me lo ripete in faccia?! Ma non
vede, non capisce proprio nulla, lei?...

--Andrea, che fa?... Diventa matto?

La Baby aveva un po' di paura, e tentava invano di liberare il suo
braccio dalla mano di Andrea.--Mi lasci andare... Voglio ritornare in
casa!

--Perchè?... Perchè vuol ritornare?...--È presto ancora...--mormorò
Andrea fissandola cogli occhi smarriti.

--Perchè... perchè,--balbettò la Baby, sempre più spaurita;--perchè fa
freddo qui... perchè si fa tardi... Perchè insomma voglio rientrare!

--No... non è tardi... e Giuliano «il suo Giuliano» non può essere
arrivato... Avrebbe sentito la carrozza sulla strada... ascolti...--e
tese l'orecchio--no... non si sente ancora!... Non si sente nulla!

--Mi lasci andare!... Mi lasci andare!

Ma invece la mano di Andrea la strinse più forte, in modo, quasi, da
farle male. In quel punto si era rischiarata, come di solito, la nota
finestra del primo piano, e mentre la Gege, spalancate le imposte,
stava per richiudere le persiane, egli aveva scorto i cortinaggi
candidi del letto nuziale.

--Mi lasci andare! ripeteva inquieta la Castelguelfo.--Mi lasci
andare!--e per isciogliersi da quella stretta, essa si piegò
divincolandosi contro Andrea, che sentì il fremito e fu avvolto
dall'onda calda, odorosa del corpo della Baby. Fu come un lampo: il
sangue gli salì in una fiamma dal cuore al cervello; la roccia sembrò
mancare sotto a' suoi piedi; il lago immenso gli girava dinanzi agli
occhi sibilando e mugghiando, ed egli strinse, si avvinghiò alla Baby
come un disperato baciandola pazzamente sui capelli, sulle vesti, sul
collo...

--È un vigliacco!... Mi lasci andare! Lo odio... Aiuto!--gridava la
Baby, tremante di collera e di spavento, e per tentare di liberarsi e
per iscansare i baci gli graffiava le mani e il viso. Ma Andrea non
udiva quelle ingiurie, non vedeva le lacrime, non ascoltava quelle
preghiere, e le soffocava i gridi e i singhiozzi con le labbra
roventi, mormorando parole rotte, febbrili, a volte appassionate, a
volte feroci, in cui l'odio e la gelosia si confondevano con l'amore.

--Lo odio!... Vigliacco! Lo odio!--Ma poi, a un tratto, pure in mezzo
allo spavento e al ribrezzo, la Baby ebbe un sussulto di gioia; e
cacciando la mano contro la bocca di Andrea, e piegando il capo
riverso, gridò con tutta la forza e l'esultanza dell'anima
sua:--Giuliano! Giuliano! Aiuto!

Sulla strada che conduceva alla villa si udiva allora il rumore
lontano di una carrozza e il tintinnio acuto delle sonagliere.

--Lui!... Lui!--mormorò Andrea serrandosi ancora più stretta la Baby
contro il petto con un impeto convulso.--Lui!--e i suoi occhi
sfavillarono di gelosia.

--Giuliano! Giuliano mio! Giulia...--ma il nome rimase strozzato da un
urlo acuto, terribile.

La marchesa D'Arcore, le altre signore, gli amici, tutti lo udirono
nella villa e accorsero spaventati in cerca della Baby: _il picco
della quercia_ era deserto.

--Baby! Baby!--gridò la marchesa pallida tremante.

--Contessina Baby! Contessina Baby!--gridarono tutti gli altri girando
attorno smarriti... Ma la Baby non rispose; la spiaggia era muta;
l'acqua nerastra del lago ritornava a distendersi tranquilla e
impassibile... Si udiva soltanto, sempre più vicino, il trotto serrato
dei cavalli e il frastuono delle sonagliere, che rompevano
festevolmente il silenzio vasto della notte, come l'annunzio di una
lieta novella.



NOTA DEL TRASCRITTORE: sono stati corretti i seguenti refusi:

La Chiesa poibiva[proibiva] il duello, e quella
di essere pronto e[a] dare la chiesta soddisfazione,
una maraviglia da _ètagère[étagère]_...
le mani rosee e _potèlèes_[potelées] delle tue
avrebbe da godere certi _agrèments[agréments]_...
del testamento che avea fatto a[o] stava per fare
incoraggiato il Santasillia, a farli[farti]la corte!...
Titta Damonte[Demonte] e di Scipio Spinola. Titta Damonte[Demonte]





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Baby" ***

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