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Title: Il mondo è rotondo
Author: Panzini, Alfredo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il mondo è rotondo" ***

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Internet Archive.



                            ALFREDO PANZINI

                           Il mondo è rotondo

                                ROMANZO


                                 MILANO
                      __Fratelli Treves, Editori__
                                  1920
                                    —
               _Prima impressione_ (1.º a 12.º migliaio).

                                  ――――

                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda_.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti
il timbro della Società Italiana degli Autori.

                          Milano, Tip. Treves.

                                  ――――


    _Nel nome del giovanetto amico Roberto Sarfatti, volontario di
    guerra, caduto combattendo nel gennaio del 1918, a quanti come
    lui caddero. Il loro sacrifizio appare col tempo di maggiore
    sublimità, in quanto il loro animo era alieno da competizioni e
    conquiste, ma solamente Italia! e in quanto Italia sembra, o non
    ricordare, o non riconoscere questa offerta di pure vite per la
    sua vita_.

    Roma, gennaio 1920.



                                 INDICE


    I. Lo sputo.
    II. La giovane professoressa.
    III. Pasquà.
    IV. Pedagogia.
    V. Fragole e ale di pollo.
    VI. La morte del rosignolo.
    VII. L’acquazzone.
    VIII. Una notte a Napoli.
    IX. I lavoratori dei conigli.
    X. Cristo.
    XI. Giulio Cesare.
    XII. I discorsi degli animali.
    XIII. Beatus allontana da sè Scolastica.
    XIV. I “fessi„ d’Italia.
    XV. “Quis est proximus tuus?„
    XVI. Le prodezze di Biagino.
    XVII. La scimmia a spasso.
    XVIII. Scolastica.
    XIX. La mitragliatrice e i gigli.
    XX. Il pane dell’anima.
    XXI. O Hymen, Hymenaee!
    XXII. Il re dei Bolcevichi.
    XXIII. Il figlio dell’uomo.
    XXIV. Le mammelle.
    XXV. Atrepsia.



                           IL MONDO È ROTONDO

                                           Motto: _in omnibus charitas_.



                     _Capitolo Primo._ — Lo sputo.


Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell’anima,
non può stare attenta.

— _Si tu stivi attiento, io nun te sputava_, — disse quel cittadino del
sud.

Forse voleva dire _attento_ a quel rombo gutturale che precede lo sputo
dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus
Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in
fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans
nero, o sul gilè che era di bellissimo candore.

Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza,
afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma
in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè,
non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini
alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni
grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia,
attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro
il cranio, che basti a stimolare questi manubri.

Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì
una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un’operazione di
magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra,
chiamate _tanks_, e così far paura a quel cittadino del sud, che già
dilungava maestoso col suo sigaro in bocca.

«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso
quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è
per viltà».

La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni aeroplani austriaci
bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato
a guardare con curiosità.

Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che
pure era di finissimo lino.

«Viltà, non direi: forse un po’ di ribrezzo a toccare quell’uomo, come a
toccare questo sputo.»

Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al
primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud,
nessuno aveva veduto.

                                   *

Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città
del sud, si chiamava — come è detto — Beatus Renatus. Era un uomo
assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano
nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto:
_All’illustre Beatus Renatus_.

Dunque era un uomo ragguardevole.

Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo
onesto giudizio e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza
ossea del cranio.

Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po’ ottenebrato e le armi
inceppate.

Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva
affidato a Beatus l’onorevole incarico di ispezionare le scuole, e
perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l’Italia, e aveva preso
molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro.

Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche
all’esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra,
dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si
erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche,
prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere
appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato
i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta
morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto
prendere per il collo quel grosso cittadino del sud.

Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le
scuole del sud.

Tanto nell’Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva
riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che
ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora
abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da
non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e
scopriva il bel gilè con la catena d’oro, ovvero spiegava lentamente il
fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata
oratoria che si potrebbe dire all’inglese.

Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord,
come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse
più la catena d’oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del
nord.

                                   *

«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo
tutte bestie».

Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le
quali non andavano a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di
un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano
filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che
in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio.

Dalle capre Beatus levò l’occhio in su, e vide una colonna annerita dal
tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa,
il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l’elsa della spada.
Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos.

Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora
del mondo.

Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre.

E l’Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo.

Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono
ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è
come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue
quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa.

Mostruosa divinità la Storia!

                                   *

Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po’ di latte. Una
donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La
mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da
quelle due cose scure zampillò lo spumante latte.

Beatus bevve.

La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne
mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di
ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno
sa più chi sia.

Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante,
anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio,
anche se non lo governavano.

Quale mostruosa finzione!

Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una
persona vestita da gentiluomo.

Ecco altre cose che oggi non si ricordano più!

                                   *

Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza
avvedersene nel giardino della città — che lì chiamano _villa_ — deserto
in quell’ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.

Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte
verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole
nascente.

Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i
baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello
che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per
abbattere l’ultimo pupo folle con Dio e la corona: l’imperatore
Guglielmo di Germania.

«Io ricordo, ma anche ricordando — disse — non capisco.»

E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono
niente. E buttano via il loro nome!



               _Capitolo II._ — La giovane professoressa.


E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea
barbagli d’oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.

Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di
italiano.

Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel
mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane — avevano detto a Beatus
Renatus le autorità del luogo, — e non priva di buon volere. Forse un
po’ vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po’ alti ed è profumata. E
quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri».

La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante
passo e chiedendo scusa dell’ora e del luogo, con trepida voce cominciò
così:

— Signor Regio Ispettore, io vengo per una preghiera, e lei deve essere
un’anima gentile.... — Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse:

— Ma chi glielo ha detto che io sono un’_anima gentile_? Chi l’autorizza
a chiamarmi così?

La giovane donna rimase esterrefatta.

— Sappia, lei, che io sono terribile.

— Ma, signore — disse la donna, — si vede che lei è un’anima gentile.

— Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una
cosa grave se si vedesse!

E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè
bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone.

— Io volevo anche dir questo, signore — riprese la giovane donna — che
la gentilezza italica mi dava speranza....

— Ta, ta, ta! — interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava più
della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. — Sa lei quale è il
vero nome della _gentilezza italica_? _Debolezza italica!_ Ma lei ieri
era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine raccolte in
congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente condiscendenze,
niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d’accordo.

— Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.

— Oh!

— Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l’aria di questo
paese.

— La risposta è intelligente! — disse Beatus dopo alcuna lunga
meditazione. — Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.

Ella cominciò a parlare.

Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le
parole timidette.

Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero....

— Benissimo, signorina — diceva Beatus, ma voleva sottintendere:
«benissimo con limitazione».

La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo
il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si
accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno
davanti alle donne.

Non erano gran cosa, ma si potevano scusare quei ragazzoni di scolari se
stavano più attenti a lei che ai libri.

Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso
di dover osservare che pur l’accento napoletano è grazioso.

Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al
loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: — Del resto io
non domando che la mia felicità — rimase stupito, e guardò colei che
domandava con tanta naturalezza la propria felicità.

— Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità.

— Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici — rispose Beatus.

Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione
graduale dell’iperbole, come si usa con la morfina per guarire i
morfinomani.

La _felicità_ per la signorina consisteva nell’essere trasferita in una
grande città.

— Io credevo, signorina — disse Beatus — che lei mi domandasse il
contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di
questa città?

— Sì, signor Regio Ispettore.

— Non ha qui lei la sua famiglia?

— Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli....

— Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al
completo.

La parola _marito_ dipinse sul volto della giovane donna un amabile
rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica
diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne.

— Signore — disse ella — non è possibile.

— Oh!

— No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in
questo paese.

— Questa è un’altra iperbole, signorina.

— È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici.
E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo
istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all’indice.

Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono
tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono
a togliere lo zoticume, a che servono?

La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio
Ispettore.

— In una città grande — disse Beatus —, la cosa mi pare ugualmente
difficile per altra ragione.

Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito.

La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria.

— Lei cerca la gloria, signorina? — domandò Beatus.

Un’onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel
volto della giovane donna.

— La gloria.... Proprio la gloria, no — disse titubando. — Ma almeno
farsi un nome.

— Lei aspira a farsi un nome?

Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che
buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel
volto della giovane donna, che domandava un nome.

— Ma in che modo, signorina?

— Scrivendo, signore! — disse con trepidazione.

— Scrivendo?

Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti
trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere.
In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe
trovato uno stile....

— Lei cerca, signorina, quello che non c’è.

— Che cosa?

— Lo stile.

— Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile?

— Non esiste.

— Come? non esiste? Se non si parla che di stile?

— Quando lei — disse allora Beatus — avrà conosciuto tutto senza
conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà
salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l’agnello, e il pigmeo
e l’eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio,
allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come
una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non
saprà più che farsene.

— Non mai udii queste cose, signore.

— Può darsi.

«Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello.

Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è
fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che
producono una certa eccitazione.

La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie
che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola
gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti:
un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società,
qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma.

— Ha ragione, signorina — disse Beatus. — Questa, in verità, è una
gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come
a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda,
guarda! — si interruppe di un tratto Beatus.

— Che cosa, signore?

I grandi occhi della signorina guardarono: ma nulla c’era.

Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al
viale, era tutto uno strano barbaglio d’oro con iridescenze opaline.

E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla
giovane donna che cosa fosse quel barbaglio.

— Il più vile dei fiori — disse la donna.

Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi,
spontanei, l’estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e
volgarmente son detti «soffioni».

— Sembrano i fiori del sole, — disse Beatus Renatus appressandosi.

Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la
vista di lui non vi penetrava.

— Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei,
signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne.

Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano.

— Oh, il meraviglioso ricamo! — esclamò. — Non avevo osservato.

— Certo un meraviglioso fiore — diceva Beatus. — Pare figlio del sole.

Ma mentre Beatus e la donna fermi così contemplavano, un pappo si staccò
dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi
volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo.

— Eppure — disse Beatus — io non ho avvertito un soffio di vento.

— E io nemmeno, signore, — disse la giovane donna.

— Oh! — esclamò Beatus — anche per lei, signorina, non esisteva il
vento, ma per i sensi del fiore, sì.

Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d’oro che fuggivano lievi
per loro richiamo.

— _Anima_, signorina — disse Beatus — vuol dire «vento»: un soffio di
vento, ἄνεμος. Appunto _vento_ occulto ai nostri sensi, ma forse esiste,
come esiste un alito per questi fiori più sensibili di noi.

Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero — anche senza
che il campanelluzzo funzionasse — che anche allora aveva parlato fuor
di misura.

Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come
colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto.

Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua
domanda.

Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna
indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante».

— Roma o Milano?

— Oh, signor Regio Ispettore — esclamò la giovane donna — Roma, Milano,
il mio sogno!

— Ebbene venga con me all’albergo e ne parleremo meglio.

Ma la giovane donna disse: — Oh, signore, si sta così volentieri con
lei; ma se io entrassi con lei nell’albergo, tutta la città questa sera
lo saprebbe.

— Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti.

— Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre
donne.

— Così che ogni donna — disse Beatus — è guardiana della virtù delle
altre.

— Ah, sì, signore.

— Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose — disse gaiamente
Beatus.

La giovane donna non rispose.

Beatus disse:

— È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza.

Beatus guardò quella giovinezza un po’ sfiorita.

Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran
tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.

                                   *

La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.



                       _Capitolo III._ — Pasquà.


Così Beatus tornò solo al suo albergo.

Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone
si chiamava Pasquà.

Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli
fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona
rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo
doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco
nella città scura, e portava il superbo nome di _Palace Hôtel_.

Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere
la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la
penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci.
Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono
un naturale appannaggio dei pavimenti.

— Quando però non si tengono puliti, come è il caso — aveva detto Beatus
indicando gli angoli col ditino.

— Tocca al facchino pulire — aveva risposto con dignità il cameriere.

La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri
animalini schiacciati.

Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto,
non senza soddisfazione: — Tempo di guerra, signore! — che Beatus
tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola
di bucato!»

Quel cameriere portava il _frac_, ma tutto laccato di nero, sì che
incuteva ribrezzo.

Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di
bianco.

                                   *

Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il _Palace Hôtel_, ed era
andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di
bucato, anche in tempo di guerra.

Pasquà era un uomo sui cinquant’anni, obeso e tetro con faccia
borbonica: stava solitamente sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito
e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se
occorreva qualche cosa, chiamava: «_Giggia!_ Carmè! Concettiella!» ma
lui non si moveva.

Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè
era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e
fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari,
idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una
profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a
non far nulla.

— Voi che guardate? — aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.

Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse
nella padella le uova con la mozzarella. E un’altra volta in quel dì,
Pasquà pur disse: — Voi che guardate? — Egli guardava Concettiella che
dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e
lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e
spargeva penne e immondizie per la via.

Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà che ammirava l’arte con cui
Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel
_cocco mio_ seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì
come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata
una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: — _Nun dite fesserie, pecchè voi
guardate ’i femmine e nun ’a mozzarella._

                                   *

Pasquà si moveva soltanto all’ora di servire a tavola. Ma non portava
lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano _pincerna_:
cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto
aveva un po’ di gaiezza.

— Quando — diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un
cavatappi — avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso.

Era anche un po’ prepotente Pasquà. Diceva: — Voi volete sapere in
cucina _che ce sta_. Non ci pensate. _Mo v’arrangio io._ — E portava
quello che voleva lui, e diceva: — Quando io vi faccio riempiere bene _a
panza_, non basta?

E in verità Beatus, benchè avesse la _panza_, cioè stomaco e intestino
delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era
stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza
gli scancellavano la imagine delle cose sudicie.

Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: — Io v’apparecchio qua e voi ve ne
andate là. Che avete? la tarantola in corpo?

È che Beatus cercava l’angolo dove la tovaglia fosse men sudicia.

— _Ih, quanta aristucrazia!_ — aveva detto Pasquà. — _Quando v’aggio
dato ’a salvietta pulita p’ ’a bocca nun basta?_

Era anche curioso Pasquà: — _Vui m’avite a spiegà come fate: v’andate a
curcà e leggite, pigliate ’u caffè e leggite, mangiate ’a minestra, e
leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u’_ Don Marzio, _me volta
’a capa._

E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: — Anch’io come voi tengo tanti
pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a
niente.

Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto _Storia_ —
_Ih, quanta storia!_ — esclamò. — _La so anch’io la storia come voi. Re
Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello...... Tutti fessi!_

                                   *

Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo
nirvana.

Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: — Felice voi! Sempre di
società anche la mattina!

— Perchè?

— Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre.

— Felice voi, Pasquà — disse di rimando Beatus —, voi che potete dormire
anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle donne. — E
indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti.

Lo guatò torvo Pasquà e disse:

— _Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint’ ’u core mio.
Quando si arriva all’età mia, che campo a fa ’ncoppa a stu mondo? E
anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le
scarpe lustre!_

Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.

«Ecco una cosa — disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo — che
contraddice all’elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza,
perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione
dall’animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».

E Beatus non sorrise più.

E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane
professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di
Pasquà: l’amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla
sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di
Pasquà.



                      _Capitolo IV._ — Pedagogia.


Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.

Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le
quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole
del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche
variazione nei dialetti.

Tanto nell’Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita
la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica,
ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con
un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino
presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti
gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori.

Tanto nell’Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli
scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto che
questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli
adolescenti.

A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una
scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus
osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota.

Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota.

«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica
voce. E allora il verso:

_Chiare fresche e dolci acque_ — tremò su le labbra della signorina.

Ma Beatus interruppe dicendo: «stia ritta!»

«Ma io sto ritta!»

«No, lei sta storta!»

La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito
negli ultimi testi della moda.

Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era
eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò:

«Esca e si vada a vestire.»

                                   *

Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare
senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa:

«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno
i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse
degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da
distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa
aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni
deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti:

«Il grido, _morte all’intelligenza!_ non ha valore se non quando si è
percorso tutto il giro dell’intelligenza. Vero è che le democrazie
scontano oggi l’errore di voler fare di tutti gli uomini animali
pensanti.»

Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa:
«La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi.... di materia
cerebrale».

Altre note poi offendevano l’intera nazione, come questa:

«Tanto nell’Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del
senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato».

Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile
predicare la verità.

«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido
animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell’alba.

«I galli salvano l’umanità a prezzo del loro collo».

                                   *

Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare
questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse
questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese
che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone».

Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito
allo stomaco.

Un’ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita.
Rammentava il pollo, spennato da Gigia.

«È deplorevole — diceva Beatus pensando al pollo — che qualche volta lo
stomaco umano reclami l’albumina animale. E se invece di una gallina
fosse un gallo?»

Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non
c’era più acqua nella piccola brocca.

Chiamò con voce dolce, decrescente: — Gigia, Gigia, Gigia!

Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce
imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe
risposto.

Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole
nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero
mai fatte.

E scese per la colazione.



                _Capitolo V._ — Fragole e ale di pollo.


Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c’era nessuno
ancora, fuorchè _Giggia_, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella,
senza pudore, essendo già l’ora di servire in tavola, infilava i suoi
piedi nudi nelle calze.

— Voi che state facendo? — domandò Pasquà a Beatus.

— Caro Pasquà — rispose Beatus —, vorrei fare colazione, e mi è sembrato
di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un pollo nella
pentola?

— _Ce steva_ — disse Pasquà — _ma sono venuti due operai e se l’hanno
magnato._

— Due operai hanno mangiato un pollo?

— _Eh, caro signore_ — rispose Pasquà — _mo’ i polli li magna chi
lavora._

E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole.

— Oh, le bellissime fragole — esclamò Beatus.

— Queste non sono per voi — disse Pasquà.

— E perchè?

— _Questa è una cosa troppo fina, e co’ zucchero e co’ cugnac, meno di
quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E
poi scusate; mo’ che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui
andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!_

E queste parole furono proferite in tono di rimprovero.

Ora, siccome Beatus girava appunto l’Italia per rimproverare altrui,
così gli dolse esser rimproverato dall’oste, e domandò:

— Come fate a sapere che io sono un gentiluomo?

— _Ih, si vede! V’aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato,
se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo
paese? V’aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete
quella tavola? Mo’ arrivano le_ cocottes.

Una compagnia d’operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà
chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di _cocottes_ o di
_ciantose_ ogni donnina un po’ eteroclita.

— _Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura,
che va bene per vui._

                                   *

Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano
delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e _cocottes_.

                                   *

Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che
le _cocottes_ o _ciantose_ erano giunte.

Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti
alti e membruti, stilati all’ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le
signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.

Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e
cominciò: — _Mo’ ve servo ’na supressata di verace maiale_
«Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.

Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due
giovanotti consultarono prima le _ciantose_, e si sentì la voce di
Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: — _Più fine? Più fine di
vermicelli con le vongole che v’aggio a dà?_

A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la
quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice:
«Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di
malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver
vicino chi mangia pollo e fragole.

Nell’attesa degli spaghetti con le vongole, le due _ciantose_ si tolsero
i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono
piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in
casa propria.

I due giovanotti assistevano all’operazione con molta serietà.

Per quello che Beatus poteva distinguere, le due _ciantose_ erano due
babbuine dipinte: carni un po’ travagliate, roba di terzo ordine.
Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa
di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all’alchermes, l’altro al
pistacchio. Se avessero avuto più senno, si dovevano mantecare allo
stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.

Una di esse, d’un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta
dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici
come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e
accolsero in faccia l’acqua benedetta.

Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu
dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose
Pasquà:

— _Vui pazziate, compà_ — disse. — _Io vi apro una bottiglia che è una
reliquia, e vui andate trovando ’a sciampagna!_

Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.

Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle _ciantose_: —
_Facite vedè!_

Era il modo come esse tenevano la forchetta.

Si provarono essi, ma non vi riuscirono.

— _La vostra maniera è aristocratica_ — disse uno —, _ma accussì non se
ponno magnà li vermicelli._

Una _ciantosa_ intonò:

    Mi chiamano Mimì
    il perchè non so.

I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si
faccia una carezza.

Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo.

Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle _ciantose_ disse
forte ad uno dei due giovani: _cochon, mon petit cochon_.

Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu
data all’orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato
scoppio di risa. Allora anche l’altro giovane reclamò la sua porzione, e
le due _ciantose_ la diedero in toscano: — Schifosino, schifosetto,
schifosone!

Ma quando le due _ciantose_ dissero:

— Imboscato, imboscatissimo! — i due giovani mostrarono di non gradire
molto.

— Ma se non c’è nessuno! — disse una delle due _ciantose_.

Il giovane ammiccò a Beatus.

Le _ciantose_ volsero verso quella parte l’occhio protervo, videro
l’omiciattolo e alzarono le spalle, come a dire: «quello lì non conta».

E proprio non doveva contare, perchè quando furono portate le fragole,
una delle _ciantose_ si metteva una fragola fra le labbra e se la faceva
togliere da uno dei due. Assaporava costui e diceva: — _Mo è condita più
meglio che con la cugnac. Prova anche tu, compà. Questa sta la moda de
Pariggi._

_Et ultra!_ parve assentire la compagna.

                                   *

Beatus credette opportuno togliersi di lì.

Egli, l’illustre pedagogista, aveva assistito ad una lezione delle più
squisite grazie francesi.

                                   *

— Sono gentiluomini anche quei due? — domandò Beatus a Pasquà.

— _Ih, che dicite! Quello biondo, prima della guerra, faceva o
scarpariello, e mo fa il negoziante di scarpe de cartone pei soldati;
quello più anziano ha fatto un sacco di danari coi fichi secchi pe’
Governo. Non sono gentiluomini come me e come vui: sono_ plebbe, _ma
tengono alte amicizie. Ma stateve buono, signorì; per questa sera
v’aggio stipato due fragole._

Veramente le fragole erano diventate odiose a Beatus.

«Dicono, — rispondeva Beatus mentalmente a Pasquà — che la sociologia
sia una scienza moderna; ma Esiodo, benchè vissuto tanti secoli fa, ne
sapeva almeno quanto Vilfredo Pareto».

Pasquà ora serviva caffè e rosoli. Ma tornò indietro subito col vassoio:

— _Vogliono il caffè in to giardino, sotto il bersò._

— Caro Pasquà, — gli disse Beatus — l’aristocrazia non prende mai il
caffè dove ha pranzato.

Ma Beatus sul tavolo di Pasquà vide una lettera e disse: — Questa è per
me.

— _E se è vostra, pigliatevella._

— Ma quando è arrivata?

— _Ma che saccio io quando è arrivata! Domandate al portalettere. Vui
volete sapè tutte cose. Ringraziate Iddio che è arrivata._

Era il caso di osservare a Pasquà che lui era poco gentiluomo; ma era
così arrabbiato per quei signori là, sotto il bersò.



                _Capitolo VI._ — La morte del rosignolo.


La lettera che Beatus aperse, non portava «illustre» nella soprascritta,
ed era scritta con righe trasverse, la qual cosa è specialità della
donna. Ma non poteva essere una donna elegante, perchè queste scrivono
con quel carattere a zampini isterici che è di moda, e si direbbe — se
la cosa fosse possibile — insegnato da un calligrafo umorista per far
dimostrare alle donne stesse che esse non hanno un carattere, se tutte
possono adottare un uguale carattere.

La lettera che Beatus aperse, aveva invece un carattere, ma sbilenco e
deforme.

Infine, il bollo postale era appiccicato dietro la busta, e questa è
specialità delle serve quando il possesso della terza elementare le
mette in grado di scrivere la loro lettera d’amore. Infatti era
Scolastica, la serva di Beatus: ma non era lettera d’amore perchè diceva
le cose seguenti:

«Signor padrone, vengo con questa mia per farle sapere che tutti noi
stiamo bene e così spero anche di lei. E prima di tutto gli devo dire
che io sono molto contenta perchè mio fratello ha avuto venti anni di
galera, che sono diventati dieci per l’amnistia: e adesso fa il muratore
a Santo Stefano, così sono sicura che non se lo mangeranno i
bacherozzoli; e poi tutti mi dicono che appena finita la guerra, li
metteranno fuori tutti, come è di giusta, perchè lui non ha rubato nè
ammazzato nessuno!»

Qui Beatus si fermò. Egli aveva il vizio di fermarsi a tutti i problemi,
come i cani a tutti i paracarri: il problema qui era tremendo! Il
fratello di Scolastica era stato condannato per diserzione; cioè appunto
perchè non aveva ucciso in guerra.

Ma quella frase plebea: _non se lo sarebbero mangiato i bacherozzoli_,
che voleva significare che _non sarebbe morto combattendo_, gli fece
vedere, quasi con gli occhi, la giovinezza di coloro che adesso erano
divorati dai vermi della terra.

La lettera continuava:

«E adesso gli devo dire che Ruggero Bonghi è scappata di casa ed è
rimasta fuori due giorni, e il boia dei cani se l’ha presa, e io son
dovuta andare dal Comune dove ho dovuto pagare tanti soldi. Loreto sta
bene, ma dà i becconi a tutti; invece il rosignolo è stato male ed è
morto, perchè il formaggio non si trova, e i macellai non dànno più la
carne. E adesso gli devo dire che se lei non manda altri soldi, io ho
trovato un altro servizio da una contessa, che è sola, e in casa ci ha
tutto quello che vuole, e non c’è bisogno di far la fila; perchè ci
portano tutto in casa: olio, zuccaro, farina e galline. Gli devo poi
anche dire che quel suo amico che bestemmia sempre in toscano, è venuto
due o tre volte, e dice che faccia presto a tornare che lui ha bisogno
di parlargli. Altro non avendo, passo a firmarmi la sua fedele serva
Scolastica».

                                   *

Qui Beatus non pianse, ma questa notizia del rosignolo gli diede molto
dispiacere. Lasciando la casa, così aveva raccomandato a Scolastica:

«Se anche non levate la polvere ai mobili, poco male; ma ricordatevi di
pulire la gabbia, e di dare, tutte le mattine, cinque tarme al
rosignolo, e, a mezzodì, un po’ di carne tritata, e che il suo
cassettino sia sempre pieno di farina e formaggio; e l’acqua rinnovata».

Era un usignolo non di nido ma silvano, preso con le reti e donato a
Beatus da un suo scolaro, campagnolo, in una di quelle grandi gabbie
rusticane, fatte di cannucce, con la vôlta di tela verde. Era lungo,
aristocratico, grigio perla nel ventre. Le zampine e il becco erano di
una delicatezza quasi immateriale. Non era nè domestico, nè ribelle:
accettava la sua prigionia e per quanto Beatus avesse cercato di farsi
conoscere da lui, mai non fu riconosciuto. Passeggiava per la gabbia con
signorilità, quasi sapesse che era inutile spiegare la virtù delle ali.
Ma si elevava pei bacchetti, senza sforzo, come per virtù di calamita
che attraesse il suo corpo leggero. Beatus gli rivolgea parole gentili,
ma lui non torcea per vezzo la testolina ai richiami, ma tenea in avanti
quel suo becco sottile con l’alterezza di una fronte.

«Ed è giusto — diceva Beatus — che non mi riconosca per nutrimento che
io gli dia.» Però per Natale o per Santa Lucia, cominciava a cantare,
forse perchè lo studio di Beatus era tiepido e solatìo; e durava tutto
l’inverno a cantare.

Novena di Natale!

Era come una nostalgia dei paesi d’oriente, che lui, il nobile silvano
aveva conosciuto. Perchè chi sa ancora dove migrano gli uccelli? Paesi
d’oriente ove fiorirono le mille e una notte, paesi che lui, Beatus, da
giovane avrebbe voluto vedere; ma che, oramai, mai avrebbe veduto!

Li rivedeva nel canto del rosignolo.

E poi, e poi spesso la notte è rotta dal grido delle strigi, ed è bello
udire il canto del rosignolo, la notte. E poi, e poi: da un lato, nel
suo studio, stava Loreto, immoto, coriaceo, adunco: e dall’altro lato
quella creatura alata e canora, che faceva pensare a cose inverosimili:
trasmigrazioni di anime, che so io. Quando cantava, tutta la gola gli si
gonfiava per la passione e non s’accorgea che Beatus si accostava. Ma se
si accorgea, allora non cantava più.

Ora anche lui se lo mangiavano i «bacherozzoli»!

                                   *

Ma sotto il pergolato le due signorine seguitavano le loro lezioni di
eleganza ai due pacchiani: le pose, i passi, come si accende la
sigaretta, dove si butta la cenere. Se i greci fossero risorti,
avrebbero aggiunto alle Muse, maestre di civiltà, la Moda. Poi una cantò
canzonacce di caffè concerto: l’altra si atteggiò a sfinge, con i polsi
aderenti e le palme disposte come un porta-uovo, e il viso di bertuccia
dentro il porta-uovo. E mostrava i denti.

«Era più bello quel povero rosignolo» pensò Beatus.

                                   *

Poi andò da Pasquà e disse che facesse il conto, perchè partiva domani.



                    _Capitolo VII._ — L’acquazzone.


Beatus Renatus lasciò il dì seguente verso mezzodì l’ospitale albergo di
Pasquà.

L’afa incombeva grande, e l’azzurro del cielo, pur senza una nube, aveva
un offuscamento di tenebre.

Beatus trovò una cosa rarissima nel 1918; un angolo soffice nel diretto;
e appena il diretto si mosse, trovò un’altra cosa rara per lui: il
sonno!

Ma dopo un tempo che egli non riuscì a determinare, si destò. Il sole
era scomparso. Già notte? Qualcosa ruinava, schiantava: bombe da
aeroplani austriaci?

No, un nubifragio.

Il cielo era — come gli uomini — in preda a un accesso di follia. Lampi
e tuoni inseguivano il treno; ondate di pioggia lo schiaffeggiavano.

La pioggia penetrava dai lati, dal soffitto, dal pavimento.

La gente atterrita diceva: «Ma da dove viene quest’acqua?»

— Dal cielo — disse Beatus.

Lo riguardarono come si guarda chi dà una risposta idiota. Beatus non
rispose e trovò piacevole essere riguardato da coloro come un idiota.
«Tutto viene dal cielo: anche nel luglio 1914 il treno dell’umanità era
partito con uno splendido sole: tutti avevano abiti d’estate, come per
una gita ai bagni, quando scoppiò il nubifragio della guerra.»

«È una vergogna piovere in prima classe,» dice la signora presso Beatus.

«Reclami appena arriva a Napoli», le dice un signore.

«Io apro l’ombrellino», dice la signora.

«L’acqua — dice un altro signore — schizza da tutte le parti. La vettura
pare un crivello immerso nell’acqua.»

«Questi temporali — dice un terzo signore —, sono una conseguenza dei
bombardamenti sul Piave o su la Piave.»

Dice il primo signore: «Non ci siamo affogati ieri, attraversando lo
stretto di Messina, e ci s’affoga ora».

«C’è molto pericolo a traversare lo stretto di Messina?» domanda il
terzo signore.

«È un rischio come andare in guerra! Ogni terzo giorno i tedeschi
silurano un _ferry-boat_; anche se i giornali non lo dicono. Noi si è
avuta la fortuna di avere avanti di noi un _ferry-boat_ carico di
truppa. Hanno silurato quello e noi fummo salvi».

Ma è freddo, veramente freddo. «Io sono tutta zuppa! — dice la signora
dell’ombrellino. — Questo signore — indica Beatus — ha avuto giudizio».

Sì, Beatus conservava il giudizio di portare sempre con sè un pastrano
di inverno. Ma quell’ombrellino oscillante contro i suoi occhi, gli era
tedioso. Cedette il posto d’angolo alla signora e uscì nel corridoio. Lì
pioveva con violenza anche maggiore e poi c’erano scorribande di gente.
Beatus si rifugiò nella latrina, dove pioveva meno. Guardava i rubinetti
che ai tempi della pace versavano acqua fredda e calda, come la fonte
presso Troia. La versavano con cortesia in tutte le lingue: _warm_,
_kalt_. Ora si versa sangue! Ma un urto violento aprì la porta.

«Signora, venga qui che ho trovato un bel posto».

«Ah, mio Dio!» squillò una vocina.

Una donnina che pareva nuda, ma ridente e tremante, entrò nella latrina,
e dietro a lei un ufficiale, poi un altro ufficiale, poi un terzo
ufficiale.

Nuda propriamente, no; ma la pioggia cadendo su la veste di velo, color
di viola, gliela aveva tutta incollata su le carni, sì che pareva di
quelle figurine trasparenti che mettono nelle cartoline illustrate.

Beatus fu automaticamente scacciato dal suo rifugio. La damina si
accomoda la testa scompigliata davanti alla specchiera. Tutto l’esercito
è a sua disposizione. «Posso offrire acqua di colonia? sigarette?
menta?» La latrina si riempie di fumo. Veramente essi, veramente ella,
dicono _closet_: ma è lo stesso: _latrina_.

Ma la damina non è spaurita in mezzo all’esercito. Parla lombardo, e
tiene testa all’esercito. Si sente ogni tanto il grido di difesa di lei:
«mio marito».

Più che dall’assalto dell’esercito, la damina sembra atterrita dallo
schianto del fulmine.

«_Còppet_», dice un ufficiale al fulmine. (È Milano.)

«Che hai paura? Noi ti facciamo da scudo. Noi siamo _invunnerabbili_».
(È la Sicilia.)

«Signora, io vi offro il mio cuore». (È Napoli sentimentale.)

«Ma non usa più offrire il cuore alle signore — dice Milano. — Offriamo
la giubba».

Tutti vogliono offrire la giubba. «Ma si tolga prima il vestito. Vuol
morire di polmonite?»

La Sicilia propone: «Facciamo una bella cosa; chiudiamo la porta».
Chiudono la porta in faccia a Beatus. Non si vede più ciò che avviene
nel _closet_. Forse, anche lì, un nubifragio.

Il primo signore, molto rubicondo, avanza nel corridoio e vuole entrare
nella latrina o _closet_.

«Non si può: occupato», si risponde di dentro.

«Badi che ho molta premura».

La Sicilia apre l’uscio con occhi di minaccia.

«Oh, scusi....»

La Sicilia richiude; ma prima ha chiamato un altro ufficiale, che stava
seduto, e lo ha pregato che stesse di guardia perchè non entrasse
nessuno. Colui si levò, e stando in piedi davanti al gabinetto, diceva a
chi voleva entrare: «C’è una signorina che sta poco bene».

                                   *

Questo quarto ufficiale era un giovine alto, pallidissimo, signorile
nell’aspetto; e il modo con cui diceva quella bugia e placava la gente
era degno di ammirazione. Infatti Beatus lo ammirava.

Ma ad un tratto il giovine sorrise verso Beatus di un caro sorriso e
disse:

— Non è lei Beatus Renatus?

Beatus si riscosse nell’udire il suo nome: certo egli era assorto, ma è
pur vero che accade sovente di riscuoterci quando udiamo d’improvviso
chiamarci per nome. E infatti è una cosa meravigliosa avere un nome.
Perchè abbiamo noi un nome?

Beatus disse: — Ma come, mi conosce lei?

— Ero studente all’Università — rispose il giovane. — Non ricorda? Non
ricorda lei, professore, quel giorno del maggio 1915, che fermammo lei
davanti alla porta dell’Università e lo pregammo di parlare? Io ero fra
quelli, signore!

Egli ben ricordava quel giorno e quei giorni del maggio 1915, quando
l’Università fu chiusa e i giovani tumultuavano.

Egli sino a quel tempo era vissuto in possesso del suo onesto pensiero,
e ora riconosceva come in quel tempo egli si poteva chiamare felice.
Credeva nei vari personaggi che avevano beneficato l’umanità. I loro
ritratti e i loro volumi ornavano il suo studio. Li salutava mentalmente
al mattino al modo stesso che il suo pappagallo dicea: «Beatus, buon
giorno, Beatus!».

Anch’egli, benchè in piccolo, credeva di essere un benefattore
dell’umanità. Il suo studio era frequentato da cari amici con cui faceva
lunghe e piacevoli partite agli scacchi della filosofia; si misuravano
gli stadi superati dall’umanità: _mito_, _religione_, _ragione_. Si
facevano tornei cortesi sull’_infinito_ se è cosciente o è incosciente;
o su Loreto, se è un pappagallo perchè è effettivamente un pappagallo, o
perchè piacque ai benefattori dell’umanità di chiamarlo pappagallo.

Non mancavano i ragionamenti se la rivoluzione è preferibile alla
evoluzione per chi desidera vedere la bella meteora detta arcobaleno, la
quale si manifesta soltanto dopo gli uragani.

Si disputava anche della libertà, non per dubitare di essa, essendo la
libertà insieme con l’uguaglianza e la fratellanza fra le più grandi
invenzioni del secolo; ma per studiare come va applicata. Giacchè la
libertà è una medicina infallibile ma stravagante: non fa bene se non a
chi sta bene di salute.

Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del
tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e
si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne
la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i
gnocchetti e l’acquiccia.

Gli parve che fra i benefattori dell’umanità e i bimbi che giocano
all’anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che
giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la
domenica, giocano alle bocce, all’osteria. Badate che, a pensarci bene,
è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus!
Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno
dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l’equilibrio,
traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione — terzo
stadio del progresso — non vedevano assolutamente più.

Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano
circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei,
una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!»

Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè».

Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano
trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle
parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la
Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento
di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento
e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a
studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che
portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano
non può stringere questa materia incandescente». Alludeva alla guerra; e
aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più
cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È
inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà.
È la concezione materialista che trionfa. Sono i _mammut_ dei
conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è
morta! Cristo è morto! l’individuo è morto! Forse da qui due, tre mila
anni risorgerà l’uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla,
parla tu, o Beatus».

Ma Beatus non aveva saputo parlare.

Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore,
ma la parola di fede non l’aveva proferita.

Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell’umanità,
s’accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi
demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani.

La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a
morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava.

Quella adolescenza che domandava la guerra, gli parve l’Italia: una
adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime.
Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l’età dei
_mammut_?

Gli parea di non poter più respirare. Anche lui respirava, senza
saperlo, per il cordone ombelicale della madre Germania. E adesso la
guerra gli tagliava il cordone ombelicale, e questa operazione eseguita
oltre i quarant’anni, era grave!

Il giovane ufficiale, ricordando quei giorni, richiamò a Beatus il suo
perduto onesto giudizio.

Beatus domandò di questo e di quello studente, e il giovane rispondeva
invariabilmente: — Morto!

Tanti morti!

E Beatus si vergognò di esser vivo.

                                   *

— Oh, sì, molti morti! — Del resto — continuò il giovane — finchè c’è
legna da bruciare (e indicò i compagni nel _closet_) si va avanti. Sui
monti del Carso si sono fatti i fuochi di San Giovanni con vera
prodigalità.

Beatus allora si accorse che quel giovane parlava con una sua amarezza,
con una sua ironia. Voleva domandare: «perchè parla così? si è fatta
morire più gente che non fosse necessario?», ma ebbe paura della sua
domanda, e il giovane la troncò in sul nascere con un gesto che
significava: «non ne parliamo», oppure: «che può capirne lei?».

La tristezza del giovane contrastava con la follia dei tre compagni, e
sorprendeva anche come egli si prestasse a far da sentinella a quella
loro follia. Beatus domandò, indicando il gabinetto:

— Sono suoi amici?

— Ci siamo conosciuti in viaggio.

— Molto allegri.

— Così! Due vengono dal Grappa; l’altro, quel siciliano biondo, con
l’aquila d’oro, è uno di quelli che la notte stessa in cui gli austriaci
fecero strage su Padova, per rappresaglia volarono su Innsbruck e fecero
anch’essi strage.

Beatus non sapeva questo. — In fatti — disse il giovane — la censura ne
vietò la comunicazione ai giornali, tanto più che la cosa avvenne senza
ordine del Comando. Oh, lei capisce bene che le rappresaglie ai tedeschi
son lecite; a noi no!

— Voi siete allora — disse Beatus — come Gastone di Foix, che combattè a
Ravenna col braccio nudo legato fuor della corazza, in omaggio alla
dama.

— Già, ma quella era una dama! La verità è questa: che si paga a tariffa
piuttosto alta l’onore di combattere per l’onore d’Italia. D’altronde è
anche giusto. La guerra la abbiamo voluta noi; il popolo ne faceva a
meno. Quei signori, amici del popolo, sono in linea di stretta logica:
la patria non esiste. Noi, piccoli borghesi, ci permettiamo il lusso di
morire per far far più grande la patria. Ah, _dulce et decorum est pro
patria mori!_

E un brivido corse per le pallide labbra del giovane.

Questo linguaggio dava pena a Beatus. Mutò discorso e domandò: — E lei
perchè non prende parte alla festa dei suoi amici?

Il giovane non rispose, se non che si abbassò alquanto e, presa la mano
di Beatus, la guidò sotto la folta capigliatura.

— Professore, sente?

Beatus ebbe un brivido. C’era come una buca nel cranio.

— M’hanno levato — disse il giovane — un po’ di cervello; ma per quello
che deve servire, ce n’è sempre abbastanza. Piuttosto, sono rimaste
alcune schegge che mi hanno paralizzato.

Allora Beatus si accorse che il giovane era appoggiato ad un
bastoncello.

Beatus, non avvertito dal campanello, proferì la parola: «eroe».

Ma il giovane lo interruppe con un brutto gesto e disse:

— Oggi! Domani forse mi daranno una spinta, se pure non diranno: «ecco
uno di quelli che hanno voluto la guerra!». Buone gambe bisogna avere
per salire in treno, buone gambe per far ballare le signorine, buone
braccia per farsi largo, caro professore.

                                   *

La latrina si aprì: la damina ne usciva scotendo le vestine, come la
gallinella dopo la pioggia. Il nubifragio andava passando. Le nubi si
staccavano come lembi d’una ferita: sotto appariva l’azzurro: il treno
navigava verso l’azzurro. Ecco il Vesuvio laggiù! Un paesaggio bello, ma
che ha un non so che di sconvolto; come quel pennacchio di fumo che
sopra sempre vi ondeggia.

Stazione di Napoli. La folla travolgente si precipitava dal treno. I tre
giovani ufficiali calavano il compagno ferito, piano, come un faticoso
bagaglio.



                 _Capitolo VIII._ — Una notte a Napoli.


A Napoli non fu trovato il sonno nel letto dell’albergo. Pensava a quel
giovane che forse non può divertirsi con le signorine perchè è avvenuto
un piccolo guasto nel cervello; mentre per un guasto alla coda di una
lucertola c’è il pezzo di ricambio!

Sono considerazioni tremende, che per fortuna vengono in mente a pochi,
se no tutti perderebbero il sonno come Beatus.

E poi c’erano nel letto le bestioline che camminavano sopra il suo
corpo, benchè fosse vivo; e facevano venire in mente altre bestioline
che subito cominciano a camminare appena il corpo è morto.

E anche queste sono considerazioni che non fanno dormire.

Tuttavia chiamò il cameriere e gli manifestò la sua meraviglia per
quelle bestioline. Ma il cameriere mostrò anche lui la sua meraviglia,
come volesse dire: «lei dimentica, signorino, che le bestioline sono una
nostra specialità come la grotta azzurra e la zuppa con le vòngole».

Veramente il cameriere aveva osservato che anche le bestioline sono
figlie di Dio.

«Su questo non cade dubbio, ma è pure un fatto che voi altri napoletani,
bravissima gente, del resto, siete di una tolleranza eccessiva verso i
vostri parassiti.»

                                   *

Era passata la mezzanotte, e considerando che non era il caso di bussare
a migliore albergo dove non ci fossero quelle specialità, pensò di
attendere l’ora di riprendere il treno camminando per le vie.

La città sotto la luna nuova, e al lume di rare lampadine velate di
azzurro, si elevava fantastica. Ogni tanto, nell’alto azzurro del cielo,
spiccava il profilo oscuro di un monumento. Re Angioini? re Borboni?
Forse la vendetta del popolo di Napoli, che accolse con festa ogni re, e
ogni re abbandonò al suo destino. Ora conserva in pietra o in bronzo i
suoi re.

Camminò per una gran via che non finiva mai, e impauriva perchè deserta.
Lo turbava il rumore dei suoi passi e gli pareva di essere solo vivo tra
i morti, e benchè gli avessero detto che di notte, a Napoli, si
incontrano _li mariuncielli_, quasi li desiderò.

Guardò il cielo per vedere se l’alba apparisse, tanto gli parve aver
camminato. Ma l’orologio lo persuase dell’errore. Segnava il tocco
appena dopo la mezzanotte. Dunque aveva avuto un senso vertiginoso del
tempo! Ma a un certo punto gli parve che se l’alba non fosse mai
apparsa, e sempre il mondo fosse stato guardato dal volto maligno della
luna, sarebbe stata cosa naturale.

Ma non del tutto deserta la via. Ogni tanto sui marciapiedi, un
dormiente, o un gruppo di dormienti. «Beati quelli che dormono in pace
pur su la nuda pietra!»

Da un cumulo di cenci si staccava una testolina chiomata d’infante, che
posava in profondo oblio. La mano di Beatus Renatus quasi si abbassò per
lambire quella testa, ma poi se ne ritrasse. Pure la contemplò a lungo.
Finalmente giunse a un luogo dove si vedevano camminare persone che
pareano ombre bianche.

Era giunto in via Toledo. La ricordò nel passato: folgorante di luce per
tutta la notte estiva. Ora, con la guerra, tutto era chiuso, tutto era
buio, fuorchè quella fila in alto di lampadine azzurre: ma la gente lo
stesso camminava la notte, vestita di bianco. Perchè cammina di notte?
Perchè ha dormito di giorno. Ma parevano fantasmi senza meta. Come si
era ristretta così via Toledo?

                                   *

Ma i vichi stretti che salgono su da Toledo, lo attrassero per l’aspetto
anche più fantastico e quasi sinistro. Pensò ai _mariuncielli_, a uomini
sinistri, ma non se ne preoccupò. Non incontrò che mucchi di immondezza.
I casamenti enormi parevano mostri con le pupille in basso. Erano le
stanze a terreno, dette i _bassi_, ancora illuminate. In alto, lì, non
si vedeva il cielo; pareva che una casa posasse la fronte sconsolata su
l’altra casa. La casa dell’uomo, lì, era aperta su la via. Si vedevano i
grandi letti copertati, che arrivavan fin sull’uscio; si vedevano gran
comò con lastre di marmo: su le lastre di marmo posavano statuette di
santi e Madonne, vestite di raso bianco, sotto campane di vetro; e
davanti alle statue, lucevano globi opachi di lumi a petrolio. Pareva il
culto degli antichi Lari. Donne sedevano di fuori, su i limitari.

Una donna, accoccolata, al riverbero di un lume rosso, apriva quei
molluschi, che a Venezia sono detti _peoci_; lì, _cozze_. In una pentola
erano immerse fette di qualcosa simile al pane. La donna toglieva con le
mani quel pane e disse a Beatus:

— _Vulite ’a zupp ’e vòngole?_

Ma poi da certo fruscìo di cose bianche, Beatus si accorse che quelle
tenebre erano abitate più che non credesse; lì si esercitava il
meretricio, e anche questo su la via. Come le blatte nel letto
dell’albergo, così uscivano nella notte le meretrici.

Due di esse lo videro, e calarono dall’alto del vico su di lui. Erano
giovanette, ma parlavano con suoni così inarticolati e gutturali, che
Beatus nulla capì.

Lui parlò a loro, e quelle risposero con gesti e con grida che lui quasi
ne ebbe paura.

Chi avesse veduto Beatus in tale colloquio, avrebbe potuto credere che
egli si intrattenesse con le meretrici. Ma non è esatto. Lo
interessavano molto quei suoni inarticolati. «Ammettiamo pure che io —
pensava Beatus — non capisca il dialetto napoletano; ma non c’è dubbio
che questi suoni inarticolati riproducono l’uomo primitivo quando non
aveva ancora conquistata la parola. La parola fluente è stata un grande
progresso. E allora bisogna ammettere il progresso.»

Beatus pregò quelle meretrici di parlare ancora, ma quelle mandarono
forti grida, e Beatus capì che erano insolenze. E lo piantarono lì.

                                   *

Beatus dilungò e vide altre donne sedute: una luce si proiettava dalla
porta aperta, e dalla porta aperta si vedeva una Madonna, un idolo,
splendente di amuleti. Beatus guardava.

«_Vui che vulite?_» disse una voce di uomo che aveva suono di minaccia.
_Va, va!_

Quelle non dovevano essere meretrici.

Beatus dilungò in silenziosa prudenza. Ma su l’uscio lì presso, un’altra
donna lo fermò e sì gli disse: — Signurì, quelle sono donne oneste.

Al buio non è troppo facile distinguere.

Domandò allora Beatus a quella donna:

— Voi, dunque, non siete onesta?

Ella rispose:

— La fame caccia i lupi dal monte. Venite, sono pulita. E sono bella,
vedete!

Così dicendo, colei levò dalla camicia due borse come quelle che servono
pel tabacco alla gente di mare.

Beatus Renatus le guardò con interesse. Colei aveva gran ventre, e gran
tosse, ma disse: _So’ i capellucci della criatura che tengo dint’a
panza._

Ella era incinta, e domandò a Beatus Renatus l’obolo per il nascituro.

                                   *

Beatus cercava di uscire da quel labirinto per tornare in via Toledo; ma
ecco, davanti un’altra porta, due donne lo presero a forza: una era
assai vigorosa e lo spinse dietro una tenda a striscie quasi orientali,
che era dopo la porta.

Si trovò lì, chiuso con una piccola meretrice, gialla e rossa. — No,
grazie — disse Beatus — non accetto.

Anche colei aveva lampadari e Madonne di cui diceva i nomi, Madonna del
Carmine, di Monte Vergine, Sant’Anna.

Beatus si dolse della violenza usatagli dall’altra meretrice. — Oh, no,
— disse colei —. Quella non era meretrice, ma donna onesta, con marito e
con figli. Lei sì era meretrice, ma ne incolpò la guerra, che le aveva
ucciso il suo amante. Aveva ella una posizione sociale distinta perchè
era corista in una compagnia di operette; e così dicendo, quasi a
testimoniare la sua antica dignità, ondeggiò il busto su le anche.

Il suo amante era lì sul comò. E così dicendo indicava un ritratto, in
bella cornice, con una gran margherita. Era un giovine ufficiale di
nobile aspetto.

Beatus guardò il ritratto e poi domandò: — Perchè tieni lì quel
ritratto?

La meretrice stupì.

Teneva il ritratto come teneva la Madonna, perchè voleva bene al
ritratto come alla Madonna.

— La Madonna può veder tutto — disse Beatus —; ma l’uomo che ti amò e
che morì così nobilmente, non è bene che veda quello che tu fai.

Gli occhi della donna si aprirono per guardare le parole di Renatus.

Poi disse, quasi a sua discolpa: — Si lavora così poco adesso con tutti
gli uomini che sono alla guerra....

— Dite _lavorare_?

Strana parola! Poi Beatus disse: — No, non è bene che lui assista al tuo
lavoro.

— Hai ragione — disse, e nascose il ritratto nel cassetto.

Poi guardò dubitosamente Renatus, e gli domandò con stupore:

— Ma voi chi siete?

— Mah! — rispose Beatus.

E colei senz’altro lo lasciò andare.

                                   *

Quando uscì da quei vichi, spuntava il mattino.

La luce accarezzò Napoli in un fascio di purità che parve di pulizia.

Riprese la sua valigia; e andando alla stazione, ammirò le pizze, che
conservavano il bianco della farina con tutto che fossero maneggiate
dalle mani del pizzaiuolo.

Ammirò il lustrascarpe che gli lucidò le scarpe in perfetto modo, forse
perchè in questa operazione è doveroso sporcarsi.

                                   *

Arrivò il giorno dopo a Firenze. Erano i più tremendi giorni della
guerra, ma i giornalai strillavano: _L’omiscidio della Contessa._

Dal barbiere, all’albergo, al caffè, le buone famiglie, sedute ai
tavoli, non parlavano che dell’_Omiscidio della Contessa_.

In via de’ Calzaioli, due giovinetti parlavano dell’_Omiscidio della
Contessa_, e come ella giaceva nuda, pugnalata, sul letto.

Ma poi si fermarono davanti una vetrina dove le mani di una commessa di
libreria mettevano in bella mostra, delicatamente, alcuni libri con le
copertine disegnate a squisite oscenità.

— A me — disse uno dei due giovinetti indicando una rivista francese,
dove una donna si stirava la calza, dopo la quale cominciava il bianco
delle carni — fa più libidine così, che vederle vere. E a te?

— Oh, guarda! — disse il compagno — quello che ti volevo dire io. — E
ambedue erano meravigliati come di una loro grande scoperta.

Poveri figliuoli.

E Beatus si ricordò che i gesuiti avevano, nelle loro biblioteche, certi
ripostigli di cui essi soli sapevano il segreto, dove tenevano i libri
osceni.



               _Capitolo IX._ — I lavoratori dei conigli.


E proseguendo il suo viaggio, fu necessità a Beatus di fermarsi in una
città di Romagna perchè i treni, nell’estate 1918, avevano questa
abitudine: di non proseguire, e allora bisognava fermarsi. Era la
bellissima ora che le stelle si spengono e il sole si accende. La luna
sbiadiva come una vela in alto mare.

Beatus, che, per ragioni d’insonnia, spesso assisteva a questo
spettacolo, aveva finito per avere la illusione di un burattinaio o
demiurgo esattissimo, ma meccanico, che ogni mattina si divertisse ad
operare questo mutamento nel cielo. Ed è perciò che nella Bibbia sta
scritto: _fiat lux!_

Ma mai così strano e bello lo spettacolo del sole gli era apparso, come
una volta, a Roma; chè lo aveva visto alzarsi dal fondo di quella via,
la quale scende diritta da Santa Maria Maggiore e poi sale, e ridiscende
e risale, sin là dove essa si dilata all’obelisco del Pincio. Lo
spettacolo aveva in sè del prodigio perchè il sole calettava entro la
via, anzi era grande quanto la via, e pareva un disco di fiamma viva che
il discobolo stesse lì lì per lanciare per la via sino alla meta
dell’obelisco. Era decembre e l’aria pura e fredda che avvolgeva i
grandi palagi, pareva rabbrividire per l’imminente passaggio del sole.
Ma questo poi, come miracolosamente, si sollevava, e l’atmosfera
schiariva. Ebbene nessun uomo guardò il sole. Per una settimana Beatus,
essendo tutti giorni sereni, si recò in piazza Barberini a vedere il
sole, nascente dalla via. Ma nessun uomo guardò. Anzi guardavano lui che
da una settimana stava lì fermo, e lo guardavano come si guarda un
demente.

                                   *

Ma già a quell’ora antelucana, su la via del sobborgo della città, era
gente che lavorava. Facevano gabbioni di conigli. V’era un uomo poderoso
che immergeva le mani in certe grandi ceste, prendeva manate di conigli,
li buttava in una gran stadera, pesava; e altri uomini e donne buttavano
i conigli nelle gabbie. Riempito un gabbione, questo era soprapposto
all’altro gabbione e si formavano torri di conigli.

Queste operazioni erano rapide, e nell’occhio di Beatus formarono una
visione fluida, come una serie continua di conigli. Nei gabbioni poi si
vedevano gli occhietti rossi dei conigli. Questi conigli erano contenti.
Appena nei gabbioni, gareggiavano a rodere l’erba spagna. Quell’uomo
poderoso pareva Giove che anche lui mette gli uomini nella bilancia e li
precipita verso l’orco.

«Se però i conigli fossero gatti, quell’uomo — pensò Beatus — non si
potrebbe mica prendere tanta libertà.»

Poco discosta da quei lavoratori del coniglio, stava ritta una donna, ed
era intenta a scoiare un coniglio sospeso. Costei nella mano aveva un
breve coltello a lama fissa. Era forte, giovane, aitante. Teneva le
gambe larghe pur stando ritta e sufolava maschilmente in tutta pace,
mentre staccava le viscere del coniglio. Aveva le carni brunite e oleose
come hanno le zingare. Zingaresca ella era. Lì presso, con le stanghe a
terra, era un carretto chiuso, di quelli con cui i venditori girovaghi
portano le pannine. Il cavallo del carro girovago pascolava nel prato,
sotto il carro spuntava la testa feroce di un cane incatenato. La donna,
come ebbe staccato le budella, le buttò al cane. Le budella bianche
rimasero avvolte come quelle che palpitavano ancora, attorno alla mano
bronzea della donna. Ma costei scosse e buttò ancora al cane. Era alta
una volta e mezzo Beatus, ma di forme armoniose. Così forse fu Eva
primigenia!

Stando attento ai discorsi dei lavoratori del coniglio, Beatus apprese
che quei conigli erano destinati a Milano, dove scoiati erano venduti a
lire diciotto il chilo; e con la pelle, lire dieci.

Parevano gioiosi tutti quei lavoratori di sì insperati guadagni, e
perciò lavoravano con alacrità.

Ma una donna anzianotta, di quelle che ingabbiavano conigli, vedendo
fermo davanti a sè quell’omiciattolo in gilè bianco e in occhiali d’oro,
prese un coniglio per le orecchie lunghissime e lo spenzolò in faccia a
Beatus.

— Bellino, eh? — disse —. Lo vuol comprare?

Aveva il coniglio una certa simiglianza con Beatus: nero, e col petto
candido.

— Veda — la avvertì Beatus saviamente — i conigli non si devono prendere
per le orecchie...

Ristettero tutti un po’ a queste parole.

— L’orecchio — spiegò allora Beatus — è il solo organo di difesa che
hanno questi infelici animali. L’enorme padiglione che li fa così
ridicoli, è destinato ad accogliere le vibrazioni acustiche che li
avvertono del pericolo. È una cartilagine delicatissima....

— _Com l’è curios!_ — disse allora la donna, che in romagnolo vuol dire,
_pazzerello_, _bizzarro_.

Buona gente in Romagna a dare ascolto, nell’anno 1918, a un borghese
civilmente vestito!

Ma già il capoccia, quello che immergeva le braccia nei cestoni dei
conigli, faceva un gesto che voleva dire: «Andiamo, via, che non c’è
tempo da perdere», quando la donna che lì presso scoiava il coniglio e
pareva solo intenta a quella sua operazione, disse a Beatus in
romanesco: — _Ma non di’ fregnacce!_

E tutti si misero a ridere. E Beatus anche.

                                   *

Egli, oltre che delle orecchie del coniglio, avrebbe potuto parlare a
quella gente del mistero del cuore e del cervello, avrebbe potuto
rovesciare tutta la sua sapienza; non avrebbe destato interesse.

«E questa è la umana tragedia — diceva tra sè Beatus riguardando ancora
la grande Eva —: noi ci affatichiamo per acquistar _virtute e
conoscenza_, come dice quel Dante che si vuole insegnar nelle scuole, ed
ecco che, senza avvedercene, ci troviamo fuori dell’Umanità. Noi
risaliamo verso Cristo, e non ci avvediamo che Moloc è il solo vero dio
dei nostri fratelli. Sono io tuo fratello in umanità, o grande Eva? Non
violiamo noi, forse, eterne leggi? Ecco la natura che mi punisce. Guarda
te, o Beatus, così misero uomo, e guarda invece lei, la magnifica Eva!»

Ma colei, vedendosi riguardata, disse:

— _Che c’è da guardà? T’anderebbe?_

— Può darsi, può darsi, — disse Beatus. — E perchè no?

E tutti risero; e Beatus anche.



                        _Capitolo X._ — Cristo.


Beatus riposò alquanto all’albergo; poi essendo l’ora caldissima, e
vedendo nella via deserta — come sono deserte in Romagna — un tempio
elevare la grandezza sconsolata delle sue mura nere, si ricordò di
quello scettico motto di Arrigo Heine, dove dice che le chiese
cattoliche sono fatte specialmente per passeggiarvi d’estate.

C’erano a terra cumoli di macerie. — È il campanile che è caduto per il
terremoto dell’anno scorso, — gli disse un passante.

«Iddio ha percosso la sua casa, e ciò è grave», pensò Beatus. Voleva
entrare; ma la porta era chiusa.

— Spinga: forse vi saranno i muratori.

Spinse ed entrò.

Delizioso! Qui si passeggia deliziosamente.

                                   *

La chiesa non era nè basilicale nè a cupole, ma un’enorme sala
rettangolare, una meravigliosa sala da ballo del Settecento, oltre che
una chiesa.

Il soffitto lacunare, a rosoni d’oro, era in gran parte precipitato al
suolo, e si vedevano squarci neri, e i graticci staccati e i legamenti
interiori e le travi. Miserando spettacolo! Così è il volto dell’uomo!
Staccati i muscoli dalle ossa del cranio, non resta che una maschera,
fatta come un imbuto di carne. Così è il tuo bel volto, o uomo!

Precipitate, infrante giacevano le statue sul pavimento: ma tante ancora
ne rimanevano! Queste parevano, come impaurite, arrampicarsi su per le
pareti. Avevano manti svolazzanti, pose estatiche, declamatorie.

Erano santi, erano profeti.

Molti erano gli angioli; grandi angioli di gesso con grandi ali e con
vesti succinte. Le loro teste erano chiomate e gli occhi rivolti al
cielo. Oh, strani angioli! Il loro volto era amabilmente femmineo, e il
loro corpo parea modellato su quello di formosissime donne.

Se l’organo grandissimo, rigonfio di oro, avesse potuto rivivere in un
tempo di minuetto, pareva che tutti quegli angioli si sarebbero messi a
danzare con begli inchini.

Così sei tu crollato, bellissimo secolo; il Settecento: i Gesuiti,
Metastasio, il signor di Voltaire! L’Austria — contro cui rombano oggi
tanti cannoni — regnava felice, Metastasio insegnava la virtù al suono
delle sue canzoni, i Gesuiti mandavano di buon grado la gente al
paradiso, Voltaire faceva divertire i gentiluomini con le sorprese della
sua, ahi troppo spiritosa ragione, Rousseau faceva spargere alle dame
dolci lagrime sentimentali. E dopo rullarono i tamburi, caddero le
ciprie, apparvero i sanculotti, e la ghigliottina tagliò la testa ai
gentiluomini e alle dame. Che stupido arnese! Eppure ogni tanto gli
uomini lo invocano.

                                   *

Così pensava Beatus come si pensa a inesorabili processi di chimica,
quando una voce lo scosse:

— Signore, tenga pure il suo cappello in testa: questa chiesa non è più
consacrata.

Non era un sacrestano che disse così a Beatus, ma un muratore, il quale
aveva cappello in capo, e la pipa in bocca.

— E veramente — aggiunse colui — non ci si potrebbe entrare senza
permesso. Ma già nessuno ci bada....

— Perchè? C’è pericolo?

— Mah! Veda lei, e capirà anche lei che non è del mestiere. Questo muro,
per modo di dire, è staccato.

(È uno spettacolo che fa una certa impressione: vedere un muro, profondo
un metro, staccato; e la cui fenditura sale su tetra inesorabile. Anche
la nostra civiltà ha simili fenditure.)

— E intendete restaurare o abbattere?

Così domandò Beatus perchè il pavimento era ingombro di mattoni nuovi,
calce, arnesi dell’arte; e più specialmente perchè l’abside era tutta
occupata da una enorme impalcatura.

Rispose il muratore: — Non si sa ancora.

— Mi pare però — disse Beatus — che l’abside abbia dei lavori per la sua
conservazione.

— L’abside, signore, sarebbe già stata abbattuta, perchè è la parte più
rovinata; ma è avvenuto questo; che il terremoto ha fatto scoprire
alcune pitture. Perchè bisogna che ella sappia che questa vecchia chiesa
fu ricostruita sopra altra chiesa più antica; e come furono scoperte
quelle vecchie pitture, così sono venuti quelli del Governo: hanno dato
ordine di sospendere la demolizione, e da due mesi ci lavora qui un
pittore che con un suo cortellino scrosta, scrosta.

— Si può vedere?

— Venga, signore, se vuol vedere.

L’immensa abside era tutt’un affresco del Trecento, un’infinità di teste
estatiche che venivano apparendo sotto l’intonaco. Un’infinita dolcezza,
un’infinita armonia, un infinito desiderio di staccarsi dalla vita
alitava dai volti di quei viventi attaccati sul muro. V’era un affresco
che figurava una compagnia di giovani che sollevavano una giovanetta
morta e beata nella morte. Tutti i volti erano beati nella meravigliosa
attesa del gran secolo.

Prima di perdere il suo onesto giudizio, quella pittura sarebbe sembrata
a Beatus almeno puerile. Il ragionamento della scienza che la vita
vissuta con perfetta scienza può essere prolungata sino oltre i cento
anni, prima lo persuadeva. Ma ora questo surrogato scientifico
dell’eternità pareva a Beatus ben miserabile, e desiderava anch’egli ciò
che non muore.

"Pare un canto del Purgatorio di Dante," pensò Beatus.

Ma poi l’occhio di Beatus abbandonò quelle pitture e passò sul volto del
muratore.

Costui era ancor giovane, in maniche di camicia, e i calzoni rimboccati
sui piedi scalzi. Ma pareva qualcosa di più che un muratore. Era
questione di trovare che cosa fosse, e lo fissò con tanta insistenza che
il muratore domandò: — Lei mi conosce, signore?

«Ho trovato! È il sanculotto — oggi diremmo, è il bolcevico — della
nostra età.»

— Se ci buttavano meno calce sopra quelle pitture, si sarebbe fatto più
presto a raschiare — disse l’onesto bolcevico.

— Vedete, amico mio — disse Beatus, — questa antica purità religiosa
offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e
perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso
quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo,
tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? _Pictor
bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII_, mentre queste antiche
pitture sono senza nome, perchè realmente noi non abbiamo nome, o almeno
Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest’ombra di
mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una
sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo.

L’onesto bolcevico capì, perchè rispose con questa risposta sintetica e
lirica insieme:

— Era meglio buttar giù tutto. Già, se il Governo borghese ha detto di
conservare, vuol dire che era meglio abbattere tutto.

— Non discuto, amico, i vostri sentimenti: ogni età copre di calce l’età
precedente come si fa coi cadaveri; ma certo poi qualche altra cosa
dovrete pur costruire, se no dovreste distruggere anche voi stessi, che
fate i muratori.

— Lei, signore — disse il buon bolcevico — non ha visto la Madonna.

— Esiste anche una Madonna?

— Questo che ella vede qui in basso, è l’abito: la testa è più su.
Venga.

Beatus salì per l’impalcatura. Le asse ballavano in modo allarmante.

— Siamo al sicuro?

— Caspita! Ci dobbiamo passar noi muratori.

Giunse Beatus davanti alla testa della Madonna. Entro un’aureola a
rilievo era la testa chiara della Madonna. Enorme! La dea guardava con
penetranti pupille.

Dalla aureola, come da una pietra scagliata in acque profonde, si
dipartivano cerchi concentrici sempre più grandi.

— Dicono che è molto bella, signore — spiegò l’onesto bolcevico.

— Infatti è impressionante.

Non era propriamente la Madonna bizantina, e nemmeno la Madre lagrimosa:
piuttosto pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa
come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince
la morte.

Il muratore disse: — Tutti quelli che l’hanno vista, ammirano le mani.

— Infatti sono mani da gran signora: lunghe, affusolate. Ma che mani! Se
prende, caro amico, me o lei, chi sa dove ci butta.

L’onesto bolcevico guardò con curiosità quell’omino vestito da civile
che mostrava di credere nelle mani della Madonna e disse: — Sono cose
che le davano da intendere i preti, una volta; ma adesso non ci credono
più nè pur loro.

— Eh, mio caro amico — disse Beatus con aria compunta —, non si sa mai!

— Per me faccia lei — disse l’onesto bolcevico con indifferenza. — Ma
lei, signore, non ha visto la cosa ancor più bella.

— Più bella di questa Madonna?

— Certo: Cristo. Qui sono i piedi, lassù, in alto in alto, è la testa.

Beatus salì ancora. E salendo, l’immensa sala da ballo del Settecento
pareva sprofondare, e tutte le statue di gesso parevano inabissarsi.

— Ecco —, disse l’onesto bolcevico.

Beatus si trovò, come Dante nel Paradiso, davanti alla faccia di Cristo,
e gli venne un po’ da ridere.

Però era una strana enorme imagine.

Non aveva corona di spine in testa; non aveva l’aria spaurita dal
martirio. Era una giovinezza forte e severa.

La chiara imagine della Madonna, che da sola era parsa terribile,
riguardandola laggiù e raffrontandola con quella di Cristo, pareva, ora,
dolcissima.

Certamente quella testa di Cristo era l’umanità, ma fuori da questa
nostra umanità.

Beatus volle toccare, ma ne ritrasse la mano. «Io sono il tuo giudice!»
Allora Beatus si accorse che aveva il cappello in testa e se lo levò.
L’onesto bolcevico aveva la pipa in bocca ed il cappello in testa.

— Vedete, amico — disse Beatus additando Cristo —, quello è stato
l’autore della più grande internazionale che mai sia esistita.

— Se vuol vedere il Padre Eterno — disse l’onesto bolcevico —, esso sta
lassù su la cupola.

— Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo — aggiunse Beatus
scendendo con precauzione dall’impalcatura —, che lei non abbia torto a
volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro,
fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali.



                    _Capitolo XI._ — Giulio Cesare.


Questo Cristo — pensava Beatus uscendo dalla chiesa — per quanto lo
chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per
questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all’assalto, conquistano
una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile.

In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata.
Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c’era un
piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo
straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l’abilità di
prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e
ricondurli per qualche secolo ancora all’ovile. Era figlio di Venere,
Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva.

Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via
soleggiata, vide un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere
sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide
le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l’esercito, passava e
svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in
fondo l’arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare.

«Ecco, dopo venti secoli — pensò Beatus — che i soldati d’Italia passano
con l’elmo di ferro davanti a te, o Cesare!»

Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata
d’Italia: l’esercito che passava.

Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva!

Ma i soldati passavano muti, e la gente del popolo che si veniva
formando a semicerchio, lì dove i soldati svoltavano, era pur muta. Ma
era una paurosa mutezza. Un uomo presso Beatus levò il braccio con
disperazione; una donna proferì: «Poveri figli di madre!»; un’altra
donna gettò, contro il vessillo che passava, parole di una sua grande
sconcezza.

Beatus, che avrebbe voluto accostarsi ai soldati, non osò. Aveva paura
di vedere i volti dei soldati. Gli parve che quelle parole della gente
dovessero essere intese, e attraversare quella fila ordinata, e
sconvolgerla.

Invece di appressarsi, ora, Beatus voleva allontanarsi: si sarebbe
allontanato quando tutta la fila fosse passata. Ma non finivano più.
L’arco in fondo li vomitava, l’arco romano. Si sentiva nettamente il
percuotere delle scarpe ferrate, come una forza, già impressa, di ritmo
che trascinasse tutta la fila. Il silenzio degli uomini diceva,
_indietro!_ Quel ritmo diceva, _avanti!_

Beatus guardò su in alto per vedere se c’erano dei fili che movessero
gli uomini. Forse ci sono, ma così invisibili che non si vedono.

Allora anche Beatus si avvicinò ai soldati e stupì. Non erano soldati;
erano tutti i ragazzi dell’ultima leva. Sotto l’elmo di ferro si
profilavano volti di adolescenti. Volti terrei un po’, rigati un po’ di
sudore, il respiro un po’ anelante: nessuna espressione. Tutti un’uguale
espressione un po’ abbacinata. Forse il gran sole, la gran fatica, la
gran polvere bianca. Gli stinchi, stretti nelle fascie, erano tutti
bianchi. Gli ufficiali che guidavano i drappelli, adolescenti anche
loro: una gran dolcezza in quelle adolescenze, sotto quegli elmi di
ferro. Quale forza reggeva così disciplinata quella adolescenza? Non dai
vivi proveniva quella forza: i vivi anzi avvolgevano l’esercito entro
un’atmosfera di odio civile.

Ma il passo delle scarpe ferrate aveva un non so che di rabido, ma sopra
quella fila pareva levarsi una voce alata che diceva: «Cesare, Cesare,
passano i soldati d’Italia!». E nessuno forse fra essi sapeva chi era
Cesare. Allora Beatus pensò alla terra, dentro cui stanno i morti. Le
scarpe ferrate, percotendo la terra, traevano forza dalla terra. Poi si
ricordò del comando romano nelle disperate battaglie: _Res ad triarios
redit._ Ora conviene dire l’opposto: _Res ad adolescentes redit._ Ma
come potranno questi adolescenti far risalire le valli ai Tedeschi,
accampati sul Piave? Una lagrima, cadde sul gilè bianco di Beatus.
Allora ricordò che lagrima vuole dire: _corrosivo_. Questo corrosivo fa
comprendere molte cose, ma abbrevia la vita.

Allora ricordò che Loreto non piange mai. Forse ha cento anni.



              _Capitolo XII._ — I discorsi degli animali.


Beatus Renatus compì il suo viaggio, ed entrando in casa, non ebbe
bisogno di suonare perchè la porta era aperta.

È vero che il suo cane, un bestiolo peloso, si era rotolato, precipitato
giù per le quattro scale, per fare festa al padrone. Ma la porta era
aperta.... Ora Beatus, benchè avesse perduto il suo onesto giudizio, era
ancora dell’opinione che la porta deva essere chiusa.

— Sei tu, è vero, o impudica — disse Beatus al bestiolo — che sei
scappata di casa, eh? Sempre quella storia di un òvulo che va a caccia
di uno spermatozoo; o viceversa!

Questo bestiolo era di sesso femminile, benchè portasse il nome di
Ruggero Bonghi.

Veramente non era stato Beatus ad offendere così un uomo di tanta
dignità, ma alcuni amici letterati, ai quali, più specialmente che agli
altri, questa cagnetta si opponeva, gradino per gradino, irosamente
abbaiando.

Ma se la porta era aperta, ben si diffondeva sino su l’uscio di casa un
prelibato odore di ragù; cosa inusitata nell’estate del 1918. Arrivò
sino nel suo studio, e sentì una voce: «Padrone, buon dì». Era Loreto,
un immobile animale, ma diceva sempre: «Buon dì», e Beatus gli era
riconoscente.

Sopra la sua scrivania Beatus trovò distesa una sfoglia, gialla di uova.

Quante volte aveva detto a Scolastica: «Io vi lodo della minestra fatta
in casa; ma non istendete, vi prego, la sfoglia su la mia scrivania.»

Ma siccome la sfoglia deve asciugare, e al tempo di inverno lo scrittoio
era battuto dal sole, e comunque, lo studio era tiepido in virtù di una
stufa a dolce calore, così Scolastica stendeva lo stesso; e facendo la
cosa d’inverno, seguitava d’estate. Passando poi dallo studio alla
cucina, Beatus trovò la pentola dell’acqua che bolliva sul fornello, e
allora combinando il ragù con la sfoglia e con la pentola, disse: «Ecco
un pensiero gentile di Scolastica che, nella previsione del mio arrivo,
ha voluto prepararmi i tagliolini col ragù». Ma in quel punto, una tenda
che ricopriva un ripostiglio, si mosse.

Beatus tirò la tenda, e vide un uomo.

— Cosa fate voi qui?

— Io esco, e basta! — rispose quell’uomo.

— Non basta, perchè per uscire bisogna essere entrati. Con quale diritto
lei è entrato in casa mia?

— Sono qui per cose mie.

Beatus avrebbe voluto afferrare quell’uomo per il colletto; ma
quell’uomo non portava colletto, e poi c’era sempre quell’impedimento
della mano debole.

— Voi direte il vostro nome.

— È un delegato di pubblica sicurezza lei? — domandò quell’uomo; e uscì
con passo tranquillo.

Chi era costui?

Ruggero Bonghi, così iroso contro i letterati, era rimasto tranquillo.
Che non vi sia più da fidarsi nemmeno dei cani?

Beatus rientrò nel suo studio. Lì vide le piramidi dei libri crollate, e
quanto al non levare la polvere, Scolastica era stata ossequiente. Fece
alcuni segni con l’indice sopra i mobili, e il suo dito disegnò
arabeschi come con un antico stilo. Sopra le piramidi dei libri,
pendevano i ritratti dei benefattori dell’umanità, ma in quel giorno
Beatus s’accorse che mancava il solo onesto benefattore: Ercole con la
clava.

                                   *

Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino.

Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: — Lei la fa tanto lunga!
Cos’ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li
mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane.
Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d’una
volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da
mangiare ai pesci?

Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò
che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si
tenevano nello studio di Beatus Renatus.

Scolastica continuò: — Già che io mi adatto a stare in questa casa che
par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di
ricevere un mio parente.

— Poteva dire — disse Beatus — che era un vostro parente.

— Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che
lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a
tutto!» Begli impostori!

Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei
colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli
possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei
_superamenti_ dei servi e delle serve.

— Sì, signore, mio parente — continuò Scolastica —; figlio di mia zia e
se vuol veder le carte, gliele farò vedere.

— Io non discuto — disse Beatus — le vostre genealogie. Piuttosto: a
proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina?

— Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta!

«Vede lei — disse Beatus Renatus a Leone Tolstoi, che pendeva anche lui
nel suo camiciotto russo — la bella umiltà degli umili?»

                                   *

Il pappagallo da un lato con corrugata fronte, Ruggero Bonghi
dall’altro, seduta sul posteriore e con la lingua fuori, ascoltavano il
discorso.

«Non è mica vero — pareva dire il bestiolo — che mi abbiano
accalappiata; sono andata fuori per le mie necessità, ma sono sempre
ritornata.»

Scolastica uscì sdegnosamente. In quella entrò il gatto di nome Biagino,
animale di cui Beatus aveva sempre tessuto gli elogi, come a colui che
aveva saputo temperare la vita selvaggia coi benefici della civiltà.

Ma in quel giorno Beatus mutò opinione anche sul gatto, perchè Loreto
starnazzò le ali furiosamente, e parlò anche lui: «Non a rendere omaggio
a te, o padrone, è venuto Biagino (e doveva esser vero perchè Biagino,
appena scorse Beatus, fuggì) ma a tentare, se può, di strangolare anche
me. È stato lui a mangiarsi il rosignolo. Va a mangiare i topi, io gli
dico quando viene per mangiar me. E lui risponde: Usava una volta!»

Allora Beatus si risovvenne del rosignolo. C’era lì ancora la gabbia.
Niente è più stupido che tenere un rosignolo in gabbia, ma Renatus non
poteva per le sue occupazioni andare in una foresta a sentire cantare i
rosignoli, e perciò teneva in gabbia il rosignolo. La canzone di quel
povero bestiolino pareva far nascere un sorriso anche sui freddi volti
dei benefattori dell’umanità.

«Oh, il miserabile delinquente!» disse Renatus al suo gatto Biagino.
L’anno scorso, spelato, neonato, implorante pietà, lo aveva accolto in
casa; e lui giocava, sbucava con la testolina di pipistrello di sotto ai
mobili; e lo aveva nutrito e gli aveva dato il nome umano di Biagino!
Pareva mansueto e domestico, ma ora rimasto libero e senza più legge,
aveva mangiato il rosignolo. E non aveva per difesa che il suo canto! «E
lei ha scritto il libro _della republica_, — disse Beatus a Platone, che
anche lui pendeva dalle pareti con una sua barba inventata. — Un
bell’affare!» «Dopo però ho scritto il libro delle leggi!», rispose la
barba di Platone. «Filosofo buono a tutti gli usi!» gli disse Beatus che
coi grandi uomini aveva un singolare coraggio di parole. Beatus ciò
detto, aprì una finestra che dava su una terrazza.

Qui nuova sorpresa lo attendeva: non trovò più il gallo.

L’anima di Beatus Renatus spesso vigilava la notte. Questo vigilare
dell’anima, se può essere una bella cosa quando il corpo giacerà nella
bara, diventa una cosa seccante quando il corpo giace nel letto, specie
d’inverno che tutto è ancor buio. Ora il gallo col suo canto illuminava
la notte; ed il suo canto per quanto diverso, è come quello del
rosignolo. Scolastica voleva pur bene al gallo, e sovente lo accarezzava
presso alla guancia e gli diceva: «Cocco mio, quanto bene ti voglio.
Domani ti tirerò il collo». La qual cosa mai Beatus non volle: non per
morboso affetto verso le bestie, ma per suo egoismo. Gli avrebbe dato
melanconia veder quella gaiezza del collo eretto del gallo, pendere giù,
spennato pallido nella morte, da un uncino della cucina.

Lo aveva osservato nel canto. Come uno spasimo esce il suo canto. Quel
suono, quel suono rauco, insistente, luminoso, prima del sole, che si
affievolisce poi in una sconsolata tristezza! Che cosa ne sai tu, o
gallo? Che vedono gli occhi tuoi gialli? Ripeti l’ammonimento a Pietro
che rinnegò Cristo?

Il gallo non c’era più.

«Non ne incolpare Biagino — disse Ruggero Bonghi. — Lui non è stato. Il
gallo è assai tempo che finì nella pentola. Ben io lo so, che ne mangiai
gli ossi.»



         _Capitolo XIII._ — Beatus allontana da sè Scolastica.


Senonchè recandosi nella sua camera, vide cosa che non avrebbe voluto
vedere.

Il suo letto era stato abitato, ma non da lui.

Era un bel letto di noce nello stile di un secolo fa, filettato
d’ottone, e aveva seguito Beatus in molte sue peregrinazioni. Esso gli
ricordava che anche lui, da bambino, aveva avuto una casa, dove c’erano
un padre, una madre e una antica benedizione. Inoltre, se avesse avuto
sonno, ci avrebbe potuto dormire buoni sonni perchè al vecchio
pagliericcio Beatus aveva sostituito un elastico molto soffice. Poi il
letto aveva due materassi: uno di lana che tiene caldo, per l’inverno; e
l’altro di crine che tiene fresco, per l’estate. Aveva anche lenzuola di
lino antico, che gli ricordavano i tempi in cui era vanto alle donne
possedere arche di pannilini. Nelle notti d’insonnia, poteva anche
rotolarsi comodamente per il letto giacchè esso, pur non essendo quello
che si dice matrimoniale, era di tale ampiezza che sarebbe stato
abitabile anche da due. Ma Beatus lo aveva sempre abitato da solo.

Ora Beatus si accorse che il suo letto era stato abitato da due, ma uno
non era stato lui. Oltre a ciò, sollevando le coltri, s’accorse che il
letto era stato contaminato.

Parve a Beatus cosa doverosa sdegnarsi; e si recò di là e: — Scolastica,
— disse dolcemente — quando crederete, e prendendo quel tempo che meglio
vi pare, io dico che ve ne potete andare.

— Ah, Maria Vergine, finalmente! — esclamò Scolastica. — Così sarò
libera, tornerò alla mia Verona, in Piazza delle Erbe. _Mègio le bombe
dei tedeschi che star con un omo così rustego, così stravagante, così
mato. I lo dixe tuti che l’è mato; lo dixe la portinara, lo dixe el
spazzin, lo dixe tuti queli che vien._

Nei momenti di concitazione, Scolastica era ripresa dal dialetto natio.

Chi avrebbe mai sospettato — si chiedeva Beatus — una cosa simile in
Scolastica? Non per l’età che era di difficile determinazione, ma per la
configurazione fisica. Se Scolastica avesse dovuto essere tradotta in un
animale equivalente, il camello o il canguro sarebbero stati i termini
di comparazione più adatti.

Beatus anzi ricordava che una mattina, essendo per distrazione entrato
nella camera di lei, che si alzava allora, era fuggito esclamando: Mio
Dio! Questa donna è un antidoto!

Pareva proprio negata da natura alla ginnastica di Amore. Eppure!

Ora Scolastica non si era acquetata, ma dietro la porta continuava: —
_L’è mato, i lo dixe tuti che l’è mato. Son stada in tante case; mai
trovà un omo così stravagante che nol capisse mai gnente. Perchè i ga
riguardo de vegnirlo a dir sul muso al signor professor, al signor
cavalier che l’è mato: ma i ghe lo dixe ben drio le spale. Anche quel
signor che parla toscano el dixe: dai retta, il tuo padrone gli è un
bischero. Se non fosse un bischero, il Governo non gli darebbe certi
incarichi._

Questa specie di plebiscito proclamato dietro la porta, durò molto
tempo, più di quello che non può sospettare chi non sa come la donna,
possedendo un’idea sola, ha bisogno di insistervi sino all’esaurimento.
Tanto valeva allora che Beatus avesse preso moglie.

Potrà sembrare anche eccessiva questa libertà di _contatti verbali_,
come oggi si chiamano gli insulti, tra la serva e il padrone; ma è che
veramente Beatus ci aveva dato un po’ motivo nel passato tempo.

Quando egli era in possesso di tutto il suo onesto giudizio, e reputava
che nel suo cervello abitassero gli Dei, si divertiva talvolta alle
spese di Scolastica. Essendo egli abituato a trattare quell’esplosivo
che è il pensiero, diceva a Scolastica: «Sospendete! Non fate rumore col
vasellame. Basta una piccola vibrazione per far andare a male certe
operazioni delicate».

Naturalmente Scolastica non sospendeva se non quando aveva finito.

«Non entrate nel mio studio se non quando vi chiamo,» diceva Beatus.

Ma Scolastica entrava lo stesso, o per la spesa, o per annunciare che
l’olio era finito, o che il rubinetto dell’acqua si era guastato.

Beatus diceva anche: «Non toccate. No, è pericoloso, credete: non
toccate le carte, i libri. Vi possono far male».

Con ciò egli voleva significare che il suo studio era come una centrale
elettrica, dove si incrociano fili di idee ad alto potenziale, che
possono dare anche la morte. Naturalmente Scolastica toccava, e non ne
risentiva alcun danno.

Si capisce: «voi siete come il porco che può impunemente mangiare il
serpente a sonagli. Però i libri lasciateli stare. Voi non li sapete
prendere. Disilludetevi: non è facile saper prendere un libro. Posso
concedere che sappiate prendere gli attrezzi della cucina, ma i libri,
no! Non imparerete mai a prendere un libro, a collocarlo al suo posto».

Nei momenti poi di buon umore, quando Beatus aveva formulato un suo
sillogismo che a lui parea molto bello, chiamava Scolastica e le diceva:
«Sentite!»

Scolastica reagiva con insolenza; e: «Io, certamente devo aver detto una
verità molto forte,» arguiva allora Beatus Renatus.

                                   *

Ma ora quel plebiscito esposto con tanta sicurezza dietro alla porta,
dava tristezza a Beatus.

«Per gli occhi di Scolastica tu, o Beatus, sei un deforme, come uno che
abbia una gran gobba».

                                   *

Dispiacque molto a Beatus Renatus quella sua deliberazione di avere
licenziato Scolastica, perchè essendo egli di salute cagionevole, ella
ormai sapeva tutte le sue necessità corporali.

Un giorno guardò nel suo comò e vi trovò intatto certo oro, trovò
intatti certi fazzoletti antichi, trovò intatto un libretto al
portatore. «Via, Beatus! — disse con se stesso — Scolastica è una donna
onesta. Volendo, avrebbe potuto rubare anche queste cose. E chi va più
oggi a denunziare un furto?»

Naturalmente dal giorno in cui Beatus aveva licenziato Scolastica, si
guardò dal rivolgerle un solo comando. Ella avrebbe potuto rispondere:
«Sono forse la sua serva, io?».

Scolastica però non se ne era andata: c’era, non c’era, entrava, usciva,
lasciava la porta aperta, faceva, insomma, la sua libertà.

Un giorno, Beatus udì una voce che diceva: «Si può? è permesso?». Si
sentì Ruggero Bonghi che abbaiava furiosamente.

Doveva esservi un letterato alla porta.

Disse la voce:

«Ti dò un calcio che ti spiaccico nel muro».

Beatus riconobbe il visitatore. Era quel signore che parlava toscano. La
porta era aperta. Scolastica era di là, ma non si era mossa. Beatus
sentì domandare: «C’è il cavaliere?»

Sentì rispondere:

«Di là, nel suo studio».

Il visitatore entrò.

— Ah finalmente la trovo, cavaliere. La prego, stia comodo.

Perchè Beatus un bel giorno si era trovato appiccicato anche questo
titolo.



                 _Capitolo XIV._ — I “fessi„ d’Italia.


Chi entrò era il più bello e ben pasciuto giovane che mai Toscana avesse
nutrito. Ed entrò che Beatus, disteso sul canapè, travagliava per certi
dolorini di stomaco. Questi dolorini sono sottili, ma dànno grande
avvilimento; sì che, nel luglio 1914, se l’Imperatore di Germania ne
avesse avuti di così fatti, mai si sarebbe alzato in piedi a sbattere la
spada sul pavimento del mondo.

Questo giovane era il segretario della facoltà della quale Beatus era
Preside. Riscoteva lo stipendio con regolarità; motteggevole era
toscanamente, e quando veniva in ufficio, scriveva novelle. Il quale
genere letterario gli aveva procacciato un processo _per oltraggio al
pudore_. Ma fu dimostrato invece che si trattava di morale di
avanguardia: onde fu assolto, e ottenne bella rinomanza. Le signorine
studentesse lo guardavano con amabile curiosità; e i suoi motteggi molto
piacevano. Ma per questo appunto a Beatus non piaceva, e nel passato
tempo, si era provato di sradicare questo bel signore dal suo ufficio.

Ma vedeste mai in un giardino di fiori un filo di gramigna? Si crede sia
facile estirparlo. Ma non è così: quel filo è tenace come l’acciaio. Si
può recidere con le forbici, ma domani rinascerà. Allora si tira. Si
tira, ed accade un fatto sorprendente: sotto terra quel filo è più
tenace ancora; non ha fine; smuove tutta l’aiuola; sradica tutti i
fiori. E allora si finisce col rispettare la gramigna, tanto più che non
si tratta di un filo isolato, ma di una speciale gramigna, detta anche
livida, e che cresce molto bene in quello che già fu chiamato _giardin
dell’Impero_.

— Non si incomodi, cavaliere, — disse il bel giovane. — È l’affare di
una firma.

Erano i documenti per la esenzione dal servizio militare. Mancava la
dichiarazione di Beatus che colui era _indispensabile ed
insostituibile_.

Si vide un _no_ disegnarsi sul volto di Beatus prima ancora che le
labbra dicessero: _no._

Il volto del giovane si deformò un po’.

— No? E, perchè?

— Perchè non è la verità.

— O ce l’ha lei in tasca la verità? Allora ce l’ho anch’io. Vogliamo
ragionare, cavaliere?

E si sedette.

— Punto primo: qui non siamo su la cattedra a fare della morale....

— Appunto, mio caro, quello che dico io: «la morale non si fa dalla
cattedra». Ma badi che la distinzione l’ha fatta lei, non io.

Beatus, dopo queste parole, si premette la mano su lo stomaco per un
dolorino più caparbio dei precedenti, e parve inteso solo a questo.

— Punto secondo: lei sa bene che questa guerra non mi persuade....

— Anche a me, — rispose Beatus soavemente.

— Punto terzo: a me delle beghe della Francia con la Germania non
importa un fico secco.

— Anche, — disse Beatus.

— E crede proprio lei che io per una dozzina di teste pelate con sopra
la tuba, che ci hanno fatto entrare in guerra, o per un generale che ha
bisogno di un filetto di più sul berretto, io mi voglia far sbudellare?
Lei si sbaglia, caro cavaliere.

— Ma lei chi è? — domandò Beatus.

— Io?

E il bel giovane guardò Beatus con occhi brutti. — Io? Io sono io.

— Cioè? — domandò Beatus con dolce curiosità.

— Io sono un artista.

— Sono morti altri che come lei erano artisti.

— Sarà. Ma per me sono _fessi_.

Beatus sentì un dolore più acuto dei dolorini all’epigastrio.

— Io ne so di questa guerra quanto ne sa lei; ma per quelli che lei
chiama _fessi_, penso che siano proprio i _fessi_ a tenere in piedi
l’Italia.

— Organizzatevi allora, — disse il bel giovane, — e formate il sindacato
dei _fessi_.

— Non si può, caro, — disse Beatus sorridendo.

— E perchè?

— Appunto perchè siamo _fessi_.

— Senta: non mi faccia perdere tempo: firma o non firma?

Beatus fece no, con la testa.

Poi lentamente aggiunse, levando la piccola mano:

— I _fessi_ d’Italia, vivi e morti, non lo permettono.

— Ma non dica sciocchezze!

E il volto del giovane si sconvolse e apparve brutto.

— Senta, caro, — disse Beatus sollevandosi alquanto sul canapè, — senza
che lei dica altre sue laide parole che mi disgustano, lei è più robusto
di me, mi prende, lì c’è la finestra. Lei mi butta giù; ma io non firmo.

Il giovane si contorse e Beatus si rimise sul canapè.

— Per Dio, — disse il giovane, — le tira lei le parole.... Ma parli
franco: dica che si vuol cavare una vendetta personale.

— Oh oh! — fece Beatus levandosi ancora.

— Ma sì, sì. Lei vede il giovane che sorge, che si afferma, che si fa un
nome....

— E io ho invidia! — interruppe allora Beatus. — Ah, io ho invidia di
lei.... Oh, infelice! Io invidio il suo nome! Lei vuol dire che lei avrà
un nome, e io, no! Ma sa lei.... Sa lei la pietà che provo quando passo
per quello stanzone del gabinetto di storia naturale dove sono gli
insetti? Infelici! Invece di disperdersi nel pulviscolo dell’atmosfera,
stanno lì in vetrina, col cartellino ed il nome. Tale è la gloria, tale
è il nome!

— La pensi come vuole — disse il giovane —; ma allora se non è per
vendetta, mi salvi dalla trincea.

— In questo momento, veda, — disse Beatus, — lei ha detto una ragione
che fa pensare; lei ha detto, mi pare: «mi salvi dalla trincea». Veda,
veda! Lei artista, lei assertore delle maggiori audacie, ha adoperato
adesso una parola della vecchia retorica. Caro lei è proprio una
condanna! Con tutte le nostre ribellioni, noi parliamo sempre per
sineddoche, per litote, per antonomasie, e altre fraudi del pensiero.
Lei ha adoperato adesso una metonimia, _mi salvi dalla trincea_, cioè la
causa per l’effetto: _mi salvi dalla morte._ Così che lei è vile.

— Se le fa piacere, sì.

— Piacere no: mi è indifferente. Ma ogni opinione, nettamente espressa,
mi fa piacere.

— Non vorrà credere però che io me ne offenda.

— Oh, lo credo.

— La mia morale non è la sua morale.

— Senta, caro, questa questione proprio non mi interessa. Piuttosto mi
dica una cosa: lei ama molto la vita?

— Se l’amo? È la mia sola, vera, unica proprietà. Non sa lei che io ho
tutti i miei sensi?

— Lei vuol dire con questo, — disse Beatus — che io ho perduto i miei
sensi, e perciò non posso comprendere lei. Può darsi che sia così; ma mi
dica: lei la gode la vita?

— Io la mangio la vita. Mangio tutto! Vile sì, ma mi vengano a prender
la vita!...

E l’elegante sua mano si atteggiò a rostro.

— In questo momento — disse Beatus — lei mi ricorda l’uomo preistorico
delle caverne.

— Può anche darsi — rispose il giovane, — ma con tutte le raffinatezze
della vita moderna. Del resto cosa crede lei di avere progredito con la
sua morale del sacrificio?

— Anche questa è una buona ragione. Favorisca la penna. — La tenne per
un istante sospesa, come perplesso, e domandò: — Lei non ha mai sofferto
di mal di stomaco?

— Io? Io digerisco tutto.

E Beatus sottoscrisse il foglio che dichiarava come quel giovane era
veramente _indispensabile e insostituibile_.



               _Capitolo XV._ — “Quis est proximus tuus?„


Storia d’Italia! Un cavaliero cavalca un somiero. Sono giunti in vista
del Campidoglio. Che nome! Ma _Capitolium fuit!_ Il somiero non vuol
salire quella vetta, e ribalta cavaliero e elmo di Scipio.

Il rosignolo, morto; il gallo, morto! Triste storia!

E in questa meditazione — nel silenzio dello studio, rimasto vuoto dopo
la partenza del giovane — questa voce si udì:

«Beatus, buon dì».

«Ciao, caro».

Era il pappagallo, animale calunniato.

«Povero Loreto! Tu non sei nè insensibile nè demoniaco. Sei quello che
sei. E così Biagino non è nè buono nè cattivo. È quello che è. È
masnadiero. E così il somiero ubbidisce ai sensi che ha.

«E così il rosignolo morto non pensava all’oriente; nè il gallo vuol
destare gli uomini. Tutto il resto è la tua malattia, qui».

E col ditino Beatus si toccò la fronte.

«Questo ditino così gracile e questa fronte così mostruosa! Ah, io sono
animale mostruoso; e Scolastica ben lo sa: ma tutti voi, signori, siete
mostruosi», disse Beatus volgendo lo sguardo attorno attorno per le
pareti da cui pendevano i benefattori dell’umanità.

Tutti pendevano con quella deformità della fronte; e siccome alcuni
erano calvi, così quelle fronti parevano bianchi occhi ciclopici.

«Figlio mio, perchè bestemmi tu i doni dello Spirito Santo?»

Questa voce Beatus udì. Essa proveniva da un ritrattino più piccolo:
quello di sua madre. Anche Beatus aveva avuto una madre.

Allora Beatus si rannicchiò in grande meditazione, finchè venne la sera.
E allora si accese la lampadina elettrica; ma, poco dopo, senza dire
perchè, la lampadina alitò e si spense.

Alla luce dell’ultimo crepuscolo, Beatus vide il ritratto di quell’uomo
che studiò tanto per mettere quei cosini di metallo l’uno sopra l’altro,
e trovò l’elettricità. «Le teocrazie ne avrebbero fatto un segreto
magico; ma lei, signor Alessandro Volta, viveva nel secolo dei lumi, e
ne ha fatto un regalo al popolo. E ora è troppo giusto che il
proprietario della luce sia il sindacato degli elettricisti, e lei stia
contento, con una _a_ di meno, ad essere una misura. Anche lei
appartiene alla società dei _fessi_; e così anche lei, professor Galileo
Ferraris, professor Pacinotti.»

Ma intanto bisognava cercare una candela. Ma soltanto Scolastica sa dove
sono, e se ci sono, le candele.

Beatus fu costretto a riconoscere che anche Scolastica era
indispensabile.

Sono verità che si vedono, specialmente quando si è al buio.

                                   *

E un giorno che i calzoni non stavano su perchè si erano staccati i
bottoni delle bretelle e quindi egli non potè uscir di casa, rivide
questa verità, benchè fosse di giorno.

Questa verità fu veduta, anche più luminosa, per la terza volta, quando
Beatus infermò.

Allora Scolastica apparve proprio _indispensabile e insostituibile_.

                                   *

Quando uno è infermo, vengono gli amici, e dicono:

«Comandatemi, amico. Ben lieto di potervi servire». E se ne vanno.
Ovvero mandano fiori da mettere sul comodino, purchè non vi sia troppo
odore di cadavere, chè, in tale caso, i fiori si mandano per i funerali.

Ma per Beatus non venne nessuno perchè c’era un’epidemia chiamata la
_spagnola_, e il popolo ci aveva fatto anche la sua canzonetta.

Ma il vero nome dell’epidemia non si sapeva, perchè il _bacillo_,
quantunque esortato dai più valenti scienziati, conservava gelosamente
il suo incognito.

Dal modo come si comportava, si può supporre che fosse un bacillo
umoristico. Comunemente si presentava sotto l’aspetto di un raffreddore
dabbene, e poi, d’un tratto, assumeva la maschera della morte nera. Era
inoltre capace di lasciar vivere una mezza carognetta come Beatus, e
portar via lì, sotto casa sua, un colosso come il salumaio: un uomo che
Beatus aveva ammirato tanto. Vedere con quanta religione questo colosso,
dalla fronte depressa, tagliava i suoi prosciutti, con la sua gran
coltella! E il suo falso burro! e il suo denaro!

E invece?

Ah, povero uomo!

E poichè era stato assicurato che gli uomini si impestavano con l’alito,
così si vide gente girare con la maschera di garza.

Molte donne che vendono i baci della bella bocca, videro svalorizzata la
loro merce. Molti _pescicani_, arricchiti con la guerra, temettero la
_spagnola_ assai più della rivoluzione.

Uno di questi _pescicani_ aveva ordinato la carrozzeria per una
automobile, ma si sentì rispondere che per il momento i falegnami
lavoravano unicamente in casse da morto. E dopo, non più casse! Sacchi!
Si insaccano gli uomini come a Roma si fa per le immondizie.

                                   *

Di queste cose Beatus ragionava quasi piacevolmente col suo dottore, un
giovane così lindo, così dotto, così gentile! Perchè Beatus aveva un po’
paura degli uomini; ma della morte non troppo: forse perchè la aveva
incontrata altre volte per la strada, in precedenti infermità. Ci si era
abituato, e avevano anzi finito col salutarsi.

— Lei ha vinto — diceva il dottore, — una gran battaglia!

— Ma quale?

— Quella che i fagociti hanno combattuto contro i misteriosi microbi
della _febbre spagnola_.

E Beatus aveva la sensazione che il suo corpo fosse come la madre terra
che sostiene tanti milioni di combattenti, e non se ne accorge.

«Ecco i _leucociti_, i _fagociti_, mobilitati per la caccia alla
_spagnola_. Il mio corpo è un campo di battaglia. Ma forse è la Morte
che ha tanto da fare in questi giorni! Del resto lei sa dove sto di
casa.»

                                   *

Ma forse fu anche opera della signora Alice, una inquilina della casa,
la quale venne e portò una tazza di brodo, un uovo fresco, un’ala di
pollo: tutte cose rare nell’estate del 1918. E questa inquilina non
soltanto portò il brodo e l’ala di pollo, ma rassettò la camera e mutò
le lenzuola, anzi prestò lei le sue lenzuola, perchè soltanto Scolastica
sapeva dove erano e se c’erano ancora le lenzuola. Ma Scolastica era
assente. E allora apparve a Beatus quel Cristo, che aveva veduto in
quella chiesa di Romagna, e questa domanda gli batteva nel cervello:
_Quis est proximus tuus?_

E quando la signora Alice non poteva venire, mandava su una sua
bimbetta, e spesso venivano tutte e due; e a vederle facevano sorridere:
lei era una donna di così vaste proporzioni che ingombrava di sè quasi
tutta la camera, mentre si chiamava Alice, un nome che dà l’idea di una
figurina sottile; e la bimbetta si chiamava Elena, il nome della gran
femina! E invece era una bimbetta rachitica, col corpo di dieci anni, il
volto grinzoso, ed il mento aguzzo; e una zazzera avea nera e tonduta,
legata con un nastro rosso. Pareva la figura del _diavolo zoppo_ nelle
vecchie illustrazioni del Le Sage. Ma ella aveva una infantile,
dolcissima cantilena umbra con parolette piene di assennatezza, per cui
Beatus, comparando quel suono col _ciacolar_ di Scolastica, gli parve
che mai San Francesco avrebbe potuto nascere nel Veneto.

La formidabile signora Alice era una piccola borghese, e proprio di
quelle spregiate terre del sud, che nelle terre del nord sono dette
_terra matta_ o _terra ballerina_. Nominava spesso quegli idoli che si
vedono a Napoli sui comò, e portava una capigliatura nera
elaboratissima, sì che pareva senza fronte. Non tutto, dunque, è nella
fronte?

La bimbetta non era sua figlia, ma una trovatella, raccattata per via, e
che lei aveva pulito, vestito; e le aveva messe scarpe ai piedi, e le
aveva promesso, se fosse stata buona e ubbidiente, che la avrebbe tenuta
alla prima comunione. Ma la bimbetta non aveva bisogno di ammonimenti:
faceva lei per casa; capiva e — ridendo con gli occhi nerissimi —
guardava Beatus, che stupiva come ella capisse. «Fidatevi di me, signo’
— dicea. — Capisco, ho capito!» E aveva capito! Perchè Scolastica se ne
era andata senza dir nulla: ma la sua roba era ancor lì. Faceva tutto
lei, la bimbetta: «Voi statevi quieto». E anche andava nelle farmacie
lontane lontane a prendere le medicine.

Ma una sera la bimbetta non tornava. Era andata tutta baldanzosa a
prendere una medicina che non si trovava più se non in una farmacia
lontana lontana, e per grazia dell’amico dottore: una medicina tedesca,
che abbassava la febbre, ma non indeboliva il cuore.

E la città era grande.

Già calava la sera, e lei non tornava.

Mo’ viene — diceva la grossa donna del sud. — Non si perde!

Ma la bimbetta non veniva; ed era in pensiero anche la grossa donna del
sud.

E in silenzio attesero.

Suonò l’ora di notte.

Finalmente la bimbetta venne. Rideva e piangeva.

Raccontò sua ventura.

Si era smarrita.

Intanto era venuta la notte, i lumi non ci sono più e lei piangeva.

La gente si fermava e diceva: «Cos’è?»

«Una bimba che ha smarrita la via». E andavano oltre. Allora una bella
signora vestita di bianco, le domandò perchè piangeva. Ella raccontò sua
ventura. «Oh, che brava bimba!» E in un momento la ricondusse a casa in
carrozza.

— E la medicina?

— Eccola qui —, e non sapeva più come avesse trovato la medicina.

La grossa donna del sud, seduta presso il capezzale, diceva: — Mo’
vedete, chi sa? è la Madonna.

Tante storie ella sapeva di apparizioni della Madonna: sempre una bella
signora, ma vestita di bianco.

Una volta sui monti apparve a una pastorella, e tutte le pecore erano
intorno inginocchiate; un’altra volta apparve d’agosto, con tutta la
neve bianca d’intorno; un’altra volta d’inverno, con tutti i gigli
fioriti.

— E perchè a me non appare? — chiese Beatus.

— E scusate — disse la donna del sud con peritanza, — voi siete un buon
uomo, ma voi non siete innocente!

                                   *

La notte, la febbre placò, come talvolta misteriosamente placa il vento
sul mare. Erano i microbi della vita che vincevano quelli della morte?
Era la medicina tedesca? E allora perchè quel popolo fabbricò anche i
gas asfissianti? Domande su domande, come onde su onde, portavano Beatus
su di un oceano.

Si assopì verso l’alba. E allora gli apparve ancora quel gran volto di
Cristo. Le labbra di Cristo si movevano come se mormorassero: _Quis est
proximus tuus?_ E le tre dita erano levate sopra di lui.



               _Capitolo XVI._ — Le prodezze di Biagino.


Al mattino la Elena entrò nella camera da letto di Beatus tutta
festante:

— Guardate, _signo’_, che bella cosa sono riuscita a comperare per voi.
Sentirete che brodo vi faccio. — E sollevò davanti a Beatus Renatus
mezza testa di tacchino, alla quale era attaccato un metro di mezzo
collo, tutto a verruche paonazze e rosse, a cui era attaccata un’ala. —
Sette lire, _signo’!_ ma sta ’na femmina che è meglio assai.

Beatus ringraziò la bimbetta, e computava a quale prezzo poteva arrivare
tutta una tacchina femmina. Ma poco dopo la bimbetta entrò tutta
sconsolata; e battè palma a palma.

— Ih, _signo’_, il gallinaccio non c’è’ più! Biagino se l’è mangiato.

Disse Beatus:

— Dovevi stare più attenta.

— Più attenta, _signo’_, che mettere la carne nella pentola? Biagino se
l’è pescata dentro la pentola. Biagino è un ladro!

— Nel nostro linguaggio così infatti si dice — disse Beatus.

Beatus rivedeva Biagino quando era piccino, e gli era tanto amico:
appariva fra le carte del suo scrittoio con improvvisi rumori, o posava
su un volume della sapienza, o guardava come una damina sentimentale,
col suo manicotto. Poi scendeva dal volume, saliva su la sua spalla,
scendeva giù, e con la zampina pareva interessarsi del libro che Beatus
leggeva.

«Tu molto amavi, o Biagino, i libri, il mio studio, la mia persona».

«Il tuo caldo», avrebbe risposto Biagino.

«Come è strano questo apparecchio del cervello che dà il colore
sentimentale alle immagini!»

La bimbetta ritornò e disse:

— Biagino va a rubare anche fuori di casa. Il marchese che sta al primo
piano, tutte le volte che lo incontra per le scale, gli tira un calcio.
Ma Biagino è svelto, e quando vede il marchese, fugge come un lampo.

Questo particolare spiacque a Beatus: sì, Biagino è un ladro e un
micidiale, ma il marchese sa che è sua proprietà; e il calcio tirato a
Biagino, Beatus se lo sentì ripercuotere su la sua persona. Come è
diffuso il sistema nervoso della proprietà! E poi un marchese che tira
calci! Ma in origine anch’essi tiravano calci; poi presero il nome di
marchesi, baroni, conti, quando non tirarono più morsi e calci.

Ma la bimbetta ritornò per la terza volta tutta festante. Scolastica era
tornata. Confabulava giù a basso con la signora Alice.

Scolastica tornò in casa.

Beatus nulla disse; e Scolastica nemmeno.

                                   *

Quando Beatus si sentì bene, promise alla bimbetta che la avrebbe
condotta a pranzo nel ristorante, e poi al cinematografo. La donna del
sud pregò di aspettare, finchè le avesse cucito un abitino e un
cappellino degno per uscire col signor cavaliere. Beatus disse a
Scolastica di comperare un paio di scarpette, gran dono a quei tempi.

Il primo giorno che Beatus uscì di casa, sentì giù per le scale un odore
di acido fenico. Proveniva dalla porta stemmata del marchese al primo
piano.

— Perchè questo fetore? — si domandò Beatus. Ma la risposta fu data dal
marchese stesso che usciva in quel momento.

Il signor marchese, quello che tirava calci, si scontrò a naso a naso
con Beatus, in quanto ambedue erano della stessa statura, e della stessa
età; e non essendo deciso chi sia superiore, se un marchese o un
cavaliere e uomo universitario, si salutarono contemporaneamente.

— Ma lei sta bene, — disse il marchese non senza stupore. — La
portinaia....

— Precorre la storia — continuò Beatus; — e avrà annunciato la mia
morte.

— Questo precisamente no, — rispose il marchese, — ma la marchesa mia
moglie ne fu impressionatissima. Volevamo andare nel nostro feudo, ma
anche laggiù la malattia _fa stragge_! Guarda, dicevamo, questa casa è
la sola che sia rimasta immune....

— E mi sono ammalato io. Creda che ne sono mortificato.

— Già! E allora la mia signora sparge per le scale l’acido fenico.

Il signor marchese parlava con dignità, in modo da far cadere e far
sentire tutte le sue parole.

Beatus, dunque, non era agli occhi della signora marchesa che un agente
di infezione: un uomo porta-bacilli, che spaventava una dama. Che cosa
sarebbe stato se la avesse spaventata con la sua bara giù per le scale?

— Io la prego, — disse Beatus, — di presentare le mie scuse alla signora
marchesa.

In quel punto, nel vano del cancello, apparve Biagino; ma appena visto
il marchese, saettò come fulmine.

— Ah, signor cavaliere! — esclamò il marchese, — quel gatto è un
masnadiero!

E lo disse in certo modo che parve masnadiero fosse un po’ anche lui, il
proprietario di Biagino.

— Io le racconterò un fatto che vale per tutti, — continuò il marchese.
— La marchesa, mia signora, aveva comperato un chilo di triglie,
splendide! Quelle di scoglio. E lei sa che cosa vuol dire oggi un chilo
di triglie di scoglio! Noi eravamo andati a spasso con un nostro ospite:
il deputato del nostro collegio. La domestica godeva del riposo
domenicale. Noi avevamo lasciato le triglie belle e pronte su di un
piatto. Torniamo a casa; e le triglie non c’erano più!

Qui si fermò il marchese tanto che Beatus assaporasse tutta la
mortificazione di essere non soltanto l’agente dell’epidemia spagnola,
ma il proprietario di Biagino.

— E veramente, — proseguì il marchese, — il nostro ospite, che è anche
un avvocato principe, ci faceva osservare che il codice contempla il
caso all’articolo 429: _va esente da pena, e perciò è lecito uccidere o
altrimenti rendere inservibili, questi animali appartenenti ad altri, ma
sorpresi nel momento in cui recano danno._ Soltanto non abbiamo
sorpreso; e poi per deferenza verso di lei....

Beatus ascoltò il codice come distratto da quella consacrazione che è
nel codice: _è lecito uccidere._ Ringraziò della deferenza, e rispose
riconoscendo di aver male posto i suoi affetti sopra Biagino.

— Questa cosa mi fa molto piacere, — rispose il marchese; e dovea essere
questo il principale argomento del suo colloquio, perchè prese tosto
commiato, dicendo, con un sorriso che gli fece girare tutte le rughe del
volto: — Perdoni se in momenti come questi non le stringo la mano.

E Beatus andò a destra e il marchese a sinistra; con quel suo passo
riservato che parea camminar sopra le uova.

Beatus lo seguitò con lo sguardo, e fu molto sorpreso da questo suo
pensiero: «Bravo Biagino, masnadiero forte. Portagli via anche il
feudo».



                _Capitolo XVII._ — La scimmia a spasso.


— Ecco, caro cavaliere, la scimmia è pronta, — disse a Beatus la donna
del sud, presentando Elena. La sventurata bimba, vestita da signorina,
era sorprendente: era più brutta di prima.

— Adesso dimmi, — le domandò Beatus: — dove ti piacerebbe andare?

La bimba brillò di gioia e disse:

— Prima il cinematografo, ma dove c’è la....

E la bimbetta fece un nome di donna.

Sventurato Beatus Renatus! Egli conosceva tante cose, ma ignorava questo
nome di donna. Era una Dea, cioè una Diva dell’arte novissima del
silenzio.

Non fu creduta tanta ignoranza.

La bimba, con l’aiuto della signora, diede a Beatus le spiegazioni
necessarie.

Dopo il cinematografo con quella signora Dea, la bimba fece capire che
le sarebbe piaciuto entrare dentro quei (e non sapeva come dire) che si
vedono dietro una lastra, passando per il Corso; dove vanno i signori:
ma i veri signori.

Si vedono, dietro una lastra, tappeti; sui tappeti, poltrone; su le
poltrone, i cuscini; sui cuscini, signore. Vicino ci stanno i tavolini;
sui tavolini ci stanno le tazze e i pasticcini.

Le signore sembrano statue; ma fumano.

Lei voleva indicare un _tea-room_ o un’_hall_ di grande albergo, che ce
ne sono parecchi sul Corso.

Beatus la condusse nell’un luogo e nell’altro.

Ma veramente, prima di entrare nel cinematografo, Beatus ebbe un po’ di
peritanza.

I cartelloni avvertivano che dentro si rappresentavano _i sette peccati
capitali, superbia, invidia, lussuria_, ecc., e condurci una bambina....

— Ci vanno tutti, — disse la bimba.

È vero. E poi avrebbe dovuto dare spiegazioni di quella sua peritanza.

                                   *

Quando lo spettacolo cominciò, Beatus stupì dello stupore di cui tutti
stupivano per quella Diva. Tutti la conoscevano e la nominavano. E a lui
vennero in mente gli anni del passato tempo quando si credeva in altre
Dive e Divi: l’Onore, la Gentilezza, la Temperanza, la Pietà, e altre
cose del genere.

Gli parve che quella Diva che si rovesciava, spasimava, si allungava su
lo schermo bianco, rappresentasse per la gran folla del pubblico come
una eccelsa conquista. Così gli parve perchè nel cinematografo erano
molti soldati inglesi, lustri lustri, e l’orchestrina intonò: _It’s a
long way to Tipperary_.

«Ah, sì, è una lunga via arrivare a Tipperary!»

                                   *

Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma
un’altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti
inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran
compostezza. Una certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di
essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti _musei
antropologici_ che usavano una volta, dove si vedevano le figure di
cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e
morte.

Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli
occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani
pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di
diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera.

— Fumano, fumano, — diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con
cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi».

Anche diceva: — Questo usa: questo non usa più.

Come sapeva tutte queste cose la bimbetta?

Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa
tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere
degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del
capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo
studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte.

La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si
moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la
bimbetta.

— Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti!

E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era
partita l’umanità; e quella gente così splendente rappresentava la
perfezione dell’arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla
bimbetta:

— Il più bello, qui, sono io.

— Oh! — esclamò la bimbetta stupefatta, e guardò Beatus.

— Ti dico sul serio: il più bello, qui, sono io.

La bimbetta non ebbe il coraggio di dire di no, ma riguardò Beatus con
tali occhi che egli si sovvenne delle sentenze di Scolastica a suo
riguardo: _L’è mato, tuti i dixe che l’è mato._

O Beatus! uomo pieno di vanità! Tu, forse, potevi essere stato bello al
tempo del manuale di Epitteto. Tu hai fatto la _toilette_ all’interno
della fronte; essi all’esterno. O uomo fuori dell’umanità!

Quella elegante compostezza a un tratto gli si trasmutò, e Beatus si
domandò:

«È sorta una nuova religione di cui io non ho conoscenza?»

— Tutte — dicea la bimbetta — col fidanzato.

Una signorina sedeva ad un tavolo in compagnia di due fidanzati,
un’altra signorina con tre fidanzati!

Stupì Beatus alla osservazione della bimbetta.

La voce di lei era di adorazione e di beatitudine.

Vicino al suo tavolo sedevano due di questi _fidanzati_ in compagnia di
una signorina. Erano tutti e tre giovanissimi, e con molta grazia
sorbivano il tè. Con molta grazia. Uno accendeva con grazia all’altro,
all’altra, la sigaretta. Venne in mente a Beatus il tempo quando i
lavoratori, al mattino, bevevano religiosamente la grappa e accendevan
la pipa. Ma che strani moti facevano i due giovani davanti alla
signorina? Pur stando immoti, ciascuno di essi allungava il volto e
ritraeva la fronte in un atteggiamento da idiota. Ciascuno di essi, così
atteggiato, pareva offrisse sè in esame alla signorina. Poi ciascuno di
essi gareggiava nel proferire motti di una idiota scurrilità. Come un
bisogno supremo di idiotizzarsi. «Ti è _piaciato_, signorina? Ti è
_piaciato_ più io».

La signorina sorrideva con dolcezza.

Tra quella gente seduta, e la folla che passava sul marciapiede non
c’era che un’enorme lastra di cristallo. Qualche occhio della folla si
soffermava per guardare fra i ricami delle tendine.

«Spezzate!» — disse fra sè Beatus. — Ma poi pensò: «non spezzeranno che
per sostituirsi».

                                   *

Dopo il cinematografo e il _tea-room_, Beatus prese una carrozza e
condusse la bimbetta in una osteria fuori di porta, dove c’era un
giardino con tanti pergolati nascosti. Aspettando che allestissero la
tavola, la bimbetta si diè ad ammirare un ragno, con la palla della sua
pancia di smeraldo, che faceva il meraviglioso acrobata su per un filo
sì lieve che senza il sole smagliante del tramonto, sarebbe stato
invisibile; poi ammirò le formichine che trascinavano una cetonia
rovesciata; poi una specie di cavalletta così bella che mai ella aveva
veduto la uguale! Non che la bimbetta ammirasse gli insetti come i manti
e i fidanzati del _tea-room_, ma ammirava.

Diceva:

— Come son carini, come son bellini, come son buoni questi animalini. La
cavalletta sembra che dica le orazioni; il ragnetto gioca all’altalena;
le formichine portano in trionfo quell’altro animalino. Guardate,
guardate, _signo’_.

La cetonia tentava invano di raddrizzarsi.

— Ah! i dolci animalini!

«Ma non sai tu che la cavalletta è la feroce _mantis religiosa_ che sta
lì in agguato? non sai tu che nel ventre del ragno c’è tanta seta da
irretire, quanto filo spinato han messo in azione gli uomini per fare i
reticolati della morte? non sai tu che la bella cetonia non è portata in
trionfo, ma portata alla divorazione? che tutti questi animalini
applicano la chimica all’industria della loro guerra con più perfezione
degli uomini?»

Beatus stava per dire queste cose alla bimbetta, quando il campanelluzzo
suonò e disse:

«Non togliere, o Beatus, questa fede negli animalini».

E perciò Beatus disse:

— La provvidenza di Dio è grande.

— Allora quello che dice il libro di _Giannettino_, che la mia signora
mi fa leggere, — disse la bimbetta un po’ delusa su la gran sapienza di
Beatus.

— Bada che è un gran libro _Giannettino_.

                                   *

Ma quando furono a tavola sotto la pergola, la bimbetta, misteriosamente
ad un tratto disse:

— Anche lì, sotto la pergola vicina alla nostra, ci sono i fidanzati.

Beatus seguì la indicazione della bimbetta. Oh, si capiva anche troppo
che quei due erano fidanzati!

— Da per tutto, — continuava la bimbetta, — ci sono fidanzati. La sera,
poi! Camminano un po’ e poi si fermano sempre. Dove stiamo noi di casa,
quanti! Si vede prima passare una signorina; poco dopo ecco un uomo:
quello è il fidanzato. E vanno e vanno lontani per la campagna. A che
fare? A fare i fidanzati. Quando poi è buio, lungo i muraglioni del
fiume, creda che è pieno... Ah, quando sarò più grande, e avrò anch’io
il fidanzato!



                    _Capitolo XVIII._ — Scolastica.


Ma da qualche tempo Beatus osservava Scolastica, e crollava la testa. Un
giorno non seppe trattenersi, e le disse:

— Mi pare, Scolastica, che voi cresciate, non dirò in intelligenza, ma
in circonferenza.

Era nell’ottavo mese.

Scolastica lo confessò, e Beatus arrossì.

Poi gli parve che un maleficio fosse tra lui e quella donna, e non sapea
perchè.

Disse poi:

— Mi pare una cosa grave; ma come avete fatto?

— Come ho fatto....

— No, non è la descrizione che mi interessi — rispose. Quello che
interessava Beatus era come il corpo di Scolastica avesse potuto servire
al piacere di un uomo. Sono cose che, a mente fredda, non si
capirebbero. Ma esisteva lì il documento.

E Beatus guardandola, ammirava quel corpo, sostenuto da quelle gambe, e
gli parve mostruosamente che essa, la donna, altro non fosse che un
suggesto che porta una procreazione.

Quale poeta avrebbe composto un epitalamio?

Domandò non senza trepidazione:

— E dite, Scolastica, il collaboratore necessario chi è stato?
quell’uomo che ho trovato qui?

Gli parve che gran tempo passasse prima della risposta.

Ma Scolastica rispose subito:

— Se non è stato lo Spirito Santo, è stato lui.

Parve a Beatus di sentirsi sollevato da un peso.

— E lui cosa dice?

— Niente. L’uomo quando si è sfogato, è pari con tutti.

Quale inverecondo linguaggio!

— Voglio dire se riconosce....

— Riconosce tanto! Mi ha fatto avere le polverine, ma non hanno servito
a niente. Allora mi ha detto di andare all’ospedale e dire che ho un
tumore. Molte ragazze fanno così. C’è qualche medico giovane che ci
crede. Manda su una sua cannuccia: rompe, e tutto è fatto. Invece c’era
un medico vecchio che sente, calca, e poi dice: «Sì, sì, un tumore! Un
_avioma!_» Tutti si sono messi a ridere. «Va va! Che a nove mesi il
tumore va via da per sè». E me ne partii svergognata. C’era una
levatrice, ma disse che era tardi, e poi domandò mille lire prima; ma io
non le avevo.

Ella parlava naturalmente; ma Beatus aveva i sensi come flagellati da
una abominazione che fosse entrata nella sua casa. Disse:

— Voi, Scolastica, capirete bene che qui in questa casa non potete
rimanere.

Ma sentì che la sua voce non era di comando. Egli era uomo, congiunto
agli altri uomini, e gli pareva di avere una certa responsabilità.

— Lo so da per me — rispose Scolastica.

                                   *

La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus.

Ma poi Beatus domandò: — E che cosa farete?

Scolastica rispose con tranquillità: — Mi butterò a fiume con questo
qui. — E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione.

«Infelice! — pensò Renatus. — Lei si trova in tale condizione che se
anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe _le
physique du rôle_. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà
naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi
rispondere?»



             _Capitolo XIX._ — La mitragliatrice e i gigli.


Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola
scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì
dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di
cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle
monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi....
L’orologio era la _clèpsidra_; la superiora era la _camerlenga_; una
vecchia, color di cera, era la _sepolta viva_, e non sapeva nemmeno cosa
era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina.

«Le torte delle monache! — diceva con ammirazione la signora Alice. —
Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì».

Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache
fuor dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle
monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa
Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa.

La scimmietta riferiva anche i racconti delle monache: racconti di
diavoli, di inferno, di dannati, e specialmente di quelle lagrime così
cocenti che se cadono sul palmo di una mano, la passano da parte a parte
perchè sono di piombo fuso.

Sono superstizioni disapprovate dai pedagogisti; ma la signora Alice,
invece, era soddisfatta come di una purga di olio da cui sperava
benefici effetti. «Perchè — diceva — la Elena si va un po’ smaliziando.
Già plebe è nata, plebe è, e plebe rimarrà».

La bimba, infatti, parlava dei diavoli senza troppa paura.

Forse il difetto di questi diavoli delle monache è che erano onesti
diavoli, perchè perseguitavano soltanto i veri peccatori.

                                   *

Ora quella mattina della prima comunione, Beatus era da tempo nel suo
studio. Si vedeva il sole nascere in una chiarità di rosa: si sentiva
nello studio una piccola sveglia.

Quel cosino con tutte quelle rotelline camminava disperatamente.

Si arrestò Beatus per ascoltare il rumore di quel cosino come lo udisse
per la prima volta. Pareva andare sempre più disperatamente. Pareva la
macchina trebbiatrice del tempo!

Allora Beatus mise fuori di equilibrio la sveglia, e la sveglia si
fermò.

Il tempo si fermò.

E guardando i grandi uomini appesi alle pareti, Beatus domandò: «Foste
voi, fummo noi a creare il tempo? Certo questo cosino meccanico che rode
il tempo, lo abbiamo creato noi».

Rimise in equilibrio la sveglia; e la piccola macchina riprese, come un
tarlo famelico, a rodere il tempo.

E così stando, Beatus sentì nel gran silenzio del mattino un altro
rumore simile a quello della sveglia; ma più profondo e lontano.

Era un ritmo crescente, come di un mostruoso cuore: un aeroplano,
lontano, nel cielo.

«Lassù c’è un uomo con una mitragliatrice».

Ma quello che più stupiva Beatus, era come un motore potesse così
rimbombare nel cielo. E tutto il cielo stupiva.

E allora si ricordò di colui che fu il più grande ingegnere meccanico,
ma aveva paura di fabbricare macchine per gli uomini; e in quella vece
dipinse Cristo con le pupille velate.

                                   *

A questo punto una vocina dietro la porta interruppe Beatus e disse:

— Si può?

Erano le bimbette per la prima comunione.

E prima entrò la scimmietta, e dietro lei due compagne più piccole.
Erano vestite di bianco, il velo bianco, la corona bianca. Entrarono
timidamente, senza far rumore, perchè avevano le scarpine bianche.
Davano la sensazione di cose immateriali.

— Attente, bimbe, attente — disse Beatus. Le bimbe girarono gli occhi
per vedere dove era il pericolo.

Egli voleva dire: «quei grandi uomini, quei grandi pensieri; pericolo di
infezione, di rimaner fulminati». Le fronti dei grandi uomini sono come
i tralicci che sostengono i fili elettrici. Bisogna scriverci: _Morte!_

Le bimbe si fermarono in mezzo allo studio.

La scimmietta, sotto quel velo bianco, nascondeva un po’ il suo volto
color di mattone. Ma le altre due bimbe come erano belle! Le chiome
pallide d’oro cadevano sparse sotto i veli come una continuazione del
loro essere. E gli occhi erano azzurri e così liquidi che facevano quasi
pietà. Beatus le guardò stupefatto, come se la stanza si fosse riempita
di immobili gigli.

Le due bimbette bionde stavano pavide e volgevano con stupore gli occhi
su le pareti, dove erano sospesi i volti siderei dei benefattori
dell’umanità. Poi guardavano il pappagallo verde.

— Siamo pronte, _signo’_ — disse la scimmietta.

— E queste chi sono?

— Sono le figlie di una signora che abita qui presso. Loro hanno paura,
perchè credono proprio di dover mangiare il Signore. C’era poi la monaca
che diceva che, se si muore dopo la comunione, si va subito in paradiso;
ed esse volevano morire. Oh, sono ancora bambine, bambine.

Beatus guardò le due bimbe, e poi domandò:

— È vero, bimbe, che volevate morire?

— Allora sì, adesso no — disse una, movendo appena le labbra.

— Oh, brave bimbe! — disse Beatus. — Voi non volete lasciare la
mamma....

— Ma — disse l’altra bimba —, avremmo veduto il babbo, che è in
paradiso.

— Hanno il babbo che è morto in guerra — disse subito la scimmietta.

E allora Beatus si risovvenne di quelle parole, che il bellissimo
giovane avea detto: che lui non si poteva permettere il lusso di morir
per l’Italia.

Ah, la storia d’Italia è fatta dagli innocenti!

                                   *

Entrò Scolastica, ma non era vestita per uscire. Accomodava in silenzio
il velo e la corona alle bimbe.

Con quel ventre si accostava alle due bimbe!

E la scimmietta si accostò a Beatus, e disse in gran segretezza:

— Signo’, anche Scolastica tiene il fidanzato.

— Che ne sai tu?

— Tiene la creatura nella pancia. Non vedete?

Ma entrò la signora Alice.

Era tutta in festa, e aveva un cappello che pareva un girasole.

— _Cavalie’_, e voi che fate? — disse la signora Alice. — Voi credete
sempre che il tempo non passi mai. Sono le otto. Presto, andatevi a
vestire.

— Devo venire anch’io?

— Ma come? L’avete promesso a queste figliuole. Dopo dovete pagare la
festa.

Beatus andò di là a vestirsi, e tornò con una _redingote_ nuova con
risvolti di seta, lunga sì che pareva una toga.

— Ma come è bello quest’uomo! — disse la signora Alice.

La personcina nera di lui spiccava in fatti fra quelle bambine bianche.

— E quella donna non viene? — domandò Beatus quando furono sul limitare.

— E che deve venire a fare, la disgraziata, con quella pancia che tiene?
— Così rispose la signora Alice. — E voi due, avanti. E tu, Elena, con
me.

                                   *

Pareva la signora Alice la gran madre Cibele.



                  _Capitolo XX._ — Il pane dell’anima.


Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono
d’oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe
una piccola ripetizione sul _Credo_, quel gran viaggio che fece Cristo:
scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra
del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti.

Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti.
Nella chiesetta non c’erano che i bimbi e le bimbe della prima
comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di
nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina.

Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di
bianco, presso l’altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle
altre tre file le bambine.

Una monaca tonda e rosata, che pareva la superiora, si accostò agli
uomini e lievemente disse:

— Monsignore tarderà un po’. Se vogliono intanto visitare il coro....
C’è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo.

E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un
languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte
pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di
forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi.

— Quel signore? — disse la monaca. — Quel signore era Beatus, che si era
soffermato a guardare quell’albero che fu detto del Bene e del Male.

Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva
anche sembrare un _boudoir_. Il soffitto simulava, con artificio di
pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un
panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti
parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì,
dietro, c’è un’alcova». Se ne erano mai accorte le monache?

La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva
malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse
una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a
enormi fogliami d’oro.

— Qui c’è tutta la vita e miracoli — disse — del nostro santo Gerolamo.

Tutti dissero: — bello! — ma non si soffermarono su l’uno più che su
l’altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu
mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello
che faceva lì il Santo, non interessava.

Ma interessò molto Beatus.

In un pannello c’era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua
barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi
della sua biblioteca e li buttava alle fiamme.

Nell’altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c’era
un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire:
«Dai, dai! Che ti farà bene!»

La scritta latina dicea: _Ob studium Ciceronis flagellis ceditur quo
prophanam litteraturam castigaret._

— Ma quel signore! — disse ancora la monaca. — Presto, presto! È
arrivato monsignore.

E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta.

                                   *

Ma monsignore nella chiesetta non c’era. C’erano i bimbi e le bimbe
inginocchiate.

Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre
sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine.

Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a
cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle.

Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende
nere erano così dense che appena si scopriva un po’ del pallore del
volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose
e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella
immobilità delle bimbe spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva
incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno
corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si
ricomponevano sempre con leggiadrìa.

Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così:
«Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell’albero
antico?»

Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un
lembo della tovaglia dell’altare, ora il velo ad una bimba, ora
bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora
passava di cero in cero.

Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le
fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la
luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate!
La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti
antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme,
rette da quell’infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva
dalla bocca del bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano
bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei.

Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel
tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona
e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la
tenebra alla luce, perchè incolpi me?»

Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del
giardino, aveva come ondeggiamenti d’azzurro.

Cristo cammina presso l’azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai
fanciulli, addita i gigli delle convalli.

                                   *

Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio.

Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè
il nome di un alto prelato.

L’uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche
della persona, benchè la nuca — che sola si vedeva — apparisse cinta da
una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si tolse
la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono gli
porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava.

Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò
su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette.
Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma
forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui
salì, e queste parole furono udite: _Omnis qui vivit et credit in me,
etiam si mortuus erit, non morietur._

La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a
Beatus; e Beatus se ne voleva andare.

— Pazienza, — gli sussurrò la signora Alice, — ora dice la messa.

Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava
altra cerimonia.

Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto
tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba
esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma
si levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse
con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò.
Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un
fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri.

Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta
trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi
se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le
centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo,
là dal giardino si udirono note anche più dolci.

Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione.

Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel
volto: un volto mansueto e chiaro.

Levava l’ostia.

La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si
prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano
chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava
sull’altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo altare, levò la
mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l’«Ave
Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le
une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di
Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra
del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti».

Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del
sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose,
inverosimili: e parevano verosimili.

Poi il volto dell’uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul
largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici
con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui,
Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto
bimbi o femminette.

Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse:

— Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del
pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell’anima:
senza il nutrimento, anche l’anima muore....

Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli
orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote,
e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che
soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano
le parole. Poi dal ciborio d’oro levava il pane dell’anima, le piccole
ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell’operare, comunicava.

Le bimbe bianche accorrevano, _uti cervi sitientes_, come i cervi
sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a
me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di
girasole.

Le bimbe comunicate si staccavano dall’altare in silenzio, ad una ad
una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata.

Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si
genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse
dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con
bella maestà senza fare saluto, senza dire parola.

Beatus era molto malcontento di sè. Il suo _spirito critico_ lo portava
a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la
suggestione di quell’apparato scenico, è ben facile....»

Ma il campanelluzzo suonò: «Lascia stare adesso lo _spirito critico_.»

D’altronde monsignore era già lontano.

Dopo, la signora Alice disse a Beatus:

                                   *

— Mo’ ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè
di piazza o al caffè del lago?

Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini.

La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus
stava zitto.

— E diteci qualche cosa anche voi, benedett’uomo, a queste creature che
mo’ sono santarelle.

Ma Beatus nulla dicea.

                                   *

Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di
innestare se stesso negli uomini.

Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore.

Anzi quella continua bestemmia di _ostia_ che gli uomini hanno su le
labbra, riconduce a pensare che l’uomo non tollera i portenti.

                                   *

Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano
con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago.

Pareva un quadro della vita.

La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta.

Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad
affrontare le onde nere. Ma dopo un po’, sono imbevute, capovolte,
sommerse.

Le rive dell’oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi
di morti come il guano su le rive del Cile.

Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia
attraversare le grandi onde, arrivare di là.

E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «_l’è mato, tuti dixe
che l’è mato._»

Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che
la signora Alice gli disse: — Voi che non avete nessun vizio — che si
veda! — avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io
dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe,
fàtelo ridere.



                  _Capitolo XXI._ — O Hymen, Hymenaee!


Ma tutte le volte che Beatus vedeva Scolastica per casa con quel ventre
sempre più eretto, non poteva a meno di pensare che lì si formava quel
movimento dell’anima.

Guarda in che sito! E avrebbe voluto mettere a nudo quel ventre per
vedere che cosa vi succedeva.

Beatus, Beatus! Tu come San Tommaso, come gli antichi dottori, ti
affissi lì, in vana contemplazione, per vedere se vedi il nascere
dell’anima. Oh, Beatus! _tu ti involvi, non ti evolvi!_

Ma ora egli sentiva tanta nausea per queste due parole, per quanto già
avea sentito di ossequio.

Beatus poteva dire a quella sciagurata: «andatevene, insomma, da casa
mia». Probabilmente essa non si sarebbe buttata a fiume, ma avrebbe
buttato quella cosa che aveva nel ventre giù per il condotto di una
latrina.

Invece della vita, la morte: due cose forse uguali, benchè sembrino
diverse, perchè la vita manda buon odore; la morte, cattivo.

Eppure Beatus non disse a Scolastica: «andate!». Ma un giorno che la
sciagurata affannosamente si trascinava su per la scala con la sporta
della spesa, disse:

— Fate venire quell’uomo.

— Quale uomo?

Scolastica, col volto deformato dall’ultima gravidanza, era più orrenda
che mai.

— Quello che vi ha ridotta così, — e col dito le accennava il luogo del
nascimento.

Ma Scolastica non sapeva bene dove colui stesse di casa, e nemmeno chi
fosse. Un calzolaio, un ciabattino, che abitava, che andava a bottega in
una tal via.

                                   *

Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell’uomo non
c’era, anzi non c’era nessuno, fuorchè un omaccione che era il padrone.
Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio:

    Lunedì, San Crispino,
    Martedì, San Crespiniano.

In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di
scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva
amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi
levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il
piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre.

— O che vuol fare il calzolaio? — domandò l’omaccione vedendo
quell’omarino, che si affissava nel suo lavoro.

Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse,
venisse da lui.

                                   *

Un giorno colui venne. — È qui — disse Scolastica.

Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c’era Loreto, la
gabbia dell’usignolo morto e Ruggero Bonghi.

Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza dir nulla. Tranquillo. Ogni
tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere
con piacere l’antica conoscenza.

Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate
che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così,
sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per
nascere....». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che
li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo
cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus».

Lui era guercio, e aveva la fisonomia felice dell’idiota: teneva le due
mani posate sui ginocchi: mani nere, incrostate di pece ed unghie nere,
quadrate. Lei, lei aveva tutti i muscoli rilassati come per una grande
stanchezza. Il corpo era emaciato e quasi visibile sotto le vesti; ma il
ventre sporgeva erto e gonfio: lì erano raccolte tutte le energie:
quello era il tabernacolo dove con enorme ardore si formava quel
movimento di vita che proromperà: un grido, un vagito, un’epitome delle
generazioni e delle vite: l’uomo!

Beatus vide la parola dello smisurato poeta cristiano che disse: _nel
ventre tuo si raccese l’amore_, e le parole del poeta gli parvero grandi
come la scienza. E le parole della scienza gli parvero grandi come la
voce del poeta.

Ma lì quei due esseri! Oh, lo squallido nascimento!

Il pensiero netto di Beatus fu questo: «Se vi buttaste a fiume tutti e
due, anzi tutti e tre, fareste cosa ottima».

Beatus guardava quei due esseri inerti davanti a sè e gli parve che
l’uomo si potesse definire anche così: _homo iners_, l’uomo inerte! Che
bella definizione!

Anzi gli parve una scoperta! Sì, gli _industri uomini_, come furono
detti da Esiodo, l’_audace stirpe di Giapeto_, come li chiamò Orazio,
l’_homo sapiens_ di Linneo, l’_uomo sociale_ di Dante, l’_uomo
economico_; sì tutti begli uomini. Ma l’_uomo inerte_ è più bello!
L’uomo è inerte come il bue nella stalla, come il cane nell’aia, come la
serpe al sole.

Quando ha fame, quando ha sete, quando l’ardore del senso si desta;
quando un urto, un colore, il rosso, l’oro, lo percuote, allora si
desta, diventa furibondo, si avventa e morde anche. Poi si assopisce
ancora, e torna inerte. Chi era l’uomo? lui che era vigile, o coloro che
erano inerti? Bel tema per una memoria da spedire all’_Accademia dei
Lincei_! Peccato che Beatus non credesse più alla gloria, nemmeno a
quella distribuita dall’_Accademia dei Lincei_.

Beatus cominciava a gesticolare, ma quell’uomo che stava inerte, levò la
mano nera che posava su le ginocchia, come per fermare la manina bianca
di Beatus, che volava, e disse:

— Be’, lei mi ha mandato a chiamare, per dirmi cosa?

Allora Beatus si ricordò per quale ragione lo aveva mandato a chiamare,
e disse:

— Voi, mio caro, riconoscerete almeno la vostra responsabilità.

Lo stupì lo sguardo di quell’uomo: egli non capiva quella parola
_responsabilità_.

Era un idiota.

Ma, no! Beatus frugò ancora dentro di sè e trovò che l’idiota era lui.
_Responsabilità?_ Quale? Non esiste responsabilità.

Quell’uomo capiva benissimo.

— Ecco — disse Beatus —, io vi volevo semplicemente dir questo, mio
caro, che voi riconoscerete che siete stato voi.

E indicò la donna.

Lui era guercio e idiota, ma da idiota che era, aveva il suo
ragionamento.

Disse:

— Io o un altro, è lo stesso.

— Come, come? — disse Beatus. — Non direte mica che sono stato io!

— Non dico questo: dico che è successo a me, ma poteva succedere a un
altro. Chi lo sa?

— Ma siete stato voi...!

— Sì, sarò stato anch’io — disse lui con mansuetudine, — ma è stata lei,
quel giorno, a fare _pst pst_ alla finestra, e allora io sono venuto su.

Scolastica negò che essa dalla finestra, quel giorno, avesse fatto _pst
pst_!

— Va là, che sei stata tu, bella mia, a fare _pst pst_. L’ha fatto a me,
ma lo poteva fare a un altro. Dico bene, signore?

Beatus rimase sorpreso come colui diceva bene.

Ma Scolastica inferocì, e quel suo volto in cui le linee si accasciavano
su le linee in una atonia di cosa morta, si animò e le labbra sibilarono
male parole. Era lui che passava tutti i giorni, e guardava in su, e
faceva _pst pst_. — Non si vedeva nemmeno come era brutto.

— Ah, tu sei carina!

I due si scambiarono ree parole, non mai udite dai benefattori
dell’umanità: _campion da pipa! manico di scopa! ruffian! figura porca!_

Beatus stette ad ascoltare questo linguaggio umano, poi li tranquillò
tutti e due e disse:

— Dividiamo il _pst pst_ a metà.

Dopo tutto, le spese le aveva fatte lui, il povero rosignolo, il povero
gallo.

Ah, triste nascimento! Gli parve che come una maledizione cadesse su la
sua casa. Quelle due creature davanti a lui che respingevano il
nascimento! L’uomo e la donna lì, davanti a lui, respingevano a gara
quella vita che correva al suo nascere.

Beatus ne sentì pietà. Non per quella vita, che era lì involta; ma così
in genere, come per l’usignolo, come per ogni cosa che vuol vivere.

Oh, fulgore degli antichi riti! _O Hymenaee Hymen, O Hymen Hymenaee!_

E Beatus vide le parole del poeta, che correvano alate:

«La forza dell’uomo rapisce la tenera vergine. Già appare la sposa
novella. Cinta ha la testa di maggiorana; ha il giallo manto, e il piede
di neve è retto dal rosso calzare. Le fiaccole nuziali, nel vespero,
scuotono le chiome d’oro.» Canta, per la notte, il grande inno d’amore!
Ma l’impeto d’amore trapassa e si placa per la fecondità e per la prole
come per attimi meravigliosi: «O uomo, io voglio che un pargolo, dal
grembo della madre sua, porgendo le tenere mani, a te dolcemente sorrida
dal semiaperto piccolo labbro».

Lì era il padre che respingeva il nascimento; la madre che guardava quel
nascimento come un tumore, di cui aveva chiesto al medico
l’estirpazione.

                                   *

«Beatus — disse il campanelluzzo a Beatus — bada che allora si trattava
di popolare il mondo, e oggi siamo in troppi».

— E adesso come si rimedia? — domandò Beatus.

— Faccia lei — rispose l’uomo con indifferenza — una cosa che vada bene.

Ma Scolastica cominciò a querelarsi contro Beatus e dicea:

— Se lei non mi lasciava sola in casa per tanto tempo, tutto questo
putiferio non succedeva.

— Be’, be’, be’! questo poi è un po’ troppo — disse Beatus.

E Beatus si levò da sedere, e Ruggero Bonghi vedendo il padrone
eccitato, abbaiò.

Anche il calzolaio riconobbe che Scolastica andava al di là del giusto
limite. Proprio il signore non ne aveva colpa.

— Va là! che non ne avevi bisogno della guardia.

Beatus ringraziò.

In fondo un buon uomo. Se fosse stato cattivo, avrebbe potuto anche
ricattarlo d’accordo con Scolastica.

Guai se il mondo fosse cattivo, come dicono i pessimisti!

Invece lui si rimetteva al signore. Era disposto a riconoscere il figlio
o la figlia, quello che è; ed anche a sposare Scolastica, se al signore
faceva piacere. Tanto per lui era lo stesso.

— Se ci pensa lei, io faccio quello che lei vuole. Io sono così! — e
soffiò su la palma della mano.

Lui era felice come un povero autentico che può mettere impunemente la
sua firma sotto qualunque cambiale. È sicuro che non pagherà. E questa è
una gran consolazione.

— Se lei ci fa le spese, perchè no? La legge è questa: paga chi ha.

Lui non aveva niente: quando aveva quattro soldi, li andava a bere
all’osteria. E una volta che il vino è nel corpo, non c’è doganiere che
ci possa far pagare il dazio.

Beatus disse:

— Ma, io, mio caro, non son ricco.

Ma quell’idiota fece un risolino e disse:

— Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere.

In fondo l’idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente
ricco: aveva mangiato l’ostia, aveva una responsabilità. Forse — cosa
tremenda — poteva anche avere un’anima, e forse immortale! Certamente
aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona.



                _Capitolo XXII._ — Il re dei Bolcevichi.


    Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà
    dichiarato dall’avvenire. All’autore di questo _Capitolo_ la
    cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale
    del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia
    nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l’azione del racconto) e
    come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e
    della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la
    prole», ecc.


Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. — Se
non è oggi sarà domani — aveva detto la signora Alice.

E Beatus disse alle donne: — Allora vediamo di far presto.

Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: — Fate
tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario.
Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io
tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete alle balie, alle
nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa.

E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter
finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta.

Ma quando all’albergo domandò una camera, si trovò ridicolo. Aveva dato
la sua casa per la serva incinta, e lui ne era uscito. Sì, un po’
ridicolo. Ma doveva star lì ad assistere al parto?

«Sono spettacoli anche indecenti, e cose da donne.»

Ma poi, senza sapere perchè, forse per il vizio di aver studiato, si
ricordò che in Atene antica gli uomini leggiadrissimi affidavano alle
donne di casa la cura di lavare e fare la vestizione dei cadaveri.

Perchè gli vennero in mente i cadaveri? Qui si trattava di un neonato o
di una neonata. Ma forse così gli avvenne di pensare perchè nella sala
da pranzo dell’albergo non c’era che lui e un prete.

Questo prete era lunghissimo, tremolante e con le pupille bianche: e
nella sala illuminata di luce elettrica, colui pareva un anacronismo:
uno di quegli uomini che, con antiche parole magiche, accompagnano
quelli che entrano nella vita e quelli che ne partono.

                                   *

Ora un giorno avvenne che Beatus era uscito per la campagna, e,
riguardando Assisi, questa gli parve come una antica nave trionfale: il
tempio di San Francesco, con quegli sproni sul monte, pareva il castello
di prora e sull’alto gli parea di vedere San Francesco, come un vessillo
umano, che cantava: «Laudato sii tu, mio Signore».

Ma ritornando poi all’albergo, e passando lungo le mura del detto
tempio, gli venne veduta una scritta concepita e tracciata così: W.
L’Enin.

Come era suo costume, anche qui Beatus si soffermò.

Non c’era dubbio: l’autore, anonimo come un poeta dell’_epos_, voleva
significare, Viva Lenin!

«Come è plastico questo popolo d’Italia! — fu il primo pensiero di
Beatus. — Era stato lui, il popolo d’Italia, ad abbattere il Sacro
Romano Impero dell’Austria, che pure aveva per emblema il santo segno
dell’aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le
mura dei più venerabili edifizi: _Viva Lenin!_ Il santo segno
dell’Impero fu abbattuto; ed ecco appare: _Viva Lenin._ È forse questa
la nemesi della storia?»

Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in
forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a
conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano
conoscenza della sua storia....»

Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo
argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma
poi gli parve che se il popolo d’Italia avesse consapevolezza della sua
storia, non sarebbe più il popolo italiano.

                                   *

Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero.

I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio
dell’autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col bitume, e
ciò significava indelebilità. E v’era in quei caratteri alcun che di
stravolto, e ciò significava terrore.

La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io
paura?»

«Se ti fa piacere, sì!»

«Vile borghese — pareva ancora domandare la scritta — non sono bello
io?»

«Se ti fa piacere, sì.»

«Sai tu che ti posso fare del male?»

«Tutto mi può fare del male.»

«Mi dispregi tu forse?»

«Tutt’altro! Anzi meritevole di grande considerazione.»

                                   *

Di chi era quel nome: Lenin?

Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice.
Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.

Come aveva fatto quel nome dalla lontana Sarmazia ad arrivare sino alla
città solitaria e santa?

Eppure era arrivato!

Beatus riguardò ancora il tempio, tripartito a tre piani come i regni
d’oltretomba, ed ebbe la sensazione che la scritta trafiggesse a morte
il nobile tempio. La nave non navigava più! Ma chi sa, forse, da quanto
tempo non navigava più.

Ora navigava la nave del re dei bolcevichi.

Qualcosa deve ben navigare!

                                   *

Quello che avveniva allora nel mondo era un grande fenomeno: brividi di
terrore percorrevano la terra. Alcunchè di feroce e di stravolto era nei
volti degli uomini. Facce nuove erano apparse. Ora Beatus ricordava:
anche in quella terra umbra, dove già fiorirono le più soavi cantilene
delle preghiere, la gente pareva si vergognasse dell’antica gentilezza.

                                   *

Le notizie che giungevano nel nostro occidente dal paese del re dei
bolcevichi forse erano fantastiche, ma avevano il fascino di un mondo
irreale.

Colà il re dei bolcevichi aveva portato via ai grandi della terra i loro
grandi balocchi. In questa operazione aveva portato via anche la vita a
quei signori o li aveva trasformati in balocchi: e aveva rovesciato dal
cielo i balocchi su le moltitudini.

Non mai la orgogliosa civiltà degli uomini aveva prodotto più
meravigliosi balocchi. «Ma perchè costrurrò io la bella casa, e tu la
abiterai? la soffice sedia e tu vi siederai? la carrozza che vola e tu
trasvolerai? Perchè farò io il miele come l’ape stolta per dare squisite
vivande al tuo ventre? Il mio ventre è il tuo ventre! Il tuo corpo è il
mio corpo! La tua voluttà è la mia voluttà! Tutti i balocchi in comune:
in comune anche il più grande balocco: la donna.»

Così dicevano le genti.

E il re dei bolcevichi operava un’amputazione nella vita. Solo i
lavoratori dei balocchi della vita hanno diritto alla vita, e ai
balocchi della vita. Quale voce! Essa si diffuse per tutta la terra.

                                   *

Questo convoglio del genere umano che procedè lento per secoli, portando
con sè tutto il peso secolare della sua storia, tutte le sue tombe,
tutte le sue domande senza risposta mai, «chi sono io? donde vengo? a
che tendo?»; e il re dei bolcevichi lo sganciò, e procedè coi suoi
operai materiali della vita!

«Signor re dei bolcevichi — gridavano a lui — tu lasci indietro tutti
gli archivi, e tutta la sacrestia dei sacri arredi, e tutti i sacerdoti
dell’intelligenza, disposti a far scuola nel modo più elementare, a
dividere ancora il mondo in acqua, aria, terra, fuoco se così è
necessario per l’intelletto dei tuoi bolcevichi. Noi saremo i tuoi
giullari, Signore; noi porteremo i tuoi colori».

Ma il re dei bolcevichi li respinse, e in questa operazione avvenne che
anche a taluno di essi tagliò con la scure le mani e ad alcuno tagliò la
testa. Solo gli operai della materiale fatica! Essi hanno dimenticata
l’anima loro, e il fiore della primavera: essi hanno una sola anima
comune: essi e il metallo delle macchine sono diventate un sangue solo.
Sono essi dio, giudice, legge.

                                   *

Gli operai della materiale fatica, fra noi, intanto giacevano inerti e i
loro occhi erano rivolti da quella parte da dove sarebbe apparso il re
dei bolcevichi.

Aspettavano il re dei bolcevichi e non volevano più lavorare per
l’altrui piacere i balocchi della vita!

Pareva l’anno mille, che attese l’avvento del nuovo Messia.

Quelli intanto che possedevano i balocchi della vita, ne facevano orgia
e sperpero prima che il re dei bolcevichi arrivasse: e un po’ tremavano.

Come attorno al ferro incandescente si vede l’aria soffrire per
l’immenso calore, così attorno ai corpi inerti delle moltitudini
vaporava il calore dell’odio e del desiderio.

Quando il re dei bolcevichi fosse apparso, le moltitudini nostre si
sarebbero levate col furore dell’odio alla conquista del paradiso
terrestre, promesso dal nuovo Messia.

                                   *

Era così veramente il re dei bolcevichi? o era un astuto verso un suo
fine, come fu già quel Veglio della Montagna di cui ragionò Marco Polo,
e non gli fu data fede: ma poi si riconobbe esser vero?

Il gran Veglio della Montagna, aveva, anche lui nelle parti d’Oriente,
fabbricato un giardino: il più bello e il più grande del mondo. Quivi
erano tutti i frutti, e i più bei palagi del mondo: quivi erano donzelli
e donzelle. Quando il Veglio voleva mettere alcuno nel giardino, dava,
prima, a bere l’oppio; poi lo faceva portare nel giardino. Si svegliava,
e veramente si credeva essere in paradiso. E queste donzelle stavano con
lui in canti e grandi sollazzi. Poi il Veglio dà ancora l’oppio e lo
toglie dal giardino. D’onde vieni? domanda il Veglio. Risponde: Dal
paradiso. E quando il Veglio vuol fare uccidere alcun uomo in pro della
sua religione, chiama costui e gli dice: Va, fa la tal cosa. Ed egli fa,
perchè vuole ritornare al paradiso.

                                   *

E Beatus guardò ancora il tempio, sull’alto del quale San Francesco
tripudiava cantando: «Laudato sii tu, mio Signore».

E si ricordò allora che San Francesco aveva tanti balocchi, ma li buttò
via tutti; aveva tanto tesoro, ma lo buttò via tutto. Aveva bellezza e
giovinezza, ma si vestì di sacco, e scalzo tripudiava: «Laudato sii tu,
mio Signore». E andò a trovare i lupi della terra e amorosamente li
confortò a cibarsi del pane degli angioli! Anch’egli vietò ai frati suoi
che alcuna cosa fosse propria; ma egli portava con sè un pane soltanto,
e non aveva macchine; ma la sua dama si chiamava Povertà, e non
Ricchezza.

Anch’egli ai frati suoi comandò il lavoro; ma senza mercede. Le stelle,
il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini
era il grande concerto, l’acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolcevichi
sono staccati dall’universo e dal mistero.

Ma gli occhi di San Francesco spiravano tepidezza di amore.

Egli, Francesco, sentiva dentro di sè quel suo tripudio, e credeva che
fosse alcunchè di immortale. Egli non credeva, o ingenuo!, alla morte.

Egli, Francesco, credeva di poter essere operator di miracoli. Ma i lupi
mangiano carne, e non margherite! E i cignali rompono le ghiande coi
forti denti!

E l’ignorante, anche!

Egli, Francesco, ignorava che nel ventre di Scolastica si svolge
null’altro che un’antica legge di animalità.

Ah, noi fummo ben nutriti di sublimi fole! Chi disse che Dio aveva dato
all’uomo il volto eretto per guardare il cielo? che fummo fatti per
seguir virtude e conoscenza? Ma no! Sono fantasie che per inerzia di
mente si ripetono ancora.

                                   *

Oh, le antiche fole, la grazia, la rivelazione, il mistero del
nascimento, le consacrazioni del nascimento! Quante leggende, quanti
riti sono sorti nelle antiche età! I canti dei poeti, le stelle apparse
nel cielo, le cune miracolose, i prodigi aspettati, i giorni numerati.
Follìe! Nessun prodigio era apparso mai, nessuna voce suonò dal cielo:
l’uomo sospingeva l’uomo nelle tombe e rinasceva in perpetuo.

Le leggende, i riti galleggiavano ancora come lumi errabondi su l’oceano
della vita, e il re dei bolcevichi li spense.

Avete mai veduto le fiamme che discendono dal cielo e si posano a
illuminare le menti? Uscì mai voce dalle tombe? Il pane dell’anima,
l’anima che vola al cielo come colomba lieve, la avete voi veduta
altrove che nelle fantasie dei poeti? L’issopo che fa bianco lo
scorpione umano lo avete veduto voi? Le acque lustrali che detergono le
pustole all’umano rospo, le conoscete voi?

Follìe, fole, fantasmi!

L’uomo sospinge l’uomo, e il moto è rapido come vertigine.

Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi
appose un numero.

Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero.

Follìa l’uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti
sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu
mangiato il pane dell’anima? No! E per un po’ più di miserabile astuzia
che tu possiedi, per un po’ più di vile solerzia, per un po’ di
vanagloria, per un po’ di feroce acume che è in te, domandi tu il
privilegio?

Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano.

Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell’anima costituiscono
un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette
cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l’Empireo?
Non esiste l’Empireo.

Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò
domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se
gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli
altri e la terra li coprirà, che importa? Se l’uomo meccanico vedrà anzi
soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più
non vedrà l’intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola
lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce
bianca che fa smarrire la via, che importa?

«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l’esercito del re dei bolcevichi.

                                   *

In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore
siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come
abbaglianti per un misticismo terreno.

E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la
donna.

Tragica e meravigliosa istoria è questa, non mai risolta!

Gli antichi sacerdoti videro nella donna il peccato, e la velarono. Ma
essa era immensa. Si provarono i sacerdoti a distruggerla, ma era
distruggere la vita istessa.

Accanto le sospesero i cilici, le preghiere. Vi scrissero parole
tremende: _peccatum! mortale peccatum!_ Che valse?

Allora la consacrarono con sante leggi: la purificazione, il lavacro dal
peccato del nascimento, il presepio con le belve innocenti attorno alla
cuna, la maternità consacrata, il ventre della maternità consacrato, i
re magi, la famiglia consacrata, il grido di esultanza del padre e della
madre. Che valse?

Non mai la voluttà proruppe così folgorante, come in questa civiltà
superba.

Mancherà il pane agli uomini, non gli ornamenti per abbellire la donna,
strumento della voluttà.

E il re dei bolcevichi sconsacrava la vita, e la riconsacrava dicendo:
«è lecito usarne, non è peccato».

Non è vero? È degno di essere vero.

E giusto è allora che scompaia la religione dei padri e delle madri.
Basta che esista la generazione. Altro non esiste in natura!

Il re dei bolcevichi aboliva così l’immane, l’inane fatica dei padri e
delle madri.

Perchè imporre un nome? perchè consacrarlo? perchè lo sforzo di creare
una coscienza? Il re dei bolcevichi darà ai nuovi nati un numero
d’ordine e li manderà alle balie, alle nutrici, ai collegi, al buon
nutrimento, al buon allevamento.

Il re dei bolcevichi coronava la nostra civiltà con logica sino
all’assurdo, con giustizia sino all’ingiustizia. La civiltà, come la
serpe, mordeva se stessa.

Forse era bene così: forse era la vita senza più dolore; senza più il
pianto.

                                   *

Ma Beatus si fissò alquanto, e gli parve che la vita senza dolore, senza
la coscienza che distingue l’uomo dall’uomo, fosse la morte.

Forse le lacrime sono anch’esse necessarie.

E anche quel nascere senza un rito, senza il grido di esultanza del
padre e della madre, gli parve come un non nascere.

Pareva a Beatus di vivere entro un’atmosfera lucida per immoto bagliore:
non v’erano più tenebre. Ma l’aria era irrespirabile: mancava il senso
sacro della vita. L’equilibrio era folle: mancavano gli elementi
imponderabili che la scienza ignora.

A Beatus pareva di esser solo fra ben pasciuti ambulanti cadaveri.



                _Capitolo XXIII._ — Il figlio dell’uomo.


Così sarebbe nato il figlio di Scolastica e del calzolaio. Anzi, forse
era nato.

Egli, Beatus, ammirava il re dei bolcevichi che pigliava con le mani le
sue verità incandescenti, senza nessuna esitazione. Anzi tutte le cinque
parti del mondo ammiravano. Ciò non significa che la verità del re dei
bolcevichi sia la verità; è un mutamento di verità, che durerà finchè
non sorgerà un’altra verità. L’umanità è come il serpente boa; fa un
pasto copioso e furibondo di una verità, poi si assopisce in letargo
finchè ha digerito; e allora si avventa per divorare un’altra verità.

Ma a Beatus non piacque, e scrisse alla signora Alice una garbata
lettera dove diceva che se quella cosa che sarebbe nata da Scolastica,
invece di spedirla alle balie e alle nutrici, se la fossero voluta
tenere in casa, così facessero pure.

Quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, poteva essere un maschio
oppure una femmina. Ed anche non credendo al _pithecanthropus erectus_
del naturalista tedesco Haeckel, è certo che una somiglianza esiste tra
l’uomo e il pitecantropo. Osservando attentamente l’uomo, anche meglio
vestito, questa somiglianza viene fuori come una seconda imagine.

«In me, per esempio, — dicea Beatus, — ora si vede benissimo. Eppure...!
Nella donna si vede meno, forse in grazia di quella soavità incantevole
del volto e dei capelli, che costituiscono essi pure un bellissimo
inganno».

E molto probabile che da due mostri, come Scolastica e il calzolaio,
sarebbe venuta fuori una cosa molto vicina al pitecantropo: ma non è
detto che la natura non faccia anche strani scherzi: può venir fuori
anche una cosa discreta. Infine, poi, di bestie ne teneva tante in casa!
Ora l’usignolo essendo morto, un bimbo o una bimba ne poteva fare le
veci.

Qui, Beatus si ricordò come una cosa lontana, lontana, e che forse aveva
letto nei poeti o nei libri per l’infanzia, che i bimbi danno lietezza
alle case: fanno miagolii, cantano. Sembrano genietti occulti. Il popolo
dice che parlan con gli angioli, o diceva così una volta quando il
popolo credeva negli angioli.

«Così Scolastica non dirà più: questa casa è una tomba».

Ma insieme si ricordò di quella smisurata parola che adoperavano i
latini per significare quando quella gaiezza se ne va dalla casa, cioè
la morte dei figli. Dicevano _orbatio_, quasi privazione di luce. E
_orbi_ erano detti i padri a cui erano morti i figli. Qualche volta i
figli chiudono gli occhi ai padri, e ciò è bello; e qualche volta i
padri chiudono gli occhi ai giovanetti, e ciò non è bello. _Orbatio!_
l’uomo solo, senza posterità, che va brancolando come cieco!

«Ecco: se io non avessi studiato il latino — continuava Beatus nel suo
vaniloquio — non avrei questo pensiero.

«Il re dei bolcevichi farà bene ad abolire il latino».

Ma, veramente, il re dei bolcevichi, mandando quelle cose che nascono
dall’uomo e dalla donna, alle balie, alle nutrici, ai buoni allevamenti
in comunità, abolisce quel dolore dell’_orbatio_.

Ma abolisce anche quella gaiezza.

«È sorprendente! — esclamò Beatus — Per fare il re dei vari bolcevichi,
bisogna pensar poco. Se si pensa, non si ha più il coraggio di toccare
nessuna verità, e non si è più re dei bolcevichi».

                                   *

Comunque, tutto ben considerato, poichè le cose si presentavano così,
Beatus non si trovò affatto pentito della sua deliberazione di tenersi
in casa, anzi di allevarsi il figlio o la figlia di Scolastica.

Idiota, no, non lo avrebbe voluto, anche se fosse stata una femminuccia,
ma nemmeno troppo intelligente: con un’anima sì, ma non con troppa
anima. Un’anima — ecco — senza interrogativi. Quel tanto che basta a
mandare avanti l’esercizio quotidiano della vita. Saper distinguere, per
esempio, se la porta è aperta o chiusa, saper mettere in ordine i libri
del suo studio dalla parte dello schienale, saper scrivere con esatta
scrittura, ricordarsi dove sono le chiavi, il borsellino; non amare il
denaro, ma possedere il senso del denaro, venire a casa la sera presto,
trovar buona la minestra di casa, ubbidire senza domandare ogni volta
perchè.

Se poi fosse una donna, ricordarsi che dovendo mettere un pollo nella
pentola, bisogna levare prima la vescichetta del fiele; saper cercare
con la scopa negli angoli delle stanze; saper fare un rammendo. E perchè
no, saper fare le torte come le suore?

Tutte cose che Scolastica faceva assai imperfettamente.

Lui, poi, nelle ore di riposo, avrebbe insegnato le lettere
dell’alfabeto; si sarebbe divertito a raccontare le vecchie fole del re
Mida, del buon Tobia, di Polifemo, di Bertoldo, della bella regina delle
Mille e una notte. La sola cosa un po’ preoccupante era quel furore che
prende i giovani, anche i più pacati, in sull’aprirsi della pubertà, per
cui avviene che alcuni si lanciano come proiettili, ed è il caso di dire
che dimenticano padre, madre — come dice Cristo — per quel furore. E se
stanno quieti, fanno anche più compassione. Ma per questo c’è tempo da
pensarci! Sì, sotto questo aspetto, l’idea di allevarsi in casa la
creatura che fosse nata da Scolastica, non gli dispiaceva.

Dato il caso che lui, Beatus, fosse vissuto ancora, il figlio di
Scolastica gli avrebbe letto il giornale, quando è la sera, con
amorevole pazienza: considerando che la sua vista si faceva torbida. Lo
avrebbe condotto a spasso anche, qualche volta. Chi avrebbe condotto?
Lui Beatus avrebbe condotto il bimbo? oppure il bimbo avrebbe poi
condotto lui? È strano questo mutamento; ma è così.

Antigone conduce Edipo.

Nella civiltà bolcevica, Antigone, la dolce Antigone, non condurrà più
Edipo, nè darà più sepoltura al fratello.

Ah, il re dei bolcevichi dovrà abolire anche il greco!

Qualche volta, ancora, per le vie, si vedono uomini vecchi a cui non
basta più il bastone, ma ci vuole un altro uomo o donna che faccia da
bastone. Qualche volta muore prima la memoria, e ci vuole una persona,
la quale ricordi le cose vicine, perchè le lontane si ricordano. Qualche
volta, muore una parte dell’anima, e il vecchio si mette a ridere, e
dice e fa cose stolte, e ci vuole uno che dica: «padre, non fate; non
parlate, caro padre, perchè dite cose stolte; accontentatevi di mangiare
questo savoiardo e mettetevi il tovagliolo. Fiutate il vostro tabacco, o
fumate la vostra pipa; ma non andate solo per via, perchè i monelli vi
scherniscono, e se voi alzate il bastone, è ben peggio.»

Ma queste cose devono essere dette molto amorosamente, e più con senso
di lietezza che di pietà; come Beatus ricordava di aver visto, una
volta, una figlia bellissima, verso il suo vecchio padre.

Nei tempi antichissimi, prima che Solone poetasse le sue leggi umane, i
figli uccidevano i padri imbelli; e questo costume vive ancora presso
alcune tribù. Non è però meno vero che anche nelle famiglie per bene si
ode talvolta mormorare così: «quando finirà quel vecchio, quella vecchia
di mangiare savoiardi? di sporcare?» Qualche volta si ode anche: «quando
ti ordinerò la bara, caro padre?»

                                   *

Ma arrivato a questo punto, Beatus inorridì: «Dovrò io diventare così?»
Eh, se tu non morrai, diventerai così e ringrazia di potere essere così.

Egli aveva col nato da Scolastica foggiato, senza avvedersene, il suo
automa per il suo egoismo. E allora si ricordò di un’altra leggenda che
aveva udito intorno al re dei bolcevichi: ha avuto pietà per i bimbi; ma
per i vecchi non ha avuto pietà.

Facendo un salto avanti, il re dei bolcevichi è tornato indietro? Ma è
lui o è la nuova umanità che vuole così?

Beatus si accorse che con la sua ragione soltanto egli era sempre nella
condizione di colui che si trova in un terreno paludoso. Da qualunque
parte si volge il piede, la terra ingoia.

Se non c’è un sostegno dall’alto, fuori della terra, si rimane ingoiati!



                    _Capitolo XXIV._ — Le mammelle.


Ma la signora Alice non rispondeva.

Probabilmente ella non aveva molta confidenza con gli arnesi della
scrittura e ciò le dava soggezione; oppure il calcolo dei nove mesi era
sbagliato; oppure quella cosa era già stata spedita alle balie e alle
nutrici.

E allora Beatus ritornò a casa.

Ma appena arrivato a casa, trovò quello che non si aspettava.

Era sera, era freddo e pensava al suo letto.

E invece trovò il suo letto ancora occupato.

Da prima non capì da chi, e perchè.

Attorno al letto c’erano le tre donne: la Scolastica, la bimbetta e la
signora Alice.

Ma la signora Alice disse: — Buona sera, signor Beatus. Non la
aspettavamo. Lei è arrivato in tempo per veder passar l’angiolo.

Tànatos, la morte, era entrata in casa senza avvertire il portinaio.

La bimbetta diceva: — Poverello, muore.

Scolastica non disse nulla.

Allora Beatus s’accorse che nel suo letto c’era qualche cosa.

— Lo vuol vedere? — disse la bimbetta, e levò il lenzuolo, e Beatus che
per la prima volta vide, inorridì.

— Quel bimbo ha cento anni! — esclamò Beatus.

Il figlio dell’uomo e della donna aveva l’aspetto triste dei vecchi: la
palla dell’occhio era scavata profondamente entro l’orbita; la pelle era
di un colore livido, e pendeva dai sostegni dello scheletro.

— È nato così? — domandò.

— Oh, — disse la bimbetta — era così carino quando è nato.

— Che malattia ha?

— Ha fame.

— Voi — disse Beatus a Scolastica — gli dovevate dare il latte.

— Sì, con queste.

E mostrò a Beatus l’orrore delle sue mammelle.

— Eh, mica tutte le donne — disse la signora Alice — hanno il latte.
Poverella, ha provato. È venuto fuori il sangue; ma il latte, no.

Scolastica fece un gesto di rabbia:

«Quell’uomo che non capisce mai niente!».

Il volto di quella madre era corroso: vi dovevano essere passate
lagrime.

— Vi domando scusa — disse Beatus. — E allora perchè non lo avete
mandato a balia?

— Così abbiamo fatto — rispose la signora Alice; — ma la balia appunto
lo ha rovinato.

— Dovevate prendere una balia in casa.

— E dove la trova lei la balia in casa? — disse la signora Alice.

— Oh, si trovano — disse Beatus.

— Le vada a trovar lei — disse Scolastica.

— Una volta si trovavano, ma adesso non più — disse la signora Alice. —
Sa cosa dicono le contadine? che il latte è sangue, e il loro sangue non
lo vogliono più dare ai signori.

— Ma dove, ma dove, _signore_! — disse Beatus additando con la palma la
creatura umana che giaceva sul suo letto.

                                   *

C’erano, lì, le tre femmine: sei mammelle: sei fonti senz’acqua attorno
a un assetato.

— Avete provato ad allattarlo col poppatoio?

— Abbiamo provato; ma non era più tempo. E poi che latte!

                                   *

La bimbetta, con un pannilino umettato, cercava di far succhiare
qualcosa.

— Fino a questa mattina, poverello — disse — si sforzava di succhiare,
ma adesso non ha più forza.

Quella bimbetta richiamava in mente i bimbi che stanno lì pazienti, con
insensate parole di amore, ad imboccare i passerotti moribondi.

Scolastica pareva risvegliarsi ogni tanto, e diceva: — _El me putelo!_

Anche quel risveglio di un’anima morta dava un senso di costrizione al
cuore.

— Scolastica — disse Beatus —, e quell’uomo non l’avete avvertito?

— Che cosa vuole che importi a lui? Invece nella stanza c’era una cosa
che non c’era prima: la signora Alice aveva portato sul comò di marmo
una di quelle imagini, una Santa Rosalia, una Sant’Anna, una cosa di
porcellana o di stucco, con davanti la gran palla opaca di un lume a
petrolio, come aveva veduto a Napoli in quella notte.

Anche questo ricorso alle forze taumaturgiche provocò in Beatus un
grande stringimento di cuore.

«E voi che fate qui?», voleva dire Beatus alle donne, sentendo un gran
silenzio.

Ma non disse. Esse assistevano alla morte.

Sono le donne, le pazienti, che assistono alla morte.

— Per questa notte — disse la signora Alice a Beatus — bisognerà che lei
vada a dormire all’albergo.

                                   *

E Beatus andò, e passando per il suo studio, scoprì i ritratti dei
benefattori dell’umanità.

Provò una sensazione come di vuoto.

Ma forse era la Morte, che passando per la sua casa, produceva quel
vuoto.

                                   *

Uscì di casa, e voleva prendere un tram. Ma i tram correvano con grande
fragore, con grandi lumi, che gli parvero più grandi che mai; ma forse
così gli parve perchè quel quartiere eccentrico dove abitava, è buio e
silenzioso. I tram erano vuoti e parevano fare più rumore. Ma non si
fermarono al suo richiamo. Parevano sospinti da una gran fretta.

«Forse è mezzanotte — pensò, — e i tram hanno fretta, e tornano alle
loro rimesse.»

Camminò a lungo; ma quando fu nel centro della città, rimase sorpreso di
vedere tutto illuminato: tutta la gente.

Entrò in un caffè per rifocillarsi con qualche cosa. Il caffè era
grande: due grandi sale, tutte piene di gente: i lampadari elettrici
rovesciavano fasci di luce.

Qualcuno lo vide, e lo salutò. Ma passando vicino ad un tavolo, ebbe la
sensazione che il suo passaggio destasse meraviglia. Gli parve udire
anche esclamazioni di scherno. Ma non potevano essere rivolte contro di
lui. Sentì queste parole: «O che non si è più padroni di fare il
comodaccio suo?»

Trovò un tavolo vuoto, e si sedette: ma quella luce lo abbagliava e
chiuse gli occhi.

Sentiva le voci di alcuni signori presso il tavolo vicino al suo.
Parlavano di politica. Non sentiva i discorsi, ma come un continuo
ronzio, e in quel ronzio passavano ogni tanto dei corpuscoli sonori:
«Lenin, Bela Kun, Sovieti, comunismo, proletariato», e ad ognuna di
quelle parole era attaccato un senso taumaturgico.

Ieri erano altre parole: «Kaiser, Ludendorff, Mitteleuropa».

Una specie di terrore lo invase: di trovarsi solo in mezzo a una umanità
formata di ventriloqui.

Ogni tanto frasi enfatiche di cose vere e anche non vere.

Poi sentì un altro ronzio: proveniva dall’altro tavolo: lì si parlava di
arte, di belle donne, di illustri galanti donne: «Figure efebiche, senza
più seno». «Il seno usava al tempo del grossolano realismo di trent’anni
fa», «Ah sì, le poppe ritondette, le poma giulive, bei seni dalla punta
fiorenti...... Erano giovani artisti, letterati che parlavano così.
Pareva che il seno fosse una cosa creata soltanto per la voluttà degli
artisti.

Ma lo riscosse il cameriere dicendo: — Il signore è servito.

Aprì gli occhi e vide sotto di sè il biancore di una tazza di latte. Gli
ripugnò come all’idrofobo l’acqua.

Guardò i bei giovani che vicino a lui parlavano di arte qua, e di
politica là.

Ma quella vista gli ripugnò come il latte.

Questo folle pensiero gli si delineò nella mente: «che quell’essere
vivente, ancora sopra il suo letto, fosse uguale a tutti quegli esseri
viventi».

Allontanò da essi lo sguardo per posarlo su qualche altro oggetto più
lontano, e vide a un tavolo lontano la faccia onesta e fresca del
dottore che lo aveva curato dalla febbre spagnola.

Come mai un uomo così morigerato si trovava in giro per i caffè a così
tarda ora di notte?

«Ma quell’orologio è fermo!»

La lancetta dell’orologio nella gran parete non era ferma: segnava
un’ora più che onesta. Il tempo aveva avuto un corso vertiginoso per
Beatus.

                                   *

Beatus fu attratto verso il dottore.

Il dottore non era solo, ma con un altro medico, anzi fisiologo
illustre; e siccome anche Beatus era quasi illustre, così si
conoscevano, essendo ambedue illustri. Parlavano non di politica o di
arte, ma degli _ormoni_. Questa cosa era stata battezzata recentemente
con tale nome dalla scienza; ma la sua esistenza risale al tempo delle
mammelle. L’illustre fisiologo aveva fatto notevoli esperimenti sugli
ormoni.

— Sa lei, — disse il giovane dottore a Beatus — che dopo che ho curato
lei della febbre spagnuola, mi sono ammalato io?

— Ed è stato lì lì per andarsene — disse sorridendo l’illustre
fisiologo.

Spiacque molto tale notizia a Beatus.

— Eppure è strano! — disse. — Quando si sente dire che un medico è
ammalato, si prova una certa meraviglia.

— Quasi piacere, è vero? — disse sorridendo l’illustre fisiologo.

— Questo poi no — rispose pur sorridendo Beatus. — Almeno io, no.

— Se poi il medico muore — continuò sorridendo l’illustre fisiologo —, è
una soddisfazione.

— Può darsi — disse Beatus — che per molti la cosa sia così. Eppure vi è
la sua spiegazione.

— E quale?

— Ma sì! — disse Beatus. — Bisogna ricordare che il medico,
nell’antichità, era lo stregone, il possessore delle forze occulte.
Ebbene: qualcosa di questo remoto concetto rimane. Pigliate il più
formidabile uomo politico che muove gli uomini come quei due signori là
muovono le pedine su la scacchiera, e fatemelo seriamente ammalato; e
poi ditemi che cosa diventa di fronte al medico: niente. Esiste anche il
fatto grammaticale, scusate: non so se lo abbiate osservato. Supponete
che i giornali domani annuncino che Sua Eccellenza, il presidente del
Consiglio, sia colpito da emiplegia. Ebbene: la gente non dice più: «Sua
Eccellenza è il solo uomo plastico per governare questo popolo
plastico», ma dice _era_; cioè usa, scusate, il tempo imperfetto, cioè
lo fa come morto, ancorchè sia vivo ancora. Voi, medici, potreste
formare il più formidabile dei sindacati.

— Macchè! — disse l’illustre fisiologo. — Purtroppo è impossibile.

— E perchè? — domandò Beatus.

— Perchè se lo stregone, come dite voi, è indispensabile all’uomo
infermo, è perfettamente inutile alla collettività la quale gode di
inalterabile buona salute. Ci salviamo un po’ la reputazione con quei
poveri microbi. Ma l’umanità se ne ride. Deve esistere una coscienza
collettiva della sua indistruttibilità.

— E vi difendete anche — aggiunse Beatus — con quel po’ po’ di
linguaggio magico o occultista che adoperate proprio come gli antichi
stregoni. Poco fa dicevate _ormoni_. Potreste dire _eccitanti_,
_stimolanti_; ma in tale caso tutti vi comprenderebbero. Ma esistono
realmente?

— Volete provare, Beatus? — disse l’illustre fisiologo. — Io vi assicuro
che sono gli ormoni del feto che provocano la secrezione delle mammelle.
Teoricamente anche voi, Beatus, potreste esser messo nella condizione di
allattare. Tutt’al più si potrà discutere per grammatica, se voi dovrete
essere chiamato _la balia_ o _il balio_....

                                   *

A queste parole Beatus che, ragionando, si era dimenticato, si ricordò.



                      _Capitolo XXV._ — Atrepsia.


Ma l’ora era tarda, e l’illustre fisiologo si accomiatò.

Anche il giovane medico uscì dal caffè, e Beatus si accompagnò con lui.

C’era lì, sul corso, una fila ferma di carrozzelle. Beatus lasciò
passare la prima, la seconda, la terza.

«Via, non fare sciocchezze,» gli disse il campanelluzzo.

Ma quando fu all’ultima carrozza, Beatus disse:

— Dottore, le dispiace venire a casa mia? C’è un bambino che sta poco
bene.

Il suono della sua voce che proferì queste parole, lo sorprese.

Anche il dottore mostrò sorpresa di queste parole, tanto che si fermò in
mezzo alla via.

Avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino? Lei è solo in casa». Invece
nulla domandò, ma disse semplicemente: — Andiamo.

Anche questa semplice risposta sorprese Beatus, perchè il dottore
avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino se lei non ha figli?»

Quando la carrozzella si mosse, il dottore non parlò.

E Beatus nemmeno.

Voleva parlare, ma non avea di che parlare. Poi disse:

— Ah, una bella intelligenza, l’illustre fisiologo.

— Sì, una bella intelligenza. Ancora giovane, farà molta strada.

Ma il discorso non procedeva oltre.

Beatus avrebbe voluto spezzare quel silenzio, ma non ci riusciva. Anche
quelle parole _farà molta strada_ gli sbarravano il discorso.

«Quale strada fanno gli uomini? Tutti fanno la stessa strada».

Ma quando la carrozzella lasciò l’acciottolato della città, e le ruote
corsero più lievi e senza rumore per un viale (e le lampade della città
erano scomparse), sentì da quella parte dove nella penombra stava seduto
il dottore, venire queste parole tranquille:

— Il bimbo che sta male è suo figlio, è vero?

Beatus balzò.

— Eh? Mio figlio? Ma io non ho figli.

— Io glielo ho chiesto semplicemente come amico, badi bene: non come
professionista.

— Ma la domanda che lei mi fa — disse Beatus — è una supposizione,
oppure....?

— Me ne sarei ben guardato. Io le ho domandato quello che ho inteso
dire. Credevo che lei lo sapesse.

— Io? Ma io non so nulla, io sono assente da un mese. Ma che devo io
sapere? Ma che si dice?

— Si calmi, si calmi, — disse il dottore. — Lei dice che non è suo
figlio, e tutto è finito.

— Ma lei, lei da chi e dove ha inteso?

— Voci che ho inteso dire al caffè. Quello è il luogo dove arrivano
tutti i chiacchiericci della città, ed è arrivato anche il suo.

— Ma in sostanza, che cosa?

— La cosa più semplice di questo mondo: che la sua serva fu resa
incinta....

— Da me?

Beatus mandò tale voce che il buon dottore ne fu sinceramente commosso.

— Ah, la indegna calunnia! — esclamò Beatus e raccontò.

Come ebbe finito il racconto, il dottore disse:

— Lei però, facendo sgravare in casa la donna, ha fornito tutto il
materiale della verosimiglianza....

Il dottore parlava con tranquilla parola; ma in Beatus l’eccitazione
diveniva anormale.

— Io educatore, io maestro..., io fare queste cose.... — diceva. —
Perchè lei capisce che se anche non fosse, io sono obbligato a essere
uomo morale.

— Sì, ma ai tempi che corrono non ci si bada più. E poi se ne parlava la
scorsa settimana; ora è cosa già passata.

— Come fare a smentire?...

— Lei non smentisce nulla; dopo tutto l’aver reso incinta una bella
servotta non le fa disonore.

Ma fu a questa parola del dottore che Beatus si ricordò delle
esclamazioni di scherno udite al caffè. Scolastica, la orrenda
Scolastica! E Beatus vide l’orrendo grottesco cadere su di lui. E subito
vide anche l’autore della calunnia: il suo segretario che egli aveva
obbligato, quel giorno, a dichiararsi vile.

Beatus non parlò più.

Vedeva il bel segretario andare in giro e dire: «Signori, signorine,
sapete? L’educatore, il moralista, l’uomo esemplare, ha ingravidato la
serva. Questo è niente, e non meriterebbe di richiamare l’attenzione. Ma
se volete vedere il coraggio mandrillinesco dell’illustre Beatus
Renatus, andate a casa sua, e potrete ammirare la complice necessaria
del misfatto.»

                                   *

— Signora Alice, signora Alice — disse Beatus quando la signora Alice
venne ad aprire, — durante la mia assenza è qui venuto qualcuno?

— Sì — disse la signora Alice un po’ stupefatta —, il suo segretario.

— E dopo?

— Dopo?

— Dopo, sì, dopo, chi è venuto?

— Io non c’ero; c’era qui la Elenuccia. Ma lei cos’ha?

E chiamò la bimba.

— Ah, sì — disse tranquillamente la bimba, — sono venute delle
signorine.

— Studentesse?

— Non so. Tutte coi ricciolini, i cappellini. Volevano vedere il pupo;
volevano sapere come stava il pupo.

— E poi....

— Una ha portato i confetti per Scolastica....

— Le hai intese ridere?

— Le signorine ridono sempre.

Beatus chinò la fronte.

                                   *

— Questo bimbo? — domandò il dottore che assisteva allo strano dialogo.

Andarono di là.

La signora Alice tolse il lume e lo accostò al letto.

Il dottore scoprì e poi senz’altro ricoprì.

— È il pitecantropo, — disse Beatus.

Il dottore disse:

— Così infatti appare l’uomo quando ha divorato se stesso. La scienza ha
trovato uno di quei nomi nuovi di cui lei parlava poco fa al caffè:
atrepsia.

Scolastica, posata a lato del letto, scoprì la faccia ebete e guardò le
parole del dottore.

— Quella è la madre? — domandò il dottore.

— _El me putelo_, — disse quella voce.

Il dottore se ne andò, e Beatus lo accompagnò alla carrozza.

Beatus ritornò su lentamente.

Entrò nella stanza.

Egli era appoggiato alla bella spalliera del suo bel letto, davanti al
pitecantropo. Quel suo spasimo si era come acquetato davanti al
pitecantropo.

Contemplava.

Gli parve di essere proceduto avanti degli altri uomini, e di essere
arrivato in vista di un oceano. E qui conviene sostare.

Le voci degli uomini gli parvero come un pispiglio lontano, lontano. Le
parole di scherno che si erano posate su lui, ora si sollevavano
lontane. Anzi gli parve cosa bella e onorevole essere schernito. E
proferì queste strane parole:

«Io con io, cioè io con qualcuno che non sono io.»

Lo riscosse la voce della signora Alice che disse:

— È passato in questo momento.

— Ha visto passare qualche cosa, signora Alice?

— E che deve passare?

Lui voleva dire, quel soffio, quel vento, l’anima. Ricordava i pappi del
giardino, che si staccano per vento insensibile ai nostri sensi.

Lei voleva semplicemente dire: «è morto in questo momento».

                                   *

La signora Alice, seduta nel circolo della luce della lampada a
petrolio, cuciva tranquillamente una cosa bianca.

— Lei lavora sempre, signora Alice, — disse Beatus.

— Sto facendo una camicina per quel poverino.

— Lei è lirica, signora Alice, — disse Beatus — perchè creda, mia buona
signora, la bontà è una lirica, una forma intuitiva di lirica. La sola
grande lirica!

— Avete tutti parole che non si capiscono, — disse la signora Alice. —
Anche quel dottore ha detto una certa parola....

— _Atrepsia_, ha detto, signora. Oh! una parola molto seria: _mancanza
di nutrimento._ È morto per mancanza di nutrimento. Ma tutti noi, tutti
noi, moriamo per mancanza di nutrimento.

«Sì, sì, lo so, signori, — disse Beatus quando fu solo nel suo studio,
guardando i benefattori dell’umanità che pendevano dalla parete, — lo
so: tutte queste sono imagini mistiche che si formano nelle cellule
della corteccia del cervello sotto determinate condizioni; ma non sono
meno vere delle altre imagini; ed è, se così è, quanto di meglio noi
possediamo, signori.»


                                 FINE.



                       OPERE DI ALFREDO PANZINI:

    _Piccole storie del mondo grande_ L. 7 —
    _La lanterna di Diogene_ L. 6 —
    _Le fiabe della virtù_, novelle L. 5 —
    _Il 1859. Da Plombières a Villafranca_ L. 5 —
    _Santippe_, piccolo romanzo tra l’antico e il moderno L. 5 —
    _La Madonna di Mamà_, romanzo del tempo della guerra L. 5 —
    _Novelle d’ambo i sessi_ L. 4 —
    _Viaggio di un povero letterato_ L. 5 —
    _Io cerco moglie!_ L. 6 —
    _Il mondo è rotondo_ L. 7 —

                                  ――――



*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il mondo è rotondo" ***

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