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Title: La famiglia Bonifazio
Author: Caccianiga, Antonio
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La famiglia Bonifazio" ***

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                              LA FAMIGLIA
                               BONIFAZIO



                                RACCONTO
                                   DI
                           ANTONIO CACCIANIGA



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1886.



                                  ————


                          PROPRIETÀ LETTERARIA
                  _Riservati i diritti di traduzione._


                          Milano. Tip. Treves.



                                  ————



                                 INDICE



  · I.

  · II.

  · III.

  · IV.

  · V.

  · VI.

  · VII.

  · VIII.

  · IX.

  · X.

  · XI.

  · XII.

  · XIII.

  · XIV.

  · XV.

  · XVI.

  · XVII.

  · XVIII.

  · XIX.

  · XX.


                                  ————



                                   I.



Il capitano Bonifazio e il maestro Zecchini erano sempre insieme, ma non
andavano mai d’accordo. Il primo era un uomo d’azione e non da ciarle;
ligio alla disciplina militare si era abituato ad obbedire ciecamente;
il secondo avvezzo alla cattedra voleva sempre ragionare a diritto o a
torto, come faceva alla scuola. Egli la pretendeva a filosofo, e amava
la discussione; l’altro si schermiva girando la posizione con tattica;
come nelle evoluzioni militari.

Ogni giorno alla stessa ora andavano a fare la passeggiata per le strade
più remote e tortuose dei campi. Il capitano serio e silenzioso, il
maestro col sorriso sarcastico sulle labbra, coll’idea fissa nel
principio fondamentale d’una sua particolare filosofia, che soleva
riassumere in queste poche parole:—l’uomo è un asino. Egli difendeva
questa teoria a spada tratta ad ogni occasione, e colla storia alla
mano, cominciando a citare la condotta di Adamo nel paradiso terrestre,
e proseguendo coll’esame di tutte le vicende umane, dalla più remota
antichità fino ai nostri giorni.—Leggete la storia, egli ripeteva
sovente, non troverete che sommissioni di popoli intieri alle violenze
d’un solo individuo, o di pochi; non vedrete che guerre, stragi,
menzogne, utopie delle quali gli uomini furono vittime. I selvaggi hanno
un capo che li comanda; in tutte le antiche nazioni si trova la
schiavitù, questa degradazione dello stato umano; e perfino i popoli
moderni, i cittadini che si credono liberi, portano sulle spalle un tal
peso di obblighi e di tasse, che supera di gran lunga la soma del grano
portata dall’asino del mugnaio.

I potenti, i padroni, quelli che mettono il basto e la cavezza agli
altri, hanno mandato alla tortura la scienza, hanno arsa sul rogo la
ragione, hanno condannata al patibolo la giustizia e la verità. E quegli
stessi che si credono superiori e indipendenti dalle potenze della terra
sono schiavi delle loro passioni, sono vittime dell’amore e dell’odio,
dell’avidità o dell’orgoglio. L’uomo è un asino! nessuno eccettuato, e
non vi sarà mai possibile di provarmi il contrario.

Il capitano crollava le spalle, e gli rispondeva in francese:—_Mauvaise
plaisanterie!_... e poi traduceva:—Scherzi senza sugo! e rivolto al
maestro gli faceva le osservazioni seguenti:

—Voi avete sempre vissuto in questo villaggio, come un ragno nel buco;
io ho girato il mondo a tappe militari, ho vissuto nelle grandi
capitali, ho ammirato le meraviglie del genio umano, e la vostra assurda
teoria mi fa ridere di compassione.

—Voi mi parlate di eccezioni, le quali non fanno che confermare la
regola, gli rispondeva il maestro. L’uomo di genio è tanto raro quanto
l’uomo felice. Conoscete la storiella della camicia dell’uomo felice? Si
voleva trovare questa camicia, e pagarla a qualunque prezzo. Si andò a
cercarla in tutti i paesi della terra, la difficoltà pareva
insormontabile, quando finalmente si è trovato l’uomo felice.... ma era
senza camicia!...

—Voi uscite dall’argomento. Ritorniamo alla vostra assurda teoria. Io
non avrei che a snocciolarvi una lunga filza di genii per vedere se
avreste il coraggio di trattarli da asini; ma mi basterà citarvene uno
solo;—e così dicendo, il capitano Bonifazio si tolse la pipa dalla
bocca, si levò il cappello, alzò la testa, e sfolgorando il compagno
cogli occhi scintillanti, esclamò imperiosamente:—Ditemi se Napoleone il
grande fu un asino?...

Il maestro pareva esitante, il capitano alzò il bastone in atto di
minaccia, l’altro ebbe paura di quell’argomento perentorio e rispose in
fretta:

—È un’eccezione!... un’eccezione!

Il capitano si calmò, fecero qualche passo in silenzio, poi il maestro
tirandosi alquanto in disparte, soggiunse:

—Napoleone è un’eccezione!... tuttavia....

—Tuttavia?...

—Ma sì, tuttavia, dopo d’aver conquistata quasi intieramente l’Europa,
ha tutto perduto, ed è andato a morire prigioniero, sopra uno scoglio in
mezzo dell’oceano!

La bomba era slanciata, e andò a colpire la lingua del capitano che
restò morta sul colpo. Per salvare il resto dovette raccogliere tutte le
sue forze disperse, e quel giorno non parlarono più della teoria
prediletta del maestro.

Il capitano Bonifazio aveva militato sotto Napoleone, ed era uno dei
pochi reduci della catastrofe della Beresina. Testimonio dell’eroismo
degli Italiani nelle guerre del primo regno d’Italia non poteva
rassegnarsi alla dominazione austriaca, e viveva ritirato in campagna,
per non vedere i Tedeschi, ed anche per incontrare il meno che fosse
possibile i suoi compatriotti che disprezzava per la pecoraggine colla
quale subivano il giogo straniero.

Il maestro Zecchini era figlio d’un ricco signore, il quale dopo di aver
consumato quasi tutto l’avito censo, era morto lasciandolo povero, e con
una educazione incompleta, per cui fu costretto di fare il maestro
comunale per vivere. Dallo sfacello della sostanza paterna si era
salvata una fattoria, con pochi campi annessi, che divennero il
domicilio stabile del maestro, della cui modica rendita viveva, colla
giunta d’un misero stipendio.

Il capitano aveva ereditato dalla sua famiglia parecchie buone terre ed
una bella villa signorile, nello stesso villaggio del maestro, vicino a
Treviso, nella pianura lodata fino dai tempi antichi che ha per
orizzonte le cime nevose delle Alpi, e una verde cintura di colline
sparse di castelli, d’abazie a di villaggi.

Erano diventati entrambi agricoltori per forza; uno avrebbe preferito il
mestiere delle armi l’altro i piaceri della città, ma i casi della vita
li avevano costretti a rinunziare ai loro gusti e a ritirarsi in
campagna. L’amore dei campi venne più tardi, dopo la lunga consuetudine,
dopo le attrattive della natura e la necessità del lavoro. Il suolo
coltivato attira il coltivatore il quale vi si fissa, come l’albero
colle radici.

Il capitano visse i primi anni nella solitudine; dopo lo sbalordimento
delle guerre napoleoniche, dopo le prove ardimentose de’ suoi
commilitoni, dopo i gloriosi fatti d’armi che onorarono gl’Italiani in
varie parti d’Europa, egli si trovava sorpreso ed umiliato di dover
sopportare la dipendenza d’un popolo che giudicava inferiore, per meriti
militari e civili, ai suoi compatriotti; ridotti in schiavitù da
trattati diplomatici, non contratti da essi anzi contrari alla loro
volontà, e pur troppo tollerati, con colpevole indifferenza ed inerzia
nei momenti decisivi.

L’antica repubblica veneta degenerata nel lungo ozio e nella vita molle
e gaudente, aveva lasciato i caratteri fiacchi, e dopo le rapide prove
dei vari governi succeduti al suo dominio, i nobili e i preti
preferivano l’Austria: il grosso della popolazione restava indifferente,
mancava d’educazione politica e di energia. I pochi avanzi degli
eserciti napoleonici sentivano troppo tardi il dolore della patria
perduta, ed il bisogno dell’indipendenza nazionale.

Il governo austriaco entrato come liberatore, si era fissato
stabilmente, passando dalle promesse alle minaccie, perseguitando e
condannando come un delitto di Stato l’amore di patria, ispirato dalla
natura e dalla storia.

Agli ufficiali delle guerre europee, lasciati in disparte, non rimaneva
altro partito che quello di consolarsi della schiavitù colla memoria dei
fatti compiuti, e colla lontana speranza di ritornare in campo, a tempo
propizio.

Erano rari superstiti di grandi avventure, ma bastavano a tener viva la
scintilla del patriottismo, a spargere le idee, ad apparecchiare le
forze necessarie a rivendicare i diritti conculcati della patria. E
intanto raccontavano quella storia di rapide e meravigliose conquiste,
così precipitosamente perdute, e ne raccoglievano le immagini con
religiosa devozione.

Tutte le pareti della casa del capitano Bonifazio, erano ornate di
gloriosi ricordi. Statue, busti, ritratti di Napoleone, in tutti i
costumi, dal costume adamitico scolpito da Canova, fino a quello col
manto e la corona; ce n’erano a piedi, a cavallo, e sul trono. Ma la
preferita era la statuetta di gesso, colla semplice divisa dei
cacciatori della guardia, col piccolo cappello senza galloni, cogli
stivali alla scudiera, le braccia incrociate sul petto, in atto
d’osservazione.

C’erano grandi e piccoli quadri delle battaglie più gloriose.

Montenotte, Lodi, Arcole, Rivoli, Marengo, Cairo, Austerlitz, Jena,
Wagram, Moskowa.

C’era una camera coi ritratti dei generali francesi che ebbero titoli
italiani. Massena duca di Rivoli, Augeran duca di Castiglione, Victor
duca di Belluno, Moncey duca di Conegliano, Savary duca di Rovigo,
Mortier duca di Treviso.

Pochi ritratti di generali italiani, perchè molti erano entrati
nell’esercito austriaco.

In apposita stanza aveva raccolto le tremende memorie della Russia. Un
quadro rappresentava l’incendio di Mosca; un altro una marcia di feriti
sulla neve, inseguiti dai Cosacchi; nel terzo si vedeva la presa di
Malo-Jeroslawetz eseguita dalla divisione Pino, sostenuta dai cacciatori
della Guardia reale italiana. Il quarto era il passaggio della Beresina.
Fra le vedute c’erano i ritratti, dei generali che più si distinsero in
Russia, Davout, Murat, Ney, il principe Eugenio, e qualche altro.

Nelle lunghe ore delle giornate piovose, il capitano Bonifazio faceva il
giro delle stanze, si arrestava davanti ai suoi quadri, riviveva in quel
passato, e nelle rare volte che era costretto di recarsi a Treviso pe’
suoi affari, si fermava per le strade dove passavano i soldati
austriaci, e guardava con pietà quei poveri Croati negri e segaligni, e
le faccie bonarie dei Boemi, e alzava le spalle pensando che Massena con
50,000 Francesi non esitava ad attaccare 80,000 Austriaci, comandati
dall’arciduca Carlo, e li vinceva a Caldiero; e nutriva un fastidioso
disprezzo pei suoi concittadini, che non si accorgevano nemmeno di
appartenere ad una nazione eroica, nella quale gli pareva che un uomo
con uno spiedo avrebbe infilzato come tanti polli quattro o cinque di
quei poveri diavolacci, ma invece bastavano due uomini e un caporale per
scortare a Vienna i furgoni delle svanziche, colle quali gli Italiani
del regno Lombardo-Veneto pagavano all’Austria il diritto di possedere i
propri campi e le case dove erano nati.

E il capitano Bonifazio tornava alla sua villa fosco annuvolato, e guai
a chi gli capitava fra i piedi.

Per soddisfare, almeno in parte, a quel bisogno che sentiva di attività
e di lavoro, vangava e potava, piantava alberi e arbusti, vigneti e
frutteti, disegnava viali, sconvolgeva la terra, seminava, trapiantava e
mieteva.


A poco a poco si avvide d’aver fatto un parco magnifico, troppo
superiore alla sua modesta condizione, ma davanti allo stupendo
spettacolo della natura, dimenticava le umane miserie. E talvolta
combatteva la umiliante teorica del maestro Zecchini, per semplice
impulso della propria dignità; ma pensando al doloroso destino della
patria, non poteva in tutto dar torto al suo vicino di campagna, almeno
nel fondo dell’anima.

Allora diventava più indulgente pel povero maestro, sturava una
bottiglia di vino vecchio, e lo invitava a bere alla salute della
patria. Zecchini correva a chiudere l’uscio e le finestre, perchè
nessuno potesse udire la loro imprudenza. Il capitano si accorgeva della
paura del compagno, stralunava gli occhi, atteggiava tutti i suoi
lineamenti al più profondo disprezzo, ritornava bisbetico e dispettoso e
pensava fra sè: «tacere le proprie opinioni, nascondere come un delitto
i più naturali sentimenti, è una delle tristi necessità di chi è
costretto di vivere sotto il giogo» e tracannando in fretta il suo
bicchiere di vino, suonava il campanello.

Poco dopo compariva Mosè per fare la solita partita a terziglio col
padrone, e il vicino. Mosè fu uno degli ultimi coscritti di Napoleone,
aveva servito il capitano al reggimento, e continuava a servirlo
fedelmente dal tempo che deposte le armi, si erano ritirati in campagna.
Era il vero amico, e il più fido compagno del padrone, gli faceva da
segretario e da castaldo, da giardiniere e da cuoco. Passavano la sera
colle carte in mano per evitare le questioni estranee al giuoco; il
capitano diffidava del maestro, il maestro aveva paura del capitano; si
guardavano in cagnesco, e Mosè collocato fra loro rappresentava il
terreno neutro, e teneva in riguardo i due amici.... nemici.

Del resto non era possibile di indovinare il maestro Zecchini; nessuno
poteva dire con certezza se fosse buono o cattivo; nessuno aveva potuto
leggere nel fondo della sua anima. I furbi sono un prodotto della
schiavitù. Colle autorità superiori non mostrava che umiltà e riverenza,
cogli uomini indipendenti si lasciava sfuggire delle espressioni
liberali, col parroco era religioso, cogli increduli scettico, chi lo
diceva sciocco e chi sapiente: il fatto sta che non aveva mai fatto male
a nessuno, ed anzi in varie occasioni si era mostrato utile ai suoi
scolari e ai loro parenti, col consiglio e coll’opera.

Il capitano lo trovava nullo in politica, astuto in società, utile in
famiglia, pericoloso negli affari delicati, indispensabile per giocare
alle carte; e sapeva servirsene secondo i casi, perchè egli aveva una
tattica magistrale per utilizzare le varie attitudini, senza
compromettersi con nessuno.

Il maestro si prestava con premura a rendergli parecchi servigi, andava
a pagargli le prediali, lo rappresentava negli affari di ufficio,
chiamava alla Pretura gli affittuali che non pagavano il fitto, gli
faceva ottenere il passaporto quando ne aveva bisogno.

Ottenere il passaporto sotto il governo austriaco non era impresa troppo
facile. Nessuno aveva il diritto di viaggiare, nemmeno all’interno dello
Stato, senza che il governo ne conoscesse il motivo, e lo trovasse
plausibile. Per raggiungere l’intento giovava molto la prestazione d’un
amico che fosse in buona vista della polizia. In simili casi, e in varie
occasioni, l’amicizia di Zecchini riuscì utilissima al capitano, il
quale vivendo incognito, ed essendo rappresentato sovente da un
individuo giudicato come suddito sommesso e fedele, passava presso le
autorità per uomo inoffensivo, dal quale il governo nulla aveva a
temere.

E così il capitano Bonifazio congiurava senza pericoli, e senza
suscitare il minimo sospetto faceva parte d’una vendita di carbonari. La
sua corrispondenza politica non era mai affidata alla posta, e gli
arrivava sempre per mezzo di amici, o di messi speciali. Nel mese di
maggio del 1820 il capitano Bonifazio dovette recarsi in Polesine per
intelligenze con quei Carbonari, e poi a Milano per riferire ai capi
della setta lombarda. Domandò il passaporto pel regno Lombardo-Veneto
col pretesto di fare un viaggio agricolo, nel quale si proponeva lo
studio di alcune colture speciali, che facevano difetto nella provincia
di Treviso, come quelle del canape e dei prati a marcita. Il maestro
Zecchini fu chiamato alla Polizia per le necessarie informazioni. Egli
assicurò il commissario che il signor Bonifazio era un appassionato
agricoltore, che aveva già introdotto nella sua campagna delle
eccellenti migliorie, e che si disponeva a fare delle altre riforme, le
quali avrebbero senza dubbio aumentato il prodotto delle terre, e
servito di esempio ai vicini.

Il commissario assentiva col capo, e pensava: «migliorando le terre si
potranno accrescere le imposte! questo è un uomo utile all’Impero!» Poi
domandava conto del carattere, delle abitudini, delle relazioni del
petente; e il maestro rispondeva:

—È un po’ bisbetico, si occupa tutto il giorno della coltura dei campi,
del giardino, dell’orto; vive solo con un domestico, non riceve mai
nessuno, ha dell’ottimo vino, e fa un eccellente cucina; io solo come
vicino di campagna ho l’onore di frequentarlo, e di profittare de’ suoi
cortesi inviti.

«Chi mangia bene e beve meglio non fa l’umanitario, e non si occupa di
politica, pensava il commissario; un uomo civile che vive ritirato in
campagna non può essere che un misantropo.»

—Andate pure, egli disse al maestro, non occorre altro.

Il maestro curvò la schiena, che quasi toccava col naso lo scrittoio,
presentò all’impiegato superiore i più rispettosi ossequi, uscì dalla
stanza con ripetuti inchini, salutò gentilmente anche l’usciere, che
aveva un’aria da sbirro, poi scese le scale lentamente, col collo torto,
e un beato sorriso sulle labbra, pensando fra sè stesso: «l’uomo è un
asino, è un asino, è un asino!...»

E questo suo pensiero non proveniva dal benchè minimo sospetto sulle
intenzioni e la condotta del capitano, che anzi teneva per vero quanto
aveva asserito; ma vedendo che occorrevano tante cerimonie per ottenere
il permesso di circolare a proprie spese nel proprio paese, e che tali
cerimonie erano vane, perchè generalmente la polizia veniva ingannata
dalle domande, dai pretesti, e dalle informazioni, la sua teoria
prediletta gli tornava alla mente, e si compiaceva di poter dare
dell’asino al commissario nell’intimità del suo cuore.

Pochi giorni dopo, il capitano Bonifazio, col suo passaporto in piena
regola, partiva pel Polesine, visitava alcune fattorie rinomate,
procurando che l’I. R. Delegato Provinciale di Rovigo venisse a saperlo,
e poi senza che nessuno l’avesse visto entrava in una casa colonica,
nella campagna deserta, e s’intratteneva per un paio d’ore coi Carbonari
venuti apposta da Ferrara, per intendersi con lui sulle armi e le
munizioni da introdursi, per distruggere i governi dispotici, dare
all’Italia un governo costituzionale, o almeno unire in vincolo
federativo i varii governi italiani, tutti però aventi per basi
costituzione, libertà di stampa e di culto, parità di leggi, monete e
misure.

Predisposta accuratamente la prossima rivolta del Polesine, passava in
Lombardia, visitava i corsi d’acqua, i prati irrigatori e le marcite,
facendo parlare di lui come d’un veneto appassionato agricoltore; poi
scompariva per qualche ora, si abboccava coi patriotti malcontenti,
stringeva la mano ai Carbonari lombardi, comunicava le disposizioni
delle vendite del Veneto, e veniva informato degli accordi presi coi
fratelli del Piemonte.

Dopo quei ritrovi della setta, scriveva qualche lettera al maestro
Zecchini e la gettava alla posta colla certezza che sarebbe aperta dalla
Polizia la quale violava tutti i segreti. Egli si godeva a corbellare i
commissari e il governo, parlando di prati e di vacche svizzere, di
canape e di bachi da seta. Raccomandava all’amico le zucche e le patate,
e gli prometteva al ritorno le più utili informazioni sulla coltura
delle rape.

Dagli amici di Milano ebbe lettere di raccomandazione per qualche
coltivatore, e per qualche possidente austriacante della Brianza, sempre
collo scopo d’ingannare la vigilanza della polizia; e si recò a
visitarli, occupandosi di vigneti e di stalle, benedicendo i benefizii
della pace, che si godevano a merito del regime paterno dei buoni
Tedeschi. Prese alloggio in un grande albergo, assunse delle
informazioni che lo fecero conoscere per esperto agricoltore.

Poi lasciando gran parte del suo bagaglio all’albergo, e raccomandando
all’albergatore le sue preziose sementi di bietole, cavoli e carote,
annunziò una gita nei dintorni per visitare le colture, e partì solo e
pedestre, munito d’una semplice valigietta alla mano. Prese la direzione
opposta a quella che intendeva di seguire, e girando per certi viottoli
deserti, assicurandosi che nessuno lo vedeva, trovò la sua strada, che
lo condusse in un angolo romito delle colline, ove sorgeva una modesta
casa di campagna quasi nascosta dai tigli, dai platani, e dalle robinie.

Abitava in quella dimora un suo antico commilitone, un valoroso
colonnello degli eserciti napoleonici, un fiero soldato, un ardente
patriotta, che non aveva mai potuto comprendere come gl’Italiani si
fossero rassegnati a subire l’umiliazione d’un governo straniero.
Acerrimo nemico dell’Austria, egli congiurava come capo carbonaro contro
l’aborrito governo, ma sapeva operare con tale avvedutezza che non
comprometteva mai nessuno, apparecchiava le riunioni, dirigeva la
congiura con sommo accorgimento, e metteva tanta astuzia nel gabbare i
sospetti del governo, nello sviare le ricerche della polizia,
nell’abbindolare le commissioni speciali, che il suo grande maestro, il
generale Napoleone, non avrebbe impiegata tanta avvedutezza
nell’apparecchiare il piano d’una battaglia.

Odone Palanzo era un antico cospiratore, ancora giovinetto si era acceso
di entusiasmo al primo raggio della nascente libertà. La portentosa
discesa del San Bernardo, compiuta dall’esercito francese condotto dal
generale Buonaparte, la sua improvvisa comparsa in Italia, la battaglia
di Marengo che liberava il Piemonte e la Lombardia dagli Austriaci,
esaltarono lo spirito liberale del giovane italiano, il quale detestava
il regime debilitante del governo straniero che conservava sotto il
giogo una popolazione rassegnata, e non curante della sua sorte nè
dell’onore del paese.

Egli non rifiniva di ammirare e celebrare l’eroica difesa di Genova, il
carattere e le prodezze dei vincitori dei Tedeschi, l’impassibilità di
Massena durante l’assedio, la fermezza di Lannes sul campo di battaglia,
la carica di cavalleria di Kellermann, la risoluzione fortunata di
Desaix. E quando tre giorni dopo di quella famosa battaglia Buonaparte
entrava in Milano sul far della sera, il giovane lombardo si trovava fra
quella folla plaudente che gettava fiori nella carrozza del primo
Console, che procedeva lentamente nelle strade accalcate e illuminate a
giorno.

Allora si arruolò come semplice soldato, quantunque avesse moglie e una
bambina, fece il giro d’Europa, guadagnò i suoi gradi ad uno ad uno, da
caporale a colonnello, fu ferito in varie battaglie, e non depose le
armi che dopo l’ultima campagna di Russia, dove ridotto all’estrema
miseria, lacero, esausto dalla fame, e quasi cieco, sarebbe morto sulla
neve se non avesse incontrato il capitano Bonifazio che lo sostenne, lo
guidò, lo nutrì di crusca bollita e di carne di cavallo; e attraverso a
mille pericoli poterono entrambi ripassare la Beresina, dopo le più
strane venture. Giunti in Polonia come due fantasmi da far paura a
vederli, fecero una lunga dimora negli ospitali, fino che ristabiliti in
salute, ritornarono a Parigi, e ripresero servigio fino alla caduta di
Napoleone.

Rimandati in patria, il capitano Bonifazio accompagnò l’amico alla
casetta di Brianza, dove il colonnello lo presentò alla famiglia come il
suo salvatore.

La moglie era un’ottima donna; e la figlia Maddalena, una bella ragazza,
con due grandi occhi che ne rivelavano la bontà, era stata allevata
dalla madre alle cure domestiche e rurali. Entrambe vivevano
modestamente colle rendite di alcune terre che stavano intorno
all’abitazione. Vedevano poca gente, e assai di rado il loro capo di
casa, il quale di tratto in tratto compariva all’improvviso, si fermava
alquanti giorni, e spariva. Scriveva poche lettere e laconiche, sempre
da nuovi paesi, da varie parti d’Europa. Il colonnello aveva un fratello
più giovane, che si fece parimenti soldato, e questi alla caduta di
Napoleone prese servizio nel piccolo esercito piemontese.

Quando furono di ritorno dalla Francia invasa dagli stranieri di varie
regioni, il colonnello volle che il capitano si riposasse alcuni giorni
nella sua casa, dove si godeva una pace serena, in quel paradiso della
Brianza. Quel silenzio, quella solitudine sotto gli alberi, producevano
l’effetto d’un delizioso calmante negli animi ardenti di quei soldati
avezzi a tanti frastuoni e a tante stragi. A poco a poco il loro spirito
esaltato dalle lotte si raddolciva, il loro sangue rallentava il suo
corso, il loro cuore si apriva a nuove aspirazioni verso la tranquilla
felicità della pace domestica. Finalmente il colonnello sentiva il
bisogno di riposo, in quel nido fortunato, fra il sorriso sereno d’una
buona moglie, e la fiorente gioventù d’una diletta figliuola.

Il capitano Bonifazio che aveva perduto tutti i suoi parenti, si
arrestava ben volentieri in quel ridente soggiorno, prima di rientrare
nella solitudine e nell’isolamento che lo attendevano nella sua casa
deserta.

Gli occhi profondi di Maddalena lo colpivano vivamente, la sua voce gli
penetrava nell’animo, i suoi lineamenti gli lasciavano nel cuore una
indelebile impressione, ma egli non osava guardarla che di soppiatto,
quando era sicuro di non esser veduto da lei; quella soave fanciulla gli
pareva cosa divina, e si giudicava troppo ruvido soldato per credersi
degno di meritare il suo affetto.

I due commilitoni passavano alcune ore seduti sopra un banco rustico del
giardino, colla pipa in bocca, rammentando le loro geste, e quando
passava Maddalena, Bonifazio si alzava in piedi, ritirava in fretta la
pipa, e faceva il saluto militare come davanti un generale.

Alla sera quando si ritirava nella sua camera, invece di andare a letto
a dormire si sdraiava sul canapè, pensava lungamente alla Maddalena, ne
faceva il paragone colle altre donne che aveva incontrate nei vari stati
d’Europa, e la trovava più bella, più interessante e più adorabile di
tutte. Era stato piuttosto libertino, intraprendente, audacissimo col
bel sesso, e poteva vantarsi di ardite conquiste tanto sui campi di
battaglia che nelle alcove; ma quelle erano donne, e questa era un
angelo, ed egli si trovava ospite da un amico, del quale gli era sacra
ogni cosa, e più di tutto la famiglia.

Così passavano i giorni, e Bonifazio si lasciava vivere in pace, in una
specie di allucinazione, e di ebbrezza felice, e chi sa quando avrebbe
pensato di andarsene allorchè la lettera d’un avvocato di Treviso lo
chiamò al suo paese per affari urgenti.

Il colonnello non voleva lasciarlo partire, le signore lo pregavano di
non abbandonarle, e gli parve perfino di scorgere una lagrima che
brillava come un diamante nei grandi occhi di Maddalena; ma la lettera
era pressante, e poi sentiva anche il bisogno di fuggire da quell’amore
soffocato che quasi quasi gli pareva un insulto alla casa dell’ospite e
dell’amico; e partì.

L’ultima parola del colonnello fu questa:—Siamo intesi, _facite judicium
et justitiam_.... e l’altro rispose:

—_Pubblice felicitatis incrementum_....

Erano parole del diploma guelfo dei Carbonari.

Pochi giorni prima si erano abboccati coi fratelli della setta, in un
sito deserto, e avevano giurato nuovamente di liberare la patria dal
giogo straniero, o di morire.

Nel viaggio di ritorno si arrestò a Brescia, Verona, Vicenza, Padova;
fece una scappata a Rovigo e a Venezia, e in tutte queste provincie
s’incontrava coi federati, faceva dei proseliti, formava nuovi centri
carbonari, allargava le diramazioni nei principali villaggi, e stringeva
i nodi d’un’ampia rete che doveva serrare nelle sue maglie l’aquila a
due teste.

Poi rientrò tranquillamente nella casa paterna, solo e disarmato, ma
profondamente convinto che presto o tardi ma di certo, l’Italia sarebbe
unita, libera e indipendente.



                                  II.



Erano passati sei anni da quella prima dimora in Brianza, quando nel
maggio 1820, il capitano Bonifazio ricomparve per la seconda volta
davanti la casa del suo vecchio commilitone.

Non era ancora guarito della profonda ferita ricevuta dai grandi occhi
di Maddalena, e stupiva che una così bella ragazza non si fosse ancora
maritata. Ma in quella solitudine!... egli pensava, è come un fiore
delle Alpi che sboccia, profuma l’aria d’intorno, e muore senza che
nessuno lo veda.

Le accoglienze furono cordialissime. Il colonnello e sua moglie lo
abbracciarono come un fratello.... Maddalena impallidì.

Bonifazio vide il pallore della fanciulla, sentì la mano di lei tremante
nella sua, lesse ne’ suoi grandi occhi un sentimento di tenera
affezione, della quale non si era accorto al primo incontro.

E come poteva avvedersene se non osava guardarla? non era lei che doveva
confessargli il suo amore! Era partito all’improvviso, ed era rimasto
sei anni senza ritornare in Brianza; anzi aveva paura di ritornarvi, e
non sarebbe tornato senza la politica.

La luce entrata per uno spiraglio non tardò a diffondersi. Venne a
sapere che non mancarono alla fanciulla ottimi partiti, ma essa aveva
respinto inesorabilmente ogni domanda di matrimonio. Si fece coraggio,
incominciò a guardarla negli occhi: essa non evitava quegli sguardi,
anzi vi corrispondeva con tale espressione che era il linguaggio
dell’anima, un linguaggio eloquente per il cuore del capitano.

Egli aveva 34 anni, otto anni di vita militare lo avevano reso robusto,
sei anni di vita rurale lo avevano ringiovanito. Ella ne aveva 25, era
un frutto maturo, conservato perfettamente dall’aria pura dei campi. La
sorte li riavvicinava, e tutto li spingeva ad amarsi, le affinità
naturali e domestiche, la riconoscenza, le memorie e le abitudini della
vita.

Le dichiarazioni furono franche, e soldatesche.

—Maddalena, le disse un giorno il capitano, l’immensa amicizia che sento
per vostro padre, è superata dall’amore che ho per voi; se vi degnate di
concedermi la vostra mano io sarò l’uomo più felice del mondo,—e così
dicendo le sporse la destra.

Essa depose, senza esitazione, la sua mano in quella del capitano
dicendogli:

—Per la vita!....

—Per la vita!... egli soggiunse, stringendosi al petto quella mano, e vi
depose un bacio rispettoso, come suggello della santa promessa.

Poi si presentò subito al colonnello, rigido, diritto, come quando
andava a presentare il rapporto nella vita militare, e gli disse:

—Mio colonnello, sono innamorato!

—Per la cinquantesima volta! gli rispose l’amico.

—Per la prima volta! mio colonnello.

Il vecchio soldato sorpreso da uno scoppio improvviso di risa, fece
un’aspirazione così rapida, che il fumo della pipa gli entrò in gola, lo
fece tossire, sputare, e bestemmiare con tanta violenza, che pareva
soffocarsi.

Quando tornò in calma, Bonifazio gli fece il solenne giuramento, che la
sua asserzione era la pura verità. Era verissimo che aveva conosciuto
molte donne, ma non ne aveva amata seriamente nessuna, o perchè nessuna
aveva saputo meritarlo, o perchè le continue marcie forzate non gli
lasciavano il tempo di dare l’importanza d’una passione ai suoi capricci
passeggieri. Se n’era persuaso nel 1814, quando s’era innamorato
seriamente per la prima volta, ma aveva amato in silenzio per sei anni
consecutivi, e finalmente si era risolto di parlare....

—Ci hai messo del tempo!... gli rispose il colonnello, hai perduto
l’abitudine della furia francese, hai contratto il contagio della flemma
tedesca....

—Non mi credevo degno della donna amata, non osavo alzare gli occhi fino
a lei....

—E adesso li hai alzati?....

—E adesso domando la sua mano....

Il colonnello lo guardava fisso, e cominciava a comprendere.

Allora il capitano riprendendo la sua posa militare soggiunse:

—Ho l’onore di domandare al colonnello Odone Palanzo la mano di sua
figlia Maddalena.

Il colonnello si gettò nelle braccia dell’amico, ridendo e piangendo, e
gli mancava la parola per la commozione.

Si recarono insieme dalla buona madre che accolse la domanda con vera
soddisfazione, e concertarono ogni cosa di comune accordo. E quando nei
giorni successivi, e negli intimi colloqui colla fidanzata, essa
confessò a Bonifazio che lo amava fino dal loro primo incontro, e lo
aspettava rassegnata, colla speranza di rivederlo, risoluta di non
volere che lui o nessuno, egli non sapeva darsi pace della sua
dabbenaggine, e del tempo perduto.

E scrisse una lettera al maestro Zecchini che cominciava con le seguenti
parole: «Faccio adesione piena ed intiera alla vostra prediletta teoria;
sì, l’uomo è un asino! e me ne sono accorto in questi giorni, studiando
la verità sopra me stesso.» Non si spiegava di più, passava ad altri
argomenti, raccomandava le sue coltivazioni, ma le ultime parole del
foglio confondevano il maestro, il quale restava sbalordito da questa
conclusione: «ho il piacere di annunziarvi che prendo moglie.»

Il povero Zecchini non sapeva che cosa pensare.

Intanto l’amore del capitano Bonifazio andava di pari passo colla
congiura. Al giorno godevano il sole di maggio sotto la pergola dei
gelsomini, e vagavano per le colline, soffermandosi ad ammirare i
lontani orizzonti, e il sorriso di primavera sulle rive dei laghi.

Alla sera il colonnello e il capitano uscivano insieme col pretesto
d’una lunga passeggiata militare, e invece si recavano ai convegni
notturni dei Carbonari, tenuti in luogo sicuro.


Era stato scelto a tale scopo un casolare incendiato nella campagna
deserta, vicino a un bosco. I contadini rimasti senza tetto si erano
rifuggiati altrove. Dietro alcune macchie di alberi i giovani
apprendenti stavano in sentinella per dare il segnale convenuto in caso
di bisogno, ai capi che si raccoglievano fra le rovine, al lume delle
stelle. Ciascuno portava un nome romano, Sallustio, Orazio, Livio,
Nerone, e molti di loro non si conoscevano che con questo nome. La
parola di passo era: _libertà vendicata_. Colà il deputato veneto dei
_cavalieri guelfi_ combinava gli accordi coi _federali lombardi_, i
quali corrispondevano coi capi dirigenti degli _Adelfi_ del Piemonte. La
_Costituzione latina_ era il loro statuto, che conteneva il piano
fissato per effettuare una rivolta armata. Fra gli ufficiali del
disperso esercito italiano i Carbonari si contavano a migliaia. Il
colonnello si teneva in corrispondenza segreta con suo fratello
Aristide, che annodava le relazioni della setta di Lombardia colle
società segrete di Torino.

La rivoluzione piemontese doveva scoppiare nei primi mesi del 1821,
d’accordo coi Napoletani e i Lombardi.

Esauriti gli argomenti da trattarsi i congiurati fissavano la notte pel
successivo ritrovo, poi uscivano dal nascondiglio alla spicciolata.


Il colonnello e il capitano ritornavano a casa fumando la pipa, parlando
delle glorie passate, delle presenti vergogne, e dell’immensa sventura
di vivere senza patria.

All’alba il capitano era alla finestra a respirare l’aria mattutina e le
soavi esalazioni dei campi. Poi passava delle ore deliziose conversando
colla promessa sposa, e ammirando la perizia che dimostrava nel
disimpegno delle faccende domestiche.

L’amore e l’amicizia gli avrebbero fatto dimenticare la sua casa, e i
suoi affari, se la politica non lo avesse costretto alla partenza, per
apportare nel Veneto le decisioni prese dalle assemblee dei Carbonari, e
provvedere con ogni sollecitudine ai prossimi avvenimenti.

Furono presto d’accordo nel fissare il tempo delle nozze. Le donne
chiesero sei mesi per apparecchiare il corredo, gli uomini assentirono
volontieri, colla tacita speranza che fra sei mesi l’Italia sarebbe
libera dal dominio straniero, e che per allora, la nuova famiglia
italiana avrebbe una patria.

La separazione fu dolorosa, abbracci e lagrime da ambe le parti, ma
l’addio fu raddolcito dalla promessa d’una assidua corrispondenza
epistolare, e dal ritorno nel novembre per celebrare le nozze.

Il viaggiatore non distolse gli occhi da quella casa diletta che
all’ultima svolta lontana della strada, e vide ancora un fazzoletto
bianco che sventolava fra quel gruppo d’alberi, dove aveva lasciato il
suo cuore. Rientrò all’albergo di Brianza raccontando le meraviglie
vedute nelle sue gite agricole, nominò tutti i paesi, meno quello dove
aveva soggiornato, e partì per Milano carico di sementi. Di là colle
solite fermatine perfettamente dissimulate, e colle relative conferenze
segrete coi principali centri carbonari, si diresse a piccole giornate
verso il Veneto.

Il maestro Zecchini e il fedele Mosè lo aspettavano con curiosa ansietà.
Forse ritornava colla sposa! Era vero che non aveva dato alcuna
disposizione in proposito, ma la casa era in ordine, e il parco era
degno di ricevere qualunque signora. Mosè non voleva credere a questo
precipizio, ma il maestro Zecchini non si sorprendeva di niente, anzi si
aspettava ogni bizzarria da quell’originale, che gli aveva annunziato il
suo matrimonio con tanto laconismo.

Finalmente giunse una lettera che fissava il giorno preciso del ritorno,
e siccome il capitano era esatto come un cronometro, così il domestico e
l’amico stavano ad aspettarlo sulla porta quando si udirono i sonagli
della vettura che riconduceva il pellegrino.


Le disposizioni da prendersi per il prossimo matrimonio furono nuovo
argomento di conversazioni e di diverbi fra il maestro e il capitano.
Zecchini metteva fuori degli utili consigli per gli arredi, Bonifazio lo
canzonava; Mosè dava sempre ragione al padrone, il quale dopo di aver
ripetutamente disapprovato i piani dell’amico finiva qualche volta
coll’adottare quei consigli che aveva respinti con ironia e
indignazione. Ma si conchiudeva sempre la pace al tavolo del terziglio,
ovvero si cambiava argomento di discussione raccogliendo le diatribe
sulle carte da giuoco.



                                  III.



Durante l’estate venne apparecchiata la stanza nuziale, e furono
acquistati tutti gli arredi necessari per abbellire la casa, e renderla
degna di accogliere una donna gentile. La corrispondenza correva
regolare fra gli sposi, e il capitano seguitava ad occuparsi di
agricoltura, e faceva delle gite a Venezia e altrove, per completare i
mobili della casa, mascherando con studiate apparenze le trame della
congiura, e i ritrovi dei Carbonari.

Non riceveva mai nessuno, e solamente in una sera di settembre,
sull’imbrunire, un signore smilzo, in occhiali, si presentò al cancello
della villa, e chiese del capitano. Gli fu aperto da Mosè che lo
introdusse nel salotto, e corse a chiamare il padrone.

Il capitano parve sorpreso assai di quella visita. Rimasero un’ora in
conferenza; poi, fatto attaccare il cavallo, partirono insieme col legno
di casa. Il padrone prendendo in mano le redini e la sferza, avvisò Mosè
che non sarebbe tornato che dopo la mezzanotte, e dicesse al maestro che
era andato a ricondurre un amico, venuto a fargli visita.

Un mese dopo questo fatto, insignificante in apparenza, successero dei
casi che impressionarono fortemente il Bonifazio. Il maestro capitava
ogni sera colle novità del giorno: arresti di persone stimate ed
illustri di Milano, e in altre parti di Lombardia, e del Polesine.

Si parlava dovunque di società segrete scoperte, di Carbonari fuggiti o
messi in prigione. Il capitano crollava le spalle, tentennava la testa,
brontolava, voleva mostrarsi indifferente, ma poi domandava le più
minute informazioni. Quando suonavano il campanello stava sopra pensiero
fino che non sapeva chi fosse; sbagliava le carte e ne dava la causa al
maestro, il quale sbalordito dall’accusa fissava tanto d’occhi in faccia
del capitano, che lo rimbrottava di guardarlo in quel modo, con quello
sguardo da inquisitore. E si bisticciavano più del solito.

Il giorno dopo, il capitano si chiudeva in camera, lo si sentiva aprire
degli armadi, scartabellare delle carte, nelle ore che era solito di
stare in giardino.


Quella sera, il maestro che veniva come il solito a fare la partita,
fiutava l’aria della stanza, guardando intorno con inquietudine.

—Che cosa avete, che torcete il naso? gli chiedeva il capitano.

—Sento un odore di bruciaticcio, gli rispondeva, e guardo se c’è qualche
cosa che prenda fuoco.

—Sono delle vostre solite idee!... io non sento niente.... non c’è
niente.

—Eppure c’è qualche cosa di bruciato! insisteva l’altro, andiamo a
vedere.

Il capitano s’impazientava, montava in collera, lo accusava d’essere un
visionario, lo sgridava e lo consigliava a desistere dalle sue
inquietudini, e l’obbligava a sedere in quiete, colle carte in mano.

Ma la partita era turbata dalle insistenti aspirazioni nasali del
maestro, che continuava a dimenarsi sulla seggiola, e a mostrarsi
pauroso del fuoco. Il capitano fremente lo tacciava d’uomo ostinato,
fino alla cocciutaggine.

Ma quando il maestro partì fece spalancare tutte le finestre e le porte,
affinchè uscisse ogni odore sospetto, e volle che Mosè tirasse fuori
dalla stufa delle carte bruciate incompletamente, e che le riducesse in
cenere, ma persisteva nel sostenere che non ci poteva essere nessun
odore da fumo.

—Ma quel benedetto uomo, egli ripeteva, vuol mettere il suo naso da per
tutto!

Mosè, come al solito, dava ragione al padrone, e vuotando la stufa delle
carte bruciate, continuava a dire che non c’era il minimo odore di fumo.

Poi il capitano diede degli ordini precisi e segretissimi, per delle
possibili contingenze. «Che il cancello del giardino sia sempre chiuso a
chiave, anche di giorno, in modo che se qualche persona vi si
presentasse per entrare, sia costretta ad aspettare che si vada a
prender la chiave, da lui stesso tenuta in saccoccia. La porticina in
fondo del brolo, che mette ai campi, sia sempre aperta di giorno e di
notte.»

Il matrimonio che doveva aver luogo in novembre fu rimandato di comune
accordo a tempo più opportuno.

C’era pericolo imminente da ogni parte. Furono prese infinite
precauzioni per non entrare nelle trappole tese dai nemici, ma non tutti
i sorci hanno gli accorgimenti necessari per evitare le insidie, e
burlarsi degli insidiosi; molti furono accalappiati, ed era
indispensabile di non muoversi, di non dar segno di vita, per non
eccitare sospetti.


Il maestro che ignorava la dilazione del matrimonio aveva apparecchiato
il suo bravo sonetto per le nozze dell’amico, nel quale non mancò di
rammentare le prodezze guerriere dello sposo, e la bellezza della sposa
(che non aveva mai veduta) per tirar fuori il solito paragone di Venere
e Marte. Gli pareva di aver fatto un lavoretto abbastanza degno
dell’occasione, e portò il manoscritto alla I. R. Censura per ottenere
il permesso di stamparlo.

Non lo avesse mai fatto! il censore lo fece chiamare in ufficio, gli
diede una solenne lavata di testa, e gli osservò:

—Anche senza badare all’indole sovversiva di tutto il sonetto non potrei
lasciar passare alcune parole proibite, come Italia, patria, libertà; e
poi che diavolo si è messo in mente di parlare di Buonaparte e di
chiamare l’Italia una nazione? dove vede la nazione?... mi dica....

Il maestro tutto confuso gli rispose:

—Sono stato trascinato dalle rime: Marte Buonaparte; Napoleone-Nazione.
Sapeva di far piacere allo sposo che fu soldato di Napoleone.

—Peggio che peggio! Ella ignora dunque che Napoleone Buonaparte fu
nemico dell’Austria?...

—Fu genero del nostro venerato Sovrano, di Sua Maestà l’Imperatore!...


—Senta, le dò un consiglio da padre, lasci la politica agli uomini di
Stato.... e a chi ha voglia di andare in prigione; e se vuol fare il
poeta, quantunque io non ne veda la necessità, lasci stare i cavalli di
battaglia, e salga al Parnaso col modesto ronzino che serve al suo
pievano per andare alla congrega, e cavalchi tranquillamente nella
pacifica Arcadia, che non ha mai fatto male a nessuno.

E così dicendo lacerò il sonetto incriminato, lo gettò nel cesto, e
congedò il poeta con uno sguardo severo accompagnato da queste poche
parole:

—Si tenga per avvertito!

Il maestro Zecchini uscì dall’ufficio di Censura annichilato.

Gli tremavano le gambe, si riteneva fortemente compromesso, vedeva già
il commissario di polizia e gli sbirri che picchiavano alla sua porta,
che lo perquisivano, lo arrestavano, lo conducevano in prigione.

Corse difilato dal capitano a confessargli la sua imprudenza, e a
domandargli consiglio.

—Che cosa vi è passato per la mente? gli domandò il Bonifazio, in
collera. Ignorate dunque che senza patria non si ha il diritto nè di
scrivere, nè di pensare? Avete commesso una vigliaccheria degnandovi di
sottomettere i vostri concetti alla censura, avete commesso una
asinaggine gettandovi volontariamente in bocca al lupo. Non sapete che a
Milano hanno soppresso il _Conciliatore_? che hanno chiuso le scuole di
mutuo insegnamento?... Vi siete cacciato in un vespaio.... potreste
essere arrestato.

—Ma io non ho fatto niente!...

—Appunto per questo siete in pericolo. Tutti quelli che furono arrestati
in questi giorni non hanno fatto niente.... qualche leggerezza, qualche
imprudenza, qualche fanciullaggine come la vostra; ma saranno
condannati, perchè coloro che agiscono seriamente, sanno farlo colle
dovute precauzioni, e l’Austria ne prenderà pochi. I generali muoiono
raramente in battaglia, sono i semplici gregari che pagano per tutti. Ma
pazienza che voi andiate in prigione, il peggio si è che compromettete
gli amici con la pazzia dei sonetti, che non servono a niente. Non siete
uomo da esporvi alle conseguenze d’un atto coraggioso, la vostra tempra
frolla non vi permette di sfidare le crudeltà del dispotismo. Guai se vi
manca ogni mattina il vostro caffè nero, e i calzerotti di lana
l’inverno, il pancotto la sera, guai se vi togliessero l’aria e il sole
dei campi, e vi chiudessero in un camerotto, colle balze agli stinchi
per finire i giorni sul tavolaccio del carcere duro!...


Il povero Zecchini si coricò colla febbre, e battendo i denti andava
borbottando la sua massima prediletta, come una giaculatoria in
_articulo mortis_, e questa volta intendeva parlare di sè stesso, quando
ripeteva con compunzione:—l’uomo è un asino, un asino, un asino!...

Gli volle molto tempo prima di ricuperare una discreta salute; e quando
leggeva sulla _Gazzetta di Venezia_ dei nuovi arresti, sentiva un
brivido fra carne e pelle, gli pareva di vedersi in mezzo ai Carbonari,
e se li figurava tutti neri, le vesti, il viso, e le mani, e faceva il
più solenne giuramento di mai più esporsi a simili pericoli, e per
evitare ogni occasione di compromettersi, non voleva più vedere nessuno,
e non frequentava che una sola casa, quella del suo vicino, il capitano
Bonifazio.

Intanto i processi di Milano e di Venezia continuavano le inchieste, e
sempre nuove vittime cadevano in mano dell’Austria.

Il capitano Bonifazio e il colonnello Palanzo erano costretti di
protrarre continuamente il matrimonio nell’interesse di Maddalena,
perchè nè un fidanzato nè un padre potevano condannare una giovane sposa
a vincolarsi per la vita con un uomo minacciato dalla prigione o
dall’esilio. E attendevano silenziosi e cauti che fosse cessato il
pericolo, cercando di giustificare il ritardo con facili pretesti,
ammessi facilmente da chi non vedeva altri motivi.

Ma tutto non isfuggiva alla perspicace penetrazione delle donne; alcune
parole colte a volo, alcuni fatti sospetti che coincidevano coi dolorosi
avvenimenti del giorno le illuminavano abbastanza, da renderle
rassegnate al destino, come ad una necessità ineluttabile.

Il più difficile per Bonifazio consisteva nel giustificare il ritardo
delle sue nozze presso il maestro Zecchini, il quale s’interessava
vivamente alla sorte dell’amico, trovava opportunissimo il matrimonio,
si riprometteva dal medesimo una conversazione più geniale, e non poteva
credere nè rassegnarsi ai pretesti che gli venivano presentati dal
capitano come i veri motivi della prolungata dilazione.

E questo era nuovo argomento di dissenzione fra i due vicini, per le
osservazioni noiose da una parte, e le risposte bisbetiche dall’altra.

Così passavano i mesi dolorosi pei fidanzati, pieni di angoscie per le
famiglie, con maneggi segreti dei congiurati per stornare le minacce, e
per disperdere tutte le prove compromettenti per coloro che erano
liberi.

Tutto il 1821 trascorse nella caccia accanita degli inquisitori in cerca
di congiurati, e nella somma destrezza dei capi della setta per
sottrarre nuove vittime alla vendetta degli usurpatori, e alla insidiosa
procedura di giudici arrabbiati per non poter cogliere nei loro tranelli
che un numero assai limitato di Carbonari.

In febbraio 1822 il lungo processo degli arrestati era finalmente
finito, e interessava ai capi di assistere alla lettura delle sentenze
delle povere vittime, che si faceva sulla pubblica piazza.

A tale scopo il capitano Bonifazio partì per Venezia col suo domestico,
potendo aver bisogno d’un uomo fidato, in quella dolorosa circostanza.

Era il 22 febbraio, una bella giornata serena, il sole rallegrava la
laguna e illuminava le case e le botteghe in assetto di festa.

Mosè che ignorava il motivo del viaggio del padrone, essendo libero fino
a mezzogiorno, chè a quell’ora doveva trovarsi in piazza, girovagò tutta
la mattina intorno a Rialto.

Passeggiando per la pescheria si fermava davanti i banchi ad ammirare i
pesci di tutte le dimensioni e di tutti i colori, dal roseo al verde,
dal bianco al bruno, tutti brillanti di squamme metalliche; e passando
per l’erberia stava colla bocca aperta davanti le botteghe rigurgitanti
di commestibili d’ogni genere, ornati di verdi fronde, e contemplava
estatico i cestoni di frutta e di erbaggi, le piramidi di aranci e di
limoni, le valanghe di bietole e patate, i mucchi di polli e di
selvaggina, i monti di carubbe, i barili d’uva calabrese e di fichi
secchi.

I mercanti vantavano ad alta voce le loro merci ad eccessivo buon
mercato, e invitavano i passanti a non lasciarsi sfuggire la bella
occasione; chi cantava e chi urlava i nomi degli oggetti messi in
vendita, chi alzava in aria i campioni, chi metteva il cesto sotto il
naso dei passanti. E una folla allegra e ciarlona di curiosi e di
acquirenti andava e veniva per la via fra quella babilonia di gente e di
prodotti di tutti i colori e di tutti gli odori. Quando fu vicina l’ora
fissata dal padrone, Mosè dovette allontanarsi da quel bizzarro e
rumoroso spettacolo, e si avviò verso la piazza.

Percorrendo le Mercerie si trovò fra gente affatto diversa, che
camminava in fretta, colla testa bassa, verso un altro spettacolo.

Sotto l’arco dell’orologio si stentava a passare, tutti andavano verso
la piazzetta dove sorgeva la berlina, un palco alto, con una colonna
tronca nel centro intorno alla quale girava una panca. Una folla immensa
si stipava al sole in mezzo ai magnifici edifizi, davanti lo specchio
della laguna. Tutta la guarnigione austriaca era sotto le armi, non si
vedevano che teste e baionette.

Comparvero fra gli sbirri, alcuni Italiani ammanettati, salirono sul
palco, e rivolti verso il palazzo dei Dogi si udirono condannare a
morte, e al carcere duro per aver osato sognare l’indipendenza della
patria dallo straniero; e questa sentenza veniva letta da un curiale
austriaco da quel palazzo, in quella piazza eretti da un popolo libero,
ove tutto attestava quattordici secoli di indipendenza, contro un
dominio usurpato da circa nove anni senza l’assenso dei veri padroni.

Il terrore dominava quella folla, che assisteva in silenzio all’orribile
spettacolo. Alle parole «condannati a morte» un fremito di sorpresa, di
pietà, di sdegno sorse dalla folla, ma subito dopo ritornò il silenzio
della paura.

Mosè non potendo trovare il padrone in quella calca ritornò all’albergo,
e quando vide il capitano gli andò incontro con aria misteriosa e gli
domandò:

—Ha veduto sulla berlina quel signore magrolino cogli occhiali che è
venuto a farle visita una sera d’autunno, or son quasi due anni?!

—Non dirlo nemmeno all’aria, se un giorno non vuoi vedermi al suo posto.
Tutti quei condannati sono veri galantuomini, vittime d’una imprudenza.
Volevano fare il bene, ma non sapevano farlo colla finezza
indispensabile nella lotta del diritto inerme contro la forza armata.

Mosè restò sbalordito, e pensava agli ordini ricevuti dal padrone poco
dopo la visita di quel signore: il cancello del parco sempre chiuso, il
cancello del brolo sempre aperto! e cominciava a capire qualche cosa, ma
il capitano poteva essere sicuro che il segreto delicato starebbe
sepolto per sempre in fondo al cuore dell’onesto e fedele domestico.

Abortite le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte e terminato l’infame
processo dei Carbonari colle barbare condanne, il paese, seminato di
spie, scoraggiato per le prove fallite, parve immerso in un silenzio di
morte. I vecchi patriotti rimasero prostrati, scoraggiati di tentare
nuove imprese; i giovani si gettarono negli stravizi, nella vita molle
effeminata, che il governo straniero incoraggiava in molte maniere per
facilitarsi il dominio d’uomini fiacchi e di anime corrotte.

Quella fu l’epoca fortunata dei teatri, delle ballerine e delle mime,
dei veglioni mascherati, dei carnevali rumorosi, degli intrighi galanti,
della vita allegra e spensierata.

Duravano tuttavia le proteste contro il dominio straniero, ma si
limitavano a maledire o beffare il governo, eludere le leggi, burlarsi
della dabbenaggine di qualche Tedesco, degli spropositi italiani dei
Croati, a canzonare la ingenua semplicità d’un soldato, a guardare in
aria sprezzante gli ufficiali dell’esercito austriaco.

Poi sorsero nuove sétte, ma coi capi cospiratori viventi all’estero,
pieni d’illusioni sulle condizioni locali del paese, con forze
immaginarie, e con tentativi arrischiati che esponevano le vite dei
cittadini, moltiplicando le piccole sollevazioni impotenti, e producendo
nuove vittime.

Che cosa potevano fare i prodi soldati degli eserciti napoleonici
lasciati in disparte? i patriotti intelligenti rimasti senza patria?
Crearsi una famiglia, educarla coi sani principii della giustizia,
vivere ritirati, apparecchiare i figli per l’avvenire, attendere e
sperare.

E così fece il capitano Bonifazio.

Andò in Brianza a sposare la sua Maddalena. Le nozze ebbero luogo in
primavera del 1822, con semplicità patriarcale, senza feste, senza
chiassi, e senza sonetti, come conveniva in tempi tristi, dopo dolorosi
avvenimenti.

La sposa che aveva sempre vissuto in campagna si trovò benissimo nella
sua nuova dimora nei dintorni di Treviso. La casa era più grande, il
possesso più esteso e più ricco; l’aspetto della pianura era meno
pittoresco delle colline di Brianza, ma l’orizzonte più ampio ed aperto,
la campagna bagnata da acque correnti, e l’aria pura ed elastica che
viene dalle Alpi e passa per l’immenso letto del Piave apporta la
salute, esilara lo spirito, ed eccita l’appetito.

Il capitano riprese i suoi lavori agricoli e di giardinaggio, la
Maddalena assistita da Mosè e da una fantesca, ordinò la casa; e così
ebbe origine la nuova famiglia Bonifazio, della quale abbiamo raccolto
la semplice istoria in queste povere pagine.



                                  IV.



Talvolta i filosofi hanno il torto di ritenere troppo assolute le loro
teorie, se si contentassero di limitarle al circolo ristretto della loro
visualità, avrebbero perfettamente ragione.

Per esempio: se il maestro Zecchini avesse proclamato, che l’uomo è un
asino, senza uscire dalla sua scuola, nessuna autorità competente
avrebbe trovato un argomento valido per confutarlo: e forse nemmeno lo
stesso maestro avrebbe presentata un’eccezione.

E infatti, studiando sè stesso, egli aveva sovente l’occasione di
confermarsi nel suo principio.

Appena ritornato dalla Brianza, il capitano Bonifazio invitò a pranzo il
maestro Zecchini per presentarlo alla sposa, come amico e vicino di
casa. Il maestro rimase colpito dalla bellezza lombarda della signora
Maddalena, e per esprimere la sua ammirazione in modo che gli pareva
molto appropriato, cominciò a raccontare a tutti i suoi amici e
conoscenti che la sposa del capitano aveva due occhi da carbonara. E
questa fu vera imprudenza, in un tempo, nel quale gli stessi mercanti di
carbone non avrebbero osato chiamarsi col loro nome.

Guai se il capitano lo avesse udito! ma il maestro contemplando quegli
occhi bruciava in silenzio, nascondeva le brace sotto la cenere, e
pensando al carattere vivace dell’amico celibe, aveva doppia paura
dell’amico ammogliato quantunque costui avesse dei pensieri molto più
gravi di quello di sospettare del maestro Zecchini.

Malgrado tutte le precauzioni passibili, il primo tempo di quel
matrimonio non poteva essere tranquillo e sereno, come sogliono essere
tutte le lune di miele. A certe suonate di campanello il capitano
lasciava trasparire un’involontaria apprensione, come al tempo degli
arresti, a certi rumori notturni egli si alzava dal letto e andava a
spiare attraverso le gelosie. La giovane sposa indovinava la causa di
quelle inquietudini, e ne divideva le ansietà.

Tale condizione di cose rendeva il capitano più bisbetico del solito, e
avendo ripreso le partite serali delle carte, ad ogni errore commesso il
maestro andava soggetto a dei rabuffi che lo intimidivano; la buona
signora si studiava di consolarlo dei modi bruschi del marito con
indulgenti sorrisi, e sguardi incoraggianti, e l’asino bruciava.

Dopo qualche tempo la partita di terziglio fu abbandonata pel tresette.
Il maestro pregato dal capitano aveva trovato un quarto giuocatore;
certo Giacomo Pigna, fittaiuolo del paese, un po’ rozzo, ma galantuomo,
laborioso ed allegro, e gran bevitore. Egli capitava ogni sera
fedelmente, anche attraverso la neve e le bufere, per fare la solita
partita. Gettava il suo tabarro e il cappellaccio a cencio sopra una
seggiola dell’anticamera, ed entrava intrepidamente nel salotto coi
capelli sulla fronte, l’occhio brillante, il naso violetto, i zigomi
accesi, un buon sorriso sulla bocca, il ventre proeminente, e gli
stivali sopra i calzoni. Il capitano gli dava la mano, che egli non
osava stringere che debolmente, per riguardosa modestia.

Prima di giuocare una carta si bagnava il pollice in bocca, e alla fine
d’ogni partita tirava fuori la scatola di tabacco colla Madonna sul
coperchio, ne offriva agli uomini, diceva le sue barzellette alla
signora, e tirava su pel naso la sua presa, con una profonda
aspirazione.

Il parco diventava sempre più rigoglioso, abbellito di nuove piantagioni
di alberi e di arbusti ornamentali, le macchie si arricchivano di fiori
elegantissimi, l’orto aveva degli erbaggi stupendi, e il cortile
sorvegliato dalla padrona di casa era popolato di numerosi pollami,
d’anitre, tacchini e colombi.

Un anno dopo le nozze un fortunato avvenimento allietò la famiglia, i
parenti e gli amici, la nascita d’un figlio maschio, al quale venne
imposto il nome di Gervasio. Due anni dopo ne nacque un altro, che fu
chiamato Stefano; e così la famiglia cresceva, e viveva abbastanza
felice, una vita tranquilla e regolare, come un paese senza storia.

I bambini vennero allevati all’aria aperta, con una semplice
vesticciuola, un cappello di paglia, e gli zoccoletti di legno:
giuocavano tutto il giorno sotto i boschetti e sull’erba, e correvano
incontro alla madre, colla bocca aperta, come i pulcini.

Ebbero i primi insegnamenti dal maestro Zecchini sempre innamorato
platonicamente della loro mamma, ed essa educava i loro cuori all’amore
di Dio, dei genitori e del prossimo, con elevati sentimenti. Il babbo li
voleva robusti e patriotti e li indirizzava per questa via. Divenuti
grandicelli frequentarono le scuole di Treviso, modificate
dall’insegnamento domestico. Il governo austriaco per assicurarsi dei
soggetti rispettosi faceva leggere e imparare a memoria nelle scuole il
libriccino intitolato _I doveri dei sudditi_.

Il capitano faceva osservare ai suoi figli che la stessa natura ci
ispira l’amore della patria, che la patria non può essere felice senza
la libertà e la giustizia, e se non era giusto che un cittadino
comandasse in casa altrui, così non poteva esser giusto che un popolo
s’imponesse ad un’altra nazione. Ristabilita la vera base del diritto,
dimostrava che quei pretesi _doveri dei sudditi_ non erano altro che gli
_obblighi degli schiavi_, ed indicava la prudenza necessaria per
condursi alla scuola, eccitandoli a farsi uomini per vendicare la
patria.

E invece di limitare le loro conoscenze alle nozioni di storia imposte
dal programma austriaco, spiegava ai suoi figli la storia universale,
ove l’Austria faceva una figura secondaria e insignificante, e talvolta
odiosa; poi li voleva istrutti minutamente sulla storia d’Italia, dalla
più remota antichità fino ai nostri giorni, perchè imparassero a
conoscere i grandi avvenimenti, i fatti gloriosi che onorano il nome
della patria davanti al mondo, rilevando in pari tempo tutti gli errori,
tutti i torti, i vizii, i delitti che conducono i popoli alla schiavitù.
E si fermava con somma compiacenza a certi nomi, e spiegava le azioni
generose che li avevano resi immortali.

Li addestrava a tutti gli esercizii del corpo, alla scherma, al tiro a
segno, alla ginnastica.

—Verrà il giorno che potrete utilizzare tutte le vostre conoscenze e
tutte le vostre forze,—egli diceva loro;—impiegatele sempre a favore
della giustizia e della libertà, a vantaggio dei buoni contro i
malvagi,—e rivolto a sua moglie soggiungeva:—Questa è la migliore
congiura che possa riescire a liberarci dal governo straniero.

E scriveva ai parenti di Brianza i progressi dell’educazione dei figli,
i loro costumi intemerati, e gli animi audaci, ma onesti. È facile
immaginare come egli spiegasse la storia di Napoleone, davanti i
ritratti e i quadri di casa. Erano racconti che facevano venire la pelle
d’oca; ma a poco a poco lo spirito bellicoso li metteva in voglia di
menar le mani, sentivano vergogna di vedersi dominati dagli stranieri, e
ascoltavano a bocca aperta le geste di quei generali che rotta la spada
prendevano in mano un fucile e trascinavano i soldati contro la
mitraglia, mettevano in fuga il nemico colla baionetta, e restavano
illesi in mezzo alla mischia.

Gervasio, secondando il gusto dominante del padre si era dato con
passione all’agricoltura e al giardinaggio. Coltivava dei bei fiori, ne
faceva dei mazzi magnifici, e li presentava a sua madre nei giorni delle
feste natalizie ed onomastiche. Piantava degli alberi nelle occasioni
solenni, come modesti monumenti della vita domestica.

Stefano amava lo studio, leggeva molto, annotando le cose che gli
parevano degne d’essere rilette.

Il maestro Zecchini li amava come figliuoli, ringiovaniva giuocando con
loro; talvolta lo canzonavano per la sua teoria, ma con maniere
scherzose che non potevano offenderlo.

—Aspettate, e mi darete ragione col tempo,—egli diceva;—siete giovani
senza esperienza, e giudicate le bestie dal pelo. È un errore! bisogna
che la bestia sia morta per pronunziare un giudizio esatto delle sue
qualità. Ci sono degli animali di tutti i colori, ma senza la pelle
tutte le bestie sono eguali.

Giacomo Pigna aveva un figlio, Giuseppe, col quale i ragazzi andavano a
caccia, ora in montagna ed ora in palude, e così si esercitavano alle
marcie e al tiro, con grande soddisfazione del capitano.

Di tratto in tratto si facevano degli inviti alla villa, per mangiare
cogli amici il lepre o la selvaggina. In quelle occasioni il vecchio
Pigna alzava il gomito fuor di misura, e quando era brillo ne diceva
delle grosse, che facevano ridere la brigata. Allora il maestro guardava
gli amici strizzando un occhio, per dimostrare che l’occasione era
favorevole all’applicazione della sua teoria.

Questa vita semplice e laboriosa, rallegrata da festicciuole di
famiglia, durò parecchi anni, senza che nessun avvenimento importante
venisse a turbarla. Le aspirazioni liberali crescevano nel silenzio, lo
spirito nazionale era coltivato dalle letture di buoni libri, ma lo si
teneva nascosto nell’intimità, come un’arma proibita. Il bisogno
d’indipendenza era penetrato anche nel popolo, e le condizioni d’Europa
lo favorivano. Nel giorno memorabile 22 marzo 1848, fu scosso il giogo
per la prima volta, con unanime slancio, nella Lombardia e nella
Venezia.

L’insurrezione di Milano fu irresistibile, gli Austriaci dovettero
ritirarsi nelle fortezze del quadrilatero; il resto del paese fu libero
per quella serie di fatti complessi che fecero cadere rapidamente il
dominio austriaco, con poco spargimento di sangue.

A Venezia pochi cittadini audaci, secondati dalla popolazione, ottennero
il medesimo risultato. Pareva una corrente elettrica che gettasse a
terra il governo sbalordito. Ma esso raccolse l’esercito e si
apparecchiò alla rivincita; mentre la nazione esaltata dalla facile
vittoria, priva d’esperienza e di senno politico si abbandonava alla
gioia del trionfo, e non pensava ai pericoli imminenti. Sorsero dovunque
i governi provvisori, incominciarono le pacifiche dimostrazioni, i
proclami ampollosi, seguiti da tutte le esitazioni della inesperienza.

Il capitano Bonifazio era soddisfatto della caduta del governo
straniero, ma desolato delle declamazioni che mantenevano il paese nelle
più pericolose illusioni.

—Armi, disciplina ed unità di comando ci vogliono, egli esclamava, non
vane ciarle, e mal fondate speranze. Gli Austriaci si concentrano per
organizzarsi, attenderanno dei rinforzi da Vienna, e un giorno usciranno
dalle fortezze, e riprenderanno il terreno perduto. Bisogna circondarli,
combatterli e vincerli. Bisogna abbandonare le questioni accademiche
sulla forma di governo più opportuna all’Italia, mentre il paese è
ancora occupato da un esercito agguerrito di stranieri tenaci alla
preda. Bisogna ripudiare la rettorica, è inutile scrivere degli
indirizzi umanitari ai fratelli Ungheresi, ai fratelli Boemi, ai
fratelli Croati, i quali non domanderebbero di meglio che tornarsene a
casa in santa pace, ma che la mano ferrea dell’Austria saprà conservare
sotto le armi, e slanciarli alla facile riconquista d’un popolo
disarmato.

Il maestro Zecchini che era stato pronto a metter fuori del balcone la
bandiera tricolore, ascoltava attentamente i discorsi del capitano
Bonifazio, li trovava molto ragionevoli, si pentiva dell’entusiasmo
dimostrato nei primi giorni, ed alla prima pioggia ritirò la bandiera
per non sciuparla, ma dopo tornato il sole finse di dimenticarla in un
angolo della casa; avrebbe voluto anche sopprimere la coccarda, ma chi
non la portava era creduto una spia, ed arrischiava la pelle. Egli prese
il suo partito; si mostrava taciturno coi sospetti, modesto coi timidi,
audace cogli esaltati, gridava cogli urloni, declamava coi barbassori, e
abbondava nel senso di tutti per vivere d’accordo con ciascheduno.

Il capitano Bonifazio si recò a Treviso coi figli per prendere le armi
contro il nemico.

Trovò il governo provvisorio composto di tredici persone (cattivo
numero!). Mancava il denaro, quantunque ci fossero due ministri di
_contabilità_ e _finanze_; mancavano le armi e i soldati, ma c’erano due
incaricati alla _milizia_ e un ministro di _diplomazia e guerra_, un
abate all’_istruzione pubblica_, un canonico al _culto_, un avvocato
alla _consulta_, due ingegneri alle _pubbliche costruzioni_, un avvocato
all’_amministrazione comunale_, un altro alla _Polizia_, e l’avvocato
Presidente del governo, per mettere in moto questa gran macchina
provinciale, e governare un popolo che non contava novantamila abitanti.

E pubblicavano, dice uno storico contemporaneo, «annunzi, disposizioni,
decreti, proclami, consigli a tenore delle circostanze, mostrandosi però
sempre sicuri nel buon esito dell’impresa.» (_Semenzi_).

La città era in festa, le case pavesate, le contrade illuminate,
l’entusiasmo dei cittadini si manifestava in mille forme diverse. E così
avvenne in ogni città e borgata del Lombardo-Veneto liberato dagli
stranieri. Ma le aberrazioni della gioia furono brevi, sufficienti però
a dimostrare all’Europa l’odio degli Italiani per il dominio straniero.

Provenienti da varie regioni d’Italia entravano in città le più bizzarre
milizie, in costumi pittoreschi: elmi romani e medioevali, pennacchi
napoleonici, durlindane dell’Orlando furioso, fiocchi, galloni, giacche
di tutte le parti del mondo, cappelli calabresi, romagnoli,
trasteverini, napolitani e siciliani.


Il capitano Bonifazio fu subito nominato istruttore e organizzatore
della milizia, i suoi figli si arruolarono nei volontari, i quali
ignoravano ancora il mestiere del soldato, quando furono mandati ad
affrontare i primi scontri dell’esercito austriaco che scendeva dal
Friuli, preceduto dei soliti Croati.

Giovani studenti trasformati repentinamente in artiglieri, operai
divenuti fantaccini in pochi giorni, resistettero intrepidamente al
primo fuoco, si batterono con coraggio, e sparsero il loro sangue per la
libertà.

I Tedeschi bombardarono Treviso, che dopo la coraggiosa resistenza
ottenne una delle capitolazioni più onorevoli delle guerre di
indipendenza. Quei giovani soldati uscirono dalla città cogli onori
militari, conservando le armi e i bagagli, con due pezzi di cannone,
regalati dal generale austriaco «in contrassegno della particolare sua
stima per la buona condotta durante il combattimento, e perizia nel
maneggio delle armi.» (_Capitolo III della Capitolazione_). «I sudditi
austriaci arruolati nelle truppe italiane, saranno considerati come
emigrati.»

Ed ecco che cominciava una nuova iliade di mali per gli Italiani, e la
nazione tornava ad essere invasa ed oppressa dalle forze preponderanti
degli invasori stranieri.

Mentre le milizie italiane uscivano dalla porta Santi quaranta (ora
Cavour), gli Austriaci entravano dalla porta di San Tommaso (ora
Mazzini).

Nella villa suburbana del capitano Bonifazio la povera Maddalena restava
sola a piangere la partenza del marito e dei figli, che non aveva potuto
abbracciare.

Il maestro Zecchini e Mosè cercavano invano di consolarla facendole
credere che sarebbero presto ritornati, ma il suo cuore di donna la
avvertiva che i suoi cari starebbero assenti lungamente, esposti a mille
pericoli; e al suo dolore di moglie e di madre si aggiungeva quello di
buona italiana, che vedeva la patria rioccupata dagli stranieri.

Quale solitudine, qual vuoto in quella casa, e in quel parco dopo la
partenza de’ suoi cari! Una parte della cavalleria austriaca aveva preso
alloggio nelle case di campagna intorno la città, le scuderie erano
piene dei cavalli nemici, e i soldati inquieti andavano e venivano con
volti arcigni e truce aspetto.

Ecco il santuario domestico invaso dagli stranieri, che non hanno nulla
di sacro nel paese conquistato. Si prendevano le frutta come fossero in
casa propria, calpestavano le colture, legavano agli alberi i cavalli
che coi denti rosicchiavano le corteccie.

Maddalena che conosceva la passione del marito e dei figli per quelle
belle piante, allevate con tante cure, piangeva disperata per non poter
arrestare quella devastazione.

Il maestro Zecchini trovò il modo di rendersi utile alla povera donna ed
agli amici assenti, andando a parlare ad un colonnello che cercava un
comodo alloggio in mezzo ai suoi soldati. Gli si presentò col cappello
in mano, in attitudine riverente, e gli disse:

—Se Vostra Eccellenza desidera un magnifico alloggio non ha che
comandarmi; io sono il maestro del villaggio, e non ho altro desiderio
che quello di servirla bene.

Il colonnello volle vedere, lo seguì, e fu soddisfattissimo; e quando fu
bene installato accolse con benevolenza un rispettoso reclamo che gli fu
fatto dal maestro in favore degli alberi del giardino.

I soldati coi cavalli ricevettero l’ordine di sgombrare immediatamente,
e di ritirarsi nelle adiacenze, con l’obbligo di mai più mettere i piedi
nel parco, e una sentinella fu collocata in sito opportuno colla
consegna di non lasciar passare alcuno, e di sorvegliare la proprietà.


Partito quell’ufficiale superiore ne venne un altro dello stesso grado,
e così di seguito. La tradizione conservò l’abitudine dell’alloggio
riservato, e così fu preservato dalla devastazione quel delizioso
soggiorno.

Ma intanto i proprietari vagavano raminghi per le terre d’Italia, invase
per ogni parte da eserciti nemici.

Milano ricadeva in mano dell’Austria, e tutto il sangue sparso dagli
Italiani in quei mesi di lotta e di ansietà non valse a liberarli dalla
invasione.

La sola Venezia resisteva eroicamente, e i Bonifazio si recarono colà,
per contribuire alla difesa.

Le vicende dell’assedio di Venezia sono forse la più bella pagina nella
storia della nostra emancipazione.

Questa gloriosa città, tradita ed oppressa, che si ridesta alla libertà,
dopo l’umiliazione del dominio straniero, che lacera e insanguinata si
difende contro un nemico potente, combatte valorosamente, intrepida fra
le rovine delle fortificazioni, che estenuata dalla fame, decimata dal
coléra e dalle bombe, decide di _resistere ad ogni costo_, offerse un
esempio di tale fermezza indomabile, che le guadagnò l’ammirazione del
mondo.


I Bonifazio furono fra quelli eroi che presero parte alla sortita di
Mestre, e che difesero Marghera fino che fu ridotta ad un mucchio di
rovine. Ma il vecchio soldato di Napoleone fu il solo che potè ritirarsi
incolume in città dopo di aver combattuto per tanti giorni in mezzo ad
un diluvio di palle.

Gervasio rimasto fra gli ultimi sulla breccia fu ferito alla mano destra
e Stefano ebbe una gamba traforata da una palla; e passarono gli ultimi
tempi dell’assedio all’ambulanza.

Finito l’ultimo pane nero, e l’ultima carica di cannone, Venezia dovette
cedere senza esser vinta.

Al momento della capitolazione i due fratelli erano ancora
convalescenti. Tennero consiglio col padre, il quale pensando alla
povera donna che non li aveva visti da più d’un anno, desiderava che
volessero tornare entrambi a casa con lui. Per Stefano non ci poteva
esser dubbio, poichè non era in caso di tenersi in piedi senza l’aiuto
d’un bastone, ma Gervasio storpiato alla mano destra si rifiutò
recisamente di ritornare a vivere sotto il governo austriaco, preferì di
condannarsi all’esilio. Il padre non volle insistere, nella speranza
d’un pronto risveglio della nazione e d’un ritorno alle armi.


La separazione fu dolorosa. Gervasio s’imbarcò in un bastimento
francese, e il vecchio soldato, sostenendo sotto il braccio il più
giovane dei suoi figli ferito, ritornò alla sua villa.

Povera Maddalena!... quando li vide entrare pallidi e magri, col suo
Stefano ferito, e senza Gervasio, fu costretta di sostenersi ad un
albero per non cadere; poi fatto animo e ripreso fiato si gettò nelle
braccia loro esclamando:

—Dove è Gervasio?...

—È partito.... risposero, ma speriamo di rivederlo fra poco....

—È morto! essa gridò con accento straziante, il mio povero Gervasio è
morto!... sarebbe qui di sicuro se non fosse morto!...

Non voleva persuadersi che fosse partito, che avesse preferito l’esilio
alla casa paterna, alle cure di sua madre!

—Ha preferito l’esilio all’umiliazione di vivere sotto il giogo dei
nostri nemici, come tanti altri suoi compagni, le disse il marito; ma le
cose non possono durare a questo modo,—e manifestando tutte le illusioni
di quel tempo, si studiava di provare l’impossibilità d’un lungo dominio
austriaco in Italia, perchè i popoli coraggiosi possono tutto quello che
vogliono; ma Maddalena non lo ascoltava più, baciava teneramente il suo
Stefano, lo interrogava ansiosamente sulla ferita che gl’impediva di
camminare, lo fece sedere in una poltrona, apportò dei ristori ai poveri
viaggiatori sfiniti dai lunghi patimenti, dalla fame, dalla fatica del
viaggio, in quello stato.

Appena saputo il loro ritorno accorse anche il maestro Zecchini, e non
finiva mai d’interrogarli sui più minuti particolari del memorabile
assedio; si mostrò desolato per tante sventure, e voleva sostenere che
bisognava rassegnarsi al destino, che era finita per sempre, che sarebbe
assolutamente impossibile di vincere la potenza austriaca. Il capitano
lasciò andare un pugno così violento sul tavolo che fece saltare i
piatti e i bicchieri, e così incominciarono nuovamente le diatribe fra i
due vecchi amici, che dopo l’assenza ritornavano a vivere insieme,
sempre inseparabili, e sempre discordi.

Intanto il Gervasio navigava verso la Francia, e pochi giorni dopo
sbarcava a Marsiglia coi molti esiliati di Venezia, i quali si
dispersero in vari paesi.

Egli partì per Parigi colla speranza di trovare un’occupazione per non
vivere a carico della famiglia. Ma in quel tempo la capitale francese
rigurgitava di emigrati d’ogni parte d’Europa; le varie rivoluzioni del
quarant’otto vi avevano gettato i loro naufraghi, che cercavano un
rifugio. Tutte le passioni umane, e i diversi partiti politici si
concentravano nel cervello del mondo; la vita era una lotta di forze
contrarie che si agitavano convulse fra gli amari disinganni del
passato, e le più esagerate illusioni dell’avvenire.

Ad un’anima mite e senza ambizioni, come quella di Gervasio, la vita
tumultuosa rendeva più doloroso l’esilio. Dopo lunga aspettativa gli
venne offerta una cattedra di lingua italiana in Bretagna. Non esitò ad
accettarla perchè sentiva anche il bisogno di quella pace campestre
nella quale era stato allevato, e che gli mancava affatto nel movimento
turbinoso della moderna babilonia.

Ma il clima umido e triste della Bretagna accresceva la sua malinconia,
e la vita solitaria gli faceva sentire doppiamente tutte le amarezze
della nostalgìa. Non vide mai sorgere quel sole opaco dietro le nebbie,
senza che il suo pensiero non lo trasportasse alla casa paterna; e la
vedeva da lontano, illuminata dallo splendido sole d’Italia, e gli
pareva di udire lo stormir delle fronde dei suoi boschetti, il pigolìo
dei passeri al crepuscolo, credeva di respirare l’olezzo di quelle
piante, e sentiva l’aria pura dei monti e del Piave, che gli sbatteva il
viso, quando appariva il balcone della sua cameretta così piena di
ricordi. La modesta stanza di Bretagna non aveva nulla che sorridesse
alla memoria dell’emigrato; e i prospetti, l’aria, gli accenti, le
esalazioni, tutto gli rammentava l’isolamento, e la lontananza della
patria.

I giorni delle feste solenni erano i più dolorosi. Tutti si
raccoglievano lietamente alla mensa di famiglia, il povero emigrato
viveva solo, colla memoria delle affettuose cure materne, delle
abitudini domestiche del padre e del fratello, e della perduta compagnia
degli amici.

Bisognava cercare degli altri derelitti per fare insieme società.

Conobbe allora i Ravelli, emigrati lombardi. La famigliuola si componeva
del padre vedovo, del figlio Battistino, che fu ferito al Tonale
difendendo quel passo alpino coi volontari, e di sua sorella Angelina,
una buona ragazza di diciotto anni. Scambiavano fra loro le amarezze e i
conforti comuni, dividevano i timori e le speranze, e quelle eterne
illusioni degli esuli, sempre distrutte dagli avvenimenti, e sempre
rinascenti dalle stesse rovine. Ogni primavera speravano il ritorno in
patria per il prossimo autunno, ogni autunno per la ventura primavera;
ma ogni volta che si credevano vicini al porto, una burrasca inaspettata
li rigettava in alto mare. Tornato il cielo sereno, esaminavano
l’orizzonte, e ad ogni nuvoletta lontana pronosticavano l’uragano che
doveva sconvolgere l’Europa, far trionfare la libertà, e restituirli al
loro paese; ma un venticello importuno rasserenava il cielo. Si
lamentavano della indifferenza di tutte le nazioni per ciò che violava i
loro diritti e il loro onore, vedevano in ogni piccolo alterco
diplomatico un’offesa sanguinosa che rendeva indispensabile la guerra,
aspettavano ansiosamente la dichiarazione desiderata; ma la pace si
andava consolidando a loro dispetto, e l’esilio temporaneo diventava
domicilio stabile degli emigrati. E così passavano gli anni, e intanto
l’amicizia e l’amore fiorivano anche sulla terra straniera.

Gervasio divenne intimo di casa Ravelli, fu il compagno inseparabile di
Battistino, e non tardò a sentire per l’Angelina una profonda simpatia
che a poco a poco si trasformò in reciproca affezione.

Allora la primavera di Bretagna parve più bella ai giovani innamorati,
che aprendo l’animo ai sentimenti e ai pensieri concordi, si creavano
una nuova patria sul suolo straniero, la patria dell’amore, e così
trovavano più ridenti quelle verdi campagne, più vaghi i fiori, meno
fosco l’orizzonte, meno pallido il sole, e le notti azzurre e brillanti
di stelle più belle delle notti italiane.

Vivere insieme per amarsi sempre, e dimenticare tutto il resto, questa
divenne l’unica aspirazione dei loro cuori.

Dopo uno scambio di lettere colle rispettive famiglie in Italia, furono
fidanzati; pochi mesi dopo si celebrò il matrimonio, e la terra di
Bretagna parve un paradiso terrestre ai due sposi, nell’ebbrezza
dell’amore soddisfatto.

Passati dieci mesi venne alla luce un bel maschio, che per comune
consenso dei due nonni fu battezzato col nome di Silvio, in segno di
simpatia verso l’amico carbonaro, che fu prigioniero allo Spielberg, e
di protesta contro il dominio straniero.

Pareva che la felicità sorridesse pienamente alla nuova famiglia, quando
una febbre insidiosa assalì la puerpera, e mise subito in dubbio ogni
speranza. I sintomi più minacciosi si succedettero con terribile
rapidità, e la malattia finì in pochi giorni con un lutto spaventoso.

L’infelicissimo marito perdette la sua diletta compagna nel primo anno
di matrimonio, il neonato perdette la madre nel primo mese di vita.

Sotto il colpo inaspettato dell’improvvisa sventura, lontano dai cari
parenti, fra il suocero e il cognato al pari di lui disperati, Gervasio
risentì tutto il peso dell’esilio e dell’isolamento.

La donna morta fu portata al cimitero colla sua candida veste di sposa;
il bambino fu messo a balia; i Ravelli affranti dal dolore abbandonarono
il paese, il povero esule rimase solo, fra una culla e una tomba, a
piangere la sua cara compagna scomparsa;—solo senza patria, e senza
famiglia!...



                                   V.



Anche la famiglia Bonifazio si sentì colpita crudelmente dalla sventura
del figlio. Alle lagrime dell’esule corrisposero da lontano le lagrime
dei parenti, privi del conforto di stringere fra le loro braccia
affettuose il povero orfanello e il padre desolato.

Così l’esilio colpisce sempre da due parti; tanto chi resta, che chi si
allontana soffre egualmente, senza il sollievo del reciproco conforto,
senza l’amara consolazione di piangere assieme.

Stefano guarito dalla sua ferita, andava spesso a Treviso, ove aveva
molti amici. Un bel giorno girovagando per le strade della città, fu
colpito dall’aspetto di una di quelle ragazze del popolo, tanto famose
in tutto il Veneto per la rara bellezza dei lineamenti, per l’abbondanza
dei capelli, la grazia della persona e l’eleganza del vestito. Si
direbbero nate in mezzo al lusso d’uno splendido appartamento, e invece
non sono che una curiosa aristocrazia della classe operaia, le
contessine del popolo. Dove abbiano imparato a darsi quell’aspetto
disinvolto, ed alzare quegli sguardi alteri di principesse, nessuno lo
sa. Escono dalle povere catapecchie ove abitano, come da un palazzo
signorile, scendono maestosamente dalle loro scalette di legno, come se
fossero gli scalini del trono, raccogliendo, colla piccola mano coperta
di guanti, e con flessuosa destrezza, gli svolazzi della veste, per
lasciar vedere la elegante calzatura a talloni, portando con certa
alterigia la testina graziosamente pettinata, e adorna d’un velo nero
puntato con grandi spilloni. Camminano con franca andatura, portando
l’ombrellino di seta, e il ventaglio, e vanno dalla sarta o dalla
modista, ove dopo una lunga pratica giungono a guadagnare venti soldi
per dodici ore di lavoro.

La ragazza seguìta da Stefano, aveva sulla nuca una treccia di morbidi
capelli color castagno, acconciata in molti giri, da destare l’invidia
dei più avveduti parrucchieri che le offersero invano molto denaro per
acquistarla, dicendole che una treccia posticcia avrebbe prodotto lo
stesso effetto, e che i capelli crescendo più rigogliosi, essa poteva
farsene una rendita lucrosa, senza che nessuno se ne accorgesse. Era la
povera figlia d’un falegname, ma non volle mai tagliare i suoi capelli
per nessun prezzo; quella era la sola sua ricchezza, la sua corona, e
non l’avrebbe ceduta per tutto l’oro del mondo. Suo padre le dava torto,
perchè i parrucchieri lo avevano sedotto colla promessa irresistibile di
certe bottiglie d’un vino delizioso, che gli avevano fatto assaggiare in
un bicchierino, e che gli era sembrato un balsamo di lunga vita.

Ogni mattina la ragazza si metteva allo specchio coi capelli disciolti
giù per le spalle, che arrivavano fino al ginocchio, e quella ricchezza
la rendeva orgogliosa, perchè la più gran signora della città non poteva
comperarli per nessun prezzo.

Poi faceva colazione con due soldi di pane e latte, si vestiva con
eleganza, e correva al suo magazzino. Lungo la strada tutti si voltavano
a guardarla, ed essa era beata.

Stefano non fece attenzione a quei capelli, che potevano anche essere
posticci, ma fu sedotto dal sorriso degli occhi, dalla dolce espressione
dei lineamenti, dalla bocca attraente, che indicava somma bontà e cuor
contento, quantunque fosse un po’ troppo grande in proporzione delle
altre linee del viso.

La seguì parecchie volte dal magazzino alla casa, essa se ne avvide, e
gli fece comprendere con uno sguardo che non disdegnava quell’omaggio, e
che trovava il giovinotto di suo gusto. Egli non tardò molto ad
esprimerle modestamente la sua rispettosa ammirazione, e le oneste
intenzioni che lo animavano. Essa in principio si mostrò molto
incredula, gli fece capire che era povera, e lo pregò di lasciarla in
pace, di non voler renderla infelice per un capriccio.

Stefano la rassicurò con solenni promesse, e così non tardarono a
prendere la dolce abitudine di vedersi spesso, di passeggiare insieme in
luoghi solitari, nella più cordiale intimità, coll’espansione di
pensieri e sentimenti che sono il melodioso linguaggio dell’amore.

L’affetto che i Bonifazio provavano pel figlio assente, pareva che
volesse manifestarsi con doppie cure sul figlio vicino; l’indole soave e
il carattere onesto del giovane lo rendevano degno della loro affezione.

Egli non tardò molto a rivelare alla madre il suo amore per la Beppina,
mostrandole il desiderio di farla sua moglie, e la buona madre
predispose favorevolmente il marito.

Il capitano Bonifazio, al contrario di molti padri, era sempre
preoccupato dal timore che suo figlio potesse innamorarsi d’una signora.
L’educazione delle ragazze nelle ricche famiglie cittadine gli metteva
spavento, e diceva a sua moglie:

—Se Stefano vorrà prender moglie, la nostra quiete sarà in pericolo. Che
cosa faremo noi di una sposa cittadina colle nostre abitudini
campagnuole? Vorrà essa adattarsi alla semplicità di questa vita? che
cosa farà tutto il giorno alla villa? vorrà essa occuparsi delle cure
domestiche recando qualche sollievo alle tue fatiche, quando la età
avanzata ti farà sentire il bisogno di riposo? Avvezza alle visite
oziose, ai teatri, agli spettacoli, alla società elegante, potrà essa
sopportare senza noia la solitudine, le sciocchezze del maestro
Zecchini, le asinaggini dei Pigna, padre e figlio?

La povera Maddalena lo consolava facendogli osservare che la città era
vicina, che i giovani avrebbero potuto fare una vita conforme ai loro
gusti, e i vecchi si sarebbero dedicati ad allevare i bimbi, e a
governare la casa, senza cambiare le abitudini di nessuno. Ma il
capitano non era persuaso e pronosticava mille disturbi, in tal modo che
quando Stefano gli annunciò il suo progetto, ne fu lietissimo, e volle
subito vedere la ragazza.

La Beppina avvertita in tempo di questa visita aveva messo in ordine la
povera dimora, e li aspettava ansiosamente fingendo di lavorare, seduta
davanti al balcone, adorno di alcuni vasi di fiori, che le erano stati
regalati da Stefano.

La visita fu breve, ma decisiva. Pareva che il capitano ne fosse più
innamorato del figlio, tanto si mostrava entusiasta del soave sorriso di
quel bel volto. Esso la trovò modesta e gentile, graziosa e
intelligente, e ritornò a casa contento per darne l’annunzio a sua
moglie, pronosticandole dei giorni felici, ed una vecchiaia tranquilla,
con una figlia di più, la più cara e simpatica che si potesse mai
desiderare, e diceva a Stefano:

—Facciamo presto; a domani la domanda al padre, e quanto prima le nozze.

E fu secondato in ogni suo desiderio. Al giorno seguente il falegname
Morato non andò a bottega, e attese il capitano, dopo di essersi rasa la
barba e vestito da festa, secondo gli ordini della figlia.

All’ora fissata i Bonifazio furono esatti, e in poche parole si
trovarono d’accordo. Alla cortese domanda del capitano, il Morato
rispose:

—Sono anni cattivi, siamo povera gente, mia figlia non ha nè dote, nè
corredo....

—A questo ci pensiamo noi, soggiunse il capitano. Facciamo presto; io
non vi domando altro, prima di tutto perchè non mi piacciono le cose
lunghe, e poi perchè sono vecchio, e vorrei vedere un nipotino, prima di
chiudere gli occhi per sempre.

—Non parliamo di malinconie, gli rispose il falegname, con naturale buon
senso. Siamo a vostra disposizione, riconoscenti dell’onore.

Fissarono l’epoca delle nozze, il capitano baciò in fronte la Beppina, e
i due giovani si mostrarono molto lieti degli accordi.

Stefano scrisse al fratello, raccontandogli minutamente tutti i
particolari del suo amore, vantandogli le buone qualità della sposa,
senza nascondere la sua povertà.

Poco tempo dopo arrivava dalla Francia una cassa pieni di arredi da
donna con una lettera di Gervasio, nella quale egli si congratulava col
fratello per il prossimo matrimonio, e gli faceva mille scuse se osava
spedirgli il corredo della sua povera defunta, ancora nuovo, per
l’immatura sua morte. «Non saprei farne un uso migliore, egli scriveva,
la tua sposa non se ne offenda se la tratto fino da questo momento come
sorella; fra fratelli che si amano quello che è dell’uno è anche
dell’altro. Vivi felice in famiglia, intanto io pregherò il cielo che ci
conceda di rivederci presto, per poter vivere tutti uniti in casa
nostra, nella nostra patria, colla nostra famiglia, tutte cose preziose
che ci vennero tolte dalla usurpazione straniera.»

Al tempo fissato si fecero le nozze. Il capitano accompagnò Stefano a
Treviso di buon mattino, e dopo la celebrazione del matrimonio,
montarono in carrozza colla sposa e suo padre e tornarono alla villa. La
buona Maddalena li aspettava sulla porta, Beppina si gettò nelle sue
braccia.

—Hai trovato la madre che ti mancava, disse alla nuora, baciandola in
fronte.

Dopo una breve refezione fra soli parenti, Stefano condusse la sposa a
fare un giro pel parco. Avvezza al chiuso ambiente della sua cameretta
in una casa vecchia di città, in una contrada di povera gente, le parve
di passeggiare in paradiso. Attraverso le fronde passavano pochi raggi
di sole, che segnavano degli sprazzi d’oro sulla sabbia dei viali. Il
silenzio dei boschetti era rallegrato da qualche gorgheggio d’un
capinero, accompagnato dal mormorio delle acque cadenti d’una cascatella
sul lago. Dalle macchie di rose, dai caprifogli e dai gelsomini che si
arrampicavano sui muri emanava un soave profumo che imbalsamava l’aria.
La ricca vegetazione nel suo pieno vigore esalava degli aliti vitali,
raccolti da tutte le forze unite della natura, dalla terra e dall’acqua,
dalla luce, dalle foglie e dai fiori. Un’arcana voluttà serpeggiava
nelle vene e inebbriava i sensi.

Vagarono, ora bisbiglianti ed ora silenziosi, nella soave armonia delle
commozioni e dei pensieri, sotto ai boschetti e sui prati di
quell’incantevole giardino fino che udirono le campane dei villaggi
vicini che suonavano il mezzogiorno. Era l’ora destinata al pranzo di
famiglia coi parenti, e pochi amici. La stanza era adorna di fiori, la
tavola apparecchiata con garbo, ma a quella mensa c’era un vuoto
doloroso che ricordava la tristezza dell’esule lontano, gettava un velo
di malinconia sulla gaiezza delle nozze, e faceva spuntare una lagrima
sugli occhi della madre, mentre si atteggiava al sorriso.

Tuttavia gli amici festeggiando gli sposi con ripetute libazioni fecero
echeggiare un po’ d’allegria alla fine del pranzo. Il maestro Zecchini
diventava loquace, papà Morato, volendo sostenersi con gravità, si
teneva diritto con uno sforzo, e pareva diffidente delle sue gambe, il
vecchio Pigna aveva due occhietti rossi e brillanti come rubini, suo
figlio, con un sorriso immobile e costante, cogli occhi fissi, e due
macchie rosse sulle guancie, mostrava il volto d’un ebete colla testa di
legno. Dopo il caffè gli sposi presero congedo dai parenti e dagli
ospiti e partirono per Venezia ove avevano fissato di passare i primi
giorni del matrimonio.

Ritornati in famiglia presero le abitudini regolari, e la giovane si
mostrò degna della sua buona ventura. Affettuosa coi suoceri, gentile
cogli amici, d’indole facile e allegra, si faceva amare da tutti.
Stefano ne era più innamorato di prima, e le buone qualità che le aveva
trovate gli facevano giudicare con indulgenza quei piccoli nonnulla che
saltano fuori col tempo e colla intimità. L’amore è un vetro appannato
attraverso il quale appariscono le figure piane come nelle ombre; il
matrimonio è un cristallo trasparente che lascia vedere gli oggetti in
rilievo, con tutti i loro pregi e difetti.

Le belle qualità dell’animo, scoperte nella Beppina, compensarono
Stefano della educazione incompleta, e la vista di quei capelli
meravigliosi, che credeva prima un ornamento aggiunto alla natura, lo
rese indulgente sull’ortografia e la grammatica, che mancavano alla
sposa come il corredo.



                                  VI.



Dopo un anno circa di matrimonio la Beppina diede alla luce una bella
bimba, che somigliava alla mamma. Furono tutti contenti. La nonna
ringiovaniva per fare la bambinaia, il nonno era beato che non fosse
nato un maschio in quei tempi funesti, quando si richiedeva il sangue di
nuove vittime per riscattare la patria.

—Abbiamo già un nipote, nato in esilio, diceva il capitano, che un
giorno dovrà fare il soldato, non sarà dunque mai al nostro fianco;
questa bambina che è una vera delizia, sarà il sostegno della nostra
vecchiaia.

—E poi l’uomo è un asino! soggiungeva il maestro.

Il capitano alzava le spalle indispettito, corrugava la fronte, faceva
gli occhi severi, atteggiava la bocca all’ironia, e interrogava:

—Se l’uomo è un asino, che cosa sono le donne?... che cosa sono le
mogli, le figlie, le sorelle degli asini?...

E il maestro rispondeva tranquillamente:

—L’uomo è un asino, e le donne sono donne!... La storia ce lo insegna;
essa ci parla di sovrani che furono belve, di guerrieri che furono eroi,
e non dice che le loro mogli fossero nè bestie, nè eroine, erano donne.
La donna non è simile all’uomo, sono gli uomini stessi che la
giudicarono un essere inferiore, e fecero le leggi in conseguenza di
tale giudizio.... ed anche in questo si mostrarono asini per
eccellenza!...

Il capitano gli voltava le spalle brontolando, e gli teneva il broncio
fino all’ora della solita partita a tresette.

Stefano era felice di vedere sua moglie ristabilita in salute, ed era
soddisfatto della contentezza degli altri. E quando vedeva la sua
Beppina allattare la neonata, la gli pareva una delle più belle madonne
di Rafaello. La bimba fu battezzata col nome di Maria. Ma anche in seno
d’una esistenza felice, Stefano non dimenticava mai i principii
succhiati col latte, e sviluppati in tutta la loro forza dalla
educazione paterna, dalle lotte del quarant’otto, e dai successivi
avvenimenti della patria. Nessun galantuomo viveva indifferente alle
faccende del giorno, nè si chiudeva in casa con sentimenti da egoista,
abbandonando l’avvenire della patria alla fatalità del destino. Tutti i
buoni Italiani apportavano la loro pietra, e apparecchiavano le
fondamenta della futura nazione.

Stefano andava a Treviso a vedere gli amici, e s’informava esattamente
di tutto quello che veniva tentato per l’emancipazione del paese.

Era il tempo dei Comitati secreti e del prestito di Mazzini.

Come in tutte le parti soggette all’Austria, così anche a Treviso i
patriotti corrispondevano segretamente cogli emigrati in Piemonte e in
Francia, e apparecchiavano l’avvenire.

La piccola Maria cominciava a camminar sola, correva incontro ai nonni,
balbettava le prime parole, era la tenerezza di tutti.

Venuto l’inverno la famiglia raccolta passava le sere nel salotto,
ciarlando, giuocando alle carte e leggendo, la bambina dormiva
tranquillamente nella sua cunetta di vimini, perchè la madre voleva
tenersela sotto gli occhi fino all’ora di andare a letto, e allora se la
portava in braccio, nella stanza, e la metteva nel suo letticino senza
svegliarla.

Se venivano gli amici facevano la partita alle carte e il capitano
litigava col maestro. Maddalena cercava di mitigare le irritazioni, di
giustificare gli errori, non si lamentava mai degli sbagli di Pigna che
giuocava con lei, molto peggio del maestro col capitano; Stefano stava a
guardarli, la Beppina lavorava nei vestitini della sua bimba. Quando
erano soli il capitano giuocava agli scacchi con Stefano, o metteva in
ordine i cartocci delle sementi, mentre suo figlio leggeva ad alta voce
un buon libro, e le donne agucchiavano. Una sera di gennaio la pioggia
cadeva a scrosci, il vento fischiava fra gli alberi, la famiglia era
sola, raccolta nel tepore della stufa, quando si udì una scampanellata
che indicava molta fretta.

—Sarà il maestro Zecchini che si bagna, disse il capitano.

Mosè corse ad aprire. Due sconosciuti domandarono se il signor Stefano
Bonifazio era in casa.

—Sì, signori, rispose il domestico, vengano avanti; e dopo di averli
introdotti nell’atrio, domandò chi doveva annunziare.

Uno di loro rispose:

—Pregatelo di uscire un momento, abbiamo bisogno di dirgli una parola.

Mosè entrò nel salotto col volto turbato, dicendo che c’erano di fuori
due figure antipatiche che volevano parlare col signor Stefano.


Stefano impallidì, il capitano se ne avvide e gli disse:

—Andiamo a vedere.

Uscirono insieme, lasciando le donne inquiete, nell’ansietà di un
pensiero sospettoso.

Erano due impiegati di Polizia, un commissario col suo assistente.

Il primo mostrò l’ordine superiore, l’altro uscì a cercare le guardie
che aspettavano dietro al cancello. Fecero una rigorosa perquisizione,
misero sottosopra la casa, raccolsero varie lettere di Gervasio, dei
documenti, delle carte varie, ne fecero un pacco e vi apposero il
sigillo, raccolsero tutte le armi e ne fecero un fascio, poi intimarono
l’arresto di Stefano.

Ogni opposizione era vana. Il capitano frenava a stento lo sdegno che lo
agitava. Le signore sulla porta del salotto, guardate a vista,
supplicavano invano che a motivo della burrasca, aspettassero fino al
mattino. Il commissario fu irremovibile, e intimò la partenza.

Stefano corse a dare un bacio alla sua bambina, che dormiva
tranquillamente, poi si gettò nelle braccia della moglie che svenne.

La adagiarono sul canapè. Maddalena che voleva soccorrerla, non sapeva
quello che si facesse; era fuori di sè, e barcollava.


Il capitano cercava un’arma per fare un massacro, ma erano già tutte
scomparse; le avevano portato fuori col pacco delle carte. Nella
confusione generale, due sbirri presero Stefano sotto le braccia e lo
trascinarono, seguiti dagli altri poliziotti, fino ad una vettura che
aspettava a piccola distanza della casa. Lo fecero entrare nel calesse,
tutti si collocarono nello stesso veicolo, chi dentro e chi fuori, e
sferzati i cavalli partirono.

In casa la desolazione e lo squallore erano succeduti alla pace d’un’ora
prima. Beppina colle mani nei capelli, coricata sul canapè, chiamava il
suo Stefano, mandando dei singhiozzi convulsi che parevano soffocarla.
Maddalena in ginocchio se la stringeva al seno, piangendo dirottamente,
il capitano col volto sconvolto, girava per la casa come un pazzo, senza
sapere dove andava; Mosè lo seguiva col lume in mano senza parlare.

Il primo a riprendere il dominio di sè stesso, fu il vecchio soldato, ma
tutti i suoi ragionamenti riuscirono vani; nè la madre, nè la moglie,
potevano consolarsi di tanta sventura; ascoltando gli scrosci della
pioggia e i sibili del vento di quella orribile notte, pensavano ai
patimenti fisici e morali del povero arrestato durante il viaggio, e poi
negli orrori della prigione; conoscevano i processi lunghi e insidiosi
dell’Austria, paventavano delle sue crudeltà; i genitori erano rimasti
senza figlio, la moglie senza marito, la figlia senza padre! ogni
felicità era scomparsa da quella casa, quella gente onesta e tranquilla
non aveva diritto di amare il suo paese, nè di volerlo libero dagli
stranieri, i quali si credevano in diritto di punire severamente i più
nobili sentimenti della natura e dell’umana dignità.

Quella notte tutti vegliarono, oppressi dall’angoscia, spaventati
dall’avvenire.

Il giorno seguente si sparse la notizia di molti arresti fatti nella
stessa notte. Accorsero gli amici, ma nessun conforto poteva consolare
quegli infelici caduti vittime di tale sventura.

I prigionieri erano partiti per Mantova. Stefano fu gettato solo in una
cella angusta, umida, oscura ed infetta, e pensava ai suoi cari, alla
disperazione della moglie e della madre, all’afflizione del padre, alla
bambina, alla casa, alle dolci abitudini domestiche. Quel cambiamento
repentino di vita, quel rapido trapasso dalle gioie serene della
famiglia, alle torbide agitazioni d’un processo pericoloso, dall’aria
profumata d’un parco all’afa nauseabonda del carcere, era un colpo
troppo violento per restare senza conseguenze sopra un giovane felice ed
avvezzo all’aria libera dei campi.

Quando i patemi d’animo, che lacerano il cuore, sono accompagnati da
tutte le angustie del corpo, la natura umana soccombe.

Dopo un accesso violento di disperazione, di furore e di lagrime,
Stefano cadde sfinito sul fetido pagliericcio della prigione, e gli
parve di essere stato sepolto vivo. Pensava alla vita passata come ad un
altro mondo, abitato in un’epoca lontana, prima d’essere precipitato in
fondo d’un precipizio. Provava una sete ardente accompagnata da affanni
e da nausea.

Fu trascinato davanti il giudice inquisitore colla febbre; le arterie
delle tempie gli battevano come due martelli. Non intendeva le domande
che gli venivano indirizzate, rispondeva con sdegnoso disprezzo, con
pungente ironia, gli pareva di trovarsi fra le unghie adunche d’una
belva feroce che stesse per divorarlo.

Ritornato nella sordida cella fu visitato dal medico che lo trovò coi
lineamenti immobili, colla lingua e i denti fuliginosi, in una
prostrazione di forze completa; rispondeva lentamente, con parole
insensate. Il medico conobbe i primi sintomi d’una febbre tifoide, e
ordinò che fosse subito trasportato all’infermeria. Il povero infermo
non se ne avvide nemmeno. Gli comparvero sul volto delle macchie rosse
che sparivano sotto la pressione delle dita.

Passò più d’un mese in questo stato, poi cominciò a peggiorare, e aveva
perduto i sensi da qualche giorno, quando alle ripetute istanze della
famiglia fu concesso di visitarlo.

I parenti partirono subito per Mantova. Il giorno dopo del loro arrivo,
il capitano colla faccia sparuta, ma fiera, conduceva la moglie e la
nuora, che parevano uscite da una tomba, e camminavano sostenendosi
reciprocamente, attraverso gli squallidi e infetti corridoi della
prigione, sotto la scorta d’un attuario e d’un secondino. Il malato non
conobbe nessuno, i poveri parenti non videro che una faccia cadaverica,
coperta da un sudore viscido, con un respiro affannoso, che era il solo
segnale di vita che gli restava.

La Beppina cadde su quel sordido pagliericcio, perdendo i sensi, ed
anche la povera madre stava per venir meno. Uscirono dalla infermeria,
Maddalena sostenuta dal marito, e la Beppina trasportata da due
infermieri. Adagiarono le misere donne in una carrozza che le condusse
all’albergo. Chiamato subito un medico, la Maddalena fece uno sforzo
sovrumano per assistere la nuora, reggendosi appena sulle gambe.


Beppina era incinta di quattro mesi. Quando giunse alla villa il
permesso di visitare il moribondo, i genitori pronti a partire, avevano
fatto una vivissima opposizione al viaggio della nuora, della quale
conoscevano la condizione pericolosa, peggiorata dalla disperazione per
la prigionia del marito, e dalle gravi notizie sulla sua malattia, che
erano state comunicate da Mantova. Ma ogni resistenza fu vana; non
valsero nè le ragioni persuasive del medico, nè i più affettuosi
consigli dei suoceri, essa si irritava talmente contro chiunque volesse
impedirle di rivedere il suo Stefano, che in fine parve meno pericoloso
il condurla con loro che il lasciarla a casa in preda della
disperazione.

Partì in uno stato di grande debolezza, con violente palpitazioni di
cuore, ma si sostenne durante il viaggio a forza d’energia, la quale la
resse fino alla porta dell’infermeria, ma la abbandonò totalmente
all’aspetto dell’ammalato, ridotto in tale stato che era appena
riconoscibile.

Coricata nel letto dell’albergo, all’arrivo del medico la misera donna
aveva già abortito, e la violenta emorragia cominciava a svenarla. Non
le mancarono le cure più sollecite ed affettuose, ma il medico non
dissimulava la gravità del pericolo, e diceva al capitano:


—Caro signore, le carceri politiche hanno ucciso più donne che
prigionieri. Questi resistono con vigore alle prove tremende, perchè
sono animati da un altissimo sentimento che sostiene il loro coraggio,
ma le madri e le spose soccombono colle viscere straziate dalla violenza
che le privò dei figli e dei mariti. Nella condizione di vostra nuora
colpita atrocemente nel giorno dell’arresto, quest’ultima scossa
terribile fu un colpo mortale.

E pur troppo riuscirono vani tutti i tentativi fatti per salvarla.

L’anemia progrediente andò esaurendo d’ora in ora tutte le forze vitali,
e alfine dovette soccombere.

L’ultima mattina la povera inferma, sentendo la morte imminente, volle
baciare i suoi cari, raccomandò caldamente all’affetto della suocera la
sua piccola Maria, mostrò il più vivo desiderio di ricongiungersi al suo
Stefano, in una vita di oltre tomba, e rivolti al cielo gli occhi
languenti spirò.

Il volto della povera morta pareva di marmo greco, il suo pallore
risaltava maggiormente sulle morbide treccie di capelli che furono il
suo diadema di sposa, e la sua corona di martire. Pochi giorni dopo
moriva anche Stefano nel Castello di San Giorgio, e così sfuggiva al
patibolo di Belfiore ove sarebbe perito con tanti eroi della patria.

Il vecchio carbonaro accompagnava al sepolcro i due figli morti alla
distanza di pochi giorni, e li faceva collocare uno presso dell’altro,
piangendo di dolore, fremendo di sdegno, e invocando dal cielo la pace
ai defunti, il castigo di Dio sui despoti della terra; e la libertà alle
nazioni, che hanno saputo guadagnarsela con tanti sacrifizi di vittime
umane.



                                  VII.



La notizia di questa catastrofe colpì tutta Italia come una calamità
nazionale; si sparse dovunque, ridestò l’odio degli esuli che soffrivano
lontani dal focolare domestico, portò la desolazione a Treviso e in
Brianza, ove i parenti e gli amici appresero con orrore la rapida morte
dei loro cari, che parve a tutti lo schianto di due fiori prodotto dalla
violenza d’un uragano. A tale sventura si aggiunsero le relazioni
dell’infame processo, i patimenti di chi languiva nel carcere, i
supplizi che lo seguirono, e tutto insieme accumulava le maledizioni
degli oppressi sugli oppressori.

I due poveri vecchi che in così breve spazio di tempo avevano perduto i
due diletti figliuoli involati violentemente alla pace domestica,
compiute le onoranze funebri, ritornarono piangenti alla loro casa, ove
un’orfanella innocente li aspettava colle braccia protese invocando il
ritorno della sua buona mamma, e del babbo.

La nonna Maddalena dovette assumere gli uffici di madre, e dissimulare
la grave disgrazia all’infelice bambina, essa che aveva tanto bisogno di
piangere.

Il capitano scriveva lettere di fuoco al figlio superstite, perchè gli
esuli si agitassero anche in Francia, e spingessero quella nazione a non
tollerare più oltre in Italia la infamia della dominazione straniera, e
aiutassero gli schiavi ad infrangere quelle catene che li rendeva
impotenti alla rivendicazione dei loro diritti.

Da ogni parte venivano voci di speranza, ma il frutto non era maturo.

Intanto le disgrazie accasciavano i vecchi. Il capitano curvava la
schiena sotto il peso degli anni aggravati dal dolore. Soffriva delle
vertigini che lo esponevano a cadere, se non trovava un sostegno. Il
maestro Zecchini lo consigliava a consultare un medico, il Bonifazio
alzava le spalle con dispetto e non gli dava retta.

—Avete bisogno d’un salasso, insisteva a dirgli il maestro.

—Il salasso bisogna farlo all’esercito austriaco, abbondante fino allo
svenimento, e allora sarò sicuro di guarire.


La piccola Maria cresceva in salute ed in grazia, sotto quegli alberi
maestosi che colle loro ombre avevano protetta l’infanzia di suo padre,
ed avevano consolato i giorni più lieti della breve esistenza di sua
madre. La bimba giuocava coi fanciulli della sua età, e coglieva fiori e
farfalle intorno a quei viali tortuosi che erano stati percorsi dai suoi
genitori nel tempo felice.

Il maestro Zecchini le insegnava a leggere sui vecchi libri che avevano
servito al suo babbo ed allo zio Gervasio; ma quando la bambina si
rifuggiava sui ginocchi della nonna, mostrandosi annoiata della monotona
cantilena del maestro, implorando la grazia di ritornare ai suoi diletti
infantili, la buona donna la liberava subito dal peso della lezione, e
la rimandava libera ai boschetti del parco.

—A che cosa serve l’istruzione per chi non ha patria? essa diceva a
Zecchini, a che cosa hanno servito tanti studi al mio povero Stefano? se
fosse stato un ignorante, sarebbe ancora con noi.

—È vero! pur troppo è vero! rispondeva il maestro, il diritto, la
ragione, la scienza sono impotenti contro la forza brutale. Contro le
baionette non valgono che i cannoni, e il nostro popolo subisce la dura
tirannide senza rivoltarsi.—L’uomo è un asino!... condotto colla cavezza
e spinto col bastone, cammina rassegnato da vera bestia da soma.—E dopo
qualche sospiro, riprendeva:—Tuttavia l’istruzione è l’unica arma che ci
resta. Bisogna istruirsi per saper distinguere il male dal bene,
l’intelligenza e la coltura aprono tutte le strade, è un dovere di tutti
istruirsi; non solo gli uomini, ma anche le donne. Avete torto di
incoraggiare la bimba a trascurare lo studio....

—Che sia felice almeno nella infanzia, interrompeva la Maddalena; chi sa
a quale sorte è riservata nell’avvenire!... i pochi giorni felici sono
tutti guadagnati.

Così la bambina, secondata dalla nonna, cresceva ignorante, ma bella
come la sua mamma, della quale aveva i capelli abbondanti, il sorriso
degli occhi, e la bocca un po’ grande, ma affettuosa.

Essa, che adorava la nonna, si prestava però volentieri per assisterla
nelle faccende domestiche, le piaceva di stare in cucina ad ammannire le
vivande, imparava prontamente ad apparecchiare a condire ed a cuocere le
varie pietanze, e a sorvegliare i fornelli. Faceva grande attenzione
alle faccende della casa, voleva che la nonna la lasciasse fare da sola,
era contentissima quando riusciva bene, e che il nonno le faceva un
elogio, per qualche manicaretto elaborato dalle sue tenere mani.

E imparò presto a cucire, a rammendare la biancheria, a inamidarla e
stirarla a dovere. Faceva bene la pulizia delle camere, metteva tutto in
assetto con attenzione, le piaceva l’ordine in ogni cosa.

Si annoiava soltanto quando le mettevano in mano un libro, o la facevano
scrivere; allora sbadigliava, faceva delle smorfiette, e si rassegnava
soltanto per contentare il nonno, che non divedeva l’opinione di sua
moglie sull’istruzione, ed esigeva questo sacrifizio come un dovere
indispensabile. La nonna difendeva sempre Maria, che non aveva voglia di
studiare.

—Lasciala in pace, diceva a suo marito, lascia che sia felice, le donne
più felici sono quelle che sanno meno.

—Non dir sciocchezze... rispondeva il capitano, una donna ignorante è
una vera disgrazia!... il maestro ha ragione.

—Il maestro ha torto. Se l’uomo è un asino, come egli asserisce, non è
necessario che la donna sia sapiente....

—Tanto gli uomini che le donne devono distinguersi dai bruti colla
istruzione. Gli asini tirano il carretto carico, e i padroni li fanno
camminare a legnate; se gli asini fossero istrutti caccierebbero a calci
il padrone.

E così dicendo se ne andava maneggiando il bastone come fosse una
sciabola, usciva nel parco borbottando fra i denti le più tremende
minaccie contro il governo, abbatteva furiosamente le capsule dei
papaveri per dare uno sfogo a quella collera impotente, che avrebbe
voluto tagliare in quel modo le teste dei nemici.

La bambina gettava i libri, e correva in fondo al parco per sfuggire
alla seccatura dello studio, ed alle prediche del nonno.

Così passarono alcuni anni fino che un carbonaro di Bologna, entrato
nell’Assemblea nazionale francese, e poi salito sul trono imperiale
dello zio, alzava lo stendardo delle nazionalità, promettendo
l’emancipazione d’Italia, alla quale aveva giurato di contribuire,
facendo parte della setta italiana nella vendita bolognese nel 1831.

È facile immaginare l’entusiasmo del capitano Bonifazio quando lesse il
Proclama di Napoleone III che voleva l’Italia «libera dalle Alpi
all’Adriatico.» Il carbonaro trivigiano andava ripetendo ad alta voce, e
in uno stato di esaltazione, alcune frasi che lo avevano colpito:
«Andiamo su questa terra classica, illustrata da tante vittorie, a
ritrovare le traccie dei nostri padri.» Tutta la sua gioventù ritornava
a rifiorire, tutte le aspirazioni della sua vita di cospiratore si
avvicinavano al trionfo, tutto l’odio accumulato nel suo petto andava a
sfogarsi colla vendetta del figlio e della nuora uccisi collo stesso
colpo dall’aborrito governo austriaco.

Il vecchio soldato di Napoleone I si sentiva ringagliardire alle parole
di Napoleone III, e la spina dorsale curvata sotto il peso degli anni
dolorosi, si rialzava rigogliosa alla scossa elettrica scoppiettante
nelle solenni promesse. Egli era vicino ai settantatrè anni ma gli
pareva di essere ancora abbastanza robusto da poter portare un fucile, e
intanto nell’impazienza d’un primo assalto, egli percorreva le camere a
passo di marcia, armato del suo bastone, la sola arma che gli era stata
lasciata dall’Austria, e si arrestava davanti i ritratti di Napoleone I,
facendogli il saluto militare. All’arrivo del maestro si gettò nelle sue
braccia; questi fu sorpreso e beato di tanta intimità, che non aveva mai
ottenuta nei lunghi anni della loro relazione, passati brontolando sopra
ogni argomento.

La vecchia Maddalena temeva che suo marito diventasse matto in quello
stato d’orgasmo e di esaltazione irrefrenabile.

Il vecchio Pigna, tenendo per mano il figlio di suo figlio, un bambino
di otto anni, lo condusse per la prima volta in casa Bonifazio a vedere
i quadri delle battaglie di Napoleone, per fargli capire che cosa fosse
la guerra.

Il capitano gli dava le spiegazioni necessarie. Il piccolo Andrea col
naso in aria, gli occhi sbalorditi, la bocca aperta, guardava ora le
battaglie ed ora il capitano, ed aveva più paura di costui, gesticolante
con furore, che degli eserciti combattenti nei quadri fra i morti e i
feriti.

La Maria venne a prendere per mano il piccolo Andrea, che era circa
della sua età, e lo condusse in giardino per liberarlo dagli assalti del
nonno.

Il vecchio Pigna si fregava le mani in segno di giubilo, pensando che il
nuovo governo avrebbe diminuite le imposte e il prezzo del sale,
sperando che la guerra avrebbe fatto aumentare il valore del frumento,
dell’avena, del vino, del fieno, come al tempo della guerra in Crimea.

Ogni momento entrava qualche nuovo curioso per aver notizie della
Lombardia. Il capitano non salutava nessuno, ma gettava in aria il
berretto, e lo metteva in cima al bastone, alzandolo in segno di
tripudio, e diceva a Zecchini:

—È venuto il tempo del salasso!

Assicurava tutti dell’imminente liberazione; ed esclamava:


—L’Austria è finita!.... fra poco saremo a Vienna!... Evviva i
Napoleonidi!

Al primo indizio di guerra Gervasio aveva fatto i bauli, e rinunziato
alla cattedra, per ritornare in patria. Ma prima di lasciare la
Bretagna, il padre ed il figlio erano andati a fare l’ultima visita al
cimitero, e genuflessi sulla tomba della moglie e della madre, l’esule
sentiva che l’affetto e il dolore ci fanno mettere le radici anche nella
terra straniera, e non poteva staccarsi da quel mesto soggiorno senza
lasciarvi un lembo del cuore. La povera defunta restava sola e non
avrebbe più l’omaggio delle lagrime e dei fiori dei suoi superstiti. Pei
morti sulla terra straniera, il giorno della liberazione della patria,
l’esilio diventa isolamento. I parenti, gli amici, i compagni ritornano
al loro paese, ed essi rimangono affatto soli.

Gervasio e Silvio partirono piangendo, e deplorando di non poter portare
con loro le ceneri sacre della loro povera morta.

Erano anche dolenti di non poter rientrare in patria colle armi alla
mano, ma il padre era rimasto storpio per la ferita del 48, e il figlio
aveva appena otto anni.

Il reduce difensore di Venezia anelava ardentemente di riabbracciare i
vecchi genitori, di consolarli colla presentazione di suo figlio, che
avrebbe occupato il posto del povero Stefano, e anelava ansiosamente di
rimettere il piede nell’eroica città, alla quale aveva consacrata la
vita, e della quale dipingeva gl’incanti e il prestigio al figliuolo che
stava estatico ad ascoltarlo.

Attraversando la Savoja gli pareva che le Alpi si fossero moltiplicate
per ritardare il suo ritorno. Finalmente giunsero a Torino e lo
trovarono in festa per la battaglia di Magenta che aveva aperta la porta
della Lombardia. Visitarono la capitale del Piemonte con rispettosa
riconoscenza, come il tempio santo della rigenerazione nazionale.

Il 9 giugno, Gervasio scriveva a suo padre: «Jeri siamo entrati a
Milano, dopo gli eserciti alleati che accompagnarono il re e
l’imperatore, i quali furono accolti con indescrivibile entusiasmo dalla
popolazione esultante. Silvio è felice di trovarsi in Italia, e desidera
vivamente di abbracciare i suoi nonni; domani visiteremo quelli di
Brianza, e in breve tempo saremo in seno della famiglia, per non
dividerci mai più. E questo pensiero mi consola in modo tale da farmi
dimenticare molti dolori sofferti nella troppo lunga lontananza.»

Poi furono interrotte le comunicazioni, e non corsero più nè le lettere
nè le notizie stampate.


Il 24 giugno nella villa Bonifazio si udiva il rombo lontano del
cannone. Tutti ascoltavano in silenzio, il capitano era in uno stato di
esaltazione eccessiva, fremeva d’essere lontano dal combattimento, si
agitava convulso all’idea della vicina liberazione, che gli
rappresentava il trionfo delle sue idee di patriotta, il meritato
compenso dei pericoli di cospiratore, la vendetta dei figli perduti, la
gioia di rivedere il suo primogenito, lontano da tanti anni, e di
conoscere alfine il nipote, che continuava la discendenza mascolina
della famiglia. Maddalena sospirava fra le speranze consolanti e le
apprensioni dolorose, pensando alla gioia di abbracciare il figlio e il
nipote, e palpitando per le nuove vittime della guerra.

Maria girava pel parco col suo amico Andrea Pigna, e i due ragazzi
inconsci del solenne momento si trastullavano coi giuochi infantili.

Il giorno seguente giunse la notizia della battaglia di Solferino. Il
maestro Zecchini ritornò da Treviso con relazioni confuse, che
lasciavano incerti i risultati. Il capitano montò sulle furie e lo
coperse d’improperi, ma il povero diavolo aveva fatto la pelle dura,
dopo la lunga abitudine col vicino. Maddalena, come al solito, cercava
di metter pace, ma questa volta i suoi tentativi riuscivano vani, suo
marito si esaltava sempre più e non voleva ammettere altro che vittorie
e trionfi d’Italia e Francesi, e sole disfatte d’Austriaci.

Più tardi giunsero alcuni particolari precisi. La battaglia era stata
micidiale da ogni parte, il furore del cielo s’era aggiunto al valore
degli alleati, e dopo la strage guerresca l’uragano aveva costretto gli
Austriaci alla ritirata.

—Dunque fu una vittoria decisiva, esclamava il capitano, adesso i nostri
devono girare le fortezze, ed entrare francamente nel Veneto; fra due o
tre giorni saranno a Treviso!...

E il maestro si arrischiava di rispondere:

—Taluno, che si pretende bene informato, asserisce che i nostri non si
muovono, e che l’Austria riceve rinforzi.

—Baie! baie! urlava il capitano, baie fatte spargere apposta dal governo
per persuadere i credenzoni e gli sciocchi....

—Ma a Treviso il governo non si muove, e a Venezia si aspettò invano
l’arrivo delle flotte riunite...

—Mi pare che siate troppo soddisfatto!...

—Anzi al contrario sono dispiacentissimo, ma....

—Non ci devono essere dei ma!... nè ci possono essere altri dubbi, altre
reticenze e incertezze che quelle dei nemici della patria... e delle
spie!....


Maddalena volgeva gli occhi supplichevoli verso il maestro per farlo
tacere, ed egli che era sempre innamorato di quella santa donna,
sopportava in pace le ingiurie, abbassava la testa, e si rassegnava al
silenzio.

Il capitano dava un gran pugno sul tavolo e usciva inviperito, per
correre in traccia di più consolanti notizie. Ma camminava barcollando
sorpreso dalle solite vertigini.

Frattanto la buona Maddalena metteva in assetto le camere destinate al
suo Gervasio, e a Silvio, che amava tanto senza averlo veduto mai altro
che in fotografia, e raccoglieva con materna sollecitudine tutte quelle
cose che potevano tornare gradite ad entrambi, per la memoria del
passato e le tradizioni di famiglia.

Il vecchio Mosè la secondava del suo meglio, e contemplando i ritratti
di Gervasio e di Silvio si commoveva al pensiero di vederli giungere al
cancello, incontrati dai genitori e dai parenti, fra il giubilo degli
amici, dei concittadini, di tutti coloro che amavano e stimavano
Gervasio, del quale gli chiedevano sempre le nuove.

Passarono alcuni giorni nell’incertezza, fino che giunse la notizia
dell’armistizio. La Maddalena pregò il maestro e tutti di casa di
nascondere la brutta novità per non esacerbare i nervi di suo marito, ed
anche colla speranza che fosse una delle tante menzogne che circolavano
in quei giorni, e non avevano alcun fondamento.

Il capitano inquieto di quel silenzio uscì per cercare delle notizie, ma
appena giunto al cancello vide un ragazzetto che gli veniva incontro con
un viglietto. Lo aperse rapidamente. Lo scritto gli veniva da un amico
fidato, e conteneva queste poche parole: «Hanno firmata la pace. Il
Veneto resta all’Austria.»

—Tradimento!...—urlò il capitano. Fece due passi, si fermò, voleva
gridare ancora tradimento ma non riuscì che a balbettare poche sillabe
interrotte. Alzò le braccia, e parve che cercasse d’intorno un sostegno
che gli mancò, era barcollante, stramazzò a terra come se fosse colpito
da un fulmine, battendo la testa sul pavimento. Il ragazzetto spaventato
corse in tutta fretta a chiamar gente.

Mosè si precipitò sul padrone, e mentre cercava di fargli riprendere i
sensi, bagnandogli la fronte e ripetendo delle frizioni coll’aceto, gli
altri domestici accorsero in cerca del medico, il quale non tardò a
comparire. Il polso non batteva più, gli mise una mano sul cuore.... il
capitano era morto.

La violenta commozione gli aveva fatto salire il sangue al cervello;
l’apoplessia, e il colpo ricevuto alla testa lo avevano ucciso.

Gervasio aspettava il momento di passare il Mincio, quando ricevette la
triste notizia. La pace di Villafranca che lo privava della patria, gli
aveva rapito il padre.

Maddalena che attendeva da un giorno all’altro il figlio e il nipote,
perdette anche il marito; e si trovò isolata nel dolore, con una
bambina, che le ricordava le passate sventure.

Sono disinganni che vanno fino allo spasimo e al delirio. E non era la
sola famiglia Bonifazio la vittima del prolungato dominio straniero, ma
centinaia di famiglie venete restavano separate dai figli; e molte
rimasero senza patria e senza figli, i quali erano morti sul campo di
battaglia, difendendo l’indipendenza del loro paese.

Furono giorni di lutto universale, da far disperare della libertà e
della vita, se l’incrollabile fermezza degli Italiani non li avesse
sostenuti in mezzo a tante minaccie, davanti a tanti pericoli, col voto
costante di lottare sempre, senza contarsi, contro tutti, fino che fosse
raggiunto lo scopo.

Il maestro Zecchini tentò di consolare il profondo cordoglio della
vedova, divenne la provvidenza della famiglia, e il tutore della
bambina. Si occupò dei funerali del capitano, che riuscirono decorosi,
dimenticò tutti i rabbuffi di lui, per non ricordarsi che delle buone
qualità del vicino, faceva l’elogio del morto, con tutti gli amici e
conoscenti, come si fa sempre in tutte le iscrizioni e in tutti i
discorsi funebri.

La nonna Maddalena e Maria rimasero sole in quella casa, che aveva tutto
sacrificato pel paese, e il cómpito della povera vedova le era
chiaramente definito: allevare Maria, conservare la modesta sostanza al
figlio e ai due nipoti; e dato sfogo al dolore colle lagrime, dovette
alfine rassegnarsi al destino, e si accinse con coraggio a fare il suo
dovere.

Il maestro Zecchini la consigliava di collocare la fanciulla in un buon
collegio per educarla secondo la sua condizione, o almeno di mandarla in
una buona scuola in città, ma la Maddalena vi si rifiutò recisamente.

—Le donne, essa diceva, basta che sieno buone padrone di casa.

Il maestro tentennava la testa, e le rispondeva:

—No, cara signora, questo non basta; adesso si esige di più anche dalle
donne, destinate alla vita sociale. Maria avrà una buona dote, può fare
un buon matrimonio, e non deve restare ignorante.

—Io non soffrirò mai che Maria si allontani da casa, voglio averla
sempre sotto gli occhi, non devo abbandonarla, nè essere abbandonata
dalla sola creatura che mi resta....

—Ma qui in campagna, senza istruzione, non potrà sposare che un uomo al
di sotto della sua condizione....

—Purchè sia felice che importa?.... credete che in città sarebbe più
felice?... Io ho vissuto sempre in campagna, e non avrebbe mancato nulla
alla mia felicità senza le disgrazie della politica....

—Ma se un giorno la stessa Maria vi facesse il rimprovero di averla
privata d’educazione, come potreste consolarvi di questa accusa?...

—Non lo farà mai! Caro maestro, non si rimpiange quello che non si
conosce....

—Domando scusa. Io non conosco i milioni, eppure deploro continuamente
d’esserne privo. Quante belle cose avrei fatto, se fossi stato
milionario....

—Credete che i milioni vi avrebbero reso felice? v’ingannate. Maria sarà
felice, senza essere tanto ricca. Ci penso io, ve lo prometto, io saprò
farne un’eccellente massaia; e suo marito, e i suoi figli saranno bene
contenti d’averla per moglie e per madre.

—Lo voglia il cielo, ma non sono di questa opinione. Farete di Maria una
brava massaia, ma sarà una donna incompleta....

—Nulla è perfetto sulla terra! concludeva la Maddalena.

E così andavano discutendo sovente fra loro, e pareva destino che il
migliore amico di casa Bonifazio fosse sempre in contradizione prima col
marito e poi colla moglie, che non potevano star senza di lui,
trovandosi continuamente discordi.

Ma se le cure per la bambina erano incessanti ed affettuose, le cure del
giardino e del parco erano totalmente abbandonate.

Maddalena da brava padrona di casa amava il risparmio, e giudicava il
lusso contrario all’economia, non rifiutava mai di fare le spese pei
campi che aumentano la rendita, ma le ripugnava di spendere pel giardino
e pel parco. Preferiva occuparsi dell’orto che forniva la cucina e la
mensa di eccellenti prodotti, trascurava la coltura delle serre e dei
fiori che le sembravano superflui. E al posto delle piante rare dietro
le invetriate faceva distendere al sole le reste delle cipolle e
dell’aglio; in luogo dei vasi di gerani, e di viole a ciocche che il
capitano esponeva alle finestre, essa vi metteva le zucche. Si
compiaceva di avere dei bei sedani bianchi, delle rape dolci, dei cavoli
giganti, dei poponi profumati e saporiti.


Il resto lo confidava alla natura, e lasciava tutte le piante
ornamentali in piena libertà.

Ma chi credesse rovinato il parco sarebbe in errore, esso non aveva
fatto che cambiare di aspetto, acquistando, dall’assoluto abbandono, una
bellezza artistica senza pari. Gli alberi che non furono più tormentati
dal coltello e dalla forbice che limitavano la loro espansione, si erano
vendicati della passata disciplina gettandosi con pieno vigore ad ogni
eccesso di sfrenata vegetazione, gli arbusti avevano invase le strade,
le sementi cadute da tutte le piante avevano germogliato in un caos
indescrivibile che presentava l’aspetto d’una foresta vergine dove le
bignonie, le edere, le clematidi, e tutte le ampelidee si arrampicavano
sugli alberi e ricadevano in festoni.

I fiori moltiplicandosi senza freno erano usciti dalle aiuole, avevano
invaso il prato e i viali, crescevano confusamente, e fiorivano in
abbondanza nell’anarchia. I rosai che non furono mai regolati da nessun
freno, erano saliti sulle piante più robuste, andavano a cercare il sole
fuori dei rami del loro tutore, e fiorivano in alto ricadendo pel loro
peso naturale in nappe e frangie fiorite come se ne vedono sulle scene
del teatro in qualche ballo fantastico. I venti e gli uragani scuotendo
violentemente tutte le fronde avevano compiuta l’opera della natura,
infrante le cime di qualche abete, lacerate alcune piante antiche, e
data l’ultima pennellata al quadro stupendo.

Per certi viali non si passava più, ma in compenso erano sorti dei
boschetti rigogliosi, con tutto il vigore della natura indipendente, in
un terreno divenuto fertilissimo dal terriccio prodotto da vari strati
di foglie cadute e marcite al posto, e si formarono delle macchie con
viluppi inestricabili di rami di varie piante, con foglie, fiori e
sementi della più bizzarra e capricciosa complicazione, che formavano
cupole e pergolati che la più strana fantasia architettonica non avrebbe
saputo immaginare.

In cambio delle strade a curve studiate c’erano dei sentieri formati
naturalmente dal passaggio dei contadini che andavano a falciare il
fieno, o attraversavano il parco per altri motivi; i padroni, gli amici,
i domestici passando sempre sulle stesse traccie si formava la nuova
strada.

Maria andava ad appiattarsi sotto quelle ombre, e vi si faceva dei nidi
fra i rami, per riposarsi in compagnia d’Argo, un enorme cane di
Terranuova, più grande di lei, dal quale era amata colla tenera
affezione d’un protettore formidabile, che secondava tutti i suoi
capricci, intendeva le sue parole, le serviva di morbido origliere, le
lavava il viso colla lingua, e la avrebbe difesa validamente da chiunque
le si fosse avvicinato senza il suo permesso.

Maria e il suo cane passavano delle ore deliziose in quei nascondigli,
dormivano, rosicchiavano biscotti, giuocavano insieme, e talvolta si
udiva lo scroscio cristallino di risa della fanciulla, eccitato da
qualche ghiribizzo del suo fedele compagno.

La nonna li lasciava in pace malgrado le censure del maestro Zecchini,
il quale odiava quel cane, chè ora gli rubava il berretto per portarlo
in giardino, ora gli posava le zampe sporche da fango sui calzoni nuovi,
ora tornando dal bagno che aveva fatto nel laghetto andava ad asciugarsi
il pelo al suo vestito. Ma la ricreazione della fanciulla non durava
tutto il giorno, ed era sovente un meritato compenso alle ore impiegate
nel disimpegno delle cure domestiche, delle quali diventava sempre più
esperta. Dopo ammannita una vivanda, apparecchiato il pranzo, e messa in
ordine la biancheria, fatte le mende, stirato il bucato, la nonna
lasciava Maria in libertà, Argo saltava su dal suo giaciglio, abbaiando
in segno di contentezza, e i due amici si mettevano a correre per il
parco, entravano nel bosco, e sparivano.



                                 VIII.



Così passavano i giorni, i mesi, gli anni, senza avvenimenti, in una
vita semplice, e relativamente felice. Maria diventava una bella
fanciulla, somigliava sempre più alla sua povera mamma, cresceva sana e
rigogliosa come le piante del parco. La nonna diventava sempre più
vecchia, nei suoi capelli grigi andavano crescendo i fili d’argento,
qualche dente spariva dalla bocca, gli occhi le si offuscavano, e già
non poteva più lavorare senza occhiali, le prime rughe increspavano la
pelle delle tempie.

Il vecchio Mosè dopo la morte del capitano non stava più bene, era come
una marionetta alla quale si fossero rotti dei fili che la fanno
muovere, egli che non aveva altra volontà che quella del padrone, pareva
istupidito dopo la partenza della sua guida. Aveva perduto in gran parte
la vista e la memoria, era divenuto sordo e si accasciava sempre più.


Nella sua ultima malattia venne assistito dalle padrone come da due
sorelle o da due figlie. La Maddalena insegnava alla Maria come si
devono soccorrere i malati, con affezione, con intelligenza, in
silenzio, senza far rumori intorno al letto. La fanciulla aveva imparato
a fare un brodo speciale per quello stomaco debole, gli alzava la testa
con delicata attenzione, lo aiutava a cibarsi, gli somministrava
esattamente i rimedi prescritti dal medico.

Dopo lunghe sofferenze, consolate dalle cure assidue e dall’affetto
delle signore, il povero vecchio morì benedicendo la casa nella quale
era vissuto tanti anni onesto e laborioso, benedicendo le sue padrone
che amava teneramente, e lasciando un addio cordiale al suo Gervasio e a
Silvio, che si doleva di non aver veduti prima di morire, ma
profetizzava che sarebbero ritornati presto alla loro casa, in seno
della madre affettuosa. E pronunziò queste parole poco prima di morire,
quantunque in fondo non ci credesse gran fatto, ma per finire la vita
con un’ultima consolazione e un augurio alla sua buona padrona. E morì
povero, avendo sempre soccorso i parenti col frutto delle sue fatiche,
senza aver mai abusato della fiducia illimitata dei padroni.

Fu pianto come un fratello, ed ebbe dalla famiglia, che aveva servita
fedelmente per tanti anni, gli onori dei funerali e del sepolcro, come
se fosse stato uno stretto parente.

Quando il maestro Zecchini, dopo di averlo accompagnato all’ultima
dimora, fu di ritorno in casa Bonifazio, per rendere conto della sua
mesta missione, la signora Maddalena asciugandosi gli occhi gli disse:

—Caro maestro, adesso tocca a voi di trovarci chi deve sostituirlo....

—È impossibile!... le rispose il maestro; quegli uomini non si
sostituiscono più. Non ci sono più servitori.

—Ma dunque?!... che cosa dobbiamo fare?... ci è impossibile di restare
senza un domestico.

—Cercheremo, investigheremo... ma è difficile! difficilissimo, non credo
possibile di riuscire, come sarebbe mio desiderio.

—Fra i tanti scolari che avete avuti, in tanti anni di scuola?...

—Tutti asini, signora!... o birbanti.... o ladri.... o poltroni.... una
generazione perversa!...

Tre giorni dopo questo dialogo il maestro Zecchini entrava nella sala di
casa Bonifazio, conducendo per un orecchio un giovinotto col naso
camuso, coi capelli ricciuti sugli occhi, e lo presentava alla signora:


—Questa bestia fu mio scolaro per parecchi anni. Non ha mai imparato
nulla, nemmeno a fare il male. L’ho perduto di vista da qualche tempo,
mi disse che ha servito a Treviso, e che adesso è senza padroni. Se
vuole provarlo posso assicurarla che è figlio di gente onesta, e deve
essere incapace di fare delle cattive azioni, che nè io nè i suoi
parenti gli abbiamo insegnate.

Lo scimunito, lasciato libero all’orecchio, ridacchiava, ora guardando
il maestro ora la signora, e facendosi girare il cappello fra le mani,
attendeva d’essere interrogato.

Dopo poche domande fu accettato a prova. Si chiamava Nicola.

Mostrò un certificato che non lo asseriva nè carne nè pesce.

In pochi giorni si avvidero che era proprio un cretino, e fu rimandato.

Fatte nuove ricerche si presentò un certo Damiano, ciarlone disinvolto
che vantava onestà a tutta prova. Raccomandandosi alla padrona che
gl’insegnasse ciò che non sapeva, mostrò buona volontà d’imparare. Venne
accolto a prova anche lui. Appena entrato in servizio si mostrò svelto e
intelligente, ma Argo lo guardava con sospetto, lo fiutava sovente
ringhiando, tanto che Maria disse al maestro:


—Argo non è contento di Damiano, se a lui non piace, vuol dire che non
può fare per noi...

—Sicuro, le rispose il maestro; gli uomini possono ingannarsi, ma i cani
non hanno mai preso un gatto per un lepre. State bene attente, siamo in
un tempo che non bisogna fidarsi di nessuno.

E così sorvegliando il nuovo domestico non tardarono ad avvedersi che
vendeva l’avena, facendo digiunare il cavallo. Venne congedato. Subentrò
Michele, uomo onesto, e abbastanza esperto nel servizio, ma un ubriacone
di prima riga. Cesare lo seguì. Non si ubriacava mai, ma era un tal
ghiottone che vuotava le casseruole sui fornelli, beveva il brodo e vi
sostituiva dell’acqua. Anche questo fu messo alla porta. Ah! povero Mosè
come fu rimpianto, come si deplorava la sua perdita ad ogni cambiamento!
Finalmente venne Pasquale, un vero macaco, col muso delle scimmie
antropomorfe: faccia rugosa, orecchie piatte, narici aperte, labbra
sottili e bocca enorme, fronte ristretta, capelli neri ed irti come una
spazzola. Aveva i difetti e le buone qualità delle bestie alle quali
rassomigliava.

—Galantuomo?—puh! meno ladro degli altri.—intelligente?...—meno
balordo.—Laborioso?...—meno pigro. Era suscettibile di qualche
riconoscenza, non era impertinente, aveva infatti varie qualità
negative, e si rendeva tollerabile per la grande necessità di non cadere
dalla padella nelle bragie. E così si tirava avanti.

Intanto Gervasio attendeva in Lombardia la ripresa delle armi, mentre
che i diplomatici raccolti a Zurigo si studiavano di fabbricare una
pace, come i fanciulli, quando innalzano dei castelli colle carte da
giuoco.

Dopo la brutta sorpresa di Villafranca, coll’anima lacerata da doppia
sventura, la perdita del padre e della patria, stupido e sbalordito
corse a rifugiarsi in Brianza col figlio per versare in seno dei vecchi
parenti la piena delle amarezze. Trovò il nonno colonnello sdegnato
contro Napoleone, lo diceva indegno di portare il nome dello zio,
censurava aspramente la sua condotta come generale in capo, e come
alleato. Diceva che l’atroce massacro di Solferino provava la sua
inettitudine come strategico, perchè si poteva vincere senza quella
immensa ecatombe, manovrando con tattica avveduta, risparmiando il
sangue dei soldati, non precipitandoli come una valanga davanti i
cannoni e le baionette del nemico. Ma dopo di aver vinto fermarsi a
mezza via! non raggiungere la meta solennemente annunziata! era tale
atto militare che non aveva nome. Il colonnello invidiava la sorte del
genero suo commilitone, che era morto all’annunzio della fatale notizia,
e oramai non sperava più di veder realizzato il bel sogno della sua
vita, l’Italia indipendente dagli stranieri. Il vecchio soldato affranto
dall’età avanzata e dai disinganni vedeva tutto nero, e dopo tanti
tentativi falliti non aveva più fede nei suoi concittadini.

Ma Gervasio non credeva possibile la assurda confederazione progettata
coll’Austria e col Papa, e calmata l’esaltazione del primo momento,
partì per Milano per provvedere all’educazione del figlio in attesa
degli avvenimenti.

Milano liberata dagli Austriaci si mostrava soddisfatta e si accingeva a
trar partito dalla libertà, fidente nell’avvenire; e intanto si facevano
le annessioni.

Silvio si trovava in un nuovo mondo nel movimento elegante di Milano; e
quando passeggiava pel Corso si rammentava con pietà i semplici costumi
della Bretagna, i cappelli a larghe falde sulle lunghe chiome, i
panciotti rossi, le giacchette lunghe, le uose fino al ginocchio, e
ricordandosi il clima uggioso, le strade deserte piene di fango, i
campanili acuminati sul fondo grigio e nebbioso, era tutto lieto e
ambizioso della sua vera patria, e contemplava con viva soddisfazione le
candide gugliette del duomo che spiccano con tanta leggiadria sul fondo
azzurro del cielo lombardo.

Papà Gervasio e il suo Silvio passarono le vacanze d’autunno in Brianza,
in casa del nonno, bisnonno, il quale magro istecchito, rugoso, calvo,
ma sempre colla pipa in bocca non era più che l’ombra dell’antico
colonnello del primo Napoleone e del terribile Carbonaro del 1821. Però
di tratto in tratto agitava ancora le sue vecchie ossa, e sprigionava
qualche scintilla di quel fuoco che lo aveva riscaldato negli anni
vigorosi.

La politica era sempre il suo discorso prediletto, seguiva tutti gli
avvenimenti, li giudicava severamente, ma ricominciava a sperare,
prediceva al nipote l’avvenire, e diceva al giovinetto Silvio:

—Tu non avrai più da fare nè il soldato nè il cospiratore. La nostra
generazione compirà fra breve l’indipendenza, oramai i destini d’Italia
sono evidenti.

Fu nella casetta del nonno in Brianza che Gervasio conobbe personalmente
il cugino Alessandro, figlio di Aristide fratello del colonnello, che
era morto da qualche anno in Piemonte, ufficiale nell’esercito.

Alessandro aveva seguita la carriera del padre e dello zio, ed aveva
fatte le sue prime armi alla battaglia di Solferino, col grado di
tenente. Era un bravo giovane, col quale il cugino passava piacevolmente
qualche ora, ciarlando dei parenti, e delle faccende del giorno, e poi
ne scriveva a sua madre gli elogi. Silvio avrebbe potuto imparare dalla
conversazione del giovine ufficiale come si deve servire il paese, ma
preferiva giocare alle boccie coi birichini del villaggio.

Invece il giovane Alessandro dava retta allo zio, con rispettosa
deferenza, e così questi due individui, senza saperlo preludevano
entrambi alla futura generazione del regno, che si mostrò seria
nell’esercito; frivola, inquieta e malsana altrove.

Quando i suoi tre nipoti, Gervasio, Alessandro e Silvio gli stavano
intorno, il vecchio continuava le sue osservazioni, e i consigli, e
diceva:

—Per uscire dalla schiavitù, per infrangere le catene, come Spartaco, ci
voleva forza di muscoli, e audacia sfrontata, e non faceva male nemmeno
un po’ di pazzia. Bisognava arrischiare tutto! ma l’avvenire domanda più
forze morali che materiali, e la più seria assennatezza per consolidare
la conquista, e far uscire dalla libertà la potenza e la prosperità del
paese.

Il periodo eroico sarà fra breve finito, e comincierà l’epoca
dell’educazione e dell’istruzione, e allora saranno necessari i
caratteri probi e onesti. Al nostro tempo ci volevano dei rompicolli,
dei cospiratori, dei furbi, dei maneschi, bastava di avere del sangue
nelle vene. L’avvenire abbisogna d’uomini onesti e sapienti, di scienza
e lealtà. Le conquiste si fanno colle mani, e si consolidano col
cervello.

E mentre passavano gli anni nell’aspettativa, i vecchi cominciavano a
cedere il posto ai giovani. La nonna di Brianza morì di vecchiaia, il
colonnello la seguì da vicino. La povera Maddalena legata al suo posto
dalle cure domestiche, dall’affetto alla sua Maria, divisa dai genitori
dal governo straniero, non ebbe la consolazione di rivedere per l’ultima
volta i suoi cari vecchi, che passavano da questa vita senza malattie,
come lampade che si spengono per mancanza d’alimento.

Il testamento del colonnello fu l’equo complemento della sua vita.

Lasciò la casa e pochi campi d’intorno al nipote Alessandro: «colla
certezza che conserverà religiosamente le memorie e le tradizioni
domestiche, servendo fedelmente il paese in guerra ed in pace, come i
suoi padri, non chiedendo mai verun compenso per aver fatto il proprio
dovere.»

Tutto il resto della modesta sostanza spettava all’unica sua figlia
Maddalena Bonifazio, rappresentata dal figlio Gervasio nella
liquidazione ereditaria, che fu condotta a termine prontamente
dall’amichevole accordo dei due cugini.

Mentre avevano luogo questi piccoli avvenimenti di famiglia, un
avvenimento clamoroso sorprendeva il mondo. Mille Italiani condotti da
Garibaldi conquistavano il mezzogiorno d’Italia, e la patria andava
rompendo le barriere che la dividevano in varie parti contro natura; e
il famoso punto geografico di Metternich si andava allargando, affermava
la sua volontà, e proclamava altamente i suoi diritti.

La Massoneria si annetteva tutte le società segrete, riordinava le
loggie disperse, ed esercitava la sua potente influenza sul Parlamento,
che avendo dichiarato «Roma capitale d’Italia» attendeva il momento
opportuno per occuparla. E dopo ceduta Nizza e la Savoja, in compenso
dell’assistenza ricevuta dalla Francia, si trasportava anche la capitale
da Torino a Firenze fra le minaccie e le adesioni, le aspirazioni, le
proteste, e gli eccitamenti dei vari partiti che bollivano confusamente
nella gran fornace della rivoluzione nazionale, per fare l’Italia; come
si fondono i metalli di varie specie per ottenere il bronzo di Corinto,
per una statua immortale. L’Austria chiusa nel quadrilatero, come un
cane alla catena, non poteva più minacciare i vicini, e tutti pensavano
che il suo dominio era vicino alla fine. I giornali parlavano con
sicurezza dei futuri destini d’Italia, e il popolo manifestava i suoi
voti scrivendo col carbone sui muri:—Vogliamo Roma e Venezia—viva
Vittorio Emanuele—viva Garibaldi.

L’anno 1866 cominciava con preludi d’inalterabile tranquillità. Si
parlava di trattati secreti per la cessione del Veneto; Napoleone,
aprendo il Parlamento francese, il 22 gennaio, assicurava che tutto
prometteva la pace.

A Milano si celebrava ogni giorno qualche lieto avvenimento, e la
giovane generazione cresceva fra i piaceri e le feste. Era una vita
allegra piena di musiche, di feste, di bandiere e di entusiasmi. Silvio
frequentava di preferenza gli studenti più avanzati di lui, erano
giovinotti pieni di grilli, che facevano i critici letterari prima di
aver compiuti gli studi, e discutevano di politica andando alla scuola.

Il giovane Bonifazio si sentiva elettrizzato dai suoi compagni, sognava
avvenimenti felici per la patria e per sè stesso, si vedeva aperto
l’adito a tutte le soddisfazioni, e pensava che un giorno avrebbe preso
la sua parte nella vita pubblica, e sarebbe diventato senza fatica,
deputato, segretario generale e ministro. Prendeva una posa grave come
quella dei ritratti dei grandi personaggi, si guardava nello specchio
per vedere se l’aspetto corrispondeva alle sue idee, e si doleva
grandemente di non vedersi ancora spuntare i mustacchi. Si era scelto un
buon sarto, guidato dal consiglio dei colleghi più eleganti, e pensava
che un uomo mal vestito non avrebbe mai potuto raggiungere le altezze
ambite nelle sue fantasticaggini. Esigeva dal parrucchiere che la
scriminatura fosse netta e perfetta, dalla fronte fino al collo, perchè
l’acconciatura del capo rivelasse la finezza del cervello. Il bastonello
nella tasca del paletot, e il zigaro fra l’indice e il medio,
completavano il giovinotto precoce.

Il babbo lo trovava un po’ troppo attillato, ma non osava contrariarlo,
vedendo che i suoi compagni di scuola gli rassomigliavano quasi tutti, e
non volendo che fosse meno degli altri. Ma non lo abbandonava mai;
passavano insieme la sera al caffè ed al teatro, col cugino Alessandro;
e il giovinotto doveva contentarsi di vedere il mondo alla superficie,
perchè l’oculatezza paterna gl’impediva di seguire i compagni nei loro
stravizi.

Nelle ore di scuola Gervasio restava solo, e allora egli andava a
passeggiare ai giardini, o visitava gli stabilimenti d’orticoltura,
pensando alle terre di famiglia, che un giorno sperava di coltivare a
suo modo, e faceva progetti di riduzioni, semine e piantagioni, per
quando sarebbe tornato a casa sua. E questo felice avvenimento non
poteva tardare.

A tutte le proposte di congressi o di cessioni, gli Italiani
rispondevano coll’accrescere e perfezionare l’armamento, e desiderosi di
compiere l’indipendenza e l’unità della patria, contrariavano
continuamente i segreti maneggi della politica, e i vani progetti della
diplomazia, diffidavano delle scaltre blandizie, e non trovavano
accettabile nessuna proposta, tranne quella della totale emancipazione
dagli stranieri.

Furono inutili le proposte d’un disarmo generale, inutili tutte le
promesse e le minaccie, perchè la nazione fremente ed ansiosa si agitava
per raggiungere il suo scopo finale, che oramai non avrebbe più
abbandonato.

Anche Vittorio Emanuele ambiva di terminare ogni agitazione colle armi
alla mano, ed apparecchiava l’esercito; Garibaldi invocava armi e
volontari; tutta la nazione voleva combattere. L’alleanza colla Prussia
rese possibile la guerra, che finalmente venne dichiarata con generale
contento il 20 giugno del 1866. In quel giorno tanto desiderato
scomparvero tutte le dissenzioni, tutte le discordie, tutti i partiti;
la nazione e il Parlamento furono unanimi. Il re annunziò che riprendeva
la spada per la libertà del popolo e l’onore del nome italiano, facendo
all’Europa questa solenne promessa: «L’Italia indipendente e sicura del
suo territorio diventerà un pegno d’ordine e di pace, e ritornerà
efficace strumento della civiltà universale.»

Dopo la battaglia di Custoza l’esercito italiano passava il Po, ed
occupava le provincie venete.

Il primo drappello giunse a Treviso il 15 luglio, data incancellabile
fra i ricordi più memorabili di questa città. La campana del Comune
annunziò l’avvicinarsi dei soldati liberatori, la bandiera tricolore
sventolava in ogni casa, le bande musicali suonavano l’inno nazionale,
la folla immensa acclamava la libertà, l’esercito, il re con tale
entusiasmo che pareva frenesia. Forse il capitano Bonifazio e i morti
per la patria scossi dall’aria elettrizzata di quel giorno, trasalirono
nelle tombe.



                                  IX.



Pochi giorni dopo l’arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava
davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla
quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la
ferrovia essendo stati riservati all’esercito, non fu possibile agli
esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati
di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa
commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al
seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti
della famiglia si trovarono riuniti.

Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e
di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e
luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite
invano, e alfine soddisfatte; lagrime miste ai baci e ai sorrisi. La
vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma
invecchiato, lontano da’ suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che
vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente
conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli
bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto
doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e
d’un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la
prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste
sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva
altra espressione che il pianto.

A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante
domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così
grandi avvenimenti, così atroci dolori!

Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e
che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del
santuario domestico.

L’esule aspirava con sicurezza l’aria della sua casa, sentiva il noto
odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come
antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d’intorno quelle
pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni
dell’infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità
della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto
ciò era scomparso nell’esilio, si era dileguato nell’età matura, come
una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull’orizzonte.

La patria libera restituiva all’esule la sua casa, ma come una bandiera
dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.

Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del
parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa,
il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli
arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s’erano
fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.

Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di
piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!

—Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della
tua vita, scritta dalla natura!

Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l’ajuola dei
fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era
ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove si tagliavano i
fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo
stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d’agosto
erano ancora al loro posto. L’olivo odoroso che imbalsamava l’aria era
cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una
potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio,
il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle
tradizioni domestiche.

—Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare
la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice
in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno
d’ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la
schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco
conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione
prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella
natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della
società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.

Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell’esule, gli amici accorsero
ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso
fu il primo a comparire, e stringendosi al seno Gervasio gli pareva di
rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d’un fratello
perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si
ricordava più che le varie vicende d’una lunga intimità.

Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio
un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si
destinava ad entrare in liceo.

—In natura l’uomo è un asino, egli ripeteva, ma l’educazione lo rende
capace di grandi cose.

Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane
memorie giovanili nell’animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la
fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:

—La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non
hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all’uomo!...

—Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia
teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè
vi sarà perpetuo ostacolo, l’orgoglio umano.

Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A
interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il
babbo insignificante, e il giovane Andrea, l’amico di Maria.

La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove
portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando
Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della
patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia.
Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo
coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai
lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e
Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il
discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era
tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d’alloro, avvolte
in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe
iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi
piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle
quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di
tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.

La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d’arpa
che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso mentre
suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di
moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di
cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.

All’orazione che rammentava i dolori e le speranze d’Italia, e al suono
dell’inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell’immensa
folla raccolta un fremito di commozione.

Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione
ufficiale di Venezia al governo italiano.

Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico
memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la
prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.

Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati
dopo l’assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che
dopo un anno d’eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.

Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli
stranieri c’erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la
gloriosa repubblica, c’era molta gente che aveva veduto i patriotti del
21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte,
c’erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e
nell’esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di
Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido
d’entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un
applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia
di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle
passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell’aria, come un grido
dell’umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della
liberazione d’un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno
intorno alla terra.

Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava
sull’oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e
rifletteva nella calma laguna l’azzurro del cielo. Si udivano per l’aria
le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni
d’anime soddisfatte.

Sono memorie indelebili che valgono cent’anni di vita, rinforzano le
membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno
obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.

Gervasio dimenticava i lunghi anni d’esilio, e conduceva il suo Silvio a
visitare Venezia, colla devozione d’un pellegrino cristiano in Terra
Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d’arte, le chiese, i
palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale.
Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori
figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi,
quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l’annunzio della loro
merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce
fresco e delle ostriche.

Ogni pietra di Venezia è degna d’osservazione, è una memoria famosa o
una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.

Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un’epoca diversa, un’arte
stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di
artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia
un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie,
scalcinate, o l’angolo d’un canale tortuoso coll’acqua verde nell’ombra,
e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo.
Le calli più misere, i rii più sporchi, l’erba sulle screpolature dei
marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d’umidità, e i
licheni sulle colonne, sembrano tutti capricci fantastici d’un genio
strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della
tavolozza.

La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si
mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite
intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la
adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai
piedi dell’altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi
suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine
delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto,
ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera
ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli
artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle
catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero.
Chi desidera una copia della facciata o dell’interno di San Marco, una
veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli
artisti d’altre nazioni che accettano la commissione lavorando
pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più
minuziosa esattezza. L’artista veneziano non si presta a queste opere
monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di pazienza e di esattezza;
egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate
franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.

Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad
ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da
coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa
incantevole sirena.

Un giorno s’incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto
capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon
lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni
dei canali, e l’incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:

—Tu non ami Venezia!...

—Anzi mi piace moltissimo, ma.....

—Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la
vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell’esilio non erano i suoi
monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni
che tu disprezzi!...

Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni
che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d’averla veduta la
ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per
qualche tempo.


Il buon padre gli promise di contentarlo.

—Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai
compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica
di avvocato a Venezia.

Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo;
egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in
campagna.

Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di
cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo.
Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con
questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.

Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente
delle abitudini di famiglia.

—Ti procurerò delle belle conoscenze, gli disse, ti metterò a parte di
alcuni miei segreti che ti saranno utilissimi,—e precedendolo
allegramente entrò nel parco, invitandolo a seguirla.

Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati, che lasciavano verso
terra una stretta apertura:

—Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.

—Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di scompigliarsi i capelli ben
pettinati.


—Hai paura? gli disse Maria, guardandolo cogli occhi ridenti, e
prorompendo in uno scroscio di risa argentine.

—Dove mi conduci? le domandò Silvio.

—Nel mio nido prediletto, essa gli rispose, vieni e sarai contento.

—E che cosa faremo nel tuo nido?

—Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....

Silvio la guardava fissamente, esitava ancora, non capiva, gli seccava
molto di cacciarsi dentro quell’arruffio di rami intrecciati.

—Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....

—E tu non sai quello che si fa dentro ai nidi?... Si mangia, si canta,
si dorme, andiamo non aver paura, vieni con me;—e così dicendo si mise
in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve. E si udiva ancora la sua
voce, che gli gridava dall’interno:—Vieni avanti. Silvio non voleva
contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio, abbassò la testa, ed
entrò.

Se l’ingresso era angusto il nido era comodo, e vi si stava benissimo
tanto seduti che sdraiati. Era fatto come un casotto da uccellanda. I
rami legati coi vimini formavano delle fitte pareti che non lasciavano
penetrare il sole. Il sentore della terra e delle foglie fermentate,
facevano esalare un profumo boschereccio.


Silvio guardando d’intorno con aria sospettosa le disse:

—Dimmi un po’ non ci sono delle biscie qui sotto?

—Ma no di certo, essa gli rispose ridendo, sta pur tranquillo. Le biscie
stanno sotto terra o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da questa
parte.

—E che cosa facciamo qui?

—Adesso te lo dirò, abbi un po’ di pazienza.

Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse due pomi, ne offrì uno al
cugino, e si mise subito a sbocconcellare l’altro con grande appetito.
Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino voleva tagliarle il
frutto.

—Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando la bocca, metteva in
lavoro i bei denti bianchi che tagliavano meglio del temperino.

Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi, ne infilò uno nella lama
e glielo offerse. Essa che aveva divorato il suo pomo, gradì anche
l’altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi rifrugò nelle tasche,
e tirò fuori un cartoccio di biscottini, e si misero a sgranocchiarli.
Silvio cominciava a prender piacere a quella merendina, a quell’ombra, a
quella quiete, quando si udirono dei passi sulle foglie secche del
viale, e poi tutto d’un tratto, Argo ansante balzò come una bomba nel
nido, e colle sue goffe carezze apportò il disordine, la confusione, e
lo scompiglio. Contento d’aver trovato la sua amica, si mise a
esprimerne la gioia leccandole il viso, saltando, scodinzolando e
abbaiando, sbattendo la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le
zampe polverose sui calzoni.

Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente fuori dal buco, e cominciò a
spolverarsi col fazzoletto, mandando al diavolo quella bestiaccia
impertinente che gli aveva insudiciato il vestito. Maria lo seguì
sgridando il cane, e ridendo della sorpresa inaspettata, e della
impressione disgustosa che le pareva avesse prodotto sul cugino.

Passarono insieme a visitare il frutteto, ove pendevano dagli alberi dei
bei pomi rossi, delle pere di varie tinte.

Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli un pero carico di
frutta, queste non si mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore
erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.

E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il migliore di tutti, almeno a
mio gusto. Questo pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito,
quell’altro riesce benissimo nello _Strudel_, che il povero nonno non
voleva mangiare, perchè diceva che è un piatto tedesco. Poi gl’indicava
i ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie, e gl’insegnava gli
alberi ove si raccoglievano le frutta più belle. Fiancheggiando un
filare di fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i migliori.
Prendi questo verdino, assaggia quello della goccia, e il nero di
collina, e conchiudeva: Adesso conosci i più squisiti, ma l’esperienza
ti renderà più esperto.

Poi visitarono le vigne. C’erano delle uve eccellenti, il povero
capitano ne aveva fatta una raccolta stupenda.

Finita la passeggiata, Maria gli disse:

—Adesso passiamo alla presentazione dei miei amici. Non ho bisogno di
dirti tutti i pregi di Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele
guardiano.

Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto si avviarono verso la
scuderia. Prima di entrarvi si udì il nitrito di Falcone che aveva
riconosciuto i passi e la voce della padrona, e la invitava ad entrare,
un po’ per affezione, e un poco anche per interesse, perchè essa andava
sovente a trovarlo portandogli un pezzetto di pane e dello zucchero.


Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti sotto al portico,
quando s’avvide che i due giovani andavano a visitare il cavallo, corse
ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva certamente qualche cosa
da nascondere. Quando entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un
tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la buona bestia ripetè
l’allegro nitrito, le appoggiò la testa sulla spalla, guardandola
affettuosamente coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento
colla zampa, per domandare qualche cosa. Maria disse al cugino:

—Non gli manca che la parola. Egli distingue benissimo gli amici dai
nemici,—e così dicendo fissava con disprezzo il domestico, che col suo
grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.

La fanciulla si diffuse a vantare le ottime qualità di Falcone, e
accarezzandolo si accorgeva che era stato strigliato male, e ne faceva
l’osservazione a Pasquale, il quale si giustificava accusando il fieno
d’essere pieno di polvere.

Dalla scuderia passarono alla stalla delle mucche e dei vitelli. Maria
le designava tutte per nome dicendone i pregi. _Mira_ è una grossa
friburghese che fa un latte eccellente, _Macchia_ è sua figlia, è più
bella della madre, ma meno lattifera. La _Tirolese_ con quell’occhio
placido, sentimentale, è un bel tipo. _La Bianca_ non manca di buone
qualità, ma la poverina cammina male.

Le buone bestie voltavano la testa a guardare, e mettevano un lungo
muggito, poi cacciavano il muso nella greppia, o stavano ruminando.

Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla con un salto, dicendo
al suo compagno:

—Andiamo a visitare il pollaio.

Prima di entrarvi andò a prendere una manata di becchime, poi aperse la
porta del cortile. Pareva di entrare nell’arca di Noè, c’era ogni sorta
di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti e galline, capponi dalla
ricca coda di colori metallici, pollastre calzate e cappellute, e un
gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli accesi, la cresta
ritta, e due speroni da fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava
ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le foglie verdi di cavolo,
guardando intorno con occhio vigilante, chiamando le sue galline a
beccare i granelli scoperti.

Maria sparpagliò il becchime chiamando: _pire pire pitte pitte_.

Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento rumoroso accompagnato
da accenti acuti, rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso
di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si vide un accorrere ad ali
spiegate, un saltellare, uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare
furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva si avanzavano le
anitre dondolanti sulle gambe corte, che ansiose di raggiungere i
compagni annunziavano il loro arrivo: quà quà quà. Ultimi ad arrivare
furono i tacchini, quei boriosi perdevano una così bella occasione di
satollarsi per mettere in mostra la ruota della coda e le ciliegie
scarlatte della loro pappagorgia, come i vanitosi della razza umana.

Uno stormo di colombi di tutti i colori era disceso dalla colombaia, e
svolazzava intorno alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o
prendendole i granelli dalle mani.

La campanella del pranzo richiamò in casa i due giovani. Il gatto che
sapeva le ore meglio degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone
della cucina, e fu l’ultimo presentato. Maria corse ad accarezzarlo, ed
egli arcuava il dorso e si fregava al viso della fanciulla, facendo le
fusa.

—Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti, Mumut viene a riposarsi sul
mio panierino di lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta va a
coricarsi fra le gambe di Argo, il quale non si muove più per non
disturbarlo, e gli lava il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della
dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli a coda lunga che
rosicano il formaggio, mangiano la farina e il butirro. Ma qualche volta
il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci crudi; allora è il
gabelliere che fa il contrabbando, e la nonna va in collera.

Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni della cuginetta,
e degli ottimi consigli che gli aveva dati sulle varie qualità delle uve
e delle frutta. Gervasio lodava le cure di suo padre che non aveva
lasciato un angolo di terreno senza cultura. La nonna si asciugava una
lagrima pensando al suo vecchio compagno, era soddisfatta di udirlo
ricordare con riconoscenza dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei
due nipoti, che formavano l’unica consolazione della sua vita.

Alla fine dell’autunno arrivò alla villa il capitano Alessandro, e fu
accolto da tutti colle più cordiali dimostrazioni d’affetto. Maddalena
non lo aveva più veduto dall’infanzia. Egli le apportò di quei cari
ricordi domestici raccolti nella casa di Brianza, che sono i doni più
preziosi che si possono fare a chi visse lungamente lontano dal tetto
paterno.

Un ritratto in miniatura del colonnello colle assise dei cacciatori
della guardia imperiale, un ritratto di sua madre prima delle nozze.
Alcuni lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che suo padre
scrisse alla moglie da varie parti d’Europa, nelle quali parlava con
sommo affetto della loro bambina.

Il mese che il capitano passò alla villa fu lieto per tutta quella buona
famiglia, che rimase per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle
gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai colli d’Asolo e di
Conegliano, ai monti ed ai laghetti di Ceneda e Serravalle, le due città
congiunte in una sola dal Re liberatore, che le diede il nome famoso e
immortale di Vittorio.

Tutti andavano a gara per divertire l’ospite gradito, e intanto si
divertivano con lui. Ai primi di novembre egli partì, e Gervasio
condusse a Treviso suo figlio per cominciare gli studi liceali, gli
raccomandò di studiare, e di tenere una buona condotta, e ritornò alla
villa.

Era la prima volta che Silvio si trovava affatto libero, e ne profittò
subito per imparare il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle
disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta d’amici, e di sigari;
andava ogni sera al teatro e poi a cena, si coricava assai tardi, e alla
mattina dormiva profondamente, dimenticandosi le ore delle lezioni, e
così evitando la noia della scuola.


Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò fino dopo il principio
del nuovo anno; a carnevale nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia
quasi un mese. In giugno celebrò la festa nazionale con una settimana
d’ozio, e in luglio aveva finito il primo anno, ed esaurito a suo modo
il programma dello studio, passando anche agli esami.... pel buco della
chiave, come egli stesso confessava agli amici.

Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava a spasso per la città a
farsi vedere come i tacchini della corte. Il cappello sull’orecchio
destro, il sigaro in bocca, si dava un’aria spaccona da far ridere le
mosche.

Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze, di quella vita
dondolona, di non vederlo mai con un libro in mano, e si rammentava il
sistema diverso del tempo nel quale egli andava alla scuola, l’appello
dei professori, il rigore degli esami, il bisogno di studiare che
sentivano gli studenti. Silvio gli rispondeva:

—Quello era un tempo di pedanti, adesso è l’epoca della libertà!...

—Libertà dell’ignoranza! soggiungeva suo padre. Noi ci siamo
apparecchiati sui libri a liberare la patria....

—E avete fatta della retorica e delle famose corbellerie, che vanno
celebri nella storia, col nome di _quarantottate_!

Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!... il 1848 l’aveva
lasciato storpio, aveva veduto coi suoi occhi i morti di Marghera, e del
Ponte, gli pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la guerra non
fossero retorica, ma forse si era ingannato. Egli pensava che la libertà
ottenuta avesse bisogno di coltura per conservarla, ma suo figlio lo
assicurava che il mondo cammina da sè, e che si diventa dottori anche
senza dottrina.

«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio, vivo troppo lontano dal
mondo per essere in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito, nè
dar noia colle mie prediche all’unico figlio.»

Talvolta s’intratteneva di questi suoi dubbi, col vecchio maestro
Zecchini, il quale gli rispondeva colla sua invariabile convinzione:

—L’uomo è un asino!... va avanti fino a un certo punto poi ritorna
indietro; i figli sono sconoscenti, i popoli sono ingrati, e dimenticano
facilmente i benefizii ottenuti con tanti dolori dai loro padri. Io sono
un vecchio testimonio dei tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le
lagrime che vennero sparse dalla nostra generazione per ottenere la
indipendenza. Adesso che è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del
passato, e si apparecchiano all’avvenire con fatua dabbenaggine. Ne
vedremo col tempo le conseguenze.

Gervasio abbassava la testa, e procurava di distrarsi colle cure del
giardinaggio e dei campi, cercava di far conoscenza con delle persone
che dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione al lavoro, non
solo un vantaggio, ma eziandio un vero piacere.

I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era decrepito, il figlio gli
pareva un uomo da nulla, ma il figlio del figlio era un giovinotto
dell’età di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui cominciò ad
intrattenersi di colture, e a metterlo a parte de’ suoi progetti. Lo
invitava a pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi, seminando, e
trapiantando le pianticelle nei vasi. Era amico di Maria, e la nonna gli
voleva bene. Per farsi un concetto preciso di questo giovane richiese il
parere del maestro Zecchini.

—I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti, e grandi ignoranti; il
giovane Andrea fu mio scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi
pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo da padre in figlio,
senza sapere che cosa sia la terra, l’aria, l’acqua, la luce colle quali
lavorano, contrariando la natura, e ricavando meschini prodotti.

Gervasio cercava d’istruire questo giovane amico, ma gli trovava la
testa dura, e si doleva col maestro di quella tarda intelligenza.....

—Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava il maestro. Contano
sulle dita, ma non fallano mai a loro danno.....

—Mi pare che s’interessi alla coltura dei fiori..... diceva Gervasio.

—Perchè gli piacciono i desinari della signora Maddalena. È un ghiottone
che ama i buoni bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei vostri
fiori.

Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del povero vecchio, che pareva
nato con un paio di occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel
mondo.

Tuttavia dopo d’aver passato un paio d’anni al contado, anche Gervasio
era convinto che cittadini e contadini italiani sono due popoli affatto
diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee e costumi differenti.
Questa anomalia, questo dualismo della civiltà e dell’ignoranza
selvaggia, del lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo alla vera
unità nazionale.


Tocca alla giovane generazione di fondere insieme queste diverse nature,
egli pensava, e mio figlio sta apparecchiandosi all’ardua impresa.

Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava allegramente sul
prediletto bigliardo, mentre il suo professore si sforzava a dimostrare
agli scolari, che «la coltura d’una nazione è la più sicura garanzia
della sua libertà.» Finiti gli studi liceali, Silvio andò a Padova a
studiare la legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando alla villa
dopo il secondo anno di studio cominciò ad accorgersi che sua cugina
Maria era proprio una bella ragazza. Guardandola negli occhi gli
sembrava di sprofondarsi in un lago senza fondo, e sommerso in quel
pelago soave diventava muto come un pesce. Essa pure appariva più
impacciata del solito.

Correvano ancora come due fanciulli attraverso i prati del parco, o
sotto i boschetti, mangiavano insieme le frutta seduti sull’erba, egli
la contemplava in silenzio, gli pareva la più bella pesca matura della
villa, l’avrebbe divorata viva e la invitava a fare una merendina nel
nido come nei primi tempi, ma adesso ch’egli mostrava di andarci tanto
volontieri, e senza paura delle biscie, essa non voleva andarci più, e
furono vane tutte le preghiere.


Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori più rari, ne faceva dei
mazzetti eleganti e li presentava alla cugina che se ne mostrava lieta,
e sapeva farli vivere lungamente, cambiando spesso l’acqua del vaso, e
gettandovi dentro del carbone polverizzato.

Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca sul nostro pianeta;
e appena s’intravede il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il
serpente. Silvio credette di vedere, con profondo rammarico, che quello
stolido di Andrea Pigna gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli
studi universitari forse anche costui aveva fatta la stupenda scoperta
del suo sapiente compagno; aveva trovato che Maria era una bella
ragazza, e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto si rammentò
la storia di Cristoforo Colombo, e di Amerigo Vespucci, e pensando che
non è sempre il primo scopritore che dà il nome alla scoperta, si sentì
ferito nell’amor proprio, e cominciò a guardare di mal occhio il
supposto rivale.

Così ebbe principio una burrasca nell’ambiente ristretto della villa,
prodotta dai nuvoloni che si alzavano dal cervello dello studente. Il
suo odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto del vero; ne
sparlava con suo padre e con la nonna, ma tutti lo difendevano con
simpatia, e giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza scorza
mostrava delle buone qualità. Allora Silvio parlando con Maria scherzava
ironicamente sul bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato con
indifferenza, si mosse a compassione, e si mise ad osservarlo con
interesse.

—Povero Andrea! essa diceva al cugino, è così premuroso nel contentare
lo zio, è così attento ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri fiori.

—Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a quel ragazzo.

—Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti da piccini, abbiamo
giuocato insieme, è figlio e nipote di vecchi amici di casa.

—Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente concordi e felici,
in questa valle di lagrime, che è per voi un vero giardino di
delizie!...

—Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni enfatiche, ma hai torto di
usare delle sgarbatezze a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.

E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento. Silvio guardava in
cagnesco Andrea, il quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti
questi malumori furono causa di malintesi, di equivoci, di risentimenti
e di corrucci.

Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia, e si credeva in
dovere, per tutelare la propria dignità, di nascondere l’amore nascente
che covava sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento di tono
del cugino, del suo linguaggio bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava
le spalle e lo lasciava in disparte, e guardava il povero Andrea con
compassione e indulgenza, e tutto ciò incoraggiava il giovine a
contemplarla con riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d’una sincera
affezione.



                                   X.



Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi
anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare
la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll’aiuto degli
amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di
riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla
sua famiglia, composta della moglie e d’una figlia.

L’avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva
prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma
utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari.
Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell’avvocato
dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le
lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche
precauzionali per guarentire tutti i diritti, egli la trovava
eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d’ogni causa
dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per
soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era
tutt’altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l’avvedutezza
dell’avvocato consiste nell’arte di non precipitare le sentenze, che
potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che
l’istruttoria sia ponderata e completa, l’esame dei documenti
scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le
informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli
avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe,
suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli
amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare
le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l’avversario in una
rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli
impossibile l’uscita.

E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii,
moltiplicando all’infinito la lista delle spese, per bolli,
scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena
rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero attirati dalla
rinomanza dell’avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua
esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo
trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle
lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè
il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la
casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro
piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l’oro alla cassa,
la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa
era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il
lusso la vuotava.

L’avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e
i capelli, l’appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita
sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue
fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei
tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte.
Quella testa forense dell’avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo
le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di
cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori,
svolazzi e gioielli. Il prodotto d’ogni conflitto di diritti, d’ogni
contratto di nozze e d’ogni testamento finiva sempre in un capriccio di
moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col
medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per
lanterne. Mentre l’avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario
onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per
mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava
di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far
passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d’ovata per
rotondità naturali.

Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni
serali ebbe campo di studiare l’arte soprafina della signora Emilia,
come durante la giornata aveva potuto ammirare l’abilità magistrale del
dottore Annibale nel maneggio degli affari.

Nell’ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del
salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure
caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota
fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei
litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l’ignoranza, la
mala fede, gl’inganni, le frodi, le rapacità della nostra vita civile
forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili
artistici, scelti nelle sale di Guggenheim e nell’officina di Besarel,
questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che
profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»

Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella
ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d’oro e
quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell’incesso leggiero di
silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate,
Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa
scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti,
egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una
divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò
d’indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una
sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini
meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s’avvide subito
che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo
padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in
esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse
le buone qualità francesi e italiane, mostrava spirito e ingegno, ed era
audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.

Quell’aureola dell’esilio intorno ai capelli profumati, quei
mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito
ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte
le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.

A poco a poco venne anche il coraggio, e l’abitudine lo rese sempre più
facile. Allora Metilde s’accorse che il giovinotto non mancava di brio,
e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali
conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d’eccellenti qualità
intellettuali che raddoppiavano l’effetto della bellezza colla grazia
d’un dialogo vivace, e dell’accento veneziano, che la rendevano
incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l’aveva fatta istruire
dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con
pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E
parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando
coll’acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo
e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore
anche alla mamma che la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con
supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di
scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma
ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate
dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni,
modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo
anticipato. A Venezia pagavano i clienti.

La signora Emilia aveva squadrato con un colpo d’occhio il nuovo amico
di casa, aveva veduto subito che la sua biancheria era di manifattura
francese, che il taglio delle vesti era di Milano, aveva saputo dal
marito che il giovinotto dimorava in una villa signorile nei dintorni di
Treviso, un piccolo Trianon, un parco all’inglese, cogli alberi più alti
del palazzo, con una vasta estensione di bosco, una cascata, un lago,
dei frutteti, delle vigne, dei campi come se ne vedono pochi. Dunque non
ci potevano essere inconvenienti a quella amicizia, quel giovane
apparteneva evidentemente ad una famiglia molto ricca, e quindi era il
ben venuto nella sua casa. Qualche interrogazione sagace fatta ai
conoscenti e agli amici l’avevano anche perfettamente rassicurata sulla
condotta di lui.

Era un giovinotto che non frequentava che da Florian, non fumava che
sigari d’avana, era carambolista di prima forza, non c’era pericolo che
si rovinasse al giuoco, perchè perdeva di raro. Si poteva dunque
ammetterlo nella più stretta intimità, ed invitarlo a pranzo senza
riguardi.

Frattanto papà Gervasio scriveva a suo figlio:

«Ti raccomando l’economia. Tu mi assicuri che la biancheria che hai
fatto venire da Parigi ti costa meno che se l’avessi acquistata a
Venezia, sarà benissimo, ma la tua nonna mi ha fatto delle buone
camicie, che mi vanno benissimo e costano meno della metà. In quanto
alla polizza del sarto di Milano ti posso assicurare che è esorbitante,
e la durata delle stoffe, che tu credi che deva compensarti del prezzo,
è una vana illusione. La nonna voleva che Maria ti facesse un paio di
guanti di lana, per star caldo, ma tua cugina pretende che tu non vuoi
portare che guanti di pelle. Sai che non siamo ricchi, che il povero
nonno ci ha lasciati molti debiti che aggravano le campagne, e con
questi anni cattivi, colla malattia delle uve, la siccità, le grandini,
il prezzo basso dei cereali, la miseria dei contadini, i possidenti si
trovano in pessime condizioni. Capisco che la tua condizione esige una
tenuta decorosa, e che la moderna società ha molte esigenze; ma procura
di non passare i limiti, e pensa alle privazioni che ci siamo imposte
per mantenerti a Venezia.

«La mia salute non è perfetta, ho delle sofferenze intestinali, ma col
tempo e le cure passeranno anche queste. Tutti gli altri di casa stanno
benissimo, e ti mandano i più affettuosi saluti.»

I giorni che gli capitavano di queste lettere Silvio si sentiva invaso
da profonda malinconia, alzava gli occhi al soffitto ed esclamava:

—Ah! non essere milionario, è la più gran disgrazia che possa toccare ad
un uomo che deve vivere in società!... Libertà, indipendenza, diritti
dell’uomo e del cittadino!... sono frottole che fanno sbraitare
gl’imbecilli, ma infine dei conti non esiste nè libertà, nè
indipendenza, nè nulla di buono a questo mondo senza il denaro!... Mio
padre non è mai stato splendido, ma adesso che è vecchio diventa avaro.
Se la povera nonna non mi aiutasse colle sue economie, se il bigliardo
non mi assicurasse dei vantaggi, colla sola mesata paterna non mi
sarebbe possibile di vivere a Venezia nella buona società.

Una domenica mattina se ne andò a passeggiare, solitario, sulle
_fondamenta nuove_, in fondo della città, e in quel deserto fumava un
sigaro da un soldo, e meditava sui destini dell’uomo.... senza soldi.


L’acqua turchina batteva le rive, s’increspava intorno alle isole, si
perdeva in un lontano orizzonte confuso col cielo. A diritta qualche
barca peschereccia colla vela riflessa nella laguna filava orzando verso
il mare; a sinistra i monti che fanno corona al territorio trivigiano,
con una leggiera tinta violetta sfumavano nell’azzurro. L’aria fresca
che batteva sul viso era pregna dei profumi iodiati delle alghe, e di
sapori salini.

Quella quiete, quella solitudine, quei sentori, quel prospetto che gli
ricordava gli sfondi pittoreschi del suo parco, trasportavano il
pensiero di Silvio alla casa paterna, alle cure serene, ai piaceri
semplici della vita domestica. Si ricordò di Maria con tenerezza e con
rimorso, pensò che in quel ritiro suo nonno giuocava la vita per
l’emancipazione della patria, lo zio era stato sacrificato allo stesso
intento, la zia era morta di dolore, suo padre era partito per la guerra
e per l’esilio, la nonna aveva passata l’esistenza nella solitudine fra
le ansie delle persecuzioni. Ah quei poveri vecchi non avevano mai
pensato alla necessità dei milioni, non aspiravano che all’indipendenza
del paese, e vivevano modesti e laboriosi sacrificando tutto a questo
santo dovere!...

Colla mente attristata e il cuore malcontento, con una burrasca di
pensieri nel cervello, ove i progetti fantastici, lottavano colle idee
sane, rivolse i passi verso l’interno della città. Camminava lentamente,
col cappello sugli occhi e il sigaro da un soldo fra i denti, senza
guardare in faccia la gente che incontrava per via, sempre pensieroso,
girando per un labirinto di calli strette, nell’ombra umida fra le case,
salendo e scendendo gli scalini verdognoli e smussati dei vecchi ponti,
senza guardare nelle gondole che passavano sotto col tonfo monotono dei
remi che rompevano il silenzio di quei poveri quartieri, e sparivano nei
canali tortuosi.

Dopo lunghi raggiri, giunse finalmente in calle larga San Marco, svoltò
per la merceria, e si trovò sotto l’arco della Torre dell’Orologio. Il
sole che gli battè sul viso tutto d’un tratto parve che lo destasse da
una specie di letargo. Alzò la testa, abbracciò collo sguardo il
prospetto della Piazzetta, il Palazzo ducale, le due colonne del leone e
di San Teodoro, la laguna, le barche, l’isoletta di San Giorgio, tutto
immerso in un lago di luce abbagliante.

Una soave armonia echeggiava sulla piazza, un cantico soave di voci
celestiali s’innalzava nell’aria, e dopo gli accenti variati d’un a solo
melodioso, prorompeva in un solenne rimbombo di tutti gli istrumenti,
che pareva un inno trionfale. Era l’ora della musica.

La piazza presentava l’aspetto d’una sala immensa, percorsa da una fila
di signore eleganti che passeggiavano fra un corteggio di ammiratori. Si
udiva un fruscio di seriche vesti, si vedevano tutti i colori che
brillavano al sole fra gli abiti scuri degli uomini. Si respirava
un’atmosfera artificiale mista di esalazioni confuse di tabacco e di
muschio.

Un cappellino capriccioso sopra una testa bionda, fece evaporare
immediatamente tutta la tristezza dal cervello di Silvio. Addio pensieri
malinconici, addio progetti di severa resipiscenza. Alla vista delle
signore Ruggeri il giovane praticante dello studio gettò in fretta il
mozzicone del sigaro da un soldo, si atteggiò al più grazioso sorriso,
abbassò rispettosamente il cappello fino al ginocchio, strinse la mano
all’avvocato, presentò i suoi complimenti alla signora Emilia, un
sorriso ed un’occhiata alla signorina Metilde, e si unì alla comitiva
che passeggiava su e giù dal fondo della piazza alla basilica, andando e
ritornando come tutti gli altri.

La viva luce che illuminava la chiesa pareva che trasformasse i vetri
rotondi delle grandi arcate in tante medaglie d’argento, e le figure dei
mosaici, a colori smaglianti, nuotavano nel fondo d’oro, mentre le onde
armoniose della musica passavano sulla folla. Davanti a quei prospetti e
fra quelle melodie indistinte e confuse con altre voci, le parole umane
acquistano una espressione singolare, specialmente fra la gioventù e la
bellezza, fra le seduttrici e i sedotti. I suoni reboanti della musica
incoraggiano le audacie del dialogo e talvolta lo interrompono a
proposito, l’a solo sentimentale d’un soave istrumento serve a
meraviglia per accompagnare una frase gentile, e ne rialza il valore.
L’uomo può arrischiare una dimostrazione velata, meglio che in un
salotto, perchè la donna può fingere di non udirla, e i mariti, i babbi
e le mamme, assordati dalle trombe e dai tamburi, non l’odono di sicuro.



                                  XI.



Tutto quell’inverno fu rallegrato dai più deliziosi passatempi. Le noie
della pratica curiale venivano lautamente compensate dai passeggi, dalle
conversazioni, dalle feste da ballo, dagli spettacoli dei migliori
teatri. Durante il giorno, nello studio dell’avvocato, Silvio imparava
come si guadagna il denaro a spese dei litiganti, ed ogni sera imparava
a spenderlo nella buona società. Il bisogno dei milioni, o almeno almeno
di qualche migliaia di lire, si faceva vivamente sentire. S’era fatto
degli amici che la pensavano come lui, non erano ricchi, perdevano al
giuoco, si divertivano, e tuttavia non mancavano di denaro. Dove diavolo
andavano a trovarlo? Si mise a studiarli a fondo, e a interrogarli:

—Avete trovato una miniera?...

—Sicuro, gli rispondevano, la miniera inesauribile delle umane miserie,
delle corbellerie, delle dabbenaggini, delle birbonate, e delle geste
quotidiane del genere umano!...

—Che cosa volete dire!... non capisco niente! parlatemi più schietto,
dove trovate il denaro per divertirvi?...

—Nella stampa! gli risposero, in questa lupa affamata, che divora ogni
giorno tutte le nostre ciarle, che consuma delle montagne di carta
manoscritta, ed è sempre insaziabile per quanto inghiotta, e domanda
continuamente dei nuovi alimenti, ed è costretta di pagarli. Noi siamo i
fornitori della sua cucina.

—Vorrei potervi imitare, ma non sono letterato, non so proprio nulla,
non ho mai avuto il tempo di studiare.

—Ma che letterati d’Egitto!... noi non siamo più sapienti di te. Slamo
del numero infinito dei corrispondenti, che mandano della materia
brutta... ma molto brutta a tutti i giornali del mondo. Non siamo capaci
di scriver bene, con ponderazione e misura, ma per improvvisare siamo
eccellenti. Chi scrive bene muore di fame, meno rare eccezioni. La
stampa paga sempre in ragione inversa del volume. Un grosso volume in
ottavo produce meno d’un modesto in sedicesimo il quale è meno pagato
d’un articolo. La letteratura mena direttamente al fallimento, il
giornalismo è più promettente, e può condurre alla ricchezza. Noi
mandiamo ogni giorno le notizie di Venezia alla capitale ed all’estero,
e ne ricaviamo qualche profitto. Il nostro uffizio di redazione è la
bottega di caffè, dove gettiamo sulla carta tutte le ciarle del giorno,
e senza nemmeno rileggere lo scritto lo portiamo alla posta. Non si
guadagnano tesori, ma con tre o quattro giornali quotidiani si vive.
Basta scrivere ogni giorno qualche novità....

—E quando non ce ne sono?

—Ce ne sono sempre!... È impossibile che Venezia non fornisca qualche
argomento alle nostre ciarle. Politica, amministrazione, belle arti,
teatri, tutto ci serve. Quando non si sa parlare a fondo di niente, si
può scrivere di tutto per sommi capi, degli articoletti divisi come le
strofe d’un sonetto. È un genere che piace. È poi affatto impossibile
che manchi un argomento piacevole alla cronaca del giorno, un
assassinio, un fallimento, un furto, un suicidio, è impossibile che una
buona ragazza non faccia uno scapuccio, e ci fornisca la materia per un
articoletto verista, è impossibile che un camino non prenda fuoco, che
la buon’anima d’uno spiantato non si getti in laguna, che un qualche
cassiere non fugga, che il diavolo non metta la coda in qualche sito
proibito. In caso disperato, anche senza essere letterati non siamo
tanto scemi da non saper inventare una storiella spiritosa, che diverta
il pubblico per qualche giorno. Diceva bene Balzac: «_pour le
journaliste, tout ce qui est probable est vrai_.» Noi non abbiamo
corrispondenze che con Roma e Milano, ma tu che sei nato in Francia, e
scrivi il francese meglio dell’italiano, tu potresti guadagnare
moltissimo mandando delle corrispondenze a Parigi.

Silvio afferrò subito questa idea luminosa, scrisse un gran numero di
lettere promettendo qualche cosa di nuovo e di interessante su Venezia,
inesauribile argomento di osservazioni e di studi, che gli venivano in
mente, ispirati dall’amore che suo padre gli aveva comunicato per questa
città singolare. Portò le sue lettere alla posta pieno di illusioni, ma
il giorno seguente dopo maturo esame, perdette ogni speranza di buona
riuscita, e perplesso fra questi due estremi aspettò il risultato della
sua prova.

In quel tempo giunse alla villa Bonifazio l’annunzio del prossimo
matrimonio del cugino Alessandro, che aveva lasciato il servizio
nell’esercito per prender moglie, e invitava a nozze i cugini.
«L’esempio della vostra vita tranquilla mi ha spinto a questo passo,
egli scriveva, e l’esperienza del mondo mi ha persuaso che se vi sono
dei giorni felici non si possono raggiungere che nella intimità della
vita domestica, e nella pace della campagna. La casetta ereditata dallo
zio mi facilita l’intento. La mia Enrichetta sarà come la Maddalena
un’ottima moglie, e una brava padrona di casa. Venite dunque ad
assistere al mio matrimonio, e la vostra cara presenza sarà il migliore
augurio che io possa desiderare per l’avvenire.»

Papà Gervasio soffriva troppo degli intestini per fare quel viaggio,
Maddalena, come al solito, non voleva lasciare un solo giorno la sua
Maria; scrissero dunque a Silvio di partire per la Brianza per
rappresentare la famiglia alle nozze del cugino. Ma Silvio, che non
voleva allontanarsi da Matilde in carnovale, prese il pretesto di affari
urgentissimi dell’avvocato che non gli permettevano di assentarsi, si
scusò col padre e col cugino, e non si mosse da Venezia, aspettando
ansiosamente le risposte dei giornali. I primi riscontri gli vennero
dalle provincie. Lo ringraziavano della sua ottima idea, accettavano la
sua corrispondenza con sommo piacere, dolenti soltanto di non poterlo
ricompensare che con una copia del giornale, il quale viveva della
carità di qualche benemerito del partito, che però non bastava a
salvarlo dai debiti, da cui era minacciata continuamente la sua
esistenza.

Un giornale di Parigi domandava un saggio degli scritti proposti, e se
fosse riuscita la prova avrebbe accettato un articolo alla settimana,
convenientemente retribuito.

Un giornale di Roma accettava la corrispondenza senza prove, e
assicurava un assegno mensile. Dagli altri nessuna risposta; le domande
di corrispondenza erano state gettate nel cesto.

Questo risultato gli parve inferiore alle prime speranze, ma di gran
lunga migliore di quel fiasco completo, minacciatogli da troppa paura.

Si accinse al lavoro, e non gli mancarono gli argomenti. Cominciò a
parlare di feste e di spettacoli, intrecciando le relazioni del presente
colle memorie del passato. Cercò di scoprire antiche origini d’usi
sociali, mise le fabbriche antiche a paragone delle moderne, la basilica
di San Marco colla stazione della ferrovia, i marmi antichi col gesso
dei nostri giorni, il Ponte di Rialto coi ponti di ferro, che cancellano
i palazzi del Canal Grande, come si cancella un conto sbagliato sopra un
registro. Osservò nei ritratti dei musei e nelle medaglie le fisonomie
degli antichi veneziani, e andò a cercarne le traccie nel popolo, e a
forza di studi comparativi giunse a stabilire un sistema inverso di
quello di Darwin, per dimostrare la degenerazione della razza veneziana.
L’epoca del carnovale si prestava allo scherzo, ed alla scoperta dei
discendenti degli antichi. Annunziò che il proprietario d’un caffè della
piazza portava tutti i lineamenti d’un doge, che il gobbo che lustrava
le scarpe scendeva sicuramente da un inquisitore di Stato, dipinto da
Paolo Veronese. Il mercante di caramelli doveva essere un nipote del
Cardinal Bembo, una fioraia che correva pei caffè era l’esatta
riproduzione della Zulietta dipinta da Rousseau «in vestito di
confidenza.»

I famosi navigatori rispettati in tutti i mari del mondo erano
tralignati nei gondolieri che non facevano che il giro dei canali,
minacciandosi da lontano. I discendenti del _maggior Consiglio_ andavano
in maschera da pagliacci, un erede di Marco Polo era vestito da
Pantalone, e un pronipote di Gasparo Gozzi indossava l’abito appezzato
dell’Arlecchino, i _Signori di notte_ suonavano nelle orchestre dei
teatri, e i _Savi_ erano diventati matti.

In ogni relazione introduceva degli aneddoti piccanti, e delle biografie
piene di brio. Le sue corrispondenze facevano ridere, e questo fu un
vero successo, per la stagione di carnevale. Quando venne la quaresima,
volle che i suoi lettori facessero un poco di penitenza, e allora andò a
spolverare gli antichi documenti degli archivi, e le pergamene tarlate,
e si mise a parlare di storia. I suoi lettori si addormentavano col
giornale in mano negli angoli dei caffè. Egli comprese subito che aveva
trovato la chiave del vero corrispondente, e che disponeva a suo talento
dell’animo dei lettori del giorno.

Venne pregato di mandare anche delle notizie politiche, e fu l’inventore
d’un nuovo genere di corrispondenze che ottenne un vero successo nel
giornalismo, e fu prontamente imitato da vari periodici. Ecco in che
cosa consisteva la sua invenzione.

Egli raccoglieva le notizie di vari giornali francesi, sapeva ornarle
d’una veste nuova, e le mandava a Roma, d’accordo col giornale, come
corrispondenze di Parigi. E a Parigi mandava corrispondenze da Roma,
eseguite sullo stesso stampo, coll’aggiunta di vari fatterelli curiosi
raccolti da qualche deputato in vacanza, da persone che ritornavano da
Roma, e da un signore che parlava ad alta voce in uno stanzino del caffè
Florian, e che era sempre bene informato delle cose pubbliche, meglio
del Questore e del Prefetto.

In breve tempo Silvio divenne un vero _reporter_ di mestiere, curioso
indagatore di novità, domandava conferenze e colloqui con personaggi
illustri che giungevano a Venezia, commetteva le più audaci
indiscrezioni, e le sue lettere acquistavano un credito, che gli veniva
largamente retribuito. E così passò il primo anno di pratica, e
l’inverno successivo, immerso nel lavoro, leggendo tutto, e studiandosi
di perfezionare la forma letteraria per rendere più gradevoli i suoi
scritti. Le ore della sera, prima del teatro, erano tutte dedicate alla
famiglia dell’avvocato, a conversare con Metilde, ad ascoltare la musica
delle sue parole, e del suo pianoforte, ad ammirare la sua grazia e la
sua coltura. E non volle mai saperne di lasciare Venezia un solo giorno,
giustificandosi colla famiglia col pretesto dei lavori legali che non
gli lasciavano un’ora di libertà.

Papà Gervasio, non potendo ottenere che suo figlio andasse a passare
qualche giorno in campagna, gli faceva delle sorprese, recandosi a
Venezia, ma per poche ore, con un viglietto di andata e ritorno.

Arrivava colla prima corsa, entrava tutto ansante, carico di cestelle e
di sporte, nella camera del figlio, che dormiva ancora.

Gli dava un bacio e poi si metteva a sciogliere gl’involti, e sciorinava
gli oggetti sul tavolo e sul cassettone, e metteva in mostra le frutta
della stagione, e quelle che aveva saputo conservare. In primavera erano
fragoloni più grandi delle noci, d’estate ciliege grosse come prugne,
prugne grosse come persici, persici grossi come melagrani. D’autunno
peri profumati meravigliosi, pomi d’ogni forma e d’ogni colore dal
piccolo Appio dolce al _rainette_ grigio del Canadà. Tirando fuori i
fragoloni, papà Gervasio diceva:

—Guarda _Mac-Mahon_, è una delle più grandi varietà! guarda la _Regina
Vittoria_, è delle più saporite.

Mettendo in riga le pera e i pomi li voltava sempre dalla parte più
colorita, li puliva colla palma della mano, li lucidava colla manica del
vestito e li nominava:

—Gnocco di Milano!—Generale Totleblen—Cardinale—Butirro Napoleone!

Tutti di casa caricavano il povero papà Gervasio per spedire qualche
dono al figliuol prodigo. D’inverno Maria gli mandava delle eccellenti
conserve di frutta, in primavera le più belle varietà di rose, d’autunno
delle uve moscate color d’oro. La nonna prodigava le calze, le mutande,
i corpetti di lana, eseguiti colle sue mani, intrecciando infiniti
pensieri e qualche lagrima all’eterna catena della maglia.

Silvio si vestiva ammirando e ciarlando, ringraziava e domandava conto
di tutti. Allora il papà gli raccontava le sue piccole sofferenze
intestinali senza gravità, poi passava a narrargli i grandi avvenimenti
della villa.—Mumut era scomparso improvvisamente di casa, Maria
disperata lo fece cercare invano per molti giorni; è facile immaginarsi
le sue angustie, i suoi sospetti su certa gente alla quale non ripugna
il gatto in umido, purchè sia grasso. Non era possibile di ritrovarlo.
Finalmente il maestro Zecchini lo vide accovacciato pacificamente in
cima al muricciolo dell’orto della vicina masseria. Una passione
sfrenata per una gatta dell’affittuale lo teneva schiavo in quel sito,
immemore delle cure costanti di tua cugina, con ingratitudine colpevole.
Venne portato a casa che non era più riconoscibile, magro consunto dalla
passione, spelato per le lotte sostenute coi rivali. Ora si è abbastanza
rifatto, ma conserva una morbosa malinconia che gli impedisce di
ritornare alla sua naturale pinguedine. Ma adesso viene il più bello,
ascolta anche questa. Pasquale incaricato di fare le più minute indagini
per rinvenirlo, mancava ogni giorno di casa per lunghe ore, trascurando
il servizio, ma abbiamo scoperto che invece di mettersi alla ricerca del
gatto, egli andava a dormire sul fieno.

—Non mi sorprendo, disse Silvio, la malafede e la poltroneria sono del
numero dei suoi difetti.

Quando Silvio era pronto facevano un giretto per la piazza, andavano a
respirare una boccata d’aria salina sul ponte della Paglia, tornavano
alle Procuratie, e passavano al _Cavalletto_, ove Gervasio faceva una
colazione di pesce fresco, in compagnia di suo figlio.

Dopo colazione ritornavano all’alloggio di Silvio, facevano una scelta
delle cose migliori portate dalla campagna, e andavano a presentarle
alla famiglia dell’avvocato.

La signora Emilia riceveva papà Gervasio con cordiali dimostrazioni di
amicizia, gradiva moltissimo quelle frutta, ne faceva mille elogi,
diceva di non averne mai vedute di eguali; e si riconfermava sempre più
nell’idea della ricchezza dei Bonifazio, che potevano vantare simili
prodotti.

Papà Gervasio gongolava agli elogi delle sue colture, e rispondeva che,
in fatto, quelle frutta non si trovano in commercio, sono cose da
dilettanti; e invitava la signora a visitare la sua villa, e a passarvi
alcuni giorni colla sua famiglia, senza complimenti.

—Mille grazie del cortese invito; una volta o l’altra ne profitteremo,
prometteva la signora.

—Sarà un vero piacere, e un grande onore per la nostra casa.

La bella Metilde ammirava i fiori, li disponeva artisticamente nei vasi
del salotto, cacciava i suoi dentini d’avorio nei fragoloni, gustava un
po’ di tutto, e proclamava con tanta grazia le delizie di quelle frutta,
che papà Gervasio le avrebbe dato un bacio assai volontieri, e sentiva
il sapore di quei prodotti meglio che se li avesse mangiati.

Capitava l’avvocato, ed erano nuove meraviglie, chiamavano anche i
giovani dello studio ad ammirare quei prodotti della terra promessa.
Dopo le lodi delle frutta venivano fuori gli elogi del figlio. Tutti ne
dicevano un gran bene, meno la signorina Metilde, che lo pensava più
degli altri, ma taceva per convenienza di ragazza bene educata.

La signora Emilia parlava di Silvio come del più caro amico di casa, e
il più fedele; l’avvocato mostrava di stimarlo un giovinotto di slancio,
di spirito pronto, e che da qualche tempo s’era anche messo a studiare.


Gervasio usciva da quella casa consolato, Silvio lo accompagnava alla
ferrovia, e mentre la gondola li trasportava attraverso i canali, il
padre mostrava al figlio la sua soddisfazione, e largheggiava di
promesse e consigli.

—Continua a condurti bene, gli diceva, studia, lavora, e procura di fare
delle economie, perchè gli anni sono sempre più cattivi, e cerca di
contentare l’avvocato e le signore.

Una volta, ritornato da una delle sue gite, beato degli elogi che
l’avvocato aveva fatti a suo figlio, papà Gervasio andava ripetendo al
maestro Zecchini, e gli osservava:

—Dovete convenire che la vostra teoria pessimista non è applicabile a
mio figlio, e fregandosi le mani aggiungeva: non tutti gli uomini sono
asini, caro maestro.

—Dipende.... gli rispondeva seriamente l’amico.

—Come dipende?... da che cosa dipende?...

—Dipende dal punto di vista dal quale partono le osservazioni....

—Come sarebbe a dire?

—Ogni cosa ha la sua luce e le sue ombre. Voi vedete vostro figlio dalla
parte della luce, e vi presenta un bell’aspetto; se lo guardaste
dall’altra parte, forse l’effetto sarebbe diverso.


—Ciò vuol dire in poche parole che non credete ai meriti di mio figlio.

—Parlo in generale. Credo poco a tutte le apparenze. La società impone
ad ogni uomo una veste morale che nasconde la sua natura. Per conoscere
a fondo un individuo bisogna esaminarlo come si fa coi coscritti.

—E come si spoglia un uomo dalla sua veste morale?

—È molto difficile, se non impossibile. L’unico partito per giudicare un
uomo con probabilità di giustizia, è quello di aspettare che sia morto.
Allora sulla tavola anatomica si spoglia il cadavere, si può fargli la
sezione, si scoprono tutte le macchie e tutti i malanni nascosti. Sapete
che pochissimi uomini muoiono di morte naturale, la maggior parte
perisce per qualche.... asinaggine. Dunque aspettiamo a giudicare gli
uomini dopo la morte.

—Caro maestro, conchiuse Gervasio, desidero di potervi giudicare più
tardi che sia possibile.

—Grazie tante, caro Gervasio.

Nella primavera del secondo anno Silvio ricevette una lettera della
nonna, la quale gli annunziava che suo padre era a letto da qualche
giorno, essendosi aggravate le sue sofferenze intestinali.


Corse subito alla villa. La malattia non presentava alcun pericolo, ma
vedendo che la sua visita era riuscita molto gradita a suo padre, egli
decise di fermarsi qualche giorno in famiglia.

La campagna gli pareva un altro mondo dopo il soggiorno prolungato di
Venezia. Dai palazzi di marmo che si specchiano nell’acqua agli alberi
del parco, dalla laguna solcata di barche ai campi arati dai buoi,
dall’orizzonte infinito della marina al prospetto dei monti, la scena
era intieramente cambiata, e tutto si presentava ai suoi sguardi con
proporzioni diverse, e con aspetto modificato da quello d’altro tempo. È
il solito effetto dei confronti. Chi visita Parigi per la prima volta
resta sorpreso dell’ampiezza e del movimento delle strade, della
larghezza della Senna, e dei ponti. Ma se ritorna a Parigi da Londra la
città gli sembra più piccola e meno popolosa; le strade diritte, i
parchi grandiosi, i bastimenti che passano sotto i ponti del Tamigi,
diminuiscono le proporzioni dei _boulevards_ e fanno gran torto alla
Senna. Tornando da Venezia dopo un lungo soggiorno e fermandosi in una
città di terraferma si subisce lo stesso effetto, tanto quella città
singolare non somiglia a nessun altro paese.


Silvio trovava la sua casa più piccola, le stanze più basse e anguste, i
mobili vecchi e di cattivo gusto, le battaglie di Napoleone ridicole, i
ritratti dell’imperatore e dei suoi generali manierati come tante teste
di legno, il parco troppo trascurato.

E la bella Maria?... oh povera Maria, quale sorpresa!...

Come pettinava goffamente quei capelli abbondanti! come vestiva senza
garbo!... e quelle mani rosse e quei piedi così grandi e mal calzati, e
quell’aspetto impacciato, e quella voce ingrata, e quei movimenti
sguaiati, e quelle espressioni volgari!...

Essa accolse il cugino con una lagrima nel sorriso, la bocca affettuosa,
gli occhi ridenti, ogni lineamento del suo viso indicava una gioia mista
di commozione trepidante.

—Dopo tanto tempo!... e forse per così poco!...

E lo osservava con muta sorpresa perchè le pareva più serio, più
elegante, più disinvolto, e non osava interrogarlo, ma pure tradiva la
curiosità collo sguardo.

La nonna era invecchiata assai, bianca, deperita, s’incurvava sempre più
sotto il peso degli anni, le scemavano le forze.

Maria, la sua brava allieva, faceva tutto da vera padrona di casa. Papà
Gervasio vedendo che sua madre non era più in caso di sostenere la
fatica, non voleva essere assistito che dalla nipote, era la sua cara
suora di carità, e gli faceva anche da segretario, da cuoca, e da
cassiera. Ed essa dalla mattina per tempo fino a notte inoltrata, saliva
e scendeva rapidamente le scale, sempre d’ottimo umore e di buona
volontà. Col suo mazzo di chiavi appeso alla cintura del grembiale
bianco di bucato, correva qua e là, a somministrare l’occorrente a
tutti, a dare gli ordini, ad eseguire colle sue mani le cose più
delicate; il brodo ristretto pel povero ammalato, le minestrine leggiere
per la nonna.

Tutti la invocavano da ogni parte, chi domandava la panna per fare il
butirro, chi voleva la crusca per le mucche, chi l’avena pel cavallo. Un
affittuale veniva a fare un pagamento, un altro a domandare una
sovvenzione, essa riceveva, pagava, notava, dava delle disposizioni
opportune, e dei buoni consigli.

Gli ammalati mandavano a chiedere un decotto, i poveri la supplicavano
d’un soccorso, ed essa soddisfaceva tutti con bontà, e aveva sempre in
saccoccia un crostino per Falcone, un pezzetto di zucchero per Argo,
qualche seme di popone pei canarini. Uomini e bestie tutti le volevano
bene.

La nonna e Silvio in fianco al letto del malato gli facevano compagnia,
e il giovinotto osservava attentamente le delicate attenzioni di Maria
per suo padre, il quale lodava la nipote per tutte le sue buone qualità.

—Se tu sapessi come è buona, la mia Maria, gli diceva il padre, come è
brava, previdente, solerte, peccato che non abbia avuto una bella
educazione.... la poveretta sa appena leggere e scrivere, e fare un
conto, ma non ha più un minuto di tempo per coltivarsi....

—Ne sa più di quanto basta per diventare un’ottima madre di famiglia,
brontolava la nonna, e per rendere felice l’uomo che sarà suo marito.

Osservandola minutamente, nei momenti che essa non poteva vederlo,
Silvio si persuadeva che Maria era belloccia, buona, intelligente,
operosa, ma non poteva dissimularsi che era incompleta, le mancava
l’istruzione indispensabile a chi deve vivere in società, e quell’arte
elegante che insegna alla donna a far valere i suoi pregi, o a
nascondere e sostituire le sue mancanze, mercè gli indumenti esterni, e
le cure speciali della persona. Una bella statua mal vestita fa più
triste figura d’una marionetta uscita dalle mani esperte d’una modista
eccellente; e qualche volta una prima impressione è decisiva per
l’esistenza.

È vero che quando ad un rapido sguardo succede un esame più
coscienzioso, si finisce a discernere le apparenze dalla realtà, e il
commercio della vita scopre tutti i segreti, e rivela tanto i vizii
dissimulati che i pregi nascosti fra i quali primeggiano quelli
dell’anima. E infatti era impossibile di vivere lungamente accanto a
Maria senza volerle bene, e senza trovarla bella, perchè la bontà
s’irradia sul volto e lo abbellisce meglio dell’arte più raffinata.

Gli occhi ridenti e soavi di Maria penetravano insensibilmente nel cuore
di Silvio già predisposto da quella simpatia che era nata nella intimità
degli anni giovanili, e che si ridestava nelle abitudini della
convivenza. Ma forse quell’affezione nascente si sarebbe assopita, o
trasformata in amicizia, senza il soffio dell’invidia che nell’animo
acceso del cugino, produceva l’effetto del mantice davanti il fuoco. Gli
faceva rabbia quel sornione d’Andrea che continuava ad aspirare
copertamente all’amore di Maria, dissimulando quanto poteva le sue
tendenze, perchè sentiva di non essere corrisposto nè inteso, e non
voleva accrescere le difficoltà dell’impresa, nè comprometterne il
risultato, con intempestive dichiarazioni che lo esponessero ad essere
allontanato dalla famiglia. Ma Silvio, memore del passato, e d’indole
perspicace, non ebbe bisogno che d’una occhiata per accorgersi che
l’amico di casa perseverava pazientemente nelle sue idee, le dissimulava
con prudente astuzia, aspettando il momento opportuno per farsi avanti,
con qualche probabilità di successo.

Il giovane Bonifazio non poteva soffrire la ruvida natura di quel
gaglioffo, gli pareva che la pretesa di farsi rimarcare da Maria fosse
quasi una sfida verso di lui, lo trovava stupido e audace, e quei
sentimenti gelosi gli rivelavano l’amore per la cugina, e l’odio per
Andrea.

A costui parve che Silvio volesse leggergli in fronte i pensieri, e
guardava in cagnesco il giovinotto elegante, che contrariava la sua
inclinazione. Parlavano di raro fra loro; Silvio gl’indirizzava la
parola con sprezzante alterigia, Andrea gli rispondeva poche parole,
cogli occhi torbidi, e i lineamenti contratti.

Parlando colla nonna e con suo padre, Silvio pronunziò qualche parola
sprezzante all’indirizzo d’Andrea, ma si sentì confutare, con sommo
rammarico. Pareva anzi che il loro affetto per Pigna fosse cresciuto, e
mostravano di crederlo degno di stima e di amicizia. Maria lo difendeva
sempre colla più ingenua semplicità, e raccontava al cugino tutti i
piccoli servigi che quel giovane rendeva alla famiglia, prestandosi
cortesemente in tante brighe noiose. Essi lo impiegavano continuamente
dentro e fuori di casa. Oltre l’assistenza che dava allo zio nelle cure
delle serre e dei fiori, egli faceva acquisti e vendite per conto loro,
sorvegliava i coloni e i domestici.

Quest’ultima rivelazione illuminò lo spirito di Silvio, come un lampo.
Se costui sorveglia i domestici, egli pensò, deve essere in uggia a
Pasquale, che non vorrebbe essere sorvegliato; ecco dunque un alleato.
Saprò qualche cosa da lui sul conto di Andrea, e potrò servirmene
all’uopo. Silvio andò in scuderia a visitare Falcone al momento della
strigliatura, disse qualche parola benevola al domestico per amicarselo,
e cominciò a chiedergli conto di alcune persone che frequentavano la
casa, per finire, con apparente indifferenza, a domandargli d’Andrea.

Quel scimmiotto di Pasquale parlava del giovane come di un orso. Era
evidente che l’orso e lo scimmiotto sentivano una ripulsione reciproca e
si evitavano. Lo scimmiotto accusava l’orso di essere avaro: perchè non
gli dava mai un soldo di mancia; d’essere traditore: perchè svelava ai
padroni i suoi istinti rapaci; d’essere una spia: perchè sapendolo
sciocco e rapace lo teneva d’occhio affinchè non danneggiasse la
famiglia amica, verso la quale aveva delle obbligazioni e dei doveri.

Anche dal maestro Zecchini non potè saperne di più. Secondo il maestro,
Andrea era uno degli innumerabili asini usciti dalla sua scuola, nel
lungo esercizio delle sue funzioni dalle quali si era finalmente
ritirato, lasciando il mondo, poco su poco giù, come lo aveva trovato
alla prima lezione.

—E credo fermamente, egli diceva, che gli uomini saranno sempre gli
stessi. Chi vive contento di tutto e di tutti, chi non è mai contento di
niente e di nessuno.

—Eppure, gli osservava Silvio, siete vissuto in epoche affatto diverse,
e in tempi burrascosi, siete passato dalla schiavitù all’indipendenza,
dal regime dispotico alla libertà, e anche gli uomini avranno mutato le
loro tendenze, i loro vizii, le loro virtù....

—Niente affatto! gli uomini sono sempre gli stessi. Tanto all’epoca del
dispotismo straniero quanto col regime della libertà si trovano i
contenti e i malcontenti; adesso, come nella mia gioventù, ci sono
società segrete e congiure, allora si voleva scacciare il governo
austriaco, adesso si vorrebbe rovesciare la monarchia; più tardi si
tenterà di mandare a rotoli la repubblica. Si ottennero delle cose che
parevano impossibili, adesso se ne domandano delle altre che paiono
utopie. Ma l’impossibile e l’utopia sono parole senza significato. Tutto
è possibile a questo mondo!.... ma niente è perfetto. Quando c’erano i
Tedeschi avevamo il vino in abbondanza e a buon mercato, ma non si
poteva star allegri sotto la minaccia costante del carcere e della
forca. Adesso che siamo liberi, si potrebbe stare allegri, ma non
abbiamo più vino. Dispotismo o filossera, Austriaci o peronospora, c’è
sempre qualche cosa che contrista la nostra esistenza! Adesso non c’è
più pericolo d’andare in berlina, i galantuomini non sono più condannati
al carcere ed all’esilio, ma i contadini devono esiliarsi
spontaneamente, ed emigrare in America perchè la terra non dà più da
vivere, i piccoli possidenti sono rovinati, i grandi sono minacciati dal
petrolio e dalla dinamite, dai nichilisti e dagli anarchici che vogliono
distruggere la società.

E perchè tutto questo?... perchè l’uomo è un asino, che si lamenta
quando è legato alla greppia colla cavezza, e appena lasciato libero
mena calci da disperato e calpesta da stolto la terra, sulla quale non
sa vivere, nè lasciar vivere in pace i suoi simili.

Sono vecchio, sono vicino a lasciare il mondo, ho veduto delle cose
tremende, ho assistito a degli avvenimenti meravigliosi, eppure non ho
mai cambiato il criterio che mi sono formato alla prima lettura della
storia:—l’uomo è un asino!...—Il vostro povero nonno andava in collera
quando udiva questa verità, ma non ha mai saputo confutarla con validi
argomenti. Vostro padre ha sempre riso della mia ostinazione, ma non ha
mai osato discuterla sul serio; che cosa ne pensate voi, caro Silvio,
che avete studiato tanto da diventare dottore, avvocato, e mi dicono
anche giornalista, ditemi francamente che cosa pensate della mia teoria?

—Caro maestro, ho sempre udito dire che i vecchi la sanno più lunga dei
giovani, quindi sono incompetente a pronunziare un giudizio sopra la
vostra sentenza. Ho poi imparato nella mia pratica d’avvocato che tutto
è possibile, anche l’impossibile; che nessuno a questo mondo può essere
mai sicuro di avere completamente torto o ragione, in qualsiasi
questione. L’ingegno può essere un’apparenza, la virtù un’opinione,
l’utopia una futura realtà. L’ideale può essere una verità, il vero può
essere un inganno; non c’è niente di positivo nè di sicuro nè di
assoluto, e quindi anche la vostra teoria non può essere che
relativa....

—Capisco, capisco, siete uno scettico, non credete nemmeno ad una delle
verità più evidenti, come l’asinaggine umana!

—Non credo alla generalità della vostra teoria, ma non posso negare che
credo all’asinaggine d’una grande maggioranza della razza umana....

—Ebbene, basta così, mi avete dato completamente ragione, senza
accorgervene. Dopo immense tribolazioni, dopo le rivoluzioni e le guerre
più sanguinose, abbiamo vinto, ci siamo liberati da tutte le
oppressioni, e per conservare la libertà abbiamo adottato il sistema
parlamentare, il governo della maggioranza!... cioè il dominio degli
asini!!!...

Silvio diede una sghignazzata solenne, prodottagli dalla logica del
maestro. Ma vedendo che era uscito dalla questione che lo interessava
maggiormente, e che non avrebbe potuto saperne di più sul conto
d’Andrea, prese congedo dal maestro, il quale restando sempre serio, lo
accompagnò fino alla porta, gli strinse amichevolmente la mano, e si
ritirò.

Il medico si mostrava soddisfatto dei miglioramenti progressivi della
salute di papà Gervasio, la nonna e Maria se ne consolavano, il solo
malato non era contento, e coi cenni del capo mostrava di non credere
alle asserzioni del dottore. Pareva che non avesse più fede nella vita,
l’avvenire lo preoccupava seriamente, faceva dei discorsi melanconici.
Conversando con suo figlio si provò a persuaderlo delle magre risorse
della professione di avvocato, specialmente per un giovane principiante,
gli mostrò le amarezze e i pericoli del giornalismo, e contrapponeva a
queste osservazioni le dolcezze della vita domestica, la quiete salutare
dei campi, mostrando il più vivo desiderio che Silvio pensasse al sodo,
prendesse moglie, venisse a stabilirsi in casa, gli procurasse questa
consolazione prima di morire.

Silvio opponeva le stesse parole che aveva udite altre volte da suo
padre:—Oramai la terra non dà che rendite meschine ed incerte, gli anni
diventano sempre peggiori, scarseggiano i prodotti, si vendono a prezzi
disfatti, e il ricavato non basta per vivere, dopo pagate le imposte
sempre crescenti, e il numero infinito delle tasse. Bisogna dunque avere
una professione che supplisca ai redditi deficienti; ed egli ne aveva
due: l’avvocatura e il giornalismo.

—Tutto questo va benissimo, rispondeva papà Gervasio; ma se guadagni per
due, tu spendi per quattro. Ho dovuto fare dei debiti per soddisfare ai
tuoi bisogni, ho incontrato dei mutui, ho gravato le terre di ipoteche.
Qui le spese sono piccole e si possono limitare alle rendite; col
risparmio si riparano le perdite, con un lavoro razionale si migliorano
le terre, si accrescono i prodotti, e vivendo con parsimonia e giudizio,
si possono attendere gli anni migliori, che dovrebbero venire.

Silvio tentennava il capo, non pareva convinto delle parole paterne, nè
desideroso di sacrificare la sua esistenza nella solitudine rurale, ma
non voleva scoraggiare il povero malato togliendogli ogni speranza,
distruggendo con una crudele negativa tutti quei bei sogni di tranquilla
vita domestica. Prese tempo a riflettere, promise che ci avrebbe pensato
seriamente, e con vera abnegazione.

E quando sedeva dirimpetto a Maria, davanti al suo tavolinetto da
lavoro, e la guardava negli occhi profondi, e la faceva sorridere colle
sue ciarle, si sentiva avvolto come in un fluido misterioso, in
un’atmosfera affascinante che lo spingeva all’adorazione, come un devoto
in mezzo ai profumi d’incenso davanti all’altare della Madonna. Essa
rammendava attentamente la biancheria, egli pigliava in mano le forbici,
tagliuzzava un pezzetto di carta, e contemplava la cugina in silenzio.
Argo ruzzava ai loro piedi, i canarini cantavano un duetto con trilli e
variazioni, e Mumut faceva le fusa sulla finestra aperta, dalla quale
entravano gli effluvi del giardino, e le onde odorose di primavera.

In tali momenti gli pareva possibile di passare degli anni felici in
quelle condizioni, in quell’aria, in mezzo a quelle armonie di luce, di
suoni e di profumi, davanti a quella fanciulla vegeta e forte.

Ciarlava di varie cose ora meste ora allegre, ammirando quei sopracigli
che s’inarcavano dalla sorpresa, che si corrugavano all’idea del dolore,
e la mobilità di quella bocca che atteggiandosi al sorriso scopriva i
denti bianchi, o stringeva le labbra in segno di dispetto, mettendo in
luce quella peluria di pesca matura.

Al racconto d’un fatto toccante un’ansia affannosa le agitava il seno, e
allora Silvio non badava più al taglio del vestito, nè guardava la
calzatura, ma intendeva gli avidi sguardi dove batteva quel cuore.

Il suono d’un campanello rompeva l’incanto, la nonna o lo zio avevano
bisogno di lei, Maria scattava come una susta e spariva, e Silvio
restava con un palmo di naso.


Così passavano i giorni. Intanto papà Gervasio si alzò dal letto, e
l’avvocato Ruggeri scriveva lettere sopra lettere per chiamare al dovere
il suo praticante indiscreto.

Lo stesso suo padre lo spinse a partire, e dovette rassegnarsi.
Abbracciò la nonna e il papà, gli promise ancora di pensare
all’avvenire, strinse affettuosamente la mano di Maria, salutò
freddamente Andrea, che lo vedeva allontanarsi con somma soddisfazione,
diede una mancia a Pasquale e partì.

E strada facendo, sballottato nel carrozzone della ferrovia, andava
pensando a quella vita silenziosa, a quelle buone creature che aveva
lasciate, e che si dileguavano a poco a poco nella nebbia trasparente
d’un passato vicino, e vedeva ancora, come fra le nuvole, in un fondo
verdognolo, un convalescente ed una vecchierella, una fanciulla ed un
cane, l’orso e il scimmiotto i quali lo accompagnavano con l’amore, con
l’odio, coll’indifferenza, e lentamente sparivano da lontano; mentre gli
si presentava davanti gli occhi la vista della laguna increspata dalle
brezze marine, i gabbiani che volavano in giro rasentando l’acqua, il
sole del tramonto che tingeva di porpora e d’oro gli alberi delle navi,
le invetriate delle case, le cupole e i campanili di Venezia.



                                  XII.



Metilde o Maria?... questa interrogazione martellava continuamente il
cervello di Silvio, e gli toglieva la pace. Egli desiderava di
contentare, almeno in parte, suo padre, e di seguirne i consigli. Nei
vari disinganni della vita, ogni qual volta ad una speranza delusa gli
succedeva uno scoraggiamento, quando vedeva una causa giusta perduta,
un’opinione onesta derisa, un’intrigante che scavalcava un uomo di
merito, si sentiva spinto a fuggire in un ritiro tutte le ingiustizie
sociali, a ritornare a casa sua a piantar cavoli in famiglia, e a
prender moglie. Ma guardandosi d’intorno non si trovava troppo
incoraggiato al passo fatale; il matrimonio gli faceva paura.
Passeggiando per Venezia incontrava dei fidanzati inseparabili, sotto
l’occhio vigilante della mamma. Gli pareva che dovessero affrettare le
nozze per liberarsi da quel caro cerbero che spiava i loro dialoghi e
quasi i pensieri. Come si amano! egli pensava, come saranno felici di
poter rifare queste passeggiate, senza quell’intollerante testimonio
materno! Finalmente si celebrava il matrimonio, facevano il loro
viaggetto di nozze, ma quando ritornavano a Venezia, il marito andava da
una parte, e la moglie dall’altra, e nessuno li vedeva più insieme!

E poi dove trovare una moglie che corrisponda a tutti gl’ideali del
marito, che appaghi tutti i suoi desideri, che contenti tutti i bisogni
della vita? Che sia amabile e brava in casa, che sia gentile ed onesta
con tutti? E se non ha questi pregi, quali saranno le conseguenze di ciò
che le manca?

«Ne conosco tante delle ragazze, pensava Silvio, e quasi tutte belle, ma
vedendole più volte, e studiandole con attenzione e perspicacia, vi si
scopre sovente qualche difetto, invano dissimulato da false apparenze.
Donnine appariscenti, ma senza profumo, come i fiori falsi del loro
cappellino, cervellini vani e leggieri come le penne di struzzo, anime
misteriose e furbette da far paura ai più intrepidi. Non ne ho trovate
che due sole che mi attraggano con eguale prestigio, ma anche queste non
sono perfette; a quale delle due devo dare la preferenza?—a Metilde o a
Maria?...


«Metilde mi rappresenta la grazia e la coltura, è la più bella bionda di
Venezia, e la ragazza più intelligente e più colta che possa soddisfare
il giusto orgoglio d’un marito. Essa mi inebbria come un vino spumante,
i suoi occhi, la sua voce sono affascinanti, quando mi parla o si mette
al pianoforte, mi rapisce in estasi, mi fa echeggiare nell’anima le più
soavi melodie, io ho bisogno di tutta la forza della mia volontà per
frenare quell’entusiasmo che mi spingerebbe a stringerla fra le braccia,
e a coprirla di baci, e resto muto e immobile come un imbecille. Ma
questo gioiello della società veneziana non acconsentirebbe mai di
venirsi a nascondere ne’ miei boschi, segregata dal mondo che la ammira,
sacrificando la sua esistenza per un bellimbusto della mia specie,
contentandosi della mia capanna e del mio cuore, nella solitudine del
deserto domestico, come una monachella in un chiostro. Nemmeno per
sogno!...

«Maria è una bella figlia della natura; è un’anima sana in un corpo
solido e scultorio. È donna positiva, senza ideali, ma utile e buona,
come un’amandorla dolce dalla ruvida scorza. Ma santo Dio! che
pettinature! che vestiti! che stivalini!... È un angelo in veste da
camera!... Ma che sciocchezze! un parrucchiere, una sarta e un calzolaio
dei migliori ne farebbero prontamente un’altra donna.... e che
donna!...»

E divagava tutto il giorno con simili pensieri, senza decidersi a nulla,
senza saper sciogliere il più arduo problema della sua vita:—Metilde o
Maria?...

Papà Gervasio ristabilito in salute andò a trovarlo coi soliti doni.
Silvio molto occupato nelle sue corrispondenze ai giornali non potè
accompagnarlo in casa Ruggeri. Il babbo ci andò solo, depose un involto
in anticamera, e si fece annunziare alle padrone nel salotto. La signora
Emilia, tutta a svolazzi, scuotendo i cincinnoli della fronte, e
dimenando i fianchi, con matronale dignità, gli andò incontro per
presentargli le più gentili felicitazioni per la ricuperata salute.
Metilde sorridente seguì la madre, e gli strinse cordialmente la mano.
Finiti i soliti complimenti lo invitarono a sedere.

—Le prego di concedermi un momento, disse Gervasio, sederò dopo, prima
di tutto ho una presentazione da fare.... il migliore dei miei figli!...

—Silvio! esclamò Metilde.

—Ma come? interruppe la signora Emilia, avete un altro figliuolo?...

Papà Gervasio non le rispose, ma con un rapido sgambetto sguisciò in
anticamera, e un momento dopo ricomparve, ripetendo:

—Vi presento il migliore dei miei figli!... era un enorme melone che
teneva orgogliosamente fra le braccia, facendolo girare in modo che lo
si vedesse da ogni parte.

Risero di cuore della presentazione, lodarono ripetutamente la sua
bellezza ed il profumo di quel portento, ed ascoltarono sorridendo una
breve dissertazione sulla coltura dei cucurbitacei.

—È singolare, osservava la signora Emilia, la grandezza di tutti i
vostri prodotti!

—Effetto dell’educazione, cara signora.

—Ma voi trasformate le vostre terre nel paese della cuccagna!

—Vengano dunque a vederci, almeno una volta....

—Verremo di sicuro, saremmo già venuti se l’avvocato avesse un solo
giorno di libertà.

In questo istante entrava nel salotto l’avvocato, gli additarono il
frutto enorme, che egli credette una zucca. Ma questo equivoco che destò
l’ilarità delle signore, fu accolto come un elogio dal donatore, che lo
interpretò come un paragone di grandezza.

Misero il melone sotto il naso dell’avvocato per farglielo conoscere
dall’odore, e gli raccontarono la bizzarra presentazione. Anch’egli ne
fece i più grandi elogi.

Papà Gervasio non teneva più nella pelle dalla consolazione, il suo
orgoglio era soddisfatto molto più di quel giorno che suo figlio fu
fatto dottore. Tutti abbiamo le nostre passioni, egli aveva l’ambizione
dell’orto. Raddoppiò le istanze per una gitarella alla sua villa, e per
invogliarli alla visita enumerava i piaceri della giornata.

—Un giro pel parco, sulle rive del laghetto, e pei boschi, una colazione
all’aperto, sotto la pergola dei gelsomini, una passeggiata al frutteto
ed alla vigna. Quest’autunno sarà matura quell’uva d’oro, moscata, che
piace tanto alla signora Metilde, dei bei pomi, delle pera, dei fichi
d’ogni colore, un po’ di tutto. Vedranno in orto delle altre meraviglie.
Farò assaggiare al signor avvocato i miei vini, alle signore delle
conserve. Non abbiamo da offrire nè spettacoli, nè teatri, ma prometto
una giornata di riposo e di svago, un’accoglienza senza cerimonie, ma
davvero cordiale.

Metilde batteva le mani, e guardava suo padre con occhio supplichevole,
mostrando il più vivo desiderio di passare una così bella giornata in
campagna, in quel luogo di delizie. Lo avevano promesso tante volte, era
giunto il momento di mantenere la parola. La signora Emilia secondava la
figlia, l’avvocato assentì, e fu pattuito che nel prossimo autunno si
manderebbe ad effetto quella visita.

Papà Gervasio gongolante dalla gioia corse ad annunziare la buona
notizia a suo figlio, che ne fu lieto, e s’incaricò di ribattere il
chiodo perchè il progetto non andasse sventato, e d’informare a tempo la
famiglia del giorno preciso dell’arrivo, per le disposizioni opportune.

E anche questa volta papà Gervasio ripetè con insistenza il desiderio di
vedere il figlio ammogliato, eccitandolo alla buona scelta d’una sposa,
mostrando la più viva impazienza di vederlo stabilito prima di morire, e
confortandolo con buoni consigli.

—La felicità della famiglia dipende in gran parte dalla donna, egli
diceva; essa attira o allontana il marito dalla casa, secondo le sue
buone o cattive qualità; essa procura il benessere o getta il disordine
in famiglia, bisogna pensarci seriamente. I figli allevati con molta
severità al tempo del governo austriaco, hanno saputo combattere e
morire per la libertà; i figli che crescessero nell’abbandono ci
condurrebbero all’anarchia. Non seccarti delle mie prediche, lasciami
dire tutto quello che penso, tutto quello che ha diritto di pensare un
padre che ha pagato la libertà con infiniti sacrifizi. I futuri
cittadini saranno ottimi o pessimi secondo le loro madri, perchè le
azioni umane dipendono in gran parte dall’indirizzo dei primi anni. La
palla che corre, se non trova ostacoli che la deviano, arriva sempre
dove la spinse la mano che le diede il primo impulso.

Silvio gli promise di contentarlo, si mostrò disposto a risolversi a
questo passo scabroso, facendo una buona scelta, e pensava fra sè: «La
gita dei Ruggeri in campagna sarà una bella occasione per decidermi;
Metilde e Maria trovandosi insieme, potrò osservarle con attenzione, e
finalmente sarò in caso di giudicarle senza pericolo di ritrattarmi il
giorno seguente. Fino che sono divise e lontane, preferisco sempre
quella che mi sta più vicina, ne subisco l’influenza magnetica, e
l’assente ha sempre torto.»

Due mesi dopo l’ultima visita di papà Gervasio, venne stabilito dai
Ruggeri il giorno preciso per fare la scampagnata. Silvio ne diede
avviso alla sua famiglia, la quale prese le opportune disposizioni per
accoglierli degnamente.

Era d’autunno, la bella stagione delle vendemmie e delle frutta mature,
della temperatura mite, e dell’abbondanza. Non si poteva scegliere
un’epoca migliore.


Quando la carrozza entrò nel parco dal cancello spalancato, papà
Gervasio attendeva al vestibolo, Pasquale era pronto per aprire lo
sportello, la nonna e Maria corsero a ricevere gli ospiti.

Furono condotti nelle stanze del primo piano, per spolverarsi, e
riparare ai piccoli disordini del viaggio. Passarono per brevi istanti
al salotto, fino che vennero introdotti sotto la pergola dei gelsomini e
dei caprifogli, ove era stata apparecchiata la colazione quasi tutta coi
prodotti della villa. La tavola coperta da una bella tovaglia era adorna
di fiori e di frutta, fra le quali spiccavano dei pomi color porpora, e
dell’uva d’oro. E stavano intorno dei piatti piccoli e grandi col burro
fresco, il miele dell’arnie, le uova del mattino, il prosciutto e il
formaggio di casa. I ravanelli rossi e verdi uniti al sedano bianco
mostravano i colori nazionali, che non mancavano mai in casa Bonifazio.
Servirono una frittura di pollo che fece onore alla nonna, una torta di
frutta che ottenne molti elogi, guadagnati da Maria, e il vino della
cantina fu portato alle stelle, con somma soddisfazione di Gervasio.

Pasquale in cravatta bianca, rasato a fondo, col muso in aria, la
schiena curva, le gambe un poco storte, serviva in tavola, come le
scimmie dei saltimbanchi alla fiera.


L’aria mattinale ed il viaggio avevano messo gli ospiti in appetito,
l’aspetto attraente dei piatti lo spronava. Mangiarono allegramente,
prodigando gli elogi su tutte quelle ghiottonerie le più golose.

Peccato che le signore Emilia e Metilde guastassero il vino, mescendovi
dell’acqua, e che l’avvocato bevesse pochissimo. Papà Gervasio non
poteva consolarsi che non lo lasciassero riempiere i bicchieri a suo
talento, e gli pareva che non sapessero apprezzare degnamente gli aromi
deliziosi delle sue vecchie bottiglie.

Le due ragazze, sedute vicine, presentavano il più bel quadro che
potesse desiderare un artista. Maria aveva una rosa fresca nei capelli
morbidi e abbondanti, la semplice natura era bastata ad abbellire la sua
testa giovanile, che rappresentava la salute e la freschezza dei campi,
ravvivata dalla gaiezza degli occhi ridenti.

Portava al collo un fazzoletto di seta di vari colori vivaci, messo alla
rinfusa per difendersi dalle brezze autunnali. Ma questa semplice
precauzione era bastata a mascherare i difetti del vestito, che solevano
dispiacere al cugino.

I capelli d’oro di Metilde un po’ sviati dal viaggio e dall’aria,
svolazzavano capricciosamente sulla fronte e sul viso candido della
ragazza, con pittoresco disordine. La straordinaria levata mattiniera le
aveva lasciati gli occhi un po’ languidi, ciò che abbelliva la delicata
espressione de’ suoi lineamenti. Due grossi solitari di brillanti
splendevano alle sue piccole orecchie come due stelle, e la somma
semplicità del vestito accollato, che le disegnava il busto
graziosamente digradante con curve eleganti fino ad una vita sottile di
vespa, era rialzata da un’ampia cravatta bianca leggierissima di velo e
pizzi, artisticamente annodata. Un mazzolino d’asclepie carnose
introdotto in un occhiello dei bottoni, pallido come il suo volto,
esalava un profumo penetrante.

Metilde e Maria si sorridevano come due amiche, ma poi voltata la testa,
si rivolgevano certe occhiate clandestine colla coda dell’occhio, che
tradivano una reciproca diffidenza, ed una ripulsione istintiva.

Silvio le divorava cogli occhi, contemplava attentamente le più minute
agitazioni, i movimenti quasi impercettibili dei loro volti, la luce
degli occhi, gli atteggiamenti di quelle rosee labbra che si studiavano
di dissimulare il pensiero. Erano belle entrambe, d’una diversa
bellezza, e dopo una lunga lotta di pensieri, e un grave imbarazzo nella
scelta, egli volava col pensiero ai paesi della poligamia, che gli
parevano più fortunati dei nostri, ove egli avrebbe sciolto agevolmente
il quesito: Metilde o Maria? con queste sole parole: tutte due!...

E stava appunto mulinando in segreto tali pensieri colpevoli, quando,
finita la colazione, tutti mostrarono il desiderio di muoversi, di
passeggiare pel parco, di visitare la villa.

Uscirono dalla pergola, la nonna chiese il permesso di ritornare in casa
per accudire alle faccende domestiche, papà Gervasio si mise in testa
della comitiva per servire di guida, e cominciò subito le sue
spiegazioni. Egli si mostrava entusiasta dei colori dell’autunno, e
indicava le varie tinte delle foglie nelle grandi masse degli alberi di
varie specie, e nelle macchie degli arbusti:

—Quale tavolozza!... egli esclamava, il nostro Tiziano, il grande
colorista, non aveva tanti colori, nè un simile impasto! guardino quel
rosso vivo delle foglie di cotogno della China, osservino il giallo
d’ocra di quel platano, e il lionato oscuro del suo vicino.
Quell’ipocastano ha una tinta tané come il guscio delle castagne, quella
robinia è tutta d’oro! E quel verde cupo degli abeti come si stacca dal
verde tenero degli _strobus_! Favoriscano un’occhiata a quella idrangea
a foglie di quercia; mi dicano se quelli non sono i colori metallici dei
bronzi antichi, e delle armature di ferro irrugginite?! Vogliono vedere
uniti la porpora e l’oro?... contemplino quella ampelidea vergine che è
salita sul _liriodendron tulipifera_!...

Mentre il vecchio coltivatore si animava nella descrizione delle tinte
autunnali, ed era assorto nella declamazione di quelle bellezze
pittoresche, l’avvocato guardava intorno sbadatamente, non vedeva nulla,
e si andava concentrando coi suoi soliti pensieri del contenzioso
giuridico. La signora Emilia osservava in aria canzonatoria le pieghe
assurde del vestito di Maria, e ne dava d’occhio a Metilde, mentre essa
accennava alla madre la calzatura della ragazza. Silvio soffriva del
fiato perduto di suo padre, che si spolmonava invano spiegando davanti
ad occhi profani il gran libro della natura.

Argo seguiva fedelmente la sua amica, e per starle più presso si fregava
agli abiti di Metilde, che pareva poco contenta della compagnia di quel
cane. Giunti al vigneto si ridestò l’attenzione di tutti, e
approfittando del cortese invito del padrone di casa, ciascuno si mise a
beccare i bei grappoli d’uva bianca e purpurea che brillavano al sole.
Così fu fatto anche davanti al frutteto, ma la signora Emilia non volle
che sua figlia mangiasse altre frutta, papà Gervasio le incoraggiò a
farne almeno una bella scelta fra le migliori, per portarle a Venezia.
Poi visitarono l’orto, fornito d’ogni varietà d’erbaggi, entrarono nelle
serre, ammirarono le aiuole all’aria aperta, e ne raccolsero tanti fiori
che le due ragazze ne erano cariche, e dovettero depositarli nel chiosco
del giardino. Poi saliti sopra una torricella che si chiamava il
belvedere, papà Gervasio fece vedere il panorama delle Alpi lontane, i
verdi colli sottoposti, il bosco Montello, e tutti i paeselli bianchi
disseminati nella vasta pianura. Additò anche i suoi poderi in blocco,
colle relative case coloniche sparse per la campagna intorno alla villa,
le praterie ove pascolavano i suoi armenti, e i campi coltivati a lunghi
filari di gelsi e di viti.

Frattanto erano giunti due altri invitati a pranzo che passeggiavano
sulla spianata davanti la casa. Quando la comitiva si avanzò, Silvio
fece le presentazioni.

—Il maestro Zecchini, Andrea Pigna.

Il giovane che non era avvezzo alle cerimonie cercava di nascondersi
dietro il maestro, il quale si avanzava con rispettose riverenze alle
signore, col cappello basso nella destra, e la sinistra appoggiata al
bastone, che lo aiutava a camminare.

Papà Gervasio gli strinse la mano, dicendo all’avvocato;


—È un vecchio amico di casa, che si ricorda ancora di Napoleone I; amico
fedele di mio padre, maestro di parecchie generazioni, pensionato dal
Comune.

—Senza mio merito, rispose modestamente il maestro.

Papà Gervasio volle condurre i suoi ospiti a visitare anche le stalle.

Egli amava tutte le bestie per istinto di bontà che gli rendeva cari
tutti gli esseri viventi, e poi come agricoltore, pei vantaggi che
ricavava da queste valorose alleate.

Il maestro faceva gli elogi delle mucche:

—Sono le più belle del paese, egli diceva all’avvocato, e ce ne sono
poche di migliori in tutta la provincia.

L’avvocato le guardava senza vederle, la signora Emilia si alzava
l’abito e le sottane fino a mezza gamba, e storceva il naso, perchè
l’odore della stalla le dava fastidio, Metilde si teneva dietro le
colonne perchè aveva paura di tutto, e diceva:

—Guai se una di quelle bestie rompesse la catena che le tiene legate!

Le mucche la guardavano con placidi sguardi, e alzavano il muso
ruminando tranquillamente. Maria rideva clamorosamente, entrava nelle
poste, accarezzava la Mira, che mostrava di conoscerla.

Il maestro asseriva che le bestie hanno spesso più sentimento degli
uomini, e molte buone qualità che scarseggiano nella vita sociale....

Per somma fortuna Pasquale venne ad annunziare che il pranzo era
servito, e così risparmiò la dissertazione del maestro, che dopo
l’elogio delle bestie, sarebbe indubbiamente finita col solito atto di
accusa dell’uomo.

La sala da pranzo era stata apparecchiata dalla nonna con quelle cure
che soddisfano la vista, e mettono gli ospiti in buone disposizioni. I
cristalli brillavano sulla lucida tovaglia fra i piatti fermi e
l’argenteria. Un bel vaso di fiori confondeva i suoi profumi colle
esalazioni delle pietanze. In principio non si udiva che l’acciottolio
dei piatti, tutti mangiavano in silenzio, ma la signora Emilia s’accorse
subito che Maria soffiava sul cucchiaio colmo, e mangiava la minestra
col pane. Una bottiglia di vino bianco lucido trasparente color
dell’ambra animò la conversazione che divenne sempre più animata e
briosa.

Il maestro raccontava le sue paure al tempo dei Tedeschi, quando
cominciò a sospettare che il capitano Bonifazio appartenesse alla setta
dei Carbonari. Egli si trovava gravemente compromesso e sognava tutta la
notte sbirri, catene, sotterranei, e la forca!

Papà Bonifazio per eccitarlo a tenere allegri gli ospiti gli riempiva
continuamente il bicchiere. Un’immensa trota del Piave fu trovata
eccellente. Tutto era buono e servito in punto.

Andrea teneva gli occhi fissi costantemente sulle due ragazze, Silvio
fremente spandeva il vino sulla tovaglia.

Maria prese colle dita uno stinco di pollo e si mise a rosicchiarlo e a
succhiarlo con disinvoltura, tagliava le vivande a pezzettini, e parlava
colla bocca piena, teneva la forchetta colla destra, e il coltello colla
sinistra.

La signora Emilia faceva dei segni a Metilde per indicarle questi
scandali; Silvio se ne avvedeva e si sentiva umiliato.

Ma il malanno più grande si manifestò nei dialoghi, ai quali la povera
ragazza ebbe l’imprudenza di prender parte. Essa diceva con ingenuità
degli spropositi madornali, che provocavano dei sorrisi male dissimulati
dalle signore e dall’avvocato e facevano salire il rossore al volto
dell’infelice cugino.

Si parlava dei suicidi che si vanno moltiplicando, ed essa raccontò il
caso d’un giovane speziale che si era ucciso colla _strachinina_.


Il maestro sostenne che il suicidio è una viltà, che la morte non è un
eroismo che quando si va ad incontrarla per la patria... e Maria
soggiungeva:

—Come i mille che andarono in _Cicilia_!...

Si parlò di Venezia, del lido, dei bagni d’Abano....

—Che sono eccellenti, osservò Maria, per le _irruzioni_ alla pelle.

—E pei dolori reumatici, disse il maestro.

—Ma questi, continuò l’intrepida fanciulla, si possono guarire anche
coll’essenza di _Clementina_!

Quest’ultima essenza spinse l’avvocato ad un irresistibile scroscio di
risa, al quale fece eco la signora Emilia. Metilde arrossì. Silvio aveva
gli occhi fuori della testa. Per consolarsi delle continue sciocchezze
di sua cugina egli beveva senza misura, e fra il vino, gli spropositi e
le umiliazioni perdeva il cervello. La nonna dissimulava, papà Gervasio
nella sua bonarietà non capiva che una cosa sola, che gli ospiti stavano
allegri, ed egli era soddisfatto. Il maestro si rammentava i consigli
che aveva dati inutilmente per l’educazione della fanciulla, e deplorava
vivamente la brutta figura che essa faceva a quella prima prova.

L’arrosto delle lodole venne ad accrescere le sconvenienze di Maria.
Curvata sul piatto, lacerava gli uccelli colle dita, ne cavava le polpe
coi denti, poi ritirava le ossa dalla bocca sporca. Quando finì di
divorarli, si versò un bicchiere di vino ben colmo, e se lo bevette d’un
tratto lasciando il cristallo appannato dall’unto, e mettendo i gomiti
sulla tavola, si riposò, guardando tranquillamente d’intorno.

Le signore Ruggeri che avevano assistito a quello scandalo scambiando
dei sogghigni ironici, abbassarono gli occhi per non lasciar scorgere la
loro meraviglia. Alle frutta Maria sputava i noccioli sul piatto, e
scherzava così insulsamente che gli ospiti ridevano per pietà. Il solo
Andrea la trovava spiritosa, e s’innamorava sempre più di lei; mentre il
cugino si vergognava d’aver preso sul serio una scioccherella, e la
guardava con disprezzo.

Dopo il caffè tutti sentivano bisogno d’aria aperta, e uscirono in
giardino.

Giunto il momento della partenza, papà Gervasio riempì i cassetti del
calesse colle frutta raccolte alla mattina. Infiniti complimenti e
strette di mano si andavano avvicendando con reciproca insistenza, tutti
volevano ringraziare, nessuno voleva essere ringraziato. Quando le
signore si accomodarono in calesse, furono coperte di fiori, l’avvocato
e Silvio non trovavano il loro posto sotto quella valanga odorosa, ma
finalmente si collocarono alla meno peggio. Papà Gervasio, il maestro,
Andrea, la nonna e Maria circondavano la carrozza, reiterando i saluti e
le strette di mano.

Silvio slanciò un’occhiata sprezzante all’indirizzo di Maria, che voleva
significare:—ti ripudio;—e salutò Andrea con un sorriso strano,
accompagnato da un’alzata di spalle, che voleva dire:—prendila pure, che
te la cedo volentieri.

La signora Emilia partì dalla villa riportando la più ferma persuasione
dell’opulenza della famiglia Bonifazio. Aveva veduto una bella casa, con
tutti gli agi della vita, un parco principesco, e le campagne che aveva
osservate dal belvedere le parevano immense. E infatti il padrone di
casa non aveva trovato necessario d’indicarle i confini, nè di
avvertirla che il verme dell’ipoteca rosicchiava quelle colture, e
produceva gli effetti della filossera.



                                 XIII.



Una volta si diceva che il ridicolo uccide, ma l’esperienza ci ha
insegnato che in certi casi il ridicolo rende immortali. E infatti si
conoscono dei ministri, che passeranno alla posterità piuttosto per le
caricature del _Pasquino_ che per le pagine della storia, la quale non
ha nulla da registrare sui meriti e sui profitti della loro autorità.

Ma nell’amore se il ridicolo non uccide, certo ferisce crudelmente, e un
uomo, che ha arrossito d’una donna amata, non vorrà più farla sua
moglie. Così almeno pensava Silvio riguardo a Maria, bella e buona
ragazza, ma tanto rozza da non poterla presentare nella buona società.

Il problema: Metilde o Maria? era dunque sciolto a tutto vantaggio della
prima, e oramai non mancava altro che di cavarne le conseguenze, e di
finire la commedia come quelle del Goldoni, con un bel matrimonio.


Il giovinotto vi si decise raddoppiando la sua assiduità nella famiglia
Ruggeri, e cogliendo ogni occasione favorevole per dimostrare la sua
crescente affezione verso Metilde. E queste occasioni non gli mancarono
a Venezia, ove tutto è sempre predisposto per le scene d’amore. Questa
città silenziosa presenta ad ogni passo degli spettacoli stupendi, che
predispongono la mente ed il cuore ai più teneri affetti. Le rive
solitarie sul mare infinito, un passeggio sotto gli alberi dei giardini
col panorama incantevole che sta dinanzi, una gita in gondola sulla
laguna in bonaccia, in un giorno sereno, quando il cielo azzurro si
riflette nelle acque tranquille; una serenata notturna sul gran canale,
quando l’eco lontano ripete mollemente le soavi melodie, e i fuochi di
bengala trasformano quei palazzi in un mondo fantastico; un chiaro di
luna sui marmi dei monumenti, una notte stellata davanti il molo quando
gli astri si riflettono con tremula luce nella laguna, e si confondono
colle strisce di luce oscillante riflessa dai fanali.

In quei momenti, in quei siti Silvio e Metilde s’intendevano con uno
sguardo, col tocco della punta d’un piede, e si sentivano beati d’essere
insieme, senza rompere un silenzio tanto eloquente alle loro sensazioni.


La signora Emilia vedeva con piacere i progressi di quella reciproca
inclinazione, ne prevedeva il fortunato scioglimento, e cominciava a
pensare al corredo. Per lei, a completare quella affezione, che verrà
consacrata dalla religione e dalla legge, giudicava indispensabile...
una mantiglia di velluto a pizzi di Brusselles per l’inverno, e un
cappellino, modello di Parigi, e intanto studiava i figurini dei
giornali di mode, e indicandone qualcuno a Metilde le diceva:

—Guarda questo come è grazioso e distinto. Se le cose si faranno presto,
ti andrebbe a meraviglia.

—Abbiamo tempo da pensarci, mammina.

—Ma infine, bisogna pure che si decida... mi pare che ci abbia pensato
abbastanza... non conviene prolungare troppo questo assiduo corteggio
senza una domanda formale... per riguardi verso il mondo... e anche
perchè è una vera schiavitù... e mi secca di starvi in guardia... tu
devi fargli comprendere le convenienze, e che si spieghi.

Quantunque ripugnasse a Metilde di uscire dall’ideale per entrare nei
discorsi concreti, tuttavia dovette obbedire alla mamma, e fece
comprendere all’innamorato la necessità di chiedere l’approvazione dei
genitori, per avere la licenza di presentarsi in casa, con un titolo che
giustificasse la sua assiduità, e rendesse legittima la loro affezione.
Silvio decise di partire per la campagna, per comunicare al padre le sue
intenzioni, e pregarlo di venire a Venezia a fare la domanda formale.

Partì, promettendo un pronto ritorno; e intanto le signore visitarono
alcuni negozi di mode, per informarsi delle ultime novità, prendere dei
campioni, vedere le stoffe, i cappellini da città e da viaggio, e tutto
quello che sarebbe indispensabile per una sposa elegante.

Nello stesso tempo il giovinotto annunziava al padre la sua scelta, che
veniva accolta con esitazioni e dubbiezze poco lusinghiere. Papà
Gervasio, colla sua innata bonarietà, gli fece considerare tutti gli
ostacoli che si frapponevano a quel matrimonio. Prima di tutto la
ragazza non si sarebbe mai rassegnata a vivere in campagna; e questo era
il sogno paterno, di raccogliere la famiglia d’intorno, di vivere e di
morire fra una corona di nipoti.

—Per ora no, gli rispose il figliuolo, per ora mi sarebbe impossibile di
obbligare Metilde a questa vita; ma io pure non intendo di rinunziare
immediatamente alla città. Col tempo vedremo di combinare ogni cosa,
intanto non voglio aver studiato per nulla, la professione e le
corrispondenze ai giornali mi assicurano dei guadagni che sarebbero
totalmente perduti, se io venissi ad oziare in campagna.

—Allora i tuoi proventi uniti alla dote ti basteranno per vivere?

—Questo non lo so, perchè ignoro l’importanza della dote. Se devo
giudicare dai grossi guadagni dello studio, l’avvocato deve essere
ricchissimo, ma non so come impieghi i suoi capitali, nè quanto profitto
ne ricavi. Deve avere le cassette piene di rendita pubblica, ma non dice
niente a nessuno, e forse nasconde i suoi tesori, per isfuggire
all’avidità dell’agente delle tasse.

Papà Gervasio sospirava, e diceva:

—Io avevo la speranza che tu avresti sposato una donna semplice; le
ricchezze non mi hanno mai fatto voglia, non le credo necessarie per
vivere felici. Una modesta agiatezza è più opportuna alla pace della
casa, e avrei voluto vederti qui, occupato dei tuoi affari, nel seno
d’una famiglia tranquilla, onesta, contenta....

—Questo potrà venire col tempo, gli rispondeva Silvio, passati i primi
anni in città, potrò in seguito persuadere la mia Metilde a ritirarci in
campagna. È così buona, ama tanto la bella natura! Quel giorno dello
scorso autunno, che siamo venuti in campagna, nella ferrovia da Mestre a
Treviso, essa guardava sempre fuori del finestrino, mi fece osservare
una misera capannetta affumicata fra i campi in un luogo deserto, e mi
disse:—due amanti sarebbero felici in quel sito!—Verrà un giorno che
sarà più contenta di questa casa.

—Intanto io divento vecchio, osservò Gervasio.

—Vecchio alla tua età! hai tempo da aspettare, e poi da vivere con noi
lungamente....

—Sono sempre sofferente, i miei benedetti intestini mi danno tante
molestie, guai al minimo disordine....

—Affari nervosi.... affari nervosi.... me lo ha detto il medico....

—Ah i medici!... non mi parlare dei medici. Si servono sempre dei
nervi.... dei loro malati, per dissimulare le verità affliggenti, e
consolare chi soffre col balsamo della speranza.

—Non occupiamoci di malinconie....

—In conclusione non posso negarti che questo matrimonio non è quello che
avrei desiderato per te e per noi tutti, ce n’era un altro migliore...
senza andarlo a cercare lontano....

—Caro papà, i matrimoni sono quasi sempre un avvenimento improvviso,
trascinato da circostanze imprevedibili e imprevedute, come i numeri del
lotto, e tanto pel matrimonio che per il lotto bisogna lasciare i
sogni....

—Non posso darti torto intieramente, e non intendo contrariare le tue
inclinazioni, nè importi una sposa. Dimmi dunque che cosa devo fare per
contentarti?

—Devi farmi il favore di venire a Venezia per domandare alla famiglia
Ruggeri la mano di Metilde per tuo figlio, mostrandoti anche soddisfatto
della mia scelta....

—Questo s’intende...

—Devi darmi una somma sufficiente al mio impianto, per comperare i
mobili, ecc. ecc., e aggiungere qualche cosa alla mia mesata....

—Non hai fatto dunque nessuna economia, coi compensi dei giornali?

—Non ho il becco d’un quattrino!...

—Io pure ho le tasche vuote. Pare che la terra sia esaurita dopo tanti
secoli di fecondità, e le meteore ci perseguitano con desolante
persistenza. Brine, grandini, siccità, siamo ridotti agli sgoccioli; i
coloni non sono più in caso di pagare il fitto, e mancano del necessario
per vivere, le imposte sono esorbitanti, il possidente deve consegnare
all’esattore tutte le sue rendite, e resta colle mani piene di
mosche.... non posso offrirti che queste pel tuo matrimonio.


—Dunque ti opponi alla mia domanda?...

—No, ma ti domando alla mia volta come si fa?

—Se non abbiamo denaro abbiamo dei campi. Non potresti contrarre un
mutuo?

—Sarà il terzo in pochi anni. Ci costerà il sette per cento con ipoteca,
e la terra ci dà appena il tre, siamo dunque sull’orlo del precipizio!

—Verranno giorni migliori, io saprò farmi una posizione, pagherò tutti i
debiti, toglierò tutte le ipoteche....

—Che il cielo te la mandi buona, intanto camminiamo a gran passi verso
la rovina!...

Anche la nonna trovava che la signorina Metilde era un poco pretenziosa,
avrebbe forse una bella dote, ma con molte esigenze. Tuttavia la buona
vecchia benediceva gli sposi, augurava ogni bene, e prometteva di
pregare ogni giorno per loro, come faceva per tutti.

Maria, con fiero cipiglio, presentò al cugino le sue congratulazioni,
perchè sposava una gran signora, degna di lui, si studiava di
dissimulare la stizza che la mordeva, ma tradiva lo sforzo coll’ironia
del linguaggio, e le troppo affettate dimostrazioni d’indifferenza.

Quando credeva di non essere veduta, accarezzando Argo con tenera
sollecitudine, una lagrimetta le spuntava sul ciglio, e le scorreva
sulle guancie; ma appena udiva rumore si ricomponeva, e continuava a
mostrarsi tutta intenta alle solite occupazioni di casa.

Papà Gervasio andò a Venezia a fare la domanda formale e fu ricevuto dai
Ruggeri con mille cortesie. Fecero un bel pranzo di famiglia, e alla
sera ebbe luogo la presentazione dei fidanzati agli amici, con
profusione di rinfreschi, dolci, sorbetti e vini squisiti.

Qualche giorno dopo papà Gervasio trovava anche il denaro e lo portava
al figliuolo per le spese d’impianto, e venne fissata l’epoca precisa
per la firma del contratto e le nozze.

La signora Emilia e la figlia si misero in traccia dell’appartamento
girando tutto il giorno per Venezia, salendo tutte le scale delle case
dove c’erano locali d’appigionarsi.

Silvio le pregava d’evitare le calli ristrette, e raccomandava un
prospetto pittoresco ed aperto, che si vedesse la laguna ed il sole.

La signora Emilia fingeva di volerlo contentare, ma non dava retta alle
sue ciarle. Essa voleva che l’appartamento della figlia fosse vicino
alla sua casa, e poco lontano dalla piazza.

Pensava che l’idea di voler vedere la laguna era una vera mania senza
costrutto, di quelle ubbie ridicole di giovinotto egoista che non pensa
alla moglie, la quale restando molto in casa, deve preferire un sito
frequentato, per godere il passaggio della gente, che distrae dai
pensieri tristi nelle ore d’ozio, e nei giorni piovosi quando non si può
uscire per le visite o pel passeggio. In quanto al sole non bisognava
pensarci nemmeno per due motivi, prima per non salire sotto ai tetti, e
poi perchè all’estate sarebbe troppo caldo, e nelle camere oscure si sta
più freschi, e le donne ci guadagnano un maggiore prestigio; l’ombra è
favorevole alla tinta del volto, nasconde i piccoli disordini, come il
velo, e rialza l’aspetto della persona nell’ambiente misterioso. Metilde
tentava di secondare i desideri del fidanzato, si sarebbe sacrificata
volentieri per soddisfarlo, ma la signora Emilia era irremovibile nelle
sue opinioni, e le imponeva con fermezza.

L’appartamento venne appigionato senza consultare lo sposo, la signora
Emilia si giustificò dicendogli che non c’era tempo di mezzo per
avvertirlo; un’altra famiglia, innamorata del locale, attendeva alla
porta impaziente per impadronirsene se non avessero subito chiuso il
contratto. Non bisognava lasciarselo sfuggire, perchè non ce n’erano di
migliori, e conveniva per varie ragioni.

Silvio corse a vedere il suo nido futuro, e ne uscì mortificato.

Era oscuro, con un prospetto di case opprimenti a breve distanza, era
rumoroso e frequentatissimo, ed aveva dirimpetto le botteghe più
antipatiche. Un salumiere, con una frangia di salsiccie sulla porta, che
esponeva in vetrina una testa di maiale con un limone fra i denti, in
mezzo a due colonne di formaggio; e un beccaio che metteva in mostra la
sua merce sanguinolenta, dei pezzi di carne floscia, coi muscoli
scorticati, delle testine pallide di vitello cogli occhi stravolti dalla
morte, degli agnellini cogli occhi fuori dal cranio sanguinoso col
ventre aperto, dei cuori, dei fegati, dei polmoni appesi ai ganci, come
trofei d’un massacro.

Si lagnò alquanto con Metilde, che gli diede ragione, ma non aveva osato
contrariare la mamma. Osservò sommessamente alla futura suocera che il
salumiere e il beccaio gli facevano orrore; ma essa lo confutò
trionfalmente, burlandosi di lui che mangiava con molto appetito ciò che
gli faceva ribrezzo. Secondo lei erano idee strane, debolezze, e
pregiudizii ridicoli.

Che cosa poteva fare? non c’era più rimedio, dovette rassegnarsi,
riservandosi la scelta delle tendine destinate a nascondere quel
nauseante spettacolo. Egli aveva paura che la signora Emilia gli
mettesse davanti agli occhi qualche altra scena turpe o affliggente,
come se ne vedono tante, dipinte sulle tendine, Otello che uccide
Desdemona, Giuditta che taglia la testa ad Oloferne, o il sotterraneo
delle tombe con la morte di Giulietta e Romeo.

Comperò due vedute della Svizzera: il castello di Chillon sul lago di
Ginevra e un _châlet_ sulle rive d’un torrente, fiancheggiato d’abeti,
con un fondo di montagne nevose, e due bei parchi con fiori e fontane
sul davanti, e dei viali tortuosi che si perdevano nei boschi. Ma la
signora Emilia lo criticò acerbamente, canzonandolo per la sua ingenuità
puerile, dicendogli che non poteva fare una scelta peggiore, e cercava
di persuaderlo che nessuno voleva di quelle tende, pel motivo delle
tinte verdi che smaccano il colore della pelle, e fanno gran torto al
viso delle donne.

Era inutile lottare con quella signora, che sapeva difendersi meglio del
marito avvocato; era più prudente capitolare alla prima, e lasciarla
libera di fare alto e basso a suo piacimento. Così fu convenuto, ed essa
si occupò dei mobili, delle tappezzerie, e di tutti gli arredi
necessari, colla sola condizione di conservare le quattro tendine.

Dopo questo patto, Silvio dichiarato inabile a simili imprese, venne
escluso da ogni ingerenza nelle faccende domestiche, ed egli si
consolava col giornalismo dando dei consigli alle grandi potenze
d’Europa, sulla politica del giorno, e sosteneva delle polemiche coi
giornali avversi, intorno alle sorti del mondo.

Intanto alla villa Bonifazio si pensava al modo di riparare alla perdita
delle speranze che si erano concepite sopra un matrimonio possibile fra
i due cugini, che avrebbe tenuto unito il patrimonio domestico. Si
chiamò anche il maestro Zecchini, per udire un suo parere, e fissare la
condotta da tenersi per l’avvenire.

Era evidente per tutti che Andrea aspirava alla mano di Maria, e giacchè
Silvio vi rinunziava, bisognava occuparsene.

—Che cosa ne pensava il maestro?

Egli rispondeva: Tocca a Maria la decisione, essa si è trovata fra due
asini, e credo che preferisce quello che fugge a quest’altro che si
lascerà mettere la cavezza, ma prima di tutto bisogna consultarla. Fino
al giorno che ho conosciuto la veneziana ho creduto che Silvio amasse
Maria, dopo quel giorno ho mutato parere. Forse nè l’una nè l’altra gli
conveniva intieramente, ma piuttosto la prima che la seconda; ed è
appunto per questo che la sposa, perchè l’uomo, o per meglio dire la
bestia, si attiene sempre al peggiore partito. In quanto all’asino
numero due, di merito assai inferiore al numero uno, è forse più
conveniente alla ragazza, per la semplicità delle idee e dei costumi;
entrambi sono privi d’istruzione, ma tutti due laboriosi; essa è più
intelligente, egli è più ricco di lei, con minori apparenze. Ci sono
dunque delle compensazioni delle quali si deve tener conto; e se Maria
fosse contenta, l’asino scelto per marito andrebbe alle stelle, tanto è
innamorato di lei, che mi pesa sullo stomaco da un pezzo, per le
continue dichiarazioni d’amore colle quali mi perseguita, mancandogli il
coraggio di farle direttamente, ed ostinandosi a voler prendermi per
mezzano, malgrado le mie continue ripulse. Signor maestro, io non sono
degno di quella ragazza, egli mi ripete con insistente cocciutaggine, ma
se mi prendesse farei il possibile per contentarla in tutto e per tutto,
e potrei dirmi l’uomo più felice del mondo.

La nonna fu incaricata di scandagliarla. Maria rispose subito colle
lagrime, e con un sdegnoso rifiuto. Si vedeva chiaramente che era
innamorata di Silvio, che non poteva consolarsi del suo abbandono, e che
la stessa notizia del matrimonio non era bastante a farglielo
dimenticare. L’amarezza del disinganno chiuso dentro di sè la soffocava;
piangendo in seno della nonna trovò qualche sollievo. Essa non
insistette, la accarezzò con vera affezione, l’aveva già abituata fino
dalla prima infanzia alla rassegnazione ed al coraggio. La confortò con
ogni maniera d’argomenti, e a poco a poco la persuase che il cugino era
irremissibilmente perduto per lei; lo zio Gervasio doveva recarsi a
Venezia fra qualche giorno per firmare il contratto di matrimonio di suo
figlio colla signora Metilde Ruggeri. Non bisognava pensarci più, per
dovere d’onestà, ed anche per dignità personale. «Chi non mi vuole non
mi merita, è un detto volgare, ma tu puoi dirlo con ragione, perchè sei
migliore di lui.»

Di tratto in tratto le diceva bene di Andrea, della sua semplicità, dei
suoi gusti modesti, del suo amore per le faccende rurali, della sua vita
onesta, perchè era un vero galantuomo. Eccitava il suo amor proprio
offeso dalla condotta di Silvio, le mostrava l’umiliazione di restare
donzella, condannata ad assistere alle feste che si sarebbero fatte agli
sposi. Quest’ultimo argomento parve che la colpisse più di tutti.


—Se acconsenti di sposare Andrea, conchiuse la nonna, il tuo matrimonio
potrà farsi prima dell’altro, e quando gli sposi di Venezia verranno qui
tu sarai già partita, e potrai restare assente per tutto il tempo che
essi si fermeranno in campagna. Tu avrai anche il vantaggio di non
lasciare il paese ove sei nata, di non abbandonare la tua povera nonna,
perchè saremo vicine di casa.

Dopo lunghe esitazioni, e persistenti ripugnanze, finalmente si lasciò
persuadere, e consentì di sposare Andrea, ma sempre piangendo, e ad una
condizione soltanto, cioè che il suo matrimonio si farebbe prima
dell’altro, e che per tutto quel tempo che Silvio e Metilde resterebbero
alla villa, essa sarebbe assente dal paese.

La nonna fu contenta, lo zio Gervasio fu soddisfatto, e Andrea
nell’entusiasmo; gli pareva proprio di toccare il cielo colle dita. Il
solo maestro Zecchini tentennava la testa, con evidente malcontento.

Avvezzi alle sue continue obbiezioni non furono sorpresi dei dubbi,
degli ostacoli, dei cavilli che avrebbe tirati fuori anche in questa
circostanza, e lo pregarono di spiegarsi francamente.

—Ecco quello che penso, egli rispose, questo è un matrimonio per
dispetto, è una vendetta di Maria, è una scappatoia che non potete
approvare senza pericoli. Non mi aspettavo un matrimonio d’amore, ma di
ragione; invece capisco che si apparecchia un precipizio. Chi può
prevedere le funeste conseguenze d’un’imprudenza? chi può assumerne la
responsabilità?...

Papà Gervasio che aveva approvato il piano di sua madre, diede ragione
anche al maestro che diceva tutto il contrario. La nonna si mise in
pensiero, e restò esitante. Si esaminò nuovamente la condizione delle
cose, si discusse a lungo senza intendersi; poi si risolse di ritardare
ogni decisione assoluta, per pensarci meglio, per osservare, vedere,
considerare, riflettere, e apparecchiare uno scioglimento plausibile al
caso delicato.

Intanto Andrea avvertito dal maestro degli ostacoli che si opponevano
alla sua felicità, si raccomandava caldamente a tutti perchè non
esitassero ad accettare l’assenso della ragazza, che avrebbe deciso
della sua vita, che oramai gli pareva impossibile senza di lei,
prometteva di fare dei miracoli per rendersi degno della sua fortuna, e
gettava fiamme dagli occhi, manifestando sentimenti di assoluta
sommissione e di devota riconoscenza.


—Ah! l’amore rende eloquenti anche gli asini, osservava il maestro
Zecchini; l’amore sarebbe la più bella cosa del mondo... se non
conducesse al matrimonio!...

—Sono discorsi da vecchio celibe, gli rispondeva la signora Maddalena,
voi non avete diritto di parlare di matrimonio, perchè non lo avete
provato....

—Ma ho provato l’amore!... esclamava il maestro, guardando in modo
singolare la vecchietta rubizza, mentre una scintilla fugace gli
brillava negli occhi resi opachi e cisposi dagli anni; tutte le rughe
del volto gli si animavano con contrazioni spasmodiche; alzava le
braccia in atto di disperazione, e poi le lasciava cadere d’un tratto,
come i pali del telegrafo rotti da un colpo di vento.

La nonna rideva con malizia, e gli diceva:

—Gli uomini sono matti, perfino nell’età del giudizio....

—No, sono asini fino all’estremo sospiro, gridava il maestro.

—E anche questo può darsi, essa conchiudeva... lo avete tanto ripetuto,
che me ne sono quasi convinta.

Poi i tre vecchi si raccolsero intorno al tavolo rotondo del salotto,
come i diplomatici a congresso, per discutere un arduo problema, assai
più scabroso di molti affari di Stato, l’eterna questione dell’amore e
del matrimonio.

—Dobbiamo permettere il matrimonio di Maria con Andrea, o sarà meglio
mandarlo a monte?... Essa non ama il futuro marito, eppure acconsente a
prenderlo; esso è cieco d’amore e accetta il sacrifizio, ad ogni costo!
Quali saranno le conseguenze d’una tale combinazione?

—Maria è semplice ed onesta, rispondeva la nonna, il dovere sarà la sua
guida, l’amore verrà col tempo.

—E se non venisse mai? domandava il maestro, che cosa succederà?

—Ma!... che cosa succederà? ripeteva Gervasio.

—Se andassero a vivere in città, osservava la nonna, in mezzo a tutte le
seduzioni e ai pericoli del mondo, bisognerebbe pensarci seriamente, ma
nella semplicità della vita campagnuola, colle abitudini massaie di
Maria, non c’è pericolo che succedano di quelle tragedie che fanno
rabbrividire gli spettatori in teatro!...

—Possono succedere delle commedie, disse il maestro, che facciano ridere
il pubblico a spese degli attori.

—Nelle mie lunghe notti insonni, continuò la nonna, ho pensato
lungamente a tutte queste difficoltà, che ci amareggiano la vita, e non
ho trovato altro termine possibile, che un matrimonio di ragione, che
metta Maria in uno stato conveniente alla sua condizione, ed alle sue
qualità; che le assicuri un’esistenza tranquilla ed agiata, e che ce la
conservi vicina. Se voi avete trovato un migliore espediente, tanto
meglio; mettetelo fuori, e vedremo.

Gervasio dichiarò che non trovava nulla meglio del matrimonio
progettato, e fissando gli occhi sul maestro, aspettava il responso
dell’oracolo.

Il maestro, dopo le opposizioni, le difficoltà, i cavilli messi in
campo, non seppe formulare una proposta lodevole, nè trovare uno
scioglimento che fosse più plausibile del matrimonio, e confessando la
sua impotenza, conchiuse: che a questo mondo si fanno quasi sempre delle
cose mediocri, perchè non se ne trovano di migliori, e che talvolta i
risultati riescono contrari alle previsioni, che vi sono dei matrimoni
bene assortiti che finiscono male, e dei connubi improvvisati, senza
probabilità di buona riuscita, che diventano... non dirò buoni, ma
tollerabili.

E in tal maniera finiscono sovente molte ciarle delle pubbliche
assemblee, e dei congressi diplomatici, cioè l’impotenza di ottenere la
perfezione costringe per necessità ad accettare un partito qualunque,
messo in campo dalle circostanze imprescrittibili della vita.

Così venne risolto anche in quel consiglio di famiglia.

Il consenso dei parenti fu annunziato agli sposi; Andrea lo accolse con
un delirio d’amore, Maria con modesta bontà, che poteva sembrare anche
rassegnazione, se coloro che avevano combinato quel matrimonio non
avessero veduto più facilmente ciò che speravano di quello che era in
realtà.

In casa Pigna diedero subito mano agli apparecchi delle prossime nozze,
i quali furono assai più semplici di quelli di Venezia. Due mani d’acqua
di calce tanto alla stanza nuziale che alla cucina, si fecero
scardassare i materassi dell’immenso letto di matrimonio della famiglia,
riempiere di cartocci nuovi il saccone, rinnovare le penne della
coltrice, mettere due cortine bianche di cambrich ai balconi della
camera degli sposi, lustrare a nuovo i mobili, lavare i pavimenti e le
scale, ordinare la batteria di cucina, stagnare i rami e fregarli a
fondo, strofinare gli alari, la catena, la paletta, le molle; infatti un
bucato universale, un ripulimento memorabile, da poterlo citare
all’occasione, dicendo per esempio: quel mobile è stato ripulito
all’epoca del matrimonio di Andrea.


La polvere e le macchie dimenticate da una intiera generazione sparivano
davanti il rinnovamento della famiglia che doveva inaugurarsi colla più
scrupolosa nettezza.

In quanto alla partenza degli sposi nel giorno delle nozze era
disapprovata da tutti i parenti Pigna e del vicinato. Una cosa simile
non si era mai vista. Da padre in figlio tutti avevano celebrato il
giorno delle nozze con un banchetto ed un ballo, restando al proprio
villaggio, dove il corteggio accompagna la sposa alla casa nuziale. E
questa volta criticavano Andrea di cambiare le vecchie abitudini rurali,
perchè sposava una signora. Ma Maria aveva delle amiche che prendevano
la sua difesa, e facevano osservare alle pettegole malcontente e ai
ciarloni invidiosi, che se il viaggio di nozze non era un uso in casa
Pigna, era una vecchia abitudine in casa Bonifazio, e che una sposa come
Maria aveva diritto a dei riguardi.

Più tardi si venne a sapere che gli sposi non sarebbero andati
girovagando per gli alberghi, come si usa adesso con poca poesia, ma che
si recavano direttamente in Brianza dal cugino Alessandro, nella
famiglia della nonna, ove erano stati invitati; e tale determinazione fu
generalmente applaudita. E infatti era vero; quando ricevettero in
Brianza l’annunzio del prossimo matrimonio di Maria, i gentili cugini
offersero subito la loro casa agli sposi, domandando come un favore che
volessero passarvi i primi giorni delle nozze.

Questa cortese esibizione parve alla nonna un benefizio della
provvidenza, comunicò subito l’invito agli sposi, che venne accolto con
piacere, e così veniva a togliersi ogni attrito disgustoso fra i due
matrimoni che dovevano succedersi a pochi giorni di distanza.

La povera nonna aveva le lagrime agli occhi quando pensava che la sua
diletta Maria sarebbe andata ad abitare per qualche giorno in quella
casa così piena di memorie per lei, ove era nata, e aveva passata
l’infanzia e la prima gioventù, e narrava alla nipote la bellezza di
quei siti, il pittoresco delle colline e dei laghi, le delizie delle
prospettive e dei giardini, la pace e la solitudine di quella casetta
romita, quasi nascosta sotto gli alberi. Le raccomandava di visitare le
posizioni più ridenti, e di renderle conto delle sue impressioni. Ed era
felice che Maria passasse quei giorni di vita nuova dove essa aveva
conosciuto ed amato il capitano, e le raccontava la modestia di quel
soldato, la timidezza di colui che non aveva paura dei nemici armati,
dei Tedeschi e dei Cosacchi, e che non osava parlare ad una ragazza. E
le descriveva i due nonni come se fossero ancora vivi, e anche giovani,
perchè Maria ne aveva conosciuto uno solo, ed anche vecchio, quando essa
era bambina.

Ma quelli erano tempi terribili e pericolosi, le congiure dei Carbonari
avevano ritardato il loro matrimonio; tanto suo padre che il fidanzato
dovevano tenersi pronti a fuggire in caso di pericolo, per salvarsi
dalla prigione e dalla forca.

Andrea si andava civilizzando, si faceva vestire a Treviso da un sarto
migliore di quello del villaggio, aveva imparato a pettinarsi, si
metteva la cravatta con qualche attenzione, e pareva quasi un giovinotto
della città.

Il maestro gli dava qualche buon libro, e gli diceva:

—Per non parere un asino non basta cambiar la pelle, bisogna anche
camminare con due gambe. L’uomo sta ritto perchè alza la testa; impara
da Argo a stare in piedi e a farti amare da Maria; Argo è pieno di
cortesie per la sua amica, e sa meritarsi la sua affezione. Cerca
d’istruirti se non vuoi far ridere la gente quando apri la bocca. Se non
impari qualche cosa farai una pessima figura nella famiglia di Brianza.
Tuo nonno era un ubbriacone, ma pieno di buon senso; tuo padre sa fare
il suo interesse, ma è un galantuomo; tu sei un bestione, ed hai bisogno
di nascondere quella ruvida scorza che ti rende scabroso.

Andrea non se ne aveva a male; conosceva le maniere del maestro,
rispettava la sua vecchiaia, e non avrebbe mai osato di contraddire
colui che aveva mostrato di proteggerlo, e gli dava dei buoni consigli.



                                  XIV.



In quei giorni papà Gervasio fu invitato a recarsi a Venezia per la
firma del contratto di matrimonio di Silvio, e partì subito insieme al
maestro Zecchini, che ambì l’onore di servire da testimonio, e furono
accolti con ogni cortesia dalla famiglia Ruggeri.

L’avvocato annunziò la determinazione che aveva presa di conservare
Silvio nel suo studio, come socio cointeressato in qualche parte degli
affari. E questa era una rendita assicurata che rappresentava la dote.
Alla morte dei genitori, Metilde figlia unica, restava la sola erede di
tutta la loro sostanza. Per ora non potevano dare di più, per non
privarsi delle loro abitudini; avevano però provveduto un ricco corredo
che avrebbe reso inutile ogni altra spesa per molti anni. In
corrispondenza di questi vantaggi, il futuro sposo prometteva un congruo
assegnamento alla moglie, in caso di bisogno. Papà Gervasio e il maestro
Zecchini restarono con un palmo di naso. Questo contratto era un vero
disinganno, perchè in effetto la sposa non portava in dote che un
corredo, il quale costituisce una pretesa proporzionale alla sua
importanza. L’utile dello studio, limitato ad alcuni affari soltanto,
non rappresentava altro che la giusta retribuzione al lavoro del marito.
In quanto alla futura eredità essa poteva avverarsi a benefizio dei
discendenti, in un tempo assai remoto, ed anche ridursi a nulla.

Ma la domanda era stata fatta senza condizioni, tutte le apparenze
lasciavano supporre una bella dote; si erano ingannati, ma la
delicatezza e la dignità non permettevano osservazioni, e il contratto
fu firmato in silenzio, dagli sposi, dai genitori e dai testimoni con
tutta la solennità d’un atto gravissimo che decide la sorte d’una
famiglia.

I Bonifazio e Zecchini, dopo i convenevoli complimenti fra gli sposi e i
congiunti, uscirono dallo studio in mezzo alle profonde riverenze dei
commessi e degli scritturali che spalancavano le porte, e si
allontanarono gravemente dalla casa, camminando silenziosi e pieni di
dignità, perchè si sentivano osservati; ma appena svoltato l’angolo
della strada e fatti pochi passi in sito sicuro, si fermarono tutti tre
nello stesso momento, guardarono d’intorno se nessuno li ascoltava, e
fissandosi in volto cogli occhi spalancati, ciascheduno espresse in
poche parole le sue impressioni:

—Rimango trasecolato! esclamò papà Gervasio.

—Quale insigne asinità! disse Zecchini.

—È stata una solenne corbellatura! conchiuse Silvio.

Il maestro pareva esitante fra l’afflizione di vedere gli amici delusi,
e la soddisfazione per il nuovo trionfo della sua teoria. Il padre
accusava il figlio di soverchia leggerezza, e il figlio tentava di
giustificarsi col lusso della famiglia Ruggeri.

—Il lusso non è sempre prova di ricchezza, gli rispondeva il padre, può
essere anche effetto di ambizione, di disordine, di sregolatezza.

—Fumo negli occhi, soggiungeva il maestro, per abbagliare i babbei.

Alle sei in punto, ci fu gran pranzo di famiglia in casa Ruggeri, ed
alla sera un pomposo ricevimento per festeggiare i promessi sposi.

Poteva dirsi una vera festa mascherata, perchè ciascuno s’era formato
una fisonomia apposta per dissimulare i propri pensieri. L’avvocato
affettava la più ingenua bonarietà, la signora Emilia rappresentava
perfettamente la tenerezza materna in lotta fra la consolazione per il
collocamento della figlia, e il dolore di perderla. Papà Gervasio
simulava il volto dell’uomo completamente soddisfatto, sorridente,
contento della sua sorte; il maestro Zecchini li guardava tutti
sott’occhio, e sentiva in fondo della coscienza di essere il più
grand’uomo di quella società, il più profondo, il più giusto, il più
sincero di tutti.

Silvio fissava gli occhi negli occhi di Metilde, la vedeva bella come un
angelo, e pensava che se la dote era svanita come il fumo, gli restava
l’arrosto.

Ci furono brindisi agli sposi e ai parenti, e allegria costante, che
proprio non pareva un banchetto di corbellatori corbellati. Eppure era
così; la sposa creduta ricca era senza dote; lo sposo creduto un gran
signore, aveva una piccola sostanza coperta di debiti.

In quello stesso giorno venne fissata l’epoca precisa del matrimonio, e
al mattino seguente papà Gervasio e il maestro Zecchini ritornavano a
casa a comunicare alla signora Maddalena le varie impressioni ricevute
nella famiglia Ruggeri, prendendo poi il savio partito di dissimulare
con dignità l’amara sorpresa, e di rassegnarsi al destino.

I due matrimoni vennero celebrati al tempo stabilito. Prima quello di
Maria con Andrea, che partirono subito per la Brianza; e pochi giorni
dopo quello di Metilde con Silvio, che si recarono in Isvizzera a fare
il loro viaggio di nozze.

Dopo d’aver vagato per monti e per valli, ritornarono contenti del loro
pellegrinaggio, e come avevano promesso si ritirarono alla villa
Bonifazio, per vivere qualche giorno tranquilli in famiglia, prima di
stabilirsi a Venezia.

Papà Gervasio e la nonna ebbero le più delicate attenzioni per la sposa,
Silvio la faceva passeggiare pel parco, e la conduceva a visitare le
case coloniche e i campi. Egli si fermava davanti gli spazii aperti del
giardino, le mostrava le Alpi lontane, il bosco Montello, e quella linea
oscura sul monte di Serravalle con alcune macchie d’intorno che indicano
la foresta del Cansiglio. Essa guardava sbadatamente come suo padre, e
tirava avanti. La nonna la consigliava a uscire di buon mattino per
respirare l’aria salubre del Piave; ma essa non voleva bagnarsi gli
stivalini alla guazza; le dispiacevano le stradicciuole rurali perchè i
sassi le ammaccavano i piedi, e nelle strade più battute c’era troppa
polvere e si sporcava l’abito. Detestava l’odore delle stalle, e il fumo
delle cucine dei contadini. Era dunque un po’ difficile di passare le
giornate, che le riuscivano lunghe. Leggeva qualche pagina sbadigliando,
si doleva di non avere il pianoforte, e trovava la campagna monotona.
Quando passeggiava sotto il portico delle adiacenze, Falcone nitriva
invano per chiederle il pane che Maria gli portava sempre, e che gli
mancava. Non voleva essere seguita da Argo, perchè quel grosso cagnaccio
le faceva paura, e la povera bestia andava in giro colle orecchie
penzoloni e la coda bassa, cercando invano la sua amica lontana;
mangiava poco, con segni evidenti di profonda malinconia, non andava a
coricarsi che sul tappeto davanti al tavolino di lavoro, dove Maria
appoggiava i piedi, e guardava attorno cogli occhi tristi, interrogando
alla sua maniera la gente di casa.

Anche i colombi svolazzavano inquieti per la corte, cercando colei che
mancava. Il solo Mumut continuava impassibile nelle sue abitudini,
andava alla caccia dei sorci nel fienile e sui tetti, aspettava
immobile, delle ore intiere, davanti il monticello d’una talpa, per
spiare un movimento della terra e dare l’assalto alla tana; alla sera si
arrampicava sugli alberi per abbrancare qualche povero uccelletto che
andava a dormire, e all’ora della colazione e del pranzo non mancava mai
dal balcone della cucina dove la nonna gli portava i residui della
mensa.


Silvio cercava invano di distrarre la sua sposa, conducendola in
carrozza sulle rive del Sile o della Piave; essa preferiva recarsi a
Treviso per mettere in mostra i cappellini e i vestiti, e fare invidia
alle provinciali colla sua eleganza. Nei giorni piovosi trovava la
campagna insopportabile, e non poteva comprendere come si potesse
restarvi l’inverno senza morire di noia. Il tedio della solitudine la
rendeva acre e mordace; si burlava collo sposo della dabbenaggine dei
contadini, della goffaggine degli amici di casa, canzonava la semplicità
dei Pigna, e non poteva soffrire le sentenze del maestro Zecchini.

Silvio procurava di abbonirla, la pregava di non farsi sentire da suo
padre e dalla nonna, lasciando che quei poveri vecchi conservassero le
loro illusioni: la avvertiva che Pasquale aveva il difetto di ascoltare
dietro gli usci, e la supplicava d’esser prudente.

Essa non si consolava della solitudine della campagna che parlando di
Venezia, e pensando ai piaceri che la aspettavano, ed alla libertà che
avrebbe goduta nella sua nuova condizione di donna maritata.

La nonna osservava, indovinava, taceva, e cercava di dissimulare la
tristezza che provava per la lontananza di Maria, la quale aveva
lasciato in casa un gran vuoto, che non trovava compensi cogli altri
sposi.

Le lettere di Brianza erano le sole consolazioni che la facessero
pazientare. Maria si trovava benissimo coi cugini; Alessandro conduceva
Andrea alla caccia, l’Enrichetta si accordava perfettamente coi gusti di
Maria. Fecero delle gite a Milano e sul Lago di Como, e passavano in
casa dei giorni lieti, apparecchiando dei buoni piatti ai cacciatori che
ritornavano stanchi ed affamati. Qualche volta andavano tutti insieme a
fare delle escursioni mattutine sui colli, apportando delle provvigioni
per far colazione sull’erba, in qualche sito pittoresco, ove
meriggiavano in pace sotto gli alberi.

Enrichetta aveva una bella collezione di conigli, tenuti in gabbie di
ferro, coi migliori sistemi d’allevamento. Maria se ne invaghì, gliene
promisero parecchie coppie a sua scelta, le insegnarono le cure
necessarie alla buona riuscita. Essa andava spesso a visitarli, carica
d’erbe, di foglie di cavolo e di carote; adorava i piccini, non poteva
risolversi a quali dovesse dare la preferenza. Il più bello di tutti le
pareva il coniglio d’Angora, pel candore del lungo pelo, simile a quello
dei cagnolini maltesi, cogli occhi rossi come bragie, affabilissimo,
affettuoso coi figli, che appena nati parevano tante pallottole di penne
di cigno. Il cenerino di Fiandra, con quel pelo _petit gris_ era una
meraviglia, pareva un bel manicotto da signora; ma anche l’argentino era
stupendo, un pelo nero di lavagna colla punta bianca! e quello di
Normandia? e l’enorme Ariete con quelle orecchione lunghe? veri
portenti!...

—Te ne daremo quanti ne vuoi, le dicevano i buoni cugini, e colle
relative cassette pel trasporto in ferrovia, e oltre il piacere che
avrai, sarai anche benemerita della classe rurale, introducendo nel tuo
villaggio l’allevamento di questi animali che sono un cibo eccellente, e
danno una buona rendita per la vendita delle pelli.

Maria batteva le mani come una bambina, gettava uno sguardo
interrogativo su Andrea, temendo che facesse opposizione, o trovasse
qualche ostacolo; ma egli che l’adorava non aveva altro intento che
quello di contentarla in tutto, e vederla felice, e avrebbe portato i
conigli sulle spalle per farle piacere. Egli era beato, mangiava per
quattro, e il capitano gli riempiva continuamente il bicchiere d’un
certo vinetto frizzante di Montevecchia che sdrucciolava giù per la gola
con una facilità sorprendente.


Al dopo pranzo le donne lavoravano all’uncinetto, Andrea si gettava in
una poltrona, e si addormentava immediatamente d’un sonno profondo.
Quando russava troppo forte, Maria lo urtava col piede, ma invano allora
si alzava per far rumore, gli dava delle scosse, e accusava il cugino di
farlo bere un po’ troppo. Alessandro la pregava che lo lasciasse dormire
in santa pace, e si metteva a fumare, raccontando alle due donne certi
aneddoti del bisnonno di Maria che la interessavano assai e provavano la
ferrea tempra del colonnello.

Quell’uomo coraggioso sapeva dirigere con suprema destrezza le più
pericolose macchinazioni dei Carbonari; la polizia sentiva una mano
potente che la stringeva da ogni parte, ma non poteva afferrarla. Seduto
nella vecchia poltrona di cordovano, colla sua pipa di schiuma in bocca,
in veste da camera e in pantofole, egli studiava il modo di far
traballare il trono dell’imperatore, e ci riusciva, senza perdere la
testa nè la libertà. Era audace, ma scaltro; la polizia, e le
commissioni speciali si dibattevano nelle reti che egli aveva tese,
facevano qualche vittima che non sapeva schivarsi, ma il caporione
sfuggiva sempre ai loro conati, ed alla loro rabbia che si sfogava colle
barbare condanne degli innocenti.


La nonna scriveva lettere sopra lettere per sollecitare il ritorno della
sua Maria, e al fine fu necessario di compiacerla, fissando il giorno
della partenza, e dandole avviso dell’arrivo.

Quando giunse a villa Bonifazio questa notizia, Silvio ne fu fortemente
colpito. Egli non si sentiva ancora abbastanza forte da affrontare la
cugina, per la quale gli restava nel profondo del cuore come un ricordo
di gioventù pieno di tenerezza.

Annunziò a Metilde il suo desiderio di ritornare a Venezia, parendogli
che fosse tempo di prender possesso del loro appartamento, e di
riprendere le abitudini di lavoro e di studio. Metilde non domandava
meglio, accolse il desiderio del marito colla più sincera soddisfazione,
quella vita di campagna le pareva davvero insopportabile, ma pel dovuto
riguardo allo sposo ed ai parenti, non diceva la metà del male che ne
pensava, e si studiava di dissimulare l’immenso tedio che la opprimeva.

Quando fu sicura d’andarsene, le parve più facile di manifestare il
dispiacere di lasciare i parenti del marito, così buoni per lei, e non
mancò di mostrarsi afflitta di lasciare la villa, e vivamente
riconoscente di tante cortesie ricevute.

Partirono due giorni prima dell’arrivo degli altri sposi, e furono
accolti alla stazione di Venezia dai Ruggeri che erano andati ad
aspettarli per condurseli a pranzo in casa, dove trovarono una ragazza,
pronta a servirli, che li attendeva, provveduta a tempo dalla signora
Emilia, la quale l’aveva già messa alla prova, ed istruita sulla
condotta che doveva tenere.

La Betta era piaciuta alla signora Emilia pel suo aspetto di cameriera
che faceva buona figura. Sapeva cucire e stirare la biancheria, e si
adattava anche ad ogni più basso servizio.

—E per la cucina? domandò Silvio.

—Oh Dio, rispose la suocera, sulla cucina non è troppo esperta ma per
mettere un pezzo di manzo in una pentola con dell’acqua e del sale tutti
sanno farlo, e una minestra di riso non domanda studio. Col tempo e la
pazienza potrà imparare anche il resto....

—Il resto!? pensò Silvio fra sè, il resto in questo caso vuol dir tutto.

—Capisco che non sa niente, ma al peggiore dei casi la metteremo alla
porta, e ne prenderemo un’altra.

Dopo pranzo mandarono la Betta ad aprire l’appartamento e ad aspettare i
padroni. Più tardi la signora Emilia volle accompagnarli, per far vedere
tutto quello che aveva operato per mettere in assetto ogni stanza con
perfetto buon gusto.

E infatti trovarono tutto in buon ordine. Dall’anticamera si entrava in
una sala destinata alla conversazione, con belle tappezzerie e specchi
alle pareti, e tappeto sul pavimento. Tutti gli arredi erano di perfetto
buon gusto. Il pianoforte occupava il posto opportuno, il canapè, i
divani, le seggiole formavano un semicerchio che aveva nel centro un
tavolo elegante, con vasi di fiori, album, e strenne. Agli angoli
stavano dei tavolini da giuoco, e degli scaffali da collocarvi degli
oggetti d’arte.

Seguivano due belle camere da letto, una per gli sposi, l’altra pei
parenti e gli ospiti. Un salottino per Metilde, un gabinetto di studio
per Silvio, una bella stanza da pranzo presso alla cucina, e poi degli
altri locali per la domestica, e per sbarazzare la casa. Le famose
tendine erano state collocate nella sala di ricevimento e nello studio;
la camera da letto e il salottino avevano quelle acquistate dalla
signora Emilia, con colori favorevoli al viso, ma con disegni assurdi.

Metilde fu contentissima della nuova dimora, e Silvio dovette mostrarsi
riconoscente verso la suocera che si era data tanti disturbi per
ordinare i mobili, e dirigere gli operai che avevano messo ogni cosa al
suo posto.

Al mattino seguente apersero i bauli, Metilde e la Betta furono occupate
tutto il giorno a riempiere gli armadi e i cassettoni, coll’assistenza
di Silvio che piantava chiodi, si martellava le dita, bestemmiava fra i
denti, e si protestava beato.

Poi fecero i loro conti su quello che potevano spendere, cercando di
proporzionare le spese alle rendite per avere una norma, e ciascuno
prese le sue abitudini. Silvio si recava ogni mattina allo studio
Ruggeri, e si occupava d’affari legali sotto la direzione dello suocero,
e nelle ore libere continuava a scrivere nei giornali. Metilde attendeva
sua madre o andava a trovarla, uscivano insieme quasi ogni giorno,
facevano delle visite e delle spese imprevedute, e tanto delle prime che
delle seconde ce n’erano sempre. La Betta si occupava a mettere in
ordine l’appartamento, spazzettava gli abiti della padrona, stirava la
biancheria, metteva la carne al fuoco, poi andava alla finestra a veder
passare la gente o a fare delle lunghe conversazioni coi garzoni delle
botteghe, informandosi esattamente di tutti i pettegolezzi della calle.

Verso le cinque pranzavano, Silvio contemplava sua moglie da vero
innamorato, la trovava sempre più bella, e non si accorgeva che la
minestra era scipita, il manzo duro e poco cotto, ma Metilde chiamava la
Betta e se ne lamentava, questa accusava il beccaio, e protestava d’aver
soffiato tutto il giorno nel fuoco. Il primo giorno avevano ancora fame
dopo finito il pranzo.

—Non c’è altro?... domandò Metilde al marito, e questi alla Betta:

—Non c’è altro?...

—Non mi hanno ordinato di più, rispose la domestica.

Allora la mandarono a prendere un piatto dal trattore vicino, del
presciutto dal pizzicagnolo, e delle frutta dal fruttivendolo.

—Si vede proprio, osservò Silvio, che il conto preventivo bisogna farlo
dopo il pranzo. Non ci sono piani economici possibili, fino che non si
ha mangiato il bisogno.

Metilde rideva, e gli dava ragione. Così presero l’abitudine di non
cuocere in casa che la minestra ed il lesso, acquistando gli altri
piatti qua e là, dal pizzicagnolo o dal trattore, per non consumare
troppa legna, e non far perdere il tempo alla serva. Ma l’accessorio
costava il doppio del principale.

Il cielo provvederà! pensava il marito, e la moglie non se ne occupava.


Uscendo dallo studio dell’avvocato, Silvio girava per le strade
occhiando le ghiottonerie esposte nelle vetrine, faceva qualche acquisto
che nascondeva nel fazzoletto, e così portava a casa il complemento del
pranzo; talvolta mandava la Betta a comperare il pesce fritto, o qualche
manicaretto che gli aveva fatto gola, messo in mostra alla trattoria.

In questo modo il conto preventivo del bilancio domestico riusciva una
vera derisione; era facile convincersi che conveniva meglio di fare il
pranzo in famiglia, ma chi se ne sarebbe occupato?

La Betta non aveva nessuna attitudine alla cucina, e nessuna economia,
per cuocere due uova in tegame metteva doppio burro del necessario, e le
serviva crude o bruciate. Bisognava trovare una donna che sapesse fare
un po’ di cucina con economia, ma la signora non voleva privarsi della
Betta che la pettinava di buon gusto, e per salvarla dalla noia le
raccontava tutti i pettegolezzi del giorno, aveva imparato a vestirla, a
metterle il velo sul cappellino, lavava benissimo in un attimo i colli,
i polsini, i fazzoletti preferiti, e li stirava sul momento.

Sapeva ricevere senza chiasso tutti gl’involti mandati dal merciaio, e
consegnarli alla padrona, senza bisogno di disturbare il marito.


Capiva in aria ogni cosa, bastava strizzare un occhio per avvertirla.
Tuttavia consultarono la signora Emilia, la quale domandò se erano
matti.

—È una vera ingenuità da ragazzi senza esperienza! essa esclamava. Ma
sapete quale difficoltà s’incontri a trovare una donna fedele ed onesta
in questi tempi di ladri e di sgualdrine. Non v’è in tutta Venezia
un’altra donnetta come la Betta! essa fa un’ottima figura, si presenta
benissimo a chi viene a far visita, conosce le cose più necessarie,
meglio di qualunque cameriera, e la si adatta a fare ogni altro
servizio.

—Ma non sa far niente in cucina; osservò Silvio con impazienza.

—Imparerà; rispondeva la suocera, bisogna istruirla, capisce subito.

—Ma chi deve istruirla? domandava il povero giovinotto, che cominciava a
nausearsi di quei cibi mal fatti.

—Io no di sicuro, diceva Metilde, che ho orrore degli imbratti e degli
intingoli, e l’odore del carbone mi fa male.

—Poveretta!... esclamava la signora Emilia con accento pietoso,
poveretta! nemmeno per sogno, tu non sei stata allevata in cucina, nè
per fare la serva!


Silvio fremente non osava rispondere. Aveva paura di lasciarsi sfuggire
qualche parola offensiva, ma pensava fra sè: «ed io dunque? ho forse
imparato alla Università a fare il cuoco o il domestico?!... santa
pazienza!... bisognerà pensare a qualche cosa, perchè così non si tira
avanti.»

Quel giorno non si disse di più, ciascuno s’era fermato al punto
scabroso; Metilde andò a vestirsi, sua madre e la Betta la assistevano
con grande attenzione; e finalmente si udì un fruscio di vesti di seta,
si vide un’ondeggiare di piume e di svolazzi, e le signore facendo un
grazioso inchino al marito sbalordito, lo lasciarono con un palmo di
naso, e andarono al passeggio sulla riva degli Schiavoni.

Egli aveva voluto una donna elegante, e l’aveva; non c’era da che dire,
bisognava tirare avanti con rassegnazione e aspettare che il tempo e la
necessità venissero a modificare le cose.

Ma ogni giorno che passava cresceva le difficoltà, e portava nuove
amarezze. Una volta papà Gervasio andò a passare una giornata coi figli.
Giunse carico come il solito dei migliori prodotti dell’orto e della
corte, fra i quali si trovavano due magnifici capponi.

Uno di questi capponi fu lessato pel pranzo, e venne servito stracotto;
le carni si distaccavano dalle ossa, in un brodo lungo, senza sapore. Il
pesce fritto perdeva il sangue sul piatto.

—Fate una cucina detestabile! disse papà Gervasio, senza tanti
complimenti. Figliuoli miei, la vostra Betta vi rovina lo stomaco. Colle
mie solite sofferenze intestinali, io non potrei reggere a questi cibi
malfatti. Dovete sapere che la cattiva cucina è un vero veleno!...

—Pur troppo! gli rispose Silvio, questo è quello che ripetiamo ogni
giorno tutti due, ma Metilde non se ne intende, ed io meno di lei.

—Eppure, disse Gervasio, tu hai veduto in cucina, per tanti anni, la
nonna e Maria, che qualche cosa avresti dovuto imparare.

—Non ho imparato che a mangiar bene, egli soggiunse con un profondo
sospiro; e adesso ho la doppia afflizione di mangiar male e di non saper
trovare un rimedio.

—Ma a me il rimedio mi sembra facile, cambiate la domestica.

—È impossibile!... gli rispose il figlio, e per non compromettere sua
moglie e non parere un minchione, soggiunse: è tanto brava in tutto il
resto, e ci conviene perfettamente.

—Ma la cucina è l’essenziale, si tratta della salute.... della vita!


—È verissimo, ma si può cadere in una ladra pericolosa, non si sente a
parlare che di furti.

Siccome Silvio gli aveva domandato un sussidio straordinario, perchè si
trovava senza quattrini, essendosi sbilanciato per le spese d’impianto,
papà Gervasio voleva rispondergli:—che cosa vuoi che ti rubino se sei
sempre senza soldi?—ma temendo di offendere la nuora e di mettersi sopra
un terreno pericoloso, si tacque, preferì di continuare il discorso, e
disse:

—Se volete che venga qualche volta a trovarvi abbiate pietà del mio
povero stomaco e dei miei intestini. Procurate d’istruirvi in quello che
non sapete, ingegnatevi, imparate, chi non sa fare non sa comandare.
Scommetto che avete dei romanzi, e delle poesie, e che vi manca un libro
di cucina, il libro più utile della casa!...

Aveva indovinato giusto, e tutti si misero a ridere di buon cuore.

—Aggiungete un’altra considerazione, continuò; se il non saper fare la
cucina produce il malanno di mangiar male, il non sorvegliarla riesce
ancora più dannoso. I padroni che non guardano mai nelle pentole, che
non stanno in guardia contro la noncuranza o la sguaiataggine delle
persone di servizio, non possono immaginarsi tutto quello che
inghiottono: polvere, nero fumo, sabbia, verderame, muffe e corpuscoli
d’ogni sorte, aggiungete il concime e i vermi che si trovano negli
erbaggi. Questa insipienza di molti produce sovente dei terribili
risultati, dei fermenti che guastano lo stomaco, dei dolori misteriosi,
la cancrena e la morte!...

I due giovani lo guardavano cogli occhi spalancati, pieni di ribrezzo.

Dopo il caffè, papà Gervasio scomparve. Lo cercarono invano in tutte le
camere; egli non era avvezzo ad uscir di casa al dopo pranzo, e restava
coi suoi figli fino all’ora della partenza. Temettero che fosse
indisposto, e furono inquieti.

—Si sarà dimenticato qualche piccola spesa, osservò Metilde; e si mise
ad aspettarlo alla finestra. Silvio le tenne compagnia fumando il
sigaro, guardando da lontano per non vedere le mostre del pizzicagnolo e
del beccaio.

Dopo una buona mezz’ora ecco papà Gervasio che spunta sull’angolo della
via che mette alla piazza. Vedendo i figli alla finestra si mise a
sorridere, alzando in aria un involto, con aria trionfale.

Quel buon padre era andato a far l’acquisto del miglior libro di cucina
che si trovasse in commercio. Entrò nel salotto dicendo:


—L’ho trovato! e ve lo dono. È il più bel regalo che un padre possa
fare... ai figli che mangiano male.

Lo andava scartabellando con vera soddisfazione, ne scorse l’indice
delle materie e trovata la pagina che cercava, cominciò a leggere ad
alta voce:

«Dopo d’aver legato il cappone si deve metterlo in una pentola dove si
trovi in ristretto. Aggiungete acqua, carote, una cipolla con due
chiodetti di garofano, una foglia di lauro, sale, e pepe in grano. Due
buone ore di cottura a fuoco dolce.»

—Chiamatemi la Betta, che venga qui colla pentola nella quale ha fatto
bollire il cappone.

La Betta comparve tutta confusa, portando in mano una marmitta di ghisa
smaltata; era il corpo del delitto.

—È questa la marmitta dove avete fatto cuocere il cappone?

—Signor sì.

—Ebbene in quella marmitta ce ne stanno tre comodamente, era piena
d’acqua?

—Signor sì.

—Ebbene quell’acqua era bastante per tre. Che cosa avete messo in quella
laguna?

—Ho messo il cappone.


—E poi?

—Ho messo del sale.

—E poi?

—Non ho messo altro.

—Mancava dunque una cipolla, i chiodetti di garofano, le carote, il
lauro ed il pepe. E quanto ha bollito?

—Ha bollito tre ore.

—Misericordia!!... ma questa è la cucina delle bettole, delle prigioni,
e del seminario!

Papà Gervasio voltò le spalle alla Betta, e rivolto a suo figlio gli
disse:

—Brillat-Savarin nel suo classico trattato sulla _Fisiologia del gusto_
mette fuori questa giusta sentenza: «_Dimmi che cosa mangi e ti dirò chi
sei_.» Adesso che vedo come mangi io ti dico: Tu non sei un avvocato ma
un galeotto, tu non sei un uomo libero, ma un seminarista!... Prendi
questo libro di cucina, leggilo attentamente, consiglia tua moglie a
impararlo a memoria, e se per disgrazia la vostra casa andasse in
fiamme, lascia bruciare i tuoi codici, ma salva il libro di cucina. È un
libro positivo, ma che non esclude una certa poesia e prosa preferibile
a molti versi. Il codice civile è buono per gli accattabrighe, per chi
vuol far debiti senza pagarli; il codice penale mostra ai bricconi come
si possa rubare senza andare in galera; ma il codice della cucina
insegna a conservare la salute dei galantuomini, e questo val meglio di
tutto. Compera anche il volume di Brillat-Savarin e meditatelo
seriamente.

Papà Gervasio si era animato parlando, non aveva più riguardi, usciva
dai gangheri; Metilde torceva il muso e s’attribuiva la predica:

«Se la cucina val meglio di tutto, essa pensava dentro di sè, vuol dire
che mio suocero mi considera come buona da nulla, ma la mia educazione
non mi permette di scendere tanto basso, ed io resterò sempre al mio
posto.»

Oramai il pregiudizio morboso, che le faceva credere una volgarità ciò
che è un sacro dovere, aveva messe le radici del tumore maligno, che il
migliore chirurgo non può estirpare senza arrischiare la vita del
malato.



                                  XV.



Bisognava che Silvio si rassegnasse al destino per conservare la pace,
egli vedeva chiaramente l’assoluta impossibilità di combattere le idee
della moglie e della suocera, e prese l’eroica determinazione di seguire
per suo conto i consigli paterni. Comperò e lesse con somma attenzione
il libro sapiente e brioso di Brillat-Savarin, e avendovi trovato
diletto si convinse che la sua ripugnanza per le operazioni
gastronomiche, non era in fondo che un pretto pregiudizio senza
fondamento. Se l’occuparsi della cucina fosse una vergogna o un
disonore, il soldato non si farebbe da pranzo.

E andava ripetendosi le massime del maestro che aveva studiato:

«Che cosa sarebbe l’universo senza la vita? e tutto ciò che vive si
nutre.»

«Gli animali si pascono, l’uomo mangia, il solo uomo di spirito sa
mangiare.»


«Il destino delle nazioni dipende dalla maniera che si nutriscono.»

«Il Creatore obbligando l’uomo a mangiare per vivere, lo invita
coll’appetito e lo ricompensa col piacere.»

«La scoperta d’un nuovo cibo è più vantaggiosa alla felicità del genere
umano della scoperta d’una stella.»

«Colui che ricevendo i suoi amici non dà nessuna cura personale al
pranzo che viene preparato per loro, non è degno di avere degli amici.»

Dunque necessità, dignità, spirito, riconoscenza, politica, filantropia,
ospitalità, tutto esige che i padroni di casa s’intendano di cucina.

Di qua non si sfugge!... senza ritornare selvaggi.

Cominciò le più serie meditazioni sul libro di cucina, e qualche modesto
tentativo riuscito abbastanza bene lo animò a proseguire la prova. E
quando ritornava dallo studio entrava in cucina, ordinava i preparativi
alla Betta e poi sorvegliava la cottura. Metilde mangiava con grande
appetito i piattelli allestiti dal marito, e gliene faceva degli elogi
che lo incoraggiavano sempre più a perfezionarsi in quest’arte benefica.

Lo stomaco soddisfatto produce il buon umore, il quale mantiene la
concordia, e la piccola famigliuola si trovava benissimo della riforma.
Silvio ci prendeva gusto, cercava di far conoscenza con buoni cuochi,
andava a vederli al fornello, domandava informazioni, suggerimenti,
consigli, s’indirizzava ai parenti ed agli amici per ottenere delle
ricette di piatti squisiti. Scrisse una lunga lettera a suo cugino di
Brianza pregandolo di mandargli una informazione precisa sul modo di
fare il risotto alla milanese e i maccheroni al sugo. Nelle lettere alla
nonna non parlava d’altro che di cucina, la pregava d’insegnargli a fare
i ravioli, i gnocchi, e la torta di lasagne.

Quando l’avvocato Ruggeri era chiamato fuori di Venezia per qualche
affare, Metilde invitava a pranzo la mamma, dicendogli:

—Vieni, e mangerai bene, adesso Silvio se ne intende, e ti farà gustare
un pranzetto delizioso;—e poi s’indirizzava al marito:—Ti raccomando
quella fritturetta che sai; il pollo in fricassea, e la _charlotte_.

—Basta che siate esatte per le sei in punto. Tutto sarà pronto.

Alla solita ora del passeggio, le signore andavano a spasso nei più
eleganti abbigliamenti, e il giovane avvocato, corrispondente di
parecchi giornali nazionali e stranieri, deponeva la penna, e rientrava
in casa prima del solito. Egli aveva capito che non poteva fidarsi della
Betta nemmeno nelle cose secondarie, e preferiva di far tutto da sè. Si
metteva in maniche di camicia, cingeva il grembiale, si avvolgeva in
testa un fazzoletto per preservarsi i capelli dalla cenere e dalle
faville. Puliva il tavolo con un cencio, gettava il carbone nei
fornelli, e agitava la ventola per apparecchiarsi il fuoco necessario.
Poi andava alla moscaiuola, prendeva le carni, le poneva sul ceppo, le
tagliava e apparecchiava regolarmente, con tutte le cure e tutti
gl’ingredienti indicati; prendeva la mezzaluna, faceva il battuto di
cipolla, prezzemolo e presciutto, e lardellava lo stufato. Dopo
ammannite le vivande e infilzati i polli allo spiedo approntava il
girarrosto, e sorvegliava con occhio vigilante tutte le cotture. Le
varie esalazioni della cucina spandevano intorno un odore eccitante; e
tutte quelle voci sommesse o sonore che uscivano dai diversi recipienti,
tutte le note basse od acute dell’ambiente armonizzavano fra loro e
formavano una sinfonia gastronomica strana. Il crepitare del fuoco
accompagnava come un pertichino il gorgogliare dell’acqua bollente nella
marmitta; il friggere della cazzeruola, il grillettare dei tartufi
nell’olio e lo scoppiettio pizzicato della legna si associavano al suono
monotono del coltello che batteva sul tagliere, e ai colpi del pestello
nel mortaio, e di tratto in tratto si udiva il ritornello della soneria
del menarrosto che indicava la fermata.

Le signore rientravano all’ora fissata; mettevano timidamente la testa
entro la porta della cucina, ma scappavano via subito spaventate dagli
odori. Silvio si avanzava per avvertirle che tutto era pronto, faceva il
saluto militare colla mestola, e si metteva a passare il brodo dallo
staccio per la minestra.

Venuto il carnevale, la nonna annunziò il desiderio di Maria di passare
qualche giorno a Venezia con suo marito.

Silvio si mostrò poco lieto della notizia, e studiava dei pretesti per
non alloggiare i cugini, ma Metilde gli fece comprendere la
impossibilità di lasciarli andare all’albergo, e lo obbligò a rispondere
che tutto era pronto per riceverli, e che tanto lui che sua moglie
avrebbero un gran piacere a vederli.

Al giorno fissato Silvio andò a riceverli alla stazione, e caricarono
una gondola coi cesti e le sporte dei regali e il loro bagaglio.
Arrivati a casa abbracciarono cordialmente Metilde, e dopo scambiati i
saluti e le solite domande, presentarono gli oggetti portati in dono. Un
enorme coniglio Ariete, allevato da Maria, otto beccaccie uccise da
Andrea, il burro fresco e le uova, dei cavoli enormi, dei bei mazzi di
cicoria rossa trivigiana, delle frutta e dell’uva perfettamente
conservate, e delle confetture d’albicocco e di ciliegio.

Tutte queste cose deposte sul tavolo facevano bella mostra, e furono
accolte con ringraziamenti ed applausi. Ma c’era un imbarazzo. Silvio
non aveva mai fatto cuocere un coniglio, e non sapeva come ammannirlo.

—Si può farlo arrosto, colla salsa alla cacciatora, come il lepre, disse
Maria, o alla _gibelotte_ alla francese.

—Non conosco nè questa salsa nè la _gibelotte_, osservò Silvio in aria
compunta.

—Farò tutto io, a vostra scelta, soggiunse la cugina, sarà un vero
piacere per me, di trovarmi in famiglia senza complimenti.

—Ma credi mai che acconsentiremo ad una cosa simile, esclamò Metilde; ma
nemmeno per sogno! siete venuti per divertirvi, e non dovete pensare ad
altro....

—C’è il suo tempo per ogni cosa, osservò Maria, e se non mi lasciate
fare è segno che volete farmi partire più presto.


—Lasciala fare come le piace, disse Silvio a sua moglie, e poi rivolto
alla cugina, soggiunse:—Ti aiuterò io in cucina, e vedrai che sono un
guattero distinto....

—Queste non sono faccende per gli uomini, disse Maria, e meno ancora per
gli avvocati; a ciascuno la sua parte; se avessi bisogno di assistenza
avrei ricorso a Metilde....

—Oh cara Maria, rispose subito Metilde, tutta confusa, io non sono buona
da niente.... non saprei nemmeno soffiare nel fuoco....

—Allora farò da me sola, conchiuse la cugina, e cambiarono discorso.

Maria e Andrea furono condotti nella loro stanza, e mentre si
spolveravano, e aprivano il bagaglio, Metilde afferrò il marito per un
lembo dell’abito e lo trascinò nel salotto.

—Per carità, gli disse, non mischiarti in cose di cucina fino che i
cugini sono qui. Hai udito che cosa ne pensa Maria!... tu mi faresti un
gran torto lasciandole vedere che sei avvezzo ad occuparti di queste
brighe....

—Ma se le hai detto tu stessa che non te ne intendi!...

—Sta bene, ma tu devi fingere di saperne meno di me....

—Sarà difficile.


—Vuoi dunque farmi vergognare davanti di loro?...

—Ma non ti rammenti che ho scritto varie lettere alla nonna per avere
delle ricette di pietanze?

—Ma le ricette potevano esser per me....

—E il papà non ha veduto che non vuoi saperne?...

—Come non voglio saperne?... dunque ti penti di non aver sposato una
cuoca?...

Silvio per finirla le diede un bacio sulla fronte, e le rispose:

—Tu pure non hai sposato un cuoco.... ed io lo faccio per necessità, e
per la nostra salute....

Udirono un rumore di passi che annunziava il ritorno degli ospiti.

—Ti prego, per carità, non tradirmi! gli disse in fretta Metilde, e con
uno sguardo così supplichevole che Silvio, per tranquillarla, le
rispose:—Non aver paura, ti dò la mia parola; sta tranquilla.

Fecero colazione, poi uscirono insieme tutti e quattro per fare un giro
per Venezia.

Quel primo giorno non permisero a Maria di occuparsi di cucina, e Silvio
non abbandonò mai i suoi ospiti. Il pranzo lo fecero venire dalla
trattoria; ma la Betta incaricata di tener calde le vivande, le servì in
parte fredde, e in parte abbruciate.

Cercarono di giustificarla alla meno peggio, ma Silvio soffriva in
silenzio per amore dell’arte che aveva cominciato a coltivare, e non
poteva a meno di lamentarsi.

—Domani farò io, disse Maria, e mangeremo il coniglio.

Ciascuno riprese le sue abitudini, con qualche modificazione indicata
dalle convenienze. Andrea girovagava tutto il giorno. Metilde conduceva
Maria a visitare le chiese e i monumenti; le faceva vedere le mostre dei
negozi, e specialmente quelle dei merciai e delle modiste. Quando
rientravano, Maria si cambiava di vestito e andava in cucina a fare il
pranzo. Metilde riceveva qualche visita, e suonava il pianoforte. La
Betta correva su e giù per servire le signore, quando avevano bisogno di
lei. Silvio attendeva ai suoi atti giudiziari, ed alle corrispondenze
dei giornali; sollevato dell’obbligo della cucina avrebbe potuto
lavorare più lungamente allo studio, ma voleva godersi un po’ di
vacanza, e andava a fumare il sigaro a Santa Marta o alla Zuecca. La
signora Emilia si lasciava vedere di raro, perchè sapeva che sua figlia
non era libera, e che andavano ogni sera al teatro.

Silvio, per dovere d’ospitalità, cercò di mostrarsi sempre cortese per
Andrea, gli evitò l’occasione di trovarsi con persone che avrebbero
potuto farlo arrossire della sua goffaggine. Metilde si prestò, con
amichevole confidenza, a togliere i difetti più rimarchevoli
dell’abbigliamento di Maria; la Betta fu molto occupata a disfare delle
pieghe assurde, a rifarle in modo più corretto, a cambiar di posto certi
nastri, a rifarne i nodi, o a sopprimerli addirittura. Fu chiamata una
modista che sostituì un cappellino semplice e ammodo, a un certo
cappello sopracarico di fiori a pennacchi che avea acquistato a Treviso.

Comperarono un paletò di foggia recente che sostituì la tunica di
vecchia data; così Maria facea buona figura, e la elegante cugina poteva
accompagnarla, senza timore che la strana disuguaglianza della coppia
facesse ridere la gente.

Frequentando i passeggi, i teatri e gli altri spettacoli, schivarono di
ricevere in casa certe visite di signore schizzinose che non avrebbero
saputo nascondere l’impressione impreveduta di certi strambotti che
sfuggivano a Maria nel suo dialogo, di alcune pose, e di certe mosse
troppo ardite della persona che tradivano la mancanza di buone abitudini
sociali.

La trasformazione esterna di Maria attirò l’ammirazione di Silvio che si
sentiva attratto verso di lei da una forza arcana, come il ferro verso
la calamita, che egli voleva dissimulare, alla quale si sforzava di
resistere, animato dal dovere, dal rispetto, dall’onestà, e che riusciva
a dominare ed a vincere, ma dopo una lotta pertinace, e una rivolta del
cuore, dove sentiva ancora un antico fuoco che covava sotto la cenere.

Ma queste lotte dell’istinto brutale col dovere dell’uomo onesto, della
natura colla ragione, mettevano in burrasca il suo povero cervello, lo
torturavano con pensieri sconvolti e riflessioni strambe sulle leggi e
sui costumi del mondo civile. Gli pareva di poter amare due donne in una
volta, senza pregiudizio di nessuna, la poligamia gli sembrava una legge
di natura, la monogamia un errore sociale; e concludeva che il diritto
della monogamia impone alla donna un dovere inesorabile, quello di
essere completa, di soddisfare ai bisogni ideali e ai bisogni materiali
dell’esistenza, di accoppiare la coltura sociale alla istruzione
domestica, di saper scrivere bene una lettera e lisciarsi la pelle come
un’odalisca, di saper suonare un notturno, e cuocere un pollo. Fino che
abbisognano varie donne ai diversi uffici, se la monogamia sarà una
legge civile, la poligamia continuerà ad essere un’abitudine comune, un
uso od un abuso della nostra vita sociale!

—Silvio!...—gli chiedeva sua moglie,—perchè sei così pensieroso?... dopo
l’arrivo di Maria non mi sembri più quello di prima!... non mi ami
più?... La presenza di tua cugina ti ricorda il primo amore, che mi
dicevi spento e dimenticato!... dopo che io mi sono prestata ad
abbellirla, tu saresti capace di compensare la mia abnegazione col
tradimento!... La guardi lungamente in silenzio.... se le parli, ti
confondi... e così mi rendi infelice!...—e si metteva a piangere e a
singhiozzare, con pericolo d’essere udita nella stanza vicina degli
ospiti.

Il marito protestava altamente, cercava di consolarla, le diceva che
quelli erano sogni, visioni d’una mente ammalata, la assicurava che egli
non amava più Maria; che se l’avesse amata, quelle sue maniere, quei
suoi spropositi gli avrebbero prodotto l’effetto d’una doccia gelata. Si
animava troppo parlando, passava rapidamente dalla dolcezza alla
collera, voleva convincerla con delle carezze e riusciva sdegnoso, non
giungeva mai ad ispirarle fiducia, e passavano una parte della notte a
far delle scene o delle querele; alla mattina erano pallidi e sfiniti, e
Silvio che voleva mostrarsi indifferente, pareva dispettoso, e appariva
più imbarazzato di prima nei suoi dialoghi colla cugina.

Così finirono il carnevale, e finalmente la quaresima venne a togliere
l’incubo che li opprimeva; i cugini lasciarono Venezia, e l’ordine fu
ristabilito nella piccola famiglia, ove Metilde liberata dalla vista di
Maria, distratta dalla compagnia di sua madre, si mostrò meno gelosa e
più tollerante col marito, il quale aveva ripreso tranquillamente le sue
funzioni suppletorie dei fornelli, e viveva occupatissimo nel triplice
incarico di avvocato, di giornalista e di cuoco, lavorando assiduamente
colla penna e colla mestola, fra le rifritture del foro, i pasticci
della politica, e i processi della cucina.



                                  XVI.



Un fortunato avvenimento venne a rompere la monotonia della loro
esistenza. Una gradita rivelazione annunziò a Metilde lo gioie della
maternità. La buona notizia corse le poste, portò la contentezza a papà
Gervasio ed alla nonna; destò l’invidia dei cugini, attirò le
congratulazioni cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici di
casa.

La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti
indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli
occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò
da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare,
discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E
intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa
piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti,
colla polizza relativa.


La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende,
gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di
diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese,
perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per
accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e
i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d’ogni minimo
avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e
predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto
questo per apparecchiare un corredo conveniente all’erede presuntivo....
dei suoi debiti probabili.

E a forza di scrivere nei giornali d’opposizione, con un pessimismo
comandato, con l’obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente
la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per
persuadersi ch’egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del
figlio a farne l’uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future
generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.

Gli pareva di sentire un’intuizione che lo ammonisse d’un grande
avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome
che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di buon augurio. Il nome
di suo padre gli metteva un brivido, un grand’uomo non poteva chiamarsi
Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli
richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava
enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma
trovava sempre degli ostacoli per adottare que’ nomi. Vittorio era
troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente,
Urbano troppo modesto....

—E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...

—Camillo!... è bello davvero! bravissima, l’hai trovato, nostro figlio
si chiamerà Camillo.

Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al
mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia.
Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle
nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una
sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:

—Se invece d’un maschio c’è nata una femmina, ciò vuol dire
evidentemente che l’Italia ha più bisogno d’una donna che d’un uomo, mio
padre me l’aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e
se Camillo ha tanto contribuito a fare l’Italia, Camilla farà
gl’Italiani... secondo la formula di Massimo d’Azeglio. Ne faremo una
donna completa... secondo i diritti dell’uomo che aspira a conservarsi
monogamo, dentro e fuori della legge.

Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la
forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato
di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la
contemplava con affettuosa compiacenza.

Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l’allattamento
la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la
benchè minima fatica, e il più semplice disagio.

Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per
non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava
allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli,
faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo
della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve
tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia
e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco
si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo
che lo obbligava ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava
alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in
letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa
solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la
camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore
consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò
che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il
poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l’avvocato,
giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la
bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da
camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna
colla bambina sulle braccia.

Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon
babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della
bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di
balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del
giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle
sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli
lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo
completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.

Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e
poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a
dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona
per l’assistenza del malato, passato in altra camera.

La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per
assistere gl’infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò
Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la
nonna.

Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un
brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata
colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti
soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva
dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le
toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e
non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito
al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà
Gervasio per l’improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze
agli intestini, non si allontanava che per brevi istanti dalla camera
della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva
mandare nessuno in assistenza del figlio.

Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di
Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia
affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava
con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte,
gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e
il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora
Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva
insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul
fuoco e infettava la casa col fumo dell’unto bruciato, e concludeva con
un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva
preveduto nulla, che colle sue imprudenze s’era guadagnato quella
malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento
importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero
diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di
notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...

—Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono
testardi, e non sanno mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua
cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi
tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe
altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...

—Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi
del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a
guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare
almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare,
farei il possibile anch’io per assisterlo durante il giorno.

—Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la
sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi
nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai
forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di
tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...

—E così, chi assisterà mio marito!

—Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro,
ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di
andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui,
che ha promesso di trovarlo.


—Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come
resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa
amarezza potrebbe peggiorare il suo male.

—Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno, non
risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non
capisce più nulla!...

Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le
lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.

Il medico venne con l’infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non
seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di
Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne
sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un
medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore
acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.

Il dottor Pellegrini, dopo d’aver ascoltato una relazione del medico
curante, esaminò attentamente l’infermo e volle essere informato
esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto
che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.

—Le buone e le cattive qualità del sangue, egli diceva, producono la
salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del
birbone, le opere dell’uomo di genio e dell’imbecille. Cerchiamo dunque
prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le
tendenze del nostro soggetto. È certo che l’ambiente, la professione, il
genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini,
esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le
ritardano secondo i casi. Ma tanto l’albero che l’uomo non possono dare
che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il
castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell’ultimo doge di
Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia;
nè un letterato avrà le stesse malattie d’un cuoco!...

A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra
la vergogna e il rimorso. «Se parlo,—essa pensava,—faccio palese la mia
inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di mio
marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un espediente e
chiese al medico:

—Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il
cuoco, quali sarebbero le sue malattie?


Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di
Metilde.

—Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi, un mio amico
improvvisatore, faceva una famosa cucina!... In questo caso, vede mia
cara signora, le opere letterarie diventano pasticci, e i pasticci
diventano poemi.... cioè sono composti dei più svariati ingredienti....
Ciò non vuol dire che riescano sempre deliziosi come l’Orlando Furioso;
anzi talvolta sono indigesti come qualche altro poema... che le auguro
di non leggere.

Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:

—Devo avvertirla per sua norma, dottore, che mio marito si diverte a far
la cucina....

—Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco anche qualche avvocato che sa
arrostire a meraviglia i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le
salse....

—Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male a mio marito?...

—Se fosse così, si consoli; questo fuoco non è micidiale come quello
delle battaglie, non domanda eroismo per affrontarlo, e si guarisce
facilmente da’ suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo a tutti i
malanni. Il sangue dei Bonifazio è buono, la patria ha tutto l’interesse
di conservarlo.


E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla signora, ed uscì
seguito dal suo collega.

Quando furono in istrada il dottore Pellegrini continuava a fare quelle
domande, che non dovevano udirsi dalla famiglia.

—Quali sono le condizioni morali dell’ammalato? ha dei pensieri gravi?
delle preoccupazioni attristanti?...

—Credo, gli rispondeva il collega, che abbia molti debiti....

—Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei patemi d’animo?

—Ha una suocera... vecchia elegante....

—Vi aggiunga del rabarbaro....

La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi accidenti; ma pochi
giorni dopo cominciò ad ammalarsi anche la bambina, e il medico non
sapeva che ordinarle. L’ammalato se ne accorse per la confusione della
casa, sospettò che le mancassero i dovuti riguardi, e se ne lamentava
coll’infermiere, dicendo:

—La Betta non avrà la pazienza di cambiarla spesso, ed io credo che mia
moglie non se ne intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...

Raccomandava al medico di esaminare il contenuto del poppatoio, che non
si fidasse della mala fede della domestica, e che insegnasse alla
signora tutte le cure necessarie, perchè non è stata mai avvezza ad
assistere malati. Così gli crescevano le inquietudini, anche per le
notizie poco soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando avrebbe
dovuto star meglio la malattia si aggravava.



                                 XVII.



Alla villa Bonifazio succedevano dei fatti importanti. La nonna non
aveva riacquistato nè il movimento, nè la favella, pareva che intendesse
ciò che le dicevano, dai movimenti della testa e degli occhi, ma non
poteva che borbottare poche parole incomplete e confuse. Papà Gervasio
era sempre sofferente, e malgrado l’assiduità di Maria si mostrava
desolato ogni qual volta essa era costretta di ritornare al domicilio
coniugale. Senza una donna di cuore in casa, con quell’egoista di
Pasquale, che veniva tollerato per la somma difficoltà di sostituirlo, e
di ammettere un nuovo domestico in momenti disgraziati, senza la
direzione della padrona di casa resa impotente dal malore, col figlio
ammalato a Venezia, che non poteva giovarlo in nessuna maniera, il
povero Gervasio si sentiva disperato, e prevedeva che il disordine
crescente e l’abbandono di tutti, avrebbero portato agli estremi le sue
disgrazie.


Il vecchio maestro Zecchini che si studiava di confortarlo ebbe una
buona idea.

—Perchè non v’intendete coi Pigna, gli disse, per prendere in casa i
nipoti, e non fate padrona di casa la Maria!...

—Per riguardo verso mio figlio e la nuora, rispose Gervasio, che
potrebbero offendersi della preferenza....

—Non è una preferenza, è una necessità inevitabile. Vostro figlio e
vostra nuora non verranno mai più a stabilirsi in campagna; che cosa
farete voi solo e malescio con vostra madre resa impotente
dall’infermità? Non abbiate riguardi ed anzi per l’interesse stesso di
vostro figlio e della sua famiglia, chiamate Maria a dirigere la vostra
casa, e avrete, oltre la sua valente assistenza, anche l’aiuto e la
sorveglianza di suo marito.

Non fu difficile convincerlo, perchè questo era il suo stesso desiderio.
Ogni cosa fu prontamente combinata; i vecchi Pigna aderirono subito
perchè ci vedevano il loro interesse; la famiglia di Venezia non ebbe
motivo di sorprendersi d’un avvenimento suggerito dalla necessità a
vantaggio di tutti. I giovani sposi trasportarono prontamente i loro
arredi in casa dello zio e della nonna e vi presero stabile domicilio.


Andrea aveva prese le abitudini dei Bonifazio, e vi si era affezionato;
Maria che sentiva tanto bisogno di non abbandonare la nonna, era
lietissima di rientrare in casa della sua famiglia ove era nata, ove
aveva tante memorie e tanti amici, ove i bisogni del cuore, e tutte le
necessità della vita la rendevano indispensabile.

Essa riprese con bontà ed energia il suo antico dominio, e papà Gervasio
ne fu così lieto che gli parve anche di star meglio di salute, e si
propose di seguire i consigli del medico, ai quali non faceva più
attenzione per le afflizioni che gli amareggiavano l’esistenza.

Le sue sofferenze esigevano un esercizio moderato; l’immobilità gli
riusciva dannosa quanto l’esercizio violento. Non poteva camminare senza
incomodo, non poteva subire le scosse della vettura senza inconvenienti.
Si fidava benissimo di Falcone, cavallo onorato e tranquillo; ma era
ancora troppo brioso per lui, perchè restando lungamente in scuderia,
quando lo attaccavano al legno salutava l’aria aperta dei campi con
ripetuti nitriti, e faceva dei salti d’allegria.

Il medico lo aveva consigliato di acquistare un somarello e un
carrettino relativo, e di farsi trascinare senza scosse per le vie
battute. Aveva seguito il consiglio, e l’asinello seppe meritarsi
facilmente le simpatie di Maria, che gli aveva messo nome Martino.

Collocato in scuderia nella posta vicina al Falcone, i due animali si
facevano buona compagnia, si strinsero prontamente in amicizia, e
vennero ammessi alle stesse profende d’avena, alle stesse largizioni di
pane e di zucchero, ed alle carezze della mano affettuosa di Maria.

Quando uno dei due era tirato fuori dalla stalla, l’altro mandava dei
lamenti dolorosi, e continuava a dolersi durante l’assenza del compagno,
e al ritorno si udivano i reciproci saluti, gli allegri nitriti del
cavallo e i ragli ripetuti dell’asino.

Martino aveva imparato da Falcone a poggiare il muso sulle spalle della
signora, a frugarle le tasche colla bocca, a dimostrare in diversi modi
il piacere di vederla, e la riconoscenza dei doni ricevuti.

Maria ne faceva l’elogio al maestro Zecchini, lo conduceva in scuderia a
fare conoscenza col nuovo amico.

Papà Gervasio li seguiva insieme con Andrea, si lodava moltissimo
dell’onestà e della intelligenza dell’animale, che gli si rendeva così
utile, Pasquale voleva convincerli che il somaro era migliore del
cavallo; guai se egli tardava un momento a somministrare l’avena a
Falcone, appena trascorsa l’ora il cavallo si dimenava impaziente, e
batteva le zampe in segno di collera. Martino aspettava rassegnato, non
si lamentava mai, si contentava d’ogni cibo, ed anche in piccola
porzione.

Uscendo dalla scuderia Andrea confermò i detti di Pasquale e ne fece i
commenti; egli asserì che il cocchiere rubava la avena, e preferiva il
somaro, perchè la povera bestia non si lamentava d’esserne intieramente
privata, quando a Falcone era obbligato di darne almeno una parte per
farlo tacere. Pasquale va in furia, disse Andrea, per questa esigenza
del cavallo, bestemmia, e lo bastona. L’ho veduto io coi miei occhi.

Alcuni giorni dopo questa visita alla scuderia papà Gervasio si trovò in
salotto col maestro Zecchini che stava seduto sulla poltrona in aspetto
malinconico, silenzioso, cogli occhi bassi, rispondendo appena alle
interrogazioni con parole tronche e recise. Si mostrò sorpreso di quei
laconismi, e gli domandò se qualche afflizione lo rendeva così triste e
pensieroso.

—Sicuro, ho una grande afflizione, gli rispose il maestro, e si può
averne per motivi meno gravi del mio. Che cosa pensereste voi se
un’opinione sostenuta in tutto il corso della vita, e costantemente
confermata dalla esperienza, cominciasse a mostrarvisi erronea nell’età
più avanzata?


—Avete dunque da deplorare un simile disinganno?

—Pur troppo!... pur troppo!... Voi sapete benissimo che ho ripetuto
sempre la stessa cosa, per un lungo corso di anni, ho sempre detto che
l’uomo è un asino!

—Ebbene?...

—Ebbene, ho gran paura d’aver calunniato l’asino!...

—Ma come vi vengono questi scrupoli?

—Dall’attenta osservazione. Ho fatto un esatto studio comparativo fra il
vostro domestico e il vostro somaro, e mi risulta che Martino è
superiore a Pasquale in tutti i punti. L’asino è buono e Pasquale è
crudele: l’asino è sobrio e Pasquale è un ghiottone; l’asino è paziente
e Pasquale è violento; l’asino è onesto e Pasquale è un briccone;
l’asino è pacifico e Pasquale è un accattabrighe; l’asino è utile e
Pasquale è dannoso, l’asino è riconoscente e Pasquale è un ingrato....

—Queste sono tutte verità indiscutibili!

—Dunque la mia teoria è stata un errore! che ha ingannato una lunga
esistenza....

—Consolatevi, forse la vostra teoria non è sbagliata quanto può sembrare
a prima vista. Voi conoscete la legge delle compensazioni. Applicate
questa legge al vostro caso; se vi sono degli uomini che si possono
mettere senza scrupoli al di sotto degli asini, ve ne sono di quelli che
bisogna metterli molto al di sopra, molto più in alto, ed è forse per
questo che si chiamano uomini superiori! Ebbene le due eccezioni si
compensano fra loro; e resta la grande maggioranza del genere umano, che
dà perfettamente ragione alla vostra teoria.

La loro conversazione fu interrotta da un rumore della stanza vicina.
Poco dopo Pasquale spalancò la porta che metteva al piano superiore, e
videro entrare Andrea e Maria che portavano in un seggiolone la nonna
paralitica. Il medico aveva ordinato di farla alzare dal letto, di
vestirla, di trasportarla al pian terreno, ove l’aria balsamica del
giardino, le avrebbe fatto del bene. E infatti essa guardava attorno con
sguardo curioso, e meno triste. Pareva che la povera donna sorgesse dal
sepolcro, tanto era pallida e magra, e che ritornando fra suoi diletti,
rivedesse con piacere i cari volti del figlio, dei nipoti, dell’amico, e
quelle pareti che le raccontavano una lunga storia di ansie e di dolori,
di affanni, di lagrime, temperate appena da qualche raggio fuggitivo di
gioia, da qualche bel giorno sereno fra le burrasche della vita.

Tutti le furono intorno con congratulazioni ed auguri. Essa ascoltava e
mostrava di comprendere, ma non poteva rispondere che con un sorriso ed
una lagrima, muoveva anche le labbra, ma la parola usciva confusa e
incomprensibile. La mano paralitica era sostenuta da un fazzoletto
assicurato alla spalla, l’altra che poteva muoversi la teneva appoggiata
affettuosamente sulla testa di Maria, come una santa benedizione che
invocasse il cielo per lei.

—Povera donna! esclamava Gervasio, asciugandosi una lagrima col dorso
della mano, tanta operosità, tanta vita, ridotte in questo stato!...

—Se possiamo conservarla così, rispose Maria, tenerla con noi,
consolarla ed assisterla, non abbiamo diritto di lamentarci. Quando
penso che potevamo perderla per sempre, ringrazio Iddio di avercela
conservata, anche in questo stato.

Pasquale che era uscito, ritornò poco dopo con una lettera.

Metilde teneva informata esattamente la famiglia, sulla salute dei suoi
ammalati che andavano migliorando. La febbre e le sofferenze di Silvio
erano assai più miti, egli domandava continuamente della sua famiglia
lontana. Chiamava suo padre, la nonna, Maria, e li pregava di scrivere.
La piccola Camilla ricominciava a zampettare, e rideva quando le
facevano il bausette, ma talvolta la sua faccina si alterava tutto ad un
tratto, e le uscivano dagli occhi dei lucciconi che mostravano le sue
sofferenze. Saranno i vermi, il medico non sa che cosa ordinarle, ma ci
dice di sperar bene. «Questa parola _sperare_, che dovrebbe consolarmi,
mi fa paura, scriveva Metilde; ogni speranza ammette un dubbio, che nel
mio caso è spaventoso. La povera bimba è molto esile, delicata, i suoi
lamenti che non posso tradurre nè intendere mi mettono alla
disperazione. Ah! se potessi indovinare che cosa domanda! le darei
l’anima mia. Sento che se dovessi perderla non avrei più la forza di
vivere. Se Maria potesse darmi un consiglio, aspetto ansiosamente le sue
lettere.»

Maria cercava di risponderle il meno male che fosse possibile, ma questa
corrispondenza le riusciva un poco imbarazzante. Tuttavia, avvezza a
molti sacrifizi non osava rifiutarsi al più grande di tutti. Stava al
tavolo delle ore intiere per mettere insieme una pagina tutta piena di
strambotti; cancellava, tornava a provare, sostituiva uno sproposito ad
un altro, poi ricopiava varie volte, e finiva sospirando, tutta rossa in
viso, e colle dita sporche d’inchiostro.

Quando Metilde leggeva queste lettere a suo marito cercava di
dissimulare, per quanto le era possibile, la soddisfazione che provava
della inferiorità della cugina, ma un certo sorriso sarcastico svelava i
suoi pensieri e attristava Silvio.

Papà Gervasio scriveva più raramente, per sollevare Maria, si limitava a
far coraggio a’ suoi figli, dava le notizie precise della famiglia, e
basta.

Quando c’erano buone nuove, Metilde scriveva con brio, e pareva che il
suo buon umore, pieno di grazia, si spandesse per la casa, come una
consolazione soave. Quando il marito o la bimba peggioravano, le sue
espressioni prendevano un senso così doloroso che stringevano il cuore.
Aveva delle frasi nuove, originali, tutte sue, che riuscivano balsami o
frecce, secondo i casi.

Quando leggevano quelle lettere, tutti stavano attenti ad ammirarle, e
papà Gervasio esclamava:

—Scrive come una fata! si vede che ha ricevuto una educazione letteraria
perfetta!...

—Peccato, osservava il maestro, ma proprio peccato che non sappia
cuocere due uova al burro!...

Un giorno Metilde ricevette una lettera di Maria con tali errori,
sconcordanze, ed equivoci burleschi, che leggendola a suo marito, senza
essersi apparecchiata, non le fu possibile di frenare uno scoppio di
risa argentine che parvero colpire l’ammalato come tante laminette
taglienti. Essa lo vide sconvolto, si pentì subito della sua imprudenza,
gliene fece mille scuse colle lagrime agli occhi, ma fu peggio di tutto.
Egli chiuse in sè stesso quella dolorosa impressione, ma sulla sera fu
ripreso dai brividi della febbre con acute sofferenze d’intestini.

Il medico alla cura, fortemente impressionato dalla impreveduta
recrudescenza della malattia, volle udire nuovamente l’opinione del
dottore Pellegrini, il quale comparve per la seconda volta al letto
dell’infermo.

Il medico alla cura chiese alla signora che cosa aveva mangiato suo
marito.

—Un semplice brodo con un tuorlo d’uovo, essa rispose.

—Nemmeno se fosse stato un uovo di serpente! esclamò il medico, e volle
sapere che cosa avesse bevuto.

—La solita acqua di limone allungata.

—Ha preso aria? Hanno aperte le finestre!

—Mai! mai, mai....

Intanto il dottor Pellegrini taceva. Seduto in fianco al letto colla
mano al polso dell’ammalato, cogli occhi intenti nel volto di lui, lo
andava guardando con profonda attenzione, come volesse scrutarne i
pensieri. Quando il medico alla cura ebbe finito il suo esame, il medico
consulente cominciò colla interrogazione seguente:

—Chi è venuto oggi a trovarlo?...

—Nessuno affatto... rispose Metilde.

—La signora, o la domestica gli avranno data qualche notizia?...

—Gli ho letto una lettera della famiglia

—Ah!... fece il dottor Pellegrini, poi rivolto al collega gli disse:
Ecco il motore!... ecco l’agente! e rivolto alla signora gli domandò:

—Erano forse notizie attristanti?...

—Tutt’altro.... erano buone notizie.... tutti stanno un po’ meglio.

—Allora ha sorriso per la gioia, o ha pianto di consolazione?

—Non ha nè riso nè pianto.

—Chi scriveva quella lettera?

—Nostra cugina....

—Una cugina.... nubile?... maritata?...

—Maritata, maritata, rispose Metilde con un po’ di dispetto, tanto la
seccavano quelle interrogazioni indiscrete.

—Vedo che la signora mi trova troppo curioso, osservò il dottore; ella
crede certamente inutili le mie domande. Ebbene, io voglio giustificarmi
perchè parlo con persona che intende. Ella deve dunque sapere, cara
signora, che ogni uomo obbedisce come uno schiavo ad un complesso di
leggi che non conosce. Molte ispirazioni elevate, molti sentimenti
generosi non sono che effetti d’un alimento o d’una bevanda, e così pure
molti dolori intestinali sono prodotti da un’impressione morale. Se
nessun cibo e nessuna bevanda hanno fatto male a suo marito, bisogna
cercarne la causa nel cervello o nel cuore, perchè questi organi sono
strettamente legati agli intestini, come il telegrafo di Venezia è
legato a quello di Roma. Tutte le parti del nostro corpo corrispondono
fra loro, e comunicano cogli agenti esterni non solo colla bocca, ma
ancora cogli occhi e colle orecchie, quello che si vede e che si sente
può produrre gli stessi effetti di quello che si mangia; una lettura può
agire come un veleno; un paesaggio come un calmante. La collera, il
disinganno, l’invidia alterano il fegato, i debiti fanno dolere la
testa, la paura agisce sulla vescica e sugli intestini.... Ella vede
dunque chiaramente che è stata quella lettera, che avendo trovato suo
marito in uno stato di profonda debolezza, ha prodotto gli effetti
dolorosi che ora dobbiamo risanare.

A queste parole, Silvio si scosse dal letargo nel quale lo aveva gettato
la febbre, e disse:

—È verissimo quello che dice il dottore, l’inasprimento delle mie
sofferenze è una conseguenza di quella lettera; essa mi ha fortemente
contrariato ed afflitto.

—Ecco trovata la causa, conchiuse il dottor Pellegrini, adesso tocca a
noi a modificarne gli effetti, e a riparare i danni prodotti.

Metilde in piedi davanti il letto guardava il marito con occhio torvo,
mentre il dottor Pellegrini scriveva una ricetta, parlando sotto voce
col collega, che mostrava di approvarlo col movimento del capo.

Il giorno seguente toccò alla piccola Camilla d’essere molto sofferente.
Il medico la trovò aggravatissima. La madre afflitta ed inquieta era
poco fiduciosa nel dottore, ma non voleva nemmeno consultare quel famoso
Pellegrini che cominciava a diventarle antipatico. Pregò sua madre di
mandarle il loro vecchio medico di casa, che non faceva tante domande
suggestive, che ordinava ai bimbi dei biscottini, ed agli adulti quei
beveroni di fieno filtrato, i quali contenendo tutte le erbe medicinali
conosciute, dovevano giovare a tutte le malattie. Ma il povero vecchio
era morto da qualche tempo, senza lasciare degli allievi. La piccola
ammalata peggiorava, il giovane medico consigliò la signora di chiamare
ancora il Pellegrini, e nell’interesse della bambina dovette rassegnarsi
al nuovo consulto.


Quando udì il campanello che annunziava la visita all’ora fissata, la
signora agitata da diverse sensazioni andò ad incontrare i medici in
anticamera; li ricevette con un certo sussiego, e quando furono davanti
la cuna, s’indirizzò al dottore Pellegrini, e gli disse con aria di mal
dissimulata ironia:

—La povera bimba non ha ricevuto nessuna lettera da un cugino, dove
andremo adesso a trovare il movente dei suoi dolori?...

—Nel sangue dei genitori: le rispose pacatamente il medico, in un
qualche vizio, in qualche disgrazia degli antenati, in una debolezza o
in un peccato della nonna o della bisnonna. Nella vita sociale i debiti
restano alcune volte insoluti. Il benefizio d’inventario è un’invenzione
umana, come ne ebbero sempre i legislatori; ma la natura non transige, e
se i parenti contraggono dei debiti, tocca ai discendenti a pagarli.

—I nostri parenti morirono tutti vecchi, rispose Metilde; il nonno di
mio marito, il capitano Bonifazio ha fatta la campagna di Russia ed è
morto da pochi anni; sua moglie invecchiò come lui; i miei nonni
morirono vecchioni; i miei genitori, grazie al cielo, stanno benissimo;
mia suocera è morta da parto; mio suocero fu fra i difensori di Venezia:
è una famiglia ricca di sangue generoso....


—Cerchiamo dunque nel sangue degenerato della generazione presente,
soggiunse il dottore; i vecchi resistettero ai disagi della guerra,
affrontarono impavidi tutti i pericoli; i discendenti minacciano di
morire per la lettera d’una cugina! la ricchezza è diventata la povertà,
la pletora degli eroi si è ridotta all’anemia d’un fisico fiacco.

Non c’era caso d’aver ragione con quell’implacabile scrutatore delle
umane miserie. Metilde si fece buona, alzò le mani congiunte in atto di
preghiera verso il medico, e cogli occhi velati di pianto, gli disse:

—Per carità, dottore, mi salvi questa creaturina innocente di tutti i
torti degli avi; dalla sua vita dipende la mia esistenza!...

Il dottore Pellegrini le rispose in tuono raddolcito:

—Mia cara signora, gli alberi si puntellano contro gli uragani; ma basta
un soffio d’aria leggiera per abbattere un fiore. La scienza che ha
costruite le macchine a vapore non è capace di creare un insetto. La
natura è il solo medico dei deboli; la loro tenuità sfugge alla nostra
ruvidezza. Cerchiamo di secondare la natura nella sua opera benefica;
non possiamo sperare che nella sua potenza. Stia bene attenta ai più
lievi movimenti della bimba, cerchi d’indovinare i suoi desideri, la
aiuti a conseguirli; invece di consultare i medici, consulti il suo
cuore, il cuore di una madre è il miglior medico dei bambini; se una
madre, che abbia intelletto d’amore, non salva il suo bimbo ammalato,
nessun altro lo può. Eccole il mio consiglio.

Questa volta parve a Metilde che il medico avesse ragione; se ne mostrò
riconoscente, lo ricondusse fino alla porta dell’appartamento,
stringendogli la mano in modo affettuoso. Avevano fatto la pace.

La malattia rimase stazionaria per due giorni, poi andò peggiorando.

Metilde non abbandonava la bambina nemmeno un istante, la vegliava
assiduamente tutta la notte, le dava quei soccorsi che le venivano
indicati dal cuore in osservazione continua; ma la natura del male si
mostrava ribelle ad ogni cura.

Silvio inquieto, fremente nel suo letto di dolore, andava fantasticando
con mille sogni d’infermo. Conoscendo sua moglie inetta a tutte le
faccende domestiche, confondeva la padrona di casa colla madre, e
pensava che una donna incapace di preparare una bevanda, non poteva
essere capace nemmeno di assistere con intelligenza la sua bambina
ammalata, e la rendeva ingiustamente responsabile dell’esito della
malattia. È certo che vedendosi assistito da un infermiere l’animo
irritato e malcontento lo spingeva a cattivi giudizii.

Ma la natura fu spietata e inesorabile, ogni più delicata cura materna
fu vana; e dopo parecchi giorni di atroci sofferenze, la povera Camilla
morì. E nessuno avrebbe mai potuto cavar dalla mente di Silvio che fosse
morta per mancanza di cure.

Per riguardo al dolore della madre che fu grandissimo, il marito
desolato nascose il triste pensiero, ma gliene rimase sempre un punto
nero nel fondo dell’anima.

Ne diedero subito l’annunzio funebre alla famiglia, e ricevettero le più
affettuose condoglianze, e un cassetto contenente i più bei fiori del
giardino, raccolti e spediti da Maria per ornare di belle ghirlande la
candida bara della morticina.

L’uscita della bara dall’appartamento fu uno schianto atroce pel cuore
di Metilde, che cadde priva di sensi nelle braccia di suo padre, accorso
colla signora Emilia per assisterla, e calmare il suo dolore. Si temette
assai anche pel povero Silvio che quantunque in via di guarigione si
trovava tanto abbattuto di forze da non poter sopportare una sensazione
violenta. Ma il medico prevedendo la gravità del pericolo gli aveva
somministrato degli oppiati soporiferi che attutivano il suo dolore.

Nel giorno dei funerali i signori Ruggeri rimasero colla figlia,
lasciando libero sfogo alle sue lagrime; ma il giorno seguente la
signora Emilia la ammonì in aria solenne di fare uno sforzo di
rassegnazione, per occuparsi di quelle cure affliggenti che sono
l’immediata conseguenza della morte dei nostri cari, e le diceva con
aria compunta:

—Il mondo, mia cara, ha le sue terribili esigenze, dopo le lagrime c’è
un’altra cosa, assai dolorosa, ma indispensabile; bisogna occuparsi del
lutto, bisogna vestire le gramaglie.—La sarta e la modista attendevano
in anticamera, la signora Emilia accennò alla Betta d’introdurle.

Allora distesero sul tavolo i figurini della moda in lutto, i fiori, e
le perline nere di vetro, e le stoffe.

Metilde guardava sbadatamente, cogli occhi gonfi iniettati di sangue;
prendeva in mano un figurino, con aria distratta, languente; si
asciugava le guancie bagnate di lagrime, rispondeva sì e no coi semplici
cenni della testa. La signora Emilia osservava le figure, le stoffe,
consultava la sarta, discuteva, si animava parlando, e diceva a sua
figlia:


—Ti consiglio la sottana di casimiro, a pieghe nella parte superiore, e
a sboffi dal ginocchio in giù. Deve terminare con uno sboffo, una gala a
cannoni e un pieghettato. Poi prendendo un altro figurino, le indicava:
questa sarebbe la tunica....

—Mi piacerebbe più il giacchettino attillato, soggiungeva Metilde, con
voce fioca e sommessa, ma la madre con voce insinuante, riprendeva:

—Creatura mia, quei giacchettini non si portano più dalle signore
ammodo, sono troppo comuni, ne hanno perfino le cameriere; invece guarda
bene questa tunica, si compone di due panierini sui lati; per di dietro
si guerniscono di crespo e formano il puff....

Il disegno del puff sul didietro la persuase. Allora fissarono la forma
del cappellino, scelsero i fiori neri, e il lungo velo crespo d’un
effetto funebre meraviglioso. La sarta, la modista e la signora Emilia
ciarlavano, criticavano certe mode; un mezzo sorriso velato sfiorò anche
le labbra della madre, accennando con aria di profondo disprezzo alcuni
aggiustamenti del giornale di mode, che le spiacevano.

Poi passarono alla scelta delle golette, dei polsini, dei fazzoletti di
battista, a larghe righe nere....

—Mi occorrono anche dei guanti, disse Metilde, con un profondo sospiro,
un ombrellino, e un ventaglio...

—Tutte queste cose le compreremo insieme alla prima uscita, le rispose
la madre. Ho veduto da Fana dei ventagli da lutto, deliziosi!... te li
farò vedere.

Dopo la partenza della sarta e della modista entrarono nella stanza di
Silvio; si avvicinarono al letto; la signora Emilia gli parlò dei
preparativi del lutto, e gli domandò se desiderava che mandassero il suo
cappello dal cappellaio, perchè vi mettesse il velo crespo.

Silvio guardò la suocera cogli occhi stupiditi, poi tutto d’un tratto le
voltò le spalle e proruppe in uno scoppio di pianto. Metilde gli si
avvicinò, gli appoggiò una mano sulla fronte, e piansero insieme.

La signora Emilia si ritirava scuotendo la testa, mettendo in moto i
ricciolini della fronte, e dimenando i fianchi in aria disinvolta, si
affacciava alla finestra, e guardava se il macellaio aveva aperta la
bottega, per mandare la Betta a far la spesa. Tutte quelle scene le
vuotavano lo stomaco, e sentiva il bisogno di rintonarsi le forze.

Incominciata la convalescenza, gli amici di Silvio venivano a vederlo, e
a fargli un po’ di compagnia; la signora Metilde faceva la sua comparsa
in gran lutto, e prendeva parte alla conversazione.

Quei giovinotti, quando uscivano dalla casa, si comunicavano le loro
impressioni.

Chi diceva che Metilde era una donna molto elegante e gentile; chi
lodava la sua intelligenza e coltura; e chi trovava che il lutto andava
bene a tutte le donne, ma specialmente alle bionde. Silvio si accorgeva
della rispettosa ammirazione degli amici, e ne andava superbo. Aveva già
congedato l’infermiere da qualche giorno, e non si rammentava più quanto
gli fossero mancati i soccorsi del cuore nei giorni delle sofferenze.

Erano privi da qualche giorno di notizie della villa, quando giunse
inaspettata una lettera del maestro Zecchini, il quale non scriveva che
nelle grandi occasioni. Ruppero prontamente la busta per vedere che cosa
c’era di nuovo, e cominciarono a leggere una lunga filastrocca che
preparava l’annunzio d’una nuova disgrazia.

Tutte quelle frasi lambiccate potevano riassumersi in poche parole; ma
egli divagava lungamente per persuadere che a questo mondo bisogna
morire, specialmente dopo qualche insulto apoplettico. La morte della
nonna era tutt’altro che inaspettata, anzi tutti erano sorpresi che la
povera paralitica potesse tirare più in lungo. Ma la vita le fu
prolungata per le cure affettuose di Maria. Alfine dovette soccombere ad
un ultimo attacco decisivo. Maria poteva dire di aver perduto sua madre,
e infatti nessuno tentava di consolarla.

La povera vecchietta paralitica era più che rimbambita, ma la nipote la
sorvegliava con tenerezza, e sperava che le sue cure affettuose
l’avrebbero conservata ancora per lungo tempo. Il sorriso benevolo della
nonna la ricompensava largamente di tante fatiche, e la sua morte
lasciava un vuoto spaventoso nella casa Bonifazio, e nel cuore figliale
della nipote.

La perdita della madre adorata, la desolazione straziante di Maria, le
lagrime e il lutto di tutti diedero l’ultimo crollo anche a papà
Gervasio, già infiacchito dagli anni e dalle amarezze, e consunto dalle
sofferenze intestinali, che lo molestavano da lungo tempo.

Si mise a letto, fece chiamare il maestro Zecchini, come il più vecchio
amico di casa, e colla sincera effusione d’un animo affranto, gli
confidò i suoi presentimenti e le sue disposizioni.

—Mi sono tenuto in piedi colla forza della volontà, egli disse; fino che
viveva mia madre le dissimulava le mie sofferenze, perchè leggevo
l’inquietudine nel suo sguardo incerto e vagante, e non volevo aggravare
il suo stato mostrandole di star male. Ma sento che la mia fine si
avvicina, ho dei doveri da compiere, vi prego di farmi venire un notaio.

—Appunto perchè soffrite da molti anni io spero che il male non sia
grave, e che la vostra vita sarà prolungata per il bene di tutti, gli
rispose il maestro; ma siccome il far testamento non fa morire nessuno,
così io vado a cercare il notaio, e vi approvo; ma lo condurrò senza che
la povera Maria se ne avveda; essa non ha bisogno d’altri dolori.

E così fu fatto. Papà Gervasio dettò il suo testamento, e dopo la
partenza del notaio, pregò l’amico Zecchini di scrivere un’altra lettera
a suo figlio, annunziandogli che le sue sofferenze si erano aggravate,
che desiderava vederlo ancora una volta prima di morire per dargli
l’ultimo bacio e la sua benedizione.

Il maestro sapeva che Silvio cominciava appena la convalescenza della
grave malattia sofferta, e vedeva d’altronde che le apprensioni di
Gervasio erano esagerate; scrisse dunque in modo da non spaventare
nessuno, annunziando il desiderio del padre, facendo vedere che non
c’era urgenza, e che sarebbe stato bene di prendere delle misure per
restare in campagna qualche mese colla moglie, per tener compagnia al
padre infermo, e in pari tempo per rimettere perfettamente in salute
anche Silvio, coll’aria pura ed elastica della villa, durante la bella
stagione.

Questa lettera giunse a Venezia qualche giorno dopo di quella che
annunziava la morte della povera nonna, e aggravò il dolore sofferto,
lasciando sospettare, malgrado le attenuazioni del maestro, la minaccia
d’una perdita ancora più dolorosa.

—Le disgrazie sono come le ciliegie, diceva Silvio; non vengono mai
sole, e quando cominciano non finiscono più!

Il medico venne informato minutamente di tutte queste circostanze, e in
considerazione della gravità del fatto permise a Silvio di lasciarlo
partire fra pochi giorni, quantunque non fosse ancora intieramente
ristabilito, e che le forze continuassero a fargli difetto. Tuttavia la
brevità del viaggio, fatto con ogni precauzione possibile non poteva
recargli danno. Avrebbe continuato la sua cura ricostituente anche nella
casa paterna, col vantaggio dell’aria della campagna, e della quiete
tanto benefica ai convalescenti, che gli restituirebbero prontamente le
forze indebolite, e il vigore perduto.

Marito e moglie furono concordi per seguire il consiglio medico; ma la
signora Emilia vi trovava delle grandi difficoltà, e non poteva
persuadersi della necessità d’un soggiorno prolungato in campagna.

—Pazienza per qualche giorno, essa diceva a sua figlia, ma al tempo dei
bagni! nella stagione più brillante per Venezia; e se passasse
l’autunno, e se venisse il novembre e che tuo suocero fosse ancora
ammalato? Se si trattasse d’una malattia acuta che si sbrigasse in
qualche giorno, ma quel pover’uomo mi pare un cronico, e vi sono dei
cronici che vivono più dei sani!...

—Intanto per adesso ci vuol pazienza, le rispondeva Metilde, in seguito
si vedrà, la campagna farà bene anche a Silvio....

—Che cosa ti sogni? essa riprendeva, l’aria di Venezia non lascia nulla
a desiderare; cosa pensi? di sacrificarti per una chimera, di
seppellirti in un deserto, in mezzo a quei boschi, fra gente rozza, alla
tua età, colla tua educazione?!...

—Bisogna andarci per la disgrazia della nonna, e per la malattia di mio
suocero....

—Lascia che ci vada lui, tuo marito, tu già non sei in caso nè di
assistere gl’infermi, nè di resuscitare i morti!....

—Oh mamma! Silvio è ancora ammalato, vuoi che lo lasci solo!

—Ma, creatura mia, egli non ha bisogno di nessuno per guarire, il tuo
sacrifizio mi pare affatto inutile. Adesso poi che ti sei fatta quel bel
vestito di lutto, vuoi andarlo a sfoggiare fra i contadini?... non
valeva la pena di sceglierlo con tanto buon gusto. Che tuo marito vada
pure a trovare suo padre, lo trovo giusto, e che ritorni quando vorrà.
Se suo padre starà meglio, tu non sei in dovere di andargli a far
visita; se per sua disgrazia dovesse morire, io non posso permettere che
un nuovo dolore ti riapra una piaga recente, con gravissimo pericolo per
la tua salute.

—Ma io gli ho promesso d’accompagnarlo, ed è tanto contento!...

—Gli farai osservare che io non approvo la tua promessa, che la tua
salute esige dei riguardi, che in seguito, se starai meglio.... si
vedrà.

—Ma io sto benissimo....

—Che importa!... gli dirai che ti senti male.... gli uomini credono
tutto.... oh, non ti fa spavento quella vita noiosa, al letto d’un
malato bisbetico, senza una distrazione nè uno svago, in quella perpetua
solitudine?!...

Ma nessun argomento poteva persuaderla a rimanere, perchè oltre
all’affetto del marito, e al sentimento del dovere, un altro motivo
imperioso la spingeva alla partenza. Essa pensava a Maria che le pareva
pericolosa, disprezzava Andrea, non ignorava il primo amore di Silvio, e
non era disposta di abbandonarlo al pericolo, per non esporsi al rimorso
di non averlo preveduto.

Partì dunque insieme al marito, malgrado il malcontento e la
disapprovazione della madre, che fino all’ultimo momento la scongiurava
a non abbandonarla.

E accompagnando alla stazione il genero e la figlia, mandava i suoi
saluti e quelli di suo marito al caro signor Gervasio, e a tutta la
famiglia, cogli auguri d’una perfetta guarigione, e le più calde
raccomandazioni d’un pronto ritorno.



                                 XVIII.



Durante il viaggio in ferrovia Silvio guardava fuori dal finestrino del
carrozzone il fumo nero della vaporiera che scendeva sui campi e si
disperdeva nell’aria, e aspirava con voluttà i sentori della campagna
che gli facevano bene. Era la fine d’agosto, dei nuvoloni bianchi
correvano nell’azzurro del cielo. I grappoli d’uva cominciavano a
rosseggiare sui tralci, il sole d’estate aveva tinto le foglie di vari
colori, il granoturco mostrava le pannocchie colle barbe mature, le
quaglie cantavano nella saggina, i pettirossi e le cingallegre nelle
siepi, le rane gracidavano nei fossi. Tutte quelle piante, e quelle
voci, rammentavano a Silvio la sua prima gioventù, il tempo felice delle
vacanze, quando correva pei campi in compagnia della cugina. Come erano
cambiate le cose col corso degli anni!...

Metilde pensierosa teneva gli occhi abbassati sul ventaglio chiuso nella
destra, e batteva le stecche colle dita della sinistra, come sulla
tastiera del pianoforte. La gente che entrava ed usciva dalle diverse
stazioni, i giardinetti dei guardiani, le carrozze che attendevano i
viaggiatori non giungevano a distrarla dai suoi pensieri; la madre
l’aveva tanto impaurita sulla vita che la attendeva, che ne presentiva
tutte le tristezze, e rimpiangeva la sua Venezia.

Immersa nelle cupe meditazioni, passò senza avvedersene dalle stazioni
di Mestre, Mogliano, Preganziol, ma quando il treno correva in fianco ai
laghetti formati dalle curve del Sile, fra le canne palustri, e vide
apparire la chiesa di San Nicolò di Treviso, come uno spettro severo e
grandioso davanti le casupole che lo circondano, sentì una stretta al
cuore che le annunziava l’arrivo. Alla stazione trovarono il legno che
li aspettava. Fecero caricare il loro bagaglio, e domandarono subito a
Pasquale le notizie del malato.

—Sempre lo stesso!—rispose il cocchiere, e queste parole suonarono
all’orecchio della signora, come la condanna d’un lungo martirio.

Silvio accarezzò il collo di Falcone, che mostrò di riconoscerlo, e
partirono subito per la villa.

Quando entrarono nel parco, Argo che stava sdraiato sulla porta di casa,
balzò in piedi, ed annunziò il loro arrivo coi soliti abbaiamenti.

Comparve subito Maria che si gettò piangendo nelle braccia di Metilde,
la quale corrispose colle sue lagrime a quelle della cugina. Scambiarono
dolenti condoglianze sulla povera nonna, sulla bimba tanto desiderata, e
tutti insieme si recarono direttamente al letto di papà Gervasio.

Parve che un raggio di sole entrasse nella camera alla vista del figlio.

Si abbracciarono teneramente piangendo, a ciascheduno mancava la parola,
le strette di mano supplivano alla voce, nell’espansione di quegli
affetti domestici.

Dopo tanto tempo che non si erano veduti, tutti avevano sofferto, tutti
avevano bisogno di aprire il cuore riboccante di dolori e di lutto.
Sedettero intorno al letto, il figlio accarezzava la mano del padre,
Maria raccontava singhiozzando gli ultimi momenti della povera nonna,
che si era spenta senza sofferenze apparenti, come tutte le anime buone,
che dopo una vita laboriosa e faticata, si addormentano dolcemente nel
sonno eterno.

Metilde si asciugava le lagrime col fazzoletto listato di nero che
esalava un odore soave, e colla coda dell’occhio esaminava i vestiti di
Maria, che non le parevano ammodo. Si vedeva che aveva scelto il più
oscuro dei suoi abiti, e portava annodato al collo un fazzoletto di seta
nera.

La seta nei primi mesi del lutto!...—pareva una cosa scandalosa agli
occhi di Metilde, ligia alla prammatica che non ammette che la lana ed
il crespo.

Quando Metilde si trovò sola col marito, gli segnalò subito quella
vergogna.

Silvio con faccia da scimunito non capiva niente, non poteva penetrarsi
della gravità di quello scandalo, e le rispose in aria sprezzante che la
sua osservazione era una vera sciocchezza.

Metilde lo guardò con sorpresa, non insistette; era perfettamente
convinta che suo marito avrebbe sempre approvati tutti gli errori della
cugina, diventando anche impertinente; quella indulgenza non aveva
limiti, e lo rendeva cieco.

Papà Gervasio, passato il primo momento di soddisfazione, che pareva
avergli giovato, ricadde subito in profondo abbattimento. Il medico non
dissimulava il lento, ma inesorabile progresso del male.

L’inappetenza completa rendeva difficilissima la conservazione delle
forze che andavano scemando. Maria si scervellava nella ricerca di tutti
gli artifizi possibili per ammannirgli qualche cibo che non ripugnasse
al suo stomaco delicato. Faceva dei brodi ristretti dorati, trasparenti,
delle gelatine che mettevano appetito al solo vederle.

Anche Silvio dopo la malattia era macilento, aveva il viso smunto,
affilato, si sentiva molto debole.

—Mangia della carne, gli diceva Metilde, se vuoi riprender le forze.

Maria non era di questa opinione.

—I convalescenti, essa osservava, digeriscono male, bisogna sostenerli
con cibi sostanziosi, ma leggieri,—e gli apparecchiava dei tuorli d’uova
sbattuti nel Marsala; gli dava di quelle gelatine e di quei brodi che
apparecchiava per papà Gervasio.

Quando Silvio cominciò a sentire appetito, Maria lo teneva a stecchetto,
non lo lasciava mai mangiare il suo bisogno. Gli apparecchiava delle
cervelline fritte, in agro-dolce, e delle salse piccanti che gli
facilitavano la digestione. Lo teneva corto di pane, gli mescea
dell’acqua nel vino, malgrado la sua opposizione, portava via il
formaggio dalla tavola, ad onta dei suoi spergiuri.

Metilde trovava quelle attenzioni esagerate e ridicole, li canzonava
tutti due; diceva ch’egli simulava le smorfie del bambino per farsi
medicare dalla dottoressa di cucina.


Una febbriciattola insidiosa continuava a minare la vita del povero papà
Gervasio, il suo ventre si gonfiava, aveva la pelle e le mani secche,
era angustiato da una sete continua, e la nausea gli rendeva odioso
anche il brodo migliore. Maria gli faceva gustare delle conserve di
frutta, delle gelatine profumate di ribes e lampone, trasparenti come il
cristallo; teneva sempre pronte delle spremute di limone e di arancio,
apparecchiava del latte d’amandorle, e di semi di popone.

Silvio mostrava desiderio di aver la sua parte, ma essa lo persuadeva
che per lui non erano opportune, e gli faceva bere di preferenza qualche
bicchierino di vino vecchio.

Metilde osservava tutto in silenzio, lavorando all’uncinetto. Quel
lavoro quasi meccanico permette alla donna di raccogliere i suoi
pensieri, di discuterli tacitamente, senza distrazione, rimuginando nel
cervello i più minuti particolari della vita.

Quella casa era ben cambiata dal primo tempo del suo matrimonio, quando
essa regnava con potere assoluto sull’animo di tutti i parenti che
andavano a gara per compiacerla, e nel farle omaggio. I più vaghi fiori,
e le migliori frutta del giardino erano per lei. Alla colazione ed al
pranzo essa trovava ogni giorno davanti il suo piatto un vasetto snello
di vetro opalino di Murano colle più belle rose sbocciate al mattino, di
tutte le varietà, d’ogni gradazione di colore dalla porpora al carminio,
dal giallo d’oro al candido perfetto. Ce n’erano d’orlate, di variegate,
di punteggiate, di vellutate e di lucenti come il raso. Formavano
l’orgoglio di papà Gervasio, ed erano la sua offerta giornaliera.

In quel tempo felice Silvio la adorava, le usava le più delicate
attenzioni, le procurava ogni distrazione possibile, il passeggio, le
gite in carrozza o in ferrovia nei paesi vicini. La povera nonna temeva
sempre che le mancasse qualche cosa, le offriva tutto quello che poteva
farle piacere, si affaticava per servirle ogni giorno un pranzetto
appetitoso. Gli amici di casa venivano a farle visita, tutti i domestici
erano occupati per lei, eppure trovava la campagna noiosa. Immaginarsi
adesso!...

Adesso tutto era tristezza, l’ombra della morte era passata sulla casa.

Il pianterreno era silenzioso e deserto, il primo piano attristato dalla
malattia; alla gaie vesti di sposa era succeduto il bruno del lutto, ai
piaceri svariati la vita monotona, alla primavera l’autunno, all’amore
ridente il truce fantasma della gelosia.


Il medico veniva due volte al giorno, e partiva colla testa bassa; il
parroco si presentava alla porta per vedere se era venuto il momento
anche per lui; un’aria di profonda malinconia dominava la casa, tutti
portavano sul volto le traccie delle perdite recenti, e l’apprensione
dell’avvenire. Perfino i canarini mutavano le penne, e non cantavano
più. Il solo indifferente a tutto quel cambiamento di scena era Mumut,
il vecchio gatto di casa, il quale continuava impassibile a presentarsi
al balcone della cucina all’ora consueta, e nella beata aspettativa del
pasto schiacciava un sonnellino, e faceva le fusa. Tutto il resto pareva
colpito d’una immobilità spaventosa. La statua in gesso di Napoleone,
colle braccia incrociate sul petto, era coperta dalla polvere degli anni
e dell’abbandono, e guardava sempre ad un punto fisso.

I ritratti dei generali imitavano il loro imperatore; le battaglie
appese ai muri, coi loro morti e i feriti, e i reggimenti all’attacco,
aspettavano invano la ritirata o la vittoria.

Metilde passeggiava lentamente, osservando ogni cosa, e passava da una
stanza all’altra, mandando dei lunghi sospiri.

Sua madre le scriveva due volte per settimana i pettegolezzi di Venezia,
che le davano la nostalgia, i cambiamenti di moda, gli arrivi e le
partenze degli amici, e le annunziava gli spettacoli che si promettevano
per il prossimo inverno, i teatri e i piaceri del carnevale, e sperava
che finito l’autunno Metilde sarebbe alfine ritornata a goderne la sua
parte.

Ma la giovane donna subiva gli effetti dell’ambiente malinconico, tutte
quelle promesse le parevano vane, cose dell’altro mondo; oramai tutto le
sembrava finito, si vedeva sepolta viva chi sa per quanto tempo, forse
non avrebbe mai più veduta la sua Venezia, e a questo pensiero una
lagrima le sgorgava dal ciglio, e si affrettava a nasconderla per non
essere obbligata a render conto a nessuno de’ suoi pensieri, e della sua
profonda tristezza.

Quando una famiglia attraversa un’epoca nefasta; se vi sono in casa dei
bricconi, sanno cavar partito dalle disgrazie a loro vantaggio.

Andrea aveva saputo in paese che Pasquale comperava degli animali
bovini, e li dava a mezzadria nelle stalle vicine. Con un modico salario
questi risparmi non erano possibili. Maria si era già avveduta dei
prezzi esagerati d’ogni cosa che il domestico era incaricato di
comperare, ma non aveva il tempo di controllare le sue spese, e poi
anche questo genere di furto non poteva bastare ai suoi dispendi.


Ci dovevano essere degli altri abusi, ma non era facile scoprirli.

Andrea lo sorvegliava attentamente, lo seguiva dovunque, teneva le
chiavi di tutto. Pasquale che si sentiva sorvegliato, odiava l’intruso,
si rifiutava di riconoscerlo per padrone, non si credeva obbligato di
eseguire i suoi ordini, lo guardava con occhio sprezzante e sdegnoso, e
cercava ogni occasione per denigrarlo.

E per disgrazia queste occasioni non mancavano. Trovandosi in possesso
delle chiavi della cantina, Andrea si credette in obbligo di osservare
se i vini si guastavano nelle botti o nelle bottiglie. Cominciò con
degli assaggi prudenti, ma un poco alla volta prese l’abitudine di fare
delle bevute solenni. Egli aveva ereditato dal nonno Pigna la natura
propensa al vino, e si sentiva le migliori disposizioni per imitarlo e
superarlo, non gli mancava che l’occasione favorevole per sviluppare il
suo talento.

Questa occasione gliela aveva apparecchiata bellissima papà Gervasio, il
quale, vedendo che i prodotti della vite andavano sempre più declinando
pel funesto influsso di molteplici malanni, aveva pensato di mettere in
serbo ogni anno una parte del suo vino migliore, per assicurarsi il
latte della vecchiaia. Sulle pareti della cantina, dietro alle botti,
correvano dei palchi pieni di bottiglie, allineate come i soldati sul
campo, colle relative etichette che indicavano gli anni. Era una
seduzione irresistibile, un attraente invito agli studi comparativi
sulla diversità dei prodotti di varie epoche. Andrea sturava una
bottiglia che indicava dalla sua trasparenza la purezza del vino. Era un
nèttare delizioso!... gli anni avevano sviluppati gli aromi che salivano
per le narici con esalazioni eccitanti. Quello dell’anno antecedente
doveva essere ancora più profumato. Ne faceva la prova, e vedeva di aver
ragione. Il più vecchio deve essere il migliore di tutti, e faceva un
ultimo assaggio che era un nuovo trionfo!... Egli usciva dalla cantina
colle gambe mal sicure, cogli occhi brillanti, e lo sguardo ardito.
Pareva che la vista delle battaglie di Napoleone lo animasse alla lotta,
e guai a chi gli compariva davanti in quei momenti fatali.

Pasquale lo sfuggiva, dicendo che il vice-padrone aveva il vino cattivo,
andava a rifugiarsi nel fienile; l’altro batteva a tutte le porte,
entrava in scuderia, e finiva col cadere sullo strame, ove restava delle
ore, immerso nel profondo letargo dell’ubbriachezza. Il cocchiere usciva
prudentemente dal suo nascondiglio, andava a chiamare il figlio del
padrone, e lo conduceva a vedere lo spettacolo del cugino sdraiato in
terra come un maiale.

Silvio ne diede subito avviso a Maria che passata la sbornia fece una
ramanzina al marito, il quale si giustificò mettendo in campo il
sospetto che un certo vino prendesse lo spunto, egli volle subito
assicurarsene e ne aveva assaggiato trovandosi a digiuno.

Un’altra volta il vino gli aveva fatto male, perchè prima di entrare in
cantina aveva bevuto della birra. Ma continuando ad ubbriacarsi non
seppe trovare altro pretesto che quello che il buon vino gli piaceva, e
che non vedeva la ragione di privarsene. Divenne una brutta abitudine.
Beveva anche all’osteria, e rientrava in casa barcollando, colla bocca
storta dalla quale uscivano delle parolaccie villane, delle espressioni
tronche minacciose. Metilde ne aveva paura, ed alla comparsa
dell’ubbriaco fuggiva nella sua stanza, e si chiudeva dentro.

Un giorno esso entrò improvvisamente in cucina tutto traballante, e si
mise a strepitare senza riguardi davanti ai cugini. Maria lo minacciò di
togliergli le chiavi della cantina; egli le rispose con uno schiaffo.
Silvio saltò al collo d’Andrea e voleva strozzarlo. Metilde urlava
spaventata, dicendo che quelle erano baruffe da mascalzoni, che Silvio
non aveva bisogno di farsi paladino di nessuna dama, che egli non doveva
ingerirsi negli affari degli altri.

Silvio dichiarò che si stimava in dovere di difendere la cugina, questa
singhiozzava convulsamente, e non voleva che Silvio battesse suo marito.
Andrea barcollante voleva menare dei pugni, allora la zuffa si riaccese,
e Silvio lo mise alla porta a furia di calci nel deretano.

In questo momento giunse il maestro Zecchini, che veniva, come al
solito, a far compagnia all’ammalato. Sorpreso dallo spettacolo
inaspettato, si gettò fra i combattenti, e giunse a separarli.

Quando tutti furono più calmi, egli disse:

—Non mi sorprendo che gli uomini si prendano a calci; li ho giudicati da
un pezzo; questa è una manifestazione spontanea della loro natura
asinesca.... ma mi meraviglio che simili scene abbiano luogo in questa
casa.... e in questi momenti!...

Volle sentire le giustificazioni di ciascheduno, prima di pronunziare la
sua sentenza, e poi soggiunse:

—Mi toccava vivere tanto lungamente da persuadermi che i nipoti sono
simili agli avi, l’eredità del sangue è imprescrittibile. Tu Andrea sei
un ubbriacone come tuo nonno; tu Silvio sei battagliero come l’avolo
capitano, che ha ornato queste pareti colle battaglie del primo
Napoleone; ma tuo nonno si batteva contro la cavalleria dei cosacchi, e
tu ti batti con quell’asino vestito e calzato, indegno di questa casa, e
di questa donna. Maria, perdonate all’ubbriacone, come Gesù Cristo ha
perdonato a chi lo metteva in croce, dicendo: «egli non sa quello che
fa!»

Per buona ventura papà Gervasio non aveva udito nulla di quel
tafferuglio.

Il maestro Zecchini li scongiurò di vivere in buona armonia, di non
tralignare dall’esempio di quella famiglia che era stata sempre un
modello di probità e di buoni costumi.

—Almeno, egli aggiunge, state tranquilli fino alla finale catastrofe che
vi attende, e che pur troppo non è molto lontana.

E infatti il male si aggravava, e la febbre sempre più forte consumava
il malato. Maria era instancabile, gli somministrava esattamente i
rimedi nelle ore prescritte, senza sgarare d’un minuto, gli risparmiava
le più leggere emozioni, gli evitava il più piccolo rumore, girava
intorno al letto in punta di piedi, sorvegliando attentamente i minimi
cenni dell’infermo. Gli cambiava l’aria della stanza senza molestarlo
con luce troppa abbagliante, gli asciugava il sudore della fronte, gli
ravviava i capelli scomposti. Fino che conservò i sentimenti volle
vedere ogni giorno gli alberi del parco; Maria gli metteva dei cuscini
sotto la testa, ed apriva le finestre. Egli guardava cogli occhi
languenti le foglie appassite dell’autunno, aspirava con avidità l’aria
esterna che entrava a ondate odorose.

Maria gli portava dei fiori, le rose rifiorite, gli ultimi crisantemi, o
le prime viole del pensiero seminate in agosto; egli mostrava piacere, e
domandava conto degli animali e delle piante più care, fra le quali
aveva passate le ore migliori della vita. Maria pensava a tutto e a
tutti, con calma serena, senza confusione fra le molteplici brighe, con
quel sorriso degli occhi che indicava la bontà e la pazienza, anche sul
volto illanguidito dalle fatiche, anche coi lineamenti resi malinconici
dalle amarezze e dai disinganni della vita.

Un giorno l’ammalato perdette la parola, ma parlava ancora cogli occhi,
poi anche questi s’intorbidarono, si fecero vitrei, immobili e senza
luce, le occhiaie divennero livide, i zigomi prominenti, la bocca pareva
più grande, e cominciò il rantolo dell’agonia.

Metilde ne ebbe paura, e fuggì dalla camera per non più rimettervi il
piede, Maria rimase ferma fino all’ultimo istante, umettando le labbra
inaridite del moribondo, con una penna bagnata nel vino di Marsala, e
accompagnando le sue preghiere a quelle del prete.

Silvio teneva nella sua mano quella del padre, e gli asciugava i sudori
della morte. Quando spirò, gli chiuse gli occhi con una pezzuola
ripiegata, e raccolse fra le braccia la cugina svenuta.

La portarono nella sua camera, ma quando ricuperò i sensi era tanto
sfinita che dovette mettersi a letto.

La sua assenza di poche ore fu segnalata a tutti da qualche privazione.

Il fuoco della cucina rimase spento fino a tarda notte. Nessuno si
sarebbe occupato del pranzo, se l’appetito non avesse deciso Pasquale ad
approntare qualche cosa. C’era un po’ di brodo, ma era insufficiente per
tutti. Pasquale si bagnò una buona zuppa, poi aggiunse dell’acqua al
brodo che avanzava e fece la minestra pei padroni. Si prese la parte
migliore di tutto ciò che rinvenne in dispensa, e servì il resto sulla
tavola della famiglia. Quel giorno Andrea si astenne dall’abuso del
vino, e Pasquale diede fondo alle bottiglie quasi piene che rimasero
sulla tavola. Si dimenticò di dare l’avena a Falcone e a Martino; i
polli ed i colombi rientrarono al pollaio e in colombaia senza l’ultima
porzione di becchime, e i conigli rimasero senza cena.

Argo coricato ai piedi del letto di Maria, la contemplava tristamente,
di tratto in tratto alzava una zampa sul materasso richiamando la sua
attenzione; essa gli faceva una carezza sulla testa, ed egli mandava un
gemito. Andrea apportò in camera qualche cibo per sua moglie, che essa
respinse con ripugnanza; il marito lo sporse al cane, che voltò la testa
da un’altra parte, rifiutandosi di mangiare. Le fantesche di casa
andavano e venivano dalle stanze, sbalordite, dimenticando i soliti
uffizi.

Il maestro Zecchini fu pregato di occuparsi dei funerali. Egli spedì
subito il triste annunzio mortuario ai parenti ed agli amici, e fece
tutti i preparativi necessari. Il giorno delle esequie il parco fu
invaso dalla folla, che aspettando il momento del trasporto, girava pei
viali, ammirando il sito pittoresco, e ciarlando sotto voce. I reduci
delle patrie battaglie erano accorsi colla loro bandiera per onorare il
collega del Quarant’otto, l’esule del governo straniero; molte persone,
beneficate tacitamente dal defunto, erano accorse spontaneamente al
mortorio, per sentimento di gratitudine. Il maestro Zecchini aveva fatto
apparecchiare la fossa del defunto presso quella de’ suoi genitori. Il
padre e il figlio, due valorosi campioni della indipendenza nazionale,
riposano tranquillamente nel modesto cimitero del villaggio coll’unico
onore che avevano ambito in compenso dei loro servigi, la presenza della
bandiera nazionale sul loro sepolcro.

Il notaio si recò alla villa Bonifazio per la lettura del testamento.

Silvio e Maria, figli di due fratelli indivisi, erano gli eredi
legittimi di tutta la sostanza, che verrebbe divisa fra loro in due
parti eguali, prelevate alcune spese, e qualche piccolo legato di
amicizia e beneficenza, fra i quali era ricordato il maestro Zecchini,
come l’amico più antico e più devoto alla famiglia, e Andrea Pigna: e
seguivano le clausole seguenti:

«Considerando che l’unico mio figlio Silvio, dedicato all’avvocatura non
potrebbe dimorare alla villa:

«Considerando che mia nipote Maria ha quasi sempre vissuto nella casa
paterna (meno i pochi mesi dopo il suo matrimonio) rendendosi benemerita
della famiglia per tutte le sue prestazioni:

«Desiderando che la nostra dimora continui ad essere abitata dalla
famiglia, e dai discendenti, e conservata, per quanto sarà possibile,
nelle presenti condizioni, così dispongo che la casa e le adiacenze, coi
mobili e gli animali, il parco, il giardino, l’orto ed il brolo che
costituiscono la villa, sieno compresi nella parte spettante a Maria,
alla quale raccomando di continuare nelle tradizioni domestiche.

«Questa parte è libera da ipoteche.

«Siccome poi tutte le ipoteche che gravitano le campagne vennero imposte
dai mutui contratti per l’educazione e il mantenimento di mio figlio,
così è giusto che tutta la parte passiva, rimanga a solo ed esclusivo
suo carico, coll’obbligo di pagare regolarmente tutte le scadenze dei
mutui, e di affrancarli alle epoche fissate nei relativi contratti, se
non gli sarà possibile di ottenere dagli interessati la necessaria
dilazione.»

Il testamento si chiudeva colle solite formule notarili, la data, le
firme del testatore e dei quattro testimoni, e quella del notaio col
bollo del tabellionato, tutto in perfetta regola, secondo le
prescrizioni del codice civile.

Silvio e Maria riconobbero che quel testamento era l’ultimo atto di
probità del loro padre e zio. Metilde e Andrea furono malcontenti, ma
non osarono esprimere il loro rammarico davanti il notaio, e mostrarono
di aderire col silenzio. Ma nei giorni successivi cominciarono i lamenti
in famiglia.


Andrea faceva osservare che l’eredità di sua moglie si riduceva ad una
abitazione troppo grande, con poche rendite e molti passivi, per le
spese di manutenzione delle fabbriche e degli animali. Metilde domandava
l’inventario per vedere che cosa restava dopo pagati i debiti che
gravavano la parte di suo marito.

Il maestro Zecchini fu pregato di assumere l’incarico delle divisioni; e
quantunque si aspettasse un risultato poco soddisfacente, pure non volle
rifiutarsi per la fiducia che tutti gli dimostravano, invocando la sua
lealtà e l’antica amicizia.

Metilde annunziando alla sua famiglia la morte del suocero, e il
testamento, pregava sua madre di pazientare ancora per qualche tempo,
non essendo possibile di abbandonare la villa al momento delle
divisioni, alle quali attendeva il marito con grande assiduità, perchè
dal loro risultato dipendeva l’avvenire, nessuno essendo in caso di
giudicare l’importanza dell’eredità prima di conoscere le rendite e le
passività, e di aver esaminato i mutui, che restavano tutti a carico di
suo marito, il quale aveva avuto la dabbenaggine di accettare l’eredità
senza benefizio d’inventario. E su questo punto aveva avuto delle
diatribe piccanti con Silvio, che non voleva lasciarla parlare di
benefizio d’inventario, dicendosi rassegnato a qualunque pretesa
capricciosa della moglie, meno che a far torto alla santa memoria di suo
padre, e all’onore intemerato della famiglia.

Maria non intendeva niente alla necessità delle divisioni, e diceva a
suo cugino:

—Perchè ci dividiamo? Non possiamo restare uniti come fecero i nostri
genitori? Non possiamo abitare la casa in comune come abbiamo fatto fino
adesso? Io userò tutte le economie possibili in famiglia, tu
amministrerai la sostanza, e in pochi anni potremo pagare i debiti, e
ritornare come prima. Se vuoi ritornare a Venezia pei tuoi affari, e per
far piacere a Metilde, che sta in campagna per forza, le vostre camere
saranno riservate, potrete venire qualche giorno in primavera, un mese
d’autunno, noi andremo a visitarvi a Venezia, e così ci vedremo sovente.
Non ti fa piacere che ci vediamo?

—Cara Maria, rispondeva Silvio, se dipendesse da me solo non vorrei
lasciarti un momento, io non sono felice che in questa casa ove ho
passata la mia gioventù in tua compagnia. Ah! quelli furono gli anni
felici! e come sono passati!... ti ricordi le nostre merendine nel
nido?...

—Quando tu avevi paura delle bisce....

—Ero un vero imbecille!...


—Eri un galantino!... sei sempre stato così... ti sono sempre piaciuti i
bei vestiti, i goletti e i polsini inamidati....

—Che frivolezze!... è ben vero!... sono stato troppo leggiero; la
fatuità fu la mia rovina!.... Quanto sarebbe stato meglio se avessi
ascoltato mio padre, e fossi tornato a casa dopo gli studi...

—Povero zio!... Quanto ha sofferto per la tua assenza, vedendo che non
poteva persuaderti a tornare in famiglia.... ma egli ti nascondeva le
sue pene per non affliggere la tua gioventù... non si vive che una volta
sola, egli diceva, non posso obbligare mio figlio a sacrificarsi in
campagna per farmi piacere!... Egli ha sempre sperato fino al tuo
matrimonio.... poi non ha sperato più!...

—Che cosa diceva di mia moglie?...

—Diceva che era bella.... assai bene educata... seducente per un
giovinotto.... e ti compativa.

—Mi compativa?...

—Oh scusa se ti offendo.... volevo dire.... che egli capiva che ti
dovesse piacere.... ma diceva che.... Infatti adesso a che serve di
ritornare al passato, il quale non torna più....

—Ti prego, Maria, non rifiutarti di dirmi ciò che pensava mio padre di
Metilde; è tuo dovere di non nascondermi le sue parole....

—Ma non diceva niente di male.... anzi ti assicuro che ne faceva
moltissimi elogi.... solo che....

—Che cosa?...

—Che non era per te... che non poteva renderti felice....

—Aveva ragione!...

—Oh Silvio!... non dire di queste cose. Nessuno è perfetto, tutti
abbiamo qualche pecca, ma Metilde è bella, elegante, graziosa....

—Tu li conosci i difetti di Metilde....

—Io no....

—Sì, li conosci! è un po’ egoista, pensa per sè, è di umore incostante,
quando la tiri via dalla società e dal pianoforte non sa far altro; in
famiglia non è che un impaccio....

—Oh Silvio, non dir cattiverie.... una signora non è avvezza a certe
cose....

—Che signora!... le signore ricche si capisce che piglino chi le serva,
ma Metilde non mi ha portato in dote che delle idee e delle pretese,
senza avere i mezzi di soddisfarle....

La conversazione fu interrotta da Andrea, che spalancò la porta con tale
violenza che fece tremare Maria.

—Di che cosa hai avuto paura? le chiese sgarbatamente il marito,
guardando il cugino con aria sospetta.


—Non vuoi che tremi, gli rispose bruscamente Silvio, pareva che entrasse
una bomba, o che venisse il terremoto.

Metilde seguiva Andrea, questi le gettò un rapido sguardo, adocchiò gli
altri due, poi tornò a fissarla con due occhiacci che volevano dire:
«vedete che se la intendono; li ho sorpresi in un colloquio clandestino;
che cosa ne pensate voi?»

Metilde lo guardò appena, tanto aveva paura di quell’ubbriacone, e
cercava di evitare tutte le occasioni di parlargli.

Silvio e Maria erano costretti dalla necessità a continue conferenze
d’affari, soli o col maestro, esaminavano i registri, facevano i conti
ai coloni, e l’inventario per le divisioni procedeva regolarmente. Molte
partite riscontrate richiamavano alla memoria i ricordi svaniti. Allora
coi gomiti sulle carte ciarlavano insieme del passato, dei loro parenti,
della povera nonna, e di tante prove dolorose e momenti terribili
attraversati dalla famiglia. Maria si ricordava pochissimo dei genitori,
ma conosceva la loro tragica storia; parlava del nonno capitano, delle
sue beghe continue col maestro, della loro amicizia, cementata dalla
pazienza di Zecchini, e dagli avvenimenti.

E tutti quei parenti erano morti!... non restavano che loro soli della
famiglia. Come avrebbero finito anche loro?... Allora Silvio pensava ai
suoi errori e ai meriti di Maria. Essa aveva assistiti gli ultimi
parenti, con somma bontà e intelligenza, e ricordando le cure delicate
ed affettuose da lei prodigate al suo povero padre, gli occhi gli si
riempivano di lagrime, e si espandeva in atti di viva riconoscenza per
la cugina, assicurandola che non avrebbe dimenticato mai più tutto il
bene che aveva fatto in quella casa. Egli medesimo le era debitore della
salute, era giunto alla villa in cattivo stato, forse a Venezia sarebbe
morto, ma si era ristabilito perfettamente a merito suo, e delle sue
cure, e quel mascalzone di Andrea mostrava di non saper apprezzare
abbastanza un tale tesoro....

—Andrea non è cattivo, te lo assicuro, gli diceva Maria; se non avesse
quel maledetto vizio del vino, non avrei mai avuto da lamentarmi di
lui.... col tempo si correggerà....

—Diventerà sempre peggiore, soggiungeva Silvio. Quel vizio esecrando gli
toglie la ragione e lo rende brutale, non può che peggiorare cogli anni,
e renderlo insopportabile.... Maria, dimmi francamente che cosa faresti,
se quell’uomo invece di correggersi, come tu speri invano, diventasse
sempre più vizioso, e ti mancasse ancora di rispetto?... Se prendesse
l’abitudine di darti degli schiaffi?...


Maria alzò la testa con una espressione di fierezza che Silvio non le
aveva mai veduta, rimase qualche istante perplessa, poi con duro
cipiglio gli disse:

—Parliamo d’altro.

In quel momento Silvio vide una scintilla negli occhi della cugina, e si
sentì consolato dal pensiero che il sangue dei Bonifazio non era
degenerato; e quello sguardo inaspettato gli fece battere il cuore più
forte.

La riconoscenza e l’ammirazione che sentiva per Maria gli fecero
dimenticare quel linguaggio e quegli atti, che talvolta la rendevano
volgare, e lo facevano arrossire davanti la gente. Allora non vedeva più
che quella costante devozione per la famiglia, che ne riassumeva i
sacrifizii, quella vita utile, quel cuore semplice e onesto, e deplorava
altamente di non avere saputo apprezzarla in tempo, ed esclamava
sospirando:

—Ah! cara Maria, ho falsato la mia vita, ho sbagliata la strada!...

—Io credo, gli rispose mestamente Maria, che nessuno a questo mondo
possa realizzare i propri sogni, che nessuno sia completamente felice.
Nella ingenuità degli anni giovanili si spera l’impossibile, si travede
una vita color di rosa, come quelle figure che abbiamo ammirate sul muro
da fanciulli, prodotte dalla lanterna magica, ma quando il lume si
spegne il muro ritorna bianco; la realtà è molto diversa dalle ubbie
giovanile... ma è inutile lamentare le illusioni perdute.... perchè non
erano che illusioni. L’esperienza ci mette davanti la verità, e bisogna
contentarsi del proprio stato, e rassegnarsi al destino....

Così dicendo si alzò, quasi avesse timore di dire troppe cose, o di
udirne, e uscì rapidamente dalla stanza, lasciando Silvio in una
agitazione morbosa, fra il rimorso e la speranza, deplorando le
aberrazioni del passato, e cercando il modo di riparare i suoi falli....
forse con nuovi errori!...



                                  XIX.



I conti e l’inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a
prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività,
poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una
relativa agiatezza; ma l’altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano
attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.

Era dunque indispensabile di pensare seriamente all’avvenire, e Silvio
se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate
ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.

La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli
dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non
erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello
della emancipazione dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante
dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle
abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato
volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna,
ma prevedeva l’opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato
da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle
tentazioni che gli esaltavano il cervello.

Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle
buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi
intieramente al giornalismo.

Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti
particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli
consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un’occupazione
conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo,
potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.

La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente:


    «_Carissimo amico_,

«Io divido il genere umano in due parti disuguali.

«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza
che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere
alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta
di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere
quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano
contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di
vivere più lautamente degli altri; ma c’è posto per tutti, anche per
coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto
la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il
lepre deve contentarsi del gatto.

«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il
giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la
critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e
consumo de’ suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il
giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai
benissimo che l’ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non
esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a
nulla, o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa,
sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo
bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli
invalidi.

«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o
carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell’eterna città.

«Dal primo ministro all’ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.

«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d’ingegno e degli
stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui
maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....

«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il
nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da
proporgli un direttore per la _Confederazione Universale_, giornale
sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che
fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il
capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con
destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi
grande ammiraglio della stampa.—Addio.»


Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l’uscio
della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di
cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della
liquidazione della sostanza paterna.—Una rendita meschina!—

A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli
espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire
per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d’un giornale
cosmopolita.

Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la
seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la
famiglia.

Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del
loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte
del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l’esitazione sulla
seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli
e suggerimenti sulla condotta da tenersi.

Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a
rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che
vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.

Pasquale aveva saputo all’osteria che Andrea si lamentava con tutti del
testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.

La villa gli riusciva troppo onerosa con l’obbligo di conservare il
parco passivo, coll’abitazione troppo grande che rappresentava un altro
capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano
a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.

Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo
giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva
apprezzare.

Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si
mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla
spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano
bisogno d’essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più
utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.

Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli
rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non
dovrebbe trascurare per simili frivolezze....

—Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...

—Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i mosconi
le girassero d’intorno,


—Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...

—Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non
ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una
vera azione da briccone!...

Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate.
Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva
trovare una parola da rispondere.

Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l’insulto e l’agitazione
del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di
vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il
furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che
chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece
brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata,
e gli disse:

—Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi
m’inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai
che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò
cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa
nè della galera, nè della forca, nè del boia!...

Pasquale era soddisfatto d’avere colpito sul vivo, colla doppia ferita
del sospetto e della vergogna, l’uomo che detestava, e godeva di aver
soffiato nel fuoco di quell’odio che divorava internamente l’infelice.
Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente
di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi
stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per
allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:

—Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me, non
sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel bighellone
di vostro marito che ci tradisce tutti due....

Metilde si arrestò d’un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò
in volto uno sguardo interrogativo.

—Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte
a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?...
ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle
cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...

Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare;
la rivelazione e l’insulto la colpivano ad un tratto, e l’amaro sospetto
che la dilaniava da un pezzo si trasmutava in realtà; la speranza di
ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La
misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una
seggiola, nel vestibolo.

—Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel
forsennato....

Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d’occhio
di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza
degnarsi di proferire una parola.

L’aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.

Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.

Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:

—Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea....
fino alla disperazione!... con questa gente!...

—Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo
credi?...

Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella
sua camera.



                                  XX.



Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una lettera per sua moglie.
Era la risposta dell’avvocato, che diceva fra le altre cose: «Quella
lettera di Roma è scritta evidentemente da un matto, che vede il mondo
attraverso il suo cervello, che offre ad un amico l’impresa pericolosa
di dirigere un giornale screditato, per compiere la sua rovina. Andando
a Roma con quelle idee non trovereste che gl’imbarazzi e la miseria. Il
disastro economico di tuo marito non lo obbliga a fare nè il contadino
nè il giornalista. In campagna senza le cognizioni nè la pratica
dell’agricoltore egli non potrebbe vivere che in ozio, condannando la
moglie educata, e avvezza a vivere nella buona società, a trascinare una
vita noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un impiego fruttuoso,
nella lotta scapigliata dei partiti non avrebbe a subire che continui
disinganni e pericoli. A Venezia non potrete più tenere un appartamento,
ma avete la nostra casa, ove tu riprenderai le consuete abitudini,
vivrai coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche, e colla sua
onorata professione d’avvocato troverà degli onesti compensi. Ecco il
vostro solo rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol prodigo, e
subiremo le conseguenze d’un matrimonio troppo precipitato, senza la
dovuta ponderazione e le necessarie garanzie.»

Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo, la tavola di famiglia
rimase deserta.

Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole
e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle
mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di
pronunziare poche parole, e interrotte:

—Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno
della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato»
l’ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e
che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto
un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè
tu non devi vederla mai più!...


—Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei
genitori.... nè della mia patria.

—Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con
sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia
rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.

—Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.

—Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.

—Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e
alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:

—Lo giuro sull’anima mia, davanti a quel Cristo!...

—Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non
poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera,
sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.

All’ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla
porta d’ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.

La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno d’aria libera e di
solitudine, per raccogliere i suoi pensieri.


Era verso la metà del novembre, una nebbiola trasparente si alzava dai
prati, mentre il crepuscolo rosseggiava ancora all’estremità
dell’orizzonte. I monti lontani passavano dalla tinta violacea alla
turchina, si confondevano col cielo, e finalmente scomparivano
nell’oscurità della notte. La terra era coperta dalle foglie cadute
dagli alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo della veste,
e al rumore dei passi, gli uccelli raccolti sui rami fuggivano in massa,
producendo l’effetto d’un soffio improvviso di vento. Poco dopo il suo
passaggio ritornavano al loro posto, e si sentiva nel bosco un pigolìo
confuso, che andava scemando a poco a poco, e si diffondeva il silenzio
notturno, interrotto lievemente dallo screpolo d’un ramo secco, o dalla
lenta discesa d’una foglia fra le ciocche dei pedali.

A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese un lume, salì nella sua
stanza, e fu sorpreso di trovarla vuota.

—Un altro capriccio dispettoso!—esclamò, e si gettò tutto vestito sul
canapè per aspettare la moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose
meditazioni, fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad assopirsi, e finì
coll’addormentarsi profondamente, abbattuto da tante sensazioni diverse,
e da tanti pensieri.


Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d’un sogno spaventoso, alzò la
testa sonnolenta, si sorprese di non essere a letto, poi si ricordò del
motivo dell’aspettativa, guardò d’intorno, e rimase meravigliato
d’essere ancora solo. Guardò l’orologio e diede un guizzo, era passata
la mezzanotte!

—Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò con qualche inquietudine; o
era proprio un dispetto ostinato!...—Prese il lume, e cominciò a girare
per le camere vicine, con infinite precauzioni, per non risvegliare
quelli che dormivano. Visitò tutte le stanze che sapeva disabitate, per
vedere se si fosse addormentata sopra qualche divano, ma erano tutte
vuote. Esaminò le porte di casa, ed erano chiuse come al solito; dunque
Metilde era rimasta fuori.—L’avranno creduta nella sua stanza, ed essa
non si sarà degnata di picchiare;—e pensava,—dove diavolo può essere
andata? essa che ha paura di tutto! è davvero sorprendente!...—Poi
cominciava ad aver paura anche lui....—ieri sera mi pareva in uno stato
di esaltazione.... mi ha veduto molto in collera.... se avesse perduta
la testa?... ah no!... mai!...

Piano piano aperse la porta con mano tremante, lasciò il lume sul
tavolo, e uscì. Era un bel chiaro di luna. Cominciò a guardare intorno
alla casa, sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente in ogni
angolo delle adiacenze, e non vide nessuno. Allora entrò nel bosco, dove
la luna non penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli alberi.
Diede un’occhiata al laghetto e si sentì la pelle d’oca.

La superficie tranquilla non aveva una crespa, ma all’ombra faceva
paura, perchè era nera come un panno funebre. Si passò una mano sulla
fronte, e continuò a camminare sotto gli alberi.

Al minimo rumore si fermava, e chiamava a mezza voce:—Metilde....
Metilde sei qui?...—ma nessuno gli rispondeva.

Sentiva il rimorso d’aver dormito un po’ troppo, di non aver cercato
prima, sentiva di aver avuto torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano
dopo tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!...
Girovagando inquieto con questi pensieri, e con molti altri, vide
dapprima un’ombra scura sopra un banco ai piedi d’un albero, si avvicinò
rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era proprio lei; ma chiamata
per nome non rispose, e non si muovea.

Quella rigida immobilità gli fece un’impressione tremenda, un tremito di
paura lo assalse, non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo
energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde dormiva.

La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese le braccia e le gambe,
fece uno sbadiglio, e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva
essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle sue domande, si alzò in
piedi e partì.

—Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa pensi?...—nessuna
risposta! continuava ad andare avanti lentamente, e lui la seguiva, e
pensava:

—È peggio assai di quanto io temeva!... non è morta, ma è pazza!... e le
diceva, con voce angosciosa:

—Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo marito.... ascolta una
parola.... fermati un momento; ho da parlarti.... ma essa non gli dava
retta, e proseguiva impassibile la sua strada, fino che veduta la porta
aperta entrò in casa.

Silvio la accompagnava da presso, chiuse la porta, prese il lume, essa
lo precedeva, prese a salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed
egli la seguì, ed anche quell’uscio fu chiuso.

Egli osservava tutti i movimenti di lei con grande attenzione, vide che
cercava qualche cosa, le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi
quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto e ricominciò a
interrogarla.


—Perchè non sei venuta a dormire?...

—Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.

—Perchè non hai picchiato alla porta?

—E tu perchè non sei venuto a cercarmi?

Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia, una brutta e dispettosa
commedia. Questi pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del marito,
in una irritazione sdegnosa, che gli fece dire sgarbatamente:

—Quando si tratta di fare dei dispetti non hai più paura di niente,
nemmeno d’un raffreddore, o anche d’una malattia più grave!...

—Magari pure! rispose Metilde, così almeno tutto sarebbe finito!...

—Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia l’ultima volta che mi fai
delle scenate; io non amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.

—Sarà l’ultima volta!... te lo prometto.... te ne dò la mia parola
d’onore.... se questa sera mi è mancato il coraggio, sarò più forte
domani mattina....

—Con queste sballonate tu credi di farmi una grande impressione, e
invece mi fai dispetto... Pare a sentirti che tu sia la donna più
infelice della terra!... ma che cosa ti manca?...

—Mi manca tutto! essa rispose; l’affezione e il rispetto di mio marito,
la pace domestica, le speranze dell’avvenire, e tante altre cose che non
dico....

—Alle corte: l’affezione e il rispetto non si impongono, ma bisogna
meritarli. In quanto alla pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi
dispetti che la intorbidano, sei bisbetica, egoista, intollerante,
difficile in ogni cosa!

—Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono le mie esigenze?....
vivo forse secondo il mio stato?... o non mi hai condannata alla vita
più noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza.... fra un ubbriacone e
la tua ganza!...

Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla potente, e facendosele
davanti coi pugni al viso le disse:

—Voi mentite sfacciatamente!... insultate una santa donna, la suora di
carità della famiglia, quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri
parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla buona nonna e all’ottimo
mio padre; essa vale mille volte più di voi, non siete degna di mettervi
al suo paragone, e guai a voi! se osaste ancora insultare la sua
virtù.... civettuola orgogliosa.... e buona da nulla!...

Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida come una morta, e disse,
con voce tremante:

—Non mancavano più che questi insulti!... e la glorificazione d’una
ipocrita che non inganna che voi solo!... tutti gli altri la conoscono,
tutti sanno che è la vostra ganza!

—Basta così!... questa è una menzogna, è un’infamia; tutti la
benedicono, voi sola la calunniate indegnamente!... ritirate subito
questo insulto....

—Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso suo marito.... lo ripete
perfino il cocchiere!...

—Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati balordi!... che
insultano l’angelo della famiglia!

—Che sia maledetto quell’angelo, che divenne il demonio dell’inferno!

—Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa, maledetto il
nostro matrimonio che ci ha resi tanto infelici!

—Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura è colma. Consolatevi che
presto sarete libero di continuare la vostra tresca, senza l’incomodo
della moglie....

—Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte da ridere. Vi conosco
troppo, voi e tutta la vostra razza frolla.... non siete capaci di
pungervi un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza
prodotta dalla rappresentazione drammatica di questa notte. E
apparecchiativi a partire per Roma!


—Parto piuttosto per l’altro mondo!... il Sile non è poi tanto
lontano!... ricordatevi il mio giuramento davanti il Cristo.... e siate
sicuro che io non giuro mai il falso.

Silvio alzò le spalle in atto d’incredulità e di disprezzo, si sentiva
soffocare dalla collera, provava il bisogno di rompere qualche cosa,
temeva che l’eccesso dello sdegno lo spingesse a delle escandescenze;
volle fuggire il pericolo, uscì dalla stanza, scese precipitosamente le
scale, e si mise a correre sotto gli alberi del parco, con passo
concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.

Era l’alba. L’aria fresca della mattina non tardò a portare qualche
refrigerio ai suoi nervi malati, a calmare l’onda del sangue che gli
bolliva nelle vene, ma il suo cervello delirava.

—Quale funesto destino! egli pensava; quante amarezze, quanti
disinganni! E quale avvenire mi attende?... la vita non è che un sogno
rapido e triste; a che servono le fatiche degli studi, le lotte della
politica, le agitazioni del mondo? Appena cominciata l’azione.... tutto
finisce! Qui, in questa casa potevo vivere tranquillo e felice i pochi
giorni che mi sono concessi, come fece mio padre, ma fui sordo a’ suoi
buoni consigli, fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare chi amavo
teneramente, pago di false apparenze, ho ceduto il posto ad un idiota
briccone; ho preferito all’oro greggio l’orpello lucente, e mi sono
ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai è inutile che mi
faccia delle illusioni, la verità è questa: detesto mia moglie, e adoro
mia cugina! tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a
nasconderlo a me stesso, malgrado la passione che mi arde dentro,
compressa violentemente da tanto tempo, e prossima ad uno scoppio
inevitabile.... Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche prima
d’essermene accorto, e non ho mai avuto l’ardire di confessartelo,
nemmeno quando eravamo liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla
mia bocca una dichiarazione d’amore.... ma sa tutto.... e mi ama!... sì,
essa pure mi ha sempre amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo
senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo dell’anima, lo
vediamo nello sguardo, nell’accento, nel sorriso, lo proviamo nell’aria
elettrizzata dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi, nel tocco
delle mani!... La vera passione ha il suo linguaggio arcano, ben più
sublime delle ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati
sufficienti per manifestare le più alte e profonde sensazioni. Eppure
con questa passione nell’anima, e coll’arcana intelligenza dei nostri
cuori, io l’ho tradita!... l’ho abbandonata! e ne ho sposata
un’altra!!... Non esisteva fra noi nessuna promessa palese secondo le
fredde abitudini sociali.... ma le due anime erano già legate dalla
natura.... io avevo un debito segreto verso di lei, le sono sfuggito con
vera fellonia.... ma tali debiti si pagano sempre, in questa o
nell’altra vita!... Iddio mi ha condannato al martirio in questo mondo,
ed ora incominciano le pene!...

Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato il mio
tradimento!... col buon senso pratico che domina la sua vita, ha
nascosto l’offesa, ha sofferto in silenzio, ha accettato con
rassegnazione il compagno che le venne proposto dai parenti, e lo
tollera coi suoi vizii, e lo difende!... ma non può amarlo.... non lo
ama.... perchè ama me solo!... e forse attende che io mi prostri ai suoi
piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....

Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito, un idiota!... io attendevo
senza pensarci, che Maria venisse a confessarmi il suo amore, che
venisse a provocarmi con soavi parole davanti l’alterigia spietata del
mio contegno.... imbecille!!...

Ma la nostra passione è giunta a tale intensità, che basterà una sola
parola per farla prorompere.... e questa parola non l’ho ancora detta!—

Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato dalla passione
fomentata dalla collera, dal lungo digiuno, dalla notte insonne, vide
Andrea che usciva di casa collo schioppo in ispalla.

—Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è giunto il momento di
finirla!...—Rientrò in casa con prudenti precauzioni, per non esser
veduto da nessuno, e reso sicuro dall’ora quieta della mattina, e dal
silenzio che regnava dovunque, andò a picchiare addirittura alla camera
da letto di Maria.

—Chi è? essa domandò.

—Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....

—Aspetta un momento, vengo subito, rispose.

Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca, colla mente esaltata
da pensieri strani. Udiva nell’interno della camera uno scompiglio
affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette che si chiudevano,
sedie rimosse, e finestre che si spalancavano. Quando tutto fu messo in
assetto. Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno, gli disse:

—Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era in disordine.... Ti sei
alzato molto per tempo, che cosa vuoi?...

—Vengo a farti una proposta, le disse il cugino, una proposta
definitiva, che metterà un termine a tutte le nostre amarezze, che
riparerà tutti i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice....
mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare che l’unico
impulso del cuore, e rispondimi francamente sì o no senza esitazioni....

—Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c’è sacrifizio che possa
parermi troppo grave, se posso vederti contento.... dimmi che cosa devo
fare....

—Vieni a Roma con me....

—A Roma?... per che fare?... con chi?...

—A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo paese.... è l’unico rimedio
a tutto un passato di errori funesti, seguìti da disinganni fatali. Io
non amo Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho mai amato che te
sola. Il nostro reciproco affetto col suo silenzio eloquente è l’amore
vero, tutto il resto non è che inganno e illusione!...

—Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che gettano fiamme, il tuo
viso è stravolto, hai i capelli irti sulla fronte, dimmi che ti senti
male, va nella tua camera....

—Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata, non posso più vivere senza
di te, tu devi esser mia per sempre.... vieni e saremo felici!...

—Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri, e mi proponi il disonore,
la vergogna, il tradimento!... e vuoi che siamo felici!... tu sei
malato, povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha sconvolto il
cervello....


—Maria, rispondimi francamente, voglio sapere se mi sono ingannato, se
devo vivere o morire, rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...

—Io non devo amare che mio marito....

—Ma tu non puoi amarlo!...

—Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui e per lui.... tutto il
resto è impossibile!... ritirati.... va.... tu mi proponi una
infamia.... non sei degno del nome che porti!...

—Maria, non rinnegare la voce della natura, la vita, l’amore, tutto
quello che è buono e che è vero, per dei pregiudizii funesti, per un
vano rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!... Maria....
Maria vieni con me, io ti prometto il paradiso in cambio d’ogni
sacrifizio....

—Tu vaneggi, e non mi offri che l’inferno, il tradimento, la vergogna,
il disonore, i rimorsi.... ritirati.... va.... te lo impongo in nome di
tuo padre che ci vede.... esci da questa stanza....—E così dicendo con
voce imperiosa, gli accennava la porta col braccio alzato e l’indice
disteso.

Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la donna amata, spinto
dall’amore sfrenato o dal rimorso, alzò le mani giunte verso di
lei....... e in quel momento si spalancò la porta della camera, e Andrea
e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu un minuto di sosta, e poi
Andrea si slanciò verso Silvio colla mano armata dal coltello, e gli
misurò un colpo che venne sventato dal braccio di Maria, la quale rimase
ferita ad una mano, ma potè disarmarlo. Alla vista del sangue che
spruzzò sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise a gridare,
chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente giù dalle scale. Silvio si era
alzato in piedi, dicendo ad Andrea:

—Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque soddisfazione, ma
rispettate vostra moglie, l’avete ferita brutalmente, senza rendervi
conto d’una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi siete fitto in mente
che io abbia sedotto vostra moglie, ma se questo fosse vero non mi
avreste trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire lontano da
voi, che non la meritate; essa vi difende e vi resta fedele malgrado i
vostri torti. Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale siete
indegno. Ora sono ai vostri comandi, che cosa esigete da me?...

—Prima di tutto esigo che abbandoniate all’istante questa casa, per mai
più rimettervi il piede.

Silvio guardava Maria, interrogandola collo sguardo. Essa finiva di
bendarsi la mano, e dopo d’aver calmato alquanto il marito, soggiunse:

—Andrea ha diritto d’imporvi quest’obbligo e voi dovete obbedirlo.


Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria ed uscì senza proferire
una parola. Era una protesta o un segno di rassegnazione? nessuno poteva
saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li accompagnava da lontano.

—Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava Andrea dietro le spalle, in
modo da non essere udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna
che uno di noi due scomparisca dal mondo.

—È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a seguirvi dovunque.

—Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea, mia moglie ci
sorveglia, allontanatevi, ma prima di lasciare il paese, giuratemi che
ci rivedremo.

—Vi dò la mia parola, che sarò pronto.

Maria afferrò il marito per l’abito, e lo trascinò altrove. Silvio entrò
nella sua stanza, per fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto
gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse, lo chiuse, si mise la
chiave in tasca, e uscì per cercare sua moglie. Fece il giro del parco,
diede un’occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico dell’adiacenza
per domandare se qualcuno l’avesse veduta e trovò Pasquale che pareva
molto sorpreso d’incontrarlo e gli disse:

—Ah, padrone mio, credevo di non vederlo più vivo!...


—Perchè?...

—Ecco la ragione: questa mattina la signora Metilde uscì per tempo, mi
pareva molto agitata, ho creduto prudente di seguirla a qualche
distanza. Essa vagava pei campi, camminava in fretta, guardava il cielo,
e faceva dei gesti strani. Io le teneva dietro da vicino nascosto da una
siepe, quando s’incontrò col signor Andrea che andava alla caccia, gli
si fermò davanti, e le disse:—Dove andate a quest’ora?...—Non lo so,
essa gli rispose seccamente.—E avete lasciato solo vostro marito? quale
imprudenza! e soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di casa,
andrebbe a trovare mia moglie.—Silvio è uscito prima di voi, e vi avrà
veduto ad uscire, essa gli disse:—Ah?... si sarà nascosto apposta per
ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia di mia moglie.... sarà
entrato nella sua camera....—Ah?... se fosse vero! esclamò la signora
Metilde; ho un pensiero fisso al quale resisto ancora perchè mi manca il
coraggio; ma se avessi quest’ultima prova, saprei compiere il mio
destino!...—Allora il signor Andrea la prese per mano, e le
disse:—Andiamo a vedere!—Essa lo seguiva come una bambina, io mi
acquattai dietro la siepe per non essere scoperto, e non ebbi tempo di
avvertirvi prima che essi entrassero in casa. Quando seppi che vi
avevano proprio trovato in camera, vi piansi per morto! ma le fantesche
mi dissero che la sola padrona è ferita. Me ne consolo con voi che
l’avete scappata bella!...

—E mia moglie l’hai più veduta?...

—Dopo quella scena non l’ho più vista. Ah poverina! non la abbandoni
troppo al suo dolore. Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se
l’avesse veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso.... è in
tale stato d’esaltazione che sarebbe capace di commettere qualche
imprudenza!...

Pareva che queste ultime parole lo colpissero fortemente. Affrettò il
passo, uscì dal cancello, si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo
stesso ritornello della sera antecedente: dove diavolo sarà andata a
cacciarsi?...

Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni della infelice: «mi
è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto
ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se avessi quest’ultima prova saprei
compiere il mio destino» e si rammentava che gli aveva detto fra le
altre cose: «presto sarete libero, il Sile non è tanto lontano!...» ed
altre parole di pessimo augurio.

Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse, era digiuno da
ventiquattr’ore, esaltato da passioni diverse, l’amore deluso, l’odio
per Andrea, il disgusto colla moglie, la ferita di Maria, le minacce
della moglie, e la sicurezza d’un duello sanguinoso; vedeva buio
nell’avvenire, e provava delle allucinazioni paurose.

Camminava a caso, senza discernimento, colla mente confusa, dimenticando
talvolta perfino lo scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva
d’un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso, e domandava ai
passanti se avessero veduto per caso una signora bionda vestita in
lutto. Ma nessuno l’aveva veduta, e lui andava avanti.

Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso, fra la porta di San
Tommaso e la Barriera Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava
curiosamente fece la solita domanda:

—Di grazia, avreste veduta una giovane signora bionda, vestita così e
così?

—Sì signore, è passata poco fa....

—Snella, vestita in lutto?

—Snella, vestita in lutto!

—È lei!... Da che parte si è diretta?

—Camminava sulle sponde del Sile, colla testa bassa, arrestandosi
sovente a guardare il fiume ed osservando d’intorno, quasi volesse
assicurarsi che nessuno la seguiva....


—È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio, soggiunse, mi avete
detto che andava da quella parte?

—Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso della corrente...

Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una seria inquietudine, e
rammentava con sempre maggiore apprensione quelle tremende parole:
«domani avrò più coraggio... il Sile non è lontano.... sarete
libero....» e pensava. Eppure se fosse vero? se tornassi libero?...
libero!... e costeggiava il Sile, guardando attentamente i movimenti
dell’acqua.

Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni scuri dalla parte del mare,
un’aria umida scuoteva i rami dei pioppi e ne staccava le ultime foglie
ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella minuta, l’acqua del
fiume pareva inchiostro, e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del Sile
è pieno di curve e di accidenti, e fa certi mulinelli traditori che
travolgono nelle loro spire tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide
da lontano dei viluppi neri che giravano intorno d’un gorgo, sotto ai
roveti delle sponde. Corse spaventato da quella parte. Erano mucchi di
foglie secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò più
liberamente, e tirò avanti. La pioggia veniva giù sempre più forte, non
aveva nè mantello nè ombrello; la strada era molle e fangosa, egli
proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato di pantano fino
al ginocchio, col presentimento che finirebbe per trovare la sua donna
annegata. E pensava:—farò smentire il suo suicidio, si crederà ad un
accidente; le farò fare degli splendidi funerali, e poi sarò libero....
libero!... non resterà più che un solo ostacolo alla mia felicità, quel
rozzo villano....—e meditava con truci pensieri di far sparire
l’ostacolo.... aveva la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva
coll’aver paura di sè stesso, per l’orrore dei suoi pensieri. E tornando
a idee più miti, diceva fra sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in
duello, per non rendere impossibile ogni relazione con Maria, e cercherò
di lasciarmi ferire per eccitare l’interesse di lei, e risvegliare la
sua passione!...

Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi la sera, pensò che i
cadaveri degli annegati non vengono a galla che molte ore dopo la morte,
e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche sarebbero riuscite
vane.

Salì sopra un’altura della riva, dove il fiume faceva un gomito, slanciò
un’ultima occhiata da vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e
non vide altro che la tranquilla corrente la quale scendeva verso il
mare senza il minimo ingombro, poi diede uno scroscio di risa nervose,
eccitate da una nuova idea che gli attraversava il cervello:

—Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io cerco mia moglie, come
un’imbecille, sotto la pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse
ritornata alla villa!...

Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente la strada per lungo
tratto, poi prese delle scorciatoie attraverso i campi e i fossati,
sprofondandosi nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere, camminando
a dondoloni, fino che a notte inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti
il cancello della villa. Ma quando si arrestò per suonare il campanello
gli venne in mente che in quella stessa mattina, egli aveva promesso che
non avrebbe riposto il piede nella casa paterna. Rimase sbalordito sulla
soglia, si sentiva mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche
soccorso. Ah! se Maria l’avesse veduto non lo avrebbe certamente
abbandonato sulla strada, in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma
la sua dignità gl’imponeva di morire piuttosto di domandare ad un
villanzone rifatto di concedergli, come una carità, l’alloggio nella
casa paterna. Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender fiato e
farsi coraggio.


Dopo qualche esitazione risolse di chiedere l’ospitalità in casa del
maestro Zecchini, il quale avrebbe potuto recarsi alla villa per
chiedere notizie di Metilde.

Andò dunque a picchiare a quella casa, poco discosta dalla casa paterna.
Nessuno rispondeva. Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare
più forte, ma si facevano ancora aspettare. Finalmente udì che si apriva
un balcone, al primo piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia
fantesca, che gli domandò in aria diffidente e sospettosa:

—Chi è a quest’ora, e con questo tempo da ladri?... di chi domandate?

—Domando del maestro Zecchini, e non sono un ladro.

—Il maestro è a cena, e a quest’ora non riceve nessuno, andate con Dio
in santa pace.

—A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi dunque Anastasia, non
mi avete ancora conosciuto?—sono Silvio Bonifazio.

—Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia, il signor Bonifazio con
questo tempo! a quest’ora!... corro subito ad aprire—e scomparve.

Silvio sentì gli zoccoli dell’Anastasia che scendevano per la scala di
legno, ma attese invano per lungo tempo che essa venisse ad aprire.


La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire il maestro di quella
visita, ma egli non voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito
colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore che volesse
ingannarlo per farsi aprire la porta, e assassinarlo, non si è mai
sicuri in questi tempi!... e stava discutendo sul partito da prendere,
mentre Silvio aspettava sotto la pioggia.

Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra del piano superiore, e
questa volta era la testa calva del maestro che si presentava ad
interrogare il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo venne tolto
ogni dubbio e il maestro si decise a discendere, e ad aprire la porta.

Ma quando vide entrare quella figura tutta sciupata le vesti, e
ricoperta di fango, egli mandò un grido di terrore, credette d’essere
caduto nell’inganno, e non voleva persuadersi che fosse Silvio
Bonifazio.

—Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva Silvio, sono io che
vengo a mangiarvi la cena, e a domandarvi un letto per questa notte....

—Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando il maestro, che stentava
a rimettersi dallo spavento.

Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto la cappa del camino, coi
piedi sul focolare; accesero delle fascine, che rischiararono tutto
l’ambiente, e fecero fumare l’ospite inaspettato, che pareva prendesse
fuoco.

Intanto che l’Anastasia, con una spazzola, gli levava il fango dalle
scarpe, il maestro gli stropicciava i vestiti con un cencio; egli li
ringraziava, e rispondeva alle domande ansiose del vecchio amico:

—Ho corso dietro tutto il giorno a quella matta di mia moglie, che ha
scelto questa bella giornata per andare al passeggio sulle rive del
Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima di me.

—Io rientro appena dalla villa, gli rispose il maestro, e nessuno ha mai
saputo niente di voi in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato a
letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera donna, che mi
raccontò la scena di questa mattina. Essa era inquieta per voi due, non
sapendo dove siate andati senza i vostri bauli. Vi ha fatti cercare
tutto il giorno, ma invano. La tua imprudenza ha messo il colmo alle sue
disgrazie, e tu puoi dire d’averla resa infelice due volte!—Ma infine
dove è tua moglie?...

—Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta.... ma posso giurarvi che
io sono più morto che vivo!... Da più di trenta ore non mangio, mi
agito, cammino come uno scemo, senza sapere dove vado....

Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia apparecchiò la tavola,
e dopo pochi istanti servì delle uova strapazzate con dentro delle
salsiccie, un’insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino
vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane fresco, e delle frutta.

Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a due palmenti, e non
faceva complimenti col maestro che continuava a riempirgli il piatto e
il bicchiere.

—Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli disse il maestro.

—Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e tutto eccellente, diceva
Silvio; e poco dopo soggiunse—se una tremenda apprensione non mi
intorbidasse la mente, potrei dire che questo è stato il più lauto
banchetto della mia vita!... non ho mai mangiato con tanto appetito.

—Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti un buon letto, riprese
il maestro. Prendiamo un’altra fiammata, poi andremo a dormire, per
questa sera non possiamo far altro. La notte porta consiglio; domani
faremo il resto.

Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno intenso e profondo, ma dopo
poche ore di riposo si destò improvvisamente, scosso da subitaneo
terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta, galleggiante sul Sile.

Fra il sonno e la veglia non si ricordava più dove fosse, e le tenebre
della notte accrescevano la tremenda impressione. Era bagnato di sudore,
e andava palpando il letto per raccapezzarsi. Alfine si rammentò tutte
le divagazioni del giorno antecedente, il suo arrivo in casa del
maestro, e il suo imminente duello con Andrea. I pensieri che lo
assalivano erano così incalzanti e affannosi che non gli fu possibile di
dormire.

Gli pareva che il sangue gli bollisse nelle vene, gettava le coperte che
lo soffocavano, si rivoltava nel letto che gli riusciva spinoso.

Soltanto all’alba riprese un po’ di sonno, oppresso dalla stanchezza.

Il maestro inquieto sulla sorte di Metilde si alzò molto per tempo e
corse alla villa per sapere se c’era qualche notizia. Nessuno aveva
udito parlare di nulla. Il maestro confidò a Pasquale l’arrivo di
Silvio, e lo pregò che alla prima notizia gli mandasse un pronto avviso,
e che intanto gli portasse il baule, affinchè il suo ospite potesse
cambiarsi.

Così Silvio si rimise in assetto, e appena fu in ordine, voleva
ripartire, alla ricerca della moglie smarrita, ma il maestro gli fece
osservare che era inutile fare delle ricerche senza nessun dato
positivo, senza sapere da qual parte rivolgere i passi. Per semplice
precauzione aveva mandato un uomo fido ad orecchiare lungo il fiume, ed
in città; e aspettavano ansiosamente la distribuzione dei giornali
locali per vedere se la cronaca cittadina avesse raccolto qualche
sinistro accidente.

Solo verso le dieci si vide da lontano Pasquale che correva in direzione
della casa del maestro e si pensò subito che ci doveva essere qualche
notizia. E infatti egli portava una lettera all’indirizzo di Silvio,
giunta in quel momento alla villa col messo postale.

Silvio lacerò rapidamente la busta con mano nervosa, e con indicibile
apprensione. Era il suocero che gli scriveva, annunziandogli che Metilde
era giunta felicemente in Venezia; ed era ritornata in famiglia, dopo
tante amarezze, col fermo proponimento di non vedere mai più suo marito.
S’era accorta da molto tempo della tresca infame di lui, ma le mancava
il coraggio di abbandonarlo. Le maledizioni, e gl’insulti aggiunti alla
sua pessima condotta, e specialmente l’ultima scena scandalosa la
spinsero a mandare ad esecuzione il suo divisamento. I genitori la
approvavano pienamente, e in quello stesso giorno il suocero avrebbe
presentato al Tribunale la domanda di separazione, facendo valere il
diritto della sposa agli alimenti, secondo la clausola del contratto di
nozze.

—Altro che annegata!... e quella maledetta lavandaia di Treviso che
m’aveva fatto credere di averla veduta!...

—Non conosci ancora certe donne! gli disse il maestro, non sai che si
divertono a mandare i mariti a spasso, e a tenerli lontani dalle mogli,
pensando di giovare al proprio sesso, è una vera camorra. La lavandaia
si è burlata di te, che dovevi essere abbastanza ridicolo colla tua
ingenuità!....

—Riconosco d’essere stato un asino!...

—Siamo sempre d’accordo, gli rispose il maestro, non parliamone più.
Adesso devi pensare agli affari, a guadagnare gli alimenti per la
moglie, come li esige il suocero avvocato.

—Per mia moglie, osservò Silvio, gli alimenti saranno magri!... e a me
non resterà più un soldo per vivere!

—Nè una donna da amare!... soggiunse il maestro.

—Non importa.... domani posso esser morto! osservò Silvio. Vado subito a
Treviso a trovarmi i testimoni, e si deciderà la mia sorte, e quella
d’Andrea.

Prima di uscire svelò il segreto al maestro Zecchini, il quale alzando
le spalle gli rispose:

—Sei matto, non ti mancherebbe altro!... e poi che testimoni d’Egitto!
credi tu che quel mascalzone d’Andrea sappia nulla di duelli e di
testimoni; egli la intenderà alla sua maniera, come i villani, ti
condurrà sul terreno per finirla a pugni e a coltellate; e ti ammazzerà
come un cane dietro un albero!

—Oh! questo poi no!...

—Lasciami fare, vado io a terminare ogni questione....

—No, no, no, le cose non si devono fare a questo modo, egli crederebbe
che abbia paura di lui.... io intendo di mandargli i miei testimoni che
gl’insegneranno le cose a dovere. Conosco un ufficiale dell’esercito, e
penso d’indirizzarmi a lui....

—Il testimonio lo voglio far io!... disse il maestro con fermezza, e mi
pare di averne il diritto. Figurarsi se posso permettere che due matti
facciano un altro scandalo, e accrescano gli strazii di quella povera
Maria con un delitto!... Vado subito alla villa, aspettami qui, che fra
non molto sarò di ritorno.


Silvio sperava che il maestro s’ingannasse, aveva proprio voglia di
trascinare l’avversario sul terreno; si sentiva ben disposto tanto ad
ucciderlo che a morire, e attendeva con impazienza il suo destino.

Ma il maestro aveva ragione. Andrea ignorava tutte le leggi
cavalleresche, credeva di fare un duello in famiglia, senza tante
cerimonie; e forse era anche vero quello che aveva detto Zecchini:
avrebbe voluto giuocare di coltello, e ammazzare l’avversario a
tradimento.

Il maestro Zecchini non tardò a persuadere Andrea Pigna che aveva torto,
e che per rispetto verso la moglie doveva rinunziare ad una vile
vendetta. Maria vedendo il marito fremente pregò il maestro che
persuadesse anche Silvio di lasciare il paese.... e per sempre.

Non era possibile fare altrimenti, per la pace di tutti, e per l’onore
di Maria.

Silvio rilasciò al maestro Zecchini una procura illimitata per compiere
totalmente le divisioni di famiglia, liquidare tutti i conti, e
presentarne i risultati all’avvocato Ruggeri, e fissare la parte alla
quale aveva diritto sua moglie.

E venne stabilito il giorno seguente per la partenza di Silvio per Roma.

—Ma hai pensato seriamente a quello che fai? gli chiese il maestro,
guarda bene di non commettere delle nuove corbellerie, ne hai già fatte
anche troppe!... devi pensare sul serio a guadagnarti il pane!...

—Perdio! rispose Silvio, vuoi che a Roma io muoia di fame?...

—Il giornalismo non è per tutti.... che cosa farai se non riesci?...
sarai uno spostato!...

—Farò il cuoco!—disse il giovane in aria burlesca—e sarò debitore a mia
moglie di questo ripiego. Essa non ha mai voluto saperne di occuparsi
del nostro pranzo; ci ho dovuto pensare io, così ho imparato l’arte, e
la metto da parte, come dice il proverbio.

—Piccola differenza!... farai il giornalista.... od il cuoco?...

—Idealismo e positivismo, politica e cucina paiono cose tanto disparate,
eppure si avvicendano continuamente; il pensare mette in appetito, il
mangiare modifica le idee; chi mangia bene fa una politica da egoista,
chi mangia male una politica rivoltosa e rivoltante. Discutere gli
affari di Stato e la minuta del pranzo sono due fatti positivi dai quali
dipende sovente la pubblica moralità. Mangiare e sognare, illudersi
sempre! ecco in che cosa consiste la commedia della vita!...


Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni, e rideva per amor
proprio soddisfatto.

Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata solitaria intorno la villa
paterna; diede l’ultimo addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle
memorie, a quella pace.

Al mattino seguente il maestro Zecchini prese a nolo una vettura e
accompagnò alla stazione l’amico che partiva.

Passando per l’ultima volta davanti al cancello della villa, Silvio
mandò un profondo sospiro, e asciugandosi una lagrima disse al maestro:

—Potevo essere completamente felice in quella dimora deliziosa, e vivere
giorni sereni e tranquilli con quella donna semplice e sublime.... ed ho
tutto perduto!...

Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica, che faceva il più strano
contrasto coi sentimenti melanconici espressi da Silvio, il quale rimase
tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse a quel modo.

—Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò a rispondergli il
maestro; non ho mai saputo frenare il mio maledetto carattere, nè la mia
maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi lamenti mi è venuto
in mente un antico proverbio che dice: «l’asino non conosce la coda, che
dopo di averla perduta.»

Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma era una verità; ed abbassò
il capo, e non trovò una sola parola da rispondere.

Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla stazione si
abbracciarono commossi, e Silvio partì per Roma.



                                 FINE.



                          DELLO STESSO AUTORE:



_Il Proscritto_ (1853). 2.ª ediz. (Milano, Rechiedei, 1870).

_Le donne hanno ragione_ (Milano, Redaelli).

_La vita campestre_ (Rechiedei, 1870), 2.ª edizione.

_Bozzetti morali ed economici_ (Treviso, Zoppelli, 1868).

_Ricordi d’un Eremita_ (Milano, Rechiedei, 1870-74).

_Ricordo di Treviso_ (Treviso, Zoppelli, 1874).

_Le Cronache del Villaggio_ (Milano, Rechiedei, 1872).

_Il Bacio della contessa Savina_ (Treves, 1875). 3.ª ed. L. 1 —

_Villa Ortensia_ (Treves, 1876) L. 3 —

_Novità dell’industria applicata alla Vita domestica_ (Treves, 1879).
2.ª edizione L. 3 —

_Il Roccolo di Sant’Alipio_ (Treves, 1881) L. 3 50

_Sotto i Ligustri_, novelle, reminiscenze dell’esilio e impressioni
rurali (Treves, 1881) L. 3 50

_Il Convento_ (Treves, 1883). 2.ª edizione L. — 50

_Il Dolce far niente_ (Treves, 1884). 2.ª edizione L. 3 50



                         Nota del Trascrittore



Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (fruscio-fruscìo, nostalgia-nostalgìa e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati
corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

    95—subisce la dura tirannide [tirrannide]
    162—scelti nelle sale di Guggenheim [Guggenhein]
    198—e con vera abnegazione [annegazione]
    254—sdrucciolava giù per [per per] la gola
    342—Metilde e Andrea furono malcontenti [malcoltenti]
    372—andò a picchiare addirittura [addiritura]





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La famiglia Bonifazio" ***

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