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Title: Io cerco moglie!
Author: Panzini, Alfredo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Io cerco moglie!" ***

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Internet Archive.



                            ALFREDO PANZINI


                            Io cerco moglie!

                                ROMANZO


                                 MILANO

                      __Fratelli Treves, Editori__

                                  1920

                            *17.º migliaio.*

                                  ――――

                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

 _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
          paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti
         il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.


                         Milano. — Tip. Treves



                                 INDICE


    DEDICA.
    CAPITOLO PRIMO. — IO!
    II. — IL CONFLITTO DI DUE PROBLEMI.
    III. — ELENCO MATRIMONIALE.
    IV. — _FRÄULEIN_ VIOLETTA.
    V. — I REQUISITI PER UNA MOGLIE IGIENICA.
    VI. — L’ARCIERO DEL CINQUECENTO.
    VII. — LA CONTESSINA GHISELDA.
    VIII. — GLI AMORI EROICI DELLA CONTESSINA.
    IX. — GITA ARTISTICA.
    X. — LA SIGNORA DALLE CARAMELLE.
    XI. — LA VIOLA MAMMOLA.
    XII. — INTERVISTA ANCILLARE.
    XIII. — SECONDA INTERVISTA ANCILLARE.
    XIV. — IL PAPÀ MIO FUTURO SUOCERO.
    XV. — ATTILA, RE DEGLI UNNI.
    XVI. — CANI E GATTI.
    XVII. — ED ALTRI ANIMALI.
    XVIII. — ORETTA O GHISELDA?
    XIX. — LE OPINIONI DI MIA SUOCERA.
    XX. — ENTRO IN INTIMITÀ.
    XXI. — LA LETTURA DEI «CANTI ERMETICI»
    XXII. — FACCIO DELLE _AVANCES_.
    XXIII. — MELAI.
    XXIV. — CAPPELLETTI, _CHAMPAGNE_ E TARTUFI.
    XXV. — COSE EROICHE.
    XXVI. — UNO SPETTACOLO INDECENTE.
    XXVII. — MI ADIRO PER LA PRIMA VOLTA.
    XXVIII. — DIVENTO QUASI FILOSOFO E ANCHE POETA.
    XXIX. — L’INUTILITÀ DELLA MIA SAGGIA ELOQUENZA.
    XXX. — LA VENDETTA È IL CIBO DEGLI DEI.
    XXXI. — _CHAMPAGNE_, PESCHE E PROSCIUTTO.
    XXXII. — IL DISASTRO.
    XXXIII. — L’ULTIMO CAPITOLO POTREBBE ESSERE IL PRIMO.



                                DEDICA.


_Questo romanzo fu scritto negli anni 1916-17, per sollevare il pensiero
dalle tristezze della guerra._

_Fu pubblicato nella rivista,_ La Lettura, _dal 1º maggio 1918 al 1º
marzo 1919, con qualche colpetto di soppressione su le punte più
ardite._

_Si stampa ora in volume con non pochi emendamenti; ma non sarà mai
emendato abbastanza da essere accettato nelle nobili sale della
Letteratura._

_Ciò mi fu detto, a voce e per iscritto, da amici, da critici e da
qualche mia cara amica. A tutti io sono grato; e nell’emendare il libro,
ho tenuto conto delle osservazioni, sì benigne, sì anche maligne, che mi
furono fatte._

_Volevo dedicare il libro a qualcuno di questi miei critici, ma ho
pensato che si sarebbe avuto a male di simile dono._

_E allora, ecco. Questo luglio, all’ufficio postale di Bellaria (un
ufficio fantastico dove si attende di fuori la posta, facendo lunghe
conversazioni) c’erano due signore, mamma e figlia, che tutte le volte
che io arrivavo, mi guardavano con un sorriso di benevolenza, e direi di
compiacimento._

_Un po’ alla buona, mamma e figlia; ma così fiorenti e così sane che
ricordavano le buone famiglie patriarcali di Romagna, ai bei tempi
ospitali di una volta._

_Un giorno, la mamma si fece coraggio e mi disse: «È lei quello che ha
scritto_ Io cerco moglie _nella_ Lettura?»

_Io non potei dir di no, ma avevo un po’ di paura._

_Invece la mamma mi disse: «Abbiamo riso tanto questo inverno»._

_E la figlia approvava con un simpatico sorriso._

_Ciò mi ha fatto molto piacere._

_Mamma e figlia non devono aver pratica con la Letteratura: io non ne so
nemmeno il nome, ma spero che non se ne avranno a male se dedico a loro
il libro con riconoscenza._

    Roma, ottobre 1919.



                            IO CERCO MOGLIE!



                         CAPITOLO PRIMO. — IO!


Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da cui spira intelligenza e
coraggio; capigliatura solida, denti solidi, tutto solido.

Questo sono io!

In questa valle di dolore e di lagrime ho l’onore di trovarmi bene.

Quando io viaggiavo ancora con la _marmottina_ dei campioni, i clienti
mi dicevano: «Voi, signor Sconer, fate molto onore alla vostra Ditta».
In realtà la mia presenza è stata sempre molto distinta.

Peso controllato, kg. 80.

Ed ora passiamo all’esposizione morale. Anche il morale è molto
favorito. Io sono uno spirito equilibrato e sereno, e questo mi piace,
perchè la Fortuna dà le sue preferenze alle persone equilibrate e
serene. Però non è vero che io sia così insensibile che se ricevessi una
pedata nella sedicesima lettera dell’alfabeto, il mio volto non
tradirebbe nessuna emozione. Questa è stata una volgare facezia di
Lionello.

Certamente non sono eccitabile. Gli individui eccitabili vivono poco.
_Achille, personaggio eccitabile, è morto giovane._ Questa sentenza si
legge nel libro di _réclame_ della nostra Ditta: _Come devo preservare
la mia vita._

La parte scientifica del libro è stata affidata al dottor Pertusius; ma
la parte morale è di mia creazione.

— Realmente — mi osservava il dottor Pertusius — gli individui
eccitabili, sensibili, vivono poco, oltre che vivere male, perchè
sperperano troppa energia vitale.

— Allora diciamo _vitalina_ — dico io.

— Ma la _vitalina_ non esiste! — dice il dottore.

— Non importa, la creiamo noi: _vitalina_, alcaloide della vita,
produzione della Ditta.

— È un _bluff_ — dice il dottore.

— E per questo? Il _bluff_ ha la sua ragione di esistere in quanto
esistono le persone capaci di farsi _bluffare_.

Il dottore aveva scritto: _evitate i dolori morali!_ Ed io vi ho
aggiunto: «quando i dolori vanno a passeggio per il marciapiede di
destra, non c’è motivo plausibile perchè voi non preferiate il
marciapiede di sinistra».

— Ma lei — mi disse il dottore — non tiene conto che della sua sacra
persona!

Rimango stupito dell’intonazione ironica.

— Ma questo è un dovere, caro dottore.

Una signora, mia cliente, mi osservava che il prezzo della mia _Violetta
ideale_ è un po’ caro.

— Mia signora — ho risposto — se io vendessi per meno, forse avrei più
guadagno: ma le signore eleganti come lei diserterebbero il mio negozio:
e se rivelassi che si chiama _ideale_ perchè la violetta non c’entra, ma
c’entra il catrame, la comprerebbe lei?

— Lei è poco onesto! — mi dice la signora.

«E lei che vende la sua gallina anziana per pollastrina novella, è forse
onesta?»

Questa era la risposta da dare se non fossi un _gentleman_. Ah, sì! Io
sono anche troppo scrupoloso; e quando penso a certi tremendi uomini
d’affari, non posso a meno di dire a me stesso: «Tu, Ginetto, sei un
modesto sì, ma perfetto galantuomo,» che è sempre una bella qualità.

Quando poi penso che venti anni fa sono entrato in commercio senza
l’esposizione di un centesimo, ed ora sono gerente della Società in
accomandita X*** e Compagni; sono consigliere di amministrazione
dell’anonima Y***, e come tale dispongo di molta influenza personale per
operazioni di credito, non posso a meno di dire a me stesso: «Ginetto,
tu sei un bravo ragazzo!»

Una favorevole combinazione mi ha permesso, di recente, di essere
proprietario di una palazzina di stile _rococò_, collocata in uno dei
quartieri più moderni della città. I due piani superiori sono affittati
a inquilini selezionati e tranquilli. Il _rez-de-chaussée_, con annesso
giardino, è riservato per me. Ho pavimenti tirati a lucido, _salle à
manger_, stile _renaissance_, salotto stile _Louis Kenz_! La camera da
letto è in istile impero con lettino di mogano, e annesso gabinetto di
_toilette_, stile _liberty_. Sopra il letto pende un arazzo con la sacra
famiglia, dipinta da un distinto pittore. La mia governante si chiama
Desdemona. Essa è stata per tanti anni al servizio di una casa
principesca, e il suo aspetto incute una certa soggezione. Benchè molto
riservata, tuttavia si è permessa questa osservazione: — Lei, signor
cavaliere, potrebbe formare la felicità di tante signorine!

— Voi ne siete convinta?

— Certamente, signore.

                                   *

La regolarità è una delle mie qualità più notevoli. Esco di casa al
mattino alle dieci, accuratamente _sbarbificato_; la cravatta, il
colletto in ordine, perchè questo non soltanto è un dovere di una
_individualità_ distinta verso se stesso, ma è anche una necessità per
chi ha molto _personale_ alla sua dipendenza. Attendo ai miei affari, e
alla sera rientro per il pasto nella mia proprietà. Quando guardo e
tocco la mia proprietà, ho la perfetta sensazione di vivere. Spesso
convito gli amici, fra i quali Lionello, che è un bel ragazzo, biondo
anche lui e autore di libri assai in voga. Egli mi diceva giorni fa:

— Io non capisco: io sono uno dei pochi uomini di genio che siano in
Italia; eppure non ho mai la disponibilità di mille lire.

— Vedi — gli ho risposto —, io e tu siamo due artisti, e abbiamo tutti e
due la sensazione esatta del pubblico: tu gli dài i tuoi libri; io i
miei prodotti. Io e tu guadagniamo: ma il denaro ubbidisce ad una sua
legge, cioè rifugge da alcuni individui....

— Come sarei io —, dice Lionello.

— Press’a poco; e affluisce verso altri individui, benedetti da Dio.

— Come saresti tu —, dice Lionello.

— Press’a poco —, dico io.

— Facciamo cambio —, dice Lionello.

— Non si può, perchè bisognerebbe che tu ti mettessi dentro di me, e io
dentro di te. Tu sei nato per consumare, e io per accumulare. Ma tu sei
molto più felice del povero Ginetto, perchè tu, quando sarai morto,
lascierai il tuo nome alle tavole immortali della gloria; e io, il mio
capitale a chi lo lascierò?

— Lascialo a me —, disse Lionello.

— Perchè no, amico mio? Sono certo che nessuno, meglio di te, saprebbe
farne un uso veramente simpatico; ma non si può, perchè tu, Lionello,
morirai prima di me, perchè consumi troppa energia vitale. Io sono,
invece, destinato a vivere almeno sino ai novantanove anni; e
accumulare, accumulare, accumulare sempre, secondo la volontà del
Signore.



                  II. — IL CONFLITTO DI DUE PROBLEMI.


Sì, non è improbabile che io campi sino ai novantanove anni, l’età
stabilita dal dottor Pertusius per gli uomini equilibrati e sereni, che
è poi quella stabilita da Mosè per gli uomini giusti. Dopo poi può
accadere di morire, benchè sono di quelle cose che perchè io le creda,
bisogna che le veda. Ammesso questo, mi faranno splendidi funerali: ma,
e dopo? Dopo non si sa mai quello che ci può essere; e appunto per
questo io tengo anche il mio bilancio morale in perfetto pareggio. Ma è
certo che se io, Ginetto Sconer, avessi un erede che fosse come me, con
il naso come me, con gli occhi come me, con il cuore come me, cioè
equilibrato e sereno, io tornerei a vivere una seconda volta nel mio
erede; e dal mio mausoleo sentirei questa simpatica voce:
«Quell’eccellente uomo di mio padre, che mi permette di vivere felice
come una cimice dentro una pelliccia!» Ma per avere un erede, bisogna
avere un figlio, e in tale caso è necessario prendere moglie. Sì, è
vero: le mie brillanti qualità mi hanno reso molto ricercato; e non
poche persone hanno ripetuto quello che dice la mia governante: «Lei
potrebbe, tu potresti, voi potreste formare la felicità di molte
signorine». Però questa parola _matrimonio_ non mi è mai piaciuta
troppo. Mi ricordo che già Lionello mi assicurava che i casi di fedeltà
coniugale, debitamente comprovati, che lui ebbe a deplorare (diceva lui
«deplorare»), erano pochi pochi. Ciò è impressionante, non per la
tragedia che io eviterei ad ogni modo, ma perchè comprometterebbe
l’autenticità dell’erede.

Adesso poi che Lionello è passato a idee anche più moderne, mi ha
investito con disdegno di male parole perchè io cerco moglie.

— Ma, amico mio — gli ho risposto — tu, come artista, ci guadagni ad
essere — diciamo così — uomo del disordine; ma io, anche per ragioni
d’affari, sono uomo d’ordine; e il matrimonio è un atto di deferenza
verso la società, come, in certi casi, la _redingote_ e il cappello a
cilindro. E poi io cerco anche un figlio.

— I figli sono destinati per l’umanità! — esclama Lionello.

— Questo va bene per te — gli ho risposto — che senti l’umanità, ma io
il figlio lo voglio per me.

Io gli potevo anche osservare che lui si mostrava ingrato, perchè nei
suoi drammi aveva ricavato tanti begli effetti dal matrimonio; ma per
delicatezza non glielo ho detto.

                                   *

Se non che, da qualche tempo, il problema dell’erede si complica col
fenomeno grandioso della mia gioventù che rinasce. Io che fino a qualche
anno fa uscivo e tornavo a casa tranquillamente, ora sono turbato: mi
fermo a guardare le belle fanciulle. Quante ve ne sono! Una volta mi
pareva che ce ne fossero meno. Anche le fanciulle di tipo popolare, che
camminano con passo di tango, agitando la borsetta con dentro lo
specchietto, il piumino, il cartoccino del salamino, mi piacciono. E....
cosa strana!

Le care fanciulle si mutano in sensazioni di _dessert_: crema di panna
montata, gelato di albicocche con labbra di fragole, ponce al rum con
scarpette che fanno girare la testa. Oh, vezzose capinere, perchè
bezzicate il mio tenero cuore? Vi sono certe testoline così bene
accomodate che mi piacerebbe di spiccarle e averle per sopramobili nel
mio salotto. Senonchè io che negli affari sono di una intraprendenza
magnifica, quando mi trovo davanti al _buffet_ della bellezza, divento
di una prudenza vergognosa.

Queste fanciulle, come sartine, dattilografe, _postelefoniche_ e altre
signorine del genere, le escludo dal matrimonio per un semplice atto di
buon senso: ma confesso che mi hanno fatto molto soffrire.

Anche quelle bruttine, vedute due volte, mi sono sembrate belle.

Disponendo nel mio salotto di un pianoforte Bechstein, ho voluto
prendere qualche lezione di piano. Alla prima lezione la maestra mi è
parsa insignificante, alla seconda significante, alla terza seducente,
alla quarta pericolosa. Considerando però che questa signora ha una
specie di marito di tipo molto equivoco, ho detto: «Ginetto, prudenza!»
ed ho presentato alla signora una busta con dentro il contenuto per le
sue _prestazioni_. Ma ogni volta che tocco il mio Bechstein, _brr!_ vedo
la maestrina con tutte le signorine che volano per il soffitto e mi
guardano coi loro occhioni di porcellana.

Preoccupato per questa mia eccessiva sensibilità, ne ho chiesto al
dottor Pertusius. Egli mi ha detto:

— È la conseguenza dell’età pericolosa.

— Diavolo d’un dottore! Ma l’età pericolosa non è quella delle donne sui
quarant’anni?

— Anche degli uomini.

Questa è una cosa che non sapevo. Sì, riconosco: la nave della mia vita
si è da qualche tempo allontanata dalla latitudine dei trenta anni, e
naviga verso i quaranta, ma non è ancora arrivata a questi paraggi.

— E scusi, dottore, è pericolosa l’età pericolosa?

— Alquanto, perchè affatica il nobile organo del cervello, in cambio di
altri organi automatici.

Considerando i rapporti di buona amicizia fra me e il dottor Pertusius,
gli confido come a vedere certi colli nudi, quali usano adesso, che
sostengono certe testoline così sentimentali, mi viene la voglia di
spiccarli.

— Fenomeno sadico, — dice Pertusius.

— Fenomeno grave?

— Finchè non li spicca non è niente: ma vi sono di quelli che li hanno
spiccati.

— Cosa vuole, dottore — dico io, — a vedere quella pelle rosea-verdolina
come il pistacchio, messa in mostra, mi vengono i brividi.

— Faccia conto — dice lui — di vedere la pancia di una lucertola.

— Capisco; ma non si può.

— Ha ragione! — risponde gravemente.

— E a lei che è vecchio, non accade mai?

— Non indaghiamo!

Io mantengo verso i medici una benevola diffidenza, perchè a furia di
studiare le malattie, finiscono per considerare la salute anch’essa come
una malattia.

Comunque, anche per ragioni di igiene, bisogna che io cerchi moglie: una
moglie che risponda alle esigenze dell’erede, e anche alle mie.

                                   *

Ecco qui un elenco di signorine della buona società — si intende — quale
io ho notato nel mio taccuino, che sarebbero state adatte per il mio
matrimonio.



                      III. — ELENCO MATRIMONIALE.


Signorina A***, dote ragionevole, bella presenza, famiglia distinta,
peso valutabile a vista, kg. 70. Oggi attraente, ma suo padre è
enormemente obeso; sua madre, idem. Tendenza all’obesità. Si scarta per
ragione di estetica.

                                   *

Signorina B***: troppa licenza liceale: sa tutte le date a memoria. La
sua fronte _bombée_ rivela la sua intelligenza. Dice sempre: «Io sono
nata per la penna». Diventata moglie, è capace di fare l’analisi sopra
di me. Ah, no! Poi troppa fronte _bombée_ e pochi capelli.

                                   *

Signorina C***: domanda sempre: «Come mi trova? come mi trova?» e quando
la si guarda, poi dice: «Cosa ha da guardarmi? Non sta bene guardare».
Ride per niente. Una signora l’aveva incaricata di acquistarle un busto
elegante come il suo. «Ma io non porto busto, — dice — io sono bella
così». A una conferenza non ha fatto altro che ridere e criticare una
signora perchè aveva le scarpe gialle. «Mettere in mostra quei piedi,
grandi come due cassette da fiori, e con i sopratacchi di gomma!»

Quando esce per via, sbircia a ogni vetrina. «Mamà, la vestina butta
bene? butta male? È dritto? è storto?» «Sì, carina!» Ma mamà non
s’accorge che la figliuola è stupidella? Io, sì. E il mio erede deve
essere intelligente.

                                   *

Signorina D***: molto carina; ma troppo buona di cuore verso tutti
quelli che sospirano per lei. Per questa sua eccessiva bontà è stata
allontanata dalle scuole. Cara fanciulla, ma offre l’inconveniente che
l’erede sarebbe il figlio, ma non la riproduzione di Ginetto Sconer.

                                   *

Signorina E***; ricciolina, mingherlina, nominata «fior di pesco». La
signorina B***, quella _nata per la penna_, le ha mandato a dire che
_fior di pesco_ si dovrebbe chiamare _fior di zucca_. _Fior di pesco_ ha
replicato: _Libro di testo!_ La signorina _nata per la penna_, ha
replicato: _Bastone vestito!_ _Fior di pesco_ ha replicato: _Bastone
vestito, ma fémmina! una cosa che lei non sarà mai! E poi adesso il seno
non è più di moda._ La signorina E*** possiede una eccessiva prontezza
di linguaggio, e questa cosa mi impensierisce. Inoltre vuol sapere se io
russo. «Tutti i mariti russano. Lo dice mamà».

                                   *

Signorina F***, invece, cosa importa che sia bella come una testa del
Murillo, quando non sa dire più di: «Ah, sì! Vedi mo’! Ma già!»?

Io non conosco questo pittore Murillo, ma le sue teste devono essere
incantate, perchè lei è sempre incantata.

«Signorina, che cosa le piace? leggere, lavorare, far da cucina?»

«Mi piace far pulizia.» Ma la sua camera farebbe orrore alla mia
governante Desdemona. La sua pulizia consiste nel brillantarsi le
unghie, e, quando nessuno la vede, girare la mano per far andare giù il
sangue.

«Signorina, che cosa legge? il bollettino della guerra?»

Leggeva la corrispondenza di quarta pagina.

                                   *

Signorina G***: «si erge a somiglianza del perfetto stelo,» come dice
Lionello, ma ha il torto di farsi vedere a passeggio in compagnia di sua
madre, la quale era forse uno stelo anche lei, ma oggi è un archetto.
Una fanciulla di buon senso dovrebbe evitare di farsi vedere con una
madre che presenti un quadro disastroso della sua futura configurazione.
E poi il figlio di Ginetto Sconer deve essere una quercia, e non uno
stelo.

                                   *

Signorina H***: figlia di un ingegnere architetto. È stata costruita con
molta grazia da suo padre, nello stile _Louis Kenz_, da me preferito.
Pare una bambolina, e si chiama Noemi. Porta i riccioli a
_tire-bouchon_, come nelle vecchie stampe. Fa la svenevole, parla con
una voce melliflua.... Ma queste apparenze ingannano: un giorno la ho
sentita, nello studio di suo padre, che tirava su gli affitti a tutti
gli inquilini delle sue case. Questa signorina ha delle buone qualità —
dico fra me —; ma un altro giorno sento una voce stridula che rompe le
pareti: «Fa alla svelta, fa alla svelta, fa alla svelta! Sai bene che io
non sono figlia della pazienza. Sei un’idiota, una stupida! Ti tiro la
ciabatta su quella facciaccia da mummia!»

«Pum!» «Ahi!» Era Noemi, nome soave, che parlava con la cameriera.

Questa signorina mi sembra pericolosa.

                                   *

Signorina K***, figlia di un ricco industriale, mio amico. Ci siamo
trovati insieme per più di una settimana all’_hôtel_ X*** a Viareggio.

Non so come sarà d’inverno: ma d’estate va bene: è così vaporosa e
fresca che pare di vivere accanto ad un gelato.

È un po’ distratta. «Signorina questo è suo?» La cameriera, il portiere,
il paggetto dell’_hôtel_ facevano un continuo domandare: «Signorina,
questo è suo?» Dove si levava, lasciava qualche cosa: i guanti,
l’ombrellino, le cartoline illustrate.

Io raccoglievo un fazzolettino col pizzo tutte le volte che andavamo a
spasso.

«Ma, Clara, sta un po’ più attenta,» diceva sua madre. «Non fa niente,
mamà,» rispondeva. «È vero, signor Sconer, che non fa niente? È così
bello non ricordarsi di niente! Si perde qualche cosa? Ci pensa papà.»

«Sì, un pochino distratta — mi confidava la mamma. — Ma è tanto buona la
mia figliuolina, e poi sarà tanto felice! Ella non si ricorderà mai
domani di quello che è successo oggi». Era del resto una ben amabile
compagnia da far dimenticare tutto, fuori che lei. Ella aveva persino
promesso di ricordarsi di me. Ma un giorno in cui io, parlando delle mie
conoscenze, ho detto che conoscevo Lionello, non ho avuto più pace.

«Davvero? lei conosce Lionello, proprio quello che scrive quei romanzi
così sentimentali...? Ah, carino! Come è? È vero che è tanto giovane?
che porta i capelli tagliati alla russa come Gorki? È vero che è tanto
romantico? Gli scriva! Sì, sì; gli scriva che venga a Viareggio. Le
giuro, Sconer, che dopo le vorrò molto bene».

Li chiama «sentimentali» lei, quel romanzi! La mia Desdemona, che ne ha
letto uno, è rimasta scandalizzata.

                                   *

Signorina K***; conosciuta in condizioni molto favorevoli perchè fresca
da un disinganno d’amore. Il babbo volgeva in mente gravi pensieri: «In
Inghilterra, in America, una mancata promessa di matrimonio si
pagherebbe a caro prezzo.» Io poi adoperavo espressioni molto delicate
per consolare la signorina, quando lei mi investì così: «Ma cosa è?
Avete tutti paura che io mi suicidi dalla disperazione? che mi faccia
monaca? Ma no! Quando avrò voglia, ne troverò un altro. Ecco tutto.
Chiodo scaccia chiodo.»

«Lei crede, signorina?» «Ma certo! Una donna bella ne trova sempre di
chiodi. Lei, Sconer, per esempio. Se volessi, lei mi cade davanti _à
quattre pattes_».

Quasi mi si sedeva su le ginocchia, perchè così fa spesso su la scena
l’attrice Clara de los Dolores.

Signorina affascinante, ma troppo impressionanti sono le condizioni da
lei poste per il matrimonio: due anni di libertà coniugale, e col mio
consenso. Enorme!

                                   *

Signorina L***, conosciuta al _Bristol hôtel_. Erano i giorni del
terremoto in Abbruzzi. Tutti sospiravano: «Che orrore! Ah, quanti morti!
Bambini schiacciati!» Anche la signorina L***, seduta su di un sofà,
sospirava: «Che orrore! Ah, quanti morti! Bambini schiacciati!»
Senonchè, mentre diceva così, io la vedevo, riflessa in una specchiera,
con la manina affaccendata a dare colpetti segreti per mettere a posto
il drappeggio dell’abito. Pareva la mia Desdemona quando rovescia un
bodino. Sbirciava con la coda dell’occhio nella specchiera, e mutava
l’estetica del fianco: «Che orrore! Davvero? Bambini schiacciati!»

Essa è in posa anche quando è sola. Le ho chiesto il perchè, e mi ha
detto: «Quando le stelle e la luna ci guardano dal firmamento, è bene
assumere un’attitudine dignitosa». «Capisco, ma si vedono un po’ troppo
le forme». «Ah sì? Perchè, le dispiace forse?»

Questa signorina è troppo estetica.

                                   *

Signorina M*** di razza inglese, molto _ladylike_, molto ammirata nelle
sale dell’_hôtel_ delle Terme, dove beveva acqua. Ma chi faceva quel
terremoto nella stanza vicina alla mia? chi cantava quelle canzoni molto
allegre, anche se erano inglesi? Era la signorina M***. Beveva anche
cognac, e faceva danze in libertà con una sua amica. L’Inghilterra è mal
fida, benchè alleata.

                                   *

Viene adesso la nota di quella signorina che mi ha fatto soffrire di
più: la signorina N. Y., cioè New York, perchè di tipo americano. È
italiana però; ed appartiene a quella classe distinta a cui appartengo
io: suo padre, prima della guerra era esportatore in America di
medicinali italiani fatti in Germania. Miss N. Y. è ricca, e si sente
padrona del mondo. Ha vent’anni; statura sotto la media forse; ma è
potente. È la sanità fiorente. Una vivacità gaia la trasforma. Sarebbe
il tipo adatto per la _confezione_ dell’erede. La sua voce, venata di
_erre_ parigino, sembra cantare l’inno della sua giovinezza. _Ci ci!_
canta sui rami dell’albero della vita. I suoi genitori le lasciano una
libertà un po’ americana. _Ci, ci!_ L’ho vista a una fiera di
beneficenza per la Croce Rossa, dove ha fatto sborsare anche a me cento
lire. _Ci, ci!_ L’ho vista di sera ad una conferenza futurista. Capiva
tutto ed era entusiasta. _Ci, ci!_ L’ho vista, sul ghiaccio, pattinare
come un geroglifico. _Ci, ci!_ L’ho vista al volante guidare
l’automobile. _Ci, ci!_ L’ho vista ai funerali del banchiere Rodh. Lei
era davanti con sua madre, io ero dietro con suo padre, e si parlava di
affari. Tranne casi imprescindibili come quelli del banchiere Rodh, io
evito i funerali perchè mi pare che dietro una bara tutti siano pallidi,
e ciò danneggia la salute. Ma Miss N. Y., anche vestita di nero, era
splendente, _Ci, ci!_ Esuberante creatura! La vita per lei è un albero
su cui lei muta ramo, cioè muta _toilette_, e canta il suo inno: _Ci,
ci!_

Parla bene l’italiano, ma al suo cane, un cane molto educato, parla in
francese.

Ho avuto l’onore di ospitarla in casa mia, chè il babbo e la mamma
volevano visitare il secondo piano, rimasto sfitto, della mia palazzina.
In quella occasione siamo rimasti soli.

«Magnifico!» disse alludendo alla mia palazzina.

«Ah, sì!» risposi. «Palazzina dei conti Tornamali: oggi mia proprietà,
_miss N....!_»

Ma vide una poltrona inglese; vi si sedette di un balzo, rimbalzò su, e
poi si rincantucciò: «Si sta molto bene qui». Era di maggio. Ella
portava un cappello fantasia di tulle, costellato di bolle nere, su la
cui aureola spiccava il suo profilo, col suo nasino: l’abito di
mussolina aveva sopraposti certi ricami di draghi e serpi, d’oro e di
argento. Le belle braccia erano guantate di pelle bianca, le gambette
erano tutte bianche, e protendevano ardite con le scarpette pur bianche.

Mi pareva uno scoiattolo orientale.

Mio Dio, possedere in casa questo animaletto prezioso! Se le allungo un
braccio, mi balza sopra e si avvolge intorno.

Infatti balzò dalla sedia a sdraio, e fece _ci, ci_:

«Lei manca di una cosa, Sconer.»

«Io manco di una cosa?»

«Sì, lei non ha libreria.»

«Infatti.»

«Prenda nota!»

«Prendo nota».

Mi detta una serie di libri in _off_ e in _eff_.

«Scrittori russi?» domando.

«Ah, molto interessanti i russi!»

Poi mi detta un nome che non riesco a scrivere.

«Rabindranath Tagore! Un poeta senza precedenti. Fa parlare un bimbo
alla mamma in un modo _delizioso_.»

«E lei, _miss N_....» domandai con intenzione, «non penserebbe a far
parlare un bimbo con la sua voce deliziosa?»

«Prendere marito? Già! Ma in Italia offre un grave inconveniente.»

«Quale, _miss N....?_»

«Che una _girl_ quando prende marito, si siede.»

«Cioè?»

«Cioè non è più libera, non può più cercare, più _flirtare_, più
saltare, più comandare, più fare quello che vuole. La libertà! Mi
sposerei in America, dove, più tardi, si può anche divorziare,
rimaritarsi, seguendo il proprio beneplacito. In Italia il matrimonio è
un’istituzione che si regge sull’adulterio. In America su la libertà!»

In quell’occasione, se i miei affari me lo avessero permesso, sarei
andato in America.

                                   *

Signorina O***, terribile, e anche molto ricca. Dove aveva imparato a
rovesciare gli occhi così? La tinta della sua pelle era prodigiosa; ma
del tutto naturale: diafana! Pareva non nata come nascono tutte le
donne, ma ricavata da uno scultore magico per entro la polpa di quelle
pesche cotogne che sono gialline gialline. Vestiva con una personalità
straordinaria; cioè sempre abiti di un colore diafano, sbiadito,
intonato al colore della pelle. Io non so dire se era bella, perchè io
ero mezzo stregato. «Nasconda quella lingua,» io le diceva, perchè ogni
tanto lei metteva fuori dalle labbra la puntina della lingua: questa
però non era diafana, ma rossa. «Nasconda almeno quelle gambe,» perchè
lei aveva l’abitudine di mettere in esposizione le gambe, diafane ancora
quelle, cioè con scarpette e calze di seta, sempre color diafano. «La
turbano?» «Non mi fanno dormire!» Mi diceva nettamente: «Se mi vuole
sposare, signor Sconer, approfitti finchè sono libera». Io la avrei
anche sposata, ma è che essa era contro-indicata ad uno dei due fini per
cui io intendevo di accedere al matrimonio. Lei non voleva avere
figliuoli «perchè questa operazione rovina la pelle». Io volevo aver
lei, ma anche l’erede. Lei sì, la potevo avere, ma l’erede no. «Sono i
contadini — affermava — che si sposano per aver figliuoli».

Essa inoltre pretendeva come condizione di matrimonio che il marito
facesse, ogni mattina, esercizi, per venti minuti, con manubri da venti
chili.

Anche questa signorina mi ha fatto molto soffrire.

                                   *

Signorina P***, che può essere bella o brutta, secondo che vi pare. La
ho conosciuta in villeggiatura. Essa va sempre in bicicletta. Quando va
a piedi cammina con passo sgraziato. Eppure è graziosa! Si può calcare
su la testa il feltro di suo babbo, si può buttare — come fa — su le
spalle la maglia della nonna, ma è elegante lo stesso. Ha denti di can
cerviero, naso appuntito, mento appuntito, due occhi in punta nera:
tutte queste cose in punta hanno una mobilità che producono il capogiro.
È pallida come la cera, ma non è mai ammalata. Ha i capelli lunghi,
ondulati, feroci, a cui fa fare i giuochi attorno alla testa come se
fossero biscie. A tirarli, le arrivano sino al ginocchio. Ed è proprio
vero! Come ha fatto ad avere una laurea se per studiare bisogna star
fermi? Si vede che si può avere una laurea senza studiare.

Ma a sentirla chiamare _dottore_, mi fa un certo effetto.... Ha una sua
voce fresca, aspra, saltellante, che non si capisce mai quello che vuol
dire, perchè non conclude mai. Non si adira mai: tutt’al più manda un
grido di gazzella. Cosa farà? Dove andrà? Come finirà? Non si sa! Eppure
è assennata.

Non cerca: è cercata, ma se ne _strafotte_, perchè lei dice anche le
parolacce. Eppure è damigella!

Subisce un fidanzato ufficiale: un giovane di ricca famiglia. Costui la
segue a fatica in bicicletta. Lei lo chiama: «Idiota, idiotino,
imboscato, imboscatissimo, figlio di papà». Lui è felice. Non mi pare
una signorina adatta per il matrimonio, e glielo ho fatto garbatamente
capire, presente il fidanzato. Risponde lei:

«Cosa importa? C’è lui che farà per casa».

«Io sono il suo cameriere,» conferma lui.

Io ho domandato poi alla signorina, così, un giorno che la incontrai,
insieme col fidanzato, per un solitario viale del bosco:

«In confidenza, non è pericoloso perdersi tutto il giorno per le
campagne col fidanzato dietro?»

«È innocente come l’acqua fresca — mi risponde. — Gli ho promesso un
bacio per la settimana ventura. È vero che ti ho promesso un bacio?»

Dice il fidanzato:

«Ah, come deve essere sdegnato il Dio d’Amore a vedere quanto mi farai
soffrire!»

«Meriteresti anche di più,» dice lei.

Risponde il fidanzato:

«Ah, è proprio vero, come dice il cav. Sconer, che tu non sei adatta per
il matrimonio!»

«Tu, piuttosto, non sei adatto,» risponde lei. E a me dice in segreto:
«Come faccio a sposare un uomo così timido? C’è una gioventù
impossibile, ora! Sono tutti riformati. Dica lei, Sconer, posso
cominciare a tradirlo subito? Ma che vuole? Io sono una buona ragazza, e
fare il male con premeditazione, mi ripugna».

Io avrei potuto sostituire il fidanzato senza pericolo di complicazioni.
Eppure sono rimasto timido anch’io. Perchè? Quel titolo di _dottore_ mi
ha dato soggezione.

                                   *

Signorina P***, un bel tipo, e così anche sua madre. «Signor Sconer — mi
dice sua madre — guardi!» «Che cosa?» «Non glielo posso dire. Ma non
vede da lei?»

«No!» «Non vede gli occhi della mia bambina? Splendono! Io non so: è
strano! Appena siamo in un luogo, dopo quindici giorni la mia bambina è
proclamata la più bella».

In fatti è bella: una persona slanciata, elegante. Ma perchè la mamma la
chiama: «La mia bella odalisca?» Dove ha trovato questa parola? Cosa
crede mai che voglia dire? «Signore, signore, mi dice la mamma, ha
visto?» «Che cosa?» «Un aeroplano di guerra». «Ne passano tanti!» «Eh,
sì! — fa misteriosamente, chiudendo gli occhietti — ma lei non ha
osservato una cosa!» «Che cosa?» «Che l’aviatore quando passa per qui,
si abbassa sempre. E sa perchè? Per vedere la mia bella odalisca».

Anche lei, la sua bambina, dice: «Io non so, è strano! Appena sono in un
luogo, sono proclamata la più bella. Dicono che io assomiglio a Lyda
Borelli, dicono!» Descrive il suo corredo da sposa coi calzoncini corti,
larghi, e i pizzi di vera _valenciennes_: descrive gli abiti che le ha
fatto la famosa Abeille, il primo _atelier_ di Torino, che ha tanti
_mannequins_ aristocratici, che insegnano anche la lingua francese. Si è
fatto fare tutti abiti ieratici! «Adesso sono di gran moda gli abiti
ieratici,» dice lei. Ma adesso non può portarli perchè è crocerossina.

«Se vedesse, signor Sconer, — dice sua madre — come le sta bene l’abito
di crocerossina! Già le sta bene tutto! Quando passa per un reparto
dell’ospedale, i feriti si rizzano tutti». Ma le altre crocerossine le
hanno fatto una guerra spietata. Allora l’hanno messa alla stazione.
Alla stazione ha distribuito le bibite a tutto un treno di prigionieri
austriaci. Sua madre dice che il fatto è avvenuto perchè la sua bambina
è tanto di cuore. Ma le altre signore dicono che è invece perchè non ha
capito che erano austriaci. Il suo fidanzato è morto in guerra, e lei
porta sul petto il medaglione col ritratto del suo fidanzato. Anche lei
è molto patriotta.

«Un giorno — racconta la mamma — mentre eravamo a un _five o’ clock
tea_, con tanti signori distinti, passa un corteo socialista. La mia
bambina va alla finestra e sventola il fazzoletto bianco, rosso e verde
e grida: Viva l’Italia! È stato in tutti noi un momento di terrore; per
poco non scoppia una rivoluzione». Le altre signore invece dicono che
lei aveva scambiato il corteo socialista per una manifestazione
patriottica. Adesso che il fidanzato ufficiale è morto, ne ha tanti
altri. «Il tale? il tale? il tale? Ma è di famiglia distinta? Crede lei,
signor Sconer — mi domandano madre e figlia — che il tale sia di
famiglia distinta?» Anch’io sono passato per ventiquattro ore per suo
fidanzato ufficiale: una cosa molto seria, dico, perchè se lei descrive
i suoi calzoncini coi pizzi di _valenciennes_, non c’è però niente da
scherzare in quanto che lei avverte che ha un fratello che «sa essere
gentiluomo e anche villano secondo i casi, e assomiglia a Maciste,
quello dei cinematografi».

«Dove è questo suo fratello, signorina?» domandai un poco preoccupato.

«È al fronte!»

Un ragazzo abile! Appena scoppiata la guerra, ha avuto l’intuito
commerciale di andare al fronte e ha comperato — chè le davano per
niente — tutte le pelli dei buoi che morivano nei parchi o si
ammazzavano per i soldati. Suo babbo era calzolaio, e figurarsi! Adesso
hanno uno dei più ricchi _scarpifici_ d’Italia.

La storia di quel fratello Maciste mi ha molto raffreddato.

                                   *

Signorina Q***, non è patriotta, ma pianista. «Io sono ipersensibile»
dice lei, e anche sua madre dice: «Poverina, la mia Mary è
un’ipersensibile!» «Noi artisti — dice la signorina Mary — siamo di
un’altra razza. Che m’importa della guerra? Che m’importa chi comanda e
chi è comandato? Tra Salandra che ha dichiarata la guerra e me, cosa c’è
di comune? Tra me e il Kaiser? Perchè immischiarmi nei loro litigi? Il
Kaiser e il re dell’Ottentozia per me sono la stessa cosa».

Lei suona Moszkowski, Stravinski, Debussy, Ravel. Suona? Vorrebbe
suonare, ma non può. Stende su la tastiera, racconta lei, _le mani
lunghe con le unghie di onice aguzzo_, e poi accadono fatti strani, come
anch’io ho visto un giorno che sono venute a provare il mio Bechstein.
Comincia, e subito, dopo un po’, diventa pallida. «Impallidisce — mi
avverte la mamma. — Sempre così! Ah, è terribile! Cade in _trance_».
«Cognac!» dico io. Si rimette un po’ e dice: «Suonando, mi si vuotano le
vene, i sogni mi sferzano, i capelli scendono per le mie guance come
serpi di chimeriche meduse. La musica di Ravel, che io adoro, esaspera
la mia sensibilità come un succhiello traforante: appena tocco i tasti,
sento il magnetismo». Anche qui per l’erede non c’è da far nulla. E poi
qui c’è un’esagerazione di sensibilità che può riuscire pericolosa.

                                   *

Signorina R***, profumata al _trèfle incarnat_. Anch’io l’ho conosciuta.
Si tratta di una fanciulla prodigio, così come vi sono i bimbi prodigio.
Secondo altri si tratta di una fanciulla _Sfinge_. Lionello però che non
ammette la donna _Sfinge_ se non per gli imbecilli, la chiama _Proteo
multiforme_. Essa è piuttosto piccolina, con un musetto tirato come un
topolino, con due occhietti azzurri, fermi, un poco trasversali. Nella
pettinatura e nel vestire è quasi monacale: ma ecco si leva in piedi,
pare di elastico, si allunga e balla certe danze ieratiche sussultorie,
che fanno rabbrividire, e anche imparare la storia, perchè sono le danze
di Salomè, di Cleopatra, di Sibilla, di Santa Teresa. È molto giovane,
ma la sua voce possiede certe inflessioni profonde come di donna matura,
con la quale affronta qualsiasi argomento, anche di filosofia con quelli
che se n’intendono. Viceversa — se le gira — è capace di rifare il verso
e la smorfia di tutti: in dialetto, in francese, e anche in tedesco,
secondo le persone: basta che le veda una volta. Come imita il teppista!
Ha rifatto anche me! Questo è il suo genio comico, ma possiede anche il
genio tragico, perchè recita certi versi francesi di Pelleas e Melisenda
in modo da far paura. Questa signorina, messa sul palcoscenico, potrebbe
raccogliere gloria e milioni a palate. Invece niente di tutto questo.
Essa non ha altro desiderio che di essere _amante amata di un uomo, e
vivere in umiltà_. Ma c’è una condizione: deve essere _un magnifico
amante_! Tanti vorrebbero essere amanti, ma nessuno è _magnifico_. Lei
domanda per amante l’_uomo rude_, l’_Ulisside dalla gran mano
dominatrice_. Sinora non l’ha trovato. Però, uno studente di liceo si è
suicidato per lei; un uomo serio con moglie e figli è impazzito; un
capitano d’artiglieria è tornato al fronte con la testa sconvolta, e
invece di allungare il tiro su gli austriaci, ha fatto un massacro dei
nostri: poi si è sparato.

Io sono fuggito.

                                   *

Ma ecco un avviso-_réclame_, in un giornale tedesco, mi presenta l’erede
già confezionato. _Christliches, Einziges Glück! Sehr nettes, ehrliches
Mädchen, mit einem Kinde und sehr reicher Aussteuer, sucht einen
ehrlichen Gatten_, ecc., ecc. che vuol dire: «Famiglia cristiana, unica
felicità! Simpaticissima, onesta fanciulla con un figlio e ricchissimo
corredo, cerca un onesto marito». È il sistema tedesco del _dumping_.



                       IV. — _FRÄULEIN_ VIOLETTA.


— Lionello — dissi un giorno — tu che fai morire tutte le tue
meravigliose eroine, non te ne avanza nessuna che vada bene per me?

Lionello nei suoi libri fa morire tutte le donne di morte romantica. Le
sue lettrici gli scrivono da tutte le parti: «Non la faccia morire, la
salvi! È tanto cara, è tanto gentile. Non deve morire».

Ma lui è inesorabile: o in un modo o nell’altro le fa morire tutte.

— Tu sei un po’ idiota — rispose Lionello alla mia domanda.

L’ho pregato di spiegarsi.

— Le mie eroine — disse — o sono uccise o si uccidono per una necessità
reclamata dal pubblico, il quale è _schifosino_ come te; ma vuole la
morale. Pare incredibile, ma è così! Ora anche tu capisci benissimo che
non si può fare il dramma o il romanzo con la morale: senonchè quando io
ho fatto morire le mie eroine, io le ho purificate; ed ecco fatta la
morale; come tu con i grassi fetidi fai le tue saponette. Ma nella vita
le mie eroine godono di ottima salute, sta pur sicuro!

— E allora prestamene una.

— Impossibile! — rispose Lionello.

— E perchè?

— Perchè nessuna delle mie eroine ti potrà mai amare.

— Perchè dici così, Lionello? Perchè mi avvilisci? Sono brutto forse io?

— No, amico, anzi sei un campione discreto; ma non hai quel tipo, sai,
dell’uomo fatale, _macro_, mefistofelico, che disorienta la donna come
una coppa di _champagne_, che la fa capitolare, che le fa dire:
«Vigliacco, ti adoro.... To’!».

— E a te capita?

— Certo.

— Sei un genio, Lionello, — dissi tristemente.

— Lo so. Non hai nemmeno al tuo attivo uno di quei gesti che affascinano
le donne: non so, un delitto passionale, uno scandalo estetico; non hai
corso un _raid_, non hai vinta una coppa in una gara qualsiasi; non
possiedi nemmeno una di quelle anomalie che rendono stuzzicante un
uomo.... Per esempio, quello che vende i giornali sul corso, che è un
nano: tutte le _cocottes_ lo accarezzano, e le serve se lo rubano. Per
di più, tu possiedi il più grave dei difetti per ottenere dedizioni
incondizionate.

— Cioè?

— Amico, le belle donne amano gli uomini generosi!

— Sono generoso anch’io.

— A te parrà di essere: ma tu misuri, cioè ragioni. Ma ti pare che una
bella donna che strapperebbe le stelle dal cielo per farsi più bella,
possa amare te, uomo che misuri? Esse sono capaci anche di donar tutto;
ma all’uomo che si mostra capace di buttar via tutto, la ricchezza non
solo; ma l’onore, la vita. Ma a te che tieni immensamente alla vita, a
te che non dormiresti la notte se perdessi qualche biglietto da mille al
_baccarat_, a te che tieni in ordine il libro del dare e dell’avere, a
te che hai lo scadenzario, io non posso fornire nessuna delle eroine dei
miei romanzi.

— Mi atterrisci, Lionello; ma credo che tu ti sia formata una cattiva
opinione di me: tu pensi che io sia avaro....

— Un po’ tirchio.

— No, Lionello. T’ho detto: io sarei disposto a nominarti mio erede
universale; ma è, vedi, che io sono nato così: ordinato, metodico,
previdente. E che colpa ho io se il denaro va a radunarsi sempre nelle
tasche degli uomini metodici, ordinati, previdenti? È bello, vedi,
leggere nei tuoi romanzi la vita fugace e folle di quelle donnine
sperperatrici: capisco che debbano dare grandi soddisfazioni. I miei
sensi ne sono perturbati. Mi piacerebbe anche a me di provare: ma poi
metto in bilancio, e m’accorgo del passivo. Per me sperperare sarebbe
una forma di suicidio. Vedi che Ginetto Sconer è un uomo sincero. Non ti
pare, Lionello?

                                   *

Ma due giorni dopo questo colloquio, vedo Lionello che precipita come un
bolide nel mio studio.

— Sconer — dice — un caso eccezionale, un caso del tutto straordinario,
del tutto convenevole per te.

Credevo che si trattasse di qualche affare, perchè in quell’ora (erano
circa le tre del pomeriggio) io sono orientato verso gli affari. No! Si
trattava del matrimonio. Ho dovuto — per così dire — togliere la
comunicazione del centralino del mio cervello per mettermi in
comunicazione con Lionello. Egli si impazientì; ma io lo pregai di
accomodarsi.

— Sconer — cominciò a dire Lionello —, sai tu qual’è la più bella donna
del mondo? Bada che esiste un plebiscito! Nicoletta, meglio nota sotto
il nome di _fräulein_ Violetta, perchè fu a Vienna che ella vinse le
prime battaglie dell’arte.

Risposi a Lionello:

— Io non ho visto mai la faccia viva di _fräulein_ Violetta: la ho vista
al cinematografo, e la _réclame_ di quella sua faccia stravolta che pare
abbia il mal di mare, è impressionante.

— Come sei sempre borghese nelle tue espressioni! — disse con disprezzo
Lionello. — È _fräulein_ Violetta che dissolve la sua bellezza nella
canzone dell’arte. — E proseguì: Conosci tu la storia di _fräulein_
Violetta...? No?... Allora te la racconto. _Fräulein_ Violetta proviene
dalla lirica: anzi dal campo dell’operetta viennese. Di membra delicate,
esile di vita, opalina di colore, minuta di lineamenti, calma,
quantunque un po’ beffarda. Ma i suoi capelli neri, duri e forti come la
coda di un cavallo di battaglia, testimoniano la energia psichica che si
nasconde sotto quell’apparente delicatezza. Artisticamente parlando,
essa è una creatura di eccezione, come diciamo noi. Essa è uno dei più
esuberanti temperamenti che sappiano far vibrare l’anima delle folle,
attraverso le eroine sentimentali e gaie di tutto un vastissimo
repertorio....

— Fermati, Lionello! (Mi pare un periodo dei suoi romanzi).

—.... il suo canto era impeccabile, — proseguì; — pronto a tutte le
inflessioni! Ebbene, ritorna da una _tournée_ nel nuovo mondo, dove
aveva eccitato la più grande ammirazione consolidando vie più la sua
fama, quando improvvisamente....

— Fu silurata da un sottomarino tedesco.

— Peggio, amico. Perdette la voce. Che cosa doveva fare? È diventata
artista di cinematografo. Studiò la grande arte muta, e con la
perseveranza di chi vuole arrivare ad una mèta di gloria, con volontà
ferrea, con la coscienza sicura e severa delle necessità artistiche,
spiccò il volo, con ali d’aquila, verso le eccelse vette della tragedia.
Sai tu, Sconer, come è stata definita Nicoletta da un grande scrittore
francese? _Toutes les femmes dans une femme._ Sai come la ha definita il
poeta Flebis? «L’universo rinchiuso in una guaina di _chinchilla_»,
perchè allora eravamo d’inverno. È la donna dinamica per eccellenza! In
lei stanno raccolte le mille assise della femminilità, Thais e Salomé;
Nanà e Giulietta: ella rivive tutte le creature del genio e vibra nei
molteplici aspetti dell’amore, dell’odio, della voluttà, della gelosia:
felina, raffinata, dolce, implorante....

— Tu mi cominci, Lionello, un altro dei tuoi meravigliosi periodi.

— Sai tu cosa guadagna Nicoletta, cioè _fräulein_ Violetta? Più di tutti
i poeti italiani, compreso Dante.

— Questo lo credo, — risposi.

— Sì, vedi, perchè _fräulein_ Violetta, sotto apparenze anarchiche,
nasconde un genio pratico di primo ordine, come ti è dimostrato dal
fatto che essa riesce a mantenere il primato in mezzo a un’enorme
concorrenza. Ora tu saprai la leggenda che corre sul conto suo: leggenda
che ha il sapore dell’assurdo, ma così è. Dimmi, Sconer, tu hai mai
veduto _fräulein_ Violetta quando agonizza nell’estasi dei sensi? Non
hai mai visto _Voluttà_, interpretata da _fräulein_ Violetta? Ebbene,
essa è Vestale!

— Cioè?

— Cioè di quelle donne antiche, che se non erano di prescrizione,
venivano sepolte vive.

— Vergine?

— Press’a poco. Pensa, Sconer, questa donna, che ha sverginato diverse
generazioni di adolescenti, è vergine! Cioè passa per vergine, che è lo
stesso. «Non vi vergognate, _fräulein_ Violetta, — le abbiamo detto — di
questa leggenda che corre sul vostro nome?» «Voi conservate vostro
pulcellaggio?» domandò il poeta Flebis che segue in arte le forme
tradizionali. «Voi catafratta?» Pensa, Sconer, una donna che in
apparenza è di velo, e in sostanza è coperta di piastre come una
_dreadnought_!

«Voi lo fate per _réclame_» le abbiamo detto anche. «Può darsi» ha
risposto. «È una originalità che vi fa torto, _fräulein_ Violetta». «Voi
dovete esser fornita di una insensibilità di pietra...!» «Credete?»
disse con ambiguo sorriso. A me poi, come a fratello in arte, essa ha
confidato che realmente la cosa si impone per non sciupare la linea. E
poi è anche un mezzo di difesa. Essendo cosa notoria che è _vestale_,
può rifiutare ogni uomo. Sai che la sua condizione è terribile? Riceve
pacchi di lettere come una sovrana; e alcune impressionanti di gente che
ha perduto la testa. Ebbene, Sconer, ora ti dico una cosa che è anche
più meravigliosa della leggenda: _fräulein_ Violetta ha annunciato da
qualche tempo l’intenzione di prendere marito. Una cosa che ha
scandalizzato tutti noi. Ma così è. Si è precipitata una mezza dozzina
fra blasonati, banchieri, milionari. Respinti! Ci siamo presentati noi
artisti, poeti. Trattandosi di _fräulein_ Violetta, si poteva fare
eccezione. Santamaria, che è architetto, si è persino offerto di
costruirle un grattanuvole in istile assiro-babilonese dove lei potrà
approdare col suo velivolo. Siamo stati respinti, con bella grazia, ma
respinti. «I poeti, gli artisti, gli uomini di genio in genere — ha
detto — sono miei buoni amici, ma il mio ideale di marito è un altro».
Avrebbe tutt’al più fatta eccezione per il poeta Flebis, ma unicamente —
è etico — per sentimento di umanità. «Tanto voi, caro Flebis — disse
Nicoletta, — dovete morire, e io vi potrei abbreviare l’esistenza,
facendovi spirare sopra il mio seno. Comporreste la vostra lirica
migliore».

— Così brutale?

— È una sua specialità la brutalità. Ebbene, amico mio, c’è una terza
cosa anche più stupefacente della sua verginità, del suo matrimonio; ed
è che l’ideale di marito per _fräulein_ Violetta, sei tu.

— Io?

— Sì, tu: Violetta ha dichiarato che sposerà solamente un uomo di
perfetto tipo borghese.

«Un vile borghese?» abbiamo esclamato noi. «Sì, — ha risposto _fräulein_
Violetta, — un vile borghese, ma ordinato, equilibrato, purchè sia
fisicamente tollerabile e capace di farmi molti figli». Tu sei capace, è
vero, Sconer? «È inaudito» abbiamo detto tutti noi. «Ma voi — dico io —
volete ricostituire la famiglia cristiano-borghese! Voi vi volete dare
alla pollicultura!» «Così è!» ha risposto _fräulein_ Violetta. «Ma
questo è uno snobismo di nuovo genere, mia cara!» «Nicoletta — ho
esclamato allora — se voi avete deciso proprio così, io ho trovato
l’individuo che va bene per voi». E ho pensato a te, Sconer. Mi sono
alzato prima del solito e, come vedi, sono venuto da te.

Rimango esterrefatto.

— Pensa, — mi dice Lionello, — alla gloria che verrà sul tuo nome.

— Io non sono letterato — rispondo — e non ci tengo.

— Allora al vantaggio che verrà alla tua Ditta. Tu lanci subito un
articolo alla _fräulein Violetta_, e tu sei celebre.

— Questo è vero!

— E poi pensa che Violetta è ricca, molto ricca.

— Sì, ma chi ha fornito tutta questa ricchezza?

— Tu no, certo, anima esosa, anima avara; ma chiunque ha il culto della
divina _bellezza_. Esiste cosa superiore alla divina _bellezza_? No!
Esiste un piacere superiore a quello che può dare una bella donna? No! E
allora una bella donna non è mai pagata abbastanza.

— Dici tu....

— Dice lei, _fräulein_ Violetta. Ma sai che lei fa una propaganda in
questo senso: che è ora di smetterla con questo sfruttamento indegno
della _bellezza_! È come per il genio di noi scrittori: sfruttato! Chi
lo vuole, se lo paghi! E così la _bellezza_! La _bellezza_ costituisce
il genio della donna; chi la vuole se la paghi!

— Dici tu.

— Dice lei, _fräulein_ Violetta. Ma sai che anche moralmente è una donna
straordinaria? Le signore dell’aristocrazia, le borghesi perchè sono
ricche, si permettono di fare un’atroce concorrenza all’onesto
proletariato delle lavoratrici, e buttano per niente sul mercato la
divina _bellezza_.

— Ma chi dice così?

— Lei, sempre lei: ti dico che è una donna di genio! Ora _fräulein_
Violetta è la più bella donna del mondo. Esiste un plebiscito, e tu puoi
capire com’è ricca _fräulein_ Violetta.

— Ma in tale caso non è più vestale.

— Anima mercantile di borghese, — esclamò Lionello — che non imagina una
partita senza la contro-partita! Ma non sai tu che quando _fräulein_
Violetta ha esposto la sua divina nudità, quando ha regalato il suo
sorriso, ha pagato? Tu lanci le fialette dell’acqua da bagno di
_fräulein_ Violetta, e hai un successo strepitoso! E hai _gratis
fräulein_ Violetta! Vieni! Ti presento a _fräulein_ Violetta.

— Viva?

— Certamente.

                                   *

Domando tempo per riflettere e vado a consultare la ben nota sapienza
del dottor Pertusius.

Come è grande Lionello! Parla di donne con la sicurezza con cui un
cavallerizzo parla di polledre. Come è artista! Quando dice _bellezza_,
fa una parola lunga lunga, e tutti i capelli gli tremano. A me non
riesce.



               V. — I REQUISITI PER UNA MOGLIE IGIENICA.


Il dottor Pertusius è quell’uomo di talento, scoperto da me, che ha
scritto per la nostra Ditta, dietro mia indicazione, quel capolavoro che
è il libro di _réclame_: «Come devo preservare la mia vita». Ma certo il
suo talento deve essere colpito da qualche invisibile squilibrio, perchè
un uomo che arriva povero all’età dei capelli grigi, è molto discutibile
se sia fornito di vero talento.

I ricchi clienti non devono conoscere i novanta scalini dell’abitazione
del dottor Pertusius; e la mia _limousine_ deve essere la prima
automobile che sosta alla sua porta.

L’appartamento del dottore è di una semplicità così deprimente da far
cadere ogni deferenza per la virtù della modestia. Vi è diffuso un
odorino di aglio soffritto; e la donna che viene ad aprire, sigillata
nel suo grembialone di massaia, è in perfetto stile con l’appartamento e
con l’odore dell’aglio soffritto. Credo che sia la serva. Commetto una
_gaffe_: è la moglie del dottore: «la mia ottima consorte».

Il dottore è un uomo dalla testa in disordine abituale.

I capelli della testa entrano nel dominio della barba; i baffi formano
delle stalattiti sopra le labbra; i peli delle ciglia sembrano ribelli a
qualunque brillantina. È una testa fuori di posto. E dire che da quella
testa è sortito il capitolo sull’igiene della testa!

Quella mattina la testa del dottor Pertusius era anche più del solito
fuori di posto, perchè stava sopra un libro che parlava di una stella
che non c’è più, eppure «noi ne vediamo — dice lui — ancora la luce,
tanto smisurata è la distanza! Le nostre cifre mortali non bastano più.
Non sente lei, cavaliere — mi domanda — vacillar la ragione?»

— Per questo no. Ma se crede, discendiamo dalle stelle. Io sono venuto
da lei per parlarle di un ottimo affare. Lei ricorda di aver compilato
per la nostra Ditta quel manualetto: «Come devo preservare la mia vita».
Si tratterebbe di farne un altro anche più simpatico: «Quali sono i
requisiti per riconoscere una moglie perfetta». Per questo secondo
manuale noi saremmo disposti a versarle, invece di duecento lire, anche
duecento cinquanta lire. Naturalmente un libro a base scientifica,
stuzzicante, scritto con _verve_, come sa far lei; però su certe cose,
_glissons, n’appuyons pas!_ Il nostro libro deve poter stare in
qualunque salotto.

— Ma il matrimonio è in crisi, non sa lei, cavaliere? — dice lui.

— È appunto perchè è in crisi — dico io — noi facciamo il _vademecum_
del matrimonio moderno: cioè rapido, pratico, razionale, con esclusione
dell’antica tragedia. In crisi? Ma, caro lei, una bella mogliettina, che
dedichi tutta se stessa alla felicità di suo marito, è una di quelle
istituzioni che andranno sempre bene, con o senza crisi.

— Anche _bella_ la vuole lei, cavaliere? Ah, la bellezza, la bellezza, —
esclamò lui, di colpo. — La terribile bellezza!

Lui l’ha su con la bellezza.

— La divina bellezza, — correggo io, come dice Lionello.

— Terribile, terribile la bellezza — ripetè. — Eppure cosa è? cosa è la
bellezza? Sempre la stessa storia: una bertuccina con un musettino, con
un nasino, con un orifizio boccale, con un sorrisino, con due iridi di
qua e di là del naso; il tutto servito sopra un _mannequin_ di pannicolo
adiposo, con contorno di lussureggiante capigliatura. Mistero di Dio!

Veramente io non condivido questa opinione. Egli presenta le donne come
articoli fabbricati a serie, mentre, invece, ogni donna ha una
lavorazione speciale.

— Ma lasciamo stare — dico — i misteri di Dio, se no è come per la
stella; non la finiamo più.

— Il terribile inganno della natura! — continuò il dottor Pertusius. —
Eppure la natura è stata quasi benigna nella sua frode. Che cosa era la
bellezza di Eva all’epoca della creazione? Una cosa quasi innocua. E
così era Adamo: quasi innocuo. Infatti che cosa sarebbe la violenza di
Adamo limitata alle semplici energie naturali? Un piacevole esercizio
ginnastico. Invece Adamo ha poi creato la selce appuntita, l’ascia, la
scure, poi la mitragliatrice, poi la chimica applicata alla guerra. La
donna, — ne convengo — non ha creato niente di tutte queste cose, come
non ha creato le piramidi, i motori elettrici, ecc., ecc. Queste cose le
ha create l’uomo. Però la donna ha creato la donna! Ha perfezionato,
sino al grado dell’irresistibile, l’arma naturale della sua bellezza.
Questa è opera di Dio o di Satana? Mistero!

Da quanto tempo, dopo Eva, la donna ha iniziato il suo progresso? Da
tempo immemorabile! Giuditta quando volle andare alla tenda di Oloferne
per sedurlo e poi tagliargli la testa, che cosa fece prima di tutto?
Lavò il suo corpo, si unse di unguenti preziosi, scompartì la chioma del
suo capo, si pose in testa la mitria — il cappellino di quei tempi — si
vestì delle sue vesti di comparsa, si mise ai piedi i sandali, prese i
braccialetti, gli orecchini, gli anelli, e apparve di grazia
incomparabile. Che cosa fanno le pulcelle per piacere al re Assuero?
Seguitano per sei mesi ad imbiancarsi la pelle con unguenti e aromati
preziosi.

— Questo è un particolare molto interessante!

— E perchè Ester fra le pulcelle è quella che piace di più al re
Assuero? Perchè è la più bella! Assuero, il terribile, voleva condannare
a morte Mardocheo, l’amico di Ester. Ma Ester si presenta al re, e il re
stupefatto le dice: «Se anche mi domandi la metà del mio regno, te la
darò». E Sansone, quel balordo, quell’idiota di Sansone, perchè rivela a
Dàlila dove è il segreto della sua forza? Perchè Dàlila lo fece
addormentare sopra le sue ginocchia e posare il capo sul suo seno, _et
in sinu eius reclinare caput_. E chi era Dàlila? Una prostituta di quei
tempi.

— Diciamo, _demi-mondaine!_ Ma caro lei, cosa pretende, che io offra ai
miei clienti una moglie brutta? «Un caporale di pubblica sicurezza come
sua moglie?» volevo dire.

— Bisogna distinguere — dice lui — tra bellezza e bellezza.

— Allora distinguiamo.

Chinò la faccia. Poco dopo la alzò, e mi domandò:

— Conosce lei i funghi?

— Li conosco _trifolati_.

— Ma lei, cavaliere, non deve ignorare come, tra i funghi che si
mangiano, cresce la _Amanita muscaria_, detta volgarmente _cocco_, che
contiene il terribile veleno, detto appunto muscarina, che produce
vertigini, allucinazioni, incoerenza di idee, sopore, e finalmente la
morte. Per quale mistero la tremenda _Amanita muscaria_, e più ancora la
orrenda _Amanita phalloides_ — sente che nome? — cresce tra i funghi
onesti? per quale mistero il fungo mortifero si presenta anzi più
iridato e attraente degli altri funghi? Ecco un enigma che non è ancora
stato svelato.

— Lasciamolo velato.

— Ecco qui. — E levò dal suo cassetto un ritratto di donna. — Guardi!

— Molto carina — dissi io.

Era una testolina soave, triangolare, come un dolce cuore, piegata
vezzosamente su la curva di una spalla perfetta: bocca a giglio, occhi
di una dilatazione stupefacente.

— Mi piace molto — ripetei.

— Se ne guardi bene — disse il dottore. — Questo è stato in vita uno
degli esemplari più formidabili della specie....

— Morta? Oh, poverina!

— Cento anni fa. Lady Hamilton, detta altrimenti Emma Leona.

— Allora se è morta, si può toccare.

— Pericolosa anche morta! Un’_Amanita phalloides_ delle più terribili.
Vede quell’ambiguo sorriso, che pare angelico, cavaliere? Questa donna
ha prodotto la vertigine, l’incoerenza in molti uomini insigni; e quando
non ha fatto perdere la vita, ha fatto perdere l’onore.

— Dottore, questa è cosa seria; ma scusi, sa: mi pare che lei sia come
l’_imbonitore_ di un serraglio di bestie feroci: «ecco la terribile
sirena dei mari del nord che mangia i cadaveri vivi». Ehi, dico! Che non
sia il caso dell’età pericolosa anche per lei?

Il dottore mi guardò con due occhiacci.

— E adesso osservi questo — disse levando un altro ritratto.

— Questo fa proprio paura.

Era un volto non di donna, ma di uomo, così brutto che guai se lo avessi
incontrato vivo di notte.

— Ah, questo lo riconosce anche lei — disse il dottore con molta
soddisfazione. — Lei ha davanti a sè il «delinquente congenito; l’uomo
epilettiforme!» Vede le stigmate degenerative? Assimmetria facciale per
sviluppo abnorme dello scheletro, sporgenza della mascella inferiore su
la superiore....

— Sembra — dissi — che voglia mangiare gli uomini vivi.

— In antico, infatti, li mangiava crudi. Fossa canina profonda del
mascellare superiore, sporgenza eccessiva delle arcate sopraciliari,
obliquità della rima palpebrale. E ora guardi l’orecchio: orecchio, col
lobulo aderente, mancanza di elica, presenza del tubercolo di Darwin,
come nei fauni....

Io mi toccai l’orecchio un po’ spaventato, e:

— Dottore — dissi — in me non ci sarà mica niente di tutto questo!

— Lei è perfetto.

— Quello che dico anch’io. Ma scusi, perchè questa lezione sui
delinquenti con tutte queste brutte parolacce?

— Perchè — disse trionfante il dottore — nella donna delinquente avviene
il fenomeno opposto dell’uomo. L’uomo delinquente porta scritto sul
volto «Io sono delinquente». Nella donna, niente! Anzi il più delle
volte la delinquenza della donna sta nascosta sotto la maschera di
quella fatale bellezza che prima le accennavo: bellezza spesso iridata
da un fascino intellettuale che può simulare la intelligenza. Possono
essere tali donne mistiche o sensuali: ma insensibili sempre! ma
menzognere sempre! Non la menzogna comune, badi! bensì quella che noi
chiamiamo pseudologia patologica: la menzogna cioè incosciente, che può
sembrare sincerità. Sono costoro le grandi isteriche, le grandi
voluttuose, sono quelle che hanno esercitato un’azione velenosa sui
centri nervosi della storia, come Cleopatra....

— Intesa nominare.

—.... come Semiramide, come la imperatrice Caterina di Russia, come Emma
Leona qui presente, come le grandi etère, come certe regine del
palcoscenico, e via dicendo. Loro carattere è la distruzione: dove
passano, bruciano.

— Non c’è pericolo, dottore, che lei esageri?

— Non esagero: sono le Attila femmine con l’angelico volto; mentre gli
Attila maschi hanno volto ferino. Generalmente bruciano anche se stesse.
Ma se campano molto, ecco tu le vedi improvvisamente sfasciarsi, cadere
l’intonaco della ingannevole bellezza. Ecco apparire, o la deforme
pinguedine o la ributtante magrezza: ecco la voce roca, ecco il cinismo
che spunta dove era la intellettualità. E badi ancora: generalmente sono
infeconde; e noi sappiamo che soltanto la maternità dà l’intelligenza
alla donna. E i poeti esaltano queste creature, _flagellum Dei!_

— Evitare i poeti, d’accordo — dissi io —; ma lei ammetterà che una
_réclame_ con queste cose non si raccomanda alle signore.

— E cosa me ne importa a me della _réclame_ e delle sue signore! —
esclamò il dottor Pertusius. — Ma io vado anche più in là.

— Questo mi pare difficile.

Disse allora il dottore così:

— Tutte le donne oggi vogliono essere belle....

— È la nostra gloria, dottore! — risposi.

— Io non so, io non so.... — Meditò un poco, e disse: — Mi pare oggi che
tutte le donne aspirino ad accostarsi, come a un ideale, a questo tipo
di donna delinquente. È l’uomo che così vuole per spremere dalla donna
una voluttà più tormentata? è la donna che gode di questo sfacelo
dell’uomo? Non so, non so. È così. Dove è più la _casta porpora_ di cui
era sparso alle donzelle il viso?

— Superata dalla nostra cipria _ravissante_, _naturelle_, rosa
incarnato, lire sette la scatola.

— Ah, lei scherza! Sì, sì, io la prendo in parola, cavaliere. Guardate
la moda, essa è altamente significativa. La gente crede che la moda sia
cosa da poco, di cui si curano soltanto sarte e modiste. Essa è cosa
molto filosofica.

— Bravo, dottore! Questo lo metta pure nel libro.

— Non vedete per via certe donne eleganti, che hanno un fare da
teppista?

— Oh, dottore! Questo no! _Glissons!_

— E certe altre che si vedono con strani mantelli neri che sembrano
quelle falene paurose che si chiamano àtropo? E certe altre che
trascinano le loro carni e i loro pennacchi, che sembrano bersaglieri
della morte in lussuria? E certi atteggiamenti stupefatti del volto che
sembrano meditare una irrumazione? Dove è più la pubertà? Vi sono esili
fanciulle quasi impuberi che ondeggiano come Ermafroditi.

Prego di spiegare queste altre brutte parole.

Mi spiega. — Oh, che porcherie!

— Porcherie, io? Porcherie loro. Cioè _porcherie_? Segni dei tempi. La
verginità, che prima era un onore della famiglia, oggi è tenuta in non
cale.

(Tranne che per _fräulein_ Violetta. Ma io non la sposerò).

— Il marasma sociale si avvicina non soltanto col piede ferrato del
proletario, ma anche col piedino di seta gemmata della bella donna.

— Non occupiamoci di politica, dottore, perchè non è igienico.

— E crede lei che io me ne preoccupi? Io sto alla finestra. Cosa crede
lei che io voglia fare da carabiniere alla società?

Io osservo il fenomeno con la obbiettività dello scienziato. Le ha viste
mai nei ritrovi mondani, nelle _halls_ degli alberghi, ai teatri, ai
caffè? Hanno i profondi sdilinquimenti, i profondi rapimenti. Poi _frin
frin_. Si puliscono le unghie. Poi cadono in estasi nelle poltrone.
Sospirano, ridono il riso folle, fanno lo sguardo meduseo. Poi si levano
con brivido serpentino, trascinano le membra al passo delle danze in
voga: le sottane corte e i manti strascicanti contro i deretani. Questi
sono i modelli. Che mogli, che madri ne vuole lei ricavare?

— Anche lei — dissi io — sotto un altro aspetto, è artista, come il mio
amico Lionello. Ma non esageriamo! Secondo lei, una mogliettina estetica
e nel tempo stesso igienica, non è attuabile?

— Non dico questo: dico che bisogna cercare bene.

— Cercare come?

— Cercare un’altra forma di bellezza che è meno appariscente, cioè la
bellezza soave, vestita di purità; e specillare ben l’occhio, invece di
altre cose! L’occhio è il solo punto indifeso per cui si può accedere
alla fortezza del cervello. Gli occhi della donna che io dico, devono
essere assolutamente limpidi, liquidi, impavidi: vi si deve poter
scorgere sino in fondo quello che la donzella non vi può dire: cioè la
purità morale, e non la sola purità naturale. Quegli occhi che si
occultano come biscie, e poi saettano e tremano, sono da evitare. Può,
anzi, deve la femminile pupilla velarsi d’un amabile velo di pianto, ma
per giusta ragione. Poi il sorriso ed il riso....

— La signorina deve ridere?

— Certo. Riso sano, caro, squillante: ma per giusta ragione! Quel
bocchino ristretto, con quella smorfia stereotipa, è un sintomo
pericoloso. Poi cantare.

— Benissimo, dottore: io adoro la musica.

— E io odio la musica — esclamò il dottor Pertusius — perchè è l’arte
emolliente.

— Mi rimetto a lei in questo: ma come può cantare la signorina senza
musica?

— Senza musica, senza piano! così per letizia come fa l’augelletto che
si desta al mattino. E niente romanzi! Il meglio che possa capitare è
quell’aria incantata di donne fatali che non sanno far nulla per casa.

— E altri dati?

Pertusius rispose: — Evitare il colore lunare, il color rosa-thea, il
color pallido-crema. Lasciarlo ai poeti, romanzieri, e simile gente
scriteriata. È vero che Ovidio Nasone nella sua «Arte di amare» ha dato
il precetto, _pallat omnis amans_, «ogni amante deve essere pallido,» ma
idiota e meretricio anche lui! Sotto il pallido-crema dei poeti scorre
la scrofola e il pus. E nemmeno niente colore tenuemente rosato. «Oh,
viola! oh, pervinca! oh, giglio!» sospirano i poeti. Dite piuttosto:
«bacillo di Koch».

— Scusi, quale colore, allora?

— _Nigra sum sed formosa!_

— Mi dispiace, ma non capisco.

— Vuol dire quel colore bruno, forte, naturale.

— E poi?

— I denti! Denti forti, ben incastrati nelle gengive: bianchi sì, ma
mica diafani, madreperlacei, mica con l’oro o col platino! E poi
informarsi a che ora la signorina si alza al mattino. Come sono gli
occhi? Puliti naturalmente? È gaia o triste al mattino? A che ora va a
letto la sera? È coraggiosa? La madre come è? Informarsi come sono la
madre e il padre. Saremmo noi da meno di un mercante da fiera, che
guarda la vacca madre quando vuol comprare la vitella? È attiva? Vi sono
certe fanciulle che seducono gli uomini con la loro indolenza.
«Indolente come una creola — dicono i poeti —: sdraiata sui divani come
un’odalisca.» Idioti! Deve essere attiva, svelta, capace di fare da sè;
non aver sempre dietro la cameriera. E quanto alla sensualità, meglio
poco che troppo. Sono cose che crescono con l’esercizio. Dimenticavo la
cosa più importante: come digerisce? naturalmente?

— È spoetizzante, dottore — dico io.

— Spoetizzante il contrario — ribattè lui. — Quando la signorina vi
dice: «ho l’emicrania, ho la malinconia,» allora sì è spoetizzante. Oh!
è pulita? Intendiamoci: pulita sì, ma con un limite: una signorina
occupata eccessivamente a risciacquarsi, fa venire in mente certi cuochi
d’albergo che lavano lavano la selvaggina perchè è putrefatta. E unghie
pulite.

— Questo mi piace.

— Sì, ma non occupata tutt’il giorno a tagliarsi le pipite.

— E ancora: la signorina come calza? Ah, quelle perfide seriche calze;
ah, quelle scarpine che le fanno andare con quel passo isterico! Belle
scarpe piatte! Così lei è sicuro che quando la signorina la sera va a
letto, non le infliggerà lo spettacolo dei suoi piedi deformi.
Bisognerebbe che le donne venissero al mondo come le bambole di
Norimberga, o stessero instivalate sul letto come le meretrici. E,
infine, non cercar moglie per voluttà! Tobia, nella Bibbia, quando sposò
Sara, disse: «Io prendo questa fanciulla per moglie, non per principio
di libidine, ma per amore della prole». E il Signore benedì Tobia e
Sara, che vissero felici. La signorina, inoltre, deve essere profumata.

— Ecco un’altra cosa che mi piace.

— Intendiamoci: profumata senza profumi. Lei sa che in latino c’è una
preziosa sentenza: _mulier bene olet quae nil olet._

— Cioè?

— «La donna è ben profumata quando ha odore di niente», cioè odor
naturale.

— Dottore — dico io — mi pare che noi tiriamo sassi in piccionaia.

— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che un manuale _réclame_, scritto nei termini
surriferiti, sarebbe un disastro per la nostra Ditta. La nostra Ditta,
di cui io ho l’onore di essere gerente, lavora appunto in _cachets_
digestivi, in pomatine, in ciprie per isbiancamento, in tinte per i
capelli, in polveri per le unghie che nobilitano la mano, in profumi
che, come noi proclamiamo nelle nostre _réclames_, donano il fascino
della personalità. Un manuale in questi termini è contrario al nostro
interesse; senza contare poi che la signorina che lei propone, è un
articolo che non si trova più in commercio. La vera donna comincia dalle
calze di seta!

                                   *

Così ci siamo lasciati.

Il manuale non si farà.



                    VI. — L’ARCIERO DEL CINQUECENTO.


«E anche il matrimonio di Ginetto Sconer non si farà a quel che pare.»
Torno a casa e trovo nel salotto Maioli. Costui è un uomo straordinario.
Lo conosco da quando io facevo la piazza di P***. Lui dice che era
ufficiale di cavalleria al tempo della battaglia di Custoza, ma è
rimasto sempre uguale; magrolino, a passettini svelti svelti, zazzera
bianca, cravattina bianca, fiorellino all’occhiello. Il suo volto è
fresco e roseo come quello di un bambino. Dopo che ha parlato, fa sempre
un risolino di felicità. Non lo fa certo per mostrare i denti perchè è
una dentiera: deve essere una misura igienica, ridere. Quando una cosa
gli piace, compone le labbra a ventosa, e succhia. Quando, invece, una
cosa non gli piace, fa il contrario, buffa; e quando poi si commuove,
piange: e anche queste devono essere misure igieniche.

«Lei, mi insegna — gli ho detto più volte — come ha fatto a conservarsi
così bene dal tempo della battaglia di Custoza, ed io la metto nelle mie
_réclames_ come esempio vivente dell’efficacia della mia _vitalina_, più
le regalo dieci mila lire.»

Anche pei vestiti deve avere un segreto: ogni tanto lo vedo ricomparire
con certi abitini che ho conosciuti tanti anni fa. «Lei è sempre
elegante» gli ho detto. — «È la figura elegante — mi ha risposto — e poi
è la contessa mia moglie».

Quando nomina la _contessa sua moglie_, si commuove sempre.

Dove vive? Vive in provincia nella città di P*** con la contessa sua
moglie; «che è un tesoro per la casa»; i suoi canarini, che sono così
intelligenti; i suoi fiori, che sono così belli; e le sue anticaglie,
fra cui deve essere la contessa sua moglie. Giacchè Maioli si intende di
vecchi quadri, di vecchie stoffe, di vecchi cocci; e siccome a P*** c’è
tutto uno _stock_ di famiglie nobili in liquidazione, così qualche
affare lo rimedia.

Quando non è a P***, è ospite «nel castello del suo buon amico il conte
A***; o nella villa dell’altro suo buon amico, il marchese B***». Deve
essere un ospite piacevole, perchè sa fare in fine dei pranzi le
strofette all’antica, come _la vispa Teresa_; possiede una dozzina di
vecchi _bons mots_; ricorda la cronaca galante del tempo che fu.

È venuto da me per sentire se gli cedo un certo automobile, chè mi darà
in cambio un quadro del Pinturicchio. «Così nobilitate — dice lui —
questo vostro appartamento». Ringrazio, ma non accetto.

— È che voi ignorate il Pinturicchio.

— Sarà benissimo, ma non vendo.

— Già, quando uno ha un appartamento così, non può apprezzare il
Pinturicchio.

— Perchè? Cosa c’è nel mio appartamento? c’è forse cattivo odore?

Vedo che raggrinza il naso come sentisse cattivo odore.

— Ma, mio buon amico, levate intanto dalla porta quel tappeto con su
scritto: «prego pulire le scarpe». Sì, è bello: scale di marmo,
_parquets_, termosifone, ma ci manca quel non so che, quel non so
che.... Scommetto che ve lo ha messo in ordine un mobiliere questo
appartamento.

— Macchè «manca quel non so che!» C’è tutto.

— Sì, ma troppa roba fresca, troppo oro, troppo stucco. L’occhio non
riposa. I sopramobili, scusate, mio buon amico, sono da fiera di
beneficenza. L’avete scelto voi questo appartamento?

— È mio!

— Caspita! L’avete fabbricata voi questa palazzina?

— È stata una favorevole combinazione. Era prima dei conti Tornamali, e
adesso è mia proprietà.

Sbuffa.

— Cosa c’è da sbuffare, caro conte?

(Io lo chiamo così in omaggio alla contessa sua moglie: ciò a lui fa
piacere e a me non fa danno).

— È che le vecchie case se ne vanno....

— E vengon su le nuove — dico io.

— E anche il giardino è vostro?

— Si intende.

— Già, così è. Voi potreste esser capace di mettere qui un cameriere in
istile, invitare ad un _garden-party_, parlare anche di arte, fare anche
della beneficenza....

— Non ci trovo niente di straordinario.

Guarda attorno, guarda me, e poi dice:

— Sta il fatto che voi, mio buon amico, potreste formare la felicità di
molte signorine per bene.

(È quello che dicono tutti. Ciò mi piace, e lo prego di rimanere a
colazione).

— Ma perchè, mio buon amico — mi domanda — non prendete moglie?

— È quello appunto che sto cercando, ma non trovo. — E gli racconto in
succinto le mie peripezie.

— Ma naturale, — esclama lui — naturale, mio buon amico! Voi cercate la
moglie nella vostra classe di gente quattrinaia. Non la potete trovare:
troverete roba da capriccio: _satin_, cotone mercerizzato: non una vera
moglie.

— Lei ha _crêpe de Chine_ da offrirmi?

— Macchè _crêpe de Chine_! Broccato a gigli d’oro! di quelle stoffe
antiche _ancien régime_, che dopo due secoli sono ancora fresche, belle,
che sembrano fatte ieri....

— Scusi, caro conte, lei mi vuol dare una moglie _ancien régime_ di
parecchi secoli?

Scuote la zazzera compassionevolmente e dice:

— Voi, perdonate, mio buon amico, ma non capite. Voi non potete capire
che cos’è l’_ancien régime_. Io avrei da offrirvi — _offrirvi_, badate
bene, perchè non vi garantisco se lei accetterà — la vera eroina, la
donna misteriosa e superba che nobiliterebbe questo vostro appartamento,
e anche, permettete, la vostra persona.

— _Ancien régime_ di che età? — domando io.

— Non diciamo sciocchezze: la più bella donna del mondo.

— Mi dispiace, — rispondo — ma il posto della più bella donna del mondo
è già occupato: _fräulein_ Violetta. Esiste un plebiscito.

E dò alcune spiegazioni intorno all’incomparabile _fräulein_ Violetta.

— Puah! — esclama Maioli, e fa con la manina certi gesti, come mandasse
via uno sciame di mosche. — Sono le vostre degne beccamorte: prima vi
spoglieranno e poi balleranno il _can-can_ rivoluzionario su la vostra
pietra _tombale_.

Se lo sentisse Lionello e gli altri poeti a parlare così di _fräulein_
Violetta! — Ma, dicevo: questa signorina, che lei mi propone, è Vestale
anche lei come _fräulein_ Violetta?

— Basta, basta! Quando si scherza su certe cose sacre, io non parlo più.
Da farne?

— Come s’è fatto cattivo! Ma parliamone, anzi. Sarà, m’imagino, ma non
importa, senza un quattrino come tutti i nobili del vostro paese.

— Volete far l’affare anche col matrimonio? Danaro e danaro, voi volete.
Brillanti e brillanti! Solo un soffitto del palazzo di donna Ghiselda
vale come tutta questa vostra chincaglieria. Bramante autentico. E non
vi dico altro.

Per far pace con Maioli, dò ordine di portare una bottiglia di
_champagne_. — Dunque dicevamo: stato decente di conservazione
matrimoniale. E sarebbe capace di fare un erede?

— Due, se ne volete.

— E adesso diciamo un’altra cosa: è grassa o è magra? alta o bassa?
bruna o bionda?

— Sono cose — dice Maioli — che bisogna vedere; non si possono
descrivere. Vi dirò una cosa sola: come questo _champagne_. Che cosa è
questo vostro eccellente _champagne_? Raggio di sole imprigionato. Ma il
turacciolo balza, ed ecco il sole. Povera, cara fanciulla!

Maioli teneva davanti agli occhi la coppa dello _champagne_; e due
lagrime gli cadevano giù per le belle guancine.

— Si calmi, conte. Mi dica almeno se è sana.

— Sana? Come un arciero giovanetto del Cinquecento.

— E non è pericolosa?

Maioli fa gli occhietti feroci: — Vi compatisco perchè voi non avete mai
veduto donna Ghiselda.

— Il nome mi piace. Sarà per lo meno duchessa — dico, perchè Maioli non
avvicina che gente titolata.

— Contessa — dice con solennità.

Domando dove si può vedere questo _champagne_, quest’arciero del
Cinquecento, questa contessa.

— Non pretenderete mica che ve la porti qui! Se voi una domenica, verso
mezzogiorno, capitate a P***, alla pasticceria della Maddalena, sul
corso, ve la posso presentare. Io verso quell’ora prendo il mio
_vermut_, e donna Ghiselda vi càpita dopo l’ultima messa a fare qualche
acquisto di dolci.

— Va a messa questa contessina?

— Ma certamente! Tutti noi, nobili, andiamo a messa; se non altro per
protestare dignitosamente contro la canaglia che non ha più religione. E
poi, scusate: senza una religione che matrimonio pretendete di fare?



                     VII. — LA CONTESSINA GHISELDA.


Ho dato quest’ordine a Biagino, il mio _chauffeur_:

— Domani, che è domenica, tenete pronto per le nove. Andiamo a P***.
Vedete di arrivarvi per le undici e mezzo.

Perchè questa decisione?

Non so: ma l’idea di sposare una contessina, mi fa sentire un sapore di
alta dominazione. Non ci avevo pensato al sangue blu. Vedo l’avvenire
quando avrò sposato la contessina. Naturalmente, da principio, lei non
mi ama. Mi ha sposato, perchè è povera. È stata comperata! È delizioso
comperare una contessina. Si aggira altera, disdegnosa, per questo
appartamento. Ma io sono pieno di riservatezza e di delicate premure;
non domando niente, attendo! Finchè un bel giorno la contessina mi dice:
«Ginetto Sconer, voi siete la perla degli uomini, l’ideale dei mariti.»
Come nel «Padrone delle Ferriere». È strano: ma con quell’affare dello
_champagne_ di Maioli mi sono creata in testa un’imagine di donna
bionda. Ma forse è anche l’effetto dei romanzi di Lionello. Quando
quell’uomo lavora le donne nella padella dell’arte, le gonfia così bene
che non si possono dimenticare.

Maioli è un mirabolano; e chi sa invece che roba sarà questa contessina
di provincia, senza soldi. Comunque, ho fatto una _toilette_ anche più
accurata, e mi sono messo molto denaro nel portafogli. Perchè? Perchè mi
pare di andare a comperare la contessina. Se è il caso, ordineremo un
letto gemello, e ci faremo mettere sopra un arazzo col bambino Gesù. Del
resto, è un lusso che mi posso permettere.

Il viaggio è stato bellissimo; la mia potente _limousine_ filò nel sole
di maggio, entrò in P*** alle undici e tre quarti: si è fermata, fra la
ammirazione dei buoni provinciali, davanti alla pasticceria della
Maddalena, indicata da Maioli.

Maioli era proprio lì che prendeva il vermut.

— Oh, caro, caro, amico — mi fa —. Mai più pensavo di rivedervi così
presto.

— Noi uomini di affari siamo di una puntualità tedesca.

— È questa la vostra automobile?

— Sì, ma non quella del Pinturicchio. Essa è riservata per lei, se le
cose andranno bene.

— Volete — mi dice con tono misterioso — che andiamo in chiesa? Fate a
tempo a vederla mentre prega. È un punto di vista interessante.

— Preferisco qui alla pasticceria.

— Allora vi presento il proprietario: uno dei grandi artisti dell’arte
dolciera: burro autentico, marmellate di vera frutta. Nel fare i conti
farfuglia un po’. Non dice chiaro che il totale. Ma ecco che la messa è
finita.

— Come lo sa, conte?

La risposta è data da uno sciame di signorine che fanno irruzione nella
pasticceria. Gran fruscìo, gran cinguettìo. Si girano tutte su le
sottanine gonfie; son tutte fiorite; tutte stanno diritte su le scarpine
lucide: in alto dondolano pennacchietti. Si spande odore di vestine
fresche. Dietro vengono le mamme nere, che dicono: «Adagio, adagio,
bambine!». Libriccini di preghiere sono deposti sui cristalli delle
vetrine: piccole manine; manine nude, manine guantate spuntano; occhioni
si spalancano; pacchettini dei dolci si formano. Ne mangiano anche col
permesso di mamà. Allora graziose bocchine si aprono. «Io prendo un
cannoncino con la cioccolata. Tu, Mary, prendi un africano? Questo
_bigné_ come è buono! Oh, le sfogliatelle fresche!» Sgretolano con i
musini in avanti le sfogliatelle e con le manine scuotono le schegge
dalle vestine. «Dio, che straordinario! Come ha parlato stamattina!
Vero, mamà, che adesso va a Roma?»

«Sì, carina, ma bada che ti sbrodoli tutta col _bigné_». Sono tutte
piene di entusiasmo; e io non capisco bene se per i _bigné_, le
sfogliatelle, o per qualcos’altro. Perciò domando a Maioli:

— Di che parlano?

— Di un predicatore forestiero che ha tenuto una serie di conferenze
nell’oratorio del duomo su la missione della donna. Oh, c’è ancora della
religione qui a P***.

Altre signore, signorine entrano. Improvvisamente io dico: — Questa è
lei.

— Avete indovinato — dice Maioli con solennità.

Un’irradiazione d’oro è entrata. È maggio, ma la luce è aumentata, come
dice Lionello. È lei! lei! Ha la veletta. Ma il mio cuore fa _tac!_ Una
mano solleva la veletta che si posa sul naso. Dio, che naso
aristocratico! L’altra mano prende un _marron glacé_; la bocca si apre,
il _marron glacé_ scompare. Felice _marron glacé!_

Stringo la mano al conte in silenzio. È commosso. Anch’io!

Ma ecco, le signorine si fanno attorno alla contessina.

Una, due parlano: tutte parlano. «Sì, sì, sì, contessina: vogliamo lei
presidentessa del comitato per le onoranze al padre. Sì, sì, sì».
«Bisogna fare però due comitati» dice una vocina. — «No! Un comitato
solo» dice un’altra vocina. — «Ma impossibile — esclama quella dal
_bigné_ — che io stia in un comitato dove c’è anche la mia sarta. Vi
pare?»

Sento la contessina che risponde gravemente: «Signorine, io sono
desolata, ma le prego di dispensarmi. Oh, in modo assoluto.» Ma come
ella s’accorge della presenza di Maioli, «Ah, _pardon!_» e in un momento
si disimpegna da quelle signorine, e la vedo apparire dritta davanti al
nostro tavolo. Il suo volto, prima così serio, ora che ella volta le
spalle alle signorine, si scompone in una smorfia di marioleria.

— Auf! Grazie, caro Maioli — dice — di avermi liberata da tutte quelle
mimose pudiche. Ora sono tutte in vibrazione per il predicatore.

— Donna Ghiselda, cara donna Ghiselda, ma che piacere! — diceva Maioli
agitando per la emozione la zazzera d’argento. — Ho però inteso dire che
è un predicatore molto valente.

— Ma sì: un pretino discretamente abile, che sa fare del _pathos_. Ha
condotto per tutto questo mese di maggio le matrone e le mimose pudiche
a rabbrividire sui margini del peccato. Certe storielle di Abelardo e
Eloisa, di Ruth e Noemi le ha saputo presentare con garbo. Adesso le
signorine ripetono: _dovunque andrai tu andrò io, e dove starai tu, ivi
pure starò._ Sono già venute da me a domandarmi la Bibbia. «Proibito,
signorina!» «Abelardo e Eloisa». «Più proibito ancora». Mai più prestar
libri! Ne ho avute abbastanza di noie quella volta che diedi da leggere
«Madame Bovary». Ah, ah, ah!

Io naturalmente ero balzato in piedi con rigidità militare. Confesso che
rimasi sconcertato, perchè anche il vestito di lei era sconcertante. Non
rispondeva alle ultime esigenze della moda, eppure non era provinciale
come quello delle signorine. Ella era alta, più alta delle signorine:
eppure era al livello delle signorine!

Si, era un arciero del Cinquecento; ma ben inteso che si capiva, ahimè!
che era un’arciera.

Che età! Mio Dio, che età? forse venticinque, forse trenta. Ma è certo
che anche visto da vicino, il di lei volto non temeva l’analisi del mio
acuto sguardo.

Quando ella finì con quell’ah, ah, ah! mi venne in mente lo squillo
metallico del mio Bechstein, e dissi a me stesso: «Ginetto, sta in
gamba!»

Disse Maioli:

— Donna Ghiselda, si accomodi, la prego.

— Un momentino solo, perchè aspetto mamà.

— Permetta intanto che le presenti il mio buon amico cav. Ginetto
Sconer, arrivato adesso adesso con la sua automobile da Milano.

Io allora ho fatto un inchino protocollare, e ci siamo seduti.

— Guardavo bene — disse la contessina — di chi poteva essere quella
_limousine_: ah, è sua?

— Con l’onore di servire.

Ho subìto un rapido interrogatorio da parte della contessina, su la mia
automobile.

— Nuovo modello, sì, contessina. 16-24 HP, messa in moto automatica,
luce elettrica.

— È la prima volta che viene a P***?

— Ci sono stato altre volte, ma non mai in così fortunata occasione.

— Allora lei conoscerà le antichità artistiche di P***.

— Mi dispiace — ho risposto — ma la di lei presenza mi esonera dal
conoscere le antichità artistiche di questo paese.

La contessina torna ancora a fare, ah, ah, ah! Poi dice:

— Molto galante il signore.

— Contessina — rispondo gravemente — io sto sul terreno della realtà.

— Lei viene da Milano?

— Direttamente.

— Ha molte relazioni con artisti a Milano?

— Lionello....

— Ah, lei conosce Lionello? Delizioso, delizioso, delizioso!

(Fortunato Lionello! Dovunque io vada, tutte le signore lo chiamano
«delizioso»).

— Con qualche riserva — dico io.

— Sarebbe a dire?

— Non oso, signorina.

— Osi liberamente.

— È un po’.... un po’.... Come dire? In certe situazioni dei suoi drammi
è un po’ audace....

La contessina ripete, ah, ah, ah, in modo sconcertante per me.

— Ma in arte, caro signore — mi dice — non usa più menare il can per
l’aia per trecento pagine. Fa dispiacere a lei? È moralista forse lei?

— Me ne guardo bene.

Mi scruta un po’, e poi mi domanda:

— Lei è artista?

— Sì, signora! Artista della bellezza.

Allora parlò Maioli e disse che io sono gerente della Casa X*** e
compagni. — Un uomo mercantile, pur troppo! Ma che farci? Oggi il mondo
cammina così.

La contessina ripetè i suoi ah, ah, ah!, in modo quasi offensivo al mio
confronto.

Io sono molto _gentleman_ con le donne belle, salvo a rifarmi con le
donne brutte; e perciò non rilevo la sconvenienza di quegli _ah, ah,
ah_; ma al signor Maioli dico: Gli _uomini mercantili_, prego notare,
sono essenzialmente energetici e valgono per lo meno come i pittori e i
poeti, in quanto costituiscono la piattaforma, solida e nel tempo stesso
girevole, su cui passa tutto il treno della civiltà. _Sleeping car_,
prima classe, terza classe, e anche carro bestiame. Capisce lei?

Io ho parlato con energia.

La contessina si fa seria e dice:

— Ma è molto intelligente il suo amico, caro Maioli.

— Certo. Ogni uomo che arriva al milione è intelligente, pur troppo! —
sospirò ancora Maioli.

— Oh, Maioli, — dissi io — il milione! Si diceva una volta. Ma oggi che
cosa è il milione? Appena quanto basta ad un modesto ritmo della vita.
Ma cos’è il milione, cos’è il miliardo rispetto alla divina bellezza?
l’epifania della bellezza, come dice Lionello? Nulla! Un’entità
evaporante.

— Ma è molto simpatico questo suo amico, caro Maioli — dice la
contessina.

— Un uomo felice — dice Maioli.

— La felicità è un dovere — dice la contessina.

— Questo mi piace, — dico io. — Benchè da mezz’ora a questa parte, io
non so più se sono felice o infelice.

— Sarebbe a dire? — domandò la contessina sconvolgendo in modo tragico
tutto il suo volto.

— Non oso.

— Ma lei non osa mai!

— Ebbene, contessina, la di lei conoscenza....

Il volto tragico si scompone in un volto comico e torna ancora a fare
ah, ah, ah! Questa donna è sconcertante.

                                   *

— Oh, ecco mamà — esclamò di scatto la contessina.

Una carrozza si era fermata alla porta della pasticceria.

Donna Ghiselda si levò, e corse alla porta.

Si alzò anche Maioli per andare alla porta ad ossequiare la vecchia
dama. Io rimasi lì, solo, e aprii il libro da messa, che la contessina
aveva posato sul tavolo, quando mi sentii dire:

— Ah, ma lei scopre i miei segreti. Lei è molto curioso.

Era la contessina, balzata ancora verso di me, per riprendere il suo
libro da messa.

— _Pardon_, — dissi.

— Vuol vedere? Perchè lei è curioso, vero?

Aprì ella stessa il libro, e io lessi: Paul Verlaine: _Confessions_.

— Conosce?

— Mi dispiace....

— Poesie religiose, o quasi.

                                   *

Ho accompagnato anch’io la contessina alla porta. Un _coupé_ nero era lì
fermo: dentro al _coupé_, una figura argentea imponente: la contessa
madre. Ma la nuova presentazione non potè essere fatta che in modo
sommario perchè quella signora è sorda. La contessina salì, lo sportello
fu chiuso: noi ci inchinammo.

— Ah, Maioli — disse d’un tratto la contessina sporgendo la testa mentre
la carrozza girava, — lei potrebbe combinare col signore una gita per
visitare i monumenti artistici.

— Quale onore! — esclamai.

Un vecchio cavallo nero, coperto di vecchi finimenti, stemmati
d’argento, levò un piccolo trotto, e il _coupé_ si avviò.

— Povero Grifone! — esclamò Maioli.

— Chi è Grifone?

— Il cavallo della contessa madre.

— Quel cavallo — dissi io — deve avere conosciuto i tempi eroici della
famiglia.

— E che tempi, amico! — sospirò Maioli. — Voi non avete che intravveduto
la contessa madre! È stata una delle donne più affascinanti e, diciamo,
più radio-attive che io abbia conosciuto. Ma _ancien régime!_ Ah, mio
buon amico, chi non ha conosciuto l’_ancien régime_, non sa, come diceva
il principe di Talleyrand, cosa è la gioia di vivere. Che donna, la
contessa madre! Io la avevo definita: «un mazzo di rose in un
confessionale». Bello, eh? Il suo salotto desta malinconia di ricordi
negli uomini della mia età. Eravamo in pieno romanticismo allora, e
tutti i giovani erano cavalieri.

— E la contessa era al servizio della cavalleria.

— Come siete sempre plebeo, caro Sconer, nelle vostre espressioni! Voi,
d’altronde, non potete ignorare che una donna di grande bellezza non può
sottrarsi a certi doveri inerenti alla sua stessa bellezza.

— E la figlia, non c’è pericolo, caro conte, che cammini su le orme
materne?

— Lodo la vostra previdenza; ma escludo, e per una ragione semplice:
perchè Ghiselda è essenzialmente un’intellettuale.



               VIII. — GLI AMORI EROICI DELLA CONTESSINA.


Ho pregato Maioli di salire in automobile e venire a fare colazione con
me all’albergo.

L’albergo dell’Aquila d’Oro, dove io, passando, avevo preso alloggio,
era un edificio tetro e solitario, come è solitaria e tetra tutta la
città, tranne quel pezzetto del Corso.

— In questo albergo hanno alloggiato Giuseppe II, Carlo di Borbone,
Carlo Felice.... — diceva Maioli.

— Si vede — dissi io — che quei signori, a quei tempi, avevano poche
pretese.

Finalmente comparve nel salone da pranzo un cameriere con un _frac_
preistorico e Maioli dà lui gli ordini al cameriere.

— Avete i tortelloni di ricotta col ragù? Benissimo. Ma fumanti! E dopo,
cosa preferite, Sconer, un’_omelette_ coi tartufi, o le costolettine di
vitello col prosciutto? Sono specialità di P***.

Quando arriva il piatto fumante dei tortelloni col ragù, gli basta una
severa occhiata per sincerarsi che tutto è proceduto con ordine.

— Senza precedenti, eh? — disse allora Maioli filando con grazia nella
sua bella bocchina il primo tortellone tutto lagrimoso di burro.

— Che cosa? I tortelloni?

— No! Donna Ghiselda. Dite la verità: voi non credevate, Sconer.

— _Mica male._ È impressionante anche per uno che viene da Milano. A
sciogliere quei capelli viene giù un Niagara di biondo.

— Ma poi la resistenza! — dice Maioli. — Vedete, le vere bellezze sono
quelle resistenti, organiche, di razza. E avete osservato? In donna
Ghiselda voi avete la fusione del rettilineo col curvilineo;
dell’evanescenza con la consistenza; della beltà classica con il
capriccio moderno. E il modo come cammina? Adesso queste donnette
borghesi camminano a passo artefatto. Ma Ghiselda è naturale, come una
berlina a otto molle del buon tempo antico, e nel tempo stesso è ritmica
come se genietti nascosti le segnassero il passo al suono di gighe e
violini. La vera bellezza, vedete Sconer, ubbidisce sempre ad un ritmo
in tutti i suoi movimenti. E le estremità? Amico, avete osservato le
estremità? A Venere callipigia date due piedoni, e Venere è rovinata.
(In questo punto entrarono le costolette col prosciutto. Maioli si
arrestò, esaminò le costolette: sì, anch’esse erano in regola, onde
proseguì:) Le estremità, amico! questa disperazione della natura, della
pittura, e, diciamo, della borghesia. Vedete, Sconer, io ammiro il
progresso moderno di una mano curata dalle _manicure_. Ma sa di
meccanico. Io non posso imaginare una dea che ricorre alla _manicure_ e
alla _pedicure_.

— Conte — dico — forse la contessina è un po’ troppo imponente per me.

— Mi aspettavo questa vostra obbiezione. Badate intanto che quelle
bertuccine in formato _pocket_, rappresentano una degenerazione. Nel
caso poi di Ghiselda, io vi spiegherò perchè vi pare imponente: perchè
voi non siete abituato alla maestà della razza. Ma avete osservato come
ride?

— Sì, ho osservato. Non si capisce perchè fa sempre ah! ah! ah! Pare che
prenda in giro la gente. Però mi piace, perchè pare che abbia delle
perline in gola.

— E gli occhi, mio buon amico? Stupefacenti.

— Gli occhi, infatti — dico io — sono eccezionali. Forse un po’ di
_maquillage_, ma non mi dispiace.

— E ciò è prova del vostro buon gusto — dice Maioli —: i ritocchi al
volto delle signore erano già in uso al tempo degli Egiziani. E la
intelligenza di Ghiselda? Essa era destinata, in altre età, a lasciare
impronta di sè nelle storie. Ma se Ghiselda vi farà onore di essere
vostra moglie, la vostra casa sarà il _rendez-vous_ delle più spiccate
personalità dell’arte e della politica.

— Vediamo, caro conte, di non precorrere gli avvenimenti. Piuttosto
sarebbe interessante sapere come mai la contessina, in un’età di
primavera alquanto avanzata, sia ancora signorina.

— Ma è naturale, scusate! Pretendereste forse che potesse amare un uomo
comunale? In relazione poi alla domanda che mi fate, vi dirò che
Ghiselda ha consumato, pur troppo! i suoi anni migliori in una passione
infruttifera verso un giovane che dava grandi speranze di sè.

— Conte — interrompo io — questa cosa mi pare grave.

— Niente _grave_, perchè in donna Ghiselda tutto è puro. Si tratta di un
amore eroico!

— Allora proseguiamo.

Maioli con la linguettina libò il bicchierino della _chartreuse_, ma
invece di proseguire, mi rivolse questa domanda:

— Sapete, è vero, quale è il male maggiore di cui soffre l’Italia?

— Che non sa farsi la _réclame_.

— Questo è poco serio, Sconer! Il male d’Italia è che manca
un’aristocrazia! è che le forze sane della nazione non sono organizzate
contro la canaglia! Ci siamo, è vero, noi nobili, che abbiamo
sacrificato i nostri interessi per l’Italia; ma questa è la gratitudine,
che, se si parla, dicono: «Taccia lei, che è un reazionario!» Per
vivere, bisogna che noi non ci facciamo sentire. In questo paese, poi,
la canaglia è peggio che a Milano, che a Torino, che a Bologna, ed è
tutto dire! Basta, un giorno comparve fra noi un uomo di genio. Genio?
Ohimè! Noi l’abbiamo creduto! Parlava benissimo; affrontava la canaglia
con apostrofi magnifiche: «I miserabili, capaci soltanto di puntellare
le porte per cui deve passare l’uomo di genio! Bestie da soma che valete
solo a portare il peso della gloria della nazione! Nessuna tregua con la
canaglia! Se la canaglia andrà al potere, la prima cosa che farà, sarà
di innalzare la forca per noi. Innalziamola noi per loro, finchè siamo a
tempo». Bello, eh? Ma il genio vero non era lui, era Ghiselda! La cara
fanciulla ha dato tutto per la gran causa. Lei era la Ninfa Egeria di
lui! Ce ne siamo accorti al tempo delle elezioni che lui non era un
genio. Quella lotta elettorale è stata un vero disastro, mio buon amico.

— Questo lo credo. Per me in politica è indifferente tanto la _omelette_
coi tartufi quanto le costolettine di vitello col prosciutto, ma nel
primo caso ci vogliono le uova, e nel secondo ci vuole un vitello.

— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che voi avete fatto fiasco perchè siete fichi
secchi....

— Oh! oh oh! — esclama Maioli, scandalizzato. — Noi potevamo affrontare
un colpo di spada, ma non un’artiglieria di fango!

— Dopo ci si lava — risposi io. — Li fabbrichiamo noi i saponi. E ci
andò di mezzo anche la contessina?

— Terribile, mio buon amico! Terribile! Allusioni su le loro sconce
gazzette, frasi da trivio, e durante le elezioni persino cartelloni
impudichi sui muri. Quella gente ignora la cavalleria. La poverina non
si poteva più far vedere per le strade; ed io, uscendo la mattina di
casa, mi sentivo tremare le gambe.

— E l’amore per quell’uomo di genio?

— Scomparso! Voi capite che quando un uomo di genio fa fiasco, non è più
uomo di genio. Povera fanciulla! Il popolino diceva che era stata lei a
rovinare lui. Vi basti sapere che si è dovuta appartare per qualche
tempo nella magnifica villa di famiglia: le Cipressine.

«Maioli — mi diceva — è terribile! Io sono disperata. Pur di non vivere
più a P***, sposerei il primo che mi càpita.»

— E allora avete pensato a me — dissi io.

— Sconer! Sconer, voi mi offendete! Invece vi dirò che dopo qualche
tempo Ghiselda si tranquillò: un’altra forma di attività la assorbì
totalmente. L’arte, amico. Ah, sublime, sì, l’arte! Voi non potete
capire, ma sublime.

                                   *

Mentre così parlavamo si udì un _plaf ciac_, nella sottostante via
silenziosa.

Maioli quasi mi rovescia tavola e stoviglie per affacciarsi al balcone.

— È lei. Venite. Presto. Ah, è troppo tardi. È passata! Tuttavia venite,
venite; ammirate la parte posteriore, Venere callipigia.

Mi affacciai: ebbi appena il tempo di vedere la contessina, vestita da
amazzone, che svoltava via con un cavaliere monturato.

— Ma con chi è?

— Con suo fratello, il conte Desiderio, tenente di cavalleria.



                         IX. — GITA ARTISTICA.


La notte mi sono sognata la contessina. Io ero un pascià, come si vede
in quel quadro dove c’è un pascià turco sul trono che compra le schiave
nude. Io comperavo Ghiselda: palpavo, esaminavo bene. Davo a Maioli, che
era il negriero, un numero considerevole di quei fedeli amici che sono i
biglietti da mille. Lei era umile e muta, vestita soltanto con la sua
capigliatura: una cosa da fare impazzire!

Mi stavo vestendo al mattino, e il cameriere mi recapita questo
biglietto: «Caro Sconer, donna Ghiselda vi fa l’onore di esservi guida
nella visita ai monumenti e dintorni. Tenete pronta automobile ore
quattordici. Maioli».

«E va bene — dico —. Passeremo una bella giornata».

Macchè! Mi hanno fatto consumare due latte di benzina, col prezzo che
costa oggi, e non mi sono divertito niente.

Ecco come sono andate le cose.

Alle due mi vedo arrivare la contessina, Maioli e un terzo individuo:
una specie di nanerello, che mi arrivava appena alla spalla, con un
abito sport, color kaki.

«Cioccolani,» mi dice la contessina, presentandomi costui. Soltanto
Cioccolani! Il nanerello si limita a piegare la testa, come se gliela
avessero tirata giù controvoglia con lo spago. Maioli mi spiega che quel
signore mi onora di essere la guida artistica. E va bene. Dico: «prego,»
e lui non si fa pregare: prende posto accanto alla contessina, e prende
il comando lui dell’automobile.

Si comincia il giro artistico: chiese, battistero, chiostri, palazzi,
conventi, ecc. Ecco, dirò: a me non importava niente di vedere queste
cose, ma già che la proposta veniva da loro, cortesia voleva che
avessero dovuto dare le spiegazioni. Invece, come se io non ci fossi
stato! In ogni luogo dove andavamo, gran discussioni fra di loro, tanto
che una volta venne fuori un prete a sgridare.

A me dicevano: «Guardi lì! Vede questo? Vede quello?» Intanto nelle
chiese è tutto scuro e non si vede niente: e poi a me cosa importava? Il
bello poi era questo che, quando Maioli mi diceva: «Guardi in su,
divino, ah! giottesco, oh! Pinturicchio, abside» che so io, sentivo loro
due che ridevano, e lui che ripeteva: «Dinamite, dinamite!»

Mi accosto e guardandolo dall’alto della mia persona, gli domando: —
Dinamite, e perchè? — Egli leva verso di me la sua faccia impertinente e
dice: — Per buttar giù tutti questi cimiteri del passato, che mettono il
loro _tabù_ su l’avvenire. Lei è forse di opinioni contrarie?

— Si figuri! Per me si accomodi pure. Anche noi, a Milano, abbiamo i
futuristi che la pensano come lei.

— Superati, oramai — mi risponde.

— Ah, benissimo.

— Sconer, Sconer, — mi dice Maioli commosso — guardi lassù quel
trittico. Divino, oh!

— Non si metta a piangere, Maioli, e mi dica piuttosto: quella _mezza
cartuccia_ chi è?

— Un artista.

— Un architetto?

— No.

— Un pittore?

— No: un poeta.

— È del paese?

— Una gloria paesana.

— Ma cosa fa? come vive?

— Un grande poeta.

Questa è stata la gita artistica ai monumenti. A me fu riserbato
l’ufficio di dare le mance.

                                   *

Dopo, è venuta la gita pei dintorni. Lui, la guida artistica, dà gli
ordini. Era quasi piacevole sentirlo, con una calma che pareva lui il
proprietario dell’automobile, comandare: «Velocità, velocità». E volta
di qua, e volta di là, su, giù, gran velocità. «Velocità! Oh, salire al
Carro di Boote! infrangersi a Vega!» sentivo che diceva alla contessina.
La contessina agitava con la mano una lunga rama di rose, e diceva
anch’essa: «Velocità!»

Un momento, perchè l’automobile è mia.

Biagino, il mio _chauffeur_, era fuori della grazia di Dio. Prendo posto
vicino a lui, perchè se mettiamo sotto qualcuno, chi ci va di mezzo sono
io.

Era supponibile che lì, nella campagna, dovessero andar d’accordo:
perchè la campagna è quella che è.

Ma niente affatto! — La natura — gridava il poeta — bisogna violentarla,
prenderla a calci e a pugni.

— Ma no! accarezzarla — diceva Maioli.

— Ma no, Maioli — dice lei. — Soltanto la violenza è dinamica. _Stop!
stop!_ — gridò poi.

— Fa il piacere, ferma — dico a Biagino. Ci fermiamo.

— Sentiamo lei, signor Sconer — dice la contessina, — che è un’anima,
direi così, vergine: che cosa vede?

— Io?

— Sì, signore — dice la contessina, — che cosa vede davanti a sè?

— La strada, che se non stiamo attenti....

— No, io parlo del paesaggio.

— Ah!

Era verso le sei e mezzo: il sole tramontava con un bel tempo di maggio:
c’erano belle collinette verdi; su le collinette, belle casettine
bianche con le finestre aperte, e una gran pace.

— Cosa vedo? delle case su la collina — rispondo.

— Guardi bene.

— Guardo bene: case su la collina.

— Questa è la prima sensazione — dice la contessina: ma lei si concentri
e avrà una seconda sensazione. In altre parole, se lei fosse pittore che
cosa dipingerebbe?

— Casette su la collina — dissi io.

— Ma non vede — insistette la contessina — qualche altra cosa fluttuare
nell’atmosfera?

— Mi dispiace; ma non vedo.

La guida artistica fece un gesto d’impazienza. Cominciava a diventare
seccante quel signore.

— Scusate — dice Maioli, — anch’io non vedo che casette su la
collina....

— Perchè lei è vecchio — salta su a dire la guida artistica. — Il suo
occhio non è nè più nè meno di una macchina fotografica: lei non ha
sensazioni: lei non vede il movimento vibrante. Le casette danzano in
lento ritmo, ma danzano: le finestre aperte esclamano per la
beatitudine: oh, oh, oh! Bisogna esprimere questa danza e questa
beatitudine. Io per esprimere quelle che quel signore (questo son io!)
chiama casette, farei una teoria di fanciulle ondeggianti in ritmo, che
con la bocca aperta per la beatitudine fanno oh, oh, oh!

La contessina è entusiasta.

— E chi non ha questa sensazione — conclude lui — è un rinoceronte!

Lui parla con Maioli, ma pare che si riferisca a me. Mi pare che sia il
caso di rilevare l’offesa.

— Sì — dico — signore, per me è indifferente o casette o fanciulle. Ma
lei mi sembra che conosca poco la modestia.

— La modestia? Ah, ah, ah!

Tutti e due si mettono a ridere come matti.

Vorrei sapere cosa ho detto da far ridere a quel modo.

                                   *

Questa è stata la gita artistica; per effetto della quale l’anima saggia
di Ginetto Sconer ha preso sempre più il sopravvento. Con quella gita mi
è stato fornito una specie di campionario di quello che sarà la mia casa
quando essa diventerà il _rendez-vous_ delle più spiccate personalità
dell’arte e della politica.

Il giorno seguente prendo le mie informazioni: ed ecco quello che
risulta. La contessa vecchia è stata di una galanteria così generosa che
ha distribuito i suoi favori, oltre che ai cavalieri, anche alla
fanteria di casa: il conte, padre, si è occupato, a Montecarlo, della
liquidazione del suo patrimonio. Il figlio Desiderio, ufficiale di
cavalleria, seguirebbe, se potesse, le vie paterne. Ultima speranza, il
matrimonio con una figlia di un ricchissimo formaggiaio. Ma è sfumato
anche il matrimonio, perchè i genitori della ragazza hanno fatto capire
che in tempo di guerra un ufficiale può morire, e perciò non si fanno
nozze con prospettiva di funerali. Vi è gente che ha ancora la testa su
le spalle.

Rimane il palazzo, coperto di ipoteche, rimane il sangue blu, benchè
molti dicano che il sangue blu del padre non c’entra. Rimane Grifone,
cavallo nero e storico, che, con finimenti d’argento, trascina su la
vecchia carrozza la vecchia contessa.

Quanto poi alla contessina, chi sostiene che le manchi qualche altra
cosa oltre alla totalità del sangue blu; chi si limita alla mancanza di
un venerdì.

Ora anche Ginetto Sconer, per quanto sensibile, ha la testa su le spalle
e, fra le orecchie, il cervello.

— Caro conte, — dico a Maioli — mi dispiace: il matrimonio non è una
lirica ma un poema continuativo. Ho pensato, e rifiuto.

(Esclamazione di meraviglia).

Proseguo: — Potrei dire che la merce non è uguale al campione.

(Esclamazioni di sdegno).

— Ma non è per questo. Lei voleva _cacciare l’articolo_, come dicono a
Milano. Lei mi ha parlato del sangue blu, ma non mi ha mica detto che è
un sangue blu mezzo matto, che non sa cos’è il preventivo, e cos’è il
consuntivo.

— Ma che linguaggio è questo? — esclamò Maioli. — Io vi facevo capitano
della più bella fregata che sia stata varata nell’oceano femminile, e
voi mi parlate di consuntivo e di preventivo.

— Sì, per essere poi silurato!

— Voi siete un uomo glaciale, un calcolatore! ma voi sarete punito!
L’amore concede le sue gioie supreme soltanto a chi è pronto ai supremi
cimenti. Voi siete un pusillanime. Non sarete mai amato, mai!

E mi voltò le spalle.

Quell’uomo è idiota e terribile.



                    X. — LA SIGNORA DALLE CARAMELLE.


Io sono stato _tranchant_, come è il mio solito; però ho molto sofferto.
«Perchè — dicevo fra me, sorbendo un buon caffè alla pasticceria della
Maddalena, deserta in quell’ora, ore dieci del mattino, — sui precedenti
della contessina ci si può passar sopra, ma la mancanza di un
venerdì.... Se l’erede mi viene fuori anche lui senza un venerdì, io
avrò accesa un’ipoteca tremenda su tutto il mio patrimonio, materiale e
morale. Ah, questo no! Ebbene, facciamo le valigie, e torniamo a
Milano.»

Una piramide di _marrons glacés_ attirò la mia attenzione. Ne presi uno
e lo mangiai. Che malinconia! Mi venne in mente il _marron glacé_
scomparso due giorni prima nella bocca della contessina.

Così sono scomparse le mie speranze! Ebbene, onoriamo i defunti, e siamo
sempre cavalieri! Io farò omaggio alla contessina di una scatola di
_marrons glacés_. — Prepari — dico al pasticcere — una scatola di
_marrons glacés_ e altri ingredienti, che lei mi farà il piacere di
recapitare alla contessina Ghiselda.

Forse il dono è un po’ volgaruccio, ma rimedieremo con un biglietto che
esprima con eleganza questi miei sentimenti.

Io ero tutto occupato a _stillare_ il biglietto, e sentivo dalla parte
del banco un confuso discorrere di caramelle, del prezzo delle
caramelle, della crisi delle caramelle, quando d’un tratto fui colpito
da queste parole:

— Sicuro che ne consumo di caramelle! Ogni mattina, quando mio marito
esce di casa, gli metto in bocca una caramella.

Ma chi mai ha proferito queste straordinarie parole?

Chi è la prodigiosa creatura che ogni mattina mette in bocca a suo
marito una caramella? Alzai gli occhi, e vidi una signora in colloquio
col pasticcere: una signora di mezza età, ma ben portante, vestita con
serietà. Mi feci attentissimo.

Il pasticcere lega il sacchetto delle caramelle e lo consegna con largo
gesto alla signora, dicendo:

— E tanti, tanti saluti all’avvocato.... (Questo è il marito, l’uomo
felice). — e tanti saluti anche alla signorina! Le dica pure che se vuol
venire questo settembre a vedere come si fa a fare la cotognata, venga
senza complimenti....

(Ma questa è la figlia, o una figlia! Io sono intuitivo! Se la madre
mette in bocca a suo marito una caramella, si può presumere che anche la
figlia metterà in bocca a suo marito una caramella, o qualcosa di
dolce).

Io sono stupito della mia scoperta.

Rimane da sapere se questa figlia risponde anche alle esigenze
estetiche.

Appena la signora è uscita, domando:

— È un avvocato da potersi fidare il marito della signora?

— Lo può prendere a occhi chiusi, come si prende la moglie.

— La moglie si prende a occhi chiusi?

— Se la prende a occhi aperti, non la prende più.

(Sono intelligenti i pasticceri in questo paese).

Dico:

— Hanno una figliuola bruttina però....

— Oh! Un bottoncin di rosa!

— Ma è piccina, mi pare.

— Era piccina l’anno scorso, ma adesso è cresciuta: le ragazze crescono
come l’erba, notte e dì.

— Non si vede quasi mai in giro, però, questa signorina _bottoncin di
rosa_.

— Di quelle che lei vede in giro c’è poco da fidarsi — mi risponde il
pasticcere, facendo una faccia assai brutta.

                                   *

Assumo altre informazioni: l’avvocato è un buon professionista. Ha lo
studio in casa propria, via X***; ma non abita in città che nei mesi
d’inverno. Per tutta la buona stagione abita con la famiglia in una
villetta a tre chilometri dalla città; viene giù la mattina, ritorna a
casa la sera.

Della sua signora non mi hanno saputo dir niente, nè in male nè in bene.
Allora deve essere una signora per bene; perchè le signore per bene sono
quelle di cui non si sa dire niente.

Quanto alla signorina essa è completamente ignorata.

«Ma è naturale, caro Ginetto — dico a me stesso. — Se la signorina
appartiene realmente alla classificazione del dottor Pertusius, questo
_bottoncin di rosa_ è una violetta mammola, e le viole mammole, stanno
nascoste».

                                   *

Ho sospeso la partenza. Non farò più le valigie, faremo un sopraluogo.
Forse ho trovato moglie!



                        XI. — LA VIOLA MAMMOLA.


Era un bel pomeriggio di maggio, come si legge nelle descrizioni, e io
do ordine a Biagino di fare un giro, piano piano, per i dintorni dove si
trovano le collinette verdi con sopra le villette bianche con le
finestre aperte.

Cerchiamo di individuare quale sarà la villetta della signora dalle
caramelle.

Eravamo ai piedi di una salita e guardavo attorno, quando sento: _drin,
drin, drin!_ e vedo dall’alto della strada venir giù a scatto libero una
bicicletta con sopra una signorina, dritta. Scarta e passa via come un
lampo. — Quella lì è lei! Non l’ho potuta veder bene in faccia, ma
dev’esser lei.

Infatti, dopo un quarto d’ora, ecco che la vedo tornare indietro: ma
questa volta a piedi, e in compagnia d’un uomo: il papà.

Carina! Era andata incontro al suo papà. Venivano su tutti e due, piano
piano, soli soli, parlando fra loro, e non hanno badato nemmeno alla mia
automobile ferma. D’altronde io ero così ben truccato con gli occhiali e
col berretto che non mi avrebbero mai potuto riconoscere.

In faccia non la ho potuta veder bene nè meno allora; ma come figura,
molto carina.

Un po’ faceva _caro_ al suo papà con la manina; un po’ faceva festa
ballonzolando avanti per la via, e poi si appendeva al braccio del papà,
che conduceva lui la bicicletta a mano. Come si dondolava graziosa anche
lei al braccio del papà!

Ho potuto individuare anche la villetta: un che di mezzo tra la casa
rustica e la villa; un cancelletto ben verniciato, un vialetto con
sassolini tenuti puliti. I margini del vialetto sono formati da
alberelli fruttiferi a spalliera; e lungo il vialetto, gran vasi di
limoni. Poi intorno c’è l’orto. Nell’orto vi sono piselli, insalata, ed
altra botanica da mangiare.

Una mattina, presto, ho veduto la signora Caramella che impartiva
comandi a una servetta. _Cocodè, cocodè!_ si avanza una superba schiera
di galline. Non è molto fine tutto ciò: ma si può considerare sotto
l’aspetto dell’_home_ inglese; e allora diventa fine. Del resto, una
signora che attende alla pollicoltura presenta ottime garanzie.

Quanto alla signorina, ho osservato che tutti i giorni, verso quell’ora
del pomeriggio, va incontro al suo papà fin dove arriva il tram con
l’ultima fermata.

Venerdì soltanto la signorina non è venuta.

Verso le dieci del mattino, la servetta viene giù con la sporta a far la
spesa nelle botteghe fuori di porta.

Ho deciso: affronto la servetta. La apposto in una svolta della strada.



                      XII. — INTERVISTA ANCILLARE.


La servetta veniva giù per la stradicciuola fra le due siepi di
biancospino, col cesto della spesa: passo baldanzoso; testa scoperta.

È una ragazza rossiccia, solida, sagomata alla campagnola, con qualche
sovrapposizione di capriccio cittadinesco. Labbra grosse, guance fiorite
di salute, nonchè di bitorzoletti.

Le attraverso la strada e le parlo così:

— Permettete una parola, signorina: in quella villa, lassù, avvengono
cose molto sospette. Si sentono grida; si vedono segnalazioni con
bandiere bianche. Ogni sera, poi, una signorina precipita sino alla
linea del tram a dare appuntamento ad un signore con un plico nero.
Tutte le sere, e non il venerdì. Perchè non il venerdì? Ciò è
misterioso. Voi non ignorate che siamo in tempo di guerra.

La ragazza un po’ si mette a ridere, un po’ ha spavento.

— Lei è uno della questura?

— Tutto può essere.

— Gli strilli — dice — sono della signorina che canta.

— Col piano, canta?

— Senza piano: e la bandiera bianca è la biancheria lavata.

— La biancheria la lava il lavandaio.

— E invece la mia signora fa il bucato in casa. Ma lei quante cose vuol
sapere? Se andasse invece a prendere i ladri, sa quanto farebbe meglio!

(Forse la servetta ha ragione, e muto sistema).

— Sentite: io sono un uomo d’affari e ho bisogno di alcune informazioni
riservate sul conto del vostro padrone; e questo è per voi. — Così
dicendo le presento un bel biglietto nuovo da dieci lire, che la fa
sorridere.

Rifiuta il denaro, perchè del signor avvocato non può dire che bene.

— Ciò vi fa onore, ma il denaro di regola non si rifiuta mai. Dunque la
signorina canta?

— Tutte le mattine come un fringuello.

— Allora non è melanconica la signorina?

— Melanconica? Già che si sta a questo mondo, si deve anche essere
melanconici?

— Mi piace, perchè questa è anche la mia opinione. Dunque allora la
signorina si alza presto al mattino?

— Certamente, perchè la sera va a letto presto. Sì, ma lei vuole sapere
della padroncina e non del signor avvocato.

Lodo la sua perspicacia e la prego di accettare una moneta d’oro. Io
premio sempre la intelligenza, perchè ciò costituisce sempre un ottimo
affare. Però la avverto di non cambiare alla pari perchè le monete d’oro
stanno diventando rarità di museo. L’oro è un metallo prezioso, in
quanto fa sorridere di felicità.

La servetta sorrise anche lei e mi parve disposta a stringere con me un
patto di alleanza.

Domando alla servetta perchè venerdì la signorina non è andata incontro
a suo padre.

— Forse perchè aveva mal di testa?

— La signorina non ha mai mal di testa.

— Forse perchè aveva mal di denti?

— La signorina non ha avuto mai mal di denti.

— Allora perchè ha preso il purgante?

— Ah, signore....

— Potete voi assicurare che la signorina non ha preso il purgante?

La servetta assicura che la signorina non fa uso di purganti.

— Ma lei fa bene delle vaghe domande....

— Vi prego di occuparvi della risposta e non della domanda. Allora la
signorina leggeva venerdì qualche romanzo....

Ah, i romanzi! quella cosa che fa liquefare il cuore!

Dove era stata prima a servire, c’era una signorina che leggeva sempre
romanzi, e lei era chiamata a partecipare alle emozioni della lettura.
Ma la signorina Oretta non legge romanzi.

— Si chiama Oretta la vostra padroncina?

— Sì, Oretta.

— Mai inteso: ma un bel nome. E se non suona il piano, se non legge
romanzi, che cosa fa tutto il giorno?

— Cosa fa? ah, cosa fa? anzi cosa facciamo tutto il giorno? Lo domandi
alla padrona. Non si finisce mai di lavorare in quella casa.

— Allora — dico io — venerdì la signorina Oretta era occupata a scrivere
una lettera all’innamorato.

Oh, che cosa io avevo mai detto! — Bene è vero — osservò la servetta —
che oggi le signorine cominciano a parlare di fidanzati dal tempo delle
sottanine corte; — ma ella mai aveva inteso dalla signorina Oretta
proferire discorsi di fidanzati.

— Voi garantite che non ha fidanzati?

— Ma se ne avesse uno, sarei io la prima a saperlo.

— Allora perchè non è venuta venerdì?

È un segreto che la servetta mi confida dietro promessa di non palesarlo
a persona. Due anni fa la padrona è stata molto male; e durante la
malattia la signorina ha fatto un voto al Signore: che se la mamma
guariva, tutti i venerdì non sarebbe mai uscita dalla sua camera. La
signora è guarita, e lei tutti i venerdì non esce di casa.

— Sa lei, signore, che è una cosa ridicola?

— È vero, — risposi, — ma vuol dire anche che la signorina fa onore ai
suoi impegni, e ciò mi piace.



                 XIII. — SECONDA INTERVISTA ANCILLARE.


Questa signorina Oretta risponde alle esigenze eccezionali del dottor
Pertusius. È un po’ primitiva; ma trapiantata da questo ambiente
rusticano nel mio giardino, ecco, il fiorellino semplice diventerà
fiorellino doppio. Io pregustavo — standomi ancora al mattino nel letto
dove dormì Giuseppe II e tutti quei re — la gioia di questa
trasformazione operata dalla mia mano possente su la semplice Oretta; ed
ella esclamava: «Ginetto, tu mi fai soffrire troppo!»

Però non è bene che tu pensi tutto per te. C’è anche l’erede.

L’erede farà _ua ua!_ e altre cose contrarie all’estetica, farà; ed è un
pretendere troppo che Oretta con una mammella dia a te la sciampagna
eccitante, e con l’altra il latte calmante all’erede. La nascita
dell’erede era decretata; e perciò deliberai una seconda intervista
ancillare.

Questa volta mi recai all’appostamento della servetta in tutto lo
splendore di una _toilette_ primaverile; e perciò la ragazza, quando mi
vide, rimase offuscata, e quasi non mi riconobbe. (Il giorno prima mi
ero truccato in modo indegno).

— Altre meraviglie vi aspettano, ragazza mia, — dissi. — Ma prima di
tutto il vostro nome.

— Lisetta.

— Ebbene, Lisetta, noi siamo destinati a diventare intimi amici. Voi
dovete essere la mia collaboratrice.

— Che dica ben su....

— Ecco di che si tratta.... — Ma la Lisetta aveva, oltre al cestello
della spesa, un involto in un giornale da cui pendevano laccioli.
Evidentemente, un paio di scarpe. — Le vostre, Lisetta?

— No, della signorina.

— Fate, fate vedere.

Guardo. La vista di quelle scarpe, benchè conformi alle idee del dottor
Pertusius, mise una spina nel mio cuore.

— È ben fatto — domando — il piede della signorina?

— Come il mio....

— Oh, ma in proporzioni minori, vorrei credere.

Dal piede risalii con domande riservate alle regioni superiori; ma qui
la Lisetta non seppe darmi che vaghe referenze. Poteva ben dirmi di
altre signorine, perchè portavano camiciole di pizzo che arrivavano
appena a coprire....

— Ho capito. Proseguite!

—.... e poi facevano i quadri plastici davanti alla specchiera; ma la
signorina Oretta porta una camicia lunga come quella di Santa Veronica.
Però brunetta ella è.

— Ma queste scarpe sono da buttar via — dissi.

— Buttar via? Le porto a risolare. Vada, vada a dire alla mia signora
«buttar via». Oggi, poi, col prezzo delle scarpe! Non si butta via
niente: nemmeno la broda dei piatti.

— Oh!

— C’è il maiale in casa.

Un utile animale, ma spoetizzante. Galline in casa, pazienza, ma anche
il maiale....

Comunque dico:

— Ascoltatemi, Lisetta: vi sarebbe uno di quei giovani assolutamente
eccezionali: bello, ricco, come si legge nei romanzi: un perfetto
signore, disposto, forse, a sposare la signorina Oretta, vostra
padroncina.

— È lei forse? — e mi squadra.

— Perchè? Non vi piaccio? Trovereste forse qualcosa da eccepire sul mio
conto?

— Io trovo che lei è un simpatico signore.

— Lodo la vostra intelligenza.

— E poi con un’automobile così bella!

— Così che voi credete, Lisetta, che la vostra padroncina rimarrebbe
favorevolmente impressionata all’annuncio che un giovane ricco,
simpatico, serio, sarebbe disposto ad iniziare serie trattative di
matrimonio?

— Se glielo dico io, mi manda in cucina. Tutte le volte che le ho detto
certi bei pensierini d’amore, lei mi dice: «Lisetta, va in cucina!» Io
direi che lei, signore, cercasse di entrare in simpatia del papà e della
mamma. La padrona se viene poi a sapere che lei è ricco....

— Questo è un particolare interessante! Ma per entrare in simpatia,
prima bisognerebbe entrare in relazione.

— Ah, signore! — esclamò Lisetta battendosi d’un tratto con la mano la
fronte, — se non è che per questo, lei non poteva capitare in un momento
migliore.

— Favorite di spiegarvi, ragazza mia.

— Ha lei osservato, proprio di contro alla nostra casa, una villetta
piccina piccina? È così nascosta dalle piante che già non si vede. Sono
quattro camerine che la signora ha fatto tirar su con le sue economie
per affittarle ammobiliate; e proprio l’altro ieri le sono rimaste
sfitte. Adesso non le racconto come: le basti sapere che la signora è
rimasta imbrogliata di tutto l’affitto, senza contare il resto. Son due
giorni che ha una luna.... Ha pianto persino dalla bile. Bene: lei si
presenta, prende in affitto la villetta, non tira un centesimo sul
prezzo, e lei è accolto in casa come un Dio.

Eccellente idea! Così vedo la signorina _messa in opera_, come si dice a
Milano, senza impegnarmi.

— E scusate, una domanda: l’avvocato che uomo è? Non è mica un uomo
furioso?....

— È tanto buono! — risponde Lisetta. — Alza qualche volta la voce, ma
non ci si bada.

— Se l’affare va, la vostra fortuna è fatta, perchè — tenete a mente —
il sistema della nostra Ditta è tedesco: ricompensare le persone per
quello che rendono.



                   XIV. — IL PAPÀ MIO FUTURO SUOCERO.


Sono andato allo studio dell’avvocato per l’affitto della villa. Ma non
ho avuto bisogno di domandare se c’era.

Se ne sentiva la voce dall’anticamera. Gridava come un’aquila, cosa
della quale ero prevenuto.

— S’accomodi, signore — mi dice lo scrivano, un gobbetto con certe mani
che spiccavano in nero su la carta bianca.

Veramente quando io sento la gente che declama forte, ho l’abitudine di
ritirarmi.

Lo studio è molto in istile con le mani dello scrivano. Accomodarmi?
dove? Il sofà è occupato da due grossi individui di campagna. Clientela
poco distinta.

La declamazione cresce.

Si sente l’avvocato dire: «Affari sporchi, signore, affari molto
sporchi! Nel mio studio tutto è pulito. (Pausa. Ripresa). Ma sì, vada da
chi vuole. Non c’è altra abbondanza che di avvocati».

— Senti come _el ziga_! — dicono i due villani pieni di ammirazione.

«No! — si sente gridare ancora di là, — è inutile che lei _mi dia
dell’olio_. Sa piuttosto? ringrazi se non la denuncio. Esca, faccia il
piacere: esca!»

L’uscio si spalanca e vien fuori un signore un po’ pallido. Passando,
vede la mia distinta persona e dice: «Gli porto un affare che
rappresenta dei buoni da mille e lui dice che gli guasto l’onore. Come
se i buoni da mille fossero _stampigliati_ col bollo d’onore e senza! La
guerra passa e gli affari rimangono».

Non ragiona male, ma io resto impassibile: invece i contadini si guardan
con tanto d’occhi: _Disel da bon?_

Il signore esce.

Vien fuori l’avvocato con una faccia da burrasca, e dice: — Avanti a chi
tocca.

I due villani entrano.

Il mio futuro suocero manca di distinzione.

— Sempre così coi clienti, il suo principale? — domando allo scrivano.

— Eh, quando gli toccano la corda sensibile....

E il gobbetto amabilmente mi spiega la storia del diverbio: si tratta
del salvataggio di una Ditta tedesca, che può esser messa sotto
sequestro.

— Patriotta anche negli affari il vostro principale?

— Sa? — mi dice il gobbetto, — è di quelli che vogliono _sgrandire_
l’Italia.

I villani escono.

Entro io.

Ci sediamo: i nostri due volti si trovano vicini e allo stesso livello.
Lui mi guarda con aria truce; ma io lo domo con la mia abituale
correttezza. Comincio il mio _exposé_ con la mia parola persuasiva ed
elegante. Il suo volto si rischiara, anzi il mio aspetto di perfetto
_gentleman_ gli insinua degli scrupoli nella coscienza. — Badi — mi dice
— che nella villetta non vi sono tutti quei comodi che lei potrebbe
forse desiderare. Non vorrei poi sentire lamentele.

Faccio un gesto di completa assicurazione.

Mi domanda, un po’ dubitosamente:

— Lei ha referenze in città?

Io potrei fare il nome della mia Ditta; ma dico:

— Il signor Maioli.

— Un dignitoso imbecille — dice lui.

— Perfettamente d’accordo. — (Ma non si trattano così gli imbecilli,
signor avvocato! Io li nomino sempre con molto rispetto).

— Il signor Cioccolani....

— Padre o figlio?

— Figlio — rispondo. — Perchè, c’è differenza?

— Certo: il padre è un valentuomo e un ottimo agricoltore: il figlio è
la sua croce. Sono disgrazie di noi genitori.

— Ha anche lei un figlio poeta?

— Per fortuna no. Ho soltanto una figlia.

Vedo che ha qualcos’altro da dirmi, e dice infatti:

— Scusi la domanda: ma la villetta è per lei? Lei mi intende.

Ho apprezzato altamente la sua morale. La morale avanti tutto.

— La villetta — dico — è per mia madre, la quale trovasi presentemente
in cura a Salsomaggiore, e dopo avrà bisogno di aria balsamica e di
perfetta quiete.

(Eventualmente, farò venire la mia governante, camuffata da genitrice).

— Per questo — risponde l’avvocato, — lei non potrebbe fare scelta
migliore.

                                   *

Ci siamo lasciati perfettamente d’accordo.

Tipo diverso dal mio, ma bell’uomo anche lui, il signor avvocato:
solido, asciutto, baffi alla moschettiera: impressionante. Mi fa
piacere: conserveremo così per l’erede tutta la energia della stirpe.
_All right!_ «Egregio avvocato, mettendo al mondo, con la collaborazione
della sua signorina, un erede solido, ordinato, metodico, noi
ingrandiremo l’Italia».



                      XV. — ATTILA, RE DEGLI UNNI.


Stupore!

Esco dallo studio dell’avvocato, e incontro per il corso la contessina
con la madre.

Innebriante! Trionfale! Porta un bastoncino, ha grandi piume, pare la
figura della _Tosca_. Accanto alla sua magnificenza saltellava sui
tacchi lucidi il poeta Cioccolani, come un cagnolino al guinzaglio. Era
anche lui, come me, tutto primaverile.

È prima la contessina a fermarmi per ringraziarmi dei _marrons glacés_ e
del mio bellissimo madrigale.

— Ma si copra, la prego.

Io ero rimasto col capo rigorosamente scoperto, con molta ammirazione
dei buoni provinciali, e soltanto al suo comando deposi la maggiostrina
su la mia lucida capigliatura.

— Ma lor due non si conoscono? — domanda la contessina.

— Mi pare, mi pare, — fa il poeta Cioccolani.

Parlava con l’_erre_ moscio. — Mo’ vada là che mi conosce! — dico io.

La contessina lo scusa, dicendo che lui va soggetto a distrazioni
incredibili.

Bella _maggia_ questo poeta, come dicono a Milano.

— Se lei mi permette, contessina, io devo farle un secondo madrigale: la
sua presenza illumina di vibrazioni moderne queste vie da medio-evo. Il
Comune le dovrebbe dare, almeno, un diploma di benemerenza.

A questo mio complimento la contessina scoppia in una serie di «Ah! ah!
ah!» così squillante che la gente si volta a guardare. Ma lei ride
finchè ha finito. Quando ha finito, mi dice:

— Il Comune? Il Comune socialista qui di P***? Se potesse, mi darebbe lo
sfratto. Dica, dica lei, Cioccolani.

— La fine di Giovanna d’Arco — dice il poeta.

— _Je m’en fiche_ — dice la contessina.

La contessa madre, che ha inteso rumore, si fa tradurre all’orecchio il
mio madrigale, e lo trova molto appropriato. Mi vuole far sapere
personalmente che nell’evo-medio i suoi antenati camminavano per le
strade di P*** come su di un proprio feudo.

                                   *

Ci soffermiamo alla solita pasticceria. La vecchia prende un _mélange_
con molto latte, perchè con molta cioccolata, perchè con molto zucchero,
perchè con molte paste. La contessina prende un tè molto _frappé_: il
poeta solo del gelo, cioè un gelato.

(Io mi sono servito qualche volta di un poeta per fare versi per le mie
_réclames_. Era un uomo spettrale, che beveva liquidi infiammabili.
D’altronde è notorio che i poeti si nutrono di eccitanti).

Manifesto questa opinione: ma non è approvata.

— No, no, no, liquori! — esclama la contessina. — Precisamente il
contrario. Ora poi che Cioccolani è in istato di grazia e di martirio,
guai se prendesse eccitanti.

Domando se il signor Cioccolani sta poco bene.

— Sta creando — dice la contessina.

Mi permetto di domandare che cosa sta creando.

Cioccolani si è irrigidito e non risponde.

— Un poema drammatico — risponde per lui la contessina.

— In prosa o in versi? — domando io.

Il poeta fa una smorfia di disgusto.

— Superato! In prosa lirica — dice la contessina.

— Ah, benissimo — dico io. — E sarebbe?

— L’Attileide, o Attila re degli Unni, ossia la lotta delle stirpi.

— Press’a poco come adesso — dico io.

— Vedete, vedete? — esclama la contessina. — Vedete, Cioccolani, che
capisce anche lui?

(Lui sarei io.)

— Raccontate, raccontate Cioccolani, quante persone vi saranno su la
scena.

— Più di trecento — dice allora Cioccolani: — Unni coperti di pardalidi,
vescovi mitrati, cavalle àvare, nazarei con le cesarie intonse, gli
ultimi legionari romani, le vergini di Santa Genoveffa. La tragedia si
svolge in tre grandi stazioni; la prima ad Aquileja, la seconda sui
campi Catalaunici, la terza in una cattedrale di Pannonia. Sinceramente,
donna Ghiselda, mi sarebbe necessaria almeno una gita ad Aquileja per
qualche studio archeologico: ma adesso le autorità militari frappongono
difficoltà....

— Scusi — mi permetto di osservare, — ma mi pare che Attila re degli
Unni sia un personaggio poco simpatico.

Il poeta non risponde: ma la contessina si infiamma: — Poco simpatico
Attila? Ah! Il magnifico genio della stirpe, il purificatore sublime!

Mi permetto di non capire.

— È semplice — risponde la contessina. — Attila è la _Nemesis_, che
purifica con l’esterminio l’umanità.

— Mi dispiace, ma non posso condividere questa opinione.

— La guerra, egregio signore — dice Cioccolani, — è nient’altro che la
catarsi di purificazione: l’olocausto offerto ai genî oscuri delle
stirpi.

Senonchè a questo punto il poeta Cioccolani mutò voce: — Ma cameriere,
cameriere, venite qui: è inaudito!

Ha trovato una cosa nera nel gelato bianco.

— Cosa c’è in questo gelato? Guardate! — E presentò al cameriere la cosa
nera su la punta del cucchiaino.

Una mosca!

Disputa se è una mosca. È una mosca constatata.

La contessa madre, che finora ha vuotato mezzo il cestello delle paste,
si sveglia e vuol vedere.

— Orrore! Una mosca!

Seconda disputa col cameriere se la mosca era caduta allora, o durante
la mantecazione del gelato.

La contessa madre vuole interloquire e dice misteriosamente: — Adesso
gli operai fanno apposta a mettere le porcherie nelle robe che devono
mangiare i signori.

Terza disputa se è stato quel cameriere oppure un altro cameriere a
portare il gelato. — Ma pretendete forse — dice Cioccolani — che io vi
guardi in faccia per vedere chi è il cameriere che mi serve? Io constato
una mosca. Ignorate, o ignorante, quanti milioni di microbi si
nascondano sotto le ali di una mosca?

Non dice mica male; ma mi pare che si possa risolvere la questione con
l’ordinare un secondo gelato: e così il pericolo della mosca è
eliminato.

— La guerra — riprese Cioccolani immergendo la paletta del cucchiaino
nella crema del gelato, — la guerra è sempre un’opera di purificazione.

— Sarà benissimo. Però scusi, signor Cioccolani — mi permetto di
osservare, — io credo che questa sua tragedia non potrà avere oggi un
gran successo. Qualche anno fa era di moda la Germania, e andava bene.
Ma adesso...! Pensi che questo inverno, a Milano, è uscita appunto una
satira contro la Germania, col titolo a un di presso come il suo... (Ma
cosa hanno da ridermi in faccia tutti e due mentre parlo?)

— Ah! ah! ah! — fa Cioccolani.

— Ah! ah! ah! — fa la contessina.

Mi pare che ridano alle mie spalle.

Quando hanno finito di ridere, la contessina mi spiega: — Ma non è
Attila che vince! Chi vince è Roma, cioè il genio _latino_.

— Allora siamo a posto.

— La potenza della tragedia è immensa, — mi spiega la contessina. — Lei
sa che quando Attila si presentò ad Aquileja, sopra il cavallo, sotto la
cui unghia non crescerà filo d’erba, la cosa era molto grave.

— Lo credo bene.

— I cristiani con qualche secolo di predicazione pacifista avevamo
smobilitato l’esercito delle legioni romane: ma la venuta di Attila
richiama il Papa sul terreno della realtà. Che cosa deve fare il Papa?
Mobilitare! ma che cosa mobilita? Non c’è più esercito. Allora, secondo
una leggenda, popolare anche oggi, ricorre a San Pietro e San Paolo. Ma
che cosa vuole che potessero fare San Pietro e San Paolo? La leggenda
cristiana dice che San Pietro e San Paolo fermarono Attila. Ciò è
assurdo: Attila è il principio antitetico al Cristo: l’uno illumina
l’altro, niente più! Attila, fin che può, va avanti e non indietro. Lei
capisce benissimo che il giorno in cui Attila accetta di farsi frate, la
storia si ferma come un orologio che ha consumata la carica. Mi guarda,
signor Sconer?

Io la guardavo infatti, un po’ inebetito.

— No! non è il Papa con le sue ideologie, — proseguì la contessina, —
che ferma Attila; è una donna sublime, santa Genoveffa, che con la clava
spacca la testa di Attila, e allora Attila capisce subito, ed è anche
fermato.

— Che vorrebbe significare — dico io — che, per persuadere i tedeschi,
non c’è che un mezzo: spaccare la testa.

— Sì! sì! sì! Vedete, Cioccolani? Capisce anche lui. Capiranno anche le
turbe.

(Lui sarei sempre io. Non è lusinghiero).

— Scusi, contessina — domando, — Attila è veramente morto così?

— Attila veramente è morto in un congresso carnale in Pannonia; ma è
stato Cioccolani a ricavare da questo fatto comune un altissimo
significato simbolico.

Cioccolani è commosso, benchè silenzioso. Io mi congratulo con lui.

— Lo rappresentano a Milano questo dramma?

— A Milano? — dice allora Cioccolani. — Questo dramma non può essere
rappresentato che a Roma, il centro della latinità.

— È il dramma — dice la contessina — che deve destare l’anima delle
turbe romane.

— Questa — mi permetto di obbiettare — credo che sia una cosa difficile,
commuovere i romani.

— L’arte può tutto!

— Allora non parliamone più.

A questo punto Cioccolani guarda l’orologio sul braccialetto e dice: —
Sono le undici. La messa è già cominciata. Venite, basilissa?

— Mi dispiace; c’è mammà che è un po’ debole.

(Mi ha vuotato un cestino di paste e la chiama debole!)

Il poeta se ne va.

— Anche il signor Cioccolani è così religioso?

— Veramente Cioccolani — risponde la contessina — va a sentire la messa
cantata per inspirarsi per il terzo atto dell’_Attileide_. Vedete,
Sconer: la messa cantata contiene elementi lirici e drammatici di
primissimo ordine che agiscono su le turbe. Le turbe non capiscono
niente, ma si muovono con la suggestione lirica. I versi di Cioccolani
sono come la messa cantata: non sono versi, sono ponti lirici, su cui le
turbe devono passare. Devono! Il brivido panico, il furore dionisiaco
investe le turbe, e passano là dove vuole il poeta. — Qui la contessina
si fermò, guardò con occhi strani, e poi disse: — Ah voi, ma che dico
voi, nessuno può comprendere quale tragedia interiore si è svolta
nell’anima di Cioccolani, e anche nella mia!

Non capisco; e si deve vedere che non capisco, perchè mi domanda:

— Conosce lei i _Canti Ermetici_ di Cioccolani?

— Mi dispiace....

— È stata la sua prima affermazione lirica: il suo cervello è radio!

(Un milione al grammo!)

— Ebbene, i _Canti Ermetici_ sono passati inavvertiti in Italia.
L’Italia ignora Cioccolani! Ma non è ignorato in Germania: in una
_Geschichte der jungen futuristichen italienischen Literatur_,
Cioccolani è elencato tra i guerrieri più audaci, _die tapfersten
Soldaten_ che hanno spezzato il marmo sepolcrale della tradizione. Lei
capisce benissimo che unicamente per questo fatto Cioccolani conserva un
obbligo di gratitudine verso la Germania....

— Scusi, contessina, anch’io sono sempre stato in ottimi rapporti con le
ditte tedesche, ma mi sembrano un po’ macellai.

— È la caratteristica dei grandi popoli, — risponde con indifferenza.

Io guardo quel suo volto con sempre maggior stupore. Ella, mentre così
parla, prende con la mano la tazza del tè: con voluttà versa il
contenuto giù nella gola. Sento un gorgoglio. Con la lingua ripassa su
le labbra. Tè, liquore, sangue: quella donna mi pare avida di voluttà.

— Inoltre, — riprese ella, — noi amiamo la Germania; noi invidiamo (lei
naturalmente non lo andrà a riferire) questa _élite_ di guerrieri, di
politici e di scienziati, che fanno marciare tutti i senza-patria del
mondo in servizio dell’unica patria germanica! Ebbene, noi abbiamo
sacrificato questi nostri sentimenti personali, io e Cioccolani: e siamo
al servizio d’Italia, di questa democrazia che è il regno
dell’incompetenza. Questa è la nostra tragedia! Ma cosa vuole? Noi siamo
nobili e il nostro dovere è di sacrificarci.

È strano! Ma anche avendo un cervello ordinato metodico come è il mio,
viene un senso di capogiro. Desidero prendere commiato.

— Torna a Milano? — mi domanda.

Dico alla contessina che ho preso in affitto, per la mia genitrice, un
piccolo _chalet_.

— Verremo una sera con Cioccolani e le faremo conoscere i _Canti
Ermetici_.

— Contessina, scusi, quel _basilissa_ che dice Cioccolani, cosa vuol
dire?

— Parola bizantina, vuol dire _regina_.

                                   *

Finalmente sono solo. Vado in cerca della mia anima. Oh, povero Ginetto
Sconer! E io stavo per sposare quella donna così istruita. Ma io sarei
finito in una casa di salute!



                          XVI. — CANI E GATTI.


Il giorno ventisei del mese di maggio ho preso possesso della villetta.
Vi trovo madre figlia e servetta che sfaccendano ancora nelle ultime
operazioni di raddobbo.

La mia presenza, di perfetto _gentleman_, incute un po’ di soggezione.

— Ci dispiace che ci trovi così — dice la signora, — ma gl’inquilini che
c’erano prima, hanno lasciato una casa, una casa....

Mi fa poi osservare la disposizione delle camere; ma a me importa la sua
disposizione. Solida! Anzi dirò che se fosse messa con civetteria e non
dovesse diventare mia suocera, vagheggerei che ella non fosse uno dei
casi di fedeltà coniugale debitamente constatati.

Mi dice:

— Questa camera, la più grande, la riserbiamo per la sua signora madre.

— Perfettamente.

— E adesso, Oretta, bambina mia, dà al signore la consegna. Hai fatto
per benino la nota di tutto? Sa, per regolarità.... Lei, se vuole, può
confrontare.

Lodo la sua regolarità amministrativa, ma presento la mano guantata: —
Prego.

In quella occasione sento per la prima volta la vocina della signorina
Oretta:

— Sì, mamà, — e levò dalla tasca del grembialetto un foglio piegato in
quattro, e mi porse _la lista degli oggetti casalinghi consegnati, oggi,
ventisei maggio, al signor...._

— Ci manca il nome che non lo sapevo.

— Cavalier Ginetto Sconer.

È un po’ mortificata.

Il mio sguardo penetrante passa dalla lista degli oggetti casalinghi,
bicchieri, piatti, posate, alla lista del di lei volto: capelli, naso,
bocca, ecc.

Ma ella non resiste a lungo al mio esame: i suoi occhi devono essere di
quelli secondo la prescrizione del dottor Pertusius perchè si turbano
subito, e dice:

— Scusi _bene_, se non è scritto bene....

— Oh, benissimo. Bicchieri, piatti, posate.

Certo non è quella scrittura vibrante delle signorine della buona
società: è una scritturina come lei, e anche la voce è come lei: una
tranquilla cantilena, un po’ provinciale. Il volto è regolare, anche
troppo, perchè non ha nessuno di quei motivi decorativi su cui il
desiderio si impiglia. È così liscio che anzi il desiderio vi scivola.
Gli occhi non hanno specialità: due semplici occhi! Il petto non offre
rilievi visibili: ma certamente si formerà, perchè la madre autorizza le
più lusinghiere speranze.

Molto notevoli sono invece i capelli di un nero _nubian_. Se non fossero
lì, tirati, tirati, se ne potrebbero ricavare effetti di primissimo
ordine.

«Ci sarà molto da fare per ridurvi all’altezza della situazione, il
giorno in cui anche voi, signorina Oretta, amabile oggetto casalingo,
sarete regolarmente consegnata al cavalier Ginetto Sconer»; ma in questo
punto delle mie meditazioni sento qualche cosa che mi fruga dietro, sui
calzoni.

— Eh, ma cosa c’è? — dico facendo un salto indietro.

Una testa tremenda era attaccata ai miei calzoni. Era un cane di
proporzioni colossali.

— Oh, non fa niente, signore; Leone, Leone, vieni qui.

(È il cane della signorina. Veramente, non mi sarei pensato che anche
questa signorina avesse la specialità del cane).

— Non è mica pericoloso quest’animale?

— Oh, tanto buono, tanto intelligente. Leone, vedi il signore?
Ricordati, Leone, che devi essere molto educato col signore.

La signorina Oretta parla così al suo cane con molta grazia; e sorride.
Veramente prima aveva riso del mio spavento.

Il bestione non mi sembra bene intenzionato.

L’episodio sgradevole mi ha permesso però di osservare che la signorina
è fornita di magnifica dentatura e, quando ride, le si chiudono gli
occhietti e le si apre la bocca.

Mamma e figlia se ne vanno con il cane Leone, attaccato al grembiale
della signorina.

Rimane la servetta con la quale ispeziono meglio la nuova abitazione.
Molto campestre. Il gabinetto poi è in istato, direi, primitivo.

— Vedete, ragazza mia, lo stato dei gabinetti è quello che permette di
rilevare il grado di civiltà dei popoli. Io, nella casa di mia proprietà
a Milano, ho in ogni appartamento due _closets_: uno per i signori,
l’altro per le persone di servizio....

Ma le mie parole svegliano nella servetta una ilarità infrenabile. Dice:
— Come se ci fosse una differenza....

— Non si ride così davanti a Ginetto Sconer!

Ma ella proseguì a ridere lo stesso: — Ringrazi piuttosto se trova la
casa così! È da tre giorni che lavoriamo. Lei deve sapere che per gli
inquilini che c’erano prima, era tutto un gabinetto. Guardi il giardino,
che ci avevamo messi tanti bei fiori, in che stato è ridotto! C’erano
quattro diavoli scatenati di bambini che, con la scusa che adesso c’è la
guerra, facevano i tedeschi, rovinando tutto.

                                   *

Ho dormito nella nuova abitazione. Il letto è un po’ sconquassato e le
lenzuola un po’ ruvide; però mandavano un odorino di roba fresca che mi
rassicurò. Sono stato un po’ in ascolto se sentivo zanzare. Perchè,
dico, è una cosa indecente che un uomo sia come una botte di sangue a
disposizione di un animalino che va e viene tutta la notte e vi prenda
in giro col suo ronzio! Non sentendo zanzare, mi sono subito
addormentato.

La notte è passata tranquilla, ma al mattino presto, sul più bello del
sonno, un gatto mi ha svegliato. Bisognava sentire che miagolii! e poi
me lo vedo entrare in camera con la coda dritta, tutto spelato, con due
occhi e la gola aperta proprio verso di me. Ma questa è la casa delle
bestie! «Gnau, gnau!» «Cosa vuoi? Via!» Macchè! «Adesso mi monta sul
letto.»

Mi è venuto un pensiero spaventevole: «È un gatto arrabbiato!».

Mi butto giù dal letto, trincerato a buon conto da tutte le coperte, e
munito del candeliere di ottone. Riesco a respingere il gatto e
barricare la porta.

Riprendo il sonno.

Al mattino fatto viene la Lisetta, e dice: — Che bel sole, eh? — ma io
le racconto la storia del gatto.

— Una gatta. È un regalo lasciato dagli inquilini di prima. Povera
bestia! Non ha trovato più nessuno in casa, ed è rimasta affamata.

— Ma voi avevate il dovere di spazzare via quella bestiaccia. Che
diamine! Io le darò da mangiare una pillola di stricnina.

— Non lo faccia, signore! Sa che ammazzare una gatta che dà il latte,
porta disgrazia?

— Dà il latte?

— È il mese di maggio, e la gatta ha fatto i gattini. Ecco qui la
colazione.

La Lisetta aveva una tazza di zuppa per la gatta.

— Ma voi siete così tenera con le bestie?

— È la signorina.

                                   *

La Lisetta rassetta la camera. Mi pare abituata ad una pulizia molto
sommaria; per lo meno molto a secco. Ah, i miei mobili, i miei
_parquets_ lucidi, odorosi di trementina!

— No, no. Quelle cose lì lasciatele stare: metto in ordine io. — Ma lei
non se ne discosta. — Sono i miei arnesi di _toilette_.

— Quanta roba! — esclama. — Questo scatolino cos’è?

— L’_ongloir_.

— E questo cosino?

— Il _polissoir_. La tenuta delle unghie — dico con intenzione —
distingue la rispettabilità delle persone.

— Oh, guarda che belle forbicine!

— Lasciate stare: per le vostre mani non servono.

L’uso dello spruzzatoio lo capì subito, e cominciò a pompare con
soddisfazione: — Come sa di buono!

— Fate, fate, ragazza mia, ma prima dei profumi, sono indispensabili
molte abluzioni intime e profonde. A proposito, se invece di contemplare
i miei arnesi di _toilette_, mi portaste un po’ d’acqua....

— C’è lì la brocca e il catino.

— Molta acqua, molto più acqua.

— Allora dica che lei vuol fare un bagno.

— Come si potrà: _à la guerre comme à la guerre_. Voi, Lisa, e forse non
voi soltanto, non potete imaginare la gioia del bagno. Un mio amico, che
per una crisi economica dovette sostare per qualche settimana a Regina
Cœli, mi confessava che la sua maggior sofferenza era stata quella di
non aver potuto fare il bagno la mattina.

La Lisetta torna su, dopo un po’ d’attesa, con due secchi che
traboccano.

— L’acqua è in fondo al pozzo, e il pozzo è cupo, — dice.

— Ah, povera Lisetta! Ma parliamo d’altro. Voi avete qualche notizia su
l’effetto che la mia persona ha prodotto ieri?

Lisetta mi assicura che io ho prodotto un grande effetto, perchè la
signorina le ha raccomandato di fare molto bene la pulizia.

— E non ha detto niente in particolare?

— Ha detto: «Quando vai da quel signore, mèttiti il grembiale bianco».

— Vedete, Lisetta? La vostra padroncina ha prevenuto quello che io stavo
per dirvi. Credete: voi con un bel grembialino bianco; la vostra
capigliatura un poco più ravviata, e sopra una cuffiettina bianca; le
vostre braccia nude, e preventivamente insaponate insieme con le mani,
fareste tutt’altro effetto....

— La livrea delle serve? — esclamò Lisetta. — Ah, mai!

— Pregiudizi, ragazza mia. Chi non porta una livrea? Anch’io indosso
qualche volta il _frac_; l’abito, del resto, più semplice che vi mette
allo stesso livello con un ministro, col papa, col re, come con voi.

Se ne andò infine; ed io stavo davanti allo specchio _ultimando_ la mia
_toilette_ con un semplice vestito di sana democrazia, quando una voce
mi fece trasalire.

Era ancora Lisetta. Un po’ seccante, in verità.

— Ah, che uomo straordinario è mai lei, signore!

— Perchè?

— Perchè non ho mai veduto farsi la cravatta così bene. La tocca, ci dà
dei colpettini delicati delicati, qua e là. Pare che fasci un bambino.

— Il modo di portar le cravatte è il vero _cibolet_ delle persone
distinte. Avete mai visto simili cravatte? Senza fodera, mia cara, e
tutta seta. Hanno un’altra anima le cravatte di tutta seta. E queste
camicie le avete mai viste?

— Ah, signore! Tutta seta anche le camicie. E questi bottoncini sono
brillanti veri? Mai visto un signore così.



                       XVII. — ED ALTRI ANIMALI.


L’avvocato è venuto a trovarmi, per sentire se avevo bisogno di niente.

Ci facciamo reciprocamente soggezione: io con la mia linea composta, lui
con quei baffi da moschettiere.

È meravigliato vedendo che io avevo già in mano la mia corrispondenza,
mentre lui aveva fatto tanti reclami.

— Niente reclami, — dico io. — Usi col postino il sistema turco del
piccolo _bascisc_, e sarà servito puntualmente.

Passiamo all’esame della casa.

— Guarda come mi hanno lasciata questa povera casa! — esclamava. — La
cucina bisognerà farla imbiancare, assolutamente.

Mi racconta la dolorosa storia: gli inquilini precedenti se ne sono
andati via, zitti e quieti, di notte, come un campo arabo che levi le
tende, e, naturalmente, senza pagare.

— Grave! — dico io.

Mi fa notare che la villetta era stata data in affitto ad un prezzo di
favore, considerate le condizioni speciali di quella famiglia.

— Ah, molto grave! — ripeto io.

— Non me lo sarei proprio mai imaginato.

— Molto più grave ancora — ripeto io.

Mi guarda meravigliato.

Ma anch’io sono meravigliato. Che vale essere avvocato, avere baffi alla
moschettiera, quando si ignora che fare favori equivale a farsi dei
nemici?

Il mio «grave!» vuol dire tutto questo. Mi limito a domandare se per
caso avesse nella sua villa una rimessa per la mia automobile.

— Lei ha l’automobile?

— Ma certamente.

È curioso ed è lusinghiero: per questi piccoli borghesi sentir dire «la
mia automobile» è come sentir dire «io sono conte». E quando poi i
sassolini del vialetto hanno scricchiolato sotto le gomme della mia
_limousine_, constato una profonda impressione.

L’avvocato aveva fatto sgombrare, in fretta e furia, una rimessa, dove
la mia automobile entrò a pena a pena.

Vedo la signora che fa due occhi, stringe le labbra in giù; e l’avvocato
dice: — Perbacco!

Anche la signorina Oretta guarda la mia automobile.

— Come è bella, è vero, papà?

— Diciotto-ventiquattro HP, signorina — dico io — nuovo modello, messa
in moto automatica, illuminazione elettrica.

La signora mi domandò come ho dormito. Volevo rispondere: «Letto molto
sconquassato». Ma vi sostituisco l’affare della gatta.

— Già — mi dice l’avvocato — hanno portato via tutto; e ci hanno
lasciato i gatti.

Dico io:

— Però lei, avvocato, si varrà dell’articolo del codice 1950, o qualche
cosa di simile.

— Oh, bravo! — mi fa la signora con significazione. — Senti che te lo
dice anche il signore? Gli infami! Dopo tutto quello che avevamo fatto
per loro. Persino il carbone in cucina ci avevamo messo! E quello che
hanno rovinato! Gli elastici del letto eran novi _noventi_. Cosa ci
facevano poi...? I ragazzi ci saltavano sopra.

Qui interviene la signorina Oretta: — Lui, papà, ti ha scritto che
pagherà.

— Mi dispiace, signorina, — dico allora io — ma _pagherò_ non basta.
Tutti possono dire _pagherò_. Si dice: _pago!_ signorina.

— Senti, bambina, — dice mamà, — il signore come parla bene?

Io ho parlato con amabile sorriso, ma con tutto questo inspiro
soggezione.

La signorina Oretta è confusa, e non risponde.

                                   *

L’accordo fra me e la signora è completo, e diventa più completo quando
io pago l’affitto sùbito e senza discussione. Chi discute è lei. Entra
in confidenza con me. Il Comune socialista è il suo incubo, è l’orco che
le mangia la casa, cioè gliela ròsica con l’aumento delle tasse.

— Signora, — io le rispondo, — non c’è che un rimedio: loro ròsicano da
una parte, e noi rosichiamo dall’altra.

La signora non capisce il mio elegante linguaggio. Dice che mi farà
imbiancare la cucina.

                                   *

È idillico! È una famiglia idillica; e anch’io divento idillico.

Pranzano — con la buona stagione — sotto la pergola. Quando si fa sera,
accendono una gran lampada ad acetilene. È la signorina che fa i
servizietti, porta il vassoio, si alza, va e viene, porta i fiammiferi,
quei benedetti fiammiferi, che l’avvocato non sa mai dove se li metta.

Spesso mi invitano a prendere il caffè. La signorina mi serve il caffè
col suo bel tovagliolino.

— Oh, che bei ricamini! Ricamato da lei, scommetto.

— Invece sono stata proprio io — dice madama Caramella.

Faccio le mie più vive congratulazioni.

Famiglia molto buona, ma anche alla buona.

L’altro giorno, visita, — chiudeva il corteo il cane Leone — al brolo,
all’orto. Pere e pesche sono l’ambizione della signora. Ma i bruchi
all’interno e i ladroncelli all’esterno, costituiscono una minaccia
perenne, come il Comune socialista.

— Non si può salvar niente! Vi sono queste pesche che vengono mature
adesso, di giugno, grosse così, e che sono una bontà. — Le ha persino
contate. Macchè! — Oh, ma c’è adesso Leone per quei ladroncelli.

Io cito la Svizzera dove le pesche possono pendere sul capo dei passanti
senza che nessuno le tocchi.

— Quelli son paesi! Da noi non c’è nessun rispetto per la roba degli
altri!

Visitiamo anche il porcello, già a me ben cognito. Mi dice la signora: —
Ogni anno, per Natale, ammazziamo il maiale, perchè, lei capirà, se si
dovesse comperare tutto alla bottega, non si finirebbe più, col
prosciutto oggi a 0.90 all’etto. Pensi! Noi facciamo in casa i salamini,
i ciccioli, le finocchiate, le coppe, il budino dolce col sangue.

Il porcello, metà roseo e metà bianco, in età ancor giovanile, viene
fuori baldanzoso e ignaro di queste cose che lo riguardano. Il cane lo
annusa con benevola sopportazione.

— È un maialino inglese, un Yorkshire — dice l’avvocato.

— Carino, eh? — dice la signora. — Sentisse che prosciutti!

Mi accorgo che esiste fra tutta quella _ménagerie_ una certa
familiarità. Guardo Oretta che mangia i ciccioli e il salamino. Forse
questo matrimonio è una _mésalliance_.

                                   *

Non c’è che il cane Leone che non sia idillico, anzi è insopportabile.

Tutte le volte che varco il cancelletto della villa dell’avvocato, pare
che mi veda per la prima volta: mi sbarra la strada con salti tremendi e
con espressioni di cattivo augurio.

È accorsa la signorina Oretta.

— Non abbia paura, signor cavaliere. Scherza. E non te l’ho detto,
bestione, che il signore è nostro amico?

— Io credo, signorina, che converrà rinnovare la presentazione — dico
io. — Ha una fisonomia sospetta.

— Tanto intelligente! Leone, dà subito la zampa al signore.

Ma la bestia si rifiutò.

— Guarda che caparbio!

— Ma è naturale — dice sorridendo l’avvocato. — È un cane pastore di
pura razza tedesca.

— Papà, ti prego! Sai che mi fai dispiacere. Non è vero Leone che sei
italiano?

Il cane Leone agita il testone festoso, e le dimostra tutto il suo
nazionalismo. La signorina Oretta eseguisce una lotta a corpo a corpo
col bestione: è molto graziosa.

Il cane è abbattuto e sta.

Contemplo.

La testolina della signorina Oretta, con quei capelli, un po’ sconvolti,
mi appare più seducente; gli occhi splendono all’improvviso come se
dentro si fosse sviluppato un incendio.

— Figlia mia! La mia piccola primavera — disse l’avvocato quasi
sospirando.

«E anche la mia» — pensai.

                                   *

Riscontro dei motivi di decorazione anche su la signorina Oretta: il
nasino posa sopra le mensole di due graziosi ricami. Sul naso, in alto,
sta un neo, non avvertito prima, ma non guasta perchè si confonde con le
sopracciglia. Le guance sono coperte di una peluria come le pesche. La
bocca è disegnata con colorito assai forte, e quando ride le si formano
agli angoli due piccoli ghirigori birichini. Però l’apertura delle
labbra sembra che non chiuda bene; questa cosa permette tuttavia di
vedere il ricamo dei denti. Da quella bocchina semi-aperta mai ho visto
venir fuori la punta della lingua; ma sembra che debba venir fuori
quella vocina che dirà sempre cose stupidine ma molto gentili.

In complesso mi piace, e mi dichiaro soddisfatto.

                                   *

L’altra mattina che sono partito presto per Milano, mentre salivo in
automobile, la signorina mi ha domandato come sta mia madre.

— Benissimo, signorina. Vuol venire a Milano?

— Col papà e la mamà.

«Sì, stella, caricheremo tutti.» Carina quella fanciulla! La purità,
checchè ne dica Lionello, è un articolo che andrà sempre.

                                   *

Rivedo il mio appartamento, a Milano. Curioso! Mi pare deserto. Direi
che ci sia caduta la polvere.... Cosa inverosimile e oltraggiosa per la
mia governante. Eppure mi fa un certo effetto.... No, non è la polvere:
è che c’è poco sole. Eppure c’era il sole a Milano! Ma poi ci colloco,
con la fantasia, la signorina Oretta, che è diventata signora Oretta, e
mi pare che vi sia una fontanella di campagna che sparge intorno la sua
deliziosa freschezza.



                      XVIII. — ORETTA O GHISELDA?


Mi piace proprio la piccola signorina Oretta? Ecco una cosa che non
riesco ad individuare con quella precisione che è nel mio sistema.

Io sono un uomo morale. La piccola Oretta è un frutto che sta maturando
sull’albero della vita. Nel mio idillio campestre io godo nel
contemplarla.

Ma quando ritorno a Milano, non mi piace più! La povera signorina
Oretta, là in quella specie di _basse-cour_, mi produce un senso di
sconforto. «Adagio, Ginetto, prima di sposarla». Certo se colloco la
signorina Oretta nel mio appartamento, io trasporto a Milano l’idillio
campestre. E ciò è igienico. Come abbracciava laggiù con grazia quel
bestione del suo cane! Quando abbraccerà qui, così con grazia, anche me?
E quegli occhietti? Sereni come due laghetti alpini. Le nubi dei
desideri del di là non si sono ancora riflesse su quella serenità: è
molto carina. Io la bacierei anche tanto volontieri. Io la vedo, quando
sarà mia moglie, lì, tutta tranquilla, come un _pecorino_. Io arrivo a
casa dal mio stabilimento, mi accosto piano, in punta di piedi, le
sfioro la nuca con un soffio di bacio. «Ginetto, sei tu?» «Sì, sono io».
Essa mi ricambierebbe un bacio tanto virtuoso. Però mi pare che nei
primi tempi, almeno, in questo mio salotto, lei si troverà come
sperduta. Io non riesco a figurarmi Oretta in _toilette_ di ricevimento.
Oretta è una barchettina modesta con cui posso andare a riva a riva.

Ma ecco sopravviene la contessa Ghiselda, la gran nave da battaglia, e
mi manda a picco la barchettina. Io mai la sposerò, ma con ciò non è
meno vero che quella donna ha colpito la mia imaginativa. Ma non
soltanto la signorina Oretta, ma tutte le donne vanno a picco quando
passa la contessina.

Io non dirò che la contessina non si lavi, ma è certo che lei è diversa
dalle altre donne eleganti. Che profumo ha? Non lo so. E sì che io me ne
intendo! Profumo di selvaggina. Le altre donne eleganti sono troppo
lavate, troppo lavorate, e lo dico contro il mio interesse! Sono come
quelle costolette, preparate bene, ma che non si capisce più che carne
è.

Io colloco anche la contessina nel mio salotto; e anche lei, per un
altro verso, non va, non combina.

E poi dico: se lei mi trasporta nell’amore l’entusiasmo che ha per la
letteratura, dove si va a finire? «Velocità! Velocità!» come diceva quel
giorno che agitava, come uno staffile, quel fusto di rose. Si va a
finire a Vega! No! Noi sposeremo Oretta, piccola cornamusa campestre,
dolce idillio trasportato a Milano. Canta, Oretta, al tuo Ginetto con la
tua piccola cornamusa la dolce cantilena.

                                   *

Mi balena un’idea.

Suono: compare Desdemona. — Desdemona — dico — lo so, voi non siete
quello che si dice un _cordon bleu_, però avete del buon gusto. Se per
caso io capitassi qui, a giorni, con forestieri, voi preparerete un
pranzo con tutte le regole. Mi raccomando la cristalleria, e la _jatte_
d’argento in tavola con molti fiori. Il portinaio si metterà il _frac_ e
i guanti e servirà a tavola. Ma tutto deve apparire come abituale, come
ordinario.

Ho deciso: Imbarco tutti e li porto a Milano e così colloco in luce nel
mio salotto la signorina Oretta, la metto in opera: vedo che effetto fa.



                   XIX. — LE OPINIONI DI MIA SUOCERA.


Appena sono di ritorno a P*** enuncio all’avvocato il mio programma di
una bella corsa a Milano in automobile. «La signorina Oretta non conosce
Milano? — domando. — Questo è grave».

Papà era entusiasta: una bella gita in automobile. Ma Oretta disse che
bisognava sentire mamà.

— Ebbene, sentiamo mamà.

Abbiamo sentito mamà: ma abbiamo trovato una opposizione che non
sospettavo.

— Milano? A cosa fare a Milano? — domanda mamà.

— Che cosa fare a Milano? A vedere Milano.

— Condurre la mia bambina in giro per Milano e vedere quelle donne che
sembrano le maschere che si vedevano una volta di carnevale, nelle
vetrine? L’ultima volta che sono stata a Milano, ho detto a mio marito:
«Andiamo via, che mi pare di essere una donna perduta».

Lodo il suo elevato spirito di moralità, ma osservo che si tratta di una
stilizzazione, di una valorizzazione della bellezza: direi un concetto
democratico: la bellezza uguale per tutte! — Creda, signora, che sotto
quelle stilizzazioni ci sta la massima irreprensibilità.

— Sarà — dice madama Caramella — ma quando una donna si mette la
maschera, ha sempre un secondo fine. Io che da giovane non ero una donna
da buttar via, tanto è vero che sono piaciuta a quell’uomo lì, ho sempre
portato la mia faccia.

— Signora, — dico gravemente, — lei non è stata, lei è una bellissima
donna!

È commossa, ma non la persuado.

— E vedere delle ragazzine — continua lei — della età della mia Oretta,
vestite da _bébé_, con una faccia che non si capisce se sono ragazze o
cosa sono? E quelle sottane che fanno vedere tutte le gambe?

— Così carine! — dico io.

— Una indecenza! — dice lei.

— Signora — dico io, — se lei frequenta un salotto della buona società,
trova la padrona di casa che permette la visione delle più seducenti
specialità del gentil sesso. Ciò è normale.

— È perchè voi altri uomini siete dei pervertiti.

L’avvocato taceva tormentandosi i baffi. Oretta serbava un decoroso
silenzio.

Sarebbe stato interessante sapere se il signor avvocato si sentiva della
mia opinione o di quella della sua signora.

— Avvocato — dissi, — difenda lei la nostra causa.

— Veramente.... — cominciò l’avvocato.

— No, no, no! — interruppe madama Caramella.

Dopo i quali tre _no_, si capisce che non è più ammissibile il _sì_.



                        XX. — ENTRO IN INTIMITÀ.


— Lei però, signorina, — domandai — ci sarebbe venuta volontieri a
Milano. Parigi in piccolo. — Vedere un po’ di gran mondo....

— Mamà ha detto di no.

— Certo: sempre quello che vuole papà e mamà. Mamà però esagera: è stata
troppo intransigente con le belle signore di Milano. Sua madre, mi
permetta, non tiene abbastanza conto dei diritti della bellezza.

Mi spiego: e tengo alla signorina Oretta questo elegante discorso: —
Imagina lei, signorina, che cosa sarebbe il mondo senza la visione della
bellezza? E che cosa è la bellezza? È la visione del gentil sesso. E
perciò si capisce il culto della bellezza, e anche il raffinamento della
medesima. Del resto, quest’opera di raffinamento si compie per tutti i
prodotti naturali. Permetta che io approfitti di un esempio che lei
stessa mi offre.

La signorina Oretta coi grossi ferri da calza, stava — sotto la pergola
— lavorando un grosso calzettone da un grosso gomitolo.

— Se io con questa calza ordinaria — continuai persuasivamente — copro
un vezzoso piedino (e sollevo il mostruoso calzettone), in tale caso io
spengo la fiaccola della bellezza....

La signorina mi guarda.

Pare il volto di una di quelle Madonnine di terracotta.

— La fiaccola della bellezza, signorina, deve stare sopra il moggio; non
sotto il medesimo. Non dico di esagerare, come certi romanzieri che
mettono in valore anche i minimi particolari dei _dessous_ del gentil
sesso....

Non sussulta.

Vi sono delle signorine che a questi discorsi vibrano come il manto di
un destriero.

Niente.

Oretta sollevò gli occhi con la lentezza con cui si leva la stupefatta
luna d’agosto.

Le faccio i nomi di Lionello e di tanti altri scrittori che mettono giù
quei libri d’amore che Dio li benedica!

Questa fanciulla ignora totalmente la letteratura.

Le piacerebbe andare a teatro a sentire i drammi seri.

— Ma non si va più a teatro — dico — per sentire i drammi seri.

— E allora perchè si va a teatro?

— Per tante altre ragioni: vedere come sono vestite le attrici....

Riprende il _tic e tac_ coi ferri. Sarà effetto di quella lana grigia,
ma è una realtà che quelle mani non invitano a deporre un bacio.

Proseguo:

— Ah, io sono molto dolente che la sua signora madre abbia _declinato_
il mio invito in modo così inverosimile. Sarei stato altamente lusingato
di farle vedere la mia casa stile rococò: troppo lusso per me; ma è
così. — Descrivo il mio modesto appartamento. — Ahi! troppo grande per
me, che sono solo. A mangiare da solo — creda, signorina — vengono le
idee melanconiche.

— Ma lei non sta con la sua signora madre?

— Già, ma non basta a colmare i vuoti di un tenero cuore....

Non attacca. Seguita a fare _tic e tac_ con i ferri da calza. È
deprimente. Questa ragazza è rivestita di caucciù.

                                   *

Manca uno stile a questa ragazza. Non è nemmeno in istile _nature_, come
_Sbrindolo_, ultima creazione di Lionello, che ha avuto un successo
strepitoso: _Sbrindolo_ fiore selvaggio di campo, fanciulla con tutte le
esuberanze di un’anima primitiva. Naturalmente muore, perchè Lionello è
il gran carnefice di tutte le sue creature.

Invano io descriverei alla signorina Oretta la _sensazionale_ creazione
di Sbrindolo. «Cane Leone, papà, mamà!» Allora si commuove un poco. Essa
è come la sala da ricevere dell’avvocato: senza stile, coi frutti di
scagliola sotto le campane di vetro.

Ma chi li mangia se sono di scagliola? La campana di vetro è inutile,
signora Caramella. Vostra figlia è buona, buona, molto buona. Ciò va
bene per voi, ma per me ci vuole qualcosina di più. La bontà è come la
camicia lunga di Santa Veronica; capito, signorina?

Qualche volta papà, l’avvocato, torna a casa con la luna di traverso: i
giudici, i colleghi, il tribunale, la cassazione, il mestieraccio. Io mi
diverto. Male; male, avvocato! Un avvocato che si lamenta dei giudici,
vuol dire che guadagna poco.

— Se mio marito — dice madama Caramella a me — non fosse coscienzioso
com’è, l’automobile, eh! eh! l’avremmo messo su anche noi da un pezzo!

— Ma quando siamo contenti noi tre — dice la signorina Oretta, — non
basta, mamà?

L’avvocato allora se l’è presa, strofinata, baciucchiata sui baffi, e
cane Leone faceva intorno una cornice di salti.

                                   *

Mi è sembrato di scoprire nella signorina Oretta una vibrazione di altro
genere, oltre a mamà, papà e cane Leone. Io ne ho subito approfittato.

La signorina guarda con attenzione un giornale illustrato dove c’è un
figurino di moda: _Manteau_ con _fourrures_, costume di Parigi.

— Bello, eh, signorina? Anch’io appartengo al comitato che c’è a Milano
per la moda italiana. Ciò è patriottico, ma non se ne farà nulla. Parigi
è Parigi.

Strano! Le mie spiegazioni non interessano.

C’era presente l’avvocato, che dice:

— Ma come? le pelliccerie per le signore che siamo oramai d’estate?

— Eppure è di gran moda — dico io. — Probabilmente le signore vogliono
soffrire il caldo, come i soldati in trincea; e così d’inverno userà
molto il nudo per soffrire anche loro il freddo.

L’avvocato non ride, e la signorina nemmeno.

Allora, giacchè non si apprezza il mio spirito, parliamo sul serio:

— Caro signore, sta il fatto che le grandi case di pelliccerie di Parigi
non hanno mai stipulato tanti contratti come quest’anno: le nostre sarte
e modiste hanno importato in _robes_ e _manteaux_ per ben quindici
milioni!

— E la nostra lira, — dice l’avvocato, — perde trentasei centesimi sul
cambio.

— Perderà anche di più, — dico io.

— E siamo alleati! — dice lui.

— Veda, avvocato, negli affari i rapporti sono automatici....

Ma il nostro colloquio è interrotto da un’esclamazione della signorina
Oretta:

— Oh, che infamia! ma come si fa a stampare questi giornali?

Cosa c’è?

Guardiamo: in una pagina c’era il _manteau_ con _fourrures_, costume di
Parigi, e nella pagina di contro alcuni cadaveri di soldati.

Ha le pupille dilatate.

— Ma quando finirà questa orribile guerra?

— Signorina, — rispondo io, — ci vorrà ancora un po’ di tempo. V’è tanta
gente che ci guadagna sopra. Per esempio, a proposito di bottoni
automatici, la piazza di Milano, che fornisce l’Italia, si è trovata
improvvisamente sprovvista. Venivano dalla Germania. Un mio amico è
riuscito a farne venire dalla Svizzera una grossa partita, e ha
realizzato un forte guadagno. E gli automatici, come lei sa, sono
piccolini così. Imagini poi per le cose più grosse....

Mi guarda a me, come se la guerra fosse colpa mia. Si rivolge a papà e
dice:

— Ma andranno bene tutti all’inferno!

Papà è muto a questo proposito.



                 XXI. — LA LETTURA DEI «CANTI ERMETICI»


È venuta la contessina col poeta Cioccolani. Questa volta lui si ricorda
chi sono io; e dice:

— Buon giorno, caro Sconer.

— Cavalier Sconer, se permette. _Caro Sconer_ me lo faccio dir dalle
amiche. (Mi pare che non abbiamo mai mangiato pasta e fagioli insieme.
Buon giorno? ma veramente era sera oramai).

— Delizioso, delizioso, — esclama la contessina — questo _chalet_,
sepolto nel verde. Venite a vedere, Cioccolani. Oh, come l’avete
scoperto, Sconer?

— La prego, contessina — dico — non entri. Staremo fuori, qui nel
giardino.

— Avete misteri? qualche ninfa dei boschi è prigioniera forse nel vostro
castello, Sconer?

— Contessina, che cosa sento mai! Con la di lei imagine nel cuore, è
possibile?

— M’avete l’aria di essere donnaiolo, voi.

— Oh!

— Siete forse un uomo pudico, voi?

La contessina chiama il suo mammalucco per giudicare se io sono
donnaiolo o uomo pudico. Ma subito dopo è chiamato per altra faccenda: —
Cioccolani, Cioccolani, venite, venite. Ah, superbo!

Cioccolani e la contessina sono saliti su la montagnola. Sento lei che
dice:

— Là, là, dall’altra parte, quella sciabolata di luce verdelettrica! I
cipressi che si incendiano lassù come candelabri pazzi! Quella nuvola
che si sfalda; ecco ecco: cadono le torri, i cornicioni d’oro. Cavalle
in corsa frenetica, liocorni, chimere!

— La demogorgone! — risponde lui.

Che cosa era successo? Una cosa che accade tutti i giorni: tramontava il
sole.

Lei gestiva e gridava come fa la Valchiria quando si rappresentavano le
opere tedesche alla Scala. Lui, immobile, pareva Napoleone primo che
assiste a una battaglia.

Io ne approfitto per andare alla villa dell’avvocato: — Lisetta, presto
— dico — fate il piacere: ho degli ospiti. Pregate la signora se ha
qualche cosa da servire, quello che c’è: caffè, rosolio, vermut.

Mi vien da ridere: mi pare di essere corso per chiamare i pompieri che
vengano a spegnere l’incendio della contessina.

— Ma dove era lei? — mi dice quando io ritorno. — Ha perso un magnifico
spettacolo: il sole agonizzava col suo più rosso e soffocato singhiozzo.

— Lo vedremo domani a sera.

— Siamo venuti — dice la contessina — a leggere i _Canti Ermetici_. Si
ricorda, vero?

«Proprio no», ma rispondo: — Perfettamente! Eccellente idea! E perchè,
scusi, «ermetici»?

— Perchè in apparenza non si capiscono....

— Ah, benissimo.

— Non si capiscono — corresse Cioccolani — nel senso delle parole
tradizionali; ma dànno il senso panico anche alla persona più idiota.

— Così che lei vuol vedere che effetto fanno i suoi versi sopra una
persona idiota? Caro lei, non si confonda: dica pure. Però guardi che
lei è un bel tipo.

Non si confonde mica.

— «Idiota» vuol dire — dice gravemente — nel suo senso primitivo,
_persona non iniziata_.

— Per lei vorrà dire così, per me vuol dire, «stupido». Ma lei parla in
poesia e la cosa non mi riguarda.

— Sconer, vedete — si affretta a dire la contessina —, è come per la
messa cantata di cui vi parlavo. Ammetterete, Sconer, che il popolo non
comprende i versetti rituali; ma ne subisce la suggestione.

L’incidente è esaurito.

Viene Lisetta. Porta un bell’apparecchio: tovagliolini, rosoli gialli,
biscottini, e.... caramelle.

La contessina si drappeggia in una sedia di vimini.

La seduta è cominciata. Quanto è durata? Non so. Certo molto tempo.
Ricordo che la Lisetta aveva portato poi due lampade da giardino: da
principio le due fiammelle non facevano lume. C’era ancora sospeso il
crepuscolo: poi fiammeggiarono, poi si consumavano rapidamente.

Deve essere trascorso molto tempo.

Da principio sospettai che si volessero prendere gioco di me. Io non
capivo niente. No: facevano sul serio. E allora mi venne da ridere
dentro di me.

Lei stava ora immobile come una statua: e lui in piedi, con il libro in
mano, si sbracciava e strideva forte con quella vocina: _Io sono un
bolide lanciato nell’infinito. I grilli, seghe che sfaccettano il nero
enorme della notte cristallina; i grilli, tendini di musica tesi
disperatamente nello sforzo di tener ferma la notte che straripa._

Era poesia, ma mi è venuto questo pensiero: «Se io dovessi scrivere così
ai clienti, mi sospenderebbero il pagamento delle tratte»; e allora ho
provato una gran compassione per quel povero Cioccolani.

— Stia attento — mi avverte lei, toccandomi.

Sobbalzai.

— Arrivano gli spettri.

— _Gogò, gogogò, Orin Orin!_ — fa lui. — _Arrivano di corsa gli spettri!
ecco gli scheletri che battono le nàcchere: gogogò!_ — e faceva una voce
che mi venne in mente la gatta di quella mattina. — _Noi siamo insaziati
di voluttà, gogogò! La vita non ci ha dato la voluttà! Gogogò!_ — Povero
giovane!

Forse leggerà tutto il libro. La contessina stava immobile, e anch’io:
ma io guardavo la contessina. Quelle due cosine gelatinose, di cui la
signorina Oretta è tuttora sprovvista, lì, invece, davanti alla
contessina, si sollevavano lentamente e poi si abbassavano. Anche se non
sono di moda, stanno sempre bene. _Gogogò!_ Venivano i brividi anche a
me. Le caviglie delle gambe ogni tanto le guizzavano; e guizzavo
anch’io.

— _Gogò, gogogò.... Orin!_ — seguitava lui.

E lei diceva a me:

— Sente i ritmi, gli anapesti, gli ottavini?

Ma io, negli intervalli del _gogogò_, sentivo certi tuffi soffocati.

Sono corso via, un momento. Era la Lisetta, dietro lo _chalet_, che
scoppiava dal ridere.

— Fa il piacere, va via!

                                   *

La seduta è finita. C’era la luna. Cioccolani si asciugava il sudore.

Mi parve che seguisse un po’ di silenzio imbarazzante.

— Veramente di effetto — dissi io.

— Vero? — esclamò la contessina, come riscossa da un sogno. — Mi fa
piacere, Sconer, sentir lei parlare così. È una lirica assolutamente
pura! Adesso lei non prova che un _arrière-goût_; ma ad una seconda
audizione, sentirà tutto il dinamismo del Pan ultra-sensibile.

— Perfettamente.

Silenzio con la luna.

Per me la «lirica» era lei, e ne sentivo tutto il dinamismo.

— E l’_Attileide_, signor Cioccolani — domandai a lui — è del genere?

— Supera — dice la contessina.

— Gli altri poeti — declamò allora Cioccolani — hanno plasmato modeste
imagini; noi abbiamo soffiato il nostro alito dentro le imagini stesse.
Non basta! Quella era l’umanità. Noi vogliamo superare l’umanità. Ed io
ho l’onore, o signore, — conclude tragicamente — che al mio paese mi
chiamano imbecille.

— Anche a me è accaduto qualche volta — risposi, — ma io non ci bado.
Sono cose che accadono agli uomini superiori.

— Bravo, Sconer — esclama la contessina con entusiasmo. — Fate largo
alla divina giovinezza che viene!

Ma la luna si era fatta bianca e alta lassù: le candele gocciolavano.

Dico io: — Contessina, se loro vogliono accettare la mia ospitalità, ben
volentieri. Ma li prevengo che l’ultimo tram passa alle undici e mezzo.
Mi dispiace che lo _chauffeur_ dorma lontano di qui, se no, li farei
accompagnare con la mia _auto_.

                                   *

Così li ho accompagnati sino al tram. C’era la luna, e un lume nella
campagna come di giorno.

Disse la contessina: — Sventuratamente bisognerà per l’_Attileide_
rinunciare al teatro all’aperto come era nostra intenzione, e sopprimere
molti Unni.

La luna batteva in pieno sul volto della contessina. Pareva di
madreperla. Parlavano poi della luna. Che cosa dicessero non so bene, ma
parlavano della luna. Disse la contessina guardando la luna: — Tutta
questa terribile bellezza da sostener da sola!

— Ah, poteste, Ghiselda, sostenere voi la parte di Genoveffa! — disse
Cioccolani.

Ma che facciano proprio sul serio? Perchè, dopo tutto, anche per i poeti
viene il momento di farsi una posizione riconosciuta.

E perciò domandai:

— Lei, signor Cioccolani, intende anche nella vita di seguitare a fare
il poeta?

Mi guardarono tutti e due come se il pazzo fossi io.

— E i suoi genitori sono contenti?

— Non parliamo di quella gente — disse la contessina. — Suo padre
avrebbe la pretesa che andasse dietro alla trebbiatrice a contare i
sacchi di grano. I genitori sono inutili quando non comprendono un
figlio di genio.

Finalmente arrivarono gli occhioni bianchi del tram.



                    XXII. — FACCIO DELLE _AVANCES_.


L’altra mattina, domenica, l’avvocato mi ha voluto condurre su al primo
piano a vedere la sua libreria con «i suoi cari libri», i libri «del suo
caro babbo,» con il ritratto «del suo caro nonno»; e appunto ho sorpreso
Oretta nel così detto salotto che spolverava e rassettava. Non era
ancora pettinata, e così un po’ discinta, in gonnellino, ed un
fazzoletto rosso annodato in testa, era in istile: pareva una beduina.

Nel passare le ho detto: — Oh, che brava massaia! Ma tenga un paio di
guanti vecchi per non guastarsi le manine.

L’avvocato mi presenta i suoi cari libri, a cui suo padre, quando era
vivo, «faceva caro» con la mano, e anche lui «fa caro».

— Questa è un’intera biblioteca. Legati molto bene, — osservo io.

Mi presenta anche l’avo, cioè il ritratto: una faccia liscia come un
cammeo, che usciva da una gran cravatta girata attorno al collo.

— Bel quadro! Già allora usavano le cravatte così. Come si vede l’uomo
posato!

— Eppure era un’anima da artista.

Ascolto la biografia degli antenati.

— Questa stanza — osservo io — si potrebbe chiamare la galleria degli
antenati.

— Ogni famiglia — risponde l’avvocato — dovrebbe avere una specie di
sacrario in casa.

— Con gli affitti così cari, è impossibile! Però constato con piacere
che tutti i suoi antenati sono vecchi.

— Siamo infatti piuttosto longevi in famiglia.

(Ecco un particolare interessante per l’erede).

— Del resto, anch’io in un libro che ho scritto....

Pare che l’avvocato si meravigli.

—.... modestamente, sì: un libro di igiene, dove sostengo il dovere di
arrivare ai novantanove anni, che, del resto, è l’età stabilita da Mosè
per le persone per bene.

— Bisognerebbe non inquietarsi mai....

— Ecco appunto quello che io sostengo: avere sempre una visione serena
della vita.

L’avvocato spalanca il balcone. Splendido panorama!

— Guardi, da quassù, come si vede il mio _chalet_! — dico io.

— E si sente! — dice l’avvocato. — L’altra sera hanno dato trattenimento
sin tardi. Non credevo che lei si occupasse di poesia, cavaliere.

— Affatto, — e spiego come è andata la cosa.

— Quel Cioccolani! — dice l’avvocato —. Sa come lo chiamano in paese?
_Theobroma, bevanda degli Dei._ Io rideva l’altra sera, ma mia moglie
era furibonda: «Quell’imboscato! e quella matta in casa mia!» Le donne,
sa bene, bisogna lasciarle dire. Certo se l’equilibrio mentale della
contessa Ghiselda fosse pari alla bellezza, ella sarebbe una creatura
perfetta: ma forse non avrebbe il fascino che ha. Io non mi vergogno di
dirle, che, molte volte, quando la incontro, mi domanda a che cosa serve
il nostro codice.

Mi congratulo con l’avvocato. Anche lui, alla sua età, ha il culto della
bellezza.

— E tanto più — dice lui — che, poverina, ella è vittima di se stessa.
La nobiltà della razza c’è sempre in fondo a tutte le sue stravaganze.

— Oh, si vede il tipo aristocratico! Guardi il naso. E quel Cioccolani è
così ricco per darsi il lusso di fare il poeta?

— Suo padre, come già le dissi, è un modesto proprietario, che ha la
disgrazia di aver quel figliuolo. Il vecchio dice che gliel’hanno
cambiato a balia; ma intanto bisogna che se lo sopporti. Ma sciagurato!
Se vuoi fare della poesia, va nei campi di tuo padre. No, lui cerca la
poesia a Roma, a Milano, a Parigi, come fanno le modiste per i
cappellini. La poesia sta nella realtà, mica nei fogli di carta!

— Perfettamente la mia opinione.

— Aver figli, oggi, è disgrazia — conclude sospirando.

— Ma lei, scusi — osservo io — ne è esente: lei ha una figliuola sola, e
un modello.

— Per un altro verso — dice lui — è un pensiero anche questo. Ma scusi,
ma dica, cavaliere, ai tempi che corrono una figliuola come Oretta, di
un sentire così delicato, che avvenire ha? Prima di questa guerra Oretta
veniva qui in questa stanza, io le insegnavo qualche cosa, leggevamo
buoni libri. Mi pareva che i miei morti stessero a sentire. Era una
delle più care gioie della mia vita. Ma adesso non so, non so più cosa
dire, cosa insegnare a mia figlia. È così cambiato il mondo! Sii buona?
sii pietosa? sii pudica? Sì, pudica! Non dire bugie? Spesso Oretta mi
dice: «Papà, perchè non mi chiami più a studiare?» Io trovo la scusa che
non ho tempo, ma sapesse che pena nel cuore!

Condivido i suoi lodevoli sentimenti.

— Anch’io — dico —, quand’ero piccino, mi ricordo che mia madre mi
diceva: «Ginetto, sii buono, sii pudico, non dire mai bugie!» Ma poi
quando si diventa grandi, creda che si trovano degli accomodamenti con
queste cose, e tutto va a posto. Ma volevo domandarle, scusi, sa: lei
non ha mica destinata la sua signorina al celibato?

— Perchè? — mi domanda stupefatto.

— Perchè la signorina dovrà pur prendere marito....

Gli ho toccato la piaga segreta del cuore.

— È ancora così bambina — dice.

— Capisco: ma cresce notte e giorno. La bambina un bel giorno si
sveglia, ed è un dovere provvedere a tempo.

— Le pare facile a lei?

— Eh, un po’ difficile! La guerra sta provocando una vera crisi nella
disponibilità dei giovani. Aggiunga poi il fatto economico: lei
comprende benissimo, avvocato, che se prima della guerra una moglie
costava per uno, oggi costa per due, e domani costerà per tre. Il
matrimonio è oggi una istituzione un po’ barcollante.

— Pur troppo! E il vizio che fa strage nella nostra gioventù?

— Perfettamente, avvocato. Evitare il vizio! Esso è il più grande
alleato contro la perfetta salute. Un giovane solido, lei deve cercare.
Solido, ma equilibrato....

— E dove si trovano, che sono tutti dal più al meno squilibrati?

— Però se ne trovano. E lavoratore, perchè, creda, avvocato: l’ozio,
come diceva mia madre, è il padre di tutti i vizi. Naturalmente non
povero, perchè la povertà è una specie di malattia.

— Ma lei mi propone l’araba fenice, — dice l’avvocato.

— Perchè? Tutto si trova. È questione di avere la vista perspicace.
Certo, un giovane con queste belle qualità, che porti stampato sul suo
biglietto di visita: _Io cerco moglie!_ rappresenta un tesoro. Ma si
trova! E allora lei oltre alla collezione degli antenati, fa anche la
collezione dei posteri. E il giorno in cui dovesse chiudere gli occhi,
sentirebbe dal suo mausoleo i figli dei figli che _fanno caro_ a lei
come lei _fa caro_ ai libri del suo riverito antenato, qui presente.

— Mi pare che lei, cavaliere, sia di temperamento allegro.

— È un dovere, caro avvocato.

                                   *

Ma un forte abbaiamento di cane Leone interruppe il nostro colloquio.

— Mi pare, avvocato, che ci sia un guerriero laggiù al cancello.



                            XXIII. — MELAI.


Vediamo madama Caramella che va incontro verso il cancello; e dice
forte: «Ma si figuri!» E poi chiama Oretta: «Oretta, vien giù».

I sassolini del viale scricchiolarono sotto le scarpe ferrate: ma la
presenza del guerriero non corrispose al rumore delle sue scarpe.

Era un ragazzo un po’ smilzo, un po’ biondino, che quando ci vide si
mise in posizione d’attenti, con una bocchina che sorrideva. Noi
ordinammo: «riposo!»

Madama Caramella spiegò che era uno «dei suoi feriti,» e che era venuto
a prendere delle calze che gli avevano promesso.

— Ma — dice lui — io non volevo venire; ma siccome domani ci si veste e
si va, così ho detto fra me: già che te le hanno promesse quelle calze,
tant’è che tu le prenda, che ti faranno bene lassù. Ma io proprio non
volevo venire. Volevo venire l’altra sera, ma poi mi han fatto sbagliar
strada. Sarei venuto domani, ma è che domani si parte.

L’avvocato fa entrare in casa, e vuol presentare, ma non sa il nome.

— Melai, signor sì. Sono Melai. — Pare che si desideri sapere un po’ di
più, e allora vien fuori tutto un getto come da un botticino a cui è
tolto lo spillo: — Marco Melai da Firenze, tanto per dire, perchè allora
mio babbo era di guarnigione a Firenze. Quando scoppiò la guerra, io mi
trovavo a Torino, studente per mo’ di dire. Si faceva baldoria. E allora
ho detto: «Melai che stai a fare?» Capirà, ero solo. Papà al fronte, che
è colonnello; signor sì.

— E la mamma? — domanda l’avvocato.

— Mammina è tanto che non c’è più. Signor no. E mi sono arrolato prima
del tempo in cavalleria. «Se ti va bene, se ti va, puoi far carriera»,
dico fra me. Ambizioni da ragazzi, si sa! Credevo allora che sarei
entrato, sciabolando, a Trieste, e urlando: «Savoia, Savoia». Si seguitò
poi per sei mesi a far baldoria a Torino, tanto che mi fecero persino la
canzonetta futurista.

L’avvocato vuol sentir la canzonetta.

Signor no, signor sì, Melai finisce col cantare.

    O Melai, se tu tornassi,
    si farebbe a Torino baldoria;
    già si sa che la tua gloria
    finirà tra quattro sassi.

— E poi? — domanda l’avvocato.

— Poi la cavalleria l’hanno appiedata e sono passato negli alpini. Oh,
ma dopo che ho passato l’inverno lassù, ho messo giudizio. Signor sì,
sopra Cortina. Ora ci si ritorna. Dove? Non so. Ma domani si parte
definitivamente.

Ride.

L’avvocato fa portare da bere. Melai fa il complimentoso e beve come una
damina.

— Vero — dice madama Caramella — che pare una signorina? Biondino come
è!

— Me l’hanno detto anche altri — dice Melai.

— E pensare che ha già fatto la guerra! — dice l’avvocato.

Oretta vien giù col pacchetto delle calze, legato con un filo tricolore.
Melai prende per il filo, e grandi ringraziamenti. Madama Caramella
spiega che son calze di vera lana, fatte coi ferri e con il sentimento;
non per divertimento come fanno le signore.

                                   *

Accompagnamento generale al cancello. Auguri e saluti.

— Ma tu non dici niente? — domanda l’avvocato a Oretta.

Oretta non dice niente.

— È così timida questa ragazza.

Ritorno in silenzio.

Il silenzio è rotto dall’avvocato. Dice:

— Chi fa la guerra? Contadini comandati da questi ragazzi.

— Sì, capisco — mi permetto di dire io — ma per scorticare quei signori
là, ci vogliono tipi come me e come lei. Questi ragazzi si fanno
ammazzare cavallerescamente, sì; ma come fringuelli.

Io ho detto così nel modo più innocente: ma non avessi mai pronunciato
queste parole!

Oretta sgrana due occhi che fanno scomparire tutta la serenità ai laghi
alpini. Dice come in un singhiozzo: — Ma se si porta via la fede a chi
non ha che la fede, che cosa resta? Ah, è vile tutto questo, signore!

— Oretta! — esclamò mamà.

— Ma Oretta! — esclamò il papà. — Chiedo io scusa per lei, cavaliere.

— Non c’è di che — dico io, — anzi mi piace constatare che la signorina
non è timida. Io non ho avuto l’onore di farmi intendere: io volevo dir
questo: in guerra, il primo dovere è di ammazzare, ma non di farsi
ammazzare.

— E allora, perchè lei non ci va?

— Ma Oretta! — dice ancora mamà.

— Oretta! — esclama il papà.

— Signorina, — dico io —, noi lavoriamo già per lo Stato.

— La perdoni — mi dice il papà. — È il gran patriottismo.

(Mi pare patriottismo un po’ sospetto).



              XXIV. — CAPPELLETTI, _CHAMPAGNE_ E TARTUFI.


La Lisetta viene su tutta sudata con la spesa.

Dice: — Oggi gran pranzo! Cappelletti, pasticcio con quelle cose che
_spuzzano_ ma che costano.

— Tartufi.

— Sì, bene. La signora ha spuntata la lesina. C’è sul fornello la
pentola con dentro una gallina padovana che era la più brava di tutte:
un giudizio come me e lei; ma da una settimana non fetava più e la
padrona dice: «Non fa più uova, tirale il collo!» Invece era piena,
poverina!

— È la festa dell’avvocato?

— No, è la festa per la partenza, per il piacere, cioè, no: per il
dispiacere della partenza di quel soldatino che è venuto l’altra sera.

— Ma non doveva esser partito?

— Parte stanotte. La padrona, parlando coll’avvocato, ha scoperto che il
padre di quel Melai è amico d’un suo amico, o una combinazione del
genere: fatto è che lui è andato al quartiere e l’ha invitato a pranzo.
Così carino quel biondino....

— Ma senti? Questa ragazza è già in liquefazione.

— Ohi! Cosa crede che io sia di stoppa? Dica piuttosto che ce li portano
via tutti, e noi povere ragazze dovremo stare lì a dire il rosario.

                                   *

Devo partire anch’io. Una favorevole combinazione mi chiama d’urgenza a
Genova.

E proprio verso le ore diciassette, incontro in città l’avvocato e Melai
che vengono su a piedi. Melai è in tenuta di guerra: montura pelosa:
parte questa sera.

— Parte definitivamente? — domando.

— Definitivamente.

— Allora partiamo insieme.

L’avvocato mi prega di differire la partenza e venire a pranzo con loro.

— Impossibile! Domattina devo essere a Genova. Mostro il telegramma:
«Tempo utile martedì. Stop. Ultima parola centomila. Stop. Grossa Berta.
Saluti». _Grossa Berta_ è una espressione convenzionale per dire «buon
affare». E domani è martedì, caro avvocato.

— Deve andare prima a Milano a trovare il denaro? — domanda l’avvocato.

— Una modesta somma di centomila lire si trova sempre, — rispondo io. —
E poi la ho in portafoglio.

— Beato lei.

Occhi stupefatti del guerriero Melai.

— Io, a Torino — dice — facevo fatica a trovare cento lire. — Ride.

— Ma scusi — fa l’avvocato. — E allora lei ha a sua disposizione il
direttissimo delle due, poi l’altro direttissimo delle cinque. Ha
l’automobile.

— Ci pensavo, infatti, di partire con la mia _auto_.

Insiste, insistono tutti e due. — Così stiamo più allegri — dice
l’avvocato.

— Ebbene, ma un momento, perchè _noblesse oblige_ — dico io.

Li prego di aspettarmi dieci minuti lì al dazio.

— Vengo subito.

Mi precipito con la mia _limousine_ alla pasticceria della Maddalena.
Saccheggio quello che c’è di meglio in _fondants_ e in cioccolatini, una
scatola tutta a ricami, degna di un dono nuziale, e tre bottiglie di
_champagne extra dry_.

Ritorno: carico l’avvocato e Melai.

L’avvocato mi spiega come è stata la storia dell’amico dell’amico: fatto
è che diventiamo tutti amici.

— Parte proprio stasera anche lei, caro Melai?

— Improrogabile. Tocca a noi, adesso.

                                   *

Arriviamo tutti e tre in automobile. La signora ci attendeva al
cancello. È tutta complimentosa, e a me dice: — Farà penitenza con noi.
— Presento scatola e _champagne_.

— Oh, ma perchè si è voluto incomodare? Ma guarda quanta roba!

E i suoi occhi brillarono sopra quella costellazione multicolore di
aristocratica dolcezza.

Lisetta aggiunge una posata di più.

Pranzo sotto la pergola. Interessante. La signorina Oretta voleva che la
Lisa girasse attorno col piatto come si usa nella buona società: ma la
Lisa non sa girare. E madama Caramella disse: — Oh, scusate, io faccio
alla mia maniera. — Prese il mestolo in mano e cominciò a far lei le
porzioni della minestra. Delle terrine piene come fanno _i paesani_.

Oretta voleva il vino nelle caraffe, ma l’avvocato sostenne il diritto
nazionale del fiasco classico: e Melai appoggiò quest’opinione col
ricordo di quando si faceva baldoria a Torino.

Pranzo, diremo così, non più di etichetta, ma altamente nazionale.

La gallina padovana non aveva serbato rancore, ma aveva ricamato di
stelle lucenti il suo brodo; dove i cappelletti nuotavano in una
corpulenza patriarcale.

La signora sostenne modestamente la superiorità della manifattura
casalinga dei cappelletti su quelli dell’industria meccanica.

Ma io sostenni l’industria sua particolare, personale, delle sue gentili
mani.

La mia futura suocera mi voleva soffocare di cappelletti.

Anche le manine di Oretta vi hanno contribuito, e speriamo non le
manacce di Lisa.

Povera Oretta! Il suo modo di tenere coltello e forchetta lascia molto,
ma molto a desiderare.

Madama Caramella, poi, è quasi indecente. Non stava a lei a dire sempre:
«Una bontà!» «Oh, cari voi, io faccio con le mani». — Ecco, signora —
dissi io — una cosa che è permessa. Sì, la questione è ancora in
discussione se il pollo _à la broche_ si possa o non si possa mangiare
con le mani. La regina d’Inghilterra la prima cosa che fece quando salì
al trono, fu di mangiare il pollo con le mani, e l’autorità
dell’Inghilterra in questa materia è molto rispettabile.

Venne poi una _charlotte_ di albicocche, fatica speciale di madama
Caramella. Vennero i miei _fondants_ e il mio _champagne_. Ci
congratulammo reciprocamente; ma con tutto questo, il pranzo non fu
allegro.

Ad un certo punto Melai ammutolì; guardò attorno con occhio strano;
disse: — Eppure è così!

— Che cosa? — domandò l’avvocato.

E Melai allora parlò.



                          XXV. — COSE EROICHE.


Melai cominciò:

— Sedendo su questa poltrona, mangiando queste buone cose, bevendo
questo vino così buono.... (era il mio _champagne_).

— Le pare un sogno. È mo’ vero? — interruppe madama Caramella. —
Poverini, poverini, poverini!

L’avvocato ammonì la sua signora che è sconveniente chiamare gli eroi
«poverini».

Ma Melai fece un gesto come per allontanare quella parola _eroi_; e poi
disse: — Mi pare di perdere l’anima che io avevo lassù.

Capì che noi non capivamo, e disse: — Lassù, vicino alla morte, si
acquista un’altra anima. Si ha la sensazione che nel mondo non c’è
nulla. Se anche avessi cento milioni, non avrei nulla! Si sente la
rinuncia di tutto, anche alla giovinezza, anche all’amore.

— Oh, è terribile! — disse l’avvocato.

— No, è piacevole — disse Melai. — Si diventa come i frati che hanno
rinunciato a tutto. Eppure si possiede tutto, perchè si sente l’anima.
Sarà forse perchè io ero sul Cadore, una zona relativamente tranquilla.
Lassù, sul Cadore, luce, selve odorose, monti, neve, orizzonti divini.
Lassù a quelle altezze — io non so come — trovavo da per me certe idee
che credevo non esistessero se non nei sogni dei poeti. Sanno che
ciccavo lassù? Ho imparato a mordere tutte le erbe amare dei monti. Di
notte attendevo il sole; quando c’era il sole, attendevo le stelle. Non
ho mai avuto la sensazione della meraviglia del giorno, come lassù. Il
sole e le stelle rotavano insieme come una giostra. Che cosa
meravigliosa il giorno! Non ve ne siete mai accorti che è una cosa
meravigliosa il giorno? Un verso di Dante mi nasceva in mente e bagnava
l’anima: _l’ora del tempo e la dolce stagione._ Lo ciccavo anche quello
come le erbe amare. Mi pareva che ogni mattina al sorger del sole, Iddio
lavasse, in silenzio, la terra insanguinata. Fisicamente ero immondo,
puzzavo. Ma dentro sentivo una gran purità, sentivo la gioia del cuore
che batte. Se si muore, si muore bene.

Domandai io allora:

— Molte bestioline è vero, lassù?

— Oh, sì, tante! Io portavo la testa rasa come i frati. Eppure, veda
stranezza! Avevo con me questo tubetto di profumo, e mi dava la
sensazione di cose pulite, un’ebbrezza quasi sensuale. Eccolo!

Guardo. — Oh! Fornito da noi! Nostra fabbricazione. (Che caro giovane!)

— Certo — continuò Melai — bisognerebbe non ritornare in Italia! Sanno
che io nei primi giorni avevo la nostalgia dei tremila metri? A Torino,
a Milano, caffè aperti, cinematografi aperti, la luce elettrica, la
gente che vi guarda con occhi strani. Batte le mani, guarda con
curiosità. Non sanno che andiamo a morire? Gli amici vi riconoscono e
dicono: «Oh, chi si vede!» Come dire: «Non sei ancora morto?» No, il
paese non sente la guerra! Quegli altri sì, la sentono! Anche il nostro
soldato non sente la guerra; si batte bene, muore; ma per lui la guerra
è _disgrazia_. Chi sa? Forse per questo siamo eroi. Ma i giornali questo
non l’han detto.

— Ma non interessano i giornali? — domandò l’avvocato.

— Non interessano.

— E chi vincerà la guerra?

— Non interessa! Interessa a chi poi scriverà la storia; a chi, dopo,
dividerà la terra; ma a chi deve morire non interessa.

— Ma la patria? ma la gloria? — domandò l’avvocato.

— Sì, certo — disse Melai. — Ma non so perchè: tutti quelli che sentono
la patria o la gloria se li porta via la morte. Sono come dei
predestinati.

Madama Caramella era con la gola aperta, come avesse dentro una domanda
che voleva venir fuori. E venne fuori.

— Fanno molta paura i morti?

— Molta paura? No. Un po’ di notte che sembrano guardare la luna, ma
paura, no. Sono morti. Un po’ di puzzo.

— Così che lei non avrebbe paura — domandai io — ad ammazzare una
persona.

— Perchè dovrei aver paura?

— Ma non siamo tutti cristiani? — uscì dalla bocca aperta di madama
Caramella.

— Si dice: ma nella guerra si domanda la mia pelle, e io gli domando la
sua.

Soltanto una volta Melai aveva provato un certo senso....

Lo preghiamo di raccontare.

Raccontò.

— C’erano, lassù, in una villetta due signorine molto gentili, che erano
rimaste sole: parlavano veneto con grazia, accoglievano a trattenimento
i nostri ufficiali. Una notte, il capitano scoprì che dalla villetta
partivano segnalazioni. Non c’era dubbio: le signorine avevano gli
apparecchi in casa. Del resto la sorella maggiore ha confessato, e si è
presa la responsabilità anche per la più piccola.

— Ed è stata messa in prigione? — domandò Oretta.

— No, la abbiamo fucilata.

Oretta guarda smarrita Melai. Lo guardiamo anche noi. Melai sorride: — E
come si fa?

Silenzio.

— Ed è morta?

— Eh, già.

— E come è morta?

— Molto bene: avanzò, gridò: «Franz Joseph, Urrà! Urrà!». Caduta, pareva
una rondine.

Silenzio.

Oretta trema; l’avvocato aveva il sigaro spento.

In quel punto nel silenzio della campagna si sentì _tin tin_,
dolcemente. Era l’Ave Maria.

Oretta fece il segno della croce. Quasi ci segnavamo anche noi.

                                   *

Abbiamo accompagnato Melai al tram per la partenza definitiva. La
signora mia suocera lo ha avvertito che in fondo alle calze troverà la
sorpresa di una caramella.

Io gli ho detto affettuosamente:

— Lei, signor Melai, è un po’ alto di statura. Veda di non sporgere con
la testa. E se mi permette, eviti le azioni cavalleresche. Io, intanto,
le manderò della polvere di nostra creazione contro le bestioline.

Il ritorno fu molto eloquente fra me e l’avvocato; monosillabico con la
signorina Oretta.

— Si ha da vedere — dice l’avvocato — dopo tanti anni che è stato
fabbricato il mondo, dopo Grozio, dopo Alberigo Gentile, che gli uomini
si devano scannare, massacrare! Chi l’avrebbe mai detto?

— Qualche cosa, però, si capiva — dico io. — Mi ricordo dell’esposizione
di Milano, nel 1906. Qui c’era il padiglione della Francia: era l’arte
_de se déshabiller_. Di fronte c’era il padiglione della Germania. Bene,
sa lei che cosa ci avevan messo all’ingresso principale? Due bocche di
cannone. «Ohi là!» mi ricordo che ho detto. E l’anno scorso, un commesso
di una casa di Lipsia mi diceva: «Fate buoni acquisti, signor Sconer,
perchè quando nostro imperatore darà il segnale, la Germania si muoverà
come un serpente d’acciaio». Cosa vuole? Non avevano più soldi, e
l’imperatore ha detto: «Ragazzi miei, perchè volete rubare in casa del
vostro buon papà? Andiamo a rubare in casa degli altri». È stata una
festa per tutti i partiti. Se la va, la va! La guerra è un affare.

— Ah, — esclama forte madama Caramella-è perchè non c’è più religione.

— Brava! — dico io. — Quello che diciamo noi a Milano: _non c’è più
religione._

Ma ecco che l’avvocato _dà fuori da matto_, e dice:

— Se non ci fosse quest’angioletto, andrei a farmi ammazzare anch’io.

Allora l’angioletto _dà fuori da matta_ anche lei, e dice:

— No, papà! no, papà, anche tu.

— Ma ci sarà bene la Divina Provvidenza! — dice ancora madama Caramella.

— Già, ma non si muove — le dico io. — Ma sa, avvocato, che ora abbiam
fatto? Oramai è mezzanotte. E domattina devo essere a Genova. Parto con
l’automobile.

                                   *

Mentre lo _chauffeur_ metteva in ordine la macchina, l’avvocato diceva:

— Guarda che luna!

Gli alberelli, fermi nella luna, parevano d’argento.

— E pensare, in una notte così serena, quella povera Francia, quel
povero Belgio....

— E anche questa povera Italia, caro avvocato — dico io —, perchè non si
sa mai! — Ma tu — dissi allo _chauffeur_ — non guardare la luna e non
pensare al Belgio, perchè vogliamo arrivare a Genova: e non a Vega, o in
fondo a qualche burrone.



                   XXVI. — UNO SPETTACOLO INDECENTE.


L’affare di Genova si presentava eccellente ma alquanto complicato. Si
trattava di riscattare subito una polizza di pegno di oggetti preziosi.
La mia lungimirante pupilla prevedeva, che l’impiego di capitali in
brillanti ed in perle, in questo precipitare dei valori cartacei,
sarebbe stato un ottimo investimento; e nel tempo stesso mi procuravo
doni nuziali, degni di me.

A Milano (perchè ho dovuto andare anche a Milano a consultare il mio
legale), sgradevole sorpresa: Biagino, il mio _chauffeur_, chiamato
sotto le armi. Peccato, un bravo ragazzo! Rubava su la benzina e su le
gomme in modo del tutto soddisfacente. Altra sorpresa sgradevole:
tornando un giorno a casa mia, quattro soldatini feriti, allineati
contro il muro al passaggio della mia automobile, levarono le stampelle
contro di me, dicendo: _Managgia li cani!_ Si capiva che erano romani,
ma anche che i tempi si fanno climaterici.

Smettiamo l’automobile!

Sinceramente, fui molto felice quando potei commutare nei gioielli gli
assegni bancari che avevo preso con me quando mi recai la prima volta a
P*** per comperare la contessina dalla chioma d’oro.

«Ebbene, compreremo invece Oretta dalla chioma bruna».

Quei gioielli erano bellissimi.

V’era tra essi una collana di perle di un oriente perfetto che
rappresentava da sola un valore non troppo inferiore al totale della
somma da me impiegata.

«Gran Dio — dicevo tra me — quando io faccio vedere questo spettacolo a
madama Caramella, essa è capace di commettere delle sciocchezze
personali. Ebbene no, signora. Si tratta di un semplice regalo di
nozze». E voglio vedere se gli occhi di Oretta si fisseranno con
indifferenza su queste gioie degne di una principessa di casa regnante.
«Via, signorina, che il tempo delle violette mammole è trascorso, e alle
rose convengono sì fatti ornamenti».

Ebbene, quello che è successo appartiene al numero dei fatti inauditi,
fantastici: direi cinematografici.

Io ne ho segnata la data memorabile: venerdì, sette giugno, ore undici e
mezzo del mattino.

                                   *

Ma procediamo con ordine. Ero tornato da Genova a P*** col treno, dopo
un viaggio disastroso; accaldato, assonnato, perchè quando si porta con
sè una borsetta di simile valore non è il caso di addormentarsi.

Pensavo con piacere a Lisetta: «appena arrivato, faccio levare due
secchi d’acqua, di quell’acqua gelida dal fondo del pozzo». Ne sentivo
in fantasia la sferzata dolce e ristoratrice. «Presto, Lisetta! Il mio
pijama e questi due marenghi per voi: uno per secchio». Godevo a questo
fresco pensiero.

Appena sceso a P***, ho preso una carrozzella e, con la mia borsetta in
mano, mi sono fatto condurre al mio _chalet_. Il cavallo andava assai
piano, ma non importa. Appena fuori della porta, l’aria della campagna
cominciò a ventilare. V’era l’odore fresco del trifoglio rosso nei
campi, v’era l’odore caldo delle spighe, mature ormai; v’erano i
grappoli bianchi delle acacie. «La natura — pensavo — è sostanzialmente
profumiera come me».

Ma il cavallo andava assai piano, tanto che apersi la busta di un
biglietto che mi giaceva in tasca. Era del mio meccanico e diceva: «Se
torno, riprenderò servizio presso di lei, se non torno, dirò: Viva
l’Italia». «Ma che bravo ragazzo! Siamo tutti patriotti, adesso.
Speriamo che ogni cosa vada a finir bene, e allora faremo belle gite per
queste colline idilliche, con la signora Oretta, e forse con l’erede, a
cui presenteremo il mondo sotto il suo aspetto più simpatico».

Ma quando fummo al piede della salita, il cavallo si rifiutò di salire.

— Queste povere bestie — disse il vetturale — non mangiano più biada e
non hanno più forza.

— Ebbene — risposi, — faremo quest’ultimo tratto a piedi.

Sono sceso e, con la mia borsetta in mano, mi sono avviato verso lo
_chalet_.

Ma che cosa videro sotto la pergola le mie esterrefatte pupille?

È lui o non è lui?

Era Melai.

Ma non era partito? Se era lui, evidentemente non era partito.

Ho avuto una specie di turbamento premonitore.

Melai si intravedeva, sotto la pergola, pacificamente seduto su la
poltrona di vimini. Fumava beato una sigaretta e spingeva le spire del
fumo verso il cielo.

Ma non era solo. Oretta era in piedi davanti a lui.

E papà? e mamà? Nessuno! Nessuno, fuor che cane Leone, addormentato.

Fin qui nulla di eccezionalmente grave; ma io avevo la percezione che
stava per succedere qualche cosa di grave; perciò, quasi senza volerlo,
mi trovai giù nel fosso e guardavo attraverso la siepe quello che stava
succedendo sotto la pergola.

La scena era muta ma si capiva lo stesso. Gli occhi di Melai erano
imbambolati nella contemplazione di Oretta; ed io sentivo che i miei
occhi diventavano feroci.

Ad un tratto la manina di Oretta si mosse, prese dalla scatola, che era
sul tavolino di vimini, un cioccolatino: lo spogliò dolcemente, allungò
la manina. La bocca di Melai era anche essa imbambolata. Buttò via la
sigaretta, e la signorina gli insinuò il cioccolatino nella bocca. E
seguitò.

«Ma che confidenze son queste? Ma questo è un male ereditario! Ma quella
scatola è la mia scatola, quei cioccolatini sono i miei cioccolatini!».

Melai teneva ora chiusi gli occhi come alla prima comunione.

«Ah, è questa la rinuncia, o impostore?» esclamai. «Ma qui succede
qualche cosa di molto più grave».

Ad un tratto, cosa vedo? Vedo la signorina Oretta che si accosta anche
più verso di lui; allunga la mano, e immerge la mano dentro i capelli di
lui.

La mano passava e ripassava come se pettinasse: «la dama pettinava il
damigello». Lui andava indietro con la fronte e si lasciava pettinare.
Era uno spettacolo grandioso: muto. Ma io sentivo fischiarmi le
orecchie. Mi parve ad un tratto che nella campagna ci fossero come
nascosti dei piccoli genietti che accompagnassero quella scena con i
violini. Forse erano le cicale.

Poi, non so, o era il sole che si moveva sotto la pergola, o erano i
miei occhi esterrefatti, ma le due figure si spostavano stranamente.

Oretta si piegava sempre di più, o si lasciava piegare; le pupille loro
si avvicinarono; i due volti si confusero, e allora non si mossero più.
Ma questo evidentemente è un bacio! La musica dei genietti si fermò, e
anche il sole si fermò.

Non so per quanto tempo Melai e Oretta rimasero così, perchè io ero
oramai paralizzato in fondo al fosso. Mi riscossi un po’ per volta, e
dicevo: «Ma si baciano sempre! Brava, signorina Oretta, e
congratulazioni anche a lei, signor Melai, congratulazioni! Ah, un bel
santo!»

Volevo apparire dicendo così, ma non potei, perchè, d’improvviso, cane
Leone si destò; latrò con rabbia, latrò con ferocia: lo vidi, con la
gola spalancata e tutta la pelliccia furibonda, balzare verso di me.

Mi sono trovato nel mio _chalet_, sporco come un mostro. Per fortuna
avevo ancora con me la mia borsetta.



                 XXVII. — MI ADIRO PER LA PRIMA VOLTA.


Soltanto quando mi trovai nel mio _chalet_, e lo specchio mi rimandò la
mia figura deformata e sudicia, ebbi la completa sensazione del mio
dolore. Io ruggivo: «Infame! Santarellina! _Mamz’elle Nitouche!_ Tira
via, non c’è papà! Ah, è timida, dice papà».

L’edificio da me costruito con tanta cura, dispendio di tempo e —
diciamo pure — di denaro, era crollato. E volendo essere esatti, bisogna
dire: «seguitava a crollare». Una ragazzina minorenne, davanti alla
quale io, con suprema delicatezza, mi sono trattenuto sempre dal
proferire le parole sacramentali: «Signorina, io vi amo» dare dei baci
così! baci di donna provetta. Ah, falsa minorenne! Forse non esistono
più minorenni. Probabilmente mentre io mi spazzolavo il vestito, essi
seguitavano ancora a baciarsi; e allora dovetti constatare che io
soffrivo. Infatti avevo gli occhi fuori della testa. E più forse del
bacio, mi faceva fremere la visione degli atti preparatori del medesimo,
quando lei pettinava lui così dolcemente con la mano; quando lei gli
insinuava nella bocca i miei cioccolatini. Così! Faceva così! E feci a
me stesso l’atto di insinuarmi in bocca i cioccolatini col rosolio. «Tu
soffri realmente, Ginetto Sconer, tu soffri!» Il sapore di quella
fanciulla, che dovevo gustare io, se lo è invece gustato Melai. Guai se
io fossi un uomo sanguinario come usa adesso! A quest’ora sotto quella
pergola esisterebbero due cadaveri.

                                   *

La mattina seguente stavo un po’ meglio, ma non così che, quando venne
Lisetta per rassettare le camere, io non dicessi:

— Ah, belle cose, belle cose che succedono in questa casa!
Congratulazioni, molte congratulazioni con la vostra padroncina.

— Perchè, signore? — mi domandò Lisetta.

— Voi non sapete forse quello che ieri è successo verso quest’ora, là,
sotto la pergola?

E raccontai quello che avevo veduto: — Uno spettacolo indecente. Non
saprei dire per quanto tempo ha seguitato a pettinarlo.

— Capirà, signore, che finchè lo pettina lei, non lo pettina la morte.
Faceva così tutte le mattine nei giorni che lei è stato via.

— Voi dite?

Ella diceva così.

— Ma quella sera che io sono partito, è partito anche lui! Allora era
una falsa partenza.

— Non so, signore — disse Lisetta —, ma io credo che abbia ottenuto una
proroga per affari di famiglia.

— Ah, li chiamate affari di famiglia? Ah, un bell’ordine nell’esercito!

— La mattina dopo che lei è partito, signore, lo abbiamo visto comparire
ancora qui, e la padrona gli ha fatto tanta festa.

— Allora sua madre sapeva tutto.

— Io credo di sì.

— E anche lui, il padre?

— Oh, lui sa sempre le cose per ultimo.

— Ma questo amore come è nato?

— Chi lo sa, signore? L’amore nasce così!

— Ma come «così»? Così sotto la pergola?

— Tutto può darsi, anche sotto la pergola.

— Ma voi Lisetta, che sapevate le mie intenzioni, voi che vedevate che
io ero assente, perchè non siete corsa ai ripari?

— Ah, signore — esclamò Lisetta mortificata — io ho fatto quello che
potevo fare; e appena ho potuto, ho parlato alla signorina.

— Ebbene?

— Io non glielo volevo dire, signore, per non darle dispiacere.

— Vi autorizzo a parlare.

— Ebbene, già che lo vuol sapere, la signorina ha detto: «Taci, taci
Lisetta! Io sposare un uomo così grosso e rosso che potrebbe essere mio
padre?».

— Così ha detto? Inaudito!

— Precise parole.

— Ma voi dovevate insistere: «un uomo che sa quel che dice, che sa quel
che vuole, che conta qualche cosa nel mondo».

— L’ho detto, signore.

— E lei?

— Lei? Lei ha detto: «con tutte quelle sciocchezze che dice, che fa
venire il latte ai ginocchi».

— Idiota fanciulla! Dovevate dirle che io ero d’accordo con suo padre.

— Anche questo ho detto.

— E vi ha risposto?

— Che piuttosto che sposare un parrucchiere, fosse anche coperto d’oro,
si butterebbe giù dal campanile di San Fulgenzio, che è il più alto
della città.

— Ma è pazza quella fanciulla!

— È innamorata, signore!

Lisetta tacque, e anch’io.

Ma quelle parole atroci riferite da Lisetta mi fischiavano alle
orecchie. Io parrucchiere? Io sono un costruttore della bellezza, e
anche di civiltà, perchè chi usa i miei prodotti è educato e civile.
Sentivo in me un’auto-intossicazione di furore.

— Io tirerò le orecchie a quel signore — dissi.

— Non lo faccia, per carità — disse Lisetta. — Tutti quelli che sono
stati in guerra hanno preso lo spirito sanguinario.

— Credete forse che io abbia paura?

— Oh, no, signore: ma dico che è un momento succedere una disgrazia.

— Io, del resto, non voglio fare tragedie, ma gli parlerò ad ogni modo e
gli dirò il fatto mio: «Ah, lei, bel giovane, che contemplava le stelle.
Lei preferisce però contemplare qualche altra cosa sotto la pergola.
Congratulazioni!» Oh, gli dirò questo ed altro.

— È impossibile perchè è partito.

— Non ci credo, perchè doveva già essere partito tante volte. Sarà
partito provvisoriamente.

— No, definitivamente.

— Allora gli scriverò: «Ah, falso sentimentale! Le piacciono invece le
cose di questo basso mondo, compresi i miei cioccolatini». E, quella
infelice, preferisce uno sbarbatello, che oggi c’è e domani non c’è, a
me che nel mondo conto per qualche cosa. «Dico sciocchezze», io! «Un
uomo grosso e rosso», io!

— Lei è un uomo che può dare soddisfazione a qualunque donna.

— Voi avete proferito una grande verità. Ma voi non sapete tutto. Sapete
perchè io sono andato a Genova? Questo, vedete, è il terribile! Io sono
andato a posta a Genova per comperare il regalo di nozze. E proprio
mentre io comperavo i gioielli più rari, ero tradito.

— Oh, povero signore! Ma davvero proprio?

— Dubitereste forse di quello che io dico? Venite qui, venite qui,
Lisetta. Guardate. Guardate, tanto per avere un’idea di chi sono io.
Questo era il regalo di nozze.

La ho condotta nella mia stanza e ho aperto la borsetta.

— Maria santissima! Spavento!

— Guardate soltanto questa collana. Per darvene un’idea, neppure la
regina ne ha una così.

Allungò il dito per toccarla.

— Voi dovete sentire il peso.

— E sono perle vere?

— Vere? Vero oriente. Mica scaramazze.

— E costano tanto?

— Come voi, come lei, come lui, come tutta questa catapecchia, con
l’avvocato e sua moglie compresa. Sì, sì, pigliate pure. Già tanto io me
ne andrò di qui. Quelle forbicette, quella cipria. Anche quella pompetta
dell’acqua d’odore, se vi fa voglia.

E le permisi di saccheggiare la mia toletta.

                                   *

Scesi in giardino perchè sentivo che avevo gli occhi feroci, e la mia
fisonomia era in disordine. Non vedevo più niente. Ma quando ho visto i
gattini di Oretta che immergevano la linguetta rossa nel latte bianco,
attorno alla ciòtola, ho dato un calcio formidabile: due gattini sono
saltati in volata sopra la siepe.



            XXVIII. — DIVENTO QUASI FILOSOFO E ANCHE POETA.


Quel giorno mi sono eccitato; ma poi dopo mi sono calmato. Però dentro
mi è rimasta una sensazione amara e disgustevole.

Eccola là, la impudica fanciulla!

Io la vedevo dalla finestra del mio _chalet_, sotto la pergola, che
lavorava, e c’era ai suoi piedi quell’abbominevole cane Leone. Chi
avrebbe mai imaginato che colei fosse stata capace di dare dei baci
così? di fare delle carezze così? Una fanciulla ancor minorenne! «No,
signorina! voi eravate una falsa minorenne, un surrogato del giglio. Voi
avete sorpreso la mia buona fede».

Io rivolgevo mentalmente queste parole dalla mia finestra alla signorina
Oretta quando mi accorsi che nel mio giardino c’erano dei gigli. Come
erano nati? Probabilmente erano già nati, e si erano dischiusi senza che
io me ne avvedessi.

Così forse è avvenuto di Oretta: si è dischiusa sotto l’amore. Le donne
di Lionello si dischiudono d’estate e d’inverno; ma lo spettacolo
naturale è più bello. Se non che dovevo essere io a dischiudere, signor
Melai. Io, non voi! Voi avete requisita la mia proprietà! Era la
gelosia. Che spaventoso sentimento! Agisce da pompa aspirante al cuore e
porta via tutto il sangue, tutta la proprietà. Voi non avete più la
vostra proprietà. Sì! Eccola là, ma non è più vostra: è di un altro. La
proprietà di una donna non è come quella della mia palazzina. Non c’è
altra abbondanza che di donne, ma che importa? È quella donna! Con quel
ricamo della bocca, con quel sorriso, con quel sapore non ce n’è che
una. Perchè, Oretta, non hai fatto le carezze a me? Perchè non hai
pettinato, così, così i miei capelli?

Mentre io facevo così e così, mi accorsi che questa operazione non si
poteva compiere troppo bene, perchè i miei capelli sono alquanto
incatramati dalla pomatina. Ritrassi infatti la mano profumata bensì; ma
appiccicata.

Posso convenire che i capelli di Melai si prestano meglio a questa
operazione.

Ma ciò non toglie che voi, signor Melai, abbiate requisita la mia
proprietà. La quale si lasciò requisire. E allora mi ritornarono alla
mente quelle abbominevoli parole di lei: «Un uomo grosso e rosso...!».

Ah, signorina Oretta! Un uomo grosso e rosso, io?

«La vostra opinione, signorina — la apostrofai dalla finestra — è
errata! Io sono io! Non sarò un ragno, vestito in grigio-verde; ma io
sono un uomo _in gamba_ e che conta qualche cosa nel mondo; e il vostro
Melai è uno che oggi c’è, e domani non c’è. E voi, signorina? Io vi
credevo capace, non solo di pudore, ma anche di comprendere il vantaggio
della posizione eccezionale che io vi offrivo. Questa poesia di tipo
superiore voi non la avete capita. Tal sia di voi».

                                   *

Stavo ravviando col pettine i capelli disordinati, quando entrò la
Lisetta.

— Vi pare, Lisetta, che io sia grosso e rosso? I capelli rossi! No,
rossi: tizianeschi. Lasciate, lasciate passare un po’ di tempo, e poi
vedrete che la vecchia e la giovane avranno a pentirsi amaramente.

— Forse lei, signore, ha ragione — disse Lisetta. — Sapesse adesso la
mia padroncina quanto soffre da quando lui è partito. Non dorme più, non
mangia più; è diventata pallida.

— Questa notizia — dico io — mi fa piacere. Prenda il papavero! Oh, non
capita mica tutti i giorni ad una povera provinciale di trovare un
marito con centomila lire di regali in soli gioielli, oltre il resto.

— Poverina! Sarà calata, da quando lui è partito, di tre buoni chili....

— Un chilo al giorno, — dico io.

— Adesso sì che non digerisce più bene!

— Prenda la cascara sagrada, — dico io.

— Prega tutto il giorno perchè il Signore lo faccia salvo.

— Ditele che faccia anche un altro voto: di non uscire di casa il
sabato, così sono due giorni, venerdì e sabato.

— Ma lei è ben cattivo, signore!

— Pretendereste forse che io fossi buono con chi mi ha fatto del male?



            XXIX. — L’INUTILITÀ DELLA MIA SAGGIA ELOQUENZA.


Io non avrei avuto questa conferenza con la signorina Oretta, se la
persistenza di lei sotto la pergola non avesse eccitato sempre più la
mia indignazione. E d’altra parte il mio amor proprio oltraggiato
domandava qualche riparazione.

Ella si stava mattina e sera, sola soletta, sotto la pergola, curva a
lavorare; con cane Leone, immobile ai suoi piedi.

Deliberato il colloquio, feci una _toilette_ come per una visita di
condoglianza. Infilai un paio di guanti e mi inoltrai per il vialetto.
Il mio passo scricchiolante su la ghiaia fece voltare la testa ad
Oretta. Cane Leone — maledetto sempre — era anche lui tetro: non voltò
la testa, non latrò: ma si limitò a mostrarmi i suoi denti.

— Buon giorno, signorina Oretta — dissi. — Io sono dolente di non aver
potuto salutare ancora una volta il signor Melai, tanto caro e simpatico
giovane.

— È partito.

— Definitivamente, lo so.

(Silenzio).

— Permette, signorina, che io mi sieda?

— Ma la prego.

(«E anche lei permette, è vero?» — dissi con lo sguardo a cane Leone).
Mi sono seduto su la poltroncina di vimini, dove sedeva Melai.

— Permette anche, signorina Oretta, che le parli?

— Ma la prego.

Ella stava sempre con la testa in giù, sul ricamo. Ed io allora ho
iniziato verso la signorina Oretta un discorso patetico e insieme
persuasivo: — Signorina Oretta — cominciai —, le parlerò, come dire? non
poeticamente ma praticamente: prima di venerdì sette giugno, ore undici
e mezzo del mattino, io vivevo nel convincimento che ella non avesse mai
varcato la frontiera, come dire? dell’Amore. Anzi credevo che ella ne
ignorasse persino l’esistenza: per conseguenza, io, da quel perfetto
_gentleman_ che mi onoro di essere, mi sono mantenuto verso di lei
sempre in un decoroso riserbo. Ho l’onore di essere ascoltato, è vero,
signorina?

La signorina Oretta non disse nulla ed io proseguii:

— Ma la mattina di venerdì sette giugno, alle ore undici e mezzo, reduce
appunto da un mio viaggio a Genova, che ha, se permette, qualche
relazione con quanto sono per dirle, ho dovuto constatare, in modo — la
prego di credere — del tutto casuale ma irrefragabile, che lei sotto
questo _bersò_ era già a conoscenza, per non dire in possesso, del
territorio d’Amore. Specifico: è stato così e così....

Mentre io specificavo, credevo di essere interrotto: ma non fu così.
Credevo che il suo volto arrossisse. Ma niente di tutto questo.

Finii allora di specificare.

Ella si irrigidì.

— Sono dolente — dissi — che il signor Melai sia partito, perchè gli
volevo, oh non già fare scene tragiche, ma così, semplicemente dire:
«Congratulazioni, signor Melai, congratulazioni sincere! Constatiamo che
lei, dopo avere proclamato la vanità delle cose di questo mondo, è
ritornato sopra la sua opinione; e che, dopo avere contemplato la luna e
le stelle, ha trovato che è piacevole anche abbassare gli occhi sopra un
amabile volto. Congratulazioni!».

La signorina Oretta cominciò a capire il mio significativo linguaggio e
si scosse; ma io proseguii:

— E congratulazioni anche con lei, che ha saputo chiamare quel giovane
ad una valutazione più esatta dei beni terreni. Questa cosa ha fatto
piacere a lui, per quanto abbia fatto dispiacere a me. Ma niente di
male, signorina! Lì per lì, confesso, la cosa mi ha prodotto una certa
impressione, direi sfavorevole al di lei confronto; ma poi ci ho
pensato, e ho trovato che la cosa, o con l’intervento del signor Melai o
con l’intervento di un altro, doveva succedere, o in quel giorno o più
tardi. Avrei desiderato col mio intervento,... ma non è questo
l’argomento dell’attuale colloquio. Quello che mi premeva di
significare, è che la mia attenzione si era posata con benevolenza sopra
di lei: tanto è vero che mi ero permesso qualche _avance_ di matrimonio
col di lei genitore, e ne avevo avuto buoni affidamenti. Ma io le dirò
di più: il mio viaggio a Genova era avvenuto per acquistare l’omaggio di
alcune bazzecole decorative, le quali non sono sdegnate anche dalle più
rigide virtù. Senonchè la mattina del sette giugno ho assistito
all’assalto della di lei virtù. Questo spettacolo, creda, non era nel
programma del mio viaggio! Ma badi: io non discuto in questo momento la
preferenza data al signor Melai: Melai le è simpatico, e perciò io devo
essere antipatico. Il mio orgoglio d’uomo è rimasto ferito. A lei non
importa, lo so. Semplicemente mi sorprende che in una signorina, come è
lei, che io avevo prescelto specialmente per le sue qualità di
equilibrio mentale, abbia potuto aver luogo un fenomeno così folgorante
di passione, diciamo così, irrazionale. «No! parlo piano — dissi a cane
Leone che stava attento: — parlo piano come è mia abitudine: piano, ma
energico e preciso». E attesi una risposta.

Allora la signorina Oretta mosse le labbra, e venne fuori questa
risposta:

— Noi ci conoscevamo da prima.

— Ecco un particolare del tutto ignorato — dissi. — Con ciò ella vuole
significare che esisteva un diritto di prelazione in favore del signor
Melai....

Fece cenno di sì.

— Il mio cuore sanguina; ma l’onore è salvo!

La signorina Oretta ebbe allora un sussulto: con la mano frugò, trasse
una lettera: me la offrì.

— Signorina — dissi — ella vuole offrire la documentazione di quanto
asserisce verbalmente; ma non importa, la prego.

Ma ella insistette.

— Ebbene, quando ella insiste....

Allora io estrassi dalla busta la lettera, apersi il foglio, e lessi le
cose seguenti:

_«Signorina, mi chiamo Marco Melai; sono caporale nel 6º Battaglione
Cividale. Ho ventidue anni e mi trovo in guerra dal 5 ottobre 1915. Sono
stato già ferito una volta. Mio padre è colonnello; la mia povera mamma
non c’è più in questo mondo. Credo che questa presentazione sia
bastevole. Dove mi trovo? Sui monti. A lei indovinare. Vuole diventare
la madrina dei miei alpini? La assicuro che sono giovani forti, buoni e
valorosi. Non spetterebbe forse a me il dirlo, ma la verità non sta mai
male»._

Rimisi la lettera nella busta, e gliela restituii con bel garbo.

Ella la ripose nel non voluminoso archivio del suo seno.

— Ma mi permetta, signorina — ripresi: — dallo stile di questa lettera
sembra che questo signore non conoscesse lei di persona.

Oretta rispose:

— E nemmeno io conosceva lui.

— Sarebbe indiscrezione domandare qualche schiarimento in proposito?

— L’anno scorso — disse allora Oretta — io ero ancora a scuola, quando
la signora direttrice ci ha invitate a dare qualche libro di lettura per
i soldati.... Io allora ho dato le _Mie Prigioni_ di Silvio Pellico,
dove c’era scritto, sul frontespizio, il mio nome....

— E probabilmente anche l’indirizzo....

— Sì, signore. E allora una mattina, ecco che viene il postino, e mi
consegna questa lettera qui....

— Signorina, la prego: si calmi. E appena ricevuta questa lettera, lei
ha risposto....

— L’ho fatta vedere....

— A papà!

— No, a mamà.

— E mamà ha detto?

— Di rispondere con due parole gentili.

— E lei, naturalmente, ha risposto.

— Sì, signore.

— E lui ha continuato a rispondere....

— Sì, signore. Dopo io l’ho conosciuto qui all’ospedale, dove andavo con
mamà. Una volta, andando all’ospedale, io avevo una rosa con me....

— E lui gliel’ha chiesta.

— Sì, signore.

— E lei gliel’ha data.

— Sì, signore.

— E mamà era presente?

— Sì, signore.

(Ho capito: la rosa era diventata un rosaio).

— Permette ora una domanda? Lei vuol bene a suo papà oltre che a mamà, è
vero?

Mi guardò stupefatta.

— Suo papà è un uomo serio, un uomo positivo. Egli sa che le rose
fioriscono in maggio, ma dopo viene l’inverno. Il suo sguardo vede
soltanto la primavera, ma il nostro è più lungimirante e si estende in
tutto l’orizzonte della vita. Crede lei, signorina, che il di lei babbo
sarà contento quando saprà che lei ha legato il suo destino a quello di
un soldato?

— Allievo ufficiale, signore!

— Sia pure _allievo ufficiale_....

Io volevo dire _allievo cadavere_, ma me ne astenni; i due laghi alpini
si venivano velando, e il mio primo sentimento fu di estrarre dalla
tasca il mio fazzoletto, e passarlo su quel visino. Però provavo piacere
a vederla soffrire.

— Ma sono queste anime pure — esclamò d’un tratto — che si sacrificano
oggi così.

La signorina Oretta proferì queste parole con notevole eccitazione, e in
quella circostanza io potei constatare l’agitarsi di quel seno, che fino
a quel giorno brillava per la sua assenza.

— Signorina — risposi — condivido i suoi nobili sentimenti; però se lei
volesse ritornare sopra le sue deliberazioni, se vuol dimandarne una
dilazione nella risposta, per conto mio sarei disposto a considerare
come non avvenuto il fenomeno apparso sotto questo _bersò_, la mattina
del sette giugno.

Ma la risposta fu improvvisa e non quale la mia generosità meritava.

— Signore — mi disse — io ho fatto quello che dovevo fare secondo il mio
cuore. Se lui tornerà, ci sposeremo. Se no, sarà quello che Dio vorrà.

Lei diceva queste parole per conto suo, e due lagrime intanto, emissarie
dei due laghi alpini, scendevano per conto loro giù per le gote.

— Quando è così, basta, signorina, basta! Quello che lei ha fatto è
sentimentale, ma non è pratico — dissi presentandole la mano guantata.

Mi sono alzato e mi sono inchinato.

                                   *

La signorina Oretta non poteva dichiarare in modo più esplicito di avere
abbandonato tutte le sue riserve al prestito nazionale per la guerra.
Tuttavia è un fatto che le donne hanno la tendenza a dare il loro voto
agli uomini di tipo sanguinario. Non mi parve dovere esporre la mia
dignità a ulteriori insistenze. Prosegua, prosegua a piangere, signorina
Oretta! Quando quel signore tornerà, se tornerà, non troverà che un
naso, i capelli, e quattro ossi in croce della fu signorina Oretta.



                XXX. — LA VENDETTA È IL CIBO DEGLI DEI.


Seduto davanti allo _chalet_, io eseguivo una specie di bilancio
consuntivo, quando un’ombra intercettò la luce, e si fermò davanti a me.

Era madama Caramella. A quella vista sentii nascere in me un così
concentrato furore che, per la prima volta, mi giudicai capace di una
azione violenta.

— Buon giorno, cavaliere, — mi dice con adorabile tranquillità. — In
settimana verrà senza fallo l’imbianchino a pulire la cucina.

— L’imbianchino? Non occorre più.

— Ma non viene la sua signora madre?

— No. È andata ad _Aix-les-Bains_.

— Oh, quanto mi dispiace!

— Anche a me.

Silenzio.

— Mi pare di cattivo umore, cavaliere, — dice madama Caramella.

— Io? Può darsi. Ma lei invece, per quello che succede, mi pare di
troppo buon umore.

— Qualche cattiva notizia nel bollettino della guerra?

— Nel bollettino della guerra? Non so: ma nel suo bollettino, sì certo.

— Mio?

— Suo, sì, di lei. Come? Non lo sa? Ma lei è entrata in guerra! Io ne
sono ancora stupefatto: una donna come lei che non è più una giovanetta,
che fino a ieri aveva dato prova di equilibrio mentale, di senso della
realtà, decreta anche lei improvvisamente il salto nel vuoto; e finchè
lo fa lei il salto, poco male, ma ci spinge la sua figliuola e quel buon
uomo di suo marito. Io credevo che lei volesse bene alla sua famiglia.

Constato con piacere che madama Caramella è stupefatta alle mie parole.

Madama Caramella mi domanda che cosa è successo.

— Lo domanda a me? Le sue vesti bruciano, e mi domanda che cosa succede?
Lei lo deve sapere meglio di me. Non è lei che ha permesso a quel signor
Melai di venir qui?

— Ma sono fidanzati. È naturale!

— Quanto a _naturale_, nessuno ne dubita. Anzi io le posso dire che tre
giorni fa, alle ore undici e mezzo del mattino, tornando da Genova, ho
assistito là, sotto quella pergola, ad una scena anche troppo naturale.

Descrivo la scena, ma madama Caramella non stupisce, non arrossisce. Si
limita ad osservare che un bacio tra fidanzati è una cosa che usa da
molto tempo. — Ma, e poi, scusi, cosa c’entra lei?

— Mi domanda cosa c’entro io? Arriveremo anche a questo punto. Intanto
le faccio osservare che quello era un bacio speciale, come una _film_ di
lungo metraggio, ai cui ultimi quadri io mi sono sottratto per ragioni
di decoro personale. E lei poi si scandalizza per un po’ di gambe che
mostrano le ragazze a Milano! Ma lasciamola là! Questo fidanzamento è
avvenuto col suo consenso?

— Sa lei forse — domanda madama Caramella — qualche cosa sul conto di
Melai? Un giovane di famiglia onorata....

— Non discuto affatto.

— Un giovane che ha sempre proceduto con la più scrupolosa delicatezza,
tanto è vero che la prima cosa fu di presentarsi a me con una lettera di
suo padre. E d’altra parte domando e dico: ad un giovane che fa il suo
dovere per la patria, ad un giovane ferito, all’ospedale, solo,
poverino, che domandava di corrispondere con Oretta, potevo io dir di
no? Ma se non ci aiutiamo fra noi, buoni, chi ci deve aiutare?

— È un’opinione rispettabile, ma non condivido. Il suo preciso dovere
era invece, appena ella si accorse di quella passione, di troncare:
taglio netto. Probabilmente anche lei, madama, si è lasciata sedurre
dalla montura.

— Oh!

— Prego, si calmi. Osservi invece — tanto per incidenza — come è ridotta
sua figlia. Pareva un fiorellino, e adesso è uno straccio.

— Ma bisogna bene soffrire qualche cosa in questo mondo....

— Ma chi le ha dato da intendere questo?

Madama Caramella guarda la mia calma con un principio di alienazione
mentale.

— Oh, io sono certa — disse madama Caramella — che quando mio marito
saprà tutto, dirà: «Hai fatto bene!».

— Io non credo: ma se fosse così, direi che il di lei consorte è molto
più poeta di Cioccolani! Scusi, signora, ma lei sta in piedi e ciò mi
dispiace.

Prendo una sedia, e prego madama Caramella di accomodarsi.

Proseguo: — Mi posso sbagliare, anzi mi auguro di sbagliare; ma lei,
cara signora, ha commesso un’imprudenza le cui conseguenze possono
essere incalcolabili. Lei ha arrestato il benessere della sua famiglia.
Ma certo! Sa lei come vanno in malora le famiglie? Generalmente in
conseguenza di un errore iniziale che passa quasi sempre inavvertito:
che può essere la firma a una cambiale di favore, un contratto
sbagliato, una mancanza di precauzione igienica, un matrimonio fatto coi
piedi: appunto una mancanza di igiene morale: è il suo caso! Dopo, cara
signora, lei ha un bel seguitare a fare il bucato in casa, tener le
galline, fare i salamini e i prosciutti in famiglia....

Constato con piacere che madama Caramella è presa da un po’ di convulso.

— Ma quando sarà finita la guerra, quando lui tornerà, saranno felici.
Non crede lei che la guerra finirà presto? — domandò con ansia madama
Caramella.

— Finire? Ma se è appena un anno che è cominciata? Dove ha letto lei
queste panzane? Nei giornali forse? Ma cosa crede lei che scorticare i
tedeschi sia facile come scorticare il suo porcello? Eh! eh! Noi uomini
d’affari ne sappiamo qualche cosa. Finire? Ma, prima, si deve muovere
l’America, che sono cento milioni; poi si deve muovere l’Asia che sono
almeno altri cinquecento milioni. Pensi che adesso, con la telegrafia
senza fili, si può chiamare tutto il mondo alla guerra.

— Ma finirà una buona volta.

— Può darsi; ma dopo verrà la rivoluzione, e chi si salverà saremo
appena noi modesti capitalisti che sapremo, se occorre, comperare anche
la rivoluzione.

— Ma Iddio non permetterà.... — balbetta la povera madama Caramella.

— Ma cosa vuole che Iddio, con una amministrazione così vasta, possa
occuparsi di questi dettagli? Lei ha tempo, cara signora, di iniziare
per la sua figliuola una cura ricostituente.

— Ma lui tornerà, si farà una posizione, e una volta sposi, saranno
felici.

— Lo auguro, ma elevo dei dubbi. Anche nella migliore delle ipotesi, lei
non deve dimenticare che quel signore faceva baldoria. Io mai fatta
baldoria! Poi lei ha sentito: fucila le signorine! Badi che io ammiro e
amo il signor Melai: ma come individuo che possa dare la felicità alla
sua signorina, escludo. Però se le fa piacere, ammettiamolo! Se non che,
coi tempi che verranno, il matrimonio sarà un lusso che soltanto un
milionario si potrà permettere. E invece lei, mia cara signora, aveva
proprio la felicità a portata di mano qui nella sua casa. Io gliene
parlo con la massima calma, come del resto è mia abitudine: ma accentuo!
Permette, signora?

E sono andato di là e ho preso la borsetta. Mi siedo e proseguo:

— Le cose stanno così, signora: i miei occhi si erano posati con
notevole benevolenza su la di lei signorina, e non sarei stato alieno
dal domandarla in isposa. Sarebbe stato un matrimonio razionale, senza
eccessiva passione da parte della signorina: lo posso ammettere. Prego
non mi interrompa. Ma io non credo — mi potrò sbagliare, sa, — io non
credo che sia necessario fare precedere il matrimonio da un periodo
incendiario, come una reticella Auer che prima bisogna bruciare. No, io
non credo. Certo è che io ho coltivato nel mio cuore una speranza, una
illusione; ma non parlo per me. Capirà benissimo che a me non manca a
chi buttare il mio fazzoletto. Parlo per quella povera signorina Oretta,
che ha goduto un momento per un giro di valzer in un mattino di
primavera; ma come deve scontare! E anche mi si stringe il cuore
pensando a quel brav’uomo del di lei consorte, che meritava proprio di
finire i suoi giorni tranquillo. Ma mi preme, signora, di documentare
quello che io dico: io non _bluffo_; io documento!

Aprii la borsetta.

— Ecco qui. Andai a Genova apposta. Ecco qui: questi, come ella può
vedere, erano i regali di nozze. Autentici e parecchi: balasci,
smeraldi, turchesi, opere di gran lapidari: mica scaramazze!

Madama Caramella non parla più.

Io proseguii: — Invece di deperire, lei vedeva la sua figliuola bella,
felice, moglie del cav. Ginetto Sconer, e da qui un anno lei, scusi, era
nonna e la sua figliuola c’era il pericolo, caso mai, che ingrassasse di
troppo. Destino, cara signora! Ma l’imbianchino ora è perfettamente
inutile.

Così ho tolta la seduta.



               XXXI. — _CHAMPAGNE_, PESCHE E PROSCIUTTO.


— Cosa state facendo, signor Sconer? Sempre l’uomo georgico?

— L’ho fatto, ohimè, contessina; ma ora sto facendo le valigie. Ero
venuto qui a P*** per un certo affare, ma non si potè concludere. Lo
metteremo alla partita del passivo.

La contessina era venuta da me, questa volta, sola: senza il seguito del
poeta al guinzaglio.

— Con quest’orribile caldo!

— Vi disturbo, Sconer?

— Lei mi perturba, non mi disturba. Certo io non la posso ricevere con
tutte le regole del protocollo. È tutto sottosopra qui.

— Avete un bicchier d’acqua, Sconer?

— Ma lei ha sete, lei è sudata, lei è venuta a piedi per quella strada
bruciata da questo terribile sole. (Era quasi mezzogiorno). — Quando
penso che la pelle del suo adorabile volto, delle sue adorabili mani può
oscurarsi, c’è da fremere per il rimorso.

— Avevo i guanti e il velo.

— Ah, meno male.

— E poi io mi diverto nella gioia del sole.

— Io no: d’estate preferisco l’ombra.

— Io invece il gran sole; e d’inverno andare per la neve, quando tutto è
neve, sentir la gioia di affondare nella neve sino alla caviglia:
respirare la neve.

— Allora preferisco il termosifone.

Ma perline di sudore le si venivano formando su la fronte. Ella estrasse
un moccichino di merletto del tutto insufficiente perchè non era più
grande della palma della mia mano. Allora io spiegai i miei bellissimi
fazzoletti. — _Pardon!_ — e ne posai uno delicatamente sul suo volto, un
altro su la nuca.

— Voi, Sconer, mi velate come Iside.

— Veramente io vorrei fare il contrario.

— Siete ben temerario....

— Conserverò, contessina, questi fazzoletti imbevuti della di lei
persona. Ma dicevamo? Ah, l’acqua. L’acqua qui è in fondo al pozzo, e il
pozzo è cupo. Ma ora che ben mi ricordo, devono rimanere nella credenza
due avanzi di una stirpe infelice. Se lei può sostituire l’acqua con lo
_champagne_....

(Sono proprio gli avanzi di quelle bottiglie di _champagne extra dry_
che mandai a prendere quel giorno per onorare Melai al pranzo; una delle
quali probabilmente ha servito ad alimentare quell’incendio che io
dovevo contemplare la mattina del sette giugno. Ah, povero mio
_champagne extra dry!_)

— Probabilmente saranno calde, ma le facciamo subito _frappées_; le
mettiamo giù nel pozzo.

La contessina accetta con piacere.

Realmente nella credenza erano onestamente rimaste obliate le due
bottiglie dal collo d’argento.

La contessina si diverte. Vuole metter lei le bottiglie nel secchio, e
calar lei la fune.

— Un momento, contessina.

— Che cosa?

— Eh, ma se caliamo le bottiglie così, dopo, quando il secchio è
nell’acqua, galleggiano e vanno via. E chi le ripesca più? Bisogna
legarle al secchio.

È meravigliata.

— Sempre così previdente, Sconer?

— Sempre, contessina. Sistema della Casa.

Leghiamo, caliamo le bottiglie.

Ora i bicchieri. Nella credenza vi sono molti bicchieri, ma non le coppe
per lo spumante. V’è un cavatappi di stile antiquato, ma non serve.

È la prima volta che mi avviene di adoperare gli _oggetti consegnati
oggi sei maggio al cavaliere Ginetto Sconer_ dalla signorina Oretta.
Quante speranze, allora! Ma quel tempo è fuggito. Fiorì la speranza al
tempo delle violette, e la speranza morì al tempo delle rose. Non
pensiamoci più.

Tovagliolini non ve ne sono: ma tovaglioli molti. Ghiselda ne spiega uno
di lino grosso spigato.

— Pare una tovaglia.

— No, un tovagliolo. Ne abbiamo anche noi di così fatti alla nostra
villa delle Cipressine. Nostra? Credo che sia svanita la villa delle
Cipressine.

Fece un gesto con la mano, e vi soffiò sopra come su una bolla di
sapone. — Peccato! Ero nata là.

Ora tiriamo su le bottiglie.

La vista dell’acqua gelida nel secchio la attrae, vi immerge la mano,
raccoglie l’acqua nella conca della mano e si diverte a farla cascare.

— Sa come Pindaro chiama l’acqua?

— Mi dispiace....

— E sa come la chiama S. Francesco? «Umile e casta!»

— Oh, infelice! Ma noi berremo _champagne_.

Stappo: il tappo salta. Pum! Lo _champagne_ ci spruzza, ma la contessina
beve.

— Delizioso bere — esclama — quando si ha sete.

Questo lo so anch’io.

— Un biscotto, Sconer?

— Ce n’erano tanti, e cioccolatini anche. Ora più niente! Ma lei ha
fame, contessina!

— Mio Dio, sì.

Guardo con stupore quella meravigliosa creatura, sottoposta anche lei
alla legge della fame: ma sono cose che avvengono a mezzodì. Mi balena
una idea luminosa.

— Contessina, se noi facessimo colazione?

— Qui?

— Sì, contessina.

— Qui all’aperto? Vicino al pozzo? Sotto quest’ombra? Ah, delizioso!

— Tanto più, contessina, che il pozzo agisce da termosifone
refrigerante. Già, ma non c’è niente da mangiare. Un momento, però.

Esco, trovo Lisetta, le racconto il caso, e la prego di portare qualche
cosa: ma sùbito.

Ritorno.

— Occorrerà un piatto, delle posate — dico alla contessina.

(Ecco lì la credenza con gli oggetti consegnati al fu cavalier Ginetto
Sconer).

— Faccio io — dice lei.

Vuole lei preparare la tavola e mi impone la ubbidienza.

— Contessina — dico tuttavia — se vogliamo (ma come si può dire questa
volgare parola, _mangiare_?) fare un piccolo _lunch_, io credo che sia
meglio metter prima fuori la tavola e preparare poi.

Trasportiamo un piccolo tavolino vicino al pozzo, presso la siepe,
all’ombria. Dopo di che, ella mi ordina di stare seduto. Rabbrividisco
di piacere al suo ordine. Mentre ella va e viene e porta le stoviglie,
io la ammiro.

— Contessina — dico — mi permetta di farle un complimento. Lei mi
ricorda quelle meravigliose cameriste che si trovano nei romanzi del mio
amico Lionello.

Ride.

Si vedevano, mentre lei va e viene, quelle due cosine gelatinose che
danzavano. Ah, l’estate, col velo che a pena portano le signorine, è una
stagione terribile!

— Contessina, mi permette un altro complimento?

Ella portava due modeste scarpette di color grigio, che delineavano la
forma del piede così dolcemente come una sementina di popone, e due
roselline di perle erano il solo ornamento.

— Contessina — dissi — sinora ho creduto che i tacchi alla _Louis Kenz_
rappresentassero la più alta espressione della moda, ma lei mi fa
ricredere. Le sue scarpette sono i guanti _gris-perle_ delle sue
incomparabili estremità.

Si ferma, mi guarda con quei suoi occhi, e dice:

— Sa che lei, Sconer, dice delle sciocchezze?

— Tutto può darsi, contessina.

Ho la sensazione del vuoto.

Mi tornano a mente le parole di Maioli: che Ghiselda è la più bella nave
che sia stata varata nell’oceano femminile. Che io sia già trasportato
nell’oceano? Ho paura e nel tempo stesso sento una gioia, una gioia che
mi raddoppia la vita. Dio mio, che sia il bacillo dell’amore di cui
parla il dottor Pertusius? Salvami, dottor Pertusius! No, lasciami
morire. È così dolce morire così. L’universo mi guarda attraverso gli
occhi di lei; la sua capellatura d’oro mi soffoca. Calmiamoci, Ginetto
Sconer. Dissi allora:

— Io non dimenticherò mai, contessina, questo giorno inaugurale.

— Perchè, signor Sconer?

— E me lo domanda? Essere servito a tavola da lei! Mi permetta che noti
questa data memorabile: quindici giugno! Essa farà da contrappeso ad
altra data infelice.

— C’è tutto in tavola, vero? — mi domandò sorridendo.

— Sì, manca una cosa e poi c’è tutto.

— Ah, i fiori, mancano i fiori.

C’erano ancora dei gigli nel giardino: li coglie, cioè li vuol cogliere,
ma il fusto resiste.

Allora io levo dall’astuccio il mio temperino d’argento, faccio scattare
la lama, offro.

— Ma lei ha tutto, Sconer!

— Tutto, contessina.

Così ella taglia i gigli. Li aspira, e sospira: — Ah, deliziosi i gigli!
Sentite, Sconer!

— Sì, deliziosi: ma hanno dentro l’inconveniente di quella cosina
gialla. Vede?

E pulisco la cosina gialla che si è attaccata su la punta del mio naso,
e — _pardon!_ — anche sul suo.

— Piuttosto — dico — cogliamo delle rose.

Colgo una rosa, la odoro, ma vedo venir fuori due bestie. Orrore! La
contessina ride, ma io scuoto la rosa e schiaccio le due bestie.

— Cosa avete fatto, Sconer! Voi avete ucciso due bellissime cetonie.

— Ma perchè erano entrate dentro le mie rose?

— Per amarsi — disse la contessina — e le rose sono il loro talamo
profumato.

— Fortunate le cetonie — sospirai io.

Ella prende la rosa, e coi gigli la mette entro una caraffa, e questa
dispone su la tavola. Dice: — Ora c’è tutto!

— Mi dispiace — dico io —, ma manca sempre una cosa.

— Dio mio! Che cosa? — Cerca, non trova.

— Il sale, contessina.

                                   *

La Lisetta viene, intanto, con una fiamminga di fette di prosciutto,
così roseo, così spirituale che penso anch’io ai misteri della natura,
che ha creato una bestiaccia tanto immonda, per fornire a noi un cibo
tanto distinto. La contessina si siede, mangia. Come è interessante
vederla mangiare! Una rosea fetta scompare nella rosea bocca. Sembra che
mandi giù dei _fondants_.

— Ma sapete, Sconer, che questo _jambon_ è delizioso?

— Lo credo. (Deve essere il fratello maggiore del porcelletto della
signora Caramella).

— Ma mi permetta: non teme lei che a mangiare così le possa far male al
corpo?

— Male al corpo, Sconer? In che modo? Io non mi sono mai accorta di
avere un corpo.

— Io, sì.

Sospirai profondamente.

— Dunque, contessina, deliziosa l’acqua, delizioso il vino, deliziose le
cetonie, delizioso il prosciutto: tutto delizioso....

— Ah, sì, Sconer; forse anche la morte, deliziosa; ma non ne ho la
sensazione: mi pare di non dover morir mai.

— Anch’io, contessina. Cioè, deliziosa la morte no; ma voglio dire che
anch’io ho la sensazione di non dovere morire mai. Così che se noi due
fossimo marito e moglie, non moriremmo mai.

— Ah, ah, ah! — Dà in uno scoppio di risa sconcertante che le si vede
sino alla gola.

— Come Filemone e Bauci.

Non conosco questi signori, ma mi pare che lei prenda la cosa in giuoco.

Ma si fa seria d’un tratto e dice:

— Mio Dio, cosa stiamo facendo, Sconer?

— Stiamo facendo colazione, contessina.

— Ma è compromettente!

— Magari fosse, contessina.

— Ma lei è davvero audace!

Io sospiro.

Lei torna a dare in un altro scoppio di risa.

Io sono disorientato. Qui sta per succedere qualche cosa di
straordinario. È il sole che l’ha indorata? lo _champagne_ che l’ha
eccitata? Non so: ma questa donna è titanica, folgorante. È la gioia
trionfante.

Vivere con lei, viaggiare il mondo con lei sempre in un delizioso
_tête-à-tête!_ _Sleeping car_, _Excelsior hôtel_, _Palace hôtel_.
D’estate al Capo Nord, d’inverno, _orient-express_, in Egitto, su quei
battelli che solcano il Nilo, come in quel quadro che c’è Cleopatra.

— Ma che cosa ha lei, Sconer?

— Sogno, contessina.

Questa donna è famelica. Ridendo, mentre io sogno, ha mangiato tutto il
porcelletto. Che cosa devo darle ancora?

Ma il piatto vuoto del porcelletto di madama Caramella mi fa sovvenire
che esistono anche le pesche della medesima. Lei le ha contate: lo so.
Ma non importa.

— Un momento, contessina — dico.

Mi allontano, ed eseguisco la requisizione delle pesche: un atto audace,
non dirò come furto; chè, dopo tutto, vada per i miei cioccolatini che
la signorina Oretta infilava nella bocca di quel signore; ma perchè
correvo il rischio di essere sbranato da cane Leone.

Ritorno con le pesche.

Alla vista delle pesche, la contessina è presa da gioia saltellante. —
Lei è ben gentile, Sconer. Lei lo sa che io adoro le pesche? _Tu la
persica che si spicca e ne cola il succo giulìo, dammi._

Io do le pesche.

_Lei_, _voi_, _tu!_ ecco, siamo passati al _tu_! Oimè, no!

— Sapete, Sconer, chi dice così? È un grande poeta che dice così.
Sentite che profumo — dice, e me le mette sotto il naso, le pesche!

Povero Ginetto!

— Permettete, Sconer?

Ne prende una e la morde; immerge quei denti nella carne della pesca.

— Contessina — supplico — non faccia così.

— Le vengono i brividi, Sconer?

— Direi di sì.

— Anche mamma non può vedere.

— Veramente io.... non è per le ragioni di mamà!

Mi fissa un momento sorpresa; con quelle labbra sanguinanti dalla pesca.

— Voi siete molto sensibile, Sconer!

— Tanto, contessina.

Qui sta per succedere qualche cosa che deciderà della mia vita. Anch’io,
come madama Caramella, come tutti, entro in guerra.

E se lei non distingue l’attivo dal passivo, che importa? Maioli,
Maioli, tu stai per guadagnare l’automobile. Che fare? Gettarmi ai suoi
piedi? Peccato! Adesso non usa più.

Mentre pensavo così, mi sorprendono queste parole di lei.

— Sapete, Sconer, che sono venuta qui anche giovedì scorso? Ma mi hanno
detto che voi eravate assente.

— Infatti son dovuto andare a Genova per un certo affare di oggetti
preziosi.

— Commerciate anche in oggetti preziosi?

— Ohimè, sì.

Vado a prendere la borsetta, la apro. Ella vi immerge la mano. Esamina:
scruta, pesa. Dice:

— Molto bello. Avevamo anche noi tanta di questa roba.

— Questi orecchini di brillanti — dico — mi sembrano quasi degni di lei.
Mi piacerebbe provare.

— È inutile: non ho il lobo forato. Non credete?

Ella piegò la testa da un lato e, gorgogliando un caro riso, concedette
alla mia mano di sollevare la impareggiabile seta dei suoi capelli,
affinchè io constatassi che il lobo non era forato. Ma nel toccare quel
cosino dell’orecchio, elastico e dolce, io rabbrividii.

— Allora quest’anello, contessina.

— Oh sì, questo smeraldo incastonato all’antica mi piace.

— Permette — domandai allora — che lo mettiamo in opera?

Mi porse la mano. Io provai le dita e infilai l’anello nell’indice:
rabbrividii per la seconda volta. Appressandomi, sentii il calore
profumato di carne del suo alito.

Si contemplò la mano un po’ meditabonda.

— Ne aveva uno così anche mamà, con uno smeraldo anche più cupo. Ma io
non ci tengo più ai gioielli.

— Nemmeno io, contessina, benchè oggi l’investimento del capitale in
preziosi sia molto indicato. Sarebbe come una lirica del capitale! Ma le
confesso che tengo di più assai alla mia modesta palazzina in Milano, al
mio modesto appartamento.

E io le parlai allora della mia palazzina in Milano, mia proprietà; del
mio appartamento in istile _Louis Kenz_, ma con tutto il _comfort_
moderno. — Tutto, tutto, c’è tutto, ma manca solamente una cosa....

Ella mi ascoltava pensosa.

Mi attendevo questa deliziosa domanda: «Che cosa le manca, caro
Sconer?».

E invece venne fuori quest’altra domanda: — Sapete quello che accade a
Cioccolani?



                         XXXII. — IL DISASTRO.


Al diavolo! Io lo aveva dimenticato, ed ecco, anche in mezzo alla gioia
del simposio, l’ombra di Cioccolani.

— Ammalato?

— Peggio. Una cosa indegna! Voi ricordate certamente, Sconer,
l’_Attileide_ di Cioccolani....

Io ero atterrito.

Anche allora, Cioccolani e l’_Attileide_, _Attileide_ e Cioccolani.

— Ebbene, signora, che cosa è accaduto all’_Attileide_, cioè a
Cioccolani?

— Questo grande dramma — disse la contessina — era destinato all’aperto;
ricordate, è vero?

— Perfettamente: le turbe, gli Unni, l’organo.

— Si pensava al teatro d’Albano sui colli laziali: ma il teatro d’Albano
sventuratamente non esiste ancora. Allora abbiamo pensato ad un grande
teatro di Roma, e ci siamo messi in corrispondenza con Roma. Ma Roma non
ha risposto.

— Anche al telefono è lo stesso: Roma di solito non risponde.

— Vi prego di non scherzare. Hanno risposto — dice lei — ma fanno una
difficoltà: il nome di Cioccolani.

— Non è un bel nome. _Sconer_ è più bello.

— Forse avete ragione? È terribile! Un padre ha il diritto di lasciare a
un figlio genio la eredità di un nome volgare! Ma l’obbiezione che fanno
quei signori di Roma è un’altra. Essi dicono: «Cioccolani non è un nome
conosciuto». Non è _piazzato_. Capite? Quello che importa non è creare i
_Canti ermetici_, creare l’_Attileide_. No! _Piazzarsi!_ Ah, mostruoso!

— Fino a un certo punto. In commercio, contessina — mi permisi io di
obbiettare — si verifica lo stesso fenomeno. Si fabbrica un prodotto; ma
la cosa più difficile è _lanciarlo_, imporre il nome! «Ficcatevi bene in
testa questo nome!». E si fa un uomo con un chiodo che penetra dentro la
testa. Molte volte è la fortuna di un nome. _Pillole Plak!_ Qualunque
farmacista le può fabbricare. Ma _Pillole Plak_ si sono imposte. Sente
che nome? _Plak_! Pare un comando. Naturalmente è un suono tedesco, così
lo capiscono di più.

Ma la contessina, invece di ridere, rimase seria.

— Ah sì, — disse — per voi, gente mercantile, l’_Attileide_ e i vostri
empiastri sono la stessa cosa. Intanto quel povero giovine ne morirà di
dolore.

— Per così poco? Speriamo di no, contessina. Se l’_Attileide_ non potrà
essere rappresentata a Roma, si potrà rappresentare a Milano: se non
quest’anno, l’anno venturo. È questione di aspettare.

— Aspettare? Non si può aspettare.

— Scusi — dissi io — Cioccolani non sarà mica una donna, _pardon!_ in
istato interessante, che non può aspettare un giorno di più.

— Questo appunto è il caso — disse la contessina — perchè se venisse la
pace, l’_Attileide_ è rovinata.

— Per questo non si preoccupi, contessina. Il governo italiano ha
calcolato la guerra a tre mesi: ma il governo inglese, che è più
pratico, l’ha calcolata a tre anni.

— Voi mi consolate, Sconer.

(Vedete le donne! Questa qui, presso il pozzo, vuole la guerra: quella
là, sotto la pergola, vuole la pace).

— Contessina, — dissi io — mi conceda di non capire perchè Cioccolani
non può aspettare.

Si passò sconsolatamente la mano su la fronte come per dire: «Quest’uomo
che non capisce niente!», e mi domandò:

— Lei conosce la storia?

— Quale storia?

— Quella che si legge sui libri.

(Caro angiolo, le volevo rispondere, se studiavo la storia sui libri,
non diventavo gerente della società X*** e compagni).

Risposi:

— Certamente, contessina.

— Ebbene, Sconer, per quale ragione gli Ebrei conquistarono la Terra
Promessa?

— Perchè videro — risposi io — un campionario di uva bellissima, e gli
Ebrei avevano sete.

— Bravo! Ma ci volle Mosè, l’uomo di genio che disse loro: «Va, rapisci
quell’uva, perchè tu sei il popolo eletto e se i Cananei diranno di no,
e tu fanne scempio». E perchè Alessandro conquistò l’Asia? Perchè disse
ai Greci: Io sono Dio e gli altri son barbari. E perchè Napoleone
conquistò il mondo? Perchè disse, _liberté, égalité, fraternité_, una
menzogna colossale, ma non importa! _Allons, enfants de la patrie_;
quaranta secoli vi guardano dall’alto di queste piramidi. E perchè i
tedeschi vogliono oggi conquistare il mondo? Perchè il Kaiser ha detto,
come Mosè, _voi siete il sale della terra!_ _Deutschland über alles!_
Ebbene, Sconer, credete a me: è una formula che governa il mondo: ogni
formula, ben inteso, è una menzogna, e l’una val l’altra. Ma non
importa! L’essenziale sta nel colpire la imaginativa delle turbe. Basta
un bimbo a guidare una mandria di buoi: basta una grande menzogna a
guidare gli uomini. Non sapete che gli uomini son pazzi? non sanno, non
possono, non devono ragionare? Ma occorre appunto per questo l’epifania
del gran pazzo sublime; l’uomo di genio che li sappia attraversare con
la corrente elettrica della sua parola.

Mi sentivo un certo giramento di testa. Una donna istruita è grande, ma
è seccante.

— Ebbene, Cioccolani....

(Mio Dio, torna ancora in scena Cioccolani. Cioccolani _for ever_!)

— Ebbene, Cioccolani è l’uomo di genio che ha trovato la formula
risolutiva: «Volete la pace? Spaccate la testa ad Attila». Ah, voi
ridete Sconer!

— Io ridevo, perchè pensavo «Volete la salute? Bevete il ferro-china».

— Ma sapete voi, Sconer, che se Cioccolani fosse nato in Germania,
invece di star qui a mendicare che gli si rappresenti il suo dramma,
sarebbe al seguito del Kaiser, nella gran coorte dei poeti che cantano
le sue glorie? Capite ora perchè l’_Attileide_ non può aspettare un
minuto di più? Il dramma ha un valore immanente; ma ha anche un valore
contingente: supponete che la guerra termini per una combinazione
qualsiasi; supponete, ciò che Dio non voglia! che il Kaiser rimanga
sconfitto....

— In questo caso — dissi io — la formula di Cioccolani passa di
attualità perchè la testa è già spaccata.

— Ed è ben questo il terribile. Il dramma è andato. Oh, finalmente avete
capito!

— Ebbene, contessina, il signor Cioccolani ne prepari un altro sempre
sul medesimo tema: «Volete la pace? Rifate la testa ad Attila».

                                   *

Mi pareva di essere sopra un’altalena.

Lei aveva certi occhi assenti, e mi faceva quasi compassione.

Il sole aveva girato, e pendeva sopra di noi; per la campagna era un
gran silenzio e mi sembrò che nel mondo fossimo rimasti soli io e lei.

La scossi un pochino, le presi la manina, e le dissi queste cose di cui
anche adesso mi meraviglio: — Contessina, dia retta a me.

— Che cosa?

— Perchè, contessina — dissi con la mia voce più insinuante — invece di
pensare a tante cose tremende, a tanti uomini in grande stile, come
Mosè, Attila, Napoleone, Cioccolani, lei non ha mai pensato ad un uomo
di stile più modesto, ma più accessibile, più pratico....

Mi guardò.

— Mi guardi, mi guardi: guardi pur me, contessina: ad un uomo — voglio
dire — perfettamente _gentleman_, ordinato, equilibrato, fedele
compagno....

— Un marito come si dice nella comune terminologia?

— Press’a poco.

— Col solito _ménage_?

— Sì, press’a poco. Anzi con un buon _ménage_.

— È infatti — mormorò — l’idea del buon Maioli e di mamà.

— Bisogna dar retta a mamà.

Tacemmo e quindi lei domandò:

— E poi?

— E poi? E poi può nascere un allegro bamboccio.

— Io?

I suoi occhi espressero un grande stupore.

— Io certo no, — risposi. —..... Un bamboccio ottenuto con onesta
collaborazione — aggiunsi.

Le sue labbra sorrisero di un piccolo pallido sorriso, che mi
incoraggiò.

— E poi?

— Lei poi dà il latte al suo bamboccino.... — continuai persuasivamente.

— Io dare il latte?

— Lei o la balia, come preferisce.

— E poi?

— E poi il bamboccino diventa grande..., un bel bamboccione.

— E poi?

— E poi darà il braccio a mamà: diventerà la consolazione di papà e
mamà, cioè crescerà sano, buono, ordinato....

Io parlavo, e lei mi seguiva docilmente, come trascinata da me.

— E poi? — domandò ancora.

— E poi, e poi! E poi passa la vita.

— Allora perpetuare la specie?

Mi guardò con due occhi così attoniti che io vidi passare per essi
l’imagine bianca della follia, onde dissi a me stesso: «Ginetto, sta
attento a quello che fai»: ma quel giorno ero deliberato a tutto.

Rimasi anch’io sorpreso a quella domanda, _allora perpetuare la specie_.
Io stavo per affrontare una grande battaglia. Colmai i bicchieri: io
bevvi, ella bevve.

— Contessina — dissi — anch’io ho inteso dire che il matrimonio è in
crisi, che è una formula oramai superata: ma con tutto questo, che vuol
che le dica? Mi pare che una mogliettina graziosa, intelligente, buona,
capace di ricevere e dare consigli, congiunta ad un uomo solido,
equilibrato, intelligente, corpo d’un cane!, sia sempre una bella
instituzione.

— Io dovrei — disse — allora diventare proprietà di un uomo.

— E un uomo, viceversa, sarebbe sua proprietà.

— Ed io dovrei essere oggetto di piacere per un sol uomo?

— Questa certo sarebbe la formula desiderabile. Quanto poi al piacere —
osservai pudicamente —, mi pare che sarebbe una cosa reciproca.

Ella non sorrise nemmeno.

— E se io mi stancassi? — domandò.

Ella aveva fatto questa domanda impura con tanta purità che io
palpitavo, ma non osai di toccarla.

— Ah, contessina — dissi — ma chi sarà mai l’uomo che possedendo lei non
farà di tutto perchè lei non si stanchi?

Sorrise come ascoltasse una fola lontana, e disse: — Io allora dovrei
fare come le altre fanciulle che cercano marito.

Allora io mi buttai nella voragine.

— Contessina, premetto; — dissi — ma nella fattispecie lei non ha
bisogno di cercare, perchè vi sono io.

— Lei?

Con che tenerezza, con che languore proferì quel _lei_! Le sue pupille
mi guardarono. Io vi ero caduto dentro come nel mare.

Ella sorrideva. Non so perchè, rimasi attonito anch’io quando quel _lei_
mi fece capire che _lei_ ero _io_. Ripetei.

— Perchè no? Io!

Mi guarda.

— Non capisco che cosa ci trovi di strano, che mi guarda così. Lei trova
tutto bello, tutto delizioso: l’acqua, i fiori, le bestioline. A me pare
che potrebbe trovare passabile anche Ginetto Sconer. Io sono uomo di
parola, io la faccio _basilissa_ sul serio. Lei ha la sua villa delle
Cipressine. Lei le vuol bene perchè ci è nata. Noi supponiamo che vi
siano i vetri rotti, i soffitti che cascano, e, sopra, tante ipoteche. E
allora noi porteremo via le ipoteche, metteremo i vetri nuovi, rifaremo
i soffitti. Se poi invece di un bamboccio, ne vogliamo far due, ne
faremo due, ne faremo tanti. Quanti lei vuole. Tanti contessini e
contessine, vestiti di bianco, per il giardino delle Cipressine, rimesso
a nuovo, con tanti bei fiori; e dietro una _nurse_ inglese col manto di
viola. D’inverno staremo a Milano, nella mia palazzina, o andremo anche
in riviera, se fa bel tempo. Faremo anche qualche bel viaggio, se le
piace. Non le pare un bel programma? Ma la pianti con Cioccolani e
l’_Attileide_!

Io ero liquefatto, come si vede, da essere raccolto col cucchiaio, come
dicono a Milano. Mi aspettavo di essere raccolto, e invece lei disse:

— Ah, no!

Ed ella proferì questo _no!_ con tanta passione che l’incanto fu rotto,
e mi sentii come da una forza centrifuga trasportato ancora dalla
voragine del mare su la riva. Il sangue però mi girava nella testa, e
intanto sentivo la sua voce quasi piagnucolosa che diceva:

— Anche lei, Sconer, come tutti, contro Cioccolani.

— Ma vuol mettere me con Cioccolani? Capisco quell’altro, ma Cioccolani,
evvia! Io non potevo farle il torto di credere che lei fosse innamorata
di quel Mardocheo....

— Ah! — esclamò come la avessi punta. — Non lui, ma il suo genio.

— Ma che genio! Genio, caso mai, sono io che ho realizzato dal nulla.

Io ero furente: io avevo affrontato la pazzia, la povertà, la
letteratura, il matrimonio, per suo amore. Invece niente. Come avessi
raccontata una fola. Nemmeno l’onore del rifiuto.

Io non fumo che in circostanze solenni, ma in quel momento accesi una
sigaretta senza nemmeno domandar compermesso.

Sentivo ancora la sua voce, monotona come la pallina della _roulette_,
che cadeva ancora dentro Cioccolani: sentivo queste parole, _Attileide,
ascesi, genio, superamento, fanciullino, tutti contro il genio che
appare_.

— Oh, non l’abbandonerò io.... — disse in fine.

— Se lo tenga.

— E nemmeno abbandoneremo la partita. Voi ci aiuterete, Sconer, è vero?

Incredibile! L’incoscienza di quella donna arrivava sino al punto di
ignorare che lei aveva offeso mortalmente un uomo come me.

— In che modo aiutare? Sono un letterato di Roma o di Milano forse io?

— Ma voi siete amico di Lionello.

— Ebbene? Che c’entra Lionello?

— Lionello è un puro.

— Con qualche riserva. Puro ero io, signora.

— Intendo dire nel senso che Lionello è un uomo arrivato, superiore
all’invidia, accolto in tutte le grandi riviste, in tutti i grandi
quotidiani. Egli potrebbe far l’atto generoso di aiutare un suo
confratello annunciando con articoli entusiastici, come sa far lui, la
prossima epifania dell’_Attileide_. Che ve ne pare?

— Uhm! Non ne so nulla.

— Avevamo pensato ad un giro per l’Italia, dando lettura
dell’_Attileide_.

— Eccellente idea.

— È questione della voce....

— Già, manca le _phisique du rôle_.

— Però la stampa dell’_Attileide_ è decisa. Prima si pensò ad una grande
rivista, poi abbiamo deciso per il volume.

— Ah, benissimo.

— La casa editrice di Milano ha però mandato un preventivo di spesa un
po’ forte: diecimila lire.

— Gente mercantile a Milano. E poi col rincaro della carta....

— I suoi genitori che non sanno che figlio hanno....

— Io credo che lo sappiano....

—.... si sono rifiutati di dare dieci mila lire....

Intervallo di silenzio.

— Per questo motivo anche giovedì scorso sono venuta da voi.

Secondo intervallo di silenzio.

— Avreste voi, Sconer, da prestare dieci miserabili mila lire?

— Dieci mila lire, contessina, non sono mai dieci miserabili mila lire.

— Per me sì.

— Non discuto: sul danaro esistono opinioni disparate, che spiegano il
loro frequente trasloco da una tasca ad un’altra.

Lei si era venuta a sedere vicino a me su di uno sgabelletto, e cominciò
a piegarsi per accarezzare con la manina la stoffa dei miei calzoni.
Faceva la boccuccia, e girava gli occhi smorti.

— Faccia il piacere, contessina, stia ferma con quelle mani.

— Caro, caro Sconer, fate un piacere a me. Naturalmente il denaro vi
sarà restituito, perchè il libro avrà un enorme successo.

— Quale libro?

— L’_Attileide_.

— Ah, sì, l’_Attileide_! Non ne dubito, la fiducia nel successo è la
prima condizione del medesimo. Ma io non ne tratto.

— E perchè non volete trattare?

— Perchè è un affare che non conosco, ed è sistema della nostra Casa di
non trattare gli affari che non si conoscono.

— Ma se ve ne ho parlato tanto....

— Non dico di no: ma non è la mia partita.

— Ebbene, Sconer, trattiamone esclusivamente come affare. Volete una
cambiale firmata da me e da Cioccolani?

— Me ne guarderei bene.

— Allora, come volete, Sconer, trattarne come affare?

— Ne vuole trattare proprio come affare, contessina?

— Oh, caro, caro Sconer.

— Contessina — ripetei — lei è disposta proprio a trattare come affare?

— Certamente.

Cominciai: — Il fatto è questo: lei vuol varare l’_Attileide_ del suo
Cioccolani.

— Precisamente.

— Lei faccia come la signorina Ester.

I suoi occhi si aprirono e mi guardarono.

— La signorina Ester, lei lo deve sapere perchè è tanto istruita, quando
volle salvare il suo Mardocheo, si fece anche più bella e poi si
presentò al terribile re Assuero, e lui quando la vide così bella,
disse: «Se anche mi domandi la metà del mio regno, io te la darò». Lei
contessina non ha bisogno di farsi più bella, io non ho regni da
offrirle....

Mi pare che capisca; ma non nel senso voluto da me.

Ad ogni modo io era avviato e continuai: — Lei che dice sempre:
_superato, superato!_ Mi pare che si possa superare anche questo punto.

Ma non potei finire che sentii per risposta un’impressione dolorosa.

La mano della contessina si era posata con violenza su la mia guancia
destra. Un rumore, come _plaf ciac_, risuonò nel giardino.

Quando mi riebbi, il giardino era vuoto. Mi affacciai fuori.

Vidi, giù per la discesa, la gonna dell’abito _princesse_ che ondeggiava
sdegnosamente sopra le scarpette.

Deve aver detto anche: _Cochon!_

Il mio orgoglio sanguinava. Avevo offerto la morale tradizionale, ed ero
stato respinto; avevo superato anch’io e offerto la morale in libertà,
ed ero stato respinto, anzi schiaffeggiato!

Io non so, io non capisco più niente. Io avevo fatto alla contessina una
offerta brutale, sia pure; ma è anche vero che io mi ero attenuto alle
più scrupolose lezioni della psicologia femminile, cioè che una donna ha
pudore davanti all’uomo che ama; ma davanti all’uomo che non ama, non ha
pudore.

E invece un ceffone! Sì, perchè è stato un ceffone. Delizioso sì, ma
ceffone.

                                   *

La mia guancia sanguinava.

Venne Lisetta e disse: — Cosa è stato? È stato Leone?

— No: è stata una leonessa.

Lisetta mi applicò il taffetà.

Evidentemente è stato il mio anello a produrre lo sfregio su la mia
guancia.

Forse mi sono ferito da me stesso.

Rivedo il volto fantastico del dottor Pertusius; pare che mi dica:
«Acqua profonda di lucida follia; ma sincera. Se ci fosse stata
l’insidia di uno scoglio, lei, cavaliere, finiva infilzato nel
matrimonio. Non si lamenti, anzi lasci a quella nobile giovane l’anello
a documento di riconoscenza.»



         XXXIII. — L’ULTIMO CAPITOLO POTREBBE ESSERE IL PRIMO.


Ho fatto ritorno il giorno seguente a Milano in modo definitivo.

Ho riposato nel mio letto, cosa che non mi succedeva da molto tempo.
Dolce, caro, soffice lettuccio mio. Così elegante!

Dopo tante emozioni e disinganni, temevo di soffrire di insonnia. Invece
ho dormito abbastanza bene: la quale cosa è prova che i nervi sono sani
e non mi ammalerò mai di neurastenia, perchè la storia registra casi
gravi di follia e di suicidio per sventure come le mie.

Però la tranquillità del mio sonno è stata turbata, nel bel mezzo della
notte, da una visione di sogno molto brutta.

La mia camera è stata invasa da soldati tedeschi, con l’elmetto a chiodo
in testa, e gli scarponi ferrati sul mio tappeto: «Già i tedeschi a
Milano?»

Dicevano: «_Herr Ginetto Sconer, kommen Sie mit uns!_»

«Perchè devo venire con voi?»

«Per la fucilazione.»

«Che diamine! Credo bene che loro abbiano intenzione di scherzare.»

«Noi mai scherzare.»

Ho avuto per la prima volta paura. Io che sono stato diverse volte in
Germania, io che ho avuto sempre ottimi rapporti coi tedeschi, non li
riconoscevo più. Stavano tutti fermi nella mia stanza, ma tutti aprivano
la bocca con quelle loro mandibole, che parevano _il delinquente
congenito_ del dottor Pertusius.

«Scusate, perchè fucilare? Forse perchè non mi servo più della Casa X***
di Lipsia?»

_Nein!_ Non era per ragioni commerciali, era perchè io avevo detto che
bisognava spaccare la testa ad Attila. «Etzel spaccare la testa a voi!»

«Lo credo bene. E pensare che prima che voi metteste su quella brutta
faccia, eravamo tanto amici, che si può dire eravate voi i padroni di
Milano. Del resto, non sono stato io, è stata la contessina, anzi è
stato Cioccolani a dire che bisogna spaccare la testa ad Attila.»

«Allora fucilare anche contessina, anche Cioccolani.»

«Ma se quelli son vostri amici! E poi l’han detto in poesia. Si dicono
tante cose in Italia, in poesia. Credano, signori, con questo sistema
delle fucilazioni, loro concluderanno pessimi affari.»

Macchè! Tiran giù le coperte del letto.

Ho fatto un atto energico. Ho girato la chiavetta, e quelle brutte
imagini sono state cancellate dalla luce elettrica.

                                   *

Mi sono riaddormentato; ma al mattino — come un lampo — mi è sembrato di
vedere la contessina Ghiselda. Essa si rifletteva su la specchiera che è
di fronte al mio letto. Le chiome le servivano da accappatoio, ma per
vestito aveva soltanto la sua bellezza. Essa era dolce e liquefacente
come un _fondant_.

Ahimè, non era Ghiselda! Era Desdemona che apriva le finestre, e un
raggio del sole di Milano ferì la specchiera. Un brivido mi percorse il
cuore. «Ah, signora — esclamai, — come Ginetto Sconer la avrebbe resa
felice!»

                                   *

Guardo il mio letto, e penso che dovrò disdire al mobiliere la
ordinazione del suo fratello gemello. Guardo il mio salone, e penso che
io non ci collocherò Oretta, non ci collocherò Ghiselda.

Povere mie belle poltrone deserte, miei bei tappeti! Povero Ginetto
Sconer, che rimarrà solo, solo, solo!

Mi è venuta allora una certa commozione che è arrivata quasi sino agli
occhi.

Ma non pensiamoci più.

Mi consolerò scrivendo le mie memorie. Ciò sarà utile anche nella
eventualità che il Fisco voglia mettere una tassa sui celibi come si
dice: io potrò allora dimostrare che a me non mancava la buona volontà.

Anzi le detterò.

                                   *

Così avendo deliberato, mi recavo in un ufficio di copisteria ad
ordinare una dattilografa, quando in via Dante un signore si ferma e mi
guarda. Anch’io allora mi fermo e lo guardo. Ma lui prosegue, e anch’io
proseguo. Ma dopo un po’ si volta e mi guarda.

Evidentemente mi ero voltato anch’io, altrimenti non mi sarei accorto
che lui si era voltato.

Allora siamo tornati indietro tutti e due, e ci siamo trovati a faccia a
faccia.

— Scusi lei chi è? — domando io.

— È appunto quello che io mi domandavo — risponde lui —: lei chi è?

Finalmente ci siamo riconosciuti. Era il pasticciere di P***.

— E lei — disse — è quel signore....

—.... che ha fatto tante spese nel suo negozio. Ahimè, sì; sono io.

— Che tempi, signore, che tempi — esclamò lui. — Proibita la
fabbricazione dei dolci. Ah, non lo sa? La nostra industria è la sola
sacrificata. Quelle belle torte, quei bei _fondants_, quelle sfogliate
che erano la nostra gloria! Quei _marrons glacés_, si ricorda?

— Ah, i _marrons glacés_!

— Che cosa metteremo più nelle nostre vetrine? Fichi secchi, castagne
secche, qualche dattero. Ero venuto a Milano per una partita di
caramelle di Torino....

Questo richiamo del passato mi esasperò.

— Ah, le famigerate caramelle! Buon giorno.

E piantai quel signore sul marciapiede, perchè era stato lui a darmi
referenze sbagliate sul _bottoncin di rosa_. Una referenza sbagliata,
tanto in commercio quanto in diplomazia, può avere conseguenze
incalcolabili. Del resto non creiamoci più illusioni: le rose, oggi,
nascono aperte.

                                   *

Il giorno seguente la mia governante Desdemona mi avverte che c’è una
signorina che chiede di me.

— Fate entrare nel salotto.

Entro anch’io. Ma dove è? Ah, eccola là.

Era la dattilografa.

Stava in posa, con una manina guantata sopra il mio pianoforte
Bechstein. Una penna del suo cappellino andava in giù, l’altra in su
come l’elica di un aeroplano. Del volto si vedeva soltanto un naso a
falce, e un occhio solo, perchè l’altro era nascosto dal cappello. Ma
quell’occhio era più grande del vero. Senza il faro di quell’occhio non
la avrei distinta, perchè il mio salotto è grande e lei era piccola. La
sua magrezza era così impressionante che quasi riusciva seducente.

Mi accosto: essa mandava un profumo violento, ma dozzinale. Sorrido,
perchè certo costei ignora di trovarsi di fronte al gerente della ditta
X*** e compagni.

Dice il suo nome. Essa, collocandola in serie, sarebbe la signorina
Zeta.

Ma io la chiamerò _la signorina Ossobuco_.

Combiniamo per il giorno seguente, ed io stabilisco un compenso adeguato
per le sue prestazioni.

— Ma è agile lei? — domando.

Si spoglia in un momento le braccia dei lunghi guanti e mi agita in
faccia le mani con grazia e rapidità.

Le braccia sono due stecchi, ma le mani sono carine.

Ma rimane lì in piedi; cioè la signorina non se ne va.

— Scusi — domando — ha qualche cosa da comunicare?

Fa capire di sì; ha qualche cosa da comunicare.

— Prego, s’accomodi.

Si accomoda su l’angolo di una poltrona.

È esitante. Desidera sapere se io sono _coniugato_ o se sono un _signore
solo_.

Stupisco di questa domanda indiscreta.

— Perchè mi dispiace — dice —; ma io sono una signorina che ha il suo
onore.

— Questo non mi riguarda — rispondo dignitosamente. — Lei ha degli
scrupoli?...

Ma non mi risponde.

Sta lì, mi guarda, sorride.

— Prego, prego — aggiungo in fretta e concludo: — Se ha degli scrupoli,
lei può andare.

Non se ne va, e mi dice che no, non ha degli scrupoli. Ma ha voluto
preavvisarmi perchè....

— Perchè lei è una signorina che ha il suo onore: me lo ha già detto.

Rimane un po’ interdetta; si alza, e mi guarda con occhio lontano come
fanno i conigli.

Dice: — E poi si vede che lei è cavaliere.

— Purtroppo.

È una iettatura: io non mi imbatto che in signorine vestali.

                                   *

Domenica è stata la prima seduta. Nel mio salotto _Louis Kenz_: le
finestre sono aperte sul giardino; e io sono seduto — in pijama di seta
candida — dentro la mia poltrona inglese, quando la signorina è entrata.

Avevo fatto portare dallo stabilimento una macchina da scrivere con il
nastro nuovo.

La prego di mettersi in libertà.

Gli occhi di lei, dilatati dall’ammirazione, guardano il giardino. Ora
si vedono tutti e due gli occhi, in quanto si è levata il cappello. È
una testolina piena di piccoli ricci, ma graziosi.

— Ah, signore — esclama — pare qui di essere in campagna.

Così è a Milano. Appena vedono un po’ di verde, dicono di essere in
campagna. Ah, la campagna? Lei crede ancora alla virtù della campagna!
Ma è un’illusione.

Veramente non è per questo: è perchè lei è anemica, e avrebbe bisogno
della campagna. — Ma come si fa? — mi domanda. La signorina è
lavoratrice, e deve vivere del proprio onesto lavoro.

— Ah, non è facile per una signorina vivere del proprio onesto lavoro!

Non rispondo a queste interrogazioni ed esclamazioni. Indico il tavolino
dove ho fatto disporre la macchina, e comincio a dettare: _Cav_, scriva
pure per intero, _cavalier Ginetto Sconer_.

Scrive; ma ecco la signorina si interrompe e dice: — Mi favorisca uno
sgabello perchè volo sui piedi.

Guardo, e infatti non toccava terra.

Suono, e compare Desdemona.

— Desdemona, vi prego, portate uno sgabello per le estremità della
signorina.

(Mi pare che Desdemona non obbedisca con quella premura che costituisce
una sua prerogativa).

Dunque continuiamo:

_Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da cui spira intelligenza e
coraggio; capigliatura solida, denti solidi, tutto solido._

Qui la signorina si interrompe: osa guardarmi con quel naso
impertinente, e poi si mette a ridere. Mi pare un po’ audace.

Che cosa c’è da ridere? — Proseguiamo, signorina: _Questo sono io!_

Altro scoppio di risa, e poi la domanda: — Lei?

— Sì, io. Perchè? Non le sembra l’originale conforme al ritratto? Ma
proseguiamo.

Riprende il _tic tac_ della macchina, ma dopo un po’ domanda:

— Signore, per favore: ho caldo. Non avrebbe un bicchier d’acqua?

Suono. Prego di portare un bicchier d’acqua.

Desdemona ricompare con un bicchier d’acqua e con una faccia, questa
volta, anche più impressionante.

Ciò mi preoccupa: ma la signorina, affatto. Prende il bicchiere dal
vassoio di Desdemona, e beve. Beve con grazia e dice anche lei: —
Delizioso!

Questa parola mi perturba. Ah, dolce malinconia! quel giorno, presso il
pozzo: delizioso tutto, l’acqua, lo _champagne_, la morte: tutto,
fuorchè Ginetto Sconer.

— Proseguiamo, signorina.

Ma dopo un po’ interrompe ancora e dice con stupore: — Ma questo è un
romanzo!

— Ma le pare? Sono le mie memorie.

— Ma no, è un romanzo. Io me ne intendo di letteratura.

— Anche lei si intende di letteratura?

— Certo, ho fatto le tecniche. Oh, ma delizioso, delizioso,
delizioso....

— Che cosa?

— Il romanzo.

E dà in uno scoppio di nuove risa, che mi ricordano gli squilli della
contessina Ghiselda.

Ma nel ridere, lo sgabello le sfugge, perde l’equilibrio, e mi cade fra
le braccia.

— Oh, _pardon, pardon_, signore.

Io la prendo e la rimetto in equilibrio, ma in questa operazione dovetti
constatare che sotto la vestina esistevano due quote gemine di una
consistenza che non si sarebbe sospettato; perchè realmente questi
fiorellini rachitici, cresciuti sull’asfalto di Milano, sono più tenaci
che non si creda a prima vista.

Io non saprei ben ridire come sia avvenuto: io era partito dettando le
mie memorie, e mi sono trovato la signorina fra le braccia.

                                   *

Abbiamo sospeso la dettatura. Del resto è cosa nota anche nei ministeri
che la dattilografia complica piuttosto le pratiche, invece di
semplificarle.

Quando lei ha saputo che io ero gerente della società X*** e compagni,
fu compresa da molta ammirazione.

Ciò mi compensò degli oltraggi subiti da quella stupida Oretta.

Io le raccontai le mie sventure ed ella ne ebbe pietà: — Oh, povero
signore! Ma quelle signorine — diceva — non hanno avuto buon senso.

È sempre quello che è parso anche a me, ma non osavo dirlo.

Io stupisco: ho consumato tanto tempo per cercare chi mi dica: «Io ti
voglio tanto bene»; e la signorina Zeta mi ripete spesso: «Quanto sei
simpatico, Ginetto!»

Certo la signorina Zeta è un surrogato; ma noi viviamo nell’età dei
surrogati: non è indicata per l’erede; ma è tanto tempo che si sente
ripetere che gli eredi devono essere aboliti. In questo caso pensiamo
soltanto alla nostra felicità personale.

Si trascorre qualche ora piacevole con la signorina Zeta: parla con
garbo, non si stupisce di certe sciocchezze, conosce i nomi delle
_films_ del cinematografo, delle attrici, se ne intende di mode, di
vetrine, è entusiasta della produzione della mia ditta. Tratta l’amore
come un fatto di ordinaria amministrazione. Ha un suo decoro, non manca
di rispettabilità. La posso benissimo condurre in qualche gita con me.
In fondo essa è rappresentativa di una classe che si va sempre più
affermando: il proletariato; un proletariato senza calli, direi
intellettuale, ma riconosciuto. Potrà occupare un buon posto nel mio
stabilimento.

                                   *

Ma io mi sono sempre dimenticato: bisogna che mandi venti lire al dottor
Pertusius per le sue prestazioni.


                                  FINE



                      _Opere di_ ALFREDO PANZINI:

_Piccole storie del mondo grande_ L. 4 —
_La lanterna di Diogene_ L. 5 —
_Le fiabe della virtù_, novelle L. 5 —
_Il 1859. Da Plombières a Villafranca_ L. 5 —
_Santippe_, piccolo romanzo tra l’antico e il moderno L. 5 —
_La Madonna di Mamà_, romanzo del tempo della guerra L. 5 —
_Novelle d’ambo i sessi_ L. 3 —
_Viaggio di un povero letterato_ L. 5 —
_Io cerco moglie!_ L. 6 —

                                  ――――



*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Io cerco moglie!" ***

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