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Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2" ***

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***



Internet Archive.

                   EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI

                             GIUSEPPE PITRÈ


                             OPERE COMPLETE
                                   DI
                             GIUSEPPE PITRÈ


                                 XXVIII

                              SCRITTI VARI
                            EDITI ED INEDITI

                                  ————

                             GIUSEPPE PITRÈ

                                LA VITA
                               IN PALERMO

                          CENTO E PIÙ ANNI FA

                             VOLUME SECONDO


                          _G. BARBÈRA EDITORE_
                               _FIRENZE_

                                  ————

                    _Proprietà letteraria riservata_



  9-1950 — Tipogr. G. Ramella e C. — Firenze — Via il Prato, 57-59 r.

                                  ————



                                 INDICE


    I. Feste sacre e profane, civili e religiose.
    II. Spettacoli e Passatempi.
    III. I Teatri e le Artiste; i partigiani di esse. Lotte tra il S.a
    Cecilia ed il S.a Lucia.
    IV. Il «Casotto delle Vastasate», ossia il teatro popolare.
    V. I Musici e la loro Unione. Musicate, Oratorii, Cantate, Dialoghi.
    VI. La Bolla della Crociata.
    VII. Quaresimali e Quaresimalisti. Esercizi spirituali.
    VIII. Frati, Monaci e Conventi.
    IX. La professione di una monaca.
    X. Le Monache e la loro vita nei Monasteri.
    XI. Di preminenze in giurisdizioni.
    XII. Impeti e ragazzate.
    XIII. Indelicatezze, fallimenti, malversazioni.
    XIV. Asilo sacro, o Immunità ecclesiastica.
    XV. Oziosi, vagabondi, accattoni, «cassariote». Carestia.
    XVI. Liti, Avvocati, foro.
    XVII. Carceri e carcerati.
    XVIII. Il boia e le esecuzioni di giustizia. Grazia di vita.
    Dolorosa statistica di giustiziati.
    XIX. I giornali e la pubblicità.
    XX. Il Conte Cagliostro.
    XXI. L’Ab. Vella e la sua famosa impostura.
    XXII. I Medici e la loro vita. Nobili esempi di carità. L’Accademia
    dei medici e la prima Condotta medica.
    XXIII. Accademie e accademici. Genus irritabile...
    XXIV. Patriottismo degli studiosi. L’Ab. Cannella. Dispute
    filosofiche e teologiche. Storici, letterati, poeti.
    XXV. L’Accademia (Università) degli studi e gli studenti.
    XXVI. Scuole inferiori pubbliche e private, maschili e femminili.
    Castighi, monellerie, usanze vecchie e pratiche nuove.
    Conclusione.
    Ragguaglio tra i pesi e le monete del secolo XVIII e i pesi e le
    monete d’oggi.

                                  ————



                                CAP. I.


               FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.

Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si
succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi
prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro
inclinazione e dell’uso tradizionale.

La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola
materia d’un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per
funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene
occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa
potrebbe scompartirsi e classificarsi.

Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel
seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle
varie specie.

Procediamo con ordine.

La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e
del Gozzo e Tripoli, segna un fatto importante nella storia di Sicilia.
Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell’isola di
Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo
concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri
attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro
soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo
rappresentante in Palermo.

Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º
novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per
omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.

In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un
falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli,
partendo da quell’isola, veniva ossequiosamente a compiere nella
Cappella del R. Palazzo l’atto, non pur di devozione, ma anche di
vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta,
così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria:
e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria
rappresentò l’Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez
Presidente del Regno.

La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa
dall’assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel
1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per
la Sicilia, autore della riforma, l’aveva così motivata: «Dovranno
parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare
rispetto e far temere la maestà del Principe»¹: ragione più cortigiana
che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far
temere il Re a furia di cannonate!

   ¹ _Villabianca_, _Diario palermitano_, in _Biblioteca Storica e
     Letteraria di Sicilia_, di _G. Di Marzo_, v. XXVI, p. 294.

In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell’anno.

Tra le ridde della _tubiana_ e le ebbrezze dei ridotti, tra lo
scompiglio dei carri e le misurate movenze del _Mastro di campo_,
correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini,
qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette,
raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari:
re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi,
dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di
fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano
a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e
sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili
di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e
fiori ad amiche ed a parenti: era lu _scalittaru_. Un’altra offriva in
un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di
liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si
affaticava a guadagnare i gradini d’una scaletta a piuoli, sostenuta da
due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava
goffamente per terra: era il _pappiribella_. Quest’accolta di maschere,
guidata dalla infernale orchestra, era appunto la _tubiana_; la quale
per _lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli_, e d’ogni strana
maniera travestimenti accrescevasi all’infinito.

Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze:
il _Castello_, parodia del Conte di Modica _Bernardo Cabrera_, che diede
la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per
impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella
Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il _Mastro di
campo_².

   ² _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 26-27.

Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell’Albergaria e della
Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano
pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere
raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il
_Trionfo d’amore_, secondo Petrarca, meritò il plauso dell’unico
giornale del tempo. Cosa non mai vista le _carrozzate_ del Principe di
Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi
Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo
Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e
da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui
terrazzini (_balconi_) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla
folla plaudente confetti gessati³. Appena principiato il secolo XIX, nel
Martedì grasso del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una di
cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre gli
altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti⁴.

   ³ _Novelle Miscellanee_, p. 19. — _Villabianca_, _Diario_, in
     _Bibliot._, v. XXVI, pp. 8-12; _Diario_ ined., a. 1787, p. 58; a.
     1793, p. 59; a. 1800, p. 399.

   ⁴ _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile_, p. 107. A
     Paris, MDCCCVI.

Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le
eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le
civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione
il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva
slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio
ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di
Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei
plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che
migliaia di maschere d’ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte
volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli⁵.

   ⁵ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 8, 12, 121-122.

Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente
sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità
partiva appunto da loro.

La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di
Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da
ballo al R. Palazzo. Nell’invito si permetteva «qualunque sorte di
maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la quale sarebbe stato
«lecito portare dei fiacchi», o _giamberghe_, aggiungeva uno di coloro
che ricevettero la partecipazione.

La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4
dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada
pel piano del Palazzo.

Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di
figure, l’una più bella, più curiosa dell’altra! L’occhio si confonde
nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti,
civettuoli. Questa che fa da _pacchiana_ di Ischia è la Contessa di
Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con
che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana!⁶ E
con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son
compagne altre _pacchiane_ di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe,
Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina,
Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre,
attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di
Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.

   ⁶ Dolci composti di pasta di mandorle, che prendono ancora nome dal
     monastero, dove particolarmente si manipolavano.

Ecco i quattro Elementi della Natura: l’_Aria_ è la Duchessa di Ciminna,
Grifeo; l’_Acqua_, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la _Terra_, la
Marchesa delle Favare, Ugo; il _Fuoco_, la Principessa di Castelforte,
Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia _Eolo_, il cav. D.
Antonio Chacon; _Nettuno_, il Marchese Salines Chacon; _Titano_, il
marito della Celestre; _Vulcano_, il Principe di Cattolica, Giuseppe
Bonanno; il _Ciclope_ Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri
ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro
Stagioni dell’anno e tutte le deità dell’Olimpo pagano. Dove più fervon
le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella
deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima
mascherina di _Cerere_, che non si riesce a indovinare, ed alla quale
tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano
note d’amore:

      Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
    Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
      La déesse des fleurs, et celle des jardins,
    Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
      Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
    Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
      Tous chantent de concert, par un élans d’amour⁷.

   ⁷ _Villabianca_, Diario ined., a. 1800, pp. 94-100, 151-63.

A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche
delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei
travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d’entrambi i
sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri
mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità
inaccessibili.

Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a
una dozzina in una sola stagione. Molto prima del tramontare del secolo
il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo
Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la
Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di
tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un
teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro
comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi
e fiorami d’argento, a spese di ciascuno dei signori che s’erano
impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e
giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con
campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri
tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e
turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la
veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non
può darsi l’eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla
Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch’egli raccolse
dagli stranieri residenti allora a Palermo.

L’intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla
natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina
Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico,
recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava
gl’introiti alla Villa Giulia⁸. Il Santa Cecilia godè anche per questo
speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse
maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di
grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la
sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da
scherno per l’accompagnamento tradizionale del canto e della recita
degli artisti.

   ⁸ _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 198-99; v. XVIII, p. 244; v.
     XXVI, p. 157; v. XXVII, pp. 243-44.

Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o
parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro
trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili
emozioni in tutta la cittadinanza⁹.

   ⁹ _Diario_ ined., a. 1793, p. 59 e così negli anni 1795 e 1796.

Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l’impiccagione del _Nannu_
nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato
in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di
popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali
con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o
prefiche¹⁰.

  ¹⁰ Vedi in questo volume il cap. sulla _Giustizia_; e nel precedente
     il cap. XXIII.

Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano
prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio
di una megera mostruosa, fetida. Era l’immagine della magra, uggiosa,
insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali,
motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi
contrasto! da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi
pubblici, vuoi privati¹¹. Imperciocchè nella Settimana santa
inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano
dentro le rispettive congreghe; e per quarantott’ore continue si
digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione
dell’Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei
cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all’altra della Soledad
tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature,
terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie
del Cristo morto.

  ¹¹ _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 98 e 107.

E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il
passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta
aristocrazia, mescolate alle _grisettes_ delle più umili classi,
prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi _manti_ neri», come de
Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le
strade e visitando i così detti _Sepolcri_.

La _Fiera dei crasti_ era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal
piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di
S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso
tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,

Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione
gastronomica presso le urne d’acqua sotto la piramide commemorativa
della Giostra (oggi imboccatura di via Paternostro, in via Villafranca).
Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all’antico
posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi,
nè i giuochi d’antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini,
valsero a mantenervela¹².

  ¹² _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 175, 285, 316;
     _Diario_ ined., a. 1797, pp. 109-110.

Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio
allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.

Nel largo della Cattedrale, in forma d’anfiteatro, con il monumento di
S.a Rosalia e, finchè non le tolse l’architetto Fuga, le fontane
laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con
botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie
che prendeva nome di _Beneficiata di S.a Cristina_ e portava al Comune,
per via di coloro che ne assumevano l’impresa, guadagni cospicui.
Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore,
come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti
all’uso di Parigi. Da ciò quell’eccellente uomo che fu Jean Houel,
visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella
quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le
meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa,
dev’esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle
idee più sicure. Benchè naturalissima, l’arte di piacere ha come
qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»¹³.

  ¹³ _Houel_, _Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et de
     Lipari_, t. I, pp. 72-73. Paris, 1782.

Accanto alla grande beneficiata per la _haute_ era la piccola pel
popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a
mille smorfie il _pestaceci_, maschera coperta di sonaglini da capo a
piedi.

Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece
qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione
ladruncoli e perturbatori dell’ordine pubblico, quantunque non riuscisse
mai a scoprire gli autori d’un grosso furto nel 1793¹⁴.

  ¹⁴ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1786, p. 493; a. 1792, p. 295; a.
     1793, p. 37.

Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?

Nient’altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel
gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a
Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con
commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.

Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l’immenso campo delle
pratiche tradizionali dell’anno; e lo faremo rapidamente, guardando
appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto
scomparsi.

Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle
prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori,
un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un
mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si
menavano (e l’uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che
dovea renderli immuni da mali durante l’anno: e capre e vacche, condotte
in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di
seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i
pifferai li accompagnavano lietamente.

La bizzarra costumanza¹⁵ richiama quella della benedizione degli animali
da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella chiesa di
S. Antonio Abate.

  ¹⁵ _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 288, 313, 324, 339, 342 e segg.

Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24
giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29
giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia
ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle
ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento,
che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati
disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il
motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.

    'Ntra festi e Ferragustu
    Nun cci jiri si si’ ’n disgustu

In baccanali simili a quelli dell’antica Calata di Baida nello scomparso
medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4
sett.), pretesto a chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed
alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi
veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal
Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.

Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa
_mise en scène_, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria:
consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l’indole
del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l’accorrervi della
città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della
Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.

Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando
III, l’8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella
storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a
Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del
pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»¹⁶. Chi più
contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del
trono, il figlio di Francesco I?¹⁷.

  ¹⁶ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 321-22; v. XIX,
     p. 35. — _Palermo d’oggigiorno_, v. II, p. 111. — _Rezzonico_, op.
     cit., v. II, p. 106 e segg. — _Raccolta di Notizie_, 9 Sett. 1801.

  ¹⁷ Nel 1835 la commemorazione era già ridotta ad una semplice
     scarrozzata lungo la via che conduce alla Rocca. Oggi nessuno
     ricorda più nè l’antichissima gita — s’intende dell’8 settembre — a
     Monreale, nè la passeggiata alla Rocca.

Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno,
pel giorno sacro a S. Bartolomeo, apostolo, tenere una processione per
compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due,
quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche
all’Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo
la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle
filacicche per le piaghe.

Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di
chirurgia pativano di mezzi di medicatura¹⁸: e dovette essere tanto
celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto
dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo
promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro
dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che
volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall’amore
all’ospedale non è molta la distanza?»¹⁹ O non piuttosto, chiediamo noi,
che si dovesse pensare operosamente agli infelici?

  ¹⁸ La frase interrogativa: _A lu Spitali veni pri pezzi?_ (tu vieni a
     cercare pezze all’ospedale?) a chi ci chieda cose delle quali
     abbiamo difetto, parla chiaro.

  ¹⁹ _Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, n. LVII, pp. 213-14.
     Palermo, 1836.

Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione del _Corpus
Domini_ ai primi di giugno. Celebravasi di mattina, e si bruciava dal
sole; un rescritto del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782),
e così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti in ordine di
parata, stavano sotto le armi lungo le vie che il Divinissimo dovea
percorrere. Dalla chiesa della Magione, dell’Ordine teutonico, alla
Cattedrale, la soldatesca in doppia fila teneva in riga dietro di sè la
folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai Cintorinai, alla
Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro, nella Strada Nuova. La cavalleria
concorreva al buon ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea
appoggio nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri. Il Generale,
splendente di galloni e di armi, comandava tutti. Ov’era un balcone od
una finestra, lì pendeva un arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento
qualsiasi, e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti al consueto,
immenso spettacolo, erano devoti o curiosi inginocchiati allo
appressarsi dell’Ostia santa portata dal maggior dignitario del Duomo.
La grande solennità esigeva l’intervento delle Autorità politiche e
civili, e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè col Sacro
Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili e la truppa pretoria,
erano l’ammirazione di tutti; e di viva curiosità cittadina
l’Eccellentissimo Pretore col suo giudice _a latere_ e col suo ambito
bastone di comando; giacchè in questo giorno, come in quello della Fiera
di S.a Cristina, egli rappresentava l’alto grado di Capitan d’armi,
Vicario Generale viceregio. Figurarsi quindi l’interesse del pubblico
nel vederlo dalle truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo!
E, come militare e sacra era la festa, così due ultime scene, militare
l’una, sacra l’altra, la coronavano: erano queste, nel piano del
Palazzo, l’assembramento di tutti i corpi dell’esercito compiuto a
marcia forzata lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di
battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa) la
benedizione del popolo²⁰.

  ²⁰ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 23-24; v. XXVII,
     pp. 299-300. Per la festa del 1800 si può vedere la descrizione nel
     _Diario_ ined., 12 giugno, pp. 296-301.

La festa dell’Assunta non era più quella d’una volta; pure serbava
avanzi stupendi, che la rendevano una delle principali del calendario
cittadino.

Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto, un colpo mortale alle
Maestranze, che ne formavano la parte attiva: quindi dal 1783 in poi,
ridotto il loro numero, ridotti si vedevano anche i loro _cilii_²¹.

  ²¹ Vedi v. I, p. 128.

Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene della vita di
santi, opere talvolta fini d’arte, portate a spalle da socî delle
singole corporazioni; e prendevano il nome di _cilii_, dai colossali
ceri che non solo esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti,
dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato, offerivano alla
Madonna. La processione già di sera, fu imposta di giorno, ed anche per
ciò perdette della sua gaiezza primitiva.

Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune con altre
dell’anno, non è da trascurarne una che rimase nelle costumanze
pubbliche ed ufficiali: vogliam dire la visita alle carceri pubbliche
della Vicaria. Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece il
Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del corpo del Ministero e
del Sacro Consiglio, in carrozze parate di fiocchi e in pompa tutta
sovrana. Giunto alle prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva
condanne, pagava anche _per integrum_ debiti, faceva, insomma, tutto il
bene che il cuore in armonia con le esigenze dello Stato gli
consentissero. Ma appunto perchè ci andava spesso di mezzo la tasca, i
Vicerè non erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva il
loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente della Gran Corte, e i
rispettivi giudici e ministri fiscali delle loro corti, insieme con gli
algozini armati di verghe e gli alabardieri di lance. Certo non era
tutto: ma qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di libertà
molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.

Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella e giungevano
alla Cala: lunghissimo tratto di mare che dava la misura delle forze
fisiche e dell’agilità dei pescatori.

V’erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle di S.a Rosalia,
per le quali il concorso della gente soperchiava qualunque spazio;
v’erano cuccagne di mare e di terra per gare di giovani nel salire
antenne verticalmente piantate, o nel percorrerne altre sporgenti sulla
spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva sdrucciolevoli. E
v’erano altresì corse di fanciulli a piede libero, e corse di giovani
insaccati o impastoiati, prove che suscitavano l’ilarità, ma che
riuscivano talvolta pericolose.

In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini tutti per la
solennità della Immacolata.

Il 27 luglio del 1624, sotto l’incubo d’una pestilenza, il Pretore
Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica, avea convocato il popolo e
proposto che riconoscesse Maria, pura del peccato originale, liberatrice
della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato si obbligò ad
un’annuale festa, la quale poi, sulla fine del secolo, assunse speciale
carattere per il così detto _voto sanguinario_, giuramento formale del
Senato medesimo di sostenere, anche a costo del proprio sangue, la
verginità della Madre di Dio.

Di questo voto molti si occuparono pro e contro fuori Sicilia, e non
benevolmente il Muratori; ma il Senato ed il Clero anch’esso giurò,
senza versare una goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo
facesse sostenere a furia d’inchiostro, e rinnovava ogni anno, con
costante fervore, la promessa.

Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre, dentro le sue
famose carrozze, circondato da paggi e da valletti con fiaccole accese,
seguito dalle sue guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di
S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza delle fiaccole,
cominciata per necessità del tempo in cui la notturna illuminazione
mancava, rimase come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti
fanali collocati nelle principali vie, e si associò a quella dei
_mazzuna_, che anche noi abbiamo veduti fino a una trentina d’anni fa.
Eran questi delle fascine di saracchio così colossali che a reggerne una
ci volevano parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose della folla
si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o no dentro la Rappresentanza
della città. Allegri suoni di pifferi e di cornamuse, preludenti al
prossimo Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan di
gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai si riuscisse nel Cassaro e
da questo, a destra ed a sinistra, s’imboccassero le vie più popolose.

La funzione del Vespro cantato era occasione alla tradizionale offerta
delle _cent’onze_ da parte del Magistrato civico. Sopra splendido
vassoio il Pretore, salito sui gradini dell’altare, vuotava un sacco
pieno di grosse monete d’argento, le quali rumorosamente cadendo
suscitavano nei presenti un senso ineffabile di soddisfazione e di...
desiderio: erano dugencinquanta scudi sonanti con le effigi di Carlo III
e di Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.

Straordinariamente drammatico, al domani, lo spettacolo. I Gesuiti una
volta, finchè ci furono, gli ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi,
quando i Gesuiti non c’erano più (1768-1805), processionando con granate
in mano, venivano spazzando il Cassaro che la Madonna dovea percorrere.

Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato delitto di leso
privilegio il trascurare e che tutto studiavansi di osservare
scrupolosamente, si passava al voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè
dell’altare, confermava il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e
l’uno dopo l’altro soscrivevano la formula del compiuto giuramento.

Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte al Senato, il
Vicerè medesimo teneva Cappello reale: assisteva alla messa e coprivasi
il capo nel momento che riceveva l’incenso: prerogativa del Legato
apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel Re da lui. Quella
messa, in virtù di un breve pontificio, che faceva parte dei privilegi
della ricorrenza, poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.

E la processione si apriva coi soliti tamburi e si formava con le solite
confraternite, con le solite corporazioni religiose, coi soliti corpi
dei parroci, dei seminaristi dell’Arcivescovato, del Clero della
Cattedrale: e, sul ferculo, l’artistico, prezioso simulacro d’argento
della Madonna, coperto di gioielli, scintillante all’irreqieto tremolio
delle fiammelle, lento nel muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva
la venerazione di centomila teste piegantisi riverenti, poichè ad
inginocchiarsi ogni spazio mancava.

Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî dello Stato,
alla sacra immagine teneva dietro; maestoso col suo invidiabile toson
d’oro, il Pretore, circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua
Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti avessero
carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in livree sontuose, guardie
pretoriane in vivide uniformi, soldati dagli alti berretti, dalle corte
giacchettine, dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro sul
petto, dai grossi archibugi, completavano l’accompagnamento, civile e
religioso insieme, come quello del _Corpus Domini_²².

  ²² _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 419-23.

Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti consecutive i devoti,
uomini e donne, in peduli od anche, secondo il voto fatto, a piedi
ignudi, dalla chiesa della Madonna si recavano alla metropolitana
recitando di continuo orazioni e rosari. Questa pratica chiamavasi
_viaggio_: e, quantunque compiuta dai singoli fedeli col maggior
raccoglimento, pure riusciva delle più gradite per tutti. Il Cassaro
rosseggiava di _mazzuna_ e di torce a vento; i pifferai coprivano col
loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci. Avvolti nei
tradizionali mantelli o nelle grandi fasce di lana, i venditori
ambulanti gridavano: _Mmiscu, petrafènnula e zammù!... Zammùu!..._
liquori e dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le più forti
dentature e le digestioni più vigorose²³.

  ²³ _Mmiscu_, era ed è un liquore a base di rosolio, alcol e erbe
     aromatiche. _Petrafènnula_, dolce duro, composto di cedro tritato,
     cotto nel miele e condito con aromi. _Zammù_, anice, fumetto.

Torniamo ora un poco indietro nel calendario per sorprendere la maggior
solennità dell’anno palermitano, vogliam dire il _Festino di S.a
Rosalia_.

Descrivere quella festività, è un far cosa superflua come il «raccontare
i cinque giorni del Festino» secondo il notissimo adagio siciliano per
esso nato.

Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per tradizione, non ne ha
letto delle descrizioni di viaggiatori che la videro o ne sentirono a
parlare? Brydone, il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser
considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d’Europa»; e quando la
vide, ne scrisse con la massima accuratezza²⁴. Houel nel 1776 ne diede
le particolarità più minute ricordando che «per questa solennità si
accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del Regno di Napoli ed
anche dell’Europa», e che «per lo meno la maggior parte dei forestieri
che sono in Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela²⁵.
L’ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei suoi artisti, disegni
fedelissimi, degni «dell’entusiasmo devoto, unico anzichè raro che egli
trovò nel luglio del 1785²⁶; e Goethe, recatosi a visitare la madre e la
sorella di Cagliostro nel quartiere dell’Albergaria, ebbe da esse
raccomandato di tornare nei «giorni maravigliosi delle feste, non
essendo possibile veder cosa più bella al mondo»²⁷.

  ²⁴ _Brydone_, _A tour through Sicily a. Malta_, lett. XXV. London,
     1773-76.

  ²⁵ _Houel_, op. cit., t. I, p. 73 e segg.

  ²⁶ _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque ou Description des royaumes de
     Naples et de Sicile_, t. IV, pp. 144-48. Paris, 1784.

  ²⁷ _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 Aprile 1787.

     Queste ed altre testimonianze e descrizioni particolareggiate di
     quelle feste vennero raccolte, tradotte ed annotate da _Maria
     Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia in Palermo e dell’Assunta in
     Messina_. Palermo, 1900; e nella _Appendice_, Pal. 1903.

Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose. Noi non ci
fermeremo neanche a prendere una polizza d’un baiocco della Beneficiata
che le precede e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire
dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall’ardente sole di
luglio, e scendere da Porta Nuova alla Marina illuminato da mille torce
sotto il cielo di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle
emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne Cappella reale
nel Duomo, alla lunga processione delle cento confraternite, delle cento
bare e cilii, degli ordini religiosi, e dell’urna con le reliquie della
Patrona della Capitale. Lasciamola, quest’urna, a percorrere un anno
l’una, un anno l’altra metà di Palermo; lasciamo che i monasteri aprano
i loro parlatorî maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi e
di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel Palazzo senatorio il
consueto ricevimento, ed il Vicerè nel Palazzo reale e l’Arcivescovo
nell’arcivescovile diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il Duca
di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori dei varî anni che si
occupano, sanno bene come vadano trattati i nobili loro pari.
Caramanico, da uomo di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità
di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor
Sanseverino non dimentica che il primo prelato dell’Isola dev’essere
anche perfetto cavaliere non pur coi cavalieri, ma anche con le dame
recantisi nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro e del
palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato di lui, e come
Arcivescovo e come Presidente del Regno e Capitan generale delle armi,
riceve tutt’altro che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo che
ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo Don Filippo Lopez!

Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe particolarità, minime,
se si vuole, ma piccanti.

E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi che per
festeggiare S.a Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne
arrabbiava sempre, e all’appressarsi di luglio più che mai. Una volta,
non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a
tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da
un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono
gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava:
_o festa o testa!_ ma il Caracciolo rimase impassibile. Riuscito vano
ogni tentativo, il Senato mandò al Re in Napoli un memoriale del
Segretario del magistrato della città D. Emanuele La Placa, un vero
prodigio di erudizione patria municipale. Le feste, diceva il memoriale,
si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento
religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani,
guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero
considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle;
necessario, invece, il mantenerle come pel passato.

Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più.
Caracciolo, benchè sicuro del fatto suo, non senza inquietudine
aspettava le sovrane risoluzioni: e col suo indispensabile occhialino,
da uno dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare
sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente
mormorando parole di sprezzo contro questi incoscienti del progresso
filosofico d’oltralpe, indegni de’ tempi.

Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato, fu visto mordersi le
labbra e giurare di farla costar cara al Pretore, ai Senatori, ai
nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo non
risparmiando neppure Sua Maestà.

Se non che, il tempo di costruire il carro non c’era più, ed egli si
veniva fregando le mani pensando che non se ne sarebbe fatto di nulla.

Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono le
braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane
dell’11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava
la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante
echeggiarono più alte, e l’autorità venne più arditamente bravata.

Il lato comico delle feste patronali fu sempre il corteo de’
Contestabili del Senato. I tamburini battevano un colpo a destra, un
colpo a sinistra sui due tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro
battuta, comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi. Siffatti
Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi ed ampî mantelli
abbandonati sul dorso dei ronzinanti, erano lo zimbello del monellume,
che avrebbe creduto di non passare allegramente lo spettacolo senza
tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.

Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano la macchina
gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed allo scarso loro numero
s’attribuivano sovente gl’insuccessi dell’andare e del ritornare di
essa. Non fu mai mistero per nessuno che gl’impresarî del trasporto per
guadagnare di più sulla somma convenuta _ad hoc_, accettassero qualunque
mulo anche avariato, e ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il
Barone D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano da S. E. che non
volesse obbligarli a prestare i loro animali per questo faticoso
servizio²⁸.

  ²⁸ _Provviste del Senato_, a. 1791, pp. 398 e 412.

O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo lastricato del
Cassaro, mal rispondevano i poveri animali alla solenne cerimonia. La
macchina, sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via, ora
trasportava con sè una ringhiera, ora urtava contro il muro di un
palazzo, ed ora sprofondava dall’un dei lati del mal basolato Corso. I
ricordi di ruote sconquassate od uscite fuori dell’asse, di fermate
d’interi giorni, abilmente poi superate per immani sforzi d’esperti
marinai, son sempre vivi²⁹.

  ²⁹ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 134.

Presso il Carro in movimento era un pandemonio: facchini che non
lasciavano un minuto di vuotare buglioli d’acqua sugli affusti delle
ruote in pericolo di prender fuoco per l’intenso attrito; giovinastri
schiamazzanti alle manovre d’innaffiamento ond’essi rimanevano bagnati
fradici; alabardieri che con le culatte dei loro scopettoni scacciavano
la ragazzaglia audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato;
fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti, e battimani
scroscianti ed evviva prolungate fino ad assordare.

Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva magica,
affascinante pel popolo specialmente delle campagne e dei comuni. Per
quante precauzioni si prendessero ad evitar disgrazie, queste non
mancavano mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed a sinistra, per
molto spazio, addossati a palazzi ed a botteghe sorgevano palchi per chi
volesse sottrarsi agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo
Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo Guggino (Bordonaro) a
S. Giuseppe dei Teatini, altri palchi ostruivano i due sbocchi della via
Macqueda. A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione che
è ora il quartiere de’ Carabinieri, e la gente pullulava, formicolava
sopra e di fronte a questo, in alto, sotto i portici, sulla terrazza,
fin sopra il cupolino della Porta, dove bandiere ed orifiamme
sventolavano.

Nella interminabile, ma non continua processione dell’ultima sera, la
curiosità veniva stuzzicata dalla corsa dei pescatori della Kalsa e
dallo intervento dei caprai: ragione, questo, di burle, che con
allusioni menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute,
punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari motti. Laonde il
Pretore, per evitare disordini, dovette proibire che la confratria
partecipasse alla festa; e così la statua del protettore San Pasquale fu
alcuna volta messa da canto³⁰.

  ³⁰ Ciò avvenne particolarmente l’a. 1768, come si rileva dal _Diario_
     del Villabianca, in _Bibl._, v. XIX, p. 124.

Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel, che la vide,
raccontava:

«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la coppia sacra dei
Santi Cosimo e Damiano, entrambi al naturale, entrambi dorati da capo a
piedi, l’uno a lato dell’altro... Sono piantati su di una specie di
barella a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali stanno otto
persone. Se non che, i trentadue uomini non portano le due statue d’un
passo grave e maestoso, ma corrono a tutta lena gettando grida
spaventevoli. Una grossa e lunga fune legata alla macchina, è tenuta da
quante persone possono, poichè con la prestezza che corrono, se per poco
si urtassero, la macchina rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro,
con una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare la macchina
fino a restare sudati e trafelati. Per sostenerli in questo pio
esercizio e rinfrescarli, un numero straordinario di ragazze e di donne
li accompagnano, girano con essi e, agitando in aria i bordi dei
grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il giro cessa quando i
portatori sono del tutto spossati, e mentre girano, tutti lanciano per
aria berretti, cappelli e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a
più non posso: _Viva i Santi Cosimo e Damiano!_ senza pensare che questi
santi son morti da più secoli. Dopo un po’ di sosta, riprendono i Santi,
vi riattaccano la fune e si rimettono a correre come inseguiti»³¹.

  ³¹ _Houel_, op. cit. — _Maria Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia_ ecc.,
     p. 47.

Tronchiamo senz’altro la rassegna ed usciamo un poco dalla città.

La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto in tanto
un’appendice non meno celebre, nella prima quindicina di settembre, per
la Esaltazione della S. Croce: era la _Dimostranza_.

Che cosa fosse una _dimostranza_, nessuno vocabolario siciliano o
italiano lo dice; ma nell’uso comune risponde ad una processione
figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le
vie e le piazze principali d’una città o d’un comunello, fermandosi
tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto
biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la
crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d’un martire,
d’un confessore, d’un santo, d’una santa patrona qualsiasi. Lo
componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più
modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini,
precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme
autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera
compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt’altro
che buone a _dimostrare_. Vestiva ciascuno il costume del personaggio
che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o
da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da
centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi
quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da
quelle d’oggidì. Procedevano a due, a quattro, alla spicciolata, a
gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e
tal’altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in
generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la
qualificazione di _muta_, ed anche di _ideale_ (il popolo con un _qui
pro quo_, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in
iscena, pronunzia _reale_) applicata alla processione; dove però alcuni
personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti,
titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero
significare.

Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo
qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri
lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo
la sua relazione.

«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia
della Principessa di Belvedere e dell’amabile sua figlia donna
Giovannina [questa donna Giovannina è la _Giovannella_, la quale, uscita
di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di
Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei
circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo
in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del
pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era
infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran
folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul monte, e formare vari
gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo s’incontrano³².
Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi dentro le lettighe
accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi raggi del sole e
l’incomodo polverio da tanti piedi d’uomini e di animali eccitato. Le
carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre s’affoltavano d’ogni
intorno e discendevano in lunghissime file che dalle porte di Palermo a
quella di Monreale non erano discontinuate; laonde conveniva aspettarne
lo sviluppo pazientemente»³³.

  ³² Erano le fontane, oggi abbandonate, fatte eseguire dall’Arcivescovo
     dal Testa.

  ³³ _Rezzonico_, _Viaggio della Sicilia e di Malta_, in _Opere raccolte
     e pubblicate dal prof._ _Fr. Mochetti_, t. V, pp. 106 e segg. Como,
     1817.

La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre
simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso
dell’illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a
nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico
si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell’arte
imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d’ogni altra
cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».

Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.

Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi
condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del
Nuovo, che mano mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo,
venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli
uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti
si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e
delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma
tragica l’opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre
come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e
vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e
i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste,
l’idolatria, il peccato, la guerra altresì v’erano personificate».

La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze
di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal
dotto visitatore.

Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della
processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima
Monreale³⁴.

  ³⁴ _Raccolta di Notizie_, n. 36, Palermo, 4 Maggio, 1801.



                                CAP. II.


                        SPETTACOLI E PASSATEMPI.

Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col
loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e
fu un gran discorrerne per tutta la città.

Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non
solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita
dei varî preparativi dell’avvenimento, ma anche coi disegni che parvero
fatti a posta per fomentare l’ansiosa curiosità dei Palermitani³⁵.

  ³⁵ _Des Ballons aérostatiques, de la manière de les construire, de les
     faire élever ecc. Orné des planches en taille douce._ A Lausanne,
     chez J. P. Heubach, MDCCLXXXIV.

«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti,
navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo
spettacolo, e non fu persona che non s’interessasse di quegli
esperimenti, creduti utili alla riuscita della non mai tentata impresa.
Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria;
perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l’avesse saputo fare, a
riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere
in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità
di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei
giornali francesi, ed instancabile l’agitarsi di dotti e di indotti per
l’attuazione del descritto disegno.

Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del
poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell’opera e si fecero
quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di
taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il
taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto
e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori.
La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì
che si innalzasse nell’aria atmosferica». Le prove si ripeterono col
sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute;
ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani
sopra gl’inesperti attori.

Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della
scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero
andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del
peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo
buono a sollevarsi da terra ed a prendere le vie aeree fino allora non
tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti,
Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande
perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti,
del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la
riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel
paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l’11 marzo del
1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14.
Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli
presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e
quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per
mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all’ampia
terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di
mani, l’applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a
così nuovo miracolo dello umano ingegno³⁶.

  ³⁶ _Ragguaglio dei palloni aerostatici lavorati con felice successo da
     D. Ercole M. Branciforti e Pignatelli ecc._ In Palermo, MDCCXXXIV.
     Dalle Stampe del Bentivegna.

Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed
espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo
dovett’essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di
colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente
in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più
lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione di
aver dovuto festeggiare l’uomo che avea per tredici mesi soperchiato.

I lettori ufficiali dell’Accademia degli studî (i professori della
Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e
non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una
persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i
maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo
per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello
stesso mese l’abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia
naturale e botanica nell’Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla
loggia della Casa degli studî (l’ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè!
l’esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò
dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero
della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le
beffe³⁷.

  ³⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 213. —
     _Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 313.

Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l’uso dei palloni
di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in
Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci
documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar
delle messi nella Conca d’oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe
potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di
quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in
Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual’è, ovvia e la più
naturale di questo mondo.

Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese,
dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow
(1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato
da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a
rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si
apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la
Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di
una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti
delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole
delle chiese si videro occupate da persone d’ogni condizione, e da
monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di
essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di
atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.

Aspetta, aspetta: l’ascensione non ebbe luogo. Il vento impetuoso non lo
permise. Ma il popolo, stanco del lungo, penoso attendere, del digiuno e
della sete nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola, ne’
dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi, esplose in grida e
minacce violente contro il Lunardi, bollandolo per giuntatore volgare,
venuto in Palermo ad imbrogliare i cittadini. Il brav’uomo fu a un pelo
di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico, dovette
andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà, che lo protessero.

Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici volte avea tentato le
vie de’ cieli in tutta Europa: e teneva molto alla sua reputazione,
perchè la smentisse nella Capitale della Sicilia.

Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro Cantoniere e in
varî posti del Cassaro e della Strada Nuova diceva che il capitano
Lunardi avrebbe fatto la sua ascensione l’ultimo giorno del mese.
Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque costo: dovesse
andarci di mezzo anche la vita dell’attore.

Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di Paola: e chi non vi
fu di persona, vi tenne sopra gli occhi tutta la giornata, da tutti i
luoghi donde lo spettacolo fosse possibile.

Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono, tremarono
all’audacia di lui, il quale parve a chi un dio, a chi un demonio,
sovrumano a tutti. Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad
alcune ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo
tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono di doni, il Vicerè
di danaro, le monache di dolci e di ghiottonerie. Onore supremo a quei
tempi, il suo pallone venne disegnato; sparso per la città il suo
ritratto, come quello di uno dei più grandi personaggi del tempo.

E come da quattro mesi correvan feroci le invettive in verso e in prosa
contro il supposto inganno di lui, così da quel giorno cominciarono gli
inni; e nacque subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d’un
secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa e sulle
particolarità che la resero celebre. La canzone principiava così:

      Nun si leggi ’ntra lunaria
    Jiri un omu mai ’ntra l’aria;
      Liunardu sulu ha statu
    Ca li nuvuli ha tuccatu;
      La sò forza a tantu arriva:
    Liunardu viva viva!
      Viva viva la sua virtù!
    Un omu di terra ’nta l’aria fu!

e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa, fino
all’ultima:

      Stu prudigiu di munnu
    Pri ’n eternu ’un tocca funnu;
      Liunardu lo sò nnomu;
    Resta sempri di grann’omu;
      Liunardu sulu ha statu
    Ca li nuvuli ha tuccatu;
      La sò forza a tantu arriva.
    Liunardu viva viva!
      Viva viva la sua virtù!
    Un omu di terra ’nta l’aria fu!

La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata per la città tutta: e
venne ritratta nella mobilia e nei quadri.

Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell’orologiaio
Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo
Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un
pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata
Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la
mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese,
ha il _sì_ e _nò_, e si carica pella parte del quadrante».

Così diceva il n. 7 del _Giornale del Commercio_.

Questo il più grande spettacolo _fin de siècle_. In faccia ad esso
impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque
dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?

Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci
dal 1770.

La mattina del 10 luglio di quell’anno Patrick Brydone scrivea da
Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al
quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato³⁸.

  ³⁸ _Brydone_, op. cit., lett. XXIX.

In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si
fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria,
da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro,
punteggiato (il guantone) dell’istesso legno per balestrare più in alto
il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per
vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di
strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il
popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi
giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. Male
a chi l’erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in
terra!»³⁹.

  ³⁹ _Opuscoli palermitani_, n. 2, p. 53. Ms. Qq E 94 della Bibl. Com.
     di Palermo.

Nello scorcio del settecento l’attrattiva divenne passione intensa: ed
uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore
il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran
concorso di popolo e gente civile e nobiltà»⁴⁰.

  ⁴⁰ _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario storico_, anno 1798. Ms.
     inedito della Biblioteca dell’on. Principe Pietro Lanza di Trabia e
     di Butera.

Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che
non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè,
proprio in quell’anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato
sonetto:

      — «Chi son costor che a piè d’un baluardo
    Le nerborute man menan con arte?
    Forse quel legno acuto arma è di Marte?
    Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
      «Quel diavolo di globo che qual dardo
    Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
    E quei minchion, parte seduta e parte
    Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
      «Quei terminacci: _fallo_, _passa_, _caccia_,
    Quel ventoso cristero e quel lachino⁴¹.
    Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
      Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» —
    Elpin ride e s’accosta, indi m’abbraccia:
    — «Semplicetto _scioccon_, chiede a Gazzino.» —

  ⁴¹ Sarebbe forse D. Gioacchino Torre, a cui tra gli altri si rivolge
     con un brindisi il Meli? (vedi _Opere poetiche_, p. 286. Palermo
     1894).

Gazzino, chiamato in ballo da quest’ultimo verso, risponde per le rime
(e qui la frase vuole intendersi in significato letterale); ma la sua
risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la
conserva⁴².

  ⁴² _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._

La fortuna del passatempo si tradusse in una specie di frenesia tanto
negli attori quanto negli spettatori. V’era un certo Di Blasi, un certo
Natoli, Fazello, Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone,
Barone⁴³ e non so quanti altri, che volevano parere agili e gagliardi,
ed erano invece o pieni di velleità di ardimento, o slombati e fiacchi.

  ⁴³ Alcuni furono soscrittori del _Memoriale_ che segue.

Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo dettò una lunga
lettera in versi martelliani ad un ipotetico amico, nella quale,
fingendosi straniero, conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia,
metteva in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de’ quali dava brevi
ma incisive notizie. Sentiamo un po’ quel che egli scriveva:

      Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
    In questo di Sicilia piccol’e grato giro,
      Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
    Considerato avendola, non trovo tanto male.
      Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l’ignorante,
    L’onesto, il disonesto, il celibe, l’amante.
      A’ pregi, a’ mali insomma, a dirla come penso,
    In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
      La sera sempre portomi in una compagnia,
    Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
      Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
    Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
      Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
    Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
      E conoscendo appieno qualunque giocatore
    Avendo quasi un mese passato in questo l’ore,
      L’aspetto, il nome, il vizio d’ognun vi scrivo in questo:
    Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
      Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
    Il giuoco, non v’inganno, a me non piace un fico.
      Veduti i giocatori dell’altre nazioni
    In paragone, questi, mi sembran _cordoni_⁴⁴.

  ⁴⁴ _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._

E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi, che sono appunto
quelli dianzi ricordati.

Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità che al giungere di
Ferdinando III in Palermo, i più appassionati pensarono di assicurarsi
il possesso avvenire del terreno nel quale si divertivano tanto,
presentando al Re un _Memoriale_, che dice assai più di quello che noi
possiam dire:

«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città di Palermo
espongono che sin da tempi immemorabili il luogo pubblico ove si è
sempre fatto esercizio del gioco del pallone è stato tutto il
pianterreno, che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo,
vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all’Orto Botanico. Questo gioco
incontra tanto il piacere di questa popolazione quanto in tempo di gioco
concorre in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini d’ogni
classe o per giocare o per essere spettatrice del gioco; a segno tale
che li dilettanti fanno continuamente delle spese per mantenere il
cennato sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto a dire
nell’a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di onze settanta circa... Vi
abbisognano intanto delle altre spese e per la decenza del luogo, e per
renderlo più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non porta una
pubblica istituzione, e temono i dilettanti che un giorno all’altro
dovrebbero avere impedito l’uso del terreno al presente addetto al
riferito gioco per impiegarlo ad altro destino, così per potere
impiegare con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè si degni
ordinare, che atteso il tempo immemorabile in cui il pianterreno che
corrisponde sotto il baluardo dello Spasimo, che porta la longitudine di
tutto il baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato per
commodo dei giocatori del pallone, resti il luogo suddetto addetto a
tale uso, e non possano li giocatori essere molestati per qualunque
causa nell’uso del suddetto terreno.

«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e di decoro per altro di
questa città, che incontra l’approvazione d’ogni classe di cittadini, e
quindi sperano i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà
accordata tal grazia».

Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti, non capì questo: e,
senza punto scomporsi, rimise per mezzo del suo ministro Principe del
Cassaro la istanza al Senato perchè ne facesse «l’uso che conviene». Ed
il Senato la mandò, come in linguaggio burocratico si dice, _agli atti_,
e concesse invece all’Orto Botanico quello spazio di terreno che
fronteggia l’Orto medesimo⁴⁵.

  ⁴⁵ Vedi _Penes Acta_, nell’Archivio Comunale, an. 1799: _Memoriale dei
     dilettanti e giocatori del gioco del Pallone di questa città di
     Palermo al Re._

Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada nella quale «da tempo
immemorabile» si era giocato, si chiamasse, come in quel tempo si
chiamava ed oggi si chiama tuttavia, _Il Pallone_; al quale battesimo
non ebbe nessuna parte.

La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state
apposte son di poco anteriori all’anno 1802: e celebre fu quella del
_Cassaro morto_, di fronte all’Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S.
Spirito), l’ha murata testè il Consiglio Comunale.

Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e
giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.

Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti
gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe
nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l’abuso
pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali
fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la
palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se
ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare
dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po’
sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la
stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le
più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto,
occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli
ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de
Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire
disciplinato.

La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia
all’autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste
scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette
migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All’appressarsi d’uno stormo
di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa
tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi
in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni⁴⁶.

  ⁴⁶ _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sizilien_, v. III p. 723.

Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re
Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi
proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio
e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche
un’astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per
quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro
tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi
persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.

I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un
indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare
nelle private proprietà⁴⁷: domanda, in apparenza molto semplice, ma in
sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l’autorità
regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno
della roba altrui bastando l’ordine del Re.

  ⁴⁷ _Penes Acta_, nell’Arch. Comunale, a. 1799.



                               CAP. III.


I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED
                             IL S.a LUCIA.

Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono
sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l’«_opera_ però
era sempre la più favorita»⁴⁸ per la quale venivano sempre con
periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina,
i maggiori del tempo.

  ⁴⁸ _De Saint-Non_, op. cit., p. 143.

S.a Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano palchi di loro
proprietà sontuosamente addobbati la Marchesa di Regalmici, Caterina La
Grua Talamanca e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani.
Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe di Caramanico,
non mancava ad esso nulla per esser degno di accogliere l’aristocrazia
siciliana con opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e
qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi, anche perchè ne
era stato tolto il pericoloso ingombro del tamburo in legno, sostituito
con altro in muratura⁴⁹.

  ⁴⁹ _Provviste del Senato_, a. 1799-80; a. 1786, p. 135.

Col S.a Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava il S.a Caterina,
o S.a Lucia; così chiamato per la vicinanza del Monastero di S.a
Caterina e perchè apparteneva ai Marchesi di S.a Lucia Valguarnera, che
vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico l’avean reso
pubblico⁵⁰.

  ⁵⁰ Per la storia da scriversi del nostro teatro è utile notare che
     qualche volta in questo teatro agivano dei filodrammatici. Abbiamo
     sott’occhio un _Argomento della Commedia del_ _Marchese di Liveri_
     _intitolata_ Il Solitario, _la quale si rappresenta nel domestico
     Teatro dei Signori Marchesi di S. Lucia, da una Brigata di Nobili,
     e Dilettanti_. In Palermo, MDCCLXVII. Nella Stamperia dei Santi
     Apostoli in Piazza Vigliena presso D. Gaetano M.a Bentivegna.
     In-4º, pp. 7.

Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla magnificenza del
fratello maggiore, ed avea ricordi non alti nelle rappresentazioni
comiche di antichi artisti buffi, giunti fino a noi col titolo di
_Travaglini_; onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la
elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente condivisa da
entrambi i teatri, dei quali il S.a Caterina offriva d’ordinario opere
comiche.

Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei teatri, persuase i
patrizî a costruirne di sana pianta uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra
quei patrizî erano Senatori: e fu appunto il Senato l’interprete o
esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si stabilì il luogo
dell’edificio e fu anche detto più tardi che le somme occorrenti
sarebbero state prese dai fondi amministrati dalla Deputazione per le
strade di Sicilia⁵¹. Ma all’ultima ora, quando si trattò
dell’attuazione, nessuno osò avventurare il Comune in una opera non
creduta necessaria. Se non che, _quod non fecerunt barbari fecerunt
Barberini_: ed i Barberini o barbarini furono gli allegri amministratori
della città cent’anni dopo, quando demolirono quattro chiese e due
monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in quei medesimi
paraggi nei quali fin gli spensierati signori del secolo XVIII non
avevano avuto il coraggio di farlo.

  ⁵¹ Un uomo altolocato in Palermo diceva al Bartels queste gravi
     parole: «Si vocifera che il denaro esatto (per le strade) sarà
     forse impiegato per la fabbrica di un nuovo teatro in Palermo. Non
     è da credersi; ma il Governo di Sicilia fa vedere cose più
     mostruose». _Bartels_, _Briefe_, n. XXXIII, vol. II, p. 519.

Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!

Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i teatri, ma anche gli
altri privati, permanenti ed occasionali, di Casa Abbate di Lungarini,
del Marchese Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli
Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto San Ferdinando, del
Marchese di Salines Tommaso Chacon⁵².

  ⁵² _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 163; a. 1793, p. 59; a.
     1798, pp. 25-26. — _Santacolomba_, _L’Educazione della Gioventù_
     ecc. pp. 421-22. In Palermo, MDCCLXXV.

Quell’uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un giorno s’accorse o
venne informato che questi teatrini di famiglia non dovevano lasciarsi
liberi di rappresentare quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio
li volle sottoposti alla comune censura⁵³: quasichè negli istituti di
educazione si potessero rappresentare cose contro o il Governo, o la
religione, o la morale!

  ⁵³ Palermo, 4 febbr. 1800.

Le più riputate compagnie d’Italia interpretavano drammi in musica e in
prosa non prima qui uditi. Gustosissima la commedia musicale _Giannina e
Bernardone_ del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò
personalmente il Caracciolo⁵⁴, e che con grave errore si è detto essere
stata la prima volta eseguita nel 1787 in Napoli⁵⁵.

  ⁵⁴ _Reali Dispacci_, an. 1784, registro n. 1510, fogli 152-53
     dell’Archivio di Stato di Palermo.

  ⁵⁵ _C. Dassori_, _Opere e Operisti, Dizionario lirico universale
     (1541-1902)_, p. 666. Genova, 1903.

Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione del S.a Cecilia,
costata tremila scudi, dal 1787 in poi, dame e cavalieri vi udirono,
deliziandovisi, l’_Ariarate_ del Tarchi, l’_Arbace_ di Fr. Bianchi,
l’_Alceste_ del Portogeloclo, l’_Amor contrastato_ (chi non ricorda
questo celebre dramma in musica del Paisiello?), la _Didone
abbandonata_, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano Piticchio
(1780), il massese Guglielmi (1785), il veneto Gazzaniga (1787), il
pesarese Federici (1794), fino al Paisiello (1797); il _Fanatico
burlato_ del Cimarosa, l’_Alzira_ di G. Niccolini⁵⁶. E dame e cavalieri
risero e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche, attraentissime
voci delle prime cantanti italiane e straniere Teresa Pogg (1789),
Margherita Delicati e Marianna Vinci (1791), Anna Nara e Marianna
Marioletti (1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina Danti (1793), e
Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina Bassi e Caterina Fiorentino
(1797) e Teresa Bertinotti e Carolina Miller (1799) e Carolina
Scaramelli (1800)⁵⁷.

  ⁵⁶ Anni 1787, 1788, 1798-99 ecc.

  ⁵⁷ Nota presa nella Biblioteca del Principe di Trabia e nel _Giornale
     di Sicilia_ del 5 agosto 1794.

Quando la musica veniva alternata con la prosa, e due compagnie si
dividevano gli allori ed i quattrini del privilegiato teatro, la _Morte
di Carlo XII re di Svezia_ con altre tragedie dell’Alfieri vi
ricompariva con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo a
tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa di operette serie e
buffe potesse questa simpatia farsi strada e mantenersi in aperto
contrasto con la natura dei componimenti tragici del sommo astigiano.
Perchè, mentre le operette erano tessute d’intrecci strani, a base di
pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente appassionato,
le tragedie dell’Alfieri si svolgevano con la massima semplicità
d’intreccio, con la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza,
anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza dei versi.

La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre
stagioni dell’anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a
dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo
memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti di
cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte
altre circostanze.

Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la
_Pietra simpatica_ del maestro di cappella palermitano D. Salvatore
Palma⁵⁸: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie
opere musicali _non eroiche_, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo
suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima
donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d’arte, eguagliata
qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.

  ⁵⁸ _Dassori_, op. cit., p. 799, attribuisce a Silvestro Palma
     quest’opera, che dice primamente rappresentata in Napoli, nel 1792.

Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor
sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello
fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L’idea
piacque e si espose all’Autorità politica ed ecclesiastica; la quale,
poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona
dell’Arcivescovo Lopez, l’accolse benevolmente; ma sotto una condizione,
cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che _oratorio_
dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo
spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei
quali i nomi mal coonestavano le cose, e l’esercizio d’un atto religioso
serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano.

La _Giuditta_ era tra le opere più accette⁵⁹; il teatro fu sempre pieno
zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî
(Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi
guadagnarono centinaia d’onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e
così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L’esempio degli oratorî produsse
effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è
stato convertito in chiesa — dissero molti — con sacri oratorî, perchè
non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste
ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?

  ⁵⁹ Probabilmente è _Il trionfo di Giuditta, azione sacra_ di Pietro
     Guglielmi, stata eseguita più tardi nell’Oratorio di S. Filippo
     Neri. Se non che, una edizione se ne ha di «Palermo MDCCCVI, nella
     Stamperia del Solli».

Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d’ogni
ordine accorrere al teatro. L’impresario, che non cercava di meglio,
allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari:
«cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile
solo con «la mutazione dei tempi»⁶⁰.

  ⁶⁰ _Diario_ ined., a. 1798, pp. 25-26.

Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò
febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con
un’altra compagnia, _Il trionfo di Diana_ in costumi così scollacciati
che la Nobiltà fuggì inorridita, e l’impresario, responsabile dello
scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per
intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui.
Il dramma musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi⁶¹.

  ⁶¹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1797, p. 142.

Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva
alla rappresentazione del _Pimmalione_ di Bonifazio Asioli o del Sirotti
in luglio, della _Morte di Cleopatra_ del Nasolini in agosto: opera
grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da
quattro cavalli; dei _Tre eredi_ in settembre. Assunta la impresa da
Pietro e Bartolomeo D’Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe
Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva
Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che
nei _Puntigli per equivoco_ del Fioravanti⁶² faceva le parti di Bettina
figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D. Eugenio,
amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino alla fine
con l’_Astuto in amore_, che dopo due esecuzioni doveva mettersi da
parte; con la _Donna sensibile_ di Giacomo Tritto e con altre opere,
tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe Bracci, stato
abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo Ferreri, D.
Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po’ del vestiarista
D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo XVIII.

  ⁶² _I Puntigli per equivoco, commedia per musica da rappresentarsi nel
     R. Teatro S. Cecilia._ In Palermo, MDCCXCVII.

Noi rivedremo tra poco l’Andreozzi nella _Vergine del_ Sole del
Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione.

Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere
comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici
incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti
(1794), o con l’Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di
opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e
febbraio aveva una ripresa in autunno col _Pirro re d’Epiro_ del
Zingarelli, con _La Serva padrona_ e con gli _Zingari in fiera_ del
Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi
riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale,
benchè attempatella, nella _Zenobia in Palmira_ di Pasquale Anfossi
cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello
anche lui, improvvisava la odicina intitolata:

    _Li Grazj._

      Sai, bella Veneri,
    Sai tu pirchì
    Li Grazj currinu
    A la Davì?

      Pri fari vidiri
    Chi ad idda sta
    Rendiri amabili
    Qualunque età;

      E chi tu propria
    Tu stissa tu,
    S’iddi ti lassanu
    Nun cunti cchiù⁶³.

  ⁶³ _Meli_, _Poesie_, p. 65.

Lucrezia Nicodemi nell’anno successivo non ebbe per la _Finta amante_
del Paisiello i versi di un Meli; ma portò via i regali di parecchi
giovani ed il cuore di più d’un adoratore: storia vecchia, e pratica
sempre nuova!

Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano
tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto
una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e
per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a
Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo,
come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti
lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed
eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li
sentiva.

Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi
obbligati, dagl’intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli
amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di
zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a
pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a
sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.

I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione,
il godimento dello spettacolo, l’ordine della città.

«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al
Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero
talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a
profondervi delle migliaia con molto danno delle loro famiglie.
Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche
piene d’oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che
per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî,
feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri
_vermiglio e verde_, le amorose insegne del gelsomino e dell’ancora non
altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».

Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia,
protette da due gruppi contrarî, accalorati nell’ammirazione della
mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato
nell’arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei
parteggiatori⁶⁴.

  ⁶⁴ _Ms._ Qq E 88, p. 2, della Bibl. Comunale; e _Diario_, in _Bibl._,
     v. XIX, p. 141.

In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista
d’Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche
lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato
orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera
del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di
Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n’ebbe in
risposta: _Piuttosto piangere mi posson fare che cantare_⁶⁵.

  ⁶⁵ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 269. L’aneddoto, un
     po’ travisato, con un’aggiunta senza base storica, è stato
     riportato dal giornale _L’Ora_, a. II, n. 231, da un recente libro
     di memorie di un artista ultimamente pubblicato a Parigi (1901).

Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con
l’Andreozzi.

Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il _partitario_
(impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera
_Vergine del Sole_ del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c’è in
Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano
della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni
di seconda donna. Offesa nell’amor proprio, essa riesce per via di
aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una
vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli
amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi
partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro
sostenitori, l’un contro l’altro armato, s’attendono al varco. La prima
sera è sfavorevole all’Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti
da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la
sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al
riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua
opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo
saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito
pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai
limoni ed ai gozzi di polli pieni d’acqua. Gli avversarî non la vogliono
più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il
Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all’indecente
saluto aspetta una ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe
egli fare il Torremuzza? — «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più. —
«Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e
non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi.
E se non fosse per l’alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il
dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe
a finire! Il paglietta ha ordinato l’esecuzione d’un’altra opera con la
sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni
giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della
_Vergine del Sole_: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo
circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del
brigadiere svizzero Xiudi. L’impresario Toti, che pel danno che gli è
venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità,
tira un gran sospirone⁶⁶.

  ⁶⁶ Gennaio 1798. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di Stato di Palermo.

Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?

_Cherchez la femme_, se _la femme_ non si vede anche troppo.

Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa amicizia col Pretore,
ed il Pretore, che le vuole un gran bene, poco curante dalla sua alta
dignità e del suo stato civile, la colma di regali, e le passa
cinquant’onze al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno, con quanto
dolore della Pretoressa e scandalo de’ Palermitani, si può immaginare...

A proposito di che si richiama l’aperta protezione accordata dal Vicerè
Caracciolo (febbraio del 1782) alla cantante Marina Balducci, che egli
avea conosciuta a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a pranzo e
dei mormorii che destò nei nobili la presenza di una commensale rotta
alla facile vita delle scene⁶⁷.

  ⁶⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 243.

L’Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe metter fine allo
scandalo, ma non volendo guastarsi col Pretore, ha legate le mani al
Capitano, lasciando per tal modo crescere in arroganza la turbolenta
artista. Contro di lei, come contro la sua rivale, pare sia stata ordita
una congiura tra la Principessa di Belvedere, Caterina Del Bosco e la
Duchessa di Montalbo, Marianna Ramondetta: congiura alla quale non
sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello, Principessa di
Torremuzza, interessata la parte sua a favore del marito. Ed ecco come
c’entrano i due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame sarebbero
stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti partigiani delle due
artiste, e la loro cattura è stata seguita da quella del nobilotto
Ignazio Costantino, che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere
alle tre dame di astenersi dall’andare a teatro; ma alcuni dicono di
averle viste tutte e tre insieme nei palchi; e Pasquino, seccato
dell’imbroglio e della temporanea sospensione dello spettacolo, si
lascia andare a questo debole sfogo:

    Montalbo, Ramondetta e Belvedere
    Han privato il teatro del piacere.

Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti dai palchi dei suoi
ammiratori sonetti e canzoni: composizioni, come di consueto, al di
sotto del mediocre. Tra tutte ve n’è una d’un benedettino cassinese, P.
Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di Trabia, il quale nasconde
la sua mondanità sotto il semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto
di vero ossequio» così incomincia la sua ode:

      Ecco già canta: uditela
    Oh come alterna il fiato
    Seguito dalle Grazie
    A rapir l’alme usato!

      L’alata voce ed agile
    In mille giri ondeggia,
    Ora con volo rapido
    Quale usignol gorgheggia;

      Ora di luce eterea
    Cinta dall’alto scende,
    E con bell’arte insolita
    I cuor’ di gioia accende⁶⁸.

  ⁶⁸ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 28, 58, 68. —
     _D’Angelo_, _Giornale_ ined., p. 179. La stampa della poesia è
     senza indicazione tipografica.

Contemporaneamente v’è chi canta le lodi di Maddalena Ammonini, prima
donna assoluta del S.a Lucia; ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di
offrirle un epigramma latino, che essa, s’intende, non avrà neanche
guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo, un sonetto, confortante
nelle recenti lotte degli invidiosi, poi

      Che dalla ruota e dal martel cadente,
    Mentre soffre l’acciar colpi ed offese,
    E più fino diventa e più lucente⁶⁹.

  ⁶⁹ Palermo, Gagliani, 1798.

Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che giungesse era un
avvenimento che suscitava nuovi ardori nell’animo dei nostri giovanotti.
Come prima, così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione: e
comiche e cantanti e ballerine ricevevano gl’isolani adoratori come
avevano ricevuto quelli, forse meno ardenti, perchè men privi di
cosiffatti incontri, di Terraferma. Meli vide nella passeggiata della
Marina questi ganzerini, che perdevano la testa appena incontrassero una
sacerdotessa di Tersicore; e

    Beati primi

esclamava in una meschina poesia,

    Ch’ànnu ddu brazzu!
    Cu quali sfrazzu!
    Si purtirà!

E in un’altra migliore:

      Tutta la sò limosina
    Pri li cumidianti,
    Pirchì su boni e santi
    Nè sannu diri no⁷⁰

  ⁷⁰ _Poesie_, p. 374.

Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato non andavano esenti
da cosiffatte debolezze. Nel 1799 l’Ambasciatore russo Puskin, alla
Corte di Napoli in Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva
per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi volentieri con lei,
alla cui abitazione si faceva precedere dal suo cacciatore: sistema non
nuovo, perchè ordinariamente tenuto dal Re⁷¹, cacciatore d’ogni genere
anche dopo sgradevoli sorprese.

  ⁷¹ La notizia è accennata dal _Palmieri de Miccichè_, _Pensées et
     Souvenirs_, t. II, ch. XLII; ma per errore portata verso il
     1792-93, quando la Corte era invece a Napoli.

Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e mogli, divenivano
ardenti tra gli uomini e le artiste, e spingevano quelli a sconsigliati
passi, che reclamavano l’intervento della polizia. Il nobile Diego
Sansone guastavasi un po’ clamorosamente con una ballerina, e veniva
chiuso nella Colombaia di Trapani; Placido Bonanno dei Principi di
Linguaglossa, cavaliere gerosolimitano, poco cavallerescamente correva
dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva per essa tante
discolerie da essere relegato in Siracusa⁷². Più grosse quelle di un
signore, il cui titolo marchionale oggi due casati si contendono, e di
Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro, o ingelositi del
primo ballerino di S.a Cecilia, o contrariati dalla sua opposizione e
dalle sue pretese, per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano
ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere da lor gente e gli
facevano aggiustare delle bastonate da orbo; in seguito alle quali per
ordine immediato e _de mandato_ venivano chiusi, questi, il Marchesino,
nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin fine, perchè trascinato
dall’amico, avea sorbito a beneficio altrui l’amaro senza aver gustato
il dolce, nel Castello di Milazzo.

  ⁷² _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 97, 353.

V’eran poi gli eterni disturbatori de’ teatri, tanto cari a certi
codiciai moderni, nati fatti per proteggere i birbanti; ma la polizia
del tempo, senza permesso nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le
mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese Costantino, capo di
codesti sconsigliati nel 1797, informi. Qualche volta la polizia non
bastava, e doveva ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per una
sera soltanto!⁷³.

  ⁷³ Vedi lettera del Vicerè Colonna al Maresciallo Don Gaetano Sances
     de Luna, in data del 15 agosto 1780, in _Reali Dispacci_, registro
     n. 210, foglio 20, dell’Archivio di Stato di Palermo.

Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.

Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa
immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed
il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile
energia. Gli è che l’uno si vedeva leso dall’altro: e Governo e privati
non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno
favorito dell’alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle
cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di
S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell’amministrare il
patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva
contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai non si
stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti
conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.

Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto
quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del
1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti»
correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza
erasi dimenticata la precedente sentenza dell’autorità: che «ogni
impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell’altro, nè cerca, nè
ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe
Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella
sentenza (21 ott. 1793).

La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s’inaspriva volendosi al S.a
Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano
rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si
prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione
degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia;
perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».

Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si
mettevano in non cale esempî contrarî all’affermazione, come quello
della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9
febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più
persuasivi della vecchia Marchesa.

Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo impresario dianzi
citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20
maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La
Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S.
Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il
parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare,
tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica⁷⁴: risposta
che non dice nulla ed ha tutta l’aria di dar ragione alle due parti,
mentre non ne dà a nessuna. Toti non s’acquetava, e rivolgendosi al Re,
tesseva un po’ di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a
Lucia — osservava — si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita
dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la
impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre
rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi
caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L’impresario non
può calcolare sull’intervento dei forestieri, ma solamente deve
sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi
individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono
altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa
maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in
quindici giorni serrarsi l’uno e l’altro con positivo svantaggio del
pubblico, che resterebbe privo dell’onesto divertimento del teatro» (2
giugno 1797).

  ⁷⁴ Risposta del 26 maggio 1797.

Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle
opere da rappresentarsi; ma l’autorità locale, mortificata del ricorso,
se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.

Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova
opera buffa: _Il Cartesiano fanatico_ del Tritto con la Nicodemi, prima
donna. Il _cartello_ della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad
un’ora di notte, consueta dell’opera. A quell’ora appunto il teatro ha
principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo
mal’animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che
per udire o riudire la _Semiramide_⁷⁵. Al Capitan Giustiziere, Principe
Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al balzo: e manda
in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c’entrano questi
disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il Capitan
Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra l’uscio
ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e nasconde
l’avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa magrissima
scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si suole aprire
il teatro a un’ora di notte; ma d’inverno non è così: le sere, le notti
son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal teatro presto.
«Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della gente dal teatro, tien
desti i cittadini e rompe molti disegni nella città popolosa»⁷⁶. Il
messo ed il palchettiere — aggiunge — vennero subito rilasciati in
libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere capo della
Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.

  ⁷⁵ Di _Semiramidi_, fino al 1800 se ne contavano 24, principiando da
     quella di M. A. Cesti (1667) e finendo all’altra del Cimarosa, la
     quale però venne la prima volta eseguita in Napoli nel 1799.
     Probabilmente si voleva quella, altre volte udita, del Paisiello,
     eseguita primamente in Roma nel 1773.

  ⁷⁶ Il viaggiatore R. de Saint-Non lasciò scritto: «L’_opera_ comincia
     a un’ora di notte e finisce a mezzanotte e anche più tardi».

Un’altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.

Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali
obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a
Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non
l’avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il
tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui
implorando la riduzione dei posti ch’ella, in un teatro piccolo come il
suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai
servigi di esse. Facciamone la lista:

    Palchettone di mezzo al Vicerè;
    Due palchi per la paggeria e servitù:
    Palco pel capitano della guardia;
    Palco per la servitù di lui:
    Palco pel capitano di Giustizia;
    Palco per la sua servitù.

Posti in platea:

    Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;
    Sedia per l’Aiutante reale del Vicerè;
    Sedia pel primo portiere della R. Segreteria⁷⁷.

  ⁷⁷ Lettera del 28 luglio 1795. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di
     Stato di Palermo.

In mezzo a questo arruffio d’impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e
proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali
si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze.
La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non
accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di
frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti
principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva
riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro
che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti
partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a
Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in
conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della
spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva
all’aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente
l’aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a
Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali
per gl’impresarî quello di dovere per un anno dugent’onze all’Unione dei
Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi
_Capitoli_, cedere il teatro⁷⁸.

  ⁷⁸ _Capitoli, o siano Statuti dell’Unione dei Musici sotto il titolo
     di S.a Cecilia_ ecc., cap. XVIII.

Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell’esercizio
delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città⁷⁹, facea sapere
che Cosimo Morelli nel dicembre dell’anno precedente aveva offerto per
l’anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e
non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di
regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo
liberale e generoso pagò di suo i mille ducati⁸⁰.

  ⁷⁹ Vedi il cap. seguente.

  ⁸⁰ R. Segreteria, n. 5290.

Dieci anni prima (1782), con l’attrattiva dei successi ottenuti dalla
Marina Balducci, avevano assunta l’impresa per le opere in musica della
stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei
conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant’onze (L. 755) l’uno!

A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse
alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan
Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per
dare un divertimento al popolo e formare nell’istesso tempo un fondo da
potersi sostenere con decenza l’anzidetto teatro», concessione forse
unica in tutto il secolo⁸¹, la quale dovette scandalizzare certuni, non
abituati a veder l’infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei ceti
superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.

  ⁸¹ Rescritto sovrano, datato da Napoli, 22 gennaio 1797. R.
     Segreteria, n. 3290. Arch. di Stato di Palermo.

Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le altre miserie che
abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non
sembravano indegni d’una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio
che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello
datone poco dopo dall’inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel
corso di tre anni.

«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di
anno in anno circolano per l’Italia con nuovi cantanti, ballerine ed
attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli
elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano.
Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti
a poco a poco le burle dei tempi passati.

«I prezzi d’entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non
sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di
Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse
migliori che in altre città popolose e ricche d’Europa. Gli artisti
medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei
piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l’una dopo
l’altra, quattro rappresentazioni: _Arianna di Nasso_, _Curzio_,
_Coriolano innanzi la sua patria_, _l’Origine dello specchio_»⁸².

  ⁸² _Hager_, _Gemälde von Palermo_, pp. 85, 91. Berlin, 1799.

E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl’Inglesi che in
Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli,
che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie
innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. A nessuna
donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano
cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero,
sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!),
sorbetti in platea. Nessun obbligo all’artista, ripetutamente, anche
fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il
duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo
conveniente, con un cenno all’attore od all’attrice non l’ordinasse.

Per tal modo, tutto procedeva regolarmente⁸³.

  ⁸³ _Galt_, _Voyages and Travels_, pp. 33-36.

In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del
secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci
obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo
secolo.

Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non
lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di _Real
Carolino_, e dopo il 1860 di _Bellini_, col quale, imperturbabile e
tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d’ogni ceto;
mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai
disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L’eco
fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della
Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei
palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del
Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo
stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora,
lavora a compiere l’opera devastatrice del tempo e.... degli uomini.



                                CAP. IV.


        IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.

Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano al popolo di
assistere alle rappresentazioni dei due teatri principali della città;
necessarî quindi altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni
adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni. Una volta c’era,
come si è detto, quello dei _Travaglini_; ma, trasformato nel teatro di
S.a Lucia (Bellini), il popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei
suoi gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte infima
di esso, quello che ha ora: i teatrini delle marionette per le leggende
cavalleresche del ciclo carolingio (_opra di li pupi_), e solo da venti
e più anni è scomparso di su la porta d’un magazzino di ferro attiguo al
palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino che servì a
rappresentazioni paladinesche) il titolo di _Teatro di burattini_. Un
genere speciale di commedie era eseguito in modo divertente da
pupattoli. Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero la
personificazione dell’indole siciliana, come John Bull della inglese. Ma
la parte più divertente dello spettacolo consisteva in certe scene nelle
quali le marionette riproducevano esattamente i caratteri bizzarri della
Città, in modo così sicuro che non isbagliava d’una linea la caricatura;
il che non mancava mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani
allegri e loquaci⁸⁴. La città avea pure il suo pulcinella per
rappresentare «la libera commedia pei passanti, col suo linguaggio
abituale, che solo può imitarsi con un pezzetto di lamina sulla
lingua»⁸⁵, vogliam dire quello che noi chiamiamo ancora _tutùi_, i
Napoletani _guarrattelle_ ed i Toscani _castello_.

  ⁸⁴ _Galt_, _Voyages and Travels_, p. 36.

  ⁸⁵ _Hager_, loc. cit., p. 94.

Siamo proprio nell’ultimo trentennio del settecento. Una brigata di
popolani d’ingegno pronto, di facile e colorito linguaggio, si propone
di mettere su un teatrino tutto siciliano.

La letteratura non avea un repertorio comico dialettale da svecchiare, o
sul quale metter le mani. Il carattere burlesco del _Travaglino_ di
Palermo e del _Giovannello_ di Messina non facea più pei tempi; il servo
siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava modificarlo, rifarlo
addirittura.

La brigata trovò persona che facesse le prime spese, pronta ad
avventurarsi a rappresentazioni della vita e dei costumi dell’Isola.

Chi erano essi questi nuovi attori? Il portiere nella corte del Giudice
di Monarchia, D. Giuseppe Marotta, il più piacevole, il più arguto
spirito che Palermo avesse dato da oltre un secolo; Giovanni Pizzarrone,
mastro Giuseppe D’Angelo, Giuseppe Sarcì, portiere anch’esso, ma del
Lotto, Gaetano Catarinicchia, basso curiale, Ignazio Richichi, orefice,
che è forse da identificare con quel Giovanni Richichi tiratore
d’argento, il quale poi entrò nella Compagnia dialettale del R. Teatro
S. Ferdinando; Mario Frontieri, sarto, Fr. Corpora, guardaporta nel
Conservatorio del Buompastore, e parecchi altri maestri e bassi curiali,
tutti, dal più al meno, analfabeti. Il teatrino sorse in forma di
baracca di legno o, come si dice ancora, di _casotto_ (nome che poi
rimase classico) nel piano della Marina, e diede quanto di strano, di
triste, di lieto offrisse Palermo. Nel 1785 la popolana brigata era già
famosa: e se dapprincipio improvvisava secondo un piano prestabilito dal
capo di essa, che inventava la favola, la scompartiva, designava i
personaggi, tracciava i dialoghi, lasciando alla facoltà ed abilità di
ciascuno quel che dovessero dire e come dovessero dirlo, più tardi il
capo di essa, D. Biagio Perez, anima intellettiva della Compagnia,
ideava e scriveva le sue farse o commedie, le faceva imparare a memoria
dagli indotti artisti e ne dirigeva la esecuzione. Fecondissimo
compositore costui, che, aggirandosi di continuo per i cortili, i vicoli
ed i luoghi dove l’elemento più modesto delle città, uomini e donne,
viveva, chiacchierava, litigava, ad esso attingeva gli argomenti,
gl’intrecci, le forme del suo teatro.

Il segreto della fortuna era riposto nella caricatura del benestante
provinciale, stravolto ed avaro, detto _Barone_, nel ridicolo, a piene
mani gettato sul notaio messinese e nella somma abilità del celebre
Marotta (celebre lo dicono i diaristi d’allora), che con impareggiabile
_verve_ sosteneva le parti di _Nòfriu_, facchino sciocco e beone: tipo
stupendo che, nella sua assoluta ignoranza, il Marotta, anche sarto a
tempo perso, non cessava di perfezionare ogni giorno oziando presso la
Posta dei facchini (_Posta di li vastasi_), all’angolo della via dei
Chiavettieri, dove il nome di lui era in mal repressa avversione come
quello che li metteva in continua berlina.

Di questa avversione dà la misura un aneddoto non mai fin qui scritto.

Era d’inverno. Piogge torrenziali aveano ingrossato la solita piena, che
per la via Toledo correva al mare. Alla Piazza Vigliena, passaggi in
legno molto primitivi attiravano uomini, che da un lato all’altro della
catena (marciapiede) trasportassero gl’inabili a traversar la fiumana.
Questi uomini erano dei facchini autentici⁸⁶.

  ⁸⁶ Vedi v. I, cap. II, p. 26-27.

Ed ecco farsi innanzi un robusto omaccione con un uomo a spalla. Toccava
già a mezzo la piazza, e la corrente gli giungeva furiosa fin sopra le
ginocchia. A un tratto una voce stentorea e minacciosa gli grida:
_Infame! tu porti Marotta!_... e la voce non era cessata, che il volgare
san Cristoforo, poco cristianamente buttava giù nell’acqua l’ingrato
peso. Il riconosciuto artista si ballottò per un momento tra la piena
limacciosa, e dovette ringraziare il cielo se potè cavarsela con quel
bagno d’inverno e con i fischi assordanti dei facchini del Cassaro.

Tornando ai personaggi, diremo che il _Japicu_, padre stupido, veniva a
meraviglia disimpegnato dal Richichi, il quale vuolsi abbia sostenuto
più tardi la parte di _Nòfriu_. Catarinicchia faceva da _Laura_, moglie
di lui, vecchia ciarliera ma astuta. Altro giovane, che per la sua
figura bionda e sbarbata e la voce muliebre figurava da donna (giacchè
il sesso femminile era escluso dalla Compagnia) era il lepidissimo
Sarcì, che a certo punto diè il nome alla Compagnia, e che ritraeva la
nota _Lisa_, servetta scaltra e civettuola. Questo Sarcì, per la sua
femminilità riuscì una volta ad innamorare un provinciale frequentatore
del casotto, il quale però in una conversazione da lui sollecitata restò
con un palmo di naso innanzi alla creduta e corteggiata donna. Mario
Frontieri faceva da _Tòfalu_, facchino malizioso, degno riscontro di
_Nòfriu_, dal quale non si scompagna mai nella tradizione. Corpora da
_Calòriu_ era un servitore provinciale torto e baggeo e più comunemente
il _ciancianisi_; da _Sabbedda_, seconda servetta e imprudente,
camuffavasi il merciaio Carmelo Ganguzza, che doveva passare poi a
sostituire il Sarcì nelle parti di _Lisa_, quando questi trasformatasi
in caratterista; e sosteneva, come non si sarebbe potuto meglio,
l’ufficio del notaio messinese _D. Litteriu_ Mario o Carlo Montera, a
cui stava da presso altro servo accorto e raggiratore, Gaetano Gulotta,
curiale.

Così composta, la Compagnia agiva nel casotto: e la gente accorreva
numerosa, assai più che ai due maggiori teatri⁸⁷, e si divertiva alle
facezie, agli equivoci, ai frizzi che scoppiettavano in bocca a questi
pittori del dialetto e, non ostante la parte loro prescritta,
improvvisatori di dialoghi vivaci e sfolgoranti. Una recita il giorno
non bastava più: e a quella, tanto comoda per coloro che avean finito di
lavorare ed avevano libero l’intervallo tra la luce del giorno che
declina ed il buio che comincia, se ne faceva seguire un’altra di sera.
Venuta l’estate, il favore del non colto pubblico imponeva altro luogo
più fresco, alla Marina, presso la Garita. Di questo modo il teatro
popolaresco si continuava alternandosi per la estate fuori e per
l’inverno dentro città.

  ⁸⁷ «Commedie improntate burlesche dette bastasate, le quali però non
     ostante che ignobili sono le più frequentate». _Villabianca_,
     _Diario_ ined., a. 1794, p. 420.

La _vastasata_, titolo della rappresentazione, è il nome col quale
farse, commedie ed altri componimenti simili, detti anche _improntate_,
corsero fin d’allora, su temi volgari, sovente piazzaiuoli, con
personaggi della plebe, a prevalenza di _vastasi_ (facchini). Un esempio
pratico e cortigianesco, ma ritraente del genere d’allora, a base di
tipi consacrati dall’uso (_Nòfriu_, _Tòfalu_, _lu Baruni di li
Cianciani_, _Donna Lisa_) ce lo diede il Meli (1799) nei _Palermitani in
festa_, farsa che il sommo poeta chiamò _vastasata_ dal genere in voga
da un pezzo⁸⁸.

  ⁸⁸ Il parrocco G. Alessi ci lasciò questa nota, che non vien
     confermata da nessuno: «Oggi (1795) la voce _farsa_ è andata in
     disuso; chiamasi _zanni_ e suol farsi nel piano della Marina ed in
     quello dei Bologni.» _Aneddoti_, n. 35, Ms Qq H 43 della Biblioteca
     Comunale.

     Il Villabianca in uno dei dieci ricordi che nel suo _Diario_
     inedito fa, dal 1785 al 1800, dei _Casotti_, sotto la data del 1790
     scriveva: «In Piazza Marina, nel Casotto, commedie ordinarie, cioè
     improntate, fatte da nostrali comici, _bastasate_ in lingua
     siciliana, che sono opere buffe, nelle quali fa (_agisce_) il
     celebre Giuseppe Marotta». Ms. Qq D 111, p. 365.

I costumi eran sempre i medesimi, come i caratteri; non soggetto a molte
novità l’intreccio e l’azione. Solo ogni tanto, per nuove vicende e per
avvenimenti clamorosi, al tema ordinario se ne sostituiva uno
occasionale. Il 30 luglio del 1789 la famigerata Anna Bonanno veniva
strangolata nelle più alte forche alle Quattro Cantoniere, ed il 5
settembre seguente, in un casotto della Garita, si assisteva ad una
rappresentazione sulla _Vecchia dell’aceto_, soprannome col quale dovea
sinistramente passare alla posterità la infame propinatrice di aceto
velenoso. Lo stesso era avvenuto della cattura e morte del famosissimo
brigante Testalonga. Per la festa di S.a Rosalia poi era inibita
qualunque rappresentazione d’argomento non sacro⁸⁹ vacanza era il
venerdì e riposo assoluto si prendeva nei mesi di ottobre, novembre e
dicembre⁹⁰.

  ⁸⁹ _Reali Dispacci_, n. 1514, foglio 141 retro, nell’Archivio di Stato
     di Palermo.

  ⁹⁰ R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290, a. 1793-99.

Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi cantate a due o tre
voci; e allora ecco trovato un poeta che le sapeva scrivere secondo il
gusto degli spettatori: l’ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano
lietamente.

Per mancanza di documenti un giudizio sulle _vastasate_ non è possibile,
quantunque sia stato affermato conservarsi gli scenoni o scenarî di
ventinove di esse, parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e
adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè ne sia, bisogna
contentarsi dei soli titoli, dove è malagevole riconoscere la
provenienza letteraria⁹¹; ma dove non è difficile indovinare l’assenza
della prima, originaria forma del genere, la quale non venne mai scritta
appunto perchè primo il Marotta non sapeva scrivere. Gli eruditi del
tempo si limitarono a qualificarle, per la loro autenticità, come «le
vere bastasate che da più tempo fra noi introdotte in Palermo, riescono
accette al popolo»⁹². Hager, che le vide alla Marina, notò gli uomini
travestiti da donne, le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava
da facchino; scherzi principali, le percosse e gl’inganni; linguaggio,
tutto siciliano⁹³. Galt, dopo Hager, trovò tra gli attori «il più
popolare, uno che rappresentava il carattere volgare isolano più
accentuatamente di quello che si facesse per i caratteri irlandese e
scozzese a Londra»⁹⁴.

  ⁹¹ 1. Onofrio ed Elisa, cavaliere e dama per forza, ossia il fanatismo
     dei facchini. — 2. Onofrio ladro in campagna e galantuomo in città.
     — 3. Onofrio disertore. — 4. I due anelli magici. — 5. I contratti
     rotti. — 6. Testalonga e Guarnaccia. — 7. La nascita di Onofrio
     dall’ovo. — 8. Le metamorfosi di Onofrio. — 9. Onofrio finto sordo
     e muto per non pagare i debiti. — 10. L’equivoco del manto. — 11.
     La pentola. — 12. Le torce dei diavoli. — 13. La magia di Corvastro
     e Fagiani. — 14. Onofrio finto principessa. — 15. Lo spirito
     folletto di Elisa. — 16. Il fuori fuori. — 17. Onofrio servo
     sciocco. — 18. I quattro rivali in duello. — 19. Quattro Onofrii in
     un punto. — 20. I vecchi burlati. — 21. Il cortile degli Aragonesi.
     — 22. La anatomia di Onofrio. — 23. Onofrio re dormendo. — 24.
     Onofrio marito geloso. — 25. Le 99 disgrazie di Onofrio. — 26.
     Onofrio finto imperatore del gran Mogol. A questi bisogna
     aggiungere: 27. La Calata di Baida. — 28. Lo Spedale dei pazzi. —
     29. La venuta dello sposo dalla tonnara. — 30. Venuta di Lappanio
     da Cianciana.

     Vedi un articolo di _Ag. Gallo_ nell’_Indagatore siciliano_, a. I,
     v. I., fasc. I. Pal. 1834, e un altro di _P. Lanza_ nelle
     _Effemeridi scientifiche e letter._, t. X, a. III, p. 345-46, Pal.
     1834. Cfr. _Caminneci_, _Brevi Cenni storici_, ecc. Pal. 1884.

  ⁹² _Villabianca_, _Diario_ ined., 1796, p. 282.

  ⁹³ _Gemälde von Palermo_, pp. 93-94.

  ⁹⁴ _Galt_, op. cit.

Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza Principe di Trabia,
Capitan Giustiziere nel 1793, le diceva «spettacoli di non troppo
odorato buono, perchè, per lo più, piene di sentimenti vili [intendi
plebei] e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono al fine
per cui si permette la buona commedia, che sarebbe quello di onorare la
virtù e porre in disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo
modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata siciliana, comunque
sia stata definita per spettacolo di sentimento alquanto indecente, non
racchiude nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e niuna
conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate suol accadere di
persone che si uniscono tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti
gli altri in queste improntate di scherzare contro la religione. Le
persone poi che dirigono tali improntate sono più che circospette».
Concludeva perciò: «Il governo le ha sempre permesse»⁹⁵.

  ⁹⁵ Risposta del 21 giugno 1793 in R. Segreteria, Incartamenti, n.
     5290. Vedi anche _passim_ in questo volume.

Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la classe sulla quale era
gettato il disprezzo del genere di rappresentazione, ma lo spirito della
rappresentazione medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva di
lui un essere di tempi più progrediti, di idee più elette che non
fossero quelle dominanti allora, facilmente, clamorosamente accolte nei
teatrini. In una sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto
dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti dei villaggi
delle campagne, basta portarci una o due volte ad ascoltar le commedie
nazionali, dove si osserva costantemente che fra li ceti degli uomini,
quelli nell’ultima derisione sono i facchini e i contadini»⁹⁶.

  ⁹⁶ _Meli_, _Riflessioni_, p. 18.

Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così trionfale, e
continuò così costante, che fece attecchire un genere fino ad essi forse
non tentato, ma senza forse non portato al grado a cui essi lo
portarono. Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo,
e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare con rappresentazioni del
tipo, dato, imposto per opera della così detta _coppia grande_, che era
la compagnia Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia incessante di
domande di questo o di quell’impresario per ottenere dall’autorità
competente la licenza di teatrini per commedie popolari buone per far
divertire il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai teatri
alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del tempo son testimoni di
questa gara per invidia di risultati, per avidità di lucri, i quali,
dividendosi, doveano per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla
irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso di alzare ed alzò
nel 1793 mastro Giovanni Pedone; ma non potè, per la scarsezza
dell’annata, pagare le 16 onze volute dalla Deputazione per le strade⁹⁷.
Uno «con palchi aperti a tenore dell’ordine reale, per improvvisate
siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro Antonino Demma; e come lui,
nel medesimo anno, per proprio conto altro ne chiese un certo Pignataro,
«per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre burlette». Questo
stesso sollecitava un Barcellona. Richiesto del suo parere dal Vicerè,
il citato Capitan Giustiziere Principe di Trabia non sapeva che fare: e
per uscirne mostravasi non molto tenero del genere, «che avrebbe voluto
sostituito e modificato con commedie o burlette decenti». Non propendeva
per le vastasate, fin lì «con una certa restrizione, come di tre o
quattro nel Carnevale e raramente nelle altre stagioni», accordate, e
raccomandava il Barcellona, come il più pulito e reputato. Ciò nel
giugno del 1793. La parzialità non piacque a nessuno. L’anno seguente,
sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze d’altri casotti
in Piazza Marina. Stavolta il Capitan Giustiziere era come l’aio
nell’imbarazzo. Chi preferire? E se tutti chiedono di eseguire
bastasate, come dir male di tutti? L’anno scorso si era lasciato
sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non avrebbe voluto
ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti c’era la compagnia autentica
delle vere _bastasate_, che si faceva avanti fiduciosa, come sicura
della preferenza al Pignataro, trascurato l’anno scorso. D. Giuseppe
Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D. Gaetano Gulotta, mastro
Giuseppe D’Angelo, mastro Fr. Corpora pregavano il Vicerè che rinnovasse
al Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti aveva un certo
diritto. «Alcuni sconsigliati — essi scrivevano — han chiesta simile
permissione per loro; ma costoro non hanno la _coppia_, che ha solo il
Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò sin dalla Capitania
del Marchese di Giarratana. Ecco perchè questi poveri padri di famiglia
si ridussero a scritturarsi con Pignataro».

  ⁹⁷ Nella domanda con la quale egli vuol rifarsi delle perdite
     sofferte, era detto press’a poco questo: L’annata è stata orribile;
     i caffettieri stessi, che nella Marina sogliono alzare baracche in
     estate per i sorbetti, a cagione del caro degli zuccheri
     abbandonarono il posto; io vi rimasi per divertire il pubblico.
     Concedetemi il casotto anche pel 1794 per farvi rappresentare «la
     coppia della bastasata».

     Ricordiamoci del resto della carestia, delle febbri e della moria
     di quell’anno, non solo in Palermo, ma anche in gran parte
     dell’Isola.

Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso, prendeva, come suol
dirsi, a quattro mani il suo coraggio, e da onesto Capitan Giustiziere
favoriva la giustizia alla quale avea diritto questa brava gente,
dicendo anche un po’ di bene delle _bastasate_, non ostante il po’ di
male che ne avea detto innanzi. Marotta trionfava su tutta la linea, ma
il trionfo era fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino
Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza Marina, faceva dei lagni
contro gl’invidiosi attori della _coppia grande_, cioè contro il
Marotta; ed era costretto a prendere la _coppia piccola_ per superare
questi, che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere
attrattive, domandava di poter «fare intermezzi con balletti di gente
siciliana per maggior godimento del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile
pretesa, ridotta solo alla concessione di «opere serie ed oneste», ossia
di «tragedie sacre per la prossima quaresima» (27 gennaio), concessione
del nuovo Capitan Giustiziere, Principe di Galati.

Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti. L’impresario del
teatro di S.a Lucia, Giuseppe Azzalli, ci vedeva un disvio della sua
clientela e richiamavasene all’autorità; ma non capiva o fingeva di non
capire che l’uso dei casotti era inveterato, che il Governo li avea
sempre favoriti, perchè la maestranza non avrebbe altrimenti avuto
un’occupazione dilettevole spendendo pochissimo. «La gente che frequenta
i casotti non frequenta il S.a Lucia, osservava giudiziosamente la
medesima autorità. I casotti sono sforniti di tutti quei comodi che da
per tutto vuol trovare la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati
degli spettacoli che quanto conciliansi l’immaginazione e soddisfano al
gusto del popolo, altrettanto sono incapaci di trattenere le culte ed
eleganti persone».

E proseguivano le richieste per casotti da vastasate, di mastro Antonino
Lamanna, di D. Fr. Simoncini, di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti
altri. Il Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze non
mancavano; sicchè il piano della Marina d’inverno, quello della Garita
di estate avrebbero dovuto essere ingombri di baracche. Eppure non lo
erano se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia e originaria
Compagnia; ai danni della quale, o al miraggio di larghi guadagni, fin
due grossi speculatori si fecero innanzi con l’offerta, apparentemente
vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla libertà, del
pagamento di 30 onze annuali pel diritto proibitivo di alzar baracche
per commedie popolari (1795 e 1796).

E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto proibitivo?

Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra tante compagnie di
comici con programmi rigorosamente siciliani tendenti a mettere in
evidenza i costumi e la vita del popolo, quella del Marotta e del Perez
era sempre favorita e coperta di applausi. Lì era il _genius loci_, il
creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore di un teatro che
rispondeva al momento storico, e che ritraeva caratteri non mai fino
allora con parola più incisiva, più colorita, più affascinante saputi
cogliere ed incarnare. Questo _genius loci_, giova ripeterlo, era il
Marotta.

Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia, Mario Montera
proseguiva molto più tardi i miracoli artistici del suo bel tempo.
Giovedì 25 dicembre del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi
ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:

                           _Avviso teatrale_

_Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti divertimenti, di
questo cortese non meno che dotto pubblico hanno indotto il Capo comico
Nazionale Mario Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali atta
ad esporre le solite burlette antiche in lingua nazionale, ossiano
vastasate: e prevj i dovuti permessi, ha fatto erigere un teatrino nella
via Bottari, il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia
siciliana»._⁹⁸

  ⁹⁸ Palermo, Per De Luca. (Foglio volante).

Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione, alla quale
altre ne seguirono negli anni dipoi quando Ferdinando II di Borbone,
venuto a Palermo, ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano,
che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino. Egli, che
palermitano si ricordava di essere, e in Napoli era cresciuto e vissuto,
non seppe resistere alla tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia
nazionale, la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione d’un
quarto d’ora) nel S.a Cecilia: ed il Re ci si divertì molto. Poca cosa
parve l’intreccio; deficiente la catastrofe; «ma il dialogo,
animatissimo; sorprendente l’attitudine dei comici, che in sostanza eran
del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto talmente
siciliano da rendersi difficile per gli stessi uditori siciliani, non
che per un forestiero. Il Sovrano credette i comici più naturali di
quelli che erano a S. Carlino, e ben credea»⁹⁹.

  ⁹⁹ _Lettere su Messina e Palermo_, lett. XXXI, p. 129.

Fu l’eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di una voce che per lunghi
anni avea tenuto desta l’attenzione del popolo palermitano nel secolo
precedente, e che facetamente lo avea giocondato.

Tre anni dopo, sotto la lettera V del _Nuovo Dizionario siciliano_ di V.
Mortillaro si leggeva per la prima volta la voce _vastasata_ con questa
spiegazione: «rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari e
ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo nel momento ciò che
credono i recitanti a proposito, senza stare rigorosamente ai detti del
suggeritore».

Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa constatazione,
che non ha il conforto di una prova contraria.

Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci di commedie o
anche delle commedie sceneggiate o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se
dobbiamo giudicare dall’unica che ci resta, il _Curtigghiu di Ragunisi_,
quel teatro dovette rappresentare non solo il momento storico dianzi
affermato, ma anche il momento sociale e letterario del nostro paese.

Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia letteraria
dell’Isola seppe fissarlo in un giudizio che a’ ricercatori del passato
desse ragione esatta di un titolo volgare, assurto alla importanza della
commedia dell’arte tra noi.

Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana e financo estera
a proposito d’un forte artista catanese e d’un valoroso scrittore di
scene della vita del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai avuto
un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio, quello che si affermava
sui teatri dell’Isola e del Continente col Grasso, coi suoi abili
compagni e con l’esperto autore drammatico che dirigeva e presto tornerà
a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava la storia di casa nostra,
aggiungendo un altro ai cento errori ond’è purtroppo pregiudicata la
conoscenza delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi non avemmo mai
un teatro popolare siciliano! Se poi il vecchio teatro siciliano si vuol
paragonare col nuovo, probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al
vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare che altro
era il settecento, altro è il novecento, anzi manca addirittura uno
degli elementi del giudizio. Un teatro dialettale, come abbiamo veduto,
vi fu, e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia che da
tutti venne appellato _nazionale_: e _commedie nazionali_ furon dette le
_vastasate_, sì perchè la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì
perchè pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto
voleva levarsi a dignità di lingua¹⁰⁰.

 ¹⁰⁰ Cfr. il cap. _Accademie_ {p. 375}.

E questa è storia!

Spettacoli avventizî si vedevano nelle diverse stagioni dell’anno, e
curiosi d’ogni classe vi godevano ora una mostra di dromedarî, di
leopardi e di fiere africane ad essi ignote, ora macchinette automatiche
e balli di orsi, ora giuochi atletici giammai visti, e stimati
impossibili a forza umana, ed ora marionette d’una ingegnosa compagnia
lombarda.¹⁰¹. Nel maggio del 1788 il patrizio palermitano Agostino
Chacon dei duchi di Sorrentino esponeva statue parlanti, che sarebbero
una meraviglia anche oggi non che al tempo che sorpresero V.
Torremuzza¹⁰². Mentre Giustino Materangelis lucchese divertiva con
fantocci curiosissimi, il napoletano Crispino Zampa eseguiva con altri
fantocci di sua opera commedie, tragedie ed altre cose teatrali¹⁰³.
V’era la riproduzione d’un bucintoro che chiamava gran numero di
visitatori, e v’era un nano tedesco, che la madre presentava sotto il
palazzo Cesarò, rimpetto il Salvatore, contro pagamenti diversi secondo
che i visitatori fossero nobili, civili e di bassa gente.

 ¹⁰¹ _Villabianca_, _Diario_ edito ed inedito, anni 1773, 1777, 1789,
     1790, 1794, 1797. Vedi anche i mss. di Casa Trabia.

 ¹⁰² _Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 450.

 ¹⁰³ R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.



                                CAP. V.


   I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.

La passione pel teatro derivava in parte dalla passione per la musica,
come in tutta l’Isola così nella Capitale.

Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679), fratellanza alla
quale erano ascritti quanti «come strumentarii», o come cantanti, o come
maestri, coltivassero l’arte dei suoni.

La chiesetta di essi, dedicata a S.a Cecilia, loro patrona, scompariva
al sorgere del teatro di questo nome (1693), destinato alle opere
musicali. Da quella Unione si direbbe partito il movimento artistico di
questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le esecuzioni musicali
profane e sacre, di camera e di chiesa, pubbliche e private, dalle più
modeste alle più solenni. Nel settecento i migliori componenti della
Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore.

In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli di questo
Ospizio si consacravano alla musica vocale e strumentale, ed eran facili
a distinguersi per una specie di lunga veste e per un mantello di panno
turchino, che li copriva; onde il titolo di _turchini_.

Ogni anno, la mattina dell’11 luglio, usava dagli alunni cantare pel
Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con
questo canoro spettacolo s’inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e
Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788),
Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797),
Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo
musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e
forse da un po’ di vanità.

Ma altri e più noti legarono i loro nomi all’annuale omaggio; e la lista
è onorevole per l’arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto
a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795);
Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a
Lucia, musicò un’opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di
note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e
quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia
si affermò con l’arguta sua opera i _Tre Eugenj_. Il favore del pubblico
accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della _pietra simpatica_.
Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato,
godeva non immeritata fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri
ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l’_Ezio_ (1777), la
_Semiramide_ (1785), la _Troja distrutta_ (1778), l’_Armida_ (1786) fece
ammirare all’estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui
Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli
_Amanti alla prova_ (1784); con la _Didone abbandonata_ (1786), in
Brunswick; con _Il Bertoldo_ (1787) qui pure passava ai servizî di S.
M., mentre Benedetto Baldi, nell’aureola del suo valore artistico,
conseguiva l’invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton;
onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno
contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la
facea grande l’amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.

Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e
di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate
profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima
degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi
giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure
mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl’inni per santi e per sante, nei
quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare;
periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per
celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le
professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle
confraternite vespri e messe cantate, funerali e _tedeum_. È stato
rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell’anno
erano feste patronali¹⁰⁴.

 ¹⁰⁴ _Guerra_, _Stato presente della Città di Messina_, Napoli, 1781.

Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne
stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S.
Filippo Neri c’è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a
profitto a larghi intervalli¹⁰⁵. Per tal modo, il vecchio, dopo il
silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e _Il trionfo di
Giuditta_ davasi la mano con _Il trionfo della Religione_; _La morte di
Assalonne_ con _La morte di Saulle_ o con _La morte di Sansone_,
_Sisara_ con _Sedecia_, _Abramo_ con _Giacobbe_, e l’uno e l’altro con
_Atalia_. La _Passione di N. S. G. Cristo_, «poesia dell’Abbate Pietro
Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello,
Maestro di cappella napolitano»; _i Pellegrini del sepolcro di N. S._
«del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig.
D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il
Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie
del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano
Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, non
ostante l’alta sua posizione artistica ed economica, non negava l’opera
sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell’Olivella facevano gola a
chicchessia.

 ¹⁰⁵ Possediamo un bel volume, contenente una trentina di queste sacre
     azioni. La collezione porta la data del 1806 e del 1807 (vi sono
     oratorî anche nel 1810); ma si tratta di ristampe. La sola Iª parte
     del _Trionfo della Religione_ è «per le stampe del Barravecchia,
     1807».

Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne
legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano
accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere
ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la
musica ad un oratorio sacro»¹⁰⁶: delittuoso stratagemma non unico nè
raro.

 ¹⁰⁶ _La morte di Sansone, dramma per musica ecc. da cantarsi
     nell’Oratorio dei RR. PP. della Congregazione di S. Filippo Neri.
     Parte I._ In Palermo, nella stamperia del Solli.

L’omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo
rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito
in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso
con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale.
Siamo alla vecchia _frottola_, nome che parrebbe non doversi intendere
come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno
all’uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione,
scriveva: «12 luglio 1779. La _flotta_ dei musici andò a farsi la
comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio
1780: «_flotta_ dei musici della Unione di S. Cecilia per il
Cassaro»¹⁰⁷: donde il sospetto che non si tratti di una _frottola_
poetica, ma di una _frotta_, di una moltitudine, di persone che andavano
cantando un inno, una canzoncina. I _Capitoli_ della Unione però
nell’indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi
musici così cantanti come strumentarj di tasto, d’arco e di fiato e
maestri di cappella abbiano da intervenire all’offerta... cantando e
suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal
Superiore»¹⁰⁸.

 ¹⁰⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 331; XXVIII, p.
     30.

 ¹⁰⁸ _Capitoli o siano Statuti dell’Unione dei Musici sotto titolo di
     Santa Cecilia, nuovamente raccolti ed ordinati, e dopo le conferme
     di molti Viceregnanti approvati dall’Ecc.mo Sig. Vicerè Giovanni
     Fogliani_, cap. XIX. In Palermo, MDCCLXII. Nella Stamperia dei SS.
     Apostoli presso P. Bentivenga.

Agli eruditi la spiegazione d’un vocabolo, che in conclusione potrebbe
aver avuto due significati.

Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella
ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti
gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor
volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a
sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di
Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto
prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra
l’esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:

      Nell’ottangula piazza insemi accampa
    Di canora assemblea quattru parchetti
    Remora duci in cui cu’ passa inciampa¹⁰⁹

 ¹⁰⁹ _G. Gargarosso_, _La fidilissima Sicilia e lu so invittu Munarca
     Filippu V_, p. 8. In Palermo, pri Filici Marinu, 1711.

Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la
inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di
essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo,
molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e
drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.

Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere
di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: _musici et cantores
miserrime vivunt_, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano
un’irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S.
Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l’associo del
Divinissimo il giorno del _Corpus Domini_» quattr’onze e dodici¹¹⁰; ma
tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a
dismisura.

 ¹¹⁰ _Riforma fatta dalla Regia Giunta_, p. 21. In Palermo MDCCXCI.

Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un
caffè d’allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da
questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero¹¹¹.

 ¹¹¹ _Santacolomba_, _La Educazione della Gioventù_ ecc. p. 44.

L’ultima riforma dei _Capitoli_ dell’Unione dei Musici (1762) si vede
soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente.
Un esemplare di questi _Capitoli_, appartenente alla Unione medesima, ha
delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un momento¹¹². Parecchi
confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa.
Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d’Europa
vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d’organo e di
violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di
essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D.
Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo
meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli,
probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D.
Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia,
viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di
questi quattro, lo Scivoli, occupava l’alto ufficio di Unito maggiore,
cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non
uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni
di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci
femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza
di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi
dalle antiche _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore_¹¹³, e
rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico¹¹⁴.

 ¹¹² Vedi nota seguente.

 ¹¹³ Cap. XVII, p. 39.

 ¹¹⁴ Vedi il nostro opuscolo, _Modi Proverbiali ecc. di Palermo_, n. 13.
     Palermo, 1902.

Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento della loro Unione
da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec.
XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni
del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il
mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne
pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie,
argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti
funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean
diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un
sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri
fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze
di multa. Alle spese occorrenti per l’annuale oratorio in onore della
protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro
di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli
«introiti delli lucri d’organi ed orchestra»¹¹⁵.

 ¹¹⁵ Si consulti l’esemplare dei _Capitoli_ cit., posseduto dall’Unione
     dei Musici, per dono fatto il dì 21 sett. 1894 da Giovanni Pitucco.
     Questo esemplare per le note a penna che contiene ha valore di
     documento originale.

Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio,
rappresentato dall’Auditore generale, abilitato a decidere «così per
l’osservanza dei Capitoli come per l’occorrenza di tutti i virtuosi
musici accollati in detta Unione tanto _attive_ quanto _passive_»¹¹⁶.

 ¹¹⁶ _Capitoli_ cit., p. 5.

La _Calata dei Musici_, rimpetto la fontana Pretoria, sul Cassaro, luogo
di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi
avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti,
tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai
quali, dal più al meno, erano familiari l’oboe ed il violino, il fagotto
e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il
mandolino ed il contrabbasso, oltre l’immancabile organo ed il
prediletto cembalo¹¹⁷.

 ¹¹⁷ Un giornale del 1794 parla d’un cembalo di Grimaldi ad ottava
     stesa, che arriva nei cantini _al delasolrè_.

Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la
prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e
triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe
di Resuttano (1769)¹¹⁸. Questi strumenti di recente introduzione aveano
chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la falange dei
sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non si
risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della
guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di
nuovi strumentisti.

 ¹¹⁸ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 109.

La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni
(24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le
sere di estate ricreava ogni buon palermitano¹¹⁹.

 ¹¹⁹ Per tutta l’estate questa musica costava al comune 130 onze
     (_Riforma_ cit., p. 23).

     Essa cominciò, nella medesima Marina, nel 1591, quando, aperta la
     strada Colonna, il Senato vi fece passare pei mesi di
     giugno-settembre, esclusi i venerdì, i virtuosi che solevano sonare
     nel palazzo pretorio nei giorni di lunedì o mercoledì. Ciascuno di
     essi godeva un salario di onze 30 e n’ebbe aggiunto un altro di
     onze 6. E qui giova notare che prima di quell’anno, fino al 1583,
     in cui rovinò, luogo di diporto e di svago estivo, specialmente o
     forse esclusivamente per le signore, era il terrapieno sulla Cala,
     rimpetto il Castello a mare, dalla parte settentrionale, dove ora è
     S. Spirito, chiamata la _Sala delle dame_. Vedi _A. Flandina_, _La
     Sala delle Dame in Palermo_ (Pal. 1879).

Per alcuni anni tra una sonata e l’altra del teatrino, la Domenica, ve
n’era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce
lentezza solcava le acque d’argento come barca di fate in un lago
incantato. La chiamavano _notturna_, e ne rendevano illimitata lode al
senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina¹²⁰. Nella
Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per
legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati,
come nelle sere d’estate donne ed uomini non invitati da nessuno
s’abbandonavano al canto di deliziose ariette¹²¹.

 ¹²⁰ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 172-173.

 ¹²¹ Vedi v. I, cap. XXV.

E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi
mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger
d’anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e
del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in
qua, tra un pezzo e l’altro si canteranno, con accompagnamento di
mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente seria
d’oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale
per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne
rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione
naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l’intervento di questa
banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il
quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle
ricorrenze ecclesiastiche più solenni.

Per questo beninteso amore all’arte dei suoni molte case signorili
tenevano per propria ricreazione un’orchestra. La Resuttano era di
queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d’arte, come una
intelligente predilezione per le lettere.

Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo
di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian
Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della
Nobiltà.

Nei palazzi, continua era l’eco di dialoghi e di cantate, occupazione
geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della
più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto
e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati
ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del
Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le
nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più
illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli
con Guglielmi, Paisiello con Cimarosa. Via via che la musica piegava a
forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad
accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di
madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si
diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici
vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma
sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R.
Conservatorio di Musica.

Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e
protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento
di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia
diede un’accademia e potè contare sopra un introito netto di trent’onze.
Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un
giorno sette volte di più!

Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un
trattenimento di arie, _rondeaux_, concerto di strumenti, duetti,
ecc.¹²². Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete; sì
che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per le
corti d’Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come sua
seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore
d’arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di
cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii
ed i quartetti»¹²³.

 ¹²² R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.

 ¹²³ _Forno_, _Opuscoli_ cit., II, p. CCLVI.



                                CAP. VI.


                        LA BOLLA DELLA CROCIATA.

«Nel 1556 i Sovrani di Sicilia ottennero dai pontefici il privilegio di
vendere e distribuire le bolle di Pio IV nella occasione della guerra
contro i Mori. Per gratitudine di questa concessione Filippo il Prudente
fece un’annua assegnazione alla fabbrica di S. Pietro in Roma di scudi
romani 1666».¹²⁴

 ¹²⁴ _Ortolani_, op. cit., p. 49.

Sulla fine del sec. XVIII col pretesto che si dovesse dar la caccia alle
galere turchesche, gl’introiti di questo privilegio li volle per sè Re
Ferdinando, il quale sapeva bene quel che voleva, perchè quegl’introiti
costituivano una bella sommetta.

L’acre Giuseppe Gorani nel 1794 scriveva che la Sicilia pagava per
questo quarantunmila ducati all’anno¹²⁵. Se dicesse la verità, sel veda
chi ha modo di approfondire questa forma, poco o niente finora studiata,
di sfruttamento governativo dell’Isola. Più tardi, nel 1813, l’Ortolani
affermava lo introito annuale delle bolle 45000 onze, pari a ducati 135
mila; e senza dubbio egli parlava della Bolla in tutta la Sicilia e non
nella sola Palermo.

 ¹²⁵ _Gorani_, op. cit., t. I, p. 47.

Questa cifra, per chi vi si fermi sopra con attenzione, è molto
interessante. Quarantacinque mila onze valevano mezzo milione di bolle;
e mezzo milione di bolle rappresentavano cinquecentomila Siciliani
sollecitanti la licenza dell’uso delle carni, delle uova, dei caci, del
latte ecc. La popolazione d’allora, in tutta l’Isola, era di 2 milioni;
sicchè una quarta parte di essa cercava di mettersi in regola con la
chiesa, con la propria coscienza e anche col proprio stomaco per quanto
poco fosse esigente. Poteva, è vero, partecipare alle ragioni
dell’acquisto il timore di essere scoperti trasgressori d’un precetto
chiesastico, che è quanto dire civile e magari politico; ma al religioso
non prevaleva certamente il timore delle pene corporali dell’autorità
civile e politica. Nessun credente, nessun suddito fedele di S. M.
avrebbe sognato di sottrarsi al compimento dei più elementari doveri
religiosi, nei quali pietà, devozione, culto si confondevano in un
pensiero indefinito, in aspirazioni ataviche molto vagamente mantenute.
Se poi questo pensiero fosse espressione fedele d’un sentimento
schiettamente religioso, non è luogo opportuno d’indagare.

Vicerè il Marchese Caracciolo, un real dispaccio del 15 febbraio 1783
aboliva l’intervento senatorio alla solenne proclamazione della Bolla;
ma un dispaccio posteriore lo ripristinava. Così, mentre si manteneva
intatto il divieto precedente, della partecipazione del Magistrato
civico alle quarantore del Monte Pellegrino (14 settembre), tornava ad
imporsi quello della grande festa della Bolla¹²⁶, evidentemente perchè
se ne accrescesse la pompa, e con la pompa le entrate a beneficio del
Sovrano.

 ¹²⁶ _Provviste del Senato_, a. 1783-84. p. 429.

Ed ecco, come pel passato, questa cerimonia nelle domeniche di
Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima, ripetersi con tutto
l’apparato religioso, civile e militare, onde per lunghissimo volger
d’anni era stata accompagnata.

Trattavasi della pubblicazione d’un indulto pontificio a favore di chi
per ragion di salute volesse in quaresima _cammaràrisi_, cioè mangiar di
grasso. Ma questo indulto, che pur concedeva beneficî religiosi non
comuni, portava con sè qualche obbligo materiale e spirituale in chi lo
cercasse. Egli dovea per l’acquisto della Bolla, cioè della licenza, 52
grani (L. 1,11) e compiere speciali pratiche devote, visitando in dati
giorni, per un dato numero di volte, alcune chiese designate.

Per ciò appunto l’opera del Senato era non che cercata ma voluta. Il
gonfalone della SS. Crociata veniva sorretto da un prete, avente allato
un tesoriere (_erario_) dell’Arcivescovo, il quale portava in mano una
bara, entrambi, prete e tesoriere, eran preceduti da dodici chierici, o
_jàconi_ rossi (_russuliddi_), in cotta.

Non ostante che adusato a cosiffatti spettacoli, il pubblico grosso e
minuto s’affollava innanzi al palazzo arcivescovile, ove la lieta
novella dovea primamente darsi. Tamburini e trombetti senatorii, agli
ordini del Cerimoniere del Senato, ad un cenno di lui sonavano: e D.
Girolamo De Franchis con chiara e roboante voce leggeva: _Il Sommo
Pontefice si è degnato concedere l’uso dei latticini e delle carni nella
prossima Quaresima_. Ma perchè il Cerimoniere del Senato e non altri
dell’Amministrazione della SS. Crociata? Perchè il Senato entrava in
tutto e per tutto, ed il suo Cerimoniere stavolta era anche Banditore.

La cavalcata (giacchè tutta questa gente andava su muli e cavalli che
richiamavano a quello dell’Apocalisse) sfilava verso il Palazzo
vicereale. Al corpo di guardia, Don Girolamo rileggeva, e tosto, per la
piccola piazza (_Chiazzittedda_), via di Porta di Castro e Ponticello,
fino al Palazzo Pretorio. Terza lettura e terza ripresa di via, stavolta
per l’abitazione del Tesoriere della Crociata, donde, dopo una quarta ed
ultima lettura, alla Cattedrale ordinaria o provvisoria. Allora le tre
autorità principali potevano esser soddisfatte dell’omaggio reso loro;
ma il Tesoriere lo era più di tutte, e per quei giorni non capiva nei
panni.

Così preannunziata, la Bolla veniva più tardi, in un gran foglio
stampato, con ogni maniera di solennità, condotta in giro pel Cassaro.
Il Senato in carrozza, e dietro ad esso, ufficiali nobili s’avviavano
alla graziosa chiesa di S. Francesco d’Assisi. Quattro canonici lo
ricevevano alla porta; il Cerimoniere gli esibiva l’acqua santa; i
tamburi e lo stendardo col Crocifisso dipintovi sopra si mettevano in
moto; gli Orfani dispersi, gli Orfani di S. Rocco, i frati Conventuali,
i Chierici del Seminario, seguivano, e con essi il Capitolo col suo
araldo, i tre vivandieri, uno dei quali in cappa magna con un quadretto
della Madonna in mano. Penultimo gruppo: _jàconi_ rossi, paggi del
Pretore e del Vicario, e in mezzo, con la tanto celebrata Bolla, in
insegne canoniche, il Ciantro, fiancheggiato dall’Assessore e dal
Maestro Notaro della Crociata.

Ultimo gruppo: Mazzieri, Maestro di Cerimonie del Senato, Senatori coi
loro ufficiali nobili e civili, contestabili e trombetti e sonatori di
oboe e lunga tratta di gente.

Entrati in chiesa, tutti erano al loro posto. Ad un lato il Vicario
generale o il Ciantro; all’altro, il Senato. Inchini rispondevano ad
inchini: e quando tutto era in ordine, e fin la Bolla appesa innanzi al
Crocifisso, la cerimonia aveva il suo epilogo in una gran messa,
intramezzata da un sermone, che celebrava i beneficî provenienti dallo
indulto stato concesso.

L’incarico di questo sermone era ambito e sollecitato anche da
predicatori sommi. Il Senato, che soleva far sempre le spese, stavolta
(rara eccezione) non ne faceva nessuna; bastandogli solo di metter di
suo la pompa pretoria. Chi pagava invece era l’Amministrazione della
Crociata, la quale compensava il panegirista dell’opera con quattr’onze
d’argento (L. 51), una risma di carta bianca (di quella che oggi si dice
_protocollo_), un mazzo di penne d’oca e cinque copie della Bolla: un
bel regalo davvero!

Una volta il predicatore designato non comparve. Era già l’ora della
funzione, e tutti si guardavano in viso tra maravigliati del ritardo e
contrariati che non si potesse udire la tanto attesa orazione
panegirica. Ed ecco farsi innanzi verso il Commissario un sacerdote, ed
offrirsi di supplire il ritardatario. L’offerta, manco a dirlo, è
subito, ma non senza una tal quale diffidenza, accettata. Il ben
arrivato ecclesiastico sale sul pergamo e fa una orazione del seguente
tenore: «Sua Santità, inesauribile nelle sue grazie, ne ha concesso una,
cristiani dilettissimi, che non ha l’eguale nel mondo universo: ha
accordata la Bolla, per poter ogni fedele _cammàrarsi_, e con questo, ha
pure mandata la indulgenza plenaria. Così egli ha aperto, ma che dico io
aperto? spalancato il tesoro delle celesti grazie. Per questo tesoro non
v’è prezzo. Eppure, se sapeste, uditori umanissimi, quanto poco si paga
una parte di questo tesoro, la Bolla della SS. Crociata! Ditelo voi!...
Forse cent’onze? No: figli miei; non si permette cotanto dispendio.
Forse cinquanta?... Neanche. Lo pagherete venti, dieci onze? Neanche
questo. Potreste allora pagarlo cinque; ma la inesauribile carità del
Padre dei fedeli non può consentire a tanta spesa. E allora nè cento, nè
cinquanta, nè venti nè dieci, nè cinque, si potrà pagare un’onza. Oibò,
neanche la metà, fratelli dilettissimi, neanche un quarto d’onza!
Sbalordite! Tanto tesoro, che vi consente di mangiar carne e latticinî
durante la prossima Quaresima, tanto tesoro si paga solo cinquantadue
grani!....»¹²⁷.

 ¹²⁷ Storico anche questo; l’abbiamo raccolto dalla bocca di vecchi
     canonici della Cattedrale di Palermo, uno dei quali vive ancora.

Contro l’ammonimento consacrato nel solito cartellino attaccato alla
porta delle chiese:

    Se vuoi placar di Dio la maestate offesa,
    Sta con silenzio e riverenza in chiesa.

uno scoppio d’ilarità risonò per le ampie volte del tempio. Il vecchio
Arcivescovo Mons. Sanseverino strinse con forza le labbra; il giovane
Pretore Duca di Cannizzaro sorrise con tutto l’Eccellentissimo Senato: e
le quattr’onze in argento, e la risma di carta, e le penne d’oca, e le
cinque bolle furono con inusitato piacere mandate fino a casa
dell’arguto o semplice oratore. Egli se le era ben meritate!

Abbiamo detto che il Senato faceva sempre le spese: e dobbiamo un
chiarimento della nostra affermazione.

Le funzioni non solo profane ma anche sacre erano senza numero, ed il
Comune non poteva disinteressarsene. Lasciarne passare una senza
concorrervi operosamente, che è quanto dire spendendo, era un’offesa
alle tradizioni religiose della Città. Molte cose abbiam trovate in
proposito rovistando vecchie carte d’archivio: e più volte ci è venuto
sulle labbra l’antico motto: _Cappiddazzu paga tuttu!_ Senza uscir di
sagrato, ricordiamo che per le processioni senatorie per quelle delle
chiese secolari e regolari la sola cera impiegata ammontava a poco men
che diciotto quintali (presso a chil. 1440), la quale al prezzo di tarì
8, gr. 12 il rotolo (L. 365 il chil.) raggiungeva la cospicua cifra di
circa milledugentotre onze (Lire 15.325,50), divenuta un terzo di più
nel 1808 per l’aumento di prezzo del genere. Nè c’è da sospettare di
arbitrî di senatori, o di compiacenze verso preti e frati, perchè quella
dozzina e mezza di quintali di cera era stata, come _ultima ratio_,
ritenuta spesa obbligatoria dalla famosa _Riforma_ governativa del
1788¹²⁸.

 ¹²⁸ _Riforma_ cit. (a p. 106 del v. I di quest’opera), p. 60. — _I.
     Sala_, _Dimostrazione dello Stato del Patrimonio del Senato di
     Palermo, presentato alla Giunta eretta pella fissazione del detto
     Patrimonio_. Ms. dell’Archivio Comunale di Palermo.

E lasciando altri particolari, torniamo alla Bolla.

Al domani della funzione, questa veniva messa in vendita. Ogni buon
padre di famiglia si affrettava a provvedersene, e ad apporvi il proprio
nome, recitando a tempo e a luogo alcune orazioni, e pregando non solo
pel Sommo Pontefice, ma anche pel Re, che, a conti fatti, era l’unico
beneficato, come quello che si scroccava somme colossali, e benedizioni,
non si sa quanto sincere, dei suoi sudditi.

Il desiderio di mangiar di grasso stuzzicava sovente i cittadini a
procurarsi in varie guise l’autorizzazione del cibo proibito.

Abbiamo in proposito un documento abbastanza curioso e molto
caratteristico. Gl’impiegati tutti, dal nobile Spedaliere al guattero
della cucina, dell’Ospedale celtico di S. Bartolomeo (oggi Istituto dei
Trovatelli) e di altri spedali e spedaletti della Città, il dì 6
febbraio del 1799 si rivolgevano al Cardinale Arcivescovo di Napoli, a
ciò delegato dalla S. Sede, perchè consentisse loro, mercè l’acquisto
della Bolla, l’uso delle carni e dei grassi per la Quaresima e per ogni
altro giorno proibito (vulgo _proìbitu_) dell’anno. Il documento è
questo:

«L’Ospedaleri, li Professori maggiori fisici e chirurgi, li Pratici
fisici e chirurgi, l’Infermieri e Cappellani, li Ricordanti,
l’Aromatarj, li Maggiordomi, li giovani di assento, li cuochi, li
massari, li serventi dell’uno e dell’altro sesso, li lavandare, li P.P.
Cappuccini e tutte le persone addette al servigio dell’Ospedale di S.
Bartolomeo, l’Incurabili e dell’Ospedale dello Spirito Santo con suoi
annessi e dipendenti ospedaletti della città di Palermo in Sicilia,
umiliano alla E. V. che havendo supplicato al di loro Arcivescovo di
accordargli (_sic_) _in perpetuum_ la grazia di poter mangiar carne in
tutti i giorni proibiti dell’anno, come sono Venerdì, Sabati, vigilie,
quattro tempi e quaresima, per essere li viveri di mezzo scarsissimi,
per le laboriose fatighe che sono nelli detti ospedali col prossimo
pericolo di perder la vita; per altro non spirano se non aere
mercuriale, risposegli non aver tale facoltà. Supplicano pertanto V. E.
affinchè quale special delegato di S.S. Pio VI gli facesse la grazia
accordargli _in perpetuum_ la dispenza suddetta, di poter mangiar carne
colle loro famiglie e rispettive commensali in tutti i giorni proibiti
di sopra descritti coll’obbligo espresso però di doversi provvedere
ogn’uno di essi della Bolla della SS. Crociata. Lo supplicano ecc.».

Si rileva da qui che la grazia volevasi in perpetuo e per tutte le
famiglie dei sanitarî, degli ecclesiastici e degli inservienti:
privilegio che non aveva esempio nel genere. S. Eminenza esaminò la cosa
e concesse¹²⁹ ma S. Maestà non dovette saperne nulla, altrimenti forse
se ne sarebbe risentita come di concessione lesiva degl’interessi dello
Stato o, meglio, suoi.

 ¹²⁹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799., pp. 269-71.



                               CAP. VII.


           QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.

Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle sue prediche.

Il funebre _momento_ era il primo passo verso la reazione ai baccanali.
Sulle fronti belle, forse fino a poche ore innanzi sfiorate da ardenti,
furtivi baci, cadeva la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste
resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti a giocondarsi
della vita allegra.

Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia di sciupata rettorica
si lanciavano sugli ascoltatori parole blande e voci roventi, a coprir
l’eco tuttora indistinta degli urli dei passati giorni. E le mani si
agitavano irrequiete, ora energiche nell’accusare, ora calme nel
discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure nel promettere e
fiduciose nello sperare.

La severità dei richiami poteva, è vero, determinare a rigori corporali;
ai quali però la fiacchezza di perseveranza toglieva ogni carattere di
profonda convinzione. Come soffocati, recenti ardori intiepidivano;
desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo nasceva talora
nell’animo di chi meditava: e la meditazione era agitazione di spirito
irrequieto, non lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.

Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale, per indole nostra e
per la natura schiettamente oggettiva di questo lavoro, ci siam tenuti
lontani. Proseguiamo invece per via di fatti la vita dei nostri
bisnonni.

Preoccupazione costante, ed insieme occupazione gradita, era quella del
quaresimale nella chiesa madre, la quale, come il lettore sa,
nell’ultimo ventennio del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.

Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa del Capitolo e
dell’Arcivescovo, la nomina del quaresimalista, nomina ordinariamente
anticipata di otto anni sulla data della recita del quaresimale. Nel
1782 P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini veniva eletto
pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni somasco pel 1791; nel 1784, P.
Alberto Tozzi dei Predicatori pel 1792, e via discorrendo.

Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale del Regno di Sicilia,
dovea pensare bene a chi affidar così grave compito; e chi dovea
disimpegnarlo non poteva essere il primo venuto, o l’ultimo arrivato.
Palermo avea persone che intendevano, uditorio intelligente e di gusto,
che non si contentava, nè poteva contentarsi di chicchessia. Nei suoi
pergami eran saliti in ogni tempo i principali oratori d’Italia,
chiamati dall’autorità del Senato, allettati dalla riputazione che ad
essi veniva dall’eservi saliti, dicitori di merito incontestabile.

V’era poi una ragione considerevole per la oculatezza da mettersi nella
scelta: il paragone con i quaresimalisti di altre chiese, nelle quali
usava ammirare veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico
accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva giudicare _de
auditu e de visu_ dell’uno e dell’altro.

Certo non era il quaresimalista d’una parrocchia privilegiata che poteva
imporre soggezione. Questo, nominato bensì dal Senato, era un oratore di
secondo o di terz’ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso ne
serbano ricordo. Quelli che davan da fare erano invece i Domenicani ed i
Filippini, i quali al predicatore ufficiale della metropolitana
contrapponevano i migliori loro _soggetti_; e se non li avevano del
proprio ordine, li facevan venire da altri del clero regolare e secolare
pur di averli e di gareggiare. Tanto lusso obbligava a spese, ed i frati
Domenicani ed i padri dell’Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per
superarsi tra loro.

Anche le monache si volevano mettere in evidenza, ed entravano nella
gara: quelle della Martorana specialmente, alle quali tornava
graditissimo il trionfo del loro quaresimalista sull’altro del Duomo,
come qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare d’infinito
piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.

Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese
soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e
l’Olivella!

La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli _habitués_,
accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e
la parola, la scienza e l’ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio
veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la
curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli
aveano uditi e non se n’erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed
il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei
quali ben a ragione il proverbio siciliano: _Tinta dda matri c’havi lu
figghiu pridicaturi!_ compiange le genitrici; giacchè non v’è persona
che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che
meno la intendono. Alla simpatia o all’antipatia del pubblico varie
circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del
predicatore l’ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche
reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le
esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da
teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni.
Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell’Olivella
soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l’anno seguente un altro
soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia
sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi
del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano
Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli;
di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti
tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e
nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro
Rottigni dei padri Somaschi; ma all’ultima ora, dopo sette anni dalla
nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una
indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor
Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo
Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano
messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n’era fatta la
elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n’era andato all’altro mondo,
e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il
tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.

Al giunger dei Reali in Palermo, l’intervento loro alle sacre concioni
assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico
Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa
Professa, mentre all’Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia
infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento
fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?

Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il
Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso,
tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e
regalavagli una forte somma in monete d’oro ed una tabacchiera del
valore di dugent’onze (L. 2550)!, poco più del doppio, quasi il triplo,
del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando
egli era forestiere¹³⁰. Lo spirito d’indifferenza religiosa dell’antico
pupillo del Tanucci avea già subito l’influsso della politica e della
sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul fuoco dei primi
anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui strette in amplesso
assai più forte che non si potesse sospettare appena egli era uscito di
minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva arditamente espulso i
Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re nel 1805 doveva
richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati sollecitamente
atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore. Laonde il
cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la Quaresima del
1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere: «Li primi ad
esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei sani giorni
furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi (_sic_)
essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora far bene
alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor doveri di
principi nell’edificare i popoli col loro santo cristiano esempio»¹³¹.

 ¹³⁰ «Il Predicatore quaresimale della Madrice Chiesa di questa città
     per le prediche della Quaresima e panegirici e viene tenuto a fare,
     onze 80; e ciò in seguito di ordine di S. E., per via del Tribunale
     del R. Patrimonio, li 13 maggio 1692, colla condizione che il detto
     Predicatore essendo regnicolo abbia da conseguire onze 60; ed
     essendo forestiero onze 80, come dalla Riforma del 1788.» _I.
     Sala_, _Dimostrazione_ cit. _dello Stato del Patrimonio del Senato
     di Palermo_ p. 213.

 ¹³¹ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1800, p. 66.

Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di
bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo
III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca
lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che,
mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i
monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si
sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone;
la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di
cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in
Castelvetrano!

Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si
occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici
doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per
le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di
patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l’Ascensione invitava
_soggetti_ di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni
alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le
prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed
ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano
«tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P.
Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno
dell’ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori;
e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i
cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero
P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore
Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio,
Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D.
Giuseppe Trofolino.

Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma
anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro,
si ricordi almeno essere egli stato l’autore della giaculatoria che dopo
la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.

Fa mestieri di trascriverla?

Eccola quale egli la compose e l’Arcivescovo del tempo l’approvò (1779):

      Adoramu umiliati
    La santissima Trinitati;
      Adoramu ogni momentu
    Lu santissimu Sacramentu;
      E lodata sempre sia
    La purissima Maria!

Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta conta la bellezza di
centoventicinque anni di età.

Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch’esso a celebrare,
oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano e S. Agata, per conto del Comune,
che dal 1575 avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni
della Città, e S.a Rosalia, la graziosa verginella palermitana, il genio
tutelare a cui la Città medesima come ad àncora di speranza, a tavola di
naufragio, a porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più
tristi per essa.

Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed il 1860, le
Rogazioni aveano già perduto l’antico lustro, e S. Sebastiano le
simpatie che lo avean

    . . . . . . . . fatto degno
    Di tanto onore . . . . . .

Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni commemorative
delle due ricorrenze, dove non più gli ordini monastici tutti, ma solo
pochi loro rappresentanti con gonfalone e croce intervenivano, _rari
nantes in gurgite vasto_, scarsi componenti una breve fila di frati,
appena notabili nelle grandi vie da percorrere, non sai se mortificati
di essere in sì poco numero, o infastiditi dell’ora dello spettacolo,
che li distraeva dalle consuete occupazioni.

Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del Municipio e col
favore inalterato del pubblico, che ora si rivolge a quello
dell’Olivella,¹³² ora si accentra tutto sull’altro, secondo il giudizio
degl’intendenti, le relazioni degli amici, la mimica degli uditori più
autorevoli, i quali coi più lievi movimenti del capo, o con l’aggrottar
delle ciglia, o col contrarre delle labbra, talora decidono del merito
dell’oratore e formano presso il _servum pecus_ degli ascoltatori la
così detta pubblica opinione.

 ¹³² Da pochi anni l’Olivella tace; riparlerà forse, e ricominceranno i
     termini di paragone.

Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di meditazione in
esercizî spirituali. Tutte le chiese di secolari e di regolari
accoglievan fedeli d’ambo i sessi; ma v’era un luogo esclusivamente
destinato a questo devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai
preti di S. Carlo Borromeo; e v’era anche la congrega del Fervore
(1765), promossa ed aiutata da quell’uomo di santa vita che fu Mons. D.
Isidoro del Castillo dei marchesi di S. Isidoro, provvidenza del
quartiere dell’Albergaria, del quale fu parroco attivissimo. Lì, nella
Casa, erano lunghi corridoi con camerette da una parte e dall’altra per
coloro che vi si recassero, una magnifica cappella, un ampio e lungo
refettorio e qualcos’altro per la pace dello spirito. Per nove giorni di
seguito, nobili e civili vi si ritiravano per attendere alla riforma del
loro costume ed all’acquisto della cristiana virtù¹³³. Favorito da
clausura volontaria (e sovente involontaria) era il raccoglimento di
coloro i quali, per devozione sincera o, come non di rado accadeva, per
ostentazione, vi entravano. La Curia arcivescovile li conosceva uno per
uno, e rilasciava loro un attestato di questo compiuto dovere, come
tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto pasquale. Li
conosceva la Polizia e sapeva tenerli in conto come di buoni cattolici
così di sudditi fedeli. Li conosceva anche il Senato, nei cui archivi se
ne conservavano alcune volte i nomi e i documenti, perchè l’autorità
comunale consentisse la costruzione di certi ripari necessarî ad
impedire ai passanti di turbare il religioso ritiro¹³⁴.

 ¹³³ _G. Palermo_, _Guida istruttiva per Palermo_, 2ª edizione p. 698.

 ¹³⁴ _Provviste del Senato_, a. 1793-94, pp. 135 e 226.

Luogo consimile pel conforto dell’anima sua aveva una volta scelto il
Vicerè Fogliani (1767): la Quinta Casa al Molo, con la predicazione del
gesuita P. Sansone; ma non avea voluto esser solo, e «di casa in casa
con un suo creato avea mandato invitando tutti i nobili della città.»
Ecco il suo _nodiglio_:

«_Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare a fare li Esercizj
di S. Ignazio nella quinta Casa, la esorta e prega a volere con la sua
pietà tenergli compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà
obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore Iddio. Questa
fatta di esercizj, composta di soli nobili, comincierà la sera del
lunedì 23 corrente marzo, e terminerà la mattina del giorno primo di
aprile._

_Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili e mercadanti, la
quale comincierà la sera del lunedì 6 aprile, e terminerà la mattina del
mercoledì santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo biglietto
in risposta a quale delle due potrà intervenire, non dubitandosi che per
questi pochi giorni lascerà ogni altro affare per occuparsi di quello
solo, che tanto importa all’anima sua»._

Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull’accettazione. «Fatevi
gli esercizj spirituali (diceva con belle parole il Vicerè): e
dichiarate se volete farli coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti
più tardi.».

Non si ha il numero dei signori invitati con questa circolare; ma si sa
che in compagnia di S. E. furono quaranta persone probabilmente
dell’alta aristocrazia¹³⁵.

 ¹³⁵ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 8.

Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea vent’anni dopo (1786)
convertirsi in R. Casa di correzione pei figli discoli e per le mogli
scorrette!

Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico Vicerè, Ferdinando
III con Carolina e tutta la Corte, assisteva dentro la Cappella Palatina
ad esercizî simili a quelli che abbiamo cennati¹³⁶: e furono giorni di
grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non fiatò e, tanto per
parere, tenne silenzio da certosino.

 ¹³⁶ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., p. 329.

Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva per le donne nel
Ritiro delle figlie della Carità sotto nome di Filippone. «Nel corso
quaresimale si ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle
e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Lojola in
santo ritiro, delle quali le prime pagavano una certa somma per lo
trattamento del pranzo, della cena e di quanto altro bisognava».

Così diceva un articolo del _Ragguaglio_ del pio luogo: «e da questo
santo Stabilimento non è stato poco il vantaggio che in questa città se
ne è riportato,» aggiungeva un erudito¹³⁷.

 ¹³⁷ _Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie
     della Carità_, ecc. n. 12, p. XXXIV. In Pal., Felicella, MDCCLXXII.
     — _G. Palermo_, _Guida_ cit., p. 537.

E come non v’era chiesa (e la pratica è sempre in pieno vigore anche
oggi, specialmente nelle parrocchie, negli oratorî, nei monasteri, nelle
case di educazione, ecc.) nella quale, per età e quasi per classe
sociale, gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per gli uomini,
così non v’era e non v’è chiesa nella quale dove per nobili dame, dove
per modeste signore e dove per umili donnicciuole, e per ragazze e madri
di famiglia, quattro giorni almeno non venissero a questo consacrati. Le
diverse partite di esercizî supponevano ed ammettevano uditori diversi:
e nessun altro di sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano
(ripetiamo, che l’uso è sempre vivo) nelle ultime ore del giorno e
finivano di sera. _Istruzione e Meditazione_ impartivasi quando da un
solo, quando da due sacerdoti. Quasi sempre amena la _istruzione_: e se
per poco si scorre l’_Utile col Dolce_ del P. Casalicchio, al quale i
predicatori ordinariamente attingevano¹³⁸, si comprende bene perchè
uomini e donne, vecchi e fanciulli, vi si divertissero; ma la
_meditazione_ era una vera penitenza; quella sul purgatorio e, peggio
ancora, l’altra sull’inferno, un supplizio. Una di queste prediche pel
rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita un ricordo.

 ¹³⁸ _L’Utile col Dolce, ovvero quattro Centurie di argutissimi detti e
     fatti di saviissimi uomini del p._ _Carlo Casalicchio_ _d. C. d.
     G._ In Napoli, MDCCLXIV.

     Dal 1671 a 1764 in Napoli e Venezia se ne fecero undici edizioni.

Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria delle Grazie, detta
della Gància, alla quale è attaccato il relativo convento dei frati
Osservanti, si compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa.
Toccava oramai la meditazione sull’inferno: e si era voluto renderla
efficacissima rappresentando al vivo le pene dei dannati. Nel meglio,
quando cioè il predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un
orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini, e
raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti, e bagliori
sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola più penosa, la oscurità
della chiesa. Immaginiamo il terrore delle donne! Quale più, quale meno,
tutte si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà e
misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte si precipitarono
verso la porta fuggendo; molte si svennero, alcune tramortirono. A tanto
scompiglio accorsero i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la
cosa, non poterono trattenere le più matte risate.

La frase popolare _Finiri a ’nfernu di Gància_ attesta il tragicomico
aneddoto¹³⁹.

 ¹³⁹ Vedi i nostri _Spettacoli_ e _Feste_, p. 206, e _Modi proverbiali_
     cit., n. 44.

     Sulle nomine dei predicatori per opera del magistrato municipale,
     vedi _Provviste del Senato_, a. 1791, p. 6; 1794, pp. 16 e 67;
     1795, p. 127; 1796, p. 155; 1797, p. 42; 1799, p. 32.



                               CAP. VIII


                       FRATI, MONACI E CONVENTI.

Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente
rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo,
centro anche della vita ecclesiastica dell’Isola. Basiliani e
Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani
ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro
monasteri ed i loro conventi¹⁴⁰.

 ¹⁴⁰ Convento in Sicilia vale abitazione di frati.

Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco
d’Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S.
Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del
terz’ordine di S. Francesco e via discorrendo. V’erano poi anche preti
secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano
quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per
proprio istituto determinati scopi, come quello d’istruire la gioventù
(Scolopî), di educarla (Filippini), di assistere i moribondi
(Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non
si parlava più da un pezzo.

I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna
era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato
numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di
Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di
Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il
Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il
Provinciale o l’Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di
tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava,
disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non
dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava
qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come
qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della
comunità.

Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei
Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una
gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del
mondo.

L’espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della
necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la
stoffa ond’eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai
frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci
Benedettini, così dal ruvido albagio (_abbràciu_) si giungeva al morbido
fior di lana; e dal nero perfetto di questi ultimi, al castagno dei
Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle
amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei
Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi
sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati
calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non
pochi si coprivano, quali d’un nicchio e quali d’un cappello a tegoli.

La chierica _unius mediocris palmae_ dei Minimi allargavasi fino a
limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo
della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d’una moneta
di scudo d’argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.

Ciascun ordine professava un voto proprio oltre quelli di Povertà,
Castità, Obbedienza, obbligatorî per tutte le fraterie; e dove uno
s’astringeva a perpetua vita quaresimale (Minimi), un altro a quella
della predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione, alla
redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni nei Luoghi santi
ecc.¹⁴¹.

 ¹⁴¹ Erano i Riformati, presso i quali è ancora nel convento della
     Gància un posto col titolo di _Terra Santa_. Costoro andavano in
     giro pei comuni dell’Isola portando le _bolle dei Luoghi Santi_,
     composte e stampate dentro il Commissariato di _Terra Santa_ in
     Palermo, dove i tipografi si chiudevano, e stampavano
     scrupolosamente il numero prestabilito di bolle: non una di più.
     Codeste bolle contenevano privilegi e indulgenze agli acquisitori,
     e si portavano addosso, preservativi di assalti di ladri, di
     naufragi in fiumi, infortunî d’ogni genere nei viaggi per la
     Sicilia.

Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che a nessuno era
individualmente lecito di possedere: e se qualche cosa aveano, questa
non poteva essere se non del convento; ma tali non erano se si guardi
agli stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori del
tempo si palleggiavano le cifre di codeste entrate, e le facevano
ascendere a somme favolose¹⁴².

 ¹⁴² Il solo _Gorani_, _Mémoires_, I, 471, nel 1793, scriveva: «I
     conventi dell’Isola possiedono beni incalcolabili. Palermo ha
     monasteri con annuali rendite di 100,000 ducati d’argento» (L.
     425,000).

Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non parliamo neppure di
monaci), di qualsivoglia corporazione, mangiava, beveva e vestiva
decentemente. In provincia però s’intristiva sovente nei disagi; e
v’eran conventi nei quali la tanto gradita campana del refettorio sonava
solo _pro forma_.

Il Governo, che si occupò anche un poco di monasteri e di conventi
poveri, provvide a tutti in generale con la legge dell’ammortizzazione;
ed ai disagiati, con l’abolizione di quei _conventini_ che per difetto
di patrimonio, o per iscarsezza di numero, o per degenerazione dal
primitivo istituto, non fossero più in grado di reggersi o non avessero
più ragione di esistere.

Codesto concetto, vogliam dire embrionale, del Governo sulle
corporazioni religiose, doveva in tempi posteriori, due terzi di secolo
dopo, dar luogo a provvedimenti tanto improvvisi quanto immaturi. Gli
scomposti tumulti palermitani del settembre 1866, fin qui non ricercati
abbastanza nella loro finalità, vennero seguiti dallo scioglimento delle
corporazioni medesime e dall’incameramento dei loro beni a pro dello
Stato, o meglio a pro di accorti speculatori. Costoro, aiutati da
inconsci, o da inesperti, o da disonesti, seppero trarne profitto a
scapito dei poveri, ai quali il dilapidato patrimonio venne
indebitamente sottratto.

Della morale dei frati si è sempre discusso: e le opinioni unilaterali
ci son giunte in proverbi poco benevoli ad essa. Se ne raccontano tante,
da poterne venir fuori un nuovo _Decamerone_; ma si dimentica che la
fragilità è umana, e non poteva esigersi virtù soprannaturale in mezzo
alle tentazioni pertinaci della vita in chi a 16 anni avea professato un
voto, del quale non era in grado di valutare le conseguenze avvenire.

Ferdinando III volle ovviare al danno della inconsapevolezza dei
giovanetti che si legavano con voti perpetui a quella età, e dispose che
le professioni non dovessero farsi innanzi il ventunesimo anno:
disposizione savia, ma non priva di difetto in quanto il professando,
chierico dapprima, novizio poi, non avea avuto fino a vent’anni agio di
conoscere il mondo per decidersi ad abbandonarlo per una vita del tutto
diversa.

E frattanto, vedi incoerenza dello spirito umano! Una volta che Re
Ferdinando recossi a visitare il chiostro di Monreale, quei monaci, dopo
avergli chiesto la mitra come l’avevano i canonici della Collegiata del
Crocifisso, altra grazia non seppero domandargli se non quella di poter
pronunziare voti solenni prima del ventunesimo anno! Il Re avrà pensato:
«Oh guarda! io l’avevo fatto per essi, ed essi non se ne contentano:
...fate il comodo vostro!», e da Legato Apostolico concesse il
privilegio, che la incauta comunità si affrettò a consacrare in una
lapide nello scalone del monastero.

L’obbedienza era il voto forse più rigorosamente osservato, o fatto
osservare. Il semplice frate, ed anche in dignità di Definitore, di
Maestro, di Reggente, vi si sobbarcava o rassegnato o a denti stretti.
Il Provinciale, emanazione dell’autorità _generalizia_, ordinava a suo
arbitrio la residenza del frate. Codesta residenza egli partecipava
all’interessato con un foglio di carta in latino, chiamato _obbedienza_;
la quale poteva essere imposta dalla esigenza del culto in una chiesa di
provincia, ma poteva anche rappresentare, come di frequente avveniva, un
provvedimento disciplinare. In questo secondo caso la faccenda era
grave: e la _obbedienza_ sonava castigo o punizione.

L’_obbedienza_ era un’arma terribile. Per essa, dicono le male lingue,
avevano sfogo le antipatie di persona, gli odii di parte monastica; in
essa si epilogavano le vendette personali. I peggiori conventi della
provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie. Quando poi
l’avea fatta grossa od era un recidivo incorregibile, previa
l’autorizzazione del Generale dell’ordine, il frate veniva confinato in
un convento di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma anche
fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il significato della
parola, al quale, in caso di riluttanza di renitenza, andavasi con la
sgradita scorta della forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda
sorveglianza della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono, suona
triste anche oggi pei frati che vi tribolavano; e Polistena era la
Gibilmanna della Calabria.

Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia di un tribunale
d’appello al religioso che si credesse ingiustamente castigato: vogliam
dire il Giudice della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto
prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente. A questo
Giudice il povero bersagliato richiedeva fremente e fiducioso una
riparazione, che allo spesso otteneva completa: la revoca
d’un’obbedienza che eccedesse i limiti dell’ordinario e prendesse
carattere di punizione immeritata anche in rapporto alla salute del
frate. Era l’autorità sovrana del Re che si contrapponeva alla
monastica, la quale da Roma, da un Generale, da un Cardinal protettore
dell’ordine, dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.

Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e come una inframettenza
a scapito della potestà regia, un giorno si pensò a diminuirla, anzi a
distruggerla senz’altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita in
pieno petto. Un decreto reale, la mattina del 4 novembre 1788,
improvvisamente aboliva i Generalati dei Domenicani e dei Francescani in
Sicilia. Fu una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso, accolta
dove con fragorosi applausi, dove con penosa sorpresa; di che l’eco
giunse disastrosa a Roma. In Palermo frati e chierici regolari non
compresi nel sovrano editto si chiedevano perchè non lo si estendesse
anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia d’un Generale o
d’un Procuratore Generale, che quasi nessuno di essi aveva mai veduto,
ed al quale dovevano ciecamente ubbidire.

Espressione dei sentimenti d’allora son tre sonetti anonimi, corsi
manoscritti appena promulgato alle Quattro Cantoniere il real decreto.
Chi li compose? Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la
paternità ad un prete, professore di Teologia dommatica nell’Accademia
degli Studî, il celebre sac. Carì, che con olimpica serenità se ne
rimaneva dietro le quinte.

I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli di pubblica
ragione; e perciò li lasciamo manoscritti¹⁴³.

 ¹⁴³ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, pp. 677-78.

Com’essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato detto e ripetuto. A
quanti si sono occupati delle fraterie, rincrescevole è parso il saperle
sovente disoccupate senza utile alcuno per la società. I viaggiatori che
lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste tutti i sassi che
incontravano per via. Gorani nel 1791 mettendo in combutta preti, monaci
e frati, ne faceva sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone
votate al celibato e perdute per la societ໹⁴⁴. Chi abbia per poco
guardato l’opera del «citoyen françois», sa che mangiatore di
ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi che andando a cercare qualche
frate in convento, non ne trovasse mai uno. Dov’erano? «Nelle botteghe o
per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare, ad oziare,
mentre non pur l’agricoltura, ma anche le manifatture e le fabbriche per
manco di braccia perivano». E voleva senz’altro che si mandassero a
zappare o far da manuali¹⁴⁵.

 ¹⁴⁴ _Mémoires_, t. I, p. 471.

 ¹⁴⁵ _Gemälde von Palermo_....

Fin quell’uomo mite del Marchese Villabianca deplorava questo stato di
cose, che tornava «a molto discapito della popolazione». Quando nel
1779, sulla politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo,
smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco», ordinava
per dieci anni la chiusura dei noviziati e fissava per le province
siciliane il numero dei Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e
dei Riformati in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi che S. M.
volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio delle armi e per la
coltura di campi»¹⁴⁶. Nè men severo in siffatti giudizî era nella sua
malandata vecchiaia.

 ¹⁴⁶ _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 350; _Diario_ ined., 28 febbraio
     1799; 22....

Non pertanto, Bartels, per indole, per professione evangelica e per la
evoluzione e rivoluzione dei tempi, avverso alle fraterie, faceva
un’osservazione di ben altro genere a favore delle fraterie medesime.
Mentre l’aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre i
vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava per mezzo di
avidi procuratori il sangue, gli ordini religiosi erano umani verso la
povera gente che ne lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se
era bagnato di sudore, non grondava di lacrime.

L’osservazione trova appoggio nei fatti.

È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici non fosse da
rimanere edificati della scrupolosa osservanza dei voti; ma è ugualmente
vero che, come per compenso, larga era nei frati la beneficenza. La
povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche una minestra ed
un pane, che sovente bastava a sfamare sventurati non usi a stender la
mano. La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava a battere a
quelle porte, non tornava indietro senza un sussidio. Differenti le ore
per quella come per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non amico
dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro il convento dei
Cappuccini, «in un refettorio particolare e recondito, accolti ogni
giorno a desinare nobili poveri e vergognosi, con grande onestà serviti.
Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare, giacchè infinito era
il concorso dei poveri a quel convento. Ed osservava: «Quest’opera di
carità fa degni di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non
ricchi fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto bene necessarie.
Essi meritano di esser benedetti, giacchè non posson fare dei loro beni
uso migliore»¹⁴⁷.

 ¹⁴⁷ _Voyage pittoresque_, v. I, p. 71.

Come nei monasteri femminili era la stretta clausura pei due sessi e per
qualunque persona, meno che per le autorità ecclesiastiche, pel medico e
per gli operai addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura era
solo limitata alle donne. Gli uomini potevano entrare; le donne, invece
no. A nessun militare era fatto lecito sorpassare armato la porta, la
sua sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando i Reali ebbero
vaghezza di fare una visita al monastero dei Benedettini di S. Martino,
e con loro erano anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale
le dame di compagnia, col pretesto di far parte della comitiva, presero
per loro le facoltà della Regina e delle principesse reali di penetrare
nelle monastiche mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti
dei superiori.

Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era stata perpetrata una
comica frode, per ragione della quale la sorveglianza era divenuta più
del solito oculata. Una signora inglese, desiderosa di conoscere _de
visu_ l’interno del monastero, travestita da uomo, era entrata con altri
uomini, visitatori del grande edificio. Nessuno se ne accorse, nessuno
ne seppe nulla; ma quando l’Abate n’ebbe conoscenza, ordinò che nessun
forestiere quind’innanzi vi mettesse più piede¹⁴⁸. _In dubiis pro
anima._

 ¹⁴⁸ _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 658.

Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini rese alla
scienza forse maggiori servizî che le due università di Oxford e di
Cambridge.».

Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve aver credito, perchè
nei monasteri di S. Martino e di Monreale erano uomini eminenti per
dottrina, pietà e senso squisito d’arte. Il gusto che dominava fin nei
particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri, non meno
che in quelli di S.a Maria del Bosco e di S. Nicolò l’Arena, prova che
quelle non eran persone volgari, ma che invece si ispiravano ai più
elevati sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il Governo
Vicereale fece vandalici saccheggi a S.a Maria del Bosco; dopo
trentott’anni che la Legge sulle corporazioni religiose è venuta a
scompaginare quanto avea saputo comporvi il monachismo intelligente,
musei, pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero che la
beffarda società d’oggi non riuscirà a cancellare giammai.

Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente persuaso della
pietà e della sapienza dei Benedettini. Padri dotti e buoni come i
fratelli Salvatore e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D. Raffaele
Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant. Paternò, e come D. Gioacchino
Monroy ed altri tali, si contavano a dito: e i non contati si prestavano
a giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta. La loro
mondanità li teneva con un piede nel chiostro ed uno nelle dorate sale
degli aviti palazzi, alternando così la monotona recitazione del
breviario con la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando
dalla Francia, e l’aperta contemplazione delle sacre immagini nella
chiesa e dei severi ritratti nei dormitorî con quella furtiva delle
_Provvigioni pel chiostro_, stampe di costumi e di scene illustrate, che
con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava a visitatori
stranieri¹⁴⁹.

 ¹⁴⁹ _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 657.

Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima avvalorano siffatti
giudizî, certo non temerarî. Di una di esse diremo che un benedettino
raccomandava in poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro
posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar bighellonando pel
monastero, di stare in ritiro, di non cercare più di tre pietanze e, nel
sollievo di gennaio, di non pensare all’antica usanza¹⁵⁰. Che cosa fosse
questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce di capire: salvo che
per quello non voglia intendersi un po’ di svago a Palermo, dentro il
monastero dello Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei giorni freddi
d’inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio abuso. Altri
componimenti ribattono sul medesimo chiodo; ma son colpi delicati che si
riducono a biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo sfarzo dei nobili
figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale quanto il letto dei
Predicatori e le mense dei Cappuccini:

 ¹⁵⁰ _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_, n. LXXXIII. Ms. Qq H 158
     della Biblioteca Comunale.

    Lettu di Duminicani,
    Lussu di Binidittini,
    Tavula di Cappuccini.

Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per una cert’aria
d’altezzosità venivano sfavorevolmente segnalati dai religiosi d’altri
ordini, questi non potevano andar lieti di cordiali rapporti tra loro.
Gelosie sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze di
regole, li tenevan divisi l’un l’altro, ed erompevano in motteggi in
pubblici ritrovi principiando nei refettorî e finendo nelle sagrestie
dei proprî conventi.

Dal dì ch’erano andati via i Gesuiti, i Domenicani erano restati quasi i
primi a rappresentare la più soda cultura, essi nel sito dei quali era
stato fiorentissimo lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune. Per
questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani non sapevano
perdonare ai Francescani la immensa colonna alzata in onore della
Concezione in mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna che
ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori arditi della
verginità di Maria, da essi posta in dubbio.

Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun domenicano, il cui
ordine vide sempre di malocchio il giuramento del sangue del Senato di
Palermo¹⁵¹, e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò non
essendo giustificabile la difesa, a costo del proprio sangue, di una
credenza cattolica non proclamata mai come domma dai sovrani pontefici.
Ma i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla loro il
Magistrato Civico e sapevano che tutte le simpatie dei Domenicani non
sarebbero valse un briciolo nella protezione di questo, specialmente
dopo che la potenza dell’ordine di S. Domenico era stata depressa per
l’abolizione del S. Uffizio.

 ¹⁵¹ Cfr. in questo vol. il cap. I, p. 24.

Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità dei falegnami, i
Teatini sbraitavano per la statua di S. Giuseppe, che quelli,
proprietarî del terreno della chiesa, aveano voluto piantare sulla
porta. E che non fecero per impedire questa preferenza di fronte al
fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni anno, per la festa di S.
Giuseppe, quando i maestri dentro il maestoso tempio distribuivano la
immagine del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel sentire i
monelli a gridare sotto la loro Casa, nella vicina piazza Vigliena e per
le vie: _Viva S. Giuseppe, e non S. Gaetano!_¹⁵².

 ¹⁵² _De Borch_, _Lettres_, lett. XV, pp. 71-72.

Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni sacre, alle quali
era d’obbligo l’intervento delle comunità religiose. La precedenza di
queste dava luogo a liti non sempre definibili dall’autorità
ecclesiastica secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli
ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi ricorsi presso
l’Apostolica Legazia. Frati Conventuali, Osservanti, Riformati
scendevano in lizza tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro
altre comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche funzioni.

Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico, stabiliva le norme
regolatrici di siffatta bisogna; ma quelle norme a nulla valsero, e lo
spettacolo dei dissidî proseguì poco edificante.

Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re scriveva: «Per darsi
fine alla controversia agitata con eccessivo calore degli animi tra i
pp. Conventuali ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza
nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,.... S. M. ha avuto
presente la sovrana sua reale risoluzione del 1778, con cui per punto
fisso e generale fu determinato che la precedenza dei frati nelle
pubbliche funzioni regolar si debba dall’antichità dell’approvazione del
rispettivo loro Istituto». E partecipava questa volontà acciò venisse
comunicata ai superiori di quegli ordini, non solo «per comune notizia»,
ma anche «per l’osservanza, ad oggetto di evitarsi in avvenire le
scandalose brighe che sovente per tal piato sono avvenute».

Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe cessassero. Nelle
processioni e nell’associazione dei cadaveri si combatteva pel diritto
di priorità; come nella festa di S. Antonio per quello della
celebrazione di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da
ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re dovette incaricare
il Tribunale della Legazia e specialmente la R. Camera di S. Chiara del
più rigoroso esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie
invocate dai provocatori della lite e dei giudizî degli scrittori di
cronache, annali ecc. dei documenti tutti che si potettero avere nelle
mani dai componenti quel Tribunale, fornito sempre d’uomini notissimi
per onestà, ricchi di erudizione storica, come di scienza canonica. Più
anni andavan per la scrupolosa ricerca, che dovea fornire la base della
sentenza; solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla questione»¹⁵³. Il
Sovrano, che avea ben altro pel capo che i puntigli dei frati per
siffatte piccolezze, conchiudeva in questi termini perentorî: «Che
s’imponga perpetuo silenzio a controversie di questo genere, le quali
per lungo tempo han turbata la pace dei frati col distrarli dagli
esercizî di religione, ai quali son chiamati»¹⁵⁴.

 ¹⁵³ _L. Palomes_, _Dei Frati Minori e delle loro denominazioni.
     Illustrazioni e Documenti_. 2ª ediz., lib. III, pp. 269-70.
     Palermo, 1798.

 ¹⁵⁴ Dispacci di S. M. Ferdinando III. In Pal., per il Solli MDCCXCVII.

Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e non mi state più a
rompere la devozione!...



                                CAP. IX.


                     LA PROFESSIONE DI UNA MONACA.

Il dì 11 gennaio del 1797 S. E. Rev.ma Mons. D. Filippo Lopez y Royo,
Arcivescovo della Diocesi di Palermo, riceveva la seguente
partecipazione:

«_Io Donna Maria Buglio, Abbadessa del Ven. Monastero di S. Maria
dell’Ammiraglio detto della Martorana di questa città di Palermo,
dell’ordine del Padre S. Benedetto, faccio fede come avendo con buona
licenza di S. E. Rev.ma nostro Arcivescovo fatto capitolo, nel quale
sono intervenute tutte le monache c’hanno voto, e proposto, che la
Novizia Donna Luisa Valguarnera, doppo aver finito l’anno intiero del
suo noviziato, e compiti li anni ventuno di sua età, richiede umilmente
di essere ammessa per amor di Dio alla professione solenne delli tre
voti monastici di Povertà, Castità, Obedienza, e di perpetua clausura in
questo monastero, e di esser accettata nel numero delle monache velate
con la solita dote di scudi 1000, è stata accettata con l’intiero
consenso della nostra Congregazione, avendo con voti secreti, e non a
viva voce, in quantità sopra due terzi come richiede la nostra santa
Regola. Di più faccio fede di mia coscienza, e ne chiamo in testimonio
Dio benedetto e che mi ha da giudicare, che la suddetta Donna Luisa
Novizia, per quel, che io giudico, ed ho potuto vedere, e intendere
dalla Madre Maestra, e da tutte le Superiore, e monache, sa leggere
bene, ed è degna per virtù di essere gratificata, ed abile per il
servizio di Dio in questo Monastero._

«_In fede di che ho fatto la presente sottoscritta di mia mano,
sigillata col nostro solito sigillo._

«_Dato nel nostro Monastero di S. Maria dell’Ammiraglio in Palermo, oggi
li 9 del mese di gennaio dell’anno 1797._

                    _Donna Maria Buglio, Abbadessa_
                   _Donna Teresa Agraz, Cancelliera._

Dopo otto giorni Mons. Serio, Vicario generale della Diocesi, si recava
alla Martorana ad interrogare un’ultima volta, e ad esplorare l’animo di
D.a Luisa, e n’avea la conferma letterale delle dichiarazioni precedenti
della Madre Abbadessa: e con questo la rinunzia formale dei suoi beni,
«acciò più libera e sciolta applicar si possa a servire Sua Divina
Maestà».

Siamo al giorno 23 gennaio. Dalla via Alloro, dal Cassaro, dalla Strada
Nuova portantine e mute elegantissime vengono a fermarsi nella piazzetta
di S.a Caterina. Dame e cavalieri in abiti inappuntabili ne scendono
posatamente, e con istudiata gravità infilano la porta della chiesa. Il
Principe di Valguarnera li ha tutti invitati per la solenne professione
della sua terza figliuola, la quale, compiuto, come abbiam visto, l’anno
del noviziato, intende appartarsi per sempre dal mondo.

I musaici del sublime monumento di Giorgio Antiocheno brillano
all’agitarsi delle mille fiammelle accese nelle tre absidi e nelle
cappelle laterali. Otto o nove altari sono ininterrottamente occupati da
celebranti, stati «pregati di accrescere vieppiù la pompa colla presenza
di loro messa». A traverso le lucenti grate si profilano le esili
figurine delle nobili monache; dalle quali, a rispettosa distanza quelle
delle converse, e più in là ancora, o in una stanza a parte, invisibili,
le cameriere, pronte ad ogni cenno delle rispettive loro signore.

Tutto è pronto per la cerimonia. Al corno dell’epistola dell’altare
maggiore sono le vesti monacali della candidata: lo scapolare largo e
lungo, la cocolla manicata e talare, il velo nero, il breviario, che
devono essere incensati e benedetti. Esce la messa solenne. I musici dal
letterino¹⁵⁵ intuonano il _Kyrie_. All’offertorio, il celebrante va a
sedere sotto un dossello. Di dentro, nella parte interna, sotto altro
dossello, col suo baculo d’argento in mano, circondata dalle monache
tutte in cocolla, ergesi maestosa la Badessa. Ed ecco, preceduta dalle
educande e dalle novizie compagne, inginocchiarsele innanzi in abito di
novizia, Maria-Luisa Valguarnera (giacchè è questo il nome di religione
che dovrà prendere) e chiederle la grazia di Dio e la sua. Un breve
dialogo latino si svolge tra l’una e l’altra; la quale, interrogata,
risponde di rinunziare al diavolo ed alle opere di esso, di volere
assumere la conversazione dei costumi monacali, abbandonare quella dei
genitori, abdicare alla propria volontà.

 ¹⁵⁵ Letterino (fr. _luterin_) dicesi la tribuna, la cantoria dei musici
     nelle chiese. È anche il palco nel quale sta l’organo, o si
     affacciano persone per vedere e non esser vedute.

Gl’invitati si mettono in punta di piedi, allungando il collo per vedere
o sentire, e la novizia con voce flebile e tremante legge la sua
petizione. Le compagne palpitano; la giovinetta, accostatasi al corno
dell’epistola dell’altare dell’oratorio, lo bacia, e presa la penna
soscrive col segno della croce invece che col proprio nome la domanda. E
mentre il sacerdote prega, la novizia si alza e con le braccia aperte in
atto di volare e col viso al cielo ripete per tre volte,
inginocchiandosi in ciascuna: _Suscipe me, Domine, secundum eloquium
tuum, et vivam: et non confundas me ab expectatione mea_ (Prendimi, o
Signore, secondo la tua parola, ed io vivrò: e non volermi fare sperare
invano).

La funzione segue a svolgersi dal celebrante della chiesa, che recita
orazioni e benedice gli abiti, li incensa e li manda dentro l’oratorio.
La curiosità negli spettatori cresce. La Badessa senza scomporsi toglie
l’abito noviziale alla neo-religiosa che le sta prostrata innanzi, la
veste dello scapolare grande, della cocolla, del velo nero, le porge il
breviario, recitando mano mano una preghiera, finchè la professata
intuona: _Regnum mundi_, versetto che le monache tristamente ed il coro
dei musici allegramente proseguono ed avvicendano con crescente
commozione di tutti. Il sacerdote torna a benedire, e la Madre Badessa
riceve _in oscolo_ di pace suor Maria-Luisa, mentre il medesimo fa la
Madre Priora, e l’una dopo l’altra le monache tutte.

Le campane suonano a festa: gli astanti mormorano, i cocchieri di fuori
schioccano le fruste, e lacchè e lettighieri torno torno alla Fontana
Pretoria gridacchiano e sorridono. In uno istante muta la scena. In
mezzo all’oratorio, sopra un tappeto ed un cuscino suor Maria si prostra
per terra: e le suore la coprono tutta con coltre nera come cadavere che
resti chiuso entro una cassa: e le converse le adattano dal capo e dai
piedi due candelieri accesi. A un dato segno, le campane dall’alto
rintoccano a mortorio: e come un tremito invade tutti i circostanti; e
le monache singhiozzano, e i circostanti lacrimano, impotenti a reprimer
lo schianto del cuore alla improvvisa morte morale di colei che è così
piena di vita. Dentro e fuori, la commozione è al colmo: ma si mitiga
non sì tosto che il celebrante inviti la docile vittima ad alzarsi:
_Surge quae dormis, et exurge a mortuis et illuminabit te Christus_ (O
tu che dormi, levati, e sorgi di mezzo ai morti, e Cristo
t’illuminerà)¹⁵⁶. Ed essa si leva, e con gli occhi rossi s’accosta alla
grata del comunichino¹⁵⁷, e tra la impazienza degli invitati riceve
l’ostia benedetta: e nuove benedizioni e nuove incensate e nuove
orazioni porgono a tutti agio di osservarla, di studiarla, di scrutarne
il cuore profondamente agitato.

 ¹⁵⁶ Le particolarità tutte di questa funzione concordano pienamente con
     quelle del _Ceremoniale e le Costituzioni benedettine_ del Padre
     Tornamira e Gotho. In Palermo, Dell’Isola, MDCLXXVI.

 ¹⁵⁷ _Comunichino_, è nelle chiese dei monasteri il luogo pel quale
     dalla chiesa si amministra alle monache interne la comunione.

Il sacrificio è compiuto. Oggi suor Maria-Luisa nel refettorio sederà la
prima tra le novizie, domani l’ultima tra le professe. La maestra avrà
una ragazza di meno da sorvegliare; la Badessa, una subalterna di più
alla quale imporre; le suore una novella compagna alla quale confidarsi;
le celle monacali, una nuova ospite.

Intanto nel parlatorio riserbato è un apparato di altro genere. La
Nobiltà e gl’invitati tutti, dimenticando lo stridente taglio delle
chiome dell’anno precedente ed il triste tumulo di pochi momenti
innanzi, vi passa lietamente chiacchierando e motteggiando. Lì per mano
di servitori gallonati ed imparruccati corrono incessanti, ed a
profusione quasi incredibile, fenomenale, gelati di tutte le essenze, e
amarene e limonate e _carapegne_ e cioccolata e paste e pasticcini
quanti può averne inventati la monacale industria e favoriti la
capricciosa golosità dei consumatori¹⁵⁸. La signora Badessa D.a Maria
Buglio, benchè non ispetti a lei lo indirizzo di tante cortesie, si
moltiplica per far onore agli ospiti, i quali tutti, dalla più attempata
matrona alla più svelta ragazza, dal vecchio più costumato al giovane
più libertino, felicitano la nuova sposa del Signore: alla quale, come
ai genitori di lei, ripetono a coro la trita frase d’occasione: «Beata
lei che s’è messa in salvo, lasciando a noi i guai di questo
mondaccio!...».

 ¹⁵⁸ Ben altro che questo troviamo nel medesimo anno e, per documento
     storico irrefragabile, nella seconda metà del secolo XVIII. Di una
     professione celebrata nel settembre del 1755, un cavaliere
     palermitano (che potè anche essere un ecclesiastico) scriveva:
     «Preceduto prima l’invito stampato, si fece con sì sontuosa e
     dissoluta profanità, che tutti restammo scandalizzati. Fu sino
     piantata avanti la porta del parlatorio una baracca di tavole,
     dalla quale, come si fa nei teatri, si dispensavano pubblicamente i
     rinfreschi; e durò questa profana solennità per tre giorni
     continui, fino alle cinque passate della notte. Il giuoco e il
     ballo, per non dir altro, vi mancarono solamente, perchè si potesse
     dire di stare in un festino carnale.»

     Altro che cuccagna! E non parliamo delle ore favorite per
     cosiffatte funzioni, le quali erano pomeridiane e sovente notturne!
     (_Ragguaglio_, pp. 30-31, citato più oltre, nelle pp. 175-176 {p.
     166} del presente volume.)

Eppure, chi potesse penetrare nell’animo di questa beata, quale tempesta
di affetti e di aspirazioni non vi scoprirebbe! E che crucciamento e
dolore e dispetto in quello delle giovini compagne! Astrazione facendo
dalle professe per vero, profondo sentimento religioso, le quali
potevano dirsi soddisfatte, anche felici del loro stato, quante di
queste non eran tormentate dal pensiero di aver troppo facilmente
abbandonata la società nella quale avrebbero potuto brillare! Quante non
rimpiangevano l’annuenza al chiostro, destramente strappata dai
genitori, che dovevano ad ogni modo sbarazzarsi dei cadetti e delle
figliuole per conservare ai primogeniti o all’unica erede le
ricchezze!¹⁵⁹ Anch’esso, il chiostro, aveva le sue attrattive; ma quanto
non concorrevano queste a rendere talvolta angosciosa la vita di
privazioni del mondo! Come resistere alle tentazioni incessanti quando
le monache, affacciate alle logge sul Cassaro, vedevano uomini e donne
d’ogni ceto, andare spensieratamente? E non era ragione d’ingrati
confronti lo scorgere il fratello, la sorella, la cognata, l’amica, in
carrozza, a piedi, bevendo fino all’ultima goccia l’ambrosia della
felicità, o il saperli pompeggiare in passeggiate, in teatri, in
ricevimenti, in spettacoli, in pranzi, in tutte le ricreazioni della
vita!

 ¹⁵⁹ «Gli sforzi dei genitori tendono ad arricchire il solo primogenito,
     motore precipuo l’interesse. Le povere ragazze, prendendo il velo,
     son costrette a rinunziare a tutti i loro beni a favore del padre,
     il quale alla loro morte li trasmette intatti al maggiore della
     famiglia.» _M. Palmieri de Micciché_, _Pensées et Souvenirs_, t. I,
     ch. XX.

Ciò non pertanto, non una parola di risentimento era dato sorprendere
sulle loro bocche. A traverso la calma imperturbabile e la devota
rassegnazione, nessuno mai sarebbe riuscito a scoprire la interna lotta
di tanti cuori. Alcuni di questi cuori forse sanguinavano; ma chi ne
udiva i gemiti? Solo qualche anima gentile li avrà in segreto raccolti,
compatiti, disacerbati col balsamo di lacrime pietose.

La festa è finita. La famiglia della neo-professa, rientrando in casa,
ha riandato mestamente le grandi spese sostenute dal dì che la figliuola
entrò educanda, a questo della professione: e la dote, e il _livello_
(vitalizio), e il corredo, e i varî _trattamenti_, e gli ornati ed i
parati della chiesa, ed altri particolari a base di centinaia d’onze. E
non di meno può dirsi contenta di esserna uscita senza il pericolo non
infrequente della rinunzia al chiostro, proprio all’ultimo istante, poco
prima del solenne giuramento dei voti, dopo che per la educanda, per la
novizia si sono sperperate somme ingenti in tutte le funzioni che
precedono e conducono a questa, or ora compiuta.

Perchè è da sapere che le spese di professione erano le ultime di una
serie del genere, che partiva dalla prima entrata della ragazza in
monastero e giungeva dove l’abbiam vista. Il Governo le proibiva; ma a
che valevano le sue proibizioni se fatta la legge è trovato l’inganno?
La circolare della Gran Corte (1775) per la riforma di siffatte spese
veniva sempre elusa.

Facciamo un po’ di conto in famiglia e vediamo come andassero le cose.

Per chi nol sappia, varie erano le funzioni per le quali la fanciulla
dovea passare per giungere a professarsi.

Qualunque fosse l’età nella quale una bambina veniva ricevuta in
monastero (e si cominciava anche a quattro, cinque anni! giacchè di
buon’ora voleva crearsi alla futura monachella un ambiente che facesse
dimenticare quello di famiglia), al settimo anno essa faceva la
ufficiale entrata di educanda. Era quella una funzioncina tra seria ed
infantile, alla quale parenti ed amici intervenivano, soddisfatti quanto
le monache, con le quali ricevevano in comune dolci e rinfreschi, pur
non avendone i regali e le galanterie.

Da educanda passava a novizia vestendo l’abito religioso: funzione che
esigeva l’offerta dell’abito, della _manta_, oppur della tovaglia, o
d’altro al monastero, di un cero da mezzo rotolo (gr. 400) a ciascuna
religiosa, di non so quanti ceri per gli altari, e poi di dolciumi a
tutto andare, così dentro come fuori il monastero, e di ori e argenti e
moneta sonante.

Veramente questa entrata in noviziato dovrebbe avere lunghi particolari.
Il lettore potrebbe a passo a passo seguire la giovinetta educanda nei
sei mesi di _perseveranza_ precedenti il noviziato medesimo, fuori del
monastero; vederla a distrarsi o in noiosi passatempi, o in graditi
ritrovi, in città e in campagna: occupazioni tutte preparate con tal
fine astuzia da non far nascere simpatia per la vita fuori chiostro;
studiarla nelle settimane di _probazione_; ammirarla finalmente nel
giorno della _monacazione_. Giammai ragazza al mondo s’avviò a giurar
fede di sposa con festa e lusso pari a quello di lei nel momento di
questo primo drammatico atto della vita claustrale. Sciolte sulle spalle
le lunghe, lucentissime chiome; candide, ampiamente strascicanti per
terra le vesti nuziali, verso il palpitante seno stracariche di ricchi
ornamenti; coperto di gemme, di pietre e di ori preziosi il collo
delicato, le orecchie, le dita, ella s’appressa ad abbandonar tanta
pompa per divenire la sposa del Signore. Ad una ad una tutte quelle
forme mondane ella viene smettendo, fino all’ultima, (che è terribile
sacrificio per una donna!): le chiome, sulle quali, forbici inesorabili
s’accostano crudelmente recidendo, e che la genitrice reclamerà per la
famiglia, doloroso testimonio d’una bellezza scomparsa. Il saio monacale
copre subito la gentile figura, ohimè! così improvvisamente
trasfigurata!

Abbiam vista la seconda delle funzioni, e potremmo tornarvi per fermarci
sui parati e sulle macchine che si costruivano in chiesa, sulla grande
musicata per la messa cantata, sui ceri accesi a tutti gli altari, sulle
lumiere pendenti dalla volta, sulle torce spettanti alle monache e sulla
profusione di dolci tra i presenti e gli assenti, tra i funzionanti e
gl’impiegati, i protettori, i familiari, i clienti del monastero, non
escluse le converse, le cameriere, le donne esterne di servizio. Ma
nossignore: più tardi verranno i primi ufficî e lo insediamento in essi.
Vanitosa come figlia di Eva, orgogliosa quanto una nobile del
settecento, la giovane religiosa non vorrà restare indietro alle
consuore che l’han preceduta. Che si direbbe di lei, che della sua casa,
se la infermiera o la refettoriera non impiegasse qualche somma in
ornamenti, apparati, utensili del rispettivo ufficio? Ci vada di mezzo
il _livello_ riserbatosi, si contraggono pure debiti, la generosità va
fatta!

Molte e non liete son le riflessioni alle quali potremmo abbandonarci
per tanto sperpero; ma a che giovano esse se non giovarono i continui
ricorsi dei congiunti delle moniali al domani d’una professione?
Limitiamoci a deplorare con una vittima del tempo, certo Lombardo, la
elusione delle leggi, e solamente confermiamo il baratro che nelle case
aprivano le pompe monacali; donde «una delle più dure concause della
decadenza delle famiglie nobili di questa Capitale e di tutto il Regno e
le scandalose dispiacenze tra padri e figlie»: i padri nel vedere, come
abbiam detto, le figlie mutar di volontà dopo tanti anni di vita di
educande; le figlie per la conseguente riduzione della dote¹⁶⁰.

 ¹⁶⁰ Vedi circolare del 22 genn. 1782 del Vicerè Caracciolo, che
     richiamava il real ordine relativo alla esatta esecuzione della
     circolare del 6 luglio 1775 sull’argomento. _Villabianca_,
     _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 231-37 e v. XXVI, pp. 329-31.
     Mons. Michele Schiavo, giudice per modo di provvisione della R.
     Monarchia, nel 1763 lasciava una memoria: _Per la Deputazione del
     Regno affin di limitarsi le doti, e le enormi spese che si
     verificano nei monacati delle figliuole_. Ms. Qq D 146. n. 8, della
     Bibl. Comunale di Palermo.



                                CAP. X.


                LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.

Tornando alla nostra monachella, eccola entrata, come morta al mondo,
nel numero dei più; ma pur tale, ella può rimaner paga del suo nuovo
stato. Da qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi del
monastero: ella

      Sarrà fatta sagristana,
    Purtunara, cucinerà,
    Spiziala ed infirmerà,
    Cillarària sarrà,

come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado di _borsaria_, di
_rotaria_, di maestra delle educande o delle novizie, di Priora, di
Badessa¹⁶¹.

 ¹⁶¹ _Poesie_, p. 368. _Sagristana_, impiegata agli uffici interni della
     sagrestia della chiesa; _purtunara_, portiera del monastero,
     incaricata di aprire e far accompagnare chi entri nel monastero: il
     medico, i fornitori di generi alimentari ecc.; _cucinera_, addetta
     a sovraintendere ai servigi della cucina; _spiziala_, dolciera;
     _cillarària_, economa per la cibaria; _bursaria_, cassiera interna;
     _rutara_, che sta in portineria, pronta alle chiamate delle persone
     che vengono alla ruota.

     Ad alcuni di questi _impieghi_ le monache eran chiamate ad una
     certa età.

Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle sue entrate per certi
bisogni e doveri che non son quelli della cibaria, del vestiario, del
bucato, del culto, ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e
magari di due non potrà fare a meno, abituata com’ella è ad esser
servita. Un confessore non le si potrà negare: l’ha ogni monaca, vuole
averlo anche lei: un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente
suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione permette, che
abbia altre penitenti¹⁶² nel medesimo monastero¹⁶³. Lui direttore dello
spirito, consigliere, amico, padre essa guarda con premurosa riverenza;
a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v’è solennità ch’ella
lasci scorrere senza una di codeste attenzioni. Per la Pasqua gli manda
i più squisiti _pupi cu l’ova_; per S. Martino, i più teneri _biscotti
pieni_; per Natale le più dure _mostacciole_; anzi, perchè di grado
superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i più pesanti
_pantofali_¹⁶⁴. Nella ricorrenza dell’onomastico o del compleanno di
lui, essa non sa, nè può rinunziare al piacere, fors’anche al dovere, di
mandargli un grande vassoio (_'nguantiera_) con dolci speciali del
monastero, o conserva di scorzanera (_scursunera_), e sopra o intorno
una mezza dozzina di fazzoletti di seta rosso-gialla, o di posate, o di
cucchiaini da caffè d’argento. La domestica esterna (_mamma_), portando
questi doni, o un’ambasciata chiedente della salute di lui, sa di dovere
studiare tutte le mosse del _padre_ (confessore), imprimersi nella
memoria le parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che le
associa, per poterle subito ridire e ripetere alla signora.

 ¹⁶² _Penitente_, colui o colei che abitualmente si confessa con un
     sacerdote.

 ¹⁶³ «Contro la determinazione del Concilio di Trento avea quasi ogni
     monaca un particolare e perpetuo confessore, origine delle continue
     dissensioni, le quali pur troppo si sentono spesso in questi
     monasteri.» _Ragguaglio_ che citeremo innanzi, pp. 175-76 {p. 166}.

 ¹⁶⁴ _Pupu cu l’ova_, nei monasteri e nell’alta pasticceria siciliana,
     specie di colombina, fatta di pasta dolce con un rialzo ad un lato,
     con isquisita conserva. — _Viscottu chinu_, biscotto molle in forma
     convessa ed a ghirigori di sopra, e piano sotto, ripieno di
     conserva o crema. — _Mustazzola_, dolce molto duro, di farina,
     zucchero ed altri ingredienti, a forma di focaccia irregolarmente
     schiacciata, ed a ghirigori biancastri su fondo color mogano. —
     _Pantofalu_, specie di _mustazzola_ vuota e piena di conserva di
     pistacchio o d’altro.

Or com’è che una monaca, pur avendo professata povertà, poteva
permettersi tanto lusso di regali?

Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva con una lunga lettera, a
forma prestabilita, alla sua superiora e le chiedeva le licenze di
disporre del peculio, ossia del proprio vitalizio per i bisogni
personali o per fare delle piccole offerte. La formula di questa lettera
è un capolavoro di educazione, di rassegnazione alla volontà della
Badessa, suprema moderatrice del monastero, vigile custode della regola
di esso. Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza alla
materna carità ed autorità di lei, la supplicante chiedeva il permesso
di potere col vitalizio «compire qualche atto di gratitudine così coi
parenti che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione;
potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo potere e spenderli per
sua soddisfazione..., fare qualche elemosina, far celebrare qualche
messa, pagare qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi
qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre di tutto quello
che teneva in cella, servirsi di alcune cose d’argento, ricevere tutto
quello che sarebbe stato dato dal monastero, dai parenti o da altra
persona, e che se ne potesse servire e disporre a suo arbitrio e poter
fare qualche cosa dolce così per sè stessa che dei parenti e persone cui
avesse obbligo...» _Excusez du peu!_

Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà di concedere queste
ed altre licenze?

— «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva mosso quesito;
«perchè la Badessa ha le medesime facoltà dell’Abate».

E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere la monaca?

— «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo le varie
opinioni, da uno a quindici scudi¹⁶⁵, fino a cinque dei quali solo pel
confessore.

 ¹⁶⁵ _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_. Ms. Qq. H 158 cit., n.
     XIV, della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda non era così
semplice come si presentava. Una volta (1755) l’Arcivescovo Cusani,
fungendo da Vicerè e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi
rimedio, ed ordinò «a tutte le monache particolari e converse di ogni
monastero, senz’alcuna eccezione, sotto pena di scomunica maggiore _ipso
facto incurrenda_, che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente
nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare, o regalare ai loro
confessori ordinarj, o straordinarj, regolari o secolari; e questi
all’incontro, sotto pena di sospensione _ipso facto incurrenda_ non
potessero nè per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che
potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere cosa alcuna
dalle medesime»¹⁶⁶.

 ¹⁶⁶ Editto di D. M. P. Cusani ecc. in data dell’11 ottobre 1755. In
     Palermo MDCCLV, Stamperia Valenza.

L’editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici insigni furon
chiamati a dare il loro avviso. Un parere teologico diede P. Benedetto
Piazza; uno canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo,
mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe Gravina: tre scrittori di
primo ordine. L’Arcivescovo con tutta la sua autorità ne uscì malconcio.
Un anonimo ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato a
Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo, furon messe carte in tavola
e, a difesa del Cusani, raccontate cose dell’altro mondo.

Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: _Ragguaglio delle
contraddizioni sostenute dalla pastorale vigilanza di Mons. D. Marcello
Papiniano Cusani Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui
pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano i regali
delle monache ai confessori: gli abusi intollerabili nelle occasioni de’
Monacati e Professioni delle medesime: e l’accesso dei Regolari ai loro
monisteri senza la licenza dell’Ordinario: che serve di confutazione ai
voti de’ PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G. Gravina d. C. de G. contro
l’Editto stesso e_ l’Ordinaria, _e la_ delegata giurisdizione dei
Vescovi. In Lucca 1759. (In-8º, pp. 407).

Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità per officiature,
servizio divino, ricorrenze civili, restauri edilizi del monastero.
Questi bisogni non eran pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del
religioso istituto, e con lo scarso assegno personale delle suore. E
frattanto le famiglie erano di continuo importunate per sovvenzioni
straordinarie, che provocavano clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel
1779 Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi le spese di
qualunque genere senza ombra di gravare per le moniali. Per tal modo,
diceva, i padri di famiglia si rilevano dal peso di soccorrere con
straordinarie spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole
monache non si angustiano più di spendere quel che quasi angaricamente
spendevano»; e faceva obbligo espresso ai vescovi di sorvegliare la
esecuzione dei suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò,
vedevano la loro azione frustrata dalle comunità religiose, refrattarie
a qualsivoglia provvedimento in proprio favore.

Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano a gridare: ed il
Re, seccato, emanava nuovi ordini e passava alle minacce, non intendendo
più oltre sopportare che si pagasse di proprio dalle monache quello che
avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero. Le monache, diceva il
Re, fecero i loro conti e videro che non potevano arrivarci, avendo
bisogno dell’aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne
mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai Vescovi, affinchè
sotto pena di peccato mortale vietassero alle monache qualunque spesa
individuale per ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio
del monastero (1782)¹⁶⁷.

 ¹⁶⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 350.

Ma di chi si dolevano queste benedette monache se esse medesime eran
causa dei loro mali? Il 1º gennaio del 1796 moriva suora Emanuela
Cordova, Badessa di S.a M.a delle Vergini, e seppellivasi in
monastero¹⁶⁸. La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe andata
incontro la comunità, pei funerali a lei dovuti, tre giorni prima si
dimetteva da superiora. Le suore avrebbero potuto uscirne bene,
accettando la rinunzia: ma senza discussione la respinsero¹⁶⁹: il che fa
onore al loro sentimento di devozione per la loro venerata madre. Ma
allora perchè tornare alle solite querimonie pel gravame che loro veniva
da siffatta sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano
gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni consecutivi sarebbe
occorso l’intervento del Capitolo e del clero della Cattedrale: i
canonici, i prebendati? _Cujus culpa_ delle 70 onze che ci volevano per
tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro facoltà di
sottrarsi?

 ¹⁶⁸ Alle severe inibizioni dei seppellimenti in città (1783-8) i Vicerè
     non cessavano di contravvenire essi medesimi. Le chiese di Suor
     Vincenza, della Magione ecc. erano aperte ai cadaveri. È poi
     ricordo di chi scrive, come di qualsivoglia persona nata nella
     prima metà del sec. XIX, la inumazione nelle sepolture private o
     sociali di chiese appartenenti a monasteri, collegi di Maria,
     reclusorî, conventi, confraternite. Rinomata fra tutte,
     specialmente per la Nobiltà femminile, la sepoltura delle
     Cappuccinelle presso il Papireto. Vedi v. I cap. XXIII.

 ¹⁶⁹ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 346-47.

Ma v’è anche di più, e questo conferma la responsabilità tutta monacale
dello sperpero inconsiderato che nei monasteri si faceva¹⁷⁰.

 ¹⁷⁰ A giudicare con piena conoscenza in proposito si legga la
     _Descrizione di ciò che operarono le monache del vener. monastero
     dell’Immacolata Concezione di questa città di Palermo sotto il
     governo della Reverenda Madre suora Rosa Felice Ventimiglia
     normanna e sveva, Abbatessa la terza volta, per la venuta di Carlo
     III in Palermo_. In Palermo, Amato, 1735.

     E sì che la Concezione non era il primo dei monasteri di Palermo!

Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte di Napoli, volle la
Regina Carolina fare un giro pei monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799)
quello di Sales, fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R.
Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome da lei.
L’accompagnarono dame e cavalieri, e le furono resi omaggi singolari; e
regali di fiori di smalto e ceste di dolci furono offerti ai principini:
somma complessiva di questa bazzecola, settant’onze (Lire 892,50)! Di
questo un po’ male rimase la Regina, non per offesa che venisse al suo
orgoglio di sovrana, ma pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata
nella Reggia, emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte
simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.

Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla nella sua
espressione e non pensare a nuovi _trattamenti_ per lo appresso.

Eppure la prima a dimenticarsene fu l’augusta incollerita.

Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e in ventun monasteri
da lei visitati, non una ma due feste da ciascuno si lasciò ella fare e
si godette, l’una più dispendiosa dell’altra. Se il Sales buttò via
quelle settant’onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro ne
buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto senz’altro smettere; ma
non ismise, e la minaccia della sua indignazione fu una _scena appesa_:
appesa, come per far comprendere che le acque dolci diacce, i sorbetti,
le _carapegne_ non eran poi roba da rifiutare; e che se la visita si
prolungava troppo, a certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi
avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola propria chiameremo
cena. Difatti non vuolsi dimenticare che la Corte, secondo l’uso
d’allora, pranzava poco dopo mezzogiorno.

Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo e in freddo degne
della figlia di Maria Teresa e della moglie di Ferdinando III.

I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi per sopraffarsi a
proprio danno. Non avean danaro e lo toglievano precipitosamente in
prestito, senza speranza di poterlo prontamente restituire. Parati,
illuminazioni, musicate, _Pange-lingua_ in chiesa, illuminazioni a cera
di Venezia dentro, in tutti i corridoi, nelle sale del Capitolo, in
refettorio, nel quartiere della Superiora, gramolate di tutte le
essenze, ponci di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte
grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina del Principe di
Trabia), conserve ed altra roba da _dessert_; e poi doni di altri dolci,
di argenteria, di oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono
queste monachelle, che per la vanità di comparire più di quel che erano
toglievano alla loro sussistenza il necessario ai piccoli comodi.

Al tirar delle somme, per la follia di poche ore, ciascuno dei monasteri
visitati s’indebitava per la cifra tonda di trecent’onze (3825), e
quello delle Vergini, di seicento (7650)!

Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle singole religiose
contro le loro superiore e delle superiore contro le singole religiose
esplodevano violente. — «Fu la Badessa che volle spender tanto!»
esclamavano le une. — «Furon le suore che s’imposero, perchè le monache
di Sett’Angeli, e financo quelle di S.a Chiara, fecero cose da pazzi!»
rimbeccavano le altre. — «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali
senza un accordo regalarono una cornice d’oro massiccio», aggiungevasi,
mentre in alcuni circoli monastici si gettava la colpa di tanta jattura
«su quelle superbacce, dicevasi, di S.a Caterina, che per la loro
rendita di 20.000 scudi all’anno, spendono e spandono come se tutti i
monasteri possedessero banchi di danari!».

E frattanto angustie o querimonie eran pascolo giornaliero di più che
millecinquecento moniali, ed i cantastorie di piazza sotto le loro
finestre e presso i parlatorî le venivano frizzando col canto della
«Storia nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad ogni strofa
l’intercalare, che faceva ridere il non colto pubblico:

    Dijuna, o monaca, fa’ pinitenza:
    Scutta li sfrazzi fatti a cridenza!¹⁷¹.

 ¹⁷¹ Digiuna, o monaca, fa’ penitenza; sconta il lusso che tu sei
     procurato facendo debiti!

E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite non avea voluto
partecipare al comune sperpero, ed alla dama della Regina avea fatto
intendere che non avrebbe potuto procurarsi l’onore della regale visita,
un ultimo verso della canzone esclamava:

    Viva la monaca d’ ’i Repentiti!

Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile vedere; certo,
però, non dev’essere stata gran che, se nel vecchio _Ceremoniale_ del P.
Tornamira, che era il vangelo delle monache benedettine, si ammetteva
che la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato a leggere
correttamente nell’anno del noviziato o in due anni di esso, ove uno non
fosse bastato¹⁷².

 ¹⁷² _Tornamira e Gotho_, op. cit., p. 50.

Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria sarebbe errore,
almeno in alcune materie di cultura femminile. Il più antico di questi
Collegi, quello dell’Olivella (1791) e, meglio ancora, l’altro di S.a
Maria alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo del suo Statuto
prescriveva «il gratuito insegnamento alle ragazze nei lavori donneschi,
nell’istruzione letteraria elementare, nell’aritmetica, nonchè della
educazione morale della cristiana religione»: il che non è poco, data la
scarsissima istruzione popolare. Potevano le monache non essere nel
grado d’istruzione delle donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da
meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità di
queste al ceto nobile, e talvolta forse al civile. A ragione, peraltro,
dell’ordine al quale appartenevano le monache erano obbligate a leggere
gli ufficî divini.

Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle e geniali
l’abbiamo come nel maneggio degli strumenti musicali che si avea
occasione di ammirare in molte religiose, così negli stupendi lavori di
ricamo, di cera, di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli
stessi monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne, cori,
celle, erano ingombri di bacheche e di scarabattoli con immagini di
cera, in abitini delicatissimi, ornati di drappi a fiocchettini, a
frangette, a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li veda
anche ora, sono una maraviglia. V’erano intere sacre rappresentazioni,
scene plastiche della Bibbia, e del Leggendario dei Santi, le quali
aveano assorbito lunghi anni di paziente lavoro d’ignorate artiste del
chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all’attuazione d’un
ideale intensamente carezzato.

Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d’Avalos, moglie del
Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano, visitò il Monastero di S.a M.a
delle Vergini, Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei Principi
di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa donna non era la prima
del suo casato in quel pio luogo, perchè, per tradizione, le famiglie
facevano di generazione in generazione entrare le loro figliuole sempre
nei medesimi monasteri), come dicevasi fin d’allora, «della scelta
musica», tre riscossero sinceri applausi: suor M.a Fede, suor M.a Carità
e suor Marianna Emanuele de’ marchesi di Villabianca, dilettanti, la
prima di canto e cembalo, la seconda di canto, cembalo e salterio, la
terza di violetta d’amore e violino¹⁷³. E ci volle coraggio ed abilità
per esporsi innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo
che in quella occasione furono visitatrici e spettatrici.

 ¹⁷³ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI. p. 334.

In quei tempi le audizioni di questo genere non si pagavano.

Houel, che in qualche città dell’Isola stupì alla limitatissima
istruzione delle donne anche dell’alta Società, in Palermo raccolse con
piacere la notizia che una monaca, figlia del Principe di Campofranco,
avesse scritto di morale¹⁷⁴; ma se si fosse fermato un poco più
sull’argomento, avrebbe saputo che altra moniale, Anna M. Li Guastelli,
avea composto due poemi, uno su S.a Rosalia, un altro su Palermo.

 ¹⁷⁴ _Houel_, v. I. p. 67. Vedi il cap. _Dame e Cavalieri_.

Ma di essa, a tempo e a luogo.

Se poi la maggior parte delle monache erano di scarsa istruzione, non ne
mancavano altre mediocremente istruite, le quali rappresentavano lo
elemento culto d’un monastero. Queste, o alcune di queste, non
eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia, pur essendo
nobili o civili; ma erano accettate come _soggetti_. Soggetto nel
linguaggio monastico voleva dire persona di tali qualità intellettive
che giovava prendere nel monastero (ed anche nel convento, se uomo)
senza quell’appannaggio di corredo, di dote e vitalizio che era uno dei
requisiti per l’ammissione e l’accettazione da parte delle comunità.

La _soggetta_ occupava poi le cariche più delicate di scrittura: e se
non la _razionala_ interna, era sempre la scrivana del monastero o la
segretaria della Badessa, col permesso della quale poteva tenere nella
sua cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno, dovevano andare
a chiedere le une e le altre.

Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi per estensione,
con due, tre atrii, e con avanzi, sovente ignoti alle gentili
commoranti, ignorati anche dai dotti di fuori. L’ampiezza di essi era
tale da consentire più d’un quartiere, e per servirci del linguaggio
monastico, più d’una cella ad una medesima religiosa, e offriva persino
un edificio interno di villeggiatura a tutta o a parte della comunità.
Questa villeggiatura era ben diversa da quella che si faceva fuori.

Hager che volle conoscerli e n’ebbe permissione dall’Ordinario, ne
visitò fino a ventidue, non tutti della medesima importanza, benchè
tutti più o meno rinomati. Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la
città; ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva fuori, nella
via di Monreale (Corso Calatafimi). Più antico tra tutti il monastero
del SS. Salvatore nel Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro
aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del Cancelliere, delle
Francescane di S.a Chiara, della Badia Nuova, delle Stimmate, di S.
Vito, delle Domenicane della Pietà, delle Carmelitane di Valverde, delle
Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime dei Sett’Angeli, delle
Teatine di S. Giuliano ed altri con sott’ordini e sottoregole di Santi e
di Sante.

Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità, vi duravano
anni ed anni in carica confermate dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla
convenienza, o fors’anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore
della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato; e negli
ultimi del secolo (diciamo una data precisa: tra gli anni 1798-1800),
suora Migliaccio, figlia del Principe di Malvagna e di Baucina (già
Capitan Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella Crescimanno
al Cancelliere, suor Maria Buglio, che abbiam vista alla Martorana, suor
Maria-Francesca Giacona o Chacon a S.a Chiara, suor Calderone dei Baroni
di Baucina alla Badia Nuova, suor Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a
Montevergine. Contemporaneamente reggevan le sorti di S.a Caterina la
Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina, sorella della Badessa del
Salvatore: della Pietà, suora Burgio dei Duchi di Villafiorita; di
Valverde, suora Vannucci dei Marchesi Vannucci. L’ideale dei monasteri
secondo i canti infantili dell’Isola, l’Origlione¹⁷⁵, riposava
lietamente all’ombra di suor Maria Diana dei Duchi di Cefalà.

 ¹⁷⁵ Cfr. i nostri _Canti pop. sic._, 2ª ediz., v. II, n. 749.

Il monastero dei Sett’Angeli, convertito un secolo dopo in iscuola del
Comune, dove taccheggiava una ignorantissima femina, onoravasi di suora
Naselli dei Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta dei
Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora Maria-Fede dei Marchesi di
Villabianca, nostra vecchia conoscenza. Troneggiava Badessa di S.a
Teresa la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del Sales
Dorotea Lanzirotti.

Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano vanto altri
monasteri che mal sopportavano di non potere stare in prima linea con
quelli delle alte sfere religiose da noi serenamente e da esse
dispettosamente guardate. La figlia del razionale D. Gaspare Scicli
governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi S.a Elisabetta, suora
Concetta Gasparito S.a Rosalia, Suora Tomasino S. Giuliano, suora
Maria-Anna di Guastelli l’Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite; ma
non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane e madri Priore, aspirare
all’ambito titolo di Badesse.

Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i tetti, sporgevano, a
brevi distanze, logge coperte. Quivi ad ogni pubblico spettacolo sacro o
profano, religioso o civile, centinaia di testoline avvolte in candide
bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante folla del
corso. Erano le nobili suore dei Sett’Angeli e dell’Origlione, di S.a
Chiara e di Montevergine e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e
della Martorana e di S.a Caterina, le quali vi giungevano per lunghi,
tortuosi cavalcavia, come quello stranamente maraviglioso di S.a Chiara,
che andava di fronte al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come
quello che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino (Bordonaro) alle
Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile sposato all’audacia
spensierata aveano con ingente spesa costruito questa specie di _tunnel_
che a Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana. Un secolo
dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la Università e Piazza Vigliena,
i retori della edilizia e della topografia della Città, alla vista di
quest’opera sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni,
creandovi sopra leggende da medio evo, che solo la ignoranza e la
malafede poteva far concepire.

Altri monasteri illustri (Pietà, S.a Teresa, Valverde), eran luoghi di
raccoglimento e di delizia insieme, dove della stretta osservanza le
monachelle aveano ragione di compensarsi con giardini e verzieri,
laghetti e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si
deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili, in
carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e domestiche incombenze.
Chi vide prima della loro trasformazione S. Vito, le Vergini, la
Concezione, e prima della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè
formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile al davidico
precetto: _Servite Domino in laetitia_. Eppure

      Pri la monaca racchiusa,
    Ch’avi sempri ostruzioni,
    Facci pallida e giarnusa
    Isterii, convulsioni¹⁷⁶,

 ¹⁷⁶ _Meli_, _Poesie: Sarudda_, ditirambo.

questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano: ci voleva la
villeggiatura, la quale, salvo rare eccezioni, non poteva farsi se non
in campagna. La previdenza delle passate comunità o delle antiche
benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde possedeva una
bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett’Angeli una alle Petrazze, il
Cancelliere a Sampolo, la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri
siti ridentissimi passavano giorni spensierati intere comunità, senza
preoccuparsi della lor sicurezza personale, alla quale provvedevano le
alte e solide mura di cinta di clausura, ed i fattori che, di padre in
figlio succedendosi, ne avean cura.

Ed anche questo non bastava.

Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato
dall’Arcivescovo del tempo, le monache di S. Caterina avevano il
permesso di uscire di monastero quattro volte all’anno¹⁷⁷. Era un
privilegio speciale, che si ricordava sempre con invidia dagli altri
monasteri. Pure non rappresentava una eccezione, se nelle monache era
bisogno di un mutamento d’aria. L’architetto Houel intrattenendosi di
questo argomento col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata
in salute poteva uscire dal chiostro e andare dai suoi parenti, in città
o in campagna», rimedio che a lui parve il più efficace a dissipare il
languore, la noia, il disgusto del chiostro¹⁷⁸. I medici erano in ciò
d’una compiacenza fenomenale, e non si facevano pregare per iscrivere i
loro certificati con la formula voluta: _affermo con giuramento_, senza
la quale non si sarebbero questi riconosciuti validi.

 ¹⁷⁷ _Vedi_: _Biglietto viceregio per cui a nome di S. M. si partecipava
     alla Rev. Madre Priora del ven. monastero di S. Caterina l’ordine
     dato ecc._, Palermo, 7 luglio 1764.

 ¹⁷⁸ _Meli_, _Poesie: Sarudda_.

La Curia arcivescovile un po’ severa non impediva, ma forse concorreva a
diminuire il numero delle monachelle girovaganti per la città. Quelle
che Hager dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza, o
a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti, col pretesto di
malanni fisici, saranno state religiose professe, ma potevano anche
essere educande, nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi.
Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite dei loro abiti,
se ne stessero (son parole di Hager) nei terrazzi (balconi) a
chiacchierare amorosamente, finchè non venisse il tempo di smetterli».
Se s’incontravano in Palermo «molte dame maritate, che avean lasciata la
tonaca»¹⁷⁹, il nostro pensiero ricorre senza altro a quelle che decisero
Re Ferdinando a portare a un anno le professioni (1790), ed a proibire
le eccessive spese di monacazione. Gli annullamenti di voti monastici,
infatti, nella seconda metà del settecento eran frequenti non solo per
donne, ma anche per uomini: ed una ricerca all’uopo tornerebbe utile
alla storia del costume anche sotto questo non mai guardato aspetto. La
ricerca dovrebbe farsi nell’Archivio della curia arcivescovile e nelle
carte del Giudice della Monarchia: qualche cosa ne dicono quelle del
Vicario Capitolare Mons. Michele Schiavo¹⁸⁰.

 ¹⁷⁹ _Hager_, _Gemälde_, p. 117.

 ¹⁸⁰ Mss. della Biblioteca Comunale di Palermo, segnati Qq 44, nn. 6, 7,
     8; v. 136, n. 1, pp. 1, 58; v. 148, n. 4; v. 150, ecc.

Agli annullamenti di voti femminili seguivano a quando a quando, anzi
non di rado, i matrimonî d’amore. La monachella del Meli, stanca della
vita che le tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e tondo
che ha fatto la sua brava petizione di nullità dei voti, e che non sì
tosto riuscirà allo scopo, sposerà il suo attivo difensore legale:

      L’avvocatu miu alliganti
    Già cumprènniri m’ha fattu
    Chi pri mia ni nesci mattu:
    Spusa sua certu sarrò¹⁸¹.

 ¹⁸¹ _Meli_, _Poesie: La Monaca dispirata_.

Nè questa è poesia. Assistita dall’abile avvocato Don Onofrio Paternò,
suor M.a Antonia Trigona vinceva la sua lunga causa di svestizione.
Ella, col titolo di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava
feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno vagheggini e
pretendenti. Vogliono essi dar la scalata al bell’edificio dei
trentasett’anni di lei, ovvero al suo blasone? Probabilmente no: ella ha
seimila scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad uomini
maturi. Donna Maria-Antonia però

    Sta come torre ferma che non crolla,

perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale, dimenticando i
begli occhi della Marchesa Flavia Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi,
quella cioè del cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro
d’argento. La seguente canzone siciliana, attribuita alla poetessa
vedova D’Angelo, fece (1784) il giro degli eleganti salotti:

      Middi livreri supra ’na cunigghia,
    Quali s’era a Diana dedicata,
    Cci currevanu appressu a parapigghia,
    Ed idda intantu si stava ammacchiata.
    Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!)
    Cu tuttu chi ’na lebbra avia appustata,
    Lassa la lebbra e c’un sàutu la pigghia,
    E fici a tutti ’na _cutuliata_¹⁸².

 ¹⁸² _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 309-10.
     Versione italiana: Mille levrieri sopra una _coniglia_ (coniglio
     femina), che s’era dedicata a Diana, correvano a parapiglia dietro
     ad essa, la quale però se ne stava ammacchiata (chiusa in
     _monastero_). Ma un cagnolino (oh gran maraviglia!), non ostante
     che tenesse la posta ad una lepre, lascia la lepre e con un salto
     prende la _coniglia_, e fa a tutti una canzonatura (lascia tutti
     con un palmo di naso).

Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa, quale dopo di essere
stata vent’anni col ruvido saio all’Assunta a sbisoriare ufficî divini,
alla medesima età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti
tornava al mondo muliebre Donna Giovanna Moncada, sorella, nientemeno,
di S. E. il Principe di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella se
l’ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di Castania D.
Bartolomeo Avarna¹⁸³.

 ¹⁸³ _G. Alessi_, _Prontuario_ (cit. a p. 223 {p. 211} del presente
     vol.) pag. 9.

La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente a quelle tra le
moniali che non si sentivano di durarla in mezzo alle miserie, alle
piccinerie del chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava la
povera _Monaca dispirata_ del finissimo Meli, come sarò felice! Ho tutta
la speranza di vedermi sciolta della professione, perchè varî ne sono i
motivi:

      E d’allura in poi, in avanti,
    Nun saròggiu cchiù ’nfelici;
    Di lu munnu chi Diu fici
    Comu l’autri gudirò.»

E che erano mai codeste miserie e piccinerie del chiostro? Ce lo dice
appunto il poeta nel citato componimento, che nel genere è l’unica
fedele pittura di quella vita.

La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di famiglia civile, e
lamenta la perduta libertà, la pace, la gaiezza della gioventù. I
genitori la fecero entrare in monastero bambina; cresciutella, le
dipinsero come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù il
matrimonio, come un boia il marito. Spaventata, non volle più uscire dal
chiostro; ma dovette accorgersi d’essere stata ingannata: senza di che,
non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita di nero, col capo
raso come quello dei forzati, e con le

      ... scarpi grossi e chiani,
    Cu buttuna e lazzitedda,
    Senza fibbii a l’oricchiedda,
    Cà s’apprenni a vanità¹⁸⁴.

 ¹⁸⁴ Scarpe grosse e senza tacchi, con bottoni e laccetti, senza fibbie
     all’orecchiolo, perchè (le fibbie) si considerano come (segno di)
     vanità (mondana).

Al domani della riscossione del vitalizio, tra spese grosse e minute non
le resta un quattrino. Il vitalizio

      Si nni va pri cumprimenti
    A lu patri cunfissuri,
    Chi a li gradi tutti l’uri
    La stravïa¹⁸⁵ quantu pò.

 ¹⁸⁵ La distrae.

Ella torna dispettosa alle insidie lusinghiere dei genitori e dei
parenti, e prosegue numerando le male arti di tutti per sorprendere la
sua buona fede, e la maniera capziosa ond’essa fu costretta a dare il
suo assenso, e le finzioni dello zio, che vedendo non potersi arrivare a
coprire le spese necessarie per lei, aggiunse qualche cosa del suo, e
l’intervento dell’avvocato, del _professore_ (procuratore legale) e del
notaio, che la crucifissero come Cristo. Circondata in tal guisa da
persone tutte interessate a sacrificarla, la inesperta e debole ragazza
rinunziò al mondo e fino al nome di battesimo. Ed ora, ahimè! è una
infelice tra infelici.

      Cuminciannu ccà di mia,
    Quantu monachi cci sunnu
    Vurrian’essiri a lu munnu
    'Ntra li spassi chi cci sù.

E la vita sua scorre in continui tuppertù, fra sospetti e gelosie, in
mezzo a compagne disperate, tra sorveglianze e sorprese, in superbia ed
invidia: affettate, schifiltose, malaticce e scontente di tutto e tutto
pubblicamente lodando. Le sue consorelle son la curiosità in persona, e
mentre non si occupano di nessuno, sanno i fatti di tutti, e ostentano
virtù e santimonia¹⁸⁶.

 ¹⁸⁶ _Meli_, _Poesie_, pp. 361-71. Si cfr. anche un frammento soppresso
     dalla censura del tempo alla canzonetta: _Nun chiù a porta filici_
     (p. 89), e testè esumato e pubblicato (p. 396).

Differenza di ceti, e tra questa, divisione di un medesimo principale
ordine religioso, suscitavano e mantenevano gare tra un monastero e
l’altro. I monasteri di primissimo ordine guardavano dall’alto al basso
quelli che accoglievano monache di famiglie semplicemente civili.
Questi, d’altro lato, mettevano in ridicolo il fare pretenzioso di
quelli, e perchè non potevano eguagliarli, tenevan le ciglia in
cagnesco. La visita dianzi ricordata della Vice-regina Colonna di
Stigliano ne è un saggio: quella della Regina Carolina, una conferma.

Le moniali di S.a Caterina e le moniali della Pietà erano domenicane: ma
quelle si vantavano, o eran dette figlie di _Don Domenico_, e queste
strillavano a sentirsi dire figlie di _Mastro Domenico_. San Domenico
aveva il _Don_ in un monastero aristocratico, e contava per _mastro_,
che è quanto dire operaio, manuale, in un monastero di media levatura.

Codesti dispetti affilavan le armi della maldicenza: nessuno monastero
poteva sottrarvisi, neanche quelli che meno la pretendevano a ricchi, a
nobili, ad antichi. E se per poco uno simpatizzava con l’altro, e in una
solenne occasione entrambi si scambiavano cortesie, la simpatia costava
loro cara pei commenti che vi facevano sopra le altre comunità. Un
invito delle monache di S. Chiara a quelle della vicina Martorana nella
visita di Maria Carolina (18 aprile 1799) informi.

A cosiffatti dispetti pigliavan parte con largo contributo di burlette e
di aneddoti i reclusori ed i ritiri, che raccoglievano umili donne, o
fatte collocare dalle famiglie, o reiette dalla società e dalla fortuna.
Era anche qui una delle molte, sgradevoli manifestazioni di chi non ha
contro chi ha, di chi non è contro chi è. La non favorevole corrente si
tramandava col volger dei tempi. Dal giorno della tempestosa
soppressione del 1866 ad oggi, per ragioni diverse e non tutte
ponderate, varî monasteri, come molti conventi, sono stati o demoliti o
destinati a servizî pubblici e non publici; le comunità, ridotte di
numero, si son fatte passare in monasteri tuttavia ospitanti la vecchia
primitiva e propria comunità, stremata di morte e non più impinguata da
nuove giovani esistenze. Un monastero, ad esempio, per ineluttabile
fatalità di eventi e per volere della suprema autorità ecclesiastica,
accoglie le nobili moniali delle Stimmate e dei Sett’Angeli; ma le tre
comunità vivono ciascuna a sè, con la propria regola e con le proprie
gerarchie, in posti diversi del medesimo edificio, isolate, senza
cercarsi, pure incontrandosi. Dove finisce il recinto d’una parrebbe di
dover leggere il famoso: _Nec plus ultra_ delle colonne d’Ercole. La
buona educazione le avvicina, le assorella nelle malattie, nei giorni
del dolore; ma la tradizione le tiene autonome. Ognuna per sè e Dio per
tutte.

Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di noncuranza di monache a
monache era la differenza d’istituti nei quali esse convivevano. Le
nobili comunità potevano essere animate dai più sinceri sentimenti
religiosi, ma non potevano dimenticare la loro origine, che di loro
faceva un corpo distinto, superiore ad altri che pretendevano alle
medesime entità religiose. L’argomento pare frivolo, ma per esse non lo
era. Nei monasteri si professavano voti di povertà, castità, obbedienza
secondo le varie regole dei fondatori. Questi voti eran _solenni_ e
_perpetui_: nè c’era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli, Ora
da un secolo e più, per graduale modificazione di vita e di idee, non
poche opere pie laicali femminili si eran venute trasformando fino ad
assumere carattere religioso interamente diverso dall’originario. Il
primo istituto di emenda della città, quello delle ree pentite dello
Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo le donne di mala vita ed
accettando le sole vergini. Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era
già una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro delle donne
peccatrici sotto titolo di S.a Maria Maddalena a S. Agata la Guilla non
voleva più sentire a parlare di male femmine; e benchè contrariato in
questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava a vita monastica
con abito carmelitano e con superiora avente il pomposo titolo di
Badessa. Questo tramutamento di un ricovero di beneficenza in un luogo
claustrale avveniva in altri istituti, come, del resto, avveniva anche
fuori Sicilia. L’autorità ecclesiastica per far entrare tutto sotto la
sua giurisdizione non si opponeva, anzi favoriva la tendenza; l’autorità
civile rimaneva indifferente¹⁸⁷. Aggiungasi le velleità delle collegine,
le quali con voti _semplici_ e temporanei si atteggiavano a professe di
voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache professe: e si
avrà la chiave della tacita avversione delle monache autentiche a quelle
che non lo erano.

 ¹⁸⁷ _L. Sampolo_, _La Casa d’Istruzione e d’Emenda di Palermo_, 2ª
     ediz., p. 21. Palermo, 1892.

Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane e da moniali
tenevano come alla cosa più sacra di questo mondo, molte
scrupoleggiavano intorno alla clausura imposta dai canoni. A questo
concetto ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata
osservanza di regole e prescrizioni rigidissime, rigidamente osservate.
Nella visita dianzi ricordata della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla
badia di Sales, la nota discordante fu l’intervento dei cavalieri di
seguito della regale visitatrice: e lo sdegno della superiora, anzi
della comunità tutta esplose in un accentuato ricorso al Vicario
generale dei monasteri Mons. Lodovico del Castillo¹⁸⁸. Se l’arcivescovo
Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa trasgressione dei sacri
canoni non sarebbe avvenuta, anche perchè, venendo egli sovente
all’Albergo delle povere, guardava con occhio benevolo il monastero.

 ¹⁸⁸ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1899, p. 32.

La cronaca del tempo ha in proposito un fatto gravissimo, che poco mancò
non finisse in una terribile tragedia.

Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese di S.a Croce, aveva
una cugina nello Scavuzzo, la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un
giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare. Ma lo Scavuzzo era
già divenuto badia, e la badia aveva clausura. La superiora nega il
permesso di entrata. Il Celestre minaccia misure violente; la superiora
tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu non sai se devi
riconoscere un privato, a cui non era fatto lecito varcare le caste
soglie d’una badia, o un magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi
di scure la porta di entrata. Le monache, più morte che vive, son pronte
a respingere con la violenza la violenza, si asserragliano in alto
dietro le finestre, e combattono disperatamente contro maestri e
sbirraglia lanciando loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia
finita, la superiora ci prendeva una carcerazione allo Spedaletto; ma si
dichiarava soddisfatta di aver ceduto solo alla forza.

Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10 gennaio del 1782,
quando il Vicerè Caracciolo percorreva in lungo e in largo la via delle
riforme in Sicilia e nella vecchia Capitale.

Un’ultima tra le curiosità della vita monastica.

Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di costumi, senza
ricordare il più notabile di essi nel campo culinario?

Ciascun monastero aveva una _piatta_, un manicaretto, ch’era come il suo
distintivo. Giacchè, non pur l’emblema in marmo o in legno sulla porta
del monastero (le braccia incrociate per le francescane, il _Charitas_
per le paoline, il cane che porta in bocca una fiaccola accesa per le
domenicane ecc.) formava il blasone di esso, ma anche il dolce speciale
solito a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri della città
gareggiavano nel comporre d’ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai
raggiungere la squisitezza delle _feddi_ (fette) del Cancelliere, dei
_frutti_ di pasta dolce di mandorle della Martorana, del _riso dolce_
del Salvatore? Tutti preparavano _conserva di scursunera_ (scorzanera):
ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a
quella della _cucuzzata_ (zucca condita) e del _bianco mangiare_ (specie
di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del
loro _pane di Spagna_ ma in confronto a quello della Pietà, qualunque
dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse
il primato con lo Stimmate nella bellezza delle _sfinci ammilati_, che
pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile
nella forma delle sfinci _fradici_, composte di uova e panna.

La lista di tante golose specialità ci offre altresì le _caponate_ dei
Sant’Angeli, le _ravazzate_ di ricotta di S.a Elisabetta, le
_impanatiglie_ di conserva dell’Origlione, le quali accrescevano lustro
e voluttà alle mense dei signori non meno che le bibite diacce d’amarena
giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di _cassate_ si riversavan fuori
di Valverde per la festa di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale,
migliaia di cannoli di vera ricotta con relative _teste di turco_ e
_cassatelle_ della Badia Nuova, alla quale nessuno poteva negare la
palma nella inaugurazione del calendario dei rituali dolciumi. Se S.
Vito pompeggiava con i suoi _agnelli pasquili_, la Concezione con le sue
_muscardini_ pel festino di S.a Rosalia, i _Sett’Angeli_ con le loro
_mustazzoli_, e S.a Elisabetta con le sue _nucàtuli_ per Natale, in
tutto l’anno tenevansi in alta fama le Vergini con le impareggiabili
loro _mussameli_ e, meglio, con certi pasticci, il nome dei quali si
presta anche oggi ad un poco decente _qui pro quo_. Grandeggiavan da
ultimo S.a Teresa con le _cassate in freddo_, e S. Vito, _mirabile
dictu!_ col suo _sfinciuni_, un vero poema per i più autorevoli maestri
di gusto, come la _pasta con le sarde_, complesso piatto nazionale della
felicissima non che golosissima Capitale dell’Isola.

Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza del mentovato
quinto peccato mortale¹⁸⁹.

 ¹⁸⁹ Le spese che i monasteri facevano pei dolci, possono in parte
     vedersi dalla _Relazione delli coacervi decennali delli zuccheri
     presi dalli monasterj di questa città dall’a. 1771 a tutto 1780_,
     nell’Archivio Comunale di Palermo. _Atti del Senato_, p. 118.

     Nel _Raziocinio_ (bilancio consuntivo) del triennio della Badessa
     del Salvatore S. M. Vittoria Arezzi, oltre 124 onze per
     «pietanzelle solite nell’anno», 267 per frutte, 200 per la «fiera
     alle religiose», sono 425 onze per «ricreazioni di zucchero ed
     altri dolci», non contandosene 171 di «spese di speciaria». Vedi
     Ms. Qq D 136, n. 12 della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ma v’erano monasteri d’origine inferiore, che tanto lusso non potevano
permettersi: ed anch’essi, nelle loro modeste sfere, godevano rinomanza,
quale per lo _scàcciu_: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite
(Cappuccinelle), quale per le _olive piene_ (Assunta), quale per
altro¹⁹⁰.

 ¹⁹⁰ Della prima metà del sec. XIX abbiamo a stampa un _Poemettu in lodi
     di li Vener. Monasterj di Palermo pri li durci squisiti chi
     travagghianu, cumpostu di un dilittanti di durci._ In-8º, pp. 16.

E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle
inevitabili indigestioni per tanti pasticci, _cassate_, _cannoli_,
frutti, ravazzate, creme, zuccate, _sfinci_, _sfincioni_, olive e
mandorle, la badia di S.a Rosalia compieva il pietoso ufficio di
preparare un antacido medicinale, di sicurissimo effetto.



                                CAP. XI.


                    DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.

Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante divisioni di poteri,
tante distinzioni di diritti, e perciò tale cumulo di giurisdizioni e di
preminenze che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.

Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche ufficialmente chiamavasi
l’infimo ceto, tutti accampavano qualche diritto all’ombra del quale
confortarsi. Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e, fino
al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano vere e proprie caste
con privilegi, prerogative, immunità che a nessuno era lecito non che di
toccare, neanche di discutere. A toccarli c’era da incontrare infiniti
fastidî, e forse da buscarsi qualche processo. Ad ogni passo una
costituzione che concedeva, una prammatica che limitava, un rescritto
che inibiva, un bando che distingueva, un canone che tassativamente
prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per semplici dimenticanze,
magari per nulla, si lanciavano ricorsi al Pretore ed al Senato, alla
Giunta dei Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere, al
Presidente della R. Gran Corte, all’Arcivescovo, al Giudice della
Monarchia, al Vicerè, al Sovrano. Gli è che non volevansi pregiudicate
competenze e prerogative di qualunque genere, fossero anche di nessun
valore.

Meglio di qualsiasi parola sull’argomento gioveranno i fatti che verremo
brevemente esponendo. La cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce
per tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta nella
scelta.

Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî della Corte
Capitaniale venivano catturati da una ronda delle Maestranze per un
furto qualificato nel quartiere della Conceria (mandamento
Castellammare) e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro il
palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano Giustiziere, se ne
risente come di offesa alla sua persona; ed energicamente li reclama.
Alla sua il capo ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore,
Principe di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare un po’ d’acqua
sul fuoco e contentare il Villarosa fa trasportare in sedie volanti alle
segrete del Castello i tre rei e li mette a disposizione del capo della
Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze li invia accompagnati
dalle ronde di esse. Così dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma
poichè le Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto, e
presso l’Arcivescovo, funzionante da Vicerè, acciò la causa venga tolta
alla autorità regia, che vuol mandare a casa i rei, e data alla
comunale, al Pretore cioè, questi _illico et immediate_ si fa condurre
innanzi gl’imputati, e senza tanti discorsi te li condanna ad una
solenne bastonatura. E non basta. Il Vice-Capitano, che ha sostenuta la
competenza della Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed
il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro il Fogliani,
conferma alle Maestranze la facoltà di rondare di notte, salvo a
ritoglierla loro in capo ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di
giustizia¹⁹¹.

 ¹⁹¹ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 212-213, 218, 224,
     231.

L’ultima scena del piccolo dramma stupisce per la pena inflitta al
funzionario giustiziere: e forse potrebbe avere una spiegazione pel
tempo in cui essa si compiva. Eppure, diciott’anni dopo, quando si era
alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di peggio.

D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria, a cagione di debiti
veniva inviato innanzi al Giudice pretoriano, cui copriva d’ingiurie.
Questi un po’ pei debiti, un po’ per le ingiurie, ne ordinava il carcere
nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e Bracco non era un plebeo.
Gli ufficiali di Corte Senatoria offesi nella dignità del loro compagno
e del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso a Fr. Carelli,
Segretario interno del Regno di Sicilia. Risultato ultimo (18 sett.
1791): Sebastiano Procopio, che era al termine della sua onorata
carriera giudiziaria, veniva chiuso in prigione¹⁹²!

 ¹⁹² _D’Angelo_, _Giornale_ ined., p. 462.

Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a carcerato!

Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato arbitrava di sedere
insieme col Pretore, coi Senatori, col Sindaco, negli stalli d’onore.
L’abuso non si volle più tollerare; il Senato, senz’altro, lo proibì.
Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale se la legava al
dito aspettando un’occasione per prendersi la rivincita. I Senatori si
tenevano di un ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava
pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che non avrebbe potuto
occupar la carica che occupava. Il 14 settembre del 1792 ricorreva la
festa di S.a Rosalia. Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue
pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s’accorgeva che la carrozza
ultima degli ufficiali nobili, tra i quali doveva essere il Maestro
Razionale, seguiva vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi
(come allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava solo. Gli
ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille nelle loro tende.
Una congiura, astrazion facendo dal signor Razionale, era stata ordita:
attori, quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza senatoria,
la quale prescriveva dover essi «intervenire a tutte le funzioni del
Senato: vespri, messe solenni, processioni, occupando solamente il luogo
dopo il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»; ed al Maestro
Cerimoniere inculcava l’osservanza dell’atto¹⁹³.

 ¹⁹³ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., p. 467. — _Atti del Senato_, a.
     1792-93, p. 11.

Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle piegarsi.

Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile, nuovi e
limitati agli ufficiali di alto casato, si inganna. Essi erano periodici
scatti di vecchi malumori, suscitati dal desiderio di non far credere
che si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda linea, e dalla
vanità di primeggiare. Il difetto partiva dalle sfere superiori e, per
le medie, scendeva sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora
che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera Pretore
avea, per causa di giurisdizione, litigato col proprio figliuolo, Conte
d’Assoro, Capitan giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione
di D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore Conte S. Marco,
(1720), da Sindaco avea guardato bene a ciò che dovesse fare nella
processione di S.a Rosalia affin di non incorrere nel biasimo di avere
invaso un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto dal
Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio fu riconosciuto degno
d’imitazione allorchè essendo il Principe di Trabia, nelle feste
patronali del 1767, obbligato a guardare per podagra il letto, ne
compieva le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco, e ne
riportava lode di correttezza nello aver saputo armonizzare la
rappresentanza che gli era possibile con quella della quale il Pretore
effettivo era investito¹⁹⁴.

 ¹⁹⁴ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX. pp. 20 e 26-27.

Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde, ma consideri che
queste ed altre formalità consimili pigliavan carattere di somma
importanza, e provocavano dispacci reali e vicereali. Se così non fosse
stato, non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico pensare
in tempo ad ordinare con tanto di decreto che nella processione del
_Corpus Domini_, essendo anche stavolta malato il Pretore (1788),
funzionasse il _Priolo_ tra i Senatori (come a dire l’Assessore anziano
o delegato, o il prosindacato d’oggi): e che il solo Avvocato fiscale
della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito dei nobili, separatamente
intervenire¹⁹⁵.

 ¹⁹⁵ _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 310.

Già più innanzi, nel corso di quell’opera, abbiam veduto quanto il
Senato tenesse al titolo di _Eccellenza_, ed a quali accordi addivenisse
pel retto uso di esso.¹⁹⁶ Accade ora avvertire quanto vi tenessero anche
altri senati nell’Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo lo
attribuivano, non intendevano esserne come per contraccambio da essi
privati. Ricordiamo in proposito il seguente aneddoto, non singolare
certamente, ma caratteristico.

 ¹⁹⁶ Vedi v. I, cap. IV, p. 89.

Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli orrori della
carestia. A renderli men gravi due commissarî generali vennero dal
Governo con pieni poteri inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi,
il Barone Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto a
Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione, al Senato:
questo fu sollecito agli ordini di lui trattandolo dell’_Eccellenza_.
Ferreri avrebbe dovuto rispondere dell’_Eccellenza_, titolo al quale
quel Senato aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece
dell’_Illustrissimo_. Il Senato se ne adontò e, rendendogli lì per lì la
pariglia, lo trattò del medesimo titolo. L’offeso se ne richiamò subito
ai ministri di Palermo. Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di
crimenlese o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè a dar
conto del non dato titolo: ed il più giovane dei Senatori, D. Giuseppe
Aprile, senza neppure salutare i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte
rimprovero del Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri a
dargli soddisfazione del mancato riguardo¹⁹⁷. Ma il nobile giovane
fremendo dentro di sè per la immeritata ammenda, deve fra i denti aver
mormorato: Paglietta d’un giudice!... _non tibi, sed Petro!_

 ¹⁹⁷ _Villabianca_, _Opuscoli_. Ms Qq E 94, n. 3, p. 107 della
     Biblioteca Comunale di Palermo.

Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis risentivasi della comune
vanità. E come, del resto, non risentirsene stando egli tutta la santa
giornata nel Palazzo senatorio?

D. Ippolito — il lettore lo conosce bene — era Maestro di Cerimonie e
Banditore della Città: ma era anche mazziere. Questo terzo ufficio non
doveva parere all’altezza degli altri due, dato pure che fosse con
quelli compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne dispensato
affidandosi a persona sua ed a sue spese. E poichè si trovava a
domandare, pregava «gli si concedesse la manica di gala ed il banco da
sedere al principio della predella del Senato, prossimo al Pretore nelle
funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale, il primo stallo dei
beneficiati».

Gli esempî son sempre contagiosi. L’agente del Senato, piacendogli
infinitamente il favore concesso a D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè,
quello «di far la referenda degli affari litigiosi stando a sedere
vicino al Maestro Notaro o del Razionale del Senato»¹⁹⁸.

 ¹⁹⁸ _Provviste del Senato_, a. 1780-81, pp. 639 e 1004.

Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di giurisdizioni
ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene gli occhi. Il terreno è
irto di rovi e non si sa dove mettere i piedi. Dal parroco Mendietta
della Kalsa, che per la processione infra ottava del _Corpus Domini_
chiedeva di poter trattare con l’offerta dell’acqua santa nella sua
chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione del Monte di S.a Venera,
filiale del Senato, al Parroco dell’Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che
durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar tutte le restrizioni
e tutti i _veto_ degli officianti di Casa Professa, provvisoria
cattedrale e parrocchia ad un tempo, era un laberinto, nel quale riserve
e proibizioni si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti a
venire a conflitto se per poco si credessero toccati nei loro
interessati.

I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da fare alle autorità. Le
benedettine di S.a Rosalia, forti di non so che breve, non intendevano
rassegnarsi alla giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari
quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il viatico e la
estrema unzione.

Una monaca paolina dei Sett’Angeli otteneva dal Papa di professare nel
monastero della Pietà i voti domenicani. Quel che seguì all’annunzio del
breve pontificio non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto
tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro, S. Francesco di
Paola e S. Domenico. «Il Papa, gridavano, non ha questa facoltà; e se
l’ha, doveva prima sentire la Correttrice dei Sett’Angeli e la
Provinciale della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî». Si
ricorse al Giudice della Monarchia: l’Arcivescovo sosteneva le parti del
Papa; il Vicerè quelle del Giudice¹⁹⁹, e dopo una lite fastidiosamente
lunga, a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai voleri del
Papa.

 ¹⁹⁹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 16-20.

A Mons. Airoldi, nominato vescovo _in partibus_, sarebbe piaciuto
consacrarsi nella chiesa del Salvatore, nel cui monastero vivea una
sorella di lui: ma non volendo esporsi al biasimo di esser venuto meno a
non so che competenza, _pro pacis amore_ egli doveva rinunziarvi, e
sostituire al Salvatore la privata cappella del Seminario
arcivescovile²⁰⁰.

 ²⁰⁰ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 351.

Moriva l’Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo si disponeva il
grande corteo funebre. La Compagnia del SS. Sacramento della Cattedrale
voleva prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della Carità si
opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile, il posto. Frattanto i
Canonici avrebbero voluto che la loro confraternita andasse
immediatamente innanzi a loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan
fermo perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva, non doveva
andar altro che l’Ordine dei Predicatori: e _gloriam meam_, esclamava il
Provinciale di esso _alteri non dabo!_

Il sac. D’Angelo, presente alla incresciosa discussione, sdegnato della
inevitabile sconfitta del Capitolo al quale apparteneva, dolevasi che
anche nel suo «secolo illuminato la superbia e la frateria facessero
andare avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria».²⁰¹

 ²⁰¹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., p. 473.

L’intervento del Senato alle chiesastiche funzioni imponeva doveri
estremamente delicati negli officianti. Guai se durante una di esse
nella Cattedrale il Magistrato civico non ricevesse le incensate in
perfetta regola! Nelle messe solenni, dopo l’offertorio e la
incensazione dell’altare, il Cerimoniere del Comune s’avviava all’altare
a prender l’incenso pel Senato. Un terminatore ed un canonico, diacono
assistente, partiva con lui; un terminatore e un diacono assistente
partiva pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano essere le
incensazioni. Più e più volte s’era dovuto occupare non solo il Senato,
ma anche l’autorità ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già
stata portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante della
diocesi²⁰². Al canto dell’_Agnus Dei_ il Cerimoniere saliva all’altare a
prender la _pace_: un suddiacono e un terminatore movevano da soli pel
Capitolo. Senato e Capitolo dovevano ricever l’abbraccio della pace
_eodem tempore_: e guai un indugio offendesse la maestà dell’uno, la
dignità dell’altro! D. Girolamo de Franchis, allontanandosi per una
cerimonia qualsiasi dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva
delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui, consumato in
codesto galateo obbligatorio, chi doveva saperlo?

 ²⁰² _Allegazioni nella sede vacante_ ecc., _Vicario Mons. M. Schiavo_.
     Ms Qq D 135. pp. 305 e 207 della Bibl. Com. di Palermo.

Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per lutto, al Senato,
al Capitan Giustiziere non venisse esibita una torcia del peso e delle
dimensioni loro dovute: un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè
stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla di due
rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere i negligenti ed i
colpevoli.

Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese Caracciolo e
cercava ogni occasione, ora per riporle, ora per isvilirle, o se
possibile sopprimerle, anche a scapito della real dignità ch’egli
impersonava. L’aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle
etichette il colmo dello scandalo.

Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re il delegato
apostolico, avea facoltà di stare, durante la incensazione, a capo
coperto. Diciamo facoltà e diciamo poco; giacchè si trattava d’un
privilegio d’ordine superiore: e gli spettatori, al momento supremo, in
punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria particolarità
della scena. Or nella cappella reale tenutasi per le feste di S.a
Rosalia del 1782 (quelle appunto che il Caracciolo voleva più tardi
ridurre a soli tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine
si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l’uomo, bisogna metter fuori
campo la sua riverenza all’incensatore; il Caracciolo si scoprì appunto
perchè poteva stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio
d’indignazione accolse l’atto: e per tutta la città fu con generale
risentimento raccontato che s’era tenuta _una cappella senza
cappello_²⁰³.

 ²⁰³ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 325.

Un vero scandalo!

Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti molto più curiosi.

Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia per la via ordinaria
di giurisdizione, un giorno chiedeva ed otteneva udienza dal Caracciolo.
Giunto alla presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli
esponeva come qualmente in una funzione pubblica di chiesa, egli,
canonico, non avesse ricevuto le incensate alle quali avea diritto. — «E
quante ve ne spettavano?» chiese bruscamente il Caracciolo. — «Tre,
Eccellenza.» — «E quante ve ne dettero?» — «Due soltanto» rispose
incorato il canonico. — «Eccovi il resto!» esclama concitato il Vicerè;
il quale levandosi improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando
con le braccia e le mani l’atto dello incensare, lo spinge indietro a
furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino allo scalone.

Abbiamo sfiorato appena l’argomento, quanto altro mai fecondo di comici
aneddoti. Qua e là, del resto, nel corso di quest’opera, molti se ne
possono riscontrare, documenti della vita pubblica del tempo. Laonde nel
medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato viceregno dell’Isola
(1785), un prete di buona famiglia e di egregio casato non poteva tacere
questa dolorosa verità:

«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale nella difesa
dei proprj diritti; ma è biasimevole nell’affare dei giusti diritti
della Corona: guai a quelle società cristiane in cui si sostengono
queste pugne! La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in tempo che
passò dal dominio di Filippo V a quello di Vittorio Amedeo. E perchè?
per un pugno di ceci negato da un bottegaio di Lipari al Maestro di
Piazza di quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo Mr.
Tedeschi), veniva a ledersi l’Ecclesiastico Foro.

«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un luogo di
confraternite! che pugna per la destra e la man sinistra! che risse per
una grippa sotto la croce! che contrasti per darsi a un cadavere
l’ultima voce!»²⁰⁴.

 ²⁰⁴ _Santacolomba_, _L’Educazione_, pp. 194 e 360.



                               CAP. XII.


                          IMPETI E RAGAZZATE.

I diaristi palermitani si danno molta cura di raccogliere certi fatti di
cronaca, che con singolare efficacia illustrano il tempo del quale ci
occupiamo.

Sarebbe grossolano errore trarre da quei fatti conseguenze e quindi
giudizî generali sulla gente del paese. In tutti i ceti — è superfluo il
dirlo — si riscontrano violazioni di Legge: e forse le violazioni dello
scorcio del secolo XVIII furono relativamente men numerose di quelle di
tempi detti o creduti più civili. Pure non vanno esse trascurate, e
concorrono se non altro a far comprendere in che maniera s’intendesse da
taluni la posizione nella quale società e istituzioni collocavano e
guardavano certi uomini.

Se si analizzano i racconti che abbiamo avuto occasione di leggere, si
vedrà che essi derivavano dall’esagerato, anzi dal falso concetto che
alcuni giovani aveano della propria origine. Ad ogni passo s’invocavano
diritti e distinzioni: e per gli uni e le altre cercavasi appoggio alle
granitiche muraglie dei privilegi di casta.

Per quanto c’incresca, noi non possiamo passarci da una breve rassegna
nel campo apertoci anche stavolta dalle scritture inedite del
settecento: breve rassegna delle molte cose onde è malauguratamente
piena la cronaca paesana.

Il lettore si armi di santa pazienza, e guardi con un po’ di stoicismo
le figure che gli sfileranno innanzi. Cominciamo con una donna.

Girolama Caldarera, Baronessa di Baucina, non conosceva limiti alla sua
potenza. Sostenendo nei tribunali certa sua causa, un giorno usciva in
male parole all’indirizzo del Giudice della G. C. Criminale. Quali
fossero le parole, nessun testimonio ci sa dire: e forse non vi furon
testimonî. Il carcere l’attendeva in un monastero, e vi sarebbe stata
senz’altro condotta se la Regina Carolina non avesse dato alla luce uno
dei soliti principini cosicchè la Calderara se la cavò con un po’ di
paura e di dispetto.

Il lieto evento era anche fortunato per un giovane Marchese (1787).
Teneva costui, come oggi si direbbe, in sofferenza al Monte di Pietà
alcuni pegni. I Governatori del pio Istituto aveano avuta molta, fin
troppa longanimità rimandando di mese in mese la vendita degli oggetti
pegnorati; ma, attendere più oltre non potevano quando a’ poveri
bisognosi facevano ben diverso trattamento: sicchè ordinavano la vendita
degli oggetti nella Loggia. Il Marchese se l’ebbe a male e, recatosi al
Monte, copriva d’insulti il governatore Giuseppe Ugo delle Favare.
Questi si tenne dignitoso: e lì per lì gli fece infliggere due giorni di
prigione: pochini, invero, e non per piacenteria o per timore del
Capitan Giustiziere, ma, come abbiam detto, per la improvvisa notizia
della nascita d’un principe reale²⁰⁵.

 ²⁰⁵ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 239.

Se per esigenze di pubblici servizî il Pretore vietava il passaggio
delle carrozze nel Cassaro nei giorni delle feste di S.a Rosalia, e le
guardie di Marina stavano pel buon ordine, v’era chi si permettesse di
contravvenire all’ordinanza. Nella lista dei contravventori è Andrea
Reggio, che avanzavasi baldanzosetto con la sua carrozza. Ben glielo
impediva un soldato comunale; ma egli bravando la consegna, lo copriva
d’ingiurie e minacciavalo persino di vita.

Il Reggio contava 16 anni appena!

Qui è la prepotenza: e di prepotenze era ad ogni piè sospinto una triste
fioritura. Reagire a chi si opponesse al libero esercizio delle loro
facoltà, le quali non erano se non aperti abusi: ecco la massima di
alcuni giovani, indocili a superiori e ad eguali.

A coteste massime informato, un certo ragazzo in una pubblica via,
fremeva al pensiero di non potere col suo biroccio raggiungere e
lasciarsi addietro un civile di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva.
Corri, corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo che non si
sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo prende a frustate.

Egli non avea più di 17 anni!

Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi fin con le
donne coloro che più tenevano ad esser cavalieri. Niccolò Inveges
sciacchitano, di pieno giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di
Pietro Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato nella
Colombaia di Trapani, ma è a deplorare che lo fosse per breve tempo: ben
altra pena meritando sì volgare soperchiatore!

Un signore, insignito del titolo di Abate della SS. Trinità della Delia,
incontravasi in Via Alloro con la carrozza del Dottore in legge Bernardo
Denti, occupata dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere
consigliava la precedenza alle due donne: ma il signor Abate non se la
intese, e picchia e ripicchia, faceva rotolare per terra il cocchiere,
che, o sgomento o sbalordito, non osava reagire.

Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si risolvevano in un
duello²⁰⁶! Almeno, la cavalleria, manomessa al primo istante, veniva da
ultimo rispettata.

 ²⁰⁶ _Villabianca_, _Diario_ ined., 18 sett. 1786, p. 666; settembre
     1793, pp. 56 e 242; 7 agosto 1799, p. 188.

Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che era bazza se in un
mese non se n’avesse a sentire uno o due, spesso per frivolezze che è
miseria parlarne. Se ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse
via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte ne
intimava al Conte di Aceto per un _volante_, che egli diceva essergli
stato tolto²⁰⁷. Quasichè esistesse una legge che vietasse di assumere ai
proprî servigi un uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un grave
fatto di sangue!

 ²⁰⁷ _G. Lanza e Branciforti_, _Diario storico_.

Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele, licenziava un suo
_schiavo_. Rimasto libero, costui trovava collocamento in casa Oneto,
Duca di Sperlinga. C’era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì;
ond’egli avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga una
partita d’onore. E poichè entrambi mancavano di armi eguali, e si
trovavano a pochi passi dalla casa della vedova Montevago Pellagra
Grifeo, che ne possedeva delle buone, prendevano in prestito due
sciabole. Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata la cosa,
dar soddisfazione all’amico impermalito; ma D. Michele, dandogli del
vile, improvvisamente colpivalo nel viso con una terribile frustinata.
Accecato all’inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto e
piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva quasi all’istante,
avendo appena potuto balbettare il suo torto e ricevere l’assoluzione da
un padre Crocifero che a caso era lì di passaggio. L’uccisore riparava
in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle sue ragioni,
costituivasi al Castello. Avrebbe potuto, dopo i primi giorni, esser
liberato; e lo fu, ma tardi, perchè i parenti dell’ucciso erano, per
grandi aderenze, potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa
famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento di lunghe
discussioni tra gli accademici da salotto se lo Sperlinga, Duca, avesse
fatto bene ad accettare una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto
dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso che egli non avrebbe
dovuto accettare «mentre non era obbligato a rispondere trovandosi
insignito della chiave d’oro come gentiluomo di Camera ed investito del
grado militare di colonnello di fanteria del corpo dei miliziotti»²⁰⁸.

 ²⁰⁸ _Villabianca_, _Diario_ ined., 12 dic. 1799, pp. 667-670. _Alessi_,
     _Prontuario di alcune noterelle, ammassate brevemente alla rinfusa,
     concernenti alcuni fatti ed occorsi nella nostra Capitale._ Ms. Qq
     15 7. p. 18. della Bibl. Com. di Palermo.

Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo. I politici (eran
chiamati così anche coloro che discorrevano con competenza di
cavalleria) lo sfogliavano pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi
non lo lesse e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina
si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del Principe di
Campofranco, ed il Duca di Villafiorita Gioacchino Burgio? L’uno,
risentitosi di non so quali parole, avea dato all’altro una violenta
percossa; il Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al
percussore una piattonata; di che il Campofranco buttavalo a mare,
incurante degli scogli che avrebbero potuto sfracellargli il cranio.

Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice della G. C. Criminale,
che subito, _de mandato principis_, condannava alla Cittadella di
Messina per dieci anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto
rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio, parenti tra
loro: ma non voleva farsi scorgere. Si sceglievano due alti personaggi
per venire a proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo non
era alieno dallo accogliere un componimento amichevole. I due ex-Pretori
Principe di Resuttano pel Campofranco, e Marchese di Regalmici pel
Villafiorita (come si vede, duo grandi e rispettabili signori del
tempo), sudano nello studio della intrigata quistione; «svolgono libri
di cavalleria anche oltramontani e protestanti, e cercano di
accordarsi»; ma non vi riescono, perchè ciascuno tira acqua al suo
mulino; ed il Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo
(diciamolo così per farci intendere) che venga riparata con una pubblica
soddisfazione la pubblica offesa al Villafiorita. Oh che si scherza!...
Il Villafiorita è stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci
la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...

Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato; e allora il Re,
contro la buona volontà del Vicerè, ne fa una che non pare sua: ordina
il passaggio del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia
di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate teste dei partigiani
del Campofranco; il quale, visto e considerato che stavolta col Governo
non ci si vince, nè ci s’impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione
al Villafiorita. E così il processo si mette a dormire²⁰⁹.

 ²⁰⁹ _Villabianca_, _Diario_, in Bibl., a. 1781, v. XXVII, pp. 154-56.

L’altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione dei proprî
doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti di essa.

Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo limitarne la
rassegna.

Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava di notte come i
lupi) in un passaggio di strada, urta, o è accidentalmente urtato da un
ministro di giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il
Marchese non può permettere che càpitino a lui: e alla testa dei suoi
creati assalisce l’imprudente e lo picchia di santa ragione.

Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un pegnoramento
sentenziato dal Tribunale del Concistoro, altro Marchese non fa
diversamente: accoglie, cioè, a legnate gli ufficiali che vengono ad
eseguire in sua casa la sentenza: atto tutt’altro che imitabile, ma pure
imitato da quell’Alessandro La Torre e Fernandez de Valdes, che al
cameriere del Giudice pretoriano, intimantegli la imbasciata giudiziaria
per debiti insoddisfatti, faceva il regalo d’un fiacco di bastonate²¹⁰.

 ²¹⁰ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; _Diario_
     ined., 12 Giugno 1785, p. 183; a. 1795, p. 239.

Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo quanto longanime sia
stata con lui la Giustizia.

Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro quando prendeva
pel colletto e minacciava gravemente il Giudice della G. C. Civile
Pietro Feruggia. Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone
allorchè andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani chiamandolo a
duello per litigi corsi tra il proprio figliuolo Alfio ed il Duchino
medesimo, e gratificava di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta,
andato da lui per tradurlo in carcere²¹¹.

 ²¹¹ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 147 e 328-29.

Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le quali anche qui fan
pensare all’indole rissosa, ed insieme cavalleresca del siciliano. Un
antico costume, ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica
singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni vecchi,
nobili o ignobili, si salassavano, perchè questo buon santo rendesse
_valenti_ nelle zuffe e nei contrasti i suoi devoti²¹². Sta a vedere che
il vincitore in un duello o in una zuffa debba esser colui che si sia
cavato più sangue!

 ²¹² _Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 74. Ms. Qq H 44 della
     Biblioteca Comunale di Palermo. — _Pitrè_, _Spettacoli e Feste pop.
     sic._, p. 198.

Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni, che per un
nonnulla penetrava a viva forza in casa Gaetano Greco, Giudice del
Concistoro, nel momento che egli se ne stava a desinare, e con male
parole apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico di esser
figlio di quella gentile e culta dama, che fu Anna Bonanno, si ricordava
d’esser marito di Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la
quale, come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli, veniva
severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2 ott. 1800); e teneva bene
alla memoria di esser padre di una donna tristamente celebre in Napoli,
condotta qui ad accrescere il numero delle signore o raccolte o
raccoglientisi nel ritiro di Suor Vincenza²¹³.

 ²¹³ _Villabianca_, _Diario_ ined., 14 agosto 1797, p. 50; 28 agosto
     1798, p. 413; 7 agosto 1799. p. 188; 23 ott. 1800, p. 389.

A proposito di violenze non va dimenticata quella d’un tale, che con
inaudito arbitrio imprigionava non solo un pubblico corriere, ma anche
il Capitano di Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l’altra
di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so quali fisime, con le
spade in mano inveivano contro un cappellano delle galere di Malta²¹⁴.

 ²¹⁴ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, gennaio 1784, p.
     190; v. XXVI, 14 aprile 1778, p. 174.

«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate che eran pure capestrerie,
le quali offuscavano il decoro del casato onde tanti ragazzi provenivano
suscitando lo sdegno dei saggi, l’ira repressa degli umili, la reazione
brutale delle vittime. Capestreria quella del figlio del Barone
Jannello, che si divertiva a scagliar sassi sopra le persone che
passavano in via Lampionelli, ferendone non lievemente qualcuna: ferito,
poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo Giardina,
secondogenito del signore di quel luogo. Capestreria la spacconata del
già detto La Torre, il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di
S.a Flavia, all’ora del solito settimanale ricevimento di dame e
cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio del Barone Antonio
Morfino; ed avendolo tra le mani, ordinava ai suoi creati di prenderlo
per iscorno a cavallo e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La
quale violenza d’un giovane sopra un fanciullo (il Morfino non
oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto infinito; ma più
che in altri nel Villabianca, il quale non sapendo rassegnarsi alla
notizia d’un nuovo ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava
che «il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri
giovinastri per luogo piuttosto di divertimento che di pena»²¹⁵.

 ²¹⁵ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 218; v. XXVII, p.
     22; _Diario_ ined., a. 1794, pp. 344-45.

Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La libertà personale
vi si godeva in mezzo al rispetto dei carcerieri e degli ufficiali di
guardia. Con pochi tarì di spesa vi si avea un bel desinare quando
questo non venisse fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole
ad allegri conviti tra le varie persone che vi stavan raccolte. Vi si
giocava e conversava spensieratamente come continuando in luogo di
villeggiatura le dissipazioni di fuori. Nelle _Pensées et Souvenirs_ il
Palmieri de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione distinta,
donde si poteva financo uscire a diporto di sera impegnando la propria
parola d’onore che si sarebbe ritornati: e la parola veniva
scrupolosamente mantenuta come quella dei perditori al giuoco²¹⁶, o come
quella dei militari prigionieri di guerra.

 ²¹⁶ Cfr. v. I, cap. XIV, p. 267.

I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca d’alcova. Il
pubblico grosso e minuto ci si divertiva parecchio, perchè all’umana
natura torna sovente gradito quello che agli altri è disgradevole. In
vero molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si potessero
narrare le circostanze che accompagnavano le visite improvvise, intimi
conversari, fatali sorprese, brusche divisioni, ritiri volontarî e
relegazioni forzate. Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate
dai costumi e dal _bon ton_ della dilagante corruzione d’allora. Forse i
tempi nostri sono più brutti di quelli, più fecondi di drammi lardellati
di scandali; anzi vogliamo senz’altro ritenerli bruttissimi; ma non per
ciò dobbiamo predicare che la morale d’una parte dei nostri bisnonni
d’un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.

Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello di questo genere di
vita siciliana: e lo faremo di volo.

Uno è quello della superba ed ostinata condotta di una dama di casa
Reggio, dama che da ultimo persuase il Governo a chiuderla nel monastero
di S.a Elisabetta (1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di
Nicoletta d’Avalos, fatta entrare a forza in S.a Caterina.

Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e Pietrasanta, Duchessa di
Serradifalco. Il Duca suo consorte, scontento di lei, chiese per essa la
clausura, non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa (vera e
propria prigione) delle _Malmaritate_ alla Vetriera. La cattura doveva
eseguirsi da un giudice di patente reale e con accompagnamento di dame,
come soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita invece da
un semplice ufficiale dell’ordine dei berrobieri. Più severi non poteva
essersi. «A due ore e mezza di sera la Duchessa nella sua casa fuori
Porta Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta nella
carcere Carolina delle nobili del Cuore di Gesù». Ci vuol poco ad
indovinare chi fosse il Vicerè: non il pacifico Fogliani, non il
festaiolo Marcantonio Colonna di Stigliano, non il mellifluo Caramanico,
ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il rigore della
procedura, veramente indebito in affari di famiglia, fu da lui seguito
per la disubbidienza della Duchessa all’autorità vicereale.

La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe S. Pietro e,
nientemeno, Presidente e Capitan Generale del Regno di Sicilia in
assenza del Fogliani!

E la cronaca prosegue.

Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della città ricevevano
un foglietto a stampa, sormontato da magnifici stemmi principeschi e
ducali, con questa partecipazione:

«_Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno l’onore di
parteciparle che nel giorno mercoledì sera 7 Luglio si sposeranno la
signora D. Aloisia Lanza e D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed
ossequiosamente si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo
avvìso_»²¹⁷.

 ²¹⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; v. XXVII, p.
     356; e nel vol. edito del 1779 (ms. Qq D 102) p. 86.

Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma haimè! la Aloisia,
fanciullina ancora, dovette subito dividersi dal marito, che contava
appena diciassette anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato
Saverio si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe di Trabia.
Quivi incontrava la moglie. Vederla e scaricarle a bruciapelo una
pistolettata fu tutt’uno. La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli
veniva condotto all’inevitabile castello, essa volontariamente andava a
chiudersi — fatalità di vicinato e d’incontro! — a Suor Vincenza²¹⁸,
dove, martire del più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la
sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura. In proposito,
rifletteva un testimonio: «Tanto avviene alle povere dame che hanno
mariti bruti. Al tempo stesso però è bene dire che ne’ presenti corrotti
tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa invero detestabile,
cagione e origine de’ gran disordini».

 ²¹⁸ G. _Alessi_, _Prontuario di alcune noterelle ecc._, p. 2. n. 14. Il
     Duca moriva molto più tardi, nel 1811, a 49 anni, di diabete, nella
     sua villa Sperlinga (attuale Ricovero Palagonia); la Duchessa nel
     1816. Vedi L. M. _Majorca Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp.
     78 e segg. Palermo 1892.

L’allusione alla libertà che si prendevan le dame è molto vaga: e ad
onore della Aloisia e della Palmira non va diretta nè all’una, nè
all’altra. Le nostre indagini nulla ci han dato di men che lodevole
sulle egregie dame.

Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva un figlio perdutamente
innamorato d’una bella ragazza. Alle nozze da lui vivamente e
replicatamente sollecitate l’accorto padre non volle mai consentire,
così bene ne conosceva l’indole; chè anzi una volta dovette chiedere la
carcerazione di esso. L’esperto uomo prevedeva i guai che Michele
avrebbe fatti passare all’amata ragazza. Se non che, egli cessava di
vivere, e l’innamorato Michele, reso indipendente, il 14 gennaio del
1787 sposava la Palmira Sirignano e Gajanos, più giovane di lui, che
contava 25 anni. Dopo tanto contrasto di passione, che cosa c’era da
sperare se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto! Fin
dalla prima sera Michele rivelò l’indole sua perversa. La tradizione
racconta che egli chiuse e tenne tutta la prima notte, fra le vetrate e
gli scuri di una imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna di
lui.

«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con modi barbari e crudeli.
La povera Palmira dovette andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu
relegato al Castello di S.a Caterina a Favignana; poi, per grazia, al
Castello di Trapani», ove trovavasi ancora nel maggio di quell’anno, che
avrebbe dovuto essere il più dolce e fu il più amaro per la bella
giovinetta. Nel dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova,
suocera della Palmira, si adoperava col parentado per una conciliazione
tra gli sposi, dai quali si sarebbero voluti dei figli. Nel gennaio del
1788 si rinnovava la mancata luna di miele: e «Dio la mandi buona alla
detta povera dama! secondo vuole la opinione generale», esclamava il
Villabianca; ma fu luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira
tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro a Michele alzavasi
il ponte levatoio del Castello. Che irrisione di vicinato! Se non che,
dopo uscito di carcere il violento Michele, un giorno, non sapendo
resistere allo scampanio festivo della chiesa del monastero del
Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo Verdura in via
Montevergini, salito più che di corsa alla terrazza, sparava lo schioppo
sulla suora campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.

Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini in propria
casa, veniva nottetempo aggredito e ferito a morte da ignota mano. Si
sospettò allora di persona la quale volesse riparare all’onore offeso
della moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe Ruffino;
la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi trionfalmente condotta
per la città.

La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano, quando,
rimasta libera, sposò altro uomo che la rese felice; e, vissuta
lungamente, nella sua tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di
ripetere: «Son tanto sdegnata _della verdura_, che dal 1787 non mangiò
più insalata»²¹⁹.

 ²¹⁹ Parte di queste circostanze sono mss. in _Villabianca_, _Diario_
     ined., a. 1787, pp. 4, 136-37, e a. 1800, p. 443; parte le abbiamo
     raccolte dalla bocca del Senatore Duca Giulio Benzo della Verdura,
     che ci ha autorizzati a pubblicarle.

Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe potuto comporre una
coppia bene assortita, fu la già nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di
conversazione pei salotti d’allora.

Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo la grandigia del
casato onde veniva, e vi aggiungeva quella del nuovo nel quale era
entrata. Ma con l’orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione
per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto marito si divise
clamorosamente da lei: e chi ne seppe le ragioni non potè non dare
ragione a lui, che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò
presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà, ripetuta per malsana
tendenza, dovea da ultimo costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via
Alloro, sconosciuti sicari fermano la carrozza nella quale è la
Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei una scomposta
ferita. Non rasoio, non coltello l’arme, ma un ferro da pistola,
stavolta preferito per produrre uno sfregio. Uno sfregio a donna
significa vendetta di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito
del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo vendicare di essere
stato dalla volubile donna defraudato nei diritti acquistati di amante
riamato. Fu detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale²²⁰.

 ²²⁰ _Villabianca_, _Diario_ ined., agosto 1798, pp. 412-13.

E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso giovanile al delitto
più maturatamente pensato: dalle bastonature del cav. Giuseppe
Ventimiglia de’ Conti di Pradres al suo _volante_, che però, non
potendone più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle
stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico Cassaro sino agli
assassini _fin de siècle_ perpetrati da un certo signore di Catania.
Lasciamoli dove sono questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete
della umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati dalla Corte
Capitaniale di Palermo, appropriazioni indebite di gioie ricevute in
deposito, scassinazioni notturne di porte di gentildonne, e via
discorrendo²²¹.

 ²²¹ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 377-78; XXVIII,
     pp. 322-23, 181, 227 e segg., 208. — _Alessi_, _Prontuario_ cit.,
     p. 13.

Gli animi fremevano ad ogni passo, ed invocavano giustizia severa di
tanti che abusavano della lor posizione disonorando i buoni che
degnamente portavano titoli aviti.

«Oh gran virtù dei cavalieri antichi!» viene da esclamare alla
stupefacente notizia che un giovinetto di Casa Ventimiglia (Giovanni
Luigi), solo perchè dei Marchesi Geraci, rifiutava la nomina viceregia
di Senatore. — Rifiutava quel che altri ambiva? — Sì, perchè egli non
tenevasi della comunanza dei signori siciliani. I predecessori di lui
avevan trattato da pari a pari coi re di Sicilia, usato la formola reale
_Dei gratia_, vantato di poter coniare moneta e d’esser dispensati dagli
uffici, relativamente a loro, modesti, di Senatori²²².

 ²²² Leggere nella Biblioteca Commun. di Palermo il ms Qq F 67, n. 12;
     _Consulta della Giunta dei Presidenti e Consultore ne’ titoli dei
     Marchesi di Geraci_ (Pal., 30 Apr. 1700) e l’altro Qq F 82, n. 8,
     p. 168: _Consulta su i titoli che godono i Marchesi di Geraci_.
     Cfr. pure in quest’opera il v. I, cap. IV, p. 87.

E veniva anche da fremere considerandosi che mentre nell’aula del
tribunale della G. C. Civile il magistrato sedeva a capo scoperto, egli,
questo degenerato che alteramente entrava, osasse rimanere a capo
coperto (2 febbr. 1792); e, passando dalla Vicaria, esigesse il saluto
militare come quello che il picchetto di guardia rendeva al proprio
superiore, Principe di Paceco Niccolò Sanseverino (26 luglio 1792)²²³.

 ²²³ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1792, pp. 271-72. — _D’Angelo_,
     _Giornale_ ined., pp. 23 e 33.

Che importa che i rei (le geste dei quali abbiam dovuto per brevità
lasciare nel dimenticatoio) venissero relegati quale alla Colombaja di
Trapani, quale in Termini, quale in Favignana e in Messina! Questo c’è
di fatto: che a capo di pochi mesi, di pochi giorni magari, essi
tornavano allegramente come da un premio conseguito. E quando i loro
compagni in trascorsi, discolerie, crimini uscivano dal Castello di
Palermo, e tra i sorrisi e le strette di mano di certi amici riandavano
i particolari delle loro spavalderie ed i passatempi goduti nella così
detta prigione, il senno antico degli attempati signori ne soffriva oh
quanto! Nella severità del volto, nell’abbassare degli occhi pareva
declinassero costoro qualunque solidarietà di ceto con siffatta genìa,
se il ceto poteva determinare ad abusi di tanta sfrenata prepotenza; ed
allora con D. Giovanni Meli si udivano a mormorare:

    Oh seculi, oh custumi!...
    Seculi cchiù birbuni
    Di chisti nun cci nn’è!

Ma dimenticavano che l’umana tristezza è immensa quanto il mare, e che
se in tante e così brutte maniere si manifestava in Sicilia, con più
raffinata violenza percorreva fuori di essa la scala della criminalità.



                               CAP. XIII.


               INDELICATEZZE, FALLIMENTI, MALVERSAZIONI.

Oggi è un gran dire su pei giornali, un gran mormorare tra i crocchi e
le conversazioni, di _indelicatezze_ e di _appropriazioni indebite_,
come con la ipocrisia del nuovo linguaggio si chiamano gl’illeciti
guadagni e le grosse ladrerie di certi uomini pubblici; ma un soldo di
pane che un povero affamato porti via illecitamente è chiamato sempre
_furto_. In passato però non era diversamente, perchè la pianta-uomo è
sempre una, e là dov’essa cresce e si muove, le virtù vanno coi vizi, e
gli esempi di onestà intemerata hanno il contrappeso di ributtanti
brutture. Dignità ed onori non impedivano che persone anche in conto di
integerrime prevaricassero a danno delle amministrazioni alle quali eran
preposte e delle quali avrebbero dovuto esser custodi scrupolosi e
zelanti.

Il Meli, che non va mai trascurato quando si parli dei vecchi costumi,
rispecchiando il pensiero dei suoi concittadini sull’apparente
prosperità dei suoi tempi, lanciava in una ottava una terribile
frecciata sul magistrato del Comune e sul capo supremo dello Stato in
Sicilia. La freccia però rimaneva nascosta in casa del poeta, e solo da
poco è stata messa in evidenza nell’epigramma _A Palermu_, che è
anteriore al 1800²²⁴.

 ²²⁴ _Meli_, _Poesie_, p. 391, n. XLIX.

L’ardita accusa non determinava fatti speciali; ma la cronaca
spicciolata d’allora deve averne raccontato qualcuno: il che può aver
prestato argomento ai soliti _pour-parlers_ a base di maldicenza. Si
parla infatti della moglie d’un pezzo grosso del Senato, la quale
avrebbe tratto profitto dalla posizione del marito, oscurando, con doni
che riceveva in compenso di favori, la fama del casato²²⁵. Si parla
d’altri pezzi egualmente grossi del medesimo Senato che avrebbero preso
«denari e sborsi di buoni capitali dai loro subalterni eliggendoli
uffiziali, che era poi in sostanza lo stesso di vendersi il _jus
furandi_ perchè si soddisfacessero dell’impieghi che vi avevano fatti
perchè vi campassero sopra».

 ²²⁵ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 135.

Ma son voci vaghe, che non hanno maggior valore dei soliti _si dice_
della giornata. Si parla altresì di un Senatore, che col nome di persone
di sua fiducia avrebbe assunta la impresa della beneficiata di S.a
Cristina traendone larghi lucri. La qual cosa il Villabianca rivela,
fieramente tonando contro le turpitudini del presente in così aperto
contrasto con l’onestà del passato. Di quel passato egli stesso, a
proposito della terza elezione di Ercole Branciforti, Principe di
Scordia, a Pretore di Palermo, avea potuto scrivere che la nettezza
delle sue mani «lo metteva sommamente in pregio, e lo rendeva
venerando»²²⁶.

 ²²⁶ _Diario_ ined., a. 1793, p. 22; _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p.
     181.

Erano nel palazzo pretorio sette Contestabili: uno del Pretore, sei de’
Senatori. In palazzo e fuori si diceva di loro _plagas_; e ciò
persuadeva il Senato a destituirli, benchè nominati a vita. Ricorrevano
costoro all’autorità competente; ma ne uscivano col danno e le beffe,
perchè la loro reità restava luminosamente confermata da fatti e
testimonianze; e l’autorità in persona, che era il Vicerè Caramanico,
ordinava e comandava: «Che il Senato cacci via i sei Contestabili che
assistono i Senatori ed il Contabile maggiore che assiste il Pretore per
affari di annona; ne eliga, in vece loro, altri tanti in pieno congresso
per un bienno, da scegliersi dal ceto delle maestranze le più
circospette e cittadini onorati, amovibili _ad nutum etiam sine causa_»
ecc.²²⁷.

 ²²⁷ _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 35.

A titolo di onore ecco i nomi dei coraggiosi che ruppero contro questa
malnata associazione di malfattori: 1. Bald. Platamone, Duca di
Belmurgo, Pretore; 2. Ignazio Branciforti; 3. Fr. Parisi, Principe di
Torrebruna; 4. Carlo Cottone, Principe di Villarmosa; 5. Gius. Amato,
Principe di Galati; 6. Ignazio Migliaccio, Principe di Malvagna; 7.
Pietro Ascenzo, Principe di Alcanà.

E giacchè la risoluzione assodava responsabili di gravi negligenze i
«maestri d’immondezza», che mangiavano il pane a tradimento, con un
tratto di penna venivano destituiti anch’essi, e soppresso il loro
ufficio; il quale dalla Deputazione dei Nobili per la pulitezza delle
strade veniva affidato ad uffiziali addetti a consimili incumbenze²²⁸.

 ²²⁸ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, p. 23.

Lasciamo il processo che, proprio al chiudersi del secolo, si andava
compilando contro i Deputati di piazza²²⁹, frodatori del pubblico e del
Comune quanto coloro che nel 1796 avean prestato braccio a quel ladro di
Giovanni Cane, di cui è parola nel cap. _dell’Asilo sacro_. Questo
processo finirà come molti altri: col «non luogo a procedere» d’oggi.

 ²²⁹ _Atti del Senato_, a. 1800-1801, p. 158.

Quello però che accadeva al Pretore Regalmici è mostruoso.

Richiesto dal Governo di Napoli, il Talamanca La Grua nel 1779 spediva
nel corso di venti giorni duemila salme di farina. Chi poteva
sospettarla adulterata? Eppure lo era: e la spiacevole notizia egli la
apprese per una gran lavata di capo venutagli dalla Corte di Napoli,
egli primo magistrato della città, pieno di energia e di zelo per tutto
ciò che fosse pubblico bene. Ah no, il Regalmici non meritava quel
rimprovero! E quando la Corte di Napoli e quella di Palermo se ne
accorsero, bandirono il taglione contro il colpevole, Giuseppe di Maggio
di Cristoforo, il quale pensò a salvarsi in tempo²³⁰.

 ²³⁰ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 370-71.

Non del tutto dissimili procedevano sovente le sorti di alcuni istituti
filiali del Senato. La grotta di S.a Rosalia sul Pellegrino e la
Cappella di S.a Rosalia nel Duomo, la Cappella della Immacolata a S.
Francesco e la chiesa di S. Rocco, la Deputazione per le quarant’ore e
quella per la Casa di S.a Caterina da Siena, con l’altra della Casa e
Rifugio delle malmaritate, la Suprema generale Deputazione di salute e
la Deputazione del Molo, delle torri, delle strade, quelle della
Biblioteca, della Villa Giulia, della Fontana Pretoria, delle Nuove
Gabelle, dei Corsi d’acqua, del Monte di Pietà, della Tavola,
dell’Ospedale grande e nuovo, dell’Ospedale S. Bartolomeo, del Pantano
di Mondello; e poi le altre per la terra della Bagheria, pel feudo della
Baronia di Solanto, per la Terra di Partinico, e per la Sicciara
(Balestrate), tutte avevano amministratori proprî, dipendenti però dai
centrali del Comune (1784-85).

I più eran modello di rigidi amministratori; alcuni però per vecchi
abusi d’ufficiali, per fiacchezza od inesperienza erano da meno, pur non
potendosi incolpare di opere disoneste; ma ve ne erano degni del carcere
e della corda.

La indelicatezza dalle basse sfere montava alle alte.

Il rigore che vuole apportarsi oggi nelle amministrazioni pubbliche leva
al cielo i passati tempi vantati avversi a gratificazioni e compensi di
qualunque maniera. È un richiamo che tradisce la ignoranza storica. Le
gratificazioni, i compensi, anche per servigi privati, v’erano anche
allora: ma portavano altro nome, e alcuni, quello di «toghe
d’allegrezza». Nel capitolo sopra il _Senato_ ed i _Senatori_ ne abbiamo
detto qualche cosa, anzi più che qualche cosa: il che ci dispensa da
nuove spiacevoli indicazioni.

La Tavola (Banco) poi ne offriva il peggiore esempio col pretesto di
nuove nomine di alti rappresentanti dello Stato: e l’esempio partiva _ab
alto_, dai Governatori. Nel 1780 si adunavano essi pel conseguimento di
siffatta toga all’arrivo del Presidente del Regno D. Antonio de Cortada
y Bru: e credevano di non venir meno ai doveri di convenienza, di
dignità, di rispetto alla qualità loro, attribuendosi quei favori. Il
Cancelliere della Città, che ne veniva a conoscenza, «faceva sentire la
sua voce acciò si dessero pure a lui, segretario del Banco, le toghe
d’allegrezza e di lutto [anche pel lutto se ne aveano!] ogni qual volta
si ripartivano ai Governatori ed agli alti ufficiali». Di più ancora:
nel 1784 si deliberava di chiedere il permesso che si spedisse il
pagamento non di una ma di due toghe, cioè di allegrezza e di lutto a
favore del Principe di Mezzojuso, Sindaco: e nel 1785, per un nuovo
parto della Regina, altre toghe si distribuissero fra loro i
Governatori²³¹.

 ²³¹ _Provviste del Senato_, a. 1779-80, pp. 387 e 679; a. 1783-84, p.
     451; a. 1784-85, p. 281.

Le severe proibizioni ai Governatori del Monte ad ammettere nella
Conservatoria di S.a Lucia ragazze che avessero oltrepassata l’età
voluta dai regolamenti e che non fossero orfane rompevano contro il
capriccio o il _favoritismo_ dei Governatori medesimi. Quante volte non
si passava sopra questa ultima e radicale condizione di ammissione, con
pregiudizio di orfanelle povere ed abbandonate! Nel solo anno 1780 e in
una sola consulta si fecero entrare fino a sette fanciulle, i genitori
delle quali eran vivi e sani. Vivo e sano il padre della ragazza Gerfo,
ammessa nel 1781; vivo e sano il padre di Rosa Sabatino nel 1782; vivo e
sano quello di Marianna Ciminello nel 1783²³² e, scandalo forse unico
nel genere, che disonora tutta una amministrazione, fu lo iniquo voto
che ammetteva al sorteggio di un secondo legato di maritaggio Maria Anna
Noto (1787), la cui sorella poco prima di lei altro ne avea
conseguito²³³.

 ²³² _Provviste del Senato_ a. 1779-80, p. 643; a. 1781-82, pp. 63 e
     918; a. 1783-84, p. 741.

 ²³³ _Provviste del Senato_ a. 1787-88, p. 411.

Di parzialità in parzialità il Senato confermava in carica Governatori
scaduti, per virtù di capitoli, non rieleggibili; ed i Governatori
eleggevano avvocati soprannumerarî del Monte Salv. Coglitore e Girolamo
Maurici, Francesco Ardizzone e Giuseppe Eschero: un collegio di forensi,
al quale tutto poteva abbondare fuori che cause e litigi, e nominavano
altresì avvocato straordinario con dispensa di un atto necessario e
quindi indebitamente Domenico Candia.

Era tuttavia sonora l’eco delle tremilaseicento onze dai Governatori del
Monte di Pietà spese per la copertura dell’edificio (1776); si parlava
delle regalie che questi avean prodigate ai sopraintendenti delle
imprese, e delle gratificazioni più che vergognose che si erano essi
attribuite²³⁴; e già nel 1785 veniva in luce un nuovo gravissimo fatto,
che gettava la desolazione nei poveri, lo sgomento nel paese: il
fallimento dell’istituto. Gregorio Spadafora, «Amministratore e
Razionale del ripartimento del Prèstamo», presentava un ammanco di
60,000 scudi circa. Alcuni ufficiali gli avean tenuto il sacco, e si
eran salvati con la fuga. Della reità dello Spadafora nessuno dubitava:
un lungo capitolo in versi accusava, amaramente scherzando, il reo, che
a giustificare le agiatezze alle quali si era abbandonato dava a credere
il rinvenimento d’un tesoro²³⁵.

 ²³⁴ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 60.

 ²³⁵ _Torremuzza_, _Giornale Istorico_ ined., p. 217 _retro_.
     _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.

Disastro così grave ne metteva in luce un altro meno generale, ma non
meno grave. Ignazio Mustica, cassiere del civico Banco, falliva d’una
ingentissima somma: chi facevala ammontare a cinquanta, chi a
settantamila scudi. Come avea potuto egli trascinare a così inattesa
iattura il paese? Con la connivenza e la cooperazione di alcuni ribaldi:
il _libreri_ (ragioniere) Giuseppe La Rosa e lo scritturale Salvatore
del Carretto; coi quali, appena scoperto, prendeva il largo, più destro
e fortunato degli autori delle frodi e falsità commesse contro la fede
pubblica pel Caricatore di Sciacca (1772)²³⁶. Caracciolo, irritatissimo,
bandiva una taglia di cento onze (L. 1275) a chi li trovasse. La gente,
indignata dei Governatori, ne reclamava la punizione: e la Corte
pretoria mandava per mezzo dei suoi soldati di marina a catturar
costoro, i quali non si sa quanto ci entrassero. Erano essi il mercante
Innocenzo Lugaro e gli ex-Senatori nobili Corrado Romagnolo (quello da
cui prende ora nome la deliziosa contrada oltre la Villa Giulia) e
Vincenzo Parisi: che però, infermo, rimaneva carcerato in casa sotto
mallevaria del Duca di Cefalà: tutti e tre issofatto deposti dal Senato
e sostituiti con altri più coscienti dei doveri elementari di giustizia
e di onestà.

 ²³⁶ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 111-12.

Un erudito, testimonio del fermento dei Palermitani a tanta frode, se ne
addolorava non solo pel danno economico che alla Città ne derivava, e
pel discredito della nazione presso il mondo, ma anche perchè c’era di
mezzo un Vicerè napoletano, il Caracciolo, il quale detestava i
Siciliani.

Egli, peraltro, ordinava una inchiesta sulle opere filiali del Senato e
sulle regie²³⁷. Evidentemente, le inchieste dopo un disastro, non sono
provvedimenti o lustre recentissime!

 ²³⁷ _Torremuzza_, _Giorn. Ist._ ined., p. 217 _retro_. — _Villabianca_,
     _Diario_ ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.

Delitti, se non identici, simili a questi due, ripetevansi quasi
contemporaneamente (incredibile!) negli anni 1798 e 1799 tanto nel Monte
di Pietà quanto nel Banco. Furti ed imbrogli nell’uno, furti ed imbrogli
nell’altro: e noi lasceremo al Sindaco ed ai Governatori, venuti a capo
delle frodi commesse dai loro ufficiali, la briga d’istruirne il
processo, ed al Governo, l’ordine di una nuova inchiesta. Così
l’avessero fatta per le duemila onze state spese per la costruzione del
portico del Monte di Pietà nel 1790!²³⁸.

 ²³⁸ _Atti del Senato_ a. 1798-99, p. 245. — _Villabianca_, _Diario_
     ined. a. 1798, pp. 541-45; a. 1799, pp. 466, 473, 493; a. 1790, pp.
     327 e 470.

Non irragionevoli sospetti sulle amministrazioni dei due spedali Grande
e di S. Bartolomeo lasciavasi sfuggire il Villabianca. Gli spedalieri,
egli diceva, son perpetui, ed «è facile assai e assai [più] di una volta
prevaricare. Non vi è più dannoso nelle opere pubbliche, e sopra tutto
opere pie, che la perpetuità di officio nei loro rettori»: e lo diceva
lamentando le cattive condizioni di entrambi gl’istituti di carità.

Altra maniera di frodi era quella della usurpazione di suolo pubblico
per parte di alti personaggi del Governo d’allora, e perchè alti,
lasciati in pace a godersi l’altrui. Data dal 1767, e quindi lontano dal
tempo del quale ci occupiamo, il complemento della casa Asmundo Paternò
di fronte alla Cattedrale. L’Asmundo, padre di quel G. Battista
palermitano, che fu Presidente del Concistoro e del Supremo Magistrato
del Commercio, e più tardi (1803-6) Presidente del Regno, ne decorò
sontuosamente il prospetto, e vi fece alzare pilastri di grandi
dimensioni che uscirono fuori i limiti del palazzo, sporgendo sul corso.
Ma il Paternò era Presidente del real Patrimonio, e nessuno ardì
richiamarlo al dovere. Ben lo richiamò invece, ma senza frutto, perchè
l’abuso passò senza una parola del Senato, le seguente canzonetta:

_Mentri si fabbricava la casa di lu sù Presidenti Paternò._

      Avanti c’era un muttu cu sta frasa:
    Lu Prisidenti è un cunigghiu di ddisa;
    Ma ora chi crisciu cu la sò casa,
    Si chiama la tartuca catanisa.
    Lu Cassaru strinciu cu la sò spasa:
    Omu putenti pigghiau chista ’mprisa,
    Pirchì la giustizia è vastasa
    E a cui c’incumbi si la pigghia a risa.
    Pri civiltà la manu si ci vasa:
    Ma ’un si ci loda sta spasa e sta spisa.
    Un palmu e menzu si ritiri e trasa,
    E a cui nun voli ci vegna la scisa²³⁹!

 ²³⁹ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 23-24.

Non ostante che lontano da noi, questo abuso concorre a lumeggiare
l’ambiente, e giova a farci capire come potessero avvenire certe cose
anche fuori la città murata.

Andando verso i Colli, presso la Favorita, è una villa, che fu già
superba di marmi, busti, mobili e vasellame. Il denaro vi fu profuso con
larghezza principesca. Innanzi ha una ampia piazza, chiusa da
inferriata, che ingombra la strada, e solo da pochi anni fatta rientrare
dall’Autorità municipale per rendere estetico il luogo. Dietro è un
parco che potrebbe dirsi reale. Quel terreno fu affermato proprietà del
Comune, ed un signore aver potuto farlo suo, perchè Presidente del
Tribunale della Gran Corte e Luogotenente di Maestro Giustiziere. I
contemporanei ebbero per lui parole più che severe, l’eco delle quali
ripercotevasi in accuse ben determinate alla Corte di Napoli; donde il 6
febbraio 1786 come fulmine a ciel sereno giungeva un decreto di
destituzione. Quella villa, già delizia ed orgoglio, fu baratro del
possessore: e quando il potente di ieri non ebbe più modo di rialzarsi,
lo si chiamò responsabile di sentenze inique contro il Principe di
Belvedere, di basse compiacenze al Caracciolo a carico del patrimonio di
S. Orsola, di rovina del commercio esterno: giudizî che vuolsi esser
cauti ad accogliere, giacchè molto può avervi concorso la leggerezza dei
facili novellieri, l’invidia dei non favoriti, le ire di parte
lungamente represse.



                               CAP. XIV.


                 ASILO SACRO, O IMMUNITÀ ECCLESIASTICA.

Avanzo odioso di Medio evo, al quale i venturi stenteranno a credere se
non ci fosse il conforto della storia, è quello dell’asilo sacro, sia
altrimenti detto immunità ecclesiastica, reclamato dalla chiesa,
conceduto dai governi.

In forza di esso un reo che voleva sfuggire ai rigori della giustizia,
senza discorrer sopra la natura della reità commessa, poteva — e qui sta
bene mutare il presente in passato — correre come a luogo intangibile
verso una chiesa. Una volta bastava ch’egli mettesse piede in un
circuito di 40 passi se la chiesa fosse maggiore, di 30 se minore²⁴⁰:
poi, giudicata anche dagli stessi canoni troppo severamente tanta
larghezza d’interpretazione, venne da una bolla pontificia ridotta. Pure
bastava sempre che il reo raggiungesse un gradino del recinto, o
toccasse con le mani una porta o le mura, o si appoggiasse con le spalle
al fabbricato della chiesa, perchè potesse ritenersi uscito dalla
competenza della giustizia ordinaria e passato a quella ecclesiastica.
Sotto di essa allora godeva la immunità, salvo a doversi poi accertare
fino a qual punto potesse egli accamparsi sotto le grandi ale
dell’Ordinario della sua diocesi o, dove fosse sede vacante,
dell’Ordinario della diocesi più vicina.

 ²⁴⁰ La misura partiva dalle mura della chiesa. Un passo costava di
     cinque piedi; un _piede_ di quindici dita. Vedi _Fr. Gastone_, _De
     spatio asyli ecclesiastici: Canonica Dissertatio in causa
     immunitatis edita_, art. II. Panormi, ex Typographia A. Epiri.
     1699.

Fatto sociale, politico, giuridico di tanta gravità fu tema di lunghe e
non sempre calme controversie sul vecchio privilegio, divenuto abuso di
delinquenti, ostacolo al libero esercizio della giustizia, ribellione
aperta alle leggi divine, ai diritti della ragione, che vogliono punito
chi abbia fatto del male con la coscienza e la volontà di farlo.

L’esistenza di una _Congregazione della Immunità_ in Roma fa supporre
con che ardore si dovessero guardare le liti di questo genere, sulle
quali non si arrestavano recriminazioni di vescovi, risoluzioni di
cardinali, bolle di pontefici e, che è più, minacce di censure ai
violatori dei luoghi immuni. Siffatte bolle non sempre si volevan
ricevere dai principi, perchè essi vi vedevano menomata la loro
autorità, lesi i diritti dello Stato a beneficio dell’individuo «di
bassa estrazione», ed a pericolo della sicurezza pubblica.

In Sicilia entrarono nello spinoso campo del contrastato diritto
Francesco Gastone, P. Gambacurta, M. Cutelli ed altri giureconsulti
d’incontestabile valore²⁴¹: e se non fosse intervenuta l’opera
moderatrice di Benedetto XIV, forse omicidî, fallimenti fraudolenti,
debiti al fisco o al pubblico ed altri delitti contro la retta ragione
si sarebbero anche tra noi a lungo accresciuti con la larva della
legalità di asilo. Le restrizioni del sapiente pontefice ridussero la
immunità, ed in Palermo fu concessione di lui il divieto di rifugio
privilegiato nelle due chiese di S. Sebastiano e di S. Paolo dentro il
quartiere militare degli Spagnuoli (oggi S. Giacomo). Ma la immunità fu
pur sempre un privilegio, che certi nemici di essa o accettarono senza
discussione, o subirono a favore di chi senza sua volontà o per puro
accidente trascorresse ad eccessi anche gravi contro le persone.
L’accettarono o si rassegnarono a subirla «per una cosa ragionevole e
legittima, com’è quella dell’offesa commessa nel calor dell’ira o della
rissa, se l’offensore sia stato provocato acerbamente, e in guisa tale
che il delitto possa dirsi quasi involontario ed estorto dall’umana
fragilità più che dal consiglio ed animo deliberato di nuocere
altrui»²⁴².

 ²⁴¹ P. _Gambacurta_, _De Immunitate Ecclesiarum in constitutionem
     Gregorii XIV, P.M., Libri octo._ Lugduni, 1622. — _M. Cutelli_, _De
     prisca et recenti Immunitate Ecclesiae et ecclesiasticorum
     libertate generales controversiae._ Matriti, ex Typographia regia
     1647.

 ²⁴² _Discorso sopra l’Asilo ecclesiastico_, p. I.ª, § XX, XXIII, in
     Firenze, MDCCLXV.

Altri invece non si seppero rassegnare, e tra essi un ecclesiastico e
nobile palermitano, il quale nel 1775 scriveva:

«Lascio di far parola del danno che fa alla Republica l’abuso del
diritto d’asilo, che nei suoi limiti è venerabile e sagrosanto, ma nei
suoi eccessi è la maggior onta che possa darsi a’ malfattori, ladri,
assassini, omicidi per devastare con sicurezza i beni e la vita dei
cittadini, e per turbare la pubblica tranquillità».

E venendo a quelli che della veste talare si giovavano per la impunità
dei loro reati aggiungeva:

«Chierici di ordini minori vogliono approfittarsi soverchiamente
dell’immunità personale in oltraggio della Repubblica, e secondo loro
torna a grado fan cadere e fan crescere i capelli della loro cherica,
tolgono e rimettono al loro collo l’azzurro lenzuolino per aver largo di
commettere impunemente i maggiori delitti»²⁴³.

 ²⁴³ _Santacolomba_, _L’Educazione_, pp. 361-62.

Lasciamo a chi voglia di proposito occuparsi di questo strano fenomeno
legalizzato, che offre curiosi documenti delle conseguenze alle quali
può condurre l’applicazione d’un diritto e d’un privilegio di siffatta
natura. Certo, la storia della legislazione penale avrà molto da dire
sul proposito anche in Sicilia. Cronache e pubblici strumenti ci
ricordano quel Carlo Cento, «locatario della gabella del pesce», che nel
1784 fallì per debito di una grossa somma, e «non potendo pagare, prese
il rifugio della chiesa in compagnia di suo genero e fidejussore per
esimersi di persona dalle coercizioni giudiziarie fattegli dal
magistrato.»²⁴⁴. Ci ricordano quel Vincenzo Stroncone, carcerato a nome
della chiesa nella Vicaria, pel quale con una disposizione pari a quella
relativa al celebre Ab. Vella, si ordinava dal Vicerè la scarcerazione
dalla Vicaria e la detenzione in casa in luogo di chiesa²⁴⁵ (povera
chiesa, pigliata anche qui a prestito dalle autorità politiche per
coonestare infrazioni di leggi, come più tardi, la mondanità degli
spettacoli teatrali!²⁴⁶). Ci ricordano la fuga del Duca di Sperlinga
Saverio Oneto nella chiesa dei Cocchieri, immediatamente dopo ucciso il
provocante D. Michele.

 ²⁴⁴ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 266.

 ²⁴⁵ _Provviste del Senato_, a. 1785-86, pp. 548 e 588.

 ²⁴⁶ Vedi il cap. _Teatro_.

E poichè la immunità era il _salva nos_ dei frodatori del denaro
pubblico e privato, ecco nel 1794 il fallimento per migliaia e migliaia
di scudi a danno del Senato da parte «dei gabellotti del partito della
neve di provvista della città». Giusto allora un certo Principe,
«amministratore generale della neve, si cautelò sopra la chiesa dei PP.
Mercedarî del Molo alli Cartara», (chiesa demolita non è guari), e
«Girolamo Tagliavia ed Adamo se ne scappò da Palermo», anche per
fallimento a danno di parecchi altri negozianti.

Giovanni Cane, «carbonaio di estrazione nell’arredamento della
provvisione del carbone a male per la città», per molti mesi vendette a
14 o 15 tarì la salma il carbone che avrebbe dovuto per accordo ed
ordine del Senato vendere solo a 12 tarì (L. 5,10). Guarentito dai suoi
amici, scampava il carcere; ma il ribaldo lasciava nelle peste i suoi
benefattori col solito rifugio sacro; come a breve distanza di tempo
facevano nella chiesa di S. Domenico certi rei di tumulto²⁴⁷.

 ²⁴⁷ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1794, p. 619; ed a. 1796, p. 379.

Ecco G. B. Salerno, per mancata fidejussione, sottrarsi in una chiesa ai
rigori della legge e dopo cinque anni di perduta libertà, stando sempre
dentro o innanzi la chiesa, impetrar grazia al Re che volesse
condonargli la pena in considerazione d’una paralisi ond’era stato
colpito durante lo asilo e della estrema miseria alla quale e lui e la
sua famiglia si eran ridotti²⁴⁸.

 ²⁴⁸ _Penes Acto_ del 1799, nello Archivio Comunale di Palermo.

Ma nel privilegio erano tante condizioni, eccezioni, riserbe che
l’osservanza di esso rendeva eccessivamente complicata la procedura
ecclesiastica e, peggio, la criminale e civile ordinaria, quando ci
fosse stato mezzo di afferrarsi ad un addentellato qualsiasi. Vi sono
esempî di salvaguardia accordata dall’autorità ecclesiastica per ragioni
del tutto frivole: ed un Conte, dopo d’essere stato per due mesi nel
convento di S. Francesco li Chiodari, volendosi costituire alla
giustizia civile, otteneva una salvaguardia della sua persona nel
convento medesimo²⁴⁹.

 ²⁴⁹ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, p. 70.

E non pur complicata, ma anche elastica era quella procedura. Nelle
chiese nelle quali mancavano luoghi comodi, il reo era facoltato ad
uscire ogni volta che un bisogno lo imponesse. La immunità
accompagnavalo anche per questo: e nessuno, in quel prosaico quarto
d’ora, o per condizioni speciali patologiche, le quali potevano
prolungarsi o ripetersi più volte al giorno, avea diritto di coglierlo
in infrazione di legge d’asilo²⁵⁰. Guai allora, o nel momento della
funzione fisiologica, o stando egli comodamente in chiesa, a mettergli
le mani addosso!

 ²⁵⁰ _Gastone_, _De spatio_, art. II.

Il 4 ottobre 1785 tre soldati della Compagnia rusticana di Capitan reale
di Palermo strappavano violentemente dalla chiesa del convento
francescano degli Scalzi un secolare testè rifugiatovisi per non so
quale delitto audacemente commesso. Quei poveri soldati dovevano averne
le tasche piene: sicchè, ghermitolo appena, lo bastonavano di santa
ragione e lo graziavano d’una coltellata. Ne nasceva un putiferio, ed il
Governo si affrettava a punire quanto più severamente potesse i suoi
agenti infliggendo loro anche la condanna di farsi assolvere della
scomunica nella quale erano incorsi.

Se vogliamo saperne qualche cosa, chiediamone al Villabianca il quale fu
presente e descrisse la scena.

«L’assoluzione, egli racconta, fu data da uno dei canonici della
Metropolitana, Orazio la Torre dei Principi la Torre. Vestito
pontificalmente con mitra in testa e con cappa magna di color violaceo,
costui si postò a sedere in sedia privata sopra di un talamo di tavole,
apparato di tela azzurra, e senza coltra, che fu innalzato innanzi la
porta falsa della chiesa di Porto Salvo nel Largo della Marina. Due
vivandieri, o sian prebendati del Duomo, furono ad assisterlo, sedendo
su due banchetti coperti di panni neri assieme con parecchi rossolilli,
che son li ragazzi sagrestani della maggior chiesa. E qui facendosi
salire li scomunicati, si denudarono ad essi le spalle. In questa
situazione di cose gridò tosto il Canonico una erudita ed elegante
concione al popolo che vi stava di sotto, concorsovi innumerabile, a
portar rispetto alla chiesa, e battendo più volte i rei nelle spalle con
verga di granato, s’ascoltò in tale atto la intonazione del _Miserere_
dei defunti _ad petendam Dei misericordiam_ fattavi dai suoi assistenti.
Passò alla fine all’assoluzione pubblica, che a quelli concesse in ampia
forma, giusta il rito di Santa Chiesa, con che prese termine il tetro,
triste spettacolo»²⁵¹.

 ²⁵¹ _Diario_ ined., a. 1785, p. 286.

E pensare che era Vicerè D. Domenico Caracciolo.

Guardando con serenità agli effetti dell’abusiva interpretazione del
diritto d’asilo sacro, il Vicerè Principe di Caramanico nel 1787 evocava
le antiche discipline in proposito, ed ordinava:

«Quando gl’inquisiti prendono l’asilo della chiesa, deve da tutte le
Corti capitaniali osservarsi la seguente regola: se sono rei di omicidio
o di grave ferizione, che possa cagionare la morte, o pure fossero
pubblici ladroni e stradarj, o rei di lesa Maestà divina ed umana, in
_primo vel secundo capite_, o di dolosa decozione o di altro qualunque
delitto, escluso dall’immunità ecclesiastica per l’ultima bolla di
Benedetto XIV, esecutoriata in Regno, in tali casi, chiesto il braccio
ecclesiastico, si prendano e si carcerino per la chiesa coll’avvertenza
dello spettabile Avvocato fiscale. Tali carcerati non si possono citare,
nè subire, nè restringere sino alla sentenza dell’esclusione
dell’immunità, ma si devono cautelosamente custodire. Proferita quindi
la sentenza esclusiva dell’immunità locali, si devono ripetere i
testimonj _citato reo_. Se dal Vicario locale del Vescovo si niegasse il
braccio, o pur si ritardasse al segno che potesse temersi la fuga del
reo, si prenda dalla chiesa e si carceri senza il braccio ecclesiastico
e se ne dia subito conto allo spettabile Avvocato fiscale con
mandarglisi la relazione degli officiali, a’ quali venne negato il
braccio ecclesiastico».

Come si vede, qualche restrizione, un po’ timidamente se si vuole, ma
con una certa precisione, è fatta. Pure la preoccupazione per le
conseguenze d’un passo falso, d’un abuso anche piccolo a danno dei
godenti il diritto d’immunità, si tradisce in ogni parola, ed è evidente
nel seguito dell’articolo:

«I rei di tutti gli altri delitti non esclusi dal sacro asilo, si
lascino sopra chiesa, e sia della cura del Capitano e degli altri
officiali il coglierli fuori chiesa. Se però facessero abuso del sacro
asilo in qualunque maniera o con uscir fuori, o con commettere nella
chiesa medesima delle enormità e tresche scandalose, o con ripostare in
chiesa i furti da altri commessi: col braccio ecclesiastico, nella
maniera sovra espressata, si prendano e si carcerino per la chiesa colla
suddetta avvertenza; e per non incorrere nelle conseguenze di così grave
partito, si compili colla maggior sollecitudine il processicolo del
fatto abuso, e si mandi al Tribunale o allo spettabile Avvocato
fiscale».

E per gli ecclesiastici?

«Se un prete o un chierico _in minoribus_, regolare e secolare, commette
un atroce delitto, a norma del reale rescritto del 1777, la Corte
Capitaniale ne compila il processo, e, finitolo, col braccio del Vicario
ecclesiastico, deve arrestarlo. Se non che, pel chierico importa
assicurarsi se, giusta i due requisiti del Concilio di Trento,
prescritti pel godimento del foro ecclesiastico, egli abbia portato
l’abito e sia andato a tonsura»²⁵².

 ²⁵² _Istruzioni per l’Amministrazione della Giustizia nelle occorrenze
     delle cause e materie criminali_, nn. XXXIV e XXXV. Vedi _Pratica
     per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr. D.
     _Zenobio Russo_ e _Diana_. Nuova edizione, pp. 294-96. In Palermo,
     Felicella.

E già prima del Caramanico altre disposizioni particolari volevano che
quelli «che sono rifugiati in chiesa, non potendo star in giudizio, non
possano essere intesi se non si presentano nelle forze della Giustizia»
ordinaria; e che se «il reo trovasi rifugiato sopra la chiesa, la
citazione o sia per affissione o per pubblico proclama sarebbe
nulla»²⁵³.

 ²⁵³ _Istruzioni_, n. XXII, p. 121.

Di quest’ordinamento, che costituisce tutta una legislazione, come
abbiam detto, complicata, ed una procedura più complicata ancora, che
cosa rimane oggi?

Null’altro che vaghi ricordi tradizionali. Una frase del dialetto
parlato accenna all’ultima forma nella quale pare essersi ridotto il
privilegio. Chi _spinte o sponte_ faccia delle spese eccessive o
superiori alle proprie forze, e sia o si presuma o voglia farsi credere
nella via della rovina finanziaria, dolendosi di chi o con chi sia causa
continua del minacciato disastro che lo porterà a fallire, esclama:
_Jennu di sta manera, vaju a pigghiu la chiesa di pettu_ (andando di
questo passo, io sarò costretto a correre verso la chiesa). _Pigghiari
la chiesa di pettu_ significa: ridursi al verde, fallire: frase, in
questo senso, non interpretata da nessun vocabolarista del dialetto!

Nei giuochi siciliani ve n’è uno, solito a farsi specialmente di sera,
nel quale una frotta di fanciulli raffiguranti ladri si appiatta in un
dato posto; un’altra, di birri, va in cerca di quella per catturarla.
Vedendosi scoperti, i ladri si danno a precipitosa fuga; e i birri ad
inseguirli fino alla sbarra, o meta, che in una delle molte varianti del
giuoco si chiama _chiesa_. Se gl’inseguiti vengon presi innanzi di
giungere alla meta o _chiesa_, vanno sotto, e pagano la pena; se no,
appena toccano chiesa, luogo immune, non possono più esser molestati e
rimangono intangibili.

Chi avrebbe mai detto che un privilegio che diede tanti grattacapi a
Vicerè, che turbò tanti sogni di Capitani giustizieri, che fece tremare
tanti giudici, dovesse un giorno andarsi a confinare tra i divertimenti
dei monelli!²⁵⁴.

 ²⁵⁴ _Pitrè_, _Giuochi fanciulleschi sic._, nn. 144, 188, 192; e p.
     LXIII. Palermo, 1883.

_Tout passe, tout casse, tout lasse!_



                                CAP. XV.


         OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.

All’ozio d’alcuni della società partecipava con altra forma, e in
maniera non sai se più riprovevole o disgustosa, l’infima classe del
popolo, e, in minore intensità e numero, la mezzana.

Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti potessero trovarne;
scarsi gli espedienti a campare la vita, per naturale ignavia, per
suggestivo esempio di chi poltriva, resa talora inetta.

Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano sorpresi nel vedere «il
turbine di popolaglia che, dopo di aver esaurita la campagna,
rigurgitava in città, dove dietro un’abbondanza indolente, si
moltiplicava come gl’insetti, sui quali non è dato conoscere le vedute
della natura, e che pur sembrano nati per consumare. Codesta gente,
difatti, si vedeva abitualmente formicolare, ronzare nei mercati,
attorno a’ commestibili»²⁵⁵.

 ²⁵⁵ Un voyageur italien, _Lettres sur la Sicile_, pp. 5-6.

Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta passeggiare, diceva
uno di essi, una sera d’està alla Marina, o entrare in una chiesa, ove
sieno le quarant’ore, per veder l’abbondanza di questi allegri pezzenti.
L’Italia in verità n’è troppo ripiena, e gli oltramontani che approdano
ai nostri lidi, gli osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti
questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo morto, anzi la
peste della repubblica: il saggio braccio del Governo tante volte ha
cercato darvi riparo, ma l’erba selvaggia per germogliare in un campo
non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva: «Questa gente è
detestabile: chi non ha talento per gli studi, vada alle arti; chi non è
abile alle arti, faccia il facchino, piuttosto che l’ozioso»²⁵⁶.

 ²⁵⁶ _Santacolomba_, _L’Educazione_, p. 376. Vedi anche _Bartels_,
     _Briefe_, v. III, pp. 579-80.

Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli:

«Migliaia d’infingardi datisi al commodo mestiere d’accattoni, vanno
trascinandosi per la città, infingendosi ciechi o storpi, e studiando
con comico artifizio assalir da tutti i lati la commiserazione della pia
gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca voce de’ veri poveri,
perchè inabili alla fatica, sottraendo e perciò rubando loro le
necessarie elemosine»²⁵⁷.

 ²⁵⁷ _Meli_, _Riflessioni_, p. 5.

Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a perdifiato fino a
mezzanotte cercando d’impietosire e di scroccare qualche poco di
limosina. Hager li sentiva gridare: «_La divina Pruvidenza!....
Puvireddu mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!_» Ma
non si commoveva nè punto nè poco, come «nessuno si commoveva alla loro
povertà esteriore. Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager,
non vidi l’eguale in altra città; ed è paragonabile solo a quello dei
fakiri dell’India»²⁵⁸.

 ²⁵⁸ _Hager_, _Gemälde_, p. 121.

Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni, poteva studiarsene
la natura e la provenienza. Molti di essi erano d’un ordine
relativamente agiato, i quali «col solito merito della poltroneria si
divorano la mattina due pagnotte calde, ben condite con lardo e
salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in un parlatoio di monastero
un buon piatto di maccheroni ben incaciati, e dopo di aver trincato del
vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a dormire
spensierati»²⁵⁹.

 ²⁵⁹ _Meli_, _Riflessioni_, pp. 10-11.

Noi li abbiam veduti fino a quarant’anni fa questi comodi neghittosi,
mangiare a due palmenti le pietanze che uscivano dai monasteri.

Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi di essi fosse
vagabondo, chi _ceraolo_²⁶⁰, chi romito, addestrati tutti alle male arti
di spillar danaro con false apparenze. Contro i quali il 20 giugno del
1789 richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il propagarsi della
faziosa turba, che sotto colore di domandare per Dio, entrava nelle
chiese elemosinando, e sotto forma di esercitare qualche mestiere, si
dava a quello molto facile di commetter truffe²⁶¹.

 ²⁶⁰ _Ciraulu_, cantambanco, cerretano.

 ²⁶¹ Bando del Vicerè d’Aquino, Principe di Caramanico, 20 giugno 1789.

Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno da tanti malvagi
parassiti. I forestieri che si trovavano in Palermo ne vedevano sempre
un gran numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti nelle
chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori innanzi ai loro palazzi
con parole lamentevoli molto acconce alle circostanze²⁶²; sicchè alla
distanza di quattro anni, il bando era seguito da un altro più
particolareggiato e più severo:

 ²⁶² _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 582.

«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica, robusti, accattano la
limosina innanzi o dentro la chiesa, in istrada, nei caffè, affettando
piaghe e sconciature nella persona; coloro che conversano nelle taverne
e si ubbriacano, che vivono frequentando bagordi, compagnie diffamate, i
ladri di sacchetta, i giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti
«costoro saranno condannati con le catene ai piedi»²⁶³.

 ²⁶³ Bando cit. del Vicerè Caramanico, 27 maggio 1793.

Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra
malnata genìa che adescava al giuoco i semplicioni e gl’ingenui. Ed
eccola in una buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla
qua e là «di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi
del giuoco stesso e con l’intonazione musicale di orrenda bestemmia.
Infelice il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se mai la
sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato dagli avidi rostri dei
malandrini suoi pari; porzione taglia da sicario, da brigante, da
sgherro, e fa il guardaspalle la notte a qualche ricco licenzioso; ed in
questa s’inchiude la gente di servizio basso, che per lo più costa di
araldi rei d’illecite voluttà e di guappi custodi di contrabbandi
notturni; porzione è necessitata a fare all’amore coll’altrui roba, e si
dispone a visitar le carceri, le galee e forse anche le forche; e
porzione, la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar per
la citt໲⁶⁴.

 ²⁶⁴ _Santacolomba_, _L’Educazione_, p. 375.

Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene canzoni che
questi pericolosi vagabondi cantavano nei luoghi più riposti della
città, dove essi si riducevano a consumare il frutto della illecita loro
giornata. Tra siffatte canzoni una ve n’era che tutte le avanzava di
scostumatezza: _Fra Giunipero_, contro la quale invano avean tonato
bandi vicereali, editti arcivescovili, ed ultimi, sovrani rescritti,
determinati specialmente da un richiamo fatto dai parrocci in una
rappresentanza al Re in Palermo²⁶⁵.

 ²⁶⁵ Avviso della R. Segreteria di Giustizia e di Alta Polizia in data
     del 21 Ottobre 1799.

A più increscioso argomento conducono le donne reclutate nel vasto campo
di Citera; le quali molto da fare davano alla polizia e ne rendevano
inutile la vigilanza, inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue
disposizioni, le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando viceregio
del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i fautori ed i posti loro.
Quel bando è una pagina di storia della più amara evidenza. Leggiamolo:

«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo avanzato il
numero delle donne impudiche, che passeggiano di notte le strade e
luoghi pubblici di questa Capitale insidiando colle loro lusinghe troppo
scandalose i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere
disonestà in mezzo alle strade, d’onde poi ne deriva notabilissimo
pregiudizio a questo pubblico e fino alla salute della gioventù; perciò
volendo S. E. assolutamente ovviare simili disordini e pubblici
scandali, che recano giornalmente gravissimo nocumento a questa città e
suoi abitanti, ordina, provvede e comanda che da oggi innanti, suonata
che sarà ora una di notte, le suddette donne impudiche, che
pubblicamente e notoriamente costerà di esser tali, non possano andar
camminando per le strade di questa città, o sedere sopra li scalini
delle chiese e cemeterj, anco sotto il pretesto di domandar la limosina,
nè restar sotto le pennate²⁶⁶, tanto fuori le porte della città e della
Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria della Foglia, della
Carne, Ballarò, Feravecchia, Cassaro e in diverse altre piazze e parti
dentro e fuori di questa città, per quale cosa sogliono accadere i
suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne di mal affare
della frusta con otto azzottate (_frustate_), e di rader loro i capelli
la prima volta, e con venti se saranno recidive, e di rader loro le
ciglia»²⁶⁷.

 ²⁶⁶ _Pinnata_, tettoia.

 ²⁶⁷ Bando cit. del Vicerè Caramanico.

Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì è da osservare che esso
continuò ancora dell’altro senza speranza di fine: prova il rescritto
sovrano dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di pubblico
commercio trovansi indistintamente ad abitare ne’ luoghi più frequentati
della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e
rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girar
per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle
chiese»²⁶⁸.

 ²⁶⁸ Avviso cit. della R. Segreteria di Giustizia ed Alta polizia.
     Sull’argomento vedi pure il vol. I, cap. II di quest’opera, e
     _Cutrera_, _Storia della prost. in Sicilia_. Palermo, Sandron,
     1903.

Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si è detto sopra le
_cassariote_ potrebbe far sospettare nel basso popolo una corruzione che
assolutamente non esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e
queste rappresentano sempre un numero sparuto di fronte alla gran massa
della popolazione, ed uno stato di delinquenza) da donne che si serbano
quali nacquero e non tentennano nè all’aura dell’ambiente, nè al vento
che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene come si manteneva
refrattario a qualsivoglia esterna influenza di corruttela, legato
sempre alle sue tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla
morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi fecondato dentro,
e qualunque sia l’esempio altrui.

Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî?

Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli, desolanti. A
cagione della precedente siccità e di una serie di errori economici del
Governo e del Senato, il paese, privo di frumenti, era in piena
carestia.

Gl’indigenti, uomini e donne, brulicavano come vermi. Furon viste in
alcune contrade di Palermo persone cibarsi di erbe selvatiche, altre
raccogliere fichi immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane
che i padroni avean gettato ai cani, altre morire²⁶⁹.

 ²⁶⁹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 45-46.

Il Meli vide che

      L’erbi cchiù vivi e inutili,
    Li radichi nocivi
    Cu l’animali spartinu
    L’omini appena vivi.

E senza uscire da Palermo osservò pure che

      'Mmenzu li strati pubblici
    Lu passaggeri abbucca
    Cu facci smunta e pallida
    Cu pocu d’erba in bucca²⁷⁰.

 ²⁷⁰ _Poesie: Ode a S. E. Signor D. Francisco d’Aquinu Principi di
     Caramanica e Vicerè di Sicilia._

La salute pubblica per conseguenza ne soffrì tanto che le febbri putride
furon cagione di grande moria.

Il Monte di Pietà chiude gli sportelli. Le case dei popolani mancano
delle suppellettili necessarie. Scarseggiano i letti, perchè, venduti
gli stramazzi, la maggior parte dei cavalletti erano stati portati come
ferro vecchio a Napoli. Appena le coperte bastano di notte a tutelare i
corpi²⁷¹.

 ²⁷¹ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 196-200. Di ciò vedi
     pure vol. I. cap. VII.

Allo spettacolo di tanta desolazione Vicerè, Arcivescovo, signori,
benestanti, aprono i loro forzieri. Il Senato acquista quanto più può di
grano, e lo distribuisce a grandi forni, che mettono in vendita pane a
dodici grani il rotolo: un rotolo quindi ed ott’once, ed anche due
rotoli, un tarì la forma volgarmente detta _guastidduni_²⁷². Tutte le
case religiose regolari largheggiano di minestra e di pane ai bisognosi,
che a quelle dei Cappuccini si presentano a decine di centinaia.

 ²⁷² «_A dodici grani_», ecc. cioè a cent. 25 di lira grammi 800 di
     pane; cosicchè una forma di _guastidduni_, del peso di chilogr. 1 e
     gr. 400, od anche di 1 e 600, veniva a costare cent. 42 di lira.

Allora il bisogno di rimandare fuori la città, nei loro paesi di
nascita, i poveri, che sempre, in ogni grande calamità, affluiscono alla
Capitale, come a luogo di rifugio e di salvezza. Il Principe di
Caramanico a sue spese provvede per alcuni giorni del necessario alla
vita quanti ve ne sono: e su carriaggi, col sussidio di quattro tarì per
uno, li fa accompagnare da soldati di marina fino a Termini. Ma più ne
manda e più ne vengono, finchè sopraffatto dal numero li raccoglie in un
sito a Mezzomorreale.

Solo con questo mezzo e per pochi mesi la desolata città si libera del
lurido vermicaio, e per esso dalle _cassariote_, cresciute all’infinito
per la infinita miseria²⁷³.

 ²⁷³ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 70-71, 82-84.

Certo il Caramanico non fu solo in tante opere di carità.

La storie del Val di Mazzara, come di tutta la Sicilia, chè la Sicilia
tutta fu vittima della epidemia della Capitale, è piena di nobili slanci
di abnegazione.

Nella sola Cefalù il vescovo Francesco Vanni fece miracoli di
beneficenza. Una iscrizione del 1797, murata da quel Senato, lo addita
ai posteri: ed un’altra al Barone Giuseppe Agnello, ricorda la compra da
lui fatta di 20.000 scudi di frumento per salvare il paese dalla
carestia e dalla fame²⁷⁴. Ma in Palermo il Caramanico fu la vera
provvidenza.

 ²⁷⁴ _A. Candiloro_, _Historia medico-practica cephaludensis epidemicae
     constitutionis et morborum intercurrentium anni 1793, 94 et 95_.
     ecc. Panormi, apud Solli, M.DCC.XCVII. pars IIª, paragrafo XXII.

Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante volte la Sicilia fu
travagliata da carestia, Palermo venne invaso dalla poveraglia dei
paesi. La attrattiva delle grandi città, ove i mezzi di vivere si
presumevano abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che altro, la
notizia certa che in essa il pane non facesse difetto, (giacchè il
Senato non guardava a spese per tener largamente provvista di grani la
città medesima pur quando dovesse perdervi metà della spesa) cacciavano
come lupi affamati verso di essa quanti eran regnicoli miserabili o
bisognosi. Le scene del 1793 richiamavano agli attempati quelle non
lontane del 1764, di triste memoria per una epidemia gravissima. Branchi
di poveri giungevano ogni dì cercando pane: raccogliendole il Senato nei
suoi magazzini dello Spasimo.

Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di fanciulli, nei quali la
macilenza, il sudiciume, il difetto assoluto di aria sviluppava
esalazioni putride ed il _morbo castrense_. La cittadinanza, sgomenta,
atterrita, chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e se non fosse
stato per la Deputazione di salute, la quale ricacciava nelle rispettive
terre di provenienza gli ospiti pericolosi²⁷⁵, si sarebbero visti
rinnovati gli orrori del 1624.

 ²⁷⁵ _Teixejra_, _Origine_, cap. XV, paragrafo 236, p. 263.

Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo a dubitare della
ressa dei mendicanti della Città. Una pagina d’un anonimo francese nel
1778 è una fiera requisitoria contro coloro che non se ne
curavano...²⁷⁶. Trent’anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo,
Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal concorso dei
pezzenti alle porterie dei frati. «L’effetto di questo concorso,
attrista. La povertà diviene ogni giorno peggiore, ed in Palermo il
numero dei limosinanti è visibilmente cresciuto negli ultimi
vent’anni»²⁷⁷.

 ²⁷⁶ _L’Italia tradotta dal francese_, p. 231, 1778.

 ²⁷⁷ _Galt_, _Voyages_, p. 26.

Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa ed affacciandosi
nell’interno dell’Isola, la miseria, vera o simulata, appariva nella
crudezza più ributtante. Vediamo come ce la descrive il Meli:

«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi, e dei casali del nostro
Regno annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare nè
carne nè caci, nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante,
che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani
bifolchi si nutrono d’erbe e di legumi, e nell’autunno di alcuni frutti,
spesso selvatici e di fichi d’India.

«Non s’incontrano che faccie squallide sopra corpi macilenti, coperti di
lane sudicie e cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle
zitelle, invece di brillarvi il natural fuoco d’amore, vi alberga la
mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto
di pane, ch’essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita.

«I padri di queste infelici si reputano fortunati se al Natale di N. S.
o alla Pasqua possono giungere a divider con la loro famiglia il piacere
di assaggiare un po’ di carne. Il pane istesso (se pur merita questo
nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle giornate di somme
fatiche, nelle quali, oltre [che del]le zuppe di fave e fagiuoli,
vengono ancora gratificati di un vinetto detto acquarello»²⁷⁸.

 ²⁷⁸ _Meli_, _Riflessioni_, pp. 9-10.

I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a vincere il senso di
sdegno e di ripugnanza che in loro nasceva nel vedersi qua e là assaliti
dalla turba di sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della Torre
raccontava: «Ai belli Frati (_Villafrate_) ragazzi ignudi o coperti di
cenci, che nè di dietro nè d’avanti nulla celavano, assediano i
viaggiatori, e chiedono importunamente l’elemosina; ed io dovei dividere
con esso loro il pane e l’uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le
spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si
destinavano ed ai porci, di cui qui sono numerose le greggi.»

In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri, ora quadre, ora rotonde
del suo castello... regna la miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano
alcuni ricchi cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.»
Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto «da miserabile volgo di
storpj, di muti, di cenciosi... gravissimo flagello dell’umanità, dal
quale la Sicilia non si vedrà mai liberata»²⁷⁹.

 ²⁷⁹ _Rezzonico_, _Viaggio_, pp. 133 e 139.

In Cefalù l’inglese Galt trovava «un tempio senza pari e una miseria
senza nome»²⁸⁰.

 ²⁸⁰ _Galt_, _Voyages_, p. 77.

Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava la voce contro così
ributtante piaga morale? Oh sì! Uno scrittore di Palermo, stomacato più
d’ogni altro a tanta indegnità, pubblicava nel _Giornale di Sicilia_ del
1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando le varie leggi e
costumanze antiche e moderne contro la «infesta genia», diceva che dove
i governi sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si vede
che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono le arti.» E
finiva così: «Ciò che si è fatto e si fa altrove potrebbe ancora farsi
tra noi. A questo effetto basta che si esamini e si calcoli il danno
cessante ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che in vece di
questa povertà importuna, oziosa e libertina, ugualmente perniciosa ed
alli buoni costumi ed allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei
primi tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa, e che questa
medesima povertà diverrebbe la madre fertile dell’agricoltura, la madre
ingegnosa delle belle arti e di tutte le manifatture»²⁸¹.

 ²⁸¹ Vedi i nn. 29 e 30. Palermo, 17 e 24 febbraio.

Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt’altro pel capo che il saggio
consiglio dell’articolista palermitano. Proprio nel 1795 la caccia ai
Giacobini era una delle sue occupazioni ordinarie.



                               CAP. XVI.


                         LITI, AVVOCATI, FORO.

I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito di persone che
vivevano di liti. La parola esercito non è iperbolica. A centinaia si
contavano gli avvocati, i patrocinatori, i causidici, i curiali che
assiepavano i tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi
pane e chi agiatezza.

E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti del vivere erano
scarsi? e dove, quando si apriva sbocco alla gioventù disoccupata la
milizia, «nell’esercito di fanteria e di cavalleria non vi eran
promozioni, e quelle che v’erano andavano a beneficio dei cadetti?»²⁸².

 ²⁸² _Hager_, _Gemälde_, p. 223.

Si guardi all’indole siciliana e alla sua avversione a qualsivoglia
prepotenza, alla naturale inclinazione a litigare anche per un nonnulla
(_Pri un granu si fa causa_, dice un proverbio), all’indomabile passione
di stravincere vincendo: si tenga presente l’amore che il palermitano
nutre per i processi, ed il carattere suo inconciliabile²⁸³: quella
specie di rassegnazione di ogni isolano a perdere, non per pacifico
accordo, ma per sentenza del magistrato. D’altra parte, si pensi alle
malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan vedere di facile
vittoria quel che le leggi non potevano consentire, e il trionfo venale
di una causa cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto
comprometteva: e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi a vista
d’occhio i parassiti della società di Palermo. Il poeta siracusano Gomes
scrisse tutto un poema sopra _La vita delli amari litiganti_, ed i
proverbî sentenziano che _Cui litica e vinci, nenti vinci_, che _Di ’na
liti nni nàscinu centu_; che _La vurza trema avanti la porta_, con ciò
che segue²⁸⁴.

 ²⁸³ _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 586.

 ²⁸⁴ _Proverbi siciliani_, v. II, cap. XLV.

Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto²⁸⁵, le due antiche
statue in marmo del Palazzo pretorio, rappresentanti, secondo la volgare
interpretazione, due fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti
ignudi come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza di quelle
statue era una lezione continua a quanti fossero tentati di cercare
giustizia per via giudiziaria, e la leggenda in proposito metteva in
guardia contro espediente cotanto pericoloso:

    Cu’ acchiana ’n Tribunali a fari liti
    Sciuni a la nuda comu li du’ frati.

 ²⁸⁵ Vedi vol. I, cap. II, pp. 22-23.

Ma i processi di successione all’infinito per leggi feudali in vigore,
«e fondatamente sostituiti al primogenito e sostituiti liberi d’ogni
altro gravame che non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle
doti delle ragazze»²⁸⁶ erano miniere inesauribili per una falange di
sfruttatori, i quali — eccezione fatta di una pleiade di onorati
ingegni, gloria del Foro siciliano — dal paglietta scendevano all’infimo
scribacchino, uso a copiare, a carattere grande per guadagnare nello
spazio della copiatura, citazioni, memorie, istanze e notifiche, e dal
dottore in legge andavano al chierico; a cui, per lungo, invecchiato
abuso, era libito l’esercizio di agente e procuratore nei tribunali²⁸⁷.

 ²⁸⁶ _De Saint-Non_, _Voyage_. IVme vol., Ire partie, p. 156.

 ²⁸⁷ L’abuso, mal tollerato sempre, fu per ordine sovrano tolto il 16
     maggio 1799.

«E così, dice l’Ab. de Saint Non, si arricchisce un popolo di persone di
affari delle quali Palermo è piena. Il diritto deve penare sovente a
trovar appoggi e difensori; e la Giustizia vi è divenuta un ramo di
commercio che fa colare tutto il denaro del Regno in questa città
entrando pel canale dei tribunali e riversandolo in seguito nel pubblico
col lusso dei membri di essi. Così Palermo non si risente per nulla
della povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la Sicilia»²⁸⁸.
Oh avea ben ragione quel signore a noi ignoto, che conversando col
Bartels in Siracusa sfogava il suo dolore per le condizioni miserrime
del tempo!

 ²⁸⁸ _De Saint-Non_, op. e loc. cit.

«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli diceva, chiamano
tutti i negozî giudiziali del Regno in quella Capitale, dove a spese dei
litiganti vivono più di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i
rispettivi servitori, che sono altrettante braccia che mancano alla
campagna in un’isola spopolata»²⁸⁹.

 ²⁸⁹ _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 160.

Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in quest’ultima
proposizione, come in quella dell’Ab. de Saint-Non. Infatti «non v’era
casa in Palermo che non avesse un processo; e talune ne avean fino a
cinque o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette saperlo con
fondamento²⁹⁰.

 ²⁹⁰ _Gemälde_, p. 229.

In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca di Terranova, in
condizioni normali, teneva non meno di otto avvocati e quattro
patrocinatori, retribuiti con annuali salarî fissi di diciott’onze i
primi, di dodici i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi
d’allora: Costantino M.a Costantini, in letteratura conosciuto per un
buon poema didascalico sopra _Il Colombajo_, Antonio Vaginelli, Michele
Perramuto, Agostino Cardino, Antonio di Napoli²⁹¹.

 ²⁹¹ A. _Guarnieri_, _Alcune notizie sovra la gestione d’una casa
     baronale ecc., verso la fine del sec. XVIII_. in Arch. stor. sic.,
     c. XVII, pp. 121 e 143. Pal. 1892.

Nessuno meglio dell’Ab. Meli ritrasse questa condizione di uomini e di
cose tra noi, del Meli diciamo che mise a nudo una piaga, incronichita
dai secoli inciprignita da circostanze. Nelle _Riflessioni sullo stato
presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura e alla
pastorizia_ da noi più e più volte citate, il poeta, anticipando di un
secolo le teorie che doveano agitare le società civili del novecento,
cauterizzava quella piaga col ferro rovente. Le _Riflessioni_, delle
quali nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime, e lo
storico dovrà ricorrervi come a documento di singolare importanza.

Sentiamo quel che esse ci dicono.

L’autore la piglia molto larga aprendo un limbo, anzi una bolgia
generale.

«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e perduti per la società,
come se nati fossero a far numero soltanto, e peso alla medesima, e a
consumar dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli, che
traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio del foro, dalla
cabala e dallo intrico: quelli, che sussistono per le sole ciarlerie:
quelli, che vivono lautamente professando soltanto il ladroneccio, il
giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell’immenso numero di uomini
destinato allo strabocchevole lusso dei ricchi: quelli che vivono
agiatamente con alcuni speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo
onorifico d’impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia decorati
coi titoli di Maestri d’atti, algozzini, uffiziali, portieri etc., dei
quali la centesima parte basterebbe per servizio dei tribunali, qualora
questi s’appagassero di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo
parlare di tutto quell’immenso numero di parassiti, di cui abbondano le
città del Regno, e specialmente la Capitale che, a guisa di mignatte,
succhiano e si nutrono del sangue e dei sudori degli uomini onesti,
utili ed industriosi.»

Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra i legulei, gli
attuarî, i sollecitatori, pei quali già da tempo egli avea composta la
epigrammatica ricetta morale:

      Recipe un chiveddu raggirusu,
    'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu;
    Misce a curialata fatta all’usu,
    Spisi di liti ed item ’ntra lu cuntu;
    Pista scorci d’onuri e fa in cunfusu
    Pinnulli ’mpanniddati cu l’affruntu²⁹²,
    Chistu sarrà un rimediu purtintusu
    Pri arricchiri ’ntra quantu ti lu cuntu²⁹³.

 ²⁹² Pillole coperte di patina di vergogna.

 ²⁹³ _Meli_, _Poesie_, p. 102.

I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto raccogliersi a
godere un po’ di pace, nol potevano, «costretti a starsene lungi per
difendere il loro feudo, il loro podere nei tribunali, e per reclamare
il bestiame... stato loro derubato, o i limiti usurpati, o per impetrar
equità all’esorbitanza degli oneri, o per ottenere giustizia contro
l’abuso dell’autorità dei giurati e degli uffiziali, delegati per la
erezione delle tende e delle gabelle.»

Se un contadino con l’industria ed il sudor della fronte era riuscito a
rendere il poderuccio fertile e ubertoso, per l’avidità del vicino
prepotente, che avea mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli
studî pei tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli, i
fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni del vicino, baliste
e catapulte all’assalto dei beni del contadino, costretto per ciò a
sostenere le sue ragioni.

Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive, ed ove con le
sue parole lo descriviamo anche noi.

«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese per le portantine
dei professori che marciano a piedi o con le lor carrozze²⁹⁴, quelle per
le citazioni e per i libelli, i terzi dell’onorario per gli avvocati,
per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per gli agenti etc.,
etc.; ed ecco consumato in questi primi passi il profitto di dieci,
dodici anni delle sue penose fatiche! Se azzarda quest’infelice di aprir
la bocca per somministrar le sue ragioni, i termini tecnici del suo
rustico mestiere e l’accento particolare del suo villaggio muovono a
riso tutti gli astanti; egli insomma appena è ascoltato, niente è
capito, come dal suo lato niente capisce del nuovo gergo legale che
sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante questa
confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati e dei complimenti,
viene distesa una lunga allegazione, della quale se ne formano infinite
copie a costo della borza del litigante; si mandano, e si ritornano con
un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si fissano i giorni delle
comparse. Indi si postergano: si tornano a fissare: si scusano:
sopravvengono frattanto le ferie, le villeggiature, indi le festività di
Natale di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la Pasqua etc.,
ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.

 ²⁹⁴ Scorrendo da alcuni anni gli archivi del «Nobile e Salutifero
     Collegio degli Aromatari» di Palermo, troviamo larghe prove di
     queste affermazioni dolorose. Nel solo a. 1785, per violazione di
     diritti, il Collegio, a ragion di liti, e per sole mance pagava di
     continuo i servi dei causidici Orlando, Ferraloro, Denti, Ardizzone
     e lo staffiere di Nicolò Schiavo, e i creati del Pretore, del
     Vicerè, del Presidente Leone, del Presidente Paternò, del
     Presidente Airoldi, e i seggettieri del Protomedico e perfino
     quelli del Procuratore del Collegio.

«Si maturano intanto i nuovi terzi dell’onorario: si tornano a pagare, e
così scorrono successivamente le serie degli anni, di maniera che
quest’infelice resta inviluppato nell’inestricabile laberinto del foro,
d’onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia financo la pelle
istessa.»

Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale tornava a battere sul
medesimo chiodo:

«L’istesso succede quando ad un contadino viene derubato il bue,
l’asino, o il mulo. Quante cure, quante sollecitudini non gli costano le
ricerche! E quanti pericoli ancora non incontra per rintracciarne i
vestigi! Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia. Ma se
riesce, la piange doppiamente: imperciocchè le spese per le spie, per la
ricognizione della bestia e del legittimo possessore della medesima, per
la recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali formalità,
unite all’infinita perdita di tempo, e perciò del lavoro, oltrepassano
di gran lunga l’importo della bestia dirubata; di maniera che il miglior
partito che gli resta ad eligere è quello di mai più ricercarla, nè più
ripeterla dalle mani della così detta Giustizia. Ne siegue da ciò, che i
furti non si curano, o s’ignorano; ed i ladri, allettati dall’impunità,
si moltiplicano a dismisura.

«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai cittadini e dalla
gente del Foro, non minore è la disgrazia che incontrano presso i
medesimi li fondi rusticani. Per convincersi di questa verità, basta
gettare un colpo d’occhio a quei poderi caduti nelle mani del fisco o di
altro magistrato cui s’è affidata la cura dell’amministrazione, e si
vedrà, che uno o due anni di siffatta amministrazione equivalgono ad un
grande incendio»²⁹⁵.

 ²⁹⁵ _Meli_, _Riflessioni_, pp. 6, 13, 15.

Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo poema eroicomico _Don
Chisciotti e Sanciu Panza_: ed i seguenti versi su Giove ne sono la
sintesi:

      Avirrà multu assai forsi chi diri
    Di l’avvocati e di li professuri,
    Genti chi a liti, sciarri e dispariri
    Ci ànnu attaccatu l’utili e l’onuri;
    La società fratantu àvi a nutriri
    Sti tali a costa di li soi suduri;
    L’apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti,
    Ma ciarmulìa l’apuni, e si l’agghiutti²⁹⁶.

 ²⁹⁶ Ma l’apone ronza e lo manda giù (il miele raccolto dall’ape).
     _Meli_, _Poesie: Don Chisciotti_, c. VI, ott. 34.

L’organamento di questa vasta associazione per interessi personali era
come una immensa rete che niente lasciava sfuggire e a nulla rinunziava
per raccogliere i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in una
prammatica che è «un novello e stabile regolamento alle sospensioni che
si voglion de’ giudici da parte de’ litiganti dietro alle clientele e
avvocazioni che ne hanno quelli tenuto prima dell’atto di vestir la toga
di loro giudicatura», ha questo paragrafo che è una rivelazione: «I
litiganti sogliono tener salariati alcuni avvocati occulti, i quali non
vanno a patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio è
pendente, ma solo assistono presso qualche giudice che deve decidere la
causa»²⁹⁷.

 ²⁹⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 18.

Avvocati e professori erano pertanto legati da cause comuni. Il
professore, persona pratica, riceveva i clienti, la causa dei quali
diventava faccenda tutta sua. Egli sceglieva e suggeriva l’avvocato, che
perciò avea per lui la considerazione imposta dalla importanza della
causa.

I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo di necessità, ma
anche di lusso. Le famiglie dei forensi non rinunziavano a quello che
potevano, e si permettevano anche quel che non potevano: spese per
vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano le più pingui
entrate. In poche classi del ceto civile si spendeva più che in questa
dei forensi, tanto spensieratamente facile a buttare nella follia d’un
divertimento, nella vanità d’una villeggiatura una somma pari alla dote
d’un modesto artigiano. V’è da maravigliarsi di cosiffatto sperpero,
sovente non consentito dagli stessi introiti.

Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città si leggeva un
lungo avviso a stampa, che principiava con queste parole:

«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute cadere le vedove ed i
figli non che dei curiali, dei procuratori causidici, degli avvocati, ma
talvolta dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte dei loro
capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi per vivere e sostenersi; e
i tristi deplorevoli effetti che quindi ne sono succeduti, i quali, con
non poco rossore de’ ceti così rispettabili, li han trascinati alla
mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla scostumatezza, indusse
l’animo del Procurator causidico D. Stefano Tortorici a promuovere il
plausibile mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui accorrere
al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento e sussidio delle
povere desolate famiglie»²⁹⁸. Condizioni per partecipare alla nuova
istituzione: un contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro
che saranno avvocati causidici, curiali e professori qualunque siansi di
curia, godranno del mantenimento delle lor vedove e parenti alla ragione
di tarì tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre od onze sei
al Monte».

 ²⁹⁸ _Capitoli delle costituzioni del pio Monte delle vedove dei
     Ministri, Avvocati, Procuratori causidici e di tutti quei che
     vivono nel Foro. Approvato (sic) da S. M. con R. Dispaccio de’ 17
     Maggio 1777_. In Palermo, MDCCLXXVIII.

Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una famiglia che ne
sciupava cinque, sei volte tanti in feste di città e di villa, in
ricevimenti e addobbi?

Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal previggente
Tortorici era degno del valore di lui di procuratore criminalista, e
meritò il plauso dei buoni.

Qui agli occhi del lettore si delinea un punto interrogativo.

Come si moveva l’amministrazione della Giustizia in mezzo all’ambiente
non del tutto sano del tempo?

Ci affrettiamo a cancellare questo punto interrogativo affermando che la
integrità della vecchia magistratura siciliana metteva i membri di essa
fuori qualunque sospetto e discussione. Se non ci fossero altri esempî,
basterebbe quello solo della sentenza di morte profferita dalla G. C.
Criminale in persona di Emanuele Caniggia palermitano, paggio amatissimo
del Principe di Caramanico, con vero strazio del vicereale padrone
decapitato nella Piazza Marina (10 ott. 1789)²⁹⁹.

 ²⁹⁹ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1789, p. 631.

Se poi casi contrarî possono trovarsi, sarebbe ingiustizia farne ragione
di giudizio generale men che favorevole. Le eccezioni, abbiam detto
altrove e ripetiamo qui, non fanno regola; e tra queste eccezioni, per
dir tutto, rileviamo una incomprensibile.

Nei conti della già cennata Casa del Duca di Terranova si riscontrano
spese per distribuzione di carbone a grandi dignitarî politici e
giudiziarî del Regno. Queste distribuzioni son chiamate _regalie solite_
e ve n’è di 200 quintali (chil. 16000) al Vicerè, di 50 al Segretario,
di 50 al Consultore, di 20 per uno (il lettore faccia attenzione!) ai
Presidenti della R. G. Corte, del Patrimonio e del Concistoro; e di 12
per uno al Maestro Razionale del Patrimonio, all’Avvocato fiscale della
R. G. Corte e a quello del Patrimonio.

La diciamo incomprensibile perchè ordinaria, e come tale, alle illustri
autorità che la ricevevano non dovea parere lesiva della loro onestà e
della loro indipendenza.

Ma si trova anche qualche regalia straordinaria a giudici, proprio nel
momento che liti della eccellentissima ducale amministrazione pendevano
in tribunali. Ecco in proposito un modesto appunto: «Pagate per prezzo
di carbone, regalato straordinariamente a D. Emmanuele Bottari, giudice
della R. G. Corte Criminale, e D. Luigi Mattias, primo officiale della
Segreteria di S. E. Sig. Vicerè, ed altri ministri di questi Tribunali,
per le cause del nostro Ecc.mo Duca, vertenti nei medesimi, onze 24,20
(L. 314,50) prezzo di poco più che cento quintali (kil. 8000) di
carbone.

Forse la pentola della giustizia, no: ma certo quella dei giudicanti
deve aver bollito abbastanza rigogliosa col carbone di un litigante come
il potente Duca di Terranova.

Ma v’è ancora di più, che non è bello, nè buono.

Un altro appunto dice così: «Pagate a D. Giuseppe... giudice della R. G.
Corte Criminale, per mani di D. Ingarsia ed alla presenza di D. Giuseppe
Prado, agente, e di D. Giov. Batt. Pedino, per decidere l’articolo
contro il Sac. D. Vincenzo Insinga, che si agitava nel detto Tribunale
di R. G. Corte, onze 32».

Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non si tratta più,
osserva giustamente un egregio uomo, di un gentile dono di carbone che
il ricco produttore e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai
magistrati che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì di un donativo
in denaro corrente, nella cifra ragguardevole per tempi di onze 32, pari
a L. 408, che un potente litigante facea ad un giudice decidente; e che
colui che pagava (ch’era il curiale della Casa), onde non si potesse
dubitare di un suo abuso di fiducia, eseguiva alla presenza di due
testimoni, che egli avea la prudenza d’indicare; dei quali l’uno (il
Prado o Prades) era l’Agente generale della Casa; sicchè tutto potrebbe
far sospettare che si trattasse di un vero e proprio peculato»³⁰⁰.

 ³⁰⁰ _A. Guarnieri_, loc. cit., pp. 122-23.

Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato un pagamento analogo
nelle carte del nobile Collegio degli Aromatari di Palermo. Sullo
sdrucciolo delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite
licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze. L’opera degli
avvocati e procuratori era quindi necessaria, e non è a dire con che
scapito del patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano a
giunte; ed era un continuo spendere per liti che non finivano mai.

Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La Placa intascava un
regalo in moneta corrente di tre onze per una consulta favorevole da lui
presentata al Pretore sopra un memoriale del Collegio³⁰¹. Il La Placa,
uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva egli il premio d’una
giustizia dovuta o d’una ingiustizia indegnamente provocata? Se d’una
giustizia, fa nascere il sospetto d’una vendita; se d’una ingiustizia, è
addirittura un traditore della fiducia che il Senato riponeva in lui e
commetteva un crimine da codice penale.

 ³⁰¹ Vedi Archivio del Nob. e Salutifero Collegio degli Aromatari in
     Palermo, a. 1785 e segg.



                               CAP. XVII.


                          CARCERI E CARCERATI.

Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti ce n’erano quante le
giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino al 1782 facevano tremare quelle del
Sant’Uffizio, specialmente le cosiddette _filippine_; ma vi erano pure
le _ecclesiastiche_ sotto il Palazzo arcivescovile; le _senatoriali_
dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e di S.a Caterina; donde,
già tempo, si passava a quelle di fuori Porta di Carini ed alle altre
della Vetriera per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della
Vicaria (dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze) pei plebei, e del
Castello pei nobili e pei civili.

Strane le vicende della Vicaria!

Nata come fondaco della Dogana e come sede dei tribunali fra il 1578 ed
il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio Colonna, il Conte d’Albadelista
(il famoso _jettatore_ del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo de
Gusman, a spese del Senato, l’eterno banchiere che vi erogò centinaia di
migliaia di scudi; essa stette sotto la giurisdizione dell’autorità
municipale, la quale ne fece pubbliche prigioni.

Come per irrisione, ai lati della ferrata d’ingresso rumoreggiavano
gaiamente le argentee acque di due fontane. All’angolo destro sporgeva
la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale
e torno torno all’edificio, correvano finestre a grosse spranghe, che
dalle prime ore della sera alle prime ore del mattino venivano
incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si sapevano
assuefare a questo molesto rumore notturno, che col sonno toglieva loro
la quiete, e molto meno ai «sospiri, pianti ed alti lai» che dal
tenebroso luogo uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia
della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che vi stette
vicino (gennaio 1799) udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle
povere creature» chiusevi dentro³⁰².

 ³⁰² _Autobiography of_ Miss _Cornelia Knight_, Lady companion to the
     M.e Princess Charlotte of Wales ecc., second edition, v. I, p. 132.
     London, 1861. (Dobbiamo questa indicazione alla cultissima signora
     Contessa Jeanne Saint-Amour di Chanaz).

Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n’era un secondo conducente
all’atrio, abitazione del carnefice. Nell’atrio, sinistri arnesi di
dolore, spiccavano i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per
gli atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773³⁰³ spinsero una
turba di efferati fra le più scure tane di questo carcere; ruppero
inferriate, sbrandellarono le divise del boia, ridussero in frantumi i
ferali strumenti, e portaron via il più odioso ricordo del triste
albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava con terrore,
oggetto della più brutta imprecazione: _Chi putissi vidiri la pila!_
come per dire: Che tu possa andare in galera!³⁰⁴.

 ³⁰³ Com’essi fossero stati puniti ed in persona di chi e con quale
     affluenza racconta il _Villabianca_ nel suo _Diario_, in _Bibl._,
     v. XXI, pp. 72-76. Nel v. XX, p. 255, è la notizia della pila
     ricordata in questa nostra pagina.

 ³⁰⁴ _Pitrè_, _Modi proverbiali e motti storici di Palermo_, n. 17.
     Palermo, 1902.

In questo carcere, nello spirare del settecento, se la tradizione non
falla, avrebbe avuto origine altro motto, erroneamente riportato
all’epoca del Vespro siciliano. Perchè, essendo stati per certe loro
discolerie arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria,
in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di un console estero
interessato, non so quali marinai stranieri, appartenenti ad un legno
francese, dimenticati da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in
proverbio sotto il nome di _francesi_: e _camerone dei Francesi_ fu
detta da quel giorno la lor notevole dimora, e _francese_ cominciò a
significare persona senza un quattrino³⁰⁵.

 ³⁰⁵ Lo stesso, _Il Vespro siciliano_, p. 85. Palermo, 1882.

I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente nelle terre
feudali. Il Caracciolo, impietositosene, emanò un bando a loro favore.
Questo il 25 aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell’altro la
sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico, impressionato delle
frequenti fughe di detenuti, pigliava provvedimenti acconci ad
impedirle; ma non presumeva che il trattamento sarebbe continuato
com’era stato fin allora.

Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata: separate le donne
dagli uomini, i giovanetti dagli adulti; le male femine, condotte alla
Vicaria, non vi si fermavano che per esser mandate al loro carcere della
Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli uomini induriti nel
vizio e nei delitti, ed isolati nella Quinta Casa, al Molo (29 maggio
1787). Prima marcivano nell’ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo
istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi a fabbricare
ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean sofferto il digiuno, la
sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto,
vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche
cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un _firraloru_, che
a sferzate li metteva a dovere³⁰⁶. I delinquenti del Molo perciò
potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti
per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i
falsari coi violenti. Fosse, _dammusi_, «segrete», eran sottoterra,
buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime³⁰⁷. Codesto
carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di
quell’anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate di legno,
impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture
di vivi. I canti popolari sull’argomento sono d’una evidenza
spaventevole.

 ³⁰⁶ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p 142.

 ³⁰⁷ Un Vincenzo Pisanti nell’agosto del 1797 pregava il Pretore che
     volesse liberarlo dal carcere, dove l’aria era puzzolente e fetida.
     _Penes Acta: Memoriali_ del 1797 nello Archivio Comunale di
     Palermo.

Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti
disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e
centinaia d’imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai³⁰⁸.
Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali
venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare,
tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l’aspettativa dei
giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco la esecuzione!

 ³⁰⁸ Il _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 6, nel 1800 compiangeva: «Quanti
     miserabili marciscono nelle carceri per non venire abilitati
     dall’inesorabile creditore ad una razionale dilazione del loro
     debito? O pure per essersi il loro processo, per la frequente
     trascuraggine di chi doveva conservarlo, o per la calca degli
     affari, scordato o smarrito? O per esser poveri e non aver perciò i
     mezzi da scuotere l’indolente pigrizia de’ giudici e de’ fiscali»?

     _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 69, ricordando il
     taglione dato ad un giovane uxoricida di origine civile, dice che
     il Barone Andrea Inguaggiato gli dovette fare di suo il vestito,
     perchè «nella Vicaria era egli quasi ignudo».

Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato nel 1793, veniva
condannato a morte nel 1796. Allorchè gli si fece la grazia di vita,
egli era più morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei
carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per D. Antonino
Igheras (1794)³⁰⁹, se non ci fosse stata l’opera della nobile
Deputazione della Vicaria, che con carità senza pari si occupava di
questi disgraziati, amministrandone lo scarso assegno, chiedendone con
viva insistenza ed ottenendone dal Re l’aumento, e convertendo questo in
pane³¹⁰, che essa ogni mattina andava pietosamente a distribuire, quanti
di questi infelici non sarebbero morti di fame!

 ³⁰⁹ _Atti del Senato_ a. 1788-89, p. 63.

 ³¹⁰ Ne aveva 4 grani il giorno. Il Re accrebbe di altre 240 onze
     all’anno l’assegno, e le quattro furon portate a sei grana (cent.
     13).

E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di un centinaio di
reclusi, o per grazia di libertà, o per riduzione di pena, o per condono
di debiti, loro concesso dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan
Giustiziere in quella dell’Assunta³¹¹.

 ³¹¹ Leggesi nel _Giornale di Sicilia_ del 19 agosto 1794 (n. 3): 13 ag.
     1794. «Il Principe della Trabia Cap. Giustiziere si condusse in
     gran pompa coll’intera sua corte alle pubbliche carceri, ove, com’è
     il costume, fece la visita per liberare alcuni di quei delinquenti
     in occasione della festa dell’Assunzione di M. V. Furono 26 quei
     che goderono di tal grazia, perlochè erogò egli la somma di onze 23
     oltre di aver regalato gli Uffiziali di essa Corte.»

Macerati dall’ozio i carcerati in comune cercavano romperne la
insopportabile monotonia con passatempi pei quali non occorreva loro
altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in
tanta miseria: gli insetti³¹². Il _pediculus capitis_ e la mosca erano i
preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso
altrettanto alieno da inganni. «I carcerati, dice Villabianca, son quasi
ignudi; prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera.
Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò
_Jocu di pidocchiu_, o _di la musca_, o _di carcerati_³¹³.

 ³¹² Triste documento il proverbio: _Fa limosina la Vicaria: jetta..._,
     con quel che segue. Di data anteriore, ma pur comunissima nel sec.
     XVIII, era la canzone:

         Amici, amici, quadari quadari
         Purtatemi un quadaru di liscia...

 ³¹³ _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, Ms. Qq H 94, n. 2, p. 85,
     della Bibl. Comun. di Palermo.

Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non erano da preferire le
malattie, per le quali potevasi sperare o la fine di tanti strazî o un
temporaneo trattamento umano?

E le malattie si facevano purtroppo vedere.

«O quante migliaia di questi miserabili muoiono lì dentro d’angosce, di
miserie e di febbre contagiosa, detta dai medici di _carcere_ o
_castrense_!» esclamava quell’anima onesta di Giovanni Meli. Così almeno
poteva l’infermo vedere il viso di un medico umano, e all’Ospedale
grande e nuovo prima, alla infermeria del carcere poi, ricevere un po’
di conforto³¹⁴.

 ³¹⁴ La Vicaria mancava di spedale, e gli ammalati da curarsi venivano
     portati all’Ospedale grande in sedia volante e fiancheggiati da
     birri. Nello scorcio del secolo ad essa venne unita una infermeria.
     Fino al 1790 era medico maggiore della Vicaria, D. Giuseppe
     Catanese; dal 1791 in poi, per certo tempo, il celebre D. Francesco
     Berna.

Al Castello si stava non molto disagiatamente, ma i _cammarotti_, dove
agli imputati di crimenlese, con le più strette ed insidiose subizioni
si cercava di strappar di bocca confessioni di fatti, erano quanto di
più formidabilmente feroce avesse ideato l’umana nequizie. Un infelice,
certo Mosca, giovane a 26 anni, confessava tra i tormenti un delitto _de
nefando_, del quale era in sospetto. La penna si rifiuta a descrivere il
suo supplizio, incominciato col trascinamento del corpo a coda di
cavallo e finito col vivicomburio: ma la penna scrive a lettere di
sangue che dopo sei anni bruciato, il Mosca veniva riconosciuto
innocente!

Prima di chiudere l’argomento di questo capitolo giova richiamarsi ad un
documento uscito dalle mani del Vicerè Caramanico: _Istruzioni per
l’amministrazione della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie
criminali_. Esso ci rivela che il rigore delle leggi contro i rei e gli
imputati tendeva un cotal poco a rimettersi da quel che era stato. Ci si
sente l’aura dei tempi che mutano, e vi alita sopra come uno spirito,
non vogliam dire umanitario, ma meno duro che pel passato. La crudeltà
delle leggi vi si spunta per via di interpretazioni a favore degli
imputati e dei testimonî: e si giunge fino a vietare l’uso dei ceppi se
mai per caso le gambe del reo diano indizio di piaga, ed a consentire
che si mandino in carcere a casa sua, previa guarentigia, il reo
gravemente infermo³¹⁵.

 ³¹⁵ _Istruzioni_, n. XXXVI.

Tutto questo è progresso. Eppure resta tanto e tanto di brutto e di
crudele che l’animo anche più indurito ne rabbrividisce.

Lasciamo alla _Pratica_ di D. Zenobio Russo³¹⁶ tutto l’arsenale delle
vecchie e delle nuove leggi, e spigoliamo nelle _Istruzioni_ provocate
dall’Avvocato fiscale della Gran Corte D. Giuseppe Guggino qualche
novità processuale.

 ³¹⁶ _Pratica per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr.
     D. _Zenobio Russo e Diana_. _Nuova Edizione_ ecc. _coll’aggiunta
     delle Istruzioni criminali ordinate dalla M. S. in relazione del
     signor_ D. _Giuseppe Guggino_ ecc. In Palermo, Felicella.

Eccone una:

«Li testimoni che, carcerati o ristretti nei dammusi, non depongono o
che depongono quanto dissero nel primo esame avanti al Giudice; non
devono pagare spesa alcuna di carcere nè diritto alcuno alla Corte e
subalterni sotto qualsivoglia pretesto: salvochè tarì uno (cent. 42) al
carceriero se sia stato in dammuso, per il servizio prestatogli».

Eccone un’altra:

«Al reo o testimonio ristretto nei dammusi non si possa negare il pane
in grana sei al giorno allorchè se gli somministra dai suoi congiunti o
amici; se però il pane per la sua povertà se gli somministra dal Barone
o dall’Università, non possano l’una e l’altra esser obbligati che a
grana quattro (cent. 8) al giorno, come si prescrive nelle circolari;
eccetto il caso di una insolita penuria, per cui il pane fosse meno di
once sei (gr. 400) per ogni quattro grani, poichè allora il Barone o
l’Università gliene deve contribuire grana 6 al giorno. L’acqua deve
somministrarsi senza limitazione.... Deve il dammuso essere provveduto
del vaso necessario alle corporali necessità...»

Un’altra ancora:

«Tormenti straordinari son lo manette, i ceppi, le catene, i grilletti.

«Si possono apporre ai rei al più due paia di ferri alle gambe, che non
devono essere più di rotoli dodici di peso per ognuno di essi³¹⁷. Si
proibisce però generalmente che i ristretti in dammuso, o rei, o
testimonî renitenti che siano, per qualunque delitto si spogliassero
delle vestimenta, ed ignudi, o in camicia si obbligassero stare in
dammuso: dovendo essi restar vestiti secondo la stagione che corre; e
deve altresì permettersi a’ medesimi una covertura ne’ tempi
d’inverno»³¹⁸.

 ³¹⁷ Ciò significa che il reo dovea trascinare due catene pel peso
     complessivo di chilogr. 19 e gr. 200.

 ³¹⁸ _Istruzione_, nn. XXVI, XIII, XII.

Non passava anno che qualche bandito, o ladro, o scorridore di campagna
non capitasse nelle ugne della Giustizia. Allora lo conducevano alla
Capitale, quando a cavallo la compagnia che lo avea catturato, ai
servizî o col nome di un comune o di un gran signore del Vallo (ed eran
celebri le compagnie del Principe di Butera, di Randazzo, del Duca di
Terranova, di Monreale), quando a piedi i birri della Gran Corte.

Nel solo 1797, di queste condotte ne avvenivano tre: a maggio, a luglio,
a dicembre.

Il bandito procedeva strettamente legato in mezzo a coloro che l’avean
preso, il capo inghirlandato di erba, di fiori, di oleandro; il collo
cinto da una _gàrbula_, o cassino, cerchio sottile di asse da crivelli e
tamburi. S’egli andava a cavallo, le redini della mula erano
raccomandate al boia, il quale chiamava allo spettacolo a suon di tromba
e indicava il cartello che il reo portava addosso. Era un vero trionfo
della Giustizia rivendicata, o piuttosto degli uomini che erano riusciti
al gran colpo. Sommo perciò il giubilo degli interessati, reso più
intenso da frequenti squilli di tromba e da non men frequenti spari di
archibusi, da ultimo ripetuti con una scarica generale innanzi le case
dei ministri di Giustizia³¹⁹.

 ³¹⁹ _Villabianca_, _Diario_ ined., 22 febbr. 1798, p. 92; 14 giugno
     1790, p. 467; 11 maggio 1797, pp. 151-52.

Quando il bandito era stato ucciso nello scontro, la festa si facea
medesimamente, ed il suo capo, pur esso coronato di fiori, veniva
infisso ad un’asta sorretta come trofeo dal boia o da uno della squadra.

Particolarità raccapricciante: quando il dì 11 maggio 1797 si menarono
in giro tre teste, ed un giovane con esse veniva trascinato a ludibrio
della folla, una di quelle teste era del padre suo!



                              CAP. XVIII.


     IL BOIA E LE ESECUZIONI DI GIUSTIZIA. GRAZIA DI VITA. DOLOROSA
                       STATISTICA DI GIUSTIZIATI.

Il boia era, come il porta-lanterna, l’essere più abbietto della
Giustizia.

Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso,
metà giallo, sì che da un lato aveva il colore del sangue e dall’altro
quello della morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle
fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla; ed al
bisogno la copriva con un cappotto d’albagio nero, dietro il quale era
disegnata una forca³²⁰.

 ³²⁰ Questa divisa fu ordinata dal Presidente Airoldi, nel 1773, per
     distinguere il carnefice da qualunque altra persona di giustizia.

La provenienza del boia era degna del suo mestiere. Egli era stato un
condannato a morte o alle catene perpetue; ma avea ricevuta la grazia
della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme
legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare di ribrezzo!

Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano meno)³²¹,
nell’apparecchiare a S.a Teresa le forche pei compagni di F. P. Di
Blasi, va giù per terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a
giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si crederebbe? tra
condannati e liberi, ben venti si offrirono all’infame ufficio, nuovo
genere di caccia all’impiego, che dava appena venticinque grani il
giorno (cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia maggiore. Se
non che, questo avea dei _procacci_, gl’incerti del mestiere, che po’
poi eran certi, in quanto di giustiziandi non era mai penuria, e le
fruste coi relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica voce
poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti dai risparmî sulle mule
che trascinavano il carro dei rei; mule stecchite, bolse, veri
ronzinanti, pagati a poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze
dalla Giustizia³²².

 ³²¹ Opera pietosa nella sua ferocia era quella del boia maggiore, che
     dopo aver passato il laccio al collo del reo, si precipitava
     istantaneamente sopra costui, per abbreviarne gli spasimi ed
     affrettarne la morte. Di che pare si compiacesse il Villabianca, il
     quale sapeva che in Inghilterra i giustiziandi appena afforcati, si
     abbandonavano penduli nello spazio a strangolarsi da loro. _Diario_
     inedito, a. 1793, 12 ott., p. 251.

 ³²² _Villabianca_, _Diario_ ined., 24 sett. 1794, p. 613.

Il boia stava pronto a tutte le chiamate. _Nun manca pri lu boja_,
diceva il proverbio; e chi passava dalla Vicaria vedevalo sempre seduto
sopra una pancaccia, quando dentro, quando fuori del portone. Se gli
occorreva di andare in un sito, di toccare qualche cosa, non poteva
farlo altrimenti che con una verga, non dovendo egli posare le mani
nefande su nulla. Era sempre accompagnato.

Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni del boia. Come in
segno del mero e misto impero e della giurisdizione feudale all’ingresso
delle terre dei baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza le
forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto pei ladruncoli ed
altri delinquenti del giorno. Legato mano e piedi su quello, a carni
nude, il reo riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate
ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al carcere o alla
galera; se ragazzo, era trattato con sonore sferzate.

Non men grave la berlina, che variava in ragione dei delitti, delle
giurisdizioni e del capriccio del giudice. Ordinariamente però il boia
conduceva a mano la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con
isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio forte, e dove
un tempo, per la divisa comune, si confondevano con gli artigiani, dal
1774 destavano un senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella
loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa l’aquila
inargentata. Un _lordone_, ossia uno della nazione lombarda, di S.
Orsola, veniva condotto in giro sopra un asino per mercimonio di moneta
spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta moneta
(1773). Ma egli era più fortunato di quel _cancello_ (vetturale), a cui
per essere andato a cavallo in città veniva inflitta la pena della
vendita del mulo che gli dava da mangiare!

Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana alcuni
giovani, d’ordine del Pretore, eran messi (1774) sopra altre bestie di
vetturali e portati alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado
che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia non mancava; e
perchè non faceva sentire abbastanza il suono della sua tromba,
redarguito vi metteva maggior forza. Una canzone relativa allo
spettacolo ha questa strofe:

      E ddu scintinu boja
    La mula chi arrinava:
    La trummetta sunava,
    E spiavanu chi fu.

Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il delinquente andava
soggetto ad un segno di conoscimento ed anche d’infamia sopra una
spalla, segno che era la lettera _F._ colla data del delitto. Così era
facile leggerglisi, p. es.: _F._ 93 (Furto, 1793). Gli studiosi di
criminologia moderna gradiranno sapere che queste marche eran tatuaggi,
segni fatti a punta d’ago sulla viva carne³²³.

 ³²³ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 167; v. XXI, pp.
     114, 140, 214.

Un facchino di piazza coperto d’uno straccio simboleggiante la toga
senatoriale, camuffato da Senatore per le grasce, camminava per Ballarò.
Lazzari e monelli in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano,
pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i soldati di Marina. Al
giunger di questi, si chiama il _massaro_ dell’Ospedale dei matti, e gli
si affida con le catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza
boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina, viene condotto
in carcere a S. Giovanni dei Leprosi, manicomio e spedale delle malattie
di pelle.

Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di profanazione o di
sacrilegio; e analoga alla pena del facchino è quella toccata al sartore
e sagrestano Ignazio Gulotta, reo d’essersi finto sacerdote celebrando
non so quante messe e confessando.

Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo di corda e collare
di cartapesta, in piedi, viene appoggiato ad una tavola, sopra un alto
sgabello dietro la fontana raffigurante l’Inverno alle Quattro
Cantoniere. Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica il suo delitto,
e la condanna inflittagli dal tribunale per la R. Gran Corte criminale,
cioè la relegazione alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia
colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni quarto d’ora la
tromba, finchè, durato per tre ore in tale vergogna, viene ricondotto
alle regie carceri... Il concorso del popolo è così straordinario che la
folla ferma il passo.

Ciò accadeva il 22 luglio 1784.

Le berline si moltiplicavano all’infinito e con forme che tutti
conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.

Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva nel piano del Monte
di Pietà. Il cappellaio Stefano La Manna, vecchio portiere di quello, ne
avea fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea preso dal Tesoro
certi oggetti pegnorati, e come nuovi era andato a pegnorarli per suoi.
Una però le paga tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra
uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma avesse, o affettasse
indifferenza, egli se la rideva non già sotto i baffi, perchè baffi
allora non se ne portava, ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di
destra e l’altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna la tromba,
egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo rinfreschi³²⁴.

 ³²⁴ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 300-301; Diario
     ined., a. 1798, p. 537.

Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il più esilarante
pel popolo grosso, il bruciamento d’un libro, d’un oggetto, sentenziato
contrario alla religione, alla morale, ai ministri, al re. Il più
celebre di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio
dei registri dell’Inquisizione, durato tre giorni, nel Piano della
Marina per ordine del Caracciolo, gongolante della abolizione.

Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo della Piazza Vigliena,
sopra un fonte, o una impalcatura, o sul nudo basolato offrivano
divertimento ai monelli con piccole ma vivide fiammate di opere
proibite, di ventagli con figure oscene, di legni medicinali sia
avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.

Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo Caracciolo,
seguì l’arsione (1783) di due trattati del celebre giureconsulto
messinese Pietro De Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia
ed a favore della potestà baronale in Sicilia³²⁵. Condanne come queste
partivano sempre dal palazzo vicereale, dove, compiacenti custodi dei
regi diritti, i Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro i
diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti e in certi casi
interpretati superiori ai regî.

 ³²⁵ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 59-61. Questi
     trattati furono: _De judiciis causarum feudalium_ (Panormi, 1596),
     e _De Concessione feudi_ (1578). La medesima sorte aveano
     incontrato nel 1766 le _Aureae Decisiones R. Curiae Regni Siciliae_
     di Fr. Milanese da Catania (Venetiis, 1595).

Non meno ridicolo quello d’un opuscolo del canonico catanese Malerba
contro i ministri del Governo, venditori di giustizia, e contro i loro
assecli, bollati come solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena
a lui inflitta, nelle carceri dell’Arcivescovo (5 nov. 1791), quella dei
ceppi; laonde il March. Villabianca esclamava indignato: «Questi
ministri non si vergognano di esser disonesti, e somigliano a quelle
donnacce che si danno, e poi si ribellano quando per poco si dica loro
baldracche!»³²⁶.

 ³²⁶ _Diario_ ined., 5 nov. 1791, pp. 184-85.

Sullo spirare del secolo, l’a. 1798, una cassa di libri giunti da
Venezia con carte giacobinesche, dopo maturo esame del P. Sterzinger
incontravano la solita sorte³²⁷; ed il 6 aprile 1799, una scena di
codesto genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio. C’era
presente P. D’Angelo, il quale, tornando a casa, prendeva quest’appunto:
«Si son portati molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del
Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati alla Piazza
Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme a suon di tromba del boia; dopo
di che il sac. Arcieri (prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un
sermone in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo creduto
illuminato»³²⁸.

 ³²⁷ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 197-98.

 ³²⁸ _Giornale_ ined., p. 456. Questo P. Arceri passò in proverbio, come
     può vedersi nei nostri _Modi_, n. 63.

Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri vecchi curiali, fu
fatto al _Codice di Napoleone_, del quale Pietro Colletta ebbe ad
attestare che «per comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio ai
Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano del boja lacerato e
bruciato»³²⁹.

 ³²⁹ _Storia del Reame di Napoli_, l. IX, cap. 13. — F. G. _La Mantia_,
     _Sui libri legali bruciati in Palermo_, in _Archivio storico
     siciliano_, N. S., a. XII, pp. 458-464. Pal. 1888.

Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza incredibile l’animo
dei buoni. Il S. Uffizio diede pure il suo contingente allo spettacolo
della morte; ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando
l’ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito che fu, la potestà
regia, ossia il tribunale di giustizia, rimaneva unico e solo esercente
del diritto di opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.

Appena fissato il giorno della esecuzione l’Avvocato fiscale (oggi
Procuratore del Re) nella G. C. Criminale, o il Capitan Giustiziere
nella Corte Capitaniale, ne dava partecipazione al nobile Governatore
della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi del _dammusu_, ove
stava il condannato. Da quel momento la Compagnia entrava in possesso di
lui, e ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale. Nessuna
giurisdizione alterava od attenuava la sua; ed il Governatore la
esercitava piena, scrupolosa fino nei minimi particolari.

Dall’oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di Cappella fatto salire
nell’anti-oratorio, ove con tre altri suoi confrati gli apprestava i
possibili soccorsi del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni
signori si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non era in lui
desiderio che essi nei limiti della loro facoltà non si affrettassero a
soddisfare. A tutto provvedeva di suo quel funzionante Capo, e non solo
pel reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima si davano tra
loro poche ore di scambio recandosi per brevi riposi fuori la Vicaria, e
la sera, finiti gli esercizî spirituali, andavano a svestirsi nella loro
Compagnia alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune stanze nuove furono
quivi costruite, essi non si staccavano un minuto dal paziente³³⁰.

 ³³⁰ _Torremuzza_, _Giornale Istorico_, 13 genn. 1781, p. 200.

La prima sera che questi entrava in cappella, a due ore di notte (due
ore dopo l’Avemmaria) la campana della chiesa degli Agonizzanti dava
tanti rintocchi quanti erano i rei da giustiziare; il suono si ripeteva
anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell’ora, specie nelle sere
crude d’inverno, ogni persona si faceva il segno della croce, e pensava
chi mai potesse essere il disgraziato e per quale delitto condannato. I
confrati della congregazione con voce lamentevole andavano questuando
per la elemosina delle messe da celebrarsi per l’_arma di stu
puvireddu_.

I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali (_Li tri
ghiorna di cappella_, ed anche: _Li tri ghiorna di lu ’mpisu_) e
passavano in continui esercizî di pietà, di preghiera e di religione:
lì, nella cappella del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio
amministrava giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo di Cappella
scrupolosamente riceveva le confidenze e le dichiarazioni che a sgravio
dell’anima sua il reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un
registro della Compagnia, il quale va appunto sotto il titolo di
_Scarichi di coscienza_. Nessun occhio profano si posa ora su quel
libro, nessuna indiscrezione consente rivelazioni che servano a pascolo
di curiosi. Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di omicidi
forse involontarî, forse di imputati di delitti non commessi. Al momento
di presentarsi al tribunale di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi
paternamente, amorosamente li assisteva e li consolava, a chi ne
condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime³³¹.

 ³³¹ Il cav. Eduardo Rivarola di Roccella, Archivario della Nob.
     Compagnia dei Bianchi, promette una pubblicazione in proposito.

E che avranno essi voluto tacere quando non avevano più nulla da
sperare, nulla da temere dalla Giustizia umana? Perchè non dire in qual
maniera procedettero le cose, e non rivelare circostanze che forse
servono di lenimento ai lor cuori esulcerati?

Son le 22½ (un’ora e mezzo prima dell’Avemmaria), ed ogni persona non ha
più niente da fare. Il fatale momento è giunto. Un fabbroferraio si
affatica a schiodare i ferri dai piedi dell’_afflitto_, come lo chiamano
i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo lugubre albergo, la
Vicaria, dove non ritornerà mai più.

Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide, seu Castellano
delle pubbliche carceri del nuovo Edificio di questa Felice e
Fedelissima Città di Palermo, del quale è proprietario il Tribunale
della R. G. C. Criminale», manderà la solita _bolletta_ di discarico
d’un detenuto.

Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario, ma non unico, del
truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti auto-da-fè e di
brillanti mostre d’armi, della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto
gli occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei registri del S.
Uffizio, e alla presenza del gongolante Caracciolo, di corse di tori e
di splendidi tornei, ed ora di marionette, di carrozze, di oziosi d’ogni
genere³³².

 ³³² Vedi vol. I, cap. II: _Su e giù per Palermo_, p. 18.

Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera rossa col
motto: _Discite justitiam, populi_. I prigionieri aggrappati alle
spranghe della Vicaria, gli ammalati della Infermeria specialmente,
fissano atterriti il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle
finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si affacciano, si
protendono, penzolano come grappoli di corpi umani migliaia di persone.
I venditori di semi di zucca e di acqua fresca a grande stento si
muovono in mezzo alla calca non cessando dal gridare a squarciagola la
loro merce.

La inferriata del carcere stride sui cardini e si rinchiude subito alle
spalle d’un lugubre corteo. Un improvviso mormorìo generale cresce in
frastuono assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo, con
verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente il regio stendardo
rosso, e precedono la Compagnia dei Bianchi associante il reo, legato
sopra un carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo i tempi,
alabardieri e soldati a cavallo, formano steccato e controsteccato
impenetrabile alla folla sterminata, che pallida, allibita, ma sempre
curiosa, non rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano alte in
ragione della gravità del delitto. _In altioribus furcis_, nelle più
alte forche, secondo la sentenza, vengono appiccati gli _stradarii_, i
grandi assassini. _In altioribus furcis_ venne strangolata il 5
settembre 1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno,
soprannominata la _Vecchia di l’acitu_, alle Quattro Cantoniere; in
_altioribus furcis_ il parrucchiere Giuseppe Mantelletti, a 19 anni
uccisore d’un sacerdote.

L’afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano lontano si odono i
lenti rintocchi cella chiesa degli Agonizzanti, e vicino vicino quelli
della campana maggiore della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e
tutti, vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona Morte, perchè
voglia concedere _buon passaggio_ all’anima dello sventurato.

Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente, incessantemente. Un
fremito convulso invade ogni astante: l’umana giustizia è fatta! I
Bianchi ginocchioni pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice il
cadavere, che, non più come per lo addietro, rimane fino a tarda sera,
per una giornata, penzoloni, ma vien presto rimosso, e se i delitti non
esigano altro, trasportato entro una cassa alla chiesa dei decollati,
nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura ordinaria dei rei di
Stato; intanto che la folla superstiziosa si precipita verso la forca,
affamata d’un brincello della sozza fune, già diventava prezioso
amuleto.

Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato è stato un
ladrone di campagna.

Per questo malvagio non v’è quartiere d’inverno. L’arbitrio dei giudici
tien luogo di legge, sentenziando caso per caso la esemplarità della
punizione. Questo solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà: e
la sicurezza dello Stato esige le forme anche più disumane di giustizia.

La loro impiccagione ha luogo in varî punti della città, così dentro
come fuori, al Piano del Carmine, a quello del Monte, a Porta di Vicari
(S. Antonino), a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio,
fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti di loro nefande geste e
quindi di espiazione. Ma tra tutti hanno triste preferenza le Quattro
Cantoniere.

I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti spettacoli: ma chi
scrive quelle pagine rimane impassibile come di cose ordinarie della
vita, delle quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi ha
ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto qualunque, deve esser
condotto al supplizio sopra un carro con le mani legate alla coda della
mula. Ma fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una tavola
trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi avanzi rimanevano
pubblico esempio nei luoghi nei quali i suoi misfatti avevano
terrorizzato cittadini e campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista
del popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate — macabri
trofei — agli archi, alle porte della città, ad un bastione, ad un
palazzo, alla porta della Vicaria e financo dentro di essa sotto gli
occhi dei carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato e
distribuito ai varî paesi che ne reclamavano la triste eredità, poichè
ne avean sofferto le geste feroci. I _canceddi_, _bordonari_
(mulattieri), dentro sacchi trasportavano le infami membra, che andavano
a pendere da un albero, da un muro in campagna, a Gibellina, presso il
convento di S. Spirito in Palermo, e quasi sempre nel famoso Sperone
all’Acqua dei Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.

Questa contrada prende nome dai ganci d’una forca in muratura quivi
piantata. Il 19 gennaio 1770, venendo per terra da Messina, Brydone, nel
vederla scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per un sito di
supplizio, nel quale le membra squartate di un gran numero di ladroni
erano appese ad uncini come tanti prosciutti. Ve n’erano di recente
suppliziati e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo, ci fu
detto che un uomo con tre altri era stato pochi giorni innanzi
catturato, dopo una ostinata resistenza, durante la quale parecchi dei
suoi e della giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi,
si era piantata la spada nel petto morendo in sull’istante; gli altri,
arresi erano stati impiccati³³³».

 ³³³ _Brydone_, op. cit., lett. XXI.

Una ventina d’anni dopo lo scellerato arnese veniva demolito, ed il
Villabianca scriveva (maggio, 1798): «La forca fatta di fabbrica per
_pianca_ (beccheria) di carne umana è nella via pubblica di mare
conducente a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata nel
1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore dei malviventi del
Regno. Ma poichè le giustizie oggi si eseguono nei luoghi dei delitti,
restando così noto a tutti l’atto capitale che per l’avanti era ignoto a
moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La vista di cosce, di
braccia ecc., pendenti dagli uncini, le ossa ammucchiate nel pozzanghero
di essa _pianca_ recava[no] orrore ai passeggieri, specialmente alla
Nobiltà, che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata da quelle
viste, provava pene indicibili. Fin dal 1604 con lo sperone era una
piramidetta con iscrizione oggi scomparsa»³³⁴.

 ³³⁴ _Diario_ ined., a. 1788, e disegno dell’una e dell’altra a p. 496.
     Il medesimo _Villabianca_, _Palermo d’oggigiorno_, v. II, p. 226,
     aggiunge:

     Questa forca (lo Sperone) «nel 1788 fu in questo luogo spiantata
     per non più recare in appresso il disgusto di vederli appesi a quei
     ferri, fatti in pezzi, i cadaveri di quei feroci montanari ch’erano
     stati giustiziati come assassini di strada.

Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva demolito, le cose
rimanevano le stesse. Al 5 maggio del 1791 a Porta S. Giorgio eran
rizzate le forche: e due _aridarii in campis_ vi eran trasportati mezzo
ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro corpi venivano
spiccate mani e teste e appese all’arco della porta, ove rimanevano
ingabbiate fin dopo la rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a
Sampolo, ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle Torri di
Termini, terrore dei passeggieri.

Scene orribili come questa si ripetevano per altri simili delinquenti
anche allo spirare del secolo. I giudici, in ciò inesorabili, facevan
pagare occhio per occhio, dente per dente. Il 27 settembre del 1798
Raffaele Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra un
carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz’altro afforcato; indi
trasportato dai boia alla casa della Vicaria, tagliato in sei pezzi,
fatti appendere qua e là alle cime degli alberi nei passi delle
_portelle_ e nelle gole dei monti³³⁵.

 ³³⁵ _Villabianca_, _Diario_ ined., 27 sett. 1798, pp. 493-95.

Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome il Ponte delle Teste
sul fiume Oreto, ove, crani spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo
XIX, si vedevan sospesi ad una piramide³³⁶. E ve n’erano, come abbiam
detto³³⁷, anche al Palazzo pretorio, avanzo di casieri ladri, i quali
pagarono sul patibolo il danaro mal tolto in un tempo, in cui i
fallimenti dolosi non si chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti
del pubblico erario venivano puniti non con pochi anni di carcere, a
pasticcini, ma con la condanna nelle galere dello Stato a vogare per
tutta la vita.

 ³³⁶ Nel marzo del 1778 eran trasportate nella chiesetta della Madonna
     del Fiume, ossia delle Grazie, o del Ponte, le teste dei decapitati
     del serbatoio della piramide nel Piano di S. Erasmo. _Villabianca_,
     _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 285.

 ³³⁷ Vedi v. I, p. 20.

Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a trofeo della famiglia,
Andreotto Abbate faceva murare sulla facciata della casa sua, che fu poi
di G. C. Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in tufo
calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi potuto conservare le
teste di carne e di ossa per lungo tempo quivi esposte. Fasti non
invidiabili, questi, che il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava
nella sua palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano Rubbioni,
capo popolo nella sollevazione di G. D’Alessi, ucciso da un antenato di
esso Villabianca.

La pena di Morte variava nella forma secondo che il delinquente fosse
plebeo, nobile o civile. La forca era per la bassa gente, e perciò
l’odioso motto: _La furca è pi lu poviru_; pel nobile, la decapitazione,
che era molto rara, _more nobilium_; e quando la sentenza voleva essere
più che severa, non potendosi togliere il privilegio della
decapitazione, toglievasi quello dei distintivi. _Decapitetur absque
pompa_, decretava la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni di
una pena simile (1689), nel condannare a morte Francesco Paolo Carnazza
dei baroni Piscopo, da Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne,
imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo; perchè la pompa era
un distintivo al quale non si rinunziava dai parenti. E non era egli un
distintivo quello di mangiare in un servizio d’argento? di dormire sopra
un materassino invece che sulla nuda _jittena_, giacitoio di pietra? di
uscire dal Castello invece che dalla Vicaria? di portare agli occhi la
benda di seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume
peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni, scarpe nè
più nè meno che usava l’alto ceto: costume lì per lì improvvisato
appositamente da un sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.

La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato con panni neri
trinati d’oro, messo in iscena con vasi d’argento e servitori in livree
di lutto. Essi, non il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel
tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di guanti: distinzione
eccezionalmente concessa (1789) al benamato paggio del Vicerè
Caramanico. La quale provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non
potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava il
capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici, non doversi
permettere un paggio inguantato preso alle Quattro Cantoniere, ma il
boia comune con le mani nude e sordide³³⁸.

 ³³⁸ La condanna e la esecuzione di questo paggio, Em. Caniggia (ottobre
     1789), fu un colpo fatale pel Vicerè Principe di Caramanico, che
     l’avrebbe voluto assolto dai giudici e, condannato, proposto per la
     grazia dai Bianchi. In suffragio del giustiziato fece egli
     celebrare funerali _more nobilium_ e 200 messe (11 ott.). Indignato
     della condotta dei Bianchi, abolì la secolare loro prerogativa; che
     però in forma di proposta fu mantenuta ed accettata dal Governo
     fino al 1819.

Ultime distinzioni: la sepoltura _ad libitum_ dei parenti ed i pubblici
funerali.

Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo così, imponeva regali
a destra ed a sinistra ai carcerieri, ai carnefici, ai paggi, in ragione
del grado nobiliare e delle condizioni economiche del condannato: ma la
spesa d’un migliaio di scudi soddisfaceva l’amor proprio della famiglia,
che sapeva non esser andato il suo caro a morte come un volgare
malfattore.

Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne troviamo se non un
solo esempio, l’anno 1796, in persona di due militari, e non più. Il
militare, napoletano o straniero, andava accomunato all’ordinario
delinquente nella pena infamante della forca. Una volta un soldato del
Reggimento estero sassone, reo d’omicidio, non si poteva giustiziare
senza il boia pratico; ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed
era sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante e,
accompagnato alla sua volta dai birri, si portò a compiere il suo
ufficio nel piano di S.a Teresa e quindi si riportò in carcere³³⁹.

 ³³⁹ _Lanza_ e _Branciforti_, _Diario_, a. 1797.

La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere colmo
maggiore.

Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l’anno, aperto in così triste maniera
nella milizia estera, si chiudeva peggio nella nostrale. Il 14 dicembre
due soldati palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano
impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi un premio speciale agli
esecutori.

Passiamo ora alla liberazione da morte.

Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia dei Bianchi
esercitato con alto sentimento di umanità e con piena coscienza d’un
diritto devoluto al Capo supremo dello Stato.

Il Governatore del pio istituto all’appressarsi della Settimana Santa
mandava al Vicerè il nome del condannato da graziarsi. Il Vicerè
approvava, e la grazia era fatta.

Accadeva che i condannati fossero più d’uno e talora tanti che la
Compagnia restava imbarazzata nella scelta. Le preghiere, le suppliche,
gli scongiuri, le alte e le basse influenze si moltiplicarono, si
milliplicavano. Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava intentato
per salvarla a chi era in pericolo di averla troncata.

L’anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il graziando doveva
essere uno. Per uscire di impaccio e liberarsi dalla persecuzione dei
supplicanti il Governatore dei Bianchi che fa? imbussola i dieci
condannati e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era un uxoricida:
Giovanni Di Pietro palermitano³⁴⁰. Ordinariamente però la Compagnia
presentava una terna di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia
poteva chiedere secondo la primitiva concessione del privilegio di
Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva concedere la grazia ad uno
scorridore di campagna.

 ³⁴⁰ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 71.

Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio: la grazia
pasquale non avea luogo, ritenuta abolita pel Caracciolo, sospesa pei
Bianchi, i quali se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da
giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato privilegio.
Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico correva come a festa allo
spettacolo. Tra il sì ed il no, passarono quasi vent’anni senza che un
rescritto sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16 aprile
del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti reintegrava nell’antico
privilegio la Compagnia³⁴¹.

 ³⁴¹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 792-793.

Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere la pietosa
funzione della grazia.

Il condannato a cui era toccata la sorte della vita veniva estratto di
buon’ora dalle segrete; dai nobili a ciò designati gli si lavavano i
piedi, gli si indossava un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.

    Siccome tra gentili alme si suole,

la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di vicinato con quelle
della Pace e della Carità, nobili entrambe. I confrati di queste erano
in parte confrati di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse
coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici attestati di
stima. Quale occasione più acconcia di questa a fare onore a sodalizî
che s’intitolavano dalla Pace e dalla Carità e che l’esercizio dell’una
e dell’altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano i nobili
confrati a condividere con loro la vestizione del graziando: e l’invito
veniva cortesemente e con soddisfazione tenuto.

Giunta l’ora solita della giustizia, la Compagnia moveva dal carcere
conducendo il reo, facile a conoscersi pel suo speciale costume e per la
gran torcia che recava in mano. _Recto tramite_ tutti si avviavano al
luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare al graziato il
palco della mannaia, o facevalo passare sotto le forche, baciandole,
secondo che egli fosse condannato a questa o a quella maniera di
supplizio. Quale impressione dovesse provare costui, immagini il
lettore; certo però che «poco è più morte».

Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile popolazione; e quando il
graziato, come di frequente accadeva, era delle classi superiori,
giacchè il giustiziando del ceto elevato era sempre preferito da questo,
signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il 23 marzo del 1769
(citiamo un fatto caratteristico, benchè non vicino alla fine del
secolo) «comparì — dice il Villabianca — l’aggraziato Guzzardi vestito
di bianco in drappi di seta con una veste e mantellina bianca
regalatagli dal Superiore Chacon».

Il lettore comprende subito la distinzione del costume in seta da quello
in cotone onde apparisce il plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di
seta bianca, con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell’uomo da
decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino del plebeo da
impiccarsi.

«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche folla di dame e
cavalieri per la curiosità di vedere un nobile lor parente sotto il peso
di questa disgrazia»³⁴².

 ³⁴² _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 155-56, 216. Vedi
     pure v. XX, p. 142; v. XXI, p. 185; v. XXVI, pp. 71, 15-16; v.
     XXVII, pp. 356-57.

Guardando da una finestra dell’albergo di Madama Montaigne, W. Goethe
vide il dì 13 aprile del 1787 uno di questi graziati. La impressione che
ne riportò non fu favorevole. Ott’anni dopo, il 20 maggio del 1795,
passando dal Piano di S.a Teresa, Hager vide per caso decapitare F. P.
Di Blasi: e ne restò penosamente colpito. Il futuro autore del _Faust_
parve sorridere della toletta del graziato; il giudice dell’impostore
Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori della Città e in
molte cose di un medesimo parere. Ma il secondo era ignaro delle
impressioni del primo, la cui _Italianische Reise_, venuta in luce solo
nel 1816³⁴³, egli, spigliato scrittore dei _Gemälde von Palermo_, non
potea conoscere, pure incontrandosi in molti punti con essa.

 ³⁴³ _Italianische_ (sic) _Reise_. Stuttgart u. Tübingen, 1816, weiter
     Theil, 1817.

Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu del celebre Gabriele
Castelli Principe di Torremuzza e sopra un altro della Compagnia dei
Bianchi³⁴⁴; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a pubblicazioni
del tempo e sul tempo, ci mettono in grado di fornire la dolorosa
statistica delle esecuzioni capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.

 ³⁴⁴ Il primo, posseduto dal Cav. Carlo Crispo-Moncada; il secondo,
     custodito dal Cav. Rivarola nell’Archivio dei Bianchi, entrambi
     messi dagli egregi amici a nostra disposizione.

Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E non son tutte!

La Compagnia dei Bianchi fin dal 1580 godeva, come abbiam detto, il
privilegio di una grazia annuale; privilegio che per 48 anni salvò
quarantotto condannati. In uno dei dodici parti della fecondissima Maria
Carolina, quello cioè del 1773 (Maria Luisa, che poi fu moglie di
Ferdinando Granduca di Toscana) veniva graziato il giustiziando più
vicino. Il dì 27 settembre 1800 il Re tornando da una gita in Bagheria e
sboccando con la sua carrozza nel Piano della Marina, trovava, senza
aspettarselo, un reo in procinto di essere afforcato. Beato sovrano, che
poteva dimenticare una sentenza di morte da lui soscritta, e godersi una
partita di caccia mentre un suo suddito agonizzava all’imminente
supplizio!... La folla grida ad alte voci: _Grazia, Maestà!_ ed egli
sorpreso, assordato, confuso, con un cenno della mano concede, e pel
Cassaro si affretta verso il Palazzo.

Queste cinquanta mancate esecuzioni, aggiunte alle 160, portano la somma
spaventevole di 210 condanne capitali, che per 48 anni costituiscono una
media biennale di nove circa, poco più che quattro all’anno.

Riducendo di quasi un terzo, cioè a trentuno, i quarant’otto anni, dal
1753 al 1783, e non contando le condanne, del resto scarse, di militari,
abbiamo, peggio ancora, 147 esecuzioni con 32 grazie (una pel ricordato
parto della Regina, 31 per la consueta annuale grazia dei Bianchi) e
quindi 178 giustizie tra eseguite e graziate, con una media di 6
all’anno.

Nè pel viceregno del Caracciolo mutavan le cose, poichè con lui,
abolitore della Inquisizione, le scene di sangue in tutte le forme
legali proseguirono come prima: e se mancarono nel 1784, mancarono anche
negli anni posteriori alla sua partenza ed erano mancate anche prima. Da
quell’anno al 1800 la media delle esecuzioni scese: e vi furono anni che
si sottrassero alle ordinarie ferali contribuzioni.

Ma ahimè! Quel che mancò pei delitti comuni venne qualche volta dato dai
delitti politici e militari. Mentre le tabelle di assistenza dei Bianchi
son vuote per gli anni 1787, 1793, 1796, 1799, si dibattevano sulle
forche ora due soldati francesi (1787-1793), ora un soldato veneziano
(1796), ora il portabandiera del Duca Oneto, Salv. Rubino; ed il tenente
napoletano de Losa assiste per la prima ed unica volta in un secolo alla
fucilazione di due militari stranieri ai servizi del Re (1796)³⁴⁵.

 ³⁴⁵ Vedi _Villabianca_, _Diario_ ined., 15 giugno 1793, p. 189; 4
     giugno e 6 dicembre 1796, pp. 461 e 659; 14 dic. 1797, pp. 142-43;
     8 luglio e 2 dic. 1799, pp. 294 e 582. — _D’Angelo_, _Giornale_
     ined., 2 dic. 1799, p. 733.

Il terrore del Giacobinismo prende luogo di salvatore delle istituzioni!

Dopo ciò, quali malinconiche riflessioni vengono a turbare il nostro
spirito! Tanti rigori di carceri correggevano essi i delinquenti che
n’eran vittima?

Risponda per noi l’amaro canto popolare del dolore:

      Cu’ dici mali di la Vicaria,
    Cci facissi la facci feddi feddi;
    Cu’ dici ca la càrzara castia,
    Comu vi nni ’ngannati, puvireddi!
    La càrzara è violu chi vi ’nvia,
    Chi vi ’nsigna li strati e li _purteddi_³⁴⁶.

 ³⁴⁶ Versione letterale: (A) chi dice male del carcere — io darei
     coltellate sul viso; — chi dice che il carcere gastiga, — povero a
     lui, come s’inganna! — Il carcere è viottolo che vi avvia — e che
     vi conduce alle strade ed alle _purteddi_ (luoghi nei quali i ladri
     attendono i passeggieri).

Tanta efferatezza di sentenze e di esecuzioni diminuì essa il numero dei
delitti più atroci di sangue?

Il Marchese Villabianca in un momento di resipiscenza disse che «con
questo patibolo, cioè colla morte di capestro, si ci hanno accomunato i
popoli e appena ci hanno avversione», e precorreva all’aguzzino
mangia-liberali del _Congresso de’ birri_ del Giusti: osservando che «vi
muoiono specialmente i plebei ben sazii, bene assistiti nell’anima a
segno che tali ignoranti vengono a sospirarne le pene»; ma egli
scantonava come un avversario di Cesare Beccaria, e non se la intendeva
col suo amico Tommaso Natale, quando affermava che le giustizie a base
di sangue «fanno oh quanto più impressione che non fa la forca!»³⁴⁷.

 ³⁴⁷ _Diario_ ined., a. 1792, p. 420.

Proprio il contrario di quello che insegna il diritto penale moderno!



                               CAP. XIX.


                      I GIORNALI E LA PUBBLICITÀ.

Il giornale politico quale lo intendiamo oggi non esisteva³⁴⁸, ed è tale
la differenza che corre tra questo e quello, che ad un paragone manca
qualunque termine, salvo che quello del nome: nome, com’è facile
comprendere, generico, perchè qualunque titolo esso portasse era sempre
e comunemente inteso _gazzetta_ o _foglio_³⁴⁹. Gazzettieri erano
chiamati i giornalisti: e spesso _filosofi_ e _politici_ quelli che vi
discutevan sopra o ne professavano le opinioni e le idee.

 ³⁴⁸ Sopra _I Giornali e la Pubblicità in Palermo nella seconda metà del
     sec. XVIII_ fu da noi inserito uno studio nell’Archivio storico
     siciliano, a. XXVII, pp. 300-319.

 ³⁴⁹ _Gazzetta_ poi significava anche notizia, talvolta strepitosa o
     strana. Il Meli nel _Viaggiu in Sicilia di un antiquariu_ parla di
     gazzette che venivano da Fuligno e da Firenze. La Gazzetta
     fulignate era settimanale a fogli da 4 pp. a due colonne, della
     dimensione un terzo più grande del nostri giornali d’allora, e con
     la testata, p. e., così: _Num 38 Fuligno_, _18 settembre 1767_. (In
     Fuligno: Per Feliciano, e Filippo Campitelli, Stamp. Vesc.).

Forma e sostanza non avevano nulla di simile. Il giornale era in ottavo
a due colonne con una testata di piccoli tipi, a forma di libro. A
vederne uno oggi, si crederebbe ad un foglio di stampa di un’opera;
mentre l’amatore ha di fronte una ghiotta curiosità bibliografica.

Nel contenuto poi era un semplice notiziario generale notizie stantie di
un mese, due, secondo le contrade e le distanze, sì che quando esse
giungevano, le cose potevano aver mutato aspetto; perchè, degno di
attenzione, le notizie erano più di fuori che di dentro la Sicilia.

Di titoli suggestivi, piccanti, come quelli che la partigianeria, la
scrocconeria, la malvagità dovea inventare un secolo dopo, neppur
l’ombra. La gazzetta poteva sostenere, anzi sosteneva, le parti del
Governo, ma non era fatta per solleticare col minaccioso nome i
cercatori di scandali, per intimorire chi dalle rivelazioni d’un foglio
potesse veder gettata fosca luce sulle proprie opere, o perpetrati
ricatti. Gli uomini non eran da ciò, e la legge non avea ancora trovato
ragione di colpire così raffinata maniera di corruzione.

Dei fogli usciti nella seconda metà del settecento, nessuno era
giornaliero. Uno solo eccettuato, il quale usciva due volte la settimana
e visse oltre una dozzina d’anni; tutti gli altri erano eddomadarî e non
superarono i tre anni di vita.

Il più notevole, anche per un po’ d’interesse che prendeva delle cose
della Capitale, fu quello delle _Novelle Miscellanee di Sicilia_,
cominciato il 20 luglio de 1764 e cessato il 28 agosto del 1767. Esso
però è fuori del periodo delle nostre ricerche, ed è da metter da parte
come _Il Nuovo Postiglione_ degli anni 1771-72, il quale farebbe
supporre un _Postiglione_ precedente, da non confondersi con
l’epistolario di S. Francesco di Paola.

Per un ventennio infatti non si parlò più di giornali.

Ed ecco la _Raccolta di notizie_, gazzetta lungamente e vigorosamente
vissuta, e forse la sola sopravvissuta ad altre che con essa e prima e
poi poterono esistere.

Stampata da D. Pietro Solli, per tredici anni (1793-1805) se non più,
apparve ogni Martedì e Venerdì con uniformità e inalterabilità
impassibile. Interi anni l’Isola nostra non esistette per essa. A ben
altro che alla Sicilia essa guardava. C’era Livorno, centro di corrieri;
c’era Napoli, con Ferdinando; Madrid, con Carlo III; Vienna, alla quale
pensava sempre la figliuola di Maria Teresa, Carolina; c’era
Francoforte, Londra, e quella Parigi che figurava come oggetto di
curiosità timorosa e di non celata avversione. Nessuno dell’infima
classe sociale sapeva della gazzetta, ma molto la nobile e un poco la
civile e molti partecipavano all’odio pei Francesi dell’89 e del 93, le
geste dei quali, per vie dirette e indirette, giungevano col marchio
della ribellione a Dio e al Re. Attraverso ai cento e più numeri annuali
della _Raccolta_, si potevan seguire le evoluzioni degli stati, le
vicende delle corti d’Europa, ma non trovarvi una parola ch’escisse
dalla misura, un’aspirazione anche tacita a principî di libertà. Man
mano che ci allontaniamo dal 1793, il giacobinismo è per la _Raccolta_
il nome più triste, l’associazione più pericolosa. La umana miseria non
tangeva la _Raccolta_: e se in essa la Sicilia cominciava a figurare per
qualche ricordino, ciò era solo quando, fuggiaschi da Napoli (26
dicembre 1798), giungevano i sovrani, quando essi recavansi a S.
Francesco, o tenevano cappella reale a Casa Professa (Cattedrale
provvisoria) e baciamano al regio Palazzo, o quando assistevano ad una
processione, ovvero quando la Regina visitava i monasteri ed il Re
andava a fare una partita di caccia o di pesca. Ma la casa nostra non
c’entrava mai. Per poco men che tre lustri quel giornale rimase
cristallizzato, e lo si vide tale nel morire quale sul nascere, assiso
tra due secoli, senza un fremito di gioia allo spuntare del nuovo, senza
un rimpianto per lo sparire del vecchio.

Pure ad una osservazione del tutto moderna si presta questo tredicenne
arcavolo di centinaia e centinaia di pronipoti, nati nel sec. XIX e
vissuti chi la vita di uno o più anni, e chi la vita di un giorno solo:
la pubblicità. Se la _réclame_ è un avviso, spesso ciarlatanesco, per
chiamar l’attenzione della gente su cose commerciali, per farsi nome o
per altro, la _Raccolta di notizie_ ne porta la prima radice in Sicilia.
Alla fine di qualche numero, era ogni tanto un annunzio. Ora chiamavano
avventori alle loro botteghe i librai; ora i mercanti partecipavano
l’arrivo da Marsiglia di una partita di eccellenti bastoni di tabacco di
nuova fabbrica ad onza una il bastone del peso di rotoli due e mezzo
l’uno, e cristallame, e frumento.

Originale questo avviso del 26 marzo: «Si è perduta una borsa con monete
d’argento, cinque once, un gigliato fiorentino, altro simile da tre, e
un’ottava di doppia di Spagna. Chi l’avesse trovata, la porti al p.
Preposito del Monastero dei Teatini della Catena (attuale R. Archivio di
Stato), che gli saranno regalati quaranta tarì.» Avviso ingenuo, perchè
della _Raccolta_ pochi sapevano, e chi avea trovata la borsa poteva bene
serbarla pei suoi bisogni.

La _réclame_ è in embrione, modesta, misurata, nè spropositata come
quella strepitosa _fin de siècle_ di Bisleri, che il suo ferro-china
digestivo stomachico, annunzia _stomatico_, che è quanto dire _di
bocca_.

Ma la vera _réclame_ si ha nel _Giornale di Commercio_. Principiato il
dì 7 aprile, questo periodico continuò di Lunedì in Lunedì fino al 28
luglio 1794, che fu il 17º numero. Costava, come di consueto, 5 grani il
numero, un tarì il mese per gli associati. Avea il solito formato in-4º
a due colonne, ma la pagina non era più grande dell’ottavo ordinario.

Primo e forse unico modello di giornale locale, diverso da quanti
n’erano sorti prima e dalla contemporanea _Raccolta di notizie_, questo
foglio aprì diciassette rubriche, sotto le quali apprestava «le novità
confacenti».

Date le difficoltà d’allora, non si poteva compilare diario più
rispondente allo scopo pel quale esso era venuto fuori. Vero cimelio
giornalistico, esso andrebbe attentamente svolto.

Avete bisogno di persone di servizio? c’è «un giovane che vorrebbe
impiegarsi per cameriere e sa far la barba e pettinare da uomo e da
donna». La pettinatura era uno degli affari più gravi della vita ed i
peli rappresentavano travi. «Mariano Tusa, nella Piazza Bologni, sopra
la bottega del parrucchiere collaterale alla chiesa del Carmine (Posta
d’oggi), vende due segreti di due semplici erbe per far crescere capelli
e per far cadere peli» (n. 1).

«Una persona di abilità e che sa pettinare e far la barba vorrebbe
impiegarsi come cameriere in qualche nobile casa» (n. 4).

«Un prete palermitano cerca d’impiegarsi come ajo» (n. 2). E s’impiega.

Avete denaro da spendere? Tenete a mente le offerte di portantine, di
carrozze, di mobili, di _montres_ d’oro alla francese.

Un giorno se ne smarrisce una di sommo valore e per ricuperarla vien
fuori il seguente avviso: «S’è perduta una mostra d’oro montata alla
francese, a quattro quadranti; dei quali quello che denota li giorni del
mese, ha li numeri scritti in oro sopra una striscia blò: come lo sono
quelli dell’altro quadrante che mostra le ore ed i minuti, e che ha
tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d’oro di Napoli, nel
di cui centro è dipinto un bastimento in un ovale che comparisce da
ambedue le parti sotto cristallo, e vi è pure appesa la chiave d’oro. A
chi la porterà, anche per via di confessione, all’oriuolajo sotto la
casa del Sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia».

Di siffatte preziosità, che ora farebbero perdere la testa ai
commercianti di cose antiche, se ne vendeva spesso. Ora una
«scarabattola (_scaffarrata_) di tartaruga rappresentante la nascita di
N. S. Le figurine son di cera ed è fornita di diversi pezzi di argento
filato, il di cui peso sormonta la valuta di onze 7». Ora quadri sopra
pietra, sopra rame, con cornici di tartaruga e di argento, ed uno «di
Matteo Stoma (= Stomer) rappresentante la negazione di S. Pietro a lume
di notte, offerto dal pittore D. Giuseppe Velasques». Ora crocifissi di
corallo rosso delicatamente scolpiti e smaltati, e scatole di
lapislazzoli legate in oro, e diamanti, e pietre preziose, e perle
orientali del peso complessivo di oncia una e mezza circa, e due lumiere
di cristallo ad otto braccia della Casa Monteleone, e un fornimento
guernito di rame per una muta ad otto cavalli. Merce speciosa: «un libro
di tavole numeriche relative al giuoco del Lotto», il quale, passato già
nel Palazzo della Inquisizione (1786) e poi (1799) all’Università degli
studî, dentro il Collegio degli espulsi Gesuiti, era in grande
favore³⁵⁰.

 ³⁵⁰ Una notizia preziosa pei poveri malati di Lotto: Questo giuoco, la
     cui officina era ed è sempre detta _Impresa_, chiamavasi prima di
     _Napoli_, poi di _Palermo_.

     _D’Angelo_, _Giorn._ ined., p. 257, scriveva: «26 gennaio 1799
     nella Loggia della R. Accademia dei pubblici studi si fece la prima
     estrazione del Lotto con gran concorso di popolo, dei ministri a
     ciò destinati. Numeri sortiti: 35, 2, 34, 48, 71.» Cfr. _Alessi_,
     _Prontuario_ ms., n. 90, p. 17.

Il _Giorn. di Commercio_ finì per _extinctionem caloris_, cioè per
mancanza di annunzî; talchè negli ultimi numeri le rubriche erano
ridotte a sei, sette, e la materia non bastava più a riempire le
quattro, od anche le tre pagine. Che cosa era avvenuto? era avvenuto
questo: il paese non adusato a giornali, non ne prendeva l’associazione,
anche perchè il _G. di Commercio_ era troppo speciale, e non si occupava
per nulla del mondo come avrebbe dovuto ogni foglio, e come purtroppo
faceva la _Raccolta di notizie_. Laonde il Direttore trasformavalo in
_Giornale di Sicilia_, e nel medesimo formato e carattere lo continuava
con idee più larghe e con vedute più pratiche.

Fino al n. 36, corrispondente al 7 aprile 1795, il _Giorn. di Sicilia_
continuava apprestando volta per volta articoli quasi sempre senza
titoli, spesso in forma epistolare, di letteratura, di archeologia, di
agricoltura, di argomento siciliano o con applicazioni alla Sicilia, e
di chirurgia ed astronomia. Questi articoli erano la maggior parte
anonimi e della brevità di una, due colonnette, sovente per mancanza di
spazio interrotti da un brusco: _sarà continuato_. Vi collaboravano i
migliori scrittori del tempo: P. Balsamo, G. Piazzi, F. Chiarelli. A
questi articoli si accompagnavano e seguivano ora sì ora no brevi
appunti su pubblicazioni recenti, avvisi di adunanze dell’Accademia del
Buon Gusto, della Accademia di Storia siciliana, notizie di alte o nuove
operazioni chirurgiche in Città, della Amministrazione della Giustizia,
del Comune ecc. Quando il Vicerè Caramanico guariva della grave malattia
onde era stato travagliato, gli faceva una gran festa; quando, l’anno
seguente, nel 1795, moriva, un gran corrotto.

Nel n. 26, sotto la data del 27 gennaio 1795, il _Giornale_,
scarseggiando di notizie all’uopo e volendo allargare i confini di esse,
faceva alcuni quesiti, pregando di risposta i corrispondenti. Chiedeva
da loro, almeno ogni mese, una lettera, nella quale fosse un ragguaglio:
«1º Dell’apparenza e quantità dei seminati di quel territorio e delle
vicine campagne. — 2º Dei prezzi correnti del grano, dell’orzo, delle
fave, del cacio, dell’olio, del vino e di ogni altra mercantevole
derrata. — 3º Delle principali e più interessanti circostanze della
stagione, avvisando, se dentro il mese il tempo sia stato notabilmente
piovoso, o asciutto, freddo, o caldo, nebbioso, nevoso, accompagnato da
forti venti, o da violenti tempeste, della cui natura ed effetto»
avrebbe gradito «una minuta descrizione, come delle alluvioni e dei
traboccamenti di fiumi e torrenti.»

Chiedeva, inoltre, appunti intorno la «Storia naturale, le varie e
singolari terre, o crete, o pietre, i varj bitumi, le varie acque
minerali ecc., piante rare; quali le maniere di coltivare le terre che
con particolare e considerevole profitto in quel territorio si
praticassero». In altro ordine di vita, domandava «avviso degli omicidj,
dei furti strepitosi, o altri gravi delitti, che accadessero in quello e
nei vicini paesi. Altresì di ogni altro avvenimento che credesse il sig.
Corrispondente interessare la pubblica curiosità ed utilità: sia che
esso riguardi le lettere, l’agricoltura, le arti, il commercio ed i
costumi di quella e delle finitime popolazioni.»

E conchiudeva imponendosi ogni riserbo sui nomi dei corrispondenti.

Questa circolare confermava ed allargava il programma del giornale:
programma pratico e veramente utile al pubblico. Rilievo poi del quale i
giornali moderni dovrebbero per debito di giustizia far ragione a questo
che è dei più antichi, è la _Cronaca siciliana_, entrata nei principali
giornali di oggi, solo dopo un secolo dalla comparsa del diario del
quale diciamo.

Questo _Giornale di Sicilia_, a chi potesse oggi esaminarlo, parrà o una
gran cosa o un’assai piccola e meschina cosa, secondo che si guardi con
la conoscenza dei tempi e del paese o con le idee dei giorni nostri.
Gran cosa, giacchè nulla di simile s’era tentato fino allora, che si
occupasse della cultura dell’Isola. V’era bensì, come diremo, qualche
periodico letterario; ma questo sapeva troppo di erudizione perchè si
dedicasse alla letteratura spicciola, e troppo grave perchè potesse
andare per le mani di molti; e poi costava tre, quattro volte il
_Giornale di Sicilia_, che si pagava nove tarì (L. 3,82).

La stampa non era quindi solo politica e commerciale. Lettere, arti,
discipline ecclesiastiche offrivano argomento di disquisizioni e di
ricerche illustrative, non anonime come i giornali politici, ma
soscritte dai più lodati uomini del tempo. E qui, dove apparvero le
_Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia_ e le _Notizie
de’ Letterati_, e fino al 1778 venti volumi di _Opuscoli di autori
siciliani_; ad imitazione o continuazione di questi, dal 1778 al 1797,
si arricchì il tesoro degli studî storici con altri nove, oltre che di
una _Nuova Raccolta di Opuscoli di autori siciliani_.

Ad una serie di _Notizie de’ letterati_, con estratti e giudizi delle
opere più pregevoli del tempo (1772) si eran prestate le stampe del
Rapetti; ma dopo un anno non c’eran più. La medesima sorte incontrò il
_Giornale Ecclesiastico_ di Salv. M. Di Blasi, il quale venne
componendovi una «Scelta di vari opuscoli appartenenti agli studi
sacri», estratti dal giornale dell’abate Dinouart. La materia fu
composta in due tomi e lasciò di sè ricordo buono nel clero, ma non
efficace tanto da determinare alcuno ad imitarlo e seguirlo. E se
vent’anni dopo, nel 1793, il parroco Giuseppe Logoteta da Siracusa volle
farlo rivivere, se lo vide morir subito fra le mani, al primo tomo,
senza gloria e senza pianto.

La _Conversazione Istruttiva, foglio interessante_, fu il più piccolo
formato dei suoi confratelli vecchi e nuovi, uscito tra il 7 gennaio ed
il 7 aprile 1792.

Semplicissima la compilazione: un dialogo tra «Dama, Cavaliere, Medico,
Avvocato, Filosofo, Abbate»: sei personaggi per sei tipi del tempo.
Quattordici i numeri del periodico, quattordici i dialoghi, occupanti
sempre o quasi sempre tutte le otto paginette, all’ultima delle quali
era fatta la grazia d’una breve notizia di agricoltura, un appunto, o un
consiglio di medicina. Se non che, gli apparenti quattordici dialoghi si
riducevano a un solo, interrotto alla fine d’un numero e ripreso in
principio d’un altro: dialogo lunghissimo, che solo gl’intervalli di una
settimana potevano far digerire.

La dama era il perno della conversazione, nella cui casa questa si
svolgeva: una dama che leggeva Fontenelle ed Algarotti, e cercava di
coltivare la mente come facevano alcune del suo grado. Il cavaliere era
un partigiano accanito del patriziato; il medico, un conoscitore del
magnetismo in voga, uno spregiudicato giudice di Mesmer e di Cagliostro,
un fanatico nemico dei sistemi che i clinici dotti ed i mediconzoli
ignoranti si palleggiavano, un medico di una certa cultura, che di tutto
discorreva un poco: di fisio-chimica, di anatomia, di malattie correnti
e fin di quelle febbri putride che dominavano in Sicilia mentre egli
settimanalmente chiacchierava, e che dominarono ancora dell’altro ed
infierirono nell’anno seguente. Il filosofo, un severo censore della
vita e dell’educazione contemporanea, mezzo scettico, mezzo platonico,
panegirista della morale e della virtù. L’avvocato scodellava le sue
cognizioni di giurisprudenza con le medesime lungherie del filosofo e
del medico: e l’abate, un sacerdote poco untuoso, anzi un poco fervoroso
ecclesiastico. Larghe e particolareggiate le notizie di Cagliostro (nn.
5-6).

Giungevano gli ultimi giorni di Carnevale e la _Conversazione_ lasciava
per la storia del Carnevale il famoso massone, che ripigliava in
quaresima (n. 8) con una sfuriata contro tutti i cagliostri e le
cagliostrate della società.

Gli ultimi due numeri alludevano alla Regina, additata come modello di
madre!

Tra’ consigli medici, ameno questo: «In gennaro senza necessità assoluta
non si deve cavar sangue. Si deve usare vino bianco e delicato. Non si
devono mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso il miele
rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno si può pratticare il pepe
pesto. Si dee guardare di andare fuor di casa e stare al più che si può
lungi dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4).



                                CAP. XX.


                          IL CONTE CAGLIOSTRO.

Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano tra noi, altri
straordinarî e clamorosi ne avvenivano fuori per opera ed in persona
d’un siciliano: Giuseppe Balsamo, che delle sue strepitose geste
riempiva l’Europa tutta.

«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe chiedersi con D.
Abbondio del Manzoni il lettore non bene informato: e noi lo toglieremo
di dubbio aggiungendo che Giuseppe Balsamo era il _Conte Cagliostro_.

La celebrità del personaggio ci dispensa da una presentazione in regola;
ma il lettore, che forse anzi senza forse lo conosce con questo nome di
guerra all’Estero, non saprà ciò che egli da semplice Balsamo fece in
Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur dirne, se non altro perchè
dal fanciullo si giudichi il giovane e dal giovane l’uomo.

Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro cominciarono a
giungere nell’Isola, tutti sapevano delle prime capestrerie di Peppino
Balsamo. E come ignorarle se la madre di lui, D.a Felice Bracconeri, in
compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita via della Perciata a
Ballarò, era di continuo commiserata dalle comari del vicinato, e nota
agli abitanti dell’Albergaria?

La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo collocato lo zio
materno Matteo, non era un mistero per nessuno. Bisognava chiudere gli
occhi per non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per non
sentire le sgridate giornaliere della povera mamma.

Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto da lui a
Caltagirone, Peppino vi avea vestito l’abito di novizio (ricordiamoci
che si era al tempo in cui i voti monastici si professavano a 16 anni);
ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n’era tornato bel
bello a casa come se nulla fosse stato. — «Che hai fatto?...» gli aveva
chiesto dolorosamente sorpresa la madre. — «Oh che volete che facessi?!
rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come un cane ad aiutare
l’aromatario, ad assistere gli ammalati, ad imparar la medicina?... E vi
par piccola pena quella di leggere sempre a refettorio la vita dei
santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa dei quali era di fronte alla
Perciata, raccontavano cose d’inferno del tristanzuolo, e fra le altre
questa: che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi, il
leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini avea più volte in
pieno refettorio sostituito nomi di donne pubbliche di Palermo!

Tant’è: ritornato in patria, qualche occupazione doveva egli
procurarsela: e se la procurava accompagnandosi coi monelli di Ballarò o
buttandosi a capofitto in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli
suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati, era per lui una
vera festa lo slanciarsi loro addosso per liberare la preda. Gli atti di
ribellione alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva, in
lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso della Città, ed alle
risse per indole inclinato.

Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona strada: ma tutt’altro
che rallegrarsi poteva dell’opera sua educativa, assediato da ricorsi e
da recriminazioni per la riprovevole condotta del nipote: e quando un
brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa d’un furto di roba e di danaro a
suo danno, attore il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse
deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva l’ingegno pronto e
versatile, la rapida intuizione, la percezione piuttosto unica che rara,
la copia degli espedienti e la parola arguta e suggestiva, e deplorava
che tante qualità cospirassero ad opere malvage. All’arte del disegno
parendogli più che disposto, pensò avviarvelo, e trarne ragione di
mutamento delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece progressi; ed
acquistò in essa tanta valentia che un giorno visto in casa della zia un
ventaglio, vi ritrasse con sì fine naturalezza due mosche, che mai
persona l’ebbe a trovare spiegato che non allungasse la mano per
iscacciarle.

Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove, ora contraffacendo
biglietti d’entrata al teatro S.a Cecilia ed ora falsificando un
testamento a favore d’un Marchese Maurigi ed a scapito d’un pio
istituto: il che non gli fu disagevole insinuandosi nell’animo d’un
notaio suo congiunto.

Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà di procurarsene,
acuivano in lui l’ingegno esuberante di trovati sempre nuovi e sempre
audaci. Un tale s’era innamorato d’una giovane, cugina del Balsamo; il
Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli danaro:
guadagnossi la fiducia del malcapitato, e combinò una corrispondenza in
regola tra lui e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo
avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio procedeva attivo,
caloroso, e quando il momento parve alla ragazza, o meglio al Balsamo,
opportuno, la innamorata chiese del danaro, che lo innamorato
affrettossi a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi che l’abile
autore di siffatta commedia cavò di tasca al cieco amante, il quale
nulla negava a lei, neanche un orologio ed altre minuterie.

E non basta.

Scopertosi l’inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole via. Il
superiore d’una comunità religiosa avea bisogno d’assentarsi dal
convento. Conoscendo il Balsamo buono ad ottenergli una licenza,
interpose l’opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa ed il
povero baggeo l’avea pagata profumatamente.

Questa ed altrettali bricconerie non passavano sempre inosservate, nè
sempre impunite. Più volte D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia,
più volte venne sottoposto a processo; ma o che le prove difettassero, o
che la furberia in lui fosse maggiore dell’avvedutezza della Corte
Capitaniale, o che valide aderenze di congiunti neutralizzassero il
rigore delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse innocente.
Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben darsene ragione, bisogna
premettere una notizia che più tardi acquistò credito in Palermo, cioè
che il Balsamo fosse uno stregone.

Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni suoi compagni, e
volendo essi mettere ad esperimento codesta sua facoltà, gli avessero
chiesto che cosa facesse in quell’istante una nota dama della Città.
Egli, segnato senz’altro un quadrato per terra, vi passava nel centro le
mani, e tosto, mirabile a dirsi! appariva nettamente delineata la figura
della dama nell’attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici.
Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull’istante a verificare la
cosa al palazzo di lei, e trovano la dama nè più nè meno che aveano
visto nell’inesplicabile quadrato.

Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine di un
argentiere d’allora, certo Marano, i cui discendenti esercitano ancora
l’arte della oreficeria. Costui aggiustando fede alla occulta scienza
del giovane si lasciò per inganno carpire la somma di sessant’onze (L.
765). Assicuravalo il Balsamo di un tesoro da scoprirsi, un gran tesoro,
nelle vicinanze di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e,
conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano sul luogo
indicato; Balsamo comincia le operazioni: tira linee, recita parole
_nere_, invoca spiriti e dopo lunghe misteriose pratiche vede apparire
molti diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che prendono a
bastonate l’ingenuo argentiere. È un momento difficile per costui, a
tutt’altro preparato che a questo trattamento; il quale però, vistosi in
così grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene
all’autorità, e giura sanguinosa vendetta del volgare giuntatore.

Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo partiva a rotta di collo.

Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare ricordo gli
archivi della Corte Capitaniale e della Corte Criminale del tempo,
bastano a far presumere quel che D. Peppino fosse per diventare.
L’isolamento del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti facevano
perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette, vaghe, anche labili,
non mancavano, e forse potevano comporre i fili del grande ordito di
menzogne per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso
imbroglione.

Il romanzo (giacchè si tratta d’una specie di romanzo, quasi
incredibile) si apriva a Messina e si chiudeva a Roma: a Messina, con
l’amicizia d’un poliglotta ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che
riusciva a formar drappi a mo’ di seta con la canapa ed il lino; a Roma,
con l’arresto e la carcerazione in S. Leo, ove, ultima di sue geste, era
il tentato strangolamento d’un confessore, da lui, reo convinto e
apparentemente pentito dei suoi misfatti, richiesto, col perfido
intendimento di evadere vestendone la tonaca. In questa trentina d’anni,
quanti ne correvano dal precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu
una successione tumultuosa, convulsa di avventure, che sfuggono anche al
più diligente indagatore.

Da Messina ad Alessandria d’Egitto, a Rodi, a Malta, a Napoli (bisogna
vedere che cosa fece lì con due siciliani, l’uno più triste
dell’altro!), a Roma, a Bergamo, a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a
Madrid, a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie egli
perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria Lorenza Feliciani,
ragazza da lui sposata a Roma e con raffinato lenocinio da lui resa
complice di sua spudorata condotta.

Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che procuravasi, dalle
commendatizie di alti personaggi, da amicizie che improvvisava, da
un’acqua da lui composta per ridar la freschezza della pelle alle donne,
da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto per la produzione
dell’oro; e poi dagli studiati abbandoni della moglie e dalle concordate
sorprese. Eppure, spendereccio com’egli era per indole e per calcolo,
non avea danaro che gli bastasse. Nel volger di due o tre anni dicesi
avesse consumato non meno di centomila scudi, entrati per illeciti
guadagni nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine, sia che
egli spacciasse rimedî empirici, sia che assumesse titoli nobiliari, sia
che si circondasse del fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di
parrucchieri, di maestri da ballo.

Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama Duplesir, se ne
richiamava all’autorità personale del Re; e mentre Luigi XV ordinava la
cattura, in S.a Pelagia, della infedele — artificiosamente infedele —
donna, egli, il Balsamo, in uno dei tanti processi a suo carico
sosteneva non esser mai dimorato in Parigi. Arrestato un po’
dappertutto, tante ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul
Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d’impiccio: ed avea
il coraggio di tornare nei medesimi luoghi ond’era sfuggito rasentando
la galera.

La truffa all’argentiere Marano nol trattenne dal rivenire a Palermo
(1773): ma il Marano, implacabile contro di lui, avutone sentore, e
denunziatolo, lo fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare il
processo pel testamento Maurigi: e buon per lui che un alto signore
intervenne in modo violento; se no, gli sarebbe finita molto
tragicamente.

Questo signore, amico intimo del Balsamo e più che intimo della Lorenza,
prese sotto la sua protezione il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli
espedienti per liberarlo, nell’anticamera del Presidente del tribunale
aggrediva il pratocinatore dell’avversario del Balsamo, e, forte
com’egli era e manesco e sfrenato di volontà e potente e ricco, lo buttò
per terra, lo calpestò, e forse l’avrebbe finito senza l’interposizione
del Presidente. Il quale, debole e pauroso, non seppe punire il
colpevole e, per la pusillanimità delle parti contrarie, mandò libero
l’imputato³⁵¹.

 ³⁵¹ _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. dei 13 e 14 apr. 1787.

Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si sa più se sorprese
del nuovo esser di lui e delle vecchie abitudini loro, lo videro
stavolta per sempre, partire non senza avergli prima la Giovanna
prestato quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che ahimè!
non le furono più restituite!

Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e di accuse, di
ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute, di truffe e di guadagni,
giungevano per via dei giornali esteri e di qualche viaggiatore in
Palermo. Si raccontava dell’arte sua di convertire il mercurio in
argento, d’indovinare i numeri del lotto, di possedere il _lapis
philosophorum_. Si parlava dei suoi titoli, ora di Marchese Pellegrini
(da lui già assunto prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese
d’Anna, ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e finalmente e
definitivamente di Conte Cagliostro. Con questo specioso nome la fama di
lui corse per tutto e vinse le barriere degli stati d’Europa. Entrato
nella Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore.
Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi nel credere a prodigi che
non vedevano e che nelle esaltate loro immaginazioni ingigantivano.
Giammai una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto
menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo avvolgendosi, non
mai fece sapere dell’esser suo, della sua nascita, della sua patria,
della sua età, dei suoi parenti.

Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito di più legni: servito
da corrieri, camerieri, lacchè, in isplendide livree, pagate fino a 20
luigi l’una. Quartieri addobbati con fasto principesco, laute mense,
vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza, sussiego
d’andamento gli crescevan credito di uomo straordinario, sì che il
ritratto di lui spargevasi a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed
anelli, e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in disegno, in
pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi con la iscrizione _Divo
Cagliostro_ servivano di ornamento ai salotti signorili. Si disse che i
suoi occhi di fuoco leggessero in fondo all’anima, e lo si ritenne
padrone della scienza e di tutte le lingue d’Europa e d’Asia!

E questo è poco.

Spargendo a larghe mani favori e beneficî, operando per via d’imposture
e per fortuna di caso guarigioni, parve dove angelo di beneficenza, dove
iniziatore d’una religione rinnovatrice dei corpi e delle anime, dove un
intermedio all’uomo ed a Dio. In mezza Europa, ignoranti e dotti, plebei
e nobili, popoli e principi se ne contendevano la vista, la parola, il
tocco, l’amicizia, l’opera; ma andando però o fermandosi successivamente
in Lisbona, Cadice, Malta, Pietroburgo, La Aia, Bruxelles, Venezia,
Varsavia, Francoforte, Strasburgo, Napoli, Bordeaux, Passy, Basilea,
Brienne, Aix, Torino, Roveredo, Trento, lasciava dietro di sè come una
striscia di imbrogli, di cabale, d’inganni, di furti. Non solo l’indole
irrequieta ed avventuriera lo spingevano di città in città; ma anche le
conseguenze delle sue perfide arti di tutto falsificare, spillando,
rullando a man salva somme talvolta favolose. E diciamo a man salva,
perchè arrestato una ventina di volte, ebbe sempre la singolare abilità
di salvarsi, ora corrompendo carcerieri, ora giurando il falso, come
quando, imputato d’aver preso parte all’inganno d’una collana di
brillanti fatto alla Regina Maria Antonietta, e chiuso nella Bastiglia,
veniva dal Parlamento per mancanza di prove liberato; fatto del quale
son piene le gazzette del tempo e libri usciti sotto i nostri occhi³⁵².

 ³⁵² _Frantz Funck-Brentano_, _L’affaire du collier d’après de nouveaux
     documents recueillis en partie par_ A. Régis. Cinquième édition.
     Paris, Hachette, 1903.

Sembra di assistere a scene fantastiche, e si è invece a fronte della
più ributtante realtà: e si chiede stupefatti come mai tanto potesse
avvenire con le restrizioni dei governi e sotto gli occhi di Argo delle
diverse polizie d’allora.

Gli è che ovunque egli andasse l’opera sua veniva sempre diversamente
giudicata dai diversi personaggi e ceti, quali sbalorditi alle sue
inesplicabili guarigioni, quali incerti se in quella figura dozzinale
albergasse un genio incompreso o lo spirito d’un basso ciurmadore, se un
taumaturgo sommo o un cabalista volgare, un pensatore profondo o uno
scaltrito improvvisatore di favole, se un grande riformatore del secolo
o un essere esaltato dei successi fortuiti della sua vita vagabonda.

Quando all’aprile del 1787 il Goethe metteva piede in Palermo era fresca
la _Lettera al popolo francese_ del Cagliostro (Londra, 20 giugno 1786):
e faceva il giro d’Europa la polemica tra questo e Monsieur Morand, che
nel _Corriere d’Europa_ strappava la maschera al sedicente Conte. E però
una delle prime cose che fece fu la ricerca dei parenti dell’audace
impostore. Quella ricerca fu la prima seriamente e spassionatamente
condotta.

La buona e dolce madre di Giuseppe Balsamo con la figliuola Giovanna,
vedove entrambe, avevano abbandonata la via della Perciata e si erano
ritirate in via Terra delle Mosche vicino il Cassaro³⁵³. Quivi
accompagnato da uno scritturale di un valente avvocato, le trovò Goethe,
modeste, ignare della sorte dell’amato congiunto, impazienti di notizie
di lui, che per sentita dire sapevan già divenuto un gran personaggio,
segno a gravi persecuzioni ed a culto presso che divino: e la Giovanna,
nelle sue grandi miserie, si rammaricava che Giuseppe, nel mar di
ricchezze nel quale nuotava, si fosse dimenticato delle 14 onze da lei
prestategli nell’ultima sua venuta a Palermo³⁵⁴.

 ³⁵³ Ci richiamiamo alla pag. 45 del vol. I, per togliere con questa
     l’equivoco nel quale eravamo caduti a proposito della visita di
     Goethe.

 ³⁵⁴ _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 aprile citata. È strano
     che _J. R. Haarhaus_, _Auf Goethes Spuren in Italien, III Theil:
     Unter-Italien_, proponendosi di seguire il sommo scrittore nelle
     sue peregrinazioni anche in Sicilia, non abbia avuto una parola
     nuova, neanche per far conoscere la casa nella quale stavano i
     Balsamo (cfr. p. 117).

Avea ragione!

Cagliostro avea truffato centinaia di migliaia di scudi, senza mandarne
uno alla santa vecchiarella della madre, alla sventurata sorella
creditrice, che intristiva nella inopia con tre poveri figliuoli ed una
disgraziata malaticcia che per carità teneva in casa.

Meno di tre anni dopo, il matricolato furfante, il Casanova della
Sicilia, tentato dalla Lorenza, desiderosa di ritiro e di pace,
rientrava in Roma. Fosse in lei stanchezza o paura, fosse debolezza o,
come parrebbe, perfidia³⁵⁵, egli veniva arrestato e condotto nelle
carceri del S. Uffizio al Castello S. Angelo. Molti conti avea da
aggiustare col famoso Tribunale specialmente in materia di fede e di
logge massoniche, ed il Tribunale, dopo un lungo processo, glieli fece
pagare tutti fino all’ultimo.

 ³⁵⁵ Questa circostanza nuova, non è guari acquisita dalla storia del
     Balsamo, risulta dal Codice Vaticano, n. 10192: _Avvenimenti sotto
     il pontificato di Pio VI dall’a. 1775 al 1800 raccolti da_ _Fr.
     Fortunati_, carta 107. Cfr. _Archivio stor. sic._ N. S., a. XV, p.
     154. Palermo, 1900.

Il processo fu reso di pubblica ragione a Roma, nella stamperia della
Rev. Camera Apostolica, e tosto, a soddisfazione dei curiosi timorati,
riprodotto in Palermo³⁵⁶. La _Conversazione istruttiva_ ne dispensò per
un buon mese ai suoi lettori.

 ³⁵⁶ _Compendio della vita, e delle gesta di G. Balsamo denominato il
     Conte Cagliostro, che si è estratto dal Processo contro di lui
     formato in Roma l’anno 1790_, ecc. In Roma MDCCXCI ed in Palermo,
     MDCCXCI. Nella stamperia di D. Rosario Abbate.

L’anno 1795, «l’eroe degli scellerati», come lo chiamarono gli avvocati
di Madame la Mothe, moriva, come abbiam detto, d’accidente³⁵⁷: proprio
cent’anni dopo (1695) che nella medesima fortezza, pei medesimi misfatti
di lui e per opera della medesima Inquisizione esalava il suo maligno
spirito il celebre impostore Giuseppe Borri!³⁵⁸.

 ³⁵⁷ _Testamento di Cagliostro, morto ultimamente di apoplessia nella
     fortezza di S. Leo_; 4 sett. 1795.

 ³⁵⁸ Notizie più o meno conosciute del Cagliostro han fornite: _Cantù_,
     _Italiani Illustri_, v. II, pp. 1-29, che pure cita (p. 29) alcune
     pubblicazioni in proposito; _Henri d’Almeras_, _Cagliostro_ (Paris,
     Société d’Imprimerie 1903); _L. Tommasi_, _Il Conte Cagliostro a
     Trento_, in _Tridentium_, IV, 8; _F. Pasini_, _Ancora del
     Cagliostro nel Trentino_, 1788-89, in _Tridentum_, V, 1, 1902. — A.
     Dumas e Franco Mistrali ne fecero argomento dei loro romanzi:
     l’uno, _Giuseppe Balsamo_; l’altro _Frammassoni e Gesuiti, ovvero
     il Conte Cagliostro e Fra Lorenzo Ganganelli_ (Milano, Terzaghi,
     1862): una delle più solenni sconciature.



                               CAP. XXI.


                 L’AB. VELLA E LA SUA FAMOSA IMPOSTURA.

Non era ancora scomparso dalla scena del mondo tanto colosso di
giunteria che un altro, meno famoso, faceva la sua apparizione a
Palermo.

Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste eroe ne è un prete.
Giuseppe Balsamo da Palermo sceglieva a teatro delle sue brutte imprese
l’Europa tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l’opra sua di
falsificatore di codici e di creatore di favole nella sola Palermo:
strana coincidenza di malvagità in un medesimo tempo e in un medesimo
paese, tanto più strana in un periodo di non comune risveglio
intellettuale.

Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote non prima
conosciuto. Grave l’andare, studiati gli atti, affettata la pronunzia,
bastardamente toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli,
sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore marocchino (17 dic. 1782).
I due stranieri si avvicinano e s’intendono; e il sac. Giuseppe Vella
(giacchè l’ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo maltese
riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa interprete di quello; e
per incarico del Vicerè lo accompagna nella visita e nelle conversazioni
per la Città. L’oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e lo si
comincia a credere un dotto arabista; ed egli, che neppur sa l’alfabeto
arabo, s’atteggia a genio di quella lingua.

In una barca di corsari arenata nella spiaggia di Cefalù veniva trovato
non so che libro turco. Vella in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara
un libro di tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice
invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi, all’apice della
sua gloria e della sua lingua, i Canonici della Cappella Palatina lo
pregavano d’un parere sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il
Vella lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi del _Pange
lingua_ in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano osservare il _Pange
lingua_ essere stato composto da S. Tommaso (sec. XIII) egli,
correggendosi, lo affermava già consacrato alle reliquie dei Santi
Apostoli. Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi usi.

Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo di cose sicule e
delle vicende dei Mussulmani in Sicilia ricercatore premuroso, ma,
perchè ignaro di Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare se si
fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse nome a quella
dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva uno averne veduto con
l’Ambasciatore nella Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che
narrava appunto della conquista musulmana dell’Isola; difficilissima
però esserne la lettura, non che la intelligenza.

Alla insperata notizia l’Airoldi esulta, e sotto la sua personale
responsabilità, ottiene in prestito dai monaci Benedettini il prezioso
cimelio. Vella, eccitato a lavorarvi sopra, con l’obiettivo d’un largo
premio, che per lui sarebbe l’Abbazia di S. Pancrazio, vi si consacra,
com’egli dice, con ardore; ma in sostanza, con la flemma di chi perfidia
a danno della verità.

E presenta le prime pagine. L’Airoldi va in visibilio; perchè vi trova
nientemeno «un registro di tutte le lettere che dal principio della
invasione araba in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri
prima a’ Mulei dell’Africa Aglabiti e poi ai Sultani di Egitto Fatimiti,
colle risposte di costoro. Per lo che queste lettere portavano in sè la
fede della loro autenticità, e dimostrando l’amministrazione, le
imprese, i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto
pubblico di quei tempi, ed erano secondo l’apparenza il più prezioso
monumento della storia degli Arabi in Sicilia.»

Rozza quale l’uomo che la maneggiava la forma della traduzione: e questo
grandemente concorreva ad accreditare l’autenticità del codice; giacchè
il Vella, privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di
sofisticar l’originale, che nella traduzione orribilmente spropositata
offeriva, secondo l’Airoldi, anzi secondo la comune opinione, una
impronta nuova, la quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare
propria degli scrittori di quella razza.

L’Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva per oro di coppella
il contenuto del manoscritto. Aveva sognato una civiltà araba: e già la
trovava nella nuova inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni
su quell’epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari coi dotti
frequentatori della sua casa, avevano nei nuovi testi addentellato e
conferma. E non poteva essere diversamente se il Vella, partecipe ai
geniali convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato, e creava
a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.

E pensare che appunto per questa creazione il Vella veniva chiamato ad
insegnare arabo nell’Accademia (Università) degli studî! e che, non
conoscendone egli, come abbiam detto, neppure l’alfabeto, insegnava ai
giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è tutto: raccomandato
dal March. Caracciolo, il neo professore otteneva dal monarca 1000 onze
(L. 12750) per una missione scientifica nel Marocco, per la quale,
accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere i materiali per la
storia di Sicilia sotto i Musulmani.

Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare il sereno
dell’anima di Mons. Airoldi. Quel nome, quella data, non sarebbero un
errore di lettura? Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel
nome e di quella data, non avea nulla da rettificare, e sugli ordini
sacri giurava che le cose erano proprio come avea detto lui. Avvalorava
poi la lezione con nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli
con sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez, da quel medesimo
Ambasciatore Marocchino Mohammed Ben Osman che egli avea accompagnato
per Palermo, e che per lui era il provvido fornitore di carte e di
documenti, il consigliere, l’amico, il fratello.

La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano a parlare e gongolante
di gioa l’Airoldi, procedeva a vele gonfie.

Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo di forte ingegno e di
larga cultura levarsi a turbare tanta armonia di cuori e di voci.
Rosario Gregorio sospetta la falsità del codice e la impostura del
Vella: e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto dal vero
siasi discostato il sedicente traduttore inventando date, fatti, luoghi,
persone. L’Airoldi, che nel lavoro del Vella vede assicurato il suo
monumento storico, ne rimane contrariato; sconcertato, ma non confuso nè
vinto, il Vella. Il quale a nuovo suo titolo di gloria si affretta a
metter fuori la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti
di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta che sa circondare di
tanto mistero, da lasciare inquieti i letterati.

Allora l’Airoldi annunzia la stampa del primo foglio della traduzione:
col quale si propone di render giudici del lavoro del Vella gli
orientalisti oltramontani. Vella si vede perduto, e ricorre ad uno
stratagemma tutto cagliostriano: mette le mani sul codice di S. Martino
e lo interpola, lo altera, lo corrompe in guisa da non potersene più
cavare costrutto di sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e
perchè non si possa scoprir la differenza dell’inchiostro recente della
manomissione sull’inchiostro antico del testo originale, e le difficoltà
portino la impossibilità di lettura, attacca sulle singole pagine una
sottile pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S’incide la prima
facciata, che è una vera lettera del diavolo di Girgenti. I dotti
convengono che testo e traduzione son barbari; e mentre alcuni ne
mettono in dubbio l’autenticità, altri, e sono i più, dai difetti
traggono fondamento alla sincerità del codice e del traduttore. Tychsen
è di questi, e contro tutti sorge paladino del Vella. Sono col Gregorio,
Simone Assemani, De Guignes, Barthélemy, Adler. All’Airoldi, manco a
dirlo, va molto a sangue la opinione del Tychsen, che leva a cielo la
perizia linguistica del Vella, battezzata per «incomparabile e quasi
divina» (1787). Sotto il pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra
nascosto il Gregorio, esce in cattivo francese un’arditissima carica
contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi son contro il critico, e
l’ambiente è saturo dello spirito arabico velliano. De Veillant è
ritenuto un invidioso ignorante, e tra una velenosa risposta dello
storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative del Tychsen
al Torremuzza ed al Vella medesimo, pubblicate in Palermo (1788) e le
deboli ma giudiziose controrisposte, le cose vanno tant’altre, che,
prevalendo il giudizio dell’autorevole professore di Rostock, la
impostura trionfa con la pubblicazione del primo volume del Codice
diplomatico arabo di S. Martino delle Scale, e poi, mano mano di altri
cinque, coi quali l’opera attinge alla sua fine³⁵⁹. Il Iº vol. porta una
dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria Carolina; e in tutti e sei il
verso di Lucrezio:

    E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.

 ³⁵⁹ _Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi
     pubblicato per opera e studio di_ _Alfonso Airoldi_ _Arcivescovo di
     Eraclea, Giudice dell’Apostolica Legazia e della R. Monarchia del
     Regno di Sicilia_. Palermo, nella R. Stamperia 1789-92. In 4.,
     voll. III in parti 6.

Tychsen accoglie nel suo _Elementare arabicum_, come saggio di dialetto
volgare mauro-siculo, l’apocrifa prefazione; Wahl ne prende ragione
d’una storia e statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese
Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese. Canciani a
Venezia, Carli a Milano riportano brani del _Codice_ come reliquie
preziose del medio evo; Rossi se ne serve a documento del suo diritto
pubblico della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di
cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l’ab. Ferrara ne cava
notizie di eruzioni etnee... non mai esistite, ed il sac. D’Angelo ne fa
un estratto per un seminario di Messina. Ce n’è d’avanzo per cominciarne
una traduzione latina; ma questa, col titolo di _Codex diplomaticus
Siciliae_, arena al solo primo tomo.

L’Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si riposa sui
travagliati allori; e non si accorge di essere stato grossolanamente
_turlupinato_!

Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore: non l’ambita
abbazia, non la cantoria della Cappella Palatina, non la più volte
implorata raccomandazione del Re al Gran Maestro dell’Ordine
gerosolimitano per una Commenda di quell’ordine lungamente richiesta e
sollecitata. Bisogna pur dire che gli uomini sono ingrati verso l’autore
di un’opera così insigne!

Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza, egli volge la
versatile mente al disegno d’un edificio, che tutta chiamerà a favor suo
la Reggia di Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un _Consiglio di
Sicilia_ per l’epoca araba, gloria dell’Airoldi e sua? Ora egli condurrà
innanzi, a sua gloria esclusiva, un _Consiglio di Egitto_ per l’epoca
normanna. La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore del Marocco
fornisce codici e documenti quanti ce ne vogliono. La forma è la solita
epistolare, simile a quella del codice martiniano. L’argomento di vera,
irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della Corona di
Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli e di Palermo e nelle case
signorili, e sostenuti a tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo
Airoldi.

Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese; e mentre si spaccia
copiato sull’originale di Fez, viene invece dall’attiva fabbrica del
Vella. Nel _Consiglio di Egitto_ sono largamente attribuite immense
prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore nella sua
dedicatoria al Re osserva che «i supremi diritti della regalia, non
altrove quanto in questo codice ampiamente rilucono. Nè v’è dubbiezza
storica che egli con le sue lettere ed in brevi parole non decida e
richiari.» Nulla vi manca per solleticare la vanità di un sovrano e
l’avidità di Ferdinando di Borbone; e quando l’audace imbroglione parte
per Napoli ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi
con la fronte per terra ed offerendo a S. M. Siciliana un anello con
lettere cufiche, che egli dice del Conte Ruggieri³⁶⁰, Ferdinando gli
concede tutto quanto all’emulo del Casanova e di Cagliostro piace.

 ³⁶⁰ Ben diversamente racconta questo e l’altro aneddoto di Cefalù,
     _Hager_, _Nachrichten_, pp. 30-31.

La pubblicazione del primo volume del _Consiglio_ rivela che dieci anni
di falsità e d’inganni non sono andati perduti: egli è già Abate di S.
Pancrazio³⁶¹.

 ³⁶¹ _Libro del Consiglio di Egitto tradotto da_ _Giuseppe Vella_.
     _Cappellano del Sacro Ordine gerosolimitano, Abate di S.
     Pancrazio_. Palermo, dalla R. Stamperia, 1793, T. I. in folio.

Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî arabici, mostrava con
l’ampia collezione _Rerum arabicarum_ quanto valesse. Eppure alla sua
solida scienza pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella
bugiarda dell’Abate. Per poco che nel pomeriggio si andasse pel Cassaro,
e si uscisse fuori Città, lo s’incontrava, il fortunato ciurmadore,
nella sua nuova carrozza acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi
alla Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei palazzi
magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani: molla dai nobili creduta
potente per salvarsi da possibili deplorevoli conseguenze della
pubblicazione del _Consiglio di Egitto_, demolitore dei diritti feudali
a beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi di una
lettera del Pontefice, che gli raccomandava di aver cura della sua vista
tanto compromessa dalle gravi fatiche sostenute.

Ma vengono presto i giorni neri!

Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a Palermo s’era stupito
al racconto di tanta audacia; ma nello stupore avea confessato che solo
un uomo di altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto³⁶². Ed
avea ragione!

 ³⁶² _Reise_ cit., III, pp. 322-23.

Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice diporto era stato
nella scorsa primavera, il prof. Giuseppe Hager ritornava nella Capitale
il 21 dicembre 1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva
particolare incarico di studiare la questione dei due codici e di darne
parere. Vella, che avea bravato per tanti anni gli avversarî, perdeva il
coraggio e chiudevasi come smarrito in casa.

Hager chiede documenti all’uopo della sua missione: codici, stampe,
manoscritti; ma Vella fa orecchie da mercante: e, datosi per infermo,
crede giustificare il suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del
perito, simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde la sua rovina.
Finge di ammalare dalla paura, di sputar sangue per tre giorni; prende
il Viatico e si raccomanda per morto a Dio.

La misura è colma!

Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente del Regno: il
teatro politico e morale si è improvvisamente mutato. Il Presidente
Grassellini con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa del
Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla Giustizia la sua
persona, a vista di due guardie. E qui si viene a sapere, un frate
francescano maltese aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204)
(e la copia, incredibile la grossolanità della impostura! in carta
Fabiani di Genova) il presunto Codice del _Consiglio di Egitto_; avere
il Vella da alcuni giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne
messa al sicuro nell’abitazione di sua sorella, moglie di un certo
Cutrera: simulazioni tutte il furto, la malattia, i gravi pericoli
corsi; pretesto il Viatico.

Per un momento il turbine così foscamente addensatosi sul suo capo si
arresta: e secondo alcuni minaccia, secondo altri promette di
dileguarsi; giacchè un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti
chiama in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di costui. Ma un
nuovo dispaccio di Acton toglie ogni speranza, e rincora gli avversarî.
In una adunanza di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti,
Hager e Vella discutono dei due codici e della traduzione: e, siccome è
partito preso che si debba schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si
conchiude luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e cinque sono
analfabeti in arabo!

Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere, che è una
ragionata, incalzante, perentoria conferma della solennissima impostura.

Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni il Dr. Hager e con
minutezza di particolari Domenico Scinà, testimoni oculari, credibili in
tutte le loro affermazioni³⁶³. Là dove questi dice che della traduzione
si voleva tentarne una versione tedesca, egli mostra di non sapere che
appunto quella versione fu fatta e che vide in parte la luce³⁶⁴: tanto
si era lontani dal sospettare la misura della straordinaria furfanteria;
e quando aggiunge che tutta la Città si divise in partiti; che «nelle
conversazioni ed ovunque si parlava del Vella e dei codici arabici»; che
«in ogni parte si altercava»; che «anche le signore vi pigliavan parte,
e vi aveano tra noi Guelfi e Ghibellini», afferma cose più che vere.

 ³⁶³ _Hager_, _Nachrichten_, più oltre citati. — _Scinà_, _Prospetto
     della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo XVIII_, t. III, cap.
     IV. Palermo, Dato, 1827.

 ³⁶⁴ _Geschichte der Araber in Sicilien_ ecc. _Aus dem Italienischen_.
     _Von_ _Ph. W. Hausleutner_. Königsberg, 1791-92. Voll. 4 in 8º.

Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per ben sei mesi l’argomento
della conversazione giornaliera erano gl’inganni del Vella. Si sentivano
donne a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani e di
lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche. Quantunque non ne
capissero sillaba, pure volevano parlarne e, quel che è più, darne
giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano che Vella
fosse innocente e che l’ingannatore fossi io; altri invece difendevano
calorosamente me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto ciò
che avevo detto io». E finiva con questa confessione un po’ mondana: «Io
mi curavo di tirare dalla mia le più giovani e le più belle, e non mi
preoccupavo del malumore delle altre»³⁶⁵.

 ³⁶⁵ _Hager_, _Gemälde_, p. 198.

Dopo il severo verdetto di Hager, l’Ab. Vella affin di scampare dai
rigori della Corte di Napoli, scriveva lettere giustificative della sua
riprovevole condotta: parte scusando, parte confermando quel che di
colpevole era nell’opera sua. Eppure, anche quelle lettere erano nuove
menzogne e nuovi raggiri. La Corte si disponeva a dare all’Europa
notizia di ciò che avea fatto per l’ingrato argomento; ma l’Airoldi, a
cui, spettatrice l’Europa, veniva a crollare il grande edificio storico,
chiedeva, non persuaso ancora, di appellarsi a giudice più competente di
Hager.

Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo, greco melchita, col suo
segretario Dakur, arabo autentico, veniva invitato ad un’ultima perizia
in Palermo. A farla breve, il suo giudizio si compendiava nelle seguenti
parole:

«Si rileva evidentemente essere questo codice (di S. Martino)
interpolato e corrotto maliziosamente con linee e punti soprapposti di
mano recente ed estera, specialmente sulla prima pagina, e col cassare
totalmente le chiamate solite delle pagine per renderlo illegibile e
così covrire l’impostura e la finzione della pretesa traduzione. Da
varii periodi o parole sparse in questo codice, che sono sfuggite dalla
maliziosa corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice una
collezione di varii autori musulmani contenente la nascita del loro
profeta Maometto!...».

Del _Consiglio di Egitto_ dice: «Essere una traduzione dalla lingua
italiana in una lingua araba corrottissima, ed essere più gli errori
grammaticali che le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza di
casi, di generi, di tempi e di persone». La materia tutta di sana pianta
presa, manipolata, accomodata, inventata dall’Autore.

«La tela — esclama Hager — cadde e la lunga commedia ebbe fine!»

Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato (1 febbr. 1796) a
quindici anni di carcere ed alla confisca dei beni: pena adeguata a
tanta tracotanza. Partigiani e adoratori dell’idolo dai piè di creta
ammutolirono, incerti se egli fosse un reo o una vittima innocente della
umana perfidia. Degli illustri contemporanei trionfava Gregorio Meli,
che avea per tanti anni fatto all’amore con l’Abbazia di S. Pancrazio,
dettava un’ingegnosa lirica ridendo della _minzogna saracina_³⁶⁶. L’Ab.
Carì scaricava cinque corrosivi sonetti addosso al Vella ed alla
Commissione anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca,
sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della quale
apprestava egli medesimo il disegno³⁶⁷. Più tardi (1799) Hager rivelava
tutto al mondo intero in una memoria uscita contemporaneamente, in due
lingue³⁶⁸.

 ³⁶⁶ _Meli_, _Poesie_, p. 97.

 ³⁶⁷ _Diario_ ined., a. 1795, pp. 164-90. Vedi pure un volume
     miscellaneo di mss. e stampe pro e contro Vella, XLVI, F 53 e XLVI,
     G 87 della Biblioteca Comunale di Palermo.

 ³⁶⁸ _Hager_, _Nachrichten von einer merkwürdigen literarischen
     Betrügerei auf einer Reise nach Sicilien im Jahre 1794. Erlangen_,
     Palm. 1799. — _Relation d’une insigne Imposture Littéraire
     découverte dans un Voyage fait en Sicile en 1794. Traduit de
     l’Allemand_, à Erlang. Palm. 1799.

Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli
studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano
un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si
sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro,
Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la
conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione
che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all’Amari.

La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda
ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice
martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione
del famigerato falsario³⁶⁹; il quale non aveva vergogna di caricare sul
Monastero di S. Martino trent’onze (L. 382,50) di spesa per la pelle da
battiloro!³⁷⁰.

 ³⁶⁹ _B. Lagumina_, _Il falso Codice arabo-siculo_, in _Archivio stor.
     sic._, N. S., a. V, fasc. III-IV, pp. 233-314. Pal. 1881.

 ³⁷⁰ Sull’argomento vedi pure _V. Di Giovanni_, _Filologia e Letteratura
     sic._, p. I, pp. 354-57. Pal. 1871. — _G. Di Giovanni_, _La vita e
     le opere di G. A. De Cosmi_, pp. 195-97. Pal. 1888.

     Il Codice arabo di S. Martino è esposto in una delle vetrine del R.
     Archivio di Stato; il ms. originale del così detto _Consiglio di
     Egitto_, presso l’avv. Pietro Varvaro. Il grande romanzo edito come
     versione del _Codice diplomatico_ arabo dal buon Airoldi, consta di
     quasi 4000 pagine e se ne ha un esemplare nella Biblioteca
     Comunale.



                               CAP. XXII.


I MEDICI E LA LORO VITA. NOBILI ESEMPI DI CARITÀ. L’ACCADEMIA DEI MEDICI
                      E LA PRIMA CONDOTTA MEDICA.

L’esercizio medico era distintamente diviso tra la medicina e la
chirurgia. Il medico non era chirurgo; per la sua dignità, egli
v’inclinava poco o punto, perchè il chirurgo stava al disotto del medico
e ne dipendeva nelle prescrizioni, ch’egli talora eseguiva come il
barbiere; il quale negli spedali teneva dietro, a rispettosa distanza,
al medico fisico nella visita cotidiana delle corsie.

Molti dei fisici più conosciuti eran preti; e la medicina era in mano di
non pochi tra essi, per istituto canonico non abilitati a maneggiar
ferite nè a farne. _Ecclesia a sanguine abhorret_. Preti furono D.
Andrea Gallina, D. Giuseppe Biundo, D. G. B. Meo, Fr. Cottonaro, medico
del Vicerè Colonna, dal quale venne eletto Abate di S. Giacomo di
Altopasso in Naro (1778), e D. Giuseppe Salerno: preti D. Raffaele
Stancampiano e D. Giuseppe Serra, entrambi fisici maggiori degli
spedali; prete quell’Ignazio Salemi che scrisse della _Educazione
medica_³⁷¹.

 ³⁷¹ D. _Ignazio Salemi_, _Educazione medica_, t. I. Palermo, 1812.

Nell’Ospedale grande e nuovo, sopra diciannove sanitarî, soltanto 6 eran
chirurgi³⁷², pagati Dio sa come!

 ³⁷² _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 373; a. 1787, p. 178.

A conseguire la laurea medica occorrevano tre anni di studio nella
pubblica Università di Catania, e, pei Palermitani, nella R. Accademia
degli studî di Palermo, alla quale per sovrana benignità venne esteso
(1780) il privilegio di dottorato in medicina, limitato già a quella di
Catania.

In una lettera intima ad un suo vecchio amico l’Ab. Meli (non sacerdote,
ma semplice chierico) così pennelleggiava la sua professione: «La
medicina vien giudicata in persona di un medico non altrimenti che coi
sensi materiali, cioè dalla mole, peso, tono di voce, maniera di vestire
e di marciare, dal salir le scale dei grandi, dalla spessa citazione di
autori in lingue esotiche ed altre cose simili. Coloro cui mancano
questi naturali requisiti ricorrono ai corteggi, agl’intrighi ed ai
maneggi poco decenti, per cui questa nobile professione è oggi caduta
nell’ultimo discredito ed avvilimento»³⁷³.

 ³⁷³ _Lettere inedite_, nn. XXVIII e VI, in _Nuove Effemeridi
     siciliane_, serie III, v. XI. Pal. 1881.

Il medico di grido conduceva seco uno o più praticanti. Codesto giovava
alla istruzione dei giovani, ma giovava anche a lui, che, come dalla
elegante gualdrappa era una volta giudicato dotto, così da questa
compagnia traeva vantaggio alla sua buona riputazione.

A letto dell’infermo, l’uno, il medico curante, osservava; l’altro, il
praticante (o i praticanti), riosservava: e l’ammalato dovea contare a
due, tre, e sentire ripetere ad altri le sofferenze che gli sarebbe
parso conveniente comunicare ad un solo.

Stando in compagnia di praticanti, il medico dettava ad uno di essi;
solo, scriveva da sè la ricetta. Cifre e parole latine tecniche,
dimezzate, abbreviate, fino alle sole lettere iniziali, ne eran la
forma, che nessuno sapeva leggere, e che appena riuscivano ad
interpretare gli aromatarî provetti, dai quali i giovani dovevano
apprenderle. Ghirigori, arabeschi, accenni di linee, puntini: ecco la
ricetta, che si stendeva in un pezzetto di carta in formole lunghe,
misteriose, ritraenti dal caos del Gervasi. Un proverbio è rimasto
documento di codesti geroglifici: _Tri cosi 'un si ponnucapiri: ricetti
di medici, pòlisi di ’mpignaturi e discursi di minchiuni_. Di ciò anche
il Filangeri si dolse nella sua _Legislazione_, rilevando che questo
gergo, «questo linguaggio simbolico, che costa tanta fatica a medici per
apprenderlo ed a farmaceuti per capirlo e che cagiona tanti equivoci,
dovrebbe essere abolito»³⁷⁴.

 ³⁷⁴ _Filangeri_, _La Scienza della Legislazione_, l. IV, c. XXX, Nota.

Quello che sovente rafforzava il mistero era la espressione: _R. aqu. ad
nostram intentionem_, sotto la quale con impostura non isventata mai da
nessuno s’intendeva l’acqua da bere, che si spacciava a prezzo di
medicina. Espressivo questo aneddoto: Un figlio di speziale nullatenente
faceva all’amore con una ragazza civile ed agiata: quando il padre
credette opportuno d’intervenire, andò a chiedere la mano di essa. — «Ma
che posizione ha vostro figlio?» chiese il padre della ragazza. — «Farà
lo speziale come me,» risponde il padre del giovane. — «E voi che cosa
gli darete?» — «Un sacco di zucchero ed un pozzo d’acqua!» alludendo
alla fonte dei guadagni dell’arte: lo zucchero per i cento sciroppi,
l’acqua per tutte le tisane, gl’infusi, le emulsioni, le limonate, le
soluzioni onde straboccava la farmacopea, guadagni che in parte, con una
morale molto sommaria, andavano al medico, amico del farmacista, presso
il quale, in ore libere, andava a sedere e conversare³⁷⁵.

 ³⁷⁵ Cfr. _Scimonelli_, _Poesie: L’aromatario degli andati tempi_. —
     _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 23-25.

Lento ma sicuro, benchè non sempre fruttuoso, il rinnovamento
scientifico.

L’uso della idroterapia appassionava tutta una schiera di medici
capeggiata da Giacomo Todaro. Ai gretti pregiudizi dell’influsso degli
astri sulle funzioni fisiologiche contrapponeva ragioni fisiche
Gregorio-Russo. La chemiatria, nata dall’ibrido connubio delle massime
di Galeno e dei dommi di Paracelso, cadeva sfatata agli attacchi di
Buonafede Vitale; e sotto i vigorosi, intelligenti colpi del catanese
Agostino Giuffrida e del palermitano Andrea Gallina, plaudente
l’Accademia dei Jatrofisici, crollava lo strano edificio del meccanismo
flogistico di Boerahawe la cui autorità mal resisteva a quella di Van
Helmont, di Stahl e di Hoffmann. Poi il sistema di Brown dominò sovrano:
e dove prima si tenevano gli ammalati a rigorosa dieta, in seguito poi
si vollero sostenere in forze con alimenti solidi e con eccitanti
diversi. Contro il nuovo abuso gridavano i vecchi esperti: e Meli,
pratico e temperato, dettava il sonetto: _Di la sua vita all’ultimi
simani_, che è tutto un trattato sulle teorie dei medici novellini,
facili seguaci del capo-scuola scozzese.

Questo volere e disvolere dei partigiani dei sistemi più celebrati
facevano perdere la fede dei medici stessi nella scienza, incerti da
qual parte stesse la verità e la salute: e fu scritto (1792) che «tolta
qualche dottrina chimico-botanica, e qualche operazione chirurgica come
la litotomia, l’innesto del vaiuolo ecc.», eran da preferire «gli
antichi ai moderni, perocchè questi pativano molto di vertigini e di
pletora»³⁷⁶.

 ³⁷⁶ _Conversazione Istruttiva_ cit., n. 1, p. 3.

Nel tumulto della vita mondana, in mezzo alle molte, spesso malintese
manifestazioni d’una religione non sempre capita, si aveano pratiche non
facili a comprendersi nell’ambiente in che ora viviamo. Una delle più
importanti era quella della confessione per gli ammalati dopo tre giorni
di febbre. Pramatiche viceregie e sinodi diocesani imponevano al medico
curante il dovere di prescriverla, e gli minacciavano, contravvenendo,
multe e carcere³⁷⁷. L’uso era comune e del frequente scampanio delle
parrocchie come annunzio ed invito al Viatico, e del tintinnio pel
procedere di esso nelle strade, nessuno si allarmava. Il medico Salemi
ne disse qualche cosa anche lui, e ne fece un articolo di polizia
medica, allargando (egli che scrivea nei primi dell’ottocento) un
pochino le maniche per i fatali giorni rituali.

 ³⁷⁷ Rimandiamo, per le citazioni in proposito, ai nostri _Usi e
     Costumi_, v. II; _Il Viatico_. Pal. 1889.

«A tre giorni di malattia, egli osservava, si facci eseguire la
confessione, ed in più inoltrata malattia ordinare il viatico e
l’oleazione sacra». E poichè questo era voluto dalle sanzioni canoniche
come dalle leggi dello Stato, il medico «dovea notare il giorno in
fronte alla poliza del Viatico sacramentale per potere in qualunque caso
giustificare la sua condotta»³⁷⁸.

 ³⁷⁸ _Salemi_, op. cit., t. I, art. XVI.

Negli spedali era ordine imprescrittibile che non si ricoverasse infermo
non prima confessato. Lo afferma il Cangiamila, medico e sacerdote, il
quale poteva saperlo³⁷⁹. Si vede che su questo punto non c’era da
scherzare: ed i medici non volevano buscarsi il carcere di S. Eccellenza
il Vicerè e la scomunica _ipso facto_ di S. E. R.ma l’Arcivescovo.

 ³⁷⁹ _F. E. Cangiamila_, _Medicina sacra_, v. II, p. 43 e seg. In
     Palermo, Solli, 1802.

Qui non è inopportuno un breve cenno di alcune malattie che nello studio
del tempo si vedono ricordate da eruditi e da poeti. Lo facciamo come
per una curiosità di patologia speciale.

Dalla tradizione e da rare erudizioni sappiamo che in numero
straordinario erano le persone affette da malattie cutanee. La
Deputazione dell’Albergo generale dei poveri lamentava che tra 400
ricoverati non pochi fossero scabbiosi³⁸⁰. Il Senato della Città se ne
preoccupava: ed il Vicerè riceveva sollecitazioni delle cure ad essi
dovute sul finire della primavera³⁸¹. Un peritissimo speziale, il quale
abitava presso la Madonna la Bella, nella via Macqueda, avea sì gran
concorso nello spaccio di un suo specifico contro la scabbia, che a fin
d’anno metteva in serbo guadagni favolosi.

 ³⁸⁰ Vedi un opuscolo che comincia: _Beatus vir_ ecc. In Palermo,
     MDCCLVIII. Nella stamp. della Divina Provvidenza presso l’Erede
     d’Accardi. In fol., pp. 6.

 ³⁸¹ _Reali Dispacci_, n. 1506, fogli 31-82, nell’Archivio di Stato.

Al facile e largo diffondersi di questa e di altre malattie di pelle
concorreva l’erroneo concetto della natura di esse, i mezzi talvolta
barbari, tal’altra banali di cura, il difetto di pulitezza personale, la
assoluta trascuranza d’ogni elementare principio di igiene e, più che
tutto questo, la superstiziosa ignoranza del volgo.

Un «Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie
della Carità, serve delle povere donne inferme, nella loro pubblica Casa
di protezione di S. Vincenzo de’ Paoli, disposta da D. Ignazio
Filippone»³⁸² ci appresta le seguenti notizie, le quali se attristano
per lo stato miserevole del paese, confortano con lo esempio delle opere
buone praticate da anime gentili.

 ³⁸² In Palermo, Felicella MDCCLXII.

La Casa Filippone era ad un tempo spedale, infermeria, ambulatorio
femminile. Gettiamo uno sguardo sulle ammalate che vi si ricevevano e
sugli uomini che vi si medicavano. Quelle erano povere donne che non
avevano dove andare, e le quali perchè non febbricitanti non venivano
ricoverate negli spedali; eran civili, anche dame, vergognose di farsi
visitare dagli uomini, e riluttanti a manovre chirurgiche. Nei pubblici
spedali, dice il _Ragguaglio_, «non cadon sotto la cura moltissime
infermità come sono la cecità, la sordezza, la itterizia, il salso, lo
scorbutico, le impetigini, la tigna». Ebbene, al Filippone andavano le
affette non meno da questi mali che da scrofolosi, da scottature e da
altre esterne lesioni. «Istruite da uomini d’arte competentissimi, le
suore curavano senza ferri; medicavano cagionando il minor dolore
possibile, e distribuivano farmaci da loro stesse, addestrate in
aromataria, preparati. Venti medici tra i più accreditati attestavano i
vantaggi delle loro cure. Nella sola città facevano da undici a
dodicimila indicazioni annuali, e davano da mangiare a tremilatrecento
povere, e sussidî in danaro a più di millecinquecento persone. Nella
loro Casa succursale di Mezzo Monreale, non solo apprestavano in
parlatorio ad uomini infermi cure e denaro, ma anche ricevevano
annualmente duemila donne in media³⁸³.

 ³⁸³ _Breve Ragguaglio_, pp. VII, XL, nn. 5 e 13.

Concorrenza più formidabile di questa ai chirurgi non fu mai fatta al
mondo: ma poche volte la storia della beneficenza scrisse pagine più
sublimi di carità. Peccato che si perpetrassero da otto a novecento
salassi all’anno!

Oltre a ciò compiangendo il gran numero di fanciulle affette da tigna,
contro la quale non vedevano adoperar medicina che non fosse di
tormento; onde «tante donzelle anco di riguardo rimanevano mezzo fra
morte e vive, abborrite e escluse affatto dall’umano commercio»; le
suore senza strappar capelli «(tormento replicato talora fino a 24
volte, ma inutilmente) avean trovato la dolce maniera di sanare
felicemente, e senza prevalersi della pece. Così erano restituite agli
ufizi tutti della civile società, da cui primo si vedevano escluse, e
già molte passate a marito, ed abilitate altre ad un onesto maritaggio;
oltre delle tante sottratte dall’ozio e dalla sfrontata mendicità che
funestavano il paese ed infestavano le private famiglie»³⁸⁴.

 ³⁸⁴ _Breve Ragguaglio_, pp. 19-20.

In quest’ultima citazione si accenna ad una pratica, forse la più
crudele che sia esistita per la cura della tigna, la cuffia di pece.

Questa cuffia fu comunissima nei secoli passati, e lo fu ancora nel
XVIII. Il motto proverbiale: _Lu santu chi fa la tigna, fa la pici_, ne
è un ricordo storico, eloquente per attestare, nessun rimedio essere più
sicuro pel male ribelle e deformante. Una vecchia canzone popolare
deplora il rincaro della pece a causa dei troppi tignosi.

Cooperatore delle epidemie era il vaiuolo, inesorabile sformatore di
bellezze quanto funesto mietitore di vite specialmente infantili. I visi
butterati, così rari oggi, erano ordinarî una volta. Quando ad una madre
si lodavano le fattezze della sua creatura, ella, che aveva sempre
l’incubo dello scellerato flagello, rispondeva malinconicamente e,
purtroppo, con la esperienza dei fatti:

    Nun si pò diri bedda
    S’ ’un cci passa la pustedda;

e _la pustedda_ era appunto la pustola del vaiuolo³⁸⁵.

 ³⁸⁵ _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 238-41 e 250.

La scoperta di Samuel Jenner tenne per un momento perplesso il Governo;
ma finalmente venne accettata. S. Maestà Siciliana si decideva a farsi
vaccinare, ed il Regno tutto, che n’ebbe conoscenza, pubbliche preghiere
ebbe imposta e fece in centomila chiese per la salute di essa.
L’operazione veniva coronata da splendidi risultati, e le chiese
echeggiarono di ringraziamenti perchè tutto era andato bene; ma più
tardi S. M., il figlio di Carlo III, come l’ultimo dei mortali, perdeva
due bambini di vaiuolo!

Il 10 ottobre 1787 il Vicerè Caramanico ordinava allo Spedaliere dello
Spedale grande che affidasse la vaccinazione al medico chimico Dr.
Berna, bene istruito di essa dal cav. Gatti. Così egli avrebbe vinto i
timori delle madri e scongiurati pericoli avvenire³⁸⁶. L’anno appresso,
il Re consentiva che si chiamassero dalle principali città dell’Isola a
Palermo, nella primavera e nell’autunno, volta per volta, otto barbieri
ed otto levatrici, perchè venissero ad addestrarsi nel nuovo metodo
preservativo del male³⁸⁷.

 ³⁸⁶ Stampa annessa al _Diario_ inedito del Villabianca, an. 1787, p.
     371.

 ³⁸⁷ _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788-89 agosto, p. 437.

L’Accademia dei medici, già dei Jatrofisici, era secolare: ed aveva un
attivo di benemerenze che la rendeva degna di distinzioni e di
prerogative da parte del Senato. Benemerenze: l’aver contribuito
all’abolizione del seppellimento dei cadaveri dentro le chiese e, in
generale, dentro la città; la istruzione dei giovani medici; la
discussione di tutto ciò che fosse materia di scienza. Distinzioni e
prerogative: la benevolenza e la fiducia illimitata dell’Autorità
municipale, che chiamava l’Accademia giudice dei posti da provvedersi
negli Spedali; il titolo di _Magistrato_ concesso ai reggitori di essa,
quello di _Principe_ al suo Presidente, ed un annuale assegno (concesso
pure all’Accademia del Buon Gusto), un arazzo ed un’artisticaca mazza di
argento, emblema non dubbio di riconosciuta autorità.

Il maggior titolo di benemerenza dei componenti quest’Accademia è però
rimasto finora all’ombra: una specie di Condotta medica gratuita sorta
per iniziativa loro nel 1770 e in seguito rinnovata. Trentasei medici
fisici, divisi per otto parrocchie, spontaneamente si dedicavano alla
cura degl’infermi poveri: guida e direzione, il Magistrato Accademico.
Potrebbe non benevolmente pensarsi che questo essi facessero a sola
ragione di pubblicità; ma quando si sappia che tra essi erano nientemeno
il Cottonaro, il Fasulo, il Serra, il Gianconte, il Pizzoli, chiarissimi
e di larghe clientele, ogni sospetto cade. Un piccolissimo cartellino a
stampa è oggi il solo ricordo di questa istituzione: la quale quando non
si sognavano ancora le multicolori croci di soccorso per gl’infermi a
domicilio ed erano pio desiderio le condotte mediche comunali,
provvedeva col sentimento della carità a disacerbare i dolori dei
sofferenti privi di cure. Innanzi le porte delle chiese, questi
cartellini, quasi invisibili nella loro forma, chiarissimi nel loro
significato, indicavano i nomi dei medici pronti a qualunque chiamata di
soccorso³⁸⁸.

 ³⁸⁸ _Villabianca_, _Diario_, a. 1771. Ms Qq D 97, p. 423 della
     Biblioteca Comunale di Palermo.

Esisteva ab antico in Palermo e, contro il malvolere del Governo,
prosperava un’_Associazione_ detta _del grano_. Pagando un grano la
settimana, quattro il mese (in moneta d’oggi, otto cent. di Lira), una
famiglia godeva il beneficio dei medici per le malattie, della sepoltura
per la morte. Che razza di medici dovessero aversi a questo patto, è
facile immaginare! La celebre Giunta dei Presidenti e Consultore, il 5
marzo 1783 scrivea esser più d’una le opere del _grano_, per le quali
gli ascritti «talvolta sono assistiti da imperiti medici che servono a
rendere perpetue e più micidiali le malattie del popolo»³⁸⁹. Da siffatta
istituzione volle trarre partito il Governo per un’assistenza medica ai
poveri mettendo a profitto l’opera disinteressata dell’Accademia di
medicina. La contribuzione del grano fu lasciata volontaria; si
chiamarono per ciascuno dei quattro quartieri due bravi fisici ed un
cerusico, retribuiti, quelli con 60 onze l’uno, questi con 20.
Agl’indigenti furono concessi sussidî anche in danaro; ed ai morti,
esequie e sepoltura. Semplice la burocrazia: un razionale ed un
esattore; ben praticamente composta una deputazione di vigilanza per
quartiere: il parroco, un cavaliere, un mercante, un forense, il qual
ultimo ebbe la direzione del servizio, che per siffatto organamento
procedeva pronto ed attivo. Basta vedere il programma viceregio del 21
aprile 1783 per comprendere come i nostri vecchi intendessero la
beneficenza pubblica, la quale era nobile gara di carità.

 ³⁸⁹ _Fundatio publici Coemeterii_, p. 83. Anno 1783.

L’Accademia attendeva allo studio del corpo umano. Dodici volte
all’anno, nella sua sede di S.a Lucia, vecchi maestri in mezzo a giovani
laureati, con premurosa attenzione assistevano alle dissezioni
anatomiche. S.a Lucia era la casa che prendeva nome dalla vicina chiesa
presso lo Spedale grande (palazzo Sclafani). Oggi essa è una semplice
memoria; ma chi s’indirizzi per la via dei Biscottai e, giunto sotto
l’arco dello Spedale, volti a sinistra verso la turpe via del Fondaco,
scoprirà due basi di pilastri con due aquile palermitane nel mezzo.
Quelle aquile, già ripetute anche dentro l’aula, guardano fermamente un
sole con la leggenda: _Altera felicitas_. Era la felicità della
protezione senatoria che i medici vantavano? Era l’aspirazione loro a
levarsi arditamente a regioni altissime?

Non facciamo ipotesi di simbolismo: e fermiamoci un momento a veder
passare qualche accademico che vi si reca per la riunione del mese
(novembre 1794).

Questo è D. Paolo Sgroi, che prepara studî sul mal caduco; quest’altro è
D. Antonino Bettoni che presto conquisterà la presidenza dell’Accademia,
e diverrà medico di S. A. R. in Napoli. Il venerando D. Stefano Pizzoli,
sorretto dai giovani Filippo Sidoti e Salvatore di Gregorio, chirurgo
l’uno, medico l’altro, viene lamentando i suoi acciacchi senili, e
richiamando la sua vita passata. D. Francesco Berna, astro che si leva
sull’orizzonte professionale, è circondato da scolari e da amici. D.
Carmelo Manzella, discendente da una famiglia di chirurgi, si avanza con
D. Giuseppe Tineo, lieto di alte protezioni per meriti non suoi.

A S.a Lucia discutono animatamente. Della epidemia ond’è stato
recentemente afflitto il paese (1793) indagano le cause probabili e la
mortalità numerosa: ma non riescono ad esser d’accordo. Dopo tanta
siccità c’era da aspettarselo che i vapori della terra dovessero
infettare l’aria e produrre esalazioni pestilenziali. Il Dr. G. B. Meo,
che vi ha stampato sopra una memoria³⁹⁰, non ha dato nel segno; qualche
cosa invece ha indovinato D. Gius. Logoteta, medico siracusano, e D.
Salvatore Fallica, catanese; perchè in conclusione le febbri putride di
Siracusa e di Catania³⁹¹ sono le medesime di quelle di Palermo, di
Cefalù³⁹² e di tutta l’Isola.

 ³⁹⁰ _Delle febbri che travagliaron la città di Palermo nel 1793._ Pal.
     1793.

 ³⁹¹ _G. Logoteta_, _Dissertazione fisico-medico-politica sulle febbri
     putride presenti_. Siracusa 1793. — _S. Fallica_, _Descrizione
     delle febbri epidemiche accadute in questa città di Catania l’a.
     1792 e 1793_. In Catania, MDCCXCIV.

 ³⁹² Vedi _Candiloro_, p. 272 del presente volume.

Due tra i medici più illustri non si vedono comparire: l’Ab. Meli ed il
sac. Salerno.

L’Ab. Meli non è dei più attivi frequentatori dell’Accademia; ma i suoi
colleghi ricordano una lettera di lui sopra _Gli effetti straordinarii
del veleno d’un ragnatelo_³⁹³. Da alcuni anni il Meli divide il suo
tempo tra le visite mediche, le lezioni di chimica e gli antichi e
sempre caldi amori delle muse.

 ³⁹³ _Opuscoli di autori siciliani_, t. XII. Palermo, 1771.

Il sac. Dr. Salerno posa come... un principe; e principe fu,
dell’Accademia s’intende, e ne volle serbato il ricordo in una lapide a
S. Lucia, la quale ora si conserva nella sede dell’Accademia (Posta
vecchia), e dice:

                    REGIA JATROPHYSICORUM ACCADEMIA
                                  SUB
                           SENATUS AUSPICIIS
                               ANNO 1649.
                      PRINCIPE SAC. JOSEPH SALERNO
                                 1788.

Perdoniamogli la vanità, non unica nè rara nel tempo suo. Altro che
questo offriva la seconda metà del settecento!

Il Salerno, che andava per la maggiore, cercava qualche cosa di più che
l’intervento modesto dei suoi colleghi nella recondita casa di S.a
Lucia. Egli voleva la pubblicità: e dove gli mancasse creavasela.

Nel 1789 volle fare una dimostrazione anatomica come non se n’era mai
fatta. Ed eccolo in moto per ottenerla nel Palazzo Pretorio. Il Senato
non si rifiutò, perchè volentieri coglieva le occasioni per fare atto di
presenza.

La «messa in iscena» non poteva essere più solenne per un’accademia! La
formavano non solo tutti i medici, non solo tutti i letterati, ma anche
i nobili, i Senatori e, solennità straordinaria, S. E. il Vicerè! Se ci
fossero stati giornali, che bell’argomento questo per un capo-cronaca!
Ci fu però un cronista dei più fedeli, D. Girolamo De Franchis, il quale
ne prese nota pel suo _Ceremoniale_.

Siamo in sul finire del 1789: ed il Capo della Città dirama il seguente
_nodiglio_ (circolare d’invito):

_Il Conte di S. Marco Pretore la priega volerlo onorare di sua presenza
per il 19 del corrente dicembre ad ore 22 nel Palazzo Senatorio in
occasione di una dimostrazione angiologica sopra due corpi di uomo e di
donna con il di lei feto_³⁹⁴ _con varie riflessioni che dovrà fare il
Principe della Real Accademia dei medici D. Giuseppe Salerno alla
presenza del Signor Vicerè, e pieno di ossequio si rassegna._

 ³⁹⁴ Speciosa la forma grammaticale: _con il di lei feto!_

— «Dimostrazione angiologica!... Oh che vuol significare questo?» si
chiedono inarcando le ciglia novantanove su cento profani, nel ricevere
questo _nodiglio_; e nessuno degli invitati manca a questa
_dimostrazione_, tanto stranamente per quanto grecamente aggettivata;
altronde l’ora è comoda per tutti: e due ore prima dell’Avemmaria il più
stentato chilo è già compiuto.

Ciascuno è al suo posto. S. E. il Vicerè Caramanico siede sopra un’alta
predella; Pretore e Senatori, a destra e a sinistra, in semicerchio;
dietro nel centro, la Nobiltà del sangue; ai lati del conferente, i
medici ed i letterati (e letterati non soltanto erano i cultori di
Lettere, ma anche coloro che avevano una certa cultura); nessuno si
duole del posto che gli tocca. Di signore, neppure una, perchè il sesso
femminile non usa a cosiffatte adunate, e questa poi è angiologica.

Il Principe dell’Accademia, salito sulla cattedra, legge e dimostra su
due corpi artisticamente eseguiti il sistema circolatorio. Tutti
guardano ammirati quella rete maravigliosa di arterie e di vene; ma
qualche medico mormora: «Dopo trent’anni, tanto chiasso...!» E quando la
_perorazione_ (la chiama così il De Franchis) è finita, il Senato coi
suoi paggi viene accompagnando giù per le scale fino alla carrozza S.
E., mentre alcuni medici vanno facendo: «Oh state a vedere che i lavori
anatomici di Paolo Graffeo, conservati fin dal 1758 a S.a Lucia, ce li
vuol gabellare per novità!...».

— «Sempre lo stesso! esclama spazientito uno di essi. Non dimentichiamo
che l’Ab. Salerno è quello che bandì un concorso a premi; distribuì in
pubblica adunanza le medaglie ai vincitori, e poi, tornato a casa, se le
fece restituire, secondo l’accordo che avea precedentemente preso con
essi... Ecco l’uomo nato fatto per gettar polvere negli occhi e vivere
in mezzo al fumo!».

I più prudenti tra i professori di medicina sorridono maliziosamente; ma
D. Stefano Pizzoli, che oramai non ha più nulla da temere, nulla da
sperare da nessuno, conclude: «Colleghi cari, volete il ritratto del D.r
Salerno? Leggete Cornelio Gallo:

    Laudat praeteritos, praesentes despicit annos.
    Hoc tantum rectum quod facit ipse putat.



                              CAP. XXIII.


               ACCADEMIE E ACCADEMICI GENUS IRRITABILE...

Lasciata la casa dei Principi di S.a Flavia, nella quale era stata
tenuta a battesimo (1718) dal March. di Giarratana, Girolamo Settimo, e
da G. B. Caruso, e dove era cresciuta a correzione del brutto andazzo
letterario dei tempi, l’Accademia del Buon Gusto nel 1791 veniva
accolta, ospitata, sussidiata dal Senato, che ne diveniva così mecenate
naturale. Gli osanna degli accademici al Vicerè Principe di Caramanico
ed al Pretore Ferd. Monroy di Pandolfina, si confusero coi risentimenti
contro il S.a Flavia, che col pretesto di doversi ritirare in Bagheria,
avea chiuso loro la sua casa ospitale. Vicerè e Pretore furono generosi
nello infondere nuovo vigore all’Accademia; il S.a Flavia parve smentire
tutto il suo passato.

Eppure chi dice che qualche grave fatto non possa aver concorso alla
risoluzione di lui? La condotta posteriore di alcuni socî non
escluderebbe questo sospetto.

Il sodalizio venne riformato di sana pianta, pur tenendosi a base gli
antichi statuti. L’aquila senatoria palermitana con uno sciame d’api nel
petto ed il motto: _Libant et probant_, e la leggenda: _Accademia
palermitana del Buon Gusto. Sub auspiciis S. P. Q. P._, ne divenne la
insegna. Una lapide fu inaugurata nel Palazzo a memoria della larga
ospitalità e dei nuovi auspicî³⁹⁵. Il Principe Gaetano Cottone di
Castelnuovo, Presidente, col Direttore, D. Salvatore Di Blasi, il Duca
di Vatticani, elogista di Cock, Camillo Gallo, M. Antonio Arena, D.
Raffaele Drago cassinese, D. Diego Muzio, D. Vincenzo Torremuzza, l’ab.
Meli e quanto di eletto vantasse allora la Capitale, ne furono le
colonne più solide; e con essi il cav. Gaspare Palermo, che, carezzato
dal Caramanico, non dimenticò, anche vecchio, di essere stato dal
predecessore di esso, Caracciolo, chiuso al Castello, perchè creduto
autore d’una pasquinata contro di lui.

 ³⁹⁵ Sull’argomento, che lasciamo intatto, dell’Accademia del Buon Gusto
     potranno leggersi, oltre quello che ne scrisse Scinà nel suo
     _Prospetto_, le memorie di V. Di Giovanni e di Luigi Sampolo negli
     _Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di
     Palermo_, serie III, a. 1891, v. I (Palermo 1891), a proposito del
     centenario di essa Accademia del Buon Gusto. Il Sampolo tornò
     sull’argomento nel _Bullettino_ della medesima Accademia, a.
     1894-99, pp. 6-9.

Le loro letture rappresentavano gli studî in voga. Ad un passo fuori la
via che tutti percorrevano nessuno pensava. La via, libera all’estero,
era in Palermo ingombra di rovi e di sterpi. Solo ogni tanto qualcuno la
batteva con un certo coraggio, e riusciva alla meta senza essersi fatto
del male, anzi con la soddisfazione di aver potuto fare un po’ di bene.
Antonino Fulgo guardava i caratteri del secolo che si avvicinava alla
sua fine, e Sergio affrontava il grave problema dell’aumento che avrebbe
potuto prendere la rendita generale dello Stato dall’utile impiego delle
braccia delle donne³⁹⁶: corsa ardita, che meriterebbe d’essere ricordata
agli studiosi dell’attuale mondo economico.

 ³⁹⁶ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 317.

Con le leggi che la governavano, con un prestabilito genere di argomenti
per le materie scientifiche e per le letterarie, l’Accademia procedeva
tranquilla a furia di dissertazioni su cose ecclesiastiche e discorsi
eruditi e letterarî.

Nel regolamento del 1801 erano prescritte riunioni eccezionali con
l’intervento del Senato e dei nobili: ma queste erano ripetizioni di
altre consacrate nei regolamenti precedenti. La cicalata per l’ultimo
sabato di Carnevale non poteva esser nuova se nella Peloritana di
Messina essa assurgeva ad un avvenimento mondano di prim’ordine con D.
Pippo Romeo. Di cicalate accademiche in poesia parecchie ne recitò il
Meli dentro e fuori città, cioè nel Palazzo senatoriale e nel monastero
di S. Martino³⁹⁷. Vi erano pure speciali adunanze per la Passione di G.
C. e per S.a Rosalia, e vi si invitava non solo, come d’ordinario, il
Senato, ma anche la Nobiltà. Una solenne se ne teneva in onore di S.
Tommaso d’Aquino, nel convento dei PP. Domenicani, come omaggio degli
Accademici al grande teologo di quell’Ordine; ma è curioso che nel
riordinamento degli studî superiori della Università la morale venisse
prescritta senza il testo di S. Tommaso.

 ³⁹⁷ _Meli_, _Poesie_, p. 127: _In lodi di lu purci_; p. 129: _In lodi
     di la musca_; p. 143: _Contra li cirimonii e lu Galateu_.

Ora in queste adunanze la partecipazione dei poeti, cercata o profferta,
era inevitabile. Questa partecipazione vuol essere intesa per tutte le
ordinarie riunioni; e con l’andare degli anni, verso il declinare del
secolo, prese il più strano indirizzo.

Come abbiam detto, pubbliche erano le riunioni, con largo intervento di
signori nelle sale pretorie. Pel passato quelle sale echeggiavano di
lodi a pretori ed a senatori: e molte ne furono dispensate a Regalmici
ed ai Trabia. Niente di nuovo perciò che si rendessero ringraziamenti al
Senato, emanazione della Nobiltà: ovvero alla Nobiltà medesima, onde il
Senato emanava. Il Senato ospitava, il Senato trattava, il Pretore
largheggiava di sorbetti verso gl’invitati³⁹⁸. Eppure, o che la misura
fosse colma, o che avversioni latenti serpeggiassero, o che i tempi
andassero maturando, avveniva tutto il contrario. Il 18 dicembre del
1796 l’ab. Angelo Vinciprova di Nicosia leggeva intorno agli ostacoli
che si opponevano ai progressi della letteratura in Sicilia; e nella
foga del dire usciva in «una dipintura della nostra Nobiltà la più
mortificante, facendo vedere che nessuna sollecitudine si prendeva essa
di proteggere i letterati, essendo data perdutamente ai vizî ed al
lusso.»

 ³⁹⁸ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., 22 nov. 1791, p. 1.

Poche volte furon espresse opinioni con tanta violenza ed inopportunità,
quanto stavolta. I feriti si contorcevano sui seggioloni in attesa
impaziente che la impreveduta tempesta cessasse; ma ebbero un
bell’attendere, chè appena essa accennava a finire che ricominciava più
violenta che mai. L’uno dopo l’altro si levano in piedi non so quanti
poeti, i quali «snodano le loro voci con sentimenti più satirici di
quelli del discorrente, dimostrando coi loro versi che i nostri nobili
solamente son dati all’ozio, al sonno e...»

Queste parole con la reticenza finale sono di uno ch’era presente alla
scena, Vice-Segretario dell’Accademia, il sac. D’Angelo, che doveva
farne e non ne fece verbale, contentandosi di prenderne nota nel suo
diario ms. Aggiungeva egli che «un cavaliere era lì pronto a rispondere,
ma che ne fu distolto da lui³⁹⁹.»

 ³⁹⁹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 116-17, 126-27.

La notizia di tanto scandalo scende dal Palazzo nelle vie della città,
nei caffè, nelle conversazioni, e mentre lo si commenta sfavorevolmente
per i bersagliati, si biasima l’atto scortese. Si può esser severi, ma
non oltre la misura; l’amore della verità non dispensa dall’ossequio
alla buona creanza, specialmente in casa altrui, nel palazzo
dell’Autorità cittadina.

Presto la Nobiltà, per mezzo del Pretore, prenderà le sue vendette
impedendo la lettura d’un altro discorso, che fa presumere cose poco
benevoli per essa. L’avv. Gaetano La Loggia si prepara a nuovi assalti,
ma non vuol farsi scorgere; e se non riesce al suo intento, gli è che lo
si è invitato a far leggere ad un altro il suo scritto, e poi ad un
altro: e ad entrambe le ingiunzioni egli si è rifiutato di obbedire non
volendo nè sopprimere nè modificar pensieri e frasi che pure non istà
bene ripetere dopo quello che è avvenuto⁴⁰⁰.

 ⁴⁰⁰ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 136-38.

Gli animi sono eccitati, anche da parte del Senato, ed il galateo non è
il forte del _genus irritabile vatum_. L’11 settembre del 1797 ricorre
una delle ordinarie sedute. Il Pretore, invitato, non interviene; anzi
fa sapere al Presidente che nè ora nè mai, durante il suo pretorato,
interverrà più. Lo avviso addolora, ma non istupisce dopo quello che è
accaduto; stupisce sì che le sedie della sala siano scarse e che
sull’imbrunire non si accendano ancora i lumi. La mancanza del solito
trattamento di sorbetti è la necessaria conseguenza. Gli accademici
vanno via pieni non meno di disgusto che di scandalo; e ci pensano sopra
non sapendosi dar ragione di tanto mutamento per un torto che non è da
attribuire a loro. Finalmente uno di essi viene a sapere, e lo confida
ad un collega, che lo dice all’orecchio d’un altro, finchè lo sanno
tutti in gran segreto: che il malumore del Pretore deriva da un fatto
semplicissimo, a cui nessuno avea badato: il Segretario dell’Accademia
non ha fatto il regalo che suol fare al Maestro di Casa del Pretore!...
— «Sia lodato Dio! esclama come cascando dalle nuvole il Segretario. E
non poteva dirlo prima!...» Il regalo fu subito fatto, e le sale
pretorie vennero spalancate, le sedie accresciute di numero; il Pretore
non mancò più, ed i sorbetti rinfrescarono gli scaldati accademici,
lieti della soluzione dello equivoco, che però nessuno, per non recare
offesa al Pretore, dovea mostrar di sapere.

L’anno non era ancora finito che altro grave incidente avveniva. Il 10
dicembre il messinese Dr. Giuseppe Palazzo Andronico dissertava sulla
necessità della sfigmica in medicina. I soliti nobili non mancavano, non
già perchè col sospetto di nuovi scandali a danno loro, volessero
respingerli con la forza, ma perchè volevano vedere come andassero a
finire queste bizzarre adunate accademiche, oramai avviate con sì
cattivo gusto. Per eccezione, vi erano molti medici. Andronico legge;
complemento della sua lettura è la recita di versi di poeti (chiamiamoli
così per intenderci) presenti. Quasi si tratti della cosa più naturale
di questo mondo, essi lanciano a bruciapelo contro la medicina e
l’Andronico una filatessa di contumelie; e quando Onofrio Jerico, sempre
inappuntabile nel suo giambergone verde, nel suo parrucchino, nel suo
splendido anello dottorale, conchiude con una ultima brutale carica
contro i medici, tutti rimangono come interdetti e non sanno che
fare⁴⁰¹.

 ⁴⁰¹ _D’Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 172-74, 179.

Oh perchè questa piazzata?

C’è un certo dietroscena, che vuol esser messo in luce.

Questo Dottor Andronico nel 1795 chiese alla Deputazione degli studî la
istituzione d’un insegnamento di Sfigmica come parte di quello più largo
di Medicina interna. Era troppo anche allora, che si mancava di ben più
utili insegnamenti: e la Deputazione si rifiutò. L’Andronico trovò chi
si adoperasse a favore della sua Sfigmica: ed il Vicerè concesse, a
titolo di esperimento, la sollecitata specialità⁴⁰². Il neo-professore
voleva persuadere della necessità di essa; ma del suo avviso non erano
gli studenti, i quali molto studentescamente e poco studiosamente non
sapevano rassegnarsi a distinguere settanta maniere di battiti del
polso, quanti ne voleva ammettere od infliggere l’Andronico. Altronde,
egli non era palermitano. E com’era supponibile, col vento che ancora
spirava contro Messina, che un messinese venisse ad insegnare una
scienza ai Palermitani? _Inde irae_. Un anno dopo della chiassata,
l’Andronico veniva esonerato.

 ⁴⁰² Un R. Dispaccio del 22 febbraio 1796 lo chiamava a leggere nella R.
     Accademia «il sistema di Sfigmica da lui formato», e gli assegnava
     onze tre il mese di stipendio. _Commissione Suprema della
     Istruzione ed Educazione in Sicilia, Repertorio amministrativo_,
     vol. n. 4, a. 1795-96, foglio 8, dell’Archivio di Stato.

Passiamo ad un’altra Accademia.

_Nella libreria pubblica, dove si fanno i Congressi Letterarii di storia
siciliana, il dì 5 aprile 1793 ad ore 22, reciterà un discorso sopra le
chiese di Palermo il sac. D. Giovanni d’Angelo._

Questo invito stampato e ms. ricevevano pochi giorni prima della data
indicatavi i membri della Società per la Storia di Sicilia⁴⁰³: e tutti
lo tenevano. Ad essa erano ascritti i più colti studiosi dell’Isola, i
quali vi portavano fervore di patriottismo e pazienza di ricerca.

 ⁴⁰³ Si era costituita nel luglio del 1777 col titolo: _Nuova Società di
     Letterati per la Storia del Regno di Sicilia_.

Alla lettura del D’Angelo furono presenti, oltre un buon numero di
amatori, i due Di Blasi, il Gregorio, l’Angelini, Bibliotecario della
senatoriale, il Barone Forno, il Morso, il Di Chiara, l’arcidiacono
Dini, D. Camillo Genoese di Caltanissetta, il Conte D. Vincenzo
Castello, figlio di Gabriele, il sac. D. Francesco Polizzi, Decano della
Magione, ed il giovanetto Duchino di Camastra, assidui frequentatori
della Società.

La erudizione del bravo letterato palermitano può ora ammirarsi nella
Biblioteca, della quale egli fu per lunghi anni attivo impiegato e, come
l’Angelini, consigliere sapiente di quanti la frequentassero. Quel che
risulta dai verbali delle riunioni è questo: che per ventisei anni
(1777-1803), meno brevi intervalli, essa attese ad illustrare le vicende
della chiesa in Sicilia e delle chiese siciliane, e quelle delle
lettere: punto di partenza per aggiunte e correzioni alla _Sicilia
sacra_ del Pirri e alla _Biblioteca sicula_ del Mongitore. Perciò, quasi
tutti ecclesiastici i cooperatori. Lunghe le loro memorie, inesauribili
in una sola seduta, alcune protraentisi per cinque, sei, non sappiamo se
tra la fissa attenzione di tutto l’uditorio, ma certamente con utilità
della storia ecclesiastica e letteraria dell’Isola. Alla specialità
degli argomenti, alla non sempre ornata trattazione di essi, come al non
facile intervento del gran pubblico, devesi lo svolgimento sereno degli
studî e delle adunanze, non turbate mai dalla presenza di volgari
poetastri e di saputelli aggiusta-mondi. E chi volete che andasse a
mescolarsi tra tanti ricercatori di vecchie carte? i quali dopo di avere
sgobbato sopra registri di parrocchie, pergamene di conventi e
monasteri, cartabelli di confraternite, marmi, iscrizioni, monumenti,
portavano il frutto delle loro investigazioni, forse non sempre aliene
da preconcetti e da illusioni, ad un paio di dozzine di ascoltatori?

Eppure essi se ne contentavano; amavano gli studî per gli studî, il bene
per il bene; non cercavano plauso di nessuno, non sognavano gioie di
pubblicità; e dopo di essersi tanto affannati in induzioni
pericolosissime lasciavano inediti in mano dell’Angelini i loro
manoscritti, paghi di averli compiuti e partecipati ai pochi che
potevano comprenderli e tenerne conto. Zelanti cercatori del passato,
che non guardavano alla miseria del presente, se interrompevano il corso
dei loro congressi lo facevano solo perchè avvenimenti impreveduti e
straordinari li impedivano, come la epidemia del 1793, i timori di
pubblici disordini dopo la sventata congiura del Di Blasi; la notizia
del trattato tra S. M. Siciliana e la Repubblica francese, la tristezza
della raccolta forzosa dell’oro e dell’argento per le spese della guerra
nel Napoletano (1796-98), e perfino i rigori invernali⁴⁰⁴.

 ⁴⁰⁴ _V. Di Giovanni_, _La prima Società di Storia patria in Palermo,
     nell’Archivio storico sic._, N. S. a. VIII, pp. 491-510. Palermo,
     1884.

L’ardore col quale si attendeva agli studî di storia di Sicilia saliva
al parossismo per quella del dialetto.

Altra società di cultura l’_Accademia siciliana_ sorgeva nel 1790 sotto
gli auspicî del Meli e per iniziativa del giovane giureconsulto F. P. Di
Blasi.

Il titolo non dice tutto. L’Accademia sosteneva non doversi scrivere nè
parlare altrimenti che in siciliano: siciliane le poesie, siciliane le
prose, siciliane — è tutto dire — le leggi dell’istituto; le quali
venivano dettate dal Meli in persona. Il Principe di Trabia, il Conte di
Torremuzza, il Marchese di Roccaforte, il Principe di Furnari, nei
ventott’anni di fortunosa esistenza di essa vi presero parte attiva, e
l’accolsero nei loro palazzi; giacchè sempre nuovo godimento era pei
patrizî intelligenti trovarsi in mezzo a dotti, e riceverli nelle loro
case.

Un cronista d’oggi farebbe sapere che questi bravi signori, volta per
volta facevano servire di lauti rinfreschi gl’illustri intervenuti; noi,
che non siamo cronisti e non iscriviamo per giornali, non ne diremo
nulla. Peraltro è risaputo che a quei tempi non si riceveva mai dai
nobili senza splendidi trattamenti eseguiti da servitori in livree
fiammeggianti; non supporlo poi nelle sale di quei fiori di ospitalità e
di dovizia, sarebbe un’offesa alla generosità loro.

Gueli ed Alcozer, Scimonelli e Francesco Sampolo, La Manna e Calì,
Catinella e Mondino furono i campioni della nuova Società. Meli,
Presidente, vi lesse a riprese varî sonetti, che rappresentavano le
vicende non liete del sodalizio. Il seguente è l’indice di quel che
pensassero i socî; tra i quali, per altro, ve n’erano, come il p.
Michelangelo Monti, non isolani.

Il giovane Sampolo, in un discorso, s’intende, tutto dialettale, avea
recitato le lodi della _lingua siciliana_; ed il Meli, entusiasta,
recitava:

      Viva la nostra lingua, Iddiu la guardi!
    Amàtila, e ’un circati ’na matrigna:
    Sia cura e triddu di muli bastardi
    Lu zappari di l’esteri la vigna.

      L’istintu di natura anchi a li pardi,
    Anchi a li tigri stu duviri insigna;
    Urla lu lupu quannu à fami o s’ardi,
    Nè s’impresta lu gergu di la signa.

      Lu sulu pappagaddu ’nfurgicata
    S’avi ’na lingua pri parrari a matti,
    Facennu d’acedd’omu capriata.

      Multi Accademj eu sacciu accusì fatti,
    Grec’-itali-latini. Allurtimata
    Chi aviti ’ntisu? ’Na sciarra di gatti⁴⁰⁵.

 ⁴⁰⁵ _Meli_, _Poesie_, p. 106.

Il lettore che sa di storia letteraria di Sicilia può farci qui un
appunto cronologico. Il sonetto del Meli è del 1805, e l’Accademia era
nata quindici anni prima.

Accettiamo il disappunto, e torniamo indietro. Noi facevamo quella
citazione solo per mostrare quali fossero gl’intendimenti dei
«sicilianisti» di allora. Ma tornando indietro, non troviamo meno
siciliana l’Accademia. Bambina di due anni, il 18 ottobre 1793, essa per
bocca del più forte poeta del tempo dopo il Meli, benchè del Meli non
entusiasta, non balbettava, ma con franca parola esprimeva i sentimenti
che l’animavano. Questi sentimenti sono d’una profondità impareggiabile.
In un’ode saffica Ignazio Scimonelli cantava:

      Nun mettu peccu a Grecu o Germanisi,
    Nè a Turcu o Francu, a Latinu o Spagnolu,
    Ma bedda carta mi cunta in cannolu:
        Lingua e paisi.

      E pri sta lingua sugnu tantu vanu,
    Chi mortu, e prima d’essiri urricatu
    Lu _miserere_ lu vogghiu cantatu
        'n sicilianu.

      Sarrà in latinu ben fattu, ben dittu,
    Ma un _miserere_ in lingua nostra misu
    L’arma mi la fa jiri ’n paradisu
        drittu pi drittu.

Si vede subito che qui neanche di straforo ci entra la politica e la
teologia; perchè, anche per semplici allusioni nè il Re nè Dio dovevano
esser nominati: qualche cosa di meno del _parum de principe, nihil de
Deo_.

Nel medesimo tono rimanevano altri poeti. Il sac. Catinella, che abbiamo
incontrato in altre occasioni, sfolgoreggiava di motti vivacissimi. Tra
i più felici son quelli nei quali egli voleva dimostrare la superiorità
della siciliana su qualunque altra lingua. In un sonetto mandato al sac.
Giovanni Luisi, poeta anche lui, si sbizzarriva sulla ricchezza dei modi
proprî e figurati onde può esprimersi il verbo _fujiri_ = fuggire, in
questi termini:

      Li cani si chiamau; si la sbignau;
    Si la sulau; lu stigghiu si cugghiu;
    Già pruvuli di bottu addivintau;
    Santi pedi, ajutatimi; spiriu.

      Sticchia e vassinni; a curriri appizzau;
    Si l’allippau; marciau; si la battiu;
    Si la filau; la coffa si pigghiau;
    Addivintau diavulu; partiu.

      Sti modi ed autri lu Sicilianu
    Li ’mpasta, li rimpasta, e cancia e scancia,
    Eh! chi lu diri nostru è supra umanu.

      L’havi sti cosi la Spagna, la Francia?
    L’havi lu ’Nglisi? l’havi la Tuscanu?
    Ch’ hann’aviri! la pesta chi li mancia!

L’amico Luisi non si maravigliava affatto dei diciassette sinonimi
cuciti dal Catinella; si maravigliava invece che egli ne avesse
dimenticati parecchi altri: e in sonetto responsivo li enumerava a
gloria della «sicula lingua»⁴⁰⁶.

 ⁴⁰⁶ _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racc. pop. sic._, v. I, pp. 186-87.

Altri esempî non occorrono a confermare la piena convinzione di questi
bravi accademici; i quali — per dir tutto — erano tra i più illustri
letterati del tempo. Aggiungeremo non pertanto un fatto molto acconcio a
confermare il culto singolare che si professava pel dialetto.

Nel _Giornale di Sicilia_ del 9 dicembre 1794 un anonimo scriveva
lodando il parlar materno (il siciliano), e raccomandando il toscano
come lingua per tutti. Questa osservazione semplicissima provocava una
violenta risposta nel medesimo giornale. Altro anonimo prendeva per
nemico della patria il lodatore del toscano, e questo era costretto a
scagionarsi dall’accusa⁴⁰⁷.

 ⁴⁰⁷ _Giornale di Sicilia_, n. 23, Pal., 6 genn. 1795.

Non era argomento da pigliare a gabbo.

I componenti dell’Accademia siciliana non per nulla erano accademici.
Essi avevano tutte le miserie della loro razza. Noi li abbiam visti a
fare il chiasso, anche per un nonnulla, nel Palazzo senatorio. Ebbene:
se non peggio, lo stesso facevano all’Accademia. Il bello è che i
principali agitatori eran quelli che catoneggiavano per mettere il
bavaglio ai tribuni. La è sempre così: quelli che si atteggiano a
vindici delle violenze altrui sono i più violenti; così avviene che
parlano sempre di onestà molti di coloro che della onestà non sono i
migliori amici.

Quando, dopo la decapitazione del Di Blasi, la Società venne soppressa,
di lei non si parlò più altro che per vederla ricostituita. Il March. di
Roccaforte l’ebbe nella sua casa, ed il Meli ne trasse lieta ragione a
prospero avvenire. Le sedute si ripresero; ma in qualcuna di esse si
sicilianizzò troppo di allusioni e di equivoci⁴⁰⁸.

 ⁴⁰⁸ _Meli_, _Poesie_, p. 107. — _D’Angelo_, _Giornale_ ined., p. 93.

Questi accademici un giorno vennero fuori con una proposta
letterariamente liberticida: qualunque componimento poetico da leggersi
in pubblica adunanza doveva prima sottoporsi alla censura preventiva
d’una commissione. Non bastava quella del Governo per la stampa, se ne
voleva creare un’altra per la lettura!

Con questo colpo di stato anche i grandi dovevano passare sotto le
forche caudine dei piccoli. Gli stessi Meli e Scimonelli non avrebbero
potuto sottrarvisi. Meli, Presidente perpetuo, ne sorrise; altri vi si
acconciarono. Gli screzî, già alle viste, entrarono in campo; le bizze
degenerarono in liti da partito; e l’Accademia corse il pericolo di
andare a monte. Il venerando Meli interponeva la sua autorità: e a
questi raccomandava la calma, a quelli il rispetto: non esser possibile
procedere di questo passo; andarci di mezzo la serietà degli studî,
l’interesse della patria lingua; grande lo scandalo di tante pretese;
necessaria la buona volontà in tutti per un accordo che cementasse la
pace. Ma il buon vecchio avea da fare con gente irritabile, anche perchè
composta di poeti novellini e presuntuosi, e non riusciva a
riconciliarli nè a farsi sentire. Allora, perduta la pazienza, li manda
a carte quarantotto con un ultimo sonetto intitolato al Conte di
Torremuzza «contro alcuni poeti siciliani», i quali, irrequieti e
villani, non sapevano stare in pace tra loro nè con gli altri:

      Scuvai di puddicini ’na ciuccata;
    E allura li sintii ciuciuliari
    Cu la scorcia a li frinzi ’mpiccicata,
    Mi lusingai chi mi nn’avia a prigari.

      Ma ora ch’ànnu la cricchia già spuntata
    Si mettinu ’ntra d’iddi ad aggaddari,
    Nè trovu a cuntintarli nudda strata,
    Nè ’nsemmula, nè suli vonnu stari.

      Cerca ognunu cumpagni a sulu oggettu
    Di putiricci dari pizzuluni;
    Dicinu chisti: Appara tu, ch’eu mettu.

      Cui s’arrisica starici in comuni,
    Si a mia chi pri accurdarli m’intromettu,
    Pri la facci mi tiranu a sautuni?
      O Conti miu patruni.

    La Censura, pri quantu iu viu e sentu,
    È di pizzuliari lu strumentu.
      Da chistu iu ni argumentu

    Chi pri cuitari sti sautampizzi
    Lu menzu è ditagghiaricci li pizzi⁴⁰⁹.

 ⁴⁰⁹ _Meli_, _Poesie_, p. 112. — Sull’argomento, vedi _L’Accademia sic.
     di Pal._ In Pal. MDCCCXCIV; e _Sampolo_, _L’Accademia sic. Nuove
     ricerche_. Pal. 1896.

Gli studiosi di _calembours_ troveranno stupendo l’ultimo verso.



                               CAP. XXIV.


   PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L’AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E
                 TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.

La vita ristretta che le condizioni d’allora imponevano non poteva non
creare cultori di discipline di argomento siciliano. La Sicilia stava in
cima ai pensieri, agli affetti d’ogni studioso; era la nazione e la
patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli: il regno di
Napoli, la repubblica di Genova, quella di Venezia, lo stato di Milano
ecc., rappresentati nella Capitale, nella _urbe_, dalla nazione
napoletana, dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da altre
che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con essi alle chiese di lor
proprietà ed esercizio. C’era S. Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei
Genovesi, S. Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi, la
confraternita dei quali avea sede nella parrocchia di S. Giacomo la
Marina.

Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura storica, tanto
nella sostanza, quanto nella forma.

Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità spinta
all’eccesso sul finire del secolo. Possiamo frattanto gli occhi sopra un
libro qualsiasi di erudizione, di antiquaria, di storia propriamente
detta, del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua geografia,
nelle sue vicende passate e nel suo presente. I suoi monumenti pagani
come le sue reliquie cristiane, i suoi castelli come le sue chiese, gli
avvenimenti di tutta l’Isola come i fatti di una religione di essa,
delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli comuni, delle sue
istituzioni, delle sue leggi, dei suoi uomini insigni per carità, per
ingegno, per valore: tutto era argomento di ricerche per un buon
patriota.

Noti il lettore che il patriota d’allora non era il patriota d’oggi; il
quale, se falso, vanta servigi non mai resi alla patria, o incombenze
non mai ricevute o disimpegnate: vanti e lustre onde si sale ad alti e
ben rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente la
terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente gli istituti, chi
beneficava i poveri, chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di
essa procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.

In questo significato giunsero a noi come patrioti di fama illibata un
Monsignor Ventimiglia, che i suoi libri donava alla città di Catania, ed
in Catania istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S.
Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava alla fondazione
della Biblioteca Comunale di Palermo; Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò,
che liberalmente fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila
onze (L. 178,500) all’Albergo dei poveri, ed istituiva una scuola di
Filosofia morale e civile legando premî annuali ai giovani che in essa
si segnalassero, ed un catechismo faceva scrivere e largamente e
gratuitamente diffondere ad istruzione del popolo, ed i suoi libri
donava alla Città (vedremo più oltre il lato debole di questo patriota).
Patriota quel Pietro Lanza Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto,
primo concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo agrario
nell’ex-podere gesuitico della Vignicella: proposta tutta moderna, che
poi con le proprie sostanze traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo
con l’Istituto agrario che prende nome da lui⁴¹⁰. Patriota infine, per
non perderci in una rassegna fortunatamente larga, il Marchese di
Villabianca, che solo raccoglieva ed illustrava tanta e così diversa e
svariata materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono mai, se
ne togli il Mongitore, parecchi studiosi, e che da tanto tesoro
staccavasi in vita, facendone dono alla sua terra diletta.

 ⁴¹⁰ Cfr. v. I, pp. 227-28.

La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva per gli uomini più
eletti. Ad essa come raggi che convergano al centro inclinava chi non
preferisse coltivare una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le
evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto vi trovavano
ispirazione a poemi epici ed a canti lirici. Le tradizioni del Fazello,
del Barbieri, dell’Inveges, del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e
Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G. B. Caruso,
del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse a continuarli. In un
medesimo tempo fiorivano, nella sola Palermo, col citato Villabianca il
Testa, i fratelli Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R.
Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule memorie.

Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo il Buono e di
Federico IIº d’Aragona, ed ordinava i _Capitoli_ del Regno. Il
Villabianca consacrava la sua attività giornaliera al suo _Diario
palermitano_, che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza
(1802): e lasciava il _Palermo d’oggigiorno_, la _Sicilia nobile_ e
centinaia d’opuscoli siciliani, dove la pazienza delle investigazioni fa
perdonare il difetto della critica e la vanità puerile.

G. Evangelista Di Blasi con la _Storia dei Vicerè di Sicilia_, preludeva
alla ponderosa e troppo diffusa _Storia_ di Sicilia (1811). Il periodico
di _Opuscoli_ di erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura
di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall’altro congenere di _Nuova
Raccolta_.

Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava alla storia ed
alla diplomatica, e nel tranquillo presbiterio di S. Matteo nel Cassaro,
solo e senza maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella quale si
levava maestro così esperto e sicuro da strappare la maschera all’Ab.
Vella. Dai tempi del Caracciolo in poi, nell’annuale _Notiziario di
Corte_ scriveva di geografia e di storia naturale, di tasse e di
traffichi, di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti
dell’Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui seppe meglio adombrare il
perfetto modello di una storia civile. Componendo in sè il giurista e lo
storico, il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori un’opera
sul _Diritto pubblico siciliano_; ma come parlare di questo in un paese
ove ministri servili trepidavano per tutto ciò che nella esaltata loro
fantasia apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il censore del
manoscritto ne mutava il titolo originale nell’altro di _Considerazioni
sulla storia di Sicilia_, come se il titolo mutasse la sostanza! E non
si guardava all’alto concetto di «una delle più profonde opere che in
questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia»⁴¹¹.

 ⁴¹¹ _Leo_, _Storia d’Italia nel medio evo_, lib. X. c. L, IV.

Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo indagini pertinaci
metteva fuori la sua _Sicilia Numismatica_ e le monete delle isole
adiacenti alla nostra. Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè:
presso Porta d’Ossuna, nell’Orto del Barone Quaranta, dove scopriva
antiche catacombe a tutti ignote; all’Ospedale grande, all’Accademia
degli studî, al Tribunale del Commercio, tre istituti che l’ebbero
deputato e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio; a Girgenti,
ove disgombrava sovrapposizioni cristiane al tempio della Concordia e
faceva restauri a quello di Giunone Lucina.

Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli perfetti di
sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam visti nei sodalizî
intellettuali attendere alla illustrazione delle cose patrie, al
progresso delle scienze e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi
siamo stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto che
anch’essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano le loro debolezze. Ma
anche fuori sodalizio, essi non erano esenti dai difettucci che un
arguto scrittore sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare:
_Vizi dei letterati_. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo, non
seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione d’una versione
italiana del de Burigny. L’opera per manco di sussidio di monumenti e di
documenti, per errori di fatti che la scoprivano al critico più modesto,
era a dir vero difettosissima; ma il Di Blasi oltrepassò il segno. Il
suo altezzoso giudizio scese alle minuzie e trascese in biasimo astioso.

Quello spirito irrequieto che fu l’ab. Salvatore Cannella, tornando
dalla Francia, dove l’arditezza delle opinioni avealo sbalestrato, in
una opericciuola di _Portraits_ espresse certi suoi giudizî sopra i
maggiori scrittori siciliani della fine del secolo⁴¹². Quei giudizî sono
un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur non nascondendo la sua
simpatia per l’autore, ebbe a dire: «In questi ritratti il Cannella
diede di mano alla metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli
l’anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio quella
dell’Algarotti; mutò il cieco Marini, professore di rettorica, in
Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres in Malebranche e Carì nel
Fontanelle della Teologia»⁴¹³.

 ⁴¹² _Lettre de M. l’Abbé_ _Cannella_ _à M. le Baron N. N. sur la
     Littérature de Palerme, c’est à dire des Portraits des Savans
     Palermitains de nos Jours_. A Naples, Russo, 1794.

 ⁴¹³ _Scinà_, _Prospetto_, t. III, c. II.

Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella non sappiamo.
Certo, i contemporanei non ne parlarono quanto i posteri; i quali, a
corto di notizie personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i
_Portraits_ come documento di storia letteraria; però nè Meli, nè
Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella apoteosi di persone,
credettero toccare il cielo col dito: ed il Cannella rimase quel che
era: guardato in cagnesco dall’autorità chiesastica (la quale non poteva
dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato, fortemente
combattuto dal p. Leone) e sospettosamente dalla governativa, che ne
seguì la fuga in Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai
dotti, i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un novatore
infranciosato, un mal dissimulato volterriano. Ai dì nostri egli sarebbe
stato un grand’uomo per la facilità dell’ingegno ed i principî avanzati,
che son solida chiave ad aprire le porte d’un giornale, specie se il
Cannella si fosse deciso a smettere l’abito talare, e più ancora a far
pompa d’una moglie presa in barba al celibato. Tale però non fu di lui.
L’avversa fortuna gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando
egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello steccato dei
fuochi artificiali della Marina, per le feste di S.a Rosalia, gli troncò
la vita. Un epigramma corse allora in bocca di lui:

    Non fu la trave no che mi ferì:
    Fu la mano di Dio che mi colpì.

E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate di Cagliostro (G.
Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella dalle mani dei gendarmi
pontifici, usasse dire: _La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la
cannella!_

Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura sintesi delle
condizioni letterarie del tempo; e l’ultima vuol essere riportata:

«La nostra _piazza_ non è ancora accreditata: e da noi non si trova un
libraio che voglia spendere. In Sicilia le Lettere non sono un mestiere
come altrove. La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono
tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia di sonetti. Premî
pubblici mancano: e noi ci occupiamo di bazzecole e di dispute
scolastiche. Il giansenismo ed il molinismo ci han divisi in due fazioni
e mentre fuori si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande
importanza. Altra setta, quella dei _Miceliani_, ci faceva girare la
testa: sicchè noi non c’intendiamo più; ed intanto che il Cento ed il
Natale, sostenitori di Copernico e di Leibnizio, eran proscritti, ed il
Carì tremava per avere scherzato sulla scienza moderna, il furore
gesuitico lo perseguitava dovunque»⁴¹⁴.

 ⁴¹⁴ _Cannella_, _Lettre_, pp. 43-44.

Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire a punto di
partenza per comprendere l’ambiente letterario d’allora.

E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse neanche di
nome l’ufficio di editore nel senso moderno della parola e in quello che
in Francia avealo trovato l’Abate Cannella. Uno studioso che avesse
consumata la miglior parte della sua vita nella composizione d’un’opera,
tutto poteva sperare fuori che questa gli venisse stampata da un
libraio. Poteva bensì sperare, e trovava talvolta un protettore che
generosamente ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora era ben
naturale che la dedica fosse fatta al mecenate; anzi è da credere che la
dedica fosse leva della operosa benevolenza, o che la benevolenza
preludesse alla dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano
anche in caratteri modestissimi col nome dell’autore quello d’una
persona alla quale il libro è dedicato con titoloni e lodi
straordinarie, possono ritenersi fatti a spese di costui.

Giova però avvertire che non di rado interveniva il Governo e che libri
d’indiscutibile valore, d’indole strettamente siciliana, o che facessero
agli interessi del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera
del Governo, nella Stamperia reale.

Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto che dovea disarmare gli
autori. Giacchè, per quanto essi si adoperassero a far conoscere i
proprî lavori fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a
risultati molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze e aderenze
forti; le une e le altre, anche se conseguibili, frustrate
dall’isolamento del paese, dalla lontananza dai grandi centri
intellettuali, dalla poca inclinazione del gran pubblico alla cultura,
dagli ostacoli che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini e cose
avvicinavansi alle barriere degli staterelli ond’era divisa l’Italia, e,
nel finire dei secolo, dalle vertiginose vicende politiche.

Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche in quello dei Vicerè
italiani, del Fogliani p. e., di quanto si avvantaggiarono in proposito
le condizioni letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono
a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava gli uomini d’ingegno ed amava
circondarsene. Non pochi poterono venire in fama per protezione del suo
predecessore e di lui, che veramente faceva anche in letteratura, come
gli altri Vicerè in politica e in amministrazione, la pioggia ed il buon
tempo. Accennando al po’ di bene che agli studî apportava il Caramanico,
studioso tra studiosi, il Bartels però osservava: Se il Vicerè non
riconosce la dignità delle opere dei dotti, se non cerca di mettere
questi in relazione con quelli di altre nazioni, se non aiuta il
commercio dei libri e non rende agevole la loro pubblicità, non ci sarà
nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione, che, presa
assolutamente, è falsa; ma che può esser vera solo in parte, e con certe
riserve. I baroni del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche e
storiche e cercano di distruggerle⁴¹⁵.

 ⁴¹⁵ _Bartels_, _Briefe_, v. III, pp. 706-707.

Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà di trovar favore
presso il Governo, con la censura preventiva e le lungherie per
l’approvazione di stampa, faceva contrasto il numero dei librai, che
neanche oggi si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò
Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia, che avea un fondo
di libri in vendita; i fratelli Martinon sotto il palazzo del Marchese
Drago; poco discosto, presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso
Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo, il Rini; poi la
Nuova Libreria all’Insegna della Verità, e quella del Giaccio ai
Cartari, e quella di Filippo Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto
commercio (1794).

Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle scuole
superiori di scienze umane e divine: le accademie, i seminari
ecclesiastici, i conventi battagliavano in sostegno d’uno o d’un altro
sistema. Le antiche ire suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello
di Leibnizio, svolto in versi italiani dal March. Natale⁴¹⁶, più presto
che avversari avea tra gli studiosi creato amici alla trionfante scuola
Wolfiana. Il colpo mortale dato dal giovane pensatore alla scolastica
era stato improvvidamente riparato dal S. Uffizio con le vessazioni al
poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una sola: i
Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di S. Spirito in Palermo
aveano pubblicamente, solennemente affermato le loro opinioni
leibniziane nei giorni appunto che il famoso Tribunale venivale
riprovando. La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte,
anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù, e non pure in
Palermo ma anche in Catania. Leonardo Gambino leibniziano, protetto da
Mons. Ventimiglia, soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida,
nemico implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni arditi
nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo Fleres e Simone Judica.

 ⁴¹⁶ _La Filosofia Leibniziana esposta in versi toscani_, t. I, l. I. In
     Firenze (Palermo) 1758.

La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello alle menti di
questi e di altri pensatori. Gli esemplari della _Filosofia Leibniziana_
del Natale, sfuggiti fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori,
ricomparivano, non più timidamente, alla luce, ridestando assopiti
entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma questi venivano da quelli
soverchiati, ed il nome del già reprobo Natale, nei chiostri, nelle
accademie, nei ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.

Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni della
filosofia italiana, si correva dietro al sensismo francese, in Monreale
si facevano strada le dottrine di Vincenzo Miceli, condivise da compagni
e da scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano pure
energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in patria era un novello
Pitagora, si confondeva in Palermo con Spinoza; Miceliani e Spinosisti,
messi dagli avversarî in combutta, venivano, siccome nemici d’ogni
principio morale, assaliti. L’accusa si estendeva anche a Niccolò
Spedalieri, il quale come maestro di sacra Teologia in un seminario
cattolico (Monreale) era posto in mala voce; il che dovea al futuro
scrittore dei _Diritti dell’uomo_ dar occasione della sua partenza per
Roma. Preti e frati dentro Monreale e Palermo si arrogavano il diritto
di privativa di sistemi con la relativa infallibilità di giudizî,
convertendo così il campo sereno della discussione in arena di lotte
infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista Di Blasi si accaniva
contro le teorie miceliane; le quali, d’altro lato, a Monreale il
benedettino Gaspare Rivarola sosteneva _totis viribus_ anche a pericolo
di comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi teologiche
dibattute favorevolmente alla presenza di due Arcivescovi dagli scolari
dello Spedalieri, vietate in Palermo, potevano stamparsi in Roma:
contraddizione evidente, che faceva dubitare delle ragioni della verità.
In Toscana, secondo gli umori dei critici, il Di Blasi era seguito o
abbandonato: più d’uno appassionavasi alle polemiche vivaci; e coronava
l’opera in Palermo l’Ab. Meli con un epigramma, divenuto celebre, il
quale gettava il ridicolo sopra le file dei partigiani del forte
pensatore, dopo la cui immatura morte essi avevano divulgato un ritratto
col semplice cognome _Micelius_.

L’epigramma era una ricetta per la composizione del sistema miceliano:

      Recipe di Miceli la sustanza
    Modificata beni cu l’essenza;
    Poi l’essenza, li modi e la sustanza
    Li cummini, e n’estrai ’na quinta essenza;
    Poi ’mbrogghia arreri l’essenza e sustanza,
    Riduci la sostanza ad un’essenza;
    Cussì ’ntra modi, ’ntra essenza e sustanza
    Truvirai d’ogni scibili l’essenza⁴¹⁷.

 ⁴¹⁷ _Meli_, _Poesie_, p. 102.

Contemporanee a queste velleità nella ricerca del Vero son quelle della
cultura del Bello. Non per un solo decennio (1770-1780), come porta la
fama, ma per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per impulso
del Principe di Campofranco, certe tendenze ad una letteratura leggiera,
francesizzante. Avea essa carattere di galanteria e manifeste
inclinazioni all’untume enciclopedico, buono a far comparire dotto chi
non lo era, o molto istruito chi lo era poco.

Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa evoluzione letteraria;
tuttavia non nega che l’allettamento della nuova maniera onde si
presentavano scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza
invogliare agli studî spargendo una superficiale cultura, che ripuliva
ed ingentiliva la nazione⁴¹⁸. Si sarebbe potuto occupare di cose serie,
è vero, ma fu un bene che di qualche cosa si fosse occupato e qualche
elemento d’istruzione e di cultura avesse cercato di far gradire.

 ⁴¹⁸ _Scinà_, _Prospetto_, t. II, cap. II.

Ma non perdiamo di vista i _Portraits_ del Cannella.

Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da Ucria e col Chiarelli,
col Controsceri e con lo Spedalieri troviamo da lui ammirati il
Giarrizzo, il Sarri, il Piazzi ed un’altra dozzina di personaggi, non
tutti egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e lume, vola
come aquila sui contemporanei: e gli vien dietro l’ab. Carì. Il teatino
Sterzinger è onore della bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e
della sacra oratoria.

Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio, Sergio lo
studiava come scienza, e primo avea il coraggio di proclamare i pregi
dell’agricoltura, e di parlare del lusso moderato delle nazioni, della
necessità delle pubbliche strade, della polizia della marina di Sicilia,
del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello con piccole ruote; e
raccomandava ai magistrati le nuove arti da introdurre tra noi. Amico
del Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze esatte
potevano trarre dal commercio. Bartels che lo conobbe ne lodava la mente
aperta ed attiva, ma preoccupata: segno forse della coscienza che egli
avea del suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi eguagliato⁴¹⁹.

 ⁴¹⁹ _Bartels_, _Briefe_, v. III. p. 703. — _Cannella_, _Lettre_, pp.
     36-37.

Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla quale piacquesi di
barzellettare anche il Meli. Ingenuo nel credere, inabile a combattere
le altrui opinioni, D. Mariano dava ragione all’ultima da lui udita,
quando non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che non ne
accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica del suo spirito
secondo l’ambiente nel quale si trovava; sicchè,

      Sulu lu movìnu
    L’oggetti intornu:
    'Na donna, un cavulu,
    Un servu, un cornu.

Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come di merito eccezionale:
il che nol privava di amici, che di lui stimavano la sincerità del
cuore. Merito, che tutti discussero, fu la sua versione italiana,
affogata in un mare di note (per l’epoca araba prese, nientemeno, dal
_Codice diplomatico_ Airoldi-Vella!) della _Histoire générale de Sicile_
di de Burigny; versione che lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se,
come osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua⁴²⁰.

 ⁴²⁰ _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 699. — _Meli_, _Poesie_, p. 50. —
     _Cannella_, _Lettre_, pp. 35-36. — _Scinà_, _Prospetto_, t. III, c.
     III.

Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch’egli avesse la passione di
fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati o condotti innanzi i
suoi edifici, ch’egli per pentimenti sopravvenuti voleva riformarli:
lusso consentitogli dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate
ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva in lui quella
della gloria; poichè se pochi lo somigliarono nello esercizio incessante
della virtù, egualmente pochi si piacquero quanto lui di raccomandare la
propria fama alle opere che da quell’esercizio traevano vita e calore in
iscrizioni non prive di lunghezza e di ampollosità.

Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia non va preso come
una specialità del Gioeni. Altri con lui lo ebbero, ma in lui era
sopravvanzato da un patriottismo senza pari.

Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano nei nostri reggitori
ed amministratori una febbre intensa di gloria. Non si compiva un
monumento, una fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato
ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative si
moltiplicavano a vista d’occhio, specialmente, quando per la
trasformazione degli edificî, per lo sviluppo della città e per la
modificazione dei vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti
riforme.

Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano da lui e dal Vicerè,
e s’impinguavano con la lista dei nomi e dei titoli, non sempre
classicamente latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d’una era pel
Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure dell’ammiranda opera
di abbellimento della città non toglievano il tempo di assistere a
solenni accademie in onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi
privati.

Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra alcune di queste
iscrizioni: e quando la resipiscenza degli amministratori le volle
conservate al Municipio, e soprattutto in quella che è ora _Sala delle
Lapidi_, un gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite, o
invertite a vilissimi usi.

Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe a malinconiche
considerazioni sui presenti, affetti più di quelli da vanità e da
megalomania. Il secolo XIX si è chiuso con una specie di morbosità
monumentale, non per sincero sentimento di ammirazione ai morti, ma per
mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi alla fama di celebri e
non celebri morti e vivi.

E passiamo oltre.

Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba pel suo libro
sopra la _Educazione degli alunni del Buon Pastore_; ma lo Scinà, che
esercitò dittatura letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità
illustre, che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.a Lucia del
Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie, pingui canonicati,
erano l’aspirazione incessante, la caccia perpetua di centinaia di
persone. Ebbe quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico
Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se volle conservarsela,
dovette vestire sempre l’abito chiericale non ostante avesse un bel
tocco di donna dopo un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno
che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino al giorno della
sua condanna l’Abbazia di S. Pancrazio, che il sommo Meli chiese sempre
invano; ed il Gregorio potè conseguire quella di S.a Maria di Roccadia
alla vigilia di scendere nel sepolcro.

Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali, lodate da colti
uomini. Lieto ricordo è nelle scienze morali la Principessa di
Campofranco, sulla quale non ebbero mai presa le lodi smaccate degli
adoratori. Valente era, ma non quanto i contemporanei, perchè donna,
nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio della Corte di Napoli la
condusse fuori del campo delle lettere. Il matrimonio distrasse dagli
studî Anna Gentile, cui il padre avea educata a studî forti e della
quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede in luce certe
_Lettere filosofiche_⁴²¹. Pure nè l’una, nè l’altra di queste donne
superaron la Principessa di Villafranca in quelli di Educazione: e di
tutte e tre nessuno partecipò agli studî di Donn’Anna Maria li
Guastelli, monaca dell’Assunta, che in due poemetti cantò di _S.a
Rosalia_ e di _Palermo liberato dalla peste del 1625_, e venne allietata
o conquisa da una pioggia di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla
epidemia poetica, allora più che mai insidiosa: il che fa supporre in
lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza dei verseggiatori.

 ⁴²¹ Vedi v. I, cap. XVIII.

Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue richieste di
odi e di canzoni per le più frivole cose, Parini esclamava:

      Possibil che un dottor non s’incoroni,
    Non si faccia una monaca od un frate
    Senza i sonetti e senza le canzoni!

E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo. I migliori poeti
non sapevano resistere alla pertinacia delle richieste come alla vanità
d’infilar versi. Non facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo
profanarlo; e non vorremmo fare neppure quello del Carì se di lui
dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni, aliene da tutte le
convenzioni ufficiali. Ma anch’egli, il Carì fu vittima non sappiamo se
della corrente di allora o di sua particolare inclinazione. Se per poco
gli andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze, dalla morte
d’un amico, al giuoco del pallone, dall’ascensione aerea del capitano
Lunardi alla effimera guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa
morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente, come ardito, libero
padrone del campo poetico, meschinamente, forse bassamente, popolato di
adulatori senza pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non
misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo ed al freno
dell’arte, tanto dal trascender nel lubrico; e pare confonda la
franchezza con la licenza. Per questo il suo nome, Cireneo di cento
croci, veniva preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando;
giacchè non v’era sonetto, non epigramma, non satira mordace della quale
non si attribuisse a lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole
per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più franco di lui nel
dire il fatto suo sui peggiori arnesi e sulle più brutte cose del
secolo. La sua musa sorrideva e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando
velata e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli che
diventava Papa Clemente XIV (1769); a Voltaire che moriva (1778); ai
frati Domenicani e Francescani che perdevano il privilegio del
Generalato (1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato ministro
napoletano, da Palermo (1795); all’Ab. Vella che veniva condannato
(1796). Uno scatto di questa musa contro il neo-eletto avvocato fiscale
del R. Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal concedere il
possesso dell’alto ufficio. Allorchè nel 1798 Carì cessava di vivere, il
Meli lo piangeva a calde lacrime e cantava:

    Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi
    Principi di la lira e di li canti⁴²².

 ⁴²² _Meli_, _Poesie_, p. 148.

Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei; ma dell’opera
poetica di lui labili ricordi restano, più che per le poche poesie
edite, per le molte manoscritte, a ragione o a torto a lui attribuite;
della oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica, per quanto
lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero ragione di annoverarlo
fra i grandi maestri della scienza di Dio.

Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che fu suo. Scolari,
imitatori ed emuli di lui in Pindo: una turba di verseggiatori,
argomentandosi di seguirlo, facevano mostra di sè in accademie, case
private, solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di
ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano; e,
sia detto per onore del vero, tutto poteva loro far difetto meno che la
imperturbabilità nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole
con essi, infastidite di tanti importuni, ora all’uno, ora all’altro
voltavan le spalle, senza che nessuno degli accesi spiriti se ne
accorgesse. Che anzi, nella beata illusione di lor valentìa, tutti
s’infiammavano a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia,
cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti, professioni di
monache, feste di santi, arrivi di alti personaggi, elezioni di
senatori, promozioni di beneficiali e di magistrati, trionfi di
cantanti, senza un pensiero alla patria gemente, senza un motto che
rivelasse coscienza dell’ufficio civile della poesia, o aspirazione a un
ideale altissimo. L’eco dei placidi belati del sac. Urso e di Domenico
Perdicaro, di Luigi Graffeo e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e
di Domenico Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare Mangione si
ripercoteva per intere settimane nei salotti, nei refettorî dei monaci e
dei frati, nelle scuole dell’Accademia (Università) degli Studî, nei
caffè; e si levavano a cielo quelli dell’Ab. Mancusi e dell’Ab. La
Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo agli altri di canori
pastorelli, ai quali se non ci fu un’Arcadia che li facesse suoi, non
mancarono certamente sorrisi e plausi tra

    Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.

Non ci fu, è vero, un’Arcadia ufficiale; ma ne dominò un riflesso e più
che un’eco: e quando (1773) Suora li Guastelli, figlia dell’ex-Senatore
G. Battista, volle dare alle stampe il _Palermo liberato_, dovette
chiederne l’autorizzazione al Preside ed ai Censori dell’Accademia degli
Ereini, alla quale era ascritta. L’alto magistrato tenne consiglio, e,
dopo maturo esame, deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il
suo decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici, olimpicamente
solenne, chiudevasi con la seguente formola: «_Dato in Collegio dei
nostri Monti_ (Erei), _nel giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade
738, anno 1 a P. C. Olimpiade 11 a 4_»: formola che ha tutta l’aria di
certi problemi onde qualche moderno autore di aritmetica per le scuole
si crogiola a tormento dei poveri fanciulli.

Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del Continente
domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità religiose dei Teatini e
degli Scolopi, chi nelle case signorili a educare giovanetti. Per tale
compagnia la produzione poetica paesana veniva accresciuta da quella
toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell’Ab. Griggioni, del _Dorisse_
(de Rossi) e degli illustri padre Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I
versi di questi ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano
letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati dappertutto. Tempi
beati, nei quali un’ode faceva il giro trionfale della città!

Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza di questa
brava, ma spesso fastidiosa gente, ve n’è quanti se ne vogliono. Ne
sceglieremo per la sua amenità uno soltanto.

Una mattina l’Ab. Carì dopo di aver celebrato messa nella chiesa di S.
Matteo, si stava spogliando degli abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel
frattempo gli si presenta un uomo, che lo prega di volere udire due suoi
sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere la luce. L’ab.
Carì china benevolmente il capo ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto
legge il primo sonetto, il Carì si fa brutto in faccia. Finita la
lettura, gli dice secco secco: «Stampate l’altro». — «Ma come! risponde
quello; se Vostra Reverenza non l’ha sentito ancora?» — «Sicuro:
aggiunge l’Ab. Carì, perchè peggiore di questo primo, il secondo non può
essere».



                               CAP. XXV.


          L’ACCADEMIA (UNIVERSITÀ) DEGLI STUDI E GLI STUDENTI.

Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non ebbe quel
rinnovamento che era da impromettersi. Come suole avvenire nelle
improvvise rivoluzioni d’ordine politico civile, morale o religioso, non
si era preparati al da fare, e si credette di aver provveduto alle prime
e più urgenti bisogne abbattendo in fretta e in furia gli emblemi della
espulsa Compagnia e supplendo alla meglio qualche istituzione buona alla
gioventù maschile e femminile.

Dieci e più anni passarono senza un piano prestabilito di riforme, senza
un concetto sicuro di ciò che convenisse sostituir proficuamente
all’insegnamento che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era
lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere.

Discipline neglette per le condizioni d’allora, impotenti aspirazioni al
progresso si trascinavano in mezzo a fiacche velleità di riforme.

Nelle mani dei Gesuiti erano state le scuole che ora si direbbero
classiche secondarie e le superiori. Nel loro Collegio Massimo si erano
conferite lauree in alcune facoltà. Col loro allontanamento quel
privilegio era venuto meno; quindi non più dottorato in Teologia, meta
suprema degli studî ecclesiastici; non più laurea in Filosofia, materia
comune alla Giurisprudenza ed alla Medicina.

Eppure ben altri erano stati i voti della Città nei secoli passati!
Quando nella rivoluzione del 1647 il popolo palermitano, adunato nella
chiesa di S. Giuseppe, avea presentato i Capitoli che per opera del
Senato voleva concessi dal Vicerè, non avea dimenticato quello a favore
della istruzione, inteso ad ottenere che «studi pubblici di tutte le
professioni in loco ben visto alla città» si aprissero, e la città ne
scegliesse i maestri⁴²³.

 ⁴²³ _La Lumia_, _Giuseppe d’Alesi e la Rivoluzione di Palermo del
     1647_, Documenti, n. 3. — _I. Carini_, _L’Università di Palermo
     nell’a. primo del corrente secolo_, in _Arch. stor. sicil._, a. II,
     p 235. Pal. 1874.

Ora il Senato, vigile custode del decoro della Capitale, implorò dal Re
il privilegio dei Gesuiti; ed al suo voto si unì più tardi, dissenziente
il Braccio militare, il Parlamento. S’invocò a favore del Diritto Civile
e Canonico e della Medicina e Chirurgia il privilegio per secolari
concessioni goduto, a scapito di Palermo, dalla città di Catania. Lunghi
i tentennamenti: ripetute le ripulse, dovute a difficoltà di erario ed a
malinteso rispetto a vieti diritti e, che è più, ad apatia del Governo
di Napoli. Si temeva che una concessione in questo senso a Palermo
potesse nuocere a Catania, facendo nascere in essa malumori contro i
ministri: e frattanto alla istruzione di Catania nocevasi, come vedremo,
assai più che concedendo il chiesto privilegio.

Imperciocchè è da sapere che se Catania aveva la prerogativa
dell’insegnamento superiore e delle lauree, Palermo avea l’incarico dei
concorsi alle cattedre di quella città: e di questo le sue commissioni
esaminatrici con sottile astuzia si giovavano per regalare alla
privilegiata Università i men degni maestri. La notizia è nuova, ma ci
viene da un uomo degno di fede, indispettito del brutto giuoco a danno
della città a lui cara.

«Palermo, dice il De Cosmi, ha riguardato sempre con gelosia questa
Università, e sempre e per tutte le vie ha procurato di fiaccarla
coll’erezione di nuove scuole, con dispense dal triennio, col procurare
che i professori di Catania fossero sempre persone di poco sapere, come
si vede dagli attuali (1801) professori interinarj provveduti dal
Ministero di Palermo, che, senza esagerazione, furono la spazzatura di
tutta la gente inutile di Palermo: sordi, vecchi decrepiti, attratti,
per non parlare delle qualità dello spirito e del costume, e che in otto
anni hanno finito di discreditare le scuole di quella infelice
Università»⁴²⁴.

 ⁴²⁴ _G. Di Giovanni_, _La vita e le opere di G. A. De Cosmi_, pp.
     152-53.

Fatta la legge, del resto, è trovato l’inganno: e molti giovani
dell’Accademia degli studî in Palermo maliziosamente si sottraevano al
triennio di Catania mercè dispense che con futili pretesti facilmente
ottenevano.

Pure i tempi maturavano.

L’ultimo ventennio del secolo si svolgeva a vantaggio della cultura
scientifica della maggiore città dell’Isola. Sotto l’impulso di eletti
ingegni, con un po’ di buona volontà del Governo locale, alle aure di un
rinnovamento intellettivo da tutti sentito, si cominciava a respirare in
campi meno angusti di quelli nei quali era stata o si era trincerata la
istruzione superiore. Un piano venne presentato per raddoppiarne le
materie; nuove discipline vennero ad assorellarsi con le antiche
rafforzandone la efficacia. Il modesto titolo di «Accademia degli Studî»
prese a rappresentare una vera e propria Università, che poi, nel 1805,
potè sorgere incontrastata a fronte di quella di Catania. Trenta
cattedre avea proposte (1779) la Deputazione degli Studî, e solo venti
ne ottenne: tre per la Teologia, quattro pel Giure, sei per la Medicina,
sette per la Filosofia: concessione irrisoria, se si guardi ai tempi
nostri; non priva d’importanza allora, che poco o punto si era riusciti
ad avere.

Alla laurea teologica si potè aspirare frequentando per cinque anni (era
il corso più lungo) le lezioni di Storia ecclesiastica, Teologia
Dommatica e Morale non tomistica; alla legale, quelle di Istituzioni
canoniche e civili, di Diritto naturale e pubblico, di Economia,
Agricoltura, Commercio. Si conseguiva la laurea in Medicina per corsi di
Anatomia, dissezioni anatomiche, Chirurgia pratica, Chirurgia ed
Ostetricia, Chimica e Farmaceutica, Medicina teoretica e pratica. Questi
corsi superava la laurea filosofica, la quale in un amalgama che oggi
deve parere indigesto componeva Logica e Metafisica con Botanica e
Storia naturale, Fisica sperimentale con Lingue greca ed ebraica,
associandovi Geometria ed Algebra, Matematiche, Idraulica ed
Architettura civile! Di Pandette, Diritto feudale e criminale, Storia
civile, Antichità e Diplomatica non si parlava neppure, benchè la
Deputazione, ispirandosi a quel che s’insegnava a Catania, ne avesse
fatto proposta.

A questi, altri insegnamenti vennero aggiungendosi più tardi; sì che ai
primi del nuovo secolo poteva ben contarsi sul numero dei trenta della
Deputazione medesima, pure essendovene diversi da quelli da essa
vagheggiati. _Lettori_ furon detti coloro che oggi chiamiamo
_professori_, titolo che assumono modesti insegnanti elementari come
titoli nobiliari si arrogano vanitosi audaci che non vi han diritto.
Agli antichi venne conservato il salario annuale di cent’onze (L. 1275);
ai nuovi quello di sessanta ad ottanta (L. 1070), che al settecento
valeva qualche cosa.

In tutto questo tempo l’Accademia ebbe maestri rinomati: l’Ab. Carì per
la Dommatica, G. Venanzio Marvuglia per l’Architettura, Controsceri per
l’Etica, Sergio per la Economia pubblica, R. Scuderi per la Patologia.
Meli tribolava insegnando Chimica senza gabinetto; Garajo chiedeva
invano di dettare il suo corso di Istituzioni civili e di rito civile in
casa; Frate Bernardino da Ucria, condannato al modesto ufficio di
dimostratore, faceva per la Botanica assai più del lettore Giuseppe
Tineo. Man mano che altre cattedre si fondavano, maestri valorosi
venivan chiamati ad occuparle: l’Ab. Balsamo l’Agricoltura, il can.
Gregorio il Diritto siculo. Con larghe offerte si fecero pratiche per
avere allo insegnamento della Letteratura il Marmontel, delle
Matematiche il Lagrange, della Fisica lo Spallanzani, dell’Astronomia
l’Oriani: più oltre non poteva andarsi, ed il Caracciolo vi si spinse
con lo ardore di un riformatore; ma le pratiche riuscirono infruttuose;
e fu somma fortuna che il Piazzi si decidesse a lasciar la sua
Valtellina per la Sicilia, ove fu compagno ad altri ecclesiastici del
Continente italiano quali il Salvagnini da Padova e P. Michelangelo
Monti da Genova.

Tra essi, circondato della falsa aureola di sapienza arabica, si assise
superbo il più gran ciarlatano del secolo dopo Cagliostro in Sicilia,
l’Abate Vella, le cui sfacciate creazioni storiche ci siamo provati a
riassumere in un precedente capitolo.

Tolto in siffatta maniera ogni impedimento alla laurea, il numero degli
studenti si accrebbe, e con essi il bisogno di un regolamento di
disciplina. Verso la fine del secolo questo numero rappresentava una
media di 850; nel 1800 preciso era di 896, cioè: 84 nella Facoltà
teologica, 152 nella medica, 324 nella filosofica, 336 nella legale⁴²⁵.

 ⁴²⁵ _Carini_, op. e loc. cit., pp. 236-38.

Dalle carte dell’Accademia non si rileva se tutti facessero il loro
dovere; si rileva bensì che era molto attiva la sorveglianza del Rettore
del cortile sullo studio e sulla condotta loro. Si prendeva nota
dell’intervento degli scolari alle lezioni, del buon costume, degli atti
di pietà ai quali essi erano tenuti: ed atti obbligatorî di pietà erano
la messa ogni Domenica nell’Oratorio, il catechismo, le preghiere e via
dicendo. I giovani leggitori di questo libro — se tant’è che esso ne
avrà — sorrideranno a queste notizie: ma la cosa era proprio così. Gli
spiriti che oggi compiangono i poveri di spirito di ieri, maestri e
discepoli, devono pur pensare che essi hanno risoluto il grave problema
della credenza nella peggior maniera: non credendo nulla.

Le vecchie insegne dottorali rivennero dal Governo autorizzate: fu
permesso l’anello e l’uso della cintura sopra gli abiti civili ed il
fiocco al cappello; la toga ed il fiocco color cremisi per la Teologia:
color verde per la Filosofia⁴²⁶.

 ⁴²⁶ _L. Sampolo_, _La R. Accademia degli Studi di Palermo_, cap. VI e
     segg. Palermo, 1888. — _Scinà_, _Prospetto_, t. III.

Pure di scappatelle ne facevano anche allora gli studenti: se no, perchè
certi articoli disciplinari? Pei disubbidienti e pei protervi non v’era
solo la ammonizione e la espulsione, ma anche qualche argomento
convincente della polizia. Bisognava arare diritto, e non permettersi
atti di ribellione di sorta. Come più tardi, fino al 1860, dentro la
Università attuale, così allora dentro l’Accademia, cioè
nell’ex-Collegio dei Gesuiti, era una stanza per ufficio di un
funzionario incaricato di reprimere con la forza qualunque tentativo di
eccesso. Quando per la morte di D. Stefano Pizzoli, Lettore di Medicina
Pratica, venne chiamato il modicano D. Baldassare Cannata (16 ott.
1797), gli studenti di Medicina si prepararono ad ostile accoglienza.
Cannata, non palermitano, non di alta levatura, poco buon parlatore,
faceva sentire la perdita del venerando Maestro palermitano, sapiente
nella pratica, carezzevole nella parola. Il Cannata inoltre aveva un
difetto grave pel momento (il che è curioso per la storia dei sistemi
medici tra noi): non campeggiava a favore della dottrina di Brown, per
la quale gli studenti, probabilmente perchè nuova, parteggiavano. Erano
cencinquanta, e tirarono dalla loro tutti gli altri compagni delle varie
Facoltà. Il Cannata venne fischiato; ma la Deputazione degli studî tenne
fermo. Il Presidente Asmundo Paternò non era uomo da lasciarsi imporre
dagli schiamazzi; e Mons. Airoldi, Giudice della R. Monarchia, e Tommaso
Natale, sapevano bene il Fatto loro: e non cedettero. I fischi si
ripeterono, e la Deputazione fece entrare nella scuola del Cannata un
buon nerbo di birri. Ancor, altri fischi: ed i tumultuanti furono
arrestati. «Così — conchiude soddisfatto un testimone — l’ordine venne
ristabilito»⁴²⁷.

 ⁴²⁷ _D’Angelo_, _Giornale_ ined. pp. 170-79.

Le Facoltà di Patologia, di Medicina e di Filosofia rappresentavano
l’insegnamento superiore; l’inferiore comprendeva le scuole di
Rettorica, di Umanità di prima, seconda e terza classe: e poteva dirsi
quello che oggi è in parte il liceo, in parte il ginnasio, senza essere
(«fortunati scolari d’allora!» ci par di sentire esclamare gli scolari
di oggi) nè liceo, nè ginnasio.

Si era quindi in pieni studî classici italiani e latini.

A centinaia vi accorrevano gli alunni; pei quali era vanto l’apprendere
dalla bocca del P. Gaspare Pecoraro e di Mich. Monti le lezioni d’infima
latinità e di alta italianità. Così grande ne era il numero che di
ciascuna classe doveano farsene due: e le cinque classi ne contavano
oltre a mezzo migliaio. L’anno 1800 dianzi citato essi ammontavano a
660.

I saggi pubblici degli alunni del Monti facevano inarcare le ciglia e p.
Vesco, dotto, ma privo di gusto e di slancio, che vedeva disertare la
sua scuola ed affollare quella del Monti, si sfogava in insipidi
epigrammi, ai quali il buon genovese opponeva dignitoso silenzio⁴²⁸.

 ⁴²⁸ _A. Gallo_, _in Poesie scelte_ di M. _Monti_, p. X, Palermo, 1839.



                               CAP. XXVI.


 SCUOLE INFERIORI PUBBLICHE E PRIVATE, MASCHILI E FEMMINILI. CASTIGHI.
              MONELLERIE. USANZE VECCHIE E PRATICHE NUOVE.

D’altro ordine e con espedienti diversi l’insegnamento medio e
inferiore.

Oggi si fanno distinzioni e sotto-distinzioni di scuole classiche e
tecniche, professionali e normali. Allora non se ne facevan punto.

Le scuole che si dicevano _normali_, corrispondevano alle elementari; le
altre, alle classiche. Non difficile, benchè non sempre comunemente
accetto, il potere frequentare gl’insegnamenti; i quali per vecchio e
nuovo istituto venivano, come vedremo, impartiti dai frati.

In ragione dei sessi e dei ceti, differenti fra loro erano le scuole,
tanto pei ricchi quanto pei poveri, provvedendosi alla istruzione ed al
mantenimento di esse coi beni dell’abolita Compagnia. Giammai in tempi
di libertà furono impiegate più sapientemente e provvidamente le
ricchezze: esempio che si sarebbe dovuto tener presente quando i beni
provenienti dalle soppresse corporazioni religiose andarono quasi
perduti per l’erario, non messi a profitto per centinaia di migliaia di
Siciliani bisognosi.

Un decreto reale del 1779 aveva ordinato l’apertura di scuole pubbliche
in tutte le case monastiche della Capitale. A questo decreto fu
ottemperato nei principali conventi. Vi furono ricevuti i fanciulli
della bassa gente, i quali vi imparavano a leggere, scrivere, far di
conto, grammatica latina, catechismo: tutto gratuitamente. Ogni scuola
avea due classi, l’una di lettura, scrittura e aritmetica volgare;
l’altra di elementi grammaticali latini da non potersi spingere al di là
delle prime regole di sintassi secondo l’unico _Limen grammaticum_.
Spedita si voleva la lettura, chiara e grande la calligrafia, precise le
regole, buoni gli esemplari dello scrivere; preferite le operazioni
aritmetiche «più facili e brevi e più necessarie agli usi del popolo e
degli artisti», cioè degli operai.

Con questo fu intendimento del Governo offrire ai frati i mezzi di
uscire dall’ozio degradante che li consumava e di sollevarli a dignità
di maestri.

Le lezioni duravano due ore la mattina, due ore dopo desinare. Un solo
mese le vacanze, dal 4 ottobre al 4 novembre; vacanze settimanali, il
mercoledì e tutte le feste di chiesa. Questo volevano le istruzioni di
Mons. Airoldi, che sulle fraterie aveva la giurisdizione.

Secondo la diligenza ed il merito, i gradi e gli onori tra gli scolari.

Severamente proibiti i regali dei parenti ai maestri: vietato ai maestri
il riceverne alcuno, chè menomata ne sarebbe potuta uscire la libertà
loro con parzialità verso gli alunni. Nessuna lezione doveasi
incominciare senza la invocazione del divino aiuto; nessuna finire senza
un ringraziamento a Dio⁴²⁹.

 ⁴²⁹ _Istruzioni preliminari emanate da Mons. Airoldi, il 17 gennaio
     1779._ Pal. 1779.

Dieci anni dopo (1788) venivano introdotte in Palermo per opera di G. A.
De Cosmi, ch’era andato a studiarle a Napoli presso i Celestini di
Germania, le scuole normali. Le prime tre ebbero posto ai Crociferi, al
Palazzo reale ed alla parrocchia di S. Antonio. Dicevasi la nuova
istituzione di non esser proprio la tedesca; il De Cosmi avervi
apportate tali modificazioni da mutarne lo stampo originale, anzi averne
senz’altro snaturato lo scopo, ch’era quello di dirozzare ed istruire il
popolo. Malgrado queste ed altrettanti dicerie, le scuole vennero prese
d’assalto. Nei soli Crociferi si contarono fino a cento e più alunni.
Quaranta frati siciliani, che col De Cosmi erano andati ad istruirsi nel
nuovo metodo a Napoli, furono tutti collocati nell’Isola, paghi del
modico loro salario: e De Cosmi ne tenne la Direzione generale in
Palermo, così come la Deputazione superiore teneva quella
dell’insegnamento alto: due direzioni indipendenti l’una dall’altra,
dipendenti solo dal Governo⁴³⁰. Il solito leggere, scrivere, far di
conto e l’indispensabile catechismo ne era la base. Il latino, ritenuto
allora indispensabile a qualunque studente, e che per una assurdità non
altrimenti s’insegnava che in lingua latina, era bandito; ma, sicuro del
fatto suo, il De Cosmi volle fare esperimento del metodo anche con esso.
Sorprendenti ne parvero i risultati, perchè in un solo anno poterono gli
scolari spiegare le _Favole_ di Fedro e le _Vite_ di Cornelio e darne le
ragioni grammaticali.

 ⁴³⁰ _La Favilla_, appendice al n. 21. Palermo, giugno 1858.

Si comprendono perciò i diversi pareri del momento intorno alle scuole
normali, prese dove con sincero favore, dove con manifesta antipatia. I
partigiani del vecchio, le videro come una ridicola novità, buone solo a
gettar polvere agli occhi e fare spender denaro. Tra questi fu il
Villabianca, che avendone voluto visitare una, quella del p. Caravecchia
ai Crociferi, trovò i ragazzi a far la birba (23 sett. 1789); e non ci
fu verso che si volesse ricredere, neanche dopo una visita che andò a
fargli in casa il De Cosmi (1800)⁴³¹.

 ⁴³¹ _Diario_ ined., a. 1799, pp. 64-65; a. 1800, p. 528.

D’altro lato gl’insegnanti privati videro per esse disertate le loro
scolette: e doveva esser così se contro le loro a pagamento, le normali
eran gratuite. La scuola d’un certo sac. Quattrocchi è l’esempio degli
immediati effetti economici della nuova istituzione.

I Baroni, obbligati dal Governo ad istituirne a proprie spese nelle loro
terre vassalle, fecero una opposizione così gagliarda, che il Re ne
mosse loro, a mezzo del Vicerè, acerbo rimprovero.

Ci si consenta di tornare un poco indietro per osservare che la
soppressione dei Gesuiti aiutò lo sviluppo dello insegnamento privato.
Tra le scuole più note d’allora ce n’era una nel quartiere di Ballarò.
Nel giorno che inaugurossi la nuova Biblioteca senatoriale (25 apr.
1775), il Vicerè volle entrare nella vicina chiesa di S. Michele
Arcangelo per ricevere la benedizione. «Quivi fecero una vaga, deliziosa
mostra li scolarelli di G. B. Romano, pedante, prete, che teneva scuola
presso la detta chiesa, quali vestiti da soldati con armi e bandiere,
formando uno squadrone di battaglia, fecero corte ed onore al Principe:
e la banda degli strumentisti di questa truppa di ragazzetti accrebbe il
brio e lo spirito di questa festa»⁴³². Immaginiamo la gioia del p.
Romano a questa funzione militare, e come dev’essere stato felice quando
il Vicerè Marcantonio Colonna gli avrà sorriso e forse lo avrà ammesso a
baciargli la mano. Certo i padri degli alunni ne piansero di tenerezza.

 ⁴³² _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 324.

Di grado più elevato e più serio fu un’altra scuola del rione della
Pietà, tenuta da un altro ecclesiastico e protetta dal Principe di
Villabianca. Per molti e molti anni essa chiamò a grande concorso i
fanciulli della classe civile, e fu in singolar favore della nobile. Del
profitto degli alunni era dato pubblico, solenne saggio annuale, che si
protraeva per due giorni interi. Vecchie carte di famiglia ci han
conservato i programmi di questi saggi. In un angolo della piazza
Vigliena veniva affisso un cartellone a penna corrispondente agli
attuali _placards_ a stampa. Quello dell’ottobre 1796 diceva così:

                        TRATTENIMENTO LETTERARIO
                             NELLA CASA DEL
                           SIG.R PRINCIPE DI
                              VILLAFRANCA.

Il programma invece era stampato e portava il titolo:

_Prospetto di quanto si praticherà nell’esercizio letterario solito in
ogni anno tenersi al fine degli studj dagli scolari del sacerdote D.
Michele Castiglione, che ha la scuola dirimpetto il Convento di S.
Agostino, dedicato all’Ill.mo sig. Duca Lucchesi distribuito in due
giorni_⁴³³.

 ⁴³³ In Palermo MDCCXCVI. Per le stampe del Gagliani. In fol., pp. IV.

Queste mostre erano dei veri avvenimenti pubblici. La parte più eletta
della città v’interveniva e se ne piaceva, prodigando lodi al Precettore
Castiglione, i cui alunni tanto profitto ricavavano. Interprete del
comun plauso facevasi poeticamente P. Catinella⁴³⁴.

 ⁴³⁴ _Miscellanee diverse di Sicilia_ presso il Principe di Trabia, vv.
     9 e 10.

Se non che, una brutta occasione venne a togliere alla città questa tra
le migliori, se non la migliore scuola privata. Perseguitato dai timori
della recente rivoluzione di Francia e dagli effetti delle novità, Re
Ferdinando in persona proibiva in Palermo negli istituti privati lo
insegnamento delle scienze. Era per lui un partito efficace ad impedire
la introduzione di teorie pericolose in iscuole che, fino a certo punto,
si sottraevano al controllo governativo ed eran tenute, perchè
frequentate dalla classe civile, le più facilmente inchinevoli alle
fecondatrici dottrine dei novatori. P. Castiglione disubbidì: ed il
Governo ne chiuse la scuola (27 marzo 1799)⁴³⁵ con sensibile danno della
gioventù, che da quella ritraeva solido profitto.

 ⁴³⁵ _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in
     Sicilia. Ripartimento amministrativo, a. 1799_, vol. 4. Nel R.
     Archivio di Stato di Palermo.

L’argomento del quale ci occupiamo non è molto allettevole: e noi ci
permettiamo d’interromperlo con un aneddoto un po’ ameno.

Un maestro di scuola in Palermo, gran chiacchierone, ci vien presentato
dall’ab. Antonino Galfo, siracusano, amico intimo del Metastasio, nel
seguente arguto sonetto:

      Un panormita Precettor, che spesso
    Il pranzo, per ciarlar, lascia e la cena,
    Sfogava nel ginnastico consesso
    La sua loquace, inesiccabil vena.

      Il segno alfin sonò, per cui concesso
    È al misero fanciullo uscir di pena,
    Nè si avvedea, che da le ciarle oppresso
    Chi grattavasi il capo, e chi la schiena.

      Manca intanto col sol, che ormai s’invola
    Al dì la luce; ma non pria, che manchi
    A quello o la materia, o la parola.

      I putti allor di più ascoltarlo stanchi
    L’un dopo l’altro uscirono di scuola,
    Ed ei fu inteso a ragionar coi banchi.

L’Ab. Galfo — lo diciamo a proposito del suo sonetto — non si rifiutò di
pagare un tributo all’Arcadia del tempo, ed uno di questi pagamenti fu
la descrizione della maniera onde «Nice invita Filano a bever seco la
cioccolata»⁴³⁶, occasione eccellente per un’altra descrizione: la
preparazione della deliziosa bevanda, che d’inverno e nelle ore nelle
quali non era dalla moda consentito il sorbetto, veniva servita presso
le migliori famiglie.

 ⁴³⁶ _Saggio poetico del sig._ ab. D. _Ant. Galfo_. T. I. p. 184. Roma,
     MDCCLXXXIX.

Sicchè la musa del tempo avea anche delle benemerenze culinarie.

Un seminario di nobili giovanetti avea prosperato in Monreale per opera
di F. Murena. Questo seminario passò a Palermo, presso i padri Scolopi,
che però dovettero cederlo al Governo e contentarsi di trasformarlo in
istituto di ragazzi civili, ricevendo in compenso un annuo assegno di
seicent’onze (Lire 7650).

Sorse così il «Collegio Real Ferdinando», tutto di aristocrazia provata
con cent’anni almeno di nobiltà, sia di feudi, sia di nobili ufficî. Il
Governo vi volle a sua disposizione venti posti, ma più generosamente
del solito concedette sui beni gesuitici cinquemila scudi ogni anno. Se
la retta annuale pei civili era di 24 onze, qui pei nobili fu di 40⁴³⁷.
La istruzione loro impartita non poteva essere più larga e completa.
Oggi stesso non si ha per la parte cavalleresca nulla di simile. Dalla
grammatica inferiore e superiore si giungeva alle umane Lettere ed alla
Rettorica: l’Aritmetica volgare si alternava con i primi rudimenti delle
scienze. Per lungo volger d’anni v’insegnò francese un francese
autentico, Mr. l’abbé Jacques Richard; disegno, Fr. Sozzi. La scherma,
impartita da un San Malato d’allora, il Maestro Trombetta, si variava
col maneggio dei cavalli, ed il violino con gli strumenti da fiato e col
ballo⁴³⁸. Fino a sessanta ragazzi fornivano così la loro educazione: ma
quanti uscivano educati a retti principî? I casati onde provenivano,
quella convivenza, giovevole ad impregnar di fumi l’ambiente, le
periodiche visite di certe famiglie, non sempre concorrevano a preparar
bene giovanotti che nella vita privata e nella pubblica doveano portare
la impronta della elevata loro origine e della insigne cultura avuta. I
buoni esempî non difettavano, nei quali la nobiltà del sangue veniva
confermata dalla nobiltà delle opere; ma non iscarse erano le riuscite
infelici: e questo libro malauguratamente ne offre esempî dolorosi.

 ⁴³⁷ _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 331-34; v. XXI, p.
     139; v. XXVI, pp. 232, 278-79.

 ⁴³⁸ _Stato della Deputazione de’ Regj Studj del Regno di Sicilia, e del
     Convitto Real Ferdinando ecc. per l’a. MDCCLX-XXI._ Palermo, R.
     Stamperia. Questo Stato si pubblicava ogni anno, ed era quindi un
     Annuario della Pubblica Istruzione di Sicilia.

Oggi per opera di benemerite persone nostrane e forestiere prospera in
Palermo una caritatevole «Società siciliana umanitaria per la Infanzia
abbandonata». Questa istituzione non è nuova. Nell’agosto del 1781 una
«Casa d’Educazione per la gente bassa» veniva aperta proprio ai
fanciulli poveri, abbandonati dai loro genitori ed agli orfani. Quella
benemerita Casa venne in parte costruita, in parte accomodata ad
ospizio. Per provvedimento sovrano, sopra i beni dei Gesuiti non meno di
ottanta fanciulli vi furono raccolti, vestiti, nudriti, ammaestrati alla
lettura, alla scrittura, all’abaco, al disegno. Più tardi questa casa si
aprì a quanti potessero pagare vent’onze all’anno. Quando si pensi che
il piano di questa istituzione fu concepito e proposto dal Sergio, non
si ha ragione di maravigliare dei buoni risultati di esso⁴³⁹.

 ⁴³⁹ _V. E. Sergio_, _Memoria per servire ad un piano di una nuova casa
     di educazione per la gente bassa_. Palermo, Bentivenga, 1779.

Frattanto, antichi istituti beneficavano i fanciulli dispersi, che,
distinti in _bianchi_ e in _turchini_, venivano ospitati ed istruiti nel
seminario di S. Rocco e in quello del Buon Pastore. Ma coi dispersi
erano anche i figli delle persone civili, che pagavano una annuale
retta.

Qualche notizia degli istituti femminili e della istruzione ed
educazione che in essi impartivasi è necessaria.

I soliti tre quarti di nobiltà si esigevano per le donzelle del recente
R. Educandario Carolino: e nei primi del sec. XIX fu grave scandalo
l’ammissione d’una fanciulla alla cui famiglia mancava uno o due di quei
quarti. Che importava che potessero pagare cinquant’onze (L. 637) e
magari il doppio della retta quando non c’era quel titolo essenziale? Nè
importava che le cinquant’onze non si potessero pagare, perchè alle
ristrette fortune provvedevano posti di regia erezione.

Completa eravi la istruzione, e tale da non restare molto addietro alla
presente. Lì erano «tutte le scuole di leggere, di ben formare il
carattere (calligrafia), di aritmetica, di lingua latina, di lingua
francese, di geografia, di storia e di musica». Lì «maestre fisse di
lavorar calzette (che scandalo ai dì nostri l’insegnar la calzetta ad
una ragazza!), di cucire alla francese, di ricamare e in bianco e in oro
o argento, ed in colorito a fiori, di travagliar merletto o di filo o di
seta o d’oro ed argento, e di tutte insomma le manifatture femminili».
Monsieur Bernard era il modello della più fine pronunzia del francese
che insegnava; pronunzia tenuta sempre di conto, e perfezionata per la
viva voce delle suore salesiane (governatrice, suora Lionetti) e di tre
cameriere francesi, addette con un’altra del paese alle venti educande
ordinarie. Severi i divieti di oggetti di lusso e di moda, chè
irresistibile era per questi la inclinazione delle fanciulle. Ma, al
contrario, non adatti alla buona educazione del corpo e dello spirito i
lauti pasti giornalieri⁴⁴⁰; i quali preludevano a quelli che ad
istruzione finita sarebbero esse andate a trovare nelle loro case.

 ⁴⁴⁰ _Avviso ai signori nobili che vorranno collocare le loro figliuole
     nel R. Educandario Carolino._ In Pal., MDCCLXXXIII. — _Stato della
     Deputazione de’ Regj Studj_ ecc. (anno 1785). — _Villabianca_,
     _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 261.

Buone le istituzioni dei collegi di Maria, intesi, secondo la Regola del
Card. Corradini, «al gratuito insegnamento delle ragazze nei lavori
donneschi, nella istruzione letteraria elementare, nell’aritmetica,
nonchè nella educazione morale, nella cristiana religione», come diceva
il Iº articolo del Collegio della Sapienza (1740), modellato su quello
della Carità all’Olivella (1721).

E non si cerchi altro dopo il molto che davano questi eccellenti
seminari di educazione femminile. Ovunque si andasse per la città, in
qualsivoglia ritiro o reclusorio femminile volesse penetrarsi per
osservarvi la istruzione che vi s’impartiva — dove se ne impartiva, —
non si sarebbe trovato se non una parte appena di quello onde i Collegi
di Maria largheggiavano.

Houel trovò caratteristica la trascuranza, sovente volontaria, della
istruzione delle fanciulle anche più elette nei piccoli paesi di
provincia, e racconta un aneddoto del quale fu testimonio in Girgenti.

«Io, dice Houel, andavo spesso in casa del Barone.... dove intervenivano
molti titolati. Un giorno sorse un dubbio circa la maniera di scrivere
una parola italiana: e poichè nessuno si trovava in grado di
scioglierlo, ne fu chiesto a due distintissime signorine della
compagnia; le quali con aria di gran soddisfazione risposero che non
sapevano leggere. E perchè? perchè altrimenti avrebbero potuto
comunicare con gli uomini. Un canonico, sopravvenuto, giustificò l’uso,
bastando solo che le donne sapessero recitare le loro preghiere col
rosario. Tutti mi parvero dell’avviso del canonico»⁴⁴¹.

 ⁴⁴¹ _Houel_, _Voyage_, t. IV, p. 54.

Certo non si andava tant’oltre da coloro che volevano intendere alla
educazione delle figliuole: ma chi scrive queste pagine conobbe prima
del 1860 signore egregie, le quali sapevano leggere ma non sapevano
scrivere, perchè il leggere soltanto era stato consentito dai loro
genitori: e potremmo fare i nomi di tre di esse, le quali furtivamente
avevano imparato a scribacchiare sogguardando una loro sorella destinata
ad un Collegio di Maria, nelle ore che un maestro di scuola veniva a
darle lezioni in casa.

Non sempre la istruzione andava in armonia con la educazione, la quale a
cagione dei difetti del tempo difettava anch’essa. T. Natale osservò che
tra noi non si conosceva «il vero e retto metodo di educare i nostri
figliuoli onde divenissero buoni ed utili membri della Società»: ed
attribuì il male alla insufficienza delle persone che educavano e al non
proporzionare l’educazione loro alla condizione delle persone in
particolare, e in generale a quella del paese⁴⁴².

 ⁴⁴² _Natale_, _Riflessioni politiche_. Palermo, 1772.

Siamo sempre alle solite recriminazioni ed ai soliti rimpianti!

Quando si guarda ai castighi che allora s’infliggevano a coloro che
venivano meno ai doveri di studio e di disciplina, non si ha diritto di
dubitare di questa osservazione.

Parecchi assiomi popolari giunti a noi fanno fede delle teorie educative
d’una volta. Si diceva che i fanciulli imparano a leggere non per il
maestro, ma per via delle sferzate⁴⁴³; e ripetevasi per sentita dire il
verso del Veneziano:

    La ferla ’nsigna littri, nomi e verbi.

 ⁴⁴³ _Pitrè_, _Proverbi siciliani_, v. I, cap. XXII.

La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa impossibile
sperar bene.

Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma nel settecento
correvano, formando, diremo così, il catechismo di certi maestri e di
certe famiglie.

Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la solita mitra di
cartone con un somaro dipintovi sopra pei fanciulli delle scuole
inferiori; un cencio rosso buttato sulle spalle ed una canna in mano per
quelli delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come al tempo dei
Gesuiti, la gridata d’un giovane di bella voce, ordinata dal maestro
perchè tutti sapessero che il tal dei tali non voleva studiare, e perchè
egli cangiasse vita. Questa gridata cominciava e finiva con
l’intercalare: _Studeat! Studeat!_ e tutte le classi facevano silenzio
per sentire di chi si parlasse.

Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal maestro, quando, per
non iscomodarsi lui, da un uomo _ad hoc_, che si diceva bidello, ed era
un vero aguzzino: due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari
alternando nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla sinistra.
C’erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso della persona, o un
aiuto del bidello, era chiamato a caricarsi addosso il gastigando, ed il
maestro, o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle sferzate,
per le quali il miserello scalciava e gridava a perdifiato (se era un
bel tomo, taceva): ed il _cavallo_ tentennava alle scosse.

Quando la colpa esigeva maggior pena, c’era il pubblico esempio: tutti
gli scolari di tutte le classi, in un atrio, messi in quadrato,
assistevano al cavallo come i soldati d’oggi alla degradazione d’un loro
camerata indegno.

Il Buon Pastore era l’istituto scolastico dove la mitezza era bandita; i
regolamenti, in tutto il significato, eran disumani. Nelle
trasgressioni, dalle palmate e dai cavalli si andava al digiuno in pane
ed acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I ceppi peraltro
erano l’argomento più comunemente usato nei seminari, negli istituti di
educazione e perfino nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse dal
Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata la pena di quindici
giorni di ergastolo e di venti sferzate al giorno; alla prima recidiva
era aggiunto il digiuno; alla seconda, l’esilio con l’imbarco sul primo
bastimento che facesse vela dal nostro porto⁴⁴⁴.

 ⁴⁴⁴ _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
     dispersi di questa Capitale_, cap. XXII, pp. 44-45. In Palermo,
     MDCCXLVIII.

Ed il Cielo non avea fulmini per l’inventore di pena così
scellerata?!...

Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò quelle tradizioni
tiranniche, ne rimase tanto disgustato che non volle più saperne. Diceva
egli: «Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito. Quella tinta che
si estende sul di lui volto, mostra il colore della virtù, e come questa
non può far lega col vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e
ravvedimento camminano sempre in ottima compagnia: l’impegno del Rettore
non dovrà esser quello di rendere infelice il figliuolo (del Buon
Pastore), ma di ricuperarlo dolcemente emendato»⁴⁴⁵. E proscrisse quei
crudeli trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora parte della
educazione cotidiana.

 ⁴⁴⁵ _Santacolomba_, _L’Educazione_, p. 482.

Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava il paese. L’Airoldi,
p. e., nell’impartire le istruzioni ai superiori dei conventi per le
scuole da aprirsi, facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse la
disciplina scolastica mantenuta meglio per via della ragione, dell’amore
e della vergogna che per quella dei castighi e delle sferzate, con che
si suole l’animo abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di
servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant’oro, sentenziava:

    Lu suverchiu castigari
    Fa spissu ’mpijurari (_peggiorare_).

La disciplina, com’è da credere, con questi castighi non era sempre la
migliore. Dove sono fanciulli sono anche monellerie: e le monellerie di
quelle generazioni ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese
dal Villabianca a’ Crociferi, non pur le solite pallottole di carta e le
burle alle spalle del maestro; ma altresì il chiasso e gli schiamazzi.
Le scenate universitarie innanzi descritte danno una lontana idea dei
non infrequenti disordini di certe scuole o di certe classi.

Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto le cose
ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva le straordinarie. Ma gli
archivî del Governo ne serbano documento e, che è notevole, anche fuori
la Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione suprema della
Istruzione ed Educazione in Sicilia dovette occuparsi seriamente della
indisciplinatezza di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un
rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati. A capriccio
salavano la scuola (_facevanu Sicilia_), a piacere stabilivano vacanze.
Invitati a far circolo, sistema allora molto in voga per la ripetizione
che precedeva la entrata in classe, sotto la direzione d’un compagno
detto _centurione_, si rifiutavano; di esercizî letterarî non volevan
sapere; e rimbaldendosi l’un l’altro scioperavano passeggiando per
l’atrio e cantando canzoni⁴⁴⁶.

 ⁴⁴⁶ _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in
     Sicilia, anno 1782-1788_, v. II, p. 31 _retro_. Nel R. Archivio di
     Stato di Palermo.

Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna. Come sempre e
dappertutto, c’era chi studiava molto e chi non istudiava nè molto nè
poco; ma, indizio notevole, i _pochi_ libri da studio, anche
sciupacchiati, religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la parola
_pochi_, perchè dai molti che ora s’infliggono a scolari ed a genitori
dipende una parte dei mali dell’istruzione presente. In quei pochi
libri, nella prima e nell’ultima pagina, gli alunni si affrettavano a
scrivere di propria mano formole tradizionali che rivelavano
l’attaccamento loro alla piccola proprietà⁴⁴⁷.

 ⁴⁴⁷ Una, la più comune, diceva:

         Se questo libro si perdesse
         E qualcuno lo trovasse,
         A mani di (_il nome del possessore_) lo portasse;
         E se non lo porterà,
         All’inferno se ne andrà.

     _G. Pitrè_, _Una formola scolaresca, nell’Archivio delle tradiz.
     pop._, v. VIII, pp. 377 e segg. Palermo, 1889.

Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose radicalmente
mutarono. Per interessi di autori e di editori, con grave danno delle
famiglie di ristretta fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno
in anno, con ingiustificabili sostituzioni.

Dove una volta si studiava per imparare, e dell’imparato dar pubbliche
prove, venuto il 1860 si cominciò a sbadigliare sulle tesi che dovean
servire agli esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati
i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano ora con pochi soldi i
libri che dovrebbero costituire i cari ricordi dell’adolescenza. Con
pochi soldi, diciamo, non perchè questi possano servire a bisogni della
vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per dispetto della
ingrata materia e per avversione alla scuola, ragione di lunghi,
angosciosi palpiti. Laonde si assiste allo scandaloso spettacolo di
botteghe di _compra-vendita_ di libri scolastici, rifiuto di stanchi
vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di bocciati, che
non sapendo fare altro, poichè ad altro non sarebbero buoni, si danno al
facile mestiere di giornalisti, insolentendo audacissimi contro
gl’insegnanti che li han riprovati.

    Nè lascerò di dir, perch’altri m’oda,

che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi a scolari
indisciplinati o riottosi vengono sostituite, poco dopo una bocciatura,
con revolverate agli esaminatori, o violenti attentati alla propria
vita: manifestazione morbosa, della quale tutti debbono ritenersi
egualmente responsabili: governanti, insegnanti, famiglie e scolari. Che
per malintesa avversione al passato, tutto di quello volle mettersi in
bando, il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza più volte
secolare. Non si guardò alle condizioni speciali delle singole regioni,
nè alla storia locale; e si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a
disfare, non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi, la
osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini senza libertà
d’iniziativa, in lotta continua con la propria coscienza, agitata dalla
severità di certe leggi, dallo stato d’animo di chi le applica e dagli
effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli e giovani
presero a odiare gli studî, e nei maestri videro, non già padri
affettuosi e consiglieri sapienti, ma nemici senza cuore. Dall’esempio
cristiano dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi alle
piccole contrarietà della vita, o di levarsi a considerazioni di morale
evangelica; giacchè come non la udirono sempre dai loro educatori, così
non sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di aver sorpreso in
un loro maestro un gesto, un motto imprudente, legato ad una inconsulta
allusione religiosa, tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro
nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello, non seppero
comprendere se la ragione fosse di costoro o del maestro medesimo, il
quale, appunto perchè preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne
più dei genitori e dei nonni.

    Di più direi, ma di men dir bisogna!



                              CONCLUSIONE.


Nella lunga corsa per la vecchia Palermo abbiam dovuto lasciare
argomenti di molta importanza economica, civile, ecclesiastica: lo
scarso commercio e le ingegnose manifatture, il movimento del porto ed i
pubblici mercati, il sentimento religioso ed il culto esteriore, le
opere di carità e gl’istituti di beneficenza. Ragione di particolare
attenzione apparivano agli occhi nostri le condizioni della Chiesa, le
quali trovammo descritte in una ardita lettera fin qui inedita dell’Ab.
Cannella. Se non che, preoccupati del faticoso cammino fatto e della
possibile stanchezza del lettore, non meno che delle esigenze
tipografiche, dovemmo rinunziare anche a questo, così come ai banditi
del tipo classico, risorgenti, come la mitica fenice, dalle loro ceneri
anche dopo la cattura e la impiccagione del famigerato Testalonga.

Eppure codesti argomenti, non poco utili alla conoscenza del sec. XVIII,
ci offrivano materia curiosa e, nella sua curiosità, istruttiva.

La incerta morale del Clero avea le sue radici nella fiacca disciplina
che la moderava; le velleità profane dei preti e dei frati ritraevano
dal libero costume dell’alto ceto. Il sentimento religioso, vivo,
intenso, benchè nelle sue manifestazioni alle volte scomposto,
dell’umile gente, intiepidiva nei chierici, si offuscava in alcuni del
ceto medio più intelligente, e pompeggiava con funzioni solenni nel
superiore. Qualche idea volteriana, che in questo mai o quasi mai osava
entrare, a quando a quando incontrava timide simpatie tra i civili, ed
affacciavasi alle celle dei frati non tutti inchinevoli ad ascetiche
contemplazioni e a devoti ragionari.

Mentre nella sola chiesa di Casa Professa, in un solo giorno, si
comunicavano (stupefacente, ma vero!) ben trentamila persone, e per
un’aurora boreale si correva all’impazzata in cerca di confessori, i
letterati si bisticciavano sonettando chi pro, chi contro Voltaire⁴⁴⁸.
Le anime timorate spendevano per l’acquisto dell’annuale Bolla della SS.
Crociata; ma nessuna di esse stava a guardare chi mangiasse carne in
giorni non permessi dalla Chiesa: ed alla mensa di due Arcivescovi
(Lopez e Adami), proprio nei giorni di magro, venivano servite anguille
di Messina e vitella di Sorrento. Attiva la caccia ai libri proibiti, ma
frustrata dalle inclinazioni di molti, sì che ad un forestiere,
commensale dei due prelati, offerivasi la celebre _Lettre de Trasibule_
e _l’Examen important_⁴⁴⁹; ed in quella che ogni luogo echeggiava di
severe censure alle nuove fogge di vestire, molti sacerdoti, quasi
frustini sfaccendati, andavano bighellonando per la città in abiti
borghesi a colore, stivaloni e capelli incipriati⁴⁵⁰.

 ⁴⁴⁸ Vedi sonetto siciliano inedito nel ms. segnato 2 Qq D 30 della
     Biblioteca Comunale di Palermo, e _Villabianca_, _Diario_, in
     _Bibl._, v. XXVII, p. 4, e v. XXVI, pp. 198-200.

 ⁴⁴⁹ _Hager_, _Gemälde_, p. 192.

 ⁴⁵⁰ Avviso a stampa in data del 18 marzo 1796, a firma del Vicario
     generale della Diocesi di Palermo.

Gli è che alla santità della fede talora riusciva inefficace la
disciplina ecclesiastica; e sommamente dannosa fu la gestione
dell’ultimo Arcivescovo del secolo (Lopez y Royo), più delle apparenze
curante che della sostanza, più dei suoi personali interessi che di
quelli ben più gravi della religione. Non uno slancio da mente
illuminata in costui, non un impeto che rivelasse la genialità di
sentimenti generosi ond’egli primo avrebbe dovuto farsi banditore. La
mondanità delle forme era in esso pari alla mal celata ambizione; e se
Palermo non degradò dal culto sincero delle cose divine, si dovette alle
convinzioni profondamente radicate nelle coscienze, e neppure sfiorate
dal soffio degli enciclopedisti.

Ma fra tanti e sì stridenti contrasti la carità non difettava mai.
Numerose opere pie componevano il tesoro dei poveri e dei derelitti. Se
a tutte le miserie non riuscivano a provvedere, perchè immense quanto il
mare son le sventure, a molte recavan sollievo, e più ancora ne
avrebbero recato se alcuni beneficî fossero stati informati a principî
diversi da quelli dominanti nel tempo in cui nacquero.

La Società moderna rimane impassibile o sorpresa a certi scopi di legati
d’allora; ma ha torto nel giudicarli coi criterî che si son venuti
formando da mezzo secolo in qua. Bisogna ricordarsi che una delle grandi
preoccupazioni, se non la più grande, era l’anima, nella cui salute si
erogavano sostanze, la legittimità delle quali nessuno metteva in
discussione. Quindi i legati a favore di ordini religiosi e di cappelle,
dove come in propria casa i confrati si adunavano. Le cosiddette
_congregazioni_ o compagnie erano un completamento della famiglia;
famiglia più larga, intesa a considerazioni sull’ultimo fine; e tra i
legati ve ne avea così per esse come per le chiese, tanto per
consanguinei poveri quante per orfane estranee. Nel solo anno 1790 si
ebbero fino a nove istituzioni di cosiffatti legati.

La ricerca del nuovo patrimonio dovuto alla divozione ed alla carità
nelle ultime decadi del settecento a confronto del patrimonio dei secoli
precedenti darebbe oggi sorprese confortevoli alle anime bennate; ma,
checchè ne sia, mentre in codeste maniere si affermavano le supreme
volontà dei benefattori, centinaia di beneficî vigoreggiavano.

La lista delle opere pie palermitane parla dolcemente al cuore, e
conferma come nulla si trascurasse per venire in soccorso degli
infelici: donne traviate, fanciulle pericolanti, infermi mancanti di
cure, bambini senza sostegno, carcerati privi di pane, condannati laceri
e scalzi. Carità sublime quella, alla quale nessun giornale profondeva
lodi smaccate a scapito della verecondia dei benefattori. La bramosia di
rumore intorno al proprio nome poteva forse, perchè umana, affacciarsi
all’animo loro; ma non lasciava svaporare la fragranza del fiore gentile
della carità, olezzante perenne e benedetto. Non si sognava la
teatralità delle opere buone, non il compenso materiale del bene
spontaneamente concepito e santamente condotto; unico movente, unico
compenso del bene, il bene stesso.

E frattanto, per lunga inerzia, sonnacchioso il paese trascinava la vita
alla quale era stato abituato da Vicerè stranieri, avidi di pompe e di
danaro, e da ministri, ciechi o avveduti strumenti di quei Vicerè.

Tra molli ozii intorpidivano i ricchi, d’altro non curanti se non di ciò
che meglio assicurasse il quieto lor vivere col godimento, per chi ne
avesse, di titoli e di fasti. Carezzavali il Governo e, come per
compenso, ne ricavava forza, che alla sua volta su di essi rispecchiava
e profondeva. Del ceto civile, gl’impiegati sbarcavano placidamente il
lunario guardandosi dal far cosa che potesse dispiacere ai superiori o
compromettere l’ordine interno; ed i professionisti grossi e piccini
dalle dovizie delle case nobili, dai piati dei litiganti e dalle
amministrazioni delle comunità religiose ritraevano chi sussistenza, chi
agiatezza.

La innata passione di gareggiare in lusso con la classe elevata imponeva
loro spese che consumavano le ordinarie entrate: gara che per imitazione
ne tirava dietro un’altra: quella degli operai.

La grande massa del popolo, purchè il pane costasse poco (ed il Senato
lo dava a buon mercato, anche a scapito dell’erario del Comune) e le
feste non mancassero, si sfamava e restava contenta.

Potente come la Nobiltà il Clero secolare e regolare, rispettato se alto
e dotto, tollerato se basso; ma pur sempre tenuto di conto, se non altro
pel numero.

Non una parola di fuoco che accendesse gli spiriti; non un atto che
sorreggesse le fedi vacillanti, che sollevasse alla visione d’una
Sicilia forte, libera e indipendente. Il tentativo del Di Blasi fu
un’allucinazione generosa al miraggio della libertà francese, tirannide
di folle boccheggianti attorno agli alberi della libertà, in Italia
grottescamente parodiati.

Qualche anno dell’ottocento dovea passare perchè si uscisse dall’eterno
torpore. La Società incominciava una lenta, insensibile evoluzione. La
forza di volontà dei maggiorenni, già viva e gagliarda in tutte le sue
esteriorità, svigorita pel prolungato consumo dell’organismo sociale e
pei continui ritagli di privilegi e preminenze operati dagli ultimi
Vicerè, volgeva a completo esaurimento.

Il patriziato era caduto in istanchezza: e quando con l’atto memorando
del 20 luglio 1812 il Braccio baronale del Parlamento siciliano faceva
spontaneo sacrificio di quei privilegi e di quelle preminenze, esso
compieva sì un nobile atto di patriottismo, ma rinunziava ufficialmente
al resto di ciò che avea parte perduto, parte dimenticato. Le energie
d’una volta, spossate, si trasformavano in nuove energie come per
prepararsi a combattere il dominio del passato ed a sostenere le lotte
dell’avvenire.

Nei primi sessant’anni del secolo XIX, in mezzo a turbinose vicende, la
storica Capitale seguì una via ascendente di progresso: debole
progresso, è vero, ma reale e palpabile. Tra giuramenti di principi
fedifraghi ed aspirazioni e sommosse di popoli, tra violente repressioni
di governanti e fremiti sdegnosi di vittime, tra concessioni
coraggiosamente reclamate e riforme ineluttabilmente imposte dal fatale
incalzare degli eventi, il paese con la coscienza dell’esser suo e con
la forza della sua storia acquistava dignità novella.

L’asservimento forzato al Governo di Napoli, l’antigeografico titolo di
_Regno delle due Sicilie_ al quale l’Isola dovette sottostare, non
impedirono il rinnovamento della Città.

Il 1860 trovò Palermo pronta ad immolare sull’altare della Unità
d’Italia la sua autonomia. Pur di conseguire la libertà, che, ben intesa
e mantenuta, è base e guarentigia di civile floridezza, unì
incondizionatamente le sue sorti a quella degli altri Stati della
Penisola e diventò provincia del nuovo Regno.

Abolite da mezzo secolo ma non dimenticate le antonomastiche
_Costituzioni_, la storia di Palermo, che è storia di Sicilia, si
confuse e si perdette nella storia d’Italia; ma Palermo si fece più
grande, più bella, degna in tutto e per tutto delle principali città
sorelle di Terraferma.

Le sue mura di città crollarono; i suoi bastioni di giorno in giorno
cedettero il posto ad infinite abitazioni private e pubbliche; le sue
porte restarono solo di nome. L’antica Capitale si triplicò fuori di se
stessa: e le quattro miglia di suo circuito divennero tre volte tanto, e
sulla immensa pianura di orti, giardini, oliveti e spiagge gli abitanti
si riversarono in cerca di aria, di luce, di verde, di cielo, di mare.

Ogni giorno che passa è una casa, un edificio che cade sotto il piccone
inesorabile del muratore, e con esso un ricordo che si dilegua dalla
memoria di chi resta. E non pure il passato, ma anche il presente cade a
brandelli. I fatti avvenuti ieri s’involano agli occhi nostri
precipitando nel baratro delle memorie irrevocabili. Nel tempo che fugge
s’incalzano con rapidità fulminea uomini e cose. Solo resta immutato,
vecchio e perennemente giovane, il popolo; sul quale due, tre secoli non
son per altro passati che per modificare vestiti non più compatibili col
continuo rinnovamento della moda. I suoi _catodî_, minacciati da
periodiche velleità di trasformazioni edilizie, son sempre lì, per
naturale inclinazione della genterella che li abita, uniformi, puliti,
ma angusti, sovente scarsi più sovente privi di luce; e si legano e
stringono, o si dividono e discostano per formare vicoli tortuosi,
gradinate sostituite a rampe di antichi dislivelli, piazzuole
irregolari, cortili ciechi, reconditi, sinistri, ignoti perfino ai
popolani del quartiere. Quivi formicolano parecchie centinaia di
migliaia di uomini, donne, fanciulli con tradizionali usanze e leggende
che richiamano a consuetudini scomparse.

Ma il ceto medio e l’alto, non del tutto smorbati dal tradizionale
spagnolesimo, con mirabile prontezza si sono assimilati quanto di nuovo
offre la vita moderna del continente: il grande, il bello, che non può
sfuggire agli ammiratori delle cose grandi e belle.

Possa tu, o Palermo, vanto della Sicilia, con l’Italia forte, avanzare
in prosperità! Possano le più miti aure carezzarti di dolci baci, ed il
cielo giocondarti di perenne sorriso! Possano i tuoi figli renderti
beata di domestiche e civili virtù!

Ecco l’augurio, che l’ultimo dei tuoi devoti fa per te, vecchia Palermo
ringiovanita,

    Patria, diva, santa genitrice!



                               RAGGUAGLIO


               _tra i pesi e le monete del secolo XVIII_
                     _e i pesi e le monete d’oggi._

    Una salma = ad ettolitri 2, 74.
    Un quintale (rotoli 100) = chilogr. 80.
    Un rotolo = ettogr. 7, 9 decagr.
    Un’oncia = decagr. 7.
    Un’onza = lire 12, 75.
    Un tarì = lire 0,42.
    Un grano = lire 0,02.
    Uno scudo = lire 5,10.
    Un ducato = lire 4,25.

                                  ————



                        FINE DEL VOLUME SECONDO

                                  ————



                         Nota del Trascrittore


Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (Arcieri/Arceri, sotto-regole/sottoregole,
avversari/avversarî, mormorio/mormorìo e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura sono
stati inseriti nelle note, dove non presenti o errati, i numeri di
pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella forma {p.
_nn_}. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo
originale):

    47 — Il giuoco [guoco], non v’inganno, a me
    67 — Che [Cre] dalla ruota e dal martel cadente
    205 — e di egregio [egrerio] casato
    218 — non il mellifluo [mellifuo] Caramanico
    271 — Per convincersi [convircersi] di questa verità
    279 — Principessa Carlotta di Wales [Walls]
    347 — la opinione [opione] del Tychsen
    358 — non sacerdote [sacedote], ma semplice chierico
    361 — e qualche operazione chirurgica [chirurigica]
    447 — si ebbero fino a nove [nuove] istituzioni





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2" ***

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