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Title: I mesi dell'anno ebraico
Author: Bachi, Felice
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I mesi dell'anno ebraico" ***

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BREVI NOZIONI DI ARCHEOLOGIA BIBLICA ***



                                 I MESI

                          *DELL’ANNO EBRAICO*

                           CON BREVI NOZIONI
                                   DI

                          ARCHEOLOGIA BIBLICA



                               *LETTURE*
                                 AD USO
                      _DELLA GIOVENTÙ ISRAELITICA_
                                  PER
                             *BACHI FELICE*
                                RABBINO



                                 TORINO
                      TIPOGRAFIA LOCATELLI E COMP.
                       _nel R. Albergo di Virtù._
                                 1880.



                           ALLA SANTA MEMORIA

                                   DI

                   SANSON LAZZARO _Rabbino_ E GÙTELA

                             MIEI GENITORI.



                                LETTERA.


_dell’Ecc.o Prof. Cav. _S. Ghiron_ Rabbino Maggiore_

                                  ————

    *Egregio Signor Rabbino,*

_Con quella modestia, che La predistingue, La S. S. volle presentarmi la
Sua Opera_ «*I mesi dell’anno Ebraico*» _affine di avere il mio avviso
prima di pubblicarla. Io la lessi col maggior piacere, dacchè vi si
comprendono nozioni storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che
indubbiamente si potranno leggere con grande utilità dalla gioventù
israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata la vita intiera. Se di
vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro in ogni tempo, opportunissimo mi
pare che dovrà tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore
sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti, mentre
tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi contro tante irreligiose
tendenze._

_Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto, fatto di
pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che non dovrebbe mai fallire a
chi dedica il suo tempo all’incremento della Virtù e della Fede: la
ricompensa celeste e la pubblica approvazione._ Umsà hhén vescéchel tóv
beené eloím veadám.

_Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione_

_25 marzo 1880._

                                                       _Suo Devotissimo_

                                                            *S. GHIRON.*



                                LETTERA.


_dell’Ecc.o Dott. _M. Levi Ehrenreich_ Rabb. Magg.e_

                                  ————

    Preg.mo Signore,

_Nel restituirle il lavoro sui_ *Mesi dell’anno israelitico* _non posso
a meno di porgerle le più sincere congratulazioni per essere riuscito a
condurre a termine un’opera molto pregevole, che arricchirà la nostra
letteratura d’un libro per molti rapporti assai commendevole._

_Mi piacque anzitutto l’idea d’insegnare ai nostri giovani la nostra
storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri, prendendo occasione
dalle feste, dalle commemorazioni e sacre pratiche, come si susseguono
nei vari mesi dell’anno._

_Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell’esposizione
delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta fonte della Santa
Scrittura, Ella non trascura di rendere all’antica Tradizione il
riguardo e l’omaggio che le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato
ad erudire la nostra gioventù in ciò che nell’istruzione della medesima
deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno di quei pregi che a
siffatti lavori non devono mancare, voglio dire la chiarezza, l’ordine,
forma attraente ed estensione e profondità d’insegnamenti proporzionati
allo scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare ed amare
ai giovani israeliti le nostre antichità, la nostra Religione e le sacre
pratiche che da essa traggono origine._

_Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta stima_

_23 ottobre 1879._

                                                  _Devot. Amico e Servo_

                                                   *M. LEVI EHRENREICH.*



                              INTRODUZIONE


                 *Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.*

Col mio _libro di Morale pratica_, intesi proporre alla vostra
meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia
e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri
antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali
applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.

Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e
per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la
decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa
letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei,
ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati;
ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla
mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo
meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a
studio scolastico.

Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che
trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco,
anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto
abbastanza per l’educazione vostra religiosa.

Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione
sentiamo il bisogno, il dovere d’iniziarvi nelle cose giudaiche: di
farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi,
i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli
anni, anzichè arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del
nome d’Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai
nemici e disprezzatori del nome d’Israelita: Noi apparteniamo ad un
popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero
religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti
coltivatore a nessuno fu secondo.

Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al
romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in
molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad
astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome
d’Israelita era colpito d’immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la
salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei
quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e
collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario
Gregoriano.

Ma io m’accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre
di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che
intitolo: _I mesi dell’anno Ebraico_; essendo mio scopo segnarvi i fatti
più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali
come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo
noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune
fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole
alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad
inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.



                          NOZIONI PRELIMINARI



                          DIVISIONE DEL TEMPO


                            § 1.—*Stagioni.*


A differenza degli Europei che divisero l’anno in quattro stagioni, gli
Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col
titolo di _epoche_, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata
anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un
versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio,
quando Dio strinse l’alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più
mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del
cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la
durata della terra la seminagione (_I_) e la mietitura (_II_), l’inverno
(_III_), e l’estate (_IV_), la primavera (_V_) e l’autunno (_VI_), il
giorno e la notte non cesseranno».

Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell’anno ebraico.

L’epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per
finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell’anno ebraico). Per
tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni
d’aprile l’aria comincia a farsi calda.

L’epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno
alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad
ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi¹ a
cielo scoperto.

   ¹ In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente e
     sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno;
     e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da
     terrazzi di cui spiegheremo l’uso a suo tempo.

L’epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa sentire eccessivo
dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua
ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono
bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in
compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.

L’epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre
fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia;
sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine
d’ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d’autunno, indicate nella
Bibbia col nome di _iorè_ e tanto necessarie ai campi per la
germolazione del seminato.

L’epoca quinta segna l’inverno, e comincia alla metà di dicembre per
finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta
anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio
sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il
tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i
prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli
alberi si rivestono di foglie.

L’epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile
(mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel
principio di quest’epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi
a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie
indicate nella Bibbia col nome di _malcosc_, per le quali si facevano
pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la
fecondazione dei campi.


                              § 2.—L’anno.


Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata
dell’anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè
sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più
tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi
abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra.
Osservando infatti che la state e la maturità dei frutti ritornavano,
nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l’anno di dodici
mesi lunari, onde nelle età primitive l’anno ebbe solamente 354 giorni.

Ma come dopo un certo numero d’anni così computati, lo stesso mese aveva
finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di
conciliare l’anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della
grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l’anno di
dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l’anno
lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di
offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno
sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe
mature (_ómer_): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i
sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi
ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano
annualmente tra l’anno lunare e il solare, componevano in tre anni più
di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava _Veadar_.

Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d’anno, il sacro
d’instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e
tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d’instituzione
rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili.
L’anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di _nissan_,
l’anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di _tisrì_.


                      § 3.—Del giorno e del mese.


Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi
popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all’altro del
sole; gli italiani all’incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei
invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d’un giorno
intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole:
_sera_ e _mattina_ oppure _meèrev ad èrev_ (da una sera all’altra).

Un’indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a
dire il mattino, quando il sole nel suo mo movimento apparente, s’alza
sopra l’orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore
altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela
al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il
fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio.
Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il
giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º _sciahhar_ (ricercare,
considerare quanto ne circonda) l’aurora; 2º _boker_ (riconoscimento
degli oggetti) mattino; 3º _hhom aiom_ (riscaldamento del giorno) le ore
prossime al meriggio; 4º _ssahoraïm_ (le due luci) il tempo medio del
giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º
_ruahh aiom_ l’ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni
giorno) sul cadere del giorno; 6º _érev_ (confusione) sera. Il tempo che
comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre
coprono la terra, viene pure detto: _ben-aarbaim_, e la notte viene
designata col nome di _laila_.

Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l’intendiamo noi, nè nei
libri santi, nè negli scritti caldaici² tuttavia è probabile che gli
ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo
argomentare dal quadrante d’Ezechia diviso in gradi _maalód_, e dalla
cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano
essi, da Mercurio.

   ² Le parole _saà_ e _sanhtà_ interpretate nei libri rabbinici per
     _ora_, probabilmente non furono in principio adoperate se non nel
     senso di _momento_, _istante_, derivando esse dal verbo _saà_ che
     vale: gettare uno sguardo.

Trovasi la parola _regan_ per significare il minuto.

La settimana veniva indicata col nome _ssavuan_ (giro di sette giorni da
_ssevan_, _ssivñhà_). I giorni non avevano nomi peculiari, ma
s’indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì
principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera
il nome di sabbato.

Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di
settimane, cioè i quarantanove giorni che correvano dalla festa di
Pasqua alla festa di _Savuód_; 2º Le ebdòmade d’anni, dei quali il
settimo si chiamava anno sabbatico _senad assemità_; 3º Le ebdòmade di
anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall’anno del
giubileo _iovel_, che cadeva nell’anno cinquantesimo. Lo storico
Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni
giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun
modo di tale divisione.

Non v’ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione
ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove
giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale
che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in
cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad
indicare il mese sono: _ierahh_ (da _iareahh_ luna); _hhodess_ (da
_hhadass_ nuovo ovvero novilunio).

I mesi, tranne pochissimi, venivano anch’essi indicati numericamente 1º,
2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei
mesi babilonesi e i nomi degli angeli³. I mesi stabilmente prescritti
colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º _Nissan_ indicato
nel Pentateuco col nome di _abib_ (maturazione); 2º _Iiar_ (_ziv_
bellezza, decoro per l’abbondanza dei frutti e dei fiori); 3º _Ssivan_;
4º _Thamuz_; 5º _Ab_; 6º _Elul_; 7º _Tisrì_ designato nella Bibbia col
nome di _ierahh aedanim_⁴; 8º _Merhhasvan_ (bul); 9º _Chisslev_; 10º
_Theved_; 11º _Ssevath_; 12º _Adar_; 13º _Veadar_ o _Adar_ secondo.

   ³ Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi
     veruna menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome
     generico di _malach_ adoperato indistintamente per significare:
     _angelo_, _messaggiere_, _inviato_. Difatti con questo vocabolo
     troviamo designati i messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare
     il fratello Esaù; l’angelo che impedì ad Abramo di sacrificare il
     figlio Isacco; l’uomo apparso a Gedeone per consigliarlo ed
     incoraggiarlo a prendere le armi per liberare la sua patria gemente
     sotto l’oppressione straniera; Mosè redentore d’Israele; gli uomini
     mandati da Mosè al re di Edom ecc. Invece in Daniele, che scrisse
     all’epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli assumono nomi
     proprii: Michæl che sta alla destra dell’Eterno, Gabriele che sta
     alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele, e Sàtana
     quali angeli cattivi.

   ⁴ Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato,
     perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli
     anniversarii di parecchi fatti importantissimi: quali quello della
     creazione del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello
     della nascita di Samuele ecc. Però il suo significato più probabile
     e letterale è la sua derivazione dalla radice _adà_ venire, essendo
     il mese in cui si raccoglievano nei granai tutte le specie dei
     prodotti campestri. (Lib. vocabolo _Edan_).



                        NISSAN (_Marzo-Aprile_).


Come s’apre splendido e nobile l’anno ebraico! Con quanta ragione Mosè
potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole:
«Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi
dell’anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo
giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere
nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del
nostro popolo.

Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato
Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall’ardente desiderio di
abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un
istante ad aderire all’invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la
sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d’un
secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d’Egitto un
uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange
ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da
Giuseppe all’Egitto, a quella famiglia venuta colà ad ospitare
fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose
dapprima enormi gravami e poscia nell’intento di estinguerla totalmente
decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente
strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi
imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere
e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse
nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su
d’essa con particolare affetto.

Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi
strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di
nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle
rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva
succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la
tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino
dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da
quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e
chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai
sacerdoti d’Osiride in tutta la scienza del paese.

Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero
dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che
a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano,
ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere
l’Egitto⁵; egli ebbe a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per
essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da
uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, pare che si facciano
una legge e trovino una dolce voluttà nell’aspreggiare vilmente i miseri
pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò
cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del
quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.

   ⁵ Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune
     curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare
     compendiandole; poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente
     nella vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero
     in esso registrati, perchè onninamente personali al suo autore e
     non richiesti da nissun vero interesse storico.

     Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era
     ornato e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua
     intelligenza era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che
     la sua madre addottiva Thermutis, che i nostri dottori cambiarono
     in Bitià, presa per lui di un’affezione talmente viva, all’età di
     tre anni lo presentò al proprio padre onde volesse dichiararlo suo
     erede presuntivo qualora non fosse favorito di prole maschile.
     Espone in seguito come gli Egiziani atterriti da un’invasione di
     Etiopi furono costretti a nominare Mosè loro capitano, malgrado le
     vivissime opposizioni di molti suoi nemici e particolarmente di
     quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti; i quali invidiosi
     della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona dei
     Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero. Mosè
     preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re, li
     ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro
     capitale, e sposò Tharbis (forse la donna mora, _Cussid_, accennata
     nel Pentateuco e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per
     parte di Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente
     invaghita di lui.

     Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel
     fondo coll’esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non
     pertanto diversificando nei particolari, noi crediamo bene di
     attenerci a questa seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve
     a dare una ragione plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco
     il fatto:

     Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè,
     questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I
     maghi di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro
     salvatore d’Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia
     ad essere il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».

     Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s’interpose a favore del
     bambino, dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo
     avevano allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i
     suoi opponenti propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli,
     a questo bambino un bacile con sopravi la corona e una brace
     ardente; e si esperimenti se è la vivacità della luce o un interno
     presentimento di futura grandezza che lo abbia spinto a
     quell’atto.»—La prova è accettata: il bambino ha davanti agli occhi
     una brace lucidissima e una corona. Senza esitare egli stende la
     mano alla corona; ma un angelo scende dal cielo gli sospinge la
     mano a dar di piglio alla brace.

     Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la
     lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.

Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore
dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il
sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un
popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell’appoggio divino che nel
roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua
modestia e dalla gravezza dell’incarico che stava per assumersi⁶, va in
Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d’Israele, e lo persuade
che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide
l’angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di
patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e
Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone
gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di
quell’Essere che fu, è, e sarà⁷. Faraone con un’alterigia dissennata,
non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere
cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul
popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta da Mosè unica
conseguenza della loro pigrizia. Ma coll’opera di mirabili prodigi,
detti le dieci piaghe d’Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l’Egitto la
onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie
dei suoi oppressori⁸ che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre
due secoli⁹.

   ⁶ Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell’Oreb, quando a più riprese
     cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo
     rifiuto colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando
     tu parlasti al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori
     trovarono una prova che già precedentemente a quell’avvenimento
     Iddio aveva parlato a Mosè su tale proposito.

   ⁷ La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la
     filosofia, così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che
     sono». Definizione stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe
     potuta essere trovata dal discorso degli uomini, e che
     congiuntamente alle altre dottrine dei libri mosaici, non potendo
     aversi per un parto naturale di quei tempi, accusa un’origine
     divina.

                                       _Gioberti_, _Teorica del Sopran._

   ⁸ Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una
     quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra
     gli Ebrei e gli Egiziani all’epoca in cui Alessandro Magno vinto
     Dario re di Persia aveva esteso il suo dominio in gran parte
     dell’Asia e dell’Egitto, e la quale serve a spiegare questo fatto
     che da troppi scrittori venne preso a pretesto di ignobili accuse e
     basse insinuazioni contro l’onestà di carattere del popolo nostro.

   ⁹ L’Egitto fioriva da antichissimo d’una prosperità materiale, e
     consideravasi come il paese della ricchezza e della scienza. Colà
     viaggiò Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto
     della sapienza di Salomone, dicono che vinceva quella degli
     Orientali e degli Egizii.

                                   _C. Cantù_, _Docum. alla sua St. Un._

Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla
ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di
avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo
comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il
capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo
esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua
soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che
tardi o tosto colpisce sempre l’ostinato ed inumano oppressore. Breve
strada disgiunge l’Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli
Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e
siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il
desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva
avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via
del deserto.

È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi
cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece subire alle spiaggie del
Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto _Sucoth_ (tende)
probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad _Etan_.
Però affine d’ingannare il re d’Egitto, facendogli credere di essersi
smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece
accampare il popolo con una marcia retrograda tra _Migdol_ e il mare
dirimpetto a _Baal-Sefon_.

Era il sesto giorno dall’uscita d’Egitto, e il popolo alzando gli occhi
videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo
conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci
conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall’Egitto?»
Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li
conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l’ultima volta voi
vedrete gli Egizii. È l’Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge
l’alba del settimo giorno, e dietro l’ordine di Dio, Mosè batte colla
sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si
dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che
lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l’inimico.
Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito
d’inseguire i fuggenti, che già toccavano l’altra sponda. I soldati
accortisi, ma troppo tardi, dell’estremo pericolo che loro sovrastava
affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio
combatte per lui contro l’Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal
mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con
immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei
loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica
più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e
coll’accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad
onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.

Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della
festa di Pasqua o delle azzime _Pessahh_ o _hhag amassod_, che noi
celebriamo nel plenilunio di Nissan, cioè dai 15 ai 22 di questo mese.
La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da
ciò, che colla parola _Pessahh_ (che significa _transito_, _salto_) si
vuole commemorare l’incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando
l’angelo di Dio uscendo per l’Egitto ad uccidere indistintamente i
primogeniti degli uomini e delle bestie, _saltava_ le abitazioni degli
Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll’altra denominazione
di _hhag amassod_ si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e
costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di
cibarsi d’azzime per tutto il tempo della sua durata.

Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di
questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane
_dell’afflizione_ che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita
dall’Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da
Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi
i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che
raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li
obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli
pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad
incontrare anch’essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero
pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione
Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con
sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.

E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle
di _Savuóth_ e di _Sucóth_, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al
numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si
segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme
ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui
noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro
le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna nuova:
e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi
accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione
del Tempio e il trasporto del _Beth Din_ in Iabnè, sul dubbio che
l’annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi
lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua
si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa
venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il
_iom tov scenì scel galuiod_ (secondo giorno festivo della dispersione).
E quantunque sia ora impossibile il cadere nell’errore che si temeva dai
nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi
universalmente.



                     Inaugurazione del Tabernacolo.


Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall’uscita
d’Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel
deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè
essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre
importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione
di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però
passare sotto silenzio, essere stato tale l’entusiasmo del popolo
nell’offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa
d’orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare
passare una voce nell’accampamento onde raccomandarne l’astensione,
essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono
due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano
Bessalel e Oliab.



                        Sollevazione del popolo.


Essendo destino dell’umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato
il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti
di cui uno glorioso e l’altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo
costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole sia per
se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di
Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a
mancare l’acqua¹⁰, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di
averlo tratto dall’Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino
l’acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli
venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che
malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva
ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo
presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d’acqua
limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale
atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare
in seguito), che furono anch’essi condannati a morire nel deserto.

  ¹⁰ Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua
     al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa
     morta, cessò il prodigio.



                        Passaggio del Giordano.


Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il passaggio del
Giordano. Il Giordano era quel fiume che separava i paesi di Sihhon e Og
dalla terra santa. Morto Mosè dopo d’avere combattuto e vinto i re di
quei due paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio
attraverso ai loro stati, e concessone il territorio in eredità alle due
tribù di Gad e di Ruben e alla metà della tribù di Manasse¹¹, Iddio
avvertì Giosuè, che nella stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un
varco asciutto al popolo d’Israele, altrettanto avrebbe fatto il
Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese di Nissan, epoca
in cui il fiume era straordinariamente ingrossato. Giosuè ordinò ai
sacerdoti portatori dell’Arca santa di porsi alla testa del popolo per
passare il Giordano, e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste
arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si ammucchiarono ai
due lati, ed aprirono al popolo un libero passaggio. Ad eternare la
memoria di quel fatto che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio
in favore d’Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli
abitanti di Canaan, Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento di
dodici pietre levate appositamente dal letto del Giordano, e rispondenti
alle dodici tribù d’Israele.

  ¹¹ Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi
     possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese
     presentava grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in
     eredità. Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti
     gli uomini atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i
     loro fratelli a conquistare la terra che Dio aveva loro promessa.

     Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze
     a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si
     portarono col resto del popolo al di là del Giordano; e non
     ritornarono in seno alle loro famiglie se non quando vennero
     congedati e benedetti da Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui
     riportate sui 31 re che dovette combattere.



                          ARCHEOLOGIA BIBLICA



                            Della Palestina.


          § 1.—_Limiti, montagne e fertilità della Palestina._


La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola
Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei
Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza
al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s’applica a tutto
il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d’Israele, situata
fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia _iam agadol_ (mare grande),
il mare morto _iam amelahh_, ed il Giordano.

Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci
popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di
Hham.

La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l’una al di qua
del Giordano, l’altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso
dalla Siria all’Arabia, e sono interrotte da molti piani.

Le principali montagne della Palestina sono:

1º Il _Libano_, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran
valle detta dagli antichi _Celesiria_. Egli è su questa montagna che una
volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella
storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.

2º Il _Carmelo_, catena di monti coperti da boschi di quercie e di
abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed
irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo¹².

  ¹² Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli
     del Carmelo nella _Revue britannique_: «Codesto quadro, malgrado la
     sua tristezza, non risponde all’idea che si fa della desolante
     sterilità della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può
     giudicare che se questa terra fosse coltivata con cura, essa
     sarebbe come altra volta il giardino del Signore».

3º Il _Thaborre_, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo
monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo
stupendo canto, a madre d’Israele, eccitò _Barak_ a raccogliere un dieci
mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa
alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da
vent’anni opprimeva Israele.

4º Le _montagne d’Israele_ dette anche _monti di Efraim_, catena aspra
ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo
invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei
monti _Ebal_ e _Garizim_, posti l’uno al nord, l’altro al mezzodì di
Sichem.

A queste montagne bisogna riferire il famoso monte _Moria_ ove Abramo
erasi portato per sacrificare l’unico suo figlio, ed ove Salomone fece
erigere il più maestoso Tempio, che l’uomo abbia innalzato ad onore
dell’unico vero Iddio; e il monte _Sion_ ove era la città di Davide.

5º _Le montagne di Galaad_, poste al di là del Giordano. A questa lunga
catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra
promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e
l’Oreb, il primo famoso perchè fu su d’esso che Dio proclamò il
Decalogo: il secondo perchè fu su d’esso che Dio apparve a Mosè nel
roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione
d’Israele; si trovano nell’Arabia Petrea fuori della Palestina.

Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il
distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo
periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si
troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e
la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni
scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello
che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando
promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito
di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare
loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla
storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità
di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza
degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il
Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.

Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive
dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi¹³, ecc. e
l’attuale mancanza di coltura.

  ¹³ Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand:
     nessun’altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta
     preda del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la
     fertilità ecc.

                                                   _Itineraire_, tom. 2.


               § 2.—_Dell’agricoltura e suoi Strumenti._


La pastorizia e l’agricoltura, furono i due rami d’industria ai quali
primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di
soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell’Eden, non
perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè _lo
custodisse e lo lavorasse_. I due figli che egli procreò dopo il suo
fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l’altro
all’agricoltura: e all’agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito
dall’arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse
particolarmente all’agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di
questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue
opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali
primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella
dell’anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che
dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a
riparare diverse piaghe dell’agricoltura che si possono riassumere nelle
tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e
sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di
deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza
di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha
un’importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori
ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui
difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un
lungo possesso.

Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi,
dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli
bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d’uno strumento, con cui gli
ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni
naturali; e questo arnese detto _Iathed_ probabilmente era una specie di
vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo
libro di Samuele si fa menzione di vari strumenti aratorii, quali sono:
_mahharesced_ vomere, _eth_ zappone, _kardom_ scure, _mahharesciâ_
sarchiello. Il _malmed_ era lo stimolo dei buoi.


                         § 3.—_Suoi Prodotti._


Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: _dagan_ grano, _hhittà_
frumento, _nisman dohhan_ miglio, _cussémed_ spelta, _seorà_ orzo.

I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico _jarak_ (da _ierek_
verde) od _oróth_. Erano tali: il _pol_ fava, gli _adascím_ lenti, i
_kisciuím_ cetriuoli, gli _abbatihhím_ poponi, i _bessalím_ cipolle, il
_hassir_ porro, lo _scum_ aglio.

S’incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi
fruttiferi ed infruttiferi. Lo _sciuscian_ viene interpretato pel
giglio, la _hhabasseleth_ per rosa. Il vocabolo _dudaim_, col quale si
sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore
d’amore derivando dal vocabolo _dud_. Il _karkom_ indica lo zafferano,
la _laanà_, l’assenzio, e l’_ezov_ trovandosi spesso contrapposto
all’_erez_, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.

Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il _thappuahh_ melo, il _thamar_
palmizio, il _rimon_ melagrano, il _theenà_ fico, il _zaid_ olivo, il
_sciacked_ o _luz_ mandorlo, e l’_egoz_ noce.

La vite _ghefen_ fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte
viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi
sotto comodamente, onde la frase che s’incontra spesso nella scrittura:
_essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico_, per significare
il godimento di una vita fortunata e tranquilla.

                                  ————



                        IIAR (_Aprile-Maggio_).


«Ed il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo in terra e ne ebbe il cuore
addolorato¹⁴». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio
universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel
riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza
s’ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di
ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo
bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore
annientandola¹⁵.

  ¹⁴ Il Celeberrimo Maimonide nel suo _Morè nebohhim_ dimostra
     luminosamente come questa e tantissime altre consimili espressioni
     bibliche quali: _il braccio dell’Eterno_; _odorò Iddio_; _discese
     Iddio per vedere_, non intendano di materializzare Iddio in nissun
     modo; ma siano adoperate esclusivamente per addattarsi al nostro
     intendimento. La parola dell’uomo si trova impotente a esprimere
     convenientemente gli ineffabili attributi di Dio, e le
     inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità; per darne
     un’idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui si
     rappresentano le cose materiali e i loro attributi.

     Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico
     relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:

     Un ateo s’imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella
     vostra legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto
     del diluvio sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè
     creare l’uomo per poscia pentirsene e addolorarsene?».

     «Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai
     padre?»—«Si»—«Ebbene! non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere
     fatiche e dolori per poscia morire? Perchè il procreasti e
     festeggiasti la sua nascita?»—«Penso e spero che potrà anche essere
     felice, darmi care soddisfazioni ed essere il sostegno e il
     conforto di mia vecchiaia»—«Così Iddio che creò l’uomo per la
     felicità, ritiene che mercè la carità e la giustizia, potrà
     raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza delle sue
     passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla
     rettitudine».

  ¹⁵ Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia.
     Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere
     sommersi nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come!
     disse Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il
     cantico!».

Nella universale corruzione un uomo solo, Noè¹⁶, seppe mantenersi giusto
e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi
di fabbricarsi un’arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle
nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei
quadrupedi ed uccelli puri¹⁷, dei quali doveva accoglierne sette coppie.

  ¹⁶ Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini
     si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre
     prima o all’atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa
     relativa al bambino stesso; o servivano a commemorare qualche
     luttuosa circostanza pubblica o privata o la speranza di vedere
     compiuto qualche desiderio. Egli è per questo che la nascita di
     quel bambino avvenuta in tempi assai tristi fu salutata dal padre,
     Lemehh, augurando agli uomini un più lieto e riposato vivere,
     epperció chiamò il suo nome _Noahh_ (da _nahhà_ riposare o da
     _nahham_ consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto, in mezzo
     al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente
     dal terreno che il Signore ha maledetto».

  ¹⁷ Mosè distingue gli animali in _puri_ ed in _impuri_. Sono da lui
     dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci,
     impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci
     somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri,
     ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l’aquila,
     il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai
     quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e
     che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente
     quelli che hanno pinne e squamme.

I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d’impiegare 120 anni
nella costruzione dell’arca, nell’intento che venendo egli interrogato
dell’uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe
che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s’uniformò
all’ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non
solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non
riceveva in ricambio che dileggi e scherni.

L’esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato
nell’arca coi membri della propria sua famiglia, con tutte le specie di
animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a
cadere.

L’arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle
acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all’acqua di
penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30
di altezza. Non v’ha dubbio che o l’uomo antidiluviano aveva uno
sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità¹⁸, e quindi assai
superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all’arca
dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non
si saprebbe comprendere come un’arca di così ristrette proporzioni abbia
potuto contenere l’infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e
l’immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza
ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per
appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di
Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l’oceano furente uscì
dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che
soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono
le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l’arca di Noè
galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i
pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui
ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di
olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile
l’insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il
corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore,
nè più ritornò nell’arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì
ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una
foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo
ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da
lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi
preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal
proprio lavoro.

  ¹⁸ Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni
     filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto
     inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e
     breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di
     alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente
     possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni
     schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco,
     di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante
     controversie tra i dotti.

     Il celebre Maimonide nel summentovato _Morè nebohhim_, dopo d’avere
     dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che
     gli anni d’allora fossero di una durata assai più breve degli
     attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale,
     ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per
     divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita
     morigerato e virtuoso.

     Abrabanel, seguendo l’opinione del Nahhmanide, respinge questa
     spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini
     antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di
     cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno
     vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime
     generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell’atmosfera
     straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose
     esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di
     popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al
     vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze
     appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della
     esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l’arca, lo
     stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del
     nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo
     pos-diluviano.

Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e
tutti gli animali abbandonarono l’arca. Quali sensazioni di sgomento, di
stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la
terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili
tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido
deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il
sentimento del dovere.

Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il
Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise
che mai più avrebbe mandato un diluvio a distruggere la terra. Poscia
benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l’uso di cibi
animali, loro proibiva formalmente il sangue¹⁹. Sono significanti le
parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia
dell’immortalità dell’anima, di cui ragioneremo più diffusamente
altrove, e che sono le seguenti:

  ¹⁹ «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti
     dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu
     non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non
     devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e
     così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i
     figli tuoi dopo di te.

«Farommi poi rendere conto dell’omicidio che attenterete sulle vostre
stesse persone; farommene rendere conto dall’anima sua immortale²⁰».

  ²⁰ Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo
     _hhaià_.

L’alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi,
detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii
principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la
tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il
santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere
adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii
fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o
tagliato ad un animale vivo.



                         Censimento del popolo.


Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine
di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d’Israele a fare il
censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su.
Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu
di 603550. Quarant’anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del
Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento
che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione
nella cifra, se si considerano i disagi, le privazioni d’ogni specie
sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto
per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione
di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l’adorazione di Baal Peór.
È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella
prosperità e nell’abbondanza di ogni cosa.

E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito
segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato.
Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva
promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro
sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno,
onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò
di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d’Israele
fosse allora la più possente dell’Asia. Ma il precipuo intendimento che
ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati
di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del
popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e
Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono
9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo
d’Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico
sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato
appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al
sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente
con tanta facilità? Per adempire all’incarico avuto, Gioab e i suoi
coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove
dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si
trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d’igiene, pure una
tale agglomerazione d’individui in paesi tanto caldi, non può recare
meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia
contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato alla notizia
che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio
onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante
sventure.

Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso
storico fa precedere quale spiegazione l’avvertenza che Dio era adirato
contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso
che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in
guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso,
anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo
fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano
insussistente l’opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto
pena di pestilenza²¹.

  ²¹ Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni
     sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le
     argomentazioni di parecchi altri commentatori, i quali s’appoggiano
     oltre al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di _Chi
     tissà_, e col quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a
     versare un mezzo siclo d’argento al tesoro del Tempio quale offerta
     di espiazione.



           Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone.


Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi
tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno
di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale,
che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un
re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione
e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza
era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l’argento aveva quasi
perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa
le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora
soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di
decoro e di ordine il Culto divino; manifestava un giorno al profeta
Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio
d’Israele.

Ma Dio non gli permise d’incarnare il suo pensiero nobilissimo;
inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto.
Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l’uomo
e tra l’uomo e l’uomo; il Tempio ch’è quel sacro luogo ove il nostro
cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s’inspira alla virtù, alla
carità, alla purezza; non poteva essere l’opera di un re conquistatore,
per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la
redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.

Però per la sua predilezione per quest’uomo che fece tanto bene ad
Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore
pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava
per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe
effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che
quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso
mese di Iiar, Salomone valendosi degl’immensi tesori lasciatigli a tale
uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la
durata di sette anni e mezzo.

La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una
splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e
120000 pecore²². Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso,
ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo
lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza
e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.

  ²² Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all’altare e ai
     sacerdoti la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il
     resto, cioè il più, serviva ad alimentare le turbe.

La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è degnissima di nota.
Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e
di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli
quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto
condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro
dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col
cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza
tutt’altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse:
«E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a
supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi
i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele,
siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua
bontà».



                          ANTICHITÀ DOMESTICHE



                    Abitazioni degli antichi Ebrei.


Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi
sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della
famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne
univano i componenti. Però sia per l’importanza che hanno le abitazioni
sull’igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la
cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni
degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un
breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle
caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi,
delle città e delle case.


                         § 1.—_Delle Caverne._


In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne
dell’Armenia come nelle isole Baleari e nell’isola di Malta, alcuni
popoli non avevano altra dimora che antri scavati nel sasso onde furono
detti _Trogloditi_, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli
che s’ascondono nelle caverne²³». Le montagne dell’Arabia, della Giudea
e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che
per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone.
Maundrel nel suo _Voyage de Jerusalem_ (pag. 198) ci da la descrizione
d’una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere
divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E
la Bibbia ci porge anch’essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in
una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all’eccidio
di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai
soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure
caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi
dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei
loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi
quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne
dopo d’avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati,
divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.

  ²³ Il vocabolo ebraico _Hhorì_ (libero) è indubitatamente adoperato
     per indicare una tribù _Troglodita_ inquantocchè la radice di
     questa parola sia _hhor_ che significa: _foro_, _caverna_.


                           § 2.—_Le Capanne._


Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per
molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle
accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben
presto venire sostituite dalle capanne _sucoth_, le quali vennero
riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non
andarono affatto in disuso anche quando l’arte ebbe inventate abitazioni
più perfette e più sicure.


                            § 3.—_Le Tende._


Per l’inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere
trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto
pensare a sostituirvi le tende _hóel_, che serbando l’identica forma
della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili.
Primieramente le tende venivano fatte con pelli d’animali, ma poscia
s’impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su
pertiche, tenacemente conficcate al suolo col _iadéth_ (cavicchio),
affinchè potessero resistere all’impeto del vento. Quantunque la S.
Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci
fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle
descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli
Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più
antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre
parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli
schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il
fondo, è riserbata alle donne. Quest’ultima parte è detta dagli arabi
_alcobbah_, che indubbiamente corrisponde al vocabolo _kubbà_ ebraico
adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L’abitudine
e l’amore alla indipendenza d’una vita errante e campestre, aveva reso
tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende,
che la continuarono ancora molti secoli dopo che l’arte aveva inventate
le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque
il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla
Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala
dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi
popoli dell’Oriente.


                        § 4.—_Villaggi e Città._


Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono
sulla terra dovettero provare un prepotente bisogno di abitare a poca
distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo
soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il
leggendario Onì.

La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da
Caino stesso, il quale fabbricò una città _ir_ o _kirià_ che chiamò
_hhanoch_ dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si
occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali _Ressen_ la
grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.

Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e
nell’Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città
governate da capi detti _melech_ re, _aluf_ duce dominante, _nascì_
principe.

Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il
popolo d’Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate;
prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono
città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua
di quel fiume.

Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di
_migrasc_, _hhavà_, _chefar_.

Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura,
e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale
detto _hhomà_ era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva
davanti un fosso profondo, oltre al quale era l’antimuro detto _hhel_.

Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell’interno d’essa,
esistevano piazze _rehhovód_, che servivano tanto ai pubblici mercati,
quanto a luogo di residenza dei magistrati per l’amministrazione della
giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le
mercanzie si tenevano esposte all’aperto sotto tende o capanne.


                            § 5.—_Le Case._


All’ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case
_baiith_ tutte di un solo piano, sormontante da un terrazzo che serviva
non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per
farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo
che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo,
non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare
loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di
guernire l’orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto _maaké_ alto
abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei
seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi
città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto
sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti
coltivate dai medesimi.

In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior
parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni
formanti un cortile quadrato detto _toch abaiith_ (corte interiore), e
precedute da un cortile esterno detto _hhasser_, destinato a ricevere le
persone che ordinariamente non venivano ammesse nell’interno della casa.
È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella
parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si
manifesti la benedizione di Dio su d’un uomo pio, si servì della
seguente espressione poetica:

«La tua moglie sarà quale feconda vite _beüarchethè bethécha_ (nella
estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante
d’olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si
ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l’estate e per
l’inverno.

Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta
Ezechiele.

Tanto le città quanto le case avevano porte _sáar_²⁴ di una o di due
imposte. La porta formata di un’imposta sola si diceva _deleth_, e
quella formata di due imposte _delathaim_. L’architrave si chiamava
_mascof_ e gli stipiti _mezuzoth_. Certo si sa per insegnamento ricevuto
sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente
appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in
una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del _Schemanh_ e
che si pone nello stipite dell’uscio delle case dal lato diritto di chi
vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola
_sciaddaï_ che deriva dalla radice _sad_ mammella, e viene tradotta in
italiano per: prima causa d’ogni cosa, onnipotente, provvidente²⁵.

  ²⁴ Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche
     la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il
     vocabolo _pedahh_ che preso da taluni nel senso dell’uscio, non ne
     indica che l’ingresso o il limitare.

  ²⁵ Questo precetto di Mosè parimenti a quello del _Sissith_ che doveva
     applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei _Tefilin_ che si
     portavano al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e
     attualmente nel tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo
     solo: quello di mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di
     dimenticare neppure un istante la presenza di Dio, e il dovere che
     abbiamo di non posporre all’interesse o ai diletti del senso i suoi
     sacrosanti ordini di lealtà e di purezza. Quanti peccati e diremo
     anche quanti delitti di meno avrebbe a deplorare la società qualora
     tutti gli uomini si ricordassero sempre ed ovunque che all’occhio
     di Dio nulla sfugge, e che per ripetere l’espressione di Davide,
     «le più fitte tenebre sono per lui luminose come il giorno!». Il
     timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro le tentazioni.
     Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:

     Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne
     circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi
     dolori gli concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli
     benedire. Voglia Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia
     nei vostri animi tanto efficace, quanto è efficace il timore di un
     uomo. A questa benedizione i discepoli fecero tali atti di stupore
     che non poterono sfuggire al moribondo, il quale soggiunse: O figli
     miei! Non vi paiano strane o prive di valore le mie parole. Ditemi
     in grazia! Qual’è il pensiero che più preoccupa un uomo quando sta
     per commettere un’azione riprovevole? Di non avere testimoni che
     possano accusarlo; pensiero che fu espresso da Giobbe colle parole:
     «e l’occhio del malfattore attende la notte dicendo fra se stesso:
     non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il timore di Dio
     parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe egli
     trascinare al peccato?

Le porte si chiudevano con _sbarra_ o _chiavistello_ detto _beriahh_.
Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente
tradurre per _serratura_ poichè la parola _manùl_ derivando da _naál_
(_calzare_, _chiudere_), probabilmente voleva indicare non una serratura
ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il _beriahh_; ciò
nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.

Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto
della morte d’Eglone ucciso da Aód²⁶ si dice che i servi di questo
principe presero un _mafteahh_ (chiave), per aprire l’uscio che s’era
chiuso dietro di sè l’uccisore.

  ²⁶ Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni dei
     grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova
     generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali
     allettamenti dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la
     legge di Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.

     In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in
     balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne
     facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si
     rivolgeva a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora
     commovendosi alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso
     cittadino a farsi suo difensore.

     Questi uomini vengono distinti col nome di _sciofethim_ (giudici)
     quantunque fossero in fatto veri _dittatori_ nominati talvolta da
     una sola tribù e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di
     tali _sciofethim_, che vinse Cussan re di Aram, fu certo Othniel il
     figlio di Chenaz fratello minore di Caleb. Ma dopo quarant’anni di
     pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro traviamenti; e Dio
     permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni da certo
     Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo _Aód_
     di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui
     fu incaricato di portare al re un presente, che probabilmente non
     era altro che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e
     congedato il suo seguito, disse al re di avergli a confidare
     qualcosa d’importanza. Il re fece allontanare immantinenti tutti i
     suoi servitori, e scese dal trono. Convien sapere che il re era
     assai pingue e Aód mancino. Quando questi due uomini si trovarono
     di fronte, con un rapido movimento Aód estrasse un lungo coltello
     che teneva celato dal lato destro, e lo conficcò sino al manico nel
     ventre del re che cadde al suolo esanime. Aód uscì dalla camera
     chiudendo l’uscio dietro di sè; e arrivato nel monte di Efraim
     raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti che presi
     alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati in
     numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant’anni di pace.

I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo _levenim_ da
_lavan_, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente.
È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia
attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.

I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il
sicomoro, l’acacia, il palmizio, l’abete e l’olivo. Il cedro molto più
prezioso di tutti questi s’adoperava soltanto negli edifici sontuosi.
Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che
dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d’un legno detto
_almugghim_ o _algummim_. Isaia parla pure del legno _teascur_, tradotto
per _bosso_, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case
d’_avorio_ di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos,
venivano così dette per la grande copia di lavori d’avorio che le
decoravano.


                             § 6.—_Mobili._


Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai
mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del
Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi _maròd_ (fatti con
rame lucente), la tavola _sciulhhan_, le caldaie _assirod_, i bacini
_mizrecód_, le forchette _mizlegod_, le palette _mahhtod_, la lampada a
più becchi _menorà_, il bacile _kearà_, e la conca _chior_.

E così quando all’epoca dei re una signora di _Sunem_ propone al marito
di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo
menzionata che una tavola, una menorà, una _mità_ (letto) e un _chissé_
(sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i
ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti dal bisogno
e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da
occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali
orecchini, anelli e smaniglie.

                                  ————



                        SIVAN (_Maggio-Giugno_)


Coll’intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi
parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con _mano
alta_ esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a
conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che
già avevano avuto in esso lunga dimora.

Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione
religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo
cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch’è
il più caro tesoro dell’uomo, non degeneri in licenza alterando il
morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente
disordine e rovina.

Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio
stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di
quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva
elargirgli.

Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.

Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall’Egitto, ed era
precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola,
preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili
lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo²⁷: compendio
religioso-morale non solo d’Israele, ma della intiera umanità;
inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la
religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il
solo primo di questi precetti ha un carattere tutt’affatto speciale
verso al popolo d’Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per
lui, per averlo tratto dalla schiavitù d’Egitto.

  ²⁷ Decalogo è voce greca, che significa _dieci parole_ ed è la esatta
     traduzione dell’espressione ebraica _Ascered adevarim_ o _Ascered
     adiberoth_. I nostri dottori sempre solleciti a valersi di
     qualunque fatto da cui si potesse ricavare qualche morale
     insegnamento, fecero rimarcare la predilezione che ha Dio pei
     deboli e modesti dal fatto, che per dare la legge al suo popolo,
     Egli scelse il Sinai ch’è una delle più basse montagne dell’Arabia.

Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali
astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero,
uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande
avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele,
dall’una all’altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l’uomo
sulla terra sino al giorno d’oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che
successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero
circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui
le basi del suo patto!²⁸» È Dio stesso che col primo precetto abolisce
in massima ogni sorta di schiavitù²⁹ e di caste³⁰; proclama colla sua
Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l’Assemblea di
Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall’Egitto da casa di
schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), dice a questo proposito l’abate
Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite
presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell’oltraggiante disdegno d’un
ordine di cittadini per l’altro; nissuna di quelle barbare istituzioni
che altrove riuniscono _in una parte_ della nazione i privilegi e
l’autorità.... Tutto conduceva all’eguaglianza naturale». E D. Calmet
diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell’interesse della
nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni
sociali non possono essere basate che sull’utilità comune».

  ²⁸ In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione,
     quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le
     parole di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche,
     che prese letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa
     che sarebbe in perfetta contradizione collo spirito che informa
     tutta la legislazione mosaica.

  ²⁹ Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo
     necessariamente portati a parlare della schiavitù presso gli
     antichi ebrei; e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se
     Mosè non l’abolì pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a
     certe idee o bisogni affatto temporanei come avvenne per la
     poligamia e pei sacrifici: ma che tale concessione fu da lui
     subordinata a tante restrizioni da renderne l’applicazione assai
     più apparente che reale.

  ³⁰ Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata dal
     Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè,
     domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre
     di tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti.
     Il primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e
     chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per
     mantenere la pace fra l’umana società, affinchè una generazione non
     possa dire all’altra: «il padre mio fu più grande del tuo».

Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare
immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra
e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui
figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi
suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni
tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè
partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba
rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i
figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più
erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare
immagini, che per le impressioni portate seco dall’Egitto e per
l’esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati
immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità
naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno³¹. Daltronde la Bibbia
intiera protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni
esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai
giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza
verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la
seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli
nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è
inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le
seguenti parole agli abitanti della terra d’Israele: «Che andate voi
ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l’agresto e i denti dei
figli sono allegati? L’uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel
figlio morrà; se il figlio d’un uomo tristo non imita il padre vivrà
sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità
dell’empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua
probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E
quando l’empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica
giustizia ed umanità, egli si procura la vita».

  ³¹ La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo
     testo all’umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente
     umana avrebbe potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli
     effetti del bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro
     raccolto di secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali
     e metafisiche, la scienza umana è giunta a constatare la verità di
     questa Bibblica dottrina, che, cioè, i risultati delle opere
     malvagie cessano prestamente alla terza e quarta generazione che vi
     perduri, perchè il male distrugge sè medesimo, ma il bene reca
     frutti perpetui che non cessano per volgere di secoli, e
     determinano il perfezionamento umano e la umana felicità.

                        _Mortara._ _La Religione Israelitica_, pag. 160.

Nel libro dei re vediamo l’adozione pratica di questa equa disposizione.
Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito
colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente
considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi
a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio:
«Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il
solo colpevole subirà la morte».

Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per
cose vane. Quel santo nome che ci richiama alla mente quell’Essere
infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia;
non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per
motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi
si può maggiore.

Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della
creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del
sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non
deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la
nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l’istruzione.

Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo
necessita di un giorno di riposo, così l’anima dopo i pensieri che la
tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli
interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di
riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la
cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo
appunto il doppio benefico fine dell’instituzione del sabbato, assai
bene definito dai nostri dottori colle parole: _hhassì l’Adonai_ (metà a
Dio per l’istruzione religioso-morale) _vehhassì lachem_ (e metà a voi
pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).

Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi
universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non
commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare
il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.

Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri.
Il desiderio delle cose altrui, l’avidità di possederle è la principale
sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su
qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei
nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra
possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non
lasciamole mai sortire dai limiti consentiti dall’onestà e dal dovere;
contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito
calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza
che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco
colui che è contento del proprio stato».

Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne
instituita la festa del _mathan torà_ (proclamazione della legge) o
_savuod_ (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo
giorno di Pasqua. S’intitola pure, _iom abicurim_ (giorno delle
primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di
grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa
stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella
festa di Pasqua.



              Società domestica presso gli antichi ebrei.


                           § 1.—_Matrimonio._


«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore³², non v’ha più famiglia,
non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della
vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno».
Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all’aurora del mondo, era
naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure,
malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi
progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze
brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte
essenziale del loro culto religioso.

  ³² _G. S. Cellèrier_, _Esprit de la legislations Mosaïque_.

Temendo Mosè che il popolo ch’egli voleva _santo_ e _modello_ a tutti
gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza
dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non
lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la
licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse
severissime pene per l’oltraggio al pudore, per l’infedeltà delle mogli
e l’adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che
la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la
punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra
stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.

La monogamia, ovverosia l’unione di un solo uomo con una sola donna, è
l’instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che
contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.

Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi
trovò un ostacolo nel clima per cui quell’uso si era generalizzato (e
dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso
ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose
conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie
disposizioni.

Egli ricordò: 1º che la monogamia era d’instituzione divina e che Noè e
i suoi tre figli, i patriarchi³³, Giuseppe, lui stesso³⁴ ed Aronne suo
fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le
dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi
futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro
cuori».

  ³³ Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie
     Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe
     quattro mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze
     speciali che ne lo obbligarono.

  ³⁴ Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre che
     precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora
     _Cussid_. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche
     schiarimento su questo fatto.

Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in
matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda
Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone
avendo vista in Timnà una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese
consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e
richiederla per lui in moglie.

Tra gli sponsali _eresc_, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo
più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno.
Quest’opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo
la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco.
Insistendo quegli per l’immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la
ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà».
Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli
sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si
fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di
dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la
fidanzata fosse caduta in fallo con altr’uomo, veniva trattata siccome
adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni³⁵, non
poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo
malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno
preso da suo padre anticipatamente. L’unico caso in cui la fanciulla non
godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando
mancando di fratelli essa veniva dichiarata l’ereditiera del patrimonio
paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine
della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.

  ³⁵ È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima
     caldissimo lo sviluppo fisico dell’uomo era, ed è, assai più
     precoce che nei nostri paesi.

Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che
quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque
ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava
i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su
loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che
ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l’atto del contratto
redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)³⁶ scritto sopra un foglio
di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.

  ³⁶ La formula di cotest’atto detto _chedubà_ (scrittura) è certamente
     dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il
     darne qui la traduzione.

     Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell’anno...
     dalla creazione del mondo, in questa città..... posta presso al
     fiume..... Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii
     mia sposa secondo la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di
     provvedere ai tuoi materiali bisogni secondo l’uso dei mariti
     ebrei, che condegnamente provvedono i necessari alimenti ed
     indumenti alle loro mogli. Oltre a ciò ti prometto l’amicizia
     coniugale cosa comune a tutti i popoli della terra. Rebecca
     consente a divenire moglie d’Isacco e gli porta in dote la
     somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa abbia
     in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e
     assicura sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni
     accertiamo ecc.

Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che
risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e
dall’uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i
soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato
medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè
Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva
nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde
se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».

Il vocabolo _pileghesc_, che si trova tanto spesso nella scrittura,
viene tradotto in italiano impropriamente per _concubina_ poichè il suo
valore è tutt’altro. La _pileghesc_ era moglie legittima ma inferiore
alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall’_Hissà_ (moglie), era
la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.


                            § 2.—_Levirato._


Il levirato, _Jibum_, è una legge in forza della quale il fratello
doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale senza prole;
attribuire legalmente al defunto il primogenito dei figli che avrebbe
procreato da quella donna, e trasmettergli la eredità dello stesso³⁷.
Questa legge era antichissima poichè noi la troviamo già praticata da
Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola non ingiunse che
venisse applicata inesorabilmente in tutti i casi.

  ³⁷ «Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo:
     ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche
     nelle quali s’inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un
     regolamento particolare esentava il re dal dovere del levirato onde
     non esporlo alle umilianti conseguenze del rifiuto. Il sommo
     pontefice ne era escluso di diritto essendogli per legge proibito
     di sposare una vedova.

E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa aveva per oggetto di
procurare uno stato alla vedova, di trasmettere ai posteri il nome di un
caro parente, di moltiplicare le famiglie e favorire l’accrescimento
della popolazione; non v’ha dubbio che dall’altro lato essa poteva
cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo alla libertà dei
maritaggi, sia danneggiando gli interessi delle famiglie. Fu per
quest’ultimo motivo appunto che Ruth venne rifiutata in moglie dal più
prossimo di lei parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato
di rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla seguente
cerimonia.

La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva loro il
rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole: «Il mio cognato ricusa
di far risorgere in Israele il nome di suo fratello, egli non vuole
compiere verso di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire
quell’uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad adempiere al suo
dovere, ma se egli persisteva nel suo rifiuto e ripeteva: «Non voglio
pigliarla»; allora la sua cognata gli si appressava e in presenza degli
anziani e di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede, gli
sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all’uomo che non vuole
edificare la casa del proprio fratello³⁸». Ed egli veniva chiamato in
Israele: «La famiglia dello scalzato³⁹».

  ³⁸ Per farsi un’idea giusta di quest’atto che a molti parrà strano e
     spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una
     donna che oltre all’affronto personale che riceveva con tale
     rifiuto, vedevasi tolta per esso la protezione e l’appoggio del
     fratello del proprio marito, vale a dire di colui che la natura e
     la legge avevano designato per primo suo amico e difensore.

  ³⁹ Opinano taluni commentatori, che l’uomo che si rifiutava a sposare
     la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva il
     diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e
     la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì
     di famiglia d’un anonimo, nota soltanto sotto l’ignominioso nome
     di: «scalzato».

Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna era dichiarata
libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud ci trasmise copia di tale
atto che noi non accenniamo per la sua lieve importanza.


                        § 3.—_Moglie sospetta._


Dissero i nostri dottori: «L’adulterio genera la maledizione ai padri.
La donna infedele allo sposo mentisce a lui e mentisce a Dio; perchè è
il Signore che ha accolto il suo giuramento e le fa legge di
osservarlo».

Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione per raccomandare
la illibatezza dei costumi; per quanto egli ne abbia promossa la
realizzazione con prescrizioni eccellenti; cionullameno ben prevedendo
che non sarebbero bastate le persuasioni per impedire il mal fare per
quelle perverse nature che non difettano mai, neanche nelle società le
meglio ordinate, fece pure appello al rigore statuendo la morte per pena
dell’adulterio. Ma come pur troppo può succedere che certe nature
sospettose si lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove
esso non esiste veramente; per questo Mosè nell’intendimento di
sottrarre la moglie sospetta dall’ira del marito, la sottopose ad un
rito che può appellarsi _giudizio di Dio_, poichè a lui solo _scrutatore
delle reni e dei cuori_, se ne lasciava appunto la decisione.

Ed ecco in che consisteva questo rito.

La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito al cospetto del
sacerdote con un’offerta detta di _Gelosia_, e nella quale non mettevasi
nè olio nè incenso come usavasi per le altre offerte. Il sacerdote
poneva tale offerta tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso
in una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell’acqua
consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa e le presagiva i mali
orribili che le avrebbe causata quell’acqua, qualora essa si fosse
trovata colpevole. Scriveva in un _Sefer_ (libro) tali sue
dichiarazioni, le cancellava nell’acqua⁴⁰, e poscia porgeva quell’acqua
alla donna affinchè la bevesse.

  ⁴⁰ Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia
     domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il
     santissimo suo nome fosse cancellato nell’acqua.

Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente e pura della
colpa che si sospetta in te, sarai esente della malefica virtù di
quest’acqua amara e maledetta; ma se invece sei colpevole, e tradisti la
fede giurata a tuo marito, Iddio farà sì ch’essa ti apporti una morte
pronta e crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo al tuo
popolo». La donna era obbligata a rispondere: «Amen, amen».

I talmudisti riferiscono che quest’uso venne abolito alcuni anni prima
della distruzione del Tempio: poichè posta in dimenticanza la legge di
Dio, corrotti i costumi e fattosi comune l’adulterio fra gli stessi
mariti, Iddio aveva privato d’efficacia una simile prova.


                            § 4.—_Divorzio._


«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde e puro la
divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte lasciandovi lo spirito
del male ad esercitare la sua triste influenza»⁴¹. Come nell’ordine
fisico gli uomini diversificano l’uno dall’altro per la Conformazione
delle membra e per la regolarità e venustà della loro disposizione,
altrettanto avviene nell’ordine morale: differenziando essi l’uno
dall’altro per istinti, per indole, per passioni, per coltura
dell’ingegno e per la sensibilità dell’animo. Supponendo ora l’unione di
due persone di sesso diverso e dotate di un carattere morale totalmente
opposto, è cosa naturale la persuasione che si andrebbe incontro a
tristi conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità
di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti con un nodo
indissolubile.

  ⁴¹ Sotà, cap. 2.

E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale eventualità
che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio⁴². Secondo la legge
era il marito solo che aveva il diritto di dare il divorzio alla moglie
qualora avesse trovato in essa qualche _ervath davar_ (qualcosa di
sconcio)⁴³. Era però permesso alla moglie di citare innanzi ai tribunali
il marito qualora esso avesse mancato a qualche clausola del contratto
matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze persistendo esso nella sua
sleale condotta verso la moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di
fatto e libera di sposarsi ad altr’uomo.

  ⁴² Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè
     contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta _la
     separazione dei coniugi_. Non è nostra intenzione l’enumerare gli
     inconvenienti di tutt’altra specie, ma a parer nostro senza dubbio
     maggiori, che presenta questa legge su quella mosaica. Ci
     limiteremo solo a constatare che non solamente vi furono altravolta
     autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia che propugnarono la
     instituzione del Divorzio; ma che progetti di legge furono
     presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali di
     Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si
     tengono pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione
     non solamente sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che
     sarebbe ridotto d’assai il contingente delle prigioni e dei bagni.

  ⁴³ È probabilissimo che nella mente di Mosè l’espressione _ervath
     davar_ stesse per qualificare l’adulterio. Certo nei tempi
     posteriori quando la religione, e con essa, la virtù perdettero
     d’efficacia e la licenza ebbe il sopravvento nel popolo, il
     divorzio prese maggior estensione. Si fu allora che le due scuole
     di Hillel e di Sciammaï disputavano sui motivi che potevano
     legittimare tale atto, patteggiando la prima anche per motivi meno
     gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che erano tanto
     complicate e minuziose le formalità che si richiedevano per
     quest’atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere
     di porgere all’offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti
     pensieri ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi
     seriissimi, o da invincibile incompatibilità fisica o morale.

Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il diritto di
ripudiare la moglie: 1º In caso di seduzione della sua propria moglie
prima delle nozze; 2º Se dopo sposata l’avesse calunniosamente accusata
d’impudicizia innanzi ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque
amare. Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla
moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata ad altre nozze.
Riguardo all’atto stesso del ripudio Mosè si limita a dire: «e scriverà
a lei una carta di ripudio e gliela consegnerà in propria mano, e la
manderà via di casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula di
tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:

«Il giorno... della settimana... del mese... dell’anno... dalla
creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io... così
chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza esservi costretto
in nissun modo, ho voluto rimandare e rimando te... figlia di... già mia
moglie, e ti permetto di andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio
con qualunque altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede del
che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza di rimando,
certificato di divorzio secondo la legge di Mosè e d’Israele».

                                  ————



                        THAMUZ (_giugno-luglio_)



Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti ad Israele. Sei
sono i digiuni stabiliti nel corso dell’anno. Quello della espiazione
_chipur_ l’unico comandato da Mosè; quello di Ester il giorno precedente
a Purim, istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da quella
Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio la sua protezione prima
di esporsi al pericolo di morte, presentandosi non chiamata ad Assuero;
e quattro ordinati dai Profeti.

Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo è quello che
accade il giorno 17º di questo mese. In origine esso si faceva ai 9 di
questo stesso mese, per commemorare il triste avvenimento della breccia
aperta nelle mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re
dell’Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia per commemorare
l’altra breccia che in tale giorno fu aperta nelle medesime mura dai
Romani, i quali in tale congiuntura si impadronirono della parte bassa
della santa città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi
avvenimenti che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento
fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme, e dello sfacelo della
politica esistenza della nazione di Israele che non tardò a verificarsi,
e di cui tratteremo diffusamente nel mese venturo: e il principio per la
nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali non ancora
chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo oltre 18 secoli.



                           § 5.—_Fanciulli_.


L’onore attribuito alla fecondità e l’obbrobrio di cui erano coperti
nell’opinione nazionale il celibato e la sterilità, influivano assai
sull’accrescimento della popolazione degli Ebrei. La tradizione poi
colle sue speranze e le sue promesse tendeva come le loro instituzioni a
produrre questo effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa
come le stelle del cielo e come l’arena del mare; e nella benedizione
del padre non mancava mai l’augurio di numerosa prole. «Non sarà in te
nè uomo nè donna sterile, dice Mosè al popolo d’Israele, fra le promesse
di premii, che fa loro per l’osservanza delle leggi di Dio». Era
pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta quale benefizio
e benedizione di Dio ed un titolo di gloria in Israele, come la
privazione di prole un castigo celeste ed una vergogna. «Oh dammi dei
figli, esclama con amarezza la dolente Rachele a suo marito, altrimenti
io mi muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni e le
concesse il figlio tanto ardentemente desiderato, ella lo chiamò
Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che gliene volesse concedere un
secondo. «Oh questa volta io debbo ringraziare e lodare Iddio che mi
concesse un quarto figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E
la povera Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi la troviamo ai
piedi dell’altare di Dio supplicandolo a toglierla all’onta della
sterilità, e promettendo di consacrare al suo servizio il figlio che
sarebbe per concederle. E tanto profonda era l’amarezza del suo cuore, e
così assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a quanto la
circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la rampognava qualificandola
ebbra.

«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda nell’interno di tua
casa, i figli tuoi quali rampolli d’olivo intorno alla tua mensa. Così è
benedetto l’uomo temente Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace
su Israele».



                          § 6—_Circoncisione._


In origine pare che fosse la madre quella che designava il nome del
figlio e che glielo si imponesse al momento della nascita. Così si
rileva da diversi passi della Genesi. Però in seguito il nome si
imponeva ai figli maschi all’atto della circoncisione, e si solennizzava
tal giorno con un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si
segue ancora oggigiorno ovunque.

Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo maschio nel giorno
ottavo dopo la sua nascita. Pertanto, la circoncisione, specie di
suggello impresso sulla stessa nostra carne, era ed è destinata a
distinguere il popolo d’Israele da ogni altra nazione e a ricordargli
continuamente il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo
principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza, quali
sarebbero la preservazione di alcune malattie spesso mortali nei paesi
caldi.

Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento della
circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo in pericolo la vita del
marito nel loro viaggio verso l’Egitto per la trascuranza⁴⁴ di tale
precetto, ella stessa circoncide suo figlio con una pietra affilata. Ed
è pure con un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè fece
circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che Israele errò nel
deserto e che non vennero circoncisi. Secondo il Talmud è il padre
stesso che dovrebbe circoncidere il figlio: ma richiedendosi per tale
operazione speciali cognizioni e perizia, per schivare quei pericoli che
potrebbero risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da
chirurghi o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli studi
necessari.

  ⁴⁴ Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta di
     Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone
     o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel
     viaggio.

Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i diritti di
primogenitura, che erano immensi, su qualunque dei suoi figli. Mosè
tolse ai padri questo diritto che era indubitabilmente fonte di
ingiustizie, di discordie, e di delitti; e limitò il diritto del
primogenito a una doppia parte nella eredità paterna sui fratelli. Il
primogenito era pure l’erede presuntivo del trono paterno, quantunque la
legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque altro figlio
a suo successore.



                           § 7.—_Educazione._


Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della
legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di
sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e
immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità.
I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano
ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine
oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino,
l’educazione tendeva probabilmente all’agricoltura e alla guardia del
gregge: ma coll’estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano
generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze.
Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero
Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei
ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all’epoca
di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di
Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori
fregiata dal titolo di benemerito dell’istruzione.

Prima d’allora era il padre stesso che impartiva l’istruzione religiosa
ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è
un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il
padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch’io ti comando oggi, dice
egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la
via, nel coricarti e nello alzarti».

Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era
unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello
stato in generale.

L’educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e
la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e
nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e
di Anna. Però venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.

Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione
inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo
argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al
fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel
mio non farmi ingiuria che tali cose non s’usano in Israele. Deh! non
volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia
vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in
Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge
ordinava che una donna maritata convinta d’impudicizia prima delle sue
nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la
colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale
terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle
madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero
un’indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie
agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri;
poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro
conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.



                            § 8.—_Schiavi._


«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi furono
trattati così umanamente come presso gli ebrei». In principio la virtù
dei patriarchi rese loro sempre sopportabile e dolce il dispotismo che
avevano sopra di essi; e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine
della sorte loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire
assolutamente anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio
potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso gli schiavi,
risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla all’inumanità
colla quale venivano trattati quegli infelici, non diremo in quei tempi
di universale ignoranza e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi
più prossimi a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire i Greci
ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati meno dei
bruti, e col consenso della legge venivano massacrati per semplice
passatempo, dati pascolo alle fiere dei loro circhi, e gettati pascolo a
certi pesci carnivori, quali le murenne, che si allevavano in appositi
serbatoi, onde riescissero più graditi ai palati di quegli inumani
Sardanapali. È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia. Dame
romane dimentiche di ogni elementare principio di quella delicata bontà
che forma il più bel pregio del loro sesso, e divenute insensibili agli
strazii delle loro vittime; percuotevano a sangue le loro schiave per la
menoma negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i seni
di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi e degli spilli
dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma lasciamo queste tetre
descrizioni che rattristano il cuore; e ritornando al nostro proposito,
esaminiamo alcune di quelle disposizioni.

La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che in seguito a
percosse causava la morte a un suo schiavo: e bastava il mutilarlo anche
di un dente o di un occhio solo perchè venisse dichiarato libero. Come
il padrone, lo schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era
proibito di molestare o consegnare al padrone quello schiavo che per i
maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi presso di loro in
cerca di un asilo, ma si doveva permettergli di prendere stanza in
quella città che sarebbe stata di suo piacimento.

E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli schiavi non
ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome di schiavi è affatto
improprio, poichè la loro condizione era tanto mite, tanti doveri di
umanità e di delicati riguardi erano imposti al padrone verso di loro,
da inspirare ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende
un domestico, da a sè stesso un padrone».

Esaminata partitamente la costituzione della famiglia ebraica, ci piace
aggiungere alcune considerazioni generali sullo spirito delle
ordinazioni che la reggevano.

Presso tutte le nazioni antiche la donna era considerata quale oggetto
di sensuali diletti, e sempre schiava del padre o del marito. La sua
condizione era tutt’altro ohe invidiabile persino presso i Romani e i
Greci, tanto celebrati nella storia per civile sapienza e per politica
grandezza. La patria potestà poi non aveva limiti. Il padre era padrone
assoluto dei suoi figli: poteva incarcerarli, venderli od ucciderli
qualunque fosse la loro età e il loro grado. Pensiamo ora noi quale
moralità, quale confidenza e dolcezza in tale consorzio di schiavi
sottomessi all’autorità e al capriccio d’un padrone che la certezza
dell’impunità, l’altrui esempio, e l’abitudine del comando potevano
rendere ciecamente feroce.

Ma quale e quanta differenza nelle famiglie ebree! In esse non
esistevano nè padroni nè schiavi. La legge e la religione sancivano la
perfetta eguaglianza dei due sessi, poichè dalle stesse prime pagine del
loro libro venerato risultava: 1º Essere stato Dio stesso che aveva
instituito il matrimonio e benedetto i primi sposi; 2º Non essere la
donna inferiore al marito, poichè dopo che Adamo ebbe imposto un nome a
tutti i viventi fra i quali non ne trovò alcuno simile a lui; quando gli
fu presentata la donna da Dio stesso, egli esclamò: «Questa è
finalmente, osso delle mie ossa, e carne della mia carne; questa deve
chiamarsi Hiscà (donna) poichè dall’Hisc (uomo) fu tratta». Ammirabile
insegnamento! La donna non è la schiava dell’uomo, ma la sua compagna,
un aiuto analogo a lui. Le unioni erano contratte liberamente e per
conseguenza precedute spesso dall’amore, o almeno da una reciproca stima
e simpatia che facevano sperare armonia e concordia. I soavi pensieri,
le dolci cure di una prole desiderata e carissima, dovevano rendere quei
legami ammirabili per moralità e piacevolezza. E tali furono sicuramente
finchè il popolo si mantenne fedele alla parola di Dio.

Da queste teorie ne veniva per naturale conseguenza il fatto, che nello
stato e nella famiglia, i diritti della donna per quanto potevano
conciliarsi coi riguardi dovuti alla sua maggiore sensibilità, alle sue
domestiche occupazioni, agli altri doveri speciali al suo sesso, erano
pareggiati a quelli dell’uomo.

Hulda è profetessa; Debora profetessa e guerriera. Marianna a capo delle
donne intuona l’inno della vittoria sulle sponde del mar Rosso; e alla
caduta di Golia son le donne che colle loro patriottiche laudi al
guerriero vincitore, feriscono al vivo l’invido cuore di Saulle.

Salomone, che qualifica la cortigiana o la moglie infedele allo sposo
coi nomi di Zarà o Nocrià (straniera) quasi temesse di offendere la
suscettibilità della donna indigena, descrivendone i liberi costumi e i
colpevoli inganni verso l’inesperta gioventù; dice valere meglio di
qualunque cosa una buona moglie; la donna sapiente rialzare la sua casa,
distruggerla colle proprie mani la dissennata. La dipintura che egli
fece della donna forte è tutto quanto si possa immaginare di stupendo
nel suo genere. È un modello della donna libera, laboriosa e sapiente;
l’affermazione della fiducia sconfinata che colle sue nobili doti seppe
acquistare dal marito e dell’immenso e meritato ascendente che ha sulla
famiglia intiera. «Ed ecco grida Malacchia, altra cosa tristissima che
voi fate e per la quale Iddio non si rivolge ai vostri presenti perchè
il suo altare è coperto di sospiri e di lagrime. Ma perchè dite
voi?—Perchè voi tradite iniquamente la donna alla quale vi lega un patto
solenne».

Tutta la legge fa fede dei principii suesposti. Anche le donne
assistettero alla rivelazione del Sinai; anche le donne dovevano
trovarsi nella radunanza che la legge prefiggeva di tenere in capo ad
ogni settimo anno nella festa dei Tabernacoli, e ove si leggeva tutta la
legge all’udienza del popolo; anche le donne al ritorno dalla schiavitù
babilonica prestarono il loro giuramento d’adesione al nuovo ordine di
cose. Ambi i genitori hanno gli stessi diritti alla riverenza dei figli.
«Onora tuo padre e tua madre se vuoi vivere lungamente» sta scritto nel
Decalogo. Ed altrove così si esprime il Legislatore: «Ciascuno di voi
abbia timore della madre e del padre». «Chi maledice suo padre o sua
madre sarà fatto morire». «L’occhio che si fissa irriverentemente torvo
sul padre o sulla madre, dice l’Ecclesiaste, merita di essere acciecato
dai corvi». Le manifestazioni di rispetto dovuto ai genitori vengono
così definiti dai nostri dottori. Non sedersi nel posto da essi
ordinariamente occupato; non contraddirli nè ascoltare i loro discorsi
con irriverenza o impazienza; averne ogni cura nella loro vecchiaia, e
fare quanto può loro tornare utile o gradevole.

L’unico dovere imposto al padre⁴⁵ era quello d’addottrinare il figlio
nella religione e nella morale: parlandogliene, come dicemmo, nel suo
stare in casa, nel suo andare per viaggio, nel suo coricarsi e nel suo
alzarsi.

  ⁴⁵ In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto
     perchè rafforzando i sentimenti naturali l’amore vi regnasse
     sovrano, qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre
     quelli del rispetto e timore dei secondi verso i primi? Su questo
     tema Salomon Fiorentino, valente poeta nostro correligionario,
     dettava un magnifico sonetto col quale, ricordando il fatto di
     Davide che piange amaramente il tristo figlio che tento di rapirgli
     e regno e vita, termina colla seguente terzina che ci piace di
     rapportare:

     «Oh del figlio inuman se un padre ha cura
     La legge parli minacciosa al figlio
     Che dolce al genitor parlò natura».

Qui poniamo termine alle nostre brevi considerazioni sulla famiglia
Israelitica, colla ferma convinzione, che per quanto poco noi abbiamo
detto su tal soggetto, pure debbano risultarne le due seguenti verità:
1º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che diede alla donna
la somma di tutte quelle libertà consentanee al suo sesso, e regolate
per modo che non avendo esse altro limite oltre quello segnato dal
pudore e dalla sua speciale costituzione, non servissero ad arma di
licenza e venissero a menomare quelle soavi prerogative che fanno di lei
l’angelo tutelare della famiglia; 2º Essere stata la legislazione
Mosaica la prima, che seppe fondare la famiglia sopra le sue naturali e
vere basi: moralità, stima ed affetto.



                          AB (Luglio-Agosto).


Questo mese può chiamarsi a giusta ragione, il mese infausto del popolo
d’Israele; inquantochè in esso abbiano avuto compimento i terribili
castighi già minacciati da Mosè e tante volte predetti, ma pur troppo
invano, dai profeti che Dio suscitava in ogni secolo, e siano succeduti
i luttuosi avvenimenti della distruzione del primo e del secondo Tempio
di Gerusalemme.

Il primo giorno di questo mese segna la morte di Aronne, avvenuta sopra
il monte Hor nell’anno quarantesimo dell’uscita d’Israele dall’Egitto, e
123° della sua età.

La tradizione fissa al giorno ottavo di questo mese, il ritorno degli
esploratori spediti da Mosè nel paese di Canaan.

Ci fermeremo a narrare diffusamente quest’avvenimento anch’esso luttuoso
per parecchi motivi, per indi parlare della distruzione dei due Tempii
di Gerusalemme, ma in particolare modo del secondo, maggiormente
importante per noi. Infatti dal dì della sua caduta data non solo la
cessazione della indipendenza politica d’Israele, ma il principio di
quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni inenarrabili, che
se la mercè di Dio cessarono ora in quasi tutta l’Europa civile, e delle
quali noi dobbiamo conservarne la memoria per solo rammarico di vedere
distrutto quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge
divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta costanza
verificarono alla lettera l’espressione di Davide: «Tutto questo
soffrimmo ma non dimenticammo Te, (Dio) e non mentimmo al tuo patto»,
dobbiamo però constatare che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni
durano tuttavia in parecchie contrade, dove il sole della libertà e
della universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi
penetrare i suoi raggi benefici.

Correva il secondo anno dall’uscita d’Egitto, e il popolo d’Israele, che
toccava oramai i confini dell’Emoreo, si raccolse presso Mosè e lo
richiese di mandare «innanzi a sè alcuni uomini ad esplorare il paese
che doveva conquistare: onde sapessero indicargli «la via per cui doveva
andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione di questo
desiderio poteva interpretarsi come un atto di diffidenza verso lo
stesso suo condottiero, che ripetutamente gli aveva assicurato il
possesso immancabile di un «paese di frumento e d’orzo, di viti, fichi e
melagrani; paese d’olivi (abbondanti) d’olio e di miele. Paese, ove
senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe di cosa alcuna;
paese di cui le pietre erano (dure come il) ferro, e dai cui monti
ricaverebbe rame». Pure, anzichè adontarsene Mosè dichiara che «la cosa
gli piacque»; e scelti a quest’uffizio dodici uomini, il capo di
ciascuna tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere
tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono quaranta
giorni nel loro viaggio d’esplorazione, ed arrivarono all’accampamento
ebreo il giorno 8 del mese di Ab.

Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè, che desiderava
dimostrare al suo popolo con prova evidentissima la verità delle sue
dichiarazioni; gli esploratori portarono di colà alcuni frutti, che
presentarono al popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro
osservazioni. Per una colpevole leggerezza o per un criminoso accordo,
come pretendono alcuni commentatori, dieci di loro, dopo d’aver
magnificato la, prodigiosa fertilità del paese visitato, ne esagerarono
assai i difetti. Dissero, che la statura degli abitanti era gigantesca,
e superiore all’ordinario la loro forza; che le mura che cingevano le
città erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili; che il
clima era tanto inclemente e micidiale, che quella terra poteva dirsi
con tutta ragione, una madre divoratrice dei proprii figli. Queste false
notizie spaventarono in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali
dimenticarono tutto d’un tratto i grandi miracoli operati da Dio in loro
favore, e di cui furono testimoni essi stessi: rammaricarono amaramente
di avere prestato fede alle lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè;
dubitarono stoltamente della potenza di Dio, e manifestarono il timore
di vedersi destinati a morire di stenti in quell’inospitale deserto, o
di divenire essi e i loro figliuoli facile preda di quei formidabili
nemici. Nè le assicurazioni degli altri due esploratori Giosuè e Caleb,
valsero a fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio con
questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro cuori: che anzi
arrivarono a tale punto di demenza, da concepire e manifestare altamente
la iniqua e vilissima intenzione di lapidare quei due coraggiosi e
intemerati uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare la
via dell’Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie altre
volte, non poteva lasciare impunito questo nuovo gravissimo atto
d’ingratitudine per parte di quella nazione, che per ripetere
l’espressione di Mosè, Dio «era andato a togliere da mezzo ad altre
nazioni con prove, con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente
mano, con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento di
farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla a fruire i beni
di quel paese promesso ai suoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. La
divina giustizia per quanto longanime e clementissima, non poteva
permettere che quella generazione che in ogni occasione si dimostrò
riluttante alla voce dell’Eterno e che la schiavitù aveva resa paurosa,
vile ed ostinata, andasse a godere di «quei campi ch’essa non aveva
dissodati e di quelle case piene d’ogni bene ch’essa non aveva
fabbricate».

I dieci esploratori causa dell’enorme peccato morirono di morte
improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva oltrepassato i
vent’anni di età il giorno dell’uscita dall’Egitto, e che pertanto non
avrebbe dovuto mai dubitare della onnipotenza di quel Dio che aveva
fatto a suo pro’ tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata
a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata allo
ingresso della nuova generazione nella terra promessa. Due uomini soli
furono esclusi da questo castigo, Giosuè e Caleb, perchè dice il testo
«adempirono (ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne
avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell’anno quarantesimo,
fu occasionata dal peccato da loro commesso nel fatto delle così dette
_me merivà_ (acque della contesa).⁴⁶

  ⁴⁶ Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che per
     la sua imponenza merita di essere da noi raccontato:

     Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire
     nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all’ingresso
     del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un
     certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d’acqua.
     Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne,
     accusandoli di averlo tratto d’Egitto per condurlo a morire in un
     «luogo cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di
     viti, di melagrani e persino d’acqua». La maestà del Signore si
     rivelò a Mosè e gli ordinò di munirsi della verga che stava nel
     Tabernacolo, e accompagnato da Aronne «_parlare_ al sasso in
     presenza di tutto il popolo, poichè da quel sasso sarebbero
     scaturite acque in tale abbondanza da dissetare il popolo e il suo
     bestiame». Mosè fece adunare immediatamente il popolo attorno al
     sasso indicato, e apostrofando il primo con poche ma dure parole,
     che lasciano chiaramente indovinare non essere esse che il
     principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel modo
     indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in qualche
     momentaneo bisogno, _battè_ due volte il sasso colla sua verga e le
     acque sgorgarono in gran copia. Ma l’Eterno disse a Mosè ed Aronne:
     «Giacchè _non avete avuta fede_ in me _per santificarmi_ alla
     presenza dei figli d’Israele, perciò non condurrete questo popolo
     nella terra che ho loro donato.

     Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere,
     come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da
     Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per
     avere _battuto_ il sasso invece di _parlargli_. Ma oltrecchè non si
     può ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso
     «servo fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale
     differenza può farsi tra il _parlare_ o il _battere_ trattandosi di
     un corpo inanimato? Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua
     importanza nel servirsi d’un mezzo piuttostochè dell’altro? E poi a
     quale scopo Dio avrebbe ordinato a Mosè di munirsi della verga se
     non avesse dovuto adoperarla?

     Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto,
     noi riteniamo per la più accettabile quella del Rabbo Mosè a-Coen
     Tedesco e sviluppata da l’Illustre I. S. Reggio. Dice egli in
     sostanza: «che Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta
     e delle incessanti mormorazioni contro Dio per parte di un popolo
     tanto visibilmente da Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse
     aspramente come fece altre volte pel fatto degli esploratori, per
     la sollevazione di Cora, per l’adorazione prestata a Baal-Peor
     ecc.; quando si trovò presso al sasso si lasciò vincere dalla
     collera e cominciò ad apostrofare il popolo con tale veemenza che
     la commozione interna gli troncò la parola in gola; per modo che
     dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover
     credere che questo _miracolo_ dovesse attribuirsi precisamente a
     lui stesso e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si
     accorda benissimo colle parole che denotano il motivo del castigo
     quello cioè «di non avere essi _santificato_ Iddio».

E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga del castigo
inflitto a quella generazione, i nostri dottori vogliono ch’essa sia
uscita in queste lugubri parole: «Voi piangeste questa notte senza verun
motivo. Ebbene! sin d’ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei
vostri figliuoli». Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione
di queste parole di colore oscuro.



                      Caduta del regno d’Israele.


Se pressochè in ogni caso la parola _divisione_ è sinonimo di
_indebolimento_, i suoi tristi effetti sono poi più funesti ed
immediati, quando la divisione avviene tra individui o nazioni fra le
quali esistono o possono svilupparsi germi di rivalità, per motivo
d’interesse o di dominio.

Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato
la grandezza e la prosperità d’Israele ad un punto non mai raggiunto
allora da nessun popolo dell’Asia, ciò malgrado uno scontento
grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese
causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti del regno,
e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone
dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e
sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo
templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo
scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una
favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur
troppo, non si fece attendere lungamente.

Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del
di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare
sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai
troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del
padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si
rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro
prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante
colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo
popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone
parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo
savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse
temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta,
venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo
prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l’infausta
inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi
nutriti cogli stessi sentimenti d’alterigia, risposero colle seguenti
insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti
parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo
allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi
di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci
aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò
con flagelli a punture».

Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in un modo tanto
brutale la sua domanda, che riteneva e fors’anche era, opportuna e
ragionevole, ne fu punto sul vivo, e fece una sedizione che ebbe per
conseguenza la divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia
Davidica le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre dieci tribù
si elessero a re un certo Geroboamo figlio di Nebath. Costui fu già
servo di Salomone, e ritornato da poco dall’Egitto ove erasi rifuggiato
per sottrarsi all’ira del suo Signore, apparentemente informato del
colloquio di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva
promesso sino d’allora, il dominio sopra dieci tribù di Israele.

Quantunque per opera d’un profeta, siasi per allora scongiurata la
guerra fraterna che stava per iscoppiare tra queste due frazioni
d’Israele, pure da questa divisione data il vero principio della rovina
d’Israele, essendo stata causa di fare iniziare l’idolatria a religione
dello Stato. Ed ecco in qual modo. Nell’intento d’impedire ai suoi
sudditi di portarsi a Gerusalemme nelle tre solennità dell’anno, temendo
che l’uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso
scettro di Davide quelle tribù che se n’erano distaccate; Geroboamo fece
innalzare due vitelli d’oro alle due città estreme del regno, Dan e
Betel, e fece bandire al popolo: «Voi non dovete più salire in
Gerusalemme: questi sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla
terra d’Egitto». La grande maggioranza del popolo si lasciò trascinare
facilmente all’idolatria poichè, per isventura, vi aveva molta
propensione; e d’allora in poi popolo e re si allontanarono sempreppiù
dal retto cammino tracciato dalla loro legislazione religiosa, finchè la
divina giustizia stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro
governo nel terribile modo ch’ora noi andremo a dire.

Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia col nome di regno
d’Israele, furono ben presto imitati dai loro fratelli delle due altre
tribù componenti il così detto regno di Giuda; e Roboamo anch’esso fece
innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza dei costumi
sottentrò una sconcia e ributtante licenza; si allentarono i legami
domestici e sociali; e la decadenza politica vi tenne dietro sollecita;
per cui sino dal quinto anno del regno di quest’ultimo troviamo già che
un certo Sissac re d’Egitto prese Gerusalemme e la spogliò di tutte le
cose preziose che contenevano il Tempio e la reggia. Si aggiunga poi che
tra Roboamo e Geroboamo e la maggior parte dei loro successori, durò una
quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due parti d’un
popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello allontanarsi dal
cammino della virtù s’indebolirono a vicenda, e necessariamente
divennero facile preda ai loro comuni nemici, che s’ingrandivano a loro
spese.

Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d’Israele, e i cui peccati
più lievi furono paragonati dallo storico sacro ai più gravi commessi da
Geroboamo, Iddio suscitò contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere
da tale genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli
l’esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli, la madre, i
parenti, gli amici della famiglia regnante e tutti i più noti adoratori
del Baal. Ma neppure lui potè o volle sradicare intieramente
l’idolatria, poichè lasciò sussistere i vitelli d’oro innalzati da
Geroboamo e ne tollerò l’adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che
Hhazàel potente re della Siria mettesse a contributo il regno d’Israele,
e durante il regno di Ocozia figlio e successore di Iehù, progredisse
talmente colle sue vittorie, da non lasciare in Israele che poche
migliaia d’armati e pochissimi carri da guerra. È bensì vero che Dio
impietositosi dell’angustia in cui versava il suo popolo, gli fece
poscia ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas
figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui; pure sia per
la licenza dei costumi ingenerata dall’idolatria che non venne mai
abbandonata neanche dai rè migliori, e sia dalle continue scosse
politiche; le piaghi erano tali e talmente profonde da fare prevedere
prossima la totale rovina della nazione.

E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea figlio di Elà.
Samaria fu presa dal giro Salman-Assar dopo un assedio che durò tre
anni. Tranne i più poveri fra i cittadini che il vincitore lasciò nel
paese per coltivare la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli
furono obbligati ad emigrare di là dell’Eufrate; e vennero dispersi in
varie provincie dell’Assiria e della Media, nei lunghi più lontani dalla
loro patria. Il paese rimase deserto per più di quarant’anni, finchè
Assaphar Assar-Hhadon nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo una
colonia di Cutei.

Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi durò 255 anni.
Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a conservare la successione al
trono sino al quarto dei suoi discendenti, il quale però non tenne il
regno che per soli sei mesi.



       Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio.


Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme cadeva essa
pure in potere di Nabucodonosor re di Babilonia, dopo un assedio di
circa due anni. La città fu abbandonata al furore delle soldatesche, che
tutta l’empierono di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato e
distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi occhi furono scannati
i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato e condotto prigione a
Babilonia. Furono pure uccisi il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra
i principali cittadini. Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i
suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada furono
messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall’Eufrate, e
dispersi nelle provincie dell’impero babilonese. Tutte le altre città
del regno furono vuotate egualmente, e non si lasciarono in esse che
pochi miserabili contadini e vignaiuoli, tanto perchè la terra non
rimanesse affatto deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi
ordini del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel povero
resto di un popolo già numeroso e potente. Ma come vedremo in altro mese
(Tisrì), di lì a non molto esso fu assassinato da un traditore, che si
fece strumento vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando
di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli del profeta
Geremia; soprafatti dal terrore di una nuova invasione di babilonesi,
disertarono la terra natale e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si
fece attendere molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi
trovarono la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono furono menati
schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo quando Nabo II conquistò anco
l’Egitto.



          Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio.


Cinquant’anni dopo l’eccidio di Gerusalemme, la monarchia babilonese fu
soggiogata da Ciro re dei Persiani, il quale nel primo anno del suo
regno pubblicò un editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella
loro patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una parte
dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed onde sopperire alle
spese assegnò una somma sulle rendite della Samaria. Ma erano 66 anni,
da che varii Ebrei erano stati trasferiti di là dall’Eufrate nella prima
invasione di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu trasmigrata
nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse due generazioni
dacchè si trovava in terra straniera. Quasi più niuno dei vecchi
esisteva, i più vecchi avevano abbandonato Gerusalemme nella loro
giovinezza, o appena se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella
Caldea, ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi avevano
impieghi e beni, ed estranei allo entusiasmo patriottico che avrebbero
provato i loro maggiori, si sentivano poco inclinati ad abbandonare una
felicità presente per incontrare incerte sorti in una terra povera,
derelitta, e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la
casa, quale il podere dei loro avi.

Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze promesse da Ciro,
pochi ne vollero approfittare. Tutta la colonia emigrante sommò appena a
cinquanta mila individui d’ogni età, sesso e condizione. La terra che
ricuperavano da ogni lato che si guardasse, non presentava se non
squallore e rovine. Le città erano distrutte, l’ellera e il muschio ne
coprivano le macerie, sotto vi stanziavano i rettili, i campi erano
inselvatichiti: quindi bisognava ricostruire nuove abitazioni, sboscare
il suolo e ridurlo a forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi
pozzi e nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate;
bisognava sopportare tutte le angustie che mena seco la povertà e l’odio
di nemici accaniti. Ma la religione e l’amore di patria infusero
coraggio agli emigranti. Dopo sei mesi di lavoro ebbero finalmente
costrutto un altare e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì
cominciarono ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la
solennità dei Tabernacoli.

Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad esso posero mano.
Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e le molestie che incontrarono
nella malevolenza e gelosia dei popoli vicini che in tutti i modi
cercavano di attraversarne l’esecuzione. Parecchie volte si dovette
sospendere il lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti
dalle maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai
dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti a respingere
i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità e costanza di un
proposito che era il sospiro dei loro cuori doveva trionfare di tutti
gli ostacoli, e novant’anni dopochè i primi Ebrei erano partiti da
Babilonia, l’opera fu compiuta, specialmente per merito del profeta
Nehhemia che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero suggeriti
da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo che godeva alla Corte
d’Artaserse, da una intelligenza non comune, e da un carattere
imperterrito che prevede i pericoli e, o vi provvede con assennate
disposizioni o sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una
grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a calde lagrime
confrontando la meschinità di quel Tempio, colla vantata imponenza e
maestà del primo.



                    Distruzione del secondo Tempio.


Non essendo nostro pensiero di tessere qui la intiera storia del lungo,
e certo non inglorioso, periodo che abbraccia oltre a cinque secoli, e
che corse appunto dalla fabbricazione del secondo Tempio alla sua
distruzione: ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua
distruzione che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e col canto di
meste e lugubri elegie ai nove di questo mese, non faremo quindi che
appena accennare quei soli fatti che si collegano intimamente a
quell’infausto avvenimento.

Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che i Romani
compariscono sulla scena della Storia Giudaica si fu ai tempi di Giuda
Maccabeo, il quale prevedendo che a lungo andare non avrebbe potuto
tenere testa al re della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare
l’amicizia del Senato e la sua mediazione col re anzidetto, allora
tributario dei Romani. L’ambasceria fu accolta con favore, e ottenne
l’intento desiderato.

Accenneremo pure che Simone fratello e successore di Giuda fu il primo
principe ebreo che coniasse moneta col proprio nome; e che Giovanni suo
figlio, dichiarato indipendente dai Romani, trovandosi abbastanza
potente da farsi rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse
quasi tutto l’antico regno d’Israele e di Giuda, assunse il titolo di
re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa indipendenza
conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche, con prudenza finissima e
con tali e tanti sacrifizii che riempiono i cuori di meraviglia ebbe la
corta durata di ottant’anni. Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo
tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità, pareva
destinato ad essere bersaglio della cupidigia e dell’ambizione dei
potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme ne fece demolire le mura,
cambiò ad Ircano il titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che
tali misure bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo
straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie provincie.
Quanto mai sono fallaci le previsioni umane! Giuda Maccabeo non avrebbe
giammai supposto, che l’alleanza coi Romani da lui tanto desiderata e
ricercata per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà
della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di tempo
relativamente breve e per l’opera inconsulta dei suoi nipoti, schiavitù
e dispersione.

Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei 116 anni dopocchè
Gionata fu riconosciuto dai re di Siria Nassì e Pontefice degli Ebrei,
titolo che equivaleva a quello di Principe indipendente; Erode ottenne
anch’esso dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci
tramandò col titolo di grande _rabbà_⁴⁷ seppe bensì con manovre astute,
con incontestabile abilità militare e con una fortuna poco comune
afferrare il potere, ricuperare le antiche frontiere del regno, e
renderlo più prospero e ricco di quanto fosse mai stato prima d’allora;
fece bensì rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza
che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle meraviglie del
mondo»; ma ciò non ostante non gli fu possibile conseguire l’amor del
popolo, sia pel suo procedere sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli
ultimi superstiti della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli di
origine straniera.

  ⁴⁷ C’è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare il
     maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per
     distinguerlo dall’altro Erode venuto dopo di lui e detto _zeerà_
     (il minore).

E una solenne prova di questa invincibile antipatia l’abbiamo nel fatto
che appena lui morto, quel popolo, che in ogni epoca della sua storia si
dimostrò sempre svisceratamente amante della libertà; chiese ed ottenne
da Varo di poter mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo
della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta questa a
provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere più quieti, e di potere
essere meglio governati da un Preside Romano, che non da deboli e
cattivi principi figli di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre
in dissensione tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non credette
di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma nove anni dopo depose
Archelao, e aggiunse la Giudea alla Siria. Mandò a governarla un
procuratore che pose sua sede in Cesarea, e che fu investito della
potestà civile e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a
Gerusalemme come città santa, si conservarono gli antichi suoi
privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata dagli
Ebrei medesimi colla speranza di un viver più riposato, sia stata la
causa prima degli estremi mali toccati alla nazione.

Pare però che sino d’allora si trovassero cittadini giudiziosi e
previdenti che pronosticarono l’esito esiziale di quell’imprudente
passo, inquantocchè noi troviamo nel commento di Ionathan Ben Uziel la
seguente invettiva, che sventuratamente fu profetica: «L’aiuto che
speravamo dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono un
popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde noi ben veggiamo
che sono compiuti i nostri giorni, e che si avvicina l’estrema nostra
catastrofe».

Non tardarono infatti a scoppiare torbidi⁴⁸. Le iniquità che commetteva
Albino per estorcere danaro dai poveri suoi amministrati, e quelle
ancora maggiori del tristissimo Floro, infiammarono gli animi di
giustissimo sdegno e stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che
non era difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo a
scoppiare. Nè l’occasione si fece attendere lungamente.

  ⁴⁸ Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime
     ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani.

     Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che
     portava il nome di _Camzà_, e un acerbo nemico che portava il nome
     di _Barcamzà_ (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede
     un giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi
     più ragguardevoli della città. Nell’accennare al famiglio i nomi di
     quelli che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo
     amico Camzà. Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare
     Barcamzà.

     Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con
     voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di
     riflettere quanto sia grande la viltà di recargli così grave e
     pubblico insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del
     pranzo che farebbe in casa sua: l’inesorabile rivale, non
     ascoltando che il suo odio, gli intima di nuovo di uscire. Allora
     costui a cui cuoceva un tale atto, si dispose di pagare la spesa
     della metà del banchetto, e finalmente di tutto il banchetto: ma
     non ottenne che ripulse.

     L’insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e
     giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti
     ragguardevoli personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di
     quella triste scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente,
     e vile quanto scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella
     sua privata vendetta.

     Si portò dall’Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per
     lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla
     ribellione e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per
     fare esperimento delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una
     vittima ad offrire nel loro tempio.

     L’Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine
     vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi
     famigli. Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che
     gli Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia
     difettosa, ferì leggermente in un occhio il povero vitello.

     I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore,
     pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l’Imperatore
     e sia per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente
     consiglio, sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di
     Anchilas. Qualcuno propose allora di ammazzare Barcamzà e
     l’animale, ma anche contro questa proposta sorse con impeto
     Zaccaria.

     I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero
     rifiutare il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose
     pel popolo d’Israele.

Correva l’anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i Greci di Cesarea
s’impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore
di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far
loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un
sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire
assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica:
guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno
d’uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo
dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non
ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel
compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse
permesso la guerra civile⁴⁹. L’indole del nostro lavoro non ci permette
di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni,
sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci
limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.

  ⁴⁹ Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che
     serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri
     Dottori sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per
     iscongiurare la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse
     decretata irrevocabilmente la caduta del Tempio.

     «Il generale che fu preposto all’esercito invadente la Giudea, nel
     secreta della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la
     sacra fede di quel popolo contro cui si portava a combattere. Prima
     pertanto di intraprendere qualunque atto ostile ricorse a una delle
     solite superstizioni pagane per prendere augurio dell’avvenire e
     pronosticare l’esito della sua spedizione.

     Scoccò nell’alto una freccia e questa cadendo si volse contro
     Gerusalemme. Il generale si volge dall’altro lato, e scocca
     un’altra freccia: ed anche questa va a cadere in faccia alla santa
     città. Ripetè tale esperimento da tutte le parti del mondo, e
     sempre una forza misteriosa torceva la freccia verso Gerusalemme.
     Il generale rimase attonito di questo fatto e conchiuse tra sè che
     Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme».

     L’aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece
     ebreo, e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre
     Dottore Meir.

Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli
Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in
pericolo l’impero dei Romani nell’intiero Oriente.

Viene dopo l’assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei
con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni
speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle
mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono
la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che
dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno
presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la
spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo
uffizio anco i dieci si uccisero.

Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori
con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è
innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò
in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l’abbandono
dell’Oriente, una costanza, un’abnegazione ed un eroismo a tutta prova.
La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai
più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte
non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e
ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene
pesata e ponderata. L’entusiasmo che inspira una causa santissima;
l’odio legittimo verso chi non offeso traversa l’oceano per rapirvi o
contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell’anima per libidine
d’impero e per sete d’oro, era temperato e guidato dalla calma più
fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei
Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da
parte degli Ebrei.

Ma a lottare contro il destino l’uomo non vale, per quanto s’impieghi la
più ferrea ed imperturbata costanza, l’eroismo il più sublime, i
sacrifizii i più penosi.

Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi⁵⁰ che, se per un
lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d’infamia, dall’altro
giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era
pari in essi, l’amore di patria e l’indomito valore. La prima funesta
conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l’incendio di molti
granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua
orridezza⁵¹. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che
mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli
strenui difensori dell’ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad
accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe
Flavio già governatore di Iossafat⁵², e poscia storico illustre delle
guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano
parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i
fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi
l’ammirazione degli stessi nemici.

  ⁵⁰ Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di
     Gìscala che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di
     Simone il quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città
     superiore.

  ⁵¹ Per dare un’idea della miseria estrema a cui giunse quella città,
     che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra
     le provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre,
     certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di
     Betezob nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il
     bambino lattante, lo fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte
     la serbava onde pascersi il giorno seguente, ma altri affamati
     sopravvennero allettati dal leppo di quell’iniquo arrosto, e
     minacciando scannarla se non dava fuori quanta cibaria ella si
     aveva annicchiato;—la donna delirante tra l’amore della vita e il
     terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto gli
     occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che
     inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.

  ⁵² Per l’esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di
     pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi
     unicamente all’uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire
     a Flavio stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo
     ritenevano traditore della patria, perchè certamente non
     difettavano nè gli amici della pace per sentimento naturale di un
     vivere quieto, nè gli uomini assennati, i quali prevedendo la sorte
     infelice che sovrastava alla patria sarebbero scesi volentieri a
     trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi che con
     tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la catena d’una
     completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando che
     almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati però
     dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo
     cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali
     accettarono la causa abbracciata dai loro fratelli per quanto la
     estimassero disperata, e la difesero con tutto l’ardore di cui
     erano capaci i loro cuori nobilissimi.

Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di
Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.

Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al
tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi,
ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri
si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la
casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l’orgoglio
dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu
distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato
incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La
città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che
essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza
ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li
rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo
uccidere.

«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di
questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della
nazione ebrea di cui l’eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto
l’Oriente, umiliò l’orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica
forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più
spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo.
Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai
nella sua magnificenza. I fieri romani dovettero ammirare il coraggio
invincibile degli ebrei, e quell’ardente amore della patria che faceva
loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal
suolo paterno».

Il numero delle vittime dell’assedio e della presa di Gerusalemme fu
immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a
novantasette mila prigionieri⁵³. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così
enorme, che l’oro perdette in Siria la metà del suo valore.

  ⁵³ Per persuaderci della possibilità di quest’asserzione, dobbiamo
     fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali,
     Gerusalemme era circondata da sobborghi, che potevano contenere un
     numero di popolazione stragrande; 2º Che coll’avanzarsi del nemico
     una folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne
     la difesa, e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del
     nemico che non la perdonava nè a età, nè a sesso.

Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme
senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise
in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in
Cesarea a dare grandi feste per celebrare l’anniversario di suo fratello
Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o
da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore
del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell’Asia
Minore, ove gli ebrei trascinati d’uno in un altro luogo, nudriti come
animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a
vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo
facevano le veci dei nostri fuochi d’artificio. Le loro membra
palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo
trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si
decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a
modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la
plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli
venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai posteri
fregiato col sublime epiteto di: «_delizia e bellezza del genere
umano_⁵⁴».

  ⁵⁴ Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero
     constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua
     Casa, e dipingere l’orgoglio satanico di quell’uomo che colla più
     abbietta ipocrisia, o per la sua morte _a tempo_ (immaturamente)
     come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo
     tutt’altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all’età di 42
     anni dopo due soli di regno.

     «Consumato l’eccidio della sacra città, che più non presentava
     all’occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti
     rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave
     che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina
     dell’Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore
     dacchè quella nave solcava le onde dell’Oceano allorchè il cielo si
     oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo
     imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio
     generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di
     scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di
     costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle
     vendicarsi di Faraone e ne sommerse l’oste nel mare Rosso; volle
     vendicarsi di Sissera e ne traboccò l’esercito nel torrente
     Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di
     farci inghiottire dall’Oceano. Venga in terra a provare la sua
     forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O
     empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo
     fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma,
     io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature,
     così imparerai o stolto fin dove s’estenda il mio dominio». Il mare
     si acquietò immantinenti come per incanto».

     Con un monumento che sussiste ancora (l’arco di Tito); con medaglie
     su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di
     una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti
     straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima
     importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si
     prepara a ricevere il vincitore della Giudea.

     Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della
     moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della
     spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e
     su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi
     vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite.
     Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un
     giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello
     su di un’incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde
     ripetesse quell’esercizio. Se l’operaio era pagano riceveva una
     mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva:
     «Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».

«Tito, scrive un autore cristiano⁵⁵, la _delizia del genere umano_, la
cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell’occidente, è
singolare modello di bontà e di clemenza nell’assedio e presa di
Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null’altro
colpevoli che di cercare intorno alla città un po’ d’erba per ammorzare
la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò
a _far tagliare le mani_ alle povere genti rimandate nella città!....
Questi Romani che Mitridate denominava il _flagello dell’universo_, eran
pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere
atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».

  ⁵⁵ Poujoulat, _Histoire de Jerusalem_.

Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso
morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso
diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a
biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione
invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o
sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di
commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva
una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma
anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura
la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le
voci con colpevoli adulazioni. L’eloquenza dei fatti, prova che la
verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell’uomo
_Titóss Arassanh_ (l’empio Tito), poichè non si troverà sicuramente
anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di
chi ordinava tali inutili macelli. In questo caso poi il nostro animo è
doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio
testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle
con quell’indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride
ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al
disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto
da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un
tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini
nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e
viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di
avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!

A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo
una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali
servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri
antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d’indipendenza e
quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi
osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro
patria al potente impero che l’aveva soggiogata.

Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un
mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a
stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile
tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che
potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra
devastatrice.

I romani conoscendo che l’indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si
piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul
monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a
giusta ragione, ch’essa ridiventasse per loro un centro di riunione.

L’imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto
gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch’egli desse ordine di scoprire
tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e
colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita
per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più
fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano
li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti
dell’Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto,
all’infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei
e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada;
nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora
rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e
morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro
innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse
nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.

Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde
effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli
prescrizioni dell’imperatore Adriano. Quantunque si creda che in
principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto
i suoi predecessori, pure è un fatto ch’egli richiamò in vigore un
decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la
circoncisione; d’osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque
studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di
rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani
e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una
ristorazione politica.

Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per
esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto
dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro
patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano
in tutti i modi. Tra l’apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio
che gli ebrei non scegliessero la morte. L’insurrezione fu generale in
Giudea.

Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della
menzogna)⁵⁶ si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l’aspettato
Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e
profittando dell’assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si
impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte;
debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo:
si condusse da re e fece coniare moneta.

  ⁵⁶ Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più tardi
     per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa;
     però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove
     quest’uomo viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo
     partigiano entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a
     fargli trovare credito e favore presso il popolo, dichiarando
     essere esso precisamente _la stella_ vista da Balaamo, che doveva
     fare trionfare la causa d’Israele.

Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale
movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio
Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui
non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i
rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni
e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad
una prese tutte le città fortificate.

Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre
anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere
del nemico ai 9 del mese d’Ab l’anno 136 dell’E. V.; e si videro
rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse
nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella
mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere
dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza
umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno
ripetendo il verso: «Ascolta Israele l’Eterno Dio nostro, l’Eterno è
unico!».

Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella,
che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei
fece alzare un tempio a Giove Capitolino.

Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o
solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo
tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e
santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d’oro il
permesso di entrare una volta l’anno, il giorno anniversario della sua
caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la
perdita e baciarne la sacra polvere.



                      Descrizione di Gerusalemme.


A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi raccontati in
questo mese, crediamo cosa opportuna il fare seguire una breve
descrizione della Gerusalemme antica ed un’altra del Tempio di Salomone,
in sostituzione alle nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel
mese venturo.

Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto un simbolo
visibile la legge divina, così ell’era eziandio la metropoli di tutti
gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo ad adiacenze povere di erba
e di alberi, a guisa di un edificio aereo s’innalzava 3,000 piedi sul
livello delle pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti
o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre parti: la città
alta, la città bassa e la città nuova. La prima, detta anche città di
Davide, era situata sul monte Sion il più eminente degli altri. A
scirocco (sud-est) del monte Sion era il Moria, o monte del Tempio,
congiunto alla città superiore col mezzo di ponti.

La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l’Acra a tramontana del
Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto più basso di loro; e più
lunge, sempre verso a tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli
Ebrei Bèzeta e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una profonda fossa
artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente dirimpetto.

A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone, verso
mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei figliuoli di Hinnom ov’erano
case, giardini, boschetti ed anco sepolcri, e girando verso ponente si
entrava nella valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi
sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano da
nemici assalti: inoltre la cima era crestata di muri e di torri per cui
il nemico, che voleva assalirla, prima di penetrare fino alla città alta
era pur sempre obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più
forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere la città
nuova; avevano merli e 60 torri; la città inferiore aveva una linea di
mura con 14 torri, indi altre mura ed altre torri più interne
garantivano la città superiore. Altra fortezza era il Tempio,
accessibile soltanto dal lato della città alta, perchè da levante
presentava i dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle
fortificazioni interiori della città.

Ecateo, due secoli prima dell’Era volgare, dava a Gerusalemme 50 stadii
di circuito e 120000 anime. Tacito conta che durante l’assedio vi
fossero chiuse di dentro 600000 persone; ed il suo commentatore Brotier
crede che parli della popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di
fuori, che in quell’occasione si affollarono a Gerusalemme.

Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città non della Giudea
soltanto, ma di tutto l’Oriente; ma questa magnificenza era dovuta in
gran parte agli Erodi. La reggia degli Asmonei sopra la città alta era
stata rifatta a nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo
reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare da un
gran principe, ma anche un castello; altre case reali e fortezze erano
le torri d’Ippico, Fasaele e Marianna fatte fabbricare egualmente da
Erode.

Gerusalemme era considerata come una città comune a tutti gli Israeliti
e nella sua qualità di santa, non doveva contenere niente d’impuro. Era
pertanto vietato l’introdurvi animali che la legge dichiarava immondi;
erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità, ed erano
persino espulse le galline a cagione del puzzo che lasciavano nelle case
o nei pollai. I cadaveri dovevano essere trasportati fuori prima di
notte; non doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non campi
perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi, fruttiferi dovevano
essere piantati lontani almeno 25 cubiti, e gli sterili a 50; era però
lecito di coltivarvi qualunque specie di fiori.

Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa, città ricevesse
il nome di _Gerusalemme_ (abitazione o eredità della pace), che si trova
per la prima volta nel libro di Giosuè. Forse era l’antica _Salem_ (la
pacifica), ove ai tempi di Abramo regnava un certo _Melchisedecco_ il
sacerdote di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide che ne fece la
capitale del regno.



                        Descrizione del Tempio.


Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo avvertire
anzitutto essere cosa quasi impossibile il darne una descrizione esatta:
inquantochè siano assai incomplete le nozioni che ci vengono
somministrate dal primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e
non si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di Geremia e
di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una bellissima descrizione in
Giuseppe Flavio, ma essa è più probabilmente la descrizione dei Tempio
di Erode che non quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci
studieremo di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno incerti.

Tutto l’edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo fatto
erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle dimensioni che erano in
proporzioni assai maggiori, si componeva del Tempio propriamente detto e
di due cortili.

Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto di legno di
cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti di larghezza e 30 cubiti
di altezza. Innanzi all’entrata del Tempio, all’Est, si trovava un
portico detto _ulam_, la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza
dell’edificio. Innanzi a questo portico, si posero due colonne di rame
vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva l’altezza di 18 cubiti
con 12 cubiti di circonferenza. Lo spessore del metallo era di 4 dita.
La colonna che guardava al mezzodì ebbe il nome di _Iachin_, e quella
che guardava il Nord portava il nome di _Booz_. Queste due colonne
unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono lavorati sotto la
direzione di un artista fenicio nomato Hhiram, chiamato espressamente da
Tiro, e che era figlio d’un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di
Neftali. Il portico e le due colonne formavano la facciata del Tempio.
Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio, cioè a nord, mezzodì e
ovest si addossarono tre piani composti di camere che comunicavano tra
loro per mezzo di porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle
provviste del Tempio.

Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette il nome
di _Hechal_ (palazzo) e la parte posteriore ricevette il nome di _Debir_
(Tempio) o _Kodesc akodascim_ (santo dei santi). Quest’ultima parte di
forma cubica situata all’occidente, misurava la terza parte dello spazio
compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono i lavori, 7 anni,
non si sentì a battere nè martello nè chiodo entro il Tempio (nel §
delle Arti se ne troverà la spiegazione). Tutto il materiale necessario
all’edificio veniva preparato altrove nella giusta misura. L’intonaco di
legno di cedro che copriva i muri era scolpito di cherubini, di rami di
palmizio, di coloquintida e di fiori sbuccianti. Il soffitto era pure
fatto intieramente in legno di cedro e il pavimento in legno di
cipresso. Tanto l’intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano
coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete d’occidente,
la quale separava il luogo santo dal santo dei santi, vi era un
ornamento d’oro fatto a catena. L’intonaco, gli ornamenti e le
indorature del Debir non differenziavano in nulla da quelli dell’Hechal
tranne nel pavimento che era in legno di cedro.

L’entrata del Debir era chiusa da una porta a due battenti e fatta di
legno d’olivo selvaggio, scolpita ed indorata come l’intonaco dei muri.
Una porta uguale chiudeva l’entrata dell’Hechal però in questa i soli
battenti erano di legno d’olivo: le tavole erano di legno di cipresso e
ciascuna banda era formata di due pezzi che si ripiegavano e si
volgevano sopra arpioni d’oro massiccio.

Nulla sappiamo di positivo relativamente alla disposizione del portico.
Abbiamo detto che il Tempio era circondato da due cortili o atrii.
Quello interno, il solo menzionato nel primo libro dei Re, era
circondato d’un muro di tre piani di pietre d’intaglio sormontate da una
balustra di legno di cedro. Le sue dimensioni non ci sono note:
probabilmente era una specie di rettangolo che circondava tutto il
Tempio; ma che era assai più inclinato verso l’Ovest che all’Est.

La parte anteriore di tale atrio doveva essere vastissima, per poter
contenere gli oggetti che in esso si trovavano deposti. Nel secondo
libro delle Cronache viene chiamato l’_atrio dei sacerdoti_, appunto
perchè i sacerdoti vi esercitavano le loro funzioni; e in Ezechiele si
menziona pure una corte grande ossia un atrio esterno che circondava
l’atrio interno. L’entrata dei due atrii era chiusa da porte coperte di
rame. In questo stesso atrio noi troviamo più tardi parecchie porte in
diverse direzioni, e un gran numero d’appartamenti destinati al tesoro,
ai sacerdoti e ai leviti di servizio. Una parte di queste porte e di
questi appartamenti rimontavano indubbiamente alla costruzione primitiva
di Salomone; specialmente poi un portico verso l’Oriente chiamato più
tardi: _il portico di Salomone_.

In mezzo all’atrio interno vi era il grande altare di rame. Il bacino
che si trovava al S. O. dell’altare in grazia della sua immensa
grandezza, fu chiamato il _mare di rame_, e riposava sopra dodici buoi
egualmente di rame. I fianchi del bacino erano lavorati a forma di
calice di fiori di giglio e ai suoi orli correvano due ordini di
coloquintida.

Oltre a questo bacino immenso, ve n’erano dieci altri di dimensioni
minori che dovevano servire a lavare le differenti parti dei sacrifici,
ed erano posati sopra piedistalli di rame ornati di figure di leoni, di
buoi e di cherubini.

Nell’Hechal innanzi all’entrata del santo dei santi si trovava l’altare
degli incensi, in legno di cedro coperto di lamine d’oro. Il _candelabro
a sette bracci_, e la tavola dei _pani di proposizione_ occupavano il
posto identico a quello che tenevano nel Tabernacolo di Mosè, colla
differenza che qui si avevano per ciascun lato cinque altri candelabri e
cinque altre tavole parimenti d’oro, con sopravi gran numero di tazze,
di molle, di pallette, di vasi e di varie altre suppellettili tutti
d’oro massiccio.

Entro al Debir non v’era altra cosa all’infuori dell’_Arca santa_, che
probabilmente poggiava sovra un piedistallo, e nella quale stavano
racchiuse le tavole della Legge. Due cherubini di legno d’olivo
selvaggio coperti d’oro, venivano a congiungersi nel mezzo dell’Arca
partendo dalle due sue estremità. Ciascuno d’essi aveva dieci cubiti di
altezza, e colle loro ali occupavano tutta la larghezza del Debir e
coprivano l’Arca santa. Questa veniva così nascosta a tutti gli sguardi,
ed anche quando veniva aperta la porta del Debir non potevasi discernere
veruna delle sue parti tranne le estremità delle sbarre che servivano a
trasportare l’Arca, e la cui lunghezza superava l’ampiezza della tenda.

                                  ————



                      ELLUL (_Agosto-Settembre_).


Nulla di veramente importante registra la nostra storia in questo mese,
se si esclude il fatto del compimento delle mura che dovevano cingere
Gerusalemme attuato dai reduci della cattività babilonese. Com’ebbimo a
dire nel mese scorso per l’erezione del Tempio, il cui lavoro fu più
volte interrotto per l’opposizione dei popoli circostanti che lo
avversavano accanitamente, considerandolo, come lo era infatti, un primo
passo verso il riacquisto della primitiva indipendenza; lo stesso
dobbiamo ripetere ora relativamente all’erezione della muraglia di
cinta. Ma grazie alla protezione divina, e alla energia e costanza degli
stessi Ebrei, codesto lavoro fatto sotto la direzione del principe
Zorobabele ebbe il suo termine ai 25 di questo mese. Non passeremo sotto
silenzio che anche in questa occasione tornò indispensabile la
validissima cooperazione prestata dal profeta Nehhemia, il quale per
l’instancabile operosità, per le abnegazioni e pei sacrificii d’ogni
genere di cui fu esempio, acquistò un titolo immortale di patria
benemerenza.

                                  ————

Persuasi di fare cosa nonchè utile, ma altresì grata ai nostri giovani
lettori, alla continuazione degli studii di Archeologia biblica, noi
facciamo precedere alcuni schiarimenti sull’uso che tuttavia si segue in
questo mese di suonare lo _sciofar_, e poichè ci troviamo sull’argomento
aggiungeremo alcune parole sui diversi motivi che inspirarono a Mosè le
due notevolissime instituzioni dell’_anno sabbatico_ e dell’_anno del
Giubileo_; per la cui solenne e pubblica annunciazione si faceva appunto
uso di quello strumento musicale.

Lo _sciofar_ si suona in tutti gli Oratorii e in tutti i giorni di
questo mese tranne i sabbati, dopo l’orazione mattutina, _tefilà_, e in
certe località anche dopo l’orazione antivespertina, _minhhà_. Tale
suono viene limitato a quattro sole voci (_tekiód_) distinte colla
parola _tasrad_⁵⁷.

  ⁵⁷ Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro
     parole: _tekià_, _scevarim_, _teruà_, _tekià_, e che significano
     quattro diverse modulazioni di voci.

Per insegnamento tradizionale noi sappiamo che questo uso deve la sua
esistenza al pensiero di commemorare la seconda ascensione sul Sinai
fatta da Mosè per prendere le seconde tavole della legge:
importantissimo avvenimento che si vuole successo appunto il primo
giorno del mese di _Ellul_. Forse non si ignora che le prime tavole
della legge, che per ordine di Dio Mosè salì a prendere immediatamente
dopo la proclamazione dei 10 comandamenti, furono da lui stesso spezzate
in un istante di giustissima ed irrefrenabile ira, quando cioè disceso
dal monte vide gli insani tripudii del popolo intorno al vitello d’oro
fatto da Aronne. La tradizione crede adunque che prima di assentarsi di
nuovo per quaranta giorni, Mosè edotto dalla esperienza della leggerezza
ed incostanza del popolo abbia voluto rendernelo avvisato facendo
suonare lo _sciofar_, e ridisceso il dieci di _Tisrì_, abbia consacrato
quel giorno alla penitenza e al perdono, chiamandolo _ìom achipurim_
(giorno dell’espiazione o del perdono). Secondo questa credenza la
_tekià_, o le _tekiód_, secondo l’usanza delle Comunioni, che chiudono
quel santo giorno, sarebbero state stabilite in memoria appunto del
suono dello _sciofar_, che Mosè fece ripassare nell’accampamento quello
stesso giorno per annunziare al popolo il suo ritorno.

Vedremo in seguito quanto fossero famigliari agli Ebrei il canto e la
musica: diremo qui che lo _sciofar_ tradotto dalla Vulgata in _buccina_,
nella Bibbia viene pure appellato _keren aiovèl_ espressione che a detta
dei Rabbini significa _corno di montone_, locchè ci può fare convinti
che questo istrumento era fatto effettivamente con un corno di montone,
o ne aveva almeno la forma.

Nella Scrittura si parla spesso di codesto istrumento musicale, che si
adoperava specialmente nelle guerre e per annunziare pubblicamente
l’anno dell’_iovel_ (Giubileo). È cosa probabilissima che la
denominazione data a quell’anno abbia avuto origine dall’istrumento che
era adoperato per annunziarlo solennemente. Per dovere di esattezza
dobbiamo però aggiungere, come taluni opinino invece che la parola
_iovel_ derivi dalla radice _iaval_ che significa _apportare_; perchè
tale anno apportava ad ogni cittadino la gioia di rientrare in possesso
dei beni forzatamente alienati, e ad ogni schiavo una libertà completa.
Ecco come si esprime la legge sul modo di annunziare tale anno alla
nazione e sulle importanti specialità che lo distinguevano: «Numererai
poi sette ebdòmade di anni (cioè) sette anni sette volte; e quando il
corso delle sette ebdòmade di anni ti avrà dato quarantanove anni, nel
mese settimo ai dieci del mese suonerai _buccina_ clamorosa; nel giorno
dell’espiazione suonerete la _buccina_ in tutta la vostra terra.
Consacrerete l’anno cinquantesimo e proclamerete franchigia nel paese a
tutti i suoi abitanti. Quello sarà per voi _giubileo_ (_iovél_), e
ciascheduno di voi farà ritorno alla sua possessione, e ciascuno tornerà
alla propria famiglia».

I principali motivi che inspirarono le due istituzioni dell’anno
sabbatico e dell’anno del giubileo furono i seguenti: 1º Il progresso
dell’agricoltura; 2º l’inalienabilità dei possedimenti prediali; 3º la
libertà degli schiavi. Quantunque le disposizioni di cui noi parliamo
non si accordino guari colle idee perdominanti ai giorni nostri sia sul
commercio, quanto sulla proprietà e sulla agricoltura; pure non furono
solo possibili allora, ma altamente commendevoli. E la prova si è che
non fu solo Mosè che concepì l’idea della parità di averi per ogni
cittadino, e per conseguenza della inalienabilità delle terre. Però è
per noi gradito dovere quello di potere asserire colla testimonianza
della storia, che fra quanti antichi Legislatori tentarono d’incarnare
tale concetto, nessuno seppe concepire un piano tanto semplice, e di
così facile attuazione quanto quello ideato dal Legislatore ebreo.

Intimamente persuaso Mosè che la durata e la felicità delle nazioni
dipende dalla bontà delle istituzioni che la reggono, dall’abbondanza
d’annona e dal forte vincolo che lega il cittadino al patrio suolo, più
che da estese relazioni commerciali che spesso apportano la corruzione
col lusso e colle ricchezze, o dalle imprese guerresche e dalle
micidiali conquiste che spandono bensì sprazzi di luce viva ed
abbagliante, ma quasi sempre passeggiera e d’una utilità piuttosto
apparente che reale; dopo di avere dati al suo popolo un codice di leggi
«giuste e rette», cercò d’inspirare nei loro animi il massimo amore per
le due innocenti ed utilissime professioni dell’agricoltura e della
pastorizia. A questo fine cominciò a nobilitarle cogli esempi dei
patriarchi e suoi, poscia annunziò al suo popolo che esso non era il
vero proprietario della terra, ma niente più di un semplice vassallo e
coltivatore a cui Dio assegnò una parte del suo terreno affinchè la
custodisse e la coltivasse con amore. «La terra è mia, dice il Signore,
e pertanto non sarà definitivamente venduta. Voi non siete con me se non
forestieri ed abitanti».

Stabilita questa premessa, dopo di aver dichiarato che i componenti la
sua repubblica erano tutti eguali al cospetto del Signore, perchè tutti
«suoi figli e suoi servi che trasse dalla schiavitù d’Egitto», doveva
naturalmente conseguire un diritto indiscutibile per ciascuno di essi di
partecipare nella stessa misura al suolo da conquistarsi⁵⁸. Ma oltre
alla sanzione della perfetta eguaglianza di tutti i cittadini in faccia
alla legge, è fuor di dubbio che tale disposizione, serviva mirabilmente
ad inspirare in ciascuno d’essi un fortissimo amore di coltivare bene, e
di difendere strenuamente quei campi e quelle case a cui erano legati da
tante care memorie e dai più gentili affetti; e che come formarono il
patrimonio dei loro padri, così dovevano venire tramandati ai loro
figli; com’è fuor di dubbio che la parte toccata in eredità a ciascun
cittadino, doveva bastare ad assicurare un vitto abbondante alla propria
famiglia. «Quando voi sarete in possesso della terra che Dio promise ai
padri vostri, dice il Legislatore, voi la dividerete col mezzo della
sorte, per famiglia e per tribù, per modo che ciascuno abbia la sua
parte conveniente; dando (cioè) una porzione più grande a quelle (tribù
o famiglie) che saranno in numero maggiore, e una porzione più piccola a
quelle che saranno in numero minore».

  ⁵⁸ Di questo diritto fu esclusa la tribù di Levi, onde le occupazioni
     materiali non la distogliessero dal servizio divino e dallo
     ammaestramento del popolo a cui fu consacrata.

     Più tardi vedremo che la legge ne la compensava esuberantemente col
     prodotto delle decime e dei sacrifizii, e coi non rari doni dei
     privati.

Uniformandosi a questa prescrizione, dopo le sue splendide vittorie,
Giosuè invitò l’assemblea del popolo raccolta in Silo, a scegliere tre
uomini abili per ciascuna tribù, di dare loro l’incarico di percorrere
il paese in tutti i sensi, tracciarne il piano e dividerlo in porzioni.

E a questo proposito non possiamo trattenerci di fare rimarcare il
seguente fatto degno di nota. Ammettendo anche inesatta l’opera di
quegli uomini, non ci deve recare meno stupore la considerazione che
3500 anni fa, al loro ingresso nella terra di Canaan, gli Ebrei abbiano
già potuto avere ciò che i popoli più inciviliti ottennero da non molti
anni, con grandi sforzi e gravi dispendii, il piano cioè del loro paese,
il cadasto della proprietà pubblica.

Ma se queste prescrizioni erano di tale natura da fare avvanzare
l’agricoltura⁵⁹, non valevano tuttavia ad assicurarne una fertilità
duratura; inquantochè la terra possa isterilirsi tanto per l’indolenza e
l’incuria del proprietario, quanto per la sua insaziabile ingordigia.
Prevenuto il primo di questi due pericoli conveniva pensare a
scongiurare il secondo. Oggi giorno si usa di alternare le seminagioni:
ma allora o non si conosceva questo sistema o non si credeva bene di
praticarlo. Aggiungeremo ancora, che per motivi che qui non occorre
cercare, Mosè proibì la simultanea mescolanza dei vegetabili nello
stesso campo. Occorreva dunque cercare uno spediente; e fu egregiamente
trovato coll’istituzione dell’anno _sabbatico_, che era un anno intiero
di riposo alla terra. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo:
«Sei anni coltiverai il tuo campo, e sei anni poterai la tua vigna, e ne
ritirerai il prodotto. Ma nell’anno settimo la terra avrà sabbato di
riposo, sabbato ad onore del Signore: il tuo campo non seminerai, e la
tua vigna non poterai. La raccolta che ti nascerà spontanea (dai grani
caduti), non mieterai; e l’uva delle tue viti incolte non vendemmierai:
egli sarà per la terra un anno sabbatico. Il (prodotto del) sabbato
della terra sarà vostro da cibarvene: tuo (cioè), e del tuo schiavo e
della tua schiava, e del tuo mercenario, e del tuo avventiccio,
dimoranti teco. Ed (anche) al tuo bestiame, ed alle fiere esistenti nel
tuo paese, sarà lasciato mangiare ogni suo prodotto».

  ⁵⁹ E che gli Ebrei abbiano profittato delle raccomandazioni di Mosè,
     noi non possiamo neanche dubitarne. A conferma della prodigiosa
     fertilità della terra promessa, che come dicemmo viene messa in
     dubbio da quanti si fermano alle desolanti descrizioni che di quel
     paese ci danno gli scrittori moderni senza por mente agli
     sconvolgimenti cui andò soggetto, noi non rapporteremo quanto vi si
     trova nella Scrittura e in Giuseppe Flavio onde non si creda che in
     noi parla la passione, ma bensì la testimonianza di scrittori
     pagani.

     Dopo che Plinio chiamò Gerusalemme «la città la più celebre, non
     solamente della Giudea, ma dell’intiero Oriente»; dopo ch’ebbe dato
     descrizioni favorevolissime della Giudea e delle sue produzioni in
     generale; dopo ch’ebbe vantato la flessibilità del legno del
     terebinto, la sua lunga durata e il suo colore di un nero
     splendissimo; dopo ch’ebbe fatto notare l’importanza della resina e
     del miele d’olivo (specie questo di una manna che si raccoglieva
     sulle foglie di quegli alberi); si ferma pia particolarmente sulle
     palme e sulla pianta del balsamo. Ecco le sue parole dalle quali
     possiamo desumere quale caso si facesse allora di quella
     produzione: «Il balsamo sdegna di crescere altrove (così credeva
     anche Flavio: Ora però cresce in Arabia) e il liquido che se ne
     estrae, e che viene preferito a qualunque altro profumo, la Giudea
     è il solo paese del mondo al quale la natura lo abbia accordato.
     Gli Imperatori Vespasiano e Tito furono i primi che mostrarono in
     Roma ed abbiano portato nel loro trionfo questo prezioso
     arboscello, divenuto tributario del nostro impero, come la nazione
     che il coltivava».

     Tacito ne parla in questi termini: «Questo paese confinante
     all’Oriente coll’Arabia, al mezzodì coll’Egitto, a ponente colla
     Fenicia e col mare; dal Nord si estende in lontanza verso la Siria.
     Gli uomini sono sani e robusti, le pioggie rare, il suolo fertile;
     esso dà le stesse produzioni del nostro paese, colla stessa
     abbondanza, e in dippiù il balsamo e le palme: le palme, alberi
     alti e belli; il balsamo, arboscello il di cui succo s’impiega
     utilmente nella medicina».

     Un romano orgoglioso e poco favorevole agli ebrei, poteva forse
     lodare meglio la Giudea che paragonarla alla gentile e fertile
     nostra patria, dando la preferenza alla prima?

     Alle testimonianze di questi due scrittori tutt’altro che parziali
     pel popolo nostro, possiamo aggiungere quella di un gran numero di
     medaglie fatte incidere dai Greci e dai Romani nelle occasioni
     delle loro vittorie sugli ebrei, e che certo non era nella loro
     intenzione di fare cosa gradita ai vinti lusingandone l’amore
     patrio. Queste medaglie rappresentano tutte la fertilità del paese,
     poichè in certune d’esse la Giudea viene rappresentata gemente
     all’ombra di una palma; in altre offre i suoi olivi e il suo
     balsamo; una rappresenta covoni di grano, in altra vedonsi tre
     spicche di grano uscenti da un sol gambo; in questa smisurati
     pampini d’uva, e in quella corni colmi di parecchie specie di
     frutti.

E quasi superfluo che noi facciamo notare, come il Legislatore ebreo non
siasi lasciato sfuggire neanche questa occasione onde disporre il cuore
del suo popolo alla bontà e alla misericordia. L’avvicinarsi dell’anno
settimo poteva impensierire i meno abbienti pel timore di mancare del
necessario; ed ecco il Legislatore che anticipatamente viene in loro
soccorso, li libera di un pensiero angoscioso, prescrivendo che i
prodotti spontanei di quell’anno fossero lasciati a loro favore. Solenne
prova di un cuore nobilissimo e di un sentimento squisitamente gentile!

La terra abbandonata a se stessa pel corso di un anno riparava alle sue
forze stremate pei sei ricolti consecutivi: e le numerose mandre che
ricondotte dal deserto vi pascolavano in libertà, ne aumentavano d’assai
la fertilità.

E posciacchè questa istituzione potrebbe sollevare qualche difficoltà
nell’animo dei nostri lettori, non sapendosi rendere ragione che uno
stato possa seriamente rinunciare all’intiero raccolto di un’annata, e
particolarmente poi in quei tempi che presentavano tanti ostacoli a
provvedersene altrove per la difficoltà di comunicazione; noi
rapporteremo le parole colle quali Mosè rassicurava il suo popolo a
questo riguardo: «E se voi mi chiederete, cosa mangeremo noi nell’anno
settimo, se non faremo seminagioni, e non potremo perciò raccogliere
verun prodotto?»—«Io comanderò su voi la mia benedizione nell’anno
sesto, e la terra vi darà un prodotto bastevole per tre anni». Ma senza
pregiudicare minimamente questa divina promessa, subordinata alla
osservanza delle sue leggi; non v’ha dubbio che questa instituzione
serviva altresì a inspirare e a sviluppare in loro il sentimento della
previdenza e dell’economia. Le terribili carestie dei tempi d’Abramo e
di Isacco ci fanno fede che i mezzi di conservare i generi alimentarii
erano affatto sconosciuti o assai negletti. Invece per questa legge gli
Ebrei erano appunto obbligati ad inventare ed a perfezionare diversi
mezzi per conservare il grano, le frutta, il vino e l’olio; e ad
abituarsi a sagaci approvigionamenti. Con queste lodevolissime
precauzioni essi venivano a premunirsi contro il flagello delle carestie
che in quei tempi erano tutt’altro che rare, e che ancora più che dalla
inclemenza delle stagioni, erano prodotte dalle guerre comunissime
allora e di carattere selvaggio.

Ma i benefici effetti dell’anno sabbatico si estendevano pure alla
derelitta classe degli schiavi. Parlando della costituzione della
famiglia ebrea, noi ebbimo già occasione di constatare le sollecitudini
di Mosè per quelle infelici creature, che la sventura o il bisogno
assoggettava ai loro simili.

Nessun’anima gentile potrà non convenire con noi che al dissopra della
triste condizione in cui lo schiavo gemeva giornalmente, era senza
dubbio straziante il pensiero che gli fosse tolto definitivamente ogni
speranza che ritornasse a rilucere per lui un raggio di libertà, che
valesse a riabilitarlo nei suoi diritti di uomo e di cittadino. La
schiavitù non gli presentava che un immenso ed indefinito orizzonte di
sofferenze e di dolori che faceva capo alla tomba. Togliere questo
strazio inesprimibile dal cuore dello schiavo ebreo, era una delle
prerogative dell’anno sabbatico. «Quando tu acquisterai uno schiavo
ebreo esso ti servirà sei anni, e nel settimo se ne sortirà
liberamente⁶⁰. Questa legge ammetteva però un’eccezione concessa per un
lodevole sentimento di tenerezza supposto nello schiavo verso il proprio
padrone, verso la propria moglie e verso i figli. Ecco come si esprime
la legge a questo riguardo: «E se lo schiavo dirà: Io amo il mio
padrone, mia moglie e i miei figli e non voglio andarmene libero»;
allora il padrone lo farà presentare ai giudici, e questi lo faranno
avvicinare ad un battente, o allo stipite della porta della città
(luogo, come vedremo più innanzi ove risiedevano in quei tempi i
tribunali composti ordinariamente dei vecchi della città, ed ove per
conseguenza amministravano pubblicamente e gratuitamente la giustizia) e
colà, lo stesso padrone, gli buccherà il lobo dell’orecchio..... e lo
schiavo lo servirà _leolàm_, vale a dire sino all’anno del _Giubileo_,
come intendono, tutti i commentatori.

  ⁶⁰ Per dare una prova dell’alta importanza che attaccavano i Profeti a
     questa disposizione, comecchè interessasse una delle più importanti
     prerogative di ogni cittadino «la libertà individuale», perchè la
     legge sanciva allo schiavo liberato la immediata restituzione dei
     diritti civili e politici; noi trascriveremo qui alcuni versetti
     che coll’animo traboccante di indegnazione, Geremia ne apostrofava
     i trasgressori: «Dice così il Signore, Dio d’Israele: Io imposi
     l’obbligo ai vostri padri allorchè li trassi dalla terra d’Egitto,
     dov’erano schiavi con dire: «In capo a sette anni rilascerete
     ciascheduno il vostro fratello ebreo, che vi si fosse venduto, ed
     avessevi servito sei anni; e lo rimanderete da voi in libertà. E i
     vostri padri non m’ascoltarono.....».—«E voi in oggi vi emendaste,
     e faceste ciò che piace ai miei occhi, proclamando l’uno all’altro
     libertà; e ne faceste solenne promessa innanzi a me........».—«Ma
     poi, pentiti, profanaste il mio nome, e faceste tornare ciascheduno
     il proprio servo, e ciascuno la propria serva, che avevate
     rimandati in balia di sè, e li sforzaste ad essere a voi schiavi o
     schiave. Perciò dice così il Signore: «Voi non mi avete obbedito di
     proclamare l’uno all’altro libertà; ecco ch’io sono per proclamare
     contro di voi libertà, dice il Signore, alla spada, alla peste e
     alla fame; e renderovvi oggetto d’orrore a tutti i regni della
     terra. E darò quegli uomini che contravvennero alla fattami
     promessa....... in mano dei loro nemici e di quelli che cercano
     d’impossessarsi delle loro persone».

I nostri Dottori interpretano così questo atto che sembra strano: «Per
quale motivo la legge ordina di offendere l’orecchio a preferenza di
qualunque altro membro?—Disse Dio: «Quell’orecchio che intese la mia
voce sul Sinai, quando proclamai: che tutti i componenti l’Assemblea di
Giacobbe sono ugualmente miei schiavi che trassi dalla terra d’Egitto, e
ciò non pertanto si sottomise volontariamente al giogo d’altro schiavo,
porti esso il marchio dell’ignominia e del disonore».

L’anno del _giubileo_ differenziava dall’anno sabbatico per la
prescrizione d’una libertà intiera, assoluta ed inesorabile per la terra
e per tutti i suoi abitanti. Imperocchè, nella guisa istessa che
nell’anno sabbatico s’era fatta un’eccezione alla legge relativa agli
schiavi, così se ne ammise una riguardo alla legge sulla proprietà
permettendone l’alienazione in dati casi. Ma questa concessione non era
che temporanea anch’essa: inquantochè oltre al permettere al possessore
stesso di ricuperare in qualunque momento la possessione alienata; oltre
al raccomandare questo misero decaduto alla pietà dei suoi parenti,
facendo loro quasi un dovere di ricuperare per lui la già sua
possessione; statuì che in qualunque caso all’anno del giubileo, egli
ritornasse di pien diritto al possesso dei suoi beni. I debiti di
qualunque specie essi fossero venivano pure rimessi⁶¹.

  ⁶¹ Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione che
     Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un
     nobilissimo pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un
     malvagio pensiero, cioè: «S’avvicina l’anno settimo, l’anno della
     remissione—e tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e
     non gli dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al
     Signore, e tu incorreresti in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il
     cuore nel dare a lui; poichè in premio di questa cosa il Signore,
     Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui
     porrai mano».

Così ad ogni mezzo secolo tutto rientrava nell’ordine primitivo: lo
stato ricuperava i membri per lui perduti nella schiavitù; e questi
miserabili resi alla patria e ristabiliti nei loro fondi, riprendendo il
titolo di cittadino si trovavano alla portata di adempirne le funzioni e
di sopportarne i carichi.



                         NOZIONI DI ARCHEOLOGIA



                           Antichità civili.


Dopo d’avere parlato nei mesi precedenti sulla società domestica degli
antichi Ebrei, comincieremo in questo la descrizione dei loro usi
sociali, facendovi precedere alcune considerazioni sul loro carattere in
generale.

È cosa innegabile che il carattere degli ebrei antichi teneva alcun che
di singolare, e distinguevasi da quello degli altri popoli per virtù e
vizi proprii. Se è vero che essi non erano affatto scevri dei vizi
propri degli Asiatici quali: l’arroganza, l’indocilità, la caparbietà,
la mollezza, l’amore del lusso e delle pompe; se è vero ch’essi ebbero
una tendenza invincibile verso l’idolatria fino all’epoca del primo
esiglio; non è men vero che in parecchi periodi della loro storia noi li
riscontriamo sobrii e semplici nei costumi, modesti nelle glorie,
attribuendone maggior merito alla protezione di Dio che al loro proprio
valore; li riscontriamo ammirabili per fede religiosa e per isviscerato
amore al patrio suolo; schietti, mantenitori delle promesse, chiari per
umanità, giustizia ed affabilità.

Gli sforzi di Mosè per insinuare nei loro cuori una forte passione per
l’agricoltura e per la pastorizia non furono vani, perchè essi vi si
mostrarono cotanto propensi e vi si dedicavano con tanto amore, che la
massima prosperità della nazione veniva figurativamente espressa dai
profeti colle parole che: «ciascuno condurrebbe la sua vita sotto la sua
vite e sotto il suo fico»: per quanto ciò non abbia minimamente impedito
che ogni qualvolta la loro patria reclamava l’aiuto dei suoi figli,
questo popolo non abbia saputo cangiare con prestezza ammirabile e con
uno slancio insuperabile gli strumenti di pace in quelli di guerra.

Vediamo ora come il loro carattere si manifestasse in pratica nelle
diverse congiunture della vita.

Non è mestieri di essere molto versato nel Pentateuco, per sapere quanto
già dicemmo e ripetiamo ora, che cioè il suo autore si studiò di
ingentilire l’animo del suo popolo, e di insinuare nei loro cuori
urbanità e delicatezza⁶². E noi ci sentiamo ben orgogliosi di potere
asserire senza, tema di smentita, che da questo lato gli ebrei si
uniformarono sì bene all’intenzione del loro Legislatore, che lasciarono
una prova indubbia della più alta civiltà.

  ⁶² Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in
     rassegna tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre
     quello di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di
     amore e di gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi
     nostri studi ci dimostrerà in modo indubitabile che il terreno,
     cioè il popolo, era veramente adattato a ricevere e a fare crescere
     rigogliosi quei nobili semi. Ci contentiamo pertanto a segnalarne
     alcuni: La raccomandazione di alzarsi al cospetto d’un vecchio; di
     non cibarsi del sangue degli animali; di non fare cuocere il
     capretto nel latte della madre; di non uccidere il bue o l’agnello
     nello stesso giorno in cui si uccide il loro figlio; di non mettere
     la musoliera al bue quando batte il frumento; di non serbare
     rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue offese; di non
     restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo; di non
     maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc.

     Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani
     lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori
     vollero appunto dipingere l’indole gentile e pietosa del nostro
     Legislatore.

     «Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che
     trovavasi verso l’Oreb, luogo arido e deserto, volgendo l’occhio
     attorno vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s’allontana
     dalle compagne. Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta
     il corso, e scorre per vaste pianure finchè si arresta presso ad
     uno zampillo d’acqua.

     Mosè la raggiunge, s’arresta anch’esso, la guarda mestamente e
     dice: «Mia buon’amica! era dunque la sete che ti spingeva a
     lasciarmi e sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come
     devi essere stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue
     compagne?»

     Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle
     spalle, e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta
     della greggia.

     Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal
     cielo suonò in queste parole:

     «Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini,
     meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»

L’atto più comune di urbanità essendo il saluto che viene scambiato tra
amici e conoscenti; è perciò naturale che si presenti primo al nostro
esame.

Presso gli ebrei, la locuzione che esprimeva il saluto, conteneva una
benedizione. Il saluto più ordinario era infatti: _Dio_ (sia) _con te_:
al quale veniva risposto: _benedica te Iddio_. Si usavano però altre
formule quali sarebbero: _Dio ti sia benigno_: _la benedizione di Dio_
(sia) _sopra di te_; _io ti benedico nel nome di Dio_. Volendo
informarsi del benessere dell’amico, gli si indirizzava la seguente
interrogazione: _aschalom lach?_ a cui ordinariamente veniva risposto:
_schalom_. Gli amici, i parenti e quelli che erano di un rango eguale
per lo più facevano seguire un abbraccio al saluto e specialmente poi
quando non si erano visti da lungo tempo. Incontrando o accomiatandosi
da persone di un rango più alto facevano una profonda riverenza, che la
Bibbia esprime colle parole: _si prosternò colla faccia a terra_.

Da quanto si rileva dal fatto di Rebecca verso Isacco e da quello di
Abigaille verso Davide, si può conghietturare, che l’inferiore si
affrettava a scendere dalla sua montura, quando vedeva arrivare l’uomo
di distinzione al quale voleva presentare i proprii omaggi.

Nel corso della conversazione, l’inferiore dava al superiore il titolo
di _signore_, e a se stesso si attribuiva quello di _servitore_, senza
però lasciare di parlargli direttamente in persona seconda, formula che
si usava quasi esclusivamente. Anche le donne parlando a uomini a loro
superiori davano a se stesse l’epiteto di _serventi_. Pare che gli
uomini non usassero salutare in pubblico le donne, ma che all’incontro
queste si mostrassero molto sollecite ad usare verso gli uomini
quest’atto d’urbanità. Tale uso si conserva ancora oggi giorno tra gli
Arabi.

Stando a quanto scrisse un celebre viaggiatore⁶³ sugli Orientali, i
quali, dice esso, «conservano talmente le usanze antiche menzionate
nella Storia Sacra e profana, che salvo la religione, si può dire che è
ancora lo stesso popolo di due mila anni fa», noi siamo portati a
conghietturare che quando si andava a fare visita a un grande
personaggio sì usava farsi annunziare: ma che volendo invece entrare in
una casa ordinaria si bussava alla porta, e si attendeva che sortisse il
padrone per esservi introdotto. Partendo dalia stessa supposizione si ha
fondamento a ritenere che, come si usa attualmente dagli Orientali, si
usasse anche fra gli Ebrei di abbruciare incensi in onore degli ospiti e
di complimentarli con rinfreschi che consistevano allora in vino
mescolato d’aromi, in sciroppo di melagranate, ecc.

  ⁶³ Shaw t. 1 p. 390.

Nel rispondere al saluto di commiato del visitatore, il padrone di casa
gli diceva: _lech leschalom_ (va in pace) augurio questo che si
adoperava anche pel viaggiatore.

Fra gli scambievoli atti d’urbanità a cui ci obbliga la vita socievole,
dopo il saluto e la visita vengono i regali, e di essi la Bibbia ci
offre pure molti esempi. È quasi superfluo dire che i regali, i quali
sono forse ancora più che il saluto e la visita una manifestazione d’una
reciprocanza non dubbia di affetto, di stima e di devozione; dovevano
necessariamente variare a seconda dei vincoli di parentela e di amicizia
che legavano tra loro chi li offriva e colui a cui venivano offerti, e a
seconda della differenza della loro condizione sociale⁶⁴. Essi
consistevano in armi, in vestiti, in danaro e in derrate, fra le quali
devesi particolarmente notare il grano secco, il pane e il miele.
Naturalmente non v’era epoca fissa per tale scambio di regali, poichè
gli amici se ne scambiavano nei giorni di allegria per qualsivoglia
festività domestica; e in tali giorni, come pure nelle ricorrenze delle
solennità religiose, se ne distribuivano generosamente al levita, al
forestiero, all’orfano e alla vedova: onde anch’essi, secondo il detto
Mosaico «potessero partecipare alla comune letizia».

  ⁶⁴ Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali,
     inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i
     chiaroveggenti e pervertiscono le parole dei pii». Questa
     raccomandazione non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri
     Dottori rivestiti della qualità di giudici, ma troviamo anzi che
     parecchi d’essi ne spinsero la pratica esecuzione ad una
     scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo dimostrano ben
     chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo ai nostri
     lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto: Rabì
     Samuele tragittava un’acqua sur una barchetta. Giunto alla riva un
     uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso uomo gli
     presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo
     avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo
     giudice perchè ho ricevuto da te un servigio».

     Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi
     ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta
     questi gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per
     qual cagione hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone.
     «Signore! rispose il gastaldo, ho una causa qui in città, e
     dovendomivi recare, ho pensato profittare del viaggio per portarvi
     dei vostri frutti. Di grazia! ecco il tenore della mia causa:
     spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde il Dottore, tu mi hai
     fatto una cortesia, io non posso più essere tuo giudice»: e delegò
     due savii a fare le sue veci.

     Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando
     gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine
     smarrite dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo,
     parrebbe che i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con
     regali di danaro o di qualche genere alimentario; però dalle prove
     di disinteresse date da questi due profeti, e particolarmente dal
     primo d’essi, del quale parleremo in seguito, e che furono gli
     unici dei quali si faccia menzione sotto questo rapporto, noi
     abbiamo fondati motivi a credere che quei regali quando venivano da
     essi accettati, lo erano a solo titolo di atti di beneficenza verso
     i loro alunni poveri.

Si offrivano pure regali ai grandi, dei quali volevasi acquistare la
protezione. Talvolta anche i grandi ne offrivano ai loro inferiori,
locchè veniva stimato un segno di favore e di protezione. Anche ai re si
offrivano regali, ma probabilmente altro non erano se non un’imposta
mascherata. È però dovere di giustizia il soggiungere che anche i re dal
canto loro si dimostravano liberali verso quei loro sudditi che
ritenevano degni di particolare distinzione, e che nei tempi di pubblica
esultanza facevano distribuire viveri al popolo radunato.

Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era pure in uso
allora. Si davano pranzi per festeggiare l’arrivo di qualche parente od
amico che non s’era visto da gran tempo; alla tosatura delle pecore;
alle vendemmie; allo spopparsi dei bambini e in occasioni di matrimoni;
presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie e nei giorni
loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati colla parola
_misthè_, che letteralmente significa _tempo di bere_, probabilmente per
la larga parte che si lasciava al vino in quei tempi in compenso alla
scarsità delle pietanze, che erano certamente ben lungi di raggiungere o
anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che s’imbandiscono
attualmente nelle mense dei grandi. Portavano pure il nome di _lehhem_
che vale _pane_, quasi ad atto di ossequio al primo e più importante
alimento. Da quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse
preceduto dalla benedizione del capo dei convitati.

Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai cenno
sull’intervento delle donne, per cui siamo portati a conchiudere che
anche fra gli ebrei, le donne tenessero festini nei loro appartamenti
separati come si usava in tutto l’Oriente; quantunque dall’importanza
che aveva la donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio
che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto lascia credere che
tali festini fossero rallegrati da concenti musicali e da canti di
gioia.

Nel conversare il loro contegno era misurato e grave, come lo è quello
degli orientali in generale, e specialmente quello degli arabi. Si
parlava poco, e con parole convenienti. Le espressioni lubriche,
disoneste od anche solo equivoche non solo erano bandite dal loro
parlare, ma venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni
erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila ai
malfattori e ai reprobi.

Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento alcune
osservazioni giudiziose e spassionate dell’abate Fleury, nel suo
pregiato lavoro _Mœurs des Israélites_: «Essi, gli ebrei, usavano
volontieri nei loro discorsi allegorie ed enigmi ingegnosi. Il loro
linguaggio era modesto e conforme al pudore. Essi dicevano per esempio:
«L’acqua dei piedi» per sott’intendere l’orina: «Coprire i piedi» per
soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione si
coprivano dei loro mantelli dopo d’avere scavato la terra..... D’altra
parte se essi hanno certe espressioni che a noi sembrano piuttosto dure
quando parlano del concepimento e della nascita dei bambini; se nominano
senza riguardo certe infermità segrete dell’uno e dell’altro sesso, ciò
avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»

Sull’argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si esprime: «La
loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza del paese li rendeva
inclinati al piacere: ma i loro piaceri erano semplici e facili non
avendone guari oltre il buon vitto e la musica. I loro festini erano
imbanditi di vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva
cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque in verità noi
riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri oltre ai due
summentovati; è però vero che il vecchio Barzilai non enumerò che questi
due, che certo erano per loro i principali, quando invitato da Davide a
volere dimorare nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare
perchè la sua grave età non gli permetteva oramai di gustarne il
diletto. L’ecclesiastico poi paragona questi due piaceri nella vita
dell’uomo, all’effetto che produce alla vista uno smeraldo incastrato
nell’oro. Per godere il fresco e l’aria libera, essi mangiavano
volentieri sotto gli alberi e sotto capanne.

Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia, sono ai tempi
nostri annoverati tra i principali. Riguardo al giuoco possiamo
affermare che nella Bibbia non se ne ha traccia veruna. Solo nella legge
tradizionale si parla di giuochi d’azzardo e non solo vengono dichiarati
proibiti, ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano
deporre come testimoni innanzi ai tribunali.

Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare una delle
occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto dei pastori della
Palestina, pel bisogno che avevano di difendere le loro greggie dalle
bestie feroci; pare che fosse esercitata anche dagli ebrei, sia per lo
stesso motivo e sia perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande.
Nessuno ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era chiamato
«cacciatore forte al cospetto dell’Eterno»; e che la selvaggina tornava
tanto gradita al palato del Patriarca Isacco, da ispirargli maggior
tenerezza pel figlio Esaù che spesso gliene provvedeva.

Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina era ricca in
selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia che una sola
restrizione, che a noi pare bene trascrivere nella sua interezza: «Se
per la via s’affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra un
nido d’uccelli (ove siano), pulcini o uova, colla madre coricata sui
pulcini o sulle uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via
la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e
vivrai lungamente⁶⁵».

  ⁶⁵ Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto
     una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il senso
     che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha lo stesso
     valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel
     latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque
     azione che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro
     cuore un’influenza meno che pietosa; e per altra parte include un
     delicato pensiero di misericordia, che è il carattere speciale
     della Legislazione mosaica, verso quella povera madre che dovrebbe
     assistere alla morte dei suoi figli e allo sperdimento delle sue
     uova: inquantochè anche gli animali irragionevoli soffrano
     immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non dipendendo
     l’amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla
     immaginazione e dall’istinto pari nell’uomo, come in tutte le altre
     creature.

I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente
dell’arco, delle freccie, del _romahh_ (picca o lancia), dell’_hhanid_
(asta o lancia) e dell’_hherev_ (spada). Le bestie feroci e specialmente
i leoni si prendevano nella _sciuhhà_ (fosso), col _mochesc_ (trappola)
e col _pahh_ (laccio). Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi.
Finita l’escavazione, se ne copriva l’orifizio di canne o ramoscelli
d’alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto rilevato al quale si
attaccava un agnello vivo. I belati dell’agnello attiravano la bestia
feroce, la quale si slanciava con furia sulle canne per impadronirsi
della preda; ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella
fossa. Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare
l’immagine d’imboscate e di pericoli.

Per completare questi nostri brevi studii sulla vita domestica e sociale
degli antichi Ebrei, ci crediamo obbligati a consacrare alcune parole
sul trattamento che trovavano presso di loro i poveri ed i forestieri.

Sui primi diremo: che per quanto Mosè considerasse eccellenti le
disposizioni da lui prese, e da noi in parte esaminate, onde tutti i
componenti della repubblica da lui fondata potessero vivere in
condizione agiata ed indipendente; tuttavia non poteva illudersi, come
veramente non si illuse, sulla possibilità che la infingardaggine e i
vizii degli uni, e la vile ingordigia degli altri non avessero in un
tempo più o meno lontano alterato lo stupendo equilibrio sociale da lui
stabilito. Ecco con quali parole dimostra questa possibilità ed ordina
di venire in soccorso ai bisognosi: «Perocchè non suol mancare in un
paese qualche bisognoso, perciò io ti comando con dire: Apri la tua mano
al tuo fratello povero e bisognoso, nel tuo paese».

La lingua ebraica ha tre vocaboli per designare questa classe di
diseredati: 1º _Evion_, derivante dal verbo _avà_, che significa
desiderare, volere; 2º _anì_, da _óni_, afflizione, miseria; 3º _dal_,
che deriva dal verbo _dalal_, e che vale impoverire, mancare,
scarseggiare. Questo vocabolo viene usato indistintamente tanto rapporto
alla salute fisica e allo stato dello spirito, quanto in rapporto ai
beni di fortuna e alla condizione sociale.

Se portati dall’argomento noi dovemmo occuparci di questa classe
sfortunata, ciononpertanto ci riteniamo dispensati di allungarci a
dimostrare con quanta premura ed amorevolezza venisse essa raccomandata
alla pietà dei ricchi, sia da Mosè stesso e sia dai Profeti. I nostri
Dottori poi eccedettero talmente nelle loro raccomandazioni delicate e
previdenti da quasi rasentare l’esagerazione. A degno complemento dei
loro ammaestramenti definirono il popolo d’Israele per _rahhamaním benè
rahhamaním_, misericordiosi figli di misericordiosi, inquantochè,
conchiusero essi, sia cosa indubitabile che colui che non ha
misericordia verso i sofferenti non può essere (degno) discendente di
Abramo⁶⁶.

  ⁶⁶ Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non
     possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed
     un esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità
     Israelitica. Non isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri
     lettori l’alta importanza della prima Sentenza per la tolleranza
     religiosa di cui ci dà bella prova.

     «È legge di pace l’obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi
     nazione in un coi poveri d’Israello, di assisterne gli infermi, di
     seppellirne i morti».

     «L’infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi
     dolori a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso:
     «Non sono anch’io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da
     me a quel ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che
     è sua, ed io giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice
     letto ed io sul nudo terreno. L’uomo benefico, colla sua carità,
     calma il fremito del povero e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio
     dice a quest’uomo benefico: «Colla tua carità tu riconcilii quel
     poveretto con me; tu ci metti in pace».

     «Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio
     principesco, ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di
     cadere dalla sua grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che
     s’addiceva al suo nome ed alla sua famiglia.

     L’infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli
     si raccomandava. Fra le solite pompe di costui era questa la più
     costante, di percorrere le vie della città montato sur un superbo
     cavallo, e preceduto da uno schiavo che gli correva davanti.

     Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello
     schiavo.

     Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare
     tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse
     davanti al cavallo per ben tre miglia».

Forse ancora più che pei poveri, Mosè ebbe commoventi raccomandazioni
verso gli stranieri. Non sarà forse mestieri che noi notiamo, che presso
tutti i popoli antichi i forestieri venivano tenuti quali altrettanti
nemici. Ma quale diverso trattamento impone Mosè verso di loro! Oltre di
autorizzarli a raccogliere in comunione dei regnicoli poveri le spighe
cadute al mietitore, i grappoli d’uva, le olive che il proprietario
doveva lasciare non raccolte, e quasi dimenticate, in un angolo del
campo e della vigna; la produzione spontanea degli anni sabbatici; in
faccia alla legge concedeva loro gli stessi diritti dei cittadini.
Quanto sono ammirabili le parole colle quali sancisce questo loro
diritto! «Come un cittadino tra voi sarà (considerato) il forestiero che
verrà a stanziare tra voi; voi lo amerete come voi stessi, inquantochè
voi conoscete _l’anima_ (le sofferenze morali) del forestiero, che
forestieri voi foste nella terra d’Egitto». Ed altrove fissando le norme
per cui la giustizia riescisse amministrata con imparzialità, equità e
fermezza, così si esprime a riguardo del forestiero: «Una sola
giustizia, una sola legge regnerà tra voi sia pel cittadino quanto pel
forestiero».

E convinto della efficacia che hanno gli esempi sugli animi, e che è a
cento doppi maggiore di quella dei freddi precetti; dimostrò tradotti in
pratica questi generosi e nobili sentimenti cogli esempi di ospitalità
dati da Abramo e da Loth quando vennero visitati dagli angeli in forma
d’uomini; dall’esempio di Batuele verso Eliezer; da quello di Labano
verso Giacobbe fuggitivo dalla casa paterna; dell’ospitalità da lui
stesso ricevuta in Madian da Ietro, e che a sua volta gli restituì nel
deserto, nell’occasione che gli accompagnò colà la moglie e i figli.

                                  ————



                      TISRI (_Settembre-Ottobre_).


Questo mese, che nella Bibbia porta il nome di _ierahh aedanim_ (mese
dei forti), potrebbesi a giusta ragione chiamare il mese sacro del
popolo ebreo; sia perchè in esso ricorrono le sue feste principali, e
sia perchè i dieci primi giorni d’esso sono intieramente consacrati alla
penitenza; Mosè aveva stabilito nel primo giorno di questo mese una
festa che chiamò _iom teruà_ (giorno di strepitazione). Ora tale festa,
appellata _ross’assanà_ (capo d’anno), si celebra per due giorni
consecutivi in tutto il mondo Israelitico; e per insegnamento
tradizionale i nostri Dottori la dichiararono festa anniversaria della
creazione del mondo motivo per cui l’appellarono: _iom azícarón_ (giorno
di commemorazione). In tali due giorni che sono i primi dei così detti
_asséred iemè tessuvà_ (i dieci giorni penitenziali), oltre allo suonare
lo _sciofar_, gli uffizi religiosi sono assai più prolissi che in
qualunque altro giorno festivo: e sbandito dal rituale ogni canto
giulivo, le preghiere s’informano tutte a una certa malinconia che
commuove il cuore, inspirate come sono dalla credenza tradizionale che
in questi giorni Iddio esamina e giudica tutte le azioni degli uomini, e
segna il destino di ciascuno d’essi per l’anno che incomincia. In
questi, meglio che in qualunque altro giorno dell’anno, sottoponendo a
scrupoloso esame il nostro cuore e le nostre azioni, noi abbiamo il
dovere di richiamare alla memoria le colpe di cui bruttammo le nostre
anime immortali; e grati a Dio, che nella sua misericordia per la nostra
debolezza ci suggerì un mezzo onde purificarle, siamo in dovere di
adoperarci a riparare quei mali che volontariamente od involontariamente
causammo al nostro prossimo⁶⁷.

  ⁶⁷ I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono il
     perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di
     persone: La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a
     fidanza coll’indulgenza di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo
     pure senza ritegno nè timore: Verrà il giorno di Chipur e noi
     otterremo egualmente il perdono».

     La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti
     pei peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di
     ottenere il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di
     risarcirne, possibilmente, il danno arrecato.

     Su quest’argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che
     lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi
     Rabbini: «Ove l’offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere
     il perdono al suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali,
     se ve ne sono, agli eredi, il colpevole è obbligato di farne
     pubblica ammenda sul suo sepolcro, pronunziando le parole seguenti
     alla presenza di dieci testimonii, la vigilia del giorno di Chipur:
     Io fui colpevole verso il Dio d’Israele, e verso costui».

È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro cuore sia
agitato da un indefinibile timore del giudizio che sta sospeso sul
nostro capo, e da una dolce speranza di ottenere col perdono un anno di
vita e di soddisfazioni. Ed è per questo che con un raccoglimento
maggiore che in qualunque altra epoca dell’anno, noi facciamo serio
proponimento di opporre per l’avvenire una valida resistenza alle
tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito fervore pel bene nostro
proprio, pel ristabilimento e per la gloria del popolo d’Israele, e pel
bene della umanità intiera⁶⁸; lo supplichiamo a non permettere che la
carestia, la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando la
desolazione e la morte; facciamo voti ardenti onde regni fra gli uomini
un patto inalterato d’amicizia fraterna; e che spunti presto quel giorno
in cui tutti gli uomini unanimi anche nel sentimento religioso,
piegheranno il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu annunciato dal
profeta colla seguente espressione: «la legge uscirà da Sionne e la
parola di Dio da Gerusalemme».

  ⁶⁸ Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte
     in numero _plurale_. Idea sublime! che ci rappresenta
     incessantemente il nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini,
     e per conseguenza il dovere di amare e di cercare con sincerità ed
     efficacia il bene di tutti, implorando per tutti, come per noi, la
     protezione divina.

Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni mattina del mese di
Ellul, si suonano quattro sole _techiód_ di _sciofar_; in ognuno di
questi due giorni se ne suonano _cento_: cioè trenta tra le due orazioni
di _tefilà e mussaf_ (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi
mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest’ultima
preghiera, e quaranta alla fine d’essa. Le prime trenta vengono dette
_techiód miiossév_ (da _iassav_ stare, sedere); le seconde trenta
vengono dette _techiód meoméd_ (da _amad_ alzarsi, sorgere) perchè si
suonano mentre si dice la _amidà_. Un chiarissimo Dottore esaminando
quali cause avevano potuto motivare l’obbligo imposto di suonare lo
_sciofar_ in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo
soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In
commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui
narrazione è detto: «la voce dello _sciofar_ era fortissima»; 2ª In
commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia
annunziando agli Ebrei l’avvicinarsi del nemico, predisse le funeste
conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla
seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io
tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso:
imperocchè il suono dello _sciofar_ udì l’anima mia, il clangor di
battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d’Isacco, fatto che
segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia
potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre
preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a
titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro
ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l’amore di Dio
sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di
un politico ristabilimento indipendente d’Israele, avvenimento che verrà
anunziato, dice un profeta, «collo suono di _grande sciofar_».

Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a
questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in
cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la
lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che
secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche
l’_aftarà_⁶⁹, che si recita nel primo giorno, ci espone l’avvenimento
della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide
pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi
sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano
Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili
titoli di benemerenza verso il popolo d’Israele.

  ⁶⁹ L’instituzione dell’_aftarà_ (che consiste in un capitolo dei
     Neviim Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia
     colla _parassà_), si crede tragga origine da una fiera persecuzione
     sofferta dagli Ebrei sotto l’Imperatore Adriano. Come vedemmo nel
     mese precedente, costui aveva proibito agli Ebrei sotto pena di
     morte, l’esercizio di qualsivoglia atto del loro culto, e lo studio
     religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare i doveri
     che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo dottore
     Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l’altro lato di
     esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente
     dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni
     precauzione. Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica
     del Pentateuco, vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei
     Profeti e che avesse con essa la maggiore possibile analogia.
     Cessata la persecuzione si credette opportuno di continuarne la
     lettura dopo la lezione del Pentateuco, sia in memoria dei pericoli
     che dovettero sfidare i nostri padri per mantenersi fedeli alla
     loro religione, e sia in omaggio a Dio che pensando la loro
     costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.

Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele
trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu
causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e
pontefice Eli; della perdita dell’Arca santa e di parecchie belle
provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano
deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.

Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l’amore e la fiducia d’Israele, ne
risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto
mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i
confini del regno; ed ebbe l’insigne merito di riunire in un corpo di
nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù
d’Israele.

Racconteremo l’ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso
risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il
suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed
incorrotta.

Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass
l’Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo
d’Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l’occhio destro a
tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il
popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per
dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo
dell’invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora
ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e
canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi
dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me
davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho
preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho
accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per
lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò».
Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai
tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi,
contro voi, il Signore, ed è testimonio l’unto suo, che non avete
trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».

Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di
rigoroso digiuno. Vien detto _iom achipurím_, giorno delle espiazioni, e
lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.

Era quello l’unico giorno dell’anno in cui il sommo sacerdote era
obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano
principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio,
erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra
le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all’altare il vitello
che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua
famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei
peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e
quale mandare libero al deserto. Dopo d’avere purificato il santuario,
il tabernacolo e l’altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da
mandarsi all’_azazél_ al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti
i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente
lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo
destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati
immolati, l’uno pei misfatti del pontefice, l’altro pei misfatti del
popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi:
tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all’altro
capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai
loro traviamenti.

Era pure in tale giorno, unico nell’anno, che il Sommo sacerdote entrava
nel _Debìr_ o santo dei santi a bruciare l’incenso innanzi all’Arca
santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva
prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio,
dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non
cessi di sedere sul trono d’Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa
che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per
annona) l’uno dall’altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare
le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non
piova).

Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade
d’anni si annunziava l’anno del giubileo, facendo passare lo suono dello
_sciofar_ in tutto il paese.

Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava
circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi
seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e
pericolosa⁷⁰; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione
dando una festa.

  ⁷⁰ La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato
     trovato al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da
     essere divenuto immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed
     importante, moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne
     estraeva il cadavere con una catena di argento che in precedenza si
     legava al piede di ogni Pontefice. A prova di tale credenza si
     constata dai nostri dottori, che di tutti i pontefici che
     ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità era
     divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa al
     migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati
     e per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati
     uno dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant’anni, tutti
     gli altri non compirono l’anno nell’altissimo ufficio.

Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di _sucoth_ o dei
tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri
nell’Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro
vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è
gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare
dall’ardore del sole.

Questa festa viene pure chiamata _hhag aassif_ (festa del raccolto)
perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente,
come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi
delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per
sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto
quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel
primo giorno di questa solennità del frutto d’una pianta che la legge
denomina _ess-adar_, e che la tradizione definisce pel _cedro_; dei rami
di palme _lulav_; e dei salici di riviera _aravà_; e portarli
processionalmente nel Tempio per sette giorni⁷¹.

  ⁷¹ Alla sera nell’atrio delle donne si faceva una gran luminaria che
     tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi
     gran gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le
     persone le più serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed
     intrecciavano una danza religiosamente simbolica durante la quale
     oltre agli inni che venivano cantati, sembra che si gettassero faci
     in aria per riceverle di nuovo in mano; e come una prova di
     singolar destrezza si narra che Simone figliuol di Gamaliele e
     Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse con otto faci in
     mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a terra neppure
     una.

Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi
coll’umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri
Dottori. Secondo essi, indica l’unione fraterna di tutti gli uomini.

La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e
l’ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome
particolare di _sceminì asséred_ (ottavo giorno di festa), e il giorno
aggiunto per la causa già detta porta il nome di _simhhad torà_ (letizia
della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche
del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel
quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con
maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare
sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome
speciale di _ossaanà rabbà_, probabilmente perchè si recita la _ossaanà_
più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli
altri giorni di _hhol amoéd_ (mezze feste), pure l’orazione mattutina
viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da
Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie⁷²; ed oltre al
_lulav_ ogni fedele si provvede di una così detta _aravà_ (alcuni gambi
di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale _mussaf_.
Quest’uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la
quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel
giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che
ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.

  ⁷² Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel
     Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella
     Palestina cominciavano d’ordinario col susseguente mese di
     Merhhasvan.

Questa festa è l’ultima delle tre così dette _saloss regalím_ in cui
tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove
offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle
frutta⁷³. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui
partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a
Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.

  ⁷³ Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano
     da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri
     riconosciuta ed ammirata la sapienza politica che l’ha inspirata.
     Per essa tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a
     conoscersi, ad affratellarsi nella comune capitale; per essa si
     stringevano quei vincoli di amore e di fedeltà che necessariamente
     debbono legare ogni singolo cittadino al suo governo, alla sua
     religione e alla sua patria; per essa ogni cittadino veniva tre
     volte l’anno a fare atto di ossequio al suo Dio e al suo re, e
     nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della
     concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere
     di concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e
     all’indipendenza della patria.

Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che
Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e
coi segni della maggiore letizia, l’anno 480, dopo l’uscita d’Israele
dall’Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad
offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già
accennammo, non furono più interrotti sino all’entrata dei Romani in
Gerusalemme.

Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di
un fatto luttuoso successo il giorno terzo che fu giudicata, e fu
realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero
commemorato con pubblico digiuno.

Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata
Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i
figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia
acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto
deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò
alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un
certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di
radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei
che al tempo dell’assedio e della presa della città, avevano riparato in
Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere
ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza.
In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l’inarrivabile
cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato
consigliatore di un’alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le
generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra
dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo
ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida
larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un
principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all’indipendenza
primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che
molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli
Ebrei, gli fece concepire l’infame progetto di fare morire Godolia col
triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli
totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di
Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di
Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia,
rese quest’ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro
la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di uccidere quell’uomo
infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile
assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di
Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di
calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla
intraprendere contro quell’uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto
agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all’improvviso,
venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto
di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell’eccidio temendo più che
mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di
Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del
profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse
totalmente disertato il sacro suolo nazionale.



            Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione.


Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali degli antichi
Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare alcune considerazioni sulla
tribù di Levi, prescelta da Dio a officiare e a servire nella sua casa;
e ad ammaestrare il popolo nei suoi doveri religioso-morali.

Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello Simone per
prendere, ad insaputa del padre e degli altri fratelli, aspra vendetta
degli abitanti di Sichem, perchè il principe di quel paese violando ogni
dovere di ospitalità e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia
nella loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò quel
fatto e maledicendo «all’ira dura ed aspra di quei suoi due figli», per
la pace di tutto il popolo augurò che i loro discendenti «venissero
sparsi in Giacobbe e divisi in Israello».

Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente
disseminata in Israello, venne staccato un grande ramo, la progenie di
Aronne, che diede origine alla casta sacerdotale.

Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso ma sublime
incarico di redimere dalla schiavitù un popolo intiero, a nessuno di
questo popolo era mai venuto in animo di contrastare il principato a lui
e il sacerdozio al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso
dell’altissimo posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi
parenti, colse l’istante in cui il popolo trovavasi indispettito contro
di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa di pochi
sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio. Ma male incolse a lui
e ai suoi congiurati. Volendolo Dio, si aprì una voragine sotto i piedi
di quegli stolti ambiziosi, e vi furono inghiottiti colle loro tende,
colle loro famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi
un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse consegnare una
verga da ogni capo di ciascuna tribù di Israele, e alla sera le
disponesse tutte innanzi all’Arca santa, poichè Egli, Dio, avrebbe
manifestato la sua predilezione verso una delle tribù col fare fiorire
la sua propria verga. È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione
toccò ad Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di
mandorle⁷⁴. Per ordine di Dio, questa verga ed un’ampolla di manna si
conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare ai posteri i grandi fatti
che rappresentavano.

  ⁷⁴ Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande
     importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè _fu il
     più umile_ di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente
     _disinteressato_. Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva
     redento e nol volle, poteva lasciare il principato ai suoi
     figliuoli ed invece scelse a suo successore un estraneo alla sua
     casa e alla sua tribù. Non toccò la terra promessa; e dopo che Dio
     miracolosamente gliela fece vedere dal vertice del Nebo, fu
     contento di spirare alla vista di quel fertile paese, ove quel
     popolo che amò d’un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi grande
     delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù; avrebbe
     dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la
     giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita
     tranquilla e felice mantenendo il suo patto.

     «L’esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua
     Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s’egli non
     fosse inspirato».

Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per la
fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di fare un invito a
tutti i «_sapienti di cuore_», perchè confezionassero gli abiti di
Aronne e quelli dei suoi figli.

Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell’offrire le oblazioni e le
vittime; bruciare l’incenso; mantenere perpetuamente acceso il lume
santo innanzi all’altare; compire la purificazione delle persone e delle
cose; rinnovare il pane di proposizione e benedire il popolo. Quando
dovevano presentarsi all’altare era loro severamente proibito l’uso del
vino e dei liquori.

Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di lino, in una
cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni sotto la tunica, e in
una specie di mitra rotonda fatta di un tessuto di lino piuttosto
spesso.

Il pontefice portava inoltre una seconda tunica più ampia alla quale si
trovava attaccato l’_Efod_, specie di veste di un ricco tessuto, in
ciascuna delle cui spalle era incastrata una grossa pietra preziosa coi
nomi di sei tribù. Il lembo estremo di questa seconda tunica era
alternativamente guernito di una granata fatta di lino ritorto di
diversi colori, e di un campanellino d’oro il cui suono annunziava la
entrata di lui nel santo dei santi. La sua tiara assai più elevata che
la mitra degli altri sacerdoti, aveva innanzi una piastra d’oro,
attaccata con un cordone di porpora sulla quale si leggevano le parole:
_kodesc l’adonai_ (Santo all’Eterno).

Un tessuto doppio di lana variata, detto _hhoscen_, di lino e di fili
d’oro, si trovava fissato sul suo petto con delle catenelle, di cui le
une si affibbiavano alle spallette dell’_Efod_, le altre al cinturino.
Dodici pietre preziose incastrate su quattro ordini, portavano inciso
ciascuna il nome di una delle tribù di Israele. Stupenda idea
rappresentante la confederazione delle dodici tribù in un popolo unito,
e la loro perfetta uguaglianza al cospetto di Dio padre e Signore di
tutti!

Tranne dunque il maggior numero degli abiti e l’unzione sul capo, la
consacrazione di Aronne a pontefice fu uguale a quella dei suoi
figliuoli. Ecco come tale funzione fu compiuta da Mosè. Lavati e vestiti
degli abiti sacri, si collocarono davanti l’altare dove eravi un toro
giovine, due montoni, pani azzimi, ed una paniera contenente due specie
di schiacciate. Eglino imposero le mani sul capo del toro, che venne
immolato pei loro peccati. Poscia Mosè segnò di sangue i quattro angoli
dell’altare, ne sparse il resto sulla predella, e dispose sull’altare le
partì pel sacrifizio. Tutto il rimanente delle carni venne tolto e
bruciato fuori del campo. Aronne e i suoi figli misero pure le mani
sulla testa d’un montone che Mosè immolò in olocausto, e di cui versò il
sangue in terra e bruciò le carni sull’altare dopo averle spezzate.
Avendo i sacerdoti messo le mani sul secondo montone, Mosè scannollo
ancora, quale sacrifizio di consacrazione. Col sangue della vittima
tinse l’orecchia destra, il pollice del piede e della mano destra di
Aronne e dei di lui figli, e ne sparse il rimanente attorno l’Ara.
Raccolse quindi un po’ di sangue allora versato, lo mescolò con olio
santo e ne unse gli abiti dei sacerdoti, inoltre versò l’olio santo
sulla testa del pontefice, per cui fu chiamato: _acoén amasciahh_
(l’unto). In seguito diede in mano ai sacerdoti le parti del sacrifizio,
cioè il grasso che cuopre gli intestini, la coda, le reni ed il grasso
che le circonda, il piccolo lobo del fegato, la spalla sinistra, un pane
azzimo ed una schiacciata perchè offrissero il tutto a Dio.

Questa ceremonia è espressa colle parole: _empiere le mani_, che hanno
lo stesso significato di esercitare, consacrare. Dopochè i sacerdoti
ebbero fatto offerta di tutte le cose sopradette, esse vennero arse
sull’Ara. Mosè offrì a Dio in proprio nome il petto della vittima. I
sacerdoti mangiarono nel tabernacolo il residuo delle carni che si erano
cucinate, come pure i pani azzimi e le schiacciate, e alla dimane si
arsero i rilievi. Queste cerimonie continuate per otto giorni
consecutivi, segregarono perpetuamente i sacerdoti dal resto del popolo
e dai leviti medesimi.

Al tempo di Davide i Sacerdoti erano divenuti tanto numerosi, che furono
ordinati in ventiquattro classi, le quali succedevansi ogni settimana
nelle funzioni sacre.

Sin dopo la schiavitù Babilonese il titolo di pontefice fu ereditario
nella famiglia di Eleazzaro. Antioco Epifane cominciò a vendere tale
dignità al migliore offerente. In seguito alle splendide vittorie dei
Macabei, uno di quei fratelli, Simeone, fu investito dagli ebrei della
doppia dignità di principe e di pontefice: dignità che si perpetuarono
nei suoi discendenti sino ad Erode. D’origine straniera, costui dopo di
aver usurpato l’autorità sovrana, e lordatosi le mani del sangue
dell’ultimo rampollo maschio⁷⁵ di quella illustre famiglia, riserbò per
sè la nomina del pontefice. Quest’abuso, che serviva a fare versare
l’oro a piene mani nel tesoro dello Stato e nelle borse dei suoi
proconsoli, fu seguito dai Romani; per cui quella dignità non fu più
circondata dalla venerazione popolare come per lo innanzi.

  ⁷⁵ Questi fu Aristobolo giovine di 17 anni: di fattezze avvenenti,
     grande, bello e ben fatto della persona; che tenne brevissimo tempo
     il pontificato, e che era tanto idolatrato dal popolo quanto ne era
     esecrato Erode. E fu appunto l’ammirazione e l’entusiasmo ch’egli
     destò nel popolo nella prima grande solennità nella quale
     pontificò, che fu causa della sua morte. Oltremodo spaventato dal
     favore popolare che si ridestava veemente pel discendente di tanti
     eroi, Erode ricorse al delitto, e lo fece affogare in un lago che
     abbelliva il parco del reale palazzo di Gerico.

     L’indole del nostro lavoro non permettendoci di narrare la vita
     agitatissima di questo re, tanto fortunato nei suoi ambiziosi
     disegni di potenza quanto sfortunato nelle sue pareti domestiche; e
     che se fece molto male compì opere grandiose e fu per natura o per
     calcolo, munificentissimo; aggiungeremo qui solamente ch’egli fece
     perire, a 22 anni, l’infelice Marianna sua moglie sorella del
     suddetto Aristobolo, donna celebrata per venustà di forme, per
     religione e pudicizia e da lui idolatrata. Questi due fatti ci
     spiegano l’odio invincibile che trovò sempremai nel popolo malgrado
     le sue larghezze, le città rifabbricate o abbellite, e la sontuosa
     riedificazione del Tempio.

La consacrazione dei Leviti seguì in questo modo: 1º Dopo che s’era loro
lavato il corpo e raso in tutte le sue parti, essi dovevano prendere
farina, olio e due tori. Uno di questi tori doveva essere offerto in
olocausto, e l’altro in sacrifizio espiatorio; 2º Mosè doveva aspergerli
di acqua lustrale; 3º I capi di famiglia imponevano loro le mani sulla
testa, come si faceva per le vittime, e li consacravano al Signore in
proprio luogo ed invece dei loro primogeniti; 4º I leviti assistiti dai
sacerdoti si prosternavano davanti al Signore od al tabernacolo per
consecrargli le loro proprie persone; 5º Finalmente imponevano le mani
sui tori offerti e li immolavano.

Questa cerimonia li consacrava al ministero santo e li dichiarava
appartenenti a Dio e ai sacerdoti. Pare che la legge non assegnasse loro
alcun particolare vestimento; solamente ai tempi di Davide e di Salomone
i cantori, i musici e quei che portavano l’arca dell’alleanza, erano
distinti dagli altri, da una specie di rocchetto o cotta di fino lino,
che indossavano solamente nell’esercizio delle loro funzioni.

Gli uffizi dei leviti erano i seguenti: servire i sacerdoti; fare da
guardiani al Tabernacolo e poscia al Tempio; portare le varie parti del
Tabernacolo cogli accessori nella marcia del deserto; mantenere la
pulizia del Tempio; amministrarne le entrate e i tesori, e finalmente
sotto Davide e dopo questo principe addestrarsi nella musica e nel
canto. Dovevano inoltre studiare le sacre scritture e coadiuvare i
sacerdoti nello istruire il popolo nei suoi doveri religiosi e morali.

I leviti erano divisi in tre grandi famiglie secondo il nome dei tre
figliuoli di Levi Kead, Gheresson, e Meravi. Davide divise in quattro
classi i trent’otto mila leviti che allora si trovavano adulti,
ventiquattro mila furano addetti al servizio dei sacerdoti; quattro mila
vennero fatti guardiani o portinai, altrettanti nominati musici, e sei
mila giudici e genealogisti nelle città inferiori. I musici furono alla
loro volta divisi in ventiquattro classi, il cui servizio era
alternativo e durava una settimana. I guardiani si mutavano pure ogni
settimana nel giorno di sabbato e facevano sentinella a sei, a quattro,
a due. Tutti gli ordini e tutte le classi avevano capi particolari.



                              Archeologia.


Riprenderemo ora gli studii incominciati nel mese antecedente sulla
Società civile degli antichi ebrei, e parleremo delle diverse specie di
malattie cui andavano soggetti; della immortalità dell’anima; degli usi
che hanno rapporto alla morte e alla sepoltura dei cadaveri; ed infine
degli ufficii dei medici e della loro importanza.


                            § 1—_Malattie._


Gli uomini delle prime età, alieni dalle grandi passioni, e conducenti
una vita semplice ed uniforme, non dovettero essere soggetti che a
piccolo numero d’infermità; motivo per cui nella Scrittura si parla
molto raramente di malattie propriamente dette. Oltre a questa ragione
generale a tutti i popoli antichi, due altre cause dovevano, a parere
nostro, contribuire principalmente a rendere rare le infermità presso
gli ebrei, cioè l’aria salubre del clima da loro abitato, e le savie
leggi igieniche di Mosè.

Generalmente parlando pare che gli ebrei avessero la persuasione che le
malattie e la morte altro non fossero che castighi mandati da Dio a
colpire il peccatore. Adamo ed Eva peccano e tosto Dio li condanna alla
morte; Faraone rapisce Sara e Abimelecco rapisce Rebecca, e Dio affligge
di terribile malore l’uno e l’altro colle loro famiglie; Marianna
sorella di Mosè non sì tosto mormora del fratello, viene colpita dalla
lebbra; i figli d’Aronne sono colpiti da morte per avere brucciato
intempestivamente l’incenso dinanzi a Dio; e i Filistei, i Betsaniti,
Ozia re di Giuda, Oza, il re Gioram si fanno colpevoli verso Dio, e la
mano di lui pesa immediatamente sul loro capo. Davide seduce Betsabea, e
Dio colpisce di malattia letale il frutto dell’adulterio; lo stesso re
commette un atto di superbia e Dio che già era adirato contro Israele
(per peccati che non specifica), manda una epidemia terribile che in
meno d’un giorno, spegne ottantamila persone. Ghehhazì si rende
colpevole d’indelicatezza verso Eliseo e tosto è colpito dalla lebbra;
Saulle trasgredisce gli ordini di Samuele ed è invaso da uno spirito
maligno che lo tormenta; Giobbe è oppresso da grandi sciagure e gli
amici che erano accorsi a confortarlo, lo suppongono reo di qualche
misfatto perchè Dio non colpisce se non i peccatori. I nostri Dottori ci
lasciarono il seguente adagio: «Non si dà morte senza peccato, nè si
danno dolori senza colpe».

Le principali e più terribili malattie di cui ci parli la Scrittura,
sono la pestilenza e la lebbra tutte e due endemiche dell’Egitto.

La pestilenza è malattia abbastanza conosciuta da esimerci di parlarne.
La lebbra non è solo una malattia cutanea, ma attacca eziandio il
tessuto cellulare, le ossa, la midolla, tutte le articolazioni; corrode
le estremità delle membra, a poco a poco stendesi per tutto il corpo e
finalmente lo mutila riducendolo allo stato più schifoso.

Fra gli ebrei i sintomi di questa malattia erano benigni: i primi non
erano altro che piccoli punti quasi impercettibili, che presto
diventavano croste o scaglie dapprincipio bianche poi nericcie e
circondate da aureola rossigna: ma questi punti prima radunati attorno
gli occhi od alle narici, stendevansi gradatamente su tutto il corpo
fino a che non vi restava più brandello di cute; gli stessi capegli o
peli tutti infetti da questo orribile morbo, cadevano affatto. Il peggio
si era, che questa malattia si perpetuava fino alla terza e quarta
generazione; e che il semplice contatto, l’alito, la vicinanza,
bastavano sovente a comunicare il veleno. Ciò ci rende, ragione della
severità delle disposizioni Mosaiche per separare i lebbrosi dalla
società comune, e dell’obbligo imposto al lebbroso, di portarsi fuori
dell’abitato gridando _thamè, thamè_ (immondo, immondo), per allontanare
da lui tutti i passanti. I sacerdoti erano incaricati della visita dei
lebbrosi, e dovevano vigilare sull’esecuzione delle leggi a loro
relative.

Giudicando da quanto fece Davide nella malattia del figlio ch’eragli
nato da Betsabea, dobbiamo conghietturare che quando la malattia si
aggravava i parenti più prossimi gettavano lugubre grida, si rotolavano
per terra, si stracciavano gli abiti, si mettevano polvere o cenere sul
capo e digiunavano.


                     § 2.—_Immortalità dell’anima._


Quantunque per regola generale, noi ci siamo imposti di volerci astenere
da qualsivoglia disquisizione filosofica o filologica, perchè le
riteniamo inopportune pei giovani ai quali sono particolarmente dedicati
questi nostri studi, pure, trattandosi di un soggetto d’alta importanza,
ci teniamo obbligati di farvi un’eccezione. La ragione che ci induce a
derogare dalla nostra linea di condotta, è quella di provare che la
teoria dell’immortalità dell’anima non era sconosciuta a Mosè,
contrariamente all’opinione di molti scrittori che con troppa leggerezza
sostennero non trovarsene nel Pentateuco il minimo cenno.

Anche non tenendo conto che Plinio e Tacito, constatano che gli Ebrei
credevano nell’immortalità dell’anima, è cosa certa che questa credenza
formava un dogma pubblico della religione degli Egiziani. Ora si
potrebbe supporre con fondamento che gli ebrei, se anche l’avessero
ignorata prima, non avrebbero accettato con trasporto una credenza che
se non altro serviva mirabilmente a mitigare le loro sofferenze presenti
colla speranza di una vita migliore, ove il Dio della giustizia li
avrebbe compensati con gioie immortali, e avrebbe fatto aspra vendetta
dei loro oppressori? Anzi l’essersi Mosè astenuto di parlarne
chiaramente non deve piuttosto ritenersi quale prova convivente che il
popolo teneva a questo dogma con fede sicura? D’altronde contentandoci
di appena accennare la risurrezione di Ezechiello; lo spirito di Samuele
fatto evocare da Saulle e che dimostra ad evidenza una fede nella
immortalità dell’anima, poichè non si evoca cosa che non si creda
esistere fermamente; il versetto che troviamo nell’Ecclesiaste così
concepito: «E ritornerà la polvere (il corpo) alla terra come fu; e lo
spirito (l’anima) ritornerà al Dio che la diede», e tenendoci ai soli
libri mosaici diciamo essere indubitabile che in essi vi si allude in
più luoghi con tanta chiarezza, da renderne impossibile la
contestazione.

Come avremo occasione di notare altrove, Mosè raccomanda vivamente agli
ebrei di mai mettere in dubbio l’assoluta spiritualità di Dio, e di non
obliare mai che nel grande fatto del Sinai essi «ascoltarono voce, ma
non videro immagine alcuna». Ora avendo egli proclamato che l’uomo è
fatto ad _immagine_ e _somiglianza_ di Dio, in che poteva fare
consistere questa _immagine_ e _somiglianza_ se non nello _spirito_
ovverossia nell’_anima_?

Ignaro di questa teoria avrebbe potuto accertare, come accertò nella
estrema sua cantica, che Dio ha la potenza di ferire e di risanare, di
fare _morire_ e di fare _rivivere_? E le espressioni di cui esso si
serve per indicare la morte, non sono una conferma a questa nostra
opinione? Le parole di _andare a ritrovare i padri suoi; essere accolto
dai suoi padri; coricarsi, addormentarsi coi proprii padri; andare in
pace coi proprii padri; raccogliersi alle proprie genti_ suscitano forse
nell’animo nostro la sconsolante e desolata immagine del nulla? Mosè
voleva indicare il ritrovo delle fredde ceneri degli avi e delle proprie
genti che furono, o non piuttosto una cara promessa di essere riuniti a
quei nostri diletti che ci precedettero nella vita eterna del cielo? E
l’espressione di _gherim_ (pellegrini) con cui si qualificano i
patriarchi, non serve forse a dimostrare chiaramente che questa vita non
era considerata che un passaggio verso la vera patria che è il cielo?⁷⁶.

  ⁷⁶ Gli ebrei dividevano l’universo in tre parti: 1º _samáim_ (cielo)
     abitazione di Dio; 2º _érez_ (terra) abitazione dei viventi; 3º
     _sceól_ dimora dei morti.


                           § 3.—_Sepoltura._


Quando qualcuno moriva, i parenti e gli amici gli chiudevano gli occhi;
ed era per loro un pietoso dovere il darsi ai preparativi pei funerali.
La maniera di seppellire i morti variava secondo le diverse condizioni
del defunto. Trattandosi di persona volgare si limitavano a lavarne il
cadavere e ad avvolgerlo in una tela prima di sotterrarlo: ma
trattandosi di una persona ragguardevole, pare cosa assai probabile, che
a imitazione degli Egiziani anch’essi lo avviluppassero in molte fasce o
lenzuoli, lo esponessero per alcun tempo sopra di un catafalco sparso di
fiori odorosi, oppure di aromi e principalmente di mirra e d’aloe, e che
vi praticassero l’imbalsamazione.

Quest’operazione, che gli ebrei impararono in Egitto, consisteva nello
estrarre i visceri per un’incisione fatta al fianco sinistro, ed il
cervello per le narici con uno strumento ricurvo e poscia ne riempivano
le cavità di bitume, di mirra, di cannella, di nitro; poi si veniva alla
fasciatura, e tutti i membri erano avviluppati l’un dopo l’altro in
lunghe bende di tela. Dal Genesi rileviamo che per quest’operazione
s’impiegavano quaranta giorni. Il corpo imbalsamato era posto in una
bara di sicomoro, rappresentante al di fuori la forma umana.

Niuna minaccia era più terribile che quella di lasciare i corpi
insepolti a pasto delle belve e degli uccelli rapaci. Il corteggio
funebre era composto dei congiunti e degli amici dei defunti; ma
volendolo rendere più pomposo, si prezzolavano piagnone e musici che
eseguivano arie lugubri e tremolanti imitando i singhiozzi. Nel Talmud
troviamo infatti essere obbligo d’ogni israelita di onorare la propria
moglie, provvedendo pei suoi funerali due _hhalilín_ (tamburri) ed una
piagnona.

Il luogo assegnato alle sepolture doveva distare almeno cinquanta cubiti
dalle città o dai borghi, e l’essere sotterrato di nascosto senza
corteggio e lutto era il massimo dei disonori; e si diceva _kevurád
hhamór_ (sepoltura dell’asino). Le fosse erano talvolta scavate nel
sasso vivo o costrutte nella terra in forma di critte o di caverne, che
ora sono dette _mearà_, ora _scihhà_ o _sciuhhà_, ora _bor_ ed ora
_kéver_. Quest’ultima denominazione era però adoperata ad indicare
qualunque sorta di sepolcri.

Le persone di bassa estrazione si seppellivano in una semplice fossa in
cimiteri comuni: ma le famiglie agiate avevano tombe particolari, ed il
sito a preferenza d’ogni altro, era scelto nei giardini e nei luoghi
ombrosi.

In tutte le epoche della storia nostra, cominciando dal patriarca
Giacobbe che ne innalzò una alla sua dilettissima Rachele, che perde
immaturamente nel suo ritorno in patria; vediamo fatto menzione di
_massevoth_ o tumuli, che erano fatte d’un sol sasso grande e scolpito,
come se ne incontrano tuttavia in Oriente, e che risalgono alla più alta
antichità.

Sono quasi incredibili, dicono i viaggiatori, le dimostrazioni di dolore
a cui si abbandonano in Oriente i parenti dei defunti. Noi abbiamo già
accennato che quelle che davano gli ebrei in tali luttuose circostanze
non erano meno intense. Aggiungeremo qui, che fra i molti segni di lutto
consacrati presso di loro, è principalmente da notarsi quello di
squarciarsi gli abiti sino alla cintola, di camminare a piedi e capo
nudo, e di tenere barba e cappelli arruffati. Era pure proibito l’uso
dei profumi e degli olii odorosi, i bagni e le conversazioni. Taluni
astenevansi pure dal vino e digiunavano.

La legge però proibiva severamente di strapparsi le sopracciglia, di
graffiarsi il viso ad imitazione dei gentili.


                             § 4.—_Medici._


S’ignora affatto in che consistesse la medicina presso gli uomini
primitivi; ma si può bene affermare che non era tale certamente da
meritarsi il nome di scienza. Strabone ed Erodoto ci dicono che presso i
Babilonesi e gli Egiziani, gli infermi erano esposti al pubblico
affinchè i già colpiti e sanati dalle stesse infermità, aiutassero di
consigli quelli che ne soffrivano: questo sistema che aveva il vantaggio
di fare profittare a ciascuno delle scoperte particolari fu
probabilmente accettato da altri popoli.

La prima volta che nella scrittura si parla di medici _rofeím_, è in un
versetto del Genesi ove è detto che essendo morto Giacobbe, «Giuseppe
ordinò ai suoi servitori i _rofeim_ d’imbalsamare suo padre». Ma convien
notare due cose: La prima che non è detto che Giuseppe abbia mandato
medici a visitarlo malato; la seconda che in tutta la Genesi, non v’ha
altra parola riguardante i medici e le medicine; quantunque si parli
bene spesso di malattie come quelle che afflissero Faraone, Abimelecco,
Isacco, Rebecca e alcuni altri ragguardevoli personaggi. A proposito
anzi di Rebecca sappiamo, che trovandosi essa assai indisposta in una
certa epoca di sua vita, e non sapendo come spiegarsi i patimenti che
soffriva andò a consultare _Adonai_ (Iddio), dizione che i commentatori
intendono per un profeta di Dio e che credono fosse Sem o Abramo.

In due luoghi però Mosè accenna a medici e medicine. Primieramente
quando parlando di due abbarruffatori, l’uno dei quali fosse stato così
malconcio da dovere mettersi a letto, ma non per ferita mortale
statuisce che: «il feritore sia assolto; ma indennizzi il ferito
dell’interruzione del lavoro, e della spesa voluta per la compiuta
guarigione». L’altro luogo si è quando tratta della lebbra. Egli ne
distingue le differenti specie, ne indica i segni e i sintomi, e
descrive persino gli indizii d’una lebbra incominciata, inveterata,
guarita. Nella Bibbia si fa pure menzione di ulceri, di fratture, di
contusioni e dei rimedii che venivano impiegati per la loro guarigione,
e che consistevano principalmente nel balsamo, nella resina, nelle
fasciature e nell’olio. Appoggiandoci al fatto, che la massima parte dei
malori nominati si riferiscono alle parti esterne del corpo, noi siamo
portati ad inferirne che presso gli Ebrei come presso gli altri popoli
antichi, le discipline mediche consistessero per la massima parte nelle
nozioni chirurgiche⁷⁷; e che presso d’essi come presso gli Egiziani, la
medicina fosse dapprincipio affidata esclusivamente ai sacerdoti. Sono
essi infatti che dichiarano la comparsa della lebbra negli uomini, nelle
stoffe e nei muri delle case⁷⁸; sono essi che ne curano gli affetti e ne
attestano la guarigione.

  ⁷⁷ Al ritardo dello sviluppo delle mediche discipline vollero forse
     alludere i nostri Dottori quando appoggiandosi a testi biblici,
     dissero: che sino al patriarca Isacco nessun uomo si accorse di
     avvicinarsi alla morte per indebolimento delle sue forze naturali;
     che sino al patriarca Giacobbe nissun uomo si ammalò prima di
     morire; e che sino al profeta Eliseo, nissun uomo guarì di una
     malattia precedente a quella a cui dovette soccombere.

  ⁷⁸ Un autore Egiziano (El-Makrisy traduz. de M. Etienne Quatremère)
     racconta i seguenti fatti: «l’anno 791 e i seguenti, i vermi che
     attaccano le stoffe di lana si moltiplicarono d’una maniera
     prodigiosa a qualche distanza dal Cairo. Un uomo degno di fede mi
     assicurò che quegli animali gli avevano rôse 1500 pezze di stoffa.
     Meravigliato di un fatto tanto straordinario, io presi, secondo la
     mia abitudine, tutte le precauzioni possibili per assicurarmi della
     verità; e riconobbi coi miei proprii occhi che i danni causati da
     quei vermi non erano stati esagerati».... «Nell’anno 821 essi
     attaccarono i muri delle case e rosero talmente i travicelli che
     formavano i pavimenti, che essi rimasero assolutamente vuoti. I
     proprietarii si affrettarono a distruggere gli edifizii che i vermi
     avevano risparmiati per modo che quel quartiere fu quasi distrutto
     intieramente».

     Questi fatti ci spiegano le disposizioni date da Mosè,
     relativamente alla comparsa delle così dette da lui piaghe di
     lebbra nei muri delle case.

                                  ————



                    MERHHASVAN (_Ottobre-Novembre_).


Due soli avvenimenti degni di nota successero in questo mese. Il primo è
quello che segna il termine dei lavori del Tempio eretto da Salomone; il
secondo è quello che segna la data della festa ideata ed instituita da
Roboamo in onore del Baal, onde sostituire nell’opinione del popolo la
festa che si era solennizzata in Gerusalemme il quindici del mese
precedente (Sucoth). Questo malaugurato pensiero gli fu suggerito dalla
stessa causa che già gli aveva consigliato l’erezione dei due vitelli
d’oro, alle due estremità del regno. Ci pare degno d’essere raccontato
per intiero l’incidente successo allo stesso re, nel momento preciso in
cui stava per bruciare l’incenso sull’altare. Conviene sapere che nello
stesso modo che egli aveva consacrato a sacerdoti individui che non
appartenevano neanche alla tribù di Levi, così si creò da se stesso
Pontefice del nuovo culto introdotto in Israello. Un profeta⁷⁹ arrivato
allora dal paese di Giuda, con accento sdegnoso e profondamente
convinto, rivolgendosi all’altare così prese ad apostrofarlo: «Oh
altare, oh altare ascolta la parola di Dio. Verrà tempo in cui nascerà
un figlio nella famiglia di Davide che si chiamerà Giosia; il quale farà
dissotterrare le ossa dei sacerdoti del Baal, e li farà abbrucciare su
te. Ed in prova che questa mia predizione non sarà per fallire, tu, o
altare, ti spaccherai immantinenti atterrando tutto quanto ti sta
sopra». Il segnale dato stava per verificarsi, quando il re sdegnato di
tanta audacia, allungò il braccio, e segnando il profeta gridò agli
astanti: «prendetelo, prendetelo».

  ⁷⁹ G. Flavio crede che il nome di questo profeta fosse Iadon, ma
     probabilmente egli lo confonde con Iedò o Iudò menzionati nel
     secondo libro delle Cronache.

Ma un prodigio si operò allora in favore dell’uomo di Dio. Il braccio
del re perdette la propria flessibilità per cui non gli fu più possibile
il piegarlo, se non in seguito alle intercessioni fatte a Dio per lui
dallo stesso profeta. Impressionato da questo avvenimento, il re
sollecitava il profeta ad accettare ospitalità in casa sua. Ma questi vi
si rifiutò affermando: «che Dio gli aveva formalmente imposto di non
fermarsi in tale luogo, di non mangiarvi pane nè bevervi acqua; e appena
compiuta la sua missione se ne tornasse indietro per un via diversa da
quella tenuta nel venirvi». E difatti senza frapporvi verun indugio egli
se ne partì per una direzione opposta a quella presa primamente.

Ora conviene sapere che viveva allora in Betel un vecchio profeta⁸⁰, che
informato dai figli di quanto era successo si affrettò a farsi preparare
la sua moritura, e corse dietro al profeta. Raggiuntolo, mentre riposava
all’ombra di una quercia, gli si presentò quale collega in profetismo; e
fingendosi inviato a lui espressamente da Dio, lo persuase a
ritornarsene indietro per rifocillarsi in casa sua. Erano tuttavia
seduti a tavola, quando una voce divina predisse all’orecchio del
vecchio profeta che in punizione di avere trasgredito l’ordine ricevuto
da Dio, il suo commensale non avrebbe avuto il supremo conforto di
essere sepolto presso i suoi padri. Finito il pasto, il profeta
forestiero si accomiatò dal suo ospite e si diresse verso il suo paese
natale.

  ⁸⁰ Il vocabolo _navì_ in ebraico non corrisponde sempre all’idea che
     esprime la parola _profeta_ (ossia colui che predice l’avvenire)
     con cui viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla
     radice _niv_ che vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo
     per cui il titolo di _navì_ veniva applicato indifferentemente
     tanto ai _profeti_ decisamente tali nello stretto senso della
     parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina
     preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai
     pubblici parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato
     indifferentemente tanto a quegli animi eletti per dottrina e per
     pietà, e che o inspirati direttamente da Dio, o da un ardente
     patriottismo non aspiravano che al bene della patria; quanto a quei
     tristi che adoperavano la loro facilità di eloquio e le loro doti
     intellettuali ad adulare i principi, e a corrompere sempre più il
     popolo, trascinando e questi e quelli nell’idolatria e nella
     schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva.

     Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di
     iniziati, di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di
     patriotti intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza
     diretta di un profeta di grido venivano ammaestrati nella scienza
     religiosa, nella letteratura e nella eloquenza; onde col fascino
     della facilità di eloquio, colle doti della mente e più cogli
     esempi di una vita virtuosa, s’incaricassero di fare trionfare in
     Israele la giustizia, la carità e l’amore. Per poco che si sia
     studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso apologo di
     Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria; la predizione
     di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco assassinio
     commesso con ipocrito zelo religioso sull’infelice Naboth; le
     apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli
     rimprovera i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più
     dal letto in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi
     esempi basteranno a convincerci che nessuna considerazione
     personale, nessun timore era accessibile al cuore adamantino di
     quegli uomini egregi, che accettavano il grave, uggioso e
     pericoloso compito di proclamare la verità, di patrocinare la causa
     del debole, di difendere l’oppresso.

     Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e
     Radak, si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta
     nello storico episodio sopraddetto, e costantemente designato col
     nome di _anavi azaken_ (il vecchio profeta), fosse un profeta falso
     malgrado la divina inspirazione ch’egli ebbe sedendo a mensa.

Ma erasi di poco dilungato dalla città, allorchè un leone scagliatoglisi
addosso lo uccise. E per provare chiaramente come tale fatto non fosse
un azzardo, ma punizione che gli attirò la disobbedienza sua; non solo
il leone si astenne di guastare minimamente il suo cadavere, e di
uccidere l’asino, ma stette lì fermo in loro custodia fino a che
avvisato dell’accaduto il vecchio profeta, causa unica di tanta iattura,
fu sollecito di andare a togliere il cadavere dalla pubblica strada e a
dargli onorata sepoltura. Probabilmente la morte di quell’uomo virtuoso
fu, se non calcolata, almeno sperata da quel vecchio profeta, il quale
negli ultimi suoi momenti raccomandò ai suoi figliuoli di seppellirlo
nella fossa di quell’uomo divino, onde le sue ossa fossero risparmiate
il giorno in cui Giosia, il zelante re profetizzato, farebbe abbrucciare
le ossa dei profeti falsi.



                              Archeologia.


Continuando i nostri studi d’archeologia biblica, noi esamineremo in
questo mese quali arti venissero maggiormente coltivate dagli antichi
ebrei, e colla solita brevità che ci siamo imposti, ne seguiremo il loro
sviluppo e il loro progresso.

Giustamente osserva Goguet, lodato autore dell’origine delle leggi,
delle arti e delle scienze, che, come il bisogno fu il maestro e il
precettore dell’uomo insegnandogli a valersi delle mani ricevute dalla
Provvidenza e del dono della favella di cui lo volle fregiato a
preferenza d’ogni altra creatura; così le prime scoperte, frutto per la
maggior parte del caso, non sarebbersi recate a certo perfezionamento
senza la riunione delle famiglie, e lo stabilimento delle leggi che
consolidarono le società.

E che questo giudizio sia pienamente conforme alla storia dell’umanità,
la quale nelle sue invenzioni cominciò dalle cose più necessarie alla
vita, per arrivare a poco a poco a quelle che dovevano procurare
l’agiatezza, la comodità e il lusso; noi ne saremo pienamente persuasi
risalendo ai primordi della creazione colla scorta della Bibbia, unico
documento che esista di quelle epoche vetuste. La nudità di Adamo ed Eva
vengono coperte da Dio stesso con tuniche di pelli, e scacciatolo dal
paradiso terrestre Dio impose all’uomo di guadagnarsi il pane col
lavoro. Una rozza capanna ove riparare dalle intemperie, alcune rozze
armi per difendersi dalle belve feroci furono certo le prime invenzioni.
Ma un bisogno naturale dimostrò presto agli uomini il vantaggio di
riunirsi in società, poichè Caino stesso si occupò a edificare una
città, che dal nome del figlio intitolò _Anóch_. Questa città non
consisteva probabilmente che in un gruppo più o meno grande di capanne o
di tende; ma a questo primo passo tenne dietro un periodo di sviluppo
artistico pronunciatissimo, poichè certo Tubal-Caino già conosce l’arte
di lavorare i metalli e segnatamente di ferro, e certo Iuval inventa o
perfeziona la cetera e l’organo. Ai tempi di Noè le arti dovevano già
avere raggiunto uno sviluppo non indifferente, poichè la costruzione
dell’arca coi suoi tre piani e scompartimenti, ci attesta la cognizione
d’un grandissimo numero d’arti. Il diluvio ha certamente portato un
colpo terribile all’umana industria, facendola indietreggiare di
parecchi secoli; ciò non pertanto, noi possiamo convincerci che non
tutte le cognizioni acquistate dai primi uomini, andarono perdute:
poichè appena i figli di Noè si furono moltiplicati, concepirono e in
parte incarnarono il colpevole divisamento, di costruire una città con
un forte castello la cui cima giungesse sino al cielo⁸¹.

  ⁸¹ G. Flavio dice nelle sue antichità Giudaiche: Che avendo Adamo
     profetizzato che la terra sarebbe stata un giorno giudicata col
     fuoco o coll’acqua, i figli di Seth che avevano già rinvenuto
     parecchie scienze, fra cui l’astrologia, alzarono due altissime
     colonne, una di mattoni e l’altra di pietra e scrissero in amendue
     le nozioni delle scienze imparate e le scoperte da essi fatte:
     coll’intendimento che, ove la colonna di mattoni fosse atterrata
     dalla forza delle pioggie, restasse sempre quella di pietra per
     indicare a qualche superstite i progressi fatti nelle industrie e
     nelle scienze.

Al tempo dei patriarchi le arti erano pervenute già a un certo grado di
perfezionamento presso i Cananei e i Fenicii, posciachè troviamo fatta
menzione di pietanze degne della tavola d’un re; di veli per donne; di
vestimenti di distinzione; di braccialetti e pendenti d’oro per
ornamento donnesco; della fabbricazione d’idoli; della incisione e della
tintura di stoffe in colore cremisi. Si parla di carovane che venendo
dall’est del Giordano percorrevano il paese per andare a fare il
commercio in Egitto; si parla di pezzi d’argento che avevano corso tra
mercanti e che se non erano coniati, erano sicuramente segnati con
qualche incisione particolare; e finalmente nelle benedizioni che
Giacobbe diede ai suoi figliuoli vediamo pure menzionati i porti di mare
e le navi⁸².

  ⁸² Isaia ed Ezechiele parlando di navi fanno menzione di alberi, di
     vele, di gomene e di remi.

È cosa indubitabile che all’epoca di Mosè si conosceva pure la scrittura
alfabetica. Appoggiano quest’opinione: i nomi delle 12 tribù incise
nelle due gemme dell’_Efod_; il _santo di Dio_ sulla tiara del
Pontefice; le tavole del Decalogo; le numerazioni delle tribù; lo
scritto della donna sospetta che doveva poi essere cancellato nelle
acque amare; il libello di disdetta da consegnarsi alla donna ripudiata
ecc. Nel libro di Giosuè si fa menzione di una città chiamata allora
_Debir_, ma che innanzi portava il nome di _Kiriad-sefer_, ossia la
città dei libri, e forse rinomata pei suoi scrittori o per essere in
essa conservati gli archivii.

In Egitto poi le arti fiorirono sin dalla più remota antichità, e gli
ebrei che vi soggiornarono lungo tempo, e che senza dubbio ebbero gran
parte nella erezione di quelle maravigliose piramidi, che se per un lato
attestano il grado di schiavitù a cui un popolo può essere assoggettato
dai suoi despoti, per l’altro lato attestano una sorprendente abilità
artistica; ebbero campo ad esercitarvisi e a perfezionarvisi.

A questo punto, ci sentiamo in dovere di dedicare alcune parole, a
dissipare un errore ingenerato da una inesatta interpretazione di una
prescrizione Mosaica.

Nel corso di questo lavoro noi abbiamo potuto convincerci più volte,
quanto fosse vivo e sviscerato l’amore di Mosè per quel popolo che
liberò dalle ritorte egiziane; a cui fece attraversare «un deserto
grande e terribile, covo di serpenti e di scorpioni avvelenati e di
siccità dove non era acqua»; che condusse «sul suo seno come un aio
conduce un adorato pargoletto» ai confini di quella «terra colante latte
e miele promessa ai suoi padri». Ora non potendo dissimularsi la
tendenza di questo popolo verso l’idolatria, e temendone a ragione le
fatali conseguenze che ne sarebbero immancabilmente risultate, perchè
avrebbe rotto il patto conchiuso con Dio e atterrato quel maraviglioso
edificio che doveva dimostrare alle universe genti «la sua alta sapienza
ed intelligenza»; e che sfidando i secoli doveva durare «come i giorni
del cielo sulla terra»; non lasciò occasione veruna di fare le
raccomandazioni le più calde ed amorevoli e di minacciare i castighi più
terribili e spaventevoli per tenerli lontani. «Perocchè, diceva esso
negli ultimi istanti del viver suo, conosco la tua contumacia e la dura
tua cervice. Se essend’io ancor vivo presso di voi foste ribelli al
Signore, quanto più (lo sarete) dopo la mia morte! Perciocchè so che
dopo la mia morte commetterete gravi colpe, e vi scosterete dalla via
che vi prescrissi e vi avverranno i mali nei tempi lontani facendo voi
ciò che spiace al Signore irritandolo coll’ (adorar l’) opera delle
vostre mani».

Ora quale maraviglia può destare la proibizione fatta al suo popolo, di
fare scoltura o figura di cosa che (sia) nel cielo disopra, nella terra
disotto, e nelle acque disotto la terra; di non inchinarsi ad esse nè
adorarle; perchè l’Eterno è Dio geloso che non lascierebbe impunita una
tale colpa?

Concediamo che questa inibizione, non era un incoraggiamento alle arti,
poichè è indubitabile che la rappresentazione della divinità sotto forme
sensibili, sia un potente incentivo agli slanci entusiastici del genio
che produce nobilissime creazioni quali sono quelle tramandateci dalla
Grecia antica. Ma oltrecchè, in ogni peggior caso, vale meglio per una
nazione essere priva di capi lavori artistici, piuttosto che esporsi a
irreparabile rovina; non v’ha dubbio che tra il non incoraggiare un’arte
qualunque e il proibire assolutamente di esercitarla, come erroneamente
si pretende da molti scrittori, corra un divario grandissimo.

E che l’intenzione di Mosè fosse precisamente quella di allontanare il
suo popolo dalle seduzioni dell’idolatria e non la semplice
rappresentazione degli oggetti, noi possiamo argomentarlo dai seguenti
versetti del Deuteronomio ove il concetto di questa proibizione viene
ampiamente sviluppata: «Guardatevi dunque bene, quanto v’è cara la
vita—posciachè non avete veduta alcuna figura nel giorno che il Signore
vi parlò in Oreb di mezzo al fuoco—di non commettere una grave colpa, e
farvi alcun simulacro, della figura di qualsiasi idolo di forma maschile
o femminile; della forma d’alcun animale ch’è in terra; della forma
d’alcun uccello alato che vola nel cielo; della forma d’alcun (essere)
strisciante sul suolo, o della forma d’alcun pesce ch’è nelle acque al
disotto della terra. Bada bene che non avvenga che alzando gli occhi al
cielo, e vedendo (ed ammirando) il sole e la luna e le stelle, tutta
(insomma) la schiera celeste, _tu travii_, e ti _prostri_ loro, e
_presti_ loro culto......».

E a convincere meglio i nostri lettori aggiungeremo che
l’interpretazione data a questo precetto dai nostri Dottori più
ortodossi concorda perfettamente colla nostra opinione. Il sapientissimo
Maimonide nel trattato _avodà zarà_ dice: essere affatto permesse le
figure di animali e di piante anche in rilievo; e Raban Gamaliel teneva
raffigurata la luna in tutte le sue fasi nel suo studio, e alle
osservazioni che una fiata gli vennero mosse, rispose: «essere puramente
proibita la rappresentazione dei corpi celesti fatta nell’intento di
adorarli».

E se così non fosse, lo stesso operato di Mosè sarebbe in aperta
contraddizione colla sua prescrizione, poichè in una invasione di
serpenti avvelenati mandati da Dio per punire la maldicenza e la
ribellione del popolo, e che portarono nell’accampamento ebreo
desolazione e lutto; Mosè fece costrurre un serpente di rame, e
fissatolo sopra un alto palo lo espose alla vista del popolo. Questo
serpente durò sino al tempo del re Ezechia che lo fece sminuzzare perchè
gli Ebrei se ne erano fatto un idolo.

Ma v’ha dippiù. Nel Tabernacolo stesso egli fece porre due Cherubini
che, come dicemmo altrove, coprivano l’Arca Santa colle loro ali: e noi
sappiamo che nel Tempio di Salomone, oltre ai Cherubini, vi era il
grande bacino che poggiava sopra dodici buoi; e nei piedestalli degli
altri bacini si trovavano figure di buoi, di leoni, di fiori ecc. Nè si
supponga che ciò possa essere stata un’infrazione alla legge, posciachè
Salomone si attenne con tanto scrupolo alle prescrizioni mosaiche da non
permettere che si adoperasse nè chiodo, nè martello, nè altro istrumento
di ferro nell’interno dell’edificio stesso⁸³, perchè Mosè avea
raccomandato di non frammischiare ferro nella fabbricazione dell’altare.

  ⁸³ Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori
     inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a
     questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l’allusione
     delli «versi strani»:

     Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso
     incarico di fabbricare la Casa Sacra, turbato dall’ordine divino
     che il Sacro tempio non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare
     modo di compire la grande impresa. Come infrangere enormi massi di
     marmo e fare a pezzi durissimi legni senza aiuto di ferro?

     Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo
     turbamento, uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L’ultimo
     giorno della creazione in sull’imbrunire il Creatore, diede la vita
     ad un vermicello chiamato _shamir_, il quale possiede la singolare
     virtù di tagliare i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo
     vermicello annidi non seppe mai mente umana».

     Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su
     tutti gli spiriti, chiamò a sè due _scedim_ (spiriti, che avevano
     molta affinità cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva
     che come questi si nutrissero, vestissero abiti e si propagassero
     ecc.) ed impose loro di indicargli il luogo ove il _shamir_ si
     nascondeva. Questi tremanti dichiararono che quel segreto era
     solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati ove quel principe
     avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla vetta di un monte di
     qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato una profonda
     pozza che ha riempito d’acqua, e che chiuse con un gran masso
     attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e ogni
     mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi,
     esamina attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò
     gli spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse
     una catena con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran
     numero di fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai.

     Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio
     arrivò al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso
     ove fece scorrere tutta l’acqua della pozza, e poscia ne scavò un
     altro più sopra e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino.
     Nel cadere della notte Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla
     pozza, ne esaminò il suggello e lo trovò intatto, sollevò il masso
     e vi sprofondò dentro. S’accorse del cambiamento e temendo di
     qualche insidia si propose di non bere, ma straziato da ardente
     sete tracannò ingordamente una quantità di vino e venne colto da
     profondo sonno.

     Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul
     dormiente e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si
     svegliò e accortosi della catena che lo serrava si dibattè
     disperatamente e mandò urli spaventevoli; ma poscia accorgendosi
     dell’inutilità d’ogni suo tentativo si acquetò e seguì Benajà.

     Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo
     desiderio ed Asmedai così gli rispose: Il _shamir_ fu confidato al
     re del mare; e questi l’ha confidato al gallo selvatico, e col più
     terribile dei giuramenti l’ha stretto a conservarlo inviolato e
     sempre. E il gallo selvatico ha posto il suo nido in un alto monte
     nudo e deserto e mai se ne diparte che non porti seco il suo
     deposito.

     Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla
     scoperta del gallo selvatico. Il prode guerriero s’avviò al
     disimpegno del suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di
     scoprire il nido del gallo selvatico. Attese che il gallo vi
     uscisse, chiuse il nido con una campana di vetro e poscia si
     nascose e aspettò.

     Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare
     l’imbeccata ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra;
     girò intorno, sparnazzò colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I
     pulcini intanto chiamavano e piangevano. Finalmente ricorse al
     prezioso deposito per infrangere il vetro; trasse di sotto le ali
     il _shamir_ e l’accostò.... Ma in quel punto Benajà uscì dal suo
     nascondiglio e mandò un grido terribile: il _shamir_ cadde a terra,
     e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì.

     Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si
     diede la morte.

Non paia strana questa raccomandazione. Chi studia con amore e con
riflessione le istituzioni mosaiche deve restare convinto che, tranne
pochissime il cui senso ci è ora impenetrabile per la grande distanza
dei tempi ed enorme differenza dei costumi, tutte le altre sono
inspirate da due fini ch’egli si prefisse di ottenere: 1º La salute del
corpo, mercè assennatissime disposizioni sui cibi e sulla pulitezza, e
mercè la moderazione nei piaceri; 2º il miglioramento dell’anima, mercè
la pratica d’ogni virtù domestica e sociale. «Santi siate, raccomanda
egli al suo popolo, che santo sono io, l’Eterno Dio vostro». Ecco ora
l’interpretazione che danno i nostri Dottori di questo precetto:
«L’altare, dicono essi, è ministro di pace tra l’uomo e Dio e tra l’uomo
e l’uomo; e viceversa il ferro è ministro di morte. Ora l’istrumento di
morte non può nè deve confondersi coll’istrumento di pace, di concordia
e di amore».

Dilucidato questo punto ritorniamo alle nozioni d’archeologia che
abbiamo interrotto.

I molti oggetti numerati nel Pentateuco e nei libri posteriori,
dimostrano ad evidenza, che, in rapporto ai tempi, l’industria e le arti
presso gli Ebrei non erano in uno stato inferiore a quello degli altri
popoli. Si sapevano filare e tessere stoffe di lana, di lino, di cotone
e di bisso (stoffa questa che certi dotti vogliono fosse una specie
particolare di lino più fino e di una bianchezza più splendente del lino
ordinario, e certi altri vogliono che fosse il cotone); si sapeva
tingere in diversi colori quali il turchino, il cremisi, la porpora e il
giallo.

Quando Mosè fece appello agli Ebrei invitandoli a portare offerte pel
tabernacolo che intendeva erigere onde «Dio abitasse in mezzo a loro»;
le donne industriose furono assai sollecite di filare lino finissimo e
lana di capre, che nelle mani d’uomini abili furono trasformati in
tappeti. Noi non descriveremo qui quel lavoro che dovette riescire di
una eleganza ed imponenza severa e solenne, sia perchè ci obbligherebbe
ad allungarci oltre al limite che ci siamo prefissi, sia perchè chi ne
avesse vaghezza ne troverebbe la descrizione nell’Esodo capitolo 19 e
seguenti. Diremo però che fu un’opera felicemente ideata ed eseguita con
legno di _scithim_ (specie di acaccia); con pelli di montone e di tasso;
con tappeti coperti o guerniti d’oro. I direttori di quei lavori, che
erano certi _Bessalél_ figlio di Urì della tribù di Giuda, e _Aholiáb_
figlio di Ahhissamach della tribù di Dan, vengono dichiarati da Mosè
«uomini pieni dello spirito di Dio in industria, in ingegno e in sapere;
abili nel fare disegni da lavorare in oro, in argento e in rame, e
nell’arte di pietre da legare ed in quella di lavorare in legno».
Compiuto il lavoro e presentato a Mosè, questi ne passò in rassegna ogni
singola parte e ne rimase talmente soddisfatto, che lo dichiarò eseguito
secondo il comando di Dio, e impartì la sua benedizione a tutti quanti
vi ebbero parte. Si noti che Mosè, il quale passò tutta la sua gioventù
in mezzo alle grandezze e al lusso della Corte egiziana, non avrebbe
certo potuto dichiararsi soddisfatto d’un lavoro dozzinale e grossolano.

Ai tempi di Davide e di Salomone, che segnarono la maggiore grandezza e
prosperità del regno d’Israele, che era allora il più esteso, il più
ricco e il più potente dell’Asia; si trovarono operai tanto abili ed
intelligenti da costrurre quelle maraviglie dell’arte che furono il
Tempio; il palazzo reale col ricco e splendido suo mobiglio; alcune
città e fortezze fra cui la celebre _Tadmór_ (Palmira); il trono di
Salomone tutto d’avorio incrostato d’oro, che la storia afferma «non
essersene fabbricato l’eguale in nissun regno»; e che vi si arrivava per
sei gradini ognuno dei quali portava un leone in ciascuna sua estremità.

È bensì vero, e noi lo constatiamo senza reticenze, che prima
d’intraprendere i lavori del Tempio, Salomone inviò un messaggio al Re
di Tiro, col quale ricordandogli l’antica amicizia che lo legava a
Davide ed annunziandogli la sua intenzione di fabbricare un Tempio al
Signore; lo invitò ad ordinare ai suoi servi di tagliare cedri dal
Libano, perchè nessun individuo ebreo sapeva meglio dei Sidonii tagliare
e fare viaggiare legnami da costruzione; ma conviene considerare che
questo fatto non menoma per nissun modo l’importanza degli operai ebrei,
perchè non riguardava che un ramo particolare d’industria dei Sidonii.

La stessa considerazione si deve fare rapporto ad Hhiram chiamato, come
avemmo a dire altrove, a Gerusalemme a dirigere i lavori in rame.

A misura che la prosperità materiale del popolo aumentò mercè le
relazioni commerciali contratte colle nazioni straniere, sparì bensì con
essa la primitiva semplicità dei costumi, ma le arti e i mestieri ebbero
largo campo ad esercitarsi e a perfezionarsi; poichè il giorno della
caduta del regno fra dieci mila capi di famiglia _mille_ erano capi di
officine.

I ricchi abitavano in case grandi e spaziose ornate d’oro e d’avorio,
con sale particolari per festini e con appartamenti distinti per
l’estate e per l’inverno.

È questo lusso che producendo la corruzione dei costumi, infiammò il
petto dei veggenti d’Israele che lo biasimavano con veementi ed irose
invettive ritenendolo, e non a torto, lo strumento che doveva portare la
intiera rovina della nazione. Chi avesse vaghezza di conoscere
specialmente gli abbigliamenti delle belle figlie di Sionne, li potrebbe
riscontrare nel capitolo terzo d’Isaia, e dovrebbe conchiudere che nè
pel numero (che è ventidue), nè per la qualità, nè per galanteria
stavano al disotto di quanti ne offra la teletta di una ricca ed
elegante signora dei nostri tempi.

A titolo di curiosità storica ne citeremo alcuni. Il primo a presentarsi
è il _nézem_ (orecchino o pendente dell’orecchio) il quale si componeva
di diverse parti quali: _aghil_ (rotondo) _netifód_ (goccie o perle).
Viene in seguito una seconda specie di _nézem_, che era un pendente del
naso. Anche oggi giorno le donne orientali portano quest’ornamento
sospeso ad una della pinne del naso, che a quest’effetto si bucava come
si bucano ora le orecchie⁸⁴; il _revid_ collana o catena sospesa attorno
al collo e cadente sul seno, e alla quale venivano attaccati altri
ornamenti detti _saaronim_, o _lehhascim_ (amuleti), o la _boat anéfesc_
(vasetti di odore); il _zamid_ o _esadà_ (braccialetto), il _tabàad_
(anello); il _realà_ (velo); la _hhagorà_ (cintura) e i _hharittim_
(borse eleganti) e finalmente gli stivaletti coi campanelli che porsero
occasione allo stesso profeta di rimproverare le figlie di Sionne «di
essersi fatte altere, di marciare colla gola tesa (scoperta), di fare
cigolare i fermagli coi piedi».

  ⁸⁴ Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di
     ripugnanza che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato
     ornare una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma
     priva di senno, a un _nézem_ d’oro pendente dal naso di un maiale.

La composizione degli olii odoriferi, degli unguenti e dei profumi sia
per uso profano come pel servizio religioso; esigeva un’arte particolare
che noi troviamo già ben conosciuta e coltivata ai tempi di Mosè.
L’artista portava il nome di _rokeahh_.

L’olio santo che Mosè insegnò a preparare e col quale si consacrarono
Aronne e i suoi figli, tutti gli oggetti del Tabernacolo, e che doveva
servire di sacra unzione per tutti i secoli; si componeva di quattro
specie d’aromi, aggiunti all’olio d’oliva fino, che doveva venire
preparato appositamente dal sacerdote. Questi aromi erano i seguenti: 1º
_morderór_ mirra semplice, ovverosia quella che colava spontaneamente
senza bisogno d’incisione; 2º _kinamón_ cinamomo o canella odorosa; 3º
_canè boscem_ canna odorosa; 4º _kidá_ cassia aromatica.

Il profumo per le fumigazioni del santuario si componeva altresì di
quattro sostanze aromatiche. La prima era il _natáf_ gomma; la seconda
lo _scehhéled_ storace liquida; la terza la _hhelbonà_ galbanum; la
quarta la _levonà zacà_ incenso puro.

In questo articolo dovrebbero trovare posto, alcune nozioni sulle
scienze coltivate dagli antichi ebrei, sulla lor lingua e poesia; ma sia
che l’indole del nostro lavoro non ci permette di diffonderci in questo
studio quanto sarebbe necessario e sia perchè esso potrebbe riescire
poco dilettevole per quei lettori ai quali è specialmente destinato il
nostro lavoro, preferiamo a non parlarne.

Abbiamo già accennato che gli ebrei erano assai appassionati per la
musica colla quale rallegravano i loro festini e accompagnavano i sacri
canti. Aggiungeremo ora che i Rabbini vogliono che tali strumenti allora
conosciuti fossero in numero di trentaquattro. D. Calmet nella sua
dissertazione sugli strumenti di musica, ammette bensì che gli strumenti
musicali erano presso gli ebrei in numero assai maggiore che presso
qualunque altro popolo antico, ma non ne accetta oltre a venti; intanto
che il Ben Zeeb, nella sua prefazione al libro dei Salmi commentato dal
Nahhmanide, ne enumera ventuno quali tipi primitivi dai quali ne fa
originare altri nove. Da qualunque parte stia la ragione a noi poco
importa. Ci basta notare che i padri nostri avevano avanzato anche in
questa nobilissima fra le arti belle, tutti i popoli antichi. Gli
strumenti musicali da loro usati erano di tre specie:

1ª Gli strumenti _a corda_ compresi sotto il nome generico di _neghinód_
i cui principali erano: il _nébel_ nabbo; il _assór_ decacordo e il
_chinór_ chitarra.

2ª Gli strumenti _a fiato_ quali: il _ugáv_ organo; lo _sciofar_ del
quale abbiamo parlato lungamente nei mesi precedenti; _aghil_ flauto; la
_hhazozerà_ tromba.

3ª Gli strumenti _a percossione_ quali il _tof_; il _menanhém_; il
_scialissím_ e il _selselim_ cembalo. Di questo strumento ne esistevano
sicuramente due specie: una detta _silselè sámah_, e l’altra _silselè
teruà_.

Come la musica e la poesia, anche la danza è un divertimento naturale
all’uomo. Tutti gli scrittori ne attestano la sua antichità e
universalità fin fra i popoli più barbari, presso i quali era anzi una
ceremonia importantissima dello strano e sconcio loro culto.

Ammettendo che il vocabolo _mahhól_ abbia il significato che gli si
attribuisce generalmente, si deve credere che la danza fosse praticata
presso gli ebrei specialmente in occasione di pubblica esultanza: stante
però le rare volte a cui vi si accenna, la poca sua consonanza colla
gravità dei loro costumi e alla serietà del loro carattere, e alla
massima facilità colla quale potevasi prestare alla leggerezza e
all’incontinenza, ci è lecito supporre che fosse assai poco in uso.



                     CHISLEV (_Novembre-Dicembre_).


Due fatti della più alta importanza registra la nostra storia in questo
mese. Il primo d’essi si rapporta ad una decisione presa da Esdra, e che
per quanto la si debba giudicare crudele e dolorosa verso gli
interessati, che erano in numero grandissimo, tuttavia era
imperiosamente richiesta tanto dalla religione quanto dalla politica;
poichè si trattava di estirpare uno sconcio che perpetuandosi minava
senza via di scampo sino dalle radici l’esistenza religiosa e politica
della nazione intiera. Questa misura consisteva nell’ottenere la
separazione degli Ebrei da tutte le donne idolatre sposate
nell’intervallo che passò tra la partenza della prima e della seconda
colonia giudaica da Babilonia, per la loro antica patria.

Ecco la causa di questo sconcio e il riparo portatovi da un uomo che si
acquistò tanti titoli alla benemerenza di Israele, che i Talmudisti lo
paragonarono a Mosè. La prima colonia dei reduci da Babilonia era
contornata da Moabiti, Ammoniti, Arabi, Samaritani, Fenicii, Siriaci e
da altre nazioni che o parlavano una stessa lingua, o dialetti affini,
quindi era impossibile ad evitarsi il contatto colle medesime. Si
contrassero matrimonii scambievoli; gli Ebrei diedero le loro figlie
agli stranieri, e presero mogli da loro. Ne ebbero figliuoli che
formarono una razza ibrida non ben giudea, nè ben gentile, ma che per
una conseguenza tutt’affatto naturale, partecipava più della madre,
dalla quale riceveva col latte le prime nozioni religiose. Quella parte
della nazione che era tuttavia attaccata sinceramente alla religione
avita, vedeva con dolore questa contravvenzione al più necessario e
reciso ordine di Mosè: ben a ragione temeva l’avveramento delle funeste
conseguenze da lui pronosticate, tanto più poi perchè tale rilassatezza
aveva preso proporzioni estese intaccando a guisa di contagio tutte le
classi dei cittadini.

Per rimediarvi pare che questi zelanti patriotti chiamassero da
Babilonia Esdra, sacerdote riputatissimo per dottrina e gravità di
costumi. Egli discendeva da Zadoc, e perciò apparteneva alla casta dei
Pontefici: era stimato il più profondo nella cognizione delle patrie
leggi, e gli veniva dato il sopranome di _sofér maír_ (scriba perito),
con cui si voleva indicare non pure la sua maestria nello scrivere, ma
eziandio la singolare sua perizia nel leggere e spiegare le sacre
Scritture⁸⁵.

  ⁸⁵ A quest’uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi,
     si attribuisce la fondazione della _Chenesced Aghedolà_ (la grande
     Accademia o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale
     egli fu il primo Presidente e Simone il Giusto l’ultimo, i quali
     dovevano conservare e spiegare la legge e tramandarsi di uno in
     altro le tradizioni orali che la completavano. (Come diremo più
     estesamente altrove, queste tradizioni e spiegazioni furono poi
     raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato _akadoss_ (il santo) nella
     _Misnà_, e dai due Dottori Ravà e Rav-Assè nel _Talmud_ o
     _Ghemarà_).

     A lui si attribuisce l’invenzione dei punti vocali, degli accenti e
     della _màsora_ o critica filologica del testo biblico; a lui si
     attribuisce la compilazione delle orazioni quotidiane, e oltre al
     libro che porta il suo nome e che si crede scritto da lui, gli sono
     attribuiti anco i due libri de’ Paralipòmeni. Vuolsi pure che il
     libro di Malachia (l’ultimo dei profeti canonici) appartenga
     altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero nome sotto questo,
     che vale _angelo_ o _messo_.

Esdra dunque venne a Gerusalemme l’anno primo di Artaserse Longimano,
munito di un favorevole rescritto di questo principe che gli attribuiva
tutti i poteri di un governatore: gli regalò eziandio cento talenti di
argento e gli assegnò somministrazioni di grano, vino, olio e sale pei
bisogni del Culto. Oltre a questi sussidii, Esdra raccolse dalla pietà
degli Ebrei trans-Eufrateni altri cinquecentocinquanta talenti
d’argento, cento d’oro, e molto vasellame di argento e d’oro; parte
avuto in dono e parte di quello che trasportato da Gerusalemme non era
ancora stato restituito e che a lui riuscì di ricuperare. Con lui si
aggiunsero più di 1800 altri ebrei che vollero accompagnarlo, fra i
quali alcuni sacerdoti, cantori, leviti e natinei⁸⁶. La carovana partì
verso la metà di Nissan ed arrivò a Gerusalemme nel mese d’Ab. Esdra
dopochè fu bene informato dello stato delle cose se nè mostrò
scontentissimo, si stracciò le vesti, ed assunse tutti gli altri
contrassegni del dolore e del lutto, onde i Giudei commossi dalla sua
autorità, promisero di sottoporsi alle riforme che avrebbe voluto fare.
Egli allora ordinò che tutti gli Ebrei, anche quelli della campagna si
trovassero fra tre giorni, che veniva appunto ad essere il venti del
mese di Chislev, a Gerusalemme. L’assemblea ebbe luogo infatti al giorno
stabilito, e il popolo se ne stava trepidante e timoroso, per la suprema
importanza delle decisioni che si dovevano prendere, sulla piazza che
trovavasi innanzi al Tempio. E infatti il motivo era seriissimo, poichè,
come già dicemmo, si trattava di giudicare tutti quelli che avevano
menato mogli straniere, e fors’anco costringerli a separarsi da esse e
dai figliuoli che avevano procreato. E costoro non erano pochi; vi erano
sacerdoti, leviti e persone di alto e di basso stato; e si poteva
presumere che non tutti sarebbero stati disposti ad accondiscendere al
volere altrui in un negozio in cui erano interessate le affezioni più
delicate del cuore; poichè sarebbe stato difficile il persuaderli che
l’interesse generale dello Stato reclamava da loro un sacrifizio cotanto
grave e penoso.

  ⁸⁶ _Natinei_ vale _dati_, _votati_, e probabilmente erano prigionieri
     di guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo
     il libro d’Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al
     servizio dei leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei
     Gabaoniti. Non crediamo fuori di luogo di raccontare questo brano
     di storia sulla conquista della Palestina, che servirà pure a
     ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato in modo
     sfavorevole al popolo nostro.

     Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso
     il Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti.
     Pervenuta la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città
     importantissima munita di alte mura e forti torri, della
     espugnazione di Ai alle orecchie dei Gabaoniti; questi nella
     speranza di stornare dal loro capo la sorte esiziale da cui erano
     minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti tra loro parecchi
     individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero di indumenti
     vecchi e logori, di pane ammuffato, d’otri di vino secchi è
     screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli
     Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti
     da paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a
     domandare la loro alleanza e ad implorarne l’amicizia, in causa
     dell’onnipotenza dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli
     operati in loro favore in Egitto e nel deserto. A conferma delle
     loro asserzioni presentarono il pane muffato e che assicurarono
     essersi preso dietro appena tolto dal forno; mostrarono gli abiti
     indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel lungo cammino.
     Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto
     menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro
     l’invocata alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la
     verità. Il popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione
     dei principi. Ma il fatto non potevasi oramai revocare, l’alleanza
     era stata giurata nel nome dell’Eterno e non si poteva violare;
     quindi Giosuè volendo dare soddisfazione al popolo e nello stesso
     tempo mantenere la fede giurata, destinò i cittadini di Gabaon ai
     grossi servizii del Tempio.

     Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l’assedio
     di città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei
     loro peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come
     Davide e Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli
     senza distruggerli; l’esistenza stessa dei Natinei è una prova
     convincente che Mosè non aveva imposto agli Ebrei di sterminare
     senza pietà tutti i popoli della Palestina, come erroneamente o
     maliziosamente pretesero parecchi scrittori. La totale distruzione
     era stata decretata solamente per sette popoli o tribù le cui opere
     erano talmente nefande «che la terra, dice Mosè con una figura
     espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal suo seno». Anzi i
     nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla conquista della
     Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami così
     concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà
     accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all’eccidio esca volontariamente
     dalla Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra».

     I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si
     uniformò al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.

Sembra quindi che l’assemblea sia stata tumultuosa, e che l’unione di
tutta quella gente lungi dal contribuire al buon effetto della
combinazione desiderata, lo contrariasse. Colta dunque l’opportunità che
pioveva a dirotto, e che il popolo si trovava assai a disagio,
l’assemblea fu congedata; e si credette più acconcia l’instituzione di
un tribunale composto di Esdra e di alcuni uomini capi dei loro casati
designati per nome, onde giudicare i refrattarii citandoli ad uno ad
uno. Questo spediente riescì: la commissione lavorò tre mesi ad indurre
colle buone o colle cattive gli ebrei a rompere quei matrimonii
dichiarati illegali. Un gran numero vi acconsentì mandando via le mogli
e i figliuoli, che furono pertanto costrette a ritirarsi alle rispettive
nazioni a cui appartenevano; e questo affronto accrebbe contro gli ebrei
il numero e l’odio dei nemici.

Tuttavia dobbiamo notare che la riforma non era stata generale: molti
eziandio sacerdoti e leviti, anzi le persone più potenti, ricusarono di
sottomettersi alla decisione di Esdra, e diedero origine ad una fazione
contraria ai rigoristi (farisei)⁸⁷, ed unita d’interesse cogli stranieri
e specialmente coi Samaritani e coi governatori persiani, che
risiedevano a Samaria.

  ⁸⁷ L’epiteto _fariseo_ passò quale sinonimo di falso religioso, di
     vilissimo ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre
     assolutamente esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di
     trascrivere le seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle
     quali ci viene spiegata l’origine del fariseismo e il significato
     di tale denominazione.

     «A Esdra tenne dietro gran numero di _soferim_. Dei più antichi non
     si conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del
     Rabbinismo, gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi
     _divrè soferim_, o parole degli scribi (il nome _sofer_ significò
     poscia anche maestro di scuola ed anche scrivano, copista). Col
     lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli scribi ipocriti,
     come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i falsi
     profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno _farisei_,
     _astinenti_, _austeri_; e quando la tendenza liberale e grecizzante
     formò un partito sotto il nome di _Sadducei_, l’epiteto di farisei
     fu da questi dato indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati
     alle istituzioni degli antichi scribi, sia che fossero veramente
     ipocriti, sia che fossero uomini d’una sincera pietà».

Il secondo avvenimento che ebbe luogo in questo mese fu di tale
importanza e segna una pagina cotanto gloriosa nella nostra storia, che
noi crediamo necessario fare una eccezione alla linea di condotta che ci
siamo imposti, e svolgerlo con una certa ampiezza almeno nella sua prima
fase: vale a dire sulle cause che determinarono la guerra d’insurrezione
contro i Greci, sino alla totale liberazione dello suolo nazionale per
opera di Giuda Macabeo.

I reduci da Babilonia nei primi tempi furono governati da capi ebrei
nominati ordinariamente dai re di Persia; ma tale dipendenza si faceva
sentire così poco da potere quasi dire che la Giudea formasse una specie
di repubblica sotto l’alta sovranità di quei re. Il primo di tali capi
fu Zerubabele, al quale vuolsi sia succeduto Mesciulla suo figliuolo e
poscia Esdra e Neemia. Dopo quest’ultimo, pare che il governo inferiore
sia passato nelle mani dei sommi sacerdoti, tanto per la parte religiosa
quanto per la civile e politica; e ch’essi siano divenuti i soli
intermediarii tra il popolo e i re stranieri di cui erano tributarii.
Dobbiamo però notare che per soddisfare le favorevoli propensioni del
popolo per la casa di Davide, si introdusse l’uso di nominare un Nassì
(principe) tra i membri di quella casa; quantunque peraltro non gli si
lasciasse esercitare veruna autorità di fatto.

Noi non ci occuperemo della successione di parecchi re di Persia perchè
non fu portata per essi veruna sensibile alterazione nei loro rapporti
con gli ebrei, se si escludono i mali che questi ultimi patirono per le
guerre che ebbero luogo tra la Persia e l’Egitto: e verremo a parlare
degli avvenimenti successi all’epoca in cui Alessandro il Macedone colle
sue vittorie minacciava di prossima rovina l’impero di Dario. Trovandosi
all’assedio di Tiro, Alessandro inviò una lettera a Iaddo sommo
pontefice degli ebrei, che i nostri Dottori per uno strano equivoco
confondono con Simeone il Giusto vissuto parecchi anni dopo questi
avvenimenti; invitandolo a spedirgli soccorso d’uomini e di provvigioni,
e a pagare a lui quel tributo che sino allora era stato pagato a Dario.
Iaddo per non mancare al giuramento fatto al suo alleato si rifiutò di
aderire a queste richieste, osando sfidare la collera del Macedone il
quale giurò di trarre aspra vendetta degli ebrei. Presa Tiro, Alessandro
mosse verso Gaza. Questa città gli oppose un’eroica resistenza, ma in
capo a cinque mesi essa cadde in potere degli assedianti, e subì un
trattamento feroce. Diecimila uomini vennero trucidati; e il resto della
popolazione, uomini, donne e fanciulli, furono venduti per ischiavi. Una
sorte eguale pareva riservata a Gerusalemme. Un miracolo poteva solo
salvare la città santa: e questo miracolo ben meritato dai suoi abitanti
in premio del coraggio e della devozione di cui diedero prova nel
serbare la fede giurata, fu operato da Dio.

Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a Iaddo, di portarsi
ad incontrare Alessandro seguito dai suoi sacerdoti. Iaddo ossequente a
questa voce indossò gli abiti sacerdotali, e fatteli indossare agli
altri sacerdoti e dando le opportune disposizioni onde la città venisse
parata a festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore.
Alessandro colpito da questo imponente spettacolo si avanzò verso il
pontefice e inchinandoglisi innanzi lo salutò rispettosamente. Il suo
amico Parmenione avendogli dimostrato lo stupore da cui era compreso per
tali atti di rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che
trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d’uomo vestito come quel
pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva incoraggiato a persistere
nei suoi progetti di conquista, assicurandogli la vittoria sui Persiani.
Strinse poscia la mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio e
vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice, accordò
agli ebrei l’esenzione dei tributi nell’anno sabbatico e la libertà di
vivere ovunque secondo le loro leggi e i loro usi. Questa libertà estesa
a quei giovani che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue
bandiere, fece sì che molti ebrei s’iscrissero nelle file del suo
esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno dall’Egitto volendo
compensare gli ebrei della inalterata fedeltà che gli serbarono regalò
loro una parte del territorio Samaritano⁸⁸.

  ⁸⁸ A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti
     morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle
     principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori,
     Alessandro Magno indirizzò ai sapienti d’Oriente e le risposte date
     dai medesimi: e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria
     avidità di conquista che teneva agitato lo spirito di quel monarca,
     e per la quale non si peritava a gettare intiere nazioni in braccio
     agli orrori di guerre funestissime.

     Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l’Oriente
     dall’occidente o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi:
     chi opinava la distanza essere pari e chi la voleva maggiore
     dall’Oriente all’Occidente. «Nella creazione del mondo quale delle
     due cose ebbe la precedenza tra il cielo e la terra?».—«Il
     cielo».—«Fu creata prima la luce o l’oscurità?». Questa
     interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma perchè obiettarono
     altri sapienti non gli si rispose «l’oscurità», poichè
     effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l’abisso?
     A questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per
     parte di quel monarca altre interrogazioni insolubili sull’eternità
     di Dio e sulla fine del mondo, si preferì di interromperne il corso
     prendendo a pretesto l’insufficiente capacità di poter soddisfarne
     il desiderio». Qual uomo, ridomandò egli, puossi chiamare veramente
     sapiente?—«Il preveggente»—Quale veramente forte?—«Quello che sa
     vincere le proprie passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è
     contento del proprio stato».

     Ed ecco ora l’apologo:

     Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di
     regni, manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i
     monti delle tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da
     impiegarsi per riuscirvi. Ottenutili e attraversati quegli orridi
     monti, giunse fino agli estremi confini dell’Asia, e si trovò
     presso il paese delle Amazzoni, ove le donne erano preposte al
     Governo, compievano gli uffizi guerreschi e combattevano invece
     degli uomini. Queste gli mandarono un’ambasciata di parecchie loro
     compagne, che gli tennero il seguente libero discorso: «Sire! Se
     mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se vinci,
     quale gloria d’avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale
     disonore d’essere vinto da donne?»

     Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò
     l’impresa, e dopo d’avere fatto incidere sovra un sasso queste
     parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle
     donne»; volse la sua marcia verso un paese dell’Africa. Il re di
     quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di
     Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo.
     Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d’oro.
     Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese:
     «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose
     esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini,
     dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese?
     Io m’immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell’oro».

     Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di
     sterili deserti e d’inculti terreni, e capitò alfine presso un
     ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e
     tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle
     rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito
     invito, si sedette, bevve di quell’acqua che trovò di un sapore
     delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era
     provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente
     maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese
     fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell’uomo
     singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell’animo, per
     volerlo immediatamente compiuto.

     Risalendo a ritroso dell’acqua giunse alla porta del Paradiso.
     Picchiò, ma gli venne negato l’accesso. Alessandro ripigliò colla
     sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch’io sono
     Alessandro il Grande conquistatore dell’Asia»—«No, gli fu risposto,
     questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli
     giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro
     impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi
     che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi
     alcuna cosa che mostri al mondo com’io son venuto colà, ove nessun
     mortale giunse prima di me».

     Una mano invisibile gettò allora disopra l’alta muraglia un piccolo
     involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo
     raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma
     quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l’involto, vi trovò
     racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo
     savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare
     questo dono, perchè se tu lo libri coll’oro e coll’argento vi
     troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di
     provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in
     un guscio, l’oro nell’altro; e con grande meraviglia di tutti per
     quanto oro vi si mettesse, l’occhio traboccava sempre. «Non v’è
     dunque contrappeso che valga a rimettere l’equilibrio, esclamò
     Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta
     assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse
     l’occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi,
     spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a
     soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest’occhio rappresenta la
     cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell’occhio sta
     aperto non v’è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a
     soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la
     vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii;
     e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del
     male che fecero ai popoli confidati al loro governo.

Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di
assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo
impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di
Lago s’impadronì dell’Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, mentre
che Seleuco Nicàtore ne fondò un’altra nella Siria. Queste due potenze
furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel
mezzo e palleggiata più volte dall’uno all’altro dominio ebbe molto a
soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di
governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d’oro, dovevano
fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti.
L’esacerbazione degli ebrei trovò un’occasione a sfogarsi. Antioco
Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che
vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si
era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto
ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste
congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.

Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll’esercito
vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e
l’abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono
massacrate ottantamila persone d’ogni età e sesso ed altrettante ne
furono vendute. Quell’iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei
porci; ne portò via il candeliere, l’altare, la mensa, lo spogliò di
ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso
bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e
severo.

Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l’illustre e che il
popolo per ischerzo chiamava Epímane o il pazzo, era veramente più degno
di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito
e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani
diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di
volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era
stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che
re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo
di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i
più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno
ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che
sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi,
la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro
prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l’odio
e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di
Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni
confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle
orecchie di un re già malamente disposto.

Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato
di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l’Egitto già
fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme.
Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi
anch’essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire
questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo,
mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di
sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un
giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe,
li fece assalire all’improvviso. Tutti gli uomini che non poterono
fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e
dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una
turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse
neppure il volto, deturpato da selvaggie passioni. Una terribile
cittadella detta l’Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il
Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti
vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.

E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse
ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo
Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si
obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con
lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per
convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a
Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto
di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di
estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l’astinenza dei
cibi vietati, l’osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il
delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e
la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l’altare degli
olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o
dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l’occulto coraggio di obbedire
più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge
non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui
residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu
trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e
circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo
delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte
passeggiare per la città, indi precipitate dall’alto; e furono altresì
uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso
rito⁸⁹.

  ⁸⁹ Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto
     tristo quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di
     sette fratelli che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla
     intimazione di cibarsi di carne porcina o di fare atto di ossequio
     alle divinità greche. Ecco come viene esposto nel Talmud questo
     fatto, che per una strana confusione di data, venne registrato tra
     i luttuosi avvenimenti successi all’epoca della distruzione del
     secondo Tempio.

     Condotti questi sette fratelli al cospetto dell’Imperatore questi
     invitò il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo
     idolo. Il fanciullo rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti,
     inquantochè sta scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo
     sono l’Eterno Iddio tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i
     tormenti. Venne introdotto il secondo e all’identico invito fatto
     al primo rispose: Sta scritto nella legge, «non sarà a te altro Dio
     al mio cospetto» e anche questo incontrò la sorte del fratello. Il
     terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi al divino comando di «non
     inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi alla minaccia
     «di scomunica» comminata «a colui che sacrifica a Dêi stranieri»;
     il quinto col proclamare l’unità di Dio espressa nel primo versetto
     del _Schemah_; il sesto col ripetere un versetto del Pentateuco
     concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai in cuore
     che l’Eterno è (l’unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra
     dissotto e non ve n’ha altri» e come i due primi anche questi
     spirarono fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui
     gioventù e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno,
     questi gli propose di gettare in terra il proprio anello ch’egli
     dovrebbe inchinarsi a raccogliere, lasciando supporre agli astanti
     un attestato di omaggio verso l’idolo la cui immagine stava
     scolpita sull’anello. Ma l’eroico fanciullo rifiutò con disdegno, e
     dichiarò attenersi strettamente vincolato dal patto conchiuso tra
     Israele e Dio e pel quale il primo prometteva di mantenersi fedele
     alla legge ricevuta, e il secondo di considerare perpetuamente
     Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch’esso era
     condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch’io
     abbracci ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le
     si getta nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e
     lo bacia, e gli dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al
     Signore che il patriarca Abramo erasi disposto a sacrificargli un
     solo figlio, ed io ne sacrificai sette per la gloria del suo nome».
     E in così dire scoppiandolesi il cuore per la insopportabile
     ambascia esalò l’eroica e desolata sua anima.

Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva
esempio, l’insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la
nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni
pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai
l’ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla sapienza, le
tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione
sulla virtù e la purezza?

La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle
forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa
rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro
il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s’era, se non
intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro
secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto
nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza
imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l’eroica
devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro
ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro
religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della
morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea
costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli
di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi
sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.

Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale
del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge,
come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche
l’ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la
rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in
pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero
seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle
montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di
Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di
Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e
Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi
dall’entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui
intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote,
diventato capo dell’opposizione si vide ben presto circondato da altri
zelanti. In quello stesso tempo, avvenne che un migliaio di altri Ebrei
fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano
ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma
inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi,
per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel
sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia
avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero
voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa
così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la
guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad
attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita
anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città
quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa
savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli
Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in
sabbato.

Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè
quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di
morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno
muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e
circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera
militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri,
sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel
comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i
vent’anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e
raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei
consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò
caldamente i suoi seguaci a resistere contro l’empietà dei figliuoli
della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio.
Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda
cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con
rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un regno ed una fama
immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi
padri.

Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all’entusiasmo
religioso che lo animava, univa l’attività e il vigore di una gioventù
bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè
imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede
consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il
sopranome di Macabeo _macabì_ (martello). All’ardimento di Giuda era
troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o
ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa
sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre
tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì
città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di
appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi
compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò
coraggiosamente l’un dopo l’altro due generali di Antioco: li battè, li
ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse
ovunque il terrore del suo nome.

Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da
disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza
di danaro, un’insurrezione nell’Armenia e la fede vacillante dei
Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito.
Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con
quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei
tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l’esercito onde
comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che
ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender
seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto
gli Ebrei, e di vendere all’incanto quanti fossero risparmiati dalla
spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche,
senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma
erano uomini d’animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la
patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi
convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le
purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed
efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto
Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di
recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che
gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in
Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le
mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più
debole, lo sbaragliò; e l’altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro
per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle
colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di
tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso
avvenimento; si smarrirono anch’essi d’animo, volsero le spalle e si
dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli
Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri
correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci
comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più
fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a
Betsura fortezza che era l’antimurale di Gerusalemme ai suoi confini
coll’Idumea.

A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d’Antioco
Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci
dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei
e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un
altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia
Eupatore.

Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a
Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme.
Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento
profanazioni, l’altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe
e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si
lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio,
rifece a nuovo l’altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo
ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e
fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni
e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale
e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai
posteri la memoria di questo avvenimento.

Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta
_hhanuchà_ (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll’accensione
di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.

Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera
degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da
Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da
Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare
i loro atti pubblici e a coniare monete.



                              Archeologia.


                            _Pesi e Misure._


Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto appropriato
nel mese scorso, quando tenemmo parola delle arti e dei mestieri, perchè
in realtà trovavasi attinente a tale articolo: ma lo ritenemmo
pensatamente per questo mese, per la proporzionata distribuzione delle
diverse nozioni di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare
nel corso di questo nostro lavoro.

La più antica maniera di commerciare dovette certamente consistere in un
semplice scambio d’oggetti. Uno dava altrui quell’oggetto che per sè era
inutile o superfluo, per riceverne in cambio quello che eragli
necessario o tornavagli gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che
presso l’uno non si trovasse quello di cui l’altro difettava, ed in
mille occasioni poi non si potesse dare un valore precisamente eguale a
quella tal merce di cui si voleva fare procaccio; per facilitare le
permute si dovettero ben presto introdurre nel commercio materie, le
quali per via d’un valore arbitrario, ma convenuto, potessero
rappresentare tutte le specie di mercanzie, e così valessero di prezzo
comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora fra queste materie i
metalli dovettero essere preferiti, sia perchè se ne trovano in ogni
clima, e sia perchè la loro durezza e solidità li preservano da molte
alterazioni. Da quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a
conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si _pesavano_⁹⁰
e che non fu che più tardi che essi s’improntarono di una figura
pubblica per indicarne il valore e assicurarne il peso e la lega.

  ⁹⁰ Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa
     opinione: ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di
     accettare la cortese offerta fattagli da Ebron l’Iteo di
     concedergli gratuitamente la grotta di Macpelà per seppellire la
     propria moglie, glie ne _pesò_ il prezzo convenuto in quattrocento
     sicli d’argento correnti a mercanti. I fratelli di Giuseppe
     riportando in Egitto il danaro ritrovato nell’imboccatura dei loro
     sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato _dello
     stesso peso_ di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo
     da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci
     monete d’argento in _peso_, e finalmente troviamo nel profeta Amos
     che volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in
     loro bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e
     _pesiamo_ con false bilancie l’argento che ci viene dato».

     Per l’esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare
     riflettere che nella Bibbia troviamo altresì la parola _pesare_
     adoperata all’epoca dei Persiani, epoca in cui senza dubbio tale
     parola doveva avere il senso di _pagare_ poichè si aveva
     sicuramente l’argento coniato. Bœkh nelle sue ricerche metrologiche
     dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI,  127, che cioè Fidone
     tiranno d’Argo abbia pel primo fatto battere moneta in Grecia
     l’anno 750, avanti l’êra volgare, dietro un sistema di pesi e di
     misure imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno
     risalire l’invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne
     attribuisca il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così
     frequenti relazioni coi Fenicii non avranno forse creduto ancor più
     che utile, indispensabile l’avere anch’essi moneta coniata?

     Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua
     Archeologia d’accordo con parecchi altri autori.

Non essendo state rinvenute monete ebree coniate, antecedenti al tempo
dei Macabei, dobbiamo pertanto ammettere che il primo a coniare moneta
fra loro sia stato Simone Macabeo a ciò autorizzato da Antioco Sidete.
Di queste monete ne esistono ancora parecchie⁹¹. In certune d’esse si
trovano impresse figure di palme, di pigne, di spighe, di covoni di
grano; in certe altre si trova una foglia di vite, un grappolo d’uva, un
fiore o un vaso di quelli consacrati agli usi del Tempio. Intorno alle
figure di parecchie d’esse si leggono le leggende di _Séchel Israél_
(Siclo d’Israele), _Ierusalaim akedossà_ (Gerusalemme la santa).

  ⁹¹ Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali
     monete, tre d’argento e tre di rame. Le prime tre d’argento sono le
     seguenti: 1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra
     un’_Alef_ (prima lettera dell’alfabeto) adoperata certo come cifra
     significante 1º anno della liberazione—2º Un mezzo siclo che porta
     un vaso eguale a quello del siclo con sopra le iniziali Anno 2º—3º
     Una medaglia colla leggenda «_lehherud ierusaláim_» (per la libertà
     di Gerusalemme) dall’uno lato, e dall’altro lato la parola
     «_Simeone_»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone
     principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in
     una delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione
     d’Israele»—5º Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º
     Finalmente una terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto...
     metà»—«della liberazione di Sionne».

Per avere un’idea se non esatta almeno approssimativa del valore dei
pesi e delle misure degli antichi Ebrei, converrebbe confrontarli con
quegli dei Greci e dei Romani che successivamente dominarono
nell’Oriente; poscia ridurli ai pesi e alle misure nostrane, tenendo
calcolo delle differenze subite dai valori. Questo studio sarebbe troppo
lungo e forse riescirebbe noioso pel maggior numero dei nostri lettori,
perciò noi ci limiteremo ad indicarne il solo nome con a fianco il
valore approssimativo in misure metriche, valendoci dei quadri combinati
dal celebre Munch già da noi citato.

Le misure di lunghezza dette _midóth_ sono le seguenti quattro:

1. _Esbán_ (dito o pollice) che misurava la lunghezza del dito mignolo e
vale m. 0,023.

2. _Tófahh_ o _téfahh_ valutato a m. 0,092.

3. _Zéretk_ che è lo spazio compreso tra il pollice e l’annulare
stendendo le dita il più che si può e vale m. 0,277.

4. _Ammà_ o _cubito_ che venne definito per l’intervallo tra il vertice
del gomito e l’estremità del dito medio e vale m. 0,555.

Alle misure di lunghezza appartengono pure quelle che dinotano le
distanze da un luogo ad un altro o le itinerarie. Due sole misure di
questa specie troviamo menzionate nella Bibbia. La prima è quella detta
_chivrád-érez_ (spazio del paese) che forse misurava tre miglia
piemontesi; la seconda è quella detta _dérech-ióm_ ovvero sia il cammino
d’un giorno che può fare un uomo a piedi.

Le misure di capacità servivano indifferentemente tanto pei solidi
quanto per le materie liquide, solamente che nel primo caso venivano
designate col nome particolare di _miskál_, e nel secondo caso con
quello di _messuród_.

Le misure che servivano per le materie liquide erano le seguenti:

1. Il _bath_ che secondo i Rabbini era della capacità di 432 uova di
gallina e calcolasi a l. 38,843.

2. Il _log_ che poteva capire 6 uova ossia l. 0,539.

3. Il _nébel_ misura grande che valeva tre _bath_.

4. L’_hin_ sesta parte del _bath_ l. 6,707.

5. Il _mezzohin_.

6. Il _bessà_ dei Rabbini la capacità d’un uovo o il sesto del _log_.

Quelle che servivano per le materie secche erano le seguenti:

1. L’_efà_ che aveva la stessa capacità del _bath_.

2. Il _ómer_ o _issarón_ che era la decima parte dell’_efà_.

3. Lo _seà_ che valeva il terzo dell’_efà_.

4. Il _cab_ piccola misura che era la sesta parte del _seà_.

5. _hhómer_ o _cor_ che conteneva dieci _efà_.

6. Il _léthec_ che conteneva la metà del precedente.

Il peso detto _miskál_, si determinava come ora da noi col mezzo di
bilancie a coppe dette _mozenáim_, oppure d’una bilancia a braccio detta
_péless_. Pare che i contrappesi non fossero altro che pietre, che i
mercanti portavano entro un taschetto attaccato alla cintura, come si
usa tuttavia in Oriente. Ed è così che si spiegano le raccomandazioni
sulla lealtà di commercio che fa Mosè in più luoghi colle parole: «Non
sarà a te nella tua _tasca_ pietra e pietra _éven vaáven_» (cioè) grande
(per comperare) e piccola (per vendere).

Le misure _monetarie_ erano le seguenti, alle quali noi mettiamo a
fianco il peso in grani (di grano), che erano la loro unità.
Relativamente al valore di ciascuna di esse si avrà facilmente prendendo
per base il _sékel_ che valeva L. 3,10.

1. _Chicár_ (talento) pesava 822000 grani.

2. _Manè_ che pesava 16440 grani.

3. Lo _sékel_ il cui peso era di 274 grani.

4. Il _bèca_ e  pesava 137 grani.

5. La _gherà_ che pesava g. 13,7.

Giacobbe arrivato a Salem la città di Sichem, al suo ritorno dalla
Mesopotamia, comprò dallo stesso principe una pezza di campo per cento
_kessità_. I commentatori non si accordano nell’interpretazione di
questa parola, poichè taluni vogliono che si trattasse di monete su cui
fosse improntata una pecora, ed altri credono invece che si trattasse
veramente di agnelli o di pecore, dati da Giacobbe in cambio del
terreno.

                                  ————



                      TEVED (_Dicembre-Gennaio_).


L’unico avvenimento che si presenta al nostro esame in questo mese è
l’infausta ricorrenza che diede origine al digiuno del giorno decimo. La
caduta del regno d’Israele e l’esilio della grande maggioranza del
popolo ebreo nelle lontane provincie dell’Assiria, non fece rinsavire il
regno di Giuda perchè i suoi Re, pochissimi eccettuati, continuarono nei
loro traviamenti. Ezechia uno dei suoi ultimi Re può annoverarsi fra i
più virtuosi, perchè lo storico sacro, a massimo suo elogio, lo paragonò
a Davide. Mosso dal desiderio di indipendenza e affidato alla protezione
divina, si ribellò al Re d’Assiria di cui era tributario; e questi
raccolto un potente esercito e postolo agli ordini di tre capitani
Tartan, Rav-Sariss e Rav-Sakè (quest’ultimo d’origine ebrea secondo
certi commentatori) lo spedì ad investire Gerusalemme. L’oste
formidabile giunse presso le mura di Gerusalemme, ove Rav-Sakè sperando
di farsi aprire le porte dal popolo tormentato dalla fame e di entrare
nella città senza colpo ferire, prese ad arringarlo per fargli intendere
quanto sarebbe stato meglio per lui darsi in braccio al Re d’Assiria,
contro il quale lottarono invano tante altre nazioni. Ezechia atterrito
dall’imminente pericolo si rivolse a Dio, il quale per mezzo del profeta
Isaia lo assicurò che i soldati del Re Assiro non avrebbero calpestato
la polvere della santa Città; inquantocchè «quell’orgoglioso monarca
briaco di sua potenza avesse osato di alzare gli occhi sul forte
abitatore del cielo, e per mezzo dei suoi servi avesse scagliato
ingiuriose parole contro il forte d’Israele». In quella stessa notte
Iddio mandò il suo angelo distruttore (un’epidemia) che spense
nell’accampamento Assiro cento ottantacinque mila uomini, per cui i
rimasti s’affrettarono a togliere l’assedio e a ritornarsene alla loro
patria.

Or bene! figlio e successore di quest’ottimo monarca fu Manasse il più
tristo dei Re di Giuda, sia perchè sopravanzò tutti i suoi predecessori
nelle abbominevoli pratiche dell’idolatria, e sia perchè dimostrò una
crudeltà d’animo, una sete di sangue affatto insolita nei regnanti
ebrei. E lo storico sacro ci tramandò il suo nome con un marchio
indelebile d’infamia notando «che riempì Gerusalemme di sangue da una
estremità all’altra».

A costui successe Amon che non volle mostrarsi figlio degenere di un
tale genitore. Questi due ribaldi scettrati aprirono tali piaghe nel
regno di Giuda, che non fu possibile il rimarginarle neanche al virtuoso
e religiosissimo Giosia, figlio del secondo e del quale lo storico sacro
attesta: «che non fu prima nè sorse dopo, un Re osservatore cotanto
fedele delle prescrizioni mosaiche». Non passarono che pochi anni dopo
la morte di quest’uomo tanto più meritevole di lodi, quanto più seppe
staccarsi dagli esempi paterni e lottare indubbiamente contro una
corrente di corruzione per ricondurre il popolo, fors’anco suo malgrado,
alla purezza del culto antico; che Nabucco il quale aveva esteso il suo
dominio dal torrente d’Egitto fino al fiume Perath venne ad assediare
Gerusalemme in questo stesso decimo mese ai dieci del mese. Dopo circa
due anni di assedio nel giorno nove del quinto mese (Ab), la città cadde
in potere dei Caldei e il popolo d’Israele fu totalmente allontanato dal
suo patrio suolo.

Terminando con questo l’annua rassegna dei digiuni, ci sia concesso di
esprimere la speranza che Dio voglia in un avvenire non lontano,
adempire la promessa ch’egli fece al popolo d’Israele per bocca del
profeta Zaccaria colle seguenti parole: «Così disse il Dio Sabaóth: il
digiuno del quarto mese (17. Tamuz), quello del quinto (9. Ab), quello
del mese settimo (3. Ellul), e quello del decimo (del quale parlammo
ora) saranno per la famiglia di Giuda giorni di giubilo, di allegria e
di festa: amate però la verità e la pace»⁹².

  ⁹² Poichè ci si presenta l’opportunità rapportiamo la «teoria del
     digiuno» data dai nostri Dottori.

     «Un Dottore dice: chi fa digiuno volontario è un peccatore. La
     sacra legge impone un’espiazione al Nazareno perchè ha mancato
     contro sè stesso, giurando di astenersi dal vino. Se è peccatore
     chi tribola sè stesso con questa sola astinenza, è doppiamente
     peccatore chi si astiene dai doni celesti».

     Un altro Dottore dice: «non è peccatore, anzi è un uomo pio».

     «Il sapiente non deve fare digiuni volontarii, perchè toglie a sè
     la forza di lavorare per la gloria del nome divino».

     «Lo studioso che fa digiuno, possa il cane portargli via il suo
     pasto».

     «Nei pubblici digiuni, il più venerabile della comunità s’alza e
     dice: «Fratelli miei! non il digiunare, non il coprirsi di cilicio,
     valgono ad impetrare la grazia divina, ma la penitenza, ma le opere
     buone. Nel perdono concesso ai Niniviti, dice il profeta, Dio non
     fece caso dei loro digiuni e dei loro cilici, ma del loro
     pentimento».

E poichè ci occorse di nominare questo profeta e che secondo noi certe
verità non sono mai abbastanza ripetute, sentiamo a quali cause egli
attribuisse la caduta di Gerusalemme ovverosia il compendio dei doveri
principali che Dio impose all’uomo. «Ecco le cose, dice egli, che Dio
faceva proclamare dai suoi profeti in Gerusalemme quando essa sedeva
regina potente e gloriosa: amministrate una giustizia equa; abbiate l’un
per l’altro trattamento di pietà e di misericordia; non maltrattate, non
usate concussioni colla vedova, verso l’orfano, verso il forestiero e il
mendico; non vengavi mai in mente il pensiero di desiderare l’altrui
male».



                              ARCHEOLOGIA



                          Antichità Politiche.


                          _Forma di Governo._


Dopo d’avere parlato nei mesi precedenti della società civile degli
antichi Ebrei, tratteremo in questo mese e nei seguenti delle loro
antichità politiche ovverosia della forma del loro governo, dei
magistrati, dei re, e finalmente delle leggi penali e della loro
applicazione.

La sola ragione basta ad insegnare che il governo paterno fu primo
d’ogni altro, posciachè la famiglia fu la primiera delle società.
L’aumento delle famiglie non isciolse dapprincipio l’autorità di quegli
che ne era il capo naturale; e alla morte del padre o in sua assenza il
maggior dei figli potè mantenere una certa autorità sui minori, ma poco
a poco questa dominazione dell’età e della esperienza dovette andare
menomando di forza, ed alcune famiglie cominciarono a dichiararsi
indipendenti. Tale stato di cose ingenerando anarchia e disordine fece
presto palese la necessità di un capo comune senza pregiudizio
all’autorità dei loro capi particolari. Ecco pertanto le autorità che
dovettero costituire il primitivo governo dei popoli; e che quantunque
fossero tutte indipendenti nei loro rispettivi uffizi, pure erano
insieme collegate da un interesse generale.

E questo sistema naturale di governo è quello appunto che noi scorgiamo
funzionante presso gli Ebrei, sin da quando essi trovavansi in Egitto:
poichè tutto ci lascia credere che quantunque essi fossero sotto la
dipendenza di quei re, nullameno erano pure governati dai loro proprii
capi. Le tribù, ch’erano in numero di dodici, secondo i nomi dei dodici
figli di Giacobbe, pare che fossero divise in famiglie le quali avevano
ciascuna il proprio _Zakén_ (anziano). A capo di ogni tribù vi era il
_Nassi_ (principe) che avevano ai loro ordini i _Soterim_. Quando Dio
incarica Mosè di presentarsi al re d’Egitto onde intimargli di lasciare
partire Israele dal suo paese gli impone di «fare radunare gli _anziani_
di Israele e di manifestare loro ch’era giunto il tempo in cui Dio stava
per adempire la promessa fatta ai loro patriarchi Abramo, Isacco e
Giacobbe, cioè di trarlo da quella dura schiavitù e condurlo in un paese
colante latte e miele». Mosè arrivato in Egitto comunica al fratello
Aronne l’alta missione di cui fu incaricato, e uniformandosi agli ordini
di Dio si affretta a fare radunare gli anziani, e accompagnato da questi
e dal fratello si presenta a Faraone. E allorquando costui respinse
sdegnosamente tale richiesta e furioso inveì contro gli Ebrei
appellandoli pigri, e con una dissennatezza pari alla crudeltà ordinò ai
suoi servi di aumentare la somma dei lavori di quei miseri schiavi e di
esigerne l’esecuzione col massimo rigore; noi troviamo menzionati certi
officiali ebrei sotto il titolo di _Soterim_⁹³ la cui autorità era
sicuramente sanzionata dal Governo Egiziano, verso il quale erano
personalmente responsabili dei carichi imposti alla colonia; perchè si
fecero interpreti delle lagnanze del popolo presso il re stesso per tale
rigore: e uscendo inesauditi dal suo cospetto e incontratisi con Mosè ed
Aronne, rivolsero loro acerbe parole perchè la loro missione aveva
sortito un effetto contrario a quello che avevano fatto sperare al
popolo.

  ⁹³ Il vocabolo _soter_ deriva da una radice araba che indica
     _tracciare_, _scrivere_ e Michaelis presume che i _soterim_ fossero
     incaricati di tenere le tavole genealogiche e i registri degli
     officii e dei tributi a cui era chiamata a concorrere ciascuna
     famiglia.

Quantunque noi non conosciamo precisamente le attribuzioni nè l’autorità
degli anziani e dei _soterim_, dobbiamo credere che tali primitive
instituzioni, che noi chiameremo patriarcali, presentassero molti
inconvenienti trattandosi di applicarli ad una nazione numerosa e che si
voleva unita e forte. Vediamo infatti che appena arriva Ietro suocero di
Mosè all’accampamento ebraico, si inizia immediatamente una riforma. Da
quanto si rileva Mosè solo giudicava allora il popolo, e Ietro trovando
un tale sistema faticoso per Mosè e incomodo pel popolo che doveva
attendere lungamente prima di essere giudicato, gli suggerisce di
dividere il popolo in migliaia, poscia suddividere queste in centinaia e
le centinaia in cinquantine e in decine. Uomini segnalati per dottrina e
per probità, dovevano essere posti a capo di ciascuna di queste
divisioni, incaricati di rendere giustizia al popolo e di consigliarlo
nelle cose meno gravi; riserbando a sè e dopo lui al capo della
repubblica, la decisione dei casi più difficili. E Mosè riconoscendo la
sapienza di tale consiglio lo attuò immediatamente lasciando alla
nazione stessa la nomina dei suoi capi.

Noi non ci fermeremo ad esaminare quale titolo convenga meglio al
governo instituito da Mosè: se cioè esso si debba definire per
aristocratico, democratico o teocratico, perchè ci impegnerebbe in una
quistione lunga, difficile e niente adattata all’indole del nostro
lavoro. Infatti quale importanza può avere il nome? Badiamo piuttosto
agli elementi di cui si componeva, e del modo pratico con cui funzionava
e se questo esame ci persuaderà che esso fosse, come era veramente, una
garanzia d’ordine e d’equità, una sicurezza per la persona, e la
sostanza d’ogni cittadino, che importa che gli si debba applicare un
nome piuttosto che un altro?

È probabilmente all’assemblea dei deputati della nazione che vanno
attribuiti i vocaboli _kaál_ o _edà_ (assemblea o adunanza) che con
tanta frequenza si riscontrano nel Pentateuco e i cui membri appellati
_keriè aedà_ o _keriè moéd_ venivano sì spesso convocati da Mosè per
trasmettere i suoi ordini al popolo, non potendosi ragionevolmente
ammettere ch’egli s’indirizzasse a poco meno d’un milione d’uomini alla
volta.

Il Dio vero ed unico, creatore e conservatore di tutte le cose, è il
Capo Supremo della repubblica ebraica, alla quale in segno di
compiacenza e di predilezione egli affida la sua religione e il suo
culto. Mosè e i suoi successori non erano che organi, luogotenenti e
mediatori tra questo Dio-re ed il suo popolo. Nè l’instituzione della
monarchia alterò questa disposizione, imperocchè l’elezione del primo re
si fece per via della sorte, onde Dio stesso indicasse il nome di colui
ch’egli voleva designare a suo luogotenente.

Si è per questa ragione che l’idolatria non era considerata empietà, ma
atto di ribellione contro il legittimo sovrano e punita di estremo
supplizio; che il tabernacolo non era considerato soltanto come un luogo
comune di preghiera, ma quale abitazione del re. Il suolo era di
assoluta proprietà del re; la tavola coi pani di proposizione era la
tavola reale: pertanto i sacerdoti ed i leviti ministri e servi del re
si cibavano di questo pane, riscuotevano le decime e le primizie delle
produzioni del suolo, il riscatto dei primogeniti degli uomini, e il
riscatto o i primi nati degli animali che erano devolute al
proprietario.

Soddisfatto per tal modo al primo bisogno che sente un popolo di avere
un Capo supremo a cui dirigersi in qualunque difficile emergenza,
vediamo ora l’esplicazione del sistema di governo e pel quale i
funzionanti che emanavano da questo centro quali raggi dal globo solare
erano chiamati a provvedere alla conservazione e al benessere della
nazione, alla esecuzione delle leggi e alla amministrazione della
giustizia. Non possiamo però esimerci dal notare precedentemente colle
parole dell’abate Guéné che «i pubblici impieghi non costituivano, fra
gli ebrei, titoli di esazioni nè posti di stipendi e propine, poichè
tutto si esercitava gratuitamente». A questa verità aggiungeremo noi che
fu col suo proprio esempio che Mosè dimostrò agli ebrei come il potere
debbasi usarsi al benessere del popolo e non rivolgersi a strumento di
tirannia, nè a fonte di lucro: poichè egli resse per quarantanni il suo
popolo colla stessa pazienza, collo stesso amore che non conosce
sacrifizi con cui «un aio porta in seno il bambino affidato alle sue
cure».


                          § 1.—_Gli Anziani._


Presso gli Ebrei come presso tutti i popoli antichi gli Anziani
_zechenim_⁹⁴, esercitavano una grande autorità ed erano oggetto della
massima venerazione: «Alzati innanzi ad un capo canuto, disse il
Legislatore, e dimostra il più alto rispetto al volto d’un vecchio». Più
tardi il vocabolo anziano non fu più che un semplice titolo di riverenza
dato a coloro che per la loro nascita, per la fortuna, o per le doti
intellettuali seppero porsi alla testa della loro città o della loro
tribù.

  ⁹⁴ Non abbiamo dati sicuri per indicare l’età voluta per costituire
     l’_Anziano_. Abbiamo però un fatto da cui possiamo argomentarla.
     Roboamo figlio e successore del re sapientissimo, aveva circa
     quaranta anni allorchè per rispondere alla domanda del popolo di
     voler diminuite le esorbitanti imposizioni che doveva sopportare,
     si consigliò coi suoi coetanei, che la storia appella _giovani_,
     dando poi il titolo di _anziani_, ai consiglieri del defunto suo
     genitore.

Noi abbiamo già notato l’importanza degli anziani presso gli Ebrei in
Egitto: noi li ritroviamo nel deserto al festino dato da Mosè a Ietro
suo suocero quando gli ricondusse la moglie e i figli: noi li troviamo
in tutte le epoche della storia nostra sempre circondati del più alto
rispetto e di una autorità incontestabile.

Pare che gli anziani delle città formassero una specie di Consiglio
municipale e talvolta anche un giurì per gli affari criminali; e gli
anziani della nazione, che forse erano scelti tra i principali fra gli
anziani delle diverse città del regno, formassero una specie di
Consiglio di Stato, un tribunale supremo della nazione, un moderatore
delle usurpazioni a cui poteva trascendere il potere supremo. Noi
troviamo spesso questo Corpo in diretti rapporti col Capo dello Stato,
al quale talvolta consiglia e tal’altra impone misure governative. Tanta
era la loro autorità che Mosè al momento di una ribellione vi fece
appello per sostenere la sua vacillante. Giosuè angosciato ed atterrito
da una disfatta che se era d’un’importanza si può dire di nessun conto
per se stessa, ne assumeva però un’altissima e suprema morale perchè
scoraggiava Israele, nel mentre che lo spogliava al cospetto delle
nazioni Cananee del prestigio della sua invincibilità per la protezione
divina, si prostra innanzi all’Arca in mezzo agli anziani del popolo⁹⁵.
Sono gli anziani che domandano a Samuele di rassegnare il suo potere ed
eleggere per loro un re, e sono anziani quelli che più tardi danno la
sovranità a Davide, e che lo ristabiliscono sul trono dopo la sua fuga
da Gerusalemme in seguito alla ribellione del figlio Assalonne.

  ⁹⁵ La sollevazione contro Mosè a cui si vuole alludere è quella di
     Cora già da noi accennata. La disfatta subita da Giosuè sotto le
     mura della piccola città di Ai, fu causata dal peccato di certo
     Ahhán, il quale violando il giuramento fatto da Giosuè in nome del
     popolo, di considerare quale scomunica (_hherem_) la città di
     Gerico e tutto quanto vi si conteneva in essa, epperciò di sola
     spettanza dei sacerdoti; avido e stolto si appropriò alcuni oggetti
     di valore. Merita pure di essere ricordata la proibizione fatta da
     Giosuè di rifabbricare la città medesima, sotto pena di vedersi
     morire dal contravventore il figlio maggiore alla sua fondazione, e
     il figlio minore all’istante che la si munisse delle porte. Per
     tale motivo Gerico rimase rovinata sino ai tempi del re Acabbo, in
     cui per l’affievolimento del sentimento religioso prodotto
     dall’idolatria, venne in animo a certo Hhiél di rifabbricarla
     tenendo in non cale la minaccia di Giosuè. Ma male gliene incolse,
     perchè la minaccia ebbe il suo compimento: i due suoi figli, il
     primogenito Abiram e l’ultimogenito Segov vi perdettero miseramente
     la vita.

Questi esempi basteranno a farci capaci dell’alta influenza che gli
anziani dovevano avere sul popolo, e quale potente ausiliario o
avversario temuto potevano essere in gravi momenti, pel potere
esecutivo.


              § 2.—_I Capi delle tribù e delle famiglie._


Dopo gli anziani noi troviamo i dodici _nessiím_ (principi) o Capi delle
dodici tribù, che certo erano gli uomini più distinti delle loro
rispettive tribù. La loro nomina era elettiva come quella dei capi delle
famiglie detti _ross-bethav_, i quali erano sotto gli ordini dei primi,
e tanto gli uni quanto gli altri erano incaricati della tutela degli
interessi particolari delle famiglie e delle tribù da essi
rappresentate.

Dobbiamo avvertire che tanto le cause giudiziarie quanto le
contrattazioni civili, si dibattevano sulla pubblica piazza alle porte
della città, nei luoghi cioè più frequentati onde il popolo vi potesse
assistere. Quest’uso non era particolare agli Ebrei, ma generale fra i
popoli antichi, e non v’ha dubbio che oltre ad essere una delle più
valide barriere contro la corruzione dei giudici, sostituiva la
redazione degli atti. Infatti è bensì vero che in Geremia si parla della
redazione d’un atto sottoscritto da testimonii, quando cioè quel profeta
comperò dallo zio _Hhanamél_ figlio di Salum un campo situato in
_Anadód_, ma ciò fu per dimostrare al popolo la propria fiducia nelle
divine promesse di ricostituire Israele a nazione indipendente; perchè
il profeta raccomanda a Baruch, suo segretario, di chiudere quel
documento in un vaso di creta onde potesse conservarsi a lungo: ma
veramente Mosè non parla della redazione di nessun atto giuridico tranne
quello relativo al divorzio, e in tutta l’epoca biblica non ne troviamo
altro cenno. Abramo compera la grotta di Macpelà per seppellire la
moglie, ne pattuisce e ne sborsa il prezzo alla presenza dei cittadini
d’Ebron; Sichem signore di Salem, desiderando di sposare Dina figlia di
Giacobbe, fa radunare i suoi cittadini alla porta della città e quivi li
arringa e li persuade della convenienza che essi avevano di farsi
circoncidere per potersi imparentare con quella potente e ricchissima
famiglia; Booz con dieci anziani della sua città sale nel fabbricato che
trovavasi presso la porta per fare valere i suoi diritti di parentela
con Noemi e colla vedova di Maclon.


                            § 3—_I giudici._


Mosè ordinò al suo popolo di eleggersi giudici e soterim in tutte le
città. Nella scelta del giudice dovevasi badare anzitutto alla onestà
del carattere e alla sua posizione sociale che lo dovesse rendere
indipendente, imparziale ed incorruttibile.

Accadendo che un magistrato fosse dubbioso sul senso della legge o sulla
sua pratica applicazione, o che qualcuna delle parti contendenti non si
tenesse soddisfatta della sentenza da essi emanata, i primi erano
obbligati di ricorrere, e i secondi erano in facoltà di appellarsi al
Capo dello Stato, ai leviti e ai sacerdoti, o al tribunale supremo
sedente in Gerusalemme.

I giudici formavano una classe di cittadini che era tenuta in altissima
considerazione poichè il Pentateuco li designa col titolo di _Eloím_
(dii o uomini divini).


                            § 4—_I Soterim._


Attaccati ai _nesíim_ stavano i _Soterím_, ovvero gli ufficiali del
potere esecutivo. Costoro sopraintendevano alla levata delle truppe; nel
fare le proclamazioni prescritte dalla legge prima dell’entrata in
campagna affine di fare uscire dalle file coloro che venivano da essa
esentati dal servigio⁹⁶ e nel fare conoscere all’armata gli ordini del
capitano nel corso della campagna.

  ⁹⁶ La legge esentava dal servizio militare:

     1.º I fidanzati e i coniugi di un anno di matrimonio non ancora
     compiuto.

     2.º Coloro che avevano fabbricato una casa nuova e non ancora
     abitata.

     3.º Quelli che avevano piantato una vigna od un campo d’olivi e non
     per anco raccoltine i frutti.

     4.º I timidi ed i trepidanti all’appressarsi della pugna.

L’arte dello scrivere non essendo allora molto estesa fra gli ebrei, le
funzioni di Soter facendo supporre un alto grado d’istruzione, essi
venivano tenuti in un concetto assai onorevole, ed erano ammessi nelle
assemblee dei rappresentanti della nazione.


                        § 5.—_Capo dello Stato._


Alla testa dei poteri summenzionati si trovava il Capo della repubblica
il quale era rivestito del potere esecutivo per tutto ciò che concerneva
l’interesse comune di tutte le tribù riunite in corpo di nazione, e
considerato quale luogotenente di Dio, il re invisibile. Questo capo
doveva essere nominato direttamente da Dio, per via di sorteggio come
avvenne per Saulle, o per mezzo di un suo profeta come per Davide e
parecchi altri, o eletto dalla volontà del popolo per organo dei suoi
legittimi rappresentanti. Era consacrato dal sommo pontefice colla
imposizione delle mani, o colla unzione dell’olio santo; e nelle gravi
circostanze doveva rivolgersi allo stesso pontefice per la sua qualità
di primo ministro del re supremo, Dio, per interrogarlo mercè gli Orim e
Tumim⁹⁷. Mosè non fissa veruna disposizione riguardo all’elezione di un
capo temporaneo che appella _Sofet_ nè riguardo all’ipotetica elezione e
successione dei re. Conviene però dire che non avendo appunto ammesso
che quale ipotesi la nomina di un re, si può pertanto ragionevolmente
conghietturare che il suo desiderio fosse che il popolo continuasse a
reggersi a repubblica; e che seguendo il suo esempio, ogni _Sofet_
nominasse egli stesso il proprio successore. I fatti ci provano che in
realtà l’organizzazione delle tribù era tanto semplice che, tranne in
casi eccezionali, lo stato poteva funzionare benissimo senza un capo
permanente. Così vediamo da una parte che senza alterare l’armonia dello
stato una tribù sola o associandosi ad altra faceva la guerra per
l’interesse suo proprio locale senza consultare la nazione; e d’altra
parte vediamo la nazione intiera commoversi all’annunzio dell’orrendo
misfatto commesso sul territorio della tribù di Beniamino, e senza
esservi obbligata dall’ordine espresso di un capo supremo sorgere «come
un solo uomo» per ottenerne la riparazione.

  ⁹⁷ In parecchi luoghi Mosè parlò di questa specie di Oracolo. La prima
     volta quando ordinò la confezione dei diversi indumenti sacerdotali
     colle seguenti parole: «E porrai dentro al pettorale della
     decisione gli _Orim_ e i _Tumim_, e staranno sul petto di Aronne
     quando entrerà innanzi al Signore, ed Aronne porterà sul petto
     sempre, presentandosi innanzi al Signore, la decisione (l’Oracolo)
     dei figli d’Israele»; la seconda volta quando passò in rassegna i
     lavori ordinati; la terza volta quando Iddio incaricando lo stesso
     Legislatore di imporre le sue mani nella testa di Giosuè per
     costituirlo suo successore così si espresse: «Egli (Giosuè e il
     Capo futuro) poi starà davanti di Eleazaro il sacerdote, il quale
     consulterà per lui la decisione degli Orim, davanti al Signore e
     secondo al suo detto (responso) uscirà ecc.»; la 4ª volta
     allorquando benedicendo la tribù di Levi la proclamò meritevole di
     portare gli Orim e Tumim divini.

     Che cosa erano dunque questi Orim e Tumim? Mosè non ci dà sopra
     verun altro schiarimento epperciò sono assai disparate le opinioni
     dei diversi commentatori. Nella nostra impossibilità di farne
     oggetto di discussione conchiuderemo col celebre Reggio il quale
     amplificando l’opinione emessa dai nostri dottori dice: «che gli
     Orim e Tumim erano una scrittura santa il cui secreto stava
     unicamente tra Dio e Mosè, e che venivano appellati Orim dalla
     radice Or (luce) perchè illuminavano di una luce divina il
     Sacerdote che li indossava, e Tumim la cui radice vale perfezione
     perchè davano un responso perfetto e sicuro».

     La storia ci apprende come si sia ricorso a quest’oracolo in
     parecchi casi straordinarii, e com’esso abbia sempre dato il
     relativo responso tranne a Saulle dopochè ei venne riprovato da
     Dio.

Fu dopo vent’anni dalla morte di Eli che il popolo minacciato da una
invasione dei Filistei, tutto tremante si rivolse a Samuele; il quale
presa la direzione del Governo, certo nell’interesse della nazione,
intendeva farne una dignità ereditaria nella sua propria famiglia. Ma i
suoi figli amarono i regali, commisero parzialità ed ingiustizie e
suscitarono nel popolo il desiderio di un re. Abbiamo accennato or ora
che questo caso fu preveduto dal Legislatore, il quale lo permise sotto
alcune condizioni che erano le seguenti: Il re eleggendo doveva essere
di origine ebrea, doveva serbare la semplicità dei costumi, non
insuperbire della sua autorità; non doveva accumulare ricchezze, non
doveva avere molte donne onde il suo cuore non fosse ammollito; non
doveva avere molti cavalli nè provvedersene dall’Egitto; doveva
considerare i suoi sudditi come altrettanti fratelli, e finalmente
doveva scriversi una copia della legge di Dio, tenerla costantemente
innanzi ai suoi occhi e leggerla di continuo, onde il suo cuore non
avesse ad isviare dal retto cammino in essa tracciato, e potessero così
prolungarsi i giorni del regno suo e di quello dei suoi figli nel mezzo
d’Israele.

Diremo di passaggio che disgraziatamente questi savissimi consigli,
furono in parte lettera morta anche pei re migliori, e che un lusso
immoderato sottentrò alla primitiva semplicità sino dai tempi di Davide,
perchè lo storico racconta che Adonia figlio dello stesso aveva «carri e
cavalieri e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui (al suo
carro)».

Ma se anche nei re Ebrei, l’amore del lusso e l’ambizione ebbero
attrative invincibili, dobbiamo però convenire che essi si diportavano
verso i loro sudditi, in modo ben diverso degli altri re Orientali.
Questi non intesi che ai sensuali piaceri si tenevano celati ai loro
sudditi, mentrecchè quelli giudicavano personalmente il loro popolo⁹⁸, e
si frammischiavano ad esso particolarmente in epoche di pubblica
letizia. Il re aveva il diritto di dichiarare la guerra, di conchiudere
trattati anche senza consultare il gran consiglio degli Anziani. La
successione al trono toccava di diritto al suo figlio primogenito: se
Davide non si uniformò a questa regola ciò fu per espresso ordine di Dio
che gli impose di dichiarare erede Salomone. Trattandosi di un
minorenne, la madre o l’avola del principe presuntivo governava quale
reggente sotto il titolo di _ghevirá_. Si può però ritenere come cosa
certa che la consacrazione sacerdotale non si praticava che pel capo
della dinastia o per motivi affatto speciali, poichè la troviamo
adoperata per soli quattro re (che furono) Saulle, Davide, Salomone
perchè i suoi diritti potevano venire contestati da Adonia che era il
primogenito e capo di un certo partito che lo preconizzava re d’Israele,
e finalmente Gioas (unico fra i reali di Giuda) perchè abbisognava di
questo prestigio onde potere con maggiori probabilità ricuperare il
trono usurpatogli sette anni prima da Atalia sua avola.

  ⁹⁸ L’assioma citato nella Misnà «il re non giudica nè viene giudicato»
     si rapporta a una decisione presa negli ultimi tempi del secondo
     Tempio, in seguito ad una contestazione nata tra il Presidente di
     un tribunale che voleva mantenute inviolate le prerogative che la
     legge sanciva a riguardo dei giudici, ed un re (citato a
     testimonio) che abusando della sua alta posizione, si credette in
     diritto di manometterle a suo vantaggio.

La persona del re era oggetto di profondo rispetto ed inviolabile;
poichè Davide si credette in diritto di mandare a morte il soldato che
avea messo fine all’agonia di Saulle, da lui stesso pregato, per la sola
ragione ch’egli aveva osato di porre la mano sull’unto di Dio.

I nomi adoperati dagli Ebrei per indicare il re sono: _adón_ (signore)
_mélech_ (re) _mescíahh adonai_ (l’unto dell’Eterno). Dovendogli
dirigere il discorso lo si appellava semplicemente: _o re, il re_,
oppure _mio signore, il re_. Nulla si trova nella Bibbia relativamente
al trattamento o agli uffizi dei diversi membri della famiglia reale,
tranne due passi: il primo dei quali in Samuele che appella _Coaním_
(capi, ufficiali) i figli di Davide, e il secondo nei Paralipòmeni nel
quale si legge: «che i figli di Davide erano i primi a fianco del re».
Nella Bibbia non troviamo nulla di preciso sull’appanaggio del re, ma
combinando tra loro certi passaggi, è facile capire che le loro rendite
fossero assai considerevoli, e che derivassero dai cespiti seguenti: 1º
I doni volontarii dei sudditi; 2º Le greggie e le produzioni dei campi,
dei giardini, ecc. di loro esclusiva proprietà e che aumentavansi
continuamente per le conquiste e per le confische nei delitti di stato;
3º Un tributo che esigevano; 4º Le spoglie più preziose dei popoli vinti
e i tributi loro imposti; 5º I diritti esatti sui negozianti indigeni e
stranieri.

I re portavano vestimenti particolari che li distinguevano da tutte le
altre persone. Sulla mitra adattavano il loro diadema detto _nézer_ che
vale segno di distinzione, e la _atarà_ (ornamento cingente o corona)
che portavano in ogni tempo unitamente alla collana e ai braccialetti.
Il trono _chissé_ aveva precisamente la forma di un seggiolone, ma alto
in modo che i piedi bisognavano di un appoggio che chiamavasi _adóm_
(sgabello); lo scettro _scéveth_ (verga o bastone), viene spesso
adoperato dagli autori sacri per simbolo della dignità reale o
dell’esercizio del potere supremo.


                      § 6—_Del Senato o Sinedrio._


«Fammi radunare settanta uomini tra i più vecchi d’Israele, i quali tu
conosci che potranno essere gli anziani del popolo ed i suoi soterim,
disse Dio a Mosè, ed io separerò una porzione dello spirito ch’è sopra
di te; e lo compartirò sopra loro, così essi correranno teco a portare
il carico del popolo, e non avrai a portarlo tu solo». Al tempo dei
Maccabei questo supremo tribunale della nazione sedente in Gerusalemme
fu appellato _Sanedrím_ (sinedrio) dal Greco _Synedrion_ che significa
un’assemblea di gente assisa.

Secondo i dottori l’assemblea eleggeva il suo membro più autorevole per
innalzarlo alla presidenza. Egli rappresentava Mosè. Alla sua destra
eravi l’ab-beth-din, e alla sua sinistra siedeva una specie di
vice-presidente detto _Ehhahham_ (il sapiente). Gli altri senatori si
siedevano in semicircolo secondo l’ordine della loro nomina. Gli scribi
o segretarii avevano i loro posti particolari.

I voti venivano raccolti talvolta dal presidente e talvolta dal membro
più giovane, nell’intento che nessun senatore avesse ad influenzare sui
voti che dovevano essere motivati.

Per le quistioni di pubblico interesse richiedevasi l’unanimità dei
voti, ma per le quistioni secondarie bastava la maggioranza d’un voto
solo.

                                  ————



                     SCEVATH (_Gennaio-Febbraio_).


Questo mese non presenta alla nostra meditazione oltre a due episodii e
di una semplice importanza morale. Il primo si rapporta a una visione
del profeta Zaccaria avuta verso la fine dei settant’anni della
cattività babilonese. Egli racconta di avere udito un angelo che
indirizzava a Dio una pietosa interrogazione sul quando egli si
moverebbe a misericordia degli infelici ebrei, già da circa settant’anni
gementi in terra estrania; e sin quando la loro antica patria resterebbe
covo di animali selvaggi. Iddio risponde all’angelo «parole buone,
parole di conforto». Egli si dice pieno di tenerezza verso il suo popolo
sconsolato, e fortemente adirato contro quelle nazioni che fatte
ministre di sue vendette oltrepassarono la misura del male. Che però era
appunto arrivato il tempo della redenzione d’Israele, e l’epoca da lui
stabilita per la riedificazione della sua casa in Gerusalemme, città di
sua eterna predilezione.

Il secondo episodio è quello della ripetizione della legge fatta da Mosè
stesso. Era il primo giorno dell’undicesimo mese dell’anno quarantesimo,
dall’uscita d’Egitto: il popolo d’Israele trova vasi nel paese
conquistato a Moab vicino al Giordano allorchè Mosè «si compiacque di
spiegare (ripetere) tutti i principali avvenimenti loro successi dalla
proclamazione del Decalogo, sino a quel giorno, e pressochè tutte le
prescrizioni e i riti i meglio importanti contenuti nei quattro libri
precedenti». Tale riassunto forma l’ultimo dei cinque libri di Mosè e
viene chiamato _séfer adevarím_ (Deuteronomio).

E posciachè l’argomento ce ne porge l’opportunità noi ci fermeremo
talpoco ad esaminare le varie parti di cui si compone la Bibbia e daremo
un brevissimo cenno sulla compilazione della Misnà e della Ghemarà di
cui ebbimo occasione di parlare tante volte in questo nostro lavoro.

La Bibbia si divide in tre grandi parti che sono: 1º La legge di Dio
(Thorà); 2º I profeti primi e secondi (Neviim); 3º Gli _Agiografi_
(Cheduvim).

La _Thorà_ è divisa in cinque libri. Il primo è chiamato Genesi
(_Berescid_) principio. In esso si racconta la storia della creazione
del mondo, quella dei primi uomini, delle prime invenzioni, dei primi
abitatori della Cananea, sino alla morte del patriarca Giacobbe avvenuta
in Egitto ove erasi recato colla famiglia⁹⁹.

  ⁹⁹ «Una delle maggiori meraviglie a chi legge la Genesi, dice C.
     Cantù, è la sua concordanza coi più recenti acquisti della
     scienza».

     «Tutte le scoperte umane, disse Herschel, paiono fatte solo allo
     scopo di meglio confermare le verità chiuse nei libri di Mosè».

     Il sommo Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale così ragiona
     delle tre classi in cui distingue i geologi odierni: «Gli uni si
     studiano di conciliare la scienza della terra colle tradizioni
     mosaiche, mediante una vasta e profonda cognizione dell’una e delle
     altre; e questi sono degni di grandissima lode. Gli altri si
     restringono fra i soli termini della geologia ecc. Ma vi sono
     alcuni terzi (pochi per buona ventura), che senza forse sapere di
     geologia più che tanto, spacciano Mosè per un favolatore solenne, e
     un parabolano; dei quali non si può dir altro, se non che scambiano
     il millesimo corrente col passato, quando essi intendano di far
     ridere alle spese della religione ecc.».

     «Nella Genesi Mosè è lo storico della creazione, il sopranaturale
     rivelatore di tutte le origini. La creazione della luce, la
     formazione del mattino, della sera, della notte, l’ampiezza delle
     acque incarcerate in profondi abissi, la terra che vestesi d’erbe e
     di piante, il sole posto nel centro dell’azzurro firmamento, la
     luna e le stelle obbedienti alla voce che segna loro il cammino
     attraverso lo spazio; gli animali che in loro infinita varietà,
     piglian possesso dei mari, dei monti e delle pianure; infine
     l’uomo, l’ultima e più bella opera di Dio, il quale nel: bel mezzo
     del giovine universo, ne vien per così dire fatto Sovrano... Mosè
     ci spiega in tre pagine l’universo e l’uomo. Sulle grandi cose da
     Mosè dette in tre pagine vi furono migliaia e migliaia di libri in
     ogni secolo e presso tutte le nazioni antiche e moderne; ma non fu
     vero se non ciò che trovossi conforme alla testimonianza di Mosè.
     Gli sforzi del genio in quaranta secoli, le profonde investigazioni
     nelle viscere della terra, nelle più disparate regioni, e le
     indagini fatte nelle più tenebrose memorie del genere umano, non
     fecero che dare solenne ragione alla mosaica cosmogonia....».

     «Se nella Genesi non vi fosse il soffio di Dio, se non la fosse che
     pura opera umana, non vi sarebbero lingue bastevolmente eloquenti
     ad ammirare l’Ebreo legislatore. Il Decalogo in paragone del quale
     le antiche leggi di Persia, d’India, d’Egitto, di Grecia e di Roma
     non sono che immagini grossolane e rozze invenzioni, e che divenuto
     suprema guida del genere umano; la morale politica e religiosa
     organizzazione di una nuova nazione che tutto abbraccia a forza di
     profonda saviezza, giustizia e provvidenza; quelle regole, quelle
     prescrizioni, quelle massime espresse con mirabile semplicità,
     hanno per noi l’aspetto della verità che discende dal cielo in
     terra a visitare l’uomo».

                                    _Poujoulat_—_Histoire de Jerusalem._

Il secondo libro viene detto _scemod_ (Esodo o uscita). I principali
fatti che si narrano in questo libro sono: la schiavitù d’Egitto, la
liberazione d’Israele e la proclamazione del Sinai.

Il terzo _vaikrà_ o Levitico viene così chiamato perchè contiene più
particolarmente le attribuzioni dei sacerdoti e dei leviti, e le norme
relative ai sacrifizii.

Il quarto _Bamidbár_ (numeri) viene così chiamato perchè comincia
coll’ordine dato da Dio a Mosè nell’anno secondo dopo l’uscita d’Egitto
di numerare il popolo che risultò composto di 603,550 uomini capaci alle
armi, ossia dalla età di 20 anni in su. In questo calcolo non venne
compresa la tribù di Levi esente dal servigio militare perchè, come
dicemmo, particolarmente dedicata al servizio del Tempio e
all’istruzione del popolo. Numerata pertanto separatamente essa diede la
cifra di 22 mila maschi da un mese in su. Questo libro finisce colla
esposizione delle vittorie riportate da Mosè sui Moabiti e Madianiti i
cui paesi confinavano col Giordano, e che oltre al negargli il chiesto
passaggio attraverso il loro territorio, colla seduzione delle loro
donne avevano indotto molti Ebrei ad abbracciare lo strano e sconcio
culto di _Baal peór_ che causò la morte a 22 mila persone.

Il quinto ed ultimo libro è appunto il Deuteronomio che finisce colla
benedizione di Mosè.

I _neviím_ comprendono tutta l’epoca storica del popolo nostro, dalla
morte di Mosè all’esilio babilonese; e constano del libro di Giosuè, di
quello dei giudici, dei due libri di Samuele, dei due Re, degli
immortali scritti dei tre profeti maggiori Isaia, Geremia ed Ezechiele
vissuti alla fine del primo Tempio e al principio della cattività
babilonese, e dei frammenti rimastici di dodici profeti minori (così
chiamati per distinguerli dai primi).

I _Cheduvím_ (agiografi o scritti santi) comprendono: 1º I salmi di
Davide che oltre alla sublimità poetica che raggiungono molti d’essi,
inspirano tutti tanto viva ed efficace pietà religiosa, contengono in sì
grande copia precetti morali che giustamente vennero adottati a far
parte di alcune nostre preghiere, sia nelle liete come nelle luttuose
circostanze; 2º I proverbi di Salomone che sono una raccolta di
ammaestramenti esposti ai giovani con singolare semplicità e maestria, e
che dipingono con una ammirabile fedeltà e vivezza i danni della
ignoranza e di una sregolata condotta: e viceversa i pregi della
sapienza e i beni ch’essa procura a coloro che l’amano. Questo libro
finisce colla descrizione della donna forte (_ésced hhail_) che per una
pia usanza si canta tuttora nelle famiglie al venerdì sera al ritorno
dal Tempio; 3º Il libro di Giobbe stupendo lavoro che in seguito a
intelligentissimi studii venne attribuito a Mosè; 4º Il Cantico dei
Cantici _scir ascirím_ di Salomone, nel quale molti commentatori
credettero di trovarvi simboleggiato Dio (lo sposo) e la nazione
d’Israele (la sposa), che si esprimono la loro ardente e reciproca
tenerezza; 5º Un frammento storico del Tempo dei Giudici (_Ruth_) che ci
descrive i pietosi avvenimenti della virtuosa e pia bisavola di Davide e
dichiarato da Goeth il più bell’idilio che esista scritto; 6º
L’Ecclesiaste attribuito a Salomone, esame a tinte oscure, e fors’anco
esagerate in parte, dei diletti materiali e delle improbe fatiche che
sostiene l’uomo per procurarseli, per quanto in realtà siano tutte
vanità delle vanità; 7º La storia d’Ester di cui parleremo nel mese
venturo; 8º I treni innarrivabile lavoro del profeta Geremia che piange
sulle fumanti rovine della sua patria; 9º I preziosi frammenti storici
di Daniele, di Esdra e di Neemia contemporanei della schiavitù
babilonese, e come dicemmo altrove i due ultimi d’essi strenui
propugnatori della riedificazione del secondo Tempio; 10º I due libri
delle cronache (_divrè aiamím_) rapido riassunto di tutti i libri santi.

Non v’ha dubbio che molti nostri scritti dovettero andare smarriti sia
per l’incendio ordinato dal dissennato Califfo, della famosa biblioteca
di Alessandria, e sia per le tante peripezie sofferte dal popolo nostro,
posciachè nella Bibbia noi troviamo menzionate parecchie opere che non
possediamo. Si parla a mò d’esempio d’un libro intitolato «delle guerre
di Dio»; d’un altro delle «cronache dei re di Giuda e d’Israele»; di un
terzo intitolato «della rettitudine» che non è certo il libro che nella
letteratura nostra si conosce sotto tale titolo, e finalmente di tre
importantissimi lavori del re Salomone, il primo dei quali era una
diffusa storia sui regni animale e vegetale, il secondo una cantica di
mille e cinque (soggetti o capitoli), e il terzo una raccolta di tre
mila proverbi o favole.

La legge orale (_torà scebèal-pè_) non è che una spiegazione, un
commento, un’amplificazione alla legge scritta; e in molti casi
incontestabilmente necessaria per la retta intelligenza di molti riti
involti in una certa oscurità o appena in quella accennati¹⁰⁰.

 ¹⁰⁰ I Karaiti, setta ebraica naturalmente posteriore alla pubblicazione
     della Misnà, e ridotta ora a pochi gregarii sparsi nella Russia,
     che respinsero appunto ogni rabbinico insegnamento per mantenere
     alla lettera tutti i riti mosaici; ci sono testimoni viventi della
     stranezza di certi usi.

     Così a cagione d’esempio essi usano, di non sortire affatto di casa
     al sabbato e di non farvi accendere fuoco nelle loro abitazioni; di
     portare il zizid nell’abito; di legare i Tefilim sulla mano; di non
     praticare la visita nei visceri degli animali, nè ucciderli col
     nostro sistema ecc.

Secondo la tradizione, questa spiegazione della legge scritta fu da Mosè
stesso insegnata oralmente a Giosuè, il quale, a sua volta, la trasmise
agli anziani. Questi poi la insegnarono ai profeti, e da questi venne
trasmessa ai membri della grande Assemblea. Il provvido e coraggioso
Rabbì Jeudà, chiamato per antonomasia «Rabenu akadoss» (il nostro
Maestro santo), nell’anno 180 dell’êra volgare la raccolse in un volume
detto Misnà (ripetizione o studio), poichè per la perdita della politica
indipendenza, per la dispersione d’Israele nei quattro angoli della
terra, e pel conseguente decadimento della letteratura nazionale, entrò
nell’animo degli uomini religiosi e pii la tema che col volgere degli
anni potesse andare alterata o dimenticata.

Il Talmud o Ghemarà diviso come la Misnà in sei trattati, oltre alle
sentenze, ai racconti, alle leggende religioso-morali che contiene in
gran copia; oltre alle preziose nozioni di storia contemporanea e scene
della vita domestica e sociale tanto del popolo nostro quanto delle
altre nazioni con cui avevano relazioni; è poi un diffuso e minutissimo
commentario della Misnà. In esso vengono scrupolosamente registrate
tutte le discussioni, che si può dire sopra ogni articolo della Misnà,
fecero le più famose accademie di Terra Santa e di Babilonia fino al
secolo V. Questa raccolta immensa fu compilata dai Rabbini Ravena e
Rav-assè.



                             *Archeologia.*


Termineremo ora la nostra breve rassegna delle leggi giudiziarie
mosaiche col ragionare delle leggi penali e della loro pratica
applicazione.

Le leggi penali di Mosè hanno per carattere generale l’_espiazione_ e il
_compenso_. Un dotto rabbino diceva, che il mondo poggia su tre basi: la
verità, la giustizia e la pace. È per questa ragione che un delitto di
qualunque specie esso sia intacca l’equilibrio _morale_ del civile
consorzio, il quale non può essere ristabilito che in seguito a una
condegna riparazione data alla società offesa mercè la _giustizia_, il
cui còmpito è appunto quello di ricondurre la pace ove fu turbata. Ma
posciachè non tutti i delitti portano un uguale sconcerto nell’armonia
del sociale consorzio, ne deve conseguire che la riparazione va graduata
al male fatto. La suprema riparazione reclamata dalla società
terribilmente offesa da un suo membro, è quella di respingerlo
assolutamente dal suo seno condannandolo alla _morte_. Nella
legislazione mosaica la morte veniva applicata in tre modi diversi: 1º
Colla _lapidazione_ (_sekilà_), che secondo la tradizione consisteva nel
gettare il paziente dall’altezza di un palco che distava da terra
l’altezza di due uomini, e poscia soffocarlo sotto un mucchio di pietre
che gli venivano gettate addosso; 2º Coll’_abbruciamento_ (_serefá_)
sull’applicazione del quale son diverse le opinioni. Taluni vogliono che
tale abbruciamento si consumasse sul cadavere dopo la lapidazione, e
altri credono che si strangolasse il paziente con un drappo, e poi gli
si colasse in gola del piombo fuso che gli bruciava gli intestini.
Secondo Giuseppe parrebbe che il paziente si abbruciasse vivo, perchè
egli sostiene che una figlia di Sacerdote che avesse mancato ai suoi
doveri d’innocenza, veniva abbruciata viva; 3º Colla _spada_ (_éreg_) la
cui applicazione ci è affatto ignota. I nostri Dottori ne aggiungono una
quarta, la _strangolazione_ (_hhenek_) della quale non ne troviamo
traccia nella Bibbia.

Dopo la pena di morte viene il così detto _Careth_ (distruzione o
stralciamento). La massima parte dei commentatori, ritengono che questa
pena non consistesse che in una divina minaccia, di colpire con una
morte immatura il trasgressore di qualcuna fra le leggi cerimoniali.
Altri ritengono invece che si sott’intendesse una specie di morte
civile, vale a dire la privazione dei diritti di cittadino per un tempo
determinato.

Vengono in terza linea le _pene corporali_, consistenti in colpi di
bastone che il paziente riceveva disteso boccone in terra. Tali pene,
che nelle nostre contrade vennero abolite ovunque (tranne in Inghilterra
per l’indisciplina militare), perchè ripugnanti alla nostra indole; non
avevano invece nulla d’umiliante presso gli antichi Ebrei, poichè
secondo i Rabbini lo stesso pontefice dopo d’avere ricevuta una di tali
pene per la sua trasgressione di qualche legge cerimoniale, rientrava
nelle sue altissime funzioni senza che la sua dignità ne soffrisse
minimamente.

Un’altra specie di pena viene da taluni classificata, impropriamente, in
questa categoria. Tale pena sarebbe quella risultante dal così detto:
_diritto del talione_, che preso alla lettera, consisterebbe
effettivamente nel fare subire al colpevole la mutilazione di quel
membro che deliberatamente troncò o rese inservibile al suo simile. Ma
tale interpretazione è insussistente affatto, perchè i nostri Dottori
affermano concordemente, che il legislatore non volle indicare per
nissun modo una vera amputazione nel corpo del delinquente, cosa questa
che non avrebbe avuto altro effetto oltre quella di dare una barbara
soddisfazione, ove fosse stato capace di provarla, al povero mutilato;
ma vi sott’intese invece un risarcimento materiale del danno
presuntivamente risultato, ciò che doveva recare al danneggiato una
soddisfazione di ben diversa natura!

Vengono poscia _l’ammenda_, che serviva all’espiazione di certi delitti
involontarii; e che variava secondo la loro gravita: e i _sacrifizii
d’espiazione_, che non erano altro che pene disciplinari ecclesiastiche,
a cui veniva sottomesso colui i cui peccati non erano di competenza
giuridica¹⁰¹.

 ¹⁰¹ I sacrifizii di cui le vittime non potevano essere scelte che nelle
     seguenti specie di animali domestici, vale a dire: buoi, montoni,
     agnelli, colombe e tortore, erano di diversa specie: 1º La _Olà_
     (olocausto) parola derivante dal Greco _olos_ (tutto) e _kaio_
     (bruccio) che veniva offerta quale sacrifizio quotidiano del
     mattino e della sera, quale sacrifizio addizionale della festa, e
     talvolta anche quale sacrifizio di privato. La vittima si
     abbruciava totalmente tranne la pelle che apparteneva ai sacerdoti.

     2º Il _Hhatath_ (sacrifizio per lo peccato), e l’_Assam_
     (sacrifizio per la colpa) che si portavano per diversi peccati
     volontarii od involontarii specificati dalla legge, nei quali
     potevano incorrere tutti i fedeli, compresi il Principe e il
     Pontefice.—L’infallibilità non è dote dell’uomo. Tutti possono
     errare perchè tutti sottoposti alle stesse passioni e agitati da
     consimili desiderii. Dio solo è perfetto, epperciò lui solo
     infallibile.—Di questa specie di sacrifizii si abbruciavano le sole
     parti grasse destinate all’altare, e il resto apparteneva
     esclusivamente ai sacerdoti.

     3º Il _Zìbahh asselamém_ (sacrifizio pacifico o di riconoscenza).
     Il titolo stesso ne indica lo scopo. Erano sacrifizii che si
     portavano per ricorrenze festive e in rendimento di grazie al
     Signore per benefizii da lui ricevuti. Abbruciate le parti grasse
     in onore di Dio, il resto veniva diviso tra i sacerdoti e gli
     offerenti. I poveri e i forestieri erano quasi sempre invitati a
     parteciparne.

     Oltre a tali sacrifizii ve n’erano alcuni altri che chiameremo
     circostanziali, quali sarebbero quelli pei peccati d’ignoranza del
     popolo nelle varie feste dell’anno; quelli dei Nazireni
     inavvertitamente resi impuri; quelli che portavano le persone
     guarite dalla lebbra, ecc. Di questa specie di sacrifizii i due
     seguenti meritano particolare menzione. Il primo è quello che
     veniva immolato nel caso in cui si trovasse una persona assassinata
     in mezzo ai campi senza che si fosse potuto scoprirne l’uccisore.

     La legge ordinava che dato questo caso gli anziani e i giudici
     sedenti in Gerusalemme, si portassero nel luogo ove era stato
     consumato il reato e misurassero quale città fra quelle che
     circondavano il cadavere, ne fosse la più vicina. Gli anziani della
     città indicata, dovevano prendere una giovenca che non fosse stata
     adoperata al lavoro, e che non avesse mai tirato al giogo. Dovevano
     quindi condurla in una valle sassosa, non coltivata, nè seminata,
     ed ivi ucciderla. Ciò fatto tutti gli anziani di quella città
     dovevano lavarsi le mani nel sangue di quella giovenca e dire: «Le
     mani nostre non versarono questo sangue e gli occhi nostri non
     videro (chi lo versò)». E i sacerdoti e i leviti dicevano: «Deh o
     Signore! perdona al popolo tuo Israele che liberasti (dalla
     schiavitù egizia) e non porre in mezzo al tuo popolo Israele (la
     colpa, la responsabilità del versato) sangue innocente».

     Questa prescrizione fu probabilmente inspirata da due motivi: Il
     primo valeva a raffermare la pena di morte di cui si era reso
     meritevole l’assassino, il secondo serviva a mantenere negli animi
     il dovuto orrore pel sangue versalo.

     Il 2º era quello della così detta _vacca rossa_, perchè la scelta
     della vacca la cui cenere doveva servire per la purificazione di
     certe impurità, come quella di aver toccato un cadavere ecc. doveva
     cadere su d’una che fosse totalmente rossa, senza difetti e che non
     avesse mai portato giogo. Vogliono i commentatori che questa
     disposizione, di cui non ci si dà il più piccolo schiarimento,
     fosse consigliata a Mosè dal pensiero di espellere onninamente dal
     cuore del popolo la tendenza all’adorazione della vacca, che come
     si sa, era il principale oggetto del Culto degli Egiziani.

     V’era pure la _minhhà_ (offerta) che per lo più si componeva di
     fior di farina di frumento e d’olio d’oliva. Tale offerta era per
     lo più accessoria delle vittime dei sacrifizii, ma pel povero
     sostituiva le vittime stesse. Talvolta si offriva la farina pura,
     versandovi entro dell’olio e mettendovi incenso, e talvolta se ne
     facevano schiacciate azzime unte d’olio e cotte al forno o in su
     una tegghia. Era obbligatorio mettervi sale quale segno di
     un’alleanza durevole con Dio, detta _berith mélahh_, e proibito di
     mescolarvi lievito o miele.

Quantunque dalla storia di Giuseppe risulti chiaramente che in Egitto
erano in uso le prigioni quale pena afflittiva, ciò non pertanto in
tutta la legislazione penale mosaica non ne troviamo fatto cenno, forse
perchè esse presentavano due gravi ostacoli per una nazione
eminentemente agricola quale era l’ebraica. Il primo era l’area occupata
da quei luoghi di pena, che veniva sottratta al lavoro e per conseguenza
al comune interesse; il secondo era la spesa ingente richiesta per la
custodia e pel vitto dei detenuti. Si riscontrano però nel Pentateuco
due esempii di detenzione preventiva: il primo in odio di un individuo
della tribù di Dan, nato da un’ebrea ammogliatasi ad un egiziano, che
litigando con altro ebreo aveva bestemmiato e maledetto il santissimo
nome di Dio; e il secondo verso di un altro che profanò il sabbato
portandosi a raccogliere legna; ma si capisce facilmente che ciò avvenne
nel solo intendimento di sapere da Dio, quale doveva essere il castigo
proporzionato alla loro diversa prevaricazione.

In processo di tempo essendosi fatta strada la corruzione e con essa i
delitti, che ne sono la conseguenza diretta, anche le prigioni trovarono
il loro posto come si può riconoscere dal fatto di Acabbo, il quale
stando per intraprendere una guerra, ordinò di incarcerare il profeta
che gli predisse la sua morte sulle alture di Galaad, luogo ove aveva
fatto assassinare l’innocente Naboth; e dalla storia di Geremia tenuto
in prigione perchè consigliava al popolo l’alleanza col re d’Assiria,
contro la volontà dei grandi dignitarii dello stato.

Non è nostro intendimento di passare in rassegna tutto il sistema penale
mosaico, perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al nostro
proposito. Daremo soltanto alcune considerazioni generali che secondo
noi basteranno a dimostrare con esuberanza, che se tale sistema era
giustamente severo era però ben lontano di essere inumano come si
pretese da taluni, che lieti di poter affilare le loro armi contro Mosè,
si fermarono all’apparenza e trovando spesso ripetute le parole di
_morte_, di _sarà tagliato_ da mezzo il suo popolo, gridarono alla
barbarie.

Faremo notare anzitutto, che il parricidio non fu previsto da Mosè sia
perchè un delitto cotanto snaturato gli pareva forse impossibile, e sia
perchè aveva già stabilito la pena di morte per colui che avesse
soltanto battuto uno dei genitori.

La pena di morte era stabilita, come dicemmo, per l’idolatria; per chi
si dava alla negromanzia; pei violatori del sabbato; per l’omicida; per
chi commetteva certi atti contro natura; per chi rubava un uomo e lo
vendeva per ischiavo e per quel giovane che manifestava istinti cotanto
malvagi, da costringere i suoi stessi genitori di deferirlo ai
tribunali.

Quando un uomo veniva condannato a morte per omicidio nissun asilo
serviva a sottrarlo al rigore delle leggi. Ecco come si esprime la legge
stessa a questo proposito: «Quando un uomo avrà ucciso con
premeditazione un suo simile, da sopra il mio stesso altare lo prenderai
per farlo morire, perchè la terra contaminata dal sangue (innocente)
versato su d’essa, non può essere perdonata (purificarsi) se non col
sangue di chi lo versò».

Ma la lodevole severità della legge verso quei feroci che per malvagio
istinto si bruttavano le mani nel sangue dei loro simili, non escludeva
tutte quelle garanzie che reclama da un lato l’umanità, e dall’altro la
facilità di essere tratto in errore da una prima dolorosa impressione di
una sventura irreparabile, o dall’orrore istintivo che si prova
all’annunzio di una morte violenta. Un malaugurato accidente non può
forse cangiare in omicida l’uomo dotato di un cuore il più sensibile e
il più nobile? Ecco un esempio con cui Mosè dimostra la possibilità di
tale evento deplorevole: «Può succedere, dice egli, che un uomo si porti
alla selva per tagliare legna. Alza con forza la scure contro l’albero,
ma il ferro gli sfugge sventuratamente dalla mano e va a colpire un suo
compagno e lo uccide. Costui non può ritenersi reo di omicidio perchè
Dio stesso permise che tale morte avvenisse per sua mano». Ed ecco il
provvedimento col quale egli viene in soccorso dell’omicida
involontario.

Conviene sapere che ai tempi di cui parliamo esisteva, ed esiste
tuttavia presso gli Arabi, e presso parecchi altri popoli Orientali, un
uso che obbligava il parente d’un assassinato a vendicarne il sangue
uccidendo a sua volta l’assassino. Il parente su cui incombeva tale
dovere, nella Bibbia viene designato col nome di _goel adam_ (redentore
o vendicatore del sangue): e qualora vi avesse derogato veniva ritenuto
come un uomo senza onore.

Non potendo forse abolire quest’uso inveterato e universalmente
praticato, Mosè ne prevenne saggiamente i molti abusi a cui poteva dare
luogo. Egli stabilì sei città (tre per caduna estremità dello stato) che
chiamò _aré amiclath_ (città di rifugio), onde accogliere l’omicida
supposto involontario e proteggerlo contro il _goel adam_. Tutte le
città del regno dovevano avere una strada che tendesse ad una d’esse.
L’omicida veniva poscia deferito ai tribunali: se risultava colpevole
veniva consegnato nelle mani del _goel adam_ onde gli desse la morte; ma
se risultava innocente doveva restarsene nell’asilo che la legge gli
assegnava, sino alla morte del sommo sacerdote allora in uffizio;
trascorso il qual tempo egli poteva ritornare alla sua città in tutta
sicurezza, perchè il _goel_ aveva perduto ogni suo diritto.



                    Amministrazione della giustizia.


Dal sin qui detto noi abbiamo potuto convincerci tanto della semplicità
quanto della eccellenza del sistema giudizionario organizzato da Mosè.
Esso era infatti fondato sulle seguenti basi: 1ª sulla pubblicità dei
dibattimenti che è la più sicura garanzia della equità ed imparzialità
dei giudizii; 2ª sulla maggiore possibile libertà concessa al prevenuto
onde avesse mezzo di produrre qualunque prova a sua discolpa. Si noti
che presso gli Ebrei, come fors’anco presso gli altri popoli antichi,
non esisteva come nelle legislazioni Europee attuali un magistrato colla
missione (strana davvero) d’insinuare nei giudici la persuasione della
colpevolezza del pregiudicato; nè l’altro individuo quasi sempre
sconosciuto al colpevole colla missione (ancora più strana) di servirsi
d’ogni argomento oratorio onde pervenire ad ottenere lo scopo
diametralmente opposto, ovverossia persuadere i giudici dell’innocenza
di colui che si macchiò di delitti orrendi o almeno di attenuarne gli
effetti; 3ª sulla sincerità delle deposizioni dei testimonii sia
mediante l’applicazione al testimone falso della stessa pena di cui
sarebbe stato meritevole l’incriminato, e sia col costringerli ad essere
i primi a gettare le pietre contro il condannato. Questa disposizione fu
senza dubbio il motivo per cui le donne non potevano deporre in
tribunale; ed è un omaggio che la legge fa alla sensibilità e gentilezza
femminile, esonerandole da un dovere che avrebbe ripugnato al loro
carattere mite e dolce.

Esaminiamo ora come si procedeva in un giudizio di pena capitale.

Al giorno del giudizio si faceva comparire l’accusato, gli si leggeva
l’atto d’accusa, e i testimonii accusatori venivano successivamente
chiamati a deporre.

Ecco la stupenda ammonizione che il Presidente rivolgeva a ciascuno di
questi ultimi: «Bada! che noi non ti domandiamo che tu deponga nè su
conghietture, nè sulle pubbliche voci corse sull’accusato. Pensa che
pesa su te una responsabilità tremenda. L’affare di cui si tratta non è
affare di danaro pel quale si potrebbe sempre in qualche modo trovare un
risarcimento. Se tu fai condannare un uomo innocente il suo sangue e il
sangue della posterità ch’egli potrebbe dare alla patria, peserebbe su
te; e Dio te ne domanderebbe conto, come domandò conto a Caino del
sangue di Abele e del sangue dei figli che avrebbe generato».

Oltre alle donne non potevano attestare i fanciulli, gli schiavi, gli
uomini di cattiva riputazione, coloro che non erano in piena facoltà
mentale, nè coloro che erano stati condannati a pene corporali prima che
avessero subita la loro pena.

I testimonii dovevano certificare l’identità della persona, deporre sul
giorno, sull’ora e sulle circostanze del delitto. La menoma discordanza
tra i testimonii ne annullava pienamente il valore.

Dopo i testimonii a carico si sentivano i testimonii in favore. Finiti
gli interrogatorii si facevano allontanare tutti gli assistenti. Due
segretarii raccoglievano i voti: l’uno i favorevoli, l’altro i
contrarii. Se la maggioranza dei voti risultava favorevole l’accusato
veniva dichiarato innocente e rimesso immediatamente in libertà; se
invece la maggioranza gli era contraria, la seduta si dichiarava
sospesa, e differita al posdomani la lettura della sentenza.

I giudici dovevano occupare il giorno intermedio nel discutere tra loro
quella causa, e astenersi dai liquori e da cibo abbondante onde il loro
spirito si mantenesse libero e sereno. Al mattino del terzo giorno i
giudici dovevano raccogliersi nel tribunale e addivenire a nuova
votazione con questa clausola pietosa. Il giudice che aveva votato per
l’assoluzione non poteva darlo per la condanna; ma quello che viceversa
l’aveva dato per la condanna poteva ritirarlo e darlo per l’assoluzione.

Letta la sentenza di condanna due magistrati accompagnavano il
condannato al supplizio e i giudici se ne stavano in seduta permanente.

Un uffiziale con un drappo in mano stava all’entrata del tribunale,
mentrechè un altro uffiziale con un consimile drappo in mano, seguiva a
cavallo il condannato; e di tratto in tratto si rivolgeva verso il
primo. Se in questo frattempo qualcuno si fosse portato in tribunale a
deporre in favore del condannato, il primo agitava il suo drappo e il
condannato veniva ricondotto indietro fino alla quinta volta. Un araldo
precedeva pure il convoglio e di tratto in tratto gridava al popolo:
«Quest’uomo (tale figlio del tale) viene condotto al supplizio pel tale
delitto. I testimonii che deposero contro di lui sono i tali. Se
qualcuno ha qualche schiarimento a dare in di lui favore si affretti». I
magistrati che accompagnavano il paziente lo consigliavano a confessare
il suo delitto, e a poca distanza dal luogo del supplizio, gli
somministravano un beveraggio stupefattivo onde rendergli meno
spaventevole l’avvicinarsi della morte.

Dopo l’esecuzione, il cadavere veniva tolto alla vista del pubblico e
reso ai suoi parenti, onde provvedessero alla sua sepoltura. Questi ne
potevano deplorare la perdita, ma senza quei segni pubblici di dolore,
da noi già notati, che si facevano per gli altri defunti. Anzi a
pubblica dimostrazione di omaggio al pronunciato del tribunale, alla
inconcussa fede nella onestà e sapienza dei giudici; la prima volta che
i parenti del giustiziato s’imbattevano nei giudici e nei testimoni
dovevano precedere a salutarli e dirigere loro le seguenti parole: «Noi
non conserviamo verso di voi verun risentimento; sappiamo che voi avete
agito lealmente secondo il diritto».

                                  ————



                        ADAR (_Febbraio-Marzo_).


Due avvenimenti importantissimi registra la storia nostra in questo
ultimo mese dell’anno: uno decisamente nefasto, e l’altro, quantunque
minacciasse di irreparabile rovina il popolo nostro, la Provvidenza che
in ogni tempo vegliò e veglia con particolare sollecitudine ed amore
alla sua esistenza; sventò i consigli dei suoi nemici, e facendo
trionfare la verità e la giustizia lo cangiò in una lieta e festiva
commemorazione. Consiste il primo nella ricorrenza della morte di Mosè,
avvenuta (secondo quanto ci insegna la tradizione) il sette Adar, il
giorno anniversario della sua nascita, quarantanni dopo l’uscita
d’Egitto e centoventesimo della sua età.

Dalle sue stesse affermazioni noi siamo informati quanto fosse vivo il
suo desiderio di condurre egli stesso il popolo che tanto amava alla
conquista della Palestina; e quante preghiere indirizzasse a Dio a tale
uopo. Ma pei suoi imperscrutabili decreti Dio rimase inflessibile, e:
«Ti basti, gli disse, non mi parlare più intorno a questa cosa; perocchè
non passerai questo Giordano». Volendo però soddisfare, in parte, il
nobilissimo desiderio del suo servo fedele lo invitò a portarsi alla
cima della collina, da dove per una virtù prodigiosa concessa alla sua
vista, gli sarebbe stato possibile di vedere «la terra buona che
estendevasi al di là del Giordano, il monte bello e il Libano». Quando
Mosè si convinse della inutilità delle sue istanze si rassegnò ai divini
voleri, impose le sue mani sul capo di Giosuè costituendolo suo
successore, salì sulla vetta del Nebo da dove potè effettivamente
ammirare la terra in cui sperava il suo popolo lungamente felice, e che
non v’ha dubbio lo sarebbe stato, se avesse meglio custodito la sua
legge. Finalmente fece radunare tutto il popolo e dopo di averlo
consigliato a mantenersi fedele a Dio, e presentato alla sua perpetua
meditazione una cantica sublime (_aasínu_) che secondo il suo detto «non
avrebbe dovuto venire mai dimenticata dalla bocca della sua posterità»,
perchè era una «testimonianza» delle promesse fatte e mantenute da Dio
di condurlo ad ereditare la terra di Canaan, e del dovere che
imprescindibile incombeva su lui di restare fedele al patto conchiuso su
tale base tra lui e Dio, benedisse particolarmente ogni tribù; e «senza
che il suo occhio si fosse minimamente offuscato, nè diminuiti i suoi
umori vitali» rese l’anima a Dio. Gli ebrei fecero un lutto di trenta
giorni. L’elogio funebre che per bocca di Dio si scrisse Mosè di suo
vivente, secondo il Nacmanide, o che come credono altri aggiunse il suo
successore negli ultimi versetti del Pentateuco, è un brevissimo
compendio delle sublimi sue gesta. Eccolo nella sua semplicità
ammirabile: «E non surse in Israele un profeta come Mosè, col quale il
Signore trattava faccia faccia. (Nessuno l’eguagliò), in quanto a tutti
i segni e miracoli, che lo mandò Iddio a operare nella terra d’Egitto a
Faraone ed a tutti i suoi servi, a tutto il suo paese. E in quanto a
tutti gli atti di potente mano ed a tutte le cose grandemente terribili,
che Mosè fece alla vista di tutto Israele».

Iddio stesso raccolse quell’anima santa e fece sparire i purissimi resti
mortali di quell’uomo maraviglioso¹⁰².

 ¹⁰² I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono
     sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare
     il concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su
     questo fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio
     da un’opera di misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed
     Eva col coprirne la nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò
     dal Paradiso terrestre; e termini con un’altra opera di
     misericordia compiuta parimenti da Dio verso Mosè col seppellirne
     il cadavere.

Noi crederemmo di fare un grave torto ai nostri giovani lettori,
privandoli del racconto leggendario che sulla morte di Mosè trovasi in
un antico libro di parafrasi al Pentateuco, chiamato _medrass rabà_
(grande commento), e di un aneddoto «sul sepolcro di Mosè» registrato
nel Talmud. Ecco il primo:

Tutto intento a scrivere le ultime parole della sacra legge, Mosè erasi
arrestato alla scrittura del nome infallibile di Dio, e in quel punto
del tempo era giunto il momento designato alla sua morte.

Il Signore chiama a sè l’angelo Gabriele, e così gli dice: «Va e porta
in cielo l’anima di Mosè».

E l’angelo attonito risponde: «Signore! Signore! Come oserò io dare la
morte all’uomo di cui tutte le umane generazioni non vantano pari?»

E il Signore chiama a sè l’angelo Michele: «Va e porta in cielo l’anima
di Mosè».

E l’angelo atterrito risponde: «Signore! Signore! Io gli fui maestro: ei
mi fu discepolo dilettissimo. Non mi basta il cuore di vederne la
morte».

E il Signore chiama a sè Samaele, l’angelo della distruzione e della
morte, e gli dice: «Va e porta in cielo l’anima di Mosè».

L’angelo della morte esultante di una gioia che non sa nascondere si
veste d’ira, e tutto chiuso nelle sue armi sanguigne piomba ratto qual
folgore innanzi all’uomo santo e trovandolo coll’ineffabile nome divino
sotto la penna trema in tutta la persona. Lo guarda, e il raggio di
divina luce che sfavilla sul volto di Mosè lo abbarbaglia, e gli fa
torcere il guardo truce. Ei pensa tra sè: «È un angelo costui, e niuno
degli angeli potrà dargli la morte».

Intanto Mosè si accorse di aversi un testimonio innanzi e a lui
rivolgendosi gli grida: «Che vuoi tu, che cosa cerchi qui?»

«Io son mandato per darti la morte, risponde l’angelo ancora tutto
tremante. Tutti i mortali sono soggetti al mio impero».

«Tutti gli altri mortali sì, risponde Mosè sicuro di se stesso, ma non
io. Consacrato prima di nascere, ministro dei portenti celesti,
banditore a tutta la terra della legge della verità, io non affiderò mai
a te l’anima mia».

Samaele tutto confuso rivolò in cielo.

Ma una voce misteriosa allora suono dall’alto, e diceva: «Mosè, Mosè; la
tua ora è giunta, tu devi morire».

«Signore! Signore! gridava Mosè piangendo, io fui accolto nelle celesti
sfere da te, io fui altre volte ammesso al tuo bacio divino, perchè
vorrai affidare l’anima mia all’angelo della morte?»

E la voce, gli rispose: «Datti pace, io stesso adempierò all’ufficio
della tua morte e della tua sepoltura».

E allora Mosè si prepara a morire puro come un Serafino, e il Signore
scende dagli altissimi cieli, e tre angeli, Michele, Gabriele, Zagaele,
gli fanno corona.

L’angelo Michele scava la tomba, Gabriele stende un bianchissimo lino al
capo, e Zagaele ai piedi, e l’angelo Michele sta immoto da un lato a
Mosè, e l’angelo Gabriele immoto dall’altro lato.

E il Signore dice a Mosè: «chiudi le pupille,» e Mosè le chiudeva,
«stringi le mani al cuore,» e Mosè stringeva al cuore la mano, «accosta
i piedi» e Mosè accostava i piedi.

«Anima santa! fanciulla mia! diceva il Signore: da cento vent’anni tu
animi questa creta intemerata. Ma è giunta l’ora, esci e vola in cielo».

E l’anima tutta dolorosa rispondeva: «Su questo corpo intemerato e puro
io ho posto tutto il mio amore, e non ho il coraggio d’abbandonarlo».

«Fanciulla mia! esci. Io ti accoglierò negli altissimi cieli, sotto al
mio trono immortale, coi Serafini e Cherubini».

E l’anima esitava.

Il Signore allora impresse un bacio sulla fronte a Mosè e con quel bacio
l’anima volò in cielo.

E una nube di mestizia velava il cielo dove suonavano, queste parole:
«Chi resta ora a combattere l’empietà e l’errore?»

E una voce rispondeva; «Egual profeta non sorse mai».

E la terra piangeva: «Ho perduto il santo». E Israele piangeva: «Abbiamo
perduto il pastore». E gli angeli in coro cantavano: «Venga il santo,
venga in pace all’amplesso divino».



                          Il sepolcro di Mosè.


Fu consiglio di divina provvidenza il nascondere ad ogni occhio mortale
il sepolcro dell’uomo di Dio.

La rovina del sacro tempio, il lungo esilio d’Israello stavano già
innanzi d’allora, al previdente consiglio di Dio.

Quando Israele prostrato sul sepolcro di Mosè, e bagnando di pianto
quelle sacre zolle, avesse supplice invocata la potente intercessione
del santo uomo presso la Divina Giustizia, affinchè il tremendo destino
fosse mutato, come avrebbe potuto la stessa Divina Giustizia respingere
quel santo intercessore?

Quando sul popolo errante nel deserto, la vendetta Divina aveva
decretato l’abbandono e la morte, solo Mosè bastò a disarmarne la
collera.

E i giusti, cari a Dio in vita, gli sono doppiamente cari in morte.

L’empio impero persiano volle un giorno scoprire il sepolcro del grande
Legislatore.

Una numerosa schiera dei suoi satelliti si reca al monte cerca, fruga,
sale, discende, e lo percorre da tutti i lati.

Fuvvi un momento in cui, giunti al culmine del monte e gettando in giù
lo sguardo, s’immaginarono d’avere laggiù in fondo scoperto il cercato
sepolcro.

Si slanciano precipitosi alle falde del monte, girano lo sguardo
intorno, sollevano lo sguardo in alto. O stupore! il sepolcro di Mosè si
presenta ai loro occhi in sull’alta vetta.

Confusi, sbalorditi, si dividono in due schiere, di cui l’una si ferma
ai piedi, l’altra alla cima del colle.

«Eccolo, gridano dall’alto, eccolo, l’avete a voi vicino». Perocchè il
sepolcro di Mosè si presentava agli occhi loro presso la schiera
disotto.

«È trovato, è trovato, gridava questa invece alla compagna; voi ci siete
presso». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava ai loro occhi presso
la schiera che era in alto.

E il sepolcro non fu trovato mai.

Il secondo avvenimento di cui dobbiamo parlare è quello che diede
origine alla festa di _Purim_ (delle sorti), festa dedicata intieramente
all’allegria e al piacere. Ecco in breve il riassunto storico di tale
avvenimento.

Noi abbiamo già avuto occasione di parlare del profeta Neemia e della
parte importantissima da lui avuta nella rifabbricazione del secondo
tempio, come ebbimo pure a parlare di Alessandro Magno, delle sue
vittorie in Asia, della sua entrata in Gerusalemme e delle sue larghezze
usate verso gli Ebrei sia per esser stato colpito di rispettosa
venerazione al cospetto del loro Pontefice che si portò ad incontrarlo,
e sia per compensarli della loro fedeltà. Or bene tra la morte del primo
alle conquiste del secondo passò un periodo di circa un secolo; nel
corso del quale probabilmente non avvenne nulla di notevole agli ebrei;
perchè tanto in Flavio quanto nei libri santi esiste un’ampia lacuna, se
si esclude la così detta _meghilà_ (storia) di Ester.

Chi fosse l’Assuero (_Ahhassveross_ nome indubbiamente persiano) di cui
si parla in questo libro è disputa fra gli eruditi. Nella Scrittura
troviamo dato questo nome ad un re che è sicuramente Cambise, ad un
altro che debb’essere Astiage ed all’Assuero di Ester che non può essere
nè l’uno nè l’altro di quei due re. Giuseppe crede che fosse Artaserse
Longimano, altri, e sono i più, credono riscontrare molte somiglianze
fra il carattere di Assuero e quello di Xerse celebre per l’infelice
esito della sua spedizione nella Grecia, altri ritengono che fosse un re
dei Medii, ed altri ancora, fra cui il celebre I. S. Reggio, ritengono
che fosse Dario Istaspe.

Chiunque fosse questo Assuero sappiamo che aveva il dominio su uno
esteso impero di centoventisette provincie, cioè da _Oddu_ (l’India)
sino a _Cuss_ (l’Etiopia). Nel terzo anno del suo regno diede ai grandi
della sua corte una serie di festini per cento ottanta giorni
consecutivi, chiusa da sette altri giorni di festini continui dati a
tutti gli abitanti della Capitale (Susa).

Or avvenne che nel giorno settimo in cui il re aveva bevuto oltre il
convenevole, volendo presentare all’ammirazione dei suoi cortigiani la
regina Vasti, dotata, secondo lui, di maravigliosa bellezza, mandò ad
invitarla al festino.

Non si sa per qual motivo, ma probabilmente per un naturale e lodevole
sentimento di pudore, la regina rifiutò d’intervenirvi. Il re oltremodo
adirato, chiese ai sette suoi principali ministri che lo circondavano
quale pena era dovuta alla regina per la sua disobbedienza, e dietro la
proposta di un certo Memuhhan, Vasti _fu tolta da regina_ (uccisa o
relegata nell’Arem).

Per surrogarla vennero incaricati dei commissarii di fare la scelta
delle più belle ragazze dello stato per essere inviate all’Arem reale di
Susa. Fra le donzelle raccolte si trovava un’ebrea chiamata _Adassà_
(mirto) o _Ester_ (astro in lingua persiana). Rimasta orfana di padre e
di madre era stata adottata a figlia da un suo cugino, certo Mardocheo
della tribù di Beniamino, abitante in Susa. Ester presentata al re seppe
conquistarne il cuore e fu assunta a regina nell’anno settimo del regno
di Assuero: senza che questi pensasse neanche d’informarsi di quale
famiglia essa si fosse, e a quale popolo appartenesse. Mardocheo, che
sicuramente aveva un uffizio nel servizio del palazzo reale, potè
scoprire una congiura che erasi ordita da due eunuchi contro la vita di
Assuero: col mezzo di Ester il complotto fu sventato e puniti i
colpevoli.

Più tardi avendo il re elevato un certo Amano alla più importante carica
di Corte ordinò che i sudditi avessero ad inginocchiarsi al suo
cospetto. Fosse per scrupoli religiosi o fosse per altri motivi, su cui
tace il testo, Mardocheo non volle mai piegare il ginocchio quando gli
avveniva d’incontrarlo. Il superbo Amano altamente indispettito risolse
di perdere con lui tutta la nazione alla quale apparteneva. Presentatosi
pertanto al re disse che come il popolo ebreo, era distinto da tutti gli
altri per proprii costumi e leggi, così era insubbordinato verso i
magistrati e trasgressore delle leggi del regno; e dando cattivo esempio
agli altri popoli parevagli necessario di farlo totalmente distruggere.
Il re senza informarsi di nulla diede il suo assenso, ed Amano
giubilante estrasse colla sorte il giorno da stabilirsi per la
distruzione degli Ebrei. Il numero estratto segnò il giorno tredicesimo
del mese duodecimo.

Si capirà facilmente che la pubblicazione di tale decreto portò la
costernazione fra gli Ebrei. Mardocheo ne trasmise copia alla regina
Ester sollecitandola ad intercedere pel suo popolo presso il monarca.
Ester esitò dapprima ad accettare tale incarico, temendo di esporsi a
certa morte presentandosi non chiamata nell’appartamento particolare del
re, ma poi vi accondiscese facendo ordinare agli Ebrei di Susa un
digiuno di tre giorni. Al terzo giorno ella si presentò al re il quale
l’accolse con tutti i segni del maggiore affetto, e con tutti i riguardi
dovuti al suo grado. Ester lo pregò di accettare in compagnia di Amano
un pranzo nel di lei appartamento in quello stesso giorno. Il re vi
aderì; e a metà del banchetto domandò alla regina quale causa l’avesse
decisa a quell’insolito invito. La regina rimandando al giorno seguente
la manifestazione del suo desiderio, invitò nuovamente lui ed Amano a
pranzo presso di lei. Amano fiero del grande onore ricevuto dalla
regina, fu maggiormente ferito dal disdegno dimostratogli da Mardocheo
che ebbe ad incontrare sui suoi passi; ed essendosene lagnato colla
propria moglie, questa, gli suggerì di domandare al re l’autorizzazione
di fare appiccare Mardocheo l’indomani, al quale uopo fu nella notte
alzato un patibolo nel suo cortile istesso.

Ma arrivò che in quella stessa notte Assuero non potendo dormire, si
fece leggere gli annali del suo regno; e ripresentatasi così l’occasione
di richiamarsi alla memoria il benefizio ricevuto da Mardocheo, domandò
se già gli fosse stato corrisposto il premio meritato. Alla risposta
negativa Assuero si rivolse ad Amano che gli compariva in quel punto, e
gli domanda: quale cosa dovessesi fare ad un uomo ch’egli desiderava
onorare pubblicamente. Nel suo sterminato orgoglio Amano suppose che il
re avesse l’intenzione di onorare lui stesso; epperciò lo consigliò di
fare vestire quell’uomo del manto reale, di farlo montare sul cavallo
che montò il re stesso il giorno della sua incoronazione, e farlo quindi
girare per le vie della città col cavallo condotto a mano da un principe
obbligato a gridare di tratto in tratto «così si fa all’uomo che il re
desidera di onorare». Il consiglio piacque al re, il quale incaricò
Amano stesso di eseguirlo alla lettera.

Questo fu il preludio della punizione dell’alterigia vincolata alla
tristizia e il trionfo dell’innocenza. Eseguito quello per lui ben
penoso incarico e intervenuto al festino della regina questa, lui
presente, chiese grazie al re per sè e pel suo popolo. Si aggiunga poi
che un eunuco certo _Hharvonà_, raccontò al re come Amano avesse fatto
alzare nel suo cortile un patibolo per farvi appiccare Mardocheo. A
quest’annunzio l’ira del re scoppiò terribile e ordinò che Amano venisse
immediatamente appeso a quello stesso patibolo.

Conviene sapere che i decreti dei re Persiani non potevano venire
revocati per niun motivo; epperciò Mardocheo chiamato dalla fiducia del
re, a succedere nella carica d’Amano, con altro decreto reale dovette
autorizzare gli Ebrei a prendere le armi per difendersi dai loro nemici
nel giorno che era stato fissato pel loro eccidio. Con tale
autorizzazione egli sperava probabilmente di intimorire i mali
intenzionati e di risparmiare l’effusione del sangue; ma pochi nemici
acerrimi degli Ebrei non avendo voluto desistere dai loro sanguinarii
progetti a cui li autorizzava tuttavia il decreto d’Amano assalirono gli
Ebrei. Ma questi aiutati dalle autorità, che dovevano prestare loro mano
forte, li vinsero facilmente. Noi pensiamo che la cifra dei nemici
uccisi dagli Ebrei nel giorno 13 e 14, registrata nel libro d’Ester sia
stata esagerata: quantunque non si debba obbliare l’ampiezza del regno
che constava, come dicemmo, di 127 provincie.

Questi due giorni miracolosamente cangiati, come si esprime il testo:
«dall’afflizione al gaudio, dal lutto all’allegria» furono consacrati
alla gioia da Mardocheo e da Ester per tutti gli Ebrei; raccomandando ai
contemporanei e alla loro posterità di volerli solennizzare in ogni anno
facendosi: «reciproci regali e largheggiando verso i poveri».



                              Archeologia.


                      _Rapporti esteriori—Guerra._


Completeremo il nostro studio sulle antichità politiche degli ebrei,
trattando ora dei rapporti che essi ebbero colle nazioni straniere.

Abbiamo già parlato altrove del trattamento degli ebrei verso lo
straniero.

La guerra, terribile necessità dei popoli, originata da contese tra gli
individui, da lotte tra le tribù per la malaugurata avidità negli uni di
usurpare quanto era di spettanza degli altri; flagello che
disgraziatamente la civiltà non ha ancora potuto rendere impossibile per
quanto ne abbia attenuati i disastrosi effetti, e che forse non isparirà
completamente dalla terra se non nei tempi messianici vaticinati dai
nostri profeti per un’êra di pace inalterata tra gli individui e fra le
nazioni, perchè allora «tutta la terra sarà piena della conoscenza di
Dio come il mare è pieno d’acque»; non poteva non richiamarsi alle
umanissime sollecitudini del Legislatore ebreo.

Abbiamo già detto altrove, e ripetiamo ora, che Mosè non voleva che il
suo popolo diventasse un popolo conquistatore: i limiti del territorio
che doveva occupare erano stati segnati precedentemente dal Signore
stesso. Dominato da tale lodevolissimo pensiero egli doveva mostrarsi,
come si mostrò effettivamente, avverso alla guerra offensiva. Abbiamo
già parlato sulla sorte riservata alle popolazioni della Palestina e dei
proclami di Giosuè al suo ingresso in essa. Relativamente alle nazioni
stabilite fuori di quel territorio egli le divise in diverse categorie.
Agli Amaleciti guerra eterna perchè tanto codardi quanto scellerati,
sorprendevano le donne e i fanciulli che nell’uscire dall’Egitto
restavano alla coda del popolo, e li trucidavano senza misericordia. Ai
Madianiti guerra d’esterminio, perchè colle loro infami astuzie spinsero
gli Ebrei ad abbracciare il loro sozzo culto e causarono così la morte a
ventiquattro mila persone. Agli Ammoniti e ai Moabiti nessuna guerra
aggressiva, ma neppure nessuna alleanza, nessun rapporto d’amicizia
perchè oltre al rifiutarsi di concedere agli ebrei il libero passaggio
nel loro territorio per portarsi alle rive del Giordano, passaggio
invocato da Mosè a titolo della parentela che esisteva tra le due
nazioni, diedero prova di una straordinaria malvagità verso gli stessi
ebrei perchè sibbene non minacciati da quelli, chiamarono presso di sè
con larghe promesse di onori e di premii il mago Balaamo per farli
maledire persuasi di poterli poscia combattere e vincere¹⁰³. Agli Idumei
discendenti di Esaù, obblio intiero del rifiuto dato al richiesto
passaggio sul loro territorio verso il Giordano. Lo stesso generoso
obblio verso gli Egiziani; pel merito di aver ospitato la famiglia del
patriarca Giacobbe. Riguardo poi altri popoli lasciò intera facoltà di
fare guerra o conchiudere alleanze. Egli raccomanda però che qualora
avessero dovuto attaccare una città fuori della Palestina si dovesse
cominciare per offrire agli abitanti una capitolazione. Se la città si
fosse resa volontariamente, gli ebrei dovevano contentarsi di renderla
tributaria, ma costretti ad ottenerla colla forza, allora la legge li
autorizzava ad uccidere gli uomini supposti di avere militato contro di
loro, e di menare in ischiavitù le donne e i fanciulli¹⁰⁴.

 ¹⁰³ Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle
     maggiori nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi
     diversi argomenti che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi
     quando tali fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile
     raccontare brevemente questo avvenimento, facendolo seguire dagli
     opportuni schiarimenti che ci vengono somministrati da commentatori
     tanto ortodossi quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe
     vinto Sihhon re dell’Emoreo, e Og re del Bassan, il campo degli
     ebrei venne trasportato nelle pianure di Moab. Non era affatto
     nella intenzione di Mosè di aggredire Moab sia perchè gli era stato
     ciò espressamente proibito da Dio per la parentela del loro
     patriarca Loth con Abramo, e sia perchè il suo territorio non
     s’estendeva in tale direzione da impedirgli la sua marcia verso il
     Giordano. Ma per un sentimento d’invidia e di odio tanto più
     biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo, Moab
     desiderava l’eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d’accordo
     colla tribù Madianita spedì un’ambasceria a Balaamo, ritenendo di
     una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue
     benedizioni, affine ch’egli si portasse presso di lui a maledire
     quel popolo numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e
     vincere. Balaamo esultante in cuor suo per l’insigne onoranza che
     gli veniva impartita da un potente monarca, e perchè codesto invito
     gli porgeva la desiderata occasione di cooperare alla distruzione
     del popolo ebreo che egli odiava quanto altri mai, rispose agli
     ambasciatori: «che attendessero il mattino onde interrogare Dio
     nella notte sulla decisione da prendersi». Effettivamente Dio
     essendoglisi rivelato gli ingiunse di non _andarvi_. Al mattino gli
     ambasciatori vennero congedati, ma in modo da lasciare loro
     indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che forse vi
     avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per cui
     gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior
     numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e
     promettitori di ricompense ben più laute. Come la prima, anche
     questa ambasciata fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua
     in attesa del permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a
     Balaamo e gli permise di portarsi da Balak colla condizione di poi
     dire soltanto ciò che Egli, Dio, _gli avrebbe imposto_. Appena
     spuntata l’alba, Balaamo lietissimo monta sulla sua asina e in
     compagnia degli ambasciatori si dirige verso il paese di Moab. Un
     angelo inviato da Dio con una spada sfoderata in mano si presenta
     all’asina: la spaventa, e per tre volte la fa deviare dal retto
     sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte tutte e tre le
     volte la sua montura, ma alla terza volta l’asina apre la bocca, e
     con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le
     immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu
     abituata a comportarsi come in quel giorno.

     Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l’angelo, e
     riconoscendo il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire
     Israele suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L’angelo vi
     si oppone e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire
     benedisse per tre volte Israele, motivo per cui fu costretto di
     ritornarsene frettolosamente al suo paese.

     Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in
     questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo
     popolo?—Balaamo non era che un sedicente _profeta_, un _mago_
     (_kossem_) pieno di vanagloria e di petulanza. Dio gli apparve in
     sogno, coll’ultimo grado della profezia e in quella sola occasione,
     per l’onore d’Israele e per umiliarlo agli occhi dei suoi stessi
     ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto e protetto da Dio quel
     popolo che per odio e per interesse avrebbe volentieri annientato.
     S’egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole orgogliosa e
     malvagia non l’avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere che
     «Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»;
     e che avendo stretto un patto d’alleanza con Israele non l’avrebbe
     rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di onori e
     di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente
     facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di
     proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato
     concesso lo andarvi, poichè ove l’avesse manifestata non gli
     sarebbe sicuramente stata inviata la seconda ambasceria.

     La seconda riflessione è la doppia concessione fatta all’asina,
     cioè la vista dell’angelo e la parola. Premettendo che Dio non dotò
     l’asina neanche momentaneamente della ragione, ma le permise di
     esprimere soltanto le fisiche dolorose sensazioni provate per le
     sofferte percosse, diremo che anche ciò avvenne appunto per
     castigare l’orgoglioso _mago_. Quale umiliazione maggiore per un
     uomo che osa qualificarsi «profeta ascoltante le parole di Dio,
     intendente la scienza dell’Altissimo, e veggente la visione
     dell’onnipotente» nel sentirsi rimproverare dalla sua stessa
     montura di ignorare che in quel momento succedeva qualcosa di
     straordinario che la faceva agire in modo cotanto per lei
     inusitato? Quale maggiore umiliazione di quella di sentire
     un’asinella a rimproverarlo della sua ingiustizia verso di lei, nel
     medesimo istante in cui egli si disponeva contro la volontà divina,
     a lanciare la maledizione sopra un popolo «santo regno di
     sacerdoti» di nulla colpevole verso di lui? Quale umiliazione
     maggiore di quella di sentire una sozza asinella, priva per natura
     del dono della parola, esporre giusti lagni al profeta che va a
     prostituire la parola, quel dono concesso da Dio all’uomo per
     istrumento di perfezione? Da quanto viene esposto in Giosuè risulta
     che codesto tristo _mago_ fu poi ucciso dagli ebrei colla spada.

 ¹⁰⁴ Forse potrà parere strano a qualche nostro lettore che noi stimiamo
     umana questa misura, ma trasportandoci col pensiero ai tempi di cui
     noi stiamo parlando, dovremo ammettere indubbiamente che in
     paragone delle barbarie che si usavano allora coi miseri vinti,
     tali prescrizioni segnavano già un immenso progresso. Si rammenti
     poi che in tempi assai posteriori a quelli, i Romani usavano ancora
     di massacrare freddamente uomini, donne e fanciulli e stimandosi
     tuttavia umani si lagnavano degli strazii che i Cartaginesi
     facevano soffrire ai loro prigionieri.



                        Organizzazione militare.


Dai tempi di Mosè sino a Saulle l’organizzazione militare dovette essere
molto imperfetta; e sono assai poche le nozioni che a tale riguardo ci
vengono somministrate dai libri santi. Sappiamo soltanto che erano
sottoposti alla milizia tutti i maschi dall’età dei 20 anni in su; che
la milizia non si componeva che di fanti; che tutti i militi di una
stessa tribù marciavano uniti sotto lo stesso vessillo; che l’apertura
della guerra si faceva allo suono di trombe; che i _sotérim_ facevano le
proclamazioni da noi già sopra dette, prima dell’attacco, per fare
sortire dalle file gli esentati dalla legge. Alcune disposizioni
riguardanti la pulizia delle truppe dimostrano evidentemente che nel
campo degli ebrei doveva regnare la proprietà e i buoni costumi.

Saulle fu il primo a dare l’esempio di truppe stanziali. Dopo la sua
proclamazione a re d’Israele sul Ghilgál scelse tremila uomini: duemila
li tenne sotto i suoi ordini immediati, e pose gli altri mille sotto gli
ordini di Gionata suo primo figlio. I Filistei già prostrati da Samuele
erano ridivenuti tanto insolenti, e facevano pesare sugli ebrei tale
servaggio, da proibire loro la fabbricazione di qualunque specie di
utensili di ferro: motivo per cui questi erano costretti a provvedersi
presso i loro dominatori, persino gli strumenti agricoli. Ciò nullameno
per un atto eroico di Gionata e del suo scudiero, Saulle ottenne su
quelli una vittoria segnalatissima, che servì a consolidare il suo trono
e ad umiliare la baldanza dei Filistei. Ma dovendosi aspettare
improvvisi loro attacchi, quantunque la storia non ne faccia nissun
cenno, dovette certo mettersi in misura di respingerli tenendo sotto le
armi un buon numero di truppe sperimentate, sotto la direzione del
valoroso Abner; poichè la storia c’informa ch’egli «combattè intorno
contro tutti i suoi nemici in Moab, nei figli di Amon, in Edom, e nei re
di Sovà, e nei Filistei, negli Amaleciti ed ogni dove si dirigeva egli
dava sconfitte».

Davide, guerriero in tutto il senso della parola, chiamato a succedere a
quel valoroso quanto infelice monarca, inebbriato dai suoi successi
dimenticò che un re ebreo doveva limitarsi a conquistare e a difendere
il territorio che Dio aveva assegnato al suo popolo, si lasciò dominare
dall’ambizione e compose una vera armata regolare.

Cominciò col circondarsi di una numerosa guardia reale probabilmente
composta di soldati stranieri; poscia compose un corpo di milizia di 285
mila soldati diviso in dodici corpi ciascuno di ventiquattromila uomini,
che dovevano restare in servigio un mese dell’anno nei dintorni della
Capitale. Queste truppe venivano esercitate per turno sotto gli occhi
stessi del re da abili capitani, da lui nominati e scelti fra i suoi
trenta eroi.

Salomone completò l’opera del padre colla formazione di un corpo di
cavalleria, e colla provvista di carri da guerra, ch’egli distribuì in
diverse piazze forti: non pare però ch’egli abbia dovuto servirsene,
perchè il suo regno fu pacifico per eccellenza. Più tardi noi troviamo
in ambidue i regni armate perfettamente organizzate, particolarmente
sotto Assà, Giosafatte, Amasia, Ozia e Gioacaz. Nell’esercito si
distinguevano tre divisioni principali: l’infanteria, la cavalleria e i
carri. Questi portavano, oltre al conduttore, parecchi combattenti.
L’armatura sola faceva certo distinguere il soldato dal semplice
borghese, perchè noi non troviamo traccia di uniforme fra le truppe
ebree. Ogni corpo d’armata si componeva, di parecchie legioni di mille
uomini, suddivise in bande di cento e di cinquanta. Il generale in capo
detto _sar ahháil_ o _sar assavà_, oppure il re quando prendeva il
comando in persona, aveva sotto i suoi ordini i generali comandanti le
divisioni, ed era seguito da uno scudiero o portatore d’armi detto
_noscè chelim_. A quanto pare i carri formavano due divisioni, di cui
ciascuna aveva il proprio capitano. Gli ufficiali superiori formavano un
consiglio, che in tempo di guerra si erigeva a tribunale per giudicare
gli accusati di delitto politico. Probabilmente fu un consimile
tribunale che fece gettare Geremia in un pozzo contro il volere del re
stesso, perchè predicava al popolo l’alleanza coi Caldei. Il
mantenimento dei soldati era a carico delle loro proprie famiglie; e dal
fatto di Barzilai bisogna convenire che i ricchi proprietarii erano
larghi di provvisioni alle truppe che militavano presso i loro
possedimenti.

Le armi che adoperavano gli ebrei erano come quelle degli altri popoli
di due specie _difensive_ ed _offensive_. Quali armi difensive noi
troviamo menzionate le seguenti: 1º Il _Sinnáh_ o il grande scudo, il
quale probabilmente aveva la forma ovale e copriva tutto il corpo; 2º Il
_maghén_, il piccolo scudo di forma tonda e che copriva il ventre.
Quest’arma è molto più antica del _Sinnah_ perchè mentre questa la
troviamo menzionata ai tempi di Abramo, non troviamo traccia dell’altra
sino dopo l’epoca di Davide. Da un passaggio d’Ezechiele risulta, che
queste armi erano in legno, coperte di una pelle che talvolta veniva
unta d’olio. Ciò non toglieva però che se ne fabbricassero anche in
rame, e che Salomone ne avesse parecchie d’oro sospese alle pareti del
suo palazzo quali ornamenti. 3º Il _Kóvanh_ (elmo) ordinariamente di
rame. 4º Il _Sirion_ corazza di rame fatta a scaglie. 5º Il _Mishhà_
gambale di rame menzionato una sola volta nella descrizione della
armatura di Golia, epperciò forse non in uso fra gli ebrei.

Di armi offensive ne troviamo pure diverse: 1º Il _hhérev_ (coltello o
spada) chiuso in una fodera _thàar_ e attaccato a una cintura
particolare; 2º differenti specie di lancie, e di dardi designati colle
parole: _rómahh_, _hhanid_, _hhídon_, _hhess_; di cui è difficile
precisare le forme; 3º _Késced_ (arco) ordinariamente di rame, colle
freccie che si portavano in un turcasso sulle spalle; 4º _Kélan_
(fionda), che era a dir vero un’arma pastorale, ma convien credere che
se ne servissero anche nelle guerre perchè la Bibbia registra che la
tribù di Beniamino contava «settecento giovani scelti mancini, i quali
tutti miravano colla fionda ad un capello e non fallivano».

Per completare queste nostre nozioni, dovremmo discorrere delle macchine
da guerra che erano di un’immensa importanza nello assedio delle città,
e nella loro difesa. Ma sono pochissime le nozioni che ci sono
somministrate dalla Scrittura a questo riguardo. Nel secondo libro dei
Paralipòmeni leggiamo che Ocozia re di Giuda, fece fabbricare in
Gerusalemme mai più vedute _hhissevonóth_, per metterle sulle torri e
sugli angoli delle mura a lanciar dardi e grosse pietre. Ora tali
macchine non potevano essere che catapulte e baliste e fors’anche arieti
il cui nome proprio _carim_, e l’appellativo _mehhí kobél_ (percottente
di faccia) sono adoperati in Ezechiele. Di fatti la catapulta era un
grande arco che si stendeva e lanciava molto lontano freccie,
giavellotti pesantissimi ed anche travi; e la balista teneva luogo di
grande fionda gittando sassi a grandi distanze.

Ma le più micidiali fra tutte le macchine da guerra erano i così detti
_carri falcati_, che la Scrittura distingue in due specie: gli uni
servivano solamente per condurre i principi o generali; gli altri armati
di ferro si spingevano contro la fanteria e menavano grande strage. I
primi carri bellici di cui ci si parli, sono quelli condotti da Faraone
contro gli ebrei dopo la loro uscita dell’Egitto, e che vennero sommersi
nell’Eritreo in numero di sei cento: ma Mosè non dice se erano armati o
semplici carri da corso. I Cananei, i Filistei e i Sirii ne facevano
grande uso, perchè Sìssera si portò a combattere contro Debora con
settecento carri di ferro, ma non scorgesi che i re ebrei siansene mai
serviti.

Tre vocaboli sono adoperati in ebraico per designare le insegne
militari, cioè _déghel_, _oth_ e _ness_. È impossibile determinare con
certezza la differenza degli oggetti indicati con tali nomi. Molti
interpreti però credono che il vocabolo _ness_ si adoperasse per
designare un piuolo o pertica alla cui sommità attaccavasi una striscia
di stoffa od altro che sventolasse, e che si ergeva sulle colline quale
segnale o punto di convegno; che il vocabolo _oth_ significasse
l’insegna particolare di ciascuna tribù; e che il _déghel_, distinto
dagli altri due pel colore della stoffa, fosse l’insegna comune di ogni
corpo d’armata composto di tre tribù.

Secondo i Rabbini le dodici tribù d’Israele formavano quattro corpi
colle seguenti insegne. Giuda, Issacar e Zebulun portavano sulla loro
bandiera un lioncello con queste parole: _Kumà adonaî véiafússu
oievéhha_ ecc. (Sorgi o Signore! e saranno dispersi i tuoi nemici e
fuggiranno i tuoi avversarii dal tuo cospetto); Ruben, Simeone e Gad
portavano sulla loro bandiera un cervo colla leggenda _Scemáh Israel_
ecc. (Ascolta Israele l’Eterno Dio nostro è Dio unico); Efraim, Manasse
e Beniamino avevano un fanciullo ricamato col motto _Vaanán adonaï aleém
iomám_ (e la nube di Dio era sopra di loro nel giorno, nel loro partire
dall’accampamento) e finalmente Dan, Asser e Naftali avevano un’aquila
collo scritto _Suvvà adonai rivevóth alfè Israél_ (Ritorna o Dio fra le
migliaia d’Israele!),

Giunti oramai al compimento del nostro lavoro, e rincrescendoci di
separarci dai lettori che ebbero la gentilezza di seguirci sin qui,
coll’argomento che la disposizione della materia ci obbligò a trattare
per ultimo; ci sia permesso che ci accomiatiamo da loro coll’esprimere
un voto che parte spontaneo dal nostro cuore: ripetendo qui le parole
colle quali il profeta Isaia e Michea, vaticinarono l’epoca beata che
immancabilmente dovrà sorgere per l’umanità. «Popoli numerosi si
porranno in cammino, e diranno: «Venite, andiamo al monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe; perchè c’insegni alcuni dei suoi dettami,
in guisa che possiamo seguire le sue vie». Imperocchè da Sionne uscirà
ammaestramento, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà
tra le nazioni, e pronunzierà sentenza a popoli numerosi, i quali quindi
spezzeranno le proprie spade per farne delle marre, e le proprie lancie
per farne falci; una nazione non alzerà più contro l’altra la spada, nè
altri più si eserciterà nell’arte della guerra.... Gli stranieri poi
aggregatisi al Signore per prestargli Culto, e per amare il nome del
Signore, ed essergli servi.... Io li condurrò al mio sacro monte, e li
rallegrerò nella mia Casa d’orazione; i loro olocausti ed altri
sacrifizii saranno graditi sul mio altare: perciocchè il mio Tempio si
chiamerà Casa d’orazione di tutti i popoli».



                                 INDICE


_Introduzione_                                             pag. 5
  Nozioni preliminari                                       »   7
  _Divisione del tempo_
    § 1. Stagioni                                           » ivi
    § 2. L’anno                                             »   8
    § 3. Del giorno e del mese                              »   9
  _Sui nomi degli Angeli_                                   »  11

                                *Nissan*

  Nascita di Mosè                                           »  13
  Uscita d’Egitto                                           »  16
  Instituzione della Pasqua                                 »  17
  Inaugurazione del Tabernacolo                             »  19
  Sollevazione del popolo                                   » ivi
  Passaggio del Giordano                                    »  20
_Archeologia Biblica_
  _Della Palestina_
    § 1. Limiti, montagne e fertilità della Palestina       »  21
    § 2. Dell’agricoltura e suoi strumenti                  »  24
    § 3. Suoi prodotti                                      »  25

                                 *Iiar*

  Diluvio                                                   »  26
  Sulla longevità degli anti-diluviani                      »  28
  I sette comandi Noèchidi                                  »  30
  Censimento del popolo                                     » ivi
  Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone         »  32
_Antichità Domestiche_
  _Abitazioni degli antichi Ebrei_                          »  34
    § 1. Le Caverne                                         » ivi
    § 2. Le Capanne                                         »  35
    § 3. Le Tende                                           »  36
    § 4. Villaggi e città                                   » ivi
    § 5. Le Case                                            »  37
      _Mezuzà, Sissith e tefilim_                           »  38
      Dei _Sciofetim_ (giudici)                             »  40
    § 6. Mobili                                             »  41

                                *Sivan*

Proclamazione del Decalogo                                »  42
  _Savuòd_                                                »  47
_Società Domestica_                                     pag. 47
  § 1. Matrimonio                                         » ivi
  § 2. Levirato                                           »  50
  § 3. Moglie sospetta                                    »  52
  § 4. Divorzio                                           »  53

                                *Thamuz*

Digiuno                                                   »  56
  § 5. Fanciulli                                          » ivi
  § 6. Circoncisione                                      »  57
  § 7. Educazione                                         »  59
  § 8. Schiavi                                            »  60
La famiglia ebrea—Considerazioni                          »  61

                                  *Ab*

Ritorno degli esploratori                                 »  65
Il peccato di Mosè                                        »  68
Caduta del regno d’Israele                                »  69
Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio  »  73
Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio       »  74
Distruzione del secondo Tempio                            »  76
Il castigo di Tito—Leggenda                               »  85
Nuova insurrezione in Giudea —_Bar-Cochebà_—Caduta di Biter » 89
Descrizione di Gerusalemme                                »  90
Descrizione del Tempio di Salomone                        »  92

                                *Ellul*

  Compimento delle mura di Gerusalemme                     »  95
  Sullo suono dello _Sciofar_                              »  96
  Dell’anno Sabbatico                                      »  98
  Fertilità della Palestina                                » 100
  Dell’anno del Giubileo                                   » 105
_Antichità Civili_
  Carattere degli antichi Ebrei                            » 107
  Atti di Urbanità—Del Saluto                              » 109
    Dei Regali                                     » 111
    Dei Festini                                    » 112
    Del giuoco e della caccia                      » 113
    Sul trattamento verso i poveri e gli stranieri » 115

                                *Tisrí*

  Capo d’anno—I 10 giorni penitenziali                      » 118
  Nascita di Samuele—Instituzione dell’_Aftará_             » 121
  Il giorno di _Chipur_                                     » 122
  _Sucoth_                                                  » 124
  Morte di Godolia—Digiuno                                  » 127
  Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione           » 128
  Morte di Aristobolo                                       » 132
_Antichità Civili_
    § 1. Malattie                                           » 134
    § 2. Immortalità dell’anima                             » 136
    § 3. Sepoltura                                          » 138
    § 4. Medici                                             » 139

                              *Marhhasvan*

Festa instituita da Roboamo                              pag. 141
Il profetismo                                               » 143
Delle Arti presso gli antichi Ebrei                         » 144
Leggenda di Salomone                                        » 149

                               *Chislev*

Importante decisione di _Esdra_                             » 156
Dei _Natinei_                                               » 158
I tre Proclami di Giosuè                                    » 160
Guerre dei Macabei contro Antioco                           » 161
Chi erano i Farisei                                         » ivi
Alessandro Magno in Asia—Apologo                            » 163
Martirio di sette fratelli                                  » 168
_Hhanuchà_                                                  » 174
Pesi e misure                                               » ivi
Monete                                                      » 175

                                *Teved*

  Digiuno                                                 » 179
  Assedio di Gerusalemme                                  » ivi
  Teoria del Digiuno                                      » 180
_Archeologia_                                             » 181
  _Antichità politiche_                                   » ivi
  Forma di Governo                                        » ivi
    § 1. Gli Anziani                                      » 185
    § 2. I Capi delle tribù e delle famiglie              » 187
    § 3. I Giudici                                        » 188
    § 4. I soterim                                        » ivi
    § 5. Capo dello Stato                                 » 189
      Gli _Orím_ e _Tumim_                                » 190
    § 6. Del Senato o Sinedrio                            » 193

                               *Scevath*

  Ripetizione della Legge                                 » 194
  La Bibbia—Sue divisioni                                 » 195
  La Legge Orale                                          » 199
  I _Karaiti_                                             » ivi
_Archeologia_                                             » 200
  Delle Leggi penali                                      » ivi
  I Sacrifizii                                            » 201
  Amministrazione della giustizia                         » 206

                                 *Adar*

  Morte di Mosè                                           » 209
  Il sepolcro di Mosè                                     » 213
  _Purim_                                                 » 214
_Archeologia_                                             » 218
  Rapporti esteriori—Guerra                               » ivi
  Il mago Balaamo                                         » 219
  Organizzazione militare                                 » 222



                                  ————

                         _Proprietà Letteraria_

                                  ————



                              DELLO STESSO


Nozioni primordiali di Grammatica Ebraica      L. *0,40*
Libro di Morale pratica                        »  *1,20*

                                  ————

                      _Vendibili presso l’Autore_
                     *Via Carlo Alberto, Num. 22.*

                                  ————



                          Nota di trascrizione


La traslitterazione delle parole ebraiche adottata nel testo originale
non è standard, e non sempre coerente; segue la pronuncia ebraica
italiana, specialmente quella piemontese: per esempio ת senza daghesh =
_th_, ma anche _t_, in fine di parola _d_ (p.es. a p.195 _Thorà_,
_Berescid_); la ע è stata perlopiù trascritta _n_ (_regan_, _ssavuan_) o
_nh_, oppure omessa (_aravà_, _saà_) o trascritta con _h_ (_Schemah_);
addirittura a p.10, sestultima riga del testo, la lettera ע è resa in
_ssivñhà_, unica volta nel libro, con una _n_ barrata, qui trascritta
con _ñ_, seguita da una _h_. שׁ = _sc_ (_scum_) o _sci_ (_sciuscian_) ma
anche _sch_ (_schalom_) o _ss_ (p.es. a p.118 _ross’assanà_, _sciofar_);
צ = _s_, _ss_ tanto quanto _z_ (p.es. a p.156: _hhazozerà_, _silselè_);
ח = _hh_, salvo le poche volte in cui è omessa come in _Oreb_; la ה,
muta per gli italiani, è di regola omessa; muta per muta, la א raramente
è resa con _h_ (_Hisc_, _Hiscà_). Le consonanti sono raddoppiate quando
la pronuncia ebraica italiana le rinforza. Tutto questo lo si è
riprodotto fedelmente. Sembra inoltre che l’autore abbia fatto una certa
attenzione all’uso di accenti gravi, acuti, circonflessi come di dieresi
sulle parole traslitterate, sia nel loro mezzo che sulla sillaba finale;
tuttavia, il sistema usato sembra molto incostante (per esempio a p.226
si trova tanto _Israel_ che _Israél_; e altresì _adonai_, _adonaï_ e
_adonaî_). Tutti questi accenti sono stati mantenuti nella presente
trascrizione.

Le note a piè pagina, numerate per pagina nell’originale, sono state
rinumerate con numerazione progressiva globale.

Sono stati corretti i seguenti refusi:

      - *p.21, nota, l.1:* a difesa della loro donne —> a difesa
        delle loro donne
      - *p.26, nota (1), l.9:* si rapppresentano —> si rappresentano
      - *p.22, nota, l.-1:* su questa terra —> se questa terra
      - *p.48, nota (1), l.2:* Sarà —> Sara
      - *p.50, nota (1), l.3:*  quì la traduzione —> qui la
        traduzione
      - *p.51 l.13:* popoteva —> poteva
      - *p.69, nota, l.-7:* aspostrofare il popolo —> apostrofare il
        popolo
      - *p.76 l.4:* di tessere quì —> di tessere qui
      - *p.98 l.17:* l’inanienabilità —> l’inalienabilità
      - *p.139 l.-16:* Aggiungeremo quì —> Aggiungeremo qui
      - *p.140 l.21:* acccenna —> accenna
      - *p.159 l.6:* si trovasseso —> si trovassero
      - *p.164, nota, l.-11:* dell’asia —> dell’Asia
      - *p.173 l.-13:* Gesusalemme —> Gerusalemme
      - *p.174 l.13:* hhamuchà —> hhanuchà
      - *p.202, nota (1), l.3:* olocuasto —> olocausto
      - *p.211 l.-6:* cerchi quì? —> cerchi qui?»
      - *p.216 l.-12:* nuovamente lu —> nuovamente lui
      - *p.216 l.-4:* non poi tendo —> non potendo
      - *p.221 l.7:* allora al —> allora la
      - *p.221, nota, l.-17:* montaneamente —> momentaneamente
      - *p.226 l.-5:* seguirci sin quì —> seguirci sin qui
      - *p.226 l.-2:* ripetendo quì —> ripetendo qui
      - *p.227 l.7:* da Gesusalemme —> da Gerusalemme

Punteggiatura corretta:

      - *p.10, l.28:* sette giorni da _ssevan_, _ssivñhà_)
        _parentesi mancante_
      - *p.15 l.-6, nota:* «Io sono colui che sono» _punto mancante_
      - *p.19 l. 17:* da Mosè nel deserto. _punto mancante_
      - *p.20, ultima linea del testo*: tribù di Manasse _punto e
        virgola invece di virgola dopo il riferimento di nota_
      - *p.20, nota (2), l.3:* grassi pascoli, _punto e virgola
        invece di virgola_
      - *p.21 l.13:*  Canaan, _punto e virgola invece di virgola_
      - *p.48, nota (1), l.1:*  della stessa sua moglie _punto di
        troppo_
      - *p.51, nota (1), l.5:* conseguenze del rifiuto. _punto
        mancante_
      - *p.53, testo, l.-5:* per pena dell’adulterio. _punto
        mancante_
      - *p.55 l.7:* di ripudiare la moglie: _due punti mancanti_
      - *p.55 l.18:* Il giorno... _due soli punti di sospensione_
      - *p.55 l.22:* rimando te... _due soli punti di sospensione_
      - *p.65 l.19:* per noi. _punto mancante_
      - *p.65 l.-8:* (Dio) _punto superfluo_
      - *p.65 l.-4:* i suoi raggi benefici. _punto mancante_
      - *p.76 l.-5:* ottant’anni. _punto mancante_
      - *p.93 l.-10:* entro il Tempio _due punti superflui_
      - *p.94 l.1:* fatto a catena. _due punti invece del punto_
      - *p.108, nota (1), l.-14:* verso l’Oreb, _virgola mancante_
      - *p.112 l.10:* in occasioni di matrimoni; _due punti invece
        di punto e virgola_
      - *p.124 l.3:* in tutto il paese. _virgolette » superflue_
      - *p.148 l.12:* una tale colpa? _virgolette » superflue_
      - *p.176, nota(1), l.-7:* » (per la libertà di Gerusalemme)
        _mancano virgolette chiuse dopo ierusaláim_
      - *p.178 l.-11:* 3. Lo sékel _punto dopo il 3 mancante_
      - *p.182 l.-19:* capi. _punto mancante_
      - *p.194 l.-4:* eterna predilezione.  _virgolette » superflue_

Lezioni dubbie lasciate tali (tra parentesi quadre la probabile lezione
corretta):

      - *p.19 l. 17:* ommettiamo _[omettiamo]_
      - *p.26, nota (1), l.-2:* mêta _[meta o méta]_
      - *p.36 l.3:* nomade _[nomadi]_
      - *p.36 l.4:* hóel _[óhel]_
      - *p.36 l.9:* iadéth _[iathéd]_
      - *p.43, nota (1) l.5:* contradizione _[contraddizione]_
      - *p.44, ultima linea del testo:* Daltronde _[D’altronde]_
      - *p.45 l.24:* E i figli degli uccisori: _citazione nella
        citazione, virgolette « aperte due volte e chiuse una volta
        sola_
      - *p.45, nota, l.2:* Bibblica _[Biblica]_
      - *p.47 l-2 (testo):* corruttella _[corruttela]_
      - *p.74 l-7:* allo entusiasmo _[all’entusiasmo]_
      - *p.98 l.21:* perdominanti _[predominanti]_
      - *p.100, nota, l-4:* nero splendissimo _[splendidissimo o
        splendentissimo]_
      - *p.101, nota, l-18:* in lontanza _[in lontananza]_
      - *p.104, nota (1):* «Dice così il Signore,... _citazione
        nella citazione, virgolette « aperte più volte che chiuse_
      - *p.105 l.4 seg.:* «Per quale motivo _citazione nella
        citazione, virgolette « aperte due volte e chiuse una sola_
      - *p.170 l.-15:* Finees _[Pinehhas]_
      - *p.177 l.9:* Zéretk _[Zéreth]_
      - *p.177 l.18:* chivrád-érez _[chirvád-érez]_
      - *p.181, nota, l.-4:* «Nei pubblici digiuni _citazione nella
        citazione, virgolette « aperte due volte e chiuse una sola_
      - *p.185—193:* _§ 1. 5. hanno il punto, § 2 3 4 6 no_
      - *p.227 l.2 seg.:* «Popoli numerosi _citazione nella
        citazione, virgolette « aperte due volte e chiuse una sola_





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I mesi dell'anno ebraico" ***

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