Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Passeggiate per l'Italia, Volume 2
Author: Gregorovius, Ferdinand, 1821-1891
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Passeggiate per l'Italia, Volume 2" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



Libraries)



                         FERDINANDO GREGOROVIUS


                        Passeggiate per l'Italia


                               Subiaco
                          Attraverso l'Umbria
                        e la Sabina--Il Ghetto
                    e gli Ebrei di Roma--Macchiette
                  romane--Storia del Tevere--L'impero,
                       Roma e la Germania--Una
                       settimana di Pentecoste
                                 in
                              Abruzzo


                       _Versione dal tedesco_


                    ULISSE CARBONI--LIBRAIO EDITORE
                                 ROMA
                       _Via delle Muratte, 77_
                                 1907



  I diritti sulla presente traduzione sono riservati

  Stab. Tip. della Società Poligrafica Editrice
  Roma, Piazza Pigna, 53.



Varî critici italiani, occupandosi del primo volume di queste
«Passeggiate per l'Italia» con cortesi parole di lode al coraggioso
editore romano ed al traduttore, domandavano per quali ragioni
quest'ultimo avesse voluto mantenere l'incognito. «Dinanzi ad opere
severe e poderose, quali appunto quelle del Gregorovius,--scriveva uno
di questi critici--il traduttore, responsabile dinanzi all'autore ed al
pubblico dell'opera sua, ha il dovere sacrosanto di far conoscere il
proprio nome».

L'appunto, lo riconosco completamente, era giusto, e son qui a fare
doverosa ammenda ed insieme a giustificarmi.

Per ragioni, che sarebbe fuor di luogo qui esporre, consegnato il
manoscritto del primo volume, non mi fu affatto possibile rivedere,
neppur fugacemente, le bozze e curar l'edizione; cosa, questa, che
dovette essere affidata ad altra cortese persona. Per questo, per questo
solo, non credetti opportuno apporre il mio nome al primo volume.

Premessa questa breve, ma doverosa giustificazione, tengo a render qui
vive grazie al signor Attilio Rinieri de Rocchi, che mi aiutò nella non
lieve fatica della traduzione, ed all'egregio avvocato Francesco Zunini
che corredò, con paziente lavoro di ricerca, i vari capitoli, di cui
questo volume si compone, di dotte ed utili note.

Ed ora invito i lettori a seguire il grande storico in queste sue nuove
«Passeggiate» descritte in varie date, ma comprese tutte nel febbrile
periodo della nostra insurrezione, nel periodo in cui il potere
temporale dei papi oscillava sempre più, avvicinandosi al crollo finale.
La «Saturnia tellus» si è trasformata: è dunque bene che rimangano
consacrate, in geniale opera d'arte, le impressioni subìte in quella
terra da un così profondo conoscitore della storia e della vita romana,
quale fu appunto Ferdinando Gregorovius.

_Roma, nel dicembre 1906_.

                                                 MARIO CORSI.



SUBIACO.

La più antica abbazia dei Benedettini dell'Occidente.

(1858).



SUBIACO.

La più antica abbazia dei Benedettini dell'Occidente.

(1858).


A ventiquattro miglia da Roma, in una delle più belle vallate della
Campagna romana, irrigata dal gelido Aniene, giace la famosa abbazia dei
Benedettini di Subiaco. Gli Appennini distaccano qui una catena di
monti, le alture Simbruine, che dividono lo Stato della Chiesa dal Regno
di Napoli, la terra di confine del quale è l'antica regione dei Marsi,
oggi Marsica, provincia appartenente agli Abbruzzi. L'Aniene scaturisce
su questo confine, sopra Filettino, e, precipitando impetuoso, forma una
lunga ed in parte angusta valle, che fino a Tivoli è limitata da monti
ricoperti di boschi di castagni e di olivi. Sulla sommità di questi
monti si ergono, lungo il corso della corrente, dei cupi castelli
medioevali, Filettino, Trevi, Jenne, Subiaco, Agosta, Cervara, Marano,
Anticoli, Roviano, Cantalupo, Saracinesco, Vicovaro, San Polo, Castel
Madama e Tivoli. Questo è anche per la maggior parte il territorio di
quell'antica abbazia benedettina, luogo memorabile dell'ancor poco
conosciuto medio evo del Lazio romano, culla del monachismo
dell'Occidente.

Da questa selvaggia solitudine, fra i monti brulli ebbero origine tutti
i monasteri che, sotto forma di colonie della Chiesa romana, si sparsero
per tutta l'Italia, la Sicilia, la Germania, la Francia ed anche per la
lontana Britannia. I monaci mantennero stretti i rapporti fra queste
regioni e Roma, e, in mezzo alle barbarie di secoli oscuri, essi posero
i germi della civiltà (meriti che possiamo ancora riconoscer loro) e
tennero viva la coltura classica, copiando, scrivendo, e studiando i
codici, alla fioca luce della lampada, nelle loro buie celle, mentre
tramandavano gli avvenimenti del loro tempo in cronache e notizie di
inestimabile valore. Così è: uomini che si erano allontanati per
principio dal rumore del mondo, divennero i padri degli scritti storici,
fatto questo che cessa di parere strano, quando si pensi che i chiostri
in quei secoli avevano stretti e continui rapporti con la vita politica.

Voglio in queste pagine fare la storia, per sommi capi, di una delle più
notevoli abbazie. Dal punto di vista storico e scientifico, Subiaco è
certamente superata da Montecassino, e di molto: questo chiostro è il
più antico antenato di quello che sorge presso il Liri; per tutto il
medio evo anzi fu il faro solitario della scienza, come lo attestano
oggi i suoi preziosi archivi e la dottrina diligente de' suoi monaci. Ma
anche la storia di Subiaco è interessantissima per la cronaca degli
avvenimenti del medio evo negli stati romani, ed è anche un quadro,
ricco d'insegnamenti, del feudalismo ecclesiastico. Mentre intorno a
questo chiostro si andava a poco a poco formando uno Stato feudale da
lui dipendente, esso entrava come possente principato nella
giurisdizione territoriale romana, il cui re era l'abate, ed i potenti
baroni erano i monaci, ai quali per lungo tempo rimasero devote ed
ubbidienti le città, i cavalieri ed il popolo della campagna.

La fondazione dell'abbazia risale al tempo in cui l'eroica stirpe dei
Goti dominava, con Teodorico, Roma e l'Italia, e ritardava con savie
leggi, ancora per un mezzo secolo, il tramonto definitivo della civiltà
romana; ma il crollo dell'impero era già completamente avvenuto. Allora,
mentre si andava disgregando l'antico ordinamento del mondo, e si
spezzavano i legami di stato e di città, si manifestò nel popolo il
bisogno di fuggire dalla società e di rifugiarsi in una vita di
solitudine e di pace, come già era avvenuto al principio del secolo
quarto. Benedetto fondò il monacato occidentale, e fu, col suo più
giovane contemporaneo, Gregorio Magno, uno dei creatori della gerarchia
romana. Quanto questa gli dovesse, anche quel pontefice lo riconobbe;
egli stesso, nel secondo libro de' suoi dialoghi, parlò dell'opera del
suo fratello d'armi di Subiaco, che aveva liberato l'Occidente dalla
signoria dei bizantini, aveva istituito una regola nazionale romana, e
aveva inviato per tutte le regioni i suoi seguaci, onde collegarle a
Roma.

Benedetto nacque a Nursia nella Valeria[1] nell'anno 480, ed all'età di
quattordici anni venne a Roma, per iniziarsi agli studî di umanità. Ma
presto, assalito dalla brama della solitudine, cominciò ad errare per i
deserti monti Simbruini, e qui visse, in una caverna, assorto in
estatiche meditazioni. Il luogo si chiamava _Sublacus_, ed era noto
anche a Plinio per una bella villa di Nerone, il quale aveva fatto,
sbarrando con una arginatura l'Aniene, costruire quivi tre laghetti
artificiali, per pescarvi le trote con reti d'oro. Queste trote sono
ancora famose come al tempo di Nerone, ma i laghetti durante il medio
evo scomparvero. Al tempo in cui il giovane romito viveva lassù, non
esisteva ancora la città di Subiaco;[2] però sulle rovine della villa di
Nerone era sorto un chiostro dedicato a S. Clemente, ed uno de' suoi
monaci, di nome Romano, soleva ogni giorno portare del cibo alla grotta
del giovane Benedetto. Questi, persuaso da sua sorella Scolastica, uscì
finalmente dalla caverna, come Maometto; la fama della sua santità si
era già diffusa, e siccome molti romani si erano uniti all'ispirato
anacoreta, egli gettò le regole fondamentali dell'Ordine e divise i
fratelli in dodici piccoli chiostri. Questi si trovavano tutti nella
medesima valle, nella selvaggia solitudine dei monti. Nel contemplare
quel solenne cerchio di monti, che ora rudi e ripidi si slanciano
nell'azzurro, ora invece gaiamente coperti di verdeggianti boschetti,
nei quali risuona la dolce canzone dell'usignuolo, non si può fare a
meno di apprezzare il sentimento della natura, che albergava nell'animo
del giovane ispirato. Non una di quelle incantevoli vedute, cui solo
l'orizzonte è limite, delle quali è ricca la Campagna romana, alletta e
trattiene qui l'occhio, ebro di sole e di vita; no: l'orizzonte è qui
chiuso e costretto da rupi selvagge.

Verso settentrione si innalzano, simili a giganteschi promontorî, due
grandi monti, fra i quali precipita l'Aniene, che si apre violentemente
la via fra enormi blocchi di rocce, attraverso ombrosi scoscendimenti,
e, col suo eterno e melanconico strepito, immerge nel sogno l'anima del
solitario viandante.

Qui, sulle nude pareti rocciose, in dodici chiostri, abitavano i santi
di Roma, simili a corvi montani, e la valle di Subiaco poteva
paragonarsi ad una di quelle deserte valli d'Egitto, dove Atanasio ed
Antonio riunirono intorno a loro innumerevoli schiere di anacoreti.

Ma l'invidia di un prete delle vicinanze di Vicovaro (Varia), scacciò il
patriarca da Subiaco; Pelagio[3] tentò un giorno di mandare all'aria
quei chiostri col lascivo allettamento di belle ragazze, che ebbe
l'impudenza di mandare nelle celle dei monaci; allora Benedetto
abbandonò il luogo profanato, dove aveva per molti anni meditato e
studiato colla compagnia di tre giovani corvi da lui allevati, e si
diresse a Montecassino, dove l'anno 529 fondò il famosissimo chiostro.
Ma in Subiaco qualche cosa di lui era rimasto; egli stesso vi aveva
lasciato Onorato come suo successore, in qualità di abate. La storia dei
dodici chiostri è poco conosciuta: sembra che la tremenda guerra di
distruzione dei Goti abbia impedito loro di prosperare. Onorato
costrusse il chiostro principale, consacrato ai santi Cosma e Damiano; è
questo il solo rimasto dei dodici, e porta il nome di S. Scolastica. I
Longobardi distrussero gli altri nel 601;[4] i Benedettini scacciati si
rifugiarono in Roma, dove il papa aprì[5] loro il chiostro di S. Erasmo,
sul monte Celio. Gregorio Magno ci si presenta come il vero fondatore
della potenza mondiale dell'abbazia di Subiaco; a lui è attribuito un
atto con cui nel 599 avrebbe concesso a quell'abbazia una quantità di
beneficî e di privilegi, e questa pergamena apocrifa è diventata poi la
base sulla quale i Benedettini si sono arrogati infiniti diritti.
L'originale è contenuto solo in un rescritto, detto autentico, del 1654.
Ci sono anche altri documenti di questo genere, donazioni di Gregorio IV
e di Nicolò I, e dei re Ugo e Lotario, dell'anno 941, che nessuno
studioso di coscienza può ritenere genuini. Le falsificazioni si
diffusero tanto nel chiostro, che Leone IX nel 1051 bruciò di sua mano
molti documenti.

L'abbazia di Benedetto rimase abbandonata per 104 anni, finchè Giovanni
VII,[6] nel 705, la popolò nuovamente. Ma i Saraceni la distrussero
nell'840, finchè sotto l'abate Pietro I, alla metà di quel secolo, fu
nuovamente riedificata. Abbattuta per l'ultima volta dagli Ungheresi,
nel 938, fu finalmente ricostruita da Benedetto VII, nell'anno 981;
questo pontefice consacrò, il 4 decembre, la chiesa del chiostro sotto
il patronato di S. Benedetto e di S. Scolastica. Da quel tempo l'abbazia
non ha sofferto più danni per mano di nemici, ed ha cominciato a
fiorire, arricchita da donazioni valide e non contestate.

I cronisti narrano che la potenza feudale di Subiaco cominciò nel secolo
XI, nel tempo in cui il feudalismo si andava estendendo in tutte le
regioni. La considerazione del chiostro era divenuta così grande, che
potenti baroni della Campagna romana donavano a S. Benedetto castelli e
possessi; così il conte della Marsica, Rainaldo, concesse ai monaci
Arsoli, Anticoli, Roviano e molti castelli con essi passarono all'eterno
feudo dell'abbazia. Gli abati in questo tempo divennero i veri baroni.
Ma è assai strano che Subiaco stessa, che si era accresciuta e, prima,
formata sotto la protezione dell'abbazia, non cadesse in potere degli
abati. Nel cortile del chiostro di Santa Scolastica si vede, nella
parete presso la porta della chiesa, una pietra murata: essa contiene
un'iscrizione del 1052, del quarto anno cioè del pontificato di Leone
IX, la quale dice che il venerando abate Uberto edificò la torre del
chiostro in onore di Cristo, del suo rappresentante Benedetto e della
sorella di lui Scolastica; enumera quindi tutti i possessi del chiostro,
la grotta di Benedetto, i due laghetti che ancora esistevano, il fiume
Aniene, con l'uso del mulino e il diritto di pesca, e ventiquattro
castelli nel territorio dell'Aniene.

La città di Subiaco però non vi è nominata.[7] Molto probabilmente
divenne soggetta al chiostro dopo che l'abate Giovanni V, nell'anno
1068, ebbe costruito sul luogo la _rocca_, o fortezza, come afferma un
cronista dell'abbazia. Questa fortezza si erge ancora presso il palazzo
municipale, sebbene assai cambiata di aspetto, sul monte piramidale, sui
fianchi del quale è fabbricata la città.

Giovanni V, cardinale diacono di S. Maria in Dominica a Roma, abate
possente e guerriero, sembra sia stato il vero fondatore della potenza
temporale di Subiaco. Per 59 anni egli vi regnò come principe; condusse
guerre fortunate contro i baroni delle vicinanze, e dopo aver riempito
di ricchezze il chiostro, ed edificata una chiesa sopra la grotta di
Benedetto (_sacrum specus_) per perpetuarne la memoria, morì assai
vecchio nel 1121. Da quel tempo gli abati benedettini furono annoverati
fra i principi guerrieri e temuti della Campagna romana, come gli Orsini
e i Colonna, coi quali osarono gareggiare. I loro vassalli, i contadini
e gli abitanti dei castelli che loro appartenevano, gemevano sotto un
dispotismo feudale, tanto più terribile, in quanto che era esercitato da
uomini le cui passioni non potevano essere attenuate o limitate da
nessun riguardo politico. Essi stessi erano i ministri del dispotismo
del chiostro e del potere dell'abate sovrano, da loro eletto; ma,
d'altro canto, si rifacevano sui vassalli, come incaricati di riscuotere
le imposte, come segretari e giudici, senza appello, di vita e di morte.
L'abate mandava in ogni castello un monaco che vi esercitava da signore
una giustizia barbarica, e per primo, nell'anno 1232, Gregorio IX
dispose, per alleviare la sorte dei vassalli, che ogniqualvolta i
castellani avessero da rendere giustizia, dovessero unirsi una specie di
procuratore legale scelto nella cittadinanza. In principio si chiamò,
secondo l'uso del tempo, _buon uomo_, poi _castellano_. Finalmente il
diritto di rendere giustizia fu tolto ai monaci, che restarono però
amministratori ed esattori delle imposte, col diritto di sorvegliare le
moltitudini; il preposto al castello, nominato dall'abate, esercitava la
giustizia indipendentemente da lui, ma in suo nome.

I sudditi dell'abbazia si dividevano in tre classi: i liberi, che non
erano obbligati a servire come soldati del chiostro, perchè non
portavano rendite al feudo; i _milites_, che, nella loro qualità di
vassalli del chiostro, dovevano servirlo con le armi, e finalmente i
contadini o servi della gleba, tutti dipendenti da un connestabile. Così
l'abate imperava su un piccolo esercito di vassalli obbligati al
servizio militare; più tardi egli assoldò anche delle bande, nè più, nè
meno degli altri baroni, e, se era di spirito bellicoso, guidò in
persona a cavallo le sue truppe alla battaglia, con lo scudo e la
spada.

Le ostilità con i vicini vescovi di Preneste, Tivoli, Anagni, o con i
baroni dei dintorni, diedero spesso occasione a fatti d'arme; anche
entro le tombe si poneva la spada al fianco dell'abate.

Essi appartenevano alle più note famiglie nobili della Campagna romana,
come, fra gli altri, ricorderò il bellicoso Lando, nipote di Innocenzo
III, dell'illustre prosapia dei Conti di Segni; morì questi nel 1244. Ma
nè la ferrea potestà che esercitavano, nè la severa disciplina
preservarono talora il chiostro dai più funesti scompigli. Le condizioni
e gli eventi del papato in Roma si riflettevano in piccolo sull'abbazia
di Subiaco.

I monaci erano animati da un vivacissimo spirito di parte, e l'audace
ambizione di alcuni di essi si faceva beffe di tutte le leggi di
Benedetto. Dopo la morte dell'abate, nell'anno 1276, il monaco Pelagio,
raccolti armati per costituirsi signore temporale del luogo, assalì il
chiostro, scacciò i monaci, e dopo aver saccheggiato il tesoro, ritornò
a Cervara, luogo selvaggio, rupestre, sopra Subiaco, dove si tenne
armato per quattro anni, aspettando che l'abbazia rimanesse indifesa e
senza capo.

Il papa scelse un nuovo abate e lo mandò contro di lui con molte truppe,
che solo dopo un difficile assedio riuscirono a sopraffare i ribelli.

Questo stato di cose peggiorò durante l'esilio avignonese, e per molti
anni l'abbazia rimase senza capo; quando poi un papa vi mandò un abate
di Avignone, che col suo reggimento tirannico mise la disperazione così
nei monaci come nei vassalli. Bartolomeo da Montecassino, consacrato
abate nel 1318, vi condusse la più scandalosa esistenza; sulla fortezza
stabilì un _harem_ di belle ragazze ed i monaci seguirono il suo
esempio.

Il chiostro minacciava di dissolversi: se così non accadde, fu per la
severità del francese Ademaro. Questo tirannello divenne abate nell'anno
1353. Ci possiamo immaginare facilmente l'ambiente, quando si sappia che
Ademaro non esitò a far un bel giorno appiccare per le gambe sette
monaci suoi nemici, che furono bruciati a fuoco lento. Era ghibellino
convinto; battè una volta sull'Aniene, presso la porta di Subiaco, le
truppe del vescovo di Tivoli, partigiano del papa. Ancora oggi gli
abitanti mostrano allo straniero il ponte ad un arco, munito di torre,
che conduce a Subiaco, attraverso l'Aniene, quello stesso che Ademaro
aveva fatto edificare col bottino dai prigionieri di Tivoli.

Il disordine era giunto al colmo; uno dopo l'altro gli abati erano
costretti ad abbandonare la dignità. Vedendo infruttuose le riforme più
volte tentate con decreti ed ordinanze della Curia romana, Urbano VI
risolvette di por fine con un'azione repressiva e vigorosa a
quell'anarchia. Con la bolla dell'anno 1386 egli tolse ai monaci il loro
antico e prezioso diritto di eleggere l'abate. Dalla fondazione del
chiostro essi avevano eletto 57 abati, ed erano fieri del privilegio del
loro piccolo principato elettivo, che sorpassava per venerabile età i
regni della terra; a malincuore dunque dovettero piegarsi all'ordine
pontificio, e da quel tempo cominciò a declinare lo splendore di questa
abbazia benedettina.

Furono i pontefici che scelsero d'allora in poi gli abati, e questi
nuovi capi del chiostro si dissero _manuales_, perchè ricevevano
l'investitura dalle mani del papa. Il primo di questi fu Tommaso da
Celano, ardente seguace di Urbano, uomo di qualità e doti superiori.
Tale ordine di cose durò fino all'anno 1455, nel quale gli abati, sino
allora arbitri della forza e giurisdizione feudale, e di essa
terribilmente armati, perdettero anche questo diritto.

Si narra che la continua tirannide che esercitavano sui loro sottoposti
sia stata la causa di tale perdita. Finchè il loro governo come una
maledizione posò sui poveri sudditi, che riempivano le carceri, e spesso
erano anche precipitati nei pozzi sotterranei della fortezza, i lamenti
del popolo si alzarono alti e strazianti. Un caso segnò il momento della
liberazione. Nel novembre 1454 quindici giovanetti schernirono per via
due monaci e aizzarono contro loro dei cani: i fratelli del chiostro se
ne lagnarono presso l'abate e la notte seguente questi mandò i suoi
birri alle case ove abitavano i giovani, appartenenti alle più note
famiglie del luogo, e al cader del sole la popolazione vide i quindici
infelici impiccati alla forca, in un punto che anche oggi si chiama
_Colle delle Forche_. Allora la popolazione si sollevò, assalì il
chiostro, uccise i monaci, li precipitò dalle finestre nell'abisso, e
devastò l'abbazia. In seguito a questo fatto, Callisto III, il 16
gennaio 1455, ridusse Subiaco in commenda e dispose che un cardinale ne
godesse i ricchi beneficî, sotto il titolo di abate; ed il primo fu il
dotto spagnolo Juan Torquemada, cardinale di Santa Maria in Trastevere,
cui comandò di riformare l'ordinamento di Subiaco e di tutti i castelli
dipendenti. Fu allora stabilito un nuovo statuto, secondo il quale ogni
abate era obbligato al giuramento di governare rettamente innanzi ai
membri della comunità di Subiaco, mentre da parte sua la popolazione
doveva giurare a lui fedeltà. Al primo cardinale abate Torquemada ed a
questo chiostro spetta la bella fama di avere dato alla luce la prima
opera stampata fuori di Germania.[8] Ne furono editori Corrado
Schweinheym e Arnoldo Pannartz che, prima di stabilire la stamperia
romana al palazzo Massimi, trovarono ospitali accoglienze a Subiaco. Qui
anzi essi terminarono il 30 ottobre 1465 di stampare le _Istituzioni_ di
Lattanzio, e pubblicarono nel 1467 l'opera di S. Agostino: _De civitate
Dei_. Questi magnifici ricordi della signoria monacale a Subiaco sono
insieme degni monumenti della nostra patria tedesca; ancor oggi li
conserva la biblioteca del chiostro di S. Scolastica.

Torquemada morì in Roma nel 1467 e gli successe un altro spagnolo,
Rodrigo Borgia, divenuto poi Alessandro VI.

In Subiaco le preziose opere di stampa non ricordano il suo nome, ma lo
ricorda la rocca del palazzo, a cui nel 1476 aggiunse un'ala sormontata
dalla torre quadrata. Si vede ancora il toro del suo stemma sul muro
esterno, dove un'iscrizione dice che il cardinale Rodrigo munì la rocca
per la difesa dei monaci e dell'abbazia e per la sicurezza dei confini
della Chiesa Romana. Sedici anni dopo fu inalzato al seggio pontificio;
egli pagò anche il voto datogli nel conclave dal cardinale Giovanni
Colonna, avendogli promessa l'abbazia di cui sino ad allora aveva goduto
i beneficî. Ma l'amicizia fra Alessandro VI e i Colonna ebbe breve
durata: la più potente famiglia romana cominciò ad attraversare i
disegni dei Borgia, che miravano a formare un grande dominio temporale,
per mezzo della forza e dell'astuzia, a danno dei grandi baroni. Il
cardinale Colonna dovette far vela per la Sicilia ed abbandonare la
commenda, che per tutta la durata del pontificato di Alessandro, fu
occupata dal palermitano Luigi de Aspris.

Era quel terribile papa appena morto, che Colonna fu reintegrato nella
commenda dal suo successore, Giulio II. Nel 1508 la passò egli stesso al
famoso suo nipote Pompeo: questo lascivo cardinale dicesi conducesse a
Subiaco la bella Marsilia, figlia di Attilio Corsi. Un giorno il padre
brandendo un pugnale riuscì a penetrare nella camera del seduttore, ma
fu afferrato dai servi e gettato in un sotterraneo segreto. Pompeo si
era già guastato con Giulio II, che aveva riunito l'abbazia di Subiaco
con quella di Farfa, terzo degli antichi conventi benedettini, fondato
nel VI secolo nel territorio sabino, ed allargato ed esteso dai duchi
longobardi di Spoleto, nei dominî dei quali il monastero si trovava. I
rapporti fra le due abbazie diedero d'allora in poi occasione a continue
lotte: un partito voleva riunirsi ai monaci di Montecassino, ciò che
ebbe luogo nel 1514; l'altro, il partito tedesco, stava invece per la
fusione con l'abbazia di Farfa. Farfa aveva il titolo di abbazia
imperiale e contava molti tedeschi fra i suoi monaci: essi ricorsero più
volte all'imperatore e, più volte scacciati da Montecassino, i
benedettini vi furono reintegrati dai papi.

Pompeo Colonna, scomunicato da Giulio II, ma riammesso in grembo alla
madre Chiesa da Leone X, passò la commenda al nipote Scipione. I Colonna
erano potenti nella Campagna romana, dove si erano formati un piccolo
regno delle città degli Ernici e dei Volsci; essi pensavano perciò
d'incorporare anche Subiaco nei loro possessi, e siccome i cardinali di
questa famiglia ottenevano dai papi che fosse assegnata la commenda ai
loro nipoti, viventi ancor essi, così fu loro possibile di essere
padroni di Subiaco per ben 116 anni. Per tutto questo periodo il paese
rimase ai Colonna, nonostante le continue lotte coi papi. Clemente VII
subì per questo una tremenda sconfitta. Le sue truppe distrussero nel
1527 la rocca di Subiaco, ma il 28 giugno dell'anno successivo furono
completamente battute, sotto il comando di Napoleone Orsini. La
bandiera tolta in quella giornata alle truppe pontificie, si conserva,
come trofeo, nella chiesa di S. Scolastica, e ogni anno, nello
anniversario, si festeggia a Subiaco, con una processione, questa
vittoria ottenuta su di un pontefice.

Questi ricordi storici sono ancora vivi in tutta la regione.

Il dominio dei Colonna fu un governo baronale, fatto di arbitrio, senza
legge, simile al dominio lombardo-spagnolo dipinto dal Manzoni nel suo
romanzo. Questi cardinali non vedevano nella porpora che indossavano che
il manto della sovranità; dei banditi assoldati, già noti allora sotto
il nome di _bravi_, obbedivano fedelmente ai loro minimi cenni, e nè la
proprietà, nè l'onore delle famiglie erano sacri a quelle masnade
accampate nel cortile della rocca. Mentre duravano ancora le contese tra
Farfa e Montecassino, una notte, Scacciadiavolo, il temuto bravo di
Pompeo, con 44 armati piombò sul chiostro di S. Scolastica, lo
saccheggiò e ne scacciò tutti i monaci. Si dice che vi avesse avuto mano
anche il cardinale; fatto si è che egli fu destituito dal papa, ma per
esser subito dopo rimesso al suo posto. La storia di quel tempo è piena
di simili violenze, e molti luoghi di Subiaco ne tramandano la cupa
memoria: si mostra ancora la piazza, per esempio, in cui parecchi
cittadini furono sepolti vivi. Subiaco vide, fra le altre atrocità,
anche lo spaventoso matricidio che impedì la grazia della famiglia
Cenci. Un membro della casa Santa Croce di Roma avendo nel 1599
strangolato la sua propria madre a Subiaco, il papa, appena saputolo,
firmò la condanna a morte di Beatrice Cenci, della matrigna e del
fratello.

Intanto la potestà di Subiaco passava dall'uno all'altro Colonna, la
storia dei quali è legata a quella del chiostro; così Marcantonio
Colonna, così Camillo e finalmente Ascanio, che fu della famiglia
Colonna l'ultimo cardinale-abate di Subiaco. Abitava questi nella rocca,
spudoratamente, con la sua amante Artemisia, che aveva elevato a sua
sostituta nella direzione dell'abbazia, ogniqualvolta egli doveva
assentarsi; la cosa sollevò tanto scandalo che la commenda fu tolta ai
Colonna. Dopo la morte di Ascanio, nel 1608, il papa l'assegnò a suo
nipote Scipione Caffarelli Borghese, che la tenne fino al 1633.

I Colonna non hanno lasciato in Subiaco nessun bel ricordo; si vedono
soltanto nella fortezza, che essi fecero costruire ed abbellire, delle
stanze ornate dei loro stemmi.

Mentre fino al secolo xvi gli Orsini e i Colonna furono i padroni veri e
propri della Campagna romana, dopo il XVI secolo subentrarono in questo
dominio le più recenti famiglie, i Borghese e i Barberini, portate su da
papi nepotisti. Essi acquistarono le più belle proprietà del Lazio, e le
posseggono ancora (1858). Le città di questa regione mostrano sempre i
loro palazzi massicci e spaziosi, dalle cui pareti pendono i polverosi
ritratti dei baroni di quel tempo. Se ne trovano molti; ed anche nella
cittaduzza montana degli Ernici, dove scrivo queste righe, mi trovo in
mezzo a quadri famigliari di antichi cardinali e di maestose dame del
secolo XVII; fra i cardinali ho notato il volto roseo di Scipione
Borghese. Era il tempo dell'assolutismo galante e sensuale, in parrucca
incipriata e calze di seta, il cui carattere era imbelle, intrigante e
scandaloso, non meno che prosaico. I baroni in corazza e maglia del
medio evo si eran mutati in principi molli che, sdraiati sui divani
delle loro camere, gustavano i frutti che il vassallo tremante portava
loro al castello. Ogni volta che i cardinali facevano il loro ingresso
in Subiaco per prendere possesso dei beneficî, arrivavano alla testa di
un piccolo esercito mercenario, e, accompagnati da un nugolo di servi,
ricevevano sulla porta dalle mani del magistrato le chiavi della città.

I Borghese furono presto cacciati da Subiaco dai Barberini. Urbano
VIII, capostipite di questa ricca casa, assegnò la commenda al nepote
Antonio, nel 1633; da questo tempo i Barberini seppero molto bene
seguire l'esempio dei Colonna, poichè per 105 anni l'abbazia rimase
nelle loro mani; Antonio accrebbe anche la potenza del cardinale-abate;
aggiunse al diritto di giurisdizione baronale anche quello vescovile,
che fino ad allora avevano esercitato i vescovi confinanti di Tivoli,
Anagni e Palestrina, sui diversi castelli. Così il commendatore di
Subiaco fu insieme barone e vescovo, con terrore del povero popolo. Le
leggi erano così inumane che solo per aver preso una quaglia o un
fagiano si era puniti con dieci anni di galera. Tuttavia il governo dei
Barberini portò un po' di bene: Subiaco, per la sua posizione naturale,
su di una ricchissima corrente di acqua, era specialmente adatta
all'industria, e deve al primo Barberini le fabbriche di carta, di
cotone e di stoffe colorate, che occupano e nutrono anche oggi alcune
centinaia di operai; nulla però si è potuto fare per sviluppare queste
industrie, poichè esse son rimaste un monopolio della commenda
cardinalizia.

Intanto i monaci non avevano dimenticato che essi un tempo erano stati i
signori feudali dell'abbazia; colsero dunque l'occasione della morte di
Francesco Barberini, nel 1738, per far valere i loro antichi diritti.
Nominarono vicario quegli che era stato abate, Bernardo si lasciò
condurre nella chiesa della città, ricevette là dal gonfaloniere del
popolo il giuramento dei sudditi, giurò egli stesso gli statuti, e dopo
una completa cerimonia di presa di possesso, fu portato in processione
per Subiaco, imitando in tal modo l'insediamento di un nuovo papa. Così,
come se fosse stato un abate del xiii secolo, promulgò editti, insediò
suoi agenti nei castelli, fece grazie, richiamò esiliati e tenne un
linguaggio da principe. L'editto inaugurale del suo governo comincia con
queste pompose parole: «Noi, Don Bernardo Cretoni, dell'ordine di S.
Benedetto, monaco e professo del sacro imperiale chiostro di S. Maria
della Farfa, e per grazia di Dio abate regolare del sacro chiostro di S.
Scolastica, e, per grazia della Santa Sede Apostolica, Vicario della
medesima Santa Sede apostolica, vicereggente temporale e spirituale». Ma
lo sfrontato abate trovò la più ostinata resistenza nel popolo, cui non
sorrideva punto l'idea di tornare sotto il dispotismo della cocolla, ed
un'eguale resistenza nella gelosia della parte religiosa secolare della
città. Gli uni e gli altri ricorsero al Pontefice, e questi diede la
commenda al cardinale Spinoza, che come plenipotenziario prese
finalmente possesso di Subiaco.

Verso la metà del secolo XVIII era divenuto acerbissimo l'odio contro
tutte le istituzioni feudali e il monacato, venuto in contrasto con gli
stati laici, doveva risentirne gli effetti. A Subiaco si formò una
congiura contro i benedettini; si cantavano canzoni di scherno contro i
monaci e nelle strade, dei declamatori raccontavano la storia del
chiostro, eccitando la popolazione con la narrazione dei soprusi e delle
violenze patite. I monaci, che non avevano potuto reprimere una
sollevazione avvenuta il 13 maggio 1752, invocarono l'aiuto delle truppe
romane: una compagnia di côrsi entrò in Subiaco, e con essa un
commissario pontificio per farvi un'inchiesta. Avendo la commissione
riconosciuto quale era la radice del male, papa Benedetto XIV risolvè di
abolire i diritti feudali dei benedettini. Un papa che aveva il nome di
Benedetto ebbe il coraggio di rinnegarlo, e, mentre egli annientava uno
dei più antichi principati ecclesiastici del mondo, si metteva su quella
via di riforme nella quale poi doveva seguirlo l'infelice suo
successore. Egli abolì per sempre, il 7 novembre 1753, la giurisdizione
temporale del cardinale-abate di Subiaco, e gli lasciò soltanto alcuni
titoli e rendite di natura feudale, che sussistono ancora in gran parte
e sono abbastanza gravosi. Il principato temporale passò allo Stato e fu
esercitato da un governatore e da un giudice, che venivano nominati
dalla _Sacra Consulta_. La commenda cardinalizia rimase un beneficio
semplicemente spirituale; il suo primo titolare, in questa nuova
condizione, fu Giovanni Battista Banchieri.

Questa fu la fine dell'ordinamento medioevale della famosa abbazia, e da
quel tempo la sua storia perdè ogni interesse. Però fra i suoi
cardinali-commendatori ve n'è uno notevole per avere efficacemente
favorito, secondo le esigenze dei nuovi tempi, la civilizzazione di
quella regione, ed è Pio VI, Braschi, che, nominato cardinale-abate nel
1773, rimase tale anche quando fu fatto papa, e colmò Subiaco di
beneficî. Oltre alla costruzione di vari edifici, come la cattedrale, un
grande seminario, il restauro del palazzo, ed altro, suo titolo
principale alla riconoscenza di quella popolazione è la bella strada
che, lungo l'Aniene, conduce a Tivoli: per mezzo di questa strada egli
collegò l'abbazia alla capitale della regione. I cittadini di Subiaco
gli innalzarono perciò un arco di trionfo, sul modello dell'arco di
Tito; è un ornamento di quel luogo che il medesimo pontefice aveva fatto
diventare città. Pio VI entrò a Subiaco nel maggio 1789 passando per
questa porta d'onore.

Ma ben presto la Repubblica franco-romana abbattè quello che rimaneva;
due volte essa soppresse il chiostro, finchè Pio VII lo ristabilì nel
1814. Gli ordinamenti dell'abbazia sono da quel tempo rimasti come erano
stati fissati nel 1753; il cardinale-abate possiede uno dei più ricchi
beneficî della chiesa; i monaci, non più signori di castelli e di
vassalli, hanno ancora molti beni e coloni; i loro possessi, coltivati a
olivi ed a viti, giungono sino ai piedi dei monti Volsci. L'ammontare
della rendita annuale che appartiene anche oggi al chiostro, è valutata
da 8 a 10,000 scudi.

L'abbazia stessa conta presentemente nel suo territorio 21,000 e più
abitanti, ripartiti in sedici villaggi e castelli: Subiaco, Trevi,
Jenne, Cervara, Camerata, Marano, Agosta, Rocca Canterano, Canterano,
Rocca di Mezzo, Cerreto, Rocca Santo Stefano, Civitella, Rojate, Affile
e Ponza. Fra questi Trevi e Affile sono antiche colonie romane. Meglio
che da qualunque altro luogo, la vista di questa regione, ch'è il
territorio superiore dell'Aniene, si gode da una delle alture del
Serrone, che separa la valle dell'Aniene da quella del Sacco. I castelli
dell'abbazia sono situati, eccetto Subiaco, sulle sommità rupestri dei
monti, e sono grigi come le pietre calcaree che li circondano. Il
bizzarro modo di edificare, la selvaggia solitudine, le vesti, l'idioma,
i costumi, rendono la regione degna di grande attenzione. Ma spaventosa
è la miseria di quei montanari: il loro nutrimento, che si limita spesso
a cattivo granturco, è meno sicuro di quello degli animali della
campagna, per i quali la natura ha in qualche modo provveduto. In nessun
luogo d'Italia ho visto una miseria più spaventosa quanto in alcuni di
quei luoghi. Bisogna entrare nelle stamberghe di quei coloni dei monti,
o vederli vangare la terra, al melanconico canto dei loro ritornelli, e
lavorare più accanitamente dei muli, per compiangerli quanto essi
meritano. Meglio che nelle cronache del tempo, nei loro cenci e nei
volti emaciati e pallidi per la febbre si legge la storia delle violenze
della potestà feudale dei baroni e dei monaci.

Più viva e interessante della storia politica del chiostro sarà pel
lettore la descrizione di quelle particolarità che allontanano l'occhio
dell'osservatore dalla miseria della popolazione, e lo volgono altrove.
Mentre il vassallo serviva e soffriva la fame, il monaco ben nutrito
risedeva nel suo chiostro, e lo abbelliva con quadri artistici e con
memorie di altri tempi; della qual cosa noi dobbiamo essergli grati.
Esistono due chiostri a Subiaco, che stanno sotto un solo abate e
formano una sola corporazione: di S. Scolastica il primo, il secondo di
S. Benedetto, chiamato anche _Sacrum specus_. Giacciono ambedue fuori
della città, sulla riva destra dell'Aniene, nella solitudine dei monti.
Il primo è il più antico: è una bizzarra e pittoresca massa di edifici,
fra i quali si erge una torre quadrata, innalzata dall'abate Umberto,
nel 1053. Il miscuglio di stile romano e gotico delle finestre e delle
nicchie rivela la traccia di diverse epoche, ma nel complesso mostra
ancora soltanto alcuni resti dell'epoca più vetusta, specialmente nei
cortili. Il chiostro fu più volte restaurato e la sua chiesa attuale è
una costruzione del secolo scorso. A questo secolo noi dobbiamo anche
attribuire la facciata del convento, mentre la corte seconda, o interna,
rimonta, come si rileva dall'arco romano e dai pilastri, al secolo XVII.
Pitture moderne sulle pareti e sui pilastri, in condizioni miserevoli,
ricordano la storia dell'abbazia; vi sono rappresentate in grandezza
naturale le figure dei papi e dei principi che visitarono il chiostro,
fra gli altri l'imperatore Ottone III e l'imperatrice Agnese. Alcune
iscrizioni recano la lista completa dei luoghi posseduti un tempo
dall'abbazia.

Di qui si passa in un cortile intermedio, situato dinanzi all'entrata
della chiesa: è notevole per alcuni resti di architettura gotica,
specialmente per un grande arco di pietra, scannellato, ornato di
figurine e di spirali. Qui si trova anche il più antico monumento
posseduto da S. Scolastica, cioè un rozzo bassorilievo in marmo del 981,
del tempo degli Ottoni tedeschi e della più profonda barbarie romana. È
un quadrato di alcuni piedi di larghezza e di eguale altezza, che porta
scolpite quà e là immagini medioevali. Su di un fusto ornato di foglie
si erge un vaso: due bestie orecchiute si arrampicano con le quattro
zampe sul fusto, sollevandosi per bere il contenuto del vaso. Il loro
aspetto è così enigmatico, che non mi credo nel caso di poter decidere
se siano lupi o cervi, volpi o cani, od altri animali. Sul dorso di una
sta un uccello in atto di beccare. Tutt'intorno corrono fregi e ornati
in pietra. Il corpo di una delle bestie contiene una iscrizione che
ricorda come Benedetto VII consacrasse la chiesa del chiostro il 4
dicembre 981.

     EDIFICATIO UIUS ECCLE [=SC]E SCOLASTICE TEMPORE
   DOMNI BENEDICTI VII [=PP]. AB. IPSO [=PPA] DEDICATA
  Q. D. [=S]. [=AN]. AB INCARNATIONE DNI CCCCCCCCCLXXXI
          M. DE[=CB]. D. III. INDICTIONE VIII.

Sul bassorilievo si trova un'altra iscrizione rovinata, della quale mi è
stato impossibile decifrare il principio. Di fronte a questa, accanto
alla porta della chiesa, si legge l'iscrizione del tempo di Leone IX, di
cui ho già parlato.

La chiesa stessa, della quale la primitiva fabbrica era stata consacrata
da Benedetto VII, non ha più nulla di antico. Ma se si entra nel vero e
proprio cortile del chiostro, a destra, si trova uno spazio quadrato
intorno ad un pozzo ornato di quelle piccole colonne ed archi rotondi
come se ne vedono a Roma in molti chiostri: è del principio del secolo
XIII, memoria del potente abate Lando e della famosa famiglia artistica
romana dei _Cosmati_. Gli esametri sull'entrata principale dicono:

           COSMUS ET FILII LUCAS ET JACOBUS ALTER
            ROMANI CIVES IN MARMORIS ARTE PERITI
          HOC OPUS EXPLERUNT ABBATIS TEMPORE LANDI.

Questi degni maestri furono più felici nei loro monumenti funerari e
tabernacoli che in questa costruzione, che non può in nessun modo
sostenere il confronto col chiostro dei benedettini di S. Paolo in Roma.
Le colonne (ogni due ve n'è una doppia e contorta) sono semplici e
rozze; i capitelli sono brutti e a forma di trave; nè mosaici, nè
intagli ornano l'arco e il cornicione. L'arte sembra qui essersi
adattata alla rozzezza della campagna.

Questi sono essenzialmente gli unici o i più notevoli resti di un
passato così ricco e così lungo, che ha subìto tante devastazioni. Gli
edifici del chiostro, spaziosi nell'interno, con molti corridoi, celle,
camere, e sale per usi diversi, sono in gran parte recenti. Sono entrato
con piacere e curiosità solo nelle biblioteche e nell'archivio dei
benedettini; i ben catalogati scaffali contengono materiali preziosi per
la conoscenza del Lazio nel medio evo. Alcuni scaffali sono consultabili
e visibili a tutti, altri inaccessibili, e la bacchetta magica del
Muratori stesso non riuscì a farne aprire i ripostigli. Di gran pregio è
il _Regestum insigne veterum monumentorum Monasteri Scholastici_, in
pergamena, raccolta di documenti dal nono secolo in poi.[9] Mancano
documenti anteriori. Nessuna delle cronache di Subiaco è stata data alle
stampe, eccettuata una anonima che giunge sino al 1390 ed è edita dal
Muratori. A questo fu interdetta la stampa di una cronaca più
particolareggiata, scritta da un tedesco di Treviri nel 1629: _Chronicon
Sublacense P. D. Cherubini Mirtii Trevirensis anno Dni_ 1629.[10] I
monaci permettono di vederla: è assai più completa dell'altra, neppure
quella stampata, di Guglielmo Capisacchi di Narni (1573); non può dirsi
un lavoro notevole, ma solo una compilazione, senza corredo di
documenti. La storia dell'abbazia giace ancora sepolta in questi
archivi; l'ha scritta di nuovo il canonico Janucelli, ma anche l'opera
sua non è scientifica. Ho avuto fra mano un manoscritto del 1833, che
contiene una storia abbastanza esatta dell'abbazia; n'è autore Silvio
Mariani, di Subiaco, morto testè in Grecia. Egli si è servito dei
cronisti sopra nominati, ed anche di alcuni documenti, ma la sua opera
non è, essa pure, che manoscritta. È dettata con spirito liberale e
consta di 492 pagine: debbo ad essa molte delle notizie che qui sopra ho
riportato.

La biblioteca è piccola ma notevole per quegli antichissimi incunabuli
tedeschi di cui ho già dato notizia. Ho preso in mano con gioia i
preziosi, belli e ben stampati volumi _in-folio_ che mi porgeva un
giovane benedettino tedesco. In fondo all'opera di Lattanzio ho trovato
scritto: «_Lactantii Firmiani de divinis institutionibus adversus gentes
libri septem, nec non ejusdem ad Donatum de ira Dei liber unus, una_
_cum libro de opificio hoîs ad Demetrianum finiunt. Sub anno Dni
MCCCCLXV pontificatus Pauli papae. Anno ejus secundo. Indictione XIII
die vero antipenultima mensis Octobris. In venerabili monasterio
Sublacensi. Deo gratias_».

Spontaneo grido di gioia, questo, di quei bravi stampatori che, per
modestia, nemmeno hanno manifestato il loro nome. Ciò mi ricorda il
motto che i greci e i latini del medio evo ponevano in fondo al
manoscritto copiato, per coronare le proprie fatiche:

               hôsper xenoi kairousi patrida blepein
              houtôs kai hoi graphousi telos bibliou.[11]

S. Scolastica conta ancor oggi circa settanta fratelli, fra cui parecchi
tedeschi, e l'attuale abate, Don Pietro Casaretto, ha severamente
riformato la disciplina dell'ordine. Ora, a quanto mi si è detto, i
monaci sono stati messi a magro regime; ma visitando la bella cucina,
dalla volta profonda, un odore gradevole di grasso, degno di Omero, mi
ha colpito le narici e non mi è parso esattamente secondo la regola
pitagorica di S. Benedetto, proibente l'uso della carne.

Passiamo ora al vero santuario dei Benedettini, a quel piccolo secondo
chiostro che alla metà del secolo XI fu edificato sulla grotta di
Benedetto, e per questo chiamato _sacro speco_. I monaci di Montecassino
nel 1688 aprirono una strada per salirvi, via ripida, che conduce,
traverso le rupi, alla grotta, offrendo magnifici panorami. Mentre il
viaggiatore ha sotto i piedi la corrente spumeggiante, vede la bella
valle di Subiaco e il burrone dell'Aniene. In lontananza, dove la valle
sembra chiudersi, si scorge l'alpestre paese di Jenne, patria di
Alessandro IV e dell'abate Lando dei conti di Segni. Immediatamente
prima della grotta si trova un ombroso e oscuro boschetto di quercie,
che forse già attrasse il solitario Benedetto, e che anche oggi, come un
bosco sacro degli antichi, annuncia la vicinanza di un mistero.

I piccoli fabbricati, fondati l'uno di seguito all'altro sulla grotta,
sono appoggiati alla parete scoscesa della rupe, e presentano
all'aspetto un miscuglio originale di stili e sono ornati fin
dall'esterno di pitture. Si passa sopra un ponte murato, che deve essere
stato nel medio evo un ponte levatoio, e si penetra in una lunga
galleria che conduce nell'interno ed è ornata d'imagini non antiche
degli evangelisti. Su di una parete si leggono questi buoni distici:

     Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?
     Quaesiti servant luminis antra nihil.

     Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,
     Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.

E sotto:

     D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae
     cunabula.

In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera
di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima
chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida
architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano
già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo
di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le
loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso
l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si
udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti
nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero
tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai
oltrepassato.

Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per
i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione
laberintica, siccome si conviene ad un edificio fabbricato tra le rupi.
Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte
stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono
appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra
mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane,
cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte
non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi,
rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e
della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del
monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante
epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue
neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del
cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma
penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza
sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i
miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri
santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di
una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci
sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro
solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templi
pagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili
giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro,
l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata
solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La
vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò
questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche
sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua
rappresentazione classica.

L'intero Lazio non ha nulla di simile a questi quadri, se non forse, in
un certo senso, le pitture della cripta del duomo di Anagni. Il loro
studio è utile per la storia dell'arte, appartenendo questi affreschi a
stili diversi: a quello bizantino, a quello di Cimabue e di Giotto, fino
ai secoli xv e xvi. Ne parlerò brevemente.

La prima chiesuola, edificata, secondo un'iscrizione, dall'abate
Giovanni V, nel 1116, fu ornata con affreschi nel 1220 da Giovanni VI.
Questi affreschi ricoprono letteralmente le pareti, e, benchè rozzi ed
imperfetti nel disegno, mostrano tuttavia una rara freschezza di vita ed
una potenza epica naturale, straordinaria nello stile delle cronache
trasportato nella pittura, se ci è lecito usare questa espressione. A
destra e a sinistra sono rappresentate molte scene della vita di
Cristo, il suo ingresso in Gerusalemme, quadro ricco di figure, la sua
passione e gli avvenimenti dopo la sua morte. In oggi gran parte sono
anneriti; pure, per fortuna, essendo stati fatti dei restauri, appaiono
meno danneggiati dei quadri che trattano la vita di S. Benedetto. In uno
di questi il santo è rappresentato mentre si rotola tra le spine per
allontanare l'apparizione di una splendida donna, ed in un altro lo si
vede intento a scrivere, nella sua grotta, le regole dell'ordine; e
sotto v'è questo antico tetrastico leonino:

     Hic mons est pinguis, multis claruit signis,
     A Domino missus sanctus fuit Benedictus,
     Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta.
     Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.

Una piccola tribuna, scavata nella volta nuda della roccia, chiude
questa chiesuola; dinanzi ad essa stanno, all'estremità della navata,
tre archi acuti su eleganti colonne, a foggia di arco trionfale, le cui
lunette sono ornate dai ritratti dei genitori di Benedetto, Probo e
Abbondanza.[12] Dietro vi è un piccolo altare-tabernacolo, l'unico
lavoro così detto alessandrino che io abbia trovato nel chiostro, nel
quale altare il mosaico, contrariamente all'uso del tempo, è stato
surrogato da un affresco.

Una serie di piccolissime cappelle conduce nell'interno e forma un corto
e angusto passaggio che si può paragonare alla navata traversale d'una
chiesa. Anche qui tutte le pareti sono coperte di quadri, che sono
stati, però, di recente restaurati in modo vergognoso, con colori
stridenti ed eccessivi. Sono quadrucci isolati, o piccole composizioni:
vi si vede, Benedetto che cena con la sorella, la morte di due santi e
quella di Placido e di Mauro. Si trova anche lassù un antico sarcofago
di bambino, circondato da graziosi bassorilievi che raffigurano degli
uccelli ed è innalzato sopra una piccola colonna per servire da
vaschetta. Una scala conduce nella chiesa inferiore o media,
particolarmente memorabile; anche qui tutte le pareti erano coperte di
pitture, ed alcune iscrizioni ci hanno conservato il tempo e il nome
dell'artista. Vi si legge in caratteri gotici: «_Magister Conxolus
pinxit hoc opus_»; altrove: «_Stamatico Greco pictor perfecit A. D.
MCCCCLXXXX_». Consolo fu pittore della fine del xiii secolo, prima
dunque di Cimabue, e prima che la pittura italiana si liberasse dai
caratteri tipici dello stile bizantino. Forse egli è lo stesso artista
che ornò di pitture murali il vestibolo di S. Lorenzo fuori le mura a
Roma, sotto Onorio III, ambedue questi lavori essendo di quel tempo e
della stessa scuola. I dipinti di Consolo--e di lui sono la maggior
parte degli affreschi del chiostro--conservano ancora la maniera greca,
ma certo non in tutta la sua violenta e cruda magrezza. Si trovano fra
di essi sorprendenti figure di nobili forme, e con una semplicità di
panneggiamento, che rammenta l'arte antica. Ad ogni modo questo antico
maestro, il cui nome (da kompsos?) sembra rivelare il greco, è molto
efficace e forse egli dipingeva, come scolpivano i Cosmati, greci essi
pure (kosmêtês) e suoi contemporanei, a Roma, a Subiaco e nella cripta
del duomo di Anagni.

Vi sono in questa chiesa sotterranea pitture di soggetti disparatissimi;
la maggior parte riferentisi alla storia del chiostro. Sotto la scala si
vede Innocenzo III consegnare un diploma all'abate Giovanni VI, e
Gregorio I dare all'abate Onorato l'atto di donazione. Parecchi trattano
la vita di S. Benedetto; uno, che lo rappresenta con la nutrice, è
notevolissimo per la gradevole figura della donna e l'ottimo
panneggiamento; un altro rappresenta, in modo originale, la sua morte:
il santo con la tonaca nera sta su di un giaciglio; dalla sua bocca un
raggio di luce conduce alla piccola nuda figura della sua anima, che un
angelo alato già reca fra le sue mani. L'angelo ha una bella
espressione, un pronunciato profilo greco e gli occhi a mandorla. La
dolce inclinazione della testa, già prima di Giotto espressione
caratteristica del grazioso, ricorda vivamente le migliori imagini delle
catacombe. Questa mirabile figura di un tono medio bruno non è stata,
fortunatamente, ritoccata. Vi sono molti altri quadri con figure di
bambini, di cui è inutile parlare: non tutte sono del medesimo artista,
e talune senza dubbio appartengono già al secolo XI, poichè strettamente
fedeli alle peggiori forme bizantine. Tali sono i colossali quadri del
soffitto, rappresentanti apostoli e santi che contrastano aspramente con
gli affreschi delle pareti, e che sono stati barbaramente restaurati.

Nella parte centrale della chiesa si trova anche la grotta di Benedetto,
che mi ha ricordato assai vivamente la grotta famosa di S. Rosalia a
Palermo, sul monte Pellegrino. Sotto un ricchissimo altare sta una
marmorea figura del giovane santo in preghiera innanzi la croce; è
un'opera non cattiva della scuola del Bernini;[13] e forse l'effetto
che produce è accresciuto dalla penombra in cui si trova. Qui tutto ha
un carattere di giocondità; la graziosa piccolezza di queste chiesuole,
cappelle e grotte, splendenti e multicolori, sembra un giuoco di
fantasia, come non ho visto mai in altre rappresentazioni religiose. Si
potrebbe dire un libro illustrato di poetiche leggende, prive di dolore
e di sangue, ma ricche di fantastico colorito, come la vita dei pii
anacoreti nel deserto.

La religione vi è presentata sotto forma di favola, e produce un effetto
corrispondente a questa. Il carattere del chiostro è appunto questo, ed
è forse unico nel suo genere. Ivi lo spirito non è mai portato a gravi
pensieri; in questa sacra grotta nemmeno il più fervente dei cattolici
potrebbe sentirsi penetrato di venerazione: gli stessi artisti, che
avrebbero voluto suscitare il senso della pietà con quadri melanconici,
sono stati dalla scherzosa giocondità dell'insieme eccitati
invincibilmente ad intonarsi all'ambiente. Questo ho sentito in due
affreschi, che stanno di fronte, sulle strette pareti, presso una scala
che dalla grotta mena nella sottostante cappella. Rappresentano il
«Trionfo della Morte», secondo la nota canzone del Petrarca: la Morte,
funebre cavaliere, dopo aver saltato a cavallo su dei cadaveri,
colpisce con la spada un giovane che s'intrattiene con un compagno a
parlare. Di fronte stanno tre tombe aperte: nella prima giace una
giovane donna, morta da poco tempo; nell'altra si scorge il suo corpo
già nauseabondo e decomposto; nella terza finalmente il suo scheletro.
Un vecchio pare spieghi queste varie fasi del nulla; egli ammaestra tre
bei giovanetti, in eleganti abiti, coi falchetti sul pugno, che
gravemente lo ascoltano. L'autore di questo memorabile quadro, che
disgraziatamente ha molto sofferto, non è conosciuto; sembra sia
dell'epoca del Ghirlandaio. Di lui forse è pure la Strage degl'Innocenti
a Betlemme. Questo soggetto è trattato artisticamente e semplicemente:
un gruppo di madri, con i bimbi lattanti fra le braccia, con ansia
affettuosa li stringono al seno; verso di esse si avanzano dei guerrieri
con la spada sguainata. Io non ho mai visto trattato con tanto
sentimento drammatico ed estetico questa scena piena di orrore, soggetto
preferito della pittura di tutte le epoche; e tanto più si deve lodare
l'ingegno dell'artista, se si ricorda il ributtante carnaio
rappresentato negli arazzi del Vaticano! L'artista di Subiaco ha capito
che egli avrebbe potuto commuovere anche facendo solo indovinare o
temere l'inumano. Il quadro è di proporzioni assai piccole.

Ho trovato anche altre rappresentazioni artistiche originali;
specialmente due figure di S. Stefano e di S. Lorenzo. Il primo santo è
lapidato; il pittore o il restauratore ha voluto con strano pensiero
inserire nel quadro delle vere pietre, e nel suo zelo ha rappresentato
materialmente l'aureola, rompendola coi sassi. S. Lorenzo è una graziosa
figura giovanile, vestita di un ricco panneggiamento; tiene nella destra
la palma, nella sinistra il libro e sta eretto sulla graticola.

Aggiungo ancora che dalla cappella descritta si scende in un'ultima
grotta, assai piccola; si dice che qui Benedetto abbia ammaestrato nelle
sacre scrittura i suoi scolari.

Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima
pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo
dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della
rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a
piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si
trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla,
sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando
sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura
del santo tre corvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri
uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi
sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia
altri uccelli sono sacri ad altri Dei.

I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto,
dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a
Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo
un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono
via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero
uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei
domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.

Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un
nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità
della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto
si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore
dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose,
le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte
meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che
esse, ridotte in polvere e inghiottite, guariscono qualunque malattia o
incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la
preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto
verificarla.



ATTRAVERSO L'UMBRIA E LA SABINA.

(1861).



Attraverso l'Umbria e la Sabina.

(1861).


Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi
tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or'
ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove
osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai
meglio prendere un _vetturino_ fino a Perugia. L'istituzione italiana
dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà
certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di
viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far
conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi
impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via
Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre.
Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte e i
monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli
vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo
miglio si trova Prima Porta, _Saxa Rubra_ degli antichi, così detta per
i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica
è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche
colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio
e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si
discosta da quella del Lazio.

Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente
incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si
piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la
strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla
polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva
quest'ultima commedia militare nel territorio papale.

Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla
Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si
fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la
famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei
dominî in quei luoghi, ma possedeva invece qua e là nel Lazio molti
castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la
parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli
inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu
Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.

Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le
attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi
delegati col nome di _Duces, Comites, Rectores_. Ma a poco a poco questo
possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti
ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il
pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente,
nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano,
in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e
molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico
patrimonio.

Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma;
al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco
interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il
primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.

Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito
in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro
a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del
console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di
confine.

Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene
reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini,
voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che,
movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.

Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano
eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e
decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita
Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro
che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina
lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa
cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita
attraverso la Campagna.

La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava
verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi
del Soratte, ed io potei osservare per un bel pezzo di strada il paese,
la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte,
a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra
etrusca, ed è visibile anche da Roma.

Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra
calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e
la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S.
Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.

L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli
abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.

Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore
Costantino--quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo
Laterano--Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto
tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa
fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima
persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il
chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine
di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e
visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il
primogenito del grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel
746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino,
per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili
franchi, quando si recavano a Roma.

Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era
quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco
Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò
a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare nei _Monumenta
Germaniae_. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui
confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal
Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo
di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia
imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori
tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie
del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il
prezioso codice dei _Regesti_ di Farfa, che la Vaticana conserva. Questa
importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima ai
_Regesti_ di Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali
fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse
osserveremo la grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo
che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al
tempo delle lotte col papato gregoriano.

Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori
solevano passare, presso l'antico _Flaianum_, oggi Fiano.

Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste,
appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono
che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la
città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi
in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla
città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità
medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.

Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo
meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il
paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti,
simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben
fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte
dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e
bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, è ricca di
singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore.
La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed
acume.

Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni
resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche
l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu
ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così
si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso
nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII,
Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi
ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni.
Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre
poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni
altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La
cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale
romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e
finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico.
Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle
quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.

La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del
periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine
del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire
da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e
molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante
Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14] Io dimenticai di
domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di
averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî
avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena
una ventina».

Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di
Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo del _Patrimonium
Petri_ verso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe
napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e
noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano
veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi
contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.

Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che
trovandosi nel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi,
Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i
confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del
confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre del
_Patrimonium Petri_ dall'Umbria e dalla Sabina.

Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore
a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio
pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle;
gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora
(1861) piene di piemontesi e di lombardi.

Qui il fiume, già abbastanza largo, è traversato dal ponte Felice, bel
monumento costruito da Sisto V (Felice Peretti) nel 1589.[15] Fino a
questa località il Tevere può essere risalito da battelli, anzi da
qualche anno, da Ripetta a Roma, è stato stabilito un traffico per mezzo
di battelli a vapore, e così la capitale è collegata alla Sabina. La
siccità estiva aveva molto assottigliata la corrente, e fra tutto io non
vidi che due o tre barconi di carbone, legati alla sponda. In mezzo al
ponte, sopra l'iscrizione di Sisto V, sventolava la bandiera francese.
Di là da questo confine comincia il nuovo Stato, che la rivoluzione
italiana nel 1859 creò _per fas et per nefas_. All'estremità del ponte
erano due tricolori italiani, ancora incoronati di alloro appassito.
Sembravano gettare sguardi sospettosi sullo stendardo di Francia, mentre
i robusti granatieri piemontesi stavano in sentinella dinanzi ad una
vicina capanna. Essi avevano un aspetto grave e sospettoso, quando mi
chiesero il passaporto nel loro sgradevole dialetto. Mentre lo
esaminavano, volli utilizzare quel tempo di attesa, ritornando in mezzo
al ponte per copiare le iscrizioni di Sisto V e di Urbano VIII.
Ma--strano a dirsi--un granatiere me lo impedì: egli mi venne dietro, e
mi dichiarò abbastanza vivacemente che non poteva permettermi di
ripassare il ponte, e che egli stesso non poteva varcare di un sol passo
la bandiera francese. Così dovetti convincermi dell'efficacia di quel
simbolo. Ogni rimostranza fu inutile, il bravo soldato non volle udir
ragioni, ed io dovetti tornar indietro. Del resto, tanto egli che
l'impiegato della dogana furono con me perfettamente corretti. Il
panorama della Sabina che si gode dal ponte è bello e vasto. Di contro è
l'antico e cupo Magliano, sede di un vescovo che qualche mese fa fu
incarcerato; più oltre Poggio Mirteto, ora una delle stazioni più
importanti dell'esercito piemontese di confine, mentre il governatore
civile di tutta la Sabina risiede in Rieti, città più grande, fino a
poco fa residenza del delegato pontificio.

M'internai nella bella regione montuosa, piena di colli ridenti, ricchi
di vino, olio e castagne, abitata da gente forte, onesta e patriarcale,
ma ignorante e primitiva. Il carattere di questa regione non ha nulla di
comune con quello del Lazio, pieno di sole e di luce; somiglia piuttosto
a quello dell'Appennino centrale. La straordinaria siccità dell'estate
aveva anche là bruciato i campi; il granturco presentava un aspetto
deplorevole; anche l'olivo era poco rigoglioso; solo le viti
promettevano un abbondante raccolto.

La prima città che si trova su quella strada è l'antichissima, ora assai
piccola, città di Otricoli, nella quale si rinvennero molte antichità
celebri, fra le quali la testa di Giove del Vaticano. Notiamo anche che
ivi fu arrestato dai cavalieri del Barbarossa il famoso Arnaldo da
Brescia, che fu consegnato ai cardinali e giustiziato poi a Roma. Egli
aveva già ai suoi tempi insegnato ciò che ora l'Italia chiede ai papi.

Per dimostrare l'annessione all'Italia, quasi non bastassero le
bandiere, che già in gran copia avevo vedute, si aggiungevano ora le
armi di Savoia, dipinte di fresco sui muri. Vidi sempre in maggior
numero granatieri, lancieri, bersaglieri coi cappelli piumati e le
mantelline turchine, simili a comparse teatrali; più là trovai la
guardia nazionale, dalle poco brillanti uniformi.

Otricoli fa parte dell'Umbria, ma il confine fra le due provincie è
difficilmente rintracciabile e sempre variabile. Oggi questa città
appartiene alla delegazione di Spoleto, e da essa si entra nel
territorio dell'antico e una volta così potente ducato.

Sotto Otricoli si apre la stretta e selvaggia valle della Nera,
impetuoso fiume montano che si dirige verso il Tevere, e che una volta
segnava il confine geografico fra l'Umbria e la Sabina. Viene quindi
Narni, una delle più antiche città umbre, col suo bel castello e i
campanili delle sue chiese. Il luogo è assai ameno; la Nera, uscendo
dalla sua strada incassata fra le rupi, entra in una valle grandiosa e
scorre fra armoniose colline. Un antico ponte romano riunisce ancora le
due rive. In fondo si scorgono i verdi monti dell'Umbria, amenissimi e
ricchi d'incantevoli luoghi, fra cui ricorderò Amelia. A cinque miglia
di distanza giace l'antica _Interamna_, oggi Terni, in mezzo a verdi
colline, la patria di Tacito. Nulla, credo, possa essere più attraente
di una gita per questi luoghi in primavera o in autunno.

Oltre il suo bel castello, Narni possiede notevoli chiese e conventi,
come la cattedrale, consacrata al primo vescovo della città, San
Giovenale; però il tesoro maggiore è rappresentato da un dipinto famoso
dello Spagna, l'_Incoronazione della Madonna_, nel convento degli
Zoccolanti.[16] Dello stesso artista si trovano quadri in molti paesi
dell'Umbria; alcuni gli sono però stati erroneamente attribuiti.

Di mura ciclopiche non si hanno qui che pochi avanzi, e degli antichi
monumenti romani di questa città, dove nacque Nerva, non rimane che il
ponte di Augusto sulla Nera. Quest'opera, un dì grandiosa, appare anche
oggi ammirabile, sebbene dei tre o quattro archi che la componevano, ne
resti uno soltanto. Le imponenti rovine, i flutti vorticosi della Nera,
un vicino convento, la città colla sua solenne architettura, tutto
contribuisce a dare a questo paesaggio un carattere d'incomparabile
bellezza.

Marziale gli ha dedicato i mirabili versi:

     Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnis
      Circuit, ancipiti vix adeunda jugo;

     Quid tam saepe meum nobis abducere
      Quintum Te juvat, et lenta detinuisse mora?

     Quid Nomentani causam mihi perdis agelli
      Propter vicinum qui pretiosus erat?

     Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;
      Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.

Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen
non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di
Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a
nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il
nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la
spesa necessaria per restaurare l'antico.

La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande
figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in
Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo
del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta
in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della
Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi
più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S.
Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.

Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale
Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle
grotte di S. Pietro a Roma.

La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del
patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese
Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è
veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a
fondo e riunito nella sua _Miscellanea Narnese_ le cose più notevoli. Mi
trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La
vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto
più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento.
Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva
da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e
soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di
Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad
accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di
pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato
in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena
tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco
riusciti da non allettare gran che i visitatori.

Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino
dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparso di
olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino
il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che
la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella
natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa
sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.

Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a
Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città
attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la
città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il
periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il
medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede
una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.

Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per
numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere
un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con
entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori
bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola
all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in
Germania, in analoghe circostanze?

Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è
verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona
bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto
questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un
grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei
suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza: _Natura mi diè
questi colori_. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche
nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata
da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la
popolazione dei saporiti motti di spirito.

La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato
l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè,
tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città,
difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi
di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele,
e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi,
Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe
interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di
Garibaldi!

Terni è ora il quartier generale del comandante Brignone e di molta
fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami
per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria
la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province
dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono
molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano,
tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai
difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al
servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è
stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio
inestimabile per il contadino.

Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in
tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi
luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa
cifra è inferiore alla realtà.

Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia
scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad
abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è
abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di
soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamente così
vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con
essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali
umbro-sabini, come l'_Italia e Roma_ di Perugia. Questi fogli sono letti
avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.

Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione
montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni,
o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona,
giunge fino alla sommità lungo la gola detta _Strettura_, salendo
gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non
si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi
erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi
lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su
quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto
camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere,
poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la
carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un
cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e
precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamare a sè. Io
mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio
cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso
dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico
milite della guardia nazionale.--Sembra che diffidiate di me--disse--ma
io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra
strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a
sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e
veder quello che fanno.--Il soldato mi disse queste parole un po'
eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che
sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel
suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane:
dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si
allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi
scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad una _coltellata_!

Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di
qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella
percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi
monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e
sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre il Tevere.
Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città,
e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce
che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la
illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto
e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto,
piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la
prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto,
che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca
longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì
qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa
contro gli usurpatori.

Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni
antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si
pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria
di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e
tranquilla.

Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che
Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono
Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una
gran parte dell'Italia centrale, e cioè tutta l'Umbria, la Sabina, la
Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi
soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla
fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno
longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di
Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro
dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul
capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un
nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da
cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due
imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai
candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.

Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione
tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a
Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre
della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed
astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da
Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio
IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così
la vera presa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal
principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste
terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni
nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.

Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la
posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni.
Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni
con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si
aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel
Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi
avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i
volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio
e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue
milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella
cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore
O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai
piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni
del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un
assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi
ebbero, a detta del Lamoricière, 100 morti e 300 feriti; i papalini 3
morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di
questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.

Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più
guarnigione, ma invece un bagno penale.

Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città;
la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da
Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha
perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede
dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi
governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa
indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci
entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali
rimarranno solo un ricordo storico.

Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le
interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente
italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa
città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una
monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui
nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato
soffocato dalle epoche successive; dell'antichità romana si vedono
alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda
Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da
Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17]
Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima
domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe
darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian
Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la
residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una
traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo
Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca
Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando,
Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro
lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.

Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una
bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato
nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella
ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile
romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del
Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata:
porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo
libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più
simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi
suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto
restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna,
nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento,
l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di
stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta
di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai
primitivo, la favola del «_Roman du Renard_».

Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello
Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda
la distruzione della città, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo
fedelmente questa iscrizione:

                            HOC EST SPOLETVM
                          CENSV PPLQE REPLETVM
                            QVOD DEBELLAVIT
                      FRIDERIGVS ET IGNE CREMAVIT
                           SI QVERIS QVANDO
                       POST PARTV VIRGINIS A[=N]O
                                 MCLV
                        TRES NOVIES SOLES IVLIVS
                          TVNC MENSIS HABEBAT

Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto
andò perduta.

In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18] che congiunge
la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la
fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme
ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e
fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte
per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e
profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse
anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato
dell'Umbria.

Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un
eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una
serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti
son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i
cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una
passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba
balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime
delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di
campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare,
nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che
sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.

Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e
la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle
linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il
famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo,
aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi
terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che
risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre
del fosco edificio sembra al viaggiatore di scorgere ancora la figura
di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia
Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre
la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto,
fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa
abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a
Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e
l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò
allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così
concepito:

«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto
il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e
Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in
Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior
bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e
rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo
dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a
Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa
reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza
verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamente la riceviate, e
che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia,
voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in
particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il
suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come
alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per
darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S.
Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499--Adriano
(Secretario)».[19]

La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a
succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e
intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la
riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni.
Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento
sottoscritto di sua mano con questa formula: «_Placet ut supra Lucrezia
de Borgia_». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre
visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi
dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di
Bisceglie, che Cesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana,
poi strangolare nel suo palazzo.

A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di
Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il
10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico
Borgia arcivescovo di Valenza.

Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle
del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale,
tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da
Plinio; sorge vicino alla stazione postale detta _Le Vene_, presso la
sorgente di una fonte più pura del cristallo.

Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne
umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai
papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la
corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi
queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato
necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico
possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del
tempo.

Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai
industriale: vi sono fabbriche di carta, di candele di cera e di
confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura
che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il
che non è senza importanza per l'avvenire della città.

In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi
dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai
molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un
antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San
Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di
Nicolò Alunno, maestro del Perugino.

Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra
un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere
mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano
passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come
furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero
una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla
valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi.
Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna
appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.

Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi
comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su
un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie
mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la
grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI
sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio
XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20] È una copia del San
Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra
la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno
traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui
vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.

Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro
esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella
gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in
questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe
suggerito al santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso
ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio,
costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono
fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario
dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di
Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione;
l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino,
forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in
cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno
sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno
antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno
nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non
potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che
esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.

Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come
mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi.
Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle
soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono
fermato, ho veduto monaci. L'Italia non se ne libererà mai, mai potrà
bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i
suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i
benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto
soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la
legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria,
sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là
si è proceduto in modo un po' troppo sommario.

Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di
aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo
sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua
imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici
ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta,
museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la
gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con
indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno
di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse,
come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche
vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili
(Beccarini), ondeggiante fra guelfi e ghibellini, divenne, per queste
lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla
propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo
III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che
accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato
santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette
in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che
regnarono prima dell'esilio di Avignone.

Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì
straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette
sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si
ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo
furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte
intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente
quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il
noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città,
nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu
poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III
annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi
la repubblica fu retta da cardinali legati, che risiedevano nel nobile
e antico palazzo del Comune.

Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo
carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha
ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e
solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la
borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e
dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il
Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è
stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno,
che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole
ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.

Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade,
scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della
città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è
anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del
secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza
repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una
l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi
dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo volto
medesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281,
cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e
ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai
piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta
di Siena, rapite dai Perugini.

La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo
comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e
dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di
molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di
Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato
infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati
nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e
Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.

Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III
Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la
città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un
tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di
popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre;
quel luogo fu anche teatro delle ultime lotte contro Schmidt,
comandante degli svizzeri pontifici.

Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai
una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano
con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della
loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni
dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie
del generale Fanti.

La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica.
Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21] Le truppe
piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza
ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene
che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe
certo bella figura.[22] La posizione è ottima; la vista incantevole,
scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza
dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio
Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui
il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.

Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già
da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma
questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido.
Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del
tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di
fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella
valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si
ammanta di neve.

E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una
città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la
parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso
dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua
passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi
mariti erano poche; in grande quantità invece le _cocottes_, che si
aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E'
deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte
città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno
così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda
alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro
luogo una così sfrontata mostra di ragazze quale vidi in Perugia, dove,
di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si
peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E'
incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso
per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente
encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della
vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa
cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.

Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe
regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i
posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto,
incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello,
fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in
America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini
della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a
Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei
condottieri del medio evo.

Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito
indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi
l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859, mentre si dirigeva su
Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari
di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte
qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone,
Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti
e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è
conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di
cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti
spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a
Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni
d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come
del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si
dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è
rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23] i
quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La
nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene
all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime,
temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i
suoi interessi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei
suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al
contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso
clero.

Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei
quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono
prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti
dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con
prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice,
e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha
qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere
pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario
dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i
possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della
sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome
Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua
imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia
ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso
i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il
papato. La _Gazzetta dell'Umbria_ e l'ebdomadaria _Roma e l'Italia_,
ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i
preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime,
costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è
soverchiato dalla potenza del nuovo.

L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre
per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti
professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte
giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il
ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta
le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne
risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la
concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose
debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la
capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni
cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto
più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale
onore.

Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli
archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al
palazzo pubblico, che doveva servirmi per la storia medioevale di Roma.
Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello
municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati
questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono
già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in
quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel
chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati
raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene
sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo
melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter
essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri
ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma
non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano
un'importanza strettamente locale.

L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari
cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi
corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella
solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca
tramontata per sempre.

Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto
monaci, abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di
Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica,
con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa
della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi
quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri
maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello,
eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si
lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno
abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma
fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche
altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio
di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino
alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una
scuola di agricoltura per cinquanta alunni.

Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che
conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di
Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più
antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII,
del 978, fondatore e primo abate del convento. Quando gli svizzeri
pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia,
fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i
diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e
distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII
ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla
parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma
latino, che tramanda ai posteri i misfatti del _Furor Helveticus_.

Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far
sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre
ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il
ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio
viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.

Questa antichissima città umbra, in origine _Tuder_ o _Tudertum_, sorge
sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi.
Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei
sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.

Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di
Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercare una locanda.
Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed
oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan
nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il
sole dissipò la tristezza del luogo.

In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina,
incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente
medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di
vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre
il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione
sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune
torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono
sormontati dal grandioso duomo.

Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del
tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di
alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo
periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri
armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora
30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il
governo era nelle mani delle corporazioni artigiane, che avevano una
rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i
quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri,
governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella
loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo:
Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli,
Malabranca, e altri.

I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il
palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza
principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di
belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha
un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di
architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è
la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre,
l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la
volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è
stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più
notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secolo
XIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è
pittoresca, severa e solenne.

Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove
si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di
frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in
una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un
vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente
nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano
innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in
mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla
rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte
un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna
d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema.
Morì nel 1289.

La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte
ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io
voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro
la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.

Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi
ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi
comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, con un
fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua
corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto
intelligente. «Io vengo--mi disse--a chiedere il vostro parere,
trovandosi la corporazione in un grande frangente».

A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi
fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia
orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti
dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un
savio greco.

Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre
la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro
corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'_ars
sartorum_ della città come una confraternita o associazione a scopo
religioso. Essa possedeva _ab antiquo_ l'ospedale di San Giacomo.

Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e
sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente
della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del
60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva
in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciato contro
Orvieto. E questa era la ricompensa!

Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse
impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato
alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti,
ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora,
siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva
potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da
esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così
bistrattata.

Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò
persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non
avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di
averlo già sospettato.

Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella
istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.

Essa ha ancora un capo, _console_, e dodici consiglieri, _fratelli_. I
suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di
sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti
dall'originale latino in italiano.

Trascrivo il principio di questo documento:

«_El prohemio della matricola de sartori: capitolo I._

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine
Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto
Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et
S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S.
Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi
sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi
della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della
decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti
homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de
Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco
de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl
anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel
tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì
venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono,
fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma e cittadino di quella
città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di
Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del
secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già
monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio,
che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte
pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come
ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una
collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare
maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24] dello stesso soggetto del
quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste
tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi
chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa
solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra
Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico
animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S.
Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole dello _Stabat Mater_, e
forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiare un
codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche lo
_Stabat Mater_. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di
questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono
rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti
della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le
signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in
rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su
disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le
antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo
erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i
Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre
o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai
bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi
palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle
minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in
diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici
invidierebbero questo solitario cittadino di Todi che, nel palazzo
ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti
della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba
selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che
una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello.
V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono
alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio,
scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una
carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si
attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una
buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di
bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri,
antico castello che nel secolo X appartenne alla famiglia romana dei
Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un
colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna
romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un
profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un
oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri.
Questa è Aspra, la _Casperia_ dei Romani, vero nido di aquile,
inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti
e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a
salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il
cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade
praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo
spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra
case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti
di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre,
secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi
guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove
giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la
giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi
concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno
visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato
altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva
una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu
mostrato un buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra
rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere
un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su
di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto
rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il
mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e,
disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai
a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti
e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio.
Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di
andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia;
della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il
segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non
molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si
trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai
molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè
Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi
sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi
mandava i suoi rettori, o podestà. Vi erano anche--strano a dirsi--dei
documenti apocrifi del secolo X.

Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle
migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti,
in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi
ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno
straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi
accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro
salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e
il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata,
e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare
in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che
la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la
camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon
letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo,
cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano
della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare
quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro
offerte, alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti
presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al
che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli
giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime.
Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che
suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano
intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore,
non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario
una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità
di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai,
e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con
questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei
Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e
solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano
inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul
portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune
fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di
sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa.
Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere
incantevole nella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi
presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali
che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai
io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del
monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del
Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta
questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione
fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da
cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si
scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma
di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche
il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento
meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di
fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini,
dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la
straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana,
Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano,
Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita
sul Tevere, che sembrava una striscia d'argento, Filacciano, Cantalupo,
monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e
ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò
vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a
capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo,
sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di
ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in
cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo
di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra
e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti.
Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo
così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche
pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per
tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui
l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al
suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta
abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a
sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino e altre ciambelle mi
furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che
così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi
inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando
la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma
nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da
Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella
popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li
circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo
Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

     NOTA.

Questo capitolo porta la data del 1861, ma quanto si riferisce alla gita
nell'Umbria e nella Sabina è invece notato sotto l'annata 1864 nei
_Diari romani_ del Gregorovius, tradotti da Romeo Levera e pubblicati
dall'Hoepli nel 1895, ai quali rimandiamo il lettore poichè completano
la narrazione, avvertendo che negli stessi _Diari_ poche note appena ci
informano sulla fermata a Perugia e sul viaggio da Roma a Firenze
nell'agosto 1861.



IL GHETTO E GLI EBREI DI ROMA.

(1853).



Il Ghetto e gli ebrei di Roma.

(1853).


Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere,
abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il
popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che
l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla
bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto
romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine
della città, gli è sembrata degna di attento studio.

L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di
Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è
rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta
dell'arco, sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25] il vincitore ha
fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro
a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe
d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che
l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non
restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si
dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si
vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito
nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma
essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele,
poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito
portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle
mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del
Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non
distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle
stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo
scomparso Giove Capitolino.

Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i
suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che
Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro
vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe
Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo
del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata
relazione.

Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.

«Dopochè--egli narra--l'esercito verso sera fu entrato in città, venne
ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi
passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del
giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi
al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati
della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato
innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi
presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a
vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e
coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece
fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una
preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera
Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati,
perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato
preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta
del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi
mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli
altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia
trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse
meglio godere».

Augusto aveva fatto costruire in onore di sua sorella Ottavia quel
magnifico portico a due file di colonne. Una parte della facciata esiste
ancora ed è addossata al mercato del pesce, che confina col Ghetto,
presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, ch'è un'antica basilica, la
cui storia si riconnette con quella degli ebrei, perchè nel medio evo
erano costretti ad ascoltarvi le prediche. E' veramente un caso senza
esempio nella storia che presso quei portici di Ottavia, là dove
Vespasiano e Tito passarono in trionfo, reduci dall'avere sconfitto gli
ebrei e distrutta Gerusalemme, i discendenti d'Israele ponessero la loro
sede in Roma. Intorno a quel portico, una volta magnifico ed ora sepolto
sotto le immondizie, il popolo degli ebrei fa i suoi affari.

Sulle lastre di marmo delle sue sale e de' suoi templi, i figli dei
prigionieri di Gerusalemme vendono oggi il pesce, senza che nessuno di
essi pensi neppur lontanamente all'importanza che ebbe un giorno questo
luogo nella storia d'Israele.

Il Ghetto romano è fra tutte le comunità israelitiche d'Europa la più
importante, per i rapporti storici del popolo d'Israele con l'Urbe.
Altre, soprattutto quelle della Spagna e del Portogallo, e la Sinagoga
di Amsterdam, offrono un più vivo interesse, ma tutto teologico, a causa
delle loro scuole talmudiche; nessuna però è tanto antica e tanto
importante quanto la Sinagoga romana: questa rappresenta la più vetusta
radice del cristianesimo nella capitale stessa del mondo cristiano.

Se si pensa che qui, in questa stessa Roma, il popolo ebraico si
mantiene da oltre 1800 anni, non si può fare a meno di rimanere stupiti
dinanzi alla sua forza di resistenza. Sembra quasi incredibile che una
razza così maltrattata, benchè rinnovata per l'aggiunta di nuove
famiglie, tuttavia quasi sempre della medesima stirpe decadente, abbia
potuto sopravvivere, attraverso i secoli, in quegli stretti vicoli, in
mezzo a quell'atmosfera appestata, conservandosi per secoli sempre la
stessa, quasi vivendo una vita tutta propria.

Fin dal tempo di Pompeo gli ebrei si stabilirono in Roma. Cacciati
parecchie volte dalla città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre
ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo
per essi il più pericoloso del mondo, sotto gli occhi dei loro nemici,
prima, di quei Romani che avevano distrutta Gerusalemme, poi, sotto
quelli dei Papi, rappresentanti di quel Cristo che essi avevano posto in
croce. Fin dai tempi di Pompeo furono fatti segno al disprezzo, e
finalmente, radunati in un ghetto come una corrotta tribù di paria, si
tennero uniti strettamente rimanendo sempre gli stessi, per secoli e
secoli e sopportando la terribile uniformità del loro stato.

Essi vissero senza speranza, ma pure sperando, secondo il carattere del
popolo d'Israele, cui i profeti promisero il Messia. Impotenti a lottare
apertamente con i loro nemici, si trincerarono nel triste e possente
appoggio della miseria, della consuetudine e della tenacità di propositi
tutta propria della razza ebraica. La loro forza nel soffrire appare
tanto più meravigliosa in quanto che essi non si confortavano, come i
martiri, nel pensiero di una ricompensa in un'altra vita.

La natura stessa sembra che abbia dotato questa fra le più infelici
classi umane dei più forti istinti di vita. Forse qualunque altra
stirpe in tali condizioni sarebbe scomparsa, incapace di sopportare un
disprezzo così profondo; ma gli ebrei ne furono capaci, e si
conservarono, indistruttibili, nel centro stesso del cattolicismo.
Segregati dal consorzio civile, gli ebrei non tentarono mai di
mescolarsi fra le altre razze; anche i loro tardi nipoti sono oggi
stranieri ai cristiani della città, nè più nè meno di quello che lo
furono i padri loro ai tempi di Pompeo. Allora e sotto gl'imperatori,
sebbene tenuti in grande disprezzo, erano trattati al pari delle altre
sètte orientali, al pari dei siriaci, degli egiziani, dei persiani, e
non vivevano appartati come oggi. Tra le molte sètte religiose
dell'antica Roma gli ebrei costituiscono la sola che si sia conservata,
e conservata senza variare.

La storia degli ebrei di Roma è, nei primi tempi almeno, difficile a
ricostruirsi, scarse essendo le testimonianze degli scrittori romani.

I rapporti fra Roma e Gerusalemme datano dal giorno in cui Pompeo entrò
in questa città, e, spintovi dalla curiosità, sordo alle preghiere dei
giudei, osò penetrare nel sacro tempio. Pare sia stato Pompeo a portare
per il primo schiavi ebrei a Roma; certo a quel tempo erano già in
questa città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattivi
probabilmente dal desiderio di lucro. Essi vivevano liberamente,
praticavano pubblicamente i loro riti religiosi, ed i principi e le
principesse ebraiche, onorati allo stesso modo degli altri principi
dell'Asia, poterono qualche volta presentarsi in Senato ed al palazzo
imperiale; allora vi erano ancora principi ebrei.

Il felice Erode venne più volte a Roma ed entrò nell'intimità dei Cesari
con tutti i titoli della sua regale dignità; fu accolto ai loro
banchetti, e prese posto nel loro palco a teatro. Così pure si videro
nel Palatino Archelao e la principessa Salome, Antipa e Antipatro;
parecchi principi ebrei furono pure educati alla corte imperiale di
Roma, fra cui Agrippa, nipote di Erode, l'avventuriero che fu compagno
di studi di Druso e amico intimo di Caligola. Il giovane ebreo libertino
era appena uscito dalla prigione, dove era stato rinchiuso per debiti,
che Tiberio lo gettò di nuovo in carcere e ve lo lasciò a languire sei
mesi, finchè la morte dell'imperatore lo venne a liberare e Caligola lo
nominò re degli ebrei.

E' nota la parte brillante che ebbe in Roma Berenice, sorella e amante
di suo fratello Agrippa il giovane, ultimo re degli ebrei. Dopo la
distruzione di Gerusalemme, ebbe stanza nel palazzo di Tito, ma
nonostante i suoi intrighi, non riuscì a salire sul seggio imperiale.

Dopo Erode Agrippa, nessun altro ebreo occupò più una posizione
importante in Roma, fino al pontificato di Gregorio XVI, che, per
ragioni facili a capirsi, fece la più lusinghiera accoglienza, nello
stesso Vaticano, al barone Rothschild.

Mentre i principi della Giudea si succedevano a Roma, molti dei loro
correligionari si erano già stabiliti nella città. Cesare fu loro
favorevole, come lo provano i lamenti che essi levarono in suo onore,
allorchè cadde sotto il pugnale degli assassini. Augusto pure lasciò
loro completa libertà di dimorare in Roma e di attendere ai loro affari;
dicesi che alla sua morte abbiano pianto una settimana. A quell'epoca
non si era peranco assegnato loro uno speciale quartiere della città,
sebbene Filone narri che Augusto aveva donato agli ebrei una parte del
Trastevere. Abitavano un po' dappertutto; la maggior parte però
nell'attuale Trastevere, dove sorgeva la loro più antica Sinagoga.
Secondo la tradizione romana, fu là che abitò l'apostolo Pietro, presso
la chiesa di Santa Cecilia, dove dimoravano pure molti ebrei. Un'altra
tradizione vuole che egli abbia dimorato anche sull'Aventino, nella casa
dei santi Aquila e Prisca, due sposi ebrei convertiti al cristianesimo.

Nella curiosissima opera di Filone, intitolata «L'ambasciata a Caio», si
può vedere sino a qual punto Augusto fosse clemente con gli ebrei. Il
dotto alessandrino afferma che Augusto trattò sempre con dolcezza gli
ebrei, conferma che essi abitavano nel grande quartiere del Trastevere,
erano per lo più schiavi liberati e non furono costretti a mutare le
consuetudini dei loro padri. La liberazione di quegli ebrei è tuttora
ricordata da un bellissimo sepolcro sulla via Appia, che porta i nomi di
due ebrei, Zabda e Akiba. Augusto sapeva, continua Filone, che gli ebrei
possedevano delle sinagoghe, nelle quali si radunavano ogni settimana
per essere ammaestrati nella sapienza dei loro padri. Tollerava pure che
essi, alla nascita di un primo figlio, inviassero a Gerusalemme denaro,
perchè si facessero sacrifici in favore del fanciullo. Eppure egli non
li cacciò mai da Roma, nè li privò del diritto di cittadinanza romana:
non mutò nulla nelle loro sinagoghe e nelle loro adunanze. Arrivò sino
ad ornare il Tempio di Gerusalemme di doni preziosi e offrirvi delle
vittime; e rispettò il sabato a tal segno che ordinò che non si facesse
agli ebrei la distribuzione del grano in quel giorno, ma bensì nel
giorno seguente, non potendo essi il sabato dare nè ricevere denaro, nè
altro.

Filone fu inviato, nell'anno 40 dell'èra cristiana, dagli ebrei di
Alessandria, alla testa di un'ambasceria, all'imperatore Caligola, per
protestare contro le crudeli persecuzioni che essi soffrivano da parte
degli abitanti di quel grande centro commerciale. Egli narra come
Caligola ricevesse questa deputazione nelle sua villa di campagna:
l'imperatore correva come un pazzo da una camera all'altra, dando ora
ordini di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche
imagini, mentre gli ebrei lo seguivano attraverso la casa, fra le risa
dei presenti. L'imperatore poi domandò loro con scherno perchè non
mangiassero carne suina. «I gridi ed i fischi di quelli che ci
beffavano--dice Filone--erano così forti, che pareva di essere in un
teatro». Abbiamo, dunque, fin dall'antichità, un esempio di quelle scene
che si ripeterono in Roma in ogni tempo, nel medio evo ed anche in
epoche più recenti, per esempio, allorquando gli ebrei, schierati a
Monte Giordano o davanti all'arco di Tito per prestare omaggio al nuovo
papa, rimanevano esposti ai fischi dei monelli ed agli schiamazzi del
popolaccio.

Caligola aveva una ragione tutta sua di essere irritato contro gli
ebrei. Gli era venuta la fantasia di far erigere una sua statua di
colossale grandezza, nella quale era rappresentato come un Dio, nel
santuario di Gerusalemme; avendo saputo che il popolo ebraico, solo al
mondo, s'era rifiutato di rendergli gli onori divini, ordinò dunque, a
Petronio, governatore della Fenicia, di compiere il suo desiderio.
Allora, se si deve prestar fede a Giuseppe ed a Filone, tutta quanta la
Giudea, vecchi, giovani, donne, fanciulli, si riversò in massa sulla
Fenicia; simili a una nuvola coprirono il paese; ed erano tanti e tali i
loro lamenti e i loro pianti, che quando tacevano, l'eco li ripeteva
ancora a lungo nell'aria. Si gettarono ai piedi di Petronio e lo
supplicarono di ucciderli tutti quanti, dicendo che non avrebbero mai
permesso un simile sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una
delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e
questa resistenza morale contro Caligola è una delle più belle pagine
della storia ebraica, più luminosa delle geste di Davide e di Salomone.

Petronio rimase commosso e scrisse all'imperatore per distoglierlo dalla
sua idea. L'amico d'infanzia di Caligola, il re Agrippa, si recò egli
stesso a Roma ad intercedere in favore del suo popolo. Narra Filone che
il suo terrore per la minacciata profanazione del tempio, fu tanto, che
fu portato via svenuto, e poi cadde in una pericolosa malattia. Infine
scrisse a Caligola una splendida lettera, in seguito alla quale il pazzo
tiranno, cui il mondo intero elevava templi, altari, statue, abbandonò
l'idea di far innalzare la sua effige nel santuario di Gerusalemme.

La morte repentina di Caligola preservò gli ebrei di Roma dalla sua
vendetta. Disgraziatamente Filone non ci dice nulla delle loro
condizioni in quell'epoca. Essi occupavano già il Trastevere e vi
avevano formato una sinagoga di liberti, della quale è fatta menzione
sotto questo nome negli Atti degli Apostoli (I, 9).

Dacchè i misteri cristiani penetrarono in Roma, gli ebrei e i cristiani
furono confusi in una stessa setta comune, errore facile a spiegarsi,
perchè questi ultimi erano per la massima parte ebrei convertiti. Così
subirono anche le stesse persecuzioni. Nell'anno 51 furono gli uni e gli
altri da Claudio scacciati dalla città. Già prima, Tiberio, dietro
consiglio di Seiano, li aveva fatti una volta deportare in Sardegna,
sotto l'accusa di usura sfrenata. Ma essi seppero ritornare e mantenersi
in Roma; il loro numero aumentò a tal segno, che sotto i primi
imperatori salì a oltre 8000, cifra che, se esatta, supererebbe del
doppio il numero degli ebrei che abitano attualmente la città.

Quando Tito ebbe finito di distruggere Gerusalemme, fece condurre a Roma
una turba di ebrei prigionieri, parte dei quali fu condannata a morte ed
il resto vi si stabilì.

Stimo opportuno continuare la descrizione del trionfo di Tito,
affinchè il lettore, a cui sia ignoto Giuseppe Flavio, possa avere
un'idea di quello stupendo spettacolo. «È cosa difficile--dice
Giuseppe[26]--descrivere la varietà di questo spettacolo, la sua
magnificenza sotto ogni riguardo, sia per splendore d'oggetti, sia per
la loro ricchezza e rarità. Tutto ciò che vi può essere di più prezioso
e di più peregrino, comparve in quel giorno a provare la grandezza
dell'impero romano. Si videro oggetti ornati d'oro, d'argento e di
avorio, e non già in piccol numero, ma in tanta copia da sembrare il
corso di un fiume. Si videro abiti tinti della più fine porpora, o
ricamati mirabilmente in Babilonia, pietre scintillanti incastonate in
corone d'oro ed in altri gioielli, ed in tanta abbondanza, da non
crederle vere. Seguivano le imagini degli Dei, di proporzioni
gigantesche e lavorate divinamente; e poi stoffe rare di tutte le
specie, animali rarissimi, ecc. Coloro che prendevano parte al corteo
indossavano abiti purpurei ricamati in oro, ed in special modo erano
ornati i soldati chiamati a partecipare agli onori del trionfo. Anche la
schiera dei prigionieri attirava la generale attenzione: i loro
abbigliamenti, di svariatissimi colori, distraevano gli spettatori dal
triste aspetto delle loro stanche fisonomie. Il massimo stupore
l'eccitarono poi i magnifici baldacchini: si temeva che gli uomini
destinati a portarli non avessero la forza di sorreggerli. Taluni erano
a tre e quattro piani, disposti in modo sorprendente ed artistico.
Parecchi erano ricoperti di tappeti ricamati in oro, e sopra tutti
scintillavano lavori artistici in oro e avorio. La guerra era
rappresentata sotto tutte le sue forme ed in ogni suo aspetto; vi si
scorgevano contrade devastate; intere file di nemici morti o posti in
fuga; prigionieri; immense e alte mura che rovinavano all'urto delle
macchine; ricche città distrutte; torrenti di sangue; disarmati che
imploravano pietà; templi e case in fiamme, precipitanti sui loro
abitatori; e finalmente, in mezzo a tutta quella desolazione, un fiume
che volgeva le sue onde, non già per irrigare i campi e dissetare gli
uomini e gli armenti, ma per spegnere quel generale incendio.

«Tutto ciò confermavano gli ebrei di aver sofferto durante la guerra.
L'accurata rappresentazione dava un'idea di tutto quanto era avvenuto.
Presso ogni baldacchino stavano i condottieri dell'esercito nemico,
fatti prigionieri. Seguivano numerosissime barche. Il bottino di guerra
era immenso, ma tutto scompariva al cospetto degli arredi del Tempio di
Gerusalemme, che comprendevano la tavola d'oro massiccio, un candelabro
pure d'oro, con le sette lampade, simbolo presso i Giudei della santità
dei sette giorni, e infine, ultima preda, la legge di Dio. Venivano poi
gli uomini recanti statue della vittoria, d'oro e d'avorio, e quindi
Vespasiano e Tito, entrambi a cavallo, ed a fianco di quest'ultimo
Domiziano, riccamente vestito, a cavallo di un magnifico destriero. Meta
del trionfo era il tempio di Giove Capitolino. Giunto davanti a questo,
il corteo si arrestò, giacchè l'araldo, secondo un antico costume,
doveva ivi dare l'annunzio della morte del condottiero generale
dell'esercito nemico. Era questi Simone di Giora, che seguiva esso pure
la marcia trionfale. Venne tratto con una corda al collo, sulla rupe che
sorge di fianco al Foro, e ivi fu percosso con le verghe. In quella
località, secondo le leggi romane, si eseguivano le condanne a morte.
Quando dunque fu annunciato che Simone era morto, si levò un grido
solenne, generale di gioia, ed ebbe principio il sacrificio. Dopo le
preghiere e la solita distribuzione di denaro al popolo, gl'imperatori
fecero ritorno al loro palazzo, dove ebbe luogo un grande banchetto.
Tutta Roma festeggiò questo dì, quale giorno di solenne letizia, per
l'esito felice della guerra, per la fine della discordia civile, per la
speranza di splendido avvenire».

       *       *       *       *       *

Vespasiano innalzò un magnifico tempio alla Pace e vi collocò tutti gli
arredi del santuario di Gerusalemme; le tavole della Legge però furono
conservate nel palazzo dei Cesari. L'arco, nell'interno del quale sono
con tanta maestria rappresentati gli arredi del tempio e la marcia
trionfale, non venne terminato che dopo la morte di Tito. Nel medio evo
fu chiamato «Arco delle sette lampade», o, come si legge nel libro
Mirabilia Urbis Romae «_Arcus septem lucernarum, Titi et Vespasiani, ubi
est candelabrum Moysi cum arca_». I Frangipani, che eran padroni del
Foro e del Colosseo, se ne servirono come porta del loro castello, la
_Turris Cartularia_ al Palatino. Solo sotto Pio VII, nel 1821, l'arco fu
restaurato e ridotto come è oggi. Presentemente è uno dei più bei
monumenti della città, per quanto restaurato alla moderna.[27]

Tito, dopo il suo trionfo, rifiutò di prendere il titolo di _Judaicus_,
prova questa del disprezzo che gl'ispiravano gli ebrei. Però, come
Vespasiano, tollerò la loro presenza in Roma. Le loro colonie si erano
d'altronde accresciute grandemente per la venuta degli schiavi e dei
liberti. Vespasiano aveva loro concesso il libero esercizio delle loro
pratiche religiose, a condizione che pagassero a Giove Capitolino il
mezzo sesterzio a testa che sino allora avevano versato nel tesoro del
Tempio. Ancora oggi gli ebrei pagano questo tributo alla _Camera
Capitolina_.

Sotto Domiziano, narra Svetonio, il _fiscus judaicus_ veniva riscosso
con grande rigore. Gli ebrei, che sino ad allora avevano abitato
liberamente il Trastevere, furono da questo imperatore cacciati dalla
città, e fu loro assegnata come residenza la valle della Ninfa Egeria,
dietro un pagamento in denaro. Di ciò fa menzione Giovenale nella satira
terza:

    Hic ubi nocturnae Numa constituebat amicae:
    Nunc sacri fontis nemus, et delubra locantur
    Judaeis, quorum cophinus foenumque suppellex:
    Omnis enim populo mercedem pendere iussa est
    Arbor, et ejectis mendicat silva Camoenis.
    In vallem Egeriae descendimus, et speluncas
    Dissimiles veris. Quanto praestantius esset
    Numen aquae, viridi si margine clauderet undas,
    Herba, nec ingenuum, violarent marmora tophum!

Quando Giovenale si recava per la porta Capena nella valle Egeria,
vedeva, a quanto pare, gli ebrei mendicanti andare qua e là come
zingari, con fasci di fieno e ceste sulle spalle. I fasci di fieno
servivano loro di letto, e nelle loro paniere recavano i cenci, di cui
facevano commercio, e il proprio cibo. Secondo quello che hanno lasciato
scritto i Romani, le loro occupazioni e i loro mestieri non differivano
da quelli di oggi.

Il disprezzo dei Romani per quegli infelici era così grande che si
considerava come un'onta metter piede nelle loro sinagoghe, mentre
partecipare al culto d'Iside, di Mira e di Priapo non era ritenuto
affatto un disonore. Ed è strano che quel culto di Dio che in Roma
rimase in ogni tempo libero da feticismo e idolatria, sia stato trattato
sempre con tanto disprezzo.

Nella quattordicesima satira Giovenale si lagna della superstizione che
spingeva i Romani ad accostarsi al giudaismo:

    Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,
    Nil praeter nubes et coeli numen adorant,
    Nec distare putant humana carne suillam
    Qua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:
    Romanos autem soliti contemnere leges,
    Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,
    Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.

A quel tempo gli ebrei solevano già predire la buona ventura, vendere
filtri d'amore e sortilegi. Giovenale infatti ne parla nella satira
sesta.

    Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,
    Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,
    Interpres legum Solymarum, et magna sacerdos
    Arboris, ac summi fida internuntia coeli,
    Implet et illa manum, sed parcius. Aere minuto
    Qualiacumque voles Judaei somnia vendunt.

In questi versi Giovenale descrive così vivacemente gli ebrei, che ci
sembra di aver dinanzi veramente un tipo di vecchia strega. Ai tempi di
Domiziano le ebree uscivano spesso, durante la notte dalla valle
d'Egeria per introdursi nella casa di qualche voluttuosa dama romana, e
ciò si è ripetuto sino ai nostri giorni. Numerose donne del Ghetto
vagavano per la città dicendo la buona ventura, spiegando alle nobili
signore i sogni della notte, o vendendo loro filtri d'amore. Appunto a
queste pratiche si riferisce una bolla di Pio V, con la data del 1569,
che comincia con le parole: _Hebraeorum gens sola quondam a Domino
electa_. Questo decreto che bandiva gli ebrei da tutte le città degli
Stati della Chiesa, eccettuate Roma ed Ancona, è un importante documento
storico; ne riporto alcuni passi che corrispondono ai versi di
Giovenale; «Privato de' suoi sacerdoti e dell'autorità della sua legge,
scacciato dal paese dove Dio nella sua misericordia l'aveva
primitivamente stabilito, dal paese in cui scorreva il latte e il miele,
da più secoli il popolo della Giudea erra per il mondo, odiato, coperto
di disprezzo, rivolto a mestieri vergognosi e infami, pronto sempre a
discendere sino alla più abbietta schiavitù per guadagnare di che
vivere». Poi la bolla papale parla dei loro mestieri. «Senza fermarsi a
parlare dell'usura, con cui spogliano di ogni loro avere i cristiani,
noi li denunziamo a tutti come ricettatori, autori o complici di furti,
come soliti a nascondere, a trasformare gli oggetti rubati, sia profani
che sacri, per renderli irriconoscibili. Molti di essi s'introducono,
con la scusa del commercio, nelle case di donne oneste, provocandole ad
ogni sorta d'impudicizia, e peggio ancora, dannandone l'anima con
artifizi diabolici, con vane profezie, con stregonerie, con arti magiche
e sortilegi, facendo credere che son capaci di predire il futuro,
squarciare i veli, trovare tesori, scoprire oggetti celati e rivelare
tante e tante altre cose ancora che non è dato ai semplici mortali di
conoscere».

L'origine del disprezzo in cui furon costantemente tenuti in ogni tempo
gli ebrei in Roma dipende certo dagli ebrei stessi; essi provocarono
sempre il riso de Romani quasi fossero delle caricature. E'
indiscutibile--senza con ciò voler recare offesa a molti bravi e degni
ebrei e tanto meno all'intero popolo di Israele--che agli occhi di un
europeo il tipo prettamente ebreo presenta un non so che di bizzarro che
lo rende ridicolo, come ridicola doveva essere la grottesca danza di
Davide dinanzi all'arca, cotanto ingrata anche agli occhi di Micol. Si
aggiunga a questo l'idea di esser la nazione prediletta da Dio,
l'opinione generalmente radicata in essi che la storia abbia dato loro
ragione in questa pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre
credenze, il ribrezzo di avere un contatto con ogni altra razza umana,
tutto ciò fece scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio
nazionale, della sua ripugnanza ad avere rapporti con gli altri uomini,
infino a tanto che furono dai cristiani confinati in un ghetto.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi
imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e
migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria,
la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa
continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi
alla porta Portese, presso il Gianicolo; lo si scoprì nel XVII secolo.
Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può
vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato
rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III
secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle
cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati
d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci.
Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in
greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano
appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di
quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di
cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era
essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a
Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.

Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli
ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano
nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò
loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un
precetto di separazione fra le due comunità. Il codice teodosiano
prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli
ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la
festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il
loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad
alte grida.

Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del
Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto
vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a
Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico
ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero
nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli
ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore
Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana
storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta
a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le
«_Mirabilia Urbis Romae_» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè
che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci
e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.

Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo
la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli
ebrei.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei durante i secoli seguenti.
Sappiamo solo che continuarono ad esistere come comunità e che più volte
resero omaggio agli imperatori tedeschi, quando venivano incoronati,
cantando in lingua ebraica le laudi tradizionali. Sempre dimorarono in
Trastevere ed esercitarono il loro commercio vicino ai ponti del fiume e
sui ponti stessi. Infatti il ponte dei Quattro Capi, vicino al Ghetto
attuale, si chiamava «_Pons Iudaeorum_» e anche quello degli Angeli era
designato nello stesso modo: probabilmente dei banchi di ebrei erano
situati su questi ponti.

Ad eccezione di qualche lampo di odio popolare, gli ebrei del resto non
subirono a Roma quelle feroci persecuzioni che soffrirono in altre città
d'Europa. Roma non è mai stato terreno propizio al fanatismo religioso;
l'antica tradizione di tolleranza verso tutti i popoli vi si è sempre
conservata. Perfino le crociate che provocarono in tutta l'Europa
spaventevoli esplosioni di odio contro gli ebrei, non ebbero le stesse
conseguenze in Roma. Una sola volta, nel 1020, noi troviamo nella
storia notizia di una persecuzione propriamente detta contro gli ebrei,
ed ebbe origine da un terremoto.

I papi riconobbero sempre la Sinagoga come una legale comunità
dell'urbe; essa era pareggiata alle altre comunità straniere dei greci e
dei germani. L'inquisizione, introdotta ai primi del secolo XIII, ebbe
per essa, al principio, gli stessi riguardi. Così, a un dipresso, gli
ebrei acquistarono in Roma una certa importanza come cambiavalute e come
medici. Il commercio del denaro e la scienza medica essendo passati
quasi interamente nelle loro mani, essi non tardarono in queste qualità
a rendersi necessari al Vaticano.

Il viaggiatore Beniamino di Tudela, ai tempi di Alessandro III
(1159-1185) contò in Roma 200 ebrei ricchi, liberi, tenuti in grande
considerazione, tra i quali il papa aveva scelto dei servitori.
«Qui--egli dice--si trovano persone sapientissime, fra cui il primo è il
grande rabbino Daniele, un altro rabbino Daniele, un giovane bello e
intelligente frequenta la corte di Alessandro in qualità di ministro del
papa», cioè come banchiere.

Il curioso è che Pier Leone, l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138),
era nipote di un ebreo convertito. La sua famiglia fu annoverata fra le
più grandi famiglie patrizio e per più secoli. Questa razza, largamente
dotata dalla natura e dalla lotta che acuisce l'intelligenza, seppe
dunque infiltrarsi, come di contrabbando, sino nell'intimità dei papi.
Mentre le donne ebree andavano a predire la buona ventura nelle nobili
famiglie, gli ebrei erano ammessi liberamente, in qualità di banchieri o
di medici, presso i papi che si trovavano in ristrettezze finanziarie o
ammalati.

Si trova il nome di tutti i medici ebrei dei papi nell'opera di
Mandosio, _Degli archiatri pontificj_, completata dal Marini (Roma,
1784). Il primo di questi fu Giosuè Halorki, medico dell'antipapa
Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una speciale
predilezione per gli ebrei. Halorki si fece più tardi battezzare e prese
il nome di Gerolamo di Santa Fede; e sotto questo nome scrisse un libro
contro gli ebrei: «_Hieronimi de Sancta Fede ex Iudaeo Christiani contra
Iudaeorum perfidiam et Talmud tractatus, sive libri duo ad mandatum D.
PP. Benedicti XIII_».

Egli fu maledetto dalla Sinagoga.

Innocenzo VII, del quale fu antipapa Benedetto, nel 1406 accordò il
diritto di cittadinanza a certi ebrei di Trastevere, fra cui a Elia di
Sabbato, a Mosè di Lisbona, a Mosè di Tivoli, i quali erano medici e
portavano il titolo di «maestri». Godevano costoro grandi privilegi ed
erano dispensati dal portare il segno obbrobrioso di Giuda.[28] Medico
particolare di Martino V fu Elia, appartenente al Ghetto romano. Così
fino al XVI secolo, nonostante le bolle di scomunica promulgate da più
papi, si trovano medici ebrei in Vaticano. Come orientali, come
imparentati con gli Arabi, gli ebrei furon tenuti ovunque, anche presso
i principi e gl'imperatori, in grande considerazione per la loro
sapienza medica. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed
eloquente, fu il medico di Leone X.

Naturalmente qualche cosa del favore che godevano i medici ebrei si
rifletteva sulla comunità di Trastevere; ma a causa della natura stessa
del reggimento della Chiesa, reggimento tutto personale, la sorte degli
ebrei di Roma dipendeva unicamente dal carattere del papa che regnava; e
questa incertezza del domani teneva gli ebrei in continuo timore, e li
esponeva spesso a uno stato senza legge.

Già parecchi Concilii avevano da molto tempo prescritto la separazione
dei cristiani dagli ebrei, e imposto a questi un marchio distintivo in
segno di disprezzo. Innocenzo III, il promotore dell'inquisizione,
rinnovò queste prescrizioni nel 1215, ed altri papi dopo di lui ne
seguirono l'esempio. Senonchè gli ebrei non le osservavano, riuscivano
ad eluderle, o si riscattavano col denaro. Talora poi un papa più
clemente revocava gli editti che il suo predecessore aveva emanati.

Giovanni XXII perseguitò gli ebrei e fece pubblicamente bruciare il loro
Talmud; Innocenzo VII invece fu loro favorevole. Fu il romano Martino V
che mostrò ad essi la maggiore benevolenza; rese loro la facoltà di
esercitare medicina e decretò poi che tutti gli ebrei degli stati della
Chiesa, e non più solo quelli di Roma, avrebbero da allora in poi
contribuito alla tassa del carnevale. Ma il suo successore Eugenio IV,
un veneziano nemico della razza trafficante d'Israele, ristrinse di
nuovo i loro diritti; proibì loro di commerciare coi cristiani, di
abitare nelle loro case, di prestare loro assistenza come medici, di
girare per tutta la città, di costruire nuove sinagoghe, e di occupare
alcuna carica pubblica. Decretò inoltre che la testimonianza di un ebreo
contro un cristiano non avesse alcun valore, e infine li obbligò a
pagare annualmente alla Camera capitolina 1130 fiorini ed a contribuire
con altre imposte ai sollazzi del carnevale.

Era invalso a poco a poco l'uso di valersi in modo indegno degli ebrei
per questi divertimenti carnascialeschi, che avevano luogo in piazza
Navona, sul colle Testaccio e pel Corso. Non solo gl'infelici dovevano
fornire una squadra di vecchi che, vestiti in foggia grottesca, dovevano
precedere la cavalcata dei senatori all'apertura del corso, ma dovevano
anche esporsi all'onta di correre essi stessi. Il veneziano Paolo II fu
il primo che, volendo festeggiare il 1468, anno di pace, offrì ai Romani
lo spettacolo delle corse dei cavalli e della corsa degli ebrei.

Ancora oggi sopravvive nelle città d'Italia l'uso di solennizzare certi
giorni di festa con le corse dei _Palii_, così dette perchè il premio
consiste in stoffe di seta date al vincitore. Allorchè Paolo II offrì
questo sollazzo al popolo, fece correre negli otto giorni di carnevale
cavalli, asini, bufali, vecchi, giovanotti e ragazzi ebrei. Prima di
lanciare quest'ultimi nella pista, venivano riempiti ben bene di cibo,
per render loro più penosa la corsa e provocare il riso del popolo. Essi
dovevano correre dall'Arco di Domiziano sino alla chiesa di S. Marco, in
mezzo agli urli e agli schiamazzi dei Romani, mentre il Santo Padre
assisteva allo spettacolo da un balcone riccamente addobbato, e rideva
di cuore. Si potrebbe credere che la parte che a queste corse
prendevano gli stessi Romani, togliesse a quella degli ebrei il suo
carattere di umiliante; ma bisogna avvertire che per questi era un
divertimento, a cui essi si offrivano spontaneamente, mentre gli ebrei
vi erano costretti con la forza. Coloro che ai dì nostri hanno assistito
alle corse di cavalli nel Corso, che sostituirono più tardi quelle degli
ebrei, e che hanno visto il popolo quasi folle eccitare gli animali con
grida furiose e con fischi, possono immaginare quello che nei barbari
tempi del medio evo dovessero soffrire gli ebrei correndo lungo il Corso
fra gl'insulti e in mezzo a quel tumulto.

Per lungo tempo il popolo volle questo spettacolo; io ho trovato, nella
_Roma nova_ di Sprenger del 1667, che gli ebrei dovevano correre nudi,
con una sola fascia intorno ai fianchi, e l'autore dice che i primi a
correre erano gli asini, poi gli ebrei, poi i bufali ed infine i
«barberi».

Durante due secoli gl'israeliti di Roma soffrirono questo volgare
insulto, sino al giorno in cui Clemente IX, Rospigliosi, nel 1668,
cedendo alle loro suppliche, li esentò dalla corsa a patto che pagassero
un tributo annuo di 300 scudi, e concesse loro che, invece di precedere
la cavalcata del Senatore, prestassero omaggio ai reggitori della città
nella sala del trono, e fornissero i premi per le feste del carnevale.

Solevano i notabili ebrei, quali rappresentanti della comunità
israelitica, presentarsi ai reggitori della città in Campidoglio nel
primo sabato di carnevale. Giunti nella sala dove quelli sedevano, gli
ebrei si gettavano ai loro piedi e offrivano un mazzo di fiori e 20
scudi, perchè fossero impiegati ad addobbare il balcone, su cui il
Senato soleva, in piazza del Popolo, prendere posto. Si recavano quindi
dal Senatore e, secondo l'antico uso, lo supplicavano di conceder loro
di abitare ancora in Roma.

Il Senatore metteva ad essi il piede sulla fronte, poi ordinava loro di
alzarsi e diceva, secondo la consueta formola, che gli ebrei non erano
già ammessi in Roma, ma soltanto tollerati per misericordia. Anche
questa umiliazione è ora scomparsa; ma ancor oggi gli ebrei il primo
sabato delle feste di carnevale vanno al Campidoglio e prestano il loro
omaggio, offrendo il tributo per i palii, che essi devono procurare per
i cavalli che ora divertono il popolo in luogo degli ebrei.

Non mancavano nel medio evo altre cerimonie, a cui dovevano prender
parte. Nella festa per la presa di possesso del Laterano, fatta dal
nuovo papa, essi dovevano mandare a lui una deputazione, come già un
tempo avevano dovuto prestare omaggio agli imperatori romani. Quando
l'imperatore saliva al trono, gli ebrei facevano per lui in Gerusalemme
offerte e sacrifici; dice già Filone nella sua «Ambasciata a Caio» che
essi tre volte offrirono sacrifici per Caligola, la prima, quando salì
al trono, la seconda, quando cadde gravemente ammalato, e la terza,
quando ritornò vittorioso dalla Germania. Che anche gli ebrei in Roma
facessero lo stesso, è indubitato; essi si presentavano nelle feste di
omaggio innanzi all'imperatore come imploranti protezione, per chiedere
a lui quella tolleranza che era stata loro concessa da Augusto.

E quando agl'imperatori sottentrarono i papi, mutarono le forme, ma
l'essenza delle cerimonie restò qual'era. Ad ogni omaggio a un nuovo
papa, sulla via che doveva percorrere il corteo, compariva una
delegazione di ebrei col Pentateuco sulle spalle. Secondo una frase di
S. Girolamo, essi eran considerati quasi come i bibliotecari della
religione cristiana, perchè avevano conservato nella loro arca
dell'alleanza l'Antico Testamento. E mentre si accostavano al nuovo papa
per implorare la sua protezione, dicevano di far ciò prima, perchè i
padri loro avevano fatto altrettanto con gl'imperatori, e poi perchè,
attendendo essi il Messia che li doveva liberare dalla schiavitù, ogni
nuovo papa poteva essere appunto quello destinato a rompere il loro
giogo.

A cominciare da Calisto II, che nel 1119 ricevette dagli ebrei tale
omaggio, esistono documenti che narrano queste cerimonie. In tutte gli
ebrei portavano il Pentateuco sulle spalle, andando incontro ad Eugenio
III, ad Alessandro III, a Gregorio IX. Il Cancellieri, nella sua opera
_Storia dei possessi_, ne dà una minuta descrizione, tolta dai diari dei
maestri di cerimonie della Corte Pontificia.

Il luogo dove gli ebrei si presentavano al papa non fu sempre lo stesso.
Ai primi del medio evo era nel rione detto «Parione» che gli ebrei
attendevano il pontefice che si recava al Laterano. Il vecchio poema
latino del cardinale Giacomo Stefaneschi, ci descrive l'omaggio degli
israeliti reso a Bonifacio VIII nel 1295:

     «Ecce, super Tiberim positum de marmore pontem
     Transierat, provectus equo, turrique relicta
     De campo Iudaea canens, quae caecula corde est,
     Occurrit vesana duci Parione sub ipso,
     Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbra
     Exhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram.
     Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus.
     Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim.
     Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rex
     Obnubi patitur, praesentem temnere mavis,
     Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum,
     Et latet ipse deus».

Di qui si scorge che fino da allora la cerimonia dell'omaggio aveva
luogo con quelle forme che furon conservate anche in seguito; gli ebrei
attendevano al suo ritorno il nuovo papa, cantandone le lodi;
presentavano al pontefice il libro della Legge; questi lo prendeva,
faceva le viste di leggerne qualche parola, poi lo restituiva agli ebrei
dicendo: «Confermiamo la Legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua
interpretazione». Quindi procedeva oltre e gli ebrei facevano ritorno
alle loro dimore, amareggiati dal dolore o confortati dalla speranza,
secondo quello che avevano creduto leggere negli occhi del nuovo papa.

Spesso si collocavano anche al di là del Ponte di Adriano e talvolta a
Monte Giordano. Sebbene questa collinetta formata di rovine e di
rottami, dovesse il suo nome a Giordano Orsini, membro dell'antica
famiglia patrizia che vi aveva costruito il suo palazzo, forse fu scelta
dagli ebrei per la fortuita coincidenza del nome con quello del biblico
fiume della Giudea. Ivi stavano i discendenti d'Israele, portando un
Pentateuco riccamente legato in oro e ricoperto di un velo, circondati
dal popolo che li insultava e li derideva, finchè non appariva il papa;
allora s'inginocchiavano e gli presentavano il volume della Legge.

Le ingiurie e i cattivi trattamenti, a cui in queste circostanze gli
ebrei venivano sottoposti crebbero tanto col tempo, che Innocenzo VIII,
nel 1484, cedendo alle loro vive preghiere, consentì che si
presentassero a lui nel cortile di Castel Sant'Angelo. Il maestro delle
cerimonie, Burcardo, così descrive la cerimonia: «Allorchè il papa fu
giunto, dinanzi a Castel Sant'Angiolo si arrestò, e gli ebrei che si
erano fermati presso le fortificazioni inferiori, comparvero col libro
della Legge, che porsero al Santo Padre, rivolgendogli delle frasi in
ebraico che ad un dipresso significavano questo:--Noi, uomini ebrei, in
nome della nostra Sinagoga, preghiamo Vostra Santità di volervi degnare
di accogliere e sanzionare la legge mosaica, che l'onnipotente Dio diede
a Mosè, nostro sacerdote, sul monte Sinai, nella stessa guisa che si
degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di
Vostra Santità.--Il papa rispose:--Noi confermiamo la Legge, ma
condanniamo la vostra credenza e la vostra dottrina, imperocchè colui
che voi dite dover venire in terra, già venne e fu nostro Signore Gesù
Cristo, come la Chiesa insegna.--Terminata la cerimonia, gli ebrei si
ritirarono».

E quando si pensi che questo Castel S. Angelo non era altro che il
mausoleo di Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo
Gerusalemme per ben due volte, e condotti gli ebrei in schiavitù, sarà
facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire
invisa agli ebrei, che non odiavano meno la memoria di Adriano di quella
di Tito.

Per una eccezione Pio III, nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli
ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di
bel nuovo alla Mole Adriana, dove gli diressero un lungo sermone, e dove
specialmente parlò con singolare eloquenza il rabbino spagnolo Samuele,
medico del papa. Questi rispose _prout in libello_, vale a dire secondo
la forma stabilita dal libro dei cerimoniali.

Anche Leone X, Medici, in occasione della elezione del quale, nel 1513,
si fecero le feste più splendide che abbiano mai avuto luogo per un
papa, ricevette gli ebrei in Castel S. Angelo. La scena è stata
descritta dal maestro di cerimonie Paride de' Grassi. Gli ebrei stavano
alla porta del Castello, sopra un palco di legno ricoperto di ricchi
tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi
torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della Legge. Allorquando fu
giunto il papa che cavalcava una chinea bianca, gli ebrei lo pregarono,
secondo il solito, di confermare la legge. Il papa prese il libro
aperto dalle loro mani, lesse alcune parole e disse:

«Noi confermiamo ma non approviamo» dopo di che lasciò cadere a terra il
libro, e proseguì la sua strada.

Fu questa l'ultima volta che la cerimonia ebbe luogo; da allora in poi
venne soppressa, o perchè progredito lo spirito dei tempi, o per altre
ragioni a noi ignote.

Fu imposto per contro l'obbligo agli ebrei di addobbare con stoffe
preziose parte delle strade per le quali dovevano passare il nuovo papa
e il suo corteo. Allorquando prese possesso Gregorio XIV, nel 1590, gli
ebrei dovettero parare con tappeti la salita del Campidoglio e l'arco di
Settimio Severo. In seguito venne stabilito che dovessero ornare l'arco
di Tito, e la via che porta al Colosseo. Fu loro pertanto forza
assoggettarsi all'onta di dover adornare l'arco trionfale eretto in
onore del distruttore di Gerusalemme.

E ciò ebbe luogo alla elezione di tutti i papi che vennero di poi. Gli
ebrei dovettero ogni volta addobbare l'arco di Tito, ed aggiungere ai
tappeti emblemi che si riferissero al papa, contraddistinti da sentenze
latine tolte dall'Antico Testamento. Gli emblemi, ordinariamente in
numero di venticinque, erano per lo più molto significativi, e colle
loro sentenze in linguaggio simbolico prettamente orientali. Vi era
rappresentato, per esempio, l'albero della mirra, che offre spontaneo il
suo balsamo senza che abbisogni d'incisione ed aggiuntovi il detto:
«Benedetto il principe che è generoso». Altrove il pellicano, che nutre
i figli col suo sangue colla scritta: «Si privò di tutto dandolo ai
poverelli» (Salmo 112, 1, 9). Una palma irradiata dal sole e sopra:
«Fiorirai al pari di una palma»; e al di sotto: «Benedetta sia la tua
venuta». Il rinoceronte che immerge il suo corno in una sorgente,--una
conchiglia di mare aperta,--la fenice e l'arcobaleno--un cigno che
mangia spighe mature,--uno sciame d'api,--un gelso,--un'arpa
inghirlandata di fiori,--il mare con sirene che cantano, e sopra il
cielo, verso il quale drizzano il volo molti usignuoli ed al di sotto il
versetto d'Isaia: «Cantano tutti insieme».

Questo linguaggio figurato ricorda le solennità di ugual natura, colle
quali gli Arabi di Sicilia accoglievano i re normanni loro signori. Gli
ebrei accudivano con lagrime e con lamenti ad ornare il monumento della
loro onta, e quando dall'arco di Tito facevano ritorno al loro sudicio
Ghetto, certamente si purificavano, con lamentazioni geremiache e con
preghiere, della profanazione che avevano dovuto commettere umiliandosi
innanzi al vicario di Cristo.

Si deve però fare un'osservazione singolare: col rinascimento la
mitologia pagana trovò mezzo di cacciarsi perfino negli usi e negli atti
degli ebrei, particolarmente nei secoli decimosettimo e decimottavo, nei
quali dopo Leone X e Raffaello, rinati gli studi delle antichità, gli
Dei dell'Olimpo tornarono in fiore. Ed è propriamente divertente e piena
di contraddizione la tendenza in questo senso, che si può osservare
negli ebrei di Roma, particolarmente nel secolo XVIII che fu l'età aurea
del Parnaso barocco. In questo, anche gli emblemi degli ebrei divennero
mitologici; le loro poesie di omaggio parlavano di Apollo e delle muse,
facendo una strana miscela di antichità pagana e di Vecchio Testamento,
che pare ed è tanto più singolare, quando si ponga mente che questi
emblemi, queste poesie venivano dal popolo d'Israello, dedicate ad un
papa. I maggiori emblemi mitologici si rinvengono in quelli dedicati a
Pio VI ed a Pio VII. Si vedeva Ercole, dalla cui bocca uscivano le
catene d'oro destinate a trarre a sè i popoli, e sotto il versetto
biblico: «Le labbra dell'uomo pio sono ripiene di dolcezza» (Prov. 10,
32). Vi si scorgeva il monte Parnaso fiancheggiato da due terrazzi
ricoperti di tappeti, su cui stavano cavalli e muli, che mangiavano del
grano, e sotto il versetto di Giobbe: «Esso ci ammaestra per mezzo degli
animali da tiro», miscuglio più barocco che immaginare si potesse,
Parnaso, muli, e Giobbe tutto confuso. Vi si scorgevano Giunone con un
giglio, Atlante che regge il mondo, Minerva coll'olivo, un tempio dove
stava Mercurio colle tre Grazie, e sotto vi si leggeva: «Non torrà gli
averi a coloro che camminano nella diritta via» (Salmi 84, 12).

E' molto probabile che fra tutte quelle figure mitologiche, quella di
Mercurio, il patrono dei negozianti e dei banchieri, il Rothschild
dell'Olimpo, dovesse essere quella che tornava più accetta, più
intelligibile agli abitanti del Ghetto. Del resto tutti gli emblemi di
quel povero popolo si riferivano sempre più o meno ad un'idea sola;
danaro, sempre danaro; e difatti vi si scorgevano immancabilmente i
corni dell'abbondanza, dai quali sgorgavano monete d'oro, vino e pane.

Gli ebrei presentarono a Pio VII, Chiaramonti, tutti i loro emblemi e
motti raccolti in un volume splendidamente legato, e maestrevolmente
miniato, e glielo porse in Venezia il rabbino Leone di Leone di Ebron,
vestito alla foggia orientale, con turbante, _haftan_, e lunga barba. Un
poema latino in distici elegiaci lo accompagnava e la dedica in lingua
latina era la seguente:

                        PIO SEPTIMO P. O. M.
           QUA DIE IMPERII GUBERNACULO SOLEMNITER SUSCEPIT
                 QUOD BONUM FELIX FAUSTUMQUE SIT
             FESTIVISSIMA HEBRAEORUM UNIVERSITAS D. D. D.

Come si vede, gli ebrei di Roma non avevano abitato senza profitto
presso il classico portico di Ottavia. Il poema poi seguitava dopo aver
cominciato con esclamazioni lagrimose prettamente giudaiche, e prima di
arrivare al papa chiamava in scena Apollo.

     O si me Cythara plectroque juvaret Apollo,
     Concinerem summi maxima regna Pii.
     Meque peregrinis audiret versibus uti,
     Quidquid habet tellus, quidquid ex axis habet.
     Principis astra super ferrem clarissima facta,
     Queis comes it recti non temerandus amor;
     Quippe suis, velut illa, polo fulgoribus umbras
     Dimovet, e vulta quos radiante jacit.
     Ast pro me Pindi veniant et culmina Musae
     Quas cecinit vatum fabula graeca deas.
     Hae resona fundant solemnia carmina voce,
     Tympana pulsantes, sistra lyrasque manu,
     Hae Temidis celebrent servantem jura decorae,
     Qua duce subjectis imperat agminibus:
     Candoremque sinus dantis cum pace salutem,
     Viribus ingenii, pondere consilii.
     Magnanimis nitit ille notis, prudentibus aeque.
     Ne summum videat gloria tanta diem!
     Culmina Gregorium nutu qui celsa creavit,
     Sospitet, omnigenis condecoretque bonis,
     Edat, ut arbor aquae prope rivos consita, fructus,
     Et diadema suum vinciat usque caput.
     Hic niteat solusque, ferax sit dactilus ipse:
     Adspiciat laetos ire, redire dies.
     Gaudeat urbs, precibus nunquam non acribus instet,
     Ut sibi sint Pacis numera juncta Piae.

Per Gregorio XVI gli ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti
di Belluno, concittadino del nuovo papa, un libro che conteneva tutti
gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo
presentarono al pontefice, che volle mandarlo in dono al Capitolo della
sua città natia. Anche a Pio IX, attualmente regnante, venne presentato
un libro simile, nel quale il rabbino di Roma, versatissimo nella
letteratura ebraica, e abilissimo calligrafo, a quanto mi assicurarono i
suoi correligionari, raccolse preziosi emblemi, e sentenze bibliche,
scelte con molto criterio ed il libro era tanto riccamente legato ed
ornato, che costò circa cinquecento scudi.

Tali erano le cerimonie che, secondo gli usi e le costumanze di Roma, si
compivano dagli ebrei nell'occasione della elezione dei papi. Se non
che, anche in altre località avevano luogo funzioni analoghe. Troviamo
nel dizionario del Moroni la minuta descrizione delle solennità, colle
quali gli ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo
arcivescovo. Quando nel 1780 Francesco Maria Fenzi fece il suo solenne
ingresso in quella città, gli ebrei gli prepararono uno spettacolo
veramente originale. Apriva la marcia un ebreo vestito all'italiana col
bastone del comando, e lo seguivano altri tre, con lunghi bastoni,
questi rappresentano i patriarchi; venivano quindi dodici giovanetti,
vestiti all'italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano
tutti in mano un pomo d'argento, e quindi altri dieci giovani, con
mantello sulle spalle, che rappresentavano i dieci rabbini savi,
conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora
altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di
Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, come se stessero per
presentarsi al re Faraone; subito dopo otto uomini, portanti vasi e
palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi
ventiquattro ebrei, il doppio del numero delle tribù, con vassoi e
vasellami d'argento, coi guanti alle mani che raffiguravano il fiore
d'Israello. Seguivano ancora quattro ebrei, con voluminose parrucche e
bastoni; un gruppo di quarantotto ebrei con berrettone di pelo, fra i
quali sei cantori che cantavano salmi; indi una quindicina di
giovanetti, che portavano sul petto l'_urim_ ed il _thummim_; poscia un
nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di nuovo altri cantori.
Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, David e Salomone,
a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace
ardente. Chiudeva la marcia un gran rabbino decrepito, che pareva la
quaresima ambulante; vestito tutto di bianco, e a fianco del quale
stavano due altri vecchi, con in mano ciascuno un vassoio pieno di
foglie di fiori. Il Pentateuco tutto adorno di campanelli, di frutti, di
corone di argento, era posto sotto un baldacchino bianco, portato da
quattro fra gli ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne
aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori
tolte dai bacili, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli
ebrei. Le foglie, che cadevano a terra, erano raccolte dalle donne
ebree, che se le riponevano, quasi sacre reliquie, in seno. La
processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro
schiavitù d'Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente.
L'arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici ebrei, sopra un palco
eretto in vicinanza del Duomo, e riccamente parato; egli portava la
mitria, e teneva in mano il pastorale; un ebreo postosi il cappello in
capo, e gettato via il mantello, pronunciò un breve discorso di
complimento, cui monsignore fece cortese risposta.

Come appare chiaro, una simile processione, avente tutta l'impronta
nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù, ma non avrebbe potuto
mai aver luogo a Roma. In quest'ultima città, dove il culto cristiano
sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale
ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo che la
pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente
cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche
processioni degli ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la
quale gli ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne;
sarebbe superfluo accennarlo. I monelli di Roma avrebbero preso a
sassate una esposizione pubblica dei riti mosaici, e Dio sa di quanti
lazzi, di quanti frizzi quella sarebbe stata oggetto. Inoltre si
sarebbero guardati bene gli ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e
quando comparivano davanti ai papi lo facevano coll'aspetto della
miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.

Ma torniamo alle sorti degli ebrei sotto i successori di quel Paolo II
che primo li fece correre nel carnevale. Ora oppressi, ora trattati con
una certa indulgenza, come da Paolo III della famiglia Farnese, la loro
sorte peggiorò sotto il pontificato di Paolo IV. Questo, fanatico
napoletano, della famiglia dei Caraffa, introduttore della tortura e
della censura a Roma, zelante inquisitore, appena salito sulla cattedra
di S. Pietro, pubblicò, nel 1555, la bolla _Cum nimis absurdum_, che
regolava la condizione della corporazione israelitica di Roma. Revocò
tutti i privilegi concessi antecedentemente agli ebrei; vietò ai loro
medici di curare i cristiani, proibì loro di esercitare le arti, il
commercio, le industrie, di possedere beni immobili; accrebbe loro i
tributi e le imposte. Vietò loro perfino di assumere il titolo di _don_
col quale, secondo l'usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli
ebrei più distinti. Allo scopo di separarli e di distinguerli totalmente
dai cristiani, prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non col
cappello e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli
uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, è cosa
assolutamente assurda e sconveniente che gli ebrei i quali per propria
colpa sono caduti in ischiavitù, abusando insolentemente della
misericordia loro dimostrata dai cristiani, abbiano l'impudenza di
abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di
tenere i cristiani al loro servizio e perfino di acquistare case».

Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l'abitazione
obbligatoria degli ebrei. Fino ai suoi tempi avevano questi goduto,
tuttochè non fosse loro espressamente garentita, della libertà di
abitare dove più loro piacesse in Roma. Come era naturale, raramente
risiedevano nel centro della città, nè fra i cristiani che li odiavano,
e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del
fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il papa assegnò loro un angusto e
separato quartiere, come era stato fatto a Venezia, che comprendeva
poche strette e malsane strade presso il Tevere, e che stendevasi dal
ponte Quattro Capi fino alla Regola. Il quartiere era chiuso da mura con
porte. Ebbe dapprima il nome di _vicus judaeorum_ e più tardi quello di
_Ghetto_: questo deriva probabilmente dalla parola talmudica _ghet_ che
significa «separazione». Fu nel giorno 26 luglio 1556 che gli ebrei
presero possesso del loro ghetto, piangendo e sospirando come i padri
loro quando venivano tratti in schiavitù.

Paolo IV fu per gli ebrei di Roma il crudele Faraone che li espose a
tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una località bassa
e umida, per la vicinanza del fiume, il che dava origine ad un intero
esercito di piaghe d'Egitto. Allorquando morto il cupo Caraffa nel 1559,
il popolo romano, per sfogare contro di lui la sua rabbia, si sollevò,
saccheggiando il palazzo dell'inquisizione e la Minerva, sede dei
domenicani, si videro gli ebrei, uomini per natura timidi, che non
avevano preso mai parte alle rivoluzioni, neppure ai tempi di Cola di
Rienzo, sbucare dal loro quartiere, per imprecare essi pure alla memoria
del papa defunto. Un ebreo ebbe perfino l'ardire di mettere sulla statua
di papa Paolo in Campidoglio il suo vergognoso cappello giallo; il
popolo rise, atterrò la statua, la fece a pezzi e la testa del papa con
la tiara fu fatta rotolare nel fango. È facile immaginarsi quale sorte
fosse riserbata agli ebrei, dopo stabilito il nuovo tribunale
dell'Inquisizione. Parecchi ebrei furono bruciati sulla piazza della
Minerva, a Campo de' Fiori, dove solevano avere luogo gli Autos-da-fè.
In quell'epoca venne bruciato anche Giordano Bruno.

Rinchiusi nel Ghetto, gli ebrei non ne erano punto proprietari, poichè
le case appartenevano ai Romani, e vi avevano stanza pure famiglie
distinte, come i Boccapaduli. Erano quelli proprietari; gli ebrei
soltanto inquilini. Perchè potessero rimanere perpetuamente rinchiusi in
quelle strade, era mestieri assicurare loro un modo durevole di starvi,
poichè senza di questo gli ebrei si sarebbero trovati esposti a due
pericoli: mancanza di tetto, qualora i proprietari non avessero voluto
averli più per inquilini; impossibilità di pagare, o aggravio
incompatibile, quando i proprietari avessero voluto aumentare le
pigioni. Si promulgò pertanto una legge,[29] che ordinava dovessero i
romani restare padroni delle case affittate agli ebrei, ma averne questi
il possesso a titolo enfiteutico; non potessero i proprietari
espellerli, sempre che avessero pagata regolarmente la pigione, nè si
potesse aumentare questa; fosse lecito agli ebrei praticare nelle case
quegli ampliamenti od innovazioni che ritenessero di loro convenienza.
Il diritto derivante da quella legge ebbe il nome che porta tuttora di
_jus Gazagà_. In forza di questo l'ebreo rimaneva proprietario assoluto
del suo contratto di locazione, poteva lasciarlo in retaggio ai
congiunti o ad altri, lo poteva alienare, e ancor oggi è ritenuta cosa
vantaggiosa possedere per _diritto di Gazagà_ un contratto di locazione
trasmissibile per eredità, ed è molto ricercata quella giovane ebrea,
che può recare in dote al suo sposo un tale documento. In forza di
questa legge benefica fu assicurato agli ebrei un tetto.

Pio V, Ghislieri, nel 1566, confermò la bolla di Paolo IV, promulgò
ordini severi per impedire agli ebrei di vagare per la città e perchè
venissero di notte rinchiusi nel Ghetto. All'Ave Maria le porte di
questo venivano irremissibilmente chiuse, e gli ebrei còlti fuori
andavano soggetti a punizione, sempre quando non riuscissero con danaro
a corrompere i guardiani. Nel 1569 lo stesso papa proibì agli ebrei di
abitare altre città degli Stati della Chiesa, eccetto Roma ed Ancona,
poichè prima erano stati tollerati pure a Benevento e in Avignone.

Questo editto era stato promulgato appena, che Sisto V lo revocò,
facendo brillare tra le miserie del Ghetto un raggio di umanità. Questo
grande papa, rinnovatore di Roma, dove pressochè ogni strada, ogni
edificio ricorda il suo nome, sentì compassione del popolo d'Israele;
pubblicò nel 1586 la bolla _Christiana pietas, infelicem Hebraeorum
statum commiserans_, con la quale rese gli antichi privilegi agli ebrei.
Permise loro di abitare nello Stato romano, cioè in tutti i luoghi
murati, città e castella dell'agro romano. Loro concesse facoltà di
esercitare qualunque commercio o negozio, ad eccezione di quelli del
vino, grano e carne; permise loro di trafficare liberamente con i
cristiani, di valersi parimenti dell'opera di questi, vietando loro
unicamente di tenere al servizio persone cristiane. Si prese pensiero di
migliorare le loro abitazioni; lasciò ad essi facoltà di aprire scuole o
sinagoghe quante volessero; parimenti permise loro di fondare
biblioteche ebraiche; prescrisse non si potessero chiamare gli ebrei in
giudizio nei giorni delle loro feste; abolì l'obbligo di portare il
segno di Giuda; vietò che si battezzassero a forza i bambini degli
ebrei; e che si aggravassero di tasse straordinarie gli ebrei in
viaggio; diminuì le imposte loro assegnate, riducendole ad un modico
testatico, e al pagamento di una somma fissa per l'acquisto dei palii
del carnevale. Diede per tal guisa Sisto V l'esempio al mondo di un papa
propriamente cristiano, la cui memoria sarà benedetta in ogni tempo; e
tornerà sempre a lode del suo nome, quanto, per impulso d'animo
generoso, operò a vantaggio degli ebrei.

Finalmente questa volta nella lotteria era toccato un buon numero agli
ebrei, ma appunto, perchè era una lotteria, poteva tutto ad un tratto
venirne fuori uno cattivo. Infatti pochi anni dopo la morte di Sisto V,
Clemente VIII, Aldobrandini, revocò tutte queste liberali disposizioni e
rinnovò l'editto Caraffa, ripiombando gli ebrei nella desolazione.

Nè solo rimasero in questa misera condizione per tutto il secolo XVII,
ma la loro miseria nel secolo XVIII aumentò per gli editti di Clemente
XI e di Innocenzo XIII. Questi vietò agli ebrei qualunque commercio, ad
eccezione della vendita dei cenci, panni usati e ferri vecchi, o come
dicevasi volgarmente _stracci-ferracci_, e soltanto Benedetto XIV nel
1740 permise loro di aggiungervi la vendita di panni nuovi, alla quale
attendono tuttora assiduamente e con profitto. Si videro pertanto fino
da quel tempo gli ebrei aggirarsi per le case con le loro vecchie
mercanzie e si è udito fin da allora per le strade risuonare il grido
«_aeo!_» col quale annunciavano il loro meschino commercio.

Ancor oggi si sente spesso in tutte le strade di Roma il malinconico
grido del povero ebreo, che con un sacco sulle spalle lancia il suo
«Ròbbi vè!»

Il secolo XVII, nel quale i Medici accordarono tante agevolazioni agli
ebrei in Toscana, fu forse l'epoca più infelice per il Ghetto di Roma.
Trovo in un libro romano del 1677 (_Stato vero degli ebrei in Roma_;
Stamperia del Varese) la notizia che a quell'epoca il numero degli ebrei
era di 4500, fra i quali si contavano 200 famiglie agiate. L'autore
dice che nel secolo XVI il Ghetto pagava 4861 scudi annui di tributi, e
che nel secolo XVII non ne pagava più che 3207. Sebbene quello scrittore
sia grandemente ostile agli ebrei, non avrei argomento per tacciarlo di
non esser veritiero. L'autore asserisce che ad onta delle incessanti
lagnanze che gli ebrei andavano movendo di continuo, il Ghetto era
ricco; e che, pagati tutti i tributi, risparmiava ogni quinquennio
19,470 scudi, e che possedeva un capitale di un milione di scudi. Non
c'è dubbio che vi erano in quell'epoca ebrei ricchi a Roma, e che in
mezzo ai manutengoli dei ladri, e ai negromanti del Ghetto, v'erano
degli usurai che accumulavano interessi sopra interessi. Nessun papa
riuscì mai a impedire questa piaga dell'usura nel Ghetto; i nobili
indebitati proteggevano gli ebrei, e mentre il Ghetto era oggetto di
disprezzo generale, il patrizio romano, il cardinale e talora il papa,
accoglievano con complimenti nel loro palazzo, l'usuraio dal giallo
berrettone. L'autore di quello scritto dice che gli ebrei avevano
estorto coll'usura ai cristiani 235,000 scudi, e che non passava sera,
in cui non entrassero per le porte del Ghetto nelle case degli ebrei
almeno 800 scudi usciti dalle tasche dei cristiani. Quel popolo astuto
sapeva far danari con qualsiasi mezzo; e l'usura degli ebrei dava
alimento all'odio dei cristiani per essi. Giovanni di Capistrano aveva
una volta fatto offerta di una flotta ad Eugenio IV per trasportare gli
ebrei di Roma di là dal mare. «Ora che egli è morto, dice il nostro
autore, sarebbe a desiderare potesse mandare dal cielo una flotta a papa
Clemente IX per purgare Roma di tutti quei ribaldi». I Rothschild del
Ghetto romano in quell'epoca esigevano d'ordinario il diciotto per
cento. Oggi ancora il danaro degli ebrei fa le loro vendette sui
cristiani; ancor oggi nel Ghetto s'impresta ad usura. Tutti colà si
agitano, si muovono per guadagnare, per fare danaro, e come potrebbe
essere altrimenti? Un giorno che passavo in una strada del Ghetto, una
povera donna che cuciva dei cenci, mi chiamò dicendomi: «Signore, che
cosa comandate?» Volendo provare la sua presenza di spirito, risposi
subito: «cinque milioni!» E la donna di rimando: «Sta bene! quattro per
me, e uno per voi!»

Nel XVIII secolo si esigeva con rigore che gli ebrei assistessero in
certi giorni determinati ad una predica, destinata a convertirli. Già
Gregorio XIII nel 1572 aveva prescritto dovessero ascoltare la predica
una volta per settimana. Un ebreo, convertito, come ben si può
immaginare, era stato il promotore di questa usanza, certo Andrea, che
con tutto il servilismo di un convertito, aveva insistito vivamente
presso papa Gregorio per la promulgazione di quell'editto. Si vedevano
pertanto al sabato comparire nel Ghetto gli sbirri che spingevano a
furia di frustate in chiesa gli ebrei, uomini, donne e fanciulli, al di
sopra dei dodici anni. Dovevano assistere alla predica, per lo meno
cento uomini e cinquanta donne, e più tardi il numero fu portato a
trecento. Alla porta della chiesa una guardia contava questi uditori
forzati, e nell'interno della chiesa stessa la polizia li sorvegliava, e
se un qualche ebreo sembrava distratto, o sonnecchiava, era destato da
un colpo di frusta. La predica era fatta da un frate domenicano, dopo
che si era tolto dall'altare il Santissimo Sacramento; e il sermone
versava sul testo dell'Antico Testamento che gli ebrei avevano in quello
stesso giorno udito leggere e spiegare nella loro sinagoga, e che veniva
commentato nel senso del dogma cattolico, allo scopo di far conoscere
agli ebrei la verità cristiana. Queste prediche da principio venivano
fatte in S. Benedetto alla Regola, ma più tardi ebbero luogo in quella
chiesa di S. Angelo in Pescheria, dove Cola di Rienzo aveva tenuto i
suoi primi discorsi infuocati ai Romani.

Queste prediche vennero ridotte a poco a poco a cinque sole per anno, e
stavano per andare addirittura in disuso, allorquando Leone XII, il
gretto Genga (1823-1829), volle rinnovarne l'obbligo. Oggi però, anche
questa barbarie è scomparsa; venne tolta di mezzo, a quanto mi si disse,
nel primo anno dal pontificato liberale di Pio IX.[30]

L'ebreo convertito, acquistava come di diritto la cittadinanza romana,
con tutti i vantaggi che sono a questa inerenti. Non era raro che ebrei
appartenenti al Ghetto si facessero battezzare, e questi, come suole
avvenire di tutti coloro che abbracciano una nuova religione, erano i
più fanatici nel volere ottenere conversioni che non quelli stessi che
li avevano convertiti. Si possono leggere ancor oggi sul frontone di una
chiesa che sorge rimpetto al Ghetto, presso il ponte Quattro Capi e dove
sta dipinta una crocifissione, scritte in ebraico ed in latino le parole
del secondo versetto del capitolo sessantesimo quinto d'Isaia: «Io
stendo tutto il giorno le mie mani verso un popolo disobbediente, il
quale batte una via che non è la retta». E questa esortazione fu fatta
incidere da un ebreo convertito.

Secondo l'uso del medio evo, gli ebrei che si battezzavano in Roma,
assumevano il nome dei loro padrini; e siccome per lo più si ricercavano
questi fra le famiglie più distinte della città, ne avveniva che gli
ebrei in certo qual modo si infiltrassero nel patriziato romano più
antico. Vi furono dei Colonna, dei Massimi, degli Orsini, ebrei ed anzi,
si pretende ora a Roma che parecchie famiglie patrizie, le quali vanno
superbe del loro titolo principesco, dopo essersi spente, siano state
continuate dagli ebrei di Trastevere.

Anche al giorno d'oggi, in cui sono scomparsi gli antichi maltrattamenti
contro gli ebrei, si osservano per il battesimo solenne di uno di
questi, o di un turco, le solennità che furono anticamente in uso. Hanno
luogo ogni anno, nel sabato santo, nel battistero di S. Giovanni in
Laterano, e siccome questa cerimonia sembra sia considerata come
obbligatoria e deve aver luogo ad ogni costo, quando manca un catecumeno
da battezzare, fa venire un turco od un ebreo da fuori. E' perfino
accaduto che giudei o turchi si sian fatti battezzare più volte per
lucro. Nel 1853 assistei al battesimo di un'ebrea. Essa stava presso la
fonte battesimale avvolta in bianchi veli, con un cero acceso in mano,
simbolo della luce che l'aveva rischiarata, e dopo essere stata unta
sulla fronte e sulla nuca degli olii santi, ricevette il battesimo in
quella vasca di Costantino, dove Cola da Rienzo si era tuffato un giorno
nell'acqua di rose; e quindi fu ricondotta processionalmente al
Laterano. Il cardinale che l'aveva battezzata, la cresimò davanti
all'altare, quindi espresse al popolo la sua gioia per il grande
miracolo compiutosi sotto i suoi occhi, in forza del quale, una creatura
umana, in preda poco prima ai demoni e condannata all'inferno, tutto ad
un tratto si era rivestita della innocenza di un bambino, ed immersa
nella pura luce celeste.

Anticamente si parlava con maggiore energia; infatti il gesuita Stefano
Menochio, nel suo libro _Stuore_, stampato in Venezia nel 1662;
asserisce che gli ebrei puzzavano nella stessa carne, e che quel cattivo
odore spariva immediatamente in seguito al battesimo. Narra, con tutta
ingenuità, che perfino l'imperatore Marco Aurelio si lagnò del cattivo
odore degli ebrei, e che questo fatto è incontestabile, e che appunto
gli Agareni si fecero battezzare per non puzzare come cani.

Leone XII, accordò agli ebrei il diritto di acquistare case, purchè ne
possedessero di già l'_Jus Gazagà_. Ampliò pure la periferia del Ghetto,
includendovi la via Reginella ed una parte della pescheria, in guisa
che venne ad avere otto porte, che erano chiuse e guardate la notte.
Durante la dominazione francese in Roma, fu tolto il sequestro degli
ebrei nel Ghetto, essi ebbero facoltà di stabilirsi in qualsiasi parte
della città e di esercitarvi ogni commercio. Ma Pio VII, nel 1814[31]
chiuse di nuovo il Ghetto, e le cose tornarono come prima fino al papa
oggi regnante.

Torna ad onore di Pio IX l'avere atterrato le mura del Ghetto, la qual
cosa avvenne, come mi accertarono gli ebrei stessi, prima della
rivoluzione di Roma; in guisa che il merito di questa disposizione si
deve attribuire per intiero al pontefice, e non fu una concessione fatta
allo spirito dei tempi. Caddero le mura e le porte del Ghetto, ed in
seguito, in conseguenza delle nuove idee, fu data facoltà agli ebrei di
abitare dove meglio loro piacesse in Roma, e di esercitare liberamente
ogni mestiere e negozio. Il Ghetto pertanto, ha cessato di esistere
quale prigione; ma dura tuttora quale quartiere, il più malinconico di
Roma, ed è raro che un ebreo si prevalga del diritto che gli spetta di
abitare altrove, poichè l'antico e radicato pregiudizio gli rende
malagevole, se non addirittura impossibile, quanto gli è dalla legge
permesso.

Un giorno, era di sabato, stavo presso la fontana di piazza Navona,
quando parecchie ebree vestite a festa vennero, e si fermarono a
contemplare le sculture della fontana. Una romana le guardò con
disprezzo e rivolgendosi a me disse: «Guardate, guardate, ora sono nè
più nè meno di noi cristiani».

Le riforme politiche del 1847 posero fine pertanto a quella schiavitù
degli ebrei di Roma, che aveva durato tanti secoli; speriamo almeno che
la potenza della pubblica opinione saprà dimostrarsi superiore ai
pregiudizi qualora mai potesse risorgere, e che le scarse libertà ora
concesse agli ebrei di Roma, si estenderanno tanto da permettere loro di
prendere parte a tutti i vantaggi della coltura e della civiltà. La
prospettiva è tuttora lontana, ma finalmente vi ci siamo avvicinati. La
popolazione del Ghetto sale attualmente a circa 3800 persone, numero
enorme se si confronta al ristretto spazio del Ghetto stesso, che non
equivale in estensione alla quinta parte di parecchie piccole città di
tremila abitanti. Tutta «l'università degli ebrei» è sottoposta alla
Congregazione superiore della Inquisizione, e il loro tribunale è quello
del Cardinale Vicario. Nelle materie di semplice polizia è competente
il presidente della regione di S. Angelo a Campitelli. L'Università
Israelitica poi ha il diritto di regolare la sua amministrazione
interna, per mezzo di tre così detti _fattori del Ghetto_, che durano in
carica sei mesi. Questi sorvegliano l'ordine delle strade, provvedono al
reparto delle imposte, tassando ognuno secondo le proprie facoltà; e
provvedono all'assistenza degli ammalati, e dei poveri. Il Ghetto paga
in complesso allo Stato, ed a parecchie corporazioni religiose, circa
tredicimila franchi annui.

Abbiamo finito la storia degli ebrei di Roma. Ora vogliamo dare un'idea
del Ghetto nel suo stato attuale.[32]

Allorquando lo visitai per la prima volta, il Tevere era straripato, e
le sue acque gialle scorrevano per la strada più bassa chiamata
_Fiumara_, le case della quale hanno in parte le loro fondamenta
nell'acqua. Le acque erano salite fino al portico di Ottavia, e
coprivano i piani inferiori delle case circostanti. Qual malinconico
spettacolo presentava il povero quartiere degli ebrei, inondato dalle
acque torbide del Tevere! Ogni anno il popolo d'Israello va soggetto a
questo diluvio; il Ghetto galleggia sulle acque, nè più nè meno che
l'arca di Noè con i suoi uomini e i suoi animali. Ed il male diventa
maggiore allorquando il mare grosso, per il vento di ponente, contrasta
lo sbocco alle acque del fiume ingrossato dalle pioggie; allora chi
abita in basso si rifugia nei piani superiori. Mi si fece osservare il
segno dell'altezza raggiunta dalle acque del fiume nell'inondazione del
1846; allora le acque invasero per intiero tutti i piani inferiori.
Nello scorso autunno e nella primavera di quest'anno l'inondazione fu di
corta durata, abbastanza sensibile però, perchè io potessi formarmi
un'idea precisa dei gravi mali che porta seco. Tuttavia si dice che la
mortalità nel Ghetto non sia maggiore che in altri quartieri della
città; non fu forte nemmeno durante il colera del 1837. La mortalità, se
si giudica dal numero delle lapidi mortuarie degli ebrei, sembra molto
ristretta. Queste lapidi bianche con le loro iscrizioni stanno, miseri
monumenti di reietti, in una località classica di Roma, in un angolo del
Circo Massimo, fra le erbe selvatiche e la cicuta. E là nella più antica
arena di Roma, costrutta fin dai tempi di Tarquinio Prisco, che si trova
oggi il cimitero israelitico, denominato volgarmente _Orto degli
ebrei_.[33] Strano giuoco del destino!

Vi è come una relazione segreta possente e simbolica tra la fisonomia
dei luoghi e quella degli uomini e delle cose. Ho avuto troppe volte
occasione di far questa osservazione, per non doverla ricordare qui. Ed
anche l'aspetto dei dintorni di questo Ghetto di Roma mi parve tale da
ispirare una profonda malinconia. Non parlo soltanto di quel portico di
Ottavia occupato ora dagli ebrei, che sorge cadente in rovina, aprendo i
neri suoi archi sulla vicina pescheria, fetido ed oscuro mercato, dove i
pesci stanno in mostra sopra banchi di pietra. Se leggiamo poi il nome
della piazza più vicina alla Sinagoga troveremo che porta quello di
_Piazza del__Pianto_, dalla chiesa di S. Maria detta del Pianto, e se
mai vi fu nome che si attagliasse al popolo di Geremia, si è questo;
poichè non vi fu certamente popolo che abbia versato tante lacrime,
quanto quello degli ebrei di Roma. Sulla piazza del Pianto un antico
palazzo sorge fra due chiese. Sopra una di queste si legge la dedica
alla Vergine Maria del Pianto, sull'altra il nome di chi la fece
costruire e cioè Francesco Cenci. Questo nome fa venire i brividi
ricordando la terribile tragedia di Beatrice Cenci, figliuola infelice
di Francesco. Il palazzo della famiglia Cenci si trova proprio di fronte
alla Sinagoga, e nei giorni di festa vi si possono sentire i canti
lamentevoli.

V'è di più. In questo palazzo oggi abita il pittore Overbeck. Non mi fu
possibile trattenere un sorriso per la strana coincidenza, quando entrai
nello studio, dove le anime pie entrano come in un santuario, e dove un
uomo pallido con lunghi capelli, amabile e dolce, pronuncia a voce
bassissima, appena intelligibile, poche parole, per dare spiegazioni
intorno alle imagini sante che stanno sui cavalletti. Ed anche queste
sono tranquille e quasi atone; un S. Giuseppe morto tra le braccia del
Salvatore; una Madonna addolorata, che ha l'aspetto di un'ombra; un
Cristo che sfugge ai suoi persecutori scomparendo tra le nuvole; teste
di angeli, colle ali e senza corpo; figure ed arte senza vita, discorsi
senza parole, imagini senza colorito; sulle mura la Madonna addolorata;
la passione di Cristo; fuori la storia tragica della Cenci; là il Ghetto
inondato, qui S. Maria del Pianto, e nel mezzo il beato Angelico della
pittura moderna.

Prima del 1847 un alto muro divideva la piazza dei Cenci da quella detta
Giudia, che ha pure nome di _Piazza delle Scuole_. Aprivasi su questa la
porta principale del Ghetto; mura e porta sono state demolite, ed i
materiali giacciono tuttora in parte al suolo.

Entriamo ora in una delle strade del Ghetto stesso; colà troveremo
Israello intento ad un incessante lavoro. Le donne ebree stanno sedute
sulla porta delle loro abitazioni, o nella strada stessa, poichè le loro
stanze basse ed oscure mancano di luce, ed ivi stanno assiduamente
occupate nello scernere cenci, nel cucire o fare rammendi. E'
incredibile il caos, e la quantità di stracci e di cenci che si trovano
colà. Si direbbe che gli ebrei vi abbiano radunato quelli del mondo
intero. Stanno ammucchiati davanti alle porte, di ogni foggia, di ogni
colore, antiche stoffe ricamate, broccati, velluti, cenci di colore
rosso, turchino, arancio, bianco, nero, tutti vecchi, laceri, consunti,
in mille e mille pezzi. Io non ne ho veduti mai di simili, nè in tanta
quantità. Gli ebrei potrebbero rivestirne tutto il creato, e mascherare
tutti gli abitanti di Roma da arlecchini. Gli ebrei si immergono in quel
mare di cenci, quasi vi volessero cercare i tesori, o almeno un pezzetto
smarrito di broccato in oro; essi infatti sono ricercatori appassionati
di antichità, nè più nè meno di quegli altri che scavano e smuovono
macerie e rottami, colla speranza di scoprire un pezzo del fusto di una
colonna, un frammento di scultura, una moneta o qualche altra reliquia
del passato. Quei Winckelmann del Ghetto pongono tanto orgoglio
nell'esporre i loro cenci, quanto i mercanti di antichità nell'offrire
dei marmi. Questi magnifica il pregio di un pezzo di giallo antico,
l'ebreo quello di un pezzo di seta gialla; quegli vi vanta il porfido,
il verde antico; l'ebreo uno straccio di damasco di colore verde o di
velluto. Non v'è nè pietra dura, nè alabastro, nè marmo bianco o nero,
nè breccia cui l'antiquario del Ghetto non abbia la sua merce da
contrapporre. Vi si può trovare un saggio di ogni moda, dai tempi di
Erode il grande, fino a quelli dell'inventore del _paletot_ e tutte le
vicende subite dalle fogge di vestire del mondo civile sono abbandonate
alle ipotesi della critica, e chi sa non si possano rinvenire reliquie
storiche di Romolo, di Scipione l'Africano, di Annibale, di Cornelia, di
Augusto, di Carlomagno, di Pericle, di Cleopatra, di Barbarossa, di
Gregorio VII o di Cristoforo Colombo, e chi sa di quanti altri ancora?

Le figlie di Sion seggono ora sopra tutti que' cenci; cuciono,
rammendano tutto quanto si può ancora rammendare. Sono somme nell'arte
del cucire, del ricamare, del rappezzare, del rammendare; non c'è alcuno
strappo, in una drapperia, in una stoffa, per quanto grande esso sia,
che queste Aracni non riescano a fare scomparire, senza che più ne
rimanga traccia.[34] Tutto questo commercio si pratica per lo più nella
strada inferiore, vicina al Tevere, denominata Fiumara, ed in quelle
laterali, di cui una porta il nome delle Azzimelle, dal pane senza
lievito. Ho spesso guardato con stringimento di cuore quelle povere
creature pallide, deboli, curve sui loro aghi, perpetuamente in moto,
uomini, donne, fanciulli e ragazzi. La miseria traspare da quelle
capigliature incolte, da quei visi di color bruno gialliccio, che non
ricordano in alcun modo la bellezza di Rachele, di Miriam o di Lia. Solo
di quando in quando ti sorprende il lampo dello sguardo di un occhio
nerissimo e profondo che si solleva dall'ago e dal cencio, quasi a dire:
«Ogni ornamento è scomparso dalle figliuole di Sion. Quella che era
principessa fra i pagani, che portò la corona nella sua patria, è ora
condannata a servire e piange tutta la notte per modo che le lagrime le
rigano le gote; non v'è chi si muova a pietà di essa; tutti la
disprezzano, e sono diventati suoi nemici. Il popolo di Giuda è nel
servaggio, condannato alla miseria, ai più duri servigi; abita fra
gl'infedeli, tutti lo maltrattano, non ha nè quiete nè riposo. La
collera di Dio si è tremendamente aggravata sopra la figlia di Sion!»

Non è però oggetto di queste pagine descrivere le miserie del Ghetto,
del resto miserie eguali, se non maggiori si trovano in tutte le grandi
città del mondo, anche fra le nazioni più civili. Nè si deve credere che
per quanto riguarda le strade e le abitazioni, il Ghetto di Roma sia di
effetto più ripugnante dei quartieri più poveri di Parigi, Londra o
Berlino. Aggiungo volentieri che a Roma gli ebrei sono caritatevolissimi
gli uni verso gli altri; che l'agiato soccorre largamente il povero;
che lo spirito di famiglia, dote caratteristica e costante del popolo
d'Israello, vi si mantiene più vivo che forse in qualunque altra
comunità di ebrei, e come parimenti sia un fatto, che questi uomini
sobri e laboriosi sono raramente processati per delitti. Ciò che
colpisce maggiormente chi si aggira nel Ghetto, è l'angustia, la
sporcizia di quel laberinto di strade, di vicoli fiancheggiati tutti da
case altissime. I poveri ebrei sono quasi come sovrapposti e ammucchiati
in un colombario e tanta angustia di abitazione fa più impressione che
altrove in Roma, città che siede in una vasta pianura, caratteristica
propriamente per gli ampî spazî vuoti, per le dimensioni in ogni cosa
grandiose della sua architettura, per i suoi palazzi colossali e pei
suoi conventi in gran parte deserti.

Sono meno infelici quegli ebrei che abitano la parte superiore del
Ghetto, e particolarmente la via Rua. Questa strada, più ampia delle
altre, con case abitabili, si potrebbe in certo modo considerare come il
Corso del Ghetto, perchè anche sotto una stessa legge, anche nella
servitù l'uomo fa valere i diritti della disuguaglianza. Nella via Rua
abitano gli ebrei che hanno in tasca il migliore titolo di _Gazagà_;
taluni vi posseggono case, e sono addirittura agiati. Qui stanno le più
belle botteghe dei negozianti in pannine a principiare dalle più ruvide
e grossolane fino alle stoffe più preziose. Gli ebrei che riescono a
diventar ricchi, si portano volontieri, a quanto mi si assicurò, ad
abitare in Toscana.[35] È poi cosa singolare che sulle insegne nel
Ghetto si leggano pochi nomi prettamente ebraici. Gl'israeliti di Roma
hanno preso in gran parte nomi di città italiane, come Asdrubale
Volterra, Samuele Fiano, Pontecorvo, Gonzaga. Parlano pure in generale
l'italiano,[36] e non mi è mai accaduto di sentirli conversare fra loro
in lingua ebraica; anche nel modo di vestire non si distinguono dal
resto della popolazione e neppure alle loro feste mi venne fatto di
notare costumi orientali.

La parola di festa, accoppiata a quella del Ghetto, suona quasi ironia,
se si pon mente alla storia ed alla condizione attuale degli ebrei; per
questa stessa ragione però un tale spettacolo non può a meno di riuscire
attraente anche in questa Roma, dove le feste sono così numerose. Nei
giorni in cui le strade di Roma sono animate da tutte queste feste, in
cui tutti godono, ammirano, in cui il denaro circola largamente, mentre
tutte le strade, tutte le piazze sono adorne di arazzi, di fiori, mentre
da ogni casa i lumi splendono, e le carrozze succedono alle carrozze, i
pedoni ai pedoni, il popolo d'Israello seduto innanzi la sua porta nel
suo Ghetto, riman tetro e solitario, continua ad affaticarsi nel suo
lavoro, col sudore della sua fronte, senza toglier gli occhi dai mucchi
dei suoi cenci.

Ma arrivano anche le sue feste. Allora il povero rigattiere lascia in
disparte i suoi stracci, indossa i suoi abiti migliori e raddrizza la
sua incurvata persona. Ed in ciò credo debba consistere la poesia delle
feste, da cui sprigiona il loro più vero significato, esse non compiono
appieno la loro vera missione se non quando strappano l'uomo dal lavoro
quotidiano, sciogliendolo in certo modo dai vincoli della servitù,
trasformandolo in un altro uomo ideale, non più soggetto alla miseria,
alla preoccupazione continua dei mezzi di campare la vita. Questo popolo
singolare, quando si raduna nei giorni delle sue feste, dovunque si sia,
in qualsiasi parte più remota o più inospitale del mondo, si considera
quale l'antico popolo d'Israello, quale il discendente diretto di Abramo
e d'Isacco, il fiore dell'uman genere, che Iddio di sua propria mano
volle porre sulla terra. Ho assistito nel Ghetto alla festa di Pasqua;
seppi per caso che era prossima, passeggiando pel Ghetto, e scorgendo
davanti a tutte le porte i rami di cucina rilucenti di pulizia, e tutte
le fonti occupate da gente che lavava, puliva arredi e masserizie
domestiche. Mi si disse che ciò si faceva a motivo della festa di
Pasqua, che era imminente.

Dopo le grandi solennità cristiane della settimana santa e della Pasqua,
in S. Pietro e nella Cappella Sistina, che in presenza di tanti
capolavori dell'arte si possono ritenere per le funzioni più imponenti
del culto cristiano, riesce attraente lo assistere in quello angusto ed
oscuro quartiere del Ghetto, ad una festa di Pasqua, e di rinvenire le
antiche basi, appena mutate, del culto cattolico di Roma. Sono
propriamente quelle le radici di questo culto, e quanto più l'albero
crebbe e si è sviluppato ed esteso con magnificenza, tanto più le radici
si sono sepolte nella notte.

La sinagoga romana comprende cinque scuole in uno stesso fabbricato, la
scuola del Tempio, la Catalana, la Castigliana, la Siciliana, e la
Scuola nuova. Il Ghetto di Roma trovasi dunque diviso in cinque sezioni,
ognuna delle quali rappresenta le nazionalità diverse degli ebrei di
Roma, i cui padri o risi devano fin dall'antichità a Roma, o son venuti
dalla Spagna o dalla Sicilia. Mi si disse che la scuola del Tempio sola
discenda direttamente da quelli portati a Roma da Tito. Ogni sinagoga ha
la sua scuola, nella quale i ragazzi imparano soltanto a leggere,
scrivere e contare; non vi si insegnano però le scienze; ciascuna ha il
suo santo dei santi, dove si conserva il Pentateuco.

All'esterno la sinagoga si distingue non solo per le sue iscrizioni, ma
anche per la sua architettura. Gli ebrei hanno ornato il loro tempio
quasi di nascosto e di notte tempo. Pare abbiano tolto qua e là, tra la
prodigiosa quantità di marmi, di cui abbonda la città eterna, un paio di
tronchi di colonne, di capitelli, ed alcuni frammenti di marmo per
adornare il loro tempio. Nel mezzo alcune colonne corintie sorreggono un
frontone; nel fregio sono raffigurati in istucco il candelabro a sette
braccia, un'arpa ed una cetra.

Un rabbino mi aveva invitato ad andare la sera nella sinagoga, dove, mi
aveva detto, si sarebbero cantati i vespri, assicurandomi che avrei
potuto sentire un oratorio ben eseguito. Venuta la sera, gli ebrei si
accalcavano alla porta della sinagoga. Vidi tra la folla parecchi
romani, fra i quali alcuni sacerdoti. Ci fecero aspettare forse una
buona mezz'ora, e non mi dispiacque l'attesa, ed il veder aspettare gli
altri, poichè questo era un segno di giustificata indipendenza, dato
almeno una volta da una razza oppressa e disprezzata. Finalmente le
porte si aprirono, e salito per una stretta scala, arrivai nell'interno
del tempio.

Avevo veduto la sinagoga di Livorno forse la più ricca del mondo, ma mi
era sembrata assai meno degna di osservazione di questa del Ghetto
romano. L'edificio di Livorno è ampio e sobrio; le sale del tempio di
Roma sono piccole, pittoresche, bizzarramente decorate e di aspetto
esotico. Nella occasione della festa di Pasqua le mura erano state
ricoperte di tappeti di stoffa rossa ricamata in oro, sui quali si
leggevano dei versetti dell'Antico Testamento. Nello stesso modo per le
feste cattoliche si ornano le chiese in Roma con tappeti e stoffe
dorate; è un uso orientale, preso in prestito dal tempio di Salomone. La
gran sala della sinagoga aveva un aspetto imponente e maestoso. Il
soffitto è a cassettoni come quello delle basiliche romane, ma essi sono
soltanto delle imitazioni dipinte. Intorno al fregio si trovano bassi
rilievi di stucco, che rappresentano i varî oggetti riferentisi al culto
israelitico. Vi si scorgono il tempio di Salomone, rappresentato con
tutte le sue porte, le sue sale e i suoi altari, il Mar Rosso, l'arca
santa, coi cherubini, gli abiti e la tiara sacerdotali, da cui traggono
origine i costumi primitivi dei vescovi e dei papi; vasi, piatti, pale,
cucchiai, bacili, padelle e sedili, finalmente tutti gli strumenti
musicali, timballi, tamburi, arpe, cetre, flauti, le trombe del
giubileo, cornamuse, cembali, finanche il sistro d'Iside egiziaca, che
si osserva così di frequente nelle statue del Vaticano. L'immaginazione
degli ebrei, come si vede, volle circondarsi qui di tutti i ricordi del
tempio di Gerusalemme.

Nella parete a settentrione si apre una finestra di forma circolare,
divisa in dodici campi distinti per varietà di colori, simboleggianti le
dodici tribù d'Israello; e la forma riproduce quella dell'_Urim_ e
_Thummim_, ornamento formato da pietre preziose, che d'ordinario soleva
portare sul petto il gran sacerdote. A ponente sta il coro, di forma
semicircolare, con una tribuna in legno per il primo cantore e per i
cantori. Stanno su questa il candelabro d'argento e altri vasi pure
d'argento, di figura strana, che servono a ornare il Pentateuco. Di
fronte, nella parete a levante trovasi il Santo dei Santi, un tempietto
a colonne corinzie con bastoni sporgenti, che ricordano quelli usati per
portare l'Arca dell'alleanza. Il tutto è ricoperto da una tenda
ricamata; in cima ad ogni cosa campeggia il candelabro a sette braccia.
Il Pentateuco, rotolo voluminoso in pergamena, sta rinchiuso nel Santo
dei Santi. Lo si porta in giro processionalmente per la sala, e dal
pulpito lo si presenta ai quattro punti cardinali, mentre gli ebrei
alzano tutti le braccia, e prorompono in grida. Questo è in certo modo
l'equivalente dell'elevazione per gli israeliti. E' il Dio più possente
della terra, che ancor oggi signoreggia il mondo, non col Verbo ma con
la Lettera, non coll'amore ma con la Legge. Il giudaismo è la più
positiva fra tutte le religioni, e per questo motivo dura oggidì
tuttora. Di fronte alle forme infinitamente varie, riccamente
fantastiche della chiesa cattolica, che ha introdotto nel mondo una
nuova mitologia, si rimane colpiti del carattere così differente di
questo culto di Jehovah, rigido, senza imagini, senza fantasia
ammirabile nella sua assoluta semplicità.

Gli ebrei seggono nel loro tempio, davanti al loro Dio col capo coperto
dal cappello o da una berretta, quasi fossero pari d'Inghilterra, o si
trovassero alla borsa. Regna la più perfetta disinvoltura nel canto e
nella preghiera; ognuno canta quando vuole, o chiacchiera col suo
vicino. Il primo cantore sta davanti al coro. Mi fece senso la fretta,
colla quale si cantavano, o meglio si mormoravano tutte le preghiere.
Le donne stanno in una galleria superiore, protette da una graticciata e
sono invisibili.

In un'altra sala si cantavano i vespri. Anche questa era addobbata, e
scintillante di lampade. Il soffitto di essa non era piatto come quello
dell'altra, ma bensì a piani sovrapposti e terminava in una cupola di
forma bizzarra. I cantori sedevano nel coro, dietro al rabbino o primo
cantore. Questi era vestito di un lungo abito nero, e portava in capo
una berretta sacerdotale nera, molto alta, dalla quale scendevano ai due
lati i lembi di un velo bianco. La semplicità di questo costume mi stupì
e mi fece pensare all'antico costume sacerdotale degl'israeliti, la cui
magnificenza rifulge ancora nel costume attuale del papa. Ogni qualvolta
il gran sacerdote nel tempio di Gerusalemme si accostava al tabernacolo,
vestiva una tunica bianca di lino, con una sopravveste a frange, di
colore turchino. Campanelli di oro e palline di granate stavano appese
alle frange. La tunica era fermata da una fascia a cinque striscie, di
oro, porpora, giacinto, scarlatto e bisso. Gli ricopriva le spalle una
specie di manto degli stessi colori, riccamente ornato d'oro, fissato
sul petto da fibbie d'oro, a foggia di scudo, ornate di sardoniche, sul
petto portano l'_Urim_ e il _Thummim_ formato di dodici pietre preziose.
Aveva in capo la tiara di bisso intessuto di giacinto, attorno alla
quale correva una fascia d'oro, su cui stava scritto «_Jehovah_». In tal
guisa è descritto da Giuseppe il costume del gran sacerdote, e si
capisce che il suo aspetto dovesse essere imponente.

I cantori eseguirono assai bene il vespro, mentre il rabbino pronunciava
di tanto in tanto qualche preghiera coprendosi il volto con il velo, per
palesare la sua afflizione. I canti erano armoniosi, però non di stile
antico, e piuttosto nel gusto di un oratorio moderno. Vi erano belle
voci di giovanetti, bassi stupendi, talchè anche in questo vespro del
Ghetto si poteva riconoscere l'influenza di Roma. Anche il popolo
d'Israele può menar vanto del suo _miserere_. Quella povera gente andava
superba, ed era felice di saper fare essa pure una produzione artistica
nel suo povero quartiere sperduto. Le lodi che loro si manifestavano
erano accolte con vero compiacimento. Avendo espresso il mio elogio
sentii il mio vicino, un giovinetto ebreo, ripetere con premura ai più
lontani l'elogio. «Che cosa ha detto?» «Bene, bene, stupendamente
eseguito. Avete proprio una cappella Sistina».

Ma è tempo di finire. Valessero se non altro queste pagine ad invogliare
qualcuno a scrivere la storia completa degli ebrei di Roma. Sarebbe
argomento assai più interessante e meritevole di studio, che non le
sterili dissertazioni sopra punti insignificanti di archeologia. Uno
studio sul Ghetto romano potrebbe servire moltissimo a chiarire lo
sviluppo successivo del cristianesimo in Roma, e varrebbe non poco a
completare nel modo più utile la nostra conoscenza della storia della
civiltà.[37]

L'autore di questo scritto non ebbe per iscopo di trattare soltanto la
questione civile degli ebrei di Roma, ma piuttosto di rappresentare la
vivacità del contrasto fra il cristianesimo storico e il giudaismo
storico nella città eterna. Il carattere di questa metropoli, quale
attualmente si presenta ad un osservatore attento, porta l'impronta dei
tre grandi periodi della civiltà del genere umano: il paganesimo, il
giudaismo e il cristianesimo. A malapena si possono distinguere,
talmente sono connessi, e talmente il culto cristiano ha riuniti in sè
l'elemento giudaico e quello pagano. Per non far parola di questo
ultimo, percorrendo Roma, visitando le sue magnificenze, ad ogni passo
traspare lo spirito, la forma del giudaismo, perfino nei capolavori
dell'arte cristiana. Parlando della scultura, qual'è la più sublime
creazione in marmo del genio cristiano? Il Mosè di Michelangelo, sulla
tomba di papa Giulio II. Parlando della pittura, le stanze e logge di
Raffaello, la cappella Sistina, innumerevoli chiese e musei sono pieni
di rappresentazioni e di scene dell'Antico Testamento. Parlando della
musica, quali sono i pezzi più sublimi, che si eseguiscono durante la
settimana santa nella Cappella Sistina? Le _Lamentazioni di Geremia_ ed
il _Miserere_, canti degli antichi ebrei. E di questo popolo, cui la
sorte affidava i documenti stessi della umanità, e al quale il
cristianesimo ha tolta una parte del suo patrimonio, continua a vivere
in quest'angolo del Ghetto, a due passi da San Pietro, una reliquia
delle più antiche e storicamente notevoli.

Ma anche questo popolo disprezzato ha voluto vendicarsi a modo suo del
mondo cristiano, poichè a tutti gli altri simboli della sua religione
che ha trasmesso al mondo moderno, uno potentissimo ne ha aggiunto che
resta il più potente di tutti ed è il vitello d'oro, attorno al quale
danza il mondo intiero, come è profetato, scritto e rappresentato nei
libri di Mosè.



MACCHIETTE ROMANE.

(1853).



Macchiette romane.

(1853).


Queste pagine, buttate giù in qualche momento d'ozio, vogliono comparire
variopinte come un carnevale, ed esser quasi un caleidoscopio. Tenteremo
intanto di mettere un po' d'ordine in questo mondo intricato di figure,
che presenterà immagini di vivi e di morti, burattini, ballerini, mimi,
prediche di bimbi, teatri popolari, e altre rarità stupende, in linea
sempre ascendente.

Il primo atto avrà luogo, come di ragione, sotto terra.

Una sera durante la settimana dei morti la luce delle torcie mi attirò
ad entrare nel Panteon di Agrippa. Un sacerdote predicava sul
purgatorio, esortando gli uditori a pregare assiduamente, poichè
ricorrevano appunto quei giorni, durante i quali si possono alleviare le
pene espiatorie, ed in cui l'efficacia della preghiera è maggiore.

                Che qui, per quei di là molto s'avanza

disse già l'anima di Manfredi nel purgatorio. Il sacerdote parlava con
grand'enfasi con voce sonora, e in quel modo teatrale che assumono i
sacerdoti italiani volgendosi al popolo. La sua predica trovava nel
Panteon di Agrippa sede adatta a produrre grande impressione.
«Imperocchè--gridava--noi camminando qui calpestiamo dappertutto cenere:
pensate soltanto agli innumerevoli cristiani che un giorno Nerone, Decio
e Domiziano gettarono in preda alle belve o fecero crocifiggere,
strangolare». La voce del prete risonava potente in quell'ampia e
silenziosa rotonda a metà illuminata, e l'eco ripercotendo sotto quelle
volte i nomi terribili di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano, parea
volesse evocare gli spiriti dell'antica Roma. Ero seduto presso la tomba
di Raffaello, e gettando lo sguardo in quella mezza oscurità, sui gruppi
dei fedeli inginocchiati e sulla figura bianca del predicatore, questi
mi appariva come un mago in atto di evocare i morti.

Questa scena del Panteon m'indusse a visitare le chiese sotterranee di
Roma. Durante l'ottavario dei morti si rappresentano in questi sepolcri
storie di martirî e scene bibliche, che sono abbastanza originali. Le
cappelle di questi cimiteri sono per solito due, una superiore ed
un'altra sotterranea, nella quale stanno propriamente le sepolture.
Durante l'ottavario dei morti, nella chiesa superiore s'innalza un
catafalco ricoperto di una coltre nera, circondato da cipressi e da
candelabri, sul quale vengono posati un crocifisso e un teschio. I
sacerdoti cantano i salmi dei morti, e i devoti ed i curiosi, chi in
piedi, chi in ginocchio, riempiono la chiesa, quasi evanescenti in una
nuvola di fumo d'incenso.

Ecco l'oratorio _della Morte_, presso il ponte Sisto; scendiamo nella
chiesa sotterranea.[38] Vi scorgeremo cose strane. Tutte le pareti,
tutti i soffitti sono ricoperti di rilievi, di rabeschi e di mosaici
fantastici. Sono fiori, rose, stelle, quadrati, croci, ornamenti di ogni
maniera, quali soltanto un'immaginazione orientale può concepire, e
tutto è combinato nel modo più ingegnoso, soltanto con ossa umane. Si
dura fatica a prestare fede ai propri sensi. S'immagini una cappella
sotterranea, riccamente illuminata, costrutta tutta di teschi, di
scheletri, colle pareti formate di ogni maniera di ossami, e la si
popoli di una folla di creature viventi, donne per la maggior parte e
ragazze, signore in abiti di seta, dalle belle e vivaci fisonomie, che
ridono e cinguettano in mezzo a tutto quell'apparato di morte, in
quell'atmosfera impregnata di effluvi cadaverici, avviluppate nei
vortici del fumo degli incensi.

Presi posto a lato di una ragazza seduta precisamente sotto uno
scheletro che sghignazzava; ella stava chiacchierando allegramente colla
sua vicina di cose che avevano a che fare con tutt'altro che con la
morte: pensoso e quasi atterrito, stavo contemplando lo scheletro e la
sua giovane preda, sulla quale stendeva le mani, poichè la ragazza era
seduta in modo che sembrava caduta fra le braccia dello scheletro. Era
proprio la danza dei morti del nostro Holbein rappresentata al vero.

Interi scheletri sono posti nelle nicchie della cappella. Ciascuno tiene
fra le ossa delle mani un cartello, su cui si legge una sentenza morale,
un ricordo della vanità della vita, un eccitamento ai vivi di pregare
per i defunti che soffrono e sperano. Certamente ci volle non poca
abilità artistica e pazienza a disporre tutta questa funebre
decorazione. Qui parte delle mura fu ricoperta unicamente di teschi di
bambini, là, di persone adulte, altrove vennero formati arabeschi di
clavicole, di costole, di ossa del petto, di dita, di articolazioni.
Gli stessi candelabri sono formati in modo fantastico di ossa umane, ed
è meraviglioso scorgere come il senso artistico e la legge estetica
siano quasi riusciti a vincere il ribrezzo ispirato dalla materia
adoperata. Ma quantunque l'arte sia riuscita a tanto, e abbia scherzato
colla morte, riducendo a creazioni artistiche quanto ispira il maggior
ribrezzo ai viventi, quanto si usa tener sepolto nelle viscere della
terra, quello spettacolo riesce sempre penoso e repulsivo. Mi parve
rappresentare il colmo dell'abnegazione religiosa più fanatica o, nella
forma più bizzarra, il trionfo sopra la morte e sopra l'orrore che essa
ispira. Se fosse possibile che una di queste cappelle mortuarie
dell'anno 1853 dopo la nascita di Cristo rimanesse sepolta sotto terra
tanto tempo, quanto le tombe degli egiziani e degli etruschi, e venisse
scoperta dopo tre mila anni, sarebbe senza dubbio un monumento
importantissimo per la storia della civiltà, dal quale la posterità
potrebbe farsi un'idea della essenza intrinseca del culto cristiano. Ma,
anche per noi contemporanei, è abbastanza istruttiva la vista di una di
queste cappelle mortuarie dei cristiani di Roma, perchè ci fa penetrare
in modo meraviglioso nella essenza stessa del cristianesimo.

Gli Egiziani che usavano portare attorno davanti i banchetti le mummie
dei loro antenati, affinchè il gaudente si rammentasse la fine di tutte
le cose, sono considerati da noi quello fra tutti i popoli della terra,
che ha saputo superare meglio l'orrore della morte, e la loro religione
vien chiamata dalla nostra filosofia religione della morte. Ma
difficilmente quei cupi Egiziani avranno fatto cose simili a quelle che
si vedono in queste cappelle cristiane. In nessuna rappresentazione
mistica di una religione la morte e i cadaveri ebbero tanta parte; la
passione, la crocifissione, la deposizione dalla croce, la sepoltura di
Cristo, la sua risurrezione, la lunga schiera dei martiri durante le
persecuzioni di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano e altri imperatori
hanno dato al culto cristiano un'impronta funerea, han determinato
l'intera concezione della vita e così hanno dato alla vita cristiana,
alla musica, alla scultura, alla pittura, l'idea della morte. La
saggezza profondamente vitale della coscienza tedesca, che s'impossessa
potentemente di tutto quanto ha vita spirituale, seppe, da tutte queste
idee di morte, ricavare la danza dei morti dell'Holbein,
rappresentazione plastica della sapienza dei proverbi di Salomone.[39]

Ma, a chi mai potrà esser venuto in mente per il primo di formare un
mosaico di ossa umane? Mentre stavo esaminando quella cappella dei
morti, mi sembrava che l'idea ne dovesse esser germogliata nella pazza
fantasia del nostro Hoffmann, oppure mi immaginavo di scorgere un
cappuccino impazzito che, nel cuore della notte, alla luce incerta di
una lampada, stesse ammucchiando e ordinando tutte queste ossa,
prorompendo in una risata quando gli riusciva comporre un rabesco. Uno
scheletro lo aiutava in questo lavoro, era lo scheletro di un artista,
che da vivo era pazzo. Ora stavano vicini l'uno all'altro, maneggiando
tutte quelle ossa, e ridevano ridevano soddisfatti, quando riusciva loro
di disporle artisticamente. Ma è ancor più probabile che tutto quello
strano lavoro sia stato compiuto nelle tenebre da due pazzi fatti
scheletri. «Padre, dicevo ad un cappuccino che mi stava vicino, quale
confusione quando tutte queste ossa, questi teschi dovranno ricercare il
loro posto»--«Sicuro, mi rispose serio il frate, nel giorno del giudizio
universale, quando i morti risorgeranno, qui dentro dovrà esserci un
gran chiasso».

Anche la cappella dei morti al convento dei cappuccini, in piazza
Barberini, è disposta ed ordinata nello stesso modo di quella di ponte
Sisto. Se non che qui l'arte non è riuscita a superare ugualmente
l'orrore che ispira l'aspetto della morte. Qua e là gli scheletri furono
rivestiti dell'abito cappuccino, ciò che produce un'impressione
terribile. Uno scheletro nudo ispira minor ribrezzo, poichè è cosa
naturale, mentre al contrario, coperto di un abito è orribile, e ha
veramente l'aspetto di uno spettro. Vidi pendere dalla volta due piccoli
spettri, sospesi per aria, come si rappresentano talvolta graziose
figure di angioli; erano gli scheletri di due principessine della casa
Barberini. Mi dissero che la terra che serve per la sepoltura dei
cadaveri, fu portata da Gerusalemme e li consuma rapidamente.

Nella nostra cappella al ponte Sisto arrivava dalla chiesa superiore la
voce dei preti che andavano salmodiando: «Domine! Domine! Miserere!»
quasi voce delle anime che in purgatorio vanno

                   cantando miserere verso a verso.

Ad un certo punto i fratelloni scesero a basso con stendardi neri, nere
croci, cappucci del pari neri, portando torce ed incensori; si
collocarono nella cappella su due file, e intonarono i salmi
penitenziali. La luce vacillante delle torce, il fumo dell'incenso che
saliva in alto, sembravano dar vita e moto agli scheletri; si sarebbe
detto che tutte quelle ossa intonassero anch'esse l'_In te Domine
speravi_, od il _Beati quorum tecta sunt peccata_. Non so se cantassero
questo o altro; ma l'anima di già oppressa rimaneva davvero atterrita.
Vidi alcune donne vestite a nero che piangevano

                    «di pentimento che lagrime spande.»

e preso da intenso desiderio di aria, di luce, di vita, fuggii, da quel
purgatorio,

                 «E quindi uscimmo a riveder le stelle.»

Ed ora siate benedette care e lucide stelle! voi durate tranquille,
immutabili, nelle notti limpide di questo bel cielo di Roma, gettando la
vostra luce sulle deserte catacombe della storia, come uniche divinità,
che qui abbiano continuato a sussistere! Di quanti mutamenti non foste
voi spettatrici in queste vie! Vedeste i sacerdoti d'Iside, di Melitta,
coribanti e Galli, le processioni di lamento per Adone, i cori di Mitra,
ebrei, cristiani, che si recavano alle loro feste nelle catacombe, o
arsi vivi, negli orti di Nerone, dove ora S. Pietro erge al cielo la
mole della sua cupola!

Nella oscurità della notte, per la strada deserta, mi apparve una luce
solitaria che si avanzava verso di me. Aspettai per vedere che cosa
fosse. Era un ragazzino di forse quattro anni, bello, biondo,
riccioluto che avanzava, tenendo in mano un piccolo cero acceso. Si
avvicinò, guardando tutto giulivo la fiamma della sua fiaccola, ad un
palazzo, innanzi al quale stava un mucchio di trucioli, e vi appiccò
fuoco. Poi cominciò a saltarvi intorno, sempre tenendo il suo moccolo,
spingendo gli uni contro gli altri i ricci, perchè ardessero tutti. Era
davvero un bel quadro notturno. Capitò un forestiero ed offrì al bimbo
un baiocco, ma questi lo lasciò cadere, dicendo ripetutamente «no, no,
la candela è mia, non voglio darvi la mia candela». Non poteva capire
che gli si volesse fare un dono e quando gli spiegammo che poteva avere
le due cose, il denaro e la candela, allora prese il baiocco, e ci stese
timoroso e quasi piangendo la sua candela. «Che commovente ragazzo,
disse lo straniero, è l'innocenza in persona!» Per me fu uno spirito
luminoso che mi tolse l'impressione orribile del purgatorio, e mi liberò
dai fantasmi.

In una parte della chiesa che sovrasta a quelle cappelle mortuarie e
anche nei cortili annessi, su palchi eretti appositamente, si
rappresentano con figure di cera storie di martiri, o fatti tolti dalla
Bibbia.[40] Il popolo accorre a tali rappresentazioni, con la stessa
curiosità e con soddisfazione uguali a quelle, con cui presso di noi,
nelle campagne, si accorre ai gabinetti di figure di cera, che fin dai
tempi remoti riproducono gran parte dei fatti dell'Antico Testamento, e
specialmente quello straordinariamente popolare del giudizio di
Salomone. Se il personaggio principale rappresenta un santo od un
martire, non mancano divoti che loro rivolgono le preghiere,
particolarmente per ottenere la liberazione delle anime dei loro cari
dalle pene del purgatorio. Più di un baiocco e di un grosso cade nel
vassoio di rame, posto presso la porta o di fianco al palco, su cui
sorgono le figure. Spesso ancora un chierico va su e giù davanti al
palco, scotendo una grossa borsa che tiene in mano, e facendo risonare
le monete che contiene, per eccitare i fedeli alla carità.

Nella cappella _della morte_ si era rappresentata una scena tolta dalla
vita di S. Agnese. La giovane martire bionda, ricciuta, compariva tra le
nuvole coperta di veli finissimi, quasi trasparenti, e la veneravano
inginocchiati intorno a lei i membri della sua famiglia. L'atteggiamento
delle figure, la vivacità dei colori, coi quali erano dipinte,
testimoniavano dell'impegno posto dalla Confraternita che aveva ordinata
la rappresentazione, perchè essa non fosse inferiore a nessun'altra, ed
anzi riuscisse a superarle tutte in bellezza. Nella cappella dei morti
di S. Maria in Trastevere si era rappresentato l'incontro di Mosè con
Jetro nel deserto, un vero idillio campestre, con accessori di rupi, di
palme e di un branco di pecore; ma la più splendida di tutte queste
rappresentazioni era quella del cimitero presso S. Giovanni Laterano.

Qui si era riprodotto il martirio di S. Erasmo. Il santo era
rappresentato appoggiato ad un piedistallo, col ventre sfondato da cui
uscivano gli intestini che due carnefici afferravano e giravano attorno
a un arcolaio. Il santo non vedeva, non sentiva più nulla, poichè il suo
capo morente cadeva a terra. Stava presso di lui un sacerdote di Giove,
colla testa inghirlandata, splendidamente vestito, che additava con un
gesto di compiacenza la statua del nume, che stava in un angolo, e
davanti alla quale ardeva il fuoco del sacrificio. Questo sacerdote
pagano non aveva affatto l'aspetto fanatico o diabolico, ma un'aria
bonacciona, come volesse dire: «Vedi, Erasmo, amico mio, noi ci
prepariamo a strapparti le budella, perchè non hai voluto sacrificare a
questo Giove potentissimo; fallo, te ne scongiuro, figlio mio, finchè
sei ancora in tempo, e tutto sarà dimenticato». Invece l'altitonante
Giove era rappresentato con una faccia orribile, da Kobold o da Moloch.
A tutta la scena del martirio, di cui solo l'ironia può menomare il
senso di crudeltà, è presente l'imperatore Adriano che vi assiste,
tranquillamente seduto sul trono, con contegno maestoso, rivestito della
porpora imperiale con a lato due guardie colla lancia in pugno. Ha una
stupenda barba nera, ed è coronato d'alloro. Mi stupì vedere
quell'imperatore che trattò in generale molto umanamente i cristiani di
Roma, presente a quella scena da cannibali; e devo dichiarare ad onor
suo, che non si prese mai il gusto, tutto giapponese, di far spaccare il
ventre alla gente.

Le figure del resto erano disposte con molta intelligenza, vi si
scorgeva evidentemente la mano di un artista, e non ricordo aver veduto
mai migliori statue di cera. Per quanto fosse selvaggia, la scena
produceva minor impressione del quadro spaventoso del Poussin nella
pinacoteca Vaticana, che pure la riproduce; poichè qui l'osservatore non
pretendeva trovare un'opera d'arte. Nel quadro del Poussin invece furono
trascurate tutte le leggi più volgari dell'arte e, per provare piacere
nel contemplarlo, bisogna essere un macellaio od un gladiatore. L'arte
cristiana sembra abbia superato il piacere barbaro che gli antichi
Romani provavano a contemplare le ambasce di morte degli uomini e degli
animali; ma riuscì più meschina, più disgustosa. Che cosa infatti può
recare maggiore offesa ai sensi di umanità di un tal quadro, o della
pittura della chiesa di S. Bartolomeo all'isola che rappresenta quel
santo scorticato vivo, oppure degli affreschi della chiesa di S. Stefano
Rotondo, che riproducono le varie specie di supplizi dei martiri, le une
più barbare delle altre, con buon disegno e colori vivaci e con una
verità che grida vendetta in cielo? Se un antico greco potesse visitare
oggi le gallerie d'Italia e le sue chiese, potrebbe credere di esser
capitato in mezzo ad un popolo di ciclopi antropofagi, che avesse una
religione da cannibali riprodotta nella pittura, nonostante tante altre
opere che si direbbero dipinte dalle Grazie in persona.

Il gusto dei Romani per le figure, per i gruppi, per ogni
rappresentazione scenica è generale e pronunciato in modo meraviglioso.
Non vi è festa, in cui non si possa riconoscere. In parecchie chiese si
possono vedere raffigurate scene bibliche, leggende, la nascita, la
passione di Cristo. Si può osservare questo senso nelle botteghe stesse
dei venditori di commestibili e nei banchi, dove si fanno cuocere cibi
sulla pubblica strada. Anche questi hanno i loro santi, i loro patroni,
le loro feste e gareggiano nell'adornare i loro negozi con fiori,
pitture, lampade, statuette. Non appena arriva il carnevale, le botteghe
dei pizzicagnoli, dei venditori di cacio, di salsicce, di prosciutti e
di altre specie di commestibili, assumono l'aspetto di tempietti, nei
quali in certo modo è venerata una preziosa salsiccia quale divinità
della specie, quasi mistica dea dei salsamentari. Nello stesso modo che
nelle cappelle mortuarie le pareti sono ricoperte ed ornate di teschi e
di ossami, il pizzicagnolo trasforma la sua bottega in una graziosa
cappella di salsicce. Le pareti sono di forme di cacio disposte in
bell'ordine; altre sono composte di pezzi di lardo, di carni bianche, il
tutto ornato di ghirlande, di rabeschi di carta dorata o argentata. La
volta è formata di un mosaico di salsiccie e di salami; altri sono
sospesi per aria, tra i fiori, i rami d'alloro e di mirto, non meno
graziosamente che le baccanti negli affreschi di Pompei, o le seducenti
stagioni di Giulio Romano. Si possono considerare quali opere d'arte,
fatte a forza di salsicce e di salami. Nella parete di mezzo si apre una
grotta misteriosa, dove, fra le salsicce ed i salami, è rappresentata la
passione di Cristo, in un tempietto, attorno a cui si può girare, per
contemplare tutte le figure e figurine. In ogni angolo ardono lampade,
scintillano candele, e l'imaginoso artista salsicciaio, raggiante di
gioia, di amor proprio e di grasso, pare che gridi solennemente dal suo
banco alla folla che ingombra la bottega, «anch'io sono pittore!».
Popolo felice, allegro quanto un fanciullo, ma popolo tuttora fanciullo!
Possiede però tutta la storia universale, pulcinella, l'arte, il sole
del mezzogiorno, fiori, frutta, vino in quantità inesauribile. Si
osservi come questo venditore di commestibili riduca ad una scena di
marionette la grande tragedia dell'umanità, come si comporti fra le sue
salsicce, e vi apparisca quasi trionfatore sopra la morte!

Questa città di Roma è veramente un mondo di figure originali. Vi si può
trovare rappresentato in figure lo sviluppo di tutta quanta la storia
del mondo, partendo dai musei del Vaticano, del Campidoglio, scendendo
alle chiese, alle fontane del Bernini, fino al teatro dei burattini. Se
in tutte queste figure venisse infusa la vita, potrebbero cacciare dalla
città tutta la popolazione attuale, e sarebbe allora curioso, invero,
quello che ne risulterebbe, a cominciare dall'Apollo del Belvedere fino
al piccolo pagliaccio di piazza Montanara ed al povero S. Erasmo, cui
vengono strappati gl'intestini. Ma non sarebbe soltanto questo un
divertimento burlesco per la fantasia, ma anche argomento di serie
riflessioni. Poichè tutte queste figure, figurine, figuracce di
divinità, di uomini, di animali, sono ad un tempo figure storiche
dell'umanità, e rappresentano lo sviluppo delle sue vicende durante vari
e vari secoli; e alla fine questo burattino potrebbe prendere posto a
fianco del Laocoonte, ed esclamare: «anch'io sono Laocoonte!».

Attualmente vi sono in Roma due teatri di marionette o di burattini, uno
in piazza Montanara, l'altro in quella di S. Apollinare. Il primo,
quello veramente popolare, frequentato dalle classi inferiori; il
secondo possiede burattini già inciviliti, che recitano anche in abito
nero e guanti gialli, e lo spettacolo ha termine spesso con un magnifico
ballo. I fantocci invece del teatro di piazza Montanara sono tuttora
incolti, recitano in costume medioevale e il loro portamento è tuttora
primitivo, rozzo e senza grazia. Rappresentano spesso storie di
cavalieri antichi, talvolta pongono sulla scena Enea e il re Turno, ma
sopratutto poi romanzi del medio evo, e l'intiero Ariosto di modo che
mantengono viva nel popolo la tradizione di tutte quelle favole
poetiche, ciò che non è piccolo merito. Oggi sta attaccato all'Arco dei
Saponari, vicino al teatro dei burattini, un gran cartellone, in cui si
annunzia in lettere colossali, che si recita la scoperta delle Indie,
fatta da Cristoforo Colombo, nell'anno 1399, che così, conforme alla
verità, è scritto sul maestoso annunzio.

La piazza Montanara, che più propriamente si dovrebbe chiamare strada,
posta ai piedi della rupe Tarpea, fra questa ed il Tevere, è punto
abituale di ritrovo per il popolo di Roma e particolarmente per le
classi inferiori, e per gli abitanti della campagna, che vengono in
città. Tutto vi spira miseria e sudiciume; dalla qualità delle merci
esposte sui banchi si capisce che qui i contratti si fanno a spiccioli.
Chi sarà difatti che comprerà quei mozziconi di sigaro, che i monelli
raccattano per le vie e che si vedono esposti in vendita entro cassette
di legno? Li comprerà per la sua pipa o il povero, o l'operaio
campagnolo. Non manca neppur qui lo scrivano pubblico seduto al suo
tavolo, all'angolo di una casa, con carta, penne e un enorme calamaio,
pronto a scrivere con uguale facilità lettere amorose, di ricatto,
contratti, ricorsi e suppliche. Il teatro dei burattini ha trovato in
quella strada sede adatta: lo frequentano monelli di strada, mendicanti,
operai, giornalieri, che hanno diritto di rallegrarsi, di ricrearsi la
sera colle favole dell'Ariosto.

Avviciniamoci alla porta ancora socchiusa del vicolo dei Saponari, dove
tutto è ancora nell'oscurità, e di dove sorge un chiasso, un rumore di
gente che contrasta, si pesta, si affolla davanti al botteghino, dove si
vendono i biglietti e alla scala che porta al teatro. Siamo sempre in
carnevale e il pubblico sarà numeroso. La casa vecchia, sudicia, sorge
in un piccolo vicolo cieco, malamente illuminato da una lampada, quando
non splende la luna. Al piano terreno è una stanzaccia, una specie di
antro, dove si vendono i biglietti. I posti sono di tre specie; si paga
un baiocco per la platea, due baiocchi per il lubbione e tre per il
palchettone. Noi che siamo ricchi, prendiamo i primi posti, abbiamo in
mano il nostro biglietto, e possiamo entrare. Ma, non è questa impresa
di poco momento. La stretta scala è tutta occupata da spettatori
smaniosi d'entrare, e specialmente di monelli, ognuno dei quali vuol
arrivare per primo; tutti si spingono, e fanno un chiasso d'inferno.
Cento piedi e cento mani sono in moto, e nessuna tasca è sicura da una
perquisizione indiscreta. Bisogna passare per una porta stretta, e non
si va avanti che a forza di pugni e di spintoni. Alla porta sta un
cacciatore pontificio, condannato a fare continui sforzi, per non venir
schiacciato dalla folla.

Siamo riusciti ad arrampicarci nel palchettone per una scala da
pollaio, ed abbiamo preso posto su lunghe e zoppicanti panche di legno
dietro una balaustrata che corre lungo il muro. Possiamo di là
contemplare la sala. Un sipario con figure mitologiche, Apollo, ed
alcune muse, che a malapena si possono riconoscere, tanto tutto è
vecchio e logoro, nasconde per ora i misteri della scena. Pende dalla
volta una specie di cassa di legno, intorno alla quale sono appese le
lampade che fumano, con molti cartocci di carta ficcati nelle fessure,
dei quali non riusciamo a comprendere l'uso. Su quella cassa pestano i
piedi gli spettatori a due baiocchi, poichè a quell'altezza sta il
paradiso terrestre. Sotto di noi giace la platea. Se quando Ercole venne
a Roma per uccidervi il gigante Caco sull'Aventino, avesse visto quella
platea, le avrebbe probabilmente dedicato una delle sue imprese; e
invece di imparare a ripetere oggidì nelle scuole «in settimo luogo
ripulì le stalle di Augia,» diremmo: «in settimo luogo ripulì il teatro
dei burattini di piazza Montanara». Perchè questa platea, da quando
esiste, non ha avuto mai nè l'onore, nè il beneficio di una spazzatura.
Il suo pavimento di nuda terra è ricoperto da uno strato di buccie di
semi di zucca,[41] di pelature di frutta, di pezzi di carta, che formano
un mosaico naturale. Siede sui banchi una gioventù cenciosa, rampolli di
Roma, nutriti del latte della lupa, discendenti rapaci di Romolo, talchè
osservando le fisonomie degli adulti, contemplando le facce abbronzate,
le capigliature folte, nere e incolte di tutti quei mascalzoni, si può
proprio ritenere di essere capitati in mezzo ai briganti ed ai banditi,
cui Romolo dava asilo. Pel momento è innocentissimo il chiasso diabolico
che di laggiù sale alle nostre orecchie; è tutto pacifico lo scopo di
questa riunione, poichè tutta questa gente non ha altro desiderio
fuorchè quello di godersi una bella rappresentazione di marionette,
piacere certo innocente e tutto infantile. Tutta l'assemblea, del resto,
ha l'aspetto di fantocci, poichè in questi giorni di carnevale vengono
nella platea le maschere, e vi si scorgono pulcinella, pagliacci colle
fruste e colle vesciche di porco ripiene d'aria, dottori, ciarlatani.
Prendono posto fra le risate universali; regna un'allegria generale,
chiassosa, e il rumore diventa sempre più infernale. Tutta quella gente
ha bisogno di ristori, di rinfreschi e si vede arrivare un venditore che
con rara abilità riesce a cacciarsi e aggirarsi fra i banchi, tenendo
con le due mani un paniere contenente ciambelle, paste e cartoccini
pieni di semi di zucca tanto graditi. Subito tutta la platea comincia a
rompere coi denti semi di zucca, le cui bucce vanno al suolo ad
aumentare il mosaico e i cartocci vengono conficcati nelle fessure del
lubbione, dove rimangono piantati, o da dove pendono come stallatati in
una caverna. Il rumore ed il tumulto diventano indescrivibili.

Intanto sono giunte nel palchettone anche alcune dame, ninfe della rupe
Tarpea; è l'ora di dar principio allo spettacolo. Si urla a squarciagola
«Si cominci! Si cominci!» E la musica seda il tumulto. Dio mio, quale
musica! In un angolo del palchettone stanno tre suonatori, uomini dai
polmoni di bronzo, suonatori di tromba dotati di un fiato miracoloso. Se
pure non discendono da quelli che diedero fiato alle trombe di Gerico,
provengono senza dubbio in linea retta da quegli antichi pelasgici
tirreni, che primi portarono le trombe in Italia, e le introdussero
nella città dei Tarquini. La loro musica è proprio musica da atterrare
le mura. Nonostante i fischi, le grida, gli urli, e tutto quel baccano,
i tre musicanti continuano imperterriti a soffiare nei loro strumenti, e
di quando in quando un sonoro squillo di tromba riesce a dominare tutto
quel rumore indiavolato.

Ora i burattini stanno per entrare in iscena, e potremo vedere le più
belle storie: Carlomagno e i paladini, Orlando, Medoro, Lancillotto, il
mago Malagigi, il sultano Abdorrhaman, Melisandro, Ruggero, il re
Marsilio e la regina Ginevra, eserciti intieri di Mori, di Saraceni, e
assistere a terribili battaglie.

Oggi si recita la bella storia di _Angelica e Medoro_, ovvero _Orlando
furioso e li Paladini_. Si leva la tela e compaiono i burattini. Vengono
fuori con un salto il prode Orlando e Pulcinella suo scudiero, ed
ambedue non toccano terra; Orlando è ricoperto di ferro dalla testa ai
piedi, e tiene in mano la durlindana, Pulcinella ha i calzoni bianchi,
la veste bianca dalle larghe maniche e il berretto bianco a punta. I
burattini sono alti circa due piedi, le loro membra sono perfettamente
snodate e si prestano a tutti i movimenti; le loro gambe di legno si
agitano di continuo battendo la scena, ed i loro moti, i loro sussulti,
congiunti alla voce rauca e al fare declamatorio dell'attore invisibile
che li fa parlare, producono un effetto veramente comico.

L'occhio intanto si abitua alle proporzioni di questi fantocci, e quando
uno non vuole obbedire alle fila che lo fanno muovere, si vede tutto a
un tratto comparire una mano d'uomo per richiamarlo al dovere, questa
sembra la mano di un gigante, e pare cosa soprannaturale.

Mentre i fantocci recitano, e si sfidano enfaticamente l'un l'altro, o
si commuovono nei passi teneri, accade talvolta che qualche spettatore
dalla platea voglia prender parte alla rappresentazione, e getti sulla
scena fra i fantocci un pezzo di legno o altra roba. Una sera, in cui si
recitava la storia dello scellerato Ganelone vidi un giovane scagliare
un pezzo di legno sulla testa del vile traditore, e credo che l'abbia
fatto colla stessa eroica indignazione che spingeva il nobile cavaliere
Don Chisciotte a mandare in pezzi colla sua spada i burattini di un
teatrino, perchè il suo onore non gli consentiva di tollerare che vili
traditori portassero in prigione nel loro castello una nobile e virtuosa
dama. Il pubblico prende sempre viva parte alla rappresentazione, e non
mancano le critiche e le fine osservazioni che provano come gli
spettatori comprendano benissimo ed apprezzino quanto si recita.

Le scene furiose che si ripetono di frequente, sono quelle che vengono
accolte con maggior allegria. Quando Orlando va in furore pel tradimento
di Angelica, si agita e si dimena con tanta rabbia, con tanta violenza,
che tutta quanta l'armatura, elmo, corazza, bracciali, gambiere, cade
pezzo a pezzo e l'eroe finisce per trovarsi in camicia come Amadigi
delle Gallie. Allora atterra con la spada una capanna da pastore, due
alberi, e una rupe gridando sempre «a terra! a terra!» E anche
Pulcinella si mette ad urlare a sua volta «a terra!» scagliandosi contro
la capanna.

Nelle scene di battaglie, che si ripetono quasi in tutte le
rappresentazioni, si suona continuamente il tamburo tra le quinte. I
mori, i cavalieri, i paladini combattono durante tre o quattro minuti
con un ardore straordinario; i burattini sono maneggiati dall'alto con
somma destrezza, e le loro membra si prestano a tutti i movimenti con
tanta precisione, che si sentono gli urti delle spade, e si fa un
chiasso indicibile. Vidi Orlando stendere al suolo, sempre colla stessa
bravura, una diecina di pastori ed una quantità sterminata di mori.
Quando ha luogo un battaglia, gli eserciti si avanzano, indietreggiano,
si urtano, ed i morti cadono sempre due a due, perchè i fantocci
arrivano a due a due, combattono due contro due, finchè, divenuta
generale la mischia, o trionfa un paladino, o Pulcinella pone termine,
con un lazzo, alla battaglia.

Pulcinella, parla sempre con una voce gutturale[42] che si presta
straordinariamente all'effetto comico e si vale per lo più del più puro
dialetto trasteverino. La stravaganza del suo dire è grande, ma spesso i
suoi lazzi sono spiritosissimi. È questa dote caratteristica dei popoli
di razza latina, particolarmente degl'italiani e degli spagnoli. Nella
loro poesia popolare riescono a mescolare, in modo originalissimo,
l'elemento tragico con quello comico. Leporello non è punto diverso da
Pulcinella. Calderon, meglio forse di ogni altro poeta della sua
nazione, ha saputo riprodurne fedelmente e felicemente il carattere
popolare, particolarmente nel suo dramma il _Mago meraviglioso_. Nel
nostro _Faust_ del teatro dei burattini, che pur troppo non si recita
più che raramente, Pulcinella, quantunque truccato da tedesco, pure
conserva la sua vivacità. Invece nel _Faust_ di Goethe, Wagner ha
perduto il suo carattere originario ed è diventato una figura
intellettuale, incomprensibile pel popolo. Pulcinella si è rifugiato in
Mefistofele, e specialmente nella parodia della scena del giardino, il
diavolo sostiene una parte del tutto analoga a quella di Pulcinella;
poichè l'essenza della maschera italiana non consiste già nell'ironia,
ma nella parodia che presenta, come carattere speciale, la stravaganza
delle parole.

La bella storia di _Cristoforo Colombo_ viene rappresentata al teatro
dei burattini da ben quattordici giorni in fila, e tre volte per sera.
E' un'opera squisita, che eccita grandemente la curiosità, specialmente
per la comparsa improvvisa degl'indiani. La favola si presta a tutte le
condizioni richieste da un dramma romantico, quali il vile tradimento,
l'amore, la gelosia, i sentimenti cavallereschi, le imprese eroiche, le
lotte, e soprattutto battaglie senza fine. Il traditore in questo dramma
è Roldano, unico personaggio importante oltre Colombo; in questo
eccellente dramma Roldano era passato dalla parte degl'indiani, e lo si
vede seduto in trono, coperto di piume da capo a piedi, prendendo
l'aspetto d'un uccello di paradiso. Gl'indiani sono anch'essi coronati
di magnifiche piume, e ne portano pure alle gambe come Mercurio. Roldano
li chiama soldati; del resto sono ben esercitati, e adoperano in
battaglia fucili ed altre armi da fuoco. Colombo è vestito alla
spagnola, con un collare, e porta un berretto nero. Non è considerato
come paladino, ma come ammiraglio, quindi non ha la spada al fianco.
Parla poco, ma in compenso parlano tanto più i suoi aiutanti Pisandro,
Glorimondo e Sanazzaro. Si sfidano alla sua presenza due gentildonne
coperte di corazza, come l'eroine dell'Ariosto, e l'offesa Martidora
uccide la sua nemica ed il marito di questa. Pulcinella sostiene la
parte di scudiero di Colombo. Compare un angelo che dà a Colombo un
anello destinato ad ammaliare Roldano e i suoi indiani, nello stesso
modo che il cavaliere Jone ammaliò col suo corno il sultano di Babilonia
e i pagani. Alla vista dell'anello gl'indiani scompaiono per aria, ma
Roldano cade morto al suolo. Arrivano allora due demoni, muniti di
nodosi randelli, che, dietro ordine di Pulcinella, lo bastonano a
dovere. Quest'atto di giustizia eccita un giubilo indicibile nella
platea che, alla vista di tale azione morale, prende a strepitare come
un nuvolo di rondini; anche il tamburo della giustizia fa udire il suo
rullo, e un sonoro squillo di tromba pone fine alla scena. Vidi alcuni
giovani lanciare pallottole di carta contro il vile traditore, come se
volessero fargli meglio conoscere la giusta indignazione della platea.

A questo punto cala la tela. Chi non sia stato presente a un intervallo
fra un atto e l'altro al teatro di piazza Montanara in Roma, non può
immaginare che cosa sia chiasso o rumore. Sembrava di essere nell'arca
di Noè, e che tutti gli animali facessero udire contemporaneamente le
loro voci. Mi tornò alla mente la descrizione della vita notturna degli
animali nelle foreste vergini fatta dall'Humboldt; quella gazzarra di
trecento giovani accompagnava colla voce, con mirabile sangue freddo, un
coscenzioso suonatore di tromba. Intanto si alzavano continuamente dalla
platea de' giovani che tentavano di penetrare nel palchettone,
arrampicandosi come tanti scoiattoli, martore o lucertole. Se il
cacciatore pontificio che stava di guardia nel palchettone, se ne
avvedeva, regalava loro un magnifico pugno sulla testa, e li ricacciava
in basso; ma quelli non si smarrivano affatto, e subito ricominciavano
la scalata. Appena poi fu calato il sipario, alcuni si arrampicarono sul
proscenio e sollevarono il telone di sotto in su, per vedere se lo
spettacolo avrebbe tardato molto a ricominciare.

Le ultime scene del _Cristoforo Colombo_ presentano uno dei più bei
quadri di battaglia, perchè i due eserciti, spagnolo ed indiano, muovono
l'un contro l'altro, scaricando le loro armi da fuoco. Si spara anche un
colpo di cannone, ed allora gli indiani, dopo aver combattuto, muoiono
anche tutti da valorosi, sempre due a due. Lo sparo delle armi da fuoco,
il rullo dei tamburi, lo squillo delle trombe, lo sbattere delle gambe
dei fantocci sul tavolato della scena, le grida della platea producono
il più forte rumore di battaglia, che io abbia mai inteso un teatro.

Per solito i teatri di burattini danno tre rappresentazioni ogni sera.
Cominciano all'Ave Maria, e alla prima che è sempre breve, tiene dietro
una seconda cui si dà il nome di _Camerata lunga_.[43] Rinunciamo ad
essere spettatori della _Camerata lunga_, e preferiamo recarci all'altro
teatro di burattini in piazza Sant'Apollinare.

Dovremo, per andarvi, attraversare la fiera di piazza Sant'Eustachio, in
mezzo ad una sterminata folla che grida, fischia, strilla, schiamazza in
modo da assordare. A Roma non si usa, come da noi, fare i regali la
vigilia di Natale; si è scelto un giorno più adatto, quello della
Epifania, in cui i re magi offrirono i doni a Gesù bambino. Per
festeggiare questa ricorrenza, comincia il 6 gennaio una fiera dietro il
Panteon.[44] Le strade che vi portano offrono merci di ogni natura,
specialmente giocattoli, di apparenza quasi sempre elegante e graziosa.
Ve n'è tale quantità da soddisfare tutti i ragazzi del mondo. Una folla
immensa percorre queste strade; alcuni battono tamburelli, altri
soffiano entro conchiglie a foggia di corno, altri ancora battono l'una
contro l'altra delle tavolette, e specialmente poi tutti fischiano entro
fischietti di gesso, simili a balocchi da ragazzi, che raffigurano
pulcinelli, ballerini, cani, uccelli. Ragazzi vestiti da pulcinella
percorrono le strade a schiere, fischiando a squarciagola. Il chiasso è
indiavolato, tutti fischiano, fanno rumore, ed anche persone serie
cedono all'esempio, e si vedono col fischietto alla bocca. Queste
migliaia di voci stridenti producono un effetto tale da far impazzire
anche un filosofo. Strano a dirsi! Quello stesso impulso che spinge
talora gli uomini a dissimulare la loro fisonomia dietro una maschera,
li porta anche a mascherare la loro voce e la loro lingua e ad emettere
i suoni più strani.

Siamo intanto giunti al teatro di piazza S. Apollinare. Questo secondo
teatro di fantocci, che ebbe dapprima il nome di teatro Fiano,[45] e che
al tempo dell'ultima repubblica romana fu rinomato per la figura
satirica di Cassandrino,[46] attualmente sostituita da quella,
politicamente innocente, di Pulcinella, è come abbiamo già notato un
teatro di burattini inciviliti. Le marionette recitano qui innanzi ad un
pubblico decente, su di una scena piccola, ma molto convenientemente
disposta, ben dipinta, con tutto quanto occorre per una accurata
rappresentazione. Gli spettatori possono prendere posto nella piccola
sala della platea, o sul palchettone. Si pagano tre baiocchi pei posti
nella prima, cinque pel palchettone, e questi prezzi non permettono
l'ingresso alle classi inferiori. Gli spettatori appartengono al ceto
medio, ed anche a quello distinto, che non rifugge dal procurarsi
qualche volta il piacere di una recita di burattini. Il proscenio è bene
illuminato, vi è una piccola orchestra che eseguisce pezzi di musica
negl'intermezzi, ed il sipario è nuovo ed elegante. Anche qui si
recitano drammi romantici, come quello conosciutissimo del _Volfango
fiero_; però i personaggi sono vestiti pulitamente e con eleganza; i
cavalieri portano belle armature, le dame abiti di seta e di velluto; ma
per lo più vi si recita la commedia in abito nero e guanti gialli,
drammi familiari, farse, commedie d'intrigo, in cui talvolta si fanno
figurare ricchi inglesi. Pulcinella è vestito come suo fratello del
teatro di piazza Montanara, e serba la stessa natura; però le sue
maniere sono più civili, più adatte al diverso ambiente, in cui vive. La
sua destrezza però è somma, giacchè quando siede riesce anche ad
incrociare le gambe l'una sull'altra, e a muovere i piedi, come hanno
abitudine di fare gl'inglesi. Nelle nozze, o in altre occasioni solenni,
i cavalieri e le dame siedono, con tutta gravità, sopra cuscini, e
assistono ad un ballo che l'orchestra accompagna colla musica. La
destrezza e la grazia, di cui fanno prova questi fantocci in tali balli,
è in verità meravigliosa, poichè non solo eseguiscono i passi più
difficili, colla leggerezza e col garbo che potrebbero spiegare la
Cerrito, o Pepita, ma tutti i loro movimenti, tutti i loro
atteggiamenti, la convenienza con la quale s'inchinano, ringraziano,
salutano, movendo le braccia, hanno qualche cosa di sorprendente. Nulla
si trascura di quanto può contribuire alla riuscita di un'azione
coreografica. Tutti questi fantocci si muovono, si agitano in allegra
polka, si librano come farfalle, girano in punta di piedi e ogni ballo
finisce sempre con un quadro plastico e qualche volta con un fuoco di
artificio. In una parola, l'arte di far danzare i fantocci raggiunse nel
teatrino di S. Apollinare il _non plus ultra_.

Abbiamo così veduto almeno una parte lieta di questa Roma seria,
malinconica, severa, e Pulcinella giulivo e festoso in mezzo a tutte
queste rovine, sopra tutte queste catacombe, nè più ne meno dei grilli
che cantano fra l'erba dei ruderi del palazzo dei Cesari, e delle
rondini che cinguettano sulla tomba di Cecilia Metella.

Vorrei ora accompagnare il mio lettore ancora nel teatro popolare di
piazza Navona, ma sento la voce di un ragazzo che predica e che mi tenta
ad entrare nella antica e bella basilica di _Ara Coeli_, in Campidoglio.
Qui predicano mattina e sera ragazzetti tanto maschi che femmine, nella
settimana che precede la festa dell'Epifania; in questo giorno terminano
le prediche. Non è troppo forte il distacco da un teatro di burattini a
una predica fatta da ragazzi dai sei agli otto anni. Anche qui, centro
dello spettacolo è sempre un fantoccino, il santo bambino di _Ara
Coeli_, adorno di una splendida corona tempestata di pietre preziose.

In una cappella della chiesa è rappresentata con bell'arte la grotta di
Betlemme e l'adorazione dei Re Magi venuti dall'Oriente; i personaggi
sono di cera, nè mancano gli accessorî delle pecore e del paesaggio. La
Madre di Dio è seduta nella grotta e tiene in grembo il bambino, cui i
re, inginocchiati, presentano i loro doni. All'esterno sta inginocchiata
contro una colonna una figura con un mantello scarlatto, pantaloni
larghi alla turca e turbante in capo, che stende le braccia verso il
bambino, in atto di preghiera. Dalla parte opposta, parimenti contro una
colonna, è una donna di alta statura, di aspetto distinto, che pare
additi il santo bambino a quel mezzo turco che le sta contro. Nella
persona di questo si volle rappresentare, niente meno, l'imperatore
Augusto, e nella donna la Sibilla che secondo una delle leggende più
profonde del Cristianesimo predisse ad Ottaviano, in una visione, la
venuta di quel bimbo, destinato a signoreggiare il mondo.

Di faccia alla grotta, nella navata opposta della chiesa, s'innalza un
pulpito, dove salgono a predicare, l'uno dopo l'altro, ragazzi dai sei
ai dieci anni, per la durata di circa cinque minuti, e ciò per quasi due
ore, alla presenza di forse qualche migliaio di persone. Sale pel primo
sul pulpito un grazioso ragazzetto, e dopo essersi fatto il segno della
santa croce, prende a recitare, con tutti quei gesti e quegli
atteggiamenti, propri dei ragazzi quando declamano, una predica sulla
venuta al mondo del Salvatore. Dopo di lui viene un ragazzo più grande,
vestito da chierico, che disimpegna ancor meglio la sua parte. Grida in
modo enfatico, scaglia i fulmini della sua eloquenza, nè più nè meno di
cappuccino, gesticolando quanto un tiranno di compagnia drammatica. Si
capisce che ha disposizione naturale per la mimica; ogni volta che nella
predica ricorrono le parole: capo, occhio, orecchio, porta
istintivamente la mano al proprio capo, all'occhio, all'orecchio.
Dovendo nominare il suono dell'arpa, si atteggia immediatamente nel modo
di chi volesse suonare quello strumento. Questa maniera di accennare
fanciullescamente colla mimica le cose di cui fa parola, riesce molto
divertente, e ottiene l'approvazione di tutti gli uditori, alcuni dei
quali sono venuti per devozione ad ascoltare le prediche fatte dai
ragazzi, e altri per divertirsi come ad un teatro di burattini. Nessuno
di quei ragazzi è menomamente imbarazzato, anzi i più sembrano andar
superbi di dover comparire innanzi a tanta gente e, superata
l'impressione del primo momento, la loro voce diventa sempre più sicura,
i loro gesti sempre più teatrali. Molti oratori in parlamento avrebbero
motivo di augurarsi la disinvoltura di quei bambini nel parlare in
pubblico, e pochi oratori poi si possono vantare di avere un uditorio
composto di persone appartenenti a tante nazioni, quanto quello di
questi fanciulli in _Ara Coeli_.

Dopo i maschi vengono le femmine, graziose ragazzine ricciolute, coi
cappellini guarniti di piume e i vestitini di raso. S'inginocchiano un
momento, fanno il segno della croce e cominciano il loro sermone. È
curioso, a dir vero, sentire quelle creaturine parlare del peccato di
Adamo, dal quale ci ha redenti il Signore; della credenza nella vita
eterna; del Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo; della sua morte
per cui mezzo ha salvato il genere umano. Sarebbe come se i burattini di
piazza Montanara, i piccoli paladini che rappresentano con tanta enfasi
azioni eroiche, parlassero in onore di Gesù Cristo e snudando la spada
contro i mori, sfidassero a battaglia tutto l'esercito degl'infedeli; o
se le damine di quelle scene, interrompendo le loro declamazioni
sentimentali, cominciassero tutt'ad un tratto a vantare le delizie
dell'amor divino.

Vedendo questi piccoli oratori, si crederebbe che anche i loro sermoni e
le cose che dicono, dovessero esser puerili, e si dovessero considerare
come un passatempo, cui si dovesse, in certo modo, assistere col
microscopio; ma la cosa è molto diversa; sono vere e proprie prediche in
istile solenne, cui non manca l'apparato di erudite citazioni. E non è
raro udire ragazzine, talvolta di poco più di sei anni, corroborare le
verità che bandiscono, colla autorità dei Santi Padri, e dire: così
asserisce, così c'insegna S. Paolo, S. Bernardo, S. Agostino,
Tertulliano.

Credo stia scritto in qualche luogo: «Quando taceranno i profeti,
parleranno i bambini, e quando taceranno i bambini, i sassi diranno
_amen!_» Del resto in qualche luogo ora cominciano a parlare i tavolini;
ma l'uomo serio, e veramente religioso, non può a meno di restare
colpito da questo culto di ragazzi in _Ara Coeli_, e considerarlo come
una metamorfosi del cristianesimo. Che cosa direbbero S. Pietro e S.
Paolo, se capitassero mai in quella chiesa, e vedessero qual risultato
abbiano avuto le loro predicazioni?

Osserverò soltanto che la signora Enrichetta Beecher Stowe, autrice
della _Capanna dello zio Tom_, che esaltando oltremisura la precocità
del nostro secolo, ci presentò nella sua Evangelina, di cinque anni, un
predicatore metodista, per non dire addirittura un genio del
cristianesimo, potrebbe trovare nello spazio di un'ora in _Ara Coeli_,
per lo meno dodici piccole Evangeline, che per di più hanno studiato e
conoscono tutti i Santi Padri.

I ragazzi intanto che hanno sorriso all'immagine del bambino, in braccio
a Maria come ad un fantoccio, finita la predica, s'inginocchiano e
recitano una preghiera al bambinello. Una ragazzina gli dice: «O
dilettissimo fra tutti i fanciulli, degnati di volgere i tuoi occhi
sopra di noi e di gettare uno sguardo di misericordia sopra noi
peccatori!». La considerazione di cui gode in Roma il bambino di _Ara
Coeli_ è immensa, e vi si rannoda anche una leggenda. Anni sono una
giovane inglese, s'innamorò a morte di lui; andava ogni giorno in chiesa
per visitarlo, e la sua passione andò tant'oltre, che un bel giorno si
decise a rapirlo. Fece fare in segreto un altro bambino identico, un
bimbo lattante, lo portò in chiesa, e lo sostituì a quello legittimo che
si portò a casa. Ma giunta la notte tutte le campane della chiesa e del
monastero presero a suonare; i monaci uscirono e trovarono il bambino
inginocchiato fuori della porta del tempio, in atto di volere bussare.
Esso era fuggito dalla casa dell'inglese, ed era ritornato; questa è la
leggenda del bambino d'Aracoeli. Dopo d'allora la sua reputazione
crebbe, e lo si vede anche spesso uscire in carrozza, quando lo portano
a far visita a qualche ammalato.[47] Nell'ultima rivoluzione di Roma
ebbe anche la sua parte: il popolo aveva fatto a pezzi ed incendiato le
carrozze dei cardinali, ed aveva anche tirato fuori dalla rimessa la
vettura di gala del Papa, che voleva distruggere. Alcune persone
assennate, o del partito favorevole al Papa, tentavano opporsi a
quell'atto vandalico e per salvare la carrozza del Santo Padre proposero
di offrirla in dono al bambino di _Ara Coeli_. Nessuno dei repubblicani
si arrischiò a contraddire questa proposta, e il bambino venne messo
solennemente in possesso della carrozza papale, ed anzi, per provare che
era diventata veramente sua, i frati lo mandarono un giorno a spasso sul
Corso, nella carrozza papale.

Stiamo ora a vedere: La processione si muove, il bambino è tolto di
grembo alla divina Madre; lo si porta in giro per la chiesa e sulla
scala esterna, da dove lo si mostra al popolo, quindi la processione lo
riporta nella sua nicchia. Vi sono stupende teste artistiche tra quei
frati francescani di _Ara Coeli_, che, mezzo sepolte nella tonaca,
somigliano a un blocco di travertino romano che esca di terra, con una
iscrizione mezzo cancellata; vi sono teste che paiono di bronzo, altre
voluminose come quella dell'imperatore Claudio, e faccie piene come
quella di Nerone.

E basti delle prediche dei bambini.

Andiamo invece al teatro popolare Emiliani, l'infimo tra tutti quelli di
prosa. La compagnia drammatica Emiliani, non meno che i burattini di
piazza Montanara, ha posto le sue tende in località adatta al suo
repertorio, cioè in piazza Navona.[48] In questa grande piazza, la più
bella di Roma, e che fu lo stadio di Domiziano, hanno luogo nel mese di
agosto le feste popolari, poichè allora si chiudono le fontane, si
inonda la piazza, e la popolazione deve attraversarla in carrozza,
quando non preferisca passarla a guado, come certuni fanno per
divertimento.[49] Nel mezzo della piazza sorge la magnifica fontana
fantastica del Bernini, composta di un rozzo scoglio, ai cui angoli
stanno le statue colossali di quattro divinità fluviali: il Nilo, il
Gange, il Danubio, e il Rio della Plata, e in cima a tutto sta
l'obelisco del circo di Massenzio. Due altre fontane versano le loro
acque alle due estremità della piazza. Intorno all'obelisco, nel tratto
della piazza compreso fra le due fontane laterali, si raduna ogni giorno
da mattina a sera grande quantità di gente, poichè lo occupano venditori
di castagne arrostite, erbivendoli, fruttivendoli, rigattieri,
ferravecchi, e la piccola borghesia accorre a comperare quanto le
occorre. La folla richiama sulla piazza ciarlatani, giocolieri, domatori
di belve; e squilli di tromba annunziano di tanto in tanto gli
spettacoli offerti al pubblico. Di quando in quando si sente anche
risuonare sulla piazza una voce potente, che grida «ai biglietti! ai
biglietti!» Sulla porta del teatro, che non si distingue da quelle delle
case vicine se non per un enorme cartellone, stanno venditori di
pasticcini e di semi di zucca, che tengono la loro merce in vista, su
banchi elegantemente arredati. La folla si avvicina alla cassa e si
compone per lo più di persone del medio ceto, di bottegai, di piccoli
possidenti, che sono in grado di spendere da tre a cinque baiocchi per
passare una sera al teatro.

La sala è disposta in tutto come quella del teatro di piazza Montanara,
ma è più grande. Il contegno degli spettatori della platea che
accompagnano una musica scordata pestando i piedi, fischiando, o
battendo il tempo colle dita sulla spalliera dei banchi, rammenta più di
una volta il pubblico del teatro di piazza Montanara. Qui le donne, sono
di più e l'allegria, secondo il lodevole costume del popolo italiano,
non passa mai i confini della decenza. Si possono vedere sui banchi
della mamme che allattano tranquillamente le loro creature, mentre si
godono la rappresentazione, cui prendono viva parte. Si alza la tela,
sulla quale è dipinta una scena di satiri, col vecchio Sileno ebbro, e
siccome non sappiamo che cosa si reciti, è necessario stare attenti.
Compare un vecchio usuraio che attira a sè la cantiniera di un
reggimento, alla cui mano pretendono un cadetto ed un sergente. Questi
fa la parte del buffone, non fa altro che bere continuamente acquavite.
Mentre sta sulla scena, arriva un personaggio pallido, piuttosto alto,
con baffi e basette, che calza stivaloni. Dice, a parte, essere venuto
per visitare i suoi soldati, il che ci fa nascere il dubbio possa
essere, se non addirittura un re, almeno un gran generale. Mentre
passeggia su e giù per la scena, arricciandosi i baffi, e facendo
risonare gli speroni, cava di tasca un'enorme tabacchiera, fiutando
tabacco di continuo, talchè in breve ne ha coperti i risvolti
dell'uniforme. Il personaggio misterioso si presenta al sergente come un
povero veterano, e gli chiede che cosa potrebbe fare per lui nel caso
avesse bisogno di denaro. Allora il sergente gli fa vedere la lama della
sua spada confessandogli di aver venduto quella di acciaio, che ha
sostituito con un'altra di legno; in quel mentre arriva lo strozzino. Il
vecchio Federico, poichè il marziale veterano con baffi e basette è
proprio lui in persona, gli vende la sua tabacchiera d'oro, per il
prezzo derisorio di un federico d'oro.

Nell'atto seguente il sergente ubriaco dorme su di una seggiola e giunge
un tamburino che lo desta, battendo un gran colpo sulla sua cassa.
Compaiono sei cacciatori pontifici che arrestano l'usuraio ed appare
allora il vecchio Federico in grande uniforme, con enormi mostre gialle,
sempre con baffi e basette, e con un immenso cappello a lucerna. Il
sergente ubriaco non tarda ad alzarsi ed a mettersi in posizione, ma
vacilla continuamente, il che eccita una viva ilarità nel pubblico,
mentre il vecchio Federico fa finta di non avvedersene, ed accenna a
voler punire severamente tanto l'usuraio, che il sergente. Vuol far
decapitare il primo, e il sergente stesso deve procedere a questa
esecuzione colla sua propria spada. L'usuraio, dopo infinite preghiere e
suppliche, si rassegna alla sua sorte e si è già messo ginocchioni; il
sergente pure, dopo molte difficoltà, si persuade ad eseguire la sua
parte: colloca la sua vittima nella posizione più adatta, poi si
inginocchia e prega la Madonna di assisterlo in quel duro frangente.
Finalmente quando si rialza e si apparecchia a dare il colpo, grida
tutt'ad un tratto: «Miracolo! Miracolo! Guardate, la Madonna ha
tramutato in legno la lama della mia spada!» Segue il generoso perdono
del vecchio Federico che condanna però l'usuraio a mantenere per tre
giorni il reggimento a tutte sue spese. Il vecchio Federico vien
chiamato alla ribalta, e con adatta concione invita il pubblico
rispettabile a voler onorare il teatro della sua presenza per il domani
a sera, dovendosi rappresentare _Artaserse Re di Persia_, annuncio che è
accolto con viva soddisfazione.

Questa bella commedia dimostra come il vecchio Federico rimanga, quasi
un mito, vivo anche nella memoria del popolo italiano che ancor oggi
nei tedeschi distingue gli austriaci dai prussiani. Della Prussia non
conosce che la storia del vecchio Federico che considera come un secondo
Attila, e come vincitore degli austriaci.

Gli attori del teatro di piazza Navona sono mediocrissimi, li direi
inferiori a quelli delle compagnie che recitano sui teatri più meschini
della Germania, e specialmente la parte femminile non si distingue certo
per bellezza. Ogni rappresentazione del teatro Emiliani termina o con un
ballo, o con una pantomima, o con quadri viventi, come la _morte di
Abele_, _Ahasvero_ o _l'Ebreo errante_, _Virginia Romana_, _Salvator
Rosa fra i briganti_, o altre simili scene.

Una sera il cartellone recava l'annuncio di uno spettacolo molto
promettente, intitolato _Ravanello spaventato da un morto parlante_.
Doveva essere cosa straordinaria ed allegra assai. Era la storia di Don
Giovanni, travestita in romanesco volgare. Il protagonista conservava,
come nel dramma spagnolo, il suo vero nome, chiamandosi don Tenorio, ma
Leporello assumeva il nome di Ravanello; Donna Anna, Don Ottavio ed il
Commendatore non mutavano nome, nè carattere. In questa parodia popolare
Don Giovanni non è per nulla rappresentato come un _Faust_ della
sensualità, ma unicamente come uomo leggiero, privo di senso morale. Il
suo carattere si svolge in un'azione qualsiasi. Egli ammazza il
Commendatore per vendetta, introducendosi notte tempo nella stanza di
lui. Più tardi nel cortile della chiesa ha luogo la scena dell'invito
della statua, a cavallo, come nell'opera di Mozart, soltanto mancano i
frizzi di Leporello. Il Commendatore compare al banchetto, con una
faccia ridicolamente orribile, da diavolo infarinato. Don Giovanni,
atterrito, invita lo spettro a prender posto a tavola ed a servirsi.
«Non mangio, risponde l'ombra». «Vorreste udire della musica?» replica
Don Giovanni. «Sì» risponde lo spettro. Allora la musica suona per
alcuni istanti, mentre Don Giovanni e il Commendatore stanno l'uno di
faccia all'altro senza dir verbo. Questa scena è bella e produce
profonda impressione, perchè la musica vi ha la parte di potenza
celeste, quasi voce di un Dio invisibile, quasi annunzio del giudizio
tremendo che sta per colpire Don Giovanni. Appena cessata la musica, il
Commendatore invita a sua volta don Giovanni a pranzo a casa sua, cioè
fra le tombe, e Tenorio, da vero _caballero_, non attentandosi a
declinare l'invito, risponde che andrà.

Lo troviamo quindi solo fra le tombe: in mezzo ai monumenti è
apparecchiata una tavola ricoperta d'una coltre nera, sulla quale
stanno fiaschi e bicchieri; la mensa è adorna di teschi umani. Tutt'a un
tratto l'arrivo dello spettro è annunciato, come nella prima scena, da
alcuni colpi sotterranei e subito si erge solenne la sua bianca figura.
«Mangia!» grida lo spettro. Don Giovanni impaurito si ritira e risponde
con voce tremula: «Non posso mangiare». «Vuoi sentire la musica?» «Sì»,
risponde don Giovanni. Segue una breve pausa, durante la quale si ode
solamente la musica; i musicanti, quattro suonatori di corno ed uno di
contrabbasso, fanno tutto il loro possibile per produrre un'armonia
infernale, ed era facile, riconoscere, dalla fisonomia degli spettatori,
che raggiungevano pienamente il loro intento. Non appena tace la musica,
lo spettro comincia a parlare, e rivolge in tuono cappuccinesco una viva
esortazione a Don Giovanni, perchè rientri in sè stesso, pensi alla
salute dell'anima e si volga a Dio. Ma Don Giovanni, con alterigia di
cavaliere, rifiuta di convertirsi. Allora viene il colpo di scena
finale: il Commendatore prende Don Giovanni per mano, s'apre una botola,
da cui salgono fiamme terribili di pece greca, e Don Giovanni, appena
vede la voragine, novello Curzio, si slancia eroicamente tra le fiamme.

Nell'ultima scena si vede l'inferno stesso, colle fiamme rappresentate
da fuochi di bengala, e in mezzo ad esse Don Giovanni quasi nudo,
incatenato, coi capelli irti, sdraiato per terra e tormentato da alcuni
diavoli, ministri della inquisizione infernale. Il dannato urla: «Sono
già mille anni che soffro! Non c'è proprio più salvezza?» E i diavoli
tra le quinte rispondono: «Nessuna! Nessuna!» Scende la tela. Questa è
la riduzione del Don Giovanni ad uso del popolo. Essa non tende che
all'effetto morale; tutta l'allegria e lo spirito sono scomparsi, e
Ravanello è diventato una figura insignificantissima, poichè i lazzi,
con cui comincia, cessano alla metà del dramma.

Sapevamo che in questo teatro Emiliani si rappresentavano anche di tanto
in tanto tragedie, e non ci siamo voluti privare del piacere di
assistere alla recita della più commovente, forse, fra le tragedie
italiane, la _Francesca da Rimini_. Il famoso episodio dantesco non ha
ispirato soltanto pittori, ma anche poeti, molti dei quali tentarono
portarlo sulle scene, quantunque poco si presti all'effetto drammatico.
Byron stesso dice nei suoi diarii di aver pensato a prendere la
_Francesca da Rimini_ ad argomento di una tragedia. E' un peccato che
non lo abbia fatto, perchè, quando anche non avesse prodotto opera
adatta ad essere rappresentata, era tal poeta da scrivere cosa stupenda.
La grande semplicità dell'azione rende disagevole lo sviluppo
drammatico, e richiede un sommo poeta che senta e sappia parlare il
linguaggio delle passioni. Silvio Pellico fu l'unico che fino ad un
certo punto vi sia riuscito. Nella sua _Francesca da Rimini_ l'azione si
svolge bene; i caratteri sono nobili e ben disegnati, quantunque non sia
grande l'effetto drammatico. Essa è ritenuta opera classica in Italia, e
viene rappresentata tanto nei grandi che nei piccoli teatri. In questi
giorni era rappresentata contemporaneamente qui in Roma in due teatri:
al Valle integralmente, ed in quello Emiliani ridotta a parodia.

Andiamo a quest'ultimo. Gli attori recitano in dialetto romanesco, cioè
nel più puro linguaggio dei Trasteverini. Francesca da Rimini è
travestita, o per dire più esattamente, è ridotta trasteverina. Sarebbe
come se si recitasse l'_Ifigenia_ del Goethe in basso tedesco, o il
_Faust_ nella traduzione in lingua volgare fiamminga del Bleeschauer. Da
noi non sarebbe possibile fare una caricatura di una tragedia classica;
non sarebbe possibile trovare un teatro, per quanto piccolo e meschino,
che si arrischiasse a presentare al pubblico, ad esempio, la _Maria
Stuarda_, ridotta a parodia. Le tragedie da noi non diventano ridicole
che qualche volta, quando sono male rappresentate; ma non vengono mai
ridotte tali a bella posta.

Nel teatro di piazza Navona tutto contribuiva a rendere lo spettacolo
ridicolo: il dialetto adoperato dagli attori, ed il loro modo già per sè
stesso deficiente di recitare, particolarmente della Francesca.
Recitando seriamente le parti loro in quel dialetto ridicolo,
convertivano, per così dire, il coturno in pantofola e rassomigliavano
ai personaggi di Piramo e Tisbe.[50] Il vecchio Guido da Polenta si era
fatto una gobba, e recitava come un folletto con brache di velluto e in
maniche di camicia. L'infelice Francesca aveva un aspetto esuberante di
salute, da fare invidia a qualunque serva o campagnola. Lanciotto e
Paolo sembravano due volgari attaccabrighe. Tutti però declamavano con
grande serietà, seguendo l'originale passo passo, i pensieri elevati
della tragedia non erano soltanto voltati in dialetto, ma trasformati
nel senso non meno che nella forma. Era sempre la stessa tragedia, ma
ridotta, in forza del diritto del carnevale, a una farsa. Anche
Melpomene si era in certo modo mascherata, facendosi i baffi col
carbone.

Lo straniero che non capisce la differenza fra la lingua italiana ed il
dialetto trasteverino, non ride che per la parodia dei modi tragici; ma
il romano ride pure pel dialetto. E' un divertimento di carattere tutto
locale. Quando il vecchio sire di Ravenna disse, per esempio a
Francesca: «_Statte mosca_» l'ilarità fu generale e rumorosa. Domandai
ad un giovanetto seduto presso di me, che era convulso dal gran ridere,
la ragione di tutta quella ilarità: «_Mosca_» mi rispose, vuol dire
«zitto» in trasteverino.[51] Invece di niente i trasteverini dicono
_nientaccio_, ed anzi le terminazioni in _accio_ ed in _uccio_ sono
caratteristiche del loro dialetto, e non mancano mai di eccitare le
risa. Questo dialetto, come buona parte dei dialetti italiani, aggiunge
volentieri in fine la particella _ne_ ed ama raddolcire le finali in
_are_ ed _ire_, dicendo _andane_, _partine_, in vece di _andare_,
_partire_. Sostituisce parimenti volentieri la _r_ alla _l_, dicendo, ad
esempio, _der teatro_ invece di _del teatro_.[52] Del resto, anche
l'espressioni erano ridotte a forma volgare. Lanciotto, per esempio,
dice una volta a Paolo: «Bada; ti voglio triturare come un salame». La
tragedia di Silvio Pellico termina coi versi:

                              «basta, onde tra poco
                Inorridisca al suo ritorno il sole».

che in dialetto diventano: «venga al suo ritorno la tremarella al sole».
Il passo di Dante, in cui Paolo e Francesca narrano che leggevano la
storia di Lancillotto e di Ginevra, fu tradotto «noi leggevamo un giorno
la bella storia di Chiarina e di Tamante» che è una canzone côrsa,
diffusa per tutta Italia, e che si vende, stampata su foglio volante, su
tutti i muriccioli. «Che cosa direbbero mai Dante e Silvio Pellico,
domandai a un mio vicino, se potessero vedere la loro favola ridotta a
questo modo, su queste scene?». Il vicino mi fissò meravigliato e quando
parve avesse capito il mio pensiero: «Eh, rispose, si vuol ridere!» E
invero, ho vedute poche cose più ridicole della scena, in cui Lanciotto
uccide Paolo e Francesca; nella quale mentre sono entrambi già stesi a
terra, Paolo dice all'amante «Checca! Perdono!.. Ohimè, essa è crepata,
ora devo crepare anch'io!» e il sire di Ravenna gobbo, in maniche di
camicia e brache di velluto, avvicinandosi ai cadaveri esclama: «Non più
sangue, perchè non venga la tremarella al sole!». Cala la tela.

Si può assistere al teatro Emiliani anche alla _Medea_ in dialetto
romanesco, od a _Didone abbandonata_, in cui Enea, come fondatore
favoloso di Roma, lusinga il popolo coi ricordi eroici. Di ciò basti, ma
perchè il lettore possa farsi un'idea del dialetto trasteverino, do qui
il principio del cartellone del teatro:

                             TEATRO EMILIANI

                           _in Piazza Navona_

                         INVITO STRASORDINARIO

     Per la sera der giorno de Giuvedine 27 Gennaro der mille ottocento
     cinquantatrene. A Benefiziamento della prima donna Pantomimica
     assoluta Marietta Descarsi. Si rappresenterà come dice il
     cartellone, Purcinella Impicciato in tra' una Mucchia de sorci dopo
     na nova pantomimica tutta de spettacolo, fadica d'un regazzino
     granne de 5 anni e questa se chiama Er Naufragiamento de Tom-Pusse.

     Nella Camerata lunga si darà la stessa sera di nuovo il primo
     dramma, poi un «Balletto in punta e tacco» quindi il Capo d'Opera
     der Sor Pietro Metastasio «Didone abbandonata», infine la
     Pantomimica e balletto. Perciò, conchiude il cartellone, venite e
     ridete e fate ridere anche l'attrice, di cui è oggi la beneficiata,
     ed essa vi darà per rincompensa «tutto quello che tié chiuso nder
     petto».

Dante nel suo libro «De vulgari eloquentia» chiama il dialetto romano il
più brutto dei dialetti d'Italia.[53]

I due teatri di burattini di piazza Montanara e di S. Apollinare sono
col teatro Emiliani le scene veramente popolari di Roma, che hanno
carattere locale. Conviene aggiungervi nell'inverno il grande teatro
Alibert[54] per l'opera, ed in principio della bella stagione il teatro
popolare che occupa gli avanzi del mausoleo di Augusto.[55] Gli altri
teatri non hanno carattere locale; soltanto quello Capranica, che sta
nella piazza di fianco al collegio dello stesso nome, può essere
considerato come teatro di transizione fra quelli popolari ed i teatri
seri. Vi si recitano tragedie, commedie, drammi, azioni spettacolose,
opere, pantomime e balli di ogni genere. Le parti giocose vi sono
sostenute dallo Stenterello, specie di buffone toscano senza maschera
caratteristica, che quantunque giocoso sostiene qualche volta pure parti
di una tal quale serietà. Egli può dirsi il Pulcinella di tutta l'Italia
superiore e centrale, e lo si vede anche ogni tanto al teatro Emiliani a
fianco di Pulcinella stesso. Per un teatro popolare toscano un buon
Stenterello è indispensabile, quanto un buon tenore od una buona prima
donna per un teatro d'opera. I cartelloni teatrali non mancano mai di
aggiungere, ai titoli delle produzioni rappresentate, le parole _con
Stenterello_ come si aggiungono a quelli dei teatri di burattini le
parole _con Pulcinella_.

Oltre il teatro Capranica, vi sono in Roma i teatri Torre Argentina,
Valle, e Tordinona detto anche Apollo; quest'ultimo è dedicato
particolarmente all'opera in musica; nell'ultimo inverno vi si dava il
_Trovatore_, opera nuova del Verdi. Il teatro Valle è il più grande fra
quelli in cui si recitano tragedie e commedie; da Pasqua vi recita ed
entusiasma il pubblico che preferisce la tragedia, una buona compagnia
torinese, di cui è principale ornamento la distinta signora Ristori. Vi
si recitano spesso, come in Germania, traduzioni dal francese, qualche
volta anche drammi di Kotzbue e raramente produzioni di Goldoni, di
Silvio Pellico, e più raramente ancora dell'Alfieri, troppo inviso alla
censura papalina. Tutti questi teatri non rientrano nella sfera di
questi cenni sui costumi e sulle cose di Roma.[56]

Ma è ormai tempo di calare il sipario e di riporre tutti questi fantocci
entro le loro scatole. «Nella commedia, come in questo mondo, dice Don
Chisciotte, recitano imperatori, papi e cento altri personaggi; ma
quando si arriva alla fine, quando scompare la vita, giunge la morte che
spoglia tutti degli abiti e dei costumi dai quali si riconoscevano e si
differenziavano; nella fossa tutti sono uguali».

Ed ora, lettori miei, voglio presentarvi un personaggio romano, che sta
esposto rigido e morto sul suo letto di parata fra le torce che ardono,
contemplato avidamente a bocca aperta da numerosa folla, particolarmente
di popolani, che non osavano innalzare i loro sguardi verso di lui,
mentre era vivo e che si levavano timidi e rispettosi il cappello quando
passava nella sua carrozza di gala. Era un cardinale, ora giace in una
sala del palazzo della Consulta, steso sul letto funebre rivestito
delle sue principesche vesti rosse. Che meschino apparato per un uomo
che governò lo Stato romano, ed il cui nome fu congiunto agli
avvenimenti più grandi della storia contemporanea! La sala è piccola e
non è delle più pulite. Le stoffe di seta nera del letto funebre sono
vecchie, logore, macchiate, rappezzate in più punti, e di certo hanno
già servito a più di un cardinale. Ardono due ceri, un sacerdote ritto
contro un leggìo recita le preghiere per i morti. La folla entra ed
esce; nella maggior parte sono operai, donne e ragazzi, che contemplano
con indifferenza il viso livido del cadavere, che rammenta una colonna
rotta, di porfido rosso, di un qualche tempio antico. La testa è
voluminosa, marmorea, con pochi capelli bianchi; i suoi tratti denotano
una volontà ferrea e una rassegnazione tranquilla. Poco mancò che si
posasse nel 1846 su questo capo la tiara pontificia, oggetto delle sue
lunghe speranze; quando morì Gregorio XVI, nessuno dubitò della elezione
a Sommo Pontefice di questo rinomato uomo di Stato, ministro di
Gregorio, arcivescovo di Genova, gran priore di Malta, abate di Farfa,
antico nunzio pontificio a Parigi, molti dei cardinali erano sue
creature, il suo partito a Roma era esteso e potente; radunatosi il
conclave, alla prima votazione raccolse la maggiore quantità di voti.
Egli non dubitava affatto della sua elezione e, tranquillo sul suo
esito, già pensava al nome che avrebbe assunto. Ma l'elezione al papato
è come una lotteria; a questo cardinale toccò un biglietto bianco. Un
sacerdote che aveva bussato un giorno alla sua porta a Genova,
chiedendogli protezione e appoggio, il povero conte Mastai Ferretti
ottenne la tiara pontificia, ed il vecchio Lambruschini si dovette
inginocchiare innanzi a lui, e baciare i piedi di Sua Santità. Ora è qui
esposto Lambruschini, il genovese altero, inflessibile, che non aveva
mai ceduto a nessuno, che aveva regnato per Gregorio: uomo di grande
energia, di natura dispotica, di un rigorismo monacale, inaccessibile a
tutte le passioni umane, preoccupato unicamente della signoria della
Chiesa, uno dei pochi superstiti del tempo antico, della vecchia scuola.
Vide cinque papi sulla cattedra di S. Pietro, il sesto gli tolse la
tiara. A quali solenni avvenimenti non aveva egli assistito dalla
rivoluzione francese a quella di Roma del 1848! Quante persone,
imperatori, re, principi regnanti e spodestati, non aveva conosciuto!
Invecchiato nel culto della teocrazia, promotore indefesso dello
assolutismo della Chiesa, gli era toccato assistere all'ultima
rivoluzione che Pio IX stesso aveva provocato colle riforme; decrepito,
sull'orlo della tomba, aveva dovuto fuggire da Roma come un malfattore.
Lo avevo visto molte volte nelle solennità della Chiesa, accasciato per
gli anni, incurvato, tremante, dignitoso come un patriarca, seguire
vacillante la processione, o entrare nella cappella Sistina. Tutti gli
occhi erano rivolti su di lui, e la folla mormorava «Quello è
Lambruschini!» Ed ora il mendicante cencioso, il povero operaio, lo
contemplano sul suo catafalco, e ripetono franchi e liberi da ogni
timore: «Ecco Lambruschini!» Ora giace là, oggetto indifferente,
estraneo al mondo, alla storia, fantoccio ormai dimenticato che ha
sostenuto la sua parte, e che deve cedere il posto ad altri. Tutta
questa pubblicità, questa esposizione di un cadavere, ha qualche cosa
che incute terrore, e mi spingeva quasi a rivolgere un ultimo discorso
al defunto cardinale, mentre stavo pensando al suo grado eminente, alla
sua grande attività, alla sua vecchiaia, e contemplavo con rispetto la
sua salma.

Ma chi si dà pensiero della vita o della morte d'imperatori, re, papi,
cardinali, o di qualsiasi altra persona, qui in Roma? In mezzo a tutte
queste grandi rovine della storia universale, tutto quanto in altri
luoghi sarebbe grande, solenne, qui diventa piccolo, meschino, come una
rappresentazione di marionette; poichè qui impera quasi un tanfo di
porpora e l'aria è come impregnata di nomi d'imperatori e papi defunti.

Proseguendo a passare in rivista questo mondo di fantocci dove dovrò
condurre i miei lettori? Sul Corso, dove pendono da ogni finestra
tappeti rossi gallonati d'oro; dove mille belle donne sorridono dai
balconi, gettando un nuvolo di fiori, che cadono a terra come quelli
della pianta di pesco, quando il venticello di primavera agita i suoi
rami. Rechiamoci alla chiesa di S. Antonio presso le terme di
Diocleziano, dove si dirigono in lunga fila cavalli bardati in varie
fogge, dove potremo ammirare le carrozze del papa e la sua bella mula
bianca, e lo stupendo equipaggio del duca Boncompagni-Ludovisi tirato da
sedici cavalli, che l'abilissimo cocchiere guida da solo stando in
serpa.[57] Ma tutto questo attrae meno folla che la comparsa
meravigliosa del _grasso lucido_.

La nostra attenzione però si concentra su quella lunga fila di persone
che camminano solennemente a due a due, e che sembrano tuttora
appartenere al medio evo come altrettante figure dipinte da Giotto, dal
Ghirlandajo, o da Sandro Botticelli. Tutti questi uomini, vestiti di una
lunga tonaca rossa, hanno la testa coperta da un cappuccio a punta, che
scende fino a ricoprire anche la loro faccia, con due aperture per gli
occhi; camminano tutti a piedi scalzi. Hanno i lombi cinti da un
cilicio, alcuni portano croci, ma i due spettri rossi che aprono la
marcia portano in mano teschi umani e ossa di morto.[58] Mormorano preci
camminando. E' la compagnia dei Sacconi rossi; la loro figura è proprio
bizzarra, e riconduce ai tempi antichi. Ma vi sono anche confraternite
di altri colori, e passeggiando la sera per Roma è facile imbattersi in
cortei funebri, nei quali i fratelli portano cappuccio nero, o celeste,
e sono vestiti di bianco o di giallo. Queste figure si possono vedere
ogni giorno per Roma, e quando s'incontrano nei quartieri più deserti e
più antichi della città, come le regioni Monti, Campitelli, o in
Trastevere, o soltanto quando i cappuccini precedono il feretro colle
loro tonache color tabacco, colle loro barbe inargentate, portando un
cero acceso, preceduti alla lor volta dalla croce, le piazze e le
strade deserte della città assumono un aspetto indicibile di morte e di
malinconia.

Il culto di Roma, anzi tutta la vita interna della città, ha il
carattere di una processione; e questa è davvero la città delle
processioni. E quando non si fanno processioni, che cominciano
principalmente nei mesi di maggio e di giugno, vi sono altre comitive
che vanno a due a due per le piazze della città, e danno loro un aspetto
solenne. Osservate: sono ragazzine che camminano processionalmente,
guidate e dirette da monache. Sono vestite di nero con un fazzoletto
bianco al collo, portano una cuffia bianca con nastri neri; precedono le
più piccine, quindi in linea crescente arrivano giovani dai diciotto ai
venti anni. Sono allieve di un istituto, che vanno alla passeggiata.
S'incontrano con una camerata di giovanetti, pur essi condotti a
passeggio guidati da preti. Anche questi camminano a due a due, disposti
del pari in linea crescente. Vestono abito nero, portano il cappello a
cilindro anche i più piccoli, e questa schiera di trenta a cinquanta
ragazzi, vestiti in questo modo severo, che li fa sembrare nani
invecchiati, produce un'impressione che eccita l'ilarità. Quando
s'incontrano questi ragazzi neri con quelle ragazze nere, si lanciano a
vicenda sguardi pieni di desiderio; ma si passano a fianco senza dir
parola. Poverini! Non parlano, non odono, sono sordomuti gli uni e le
altre, e soltanto a segni possono comunicarsi i loro pensieri.

Sarebbe impossibile enumerare tutte le corporazioni e le comunità che
s'incontrano per Roma, procedenti così due a due, nella loro uniforme.
Sono centinaia, in questa città, le provincie del socialismo clericale,
centinaia i falansteri ecclesiastici, da superare la fantasia di Goethe
o di Fourier.

Ecco, compare un'altra comitiva di giovani vestiti di una specie di
_caftan_ alla turca, col colletto diritto, filettato di rosso, fra loro
vi sono due mori, e molte faccie olivastre, abbronzate, parlano tutte le
lingue dell'Europa, dell'Africa, dell'Asia; parlano il cinese,
l'indostano, il persiano, l'abissino, il copto, le lingue del Malabar e
dell'Orange: sono allievi del collegio di Propaganda, futuri missionari.
Questi altri invece che s'avanzano, dalla capigliatura bionda e
dall'abito tutto rosso, parlano tutti tedesco; sono allievi del Collegio
germanico.[59] Ed ecco ancora altri collegi dalle vesti turchine, nere,
bianche, sono inglesi, scozzesi, allievi del Collegio Nazareno, o
dell'altro dei nobili. Chi li potrebbe nominar tutti?

Intanto questo _grasso lucido_ che ci ha sempre seguito e accompagnato,
vuole oramai che si parli di lui; deve però avere ancora un tantino di
pazienza, perchè abbiamo da vedere ancora un altro spettacolo curioso.
Venite meco, o lettori, sulla piazza di S. Giovanni in Laterano, e
ricordate che siamo nello splendido mese di giugno; qui deve svolgersi
una gran processione: vi saranno tutti gli ordini religiosi,
innumerevoli confraternite, parecchie belle ragazze con coroncine
d'argento in capo, e abiti che non sono cuciti, ma tenuti insieme
unicamente a forza di spilli come un mosaico;[60] vedrete croci
gigantesche oscillare nell'aria, non sostenute dagli uomini che le
portano, ma che si appoggiano soltanto su di una borsa di cuoio che i
portatori recano sul petto, e ciò malgrado son maneggiate con tale
destrezza che ogni giocoliere invidierebbe.[61] Questa processione
sterminata passerà in mezzo all'ospedale di S. Giovanni tra una fila di
letti, sui quali sono donne e ragazze malate, che riceveranno la
benedizione. Avete visto o sentito mai, lettori miei, nulla di simile?
Ragazze ammalate che ricevono visite non solo dai loro cari, ma dal
popolo romano, da tutti i Quiriti? Le porte dell'ospedale sono aperte,
dovunque sono fiori e fronde, alabardieri svizzeri stanno impalati sulla
soglia imponenti e rossicci come garofani o gigli rossi, ma a nessuno è
vietato l'ingresso: entrano le persone a centinaia; entriamo noi pure.
Qual vista! Dove siamo mai? Passiamo pian piano, non ci è permesso
fermarci presso i letti. Osservate, quanto è bella e ariosa la corsia,
con quanto gusto è decorata! Oggi la malattia celebra la sua festa e
prende in prestito dalla salute belletto e ornamenti, poichè in questa
Roma tutti vogliono fare la loro comparsa almeno una volta, tutti avere
la loro festa, la gente ricca e felice, i mendicanti, gli storpi ed
anche i morti. Guardate la doppia fila di letti, come sono puliti e
bianchi, come sono ornati di tappeti rossi, gallonati d'oro e di fiori
artisticamente disposti. Ogni letto pare una poesia di Matthisson, o di
Geibel. In ognuno sta seduta o coricata languidamente una ragazza o una
donna, vestita di lini candidi come la neve. Molte hanno l'aspetto
aggravato, ma molte appariscono più belle per la malattia. Osservate
quella ragazza, come la sua fisonomia è trasformata dalla convalescenza,
e come splende pel fascino incontrastabile della debolezza; i suoi occhi
nerissimi scintillano come illuminati dalle reminiscenze. Non tarderanno
a riacquistare tutto il loro splendore. Vorreste arrestarvi, o miei
lettori? Ma non è permesso; ai piedi di quel letto, custode dell'onore,
sta un giovane soldato armato di fucile, tal quale come se fosse di
sentinella ad una polveriera. E là, dove sta seduta quella ragazza, cui
l'ardore della febbre imporpora le gote e i cui sguardi si perdono quasi
vaganti nello spazio, là siedono le vecchie infermiere, vestite di
giallo, simili alle Parche. Usciamo, usciamo, che questa stanza è più
pericolosa della stessa malaria, al lume di luna. Potrete ora dire di
avere visto una scena di spedale, di questa singolarissima città di
Roma.

Come potremmo intanto sfuggire al _grasso lucido_! Ecco un circolo di
persone, in una strada qualunque, dal cui centro sorge una voce che
declama. Andiamo a quella volta, che cosa troviamo? _Il legittimo grasso
lucido._ Scorgiamo sull'angolo di una casa un cartellone rosso,
attaccato or ora: ci affrettiamo a leggerlo; che cosa sarà mai? _Il
legittimo grasso lucido._ Siamo seduti al caffè Ruspoli, un ragazzetto
s'aggira per le sale, offrendo un foglietto agli avventori. Che cosa vi
sta scritto? _Il legittimo grasso lucido._ Questo _legittimo grasso
lucido_ ha dunque esso pure un diritto incontestabile di attirare a sè
l'attenzione generale, e certo non è poco merito l'aver inventato,
nell'anno 1850 dalla nascita di Cristo, una vernice lucida; che non
contiene nè vetriolo, nè alcun'altra sostanza corrosiva, e che non solo
ammorbidisce in sommo grado qualunque cuoio, ma possiede per di più la
virtù di aumentarne la durata in modo incredibile e meraviglioso. Una
tale invenzione è degna di esser esposta al pubblico, ai piedi
dell'obelisco, in faccia al Panteon. Stanno là, presso un tavolo coperto
di scatolette di latta, contenenti la preziosa vernice, due oratori
popolari che parlano per ore intere, con un fiume di eloquenza che mai
non si arresta nel suo corso, della eccellenza del _grasso lucido_. Se
si desse al più grande fra tutti i filosofi l'incarico di dire qualcosa
in lode di un lucido da scarpe, in due minuti avrebbe finito; ma
quest'uomo con un abito unto e con un panciotto di velluto, che sembrano
anch'essi coperti di grasso lucido, parla ore intere senza mai fermarsi,
sulle materie che compongono il _grasso_ _lucido_, sui suoi pregi, e
non divaga mai dal suo tema; trova sempre nuovi argomenti, nuove idee,
nuove immagini, riferentesi al _grasso lucido_, e al rapporto che ha con
l'economia domestica, con la civiltà umana, con le varie specie di
corami, col tempo, con la temperatura, col sole, con le stelle, con la
sua influenza sull'anima umana.

Fin dalla prima mezz'ora cadono le bende dagli occhi degli uditori,
cominciano quasi a persuadersi delle specialità, dell'eccellenza del
_grasso lucido_; a poco a poco giungono a capirne l'immensa importanza,
e, quasi quasi, non riescono a spiegarsi come abbiano potuto vivere fino
a quell'istante privi di quel ritrovato sublime. Intanto l'oratore
continua a spolmonarsi. Gorgia, Protagora e Carneade non hanno mai
vantato tanto la giustizia, quanto egli il _grasso lucido_. Meriterebbe
che si istituisse nella Università di Padova una cattedra, dalla quale
potesse parlarne _ex professo_; egli si dà già per professore e membro
di parecchie accademie scientifiche, come pure il suo collega; e
additando questo, avverte che il signor professore ha scritto non meno
di undici volumi intorno al _grasso lucido_. «Non è vero, professore,
che hai dimostrato nel tuo decimo volume, che questo insuperabile
_grasso lucido_, unico in Europa, possiede la proprietà di ammorbidire
il più duro cuoio di bue, e di renderlo soffice come un velluto?». Il
professore risponde di sì e siccome l'altro è rauco, e non può ormai più
continuare, comincia a sua volta a vantare i pregi dell'incomparabile
specialità.

Dimostra in primo luogo in che consista il _grasso lucido_. «Si vorrà
sostenere, egli dice, che questo _grasso lucido_, contiene sali
alcalini, sostanze corrosive. Ora domando io, credete voi che un uomo
vivente possa trangugiare impunemente del vetriolo? Credete voi davvero
che un uomo possa mangiare acido solforico? Ebbene, voglio darvi una
prova convincente; mangerò alla vostra presenza questo _grasso lucido_,
esso non mi ucciderà, non mi darà alcun disturbo, ma al contrario mi
procurerà la stessa soddisfazione che potrebbe darmi la polenta più
squisita». Detto fatto, il professore trangugia una discreta quantità di
_grasso lucido_, dopo di che l'uditorio rimane profondamente scosso e
persuaso che il _grasso lucido_ certo non contiene vetriolo. «Compratelo
dunque, urla il grande filosofo, approfittate di questo solo e unico
_grasso lucido_ eminentemente economico, indispensabile e innocuo. La
scatoletta non costa che tredici baiocchi. Ma che ho detto? Tredici
baiocchi? Sono dodici! Guardate! Anzi ve la do per dieci!».

E per dimostrare che il grasso rende lucida qualsiasi sostanza, agguanta
un pezzo di carta e lo vernicia con singolare destrezza, e con un
sorriso di compiacenza; afferra quindi un giovinotto, e sempre
declamando e gesticolando gli lustra una scarpa. Il giovane è raggiante
di soddisfazione, quasi non è ancor persuaso della fortuna toccatagli,
poichè non gli è accaduto mai, dacchè è al mondo, di avere una scarpa
lucida. «Vedete, dice il professore, questa scarpa pareva poco fa la
scarpa di un porco, ora riluce come l'argento; un bambino appena nato
potrebbe ridurla così, senza la menoma fatica». Il giovinetto se ne va
con una scarpa lucidata e l'altra no, e non alza l'occhio per tutta la
strada dalla sua scarpa lustra, come se volesse specchiarsi nella sua
felicità.

Questa rappresentazione del _grasso lucido_ ci mette in grado di
frequentare la buona società, e di andare anzi ad una festa da ballo.

Questa non si darà nè presso il duca Torlonia, nè in casa del duca
Braschi; ma sarà più interessante e più degna di osservazione che non un
ballo in appartamenti principeschi e nei costumi dell'epoca di Luigi
XIV. Sarà il così detto ballo dei modelli, in una vasta e deserta sala
di via Claudiana.[62]

Vi è in Roma una classe di persone, la cui vita è tanto strana e
singolare, che potrebbe fornire ai novellieri migliori argomenti, che
non la vita di quella Maria dei Fiori, e di quelle _grisettes_ che la
moderna letteratura francese innalzò a ideali della bellezza muliebre e
al grado di muse della poesia. Le persone che troveremo a questo ballo
sono modelli degli artisti, tanto uomini quanto donne, che hanno la
triste sorte di dover stare parecchie ore della giornata nella
immobilità più perfetta. Campano la loro esistenza in grazia delle belle
e caratteristiche forme del corpo. Si presentano in tutti gli
atteggiamenti possibili. Una ragazza rappresenterà oggi la Venere dei
Medici, domani Diana, Arianna, la Madonna, una Baccante, la Maddalena,
Psiche, una dea, una schiava, Miriam, una vestale; oggi sarà nuda,
domani tutta velata; vestita dei costumi più ricchi e più svariati: ora
da turca, ora da greca, ora da donna di Albano, o della campagna romana,
o da antica romana. La povera creatura deve ridursi ad una specie di
statua, il cui incarico è di rimanere quanto più sia possibile
immobile, nella posizione assegnatale dall'artista che la tratta quasi
come un manichino, facendole muovere gambe e braccia, e tutto il corpo
fino a che l'abbia ridotta a quella attitudine che desidera.

Oltre le grandi accademie, dove si tiene in giorni ed ore determinate la
scuola di disegno, vi sono anche accademie private che provvedono
modelli, e nelle quali si può avere accesso pagando una modica
retribuzione. La più famosa è quella di Nicola di via Claudiana che ha
una particolare abilità nel fare il modello, e nell'arte della
rappresentazione plastica può gareggiare col migliore commediante.[63]

Una sala di disegno del modello offre uno spettacolo veramente nuovo e
singolare; non l'avevo veduta mai nemmeno dipinta, e il vederla in
natura, mi persuase che potrebbe dare argomento ad un bel quadro di
genere. In una squallida sala il modello, sia uomo che donna, sta
immobile come una statua, su di una specie di piedistallo. Intorno a lui
seggono i disegnatori disposti ad anfiteatro, e talvolta salgono ad un
centinaio, appartenenti a tutte le nazionalità, francesi, inglesi,
tedeschi, americani, polacchi, russi, danesi, belgi, italiani. Ognuno ha
davanti a sè un tavolinetto e un piccolo lume, e copia il modello ora
seduto, ora in piedi, di fronte, a tergo, di fianco; chi lo disegna a
matita, chi col gesso, altri ancora all'acquerello, taluni addirittura
da principianti, altri mediocremente, alcuni in modo eccellente. Gli uni
lo disegnano tal quale è, gli altri lo abbelliscono, e quella specie di
statua assume diversi caratteri, come uno scritto affidato a diversi
copisti. Questa sala fa pensare ad una tipografia, dove ogni
compositore, seduto, colla sua lampada innanzi, getta a capo chino il
suo sguardo alternativamente sul manoscritto e sulla composizione. Nel
vedere i movimenti simultanei di tutti quei disegnatori silenziosi,
collo sguardo di continuo rivolto verso il modello che sorge immobile
dal suo piedistallo come un idolo, mentre da una parte non è possibile
trattenere il sorriso, dall'altra si prova compassione per quella povera
creatura, bersagliata da continui ed incessanti sguardi, condannata a un
supplizio di genere nuovo, quello di farsi vedere e lasciarsi disegnare.

Già da due ore la vittima si trova nella stessa posizione; la sua faccia
è accesa; l'occhio infuocato, tutti i suoi lineamenti e la respirazione
affannosa accennano a stanchezza. Che penserà mai quella statua vivente?
Probabilmente a nulla. Di quando in quando spunta sulle sue labbra un
sorriso, e si capisce che le chiude convulsamente per non prorompere in
uno scroscio, che d'un colpo guasterebbe la sua posizione. Forse si
sente ridicola; forse le sembrano stupidi e ridicoli tutti quei
disegnatori; forse la fisonomia di uno scarabocchiatore biondo sembrò
buffa alla giovane romana, ed eccitò la sua ilarità.

Il proprietario di quella sala dà in carnevale, in onore dei modelli,
una festa da ballo, alla quale essi prendono parte in costume, e vi sono
invitati gli artisti e i loro amici; anche gli stranieri possono
procurarsi un biglietto d'invito.

Per avere un'idea delle danze nazionali dei romani, per vederle eseguite
in tutta la loro varietà, in tutta la loro grazia, bisogna assistere ad
uno di questi balli, offerti ai modelli. Lo spettacolo è reso ancor più
attraente dalla varietà dei costumi, tra i quali primeggiano quelli
della campagna romana, e i migliori sono quello di Albano, e l'altro
così ricco di Nettuno. Anche l'orchestra, composta di mandolini e di
tamburelli, ha carattere completamente nazionale. Anche d'ottobre si può
vedere la gioventù romana eseguire nelle osterie e nei campi le sue
danze nazionali, perchè nel tempo delle vendemmie accorrono fuori delle
porte, specialmente della porta Angelica, numerose brigate di ragazze e
di giovanotti; e si possono vedere suonare il tamburello, e ballare alle
falde di Monte Mario, sulle strade, o nelle osterie. Talora alla sera
queste ragazze rientrano in città, cantando, e quando si vedono passare
per le vie, talune con un tirso adorno di fiori, altre con fiaccole,
cantando vivaci ed allegre canzoni si crederebbe di veder passare un
corteo di Menadi o di Baccanti.

Entriamo ora nella vasta sala di via Claudiana che il proprietario ha
decorato con particolar cura. Dalla volta pendono ghirlande di fiori,
altre corrono lungo i muri, altre sostengono il lampadario. Non mancano
strisce di carta d'oro e d'argento, nè numerose lanterne colorate. La
decorazione ha qualcosa di campestre, il pavimento è nero come la terra,
e per di più ineguale; i suonatori sono già al loro posto, coi loro
strumenti, tamburelli e mandolini, le modelle stanno sedute presso le
pareti, prosciolte questa volta dalla loro immobilità, anzi piene di
vivacità e di brio. Molte vengono dal Corso, dove sono state, sedute
sopra sedie date a nolo lungo i palazzi, a ricevere od a distribuire
fiori. Le madri accompagnano le figlie, perchè tutte le modelle che
hanno cura della loro reputazione, sono sempre accompagnate dalla mamma,
anche quando vanno nelle accademie a posare.

La società è molto mista, perchè arrivano anche dal Corso numerose
maschere di second'ordine, e la sala non tarda ad essere invasa da
forestieri di ogni paese, che desiderano veder ballare le modelle. La
decenza naturale, i modi piacevoli e disinvolti di queste povere ragazze
sono davvero sorprendenti; la finezza naturale del popolo italiano si
trova sempre e dovunque in tutte le classi della società; se questo
ballo, in cui i modelli danzano con trasporto, durasse anche fino a
giorno chiaro, lo spettatore non potrebbe mai sorprendere un atto meno
che conveniente, o che, soprattutto, varcasse i confini della decenza.

Sono giovani allegre e piene di brio, che godono nel ballare; ed è un
vero godimento ammirare la vivacità e la grazia dei loro movimenti, e
vedere sui loro volti dipinta la gioia e la soddisfazione. Chi non
avesse mai assistito ad un ballo nazionale nei paesi meridionali, o vi
avesse visto solamente le feste del gran mondo, e le assurdità dei balli
da teatro, non potrebbe fare a meno di prender viva parte alla mimica
animata e vivace di uno di questi balli veramente popolari. La musica
adatta dei mandolini e dei tamburelli, coi loro suoni alquanto
striduli, la varietà dei costumi e dei colori, l'oro, il rosso, il
verde, le belle e giovanili forme dei ballerini e delle ballerine, la
distinzione e la nobiltà di quei profili romani, producono un effetto
stupendo, e spesso l'intrecciarsi di tutte quelle figure, il loro
volteggiare, cambiar posizione, apparire, scomparire, ricomparire,
sempre con grazia, vivacità, e disinvoltura, danno l'idea di una
scoltura fantastica in rilievo.

Si ballano varie specie di danze, tanto nazionali che straniere. Il
ballo nazionale, prettamente romano, è il saltarello che vien ballato da
una coppia sola di ballerini. Esso non si svolge in grandi linee;
consiste piuttosto in piccoli movimenti molto rapidi, particolarmente
della parte superiore del corpo. Possiede una somma vivacità mimica, ha
qualcosa delle baccanti, è però meno aggraziato di un ballo saltato che
si svolga in linee circolari.[64] Le ragazze ballano anche la polka che
oramai ha conquistato tutto il mondo, e si provano pure nel waltzer
strisciato, senza raggiungere però l'eccellenza dei tedeschi che si
muovono in linee orizzontali, mentre in Italia, secondo l'indole della
danza nazionale, lo si salta. Il ballo tedesco è una danza comune a due
persone, mentre il ballo italiano consiste piuttosto nell'esporre la
bellezza delle forme del corpo, in una danza di due persone, l'una di
fronte all'altra, ed è quindi più drammatico.

Intanto che le belle e giovani romane stanno ballando e facendo pompa
delle loro grazie, andremo in fretta a vedere incendiare la girandola,
affinchè tutte le svariate figure che abbiamo visto, e che ebbero
principio colla danza dei morti, abbiano termine, come si conviene, con
un fuoco d'artificio.

Una volta la girandola si incendiava al Mausoleo di Adriano, lo stesso
giorno in cui s'illuminava la cupola di S. Pietro; ora invece la si
incendia al Pincio, verso piazza del Popolo, sulla quale prospetta
quella stupenda passeggiata. Dicono che da Castel S. Angelo l'effetto
fosse migliore ed è molto probabile, perchè si poteva vedere da tutta la
città; ad ogni modo, anche dal monte Pincio, è sempre uno spettacolo
magico.

Appena da Castel S. Angelo vien dato il segnale con un colpo di cannone,
tuonano le artiglierie sul Pincio, e la girandola come un'eruzione
vulcanica, o un fiume di fuoco, si slancia fumando e sibilando dalla
spianata che sovrasta la facciata del Pincio. Sorge da terra simile a un
manipolo gigantesco di grano, o ad una pianta di palma, e fischiando,
scoppiettando, sale verso il cielo che pare voglia ricoprire per metà.
L'occhio, affascinato da tutto quel lampo di luce, non ha tempo di
discernere i particolari; prima che si possa fissare, tutta quella mole
di fuoco si trova di già al di sopra del capo di chi la sta osservando
ai piedi dell'obelisco di piazza del Popolo; e mentre va dileguando,
pare piovano miriadi di stelle dal cielo. Non è propriamente uno
spettacolo, ma una vista subitanea e repentina di un'immensa fiammata,
che in un batter d'occhio abbaglia e scompare, lasciando quasi
l'impressione di una visione fantastica.

La girandola è scomparsa, una nuvola di fumo si dilegua lentamente sulla
piazza del Popolo; le stelle splendono nuovamente nel cielo limpido e
sereno e comincia dietro le piante del Pincio lo scoppio dei mortaretti,
e dei petardi senza luce, quasi forieri di nuove apparizioni. Uno di
questi ultimi scoppia dietro le sfingi di marmo, che stanno all'ingresso
del Pincio, e mentre seguono ai colpi alcune scintille che salgono verso
la nuvola di fumo, le sfingi cupe e misteriose sembrano esseri diabolici
evocati dall'abisso. Ora un fuoco artificiale illumina la facciata di
una chiesa gotica, o di un tempio, che sullo sfondo scuro dei pini
assume l'aspetto di una creazione magica. Il tempio va scomparendo a
poco a poco, ed allora scoppiano le bombe e si sprigionano razzi tinti
in rosso, in violetto, in bianco, che si riversano in innumerevoli
scintille, come pioggia di stelle. La piazza è continuamente illuminata
da tutti questi serpenti di fuoco che salgono nell'aria, e in mezzo a
questa luce, l'obelisco di Sesostri, dedicato un giorno al Sole nella
lontana Eliopoli, sorge solitario offrendo alla vista i geroglifici
della sua meravigliosa scrittura figurata. Le sfingi, l'obelisco
orientale, i pini, i cipressi, le varie e molteplici statue del Pincio,
le colonne rostrate, le fisonomie malinconiche degli schiavi daci col
berretto frigio, Roma armata di lancia, e le tante altre immagini di
marmo che ora compaiono, ora scompaiono in quella luce dubbia, sono un
apparato eccellente, per produrre un effetto veramente magico. Tutto ad
un tratto l'intera città è rintronata dallo scoppio di una bomba e dal
fragore delle artiglierie, e appare immersa in un mare di fuoco ardente,
la bella immagine di Roma eterna, che attraverso tutte le vicende della
storia, mantenne sempre la sua maestà, a cominciare dalla prima
invasione dei Galli ancora barbari, fino all'ultima dei discendenti di
questi.

Ecco ora un nuovo spettacolo sorprendente! Scaturiscono dai due lati del
Pincio cascate di fuoco, onde fumanti, fosforescenti, che producono
precisamente il rumore di una caduta d'acqua, e sono una riproduzione
stupenda e naturalissima delle cascatelle di Tivoli. Anche queste
scompaiono; ma continuano i razzi a stella, i fuochi d'artificio di ogni
specie, di ogni forma, che riempiono l'atmosfera di luce, di fumo,
dilettevoli a vedere; seguono ruote di fuoco, scintille, covoni
fiammeggianti; tutto ciò strepita, sibila, rimbomba, tutta l'atmosfera è
avvolta in un fumo infuocato e gli spiriti degli elementi sembrano
migliaia di folletti di fuoco, draghi di luce, lucertole, mosche,
lucciole, serpenti di fuoco che festeggino il più pazzo carnevale di
streghe nell'aria, o che traversino il cielo.

E ora di nuovo silenzio e oscurità. Sono spenti gli ultimi avanzi della
chiesa gotica sul Pincio, e comincia un altro spettacolo. Sorgono fra le
piante del monte, fra i pini, i cipressi, gli allori, figure di animali,
di pesci, che illuminate si innalzano lentamente, e si librano nell'aria
sopra la porta del Popolo. Sono palloni volanti illuminati all'interno,
che salgono ora isolati, ora a tre o quattro insieme; s'innalzano,
scendono, vanno a destra e a sinistra; alcuni molto in alto, presso le
stelle, altri si tengono pigramente in basso; così essi traversano
l'aria smeraldina. Qua e là uno spirito dell'aria prende uno di questi
pesci e lo porta lontano; qui un altro prende fuoco ed avvampa. Anche
quest'apparizione scompare, tuonano ancora una volta tutte le
artiglierie, ancora una piccola girandola di razzi; un ultimo colpo di
cannone e tutto è finito.

Ma come è mai possibile ritornare a casa, rinchiudersi in una stanza
oscura e malinconica, mentre la luna piena splende in quel cielo
trasparente, e illumina della sua magica luce queste moli gigantesche
della città eterna?

Bisogna girare per Roma, al lume di luna, evocando i morti che non
tardano a sorgere tutti dalle loro tombe, imperatori e re, guerrieri e
poeti, papi e tribuni, cardinali e nobili del medio evo, per rianimare
tutte queste rovine.

Saliamo al palazzo dei Cesari, i cui ruderi giganteschi, colonne, archi,
mura, sorgono dai cespugli. Abbiamo sotto i nostri piedi illuminato
magicamente dalla luna, il Colosseo, simbolo della storia grandiosa di
Roma imperiale, quasi gigantesca conca granitica, in cui sembra questa
Roma abbia radunato tutto il sangue della storia universale; di fianco
sorge l'arco di Costantino, limite di separazione fra il mondo pagano ed
il Cristianesimo; più in là l'arco trionfale di Tito, limite di
separazione fra il Giudaismo ed il Cristianesimo; dovunque lo sguardo si
spinga, s'imbatte in rovine della storia, e tutto è silenzioso, tutto
tace. Nelle rovine del palazzo dei Cesari non si ode che il grido della
civetta. Quanti avvenimenti si avvicendarono in questi luoghi! Quante
persone si aggirarono in queste sale imperiali! Augusto, Tiberio,
Caligola, Nerone, Tito, Domiziano, gli Antonini, Eliogabalo, gli dei
della terra ed i suoi demoni. Qui regnarono tutte le passioni; virtù e
vizio, generosità, follia, saggezza, malizia infernale; qui si provarono
tutti i sentimenti che cuore umano può albergare. Qui il mondo fu
governato, torturato, sciupato, giocato in una notte. Qui regnarono
persone di ogni età e di ogni sesso; vecchi e donne; uomini e ragazzi;
schiavi ed eunuchi; qui tutti dettarono leggi. Ora tutto è morto e
silenzioso, quando non si sente il grido della civetta che svolazza
sotto le volte cadenti. Volgiamo lo sguardo alla parte opposta verso la
città eterna; splendono migliaia di lumi, ma essa tace. Centinaia di
cupole, di torri, di colonne, di obelischi s'innalzano verso il cielo
azzurro, rischiarate dalla luna; di quando in quando si sente il suono
di una campana. Tranquillità magica, profonda, quasi il tempo stendesse
su questa Roma un velo impenetrabile di silenzio e di pace.

Due colonne emergono nella notte da quel labirinto di case, sormontate
da due statue di bronzo, che rappresentano i patroni della città,
dopochè ne discesero gli imperatori. Sono gli apostoli S. Pietro e S.
Paolo, che hanno preso posto sulle colonne di Antonino e di Traiano; il
primo colle chiavi in mano come conquistatore del cielo, di cui può
aprire e chiudere le porte; il secondo con la spada in pugno, come
conquistatore della terra. Stanno questi due guardiani di Roma nel
silenzio della notte, nella aerea loro dimora, dominando tutte le rovine
e tutti i palazzi.

Forse stanno preparando una solenne allocuzione o una lode a Maria,
perchè fra poco non saranno più soli a dominare Roma; a giorni sorgerà
sopra una terza colonna un'altra figura, una bella vergine coronata di
stelle sopra una mezza luna. Già si vede sulla piazza di Spagna l'antica
colonna pagana sormontata da un casotto di tavole. Furono già poste le
fondamenta e benedette solennemente; gli operai stanno di già lavorando
a lustrarne il fusto, e gli artisti nei loro studi stan preparando la
statua della Vergine Immacolata che Pio IX vuole innalzare su quella
colonna.

Roma l'8 dicembre 1854 assunse tutto ad un tratto l'aspetto di Nicea.
Due cento cinquantacinque vescovi e prelati, convocati da tutte le parti
del mondo, un popolo di vecchi, un'assemblea di patriarchi dell'orbe
cattolico, uomini simili a Matusalem e Noè, vi si erano radunati.
Ovunque si andasse, ci si aggirava come tra apostoli, padri della Chiesa
e papi risorti. In quelle stesse strade che pochi anni prima brulicavano
delle bandiere tricolori della libertà moderna, non si scorgevano più
che le teste di Medusa antiche e canute dei vescovi della Spagna, del
Portogallo, del Brasile, dell'Irlanda, dell'Austria, delle Indie, della
Scozia, della Francia; si sarebbe potuto credere che per una magia il
tempo fosse tornato indietro di alcuni secoli e fosse risorta la Roma
del medio evo con un concilio lateranense.

Fu l'8 dicembre 1854 che Pio IX proclamò solennemente il dogma
dell'Immacolata Concezione. Fu questa la conclusione gesuitica delle
riforme del papa, una volta intellettuale e liberale. Su queste riforme
del 1847 e sulla rivoluzione, cui diedero origine, sorgeranno quella
colonna e quella Madonna, per insegnare ai posteri come ogni cosa al
mondo rapidamente si trasformi.

Fra non molto la Madonna di piazza di Spagna, di fronte al palazzo di
Propaganda, terrà compagnia ai due apostoli, e molte cose avrà da
raccontar loro e da lamentare con loro; poichè in ogni modo sarà anche
essa la Madonna più recente, e in certo modo figliastra della
rivoluzione. Ma dimenticavo la sorella maggiore di lei, che già sorge
sulla più bella colonna di Roma, e che da due secoli e mezzo tiene
compagnia ai due apostoli. E' questa la Madonna di S. Maria Maggiore,
collocata sulla grandiosa colonna corinzia dell'antico tempio della
Pace. Essa è figlia della restaurazione della religione cattolica,
eretta nel 1614; una maestosa Madonna di bronzo, che fu spettatrice
della guerra de' trent'anni. Quanto dovrà meravigliarsi, quando vedrà
sorgere la giovane sua sorella in atto di implorar protezione!

Ho adempito ora al mio compito: avevo promesso ai miei amici di
presentare loro una varietà di figure romane, le une più degne di
attenzione delle altre; e ora non mi è possibile salire più alto, a meno
che non voglia salire al cielo sulle ali degli angioli, e sulle nuvole,
con quegli uomini e quelle donne che Pio IX ha santificati in questo
stesso anno. Ma un tal volo d'Icaro è pericoloso; ci contenteremo di
rimanere presso S. Pietro e S. Paolo, perchè anche la loro dimora aerea,
in cima ad una colonna, è pur sempre più ferma e più sicura delle
nuvole.

«Ma», mi domandava un amico, «che cosa ne pensate? verrà un giorno, in
cui S. Pietro e S. Paolo scenderanno dalle loro colonne, e fuggendo per
le porte di Roma, s'incontreranno nel Salvatore, che dirà loro:
«_Domine, quo vadis?_» Quale pazzia fare una simile domanda! ma maggior
pazzia sarebbe il rispondere. Poichè, diceva il savio Apollonio di
Tiana, convien prestar fede a Sofocle, che ha detto stupendamente:

                            «vecchiezza e morte
              Soli ignoran gli dei; le umane cose
              Tutte tramesce onnipossente il tempo».



STORIA DEL TEVERE.

(1876).



Storia del Tevere.

(1876).


                   Caeruleus Tibris, coelo gratissimus amnis (VIRGILIO).

Per un istante il mondo civile fu compreso di sgomento al pensiero che
il Tevere stesse per scomparire da Roma, e che al posto delle sue sacre
onde che si svolgono in dolci curve sotto sei vecchi ponti, e traversano
una parte della sublime città,--non fosse più visibile che un magro
ruscello, o un canaletto melmoso, o una via tra due monotone file di
case.

Questo bizzarro, o, come lo chiamano oggi a Roma, questo fanatico
progetto fu preso da Garibaldi al gran Giulio Cesare. Come il valoroso
generale ebbe compiuto le titaniche lotte della sua esistenza,
combattute contro i mostri della tirannide che straziavano la sua
patria, venne a Roma per intraprendere l'ultima fatica, a simiglianza
di Ercole: e domare il divino fiume Tevere che nemmeno dai Cesari era
stato vinto. Egli somiglia ora al vecchio Faust che si dà a coltivare i
campi, a prosciugare paludi, a bonificare terreni.

Un uomo, infatti, che come lui aveva consacrata tutta la vita ad
un'opera di distruzione di un vecchio mondo, e di ricostruzione di un
nuovo stato di cose, nel campo politico e sociale, difficilmente avrebbe
potuto, almeno io credo, nella sua azione indefessa, sentire, come noi
sentiamo, il fascino delle memorie storiche e la santità
dell'espressione monumentale, di cui per secoli si è improntata la città
di Roma. Egli non contemplò forse mai Roma dalla cima di Monte Mario o
dal Gianicolo col sentimento profondo di venerazione di Cola di Rienzo,
del Petrarca, di Flavio Biondo, oppure di Gibbon e di Niebuhr; egli non
pensò, fissando lo sguardo sulla maestosa corrente del Tevere, che cosa
sarebbe divenuta Roma, l'eterna città, senza il suo fiume!

Togliere il Tevere a Roma sarebbe più che togliere gli occhi ad un volto
umano, e lasciare al loro posto le vuote occhiaie. Sarebbe strappare
violentemente alla divina metropoli, se non l'anima, almeno il pensiero.
Sì, il Tevere è il vivo pensiero di Roma; se lo si deviasse e si
colmasse il suo letto, non sarebbe più possibile concepire con
esattezza la configurazione e la forma di Roma; molti luoghi, cui son
collegati ricordi di leggenda o di storia, diverrebbero d'un tratto
irriconoscibili, e Roma sarebbe ridotta ad un palinsesto, del quale
nessuno potrebbe decifrare la primitiva scrittura.

Finchè il Tevere attraversa Roma e la sua classica campagna, esso è un
fiume sacro della civiltà; è il Nilo dell'Occidente. La leggenda fa
anche nascere dalle sue stesse acque il dominio mondiale di Roma; furono
le sue acque che deposero Romolo e Remo presso le radici dell'albero di
fico, sotto il Palatino; e così fu fondata Roma. Sulle rive del Tevere
furono edificati i templi ai due fondatori del secondo impero romano:
San Pietro e San Paolo; e nei flutti del Tevere fu sommerso, secondo la
leggenda, il simbolo originario della religione giudaica: il candelabro
dai sette bracci del Tempio di Gerusalemme.

Mille memorie dei tempi antichi e medioevali si specchiano nel Tevere.
Il Ponte Sant'Angelo, sul quale da più di mille anni i popoli
dell'Occidente passano per peregrinare a San Pietro, e Castel
Sant'Angelo, lì presso, costituiscono essi soli due cronache, nelle
quali è racchiusa tutta la storia del Medio Evo. Che sarebbe di loro, se
il Tevere cessasse di scorrere sotto le arcate di quello, sotto le mura
di questo?

A sua volta ognuno degli antichi ponti della città di Roma è una via
della storia; sotto i loro archi si direbbe che scorra il fiume stesso
del tempo. Chi, stando sul Ponte Cestio--che unisce l'isola al
Trastevere--può contemplare senza commozione profonda l'indescrivibile
aspetto di Roma che si stende sulle due rive, co' suoi antichi templi,
le rovine del palazzo dei Cesari, le brune torri del medioevo, le arcate
spezzate dei ponti, le innumerevoli chiese, le case vetuste e
singolari,--e tutto questo riflesso, come per un raggio sublime, nella
dolce, bionda, luminosa acqua del fiume? E si dovrebbe un giorno, da
quel punto stesso, contemplare una strada, su cui, fra due pareti di
pietra, corressero le vetture e i carri?

E l'Aventino colle sue verdi e ripide pendici, e il Campidoglio non
dovrebbero più dominare la maestosa corrente? La Ripa romea o grande, la
Ripa greca, l'antichissima Marmorata non dovrebbero più trovarsi se non
nei libri degli antiquari? Il nome di Trastevere diverrebbe dunque
ironia? Le gialle ripe dell'Acqua Acetosa e dei monti Parioli, dove il
Tevere ricorda veramente il Nilo, e dove dopo aver ricevuto l'Aniene
selvaggio, si avanza in tutta la sua maestà per fare il suo ingresso
solenne in Roma: tutto ciò dovrebbe sparire, perdersi nella sabbia? E la
Basilica di San Paolo, là dove il Tevere ha ancora barche a vela,
verrebbe a trovarsi sul limite di una strada polverosa?

È assurdo parlare con serietà di un simile progetto. L'antico dio
fluviale non si lasciò domare nemmeno da Achille. Come in Omero lo
Scamandro atterrito ricorse a Giunone contro le violenze di Vulcano; un
simile timor panico poteva incutersi al dio Tevere minacciandolo di
morte per esaurimento: così esso fu punito del suo formidabile scoppio
d'ira nel dicembre 1870. Questo anno fatale per le immani catastrofi,
l'anno, in cui precipitò l'impero del terzo Napoleone, in cui si
costituì novamente l'Impero tedesco, in cui il debole Pio IX si lasciò
riconoscere dal Concilio l'attributo della divinità, poco prima di
perdere la sua potenza temporale, quest'anno portò a Roma una delle più
terribili inondazioni. Il Tevere, dicono a Roma, ha sempre predetto i
grandi avvenimenti, o la sua onda li ha di poco seguiti. _Vates_,
veggente, lo chiamò Plinio.

La corrente uscì subitamente dalle sue rive sulla via Flaminia il 28
dicembre, alle cinque del mattino e, subito, tutta la parte bassa della
città fu sommersa dalle onde. L'acqua si incanalò, limacciosa e cupa,
pel Corso, e giunse a via del Babuino fino a Piazza di Spagna. Tutto
Campo Marzio, la Lungara, Ripetta, il Ghetto furono coperti dalle acque;
la bellissima Piazza del Popolo si cambiò in un lago, dal quale emergeva
solitario l'obelisco di Eliopoli, la cui base, fino ai leoni che gettano
acqua dalla bocca, era del tutto coperta dai flutti. Si andava per il
Corso e per le altre strade in barchetta, come nei canali di Venezia. I
danni si calcolarono a parecchi milioni.

I bacchettoni gridarono subito che era quello il dito di Dio, effetto
della scomunica di Pio IX; l'infallibile pontefice poteva ben crederlo,
sebbene egli stesso avesse provocato in Roma una più violenta
inondazione.

Ogni volta che le cronache medioevali accennano alle piene del Tevere,
parlano anche di un mostruoso drago, o serpente d'acqua, che avrebbe
provocato la piena, scatenando le onde sulla città; ma questa volta
l'inondazione fu accompagnata dalla visita di un nobile re, Vittorio
Emanuele; fu essa che lo condusse nella città, offrendogli un pretesto
per la prima un po' imbarazzante visita. Egli giunse la mattina del 31
dicembre, e scese al Quirinale. Venuto a prender possesso della città di
Roma in nome dell'Italia, la trovò allagata e desolata, come l'aveva
rappresentata un giorno Cola di Rienzo nelle sue allegorie. A
mezzogiorno si fece condurre, avendo a fianco Lamarmora, per le vie di
Roma, sfigurata e melmosa, e pur prodiga a lui di caldissime
acclamazioni: firmò al Quirinale il primo decreto datato da Roma, col
quale prendeva atto del plebiscito romano. La sera ripartì per Firenze.
Il papa non visitò la sua Roma sofferente, ma restò come _prigioniero_,
chiuso nel suo Vaticano, guardando pensieroso il diluvio dalle alte
finestre.

Questa inondazione del 1870 eternamente memorabile riportò sul tappeto
un'antichissima e vessata questione: come por fine ad un male che spesso
si ripeteva con grave danno della città, la quale, per di più, stava per
divenir sede del governo italiano? Ai molti e gravi ostacoli di ogni
maniera che si dovevano vincere, si unì anche la minaccia perpetua di
un'inondazione del Tevere. Il Governo italiano, ed anche il Municipio di
Roma (decreto reale 1º gennaio 1871), nominarono delle commissioni che
studiassero e riferissero sui loro lavori intorno a questo problema;
oggi possediamo stampati i risultati di questi studii, ma non sono
decisivi. Disegni e progetti furono presentati in gran quantità allo
scopo di regolare e tener a freno la corrente del Tevere, e a questi
molti altri progetti si aggiunsero, periodicamente rinascenti di secolo
in secolo, e vertenti sul collegamento di Roma al mare, sul rinnovamento
del porto di Traiano, sul prosciugamento delle paludi pontine, sulla
bonifica dell'agro romano.

Dal 1870 la letteratura relativa al corso del Tevere si è
considerevolmente aumentata. Da quell'epoca sono stati pubblicati più di
80 nuovi scritti, sul problema del Tevere, da ingegneri, tecnici,
professori di matematica e di scienze naturali. A questi studî zelanti
non fu estraneo Garibaldi che si interessò sempre della questione; e
questo è già un merito non indifferente pel grande uomo, non diminuito
dal fatto che i suoi progetti non offrivano possibilità di pratica
attuazione.[65]

La letteratura sul Tevere non data solo dal 1870, ma segue la storia
delle piene del fiume e, come vedremo, non è possibile rintracciarla
oltre l'anno 1495. Da quest'anno, famoso per la grande inondazione, al
tempo di Alessandro VI Borgia, essa ha proceduto senza interruzione,
poichè ogni nuova manifestazione della collera del fiume ha risollevato
sempre il problema e ha dato origine a scritti sull'argomento.

Il benemerito bibliotecario dell'Alessandrina di Roma, Enrico Narducci,
ebbe la felice idea di riunire in un catalogo tutti gli scritti
sull'argomento, così pubblicò il suo _Saggio di Bibliografia del
Tevere_.[66] La biblioteca dell'antico _Pater Tiberinus_ non conta oggi
meno di 412 numeri di scritti di ogni specie e natura; di epigrafia,
storia, geografia, archeologia, tecnica, epigrammatica, poesia, e via
dicendo, ed anche di bolle e editti papali;[67] e in essa si ha uno
specchio delle facoltà scientifiche ed immaginative di parecchi secoli.
Se il Narducci ha compilato questo catalogo con grande cura ed amore,
talchè merita non piccola lode per questo lavoro bibliografico, che per
la sua rarità ed importanza è tale da destare grande interesse in ogni
bibliofilo, esso però non può chiamarsi completo, perchè anche alla
ricerca più diligente qualche scritto doveva necessariamente sfuggire.

Da tutte queste fonti letterarie si potrebbe ricostruire una vera storia
del Tevere, e trattarla sotto varî punti di vista. Il primo sarebbe
quello fisico, e sotto questo aspetto la questione è stata
esaurientemente trattata. Giuseppe Ponzi, professore di storia naturale
a Roma e senatore del Regno, ha pubblicato scritti di questo genere fin
dall'anno 1860: una _Storia geologica del Tevere_ e una _Storia naturale
del Tevere_, degli studii sul suo delta, con la riduzione in scala più
piccola delle carte idrografiche e topografiche del Canevari.

Un'altro punto di vista sarebbe quello topografico-storico, e si
ricollegherebbe alla storia naturale del Tevere, sebbene la descrizione
dell'aspetto del territorio di Roma, nei tempi preistorici, debba essere
lasciata alla fantasia dei poeti (come ha tentato l'acuto Ampère nella
sua _Histoire Romaine à Rome_), in tempi in cui il Soratte era un'isola,
Monte Mario un promontorio, ed isole erano i sette colli; tuttavia le
più antiche condizioni topografiche dell'origine e della conformazione
di Roma in rapporto al Tevere possono essere ben comprese e
ricostruite.

Voglio solo ricordare il prosciugamento delle depressioni più antiche,
come il Velabro ed il Foro, che costituisce la prima lotta che Roma
abbia sostenuto contro il Tevere; i rapporti dell'antica fortezza
capitolina, dell'_Arx_, col fiume; l'opera di costruzione delle cloache
della città, e finalmente la costruzione dei ponti.

Dall'anno 1530 fino ad oggi la storia delle inondazioni del Tevere è
stata accuratamente trattata in relazione alle cause delle inondazioni
stesse. Questa storia rappresenta la desolazione della città di Roma per
opera di quel fiume stesso cui essa deve la sua origine, e che mai ha
potuto tenere a freno. Strano a dirsi, la capitale del mondo maltrattata
da un fiume che è tra i più piccoli d'Europa![68] E non poterono averne
ragione nè gli imperatori romani, dominatori di una metà del mondo, che
provvidero Roma e le provincie di ingenti costruzioni, strade, canali e
porti, nè i loro successori, i papi. E questo rapporto di Roma col
Tevere ci sembrerà tanto più strano, se penseremo alla piccola Olanda
che sostenne col mare le sue lotte titaniche e vittoriose. Il fiero
fiume, in apparenza così mite, rimase effettivamente il solo ribelle
dell'Impero Romano, di cui sempre derise ogni sforzo diretto a domarlo!

La storia delle sue inondazioni comincia con lo sbarco dei gemelli
Romolo e Remo, quindi con l'origine mistica di Roma, e prosegue,
naturalmente con molte lacune, attraverso i lunghi secoli della
Repubblica e dell'Impero, secondo i dati degli antichi scrittori.

Ogni straripamento del Tevere spaventava gli antichi romani come
prodigio, come presagio di gravi avvenimenti, o come minaccia dell'ira
divina: e questo pregiudizio continuò sotto il dominio dei papi. Per lo
più all'inondazione seguivano, per le acque rimaste stagnanti qua e là,
gravi malattie con febbri pestilenziali nella popolazione.

Livio dice più di una volta che queste inondazioni, ai tempi della
Repubblica, spargevano un vero terrore nel popolo e riporta che per
l'espiazione si consultavano i libri della Sibilla e venivano ordinati
pubblici sacrifici e preghiere. Sotto l'imperatore Ottaviano il fiume
visitò nuovamente la città e danneggiò gravemente parecchi edificii nel
Campo Marzio.

Il popolo superstizioso attribuì una volta (22 a. C.) questo sinistro al
fatto che Augusto non aveva rivestito l'autorità consolare. Si sollevò
allora sdegnato e minacciò di incendiare la Curia, dove si teneva chiuso
il Senato, se questo non avesse subito creato Augusto dittatore e
censore a vita. Così un'inondazione del Tevere contribuì a rafforzare il
potere monarchico. Ricordiamo i versi di Orazio:

                  Vidimus flavum Tiberini, retortis
                  Litore etrusco violenter undis,
                  Ire dejectum monumenta regis
                              Templaque Vestae.

I danni prodotti dal Tevere nella parte bassa di Roma furono già
nell'antichità assai gravi. Più volte il Ponte Sublicio, allora il più
importante, fu rovinato dalla corrente. Si pensò al modo di por rimedio
a questo danno; ma poichè non sappiamo che cosa abbiano progettato
gl'ingegneri di Roma del tempo della Repubblica, possiamo dire che la
storia della questione del Tevere cominci veramente con Cesare.

Fra i giganteschi progetti di lui eravi quello di deviare il corso del
fiume da Roma, in modo che, girando intorno al Gianicolo, andasse poi a
scaricarsi nel mare attraverso le Paludi Pontine presso il capo Circeo,
invece che ad Ostia. La morte di Cesare impedì la realizzazione di
questo progetto, come di molti altri. Se fosse stato eseguito, non solo
sarebbe mutata la configurazione della città, ma avrebbe subìto grandi
alterazioni anche la sua storia, cambiando praticamente i suoi rapporti
coll'Italia meridionale.

Il successore di Cesare, Augusto, riprese ad occuparsi della questione
del Tevere, ma in proporzioni più modeste. Egli nominò una Commissione
di più che 700 tecnici, ma non ne risultò che un ripulimento del letto
del fiume, e la creazione di una magistratura permanente i: _curatores
alvei et riparum Tiberis_. Augusto stesso coprì questa carica, ed
Agrippa fu _Curator Tiberis_ a vita.

La leggenda giudea favoleggiò allora che il primo imperatore di Roma
avesse fatto rivestire il letto del fiume con lastre metalliche.

L'inondazione del 14 d. C. fece prendere a Tiberio altre misure; egli
affidò lo studio della questione ai senatori Ateio Capitone e Lucio
Arunzio, e nominò una commissione di cinque senatori da scegliersi ogni
anno per la sorveglianza del fiume. Questi si trovarono una volta
d'accordo nel disegno di deviare l'acqua della Chiana (che esce dal lago
di Chiusi e si gettava anticamente nella Paglia, e con questa nel
Tevere) nel letto dell'Arno, ma i fiorentini si opposero, e il Senato
rigettò il progetto. Oggi il senatore Francesco Brioschi, uno dei più
attivi membri della Commissione per la sistemazione del Tevere, chiama
questo la prima idea di un reale rimedio, che l'antichità abbia avuto in
proposito.[69] Nel secolo XVI i Medici di Firenze ripresero quest'antico
progetto e, dopo importantissimi lavori idraulici, la Chiana fu
finalmente portata nell'Arno.

Sotto l'imperatore Claudio, come afferma un'iscrizione scoperta a Porto
nel 1836, per questo nuovo porto del Tevere furono scavati dei canali
dal fiume al mare (_Emissisque in mare urbem inundationis periculo
liberavit_). Nerone, nel suo pensiero delirante, concepì anche il
disegno di condurre il Tevere a scaricarsi nel golfo di Napoli. Traiano
riprese i lavori dei canali di Claudio, dopo che una piena aveva
desolato Roma, e da lui ebbe nome il canale di Fiumicino (_Fossa
Trajana_), che è il solo rimasto navigabile, mentre il braccio sinistro
del Tevere, naturale, si interrava presso la foce.

Aureliano che circondò Roma di quelle storiche mura, alle quali,
principalmente nei primi secoli del medioevo, essa dovette la sua
conservazione e i papi la loro indipendenza, fu l'ultimo imperatore
romano che ebbe cura di pulire il letto del fiume e di arginare le
rive.

Dal tempo di Claudio in poi, i _Curatores_ si limitarono a questi lavori
immediati di ordine pratico, e Plinio, in un passo ove parla
dell'arginatura del fiume, afferma che era divenuto difficile passare da
una riva all'altra (_Hist. Natur._ III. 5). Ogni grandioso progetto fu
abbandonato.

Il Brioschi scrive: «L'antica Roma, che tanto dovè soffrire delle
inondazioni del Tevere, non ci ha lasciato nulla di durevolmente utile
contro le inondazioni stesse; essa non ci ha lasciato alcun esempio da
seguire, non ci ha additato alcuna strada che potesse condurre alla
soluzione del problema».

Le cause più gravi dei ripetuti straripamenti del fiume vanno senza
dubbio ricercate nella quantità d'acqua portata a lui dai fiumi Paglia,
Nera ed Aniene. Ultimamente vi si è aggiunta anche quella quantità
d'acqua che i molti acquedotti dell'interno della città versano nel
fiume ed è anche possibile che vi abbia contribuito. Ma anche quando i
Goti assediarono le città e distrussero le condotture d'acqua, le
inondazioni non cessarono, furono anzi in quegli anni molto gravi:
bisogna però anche tener conto del fatto, che dopo la caduta dell'impero
romano e dopo la scomparsa del Senato e di tutte o della più gran parte
delle autorità preposte alla cura ed all'amministrazione della città,
non fu fatto più nulla per lo spurgo dell'alveo e per l'arginatura del
fiume.

Col vi secolo dell'èra nostra cominciano, con alcune lacune, nelle
cronache medioevali i racconti delle inondazioni. Una delle più
terribili avvenne nel novembre 589, sotto Pelagio II, e fu seguita dalla
peste.

Gregorio da Tours l'ha descritta: in seguito ad essa caddero dalle
fondamenta gli antichi granai dell'Aventino e molti edificii del Campo
Marzio. Miracolosamente il Panteon resistè, quantunque da tanti secoli
si fosse trovato assai spesso in così grande pericolo, cui edifici men
solidi non avrebbero potuto resistere.

Molte volte questa magnifica Rotonda d'Agrippa fu inondata a tale
altezza, che si doveva andarvi per mezzo di barche, giungendo la piena
fino all'altar maggiore.

Non voglio qui ripetere la storia delle piene del Tevere nel medio evo:
da parte dello Stato nulla più venne fatto per la prevenzione del male;
gli argini anzi avvallarono[70], il letto del fiume si alzò, cosicchè i
danni sofferti dalla parte bassa della città dovettero essere più
rilevanti che nei tempi precedenti. Più volte, narrano i cronisti, ponti
e porte furono smantellati. Il crollo d'un antico portico presso S.
Marco (Porticus Palacinae) fu opera d'una piena dell'anno 791, ed ancor
oggi alcuni avanzi di ponti che si trovano nel letto del fiume stanno a
ricordare le inondazioni. La piena penetrava quasi sempre, come nel
decembre 1870, dalla Porta del Popolo (Flaminia) e irrompeva furiosa
nella via Lata, l'attuale Corso, giungendo fino alle falde del
Campidoglio. I mesi delle inondazioni erano da novembre a febbraio, fra
i quali pericolosissimo il primo.

Dal IX al XIII secolo la storia delle piene è assai monca, non perchè il
fiume visitasse meno spesso la città, ma perchè le cronache non ne
parlano. Il 1º febbraio 1230 Roma fu colpita da una inondazione
spaventosa. Era allora papa, Gregorio IX, il vivacissimo nemico del gran
Federico II di Hohenstaufen. Egli si trovava fuggiasco a Perugia, quando
la repubblica di Roma si levò in arme contro di lui. L'improvvisa
inondazione fece sui Romani l'effetto che già aveva fatto su di essi al
tempo di Augusto; preso da superstizioso spavento, il popolo mandò
legati al Papa supplicandolo di ritornare a Roma. Egli tornò e trovò la
città immersa nella desolazione, cercò di sollevarla, fece ricostruire
il ponte dei Senatori (oggi Ponte Rotto) che era stato abbattuto dalle
acque, fece ripulire i canali di scolo otturati, e altri ne costruì.

Quarantasette anni dopo, il 25 novembre 1277, mentre la Santa Sede era
vacante e il collegio dei Cardinali riunito a Viterbo doveva eleggere il
nuovo pontefice sotto le pressioni di Carlo d'Angiò (contro i desideri
del quale nominò poi Nicolò III Orsini), il fiume devastò Roma
nuovamente. Questa inondazione è notevole particolarmente, perchè con
essa ha principio la non breve serie di iscrizioni, con cui i Romani
solevano ricordare, sulle facciate delle chiese o delle case, l'altezza
raggiunta dalle più gravi inondazioni. Ancora non esistevano idrometri.

L'iscrizione di quell'inondazione suona così:

            HUC TYBER ACCESSIT SED TURBIDUS HINC CITO CESSIT
                  ANNO DOMINI M.CCLXXVII. DIE. VI. NOV.
                       DIE VI. ECCLESIA VACANTE.

Il Narducci ha trovato quest'iscrizione, fino allora sconosciuta, in un
manoscritto scorretto della Biblioteca Angelica; essa si trovava in una
scala di marmo presso la chiesa dei Santi Celso e Giuliano in via dei
Banchi. È ancor oggi ben conservata; io stesso la vidi, anni fa, murata
sotto un piccolo arco, non lontano dal palazzo Cicciaporci, sulla parete
della casa che gli sta dirimpetto. È incisa su una lunga e stretta
tavola di marmo, coi caratteri degli ultimi tempi degli Hohenstaufen,
che segnano il passaggio al così detto carattere gotico.

Gli uomini di quel tempo solevano dare a queste notizie, che noi
esprimiamo con brevità e semplicità statistiche, un'intonazione solenne
e poetica. In ciò sta non piccola parte dell'attrattiva dell'epoca
medioevale, come più di ogni altra cosa dimostrano le iscrizioni
funerarie. Durante il Rinascimento, quando l'epigramma tornò a fiorire,
queste notizie sulle piene del Tevere divennero vere e proprie graziose
poesie latine. Si soleva rappresentare sulla lastra di marmo il fiume
col simbolo di linee ondeggianti, in mezzo alle quali appariva una
barchetta pericolante: una mano coll'indice steso accennava l'imagine.
Spesso vi era anche una croce. Col secolo XVIII l'uso dell'epigramma
tiberino cessa, e prende il suo posto la notizia nuda e cruda. Ora poi
ci si contenta di una linea che segna il livello massimo dell'acque e
delle parole: _Alluvione del Decembre 1870_. Per la maggior parte tali
iscrizioni furono poste sulle facciate delle chiese del Campo Marzio, e
in particolar modo la facciata della Minerva è da considerarsi come
l'idrometro del più lontano medioevo[71].

Dopo l'iscrizione del 1277 troviamo una lacuna di cento anni.
L'alluvione dell'8 novembre 1376 si trovava ricordata alla Minerva, su
una lastra di marmo che è andata perduta. Questa alluvione precedè il
più grande avvenimento dell'epoca, il ritorno dei papi da Avignone sotto
Gregorio IX. Dal secolo XV, e precisamente dal 25 Novembre 1415,
possediamo la esatta e completa serie cronologica delle inondazioni,
fino ai nostri giorni. Come esempio dò qui un'iscrizione del tempo di
Sisto IV:

            CREVIT AD HOC SIGNUM TRANSCENDENS LIMINA TYBRIS
                    OCTAVA JANI, QUAE MEMORANDA DIES.
             TERRITA ROMA, NOE REDEUNT NUNC TEMPORA, DIXIT,
               DILUVIO, ATQUE ITERUM CORRUET OMNE GENUS.
             HUNC ANNUM VERSU LONGO EST DESCRIBERE VERUM
              QUAE NUMEROS SIGNAT HIC NOTA JUNCTA DOCET.
                            M.CCCC.LXXVI.

Alessandro VI si trovò a due grandi alluvioni, nell'ottobre 1493 e il 5
decembre 1495. Poco dopo le onde del Tevere dovevano trasportare il
cadavere del figlio di lui, duca di Candia. Suo fratello, Cesare
Borgia, lo aveva fatto trucidare e gettare nel fiume; quel Cesare Borgia
che aveva fatto precipitare dalle mura di Castel Sant'Angelo l'infelice
Astorre Manfredi e tante altre vittime. Al tempo del terrore dei Borgia
non passava notte che non si trovasse qualche ucciso nelle placide onde
del fiume. Ma esso aveva trascinato al mare ne' suoi flutti fatali anche
due imperatori romani, Massenzio e Massimo, un papa romano, Formoso, e
le ceneri di Arnaldo da Brescia.

L'alluvione dell'anno 1495 è ancora ricordata da parecchie iscrizioni
nel Campo Marzio e cominciano in quell'epoca a pubblicarsi in Roma
scritti relativi al Tevere, per mezzo della stampa, che già dalla
Germania era giunta a Roma.

Il Narducci indicava come primo scritto di questo genere la poesia del
noto poeta popolare Giuliano Dati dal titolo: _Del Diluvio di Roma del
MCCCCLXXXXV adì IV. di Dicembre. Et daltre cose di gran meraviglia_, con
una incisione in legno rappresentante l'inondazione.

A questo possiamo aggiungere il componimento poetico di un umanista
tedesco. _Jacobi Locher, alias Philomusi, Carmen de diluvio Romae
effuso. Ibid. Dec. 1495._

In questo tempo sembra si siano riprese le ricerche tecniche sulla
questione del Tevere; Bramante, a quel che pare, diede il consiglio di
ritrarre sui colli la Roma abitata, e fece il progetto dei lavori. La
spesa per questo progetto, che è restato assai oscuro, era stata
preventivata in un milione di scudi, per il che Leone X non ne fece poi
niente. Il lettore potrebbe stupirsi che al tempo di Nicolò V, qual
grande ideatore di progetti sull'edilizia romana, che voleva perfino
render navigabile l'Aniene, non si sia pensato a provvedere al fiume, ma
ciò si spiega pensando che il Tevere sotto il suo pontificato si
mantenne abbastanza tranquillo.

Ci fu un'inondazione sotto Leone X nel 1519; poi la più terribile di
tutte quelle avute sin'allora, quella dell'8 ottobre 1530. Era pontefice
quel disgraziato Clemente VII, sul quale un destino crudele sembrò
dilettarsi a radunare ogni sorta di sventure; tre anni prima egli aveva
assistito al sacco di Roma. I contemporanei ci hanno lasciato
descrizioni complete di quest'ultima inondazione. Vi sono anche
parecchie iscrizioni che vi si riferiscono. Eccone una:

               SEPTIMUS AURATUM CLEMENS GESTABAT ETRUSCUS,
                ARTE PEDUM SALIIT QUAM VAGUS VSQUE TIBER
              QUIPPE MEMOR CAMPI, QUEM NON COLUERE PRIORES
                   AMNIBUS EPOTIS IX NOVA TECTA RUIT.
              VTQUE FORET SPATII IMPLACABILE ULTOR ADEMPTI
               ET CEREREM ET BACCHUM SUSTULIT ATQUE LARES.
                       RESTAGNAVIT VIII. IDUS OCTOB.
                               AN. MDXXX.

(sulle mura dell'antico convento degli Agostani a S. Maria del Popolo).

Cinquant'anni non bastarono, si disse, a rimetter Roma dai danni che
soffrì in quell'inondazione, che raggiunse, secondo si può rilevare
dall'idrometro di Ripetta, metri 18.97.

E poco prima Roma aveva subito l'invasione dei soldati di Carlo Quinto!

Allora il poeta Luigi Alamanni scrisse il suo poema _Il Diluvio romano_,
che dedicò a Francesco I di Francia.

A quel tempo risale la prima storia delle piene del Tevere, scritta
dall'auditore di Clemente VII, Ludovico Gomez, stampata a Roma nel 1531.
Essa è la base di ogni posteriore lavoro sull'argomento. _De prodigiosis
Tiberis inundationibus ab urbe condita ad annum MDXXXI. Commentarii
Romae apud F. Minutium Calvum, Anno MDXXXI_, in-4.

Il secolo XVI vide anche le piene del 1547, 1557, 1572, 1589, 1598;
ognuna diede occasione a pubblicazioni dei contemporanei. Andrea Bacci,
famoso medico e scienziato, scrisse nel 1558 il suo libro sul Tevere,
nel quale tratta della natura della corrente e delle inondazioni. Nel
1576 seguì la _Tiberiade_, trattato del giurista Bartolo da
Sassoferrato. La piena del 24 dicembre 1598 diede occasione ad una
quantità grandissima di scritti, e fu la più violenta conosciuta,
raggiungendo un'altezza di metri 19.56. La corrente sommerse il ponte
Sant'Angelo, e ne asportò i parapetti; abbattè metà del ponte Palatino
(chiamato da allora ponte Rotto) e ruinò tutta quella fila di case che
da Tor di Nona va a Ponte Sant'Angelo. Era allora papa Clemente VIII
Aldobrandini.

Tre giorni prima era tornato trionfante da Ferrara dove aveva preso
possesso degli Stati di Casa d'Este.

Pubblicò la bolla _De luctuosa Tyberis_ e ordinò pubbliche preghiere.

Un epigramma, a Castel Sant'Angelo, ora scomparso, diceva:

                    ANNO CHRISTIANAE SALUTIS MDIIC
                          DIE XXIV DECEMBRIS
              ERIDANI IMPERIO CLEMENS, ET PACE PER ORBEM
                 AUREA REDDIDERAT SAECULA, ROMA, TIBI.
           CUM SUBITO TYBERIS ASSURGENS HUC EXTOLLIT UNDAS
                 ET TE PENE SUIS CONTUMULAVIT AQUIS.
             SCILICET EXTOLLANT ANIMOS NE GAUDIA NOSTROS
              TEMPERAT ADVERSIS PROSPERA QUAEQUE DEUS.
             IO. FRANCISCUS ALDO BRANDINUS ARCIS HUJUS
         ET. S. R. E. COPIARUM GENERALIS PRAEFECTUS POSUIT

Furono pubblicati in quell'occasione importanti scritti del Castaldi,
del Castiglione, degli architetti Carlo e Domenico Fontana, di Paolo
Beni, e di altri, che ricercavano le cause del male e proponevano
rimedi. Il governo pontificio prese atto dei progetti, chiese consiglio
a tutti i tecnici d'Italia, emanò editti e decreti, ma nulla fece di
concreto, si ricorse perfino agli incantesimi piuttostochè alla scienza:
Pio V fece gettare nel fiume un _Agnus Dei_ di cera, e credette con
questo di aver scongiurato definitivamente nuove inondazioni.

Gli scritti sul Tevere continuano nel secolo XVII in grande abbondanza.
Quel secolo contò cinque grandi piene negli anni 1606, 1637, 1647, 1660
e 1686. La terza cadde sotto il pontificato di Innocenzo X Pamphili, al
tempo della famosa Olimpia Maldacchini, sua cognata, il cui favorito era
un tal Conte Fiume.

Ciò diede materia allo spiritoso Pasquino per un salacissimo epigramma
che fece scoppiar dalle risa tutta Roma; vi si vedeva raffigurata una
donna nuda, delle linee ondulate, rappresentanti le acque, giungevano
fino alla metà del corpo; e sotto si leggeva:

                       _Fin qui arrivò Fiume._

Notevoli sono gli scritti di Filippo Maria Bonini: _Il Tevere
incatenato_ (1663) e dell'ingegnere Cornelio Mayer, olandese. Ingegneri
e dotti chiedevano sempre più insistentemente che il Tevere fosse reso
navigabile e che fossero ristabiliti gli antichi porti di Ostia e Porto.
Numerose pubblicazioni trattano l'importante questione, dibattuta fino
ai dì nostri. Si pubblicarono anche delle elegie sul Tevere; un poeta,
Caracci, scrisse una _Assemblea dei Fiumi_ che dedicò a Cristina di
Svezia. Vi si raffigurava un Tevere piangente, uno coronato, uno lieto e
uno festoso nello stile di quell'epoca, in occasione di feste di nozze o
per adulare persone principesche.

Già nell'anno 1545 Francesco Maria Molza aveva fatto pubblicare la sua
Ninfa Tiberina.[72]

Nel secolo XVIII il Tevere inondò la città negli anni 1702, 1742, 1750,
1772, 1780, ma senza produr gravi danni. Il Brioschi dice che nel 1742
si pensò al primo lavoro serio e scientifico per risolvere la questione
del Tevere: la livellazione del fiume dalla confluenza della Nera al
mare, eseguito dagli ingegneri bolognesi Chiesa e Gambarini nel 1744,
per incarico di Benedetto XIV, e stampata a Roma nel 1746.

I tecnici si erano mostrati contrarii alle proposte di arginare le rive
del fiume, dare un'altro sfogo ai canali di scolo della città; deviare
una parte della corrente, a monte di Roma, con uno o più canali, e
accorciare con tagli opportuni il corso serpeggiante del Tevere al di
sotto della città.

Essi avevano invece consigliato di togliere i mulini da Roma; di
demolire i resti dei ponti Trionfale e Sublicio, di pulire con gran cura
il letto del fiume, di dare maggiore apertura agli archi dei ponti, di
rimuovere insomma tutti gli altri ostacoli, tenendo conto anche di
quelli prodotti dall'isola tiberina (di San Bartolomeo).

I consigli pratici di questi ingegneri, nota Brioschi, rimasero
infruttuosi, e dei loro lavori non è rimasto che il piano di
livellamento, che ancor oggi può vantaggiosamente venire consultato.

Il XIX secolo conta quattro grandi inondazioni; quelle del 1805, 1843,
1846, e del 1870. La prima accadde il 2 febbraio, mentre Pio VII era a
Parigi, ove era andato ad incoronare imperatore Napoleone. In seguito a
quella piena, Ponte Molle, che assai aveva sofferto, fu restaurato come
oggi lo vediamo. Nei primi decennî del secolo videro la luce nuovi
scritti sul Tevere, dei quali son degni di memoria quelli degli
archeologi romani Carlo Fea, Nibby, Rasi e Piale.[73]

Anche la piena del 1843 accadde nei primi giorni di febbraio, le due
ultime si verificarono il 10 e il 28 decembre. Queste segnano per un
caso assai strano, il sorgere e il cadere dello stesso papa, Pio IX,
l'ultimo dei papi che ha governato Roma da monarca terreno.

Quando avvenne la prima di queste inondazioni, il 10 dicembre 1846,
erano passati solo cinque mesi dall'elezione di Mastai: il nuovo papa
festeggiava i trionfi dell'amore e dell'entusiamo d'Italia, come non li
ebbe forse mai alcun suo predecessore. Le sue vedute e azioni, ancora
colorite idealisticamente, si unirono con la corrente di pensiero del
tempo, per favorire quella rivoluzione nazionale, le cui onde scatenate
dovevano poi il 20 settembre 1870 inghiottire lo stato della Chiesa.

Ma quando avvenne l'inondazione del 28 dicembre 1870, Pio IX vide le sue
devastazioni come pontefice infallibile, ma anche come principe
detronizzato e volontario prigioniero in Vaticano. Nello stesso tempo
Napoleone III, precipitato dal trono, giaceva prigioniero in un castello
tedesco!

L'inondazione del 1870 sarà forse l'ultima a devastare la città di Roma;
se si può supporre che il nuovo governo trovi il vero rimedio al male.
Esso ha trovato la questione totalmente insoluta, perchè dal 1803,
sotto il governo pontificio non si mandò innanzi la cosa: si presero
solo le misure relative al fiume dagli ingegneri Benedetti e Venturoli;
fu messo l'idrometro a Ripetta, e diminuito il numero dei mulini
galleggianti, che datavano dal tempo di Belisario, come asserisce
Procopio.

Col 1º gennaio 1871 comincia una nuova era nella vessata questione del
Tevere. Le Commissioni di ingegneri del governo italiano e del municipio
romano gareggiarono in attività. Ne risultarono molti lavori tecnici e
memorie degli ingegneri Canevari[74], Possenti, Vescovali e Baccarini.
Furono pubblicate altre opere private: ho già nominate quelle del
Brioschi, che del resto appartiene alla Commissione, e raccomando ai
lettori in modo speciale l'opera del Carcani pubblicata prima del 1870,
alla quale debbo molte notizie, particolarmente per quel che riguarda i
tempi antichi.[75]

Questi studi, dice Brioschi, condussero ad un progetto generale e tre
particolari. Il primo si accorda (prescindendo dalle condizioni mutate)
con quello che i tecnici avevano proposto ad Augusto, e che da lui fu
cominciato ad eseguire, e fu poi tre secoli dopo ripreso da Aureliano.

Consiste soprattutto nel pulire il letto del fiume, liberarlo dagli
ostacoli e regolarizzare la corrente. A questi si aggiunsero altri
progetti, la cui arditezza, per quel che riguarda il costo e la
grandiosità dell'impresa, fu poi superata di molto dal progetto di
Garibaldi. Questi considerava il suo piano sotto tre aspetti, come
Giulio Cesare: liberare Roma dalle piene; allacciare la città al mare
con un canale navigabile ed un porto; finalmente bonificare la campagna
romana.

Due ingegneri, Filopanti e Amadei, limitarono e ridussero questo
progetto, concretandolo in queste linee: deviamento del Tevere in un
nuovo letto; arginamento di questo nuovo letto; deviamento dell'Aniene
nel medesimo; costruzione di un porto fluviale presso Roma; di un canale
nella città e di una strada al posto dell'antico letto, fiancheggiata da
case sui due lati.

La novità e l'arditezza dell'idea di allontanare da Roma il Tevere,
l'arteria della sua storia, fece rumore nel mondo intero, che non
ricordava più il progetto di Giulio Cesare. I difensori del progetto
facevano anche brillare il miraggio degli innumerevoli tesori che si
sarebbero trovati nel letto del Tevere.

Questa attraente previsione non poteva dirsi del tutto infondata. Solo
dieci anni prima il rinvenimento dell'antico deposito di marmi sotto
l'Aventino, fatto dal Visconti, aveva meravigliato il mondo intero, ed
ora l'aspettativa di preziose scoperte era esaltata da quel che già si
era rinvenuto negli scavi dell'Esquilino e del Viminale, dove erano
sorti i nuovi quartieri.

Nonostante tutto ciò che è stato estratto dal secolo XV ad oggi, si può
affermare con sicurezza che nel seno di Roma innumerevoli tesori
aspettano la bacchetta magica che li porti alla luce. Il pensiero di
questi tesori nascosti eccita in modo speciale la fantasia dei Romani;
una volta, con l'autorizzazione del governo pontificio, io stesso ne fui
testimonio, si ricercò nel Colosseo un tesoro del quale alcuni
pretendevano di aver trovato in un libro l'esatta descrizione.

E non potrebbe il Tevere nascondere tesori nel suo seno intatto?

Se l'onda del Reno nascondeva il palazzo dei Nibelungi, come dice la
leggenda, non dovrebbe il Tevere albergare qualche antica e più nobile
stirpe? Che cosa non rivelerebbe il suo fondo allo sguardo
dell'universo, quanto oro, quanto marmo, quanto bronzo, quante
iscrizioni? Anche rinunziando a cercare nel suo fango il Licnuco d'oro
di Gerusalemme, molto resterebbe a scoprire di raro e di prezioso che vi
si è affondato nel corso dei secoli. Si narrava nel medio evo che
Gregorio Magno avesse fatto gettare nel Tevere molte antiche statue, e
questa favola probabilmente accenna al fatto che molte opere d'arte vi
si sono, comunque, inabissate.

Del resto più volte il Tevere ci ha restituito opere dell'antichità.

Lo scultore Flaminio Vacca ci dà notizie in proposito nel suo ben noto
scritto: _Memorie di varie antichità, trovate in diversi luoghi della
città di Roma_ (1594). Sotto Clemente X fu trovato a Ripa Grande un
tesoro di monete d'oro. Già il Cardinal di Polignac (+ 1741) emise il
progetto di pulire il letto del Tevere e trarne fuori gli oggetti
antichi che vi si trovano. Nel 1773 si fecero ricerche di questo genere
e il genovese Bernardo Poch scrisse in quell'occasione: _De' Marmi
estratti dal Tevere e delle iscrizioni scolpite in essi_. Anche nello
antico porto di Trajano furono trovate varie antichità e così
nell'Aniene. Nel fondo di questo fiume deve ancor trovarsi una tavola
di pietra coll'iscrizione di Narsete, che eresse il ponte Salaro, tavola
che precipitò alla fine del secolo XVIII. E quante preziose sculture che
ornavano le splendide ville che sorsero un tempo sulle due rive, non
potrebbe nascondere l'Aniene! Il progetto di prosciugare il Tevere per
estrarne i tesori nascosti tornò in ogni tempo ad allettare gli spiriti:
lo proponeva nel 1855 Annibale Nuvoli nel suo scritto _Del Tevere_; e
nel 1818 si era già pensato di istituire a quello scopo una società.

L'idea dunque di un mondo fatato di tesori immersi nel fiume assicurò
per un istante un interesse fantastico al progetto di Garibaldi. Ma
quale più grande e mirabile tesoro per Roma, del Tevere stesso? Come
rassegnarsi a perderlo per l'incerto rinvenimento di questi tesori?[76]

Ecco il giudizio del Senatore Brioschi sul progetto di Garibaldi:
«Considerandolo dal punto di vista igienico, edilizio, e tecnico, questo
progetto non dovrebbe nel suo complesso venire respinto, ma sotto altri
aspetti esso ha in sè qualche cosa di assolutamente contrario alle
esigenze e ai criteri della moderna civiltà. Mentre infatti tanti
stranieri archeologi e storici vengono a Roma, a passar buona parte dei
loro anni per investigare nei suoi monumenti e nelle sue iscrizioni la
vita di questo popolo che fu il dominatore del mondo; mentre prima cura
del governo nazionale fu di prender possesso di quelle località, dove
nuovi scavi possono condurre a nuove scoperte, e di dare a queste
ricerche un indirizzo saggio e scientifico; sarebbe inconcepibile
determinazione quella di trattare Roma, senza una necessità assoluta,
riconosciuta e dagli italiani tutti e dal mondo civile intero, come una
città dell'America del Sud, e derubarla del suo più grande monumento, di
quel monumento che più d'ogni altro ha determinato, fissato, prodotto la
sua storia. Non so se il generale Garibaldi e i suoi collaboratori hanno
pensato alle conseguenze del loro progetto; ma io oso affermare, e non
dubito che molti saranno con me, che, piuttosto, io mi contenterei come
Augusto, di diminuire in varî modi la violenza delle inondazioni, o
secondo il consiglio di Bramante, riedificherei Roma sui colli».

Sembra del resto che Garibaldi stesso abbia limitato poi il suo progetto
a diminuire la massa d'acqua del Tevere, lasciandolo scorrere
assottigliato sotto i ponti, fra due ripe provviste di muraglioni e di
banchine.

A Roma è infatti accarezzata l'idea di costruire un Lungo Tevere che da
Piazza del Popolo conduca a Castel Sant'Angelo. Esso potrebbe, se
grandiosamente costruito e senza badare a risparmiare i milioni,
arricchire la città di un incomparabile ornamento. Pure non si
potrebbero trovare, io spero, molti Romani che desiderassero di vedere
trasportata a Roma la compassata e rigida figura di Firenze moderna coi
suoi Lungarno dai monotoni parapetti di pietra.

L'Arno, che nell'estate si assottiglia tanto da scomparire, traversa
Firenze tra due muraglioni eguali e diritti, ed ha l'aspetto d'un canale
artificiale. Il Tevere invece ha una corrente vivace, impetuosa, piena
anche nel cuor dell'estate, e la sua bellezza consiste appunto in questa
sua natura selvaggia e libera.

Esso conserva fin dentro Roma l'aspetto di un libero figlio dei monti, e
scorrendo nella città dei Cesari, non ha dimenticato i verdi colli ed i
campi dell'Umbria, dalla quale discende.

Al suo ingresso in città, a Porta del Popolo, ai prati di Nerone, a
Ripetta, esso rapisce lo spettatore per la idillica e campestre bellezza
delle sue rive. In quale altra grande città sarebbe dato vedere un fiume
così pittoresco, nel quale, presso il porto di Ripetta, un vecchio
barcarolo, il Caronte del Tevere, da lunghi anni traghetta i passeggeri
sulla sua antica barca coperta da un rozzo e sghembo tetto di legno,
raccomandata ad una lunga fune? Egli lascia la riva laggiù, presso il
luogo dove è stabilito l'idrometro, dove un giorno fu precipitato nel
fiume il duca di Candia, figlio di Alessandro VI, e approda al più
originale e naturale di tutti gli approdi, sulla rena della spiaggia,
dalla quale si sale la ripa su scalini, che i piedi stessi si sono
creati affondandosi nel terreno, per giungere subito, in mezzo alla più
tranquilla solitudine, fra i verdi boschetti e le vigne.[77]

Al posto di questa classica riva io non mi rassegnerei mai a vedere dei
noiosi e monotoni Lungotevere: questo alito della campagna e della
solitudine, che penetra fin dentro la città, dà a Roma un incanto
speciale e tutto suo.

La bellezza del Tevere, entro la città, consiste poi soprattutto nelle
sue serpeggianti volute, che i gruppi architettonici delle sponde fanno
così varie e pittoresche!

Il senatore Brioschi un giorno, mentre mi rassicurava riguardo al
progetto di Garibaldi, dicendomi che sarebbe certamente caduto, riuscì
ad infondermi un altro timore, affermando che si aveva l'intenzione di
togliere al Tevere le sue più forti curve, tagliandole opportunamente,
per facilitare la discesa della corrente. Così ora, appena sfuggito alle
arginature di Garibaldi, il padre Tevere corre quest'altro serio
pericolo!

I progetti in proposito non sono ancora definitivi ed ancora è incerto a
che cosa riusciranno. Ahimè! già nel 1871 dovemmo dire addio per sempre
all'antico, caro, storico aspetto di Roma; così, presto o tardi muterà
anche l'aspetto del biondo Tevere. Si ricordino però gl'Italiani di
tener conto dei desiderî di tutto il mondo civile: di non guastare
l'antico senza assoluta necessità, e di mantenere con amore ciò che
forma la bellezza tutta particolare della città, bellezza che non
potrebbe più esserle restituita, ed il suo incomparabile incanto
storico.


NOTA.

Trent'anni sono trascorsi da quando Gregorovius scrisse la storia del
Tevere ed un altro capitolo sarebbe da aggiungere: le belle sponde, tra
le quali scorreva libero ed indomito il _Pater Tiberinus_ sono scomparse
e solo a ricordarle ci restano gli acquerelli del Roesler Franz; hanno
preso il loro posto i muraglioni ed i lungo-tevere tanto paventati dal
Gregorovius che sono quasi compiuti ed il simulacro di Garibaldi, che ne
fu il propugnatore indefesso, sta a contemplarli dall'alto del
Gianicolo.

Questi giganteschi lavori hanno già dato decisivi risultati e la città è
ormai al sicuro dalle inondazioni che prima la invadevano
periodicamente; intanto si stanno riprendendo i progetti per assicurare
la navigabilità da Roma al mare e quella interna fino al confluente
della Nera.

Non fu possibile conservare alla città il suo aspetto tradizionale, ma a
giustificazione ripetiamo col GEFFROY:

«Si è sempre visto il periodo nascente infliggere a quello che lo ha
preceduto qualcuno di quei danni che i contemporanei, attaccati alla
tradizione, hanno tenuto come sacrilegi, in attesa che altri monumenti
ed altri ricordi acquistino essi pure la dignità che viene dall'età e
cadano finalmente alla lor volta, sospinti dalle nuove generazioni. E'
la legge della vita».



L'IMPERO ROMA E LA GERMANIA



L'Impero, Roma e la Germania.

A proposito dal Sacro Romano Impero di James Bryce (Londra 1867).


Uno studioso inglese, assai giovane ed intelligente, si è proposto un
tema bello ed importante, quello cioè di seguire l'idea dell'Impero
dalla sua origine alla sua fine (1806), nei suoi diversi momenti; ed ha
condotto a termine il suo lavoro servendosi di una profonda cultura
storica e di un'alta visione filosofica. Il suo libro è tra i migliori
pubblicati sull'argomento, e deve essere per i tedeschi di grande
interesse sentire la voce di uno straniero sulla questione del tanto
esaltato e tanto vilipeso Romano Impero della nazione tedesca. Non pochi
invero penseranno subito che un inglese d'oggigiorno non possa trattare
questo tema che con volterriana ironia, ma dovranno riconoscere, letto
il libro, che mai finora è stato parlato sull'argomento con tanta
ampiezza di vedute, con tanto simpatico interesse per il principio
imperiale e per la sua grandezza.

L'idea imperiale è, coll'idea della Chiesa, uno dei concetti
fondamentali, sui quali si è basata tutta la civiltà occidentale.
Ambedue son formazioni universali, creazioni latine, dalle quali è sorta
la città universale per eccellenza: Roma. Esse hanno plasmato e, fino al
nostro secolo, dominato il mondo europeo; sono state linee fondamentali
della nostra civiltà. Se e perchè, oggi che le reliquie del medioevo
spariscono nell'ultimo processo di dissoluzione, queste idee sono
superate, e se la società europea abbia già acquistato la forza di
prendere una nuova ed organica forma di universale confederazione,
questo dovrà chiedersi ogni pensatore.

Bryce cominciò la sua trattazione col secondo secolo dell'antico Impero
Romano, senza ricercarne le radici fuori della storia particolare dello
stato romano medesimo e senza gettare un rapido sguardo sull'Oriente e
sul principio autocratico giudaico.

Ho altrove parlato dello Stato teocratico e della missione universale
del giudaismo, dal quale poteva solo aver origine l'idea cosmopolita del
cristianesimo, che incontrandosi col principio di dominazione mondiale
del popolo romano, assunse una forma del tutto nuova.

La conquista di metà del mondo conosciuto dovette far sorgere nello
spirito romano il pensiero di uno stato universale romano che, alla
caduta della repubblica, s'incarnò e prese forma decisa nel cesarismo,
assumendo tutta l'importanza di un dogma politico.

Questo dogma tornò poi anche durante il medio evo nella coscienza
romana, anche nei tempi più infelici della sua decadenza, quando Roma
non era più che il Monte Testaccio della storia mondiale!

_Roma caput mundi regit orbis frena rotundi_, era il motto inciso nel
sigillo degli imperatori tedeschi. Dante, l'Isaia del suo tempo, è tutto
pieno di questo dogma, e non meno di lui Petrarca e Cola di Rienzo. I
degeneri Romani si riguardavano ancora come i legittimi signori del
mondo, e i depositarii dell'idea imperiale; di questa s'impadronì il
papato, assimilandola all'idea giudaica di una religione di stato e di
un popolo eletto. Così, collo sparire del principio cesareo pagano, Roma
divenne colla Chiesa il centro della monarchia spirituale e temporale.
Questo principio assunse una forza suprema nella storia dell'Occidente,
che per lunghi secoli fu da esso tutta sconvolta; e nessuno può dirlo
meglio del popolo tedesco, che per il primo, col grande avvenimento
della riforma, cominciò a liberarsene.

Dal tempo di Costantino i confini dell'impero Romano divennero, a poco a
poco, anche quelli della religione cristiana, e quanto più essa
penetrava nello stato, tanto più si diffondeva in esso il principio
imperiale che plasmò e formò la Chiesa romana. Essa divenne la forma
religiosa dell'Impero. Al concetto dell'unità dell'Impero corrispondeva
quello dell'unità della Chiesa. Il capo riconosciuto di ambedue era
l'imperatore, che si chiamò poi anche Pontefice Massimo. Nacque allora
la Chiesa imperiale romana. Come si chiamava romano l'Impero, così si
chiamò romana la Chiesa. Ancora non v'era nessun papa; 400 e più anni
dopo Costantino, si inventò la favola religiosa ben nota, secondo la
quale, quel primo imperatore cristiano si ritirò umilmente in un angolo
del Bosforo per lasciare al Papa il dominio di Roma e di tutto
l'Occidente. Il concetto che il vescovo di Roma non fosse sottoposto
all'Impero e all'imperatore, rimase del tutto ignoto a Costantino, e a
tutti i suoi successori, ed anche ai Carolingi, agli Ottoni, ed agli
Arrighi. La divisione dell'Impero in due parti, Oriente ed Occidente,
non poteva in nessun modo attaccare il principio dell'unità dell'Impero
Romano.

I Bizantini si chiamarono imperatori romani; essi nominavano i papi, o
ne riconoscevano l'elezione.

Ma la caduta dell'Impero Romano d'Occidente sotto i barbari, e
l'invasione germanica che, in mezzo alle onde limacciose dei barbari,
diede all'Occidente una nuova conformazione, provocarono la separazione
effettiva dell'Impero, e necessariamente insieme della Chiesa, che qua
fu romano-germanica, là greco-slava. Anche nell'Occidente si delinearono
così due correnti: romanismo e germanismo, sistema universale
dell'accentramento, e libero individualismo. La storia d'Europa sino ai
nostri giorni si è aggirata intorno ai loro contrasti, alle loro
alleanze, alle loro conquiste, alle loro battaglie.

Ma se i Germani riuscirono a rovesciare l'Impero d'Occidente, non
intaccarono però l'idea dell'Impero, che persistè: la sua tradizione era
inestinguibile. Ogni vita politica delle nazioni era allora concepibile
soltanto sotto le forme dell'Impero, che era il simbolo e l'espressione
della civiltà stessa. Di più il principio imperiale fu validamente
sorretto dalla Chiesa.

A poco a poco essa era entrata nella organizzazione complicata
dell'Impero, che l'avea aiutata a sorgere, ed aveva ripreso il suo
indirizzo nelle provincie tutte politiche e amministrative.

I suoi membri erano in istretti rapporti l'uno con l'altro, e
ricorrevano per ogni questione a Roma, secondo la gerarchia, poichè già
essa era riguardata come il centro ideale dell'Impero, dove il Vescovo,
nonostante non poche opposizioni, rappresentava il capo spirituale della
cristianità. Il solido organismo della Chiesa, che aveva ereditato tutta
la civiltà del mondo or ora tramontato e lo spirito politico dei Romani,
potè offrire resistenza all'invasione barbarica, e, nella rovina della
società, mantenere in sè l'idea universale dell'unità della razza umana
e della repubblica cristiana. Ho già parlato dell'importanza di questa
tenace sovravvivenza della città di Roma, che ci sembra una fatale legge
storica.

La Chiesa salvò e custodì l'idea dell'Impero fra le mura aureliane;
trapiantò nei Germani questa idea latina, e potè così dipoi affermare di
aver essa restaurato l'Impero affidandolo alla nazione germanica. Ma
essa stessa, senza l'Impero, non avrebbe mai potuto mantenere la sua
forza cosmopolita che sarebbe rimasta teorica, o si sarebbe frazionata
in chiese di popoli e di terre diverse, perdendo così il principio
dell'unità e dell'indissolubilità. L'Impero era il correlativo
necessario della Chiesa.

Ora, poichè nello sfasciarsi dell'Impero Romano d'Occidente, fra le sue
rovine rimase essa sola come un organismo incrollabile e un'autorità
morale inconcussa, le convenne lasciar entrare nella cittadinanza romana
i barbari che possedevano ora tutto l'Occidente.

La civilizzazione di quei popoli è il fatto più notevole e grandioso
della Chiesa, così grandioso che difficilmente si può abbracciar tutto
con parole. Dove l'Impero Romano aveva diffuso le sue leggi, la sua
favella, le sue colonie, che erano riuscite a latinizzare i Germani, la
Chiesa si preparava a gettare le basi nazionali della sua signoria
gerarchica. Ma per molto tempo ancora i Germani, ritiratisi nel centro o
verso il settentrione delle loro terre, lontani dal Mediterraneo latino,
avevano opposto efficace resistenza al romanismo, difendendo il
principio della loro individualità, che doveva prima o poi entrare
direttamente in lotta con l'idea centrale del mondo latino: la Chiesa
imperiale.

Ma dapprima la cristianità si romanizzò per le forme esterne
dell'amministrazione e della lingua del culto, per le feste religiose,
per i rapporti con Roma, la nuova Gerusalemme, sulla quale venivano a
poco a poco ad incontrarsi i raggi di due monarchie universali: la
politica e la religiosa.

Ci vollero tre secoli perchè i Germani fossero tanto maturi da prendere
una supremazia decisiva nell'Occidente, e ciò avvenne sotto la forma
dell'Impero Romano, ristabilito da Carlo Magno, re dei franchi
cattolici. In questa risurrezione dell'Impero la Chiesa ebbe una parte
preponderante. Il fatto dell'incoronazione di Carlo diede poi occasione
ad una dibattutissima questione: qual'era l'origine dell'Impero di Carlo
e dei suoi successori?

Di dove era scesa la loro autorità? Il popolo e il Senato romano si
dissero nettamente fonte sola e legittima di quella autorità.
L'Imperatore affermava da parte sua di aver ricevuto la corona da Dio, o
per diritto di conquista, il che per i principi equivale sempre,
praticamente, al diritto divino. I papi rispondevano che era stata opera
loro l'incoronazione e l'erezione del nuovo Augusto, e dichiaravano che
l'Imperatore aveva ricevuto la sua corona per investitura papale, come
_Feudo Christi_, o del suo vicario e sotto questo titolo ancora la
riteneva.

Ma questa famosa disputa appartiene ad un periodo posteriore, quando
verrà ad affermarsi la suprema potestà del papato. Al tempo di Carlo
Magno non c'era ancora nessuno che dubitasse che l'Imperatore, il
successore legittimo di Augusto, di Trajano e di Costantino, non fosse
anche il capo supremo di tutta la repubblica cristiana, ed anche,
perciò, della città di Roma e del suo vescovo. Egli aveva confermato il
papa nel suo ufficio, e questi era stato eletto sotto gli occhi dei suoi
legati plenipotenziari; poteva anche giudicarlo col suo Tribunale. Carlo
Magno indicò a reggere l'Impero suo figlio, in una adunanza imperiale,
senza interpellare il pontefice: non vi poteva essere alcun alto potere
legittimo che quello che veniva dall'Imperatore, o che era da lui
riconosciuto.

Così si produsse per un momento nella monarchia universale di Carlo
l'accordo e l'unità dell'Impero e della Chiesa, quando suo invitto ed
incontrastato arbitro era l'Imperatore, il cui ufficio era quello di
reggere e mantenere in armonia la repubblica cristiana come _Imperator
pacificus_.

Ma questo stato ideale fu presto turbato dagli elementi d'inimicizia
rimasti fino allora latenti. Il principio imperiale venne presto a
trovarsi in contrasto col principio romano pontificio; l'Imperatore col
Papa. La lotta di questi due, la più lunga ed acerba che la storia
ricordi, produsse ed accompagnò il processo della civiltà europea.
L'idea latina della monarchia universale fu soltanto pienamente messa in
pratica dalla Chiesa Romana, erede della romanità classica, mentre i
Germani vagheggiavano quell'idea piuttosto da un lato teorico, essendo
troppo contrario a quel principio il loro spirito d'individualità e di
nazionalità nel potere temporale (feudalismo) e spirituale. Essi avevano
la tendenza costante e tenace ad allontanarsi dal centro. Già la
divisione di Verdun aveva spezzato la monarchia occidentale di Carlo
Magno, e al tempo degli ultimi Carolingi la maestà imperiale si era
offuscata al punto da sottomettersi all'investitura papale. La Chiesa
era venuta prendendo chiaramente la forma di una monarchia spirituale
col vero centro in Roma, ed i suoi membri gerarchici eran venuti
attorcigliandosi strettamente all'Impero, avviluppandolo in una
inestricabile e soffocante intessitura. Centinaia di vescovi e di abati
erano i potenti strumenti dei papi, tanto più pericolosi per
l'Imperatore, inquantochè essi erano insieme suoi vassalli, principi
dell'Impero, e membri della feudalità spirituale. La Chiesa si fece così
ogni giorno più potente, finchè colla sua organizzazione, la sua
armonia, e la sua forma spirituale rimase nei suoi dominii speciali; ma
quello stesso indebolirsi progressivo dell'Impero la minacciò ad un
tratto di tale rovina, che essa comprese esserle immediata e
imprescindibile necessità di mantenere o di ristabilire l'Impero stesso
nei suoi diritti.

Colla caduta dei Carolingi si erano determinate condizioni tali da
produrre nuove invasioni barbariche: il papato vide in pericolo l'unità
della Chiesa, poichè facilmente si sarebbero potute formare delle Chiese
nazionali appoggiate ai principi locali, come già era stato tentato al
tempo dei Carolingi.

Roma e l'Italia erano agitate da pericolose fazioni. I duchi nazionali
d'Italia cercavano di rendersi indipendenti dall'Impero e di far latina
ed italiana la corona imperiale, ciò che avrebbe portato la conseguenza
di proclamare forzatamente Roma capitale dell'Impero. In Roma stessa la
nobiltà acquistava potenza; essa mirava a fare dell'ufficio pontificio
quasi un feudo derivante dalla sua investitura diretta; ciò che, al
tempo dei conti di Tuscolo, le riuscì esattamente!

Ma la politica dei papi era nettamente tracciata fin dal tempo del
ritiro di Costantino a Bisanzio. Non consentire in Italia nessun impero
o regno nazionale, e mantenersi libera e fedele Roma. I papi volevano un
Imperatore, e ne avevano bisogno; ma questo doveva star lontano da Roma,
e rimanere unito ad essa solo da un principio teorico che essi stessi
dovevano dirigere e governare. L'Imperatore doveva tutt'al più venire a
Roma per ricevere in ginocchio la corona nella basilica di San Pietro,
come un'investitura papale, e per giurare di difendere la Chiesa e di
rispettare i diritti degli stati che da lei dipendevano. Ma aveva appena
l'Imperatore formulato queste promesse, che il Vicario di Cristo cercava
di disfarsi al più presto del suo gravoso e molesto difensore,
rendendosene di fatto indipendente e riservandosi di chiamarlo in Italia
ogni volta che il suo dominio temporale fosse minacciato da gravi
pericoli, per imporgli il mantenimento delle sue promesse ed esigere
l'opera del suo esercito.

Non senza gravi motivi la Chiesa aveva sempre cercato di mantenere la
dignità e la potenza imperiale nella dinastia germanica dei Franchi, che
era e rimaneva totalmente straniera.

Carlo, dopo aver donato ai papi l'ingente patrimonio, aveva abbandonato
Roma, senza farla capitale e sede dell'Impero, e non per mistica
deferenza per il pontefice, ma per quella stessa necessità politica che
costrinse Diocleziano e gl'Imperatori che gli succedettero, a stabilire
la loro sede là dove era necessario tener unite tutte le forze per
resistere alle invasioni barbariche. Così anche il mondo germanico, al
quale era passata l'autorità temporale, doveva cercare il suo centro di
gravità nel suo interno, e non in Roma.

Per ciò, alla caduta dei Carolingi, la Chiesa si affrettò, per la
necessità della propria conservazione, a rendere l'autorità imperiale ai
Germani, contro il desiderio e malgrado gli sforzi dei duchi italiani.
Ottone il grande fu così il secondo restauratore dell'Impero, che
avvinse alla monarchia tedesca, alla quale rimase per sempre, formando
l'Impero romano dalla nazione tedesca. Da Corrado, i suoi re si
chiamarono, dopo l'elezione, anche re dei Romani, considerando la corona
romana appartenente ai Germani. Così questo stato assunse la legittimità
di un diritto, non però di un dogma, poichè in tempi posteriori i
monarchi di Francia aspirarono alla corona imperiale e lottarono ancora
per ottenerla, e ne portarono una volta il titolo uno spagnolo ed un
inglese, eletti dagli Stati dell'Impero medesimo.

La continuazione dell'Impero sotto la forma di una dinastia nazionale
(la tedesca) era però contraria al principio romano dell'Impero;
giacchè, dopo che furon sopite nell'antica Roma le lotte nazionali, col
diritto universale alla cittadinanza romana ascesero al trono senza
distinzione Siriaci, Traci, Arabi, Spagnoli, Greci e Goti. Ogni libero
cittadino di Roma poteva aspirare al supremo potere, secondo il concetto
dell'Impero universale. La Chiesa assunse lo stesso principio, essendo
anch'essa universale, Siriaci, Greci, Latini, Germani occuparono senza
contrasto la Santa Sede. Ogni cittadino romano libero poteva occuparla,
purchè vestisse l'abito ecclesiastico. A questo principio la Chiesa
dovette gran parte della sua diffusione e della sua potenza; il giorno
in cui essa rinunziò ad esso, e legò definitivamente la tiara ad una
nazione, l'italiana, come il diadema imperiale si era ristretto ad
un'altra nazione, la tedesca, quel giorno segnò la limitazione della
potenza pontificia e la fine della funzione cosmopolita del Papato.

Intanto non era un semplice accidente storico quello che risolutamente
attribuiva alla nazione tedesca la potenza imperiale. Il tempo ha
mostrato poi il significato profondo di questo fatto che al tempo di
Ottone I non era stato ancora afferrato. Infatti la nazione tedesca
aveva in sè, più di molte altre, il principio stesso della
universalità, e lo portò fino ai nostri giorni: l'Impero che la dominò
e che durò fino al 1806, fu l'espressione della natura idealistica di
questo popolo. Esso possiede da tempo quella facoltà che le altre
nazioni hanno acquistato appena ai dì nostri, di penetrare
nell'esistenza e nella coscienza profonda dei popoli stranieri, e di
assimilarseli senza perdere la propria individualità, intendendo lo
svolgimento completo dell'umanità in tutte le sue varie fasi. Lo spirito
tedesco è atto a lasciar agire su di sè gli spiriti degli altri popoli,
e farsi così, quasi direi, un'officina della mondiale civiltà. Esso
somiglia in ciò al popolo greco, lo spirito del quale esso aveva preso
dal popolo italiano, per adempire ad una missione mondiale. Novello
Ercole, esso si è sobbarcato a molte fatiche per il bene degli altri, e
anche all'increscioso e lungo servizio della tutela. Anche oggigiorno si
intravede che questo popolo, dopo un languore solo politico, non
intellettuale, si rialzerà ed avrà per sè l'avvenire, poichè la sua
missione non è compiuta, e si compirà sotto nuova forma, ben diversa
dalle conquiste imperiali! La nazione tedesca è paziente e giusta; la
sua rivalità ha già un carattere di universalità; i popoli si lasciano
attirare da essa, perchè subiscono l'influenza del pensiero filosofico
della patria nostra. C'è presso di lei solo _un popolo_ che abbia uno
spiccato carattere mondiale, è la libera Inghilterra anglosassone,
essenzialmente pratica nel suo dominio del mare, nelle sue industrie,
nelle sue colonie.

Mentre così l'Impero si nazionalizzava con Ottone I, la Chiesa era
minacciata da un grave pericolo; quello della separazione del germanismo
dal romanismo, i quali prima o poi dovevano impegnare una lotta a morte.
Seguiremo il processo di questa lotta, e considereremo i suoi risultati:
la liberazione della Germania dal principio romano, e il ritorno del
Papato e della chiesa imperiale al romanismo.

L'idea dell'Impero, Impero internazionale, astratto ed ideale, si era
indebolita, mancandole una base nazionale; rifiorì subito e prosperò
invece appena potè appoggiarsi alla nazione tedesca. Passarono tre
secoli da Ottone I alla caduta degli Hohenstaufen, nel qual tempo la
Germania si alzò ad un universale dominio. Sotto gli Ottoni la Chiesa
dovette inchinarsi alla potenza imperiale. I papi furono, come i vescovi
di tutto l'Impero, nominati dagl'Imperatori che si erano arrogati il
diritto della loro scelta. Grande fu la potenza della dinastia Franca:
sotto Arrigo III l'Impero toccò l'apice della potenza. Ricadde poi per
la debolezza dell'infelice Arrigo IV. Le cause di questo fatto sono
molteplici, ma due fra di esse sono essenziali: il movimento
dell'aristocrazia feudale tedesca e la riforma gerarchica della Chiesa,
compiuta dal grande pontefice Ildebrando. L'Impero si era completamente
feudalizzato; l'aristocrazia dei conti e dei duchi cresciuta in potenza
si era arrogata il diritto dell'elezione imperiale, e lo stesso aveva
fatto la nobiltà spirituale dei vescovi, degli abati e dei prelati, i
quali, forniti di smisurate proprietà, avevano preso il primo posto fra
gli Stati, come principi dell'Impero. Così sorse un sistema
clerico-feudale che fiaccò la Corona. Questo fu il principio di ogni
susseguente indebolimento della Germania.

Al contrario il Papato, rialzandosi dalla sua profonda abbiezione,
saliva ad alta ed universale potenza colla riforma di Ildebrando, il
rivolgimento più grande e profondo che abbia avuto la Chiesa prima della
riforma tedesca. La Chiesa non si staccò dall'Impero, ma si rese
indipendente. La scelta dei pontefici fu sottratta all'influenza
imperiale ed alla sua approvazione, e affidata ad un Senato di
cardinali; la scelta dei vescovi toccò ai Capitoli. La Chiesa tornò alla
gerarchia. Il celibato dei preti alzò una barriera fra il numerosissimo
clero--che era uno stato nello stato, un popolo nel popolo--e la
comunità, dalla quale prima il potere spirituale proveniva direttamente
per elezione. L'abolizione dell'investitura laica del clero minacciava
di sottrarre del tutto quest'ultimo alla potenza imperiale, e, mentre
mirava ancora a fare di tutta Europa un feudo della Chiesa, il papa, con
la donazione della contessa Matilde, si costituiva uno Stato nel cuore
d'Italia, che, a detta del pontefice, gli serviva come emblema della sua
signoria universale. Il diritto canonico, il cui nucleo principale era
formato dal principio della sovranità assoluta del pontefice sulla
Chiesa e sulle nazioni, fu contrapposto al diritto imperiale, e imperò
solo nella lunga lotta contro le eresie, gli scismi, le falsificazioni
dei monaci sulla donazione di Costantino e sui falsi decretali
d'Isidoro. La grande lotta delle investiture agitò l'Europa per mezzo
secolo e finì con un compromesso o concordato che lasciava la vittoria
al Pontefice.

Il potere spirituale minacciava di soffocare quello temporale: lo
sviluppo della civiltà e la libertà umana in ogni campo risentirono di
questa tendenza, e l'Europa fu minacciata dal pericolo di un dispotismo
orientale. Questo poteva aver origine o dal fatto che l'Impero
soggiogasse la Chiesa o dall'altro che la Chiesa soggiogasse l'Impero.
Ildebrando aveva allontanato il primo pericolo, ma esso ora ricompariva
dall'altro lato, dal lato del papa. Gli Hohenstaufen lo combatterono;
sulla loro bandiera è scritto il principio ghibellino: Separazione del
potere temporale da quello spirituale; il clero privato di ogni diritto
politico usurpato, e ricondotto alle primitive e pure condizioni
cristiane; il potere temporale tolto al pontefice. Questa era l'idea
germanica di Arnaldo da Brescia che non tramontò più, sebbene questo
primo riformatore della debole politica dell'Impero cadesse vittima del
suo tentativo.

Gli Hohenstaufen opposero all'autocrazia papale l'autocrazia bizantina
imperiale; essi combatterono il diritto canonico col diritto romano che
si era elevato già a scienza; quando i papi affermavano di essere i
vicarii di Cristo, signore della terra e del cielo, e perciò anche
padroni della terra per grazia e diritto divino, ribattevano i dotti
germanici che, secondo il diritto romano, nessun altro monarca v'era
sulla terra all'infuori di Cesare. Ma questa teoria aveva perduto ogni
sua forza col feudalizzarsi dell'Impero. Quel monarca del mondo era in
Germania stessa combattuto dalla nobiltà feudale, che si faceva sempre
più forte, e in Italia dallo spirito nazionale e dalla democrazia. Il
pontefice si alleò coi tre nemici dell'Impero; si nazionalizzò col
principio guelfo; divenne italiano, patriottico proprio, mentre l'Impero
andava perdendo radici in Germania sotto gli Hohenstaufen, e cercava in
Italia una base. Ma non essendogli riuscito di fondersi con la monarchia
tedesca nazionale, l'Impero doveva cadere.

La lotta vittoriosa dei comuni lombardi contro il Barbarossa segna il
momento, in cui in Italia si formò una nazionalità latina e di carattere
comunale; gli elementi germanici avevano perduto ogni forza ed ogni
personalità. La feudalità era germanica, straniera, e importata: il
comune latino la soverchiò; ma le città italiane non combatterono nella
loro gloriosa guerra il principio imperiale romano, ma il principio
feudale imperiale che era germanico. Il grande Barbarossa si ritirò
saviamente dall'Italia, e rese alle città la loro indipendenza.

Allora l'Impero avrebbe potuto risorgere e riprender vita come monarchia
tedesca, frenando a tempo questa rinuncia all'Italia. Ma il fatalissimo
matrimonio siciliano di Arrigo VI, e la non ancora esaurita lotta di
principii fra l'Impero e la Chiesa resero questo impossibile. L'astuto
Arrigo arenò nel suo disegno di rendere ereditaria in Germania la corona
imperiale a dispetto dell'aristocrazia temporale e spirituale. In
Italia, dove egli aveva aggiunto alla sua casa le corone di Napoli e di
Sicilia, restaurò il feudalismo germanico sotto le forme di principati
feudali tedeschi, limitò gli Stati della Chiesa, e strinse un anello di
ferro intorno a Roma ed al Papa. Ma la sua morte precoce, la vacanza
dell'Impero e le lotte per la conquista del trono, depressero d'un
tratto nuovamente la potenza imperiale. Il grande Innocenzo III impugnò
la bandiera della nazionalità italiana, battè i signori feudali
tedeschi, e si fece signore di uno Stato della Chiesa rinnovellato, e
protettore d'Italia. Con questo famoso pontefice la Chiesa raggiunge il
suo massimo splendore. Egli fece del Papato il tribunale supremo e
internazionale d'Europa, ciò che era stato un tempo l'Impero ed avrebbe
dovuto essere ancora e rimanere. Il potere temporale e spirituale per un
momento si trovarono riuniti, e minacciarono l'Occidente con un
dispotismo cesareo-papale.

Contro questa pericolosa potenza della Chiesa al tempo di Innocenzo, che
risolutamente tendeva alla dominazione universale, mentre considerava il
suo stato come un suo feudo privato, sorsero a combattere l'eresia
evangelica e l'Impero monarchico rinnovato dal grande Hohenstaufen
Federico II. Se questi due elementi si fossero alleati, una precoce
riforma avrebbe fiaccato la Chiesa gerarchica; ma i tempi non erano
maturi nel secolo XIII, e non erasi ancora formato un forte stato
nazionale; ma già i germi di una riforma futura da parte della Germania
si diffondevano per tutta Europa. Invano Federico II chiamò i re ed i
popoli ad unirsi sotto la sua bandiera per strappare al papa la
giurisdizione temporale e per rendere al clero il suo carattere
spirituale; rimase solo nell'eroica lotta. Lo spirito indipendente dei
reami che si erano sottratti all'autorità imperiale, l'aristocrazia e la
cittadinanza democratica lo avversarono, alleati del fanatismo
religioso, mentre egli stesso si era allontanato dalla terra nazionale
germanica che, sola, poteva dargli autorità, potenza, vigore. La sua
patria non voleva più in quel tempo sostenere guerre italiche per uno
scopo dinastico; essa lasciò cader Federico. Egli morì incompreso dal
suo tempo, in tragica solitudine, l'ultimo vero Imperatore del grande
Impero; incapace di riunirlo tutto di nuovo in una forte forma
monarchica, egli fu vinto. Gli epigoni della casa Hohenstaufen, Corrado,
Manfredi e Corradino lottarono invano per la ricostituzione del
legittimo Impero. Il tempo lo aveva soverchiato. L'accordo che sembrava
regnare fra l'Italia e la Germania dal tempo di Ottone I, si sciolse;
l'Italia si rese indipendente, di fatto, dall'Impero, le cui ultime
provincie si dissolvevano grado a grado, mentre l'autorità imperiale si
andava perdendo anche in Germania durante il lungo interregno.

Si potrebbe credere a questo punto che anche l'idea imperiale dovesse
andar perduta sotto le rovine della dinastia degli Hohenstaufen; ma ciò
non accadde in nessun modo. Essa continuò a vivere in Germania e in
Italia come un principio tradizionale di gloria, e dalla Chiesa medesima
essa fu conservata con cura. Solo in apparenza questa era riuscita
vincitrice nella gigantesca contesa cogli Hohenstaufen; in realtà essa
era profondamente scossa ed esaurita dalle sue lotte. Praticamente essa
non poteva mantenere nelle sue mani l'artifizioso congiungimento
dell'autorità temporale e spirituale; esso rimase come dottrina teorica
della Chiesa, alla quale si opponevano lo spirito stesso del
cristianesimo e l'indole occidentale. Il papato si vide isolato, solo,
alla vertiginosa sua altezza. L'Italia, dove esso era tornato come un
trionfatore, non gli offrì più una base razionale, poichè lo vide
incapace a riempire l'abisso che separava tuttora i Guelfi dai
Ghibellini, ed a rovesciare la democrazia comunale che era venuta in
potenza anche nella città di Roma.

Gl'Italiani si erano liberati dall'Impero feudale tedesco coll'aiuto del
Papa, ma non avevano ora nessuna intenzione di subire la signoria
teocratica di lui. Lo spirito d'individualità insorse contro di lui,
sotto la forma sia di repubblica cittadina, sia di tirannide o signoria.
Si presentò intanto un altro pericolo: lo stato nazionale monarchico,
del quale Federico II aveva portato in Sicilia il disegno, e che si
sviluppava già in Francia. La debolezza della Germania e dell'Impero
fecero sempre la forza della Francia: dopo la caduta degli Hohenstaufen
l'autorità politica passò necessariamente con gran vigore a quella
nazione. Con essa però si era alleato il papato per combattere gli
Hohenstaufen; esso aveva chiamato in Italia una dinastia francese, e,
con Carlo d'Angiò, l'aveva posta sul trono delle Due Sicilie. Così
questa dinastia, appoggiandosi alla Francia, minacciò di divenire un
pericolo per il papato come lo era stato, sullo stesso trono, la
dinastia degli Hohenstaufen che si appoggiava alla Germania. Era
cambiata la provenienza del pericolo, ma il pericolo rimaneva, e presto
il papato se ne doveva accorgere a sue spese. Esso si affrettò a
ristabilire l'impero nella nazione tedesca: Rodolfo di Asburgo fu eletto
re dei Romani e come tale riconosciuto dal Papa. La restaurazione
dell'Impero della nazione tedesca per mezzo degli Asburgo non era più
che una vana apparenza. Gli Asburgo divennero volentieri i difensori
della Chiesa, e ad essa abbandonarono senz'altro tutti i diritti
imperiali, e riconobbero nell'Impero un feudo del pontefice. Già i primi
fondatori di questa dinastia, nella quale la Chiesa ha trovato sempre
finora (1866) la sua più valida difesa, cedevano al romanismo e ad esso
si alleavano. Intanto però lasciavano il papato e l'Italia
tranquillamente al loro destino, giacchè nè Rodolfo, nè Alberto
passarono le Alpi per venire a prendere la corona Imperiale, ciò che
Dante riprova così severamente. I nuovi difensori della Chiesa non
salvarono nemmeno Bonifacio VIII, e non liberarono il papato dalla
schiavitù francese, nella quale esso doveva necessariamente languire
dopo aver voluto ad ogni costo annientare la potenza imperiale.

L'Impero, entità astratta, non aveva potuto trionfare sulla Chiesa
gerarchica; la nazione francese lo potè. Il papato cadde per sempre
dall'altezza a cui l'aveva innalzato Innocenzo III; esso era stato
forte, finchè era stato in lotta coll'Impero; questa lotta l'aveva
rafforzato; appena essa cessò, il papato si sentì debole.

Riprendendo l'idea di una completa signoria sulle anime e sui corpi di
tutti gli uomini, di tutti i principi, di tutti i popoli, Bonifacio
VIII lanciò la famosa bolla _Unam Sanctam_, ritorcendo la teoria del
congiungimento dei due poteri nelle mani del pontefice, contro la
monarchia francese, e, ciecamente sfidandola, precipitò in sua balìa. Il
papato fu condotto prigioniero ad Avignone. Là si gallicizzò, e per
settanta anni rimase vassallo dei re di Francia. La Chiesa d'Ildebrando
e l'Impero degli Ottoni erano finiti, deformati dall'aristocrazia
gerarchica e feudale, dall'arbitrio sfrenato e dagli abusi. Queste
grandi forme universali, nelle quali aveva riposato per tanto tempo
l'Occidente, si dissolsero rapidamente sotto l'influenza
dell'individualismo germanico. La monarchia incipiente e l'approssimarsi
della riforma laceravano quà in modo visibile e rapido, là in modo lento
ed oscuro, la grande tela dello spirito medioevale.

Quando, al principio del secolo XVI, il papato abbandonò il suo terreno
storico, l'Italia, e si ridusse nella lontana Avignone, in quella terra
che agitavano terribili lotte fra Guelfi e Ghibellini, dovè tornare d'un
tratto l'idea dell'Impero e dell'Imperatore come una via di salvezza.

Questo principio latino si risvegliò con tale delirante e ardente fede
nell'animo degl'infelici Italiani, da ricordare l'attesa del Messia da
parte dei Giudei. Infatti gl'Italiani di quel tempo somigliavano, nelle
loro sventure agli Ebrei: Dante fu il loro profeta. Il suo immortale
ditirambo: _Ahi serva Italia di dolore ostello_, ha avuto la sua
significazione e giustificazione storica fino al nostro tempo, quando
nel dicembre 1866 gli ultimi francesi si imbarcarono a Civita Vecchia.
L'apoteosi dell'Impero fatta da Dante, egli ne vide l'aquila librarsi
fino in paradiso, i suoi ammonimenti all'imperatore, il benvenuto dato
ad Arrigo VII, sono prove del culto per l'Impero che aveva
tradizionalmente profonde radici nel mondo latino, anzi in tutto
l'Occidente.

Arrigo di Lussemburgo rispose all'appello dei Ghibellini e venne in
Italia a placarla come _Imperator Pacificus_ e a restaurare l'imperiale
maestà, _veltro allegorico_, per dirla con Dante. Ma il suo tragico
viaggio verso Roma e le infelici sue lotte in Toscana mostrarono la
debolezza dell'ideale di fronte alle pratiche circostanze della vita,
l'evanescenza del sogno di fronte alla realtà. Il suo sarcofago, nella
ghibellina città di Pisa, è il monumento funebre di tutto l'impero.

Ma l'idea imperiale non era morta, e si nutriva col nuovo spirito della
riforma. Sua arme era lo spirito irrequieto e anelante al meglio, che
anima l'umanità, e con essa combatteva ancora la Chiesa dottrinaria.
Mentre dunque l'Impero precipitava sempre più in basso, e perdeva ad uno
ad uno i suoi diritti e le sue provincie, esso persisteva in Occidente
come teoria filosofica, alla quale si alleavano gli elementi
eretico-evangelici che uscivano dal seno della Chiesa corrotta.

Alle pretese degli arditi papi francesi, i quali, ritirati in Avignone
al sicuro dagli Italiani e dai Tedeschi, reclamavano la signoria
imperiale come loro dovuta, e sempre più cercavano di umiliare l'Impero,
rispondeva lo spirito secolare del tempo nella scuola dei monarchisti,
dei quali era guida e luce Dante Alighieri. La monarchia fu simbolo di
rigenerazione, per la gioventù che cresceva; il principio monarchico
segnò, caso unico nella storia, il progresso della riforma nello spirito
umano per la sua liberazione dai ceppi della Chiesa gerarchica
medioevale. L'opera famosa di Dante, _De Monarchia_, poneva le basi alla
nuova scienza di un diritto di stato, sebbene egli non trattasse di
stati reali, ma di una grande ideale monarchia, o repubblica universale,
sotto lo scettro dell'Imperatore. Con una dialettica scolastica e
sofistica Dante dimostrava che la monarchia universale, l'Impero, era
necessario al bene della società umana; chè l'autorità imperiale
apparteneva di diritto al popolo romano, e, attraverso questo,
all'Imperatore; che l'autorità dell'imperatore derivava immediatamente
da Dio e non dal pontefice. Dimostrava l'indipendenza dell'Impero dalla
Chiesa, e, colla separazione dei due poteri già tentata da Arnaldo da
Brescia e dagli Hohenstaufen, riduceva la Chiesa nei suoi veri confini.

Il principio ghibellino della indipendenza della monarchia fu subito
diffuso nelle regioni più civili di tutto l'Occidente, considerato da un
punto di vista più o meno filosofico. Le correnti di pensiero
riformatore della Chiesa, muovendo dal dogma della povertà evangelica,
col quale prima i Valdesi, poi i Francescani combatterono la dominazione
universale della Chiesa, la sua gerarchia e il suo potere politico, si
concentrarono nel principio monarchico, e la futura alleanza fra il
regno e la riforma era già di fatto stabilita. Sorse una schiera di
riformatori. I nomi di Marsilio di Padova, di Guglielmo d'Occam, di
Giovanni di Janduno, di Enrico di Halem e di Luitpoldo di Bebenburg
segnano lo svolgimento della nuova lotta per la riforma dell'impero
occidentale e della Chiesa.

L'opera famosa di Marsilio, il «_Defensor Pacis_» costituiva il
programma di questa grande ed acuta scuola di riformatori, precursori di
Lutero. Essa andava oltre i concetti ancora scolastici di Dante; non si
limitava soltanto ad affermare l'indipendenza dell'Imperatore dal Papa,
ma pretendeva senz'altro la sottomissione del Papa alla potenza
imperiale. Negava e metteva in ridicolo la teoria tomistica
dell'infallibilità e del primato del pontefice; negava la sua autorità
spirituale medesima come capo supremo della Chiesa; affermava
l'uguaglianza evangelica di tutti gli Apostoli e di tutti i sacerdoti.
Il Concilio diceva essere superiore al pontefice, e affermava unico
documento originario della dottrina cristiana essere la Sacra Scrittura.

Di questi elementi nel tempo si servì Ludovico il Bavaro, quando
intraprese la famosa lotta contro Giovanni XXII. Secondo la teoria di
Dante, che il popolo romano fosse la fonte dell'autorità imperiale, e
secondo la dottrina dei monarchisti, che il re dei Romani, una volta
eletto, non aveva bisogno dell'incoronazione, nè dell'unzione, nè della
confermazione del Papa per essere di pieno diritto Imperatore, Ludovico
prese in S. Pietro a Roma la corona imperiale dalle mani del popolo
romano o dei suoi delegati, i baroni laici. Fu questa una rivoluzione,
il crollo del principio legittimista degli Hohenstaufen, che negava al
popolo romano questo diritto di sovranità.

Nel giudizio del suo tempo, Ludovico democratizzò l'impero non solo, ma
deprezzò la corona dei Cesari fino a farne un feudo del ruinato
Campidoglio e della meschina repubblica di Roma. La sua azione che
appare così acuta che potrebbe esser chiamata moderna, non era però
l'espressione di una convinzione reale, ma di un sentimento passeggero,
insolente ed altero. Questo primo Imperatore che ebbe la corona dalle
mani del popolo, fu un uomo senza tenacia di volere e senza genio. Egli
si disse, in presenza del Papa, peccatore pentito, e ad Avignone chiese
umilmente l'assoluzione e l'incoronazione papale. Egli rese al pontefice
la sua autorità, sebbene gli Stati di Germania avessero a Rense e a
Francoforte, proprio in quei giorni, fatto la dichiarazione solenne
della indipendenza della corona imperiale dalla Chiesa e dal Papa.
Questa famosa dichiarazione fu il risultato pratico di quella lotta fra
Ludovico e il papato, nella quale l'Imperatore era il reale, se non
apparente, trionfatore. Essa proclamava la separazione della Germania da
Roma, separazione che prima o poi doveva di fatto verificarsi. L'Impero,
che si andava sottraendo così all'autorità della Chiesa, si
circoscriveva sempre più strettamente, o per limitarsi finalmente al
solo Impero tedesco.

Le idee di Dante e del Petrarca sull'eterna significazione di Roma come
capitale universale e metropoli dell'umanità, e centro della universale
monarchia, trovarono già in quel tempo, col teorico rinascere dello
spirito romano, un'espressione fantastica nel Campidoglio medesimo.
Mentre il papato stava lungi nella sua cattività francese, l'Imperatore
lontano anch'esso e scaduto dall'antica dignità, e l'Impero stesso era
dissolto, sorse il tribuno popolare Cola di Rienzo e proclamò sulle
rovine capitoline gl'inalterabili diritti di sovranità del popolo e del
Senato romano, dinanzi al tribunale del quale, egli invitò a presentarsi
l'Imperatore, i principi dell'impero, e gli alti prelati della Chiesa.
Nel suo delirante pensiero si trovava pure un metodo non privo di
logica; ed i suoi sogni non erano soltanto parto accidentale della sua
fantasia, ma spiegabili derivazioni del processo storico dell'idea
dell'Impero e di Roma, che avrebbero potuto ricondurci ad una misura e
ad un disegno politico che una volta per sempre offrisse un programma
degno di seria considerazione.

Così l'Impero doveva di nuovo essere nazionalizzato italiano; un
italiano doveva, per libera elezione di tutti i delegati della penisola,
per un plebiscito anzi, essere fatto Imperatore e risiedere in Roma.
Tutte le città furono dichiarate libere e fu accordato loro il diritto
di cittadinanza romana, a titolo originario della loro libertà; tutti
furono invitati a radunarsi, per mezzo dei loro delegati, in Roma loro
madre, ed a formare una confederazione italiana, dalla quale fossero
esclusi gli stranieri. Il motto moderno l'_Italia farà da sè_, e l'idea
della indipendenza nazionale italiana e della sua unità furono in
sostanza già nel pensiero di Cola chiari e precisi, e ciò assicura al
geniale sognatore uno dei primi posti fra i patrioti d'Italia. Il grande
disegno trovò ostacolo nella fugacità del genio politico di Cola, nella
gelosia delle città e dei tiranni della penisola, nell'avversione della
Chiesa, ed anche perchè era vana e irrealizzabile l'idea di una
restaurazione dell'antica repubblica romana. Con Cola il dogma politico
di Roma tramontò, ma la rinascita del mondo antico si effettuò sotto
forme ideali e letterarie. Vicino a Cola dobbiamo porre il Petrarca, il
grande apostolo del Rinascimento, in cui si formò allora quell'ambiente
particolare, sul quale poterono dissolversi e perdersi i partiti dei
Guelfi e dei Ghibellini ed anche l'idea dell'Impero.

Il disegno di portare in Italia la dignità imperiale fallì così
completamente, ed essa rimase alla corona tedesca. Anzi, caso strano,
più d'una volta essa fu rivestita dal ramo slavo del Lussemburgo, poichè
i successori di Arrigo VII furono i re di Boemia. Con Carlo IV, nipote
di Arrigo, l'Impero toccò l'infimo grado della sua potenza: secondo il
Villani, questo re si recò alla sua incoronazione come un mercante si
reca alla messa. Secondo le istruzioni del pontefice egli si trattenne
in Roma le ore strettamente necessarie per compiere la cerimonia
dell'incoronazione. Abbandonò Roma e l'Italia in mezzo alle ingiurie e
alle beffe, ma con la borsa piena, il più deplorevole Messia che mai
apparisse in Italia, dove era stato chiamato dalle vane e idealistiche
speranze nutrite dal Petrarca; come un tempo suo nonno da quelle di
Dante! Il viaggio di Carlo a Roma finì di distruggere l'ideale dei
ghibellini che fin allora avevano voluto vedere nell'Imperatore il
salvatore d'Italia.

Nondimeno, l'idea imperiale continuò a vivere, e il potere imperiale fu
ancora teoricamente riguardato come il più alto e più atto a reggere il
mondo; così l'Impero ebbe un vivace risveglio al principio del secolo XV
con Sigismondo, re dei Romani, ultimo discendente di Arrigo VII. La
causa di questo risveglio teorico, ma che pure ebbe anche pratici
risultati, deve ricercarsi nello stato di profonda decadenza nel quale
era precipitata la Chiesa, la quale chiese di nuovo aiuto al potere
imperiale per tentare una via di rinnovamento e di salvezza. Il ritorno
del papato da Avignone a Roma fu seguìto dalla rovina della Chiesa, la
più spaventevole che mai si sia data.

La sconfinata corruzione della Chiesa minacciava di farle seguire la
sorte dell'Impero, e di scinderla in più Chiese regionali; e per la
durata di due pontificati sembrò imminente una separazione di essa in
una metà germanica ed una romana. Stava in giuoco il concetto
fondamentale della sua universalità: allora accadde che d'un tratto
l'idea dell'Impero acquistò una forza internazionale nuova. La dottrina
di Dante e degli imperialisti del tempo di Ludovico il Bàvaro riprese
vigore e fu seguita anche in Francia, dove il principio monarchico si
era molto sviluppato dopo la lotta fra Bonifacio VIII e Filippo il
Bello.

Tutti i popoli dell'Occidente guardavano ora all'Imperatore come al capo
della universale Repubblica e al legittimo giudice della Chiesa, il
quale doveva chiamarla dinanzi al suo tribunale supremo per sentenziar
sui corrotti pontefici. Gerson e Pietro d'Ailly presero il posto
occupato un tempo, ma in un cerchio ben più ristretto, da Marsilio da
Padova e dai suoi compagni di lotta. Il Concilio si erigeva sul
pontefice: Sigismondo lo convocò, come re dei Romani, a Costanza.
Questo grande Concilio, che, per l'autorità dell'Imperatore, depose papi
e fece scegliere da un Conclave di deputati nazionali il nuovo Papa,
segnò un'epoca nella storia del mondo. L'idea dell'Impero apparve allora
per l'ultima volta come un principio internazionale di ordine e di pace,
che portava con sè il ricordo di un glorioso passato. Ma con esso si
chiudeva la storia dell'Impero, poichè esso più non riposava sopra un
potere effettivo, ma sopra un dogma ideale.

Col secolo XV tutti i rapporti politici subiscono grandi variazioni: i
popoli escono dalle forme cattoliche della Chiesa e dell'Impero, e
assumono forma moderna. Il mondo europeo entra in una fase totalmente
nuova del suo sviluppo, e nel secolo XVI esso offre l'aspetto di varii
nuovi gruppi di stati uniti fra loro per mezzo di alleanze e di leghe
determinate da bisogni dinastici o nazionali. Il grande rivolgimento di
tutto l'Occidente, cominciato alla metà del secolo XV e continuato nel
seguente, fu operato da molti e possenti fattori: invenzione della
stampa, rinascimento della cultura e dell'arte classica, caduta sotto i
Turchi dell'Impero bizantino, caduta del dominio arabo in Spagna,
formazione della monarchia spagnola, scoperta dell'America, fondazione
della potenza della dinastia degli Asburgo, sviluppo della monarchia
francese, e finalmente la Riforma.

Dall'anno 1439 la Corona imperiale tornò agli Asburgo, e rimase in
quella dinastia fino all'anno 1806 senza interruzione, se non di
brevissima durata. Federico III fu anche l'ultimo re che fu incoronato a
Roma, se eccettuiamo fra i successori Carlo V che fu sì incoronato dal
Papa, ma a Bologna, nessun altro Imperatore fu unto e incoronato più
dalle mani stesse del pontefice, ma i re tedeschi dopo la loro elezione
si chiamarono, secondo gli articoli imperiali, imperatori eletti, e fu
aggiunto: del Sacro Romano Impero _della Nazione tedesca_. Di fatto, si
trattava veramente di un Impero tedesco. Si spezzò così ogni legame fra
Roma e l'Italia, e l'Impero, e l'Imperatore tedesco non si recò più in
quella regione che per trattare affari politici o dinastici che
casualmente lo avessero richiesto.

La dinastia degli Asburgo, nella quale era di fatto divenuta ereditaria
la carica imperiale, radunò sotto di sè, dal tempo di Massimiliano, uno
straordinario dominio, dal Reno al Danubio inferiore, ed a questo fatto
si deve la durata della dignità imperiale in quella casa e lo slancio
che la storia della Germania ha avuto fino ai nostri giorni. Infatti
l'Impero, avendo perduto le sue provincie primitive: l'Italia, la
Borgogna, la Provenza, la Svizzera, cercò nel dominio degli Asburgo,
nella parte orientale dell'Impero, il suo centro di gravità, là dove i
popoli danubiani potevano formare una massa compatta contro l'irruzione
di nuovi barbari, Turchi e Slavi, entro i confini. Bisognava poi pensare
a stabilire un ostacolo ad occidente contro il pericoloso estendersi
della monarchia francese. Ma tanto questi che quei confini furono
debolmente muniti, e la caduta di Vienna sotto i Turchi fu solo impedita
dall'aiuto della Polonia, mentre i confini occidentali furono
ignominiosamente abbandonati. La dinastia degli Asburgo, preoccupata
soltanto di sè e delle sue terre ereditarie, lasciò la Francia spingersi
fino al Reno, mentre, per motivi concernenti la sua politica
particolare, cambiava nel secolo XVIII la Lorena, provincia imperiale,
per la Toscana, che divenne così un possesso dei secondogeniti della
casa di Asburgo.

La formazione di questa sovranità austriaca, che si andava aggravando
sulla Germania propriamente detta, minacciava di ridurre il popolo
tedesco ad un'appendice dell'Austria, come giustamente dice Bryce. Gli
Asburgo salirono presto sotto Massimiliano e Carlo V ad una tale
potenza, che essi furono di nuovo preoccupati delle antiche idee di
dominio universale, ma con basi molto più reali e positive di un tempo.
Massimiliano tentò seriamente di realizzare la grande idea di farsi
pontefice, per riunire in sè i due poteri temporale e spirituale e
riformare Chiesa ed Impero; suo nipote Carlo V, dopo avere ereditato
l'Olanda, la Spagna intera, Napoli, e conquistato Milano, si vide
arbitro di un grande Impero cesareo, quale nemmeno Carlomagno aveva
posseduto con tanta estensione e potenza d'armati.

Carlo V, imperatore, avendo ricacciata nei suoi confini la Francia,
eterna rivale della Germania, ingranditasi a spese dell'Impero, si
ripresentò nella storia dell'Occidente un breve periodo simile a quello
reso illustre da Carlo Magno; un periodo storico che poteva consentire
la formazione di un dominio imperiale costretto nelle ferree leggi del
Cesarismo, valido a rendere indipendenza e libertà ai possedimenti già
sottratti all'Impero.

Per coronare l'edificio, Carlo V avrebbe potuto abbattere il Papato, e
dar mano egli stesso alla desiderata riforma; così avrebbe riunito le
due potenze della Chiesa e dell'Impero, e, nuovo Costantino, fondato una
nuova Chiesa imperiale e nazionale.

Ma in questi giganteschi disegni non si teneva conto dello spirito
germanico; la Riforma, questo grande fatto liberatore, diede nel momento
opportuno un gran colpo al _Cesaropapismo_ di quell'arbitro del mondo.
Essa fu il risultato di un secolare processo svoltosi nella Chiesa e
nell'Impero; suoi precursori furono tanto gli antichi Imperatori
germanici che combatterono l'assolutismo e il potere temporale dei Papi,
quanto gli eretici evangelici che avevano combattuto il dogma, la
gerarchia e la supremazia spirituale esclusiva del pontefice. L'idea
romana dell'accentramento fu soverchiata e soffocata dal principio della
libertà del pensiero, e l'idea della comunità universale, rappresentata
fin allora dalla Chiesa cattolica romana e dall'Impero a lei legato, si
perdè nella luce della nuova libertà spirituale.

Gli effetti della rivoluzione degli stati dell'Occidente sarebbero stati
incalcolabili, se Carlo V si fosse messo a capo del movimento della
Riforma. Ma alcuni possedimenti del suo impero, come Napoli, Milano, e
la Spagna bigotta, lo designavano nemico della Riforma, mentre questa
stessa, per il suo principio di decentramento, era pericolosa nemica
dell'idea imperiale e della sua inseparabile Chiesa imperiale. La
Riforma colpì a morte l'idea imperiale; e fu monarchica, perchè aveva
bisogno dell'appoggio dei principi per poter tener testa all'Imperatore
ed al Papa. La vittoria del principe Maurizio di Sassonia pose termine a
questo movimento, arrestando d'un colpo la potenza di Carlo. Il
riconoscimento della confessione di Augusta fiaccò definitivamente il
principio dell'Impero e della Chiesa imperiale.

Era necessaria un'aspra lotta di cento anni combattuta dalla Chiesa
riformata per la propria esistenza contro la Chiesa cattolica romana,
dalla quale si era scissa, perchè l'opera di Lutero e dei suoi seguaci
acquistasse solida consistenza. Questa terribile lotta per l'esistenza
fiaccò la Germania e la rese politicamente debole. La faticosa
liberazione della nostra patria dalla Chiesa di Roma le costò in fatto
uno sforzo immenso che l'esaurì più profondamente, che non avesse fatto
l'antico legame con Roma e l'Italia che aveva per secoli asservito la
nostra forza nazionale ad un dogma politico-religioso, in una terra
straniera. Ma lievi furono i sacrificii fatti dalla Germania dal tempo
delle guerre di religione fino alla pace di Vestfalia, poichè valsero a
conquistare la libertà della fede e del pensiero, che è la base della
moderna civiltà europea. Il grave pericolo che derivava dalle primitive
tendenze monarchiche della Riforma, per cui si poteva ancora pensare a
riunire il potere temporale e quello spirituale in un pontefice,
principe protestante (secondo l'aforisma _cujus regio ejus religio_), fu
allontanato e superato per lo spirito germanico d'individualità e per
l'indipendenza territoriale dei principi tedeschi. Invece di una Chiesa
generale riformata si ebbero tante singole Chiese, ma anche così
frazionato, lo spirito della Riforma rimase abbastanza potente da tener
testa alla grande nazione del cattolicismo, sia pure colla perdita di
qualche provincia. Il principio della libertà di coscienza ha oggi
generalmente trionfato; anche in Italia, nella immediata vicinanza del
pontefice, esso è divenuto un diritto, oramai acquisito per sempre. E'
il diritto universale di cittadinanza dello spirito occidentale: la
vecchia Chiesa, legata all'Impero o allo Stato, scompare; essa ricade,
libera anche essa, in seno alla società.

La Riforma aveva risollevato il diritto medioevale dell'Impero, ma il
trattato di Vestfalia, riconoscendo l'eguaglianza delle due confessioni,
nell'Impero, legittimava la separazione di esso da Roma.

Nel sistema medioevale Chiesa ed Impero non formavano che un solo
organismo; l'Imperatore era difensore di quella, doveva vegliare sulla
sua unità ed inseparabilità, e soprattutto dar opera ad estirpar
l'eresie. Ma ora principi protestanti sedevano in Parlamento presso i
cattolici; ora l'Imperatore era eletto da voti di cattolici e da voti di
eretici, contemporaneamente. La corona rimaneva elettiva: perchè non
avrebbe potuto un principe protestante essere eletto all'Impero? Ma
questo segreto disegno dei protestanti non fu mai colorito. La dignità
imperiale rimase, di fatto, agli Asburgo, per via ereditaria, e per la
tradizione e per la grande potenza privata di quella dinastia. L'Austria
frattanto dominava dunque in Germania, e l'Imperatore mirava solo a
scopi che concernevano l'Austria stessa, il che non mancò di suscitare
nelle grandi case tedesche un vivo malcontento. Già al tempo della pace
di Vestfalia il famoso giurista Chemnitz (Hippolytus a lapide) mirava a
strappare la corona agli Asburgo, sostenendo che il loro dispotismo
imperiale, il loro egoismo di schiatta erano le sole cause della
decadenza della nazione tedesca. «_Extirpatio domus austriacae_» è il
profondo grido che i protestanti gettarono poco prima del 1648. Essi
volevano che tutto ciò che sapeva di romano, fosse estirpato dalla
Germania, che doveva crescere da sè per propria virtù e potenza, e
attaccarono naturalmente anche l'idea imperiale latina che ancora
trovava un'espressione nella casa di Asburgo, così strettamente legata
a Roma. Così colla pace di Vestfalia essi ottennero, la Francia si
affrettò ad assentire, che i principi territoriali della Germania
fossero dichiarati sovrani.

Quel trattato dichiarava finito l'antico Impero, ed infatti esso non era
più che un'alleanza fra molti stati indipendenti retti da piccoli
sovrani assoluti, il cui capo titolare rimaneva l'Imperatore, i cui
antichi diritti sulla aristocrazia del Parlamento (Reichstag) non erano
più che un'ombra. La sua potenza non gli derivava dall'essere
Imperatore, ma dal popolo delle terre appartenenti alla corona degli
Asburgo, a mantenere ed ingrandire le quali, assiduamente mirava.

L'Impero non più romano ma tedesco condusse dopo la pace di Vestfalia
un'esistenza che offre la visione storica più deplorevole. Gli stati
vicini erano venuti intaccando le sue terre di confine; la Francia era
giunta, a forza di astuzia e di abili manovre, fino al Reno; la Svezia e
la Danimarca avevan conquistato le Provincie del Nord; la Polonia si
stendeva fino all'Oder; le terre numerose degli Asburgo formavano, nel
sud-est, uno Stato a sè che tentava di assorbire a poco a poco la
Baviera. Il resto della Germania era un caos di staterelli sminuzzati,
di signorie territoriali, di principati retti a sistema assoluto, nei
quali il sentimento nazionale era caduto più in basso che nella vicina e
meno divisa penisola italica. L'Impero stesso era incurabile; le riforme
fatte da un grande imperatore, quale fu Giuseppe II, dovettero
naufragare.

Per la rigenerazione nazionale e politica della Germania, caduta in così
tristi condizioni, doveva nel nord presentarsi un aiuto insperato. La
storia della formazione e dello sviluppo della monarchia prussiana è
l'unica bella pagina nella storia della lunga decadenza dell'Impero. In
seno a questo nobile germe giaceva nascosto l'avvenire della patria. Lo
stato prussiano divenne la rocca del protestantismo nel continente
europeo, e suo ufficio fu quello di difendere la Germania contro le
ingerenze di Roma, contro la Francia, le popolazioni slave che
minacciavano ad Oriente, e contro la Scandinavia che minacciava al Nord.
Questo ufficio fu coscienziosamente eseguito.

L'erezione della Prussia a regno nel 1701 segna un'epoca nuova nella
storia tedesca. Da quel punto questo piccolo stato vide nettamente
tracciata dinanzi a sè la strada che doveva seguire. Necessariamente
esso aspirò ad una supremazia sulla parte settentrionale della
Germania, e si trovò rivale della casa d'Austria per l'egemonia tedesca.
L'esistenza della monarchia prussiana era evidentemente e fatalmente
pericolosa per l'Impero: si determinò un dualismo di natura politica e
religiosa che già la Riforma aveva prodotto, e che ebbe per effetto
particolare la formazione della monarchia prussiana. La lotta della
dinastia degli Hohenzollern contro la dinastia degli Asburgo, del regno
tedesco contro l'Austria e l'Impero, fu il punto centrale della storia
della Germania, le cui vicende ormai dipenderanno dalle vicende di
quella lotta. Federico il Grande, vincendo Imperatore ed Impero,
consolidò validamente la sua monarchia; questa, come già quella degli
Asburgo, ma in minori proporzioni, ripeteva le sue origini da una
piccola dinastia mezzoslava; ma seppe tedeschizzarsi, questa piccola
monarchia egoistica, ciò che non riescì mai alla dinastia degli Asburgo
con tutte le sue terre ereditarie, e divenire un'immagine, un modello,
un microcosmo della Germania, assorbendo a poco a poco antiche famiglie
tedesche, annettendosi questa e quella provincia dell'Impero, e
tollerando entro di sè, l'una vicino all'altra, tre confessioni che
godevano tutte di un eguale diritto di cittadinanza. Il sorgere e lo
svilupparsi della Prussia, questo nuovo germoglio fiorito dal tronco di
un vecchio ed illustre albero rinnovellato, l'Impero, è una mirabile
evoluzione, una fatale trasformazione dell'Impero stesso. Quando essa
sarà compiuta, la Prussia passerà, tramonterà anch'essa, cioè ascenderà
gloriosamente nella nuova giovane Germania. Lo spirito della nazionalità
tedesca, con le sue speranze nel futuro, con la sua attività letteraria
e scientifica, si rivolse, fin dal tempo di Federico il Grande, alla
Prussia come al cuore della patria, benchè essa, come già l'Austria
degli Asburgo, sembrasse seguire egoistici disegni d'ingrandimento,
senza preoccuparsi troppo dello sviluppo nazionale. Ma le guerre
d'indipendenza delinearono nettamente la missione della Prussia. Queste
guerre salvarono la nazionalità germanica: l'Impero non c'entrava più,
era da un pezzo tramontato; esse spezzarono il nuovo dominio romano
universale che si era alzato sulle sue rovine.

L'idea universale dell'Impero, combattuta dalla Riforma, dalla
separazione della Germania da Roma, dal trattato di Vestfalia e dal
sistema politico che ne derivò, era risorta con forza mirabile dalla
Rivoluzione francese e formò il nuovo Cesarismo napoleonico. Il geniale
conquistatore, di razza latina, riportò sul suo trono il principio
della monarchia mondiale, mentre egli, come tutti i suoi predecessori,
si dichiarava successore di Carlo Magno. Con abile mossa storica, egli
si impadronì di un antico e tradizionale principio, e con esso animò,
infuse uno spirito al suo Impero improvvisato, che, altrimenti, sarebbe
stato una riunione ingente di paesi conquistati, che anche un Attila o
un Gengiskan avrebbe potuto raccogliere. Secondo la sua gigantesca
fantasia, egli somiglia per essa come per molti altri tratti a Cola di
Rienzo, ma in grandi proporzioni, la dominazione romana doveva
rinnovarsi e passare dalla nazione tedesca, nella quale si era a lungo
indugiata, a quella francese. Questa era detta una _Translatio_ o
_Restitutio Imperii ad Francos_. Il ristabilimento della Chiesa
cattolica, che la Rivoluzione aveva abbattuto, sta in stretta relazione
con questo disegno napoleonico. Con la Chiesa egli strinse il
Concordato. Egli si rivolse al Pontefice per essere da lui solennemente
unto ed incoronato, come a lui si era un tempo rivolto il re franco
Pipino, per ottenere da lui, in nome della Chiesa, il riconoscimento e
la convalidazione della sua usurpazione.

Così si trovava ora di nuovo in Europa un Imperatore coronato dal
Pontefice vicario di Dio, il quale, di fronte all'Italia e a Roma,
prendeva l'attitudine che avevano avuto gli antichi Imperatori
germanici. Egli s'incoronò con la corona di ferro dei Longobardi. Chiamò
suo figlio re di Roma, e, come doveva logicamente accadere in questo
rinnovamento dell'idea imperiale, entrò poi in lotta col Pontefice, come
i suoi predecessori, e gli contese, come essi, lo stato, il _dominium
temporale_. Anzi egli giustificò il fatto di togliere al Papa le sue
terre con l'espressiva dichiarazione che egli intendeva revocare tutti i
privilegi che gl'Imperatori suoi predecessori avevano concesso al Papa.
Cola di Rienzo aveva un tempo emesso un editto simile, quando aveva
proclamate nulle le donazioni fatte dagl'Imperatori tutti, fin dal tempo
di Costantino, che ritornavano di diritto al popolo e al Senato romano.

Bryce osserva che l'Impero tedesco ed il suo Imperatore si trovarono di
fronte all'usurpatore Napoleone nella stessa situazione, in cui si trovò
l'Impero bizantino, quando Carlo Magno usurpò la corona di Costantino.
Ma Vienna o Regensburg fece meno opposizione al conquistatore ed alle
sue pretese di dominio mondiale, di quello che non aveva un giorno fatto
Bisanzio. Quando, alla formazione della Confederazione del Reno, gli
Stati tedeschi del Sud si staccarono dall'Impero, e riconobbero
Napoleone quale loro protettore, l'Imperatore Francesco II depose per
sempre la corona di Costantino, di Carlo Magno, di Carlo Quinto; rimase
Imperatore dei suoi dominî ereditarî di Austria. Non si nota qui una
singolare coincidenza di forme storiche rinnovate? Non si poteva
considerare quella famosa Austria, il baluardo dell'Europa contro i
Turchi, come una specie di nuovo Impero romano d'Oriente? E non subì
essa la stessa sorte dell'Impero bizantino, che si andò lentamente
esaurendo?

Quando apparve l'atto d'abdicazione dell'Imperatore tedesco del 6 agosto
1806, esso non produsse, osserva con stupore il Bryce, nel mondo che lo
udì, un'impressione molto maggiore di quella che aveva prodotto, al
tempo del conquistatore Odoacre, la caduta dell'antico Impero romano.
Nondimeno ogni patriota ed ogni uomo di pensiero doveva essere
profondamente commosso dalla considerazione che in quel momento la più
antica istituzione dell'Occidente toccò il suo estremo tramonto.
Quell'impero infatti datava da Giulio Cesare! Aveva avuto, come nessuna
altra istituzione all'infuori della Chiesa, 1800 anni di esistenza! La
dignità imperiale era rimasta per un millennio, salvo interruzioni
momentanee, in seno alla nazione tedesca. Le più grandi memorie della
storia dell'Occidente erano ad esso indissolubilmente legate; i
caratteri, le vicende, le forme varie dei popoli erano inseparabili
dalle vicende, dalle forme, dal carattere di esso. L'idea più nobile ed
alta, quella della solidale unione dell'umanità intera, scopo verso il
quale questa deve assiduamente dirigersi, aveva costituito il principio
fondamentale e particolare di questo Impero. Ora, venendo esso ad
estinguersi, non doveva essere una mancanza sensibile nell'organismo
europeo?

Occupato da lunghi anni dalla trattazione di questo tema, che è uno dei
fondamentali per chi studii la storia della città di Roma nel medio evo,
ho accolto con vera soddisfazione il bellissimo libro del signor Bryce e
ne ho fatto tesoro, e quest'opera è invero ben degna di ogni
considerazione per l'oculatezza e per la chiarezza della visione che
l'autore ha saputo risuscitarci dinanzi, dell'idea imperiale nella
storia. Egli mi aveva già in Roma partecipato le sue idee, oggetto per
me di vera ammirazione. Nemmeno un tedesco potrebbe aver trattato quel
soggetto con maggior perspicacia e profondità. Il suo libro si aggiunge
alla lunga serie di trattati di scienza politica sul principio
imperiale, serie che comincia col _Libellus de Imperatoria Potestate_
del IX secolo e che continua fino ai dì nostri. Gli studiosi conoscono
a questo proposito la collezione di Schardius e Goldast.

Nella conclusione della sua opera, Bryce così parla, a glorificazione
dell'Impero, e nelle sue parole pulsa ancora il pensiero di Dante e di
Petrarca:

«L'opera dell'Impero medioevale fu benefica, ma a proprio danno; esso
nutrì, apparentemente combattè, le nazioni che erano destinate a
prendere poi il posto occupato da lui; esso pose un freno alle barbare
popolazioni del Nord, e le ridusse ad una forma di civiltà; favorì e
conservò le arti e la letteratura dell'antichità. In tempi di violenza e
di dominazione, esso impose ai suoi sudditi il dovere di un'ubbidienza
razionale verso una autorità, il cui motto era: Pace e religione. In un
tempo, in cui più si inasprivano gli odii di nazionalità, esso tenne
alto il principio di una confederazione dei popoli europei, nuocendo
così a sè stesso, poichè aveva bisogno di un potere dispotico centrale.
Non basta: esso insegnò agli uomini il retto uso dell'indipendenza
nazionale, insegnò loro ad innalzarsi ad un concetto di attività e di
libertà spontanee, concetto che è sopra, ma non contro, la legge, e per
giungere al quale l'indipendenza nazionale, se bene intesa, non è essa
stessa che un mezzo». «Da Augusto a Carlo V il mondo civile intero
credette alla sua necessità come fondamento di un eterno ordinamento del
mondo, e i teologi cristiani, non meno chiaramente dei poeti pagani
affermarono che _la caduta dell'Impero doveva essere anche la rovina del
mondo_. Pure ora l'Impero è caduto, ed il mondo sussiste, e si accorge
appena del mutamento. Ma che cos'è questo che abbiamo detto in confronto
a tutto ciò che si potrebbe dire su questo profondo e vastissimo
argomento? Ciò che qui sarebbe necessario, e che praticamente è
impossibile, si è considerare l'Impero come un tutto, come una sola
istituzione, nella quale ha avuto il suo centro la storia di diciotto
secoli, e la cui forma esteriore è rimasta immutata, mentre è cambiato
il suo spirito e la sua essenza. Chi, del resto, sarebbe capace di
rappresentare esattamente il papato? Coloro che non vedono in esso che
un gigantesco albero Upa, pieno di fronde e di eresia, sono tanto lungi
dall'aver penetrato il mistero della sua esistenza, quanto i politicanti
convenzionali, che con frasi rotonde spiegano il suo sviluppo, lo
analizzano come un'opera dell'arte meccanica, misurano le sue energie e
danno uno sguardo sommario e semplicista ai suoi effetti, così ai buoni
come ai cattivi. Egualmente il sacro romano Impero è superiore ad ogni
descrizione o spiegazione. Sapremo ben poco di lui quando avremo
conosciuto le idee che nutriva Giulio Cesare, allorchè gettò le sue
basi, sulle quali Augusto seppe costruire, o quelle di Carlo Magno che
ne ricostruì l'edificio, o quelle di Barbarossa e del nipote di lui,
quando si diedero a frenarne la precipitosa ruina. Le genti future ne
sapranno poco di più, quando considereranno il medio evo ad una maggiore
distanza di noi, che viviamo ancora in un periodo di reazione contro
ogni forma medioevale. Essi vedranno e concepiranno nuove forme della
vita politica, la cui natura noi potremmo appena intuire. Ma quando essi
vedranno più vasto orizzonte, non vedranno perciò più profondamente; al
contrario la loro vista sarà superficiale e leggera. L'Impero, che noi
scorgiamo ancora come una gigantesca figura all'orizzonte del passato,
si sommergerà sempre più nell'ombra ai loro occhi, quanto più essi
seguiranno la strada dell'avvenire. Nondimeno, come potrà esso mai
perdere la sua importanza nella storia del mondo? In lui infatti si è
concentrata la vita dei secoli passati, tutta intera; da lui è fiorita
tutta la vita del mondo moderno».

Tornerò a questo punto, andando verso la conclusione, all'anno 1806, nel
quale si spense definitivamente l'Impero, nella forma tedesca degli
Asburgo. La vita europea si svolse allora per sedici importantissimi
anni in mezzo a lotte di supremazia e di sviluppo, che diedero origine,
sulle rovine dell'Impero, a forme sociali di tale natura, che sembrarono
avere distrutto fino ai suoi ultimi resti il medio evo per compiere un
nuovo assetto politico. Si spense dunque così del tutto quel principio
dello spirito occidentale, dal quale erano germogliati, e nel quale
avevano trovato la loro espressione, l'Impero e la Chiesa? Oppure, quale
aspetto visibile e riconoscibile hanno questi assunto?

Osserviamo che l'idea imperiale non tramontò nel 1806, poichè Napoleone
se ne impadronì e la trapiantò dalla Germania, sua sede ormai legittima,
in Francia, fondando una nuova monarchia universale. Era suo disegno di
dare a questa, come autocrate, i cui vassalli fossero i re
dell'Occidente, eguali leggi ed eguale indirizzo verso una forma
generale di civiltà. Come un antico imperatore egli si spinse
nell'Oriente barbarico per allargare i confini dell'Impero, ed avrebbe
trasportato fino a Bisanzio le aquile imperiali, come aveva fatto a
Roma, se la natura stessa delle cose lo avesse consentito. La sua storia
meravigliosa, se considerata esteriormente e da un solo punto di vista,
sembra risuscitare il gigantesco sogno mondiale di Roma, ed il vecchio
principio dell'Occidente, dal quale l'Europa potrà liberarsi solo,
quando avrà raggiunto una forma superiore di libertà e di civiltà. Il
grande sogno si dileguò per incanto al soffio possente del libero vento
che, dal tempo della riforma tedesca, conduce invincibilmente l'Europa
alla libertà e combatte e ricaccia indietro lo spirito medioevale della
reazione. La riforma ha sciolto dai vincoli il pensiero individuale; la
rivoluzione francese ha fatto libera e cosciente l'attività e l'energia
della nazione. Ambedue hanno cooperato a illuminare i popoli, a farli
liberi, forti e clementi, tali infine che non possono più tollerare
alcun dispotismo militare. La caduta di Napoleone dimostrò chiaramente
l'impossibilità di un grande potere centrale. Il mondo diverrebbe più
facilmente tutto repubblicano o cosacco!--era questo un motto famoso del
grande uomo.

Quando il cesarismo napoleonico precipitò, era giunto il momento di
condurre a termine una riforma politica per mezzo di un concilio di
popoli. Le circostanze si presentavano simili a quelle del tempo, in cui
l'Europa vide il papato minacciar rovina, e tenne a Costanza un
concilio. Come allora inutilmente si tenevano i concilii, così ora
inutilmente si bandiscono i congressi. Il Congresso di Vienna ebbe tanto
buon successo nel dare un nuovo assetto politico all'Europa, quanto il
Concilio di Costanza nel portare riforme sostanziali nella Chiesa. Così
accadde che la storia degli ultimi cinquant'anni non contiene
propriamente altro che la reazione dei popoli contro gli accordi presi
al Congresso di Vienna e la distruzione dell'artificiale edificio che
questi avevano edificato. L'Impero dunque non fu ristabilito, ma rimase
il concetto--non di una potenza centrale europea, ma di una autorità
internazionale, atta a tenere uniti ed alleati i popoli colla _pace_ e
nella _religione_;--questo concetto, che esprimeva un bisogno serio e
reale, che tornava a farsi sentire, fu tradotto in atto nell'alleanza
delle potenze. Il Sacro Romano Impero si cambiava nella Santa Alleanza,
la quale, per quanto nociva allo sviluppo politico degli Stati, aveva
originariamente per base un principio di universale umanità.

Allora, guidata dalla Santa Alleanza e dai suoi Congressi, comincia la
vergognosa reazione contro le libertà che con tanta fatica erano state
conquistate. Questa reazione non riuscì: i popoli dicevano sempre più
chiaramente le loro ragioni e le loro aspirazioni verso un lontano
ideale di autonomia politica e d'indipendenza.

La scossa napoleonica aveva destato i popoli dalla loro apatia, e, sotto
la sua impressione, le nazioni si eran levate, coscienti, alle guerre
della liberazione. Egualmente Napoleone, abbandonando ormai il vecchio
sistema dello stato medioevale, aveva attraversato l'Europa, spargendo
su tutti i popoli il fecondo seme democratico della rivoluzione
francese. Questo seme non andò perduto, e le vibrazioni della
rivoluzione continuavano, allargandosi in cerchi sempre più ampi e
sonori. _Riforma e principii del 1789_, erano virtù nascoste e latenti
in quel seme. La teoria dell'equilibrio artificiale delle potenze, che
doveva assicurare la pace all'Europa, cadde completamente, avendo la
base in un'innaturale costrizione e in un mutilamento teorico delle
nazioni, tale che le riducesse alle volute proporzioni rispettive! La
partizione della Polonia era l'ultima grande preoccupazione della
politica del Gabinetto europeo. La lotta del nazionalismo contro le
tendenze della politica ai nostri giorni è stata ben combattuta, e
talora vittoriosamente. Ristabilire la nazionalità voleva dire
rispettare, anzi difendere la sua unità e la sua indivisibilità.

In questo movimento di tutta l'Europa due nazioni hanno acquistato di
fresco un'importanza decisiva: l'Italia e la Germania, queste due
antiche sorelle nemiche, che un ideale d'universale dominio aveva per
mille anni tenuto in contesa perenne. L'una era stata sede della Chiesa
e del pontefice; l'altra dell'Impero e dell'imperatore. Esse si erano
divisi fra loro questi due poli del mondo politico. Esse avevano
fatalmente subìto la medesima sorte di universale grandezza e di
debolezza nazionale, l'una per causa dell'Impero, l'altra per causa del
Papato. Nell'una s'insinuava tenacemente la Chiesa come una potenza
straniera (romana); nell'altra egualmente l'Impero come una potenza
straniera (tedesca). Ed anche quando l'Impero fu tramontato, e precipitò
la grande monarchia francese, le medioevali relazioni fra le due regioni
continuarono, poichè l'Austria rimase in possesso della Venezia e della
Lombardia, mentre cercava di mantenere la supremazia sulla Germania
intera. Così continuava una fittizia autorità dell'Impero, mentre
l'Austria acquistava, coi secondogeniti della Casa regnante, una grande
potenza nel centro d'Italia. Manteneva intanto, con le strette relazioni
colla Chiesa, quell'ufficio di protettrice della Santa Sede, che già fu
suo nel medio evo, e non perdeva la sua influenza sulla Chiesa stessa.
Recentemente stringeva con Roma il famoso concordato.

In ambedue queste regioni, l'Italia e la Germania, la lotta per la
nazionalità offre aspetti analoghi. Il Piemonte e la Prussia, divenuti
regni sul principio del secolo XVIII, si rassomigliano per la loro
situazione nordica, per le loro tendenze nazionali ed anche per la
tenace fermezza dei loro sforzi, che presero le mosse da così modesti
principî. Così anche offrono fra loro dei punti di contatto i loro due
uomini di Stato dei tempi recenti; soltanto le proporzioni e le energie
furono differenti. Scopo della nazione italiana erano l'indipendenza e
l'unità, e il Piemonte si mise alla testa della popolazione tutta per
raggiungerle. Le nemiche erano l'Austria, col suo resto di potenza
imperiale, il paese straniero ed oppressore, e la Chiesa, che nel 1815
aveva riottenuto il suo stato politico, l'alleata naturale dell'idea
imperiale, la nemica naturale dell'unità d'Italia, come di tutta la
civiltà moderna. La vittoria fu ottenuta straordinariamente presto per
il concorde sforzo nazionale, l'aiuto della Francia, le condizioni della
Prussia che lottava per lo stesso fine, e l'opinione pubblica europea
che voleva alfine libera l'Italia.

Il governo di Napoleone III, senza la volontà del quale l'Italia non
sarebbe mai stata libera, rappresenterà una pagina molto importante
nella storia del nostro secolo, giacchè in esso si trovarono riunite le
idee tutte del tempo e le tendenze politiche, e in esso agirono forze e
correnti contraddittorie in modo assai caratteristico; l'imperatore
stesso poi aveva dato il primo impulso, con e senza la sua volontà, a
quel tentativo di riforma politica che aveva naufragato al Congresso di
Vienna. Era suo il programma delle Convenzioni del 1815: una vera
rivoluzione nella diplomazia europea! Egli si fece così l'alleato dei
popoli che lottavano per la nazionalità, e restaurò quell'Impero
francese di suo zio che aveva soggiogato le nazioni. Ciò faceva il suo
governo incerto in tutte le direzioni; egli spezzò la Santa Alleanza e
la lega delle potenze. Si alleò egli stesso coll'Inghilterra, e ciò gli
assicurò il trono, quel trono che l'Inghilterra stessa, d'accordo colle
terre del continente, aveva rovesciato quando vi sedeva sopra suo zio.
Questi artificî diplomatici però non avrebbero fatto di Napoleone l'uomo
dell'epoca, se egli stesso non si fosse impadronito, per svolgerle,
delle tendenze della sua nazione durante quel periodo, come già nel 1848
aveva trovato la sua strada appunto al primo scoppiare di quelle
tendenze. L'aiuto che egli offrì all'Italia, ormai matura per la
liberazione, gli valse una riputazione ed una preminenza in Europa. Egli
era salito al trono in mezzo agli assalti che Oudinot aveva dato alle
mura di Roma, e portato e sostenuto dal clero cattolico. Egli si
assicurò Roma, e con essa avocò a sè la più grande questione del
secolo, quella dell'esistenza della Chiesa medioevale come potenza
politica; era il suo turno oramai, dopochè l'Impero che l'aveva fondata
e sorretta aveva toccato la sua fine. Napoleone divenne il protettore e
l'avvocato della Chiesa e occupò quel posto di giudice ed arbitro
internazionale, che prima di lui solo gl'imperatori tedeschi avevano
propriamente occupato. Effettivamente ricomparve per un momento nella
storia l'idea dell'Impero nella potenza temuta di Napoleone III. E'
stato detto che egli avrebbe potuto, imperatore, raggruppare le nazioni
latine sotto la sua egemonia, ma l'indomabile spirito nazionale lo
incamminò su altra strada. In quest'uomo tutto fu dubbioso, equivoco; la
sua spada, a due tagli, ferì anche lui stesso. La bomba di Orsini
affrettò nel suo stato la reazione. Napoleone, protettore di Roma,
doveva anche divenire protettore della nazione italiana che tendeva
all'acquisto e di Venezia e di Roma. Lo spirito nazionale d'Italia lo
soverchiò e gli strappò successivamente le varie parti del suo primitivo
programma. Il progetto di una confederazione guelfa, della quale doveva
far parte l'Austria, ormai ridotta in tristi condizioni, e della quale
il Papa doveva prendere la direzione, venne meno dinanzi alla lotta che
l'Italia intraprese per raggiungere l'unità, nella quale essa si
rinchiuse come per un processo di cristallizzazione. Le provincie della
Chiesa furono acquistate da lei col consenso di Napoleone: la
convenzione di settembre limitava ancor più la potenza del Pontefice, e
della posizione politica della Chiesa faceva una pura questione
territoriale italiana. Seguì poi la emancipazione della nazione
italiana, appena formata, dalla Francia per mezzo dell'alleanza colla
Germania, il grande risultato della quale fu duplice: la rovina
dell'Austria e l'acquisto della Venezia. Napoleone, usando per l'ultima
volta della sua autorità di arbitro internazionale, consegnò questa
all'Italia. Il ritiro dei francesi da Roma nel dicembre 1866 annunziò
definitivamente che Napoleone rinunziava alla sua preminenza imperiale e
lasciava pienamente libera l'Italia una.

A questo punto un gran mutamento si opera nella storia d'Europa, che il
tempo renderà più visibile e che a noi, attualmente, sembra consistere
principalmente nella caduta irreparabile dell'idea imperiale e della
Chiesa imperiale. Mentre Napoleone abbandonava il Papa al suo destino,
mentre l'Italia si metteva nettamente in contrasto col papato, essendo
divenuta nazione libera, completamente indipendente da Roma, fu dato il
colpo di grazia a quell'antico principio romano, che, non poteva più
sussistere quando la Chiesa aveva perduta la sua sovranità. La debolezza
del papato, inoltre, significa la debolezza del principio di legittimità
e di autorità. L'antica lotta dei due principii dell'Occidente, dello
spirito latino e dello spirito germanico, è stata finalmente decisa,
almeno così sembra, coll'unità d'Italia a spese della Chiesa, e colla
grande battaglia di Sadowa a spese degli Asburgo e della potenza
francese. Lo spirito tedesco della riforma ha ottenuto sui campi della
Boemia una nuova vittoria, che sarà feconda di conseguenze, sul mondo
medioevale, e verosimilmente renderà alla Germania la perduta potenza.
L'Impero si rinnoverà colla Casa degli Hohenzollern che ascende
invincibilmente verso di esso, ma non sarà più una potenza cesarea di
conquista, all'uso antico, ma un'alleanza nazionale, la quale, posta nel
cuore d'Europa, starà a vegliare e salvaguardare la pace, la libertà, la
civiltà dall'Occidente. In questo nuovo Stato tedesco la Chiesa sarà
quantità trascurabile, perchè non più politica, ma socialmente libera.
Nell'avvenire questo Impero tedesco potrebbe radunare intorno a sè in
una confederazione tutti gli elementi germanici dell'Occidente, mentre i
gruppi dei popoli slavi e latini si riunirebbero analogamente fra loro.
La storia mira evidentemente a questo triplice risultato. Allora una
eguale potenza di tutti i popoli, finalmente appagati in tutti i loro
bisogni nazionali, ed una civiltà libera e generale, a cui si giungerà
certamente attraverso mille vie e mille canali, potranno preservarci dal
pericolo di uno squilibrio di potenza, sia dall'una che dall'altra
parte.

       *       *       *       *       *

Quando io scriveva le precedenti pagine, non poteva prevedere quale
stupendo sviluppo fosse per prendere in breve volger d'anni la storia
della mia patria. La folle dichiarazione di guerra di Napoleone III,
derivata dal culto barbarico per l'idolo militare che ancora perdura in
Francia, ha prodotto conseguenze di primaria importanza storica.
L'intelligenza e la forza della nazione tedesca spezzarono la temuta
potenza della Francia imperiale come una canna marcita. L'imperatore
francese, i suoi generali, i suoi marescialli, il suo grande esercito,
una volta terrore del mondo, come per una malìa, son fatti d'un tratto
prigionieri di guerra. Il grande Impero francese si dissolse in polvere
al tocco elettrico dello spirito nazionale tedesco, ed il papato,
l'antico papato imperiale e millenario, si piegò anche esso inaridito ed
inerte. Il re-papa latino e lo imperatore latino precipitarono insieme,
ed in cospetto di Parigi assediata, nella notte di Natale del 1870, 1070
anni dopo Carlomagno, l'Impero, potenza nazionale tedesca, è ritornato
alla dinastia protestante degli Hohenzollern. La fine dell'Impero nel
1806 appare oggi dunque soltanto come il principio di un interregno, il
più lungo che la storia tedesca conosca. Ora noi incominciamo la riforma
politica della Germania. E' sorprendente e bello poter oggi considerare
la tenacia e la durata dell'idea imperiale, che è divenuta ora mirabile
espressione del principio moderno della libertà di coscienza e della
nazionalità.

Roma, Natale, 1870.



UNA SETTIMANA DI PENTECOSTE IN ABRUZZO

(1871).



Una settimana di Pentecoste in Abruzzo.

(1871).


Dopo un inverno faticoso, l'amico Lindemann[78] ed io volemmo concederci
lo svago di una gita, durante la settimana di Pentecoste, nel selvaggio
ed ancora così poco noto Abruzzo.

Avevamo intenzione di vedere Rieti, Aquila e il Gran Sasso d'Italia,
scendere dai monti di Popoli al lago Fucino, visitarvi le opere di
prosciugamento del Torlonia, festeggiare la gloriosa resurrezione
dell'Impero tedesco sul campo di battaglia dell'ultimo Hohenstaufen, e
poi tornare a Roma per Tagliacozzo sulla via Valeria. Tutta questa
regione, indescrivibile paradiso, la visitammo nella fioritura d'un
limpido maggio. Voglio adesso parlarne un poco, almeno dell'ultima tappa
da Popoli a Tagliacozzo, perchè parlare dell'interessantissima Aquila mi
porterebbe via troppo tempo.

Per godere appieno del paesaggio bellissimo della terra d'Abruzzo, che
dovevamo attraversare, salimmo la vigilia del giorno della nostra
partenza da Aquila, verso sera, sulla fortezza di questa città. Essa
appartiene all'epoca di Carlo V; una possente aquila imperiale bicipite,
di pietra, ed una lunga iscrizione latina, ricordante la costruzione di
questo castello per opera del vicerè don Pedro di Toledo, marchese di
Villafranca, stanno ancora sul ben conservato portale di marmo, di bella
architettura cinquecentesca. Questo castello situato in piano,
circondato da una fossa profonda, rammenta quello simile che si trova a
Milano. Esso non ha più alcuna importanza strategica;[79] serve solo
come caserma e dovemmo abboccarci con l'ufficiale di picchetto, per
ottenere di essere ammessi a visitarlo. Quando rispondemmo alla sua
domanda, relativa alla nostra nazionalità, che uno di noi era tedesco
del sud e l'altro tedesco del nord, alleati d'Italia, quell'ufficiale
dall'aria annoiata e dalle forme erculee, si rischiarò in volto, ci
salutò, togliendosi il berretto, e ci invitò ad entrare. Come si
cambiano i tempi! Anche solo pochi anni fa il nome della nostra patria
avrebbe ottenuto l'effetto opposto!

Dai merli del castello contemplammo quel superbo panorama degli Abruzzi,
dove le catene dei picchi nevosi si spiegano solenni e severe. Aquila è
situata sui contrafforti del Gran Sasso, da Aquila vediamo questo re
degli Appennini immediatamente sulla nostra sinistra. Nella trasparenza
dell'aria vespertina esso appare così vicino che si distinguono
benissimo gli anfratti, gli spigoli, i rilievi della sua piramide;
eppure ci vogliono due lunghi giorni di viaggio per giungervi! Pochi
hanno asceso questa montagna, ed essa è quasi mitica e sconosciuta, come
tutta la regione limitrofa.[80] E' un nodo montuoso di figura allungata,
di forme gigantesche e massiccie, almeno per quel che si può giudicare
vedendolo da Aquila. Dal centro di questa massa montuosa si alza ora una
specie di cono o di gobba, coperto di neve; questo è il Gran Sasso, il
punto più alto d'Italia: 9000 piedi di altezza.[81] Alla destra di
Aquila si stende un'altra regione montuosa, senza picchi nevosi, la cui
porzione anteriore è però limitata dai nebbiosi e qua e là nevosi monti
sopra Sulmona, ammantati dalla porpora del tramonto e sormontati dalla
maestosa e scintillante Maiella. Dall'altro lato, verso Rieti, la nevosa
Leonessa,[82] monte bellissimo che si vede da Roma. Esso perde appena in
giugno la sua veste di neve, quando sul Pincio fioriscono i granati. Da
Rieti noi l'avevamo costeggiata andando verso Aquila. Così costeggiammo
il Gran Sasso per raggiungere Popoli.

Questa regione abruzzese non ha ancora ferrovie. Si comincia ora a
tracciarne, essendo esse necessarie, anche per ragioni strategiche. Si
sta costruendo una linea sul Pescara fino al mare Adriatico, dove si
riallaccia alla linea di Ancona, ed è qui il punto centrale di scalo dei
prodotti degli Abruzzi. Questa linea dovrà toccare Sulmona, Popoli,
Aquila, Rieti e Terni e con una diramazione abbracciare la Marsica, il
lago Fucino e Sora, mentre si ricongiungerebbe per Roccasecca alla linea
Napoli-Roma.

Ora si viaggia in piccole vetture di posta molto primitive, che non
differiscono in nulla da quelle in uso nella Sabina e nella campagna
romana. La strada è bellissima: passa per monti e valli, in regioni
pittoresche con lo sfondo del Gran Sasso, fra castelli e rocche in
rovina, come Poggio Picenze, Barisciano, Castel Nuovo, Ritegna (?)
Navelli, tutti sull'Aterno rumoroso. Fra Collepietro e Popoli varcammo
un alto passo, dal quale si gode una magnifica veduta sulla
lussureggiante vallata di Sulmona, che è come un enorme giardino
racchiuso in un cerchio di nevose montagne. Una volta esse racchiudevano
un lago, come quello Velino presso Rieti. In tempi preistorici tutte
queste valli abruzzesi erano laghi; ora non rimane che il lago Fucino,
ed anche questo sarà presto prosciugato. In basso si scorge Popoli, su
una roccia rossastra; su di esso le torri gialle e le rovine della rocca
dei Cantelmi, e dietro Sulmona, patria d'Ovidio, ai piedi della Maiella
che sembra serrare la valle. La strada che conduce a Popoli scende a
zig-zag con gomiti così bruschi e curve così forti, che rammenta la
strada del Gottardo o altri passi delle Alpi.

Nulla di più ridente di questa piccola antica città con i suoi frutteti
e le sue vigne assolate; il fiume Aterno prende da questo punto il nome
di Pescara. Chi non conosce questo nome famoso nella storia di Carlo V?
Appena entrati in città, trovammo la popolazione in gran movimento, essa
aveva aspetto contadinesco; una strana comitiva di uomini ci venne
incontro suonando una fanfara; era preceduta da giovanotti che su di
un'alta pertica portavano una caldaia di rame ed altri lucenti utensili
da cucina, tutti adorni di bandierine, fiori e corone. Era un corteo
nuziale, e, secondo l'uso del luogo, la dote della sposa era portata in
processione per viaggio. Popoli è una città di coltivatori e di
vignaioli. I vini degli Abruzzi, o almeno quelli che si fanno là ed a
Sulmona, sono celebrati in tutta la regione, e sarebbero esportati di
più, se fossero migliori le strade. Ci è stato detto che a Popoli si
compra un litro di ottimo vino per l'inverosimile prezzo di un soldo, e
si piantano dei maglioli per nulla inferiori a quelli di Borgogna.

Popoli, rappresentando il punto di congiunzione delle strade commerciali
di Aquila, Pescara e Sora-Avezzano, è già oggi uno dei luoghi più
popolosi e frequentati degli Abruzzi. Vi notammo infatti un'animazione
che ricordava Napoli e le città meridionali.

Salimmo sull'antica rocca, donde si gode un incomparabile panorama. I
Cantelmi, stirpe provenzale, la eressero; essi eran venuti a Napoli con
Carlo I d'Angiò, resero grandi servigi a questo conquistatore nella
lotta con Manfredi e Corradino, e, arricchiti di molti feudi nel regno
di Napoli, divennero una delle più potenti famiglie feudali. I Cantelmi
possedettero anche per molto tempo la bella Sora sul Liri. In nessun
altro luogo d'Italia il feudalismo ha fiorito come nel Napoletano. I
Normanni, gli Hohenstaufen, gli Angiò, gli Aragona; poi gli Spagnoli,
dopo Carlo V, crearono infiniti feudi, cosicchè in quella regione si può
dire non esista paese cui non sia annesso un titolo di conte o di
marchese. Nessuna regione, anche, cambiò tanto spesso di signoria per
l'eterna lotta delle dinastie e delle nobiltà. Se non erro, l'attuale
duca di Popoli seguì l'ex-re di Napoli, Francesco, nel suo esilio sul
remoto e gelido lago di Starnberg. Il lago di Starnberg è uno dei luoghi
più pittoreschi e suggestivi che conti la Germania, sulla sua tranquilla
riva ospitale, coronata di boschi e di casolari, ben vi possono i
fuggiaschi affaticati della vita e della storia, riposare nel silenzio e
nell'ombra. Ma ci vuole un'anima tedesca per godere la bionda bellezza
di quella natura e non sentirsi intirizzire; potrebbe un luogo come
quello consolare un esule che ha negli occhi e nel cuore il sole di
Napoli?

Noi viviamo in tempi, nei quali la dea Fortuna gira assai velocemente la
sua ruota; quando s'ebbe mai più di ora materia per dissertare sul
vecchio tema _de exilio_ e _de varietate fortunae_? Gli antichi Romani,
da Scipione, esempio dell'esule sereno e rassegnato, molto si distinsero
nell'arte di sopportare degnamente l'esilio. Si dice che la religione
cristiana e la diffusa cultura abbiano ai nostri tempi reso i dolori più
tollerabili che nell'antichità, nella quale il più forte di tutti i
sentimenti era l'amor di patria; questa è, e rimarrà, una bella frase.
Queste considerazioni feci anch'io guardando la rocca dei Cantelmi, che
mi faceva ricordare Starnberg e Chiselhurst. Nello sfondo del nostro
viaggio, nube lampeggiante, stava la lotta spaventosa di Parigi colla
Comune. Appena giunti in paese, chiedemmo dei giornali, per conoscere le
ultime notizie. Ci dissero che in Popoli c'è un _Casino_, o meglio una
_Casina_, come chiamano negli Abruzzi e nella Marsica qualche cosa di
molto simile a quello che si chiama _Museum_ nelle città della Germania
meridionale. La sera ci condussero in un caffè, e da questo, salite
parecchie scale, ci trovammo nelle due stanze dove la _Casina di Popoli_
aveva fissato la sua segreta sede. Alcuni signori giocavano al biliardo
alla luce crepuscolare di fumose lampade; noi fummo gentilmente
introdotti nel gabinetto di lettura, dove trovammo giornali italiani, ma
non molto recenti, che aveva portato la posta di Aquila e di Pescara.

Per il giorno seguente noleggiammo una vettura per recarci al lago
Fucino per il selvaggio monte di Raiano, viaggio di un giorno intero.

Una volta vi era servizio di posta con Avezzano; ora non più, non so per
quale ragione, forse perchè si sta costruendo la nuova strada di Aquila
attraverso la montagna. L'antica strada è bellissima e praticabile.
Traversammo il Pescara, vivace corso d'acqua montanino, ricco di trote,
largo qui come il Liri a Ceprano. Attraverso questa regione incantevole
giungemmo a Pentima, poi sull'altipiano dell'antico _Corfinium_ dei
Peligni.

La bellezza della valle da Sulmona a Popoli, colla catena del Gran Sasso
e le altre montagne intorno, è tale che non può esprimersi con parole.
Io non vidi mai un paesaggio così superbamente stilizzato, come questo
di Corfinio, da non paragonarsi nemmeno colle famose località siciliane.
E' una veduta di alpi e di nevi nella smeraldina limpidezza della luce
del sud. Anche sotto questo cielo i monti hanno nevi eterne, ma queste
non hanno la grandiosità sinistra dell'_elemento_; sembrano essere
state posate sugli spigoli scintillanti da uno spirito di bellezza, per
aumentare lo splendore di queste montagne. Sotto l'azzurro del cielo lo
scintillìo delle nevi ha un risalto speciale, magico. Teatro più bello
dell'altipiano di Corfinio questa scena sublime non potrebbe avere, e si
potrebbero passare delle ore e dei giorni interi assorti nella sua
contemplazione, dimenticando il piccolo mondo degli uomini.

In mezzo a questa natura grandiosa, quasi eroica, in quest'aria fresca e
serena, potrebbe sorgere una forte città dalla popolazione sana ed
esemplare. Vedemmo molti resti di antiche mura, ed una chiesa non
vecchissima, ma d'una considerevole antichità, unico particolare del
quadro che ricordasse il presente ed il tempo. Essa è di travertino
giallastro e brillante. Si chiama San Pelino, e da essa prende il nome
l'altipiano. Deve essere stata eretta verso il 1400, ma, a giudicare
dalle iscrizioni, prima di essa vi doveva già essere in questo luogo
un'altra chiesa, eretta sulle rovine d'un tempio pagano. Il materiale di
costruzione è stato preso da _Corfinium_, come sì rileva dai frammenti
d'iscrizione che si trovano sulla parete esterna.

Presso uno di questi frammenti trovai questo scritto medioevale, coi
caratteri del tempo dei Cosmati, e anche coi nomi e le parole usate dai
Cosmati stessi nelle loro iscrizioni: VGO. HOC. F. OPVS. ARNVLFVS. EP.
PLEBI. DI.--ciò che non mancò di meravigliarmi molto. Ancor oggi sul
tabernacolo di S. Paolo a Roma si legge: _Hoc opus fecit Arnolfus cum
socio suo Petro_.

Come è incomparabilmente grande qui la natura, ugualmente grandi sono le
vestigia della storia di Roma. _Corfinium_ fu per lunga serie d'anni il
centro della più violenta rivoluzione d'Italia, la terribile
sollevazione degli alleati contro i privilegi della sovranità assoluta
di Roma. In questa città gli eroici Marsi, i Sanniti ed altre
popolazioni strinsero alleanza, si dichiararono indipendenti da Roma,
crearono, sotto Quinto Silio, consoli e Senato, e chiamarono _Corfinium,
Italica_. In terribili guerre la Comune delle popolazioni italiane lottò
per la cittadinanza romana; seguirono altre guerre sociali, e la grande
guerra servile: le figure di Mario e Silla, Ottavio, Cinna, Sulpicio e
Rufo, nonchè Pompeo e Cesare, si presentano agli occhi del viaggiatore
che segue col pensiero questa catena galvanica di lotte gigantesche
dell'aristocrazia colla democrazia, del diritto popolare col privilegio,
che conduce all'apparizione del Cristianesimo e del suo ideale
democratico. Ed essa non finisce qui: la lotta è eterna come il
principio che la provocò.

Mentre noi qui, sulla luminosa pianura di Corfinium, riandiamo col
pensiero quelle rivoluzioni e guerre civili per la conquista dei diritti
da parte dei Comuni d'Italia, i comunardi di Parigi chiamano alla
riscossa le città di Francia contro il principio di stato della
centralizzazione; essi abbattono i monumenti imperiali e regali, e
spargono su di essi infiammato petrolio, facendo di Parigi un rogo. Se
mai la ragione e il diritto furono fondamento di una guerra civile, ciò
accadde nel caso della guerra marsica.

Un granellino di ragione Bismarck lo trovò anche nel pandemonio della
Comune di Parigi. Negli eccessi della recente rivoluzione parigina
riconosciamo in parte il fanatismo della furia partigiana latina, ed
anche un po' della grandiosità dell'anima romana. I posteri potranno
forse meglio di noi sceverare il torto dalla ragione in questo periodo
storico, e giudicare in modo più mite quello scoppio d'un malore
sociale. La recente storia di Francia offre infatti una forte analogia
con quella dell'antica Roma.

Già da ottanta anni quella regione è agitata da rivoluzioni che la fanno
oscillare fra la repubblica e l'impero. Il cesarismo romano ha trovato
raramente buon terreno per svilupparsi in Italia, sua terra d'origine,
ma è esulato in Francia.

In Italia, invece, il principio della centralizzazione romana non passò
allo Stato, ma alla Chiesa ed al potere temporale.

Sarebbero ben da compiangere gl'Italiani se facessero di Roma, loro
capitale, un vampiro della nazione; certamente al più presto non
mancherebbe un _Corfinium_. Già troppo le differenze e le autonomie
delle Provincie sono state intaccate in Italia; e si deve alle tenaci
tradizioni ed ai resti dei Comuni medioevali, se ancora non sono
sensibili inconvenienti maggiori del nuovo stato di unità.

Ma, laggiù, da un colle si staccano cupe masse di case, e le torri di
una cattedrale: è Sulmona; e la figura del sereno poeta delle
Metamorfosi e delle Eroidi, poi esule infelice, ci si presenta: Ovidio
fu proprio l'uomo creato per fare le più profonde riflessioni
sull'instabilità della fortuna! Dal luminoso e raffinato mondo romano
egli precipitò fra i selvaggi Sciti del Mar Nero, coperti di pelli di
belve! Quante volte, laggiù, egli non avrà pensato con melanconica e
straziante brama ai monti e alle valli floride della patria sua, ai
giochi della sua giovinezza a' piedi della Maiella!

Un'altra figura storica, lontana da quella di Ovidio, come la notte dal
giorno, come può esserlo un ascetico santo da un sereno pagano, ci
apparisce dietro Sulmona, e riempie delle fantastiche memorie
medioevali l'azzurro leggermente nevoso della Maiella. Da quelle grotte
un timido montanaro eremita fu sbalzato d'un tratto sul trono
pontificio: Celestino V, predecessore di Bonifacio. In S. Maria di
Collemaggio presso Aquila, dove egli fu condotto da re Carlo di Napoli
per esservi incoronato, egli giace sepolto; ed io visitai là il suo
mausoleo. La sua storia è il più strano episodio del Papato, un poema di
santità, tutto fragrante di romanticismo medioevale, incomparabile ed
unico negli annali della Chiesa.

Un altro figlio diretto del medioevo leva la sua ombra sulla Maiella:
Cola di Rienzo, l'ultimo tribuno di Roma, in esilio, e non più vestito
di broccato e di seta bianca, ma nella cella di quei Celestini che il
papa-eremita aveva fondato. Anch'egli fu dunque un eremita della
Maiella, cinquant'anni dopo Celestino. Dopo la sua cacciata dal
Campidoglio, andò errabondo nel napoletano, e si rifugiò poi in queste
solitudini, visse cogli eremiti, assorto in meditazioni sulla riforma
universale, alla quale si credeva chiamato. Di là mosse verso Praga, per
partecipare all'Imperatore Carlo le profezie degli eremiti abruzzesi e
le sue proprie idee geniali.

Da _Corfinium_ quante prospettive storiche si presentano alla mente del
viaggiatore! Quinto Silio, Ovidio, Celestino, Cola di Rienzo. E
dovunque, davvero, in Italia, in questi paradisi naturali che da una
bellezza conducono ad una bellezza più grande, dovunque troviamo vive e
fresche le fonti della storia! Da ogni lato balzano figure del mito e
della storia più ricca e più grande del mondo!

Nessuna terra è più suggestiva, in nessuna terra pulsa come in questa il
sangue della civiltà!

Se oggi essa appare monumentale, e di sasso, essa getterà un giorno la
maschera! Questo inesauribile campo di sèmina della civiltà ha anche
un'altra missione, oltre quella di essere il camposanto di un grande
passato. Lo spirito luminoso di questa nazione tornerà, presto lo
speriamo, a splendere come al tempo di Dante e di Raffaello!

Montammo in carrozza e giungemmo presto a Raiano, piccolo villaggio
all'estremità dell'altipiano, dal quale poi si sale alla Costa (?),
possente fianco del monte, attraverso il quale, dopo molte ore di
cammino si giunge al lago Fucino. Si sale lentamente serpeggiando. A
Raiano rinforzammo con buoi il nostro tiro. Andando innanzi incontrammo
una numeroso gregge di pecore e di capre che i pastori, uomini
giganteschi, coperte di pelli le spalle, impugnando il pungolo,
conducevano lentamente alla montagna. Più oltre vedemmo i pendìi tutti
coperti di greggi, che vi passano l'estate. Cani dal lungo pelame, della
grandezza dei San Bernardo, fanno la guardia; essi portano un collare di
cuoio con punte di ferro, che li protegge dal dente dei lupi abruzzesi.

Giungemmo alla prima altura sopra Raiano, donde si godono sempre nuove e
incantevoli vedute del Gran Sasso, del monte Golgano(?), della Maiella e
di tutta quella regione montuosa, strana solitudine di rupi rossastre
appoggiate la une sulle altre o spaccate da profondi crepacci di mille
forme, sormontate dal maestoso Gran Sasso.

In questo luogo il fiume Pescara si perde sotterra; si passa quindi una
valle, dopo Goriano Sicoli, e più là fra umide e cupe montagne si apre
un passo, chiamato Forca,[83] come molti son chiamati in Svizzera.

Vi giungemmo a mezzogiorno. Si poteva essere a 4000 piedi sul mare, ma
l'aria vi era tepida e dolce; delle allodole cantavano e degli usignoli
svolazzarono da un cespuglio.

A Forca ci imbattemmo cogli ultimi viandanti, cavalieri o pedoni; poi
non si incontrarono più che greggi di pecore inerpicantesi sui dirupi.
Ai lati strade mulattiere conducono ad Alba[84] e ad Avezzano, e sono
antichissime; nel medioevo servivano da strade militari. Così procedemmo
per ore sulla roccia brulla, di color bruno. Degli amici di Roma avevano
trovato rischiosa la nostra gita in questa solitaria contrada che, dopo
le Calabrie, è la più frequentata dai briganti.

Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, ed ancora se ne
incontrano nei dintorni di Sulmona. Il vetturale non si stancava di
narrarci, durante il viaggio, queste storie di briganti; una l'ho ancora
in mente. Sette fratelli, di forza erculea, divennero un bel giorno
banditi e, venuti in queste montagne, si diedero a rubare, ad uccidere,
a sequestrare persone, a far bottino, di notte, di centinaia di pecore.
Cinque di essi morirono, due scomparvero. Alcuni cittadini di Aquila che
qualche anno dopo portarono al mercato di Trieste seta grezza da
vendere, riconobbero i due malandrini in due mercanti che avevano
stabilito in quella città un fiorente commercio. Il governo austriaco li
consegnò a quello italiano, e quei banditi sono ora, rinchiusi nelle
prigioni di Aquila, dove attendono la loro condanna a morte.

Ancora un'altura, e dinanzi agli occhi si stende una profonda
depressione larga più miglia, superbamente circondata da altissimi
monti, oscurati ora dall'avvicinarsi del temporale. A destra si erge una
catena, la cui più alta vetta, una doppia piramide colossale, è ancora
coperta di neve. È il monte Velino, che divide il territorio d'Aquila da
quello di Alba; alla sua base giace il campo di battaglia di Corradino,
e più sotto il lago Fucino. A questo punto fui deluso nella mia
aspettativa. Mi aspettavo uno specchio d'acqua scintillante ed azzurro,
e vidi un lago oscuro per l'ombra del cielo e dei monti, di un
grigio-plumbeo confuso. Mi parve un morente che prendesse congedo dalla
dolce vita, e la sua vista mi depresse e mi mise di cattivo umore.

Ma quando ci fummo avvicinati, a circa un'ora di distanza, esso cominciò
a sorriderci azzurro, e mostrò di avere ancora un bacino abbastanza
considerevole, grande all'incirca come il lago di Bracciano. Pure non
potrà aver più di 21 miglia di perimetro. Quando era ancora intatto ne
aveva 35. Più di 15 miglia mi parve dover essersi ristretto! Scendemmo
alla località più vicina alla riva del lago, ad un castello detto
Cerchio, che ora si trova a 4 miglia dalle acque. Ci riposammo in una
solitaria taverna, e proseguimmo per Avezzano.

Vedemmo per via uomini occupati a costruire strade, ponti, tagliare
pietre; tutta una vita febbrile di lavoro, prodotta dalle opere di
prosciugamento. Ai lati della strada si ergevano ridenti alture coperte
di orti e di vigne, che un tempo erano state in riva al lago. Sopra un
notevole villaggio, detto Celano, si vede un grande castello con mura
merlate; Celano fu un tempo con Alba e Tagliacozzo una delle capitali
della Marsica nel medioevo.

L'antica Marsica, detta anche, per la strada consolare, provincia
Valeria, poi Abruzzo, giungeva fino al lago Fucino. Ma nè
nell'antichità, nè nel medioevo i suoi confini sono nettamente
assegnabili. La sua sorte durante il medioevo o è immersa nell'oscurità,
o è inestricabile confusione. Al principio del secolo VII Valeria è
detta la capitale episcopale della Marsica, luogo d'origine del
pontefice Bonifacio IV (608-615). Se questa città sia scomparsa, se sia
stata l'antico Marruvium, e se sia mai esistita una _Civitas Marsicana_,
è incerto. Quando i Longobardi s'impossessarono delle antiche città
romane, la regione Marsica intorno al lago manteneva il suo antico nome,
ed era un _castaldato_. Il _Castaldius Marsorum_ è nominato spesso nei
documenti del secolo VIII, come anche le città di Celano, Transaqua,[85]
Atrano, Alba, ed altre. Forse esso aveva la sua sede a Celano. Quando i
duchi longobardi di Spoleto soggiacquero ai Franchi, il castaldato
divenne una contea. I conti della Marsica datano, sembra,
dall'imperatore Ludovico II. Stirpi franche soppiantarono le longobarde.
Nel secolo XI la casa dei conti Trasimondo, Berardo e Oderisio divenne
assai ragguardevole; essa affermava di discendere dai Carolingi. I conti
di Celano erano ancora potenti al tempo dell'imperatore Federigo II, dal
quale si staccarono per volgersi al papa. Cogli Angiò altri rapporti si
stabiliscono; le condizioni mutano, e i romani Orsini entrano nella
regione del lago Fucino; alla fine del secolo XIII Carlo II di Napoli
l'investe delle contee di Tagliacozzo e di Alba. Contro di loro lottano
più tardi i Colonna, per il possesso della Marsica, quando Martino V
diede Alba e Celano ai suoi fratelli. I Colonna si chiamarono dal 1432
duchi della Marsica, e vi possedevano allora ben 44 località, fra cui
Alba, Avezzano, Celano e Transaqua. Nel 1463 perdettero Celano che passò
ad Antonio Piccolomini, nipote di Pio II. Mantennero Tagliacozzo e
Alba. Avezzano divenne proprietà degli Orsini, ma per poco tempo; i
Colonna cacciarono dalla Marsica la famiglia rivale.

Noi non avevamo tempo di visitare l'interessante Celano, e ci limitammo
ad Avezzano. Questa cittadina giace in piano, in un ridente e
lussureggiante paesaggio, a tre quarti d'ora dal lago. Ha ancora antichi
edifici di stile gotico-romanico, e la bella rocca degli Orsini.

Il famoso _Gentile Virginio_ la eresse nel 1490, essa ricorda il
castello di Bracciano, eretto da Napoleone, padre di Virginio.

Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, ingrandì il castello, vi
pose dei trofei della guerra contro i Turchi, adornò le sale con
pitture, delle quali non resta più traccia. Sul portale della rocca si
legge una iscrizione, nella quale egli si chiama: _Marsorum
Talliacotiique Dux, Marchio Atisse, Albe et Manupelli Comes_.

I tempi degli Orsini e dei Colonna, di questi re della Campagna romana,
i cui nomi e le cui imprese riempirono dei secoli, sono divenuti
leggendarii, come il ducato dei Marsi. La rocca di Avezzano, oggi
proprietà dei Barberini Colonna, è divenuta una miserabile caserma, e
solo lo stemma degli Orsini e dei Colonna ricorda ormai il suo grande
passato. Il re della Marsica è oggi Torlonia; egli ha denari e possiede
il genio dell'industria. A due passi dall'antico castello si vede una
nuova grande piazza, ad un angolo della quale sta scritto: Piazza
Torlonia. Là il Creso di Roma si fabbrica un palazzo; dovunque si vada
in questi paesi, si sente parlare di lui.

Nelle città della Marsica i coloni e i vassalli maledivano un giorno gli
storici loro tiranni Colonna ed Orsini, che coprivano ogni anno di ferro
e di fuoco quella regione incantata che giace sulle rive del lago di
Fucino. Ma oggi il nome, per nulla storico, di Torlonia è ripetuto qui
con stima e riconoscenza da poveri e ricchi, signori e plebei. Torlonia
coi denari ha fatto risorgere questa regione. Egli arma migliaia di
uomini di pala e di vanga; migliaia di uomini egli nutre; dà in affitto
i campi a famiglie e comunità. Ha riscattato dal lago miglia e miglia di
terra, e vi sorgeranno nuove città; per 99 anni egli sarà il re della
Marsica e possederà la nuova terra; vi avrà un monumento che tramanderà
ai posteri la gloria di questo grande prosciugatore.

All'albergo di Avezzano chiedemmo, maliziosamente, pesci del lago. Non
ne avevano; i pesci erano morti a migliaia sulle rive lasciate a secco
dai lavori intrapresi; devono aver ricoperto d'argento una ben vasta
estensione di terra! Che cosa c'importa dei pesci! ci disse l'ostessa,
fanatica partigiana del prosciugamento, se noi guadagniamo dei campi?
Che c'importa del lago, se avremo dei giardini? Nella nuova terra
fioriranno i nuovi coloni. Ciò è esatto, ma sarà distrutta così una
grande opera naturale, e l'Italia sarà vedovata per sempre di una
meraviglia della natura, di uno dei più fulgidi suoi gioielli. Io non so
assuefarmi all'idea che questo solenne lago, che per migliaia e migliaia
d'anni ha specchiato nelle sue acque questi monti severi e maestosi,
debba scomparire per sempre. Temo che ugual sorte tocchi presto anche al
Trasimeno: anche quello vorranno versare nel mare, per guadagnar pascoli
e campi; e chi sa che già non stiano furtivamente visitando le sue coste
dei funesti capitalisti intenti a calcolare in quanta prosa sonante si
possa convertire questa incantevole poesia naturale! Sì, il denaro e le
macchine a vapore van prosciugando nel mondo la poesia, ma solo un
mercante potrà rallegrarsi di questo.

Le rive del lago non misurano più che tre miglia. Dove poco fa si
agitavano le onde e i pescatori gettavano le reti, sono ora verdi
seminati, campi solcati dall'aratro, e divisi fra loro da segni di
confine portanti lo stemma e le iniziali di Torlonia. L'allodola già ha
nidificato sulla nuova terra, e l'allegra figlia dei campi intona già su
di essa canti di giubilo.

Il Comune di Avezzano intentò lite al Torlonia, facendo valere i propri
diritti sulla nuova regione; ma i contendenti si accordarono per una
certa somma di denaro.

Arrivammo al cantiere dei lavori, dove ci si presentò uno strano
spettacolo, che in piccolo ricordava i lavori del canale di Suez. Un
canale largo e profondo è stato scavato dalla sponda del lago: in questo
scorrerà l'acqua del lago, quando sarà compiuto il prosciugamento e
quando sarà stata tagliata la diga. Delle cateratte massiccie, di pietra
bianca squadrata, sono state costruite con fattura semplice e solida.
Nel canale ed intorno erano centinaia di operai occupati a riempire di
melma dei cesti e a portarli via su di un colle vicino. In gran parte
eran donne che compivano questo lavoro. I loro fazzoletti rossi, le loro
vesti variopinte, secondo il costume di Sora, davano alla riva un
aspetto straordinariamente animato. Il nuovo canale viene a trovarsi in
una posizione molto più bassa dell'antico per mezzo del quale già una
parte del lago era stata prosciugata. E questo canale si dirige
direttamente verso il monte Salviano dove sono anche gli antichi
emissarii di Claudio.

Vedemmo anche tre colossali gallerie, una sopra l'altra, parte in
muratura, parte scavate nella roccia, che si trovano molto al di sopra
della superficie del suolo. Di là dal monte scorre il Liri, presso
Capistrello, attraverso la valle di Nerfa, dalla quale scaturisce presso
Cappadocia; in questo Liri sarà condotto il Fucino. L'emissario di
Claudio fu già espurgato dall'imperatore Federigo II, poichè già per
molti secoli ed anche nell'anno 1826 era stato più volte tentato il
prosciugamento del lago. Questo tentativo ebbe felice esito soltanto nel
nostro tempo; una società di capitalisti, fra cui molti francesi,
intraprese circa 12 anni fa questa grande opera. L'emissario di Claudio
fu in questa occasione riattivato, approfondito ed allargato. Torlonia,
finalmente, assunse per suo conto l'alta direzione di tutta l'impresa.
Fra pochi anni il prosciugamento del lago sarà compiuto.[86]

Dall'alto dell'emissario di Claudio si vede assai bene tutta la
superficie del lago ed i monti all'intorno. A mezzogiorno si elevano i
monti di Sora; nel vederli mi ricordai delle mie gite sul Liri. Cinque
anni fa da Sora, dove mi ero dovuto fermare in quarantena, essendo
scoppiato il colèra, volevo partire per Avezzano, ma i briganti
m'impedirono di prender quella via. I monti della Maiella appaiono ad
occidente. Eppure è sempre il monte Velino quello che attira su di sè
l'attenzione dello spettatore; anche se si è volto altrove lo sguardo,
bisogna riportarlo su di esso, tanto appare mirabile per la sua
adamantina figura. Sembra che non riceva luce dal cielo, ma che
risplenda di luce propria ed illumini i monti, il lago ed i piani.

Che meraviglioso specchio dev'essere stato il lago nella sua integrità!
Ancora esso appare così incantevole nello splendore della sera, che si
può pensare, guardandolo, alle ninfe e alle galatee nuotanti nei suoi
flutti. Le ninfe presto moriranno come i poveri pesci e cederanno il
posto al fieno e alle biade. Le fronti celesti dei monti che si sono
specchiate finora in quest'onda favolosa, presto dovranno prendere
congedo dal loro amico, il Dio Fucino. Presso Trasacco veleggiano ancora
delle oscure barche e lì vicino s'innalzano al cielo bianche nubi di
vapore che vengono dalle macchine che aspirano l'anima al povero lago.
Torlonia, il grande seccatore della natura, è sordo all'appello delle
ninfe; egli non teme neppure la vendetta dei pesci che potrebbero
tormentare i suoi sogni. Egli non crede più alla mitologia d'Ovidio; ha
denari e può sfidare gli dei, che dichiareranno fallimento. Potesse egli
almeno risollevare dal lago le città che vi sono sprofondate, Marruvium
e Pinna! Una leggenda narra ch'esse vi sono sepolte.

Prendemmo di buon mattino una carrozza per andare a visitare il campo di
battaglia di Corradino e la vicina Tagliacozzo. Era un'incantevole
mattinata primaverile, il monte Velino coi suoi campi di neve, tutti i
solenni monti d'intorno, lo specchio azzurro del lago, le castella
merlate sui verdi colli, risplendevano in un'atmosfera limpidissima:
tutto aveva un aspetto fantastico di linee e di forme nella placida
tranquillità della natura. Colle parole non si può esprimere ciò che io
sentivo. Neppure nei sogni più belli potrebbe una fantasia di poeta,
fosse anche Dante od Omero, immaginare uno scenario di così eterea
bellezza, come questo che fu teatro della cupa tragedia di Corradino.
Solo un campo di battaglia conosco, che gli si possa paragonare, sebbene
di genere differente: è quello dove cadde, presso il Vesuvio l'eroe goto
Teia.

Tutta questa scena ha per centro il Velino; esso ha la natura distesa
reverente ai suoi piedi, come un tappeto; il lago, le rive ridenti, i
campi palentini bagnati dal Salto. Dal monte maestoso si staccano delle
alture, sulle quali sorgono le antiche rocche dei Marsi, rovinate e
corrose dall'edera, intere cittadelle medioevali con chiese, conventi e
castelli. A destra si erge, come un'isola verde, e un tempo emergeva
dalle onde del Fucino un colle roccioso, sul quale si trova la favolosa
Alba Marsorum, o Fucentia, con resti di mura ciclopiche e antichi
templi. In essa condusse melanconica esistenza Perseo, re della
Macedonia, cui toccò la sorte di Corradino! In questa lontana Alba egli
si sarà trovato come in un luogo incantato; e invero quale più
straordinaria prigione per un re? Al di sotto, Androsano; più là, su un
dolce pendio verdeggiante, Magliano, e sopra, addossati a gigantesche
rupi oscure, Massa,[87] Corona e Rosciolo. L'Imele, detto anche
Salto,[88] si getta nel fiume Velino, che a sua volta si getta nella
Nera e questa nel Tevere. Esso si svolge in curve fra questi monti,
lungo una valle, nel lato opposto della quale si trova l'ultima montagna
_Fontecellese_. Sul pendio di questa sta Tagliacozzo, ma ancora non si
può vedere.

Con una risoluzione disperata rinunziammo ad Alba, e ci dirigemmo sulla
pianura palentina. Traversammo prima il villaggio di Cappelle, coronato
di giardini. Qui già cominciano i campi palentini che si estendono fin
sotto Scurcola e Tagliacozzo. A destra la pianura è chiusa dal monte S.
Nicola, sul quale si trova Scurcola coronata dalle alture di Magliano e
di Alba. Di fronte ad Alba si alza il colle S. Felice, dove, secondo la
tradizione, il vecchio Erardo di Valery aveva nascosto nei cespugli
quella retroguardia che decise le sorti della battaglia. Anche oggi quel
luogo si chiama _Le difense_.[89] Nello sfondo si scorge il monte S.
Antonio (?) coperto di neve, gli alti monti di Capistrello e Corcumello,
e molte altre punte gigantesche. L'altipiano fra la Scurcola e S. Felice
si chiama _la Palenda_, il vero centro del Campo palentino solcato dal
Salto. Carlo d'Angiò era venuto da Aquila attraverso il passo del Monte
Velino, e aveva preso posizione sulla destra del Salto sotto Alba.
Corradino era venuto da Tagliacozzo per la via Valeria, e si era posto
sulla sinistra del Salto, sulla _Villa Pontium_, sotto la Scurcola. Per
una notte mantennero i due avversari queste posizioni, finchè il
Senatore di Roma, Don Arrigo di Castiglia, passò il Salto e impegnò la
lotta.

La battaglia è chiamata con varî nomi dai cronisti del tempo, di
Tagliacozzo, di Alba, di Campo Palentino, della Scurcola.

Anche Dante dice:

                                   e là da Tagliacozzo
                Dove senz'arme vinse il vecchio Alardo;

Questo prova soltanto che Tagliacozzo al tempo di Dante era il luogo
più importante dei dintorni, mentre Scurcola era un piccolo castello
dipendente da Alba, e del quale appena si conosceva il nome.
Indubbiamente la battaglia dovrebbe prender nome dalla Scurcola, perchè
il Campo Palentino, che Carlo in alcuni documenti indica come luogo
dello scontro, si trova esattamente sopra Scurcola. Il feroce vincitore
a ricordo della battaglia costruì lì stesso il convento di S. Maria
della Vittoria, immediatamente presso il ponte sul Salto e presso la
_Villa_ o _Castrum Pontium_, dove Corradino tenne il suo ultimo quartier
generale.

Ecco il fiume ed il ponte! Dei pioppi fiancheggiano il fiume, dove
stanno a lavoro alcune donne con dei bambini. Due passi ancora, e siamo
di fronte a neri avanzi di mura e di pilastri, ultimi resti dell'abbazia
di S. Maria della Vittoria. Carlo d'Angiò più volte visitò questo
convento, per inebriarsi al ricordo della battaglia. Un paio dei
documenti che lo riguardano son datati di là. Non si sa in qual tempo
l'abbazia decadde e andò a rovina.

Ci affrettammo a salire alla Scurcola. Questo villaggio copre col suo
labirinto di strettissime strade il dorso roccioso del monte, la cui
pietra serve in parte di selciato alle vie. Sul punto più alto si trova
la cattedrale, S. Maria, che sembra appoggiarsi alla torre rotonda
dell'antica rocca, oggi in rovina. Gli Orsini la costruirono, secondo mi
fu detto; poi appartenne ai Colonna che anche oggi portano il titolo di
baroni della Scurcola. L'edera avvolge strettamente mura e portale, e
nasconde lo stemma.

Tutto il paese è come il monumento dell'antica battaglia. Si leggono con
strano stupore i nomi storici di queste sporche e strette viuzze: _Via
Carlo d'Angiò, Via Corradino, Via Ghibellina_. Gli abitanti stessi
sembrano viventi tradizioni di quell'avvenimento, che è la gloria e il
vanto del luogo, e l'unica ragione di visitarlo. Come a Benevento non è
spento il ricordo della battaglia di Manfredi, così qui il ricordo di
quella di Corradino. Ogni scurcolano colto sembra conoscere fin nei più
minuti particolari la storia della caduta di quel principe, e potrebbe
servire di guida ad ogni straniero. Un cortese canonico ci condusse
nella chiesa. Essa ha ancora un portale gotico del tempo degli Angiò, ma
nell'interno è del tutto rinnovata; il sacerdote ci mostrò il tesoro più
prezioso del suo luogo natio: un'immagine della Madonna che Carlo stesso
fece eseguire per S. Maria della Vittoria; e ci fornì alcune
indicazioni relative ad essa. L'immagine è di legno dorato, e
rappresenta la Madonna seduta; essa ha fra le braccia il Bambino, che
tiene in mano il globo del mondo. E' un lavoro che non ha nessun
carattere barbarico, di un genere sorto prima in Italia che in Francia,
come conferma la tradizione della Scurcola. Si trovò quell'immagine
sotto le rovine di quel chiostro nel 1757, e fu trasportata nella chiesa
del villaggio. In questa occasione si ebbe il barbaro gusto di coronare
con due laminette d'oro le due teste delle immagini. Nella sacrestia se
ne conserva anche la custodia in legno, fregiata dei gigli degli Angiò e
ornata d'immagini ben conservate e di ottima esecuzione, rappresentanti
la crocifissione di Cristo ed altre scene bibliche.

Scendendo dalla rocca e dalla chiesa girammo nella parte inferiore della
cittadina, cercando se vi fosse nulla di notevole da scoprirsi. Una
piccola piazza, detta _Piazza del Municipio_, attrasse la nostra
attenzione, avendo veduto sullo stemma del municipio questa scritta:
_Domus Universitatis Scurculae_. Nello stemma si distingueva un ponte
con cinque gigli. Il sindaco del luogo, un distinto e solenne vecchio
dalla lunga barba grigia, mi disse che quello stemma aveva origine dal
_Castrum S. Mariae in Pontibus_, che una volta i Templari avevano
posseduto presso il Ponte del Salto; questo dev'essere quel _Castrum
pontium_ dove risiedette Corradino.

Il sindaco ed altri signori si riempirono di ammirazione per le
battaglie tedesche, che han fiaccato perfino la grande Francia, e
riandammo insieme la storia del nostro grande Impero, la sua grandezza e
la sua caduta al tempo degli Hohenstaufen, le sventure e le lotte della
nostra patria che susseguirono: l'apparizione ai dì nostri di un
Barbarossa, tarda ma feconda di un Messia; il rinnovamento dell'Impero
degli Hohenstaufen negli Hohenzollern. Ciò che Arrigo IV aveva invano
tentato, l'unificazione della Germania sotto una dinastia ereditaria, è
stato raggiunto solo ora, dopo 600 anni. Gli Hohenstaufen caddero,
perchè si allontanarono dal suolo nazionale e spostarono il centro di
gravità dell'Impero nella straniera Italia, ancora chiusa all'ideale di
una monarchia universale romana. Anche il nobile Arrigo VII scontò quel
sogno cesareo con una morte subitanea in Italia. Quante rivoluzioni e
quante lotte di pensiero politico e religioso, prima di veder vinto
questo principio imperiale romano, prima che in vista di Parigi
assediata, nel castello di Luigi XIV a Versailles, fosse alfine
proclamato l'Impero nazionale tedesco! «Bisogna che il sangue sparso da
Corradino sia presto o tardi vendicato», diceva, già ai tempi di Carlo
V, Reissner il biografo di Frundsberg. Il sangue di Corradino è ora per
sempre vendicato, ed anche i delitti degli Hohenstaufen in Italia
(seppure, con le idee di quel tempo relative al diritto si può parlare
di delitti) son tutti espiati. I grandi imperatori svevi stanno
solennemente al culmine della nostra storia, e ne rimarranno le più
eroiche figure, finchè duri la memoria tedesca.

Credo che a nessun tedesco prima che a noi due, in quel giorno, sia
stato mai concesso di guardare il campo di battaglia di Corradino con
occhio così orgoglioso e sereno. Con quali sentimenti il nobile Raumer
considererebbe oggi queste pianure palentine, egli che le visitò e le
studiò nel 1817, due anni dopo la caduta definitiva del primo Napoleone?
Come lungi era allora da lui, che ci ha dato una storia nazionale degli
Hohenstaufen, il pensiero che egli avrebbe assistito, in una tarda età
da patriarca, alla caduta di un altro Napoleone e alla ricostituzione
della Germania in Impero nazionale e prima potenza del mondo! Tanto
scherno, tante oltraggiose ingiurie e tanto danno ebbe a patire la
nostra patria dalla Francia fin dai tempi degli Angiò, per tanto tempo
fummo deboli, esautorati, perchè divisi, che ora ci sarà alfine permesso
di alzare orgogliosamente la testa. Dai campi palentini della Scurcola
vada dunque un saluto di giubilo alla patria, al grande nuovo imperatore
del ceppo degli Hohenzollern, al ristabilitore dell'Impero, e a tutti
gli uomini che con la spada e con lo spirito han contribuito a renderci
il nostro Impero tedesco. I loro nomi e le loro imprese passeranno di
generazione in generazione divenendo forse mito, e come oggi dei tardi
nepoti sui campi della Scurcola ripensano ai tempi eroici di quella
battaglia, un giorno sui campi di Wörth, di Metz, Sedan e Parigi, altri
riandranno con la mente ai tempi gloriosi in cui su quei campi si formò
la libera ed una Germania.

Ecco Tagliacozzo! Ha un aspetto cupo, visto così in distanza, con la
rocca dei Colonna in rovina, tutto raccolto sul dorso accidentato del
monte rupestre! Ci aspettavamo una massiccia mole di pietra, quando
passammo attraverso la grande _Porta Marsicana_, e invece trovammo con
meraviglia una piazza gradevole, con una bella fonte, circondata da
pittoreschi edifici con balconi e finestre gotiche, e palazzi del
Rinascimento. Entrammo in un albergo le cui dimensioni di palazzo, come
la grande e bella strada nella quale si trova, ci riempirono di stupore.
Nei secoli XV e XVI debbono aver fiorito qui delle ricche famiglie
all'ombra della signoria colonnese. Io avevo in questa città un amico
che più volte a Roma mi aveva invitato a visitarlo, ma disgraziatamente
non si trovava in città; trovai però sulla porta della farmacia suo
nipote, un giovane che fece volentieri le parti dello zio. Dovemmo alla
sua gentilezza, se visitammo tutto ciò che vi è di notevole in questo
luogo. Nei documenti è chiamato _Taliacotium_, antica città degli Equi o
Cicolani. Ma essendo stato tradotto _Tagliacozzo_ in volgare, così
vediamo nello stemma cittadino due cavalieri che tagliano una clamide.
Vidi questo stemma al municipio, che si è annidato in un antico convento
abbandonato.

Il signor B. ci condusse in molte vetuste chiese e finalmente al palazzo
Colonna, un palazzo che ha apparenza di fortezza, la cui parte superiore
è, per le finestre, di stile gotico del secolo XIV, e il portale invece
appartiene al puro Rinascimento. Lo stemma d'Aragona dimostra che la
costruzione del palazzo va attribuita ad un Orsini; infatti molti Orsini
entrarono nella famiglia degli Aragona di Napoli. Questo castello fu
forse costruito da Giordano Orsini; il nemico di Cesare Borgia, si
chiamava _de Aragonia_, conte di Tagliacozzo. Fu nell'anno 1499 che il
re Federigo di Napoli decretò che Tagliacozzo ed Alba dovessero
appartenere ai Colonna, come anche la baronia di Carsòli.

Nell'interno di questo palazzo trovammo grandiose sale adorne di antichi
ritratti di famiglia, i cui nomi nessuno più potrebbe dire. Alcune pie
suore vi tengono ora una scuola per bambine. Noi ammirammo stupiti la
giovinezza, la grazia e la bellezza di forme di due fra queste monache,
che eran venute dal Piemonte. Esse ci fecero visitare compiacentemente
tutto il palazzo, e anche la cappella notevole per antiche pitture.
Questi dipinti, del secolo XV, sono però molto ritoccati; fra gli altri
vi è una bella adorazione della Vergine e del Bambino. Anche la loggia
del palazzo è degna di nota; queste logge, così belle e pittoresche, non
mancano quasi mai nei palazzi baronali. Quella di Tagliacozzo mi ricordò
esattamente l'altra del palazzo colonnese a Genazzano, nella quale son
dipinte le città che i Colonna possedevano. La loggia di questo castello
si apre sul monte Velino; poggia su colonne corinzie; ha sulle pareti
affreschi della scuola toscana; immagini di imperatori romani e di
generali; vi è anche il poeta Ovidio, in toga rossa come un cardinale.

Visitammo finalmente, per espresso desiderio delle suore, la loro scuola
femminile che occupa una delle più grandi sale del castello. Là dovemmo,
con cipiglio da ispettori, osservare dei quaderni che quelle bambine non
si stancavano mai di presentarci ed anche assistere ad un esperimento di
geografia.

Un antico castello baronale non potrebbe trovare oggi migliore uso che
quello di albergare una scuola. In Italia mancano le scuole popolari ed
esse sole potranno diradare la profonda ignoranza ed anche l'immoralità,
nella quale giace ancora una parte di questo popolo.

Il partito reazionario era molto forte in Tagliacozzo, secondo ci fu
detto, ed il passato governo napoletano conta ancora in questa città i
suoi partigiani. Dopo il sessanta vi furono scontri sanguinosi con le
schiere dei volontari e rappresaglie e vendette da ambo le parti. Questo
stato di cose fu favorito dalla vicinanza del confine dello stato
pontificio, dal quale la reazione potè ancora sentirsi appoggiata, ma
anche qui è cominciato un periodo di calma ed i briganti tanto ufficiali
che privati sono scomparsi.[90]

A Tagliacozzo la via Valeria finisce a cul di sacco. Nessuna strada
carrozzabile conduce in Sabina, dove noi volevamo andare; vi sono solo
strade mulattiere sul ripido dorso dei monti. Noleggiammo dei cavalli da
montagna, grosse bestie dall'ossatura poderosa, che sono abituate ad
arrampicarsi per questi sentieri dirupati. Ognuno di essi aveva _una
guida_ che lo tirava con una fune, guida abituata come lui ad
arrampicarsi. Così andammo cavalcando, da Tagliacozzo attraverso la
gigantesca solitudine montuosa, e per otto ore passammo attraverso rupi
scoscese, boschi di quercie e di faggi dalla densa ombra, traversammo
torrenti e fiumicelli, sui quali non erano ponti.

Vedemmo durante il cammino la rocca di Tagliacozzo in rovina, poi
l'altissima Roccacerro; appena giungemmo qui, cambiammo direzione, dando
l'ultimo addio al paesaggio della Marsica. Presenta esso un panorama
meraviglioso di catene montuose dalle nude sfumatore che salgono al
cielo per giganteschi scalini. Maestosamente s'innalza su di esse il
monte Velino, in lontananza i monti di Sulmona e di Sora; nel centro
s'innalza monumentale, sulla cupa massa delle rupi, la rocca di
Tagliacozzo che sembra liberamente librarsi nell'aria a guisa di
un'aquila. Il mio amico Lindemann, maestro del paesaggio italiano,
rimaneva rapito della sublimità di questa incomparabile scena. Essa
potrebbe ispirare un quadro del più alto stile eroico, ed io mi auguro
che egli voglia farne un'opera d'arte degna del suo _Etna_; mi
piacerebbe anche vedere dipinto dalla sua mano il campo di battaglia di
Corradino col monte Velino per isfondo.

Un pericoloso sentiero dirupato ci condusse a Colli, annidato nell'alta
solitudine delle rupi. Anche qui facemmo l'osservazione che lo stile del
Rinascimento, della fine del XV e del principio del XVI secolo, è la
forma architettonica corrente in tutte le località anche le più piccole
della regione. In questi Castelli durano inalterati degli edifici per
trecento e quattrocento anni, costruiti come sono con le pietre di
questi monti. Trovammo infatti delle bellissime finestre e porte del
Rinascimento nei villaggi più piccoli e più miserabili; mentre negli
Abruzzi, già ad Antrodoco ed a Cittàducale, trovammo predominanti le
forme gotiche. Sembra che queste si siano mantenute più a lungo in
quella regione che nel Romano dove cominciarono a venir meno dopo la
metà del XV secolo. Questi due stili compendiano i caratteri
architettonici di tutte le contrade che visitammo.

Da Colli scendemmo in un bellissimo bosco di quercie, attraverso il
quale scorre un affluente del Salto, il Torano. Passammo quindi per
Carsòli e dopo una cavalcata di parecchie ore attraverso i deserti ed
umidi monti di Riofreddo e di Oricola giungemmo finalmente ad Arsoli
sulla via Valeria, feudo dei romani Massimo, con uno splendido lume di
luna. A questo punto risalutammo con profondo sentimento patriottico, la
vetusta terra romana, la campagna di Roma, come già a quel punto si
chiama. La strada conduce da Arsoli attraverso la bella valle
dell'Aniene a Tivoli, e da Tivoli a Roma.[91]


NOTA

Segnaliamo al lettore l'opera d'imminente pubblicazione _Roma e lo Stato
del Papa dal ritorno di Pio IX al XX Settembre_ di R. DE CESARE, nella
quale si trovano importanti notizie sugli ebrei di Roma (vol. 1º, cap.
XV); sulla scuola di nudo di Gigi (vol. 1º, cap. XII); sui teatri (vol.
1º, cap. XVI); sulle processioni (vol. 2º, cap. XX); notizie che
chiariscono e completano quanto descrive il Gregorovius nel _Ghetto e
gli ebrei di Roma_ e nelle _Macchiette romane_; in proposito è anche da
consultare l'opera di WILLIAM WETMORE STORY, _Roba di Roma_.


NOTE:

[1] Oggi Norcia nell'Umbria. _(N. d. T.)_.

[2] Secondo Jannuccelli, _Dissertazione sull'origine di Subiaco_, gli
schiavi cristiani, impiegati da Nerone per la costruzione della sua
magnifica villa _sublacense_, dettero origine alla città. _(N. d. T.)_.

[3] Questo prete è anche conosciuto sotto il nome di Fiorenzo o
Fiorentino. _(N. d. T.)_.

[4] Non esiste alcun documento del VII secolo intorno a Subiaco.

[5] Fu papa Leone VII che posteriormente al VII secolo donò il convento
di S. Erasmo ai Benedettini. _(N. d. T.)_.

[6] Per molto tempo si è creduto, stando ad una bolla attribuita a
Giovanni VII, che il ripopolamento dell'abbazia fosse dovuto a questo
papa; oggi si è potuto stabilire che quella bolla è invece del papa
Giovanni XVII (Vedi _Regestum Sublacense_). _(N. d. T.)_.

[7] La rocca abbaziale, costruita nel secolo xi dall'abate Giovanni V,
nel punto culminante del paese, farebbe ritenere Subiaco feudo del
monastero. _(N. d. T.)_.

[8] Intorno alla prima stamperia in Italia ed ai primi tipografi a
Subiaco, vedi prefazione del _Chronicon Sublacense_ del Padre Cherubino
Mirzio pubblicata a Roma nel 1884 a cura della Società Romana di Storia
Patria. _(N. d. T.)_.

[9] Questo Regestum è stato pubblicato nel 1882 a cura della Società
Romana di Storia patria. _(N. d. T.)_.

[10] Anche il _Chronicon Sublacense_ del Mirzio fu pubblicato nel 1884 a
cura della stessa Società. _(N. d. T.)_.

[11] Come ai viaggiatori è dolce rivedere la patria, così ai copisti la
fine del libro. _(N. d. T.)_.

[12] Probo o Euprobo della famiglia Anicia ed Abbondanza di quella dei
Reguardati furono i genitori di Benedetto e di Scolastica, nati da un
sol parto. _(N. d. T.)_.

[13] È opera del Raggi, detto il _Lombardo_, allievo del Bernini. _(N.
d. T.)_.

[14] Gasparone fu liberato nel 1871 e spesso fu veduto in Roma, dove gli
erano resi omaggi come ad una vittima dell'epoca papale.

[15] Ponte Felice fu costruito da Augusto e restaurato da Sisto V. _(N.
d. T.)_.

[16] Questo quadro, attribuito anche al Ghirlandaio, dalla chiesa di S.
Gerolamo degli Zoccolanti fu trasportato nel Palazzo pubblico. _(N. d.
T.)_.

[17] Sulla porta è incisa la seguente iscrizione

     ANNIBAL CAESIS AD TRASIMENVM ROMANIS VRBEM ROMAM INFENSO AGMINE
     PETENS SPOLETO MAGNA SVORUM CLADE REPULSVS INSIGNI FVGA PORTAE
     NOMEN FECIT

     _(N. d. T.)_.

[18] Questo acquedotto-viadotto è chiamato _Ponte delle Torri_ da due
torri erette alle estremità. _(N. d. T.)_.

[19] Il breve è nell'Archivio di Stato di Spoleto. Vedi F. GREGOROVIUS,
_Lucrezia Borgia_, Firenze, Le Monnier, 1874, pag. 113. _(N. d. T.)_.

[20] La Chiesa di S. Maria degli Angeli detta anche _Portiuncula_ perchè
innalzata sul poco terreno concesso a S. Francesco dai benedettini per
fondarvi il suo ordine, fu cominciata nel 1569 su disegni del Vignola da
Galeazzo Alessi e Giulio Ponti. Al Poletti si dava l'attuale facciata.
_(N. d. T.)_.

[21] _«Ad coërcendam Perusinorum audaciam»_ così diceva il decreto di
Paolo III che ordinava la costruzione della fortezza.

[22] Oggi nel centro della spianata già occupata dalla fortezza sorge il
palazzo provinciale. _(N. d. T.)_.

[23] Membri dell'aristocrazia e del clero.

[24] Oggi il dipinto si trova nella pinacoteca del palazzo comunale.
_(N. d. T.)_.

[25] La tradizione popolare voleva che gli Ebrei provassero spavento e
ripugnanza a passare sotto questo monumento. _(N. d. T.)_.

[26] _Della guerra giudaica_, VII, 5 _(N. d. T.)_.

[27] La restaurazione si deve al Valadier e fu fatto per consolidare
l'arco in seguito al suo isolamento, la parte ricostruita, affinchè si
distinguesse, fu eseguita in travertino e senza sculture. _(N. d. T.)_.

[28] Gli ebrei dovevano portare in testa in segno di riconoscimento un
cenciolino di color giallo detto _sciamanno_ dall'ebraico _Siman_
(segno). Pio VIII abolì ufficialmente quest'obbligo che dopo la
restaurazione del 1814 era rimasto lettera morta. _(N. d. T.)_.

[29] L'_jus di gazagà_ che in ebraico vale _possesso continuato_
cominciò ad essere regolato col breve «Dudum» del 27 febbraio 1562 da
Pio IV, Medici (1559-1565), e venne in seguito perfezionato da Clemente
VIII, Aldobrandini (1569-1605), col breve «_Viam veritatis_» del 5
giugno 1604.

Intorno all'_jus di gazagà_ vedi lo scritto di A. Baccelli in _Studi
giuridici e questioni forensi_, Roma, 1904. _(N. d. T.)_.

[30] Fu don Michelangelo Caetani Duca di Sermoneta, che nel 1848 ottenne
da Pio IX che gli ebrei non fossero forzati ad assistere alle prediche.
_(N. d. T.)_.

[31] Editto del Cardinale Rivarola, 12 aprile 1814. _(N. d. T.)_.

[32] Da quando il Gregorovius scrisse queste pagine sono scorsi più di
cinquanta anni; da quell'epoca gli ebrei hanno acquistato tutti i
diritti degli altri cittadini ed il Ghetto è scomparso. La sua completa
demolizione, eseguita dal 1885 al 1888, venne compresa nel piano
regolatore della città ed in quello dei lavori del Tevere e l'area su
cui sorgevano i poveri ed infetti abituri degli ebrei e che va dal
portico d'Ottavia al palazzo Cenci, costeggiando il Tevere, lungo i
muraglioni tra il ponte Quattro Capi e quello Garibaldi, è destinata
alla fabbricazione e vi sorge maestoso il nuovo monumentale tempio
israelitico costruito nel 1903 su disegni del Costa e dell'Armanni.

La popolazione del Ghetto si è sparsa un po' per tutta la città: un
forte nucleo ha passato il ponte Garibaldi per andare ad abitare il
nuovo quartiere dei Prati di San Cosimato alle falde del Gianicolo; però
nelle vecchie strade circostanti al Ghetto si vedono tuttora molte
botteghe di ebrei. _(N. d. T.)_.

[33] Il popolo lo chiama l'_Ortaccio_; la strada che vi conduce è ancor
oggi chiamata: Via dell'Orto degli Ebrei, ora non vi si seppellisce più,
è stato invece aperto al Camposanto del Verano un reparto israelitico.
_(N. d. T.)_.

[34] Le ebree erano e sono tuttora abilissime nel _ricucire all'ago
d'oro_, cioè nel riconnettere due o più parti di panno in guisa che non
se ne scorga la commessione. _(N. d. T.)_.

[35] Specialmente a Livorno che l'About nella sua _Rome contemporaine_
chiama il paradiso degli Ebrei, mentre Roma ne era l'inferno. _(N. d.
T.)_.

[36] Il romanesco del Ghetto differiva da quello comune sia per alcune
voci e modi speciali, come le esclamazioni: _mordivoi!_ (accorciamento
di _per amor di voi_ usato nel parlare altrui e come voce prenominale di
apostrofe); _badonai!_ (perdio!); _per la vita mia!_; _per la vita di
mio padre!_; sia per altre particolarità-come l'allargamento della
vocale e accentata in _fonnamènto, testamènto, tètto,_ e simili; sia per
cambiar sempre in maschili i plurali femminili, così: _li lèggi, li
scòli, li raggioni, ròbbi vècchi_ (grido quest'ultimo dei rigattieri
ebrei).

Così un ebreo era riconosciuto tra mille e dileggiato pel suo modo di
parlare e per la pronuncia speciale di un dialetto molto simile al
romanesco, di cui non era che una variante caratterizzata dalla
cantilena nasale e strisciata. Questo dialetto conservava alcune parole
e frasi ebraiche, alcune delle quali, principalmente a causa di scherno,
passarono storpiate nel romanesco, come ad esempio:

_Badanai_ da _Badonai_, adoperato a significare gli stessi ebrei.

_Tatanai_ da _Adonai_, indica grida confuse di più persone; derivato
probabilmente dalle replicate invocazioni ad _Adonai_ (Dio) nelle
preghiere dette in comune nella sinagoga.

_Baruccabbà_ dalle prime due parole del saluto rituale _Baruh abba
bescem Adonai_ (Benedictus qui venit in nomine Domini) di cui
gl'israeliti si servivano e che divenne nel romanesco nomignolo di
scherno per gli ebrei.

_Tareffe_, denota magagnato, puzzolente, tolto dall'ebraico _taref_,
derivato dal verbo _taraf_, sbranare, dilaniare, che si applica alle
carni illecite, sia perchè non macellate secondo il rito, sia perchè
appartenenti ad animali vietati.

_Cascerro_, da _cascer_, vale retto, congruo, conveniente, è l'opposto
di _taref_.

_Aèo_, era uno dei gridi dei cenciaiuoli girovaghi ebrei, oggi
scomparso, si usa in senso metaforico a denotare malandato, guasto.

Quantunque il Ghetto sia sparito ed i suoi abitanti si siano dispersi
per i diversi rioni della città, tuttavia persiste la differenza nel
modo di parlare degli ebrei, sebbene accenni e sia destinata a
scomparire.

(Vedi _passim_ i _Sonetti romaneschi_ di G. G. Belli, editi a cura di
Luigi Morandi. Lapi, Città di Castello, 1886-1889). _(N. d. T.)_.

[37] Intorno al Ghetto ed agli ebrei in Roma vedi: NATALI, _Il Ghetto di
Roma_, Roma 1887; BARACCONI, _I Rioni di Roma_, Torino, 1905; AMPÈRE,
_L'Empire Romain à Rome_, Paris, 1867; ABOUT, _Rome contemporaine_,
Paris, 1861; VALADIER, _Rome vraie_, Paris, 1867; BERLINER, _Ein beitrag
zur geschichte der Juden in Rom_, Berlin, 1890; AUGUSTUS J. C. HARE,
_Walks in Rome_, London, 1905; Dott. PHILIPH, _The Jews in Rome_. _(N.
d. T.)_.

[38] È questa la chiesa di S. Maria dell'Orazione e Morte in via Giulia,
detta semplicemente _La Morte_, dove ha sede l'Arciconfraternita dello
stesso nome, detto anche _La buona Morte_, che ha lo scopo di andare a
raccogliere i cadaveri abbandonati per la campagna e quelli dei poveri
morti in città, ai quali anticamente dava sepoltura nel suo oratorio.
_(N. d. T.)_.

[39] Hans Holbein il giovane (1499-1554) dipinse la _Danza dei morti_
che si trova nel palazzo di città di Basilea. _(N. d. T.)_.

[40] Sulle rappresentazioni sacre in occasione della commemorazione dei
defunti, vedi _Cracas_, III serie, anno I, n. 9. _(N. d. T.)_.

[41] I semi di zucca salati sono detti in romanesco _bruscolini_ e
_bruscolinaro_ colui che li vende. _(N. d. T.)_.

[42] I burattinai solevano dare la voce a Pulcinella, quando non lo
facevano parlare in dialetto napoletano, mediante un istrumento detto
_pivetta_, formato da due pezzi di latta riuniti da un cordone,
attraverso i quali la voce passando acquistava un suono stridulo e
ridicolo simile al chiocciare di una gallina. La _pivetta_ è ancora
usata dai burattinai girovaghi. _(N. d. T.)_.

[43] Ogni rappresentazione si diceva _camerata_ o più popolarmente,
anche adesso _infornata_, perchè l'angustia del luogo fa soffrire il
caldo di un forno. _(N. d. T.)_.

[44] I casotti per la fiera, in cui si vendevano specialmente pupazzi da
presepio fino a Natale e dopo fino all'Epifania giocattoli, si erigevano
all'ingresso dell'Avvento; la fiera fu poi trasportata in piazza Navona,
dove ora agonizza; il chiasso vi si fa specialmente durante la notte
della Befana. _(N. d. T.)_.

[45] Il Bertolotti nel suo articolo «Le rappresentazioni coi burattini a
Roma» in _Fanfulla_, 1882, n. 64, dà al teatro il nome di _Fiando_.
Ricordiamo che Fiando fu un burattinaio celebre in tutta Italia per le
sue marionette incivilite e perfezionate; però a Roma si seguitò a
chiamare Fiano il teatrino di S. Apollinare perchè prima di questo un
altro ne esisteva nel palazzo Fiano in piazza S. Lorenzo in Lucina di
fianco alla Chiesa e Fiano indicò per antonomasia teatro dei burattini.
_(N. d. T.)_.

[46] Sui burattini di Roma e specialmente su _Cassandrino_, vedi
STENDHAL, _Rome, Naples et Florence_, Paris, Levy, 1872, pag. 317, e
FREDERIC MERCEY, articolo nella _Revue des Deux Mondes_, 15 aprile 1840.
Vedi anche MAES, _Curiosità romane_, Serie III, Roma, 1885. _(N. d.
T.)_.

[47] I religiosi zoccolanti di S. Maria in Aracoeli trasportavano in
vettura a passo lento il bambino per visitare gli infermi ridotti agli
estremi. _(N. d. T.)_.

[48] Il teatro Emiliani occupava il vasto locale dove oggi è il deposito
di ferramenta della ditta Monami dal lato tra la via S. Agnese e il
vicolo dei Lorenesi. _(N. d. T.)_.

[49] Piazza Navona veniva allagata tutti i sabati durante il mese di
agosto. _(N. d. T.)_.

[50] Coppia di amanti babilonesi, le cui avventure celebrate da Ovidio
nelle _Metamorfosi_, 4, 55 e seg., ricordate da Dante, _Purg._ 27-37, e
da Shakespeare nel _Sogno di una notte d'estate_, divennero
eccessivamente popolari in grazia alle rozze incisioni che formarono
l'ornamento delle case operaie e contadine. _(N. d. T.)_.

[51] _Far mosca_ per far silenzio è pure del fiorentino; in romanesco si
dice comunemente: _Zitto e mosca!_ o semplicemente _mosca!_ ed anche
_far moschiera_ quando si vuol dare maggior caricatura al discorso. _(N.
d. T.)_.

[52] Sul dialetto romanesco vedi BELLI, introduzione ai _Sonetti_, vol.
1º, Ed. Lapi, Città di Castello, 1882; SABATINI F., _Volgo di Roma_ e
_L'ortografia del dialetto romanesco_, Roma, Loescher, 1890. _(N. d.
T.)_.

[53] Però ha prodotto quel monumento che sono i Sonetti del Belli, ai
quali rimandiamo una volta per tutte il lettore, come alla più completa
illustrazione di tutto quanto è descritto in queste pagine. _(N. d.
T.)_.

[54] Il teatro delle dame, detto d'Alibert nel vicolo dello stesso nome,
presso piazza di Spagna, era il più vasto teatro di Roma, ma anche il
più disadorno e di cattiva forma, fu distrutto da un incendio il 15
febbraio 1863. _(N. d. T.)_.

[55] L'anfiteatro scoperto Corea in via dei Pontefici era annesso al
palazzo della famiglia Corea ed era fondato sulle sostruzioni del
mausoleo di Augusto; fino alla proibizione di Pio VIII vi si fecero le
giostre delle vaccine; fu famoso per i _fochetti_, fuochi d'artificio
che vi si incendiavano nelle domeniche d'estate; in generale gli
spettacoli vi terminavano all'Ave Maria. Oggi è sparito ed al suo posto
sorge il teatro Umberto I. _(N. d. T.)_.

[56] Di questi altri teatri quello Capranica è stato chiuso e l'Apollo
fu demolito in seguito ai lavori del Tevere. _(N. d. T.)_.

[57] Per la benedizione dei cavalli che si fa in occasione della festa
di S. Antonio abate che ricorre il 17 gennaio. _(N. d. T.)_.

[58] Precedono i convogli funebri i così detti _mandatari_, specie di
servi delle confraternite, vestiti di una livrea dai colori della
compagnia. _(N. d. T.)_.

[59] Il popolo li chiama _gamberi cotti_, appunto dal colore del
vestito. _(N. d. T.)_.

[60] Queste ragazze che vanno in processione sono per lo più zitelle,
cui è stata assegnata nell'anno una dote da qualche congrega e si
chiamano le _ammantate_ dal manto bianco che le ricopre e che è di un
tessuto fine, sul quale vengono infilati degli spilli comuni in modo che
formino dei disegni, per lo più di fiori, che rilucono come se fossero
d'argento. _(N. d. T.)_.

[61] Questa croce immane di cartapesta, che vien portata nelle
processioni, vien detta _tronco_ perchè foggiata in due grossi tronchi
d'albero nella loro rozzezza naturale. _(N. d. T.)_.

[62] Via Claudiana, per quanto ci consta, non è mai esistita. _(N. d.
T.)_.

[63] Verso il tempo, in cui furon scritte queste pagine fu famosa
l'accademia del modello Giggi Tallariti che ebbe sede prima in piazza S.
Silvestro, rimpetto alla posta attuale, poi in via Margutta. _(N. d.
T.)_.

[64] Sul saltarello, ballo figurato che ricorda la tarantella napoletana
e che prende il nome dal salto che spiccano i ballerini ad una battuta
più marcata di tamburello, vedi _Cracas_, III serie, anno 1º, N. 6.
_(N. d. T.)_.

[65] Il Consiglio comunale di Roma nella seduta 19 maggio 1882 decretò
la coniazione di una medaglia d'oro in onore di Garibaldi «a titolo di
benemerenza cittadina per la grande iniziativa da lui presa, affinchè lo
Stato provvedesse all'attuazione dei lavori necessari per la
sistemazione del Tevere». _(N. d. T.)_.

[66] _Saggio di Bibliografia del Tevere_ presentato alla Società
Geografica italiana nella tornata del 13 febbraio 1876 dal socio ENRICO
NARDUCCI. Roma--Giuseppe Civelli, 1876.

[67] I bandi e chirografi, le bolle, gli editti, gli statuti, le
notificazioni e le disposizioni dirette specialmente a regolare la
navigabilità e la navigazione sono moltissimi e vanno dal 1562 al 1869;
sono interessantissimi per la storia del nostro fiume ed alcuni hanno
tuttora vigore, come quelli che regolano la polizia delle ripe e
dell'alveo e la servitù della via alzaia. _(N. d. T.)_.

[68] 370 km. di corso, 340 dalla sorgente a Roma, 30 da Roma al mare. Il
suo corso attraverso la città di Roma è di 4105 metri. Massima larghezza
a Ponte Molle 160 m. Profondità media 8 m. (M. CARCANI. _Il Tevere e le
sue inondazioni_, Roma, 1875).

[69] FRANCESCO BRIOSCHI: _Le inondazioni del Tevere_ in Roma. Roma,
1876.

[70] Intorno all'arginatura delle ripe del Tevere sotto i Romani, vedi
lo scritto del Borsari nel _Bollettino della Commissione archeologica
comunale di Roma_, 1889, pag. 165 e seg. L'intiera materia delle
inondazioni, della navigazione del Tevere e dei provvedimenti
relativamente ad esse presi nei tempi antichi, è ampiamente trattata dal
PRELLER in un articolo intitolato _Rom und der Tiber_, nelle _Berichte
der Sächsischen Gesellschaft_, 1848-49. _(N. d. T.)_.

[71] Gli epigrammi sulle inondazioni del Tevere si trovano sparsi nelle
raccolte d'iscrizioni del Galletti e Forcella, nel _Tevere incatenato_
del Bonini, nel Narducci, nel Carcani, etc.

[72] Anche nel 1852 è comparso un poema _Il Tevere_ del romano Giuseppe
Gioacchino Belli.

[73] L'amministrazione francese, durante il periodo napoleonico dal 1809
al 1814, aveva stabilito di costruire i muraglioni lungo il Tevere
urbano ed il relativo progetto era stato redatto dall'ingegnere francese
Navier. Vedi: TOURNON, _Études statistiques sur Rome et la partie
occidentale des États romains, Paris, 1831,_ vol. 2º, libro V, cap. IV,
pag. 178. Il TOURNON soggiunge, profeticamente, che prima o poi,
l'esecuzione di tale progetto si sarebbe imposta ad un governo, pel
quale il risanamento e l'abbellimento di Roma fossero interessi di primo
ordine _(N. d. T.)_.

[74] Il Canevari fu il relatore (22 Luglio 1871) della Commissione
nominata dal Consiglio Comunale nella seduta 3 Giugno 1871 e nella sua
relazione si accenna già ai lungotevere ed ai muraglioni di sponda. _(N.
d. T.)_.

[75] Questa importante operetta originariamente vide la luce nel 1859
nel periodico l'_Album_, mutilata dalla censura, fu nuovamente
pubblicata dalla «Casa Italiana Editrice di Roma» nel 1883, tralasciando
però di riportare le importantissime iscrizioni relative alle piene.
_(N. d. T.)_.

[76] Negli scavi fatti per le fondazioni dei muraglioni e delle pile dei
nuovi ponti sono venuti alla luce diversi oggetti, non tanti però quanti
si sperava e sono stati depositati nel Museo Nazionale Romano nelle
Terme Diocleziane. _(N. d. T.)_.

[77] È questo oggi il quartiere dei Prati di Castello che tre ponti
(Margherita, Cavour e Umberto) collegano alla vecchia città. _(N. d.
T.)_.

[78] Il pittore tedesco Karl Lindemann-Frommel (1819-1891), socio
dell'Accademia di S. Luca fu per molti anni intimo amico del Gregorovius
e ne illustrò l'idillio «Capri».

[79] Anche questa rocca, come quella di Perugia, era stata elevata «_ad
reprimendam audaciam Aquilanorum_» come ricordava una lapida che era
sulla porta.

[80] Oggi è meta di molte ascensioni e la Sezione di Roma del Club
Alpino italiano vi ha costruito un rifugio (2200 m.) inaugurato nel
1886. _(N. d. T.)_.

[81] La vetta più alta è il monte Corno o Corno grande (2921 m.). _(N.
d. T.)_.

[82] È la giogaia del Terminillo (2213 m.). _(N. d. T.)_.

[83] È questo il famoso passo di _Forca Caruso_ che mette in
comunicazione la conca di Celano con la valle dell'Aterno, è una specie
di seno tra due alte montagne; ha fama spaventosa, più che per l'orrida
natura, per le leggende che la fantasia popolare vi riconnette. _(N. d.
T.)_.

[84] Alba Fucense. _(N. d. T.)_.

[85] Oggi Trasacco. _(N. d. T.)_.

[86] I lavori di prosciugamento e bonifica del lago di Fucino, che hanno
trasformato l'antico bacino del lago in _16000_ ettari di terreno
coltivato e ferace, furono iniziati nel 1854 da una Società per azioni
cui, scarseggiando essa di mezzi, si sostituì il principe Alessandro
Torlonia, che aveva già sottoscritto metà del capitale e che disse
risolutamente: «O io asciugo il Fucino o il Fucino asciuga me». Solo nel
giugno 1876 emersero le terre più basse ed oggi il piano dove posa la
statua della Vergine sopra un piedistallo alto sette metri e mezzo, in
testa al nuovo emissario, indica l'altezza cui giungevano le acque del
lago. Per il prosciugamento e la bonifica furon spesi 43 milioni e
137,209 lire, di cui 24,263,994 pel solo prosciugamento. Torlonia fu
creato da Vittorio Emanuele II principe del Fucino. Sul territorio
bonificato vivono circa 7000 agricoltori ed altrettanti operai,
subentrati ai due o trecento pescatori che prima vivevano sulle sponde
del lago. _(N. d. T.)_.

[87] Massa d'Alba. _(N. d. T.)_.

[88] Il Salto è detto Imele alle sue sorgenti. _(N. d. T.)_.

[89] Facciamo notare che la parola _difesa_, nelle Provincie facenti
parte dell'ex regno di Napoli, è adoperata per denotare quella porzione
del demanio comunale convertita dai baroni in loro esclusivo dominio,
cingendola, a difesa, con siepi ed altri ripari, per impedire ai
cittadini di penetrarvi per l'esercizio degli usi civici.

La parola difesa è anche adoperata ad indicare il demanio chiuso per
tutto l'anno all'esercizio degli usi altre volte denota la chiusura per
un determinato periodo o la riserva per il raccolto di alcuni frutti,
come la ghianda e le castagne, altre volte ancora che il demanio è
chiuso sempre per il popolo ed aperto per gli altri usi. (Vedi: _Nozioni
di diritto demaniale feudale_ per DONATO A. TOMMASI in Forti, e DE
RENSIS, _Il Codice dei Demani comunali nelle provincie napoletane e
siciliane_, Roma, 1906).

E' dunque più che probabile che per una di queste ragioni la località
venga chiamata _Difese_, e che lo sventurato Corradino non c'entri
affatto. _(N. d. T.)_.

[91] Vedi: BIANCO, _Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860
al 1863_, Milano, 1864. _(N. d. T.)_.

[92] Consulta _Guida dell'Abruzzo_ di C. ABBATE, Roma, 1903. _(N. d.
T.)_.



INDICE


Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . Pag. III

Subiaco . . . . . . . . . . . . . . . . . »     1

Attraverso l'Umbria e la Sabina . . . . . »    49

Il Ghetto e gli Ebrei di Roma . . . . . . »   115

Macchiette romane . . . . . . . . . . . . »   199

Storia del Tevere . . . . . . . . . . . . »   289

L'impero, Roma e la Germania . . . . . .  »   331

Una settimana di Pentecoste in Abruzzo .  »   399



Nota del Trascrittore


L'ortografia e la punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le parole in
greco a pag. 35 e 42 sono state traslitterate. Tutte le occorrenze
dell'abbreviazione N. d. T. (Nota del Traduttore) sono state
normalizzate in (N. d. T.).

Grafie alternative mantenute:

  E'/È
  imagine/immagine
  de/de'
  Aracoeli/Ara Coeli
  Lungotevere/lungotevere/lungo-tevere
  pseudogotica/pseudo-gotica
  della morte/della Morte
  Imperator pacificus/Imperator Pacificus
  jus Gazagà/Jus Gazagà/jus di gazagà
  Sacrum specus/sacrum specus
  accessori/accessorî
  ampi/ampî
  Bavaro/Bàvaro
  Castrum Pontium/Castrum pontium
  colera/colèra
  desideri/desiderî
  pontifici/pontificî
  qua/quà
  reazionari/reazionarî
  studi/studî
  subite/subìte
  subíto/subìto
  vari/varî

Altre correzioni:
  pag. 169 si è udito [udì] fin da allora
  pag. 190 e si è sviluppato [sviluppò] ed esteso con magnificenza,
  pag. 231 battono l'una contro l'altra [l'altro] delle tavolette
  pag. 310 un'intonazione [intozione] solenne e poetica
  pag. 323 + sostituisce il simbolo obelisco dell'originale
  pag. 358 Gli epigoni della casa Hohenstaufen [Hoherstaufen]





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Passeggiate per l'Italia, Volume 2" ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home