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Title: Il ponte del paradiso
Author: Barrili, Anton Giulio, 1836-1908
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il ponte del paradiso" ***

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Internet Archive.

                          ANTON GIULIO BARRILI

                                Il Ponte
                              del Paradiso

                                RACCONTO



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1904.

                                  ————

                          PROPRIETÀ LETTERARIA

 _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
           paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia_.


                         Tip. Fratelli Treves.

                                  ————



                         IL PONTE DEL PARADISO



                                   I.


                           Spiacevole invito.


— Che idea! — esclamò la signora Livia, lasciandosi ricadere sulle
ginocchia il suo ricamo turco, mentre con le pupille stravolte da un
moto repentino di stizza andava cercando il soffitto a cassettoni dorati
del suo salottino. — Invitare le Cantelli! Ed hanno accettato? da te? —

Raimondo sgranò tanto d’occhi, per guardar bene sua moglie.

— Non ti capisco; — diss’egli. — Accettare un invito da me, non è forse
come accettarlo da te? Non siamo noi la stessa cosa?

— Per gl’inviti, no; — rispose asciuttamente la signora.

— Oh Dio! — riprese egli, sforzandosi di volgere il discorso alla celia.
— Ci sono dunque delle eccezioni alla vostra santissima legge?

— C’è questa, mio caro; — sentenziò la signora. — Gl’inviti solenni, in
una casa bene ordinata, li fanno marito e moglie coi loro nomi uniti in
una formula unica. Nei casi ordinarii, e d’una certa confidenza, invita
la signora, intendendosi annuente il marito. Alla fin fine, non è lei
che governa la casa? —

Raimondo chinò la fronte con aria contrita.

— Vizio di forma, adunque; — conchiuse egli. — Puoi sanarlo tu, andando
a far visita, e confermando l’invito.

— No, caro; guasterei. C’è poi la sostanza, che non mi va.

— E perchè, se è lecito saperlo? Quelle buone signore si ritrovano qui,
lontane da casa loro, al Danieli. Un albergo, sia pur di prim’ordine, è
sempre un’albergo; e in giorni come questi....

— Male! — interruppe la signora, che non voleva passarne una. — Perchè
si ritrovano a Venezia per l’ultimo giorno dell’anno? Se ci penso, non è
neanche stagione per addormentarsi qui, sulla “tacita Laguna„.

— Ne sai la ragione; — si provò a rispondere Raimondo colla usata
dolcezza. — Il figliuolo che è qui al dipartimento navale....

— Per Natale e Capo d’anno potevano ottenergli una licenza, e portarselo
a Milano; — ribattè la signora. — Si lascia così solo laggiù il capo di
casa? E in giorni come questi (son tue parole), in giorni come questi,
sacri al raccoglimento delle famiglie?

— Eh, ci avrà pure pensato, la signora Eleonora; — osservò pacatamente
Raimondo; — avrà domandato e non avrà ottenuto. Del resto, che t’ho a
dire? Comunque sia andata la cosa, poichè le signore Cantelli sono
rimaste qui, a noi non rimaneva altro che fare il dover nostro; non ti
pare? —

Una spallucciata fu tutta la risposta della imbizzita signora, che per
non avere a dir altro si rimise attorno al suo ricamo turco. Se quello
che andava facendo, mettendo punti su punti, era un versetto del Corano,
diciamo pure che Maometto mandava a quel paese le povere signore
Cantelli.

Raimondo, frattanto, anche a volersi contentare d’un gesto, non poteva
fermarsi lì, col suo ragionamento avviato, che bisognava condurre alla
fine.

— Pensaci, mia buona Livia; — soggiunse. — Si tratta della famiglia del
mio corrispondente di maggior conto, e più che corrispondente, patrono.
Ho grandi obblighi, e di antica data oramai, col banchiere Cantelli. Se
le mie faccende hanno così prosperato, credi che ci ha avuto gran parte
la fiducia e l’appoggio del signor Anselmo, di quel re dei galantuomini.
Così, venendo al caso di stamane, mi è parso necessario, incontrando la
signora Eleonora all’angolo della Piazzetta, di dirle che andavo appunto
da lei, per invitarla, con la sua bella, figliuola e con quel caro
ufficialetto di suo figlio, a fare il gran salto dall’anno vecchio al
nuovo con noi. Ed ho anche insistito; confesso il mio peccato, che non
mi pareva poi tale. Ora, mia buona Livia, quel che è fatto è fatto, e ci
vorrà pazienza; soltanto mi duole che ti possa spiacere.

— Spiacermi! spiacermi! chi ha detto mai ciò?

— Ah, volevo ben dire! — gridò Raimondo, più che sollevato oramai, e
disposto a ridere. — Possiamo dar da cena a ventiquattro.

— Sì, caro, invitando a caso, e male. Ma siamo alla vigilia, quest’oggi,
ed io mi son tenuta scarsa nei biglietti d’invito, per non andare oltre
i dieci. Ora vedi tu, signore e padrone, dove ci portano le tue novità.
Tre Cantelli, e noi due, si fa cinque; il cavalier Lunardi sei; il
signor Gregoretti sette.

— Poi la tua cara Galier....

— Eh! non me la rinfacciare, povera e cara anticaglia, che è piena di
garbo, e più interessante, col suo brio, di tante e tante puppattole.

— Non nego, non nego; — si affrettò a dire Raimondo. — Con lei, dunque,
si fa otto.

— E nove col suo nipote; — soggiunse la signora Livia; — e dieci col
signor Ruggeri; e undici col maestro di musica, necessario per
accompagnare al piano, se qualcheduno volesse cantare; e dodici....

— Ferma lì, per carità! — gridò Raimondo, con accento sbigottito. —
Metti al dodici il mio amico Filippo. Non vorrei che toccasse il tredici
a lui, poveraccio.

— Mettiamolo al dodici; — concesse la signora, con aria di somma
indifferenza. — Al tredici andrà il povero signor Telemaco. Per fortuna,
non ha da sapere a che numero ci casca. Verrà poi tua madre? Finora non
c’è lettera, nè telegramma.

— Se non verrà, — disse Raimondo, trattenendo un sospiro, — avremo
sempre sotto la mano il mio ottimo Brizzi.

— Invitalo dunque senz’altro.

— No, questo, no: non gli anticipiamo la noia. Tu sai bene che il mio
eccellente segretario, il mio braccio destro, si ritrova piuttosto male
colle cerimonie, e più volentieri passerà la gran notte con una mezza
dozzina di amici al _Cappello Nero_. Avremo tempo a propinargli l’amaro
calice domani, se sapremo che la mamma non viene. —

E represse, così dicendo, un altro sospiro. Ma non voleva esser triste;
sopratutto non voleva parer tale.

— Che stravaganza, dopo tutto, questa superstizione del numero tredici!
— ripigliò, facendo bocca da ridere.

— L’hanno tanti! — disse Livia.

— E credo che facciano un po’ tutti per chiasso; — proseguì Raimondo; —
come quel tale che mi diceva coll’aria e coll’accento più grave del
mondo: quando si è in tredici a tavola, accade sempre questo, che uno
dei tredici muor sempre, o presto o tardi, prima degli altri dodici.

— Bella novità! — esclamò la signora, non potendo trattenersi dal
ridere.

— Ma è l’unica cosa che se ne possa inferire con certezza, non ti pare?
— conchiuse Raimondo, felice di vedere rasserenata la sua parte di
cielo. — Dunque tornando a noi, tutti i tuoi inviti son fatti?

— Sì.

— E non vorrai sanare il mio vizio di forma colle signore Cantelli?

— No, ti ho detto, guasterei. Oggi, poi, non me la sento di uscire.
Quante cose ho da disporre, quante da ricordare, come padrona di casa!
Sai che c’è da chiamare tutti i pensieri a capitolo, come altrettanti
monaci in una abbazia? E in queste cose tu non potresti aiutarmi. Siete
così disadatti voi altri uomini, a preparare un ricevimento!

— Vero; — disse Raimondo; — e aggiungi pure molte donne. Io anzi non ne
conosco più d’una, per far tutto a quel dio. E te ne sono così grato! La
mia casa è una reggia, e tu ne sei la regina.

— Ah! sì, bravo, due cerimonie! — esclamò la signora.

— Sempre, lo sai, come il primo giorno; — riprese Raimondo. — La mia
felicità è così piena! Signore, dico a Dio più spesso che tu non ti
possa immaginare, fate che non cessi, che non si diminuisca d’un punto.
E tu, dolce Livia, ricordi un giorno, se mai c’è stato, nel quale io ti
apparissi diverso dal primo in cui ci siamo conosciuti? —

Il pensiero di Raimondo era tenero nella sua sincerità; l’accento era
impresso di passione profonda. La signora Livia si alzò lasciando cadere
sul tavolincino il ricamo col quale da un pezzo si era venuta
baloccando, e avvicinatasi a Raimondo, con un bel gesto di graziosa
degnazione, si chinò a baciarlo sulla fronte.

— Fanciullone! — gli disse poi, rialzandosi tosto sulla vita. — Va al
tuo banco, ch’è ora, e lasciami alle mie occupazioni.... regali. —

Raimondo aveva afferrate le mani di lei, e le baciava divotamente, l’una
dopo l’altra, cercando di trattenerla, ad ogni tanto guardandola negli
occhi con aria supplichevole, che pareva domandare un supplemento di
grazie sovrane. Ma la regina aveva la sua dignità da conservare. Bene si
lasciò tenere a bada parecchi minuti secondi; bene si accostò un tratto
colla persona per esaudire la muta preghiera; ma subito si ritrasse,
facendogli boccuccia, e si svincolò da lui per andare nella sala da
pranzo, dove erano stati dianzi per far colazione, e dove i servi
finivano appunto di sparecchiare. Quella era l’ora che madonna soleva
scegliere per ragionare col Giovanni, il più antico servitore, come il
più decorativo, dei signori Zuliani, decorato egli stesso del titolo di
maestro di casa; e quel giorno, vigilia della gran cena di San
Silvestro, doveva essere un colloquio importante al sommo, una specie di
consiglio domestico, uno di quei consigli solenni, in cui si dimostra la
sapienza delle padrone di casa, e i signori uomini di solito non
capiscono un’acca.

La signora Livia era sparita; ma Raimondo Zuliani, anche restando come
si suol dire a bocca asciutta, era contento di sè e di sua moglie. Aveva
vinta una giornata campale, invitando alla gran cena le signore
Cantelli, che a sua moglie piacevano poco, e quella cara non era più in
collera. Benedetta donna! che stranezza era la sua, di non poterle
soffrire? Sì, certo, la signora Eleonora, con quella sua persona
intirizzita, con quel suo fare sostenuto, con quella sua parsimonia di
parole, non era la compagnia più allegra del mondo. Per questo, viva la
faccia della contessa Galier, fosse pure con tutte le sue grinze, donde
tra la cerusa e il belletto brillava e scoppiettava sempre l’arguzia,
mentre era lei la prima a ridere degli sforzi inani che faceva allo
specchio, per levarsi vent’anni di dosso! Ma quella Margherita Cantelli
era tanto carina! E niente puppattola, come pareva che volesse
gabellarla in un momento di stizza la sua Livia adorata; semplice,
intelligente, buona e cortese, un vero angelo in terra. E poi, e poi,
bisognava pensare che la signora Eleonora e la signorina Margherita
erano la moglie e la figlia (rispettivamente, come si dice negli atti di
partecipazione) del banchiere Anselmo Cantelli, col quale Raimondo
Zuliani aveva obbligazioni infinite. Non erano state tutte rose, nei
cominciamenti di Raimondo; ed anche più tardi, quando già poteva
avventurarsi più in alto nel mare magno degli affari, non gli erano
mancati i frangenti, nè i passi difficili; Milano allora, sempre
confidente e magnanima, aveva sostenuto Venezia. Gratitudine, se ce n’è!

Egli era dunque contento del dovere compiuto, felice di vedere la sua
Livia così presto rabbonita. Sempre a quel modo l’aveva egli amata,
temendone un poco gli scatti improvvisi, servendola molto timidamente,
come avrebbe servita la sua dama un buon cavaliere antico, memore di
essere stato paggio, e sempre disposto a reggerle lo strascico della sua
veste di castellana. Che veglia d’armi aveva fatta Raimondo Zuliani,
cavaliere moderno, per conquistare la sua felicità! quante difficoltà
aveva dovuto superare! Le più gravi gli erano anche riuscite più acerbe,
poichè erano venute a lui dalla mamma adorata, che non vedeva di buon
occhio la gente d’onde Livia nasceva. Come aveva lavorato di fine, il
giovinotto, e con quanta pazienza, per levare certi dubbi, certi vaghi
timori dall’animo di sua madre. La buona signora Adriana si era
finalmente adattata all’idea di quelle nozze, che le spiacevano tanto. A
che non si adattano le madri, povere madri, per far contenti i loro
figliuoli? Solo in un punto non aveva saputo piegarsi, la signora
Adriana, ricusando perciò di lasciare il suo ritiro di Belluno. Lassù
non era nata, per verità; ma quello era omai diventato il suo nido,
poichè ci aveva accasata una figliuola, e la consuetudine di parecchi
anni le faceva amare quel nuovo soggiorno. Un po’ freddo il paese; ma
dove mai non fa freddo, d’inverno? Per contro, c’era abbastanza fresco
in estate, ed ella si trovava benissimo in quell’antico palazzo dei
Cappellari della Colomba, dove con qualche ritocco opportunamente fatto
dall’amatissimo genero si poteva star come papi.

Così diceva ella ridendo. E un papa c’era nato diffatti, sebbene da papa
non ci fosse vissuto. A Venezia la signora Adriana compariva assai
raramente, appena quel tanto che bastasse a dimostrare che non
dimenticava affatto la patria. Qualche volta era discesa per la vigilia
dell’Ascensione, antica festa veneziana; qualche altra pel Capo d’anno,
ma governandosi in modo che il fatto non passasse in consuetudine, e
volentieri trovando la scusa nel rigore della stagione. Aveva promesso
di scendere per quell’anno? Sì e no, dipendendo il fatto dalle
circostanze, che sogliono sempre avere un gran peso sulle umane
risoluzioni. Ma si dica pur tutto; la figliuola maritata a Belluno aveva
già due amori di bambini; e quando si è nonne non si sa mai distaccarsi
da quelle piccole anime, nella età in cui sono veramente belle, monde
d’ogni colpa, se non d’ogni moccio. Ma questo è un guaio pei nasini
rosei, ed anche un po’ pei ditini grassocci; belle cosine che si lavano
senza fatica, e gli angioletti tornano puliti a quel dio, da divorarli
coi baci.

La signora Livia, dal canto suo, non incalzava molto con preghiere per
far calare la mamma a Venezia. E non già per avversione che le ispirasse
la vecchia, che sarebbe un dir troppo, ma perchè forse non si sentiva
amata svisceratamente da lei, o forse perchè al tempo delle sue nozze
con Raimondo l’aveva indovinata contraria. Del resto, se nel suo cuore
c’era un risentimento, od altro di simile, lo dissimulava bene, come
sanno le donne assai meglio di noi, perchè più di noi ci sono spesso
costrette.

— Sai? — diceva ella al marito. — Non posso reprimere un senso
d’invidia, pensando che tu l’hai, la tua mamma, e che io non ho più la
mia. —

Così ragionata, la cosa poteva anche passare agli occhi di Raimondo. Un
po’ strana, a dir vero, la sua dolce metà, e alle volte neppur tanto
dolce; ma egli l’amava così. Raimondo si era dato senza risparmio, alla
cieca, come tutti gli uomini di profondo sentire, che il raziocinio e
l’altre doti dell’intelletto debbono mettere intieramente a servizio di
gravi occupazioni, di assiduo lavoro mentale. Gli affari comandano; sono
una ferrea disciplina, gli affari; gelosi, imperiosi, prepotenti, se ne
avessero modo, in quella guisa che distruggono ogni germe di pensiero
nell’anima, asciugherebbero ogni vena di affetto nel cuore dell’uomo. E
con molti, non c’è che dire, ne vengono a capo; comprimono, schiacciano,
disseccano, trasformano, come accade nella trasmutazione di tanti
tessuti organici, vegetali ed animali, in pietra o in metallo. Così il
bel fiore dell’ideale, educato da una provvida bontà nel cuore più
ruvido, si metallizza ancor esso, prendendo magari, per una certa
affinità elettiva, la forma di una moneta da cento lire, nuova di zecca
e fiammante. Fior di conio, dicono i numismatici; che bisogno c’è egli
d’un fior d’ideale? Ma non tutti la pensano così, non tutti sentono a
quel modo. E quando in certi cuori il bel fiore è ben vivo e tenace, le
cure dell’assiduo lavoro, le prepotenti ragioni del tornaconto, possono
comprimere fin che vogliono; sarà vana fatica, non varranno mai a
schiacciarlo, non a disseccarlo, non a trasformarlo, non a farvelo
diventare di metallo o di pietra; che anzi, imprigionato più
strettamente, si fortificherà contro le dure invasioni, e per qualche
spiraglio vi tramanderà gli effluvii più intensi. Raimondo Zuliani nel
profondo dell’animo era fatto così; banchiere poeta; poeta senza far
versi; poeta nella delicatezza e nella vivacità di un’indole tanto più
forte ne’ suoi scatti improvvisi, quanto più era ordinariamente
compressa dalla necessità e dalla consuetudine; poeta nel culto
dell’amicizia, poeta nella adorazione per la sua Livia, di cui era
innamorato come il giorno che l’aveva conquistata, fra tante difficoltà,
fra tanti contrasti, e non senza strappi dolorosi al suo cuore di
figlio.

Delle sue nozze niun frutto era anche venuto; cagione d’intima pena per
lui, specie se pensava alla mamma, che un amor di bambino avrebbe
attirata più spesso e trattenuta più lungamente a Venezia, come quegli
altri due la trattenevano, e troppo volentieri, a Belluno. Ma bisognava
striderci. La sua Livia, del resto, non si dava pensiero di queste
malinconie.

— Infine, — gli diceva, — che te ne fai, se mi ami? Se tu avessi
quell’amor di bambino, come ti piace di chiamarlo, non dovresti spartire
i tuoi sentimenti fra due? Un altro essere, ultimo venuto, comanderebbe
in casa, tua. In quella vece, che cosa avviene? Tu non hai altro che me;
mi amerai meglio. —

Questo era un argomento perentorio, davanti al quale bisognava deporre
le armi ed arrendersi a discrezione.

— Sì, sì, hai ragione tu; — gridava egli tutto racconsolato. — Ma vedi?
bisognerà dirmene spesso, di queste dolci parole. —

Nel fatto, la signora Livia non sentiva nessuna tenerezza pei bambini, e
l’esserne senza poteva anzi parerle una benedizione del cielo. Pensava
ella pure che con simili impicci al fianco, gioventù e bellezza ad un
tempo si sciupano? Certe cose si sentono, anche confusamente,
nell’anima, senza bisogno di pensarci su; e voi le potreste leggere
espresse a chiare note di serenità e di contentezza sulla fronte di
parecchie donne, se non a dirittura di molte. Strano, non è vero! Si è
tanto detto e creduto che Dio abbia spirato in ogni donna il senso della
maternità, quel senso arcano e ineffabile che in tutte si rivela, fin
dagli anni più teneri, nell’amor della bambola! E questo pensava alle
volte anche Raimondo Zuliani; ma oramai senza fermarcisi troppo.

— Oh, finalmente! — diceva egli tra sè, — che cos’è questa maternità? Un
istinto. E che cos’è un istinto? Un moto interno, naturale,
involontario, irresistibile; impulso oscuro, adunque, una forza cieca,
che ci accomuna, nell’adempimento di certe funzioni, ad ogni specie di
animali. È della natura umana, o dovrebb’essere, il ribellarsi a questa
forza cieca, per seguir la ragione. È chiaro poi, che se avessi
figliuoli, io dimezzerei l’amor mio. Livia dice benissimo; lasciamo
dunque l’istinto alle bestie. —



                                  II.


                         Pentiti, don Giovanni!


San Silvestro era venuto, ma solo soletto, portando sul Canal Grande,
nell’antico palazzo abitato dai signori Zuliani, una lettera di Belluno.
La signora Livia ci aveva azzeccato; lettera o telegramma che fosse, la
mamma, come si soleva chiamare in famiglia la vecchia signora Adriana,
avrebbe scritto di non potersi muovere. Ragione, o pretesto? Pareva una
ragione, poichè la lettera parlava di un nipotino che era a letto colla
rosolia; pareva un pretesto, poichè la lettera soggiungeva non trattarsi
di cosa grave, bensì di una forma benigna, assai benigna, di quella
inevitabile malattia da bambini. Ma infine, pretesto o ragione che
fosse, il piccino voleva sempre la nonna al suo capezzale, e non c’era
modo di spiccarsene. Raimondo lesse, e sospirò, com’era il suo fare; ma
non aggiunse parola.

Così, anche su d’un altro punto, aveva ragione sua moglie; avevano corso
il rischio di essere in tredici per la cena del capo d’anno. Bisognava
ad ogni costo mettere il sequestro, sulla persona del signor Brizzi; e
il sequestro fu messo quella mattina, appena Raimondo ebbe fatto ritorno
al suo banco.

Il signor Brizzi era il segretario del banco Zuliani, il braccio destro
di Raimondo, quello che faceva andare la macchina, e diciamo pure la
zecca, poichè era una macchina da far quattrini. L’onestà certamente è
la base d’ogni commercio; e quantunque molti ne facciano senza, non
bisognerà credere che sia utile imitarli, perchè allora si fabbrica
sulla rena, e le case generalmente non durano. All’onestà, per cui la
casa Zuliani era omai proverbiale, il signor Antonio Brizzi, grande
scritturale nel cospetto del Signore, aggiungeva una diligenza
scrupolosa, una prontezza mirabile, una esattezza esemplare, per cui la
macchina bancaria andava come un orologio: s’intende, come un orologio
che va, e che va bene; due cose che non sono di tutti gli orologi.

Compiamo il ritratto morale del signor Antonio Brizzi, soggiungendo
ch’egli era un vecchio scapolo. Ad ammogliarsi prima gli era mancato il
tempo; e di ammogliarsi poi non era più tempo. E non se ne doleva; che
anzi! Era uomo di gusti semplici, che la compagnia d’una donna avrebbe
sempre un po’ contrariati; si contentava di poco, non ispendendo la metà
di quel che guadagnava, tanto che gli amici lo accusavano di essere omai
diventato milionario, o giù di lì. “Soprattutto giù di lì„, rispondeva
egli ridendo; “tanto giù, che più sotto c’è il Canale„. Unico suo spasso
e suo unico sfoggio era il fare un po’ lunga la fermata serale al
_Cappello Nero_, dove faceva i suoi pasti, in compagnia di quattro o
cinque amici, stagionati e senza famiglia come lui, coi quali si
cambiavano due chiacchiere sul più e sul meno, framezzandole con qualche
sorso di Murano, o di Valpolicella.

Non si stava già sulle cerimonie, con loro. Le cerimonie lo seccavano a
morte, e per questo non si ritrovava bene in casa del suo principale, in
quei ricevimenti sempre un pochettino solenni, o che a lui parevano
tali; dove bisognava star sulla vita, fare il bocchino, gesticolar poco
o nulla, e parlare in punta di forchetta, fra giovinotti inamidati,
vecchi incerettati e signore infarinate. I giovinotti inamidati lo
mettevano in soggezione, i vecchi incerettati gli facevano rabbia, le
signore infarinate gl’incutevano un religioso terrore. Si trattava poi
di una soltanto; chè la signora Livia, salvo in circostanze singolari, e
veramente costretta dal suo ufficio di padrona di casa, non ne
sopportava di più. Ma quella c’era sempre, buon Dio, come obbligata in
chiave, e gli pareva una stonatura. Povera contessa Galier di San Polo,
così amena, così facilona, e la prima a ridere delle sue infarinature
ostinate! Ma il signor Brizzi era fatto così; si ritrovava male con le
dame. C’era quella sola? Pagava per tutte.

Conoscendo l’umore del suo segretario, Raimondo Zuliani aveva dovuto
attaccarlo col solito preambolo.

— So che vi dò noia, mio caro Brizzi; ma voi mi scuserete, perchè non
posso fare altrimenti. Mia moglie conta su voi, questa sera; ed io, poi,
anche conoscendo le vostre inclinazioni, debbo contarci come lei. Alla
cena del buon augurio non potete, non dovete mancar voi, che siete il
mio amico migliore. E poi, che volete? Si resterebbe in tredici, senza
di voi; è dunque necessaria la vostra presenza.

— Allora al fuoco, e senza risparmio, come a Malghera; — disse ridendo
il signor Brizzi.

Ridendo, sì, ma a denti stretti, e perciò non di gusto, come faceva al
_Cappello Nero_. Li aperse bene, quella sera sul tardi, per maledire la
falda e tutto il resto dell’abbigliamento cerimoniale, che aveva dovuto
cavar dall’armadio. E nondimeno, quando ebbe finito di vestirsi, non era
più tanto feroce. Uscito dal suo quartierino in vicinanza dei Frari,
venuto alla riva e sceso in gondola, dopo aver gittata al gondoliere la
frase “al palazzo Orseolo„, le sue invettive cominciarono a condirsi di
qualche amenità; segno che quell’ottimo signor Brizzi si veniva bel
bello rassegnando al suo fato.

— Ebbene, vecchia mia, — diceva egli, abbottonando su quella povera
falda i due petti del suo palandrano, — sei contenta d’essere uscita
dall’armadio, ove meritavi di restare fino alla mattina del giudizio
universale? Con tante grinze, farai la tua bella figura! E tu, piastrone
di tela batista, lustro e sodo come un piatto di porcellana, le vorrai
bere, le tue goccioline di caffè e di liquori, non è vero? Strano! —
soggiunse il signor Brizzi, accomodandosi meglio che poteva sui neri
cuscini del _felze_. — Ci sono quei cari giovinotti, che non si
macchiano mai. Forse per questo portano i baffi tirati all’insù, che
paiono tanti gatti arrabbiati. E noi.... e noi, poveri vecchi, li
portiamo voltati all’ingiù, come tanti Cinesi. Ecco il guaio! —

Il signor Brizzi, come abbiamo sentito da lui, era stato tra i difensori
di Malghera. Fedele ai ricordi del patrio risorgimento, portava baffi e
pizzo all’italiana.

A piè della gradinata del palazzo Orseolo approdava un’altra gondola,
donde smontarono dopo il signor Brizzi altri due invitati di casa
Zuliani. Tutti e tre, scambiata una stretta di mano, salirono, giungendo
proprio gli ultimi all’appello. Nel gran salotto della signora Livia era
già adunata, disposta in crocchi, secondo il caso o le affinità
elettive, una fiorita compagnia; “le donne, i cavalier, l’armi....„; sì,
anche l’armi, rappresentate da Federico Cantelli, nella sua severa
uniforme di sottotenente di marina. Quanto agli “amori„ potevano essi
mancare? Dove son donne e cavalieri, è più facile azzeccar gli amori che
l’armi.

— Così tardi? — chiese amabilmente la signora Livia, stendendo la sua
bella mano al signor Brizzi.

— Padrona, — rispose l’ameno segretario, inchinandosi, — abbia la bontà
di scusare un povero villano, che non ha voluto venire con le mani
vuote. Come vede, ho portato questi due forestieri. —

E contento della sua barzelletta, si trasse da un lato, per lasciar
passare alla cerimonia dello _shake-hand_ il cavalier Lunardi e il
maestro di musica.

Raimondo respirò per sua moglie. Coi tre ultimi arrivati si era
quattordici in punto. Ma non respirò il signor Brizzi, trovandosi là in
mezzo a tante persone elegantissime, specie davanti a signore, con le
quali non poteva già bastargli una frase in burletta, come quella che
aveva finito di dire alla padrona di casa, e sua. Conosceva le signore
Cantelli; era anzi stato una volta all’albergo per ossequiarle e
mettersi ai loro ordini, quando erano arrivate a Venezia: ma si sentiva
impacciato con esse, particolarmente colla signora Eleonora, sempre così
contegnosa e così avara di parole. Benedetta la contessa Galier di San
Polo, che poteva essere infarinata più del convenevole, se non del
necessario, ma infine, viva la faccia sua tinta e ritinta, parlava
sempre lei, e non c’era altra noia che di starla a sentire. Noia, poi!
Si dice così per dire. La contessa era amenissima; colla sua parlantina
avrebbe messo di buon umore un convento di trappisti.

Più impacciato del nostro ottimo Brizzi appariva il signor conte Filippo
Aldini. Che la presenza delle signore Cantelli mettesse in soggezione
anche lui? Non era da credere. Filippo Aldini era un elegante
inappuntabile, un giovinotto alla moda, rotto alla vita dei salotti;
sebbene non frequentasse più molte case, come prima faceva assai
volentieri, restava sempre quello di prima, nella bella padronanza di
sè, dei suoi atti e delle sue parole, disinvolto e misurato ad un tempo,
sobrio nel gesto, parco nella celia, ma pronto a scoccarla con aria
tranquilla, che non pareva affar suo, come se avesse detta la cosa più
semplice e più naturale del mondo. Non si confondeva mai; confondeva gli
altri, piuttosto.

Perchè dunque appariva allora tanto diverso? Che fosse ammalato?
Raimondo Zuliani, senza far tante indagini, notando solamente la novità
della cosa, ebbe compassione di lui; e venutogli accanto, lo aveva
tratto bel bello verso le signore Cantelli, a cui l’amico non si era
ancora fatto vivo altrimenti, che con un rispettosissimo inchino.

— Posso io presentare il mio amico Aldini? — aveva detto Raimondo,
facendo bocca da ridere.

— Ella sa bene, signor Zuliani, di averci già fatto questo regalo; —
rispose la signora Eleonora con gran degnazione, e, cosa più insolita,
abbozzando perfino un sorriso. — È vero nondimeno che incontriamo il
signor Aldini piuttosto raramente.

— Lo incontrano! — esclamò Raimondo. — Non è egli dunque tornato a
riverirle? Davvero davvero, non riconosco più il mio Filippo, il re dei
cavalieri. —

Filippo Aldini sorrideva a stento, sudando freddo, e balbettando qualche
frase scucita. La nessuna importanza sua.... il timore di essere
importuno.... E frattanto si guardava attorno, come se cercasse
soccorso. Da chi, povero Aldini, da chi? Ah, bene aveva pensato quel
giorno di darsi ammalato! Sentiva allora che l’idea era buona. Peccato
che gli fosse parsa ridicola, tanto che non ci si era fermato su, e non
aveva scritto quel bigliettino di scusa a Raimondo, magari mettendosi a
letto, per non esser colto in flagranti di bugia, dal più caldo, dal più
prepotente degli amici! Si pentiva allora, si pentiva amaramente di non
aver colta a volo l’idea, balenata nella mattina al suo spirito, come
unica e vera àncora di salvezza che gli porgeva un buon genio.

Bisognava dunque discorrere; e Filippo Aldini si adattò a mettere
qualche frase meno scucita di costa a quelle del suo amico Zuliani. Ma
appena Raimondo non fu più là in sostegno, lasciò languire la
conversazione, e ringraziò nel profondo dell’animo il cavaliere Lunardi,
che si avanzava a riverire la signora Eleonora. Nè solamente lo
ringraziò, ma subito ne prese occasione a ritirarsi in buon ordine, per
andare a discorrere colla signora Galier. Là solamente si sentiva al
sicuro.

La conversazione si era venuta animando. Ma qualche timido accordo al
pianoforte ottenne il suo effetto. “Cascano i filinguelli al paretaio„,
ha detto il poeta; tutti s’accostano al cembalo. C’è chi domanda una
romanza dello Schubert, chi uno scherzo del Grieg, chi un minuetto del
Boccherini. Il maestro di musica ha tutta questa roba sulla punta delle
dita. Ma soprattutto c’è chi vuol sentire il re degli istrumenti
musicali, la voce umana, specie se è voce di soprano, o di mezzo
soprano. Del resto, in un salotto, son tutte voci di soprano sfogato. La
padrona di casa non canta più, almeno così ella dice; e si capisce che
dica così, per far figurare qualche graziosa invitata. Si pregherà
dunque la signorina Cantelli. E la cara Margherita non si fece pregar
molto. Pensava giustamente, la bellissima fanciulla, che tanto e tanto
avrebbe dovuto dire di sì; il meglio era dunque di dirlo subito. Aveva
una voce stupenda; cantò con metodo eccellente e con raro sentimento
l’_Ideale_ del Tosti, domandato dal cavalier Lunardi, il grande
romantico della compagnia. La signora Livia si era appressata al cembalo
per sentir meglio. Fu amabilissima; applaudì con ardore, e fece perfino
un miracolo, simulando l’atto di abbracciare la gentil cantatrice.

— Tutto bene! — disse mentalmente Raimondo, stropicciandosi le mani in
un angolo del salotto. — Così la mamma fosse venuta, che non avrei più
nulla a desiderare! —

Ma non si può aver tutto, in questo povero mondo. E non potè aver tutto
il cavaliere Lunardi, che dopo l’_Ideale_ del Tosti, chiedeva già per
grazia l’_Amore, Amor_ del Tirindelli. Un uscio si era aperto, una
portiera di broccato si era sollevata, ed appariva nel vano il colossale
Giovanni in vistosa livrea, coi guanti bianchi come la neve; piacevole
apparizione di granatiere rubizzo, che proferì poche parole, ma buone:
“La signora è servita„.

La signora, la padrona di casa, doveva far l’obbligo suo. Fatto un cenno
al marito, che offriva subito il braccio alla signora Cantelli, prendeva
il braccio del signor Telemaco; un pezzo grosso della finanza, che siamo
dolenti di non aver meglio specificato, ed ora, per far le cose a
dovere, sarebbe un po’ tardi. Poi volgendosi verso Filippo Aldini, gli
disse a mezza voce:

— Signor Aldini, offra il braccio alla contessa Galier. —

L’Aldini s’inchinò col suo fare misurato, ed obbedì prontamente.

— Ah, che bel cavaliere! Ringiovanisco; — gridò quella graziosa matta
della contessa, che non voleva esprimere a mezza voce il suo gradimento.

La signora Livia sorrise; poi si rivolse al Lunardi.

— Cavaliere, — gli disse, — offra il braccio alla signorina Cantelli. —
E con un leggero ammiccar degli occhi ebbe l’aria di soggiungere: — È
contento di me?

— A questo modo, — esclamò il cavaliere Lunardi, per fare il paio colla
vecchia contessa, — ringiovanisco ancor io. —

La signora Livia fece un bel gesto d’invito a tutti gli altri, perchè
volessero seguire la marcia come credessero meglio. Si era tutti amici
vecchi di casa, perciò in gran confidenza; ed alcuni fecero l’atto, non
ammesso dai manuali dell’etichetta, di offrirsi il braccio tra uomini.
Il signor Brizzi, ad esempio, ci passò per signora, un po’ stagionata a
dir vero, accettando il braccio che gli offriva il Gregoretti, bel tipo
di mattacchione, e alle sue ore anche poeta.

Si traversò un secondo salotto che già conosciamo, e si mosse di là
verso la sala da pranzo, il cui uscio spalancato lasciava vedere tutto
uno sfolgorìo di lampade di bronzo dorato e di candelabri antichi, tra i
cui viticci venivano ad innestarsi, come frutti luminosi, le pere
cristalline della luce elettrica. Al soffitto di legno, partito a
cassettoni e rosoni, anch’essi dorati, si armonizzavano le credenze e le
cristalliere di legno nero, intagliato a fogliami, a fiorami, a
rabeschi, a mascheroni, a putti, a draghi, ad uccelli fantastici. Falso
Cinquecento, sicuramente; ma anche falso sta bene, dà un nobile
carattere alle case, parendo invecchiare con esse le famiglie troppo
moderne, che si sono felicemente arrampicate a metterci il nido.

La tavola era uno splendore di cristallame, d’argenteria, di porcellana
e di fiori. In vece del solito _chemin de table_, che è graziosissimo e
può essere sommamente caro come lavoro di mani gentili, ma che è pure
economico la parte sua, potendo andare in bucato, attraversava la
tovaglia in linea diagonale un nastro enorme, artisticamente pieghettato
e rigirato a onde, a staffe, a nodi, allacciando qua e là mazzi di rose
fresche, di orchidee, di miosotidi, ed altre fioriture contro stagione.
Quella era la novità ultimissima del buon gusto; così andava fatto,
fosse pur condannato ad essere disfatto la mattina seguente. Buon lusso
costoso delle cose destinate a perire! Ma la nave degli Zuliani aveva il
vento in poppa, e dispiegava liberamente tutta la sua velatura.

Contegnosi da principio e parchi di parole, i nostri commensali si
animarono gradatamente, al saltar dei turaccioli, all’acciottolìo dei
piatti, al cozzar dei bicchieri. Il chiacchiericcio si diffuse da un
capo all’altro della tavola: si stava bene, si andava anzi di bene in
meglio; si aprivano i cuori, si snodavano le lingue. Il cavaliere
Lunardi fu garbatissimo colla signorina Margherita, che con un
interlocutore sessagenario poteva essere più loquace, mostrando tesori
di senno, di cultura e di grazia. Amenissima poi la contessa Galier, tra
l’Aldini, che non si mostrava più tanto impacciato, e il signor Brizzi,
collocato suo cavalier di sinistra. Così aveva disposto la padrona di
casa, per compensarlo di quel sacrifizio, di quel tradimento dovuto fare
al suo _Cappello Nero_.

Intanto questo appariva in casa Zuliani, questo era evidente, tra tanti
fumi del vin del Reno, di Borgogna, di Xères, di Caluso e d’altri siti;
che i vecchi erano più animati, più allegri, perfino più arguti dei
giovani. Nessuna maraviglia; forse è perchè i vecchi hanno meno tempo
davanti a sè, in paragone dei giovani, e fanno profitto di quel poco che
avanza. Quanto a dedurne che sia per maggiore esperienza della vita, non
ne credete niente; e vecchi e giovani son tutti ragazzi ad un modo.

In mezzo al chiacchiericcio generale, che già pareva un principio della
confusione delle lingue, che è che non è, salta un turacciolo con
formidabile scoppio; ne salta un altro, ne saltan parecchi; il vino di
Sciampagna gorgoglia, ribolle, sfavilla, spumeggia nei calici di
mussolina fusa in cristallo, o di cristallo fuso in mussolina, come vi
piacerà. Era quello il momento solenne dei brindisi. E si capì allora
perchè il Gregoretti, quel grazioso mattacchione, non avesse dato alla
conversazione tutto ciò che avrebbe potuto e dovuto. Il disgraziato
aveva un brindisi in corpo, e in versi, per giunta, in versi veneziani,
scoppiettanti, sfavillanti come il vin di Sciampagna, che gli stava
dinanzi, e di cui aveva sorseggiata la prima spuma quasi per prenderne
ispirazione.

Si era fatto silenzio, vedendo nell’atteggiamento e nel gesto del
personaggio la promessa del brindisi. E il Gregoretti incominciò,
celebrando in graziose strofe i meriti straordinarii dell’anno allora
allora finito. Il che era contro l’usanza, per verità; ma si sapeva bene
che il Gregoretti non faceva mai niente a modo degli altri. A suo
giudizio, l’anno andato meritava ogni lode, non avendo recato nessun
dispiacere a lui, nè agli amici suoi; e questo era molto, anzi poco
mancava che non fosse tutto. Sì, buon Dio, si poteva anche ammettere che
non fosse stato nè carne nè pesce. Ma il suo successore, il neonato, non
si sapeva ancora che diavolo sarebbe riuscito.

E il vecchio, poi, era anche finito bene: ci pensassero un pochino, i
signori commensali; era finito stupendamente per tutta una gentile
brigata, sotto l’incanto della bellezza accompagnata alla grazia. Occhi
soavi, amabil sorriso.... E più avrebbe detto il poeta, perchè c’erano
da enumerare i pregi a centinaia. Ma siccome il ritratto sarebbe stato
poi sempre inferiore all’originale, egli prendeva consiglio da quei
pittori da dozzina, che dopo aver disegnata e colorita con tutta l’arte
che possiedono la figura del committente, gli pongono in mano una
lettera, colla soprascritta bene in vista, per istruzione del pubblico.
Il nome, di quella bellezza, di quella grazia incantevole, doveva egli
proferirlo? Non era già pronto a scoccare, sulle labbra di tutti? Animo,
via, lo dicessero pur tutti con lui, senza timore di guastargli la
chiusa, lo dicessero tutti a gara, quel nome grazioso, “quel nome caro
ai Veneziani„ della signora.... E qui una sospensione, che permetteva a
tutti di prorompere in coro: “Livia Zuliani„.

La signora Livia Zuliani, udendo quella enumerazione di pregi femminili,
e indovinando che col suo nome sarebbe andata a finire, si era fatta via
via d’un bel colore vermiglio; a suo vantaggio, senza dubbio, perchè
prima d’allora, diciamolo pure, con tutta la sua risoluzione di fare a
mala sorte buon viso, era stata un po’ verde.

Tra gli applausi e gli evviva dei suoi convitati, la bella nervosa,
atteggiate le labbra al sorriso, levò il suo calice, accostandolo
cortesemente a quello del suo poeta. Ed anche, sorridendo sempre e
ringraziando, dovette ripetere la cerimonia con tutti.

Raimondo era in estasi: vedeva tutto vermiglio, come il volto della sua
Livia. Ma non poteva star sempre lì, in contemplazione della propria
felicità; da buon padrone di casa, doveva darsi moto, tener desto il
fuoco della allegrezza ne’ suoi convitati.

— L’anno vecchio ha ottenuto il suo elogio; — disse egli; — chi farà
l’elogio del nuovo?

— Tu; — gli rispose il Gregoretti.

— Io? Non son poeta; e dovrei tesserlo in prosa.

— In prosa, da bravo; purchè sia prosa robusta.

— Se non sarà, non vorrete mica accopparmi; — conchiuse Raimondo, che
già sentiva venir l’estro ad una seconda versata che i servi facevano in
giro.

Levò allora il suo calice, e così prese a parlare, con intenzione
d’esser solenne:

— Signore e signori, onde questa casa è onorata, auguro a tutti voi che
il nuovo anno sia lieto, come furono a me i sette che lo hanno
preceduto. Esaudisca egli il voto che gli esprimo.... — soggiunse
l’oratore, ispirandosi d’un subitaneo pensiero, e versando sulla
tovaglia un mezzo dito del suo vino, — .... il voto che gli esprimo
libando a lui, come un sacerdote antico, con questo roseo dorato
liquore.

— Bene osservato; il roseo dorato è una particolarità della vedova
Clicquot; — disse il Gregoretti, guardando contro la luce il suo calice.

— La vedova, — rispose Raimondo Zuliani, cogliendo quella volta
l’ispirazione dalle parole dell’amico, — la vedova è stata moglie;
parliamo dunque del matrimonio. Non senza ragione vi accennavo i miei
sette anni felici. A voi, scapoli impenitenti! aiutate con buone
risoluzioni l’adempimento del voto che io ho formato poc’anzi, e il
nuovo anno vi colmerà delle sue benedizioni. Chi vorrà dare l’esempio?
Voi, amico Brizzi, non è vero?

— Me ne guardi il cielo! — gridò il signor Brizzi, facendo un gesto
d’orrore.

— E perchè? — domandò Raimondo. — Vi conosco e vi stimo da gran tempo,
mio caro, e so che non fate e non dite mai cosa su cui non abbiate
pensato due volte. —

Il signor Brizzi si avvide di non aver pensato neanche una a ciò che gli
era uscito allora di bocca. Era stato un grido dell’anima; e bisognava
attenuarlo con qualche spiegazione.

— Perchè? — rispose. — È presto detto, il perchè. Renderei infelice la
donna che avesse la cattiva ispirazione di accettar la mia mano. Son
vecchio, sapete? son vecchio.

— Ma che? — entrò a dire la contessa Galier, che non voleva sentir
parlare di malinconie. — Vecchio è chi muore.

— Signora contessa, la prego di credere che ho passati i cinquanta. Il
matrimonio non è più fatto per me, salvo il caso di voler saldare
insieme due cocci scompagnati. Con che gusto, poi? con che utile per la
società? Pensiamo alla società, miei signori; è anche di moda. E
concludiamo; il matrimonio è fatto pei giovani. —

Raimondo avrebbe volentieri abbracciato il suo segretario. Senza
volerlo, senza pensarci neanche, quell’ottimo signor Brizzi gli dava la
mano, tirandolo dov’egli intendeva per l’appunto avviarsi.

— E allora rivolgiamoci ai giovani; — ripigliò. — Auguriamo per esempio
al conte Aldini la felicità ch’egli merita. Sei al momento buono, mio
caro Filippo. È perchè i voti del capo d’anno sono privilegiati su
tutti, io ti auguro con maggior fede una sposa degna di amore e di
stima.... perchè non lo direi? come la mia.

— Raimondo! — esclamò la signora Livia. — Mi farete arrossire. —

E più avrebbe detto, tanto era seccata. Ma le bisognava rattenersi, star
lei in riga, se non sapeva starci il suo signore e padrone. Ah, quella
benedetta varietà di vini dei pranzi e delle cene solenni! Manda i fumi
alla testa, snoda le lingue, fa dir sciocchezze agli uomini serii,
troppe sciocchezze; e con una insistenza, poi, con una insistenza degna
di miglior causa.

A farlo a posta, il suo signore e padrone insisteva.

— Ebbene, sì, che c’è egli di male? Viva la sincerità. Son tutti amici,
qui, d’antica data, e strettissimi; gradiranno ch’io parli come penso.
Sarebbe ipocrisia in me il tacer loro che sono felice. Credi a me, dolce
amico; — soggiunse, volgendosi all’Aldini; — segui l’esempio di chi ti
vuol bene. Io bevo intanto alla tua fidanzata. —

Filippo era sulle spine; e doveva mostrarsi tranquillo, accogliendo
lietamente gli augurii dell’amico Raimondo.

— Senza conoscerla! — esclamò egli, tanto per dire qualche cosa.

— Eh, pensiamo se tu, almeno tu, non te ne sarai formato un’idea! —
incalzò Raimondo. — Nella mente d’un giovinotto, o nel cuore, la futura
compagna della vita c’è sempre, immagine vaga, da principio, ma che a
poco a poco va prendendo i precisi contorni di una giovine e conosciuta
bellezza. Dico bene?

— Ottimamente! — gridò il Gregoretti. — Dopo la prosa robusta, ci dai la
prosa elegante, la prosa poetica.

— L’argomento ne franca la spesa; — rispose Raimondo, i cui occhi
andavano come per incanto verso la signorina Margherita.

La fanciulla teneva i suoi molto bassi, avendo l’aria di voler
aggiustare una piega della sua sopravveste. Ma intanto si era fatta un
po’ rossa, dal sommo della fronte fino alla radice del collo. E stava
bene così, era più bella che mai, mettendo in mostra il volume dei
capelli neri, ondati e lucenti, che sull’incarnato del viso luccicavano
due volte tanto, con mobili riflessi turchini. Bella e divina creatura!
Un poema, l’aveva dichiarata il Gregoretti, quella medesima sera,
vedendola per la prima volta nel salotto della signora Zuliani. Perchè
poi un poema? Ci sono tanti poemi brutti! e tanti altri mediocri!

Ma il paragone, antico oramai, doveva essere stato fabbricato nel tempo
che di poemi, in Italia, si conoscevano soltanto i divini, quei tre che
tutti sappiamo; dopo i quali, chiudi e sigilla, che il conto è fatto.

— Dunque, — ripigliò il Gregoretti, tenendo bordone a Raimondo, —
vogliamo bere alla futura sposa del nostro Aldini? Egli è qui l’unico
scapolo in età da pentirsi. Péntiti, don Giovanni! —

Eh, don Giovanni nel profondo del suo cuore non avrebbe chiesto niente
di meglio. Ma lì per lì sentiva corrersi un brivido per l’ossa.

— Anche tu? — diss’egli volgendosi al Gregoretti, con aria tra confusa e
seccata.

— Anch’io, sicuro, e tutti quanti siam qui, a volerti bene. Péntiti, don
Giovanni! —

Filippo Aldini guardò intorno a sè, con occhi smarriti, come d’uomo in
punto d’affogare. Tutti, col calice in mano, gli ripetevano la medesima
frase. “Péntiti!„ diceva il Ruggeri; “péntiti!„ il signor Telemaco, che
in verità non diceva nulla, ma consentiva col gesto, e nel gaio concerto
delle voci pareva aggiungere la sua. Ma era dunque una congiura? un
colpo premeditato?

— Lo senti? Te lo dicono tutti in coro; — gridò Raimondo Zuliani,
ridendo a più non posso. — Péntiti, don Giovanni! —

E si rivolgeva, ciò detto, alla sua Livia, come per invocarne l’aiuto.

— Ma sì, — aggiunse allora la signora Zuliani, con la sua vocina
sottile, e accompagnandone il suono con un moto grazioso della sua
testina bionda, — perchè non si pentirebbe, don Giovanni? —

Filippo Aldini era fuori di sè dalla stizza. Ma egli sentì che a durarla
ancora un tratto, sarebbe diventato ridicolo, con quella cera da
funerale, in mezzo a tanta allegria che pareva volersi rovesciar tutta
su lui. A farlo a posta, anche la padrona di casa si metteva dalla parte
dei canzonatori.

Accettò dunque l’invito, come se fosse stato un comando; levò il suo
calice, lo vuotò fino all’ultimo sorso, e rispose con accento risoluto:

— Sia, poichè tutti lo vogliono; mi pentirò. —

Ebbe naturalmente un applauso da tutti; e dopo l’applauso un premio
speciale dal Gregoretti.

— Così va bene; — disse il poeta mattacchione. — Fin da domani metto la
Musa in molle, e ti preparo l’epitaffio. —

Voleva dire l’epitalamio. Ma già la lingua incominciava a tradirlo.



                                  III.


                         Per l’amico del cuore.


Quella notte, anzi meglio, quella mattina, la signora Cantelli avrebbe
voluto ritirarsi intorno alle due. Veramente, le rincresceva di dare il
mal esempio; ma il suo Federigo doveva essere di buon mattino al suo
posto, e bisognava concedergli almeno quattr’ore di sonno. Il signor
Zuliani aggiustò le cose per bene, proponendo che Federigo andasse via
solo, mentre per le signore, con tanti cavalieri presenti, non sarebbe
mancato chi le accompagnasse al Danieli. In questo modo si guadagnò
un’altr’ora allegra, illuminata dalla grazia, dal sorriso incantevole
della signorina Margherita. Raimondo Zuliani era tutto raggiante di
contentezza, ameno, festevole, attento ad ogni cosa che potesse
occorrere per la felicità dei suoi ospiti; e ciò senza bisogno di
scomodare sua moglie, che doveva lasciarlo fare, standosene regalmente
seduta in trono, ossia, per chiamar le cose col loro nome, nell’angolo
sinistro di un soffice canapè foderato di raso, accanto alla signora
Eleonora.

Ma c’è un fine anche alle veglie notturne; e quando le signore Cantelli
accennarono a prender commiato, Raimondo fu pronto a dar loro per
cavaliere il conte Aldini. Mentre tutti incominciavano a mettersi in
moto, la signora Livia ebbe agio di tirare il marito in disparte.

— Che idea è la tua? — gli bisbigliò. — Non doveva il signor Aldini
accompagnare la Galier? tanto più che sono così vicini di casa?

— Capisco; — rispose Raimondo. — Ma la contessa ci ha il nipote, e
quello può bastare. Credi tu che possa venire in mente a qualcheduno di
rapirtela? Quanto alle signore Cantelli, potrebbe servire il cavaliere
Lunardi? O il signor Telemaco? Mi paiono tutti e due morti dal sonno. Il
Ruggeri è un po’ sventato; e poi, ha veduto le signore per la prima
volta stanotte. Il Gregoretti è un po’ più allegro del solito. Ci ho
pensato bene, mia cara; non c’è altri che Filippo. —

Del resto, era detta, e non si poteva tornare più indietro. “Voce dal
sen fuggita. — Più rattener non vale„. Lo aveva sentenziato il
Metastasio, in una di quelle sue ammirabili strofette per musica. Voleva
la sua Livia sentir gli altri due versi? No, non ce n’era bisogno: li
sapeva a mente, come l’avemmaria.

Per quella volta ancora comandava Raimondo, e l’Aldini accompagnò le
signore Cantelli. Ci andò come la biscia all’incanto; ma ci andò,
muovendosi in compagnia di Raimondo, che da qualche minuto non lasciava
il suo braccio, quasi temendo che dovesse sfuggirgli. In questa guisa
Oreste accompagnò il suo Pilade, fino al piè della gradinata, davanti
alla gondola, dove ossequiò le signore Cantelli, ringraziandole del
grande onore che gli avevano fatto.

La signora Eleonora mostrò di gradir molto la compagnia del conte
Aldini. Margherita non mostrò nulla de’ suoi sentimenti; ma certo era
contenta. Come la gondola approdò alla Riva degli Schiavoni; la
bellissima fanciulla accettò la mano che le tendeva Filippo per aiutarla
a scendere; e Filippo sentì quella mano tremare un pochino nella sua.
Una bella mano che trema, quante cose non dice?

Da quando si conoscevano? Da un mese, cioè dai primi giorni che le
signore Cantelli erano capitate a Venezia. Viaggio e fermata lunga,
tutto era stato per Federigo, che non poteva sperare una licenza per
quella fin d’anno, dopo averne già ottenuto parecchie a brevi
intervalli. Le mamme, per verità, ne vorrebbero una al mese, e si
dolgono delle irragionevoli durezze della disciplina militare, che a
sentirle loro non perderebbe nulla a essere più compiacente; ma è colpa
loro, se han voluto i figliuoli ufficiali di terra o di mare. Ed anche a
Venezia, così presso a Federigo, non potevano mica averlo sempre in
compagnia: quel benedetto servizio aveva le sue esigenze quotidiane.
Perciò altri doveva supplire alle assenze di Federigo, mettendosi a
servizio delle signore Cantelli.

Naturalmente, c’era in prima riga Raimondo Zuliani, l’amico del
banchiere Anselmo, e in continua relazione d’affari con lui. Ma anche
Raimondo aveva le sue ore impegnate: poteva fare una visitina, ed anche
a brevi intervalli, non già mettersi a loro disposizione per visitar
chiese, palazzi e musei. Si sa, quando per una ragione o per l’altra si
capita in una città ragguardevole, in una città storica, ricca di
memorie, di capolavori, di meraviglie d’ogni genere, è obbligo di veder
tutto, per mostrar poi alla gente di non aver viaggiato come bauli.
L’arsenale lo avevano visto con Federigo, che era là come in casa sua, e
ne faceva gli onori. San Marco, i Frari, la Salute e le altre chiese
maggiori si potevano vedere via via nei giorni festivi, in occasione
della messa. Ma il Palazzo dei Dogi, ma l’Accademia, il Museo Correr, i
palazzi del Canal Grande, almeno i più singolari, i più celebrati, non
si potevano visitare senza la compagnia di qualche amabile cicerone, che
per l’appunto non fosse un cicerone di piazza.

Per questo ufficio il signor Brizzi, messo anche lui a disposizione
delle signore, non parve a breve andare l’uomo più adatto; molto
amabile, sicuramente, quantunque a modo suo, ma niente cicerone; ed
egli, dopo tutto, era più utile al banco. O allora? Allora, quale
occasione più favorevole dell’amico Aldini? Quello era proprio l’uomo,
amabile che nulla più, cicerone perfetto, e padrone di tutto il suo
tempo, non avendo niente da fare; condizione invidiabile, checchè si
voglia argomentare in contrario.

E qui diciamo di lui tutto quello che occorre, per non averci a
ritornare con cenni e notizie a spizzico, che paian venire di
contrattempo, e intralcino ad ogni modo il racconto. Filippo Aldini era
stato ufficiale di cavalleria, e in quella divisa era capitato quattro
anni addietro alla guarnigione di Padova. Da Padova si è in un salto a
Venezia, e di quei salti il tenente Aldini ne aveva già fatti parecchi.
A Venezia, un bel giorno, che è che non è, prese la risoluzione di
lasciare il servizio. Lo avevano forse attratto i cavalli di San Marco?
Sia lecito immaginarlo, in mancanza di notizie più esatte. Quanto al
servizio, lo poteva piantar lì senza scrupolo, non avendo egli presa la
via delle armi coll’intenzione di percorrerla intiera. Era ricco,
direte. No, non era ricco. Ricchissima era stata la sua famiglia,
d’antico ceppo parmense; ricchissima sotto i cessati governi; ma in due
o tre generazioni di oziosi aveva trovato il modo di andarsene a rotoli.
Il mutuo e l’ipoteca, due invenzioni pestifere! Al conte Filippo Aldini,
morto il padre e pagati i debiti della successione, restava appena una
tenuta dell’alto Parmigiano, senza ipoteche, grazie al cielo, e che
poteva rendere ancora un anno per l’altro le sue ottomila lire. Mettiamo
tra restauri e miglioramenti un migliaio di lire: un altro migliaio
all’agente, incaricato di riscuotere e di trasmettere; ne avanzavano
ancora seimila. Solo com’era, modesto nelle abitudini, temperato nei
desiderii, con seimila lire d’entrata poteva campare. Il vivere non era
caro a Venezia; ed egli, poi, rinunziava necessariamente al cavallo. La
sua esistenza trascorreva placida in apparenza, uniforme e cheta nei
suoi andamenti, come una gondola sull’acque morte della Laguna. Giovine
di bell’aspetto, intelligente, garbato, serio e discreto, piaceva alle
donne, e non dava sui nervi agli uomini come tanti farfalloni
vanagloriosi. Aveva le sue rimesse da Parma, pagabili presso il banco
Zuliani, e da questa circostanza era nata la sua relazione con Raimondo,
che aveva preso a volergli bene assai presto. L’amicizia è come l’amore;
nasce come e quando le pare. Del resto, così serio e garbato com’era,
l’Aldini non poteva non piacere a Raimondo, che se ne fece tosto un
amico, e a breve andare un compagno inseparabile. Raimondo Zuliani aveva
l’animo aperto e schietto; quando si dava, si dava intiero. Per contro,
aveva l’amicizia invaditrice; l’amico era la cosa sua; se avesse potuto,
ne avrebbe fatto il suo schiavo; per intanto lo considerava come il suo
alunno, il suo pupillo, il suo fratello minore, a cui egli dovesse dar
consiglio, indirizzo, protezione efficace.

Con questo suo modo d’intendere l’amicizia, non poteva certamente
piacergli molto che l’amico suo, così ricco di belle doti, e così
intelligente, non facesse nulla, non si occupasse utilmente di nulla.
Filippo Aldini passava, sì, alle volte, qualche ora a dipingere, cieli e
marine, casupole e barche di pescatori, su tavolette alte una spanna e
larghe in proporzione; un grazioso talento, quello, per farsi merito con
qualche famiglia di amici e di conoscenti, che gradisse il presente del
bozzettino; ma ci voleva ben altro che quattro fregacci, tirati giù a
punti di luna, per diventare un pittore, e metter l’arte a profitto.
Leggeva, più spesso, leggeva anzi ogni giorno, riviste, trattati
scientifici, romanzi e viaggi; ma a che gli serviva tutto ciò? Leggere
le pubblicazioni più recenti, tenersi al fatto delle novità
intellettuali, è una bellissima cosa, ma non può dirsi un lavoro; ci si
nutre lo spirito, non ci si guadagna un soldo, e troppi se ne buttano
via dal libraio. Raimondo Zuliani, che sapeva spendere, aveva anche
imparato a guadagnare, e non ne perdeva mai l’uso.

Ma infine, egli faceva il banchiere, e i suoi cominciamenti erano stati
modestissimi. Poteva forse applicare la sua regola al caso di Filippo
Aldini? Anch’egli, finalmente, senza avvedersene, o senza
scandalizzarsene troppo, cedeva all’autorità della massima volgare, che
un nobile, barone o conte, marchese o duca che sia, non è tagliato pel
lavoro fruttifero. Va bene che il lavoro nobilita; ma ciò significa che
il lavoro è fatto per chi non è nobile ancora, potendo per contro levare
la nobiltà, o per lo meno offuscarla, a chi già la possiede;
ragionamento che va, o par che vada, a filo di logica, e non fa neanche
una grinza.

Un’altra considerazione più seria aveva persuaso Raimondo, chetati i
suoi dubbi, i suoi timori di fratello maggiore. Solo al mondo, e modesto
nelle sue abitudini, con quelle seimila lire nette all’anno, l’amico suo
poteva vivere e fare in società una discreta figura. Non giocasse; era
il punto essenziale. Ma l’amico suo aveva in orrore le carte. Così il
fratello maggiore uscì d’apprensione, e non pensò più alla utilità d’un
proficuo lavoro; egli intanto mulinava altri disegni. Con quella
gioventù, con quella bella presenza, con quel titolo, poi, con quel
titolo, destinato ad avere il suo valore, specie se titolo autentico,
non derivato dal _motu proprio_ di chi ne fa pompa, non c’era caso che
Filippo Aldini facesse un bel matrimonio, un matrimonio brillante? Il
matrimonio brillante è quello in cui da una delle due parti entrano
molti quattrini, a fortificare l’alleanza dei cuori. Raimondo Zuliani,
che per sè non aveva preso un soldo di dote, ragionava così per una
volta tanto, seguendo l’opinione dei più. Finalmente, si trattava della
felicità di Filippo, del suo inseparabile amico, del suo fratello
minore; senza contare poi questo, che, felice egli stesso nel
matrimonio, avrebbe ammogliato l’universo mondo.

Ma dov’era la ricca erede da gittar nelle braccia del suo carissimo
Aldini? Non la trovava lì per lì da nessuna parte, e molto meno a
Venezia. Qualche grosso patrimonio esisteva ancora sulle Lagune, specie
nel ceto patrizio, e le ragazze con una dote vistosa, o con vistose
speranze, non ci mancavano davvero. Ma c’era un guaio, che alla
perspicacia di Raimondo non doveva sfuggire. Si poteva egli credere che
le famiglie patrizie, dai nomi illustri, risalenti alla “Serrata del
Gran Consiglio„, sentissero il gusto di rinunziare alle alleanze tra
loro, e il bisogno di accettare un “conte di terraferma„ con seimila
lire d’entrata? Non di là, dunque, non di là, bisognava orientarsi, e
molto saviamente Raimondo ne aveva smessa l’idea.

La sposa, per quel conte, doveva venir di lontano alla sua immaginazione
sempre sveglia; e doveva venire dopo due anni d’attesa, due anni che
infine gli erano serviti per conoscer meglio l’Aldini e per stimarlo di
più; tanto in quei due anni l’amico suo aveva guadagnato ancora in
serietà, rompendola asciuttamente con certe galanterie da vagheggino, e
a grado a grado liberandosi da tanti perditempi del suo primo anno di
vita veneziana. Ah, quella figliuola del suo collega di Milano; altro
che dote patrizia! E dote e spillatico, e grandi speranze in vista; ci
aveva da esser tutto senza risparmio. Il banchiere Anselmo era uomo da
milioni; poteva guadagnarne ancora, sebbene avesse ristretta di molto la
sua cerchia d’affari; ma appunto perchè l’aveva ristretta, non c’era da
temere che ne perdesse. E infine, soltanto tra due figliuoli, Federigo e
Margherita, andava spartito il suo patrimonio.

Ed era bella, Margherita, il che non doveva guastare; e dotata di un
carattere d’oro, senza ombra di vanità, nè d’orgoglio per la bellezza
sua, o per le ricchezze della sua casa. Se si fosse potuto combinare! E
perchè no? Il banchiere Anselmo era venuto su quasi dal nulla; sua
moglie del pari; e formavano una coppia virtuosa, a cui la ricchezza era
stata una giusta ricompensa, ma non aveva offuscato il sentimento delle
sue modeste origini. Se nutrivano ambizioni, queste potevano risguardare
soltanto i loro figliuoli; e già se ne scorgeva un indizio nella
carriera scelta da essi per Federigo. E per Margherita? Un titolo, senza
dubbio, sarebbe andato benissimo, accompagnato a quel fiore di bellezza
e di grazia. E il giovane che portava quel titolo, apparteneva ad una
nobiltà di vecchia data; non era neanche un pezzente; non era un
vizioso, ma un gentiluomo e un galantuomo a tutta prova. Come avrebbe
detto di no il signor Anselmo, trovando un partito sotto ogni aspetto
così conveniente? e soprattutto quando la signorina Margherita vedesse
di buon occhio il conte Aldini? Ora, di questo il signor Raimondo non
dubitava neanche. Gli dava noia piuttosto di non aver pensato prima a
quella stupenda occasione, col rischio di lasciarsela sfuggire di mano.
Ma a farlo a posta, non che sfuggirgli, l’occasione era venuta incontro
al suo desiderio. Bisognava agguantarla pel ciuffo; e Raimondo era stato
pronto ad allungare la mano.

Così, senza dir nulla ad alcuno, lasciando che ogni cosa andasse da sè,
come l’acqua per la sua china, Raimondo aveva condotto all’albergo
Danieli il conte Filippo Aldini, presentandolo come il suo migliore,
anzi l’unico amico, quasi un altro sè stesso, alle signore Cantelli. Il
giovinotto era stato ricevuto benissimo, con un fare alquanto
impacciato, ma con evidente bontà, dalla signora Eleonora; con grazia
semplice e schietta dalla signorina Margherita. Il discorso,
naturalmente, era caduto sul gran numero di belle cose che c’erano da
vedere a Venezia. E perchè la signora Eleonora aveva accennato ad una
fermata piuttosto lunga, più che giustificata dal desiderio di
trattenersi quanto più potesse col suo Federigo, il quale tra non molto
doveva imbarcarsi per un viaggio assai lungo, il conte Aldini si prese
amabilmente la briga di stendere a voce una specie di elenco,
distribuito per settimane, delle gite che la signorina Margherita
avrebbe potuto fare, osservando, senza troppo stancare la mamma, tutto
ciò che offriva Venezia allo studio di una viaggiatrice tanto
intelligente, e capace di gustare ogni cosa notevole nella storia,
nell’arte, ed altresì nell’industria paesana. Questa, infatti, non
andava trascurata, poichè l’industria era in Venezia una cosa tutta
particolare, ed artistica al sommo.

E l’aveva tenuta a lungo sospesa alle sue enumerazioni, inframmezzate di
giuste considerazioni, di sentenze argute o profonde, passando
dall’industria antica alla moderna, che rinnovellava le bellezze
dell’antica, ai musaici del Salviati, ai vetri filati di Murano, ai
merletti policromi dello Jesurum. Raimondo, nell’atto di discorrere
colla signora Eleonora, gongolava in cuor suo di sentire i due giovani
chiacchierare con tanta animazione, come se già si conoscessero da un
anno.

— Ed ora, — pensò egli, — il giovinotto farà la sua corte. Già, la
paglia, messa accanto al fuoco, non può far che non bruci. —

In quella prima visita si era subito combinata una doppia gita insulare,
a Murano ed al Lido; onde la necessità per Filippo Aldini di ritornare
la mattina seguente al Danieli, per accompagnar le signore. Aveva fatto
da cicerone artista a Murano, da cicerone paesista al Lido, trovando
anche il tempo da far da cicerone erudito nell’isolotto di San Lazzaro,
in quel celebre convento dei padri Mechitaristi e nella loro famosa
biblioteca orientale. Due giorni dopo, faceva la sua terza visita, per
condur le signore a vedere qualche palazzo sul Canal Grande; ma a questo
giro storico ed artistico bisognava rinunziare, essendo la signora
Eleonora leggermente infreddata e costretta perciò a star riguardata
nella sua camera.

Filippo non ebbe dunque altro da fare che quattro ciarle di passata
colla signorina Margherita. Voleva infatti congedarsi presto; ma non ne
fece nulla, tanto la conversazione si era animata tra loro. Il discorso
era caduto su Parma, dove Filippo era nato, e dove la signorina
Margherita aveva passato alcuni giorni in quell’anno medesimo. Che bella
città! Quante cose anche laggiù da ammirare! Margherita ricordava quel
campanile alto alto, di fianco alla facciata del Duomo, quel campanile
che si muoveva, oscillando visibilmente sulla sua base ad ogni rintocco
della campana maggiore: poi quel battistero lì presso, così strano coi
suoi fregi di marmo, tutti a rilievi di animali simbolici; e il ricco
museo, coi bronzi di Velleia, e la biblioteca ricchissima, col Virgilio
manoscritto, tutto di pugno del Petrarca, e la pinacoteca maravigliosa,
coi capolavori del Correggio. Margherita possedeva un senso
squisitissimo d’arte, tale da piacer sommamente a Filippo, che era mezzo
pittore; e gli aveva notato, per esempio, nella Madonna detta di San
Gerolamo, quella guancia della Maddalena, veduta in iscorcio, resa con
tanta delicatezza di tocco, che nessuno, copiando, aveva potuto
esprimere fedelmente, nè col pennello, nè col bulino, mai più.
Finalmente, passando ad altro, gli aveva toccato della storia di Parma,
della famiglia di lui, che vi era stata in grande onore nei secoli
andati.

Ma come sapeva ella mai tante cose? La signorina Margherita appagò
facilmente la curiosità di Filippo. Al babbo avevano proposta la compera
di una tenuta sul territorio parmense, verso Montechiarugolo; ed egli,
per andarla a vedere e risolversi, aveva condotta con sè la figliuola.
Così ella aveva veduto, osservato, studiato tante cose; così del resto
ella faceva, dovunque il babbo o la mamma la conducessero. Perciò aveva
notato anche il palazzo Aldini, il quale del resto attirava facilmente
gli sguardi, con quei due Telamoni di pietra che fiancheggiavano
l’ingresso, sostenendo il terrazzino del primo piano.

— Ahimè! — sospirò Filippo, — il palazzo da gran tempo ha mutato
padrone. Quel che possiedo ancora a Parma è in campagna.

— Lo riscatti; — disse Margherita. — È tanto caratteristico! e in una
bella strada, presso Santa Lucia. —

Filippo non rispondeva altrimenti che con un mezzo sorriso.

— Ma sì, — incalzò la fanciulla. — Deve riscattarlo. La casa degli
antichi è sacra; se per qualche cagione si è perduta, bisogna riaverla!
E per riaverla non c’è che una cosa, volere.

— Crede Ella che basti?

— Per cominciare, sì; — rispose Margherita; — e “chi ben comincia è alla
metà dell’opra„. Le cito un verso, che non so di chi sia; ma è tanto
vero! Lo ripete spesso il mio babbo.

— Vedrò di volere; — conchiuse Filippo. — Ella mi fa riprendere amore al
mio nido. —

E pensava frattanto con grata meraviglia alle rare doti di quella
ragazza, alla sua serietà di carattere, alle sue cognizioni, alla
grazia, alla nobiltà del suo spirito, veramente notevoli. Se alla prima
visita egli aveva incantata coi suoi ragionamenti la signorina
Margherita, alla terza ella incantava lui. Ma più incantato di tutt’e
due sarebbe rimasto Raimondo Zuliani, se fosse stato là, dietro un
uscio, a sentirli. — Si va a gonfie vele — avrebbe egli detto tra sè,
non senza stropicciarsi le mani.

Ma non c’era; e quel giorno, sul tardi, quando Filippo Aldini si recò al
palazzo Orseolo per fare la sua visita settimanale ai coniugi Zuliani
dopo l’ora del pranzo, Raimondo non ebbe a saper nulla di quel
colloquio, che a lui sarebbe riuscito così importante e piacevole. Egli
dovette contentarsi di chiedere all’amico dove avesse quella mattina
accompagnate le signore Cantelli.

— In nessun luogo; — rispose Filippo. — La signora Eleonora era
infreddata, ed io mi sono ritirato in buon ordine. —

Era poco, era niente; ma Raimondo non aveva ragioni per desiderare di
più.

— Ebbene, — entrò a chiedere la signora Zuliani, — che impressione le ha
fatto la signorina Cantelli?

— Impressione! — ripetè Filippo, sconcertato.

— Sì, voglio dire come Le è parsa?

— Eh, non c’è male. —

Ma qui Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.

— Non c’è male! Non c’è male! Così te ne sbrighi, assassino? La
signorina Margherita è un angelo. —

Filippo si strinse nelle spalle, non avendo da dire nè di sì, nè di no.
La signora Livia, dal canto suo, si era creduta in obbligo di mettere un
sordino alle volate del consorte.

— Per sua norma, signor conte, — diss’ella, — mio marito trova angeli
dappertutto.

— Non dappertutto, — replicò Raimondo, — ma dove sono. E che io me ne
intenda è già dimostrato, non ti pare?

— Questo vorrebb’essere un complimento.

— No, ma una verità sacrosanta. —

Così dicendo, il felice Zuliani batteva delicatamente della palma sulla
candida mano di sua moglie. N’ebbe un sorriso, il meno che gli si
potesse dare in premio della sua galanteria. L’idilio coniugale non
giungeva certamente nuovo a Filippo Aldini, che garbatamente levò gli
occhi in alto, pensando. Aveva ancor egli il suo piccolo idilio
nell’anima; poteva dentro di sè vagheggiarlo. È questo il segreto di
molti silenzi, e di molte distrazioni, nell’uomo.

Margherita era un angelo davvero, un angelo di bellezza e di bontà.
Serena senza sforzo, modesta senza ostentazione come senza scioccheria,
sapeva molto e non ne faceva pompa, neanche quando l’occasione potesse
giustificare una certa solennità di discorso. Con tanta grazia
penetrante, unita ad una così sfolgorante bellezza, colpiva al primo
incontro, e colpiva in pieno; bisognava amarla senz’altro. Filippo aveva
preso fuoco, necessariamente; ma si era anche saputo dominare, lì per
lì, proprio in quel punto, e per le istesse ragioni che lo avevano fatto
ardere, alle evocazioni gentili della sua città natale, della sua gente,
del suo palazzo, che bisognava riscattare, fortemente volendo. Quel
fuoco, a mala pena divampato, si era chiuso nel cuore di lui, per
isforzo violento della sua volontà; doveva restar lì, vivo ma cheto,
come quello che cova sotto la cenere. E cenere; ahimè, non ne mancava in
quel cuore.

Fu ancora uno sforzo di volontà la sua risoluzione di non ritornare una
quarta volta dalle signore Cantelli? Una simile risoluzione parrà
strana, o non parrà, secondo che si consideri il caso di Filippo Aldini.
Certo, quando s’incontrano donne come quella, che pareva un angelo a lui
non meno che all’amico Zuliani, bisogna amarle senza misura, senza
ritegno, da pazzi; e la cosa è chiarissima, perchè di quelle donne non
se ne incontrano due nella vita. Ma ancora bisogna fuggirle; e questo
non è meno evidente, chi si trovi nelle condizioni di Filippo Aldini.
Buon sire Iddio! Se quella angelica creatura è ricca, troppo ricca per
noi, non si potrebbe egli credere, nel mondo sciocco e cattivo, che si
volesse fare un matrimonio d’interesse, il matrimonio brillante, che
sorrideva, per utilità di Filippo, alla ferace fantasia di Raimondo
Zuliani?

Il conte Aldini non ritornò dunque per la quarta volta al Danieli. O,
per dire più esattamente, ci ritornò, colla ferma intenzione di non
salire le scale, ma di chieder notizie della signora Eleonora, e
lasciare un biglietto da visita, a prova della sua sollecitudine per la
salute di lei. La signora, per fortuna, era ristabilita del tutto, e
fuori, per l’appunto, in compagnia della figliuola; ottima occasione per
lasciare quel biglietto di visita, a testimonianza di un dovere
compiuto, e non soltanto del desiderio di chieder notizie. Dopo quel
giorno, se s’imbatteva per via nelle signore Cantelli, faceva un gran
saluto, e magari una fermatina di convenienza, per barattar quattro
parole, non osando accompagnarle, nè offrirsi in nulla al loro servizio.
Naturalmente, la signora Eleonora non gli chiedeva: “perchè non vediamo
più il nostro cicerone, così garbato e così utile nei primi giorni che
l’abbiamo conosciuto?„ Nè questo, nè altro di simile, si poteva dir mai;
che sarebbe stato sconveniente, come se davvero le signore avessero
creduto di prendere ipoteca su lui; e d’altra parte, come sappiamo, la
signora Eleonora stava sempre un pochino in sussiego, facendo meno
parole che le fosse possibile. Pareva orgogliosa, con quella sua aria e
con quella sua andatura intirizzita. Nel fatto era una creatura di
mediocre istruzione, ma di grande buon senso; e taceva molto, temendo
sempre di dir qualche cosa che non fosse a punto e virgola. Donna rara!

Occupatissimo al suo banco in quella fin d’anno, Raimondo Zuliani non
aveva chiesto, nelle sue rare e brevi apparizioni al Danieli, se l’amico
Aldini fosse assiduo al suo ufficio di cicerone. Si meravigliò forte
quando sentì finalmente che non si lasciava veder troppo. Oh, ma ci
avrebbe messo buon ordine lui. Perciò quell’alzata d’ingegno del
brindisi; e l’aveva rinfrancata con altri argomenti, scendendo le scale
del palazzo Orseolo, per accompagnar le signore Cantelli fino
all’imbarco. Là, alla svolta d’un pianerottolo, prendendo pel braccio il
suo Pilade, gli aveva bisbigliato all’orecchio:

— Senti, o la sposi, o non ti conosco più per amico. —



                                  IV.


                     Batti il ferro mentre è caldo.


Alla signora Zuliani accadde di respirare più liberamente, quando
l’ultimo de’ suoi convitati ebbe preso congedo. Anche quella noia era
dunque passata, e bisognava renderne grazie al cielo. Le restava, nel
ritirarsi ai dolci riposi, una piccola curiosità, tutta femminile;
sapere che cosa mulinasse Raimondo, con quelle sue tenerezze per le
signore Cantelli. Aveva egli bisogno di entrar maggiormente in grazia al
collega di Milano, per agevolarsi qualche grossa operazione bancaria con
lui? Non era da crederlo. Raimondo si sentiva forte abbastanza da
spiccare ogni volo più ardito; non era più nella condizione di cinque o
sei anni addietro, quando aveva passato quel brutto quarto d’ora a cui
per l’appunto egli si riferiva due giorni prima discorrendo con lei. Si
trattava dunque d’un sentimento di gratitudine? Forse sì, quantunque
paresse un po’ spinto; fors’anche era da vederci il proposito di
compensare la freddezza di sua moglie verso quelle care viaggiatrici,
che volevano metter le barbe a Venezia. Altro, del resto, non c’era, non
ci poteva essere; e se fosse stato, bisognava riderne, come d’un sogno
ad occhi aperti. Quel brindisi, veramente, avrebbe potuto dar da
pensare. Ma infine, la curiosa manìa di ammogliare l’universo mondo era
antica nel suo signore e padrone: quante volte, infatti, non gli era
accaduto di prodigar consigli ed esortazioni di quel genere a chi
mostrava di non volerne approfittare? Quella notte la esortazione era
stata più calda; ma che cosa non fa un bicchiere di più, tracannato in
allegra compagnia? e in particolar modo di Sciampagna, che è vino
tenero, se altro fu mai, e singolarmente propizio alle effusioni
dell’anima?

Quanto a Raimondo, egli sapeva bene una cosa; che la sua Livia non
poteva soffrir le Cantelli.

Ma perchè? Non riusciva ad intenderlo. Margherita era una così buona e
cara fanciulla! Che ci fosse per avventura da vedere un pochino di
quella gelosia naturale, irriflessiva, involontaria, che nasce così
spesso tra donne? Ma la sua Livia avrebbe avuto un gran torto a provarne
la più lieve puntura; lei così bella, e d’un altro genere di bellezza,
fine, delicata, aristocratica al sommo. Quando ella appariva nel suo
palchetto alla Fenice, o nella sala dei concerti al Liceo Marcello,
l’accoglieva sempre quel fremito d’ammirazione che dice ad una bella
assai più di cento sonetti e di mille madrigali. Ma che gelosia
d’Egitto! Non era da pensarci neanche. Piuttosto l’antipatia per la
vecchia? Ma quella era una povera donna, contegnosa senza saperlo,
intirizzita senza volerlo. E poi, che noia le davano, alla sua Livia,
due visitine a tempo e luogo, con qualche invito a pranzo, o a teatro?
Non dovevano poi far vita insieme. Così l’aveva sopportata il marito, e
per un quarto di secolo oramai, quella contegnosa e taciturna signora:
non poteva sopportarla lei per uno o due mesi?

Comunque fosse, dopo averci pensato più lungamente che non portasse il
bisogno, Raimondo scosse il capo e le spalle; segno che voleva gittare
un carico importuno ed inutile. E tacque delle signore Cantelli a
colazione, e ne tacque a pranzo; tacque soprattutto, poichè l’argomento
non sarebbe piaciuto, tacque di essere stato poco prima al Danieli per
ringraziar le signore una volta ancora, e di aver fatto, contro l’uso
suo, una visita lunga.

Venne la sera, e Raimondo offerse alla sua Livia di accompagnarla a
teatro. Ma ella si sentiva ancora un po’ stanca della notte perduta;
cinque ore di sonno in giornata non erano state riparatrici abbastanza;
lo specchio, poi debitamente interrogato, le aveva fatto scorgere un po’
di livido intorno ai begli occhi glauchi, e tra gli occhi e le guance
due pieghettine, due cose da nulla, ma ad ogni modo, e comunque
attenuate da cortesi eufemismi, due borse. Piccolo guaio delle bionde,
che sogliono avere la pelle più tenera. Si vedrà? Non si vedrà? Nel
dubbio, la bella bionda si astiene.

Raimondo uscì, per far quattro passi: un’ora dopo era già di ritorno,
con un fascio di giornali, che prese a leggere, facendone parte di tanto
in tanto a sua moglie; per le notizie d’arte e di cronaca, s’intende,
che la politica non era nelle grazie della bella signora.

— Strano! — diss’ella in un momento di sosta del suo cortese lettore. —
Il tuo signor Filippo non si lascia vedere da noi, nel primo giorno
dell’anno nuovo.

— O come? — esclamò Raimondo. — Non c’era stamane, avendo cominciato
l’anno da noi? Del resto, ricordo di aver ricevuto un suo biglietto di
scusa, e di scusa legittima. —

Così dicendo, trasse di tasca una lettera e la pose sulla tavola,
davanti a sua moglie. Livia la prese, dopo alcuni minuti secondi;
l’aperse con atto lento e svogliato; finalmente la lesse. Erano pochi
versi di scritto e dicevano così:

    “_Caro Raimondo_.

    “Vorrei venire oggi al tuo banco, per darti ancora un saluto; ma
    ho un gran sonno, un gran sonno. Chiederai perchè io non abbia
    dormito stamane appena arrivato a casa. La rea cagione è questa,
    che ho trovato a casa un telegramma da Verona, un telegramma di
    due vecchi amici, di due commilitoni, che mi annunziavano la
    loro venuta, e per l’appunto in giornata, volendo passare a
    Venezia tre o quattro giorni della loro licenza. Li ho sulle
    braccia, e mi è toccato dar ordini per preparar loro l’alloggio
    nel mio modesto quartierino. Stasera debbo andarli ad aspettare
    alla stazione; per intanto vo a letto, che l’ho ben guadagnato.
    Di tutto cuore, addio; ossequj ed augurj senza fine alla tua
    Signora.

                                                         _Filippo_.„

Il biglietto dell’Aldini, così innocente nella sua semplicità, aveva già
seccato non poco Raimondo Zuliani. Quei due amici, e vecchi commilitoni,
proprio non ci volevano; guastavano infatti, o potevano guastare tutti i
disegni ch’egli aveva formati in quei giorni. Con due vecchi commilitoni
sulle braccia, ed ospiti per giunta, come sarebbe riuscito Filippo a far
la sua corte? Ed era urgente di farla; bisognava battere il ferro mentre
era caldo. A farlo a posta, quel caro Filippo era un così strano
ragazzo! Aveva preso fuoco e levata come si suol dire la fiamma; poi giù
tutto ad un tratto, come se fosse stato un fuoco di paglia. Strano
ragazzo! Ma occorreva avere senno per lui.

— E così, vedi, non ha potuto venire; — disse Raimondo, poi che sua
moglie ebbe deposta la lettera. — Ci ha ospiti.

— Peccato! — esclamò la signora. — Appunto per questa sera gli si
sarebbe potuta dare la chiave del palco, per poterli condurre alla
Fenice.

— Un palco di seconda fila, per uomini, eh, via! — osservò Raimondo. —
Non l’hai voluto mai cedere per le signore Cantelli!...

— Oh, quelle son ricche, e possono provvedersi.

— Pazzerella! Quando hai qualcheduno in uggia!...

— Ma che! ora tu esageri, secondo l’uso; — notò la signora. — Di’
piuttosto che non sento il bisogno di buttarmi nelle loro braccia. La
signora Eleonora, con quella sua mutria, per esempio, non è proprio
fatta per attirarmici. —

Raimondo sorrise a sua moglie, e un pochettino anche a sè.

— Dicevo bene, — pensò egli, — che non era per la figliuola. Ma quella
povera signora Eleonora, com’è mal giudicata da mia moglie! Con tutto il
suo sussiego apparente, è la miglior pasta di donna che si possa
immaginare. E se Livia sapesse ancora.... Ma acqua in bocca per ora, ed
ogni cosa al suo tempo. —

Quella sera la signora Livia si ritirò presto nelle sue stanze. Il
ricamo turco, che aveva tentato di ripigliare, le dava noia; ed anche le
occorreva pensare ai suoi poveri occhi, che volevano il giorno dopo
essere in ordine, freschi come rose. Raimondo stette ancora un pezzo
alzato, e passò il resto della lunga serata casalinga, in parte
ripassando conti, in parte scrivendo minute di lettere d’affari, da
trasmettere la mattina seguente al signor Brizzi. E tenne i suoi bravi
segreti in corpo, diventando un miracolo di prudenza diplomatica ai suoi
occhi medesimi. Così, grandemente soddisfatto di sè, dormì quella notte
veramente di gusto, sognando di aver tutti dalla sua, la signora
Eleonora e il banchiere Anselmo, e di unire in matrimonio quell’angelo
della signorina Margherita col suo caro Filippo, col suo dolce pupillo,
col suo fratello minore.

Lo incontrò il giorno dopo, tra il tocco e le due, presso la Torre
dell’orologio, mentre egli, ritornato da far colazione, rientrava al suo
banco. Filippo Aldini era solo.

— Oh, bravo! — gli disse. — Ho il piacere di combinarti. E i tuoi amici
di Verona?

— Li ho lasciati poc’anzi; — rispose Filippo. — Sono andati a fare il
giro del Canale, che iersera arrivando non hanno potuto godere. Quanto a
me, capirai, dopo tanti anni di barchettate....

— Hai l’acqua fino alla gola, t’intendo; e li hai lasciati andar soli,
per rivederli più tardi?

— Sì, abbiamo preso appuntamento per le quattro; — disse Filippo.

— Se credi, — ripigliò Raimondo, — puoi condurli questa sera da noi. I
tuoi amici sono i nostri.

— Grazie, no, grazie; — rispose prontamente Filippo. — Per dirti il
vero, sono un po’ orsi.

— Ufficiali di cavalleria, — notò Raimondo stupito, — commilitoni tuoi,
e tanto diversi da te? Basta, non insisterò; tu devi sapere ciò che è
più conveniente. Parliamo di ciò che importa. Sei libero?

— Sì, fino alle quattro, ti ho detto.

— Bene; allora accompagnami al banco. Si discorre male, per via. —

L’Aldini capì benissimo dove Raimondo volesse andare a parare, e si
adattò a seguirlo. Del resto col suo prepotente amico non si poteva fare
altrimenti.

Come furono al banco Zuliani, e ben chiusi nello studio di Raimondo,
questi incominciò allungando la mano sulla scrivania, e facendo
scivolare verso l’Aldini una scatola di lacca giapponese, aperta, e
piena di spagnolette. La seduta voleva esser lunga.

— Siedi, mio caro; — disse Raimondo. — Qui sono Tokos, Giubbeck, Delizie
del Serraglio, ecc., ecc. “Scegli qual più t’aggrada„.

— No, grazie, non fumo; — rispose Filippo. — Ma tu hai da dirmi....

— Oh, tante cose. E prima di tutto ho da chiederne una a te. Come sei
rimasto contento ieri mattina del tuo ufficio di accompagnatore?

— Contento? di un dovere compiuto? — disse Filippo. — È così semplice,
poi. In gondola, quattro chiacchiere senza costrutto, molti elogi alla
tua cena sontuosa; e finalmente, alla Riva degli Schiavoni, ossequj e
riverenze.

— Nient’altro?

— Nient’altro.

— Male; — conchiuse Raimondo. — Avevi da promettere una visita,
chiedendo se le signore avevano bisogno di te, per qualche gita qua e
là, che tu saresti stato felicissimo di metterti a loro disposizione. Ma
che razza di cavaliere mi sei tu diventato?

— Hai ragione, dovevo pensarci. Ma che vuoi? Questo costume di buttarmi
avanti, io non l’ho avuto e non l’avrò mai; colle signore Cantelli, poi,
meno che mai.

— E perchè, di grazia, perchè con esse meno che con altre? Avevi pur
cominciato, se non a buttarti avanti, come tu dici, a fare almeno
qualche atto di servitù!

— Vero; — disse Filippo. — Eri tu che mi avevi messo dentro; ed io mi
sono trovato al laccio senza volerlo; ma poi ho pensato.... ho pensato
che non dovevo continuare, che non potevo restare in quell’ufficio di
accompagnatore eterno, senza lasciar credere alla gente, e prima di
tutto alle signore Cantelli, di averci le mie ragioni particolari....
M’intenderai, senza che io te ne dica di più.

— È un buon sentimento; — concesse Raimondo. — Ma non bisogna
esagerarlo. Sentimi, caro; perchè tu ami la signorina Margherita....

— Non ho confessato questo; — interruppe Filippo.

— Ma va da sè. Come puoi non amarla? Come si può non amarla?

— Sentimento generale, allora; — rispose Filippo. — È dunque molto
generico, e impegna poco.

— No, caro; — riprese Raimondo. — Tutti debbono amarla, vedendola; ma
uno è destinato ad amarla per tutti, avendo occasioni di avvicinarla, e
ragioni di piacerle. Sei tu, assassino, del “non c’è male„, sei tu che
la fortuna ha privilegiato; sei tu che hai ricevuto il colpo mortale. Tu
dunque l’ami, è valuta intesa. Ma se te lo leggo in faccia! Sei tanto
turbato a sentirne parlare! —

Filippo chinò la fronte, confuso. Troppo bene l’amico gli aveva letto
negli occhi, meglio che non s’immaginasse egli stesso.

— Ma ti ho già detto che non voglio essere sospettato; — rispose Filippo
dopo un istante di pausa. — Quella donna, se fosse vero quello che tu
pensi di me, sarebbe sempre troppo ricca.

— Non c’è altro? — disse Raimondo.

— Mi pare che basti.

— E tu non potrai chiedere la sua mano, capisco. Ma se un altro la
chiedesse per te? Io, per esempio. —

A quella uscita improvvisa, l’Aldini balzò sulla scranna.

— Spero bene che non lo farai; — diss’egli concitato.

Ma quell’altro non si scompose punto; anzi, guardando placidamente in
viso l’amico, ripigliò:

— E se lo avessi già fatto?

— Tu? — gridò Filippo, impallidendo.

— Io, sì; che ci trovi di strano? Più strano fu il tuo “non c’è male„,
mentre io avevo avuto il piacere di vederti così animato nella tua
conversazione con quella cara fanciulla. —

Infastidito da quel ricordo, e da altri ancora, Filippo Aldini crollava
il capo e batteva le labbra.

— Rinfacciami sempre una frase disgraziata! — diss’egli. — Dovevo
rispondere che è un sole? che è un angelo?

— Eh, perchè no? L’avevo ben detto io, che pure amo mia moglie, e non
conosco altra donna da metterle in paragone; potevi dirlo tu, che sei
libero. —

Filippo rimase un tratto in silenzio, cercando argomenti che non
volevano lasciarsi trovare. Infine, di guerra stracco, girò di fianco il
punto difficile, ritornando alla sua prima linea di difesa.

— Sei curioso, col tuo modo di ragionare! — riprese. — Orbene, se pure
avessi pensate tutte quelle belle cose, dovevo io dirle, lasciando
scoprire Dio sa che orgogliose intenzioni? Dovevo in quella vece pensare
che sarebbe stato un errore avanzarmi nella regione dei sogni. E mi son
castigato, se mai, di un sogno pazzo, come quello che tu vorresti fare
per me. Ma ti pare? Io, non sospettato finora, non sospettabile di
calcoli così vili?... Dunque ti prego, Raimondo, non mi parlar più del
tuo sogno, e tralascia i buoni uffici che vorresti fare per me.

— Ti ho detto che ho già aperto il fuoco.

— Con lei?

— Con lei, no, con sua madre. Ma, per quello ch’io ne so, dev’essere
tutt’uno.

— Tutt’uno! Che cosa ne sai?

— Questo, che la signora Eleonora ti vede di buon occhio, e ti stima
moltissimo; intendi? moltissimo; è stata la sua parola. E aggiungo che
la signorina Margherita ti ha lodato come un cavaliere compito, il primo
ch’ella abbia ancora conosciuto, per ingegno, per cultura, per serietà,
per buon gusto; e ti fo grazia del resto. —

Filippo si era lasciato andare, come sfinito, contro la spalliera della
scranna; aveva arrovesciato il capo, e ad occhi chiusi meditava. Che
cosa? Forse le parole di Margherita; forse la gravità del suo caso. Ah,
quel prepotente Raimondo! faceva come voleva, senza chieder permesso,
senza avvisare, e metteva lui negl’impicci.

Intanto, il prepotente Raimondo proseguiva la sua narrazione.

— Tornando alla signora Eleonora, le ho parlato a cuore aperto,
esponendole la mia idea. S’intende che non potevo darla intieramente per
mia, e che dovevo lasciarla credere un po’ tua, anzi molto tua. Se ho
fatto male, se ti ho compromesso, accoppami, o perdonami; ti lascio la
scelta. Ma tu lasciami aggiungere che la madre è tutta per te; l’hai
conquistata, pare. La buona signora, che tutti credono così orgogliosa,
così piena di sè, è nel fatto una donna di gran buon senso, semplice di
gusti e dotata di un ottimo cuore; non mi ha fatto altra osservazione
che questa: “bisognerà parlarne a mio marito; ogni cosa dipende da lui„.

— Ah, vedi? — gridò Filippo scuotendosi. — Ecco qui, dove incomincia il
difficile. —

Raimondo gli rispose a tutta prima con una spallata.

— Ma che difficile! — soggiunse poscia. — Che difficile mi vai tu
sciorinando? Conosco l’uomo; è ragionevole, un vero filosofo, e pensa
che la boria dei quattrini va lasciata agli sciocchi. Figùrati che al
suo paragone io sia un mostro di superbia. Egli dunque non farà
questione di denaro, te ne sto io garante. E poi, che si canzona? un
partito come te non si trova ad ogni cantonata. Non ne convieni? Hai
torto. Lascio stare la tua persona, per non offendere la tua modestia;
le tue doti morali, non le vuoi mettere in conto? E il tuo titolo, che
ha pure il suo prezzo? Non sei ricco; ma sei pieno d’onore. E poi, che
cos’è questa ricchezza? Da dove si comincia a calcolarla? Tu hai
finalmente dugentomila lire al sole.

— Dugentomila! — ripetè Filippo, tentennando la testa.

— Al quattro per cento, sicuro; — replicò Raimondo. — La tua piccola
tenuta non ne rende forse ottomila? E ancora, se Dio vuole, sarà
governata alla diavola, sfruttata in prima mano dal fattore, e in
seconda mano dall’agente. Ci campano tutti, e non migliorano il fondo.
Questo, frattanto, vigilato un po’ meglio, può rendere dieci, dodicimila
lire; ed allora tu ne possiedi trecentomila, sempre al quattro per
cento. Potrai dunque garantire la dote di tua moglie, se, puta caso, la
batterà dalle dugento alle trecentomila. Meglio ancora; quella dote, da
uomo serio, tu non la sciupi; puoi convertirla subito in terre,
allargando, raddoppiando il tuo fondo. E se ciò non basta, se la dote è
più vistosa ancora, non sono qua io per far fronte?

— Tu? — disse Filippo, arrossendo fino alla radice dei capelli.

— Io, sì, io che son ricco, e per una volta tanto me ne voglio vantare;
io posso aggiungere che tu hai, depositate al mio banco, centomila lire
in cartelle di rendita.

— Una bugia! — esclamò Filippo, torcendo le labbra.

— No, caro; dipende da me che sia una verità. Tu non conosci l’amico
tuo, lasciatelo dire; non sai fin dove, al bisogno, egli porti
l’amicizia, e come la intenda. Ti parlo solenne, vedi? Ma tu mi trascini
pei capelli. Sono senza figli; Dio non mi ha concessa questa
felicità.... se pure si ha da crederla tale; — soggiunse Raimondo,
cercando consolazione dove poteva; — e poco sarebbe per me il perdere
quella somma.

— Non permetterò che tu ne corra neanche il pericolo.

— Ma non la perderò; — riprese Raimondo, — poichè rimarrà nella mia
cassa forte. Se tu m’annoi, bada, dirò che il tuo deposito è di
dugentomila. Infine, senti, non mi far pena coi tuoi rifiuti, più
orgogliosi che tu non pensi, più orgogliosi del sogno che non osavi
fare, e di cui ti volevi castigare. Voglio il tuo bene; voglio vincere;
Margherita è un angelo, e deve esser tua. Sono impegnato, dopo tutto;
che figura farei, se dovessi rimangiarmi quello che ho detto? Sii
ragionevole, amico; obbedisci a chi ti ama, e non lo far passare per un
burattino. —

Filippo Aldini era stato lungamente zitto, come oppresso da quella
valanga di ragioni, di esortazioni, di prepotenze. Ma bisognava
rispondere qualche cosa; Raimondo era in attesa, smanioso, incalzante,
con la tensione dello sguardo e col fremito delle labbra.

— E allora.... — chiese Filippo, esitando, — dirai alla tua signora....

— Che c’entra lei? — gridò Raimondo, inarcando le ciglia dallo stupore.

— C’entra benissimo; — rispose Filippo, questa volta con accento più
risoluto, staccando le frasi e battendo le sillabe. — La moglie è ricca
di ciò che possiede il marito. E tu dovrai dirle che mi vuoi far ricco
d’una parte, sia pur piccola, del tuo, e che io ho accettata l’offerta.
Che cosa penserà ella? Che io sono un matricolato furfante, entrato
destramente nelle tue grazie, in veste di amico sincero, coll’idea di
accostarmi alla cassa. Infine tutto ciò che dovrei fare per compiacerti,
mi diminuisce nella mia propria stima. Come oserò andare dalle signore
Cantelli, dopo quello che hai detto alla signora Eleonora? Come oserò
mettere ancora il piede in casa tua, dopo quello che dirai alla signora
Zuliani?

— Oh Dio! — esclamò Raimondo, che incominciava a sentirsi scappar la
pazienza. — La signora Eleonora sa da me che saresti andato da lei, e mi
ha mostrato di gradire assai la tua visita. Non puoi farne di meno,
senza passare per uno screanzato. Quanto allo scrupolo che hai per la
mia cassa, siccome è una probabilità molto lontana che io debba fare al
banchiere Cantelli il discorso che ti avevo accennato, è chiaro che io
non ne debba parlare a nessuno, e molto meno a mia moglie, colla quale,
del resto, io non ho mai discorso d’affari. Per tua norma, la casa e la
cassa le ho sempre tenute separate; è l’unico modo perchè non si diano
noia a vicenda. Sei contento? Non ancora, mi sembra. Ebbene, ritiro, se
vuoi, mi rimangio l’idea di esserti utile al bisogno col mio denaro, che
finalmente non avrei dovuto neanche metter fuori. Ti va, benedetto
ragazzo? Ecco adunque appianata la gran difficoltà. L’essenziale è che
tu vada dalle signore Cantelli. Faccio, se tu non vai, una figura
barbina; e non la merito, com’è vero Dio, non la merito. Ma vediamo di
appianare anche questa; — soggiunse Raimondo, cavando l’orologio per
guardar l’ora; — sono le due e mezzo in punto; non hai da vedere i tuoi
commilitoni prima delle quattro. Di qui in un volo siamo a San Marco; in
un altro al Danieli, e facciamo questa visita insieme.

Filippo Aldini chinò la fronte rassegnato. Era preso, come in una morsa,
dal suo prepotente amico. E lo seguì in istrada; ma non fu necessario di
fare i due voli che Raimondo annunziava, perchè, riusciti dalla via del
Telegrafo all’imbocco delle Procuratie, incontrarono le signore Cantelli
davanti alle vetrine del Munster. La signorina Margherita andava per
l’appunto dal libraio, in cerca di un’opera recente che desiderava di
leggere. Qui, dunque, saluti e fermata; comperato il libro, e mandatolo
all’albergo, le signore avrebbero fatto volentieri quattro passi per le
viottole. Accompagnate, non temevano più di smarrirsi.

— Vi lascio il mio amico; — disse Raimondo. — Io mi ricordo di avere
ancora una lettera da scrivere, per impostarla prima di sera. —

E se ne andò, felice, rifacendo la strada verso il suo banco. Il merlo
finalmente era in gabbia.

— Ce n’è voluto, — pensava Raimondo, — ce n’è voluto, con quel cercatore
di gretole. Ma vedete un po’ come sono diversi gli uomini! C’è chi
arraffa di qua e di là, e chi tiene costantemente le mani in tasca. Uno
v’insidia giorno e notte la borsa; un altro, a cui la offrite, ve la
sbatte signorilmente sul muso. Vogliamo credere che ci siano due razze
umane, in natura? Ho letto non so più dove che ci furono uomini prima di
Adamo sulla faccia della terra, e che ciò apparisce anche dal racconto
della Bibbia. Dunque diciamo Adamitici gli uni, discesi dalla semenza di
Adamo, e Preadamitici gli altri che non si sa donde siano mai capitati.
Basta, andiamo a scrivere questa lettera, la quale mi par più che mai
necessaria. Se, Dio guardi, la signora Eleonora non è forte di
scrittura, mi lascia qualche cosa nella penna, non dicendo al signor
Anselmo degnissimo tutto quello che occorre. Qui bisogna battere il
ferro mentre è caldo. E tu passeggia, passeggia colle signore, mio
preadamitico eroe. —

Filippo Aldini passeggiò infatti, e più lungamente che non prevedesse
Raimondo. La signorina Margherita voleva osservar tante cose, ed era
così lieta di assistere a tante gustose scenette di vita popolana! In
verità, non si era mai divertita tanto come in quelle due ore. Peccato
che fossero calate le ombre della sera, nell’inverno così
fastidiosamente sollecite, per interrompere quella passeggiata piacevole
e per rimandar lei con la mamma all’albergo. Ad ogni modo, erano già le
cinque suonate quando Filippo si congedò all’ingresso del Danieli,
ringraziato con effusione della sua gentil compagnia.

E i due commilitoni che lo aspettavano alle quattro? Filippo non ci
pensò nè punto nè poco.

Esistevano poi davvero, quei due?



                                   V.


                            Natura ed arte.


Filippo Aldini era rimasto finalmente libero, reso alla solitudine de’
suoi pensieri. Solitudine, non quiete; tanto la giornata era stata piena
di commozioni per lui. Nè l’agitazione del suo spirito si chetò così
presto, che non passasse ancora gran parte della notte insonne. Quante
novità! e come, senza volerlo, senza prevederlo, si ritrovava egli
lontano in poche ore dai forti propositi in cui gli era parso di non
dover vacillare nè allora nè mai! Oh, infine che cosa poteva egli
rimproverarsi? Raimondo aveva proposto e disposto, premeditato,
combinato e conchiuso. Anche conchiuso? Almeno pareva; e dal modo come
il suo prepotente amico aveva condotto fino a quel punto il negozio, era
da credere che tutto oramai dovesse andargli a seconda. Che cosa
valevano contro quell’audacia fortunata le ragioni di Filippo? Ed erano
ragioni? Scrupoli, sì; e parecchi, e d’indole diversa. Ma non appariva
in tutto ciò la mano del destino? I fati, fu detto dagli antichi,
conducono i volenti, ma ancora e più trascinano i restii; che serve
dunque il ribellarsi?

Nel fatto, egli era innamorato di Margherita più che non avesse lasciato
dire da Raimondo, più che non avesse fin allora voluto confessare a sè
stesso. Aveva ricevuto il colpo fatale fin dalla prima volta che la
divina fanciulla gli era passata davanti agli occhi, con la mamma e con
Raimondo Zuliani, sotto le Procuratie Vecchie, mentre egli stava per
uscire dal Florian. L’aveva veduta fermarsi in piazza San Marco, alla
solita scena dei colombi, che è il trastullo di tutte le signorine e di
tutte le spose novelle appena giunte a Venezia. Alta e snella, con
quella massa di capelli nerissimi che facevano spiccar maggiormente il
candore perlaceo del viso; nettamente disegnata la flessuosa persona in
mezzo a quello sciame di volatori, che le roteavano sul capo, o intorno
alle spalle, quali avventandosi alle sue candide mani colme di grano,
quali fermando il volo sulle sue braccia, per aspettare la volta loro;
pareva una bella ninfa antica per “nuovo miracolo e gentile„ rivivente
ai dì nostri, forse indegni di tanta fortuna.

E poi, due giorni appresso, quando meno se l’aspettava, le era stato
presentato. L’aveva veduta da vicino; era stato costretto ad osservarla.
Che grazia ingenua, su quel labbro! che nobiltà serena, in quell’occhio
luminoso, sotto le ciglia lunghe più nero e più lampeggiante! in quella
linea delicata del profilo purissimo, e in quella compostezza leggiadra
della persona! Non più una ninfa antica, ma una dea veramente. Diana, o
Minerva? C’era molto dell’una e dell’altra in quella stupenda figura,
nel portamento, negli atti, nella espressione del volto.

Quei benedetti artisti greci, che avevano foggiate tante divinità
femminili, deliberatamente chiusi nella ricerca di un’immagine spiccata,
conforme al tipo che dovevano raffigurare, non avevano mai pensato a
fondere in uno i due tipi, della bellezza rigidamente casta, sempre un
po’ acerba, quasi selvaggia, e della bellezza intelligente, più serena e
più dolce. Sicuramente, quegli artefici insigni avevano cercate altre
espressioni, plasmando altri simulacri di dee; ma tutte semplici, d’un
carattere unico: Cerere, ad esempio, faccia contenta di buona massaia,
colle pupille a fior di testa e colle palpebre abbassate, come a
raccoglier lo sguardo sulle cose della terra; Giunone, maestà
consapevole, cogli occhi bovini, che non andavano più là dalle bianche
braccia, ond’ella era sempre stata orgogliosa. Quanto a Venere, celeste
o terrestre che fosse, uscita appena dalla spuma del mare, o dai lavacri
d’un bagno tiepido, era sempre la imagine di una donna, che doveva
parlare ai sensi il linguaggio della bellezza; linguaggio possente, a
cui non occorrono profondità di pensiero.

Quante sottigliezze! Ma gli passavano per la mente; e bisognava dirle, e
bisognerà perdonargliele. L’Italiano, finalmente, imbevuto di classico
latte, ha queste cose nel sangue. Margherita, agli occhi di Filippo
Aldini, era bellezza perfetta di forme, avvivata da un lume ideale che
prometteva tesori d’intelligenza elettissima. E l’amava, l’amava, con
tutte le potenze dell’anima. L’amore è così; viene quando vuole, e quasi
sempre contro il nostro volere. Avete formate le vostre abitudini; il
vostro genere di vita, vi paia buono o mediocre, vi si adatta al
raziocinio, come alla persona un abito vecchio: stimate di esser calmo,
tranquillo, immutabile nei gusti e nelle consuetudini, perchè da un
pezzo non avete avvertita la necessità di nessun cambiamento. Ed ecco,
passa l’ignota sul marciapiede, arresta con uno sguardo distratto e
fuggevole il vostro occhio abbagliato, v’inonda della sua luce, vi
penetra del suo fluido magnetico, vi rende di punto in bianco tutt’altro
da quello di prima. Buon per voi, se sono in quella imagine vittoriosa
uniti i due tipi celesti, Diana e Minerva, casta bellezza e intelletto
sovrano. Quantunque, armate come sono ambedue, non c’è da star troppo
allegri; fanno due ferite ad un tempo.

Nondimeno, se era stato colpito, Filippo Aldini si era anche e presto
riavuto del colpo. Gran forza d’animo, la sua; per quanto, a guardarci
bene addentro, sentisse di non averne gran merito. Un vecchio proverbio
veneziano gli significava per l’appunto il vero della sua condizione:
“per forza, San Marco!„. E aveva creduto di dire ogni cosa, di
difendersi bene, ripetendo a sè stesso: è troppo ricca. Ma anche questo
non senza impeti di ribellione in fondo al cuore. O Dio, perchè una
donna è troppo ricca, bisognerà dunque odiarla? Ma c’erano altre
ragioni, purtroppo; tanti sono i fili che ci muovono, o che non ci
lasciano muovere, ingarbugliandosi maledettamente tra loro, e
togliendoci ogni libertà di operare. Dunque, nessun passo oramai, che
non fosse per dare indietro. E per fortificarsi in quel duro proposito
aveva fatto quest’altro ragionamento, che era una consolazione, in
verità, ma una consolazione di dannato. Ebbene, diceva egli, l’ho
veduta, l’ho ammirata, l’ho tutta raccolta in me, questa bellezza
trionfante; le dedicherò un culto severo nel profondo dell’anima. E
vecchio, gelato il sangue nelle vene, ma non offuscata nel cervello la
memoria degli anni vissuti, potrò dire a me stesso con legittimo
orgoglio: veramente son nato in un felice periodo della vita del mondo,
che m’ha fatto contemporaneo d’una bellezza così nobile e cara.

Niente più visite, adunque; ma dentro di sè gli pareva di essere
diventato un altr’uomo. Avrebbe chiuso il suo cuore, lo avrebbe
sigillato come una fiala di essenze odorose. Più nulla avrebbe concesso
al mondo circostante, se non la parte più vana di sè; stoicamente chiuso
ai profani avrebbe serbato il sacrario dell’anima sua dolorosa. La
tristezza, infine, non nuoce; pari a certe acri sostanze, profuma e
custodisce tutto ciò che involge e compenetra. Filippo ne aveva già
conosciuto qualcheduno, di quegli uomini misteriosi, ai quali è custodia
e nutrimento un celato dolore, e che, calmi nell’aspetto, cortesi senza
condiscendenze alle altrui leggerezze, interamente padroni di sè
medesimi, passano e lasciano sul loro cammino un tenue solco di luce, un
bagliore incerto e discreto, che li rivela e li nasconde ad un tempo.

Disegno triste e caro, per tanti giorni vagheggiato nell’anima, com’eri
ad un tratto svanito? Raimondo voleva; Raimondo aveva mutato ogni cosa,
disfatto il faticoso edifizio di Filippo in un soffio. Era il destino, e
Filippo si lasciava trascinare dal destino. Aveva egli poi modo di
operare diversamente? I due terzi della notte erano stati passati da lui
a meditare, a combattere, a fremere di cento scrupoli, di cento rimorsi.
Nessuno scampo, nessuna difesa; era il destino, che voleva così. Filippo
se lo ripetè cento volte, dopo aver cento volte rivoltato per ogni verso
il suo caso di coscienza. Non ci voleva oramai pensar più. E qui, o per
istanchezza che sentisse, o per senno che avesse fatto, si addormentò
finalmente.

Si addormentò, dunque, ma il suo sonno non potè andare tant’oltre, che
non fosse visitato da un sogno. Aveva meritato di farlo piacevole, dopo
tanti contrasti; e veramente il suo sogno fu tale, ch’egli non avrebbe
potuto desiderarlo migliore. Filippo era solo, tutto solo, in una barca
senza vela e senza remo; e andava tuttavia, scivolava sull’onde verso il
mare alto, a lume di sole mattutino, entro una massa leggera,
trasparente, formata di rosei vapori, lasciandosi indietro un fitto velo
di tenebre. Non si voltava a guardarle, quelle tenebre dense; le sentiva
alle spalle, gravide di tempesta, sibilanti, piene di mostri, di gòrgoni
e di chimere; e le cacciava col pensiero da sè, a grado a grado
allontanandosi, sempre più immergendosi in quella nebbia rosata e
luminosa, che attenuandosi via via gli faceva balenare allo sguardo i
vaghi contorni d’una riva lontana. La barca scivolava, volava sulle
spume, già era fuori d’ogni pericolo. Ma c’era egli stato, il pericolo?
Egli non ne aveva, a dir vero, un’idea molto chiara.

E la riva lontana si avvicinava, pareva correre incontro a lui, quanto
più volava la barca prodigiosa sulle acque tranquille, senza aiuto di
vela, senza impulso di remo. Già una forma gentile si disegnava tra quei
tenui vapori rosati; si veniva condensando ad occhi veggenti in persona
conosciuta; alzava il braccio, stendeva la mano per dargli il benvenuto,
mentre una vocina soave, uscita dal suo labbro vermiglio, gli echeggiava
per tutti i recessi dell’anima: “Ah, finalmente, ritorna il mio
cavaliere?„

Sì, ritornava a lei, così volendo il destino. E la barca, frattanto,
appena toccato il lido incantato, spariva; ed egli era là, sulla
spiaggia, preso per mano dalla gentile apparizione. Allora, per miracolo
nuovo, il lido spariva a sua volta; ed egli e lei, tenendosi sempre per
mano, muovevano leggeri leggeri sul verde smalto d’un prato, di tanto in
tanto levandosi a piccoli voli, posando il piede a terra un istante per
rivolare ancora, come due uccellini che alternassero capricciosamente i
passi coi salti, e i salti colle volate, spensierati ed allegri,
contenti di sè e dell’ora propizia, senz’altro desiderio che di sentirsi
vivere. E si addentravano, così muovendo i passi e i voli, in una valle
ampia, per lenti giri sinuosa tra due ordini di colline verdeggianti,
lungo le rive d’un fiume, ora ristretto e gorgogliante tra scogli
muscosi e macchie di ontàni e di càrpini, ora placido e disteso sui
greti come una lunga fascia d’argento. Dal colmo dei poggi, frattanto,
occhieggiavano al sole ceppi di case e castella; dalle alte ripe sassose
ruzzolavano branchi di capre a dissetarsi nei tònfani; sulle vette dei
pioppi inneggiavano i rosignuoli ai non contesi amori, alle gioie
imminenti del nido.

Ma egli aveva già veduta quella valle; la conosceva bene da un pezzo.
Laggiù, sulla sua destra, quel monte solitario, sparso di casolari a
mezza costa, non era lo Sporno? Più in là, sulla sinistra, quell’altro
monte, erto e lungo, non era il Caio, giustamente superbo del suo nome
romano, vestito i fianchi di pini e di cerri, il dorso di faggi, o le
alte insenature di corbezzoli e di peri selvatici? Più oltre ancora e
più su, non erano quelle le creste dell’Appennino, dalla rupe
dell’Orsaro all’alpe di Succiso? E lì, poco lontano da lui, quelle folte
siepi di biancospino, ben ragguagliate dal falcetto, correnti in lunghe
file accanto alla strada, non segnavano forse i confini del suo lembo di
terra? E le indicava, tutto felice, alla sua dolce compagna. “E qui il
mio Lesignano; il vostro Montechiarugolo è laggiù da sinistra. Volete
che ci andiamo? Anch’io lo vedrò volentieri. Ma quanto cammino fin là, e
in terra non nostra, pur troppo! Bisogna che l’intervallo si colmi, non
vi pare? Bisogna che siano unite le nostre terre, come sono unite le
nostre mani....„ — “Sì, sì,„ gli rispondeva la cara voce; e una cara
mano tremava nella sua.

Bel sogno! bel sogno! Quanto era durato? Certo, a contenere le molte
cose vedute, tutto il tempo ch’egli aveva passato dormendo. Si era
destato, infatti, avendo ancora quella dolce visione negli occhi, e la
sua destra ancor tiepida dal tocco della mano di Margherita. La giornata
che doveva seguire, non sarebbe stata meno lieta per lui. Quella mattina
andò al Danieli verso le undici, ora combinata per l’appunto colle
signore Cantelli. Le trovò, che avevano finito di far colazione,
essendosi volentieri adattate ad anticiparla un poco, per conceder più
tempo alla gita che avevano disegnato di fare.

La signorina Margherita fu lesta a mettere il suo cappellino nero alla
spagnuola, dal nastro cremisi, sul ricco volume della chioma corvina, e
a gittarsi sulle spalle il corto mantello di velluto, nero anche quello
e con la fodera dell’istesso colore del nastro. Nero e rosso le andavano
d’incanto. La signora Eleonora fu più lenta ad aggiustare intorno alle
staffe dei suoi capegli grigi il cappellino chiuso, guernito di viole
mammole, e a tapparsi con molta cura nella sua pelliccia di martora.
Uscite col signor Filippo dall’albergo, passarono il ponte dei Sospiri,
svoltarono dal palazzo Ducale a San Marco, e di là, per l’arco
dell’Orologio, entrarono in Mercerìa, non già per rimanervi, a goder lo
spettacolo, sempre nuovo della turba affaccendata e chiacchierina. Quel
giorno andavano assai più lontano, e senza avere da dondolarsi in
Laguna. Che piacere! Margherita amava far diverso, se poteva, dalle
altre viaggiatrici: quelle in gondoletta per ogni piccola corsa; lei
volentieri a piedi per le corse più lunghe. Che peccato non aver sempre
al fianco una guida come il conte Aldini gentilissimo! Per quella volta,
a buon conto, non mancando la guida desiderata, non c’era da temere di
smarrirsi in quel labirinto di calli, di campi e di campielli, di
fondamenta, di ponticelli: senza darsi pensiero della via da tenere,
Margherita avrebbe osservata e studiata frattanto, di quartiere in
quartiere, quella calca di popolino così gaio, così originale nella sua
vivacità, e sentita bene quella sua parlata tutta vezzi e moinerie,
arguzie di pensiero e carezze di suoni.

Riusciti al ponte di Rialto, ed ivi passato il Canal Grande, scesero a
San Giacomo, donde piegarono a sinistra per Campo San Polo. Laggiù era
un altro viluppo di strade, con gran delizia della signorina Margherita,
che rideva spesso e volentieri, quel giorno, dovendo fare, al cenno
della sua guida severa, tanti giri e rigiri impreveduti, andare a
sghembi come le saette, ficcarsi per cento viottole, varcare cento
ponticelli minuscoli, e pensare frattanto, pensare con un vago terrore
quante volte si sarebbero smarrite, lei e la mamma, se avessero dovuto
fare quel curioso tragitto da sole.

— Ci siamo; — disse Filippo, come furono nella contrada di San Giovanni
Decollato. — Ella sarà un po’ stanca, signora?

— Ma no, ma no; — rispose la signora Eleonora. — Sento un po’ meno il
bisogno della pelliccia, ecco tutto.

— Voglia sopportarla due minuti ancora. L’aprirà quando saremo al Museo;
— soggiunse Filippo.

Andavano infatti a visitare il museo Correr; museo municipale, così
chiamato dal nome del suo fondatore, che alla città lo aveva
generosamente lasciato, ma via via cresciuto ed arricchito dalle
liberalità di altri nobili veneziani. C’era un po’ di tutto, là dentro:
tele, marmi, bronzi, maioliche e porcellane, vetri di Murano anteriori
al Mille, musaici, smalti, nielli, gemme incise ed avorii intagliati,
monili d’oro e d’argento; a farla breve, tanto da tesserci per via
d’esempi la storia di tutte le arti e di tutte le industrie veneziane.

Margherita era nel suo elemento: curiosa indagatrice, pronta a ritenere
le cose nuove e a paragonarle con altre già viste, aveva là dentro di
che saziare l’avidità molteplice del suo intelletto, passando così
facilmente da un genere all’altro. I marmi, a dir vero, la lasciarono un
po’ fredda, essendo piuttosto scarsi di numero e di pregio. Diede
tuttavia un pensiero a Marco Vipsanio Agrippa, se proprio era lui quel
colosso venuto al Correr dalle case dei Grimani, come ai Grimani dagli
scavi a tergo del Panteon di Roma. Ammirò poi come saggio di precoce
valentìa, due canestri di frutta, che Antonio Canova quattordicenne
aveva scolpiti pel nobile Giovanni Falier. Tra i dipinti la colpì il
ritratto di Cesare Borgia, opera di Leonardo da Vinci; una figura
storica che farà sempre pensare, come e quanto farà sempre fremere. Ma
più grande maraviglia le cagionò un gran disegno a matita nera, di Paolo
Veronese, rappresentante il convito del Nazareno in casa di Simeone, con
la Maddalena pentita ai piedi del Redentore, e Giuda che balza dalla
seggiola in atto di rimproverare alla donna quell’eccesso di pietà, o
quell’abuso di unguento. Era un bozzetto, e Margherita ricordò di aver
contemplato il quadro a Parigi.

— Certo; — disse Filippo. — Paolo Veronese lo aveva dipinto qui, pel
refettorio dei frati Serviti. Ma poi il Senato lo mandò in presente a
Luigi XIV; perciò Ella ha veduto quel quadro nel Louvre.

— E qui, — ripigliò Margherita, — vediamo il capolavoro al suo nascere.
In questo modo comprendiamo meglio il quadro. Tra l’idea e l’esecuzione
c’è quasi sempre un grande intervallo, tutto seminato d’incertezze, di
pentimenti, di aggiunte, di variazioni, per cui la composizione finale
non corrisponde più all’idea primitiva. Qui invece è bello veder l’idea
già matura, fin dal suo primo apparire; e ci guadagna il pittore,
lasciandoci intendere la natura del suo genio. Non crede, signor conte,
che fosse un genio, il Veronese?

— Lo credo; — rispose Filippo, mettendosi volentieri all’unisono con la
bella ragionatrice; — se non per la idealità, certo per la varietà de’
suoi tipi. È un pittore che ha composto mirabilmente le scene più vaste
e più complesse, facendo correre molt’aria e molta luce intorno ad un
gran numero di figure, tutte diversamente atteggiate, e senz’ombra di
sforzo. Ricorda, signorina, le Nozze di Cana, che maraviglia? Quelle
centinaia di personaggi d’ogni razza e d’ogni provenienza, si occupano
ben poco del convitato principale e del miracolo ch’egli sarà costretto
a fare per loro soddisfazione; ma che importa? La nota dominante è
l’allegria della festa: l’allegria basterà dunque a collegare, a
stringere in una tante espressioni svariate; e finalmente la vita umana
non sarà stata mai rappresentata così vera, così evidente, nella
pienezza delle sue forze, nella molteplicità delle sue espansioni. Il
buon Paolo Caliari ha sentito il grande meglio d’ogni altro. Ma anche
nel piccolo può rivelarsi l’ingegno. Veda i quadri del Longhi. —

La signorina Margherita fu ben contenta di vederli, e di esaminarli
attentamente, provandone alla bella prima un gusto matto. Pietro Longhi,
un pittore del Settecento, conosciuto quasi esclusivamente a Venezia,
perchè ivi soltanto si poteva studiarlo, figurava egregiamente nel museo
Correr con quattordici tele. Veneziano nell’anima, originale nella
scelta dei soggetti, bizzarro nella composizione, arguto nei
raccostamene impensati dei tipi, gentile nel tocco, meritava davvero di
trattener l’attenzione. Come il famoso Canaletto per le sue architetture
e per le vedute dei punti più pittoreschi di Venezia, il Longhi suo
contemporaneo, in graziose scene di mascherate, di conversazioni
signorili e di adunate popolari, aveva espressa la vita della sua città
in tutti gli aspetti. I nobili del tempo si contendevano quelle sue
tele, poche delle quali erano più alte d’un metro e più larghe di due,
mentre il maggior numero andavano poco oltre la metà delle accennate
misure, e talune scendevano anche al disotto. Ma in così piccolo spazio
quanta evidenza di rappresentazione, quanta potenza di vita! E non senza
una leggera intenzione di satira; quale almeno si poteva intendere ai
giorni suoi, ch’erano pur quelli del Goldoni e del Parini, e quanta se
ne poteva tollerare nella società un po’ frolla del Settecento, ma fine,
delicata, tutta garbo e misura.

Tra i quadri del Longhi attirava subito lo sguardo una viva
rappresentazione del Ridotto, con quella sala piena di gente in
maschera, tutta intenta ai suoi sollazzi, ai suoi piccoli intrighi e
ripeschi. La galanteria dominava; ma la passione del giuoco non poteva
mancare. E appunto da un lato si vedeva la tavola del faraone, il gran
giuoco del secolo, che accomunava intorno ad un tappeto verde stimati
patrizii e avventurieri d’ogni risma, provati gentiluomini e furfanti di
tre cotte, bellamente aiutando a questa miscela l’uso della bautta e
della maschera. La bautta, si sa, era un mantello con rocchetto e
cappuccio, abbastanza somigliante al domino delle mascherate moderne. La
maschera, poi, era di due forme; maschera propriamente detta, intiera, o
tale in apparenza per la giunta del pizzo nero che scendeva a coprire la
bocca ed il mento; mezza maschera senz’altro, detta anche morettina, e
ordinariamente portata dal sesso gentile, che non voleva nascondere
tutte in una volta le grazie allettatrici del viso.

Nella tela del Longhi, un nobile a faccia scoperta, seduto dietro la
tavola, teneva il banco; davanti a lui un cavaliere mascherato puntava.
Nel banchiere, ricorrendo col pensiero alle memorie del tempo, era
lecito di raffigurare il conte Canani, famoso tenitore di giuochi, e nel
puntatore un cavaliere d’industria non meno famoso di lui, e per troppe
altre ragioni, mostro di mariolerìa, d’impudenza e d’ingegno. Ci pensò
per l’appunto l’Aldini, mentre osservava con la signorina Cantelli il
dipinto; ma tenne prudentemente il suo raffronto per sè, non parendogli
che certi nomi dovessero suonare ai casti orecchi di lei.

Le fece piuttosto notare nel fondo del quadro, a sinistra, e dietro alla
tavola da giuoco, una di quelle aperture luminose donde sapeva ricavare
tanti effetti il Teniers, e là in quella apertura d’uscio la veduta di
una bottega da caffè, con molte maschere affollate al banco del
caffettiere.

Poi la condusse davanti ad un altro quadro, dove alla vita del ridotto
succedeva la vita del monastero; allegrissima anche questa, nel
parlatorio elegante, dove le monache e le educande, sporgendo coi
visetti maliziosi dalla grata, ricevevano i complimenti d’una comitiva
di cavalieri e di dame. Non era fitta, la grata; al bisogno poteva anche
aprirsi, facendo di due stanze una sola. Intanto la conversazione
appariva molto animata; e preludiava anche a un altro divertimento,
poichè lì presso ei vedeva rizzato, e pronto a cominciar lo spettacolo,
un casotto di burattini.

Altro quadro più in là, raffigurante una piazza; e sulla piazza un palco
da ciarlatano, donde un vecchio Dulcamara esaltava la magica virtù di
certe boccettine, che vendeva alle belle ragazze; l’elisir d’amore,
senza dubbio, del quale pareva invogliata anche una gran dama, venuta in
piazza con la morettina sul viso, facendosi sostenere lo strascico
dall’immancabile cavalier servente in bautta. La bautta era in voga; non
disdiceva neanche nei più alti luoghi, nei più solenni ricevimenti. Ne
faceva testimonianza un terzo quadro, dov’era rappresentato un doge,
niente di meno, il doge Pietro Grimani, seduto in trono e circondato da
quattro consiglieri, in atto di ricevere un senatore, che gli presentava
una dama e due gentiluomini, come lei mascherati. Benedetto doge
Grimani, a cui le cure dello Stato, nobilmente sostenute dal 1741 al
1752, concedevano qualche onesto sollievo!

Il dipinto che lo raffigurava era certamente stato fatto per sua
commissione. Dogi e senatori, come tutti i patrizii veneziani, gradivano
di vedersi effigiati nei quadretti del Longhi. Era un modo di tramandare
le proprie sembianze ai posteri, senza la solennità del gran quadro, e
col vantaggio di essere ricordati in mezzo alle loro famiglie. Così in
un’altra tela del gaio pittore si vedeva un parrucchiere tutto premuroso
acconciare il capo ad una gran dama; la quale, seduta allo specchio,
sorrideva ad un bambino, ancora in braccio della paffuta nutrice.
Frivolezza e sentimento materno sapevano stare in buona armonia, sotto
la protezione d’un ottimo capo di famiglia, il cui ritratto pendeva
appunto dalla parete, portando la scritta col nome del doge Carlo
Ruzzini, e l’indicazione del 2 giugno 1732, giorno in cui egli era stato
elevato a quella serenissima altezza.

Invaghita del gentilissimo pittore e del suo fare arguto, la signorina
Margherita non trascurò nessuna di quelle quattordici tele. E si
ripromise ancora di andare una seconda volta alla Accademia di Belle
Arti, dove ce n’erano altre sei del Longhi, da lei neppure guardate
nella prima sua visita, tra perchè si ritrovavano confuse in una
minutaglia di quadretti della raccolta Contarini, e perchè non era
andata là in compagnia d’un cicerone di tanto criterio e di tanto buon
gusto.

— Ci andremo insieme, non è vero? — diss’ella. — Anche il piccolo ha i
suoi pregi; e riconosco volentieri che occorre un grande ingegno per
cogliere con tanta fedeltà ed esprimere con tanta evidenza gli aspetti
di una piccola vita.

— Ricorda, signorina, — chiese Filippo, — ricorda un altro pittore, che
ha espressi in piccolo, e con arte maravigliosa, gli aspetti della
grande? un pittore di prospettive, che ha saputo popolare di figurine a
migliaia, alte pochi centimetri, i fondi più vasti, e dare a quelle
figurine la espressione più viva?

— No, di chi parla?

— Del cavalier Pannini; poichè ella è stata a Parma....

— Ah, sì, vero! — gridò la signorina Margherita. — Il cavalier Pannini,
che ha riempita la pinacoteca della Pilotta con tanti episodj del
viaggio di Carlo III, di quel simpatico re vagabondo, passato dal trono
di Parma a quello di Napoli, e dal trono di Napoli a quello di Madrid.
Ella ha ben ragione; anche il cavalier Pannini è stato un grande
artista, ed io l’ho veduto con piacere, come una vecchia e cara
conoscenza, anche a Parigi, nella galleria del Louvre. Ma torniamo a
Parma; — soggiunse la fanciulla, con un risolino malizioso. — Ci ha più
pensato, Lei?

— A Parma?

— Sì, a Parma, e al vecchio palazzo degli Aldini. —

Filippo trasse un sospiro, e lì per lì non rispose. Troppe cose avrebbe
avuto da dire.

— Ma già, capisco; — ripigliò la fanciulla. — Si può pensare a Parma,
vivendo da tanto tempo così volentieri a Venezia? —



                                  VI.


                         Digne et in aeternum.


Il colpo lo coglieva in pieno petto; colpo involontario, colpo
innocente, ma fiero. Filippo Aldini balenò un istante, e rimase un
tratto senza parola, tanto era sconcertato.

— Non mi lagnerò, — diss’egli, dopo quella pausa forzata, — non mi
lagnerò di questo lungo soggiorno, poichè il prolungarlo fin qui mi ha
fruttato la loro conoscenza. —

La frase galante meritava il suo premio in un sorriso di amabile
compiacenza da parte della signora Eleonora. Ma questa non era là per
sentirla: da un quarto d’ora almeno, stanca di passeggiare per le sale
del museo e di star ferma in piedi davanti a quei quadri, dove la sua
Margherita e il conte Aldini trovavano tante bellezze, la buona signora
aveva preso posto sopra un seggiolone antico, presso il finestrone d’una
camera attigua, lasciando ai due giovani il piacere di muoversi, di
fermarsi, di ammirare a lor posta. Nè per lei diede il premio
dell’amabil suo sorriso la signorina Margherita, che in quella vece si
era fatta un po’ rossa.

Ma un complimento non era una ragione; e Filippo continuò:

— Del resto, sono i casi della vita che ci comandano un poco, e sempre
assai più delle nostre preferenze. Ella poi non mi creda dimentico di
Parma, nè di un consiglio così gentile come il suo. Se sapesse! Ho
sognato ancora stanotte di esserci ritornato.

— Davvero?

— È là, non nel palazzo degli Aldini, di cui non conosco l’interno,
poichè esso non apparteneva già più alla mia gente quando io son nato:
ero invece fuori di città, verso i colli, dalle parti di Lesignano, con
la veduta di Montechiarugolo.

— Ah, bene, Montechiarugolo! — ripigliò Margherita. — È un paese tanto
simpatico! Ci dev’essere anche la storia d’una fata, che non ho potuto
raccogliere. La sa, Lei?

— No, e me ne duole; — rispose Filippo. — Ma ci sarà una buona fata,
quando ella ci andrà. Per intanto, — soggiunse egli, passando veloce su
quell’altro complimento, che faceva arrossire un’altra volta la
signorina Margherita, — io sono andato a Lesignano, come ho avuto
l’onore di dirle; e non mi sono fermato nella mia bicocca di laggiù;
sono corso in quella vece difilato verso i monti, padrone del mio tempo,
senza una mèta prefissa, felice di correre, e senza maravigliarmi
neppure della nuova facoltà che avevo acquistata, la facoltà di volare.

— Tutto solo?

— No, non solo.

— Ah, dicevo bene! Sarebbe stato un piacere da egoista.

— Vuole che le dica con chi ero?

— Dica, dica.

— Con una gentile signorina, a cui facevo indegnamente da cicerone.

— Ci cresce l’indegnamente; — notò Margherita. — La signorina certamente
sarà stata felicissima. Con le ali anche lei, voglio credere. E che cosa
le ha fatto vedere da quelle parti là?

— Una ròcca stupenda, fieramente piantata sopra un poggio, con quattro
torrioni sugli angoli e un battifredo sul ponte d’ingresso.

— Un battifredo? Le confesserò candidamente la mia ignoranza....

— Battifredo, — fu pronto a commentare Filippo, — torre della guardia;
alta per dominare molto paese in giro; munita di campana, perchè gli
uomini in vedetta suonino a stormo appena scorgano in lontananza il
nemico. La ròcca, poi, si chiama Torrechiara; la fabbricò a mezzo il
Quattrocento un gran gentiluomo, che era stato uno dei maggiori capitani
di Francesco Sforza. Signore di molte castella sul territorio parmense,
ed anche più oltre sul milanese, Pier Maria de’ Rossi, conte di San
Secondo e marchese di Berceto, si ritirò un bel giorno dalla corte
ducale di Milano e da tutte le pompe mondane: non bastandogli, o non
parendogli abbastanza fuori del consorzio umano le altre sue ròcche,
volle edificare anche quella, e ci si rinchiuse per la seconda metà
della sua vita, che fu certamente la migliore. Amò concentrarsi, e fu
savio; — soggiunse Filippo con accento di desiderio. — Appartato dal
mondo, non ebbe più da sentirne la noia.

— Ah, l’egoista! — esclamò Margherita, un po’ per l’antico gentiluomo,
un po’ pel moderno.

— Ma no, non era solo; — ribattè prontamente Filippo. — Consolava la sua
solitudine una donna gentile, e a farlo apposta una milanese come lei.

— Ma io son di Como, l’avverto.

— Oh, veda! Ma io ho detto milanese come si suol dire, genericamente,
per comprendere tutta la regione che ha obbedito in altri tempi a
Milano. Del resto, ignorando ch’ella fosse nata a Como e sapendo ch’ella
vive a Milano, potevo ben dir milanese, ne conviene? Ora veda un po’ che
strana coincidenza! La dama di Torrechiara era quasi di Como. E non
creda ch’io le voglia cambiar le carte in tavola; le dico subito nome e
cognome; si chiamava Bianca Pellegrini, ed era marchesa d’Arluno. La
storia sua non la so così bene come il suo nome; ma certo il De’ Rossi
aveva conosciuta la bella a Milano, quando viveva alla corte dello
Sforza, o della vedova di lui. Quanto alla leggenda, essa racconta che
in abito di pellegrina, col sarrocchino di cuoio, sparso di nicchi,
sulle spalle, e il bordone nel pugno, la bellissima Bianchina muovesse
di Lombardia per andare dal suo Pier Maria, caduto in disgrazia e
ritirato nel suo territorio. Ma credo che la leggenda sia stata
inventata, prendendo le mosse da certe pitture della ròcca di
Torrechiara, per le quali appunto nel mio sogno io mi ero disposto a
farle da cicerone.

— Ha avuto un bel pensiero, dormendo; — notò Margherita. — Non lo
deponga ad occhi aperti, e mi descriva le pitture di Torrechiara; io mi
sforzerò di vederle.

— Ecco qua; — riprese Filippo. — Ma prima vediamo la ròcca. Quattro
torrioni angolari, le ho detto, non tenendo conto di alcune torri più
basse, e di altri lavori per difender gli approcci. I torrioni,
naturalmente, son collegati da bastioni, che dànno anche posto a lunghi
loggiati coperti, donde si gode la vista delle circostanti campagne. Tra
questi corpi avanzati, che sono i torrioni ed i loggiati, si stendono
quattro giardini, veri orti pensili, debitamente alberati e fioriti,
affinchè gli abitatori della ròcca non sentano il bisogno di andar fuori
a diporto. Lungo i giardini corrono gli appartamenti signorili, a due
ordini. Dentro la ròcca, tra questi appartamenti, si stende una gran
corte, con due porticati sovrapposti, sostenuti da robuste colonne. In
mezzo alla corte è un gran pozzo, col suo puteale di marmo, e il
coronamento, al solito, di ferro battuto. C’è? Vede tutto?

— Ci sono, e mi par di vedere.

— Bene; ora facciamo cammino nel porticato superiore; si entra di là,
verso mezzogiorno, nella camera d’oro, che è tutta una maraviglia, anzi
la maraviglia delle maraviglie. Non si lasci abbagliare dall’oro. Del
resto, ce ne son più poche tracce sulle pareti. Verremo a queste tra
poco; alzi gli occhi, per ora.

— Li ho alzati.

— Ed ecco la vôlta, che domanda subito tutta la sua attenzione. La vôlta
è a crociera, voglio dire che la dividono in quattro spicchi due
costoloni lavorati ad armi e scherzi, e condotti ad incrociarsi sotto
una serraglia rotonda tutta dorata, che porta il monogramma di Cristo,
contornato di raggi. Nei quattro scompartimenti un pittore non dozzinale
ha dipinto quattro volte Pier Maria e Bianchina; lui colla berretta di
velluto rosso in capo, vestito alla corta, di stoffa verde damascata;
lei ora da pellegrina, col bordone e il sarrocchino, ora da gran
signora, e con tanto di strascico. Infatti, nei quattro dipinti sono
rappresentati diversi momenti della buona ventura toccata al gentiluomo
innamorato; da prima il viaggio della dama travestita, poi l’incontro e
il ricevimento in Torrechiara, finalmente la presentazione dei due
felici al tempio di Cupido. Non dimentichi, signorina, che siamo nel
periodo del Risorgimento, e il profano si mescola volentieri col sacro.

— Soverchiandolo un poco, vedo bene; — osservò Margherita.

— Ed ora alle pareti; — riprese Filippo. — Son tutte a mattoni quadrati,
istoriati a rilievo, colorati e dorati, correnti in file diagonali, ogni
fila col suo colore dominante, verde, rosso, azzurro e oro, e colle
parti in rilievo tinte di un colore diverso. Queste parti in rilievo,
ora sono pezzi di rabesco, che, congiungendosi con quelli dei mattoni
contigui, vengono a formare un ornamento che abbraccia tutte le altre
rappresentazioni, frapponendosi ad esse; ora son rôcche col ponte
alzato, circondate da fosse con cigni, sormontati da un aquilotto, con
un sole raggiante sul capo; ora cartelli col motto latino _nunc et
semper_, cioè a dire ora e sempre; ora son coppie di cuori, rossi in
campo azzurro, entro un cerchio formato da tre corone d’oro accostate;
ora altri cartelli coll’altro motto latino _digne et in æternum_. Perchè
due motti? Non ne bastava uno? Ma io penso che la ragione ci sia, per
averne messi due. Non sono due i cuori accostati? Ora, dei due motti
latini, uno, il _nunc et semper_, è di madonna Bianca, l’altro, il
_digne et in æternum_, è di Pier Maria, senza fallo.

— E significa?

— Meritamente, in eterno; — rispose Filippo. — Su per giù è la stessa
idea del _nunc et semper_; ma c’è di più il meritamente; e mi pare che
sia il De’ Rossi quello che parla così, dando maggior lode alla dama.

— Ed è stato di parola?

— Sì, come vedrà. Volgiamo un ultimo sguardo a questa camera d’oro, che
con tante rappresentazioni di felicità sulla terra, mi pare un vero
castello d’amore, ed usciamo nel cortile. Per un angolo del porticato si
entra nella cappella, posta sotto l’invocazione di San Nicomede. Un solo
altare là dentro, e poteva bastare al centinaio di vassalli che vi si
raccoglievano a sentire la messa, insieme col signor castellano. Ma
questi non ci stava già alla vista di tutti. Sul lato sinistro della
piccola chiesa era rizzata una bussola di legno riccamente scolpita, che
ripeteva ne’ suoi rilievi colorati e dorati le coppie di cuori, i motti
latini, i castelli coi cigni e gli stemmi, tutto insomma l’ornato della
camera d’oro; e dentro la bussola si vedono ancora i due stalli; uno a
destra, colla lastra dell’inginocchiatoio intarsiata, che reca gli
emblemi della pellegrina e le iniziali del nome di lei; l’altro a
sinistra colle iniziali di Pier Maria. Amava concentrarsi, il signore di
Torrechiara; chiuso nel suo castello, chiuso nella sua camera d’oro,
chiuso nella sua bussola, sempre chiuso, e non solo. Non riposa neanche
solo sotto il pavimento della cappella di San Nicomede, dove la
pellegrina d’amore è scesa a dormire il gran sonno, e dov’egli l’ha
seguita, restandole indietro di poco. Le pare che sia stato di parola,
quel potente della terra, quel gentiluomo, quel castellano poetico?
Storia vera, quella che io le ho raccontata, abbreviando; storia vera,
che sembra un romanzo. —

Margherita aveva assentito alla domanda con un cenno del capo.

— E dica ancora, — soggiunse ella con piglio curioso, — sono entrate
delle Rossi, nel casato degli Aldini?

— Sì; perchè me lo domanda?

— Perchè parla di Pier Maria con tanto calore!

— Vuol dire che sia la voce del sangue? — rispose Filippo, sorridendo. —
E sia. Ma il motto del castellano di Torrechiara val bene qualche frase
più animata del solito. _Digne et in æternum_; meritamente, e per
l’eternità! Quantunque, — soggiunse egli, — mi pare, pensandoci su, che
la mia traduzione non faccia intendere tutta la profondità del pensiero.

— Ah sì, sentiamo; — gridò Margherita; — qualche bella sottigliezza! È
del suo carattere, se l’ho ben capito.

— Le dispiace?

— No davvero; ho detto bella sottigliezza; non dimentichi l’aggettivo, e
mi dica subito che cosa ha trovato di più profondo nel motto di Pier
Maria.

— Questo, signorina, che solo quando è degno, l’amore merita di vivere
eterno. Le pare una sottigliezza?

— È bella; — ribattè Margherita; — è bella, e vera; e mi fa prendere in
molta stima il suo Pier Maria. La prima volta che tornerò a Parma, andrò
a fargli una visita. Peccato che non ci sia anche lei, per farmi gli
onori della Camera d’oro! —

Filippo Aldini levò gli occhi al soffitto, quasi invocando dal cielo un
miracolo.

Si era andati molto lontani dai quadri di genere del Longhi; ed anche
dalla signora Eleonora, a cui bisognava ritornare.

— Mio Dio! — esclamò la buona signora, giungendo le palme. — Non siete
stanchi? Benedetta gioventù! —

Piacque sommamente a Filippo Aldini quella associazione di due persone
in un “siete„, che certo era stata fatta a caso. Ma egli si tenne
prudentemente la gioia in petto, senza farne la menoma dimostrazione sul
volto. Margherita, per contro, non sapendo fingere, si fece secondo
l’uso un po’ rossa.

— No, mamma; — diss’ella, accostandosi, e baciando la signora Eleonora
sulla fronte; — quanto a me, non sono stanca affatto. Il signor conte
spiega così bene ogni cosa, che fa dimenticar la fatica. E mi ha fatto
intendere anche un po’ di latino. —

La signora Eleonora sorrise, senza intendere dal canto suo nulla di
nulla nell’accenno di sua figlia. Ma una cosa intendeva, quella buona
signora, che quei due giovani erano maravigliosamente assortiti. Li
aveva da vedere il suo Anselmo, come li vedeva essa in quel punto; di
certo egli non avrebbe portato opinione diversa. Lui di bella presenza,
che non si poteva desiderare di meglio; alto e ben piantato, snello,
elegante; risoluti i lineamenti del viso, ma insieme delicati; traenti
al biondo i capelli, ed anche più i baffi, sotto cui si disegnavano le
labbra stupende, nobilmente ferme nella gravità dell’atteggiamento
pensoso, amabilmente morbide nella soavità del compiacente sorriso; lei
quasi alta della persona come lui, tutta leggiadra, fatta a pennello;
ricco il volume della capigliatura nerissima su quel candore abbagliante
della carnagione, che spirava intorno a sè come un alito di cose fresche
e profumate; e non meno stupenda bellezza in lei quelle ciglia lunghe,
che toglievano forza, ma aggiungevano grazia al baleno degli occhi.
Infine, era illusione o verità? Gli occhi morati di Margherita e gli
azzurrognoli del conte Aldini si socchiudevano volentieri nell’istesso
modo, come se ci fosse stata una parentela tra loro, e rendevano in
vista la medesima espressione, di dolcezza diffusa e di profonda bontà.

Queste le doti fisiche dei due giovani; bisognava veder poi le morali.
Ella era un angelo, come bene l’aveva definita in una parola il signor
Zuliani; seria, senza apparato, innocente l’anima, tra tanta cultura
d’ingegno; sempre l’istesso umore, amabilmente giocondo, e il senso
della misura in ogni cosa perfetto. Egli, poi, così nobile di sentire
com’era di nascita, cortese negli atti, inappuntabile nei modi, affabile
con tutti, riguardoso colle signore fino allo scrupolo, garbato ed
attento colle attempate come colle giovani; e ciò senza contare tutto il
bene che alla signora Eleonora ne aveva detto Raimondo Zuliani, un
galantuomo di ventiquattro carati, alla cui parola si poteva fidare ogni
altro galantuomo suo pari, e prima e più di tutti il signor Anselmo
Cantelli. Infine, se quel soggiorno prolungato delle signore a Venezia
doveva portare una conseguenza come quella, non c’era da ascriverlo a
grande fortuna?

Le mamme, si sa, vedono sempre e dappertutto un marito; si può dire che
non hanno occhi per altra cosa nel mondo. Un uomo incontrato a caso,
presentato loro in un salotto, ai bagni, o in altro ritrovo di società,
vale o non vale, secondo che è un marito possibile, o meno. Povere
mamme, vanno compatite: l’hanno trovato esse una volta, perbacco, e
pensano volentieri che la vite ha bisogno dell’olmo, e alla peggio deve
contentarsi d’un palo. Ubbìe, sciocchezze, follìe; spesso anche errori,
che si pagano cari; ma non c’è rimedio, le mamme son fatte così;
pigliarle come sono, o lasciarle.

Considerando il caso particolare della signora Eleonora, non è da
credere che ella pensasse così, per non aver trovato un partito
conveniente alla sua cara figliuola; che anzi, già si erano dovuti dire
parecchi no, e senza una ragione plausibile; tanto che il banchiere
Anselmo e la sua signora si erano fatta una riputazione di schifiltosi,
d’incontentabili, e perfino, diciamo la parola, di matti. Figurarsi, che
i partiti offerti erano di quei tali che appunto potevano e dovevano
capitare alla figliuola d’un ricco; rampolli di famiglie ben quotate a
milioni, che prima di muovere all’assalto avevano cura di sapere a
quanto ascendesse la dote, o fin dove potessero giungere le conseguenti
speranze; e poi, a vederli! prendevano fuoco come tanti zolfini. Che
cari figliuoli! E quando si arriva a combinare uno di questi contratti,
è un parlarne in città, un rallegrarsene, un esaltarsene, come d’un vero
miracolo. “Sapete il gran fatto? Non si direbbe, ma è proprio così;
matrimonio d’amore! Si erano visti alle regate di Livorno, alle acque di
Recoaro, ai freschi di Gressoney. Quel povero ragazzo non ha avuto più
pace, ha perso a dirittura la testa„. Sì, eh? Ma almeno, fortuna sua,
aveva conservata in tasca la tavola pitagorica.

Quanto ai suoi pretendenti, Margherita era sempre stata chiamata ad
esprimere la sua opinione. Il babbo l’amava moltissimo, per tutte le
ragioni che sarà inutile dirvi, e ancora più la stimava per il suo retto
criterio. Così ella era messa a parte di tutto, e sorrideva ad ogni
nuova richiesta.

— Lo conosci, quest’altro?

— Io no, babbo; l’avrò forse intravvisto, ma non ne ho tenuto memoria.

— È di buona famiglia; ricco, e figlio unico. Si fanno parecchi milioni
a suo padre.

— Buon per lui; ma io non lo conosco. La solidità della sua casa, come
si dice, puoi saperla tu, con qualche approssimazione, non è vero? Ma il
suo modo di pensare, il suo cuore, la sua istruzione, non puoi, come non
posso io. Dire di no, può parere orgoglioso; ma come si fa a dire di
sì? —

E si rideva. Il signor Anselmo finiva sempre col dar ragione a sua
figlia. In fondo, non gli dispiaceva di tenersi in casa quella cara
fanciulla, che intanto era giunta ai ventiquattro anni, non accennando
punto di voler così presto sfiorire, e che del resto non sentiva il
desiderio di far mutamenti nel suo stato civile. In questo modo, ricusa
oggi, ricusa domani, si dava materia d’almanacchi a chi aveva voglia e
costume di farne. E il signor Anselmo, poi, dopo aver dato ragione a sua
figlia, muoveva abitualmente dai particolari agli universali,
sentenziando a un dipresso così:

— Perseverate, bambine, e state volentieri coi vostri parenti. A
rompervi il collo ci sarà sempre tempo; mentre una vita come quella che
fate in casa vostra, senza pensieri, senza cure, senza affanni, senza
rimpianti, non la farete mai più. —

Pensava veramente così anche la signorina Margherita? Certo; se no, lo
avrebbe detto, o lasciato capire; perchè simulazione e dissimulazione
non erano il fatto suo. La vita era per lei tanto bella! Amava i suoi
studi e non isfuggiva i divertimenti: il babbo, quante volte aveva
ragione di muoversi, la conduceva con sè. Era stata in giro per quasi
tutta l’Italia; aveva anche veduto Parigi e Londra, osservando
dappertutto e studiando a suo modo, con quel babbo compiacente, che
prendeva gusto a tutto quanto occupasse la mente o attirasse la
curiosità di sua figlia. Sarebbe stato lo stesso con un altro uomo, più
o meno innamorato, in quella vagabonda luna di miele, che dura poi come
tutte le lune, ventinove giorni, dodici ore, quarantaquattro minuti, e,
crepi l’avarizia, tre secondi e undici terzi? Aggiungete che quella
dolce luna, come tutte le altre, è per gran parte scema. A queste cose,
del resto, Margherita non aveva mai pensato, nè troppo, nè poco. Si
contentava di non gradire i matrimonii combinati come contratti; degli
altri non sapeva, nè avrebbe voluto figurarseli con uno sforzo
d’immaginazione, e col rischio di non indovinarci. Venisse il giorno e
l’uomo; l’avrebbe trovata. Ma certo bisognava toccarle il cuore, perchè
ella rinunziasse alla sua libertà invidiabile, e a quella bella
spensieratezza che ne era la conseguenza legittima.

Pensierosa, per altro, e per la prima volta, appariva nell’uscire dal
museo Correr. Pensierosa, è forse un dir troppo; mettiamo pensosa,
mettiamo raccolta in sè stessa, senza mostrar più quel desiderio di
ridere, di voltarsi qua e là, prendendo gusto al chiacchierìo della
strada. Quel raccoglimento era forse il frutto d’un po’ di stanchezza
dello spirito, per tante cose osservate. Comunque fosse, appariva
egualmente bella, forse più bella dell’usato, venendo via con quell’aria
composta e tranquilla, accanto alla mamma ed al conte Aldini; il quale
era tutto attenzioni e riguardi per la signora Eleonora, e poc’anzi le
aveva premurosamente aggiustata la pelliccia sulle spalle.

— Ora poi la godrà; — le aveva detto egli. — L’aria incomincia a farsi
frizzante. —

La signora Eleonora lasciava fare, sorridendo amabilmente alle cortesie
del suo cavaliere. Intanto, si spegneva la luce del giorno, si
accendevano i lampioni, e la buona signora pensava con un senso d’intima
allegrezza al pranzo che l’aspettava al Danieli.

— Senta — diss’ella tutto ad un tratto, — dovrebbe quest’oggi venire a
far penitenza con noi.

— Con che piacere, signora! — esclamò Filippo, reprimendo un moto
violento del cuore. — Ma ho gente sulle braccia, due vecchi amici, che
mi son capitati l’altro giorno da Verona....

— E li ha lasciati per noi! Mi rincresce....

— Oh, non si dia pensiero di questo. Sono uomini, e non hanno bisogno di
guida. Ma la sera, capirà, debbo lasciarmi vedere; tanto più che sono ad
alloggio da me.

— Non vorranno poi fare la visita di santa Elisabetta; — notò
Margherita. — E l’avremo un altro giorno, non è vero?

— Certo; sarò ben onorato; — disse Filippo, che per la prima volta si
sentiva la lingua impacciata. — I miei vecchi compagni d’armi rimarranno
pochi giorni ancora. —

In questi discorsi erano venuti oltre il ponte di Rialto, e per la Riva
del Carbone entravano in Merceria. Qui avvenne a Filippo Aldini di fare
un gesto, come d’ingrata maraviglia; un gesto che non isfuggì
all’attenzione della signorina Margherita.

— Che cosa ha visto? — chiese ella.

— Io? nulla; — rispose Filippo.

— Ha fatto un gesto, — ripigliò Margherita, — un gesto di persona molto
seccata.

— Davvero? — esclamò egli, padroneggiandosi, e correndo col pensiero
alle scuse. — Non me ne sono avveduto. Ma chi sa? Passano alle volte pel
capo certi brandelli d’idee.... Un moto della fantasia li fa scorrere
davanti agli occhi dell’anima, ed è naturale che ci secchino, come può
seccarci una nuvola che passi in aria e c’impedisca di vedere il sole,
senza che per questo avvertiamo la presenza della nuvola. Infatti, io
non avevo avvertito nulla. Moti istintivi, signorina, moti macchinali;
non è da farne caso. —

E rideva, così dicendo, e gesticolava, come non aveva mai fatto, sempre
per darsi un’aria disinvolta e serena.

Quello che gli aveva dato noia, facendogli fare quel gesto di persona
seccata, era ancora lontano, nascosto alle sue compagne di passeggiata
da un piccolo crocchio di persone, che proprio in quella stretta avevano
creduto opportuno di fermarsi a discorrere. Ma l’oggetto della noia si
fece più innanzi, e tagliando la strada in isbieco dietro all’ostacolo,
si affacciò finalmente alla vista delle signore Cantelli. Oh, il felice
incontro! La contessa Galier di San Polo! E lì una buona fermatina, con
un mondo di garbatissime chiacchiere, e di complimenti alla signorina
Margherita, sempre più bella, sempre più cara. Nè al conte Aldini mancò
la sua parte.

— Hanno un gentil cavaliere e un cicerone prodigioso; — diceva la
contessa Galier. — Sa tutto, ha veduto tutto. Oh, non dico per adularvi,
Aldini, ma per rendere omaggio alla verità. Sappiano, signore mie, che
tanti e tanti tesori d’arte in Venezia, ignoti a molti di noi veneziani
il conte Aldini li conosce come la palma della sua mano.

— Infatti, — disse Margherita, — al museo Correr ne abbiamo avuto oggi
la prova.

— Vengono di là?

— Sì, e grazie al nostro cavaliere ci abbiam passato quattr’ore
deliziose.

— Ah, bene! Venezia ascrive ad onor suo, di poter dare simili gioie a
visitatrici così intelligenti e così care. Ora, immagino, ritorneranno
all’albergo. Ed io a casa. Son proprio felice di averle incontrate. —

Qui venne il ricambio degli ultimi saluti; dopo di che la contessa
Galier si avviò per Rialto verso i Santi Apostoli e il corso Vittorio
Emanuele, mentre le signore Cantelli riprendevano il loro cammino verso
San Marco e la riva degli Schiavoni.

— Cara signora! — disse Margherita all’Aldini. — Dev’essere molto
buona. —

Filippo acconsentì col doppio moto del capo e del labbro. Ma dentro di
sè l’avrebbe mandata volentieri a quel paese, quella cara Galier. Non
già perchè l’odiasse, povera donna; ma perchè gli veniva in mal punto a
ricordare tutto ciò che per un giorno egli aveva dimenticato così bene.
E veniva innanzi turbato nel profondo del cuore, ma sforzandosi di parer
tranquillo all’aspetto; senza parole, nondimeno, e sperando che della
sua taciturnità lo scusasse abbastanza il doversi ad ogni tratto cansare
tra la gente che correva per un verso o per l’altro. Ma riusciti che
furono davanti a San Marco, e di là in Piazzetta, dove era più scarso il
numero dei viandanti, il silenzio di Filippo doveva essere notato.

— È pensieroso; — gli disse Margherita.

— No; — rispose egli, con accento di viva sollecitudine.

— Sì; — replicò la fanciulla, con accento di viva insistenza.

— Ebbene, sì; — conchiuse egli, cedendo. — Penso infatti, che questa
buona giornata è troppo presto finita.

— Se è così — ripigliò Margherita, — se ne procuri.... ce ne procuri
un’altra. Mediti lei, trovi lei il punto che dovremo visitare, e poichè
i suoi amici di Verona non hanno bisogno di guida come noi, venga a
dircelo; ci troverà pronte a muoverci. Non è vero, mamma?

— Eh, non bisognerebbe poi abusare! — osservò la signora Eleonora.

— Ma che? ma che? Io son fatta così. Se il signor conte gradisce di
farci gli onori di casa, noi, che non vogliamo essere ipocrite, gli
confessiamo di gradir molto la sua cortesia. Ma badi, — soggiunse con un
risolino malizioso quella cara fanciulla, — ho detto onori di casa per
modo di dire, poichè ora siamo a Venezia. Ma la casa non è qui, ci
pensi, non è qui.

— Sì, sì, ci penso, non dubiti; non penserò più ad altro; — rispose
Filippo animandosi.

— Che cos’è questa distinzione? — domandò la signora Eleonora.

— Ah, mamma, tu non sai; tu non hai visto, come ho visto io, a Parma, il
palazzo degli Aldini. Una bellezza! Ho raccomandato al signor conte di
ricomprarselo, il palazzo dei suoi maggiori. Me lo ha promesso; parola
di gentiluomo non può mentire.

— Pazzerella! E se i proprietarii presenti non volessero vendere?

— Oh, vorranno, vorranno. L’ho già capito dal modo come tengono quello
stabile, non facendovi mai un ristoro. Siamo dunque intesi? — proseguì
Margherita, volgendosi a Filippo, sull’uscio dell’albergo. — _Digne_....

— _Et in æternum_; — rispose Filippo con un filo di voce, ma mettendo in
quel filo di voce il meglio dell’anima sua.



                                  VII.


                           Alzata d’ingegno.


Esistessero o no i due amici di Verona, erano stati annunziati come
ospiti di pochi giorni, non potendo essi restare a Venezia oltre il
termine di una breve licenza. Dovettero dunque ripartire, e il conte
Aldini si ritrovò quello di prima, libero del suo tempo, e padronissimo
di ritornare alle sue consuetudini. Ma non senza aver fatto ancora
quella passeggiata artistica, ch’egli stesso doveva immaginare e
proporre. Ed era stata proprio una passeggiata all’aperto, per vedere
qua e là tante di quelle piccole cose, che i viaggiatori non trovano
indicate nelle guide, e che sfuggono perciò alla loro ammirazione
forzata: per esempio quelle scale scoperte nei cortili di parecchie
abitazioni private, come nel palazzo Soranzo in campo San Polo, nel
palazzo Sanudo a Santa Maria dei Miracoli, nella casa abitata da Carlo
Goldoni a San Tomà, e originale su tutte la scala dei Bembo alla
Celestia in calle Magno. E non dimentichiamo, poichè piacque
singolarmente a Margherita, il bel motivo architettonico foggiato ad
arco trionfale su d’un calle angusto, in capo al ponte del Paradiso,
presso Santa Maria Formosa.

Il ponte, per verità, era piuttosto un voltino di gora, accavalciato
sopra un rio non più largo di cinque passi; l’arco trionfale si riduceva
ad uno stipite, poggiato su due pietre sporgenti dagli angoli di due
case, onde l’entrata del calle si restringeva alle forme di un uscio. Ma
su quello stipite si girava un lunetto ad arco acuto, con entro una
Madonna rozzamente scolpita, mantellata e coronata, in atto di far
grazia a due divoti personaggi, forse due santi, inginocchiati intorno a
lei; ma su quel lunetto si alzava, andando su su, una cuspide di marmo,
elegantissima, incorniciata di fregi di leggiadra fattura, chiudente nel
suo mezzo un disco egualmente fregiato, e nel disco un’apertura
quadrilobata, che a Margherita parve il trifoglio di quattro foglie,
tanto ricercato dalle fanciulle nei prati autunnali, come certo
promettitore di desiderate fortune. Suprema eleganza di linee, grazia
veramente divina di forme! E accanto alla costruzione fantastica, sul
lembo d’una casa contigua, una finestrina lunga lunga, fiancheggiata da
svelte colonne, reggenti un cappello di pietra ad arco acuto, ma acuto a
modo suo, tondeggiante sui fianchi, assottigliato nel vertice, come un
asso di picche, alla maniera degli Arabi. Che eleganza, che grazia,
anche lì! E come era bello, in luoghi così umili, così poco osservati,
quasi schivi di attirare la curiosità del viandante, imbattersi in
quelle piccole maraviglie, vera fioritura dell’arte d’un popolo che apre
gli occhi alla vita dello spirito, e pensa, indaga e crea, nella
giovinezza esuberante della sua immaginazione!

Cose piccole, cose piccole, spesso da anteporsi alle grandi! Ed anche
nelle grandi, dopo averle contemplate nella loro maestà, sono da
osservare più attentamente le piccole. Quante ce n’erano, di queste, che
Margherita non aveva nemmeno guardate, nei capitelli svariati delle
colonne sorreggenti la facciata del palazzo Ducale, nelle finestre di
San Marco, nelle absidi esterne dei Servi e dei Frari, nei balconi della
Ca d’Oro o del palazzo Cavalli, tutte eleganze fiorite in cui per
l’appunto è dato di cogliere la prima impronta di un nuovo stile
nell’arte! In quella serie d’osservazioni, minute e non faticose,
Margherita vide nascere il sesto acuto in Venezia e svolgersi con
ispontaneità tutta italiana un modo di architettura che gli Arabi
avevano elaborato, mescolando elementi bisantini e persiani. Quell’arte
era venuta dall’emporio prediletto dei Veneziani intorno al Mille;
venuta dall’Egitto, come le istesse reliquie del benedetto san Marco. E
la signorina Cantelli fu piacevolmente maravigliata di saper tante cose
nuove ad un tratto, guardando, paragonando, ascoltando; maravigliata
ancora di conoscere, contro l’asserzione di tutte le guide, che le due
fronti del palazzo dei Dogi, verso la piazzetta e verso la Laguna, non
erano opera di Filippo Calendario, il famoso architetto e scultore,
involto nella congiura del doge Marin Faliero, e perciò giustiziato nel
1354, settant’anni prima che il Senato deliberasse di atterrare le due
fronti della fabbrica antica, edificata da Pietro Orseolo nel principio
del dodicesimo secolo.

Infine, la cara Margherita imparava in breve ora tante belle cose, che
accrescevano maravigliosamente la sua stima per Filippo Aldini; e beveva
frattanto a stilla a stilla, assaporandolo, il più dolce tra tutti i
veleni. Aveva ella dunque trovato l’uomo ideale, il primo e l’unico, per
cui non avrebbe detto di no? Un po’ triste di umore, veramente; spesso
pensieroso, e qualche volta, richiamato da qualche domanda, aveva l’aria
di cascar dalle nuvole. Ma queste erano inezie, e non guastavano
affatto.

Egli era poi così intento a lei, così pieno di riguardi per la mamma! E
certo, per esser tanto malinconico, il signor Filippo aveva le sue buone
ragioni; lei ricca, e fors’anco creduta più ricca del vero; egli non
tanto, da poter aspirare a lei. Margherita aveva ben capito, da certi
discorsi, che il conte Aldini aveva appena del suo tanto per vivere
signorilmente da scapolo. E ciò bastava, se era invaghito di lei, per
giustificare tutte le malinconie, tutte le tristezze ch’ella veniva
osservando. Oh, ma ci avrebbe pensato lei; ne aveva il diritto, ne aveva
l’obbligo, oramai. Non gli si leggeva il suo pensiero da più giorni
negli occhi? E infine, ad un _digne_ da lei proferito a fior di labbro,
non aveva egli con un filo di voce, ma con accento di vera passione,
risposto _in æternum_?

Finita la sosta degli amici di Verona, il conte Aldini aveva dunque
ripigliate le sue consuetudini, e per conseguenza la serie delle sue
visite ai vecchi amici di Venezia. Ai signori Zuliani, per esempio; ma a
questi per la prima volta in palco, al teatro della Fenice. Naturalmente
c’era da godersi la sfilata del cavalier Lunardi, del signor Telemaco,
del signor Ruggeri, del signor Gregoretti, del maestro di musica;
obbligato in chiave, quest’ultimo, poichè si trattava di musica, per
l’appunto. E più obbligata ancora la contessa Galier di San Polo, che la
signora Livia voleva aver sempre ai fianchi, dando ai maligni buon
argomento a rinfrescare il paragone della luce e dell’ombra, con la
debita chiosa dell’ombra che serve stupendamente per dare maggior
risalto alla luce. Ma dopo tutto, quell’ombra sempre attaccata ai panni
della luminosa Zuliani, era una signora vera ed autentica, non ricca, ma
d’una nobiltà anteriore alla “Serrata del Gran Consiglio„, e faceva buon
effetto nel quadro, intonandolo: allegra, poi, salda alla celia,
chiacchierina a quel dio, era fatta a posta per tener viva la
conversazione, colmandone le lacune, smorzandone le asprezze.

Filippo Aldini, entrato nel palco per riverire la signora Livia, pensò
che la Galier non avrebbe tralasciato di parlargli dell’incontro di tre
giorni prima in capo alla contrada di Merceria. Ma c’erano altri
discorsi avviati, e la contessa non ebbe occasione di venire sul tema;
fors’anche le era passato di mente. Le cose andavano; erano tutti di
buon umore, quella sera, nel palco Zuliani, perfino la signora del
luogo; e quando l’Aldini prese congedo, un altro giorno era felicemente
sbarcato.

Ma bisognava anche fare una visita in casa; ed egli ci andò la sera
appresso, dopo l’ora del pranzo, come soleva, quando non c’era teatro.
Raimondo lo accolse a braccia aperte; la signora Livia, per contro, non
era di buon umore; parole poche, e muso lungo un palmo. Raimondo
fortunatamente parlava per due e rideva per quattro. Aveva ragione di
essere allegro; la mesata prometteva bene; la condizione delle borse era
eccellente in tutto il mondo civile; nessuna nube appariva
sull’orizzonte europeo. Di qui, prendendo le mosse, Raimondo scivolò
presto nella politica, che era il suo forte, o il suo debole, e passò in
rassegna tutti gli stati, continentali o insulari che fossero, dell’orbe
terracqueo. Filippo ascoltava, approvava, e secondava il ragionamento
dell’amico, mettendo qualche parola nei luoghi opportuni, perchè l’altro
avesse gusto a continuare. E non faceva niente di nuovo, poichè,
discorrendo coll’amico Zuliani, era sempre stato suo costume accomodarsi
alle battute. Ma quella eterna politica doveva annoiare maledettamente
la signora, che più d’una volta si alzò dal suo canapé, andando or di
qua or di là per la casa a dar ordini, a prender libri, o giornali di
mode, che distrattamente sfogliava.

— Non badare, sai, all’umore di mia moglie; — bisbigliò Raimondo
all’amico, appena ebbe il modo di dirgliene. — Tu la conosci. È un
angelo; ma quando ci ha i suoi nervi, poveretta, bisogna compatirla.
Giornate di scirocco, dice lei; il medico mi dà una zuppa di parole
greche da accapponare la pelle; ma poi, se Dio vuole, conchiude che son
cose da nulla. —

Filippo Aldini conosceva benissimo la signora Zuliani; non c’era bisogno
di dirgliene altro, nè di scusarla con lui. Ma fu molto felice quando
venne l’ora di andarsene. Raimondo, sempre ilare e verboso, lo
accompagnò fino in anticamera.

— Sai? — gli disse, quando furono là. — Viene il babbo.

— Il babbo! — ripetè Filippo. — Che babbo?

— Il signor Anselmo, perbacco. Che uomo mi sei divenuto, da non capire
alla prima? —

Filippo sorrise, e tentennò un pochino la testa.

— Tu pensi sempre al tuo sogno, Raimondo!

— Ma sì, e più che mai; tanto più che non è un sogno. Felice mortale, tu
sei nato vestito. Ti amano tutti; perfino la signora Eleonora, non sa
parlarmi più d’altro che di te. Quasi quasi è più innamorata lei di sua
figlia.

— Che cosa dici ora? Sua figlia....

— Eh, dico quel che si vede. La bella Margherita ti rende giustizia, e
la lodo.

— Ma che giustizia ha da rendermi?

— Sappiamo tutto, felice mortale, sappiamo tutto; anche la visita di
quattr’ore buone al Correr. —

Con queste parole Raimondo accomiatò finalmente l’amico.

— Ah! — pensava Filippo scendendo la scala del palazzo Orseolo. — La
gallina ha cantato. Ma infine, chi mi ha ficcato in questo ginepraio, se
non lui? Potevo io più liberarmene? —

Intanto una cosa lo maravigliava. Se la gallina aveva cantato, perchè
non era entrata la signora Livia a discorrergli delle sue visite
artistiche? E perchè non gliene aveva parlato in salotto l’amico, che
aspettava a dirgliene sull’uscio di casa? Questo, poi, gli pareva di
capirlo. La signora Livia non poteva soffrire le Cantelli; le aveva
invitate alla cena del capo d’anno, ma solamente per obbedienza al suo
signore e padrone. E questi, per compenso, le nominava il meno che
potesse davanti a sua moglie. Amabil ricambio di gentilezze coniugali! E
tanto meglio, del resto. Ma possibile che Raimondo, espansivo com’era,
non si fosse aperto con lei del disegno che si era messo in capo?
possibile che di punto in bianco fosse diventato un diplomatico di
quella forza? Se così era, come infatti appariva, non più Raimondo
bisognava chiamarlo, ma Guglielmo, Guglielmo il Taciturno.

Con queste “conclusioni estreme„ Filippo Aldini se ne andò in gondola
verso il rio di San Felice, nelle cui vicinanze abitava. Un po’ fuori di
mano, veramente, ma non troppo lontano dal corso Vittorio Emanuele;
tanto che quella cara matta della contessa Galier aveva detto una volta:

— Il conte Aldini ha scelto quel luogo remoto per farmi la corte;
perseveri! —

Sul corso Vittorio Emanuele si avviava il giorno appresso, tra il tocco
e le due, la signora Livia Zuliani. Era dunque guarita de’ suoi nervi?
Ma sì, lo aveva ben detto il medico; che erano disturbi passeggieri. Più
che nervi, del resto, potevano chiamarsi vapori; ed era certamente
effetto d’un residuo di vapori la voltata improvvisa della bionda
signora, che, invece di salire dalla contessa Galier, con mutato
consiglio ritornò sui proprii passi, e discesa al primo traghetto di
fianco al palazzo Sagredo, entrò in una gondola, dicendo al gondoliere:

— Riva degli Schiavoni, davanti all’albergo Danieli. — Che novità era
quella? Guarita di nervi, la signora Livia si sentiva anche guarita
della sua vecchia antipatia per le signore Cantelli? Buon cambiamento a
vista, e spontaneo, che avrebbe reso felice il suo Raimondo, se fosse
stato presente! Ed era proprio una cosa strana, da segnarla col carbon
bianco. Dacchè le signore Cantelli erano capitate a Venezia, la signora
Livia non aveva fatto se non una visita, in principio, e per obbligo di
convenienza. Ma certo ella sentiva ora, che alla loro cortesia di avere
accettato l’invito alla cena del capo d’anno dovesse seguire una visita
di ringraziamento.

Le signore Cantelli erano in casa, e l’accolsero a festa. La bionda
signora si ritrovava in uno dei suoi giorni di bellezza, vividi gli
occhi, di bel colore la carnagione; ed ella potè sentirsi abbastanza
soddisfatta di sè medesima, passando nell’anticamera davanti ad un’alta
specchiera, e non di quelle, Dio le confonda, che vi fanno la testa più
lunga o più larga del vero, e la faccia, poi, verde come la buccia d’un
cocomero.

Era già nel salotto qualcheduno in visita; Filippo Aldini, a farlo a
posta. Filippo Aldini, che seduto ad un tavolino nel vano di una
finestra, disegnava a memoria il ponte del Paradiso colla sua viottola
stretta nel fondo, e, gittata sovr’essa, in traverso, la bella cuspide
triangolare di marmo. La signorina Margherita si era tanto invaghita di
quel motivo architettonico, ci ritornava così spesso col pensiero e col
discorso, che il conte Aldini aveva creduto obbligo suo di fargliene un
piccolo disegno a matita, da restare come un ricordo della loro
passeggiata artistica per i calli di Venezia. La signora Eleonora non si
sentiva disposta ad uscire, quel giorno; tra perchè era un po’ stanca di
tante gite pedestri, e perchè aspettava il suo Federigo, che alle tre
dopo mezzogiorno era libero. Così avvenne che il conte Aldini, venuto ad
offrirsi per un’altra passeggiata, restasse all’albergo in dolce
prigionia, consolandone gli ozi, o giustificando una fermata che voleva
esser lunga, col lavorar di matita, sotto gli sguardi attenti della
signorina Cantelli. Margherita, che stava per l’appunto seduta accanto
al tavolino del disegnatore, fu la prima ad alzarsi per muovere incontro
alla signora Zuliani, che la ringraziò col più amabile sorriso e la
baciò sulle guance. Ugual sorte toccò naturalmente alla signora
Eleonora; dopo di che la bionda visitatrice si volse al conte Aldini,
che si era alzato a sua volta, facendo un rispettosissimo inchino.

— Ah, bene, casco tra amici! — esclamò la signora Livia, tutta ridente,
nell’atto di porgere a Filippo la bella mano inguantata.

Poi, volle vedere il disegno. Le era parso a tutta prima che il conte
Aldini lavorasse a fare il ritratto della signorina Cantelli, e la sua
curiosità non doveva esser poca, ignorando ella che l’Aldini, da lei
conosciuto come dilettante paesista, trattasse anche la figura in
grande. Ma no, niente ritratto; il disegno raffigurava un ponticello,
uno dei tanti che cavalcano i piccoli canali della città, con due
spigoli di case, e qualche saggio di scultura medievale; anticaglie,
vecchiumi, e mezzo anneriti dall’umidità, dalla mancanza di luce,
ch’ella non riusciva ad intendere come piacessero tanto agli artisti. I
palazzi sul Canal Grande, alla buon’ora!

— Grazioso! — diss’ella nondimeno, dopo aver osservato coll’occhialino
il disegno. — Grazioso tanto! E colle sue figurine alte un centimetro! —

Infatti, il disegnatore aveva animata la scena, mettendo sul ponte tre
figurine, accennate con pochi tratti di matita. Minuscole com’erano,
corrispondevano ai contorni di tre persone vere, le quali, essendo
passate per l’appunto di là alcuni giorni prima, ci si potevano ben
riconoscere. Ma forse non le poteva riconoscere ugualmente la signora
Livia, tuttochè s’aiutasse coll’occhialino; comunque fosse, non si fermò
a sminuzzolare un esame critico, che doveva esser breve e leggero.

— Continui il suo lavoro, prego; — diss’ella finalmente; — non voglio
interrompere.... —

E senza finire la frase, si allontanò, andando a sedersi presso la
signora Eleonora sul gran sofà che era accanto al camino. Laggiù tra le
due svisceratissime amiche (si vedevano infatti per la terza volta)
incominciò un lungo discorso, tessuto di tutte le cose vane che sanno
dirsi le donne, e con aria di prenderci un gusto matto. L’unica cosa
importante, per verità, fu l’accenno della signora Eleonora al suo
Federigo, che presto si sarebbe imbarcato per un viaggio intorno al
globo; dopo di che le signore Cantelli avrebbero levate le tende. Qui da
una parte la conclusione naturalissima che il soggiorno sulla Laguna era
stato un po’ lungo, e dall’altra la dichiarazione obbligata della
felicità che n’era toccata a Venezia. La regina dell’Adria parlava molto
amabilmente per le labbra della signora Zuliani. E batti tu che batto
io, alla maniera dei fabbri, le due signore si diedero l’illusione di
una gran tenerezza. Ah, se Raimondo fosse stato là in un angolo, o
dietro un uscio a sentirle!

Filippo Aldini stette ancora pochi minuti, per convenienza; poi, sempre
per convenienza, prese congedo.

— Lascio le signore ai loro discorsi; — diss’egli. — Noi uomini ci siam
sempre di troppo. —

Era seccato di quella visita, ma non voleva parere. Margherita capì
facilmente che con quella visita sopravvenuta, un uomo di garbo non
poteva star sempre là, e per quanto le dispiacesse la partenza di lui,
lo lasciò andare senza chiedergli se fosse davvero finito un disegno,
che in altre circostanze avrebbe potuto durare fino all’ora del pranzo.
Quanto alla signora Eleonora, la condizione sua e l’età le permettevano
di dar commiato all’Aldini con qualche parola cortese.

— La rivedremo presto, signor conte? — domandò ella a Filippo, nell’atto
di porgergli la mano.

— Sì, sarà mio dovere; — rispose egli, inchinandosi. —

E via, dopo lo _shake-hand_ indispensabile, che non è sempre una stretta
di mano.

— Un ottimo signore, e tanto garbato; — disse la signora Eleonora,
quando egli si fu allontanato.

— Sì, — concesse la signora Zuliani, — ha belle maniere. Ma già, —
soggiunse con un risolino malizioso, — i giovinotti del giorno d’oggi
son sempre così colle dame.

— Non sarebbe dunque sincero? — chiese Eleonora.

— Che dirle? Non saprei bene; — rispose la signora Zuliani. — Si parla
sui generali. Quanto a me, li ho tutti per gentilissimi.

— Ma qualche differenza si può far sempre, e alle volte si deve; — notò
la signora Eleonora. — Lo conosce bene, Lei, il conte Aldini; e da
qualche anno, mi pare.

— Oh, dica da parecchi; mio marito lo vede tanto volentieri! —

La signorina Margherita era rimasta alquanto più in là, davanti al
disegno del conte Aldini, che voleva mettere per precauzione tra due
fogli di carta.

— Margherita! — le disse sua madre. — Vuoi tu farmi il piacere.... La
signora Zuliani permetterà. Vuoi tu farmi il piacere di finire per me la
lettera al babbo? Io sono troppo lenta nello scrivere, avendo anche
bisogno di occhiali; — soggiunse, volgendosi alla signora Zuliani. —
Volevo aggiunger io una pagina; ma Anselmo ci guadagnerà di aver tutta
la lettera di pugno della sua figliuola. A te, dunque, mia cara; e si
potrà mandare per la posta delle quattro.

— Sì, vado, mamma; — rispose Margherita. — La signora mi scusi.

— Oh cara! a patto che ritorni presto; — gridò la signora Zuliani.

Appena la bella creatura fu uscita dal salotto, richiudendo
discretamente dietro a sè l’uscio della camera attigua, la signora
Eleonora si strinse al fianco della sua visitatrice.

— Perdoni, mia buona signora; — le disse; — avevo bisogno di parlarle da
sola a sola. Non vorrei abusare della sua gentilezza; ma certe parole
sue, quando io ho fatto un piccolo elogio del conte Aldini, mi hanno
messa in pensiero. Ella ha senno e uso di mondo; conosce la città, e
coloro che ci vivono; il conte Aldini, poi, viene in casa loro; Ella che
è donna, e delicatissima su certi punti a cui gli uomini non badano
sempre, può darmene un’idea più precisa. Non merita egli tutta la stima
che io facevo di lui?

— Intendiamoci; — notò la signora Zuliani. — Ho detto di non saper fare
alcuna differenza tra lui e tutti gli altri. Sarò troppo severa, o
troppo poco esperta in materia; ma infine non volevo andare più in là.
Si sa bene, del resto; giovinotti eleganti....

— Ma dissipati, vorrebbe aggiungere.

— Non questo, propriamente; ma oziosi, pur troppo. E l’ozio, mi
concederà, può condurre molto lontano.

— Il conte Aldini non fa nulla, per l’appunto.

— Nulla di nulla; — rincalzò la signora Livia. — Ha tanto da vivere;
scarsamente, perchè i suoi non gli hanno lasciato di più; ma non avendo
famiglia, diciamo pure che ha tanto da vivere. Certo, gli bisognerebbe
rifarsi con un ricco partito. Qui non ce ne sono; almeno, non ce ne sono
di quelli che potrebbero fare al caso suo. Egli, dopo tutto, non se ne
dà pensiero; mio marito piuttosto. Ma io l’annoio con queste
scioccherie....

— No, no, continui; tutto ciò m’interessa moltissimo.

— Del resto, si capisce; — ripigliò la signora Livia, ridendo. — Mio
marito è un gran partigiano del matrimonio. Contento di quello che ha
fatto lui, della qual cosa io non vorrò dargli torto, darebbe moglie a
tutti,, e prima di tutti al suo conte Aldini. Conte! ecco il titolo che
secondo i calcoli di mio marito può valere una dote vistosa. Il signor
conte, diciamolo pure, non ne ha mai voluto sapere. Già, le ripeto,
giovinotti eleganti.... e galanti, hanno altro da pensare che a prender
moglie.

— Qualche pratica.... — balbettò la signora Eleonora.

— Eh, che debbo dirle? Son materie gelose. Ma infine, Venezia non è
Parigi, nè Londra: si finisce presto col sapere ogni cosa. Il conte
Aldini, nei primi tempi del suo soggiorno a Venezia, si era veramente un
po’ sparpagliato, cantando come si suol dire a tutti gli usci, e aveva
fatto parlar molto di sè; poi a poco a poco si è raccolto, si è fatto
più serio, vorrei dire perfino misterioso, vero tipo del _beau
ténébreux_ dei vecchi romanzi francesi. Ad ogni modo, son cose che non
mi riguardano. Viene spesso da noi, e ciò, me lo lasci dire in
confidenza ad una signora assennata come lei, potrebbe anche essere
pericoloso; tanto che alle volte, approfittando per l’appunto della
occasione, vorrei fargli una ramanzina coi fiocchi. Ma non ho ancora
l’età, da assumere una parte simile, nè con lui, nè con altri. Me ne
rincresce, perchè il mistero c’è, e un mistero non senza pericoli....

— Ella, da quanto pare, conosce anche la persona; — osservò la signora
Eleonora. —

Un cenno malinconico di assenso le disse che si era apposta.

— E.... la condizione? — riprese. — Il nome, se Ella si fida di me?

— Non è il mio segreto; — mormorò la signora Livia con anima e voce
contrita.

— È giusto, perdoni; — conchiuse la signora Eleonora. — Capisco intanto
che il conte Aldini dev’essere in uno stato d’animo assai dispiacevole.
Queste pratiche hanno sempre la loro punizione con sè. S’incomincia
senza pensarci troppo; la via del precipizio è sparsa di fiori; ma
poi.... cara signora, ne ho vedute nella mia vita, di queste belle
passioni, ne ho vedute, parecchie e finite presto in tragedie. Ah,
uomini pazzi! e donne pazze! perchè son esse le maggiori colpevoli.

— Lo crede? — disse la signora Zuliani.

— Ne son certa. Gli uomini, infine, sono spensierati e temerarii; spesso
non hanno idea di giustizia, nè di morale, due buone e belle cose
facilmente dimenticate, perdute nell’uso e nell’abuso dell’esistenza.
Mio marito dice qualche volta che l’uomo è nato cacciatore; poveretto!
egli che non ha mai preso in mano un fucile da caccia! Ma la donna, che
s’adatta a fare da selvaggina a questi cacciatori, che orrore! essa,
poi, che avrebbe tante ragioni per esser forte, per custodirsi, per
arrestarsi, se non altro, sulla via del precipizio! L’educazione, per
esempio, una certa delicatezza di sentire, che nell’uomo è così presto
cancellata dalle volgarità della vita, il pensiero della propria
dignità, e finalmente la ragione più forte, quella che le val tutte....

— E quale?

— La religione, non le pare? E non già quel tanto di religione che
consiste nel pregare a certe ore, biascicando frasi che spesso non
s’intendono, e si ripetono macchinalmente, senza pensarci più che tanto;
ma la religione piena, intiera, meditata, che c’insegna i nostri doveri,
facendoci intendere la bellezza e gustare la felicità d’una coscienza
tranquilla. —

La signora Eleonora si era un po’ riscaldata, cosa che le accadeva di
rado; e ci diventava perfino eloquente, di quella eloquenza che viene
qualche volta alle madri. La signora Livia, che non se l’aspettava
davvero, n’era rimasta maravigliata, e quasi sopraffatta, tanto che per
un istante, pensando alle ragioni enumerate dalla sua interlocutrice,
dimenticò quelle che avevano determinata la sua visita e la sua piccola
alzata d’ingegno. Ma certamente senza volerlo gliele fece tornare in
mente la signora Cantelli, discendendo dalle altezze della tesi morale,
per rifarsi al caso particolare ond’era stato mosso il discorso.

— Quello che più mi rincresce, — ripigliava la buona signora, — è di
pensare a quel povero giovinotto, che non è, poi, e non meriterebbe di
essere come tanti spensierati. Egli almeno sente che la sua condizione
non è bella. È spesso malinconico, e si capisce che un triste pensiero
lo turba. Gli si domanda, per isviare le sue malinconie, gli si domanda,
qualche volta di punto in bianco: ed ora, che cos’ha? Si scuote allora,
si sforza di sorridere, e risponde: nulla, sa, non ho nulla; difetto del
mio spirito, che s’incanta volentieri, e va qualche volta nelle
nuvole. —

La signora Livia tentennò ripetutamente il capo, atteggiando le labbra
ad un risolino d’incredulità.

— Eh! — soggiunse poi. — Che cosa le dicevo io? Altro che nuvole! Il
conte Aldini ha quell’altra in mente; e non può non avercela spesso,
anche contro sua voglia. Ma bisognava pensarci in tempo, come ha detto
lei così bene, signora Eleonora, nella sua rettitudine; bisognava
pensarci in tempo, quando si era ancora sulla via piana e sparsa di
fiori. Perchè, dopo tutto, siamo giusti, anche quell’altra avrà ragione
a dolersi, non lo crede? e meriterà un pochino di compassione. —

Il ragionamento, che non faceva una grinza, poteva durare dell’altro. Ma
fu interrotto da un grido soffocato, che veniva dalla camera attigua,
accompagnato da un rumor sordo, come di una caduta. La signora Eleonora
ne fu sbigottita.

— Margherita! figliuola mia! — gridò ella, balzando in piedi e correndo
ad aprir l’uscio.

Per un istante aveva creduto di trovarla più vicina alla soglia, e già
si pentiva di aver condotto il discorso su quell’argomento delicato,
senza badare che qualche frase proferita a voce meno bassa poteva essere
udita di là, e destar l’attenzione di Margherita. Ma la fanciulla si
vedeva più oltre, colla persona abbandonata sopra un divano, a piedi del
letto di sua madre.

— Signorina, che è stato? che cosa si sente? — gridava a sua volta la
signora Zuliani, accorrendo anche lei.

— Niente, signora; niente, mamma; — rispondeva Margherita. — Un leggero
stordimento improvviso, mentre venivo a domandarti d’una cosa da dire al
babbo. Mi ero alzata dalla sedia, e tutto ad un tratto non ho potuto più
reggermi.... Ma sarà una cosa passeggera, speriamo.

— Se apriremo la finestra, sicuro; — riprese la signora Zuliani. — C’è
troppo caldo, qua dentro. Ah, i caloriferi! — soggiunse, andando appunto
a girare la spagnoletta delle imposte, e facendo entrare nella camera
un’ondata d’aria fredda. — Ah, i caloriferi! invenzione diabolica!

— Sì, difatti, era troppo caldo; — disse Margherita. — E quest’aria
fredda mi ha fatto bene. Non ho più nulla; sorridi, mamma, non ho più
nulla, davvero. —

La signora Eleonora non era molto persuasa; ma finse di crederlo, anche
per dar modo alla signora Zuliani di congedarsi più presto. La signora
Zuliani non era meno desiderosa di andarsene che quell’altra di vederla
andare; perciò, fatti ancora due vezzi alla cara Margherita, prese
lestamente commiato.

Ma la bionda signora non era forse guarita de’ suoi nervi, o de’ suoi
vapori, come da principio pareva. Il tragitto dalla Riva degli Schiavoni
al palazzo Orseolo le parve maledettamente lungo. Appena giunta a casa
si mise a letto; e a letto la trovò Raimondo, quando capitò a casa per
l’ora di pranzo. Effetti del caldo, diceva lei; troppo caldo in
quell’albergo, dove era andata a visitare le signore Cantelli. Ma
Venezia non aveva bisogno di tanto caldo, per bacco; non ne aveva
bisogno con quel suo clima sempre uguale, temperato dai venti tiepidi
della Laguna, specie negli appartamenti esposti a mezzogiorno.



                                 VIII.


                           Tra due ammalate.


Raimondo a tutta prima si sgomentò, e senza por tempo in mezzo mandò per
il medico, sebbene prevedesse di sentirsi dire che erano cose da nulla,
sperando, anzi desiderando, che fosse tale il responso. È sempre bene
averlo favorevole, da uomini di dottrina e d’esperienza, se anche ve lo
incartoccino di astruserie, o ve lo confettino di vocaboli greci.

Il dottore Teodoro Dal Vago non era poi così ottimista come pareva,
sentendolo discorrere al letto dei suoi ammalati. Era un medico esperto
e consumato, che conosceva l’arte di non turbare lo spirito
degl’infermi, nè delle loro famiglie; quelli sempre disposti ad aver
nelle ossa tutti i malanni di cui si faccia il menomo cenno, queste
sempre facili a spericolarsi per eccesso di tenerezza, e magari a
lasciarsi sfuggire dagli occhi un segreto che l’ignoranza e la paura più
facilmente ingrandiscono.

Venne, osservò, tastò il polso, che in verità era poco regolare, sebbene
non forte, nè teso, ma che egli ebbe la buona grazia di trovare
eccellente; poi venne all’interrogatorio, che fu lungo, minuto,
amorevole. L’ammalata accusava dolori qua e là, al capo, al petto, alle
spalle. Forse reumatici? Ma sì, reumatici per l’appunto: non aveva ella
finito di raccontargli come le fosse accaduto di restare un’ora buona a
conversazione in un salotto troppo riscaldato, e di uscir poi all’aria
pungente della Riva degli Schiavoni? Si trattava dunque di una
infreddatura; e bisognava star riguardati, riposare, riposare e ber
caldo. Del resto, passando dal caso particolare, che in sè non aveva
nessuna gravità, alle condizioni generali del vivere signorile, specie
nella stagione fredda, o troppo variabile, il buon dottore aggiungeva le
sue riflessioni tra il serio e il faceto.

— Se lo lasciano dire, mie belle signore? Sacrificano troppo alla moda,
troppo agli usi del bel mondo; non pensano che la salute è un dono del
cielo, e un dono a noi fatto, come quello della vita, per una volta
sola; donde la grande necessità di tenerselo caro.

— Oh brutto dottore! — mormorò la signora Livia, con quell’accento di
bambina scorrucciata, che soleva adoperare col suo Esculapio. — Che cosa
faccio, finalmente? Non dovrò andare più neanche a teatro?

— Non dico questo; ma andandoci.... si lasci dire anche questo, meno
scollato, e più bavero.

— Ah, per questo, — saltò su a dire Raimondo, che il primo responso sul
caso particolare aveva levato d’ansietà, — ti dirò anch’io come mia
moglie: brutto dottore! ed anzi aggiungerò: “sior Tòdaro brontolon!„
Passi pel bàvero, per la pelliccia, per la mantellina ovattata, per
quell’altro che tu vorrai, e che raccomando sempre all’uscita. Ma un po’
di scollato, Dio buono, quando si è dentro, un po’ di scollato!... È
così bella, mia moglie!

— Raimondo! — esclamò la signora, con una languida intonazione di
rimprovero.

— Ebbene? — ribatteva egli, animandosi. — È ciò, che dicono tutti. Quel
po’ di scollato ti va così bene! Non si sente infatti ripetere che la
tua linea, dal collo alla spalla, ricorda appunto la Venere
Capitolina? —

Il buon dottore sorrideva, avendo l’aria di partecipare a quei maritali
entusiasmi.

— Sì, sì, — riprese egli, — è l’opinione generale. Ma appunto per ciò mi
raccomando. Pensate, ragazzi miei, che la Venere Capitolina ha ricco il
platisma micoide.

— Platisma? — ripetè Raimondo, interrogando.

— Micoide; — ribadì il dottore Dal Vago. — Ma già tu vuoi la moneta in
ispiccioli: diciamo dunque pannicolo carnoso, quello che scende da qui
fin qua, dal mento al petto, e vi si sovrappone e segue amabilmente il
pannicolo adiposo; cioè a dire quel buon tessuto cellulare sottocutaneo,
che conferisce grazia alla persona, proteggendo anche gli organi
respiratorii. La Venere Capitolina, se ben ricordo, ne ha quanto
occorre. Il troppo stroppia; ma per mantenersi in quelle giuste
proporzioni, bisogna aversi riguardo, e nel caso nostro non esporsi a
perdere, cercare anzi di guadagnare. Dunque, dico io, preservativi, e
ricostituenti. Ella è di complessione sana, ma delicata, signora mia
bella; voglia guardarsi adunque dai troppo forti cambiamenti di
temperatura, ed anche assoggettarsi ad una piccola cura che la
rinvigorisca. Tutto ciò che riguarda la salute va fatto; tutto ciò che
riguarda la bellezza non va trascurato. Dico bene? —

Così, tra raccomandando e celiando, il dottore Dal Vago lasciò la camera
della bella inferma, per andare nello studio di Raimondo a scrivere
quelle due righe di recipe, senza cui non pare che il medico abbia
adempito a tutti gli obblighi suoi.

Rimasto solo con Raimondo Zuliani, il buon dottore parlò in un modo
alquanto diverso da quello di prima.

— Fenomeni isterici, mio caro; e qui prima di tutto, vogliono esser
rimedii calmanti.

— Isterici! — esclamò Raimondo. — Tu mi spaventi, dottore.

— Perchè? Leggeri, anzi tutto. Non creder poi che questo sia soltanto il
caso di tua moglie. Son tutte isteriche, più o meno, le signore dei
nostri giorni. Ed anche gli uomini, infine....

— Anche gli uomini? Ho sempre creduto che l’isterismo....

— Eh sì, — interruppe il dottore, — che cos’è l’isterismo, se non una
sovreccitazione del sistema nervoso, e una forma della nevrosi, che è il
gran male del secolo? Ora, vedi, più si è deboli, e più facilmente si
soggiace alle conseguenze di queste sovreccitazioni; onde i cardiopalmi,
i fenomeni stenocardici, le dispepsie.... Ah, dimenticavo che tu non
vuoi parole greche; diciamo dunque palpitazioni, stringimenti di cuore,
digestioni difficili.

— Ed ora non mi spaventi più, mi atterrisci.

— Calma; siamo appena ai principii, e tutte queste brutte cose sono
ancora in proporzioni ristrette. Ma poi, chi non provvede in tempo, va
soggetto a convulsioni, alle contratture muscolari, ai trismi.... voglio
dire alle contrazioni persistenti dei muscoli elevatori della mascella
inferiore. Seguono o precedono, secondo i casi, le allucinazioni, le
insonnie, le anestesìe sensorie.... voglio dire i mancamenti temporanei,
le diminuzioni di sensibilità; nella vista, per limitazione del campo
visivo, essendo resa insensibile una porzione periferica della retina;
nella voce, nell’udito, e via discorrendo. Alle anestesìe, poi, si
alternano le iperestesìe .... cioè, diciamo pure gli eccessi di
sensibilità, come accade per l’appunto nelle allucinazioni, quando
l’isterico, in uno stato di mezza incoscienza, vede ripresentarsi alla
sua mente più scene della vita passata, e ti mostra di riviverle, negli
atteggiamenti diversi del viso, o nei fenomeni ipnotici, nel
sonnambulismo, ad esempio, quando egli risponde macchinalmente alle tue
domande imperiose. Bada, — soggiunse il buon dottore, vedendo la cera
contraffatta di Raimondo, — io ti parlo così, contro l’uso mio, perchè
siamo lontani da questi pericoli, e vogliamo e dobbiam prendere in tempo
le nostre precauzioni. _Principiis obsta_.... E questo lo intendi
benissimo.

— So anche il resto: _sero medicina paratur_; — disse Raimondo. — Ma i
rimedii?

— In farmacia non ne mancano; — rispose il dottore; — ma sono pei casi
urgenti e in fondo in fondo son palliativi e non altro; calmanti,
tonici, narcotici, ipnotici, non valgono certamente la cura diretta
dello spirito, sussidiata dalla dietetica e dalla climatica. Distrarre
la mente, nutrire e corroborare l’organismo, ecco il punto. Lo stomaco
si adatta mal volentieri ad una nutrizione ricostituente, lo so; ma
appunto per questo il cambiamento d’aria è raccomandato. Potrai tu
lasciare per un po’ di tempo i tuoi affari?

— Per lei, figùrati, farò questo ed altro.

— Alla buon’ora. Stazioni climatiche invernali non mancano; in Liguria,
per esempio, da Nervi a San Remo, e più in là, se ti piace. Si fa doppia
cura, dello spirito e del corpo; ed anche è doppia quella dello spirito,
perchè alle distrazioni moderate e sempre piacevoli della vita nuova, si
aggiunge il benefizio dello avere abbandonata la vecchia, con tutti i
suoi turbamenti.

— Qui, per altro, — osservò Raimondo, — la mia Livia fa una vita
abbastanza quieta.

— Sì, va bene; ma le visite, i teatri, i balli, le conversazioni; son
tutte cagioni di esaurimento nervoso, per una costituzione così
delicata.

— Come si fa, buon Dio? — esclamò Raimondo. — Come si fa a romperla con
tutte le consuetudini sociali?

— Eh, lo so bene; restando, non si può; ma andando?... Del resto, hai
tempo a pensarci, poichè i disturbi della tua signora sono nello stadio
iniziale. Forma leggera di una malattia molto seccante, si possono, si
devono domare in tempo, per non aver noie più tardi. —

Fatto questo po’ di chiacchiere, coll’amico Zuliani, il dottor Teodoro
Dal Vago lasciò il palazzo Orseolo, e fuori di là il dialogo si
restrinse in monologo. Sempre così, il buon dottore; un discorso al
malato, un altro alla gente di casa, e il terzo a sè.

— “Donne, donne! eterni Dei!„ — incominciò, canticchiando tra i denti,
sull’aria conosciuta del _Barbiere_. — Eccone una che non me la dice
giusta, colla impressione del freddo all’aperto, dopo essere stata in un
salotto troppo riscaldato. Dio sa che altro sarà stato, per metterle i
nervi in combustione. Ed è più malata che non sembri. Quella tosse
spasmodica! quella respirazione accelerata! Già incominciamo dal dire
che questa storia è vecchia; e di forma ereditaria, ci scommetterei la
testa. La madre, a quel modo nevrotica, come è finita! Quanto a lei, è
stravagante, a dirne poco. Capricciosa è sempre stata, dacchè la
conosco, ed è ancora una bambina, a trent’anni, se non li ha passati
d’un bel poco. Età climaterica, direbbero gli astrologi. Basta, se
l’amico Zuliani si decide a tirarla via da Venezia, e lei si lascia
condurre, che mi pare il più difficile, possiamo rimediarla ancora. Ma
occhio alla penna! —

Così conchiuso il suo ragionamento, se ne andò il buon dottore Dal Vago
a visitare altri ammalati, a fare altri dialoghi, per finire con altri
monologhi. I medici l’hanno ancora, la consolazione di questi piccoli
sfoghi, dopo essere stati costretti a dir le cose per metà, ed anche a
non dirle affatto.

Raimondo Zuliani aveva bene inteso che tutta la serie dei mali
minacciati alla sua Livia risguardava il futuro, e un futuro abbastanza
remoto da lasciar tempo a provvedere e fondata speranza di scongiurarli.
Perciò era presto uscito d’apprensione, non restandogli altra cura
nell’animo se non quella di obbedire ai consigli del medico. Una cosa
era ben risoluta, che sul finir di gennaio, o sui primi di febbraio,
alla più lunga, avrebbe condotta la moglie in un clima più confacente
alla sua salute. La gita in Liguria gli sorrideva: quanto agli affari
del banco poteva fidarsi del signor Brizzi, uomo pratico, accorto, ed
onesto a tutta prova. Del resto, pei casi ordinarii avrebbe provveduto
il carteggio, e per gli straordinarii il telegrafo. In questi pensieri,
aveva finito di calmarsi. Ed anche si calmava la signora, che la mattina
seguente non aveva più nulla, nè dolori vaganti, nè tosse, nè
agitazioni, nè ardori alla pelle. Certo, per quella volta, i fenomeni
isterici non c’entravano affatto; il guaio era tutto venuto dal gran
caldo nel salotto delle signore Cantelli. Anche i medici, poveracci,
qualche volta la sbagliano.

Oh, a proposito, una visitina alle signore Cantelli non era mica da
tralasciare. Gli premeva la felicità dell’amico, e prima di muoversi da
Venezia voleva anche per quel rispetto aver messe le cose a buon
termine. Per intanto occorreva sapere se la signora Eleonora avesse
ricevuto lettere dal marito, e notizia del giorno ch’egli sarebbe
capitato a Venezia, come prometteva di fare.

Andò dunque al Danieli, e di mattina, per esser sicuro di ritrovare le
signore in casa; se no, ad aspettare dopo colazione, c’era rischio che
col “felice mortale„ fossero andate a fare qualche artistica
passeggiata. Salito all’appartamento delle signore Cantelli, trovò in
salotto la signora Eleonora sola, accigliata e più taciturna del solito.

— E la nostra bella Margherita? — chiese egli, guardando attorno, dopo
aver fatto i suoi convenevoli.

La signora Eleonora scosse la testa, e battè un pochettino le labbra.

— Incomodata; — rispose poi asciuttamente.

— Oh, senti! E da quando? —

— Da ieri.

— Strano! E mia moglie, che è stata qui, non me ne ha detto nulla!

— Era appunto da noi, — replicò la signora Eleonora, — quando la mia
figliuola si sentì venir male.

— E la cagione? — domandò Raimondo. — Forse il troppo calore dei
camini....

— Diciamo il troppo calore; — mormorò la signora Eleonora, assentendo a
mezza bocca.

— Dico questo, — riprese Raimondo, un po’ sconcertato, — perchè mia
moglie, appena ritornata a casa, si è messa a letto con dolori per tutta
la persona, accennando al freddo della strada dopo il gran caldo che
aveva sentito qui. Ma il riposo assoluto e i pronti rimedii del medico
le hanno fatto bene, tanto che ora ha potuto alzarsi un pochino.

— Non così la mia Margherita; — disse la signora Eleonora, sospirando. —
È ancora molto debole.

— Che pena! — esclamò Raimondo. — Ella non può immaginare come io ne
soffra. —

Voleva chiedere se avessero chiamato un medico, e che cosa avesse egli
trovato, che cosa ordinato. Ma vedeva la signora Eleonora così seria,
così poco disposta ad accogliere le sue effusioni di cuore, che non ardì
aggiunger altro su quel tema, e stimò opportuno di cangiar discorso.

— Dal signor Anselmo ha lettere? — domandò egli, dopo un istante di
pausa. — Le scrive che verrà presto? —

La signora stette alquanto sopra di sè, battendo ancora le labbra; poi
di schianto, non potendo più contenersi, proruppe in queste parole:

— Senta, son quasi tentata di scrivere a lui che non venga affatto. —

A quell’uscita inattesa Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.

— E perchè? — domandò con voce trepidante, mezzo soffocata dallo
stupore.

— Perchè.... perchè.... — balbettò la signora Eleonora, pentita di
essere andata troppo oltre, senza aver meditato le conseguenze
dell’impegno in cui si metteva. — Ella ha ragione a volerlo sapere, il
perchè. Ed è giusto che io glielo dica. Perchè il suo conte Aldini non è
l’uomo per mia figlia.

— Signora!... — riprese Raimondo, più stupito che mai. — Non intendo la
cagione di questo suo mutamento improvviso; ed anche, mi consenta di
dirglielo, irragionevole. Della parola, forse troppo vivace, Le chiederò
scusa poi, quando avrò giustificato il concetto. Per sua norma, e sul
mio onore, Le attesto che il conte Filippo Aldini è il fiore dei
gentiluomini, e dei galantuomini, degno in tutto e per tutto di
quell’angelo della sua cara figliuola. Lo innalzo troppo, mettendolo al
paragone con la signorina Margherita? E sia; ma se nessuno può starle
alla pari, nessuno potrà avvicinarsi tanto a quell’altezza, quanto
Filippo Aldini; e questo glielo dico in coscienza dell’anima mia.

— Non è l’opinione di tutti, — notò la signora Eleonora.

— Ed io, — ribattè Raimondo, — non so di tutti, nè di pochi; so questo
soltanto, che nessuno, intenda bene, nessuno al mondo, può pensare di
Filippo Aldini diversamente da me. Chi ha potuto calunniarlo presso di
lei, mentendo e sapendo di mentire?

— Si calmi, signor Zuliani, la prego. Abbiamo bisogno davvero di tutta
la calma possibile, — disse la signora Eleonora. — In ogni altra
circostanza, mi creda pure, tacerei, non amando io un certo genere di
ciarle, che possono degenerare in pettegolate di donnicciuole. Ma si
tratta di mia figlia, ed ho l’obbligo di parlare ad ogni costo. Ella mi
ragiona dell’amico suo con tanto ardore di convinzione, che debbo
credere alla sua sincerità; ma posso anche credere che ella viva in un
inganno continuo. L’amicizia, si sa, porta una benda sugli occhi come
l’amore. Altri, a cui non fa velo l’amicizia, può aver veduto più chiaro
di lei.

— Voglio sapere.... la prego, la supplico di dirmi chi le ha parlato
male di lui.

— Male.... intendiamoci. È male per me, che son madre, e su certi
argomenti delicati debbo essere scrupolosa; ma può non essere male
egualmente per gli altri. Infine, e pregandolo ancora di esser calmo,
faccia delle mie parole un uso discreto, da buon cavaliere e da
onest’uomo. La sua signora, ieri, seduta lì, dov’è Lei in questo
momento, mi ha fatto una pittura del conte Aldini, del suo passato e del
suo presente, che senza esser troppo nera, badi, senza esser troppo nera
agli occhi del mondo, sarebbe sempre nerissima agli occhi di una madre.
Insisto su questo nome, — soggiunse nobilmente la signora Eleonora, —
perchè in esso è la mia forza, e la giustificazione del mio operare. —

Raimondo era rimasto attonito, come stordito da una percossa sul capo; e
stette lì per alcuni istanti, senza proferir parola, guardando la
signora Eleonora.

— Mia moglie! — diss’egli finalmente. — Ma che cosa ha potuto
raccontarle mia moglie, contro la verità sacrosanta? —

Qui la signora Cantelli, che oramai non poteva più dissimulare nè
attenuare, riferì tutto intiero il suo colloquio del giorno innanzi
colla signora Zuliani, tra gli atti di stupore e i dinieghi di Raimondo,
che non sapeva stare alle mosse. E narrò ancora dello svenimento di
Margherita, che dalla camera attigua aveva potuto udire ogni cosa, o
tanto che bastasse a farla cadere, povera innocente, dall’alto delle sue
illusioni verginali.

— Fu un grande errore, il mio; — conchiudeva la buona signora; — grande
errore di non avere aspettato suo padre, lasciandoci intanto venir
troppo attorno il conte Aldini. Ma che vuole? Conoscendo il modo di
pensare del mio Anselmo, sapendo che in questi casi si è sempre rimesso
al parere di sua figlia, non potendo infine dubitare di Lei, che mi
stava garante del carattere di quell’uomo....

— E ne sto garante ancora; — interruppe Raimondo.

La signora Eleonora fece un gesto che voleva dire: ne so abbastanza,
della sua garanzia; poi continuò ad alta voce:

— Ora il male è fatto, e bisognerà rimediare. Io sono grata alla signora
Zuliani della sua sincerità, se anche questa sincerità è stata cagione
involontaria dello svenimento di Margherita. Le ragazze, finalmente,
debbono avvezzarsi a questi malanni; la vita ne è così piena! Mia figlia
non è più una bambina, del resto; sentirà l’obbligo della sua dignità
personale, e si riavrà di questo colpo. Quanto a me, se sono andata un
po’ a precipizio nel fare, posso consolarmi pensando di essere ancora in
tempo a disfare.

— A disfare! a disfare! — gridò Raimondo. — Spero bene che ciò non sarà.
Del mio buon disegno avevo scritto a suo marito, ed egli lo ha in
massima approvato; nè certo poteva fare altrimenti, conoscendo la mia
serietà, come la mia amicizia per lui. Ne va il mio onore, se Filippo
Aldini non è pienamente giustificato. Ma si figuri! ciance di donne
sciocche, o di giovinotti invidiosi, accolte alla cieca da una graziosa
isterica! Eh sì, l’ho detto, e non mi disdico. Il medico me ne parlava
ancora iersera. Amo mia moglie quanto ad un uomo è dato di amare una
donna; ma la virtù non può andarne di mezzo, nè la giustizia; e la donna
che amo non deve guastare i disegni che ho formati in mente, per la
felicità di due nobili cuori. Per sua norma, signora mia, l’Aldini è
l’onore personificato. Ella vuole concedere qualche cosa a sua scusa,
dicendo: leggerezze agli occhi del mondo. Ebbene! non ci sono state
neppur quelle. Ma non sa Lei che da quattro anni lo conosco, e da tre,
poi, non passa giorno che non ci vediamo, ricambiandoci i nostri
pensieri più intimi? La pratica di cui hanno riempite le orecchie a mia
moglie, non c’è, creda pure, non c’è; ne saprei qualche cosa io, se ci
fosse, perchè Filippo non ha mai avuto segreti con me. Pensieroso,
malinconico, sì, un poco, e diciamo pure più del bisogno; ma è il suo
naturale, e non occorre cercarne altre cagioni men belle; è pensieroso e
malinconico, se mai, come tutti coloro che pensano e sentono, come,
tutti coloro che aspettano qualche cosa, che so io? il loro astro
sull’orizzonte.

— Vogliamo dire che ne avesse il presentimento? — chiese la signora
Eleonora, con accento sarcastico.

— E lo dica pure; sarà nel vero. Non mi ha egli sempre detto di no,
quante volte io gli ho fatto proposte, e vantaggiose in sommo grado per
lui? Il cuore non c’era, il cuore non aveva parlato. Ha questa volta,
no: il cuore è stato preso in un súbito. E badi, non voleva, e non
vorrebbe neppur oggi farsi avanti, aspirare alla mano dell’angelica
creatura. Egli sa che è ricca, troppo più ricca di lui, che possiede a
mala pena un trecentomila lire di patrimonio.

— Noi non badavamo a queste cose; — notò la signora.

— Ma doveva badarci lui, delicato com’è. Vuole di più? Mi stia a
sentire. Avendogli io detto che mettevo a sua disposizione cento o
duecentomila lire, se occorrevano, per pareggiare le partite, non ne
volle a nessun patto sapere. Gli pareva una bugia. Ma che bugia! Se a me
piaceva di mettere quella somma a sua disposizione, quella somma era
sua, magari per sempre. No, no, mi rispose, non parliamo di ciò; le
ragioni d’interesse non vengano ad offuscare quelle dell’amicizia. Ho
dovuto cedere io, rimangiarmi l’offerta. Un’anima rara, signora mia;
anime tali non ce ne sono molte nel mondo.

— Con che ardore ne parla! — esclamò la signora Eleonora, che si sentiva
scossa a suo malgrado da quella foga eloquente.

— È l’ardore con cui va difesa e sostenuta la causa della verità. Ne
intenda l’accento, mia buona signora. Ella ha senno e prudenza; non
creda niente. Mia moglie ha raccattato ciarle d’invidiosi, e, senza
pensarci più che tanto, le ha riferite. Che follia! l’Aldini indegno!...
Non creda niente, e dica alla cara Margherita di non creder niente
neppur lei. Del carattere di Filippo Aldini, del suo modo di vivere,
della sua fortuna, non grande, ma neppur disprezzabile, possono prendere
informazioni da altri, se la mia testimonianza non basta. No? l’accolga
adunque piena ed intiera; è quella di un uomo d’onore. Che interesse
avrei io a mentire? L’Aldini non mi può certo far ricco. Ciò che io
valgo in piazza lo sa benissimo il signor Anselmo, con cui ho relazioni
d’affari da dieci e più anni, con cui ho tante operazioni in corso, ad
utile suo non meno che mio! —

La signora Eleonora fu sollecita a chetarlo e colla voce e col gesto.

— Ma non si riscaldi per questo, signor Zuliani. Ella ora mi fa pena,
lasciandomi credere che le mie parole contenessero qualche allusione
amara per Lei. Non ho messa in dubbio la sua probità, la nobiltà del suo
carattere. Son madre, ecco tutto; e forse ho dato corpo alle ombre. Ella
mi giura che il conte Aldini è degno di Margherita; si figuri come son
lieta di crederlo! E se sarà destinato in cielo, se Anselmo vorrà, non
sarò io quella che farò il menomo ostacolo. Sappia bene, signor
Raimondo, che il conte Aldini, a Lei tanto caro, io l’ho per così e per
così. —

E tutta commossa, parlando, la buona signora faceva colla mano distesa
una gran croce di Sant’Andrea sovra il petto. Raimondo afferrò quella
mano e la baciò con devozione d’animo grato.

— Dunque, — ripigliò ella, conchiudendo, — crederò a Lei. E dirò a
Margherita di credere con me. Oramai non si può, non si deve tacerle più
nulla. —

Raimondo se ne partì consolato, e la signora Eleonora si mosse per
recarsi nella camera di sua figlia. Ma non andò oltre la camera attigua
al salotto, che era la sua. Margherita era là, dietro l’uscio,
inviluppata nel suo accappatoio, ancora un po’ tremante per un resto di
febbre, ma cogli occhi scintillanti di gioia.

— Ah, che follìa! — disse la signora Eleonora, stringendosela al cuore,
e cercando di ricondurla presto al suo letto.

— Mamma, perdonami! Ieri ho dovuto sentire per forza; parlava tanto
alto, quella signora! Oggi, ho voluto; non potevo resistere: avrei avuto
più febbre, a restare laggiù nel mio letto. Ma sono forte, sai; non mi
sento più nulla.

— Più nulla! più nulla! e ti brucia ancora la pelle; — replicò la mamma,
traendola via. — Presto a letto, e discorreremo. Hai sentito, del resto;
il signor Zuliani parla con molta sincerità; è un uomo d’onore, e gli
credo.

— Ah, vedi? Eran tutte bugie.

— Sì, cara; ma c’è qualche cosa sotto, che non riesco a capire. Per
fortuna hai bisogno di riposo, e mi stai riguardata qualche giorno
ancora nella tua camera.

— Oh, mamma! e quando quel povero Filippo verrà...

— Quando verrà quel povero Filippo, lo riceverò io. Lo riceverò bene,
non dubitare. Egli non merita di essere sospettato. Sta dunque
tranquilla; non sarà come se ci fossi tu, a riceverlo; ma egli vorrà
contentarsi. È necessario. Tua madre non è un’aquila, — soggiunse
sorridendo la buona signora; — ma a certe cose ci arriva ancora. Bisogna
aspettare il babbo, e col babbo la volontà del Signore.

— Aspetterò.... e pregherò; — disse Margherita, umiliata.

Ma era anche rassegnata, intendendo benissimo che aveva ragione sua
madre. Al punto in cui erano le cose, bisognava andare più lenti, ed
anche fermarsi un pochino; troppo si era corso fin allora, prima che il
babbo avesse dato il responso. Ma col babbo si sarebbe rifatta e come!
Col babbo non aveva sempre ragione lei?



                                  IX.


                      “All’s well that ends well.„


Raimondo Zuliani arrivò quella mattina a casa, per la colazione, con una
mezz’ora di ritardo; cosa che agli uomini d’affari accade sovente, ed
anche a coloro che non hanno affari. Ma egli, quella mattina, non aveva
perduto il suo tempo, e da quel lato poteva stimarsi felice. In fondo
all’anima, piuttosto era stizzito parecchio per l’alzata d’ingegno di
sua moglie. Ma perchè quel discorso matto di Livia alla vecchia
Cantelli? Sua moglie non poteva soffrire la signora Eleonora; ed ecco,
senza che ce ne fosse l’urgente bisogno, era andata a farle una visita.
Capricci! Quella cara donnina aveva i capricci inesplicabili, come aveva
le antipatie irragionevoli.

Di queste, poi, ne aveva egli avuto le prove in molte altre occasioni; a
proposito di Filippo Aldini, per esempio, che nei primi tempi ella
vedeva volentieri come il fumo negli occhi.

— Questi farfalloni! — diceva lei. — Come mi seccano!

— Ma no, cara, no; — rispondeva egli. — Io lo conosco bene, ed è
tutt’altro da quello che tu t’imagini.

— Sì, bravo! come se non si sapessero tutte le sue scorribande! come se
non si conoscessero tutte le belle che ha compromesse! —

Ma qui Raimondo Zuliani aveva una sua teorica bella e fatta, che gli
pareva inespugnabile.

— Ordinariamente, mia cara, un farfallone non compromette se non le
farfalline che si vogliono lasciar compromettere. Le Galier,
verbigrazia. Eh, non andare in collera! Parlo della Galier, come
parlerei delle.... aiutami a dire. E ancora, intendo parlare delle
Galier che non abbiano raggiunta l’età del giudizio: perchè infine l’età
del giudizio viene per tutte, e tanto peggio per quelle tra loro che non
ne sanno approfittare. Del resto, niente di male; — concedeva
bonariamente Raimondo; — sono gran signore, e non si mettono al bando
per così poco; diventando più serie, riguadagnano in gravità ciò che
hanno perduto in leggerezze, tanto che un bel giorno te le fanno perfino
venerabili; un passo ancora, e sono canonizzate sante. Ma ritornando al
mio amico Aldini, egli non ha mai ammesso nessuna delle imprese che tu
gli regali. Visite, galanterie, perditempi, non nego; perditempi
soprattutto, dei quali si è pentito amaramente, dopo essersi molto
seccato. Del resto, vedi, io gli porto fortuna, tirandolo sempre più
alla fede. E come no? Egli assiste in casa nostra ad un sano spettacolo,
contemplando una coppia di sposi che si amano oggi come il primo giorno
della loro unione. Qualche volta a vederlo lì, con la sua cera
malinconica, si direbbe perfino geloso della nostra felicità.

— Che idee!

— Ma sì; e pare in quei momenti che lo assalga un vivo desiderio
d’imitarmi. Son cose che si capiscono, che si afferrano a volo. Ed io,
tant’è, voglio andare incontro al suo desiderio.

— In che modo?

— Cercandogli moglie, perbacco. —

Si rideva, allora; e tanto più rideva la signora Livia, poichè non
credeva che suo marito fosse l’uomo più adatto a simili uffici. Ma egli
si era ostinato in quall’idea; la grande amicizia che lo legava a
Filippo Aldini aiutava a fortificarlo nell’onesto proposito di trovargli
moglie. Ed una volta era stato lì lì per azzeccarla; ma che è, che non
è, proprio da Filippo Aldini gli venivano le difficoltà; quel caro
sragionatore non aveva voluto a nessun patto saperne. Sragionatore,
sicuramente; erano forse ragioni, quelle che opponeva all’amico?

— Non sono ricco abbastanza per prender moglie; — diceva Filippo Aldini.
— Povera, non posso; ricca, non voglio. Non me ne parlare, se mi vuoi
bene. Il blasone degli Aldini, che tu metti avanti come un gran titolo,
è veramente un po’ danneggiato; ma non vuol dorature. Il nome della mia
casa finirà con me; non è forse meglio?

— Una casa storica! — aveva ribattuto Raimondo. — Perchè lasciarla
perire?

— Appunto per ciò, perisca pure. Ho sempre pensato, sfogliando i grossi
volumi del Litta, che le famiglie storiche guadagnino un tanto a rimaner
sepolte nella storia, fasciate nelle loro bende imbevute di aromi. Già,
i nomi che si perpetuano, corrono il rischio di seccare i posteri. E i
posteri, caro mio, non hanno poi tutti i torti. Che cosa c’è più da
fare, ai tempi nostri, se non piccole cose? Bisogna farsi piccini come
esse, adattandosi a tutte le piccole leggi, a tutte le piccole
consuetudini, che d’ogni parte stringono la nostra volontà, come i fili
di seta degli abitanti di Lilliput stringevano il povero Gulliver sulla
spiaggia dov’era naufragato. E non c’è pericolo che diventando piccoli
uomini, i tardi rampolli delle grandi famiglie levino un po’ di credito
ai famosi antenati?

— Dio, quanti pericoli! — aveva esclamato Raimondo. — E quanti guai vedi
tu in una proposta di matrimonio! Basta, lasciamola lì. Ci penserai
meglio, e ci sarà da discorrerne ancora.

Ma intanto non aveva creduto opportuno d’insistere, e per un pezzo
doveva essergli passata la voglia di ritoccare quel tasto. La signora
Livia, dal canto suo, aveva riso di gusto; e dal canto suo si era man
mano adattata all’amico di Raimondo. Almeno, pareva che fosse così,
perchè non le era più accaduto di dirne male, o di trattarlo con troppa
freddezza, nelle rare visite ch’egli faceva in casa Zuliani. Bisognava
proprio che le antipatie ripigliassero allora, mentre Raimondo era sul
punto di vincere le ripugnanze matrimoniali dell’amico! E quell’altra
antipatia per le Cantelli! Quella, poi, era la più irragionevole di
tutte. Dall’appoggio del banco Cantelli non ripeteva le sue fortune il
banco Zuliani?

Giunto a casa, Raimondo trovò la sua signora, non pure alzata, ma
risanata del tutto, come ella diceva, e di buonissimo umore. Per contro,
era imbronciato Raimondo, avendo in corpo quel po’ di stizza che
sappiamo. Certo, l’avrebbe smaltita, se Livia fossa stata ancora
ammalata. Ma era sana, ilare nell’aspetto; ed egli, non potendo più
digerirsi il suo malumore, non sapeva neanche dissimularlo.

— Che cos’hai? — gli disse ella ad un certo punto, vedendolo mandar giù
bocconi su bocconi, senza mai proferire una parola. — È calata la
rendita?

— No, anzi c’è un mezzo punto di rialzo.

— O allora?

— Allora, che?

— Tu hai qualche cosa; ti si legge negli occhi.

— Ebbene, sì; — rispose Raimondo; — sono in pensiero per quella povera
fanciulla.

— Povera fanciulla! — ripetè la signora. — Quale?

— La signorina Margherita. È indisposta; e non dev’essere una cosa tanto
leggera, perchè sua madre non me l’ha lasciata neanche vedere.

— Ahi sei stato al Danieli.

— Sì. —

Qui, al monosillabo asciutto successe un breve silenzio.

La signora Livia esplorava il volto di suo marito. Ma poco poteva
vederne, perchè egli teneva il mento abbassato sul piatto.

— E lo hai sentito, — riprese ella, — il gran caldo di quelle stufe?

— L’ho sentito, e mi è parso tollerabile; — rispose Raimondo. — Del
resto, facciamo a parlarci chiaro, bella mia; non è stato il gran caldo,
quello che ha colpito la signorina Margherita, ma piuttosto certi
discorsi fatti a sua madre, e che sua madre avrà dovuto riferirle.

— Discorsi! di chi?

— Tuoi, cara, a proposito del conte Aldini. —

La signora Livia levò gli occhi al soffitto, come se volesse invocare
quel di lassù a testimonio della sua innocenza.

— Ma non può essere; — esclamò; — non può essere. Sua madre non può
averle riferito nulla da alterarla, se Margherita si sentì male nella
camera attigua, mentre io stavo ancora in salotto a discorrere colla
signora Eleonora.

— Allora diciamo che ti abbia sentita, ascoltando dietro l’uscio. E il
tuo discorso era tale, certamente, da farle un senso spiacevole. Ne
convieni? — disse Raimondo, studiandosi di dare alle sue parole la
intonazione più delicata.

La signora Livia ebbe l’aria di cascar dalle nuvole.

— No, meno che mai; — rispose. — In che cosa, di grazia, qualche mia
parola a proposito del tuo amico, sua conoscenza casuale, e neanche di
antica data, poteva dispiacere tanto alla signorina Cantelli?

— Ma tu non sai.... Tu non hai dunque capito, mia cara, che c’era di
mezzo un disegno.... un disegno mio, di nozze fra lei e Filippo Aldini?

— Ah, sì? questo? — esclamò la signora, con accento di gran meraviglia.
— E perchè non dirmelo prima? Avrei saputo come governarmi. Tu non hai
dunque confidenza in me? Sei brutto, molto brutto. —

A quelle moinerie non resisteva Raimondo; non aveva mai resistito.

— Ma che! — diss’egli, confuso. — Ti avrei avvisata di questi giorni
appunto. Era un negozio appena appena incominciato, e poteva risolversi
in nulla. Volevo esser sicuro di non fare strada falsa; volevo sentir
l’opinione del signor Anselmo. Capirai, sono lavori fini, che vanno
maneggiati coi guanti, come gli affari di banco. Ti parlo io degli
affari che faccio, quando sono appena imbastiti? Li sai, quando sono
cuciti di sodo; e ne hai la tua parte, bella mia. Non ti dico questo per
farmene un merito, ma solamente per ricordarti che io ti associo nel mio
pensiero a tutto quello che faccio, essendo sicuro che tu mi porti
fortuna. Ma tu, piuttosto, perchè fare quel discorso alla signora
Eleonora?

— Discorso! — rispose Livia. — Bisognerebbe sapere in che termini ti è
stato riferito, poichè ella ha stimato di farne un gran caso. Del resto,
ecco qua, se lo ricordo bene; si parlava di tante cose, e di tante
persone, come è l’uso, senza dare importanza a nulla. È venuto in ballo
il signor Aldini, e la signora Cantelli mi ha chiesto che uomo era. Le
ho detto quello che ne sapevo io, quello che ne avevo sentito dire,
quello che se ne è sempre raccontato nei salotti di Venezia, e meno,
s’intende, assai meno di quello che avrei potuto.

— Ma la signora Cantelli se ne è conturbata; — osservò Raimondo.

— Si conturba di poco; — rispose Livia, alzando le spalle. — Ma già,
dovevo ricordarmelo, che è un’oca. Sì, le ho detto che è un giovine alla
moda; che ha fatto molto parlare di sè, pei suoi trionfi in società; che
ora si è dato al tenebroso, al misterioso, come un eroe da romanzo, e
che ci doveva esser sotto una grossa passione; quello che infine si dice
da tutti. Ho aggiunto che tu lo ami molto, lo proteggi, lo difendi a
spada tratta. E avrò anche detto, in risposta ad una domanda dell’oca,
che non è ricco, vivendo egli d’una piccola rendita.

— Male! — esclamò Raimondo.

— Perchè, male, se è il vero? Dovevo io farlo passare per un milionario
travestito? Che cosa voleva lei che gliene dicessi io? che glielo
gabellassi per il più ricco, il più santo, il più meraviglioso degli
uomini?

— Ma tu sei crudele con quel poveretto! — notò malinconicamente
Raimondo. — Speravo che conoscendolo meglio tu ti fossi oramai riavuta
di certa antipatia primitiva, e lo vedessi un po’ più di buon occhio.

— Non l’ho da vedere nè di buono nè di cattivo; — replicò la signora. —
Mi annoia sempre un pochino che tu t’innamori tanto d’altre persone.

— Bambina! Ma non si tratta già di una bella signora!

— Eh, non ci mancherebbe più altro! — conchiuse Livia, con accento di
comico dispetto, che piacque maledettamente a Raimondo.

— Basta, — diss’egli rimettendosi al grave, — ho aggiustato io ogni
cosa.

— Ah! e come?

— Dicendo alla signora Eleonora che son tutte ciarle di scioperati.
L’Aldini è un gentiluomo serio, che frequenta poco il bel mondo, e
perciò gli hanno fatta riputazione di uomo misterioso, come, quando lo
frequentava, gli avevano fatta quella di uomo leggero.

— Scaricando lui, naturalmente, avrai caricata un tantino tua moglie; —
notò la signora, con accento di sottile ironia.

— No, me ne guardi il cielo; ho detto che potevi essere indotta in
errore da ciarle di scioperati ed invidiosi, che nei salotti
disgraziatamente son troppi, e confondono gli spiriti più elevati, come
i cuori più nobili. Voi, donne care, non ci badate, a certe malignità,
che possono anche parervi innocenti burlette, e perfino verità
sacrosante. Quando una cosa vi preme poco, ascoltate, non andando a
vedere il fondo, e bevete grosso, come le spugne. L’Aldini, io ho dovuto
studiarlo a lungo, direi quasi sminuzzarlo. Come gentiluomo, non c’è
nulla da dire; come amico, è leale, sincero, senza segreti per me, ed io
ho potuto in coscienza farmi garante per lui; come proprietario, non è
ricco, ma neanche può dirsi povero. È questione d’intendersi sul valore
del vocabolo; ad ogni modo, trecentomila lire di terre al sole, non sono
miserie da povera gente.

— Ma non saranno neanche grandezze, da poter aspirare alla mano di una
Cantelli.

— Perchè? So, a buon conto, che Anselmo non fa questione di denaro. È
tanto ricco lui! Ha sette milioni di sostanza, già consolidata, come si
dice, in beni stabili, rendita nominativa, buoni del tesoro, azioni di
ferrovie, di banche, e va dicendo. Conosco il suo asse, come egli
conosce il mio, tanto più modesto del suo.

— Fortunato, l’Aldini! — esclamò la signora Livia. — Ma quanto ne
toccherà a lui, di quei sette milioni?

— Il conto è presto fatto; — rispose Raimondo, che si sentiva invitato
al suo gioco; — basta attenersi alla legge. Non è infatti da credere che
nel suo testamento il signor Anselmo voglia trattare con diversa misura
i suoi figli, e la femmina men bene del maschio. Quanto assegnerà egli
in dote a Margherita? Tre, quattro, cinquecento mila lire? Lo saprò,
quando avremo discorso a quattr’occhi; ma la batte sicuramente tra
questi numeri. Siano anche cinquecentomila, come propendo a credere; non
intaccheranno i sette milioni, che da qui al giorno fatale “della
partenza che non ha ritorno„ vorranno esser cresciuti d’un bel poco.
Ragioniamo dunque sui sette: della metà, cioè dei tre milioni e mezzo,
il testatore può disporre come crede, per beneficenze, o per impegni
diversi che possa avere, o per favorire la sua vedova a cui per legge un
po’ cruda spetterebbe soltanto l’usufrutto d’un quarto sull’altra metà
dell’asse, divisibile in eque parti tra i figli. Io penso che Anselmo
vorrà lasciare la signora Eleonora assai ben provveduta; e penso ancora
che della quota a lei assegnata, la brava signora vorrà poi disporre in
parti eguali tra i figli. Quanto ai tre milioni e mezzo, divisibili
tosto tra i figli, Margherita ne avrà la metà, compresa la dote già
ricevuta; dunque un milione e settecentocinquanta mila lire. E questo è
il sicuro; resta sempre l’incerto, ma probabile, come avrai già capito.

— Si adatterà, il tuo amico? Sai bene quello che pensa, in materia di
denaro.

— Sì, so bene quello che ne pensava un giorno; — rispose Raimondo,
sorridendo.

— Ha dunque cangiato opinione?

— No, ma vedi, mia cara; in tutti i ragionamenti umani c’è sempre un
piccolo elemento perturbatore, che te li cambia lì per lì nel cervello,
quando meno ci pensi. Qui non si tratta più, come un giorno, di
accettare o no una proposta di alleanza con una persona sconosciuta, o
indifferente; qui s’è intromesso l’elemento perturbatore, quell’elemento
che i poeti chiamavano una volta “il bendato arciero„.

— Ma non vorrà essere ugualmente bendato il banchiere; — osservò con
molto giudizio la signora Livia. — I banchieri hanno l’uso di tener gli
occhi bene aperti; e non ci vogliono bende, se mai, preferendo un buon
paio di occhiali. Vorrà almeno che ci sia tanto da garantirgli la dote.
Ora tu propendi a credere che la dote sia di cinquecentomila lire....

— C’è rimedio anche a questo; — rispose Raimondo, con aria di trionfo. —
E le dugentomila che soverchiassero il patrimonio di Filippo,
s’investirebbero con tutto il resto della dote in altrettanta terra,
magari accanto a quella che già possiede Filippo, arrotondando così la
tenuta, e facendone un vero latifondo. Ti capacita? Quanto alla parte
dell’eredità paterna, è cosa di là da venire, e Margherita potrà
costituirsela in sopraddote. Il signor Anselmo, del resto, come ti ho
detto, non cerca ricchezze, ma la felicità di sua figlia. Che vuoi tu
che si faccia dei denari di un genero? Ce ne siano per la decenza, e
basteranno. L’essenziale è che ci sia serietà nel giovane, e che il
giovane piaccia a Margherita. Ora il giovane è serio, e le piace.

— Come lo sai? — domandò la signora.

— Te lo dimostra abbastanza il suo svenimento.

— Ma proprio non mi vuoi credere che sia stato il gran caldo?

— Non voglio? non posso. Metti pure che la signora Eleonora mi abbia
tutto confessato.

— Allora, non parlo più; — disse Livia, dando in uno scoppio di risa.

E seguitava a ridere come una pazza, arrovesciando il capo sulla
spalliera della scranna, a ridere sfrenatamente, fino a farsi venire il
singhiozzo.

— Perchè ridi così? — le chiese egli finalmente.

— Rido della confessione, mio caro; — rispose la signora, ripigliando lo
sfogo della sua profonda ilarità. — Ma che si confessano i segreti delle
ragazze, agli amici di casa? È un’oca ti dico, anzi una pàpera. E se
poi, Dio guardi, per una ragione o per l’altra, si scombinasse il
combinato, i dolci segreti della bella Margherita sarebbero stati messi
in circolazione.

— Si fermeranno a me; — disse Raimondo.

— E a me; — soggiunse Livia. — Siamo già in due a conservarli.

— Non sei tu una parte di me stesso? e la migliore? — riprese Raimondo.

— Sia, come vuole la galanteria del mio signore e padrone; — conchiuse
Livia amabilmente; — ma la signora Eleonora resta sempre una gran
sciocca. Il migliore amico dell’oggi può essere domani tutt’altro. Dopo
di che, corro il rischio di diventarci oca ancor io. Che importa a me di
tutto ciò? Ognuno si contenti a suo modo. Così, dunque, secondo te,
questo matrimonio è sicuro?

— Spero bene; si potrà crederlo tale, dopo l’arrivo del signor Anselmo.

— Che sarà stato informato di tutto, m’immagino.

— Certo, e verrà presto, appena abbia sbrigato alcuni affari urgenti.
Che te ne pare? Ho io fatte le cose per bene?

— Ottimamente. Ma se permetti un’osservazione....

— Permettere! — esclamò Raimondo. — Ma tu sei la mia padrona; lo sai
bene, questo!

— Sì, sì, ma qualche volta.... — mormorò ella, con quell’accento
bambinesco, che le andava così bene, — Ci sono delle osservazioni che
annoiano, che potrebbero perfino offendere un uomo.

— Ed ora, mia bella, tu mi rendi curioso, curioso come....

— Come una donna, di’ pure; ti assolvo.

— Ed io te, per la tua osservazione, che aspetto.

— Eccola qua; non sei un po’ sciocco, anzi molto sciocco anche tu? —

Raimondo balenò un istante sulla vita. Sentirsi dir sciocco non è
piacevole mai ad un uomo.

— In che modo? — diss’egli turbato.

— Col tuo voler lasciare la professione di banchiere, per cangiarti in
sensale di matrimonii.

— È tutto qui? — riprese egli, riavendosi un poco.

— Tutto qui.

— Ebbene, aggiungi sensale a titolo gratuito.

— Ma è sempre ridicolo, sai. —

Raimondo era lì lì per sentirsi tale davvero. Ma si fece forza, e cercò
ragioni da nobilitare il suo atto.

— Per l’amicizia, mia cara. Che cosa non si farebbe per l’amicizia?
Aggiungi il punto d’onore. Sì, certo, anche questo è stato il movente.
Quel cervello balzano di Filippo non mi aveva battuto una volta, con le
sue ragioni che non erano ragioni? Gliel ho detto allora; ci penserai
meglio e ne riparleremo. Ho aspettato il mio giorno e la mia ora. In
cambio di proporgli un partito, gliel ho fatto capitare davanti agli
occhi, senza dargli avviso del pericolo. N’è rimasto abbagliato; s’è
innamorato a buono, e il dardo dell’arciero bendato non gli esce più
dalla ferita. Ho vinto io, dunque; ho riconquistato il mio onore,
essendo stato più forte di lui. Che ne dici?

— Che hai molto buon cuore; — sentenziò Livia solennemente; — molto buon
cuore.

— Sei dunque contenta della mia vittoria?

— Sì, caro, contentissima; quantunque, con tutta la tua vittoria, tu non
mi abbia l’aria di muovere in cocchio verso il Campidoglio, ma di
volerti adattare piuttosto a seguire il cocchio degli altri. Ti par
bello? Hai fatto, e finirai di fare l’intermediario tra gli amori
altrui. Mettici pure di mezzo il parroco e il sindaco; il fatto è sempre
quello. Ma il fatto non si può disfare, e contentiamoci così. Torno a
dirti che sono contentissima. Se tu mi avessi avvertita prima, del tuo
lavorìo, non avrei certamente messo parole a guastarlo. Per fortuna, hai
potuto rimediare, e dare anche una spinta più forte al cocchio di cui
parlavamo. Così ha ragione il proverbio, che tutto il male non vien per
nuocere.

— Ma se lo dico io, che sei un angelo! — gridò Raimondo che vedeva
finire in un’aperta di cielo quella mezza burrasca. — Hai le tue piccole
antipatie, veramente.

— No, caro. L’oca mi dà un po’ di noia, ecco tutto. La figlia è carina,
e le rendo giustizia. Carina per ora, intendiamoci; bisognerà vedere
come metterà.

— Oh Dio, degli altri dubbi?

— Già; se diventasse un’oca come sua madre, che brutti giorni al signor
conte! —

E ripigliava a ridere, la signora Livia, a ridere più che mai, fino alle
lagrime, e facendosi ritornare il singhiozzo.

Raimondo pensò che quello fosse un ridere troppo forte per troppo lieve
cagione. Ma conosceva il carattere di sua moglie, con quella facilità di
andare agli estremi. Ora tra un estremo e l’altro, era da preferirsi
quello del ridere. Il ridere fa buon sangue, finalmente. Ed egli poteva
consolarsi pensando al titolo di una commedia dello Shakespeare: _All’s
well that ends well_; è tutto ben quel che finisce bene. Per tali
ragioni Raimondo Zuliani se ne andò quel giorno assai felice al suo
banco; felice ancora di essersi sollevato d’un gran peso, confidando
alla sua Livia il segreto che gli doleva di aver mantenuto troppo a
lungo con lei.

Quel giorno, ancora, a pranzo, la bella signora trovò nella sua
salvietta un astuccio di velluto azzurro che prometteva gran cose.

— Un gingillo, — disse Raimondo, con aria modesta; — ed era un gioiello
di grandissimo prezzo, una vera meraviglia, un regalo da principe.



                                   X.


                           Idilio domestico.


Filippo Aldini aveva lasciato passare un giorno senza andare al Danieli.
La visita inaspettata della signora Zuliani, mettendolo presto nella
necessità di congedarsi, gli aveva impedito di chiedere alle signore
Cantelli se potesse piacer loro di fare qualche altra passeggiata
artistica la mattina seguente; perciò non aveva stimato neanche
opportuno di ripresentarsi, e senza una apparente ragione, a
ventiquattr’ore di distanza. Andò il terzo giorno, che era un mercoledì,
conciliando col suo desiderio le convenienze sociali. Lo ricevette la
signora Eleonora, che era sola nel salotto; nè per tutto il tempo delle
solite ciarle preliminari d’ogni visita di cerimonia Filippo Aldini vide
comparir Margherita: l’uscio della camera attigua, donde soleva
presentarsi la luminosa figura, rimaneva inesorabilmente chiuso, “d’ogni
lume muto„.

Ardì finalmente chieder di lei, parendogli che più del parlarne fosse
disdicevole alla condizione sua di visitatore il tacerne.

— È poco bene; — gli disse la signora Eleonora. — Il medico le ha
raccomandato qualche giorno di riposo.

— Speriamo sia cosa leggera; — riprese egli turbato, invocando colla
intensità dell’accento e dello sguardo una confortante risposta.

— Sì, sì, leggera; ci ha avuto un po’ di febbre; ma anche questa è
svanita. —

La signora Eleonora rispondeva impacciata, fors’anche di mala voglia, e
Filippo Aldini non osò chieder di più. Era già per andarsene, avendone
buon pretesto nel timore di riuscire importuno; ma la signora lo
trattenne, dicendo che per allora la sua Margherita non aveva bisogno di
lei. Così seguitarono un altro poco a discorrere, lei senza calore di
frasi, egli non sapendo che dirle di nuovo o di vario, per offrire
appiglio ad una conversazione che non fosse di parole scucite. Per
fortuna giunse Federigo, e la signora Cantelli si animò un tratto alla
presenza del figlio. Anche Filippo ebbe modo di tacere, senza venir meno
alle buone creanze, e tempo di collocare discretamente qualche frase qua
e là. Poi se ne andò, giustamente immaginando che il suo rimanere più a
lungo avrebbe impedito a quei due di andare nella camera di Margherita.

Quella indisposizione subitanea, e più ancora il silenzio intorno alle
cause che l’avevano prodotta, mettevano Filippo Aldini in una grande
ansietà, ch’egli tentava invano di dominare. E Raimondo non ne sapeva
niente? Forse da lui avrebbe saputo qualche cosa. Passò dunque a
salutare Raimondo al suo banco, non facendo nulla di strano con ciò,
poichè soleva andarvi quasi ogni giorno, dalle tre alle quattro del
pomeriggio. Raimondo fece festa all’amico, secondo l’uso, e fu il primo
a parlargli delle Cantelli, chiedendogli se fosse andato a salutarle.

— Sì, sono stato; la signorina Margherita è indisposta; — rispose
Filippo. — La signora Eleonora dice che è cosa leggera. Ma che sarà
veramente?

— Non te lo ha detto?

— No, niente, ed io non ho creduto conveniente insistere colle domande.

— Ebbene, te lo dico io; è stato un effetto del gran calore che mandano
le stufe dell’albergo. Anche mia moglie ne ha sofferto, solo a restarci
un’ora in visita: ma per lei, fortunatamente, è bastata qualche ora di
letto; mentre la signorina Margherita, che a quella fornace si è
scaldata più lungamente, ne ha sofferto di più. Non temere, per altro; è
cosa da nulla, tanto da nulla, che ieri, quando fui al Danieli, la
signora Eleonora non aveva neanche chiamato il medico.

— Lo ha chiamato poi; — disse Filippo; — perchè me ne ha parlato.

— Ah sì; e il nome?

— Non lo ha detto.

— E che cosa ha ordinato?

— Qualche giorno di riposo.

— Vedi dunque? Non c’è da stare in affanno, mio felice mortale. Ci si
vede, stasera? Non si va a teatro, e si fanno quattro ciarle, al solito
dei mercoledì. Ma vieni per tempo; se no, potrebbe darsi che uscissi, e
ti vedrei troppo tardi. —

Filippo Aldini promise. Andare per andare, meglio di prima sera, per non
correre il rischio di perdere la compagnia dell’amico.

Raimondo era di buonissimo umore: a casa fu piacevolissimo, pensando
sempre come la sua Livia avesse gradito il suo regaluccio. Disponendosi
ad accompagnare la moglie nella sala da pranzo, le disse tra tante altre
cose più o meno importanti:

— Stasera avremo il nostro Filippo. —

La signora Livia non rispose. Ma forse non aveva udito; poichè egli,
dopo un istante, riprese:

— Se almeno capitasse sull’ora del caffè!... Egli ha sempre detto che
quello di casa Zuliani è il primo caffè di Venezia.

— Chi? — domandò la signora.

— Filippo, Filippo Aldini. È passato da me oggi alle quattro; e mi ha
promesso di venire questa sera da noi. Vedi come son forte in
grammatica.

— Che cosa viene egli a fare? — scappò detto alla signora. — S’è
inabissato il Danieli? non dovrà egli condurre le signore Cantelli a
teatro?

— Non è questo il suo uso; — notò pacatamente Raimondo. — Poi, come ti
ho detto, la signorina Margherita è ancora indisposta.

— Ah, non ci pensavo. E allora il signor conte si degna di venire da
noi? Staremo agli avanzi.

— Ma che idea!

— Bene, lo riceverai tu. Io mi ci seccherei; e il meglio sarà di darmi
per ammalata. Non è la moda?

— Via, fammi il piacere! — gridò Raimondo. — Che cosa ci hai, contro
quel poveretto?

— Niente; che vuoi ch’io ci abbia? O piuttosto, sì, pensandoci meglio,
sento di averci qualche cosa. Prima d’ora, lo stimavo; oggi.... mi pare
un altro uomo, e un altro carattere. Sai che son fatta così; quel che
penso debbo dirlo, o lasciarlo capire. E intanto, con tutto quello che
penso, dovrò, per far piacere a te, parlargli della felicità che lo
aspetta, e rallegrarmi con lui della gloria di quei due milioni, o giù
di lì, che la fortuna gli porta.

— È tutto qui? — disse Raimondo. — Non gliene parleremo.

— Sarebbe l’unica; — consentì la signora. — Ma tu col tuo fare così
largo, così espansivo, sarai capace di star zitto? —

L’osservazione non era piacevole; ma Raimondo ebbe il buon senso di
mandarsela in celia.

— Ah sì, birichina? Perchè non ho saputo tenere un segreto con te, mi
credi incapace di star zitto con gli altri? Ma con te era un’altra cosa,
mia bella. Non potevo tacerti più a lungo un’idea che mi premeva tanto,
e che contro il tuo pensare, permetti, mi pareva e mi pare sempre più
una bella cosa.

— Puoi dirla anche bellissima; — rispose la signora. Che si canzona? Un
milione e duecento cinquantamila lire, e poi la dote di cinquecentomila.

— No, cara; la dote prima, l’eredità poi, e speriamo assai tardi.

— È tutt’uno; e verrà egli in possesso di tutto.

— Neanche questo; sarà tutta roba dei figliuoli.

— Che han da venire; — commentò la signora. — Ed egli frattanto
amministrerà.

— Amministrare non è scialacquare, ed egli vorrà tenere i suoi conti in
regola. Oh, infine, perchè una ragazza è ricca, non troverà più un
galantuomo che s’innamori di lei? E se il galantuomo s’innamora, dovremo
noi sospettarlo di secondi fini? Sii giusta, amica mia, sii ragionevole.

— Sì, sì, quello che vorrai; tanto più che non ho da farci uno sforzo; —
rispose la signora, ridendo di quel suo riso pazzesco. — Un giudizio
interiore sugli atti del prossimo nostro non si può soffocare, ecco
tutto. Ma il fare una bella o una brutta cosa, risguarda lui. Resta che
io non gli entrerò di nulla, e tu nemmeno; altrimenti un po’ d’amaro
dovrebbe uscir fuori.

— Ma perchè, Dio santo, perchè?

— Sei tu che me lo domandi? Tu, a buon conto, hai sposato una donna che
non aveva un soldo. Ho detto un soldo.

— Bella forza! — esclamò Raimondo. — Quella donna era Livia la bella.

— Anche quell’altra è bella, ma con la ricchezza in più.

— Bella, sì, non lo nego; — riprese Raimondo. — Ma che paragoni vuoi
fare? Sono essi possibili? Riconosco tutto quello che va riconosciuto;
ma sopra Livia, o alla pari con Livia, niente, niente; hai capito? vuoi
che vada a gridarlo sul campanile di San Marco? —

Livia era in quel momento un po’ avanti a lui. Si arrestò, mentre egli
finiva la frase, gli appoggiò le spalle sul petto, e arrovesciando il
capo sull’omero di lui, volse la faccia ridente per modo che il galante
marito potè cogliervi un bacio.

Quella sera Filippo Aldini capitò al palazzo Orseolo; non sull’ora del
caffè, come Raimondo avrebbe desiderato, ma pochi minuti più tardi. Fu
accolto con grazia incantevole dalla padrona di casa, e di ciò fu
contento Raimondo assai più che di poter offrire all’amico una chicchera
del primo caffè di Venezia. Così, fatto felice con poco, Raimondo parlò
volentieri per tre, mentre Filippo anche più volentieri ascoltava, e la
signora Livia guardava i giornali, interrompendo di tratto in tratto
quella leggera occupazione con qualche breve sparizione; per dar ordini,
naturalmente, e una volta poi per ritornare tutta gloriosa e trionfante
con una gran busta di velluto azzurro, che posò sulla tavola sotto gli
occhi dell’Aldini.

— Confetti? — mormorò egli, tanto per dire qualche cosa.

— Se ne gradisce, signor conte; — rispose la signora, facendo scattare
il coperchio. — Per serate di gala. —

Filippo Aldini rise involontariamente dell’errore in cui era caduto. Ma
l’errare è da uomini, specie in simili cose. La gran busta di velluto
azzurro racchiudeva nella sua custodia di raso bianco un gioiello
stupendo, una specie di diadema tra lo stile egizio e l’etrusco. Un
cerchio d’oro, che s’andava assottigliando verso i capi, e che doveva
nascondersi mezzo entro le ciocche della capigliatura, reggeva nella sua
parte anteriore un serpente, avvolto in larghe spire, eretto il collo e
spalancate le fauci, in atto di ghermire una farfalla. L’idea, forse,
non era nuova; ma la facevano parer tale, se mai, le grazie di un’arte
squisita, e più di tutto una leggerezza di esecuzione che contrastava
mirabilmente colla varietà della materia posta in opera, e tutta
distribuita in piena evidenza. Il serpente era coperto per intiero di
smeraldi sul dorso, di crisòliti nel ventre, con aggiunta di carbonchi
nella cresta e negli occhi: la farfalla aveva il corpo formato di tre
zaffiri, e le ali tempestate di brillanti; screziate di brillanti
minuscoli le antenne, e terminate in due rappettine di brillanti più
grossi, tremolanti e scintillanti ad ogni moto dei loro tenui sostegni.

Insomma, era uno splendore, una maraviglia, un portento. Filippo ammirò,
come doveva, esaminando attentamente in ogni parte il lavoro, e lodò
senza fine il buon gusto della scelta.

— Della scelta! — esclamò Raimondo, — Non ne ho nessun merito. Era il
meglio della vetrina, e la grande ultima novità di Parigi. Con queste
raccomandazioni, non c’era da scegliere; bisognava portar via
senz’altro.

— Ti loderò dunque di aver portato via; — disse Filippo. — Sei contento?

— Raimondo è un angelo; — sentenziò la signora.

— Angeli in terra, e coi baffi! — gridò Raimondo, con accento di
protesta. — In terra, mia cara, non ci sono altri angeli che le donne: e
aggiungerò: alcune donne.

— Angeli caduti di lassù, dunque; — fu pronta a ribattere la signora
Livia; — voleranno male, non ti pare? E saranno anche capricciosi,
diseguali d’umore, come siamo noi troppo spesso. Ma tu, Raimondo, sei
sempre quello d’un giorno. Dica Lei, Aldini; non pensa come me, che
Raimondo è un angelo? —

Filippo Aldini sentiva di fare in quell’idilio maritale una parte
abbastanza ridicola. Avrebbe per intanto voluto trovare qualche idea che
gli facesse gioco, rialzando un pochettino la sua condizione di terzo
incomodo.

— Raimondo è banchiere; — diss’egli. — Come banchiere gradirà le
cambiali a due firme. Ma non qui certamente; e il mio avallo varrebbe
poco, anzi diciamo pure che guasterebbe, dove ella ha parlato così bene.
Io so per mio conto che Raimondo Zuliani è la perla degli amici.

— Ah, ne conviene? — gridò la signora con accento di viva esaltazione,
mentre gli occhi le si accendevano d’un lampo subitaneo.

Filippo si era già pentito della sua giunta. Gli passò per la mente che
da quelle sue parole si prendesse occasione ad entrargli del suo
matrimonio, che era ancor di là, molto di là da venire. Ma non se ne
fece nulla; il lampo subitaneo degli occhi si spense, l’accento si
rifece pacato, ed anche Raimondo si era fatto sollecito a cangiare
argomento. Ne uscì dunque colla paura; e frattanto uno squillo del
campanello in anticamera annunziava visite. Entravano pochi istanti dopo
in salotto il cavaliere Lunardi e il maestro di musica. Oh bravi!
Filippo Aldini li avrebbe di gran cuore abbracciati.

Anche la signora Livia fu molto contenta di quei due arrivi. E come no?
Erano due gentiluomini della sua corte, e si dimostravano singolarmente
fedeli; erano anche i più utili, l’uno per tener viva la conversazione,
l’altro per variarla con un pochino di musica.

— Abbiamo pensato che era mercoledì, e che Ella non andava a teatro; —
disse il cavaliere Lunardi, stringendo devotamente la mano che Livia gli
stendeva con gesto regale.

— Usanza vecchia; — rispose ella. — Bisognerà cambiarla.

— Perchè?

— Per far novità, non le pare? Il mondo cammina; non possiamo star fermi
noi, che ci dobbiamo viver dentro.

— Oh, signora, non si dia pensiero del mondo. Quando avrà ben camminato,
si stancherà. Noi facciamo intanto il comodo nostro. Ed ella, per
carità, non ci levi la nostra buona serata.

— Ella è sempre gentile, signor cavaliere. Ma io non la leverò di qui,
se non per vederla ancora a teatro. —

Tra queste ed altre chiacchiere d’uguale importanza, il maestro di
musica era andato al pianoforte. E suonò, quasi sarebbe inutile il
dirlo, un po’ di _Bohème_, quindi un po’ di _Manon_; anzi delle due
_Manon_: avrebbe suonato anche un po’ di _Tosca_, se la _Tosca_ fosse
già stata messa in musica e portata agli onori della scena. Ma ciò,
senza avere in animo di far torto ai giovani compositori italiani,
conveniva poco alla signora Livia.

— Maestro, — diss’ella, facendo interrompere di punto in bianco una
elegantissima frase melodica, — ci suoni il duetto d’amore
dell’_Otello_. È una cosa tanto appassionata, veramente deliziosa! —

Il maestro fu pronto ad attaccare il pezzo richiesto.

— Che dolcezza! che incanto! — mormorava la signora Livia.

E coi moti del capo, e col battere delle dita sulle pieghe della gonna
di velluto, accompagnava i suoni, che le andavano all’anima. Dovevano
tutti infiammarsi, andarne in visibilio come lei, e primo frattanto il
cavaliere Lunardi, che le sedeva vicino. Ma il buon cavaliere era in
vena, quella sera, e non voleva arrendersi senza battaglia.

— Strano! — diss’egli, poichè il maestro ebbe finito. — Un duetto
d’amore tra marito e moglie! S’è mai sentita in teatro una cosa
simile? —

La signora Livia s’inalberò, minacciando il cavaliere Lunardi colle
stecche raccostate del suo ventaglio.

— Ma sa, cavaliere, — gridò, — che questa sera, contro l’uso, Ella è
molto brutto?

— Grazie per l’uso; — riprese egli, inchinandosi sulla vita; — ma in che
sarei brutto, stasera?

— Non se ne accorge? Nel non veder poesia nel matrimonio. Il nodo è
sacro; non è dunque da buttar via. E se due creature l’hanno per tale,
non ci vorrà Ella riconoscere un bello esempio di costanza in amore? La
costanza....

— Tiranna del core; — soggiunse a mo’ di glossa il cavaliere Lunardi.

— Tiranna pei duchi di Mantova; — ribattè la signora; — ma non per chi
ama davvero. E le pare una cosa tanto poco poetica, da non tollerarsi in
un duetto d’opera?

— Ecco, io non so veramente; — rispose il cavaliere Lunardi, fingendo di
mettersi sul grave; — bisognerebbe aver provato. Del resto, qui si fa
per discorrere, ed io, in questa causa di santificazione del matrimonio
sarò l’avvocato del diavolo; una parte che non disdegnano di sostenere i
più fedeli cristiani. Il matrimonio, ella dice, può essere esempio di un
amore costante. Un amore costante è un amore che rischia d’invecchiare.
Diciamo dunque un amor vecchio. Ed io ho letto in un autore antico, e
latino, il che accresce di tanto la sua autorità, che un amor vecchio è
una gran prigionia. Dimmi tu, Filippo, se cito giusto; tu che hai gli
autori latini sulla punta delle dita. —

L’Aldini sorrise, tentennando la testa.

— Troppo forte mi fai; — rispose. — Ma per questa volta ti posso
servire. L’autore latino è Petronio. _Antiquus amor carcer est_, ecco la
massima; ma egli, per tua norma, la fa dire da uno dei commensali di
Trimalcione, e per celia.

— Bravo! — gridò Raimondo. — Aiutaci un po’ tu contro questo terribil
cavaliere.

— Terribile, è troppo onore per un combattente mio pari; — disse il
Lunardi, ridendo. — Infatti, vedete; io, da buon campione.... senza
valore, cedo volentieri sulla questione poetica; ma mi rovescio sulla
questione musicale. Mi battano anche su questa. Intanto io sostengo e
dico che l’amore matrimoniale non è da duetti alla ribalta. Questo
dell’_Otello_, che credo sia l’unico, su che idee tenta di appoggiarsi?
Su questa, che è poi un cenno di tempi anteriori al matrimonio: “E tu
m’amavi per le mie sventure. — Ed io t’amava per la tua pietà„. Diciamo
di passata che il Moro, anzi il Negro, è molto generoso con una bella e
bionda patrizia veneziana; l’ha riamata per la sua compassione! Quanto a
lei, se è vero che ne sentisse tanta, che bisogno c’era di sposare il
Nubiano? Un negro, lo so, è un uomo come un altro. Ha delle sventure?
Poveraccio, gli si apre una colletta, e la figlia del senatore Brabanzio
ci mette magari tutti i ducatoni che le hanno regalati per Ceppo. Che
cosa ci ha guadagnato la bella Desdemona a sposare il Nubiano? Un
fazzoletto. Gran signore, e veramente prodigo, quel generale della
Repubblica! Va dai Bocconi del tempo, e compra un fazzoletto; neanche
una dozzina, per l’uso; e quel fazzoletto unico, vuol vederlo sempre.
Avesse pensato almeno a regalarle un bel solitario di diecimila lire! o
un diadema come quello che ieri è stato pagato venticinquemila al
Marchesi!

— Ieri? — domandò la signora.

— Sì, ieri, tra le quattro o le cinque. Se ne parla dappertutto, e si
almanacca sul nome del compratore, che il gioielliere non ha voluto
dire.

— Raimondo! — esclamò la signora, mezzo severa e mezzo sorridente
nell’aspetto. — Una follia!

— Come l’amore, se mai; — rispose a mezza voce Raimondo.

Frattanto la signora aveva riaperta la busta di velluto azzurro, che era
rimasta davanti a lei sulla tavola, e la faceva ammirare al cavaliere
Lunardi.

— Eh, lo pensavo ben io! — gridò il cavaliere, dopo aver guardato per
tutti i versi il gioiello. — Ci avrei giocata la testa. Da due giorni
c’era folla, alle vetrine del Marchesi; ma nessuno s’era arrischiato
dentro. E poi, quando fu sparito dalla mostra, lo avrebbero tutti
voluto, il capolavoro costoso. Dico tutti per iperbole; saranno poi
stati tre. Mariti? non so. Bene è stato un marito, quello che ha portata
la palma; il _record_, come ora si dice. Ed ecco, — conchiuse allegro il
cavaliere Lunardi, — ecco i mariti con cui si possono far dei duetti.

— Ne conviene, eh? — disse Livia, raggiante.

— Ma sì, nel caso presente che è il caso vero, e forse unico. Ma in
quell’altro, del Nubiano, Dio guardi! E poi, con quella brutta fine!

— Ammetta che amava bene, quell’uomo.

— Da pazzo, sì, che ancora potrebbe andare; da cieco, che non va più in
nessun modo.

— Eppure, mi lasci dire, — notò la signora, — nel caso di Otello aveva
torto Desdemona. Ma sì, cavaliere, aveva torto, con quella sua eterna
compassione per Cassio. Compassione pei negri, compassione pei bianchi;
era un pozzo inesauribile di compassione, quella nostra concittadina.

— Consoliamoci, — soggiunse il cavaliere Lunardi, — consoliamoci
pensando che Desdemona non è mai esistita, e che a nessuna delle nostre
belle Veneziane è mai passato per il capo, da che Venezia esiste, di
sposare un Negro.

— Ah, non è storico, il fatto?

— Non credo. Del resto chiediamone all’amico Aldini. Che cosa puoi
dircene tu, Filippo?

— Quello che ne saprai tu pure; — rispose Filippo. — Il fatto vero è
brevemente questo. Cristoforo Moro, veneziano, e governatore a Cipro nel
1508, uccide la moglie per gelosia. Trent’anni dopo, o giù di lì, un
romanziere prende il fatto nudo e bruco dalla cronaca veneziana, e ne fa
una novella. Un po’ per riguardo alla casata patrizia dei Moro, un po’
per seguitare il suo uso, che era quello di travisare i fatti d’ogni
storia, e sacra e profana, per far mostra di genio inventivo, trasforma
il Moro di casato in un Moro di nazione, e lo fa di pelle anche più nero
che non siano mai stati i Mori. Ecco tutto. Su quella novella del
Giraldi ha lavorato lo Shakespeare. Sul dramma dello Shakespeare hanno
fatto musica, da quei due grandi artisti che sono, il Rossini ed il
Verdi. Ho abbreviato per non dar noia, ma credo di non aver dimenticato
nulla; — conchiuse modestamente l’Aldini.

Aveva infatti abbreviato molto; e forse c’era da dirne più a lungo,
specie in onore di quel povero Giraldi, la cui novella era stata ormata
periodo per periodo, quasi parola per parola, dal grande tragico
inglese. Quando i salotti si occupano d’arte, prendendo occasione da
un’opera moderna, è ben giusto che sopportino anche un richiamo erudito
alle fonti. Ma l’argomento dava noia all’Aldini. Che idea stramba era
venuta in mente al cavaliere Lunardi, con la sua arguzia sul caso di
Otello, e, peggio ancora, sulle massime di Petronio Arbitro! Del resto è
sempre così, nei salotti; quando vien fuori un tema antipatico, non c’è
caso che nessuno se ne voglia staccare; ed è proprio come quando siete
afflitto da un fignolo, o da altra noia consimile, che tutti sentono il
bisogno di farvi carezze, e ci dànno allegramente del dito.

L’Aldini non aveva ancora finito il suo discorsetto erudito, che già la
signora Livia si era dileguata con la sua busta di velluto azzurro tra
mani. Raimondo aveva creduto lì per lì che fosse andata a riporre il suo
gioiello; e non fu poca la sua maraviglia, quando la vide ritornare col
diadema in fronte. Proprio così; la bella donna aveva voluto fare, a
benefizio di pochi eletti, la prova generale della sua rappresentazione
a teatro.

— Serata di gala! — diss’ella, avanzandosi con incesso di dea in mezzo
al salotto, maestosa, trionfante, sotto quel luccichìo di gemme, con
quel pennacchio di piccoli brillanti, che tremolavano ad ogni suo passo,
mandando attorno bagliori di fiamme azzurrine e rossiccie.

Il cavaliere Lunardi gettò un grido di ammirazione.

— Questo divino spettacolo è per noi, solamente per noi; — soggiunse
egli tosto. — Tutti possono invidiarcelo; nessuno ce lo leva più. —

Raimondo gongolava. La sua Livia non poteva fargli davvero un regalo più
prezioso del comparire innanzi agli amici col suo bel diadema in capo,
che la faceva rassomigliare ad una regina antica, della leggenda o della
storia, ad Elena, per esempio, a Cleopatra; a questa, soprattutto, che
parve creata a bella posta per dar risalto ai più costosi ornamenti.

Un pensiero di quella fatta balenò certamente alla fantasia del
cavaliere Lunardi.

— Chi oserebbe negare, — diss’egli, — che le pietre preziose siano state
fatte per accompagnar la bellezza? Tutto, in natura, ci si mostra
ordinato ad un fine. Lo smeraldo, lo zaffiro, il diamante, sono fatti
per le donne belle; se così non fosse, a che servirebbero? —

La trionfante signora sorrise a quella scarica di complimenti, e passò,
avviandosi al pianoforte, per dire al maestro di musica:

— Un altro duetto, la prego; per me e per Raimondo, mi capisce? —

Il maestro di musica assentì prontamente con un cenno del capo; e subito
attaccò il duetto dei _Puritani_: “A te o cara amor talora.„ Era la
passione di Raimondo Zuliani, che giurava e spergiurava esser quello il
motivo melodico più bello che fosse mai passato per la mente di un
musicista.

Così pensando in materia di musica, era naturale che Raimondo si
accostasse anche lui, e ritto lì dietro la cassa armonica del pianoforte
prendesse a battere il tempo con la punta delle dita sul coperchio,
canticchiando tra i denti il suo motivo prediletto. Ma non canticchiava
più, cantava a dirittura, quando veniva a frammettersi nel duetto la
parte del coro:

    “Senza occaso questa aurora
    Mai null’ombra o duol vi dia;
    Santa in voi la fiamma sia,
    Pace ognor v’allieti il cor.„

— Ed eccoti, Lunardi mio; — diss’egli, alla fine del pezzo, — il duetto
di due che si sono sposati.

— Sì, sì, hai ragione, Arturo; ed ha ragione Elvira; — rispose il
cavaliere Lunardi. — Potrei ribattere ancora che le eccezioni non
contano; ma già mi son dato per vinto, “campione senza valore„, come ti
ho detto in linguaggio postale. —

Infine, si era allegrissimi. La signora Livia, rutilante, sfavillante,
di gioie e di gioia, trionfava accanto al suo Raimondo, che era
diventato il re della festa, e che in cuor suo ripensava i versi
indimenticabili del coro nuziale.

    “Santa in voi la fiamma sia,
    Pace ognor v’allieti il cor.„

Il re della festa non lasciò partir quella sera i suoi fedeli, senza
aver fatto saltare il turacciolo a due bottiglie della Vedova
incomparabile. Ottimo signor Cliquot, voi mancavate a quell’altro
duetto; ma si ricordò di voi il cavaliere Lunardi, che bevve alla vostra
pace e alla gloria del vostro casato fino alla consumazione dei secoli.

Filippo Aldini se ne andò quella sera abbastanza consolato dal palazzo
Orseolo. Si era festeggiato un santo matrimonio, e non si era fatto il
menomo cenno del suo. Un altro giorno guadagnato, frattanto; ed egli
giunse a casa sua, oltre il corso Vittorio Emanuele, colla illusione di
non esser più lui, ma un altro essere, sciolto di pensieri, di cure, di
malinconie d’ogni specie, padrone di sè, padrone del mondo.



                                  XI.


                          La testa di Medusa.


Filippo Aldini ebbe modo, nella pace notturna del suo quartierino, di
almanaccar lungamente su quello che per calmarne le apprensioni gli
aveva detto Raimondo. Margherita era dunque ammalata per il caldo
soverchio di una stufa? Strano ripensandoci allora, strano che quel gran
caldo, magari con tutte le esalazioni capaci di ingombrare il cervello,
egli non lo avesse neanche avvertito! E proprio, nello spazio di tempo
assegnato, ad una visita di cerimonia, ne era rimasta offesa la signora
Zuliani che aveva dovuto in giornata mettersi a letto anche lei!
Bizzarra coincidenza di indisposizioni! E quella ottima signora Eleonora
così impacciata con lui, quando era andato a far visita!

Un vago sospetto passò per la mente di Filippo. Che la Zuliani avesse
fatto qualche colpo di testa con le signore Cantelli? Ma in che modo? e
perchè? La signora Zuliani, egli l’aveva ben veduta la sera antecedente,
guarita affatto della sua emicrania, tutta gaia, felice, raggiante e
scintillante, tutta fiori e baccelli col suo Raimondo più caro che mai.
Ah, restasse ella sempre così! Anzi, fosse restata sempre così! Perchè
infine, considerando i suoi falli, Filippo Aldini poteva confessare a sè
stesso che erano gravi, ma non suoi. Si era trovato involto senza
pensarci, travolto nell’abisso, prima di vedere il pericolo. Ne scampava
ora, dopo tanti vani ma onesti tentativi? Lode al cielo, e dal profondo
dell’anima. Solo dalla sera antecedente, tra diademi sfavillanti e
duetti maritali, il povero Aldini incominciava a ricogliere il fiato.

E intanto, gli premeva di aver notizie più chiare intorno alla salute di
Margherita. Ne sentiva il bisogno, insieme con l’obbligo; cortesia
voleva ch’egli andasse, per chieder di lei, foss’anche ogni giorno, al
Danieli. Andando di mattina, e perciò senza mostrar desiderio di
fermarsi, non correva pericolo di dar noia, oltre quella che è comandata
dalle buone creanze, e che perciò gli uni debbono dare, come gli altri
accettare. A che ora, la visita? Non troppo presto, certamente; ma
neanche troppo tardi. Alle dieci? Sì, e forse alcuni minuti dopo.
Dunque, alle dieci sarebbe partito da casa, aspettando per l’appunto nel
suo studio che le dieci scoccassero. Era già vestito di tutto punto per
uscire, col cappello e la mazza tra mani, ad ogni tanto guardando le
lancette dell’orologio sospeso alla parete, davanti alla sua scrivania.

Ma ecco, che è, che non è, un improvviso rumore, come di chiave che giri
in una serratura, di là da un uscio a vetri opachi, nel fondo della
parete a sinistra. Il quartierino di Filippo aveva due ingressi; il
nobile e da tutti conosciuto come quello di casa sua, e un altro di
minor conto, quasi uscio per la gente di servizio, che metteva ad una
scaletta, la quale riusciva al cortile di un vicino edifizio. Da quel
cortile, per una scala a collo, cioè fiancheggiata per una parte sola da
un muro, per l’altra da una balaustrata interrotta qua e là da colonne,
e tutta sormontata da una tettoia risalente, si ascendeva all’abitazione
della contessa Galier di San Polo. Si è già detto che la contessa e
l’Aldini erano vicini di casa, abitando in due palazzi contigui da
tergo.

Lo scricchiolio dell’uscio segreto fece sobbalzare Filippo Aldini sulla
scranna. Tutto poteva egli aspettarsi quel giorno, fuorchè la visita che
quel rumore annunziava. Avrebbe voluto essere in tempo a sbiettare di
là, riuscire in anticamera e trafugarsi per lo scalone, come uno che non
s’aspettasse di aver gente dalla scaletta. Ma non era più in tempo.
L’uscio di servizio, per chiamarlo una volta così, appena aperto si era
richiuso; si apriva in quella vece la vetrata che metteva allo studio
dell’Aldini, e nel vano appariva la testa di Medusa, anzi tutta la
persona di lei. Che se quella non era proprio la Gòrgone antica, dai bei
capelli d’oro tramutati per l’ira di Minerva in orribili serpenti,
pareva essere ancora investita del triste privilegio di tramutare in
pietra chiunque si fosse trovato sotto il sinistro baleno de’ suoi occhi
scorrucciati.

Ed era rimasto come impietrato, l’Aldini, in quella che Medusa
s’inoltrava nella stanza, lenta nel passo e quasi noncurante in vista,
ma torbido lo sguardo e pieno di oscure minaccie, bianca nel viso come
una persona morta, resa tanto più bianca all’aspetto, per il nero della
gonna e della mantellina, come per il nero del cappellino di velluto e
dei larghi nastri, che scendevano lungo le guance, per unirsi a cappio
sotto il mento, nascondendole il collo.

— Livia! — mormorò l’Aldini, allibito.

— Sì, Livia. Miracolo! Sapete ancora il mio nome? — diss’ella, nell’atto
che si slacciava il cappellino, per gittarlo sopra uno scaffale.

— Che follia! — riprese egli. — Se vi hanno veduta....

— Non sarà stata la prima volta; — riprese ella, accostandosi. — Tu eri
per uscire, non è vero? Deponi il tuo cappello, e ragioniamo. A
proposito di follie, che cosa diremo della tua, che da due settimane mi
annoia? Spero bene che sarà stato uno scherzo. Brutto scherzo, per
altro; e sono venuta a dirti che è tempo di finirlo. —

Filippo era stato lì a capo chino, come, in un’ ora di temporale, il
viandante che aspetta il passar d’una raffica.

— Raimondo, — si provò allora a rispondere, — vi avrà pur detto....

Ma la signora non gli lasciò terminare la frase.

— Raimondo, — sentenziò ella, — è uno sciocco.

— Dite un uomo di cuore. Sì, vi ripeto, un uomo di cuore; e non lo
riconosco tale da oggi. Quante volte, e da anni, non ve l’ho io
ripetuto?

— Sì, — rispose ella, con un risolino sardonico, — molte volte,
moltissime volte, seguitando a tradire la sua cieca fede nella tua
amicizia. —

A questo ragionamento si potevano rispondere assai cose. Ma erano di
quelle che un uomo, se è cavaliere, non rinfaccia mai ad una donna.

— E n’ebbi sempre rimorso; — replicò in quella vece, umiliato. — L’ho
sempre sentito acutissimo, e voi lo sapete. Noi ci perdiamo, vi dicevo
ancora, vi ricordate?

— E siamo sempre qui sani e salvi; — conchiuse la signora, sviando quel
molesto discorso, più che con la parola, col gesto. — Ma tu non farai
questo matrimonio; tu gli dirai che è impossibile.

— Impossibile! Ora? Ma se egli ha tutto ideato, tutto predisposto e
concertato a suo modo! Chi mi ha presentato, senza chiedermi se la cosa
mi fosse gradita? Chi mi ha cacciato avanti, accompagnatore in servizio,
come un altro signor Brizzi, a disposizione delle dame? E potevo io
credere, rassegnandomi all’ufficio, che ciò mi dovesse condurre a questo
punto? C’è stato, vedete, c’è stato un momento che io ho avuto un
sospetto; il sospetto che egli dubitasse di me, e mi volesse imporre un
vincolo, per la sua quiete. Sì, l’ho creduto accorto a tal segno, nella
notte del capo d’anno, quando egli mi stringeva a quel modo col suo
brindisi, e voi, anche voi, vi siete messa dalla sua parte. Forse, dissi
allora tra me, anch’ella ha capito; ha capito ciò che assai prima era
ben naturale di capire, di prevedere; ed ella mi dà il buon consiglio.
Ora egli incalza più che mai; non ho più difesa possibile. Non so, Dio
mio.... non so che fare; la mia testa si perde. Domandatemi ogni cosa,
fuorchè d’oppormi alla volontà di Raimondo; io non ho questo coraggio. —

La signora Livia era stata ad ascoltare quella lunga difesa, tentennando
il capo, battendo le labbra, e sorridendo sarcasticamente al povero
argomento che Filippo attingeva da lei, da una sua vana parola.

— E sei tu, tu, che ho creduto un uomo? — ribattè, com’egli ebbe finito.
— A voi dovrebbe esser proibito di amare, e di pretendere che si
credesse alle vostre parole. Voi siete mediocri. Bastate a formare la
felicità di una fanciulla, o ad appagare la sua curiosità, per quel
breve spazio di tempo, che può essere un anno, come un giorno. Poi
sopravviene da una parte e dall’altra la noia. Voi agli affari, essa
alle galanterie. Questo avverrà anche per te, Filippo Aldini, te lo
pronostico io, io che non ho amato così. —

Anche qui le si poteva rispondere di trionfo: e voi, bella, che vi
vantate di amare altrimenti, che cosa avete fatto poi di diverso? Ma non
era Filippo Aldini, l’uomo che potesse rispondere a quel modo.

— Tutto è possibile! — diss’egli, pacato; — ed io, uomo mediocre, non
meriterò altro, davvero. Ma la nostra questione non è in ciò che io
possa meritare; è in ciò ch’io non posso fare per compiacervi.
Pensateci, Livia, siate buona, ed ascoltate le mie ragioni, vi
supplico.... —

Ma ella non era disposta ad ascoltar nulla di nulla. Aveva presa dal
piano della scrivania una lunga stecca d’avorio, e batteva con
quell’arnese a gran colpi sull’orlo del mobile, davanti al quale Filippo
era rimasto seduto.

— Oh, a proposito, — gridò ella, mozzandogli in bocca le parole
supplichevoli, — perchè non mi dai del tu? —

Non era la risposta ch’egli s’aspettava da lei, pregandola con tanta
effusione di cuore. Ma bisognava adattarsi al suo modo di ragionare,
seguirla ne’ suoi voli capricciosi.

— Perchè è male; — riprese. — Debbo io ricordarvi sempre il passato? Una
volta, davanti a lui, vi accadde di dirmi: sai!

— È vero; e ne fui tanto felice!

— Egli poteva sentirvi.

— Mi avesse pure sentita! E mi sentisse ancora!

— Egli vi ama; lo avete veduto iersera. Ed io che già speravo, nel
vedervi così buona con lui!

— Ah sì? — gridò ella con accento impresso di profonda ironia. — E ti
piaceva molto? E tornando a casa col cuore sollevato da un peso enorme,
ti sei addormentato in una gran sicurezza? —

Colpiva giusto, fors’anche senza saperlo. Filippo evitò di rispondere.

— Infine, — ripigliò, — è bene ch’egli vi ami sempre così.

— E mi pesa, capisci? — ribattè ella, sdegnosa, esaltandosi a grado a
grado delle sue stesse parole. — Mi pesa, col suo amore così cieco; mi
pesa, colla sua serenità così sciocca. Alle volte io dico tra me: se
indovinasse il vero, mio Dio! se mi uccidesse, in un impeto di rabbia
feroce, quanto meglio farebbe per sè, come per tutti! Ma tu non sposerai
quella puppattola. Le parlerò io, se è ciò che ti turba.

— Oh, voi non farete ciò! Che colpa ci ha lei? — gridò Filippo,
atterrito.

— Che colpa? Quella di crederti, essa, che non ha neanche le tue
ragioni, i tuoi pretesti di uomo mediocre. Del resto, ho già
incominciato. Sì, a sua madre, senza tanti riguardi, a faccia a faccia,
e a lei che ascoltava dietro un uscio, quella cara puppattola, ho detto
chiaro e tondo che cosa siano e che cosa valgano certi vagheggini dei
nostri giorni. —

Era ciò che Filippo aveva sospettato. Ma poichè il male era fatto, egli
trovò ancora la forza di padroneggiarsi, nascondendo il suo turbamento.

— Non vorrò dolermene io, per me stesso; — notò, dopo un istante di
pausa. — Ma se egli viene a saperlo?

— Tu hai paura di lui?

— Rimorso, ve l’ho già detto.

— E dovevi dirlo prima, assai prima, cacciandomi da te, bel conte
avvezzo ai trionfi, quando quest’altra vittima ti cadeva nelle braccia.
Vorresti dirmi, — soggiunse ella, cogliendo e interpetrando a suo modo
un gesto di Filippo, — vorresti dirmi che lo avevi tentato più volte; e
non l’osi. Sei anche vile con me. Ma te lo confesserò io, bel conte
delle vittorie, io che avrò tutto il coraggio che ti manca. Eppure,
anche allora l’hai difesa male, la tua virtù cavalleresca. Ed ora, forte
guerriero, ed ora, impavido cavaliere, temi allo stormir di ogni foglia;
hai paura; hai paura di lui. —

Filippo Aldini torse la bocca, levando la testa con atto sdegnoso, e fu
l’unica risposta che diede. Ma ella ripigliò, incalzando più forte.

— Se non hai paura di lui, crederò di te quello che non avrei creduto
mai; che tu ami quella donna. —

Filippo era sul punto di rispondere un sì tanto fatto; e succedesse un
po’ quel che voleva succedere. Ma pensò ancora, da cavaliere, e si
trattenne. Se ci son cose che non si rinfacciano ad una donna, ci sono
anche quelle che non si confessano a lei.

— Io! ma che?... — disse in quella vece appoggiando i suoi monosillabi
con un sorriso ed un gesto che poteva parer di diniego.

— Ma sì, l’ami; — replicò la bella implacabile. — E come no?
Cinquecentomila lire di dote, sono una bellezza trionfale. Aggiungiamo
un milione e duecento cinquantamila lire di eredità, facendo calcoli
sull’asse del vecchio al giorno d’oggi. Eh, si son fatti i conti, mio
caro; si sanno fare, anche senza bisogno di cavarne nulla. Oggi come
oggi, il banchiere ha sette milioni di sostanza, messi fuori di giuoco.
E tu, bel conte, dai il tuo blasone in baratto. Lo vendi bene, non c’è
che dire, lo vendi bene. —

E diede in uno scoppio di risa, lasciandosi andare mezzo arrovesciata
contro la spalliera del divano che correva lungo la parete, poco lontano
da lui.

Filippo era rimasto fieramente colpito da quel terribile assalto. Non
proferì parola; ma ben si vedeva all’aspetto che molte cose gli
bollivano dentro. Si alzò dalla scranna, e misurò due volte a passi
concitati la stanza, che era divenuta per lui una prigione, una camera
di tortura.

— Ebbene, — riprese ella, premendo più forte, quasi volesse mandare più
addentro la punta che lo aveva tanto irritato, — dimmi che non è vero,
perchè io rida dell’altro. Oh, bello bello, il tuo blasone rimesso a
nuovo! —

Filippo Aldini si piantò davanti a lei, severo, accigliato, com’ella non
lo aveva mai visto.

— Signora, — incominciò egli, lentamente, meditando le parole, — voi
toccate un tasto, che rende cattivo suono. Le male cose che mi gettate
in viso come un insulto....

— Ah, bene! — interruppe la signora. — Riscaldati una volta!

— Le male cose che mi gettate in viso come un insulto sanguinoso, —
riprese Filippo con accento solenne, — non hanno virtù di commuovermi.
Paura, mi avevate già detto, paura di lui! Quella che voi chiamaste
paura, è vergogna, vergogna di apparire a quell’uomo leale un traditore
dell’amicizia; quanto alla paura, ho ancor da sapere dove ella stia di
casa. E dite lo stesso di altre brutte ragioni, che la mia coscienza di
gentiluomo sdegnosamente respinge, e che la mia mano ricaccerebbe in
gola a chi ardisse solamente accennarle. —

Lampeggiavano in quel momento negli occhi di Filippo molte imagini di
vecchi Aldini, ugualmente accigliati, ugualmente severi, duri soldati di
quindici o venti generazioni, col sentimento dell’onore sulla fronte, e
la mano fieramente aggravata sugli elsi della spada.

Le vide Livia; anche confusamente, non poteva non vederle. Ma anche in
lei soverchiava lo sdegno, infiammandole il sangue.

— Ricacciatele, dunque! — proruppe. — Avanti, terribil guerriero!

— Parla una donna; — rispose Filippo, con accento mutato; — e dirò in
quella vece alla donna: Tutte le male cose che mi avete gettate in viso,
ho voluto pensarle ancor io; e come le ho pensate, esagerandole molto,
le ho dette; le ho dette, nella speranza di vincere con un eccesso di
scrupoli la inconcepibile ostinazione di lui. Niente è servito. Tu non
sei ricco, mi ha egli risposto; ma intanto ciò che possiedi basta a
fronteggiare i due terzi della dote; meglio invigilato, amministrato a
dovere da te, basterebbe a fronteggiarla tutta. Quella gran dote,
finalmente, sarà investita in terreni, e tu non ne toccherai un
centesimo. Non ti basta ancora, di averne le mani nette? Puoi chiedere
che sia diminuita, lasciando che la sposa si costituisca il rimanente in
sopraddote. Mi parli di quello che verrà poi? Il poi è lontano, e
speriamo, da galantuomini, che sia lontanissimo. E non risguarda te, il
poi; sarà della donna, non tuo. Questo, — soggiunse Filippo, — lo sapevo
bene ancor io; non sapevo, piuttosto, non ho cercato di sapere come e
fin dove fosse ricco il signor Cantelli, od altri al mondo, mai!

— Così, dunque, ti sei volentieri acquietato? — replicò la signora. — Ci
s’acquieta bene, quando c’è l’interesse, non è vero?

— Non vi risponderò più; — disse Filippo.

— Ah, il gentiluomo s’inalbera! Bada, conte Aldini, mercante di blasoni,
ciò che io posso fare ti costerebbe assai caro. Ancora una volta,
ricuserai la puppattola?

— No; — rispose egli inflessibile.

— Guai a te, conte Aldini! — ruggì, più che non dicesse, la donna
inviperita. — T’inganni, se pensi ch’io possa lasciarla passare così;
t’inganni, t’inganni.

— E non lo penserò; — diss’egli di rimando. — Ma infine, perchè non
metterlo prima, il vostro gran veto? Aspettate ora? —

Ella rizzò il capo, saettando Filippo d’uno sguardo viperino.

— Aspetto ora! aspetto ora! — ripetè con accento di profonda amarezza. —
E quando potevo farlo io, prima d’ora? Con la tua casa vietata ai
profani? Non l’avevi tu dichiarata locanda, ad uso dei viaggiatori....
di Verona? Cari, quei due viaggiatori, che nessuno ha mai visti, nè per
via, nè a teatro, mentre tu eri visibile, bel conte, con due
viaggiatrici.... di Milano! Ti hanno fatto buon giuoco, i due ospiti! E
così ti fossero durati di più! Ma avevano una breve licenza, ed hai
dovuto lasciarli partire; che peccato! T’intendo, la trovata non era poi
altro che una continuazione di tanti vecchi artifizi. Da gran tempo ti
eri messo in mente di guarirmi con la tua freddezza, come prima coi tuoi
continui timori, coi tuoi eterni rimorsi. Ma io, questa volta,
incalzando il pericolo, volevo vedere fin dove saresti arrivato. Ah, mi
hai fatto soffrire, soffrir tanto, tanto! Finchè il mio cervello ha
potuto reggere, ho contenuto il mio cuore, che ad ogni momento era lì
per ispezzarsi. Ora non più, mi ribello. Vedi, Filippo, mia madre.... è
morta pazza. E ci sono momenti che temo ancor io d’impazzire. —

E cadde riversa sul divano, dando in un pianto dirotto. Filippo Aldini,
a tutta prima più irritato che scosso, si era sentito scorrere un
brivido per le ossa all’accenno che Livia faceva della morte di sua
madre; un accenno che a lui giungeva nuovo, e che gli schiudeva dinanzi
agli occhi un abisso doloroso. Peggio, in quel punto, il cadere di lei,
con quel pianto disperato, misto a singhiozzi ripetuti, che parevano
annunziare alcunchè di più grave. Il pianto era infatti convulso, il
singhiozzo spasmodico.

— Calma, vi prego! — gridò, curvandosi su lei. — Rialzatevi, Livia;
abbiate forza, vi supplico! Io non so, non posso far nulla, se voi vi
abbandonate così; non posso neanche chiamare in soccorso i vicini.
Animo, via, un piccolo sforzo! —

Ella tentò di sollevarsi; ma fu mestieri aiutarla, prendendola per la
vita.

— Dirai di no? — chiese ella, tra i singhiozzi, aggrappandosi a lui.

— Mio Dio! che cosa domandate? Lo sapete pure che io non posso oppormi
ai suoi desiderii, senza correr pericolo di nuocere a voi.

— A me? Che importa, se già tu stesso mi uccidi, obbedendogli? Dirai di
no?

— Tutto quello che sarà in poter mio, lo farò.... lo tenterò,
certamente; — rispose Filippo, temendo sempre ch’ella fosse per
ricadergli svenuta tra le braccia. — Gli parlerò ancora, e più forte
ch’io non abbia mai fatto, se pure è possibile ch’io non gli abbia detto
abbastanza. Questo vi posso promettere, e questo manterrò.

— Parola di gentiluomo?

— Veramente, — mormorò egli, — non dovrei esser più creduto tale.

— Oh, perdonami; ero pazza. Ma vedi, Filippo mio, soffro tanto, che non
son più capace di padroneggiarmi; e parla la lingua, ma il pensiero non
c’è. Perdonami, perdonami! Non è vero che nel tuo cuore mi hai già
perdonato quelle brutte, brutte parole?

— Ma sì, senza dubbio; — rispose Filippo, sempre cercando di chetarla. —
Se voi mi promettete di esser più forte, io perdono, dimentico ogni più
aspro giudizio. So anche bene di non meritarlo, — soggiunse. — Ma voi,
Livia, mi ascolterete una volta. È un gran male ciò che è accaduto, un
gran male; dobbiamo dimenticare anche quello, se pure avverrà che non
possiamo averne perdono dalla nostra coscienza.

— Come vorrai.... tutto ciò che vorrai.... accetto ogni patto più
crudele. Ne morirò? Tanto meglio; ma almeno contenta, se tu avrai detto
di no. —

Riuscendo finalmente a sollevarla dal divano Filippo aveva data di
sbieco una guardata all’orologio.

— Dio mio! — esclamò. — Già le undici! È ora che andiate. Se egli,
ritornando, non vi trovasse in casa?...

— Ebbene, che importa? Già altre volte è accaduto. Uscita per qualche
piccola compera, ho perduto un po’ di tempo; ecco tutto. Ma vado, sì,
vado; — ripigliò, notando l’ansietà di Filippo, a cui quelle ragioni non
potevano bastare. — Tu per altro, mi giuri....

— Tutto quello che un gentiluomo può giurare, al punto in cui sono le
cose; — diss’egli, facendo un gesto disperato. — Parlerò, parlerò come
volete, e sia poi ciò che vuol essere.

— Sì, resisti, resisti, ed egli cederà. Se tu risolutamente non vuoi,
chi ti può sforzare? Non sei già una vittima ignara, da potersi condurre
così facilmente al sacrifizio! Resisti, resisti, Filippo; te ne supplico
per quell’amore, che non hai sempre ricusato, e che conserva nei
ricordi, almeno nei ricordi, i suoi sacri diritti. —

Filippo fremeva, ribellandosi in cuor suo ad una logica pazza, che non
voleva darsi per vinta. Ma bisognava ad ogni costo calmar quella donna,
ad ogni costo persuaderla, incuorarla a partire.

— Non è vero? — incalzava ella frattanto. — Cercherai di liberarti?

— Sì, sì, e non mi par più tanto difficile; — rispose Filippo,
atteggiando le labbra ad un mesto sorriso, — se penso che tu hai parlato
di me.... a quelle signore, e in modo certamente tale da disingannarle
sul conto mio. —

Ahi, non da quel lato poteva ella aver sicurezza, dopo che alla signora
Eleonora aveva parlato Raimondo.

— Non ti fidar troppo di loro; — diss’ella. — Da te, Filippo, da te
aspetto un nobile atto di forza. Non mi negare quest’ultima prova di
amicizia. Io rinunzierò a te, se questo è il voler tuo....

— Il dovere; — fu pronto a corregger Filippo: — il dovere.

— Sia, diciamo il dovere; ma a questo dovere che tu m’imponi,
corrisponda quello che ho bene il diritto di pretender da te. Resisti,
resisti! —

Colla voce e coi gesti Filippo prometteva ogni cosa. E l’aiutava
frattanto a rimettersi il cappellino in testa, avendolo preso egli
stesso dallo scaffale, e la mantellina sulle spalle, andando a
raccoglierla, sulla estremità del divano, dove era stata gittata da lei.
Ciò fatto, e vedendo lei ancor troppo agitata, era andato ad aprire la
finestra, perchè un soffio d’aria fresca aiutasse a calmarla.

— Mi sento meglio, non dubitare; — diss’ella. — Vado, non perdo più
tempo, se ciò ti dispiace. Ma tu resisterai; ho la tua promessa,
Filippo; ho la tua parola di gentiluomo. Vado, sì, vado.... ma non così
freddamente, come se fossimo nemici.... come se tu non mi avessi
perdonato. —

E gli gittò le braccia al collo e lo baciò, in un impeto di passione
disperata. Solo allora si spiccò da lui, e accompagnata fino all’uscio
segreto, finalmente disparve. —

Era tempo; Filippo Aldini non reggeva più a quello strazio di tutte le
fibre, del cervello e del cuore. Forsennato, furente contro sè stesso,
richiuse l’uscio, e ritornò nel suo studio; ma non poteva rimanere là
dentro, dove gli era troppo presente l’imagine di quella donna
terribile, a cui si resisteva così male, poichè ella non intendeva
ragione. Ed egli aveva promesso, per liberarsi da quella oppressione,
aveva promesso di riparlare a Raimondo. Che cosa gli avrebbe ancor
detto, dopo essersi lasciato persuadere una volta, dopo avergli
confessato perfino l’amor suo invincibile per Margherita? Ah si, quello
era proprio il momento di pensare a ciò che avrebbe potuto dire di
nuovo, o ripetere di vecchio!

Infine, non ci avrebbe pensato affatto! si sarebbe buttato a mare,
aspettando il maroso che lo cacciasse sotto, una volta per sempre.
Sospettasse pure, quell’altro, indovinasse pure: passata la vergogna,
Filippo Aldini non sentiva paura.

Ridottosi frattanto nella sua camera, si era gittato bocconi sul letto,
piangendo e ruggendo. Gli bruciavano le labbra; quel bacio che aveva
ricevuto, e forse reso, gli pareva un sacrilegio. Rimorsi nuovi, da
aggiungere ai vecchi! E il suo bel sogno svanito, e Margherita, la dolce
Margherita, perduta per sempre! Perchè oramai il dado era tratto; doveva
resistere, lo aveva promesso. Aspra punizione del destino! Ma egli
l’aveva pur meritata.



                                  XII.


                           A caso disperato.


La signora Zuliani giunse al palazzo Orseolo prima che capitasse
Raimondo per far colazione. In verità, quell’Aldini era un grande
spericolone; ma non faceva poi niente di nuovo, quel giorno; era stato
sempre così, se non peggio. Gli si era bene imposta lei, in un momento
di follia; lo aveva involto davvero, e stravolto, non vedendo, non
considerando più nulla, attratta da un fascino arcano verso quell’uomo,
che tutti decantavano, che tutti alzavano in palma di mano, come un
perfetto cavaliere, per cui tante belle sospiravano, per cui più d’una
aveva perduta la pace del cuore e quella dell’anima. E quel don
Giovanni, inconsapevole della sua forza, si era dimostrato così discreto
con lei, timido come un ragazzo, tutto scrupoli, tutto riguardi,
volenteroso dispensatore di quei savi e prudenti consigli, che non
sogliono essere il fatto degli uomini, specie dei fortunati in amore.
Livia ci pensava spesso, a quei cominciamenti strani della loro
conoscenza, non potendo dissimularsi di essere stata lei la grande
colpevole. Che cosa doveva egli fare, per trattenerla sull’orlo
dell’abisso, più di quello che aveva fatto, fino a parerne ridicolo?
Amandola, per altro, che non sapeva negarlo; ed anzi c’insisteva tanto
più volentieri, quanto più si mostrava disposto a resistere. Questo,
almeno, a lei pareva evidente, chiaro come la luce del sole; e mettiamo
pure che le piacesse esagerare la forza di un sentimento, in cui
potevano aver parte la delicatezza dell’animo e la cortesia dei modi
signorili.

Quanto agli scrupoli cavallereschi, onde i timori e i rimorsi continui,
ella bene intendeva come fossero effetto necessario della grande
amicizia tra lui e Raimondo. Ah, quel Raimondo, così infatuato del conte
Aldini, non era stato egli la prima cagione del male? Dove l’uomo
s’infatua, la donna s’innamora; ecco il guaio. Così innamorata, e forse
più nella fantasia che non fosse nel cuore, quanto aveva ella sofferto
di quegli scrupoli, di quei timori, di quei rimorsi, che ella non
conosceva, pur dovendo fingere di sentirli con lui! Ed egli voleva
ricondurla ad ogni costo sulla via della ragione, e non riusciva ad
altro che ad irritarne lo spirito. Troncare, finire, ascoltare la voce
del dovere; come si fa, quando l’anima è piena del suo bel sogno, e la
passione trabocca? Pure, in gran parte, aveva dovuto cedere. Si vedevano
di rado, e quasi alla sfuggita; Raimondo, frattanto, parlava sempre di
voler ammogliare Filippo. Anche quello ci voleva! Finchè erano discorsi
in aria, pazienza; si poteva sorriderne, quantunque a denti stretti.
Filippo, dal canto suo, si era sempre valorosamente difeso. Ma allora
non si vedeva il nemico alle porte: ora il pericolo appariva vicino,
imminente, ed ella lo aveva sentito senz’altro, al primo comparire della
graziosa puppattola. Così la chiamava, anche tralasciando l’epiteto;
così chiamava tutte le fanciulle di bella presenza, dalle ricche
capigliature, dalle guance vermiglie, dai grandi occhi incantati, ancora
un po’ dure negli atti, senza languori, senza tenerezze, ma forti della
loro fiorente e promettente giovinezza. Ah, quella puppattola, graziosa
sì e no, ma innegabilmente troppo ricca, faceva ben soffrire la signora
Zuliani nel profondo dell’anima, dove s’annida quella triste miscela
d’orgoglio e di vanità, che è il nostro amor proprio. Ed era giunta a
questo: rinunziar lei a Filippo, purchè egli rinunziasse a Margherita.
Su questo patto si era ostinata; egli avrebbe resistito con nuovi
argomenti alla idea malaugurata di Raimondo; ella si sarebbe rassegnata
a non veder più Filippo, ridiventato in istile di cerimonia il signor
conte Aldini, a non vederlo più, se non qualche volta, a punti di luna,
nel suo salotto, o nel suo palco a teatro. Fino a quando così? Fino a
quando si potesse durare. Tante cose si promettono, colla speranza di
non doverle poi mantenere!

Raimondo Zuliani giungeva a casa, secondo l’uso, di buonissimo umore. Si
era a tutta prima turbato, vedendo la sua Livia un po’ pallida e
abbattuta nell’aspetto; ma pensò che erano i soliti vapori, frequenti a
dir vero, ma brevi, passati i quali la strana creatura ritornava più
fresca e fiorente che mai. Strano uomo anche lui, con tutte le virtù,
con tutti i doni dello spirito, meno la perspicacia nelle cose più
vicine e più intime. Ma questa qualità non va mai senza un certo spirito
diffidente; e può questo allignare dov’è rigogliosa la fede? Raimondo
aveva una fede robusta in ogni cosa, fede in lei, fede nell’amico, fede
in sè stesso. Questa, poi, era principio e cagione di tutte le altre.
Per l’amor suo e per la passione del lavoro, non aveva egli fatto
miracoli, raggiungendo una condizione invidiata? Ben lavorava per quella
donna, che era tutta la sua famiglia; e ancora non aveva egli varcato
nel cammino della vita quel mezzo, oltre il quale s’incomincia a perdere
qualche illusione e qualche speranza. Egli e Livia potevano dirsi soli
nel mondo; ma se non gli arrideva forse più l’idea di lavorare per una
nidiata d’innocenti, bene egli vagheggiava il disegno ambizioso, ma non
temerario, di rallegrare gli anni maturi della sua donna con due o tre
milioncini, da aggiungere a quello che non aveva più da aspettare. Egli
lo aveva pure indovinato, che i troppi milioni delle Cantelli entravano
per una gran parte in certe antipatie di sua moglie, le quali senza ciò
si sarebbero potute stimare irragionevoli. Ebbene, a questo piccolo
guaio c’era rimedio, e in sua mano: giovine ancora e pieno di salute,
animoso ed accorto, col vento in fil di ruota da un pezzo, avrebbe
raddoppiate, triplicate le sue sostanze in pochi anni. Non gli mancava
il genio “degli affari„; la fortuna lo aiutava; due buone ragioni per
veder la vita sotto l’aspetto più roseo.

Per allora, il sud sogno era quello di ammogliare l’Aldini, il suo
Pilade, che considerava come una sua creatura. E ciò senza nuocere alle
sue faccende, che non entravano punto nel giuoco. Quello, infatti, era
quasi un lavoro delle ore avanzate; lavoro fine, lavoro delicato, in cui
si esaltava la sua mente, e si compiaceva il suo cuore. Far dei felici
intorno a sè, bella cosa, e gaudio divino: peccato che sia cura di
pochi.

Or dunque, egli era di buonissimo umore a colazione; ma fu di umor
pessimo a pranzo. I giorni si seguono, e non si rassomigliano; così
disgraziatamente vanno, e anche dissimili, le ore d’un medesimo giorno.
La signora Livia, che aveva le sue particolari ragioni in quel giorno,
per ispiare attentamente il volto di suo marito, non ebbe da fare
nessuna fatica per riconoscere che il vento era cambiato. La faccia di
Raimondo non nascondeva mai nulla dei sentimenti interiori: gli occhi
erano in lui veramente lo specchio dell’anima.

— Che cos’hai? — gli domandò, vedendolo accigliato.

— Nulla; — rispose Raimondo.

— È troppo poco, il tuo nulla; — replicò la signora. — Tu hai un
dispiacere; ti si legge sulla fronte.

— Eh, cara mia! gli affari non vanno tutti bene ad un modo. Corro il
rischio, oggi, di perdere ventimila lire.

— E per questo hai le gronde? Avrai perduto altre volte, e senza far
quella cera.

— Non so; — disse Raimondo, svogliato. — Il perdere è sempre spiacevole.
Venti lire son venti lire per tutte le borse, anche per quella di un
Rotschild, come dice il proverbio della gente d’affari; figùrati poi....
ventimila. —

Voleva ridere, ma rideva stentato. Ed anche stentato gli era venuto
l’accenno di quella gran perdita, che finalmente non era ancora una
perdita, ma un rischio di perdere.

— Filippo ha parlato; Filippo ha resistito; — disse la signora Livia tra
sè, reprimendo un sussulto di allegrezza, la cui manifestazione per
verità sarebbe stata fuori di luogo.

Sì, Filippo aveva parlato, e in ciò che Filippo aveva detto era da
trovar la cagione della tristezza di Raimondo. Ma questi non voleva
confessare a sua moglie che una nuova difficoltà fosse nata, e che
questa difficoltà gli venisse appunto dagli scrupoli, dalle fisime
cavalleresche, dalle ubbie pazzesche del suo caro Filippo. Temeva troppo
di sentirsi dire da sua moglie: “Ti sei bene infatuato di quello
sciocco? Ti sei bene affondato negli impicci per lui? Vedi ora che bei
giuochi ti fa, rendendoti ridicolo, con la tua smania di far l’agente
matrimoniale! Aggiungi al ridicolo il doverti guastare coi Cantelli. Per
le donne, poco m’importerebbe; molto deve importare a me, perchè
importerà a te, e non andrà senza le più gravi conseguenze, l’esserti
guastato col vecchio, padre canzonato e banchiere offeso nella sua
dignità.„

Questo, od altro di simile, ed anche di peggio, gli avrebbe detto
sicuramente sua moglie. Ora, egli non voleva più aver guerra di parole
con quella donna, tanto amabile, cara, idolatrata a quel dio, ma un po’
per cagione de’ suoi nervi, un po’ troppo facile ad aspreggiare, a
schernire. Donna adorabile, se non avesse avuto quel piccolo difetto,
che a volte lo avrebbe fatto dare nei lumi! Ma esseri perfetti non ne
nascono al mondo.

Filippo adunque, era stato quel giorno al banco Zuliani, secondo il
costume invernale, sulle quattro del pomeriggio; l’ora canonica, come la
chiamava Raimondo, per fare la passeggiata igienica, aspettando ambedue
l’ora del pranzo, che doveva separarli, avviando l’uno al palazzo
Orseolo e l’altro al caffè Quadri.

— Oh, bravo, sei tu? — disse Raimondo, veduto entrare l’amico. — Siedi;
finisco di minutare una lettera, e son da te. Sei stato al Danieli? —
soggiunse, rimettendosi a scrivere.

— No; — rispose Filippo.

— Come va questa faccenda? Ier l’altro, no; ieri nemmeno; oggi meno che
mai. Che giuoco è questo? Se credi di toccare il cuore alle belle, con
questo modo di farei....

— Sai, — disse Filippo, impacciato, — colla signorina indisposta....

— Appunto per ciò; — interruppe Raimondo, — buona ragione per andare
ogni giorno a chieder notizie. Agli occhi della signora Eleonora tu sei
già un fidanzato, mio caro. Ma che cos’hai, ora? —

Filippo s’era lasciato cadere allora allora su d’una poltrona, accanto
alla scrivania di Raimondo, e abbassata la fronte rimaneva lì immobile,
quasi istupidito, collo sguardo fisso al tappeto.

— Più ci penso, — mormorò egli, senza levar gli occhi da terra, — e più
vedo questo matrimonio impossibile. —

Raimondo per quella volta depose la penna, e inarcò il sopracciglio.

— Impossibile? perchè?

— Lo sai, lo intendi, dovresti immaginarlo anche tu. Quella donna è
troppo ricca per me. Temo le ciarle del mondo. Ma sì; — soggiunse
Filippo animandosi, poichè tanto aveva preso l’aire; — questo pensiero è
più forte di me. Ho cercato di vincerlo; non ci sono riuscito; sento che
non resisterò a questa vergogna.

— Vergogna, anche! La parola è grave.

— Nella mia condizione è la vera.

— La tua condizione è onorata; quante volte avrò io da ripeterlo? Non
sei uno spiantato, perbacco, e molti galantuomini si sentirebbero in
diritto di pretendere ad un partito come quello, con molto meno di terra
che tu non n’abbia al sole. Inoltre, te l’ho anche detto; da amici, e
segretamente, e senza aver neanche da rimetterci un soldo, son sempre
qua io per pareggiar le partite. —

Filippo fece il solito gesto di diniego all’offerta.

— Sì, quel che vorrai; — diceva egli frattanto. — Ma non si tratta
solamente della dote, per me; si tratta del resto, di tutto il resto,
capisci?... Con tanti milioni!...

— Tanti milioni!... Chi te l’ha detto, che sian tanti? E mettici un
numero, almeno. —

Filippo sentì che su quella strada non era prudente andare più innanzi.
Lo sapeva bene, il numero di quei milioni; ma non poteva lasciar
trapelare da chi lo avesse saputo.

— Ma, — balbettò egli impacciato, — è da supporre, almeno....

— Non ne supporre troppi, ti prego; — disse Raimondo, vedendo che
l’altro non accennava a voler compiere la frase. — Anselmo è ricco, o
potrà diventare ricchissimo. Ha ancora molti anni davanti a sè; tu ne
avrai altrettanti da aspettare, prima di darti pensiero di ciò che egli
potrà lasciare, non a te, ma a sua figlia.

— Ebbene? — rispose Filippo. — Cessa forse per questo ogni dubbio, ogni
sospetto di calcolo da parte mia? Pensa, ti ripeto, pensa alla mia
condizione, che è delicata, che è grave.

— Pensa, pensa! — ripetè Raimondo, con accento sarcastico. — E non pensi
tu, frattanto, che altri possa trovarsi in una condizione più grave, più
delicata della tua.

— Altri?

— Io, per tua norma; io che ho imaginato, proposto e condotto così
avanti il disegno che oggi ti spiace.

— Hai ragione, hai ragione; — rispose Filippo, umiliato. — Ma non è poi
così avanti, come tu dici. Il signor Anselmo, finalmente, ha ancor da
vedere e da conoscere tante cose, prima di accettare la tua proposta. Se
egli non è ancora impegnato a nulla, devi crederti tu impegnato a tutto?

— A tutto, sì, proprio a tutto. Vedi qua, una lettera che ho in tasca da
tre giorni. Non meriteresti di leggerla; ma oramai è necessario che tu
sappia a che punto siamo arrivati. Ecco, e giudica tu. —

Così dicendo, aveva cavato dalla tasca del soprabito il suo portafogli,
e ne estraeva una lettera, porgendola tosto a Filippo. L’aperse questi,
e incominciò a leggerla sottovoce, fremendo, tremando, balbettando dalla
commozione. La lettera diceva così:

    “_Caro Zuliani_,

    “Vi ho sempre stimato per un uomo di cuore, d’onore, e di buon
    consiglio. Quello che a voi parve un eccellente partito, era già
    accettato da me, sempre sotto la condizione che fosse accettato
    dalla mia cara Margherita. Nondimeno (perdonatelo alla giusta
    sollecitudine d’un padre, ed anche un pochino alle vecchie
    abitudini dell’uomo d’affari), nondimeno, avendo necessità di
    rimanere ancora pochi giorni a Milano per le faccende della Rete
    Mediterranea, ho voluto prender lingua laggiù. Conoscevo la
    gente di fama, gente onoratissima, e che a Parma ha lasciato
    buon ricordo di virtù pubbliche e private. Sapevo da voi che la
    sostanza, senza essere larghissima, era tuttavia non spregevole,
    e capace di maggiore incremento. So ora di laggiù che l’erede
    rimasto orfano in età giovanissima, e avendo dalla carriera
    militare incentivo a spendere, non ha intaccato d’un soldo il
    suo patrimonio. Questa è una ragione di gran sicurezza per un
    babbo, e vale già il doppio, il triplo di ciò ch’egli possiede.
    Mi resta solo un timore; quello di essermi imbattuto in una
    perla d’uomo; cosa tanto difficile ai giorni nostri, che mi pare
    un prodigio, una stranezza. Perchè non mi sembri più tale, debbo
    ricordare che mi sono pure imbattuto in voi, caro e stimato
    Zuliani.

    “Io partirò giovedì da Milano, ma per far sosta a Padova, dove
    m’aspetta una seduta della Veneta. Ci ho piccolo interesse, come
    sapete, ma bastante a farmi fare il viaggio. Sabato mattina,
    poi, muoverò per Venezia, dove giungerò, come mi promette
    l’orario, alle 9,50. Venitemi incontro alla stazione, se potete;
    e non dite nulla alle mie donne, poichè mi spiacerebbe
    obbligarle ad alzarsi troppo per tempo. Avremo così più agio di
    ragionare tra noi due, e se Dio vuole avremo presto varata
    questa nave, ad onor vostro e mio. State sano, ottimo tra gli
    amici, e credetemi sempre il vostro

                                               “_Anselmo Cantelli_.„

Filippo Aldini era fortemente commosso; leggeva e rileggeva, guardava e
riguardava il foglio per tutti i versi, come se non sapesse staccarsene.

— Scrive da uomo di cuore; — diss’egli finalmente: — e ciò ch’egli dice
dei miei vecchi mi tocca l’anima. —

Una lagrimetta, frattanto, gli era spuntata in pelle in pelle.

— Vedi, eh, che fior di galantuomini ci abbiamo noi per le mani? — gridò
Raimondo con aria di trionfo. — Come si fa a non amarli, a non andar
magari nel fuoco per essi?

— Vero, vero; ma io....

— Ma tu non sei convinto, ora, non sei persuaso della impossibilità di
dare indietro?

— Vorrei contentarti; lo sa Iddio, se vorrei; ma non posso.

— Non puoi? Di’ che non vuoi. Le tue ragioni le ho già combattute una
volta, e vinte. Perchè ritorni alla carica? Ti avverto, caro, che io non
posso seguirti. Non fo il burattino, io. Voglio la tua felicità,
finalmente. Non ami tu Margherita?

— Sì, — gridò Filippo, infiammandosi, — l’amo, lo sai, l’amo con tutte
le forze dell’anima.

— E allora che ti trattiene? Avresti tu qualche vincolo.... d’onore, che
io non conosco? —

Filippo fece ripetutamente un gesto di assenso.

— Ti torna in mente un po’ tardi, se mai. Ed è una persona libera, a cui
tu debba dare il tuo nome? —

Filippo rispose con un gesto di diniego.

— D’altri? — ripigliò Raimondo, facendo una vigorosa spallata. — Oh,
allora, mio caro, essa non ha male che non si meriti. E tu, se mai, la
guarisci. Puoi confidarmi il suo nome? Le parlo io, da onest’uomo. Non
puoi? O per caso, non sarebbe questa un’invenzione dell’ultim’ora? Anzi,
poichè al vincolo ho accennato io scioccamente, non sarebbe
un’invenzione dell’ultimo momento? Io ti conosco da un pezzo; non ho mai
veduto nelle tue abitudini nulla di misterioso, o di strano. Non c’è
neppur l’ombra di un vincolo, e tu vuoi darmela a bere; non c’è altro
che un capriccio pazzo, per tormentare te stesso e chi vuole il tuo
bene. Quanto a costui, dico male, non lo tormenti; vuoi farlo bugiardo,
vuoi levargli l’onore.

— Questo no! — disse Filippo, fremendo.

— Questo per l’appunto; — ribattè prontamente Raimondo; — è la
conseguenza logica del tuo capriccio. Se tu non te la senti di resistere
alla vergogna..., l’hai detta tu questo mala parola!... io non resisterò
alla figuraccia che m’avrai fatto fare con una famiglia tanto
rispettabile; te l’assicuro io.

— Ma che cosa.... — balbettò Filippo, — che cosa vorresti tu fare?

— Quello che un uomo d’onore sa fare, quando per colpa sua, o d’altri,
ha perduta la stima della gente dabbene. Non sarà poi un grande
sacrificio; — disse Raimondo, con voce improvvisamente mutata, e quasi
parlando a sè stesso. — Che famiglia ho io? Non figli a cui provvedere,
col desiderio di farli sempre più ricchi; anche la mia vita diviene una
cosa inutile e sciocca. Non ti ho mai detto queste cose; ma da un pezzo
lo sento. Allegro una volta per indole, ho del mio carattere antico
mantenuta la maschera: ma sono nel fondo un disgraziato. Vorrei amare
l’universo mondo; e a modo mio non ama nessuno. Mia moglie.... tu la
conosci, e sai se l’amo.... mia moglie è malata più che non sembri. Con
te, in confidenza, posso dire ciò che ho sempre taciuto: è figlia d’una
donna che è morta pazza; mi capisci? pazza. Ed anche lei, nervosa
all’eccesso, mi tiene da qualche tempo in continua ansietà. Oggi ride,
domani piange. Non so che cosa farei, per quella donna; ma so bene
quello che ho fatto.... —

Qui il povero Raimondo faceva la faccia scura; tristi ricordi si erano
aggravati sull’anima sua, come un velo denso di nuvoli sulla vetta di un
monte.

— Per isposar lei, — continuò, — mi sono persino disgustato con mia
madre. Tu vedi bene che la santa donna non viene quasi mai a Venezia,
nella città dove è nata! Ella non ha mai potuto perdonarmi questo
matrimonio. E neanche la mia Livia, — soggiunse egli, sospirando, — ha
mai fatto nulla per disarmarla, per rabbonirla; è così, e non si muta.
La mia povera madre, che adoro, la cara donna, l’unica persona al mondo
per cui sono ancora un bambino, mi tiene il broncio, mi punisce così
della mia disubbidienza. Ho meritato il suo rigore, lo so: ma ero tanto
innamorato! E vivevo per l’amor mio, in questi anni; vivevo anche per
l’amicizia, che ho sempre creduta una grazia del cielo. Ma tu, l’amico
del cuore, ricusi i miei doni. La vergogna.... il capriccio.... il
puntiglio!... Io avrò fatto male a correr le poste, già te l’ho detto;
ma posso aggiungerti che non le ho corse davvero, se non quando mi hai
dato il tuo sì, che oggi ti vorresti riprendere. Pensaci! Come è vero
Dio, ti accerto che domattina non andrò alla stazione per incontrare il
signor Cantelli, se non potrò portare con me il tuo consenso. Ciò che in
quella vece avrò fatto, saprai. Tu mi disonori in faccia a quell’uomo;
non sopravviverò a questo colpo. —

Filippo Aldini era allo stremo delle sue forze: il suo cuore si
contorceva nello spasimo di un’aspra tortura morale. Fremeva al pensiero
del rischio in cui la sua ostinazione precipitava l’amico; e la imagine
di Medusa gli si affacciava lumeggiata di sinistri bagliori, nell’ombra.

— Perdonami. Raimondo; — annaspò; — non ti esageri ora il pericolo?

— No; — rispose netto quell’altro. — La lettera di Anselmo ti mostra che
cosa pensi egli di me. Quando un uomo è collocato tant’alto nella stima
altrui, egli è come la statua rizzata sul suo piedistallo; se casca non
c’è rimedio, va in pezzi. Aggiungi che quando io fossi perduto nella
stima di Anselmo, ogni relazione d’amicizia e d’affari sarebbe rotta tra
noi. Tutto ciò farebbe scandalo tanto più grave, in quanto che, non
essendo conosciute le cagioni della rottura, il mondo ne imaginerebbe a
sua posta. Vedi a che punti mi condurrai col tuo no. Ma io prego ancora?
— gridò Raimondo, inalberandosi tutto ad un tratto. — Dopo ciò ch’io
t’ho detto delle mie risoluzioni, sarebbe una viltà continuare. Pensaci!
Tu non hai avuto ragioni da oppormi, ed hai sentite le mie. Pensaci!
Aspetterò la tua risposta prima di notte. Per darmela meditata e seria,
come ho il diritto di esigerla, poichè il cuore non te l’ha subito
dettata, devi restar solo colla tua coscienza. Va!

— Raimondo! — gridò Filippo non voce lagrimosa. — Raimondo! Se tu mi
leggessi nell’anima!...

— Te l’ho detto, aspetto la tua risposta. Leggerò quella; non più parole
inutili; va! —

Si era alzato, così dicendo. Anche l’Aldini si levò in piedi e si mosse
per uscire, con un gesto d’addio disperato; veramente disperato, come il
caso in cui lo aveva messo il suo triste destino.

Rimasto solo nelle stanze, Raimondo si studiò anzitutto di ricomporre il
viso ad un’apparenza di tranquillità. Con uno sforzo violento venne a
capo di padroneggiarsi, tanto da poter finire di minutare la lettera
rimasta interrotta; poi chiamò il signor Brizzi, per dargli le opportune
istruzioni. Finalmente uscito dal banco, andò attorno passeggiando senza
saper dove e perchè, ma rinfrancandosi a grado a grado nell’aria
pungente della sera, e portò a casa il resto del suo turbamento, quel
resto che non poteva sfuggire all’occhio indagatore di Livia. Lì per lì,
come s’è visto, Raimondo aveva dovuto scodellare quella bugia delle
ventimila lire in pericolo; la prima che gli era venuta alla mente, e la
più facile ad un uomo d’affari, ma non lavorata abbastanza, non
aggraziata nè condotta a pulimento, per la fretta che aveva di trovar
qualche cosa. Forte di quella bugia, era rimasto aggrondato, per tutto
il tempo del pranzo, ed anche più tardi in salotto, mentre la signora
fingeva d’esser tutta intenta nel suo ricamo turco (un ricamo che voleva
durare quanto la tela di Penelope), ed egli di essere sprofondato nella
lettura dei suoi giornali. Ed ella di tanto in tanto, col pretesto
d’infilar l’ago, mandava una rapida occhiata al marito; ed egli, a più
lunghi intervalli, come se si destasse ad un tratto da una specie di
letargo, attaccava qualche discorso vano, che tosto lasciava cadere.
Serata uggiosa per tutt’e due! Frattanto egli non dava indizio di
volersi spiccare da casa, per andare a far quattro passi.

Erano già suonate le nove all’orologio dell’anticamera, quando si udì
una scampanellata. Visite? Per quella sera non ne aspettavano. Poco dopo
entrava in salotto il fido Giovanni, portando un vassoio d’argento, e
sul vassoio una lettera.

— Per lei, signor padrone; — diss’egli, accostandosi al signor Raimondo.

Prese questi la lettera con un gesto convulso, che alla signora Livia
potè sembrare impaziente.

Ella intanto sbirciava il messaggio, che Raimondo aveva dovuto recare
più presso alla tavola, sotto il vivo lume della lampada elettrica
ond’era rischiarato il salotto; e tosto riconosceva il tipo delle buste
del banco maritale, insieme colla mano di scritto del signor Brizzi,
gran maestro in calligrafia commerciale. Anche questi particolari aveva
notati Raimondo, e alla sollecitudine con cui aveva afferrata la lettera
era succeduto un senso di delusione e di noia. Nondimeno, aperse la
busta, ne estrasse il foglio, e lo spiegò. C’erano pochi versi di
scritto, e lo sguardo di Raimondo li abbracciò tutti in un colpo; egli
ripiegò quindi il foglio, lo rimise nella busta, e cacciò tosto il
messaggio nella tasca interna del suo soprabito.

Ma un gran mutamento si era fatto in lui: sparite le gronde, la fronte
rasserenata, l’occhio tornava a brillare della solita luce, e le labbra,
non più strette come dianzi, s’ammorbidivano ad una espressione di gran
contentezza.

Tutto ciò non era sfuggito allo sguardo di Livia. La bella signora aveva
molte ragioni, quel giorno, per essere in singolar modo curiosa. Passati
appena pochi secondi, quanti ne bastavano a capire che Raimondo non
avrebbe aperto bocca egli stesso per darle ragguagli, placidamente,
senza levar gli occhi dal suo ricamo, gli disse:

— Buone notizie?

— Eccellenti; — rispose Raimondo.

— Il rischio che correvi di perdere?...

— Sfumato. Lo dicevo ben io a me stesso! Come ti si può cangiare così,
di punto in bianco, diventare tutt’altro, l’uomo che hai sempre stimato,
vedendo in lui la perla degli uomini? Ecco intanto come vanno le cose di
questo mondaccio; — soggiunse Raimondo, chetando un pochino quella sua
foga soverchia; — è bastata la voce di un maligno, per far credere che
un galantuomo chiamato a Padova da un negozio urgente, rimasto colà un
giorno più del previsto, fosse dato per un fuggiasco, che volesse
sottrarsi ai suoi impegni d’onore. È tornato, il brav’uomo; è capitato
al banco, dopo che io n’ero uscito, ed ha soddisfatto il suo debito. —

Le spiegazioni verbali erano belle e buone; ma la signora Livia avrebbe
preferito leggere senz’altro la lettera. Disgraziatamente Raimondo
teneva gli affari e le lettere d’affari per sè; ed era un gran fatto che
per una volta tanto si fosse lasciato cavar di bocca quel poco.

Uscito di pena, Raimondo lesse meglio i giornali, anzi diciamo che
incominciò a leggerli soltanto allora; ed anche, secondo l’uso, lesse e
commentò la cronaca cittadina a sua moglie. La quale, frattanto, pensava
che suo marito, anche avendo perduto o corso rischio di perder somme più
forti, non era mai stato tanto accorato come quel giorno, tra le sei e
le nove di sera.

— Va, caro; tu non me la dici giusta; — pensava ella in cuor suo.

Quella sera egli si ritirò nelle sue stanze un po’ prima del solito. E
al servitore che lo accompagnava col lume, parlò facetamente così:

— _Paron Nane_, domattina vorrei il caffè alle sette. E svegliatemi,
s’intende; che non vorrei beverlo freddo. —

Era strano, quell’ordine di svegliarlo alle sette. Nell’inverno, di
solito, si faceva portare il caffè alle otto, e magari alle otto e
mezzo. Inoltre non diceva “paron Nane„ al suo vecchio servitore, se non
quando era allegrissimo. Che proprio tutto quel buon umore venisse da
una lettera d’affari? e niente, il cattivo delle ore innanzi, da un
discorso che aveva dovuto fargli Filippo Aldini, quel medesimo giorno?



                                 XIII.


                           Triste risveglio.


Ma aveva poi parlato Filippo Aldini? Bene lo aveva promesso a lei, sulla
sua fede di gentiluomo; ed ella doveva crederlo risoluto, come le era
apparso sincero. Quella fiducia si era avvalorata in lei vedendo
ritornare a casa Raimondo così profondamente turbato: ma la fiducia si
era dileguata oramai, e tanto più facilmente quanto era stato più rapido
il trapasso di Raimondo dalla insolita tristezza al buon umore consueto.

Ch’ella si fosse ingannata nei suoi sospetti? Si trattava egli davvero
d’una somma di denaro in pericolo? tutto si riduceva egli adunque ad un
episodio volgare della vita bancaria, sempre seminata di rischi? In
questo caso, bisognava concludere che Filippo non avesse ancora parlato,
e che tutto il rimescolo di Raimondo dipendesse da quell’altra cagione,
che le era parsa insufficiente a produrlo. Ma allora, perchè aveva
indugiato l’Aldini a parlare? Quando aspettava egli a farlo, mentre il
farlo era più urgente che mai?

Ah quella lettera! quella lettera, se a lei fosse riuscito di leggerla,
le avrebbe dato modo di procedere a più sicure induzioni. Senza dubbio,
quella lettera usciva dal banco Zuliani; lo diceva la busta con tanto di
bollo; lo diceva la nota calligrafia commerciale del signor Brizzi
degnissimo. Ma il foglio che c’era dentro, che cosa portava nelle sue
pieghe? proprio la notizia che un debitore non era scappato?

Questi pensieri, tutti intessuti di dubbi angosciosi, dovevano tenerla
quella notte ben desta, facendole dar volta ad ogni momento nel suo
letto, sotto gl’impulsi d’una febbrile inquietudine. A un certo punto
non seppe più trattenersi. Scivolò dalle coltri, indossò la sua veste da
mattina e passò nell’abbigliatoio, che separava la sua dalla camera del
marito. Muovendo leggera leggera si accostò all’uscio di questa, e
stette un pezzo origliando, per assicurarsi che Raimondo fosse ben preso
dal sonno. Di solito, quando dormiva, Raimondo dormiva sodo. Ma come fu
lunga per lei la fatica di girar la maniglia che teneva chiuso
quell’uscio, traendola così delicatamente, così lentamente, che la toppa
non avesse a cantare! Raimondo, benedetto lui, non avrebbe sentito
neanche il cannone. E finalmente, se si fosse risvegliato, non mancavano
pretesti a giustificare l’apparizione notturna di lei. Poteva dire, ad
esempio, di essersi turbata, sentendolo parlare, o dolersi in sogno,
come alle volte accade. Ma allora, addio lettera: e su quella lettera
appunto bisognava metter la mano.

L’uscio era aperto senza rumore, e Livia entrò guardinga nella camera;
inoltrandosi alla fioca luce della finestra, arrivò strisciando fino
alla spalliera di un canapé, dove ella sapeva che suo marito usava
gittare i suoi abiti. Allungò il braccio, palpò destramente, trovò il
soprabito, e ficcò la mano nella tasca di petto; ivi sentì il
portafogli, e accanto al portafogli una busta. Era quella? A buon conto
la prese, e così lieve lieve com’era venuta, si ritrasse, strisciando
sul molle tappeto, fino alla camera sua. Là dentro, al lume di una
lampadina da notte, guardò ansiosamente la busta. Era proprio quella,
col bollo del banco, e la soprascritta già da lei ravvisata. Tosto, con
ansia indicibile, e con pari sollecitudine, ne estrasse il foglio, e lo
spiegò, accostandolo quanto più poteva al cristallo. Ah! non c’era più
da ammirare là dentro la calligrafia commerciale del signor Brizzi;
bensì da stupire, e come! davanti ad una mano di scritto meno regolare,
senza sfoggio di filetti e svolazzi, tutta personale, asciutta, rigida,
e chiara, poi, chiara fin troppo! Filippo aveva dunque parlato? Sì,
certamente, poichè egli appunto scriveva.

Ah, bravo! anche la malizia dello scrivere all’amico sotto la copertina
del banco? Tutto ciò, ben inteso, per non dar nell’occhio a lei, per
guardarsi da una sua indiscrezione. E come aveva dovuto lavorar di fine,
per giungere a tanto! Il banco Zuliani si soleva chiudere poco dopo la
partenza del principale. Per usare a quel modo della carta del banco e
dell’opera del suo segretario, il conte Aldini era andato a scovare il
signor Brizzi. Come ciò fosse avvenuto, s’indovinava benissimo: dal
Quadri, ove pranzava l’Aldini, al _Cappello Nero_, ove il Brizzi faceva
i suoi pasti, non era lunga la strada.

Queste cose pensò in un baleno; frattanto leggeva il biglietto. Così
scriveva brevemente l’Aldini a Raimondo:

    “Hai ragione, ed io sono un pazzo. Ma se tu vedessi nell’anima
    mia!... Basta, io non ti dirò altro dei miei turbamenti. Vedi
    pure il signor Anselmo; io non ho più nulla da opporre alle tue
    argomentazioni, segnatamente all’ultima, che mi ha troppo
    commosso. Ah, Raimondo, Raimondo! Tu eri ben degno d’un amico
    migliore.

                                          “Il tuo _Filippo Aldini_.„

E nient’altro: ma quel tanto bastava ad illuminare la signora Zuliani.
“Vedi pure il signor Anselmo; io non ho più nulla da opporre.„ Oh, caro!
Si era egli dunque finito di persuadere da sè? C’erano molte più cose da
opporre a lui, e alle sue facili persuasioni. Ma non c’era tempo da
perdere. Livia rilesse il biglietto, per non dimenticarne una sillaba;
poi lo ripose nella sua busta, e com’era andata una volta, così
guardinga ritornò nella camera di suo marito; rimise la lettera al suo
posto, mentre Raimondo seguitava a dormire, e si ridusse nella sua
camera. Soltanto allora poteva dar libero corso allo sdegno ond’era
tutta invasata.

— Ah no! non sarà come tu la pensi, cacciatore di doti! Saltasse il
mondo, questa non la spunterai, te lo prometto. Ed io, quando prometto,
mantengo. —

Così borbottava tra i denti, mentre la sopraccoglieva un gran freddo,
obbligandola a rimettersi in letto. Indossava ancora la veste da camera,
e non ci aveva neanche badato. Tra poco, al gran freddo sarebbe
succeduto un gran caldo; tanto già incominciava la febbre a darle
travaglio. E rileggeva con gli occhi della mente il biglietto fatale.
“Vedi pure il signor Anselmo„. Ma dove, se il signor Anselmo era a
Milano? Che, forse era egli per giungere a Venezia? Ma sì, l’ordine dato
da quell’altro di esser destato alle sette, non indicava che volesse
andargli incontro alla stazione? Si faceva tutto a gran furia; e sul
tamburo la scritta nuziale! Ah, no, mille volte no! Ella non voleva; non
avrebbe mai consentito.

Filippo adunque perduto irremissibilmente per lei! E di lei si era fatto
giuoco, il vigliacco! Ogni tentativo, pur troppo, le era andato a male.
Aveva parlato alle signore Cantelli, seminando accortamente sospetti; e
Raimondo si era affrettato a dissiparli. Curiose quelle donne, che si
lasciavano così facilmente persuadere, tanta era la fretta di acciuffare
un marito! Aveva parlato a Filippo, ottenendo da lui la promessa di
resistere; e Raimondo era venuto a capo di persuadere anche quello,
facendogli rimangiare la sua sacra parola. Con tante fatiche, non era
dunque riuscita a nulla? E non le si offriva nient’altro, per muovere
alla riscossa, per mettere a segno il cacciatore di doti? Ah, se avesse
potuto discorrer lei, col banchiere Anselmo! Quello non doveva avere la
stupida fretta delle sue donne, e neanche gli stolidi capricci del suo
collega di Venezia; quattro ragioni spiattellate lì, senza tanti rigiri,
lo avrebbero convinto della necessità di rompere quei negoziati
vergognosi. Che cosa gli avrebbe detto? Non lo sapeva ancora; si sarebbe
buttata là a capo fitto, anche a rischio di confessargli ogni cosa di
sè. Lo sdegno non ragiona; può passar sopra alla vergogna. L’essenziale,
per lei, era di vincere.

Ma come poteva sperare di veder subito il banchiere Cantelli, e senza
importuni alle costole? Ci pensava, e mulinava disegni, l’uno più
sottile e più pazzo dell’altro. Lo sdegno intanto cresceva, cresceva
come un fiume in piena, che raggiunge il colmo degli argini, li sormonta
e dilaga. Il sangue le dava tuffi frequenti; le tempia le ardevano; le
si offuscavano gli occhi. Filippo sposo! Filippo che si rideva di lei e
delle sue furie impotenti! Ah, il signorino, il bel conte, così mutato
da quello di un giorno! Perchè egli, con tutti i suoi rimorsi, con tutte
le sue prudenti esortazioni, non poteva negare a sè stesso di averla
ricambiata di amore. Gli avrebbero dato, se mai, una solenne mentita le
sue medesime lettere, piene di soavissime cose. Bruciando per tutte le
membra, non potendo più stare sotto le coltri, si alzò di scatto, mosse
alla volta di uno stipo che stava appoggiato contro la parete, lo
aperse, e toccato un segreto nel fondo, ne fece uscir fuori un involtino
di carta. Erano lì, strette da una fettuccia color di rosa, le lettere
di Filippo Aldini.

Non molte, per altro; l’amico era assai presto diventato sospettoso e
prudente: tanto prudente, che si era fatto promettere da lei di bruciare
quegli otto o nove messaggi d’amore. Che bisogno di conservarli, se
durava nei cuori il sentimento gentile ond’erano stati ispirati? Così
egli diceva. Ma qual donna innamorata, o che tale si creda, accetterà
mai il consiglio di distruggere i dolci ricordi del tempo felice, i cari
trofei della sua stessa vittoria? Aveva promesso di bruciare, ed aveva
conservato; rileggeva allora, e si esaltava sempre più. Scoccarono le
cinque, ed ella non aveva anche finito di sfogliar quelle pagine, di
notarne i pensieri, di meditarne le frasi, di richiamarsi alla mente le
sensazioni che s’erano accompagnate alla prima lettura. E se quell’altro
si fosse destato? Se udendo il fruscìo delle carte, od altro lieve
rumore nella camera di Livia, e imaginando ch’ella non dormisse più,
fosse comparso là, dall’uscio dell’abbigliatolo, e l’avesse colta in
sull’atto dell’amorosa lettura? Ebbene, comparisse pure, lo spettro
della vendetta. Oramai, ella non reggeva più alla violenza del suo
dolore; ogni altro male sarebbe stato un sollievo. Ma egli dormiva
ancora, dormiva sempre il sonno del giusto; e Livia ebbe tempo a
rileggere, a meditare, a richiamar sensazioni antiche, poi a rifar
l’involtino, a rimetterlo nel suo cassetto d’acero, e a richiuder lo
stipo.

Il freddo la riprendeva, ed ella ritornò a rannicchiarsi nel letto,
formando sempre nuovi disegni, non trovando mai nulla che valesse,
rabbrividendo, fremendo, gemendo, e nella sua disperazione chiedendo a
Dio che la facesse morire. Il mondo le pareva un buio deserto, oramai,
se le mancava Filippo, se Filippo doveva appartenere ad un’altra. E
vedeva la puppattola sciocca, bianco rosata sotto le ciocche luccicanti
dei suoi capelli neri; la vedeva lieta, trionfante, venirle incontro con
un sorriso che tradiva lo scherno, per ringraziarla dell’esser venuta ad
assistere alla cerimonia nuziale. E a quella, e ad altre feste doveva
esser presente la moglie di Raimondo Zuliani, autore glorioso e
dissennato della felicità del suo caro Filippo. Ah no, per la collera di
Dio, che punisce i traditori, quella felicità non sarebbe giunta a
maturanza; no, no, mille volte no; sarebbe morta, piuttosto, ma della
collera divina sarebbe stata lei lo strumento.

Intanto albeggiava; il cielo si tingeva di un tenue chiaror cenerognolo,
sui tetti dei palazzi nereggianti in grandi masse dall’altra riva del
Canal Grande. Ed ella ancora non aveva chiuso occhio; e quell’altro
seguitava a dormire, più saporitamente che mai. Attraverso gli usci
dell’abbigliatolo, Livia ne udiva il respiro largo, profondo, monotono
nel suo ritmo uniforme.

— E tu dormi, sciocco! — mormorava ella, stizzita. — Così tu hai sempre
dormito. —

Infatti, che cieca fiducia, in quell’uomo! Quante volte non si era ella
trovata sul punto di essere scoperta! Ogni altro si sarebbe insospettito
di meno; egli no. Gran fede! gran fede! Si fonda una religione, colla
fede, non si governa una donna. Ed era stato lui, a tirare in casa il
bel conte; lui a magnificarne ogni atto, ogni parola, ogni gesto; tanto
che, sul principio, ella ne era seccata parecchio, avendo perfino
accolto nell’anima il sospetto che il suo Raimondo, senza volerne aver
l’aria, fosse noiato di lei e chiamasse un aiuto a portar la sua croce.
Ma che cosa aveva di tanto miracoloso, quel conte? Era bello, sì, senza
eccesso; elegante con misura; scarso di parole, che parevano tutte assai
meditate; spesso e volentieri taciturno; sempre in atteggiamento
pensoso. Forse per questo lo dicevano un uomo fatale? La uggivano
maledettamente, gli uomini fatali. Ma intanto, volere o no, poichè egli
era entrato nelle grazie di Raimondo, bisognava studiarlo, ed anche
poteva essere utile studiarlo per indovinare con qual segreta malìa
avesse egli incantato parecchie bellezze, delle quali in ogni ritrovo
più o meno aristocratico si bisbigliavano i nomi. Ahimè, studiare è
principio di amare; e quando la signora Livia ebbe molto studiato, si
ritrovò pazzamente innamorata del conte Aldini. Un amor pazzo non è
sempre, anzi non è quasi mai un amor vero; non è certamente un amore
profondo; nasce dal cervello e non dal cuore; l’imaginazione lo ha
concepito, il sentimento la ha tenuto a battesimo, secondo l’usanza di
tanti padrini, senza calcolar troppo i suoi obblighi. Così travolta
dall’impeto della passione, era stata lei la prima cagione del male onde
ora aveva a dolersi. Il suo amor proprio non le permetteva di
confessarlo; alla peggio, la colpa di tutto andava ascritta a Raimondo.
E certo, quel marito non era stato prudente, nè savio: felice tra due
diversi affetti dei quali sentiva bisogno il suo gran cuore, non aveva
veduto nulla, sospettato di nulla; beatissimo uomo, aveva dormito tra
due guanciali, proprio come in quel momento faceva.

Ma per allora, a buon conto, l’amico doveva risvegliarsi. “Paron Nane„
aveva bussato due volte all’uscio della sua camera, discretamente la
prima, più forte la seconda; finalmente, a rompergli l’alto sonno nella
testa, era entrato, portando il vassoio del caffè, secondo l’ordine
ricevuto.

Livia sentiva dalla sua camera la voce del vecchio servitore che
riscuoteva Raimondo, e tosto quella di lui, che destato in soprassalto
chiedeva:

— È già l’ora?

— Sono le sette, signor padrone; — rispondeva quell’altro. — Non mi ha
ordinato di svegliarla ad ogni costo?

— Sì, sta bene, sta bene; versate il caffè, paron Nane, — replicava
Raimondo. — Ma in verità, dormivo così di gusto! —

Le sette scoccavano infatti all’orologio dell’anticamera. Le sette; e
Livia aveva passata tutta la notte insonne! E il sangue le ribolliva
nelle arterie, pulsando forte, martellando alle tempie.

Già Raimondo era sceso dal letto, ed ella lo sentiva andare e venire
nella fretta del vestirsi, poi richiamare il servitore e ordinargli che
la gondola fosse pronta per le otto alla scalinata del palazzo. Un’ora,
dunque, un’ora appena doveva passare, ed egli sarebbe uscito, sarebbe
corso dove lo chiamava il suo matto desiderio di far la gente felice.
Ella, intanto, era fuori di sè. Tremassero i felici, ai quali Raimondo
dedicava le sue cure amorevoli: ella sentiva una voglia furibonda di
balzare dal letto, di fare un chiasso, di romperla con ogni riguardo,
come con ogni paura. Non ne poteva più, non ne poteva più; o sfogarsi, o
morir soffocata.

Raimondo era entrato nell’abbigliatoio; Raimondo veniva ad aprir l’uscio
della camera di lei; Raimondo appariva sulla soglia.

— Livia, dormi? — chiedeva egli a bassa voce.

— Che! — rispose lei, coll’accento sdegnoso che Raimondo conosceva così
bene, e a cui così bene, se non volentieri, si adattava da un pezzo. —
Ma si può egli sapere dove corri a quest’ora?

— Non corro, come vedi; vengo a darti il buon giorno. Per uscire c’è
tempo ancora; ma volevo esser pronto: il sonnellino d’oro è così
traditore, che guai, a fidarcisi! Debbo trovarmi alla stazione intorno
alle nove. —

Ella ebbe al cuore un sussulto violento. Non si era dunque ingannata;
Raimondo muoveva ad incontrare il Cantelli. Ma volle averne l’intiero da
lui.

— Alla stazione! — ripetè, simulando un alto stupore. — E perchè?

— Sai, arriva questa mattina l’amico Anselmo; — rispose Raimondo.

Non le diceva nulla ch’ella già non sapesse: pure il sentirselo
confermare da lui, le diede una stretta dolorosa.

— Ah! — esclamò con accento sardonico. — Sempre per quel matrimonio!

— Ma sì; — diss’egli, stropicciandosi le mani. — Oramai siamo alle porte
coi sassi.

— Davvero? — ripigliò la bella sdegnosa. — E si contenterà di quattro
sassi sul parmigiano, il babbo dei sette milioni?

— Si è già contentato, mia cara; egli viene soltanto per conoscere il
suo futuro genero. Quanto agli interessi, — concluse Raimondo, — avevamo
già tutto combinato in questi giorni per lettera. —

Livia si morse le labbra a sangue.

— Che scioccheria! — gridò, esasperata. — Ma che ti salta in mente di
far dei felici a loro malgrado?

— A loro malgrado? — ripetè Raimondo. — Spero di no. Si amano tanto! —

Quelle parole, con tanta calma proferite, giunsero aspre al cuore di
Livia, acute, cocenti, come un ferro arroventato. Si era rizzata sulla
vita, puntando una mano sul letto e con voce stridente gridava:

— Si amano, hai detto? Egli ama dunque davvero quella donna? E non la
dote?

— Ma che dote! Ne abbiamo già discorso una volta, e speravo di averti
disingannata su questo proposito. L’ama, ti ripeto; me lo confessava
ancor ieri; l’ama di un amor disperato.

— E sia; — riprese ella, fremente. — Ma il tuo Aldini non può sposar
quella donna.

— Perchè? — domandò Raimondo. — Che vincoli lo potrebbero trattenere?

— Vincoli, o riguardi da buon cavaliere, dovrebbero esser tutt’uno; —
replicò ella concitata.

— Ah, vuoi parlare di antiche fiamme? — disse placidamente Raimondo. —
Storie del vecchio Testamento, mia cara.

— Eh, non tanto vecchio come tu credi. — Raimondo tentennò la testa, in
atto d’uomo che fosse ben sicuro del fatto suo.

— T’inganni, bella mia, t’inganni; — ribadì, più placido che mai. E per
un momento, sappi, m’ero ingannato ancor io. Vedendolo sempre così
incerto, così facile a volere e a disvolere, mi era passato per la mente
quel che tu dici. E gliene domandai, senza tanti preamboli. Figúrati che
a tutta prima voleva dirmi di sì. Ma lo faceva parlare in questo modo
l’eterna paura di sembrare un uomo interessato, quel che tu dici un
cacciatore di doti. Ma io l’ho confessato per bene, sai. Ha dovuto
convenire di esser libero, liberissimo di ogni specie d’impegno; così,
su tutti i punti ho avuto il piacere di vincerlo. —

Livia guardò suo marito negli occhi. Le parve orribile, con la sua
faccia fresca, con la sua asseveranza, con la sua serenità
imperturbabile, e più coi suoi canti di vittoria.

— Dunque, tu credi che non abbia vincoli di cuore?

— Lo credo fermamente.

— Sciocco! — gridò la fiera donna, divorata dalla febbre, divampante di
collera. — Apri quello stipo; c’è ancor la chiave nella toppa. —

A quelle strane parole Raimondo diede un balzo sulla poltrona ov’era
andato a sedersi, presso il letto di sua moglie, fin dal principio del
loro colloquio mattutino.

— Che è ciò? — diss’egli turbato. — Che cosa ho io da vedere là dentro?

— Il tuo disinganno, se credi l’Aldini un fior di cavaliere. Ah, egli si
è fatto ben pregare, per ingannare te, per ingannar la tua Margherita,
per ingannare la signora Eleonora, il banchiere, e tutti quanti. Non ama
la tua puppattola, te lo dico io; non l’ama d’amore. Apri!

— Ma, in nome di Dio, che cosa c’è là? — gridò Raimondo, irritato.

Attraverso i vapori della febbre, un lampo di ragione era passato per la
mente di Livia, rischiarandole il vuoto di un abisso pauroso. Ma ella
non era più in tempo per dare indietro; e del resto, a qual pro? Non era
meglio finirla una volta, e per sempre, anzichè dibattersi vanamente tra
gl’impeti della gelosia furibonda e dell’ira impossente?

— C’è un involtino di lettere; — rispose, con voce mezzo soffocata da un
tuffo di sangue alla gola; — lettere del tuo cavalleresco Aldini.... ad
una signora. —

Una nube si era stesa sugli occhi di Raimondo; ma egli trovò ancora
tanta forza nell’animo per discacciarla da sè.

— E tu, — diss’egli, tentando di dare aspetto di celia ad un modesto
rimprovero, — e tu hai fatto da segretaria?

— Apri e vedrai; — replicò Livia, impaziente.

Raimondo andò barcollante verso lo stipo; girò la chiave, e fece cadere
lo sportello a ribalta, mettendo in mostra parecchi scompartimenti di
cassettini e ripostigli in bella ordinanza disposti a parecchi ripiani,
nei quali il mògano si alternava coll’àcero.

— Dove? — chiese egli, non sapendo in qual punto metter la mano.

— A sinistra, il cassettino più basso; fallo scorrer fuori; troverai un
assicella di legno bianco. Ancora a sinistra, premi col dito; salterà. —

Egli aveva macchinalmente obbedito alle istruzioni di Livia.
L’assicella, premuta appena, scattò, discoprendo il ripostiglio segreto.
In quel ripostiglio giaceva un involtino di carta bianca, legato da una
fettuccia color di rosa.

Le afferrò, ne sciolse il legaccio, spiegò il foglio, e ne trasse fuori
un mazzettino di lettere, che portò nel vano della finestra, sotto la
luce scialba di quel mattino invernale. Non avevano soprascritta; certo
erano state cambiate le buste. Aperse la prima; gittò un’occhiata sui
primi versi dello scritto, e mise un grido; aperse la seconda, lesse
ancora poche parole, e il grido di doloroso stupore si mutò in urlo di
belva ferita. E ancora aveva sperato, poc’anzi; aveva sperato
d’imbattersi in segreti altrui, che poco o punto gli dovesse importar di
conoscere. Avrebbe guardato, per contentare sua moglie, strana donna in
verità, che di altrui debolezze non si sarebbe dovuta occupare; avrebbe
guardato, e non letto. In quella vece.... “Mia Livia„, diceva
incominciando la prima lettera che gli era venuta sott’occhio;
“Adorata„, diceva la seconda; ed anche quella s’intendeva dal contesto
che fosse per lei.

— Ah, per l’anima mia! — ruggì, più che non gridasse, il disgraziato
Zuliani.

E non voleva più veder altro; il demone della gelosia lo mordeva al
cuore; lo torturava l’orgoglio ferito; lo straziava l’amore umiliato. Ma
se non fosse vero niente? Se gli occhi suoi avessero traveduto? E
leggeva ancora, leggeva con rabbia crescente, cercando invano il segno
della innocenza di lei, come della sua propria follìa, e cacciandosi
sempre più profondo il ferro nella piaga. Apriva buste, e le gittava sul
tappeto, scorreva foglietti e cartoncini, che si venivano l’un dopo
l’altro spiegazzando tra le sue dita convulse; ruggiva, intanto, con la
schiuma alla bocca e gli occhi iniettati di sangue. Così trangugiato
sino alla feccia il suo calice di amarezze, stringendo i fogli maledetti
nel pugno, tremando tutto di vergogna e di collera, balbettando parole
sconnesse, si volse e andò minaccioso verso il letto.

Ella era là, poggiata sul gomito, con gli occhi sbarrati, e rideva,
rideva d’un riso spasmodico. Ma tosto gettò un grido, e diede in uno
scoppio di pianto.

— Uccidimi! uccidimi! — mormorò tra i singhiozzi. — Almeno non inganni
più te, nè altri, il miserabile! Uccidimi, Raimondo! Amerò la morte, se
mi viene da te. —

E già Raimondo si scagliava su lei, con gli occhi fiammanti e con le
mani levate.

— Tu.... disgraziata.... — proruppe, ma non potendo dir altro.

Le parole gli gorgogliavano nella strozza; ed anche i pensieri si
agitavano confusi nel suo cervello. Guardò la disgraziata, che ansante e
palpitante, riarsa dalla febbre, con atto disperato protendeva il collo
verso di lui, come implorando la stretta fatale; mise un urlo di fiera,
quasi volesse coll’urlo stimolarsi a vendetta; ma le sue mani levate a
minaccia non si aggravarono su lei: una forza arcana combatteva i suoi
feroci propositi, trascinandolo indietro.

— Tu.... disgraziata, — ripetè allora, in uno sforzo supremo, — vivi
colla tua onta, se puoi. Non macchierò le mie mani nel sangue di una
donna. —

Ella si era precipitata dal letto, avvinghiandosi alle ginocchia di lui.

— Una disgraziata, sì, hai detto bene; — gemeva. — Uccidimi! uccidimi! —

Rispose egli alla preghiera con un gesto sdegnoso; e poco potevano
trattenerlo le braccia di lei. Cacciati in tasca i fogli spiegazzati,
dei quali aveva già fatto nel colmo dell’ira un batuffolo, afferrò i
polsi di lei, premendo così forte, da strapparle un grido d’angoscia, e
da costringerla tosto, sebbene riluttante, ad aprire le palme.

— Va! — disse ancora, respingendola a tutta forza, per modo ch’ella andò
riversa sul pavimento.

Fu quella l’unica violenza usata da Raimondo Zuliani contro la donna che
lo aveva così crudelmente ingannato, e più crudelmente levato d’inganno.

Si rialzò la misera Livia sulle ginocchia, supplicando. Non diede
ascolto Raimondo, e fuggì.



                                  XIV.


                             È il destino!


Livia era rimasta spossata, fisicamente e moralmente spossata, inerte il
corpo, inerte la mente. Soltanto dopo un tratto di tempo, cedendo alla
sensazione del freddo che la coglieva così discinta com’era,
macchinalmente si trascinò fino alla sponda del suo letto, tante volte
abbandonato nel corso di quella notte dolorosa; ma fu grande fatica per
lei, a ridursi sotto le coltri. Aveva bisogno di riposo; e l’ebbe la
persona, non l’anima, pur troppo; non l’anima, che, ravvivata da un
ritorno di calore alle membra, non poteva egualmente rinfrancarsi in una
serie di quieti pensieri e d’imagini liete.

Dio, che cosa aveva ella mai fatto! Cessate il parossismo della febbre,
sentiva allora, riconosceva finalmente tutto l’orrore dell’atto
dissennato, commesso in una crisi nervosa. Il suo male! “Mia madre è
morta pazza„, aveva ella detto il giorno innanzi a Filippo. E così fosse
morta pur lei, che aveva parlato in un vero accesso di follia, e viveva,
povera carne sofferente, disdegnata in mal punto da chi avrebbe dovuto
farle la carità di una stretta alla gola, che finisse in lei ogni
rimorso, ogni spasimo. Ed ora, quante rovine intorno a lei! e fatte
nella pazzia d’un istante da lei! Così quando un fiume si gonfia,
infuria e straripa; dove già si stendevano campi ubertosi, suscitando
speranze di popolo onestamente operoso, tutte in un subito le speranze
svaniscono; vanno perdute, col terreno sconvolto e colle piante
sradicate, le care promesse di un viver modesto ma sicuro; e i tetri
fantasmi degli anni squallidi, che seguiranno al disastro d’un giorno,
si levano minacciosi su sterili lande, spogliate d’ogni cosa, fuorchè di
rena e di sassi.

Finita in ugual modo la pace signorilmente lieta del palazzo Orseolo;
finite le gaie conversazioni, le fastose comparse ai balli, ai teatri,
alle pubbliche feste, dove la felicità dei trionfi ottenuti luccicava
nel volto, mentre l’invidia doveva esprimersi in sorrisi a fior di
labbro, o consumarsi in sè stessa e tacere. In quella vece, oramai, le
ciarle assassine del mondo elegante, i sogghigni maliziosi del salotto,
gli scherni del crocchio; lei, finalmente, su tutte le bocche, e il suo
caso diventato la favola della città.

Orribile idea! E quell’altro? Ah, solo pensando a quell’altro, ella
s’irrigidiva nel suo amor proprio offeso, nel suo orgoglio ferito, e
poteva sentirsi non del tutto pentita. Quella grande rovina involgeva
anche lui. Certo, dopo il suo triste risveglio, Raimondo Zuliani non
avrebbe più mosso un dito per la felicità di quell’uomo.

Frattanto la casa taceva, come se fosse incantata, o i servitori
temessero tutti di farsi vivi col più lieve rumore. Avevano sentito
qualche cosa del terribile colloquio? Forse sì, forse no: ad ogni modo,
non era quello il momento di darsene pensiero. La gente di servizio è
poi così avvezza a certe scenate padronali, in una casa o nell’altra! Ne
bisbiglia discretamente, e tacitamente conchiude: “i vizi dei signori!„
godendone anche un pochino in cuor suo. Il pane che si mangia servendo,
non può sgradire questi condimenti, che lo rendono più saporito. Ma
infine, che importano i suoi commenti, fossero anche malevoli? La gente
di servizio ha l’obbligo di fare l’ufficio suo e tacere, mostrando negli
atti di non aver nulla sentito. E per intanto non si sentiva di alcuno
nè la voce nè il passo.

Ma infine quel gran silenzio fu rotto da una scampanellata all’uscio di
casa. E poco dopo il Giovanni batteva delle nocche sull’uscio della
camera, chiedendo il permesso di aprir l’uscio a mezzo, per gittar
dentro poche parole. Annunziava una visita. E come una visita a
quell’ora? Ma era il signor Brizzi, che domandava per grazia di veder la
signora.

— Debbo dirgli che è ancora a letto? — chiedeva il vecchio servitore,
quasi precorrendo la risposta.

— No no; — rispose in quella vece la signora Zuliani, — fatelo entrare
nel salottino; mi vesto in fretta, e vengo. —

Ella indossava ancora (e se ne avvide in quel punto) la sua veste da
camera, tutta discinta, ed anche malamente gualcita dai moti incomposti,
dai tramutamenti irrequieti d’una notte febbrile. Ma questo era il
menomo guaio; e pel signor Brizzi, che era quasi della famiglia, poteva
passare anche un po’ di scompiglio nell’assetto mattutino. Raccolta la
veste al seno, gittato uno sciallettino intorno al collo, la signora
Livia si ravviò alla meglio i capelli davanti alla specchiera, e
passando rasente allo stipo, non senza un brivido per l’ossa, ne rialzò
e richiuse lo sportello a ribalta, ch’era rimasto calato; indi
frettolosa si avviò nel salottino, dove il signor Brizzi aspettava.

Il pover uomo era tutto sconvolto, contraffatto nel viso, tanto ch’ella,
al vederlo in quello stato, tremò di qualche nuova disgrazia.

— Signora.... signora.... — balbettò egli, muovendole incontro, — che
cos’è avvenuto stamane? Io veramente, non dovrei farmi lecito.... Ma il
caso è così grave!...

— Grave! — esclamò la signora. — Che cosa è accaduto di grave? Mi dica
Lei, signor Brizzi.

— Il signor Raimondo, — riprese egli allora, — il signor Raimondo....
che doveva andare alla stazione per le nove, non è andato. —

Un sorriso sarcastico sfiorò le pallide labbra di Livia.

— Ah, non è andato! — diss’ella. — Come lo sa?

— Lo so, perchè il signor Raimondo è venuto al banco una mezz’ora fa,
proprio quando avrebbe dovuto prendere la via della stazione. Ella sa
che il banco non si apre mai prima delle dieci. Ma io, questa mattina,
c’ero andato per tempo, volendo spacciare con più calma un lavoro
urgente. Stavo scrivendo, quando sentii cacciare una chiave nella toppa
e subito aprirsi l’uscio. Mi alzai, corsi a guardare in sala; era il
principale. Molto alterato in faccia, si avvide appena della mia
presenza: lo salutai, mi rispose a stento. Notavo frattanto che con
questo freddo egli era vestito alla leggera, in soprabito. Gliene dissi;
mi fece una spallata, rispondendo: “ho caldo, molto caldo„. Feci qualche
domanda, parendomi che non dovesse star bene; ma egli ripigliò
spazientito: “Brizzi, lasciatemi stare, debbo scrivere una lettera„. Non
fiatai più, e mi trassi indietro, ma senza uscir dalla stanza, non
perdendolo d’occhio. Appena seduto, aveva incominciato a scrivere, ma
senza venire a capo di nulla, gettando foglietti nel cestino, l’un dopo
l’altro, appena incominciato a vergarne una o due righe. È in collera
con qualcheduno, pensai; si scrive male, quando si è agitati: Veduto che
uno di quei foglietti, gittato via con atto d’impazienza, era volato
fuor della bocca del cestino sul pavimento, mi chinai a raccoglierlo per
collocarlo al suo posto. Avrò fatto male, signora; ma gli occhi mi
corsero allo scritto, che incominciava così: “Signor Conte„. —

La signora Zuliani aveva inarcate le ciglie; un tremito la prese al
cuore, diffondendosi tosto per tutte le membra. Nondimeno, ella si
contenne ancora.

— E nient’altro? — domandò.

— Nient’altro; — rispose il signor Brizzi. — Forse in qualche altro
foglio ci sarà stato di più. Dopo alcuni minuti di quel vano lavoro,
osai interromperlo, e riparlargli del suo abito troppo leggero,
offrendogli di mandare a prendere il suo pastrano. “Sì, mi disse,
mandate a casa il fattorino. E lasciatemi stare, ho da scrivere questa
lettera.... parecchie lettere; se voi mi state qui sempre alle costole,
non riesco a far nulla; non vedete che ho il cervello in fiamme?„ Chiesi
umilmente scusa, e per quella volta mi ritirai davvero. Il fattorino del
banco non era ancora arrivato; così mi sono arrischiato a venir io,
anche per chiedere a Lei che cosa può essere accaduto, da metterlo in
questo scompiglio.

— Signor Brizzi, Ella è un amico.... — disse la signora.

— E come! Ella lo sa; vecchio, sincero e fidato.

— Bene! Ad ogni modo, o prima o poi, dovrebbe sapere ogni cosa. Son
certa anzi che Raimondo si confiderà a Lei prima che ad altri. Sappia
dunque che c’è stato tra lui e me un gravissimo alterco. Finiremo, ne
son certa, con una separazione. Ma Ella, prego, non ne fiati con anima
viva.

— Si figuri! — gridò il signor Brizzi. — I segreti di casa Zuliani mi
son più sacri dei miei. Ma speriamo che non sia il caso, per un semplice
alterco, di giungere a quella estremità. —

Oramai il signor Brizzi aveva capito ogni cosa. L’alterco gravissimo
colla moglie, onde il suo povero principale era uscito così stravolto
dall’ira; la lettera al “signor conte„ ch’egli non poteva tirare
innanzi, tanto era agitato; erano quelli i due capi di una catena, che
raccostati offrivano la chiave di tutto l’occorso, specie a chi già
conoscesse un certo segreto di casa Zuliani. Ahimè, quello era a
conoscenza di troppi; vero segreto di Arlecchino, come tanti e tanti
altri d’ugual genere nel nostro povero mondo; così facilmente, di
leggerezza in leggerezza, d’imprudenza in imprudenza, lasciamo
indovinare i fatti nostri più intimi a tutta una turba di sfaccendati,
in ogni città che non sia Londra o Parigi! Ed anche si può rinunziare a
queste eccezioni, chi pensi che Londra e Parigi non debbono sfuggire
neppur esse a certe piccole noie, essendo anche laggiù il mondo elegante
e il mondo pettegolo nelle istesse condizioni di buon vicinato, ed
esercitando i loro disutili uffici in una sfera piuttosto ristretta,
come in tante altre città di minore importanza. Di quel segreto
d’Arlecchino il povero signor Brizzi si era sempre doluto in cuor suo,
poichè egli amava molto il suo principale, e non era mai stato senza
timore che un giorno o l’altro gliene giungesse un cenno all’orecchio.
Era un segreto, quello, da non metterci bocca; e cercava, se fosse stato
possibile, di dimenticarlo egli stesso; per intanto non permetteva che
davanti a lui qualche amico imprudente vi facesse la più lontana
allusione.

— Comunque sia, — rispondeva la signora Zuliani, la cui fede era
certamente men salda che non fossero le tenui speranze del suo pietoso
interlocutore, — il vivere insieme è impossibile. Ella veda frattanto,
mio buon signor Brizzi, se può avere qualche altra notizia, che mi giovi
di conoscere, nello stato in cui siamo, di aperta rottura. Chi sa? Egli
vorrà bene confidarsi con Lei. E a me deve importare moltissimo che si
confidi con Lei, anzichè con altri, che sia meno amico di ambedue; non
le pare? —

Il signor Brizzi, che era tutto cuore, promise assai volentieri. Se il
signor Zuliani, com’era da credere, si fosse aperto delle proprie
tristezze con lui, certamente egli avrebbe raccomandato calma e
prudenza. Gran cose, la prudenza e la calma; quanti malanni non hanno
esse evitati! E ciò senza contare che le famiglie non debbono mettere i
loro dissapori in piazza; perchè la gente ne ride, e tra le risate della
gente se ne va il loro buon nome, il credito, il rispetto, l’onore,
tutto ciò che è più geloso, e dovrebb’esser più sacro per noi.

Con questi ed altri simiglianti discorsi, l’ottimo Brizzi prese commiato
dalla signora Zuliani. A lui si accompagnò, recando il pastrano del
padrone, il vecchio Giovanni; quel povero “paron Nane„ che pur troppo
non doveva aspettarsi la ripetizione della faceta apostrofe con cui
dodici ore innanzi era stato salutato.

Ritornata nella sua camera, la signora Zuliani si vestì in fretta e
furia, poco o punto giovandosi dei troppo lenti uffici di Giustina, la
sua cameriera.

— Andate piuttosto a vedere se Giovanni è tornato; — le disse. — Appena
arriva, mandatelo qua. —

Il vecchio servitore giungeva proprio in quel punto, e fu tosto
avvertito del comando di lei.

— Avete fatta la commissione? — gli chiese.

— Sì, signora.

— E veduto il padrone?

— No, signora; egli era nel suo studio, ed io son rimasto nella prima
camera, dove lavora il signor Brizzi. Ma l’ho sentito rispondere “sta
bene, mettete là, su quella sedia„, dopo che il signor Brizzi gli ebbe
detto che il pastrano era stato portato da casa. —

Raimondo era dunque rimasto al suo banco. Aveva egli finito di scrivere
le sue lettere? Di questo ella non poteva chiedere al servitore, che
aveva riferito quanto era in poter suo di sapere, non essendo stato
introdotto alla presenza del padrone. Erano le dieci e mezzo: la signora
Zuliani fece una pronta risoluzione; mise il cappellino in testa,
ravvolse il velo intorno alla faccia, ed uscì prendendo cammino verso il
corso Vittorio Emanuele. Di certo, andava a trovare la Galier, avendo
anch’essa bisogno di sfogarsi, di versare la piena delle sue afflizioni
nel cuore compassionevole della contessa, della sua intima amica,
dell’amica più vera, anzi dell’unica, che avesse per tale. Pallida e
spossata, con gli occhi pesti, in ogni altra occasione la signora
Zuliani avrebbe rinunziato ad una corsa fuori via; ma il momento era
grave, ed urgente il bisogno; del resto, quel velo fitto sul viso poteva
dissimular molti guasti.

Ella pensava, frattanto: mentre il corpo era in moto così frettoloso, il
pensiero non poteva restarsene inerte.

— Ha sdegnato di uccidermi; — diceva ella tra sè. — Vuole sfogarsi
contro di lui, è chiaro; gli manda un cartello di sfida. Come non l’ho
io preveduto, ch’egli si potesse appigliare a questo partito? E ancora,
se lo avessi preveduto, mi sarei io trattenuta dal fare quello che ho
fatto? Ora, egli manderà la sua lettera. L’avrà poi potuta scrivere? Ne
ha strappate già tante, che altrettante potranno ancor fare la medesima
fine. Comunque sia, bisogna avvertire quell’altro, che non sa nulla,
avvertirlo ad ogni costo. La contessa è così buona, mi è tanto amica,
che vorrà pure aiutarmi. —

Avvertirlo, sì, era bene, e faceva bella testimonianza d’animo
compassionevole. Ma era lei, Livia, la terribile Livia, la furia
scatenata di poche ore innanzi, che pensava allora in quel modo? Il suo
odio implacabile, dov’era andato a finire? Forse odiava quell’uomo,
sentendolo felice, prossimo al compimento dei suoi voti più cari, alla
consumazione del tradimento più nero; e nell’animo di lei si era
stemprato ad un tratto il geloso furore, dando luogo ad un sentimento di
pietà, forse di amore per quel disgraziato, allo scatenarsi della bufera
che doveva travolgerlo. Arcani del cuore!

Quando fu giunta al portone della Galier, la signora Zuliani entrò nel
vestibolo, ma non si volse già verso la scala a collo, che conduceva al
quartierino dell’amica; si volse in quella vece al cortile, e prese la
scaletta di servizio che metteva allo stabile attiguo.

— Perchè no? — aveva ella detto tra sè. — Sarà tutto tempo guadagnato.
Forse egli non ha ancora pensato a serrare col catenaccio, non
aspettando più apparizioni di gelose importune; — soggiunse ella
sospirando. — Tentiamo! —

Ed era salita; e giunta al noto usciolino, aveva provato nella toppa la
piccola chiave inglese, grazioso gingillo da cui non si era ancor
separata. La piccola chiave fece liberamente il suo giro; ma l’usciolino
non si aperse altrimenti.

Per l’appunto, non aspettando più visite da quella parte, Filippo Aldini
aveva dato di dentro il catenaccio. Disperata, bussò colle palme
distese, bussò quanto più forte potè, a colpi reiterati. Ah, per fortuna
era stata udita; ella sentì aprire la vetrata dello studio, e tosto
nell’andito oscuro un passo ben conosciuto, il passo di Filippo. Ancora
pochi secondi, e il catenaccio era levato; aperto l’uscio, le apparve
Filippo nel vano.

— Voi! — esclamò egli, ancora compreso di stupore. Non l’aspettava
infatti; ma l’aveva indovinata poc’anzi al giro di chiave, quindi al
batter disperato delle piccole mani.

— Sì, io; — rispose ella, entrando nello studio. — Datemi ospizio per
due minuti. So bene che vi annoio....

— Annoiarmi, no; — fu pronto egli a rispondere. — Ma voi intenderete il
mio stupore; dopo ciò che avevo promesso ier l’altro, e che ho
fedelmente eseguito, ma senza ottenere nulla da lui.... lo saprete
bene....

— Io non so nulla; — interruppe la signora. — Ho potuto credere in
quella vece che non abbiate voluto resistere fino all’ultimo.

— Fino all’ultimo! — ripetè Filippo, con voce impressa di orrore. —
L’ultimo... era il suicidio di vostro marito. Me lo aveva minacciato,
poichè il mio rifiuto lo disonorava, dopo l’impegno assunto col
banchiere Cantelli, ed egli non voleva sopravvivere al suo disonore.
Così sono stato debole, così ho ceduto, signora. —

Quelle parole la scossero. Ricordò le frasi del biglietto di Filippo
Aldini; ricordò la nera tristezza di suo marito, in attesa di quel
biglietto, e il suo mutamento repentino appena lo ebbe ricevuto. Tutto
ciò si accordava con le parole di Filippo. Ma ella non era disposta a
convenirne; e neanche era tempo da confessarsi in colpa; ben altro aveva
ella da dirgli.

— Lasciamo le dispute vane; — replicò, — e le lagnanze e le
recriminazioni, egualmente vane. Il mio orgoglio non ne farà; il mio
sdegno si è abbastanza saziato. Sono venuta per dirvi ch’egli sa
tutto. —

E cadde, così dicendo, sul divano dello studio, ove si tenne
rannicchiata, colle palme raccolte intorno agli occhi, non osando
levarli a guardare l’effetto che le sue parole producevano in lui.

Filippo era rimasto fieramente colpito. Istintivamente aveva recata una
mano al cuore, come se lì avesse ricevuta la punta mortale. Anche
intorno a lui, quante rovine in un tratto!

— Sa tutto! — ripetè, dopo un istante di pausa. — In che modo?

— Io gli ho date le vostre lettere.

— Le mie lettere! Non le avete bruciate?

— No; vi amavo.... non potevo obbedirvi. Ora il male è fatto; e
irrimediabile, non è vero? — soggiunse la signora, accompagnando la
frase d’un amaro sorriso. — Vengo ad avvertirvene, per un senso di
misericordia, che ho ritrovato ancora in fondo al mio cuore. Badate a
voi, conte; non v’incontrate con lui in questi momenti.

— Grazie, — rispose Filippo, sorridendo più amaramente di lei. — Ma come
evitarlo?

— Fuggendo.

— Io?... lo pensate?... io fuggire?

— Ma non c’è altro scampo; — diss’ella. — Se egli vi cerca, e al primo
incontro vi ammazza.... come un ladro del suo onore?

— Sarà nel suo diritto, ed avrà fatto bene; — conchiuse Filippo, alzando
la fronte, che fino allora, sotto la sensazione del colpo doloroso,
aveva tenuta abbassata.

Non c’era nulla da rispondergli; e la signora Zuliani non rispose
parola. Filippo Aldini aveva errato; riconosceva il suo fallo, senza
voler sottilizzare, senza voler distinguere come e fin dove si potesse
creder suo; era disposto a pagarne la pena; non gli si poteva chieder di
più. Egli, a buon conto, accettando il suo destino, si sentiva libero
una volta per sempre, intieramente padrone di sè.

— Molto male, — ripigliò allora, con accento grave, ma tranquillo, —
molto male avete fatto, signora. E adesso, poi, mi avrete gittato
quell’uomo sulle braccia, per venirmi a consigliare una viltà? Pagherò
il mio debito da gentiluomo, se il signor Zuliani vorrà, come io
finalmente penso contro la vostra supposizione, rifarsi con armi e forme
da gentiluomini; ed anche lo pagherò, posso prometterlo, da uomo di
cuore, che conosce i suoi torti. Se dunque è un bersaglio, quello che
vuole, egli ne ha il diritto, e lo contenterò.

— Ed egli vi ucciderà egualmente.... — ribattè la signora.

Filippo si strinse nelle spalle, e non rispose.

— O voi ucciderete lui; — proseguì ella, terminando il dilemma.

— Non farò ciò; — diss’egli, più col gesto che con parole formate.

In quel punto si udì una scampanellata all’uscio di casa.

— Ah, lui! — gridò Livia atterrita.

— Non credo; manderà piuttosto qualcuno; — notò freddamente Filippo. —
Ad ogni modo uscite, vi prego.

— E non volete ascoltarmi?...

— Non posso, signora. Qualunque cosa egli pensi di fare, io sono a’ suoi
ordini. Dopo ciò che avete fatto voi, non vedo altro che questo: e sono
lo schiavo della sua volontà. —

Una seconda scampanellata, e più forte, avvertì che non era tempo da
nuovi discorsi.

— Andate, vi supplico, andate; — disse Filippo, traendola con dolce
violenza verso l’uscio a vetri. — E non tremate per lui. —

Ella non aveva più parole, nè volontà per opporsi; obbediva alla
esortazione di Filippo.

— E badate; — soggiunse egli, prima di richiudere la vetrata alle spalle
di Livia; — serrate voi l’uscio, mentre io vado ad aprire di là. —

Livia era sparita, e la vetrata richiusa. Filippo andò all’uscio
padronale, lo aperse e si trovò davanti a Raimondo Zuliani, che già
stava per dare una terza strappata.

Filippo aspettava una coppia di padrini, per verità, ma anche, tra varii
casi possibili, aveva preveduto quelle di ricever la visita di Raimondo
Zuliani. Perciò non fece atto di grande stupore, vedendolo. Soltanto,
doveva fingersi ignaro della cagione che gli faceva capitare in casa
l’amico, a quell’ora. Da chi, infatti, poteva egli essere informato di
ciò che era avvenuto al palazzo Orseolo, quella stessa mattina? Ma egli,
per contro, non poteva mostrarsi lieto nell’aspetto, come sarebbe stato
naturale, alla vista del suo amico migliore. Si tenne dunque a
mezz’aria, e il suo atto di temperata maraviglia non prese colore da
nessun sentimento di sciocca allegrezza, o di inopportuna alterigia.

— Ah! — diss’egli, sforzandosi di parer tranquillissimo. — Tu qui?

— Sì, io qui; — rispose Raimondo, con misurata gravità. — E siamo soli,
per parlare liberamente?

— Solissimi; entra pure di qua. —

Non era vasto il quartierino di Filippo Aldini. Il suo studio era anche
la sua sala di ricevimento. Raimondo fu dunque introdotto nello studio.
Egli era serio nell’aspetto, anzi severo ed accigliato; ma non più
stravolto, non più contraffatto, nè irrequieto, come lo aveva veduto due
ore prima il signor Brizzi. In quelle due ore passate nel suo banco,
Raimondo Zuliani aveva avuto tempo di padroneggiarsi abbastanza. E
perchè poi, sarebbe egli durato nell’agitazione dei primi momenti?
Niente val più d’una risoluzione fatta, sulla quale non si deve più
ritornare, per render la calma necessaria agli spiriti dell’uomo. Egli
si era tanto padroneggiato, da poter pensare a parecchie cose più o meno
urgenti della giornata, da lasciar ordini per alcune operazioni
bancarie, e da incaricare il signor Brizzi d’una gita all’albergo
Danieli, per far le sue scuse al signor Anselmo del non esser egli
potuto andare alla stazione, e dirgli che sarebbe andato a riverirlo più
tardi. Non aveva egualmente potuto scrivere la sua lettera al “signor
conte„; ma non già perchè gli si fossero schiarite abbastanza le idee.
Troppe cose, aveva finalmente pensato, troppe cose gli sarebbe stato
necessario di scrivere. Capitava egli in persona, per dirle al “signor
conte„. Le cose d’un certo rilievo, si sa, vengon più facili a voce, che
non per iscritto.

Entrò nello studio, adunque; e appena fu entrato, fece egli da padrone
di casa. Era una cosa da nulla; ma si poteva argomentarne subito la
gravità del colloquio.

— Siedi; — aveva egli detto all’Aldini.

— E tu? — disse l’altro, obbedendo.

— Anch’io; — rispose Raimondo, ricusando la poltrona che Filippo gli
offriva col gesto, e prendendo in quella vece una scranna. — Vedi come
son calmo; — soggiunse, poichè fu seduto. — Pure, ecco un uomo, al quale
tu hai tolta la pace e l’onore. —

Filippo Aldini finse di guardarlo con aria trasognata. Ma poichè
all’artifizio della bugia non poteva durare, non aggiunse all’atto la
ipocrisia della parola; ed anzi il suo atto di stupore si mutò
rapidamente in un altro, di rassegnazione umiliata. Ah, se quell’uomo
gli fosse capitato là con una rivoltella in pugno, e d’un colpo lo
avesse freddato, certo gli si sarebbe mostrato più umano, che non
tenendolo lì, alla tortura d’un colloquio angoscioso, lasciandogli
pensare la triste cosa che pensò in quel momento supremo.

— Margherita! immagine cara! Perduta, dunque, irremissibilmente perduta!
È il destino. —



                                  XV.


                            Fermi ai patti!


Stettero muti a lungo, guardandosi; Raimondo più risoluto e severo, come
ne aveva diritto; l’altro quasi timido, e profondamente umiliato, come
doveva. Era il duello morale che incominciava, prima del duello
materiale; era la punizione anticipata, in quel fronteggiarsi di due
uomini, uno dei quali si poteva dire il giudice, e l’altro era
certamente il reo.

Raimondo Zuliani fu il primo a rompere quell’angoscioso silenzio.

— Ma dimmi, — incominciò, — perchè io conosca il segreto della umana
ipocrisia.... un segreto che non ho mai potuto comprendere, e nemmeno
concepire.... come hai potuto mentire così lungamente, così vilmente con
me? —

Ad una domanda simile Filippo Aldini avrebbe potuto rispondere molte
cose. “Non è stata menzogna, non ipocrisia volontaria, la mia; non sono
stato io il colpevole, o solamente di debolezza. Trascinato, travolto,
nell’ora maledetta in cui l’uomo che non cede alle lusinghe di una donna
è ridicolo, ho ceduto ad un impeto di follìa. Ma il pentimento è stato
pronto, come era stato improvviso l’errore. Quel pentimento io l’ho
ancora dissimulato, per non offendere una debole creatura; l’ho
dissimulato a lungo, mettendo innanzi un sentimento che in me era forte
egualmente e profondo, il rimorso. Ho esortato, ho pregato, ho
supplicato; un po’ tardi, se ti parrà; ma infine, ho detto tutto ciò che
consigliava l’onore, la santità della nostra amicizia. Pensa ancora, a
mia scusa, che l’uomo non è spirito puro, a cui si possa chiedere
l’esercizio delle più eroiche virtù; pensa soprattutto che l’obbligo di
vivere così famigliarmente con te, di usare così frequentemente in tua
casa, e di non potermene allontanare senza timore di peggio, fu un’altra
specie di catena, che mi tenne ben duramente legato. Che credi? ch’io
non vedessi il pericolo? e che ci andassi incontro di buon animo? Ho
combattuto, e non ho vinto; le conseguenze della mia disfatta eccole
qui. Non intendo già di sfuggirle; mi basta, per l’onor mio, di averti
dimostrato che non ero un ipocrita, che potrei esser degno di scusa, non
avendo tradita con deliberato proposito la tua fede, la tua amicizia.„

Questo avrebbe potuto rispondere tutt’altri, che non fosse stato Filippo
Aldini, attenendosi alla verità, ma venendo meno a tutta una serie di
rispetti umani e di cavalleresche virtù. Le sue difese morali avrebbero
aggravata una donna; Filippo Aldini le mise da banda senz’altro.

— Non mi chieder nulla; — rispose in quella vece. — E non mi dir nulla,
ti prego. Se ha da essere un rimprovero, io me lo faccio da un pezzo.
Vedi la mia umiliazione? C’è più rimorsi qua dentro, che mille coscienze
umane non ne possano contenere. Risparmia questo carico nuovo alla mia.
Poc’anzi, quando io t’ho veduto entrare, ed ho letto nei tuoi occhi la
collera dell’uomo offeso, ho anche sperato che tu fossi per cavare
un’arma e freddarmi d’un colpo.

— L’ho pensato; — disse cupamente Raimondo. — Già ero per via.... e sono
ritornato indietro per deporre quell’arma, che sarebbe stata una
tentazione troppo forte. Ucciderti qui come un cane.... Lo avresti
meritato. Ma io.... se non son nato gentiluomo, mi sento tale
nell’anima. Facciamo le cose da gentiluomini, ho detto; ed eccomi qua,
disarmato.

— Sono a tua disposizione; — mormorò Filippo, inchinandosi.

Raimondo Zuliani crollò il capo, ed atteggiò le labbra ad un sorriso
sardonico.

— Lo so bene; — riprese. — So come queste cose si fanno; ed anche come
figurino bene in drammi e romanzi. Si sceglie la pistola, non è vero? Tu
spari senza puntare, o per delicatezza cavalleresca fingendo di prender
la mira; ma poi nel momento buono, sviando un tantino la canna, o in
alto, o da un lato. Così, nobilmente, ti lasci uccider da me, se io ne
vengo a capo nel numero stabilito di colpi. Non mi conviene. Aggiungi il
chiasso che si potrà fare, e si farà certamente, intorno allo scontro.
Voglio, ho il diritto di voler evitare uno scandalo, incominciato coi
mezzi silenzii di quattro padrini informati a dovere, e continuato coi
larghi commenti di una intiera città, che si occupi delle mie disgrazie
coniugali. Nè solo a me devo pensare. — soggiunse Raimondo Zuliani,
passando dall’accento amaro al solenne. — Quella donna è una
disgraziata, una colpevole; ma io l’ho amata; ma essa porta ancora il
mio nome; ed è infine una donna. Siamo cavalieri fino all’estremo. L’ho
risparmiata stamane, quando ella mi confessò tutto, mostrandomi le tue
lettere a lei.... e lasciamo stare le pazze ragioni che l’hanno
consigliata a guarirmi così duramente della mia cecità.... l’ho
risparmiata, e le ragioni mie potranno essere state pazze come le sue;
ma io non le rinnego per questo. Dovrò io condannarla ad una morte più
grave? dovrò farla arrossire e vergognare agli occhi del mondo? Neanche
ciò mi conviene.

— Allora?... — chiese Filippo.

— Allora, — rispose Raimondo, — rimane che stabiliamo esattamente i
termini della nostra questione, e che tu ne riconosca le conseguenze
legittime. Rispondi sincero ad alcune domande. Mi hai tu ferito
nell’onore?

— Sì; — disse Filippo, chinando la fronte.

— Mi hai tu uccisa la felicità?

— Sì; — disse ancora Filippo, con un profondo sospiro.

— Credi che uno di noi due sia di troppo sulla terra? — Filippo stese le
palme in atto supplichevole, come a scusarsi del non poter rispondere
con un monosillabo; poi con accento risoluto soggiunse:

— Mi ucciderò io; sei contento?

— No; — disse Raimondo, sdegnoso. — Una morte volontaria! La tua parte
sarebbe ancora troppo bella, davanti a qualche animo preoccupato,
disposto a giudicare coi lumi, o coi fumi, della passione. E a me, poi,
resterebbe la parte d’un tiranno da melodramma. Non mi conviene.

— Ma allora?.... — tornò a chieder Filippo.

— Allora, ecco ciò che io voglio, a pareggiare le nostre condizioni;
ecco ciò che ho il diritto di pretendere. Prima di tutto, giurami di
stare al patto.

— A qual patto, mio Dio! — gemette Filippo.

— A quelle che vorrò io; — rispose Raimondo inflessibile. — Non sei tu a
mia disposizione?

— Sì, te l’ho detto.

— E tu dunque giura di attenerti a ciò che mi piacerà stabilire.

— Sia; te lo giuro; — conchiuse rassegnato quell’altro.

Raimondo mise la mano alla tasca di petto del suo soprabito, e ne cavò
il portafogli. Insieme col portafogli era venuta fuori anche una
lettera, che Filippo riconobbe sua, del giorno innanzi. Povera lettera,
che doveva essere il principio della sua felicità, ed era stata in
quella vece la cagione della sua rovina irreparabile! Sospirò,
guardandola; sospirò ancora mentre Raimondo la ricacciava in tasca, con
un gesto d’impazienza e di sdegno. Aperto il suo portafogli, Raimondo
Zuliani ne cavò due foglietti quadrati, sui quali si vedeva un accenno
di scritto.

— Li avevo già preparati; — diss’egli, — Guardali bene. —

Filippo li guardò. C’erano scritti due nomi; Aldini nell’uno, Zuliani
nell’altro.

— Esamina attentamente; — incalzò Raimondo. — Non c’è scritto altro, nè
sopra, nè sotto. Ed ora piegali in quattro. —

Filippo obbedì. Raimondo, frattanto, offriva il suo cappello: ma
ravvedutosi tosto, e guardatosi attorno, aveva veduto appeso in un
angolo il cappello dell’Aldini. Lasciato il suo, corse ad afferrar
quello, e lo porse a Filippo, dicendogli:

— Mettili qua dentro. —

E perchè quell’altro si schermiva, riprese con accento imperioso:

— Suvvia! voglio così. —

Filippo aveva obbedito.

Oramai, si sentiva ridotto allo stato d’una macchina, in piena balìa di
quell’uomo. Raimondo Zuliani agitò un tratto il cappello, perchè il caso
disponesse i biglietti a sua posta.

— Ed ora, — riprese, — cavane uno.

— Perchè?

— È vero, debbo dirti il perchè. Il nome estratto dirà chi di noi due
dovrà morire, in un termine stabilito di tempo. Metto il termine a
sessanta giorni, da oggi. Ti parrà forse troppo lungo; — soggiunse
Raimondo; — ma ti dirò poi perchè sia necessario. —

Filippo esitava sempre; ed allora più che mai.

— Raimondo! — gridò con accento supplichevole.

Ma quell’altro era implacabile.

— Hai dunque paura? — gli chiese.

Filippo Aldini si rizzò tosto sulla persona, con tutto l’orgoglio del
sangue antico, con tutto l’ardore della sua gioventù, con tutta la
fierezza dei freschi ricordi d’una vita onorata.

— Non per me, — gridò egli, ferito nel cuore. — Come puoi tu dimenticare
che parli ad un soldato? E non ti ho offerto io poc’anzi un patto
migliore del tuo? Te l’offro ancora; sarai più sicuramente vendicato, ed
io l’avrò per atto di giustizia. —

Raimondo crollò sdegnosamente le spalle.

— Se lo dicevo io, che si scivola nel melodramma! — esclamò. — Debbo
ripeterti ancora che tu vorresti la parte bella per te? e che questo non
mi conviene? Finiamola, e resti ciò che io ho stabilito. Quanto al
termine che ho posto, è forse a mio vantaggio, ma tu non devi
lagnartene. Io, se ha da toccare a me, non me ne voglio andare dal mondo
come un fallito. Grazie a Dio, non son tale. Voglio dar sesto alle cose
mie, chiudere il banco da uomo che si è seccato degli affini, trovare un
buon pretesto alla mia sparizione, ed anche portare le mie ossa
condannate assai lontano di qua. Dunque siamo intesi, alla sorte! —

Così dicendo, porgeva ancora il cappello. Filippo torse il viso con un
gesto di viva repugnanza.

— Non io, se mai, — diss’egli, — non io.

— Ebbene, tanto fa; — disse Raimondo; — sarò io. — E mise la destra in
fondo al cappello. Il momento era solenne. Grave nell’aspetto, ma calmo,
Raimondo levò la mano, tenendo un biglietto tra le dita; lo spiegò
tranquillamente, e lesse:

— Zuliani! —

Filippo diede un balzo di tutta la persona. Quel balzo rispondeva ad un
violento sussulto del cuore. Divento pallido, smorto nel viso; un sudor
freddo gli gocciolava dalla fronte.

— Ah! Raimondo! — esclamò, tendendo le braccia in atto disperato. — Non
così! non così!

— Perchè? — disse Raimondo, grave e tranquillo come prima. — Perchè, se
le cose sono state fatte a dovere? Vedi l’altro biglietto; c’è pure il
tuo nome, che poteva uscire, com’è uscito il mio. Fermi ai patti,
dunque; non c’è stato inganno, e i patti onestamente accettati debbono
essere onestamente osservati.

— Ma il colpevole sono io: perchè pagheresti tu, con la vita, per una
colpa non tua? —

Raimondo fece un gesto di sublime rassegnazione; e l’accompagnò di un
mesto sorriso.

— Caro, — rispose, — è la giustizia del cielo; cieca come quella degli
uomini! Ma no, — soggiunse tosto, ravvedendosi, — dico male; non cieca.
Guardandoci bene, non è piuttosto, da dirsi avveduta, quella di lassù, e
cauta, e provvida, come l’altra di quaggiù non sarà mai? Pensaci; come
potrei viver più io, se anche m’avesse favorito la sorte? — aggiunse
Raimondo, rabbruscandosi in volto. — Tanto la mia sentenza era scritta;
non mi avevi ucciso tu già nei miei due sentimenti più vivi e più sacri,
l’amicizia e l’amore? — Va, dunque, e lascia che il destino si compia.
Quanto a te, sei punito abbastanza; dal tuo rimorso, anzitutto, a cui
credo.... Che è ciò? — chiese egli, interrompendosi a mezzo del sua
triste discorso, e volgendo gli occhi verso la vetrata di fondo, nella
parete di sinistra.

Era venuto di là un piccolo rumore, breve e leggero, ma secco, come di
serratura delicata, ove una stanghetta a colpo avesse battuto nella
bocchetta, per chiudere un uscio. Anche Filippo lo udì, ricevendone una
scossa molesta; ma non poteva mostrare di averlo notato.

— Che cosa? — domandò egli a sua volta, fingendo di non intendere il
perchè di quella interruzione.

— Un rumore di là; — disse Raimondo.

— Di là? C’è un anditino; — replicò Filippo; — e la camera del
servitore. Ma il servitore, di giorno, non c’è. —

Avrebbe potuto dire che il servitore non c’era neanche di notte, e che
al governo del suo quartierino bastava una persona di mezzo servizio. Ma
a tanta abbondanza e sincerità di ragguagli non era neanche obbligato.
Bene sentì l’obbligo di assicurare il suo ospite, andando ad aprir
l’uscio a vetri, ed anche di entrare nell’andito, per poter dire,
tornando, che infatti non c’era nessuno; onde il rumore udito da
Raimondo poteva credersi effetto di un fenomeno acustico d’una risonanza
da camere e scale del vicinato. Il signor Zuliani, del resto, non si
trattenne a pensarci più oltre, dovendo ritornare al fatto suo; il
quale, per allora, si mutava nel fatto del suo avversario.

— Ed ora, — diss’egli, — la prima parte è assestata.

— Ma no, Raimondo, ma no! — gemeva ancora Filippo Aldini.

Quell’altro non voleva sentire piagnistei. Lo saettò d’un’occhiata
severa, e riprese:

— Ai patti, ai patti, e non mi seccare. Queste ragazzate non sono degne
di te, nè di me. Rimane da assestar la seconda; quella del tuo
matrimonio.

— Ah sì, proprio quello! — esclamò Filippo, tentennando la testa.

— Quello, infatti; — ribadì l’altro, inflessibile. — E mi preme, perchè
c’è impegnato il mio onore. Ricorda ciò che ti dicevo ieri; niente è
mutato nella mia condizione delicatissima rispetto ad Anselmo Cantelli.
Dunque, stammi a sentire; senza interrompermi, il che mi annoierebbe;
senza opporti al mio volere, il che mi offenderebbe, e sarebbe una
giunta crudelmente inutile.... a tutto l’altro che sai. —

Filippo s’inchinò senza proferir parola; e Raimondo pacatamente seguitò:

— Anzitutto, niente traspiri di ciò che è seguito tra noi. Anselmo è
arrivato stamane; e proprio nel punto buono! Ma io debbo mantenermi
fermo nella proposta, ch’egli ha accettata, e per cui egli è venuto.
Anselmo è il re dei galantuomini; non merita d’esser trattato alla
leggera, e molto meno di essere canzonato da noi. Tu dunque, sposerai
Margherita. Sicuro, poichè non è toccato a te il cattivo numero, la
sposerai. Andrò oggi sulle quattro al Danieli; già mi sono fatto
scusare, della mia assenza alla stazione, dal Brizzi; dal Brizzi, che ho
pure mandato a casa.... mia.... — e qui Raimondo fece la pausa e l’atto
di chi ingoia sforzatamente un amaro boccone, — a casa mia, dico, per
avvertire che non sarei andato a far colazione, ma soltanto
m’attendessero a pranzo. Così, vedi, tra le quattro e le sei avrò finito
di combinare ogni cosa con Anselmo, e tu potrai fare questa sera la tua
visita solenne, che io avrò debitamente annunziata. Ci sarò anch’io, per
farti da padrino.... o da padre. Ti va? —

Filippo aveva le lagrime agli occhi.

— Ti ho ascoltato devotamente; — rispose. — Sei un eroe. Ma se tu
volessi dimenticare ciò che si è fatto qui, dianzi!... —

Raimondo fece una spallata, in atto d’impazienza e di sdegno.

— Ma non l’hai capito ancora, che questo è impossibile, assolutamente
impossibile? Io, prima di tutto, non sono un eroe. Se fossi, non ti
avrei neanche invitato al giuoco di poco fa. Era il resto dell’ira, che
bisognava sfogare. Ma bada, dell’andarmene da questo mondo bugiardo, non
sarà stata cagione la sorte d’un bigliettino estratto in vece di un
altro. Credilo, Aldini; sono caduto da troppa altezza d’illusioni, e la
vita mi è un peso insopportabile. Sarei già fuori di pena, se non fosse
che voglio uscirne bene, da persona pulita. Tu, certamente, sei stato la
cagione di tutto, cagione immediata, per altro, e vicina; prima e
lontana cagione furono le mie sciocche illusioni. Che ci vuoi fare? Sono
andate al diavolo; ci restino. Dopo tutto, tu non hai fallito senza
complici; e la tua complice io l’ho amata. Chi sa?... forse l’amo
ancora; ed è questo il pensiero che mi rende feroce, odioso a me stesso.
Sia dunque finita così, come ho deciso. Me ne andrò, dopo che il tuo
matrimonio sarà compiuto. Mi sei debitore di questo sacrifizio.... se
proprio ti sembrerà tale. E lagnati ancora! Infine, sacrifizio, o no,
fermo ai patti, e rispetta l’onor mio, dove ancora è possibile. —

Filippo Aldini fece quello che già tante volte aveva fatto, nel corso di
quel doloroso colloquio; chinò la fronte, in atto di obbedienza, e più
di vergogna. Raimondo si era alzato, riprendendo il suo cappello, ch’era
rimasto posato sulla tavola.

— A questa sera; — diss’egli; — sulle nove; ed anche un po’ prima, non
sarà male. —

Poi, con un gesto d’addio, che non giunse alla stretta di mano, si avviò
all’anticamera.

Filippo Aldini lo aveva accompagnato fino all’uscio, senza parole, umile
in atto, sempre coll’animo abbattuto, quasi curvando la testa sotto il
peso di una grande tristezza.

— Ti obbedirò; — aveva risposto brevemente, malinconicamente, alla
raccomandazione di Raimondo.

Nè altro aveva soggiunto, imitando così l’esempio severo di lui. Egli
intendeva benissimo che l’amicizia era morta, e solo ne doveva restare
la onesta finzione in faccia alla gente.

Ritornato nella quiete del suo studio (quiete, ahimè, già più volte così
violentemente turbata!), il povero Aldini rimase lungamente pensoso.
Quante cose, in due giorni! quante confusioni, quanti contrasti, e
quante rovine! Ma erano veramente due giorni? non due settimane, due
mesi, due anni? Ed era stato proprio il giorno innanzi, ch’egli aveva
promesso a Livia un ultimo atto di resistenza, il tentativo iniquo di
mandare in fumo la propria felicità? Era stato il giorno innanzi, che
Raimondo Zuliani, amico più caldo ed imperioso che mai, aveva sgominato
il suo tentativo, rotto d’un colpo il suo faticoso tessuto di scrupoli
vani, dimostrandogli che oramai l’onor suo era impegnato, e che alla
perdita dell’onor suo non avrebbe potuto sopravvivere? Povero amico
Raimondo! Ben altra perdita doveva egli toccare indi a poco, perdendo
tutte le sue illusioni ad un tratto! Lei infedele, la sua Livia adorata;
lei pazza, e nell’impeto cieco del suo orgoglio offeso, diventata
feroce, tragica come una Furia antica! Egli, il povero disilluso,
giustamente irato, anelante a vendetta, incatenato ancora dall’amor suo,
smarrito tra la necessità di provvedere al suo onore oltraggiato e il
desiderio di salvare quella donna da una vergogna altrimenti
inevitabile, non era riuscito ad altro che a scavarsi con le sue mani la
fossa! Era giustizia, quella? Cieca, davvero, cieca lassù come in terra!

Ed ora? Se la signora Zuliani, che era stata a sentire, commetteva
un’altra delle sue malaugurate follìe, qual nuova vergogna per lui, nel
cospetto di quell’uomo infelice! Perchè certamente aveva sentito;
soffermata là, dietro l’uscio a vetri, per assicurarsi che il visitatore
fosse veramente Raimondo; rimasta inchiodata a quel posto da un
sentimento di curiosità morbosa; partita finalmente, dopo aver ascoltato
l’essenziale, il terribile, dell’infausto colloquio. Egli ne era
addolorato insieme e sgomento. Ma infine, perchè sgomentarsene? perchè
dolersene? L’imprudenza di lei non aveva portato lì per lì conseguenze
spiacevoli; per tutto l’altro, poichè il male era fatto, bisognava
commettersi in balia del destino, e tanto meglio se quella donna aveva
ascoltato: ella poteva misurare l’ampiezza del male commesso con le sue
smanie gelose; poteva anche riconoscere la grandezza d’animo
dell’infelice Raimondo, così poco savio con le sue illusioni, ma così
nobile ad un tempo, perchè quelle illusioni erano state belle come
l’anima sua, e che ad ogni modo se ne riscattava con un eroismo sublime.
Filippo Aldini ammirava quell’uomo, che si svelava così grande
nell’orrore del suo disinganno, come era stato semplice e buono nella
ingenua fede in cui lo spirito suo si era lungamente cullato: lo
ammirava per ciò, lo invidiava.

Quanto a sè, dopo quanto era avvenuto tra loro in quel giorno fatale,
poteva l’Aldini accettare i frutti della magnanimità di Raimondo
Zuliani? Troppo bene ricordava egli che l’amico aveva pochi giorni
innanzi scongiurati gli effetti di un velenoso discorso nell’animo buono
della signora Eleonora Cantelli, giurando e spergiurando che nei
sospetti addensati sul capo di Filippo Aldini non c’era nulla di vero.
Combatteva sospetti, il povero Raimondo, forte della sua fede e
dell’intima conoscenza, che s’illudeva di avere, del cuore, e degli atti
del suo giovane amico. Avrebbe egli potuto parlare una seconda volta con
tanta asseveranza? No, certo; la buona fama di Filippo Aldini era dunque
tutta fondata sopra una vecchia testimonianza; la verità, nella mente
disillusa del buon testimone, era tutt’altra, pur troppo. E non era un
ingannar Margherita, presentandosi a lei puro d’ogni colpa, scevro
d’ogni ombra di sospetto, sulla fede fatta per lui da Raimondo Zuliani?
Filippo amava Margherita con tutte le potenze dell’anima sua; neppur
egli sarebbe vissuto, perdendola; ma voleva ottenerla meritandola;
meritandola almeno con la sua sincerità, con la sua lealtà. E questa,
ahimè, come dimostrarla alla divina fanciulla?

Perciò avvenne ch’egli pensasse a lungo; ma finalmente la sua
risoluzione fu fatta. Guardò l’orologio; era il tocco. Prese allora il
suo cappello, infilò lestamente il suo pastrano, ed uscì, ma non senza
aver serrato con tanto di chiavistello quell’uscio segreto nel fondo
della casa, e giurato che pei pochi giorni in cui fosse rimasto ad
abitarla, quell’uscio segreto non si sarebbe aperto ad anima viva. Fatta
la sua risoluzione, si sentì più sollevato dell’animo; almeno quanto
poteva esser tale nelle tristi circostanze di quell’aspra giornata.
Andava di buon passo verso San Marco, e di là fino alla riva degli
Schiavoni, giungendo in pochi minuti all’albergo Danieli, ove dimandò se
il banchiere Cantelli, arrivato quella mattina a Venezia, fosse in casa,
e visibile.

— Non è uscito ancora, signor conte; — gli dissero al camerino della
direzione; — a mezzodì, faceva colazione.

— Avrà dunque finito; — osservò Filippo. — Abbiano la bontà di fargli
giungere questo biglietto di visita. —

E consegnò il cartoncino, su cui a matita, sotto il suo nome e cognome,
scrisse in aggiunta: “desidera vivamente di riverire il commendatore
Anselmo Cantelli, e di ottenere da lui la grazia di un breve colloquio„.

— Breve! — soggiunse mentalmente, in quella che un servitorello
minuscolo, in fantastica divisa militare tra il cacciatore e l’ussero,
assaltando a quattro a quattro i gradini della scala, portava il
biglietto alla sua destinazione. — Che ne so io? Ma egli capirà che
vorrei parlargli da solo a solo. —

Due minuti dopo, scendeva il piccolo guerriero, più che saltando i
gradini, scivolando a rovina sugli orli. E il conte Aldini, per non
esser da meno, gli fece scivolare tra le dita una liretta d’argento,
mentre il ragazzo gli diceva, colla precisione di linguaggio cerimonioso
che è pregio dei grandi alberghi:

— Il signor commendatore Cantelli prega il signor conte Aldini di voler
salire da lui. —

Bisognava dunque veder le signore! Ma infine, quella era la conseguenza
più naturale del partito a cui si era appigliato. Filippo Aldini salì.
Sul secondo pianerottolo, frattanto, si apriva un uscio, e ne veniva
fuori un vecchio signore, colla manifesta intenzione di muovergli
incontro.



                                  XVI.


                         Confessione generale.


Anselmo Cantelli, poichè era lui il cortese signore venuto innanzi sul
pianerottolo, fece all’Aldini un sorriso che valeva da solo tutte le
cerimonie del mondo, e con affabilità da vecchio amico lo prese per
mano, traendolo a sè.

— Venga, venga; — gli disse. — Faremo conoscenza or ora, sotto gli occhi
delle dame. Favorisca di passare.

— Per ubbidienza; — rispose l’Aldini, e salutando con un cenno
rispettoso del capo entrò nella sala.

I Cantelli erano ancora a tavola; ma si vedeva che avevano finito di far
colazione, e allora allora stavano prendendo il caffè. Di rimpetto al
posto che il signor Anselmo aveva lasciato vuoto per muovere incontro al
visitatore, sedeva la signora Eleonora; Margherita e Federigo sui lati.
Il giovane ufficiale di marina si alzò con premura, per stringer la mano
al suo caro Aldini; Margherita non volle esser da meno di lui in nessuno
dei due atti, che erano di bella cortesia, se anche il primo di essi non
rispondeva del tutto alle piccole leggi dell’etichetta. Un po’ pallidina
tuttavia, la cara fanciulla, e con una cert’aria di languore diffusa sul
volto; ma quella era una grazia nuova, che s’aggiungeva alla bellezza.
Margherita, poi, era bella a tutti i modi, e cara in tutti gli aspetti.

Della signora Eleonora non si dice nemmeno, se accogliesse a festa
l’Aldini. Contegnosa sempre, perchè stava sempre un po’ dura sulla vita,
sorrise nondimeno e porse con bel garbo la destra, lasciando che con
altrettanta gentilezza il perfetto cavaliere facesse l’atto del
baciamano, all’antica.

— Quant’è che non abbiamo il piacere di vederla! — ebbe la bontà di
dirgli, e senza aria di sforzo. — Quattro anni, non è vero?

— E per me furono secoli, signora; — rispose l’Aldini, inchinandosi. —
Ma temevo tanto di essere importuno, in questi giorni! Son sempre
venuto, nondimeno, a chieder notizie.

— Non è la stessa cosa, — notò Margherita; — e bisognerebbe tenerle il
broncio.... per quattro secoli ancora. Ma è festa oggi, e sia remissione
di peccati, per l’arrivo del babbo. Ebbene, signor conte, che cosa ne
dice, del nostro babbo? —

“Del nostro„ aveva ella detto! Filippo Aldini si sentì tremar tutto, dal
capo alle piante. Ed era un tremito doloroso, pur troppo! In tutt’altra
occasione gli avrebbe fatto fiorire una grande allegrezza nell’anima:
per allora non poteva far altro che chiamargli un pallido sorriso e
qualche frase stentata sul labbro.

— Vedi, babbo, — proseguiva intanto Margherita; — il signor conte Aldini
è stato il nostro gentil cavaliere in tante passeggiate artistiche; ci
ha fatto conoscere ed ammirare le più belle cose di Venezia. E vuol
rivederne una bellissima, Lei? — soggiunse, rivolgendosi ancora a
Filippo. — Guardi un po’ là, nel vano della finestra. —

Nel vano della finestra, dove Margherita accennava, era una seggiola,
davanti ad un tavolincino da lavoro, e sul tavolincino, poggiata sopra
un cavalletto minuscolo, una cornicetta di felpa cremisina, entro cui si
vedeva un disegno a matita.

— Che cos’è? — domandò Filippo Aldini, dando un’occhiata da lontano.

— Come? Non riconosce più l’opera sua? — Filippo si avvicinò, guardò più
attentamente, e commosso mormorò:

— Il ponte del Paradiso! —

Ahimè, come asserragliato, quel ponte! e come lontano, quel Paradiso?
L’avrebb’egli raggiunto mai? E doveva fare un certo discorso, che lo
avrebbe allontanato sempre più da quell’Eden vietato. Venuto a sedersi
accanto al signor Anselmo, guardava ad ogni tanto con espressione di
angoscioso desiderio quel babbo, ch’egli vedeva per la prima volta e
forse per l’ultima; quel babbo cortese che con tenta amorevolezza gli
batteva sul ginocchio con la morbida palma. Che simpatico vecchio era il
signor Anselmo Cantelli! Vecchio, così per dire, che a dargli
cinquant’anni d’età gli si faceva torto. Aveva i capelli bianchi, per
verità, ma la faccia fresca, vermiglia, senza una grinza, gli occhi
aperti, lucenti e pieni di vita, la bocca giovine come gli occhi, e per
conforto all’orgoglio di due file di denti sanissimi, le labbra sempre
disposte al sorriso.

— Perchè guarda tanto il mio babbo? — gli domandò Margherita. — Me lo
vuol forse rubare? Badi, gli fo buona guardia, io. Al più al più, potrei
concedere di fare a metà.

— Stavo osservando, signorina, — disse Filippo, reprimendo a forza un
altro moto interiore, — stavo osservando come il tipo del babbo
corrisponda al suo. Fatte, s’intende, le debite restrizioni; —
soggiunse, imbrogliandosi un poco nel suo ragionamento; — in quel modo
che una donna può rassomigliare ad un uomo....

— Ad un uomo che ha tanto di baffi; — conchiuse Margherita ridendo.

Si conosceva a colpo d’occhio che la cara birichina era molto felice in
quell’ora. Tra lo sfolgorìo dei grandi occhi luminosi e il luccicore
perlaceo della bocca divina, le sue guance prendevano un bel colore di
rose incarnatine, che prometteva il sollecito rifiorire di quell’aspetto
di bellezza ond’era stato deliziato Filippo Aldini parecchi giorni
innanzi; in quel giorno, ad esempio, che egli e Margherita erano stati
al ponte del Paradiso, e, Dio, permettendo, lo avevano anche varcato.

Finalmente il signor Anselmo si levò da sedere.

— La mia gente avrà da fare; — incominciò — la mamma da coccolarsi in
cento discorsi col suo Federigo; Margherita da scrivere alle sue amiche
di Milano. Io, se il conte Aldini mi fa grazia, vorrei fare una
passeggiatina in Piazzetta con lui. —

Come aveva capito il bisogno di Filippo! Come aveva accortamente girata
la frase!

L’Aldini fu pronto ad ossequiare le signore, promettendo una visita per
quella sera. Ma prometteva a fior di labbra, impacciato nelle parole e
negli atti. Se ne avvide Margherita, e cogliendo il buon momento ch’egli
si era ridotto presso il vano della finestra, aspettando che il signor
Anselmo avesse indossata la sua cappa di panno verde cupo foderata di
pelliccia di martora, gli disse a mezza voce:

— Ella non è in uno de’ suoi bei giorni, conte.

— Ha ragione, — rispose egli, rabbrividendo; — ho qualche pena, difatti.
Ma non per me; — aggiunse tosto, notando l’effetto che produceva; — per
un amico che ha qualche dispiacere. —

E un desiderio lo prese, mentre stava lì, davanti alla divina creatura,
nella piena luce dell’ampia finestra, un desiderio intenso, a cui non
seppe resistere. Se era condannato a perderla, come gli pareva naturale,
come pur troppo gli pareva fatale, voleva almeno guardarla bene,
guardarla intensamente a quella breve distanza, involgerla tutta in una
occhiata, aspirarla, assorbirla. Il lampo degli occhi dilatati, e la
gagliardia del respiro tratto a larghi polmoni, non furono senza un
muover di labbra, che formavano parole, lasciandole tuttavia prive di
suono.

— Ella mi dà il buon augurio? — mormorò ella, arrossendo.

— Sì, ch’Ella sia felice, felice, felice.

— Risponderò con tre grazie; — replicò Margherita, facendosi sempre più
rossa. — Ma torni stasera più gaio, o più consolato; avrà il suo conto
saldato in tremila. Sono o non sono un onesto banchiere?

— Ah, tu sei un banchiere, bambina? — disse il signor Anselmo, cogliendo
in aria le ultime parole della sua Margherita. — Ed io, come mi vedi in
questa pelliccia, sono un certo che.... tra il tenore e il baritono. —

Gran capo ameno alle sue ore, il signor Anselmo Cantelli! E bisognava
volergli bene ad ogni costo.

Sceso sulla riva degli Schiavoni, quell’uomo eccellente così parlò al
conte Aldini:

— Ella ha da intrattenermi di cose importanti, m’imagino; ma non gravi,
spero. Siano come si vogliono, Ella si lasci dire per intanto che in
casa mia sono tutti incantati di Lei; mia moglie, mia figlia, mio
figlio. Stamane, dato il tempo necessario alle accoglienze “oneste e
liete„, han tutti incominciato a tessere il suo panegirico. A tavola,
poi, per tutto il tempo della colazione, è stato un piatto solo, Aldini,
Aldini. Se lo lascia dire con quella confidenza di linguaggio che
l’amicizia permette? Aldini al _consommè_; Aldini _au beurre d’anchois_;
Aldini all’_aspic_; Aldini alla _suprème_. Aldini alla _maître-d’hôtel_,
e chi più n’ha ne metta. —

L’Aldini sorrideva malinconicamente.

— Non si offende già, voglio credere; — ripigliava il signor Anselmo,
prendendolo amichevolmente pel braccio. — Son fatto così, e gradisco la
celia.

— Che dice? Mi confonde; — rispose l’Aldini, stringendo sotto il braccio
la mano del signor Anselmo. — Ella mi dà una gran prova di benevolenza;
così potessi meritar la sua stima!

— L’una e l’altra possiede; — replicò il signor Anselmo. — Per me,
glielo confesso, quella non potrebbe andar senza questa. Metta che noi
siamo già vecchie conoscenze. E così.... facciamo un piccolo tradimento
al nostro Zuliani? —

Filippo rabbrividì, a quella scappata, pure imaginando ch’ella fosse
scevra d’ogni malizia.

— In che modo? — balbettò.

— Non lo vede? L’amico, che ha la moglie ammalata, e perciò non si è
potuto muover da casa per venirmi a ricevere alla stazione, mi annunzia
la sua visita per le quattro, e mi promette di condur Lei alle nove,
perchè io abbia il piacere di conoscerla. Ed ecco, noi ci siam visti e
conosciuti assai prima; saremo già amici vecchi, stasera. Glielo dirò, e
rideremo.

— No, non gliene dica, per carità; — supplicò, fortemente turbato,
l’Aldini. — Non sappia egli che ci siam visti prima!... almeno, —
soggiunse dopo un istante di pausa, — bisognerà dirgli che ci siamo
veduti per caso. Ella del resto, vedrà e giudicherà, dopo che io le avrò
parlato un po’ a lungo.... se Le piacerà di ascoltarmi.

— Certamente mi piacerà; sebbene il suo turbamento mi lasci temere che
non si tratterà di cose tutte piacevoli.

— No davvero; — disse l’Aldini sospirando. — E sarà bene, perchè io
possa parlare liberamente, che andiamo in luogo appartato.

— Non in piazza, capisco; e neanche in una camera d’albergo. Che cosa mi
propone Lei?

— Ma.... se osassi....

— In casa sua? Sta benissimo. Casa di scapolo; _garçonnière_.... Come
esprimerebbe la cosa in italiano? Ci ho pensato tante volte; ma non son
forte in lingua madre. Col rispetto dovuto agli scapoli come Lei, avrei
detto: paretaio. Scherzo, sa? E mi par bene scherzare, finchè siamo in
istrada, per non aver aria di due frati certosini. È lontana, la sua
abitazione?

— Correndo, — rispose Filippo, — ci si arriva in dieci minuti; andando
di passo regolare, in quindici.

— Sto bene a gambe; — conchiuse il signor Anselmo; — arriveremo in
dieci. —

Entrati in Merceria, affrettarono il passo. Il signor Anselmo era anche
stimolato da una grande, curiosità e più agitato da un senso di vaga
inquietudine. Che cosa aveva da dirgli il conte Aldini di così grave, o
geloso, che l’amico Zuliani non dovesse neanche sapere che egli,
Anselmo, e il suo genero _in pectore_, si erano già visti? Questione di
denaro? Il sospetto ne corse alla mente del banchiere; ma egli fu pronto
a scacciarlo. Cozzava troppo con tutto quello che egli sapeva delle
condizioni, del modo di vivere, della serietà e della estrema
delicatezza del giovine gentiluomo. O allora? Allora il partito migliore
che si potesse abbracciare era quello di non far almanacchi per via,
aspettando di essere in casa del signor Aldini e di sentire il gran
segreto da lui.

Quanto all’Aldini, poichè aveva fatto il suo preambolo oscuro, ma
promettente, non si sentiva più di simulare una calma che non aveva
nello spirito, e camminava in silenzio, tutto chiuso ne’ suoi pensieri,
rannuvolato come il cielo di Venezia in quell’ora.

— Ecco una strana avventura! — disse il signor Anselmo tra sè, come fu
entrato in casa di Filippo Aldini, ed ebbe preso posto sulla poltrona
che questi gli offriva.

Filippo si era seduto dopo di lui, sopra una scranna, ma standoci, anzi
che seduto, appoggiato, col capo basso e il petto in fuori, mezzo
inginocchiato tra l’orlo della scranna e l’orlo della scrivania che gli
stava davanti. Si era rimpicciolito, in tal guisa, umiliato nel cospetto
di quell’uomo, che doveva esserne il suo giudice.

— Signor Cantelli.... signor Anselmo.... — incominciò, — vuol essere il
mio confessore, ed accogliere la mia confessione generale? So che Ella
aveva.... ed ha ancora buone intenzioni per me. Per tutto ciò che
risguarda la mia vita di cittadino e di soldato, di onest’uomo e di
gentiluomo, credo di esserne degno.

— Lo so; — disse il signor Cantelli. — L’amico Zuliani me ne ha scritto
quanto occorreva. Anche da Parma ho saputo molto, ed altamente
onorevole, della sua gente e di Lei. Ma certo, a me sarebbe bastato ciò
che mi asseriva, sulla propria fede, un uomo d’alta probità, un uomo
d’oro, come Raimondo Zuliani. —

Filippo abbassò il capo ancor più che non avesse fatto in principio.

— Ahimè! — diss’egli. — Il signor Zuliani si è in qualche punto
ingannato. Aggiungo, col rossore della vergogna sul viso, che quell’uomo
ottimo non poteva non ingannarsi. Ho dei torti, e gravi, verso di lui,
che egli non conosceva ancora, scrivendole. Non inarchi le ciglia, La
prego, non mi levi il coraggio di proseguire. Debbo confessarle
sinceramente ogni cosa, chiedendole, per altro, d’ogni cosa il segreto.

— Ella mi ha preso per confessore; m’investo del sacro ministero. Non
abbia dunque verun timore; manterrò gelosamente il segreto. —

Così disse il signor Anselmo, più inquieto che mai, ma disposto a
prestare la più viva attenzione.

Filippo Aldini, sempre incurvato sul braccio e mezzo inginocchiato
com’era, incominciò toccando brevemente del servizio militare
abbandonato, del suo stabilirsi a Venezia, del suo vivere elegante, ma
non al tutto dissipato, del suo spendere misurato, dello aver conosciuto
il banchiere Zuliani, incaricato di rimettergli le sue modeste rendite,
e infine dell’essere entrato, senza secondi fini, naturalmente, per
semplice bontà di Raimondo Zuliani, in grande dimestichezza con lui.

Qui il primo guaio; qui la cagione d’ogni male per ambedue. Si erano
troppo fidati, Raimondo della virtù dell’amico, egli della sua propria
forza, che veramente poteva bastare, essendo corazzata di bella
indifferenza. Come si perdette egli? come naufragò la sua buona e leale
amicizia, tra le lusinghe del palazzo Orseolo? Cavalleresco ossequio,
rispettosa confidenza, erano questi i termini, non varcati per un pezzo,
delle sue relazioni colà. Certamente, la rispettosa confidenza e
l’ossequio cavalleresco non potevano escludere quel tanto di galanteria
superficiale ed innocente che si usa in società con le dame, zucchero in
polvere, con quintessenza di sottili profumi, senza cui pare che il
mondo elegante non possa vivere, temendo sempre che certa riserbatezza
puritana di modi lo conduca a morir di noia. Intanto, si può egli
ricordare con precisione quando e come si varchino certi confini, sempre
male segnati? e quando e come sia nata quella confidenza più intima, che
è già un principio di complicità, per cui l’uno sovrabbondando e l’altro
cedendo, si dispone in tortuosi giri quel nodo, che una volta formato
stringe e lega due esseri? Una preferenza insignificante a tutta prima,
un servizio da nulla esagerato dal sentimento, una frase
spensieratamente più tenera tra i fumi di un convito, gli ardori e le
fragranze arcane, tra le ebbrezze di un ballo e le libertà d’una veglia
mascherata.... Che dire, e che cercare di più? Il signor Anselmo, il
confessore, il giudice poteva intender questo, ed altro a sua posta.

Certo, una cosa poteva asserire l’Aldini, nella sincerità della sua
confessione; ch’egli si era trovato senza avvedersene sull’orlo del
precipizio; ch’egli c’era rimasto, con una vaga speranza di ritrarsi e
un esagerata timore di apparir vanitoso e ridicolo, nella ostentazione
inopportuna di una sciocca paura. Involto, sconvolto e travolto; in
queste tre parole Filippo Aldini esprimeva i tre stadii dell’error suo.
Così era egli caduto; ma presto aveva tentato di rialzarsi, e di
rialzare, consigliando con tenerezza, a grado a grado cercando di
persuadere, sperando di esserne venuto a capo, ricadendo ancora, per
rialzarsi di nuovo, tentando sempre, volendo ad ogni costo riuscire
all’intento.

Il signor Anselmo ascoltava, tentennando il capo a quando a quando, e
sorridendo con filosofica espressione di compatimento benevolo.

— Eh, si capisce; — diceva, colmando un intervallo che Filippo aveva
posto nella sua dolorosa esposizione di fatti. — Le occasioni fanno il
ladro. Certe care donnine son poi così matte!... E chi sa? più
assottigliano il cervello, più hanno i nervi teneri. Se mettiamo poi in
loro presenza un giovinotto come Lei!... —

Sì, tutto questo era buono e bello, ma non attenuava punto la triste
condizione di Filippo Aldini. Seguiva infatti il guaio peggiore; e
Filippo Aldini passò a raccontarlo. Bene aveva egli spezzata quella
catena di errori, non dubitando di apparire nell’ansia continua delle
esortazioni e delle preghiere un codardo. Ed oramai confidava di aver
ridotta quella donna alla sua medesima fede; non la vedeva più
altrimenti che in conversazioni, a teatri, in visite cerimoniose; a
farla breve, nelle sole occasioni in cui ogni mancamento alle
consuetudini antiche avrebbe piuttosto nociuto che giovato, dando
argomento ad osservazioni maligne, suscitando ingiuriosi sospetti.
Quella donna, se non al tutto persuasa; gli pareva convinta, rassegnata,
tranquilla. Perchè da ultimo aveva dato in ismanie? Orgoglio ferito,
certamente, non fiamma rinnovata d’amore: ed era stato un colpo di
follìa, quell’amore; spento dalla ragione, non avrebbe dovuto più
divampare. Non egli, poi, colpito dalla bellezza, dalla grazia, dalla
virtù d’una cara fanciulla, d’una creatura divina, aveva osato
vagheggiare il pensiero di farla sua: era stato Raimondo, a formarne il
disegno, imaginando senza dubbio, nel favorire l’amico, d’infondergli il
coraggio che a lui sarebbe per troppe ragioni mancato. Per verità, egli
amava Margherita con tutte le forze dell’anima, e ciò che ardeva
nell’anima sua gli traspariva sicuramente dagli occhi. Di dar moglie al
suo giovine amico, Raimondo Zuliani aveva parlato in presenza della sua
Livia; ed ella aveva sorriso, assentito, perfino aggiunte le sue
esortazioni a quelle del marito. Poteva egli, Filippo Aldini, nel
lasciare che Raimondo Zuliani parlasse per lui, povero innamorato, ai
signori Cantelli, prevedere lo scoppio di una nuova follìa che doveva
esser cagione di tante rovine?

— Rovine! e quali? — pensò il signor Anselmo mentre aguzzava l’orecchio.

Certo, seguitava Filippo, in tutta quella faccenda gelosa, egli non era
stato senz’arte: si era destreggiato in modo da non esser tirato mai a
discorrere del suo matrimonio possibile. Ma questa era arte legittima,
ed anche necessaria. Di certe cose, che sono il dolce futuro, si parla
male, in presenza di certe persone, che rappresentano l’amaro passato; e
sono delicatissime, le dolci cose sperate, e non è prudenza ragionarne,
se non quando siano avviate per modo di non correr più il pericolo di
andare in dileguo. Del resto, se era Raimondo quegli che aveva tutto
ideato e tutto imbastito, se egli ne aveva parlato e molto probabilmente
seguitava a parlarne con sua moglie, se ella appunto in quei giorni era
tutta tenerezza col marito, poteva egli prevedere quella repentina
tempesta di collere, incominciata con un velenoso discorso alle signore
Cantelli; continuata con un assalto diritto a lui, chiamato cacciatore
di doti, e costretto a mendicar pretesti per rinunciare alla propria
felicità; giunta finalmente al suo colmo spaventoso, quella stessa
mattina, colla consegna di un antico carteggio al marito?

— Grave! grave! — borbottava il signor Anselmo, che oramai vedeva
sopraggiungere il dramma.

E il dramma, il dramma, bisognava raccontargli. A frasi rotte, ma non
dimenticando nulla, neanche l’improvvisa e folle apparizione di quella
donna là dentro, dov’essi erano seduti in quel punto, e dove indi a poco
doveva irrompere il furente marito, Filippo Aldini raccontò. Sopraffatto
dall’ira, il signor Zuliani non era stato altrimenti acciecato; le sue
mani vendicatrici non si erano aggravate su quella disgraziata. Bensì a
lui si era rivolto, a Filippo Aldini, per chieder conto dell’onor suo
oltraggiato e dell’amicizia tradita. Lì, per l’appunto, dov’essi
stavano, e mentre la donna, esortata dall’Aldini a fuggire per
quell’uscio segreto, pur rimaneva inavvertita in ascolto, Raimondo aveva
voluto stabilire le condizioni d’un duello mortale, inesorabilmente
mortale. Due nomi scritti, e la sorte decidesse quale dei due, in un
termine inviolabile di tempo, doveva uccidersi, sparire, poichè uno dei
due era di troppo sulla faccia del mondo.

Così voleva Raimondo; forma e condizioni del duello erano in sua balìa,
essendo egli l’offeso; e l’Aldini aveva dovuto giurare di star fermo ai
patti. La sorte era stata contraria a Raimondo, il quale, del resto, a
temperargli il nuovo rimorso, affermava che in nessun modo, anche
vincitore nel giuoco della sorte, avrebbe voluto sopravvivere alla
perdita della sua felicità, alla morte delle sue illusioni.

Ed egli, l’Aldini, aveva dovuto inchinarsi; più ancora, fatto schiavo di
quell’uomo per forza di cose, per rispetto ad una sventura ond’egli era
stato in tanta parte cagione, aveva dovuto sottomettersi ad un’altra
volontà di Raimondo. Questi, la cui parola era impegnata con Anselmo
Cantelli, aveva già fatto del matrimonio tra l’Aldini e Margherita una
questione d’onore; voleva adunque che il matrimonio seguisse; quanto a
sè, fatte le nozze, avrebbe provveduto, secondo il decreto della sorte,
e secondo l’istesso disgusto, invincibile omai, della vita. Ma questa
volontà di Raimondo metteva l’Aldini in una condizione assai triste.
Doveva egli tacere? Era una viltà, e la sua coscienza gli avrebbe sempre
rimproverato quel tradimento alla buona fede dei signori Cantelli, che
sulla testimonianza di Raimondo Zuliani lo avevano per un gentiluomo
senza macchia. Doveva egli parlare? Era una slealtà, poichè con questo
egli tradiva i segreti di casa Zuliani, quei segreti dolorosi che la
magnanimità di Raimondo aveva voluto coprire del velo più fitto,
abbracciando il partito d’un duello alla sorte. Ma se il parlare fosse
stato ristretto in certi confini di prudenza, e nella misura della
necessità, ristretto sopratutto all’unica persona che aveva poi il
diritto di sapere ogni cosa, perchè d’ogni cosa era liberale a lui, come
avrebb’egli meritata la taccia di sleale?

La coscienza gli diceva che nel discreto orecchio di Anselmo Cantelli
egli poteva deporre il suo segreto e l’altrui. Senza dubbio, tra due
mali era da sceglier sempre il minore; e il minore consisteva per
l’appunto nel non commettere una viltà così grande, come sarebbe stato
il tacere. Un cacciatore di doti, certificato ed autenticato un portento
di delicatezza, poteva tacere e lasciar correre: un uomo onesto davvero,
non tale per attestati antichi o recenti, doveva parlare, fosse pure
nella angosciosa certezza di rinunziare con ciò al bene supremo, alla
mano ed al cuore di Margherita. Il danno era immenso; ma non sarebbe
lungamente durato. Solo in ciò confidava.

— Là! là! — disse il signor Anselmo, commosso, un po’ stendendo la mano
per battergli amorevolmente sul braccio, un po’ tirandola a sè per
rasciugarsi una lagrima. — Non si lasci trasportare dalla vivacità dei
suoi sentimenti. Ragioniamo, se è possibile. Intendo ch’Ella abbia
voluto aprirsi intieramente con me: intendo, ed ammiro. Ma le cose non
mi paiono così gravi, com’Ella le fa. La sua storia, se non si trattasse
di quell’ottimo Zuliani, che c’è di mezzo, e al cui caso bisognerà
provvedere, non mi farebbe, creda, nella mia veste di padre, nè caldo nè
freddo. Quando ella si lasciava involgere, sconvolgere, travolgere....
ricordo la sua frase, vede?... Ella, dico, non conosceva ancora mia
figlia. Del passato non ci può esser colpa per noi. L’uomo è nato
cacciatore; si può dirlo qui.... nel suo paretaio; — soggiunse
maliziosamente il signor Anselmo, che non rinunziava alla burletta,
quando la sentiva germogliare sul labbro; — e bisognerebbe interrompere
il corso della specie umana, ivi inclusa la discendenza di Nembrot, se
si dovessero ricusare per generi gli uomini che sono stati a caccia. —

Qui il signor Anselmo fece una brevissima pausa, come l’oratore che
dall’esordio sta per passare al vivo dell’argomentazione, poi ripigliò:

— Non induca da ciò che io sia stato un gran cacciatore nel cospetto del
Signore; no, ma buon Dio! quando Eleonora Langosco non era comparsa
ancora sul mio modesto orizzonte, creda che ho fatte le mie sciocchezze
pur io, come ogni fedel cristiano. E del resto, voglia ricordarsi di
quel comico latino; Terenzio, mi pare: “son uomo„ ha fatto dir egli ad
uno dei suoi personaggi; “son uomo e mi accollo la parte mia di tutte le
umane debolezze„. Dunque, niente paura, signorino; pensi in quella vece
che la mia stima per lei è cresciuta a mille doppi. —

Filippo Aldini levò la fronte, e lo guardò trasognato.

— Già — riprese il signor Anselmo; — proprio così. Sa Lei, conte Aldini,
che un discorso come il suo non lo fanno due uomini? Almeno, — volle
concedere il buon vecchio, — almeno, a cercarli tra le mie conoscenze.
Ella rinunzia, per delicatissimo sentimento d’onore, ad una donna che
ama profondamente; ad una donna che vale assai.... Lascio stare i
quattrini; — soggiunse il banchiere, a mo’ di parentesi; — sono la
nostra miseria! Parlo delle qualità morali, che conosco ben io, anche
superiori alle fisiche, visibili a tutti. Ci rinunzia, e son certo che
ciò potrà costarle la vita. Ora io.... gliel ho a dire? Venga qua,
poichè tanto è già mezzo ginocchioni davanti al suo confessore.... Si
accosti bene! —

Così dicendo, venne ad aver tra le palme la testa di Filippo Aldini. Lo
baciò allora sulla fronte, poi si curvò per dirgli all’orecchio, ma
forte, ben forte:

— Ora, io.... non rinunzio a Lei. Ha capito? —

Filippo mise un grido; afferrò le mani del signor Anselmo, e le baciò,
inondandole di lagrime.

— Si calmi, si calmi! — esortava il buon vecchio. — Che c’è egli di
strano, in ciò che le ho detto, o che ella non meriti, per la sua bella
sincerità? Le ho parlato per conto mio, s’intende; — aggiunse egli
poscia; — e perchè ella sappia bene fin d’ora con che animo parlerò a
Margherita.

— A Margherita! — esclamò Filippo, sussultando.

— Eh, niente si può fare, concederà, senza che venga da lei una parola
di gradimento. Ella stima mia figlia, signor conte; la crederà degna di
ricevere in deposito, e capace di custodire gelosamente un segreto. —

Filippo assentiva col capo, ma contorcendosi anche un pochino, e
stringendo le labbra, al pensiero che del segreto non tutto suo, dovuto
confidare al signor Anselmo per troppo gravi ragioni, andasse a parte
anche un’altra persona. Quell’altra era bensì Margherita, la divina
creatura; ma proprio era fatto per lei, quel segreto?

— Pensi un po’; — riprese il signor Anselmo, che si era facilmente
avveduto di quel contrasto di pensieri. — Se io non ci fossi, Ella,
quest’oggi, trovandosi al bivio crudele di cui mi ha fatta una così viva
pittura, si sarebbe pur confidato d’ogni cosa con Margherita; ne
conviene? Dunque, procediamo. Margherita ha senno maturo in giovane età;
Margherita è una donna forte, sa? Non la giudichi da un po’ di
stordimento che ha in questi giorni sofferto. Era naturale. La poverina
stimava lei come il più leale degli uomini, e lì, senza preamboli, ne ha
sentito dir corna. Capirà.... Ciò doveva colpirla nel mezzo del cuore; e
ciò va ad onor suo, come a testimonianza della stima che aveva concepita
per Lei. Ma infine, sa padroneggiarsi, distinguere, e giudicare con
calma. Le aggiungerò che io mi fido molto del suo retto giudizio; e in
certe faccende, poi, nelle matrimoniali, ad esempio, non la contrario
mai. Non sono già io, che ho da prender marito; è lei, e perciò giudica
lei, decide lei in prima ed ultima istanza. Per un nugolo di
pretendenti, finora, ha detto di no: per Lei, così poco pretendente, lo
vedo bene! ha detto di sì. Vuole che si disdica? Io non lo credo.
Comunque sia, quella savia figliuola merita tutta la mia confidenza, ed
io mi rimetto intieramente alle sue decisioni. Pel suo segreto, signor
conte, non dubiti; Margherita saprà farne buon uso. Ella vada
tranquillo, e non mi dica altro, se mi ama. — Filippo chinò la fronte,
persuaso.

— Sarei uno sciocco, — diss’egli, — se non riconoscessi quanta bontà c’è
in Lei, sopra ogni merito mio: sarei un essere indegno di vivere, se
dubitassi della signorina Margherita, della sua delicatezza di sentire e
della sua nobiltà di pensare. Ah, quante cose aggiungerei, — gridò
Filippo, animandosi, — se non mi ritrovassi in questa dolorosa
condizione!

— Bravo! io le immagino tutte; — ripigliò il signor Anselmo, levandosi
da sedere; — speriamo di averne presto un bel saggio. Fa così piacere ai
babbi sentirsi lodare il sangue loro! Ma veda come ci siamo sbrigati; —
soggiunse, guardando il suo Patek. — Sono appena le due e mezzo.
Ritornerò all’albergo; Ella mi metta sulla buona strada per San Marco,
perchè non mi fido troppo dell’indirizzo proverbiale: _La vaga drio a la
zente_. E restiamo intesi fin d’ora ch’Ella verrà come ha promesso, alle
nove, e magari alle otto.

— Ma.... — disse Filippo, perplesso; — se la signorina Margherita mi
avesse condannato? —

Il signor Anselmo lo guardò con una tale espressione di tenerezza, che
il povero Filippo non avrebbe potuto augurarsene di più nel cuore della
sua bella figliuola.

— In questo caso l’avvertirei con due righe di biglietto; — rispose. —
Dove pranza lei? Al Quadri, mi han detto.

— Sì, è il mio luogo solito. Ma ne avrò voglia, quest’oggi?

— Non perda l’appetito, mio caro Aldini; è una tra le prime
raccomandazioni della scuola di Salerno. Un boccone inghiottito è poi,
davanti alle nostre malinconie, come la provvista d’aria di cui si
rinnovano i nostri polmoni; lavoro inavvertito, quasi meccanico. Si
continua a respirare, anche nei momenti più tristi, quando si dispera di
tutto, e s’invoca la morte. Ma non filosofiamo; se no, perdo il
treno.... voglio dir l’ora buona per ragionare con quella cara
figliuola. Stia di buon animo, su! Resta inteso ad ogni modo che Ella
viene senza aver aria di saper nulla, di aspettar nulla, trattandosi
d’una visita di presentazione alla mia modesta persona. Le cose van
fatte da cavalieri molto sbadati, molto ignoranti, anche e più
coll’amico Zuliani, il quale fra un’ora e mezzo mi darà l’annunzio della
visita sullodata, che noi dal canto nostro non potremo dirne di aver già
ricevuta. Quanto a Margherita, che crede? ch’essa non voglia più
riconoscere il conte Aldini, neanche per prossimo? Comunque sia, mio
caro, per levarla di pena, le invierò il mio bigliettino, e sperando di
poterci scrivere una frase, del genere di questa: “il ponte del Paradiso
è in ottimo stato di conservazione; ci si può passare senza pericolo„.

— Dio voglia! — esclamò Filippo Aldini.

— Ella ha intanto la mia assoluzione; — aggiunse il signor Anselmo.

Erano arrivati frattanto in capo alla Merceria. Di lì il signor Cantelli
poteva andare da solo a San Marco; e Filippo Aldini lo lasciò, per non
correre il pericolo di farsi vedere a quell’ora con lui.



                                 XVII.


                            La donna forte.


Certo oramai della strada, poichè la Merceria metteva appunto a quella
nobilissima parte di Venezia che tutti i viaggiatori conoscono anche
prima d’esserci stati, il signor Cantelli si avviò speditamente
all’albergo; pensieroso, e non senza ragione, così per il triste caso
dell’amico Zuliani, come per il discorso malagevole che avrebbe dovuto
fare alla sua cara figliuola. Ma nell’animo di quel babbo soverchiava un
sentimento di viva simpatia per quel conte Aldini, il quale, ora più che
mai, colla sua nobile sincerità, meritava di diventare suo genero. Tutta
la difficoltà consisteva nel modo come la confessione generale del
giovinotto sarebbe stata intesa da Margherita: quanto a lui, lo
confortava abbastanza la sua vecchia massima: “l’uomo è nato
cacciatore„; alla quale poteva anche aggiungere che nel caso concreto il
cacciatore era stato trascinato, più che dalla imprudenza sua, dalla
follìa della selvaggina. Una vera fatalità! e tanto più fastidiosa, in
quanto che l’errore lontano portava conseguenze vicine.

Ed ora, come dire tutte queste cose a Margherita? Erano discorsi da
farsi a ragazze? Ma sì, pur troppo, viene il momento che anco alle
ragazze bisogna parlare l’aspro e volgare linguaggio del brutto mondo in
cui vivono, povere anime ignare! Del confidarsi alla moglie, perchè
facesse lei il discorso, gli era pur venuta l’idea; ma subito l’aveva
messa in disparte. Anzitutto il segreto rischiava di non esser più tale,
passando per troppe orecchie; ed egli non ne aveva preso licenza dal suo
penitente. Poi, l’effetto buono o cattivo di quella confessione generale
sull’animo di Margherita poteva dipendere, più che dalla esposizione di
alcuni fatti dolorosi, da quella di molti particolari che li
accompagnassero, ora aggravandoli, ora attenuandoli, spiegandoli sempre.
Come se la sarebbe cavata, da questo passo, la signora Eleonora? E non
sarebbe poi stato il caso di ricorrere a lui, per aggiunte e commenti?
Tutto ciò si evitava, parlando egli diritto diritto a sua figlia.

Mentre veniva innanzi, pensando queste cose con tanto giudizio, il
signor Anselmo s’imbattè in sua moglie, che in compagnia di Federigo
andava girando botteghe.

— Oh bravi! — diss’egli. — E Margherita?

— In camera, a scrivere le sue lettere; — rispose la signora Eleonora. —
Hai lasciato il conte Aldini?

— Sì, poco fa. E a proposito di lui, ricordiamo che verrà questa sera
col signor Zuliani. Non bisognerà dunque lasciarci sfuggire ch’egli sia
venuto prima; e ciò per lasciare all’amico Raimondo il piacere di averlo
presentato egli stesso a me. Sarà un atto di delicatezza verso di lui,
non vi pare? Il signor Zuliani ne è degno. —

Così disposte le cose, e felicissimo di trovar Margherita sola, affrettò
il passo verso l’albergo. Era appena arrivato nel suo appartamento, che
Margherita lo udì, e tosto gli mosse incontro serena e sorridente.

— Ahi, ahi! — pensò egli. — Come si fa ora a dirle tante brutte cose, a
questa cara figliuola? —

Margherita non gli aveva ancora letto negli occhi.

— Ebbene, — gli disse, — come sei rimasto contento del signor Filippo?

— Io, molto. Così ne fossi contenta tu!

— Oh, babbo! A me non c’è bisogno di augurarmelo. — Il signor Anselmo
colse la palla al balzo, entrando subito nel vivo dell’argomento.

— Neanche se nel suo passato ci fosse.... qualche taccherella? —
domandò.

— Come sarebbe a dire, taccherella?

— Ma sì, qualche scappata, qualche impennata, come può fartela il
cavallo più generoso. Intendimi per discrezione.... qualche antica
passioncella, via!... Sai bene; l’uomo è nato.... un po’ leggero di
testa. E se una fiammatella ci fosse stata.... anche fuoco di paglia....
specialmente fuoco di paglia.... che ne diresti! come vedresti la
cosa? —

Margherita stette alquanto sovra pensiero, guardando il suo babbo negli
occhi.

— Tu sai qualche cosa. — gli disse, — sai.... della signora Zuliani! —

Figurarsi l’atto di stupore del signor Anselmo, a questa scappata della
sua dolce figliuola!

— O come? Già eri informata?

— Eh, ci voleva poco a capirlo. Quella graziosa signora ci ha sempre
veduto volentieri come il fumo negli occhi. Appena una visita, in tutto
il dicembre passato, e ci ha lasciate sole a far la nostra vita di
forestiere. Finalmente, perla notte del capo d’anno, c’è stato l’invito,
e neanche fatto da lei, ma dal signor Raimondo, che, evidentemente per
salvar le apparenze, metteva innanzi il nome della sua agrodolce metà. E
là, a quella cena, mio caro, ho inteso tutto, ho tutto indovinato.
Guardava me con aria di volermi sorbire come un uovo fresco: poi covava
quel povero Aldini con gli occhi, mettendolo in uno stato d’angustia e
d’impazienza da far veramente pietà. Dio, com’era seccato! e come si
vedeva che l’avrebbe tanto volentieri mandata a quel paese! Vecchie
lune, è questo il vostro destino. Ed era una vecchia luna, quella lì,
molto vecchia; non c’era da prendere abbaglio.

— Quante cose hai osservate in una notte!

— Seconda vista, babbo; e si ha sempre, per le cose che premono. Ed
anche ho notato l’atto della signora, quando suo marito destinò il conte
Aldini per accompagnarci in gondola fino alla riva degli Schiavoni.
Avrei avuto compassione di lei, te lo confesso, se non avessi veduto, e
prima e poi, che il signor Filippo pensava a lei, com’io al Gran Turco.
Ah, la stizza, che la prese cinque giorni dopo, quando capitò qui e
trovò il signor Filippo intento a disegnare il ponte del Paradiso, per
ricordo d’una passeggiata artistica, che avevamo fatta quarantott’ore
prima! È vero che se ne vendicò da sua pari, distillando veleni
nell’orecchio della mamma. Così li avesse distillati in presenza mia!
Ero donna da risponderle, sai? come va che lei lo riceve, un uomo
simile? E ne parla così a noi, ora, ch’egli è appena appena uscito di
qui? Permette che ci lagniamo a suo marito, di averci presentato un tal
uomo? Avrei voluto vederla, allora, che cosa mi sapesse rispondere. —

Il signor Anselmo sorrideva, sentendosi un po’ più sollevato.

— Dunque, non ti dai pensiero di quella vecchia luna?

— Nè di quella, nè d’altre, le cui fasi son da lasciarsi dormire negli
antichi almanacchi. D’una sola cosa potrei darmi pensiero; come sei
venuto a saper tu, appena arrivato, di quella vecchia luna?

— Appagherò subito la tua legittima curiosità. Quel bravo giovinotto mi
ha voluto condurre in casa sua; e là, con grande effusione di cuore, mi
ha fatta la sua confessione generale.

— E ti ha detto che si trattava di una vecchia luna?

— Sì, ed io l’ho assolto col proverbio; acqua passata non màcina. È un
onest’uomo; è stato tale anche in quella debolezza passeggera, in cui la
minor parte di colpa è stata certamente la sua. Fu involto, sconvolto,
travolto: mi servo delle sue stesse parole. Ma in verità, il parlare di
queste cose ad una ragazza come te....

— Babbo, non sarò io tra poco Margherita Aldini?

— Eh, Dio sa se mi farebbe piacere! Vorrei che fosse oggi la vigilia e
domani la festa. Ma tu la fai liscia più che non sia veramente. Se ci
fosse ancora qualche difficoltà da superare? —

Margherita impallidì a quelle parole del babbo.

— Tu non me la dici giusta; — esclamò.

— E tu, bambina, non sei tranquilla come vorrei.

— Vediamo di contentarti; — ripigliò Margherita, facendo uno sforzo
visibile, per padroneggiare la sua inquietudine. — Viene da lui, la
difficoltà?

— Non da lui; egli ti ama pazzamente.... disperatamente...

— Allora, son tranquillissima; — diss’ella, respirando. — Vedi che
effetto produci, con un paio di avverbii? — aggiunse tosto, ridendo. —
Sono una donna forte più che tu non creda, e poco mi basta a farmi
riavere, purchè quel poco sia buono....

— Ed abbondante; — conchiuse il signor Anselmo, ridendo più gustosamente
di lei.

— Sentiamo dunque; — ripigliò Margherita. — Donde viene la difficoltà a
cui accennavi?

— Da un caso spiacevole di cui egli non ha colpa veruna, e che mi ha
dovuto raccontare, confessandosi a me.

— Se egli si è confessato a te, la sua confessione era sicuramente per
me. Dunque, sentiamo tutto. —

Tutto! Faceva presto a dirlo, quella cara figliuola. Il babbo impacciato
non ne disse neanche la metà. Nondimeno, ce ne fu d’avanzo per lei,
quando ebbe sentito brevemente del vecchio errore, dei pronti rimorsi,
delle oneste esortazioni, che erano sembrate efficaci per rimetter
quell’anima in pace, ma che tutto ad un tratto, in quei giorni, avevano
perduto ogni forza. Non era divampata da capo una fiamma d’amore, che
più non poteva davvero, e che ad ogni modo non avrebbe trovato propizio
il terreno; era stato un incendio di orgoglio offeso, di collera feroce,
all’udire che un certo matrimonio era imminente, e che Raimondo Zuliani
sarebbe andato quella mattina alla stazione per aspettare l’arrivo d’un
padre, d’un padre già persuaso di quelle nozze e dispostissimo ad
affrettarle. Qui, in breve spazio di tempo tutta una rovina, un
precipizio di cose; la donna, vera furia scatenata, che scopre sè stessa
al marito, per nuocere altrui, anche a suo rischio di vita, e sempre poi
a suo danno; il marito che corre a chiedere ragione all’amico traditore,
ma precorso dalla donna impazzita, che va a dare avviso della commessa
follìa, ed anche a consigliare la viltà d’una fuga, avendo appena il
tempo di trafugarsi lei in un andito, presso un uscio segreto, donde
ascolta il colloquio terribile tra i due uomini ch’ella ha messi l’un
contro l’altro, e donde si ritira anche male, imprudentemente facendo
rumore nel chiudersi l’uscio dietro alle spalle; onde avrebbe potuto
accadere di peggio, se il signor Zuliani, sospettando il vero, fosse
corso ad inseguire quella donna nella scaletta di servizio.

Margherita ascoltava fremendo la rapida esposizione di quel viluppo di
casi. E più doveva farla fremere il racconto di ciò che era seguito tra
i due, così posti di fronte. Raimondo Zuliani era l’offeso; dettava egli
le condizioni della sua vendetta; imponeva la sua volontà, con un duello
alla sorte. La sorte aveva favorito l’Aldini; lo Zuliani perdente,
doveva uccidersi entro un termine di tempo già stabilito tra loro. Ma
egli, da galantuomo, confessava al suo avversario che si sarebbe ucciso
egualmente, vincendo, poichè aveva perduta la sua felicità con tutte le
illusioni della sua vita. Amava ancora, pur disprezzandola, quella donna
infedele, che già era stata cagione del suo dolore più acerbo. Per far
sua ad ogni costo quella donna, il poveretto aveva perduto l’affetto di
una madre adorata.

— La signora Adriana che vive a Belluno; — disse Margherita,
ricordandosi. — Infatti, veneziana com’è, non si lascia più vedere a
Venezia. Si vede ora che conosceva bene la sua futura nuora. Povero
signor Raimondo! Ed è tanto un brav’uomo!

— Tanto bravo, che con tutto quello ch’è accaduto fra lui e il conte
Aldini, vuole che il matrimonio si faccia, e dentro i sessanta giorni
che gli resterebbero da vivere, secondo il patto giurato. Patto segreto,
s’intende, e noi non dobbiamo saper nulla di nulla. Solo la bontà di
cuore del conte Aldini, la sua rettitudine, la sua probità verso di noi,
ci mettono a parte di quel triste segreto. Sicchè, vedi tu a che punti
siamo. Quell’ottimo giovinotto ha pensato che tu dovessi sapere ogni
cosa dei suo passato, per dar giudizio di lui. E qui è da lodare la sua
delicatezza: io gli ho già detto che per questa io lo stimavo mille
volte di più. Ma egli ha voluto raccontarmi ancora tutto l’occorso di
questa mattina, pensando che un matrimonio in queste condizioni potesse
dispiacere a te....

— Ha ragione; — interruppe Margherita.

— Come, ha ragione? — gridò il signor Anselmo, stupito.

— Sì, ha ragione, e per questo lo stimerò io diecimila volte di più. Io
non sposerò il conte Aldini, coll’ombra del suicidio di Raimondo Zuliani
davanti agli occhi. Il nostro matrimonio è stato ideato dal signor
Zuliani, desiderato, preparato, voluto da lui. Con che cuore, dimmelo
tu, con che cuore andrei io all’altare, pensando che dopo la cerimonia,
il padrino delle mie nozze, si toglierebbe la vita?

— Capisco, — rispose il signor Anselmo. — Ma a fargli mutar proposito
non ci adopreremo anche noi? Lo metteremo con le spalle al muro, vedrai;
lo pregheremo, lo piegheremo; ascolterà le voci della ragione.

— Lo credi? Ci vuol altro che esortazioni e preghiere! Ci penserò; —
rispose Margherita con accento risoluto.

— E intanto, cara mia, che si fa coll’Aldini? Egli ha riconosciuta la
necessità di farti sapere tutta la sua confessione, ma soggiungendo che
ne dovevano conseguire due mali; uno, il più grave, e per lui certamente
insopportabile, che il tuo cuore si allontanasse da lui; l’altro, che ne
sarebbe il corollario immediato, di non potersi presentare questa sera
da noi. Lo vedresti tu volentieri, dopo ciò che conosci di lui?

— O babbo, — disse Margherita, — anch’io mi sono confessata a te; più
brevemente, e per un fallo minore. Speravo di aver fatto un giudizio
temerario, sospettando che tra lui e quella donna ci fosse stato....
qualche cosa. In verità, non pensavo di colpir così giusto. Ad ogni modo
ero certa.... il cuore mi diceva, il cuore che non s’inganna mai, che
fossero vecchie lune, tramontate da un pezzo, e che solo per orgoglio
offeso, od altro di simile, quella donna mi odiasse. Quanto a lui,
senti, io ti confesserò candidamente, che non avrei voluto quell’ombra
del passato ad oscurargli la fronte. Mentirei, se ti dicessi il
contrario. E credi ancora, avrei rinunziato a lui, se egli fosse stato
un altro.

— Che sottigliezze!

— Sì, e da capirsi benissimo. Egli era così gentile e buono, così nobile
e colto, così rispondente al mio ideale, che, salvo sempre il tuo
consenso, io non avrei rinunziato a lui per il ricordo di un’ombra
passata sopra i suoi occhi, prima che quegli occhi si fossero posati su
me. Così potevo perdonare il passato; così posso ancora, e perdonarlo e
cancellarlo. Egli è oggi senza colpa, per me. Non lo hai tu confessato,
del resto? — soggiunse la cara fanciulla, sorridendo. — E non gli hai
data la tua paterna assoluzione?

— Con tutta l’anima; — rispose il signor Anselmo, intenerito. — Dunque,
ecco qua; lo riceverai bene. Io gli ho detto, congedandomi da lui:
esplorerò l’animo di Margherita, e le scriverò un bigliettino, con
questa frase, che lo conforti: “il ponte del Paradiso è in ottimo stato
di conservazione; ci si può passare senza pericolo.„

— Babbo cattivo! Tu ascolti, passando....

— Come tu dietro agli usci.

— Ma io non potevo fare diverso, essendo nella camera attigua.

— E neppur io, essendo nella stessa camera, e infilando la pelliccia. —

Erano pari e patta. Margherita conchiuse il giuoco, abbracciandolo
stretto, e stampandogli due baciozzi sulle guance.

— Sicchè?... — diss’egli.

— Scriverai.... scriveremo.... anzi scriverò io il biglietto. Si
guadagna tempo. Non l’ho mica da sposare domani. E gli parlerò un
pochino ancor io, per l’appunto domani.... se il babbo permetterà.

— Veramente....

— Veramente, al punto in cui siamo, anch’io debbo parlare. E poi che
cos’è? Dubiteresti della prudenza di tua figlia?

— No, questo, no. Ma siete prudenti in un certo modo, voialtre donne; e
prepotenti, poi!... Insomma, farai quel che vorrai. —

In quel punto venne un cameriere ad annunziare la visita del signor
Raimondo Zuliani.

— Ditegli che passi; — rispose il signor Cantelli.

— Ed io, babbo, passo di là, per iscrivere ancora una lettera; poi vengo
da voi. —

Leggera leggera, la fanciulla si trafugò nella camera attigua. Aveva già
richiuso l’uscio, quando il signor Zuliani entrò nel salotto.

Raimondo era calmo nell’aspetto, quasi severo. Gran forza di volontà in
quell’uomo, che la sventura aveva così duramente percosso! Si sarebbe
mostrato anche ilare, se non avesse dovuto dare, a scusa della sua
assenza mattutina all’arrivo di Anselmo, poco liete notizie della sua
signora. Nervosa all’eccesso, la sua Livia aveva sofferto nella notte un
potentissimo assalto del suo male, restandone molto abbattuta. Era a
letto, naturalmente, e n’avrebbe avuto per parecchi giorni. Egli
intanto, rinnovate le sue scuse, ringraziava caldamente l’amico di esser
venuto alla chiamata, e di mostrarsi tanto disposto ad accogliere il suo
disegno. Gli premeva di esser egli l’autore della felicità di un
carissimo giovine, che avrebbe presentato quella sera ad Anselmo
Cantelli. Un gentiluomo perfetto, quel conte Aldini, un’anima grande, un
cuor d’oro, degno di Margherita, almeno in quel modo e in quella misura
che un uomo poteva esser degno di un angelo. Ed anche a questi patti,
poteva l’angelica creatura esser certa di non trovar fallo presente in
quell’uomo. Tutti si è stati giovani, conchiudeva Raimondo, e qualche
antica debolezza, com’egli aveva avuto l’onore di dire alla signora
Eleonora dopo l’imprudenza di un certo discorso leggero, non doveva
assolutamente contare.

— Acqua passata non mácina; — disse il signor Anselmo; — e poi, bisogna
sempre passarne qualcuna, pensando che l’uomo è nato cacciatore. La mia
figliuola non ha poi badato molto ad un discorso che voi volete pur
ricordare, mio caro Zuliani, dicendolo anche leggero, mentre infine esso
non usciva dai limiti delle chiacchiere da salotto, urbane sempre e
graziose. E dopo tutto, la mia Margherita, senza essere un angelo, come
voi avete la bontà di chiamarla, è una donna forte, ve l’assicuro io,
una donna forte.

— Dunque, — riprese Raimondo, — è affar combinato?

— Eh, quasi. Bisognerà bene che questo giovinotto lo veda prima ancor
io, e ancor io me ne innamori; ne convenite?

— È giusto; — conchiuse Raimondo. — Ma di ciò sono più che sicuro. —

L’uscio della camera attigua si aperse, e Margherita comparve,
Margherita luminosamente bella, col sorriso sul labbro, e un mazzettino
di lettere nella destra, che fece scorrere prontamente nella sinistra,
per istender l’altra con atto cortese e sollecito al signor Raimondo
Zuliani. E strinse forte, quella mano delicata, strinse forte la mano di
quell’uomo, per cui sentiva una simpatia più viva e più profonda di
prima.

— Permette? — diss’ella poscia, accennando le sue lettere. — Le
consegno, e sono da Lei. —

Andava intanto alla parete, e toccava il bottone del campanello
elettrico.

— Subito queste lettere nella cassetta postale; — ordinò al cameriere,
che era comparso alla chiamata.

Poi, libera dalle sue piccole faccende, venne a sedersi accanto al
signor Raimondo, chiedendo anzitutto notizie della signora Livia, ed
ascoltando con molta attenzione quello che egli ne diceva; egli
poveraccio, che dalla mattina non era più ritornato al palazzo Orseolo.
Di quante piccole bugie necessarie non si compongono le nostre
conversazioni! Di lì, mutando argomento, la donna forte passò a
discorrere della mamma, che era in volta col suo Federigo, per
arricchirne il corredo. Sicuro, anche lì ci voleva un corredo di nozze;
non per la sposa, che non ne aveva bisogno, se non di carbone e di
munizioni da fuoco, essendo una bella corvetta, destinata a fare con
Federigo, per suo viaggio di nozze, il giro del globo. La lunghezza del
viaggio voleva adunque che fosse più ricco dell’usato il corredo dello
sposo.

In queste chiacchiere si consumò una mezz’ora; dopo di che il signor
Zuliani prese commiato, promettendo una visita più lunga per quella
medesima sera.

— Non so, — diss’egli, — se troverò il conte Aldini, per presentarlo io
al suo babbo. Ci siamo intesi per le nove. Ma se per caso egli avesse da
capitare prima di me, prego Lei, signorina, di far le mie veci.

— Con gran piacere; — rispose Margherita, stringendo ancora ben forte la
mano di Raimondo; — ed Ella me ne ricambierà con buone notizie della sua
signora, alla quale vorrà fare i nostri più caldi augurii per la sua
pronta guarigione. —

Non una fibra del volto di Raimondo Zuliani tradiva lo stato dell’animo
suo.

— Uomo forte davvero, e risoluto; — pensò Margherita, vedendolo partire;
— questo sarà duro a vincere, più che il babbo non pensi. —

Indi a poco arrivò Federigo con la mamma.

— Grandi acquisti, — disse la signora Eleonora al marito. — Quest’oggi
ti costiamo un capitale.

— Dài, dài dentro senza misericordia; — rispose il signor Anselmo,
stropicciandosi le mani. — Sei capace, scommetto, d’avermi speso un
dugento di lire.

— Sì, bravo; aggiungi uno zero.

— E che cos’è uno zero? Nulla, mia cara. Infatti, non si dice di un
uomo.... come me, verbigrazia, ch’egli conta come uno zero? —

Si rideva, così, aspettando l’ora del pranzo; e il signor Anselmo,
prendendo esempio da quella donna forte di sua figlia, le cercava tutte
per rallegrar la sua gente.

E la signora Eleonora, ottima pasta di donna, era lontana le mille
miglia dal sospettare che figlia e marito non avessero punto voglia di
star sulle celie, dopo tanti sopraccapi che avevano avuto in tre ore.
Bello, passare tra i drammi della vita senza avvedersene! Ma un gusto
simile è solamente capace d’intenderlo bene chi della vita ha saggiato
il disgusto.

Quella sera, alle nove in punto, ritornava Raimondo Zuliani, tranquillo,
sereno, anche ilare, secondo il suo vecchio costume, poichè della sua
signora poteva recare sempre migliori notizie. Con lui veniva Filippo
Aldini, che il signor Anselmo ebbe l’aria di vedere per la prima volta.
Così voleva la diplomazia, concertata tra loro.

L’Aldini non appariva ilare come Raimondo, tra perchè quello non era mai
stato il suo costume, e perchè allora come allora gli sarebbe parso un
insulto, o poco meno, all’interna pena del suo compagno di visita. Era
calmo, nondimeno, e garbato: un po’ umile, anzi un po’ vergognoso, si
accostò a Margherita, osando appena di toccarle la mano.

Ma sul cuore sentiva il dolce conforto di una letterina, ricevuta quella
sera al Quadri; una cara letterina, che lo aveva miracolosamente aiutato
a mandar giù qualche boccone con minor reluttanza. La soprascritta era
di pugno del signor Anselmo; lo scritto interno di Margherita. Così
erano in due a dargli animo. Ed era la prima volta, quella, che Filippo
Aldini vedeva i caratteri della divina creatura, fini, svelti, e chiari
ad un tempo, non imitati, grazie al cielo, da certi uncini, arpioni e
rampini bislunghi e bistorti dei secoli barbari, come si usa oggidì
dalle graziose donne del mondo civile.

La letterina di Margherita diceva brevemente ed eloquentemente così:

    “Il babbo ha molte faccende e non può scriverle, come sarebbe
    suo desiderio vivissimo. Ma faccia conto che scriva egli in
    persona, nel lasciare che fa il grato incarico a me di
    significarle che si può passare senza pericolo; Ella sa dove.

                                                     “_Margherita„._

Certo il Povero Aldini sarebbe stato molto impacciato, quella sera, a
trovar materia di conversazione, così turbato com’era, e per parecchie
ragioni. Ma gli venne provvidamente in aiuto la signorina Margherita,
tirando il discorso sull’arte. Il ponte del Paradiso ebbe naturalmente
la parte sua; l’ebbe il pittore Longhi; l’ebbe il Pannini; l’ebbe
soprattutto il divino Correggio. Erano a Parma, buon Dio; frugarono
tutti i piani della Pilotta, dal museo archeologico al teatro Farnese;
poi fecero una serie di scorribande, alla rocca di Torrechiara, a quella
di San Secondo, a Montechiarugolo ed a tante altre castella
circonvicine, per andare a finire nelle alte solitudini del lago Santo.
Ci prese gusto anche il signor Anselmo, che sul territorio parmense
possedeva un latifondo da principe, e meditava di ampliarlo ancora,
tanto vedeva di quei luoghi invaghita la sua cara figliuola.

— Margherita, — diss’egli giubilante, — ha Parma sulla punta delle dita.

— Babbo, il tuo complimento sarebbe più bello in francese: _je la sais
par coeur_.

— Non è lo stesso?

— Sì: ma c’è quel cuore, che ha più sentimento delle dita; non ti
pare? —

Per la maggior bellezza della frase doveva aver ragione lei, se anche le
si potesse rispondere che il sapere una cosa _au bout des doigts_ aveva
corso libero in Francia. Quella sera faceva lei tutte le carte, ma
usando l’arte di far parlare più che potesse l’Aldini. Il signor Zuliani
notò con soddisfazione che il Cantelli non ispiccava mai gli occhi da
Filippo, se non forse per rivolgerli alla sua Margherita.

— Mi pare che il negozio cammini; sia lodato il cielo; — pensò egli in
cuor suo.

Quando egli fu sul punto di andarsene, Margherita gli disse con la sua
grazia adorabile:

— Signor Raimondo, io so che Lei mi vuol bene; e Lei sappia che io
gliene voglio ancora di più.

— Mi par difficile; — rispose egli con bella galanteria.

— Vedremo. Chi vive, ha tempo a vedere.... e a ricredersi. Vuole che
scommettiamo? —

Raimondo Sorrise, ma non accettò la scommessa.

Al conte Aldini, che era rimasto ancora qualche minuto, la donna forte
trovò il modo di dire in disparte:

— Ci si vede domani? L’aspetteremo alle tre, io e babbo. Si parlerà
d’alte cose. —

E perchè Filippo era rimasto un po’ sconcertato da quelle “alte cose„,
soggiunse:

— Ma sì, c’è da aggiustare quel benedetto ponte. Non pericola, lo so; ma
qualche restauro mi pare che lo richieda.... e lo meriti. —

Ah, birichina, quella donna forte! Ed aggiungeva per il buon peso:

— È anche un po’ angusto, quel povero ponte. Non già come quello che la
fantasia di Maometto ha saputo imaginare, fatto d’un filo di ragnatela,
che, guai alle anime, se non son più che leggere, perchè non ci si
potrebbero reggere e cascherebbero nella Geenna, fiammeggiante di sotto!
Ma al nostro dobbiamo pensare, da buoni architetti, facendolo ampio al
bisogno, e ben saldo. Sorrida intanto; sorrida almeno una volta! —

Filippo Aldini sorrise, e promise.



                                 XVIII.


                        La giornata dei misteri.


La mattina seguente il signor Anselmo diceva alla sua Margherita:

— Carina, siamo dunque alle porte coi sassi?

— Perchè? — domandò la fanciulla.

— Perchè mi è parso, ieri sera, che tu fossi molto contenta, tanto
contenta da avere certamente deposta l’idea di tirare le cose in lungo.

— No, babbo, non credere. Sono la donna forte, come tu dici; ma ho il
cuore.... come dirò io? il cuore piccin piccino. A vedere quel povero
signor Zuliani tanto padrone di sè, ho ben capito che sarà impossibile
smuoverlo. Ha fatta la sua risoluzione, e non la muta; almeno, se non
interviene un miracolo. —

Ella sospirava, e il signor Anselmo non seppe far altro che seguirne
l’esempio. Ah, un miracolo, un miracolo! Era più tempo da miracoli?

— Se si potesse.... — incominciò egli, dopo aver almanaccato un bel
poco, — se si potesse trovare il modo di apparire informati
dell’accaduto, senza averne avuto notizia da quel povero giovinetto....
oh, allora, sarebbe un affare più spiccio. Andrei dall’amico Zuliani, e
glielo parlerei io, il linguaggio della ragione. Il rispetto al suo buon
nome.... la sua probità e la sua riputazione bancaria in balia dei
peggiori sospetti.... la vergogna che ad ogni modo cadrebbe su lui,
quando si conoscesse il vero.... ecco parecchie cose che potrebbero
farlo pensare.

— E le avrà pensate, babbo, le avrà pensate e ripensate già tutte.
Figùrati se a questi danni morali non avrà trovato il rimedio!
Quell’uomo liquida, come dite voi altri banchieri, liquida i suoi
interessi in due o tre settimane, e buona notte a chi resta. Ragioni,
poi, o pretesti a spiegare un atto disperato, non ne mancano,
incominciando dalla malattia incurabile. Non ti confondere adunque a
cercare il modo di essere informato senza far sospettare del signor
Filippo; non lo troveresti, e non ti sarebbe creduto. Piuttosto, e per
tastar terreno, sarebbe da sapere che cosa accade al palazzo Orseolo.
Dopo la scena orribile di ieri mattina, si sono più visti, il signor
Zuliani e sua moglie? Si parlano? C’è stato un accordo tra loro, per
evitare gli scandali, e prima di tutto le chiacchiere della gente di
servizio? Se questo si potesse sapere....

— E da chi?

— Dal signor Brizzi, per esempio. Quello è il segretario, il braccio
destro del signor Zuliani. Tu hai pure saputo dal signor Filippo che
Raimondo, uscito da casa ieri mattina, andò al suo banco, dove stette a
lungo, in preda ad una grande agitazione d’animo. Possibile che al
signor Brizzi non abbia detto nulla? che il signor Brizzi, andato al
palazzo Orseolo, non abbia indagato per conto suo, scoperto qualche
cosa, almeno per ispiegarsi quel turbamento improvviso del suo
principale?

— È un’idea; — gridò il signor Anselmo. — Voglio andare al banco
Zuliani, con una scusa qualsiasi, e magari all’ora della colazione. Se
trovo il signor Brizzi solo, potrò farlo cantare. Egli vorrà pure aver
confidenza con me, col vecchio amico di Raimondo; e non inutile amico,
nè tiepido, com’egli certamente saprà.

— Vai dopo le undici; — suggerì Margherita. — È l’ora che il signor
Zuliani esce dal banco; e il signor Brizzi non vorrà andarsene alla
stessa ora del suo principale. So ancora che il signor Brizzi fa i suoi
pasti al _Cappello Nero_, in piazza San Marco. Se non lo trovi più al
banco, puoi appostarlo alla trattoria. Intanto mi permetti che per oggi,
se te ne arrivano durante la tua assenza, io apra i tuoi telegrammi?

— Non ne aspetto; — rispose il signor Anselmo. — Ma perchè?

— Perchè ne aspetto uno io.

— Diretto a me?

— Diretto a te; ho dato il tuo ricapito.

— Che cos’è questo mistero?

— Non me lo domandare, babbo; abbi fede in me. Se quel telegramma
arriva, chi sa che non si trovi la via di salvezza? E ancora una
preghiera: — soggiunse Margherita. — Non uscire quest’oggi, quando avrai
fatto colazione; o almeno sii qui per le tre, facendo in modo che la
mamma sia fuori con Federigo.

— Un altro mistero?

— Non del tutto, babbo. Ho detto iersera al conte Aldini che lo avremmo
aspettato quest’oggi alle tre.

— Per che cosa?

— Ma.... per discorrere un poco. Ho da interrogarlo su qualche punto
oscuro della sua storia.

— E se questi non sono misteri, voglio perder la testa; — brontolò il
signor Anselmo, mezzo burbero e mezzo faceto.

— Li saprai tutti, via! Finalmente, di che si tratta? Di un interesse
tuo, anzi di due. Il primo è di salvare il signor Zuliani, al quale vuoi
bene.

— Non c’è che ridire. E l’altro?

— L’altro è di accasare la tua povera figliuola. Non hai paura che ti
sfiorisca in casa?

— Matterella! — esclamò il signor Anselmo, facendo bocca da ridere.

Alle undici, come aveva promesso di fare, il signor Anselmo uscì, e
stette fuori appena un tre quarti d’ora; di guisa che la colazione non
fu neanche ritardata. In quella vece, essendo presente la signora
Eleonora, fu ritardato a Margherita l’appagamento di una viva curiosità,
rispetto alle notizie che il babbo aveva certamente raccolte, come
infatti era dimostrato dal suo ammiccar frequente alla sua cara
figliuola. Fu un bel momento per lei, quando la mamma si alzò, per andar
nella sua camera a mutar veste e a mettersi in punto per uscire, appena
Federigo fosse arrivato dall’Arsenale.

Qui, stando nel vano d’una finestra in atto di contemplar la Laguna e
l’isola di San Giorgio Maggiore, il signor Anselmo snocciolò in fretta
la sua coroncina di notizie. Avviato al banco Zuliani, s’era imbattuto
nel signor Raimondo, che allora ne usciva. Accompagnatosi un tratto con
lui, e tirato sull’argomento dell’Aldini, non gli aveva negato che quel
giovinotto gli piaceva moltissimo, soggiungendo per altro che voleva
discorrer più a lungo con lui, e rigirarlo, come si suol dire, per tutti
i versi. Poi, col pretesto di non conoscere abbastanza le strade, e meno
ancora le straducole di Venezia, e di non volersi smarrire in quel
labirinto, aveva lasciato l’amico Zuliani tirar di lungo verso casa,
ritornandosene egli verso San Marco. Libero di andare dove voleva, si
era difilato al banco, trovandoci appunto il signor Brizzi, a cui aveva
detto di voler scrivere un biglietto; e il signor Brizzi si era
affrettato a cedergli il posto alla sua scrivania. Entratogli bel bello
in materia (e glie ne offriva un ragione voi pretesto l’aver notato una
grande alterazione di spirito dell’amico Zuliani), era venuto a sapere
tutto ciò che il signor Brizzi poteva raccontare a persona degna di
tanta fiducia come il banchiere Cantelli.

Non era molto quel che sapeva il signor Brizzi; ma era quello per
l’appunto che il signor Cantelli ignorava, e che gli premeva di
conoscere. Il signor Brizzi era il giorno innanzi andato due volte al
palazzo Orseolo; la prima, intorno alle nove, per far portare al suo
principale il pastrano, lasciato a casa con quel po’ di freddo, che
accapponava la pelle; la seconda per portare alla signora Livia un
biglietto, in cui suo marito l’avvertiva che non sarebbe andato a casa
per l’ora della colazione, bensì solamente per l’ora del pranzo. Una
commissione, questa, che il signor Raimondo aveva affidata al fattorino
del banco, ma che egli, il signor Brizzi, si era voluto accollare, per
riguardo delicato verso la signora Zuliani. Questa, infatti, la prima
volta che il signor Brizzi era stato in mattinata al palazzo Orseolo,
gli aveva accennato un fiero alterco avuto con suo marito, come cagione
del gran rimescolo di lui; era naturale adunque che andasse egli, e non
un fattorino.

Così avvenne che rivedendo la signora Livia (un po’ tardi, veramente,
perchè era uscita, ed egli aveva dovuto far due viaggi al palazzo
Orseolo), il signor Brizzi sapesse da lei che cosa conteneva il
biglietto. In freddo e reciso linguaggio, Raimondo le manifesteva il suo
proposito che niente apparisse mutato tra loro, agli occhi della gente
di servizio; quanto alla loro questione, egli l’avrebbe sciolta, e
presto, nel modo più netto e più degno, per la pace e l’onore
d’entrambi. In quella seconda visita il signor Brizzi aveva trovata la
signora Livia assai più agitata che non gli fosse apparsa nella prima.
Forse era effetto dell’aver troppo meditato sulle conseguenze
dell’accaduto. Comunque fosse, ella non ritornò sull’alterco di quella
mattina con nessuna giunta, con nessuno schiarimento che a lui desse
lume di quel dissidio coniugale.

Ancor più chiuso di sua moglie era stato il signor Zuliani con lui.
Solamente, all’opposto di sua moglie, appariva in giornata più calmo,
come l’uomo che ha presa una risoluzione e non ha più da stare
coll’animo sospeso tra mille dubbi e timori.

Il signor Brizzi, nondimeno, avrebbe amato vederlo inquieto, agitarsi,
dare nei lumi, anzi che tranquillo, quasi sereno, esporre a lui un pazzo
disegno, di cui pareva tutto invasato; ritirarsi dagli affari, cedere il
banco, o chiuderlo a dirittura; e ciò nel termine più breve, per levarsi
ogni noia. Che idee! per un dissidio coniugale, a cui non voleva neanche
accennare!

— Te lo dicevo io? — commentò Margherita. — Egli vuol liquidare i suoi
interessi, salvar l’onore del suo nome, evitare le ciarle del mondo, e
sparir da Venezia prima di mandare ad effetto il suo terribile
divisamento. Che uomo! Ma le ciarle del mondo, come le eviterà, colla
gente di servizio che ieri mattina avrà sentito ogni cosa?

— Nessuno ha sentito; — rispose il signor Anselmo: nessuno, almeno, di
quei servitori che potrebbero trovar gusto a rifischiare i segreti dei
padroni. Il signor Brizzi ha saputo anche questo dalla signora Zuliani.
La gente di servizio dorme al pian terreno, e non sale prima d’una
cert’ora al pian nobile, se non è chiamata. Anche la cameriera stava al
pian di sotto, facendo la sua prima colazione di caffè e latte, sapendo
che la padrona non aveva bisogno di lei fino alle nove. Al pian nobile
non dorme altri che il Giovanni, quel servitore che ricorderai d’aver
visto, alto, grosso e nerboruto, specie di maestro di casa, tutto devoto
al padrone, presso il quale è impiegato da trent’anni e più. “Paron
Nane„, come lo chiama il signor Zuliani quando è di buon umore, non apre
bocca se non per comando o per utilità del padrone; per tutto l’altro è
muto come un pesce. Di modo che, se ha sentito qualche cosa, si può star
certi che non ne fiaterà con anima viva. Le parrà che il bravo uomo sia
molto diverso da me; — mi diceva il signor Brizzi, conchiudendo; — ma io
parlo con Lei, non con altri; parlo con Lei, che so quanto ami il mio
principale, e quanto egli debba alla sua vecchia amicizia. Infine se non
ci mette la mano Lei, non vedo che altri possa far desistere il signor
Raimondo dal suo strano disegno. Ritirarsi dagli affari!... chiudere il
banco!... che pazzia! Ma sa, signor mio, che nel banco Zuliani, pure
andando coi piè di piombo, come è l’uso del principale, si fanno affari
per milioni e milioni, mettendo da parte anno per anno cento e più mila
lire, senza contar la levata mensile per le spese di famiglia?

— E tu gli hai promesso....

— Naturalmente, di sconsigliare l’amico, appena mi entrasse a parlare di
questa follia.

— Bene — conchiuse Margherita, tirando le somme.

— Sappiamo quel che si voleva sapere. C’è corda tesa, al palazzo
Orseolo, non ispezzata; così tesa, non può mica durare! A noi la cura di
rallentarla.

— In che modo? —

Margherita alzò le ciglia ed allungò le labbra.

— Mistero! — diss’ella, dando subito in uno scoppio di risa. — babbo,
non andare in collera; saprai tutto più tardi. —

Poco dopo giungeva Federigo, e si stette a chiacchierare con lui, che
doveva uscir tosto colla mamma. Il corredo dello sposo non era anche
finito.

— Non mi spendere altre dugento lire, mi raccomando, — disse il signor
Anselmo alla moglie.

— Eh, forse un po’ meno di ieri, speriamo; — rispose la signora
Eleonora. — Del resto, oggi si finisce di spendere. E non venite voi
altri?

— No, grazie; non amo girar botteghe, e sto in riposo; Margherita non ha
cuore di lasciarmi qui solo soletto. Usciremo più tardi, e da una parte
o dell’altra v’incontreremo di certo. Già, secondo l’uso, Schiavoni,
Ponte.... dei Sospiri, Piazzetta, Piazza, Procuratie vecchie, Procuratie
nuove, Merceria.... e non si esce di lì. —

Margherita e il babbo restarono soli, tratto tratto guardando l’ora; lei
al pendolo del caminetto, egli al suo _patek_, nel quale aveva più fede.
Poco dopo le tre, fu annunziato il conte Aldini, ed accolto a festa,
come prima. Egli appariva un po’ mesto, come sempre, ed anche triste,
come la sera innanzi; ma lo sguardo di Margherita possedeva la virtù del
raggio di sole, che, dovunque arriva, ravviva.

— Ed ora veniamo a noi; — disse Margherita, dopo qualche minuto di
ciarle preliminari. — Conte, so tutto, per bontà di mio padre; perdono
tutto, per bontà mia. Si contenta? Oh bene! Ma Ella deve appagare un mio
desiderio. Ecco là, sul noto tavolino da lavoro, carta e matita. Vuol
disegnarmi la pianta del suo quartierino? —

Filippo rimase un po’ sconcertato, guardandola, e non sapendo lì per lì
che cosa rispondere.

— Da bravo, mi contenti! — incalzò la fanciulla. — Le piacerà forse di
più che glielo comandi? Non so, e non voglio imparare quest’arte per
usarne con Lei; — soggiunse, con una espressione di grazia incantevole.
— Mi dirà che il disegno desiderato da me non è il Ponte del
Paradiso.... Ma questo lo possiedo. Non è neppure il Ponte.... dei
Sospiri, per servirmi della stessa sospensione che dianzi, come per
canzonarmi un pochino, ha usato mio padre. Del resto, il Ponte dei
Sospiri non mi va; sarebbe di malaugurio. Mi disegni a semplici tratti,
ma precisi, tutto il suo quartierino, che lo conosca nella disposizione
delle sue parti ancor io. Così, gentilissimo sempre! Ma badi, ci vorrei
tutto; la linea della strada, il punto dell’ingresso padronale, l’uscio
segreto, coll’andito che lo precede, come è lungo e largo, la scaletta
di servizio, finalmente, e il cortile dove questa riesce. —

Filippo Aldini era alla tortura. Ma dallo sguardo e dall’accento della
sua inquisitrice non traspariva nessuna intenzione di crudeltà
raffinate. Soltanto, non veniva a capo d’intendere la ragione di quel
capriccio donnesco.

— Ma perchè?... — domandò egli timidamente.

— Per una curiosità architettonica; — rispose la fanciulla. — Se sarò
Margherita Aldini, potrà bene saltarmi l’estro di fabbricare una casa; e
voglio sapere.... come non vada fatta una casa. Non si turbi, la prego;
ho tutto perdonato, le dissi, e presto avrò tutto dimenticato. Presto! —
ripetè Margherita con accento malinconico. — Dio voglia che sia così.
Quell’uomo dabbene, a cui siamo debitori di tanto, quell’uomo di cuore
non deve morire per cagion nostra.

— Nostra? — esclamò Filippo, sconcertato.

— Sì, — rispose Margherita, — perchè in verità ci ha un po’ di colpa
ancor io. Se non giungevo io, signor Filippo, io, povero astro, sul suo
quieto orizzonte, niente accadeva; ciò che doveva estinguersi coll’aiuto
del tempo e svanire, avrebbe fatta la sua fine tranquilla, senza scatti
d’orgoglio ferito, senza impeti d’ira selvaggia, e senza tutto l’altro
che dobbiamo piangere insieme, e scongiurare, se ci verrà fatto, nella
sua parte più triste per noi.

— Signorina, — disse Filippo Aldini, profondamente commosso, —
quell’uomo dabbene, quell’uomo di cuore, mi ha ripetuto tante volte:
Margherita Cantelli è un angelo del paradiso. Come la conosceva bene! —

Si era commossa anche lei, a quelle parole di Filippo; si era commosso
anche il signor Anselmo, che diede prudentemente le spalle per asciugar
di nascosto una lagrima.

Il disegno, a semplici tratti, e senza indicazione di spessori, non
richiedeva un lungo lavoro. In un quarto d’ora il destro disegnatore se
n’era sbrigato, aggiungendovi ancora ai luoghi opportuni le indicazioni
per iscritto, che Margherita gli veniva chiedendo via via.

Verso le quattro entrò un cameriere, portando al commendatore Cantelli
un messaggio sul vassoio di rito. Era un telegramma; il signor Anselmo,
sbadatamente o pensatamente che fosse, lo aperse e lo lesse, facendo un
atto di grande stupore. Ma lo chetò prontamente uno sguardo
supplichevole di Margherita.

— Le tue amiche.... milanesi; — diss’egli allora, porgendo il telegramma
a sua figlia.

— Sta bene, sta bene; sono tanto carine! — rispose Margherita, leggendo.

E dopo aver letto, richiuse diligentemente il foglio giallo, lo ripiegò
in quattro doppi, quanti ne occorrevano per farlo capire in una tasca
del suo portafogli minuscolo. Frattanto, aveva levate le pupille al
cielo, in atto di ringraziare il Dio delle misericordie.

Filippo aveva finito il disegno. Margherita lo ringraziò della sua
cortesia, e prese a parlar d’altro; ma a lui, dopo alcuni minuti di
conversazione, parve di capire che la sua bella interlocutrice fosse
alquanto disattenta. Anche il signor Anselmo, certamente per esser
rimasto un pochettino stonato dal telegramma delle amiche milanesi, era
disattento da parte sua, anzi, più che distratto, sovra pensiero. E
Filippo, dopo essere stato un po’ incerto di quel che dovesse fare, si
alzò per prender commiato.

Margherita intese il pensiero, di lui, e non volle lasciarlo così
addolorato.

— Mi trova un po’ distratta, non è vero? — diss’ella, porgendogli la
mano, e lasciandola amabilmente in quella di Filippo. — Non ci pensi;
non è per Lei, ma per una faccenda che mi preme. Ad ogni modo, mi
perdoni questo ed altro. Sì, ho dell’altro da farmi perdonare. Il suo
segreto non sarà più conservato in due, ma in tre persone. Non tremi; —
aggiunse, stringendogli più forte la mano; — sarà sempre ben custodito.
L’essenziale sarà che ad ogni richiesta.... m’intende? ad ogni richiesta
possibile, quantunque improbabile, Ella dica di non averlo confidato a
nessuno. Soltanto per farle questa raccomandazione, le ho confessato il
mio piccolo peccato, che non è neppur tale, e non avrà nessuna
conseguenza, ora che possiedo il disegno del suo quartierino. Ella non
capirà nulla in questo mio indovinello; ma non importa; capirà poi, e mi
approverà. Ci rivedremo stasera? All’ora solita, signor conte; e le
giuro che non sarò più distratta. —

Così ebbe commiato Filippo Aldini, e ben dolce, poichè tanto a lungo la
mano di Margherita era rimasta nella sua.

— Ed ora mi dirai.... — incominciò il signor Anselmo, poichè furono
soli.

Ma la fanciulla non gli lasciò finire la frase.

— Caro babbo; — diss’ella, abbracciandolo. — Dobbiamo noi vincere, sì o
no, questa battaglia difficile? E salvare quel poveretto? Le armi che ho
preparate sono di buona tempra, mi pare, e leali; speriamo che valgano.

— Dio ti assista, donna forte! — esclamò il signor Anselmo. — Ma se
Raimondo....

— Verrà da me, se mai; ed io saprò difendermi. Ora tu, si capisce, per
debito di cortesia, vai incontro.... alle amiche di Milano. L’arrivo è
per le cinque e quarantatrè. Si capisce ancora che tu mi conduci con te
alla stazione. —

Il signor Anselmo tentennò il capo e sorrise.

— Non ci mancherebbe altro che ci andassi da solo! — rispose. — Con
tanta carne che hai messa al fuoco, Dio sa come mi troverei
impacciato! —

Erano suonate le quattro, e con le quattro era di ritorno all’albergo la
signora Eleonora, accompagnata dal suo Federigo.

— Vi potevamo aspettare! — diss’ella.

— Sì, hai ragione; — rispose placidamente il signor Anselmo. — Come
disse quella gentildonna ai suoi convitati: “perdonino, mi ero
dimenticata in biblioteca„, così noi ci siamo dimenticati in
chiacchiere. Ma non dubitare, ci rifacciamo subito anche noi.

— Dove andate?

— Alla stazione, incontro ad un amico di babbo;-entrò a dire Margherita.
— Saremo di ritorno, ad ogni modo, per l’ora del pranzo. —

Uscirono, padre e figliuola, presero una gondola, e si fecero cullare
sulle acque del Canal Grande, che a lume di tramonto erano bellissime.
Ammirarono i bei palazzi, così degni di osservazione, nella diversità
delle forme architettoniche e nella varietà degli stili. Di là dal ponte
di Rialto, Margherita sporse il capo fuori del felze, e tese lo sguardo
cercando il palazzo Orseolo, uno dei più graziosi di Venezia, notevole
per la eleganza delle sue cornici, delle sue modanature, e più per le
sue finestre ad arco acuto, dai terrazzini sporgenti, vagamente
intessuti di pilastrini ornati a fogliami e di rosoni traforati, nello
stile del Quattrocento.

— Povero signor Raimondo! — mormorò la fanciulla, quasi parlando a sè
stessa. — Che vita, la sua! —

La gondola guizzò oltre, leggera leggera. Poco prima delle cinque erano
già alla stazione. Ci avevano da aspettare un bel pezzo, e spesero il
tempo passeggiando. Il signor Anselmo, che quel giorno era rimasto così
lungamente seduto, non ebbe certo a dolersene. Margherita, per contro,
aveva da infastidirsi non poco, vedendosi fatta argomento di tante
ammirazioni d’una turba di peripatetici aspettanti.

Non è poi vero che a tutte le donne belle piaccia di essere ammirate,
specie con troppa insistenza. Quelle che n’hanno fastidio pensano di
sicuro che ad una dose più scarsa di ammirazione potrebbe accompagnarsi
benissimo una dose più abbondante di reverenza, o di tatto.

Il treno delle cinque e quarantatrè arrivò miracolosamente puntuale.
Margherita l’ebbe per un segno di buon augurio. Tra le poche persone che
scendevano dalle vetture di prima classe, indovinò quella che aspettava,
e le corse incontro, indovinata a sua volta: si ricambiarono i nomi, si
presero per braccio, e si trassero in disparte sulla calata, discorrendo
animatamente sottovoce. Parecchie cose dovevano essere state già dette
per lettera; ora la signorina Cantelli aggiungeva utili ragguagli, o
colmava lacune. La stazione si era già tutta vuotata di viaggiatori e di
aspettanti, quando Margherita e la sua nuova compagnia si decisero ad
uscire. Sul ponte si separarono; la persona misteriosa strinse la mano
al signor Cantelli, presentato in quel punto; poi quella discese in una
gondola; Margherita e suo padre nell’altra, che li aveva portati, e che
doveva restituirli alla riva degli Schiavoni.

Giunsero all’albergo prima dell’ora di pranzo; alquanto sollevati di
spiriti, come chi si conforta nella coscienza di aver fatto il debito
suo; ma pensosi, come chi, arrivato al punto della prova, dubita
istintivamente della bontà d’un suo ritrovato, ond’era poc’anzi ben
certo. Son quelli i momenti che il facile incomincia a parervi
difficile, e il difficile vi diventa impossibile. Ahimè, non son tutti
sicuri, i meglio architettati disegni, come non son tutte rose nel
giardino della vita; il qual giardino è troppo spesso una landa.

Per nascondere la sua ansietà, Margherita tirò accortamente i discorsi
di tavola sulle compere fatte dalla mamma in quei giorni, pel corredo
del suo Federigo; quel famoso corredo che doveva accordarsi nelle sue
parti con tanti climi e temperature differenti sulla faccia del globo.
La signora Eleonora aveva pensato a tutto; non la trovarono mai in
fallo, nè mai la colsero alla sprovveduta. Così vigile è l’amor materno,
che aguzza l’ingegno alle creature più tarde. Del resto, non era tarda
d’ingegno, la signora Eleonora; solamente un po’ dubitosa, non ben
sicura di sè; piccolo difetto che non istarebbe male, in guisa di
correttivo, agl’ingegni più pronti.

Una fissazione dell’ottima signora era questa, che le navi da guerra non
dovessero prendere il largo altrimenti che a primavera, come le antiche
galere. E per intanto vagheggiava l’idea che la corvetta non fosse
pronta per la fine del gennaio. Ah, un altro mesetto di armamento! Si
sarebbe potuto far assistere Federigo alle nozze di sua sorella.

— Ma sì! — aggiungeva facetamente il signor Anselmo. — Vedrai che il
governo seguiterà a non indovinarne mai una; e questa volta, per far
dispetto alla moglie d’un commendatore, si sbriga. —

Così ingannavano il tempo tutti e quattro; e due di essi ingannavano
anche l’ansietà onde erano divorati. Alle nove in punto arrivò il conte
Aldini, e la corvetta e il suo armamento passarono in seconda linea. Il
signor Anselmo prese a discorrere di politica spicciola, come la
recavano, per favorire la digestione dei popoli, i giornali della sera.
Margherita parlò di teatri, facendoli presto piacere al nuovo venuto,
che in verità non n’era mai andato pazzo, trovandoli tutti a lor volta
nemici di qualche senso umano, o assordanti, o accecanti, o indigesti, o
scipiti.

Margherita conosceva già la teorica dell’Aldini, e rammentava di non
averla neanche combattuta. Per quella sera, tuttavia, un pochino di
controversia avrebbe fatto buon giuoco.

— Sostenga lei un’opinione; — diss’ella; — io sosterrò l’altra.

— È impossibile, signorina; — rispose Filippo — e sarà sempre
impossibile tra noi. Se Ella esprimerà un pensiero diverso dal mio, io
lascerò il mio per conformarmi subito al suo.

— Perchè, signor conte? Le idee possono esser molte, e le opinioni
diverse.

— Vero; e può anche esser piacevole di abbracciar l’opinione....
dell’avversario.

— Il quale, — ribattè Margherita, — non si troverà molto soddisfatto di
vincere senza aver combattuto.

— Verissimo; mi persuade; — conchiuse Filippo, dandosi tosto per vinto.

— Ah, ora lo fa apposta; — notò Margherita.

— Ma no!

— Ma sì!

— Ella ha ragione; — conchiuse Filippo una seconda volta. — E vede? —
soggiunse, a mo’ di commento, — vede, da questi piccoli esempi? Tra due
che discutono, volendo ognuno di essi aver ragione, ce n’è sempre
uno.... che merita di averla. E l’altro ha ragione a suo modo,
rinunziando alla sua opinione. Vuol dire di no! Ed io son tanto lieto di
darle ragione, che ancora una volta, e sempre, dirò come Lei. —

Anch’egli, in questa piccola scherma, cercava d’ingannar la sua cura;
una cura tanto più molesta al suo spirito, in quanto che doveva essere
inerte, non obbligandolo a scuotersi, a darsi moto, per iscongiurare un
gran guaio. Tutto era in mano di Margherita; ed ogni sua speranza era in
lei. Che cosa aveva ella incominciato a fare? I suoi misteri del
pomeriggio erano pieni di promesse; la sua allegrezza di quella sera
egualmente. Ma poteva anch’essere un’allegrezza mentita; o non
significar altro se non questo, che ogni lavoro di difesa o d’approccio
della guerriera animosa era rimesso al domani. Così viveva ancor egli
dubbioso, tra speranza e timore.

Sulle dieci, mentre la conversazione languiva, si udì un rumore di passi
frettolosi su per la scala. Bussarono all’uscio del salotto, ed entrò un
cameriere annunziando il signor Antonio Brizzi.

— Fate passare; — disse il signor Anselmo, alzandosi tosto per muovere
incontro all’inaspettato visitatore. — Oh, bene! —

Ma l’esclamazione di giubilo morì sulle labbra del signor Anselmo, al
vedere il signor Antonio affacciarsi sulla soglia, pallido, anelante, e
con gli occhi stralunati.

— Che cos’è stato? — domandò allora. — Entri, la prego, e richiudiamo
l’uscio. Per amor di Dio, non ci tenga in pena! —

Il povero signor Brizzi durava fatica a contenersi. Parole e lagrime gli
facevano nodo alla gola.

— Una disgrazia.... — balbettò; — al palazzo Orseolo.... una grande
disgrazia!... —



                                  XIX.


                          Al palazzo Orseolo.


Raimondo non era ancora tornato a casa, quando fu annunziato alla
signora Zuliani l’arrivo della sua inaspettatissima suocera. N’ebbe una
scossa di nervi, un tuffo di sangue al cervello, un rimescolo per tutte
le fibre. Ma bisognava striderci, e andarla a ricevere. Le due donne si
guardarono a lungo, dopo il saluto strettamente necessario; non si
baciarono, non si strinsero la mano.

La signora Adriana si presentava in sembiante di giudichessa. C’era
tanta espressione di dolore in quella figura veneranda, che Livia ne fu
sgomentita e umiliata. Ad un certo punto, essendo uscito il servitore,
come soggiogata dallo sguardo severo della vecchia, si buttò
ginocchioni, tentando di afferrarle la mano.

— Mamma! — gridò, con voce lagrimosa.

— Cessate! cessate! — disse la signora Adriana, ritraendosi. — Dov’è mio
figlio?

— Sarà a casa per le sette. Ma non mi perdonerete voi?

— Non è mio ufficio, perdonare. Dio vede i cuori; Dio giudica le opere e
le intenzioni; egli solo può perdonare; non io. —

Livia chinò la fronte, avvilita. Si sentiva mancare, già sfinita com’era
da quei due giorni terribili. Il giorno innanzi, Raimondo era venuto a
pranzo, ma preceduto da una lettera, che fissava i termini delle loro
relazioni, pel breve tempo che sarebbero ancora durate. In presenza
delle persone di servizio si era mostrato tranquillo, come se niente
fosse accaduto fra loro; aveva discorso di cose vane; poi, subito dopo
il caffè, si era ritirato nella sua libreria. Ella, di tanto in tanto
origliando agli usci, lo aveva sentito scrivere, rovistar carte,
scrivere ancora fino alle undici, e poco dopo andarsene a letto. Fortuna
che non erano giorni di ricevimento serale per lei, da obbligarla a
sforzi di volontà, di padronanza sull’animo suo, che certamente non
avrebbe potuto durare. Spossata, rifinita, era andata a letto
tardissimo, passando la notte in un dormiveglia doloroso, pieno di
tristi visioni e di oscuri terrori.

Quel giorno, poi, a colazione, era stata la medesima scena. Egli,
tranquillo al solito, non taciturno in presenza dei servi, aveva
sparsamente condito il breve pasto con piccoli discorsi, e tutti di
piccole cose. Aveva perfino toccato di affari, egli che in casa se n’era
sempre astenuto; operazioni sbagliate del governo sulla rendita,
conseguenti ribassi, fallimenti probabili, rallegrarono la conversazione
domestica.

Ella era disfatta, quel giorno, quasi sformata nel viso; tanto che la
cameriera, osservandola, non aveva potuto trattenersi dal dirle:

— Signora, si sente male? Vuole che mandiamo pel medico?

— Che! che! — aveva risposto. — Sono i miei soliti sconcerti nervosi.
Frutti di stagione! Che cosa potrebbe dirmi di nuovo il dottore?
Stasera, per dormire e rifarmi, prenderò il cloralio. —

La sua, frattanto, era una condizione intollerabile. Raimondo le aveva
scritto, il giorno innanzi, di voler sciogliere la loro questione,
presto, nel modo più netto e più degno, per la pace e per l’onore
d’entrambi. Quale era il modo immaginato da Raimondo? Ah, lo sapeva ben
lei! ed ora, capitava la suocera; non aspettata, non desiderabile, al
certo, in quello stato d’angoscia. La signora Adriana, che a Venezia e
nella casa del figliuolo era comparsa in sette anni tre volte, e da
oltre un anno non si lasciava vedere, per qual cagione si presentava
allora, senza neanche il pretesto di una occasione solenne? Chiamata da
Raimondo, forse? Anzi senza il forse; non mostrava ella, appena
arrivata, di saper tutto, o quasi? Ne faceva testimonianza manifesta la
sua severità, che superava di tanto la freddezza consueta delle sue
relazioni con la nuora; si aggiungevano a quella severità di contegno le
sue parole così gravi, e lo sdegnoso rifiuto di ragionare con lei, di
perdonarle, di ascoltarla almeno.

Venne Raimondo poco prima delle sette. E fu meravigliato, alla vista di
sua madre; parve quasi sconcertato all’aspetto. Ma il sentimento
figliale vinceva; si buttò nelle braccia della donna veneranda,
reprimendo a tutta forza le lagrime. Non voleva piangere, no, non voleva
dar saggio di commozione soverchia.

— Figlio mio! figlio mio; — gridava la vecchia signora, non saziandosi
di baciarlo, di guardarlo negli occhi, e di baciarlo ancora.

— Eccolo qua; — rispondeva Raimondo sforzandosi di sorridere a quella
effusione violenta di affetto materno. — Eccolo qua! Ma anche tu,
mamma.... che bella improvvisata ci hai fatta, quest’oggi! —

E non proseguì, vedendo negli occhi e nelle labbra di sua madre che quel
plurale non tornava gradito. La fiera nemica delle nozze di lui non
aveva ancora disarmato, non si era ancora piegata a consigli più miti.
Ahi, come presaga, sette anni addietro, dei danni che quelle nozze
avrebbero apportato al suo figliuolo infelice!

Il pranzo riuscì freddo in tre, più che non fosse stato quello del
giorno innanzi in due. La conversazione, ad onta degli sforzi evidenti
di Raimondo, era impacciata e ad ogni tanto interrotta, segnatamente per
la risoluzione della signora Adriana di non rivolger mai il discorso a
sua nuora. Di ciò che venne in tavola, poi, la signora Adriana assaggiò
a mala pena. Aveva fatto più che uno spuntino in viaggio, diceva lei,
nella fermata di quasi un’ora a Treviso, dove il treno di Belluno
aspettava il treno di Udine. Una scusa, certamente; e il fatto era
questo, che la vecchia signora non aveva volontà di mangiare.

Subito dopo il caffè la signora Adriana volle ritirarsi nel suo
appartamento. Al terzo piano del palazzo Orseolo erano sempre due camere
preparate per lei. Fece per saluto alla nuora un cenno del capo, e si
mosse. Il figlio l’accompagnò, dandole il braccio.

Livia rimase sola, in preda ad un’agitazione indicibile. Raimondo, da un
quarto d’ora uscito di là per accompagnare sua madre, non discendeva.

Senza dubbio si discorreva molto, lassù, si facevano liberamente tutti i
discorsi che in presenza di lei non si erano potuti fare. E si sentiva
fischiare gli orecchi di tutte le cose spiacevoli che in quel mentre si
dicevano di lei. Il sangue le martellava alle tempie; vampate e brividi,
alternandosi con frequenza, davano indizio di febbre crescente. A un
certo punto non potè più resistere all’inquietudine che s’impadroniva di
lei. Balzò in piedi, e corse alla scala interna che metteva al piano
superiore; stette alquanto in ascolto; poi guardinga salì fino al
corridoio che collegava parecchie camere dell’appartamento superiore.
Arrivata ad un certo punto, di là da quelle che occupava la signora
Adriana, poteva anche nascondersi dietro una svolta, caso mai fosse per
uscir suo marito. Di servi, che capitassero lassù, non aveva timore.
Quella era appunto l’ora che, sparecchiata la mensa dei padroni, la
gente di servizio, tutta raccolta a pianterreno, si assideva
tranquillamente alla sua. Così d’ogni parte sentendosi abbastanza
sicura, si accostò all’uscio della camera in cui madre e figlio stavano
parlando insieme, e tese l’orecchio. Erano frasi rotte da prima, e non
era possibile intendere a qual punto delle loro confidenze già fossero i
due; ma il nome suo ricorreva nel discorso più volte. “Livia„ diceva il
figliuolo; “quella donna„ diceva la madre. Ma questa a grado a grado si
veniva riscaldando, e la sua voce giungeva finalmente più chiara.

— E per quella donna, infine, ti uccidi! Perchè? — incalzava la signora
Adriana.

— Uccidermi! Io? — rispondeva con accento turbato Raimondo. — Chi ve lo
ha detto? Chi ve lo ha scritto? Quell’uomo? Sarà un’altra infamia sua.
Il suo tradimento, il mio diritto di vita e di morte su lui, ne facevano
il mio schiavo. Se la sorte, proposta generosamente da me, gli era stata
propizia, egli tanto più doveva obbedirmi e tacere.

— Non accusare quel disgraziato, — replicava la vecchia signora. — Vi ha
uditi una coraggiosa fanciulla; Margherita Cantelli.

— Margherita!... E come? come ha potuto?...

— Non so, ma certamente era lei. In compagnia di suo padre, voglio
credere.... Non hai tu, ad un certo punto del tuo orribile colloquio col
signor Aldini, non hai tu sentito un rumore, che veniva da una cameretta
vicina?... un rumore d’uscio che si chiudeva?...

— Sì, ebbene?...

— Quella fanciulla, attratta da un suo capriccio donnesco nel
quartierino del suo fidanzato, non volle esser colta là dentro da
estranei; si era rifugiata in quella cameretta, presso una porticina di
servizio, donde poteva trafugarsi. Prima di uscire per quell’altro
passaggio, volle ascoltare, sapere chi fosse il visitatore del suo
fidanzato. Curiosità? gelosia? Comunque fosse, ascoltò, udì il vostro
patto feroce. Sbigottita, non volle udire più altro; aperse l’uscio
segreto e fuggi. Se tu la inseguivi, eri in tempo per vederla, e per
riconoscerla. —

Raimondo era rimasto muto, certamente pensando alla stranezza del caso.
E Livia frattanto pensava:

— Ella ha dunque voluto sostituirsi a me.... in ogni cosa? Ma infine,
perchè? Non forse per salvare Raimondo? Coraggiosa!... —

Ed accolse nell’animo un raggio di speranza. Era Margherita, che aveva
così prontamente avvertita la madre di Raimondo, chiamandola in
soccorso. Quella madre avrebbe certamente adoperata tutta la sua
autorità. E lei, Livia, lei, cagione di tutto il male, non era stata
capace di una così buona ispirazione, di un così felice ardimento!

Ma il raggio di speranza che era penetrato nell’anima di Livia,
impallidì tosto, fu per ispegnersi alle parole di Raimondo.

— O madre, madre mia, tutto è vano oramai. La maledizione del cielo si è
aggravata su me, dal giorno che ho disobbedito alle tue esortazioni,
resistito ai tuoi consigli amorevoli. Ma tu lo vedevi bene.... ed
avresti dovuto perdonarmi.... amavo quella donna.... e l’amo ancora,
odiandola, con tutte le forze dell’anima. Per me, dunque, è finita. E
come vuoi tu ch’io possa vivere? Separandomi da lei? Sarebbe uno
scandalo. Voglio morire da gentiluomo, rispettando le donne, anche
quando tradiscono. Ho giuocata la mia vita con quell’uomo, nel modo più
leale e prudente. Poichè tu sai ciò che la sorte ha deciso preparati. Io
non posso più vivere.

— Prepàrati! — ripetè la signora Adriana, con accento di profonda
amarezza. — Prepàrati! E sei tu che parli così? Quella infame ti ha
dunque guastato a tal punto l’anima e il cuore? Prepàrati! Quando mai
potrà prepararsi a questa angoscia un cuore di madre? Ho saputo il patto
terribile; e perchè l’ho saputo, son corsa a gridarti: no, per una
disgraziata, per una impura, traditrice della fede giurata, non si fa
ciò. Il tuo amico pentito.... sappilo; quella animosa fanciulla me lo ha
giurato con le lagrime agli occhi, venendomi incontro, all’arrivo.... si
ucciderà egli pure, se tu manterrai quel patto dissennato. E tu, illuso,
credevi di poter condannar lui alla vergogna di vivere, di esser felice,
a prezzo della tua morte! Ma già il primo a non voler più la felicità di
quell’uomo, sarà il padre di lei, un vecchio onorando, che tu avrai
profondamente addolorato, fors’anche accorciandogli il vivere. E speri
di evitare gli scandali? Ma tu li aggraverai, uccidendoti.

— Mamma! — gemette Raimondo, supplichevole,

— Sì, fammi il tenero, con quel cuore di sasso! Ucciderai altri, per
intanto; e prima di tutti tua madre. Morirò, sì, maledicendoti, allora.
Ma che cos’è questo vostro furor di morte? — gridò la povera donna,
animandosi sempre più. — La vita è vostra, forse? Non di chi ve l’ha
data? Non delle vostre famiglie? Non del vostro paese e del mondo, che
aspettano opere virtuose e nobili esempi da voi? Vigliacchi, che avete
solamente il coraggio di sottrarvi ad una piccola pena! Sì, piccola, e
vergognosa ancora, come è sempre una forte passione per una creatura che
se ne mostra indegna, per una donna che vi ha tradito, per una donna che
vi ha disprezzato, per una donna che avrà ancora la soddisfazione di
esser liberata dalla vostra presenza, di ereditare da voi la ricchezza
che le avrete lasciata, il rispetto del mondo che le avrete assicurato,
come premio del suo tradimento....

Livia, nel colmo dell’angoscia, tendeva verso l’uscio le palme è le
labbra supplicanti. No, non è vero, voleva gridare, no, non sarà! E
l’avrebbe gridato, se la vergogna del farsi trovar là in ascolto non
l’avesse trattenuta. Fremente, tremante, sconvolta, si appoggiò alla
parete, per ricuperar le sue forze vacillanti; e pensava, frattanto,
vedeva tutto l’orrore della sua condizione, insieme con l’avverarsi
possibile degli orrendi pronostici della signora Adriana. Oramai non
voleva ascoltare, non poteva udire più altro. Si tolse di là; con uno
sforzo supremo misurando il passo e trattenendo il respiro, mosse verso
il corridoio e scese la scala.

Sul pianerottolo, al chiarore d’un lume sospeso alla parete,
giganteggiava un’ombra, che veniva su dalla scala inferiore. N’ebbe
terrore, a tutta prima; poi riconobbe il servo Giovanni, il fedele di
suo marito.

— Giovanni, — gli disse, cedendo ad una subita ispirazione, — il padrone
è su con sua madre. Ragionano d’interessi. Nessuno vada lassù a
disturbarli; e molto meno donne, avete capito?

— Non dubiti, signora; — rispose il colosso. — Mi pianto qui, e non
passerà anima viva. —

Livia andò allora nella sua camera. Vi rimase a mala pena tre minuti;
poi ricomparve sul pianerottolo, più agitata che mai. Giovanni era là,
ritto impalato al suo posto di sentinella.

— Giovanni, — gli disse la signora, — portate su questa lettera al
padrone. È una risposta, che aspetta. —

Il servo prese la lettera ed obbedì al comando della padrona, facendo
col peso del suo corpo d’atleta un gran rumore su per la scala. Non
voleva sentire, il brav’uomo; perciò voleva esser sentito.

Infatti, al rumore de’ suoi passi, Raimondo interruppe il suo doloroso
colloquio colla mamma; schiuse l’uscio Iella camera ed apparve nel
corridoio.

— Che c’è? — domandò egli, vedendo Giovanni, che per allora, ahimè, non
poteva chiamare “Paron Nane„.

— La signora.... — disse il buon servitore, — manda questa lettera. È la
risposta che Vossignoria aspetta, mi ha detto. —

Raimondo lì per lì non comprese che cosa dovesse egli aspettare. Ma
tolse dalle mani del servitore la lettera, lo rimandò ai fatti suoi, e
rientrò nella camera di sua madre. Colà giunto strappò la busta, lesse
in un batter l’occhio (così breve era il messaggio di Livia!), gittò un
grido, e il foglio gli cadde di mano.

Lo raccolse la signora Adriana, e lesse a sua volta;

    “Obbedisci a tua madre, e vivi. Mi levo io da soffrire, e levo
    tutti di pena. E dire che ti amavo! Non ho amato altri che te.
    Lo sento e posso dirlo in quest’ora, che Iddio sta per
    giudicarmi.

                                            “La tua povera _Livia_.„

La signora Adriana trasse un profondo sospiro, e seguì il suo Raimondo,
che già era fuori, facendo a precipizio la scala.

— Giovanni, — gridava egli, incontrandosi sul pianerottolo col servitore
di sentinella, — dov’è la signora?

— Nelle sue camere, credo. Di là è uscita, per consegnarmi la lettera. —

Raimondo corse affannato nelle stanze di Livia. Nel piccolo studio,
ov’ella certamente aveva scritto, non c’era; nella camera da letto,
nemmeno. Ma era aperta la finestra, e l’aria pungente della sera si
cacciava dentro, facendo tremolare la fiamma d’una candela accesa, sulla
lastra di marmo d’un cassettone. Atterrito, il poveretto si affacciò al
terrazzino, l’ultimo a destra, sulla facciata del palazzo Orseolo, e di
lassù gli venne all’orecchio un vocìo confuso, che muoveva dal traghetto
vicino. Seguiva un pronto agitarsi di gondole, e tosto un grido che
dominava tutte le altre voci: “una donna nel Canale!„

Non volle udirne di più; passato veloce tra sua madre, che era lì
esterrefatta sull’uscio, e il fedel servitore che prese tosto a
seguirlo, corse in anticamera, aperse l’uscio e guizzò per la scala fino
alla gradinata che metteva sull’acqua e chiamò a gran voce una gondola,
che tosto accorse per portarlo verso il traghetto. Alla luce dei fanali
vide allora un corpo di donna che alcuni gondolieri avevano poc’anzi
afferrato, quasi pescato a fior d’acqua, e che traevano a riva,
chiamando gente in aiuto.

— Il signor Zuliani! il signor Zuliani! È la sua signora, che si è
gettata in acqua.

— Caduta; — tuonò in accento di correzione una voce, al cui suono il
signor Zuliani si volse, riconoscendo il suo fedel servitore, che lo
aveva seguito ed era entrato con lui, senza che egli pur ne avvertisse
la presenza, nella medesima barca.

— Giovanni, un medico! Prendi il primo che trovi; poi va a cercare il
dottor Teodoro. —

Sarebbero venute opportune le cure dei medici? La povera donna era fuori
dei sensi, come morta, e grondante sangue dal capo. Intanto, chiamato da
alcuni pietosi, accorreva un medico dalla farmacia più vicina; vide il
caso, che gli parve disperato, e ordinò che per intanto la signora fosse
al più presto levata di là, dove non c’era modo, tra per la calca e per
la scarsità della luce, di fare un’esplorazione convenevole. Tutti
volevano aiutare, a sollevar la giacente: Giovanni si fece avanti a
spintoni, e alzandola di soppeso tra le erculee braccia, mosse veloce
verso l’uscio da tergo del palazzo Orseolo, che fu tosto richiuso
com’egli fu passato, insieme col padrone, col medico e due o tre più
solleciti aiutatori. Accorrevano intanto sulla scala le persone di
servizio, gridando, gemendo, ma soprattutto chiedendo notizie.

— Caduta! che disgrazia! caduta! — ripeteva il portatore del prezioso
fardello.

E giunto nell’anticamera, si faceva spalancare l’uscio delle stanze
interne, dove entrando veloce andò a deporre la infelice padrona sul
letto del signor Zuliani. Perchè là, e non due camere più oltre, sul
letto della signora? Il perchè era presto detto; la camera del signor
Raimondo era più vicina all’anticamera: premeva al buon servitore di non
isballottare più a lungo quella povera carne semiviva.

Ciò fatto, e lasciando il dottore al suo pietoso uffizio, come il signor
Zuliani alla sua desolazione, Giovanni prese in disparte uno dei
volenterosi aiutatori che si erano introdotti in casa. Era una sua
conoscenza, e se ne poteva fidare.

— Bortolo, — gli disse, — fa un’ottima cosa, anzi due. Va in Calle larga
San Marco, e cerca il dottor Teodoro Del Vago: o alla farmacia
Mantovani, o in casa sua, che è a due passi dalla farmacia. Poi passa al
_Cappello Nero_ e chiedi del signor Antonio Brizzi, segretario del banco
Zuliani. Se non c’è, ti diranno dov’è andato. E l’uno e l’altro vengano
al palazzo Orseolo. —

Una moneta da due lire, tolta generosamente dal peculio privato di
“Paron Nane,„ scivolava intanto nelle mani di quell’altro, che promise
di fare le due commissioni a puntino, e per intanto fu lesto a infilare
la scala.

“Paron Nane„ non aveva ancora finito di darsi attorno. Fatto un giro a
destra, come per andare a chiudere usci e finestre nelle stanze vicine,
entrò in quella della padrona. Non c’era nessuno, e la candela accesa
seguitava a consumarsi sul cassettone, sotto lo sventolìo della fiamma
al riscontro dell’aria. Egli spense prudentemente la bugia traditora, e
nel buio della stanza si affacciò al terrazzino. Sporse il capo infuori,
come dianzi aveva fatto il padrone. Non c’era nessuno, là sotto, tra il
muro del palazzo e i pali del Canale; la ressa delle barche era tutta al
traghetto, un cinquanta passi lontano; quella dei curiosi era divisa fra
la riva del traghetto e le strade a tergo del palazzo. Si vociava,
laggiù, e il rumor delle voci piacque a “Paron Nane„ che per suo gusto
lo avrebbe voluto anche più forte. Ed egli, allora, allargando le palme
poderose sul davanzale del terrazzino, fece in buon punto, e in tre
tempi, da vecchio soldato, quello che gli era passato per la mente di
fare.

Nella camera di Raimondo, frattanto, dopo aver liberata la povera
signora dalle sue vesti inzuppate, il medico faceva le sue esplorazioni.
La ferita del capo non pareva che dovesse essere gravissima; la
capigliatura abbondante aveva ammorzata la violenza del colpo; forse
anche era da credere che, cadendo col capo all’ingiù, la vetta del
cranio fosse scivolata per sua fortuna sulla testa tondeggiante d’un
palo. La giacente, per altro, non era rinvenuta ancora; poteva temersi
d’una commozione cerebrale, come anche d’una commozione viscerale; onde
il medico prudente non si arrischiava di dare un responso. Ma a poco a
poco, frizioni ed aspersioni recarono frutto; l’inferma incominciava a
riaversi, dandone segno con un rammarichio sommesso, e poscia con
gemiti. Sopraggiunse indi a poco il medico di casa, e si unì tosto colla
esperienza dell’arte sua alla operosità del primo venuto, approvando,
anzi, tutto ciò che aveva incominciato a fare il collega. E non adulava
per convenienza professionale, il dottore Del Vago; quel collega trovato
per caso era veramente dei buoni.

Eccellenti ambedue; ma il povero Raimondo era disperato, vedendoli
ambedue così pieni di ansietà e così reluttanti a dargli speranze, a
dirgli almeno ciò che pensavano. E fece un gesto di rabbiosa impazienza,
quando vennero a dirgli che un signore, capitato allora, chiedeva di
parlare con lui.

— Chi è! che cosa vuole?

— Uno della questura; — rispose il servo. — E pare, a giudicarlo
dall’aspetto, un pezzo grosso.

— Ditegli che non sono in istato di ricevere. Abbia compassione; ripassi
domani.

— Se mi permette.... — entrò a dire Giovanni. — Lo faccia passare. Sarà
venuto per sapere come è avvenuta la disgrazia. Gliela spiego io.

— Ma.... che cosa vorresti spiegare?... — disse Raimondo, turbato.

— Mi lasci fare, signor padrone; si fidi di me. — Raimondo lo lasciò
fare, e lo seguì in anticamera, dove riconobbe il visitatore. Pel
bisogno di prendere informazioni bastava un delegato; trattandosi della
famiglia Zuliani era venuto il signor questore in persona. Raimondo lo
accolse come meglio potè; ma non sapeva che dirgli, tanto era sconvolto.
Venne uno dei dottori, e sommariamente descrisse all’egregio ufficiale
lo stato dell’inferma; la quale era ritornata in sè, finalmente,
lasciando loro aprir l’animo ad un fil di speranza; filo leggero, per
altro, ancor troppo leggero.

Il signor questore si profuse in condoglianze, com’era il caso davvero.
Ma come era andato il fatto doloroso? La domanda era naturalissima; nè
egli, nè altri in quell’ora e in quella condizione poteva astenersi dal
farla.

Gli spiegò il buon servo Giovanni ogni cosa, conducendo il degno
personaggio, insieme col signor Raimondo, nella camera della signora, e
di là fino alla soglia del terrazzino.

— Badi, illustrissimo; — gli disse, trattenendolo a quel punto; — non si
affacci, per carità. Vede che cos’è stato? —

Il terrazzino reggeva ancora dal piede e dai fianchi; ma il parapetto
era andato.

— Vedo, vedo; — disse il signor questore, ritraendosi. — La povera
signora s’è appoggiata al davanzale; il parapetto ha ceduto....

— Proprio così, com’Ella saviamente osserva; — soggiunse quell’altro. —
La signora aveva l’uso ogni sera di affacciarsi di lì, guardando sul
Canale, mentre faceva prender aria alla camera. Maledette anticaglie!
L’ho sempre detto, io, che un giorno o l’altro questi parapetti
avrebbero fatto qualche brutto scherzo. Dio sa da quanto tempo le staffe
di ferro si erano corrose, e i pezzi di marmo stavano ritti per
miracolo. —

Il parapetto parlava chiaro: diceva nella sua medesima assenza come
fosse andata la cosa. E il signor questore, rinnovate le sue
condoglianze, si accomiatò dal signor Zuliani, esortandolo ad esser
forte, a sperare.

Prima di seguitare il dottore, che già si era mosso per ritornare presso
l’inferma, Raimondo andò verso il suo servitore che stava chiudendo le
imposte della finestra malaugurata.

— Che è ciò? — gli chiese, accennando il terrazzino. —

Giovanni diede anzitutto una guardata sospettosa intorno, poi ammiccò al
padrone, mostrandogli le sue braccia nerborute, e facendo l’atto di
scrollare davanti a sè qualche cosa.

— La gente non avrà da malignare; — disse egli poscia, a mo’ di
commento.

Il signor Zuliani capì, e gli strinse la mano. In tutt’altra occasione
gli avrebbe battuta la palma sulla spalla chiamandolo “Paron Nane„. Ma
non era quello il momento.

Capitò in quel mezzo il signor Brizzi, ed ebbe, insieme con le altre, la
notizia del parapetto caduto. Ci credette egli, che sapeva già tante
cose di quelle due tristi giornate? Sì e no; ma pensando da uomo accorto
che non fosse savio nè utile scandagliare il fondo delle cose.

Egli, prima di accorrere presso il suo principale, aveva avvertiti i
signori Cantelli, che gli erano più vicini, e che certamente,
trattandosi d’una sventura come quella, così grave per il signor
Zuliani, non dovevano essere lasciati in disparte.

Quando il signor Anselmo e Margherita giunsero al palazzo Orseolo, i due
dottori erano ancora presso l’inferma; sicuri oramai che la commozione
cerebrale si dovesse escludere; non altrettanto sicuri quanto alla
commozione viscerale. E l’uno e l’altro, ad ogni modo, avrebbero passata
la notte in casa Zuliani.

Raimondo vide i due ultimi visitatori, a lui tanto cari. Gittò le
braccia al collo del signor Anselmo e diede in un pianto dirotto.

— Coraggio! — gli disse Margherita, anche essa più morta che viva!

Coraggio! Il povero Zuliani non sapeva più che cosa fosse oramai.

— Ah! — mormorò egli, oppresso, sfinito dall’angoscia. — Il mio cuore è
spezzato. —



                                  XX.


                           Lontano, lontano!


No, non era spezzato; era colmo, rigurgitante di amore; di un amore
sepolto, compresso, che risorgeva più violento di prima. Ebbro di amore
e di dolore, Raimondo Zuliani stette per molti giorni sospeso tra morte
e vita, perchè tra morte e vita si dibatteva quella povera carne
sofferente. Quando ella incominciò a riaversi, a riprender conoscenza
del mondo circostante, vide Raimondo al suo capezzale. Stette cogli
occhi lungamente immoti, involgendolo d’uno sguardo intenso; poi
richiuse le palpebre mentre le guance si tingevano d’un lieve rossore.

— Perchè non lasciarmi morire? — diss’ella, con un filo di voce.

— No, no, non voglio che tu parli così; — proruppe Raimondo, con accento
di tenerezza, chinando il volto su lei, fino o toccarle con le labbra la
fronte. — È necessario che tu viva, m’intendi? è necessario. La mamma se
tu la vedessi, com’è rimasta abbattuta!... La mamma.... ti perdonerà. —

Raimondo non parlava di sè; egli aveva già perdonato fin dalla sera
fatale; o, per dire più veramente, un’altra esistenza era incominciata
in lui, come in lei, rinnovandoli entrambi. La signora Adriana, lontana
in quell’ora dal letto dell’inferma, aveva ben veduto il mutamento del
suo Raimondo: lo aveva veduto, e compativa e taceva. Un po’ debole
d’animo, il suo caro figliuolo! Così poteva giudicarlo altri, non lei. E
forse era tale; ma per contro era forte la passione riaccesa nel suo
cuore dall’ultimo addio e dall’atto disperato di Livia.

Di vincere la signora Adriana si prese cura la signorina Margherita, che
da più giorni incalzava Raimondo con sempre nuovi argomenti, vedendo
omai la probabilità di far breccia. E come trepidò egli, aspettando da
Margherita la risposta di sua madre! E come si sentì sollevato, quando
Margherita venne a dirgli che la signora Adriana intendeva tutto, e di
gran cuore avrebbe perdonato alla nuora!

— La mamma perdona? — gridò egli, raggiante di allegrezza. — A questo
patto soltanto io potevo accettare di vivere. —

Margherita abbracciò quell’uomo, che mai come allora si sarebbe potuto
chiamare il buon genio di lei, l’arbitro del suo destino, l’autore della
sua felicità.

— Ella rende la vita anche a me; — diceva ella al signor Zuliani; — e la
rende ad un poveretto, che non le sarebbe sopravvissuto davvero!

— Lo crede?

— Ne sono certissima. Glielo dimostri la mia gratitudine. —

Raimondo stette un istante pensoso.

— Mi resta un dubbio; — diss’egli. — E non lo esprimo già per chiedere a
Lei una parola che consoli il mio amor proprio. Non ne ho più, di
questo, nè d’altri sentimenti egualmente miseri e sciocchi. Ma penso che
avevamo giuocate le nostre vite, e che se fosse stato egli il perdente,
si sarebbe ucciso senza fallo.

— Sì, per l’intenzione non c’è dubbio; — rispose prontamente Margherita;
— ma nel fatto, egli non avrebbe potuto.

— Perchè?

— Perchè Lei, generoso, non glielo avrebbe permesso.

— Vero; — concesse Raimondo. — Ma si sarebbe egli arreso?

— Sicuramente; e per due ragioni. Guardi come son ricca, al suo
paragone! — replicò Margherita, ridendo. — La prima è questa, ch’egli si
sarebbe arreso.... per me. La seconda è quest’altra, che egli sentiva di
esserle schiavo e non avrebbe potuto ricusarsi alla sua volontà. Le
paiono convincenti? Credo di sì. Vuole assicurarsi che son sue, e non
mie? Lo mandi a chiamare; io tacerò ed Ella le udrà ripetere punto per
punto da lui.

— No, no, non occorre; debbo credere a Lei; — rispose Raimondo. — E
faccia ognuno la sua strada; — soggiunse, precorrendo colla difesa un
altro assalto, di cui sentiva già la minaccia in aria; — e gli dica,
quando lo vedrà.... che gli ho perdonato. —

Ma la vita di Raimondo Zuliani, rinnovata per l’amore, era finita per le
consuetudini antiche.

Risanata la sua Livia, il signor Zuliani rimase a Venezia un mese
ancora; il tempo necessario per fare con lei qualche apparizione agli
usati ritrovi, seccandosi alle condoglianze, seccandosi alle
congratulazioni, non vedendo l’ora di sottrarsi alle une ed alle altre.
Non meno di lui n’era seccata la signora; ma forse, per quelle medesime
ragioni di prudenza che avevano mosso Raimondo in tutto il corso di quel
dramma domestico, non poteva dispiacerle troppo di farsi vedere alla
gente, rifiorita di salute e di bellezza, lieta e sorridente, tra un
marito sempre devoto ed una suocera apertamente amorevole. Per quelle
stesse ragioni fece buon viso alla contessa Galier, troppo tenera amica,
che omai vedeva volentieri come il fumo negli occhi; e senza uno sforzo
così grande che per verità non era il caso, trattandosi di gentili
cavalieri, accolse per due o tre mercoledì alla fila i Lunardi, i
Gregoretti, i Ruggeri, i Telemachi, i maestri di musica, tutta la sua
piccola corte, a cui fece perfino la grazia di mostrarsi una sera a
teatro tutta sfavillante di gioia e di gioie, con quel suo diadema della
farfalla adamantina che sfuggiva alle fauci del serpe insidioso, tutto
smeraldi, crisòliti e rubini.

Pochi giorni dopo quella comparsa trionfale, la bella signora Zuliani
spariva. Moglie e marito partivano da Venezia, per fare un viaggetto a
Parigi, a Londra, e fors’anco altrove, se non si fossero seccati. Ma non
si erano seccati di certo, perchè il viaggetto durò mesi parecchi, e le
garrule Procuratie ebbero tempo a dimenticarsi dei due viaggiatori. I
quali posarono finalmente, ma per istabilirsi lontano, chi disse in
Isvizzera, chi sul lago di Como, chi in Liguria, chi perfino a Madera, e
naturalmente per consiglio dei medici; savio consiglio, giustificato
abbastanza da una complessione troppo delicata, e dalla scossa troppo
violenta di un caso disgraziato, che tutti dovevano ricordar per un
pezzo.

Caso disgraziato, davvero, e non effetto di un disperato proposito. Così
fu creduto da tutti, poichè con la sua stessa rovina parlava il
parapetto di un terrazzino sul Canal Grande. Una trovata veramente
felice era stata quella di “Paron Nane„. Ed era stata anche una buona
azione; perciò rimase ignorata. Se si fosse risaputa, di sicuro gli
archeologi l’avrebbero dichiarata cattiva. Che si canzona? Mandare in
pezzi quel gentil parapetto dai tre pilastrini istoriati, dai due rosoni
traforati con tanta maestria di scalpello elegante! Quel terrazzino era
un capolavoro di scultura quattrocentesca, innestato sopra
un’architettura di tre secoli più antica. Per verità, restavano ancora i
suoi gemelli delle altre finestre; e non sarebbero mancati, alla più
trista, i suoi somiglianti sulla facciata di un altro edifizio, che era
il palazzo Contarini Fasan, manifestamente adornato dall’ingegno di un
medesimo artefice. Ma non era quella una buona ragione per consolarsi
della rovina di quel prezioso cimelio. Casca oggi, casca domani, il
bello, il vero bello, che è solamente l’antico, se ne va a pezzettini, e
ci siam visti.

Un’altra rovina, mezza, se non intiera, fu quella del banco Zuliani,
che, per l’assenza prolungata del suo titolare, fu costretto a
restringere di molto la cerchia delle sue operazioni.

Era rimasto alle mani dell’ottimo signor Brizzi; finalmente prese nome
da lui, e vive ancora di vita modesta ma sicura, se non gloriosa, non
abbandonato del tutto dai capitali del signor Raimondo Zuliani, nè dalla
benevolenza del banco Cantelli.

Anche la signorina Margherita aveva lasciato presto Venezia, poichè il
governo, predestinato a non indovinarne mai una, non aveva esauditi i
fervidissimi voti della signora Eleonora, e la corvetta, armata di tutto
punto, era partita proprio sul finir di gennaio, portandosi via lo sposo
Federigo e il suo vistoso corredo per ogni clima e per ogni temperatura
del globo. Filippo Aldini aveva naturalmente seguiti i signori Cantelli
a Milano; un mese dopo. Margherita Cantelli diventava la contessa
Margherita Aldini.

È felice, ora, interamente felice col suo Filippo, e passa la maggior
parte dell’anno nella quiete desiderata di Parma. Babbo e mamma non
tralasciano occasioni per andare da lei e far visite lunghe; ed ella e
Filippo fanno spesso le loro corse a Milano, segnatamente d’inverno,
quando è più intensa la vita dei teatri, e le prime rappresentazioni
della Scala attraggono l’artistica curiosità della giovine e bella
contessa. Ma essa ai teatri non vuole andare senza Filippo; Filippo ha
da esserle sempre al fianco. Ne è forse gelosa? No, tanto è sicura di
lui; ma trova piacevole al sommo tenerselo vicino, averlo così _digne et
in æternum_ marito ed amante; e se la cosa fa scandalo, perchè fuori di
moda, a lei non importa. La moda, in questa materia delicata, se la fa
lei; non la impone a nessuno, e non si lascia imporre quella degli
altri. Ma ne è così lieto il suo Filippo! il suo Filippo, che è perfino
arrivato al punto di amar la musica teatrale, l’assordante, l’indigesta,
la noiosa, e quant’altre varietà se ne spacciano sul mercato dei suoni.

La contessa aspetta ora il fratello, che in tre anni di assenza dovrebbe
aver finito il suo giro del globo. Lo aspetta a Parma, naturalmente, e
nell’antico palazzo degli Aldini, che Filippo ha ricomprato e rinnovato.
Così potesse lei comprar Torrechiara, per farci una serie di restauri,
degni di Pier Maria De’ Bossi, e di Bianca Pellegrini d’Arluno! Ma già
più volte è andata lassù, oltre Langhirano, a visitare la ròcca,
intrattenendosi lungamente nella camera d’oro, davanti a quelle file di
cuori fiammanti accoppiati, cerchiati di tre corone d’oro per coppia, e
accostati dalle due chiare leggende latine dei due nobili amanti del
Quattrocento.

Ed anche più volte, risalendo il corso della Parma, la cara donna ha
visitato il bosco di Corniglio, tutto castagni secolari, che con le
lunghe braccia distese danno benedizione di ombra e di pace ad una
tacita casa d’antichi; poi quella conca di smeraldo che è la fresca
valletta dei Lagadelli, degno soggiorno a poeti, forse più degno a
filosofi; donde, per un sentiero sassoso tra i faggi lucenti, s’è
inerpicata alla dolce solitudine del Lago Santo, custodita da vigili
scolte di abeti; e più su, con breve e facile ascesa tra cespi di
baccole, fino alla vetta prominente dell’Orsaro.

— Bel nome, quello! Fiero quest’altro, e mi piace egualmente! —
diss’ella un giorno lassù. Da questa pace sublime luccica a noi qualche
cenno di umano consorzio; ma lontano, per buona sorte, lontano, lontano;
e qui le anime si ritemprano, e i cuori amano meglio. Ci hai pensato
mai, Lippo? Si è scesi un po’ tutti, a prima o dopo, dai monti, per
dirozzarci al piano, per educarci, e, se Dio vuole, per intendere il
bello. Ma poi, chi più intende il bello e il brutto, e soprattutto il
mediocre della vita di laggiù, si ritira passo passo, ritorna alle
origini, si rifugia sui monti.

— Hai ragione; e ci vive; — rispose Filippo. — Ma per viverci, e
sentirsi vivere, ci vuol Margherita.... l’intelligenza, la bontà, la
bellezza e la grazia. —


                                _Fine_.

                                  ————



                        OPERE di A. G. BARRILI.

    _Capitan Dodéro_ (1865). 12.ª ediz. L. 1  —
    _Santa Cecilia_ (1866). 10.ª ediz. L. 1  —
    _Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz. L. 2  —
    _I Rossi e i Neri_ (1870). 5.ª ediz. (2 vol.) L. 2  —
    _Le confessioni di Fra Gualberto_ (1873). 13.ª ediz. L. 1  —
    _Val d’olivi_ (1873). 18.ª edizione L. 1  —
    _Semiramide_, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz. L. 1  —
    _La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz. L. 4  —
    _Castel Gavone_ (1875). 10.ª ediz. L. 1  —
    _Come un sogno_ (1875). 23.ª ediz. L. 1  —
    _Cuor di ferro e cuor d’oro_ (1877). 18.ª ediz. (2 vol.) L. 2  —
    _Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz. L. 3 50
    _L’olmo e l’edera_ (1877). 18.ª ediz. L. 1  —
    _Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz. L. 3  —
    _La conquista d’Alessandro_ (1879). 2.ª ediz. L. 4  —
    _Il tesoro di Golconda_ (1879). 12.ª ediz. L. 1  —
    _Il merlo bianco_ (1879). 2.ª ediz. L. 3 50
    — Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. L. 5  —
    _La donna di picche_ (1880). 6.ª ediz. L. 1  —
    _L’undecimo comandamento_ (1881). 10.ª ediz. L. 1  —
    _Il ritratto del Diavolo_ (1882). 3.ª ediz. L. 3  —
    _Il biancospino_ (1882). 9.ª ediz. L. 1  —
    _L’anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz. L. 3 50
    _O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz. L. 3 50
    _Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz. L. 3 50
    _Dalla Rupe_ (1884). 3.ª ediz. L. 3 50
    _Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz. L. 3 50
    _Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz. L. 3 50
    _Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz. L. 3 50
    _Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz. L. 4  —
    — Edizione illustrata (1891) L. 5  —
    _Victor Hugo_, discorso (1885) L. 2 50
    _Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz. L. 4  —
    _La Montanara_ (1886). 7.ª ediz. L. 2  —
    — Edizione illustrata (1893) L. 5  —
    _Uomini e bestie_ (1886). 2.ª ediz. L. 3 50
    _Arrigo il Savio_ (1886). 2.ª ediz. L. 3 50
    _La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz. L. 4  —
    _Il giudizio di Dio_ (1887) L. 4  —
    _Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz. L. 3 50
    _La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz. L. 3 50
    _La Sirena_ (1889) 5.ª ediz. L. 1  —
    _Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz. L. 4  —
    _Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz. L. 4  —
    _Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz. L. 1  —
    _La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz. L. 3 50
    — Edizione illustrata (1893) L. 3 50
    _Le due Beatrici_ (1892). 5.ª ediz. L. 1  —
    _Terra Vergine_ (1892). 5.ª ediz. L. 1  —
    _I figli del cielo_ (1893) 5.ª ediz. L. 1  —
    _La Castellana_ (1894). 2.ª ediz. L. 3 50
    _Fior d’oro_ (1895). 4.ª ediz. L. 1  —
    _Il Prato Maledetto_ (1895) L. 3 50
    _Galatea_ (1896). 4.ª ediz. L. 1  —
    _Diamante nero_ (1897). 3.ª ediz. L. 1  —
    _Sorrisi di gioventù_ (1898). 2.ª ediz. L. 3  —
    _Raggio di Dio_ (1899). 2.ª ediz. L. 1  —
    _Il Ponte del Paradiso_ (1904) L. 3 50
    _Lutezia_ (1878). 2.ª ediz. L. 2  —
    _Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895) L. 4  —
    _Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888) L. 1 20



                 Prezzo del presente volume: Lire 3,50.

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                                  ————

   Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.



                         Nota del Trascrittore


Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (balia/balìa, bavero/bàvero, ròcche/rôcche e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati
corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

    23 — invecchiare con esse le famiglie [famimiglie]
    65 — dalla semenza di Adamo, e Preadamitici [Preadamatici]
    70 — Filippo si lasciava [ci lasciava] trascinare
    130 — sarebbe sempre nerissima agli [egli] occhi
    211 — sarebbe stato un sollievo [sollevo]
    257 — era molto [molte] felice in quell’ora
    266 — a lui sarebbe per [pur] troppe ragioni mancato
    305 — mancherebbe altro che [che che] ci andassi





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