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Title: Vecchie storie d'amore
Author: Albertazzi, Adolfo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Vecchie storie d'amore" ***

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Internet Archive.

                           ADOLFO ALBERTAZZI


                         VECCHIE STORIE D’AMORE



                                BOLOGNA
                        DITTA NICOLA ZANICHELLI
                    _(Cesare e Giacomo Zanichelli)_
                               MDCCCXCV.

                                  ————

                         Proprietà letteraria.


                    BOLOGNA, TIPI ZANICHELLI, 1895.

                                  ————



    _Le passioni umane non mutano: mutano i costumi e le attitudini
    dello spirito nelle passioni e le sembianze dei fatti umani. A
    questo intesi. Per questo divagai con fantasia indulgente in
    quella che mi parve verità di costumi e della vita senza timore
    di riuscire un novellista immorale._

    _E mando il libro a chi, se n’udrà lode non di volgo, penserà
    sorridendo: io volli che fosse scritto._

                                                               A. A.

    Mantova, 15 febbraio 1895.



                                 INDICE


    I.
      IL VALLETTO OSTINATO
      IL LEARDO
      LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D’AQUINO
    II.
      LA SALVAZIONE DI FRA’ GERUNZIO
      _DIO LO VUOLE!_
      DISPERAZIONE
    III.
      AGNESINA
      LA FANTASIMA
      UN’OPERA DI PIETÀ
      PASSIONE D’UN GENTILUOMO VENEZIANO
      LA DAMA FALLACE
      IL POLSO
    LE FONTI
      I.
      II.
      III.
    NOTA

                                  ————



                                   I.


    «Con donne si dee contare di cose d’allegrezza e di cortesia e
    d’amore....»



                          IL VALLETTO OSTINATO


Il castellano di Ripalta s’era allevato con amore un valletto di nome
Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,
attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Né di quel bene del sire
pe ’l valletto ingelosiva madonna Ginevra, poiché la giovinezza di lei
fioriva sterile ed il ragazzo, tenuto quasi in conto di figlio, le
risparmiava i rimbrotti del marito.

Madonna viveva lieta; e l’amore del marito, le cacce e il conversare
colle sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria
del castello non meno che le faccende casalinghe cui essa accudiva
umilmente, con fanciullesca mutabilità. Cosí, come rideva quando le
galline, che al solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano
dietro, si disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che
gettava loro, rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o
adombrato, o se nell’arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo
strappo il rattoppo: mentre cuciva presso la finestra dalla quale
scorgeva l’ampio paesaggio a basso e d’intorno, ella cantava e i
villani, giú nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della
sua bella voce.

Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi,
quantunque fosse anche temuta perché gli occhi del sire vedevano tutto
con gli occhi di lei e perché ogni capriccio di lei diventava la volontà
del sire: solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro, e quando
fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato e mesto;
ond’ella finiva con immergergli le dita tra i capelli folti, per ridere.
Ugo allora si divincolava e la guardava in un’occhiata.

Veramente molte cose erano permesse ad Ugo: poteva arrampicarsi su per
gli alberi dell’orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le piú strane
burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero che gli
minacciava un pugno; poteva spiare, dietro una porta, l’ancella che si
stava spogliando; ché, accusato alla padrona, la padrona rideva, e
accusato al padrone, il padrone taceva.

Ma quand’ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare costume,
e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinché nessuno, neppure
madonna Ginevra, lo considerasse ancora un ragazzo. E Ugo sentiva egli
stesso mutarsi; sentiva una smania di cose nuove, d’altri svaghi,
d’altri luoghi, d’altri pensieri, mentre la vita e la natura che
fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute e gli
suscitavano sensazioni nuove. E mentre la forza sensuale si sviluppava
in lui e per l’istintiva penetrazione della pubescenza egli imparava da
tutta la natura il segreto dell’amore umano, quel desiderio peranche
indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e tenerezza.
Amava, già amava, e non sapeva chi amasse e non sapeva d’amare.

Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e
sotto la sferza del sole il mondo dormiva un sonno mortale) Ugo a un
tratto udí cantare lontana e dall’alto, simile ad un’allodola, madonna
Ginevra; e a un tratto l’imagine incerta del suo desiderio e de’ suoi
sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna
Ginevra!

La sera nel porgere, avanti cena, l’acqua alle mani della padrona, al
valletto tremavano le mani; ed egli se n’accorse, ma non chinò lo
sguardo perché egli amava da uomo; senza paura, amava, e senza vergogna.

Quante consolazioni nell’avvenire la sua mente innamorata ebbe allora da
fantasticare! E secondando i ricordi delle storie, che gli avevano
raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro dame,
e invidiando a sé stesso i pochi anni che gli mancavano alla piena
giovinezza, s’imaginava vincitore di tornei in cui madonna l’assisteva
sorridendo, o difensore e salvatore di madonna Ginevra in un notturno
assalto di nemici.

Per altro, quell’ardore e il compiacimento di quell’ardore patirono
presto il freddo dell’ignara incuranza di madonna, la quale aveva due
grand’occhi solo per vedere, non per osservare; e poiché egli non
fallava piú, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva
neppur piú ragione d’immergergli le dita tra i capelli.

Sino a quando la dama avrebbe ignorate le sue pene?

Co ’l volgere dei mesi l’affetto di lui s’andò come condensando a modi
piú virili, di guisa che la sua fantasia ubbidendo ai richiami e cedendo
agli impeti dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della
gioventú, l’abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali
e le gioie della colpa: a poco a poco egli perdette la baldanza, il
coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne
scoprisse il segreto e l’intenzione. — Passarono dei mesi; passò un
anno. Ma quanto piú gli diminuiva la speranza, tanto piú cresceva in lui
la bramosia di essere presto soddisfatto.

Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua
bella fioritura. E come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva
negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! — Il
desiderio sensuale, non piú vago e dimesso ma deciso e tempestoso,
affaticava l’animo del valletto non piú riposato nei primi propositi; e
il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
insufficiente e un’attesa intollerabile. Già si sentiva morire d’amore;
avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione
pietosa e sconsolata.

Un mattino, montando il suo cavallo migliore e seguito da scudieri in
nuove vesti, il sire di Ripalta partí per un torneo. Quantunque era
quello il giorno aspettato dal valletto con penoso e lungo desiderio,
tuttavia appena il sire fu scomparso al basso del colle tra le macchie,
egli, nell’imminenza della sua felicità se l’assistesse la fortuna, o
del suo ultimo malanno se madonna non volesse ascoltarlo o mancasse a
lui il coraggio d’ottenere ascolto, provò un turbamento grande di paura.
Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò il bene che le voglio.
Ma come comincerò?»

E il sole cadeva ch’egli non aveva ancora trovato il modo acconcio per
incominciare. Ma quando, a sera, s’accorse che la padrona era entrata
nelle sue stanze, non piú dubitando salí, s’introdusse guardingo, spinse
francamente quella porta.

Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po’ discinta, sedeva su la
cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo e
componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: —
Vieni, vieni. Che vuoi? Ad Ugo, rinfrancato, venne súbito in mente la
dimanda che s’era proposto di far dopo e raccolto che ebbe il fiato
bastevole a non restare a mezzo: — Madonna — chiese —, se chierico o
cavaliere, borghese o valletto, non importa chi, amasse da gran tempo
una bella donna, damigella o dama, contessa o regina, non importa chi, e
non avesse cuore di dirglielo, sarebbe savio o stolto?

La dimanda piacque a madonna, lieta nonostante l’assenza del marito, e
per burlarsi del ragazzo gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un
valletto, purché fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi
ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n’avrebbe almeno
almeno compassione.

Ugo con tutta l’anima bevve le parole buone ed esclamò: — Madonna
Ginevra, ecco colui! Colui sono io! Quanto ho patito per voi! Aiutatemi,
madonna!

La dama non rise; non credé che il ragazzo volesse burlarsi egli di lei
perché gli scorse la passione in faccia, e indispettita d’essersi
lasciata cogliere e offesa dall’audacia del valletto, gli gridò: — Ah,
ma tu sei matto! Che vai cicalando con le tue fole? Che so io de’ tuoi
amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa t’ho risposto? Vattene,
vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!

Stordito, gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse; pure, nel
tumulto della mente, ebbe forza di cercare in un’idea la suprema
invocazione alla pietà della dama, l’affermazione estrema del suo amore
e una minaccia quasi di vendetta all’acerbità di lei, e disse: — Voi mi
sgridate cosí e la colpa è vostra, che m’avete ferito cosí. Perché non
mi uccidete? In fe’ di Dio, io non mangerò piú finché non mi avrete
accontentato; — e con un’angoscia che pareva lo strozzasse uscí di là.

Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che cosa gli è venuto in mente a
quel ragazzo?»; e, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripeté: «Che
cosa gli è venuto in mente?»; poi si distese sotto le lenzuola e, come
il marito era lontano, s’addormentò senz’altro pensiero, co ’l riso su
le labbra.

Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello,
per non piangere si dimenò a lungo per il letto e non riuscí a chiudere
occhio prima d’essersi convinto che la prova la quale si era imposta era
degna d’un cavaliere innamorato, se era prova che gli metteva in
pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica e quasi
pena a riandare il fatto della sera innanzi; capí d’aver commessa
un’imprudenza; credé fino d’aver commesso un grosso errore, fino
un’azione puerile; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che guisa
comparire al cospetto di madonna? E l’amore gli dié ragione; gli
rinfocolò la fantasia; gli fece parere eroica la deliberazione presa. Né
si levò da letto; e quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso
qua — e segnava lo stomaco —; non posso piú mangiare.

Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingola nulla —
risposero; né egli cedette ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
dí una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che
faceva voglia, e un’altra un ovo ancora caldo, ma egli chiudeva gli
occhi e rifiutava; e anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli
porse, dondolandolo per il gambo, un grappolo d’uva primiticcia con
acini neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina, tra altri
ancora rossi ed in agresto. Egli lo divorò un momento con gli occhi,
resistette e lo respinse.

Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non
cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre egli ordinava alcune cose
per la stanza, quasi fra sé, disse:

— Tornerà il sire; ma non staremo allegri.

— Perché? — chiese con simulata indifferenza la padrona.

Rispose l’altro: — Ugo morirà: non gli va giú un granello d’uva.

Madonna Ginevra arrossí; si levò, e si recò alla cameruccia del
valletto.

Stava il valletto con le pálpebre abbassate perché nel languore
dell’inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso
stanco e smorto smorto. Trasalí ai passi leggeri di madonna,
riconoscendola.

— Valletto Ugo, dormi? — ella chiese dolcemente. Egli disse: — Per Dio,
madonna, abbiate mercede di me!

A che essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai
mai grazia nella maniera che domandi. Questa è la tua ricompensa al bene
che ti vuole il sire? È questo l’amore che gli porti? Tornerà....

— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato piú che ardito.

E la dama: — Tornerà e s’arrabbierà, e ti romperà le ossa!

— Ma non mangerò — conchiuse Ugo.

La dama uscí co ’l proposito di dire ogni cosa al marito a pena fosse
giunto; se non che, mentre cuciva, cominciò a temere che egli la
rimproverasse d’avere tentata per capriccio e accarezzata in qualche
modo la folle passione del valletto: e a nascondergli la verità non la
rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e
con premure? Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi, quand’ecco s’udí il
corno in lontananza e uno scudiero venne ad annunziare che il castellano
arrivava in compagnia di piú ospiti.

«Chi sa — rifletté madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi
la vergogna? Indurrò il sire a impaurirlo.» E quando nel tinello, dove
su la tavola, imbandita co ’l piú ricco vasellame, fumavano le vivande,
il sire chiamò Ugo, la moglie disse a lui: — È a letto da tre giorni, e
non vuole piú toccar cibo. Provatevi voi a rimettergli il giudizio.

Il marito volle andare a vederlo, ed essa lo seguí.

— Che hai? — domandò il sire entrando.

Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco; e non mi va giú
niente.

— Non è vero! — ribatté súbito la dama. — Non è vero! Per il male che ha
potrebbe mangiare. — Poi rivolta ad Ugo disse: — Ora io dirò al sire
perché digiuni da tre giorni. Mangerai?

— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose quegli che raccoglieva
gli spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque
quella risposta cosí franca e cui dava sospetto l’aria misteriosa della
moglie, già incolpava la moglie d’alcun torto verso Ugo. Ma Ginevra
aggiunse:

— Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia camera mentre mi
spogliavo... —; onde il sire capí come il torto era proprio del ragazzo
e — Perché? — le domandò impaziente. E la dama in vece tornò a chiedere
al valletto: — Mangerai?

Il valletto, che era risoluto di morire, negò co ’l capo, sospirando. —
Io mi spogliavo — proseguí la dama — e lui venne da me, tutto strano, a
domandarmi Imaginate!

— Insomma! — fece il sire.

— Mangerai? — ripeté la dama per l’ultima volta; e per l’ultima volta —
No! — ripeté forte Ugo che teneva fissi gli occhi negli occhi di
madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento, riprendeva:
— Mi richiese...; — ma il marito senza piú badarle, come nella reticenza
comprendesse quanto imaginava, con collera scosse il braccio del
valletto e gli gridò bieco: — Che cosa le chiedesti?

Ugo tacque. Da’ suoi occhi traspariva una volontà virile che l’amore
rendeva ineluttabile: disperato amore, piú forte della morte; e madonna
Ginevra ammirando tale fermezza minacciosa insieme e supplichevole e
temendo a un punto stesso per sé e pe ’l valletto l’ira del marito che
minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà,
dall’ammirazione e forse dall’amore (quel ragazzo era un bel giovane)
concepí un’idea provvida e sagace.

— Mi chiese — rispose ella — il vostro falcone pellegrino, che non
dareste né a conte, né a principe, né ad amico; e, per averlo, s’è
impuntato a digiunare.

Alle parole della donna il credulo marito contenne l’ira; anzi rise e
disse: — Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia.
Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Ed uscí.

Ma la donna prima d’andarsene si fece piú presso ad Ugo, che la speranza
aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:

— Già che il sire ti vuol contento, anch’io ti vorrò contento. — E
meglio che con le parole promise sorridendo con uno sguardo lungo e
tenero come una carezza.

Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.



                               IL LEARDO


                                   I.


Nella notte, tra ’l gracidare delle rane e lo stridere dei grilli, gli
amanti, che la fossa divideva, mescevano brame molte e piú promesse in
lieve suono di parole, come di sospiri.

Essa stava a una finestra del castello; egli di qua dalla fossa, al
margine ultimo. Cosí ogni notte, perché ser Lapo, l’avaro signore del
Farneto, non consentiva l’amore della figlia con quel povero cavaliere
che era Raimondo di Santelmo; e all’albeggiare Raimondo inforcava il suo
fido e bel leardo, e Giovanna lo accompagnava con gli occhi intenti
finché egli spariva per il bosco.

La boscaglia in quell’ora si svegliava e l’indefinita letizia della vita
universale al far del giorno invadeva l’animo del cavaliere co ’l canto
degli uccelli, l’odore delle erbe e degli alberi, la frescura dell’aria:
sussurravano le foglie, stormivano le rame, cinguettavano le passere,
chioccolavano i merli, strillavano le gazze: murmuri, palpiti, fremiti;
voci e canti ed inni: un inno concorde e solenne di gioia e di grazie
della natura universa al sole ed all’amore.

Il cavaliere non affrettava il cavallo. E le sembianze dell’amata, mal
certe al suo sguardo durante il colloquio, allora gli s’avvivavano
nell’imaginativa sí che rivedeva piú bella la donna; le parole di lei
risonavano al suo orecchio piú dolci e piú distinte e, come voleva la
letizia dell’ora, egli, che di lei non aveva per anche tócca una mano,
ne sognava l’intero possesso con ingannevole gaudio. — Oh le morbide
guance di rosa e le carni gigliate e fresche!

Ma la notte, traversando la boscaglia alla volta di Farneto, un’ambascia
grave gli pesava su l’animo, e quanto piú disperava di un lieto fine al
suo amore tanto piú ardeva dal desiderio di rivedere almeno e di riudire
Giovanna cosí, di furto, la notte. E mentre cercava tra le fronde spesse
la vista delle stelle, scorgeva delle ombre nere che passavano tra i
rami dei cerri e delle querce: delle streghe, che l’accompagnavano con
mala intenzione, male augurando, sommessamente, al suo povero amore;
sommessamente.

Egli rideva forte, e gli avessero pure additato, le streghe, la
chiocciola d’oro dai pulcini tutti d’oro, la quale, al dire della gente,
si trovava dentro il bosco, ch’egli avrebbe ben saputo rapirgliela, al
demonio!

Poi con desiderio intenso e disperato di Giovanna affrettava il leardo
per un sentiero che era segnato dalle sole orme del leardo e che lo
guidava al suo amore piú presto e di nascosto.


                                  II.


Giovanna del Farneto tanto desiderava per marito Raimondo di Santelmo
quanto questi desiderava lei per moglie; e se Raimondo si doleva della
sua sorte e minacciava di penetrare nel castello, essa, per gran paura
che le fosse ucciso (giorno e notte vigilavano le guardie a custodia del
ponte: fonda e larga era la fossa, alta la cinta e ferrate le finestre)
gli si prometteva ancora e gli si raccomandava di fidare in lei. Poi una
notte lo consigliò cosí:

— Mio padre non vuol maritarmi a voi perché non siete ricco; vorrebbe se
quel vostro zio di Monveglio vi donasse delle sue terre: andate dunque
dallo zio a pregarlo che finga donarvi delle sue terre, e noi, sposati
che saremo, gliele renderemo secondo patto giurato e stipulato. —
Piacque il consiglio al cavaliere, il quale, il dí appresso, cavalcò
alla volta di Monveglio.

Vi giunse che era tardi, e trovò lo zio molto lieto, come uno che ha
cenato bene e cenando ha bevuto vino buono, di quello che rischiara la
mente, ravviva lo spirito e intenerisce il core.

— Che volete, mio bel nipote? — domandò. E intesa la richiesta, rispose
súbito: — Sí sí, faremo questo patto; e parlerò io a ser Lapo del
Farneto, che m’è vecchio amico. — Poi strizzando gli occhi: — Ma di’ —
chiese —, è molto bella la figliola di ser Lapo?

Raimondo rispose: — Innamorai di lei per udita, e quando la vidi non me
ne pentii. Voi la vedrete.


                                  III.


Mentre ser Lapo del Farneto numerava delle monete lucenti, che
sembravano esser state battute allora allora, e accarezzandole cogli
occhi le ammucchiava su la tavola, uno scudiero avvertí la scolta che il
signore di Monveglio veniva a trovare il castellano. All’annuncio messer
Lapo si alzò puntando le mani sui bracciali del seggiolone, e con quanta
fretta gli era consentita dalle deboli forze e dai malanni che gli
intorpidivano le membra ripose il tesoro nella cassapanca e diede
l’ordine: — Ben venga il vecchio amico!

I due, in rivedersi dopo tanti anni, dissimularono entrambi la sorpresa
di un sentimento maligno: d’invidia il signore di Farneto perché egli,
scarno, smorto e male in gambe, scorse rubesto, rubizzo e grasso quello
di Monveglio; di gioia questi per confronto del suo stato con quello
dell’amico. Ma Lapo chiamò la figliola, bramoso che l’altro gli
invidiasse almeno un bene ch’egli non aveva; e il signore di Monveglio,
vedendo la bella giovane, con gli occhi gaudenti ne scoprí le carni
gigliate e fresche; sentí di essa una súbita concupiscenza; dimenticò il
nipote e quindi lo ricordò, ma per tradirlo.

— Voi avete una fortuna, che non ho io — disse a ser Lapo quando
Giovanna fu uscita. — Che mi valgono i quattrini a me? — Indi chiese: —
La maritate?

Arcigno in viso, con tonò aspro, ser Lapo rispose: — Essa è bella, savia
e d’alto lignaggio: a chi volete che la dia? — E si dolse del tempo
presente, quando non era piú cavaliere degno di sua figlia. — Ma io —
aggiunse l’avaro —, non voglio dotarla prima di morire.

Allora parlò il signore di Monveglio, e parlò in guisa che l’altro lo
comprese disposto a prendere una moglie senza dote. — Ma non sono piú
giovane — lamentava il signore di Monveglio.

— Mia figlia è savia — ribatté ser Lapo. E fu conchiuso il parentado.

Durante la cena i vecchi amici discorsero della loro giovinezza, ilare e
rubicondo l’uno, l’altro sempre scuro e sempre astioso. Neppure a
ripensare la letizia della sua giovinezza ser Lapo poteva ridere, quasi
una colpa o sciagura della virilità amareggiandogli la vecchiaia piena
d’acciacchi lo rimordesse fino d’essere stato giovane. Pure dimandava
anch’egli — Vi ricordate? —, e narrava bei fatti anch’egli: i due vecchi
narravano fatti di liberalità e di cortesia e biasimavano il tempo
presente. Ma di quei due uno era traditore e l’avaro, l’altro, era di
tale coscienza che non rideva mai.

Questi, dopo la cena, chiamò la figliola e — Sei sposa — le disse; e
accennando all’amico: — Messere è il tuo sposo —; e quegli stringendo la
mano della giovane timida e confusa non sentí quant’era fredda.


                                  IV.


Corse la fama che la bella Giovanna del Farneto andava in moglie al
vecchio sire di Monveglio; e la gente compiangendo la donzella ne
ignorava tutta la sventura, ignorava che il suo dolore era quale il
segreto dolore di Raimondo di Santelmo.

Le nozze s’annunciavano magnifiche. A un’abbazia a mezza strada tra
Monveglio ed il Farneto, alla quale d’ogni parte dovevano convenire i
parentadi degli sposi, si sarebbe celebrato il matrimonio una mattina
presto; e messer Lapo, che non poteva girare e cavalcare, avrebbe attesi
gli sposi nel castello al convito delle nozze.

Magnifiche le nozze; ma neppure la solenne circostanza fece liberale
messer Lapo, e per non spendere nei cavalli che recassero le parenti e i
servi di scorta alla figliuola, egli mandò attorno qua e là a domandarne
in prestito. Di che avuta notizia Raimondo di Santelmo desiderò che il
suo buon leardo, già ignaro testimone del suo amore lungo e sfortunato,
fosse testimone a Giovanna anche del dolore e della fede sua
richiamandole il ricordo di lui per ogni passo del cammino doloroso; e
inviò un valletto a chiedere di grazia a messer Lapo che disponesse a
palafreno della sposa il suo cavallo. — È quieto — disse il valletto — e
la porterà soavemente.

Messer Lapo acconsentí. E la mattina delle nozze, quando avanti giorno
le fantesche vestivano la povera Giovanna e gli scudieri allestivano gli
altri cavalli per la compagnia, e in tutto il castello era un
affaccendarsi rumoroso e gaio, il leardo fu condotto da Santelmo. Al
lume dei torchi, per la finestra della sua stanza, messer Lapo vide
partire la compagnia, e guardò a lungo la figliola, la quale gli parve
bella e bene adorna; ma non porse attenzione a come fosse bello e bene
adorno anche il leardo che la portava ambiante, dolcemente.

La cavalcata procedeva triste. I primi raggi del sole si spegnevano in
una nuvolaglia biancastra e nell’aria plumbea non si moveva una foglia
di tutto quel bosco entro cui la strada penetrava perdendosi nel fondo
fitto; non un uccello cantava allegro; e la sposa sentiva cosí enorme il
peso della sua sventura che non aveva forza di piangere e le mancava il
respiro. La cavalcata procedeva triste. Nel cielo, sopra, la nuvolaglia
si addensava a poco a poco e dinanzi l’aria si rabbuiava sempre piú,
quasi annottasse: però alcuno della scorta, interrogato il tempo,
proponeva di tornare indietro.

— Siamo a mezzo viaggio: avanti! — dissero gli altri. E la sposa,
smarrita nel suo dolore enorme la considerazione delle cose, non vedeva
e non udiva; non udiva che ripercuotersi nel cuore il passo uguale del
leardo: Raimondo! Raimondo! Raimondo!

Già un rombo sordo passava per le nuvole imminenti: cavalieri e dame
incitarono destrieri e palafreni e con paura tentavano di ridere. —
Povera sposa! L’acquazzone la coglieva per la strada! — Infatti
l’intemperie cominciò a risolversi in gocce grosse e rade e poi in
un’acqua dirotta, crosciante, fragorosa. Nel fondo livido i lampi
guizzavano e s’inseguivano tra gli alberi che al bagliore parevano
mostri sbigottiti, e il tuono, dentro quel cielo e dentro quel bosco era
il rotolare d’un traino infernale.

Finalmente con strepito di schianto repentino un fulmine stridette e
scoppiò da presso ed il leardo spaventato prese la corsa d’una furia:
corse cosí, non piú veduto, un lungo tratto della strada; poi, non piú
veduto, balzò dalla strada oltre un rio e dietro un sentieruolo
obbliquo; e la sposa, avvinghiata alla criniera, cieca di terrore
sembrava tendesse lo sguardo ad un abisso nel quale s’aspettasse di
precipitare.

Quanto camminò il leardo traverso la boscaglia? D’improvviso Giovanna
riacquistando la vista delle cose si scorse fuori del bosco, sotto il
cielo terso e luminoso e davanti a un piccolo castello bianco e solatio.
Il leardo nitrí. Dal castello uno scudiero guardò e riconobbe il leardo;
guardò il sire del luogo, Raimondo di Santelmo, e riconobbe Giovanna; e
poiché fu abbassato il ponte lestamente, Giovanna cadde dal cavallo
nelle braccia di Raimondo.

Ma lo scudiero aveva a pena dato da mangiare al cavallo madido di
pioggia e di sudore che il sire venne nella stalla e comandò: — Salta in
groppa e corri dal proposto di Sestale: che per nessuna cosa al mondo
manchi di essere qua prima di notte.

Né era ancora notte quando, mentre le genti del Farneto e di Monveglio
ricercavano tuttavia pe ’l bosco la donzella, il signore del Farneto e
il signore di Monveglio appresero che madonna Giovanna, in cospetto di
Dio e del prete di Sestale, era divenuta moglie a Raimondo di Santelmo.

«Mi sta bene» disse quel di Monveglio; ma l’altro bestemmiò Iddio e la
sorte e la figliola. E piú tardi, imparando il fatto del leardo,
«Maledetto quel cavallo! — gridò con rabbia —. Per lui ho rinnegata la
figliola e lascierò al diavolo la mia roba.»

Ser Lapo, la notte, nei sogni torbidi osservava un cavallo furioso con
sópravi la figlia traverso il bosco, e la visione e l’impressione dei
sogni perdurandogli nella mente turbata e affievolita, egli ripeteva
spesso anche di giorno: — Ah quel cavallo! quel cavallo!


                                   V.


Un giorno d’autunno, in tanto che madonna Giovanna e una fantesca
distendevano il bucato al sole, arrivò di corsa a Santelmo uno scudiero
del Farneto. — Madonna — disse —, messer Lapo sta male e vuol vedervi. —
Ciò udito madonna Giovanna affollò lo scudiero d’inchieste e Raimondo
fece sellare il leardo.

Presero per via piú breve il sentiero occulto che l’amore di Raimondo
aveva tracciato dentro il bosco. E andando, con l’anima in pena, la
donna si raffigurava il padre morente nella camera ove egli era rimasto
lieto un mattino ad attenderla sposa e poi in un tormentoso abbandono
era rimasto dei mesi ad aspettare la morte; lo rivedeva quale l’aveva
veduto un giorno fanciulla portare di peso dai servi entro la stessa
camera, il volto contraffatto e gli occhi gonfi e sanguigni, brutto,
pauroso; e a secondare cosí con la fantasia commossa il ricordo lontano,
sentiva quasi un conforto risalendo piú addietro nelle memorie della
puerizia, quando per virtú della sua gaja innocenza quetava le ire del
padre, ne raddolciva le asprezze e ne dissipava forse i truci disegni:
su ’l castello gravavano leggende di misteri foschi. Essa, con la
visione precisa dalle cose infantili, ricorreva ora per le camere ampie
fredde e sonore; nella corte chiusa da muraglie umide; nell’orto
incolto; sotto il porticato conventuale; attorno la cinta tutta
screpolata e macchiata di licheni e di muschi, e chiamava il padre con
strilli di terrore e di gioia; ed egli con un pallido sorriso
l’accoglieva nelle sue braccia.

Ma ora egli moriva e forse era già morto senza averla riveduta, dopo
averla invocata e attesa invano: forse era già morto! Ella guardò il
marito che le veniva appresso pensoso e silenzioso.

Sotto i piedi del leardo crepitavano le foglie secche. Nel bosco era una
tristezza lugubre.

                                  ————

Giunti che furono al castello madonna Giovanna corse dove ser Lapo,
adagiato sopra un seggiolone e sorretto da guanciali, traeva a stento il
respiro presso un’ampia finestra. Il suo aspetto non era piú quello di
un tempo e non era quello che la figliola s’era raffigurato: nel viso
esangue traspariva la sofferenza di un micidiale dolore per gran tempo
raccolto e protratto, ma l’anima, che aveva conteso il corpo alla morte
e per brev’ora aveva vinto, quasi purificata dalla contesa e dalla
vittoria gli effondeva nel viso esangue una luce nuova di bontà e di
pietà. Gli occhi non piú irosi e torvi guardarono con dolcezza placida,
a lungo; poi dalle labbra raggricciate e livide uscirono finalmente
parole miti e generose. E messer Lapo, che aveva perdonato a’ suoi
figli, volle vedere Raimondo, e riconoscendolo disse: — Muoio.

Seguí un silenzio d’alcuni minuti, eterno, e rotto soltanto dai
singhiozzi della figliola e dal gorgoglioso respiro del padre. Poi
questi, quasi vaneggiasse o afferrasse in una riflessione estrema
un’estrema ricordanza, balbettò ancora: — Quel cavallo.... quello....

O era l’ultima volontà di ser Lapo? Ordinando di condurre nella corte,
sotto la finestra, il leardo, madonna Giovanna indovinava essa l’ultima
volontà di ser Lapo? — Poco dopo il leardo raspava giú nella corte, e la
figlia china su ’l padre — È là — disse tendendo la mano verso il
cavallo.

Il vecchio alzò le pálpebre ed abbassò uno sguardo dalla finestra; lo
vide e parve che sorridesse: ma le pálpebre non ricaddero sopra le
pupille spente.

— Padre! — gridò la donna.

Il sire di Farneto, morto, pareva che sorridesse.



                 LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D’AQUINO


La corte di Carlo primo d’Angiò, dopo la strage di Tagliacozzo e poscia
che da un colpo di scure fu troncata l’adolescente baldanza di Corradino
di Svevia, fioriva di nobili donne e baroni e cavalieri e splendeva in
magnificenza di conviti, danze, tornei e feste mai piú vedute.

Ad una di tali feste messer Bertramo d’Aquino, che tra i cavalieri del
re aveva lode di singolare valore e cortesia, conobbe la moglie di
messer Corrado, suo amico di molti anni, la quale era bellissima donna e
si chiamava Fiola Torrella; e cominciando egli súbito a vagheggiarla, in
breve se ne innamorò di guisa che non poteva pensare ad altro. E giacché
madonna Fiola, non per freddezza di natura o per amor del marito o per
sincerità di virtú, ma per diffidenza degli uomini e timore di scandalo
e troppa stima di sé medesima, gli si mostrava aspra e fiera, messer
Bertramo si perdeva ogni dí piú nel desiderio di lei e per lei
giostrava, faceva grandezze, vinceva ogni altro cavaliere in gentilezza
e liberalità.

Tutto invano: madonna era sorda alle sue ambasciate; gli rinviava
lettere e doni; non gli rivolgeva pure uno sguardo. Ond’egli, che oramai
non sperava piú nulla, nulla piú le chiedeva; e non sentendo alcun bene
se non in vederla, triste e sconsolato, ma sempre con destrieri nuovi e
mirabili, passava tutti i giorni sotto alle finestre di lei e ogni volta
poteva vederla la salutava umilmente: essa moveva altrove i begli occhi.

Un amico, il quale vantava grande esperienza in conoscer le donne,
confortava Bertramo: — O madonna ha un altro amante, ciò che non sembra
da credere, o finirà con innamorarsi di voi —. E Bertramo per mezzi
sottili ebbe certezza che Fiola non aveva altro amante; ma ella non
cedeva, anzi diveniva piú rigida; sí che quell’amico esperto assai delle
donne avrebbe dovuto ricredersi se la fortuna, impietosita delle
angoscie del cavaliere, non avesse trovata una strana via per aiutarlo.

Certo giorno messer Corrado condusse la moglie e una gaia compagnia di
cavalieri e di dame alla caccia del falcone in una villa che aveva poco
lungi da Napoli; e poi che con loro fu stato in piú parti senza molta
fortuna, giunto a una valletta, la quale pareva fatta dalla natura per
cacciarvi, disse tutto allegro: — Ora vedrete se il mio sparviero sa
spennacchiare! — Presto i cani si misero in traccia delle starne e
levandone un bracco un fitto drappello, egli fe’ il getto e gridò: —
Guardate! — Lo sparviero, che era ben destro, scese di furia sulle
starne frullanti e le disperse; una ghermí e stracciò e inseguí le
altre, come un soldato valoroso che piombi sopra una schiera di nemici e
abbattutone uno fughi e persegua i rimanenti.

— Come Bertramo d’Aquino, mio capitano, a Tagliacozzo — disse messer
Corrado; e per dar ragione del confronto tra il suo caro sparviero e
l’amico assai caro, narrò di questo le belle prodezze quando l’avea
veduto irrompere impetuoso nel furor della mischia.

— Certo — aggiungeva — non è alla corte e fuori chi uguagli Bertramo in
piacevolezza di parlare, grazia di modi e generosità e magnificenza
d’animo; e anche il re gli vuole gran bene. — E di Bertramo proseguiva a
narrare piú geste e vicende.

Madonna Fiola ascoltava attenta il marito e le lodi al cavaliere, che
aveva posto ardentissimo amore in lei, le pungevano l’animo di
compiacenza, quasi lodi fatte alla sua bellezza, se la sua bellezza
aveva potuto accendere senza misura uomo cosí perfetto; e come le
lusinghe della vanità nelle donne possono tutto, anche piegare a sensi
miti le piú proterve, ella rivolgeva nel pensiero quante pene aveva
sostenute Bertramo; quanto acerba noncuranza gli aveva dimostrata, e le
pareva d’aver fatto male.

Potenza d’Amore! Essa già sentiva che meglio che una durezza superba e
una fredda virtú soddisfaceva il suo orgoglio l’innalzare a sé il piú
ammirato dei cavalieri, senza piú timore alcuno d’abbassarsi a lui; e
nella esuberante sua giovinezza già serpeva un desiderio vago di
consolazioni nuove e di nuove gioie suscitate e acuite, per lo spirito e
per i sensi, dalla forza della passione e dalla fatalità della colpa.
Perché era fatale che amasse Bertramo d’Aquino, se fino a quel giorno
inutilmente aveva voluto resistergli. Tutto quel giorno pensò a lui; né
sí tosto fu di ritorno a Napoli che si pose al balcone bramosa che egli,
come soleva, passasse di là a riguardarla; e con suo conforto lo vide
giungere all’ora usata. Ratteneva il bizzarro puledro e per quetarlo gli
palpava il collo scorso da un tremito: salutò la dama, la quale smorta e
palpitante risalutò e parve sorridere, e a lui s’allargò il cuore e
chiarí la faccia in súbita allegrezza.

Cosí Bertramo fu pronto a scrivere una lettera a madonna Fiola
scongiurandola di commuoversi a misericordia e di procurargli agio a
parlarle; e n’ebbe risposta: a lei era grato l’amore di lui, ma per
l’onor suo e del marito ella non poteva promettere e concedere cosa che
le chiedesse. Riscrisse egli assicurandola che voleva solo parlarle e
che in ciò solo poneva la salvezza della sua misera vita; ed ebbe
risposta: venisse, ma a parlare soltanto, una prossima sera (e Fiola
diceva quale) in cui Corrado, di ritorno da una caccia lontana e
faticosa, sarebbe andato a dormire per tempo.

                                  ————

Ecco finalmente la sera del convegno; limpida sera estiva. Bertramo
s’era dilungato assai fuori della città quasi ad affrettare, ad
incontrare l’ora invocata e troppo lenta a discendere; e quando le ombre
confusero le cose e le stelle si specchiarono nel mare pensò: — Di già
Fiola m’aspetta —; ma non tornò a dietro, ma sentí vivo il piacere
d’essere atteso, egli che dell’attesa aveva patita tutta la pena. Pure
il maligno compiacimento fu breve e se ne dolse; rivolse il cavallo e
gl’infisse gli sproni nei fianchi: via, di aperto galoppo e di piena
gioia, come all’assalto!

Intanto Fiola, visto che ebbe il marito addormentato nel profondo sonno
della stanchezza, consegnò due lenzuoli di tela finissima alla piú fida
delle sue donne, che andasse a distenderli su ’l molle letticciòlo
composto entro una casupola in fondo al giardino per riposarvi nel tempo
piú caldo; ed essa corse a socchiudere la porta dalla quale doveva
entrare l’amante. Ascoltò: nessuno. Allora dalle aiuole e dalle macchie
si die’ a raccogliere le piú belle rose e strappandone i gambi riponeva
le corolle e i petali freschi in un cestello che recava al braccio:
anche vi metteva fragranti vainiglie e gelsomini, e quando il cestello
fu colmo lo porse alla fante e le disse: — Spargi questi fiori su le
lenzuola e acconcia ogni cosa; e poco dopo che messere sarà venuto,
fanne cenno d’entrare. — E stette ad attendere.

Ma alla mente di lei, che con la fantasia si spingeva da un pezzo a
pregustare le voluttà del suo dolce amore, balenò a un tratto il dubbio
non stesse per cadere nella vendetta di messer Bertramo, il quale troppo
duramente e troppo lungamente aveva fatto soffrire; non dovesse, se
messer Bertramo mancasse per inganno al convegno, esser fatta gioco di
lui. E se egli non aveva l’animo che suo marito le avea dipinto, non
poteva ella, con acerbo dolore e vergogna, divenire la favola non solo
di lui, ma de’ suoi amici e di tutta la città, ella, la virtuosa donna
di messer Corrado? Onde si vedeva accomunata dalla colpa e dallo scherno
a quante dianzi spregiava, e si doleva d’esser caduta dalla sua casta
fierezza e malediceva al mal concepito affetto.

Ma ascoltò: — Eccolo! —; e rapida e lieta fu incontro al cavaliere che
entrava e gli aperse le braccia sorridendo e sospirando: — Ben venuta
l’anima mia, per cui sono stata tanto in affanno!

Messer Bertramo la strinse forte: — Mercé dunque del suo grande amore;
pietà, o madonna Fiola, dei suoi lunghi travagli! — Le parole di lui
erano ardenti non meno che gli sguardi di lei; e a lui pareva che ella
avesse una luce intorno il capo biondo, e a lei sembrava ch’egli fosse
ebbro d’amore.

Sedettero sotto un arancio fiorito scambiando piú baci che motti, e come
Fiola pensava — Or ora la fante ci dà il segno d’entrare —, messer
Bertramo, il quale nelle avide strette la sentiva tutta desiosa e del
suo bel corpo indovinava i segreti mal difesi dalla veste sottile, poco
piú tempo attendeva a godere del piacere ultimo e sommo. Ma
meravigliandolo assai una tale accondiscendenza in Fiola, egli volle
conoscere prima da lei perché fosse stata tanto rigida seco e qual
cagione l’avesse indotta da poco a dargli un conforto sí grande.

Ella rispose: — Io non v’amava; ma mio marito, un giorno che eravamo
alla caccia insieme con molti cavalieri e gentildonne, osservando un
nostro bravo falcone precipitare addosso a una brigata di starne e
scompigliarle tutte, si sovvenne di voi e disse che come il falcone alle
starne aveva visto far voi ai nemici nella battaglia. E ricordò le prove
del vostro valore e di voi asseriva che nessuno poté mai superarvi in
cortesia e liberalità. Allora io ammirando l’animo vostro mi pentii
subitamente d’avervi fuggito quasi mala cosa, e ora vi dono co ’l mio
cuore tutta me stessa.

Udite le parole della donna, messer Bertramo stette alquanto silenzioso
e raccolto in sé medesimo per improvvisa concitazione di pensieri e
d’affetti diversi; poi, con uno sforzo che parve e fu supremo, perché
egli rifiutava il bene non di quella sera, ma della sua giovinezza, ma
della sua vita, si levò in piedi e disse:

— Non sarà mai ch’io offenda vostro marito se egli mi ama cosí e se ha
tanta fede in me! E tolte di seno alcune bellissime gioie, le porse alla
donna pregandola di serbarle per sua memoria, e aggiunse: — Per memoria
di voi, voi datemi ora un ultimo bacio.

Madonna Fiola Torrella turbata molto, chi sa se per nuova ammirazione
dell’animo nobilissimo del gentiluomo o piú tosto per vivo rammarico del
perduto piacere, lo baciò sulla bocca, e messer Bertramo, senza piú
toccarla, le disse addio e partí.



                                  II.


    «Sempre alla lussuria séguita dolore e penitenza....»



                     LA SALVAZIONE DI FRA’ GERUNZIO


Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso,
lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né
poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con
preci sue, angoscioso e lamentevole.

— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca
l’anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della
vedova, non risusciti a te l’anima mia? Perché dai miei occhi non
sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e
dell’adultera e io perdo, senza che tu m’aiuti, l’anima mia? Non mi
abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch’io oda la tua voce, la stessa mia
voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell’anima le
mie colpe come tu su la fronte le spine de’ Farisei! —

Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera
di colombi levò il volo e delineò nell’alto il giro della città; ma alla
veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo
azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento,
muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.

Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina
nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido!
Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d’una dea: era piena di
grazia e rideva, tutta nuda.

                                  ————

Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe
tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi,
nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di
esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a
vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che
la divinità si ridesti in cuore agli uomini, egli non pregasse e si
dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la
vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide,
affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere
giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie
maschili; audaci etère sapienti d’ogni voluttà carnale; indulgenti
matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei
sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della
concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e
nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava
star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui
l’arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della
virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del
cervello, l’istinto che l’impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio
cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in
disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:

— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei padri in elemosine e
convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi,
cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e
a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di
piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in
estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii.
A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che
non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio.
Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! —

Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso — Non vuole? —
disse —. E sia cosí! — Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca;
indossò vesti e pelli, e con l’apparenza di un onesto pastore si diresse
alla volta di Gerico.

                                  ————

Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna
fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate
Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai
frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta
di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e
il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro
il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando
meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che
scintillasse coi colori dell’iride; da un fiore rosso che rompesse il
verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il
volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all’anima avvivata e
accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio
nella tribolazione dell’intima battaglia e breve e pauroso nelle
racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell’ampia e
lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell’attività dei
nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle
vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla
bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d’un tratto
rifiorire, ritemprarsi di nuovo sangue e inebbriarsi d’aria e di luce
come di un vitale liquore. Nell’aperta considerazione delle cose
sparivano i terrori della sua mente; s’era svestito del cilicio, ma
anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la
fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere
che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria
e umana colpa, la quale andava a commettere.

Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite
di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole
tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala
rimaneva nell’ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l’anima
nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce
sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa,
splendida, in un letto d’erba e d’anemoni, rose, viole e narcisi!

Gloria ad Adriano! Torri e templi s’ergevano, meravigliosi giganti, su
le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno
specchio convesso temprato d’oro. La città di Erode, distrutta due volte
e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta:
«Maledetto nel cospetto del Signore l’uomo il quale imprenderà di
riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo
figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol
minore!»

Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta
ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò
allegro in Gerico.

                                  ————

Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano
le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla
gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne
indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in
procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond’erano ebbre,
rubiconde e loquaci; un’ultima traeva note da un arpicordo e cantava con
voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante,
gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò
innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la
suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché
scorgeva la femmina che l’aveva chiamato: Vieni!

Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un
pezzente, ma l’altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba
prolissa dell’uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona
moneta?

Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva
come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina
un ridere osceno.

Il monaco tese le braccia.

                                  ————

Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s’impiaga
d’improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli
s’imbiancano su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor
freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la
piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e
delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda
come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch’ei deve avere le
vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che
deve gridare: — l’immondo! l’immondo! —; perciò il Signore commise a
Mosé che disfacesse la casa dell’infetto e riducesse in polvere fino le
pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile
schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell’ira divina.

                                  ————

Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle,
súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna:
si vide; e la meretrice urlò: — L’immondo! l’immondo! — Ma allora
Gerunzio non ebbe piú innanzi a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé
finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la
caligine dell’anima, gl’illuminava il cuore e il pensiero colla verità
oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde
ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo,
sereno, sublime, disse a voce alta:

— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione!



                            _DIO LO VUOLE!_


Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di
lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo
al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s’addormentò. Riccardo la
sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal
contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un
trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú
antico e profondo che l’amore, ma che tuttavia l’amore gli deprimeva
dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e
fatali.

Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al
passaggio a cui il principe Edoardo d’Inghilterra e il conte di
Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli aveva
compresa e raccolta la gioia impetuosa dell’andare a combattere i nemici
della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.

Per le donne di Antiochia vendute all’incanto, per i fanciulli ceduti
schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano
i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di
Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non
poteva partire.

Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia
e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari
scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano
morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo
non poteva partire.

Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una
luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in
terrasanta, incontro a Maometto cantavano:

    _Vexilla Regis prodeunt:_
    _Fulget Crucis mysterium_

Riccardo non voleva partire. Rifiutava l’onore del corpo: alla salute
dell’anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il
buio della camera s’estendesse senza limiti, enorme come quello dei
ciechi, e ch’egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea:
quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di
fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi
luminose anch’esse: — _Dio lo vuole! Va!_

La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé
medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. — Io ho
paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare in questo passaggio —.
Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse
che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo lungo ed
avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado
ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu queta e
persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo diede a
Riccardo dicendo:

— Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell’amor nostro se con
il mio dolore potrà crescere in me. —

Riccardo abbracciò la donna.


                                  II.


Quando Edoardo d’Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi
nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto
di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!,
perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l’assedio da Tunisi e
affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.

Ma non tornarono essi i guerrieri d’Inghilterra; e per recar innanzi i
vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth
quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o
avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena
la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che
un popolo d’inermi. E bisognò che ritornassero: senza gloria di geste,
senza ricordi e speranza d’imprese generose, tornare! Tornare senza aver
tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d’Inghilterra, colpito di
pugnale e a tradimento in San Giovanni d’Acri, non fu tosto risanato
che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.

E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d’Acri fu pure
Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla
malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli
temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.

San Giovanni d’Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della
Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee
scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re
di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea,
d’Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con
vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati
passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di Venezia, Genova
e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze
protette contr’il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i
cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici
stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando
Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente
fervida e pura, dopo l’abbandono dei compagni che erano stati
ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che
Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell’Islam, perdette
anch’egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia
divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli
restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l’affetto, che aveva posposto alla
fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la
fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno
con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e
cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n’ebbe occasione propizia.
Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non
lecite e a prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in
tanta cupidigia, quell’affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il
pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva
casto. Egli guardava religiosamente l’anello della sua donna.


                                  III.


Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l’anello; e
n’ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa
sventura. Ma perduto l’oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e
la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l’adulterio a pena
s’avvide che la moglie d’un suo amico e compagno di traffici lo
adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente
essi s’intesero fra di loro.

Quando, nell’abbraccio dell’adulterio, ecco che dalla attitudine
disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu
respinto a vedere la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle
prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo,
preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le
sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e
di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie
raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre
piangeva e gli porgeva l’anello, e nello spirito, respinto da quel
ricordo d’amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l’allucinazione
dell’antico portento: — _Torna a Dio ed in patria. Va!_

Cosí quella voce che l’aveva ammonito con visibile segno ad andare al
passaggio, l’ammoniva ora, oscura nell’animo, e sembrava che gli dicesse
quest’altre parole: — _Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà
rimasta fedele, Dio t’avrà perdonato._ — Riccardo fuggí dalla donna e
recatosi da un cavaliere dell’Ospedale, uomo di probità conosciuta,
l’impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male
acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne piú
del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da
Acri.


                                  IV.


Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la
schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore
che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando
qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue
montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di
nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli
cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a
frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.

Finché l’occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti
nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero
misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi
laceri e le membra corrose dal male; assidua scòrta, la morte. Egli
cammina, cammina.

Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un
giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il
verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un’ora. Non piú
stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto
dall’acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non
teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l’intento
dell’animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per
l’erta al castello.

Nell’androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la
carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre
nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in
ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve
ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!

Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s’avvia; ma
l’ignoto mendico con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle
braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido
del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d’amore vedendo il
marito cadere, corpo morto, riverso.



                              DISPERAZIONE


Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano
sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co ’l fervore
della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l’avevano
condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio;
ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l’animo
semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le
turbò il pensiero lo sviluppo dell’adolescenza: che se talvolta le
espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno
le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano
nell’imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del
significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto
moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua
luce eterea e sublime, l’anima d’ogni vergine degna delle sue nozze: la
Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i
concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.

Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno,
ora l’esaltavano a strane gioie ed ora l’umiliavano con dolore acerbo.
Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva
l’anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del
divino amore; e s’abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.

Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo
lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l’anima sua provava
il desiderio d’uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond’era
venuta al mondo e dove Dio l’attendeva, purificata da l’umano patire,
con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta
dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di
lei aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli
aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite
e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare
l’anima nel sangue dell’agnello, né provare entro la carne gli spasimi
del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel
sole che calava con un fulgore sanguigno all’orizzonte.

                                  ————

Ma un giorno di festa all’oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti
cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva
persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago,
l’udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e
salivano a lei ondate d’incenso, di caldo e quasi palpiti di vita.
Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz’avere in sé modo
alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le
altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la
pena d’un’antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta e confortata in
una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento d’una
pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e non sapeva
quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro che
Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo cuore
vuoto.

E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e
delle opere, le giunse un canto d’uomo e credé riconoscere il cantore
dell’oratorio. La voce dell’uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi
della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire
che la vergine l’ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d’amore,
soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono
lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un’impressione definita di
meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi
al sole e all’aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della
vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita,
ella non si ritrasse quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da
lui; meravigliata, non si ritrasse quando s’accorse ch’egli lodava in
lei la bellezza della donna amata e l’attendeva e la cercava e la
sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata.
E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la
spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa,
nell’inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell’uomo,
udirlo vicino, essa soggiacque.

                                  ————

Co’l disgusto dell’azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore
amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l’irresistibile
segreto dell’amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta
e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a
forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell’ulteriore
castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del
castigo ultimo che alla morte del corpo sarebbe conseguito all’anima
sua.

Prese ad odiare sé stessa piú di chi l’aveva soggiogata. Ma non la paura
della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe
voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l’odio di sé, per
cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de’ suoi
tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l’anima come
la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva
come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano
la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate
sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di
luce, insensibile, l’ammiravano le compagne; n’ammiravano la perfezione
dell’umiltà e della fede.

E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell’anima sua,
considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua
e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con
sottile indagine, la propria colpa: — Peggio dell’adultera: l’adultera
manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio
della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si
diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un’anima,
la sua. Peggio dell’assassino: Dio aveva ferito, Dio!

E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e
continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che
aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva
quetato il dolore dell’adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla
Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei
vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava,
spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile,
chi rideva cosí? Chi parlava?

— Per serbare la verginità Agnese sostenne d’essere esposta alle sozzure
del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità
agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel
postribolo Lucia di Siracusa.

Un demone la derideva da presso, invisibile.

— Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d’un cerchio di
ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne
furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.

Il demone ghignazzava, allegro.

— A perdere la virginità Petronilla preferí morire d’inedia; Domitilla
fu bruciata viva.

Ghignazzava il demone.

— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....

E il demone le fu sopra, l’avvinse, l’invase, si contorse entro di lei
mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti:
ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma
bianca.

Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O spirito malvagio, pártiti
da questa serva di Dio!

Ma essa nella convulsione urlò:

— Impura! io sono impura!



                                  III.


    «Qui d’aventur velt traiter
    il n’en doit nule entralaisser
    qui bonne soit à raconter....»



                                AGNESINA


                               Sec. XIII.


                                   I.


Guglielmo Berlinghieri e Rinaldo Imberali erano accesi l’uno e l’altro,
ma piú il secondo, d’una bella giovane che aveva nome Agnesina ed era
figliola d’una ricca e savia donna di Firenze. Guglielmo, in cambio del
suo amore riceveva sorrisi e lusinghe, e Rinaldo invece irrisioni e
dispetti; e l’Agnesina che non amava niente Rinaldo s’innamorava senza
misura di Berlingieri.

Ciò suole avvenire; ma Rinaldo Imberali si consumava per la ventura
altrui e la propria infelicità, e per il pensiero della fanciulla, non
meno trista che bella, smarriva i desideri e la fiducia dell’età sua e
fino la voglia di vivere; e sembrava perdere anche la salute e la mente.
Onde i suoi comprendendo che il figlio, quantunque piú smemorato nei dí
che non vedeva la giovane, dal vederla traesse sempre esca nuova alla
fiamma e nuova ferita alla piaga, pregarono un amico, a lui caro e
fedele, di condurlo a un suo luogo vicino a Firenze. Colà Rinaldo mostrò
di acquetarsi il giorno nelle caccie e nei diporti, ma la notte
inforcava di nascosto il cavallo e per accostarsi al suo tormento vagava
intorno la città. Ne scorgeva una porta aperta? Egli v’entrava ansioso e
angoscioso a cercarvi la nota casa.

Avvenne frattanto che l’Agnesina si crucciò con la madre, la quale,
scoperti i segni e le risposte di lei a Guglielmo e temendone, la teneva
rinchiusa, e tanto s’infastidí del rigore materno che per mezzo della
fantesca avvertí l’amante di voler fuggire con lui. E la fantesca
aggiunse: — A notte fatta voi verrete a cavallo; ella sarà pronta su
l’uscio e si getterà in groppa: è leggera e sa ben cavalcare.

Guglielmo rispose che di ciò era lieto; e su ’l far della notte due suoi
amici andarono per lui alla porta della città affinché non la serrassero
e affinché, se bisognasse, potessero dargli aiuto e accompagnarlo con i
loro cavalli nella fuga; ed egli, al tempo che gli parve opportuno,
passò dalla casa dell’Agnesina. Ma la fanciulla, impedita dalla madre
che non dormiva, non era per anche discesa, e neppure quando il
cavaliere tornò a passare; e il cavaliere credé aver troppa fretta e si
dilungò per la via.

Allora allora l’Agnesina poté correre a basso; e indi a poco, palpitante
e giuliva, udí accostarsi un cavallo. Non era Guglielmo Berlinghieri;
era Rinaldo Imberali, il quale scorrendo come di solito presso a
Firenze, veduta quella porta aperta, di null’altro in pensiero che del
suo amore s’era incamminato per la buia contrada. L’Agnesina disse: —
Son qui! —; e a Rinaldo nell’udire quel motto e nell’osservare
quell’ombra bianca nell’oscurità, che gli faceva cenno della mano,
sembrò di sognare: spinse il cavallo all’uscio della casa e colse in
groppa, co ’l braccio, l’Agnesina.

Rinaldo punse il cavallo. Alla porta, i compagni di Guglielmo,
aspettando che l’amico, secondo l’accordo, si fermasse a chiamarli, non
guardarono a chi trascorreva cosí in fretta e in silenzio.


                                  II.


Il cielo era stellato, ma la strada, lontano dalla città e da ogni
casolare e campo, saliva ai monti e s’internava tra due falde boschive e
dense come in una notte cupa.

Il cavallo, benché valido, accortosi del doppio peso, rallentava il
galoppo e sbuffava; e tuttavia Rinaldo Imberali lo feriva degli sproni
perché salvasse il suo amore: l’Agnesina, che impaurita chiudeva gli
occhi e sentiva la frescura ventarle i capelli, con le braccia stringeva
piú forte il petto del giovane; e il cuore di lui palpitava sotto la
destra di lei. Egli, quando a quando, rivolgeva il viso e le susurrava
su ’l capo: — Anima mia! — ed ella taceva rabbrividendo; ma a un punto
l’Agnesina sospirò: — Guglielmo! —, e Rinaldo comprese d’improvviso e
allibí. Tacque: non sarebbe stato da stolto perdere ciò che per sorte
aveva in suo potere? «Saprò trovare sí buone parole — pensava — che
m’ascolterà e l’avrò in pace prima di giorno; ma dove andremo?»; mentre
essa, che non ardiva domandargli «Dove ci fermeremo?», si fidava tutta
nel cuore che sentiva battere sotto la sua mano.

La strada, dopo che i fuggitivi ebbero corso forse dieci miglia,
risaliva erta per una folta e fosca abetaia, dove a Rinaldo parve di
poter riposare; ed ivi ristando legò il destriere a un abete; poi, prese
una mano della fanciulla e, senza piú velare la voce, le disse: — Qui,
anima mia, saremo sicuri —. Alle parole di lui l’Agnesina vide che non
era Guglielmo e con un grido di spavento, quasi riconoscesse un suo
mortale nemico, riconobbe Rinaldo. Rinaldo si mise a supplicarla
dicendo: — Agnesina, ascoltatemi e non temete di me; ma alla fanciulla
s’annodarono in gola parole e singhiozzi, finché copertasi con le mani
il volto in atto di vergogna e sciagura, proruppe in pianto.

— Ascoltatemi — supplicava Rinaldo fuori di sé medesimo, perché temeva
di perdere la nuova speranza. — Voi mi chiamaste; io credetti che alla
fine v’avesse presa pietà di me e voleste darmi la maggior consolazione
che uomo provasse mai al mondo. Solo a mezza strada mi diceste:
«Guglielmo», e io m’accorsi dell’inganno; ma allora che cosa potevo, che
cosa dovevo fare? Ricondurvi alla madre? Questo farò adesso, se voi
volete, e tosto che il cavallo abbia riavuto il respiro; io vi
ricondurrò, ma la madre, adesso come allora, v’accoglierà con sospetti e
n’avrete rimbrotti e castigo.

Oh quanto l’Agnesina piangeva duramente senza dare ascolto a Riccardo!
Il quale proseguiva:

— La colpa non è stata mia, non vostra, non di Berlinghieri: è stata
della mia fortuna, che mi ha condotto alla vostra casa prima di
Guglielmo e ora mi fa vedervi cosí! E voi credete che chi vi vuole tanto
bene potrebbe lasciarvi in simile guaio se potesse consolarvi un poco?

L’Agnesina, ascoltando Rinaldo, piangeva sempre duramente.

E Rinaldo, tuttavia concitato e tremante, continuò a maledire la sorte
per cui egli, anzi che rallegrarsi, doveva affliggersi dell’avere in sua
mano la donna desiderata: ma poiché la fanciulla non si quetava, egli
riprese a dire delle parole savie.

Diceva con voce tenera: — Io non vi offenderò mai, Agnesina. Voi, che
non avete uguali in bellezza, siete uguale nell’onestà ad ogni altra piú
gentil donna di Firenze ed io conosco che Guglielmo mi sopravanza in
valore e cortesia e che meritava tutto da voi. Ma quando ce ne torniamo,
neppure Guglielmo vorrà persuadersi che io non vi abbia tócca; e se la
madre vi scaccerà, e se Guglielmo non vi crederà, dove andrete voi, a
chi vi affiderete voi?

L’Agnesina piangeva meno duramente, meravigliata delle oneste parole del
giovane; e questi se ne avvide e il conforto che ne ricevette lo rimise
nella concitazione di prima.

— Crudele vicenda di tre! — diceva —. Ma dei tre io non avrò pace mai
piú; io stolto, che vi voglio bene come Guglielmo; e voi, non per voi ma
per Guglielmo, seguitate a piangere!

E le chiedeva perdono di quel suo amore quasi di un’azione cattiva: le
diceva i molti disagi, le lunghe notti insonni, i gravi martíri patiti
per lei, e gli sdegni dei suoi e gli scherni dei compagni e i giochi e
le feste che volentieri aveva obliati per lei, fino a consumarsi per lei
l’anima e il corpo. Ma l’Agnesina pareva ascoltare un’altra voce che le
discorresse nel petto. L’ammoniva l’altra voce di non trarre a morte
Rinaldo; a pensare ch’egli non aveva altra colpa che di amarla molto e
che colpevole era piuttosto Guglielmo, il quale dimentico o falso non
s’era trovato a prenderla fuggente di casa; a considerare come bel
giovane fosse pure Rinaldo e in che onore la tenesse: perché non
raccogliere il piacere che da tempo la sua giovinezza le prometteva,
perché rimanere lagrimosa e confusa quando alla lieve sventura non era
rimedio? Ond’ella passò il rovescio della mano sui grand’occhi molli di
pianto. Ma Rinaldo, cieco e disperato di potere piegarla, irrompeva in
queste aspre parole:

— Meglio farei ad ucciderti perché altri non abbia mai ciò che altri ti
avrebbe súbito tolto; pure io voglio che tu veda e creda a che mi hai
ridotto. Or dunque tu salirai su ’l cavallo, che è docile, e andrai dove
piú ti piacerà, ed io lascerò qui il mio corpo, carne buona per i corvi
e per i lupi.

Cosí dicendo toglieva dalla cinta il pugnale; ma l’Agnesina lo rattenne
inorridita e gridò: — Rinaldo, non fate!

Rinaldo rimase sospeso guardandola come uomo che sia fra la vita e la
morte, come anima che dubiti fra il paradiso e l’inferno; e l’Agnesina,
a cui Guglielmo Berlinghieri era del tutto uscito dalla memoria, gli
gettò le braccia al collo vergognosa e sorridente e piena di desiderio e
di grazia.

Quando furono stanchi del piacere, s’addormentarono stretti l’uno
all’altra; e sognarono d’essere cosí, stretti l’uno all’altra.


                                  III.


Guglielmo Berlinghieri era tornato e ritornato piú volte alla casa
dell’amante meravigliandosi del lungo e strano ritardo, finché dalla
casa udí delle grida e dei gemiti, e per chiarirsi dell’accaduto
s’arrestò dinanzi la porta. La madre dell’Agnesina, insospettita per lo
scalpitío frequente del cavallo di Guglielmo e levatasi, aveva scoperta
la fuga della figliuola; e la fantesca, che aveva udito da un pezzo la
corsa del primo cavallo, scese anch’essa le scale, quasi ignara di
tutto, e al veder Berlinghieri solo presso l’uscio cominciò anch’ella a
piangere, a gridare _tradimento! aiuto! corri corri!_, e a dire quel che
sapeva. Da che Guglielmo capí presto che il rapitore non poteva essere
se non l’Imberali; e corse alla porta della città per richiedere e
rimproverare i compagni. Costoro risposero:

— Vedemmo un cavallo passare di trotto e non potemmo conoscere chi vi
fosse sopra. Saranno lontani, ma la via è questa. — E per quella via
cavalcarono tutti e tre.

Quando giunsero all’abetaia, la luna, in ultimo quarto, era in mezzo al
cielo. Guglielmo vide súbito il destriero di Riccardo e i tre pervennero
tosto ove il lume della luna, fra i rami e le foglie, tremava sui due
amanti felici. Alla vista i compagni ammiccarono e Guglielmo afferrò il
pugnale; ma l’uno disse: — Berlinghieri non ferirà un cavaliere che
dorme —, e l’altro, anche piú cortese, disse: — Noi non consentiremo mai
che tu faccia paura a una fanciulla che giace cosí tranquilla —. E l’uno
e l’altro fermarono per le briglie i loro cavalli ad un tronco; poi,
come quelli che non provavano angoscia di gelosia e si sentivano tutti
rotti per la corsa sfrenata, coricatisi su l’erba fresca a riposare,
dopo poco, tant’alta era la quiete del luogo, s’addormentarono. Ma
Guglielmo, legato egli pure il cavallo a un abete, si sedé con piú
desiderio di vendicarsi che di dormire, e guardava la bella giovane
dormire cosí, e avrebbe voluto ricuperarla. Se non che nessuno sa
convincersi del proprio danno, ed egli voleva anche convincersi
dell’innocenza di lei: forse ella aveva respinto l’amante con promesse
mendaci, e nella speranza di chi la liberasse era stata presa dal sonno.
E allora perché dormiva Rinaldo e dormiva con faccia gioiosa? No: la
colpa della fanciulla pareva manifesta; ma essa era una povera fanciulla
e degna di scusa. Degno invece di un’acerba vendetta era Rinaldo
Imberali; e quale migliore vendetta dell’aspettare che l’Agnesina,
risvegliandosi già pentita del fallo, corresse nelle braccia di lui,
Berlinghieri? Veramente ella poteva anche opporsi all’amore antico, e
con che scorno per lui, Berlinghieri! Ma Guglielmo ricordava le prove di
quell’amore, e incredulo, quasi non vedesse ciò che vedeva, pensò che
fingerebbe di dormire anche lui per sorprendere gli atti dell’Agnesina
al ridestarsi e attendere ch’ella piú facilmente, perché non
rimproverata, minacciata o pregata, tornasse a lui. Però dié tregua ai
pensieri, e a poco a poco — tant’alta era la quiete del luogo — a quel
suo affanno; a poco a poco sentí la stanchezza e sentí il ristoro di
quel letto d’erba fresca e molle; e gli si annebbiavano i pensieri, e
gli sembrava che la ragione lo aiutasse. A che penar tanto e tanto
faticare per una fanciulletta senza giudizio? Non lo chiamavano belle
donne a Firenze desiderose di lui? Non era da pazzo correr dietro a dei
pazzi? E non era meglio dormire davvero?

La stanchezza..., l’alta quiete del luogo..., l’erba fresca...; e
Guglielmo Berlinghieri non ebbe piú forza di rilevare le pálpebre.


                                  IV.


Alla brezza dell’alba l’Agnesina sospirò e a pena aprí gli occhi
meravigliata di non trovarsi alla sua camera, nel suo lettuccio, scorse
quelli che dormivano lí da presso. E Rinaldo, al muoversi di lei desto
anch’egli, scorse i nemici e trasse l’arme; ma riflettendo ristette e
disse:

— Perché li offenderei se non hanno offeso noi? E per non offenderli,
come impediremo che ci inseguano e ci raggiungano?

Allora l’Agnesina gli tolse il pugnale di mano, gli fe’ cenno di tacere
e leggera leggera, quasi un’ombra, corse ai cavalli degl’inseguitori e
ne recise le redini; indi tornò da Rinaldo, che era già in sella, e via
entrambi su ’l loro veloce cavallo. Scossi dal rumore della fuga e
liberi e ricordevoli piú della stalla che dei padroni, gli altri
destrieri balzarono uno qua uno là: balzò in piedi Guglielmo, al rumore,
gridando, e i compagni, fregati che s’ebbero gli occhi, la prima cosa
che videro furono le corregge recise; né seppero che si dire. Guglielmo
tutto smarrito e pieno di rabbia quando riebbe la voce disse:

— Troveranno scampo e io non potrò piú vendicarmi di Rinaldo e della sua
druda!

A cui l’uno dei compagni:

— Piú ho da dolermi io che non riavrò mai il mio cavallo, cosí buon
sangue ha nelle vene e cosí buone le gambe!

Ma il secondo, il quale era miglior filosofo e di ingegno piú arguto,
rise e conchiuse:

— E piú di voi mi dolgo io, perché d’ora in avanti non potrò tener fede
a donna alcuna s’ella non sia prima innamorata d’altri e non fugga meco
per sbaglio!



                              LA FANTASIMA


                               Sec. XIV.

Ogni vecchio marito di moglie giovane vivrebbe d’angoscia senza il
conforto della religione; e messer Tonio degli Albizeni pregava molto e
consumava molto tempo in esercizi spirituali, sí che, nelle ore che gli
rimanevano da star con la moglie, il giorno non s’avvedeva di nulla e la
notte non si risentiva di nulla. Il mondo diceva che madonna Lisa non
era guardinga e che le fiammeggiavano negli occhi le voglie non sazie;
ch’essa tutta cascante di vezzi trescava con questo o con quello e che
poco schifiltosa variava troppo gli amori; ma messer Tonio bandiva i
sospetti con le orazioni e raccomandava al Cielo la virtú di madonna:
giorno e notte, nella sua camera, egli manteneva accesa una piccola
lampada dinanzi un’imagine sacra; e, mallevadore il prete cui talvolta
aveva espressi i suoi dubbi, quella luce valeva a garantirgli
l’incolumità del talamo. Infatti nella stanza nuziale madonna Lisa non
aveva peccato mai: a pianterreno c’era una camera da dormire, una camera
in cui messer Tonio ospitava gli amici e in cui egli non aveva messo piú
piede da quando s’era sparsa la voce che ci si vedevano gli spiriti
maligni. Madonna Lisa non temeva gli spiriti, anzi non di rado li
chiamava lei là dentro; pure come il marito s’impauriva leggendo nelle
vite de’ santi padri le descrizioni delle orride forme assunte dal
demonio per spaventare gli anacoreti e vincerne la resistenza in Dio, e
recitava spesso delle giaculatorie che lo difendessero dagli spettri,
madonna Lisa biascicava con lui senza ridere le giaculatorie contro gli
spettri.

In quel tempo era tornato a Forlí un giovane di nome Guido Morlaffi, il
quale allo studio in Bologna piú tosto che a discutere il giure aveva
appreso a donneare e a burlare i mariti gelosi.

Di persona bella e gagliarda e di cervello balzano e sagace, in tali
arti era divenuto maestro con poca fatica; e con meno fatica raccontando
ai compagni le sue gaie vicende, che i compagni narravano di qua e di
là, agli occhi delle donne di Forlí diveniva piú celebre che s’avesse
avuta in testa tutta la glossa d’Irnerio.

Ora, madonna Lisa degli Albizeni voleva esser delle prime a esaminare
come messer Guido si fosse addotrinato in Bologna; né il suo era
desiderio difficile da esaudire. Già egli la vagheggiava; ed ella
incontrandolo per via lo guardava come persona a cui si è pensato piú
volte: alla finestra l’attendeva mostrando d’attenderlo e gli sorrideva
con gli occhi. Poi al sorriso degli occhi accompagnò il sorriso delle
labbra; poi rispose con segni: ella vedeva, ella capiva; e sospirava.

Guido Morlaffi cominciò dunque a scriverle delle lettere tutte miele e
tutte fiori, quali s’imparavano solo a Bologna; e le gettava per la
finestra; senza fallare. A cui, per bocca d’una servicina, la quale
aveva istruita meglio a queste che alle altre faccende, madonna Lisa
rispose che essa non aveva pace, tanto ardeva di lui, ma che il marito
le stava sempre tra i piedi: ciò perché le donne perbene debbono far
parere gelosi e feroci i mariti anche quando sono com’era messer Tonio.

— Appena potrà, mi manderà a chiamarvi — assicurava la servicina. E un
giorno venne a dire a messer Guido: — Messer Tonio ha paura degli
spiriti, e voi?

— Dove sono? — domandò il Morlaffi.

Rispose l’altra: — In una stanza dove il sere non entra mai e dove
madonna vi farà entrare questa notte a pena che il sere dormirà.

Messer Guido sospettò un inganno e chiese:

— Oh!, e madonna non ha paura lei?

— Non l’avrà con voi.

E il giovane promise che v’andrebbe. Né mancò all’ora convenuta; e
madonna Lisa, che pareva angustiata e timorosa, quasi senza fiatare
l’introdusse nella camera buia degli spiriti; e disse: — Non dorme
ancora e bisogna aspettare.

Cosí messer Guido rimase un pezzo ad aspettare al buio; e la donna non
veniva mai, e neppure gli spiriti. Egli sbuffava e imprecava a tutti i
mariti che non dormono e a tutte le mogli che non sanno addormentarli,
quando finalmente udí dei passi: i passi della servicina che con in mano
una lucerna veniva a dire come messer Tonio non aveva sonno. Onde messer
Guido, stucco e ristucco, fece per andarsene. Ma non andò.

La serva di madonna Lisa era piccoletta e rotondetta; era fresca e
colorita, e a guardarla dava l’idea d’una pera già matura quando è lí
che par che dica coglimi. A messer Guido, che era stucco, bisognava
attendere dell’altro; e nessuna maggior noia che un’attesa prolungata
per chi fra tanto non faccia qualche cosa.

Che cosa fece messer Guido?

Talora accade che un ragazzo nel passare presso un orto scorga una pera
già matura la quale in vista da uno dei rami piú carichi e piú bassi par
che dica coglimi; e il ragazzo s’arresta, guata, si delibera, salta la
siepe ed allunga la mano: allunga la mano, ed ecco che il padrone gli
esce addosso infuriando e tempestando.

Ed ecco aprirsi la porta e comparire madonna Lisa, la quale fermatasi di
botto — Buon pro’, messere —, disse.

La servicina aveva messo un grido e s’era coperto il viso con le mani. E
la padrona aggiunse, piena d’ira:

— Ma dell’ingiuria vi pentirete tutt’e due! — E tornò indietro; e allora
fuggí anche la servicina; di guisa che messer Guido rimase cosí,
senz’aver còlto nulla.

Della serva non gli rincresceva molto; ma molto gli rincresceva di
madonna Lisa, e del bene perduto prima che goduto. A ricuperarlo —
giacché voleva ricuperarlo ad ogni costo e in quella notte stessa —,
egli chiese consiglio alla sua matta testa, la quale gli ricordò che
messer Tonio temeva degli spiriti: indi l’idea. Subito dal letto, che là
era preparato, trasse via un lenzuolo, vi s’avvolse da capo a piedi, e
salite le scale brancicando ed inciampando, piano piano si diresse ove
di sotto un uscio appariva un po’ di luce. L’uscio cedette all’impeto.

— Uh la fantasima! — urlò, balzando, messer Tonio, il quale vegliava in
orazione. A che la Lisa si rivolse, e nello scorgere il Morlaffi in tale
foggia, co ’l viso deforme e gli occhiacci spiritati, quasi scoppiava
per non ridere. Pure disse seria:

— Io non vedo nulla — e richiuse le palpebre.

— È là! È là! — ripeteva messer Tonio, e si faceva di gran croci. Nella
stanza, davanti all’imagine sacra, ardeva la lucerna, ma con lume cosí
tenue e fosco che tra quel lume e il buio dell’altra camera il mostro
bianco, immoto e diritto su la soglia, appariva immateriale e vano al
pari d’una larva.

Messer Tonio guardava con terrore, ma preso dal fascino della visione
sovrumana non poteva distorre gli occhi da quegli occhi mostruosi; e
mentre si segnava con la destra, con la sinistra scoteva madonna Lisa
perché partecipasse al suo terrore.

— Vuol parlare! Parla! — egli gemeva.

Lo spettro infatti allargava la bocca senza dir nulla, quasi attingesse
ed aspettasse la voce di sottoterra; e con una voce che veniva da
sottoterra finalmente ululò: — Ohimè, messer Tonio, ohimè! In purgatorio
si sta male!

A messer Tonio pareva d’essere in purgatorio; e — Odi tu? — egli
gemette.

— Io non odo nulla — rispose la donna —. Voi sognate. Lasciatemi
dormire.

— Non sei in grazia di Dio tu, e non odi nulla! — mormorò il marito; e
lo spettro ululando proseguí: — Non per voi, messer Tonio, vo attorno la
notte; non per voi: cent’anni andrò attorno la notte se la vostra donna
non perdonerà a chi l’offese.

— Perdona, perdona! — scongiurava messer Tonio. E la moglie: — Ma voi
siete ammattito a leggere le storie dei Santi! Che cosa andate dicendo?

— Mala femmina! — gridò l’altro vinto, nell’angoscia, dalla rabbia; e la
fantasima con voce di lamentosa divenuta terribile, e con le braccia
tese, terribile, comandò: — Madonna Lisa, perdonate agli offensori
vostri!

— Perdona, perdona! — ripeté disperato e piangente messer Tonio.

— A chi?

— Agli offensori tuoi!

— Bene — disse madonna Lisa —, io che faccio sempre quello che volete e
quel che non volete, se volete, perdonerò. Siete contento? E pareva che
ella interrogasse la fantasima invece che il marito. Ma la fantasima,
dopo avere aperta e chiusa la bocca senza ringraziare, perché la sua
voce era tornata sottoterra, scosse le braccia come due ali e lenta e
lieve, lenta e lieve sparí nel buio.

Né ricomparve mai piú: madonna Lisa aveva perdonato — anche alla
servicina.



                           UN’OPERA DI PIETÀ


                                Sec. XV.

Anastasio Bonesi, uno dei mercanti piú noti a Bologna e in Romagna,
aveva presa in moglie una giovane di nome Valeria, la quale era bella,
di buoni costumi e cosí prudente ed accorta che nelle faccende della
mercatura aiutava e consigliava essa stessa il marito. Cristina invece,
la sorella di Anastasio, era vana e di poca mente, e credendosi non meno
bella che la cognata e sapendosi, al paragone, meno lodata di lei,
avrebbe voluto umiliarla, e per coglierla in fallo ne spiava i passi,
gli atti, i discorsi. Ma Valeria attendeva ai figlioli e agli interessi
della famiglia senz’altro pensiero.

A Bologna viveva in quel tempo messer Anselmo Canetoli, un giovane ricco
e di nobiltà antica, al quale non isconveniva una lusinghiera rinomanza
nelle cose d’amore; e questi mentre con due amici, una sera dopo i
vespri, andava a diporto per una contrada, imbattutosi in madonna
Valeria che insieme con la cognata e con un figlioletto per mano tornava
dalla chiesa vicina, si fermò ad osservarla e disse: — Ecco la piú bella
donna che si possa vedere a Bologna; e io non l’avevo mai vista!

— Ma è una mercantessa — disse uno degli amici con tono beffardo. — Ed è
onesta — aggiunse un altro con tono ad un tempo provocatore e maligno.

Messer Anselmo tacque e, quasi temesse l’accusa d’una voglia troppo
bassa per lui, non parlò piú ad alcuno di quella plebea che aveva due
occhi stellanti e nell’aspetto e nelle forme gli pareva avere la
severità gentile di una matrona. Ma quando la impressione prima della
beltà di Valeria gli si fu approfondita nell’animo e nella fantasia
cominciò a ricercarne e ad accarezzarne la bella imagine, si risovvenne
del sorriso co ’l quale uno degli amici gli aveva detto — è onesta — e
pensò che tal fama gli scuserebbe l’umiltà dell’impresa.

Si mise dunque a vagheggiare la donna e a seguirla per ogni luogo e a
passare sotto le finestre di lei; ma ella non lo guardava, o lo guardava
senz’intenzione. Lieta invece lo vedeva e l’attendeva la cognata
Cristina, la quale convinta d’avere acceso della sua bellezza un tal
gentiluomo non capiva piú in sé dalla gioia. Di che messer Anselmo
s’infastidiva come d’un impedimento al suo scopo e tentava altre strade
che lo guidassero ad esso. Gli bisognavano piú cose per il suo palazzo,
e Anastasio lo condusse a casa sua nel magazzino; ma Valeria non c’era.
Allora messere Anselmo riuscí a dimesticarsi una vecchia in cui, come
parente e donna di gran religione, Valeria poneva molta fiducia, e
l’indusse a chiedere a madonna Valeria perché cosí ripugnasse dal suo
amore e perché, s’egli per via le rivolgeva qualche parola, ella non gli
rispondesse neppure, o, se le mandava lettera alcuna, la rifiutasse. La
parente sedotta dall’oro promise l’opera sua; e con molti preamboli e
con lunghe ambagi cercò avvolgere il capo di madonna, non già affinché
si disponesse a commettere il male, ma affinché non divenisse causa di
guai a sé e al marito con quell’aspra freddezza che offendeva un signore
quale Anselmo Canetoli. Non poteva essa, pur resistendo, mostrare almeno
di compatirne il fervido amore? Furon parole! Madonna Valeria rispose: —
Ditegli che io non gli voglio né bene né male: che io ho da attendere
alla mia famiglia e a nient’altro. Lasciate che m’insidii o cerchi di
farci del danno: la verità è come l’olio; e, grazie a Dio, non abbiamo
bisogno delle sue ricchezze perché io debba perdere il mio buon nome
dietro le sue smanie.

L’impresa diventava difficile, e piú degna di messer Anselmo. Anzi lo
turbarono l’orgoglio ferito e la brama acuita da quel diniego cosí
placido e fermo e lo spinsero, benché esperto e avveduto, all’assalto
piú audace.

Co ’l pretesto di cercare Anastasio Bonesi s’introdusse nella casa di
lui in ora che la moglie era sola. E alle sue preghiere e a’ suoi
lamenti e all’esagerazione stessa della sua passione madonna Valeria non
contrappose lo sdegno; non contrappose nemmeno l’incredulità, oppose un
rifiuto freddo e quieto ma tenace e irremovibile. L’assalto fu
ributtato; e la volontà del giovane baldanzoso urtando per la prima
volta con una volontà piú salda non si sostenne e non insisté: egli si
dissimulò la propria debolezza, rise e volle dimenticare nei sollazzi e
nelle orgie quello stolido capriccio inesaudito. Ma quando piú la
giocondità e i piaceri gli fervevano attorno, gli appariva piú bella la
serena e severa imagine di Valeria, e quasi per i sensi disposti ad
altre gioie gli penetrasse piú vivace e sottile il desiderio di quel
bene perseguito invano, tutte le dolcezze gli tornavano amare, tutti gli
svaghi gli recavano un’intollerabile noia.

Chi ama di perfetto amore cerca con tutte le forze dello spirito e dei
sensi il possesso spirituale e corporale della donna amata, e come se
quel primo possesso gli mancasse non gli gioverebbe l’altro piacere,
cosí quando non possa riposare e ritemprare il fervore dello spirito
nella soddisfazione della carne, anche chi bene ama, soffre. Piú
soffriva, disordinato amante che solo al piacere sensuale limitava
l’intento dell’amore e della vita, il gentiluomo bolognese; e mentre
imaginava e meditava la bellezza di Valeria, guardandola nel suo fisso
pensiero, si diceva con raffinata cupidigia: — Oh! solo una volta, e
poi, allora, o vivrei o morirei contento.

Ma per quanto si rimproverasse d’aver corso troppo e si ripetesse che
non era stato abbastanza astuto e fermo, non ardiva ritentare l’impresa:
comprendeva che madonna Valeria non avrebbe acconsentito mai, per
ostinazione di coscienza o, peggio, per ostinazione di natura. Cosí il
pensiero di lei s’impadroní solo e assoluto della sua mente e diventò
doloroso. Cosí le domande e i sorrisi dei compagni, che gli leggevano in
faccia la cura segreta, a lui sembravano oltraggi; a lui che un tempo
aveva nascoste le proprie fortune (giacché le fortune d’amore uscendo
quasi per sé medesime dal mistero, tanto piú acquistano pregio quanto
piú apparisce lo sforzo di tenerle celate), riusciva ora d’umiliazione e
vergogna dover mentire e lasciar travedere un’acerba sconfitta, quasi la
sconfitta d’un capitano reputato invincibile.

Si sottrasse agli amici; e rinchiuso in casa s’abbandonò del tutto al
suo cupo e inconsolabile affanno. L’insonnia cominciò a consumarlo e la
febbre, una febbre sorda, a limargli le forze: quell’idea fissa gli
struggeva il cuore, la giovinezza, la vita.

Meglio morire. Ma quando sentí che l’approssimava la morte si riscosse,
spaventato, in un impeto di desiderio: — Vivendo, chi sa che per grazia
di fortuna non conseguisse un giorno, una volta sola, il bene per cui
s’era dato alla disperazione?

Ed egli sperava. Sperava e s’era ridotto a tal punto per disperazione!
Delirava.

Delirando, tra le forme confuse e strambe di persone conosciute intorno
a Valeria, una volta sognò anche la vecchia bigotta, la parente del
mercante che egli si era amicata invano; e tornato in sé stesso mandò
per lei affinché ella testimoniasse a Valeria della sua misera
condizione. Quella accorse, e a trovarlo piú morto che vivo capí come
per suo profitto le rimaneva un tentativo solo e innocente. — Messere —
chiese —, volete che madonna Valeria venga a vedervi? — Oh sí! — rispose
l’infermo —. Mi potrebbe guarire!

Poco dopo la vecchia diceva a madonna con aria di severità: — Valeria,
tu sai che messere Anselmo muore per amore di te. Per la sua pazzia Dio
lo castiga cosí; ma noi non dobbiamo godere che abbia del male chi
intendeva farci del male: dobbiamo perdonare e venirgli in aiuto. Io
l’ho visto, l’ho udito, e per l’amore dei tuoi figliuoli e per l’amore
di Dio egli ti chiede d’andare da lui. Vuoi acquistarti del merito
visitando un infermo e perdonando a chi cercava tirarti al peccato? E tu
va. Non vuoi? E tu mettiti in pace con la coscienza e rimani.

Valeria tacque a lungo, riflettendo; poi sospirò e disse: — Voi avete
ragione: bisogna che vada. — E incaricatala di tenere in ciarle Teresa e
di badare ai figlioli, si vestí in fretta e uscí di soppiatto.

Intanto Anselmo attendeva, ma la speranza stessa gli era una fatica e
una pena; e una sonnolenza grave e fantasiosa l’avvolse. In questa egli
vide la morte. La morte, quale con freddo terrore da fanciullo aveva
spesso considerata dipinta, tutta ossa, con uno sguardo nero nelle
orbite cave e profonde e con un infernale sorriso tra le mandibole
lunghe e dentute, s’avanzò scricchiolando con la mano tesa, quasi per
toccarlo su ’l cuore, e pareva che dicesse: basta!

Egli si ritraeva con terrore freddo, gemendo. Ma la mano del mostro
ricadde; dalle orbite cave gli lampeggiò una vivida luce come di due
occhi di donna, e per virtú di tal luce lo scheletro a poco a poco
rivestí umane forme e di donna innamorata ricevette a poco a poco la
sembianza, il colore, il sorriso e una meravigliosa bellezza.

Al portento, l’infermo dié un grido di gioia; e scorse china su lui
madonna Valeria.

— Messere — ella diceva —, voi avete vinto il piú duro assalto del male.
— E gli tergeva la fronte soavemente.

— Dio vi rimuneri il beneficio — mormorò Anselmo, che si sentiva
alleggerire e ristorare da una forza rinnovatrice di tutti gli spiriti.
— Quel giorno foste cattiva...; oggi, no.

La donna arrossí e disse: — Volentieri sono venuta a vedervi; ma che
cosa posso fare di piú?

Alla dimanda il viso di Anselmo tornò sofferente ed egli rispose: — La
mia vita è la vostra —. E aggiunse: — Se mi contentaste solo una volta,
dopo non mi vedreste mai piú, non udreste mai piú cosa alcuna di me.

— Voi non pensate all’anima vostra — ribatté la donna —, all’anima mia!

Anselmo ripeté: — La mia vita è la vostra. Per Cristo morto in croce,
non dovreste ammazzarmi!

Tacquero; indi l’ammalato sospirò: — Lasciatemi dunque morire —; e
abbassò le palpebre rifinito.

Madonna Valeria ebbe paura: cosí, con gli occhi chiusi, nella penombra,
l’infermo pareva un cadavere; e a lei in quei minuti lunghi di angoscia
sembrò di sentire su la coscienza il peso del delitto che ancora non
aveva commesso. Ella si dibatteva perché non voleva fallare, e avrebbe
voluto concedere il bene invocato. E mentre pensava udiva l’affanno di
Anselmo. — «Cedendo il corpo non salvava forse un uomo? E non cedendo
l’anima chi avrebbe potuto incolparla d’infedeltà?» Sopraffatta da
questo pensiero e vinta, disse con voce tremante: — Messere, fra un
mese, se vi sarete rimesso, la sera del sette settembre, che mio marito
deve andare a Firenze, verrete da me: vi prometto che v’aspetterò al
portone dell’orto. Ma giuratemi che non mi cercherete mai piú.

Anselmo Canetoli giurò lieto il patto che gli salvava la vita. — Egli
avrebbe, dopo, abbandonata Bologna per sempre.

Ma appena fuori di quella camera e di quella casa, quasi al lume e al
rumore della strada ricuperasse la conoscenza e la misura della realtà e
s’accorgesse d’essere stata còlta a un inganno, madonna Valeria sentí il
turbamento, l’amarezza, il rimorso del fallo in cui era caduta, e giunta
a casa sua, piena d’ira e smaniosa cominciò a raccontare alla vecchia
ciò che pur troppo aveva fatto e che pur troppo aveva detto. La parente
dissimulava la sua gioia tra le esclamazioni e i sospiri e la
confortava. — In tal caso strano chi si sarebbe comportata altrimenti?
Dio il quale perdona le colpe piú gravi, doveva perdonarle la colpa
leggera che aveva e avrebbe commessa a fine di bene; — e, confortandola,
per curiosità le chiedeva tuttavia particolari del fatto e spiegazioni,
per cui apprese fino il giorno e il modo stabilito al convegno. Anzi
l’appresero in due, giacché Cristina, che aveva vista la cognata uscire
pensosa e tornare con in faccia il segno d’una sventura, fiutando il
mistero s’era messa ad ascoltare dietro una porta, e, come accade sempre
a chi ascolta di nascosto, imparò e indovinò proprio quello che meno
s’attendeva e voleva. Non di lei, ma di Valeria messer Anselmo era stato
ed era preso al punto che Valeria, per compassione di lui, avrebbe tra
un mese disonorato il marito. Arrabbiata pertanto e sconvolta dall’odio,
deliberò vendicarsi; e la sera di quel medesimo giorno rivelò al
fratello tutto quanto aveva appreso.

Anastasio alle parole di lei rimase come a un colpo di mazza nella
testa; ma tosto si riebbe e si contenne; finse di non credere nulla;
minacciò la sorella che guai a lei se ripetesse ad alcuno una tale
istoria, e, cosí gli premeva il suo nome e cosí poca fede aveva nella
segretezza e nella benignità di sua sorella, pochi giorni dopo la mandò
a Pianoro presso un cugino.

Quetato in questo, Anastasio, che della parente non dubitava, poté
cercare il partito piú acconcio per impedire che la moglie gli fallasse
e nel medesimo tempo per sorprenderne l’intenzione maligna di cui voleva
punirla; per scoprire la verità, ma anche evitare uno scandalo e, non
essendo uomo uso a spada o a pugnale, evitare danni piú gravi. E dopo
molti disegni risolvette di travestirsi e di penetrare egli nell’orto
prima dell’amante, la sera del convegno.

Oh come trascorrevano lenti i giorni pe ’l povero uomo, e che fatica
durava a celare il suo travaglio! E madonna Valeria penava al pari di
lui. Ma non è donna cosí onesta che non volga l’animo, sia pure in
fugaci abbandoni, agli stimoli e alle lusinghe della colpa, ed essa
udendo che messer Anselmo aveva ricuperato vigore e salute e già usciva
di casa, non poteva non sentire in sé stessa il merito di averlo guarito
e non pensare che molte belle donne ne sarebbero state orgogliose.
Pensieri cattivi; e per scacciarli ella ricordava Anastasio e l’amore di
lui; e cosí ricordava anche il torto della sua brutta promessa: onde con
la ragione combattuta e la coscienza affannosa, o non dormiva, la notte,
o non dormiva tranquilla.

Venne, come a Dio piacque, la mattina del giorno temuto da madonna
Valeria, sospirato da Anselmo Canetoli e maledetto da Anastasio Bonesi;
e questi, detto addio alla moglie, con tutte le sue robe se n’andò in un
luogo poco lontano ad aspettarvi l’ora di tornare travestito a casa.

Valeria socchiuse il portone dell’orto per tempo. Ma il diavolo, che
spesso si diletta di trascinare con disagio ai suoi fini, mandò proprio
quella sera due mercanti romagnoli in cerca di Anastasio Bonesi; e la
donna, conforme il solito, dovette ospitarli in casa sua. Preparata loro
la cena, ella uscí, e scorta l’ombra che supponeva l’amante, gli si
accostò risoluta dicendo piano: — Messere!

Egli tese le braccia. Ed ella: — Siete guarito?

Anastasio rispose come meglio seppe, ma non cosí piano e non con tale
simulazione e sicurezza che con súbito orrore la donna non scoprisse in
lui il marito. Nondimeno, riponendo la sua salute nella sua sagacia,
essa rifletté un istante e riuscí a contrapporre un inganno all’inganno:
pregò l’altro di pazientare che certi suoi ospiti romagnoli andassero a
letto, sicché senza sospetto lor due potessero restare insieme. E
l’introdusse nel magazzino, che chiuse a chiave; indi corse nell’orto;
aprí il portone, dietro il quale Anselmo Canetoli già imprecava alla
lealtà delle donne, e facendogli segno di tacere e di seguirla, lo
condusse in una stanza vicina, dove l’affrettò a liberarla dell’obbligo
suo.

Ma come chi riarso di sete in un dí canicolare brama un bicchiere di
acqua attinta appena dal pozzo, e se può averla, l’inghiotte avidamente
e ne domanda dell’altra, Anselmo Canetoli avrebbe voluto bere ancora
ancora alla coppa della voluttà; e madonna Valeria, ch’era piena d’ira
perché Anastasio aveva dubitato di lei e aveva tentato di superarla in
astuzia, e, d’altra parte, sentiva di qual gioia aveva confortato il suo
amante, pensava: — Quanto bene mi vuole! Mio marito che ha tal fede in
me, si meriterebbe che non lo lasciassi andare. — Cattivo pensiero, che
ella respinse con molta fatica. Poi disse: — Messere Anselmo, mantenete
la vostra parola: andate, e non pensate piú a me.

Anselmo sospirò, la baciò e, vincendosi, le ripeté ch’ella non l’avrebbe
mai piú riveduto ma che egli l’avrebbe ricordata in ogni luogo e per
sempre. E partí.

A Valeria restava da pacificare il marito, e non solo per salvezza di
sé, ma anche per conforto di lui; né fu certo il desiderio di vendicarsi
che le consigliò uno strattagemma crudele. Non trovò miglior
strattagemma; e tutt’angosciosa corse dove erano i mercanti e disse
loro: — Messeri, ajutatemi! Un giovane, che mi sta attorno da un pezzo,
ora è qui in casa con mala intenzione. Voi gli insegnerete a non
disturbare le donne degli altri.

I due balzarono in piedi ed essa li accompagnò al magazzino dove
entrati, quelli gridarono: — Ah cane! Ah vigliacco! Ti daremo noi
l’andare attorno alle donne degli altri! — e, secondo il costume dei
romagnoli, non avevano finito di minacciare che già tempestavano
Anastasio di pugni e di calci. Per farsi riconoscere, il misero gridava
bestemmiava pregava, e fu riconosciuto dopo che era ben pesto; ma i
mercanti non lo riconobbero con meraviglia minore del vederlo fra le
braccia di madonna Valeria demandando perdono e chiamando sua moglie la
piú virtuosa e piú saggia donna del mondo.

Madonna Valeria si fingeva stordita e chiedeva: — Come siete voi qui? E
quello a cui doveva capitare ciò che purtroppo è capitato a voi?

— Sta sicura — rispose allora Anastasio: — ho chiuso io il portone
dell’orto!

Cosí, finalmente, madonna Valeria poté dormire tutta una notte d’un
sonno tranquillo e pieno e riposare la sua buona coscienza nell’opera di
pietà, la quale aveva compiuta: non quella d’aver convinto in tal guisa
il marito della sua virtú per risparmiargli la gelosia e la certezza del
disonore; — non quella: l’altra.



                   PASSIONE D’UN GENTILUOMO VENEZIANO


                               Sec. XVI.


                                   I.


                                                _Lettere di due amanti._

Il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato dopo lunga assenza a
Venezia, incominciò con lettere impronti e frequenti ad esagerare a
madonna Vittoria, come ogni amante che s’accinga a una difficile
conquista, la forza e le pene della sua passione: per non darle noia,
sette anni era rimasto lontano da lei; tre anni aveva errato pe ’l mondo
in vana ricerca di svaghi: sperando che ella almeno gli concedesse di
svelarle a voce alcuni segreti, con le fiamme nel cuore era tornato in
patria.

A messer Alvise, buon amico d’infanzia, Vittoria, la quale era moglie ad
un giovane conte, rispose per lamentarsi ch’egli le mandasse delle
ambasciate affidandole a servi: «La mia professione è sempre stata ed è
di donna d’onore, né mai mi sarebbe caduto nell’animo, che voi aveste
usato meco sí fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò per questo
di amarvi quale fratello....»

Ma Alvise meritava scusa, e le scriveva:

«Che cosa posso far io, infelice, per disacerbare il dolore ch’io sento
dell’amarvi senza mercede? E s’io non vi facessi, per qualche vostra
donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra sostegno, in
che modo potrei io vivere? Deh, anima mia, non vi sdegnate s’io paleso
parte di quell’ardore, il quale non potrei se non con grandissimo
pericolo della mia vita tener nascosto. Ma se m’astringete co ’l
comandarmi, son contento d’obbedirvi.... Ben vi prego a concedermi tanta
comodità ch’io vi possa parlare, o vero a dimostrarmi il modo di darvi
alcuna lettera....»

Or dunque come la contessa scongiurava invano messere Alvise ad esser
prudente, a non mostrare il suo ritratto ad alcuno, a non discorrere con
alcuno di lei, a non mandarle ritratti perché non voleva esser scoperta;
come, non crudele quale egli la chiamava, poteva dirgli in coscienza:
«Io vi amo, il che mi pare che non sia male, nascendo dall’amore ogni
buona operazione», qual fallo mai avrebbe commesso concedendogli di
parlarle, dietro la porta di casa, una sola volta?

Cosí, per quel primo onesto colloquio e per le lettere che Alvise le
inviava ardentissime, doveva penetrare nell’animo di madonna una gran
dolcezza d’amore puro, una gran compassione pe ’l nobile giovane
innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli scrisse tutta
amorosa che cercasse di venire a Venezia per rimettersi piú facilmente;
e poi, piú tardi, gli si mostrava ammirata «dello splendore che senza
pari ritrovava in lui», e per lui pregava il Signore: anche accettava e
gli mandava e gli chiedea dei piccoli doni.

Ma Alvise non viveva lieto, né la promessa di lei, che «se è vero che di
là come di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in Cielo vi
godrà», gli arrecava bastevole conforto; e avrebbe voluto tornare a
discorrere con lei. Temeva ella nella dimanda ostinata un’insidia, e
disperando che l’amore di lor due rimanesse «giusto fedele e onesto»
com’era incominciato, minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere:
«Conosciuta la vostra disonestà, mi sono spogliata di quell’amore ch’io
vi portava....»

A che, disperato, egli: «Poi che tanto vi piace che dal mondo mi toglia,
son contento di soddisfarvi. E perciò mi risolvo, con la prima
occasione, d’andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio
vostro finisca i miei giorni.»

E madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l’accolse in casa
furtivamente: fu quello il giorno della colpa. Da quel dí in avanti le
lettere di madonna Vittoria si susseguirono piene di amarezza, di
tristezza profonda, che derivava, piú tosto che dai rimorsi, dal
rimpianto pei lunghi piaceri cui libera avrebbe potuto gustare;
dall’amore stimolato, esasperato dalla bramosia sensuale; dal timore,
quasi dal presentimento che tra breve Alvise si sarebbe stancato di lei.

Dopo ciascuno dei gioiosi convegni, che consentiva l’assenza del marito,
ella piangeva:

«Come foste partito mi gettai nel letto, e con gli occhi del corpo
(benché co ’l pensiero a voi) m’addormentai: indi a poco svegliatami e
ritrovatami senza di voi, cominciai a pianger sí forte che s’io non mi
fossi nascosta sotto la piega del letto averei senza dubbio svegliato
ognuno di casa.... La maninconia m’è sí cresciuta che mi sento uscir
fuora l’anima....»

Di lui era compresa cosí intimamente che a ripensarne le parole ne
riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava la sensazione intera: essa
si deliziava a martoriarsi finché si abbatteva in una mortale angoscia.

«Da quell’ultima ora che mi parlaste fino a questa si è cresciuta in me
la confusione, ch’io non so piú quello ch’io mi faccia. Le vostre
dolcissime parole mi sono rimase cosí vive nella memoria che, se talor
chiudo gli occhi, parmi di vedervi e di ragionar con voi; il che è
cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo
ingannata. Onde destatami, vergognata di me stessa, sento tanta passione
che mi è forza di desiderar la morte per uscir una volta di pene....
Troppo grave tormento è l’aver desiderio di cosa amata piú che la
propria anima, e vedersene privo senza speranza di poter già mai per
lunghezza di tempo goderla!....»

Né conosceva ancora le pene della gelosia; ma quando il marito tornò e
cominciò a sospettare e già alcuno dei vicini e dei conoscenti mormorava
della loro tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado. Quali
altre donne vedeva Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si recava?

Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da madonna,
avvertito da segnali di richiamo, sfidava la vigilanza del marito e
degli altri, e giurava che tra le braccia di lei, nel tripudio dei sensi
e dell’animo, si sentiva davvero felice. Felice era essa pure in quei
momenti, anche perché si vendicava del marito il quale, mentre ella era
con Pasqualigo, «stava a piacere con altrui»; ma l’invidia e la viltà la
privarono pure di consolazioni sí fugaci. Lettere anonime persuasero il
conte che la moglie lo tradiva e tentarono persuadere madonna Vittoria
che era ingannata dall’amante: il Pasqualigo ebbe minaccie di morte
entro il termine di otto giorni se si ritrovasse ancora una sera con
Vittoria; e madonna soffriva d’una gelosia divenuta un incomportabile
tormento.

Invano egli tentò di assicurarla che solo per nascondere il vero amore
simulandone un altro corteggiava altra donna, giacché ella dubitava ogni
giorno piú e ripeteva di volere uccidersi; ella che già per amore di lui
non s’era curata né «di parenti, né di fratelli, né di padre, né di
figliuoli».

— «Ma ditemi — egli le scriveva per frenarla —: vi piacerebbe ch’io
trasportato dall’appetito e rotto ogni freno di ragione, venissi con
forza a levarvi di casa per torvi di mano di chi potrebbe tor la vita a
voi? O pure vi piacerebbe ch’io, spinto dal desiderio della salute e
contentezza vostra, uccidessi _lui_, onde mi convenisse poi d’esser
eternamente separato da voi, la qual dite che prima di me
morireste?....»

I pericoli infatti aumentavano con l’aumentare dei sospetti nel marito,
il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a
un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio.

Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in
possesso d’Alvise; piú d’una volta era stato su ’l punto di sorprendere
gli amanti; forse egli era stato l’autore delle lettere anonime e forse
quegli che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere: di madonna
era lui pure acceso. Oltre Fortunio spiava Vittoria una ribalda, cognata
o suocera.

E il marito «tutto il dí gridava seco dicendole: io ti darò tanta mala
vita che ti farò anzi ora morire —»

Essa era incinta. Non le era permesso svago alcuno; e, «per essere priva
di ogni conversazione, e, si può dire, confinata in casa, le conveniva
pensar sempre di quella cosa che piú le era cara»; e cosí la violenza
dei desideri diveniva in lei uno spasimo, una frenesia.

«Ieri vi vidi in strada, e mi venne rabbia grandissima di baciarvi, onde
mi sentiva morire, e credo certo che se _lui_ non era in casa, io era
sforzata, rompendo ogni velo di onestà, di chiamarvi ad alta voce — In
somma, questa nostra vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile di
poterla vivere lungo tempo....

«Misera e disavventurata! A che termine sono giunta per amore, dal qual
non può o non dovrebbe nascere altro che buoni effetti e pur in me non
provo altro che passioni, tormenti e morte; e se pur io potessi finire —
sí come tante volte ho desiderato e ora vie piú che mai bramo per le
disperazioni che nascono in me dal non potervi abbracciare — sarei
contenta....»

«Bisogna frenare gli appetiti, e scacciare certi pensieri dannosi» —
esortava Alvise co ’l tono dell’amante che può riflettere dopo essere
stato soddisfatto.

I mesi, intanto, passavano; e madonna Vittoria sfogava appena per
lettere i lunghi e duri affanni:

«.... Questo crudel matto di mio marito non cessa di contrastar meco
tutto il dí.... Durante il parto.... io ho avuto disagio d’un uovo
fresco.... Ma non manco al bambino di cosa alcuna...., né posso pur
patire di dilungarmi punto dalla cuna per non lasciarlo piangere....»

Alle sofferenze di lei Alvise adduceva conforto di parole; e, una volta,
per parlarle si vestí da donzella e, accompagnato da una donna, si pose
in chiesa, alla predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato
uomo, fu costretto ad uscire: un’altra volta, mentre stava discorrendo
con Vittoria, essa fu sorpresa da uno di casa e acerbamente sgridata e
minacciata di morte. In tale guerra, con troppo brevi tregue, l’amore di
messere Alvise si raffreddava e nell’inquietudine e nei pericoli (egli
doveva guardarsi da’ sicari; e certo giorno ferí tre che l’assalirono
per via, e non azzardava ad andar fuori che accompagnato da tre
gentiluomini: madonna Vittoria temeva che il marito l’avelenasse) le
doglianze e i raffacci degli amanti divenivano piú acerbi e piú
frequenti.

Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori della sua repubblica; per
lei aveva messo a rischio l’onore offendendo, percuotendo e ferendo non
solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue nobile e alto: l’amò
per tutta la vita attendendo il guiderdone della divina maestà!» E
Vittoria, di rincontro: «Le vostre crudeltà sono tante e tante che
meritano che ciascuno le fugga!»

Alla fine egli le scrisse che per non accontentare i suoi, i quali
volevano s’ammogliasse, partirebbe da Venezia: essa lo scongiurò che
rimanesse, magari s’ammogliasse, e lo minacciò: «Vi avvertisco bene che
vi potreste ancora chiamar pentito; e tenetevi a mente queste parole
perché si verificheranno». — Ed egli rimase, e n’ebbe premio di brevi
gioie.

Ma poi, d’improvviso, si decise ad andarsene. Ella fe’ giuramento di
morte o libertà dal suo amore; egli disse: — morrò ma parto —, e partí
davvero.


                                  II.


La lontananza parve spegnere affatto l’antica fiamma nel cuore di
messere Alvise; ma bastò ch’egli ritornasse a Venezia perché la vista di
madonna Vittoria gli ravvivasse nell’anima, dalle poche faville che
v’erano rimaste, tutto il fuoco d’un tempo. Se non che trovò madonna
Vittoria cambiata al bene e molto sicura contro le tentazioni nella sua
virtú.

«Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere
l’anima insieme co ’l corpo...., ho pregato Iddio che rompa il fisso
pensiero che di voi avea.... e fui esaudita....»

Egli non credette. Ed essa:

.... «Io conosco il vostro amore verso me fuori di ogni mio merito
ardentissimo, e confesso d’aver ricevuto da voi tanta quantità di
cortesia, che quando anche spendessi mille volte la vita per voi non
pagherei la minor di quelle; ma perché io mi sono deliberata di voler
rimettere tutte queste vanità corporali, rivolger l’animo a Dio e
riconoscerlo per mio Signore vivendo vita cristiana, confessandomi e
comunicandomi ai tempi ordinari, vi prego che non vogliate romper questo
mio proponimento co ’l molestarmi ogni ora con vostre lettere....»

Egli non le credeva ancora, e sollecitato dal rifiuto voleva
riaccenderla e ridestarne i sensi evocando i ricordi con tutti gli
artifici del suo miglior stile di poeta:

«Deh, anima mia, riduciamoci a memoria il piacere che da’ nostri cuori
fu sentito quando eravamo insieme. Ricordiamoci del raddoppiar de’ baci
nelle partenze, delle voci da caldi, spessi e non lunghi sospiri
interrotte; del pender collo a collo, e dei giuramenti, e delle promesse
fatte di viver sempre nell’oggetto amato. Sovvengaci del vegghiar notti
intere, né si partano già mai da i nostri cuori le lagrime calde e amare
che talora e per allegrezza e per timore erano sparse da gli occhi
nostri e poscia raccolte dalle labbra amate....»

Invano: non pentimento, non rimorsi l’avevano cambiata cosí, ma la colpa
di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure
una lettera; e non s’era cambiata cosí, come diceva: ella aveva un
amante. Un giorno Alvise non seppe, vide che nell’altana ove si
biondeggiava i capelli al sole, ella accoglieva Fortunio. Fortunio lo
scrittore delle lettere anonime! Fortunio il delatore!

Essa negò! Ma Fortunio per vanagloria e paura a un tempo disse al
Pasqualigo: — è vero —; e lei stessa, madonna Vittoria, l’aveva tratto a
lei. Madonna Vittoria dovè confessare, e confessò senza vergogna, con
audacia, con impudenza:

«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch’io rimasi tra tanto
duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine disperata,
veggendo che non vi curavate né anche di consolarmi con una semplice
carta, caddi in tanta gelosia, ch’ebbi ad impazzire e mi risolsi,
vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorte di malia per
liberarmi di tante angoscie. Ma ragionato sopra di ciò con una mia
amica, fui consigliata a lasciare quello e a fare elezione d’altro
amante, e tante belle ragioni mi furono dette da lei e tanto instabile e
crudele mi foste dipinto, che facile cosa fu il farmi accostare alla sua
opinione. Risoluta adunque di vendicarmi per questa via e di liberarmi
insieme da tante noie, attesi l’occasione, la quale non sí tosto mi
venne ch’io l’abbracciai nel modo ch’avete inteso da quel crudele, che
piú tosto dovea patir morte che confessarvi le cose passate tra lui e
me.... Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto ch’io spenga affatto l’amor
vostro e sí m’accenda di lui che non abbia mai requie....»

Pazienza! Ed essa perdonava a quel perfido: l’amava, e nell’amore nuovo
e nell’abiezione non avrebbe avuto piú un pensiero, una parola, uno
sguardo per Alvise Pasqualigo!

Alvise non sopportò l’abbandono deciso ed assoluto della donna che aveva
amato troppo e troppo a lungo; non volle rassegnarsi alla vendetta di
madonna Vittoria; non si riebbe, e la gelosia travolse nel fango l’anima
sua e la dignità d’un uomo. Nessun innamorato fu mai un mendico cosí
sordido come Alvise Pasqualigo, il quale scriveva di tali lettere:

«Se voi vedeste com’io sto, forse che m’avreste compassione, se ben
pochissimo mi amate. Di grazia, trovate modo ch’io possa darvi alcuna
lettera, che so ben io che avete molte comodità. E se è possibile, sí
come io son certo, fate ch’almeno per una volta sola io venga a voi (non
dico ad abbracciarvi, ché troppo indegno mi giudicate e troppo vile mi
tenete), ma ch’io venga a baciar la terra dove voi tenete i piedi...»

Madonna Vittoria, senz’altro, gli rimandava i ricchi doni, le sue
lettere, il suo ritratto.

Ed egli:

«O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato
quello che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocché
foste stata conosciuta per quella che sete? Voi meritavate pure ch’io
scoprissi il vostro adulterio a vostro marito....; ma io non voglio che
la fragilità del vostro petto e l’errore di donna poco savia mi faccia
far atto indegno di me. Anzi tanta discortesia che m’avete usata voglio
ricompensar con doppia gratitudine procurando fino co ’l proprio sangue
di coprir la vostra vergogna.... Voglio che conosciate l’amor mio
vedendo ch’io non posso patire di vedervi patire danno o vergogna
alcuna: anzi per accrescer il vostro contento e acciò che voi possiate
godervi il vostro amante, voglio esser cagione che vostro marito vada a
star fuori qualche giorno. Vi avvertisco bene e vi prego ad operar piú
cautamente di quello che fate, perché non vi è alcuno in quelle contrade
che non sappia il modo che tenete per raccoglier i vostri amanti nelle
braccia....»

Proprio cosí: egli «voleva essere il mediatore a’ suoi diletti e
procurar comodi alle sue dolcezze, contentandosi, in premio del suo
lungo affaticare, che il bene che gli toglieva la sua crudeltà
privandolo di lei, gli fosse concesso dal vedere che per suo mezzo
godeva felice....»; contentandosi «di essere amato da fratello, pur che
talora gli fosse concesso di vederla e di ragionarle con quell’amore che
sogliono i fratelli famigliarmente....»

Per prudenza essa permise questo, e un giorno che voleva andare
nell’altana passando di tetto in tetto egli fu preso a sassate come un
ladro: come un mortale nemico era odiato da madonna.

«Voi, secondo ch’io bramo, vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi
mostrate sí colma d’orgoglio che men noia mi apporterebbe il non
vedervi. S’io vi saluto, voi vi volgete ad altra parte; s’io vi parlo,
sorda e muta vi mostrate; ond’io posso dire, e in verità, d’essere
odiato a morte....»

Peggio: era burlato.

«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d’Argo acciò ch’io
vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch’altro non posso,
che voi m’inganniate, ma che i vostri amanti mi burlino, non patirò già
mai. Se gli avete cari fate che mi lascino stare e che si contentino di
godervi....»

Troppo a basso era caduto: un impeto d’ira contro l’amante, se non
contro la donna, se non contro sé stesso, non avrebbe potuto scuoterlo e
sollevarlo? No: una volta a vedere madonna Vittoria alla finestra con
faccia ridente e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor
geloso» e attaccata questione, ferí il drudo, ma scongiurò Vittoria che
gli perdonasse!

Il qual fatto atterrí la donna e l’indusse a posporre il nuovo amore al
terrore dello scandalo e dell’infamia. Rispose:

«Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni vostra voglia, né
amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che l’amore; ma poi che le
cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete perdono, io ve ne
faccio grazia....»

L’invitò a sé: «Anima mia, vi prego che veniate a me quanto prima potete
perché io mi sento morire per desiderio di vedervi....»

E, per convincerlo, gli mandò fino copia della lettera con cui diceva
addio a Fortunio e in cui Alvise poté leggere di queste cose:

— «Ho ricevuto ieri una vostra lettera, né tale io credeva vederla.
Pazienza! La mia mala fortuna sempre m’aggiunge angoscie agli affanni
che mi tormentano acciò sempre misera e infelice io viva.... Appena
posso credere alla vostra mano e agli occhi miei perché troppo sicura
viveva del vostro amore. Ora, mancatami ogni speranza né trovando alcun
rimedio a’ casi miei, voglio farvi conoscere quanto vi ho amato; del che
buonissimo testimonio vi potrà essere l’aver veduto che io ho consentito
alle vostre voglie; cosa ch’io non volsi già mai concedere ad altri....
Voi potreste rispondermi che non mi pregaste ad amarvi e che voi, mosso
dai miei lamenti, per non mi dispiacere avete voluto compiacermi e che
non amore o qualità vostre m’indussero ad amarvi con tanto affetto, ma
solo un istinto naturale di femminil cuore, che solo appetisce ciò che
le vien conteso, mi sforzò a questa servitú.... Io vi replico che
m’abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorger
in voi....»

E finiva: — «Mentre avrò vita vi averò nel mio pensiero....»

Allora, solo allora il Pasqualigo sentí tutta la depravazione di madonna
Vittoria e l’abiezione sua e gli parve di capire tutta la falsità di lei
che, come aveva mentito con lui prima e con l’altro dopo, adesso mentiva
di nuovo seco: non rifletté che s’ella era cosí corrotta la prima colpa
ricadeva in lui; non ricordò che per amor suo madonna aveva pianto, e
con un pretesto spezzò l’ignobile legame. La disse Messalina e Pasife e
agli oltraggi aggiunse l’accusa ch’ella avesse incaricato un sicario
d’ammazzarlo.

Egli era salvo. E con le sue pubblicò le lettere di lei.



                            LA DAMA FALLACE


                               Sec. XVII.


                                   I.


Mentre il duca Odoardo Farnese, i Francesi e il duca di Savoia
assediavano Valenza, don Alfonso della Torre, il quale era tra gli
ufficiali d’Odoardo, ricevette la notizia che suo zio il marchese di
Cortemaggiore era morto lasciando a lui, come a giovane savio ed a
nipote affettuoso, ogni suo avere; ond’egli, da nipote affettuoso,
dimostrò un ineffabile dolore, e da giovane savio deliberò tra sé di
godere al piú presto di quella fortuna inattesa. Infatti appena i
collegati ebbero tolto, per disperato, l’assedio, egli corse a Parma, ed
ivi diede tosto troppe prove di prepotenza e di grandezza: capestrerie,
fastosi sollazzi, amori, brighe, soprusi. Né continuò poco cosí; ma
quando il duca fu uscito dai travagli della guerra e riprese il retto
governo dello stato, chiamò a sé, un giorno, il giovane e turbolento
cavaliere e gli propose il dilemma o d’ubbidire alle sue leggi per
restare in Parma, o d’andarsene da Parma per non ubbidire alle sue
leggi.

A ciò don Alfonso avrebbe dovuto rispondere co ’l sussiego che gli
conveniva: — Altezza, io possiedo anche un feudo fuori delle vostre
terre —; eppure, trattenuto da certa sua riflessione, egli chinò il capo
e tacque.

Di che meravigliandosi e dolendosi quasi di un’umiliazione sua il conte
Gabrio Gabrii, che gli era intimo amico, gli disse Don Alfonso: — Oggi
capirai che se io metterò il giudizio a posto non sarà tutto merito di
Sua Altezza.

E nel pomeriggio, condotto l’amico al giardino della sua casa, da un
punto dal quale si scorgeva chi era nel giardino attiguo disse a bassa
voce: — Guarda!

Una dama leggendo un libro passeggiava all’ombra; e come fu condotta dal
sentiero presso il muricciolo di confine, levò gli occhi e al profondo
saluto che le fece don Alfonso risalutò, senza ristare, con garbo
signorile. Una dama bellissima. Il Gabrii sorrise, attese ch’ella si
fosse allontanata ed esclamò:

— Varrebbe la pena di mettere la testa a posto; ma io credo che tu,
questa volta, la perderai del tutto!


                                  II.


La dama posò il romanzo. Nella sua mente piena di quell’avida lettura le
viragini e i cavalieri continuarono a scambiare colpi di spada e prove
eroiche e i príncipi a perseguire le donzelle traverso strane e confuse
vicende di battaglie, di rapimenti e di naufragi; ma nel suo cuore, dai
discorsi piú galanti e dalle pagine piú sentimentali, era penetrata una
tentazione sottile, un’eccitazione dolce ad un amore tuttavia
sconosciuto.

Fanciulla quasi l’avevano data in moglie a un cavaliere milanese,
tanghero e geloso; a pena vedova i congiunti del marito, per carpirle
una parte dell’eredità, l’avevano rinchiusa a forza in un convento, e da
poi che era fuggita dal convento in casa della vecchia dama che le
voleva il bene d’una madre, il Palmenghi figlio della dama, per non
essere compromesso e per sottrarla all’ira dei congiunti, la costringeva
a una vita peggio che di chiostro. O piú tosto, invaghitosi di lei, il
Palmenghi aspettava agio di sposarla?

Da Scilla in Cariddi!; e altro confortatore della sua giovinezza sognava
Domitilla (questo il suo nome): ella sognava una grande passione che le
consentisse il dominio dell’amante in guisa d’aver poi uno schiavo in
suo marito; e il Palmenghi era un geloso carceriere quando ancora non le
aveva proposto di sposarla!

Sospirando, Domitilla riprese il libro. Ma il suo pensiero oramai
ripugnava dalla lettura e seguiva imagini sue, un’imagine che da alcuni
giorni cercava il suo cuore e l’accarezzava per entrarvi; e don Alfonso
della Torre, il giovine e bello e perfetto cavaliere di cappa e spada,
le sorrideva con un inchino profondo di saluto. Ella non aveva il dubbio
di non piacere a don Alfonso della Torre: anzi s’era avveduta che la
corteggiava; ma, quando pure le riuscisse innamorarlo, riuscirebbe al
piú, a divenirgli moglie? Divenirgli moglie! E la sua fantasia correva,
correva. Egli era ricco e superbo; onde una gloria l’avvincerlo e una
fortuna il possederlo. Se non che lo dicevano anche intemperante,
violento, infido colle donne, e non le conveniva disgustare il Palmenghi
per avventarsi a una speranza incerta e a un pericoloso tentativo.
Rifletté, poi levandosi risoluta e sicura: — A innamorarlo — pensò —
basta la bellezza; lo avvilupperò con l’arte e con l’inganno e avrò lo
schiavo!

E si guardava nello specchio della sala: era bellissima.


                                  III.


La dama che ogni giorno passeggiava nel giardino del Palmenghi, rispose
cortese alle prime dimande di don Alfonso, ma guatandosi attorno quasi
paurosa che ci fossero altri ad ascoltarla; disse che aveva nome
Vittoria, che era sorella del Palmenghi e vedova da poco tempo di un
gentiluomo milanese: non piú; ma negli occhi e nel viso essa aveva
l’ombra e l’impronta d’un dolore sempre presente al suo spirito, e dalla
circonspezione con cui ella si conteneva, s’arguiva che qualcuno
l’invigilava. Qual colpa di lei o d’altri la teneva vittima di quella
tirannia occulta? qual cura l’affliggeva turbandone la meravigliosa e
fresca bellezza? Don Alfonso non poté sapere di piú, ma se il giovanile
desiderio di un’avventura galante l’aveva condotto nel giardino le prime
volte, nel solito luogo, all’ora solita, ve lo trasse di poi il
desiderio acre e virile di far dispetto a qualcuno e di affrontare un
pericolo; e quindi ve lo trasse, con tutta la forza e con tutti i lacci,
l’amore.

E quell’accensione lenta, nuova per lui, divampò cosí nel suo cuore che
non ebbe piú requie: e il suo animo rimase conquiso, occupato, umiliato
da quella donna la cui bellezza s’elevava e raffinava con lo strano
contorno della pietà e del mistero. Egli fece e le ripetè molte
proteste, ma la dama o taceva inquieta o rideva mestamente; ed un giorno
in cui egli insistette per ottenere una parola, una parola sola, ella
disse: — Io non ci penso a rimaritarmi.

Don Alfonso non le chiedeva questo o non le chiedeva tanto. Allora la
dama lo guardò fissa per leggergli il pensiero negli occhi; poi
soggiunse: — Che cosa domandereste a una dama nobile ed onesta? — Una
parola! soltanto una parola! — La dama gli sorrise.

In fine, un altro giorno, ella si dolse perché le bisognava interrompere
la consuetudine di quei piacevoli colloqui.

— Impossibile! — esclamò don Alfonso. — Voglio vedervi, udirvi! Chi può
impedirmelo?

— Io — essa rispose —; se no, voi, don Alfonso, mi recherete danno.

Né alle domande di lui aggiunse spiegazione alcuna, ma si mosse come per
andarsene. Allora egli si contenne, la supplicò e promise d’essere
prudente; e la dama quasi per premiarlo gli concesse di scriverle e di
nascondere le lettere in un crepaccio della cinta: ivi, potendo, gli
lascerebbe le risposte. Tacquero; e dalle loro pupille le anime loro si
guardarono tremule e accese, interrogando.

— Voi m’amate! — disse don Alfonso.

— Sí — disse la dama; e ne’ suoi occhi luccicarono le lagrime.


                                  IV.


Certo che essa l’amava, senza piú titubare don Alfonso intese al fine
del suo amore; e le ripulse della dama non lo frenavano, non
l’intimidivano gli ostacoli; ed essa gli scriveva invano: «Vorrei, ma
non posso».

Egli un giorno, stanco, le scrisse cosí: — O la sera sarebbe venuta da
lui, nel giardino, ad udire quel che aveva a dirle, od egli, alla prima
buona circostanza, la porterebbe via a forza.

Domitilla, com’ebbe letto il biglietto, sorrise all’idea d’essere rapita
di notte in una carrozza trascinata da due veloci cavalli e scortata da
ceffi spaventosi; ma la ragione la distrasse dalle fantasie romanzesche,
e poiché l’amante si ribellava, comandava, minacciava, il meglio era non
badargli — se pure, a tirar troppo, la corda non si fosse rotta. No,
meglio era andare da lui — se pure al convegno, per debolezza sua, non
fosse seguíto ciò che sarebbe seguíto al rapimento. — _Parcere subiectis
et debellare superbos!_ Domitilla, la sera tardi, s’attenne alle norme
che l’amante le aveva scritte; e don Alfonso, ricevutala da una scala
nel giardino, non stentò a persuaderla che entrasse nella sua casa. —
«Soggiogare il ribelle e, dopo, nel perdono, acconsentirgli» aveva
determinato a sé stessa Domitilla; ed entrando disse in tono ostile,
súbito:

— Per voi io comprometto, questa sera, il mio onore. Del vostro amore
quali prove avete date voi a me?

— Io vi amo — rispose don Alfonso.

La dama senza badargli continuava: — Voi m’avete fatta una proposta
indegna, l’insensata minaccia d’impossessarvi di me con la violenza! Ma
io non vi temo; v’ascolto. Che volete?

Già alle prime parole di lei cosí avversa nell’aspetto e nella voce il
cavaliere aveva perduta la riflessione del disegno che s’era preparato
in mente; e alle ultime lo turbò il dubbio che la dama nascondesse
un’arma; onde, umile, le chiese:

— Vittoria, che cosa debbo fare io per voi?

— Nulla, se non potete soffrire e non sapete dominarvi!

Allora egli si lamentò di lei: egli soffriva da troppo tempo, egli
soffriva di quell’amore che gli pareva tenebroso ed aspro quasi un
delitto o una condanna; e da lei non aveva conforto se non di poche
parole vane; non aveva speranza e confidenza alcuna. — Desiderate che io
soffra. E avete detto che mi amate!

— Io vi amo — ripeté essa; e ai lamenti contrappose gli aforismi appresi
nei romanzi. — Non è amante degno chi non rinunci la propria volontà a
quella dell’amata; né v’ha amore buono che non sia combattuto dalla
sorte; né è passione nobile e pietosa in chi non sia pronto ad ogni
sacrificio, al sacrificio della vita stessa.

Il rimprovero offese don Alfonso. Esclamò: — La mia vita non è vostra?
Ogni mio pensiero, da quando vi ho veduta, ogni mio desiderio non è in
voi? Non vorrei io liberarvi ad ogni costo della tirannia che
v’affligge? Un cerchio di ferro vi stringe e vi soffoca: vorrei
spezzarlo, e v’avvolgete nel mistero e mi fuggite; vorrei consolarvi o
dividere nel vostro segreto i vostri affanni, e mi fuggite! Che amore è
il vostro?

— Un amore onesto, paziente, generoso!

Don Alfonso tacque con uno sforzo palese per contenere il diniego contro
il quale la dama era agguerrita: nel dibattito l’ira deformava la
bellezza della donna ed egli che aveva creduto d’ottenerla presto in
pace, quella sera, pativa come sentisse dileguarsi un sogno di felicità.
Perciò egli taceva. Ed ella, quantunque quel silenzio non la sbigottisse
molto, per lasciar trapelare un po’ di barlume agli occhi dell’amante,
proseguí.

— In quest’amore io aveva riposto il conforto d’affanni vecchi e nuovi:
ad esso confidavo l’avvenire: per il bene di esso, il mio e il vostro
bene, mi credevo costretta a nascondervi ciò che cercate di scoprire, a
celarvi ciò che cercate di sapere, quasi dubitaste di qualche mia azione
indegna. Voi ignorate le lagrime che mi costa il solo sospetto
dell’amore che vi voglio; e non mi vedete quando vi sospiro, non mi
udite quando vi chiamo a me, non mi sentite in voi come io sento voi in
me. Mi sono ingannata. Voi, voi mi avete ingannata turbando cosí per
gioco e per sfogo della vostra giovinezza la poca quiete che la sorte mi
lasciava. Ma se non m’avete compresa, non m’avete meritata, don Alfonso!
Addio dunque.

E stupita ora ch’egli non fiatasse, andò all’uscio per uscire: l’uscio
era chiuso a chiave. Si rivolse, di bianca divenuta livida.

Il cavaliere disse orgoglioso e solenne: — Voi siete in mia balia. Ma
don Alfonso della Torre vi difende proponendovi il suo nome, il suo
cuore, la sua nobiltà. — E le si accostò tendendole la mano. La dama non
sorrise: piú fiera, piú solenne di lui, rifatta bellissima da
quell’orgoglio superiore, ella disse: — Per difendermi basta il mio
nome, puro come il vostro, e la mia nobiltà, piú antica della vostra,
don Alfonso della Torre!

No: ella non aveva nessun’arma; tremava e, tanto il cuore le batteva,
ansimava quasi il respiro le mancasse. E vinse lei.

Ai suoi piedi il cavaliere domandava perdono con le piú umili e dolci
parole che la passione gli suggeriva e con gli occhi ansiosi cercava
nell’aspetto di lei il segno del perdono, come la speranza della sua
vita. Essa ascoltava rasserenandosi a poco a poco, e infine su quell’ira
domata, quell’orgoglio avvilito, quella fierezza abbattuta, essa sorrise
e sollevò lo schiavo a baciarla nella bocca.


                                   V.


Domitilla non aveva a pena goduto del suo trionfo che si dié colpa
d’essere stata troppo debole ed arrendevole; e quantunque non dubitava
della parola di don Alfonso, temeva che egli appagato nel desiderio e
già pentito si disamorasse, o almeno non giudicasse grande quant’ella
voleva la grazia ottenuta quella notte. Essa l’amava; ma per dominarlo
le bisognava che l’ardore di lui fosse piú vivo del suo stesso ardore; e
per acuirne o riagitarne le brame e inretirlo piú strettamente, le
bisognava farle stentare la ripetizione e l’intero possesso della
voluttà.

Gli scrisse il giorno dopo: «Guardatevi, ché è in pericolo la vostra
vita.»

Don Alfonso, il quale non aveva paura di pericolo conosciuto e certo, a
quell’avviso cominciò quasi sgomento a imaginare ogni piú strano
affronto ed ogni danno che potesse fargli il nemico nascosto e
sconosciuto; e come da un pezzo sospettava fosse il Palmenghi il
carceriere della dama, cosí suppose che il Palmenghi, scoperto il
trascorso della dama, cercasse vendicarsi: non usciva se non armato e
seguíto da piú servi e comandava di vigilare presso la casa del vicino.
Di che questi s’avvide presto; né avendo ragioni proprie d’inimicizia
con il Della Torre, credette a un accordo fra i parenti di Domitilla,
che l’odiavano a morte, e don Alfonso; e si guardava anch’egli. I servi
dell’uno e dell’altro si guatavano in cagnesco. La rissa avvenne, e
quando già Domitilla, dimentica del suo biglietto, aveva ripreso a
scrivere all’amante e a confortarlo.

Un giorno don Alfonso veniva verso la porta del Palmenghi, sulla quale
due figure di bravi stavano in attitudine spavalda; e poiché egli fu
passato, quelli risero in faccia ai due fidi che gli erano di scorta.
Offesa ai servi, offesa al padrone: don Alfonso fe’ un cenno e i suoi
attaccarono gli altri.

Alle grida il Palmenghi uscí con la spada in pugno, e allora don Alfonso
s’avventò su di lui rapido, in un attimo, e lo colpí al cuore; poi in
due salti entrò nel suo palazzo e dalla pusterla del giardino corse alla
casa di Gabrio, che era poco lungi. E mentre l’amico l’aiutava a cambiar
vesti perché cambiasse aria, egli gli raccomandava di ottenergli il
perdono della dama, che credeva aver privata del fratello e che presto o
tardi, se gli perdonasse, farebbe sua moglie. Gli raccomandava di
indurla a scrivergli a Torino, dove sperava recarsi; di provvedere a che
giungessero a lei le sue lettere e di adoperarsi, quando fosse tempo, ad
ottenergli dal duca la grazia di quell’omicidio che aveva commesso quasi
involontariamente. Gabrio promise.

Don Alfonso all’imbrunire fuggí da Parma.


                                  VI.


Quando tra amici ch’ebbero comuni sentimenti, abitudini, piaceri e
desideri si frammette la donna amata da uno di lor due, è imposto anche
un limite alla loro antica comunanza: oltre tale limite è la donna, di
cui non si può discorrere o si deve discorrere poco e con riguardo; è il
possesso, conosciuto solo in apparenza, che non si può scrutare,
toccare, valutare. E troppo di frequente, per una voglia suscitata da
invidia e gelosia insieme, accade che l’amico pensi dinanzi alla donna
dell’amico: — M’ha detto che l’ama e che gli appartiene anima e corpo;
non altro. Quali parole gli mormorano quelle labbra, intimamente? quali
sorrisi gli porge quella bocca? quali baci? Agli occhi di lui che
lusinghe, che promesse hanno quegli occhi? e quali carezze e abbandoni
molli e resistenze incitatrici e segrete voluttà trova egli tra le sue
braccia? Piú: che forza o che arte misteriosa congiunge essa alla
bellezza per carpirne il cuore e trarlo seco, avvinto, nel cammino della
sua vita? — Chi studia di rispondersi tenta di tradire l’amicizia.

L’ufficio di confortatore riuscí penoso, da prima, a Gabrio Gabrii,
perché la madre del Palmenghi, vecchia rimbambita, o lo scambiava co ’l
figliolo, o gli chiedeva: — Dicono che l’hanno ammazzato. E vero? —; e
perché la dama di don Alfonso piangeva, con lui, dolorosamente.
Domitilla in fatti soffriva, non già accusandosi della tragedia
avvenuta, per caso, dopo i suoi inganni, ma pensando che aveva perduto a
un tempo stesso due amanti: quello che essa amava e quello che la
proteggeva.

Nondimeno Gabrio ebbe pazienza, e Domitilla era cosí leggiadra che lo
scoprirne la vera storia non distolse il gentiluomo dall’usare con lei i
modi piú cortesi e le parole piú affettuose. D’altra parte, la dama
ammirava in Gabrio tanta dolcezza d’animo e piacevolezza di costumi; e
trovando nei discorsi di lui da ammirare anche sé medesima, non sempre
senza intenzione gli spiegava co’ suoi vezzi il perché l’amico Don
Alfonso s’era invischiato e perduto nel suo amore. Chi non avrebbe
perduta la testa come don Alfonso?

Ma: — Lontano dagli occhi, lontano dal cuore — sospirava Domitilla; e il
Gabrii rispondeva che mancatogli oramai ogni speranza di tornare a
Parma, il povero amico cercava forse dimenticarsi delle persone fide,
che non si dimenticavano di lui.

Frattanto don Alfonso, il quale mandava lettere e non riceveva piú
notizia di nessuno, dubitava che qualche sciagura fosse intervenuta a
Gabrio, temeva che Gabrio tacesse per tacergli qualche sventura della
dama, supponeva fino d’essere stato abbandonato dall’amante e
dall’amico. E nel ricordo, irremovibile dal suo pensiero, l’amaro e nero
ricordo di quel fatto pe ’l quale viveva nell’esilio, sorgeva insistente
e tormentoso in atto di dolore e di maledizione la bella donna ch’egli
amava, ch’egli invocava, desto e nei sogni, sempre; né ardiva
figurarsela, pure nell’avvenire, innamorata d’altri.

La verità don Alfonso l’apprese tardi. Incontrò un giorno certo
gentiluomo della sua città che era venuto in missione per il duca
Odoardo alla corte di Torino, e gli domandò nuova dell’amico Gabrio.

Rispose il gentiluomo:

— Ha sposata la dama che si diceva sorella del Palmenghi.

— Vittoria! — gridò don Alfonso, cui parve ricevere d’un coltello nel
cuore.

— Vittoria facile per i suoi amanti — disse l’altro sorridendo del motto
—; ma essa ha nome Domitilla.

Don Alfonso n’aveva imparato abbastanza, e dissimulando quel che pativa
dentro, volle sapere di piú: chiese piú cose, e infine che cagione si
fosse data in Parma alla sua rissa co ’l Palmenghi. — Che l’uno di voi
era geloso dell’altro, o che Domitilla spinse l’uno a liberarla
dell’altro. Ma un terzo ha goduto.

Cadutagli la benda dagli occhi, don Alfonso credé scorgere anche oltre
la verità vera. L’amore della dama per lui era dunque stato uno svago,
un sollazzo cominciato colla bugia del nome ambiguo che quella, cosí per
gioco, aveva assunto, e proseguito per una tragedia fino al tradimento:
già prima d’avvolgere lui in quegli inganni ella forse amava Gabrio!
Forse questa era stata la pena segreta che un tempo aveva sorpresa in
lei! La rivedeva, adesso, come nel giorno che gli aveva detto d’amarlo,
lagrimosa, e come nella sera della dedizione, vittoriosa e vinta; la
vedeva, lei che gli aveva accesa nelle vene la febbre della voluttà,
fremere ora di voluttà tra le braccia di Gabrio, obliosa, sorridente,
perfida.

Cercò imagini diverse: Gabrio che cadeva ferito sanguinando e Domitilla
che gemeva nella solitudine d’un chiostro; e meditò la vendetta, la
preparò con brama feroce, la pregustò con gioia feroce.

Il conte e la contessa Gabrii tornavano una sera dalla loro villa a
Parma, quando, a una svolta della strada, un uomo tese il braccio armato
di pistola verso il cocchio.

— Gesummaria! — fece a pena il conte, ricevendo il colpo.

Chi aveva tradito l’amicizia s’era meritato di morire; chi aveva tradito
l’amore meritava di vivere, sola, nel rimpianto e coi rimorsi.



                                IL POLSO


                              Sec. XVIII.

Difficile dire se il conte La Fratta amasse piú sé medesimo o la
marchesa Arnisio; ma giacché per acquistarsi dal mondo la lode di
cavaliere perfetto nella stima di lei e per secondare gli stimoli del
cuore insisteva da un anno a servire con cura paziente e con indulgente
costanza una dama cosí mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava
troppo sé stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava
l’Arnisio.

A dire il vero a sua scusa ella esercitava tuttavia su lui l’attrattiva
dell’ignoto e del nuovo, la virtú quasi d’un fascino arcano, quantunque,
a dire il vero, egli in un anno n’avesse conosciute molte singolarità e
usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi e
quando fosse meglio accondiscendere a quello che le piacesse affermare;
già aveva appreso a distinguere su le sue labbra rosate tutti i gradi di
sprezzante pietà e d’ironia sottile che vi segnasse il sorriso; già
comprendeva tutto quanto comandasse o esprimesse dalla sua abile mano il
ventaglio irrequieto: anche, tra lui e lei, quand’ella aveva l’emicrania
— ed era spesso —, l’esperienza e la consuetudine avevano sancita una
specie di prammatica ai modi e ai discorsi d’entrambi; e a lui toccava
parlare di mille cose per divagarne il pensiero doloroso e pesante e a
lei bastava rispondere, a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sí,
sempre sí.

Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non sapeva:
se la marchesa avesse il cuore o non l’avesse. "L’ha o non l’ha?" egli
si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno piú nella ricerca
dell’ignoto n’era piú avvinto dal fascino e ogni giorno piú s’innamorava
della dama e di sé medesimo perché con sua gloria resisteva a servirla.

Finalmente l’Arnisio agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e alle
arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi cominciò
ad accarezzarlo di certe occhiate cosí lunghe e sentimentali ch’egli
credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore; dunque il
cuore l’aveva. Né il cuore della marchesa doveva battere per altri che
per lui, il quale da un anno la serviva con cura paziente e con
indulgente costanza: non per altri. Ond’ecco La Fratta a studiare di
quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto
della marchesa Arnisio, perché ella non aveva con lui quelle espansioni
compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o
spontanei di gelosia che tutte le donne amando o fingendo d’amare
sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò cosí i suoi occhi e il
suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che,
ahimè!, troppo credette d’apprendervi.

Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni di
donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse
cagione non solo dall’indole sua bizzarra, ma da un intimo, segreto
travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei
spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta dicevan forse il
suo spirito smarrito dietro un’inafferrabile bene, finché con uno sforzo
mal nascosto di volontà non le riuscisse di riaversi o mentire, e allora
abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa;
l’assiduo disturbo dell’emicrania, invece che la simulazione d’un
malanno alla moda poteva essere la dissimulazione di un urgente rovello;
gli sdegni di lei contro lui non erano forse, come egli aveva sempre
creduto, modi di civetteria sagace, ma piú tosto non rattenuti impeti di
sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate, quelle occhiate lunghe e
sentimentali, neanche potevano essere tardi e magri compensi alle
fatiche della sua servitú, ma tutt’al piú erano segni di compassione per
lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore l’ho, oh se l’ho!; ma
non per voi, povero conte!» Or bene: il conte La Fratta non disse alla
marchesa Arnisio come Publio a Barce:

    Se piú felice oggetto
      Occupa il tuo pensiero,
      Taci, non dirmi il vero,
      Lasciami nell’error.
    È pena che avvelena
      Un barbaro sospetto;
      Ma una certezza è pena
      Che opprime affatto un cor;

no: i due amori, l’uno della dama e l’altro di sé, che premevano l’animo
del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano ad
accertare la verità; l’uno, perché chi è innamorato talora dubita a
torto; l’altro, perché, se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a
tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di _cavaliere di
spirito_.

Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d’un patito che
con zelante servitú e con dabbenaggine inconscia riparasse l’amore
ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire. O, dunque,
la marchesa amava qualcuno di quelli che le farfaleggiavano intorno, il
quale, come minore di lui, ella non potesse assumere a servirla senza
scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva, incurante o ignaro
di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa; e come anche non
pregata essa l’avrebbe lasciato nel dubbio, ed egli non voleva restarci,
egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma invano: tal donna
era l’Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna circostanza perdeva
il predominio di sé medesima; né mai, appuntando i suoi sospetti su
questo o su quello che a lei fosse dintorno, il conte riusciva a
sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore, di
smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
fosco, quasi spaventevole, e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a
diventare ridicolo.

Ond’eccolo a richiedere di consiglio l’abate Fantelli: un abate di umore
giocondo e di mente arguta, e caro a tutte le dame di cui conosceva le
corde piú sensibili al tocco delle sue allusioni e de’ suoi frizzi, né
men caro agli amici, cui giovava d’esperienza e di senno.

L’abate consigliò: — Tastale il polso.

E La Fratta non comprendendo, quegli aggiunse: — Né i palpiti del cuore
né i battiti del polso si possono frenare. Allorché ricorderai alla
marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore batterà piú forte e non
potrai sentirlo, ma il suo polso batterà piú in fretta e tu potrai
sentirlo.

Al conte questa parve un’invenzione mirabile; e l’abate continuò: — Non
si falla. Però ricordati che io confido la ricetta alla tua segretezza.

— Son cavaliere — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.

Essa, all’entrare del conte, era abbandonata su ’l canapè con la testa
reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi: ai passi lievi
dell’amico non si mosse, e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua
destra rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.

— L’emicrania, eh? — domandò La Fratta.

— Sí — rispose ella in tono flebile; e La Fratta sospirò triste pur
godendo d’un’emicrania almeno quel giorno opportuna a’ suoi fini.

— Chi l’avrebbe detto ierisera? — proseguí egli, non per rammentare il
tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Nondimeno
ebbe prudenza e chiese ancora:

— Desiderate un po’ di melissa?

— Sí — ripeté la marchesa, perché di prammatica quel giorno era il sí:
trasse un breve sorso dalla boccettina che l’amico le accostò alle
labbra, e respinse tosto la mano dell’amico.

Ma — Che sguardo febbrile! — disse questi prima ch’ella riabbassasse le
pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei
su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso attentamente.

Toc... toc... toc...: nelle arterie, che rigavano d’una trama azzurrina
la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando
all’avambraccio in misura placida ed uguale.

— Chi l’avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino).
Corgnani giurava di perdere a tarocchi perché lo costringevate a
guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d’avervi ravvisata
a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi
proclamò che niuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di voi il
_paspié_. E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete febbre —.
Pure, come piú d’una volta aveva profittato dell’emicrania per tenere a
lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece il polso, e
riandando le vicende della sera innanzi, trascorsa con lei alla
conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi,
con abile arte poté nominare coloro di cui aveva maggior sospetto. Ma il
polso palpitava sempre uguale e placido.

«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La
Fratta a sé stesso. «Quello non può essere; proviamo quest’altro.»

E proseguí nell’esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto
sinché ebbe camminata invano la via che si era proposta. Oramai
retrocedeva; s’ingarbugliava in nuove ipotesi; s’imbrogliava in nuovi
dubbi; infine s’appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:

— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l’Arboldi: sdilinquiscono
tutt’e due, il duchino e vostro marito.

Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse: gli era parso; ma non
era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si
commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente. Per altro la
marchesa era sí strana....

— Io credo — riprese egli — che l’Arboldi non preferirà quel bamboccio a
un cavaliere qual è vostro marito. — Non c’era piú dubbio! La marchesa
amava il duca, amava — strana donna! — il frutto acerbo; e il polso che
aveva confessato era lí pronto a ripetere la confessione. Per prima
vendetta il conte voleva discorrere e burlarsi del duchino affinché,
magari, la capricciosa dama arrabbiasse o, magari, piangesse, svenisse.
Ma il sangue nell’arteria rifluí placido ed uguale, e solo allora
trasecolando La Fratta ebbe un’idea, un lampo, quasi un fulmine: — il
marito?!....

Già: a parlare del marito e dell’Arboldi il polso precipitava,
martellava, scottava. Come scottato, il conte abbandonò il braccio della
dama e balzò in piedi: stupito, stordito non sapeva piú che si dicesse.
Diceva:

— Ma dunque, se l’abate Fantelli.... No: non è possibile! — E quando si
fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserí:

— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, è vero?

— Sí — rispose la dama; ma poteva essere il sí di prammatica.

— Siete innamorata di vostro marito: è vero?

La Fratta s’aspettava una risata dinegatrice, ma la dama, la quale,
meravigliata anch’essa, era per gridare — Chi ve l’ha detto? —, ebbe
tant’ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal conte, e
sentí tant’odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.

— È vero? — incalzava l’altro —: di vostro marito?

— Sí! — E questo non fu il solito sí; fu un sí aspro, secco,
trafiggente. L’altro continuò:

— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitú solo in ubbidienza
della moda?

— Sí!

—.... ed io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?

— Sí!

La Fratta divenne rosso; ma era cavaliere, e si contenne.

— Dunque — conchiuse — non vi annoierò piú, signora marchesa! Solo
permettetemi l’ultimo consiglio: se non volete far ridere il mondo non
riferite questo nostro colloquio all’abate Fantelli. — E per un supremo
sforzo di galanteria cercò di baciare la destra dal polso febbrile e
loquace: la marchesa ritrasse la destra; ond’egli, senza inchinarsi,
uscí dalla camera.

Ma quando la portiera fu ricaduta dietro di lui, la dama, alzatasi vispa
e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con un
lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!

Indi si chiese: «Perché non dir tutto all’abate Fantelli?»

Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse
ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — stabilí —; e che
egli rida e il mondo rida! Anzi!»

Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo ella dava
al marito una prova d’amore sublime fino al sacrificio, sí che
sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe piú
repugnato — ella n’era certa — alle altre prove e piú seducenti prove
dell’amor suo.

Frattanto il cavaliere di ritorno dalla dura battaglia contemplava la
gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de’ suoi
affetti che dolorava ferito: l’affetto di sé medesimo; giacché l’altro
pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando
alla dama di tacere aveva obliato la natura di lei e che s’ella parlasse
— e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della quale —
cosí era strana — nulla poteva sorprendere; ed egli considerava fra sé
il capriccio di lei; si stupiva di non essersene accorto prima; si
rassegnava a comprendere quel capriccio meno enorme di quanto aveva
giudicato prima.

Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile
da secoli, con dei modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la
moglie, gelosa della dama la quale egli serviva, se n’era accesa a
dispetto del mondo e del cavaliere servente?

E l’orgoglio del conte dolorava; e l’altro affetto, che ancora non era
spento del tutto, sussultava d’un ultimo spasimo. Peggio, assai peggio
che la derisione del mondo, la derisione della marchesa quand’ella
innamorasse e seducesse suo marito!

E il battuto, fugato, disperato La Fratta concepí il disegno di salvare
il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella stima della
marchesa.

Ond’éccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per strada e al
saluto di lui non fece né parola né cenno; di che l’Arnisio gli chiese
la causa e della risposta fu sí poco contento da ammonire La Fratta che
non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poiché la taccia
di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il conte
trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la lama
del conte segnò di rosso la destra dell’avversario.

Pronto questi strinse colla pezzòla di battista il taglio che non era
profondo, e poi domandò senz’ira:

— Ora mi direte perché un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar
briga con un cavaliere come sono io.

— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s’aspettava — per
provarvi che se da oggi in avanti non servirò piú vostra moglie e non
entrerò mai piú nella vostra casa, la colpa è vostra.

Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capí meno di prima e
ribatté:

— Spiegatevi!

E il conte:

— Vostra moglie è sdegnata meco e infastidita della mia servitú perché
io, e non voi, ho scoperto ch’essa è innamorata di voi.

Allora l’Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla
rivelazione del polso; fors’anche con uguale timore volse il pensiero al
riso del mondo, ed egli chiese con tono e impeto d’incredulità e di
sorpresa:

— In che modo avete saputo ciò? E ne siete sicuro?

— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell’abate
Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro che solo per ciò un cavaliere come
son io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi.

A tali parole il marchese sorrise e porgendo la mano ferita all’amico

— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!



                                LE FONTI



                                   I.


1. _Fabliau de Guillaume au faucon._

2. _Fabliau du Vair Palefroi_ e una favola di Fedro — La seconda parte è
d’invenzione.

3. Masuccio Salernitano.



                                  II.


1. _Prato Spirituale dei Santi Padri_, cap.o XI: «.... nel monasterio di
Pentula era un frate a sé medesimo molto intento e continente; ed
essendo impugnato dallo spirito della fornicazione, non potendo questa
battaglia sostenere, uscí dal monasterio e andò in Gerico per satisfare
alla sua concupiscenza; e súbito che e’ fu entrato nella cella della
meretrice fu tutto leproso....»

2. _Gesta Romanorum_ (_De constantia fidelis animae_): «.... post
gallicantum de lecto surrexit, intime firmamentum vidit, in quo clare
dominum nostrum I. C. inter stellas respexit et dicentem: .... tempus
est ut pro meo amore.... studeas viriliter contra inimicos meos
pugnare....» etc. Ma d’invenzione sono il secondo e il terzo capitolo.

3. _Vite dei Santi Padri_: «Una vergine ancella di G. C., la quale stava
insieme con due altre vergini, et eravi stata ben sette anni, da un
cantatore fu tanto sollecitata e visitata che cadde con lui in
peccato.... E venne in tanto odio di lui e di sé che, quasi
vergognandosi di vivere, incominciò sí dura et aspra penitenzia che poco
meno che non s’uccise.»



                                  III.


1. _Novellino: Qui conta una novella d’amore._

2. _Fabliau: Le chevalier qui recouvra l’amour de sa dame._

3. _Fabliau: Roman de un chevalier et de sa dame et de un clerk._ — I
lascivi novellieri erotici del ’400 sono alcuni volgarissimi; altri
(ricordate il Piccolomini) sentimentali. Riuscii a rendere questa
disuguaglianza del sentire in una novella sola?

4. La corruzione della passione erotica nel secolo XVI quali novellieri
resero meglio di queste _Lettere Amorose_ di Alvise Pasqualigo (Venezia,
1569)? [Vedi A. A. _Romanzieri e Romanzi del cinq. e del seic._] Ne’
riferimenti ho mutato solo la grafia.

5. _Novelle degli Accademici Incogniti_ (30ª, di F. Carmeni).

6. _Gesta Romanorum_: «Legitur, ut dicit Macrobius, quod erat quidam
miles qui habuit uxorem suam suspectam....» Chiede, il soldato,
consiglio al prete; il quale «manum dominae accepit et pulsum suum
tetigit; deinde sermonem de eo fecit, cum quo erat scandalizata et
vehemens suspicio: statim pre gaudio pulsus incepit velociter moveri et
calefieri.... Clericus, cum percepisset hoc, incepit sermonem de viro
suo habere, et pulsus statim ab omni motu et calore cessabat.»

Fu scritta, quest’ultima, nel marzo del 1894.



                                  NOTA


.... L’indagine psicologica, l’osservazione e lo studio del fenomeno
spirituale, l’analisi del sentimento sono la caratteristica della nostra
età e il tormento nostro. Questa curiosità pretensiosa di conoscere noi
stessi sembra penetrare dalla scienza nella vita comune e divenire
abitudine e sollazzo dello spirito. Il cronista narra della ragazza che
s’è avvelenata e riferisce i particolari piú minuti del fatto; ma non ci
bastano essi, e vorremmo sapere quale successione di pensieri dolorosi o
folli, quale aberrazione di sentimento ed esagerazione di passione
erotica, quale cumulo di avverse circostanze esteriori e che influenza
di contorno ha condotto quella femminetta al proposito insano.

Né ci sbigottisce e rattiene la profanazione dell’idealità; anzi ci
sembra d’innalzare noi stessi abbassando i grandi uomini a noi se
possiamo apprenderne a rilevarne i difetti o le colpe. E non la sola
vaghezza dell’ignoto, ma l’avidità di conoscere in che guisa vivevano e
come sentivano i nostri avi induce gli studiosi a violare per gli
archivi i segreti del tempo e della morte e innamora le persone severe e
cólte alla storia dei costumi. Però l’efficacia della critica storica è
tanta che non si capirebbe senza avvertire questa ragione remota della
sua necessità.

Ma l’arte quando esagera le tendenze dell’età sua si pervertisce sempre
e pervertisce e stanca: onde l’uggia del romanzo psicologico decaduto a
una specie di psicologia romanzesca; onde il rimprovero che si muove
pure ai poeti di ricercar troppo e con morboso compiacimento le
sensazioni insolite, le esagerazioni sentimentali, le infermità
psichiche nella passione umana; e quindi anche il desiderio che l’arte
si ritempri ai modi degli artisti sani e validi, e, pur rinnovandosi,
anzi per rinnovarsi meglio, si rifaccia espressione schietta e forte del
sentire e della vita.

Del qual desiderio tenuto conto, e, d’altra parte, tenendo conto della
fortuna che seconda gli studi intorno il costume antico, non sarebbe
meraviglia se a qualche scrittore venisse l’idea di rinnovare, con
invenzione sua, il racconto del fatto antico.... Ma qual norma dovrebbe
seguire questo raccontatore di novelle che ritraessero costumi e vita
d’altri tempi e la passione di tutti i tempi?

Per me, una delle due:

O la maniera arcaica, cosí nello stile come nello sviluppo del racconto
(prova d’arte riflessa, a diletto di pochi dotti: già sfoggio in Balzac
di maestria e di meravigliosa potenza stilistica e fantastica, e, da
noi, esercizio, affettazione di bello stile nel Cesari, nel Colombo,
nello Zambrini, nel Livaditi, in altri, e, non è molto, grazioso
capriccio di Ugo Fleres);

o (per prova d’arte spontanea, a diletto di tutti) la maniera moderna:
cioè, nulla d’arcaico nel racconto, se non, intimamente, quanto bisogna
a non offendere la rappresentazione, la verità, la visione dell’antico e
la realtà della storia: dunque profittare d’ogni mezzo che noi abbiamo
imparato e conserviamo dell’arte vecchia perché nuovo in eterno;
colorire modernamente la forma, per quanto è possibile e conviene, e
anche improntare il racconto di quell’osservazione e spiegazione
psicologica da cui oggi acquista verosimiglianza e allettamento lo
sviluppo della passione. Soltanto un’impronta, s’intende; e a ciò si
pretenderebbe un senso delicatissimo di temperanza fra il vecchio e
quello che può rimanere moderno....

Ma rifarsi all’arte ingenua e primitiva dei trecentisti, del Sacchetti,
per esempio, adattando a quella loro bella semplicità il moderno stile
semplificato, non credo si possa senza offendere il precetto oraziano,
l’immutabile precetto del _cor sincerum_.... Nessun grande artista si
sottrasse mai del tutto al suo tempo, pur quando ne avversò i gusti e ne
avvisò gli errori, e in arte non si saltano impunemente quattro o cinque
secoli....

                                    A. A. (Da un articolo del _Fanfulla_
                                          _domenicale_ n.o 8, an. XVII).



                          _Finito di stampare_
                      _il dí 25 Febbraio MDCCCXCV_
            _nella tipografia della ditta Nicola Zanichelli_
                             _in Bologna._

                                  ————





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