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Title: Annali d'Italia, vol. 1 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Muratori, Ludovico Antonio, 1672-1750
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Annali d'Italia, vol. 1 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750" ***

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    [Illustrazione: LODOV. ANTONIO MURATORI]


                ANNALI D'ITALIA 1


                 ANNALI D'ITALIA

        DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
              SINO ALL'ANNO 1750


                  _COMPILATI_

            DA L. ANTONIO MURATORI

      E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


           _Quinta Edizione Veneta_

                 VOLUME PRIMO


                   VENEZIA
    DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
                    1843



VITA DI LODOVICO ANTONIO MURATORI

_scritta da_

GIAN-FRANC. GALEANI NAPIONE


Che un uomo d'ingegno, il quale sappia far capitale del tempo, non
abbia cagion di lagnarsi della brevità della vita, potendo ad infinite
cose attendere, il Varrone dell'Italia moderna, LODOVICO ANTONIO
MURATORI, palesemente il dimostrò; tuttochè non sia giunto a vivere,
come dell'antico Varrone ci narra Plinio, ed a scrivere oltre
all'ottantesimo ottavo anno, nè a poetare, come il Bettinelli, al
nonagesimo. Non oltrepassò egli guari i termini di un corso ordinario
di vita, e di una vita impiegata in massima parte negli esercizii
religiosi, cioè come cherico attento a' doveri del suo stato ne' primi
suoi anni, quindi come parroco zelantissimo sino oltre al sessagesimo,
e sempre come sacerdote esemplare sino al fine de' suoi giorni; ma
seppe, ciò non ostante, non meno colle azioni sue virtuose che coi
dotti suoi libri, giovare agli uomini, instruirli ed eziandio
dilettarli; e le opere da lui dettate formano una biblioteca.

Nato in umile fortuna il giorno vigesimo primo di ottobre dell'anno
1672 in Vignola, terra del Modenese, patria del celebre architetto
Barozzi, che da quella prese il nome, non potè avere nella età sua
fanciullesca altri per institutore che un maestro assai comunale di
grammatica latina, che lungamente in quelle spine lo avvolse, per cui
tanti vivaci ingegni prendono il più delle volte in abbominio ogni
specie di lettere. Essendogli però capitati alle mani i romanzi di
madama di Scuderì, ben s'avvide che esistevano libri più dilettevoli
che le triviali grammatiche non sieno. Servirono questi in certo modo
di correttivo, gli aprirono la mente e l'invogliarono sempre più della
lettura. Chi si sarebbe dato a credere giammai che l'autor degli
Annali e delle Antichità italiane, e di tante altre opere di storia e
di critica la più dotta e severa, abbia incominciata, s'egli stesso
non l'avesse asserito, la sua carriera letteraria dal gran Cairo,
dall'illustre Bassà e da altre simili fole, leggendole avidamente? Ma
il punto sustanzialissimo si è, che curiosa brama, qualunque siasi, di
leggere e di imparare sorga nelle anime nuove, non riesce poi arduo
gran fatto l'alimentare e meglio dirigere questa nobile fiamma; ma
guai! se in principio inavvedutamente altri la spegne, in vece di
nutrirla.

Migliori maestri trovò poscia in Modena il Muratori, di grammatica non
tanto quanto di umane lettere, ed eziandio di filosofia; anzi
quest'ultimo (cosa singolare allora in persona di chiostro), oltre al
sistema peripatetico, gli spiegò i sistemi moderni; e se la filosofia
neutoniana non era ancora a que' tempi uscita dall'isola natìa, già
avea avuto molto prima l'Italia il Galilei ed il Torricelli, e del
loro modo di filosofare (che sistema veruno non volle inventare
saviamente il Galilei) convien dire che avesse avuta una idea da
giovane il Muratori, da che dettò una dissertazione intorno allo
innalzamento e depression del barometro, oltrepassando di poco il
vigesimo anno. Vestito avea egli l'abito chericale, quando giovanetto
per gli studii a Modena si portò. Suoi studii principali doveano
essere le leggi civili e canoniche e la moral teologia; così pensava
il padre di lui, costretto dalle angustie domestiche, come tanti
altri, a riguardar la dottrina come un capo di entrata. La pratica
perfino della giurisprudenza intraprese il Muratori; ma da quella
professione, al pari di tanti altri uomini insigni nella letteratura,
il genio suo dominante il ritrasse. La poesia da prima e l'eloquenza
riempivano di delizia gl'istanti che poteva aver liberi; ma essendo a
que' tempi in Lombardia comunemente corrotto il gusto delle lettere
più amene, di quelle ampollosità che aveano voga, e di quelle
argutezze egli s'invaghì tanto, che il nostro ampolloso e concettoso
Tesauro era il suo maestro, il suo autore. Corresse però ben tosto il
suo gusto, dopochè venne ammesso ad una letteraria conversazione, dove
il marchese Giovanni Rangoni ed altri svegliati ingegni modenesi
seguivano guide migliori. Ciò non ostante, se si riguarda bene, nel
fraseggiare, anche più trascurato, del Muratori, restò un non so che
dello stile del Tesauro, segnatamente ne' traslati.

Dalla lettura de' poeti e degli oratori passò a quella dei filosofi.
Molto si compiacque di Seneca e di Epitteto, e la filosofia degli
Stoici pigliò in concetto grande, sebben presto si avvedesse, come,
senza la religione rivelata, quella orgogliosa dottrina è un albero
pomposo, ma privo di solida radice, e che non produce frutti di vera
sapienza. Lo studio delle massime degli Stoici il condusse alla
lettura di Giusto Lipsio, gran partigiano di quella setta, e delle
sentenze stoiche zelante promulgatore. E siccome è cosa consueta, che
tutto si apprezza in quelle persone che si hanno per qualche rispetto
in grande estimazione, passò il Muratori a studiare i libri, assai più
pregevoli del Lipsio, riguardanti le antichità romane, e cominciò a
dar opera indefessamente alla erudizione profana. Per inoltrarsi in
essa vide però che gli mancavano e la copia di libri e il presidio
della lingua greca. In una libreria di poveri claustrali trovò il
giovane Muratori ciò che di rado o non mai si trova ne' palagi de'
facoltosi, voglio dir libri in numero sufficiente e piena facoltà di
valersene. Della greca lingua da sè stesso in breve tempo con ostinata
fatica s'impadronì. Seguì questo in principio dell'anno 1693, ed a
quei giorni maggior ventura gli toccò in sorte, cioè di rinvenire un
direttore per gli studii suoi, di cui non potea desiderarne uno
migliore, che lo iniziò alla diplomatica ed alle antichità del medio
evo, e che a coltivare la sacra erudizione, propria al suo stato,
principalmente lo animò. Fu questi l'abate cassinese Benedetto
Bacchini, dottissimo personaggio, capitato allora in Modena, il
Mabillon dell'Italia, che salito sarebbe ad egual fama, se avesse
avuto, come il Mabillon, un più vasto teatro ed i favori di un
potentissimo monarca; ma che però ebbe il vanto, che non potè avere il
Mabillon, di esser padre, a dir così, nelle cose appartenenti alla
soda erudizione, di due uomini sommi, il Muratori ed il Maffei. La
storia ecclesiastica e gli ecclesiastici scrittori e i concilii ed i
santi padri furono il nuovo pascolo che aprì il Bacchini alla mente
avida del Muratori, che non lasciava passar giorno in cui lungamente
non si trattenesse con lui, studiandosi di far tesoro di quanto ne'
famigliari ragionamenti (la miglior disciplina di tutte) usciva dalla
bocca di quell'uomo raro.

Già abbandonato avea egli gli studii delle leggi e della teologia
scolastica, punto non curando, purchè soddisfar potesse al genio suo
prepotente, que' premii che da chi le professa si ottengono, da'
letterati non mai. Ma in questo mezzo avendo il Muratori fatto
conoscenza col marchese Gian Gioseffo Orsi, coltissimo patrizio
bolognese, e con monsignor Marsigli, poscia vescovo di Perugia, col
mezzo loro ottenne di essere invitato dal conte Carlo Borromeo alla
famosa biblioteca Ambrosiana di Milano. Singolare ventura fu questa
per lui di venir collocato in età giovanile nella piena luce del
giorno, aprendosegli in tal modo la strada di far quella luminosa
comparsa che ognun sa nella letteraria repubblica; e que' gentiluomini
fecero dono del Muratori all'Italia. Novella prova fu questa che per
far fiorire le lettere assai più giova la coltura ed il buon giudicio
ai privati, che non la potenza ed i tesori stessi de' principi.
Laureato prima in leggi in fine dell'anno 1694, si recò adunque il
Muratori in Milano in principio del susseguente, dottore
dell'Ambrosiana, e prima che terminasse quell'anno medesimo fu
ordinato sacerdote.

Gli aneddoti latini, colà due anni dopo pubblicati, (gli aneddoti
greci videro la luce poscia in Padova) furono il primo saggio ch'ei
diede del suo sapere, molti argomenti trattando di antichità
cristiane, di disciplina e di erudizione ecclesiastica, in parecchie
dissertazioni, con cui gli aneddoti suoi illustrò. Prima di venirsene
a Milano, non poche cognizioni avea già acquistato egli appartenenti
alla paleografia, facendone studio colla scorta del p. Bacchini sulle
pergamene dell'archivio di Modena: e nell'Ambrosiana, ricca di rari e
copiosi codici, vi si perfezionò. Grande fu la fama in cui salì il
Muratori, giunto appena a toccare il vigesimo quinto anno, per questa
prima opera sua; e si procacciò la benevolenza e la stima de' primi
letterati, e principalmente di un Noris, di un Bianchini, di un
Ciampini, di un Magliabechi in Italia; di un Mabillon, di un Ruinart,
di un Montfaucon, di un Papebrochio oltremonti. Cinque anni interi si
passarono da lui nell'Ambrosiana, quasi in proprio elemento, in mezzo
a que' codici, facendo studio indefesso di erudizione sacra e profana,
d'iscrizioni, di antichità, ed esercitandosi nel tradurre dal greco.
Nè lasciava di attendere per sollievo agli studii delle lettere più
gentili. Interveniva ad un'accademia, detta de' Faticosi, e ad
un'altra di filosofia e di belle lettere, apertasi a suo suggerimento
nella casa Borromeo; ed essendo passato ad altra vita in quella città
nell'anno 1699 il Maggi, poeta di grido per que' tempi e suo grande
amico, intraprese tosto il pietoso letterario ufficio di dettarne la
vita, che nell'anno seguente 1700 si pubblicò, e con un idillio e con
altri versi (chè poeta pur era allora il Muratori) ne celebrò la
memoria.

Le ricerche genealogiche, che per parte dell'elettore di Annover si
facevano, onde chiarire l'origine italica della Casa di Brunsvico,
derivata dal comun ceppo della Estense, furono quelle che richiamarono
il Muratori da Milano alla contrada sua natía. In somma confusione era
l'archivio estense. Per riordinarlo, e per compiacere quel principe
che avea spedito un letterato tedesco a visitarlo, il duca di Modena,
Rinaldo I, nominò suo archivista e bibliotecario il Muratori. Lasciò
egli tosto Milano e l'Ambrosiana, non senza però qualche
rincrescimento; e si restituì, nel fine della state dell'anno 1700, in
Modena ai servigii del suo amato principe: e rinunciando ad ogni più
splendida fortuna, mai più abbandonar non volle, durante un intero
mezzo secolo, che ancor visse, l'estense biblioteca, pago, come
Plutarco, di essere l'ornamento della sua patria, mentre per tutta
Italia chiaro suonava il suo nome.

La genealogia de' principi estensi occupò da prima i suoi pensieri; e
le Antichità estensi, dotta opera e laboriosa, in cui, d'accordo col
famoso tedesco Leibnizio, fissò l'origine di quella, prima in Italia,
quindi in Germania ed Inghilterra, nobilissima famiglia, furono il
frutto delle sue fatiche. Ma come i chimici valenti, che attenti sono
oltremodo a prevalersi delle scoperte ed invenzioni che si presentano
nel corso degli esperimenti loro, sebben non formassero l'oggetto
principale, lo scopo delle loro ricerche, così il Muratori, dovendo
rivoltare tanti diplomi e cronache e monumenti de' bassi-tempi,
concepì il vasto disegno dell'unica e dottissima opera delle Antichità
italiane del medio-evo, che rese il nome suo immortale, e che, secondo
le prime idee, altro non avea ad essere se non una continuazione delle
Antichità estensi, cui servir dovea di commento e quasi far loro
corteggio.

Dallo studio incessante, a norma delle più sane regole di critica,
posto intorno alla storia di que' principi, nacquero non solo quelle
tante scritture in favor di essi per lo dominio di Ferrara e di
Comacchio, nelle quali superiore di tanto si dimostrò al focoso suo
avversario monsignor Fontanini, e mediante le quali si fece conoscere
per uno de' più scienziati gius-pubblicisti; ma inoltre la gran
raccolta da lui ordinata ed illustrata di tutti gli scrittori
originali delle cose d'Italia per lo corso di mille anni; e finalmente
gli Annali d'Italia, l'unico ed il miglior corpo che sinora si abbia
della storia della nazion nostra, stesi da lui nella età di
sessantasette anni nel breve spazio di un anno solo; cosa incredibile,
se da testimoni oculari degni della maggior fede non venisse
asseverata. Che se dettati sono in istile umile, pedestre, inelegante,
come le altre opere sue italiane, non mancano però mai di chiarezza,
di precisione, di naturalezza, e talvolta di vivacità, non senza una
certa efficacia e festività, direi così, lombarda. Del resto, e chi
mai esigere potrà in un colosso la squisitezza del lavoro di un
cammeo?

Mentre per altro incominciava il Muratori a gittar i fondamenti
dell'edificio immenso di cognizioni storiche che innalzar intendea,
compose, quasi per sollievo e diporto, il suo trattato della Perfetta
Poesia, in cui spiegò un sistema conforme ai pensamenti dell'oracolo
dell'Inghilterra, Bacone da Verulamio, sistema più filosofico di
quello che prima di lui da' sottili grammatici, e dopo di lui da
Francesco Maria Zanotti e da altri, che han grido di filosofanti,
vennero esposti alla luce del giorno. Se filosofico fu il trattato
della Poetica del Muratori, poetico, a dir così, fu il disegno della
Repubblica Letteraria, che pubblicò in fronte all'opera sua del Buon
Gusto, o sia riflessioni sopra le scienze tutte; disegno concertato
col dotto Bernardo Trevisano, che reggeva in Venezia quella cattedra
di filosofia morale, che sempre occupata era da un veneto patrizio; e
disegno con cui tenne lungamente e piacevolmente in sospeso la
curiosità degli scienziati. Agli studi suoi di amene lettere riferir
si debbono pure le Vite del Petrarca, del Castelvetro, del Sigonio,
del Tassoni, del marchese Orsi, da lui in diversi tempi dettate. Ma
qui non è il luogo di annoverar distintamente le opere tutte del
modenese bibliotecario. Il solo catalogo, colle necessarie notizie
bibliografiche, eccederebbe i confini a questa vita prescritti.
Basterà il dire che la sua fecondità era tale, che due opere ad un
tratto stava scrivendo per l'ordinario; e che temendo ancora non gli
mancasse materia, chiedeva agli amici argomenti per comporne delle
nuove. Alla erudizione sacra e profana, alle antichità romane e
barbariche, alla critica, alla teologia, all'ascetica, alla
giurisprudenza, alla filosofia, alla politica e perfino alla medicina,
come il trattato del Governo della peste e la dissertazione _De potu
vini calidi_ ne fanno fede, a tutto rivolse le sue speculazioni e le
sue fatiche.

L'erudizione sacra formò il primo oggetto de' suoi pensieri, e sempre,
sino al termine de' suoi giorni, gli studii delle materie
ecclesiastiche coltivò, congiungendoli coll'adempimento il più esatto
ai doveri tutti del suo stato. Giovane sacerdote in Milano, in mezzo
agli studii suoi più fervidi e più graditi, esemplarmente vi attendea.
Fatto quindi in Modena preposto della Pomposa, con cura di anime, con
vivo zelo e con amor grande le funzioni tutte del sacro suo ministero
indefessamente esercitò, trovando ancora tempo, come già il celebre
Pignoria, per le letterarie fatiche. Ma non contento di edificar
coll'esempio e d'instruire colla voce il popolo suo, le virtù
praticando che insegnava, s'ingegnò eziandio di giovare coi libri alla
religione ed ai costumi. Non una persona sola, ma più persone e più
anime, e tutte attivissime, operose, infiammate dell'amor de' suoi
simili, pare che fossero nel Muratori concentrate. Se la vera
filosofia consiste nel far del bene agli uomini, qual filosofo antico
può venire in paragone con lui? Chè non parlo di coloro che negli
ultimi tempi ne usurparono il nome, di tante sciagure infausta e mai
sempre deplorabile cagione. Ascetico savio ed illuminato si mostrò
egli (per toccar soltanto di alcuno di tali libri) negli esercizii
spirituali; espertissimo conoscitore de' santi Padri, compreso del
vero spirito della religione nel trattato della Carità cristiana,
virtù che tutte perfeziona le cristiane virtù; maestro in divinità
profondo nella dotta opera latina _De ingeniorum moderatione in
religionis negotio_, opera in Italia non solo, ma in Germania ed in
Francia eziandio riputatissima.

Ma il Muratori, avanzando in età, e già sessagenario, non potea più
reggere alle parrocchiali fatiche, e specialmente alla predicazione.
Rinunciata dunque la prepositura, attese a scrivere negli anni che
ancora gli restarono. In lui si verificò il detto di Cicerone, nulla
esservi di più dolce e giocondo di una vecchiaia munita degli studii
della gioventù; e non solo gli Annali d'Italia sopraccennati, ma
parecchie altre opere di genere disparatissimo furono il frutto degli
anni suoi senili; che anzi in quel periodo di tempo videro la luce le
opere sue maggiori, già preparate prima, come, per tacer degli ultimi
volumi della gran raccolta delle Cose d'Italia, furono le
dissertazioni famose delle Antichità italiane del medio-evo (negli
ultimi suoi anni poi in lingua italiana compendiate), la seconda parte
delle Antichità estensi, il nuovo Tesoro delle Iscrizioni, per non
parlar di tante altre opere di minor mole, ma non meno rilevanti,
parte filosofiche, come i trattati della morale Filosofia, delle Forze
dell'intendimento umano e della Fantasia; le altre riguardanti le
antichità profane, come la Dissertazione de' servi e liberti, dei
fanciulli alimentari di Trajano, dell'obelisco di Campo Marzio, e
parecchie appartenenti alla erudizione sacra e alle materie
ecclesiastiche, studii, da' quali avea prese le mosse nella letteraria
carriera, da lui mai intermessi, e con lui la terminò. Tali furono
l'opera contro l'inglese Burnet, le Missioni del Paraguay, l'antica
Liturgia romana, e l'aureo trattato della regolata Divozione. Nè
straniero alle, sebben da lui abbandonate, legali dottrine, scrisse
dei difetti della Giurisprudenza, opuscolo sensatissimo, il quale se
riscontrò obbiezioni, trovò eziandio difensori presso i giurisprudenti
medesimi; e col trattato della pubblica Felicità, vale a dire, della
vera scienza di governo, che le scienze e le arti tutte dirige al vero
bene degli uomini, opera che vide la luce nell'anno antecedente alla
sua morte, pose degno ed onorato fastigio a tutte le letterarie sue
fatiche.

Fu quel trattato, come disse il dottissimo cardinale Gerdil, la voce
del cigno; ed aureo chiamandolo, giusti e meritati trova segnatamente
gli encomii in quel sensato libro dal Muratori tributati ad un savio
monarca, per avere nella università della capitale de' suoi stati
aperto una cattedra di morale filosofia. Nè questo fu il solo
provvedimento di quel principe lodato dal Muratori, che in quel
medesimo libro per altri rispetti eziandio il celebra, e singolarmente
per avere instituito peculiare carica in ciascuna provincia, che al
pubblico vantaggio soprantendesse.

Riguardano la maggior parte degli uomini il Muratori semplicemente
come critico, come istorico, come antiquario, come filologo ed
erudito, e non credono che al vanto di filosofo aspirar possa. Ma se
la vera, la utile filosofia consiste nel giudicar delle cose
rettamente e nel buon senso (più raro che altri non creda), e nel
difendere antiche ed importanti verità piuttosto che sostenere nuovi,
ingegnosi, ma inutili e dannosi paradossi, pochi furono al certo più
filosofi del Muratori. Combattè come teologo contro l'irragionevole
voto sanguinario, contro le pratiche esteriori di religione vane od
anche superstiziose, contro l'indiscreto zelo e la ignoranza e le
stravaganze divote; ed il dotto suo libro _De ingeniorum moderatione_,
ec. se piacque a' savii tutti, spiacque (il che ascriversi dee a
distinto pregio) a quelli del pari che troppo poco, come a quelli che
troppo al Capo visibile della Chiesa concedono. Che se ne' libri suoi
filosofici _ex professo_ avverso si mostrò al Loke ed all'Uezio, se
gliene vuol dar lode piuttosto che biasimo. Al primo si mostrarono
pure contrari il celebre Paolo Mattia Doria, ed altri chiari ingegni
italiani: nè ebbe seguaci in Italia prima del fiorentino medico
Antonio Cocchi, non sempre religiosissimo. Di fatto, la filosofia
lokiana, come dimostrò poscia dottamente il prefato cardinal Gerdil,
troppo al materialismo inchina, come allo scetticismo quella postuma
dell'Uezio. Persino nelle materie mediche, se vi fu chi la opinion sua
sulla origine delle pestilenze disapprovò, l'insigne professore di
medicina in Torino, Carlo Richa, ne prese la difesa. Le matematiche
discipline soltanto furono quelle, a cui, come que' due lumi primari
della letteratura francese, il Bossuet ed il Fenelon, non volle mai
applicare il Muratori, sia che temesse d'insuperbire, quando alle
altre vaste sue cognizioni aggiunto avesse la parte più astrusa e
recondita dell'umano sapere, sia che stimasse essere quegli studii
incompatibili collo studio di altre facoltà da lui riputate più
vantaggiose.

Compiuto egli avea intanto il settuagesimo settimo anno del viver suo,
quando un fiero colpo di paralisia gli tolse prima la luce degli
occhi, e quindi la vita nel giorno vigesimoterzo di gennaio dell'anno
1750. Placidamente riposò nel Signore tra le braccia del nipote
ecclesiastico, dopo compiti tutti gli uffizi e ricevuti tutti i
soccorsi della cristiana pietà. Fu il Muratori di statura ordinaria,
ma quadrata, e che inclinava al pingue, di faccia colorita, di aspetto
misto di gravità e di dolcezza; nel conversare affabile, cortese ed
anche gioviale; a lui piaceva la gioventù onestamente lieta. Del
rimanente candido, sincero, modesto, frugale, di singolare prudenza
dotato, alle morali congiungea le cristiane virtù. Invitato a Padova
in modo onorevolissimo, ed a Torino con offerta di pingue stipendio e
con tutti gli agi dal marchese di Ormea, mai non volle abbandonar la
sua patria ed il servizio del principe suo signore, a cui sagrificò
sempre ogni privato suo vantaggio. Di fatto amico di quell'anima
ingenua e generosa di papa Benedetto XIV sin prima del pontificato,
credesi che per gl'insigni meriti suoi verso la religione cattolica e
per l'esemplarità de' costumi lo avrebbe fregiato della sacra porpora,
se non avesse temuto di recar dispiacere alla corte per le cose dal
Muratori scritte nelle controversie di Ferrara e Comacchio. Non mancò
di coraggio, dote non sempre famigliare agli uomini di lettere.
Minacciato della vita con lettera anonima, se non ritrattava certe
espressioni che credette di dover adoperare parlando di una contrada
armigera, consegnò senza turbarsene il foglio alle fiamme, nè se ne
pigliò il menomo pensiero. Da Modena manteneva corrispondenza il
Muratori con tutti i primi letterati d'Italia, e ne coltivò
l'amicizia, e tra gli altri amico fu infino agli estremi della vita
del celebre marchese Scipione Maffei, non ostante alcuni dispareri in
punto di erudizione. Bello si è negli ultimi giorni in cui visse il
Muratori, vedere il Maffei, quasi eguale di età, protestargli di
averlo sempre riputato il primo onore d'Italia; ed il Muratori
vicendevolmente pregare il cielo che conservasse il Maffei, come il
campione più vigoroso e più coraggioso della italiana letteratura.



PREFAZIONE

DI LODOVICO ANTONIO MURATORI


Allorchè io stesi la prefazione al tomo 1 delle mie _Antichità
Italiane_, stampato in Milano nell'anno 1738; accennai il bisogno che
avea la Storia d'Italia d'esser compilata da qualche persona ben
conoscente delle antiche memorie, ed amante della verità. Giacchè
l'avanzata mia età e varie mie occupazioni non permettevano a me
d'imprendere allora tal fatica, animai alla stessa gl'ingegni
italiani, dopo averne loro agevolata la via colla gran raccolta degli
_Scrittori delle cose d'Italia_, e colle suddette _Antichità
Italiane_. Pure tanto di vita e di forze a me ha lasciato la divina
Provvidenza, che accintomi io stesso alla medesima impresa, ho potuto
se non con perfezione, certo con buona volontà, trarla a fine. Parlo
io qui non già della Storia che riguarda gli avvenimenti della Chiesa
di Dio, perchè di questa ci ha forniti per tempo la penna immortale
del cardinal Baronio colla principal parte di essa, accresciuta poi e
migliorata dal p. Antonio Pagi seniore, continuata dallo Spondano, dal
Bzovio e dal Rinaldi. Abbiamo anche illustrati non poco i primi secoli
del Cristianesimo dall'accuratissimo Tillemont, e l'intera Storia di
essa Chiesa felicemente maneggiata dal Fleury: talchè per questo conto
al comune bisogno pare sufficientemente provveduto; se non che la
lingua italiana può tuttavia dirsi priva di quest'ornamento, non
bastando certamente l'aver noi qualche compendio degli Annali del
Baronio in volgare.

La sola Storia civile d'Italia quella è che dimanda e può ricevere
aiuto ed accrescimento dai giorni nostri. Certamente obbligo grande
abbiamo a Carlo Sigonio, insigne scrittor modenese, per aver egli
assunta questa fatica, e trattata la storia suddetta ne' suoi libri
_de Occidentali Imperio, et de Regno Italiae_, che tuttavia sono in
onore, e meritano bene di esserlo. Ma oltre all'aver egli solamente
cominciata la sua carriera dall'imperio di Diocleziano e Massimiano, e
terminatala nell'imperio di Ridolfo I austriaco; tali e tante notizie
si son dissotterrate dipoi per cura di molti valentuomini, tanto
dell'Italia che d'altri paesi, gloriosi per avere aumentato l'erario
della repubblica letteraria, che oggidì si può ampiamente supplire ciò
che mancò al secolo del Sigonio, e rendere più copiosa e corretta la
storia Italiana. Aggiungasi, avere il Sigonio tessuto le storie sue
senza allegare di mano in mano gli scrittori onde prendeva i fatti:
silenzio praticato da altri suoi pari, ma o mal veduto o biasimato
oggidì da chi esige di sapere i fondamenti su cui i moderni fabbricano
i racconti delle cose antiche. Tralascio di rammentare qualche altro
scrittore della Storia universale d'Italia, perchè niuno ne conosco
che sia da paragonar col Sigonio, e niun certamente vi ha che abbia
soddisfatto al bisogno. Ai nostri tempi poi prese il sig. di Tillemont
a compilar le Vite degl'imperadori romani, cominciando dal principio
dell'Era cristiana con tale esattezza, che se egli avesse potuto
continuare il viaggio, dalle mani sue sarebbe a noi venuta una
compiuta storia, ed avrebbe forse risparmiato a tutt'altri il pensiero
di tentar da qui innanzi una tal navigazione. Ma egli passò poco più
oltre all'imperio di Teodosio Minore e di Valentiniano III Augusti,
con esporre gli avvenimenti d'Italia per soli quattro secoli e mezzo,
lasciando i lettori colla sete del rimanente. Pertanto ho io preso a
trattar la _Storia Civile_ o sia gli _Annali d'Italia_ dal medesimo
principio dell'Era di Cristo, conducendoli sino all'anno 1500; nel
quale ho deposta la penna, perchè da lì innanzi potrà facilmente il
lettore consultare gli storici contemporanei, che non mancano, anzi
son molti, se pure non verrà voglia ad alcuno di proseguire la
medesima mia impresa sino ai dì nostri. E chi sa che non nasca, o non
sia nato alcun altro, che prenda anche a trattar la storia dell'Italia
dal principio del mondo sino a quell'anno dove io comincio la mia?
Quanto a me, tanto più ho creduto di dover far punto fermo nel
suddetto anno 1500, perchè nella Parte II delle mie _Antichità
Estensi_, avendo io stesso in qualche guisa abbozzate le avventure
universali d'Italia sino all'anno 1738, mi sarebbe incresciuto di aver
da ridire lo stesso.

Ma prima di mettere in viaggio i lettori, mi convien qui istruire i
men periti di quel che debbono promettersi dalla mia fatica. Che non
si ha già alcun di essi da aspettare, che la Storia d'Italia proceda
per tanti secoli sempre con bella chiarezza, e con bastevol cognizione
degli avvenimenti e delle azioni de' principi e de' popoli, che
successivamente comparvero nel teatro del mondo, e colla tassa dei
tempi precisi, ne' quali succederono i fatti a noi conservati dagli
storici delle passate età. Un così bell'apparato di cose si può ben
desiderare, ma non già sperare. Pur troppo si scorgerà, non essere più
felice la Storia d'Italia di quel che sia quella delle altre nazioni.
Di assaissime antiche storie ci ha privati l'ingiuria dei tempi, la
frequenza delle guerre, e la serie d'altri non pochi pubblici e
privati disastri. Nello stesso secolo terzo dell'Era cristiana,
ancorchè le lettere tuttavia si mantenessero in gran credito, pure si
comincia a provare gran penuria di luce per apprendere le avventure
d'allora, e per ben regolare la cronologia di que' tempi. Pur questo è
un nulla rispetto al secolo quinto, e incomparabilmente più ne'
seguenti, cioè dacchè le nazioni barbare impossessatesi dell'Italia,
fra gli altri gravissimi mali v'introdussero una somma e deplorabile
ignoranza. Non solamente sono venute meno le storie di quei tempi, ma
possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero
allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la
Storia longobardica di Paolo Diacono sino all'anno 744, resterebbe in
un gran buio allora la Storia d'Italia. Continua nulladimeno la
medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi sin dopo il
1000, che qualora fosse perita la cronica di Luitprando, e non ci
recassero aiuto quelle de' Franchi e dei Tedeschi, noi ci troveremmo
ora, per così dire, in un deserto per conto di quasi tre secoli dopo
il suddetto Paolo. Oltre poi all'essersi perduta la memoria di
moltissimi avvenimenti d'allora, quegli ancora che restano, sì mal
disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne
assegnare gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia
degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a
tentoni. A questi malanni si vuol aggiugnerne un altro, comune alla
storia di tutti i tempi, cioè la difficoltà, meglio è dire,
l'impossibilità di raggiugnere la verità di molte cose che a noi
somministra la storia. Lo spirito della parzialità o dell'avversione
troppo sovente guida la mano degli storici. Quello che osserviamo
nella dipintura delle battaglie accadute a' tempi nostri, fatta da
differenti pennelli, con accrescere o sminuire il numero de' morti e
prigioni, e talvolta con attribuirsi ognuna delle parti la vittoria:
lo stesso si praticava negli antichi tempi. E secondochè l'adulazione
o l'odio prevalevano nella penna degli scrittori, il medesimo
personaggio veniva innalzato o depresso. C'è di più. Allorchè gli
storici prendevano a descrivere quanto era accaduto ne' tempi lontani
da sè, per mancanza di documenti o per semplicità e poca attenzione,
talvolta ancora per malizia, vi mischiavano favole e dicerie, o
tradizioni ridicole dell'ignorante volgo. Di queste false merci
appunto abbonda la storia de' secoli barbarici dell'Italia, e più di
gran lunga l'ecclesiastica che la secolare.

Ora come mai potere in quell'ampio fondaco di verità e bugie,
mischiate insieme, sbrogliare il vero dal falso? In tale stato ognuno
ritrova la storia della sua nazione; ma chi vuole oggidì scrivere
onoratamente le antiche cose, si studia, per quanto può, di depurarle,
di dare schiettamente ad ognuno il suo secondo l'ordine della
giustizia, cioè di lodare il merito, di biasimare il demerito altrui;
e quando pur non fia possibile di raggiugnere il certo, di almeno
accennare ciò che sembra più probabile e verisimile tanto dei fatti
che delle persone. Questo medesimo mi son io ingegnato di eseguire
nella presente mia Opera, per soddisfare al debito di sincero
scrittore. Così avessi io potuto rendere dilettevole tal mia fatica,
siccome ho procurato di formarla veritiera. Ma sappiano per tempo
coloro, che nuovi si accostano alla antica storia, che io son per
condurli talvolta per ameni giardini, ma più spesso per selve e dirupi
orridi a vedere: e ciò secondo la diversità dei principi buoni o
cattivi, delle felici o infelici influenze delle stagioni, della pace
o delle guerre, o d'altre pubbliche prosperità o disgrazie. Anche
allorquando era in fiore l'imperio romano, s'incontrano dominanti,
obbrobrii del genere umano, mostri di crudeltà, e nati solamente per
la rovina altrui, e in fine ancor per la propria. Scatenossi poi il
Settentrione contro l'italiche contrade, con introdurvi la barbarie
de' costumi, l'ignoranza ed altri malanni. Finalmente cominciarono le
guerre a divenire il pane d'ogni giorno nell'Italia, e le pazze e
furiose fazioni dei Guelfi e Ghibellini per parecchi secoli
sconvolsero le più delle città: di maniera che nella Storia d'Italia
assai maggior copia troviamo di quel che può rattristarci, che di
quello che è possente a dilettarci. Ma questo non è male della sola
Italia. Anche nell'altre nazioni si fan vedere queste medesime brutte
scene, così avendo Iddio formato il mondo presente, con volere che più
in esso abiti il pianto che il riso, acciocchè ognuno si rivolga a
cercarne un migliore, di cui dà una dolce speranza la Fede santa che
professiamo. Intanto fra le altre utilità che reca la storia, da noi
riconosciuta per una delle efficaci maestre della vita umana, non è
picciolo quello che io andrò talvolta ricordando ai lettori. Cioè, che
nel mirare sì rozza e sconvolta, sì malmenata ed afflitta in tanti
diversi passati tempi l'Italia, possente motivo abbiamo di
riconoscersi anche per questo obbligati a Dio, cioè per averci
riserbati a questi giorni, non esenti certamente da mali, ma pure di
lunga mano men cattivi e dolorosi de' vecchi secoli.



ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500



    Anno di CRISTO I. Indizione IV.

    CESARE AUGUSTO imper. 45.

_Consoli_

CAJO GIULIO CESARE figlio d'Agrippa, MARCO EMILIO PAOLO.


Già avea la libertà della repubblica romana ricevuto un gran tracollo
sotto il prepotente governo di Giulio Cesare, primo ad introdurre in
Roma il principato sotto il modesto titolo d'imperadore, non altro
significante in addietro che generale d'armata. Non so s'io dica
ch'egli pagò le pene della sua ambizione con restar vittima de'
congiurati; so bene che fu principe odiato dai più in vita, ma dopo
morte scusato ed amato, massimamente da chi avea cominciato ad
accomodarsi al comando di un solo; e so del pari che questo principe
certamente abbondò di molti pregi, e che pochi pari di credito avrebbe
avuto nell'antichità, se non avesse offuscata la sua gloria
coll'oppression della patria. Caio Ottavio, o sia Ottaviano, da lui
adottato per figliuolo, e da noi più conosciuto col nome di Cesare
Augusto, ancorchè giovane, seppe ben deludere l'espettazione del
senato. Adoperato per rimettere in piedi la repubblica, si servì egli
della fortuna delle a lui confidate milizie, per assoggettar Roma di
nuovo, e stabilir quella monarchia che, durata per qualche secolo,
cedette in fine al concorso e alla possanza delle barbare nazioni. Di
gran politica abbisognò Augusto per avvezzar il senato e popolo romano
alla novità del governo cominciato da Giulio Cesare, e per ischivar
nello stesso tempo quel funesto fine a cui egli soggiacque. I due suoi
favoriti, cioè Marco Vipsanio Agrippa, marito prima di Marcella di lui
nipote, e poi di Giulia di lui figliuola, e Mecenate, personaggi di
gran senno e onoratezza, non gli furono scarsi di consiglio per fargli
ottenere il suo intento. L'arte dunque sua fu quella di saper fare da
padrone, senza mostrare di esser tale; e di conservare il nome e il
decoro della repubblica, come era in addietro, ma con ritenere per sè
il meglio dell'autorità e del comando. Perchè non solamente
lontanissimo si diede a conoscere dall'ammettere il nome di _Re_ o
_Signore_, a cui non erano avvezzi i Romani, essendogli anche
esibito[1] dal popolo (forse per segreta sua insinuazione)
l'usitatissimo di _Dittatore_, grado portante seco una gran balìa,
fece la bella scena di pregar tutti con un ginocchio a terra, che lo
esentassero da questo onore, parendogli assai d'essere riguardato e
nominato principe, titolo non altro significante allora che primo fra
i cittadini. Compariva[2] dappertutto la stima ch'egli professava al
senato; e per maggiormente cattivarselo, non volle già egli sottoporre
alla propria direzione tutte le provincie, ma la maggior parte lasciò
alla disposizion del medesimo e de' proconsoli, e d'altri uffiziali
scelti e spediti dal medesimo senato. Ad esso parimente lasciò
l'erario pubblico, la facoltà di metter imposte, di far nuove leggi,
di amministrar la giustizia; con che pareva alla nobiltà di conservar
tuttavia l'antico onore e dominio. Nè minor fu il suo studio per
guadagnarsi l'amore del popolo, col volere ch'egli continuasse a
godere della facoltà di dare i suoi suffragi nelle pubbliche elezioni,
col mantener sempre l'abbondanza de' viveri in Roma e la quiete della
città, e con tenerlo allegro e divertito mediante la frequente
rappresentazione di varii giuochi e spettacoli, e con magnifici
congiarii o vogliam dir donativi. Finalmente si conciliò l'affetto dei
pretoriani, cioè delle guardie del palazzo, con far loro dar doppia
paga, e con usar altri atti di liberalità verso le legioni, cioè verso
il resto della milizia. Che meraviglia è dunque, se Roma, che ne'
tempi della libertà avea tante traversie patito per la disunion de'
cittadini, cominciò a gustare i vantaggi d'esser governata dipendente
da un solo?

Ma intanto Ottavio riservò per sè le provincie dove occorreva tener
delle soldatesche, o per buona guardia contro dei Barbari confinanti,
o per imbrigliar i popoli facili alle sedizioni, con che il nerbo
maggiore della repubblica, cioè tutta la milizia, restò in suo potere.
A questo fine egli prese o volentieri accettò il titolo di imperadore,
conceduto in addietro ai generali d'armate, dappoichè aveano riportata
qualche vittoria; ma titolo accordato a lui a perpetuità, e con
autorità sopra l'armi, di maniera che niun cittadino da lì innanzi fu
onorato del trionfo, ancorchè vincesse, perchè la vittoria non
s'attribuiva se non a chi era capo delle armate; e questo capo era il
solo imperadore. Gran possanza, insigni privilegi aveano goduto fin
qui i tribuni del popolo. Erano sacrosante ed inviolabili le loro
persone, di maniera che il mancar loro di rispetto, non che
l'offenderli co' fatti, si riputava sacrilegio e misfatto degno di
morte. Questo potere volle a sè conferito, ed agevolmente ottenne
Ottaviano, per poter cassare, occorrendo, le leggi e le determinazioni
che non gli piacessero, come far solevano talvolta i tribuni; e questa
fu appellata _Tribunizia Podestà_; titolo ben caro agli imperadori
romani, e mai non obbliato nel loro titolario; perchè, al dire di
Cornelio Tacito[3], vocabolo indicante _sommo dominio_. Inoltre
l'autorità primaria sopra le cose sacre era riserbata ai _Pontefici
Massimi_ in Roma pagana. Giudicò Augusto, che tal grado stesse meglio
nelle sue mani che nelle altrui; e però tanto egli quanto i successori
l'unirono con gli altri titoli della loro possanza. Finalmente il
senato, già divenuto adulatore, perchè composto di gente che cercava i
proprii vantaggi col promuovere quelli del principe, cercò di onorar
questo imperadore colla giunta di un titolo glorioso, che facesse
intendere la di lui possanza ed autorità quasi sovrana; e fu quello
d'Augusto, indicante un non so che di divinità. Questo, che fu poi
congiunto coll'altro di Cesare, che era a lui pervenuto per l'adozione
di Giulio Cesare, continuò poscia in tutti i suoi successori, come il
più luminoso dell'altra lor dignità. Veggonsi rapportati da Dione
Cassio varii altri privilegi accordati dal senato a Cesare Augusto,
coronati finalmente dal nobilissimo titolo di _Padre della Patria_,
voluto o pure usato dipoi anche da quegli stessi mostruosi imperadori,
che sembrarono nati solamente in danno e rovina della medesima. Salì
in tal guisa ad un'ampia podestà Augusto, per cui senza nome di re
potea tutto quanto poteano i più dispotici dei re, perchè il senato
con tutta l'autorità a lui lasciata, nulla d'importante facea, che non
fosse conforme all'intenzione e ai desiderii di lui. Tuttavia per un
tratto di fina politica (che è ben lecito il pensare così) andava
l'accorto imperadore di tanto in tanto dolendosi del grave peso
imposto sulle sue spalle, e facea intendere l'ansietà di scaricarsene,
per morir da privato. Arrivò sino a proporlo in senato; ma egli dovea
ben sapere, che non correa rischio d'essere esaudito. Ed in fatti così
fu. S'unirono le voci de' senatori a pregarlo, per non dire a
costringerlo, che continuasse nella fatica del comando finchè vivesse.
Allora s'indusse ben egli con tutta modestia ad accettar questo
carico, ma con impetrare che solamente per dieci anni avvenire durasse
un tale aggravio. Finiti questi, e chiesta di nuovo licenza, s'accordò
in cinque altri, e poscia in dieci, tanto che senza mai cessare
d'essere signore del mondo romano, e con apparenza di comandare, solo
perchè così volevano il senato ed il popolo, terminò poi
felicemente nel comando i suoi giorni. Nè mancò chi gli succedesse
nell'incominciato onore e in quella signoria, la quale a poco a poco
nel proseguimento pervenne all'intero despotismo e talvolta alla
tirannia.

In tale stato si trovava nell'anno presente Roma sotto Augusto
imperadore, nè la di lei potenza si stendeva già sopra tutto il mondo,
come l'adulazione talvolta sognò; ma bensì nella miglior parte di
Europa, e in moltissime provincie non meno dell'Asia che dell'Africa.
Era nato Augusto sotto il consolato di Cicerone e di Cajo Antonio,
cioè l'anno sessantatre prima dell'Era cristiana; e però nel presente,
in cui essa Era ebbe principio, correva l'anno sessantesimoquarto
dell'età sua, e l'anno XXIII della sua tribunizia podestà, e il XLV
del suo principato. Giacchè niun figlio maschio avea a lui prodotto
Livia sua moglie, era già egli ricorso al ripiego dell'adozione, per
desiderio di perpetuar la sua famiglia, e di trasmettere in un figlio
anche la dignità imperiale. Avea egli due nipoti, figliuoli di Marco
Agrippa e di Giulia sua figliuola, donna famosa per la sua
impudicizia, e in questi tempi a cagion di tale infamia relegata
nell'isola Pandataria. L'uno _Cajo_ e l'altro _Lucio_ nominati, aveano
già talmente conseguito l'amore d'Augusto sì in riguardo al sangue che
scorrea lor nelle vene, che per le loro belle qualità, che gli aveva
adottati amendue per figliuoli, innestandoli nella famiglia Giulia, e
dando loro il cognome di _Cesare_. L'uno d'essi, cioè _Cajo_, fu[4]
nell'anno presente alzato alla dignità più eminente, che dopo
l'imperiale dar potesse allora la repubblica romana, cioè al
consolato. L'altro console fu _Lucio Emilio Paolo_, cognato d'esso
Cajo, perchè marito di Giulia sua sorella, donna, che per aver imitata
la madre Giulia nella disonestà, soffrì anch'essa un eguale castigo.
Militava in questi tempi Cajo Cesare console per ordine d'Augusto suo
padre, nella Siria, ossia nella Soria, contro de' Parti. Questa era
allora la sola guerra che tenesse in esercizio l'armi romane;
perciocchè Augusto, tra perchè vecchio, e perchè signore di gran
senno, il più che potea s'andava studiando di mantener la pace
nell'imperio, senza curar molto l'ambiziosa gloria de' conquistatori.
Assai vasto era il dominio de' Romani per appagar ogni sua voglia.

Ora in quest'anno si dee fissare il principio dell'Era cristiana
volgare, di cui comunemente ci serviamo oggidì. Non fu già essa
affatto ignota ai primi secoli della Chiesa; ma il merito d'averla
messa in qualche credito in Occidente, è dovuto a Dionigi Esiguo,
ossia il Picciolo, monaco assai dotto, che morì circa l'anno 540 nella
Chiesa romana, e poscia a Beda, celebre scrittore d'Inghilterra, che
nel secolo ottavo usandola, coll'esempio suo la rendè poi familiare
fra i Latini. S'ingannarono amendue; ma non c'inganniamo noi in
mettere sotto i consoli suddetti il principio di questa. Il cardinal
Baronio, che stabilì senza fallo l'immortalità del suo nome colla gran
fabbrica degli Annali ecclesiastici, due anni prima del presente, cioè
nell'anno XXI della tribunizia podestà di Augusto, ossia nel XLIII del
suo principato, pose il principio della medesima; ma con errore
manifesto, siccome han dipoi dimostrato uomini sommamente eruditi.
Opinione fu di quell'insigne porporato, che nell'anno XLII di Augusto,
cioè tre anni prima dell'anno presente, s'incarnasse e nascesse il
Figliuolo di Dio nel di 25 di dicembre; e che nel principio del
susseguente egli fosse circonciso, dalla qual circoncisione, collocata
nelle calende di gennaio, si avesse da cominciare l'anno primo
dell'Era cristiana. Ciò non sussiste. Quanto alla nascita del Signor
nostro Gesù Cristo ne è tuttavia incerto l'anno. Solamente sappiamo
essere la medesima avvenuta molto innanzi all'anno presente, fra
l'altre ragioni, perchè Erode figliuolo d'Antipatro (re vivente
allorchè nacque il Signore), cessò di vivere[5] nel marzo dell'anno
750 di Roma, e XLI di Augusto; e per conseguente[6] dovette nascere il
Signore almeno nell'anno precedente al preteso dal Baronio, o in alcun
altro più addietro. È ben sembrato agli eruditi più verisimile il
riferire il suo natale al dicembre dell'anno 749 di Roma, e XL di
Augusto; ma questa opinione nondimeno vien contrastata da quella di
diversi altri, non mancando chi alcuni anni prima con buone ragioni
colloca questo memorabil fatto, senza che finora si sia potuto
pienamente accertare un punto di storia di tanta importanza. Ma se ciò
è tuttavia oscuro, non è già per l'Era cristiana, il cui principio
ormai resta deciso che si ha da fissare nell'anno presente, benchè non
manchi taluno che lo riferisce nell'anno seguente. Per le ragioni
suddette è un comune errore, ma errore condonabile, e di cui niun s'ha
da formalizzare, il chiamar questa Era della Natività del divino
Salvatore, oppur della Incarnazione, ovvero della Circoncisione.
Questa varietà di parlare, da gran tempo introdotta, non è per anche
terminata in Italia, dove abbiamo la maggior parte delle città, che
chiamano l'anno della Natività, benchè l'incomincino dalla
Circoncisione; ed alcune, che nella Pasqua, o nel dì 25 di marzo
precedente, o susseguente all'anno comune, cominciato alla
Circoncisione, danno principio al loro anno, le une coll'anteciparlo
di quasi nove mesi, e le altre col posticiparlo di quasi quattro.
Anticamente molti usarono di dar principio all'anno nuovo nel Natale
del Signore, e di là poi venne il chiamar l'Era nostra a _Nativitate
Domini_, il qual nome dura presso i più, contuttochè oggidì il primo
giorno di gennaio sia anche il principio dell'anno nuovo. Intanto
contando noi sotto questi consoli l'anno primo d'essa Era, seguiteremo
da qui innanzi col medesimo ordine ad accennare i fatti principali
della Storia d'Italia.

NOTE:

[1] Sueton., Vita August., cap. LII.

[2] Dio. Cass., Histor.

[3] Tacit., Annal., t. III, cap. 56.

[4] Noris, Cenotaph. Pisan. Diss. 2, cap. 13.

[5] Joseph., Antiq. Judaicar., lib. 7, cap. 8. Pagius, in Critica
Baron.

[6] Vaillant, Idem. Pagius, Usserius, Noris, ec.



    Anno di CRISTO II. Indizione V.

    AUGUSTO imperadore 46.

_Consoli_

P. VINICIO e P. ALFENIO VARO.


Il primo di questi consoli è chiamato dal padre Pagi _Publio Vicinio_,
dal padre Stampa _Publio Vinucio_. Sono errori di stampa. Nè la
famiglia _Vicinia_, nè la _Vinucia_ son cognite fra le nobili romane.
Bensì la _Vinicia_, di cui l'Orsino e il Palatino rapportano varie
medaglie. Vellejo Patercolo[7] chiaramente scrisse _P. Vinicio
Consule_, e parla in più d'un luogo di questa famiglia. Il secondo de'
consoli è _Publio Alfeno_ presso il Pagi. Altri hanno scritto
_Alfinio_; ma con diversità di poca importanza. Continuò _Cajo
Cesare_, figliuolo adottivo di Augusto, e principe della gioventù, la
sua spedizion militare in Soria. Seco era lo stesso _Vellejo
Patercolo_, autore de' pezzi di un'amena storia, che si son salvati
dalle ingiurie del tempo. Racconta egli, che inclinando Augusto a far
pace coi Parti, perciò seguì un abboccamento di Cajo con _Fraate_ re
di que' popoli, sopra un'isola dell'Eufrate, fiume che allora divideva
i due imperi. Cajo dipoi sulla riva romana diede un convito a Fraate,
ed appresso ricevette anch'egli sull'opposta il medesimo trattamento.
Allora fu che Fraate scoprì a Cajo l'infedeltà e venalità di Marco
Lollio, a lui dato per aio da Augusto. Però da lì a poco tempo[8]
venne meno la vita d'esso Lollio per veleno, non si sa se preso per
elezione di lui, o pure per comando altrui. In questi tempi[9] _Lucio
Cesare_ fratello d'esso Cajo, acciocchè non marcisse nell'ozio della
Corte, fu mandato da Augusto in Ispagna. Dovea servir questo viaggio
per guadagnargli l'amor delle legioni che soggiornavano in quelle
parti. Ma secondo le umane vicende non tardarono ad abortire in breve
tante belle speranze di lui e del padre. Giunto egli a Marsilia,
s'infermò, e in età di diciotto anni terminò la carriera del suo
vivere nell'agosto dell'anno presente. Dione e Tacito non tacquero il
sospetto che corse allora di aver Livia moglie d'Augusto procurata con
arti indegne la morte di questo giovane principe. Chi fosse questa
principessa, convien ora vederlo.

Livia, figliuola di Livio Druso, era in prime nozze stata moglie di
Tiberio Claudio Nerone, uno de' più cospicui nobili di Roma[10]. Seppe
ella così ben tirar le sue reti, che invaghitosi di lei Augusto, già
principe di Roma, ottenne da Nerone che la ripudiasse, per prenderla
egli in moglie. Bisogna ben credere che fosse grande in questo
principe il caldo, perchè gravida (fu preteso del primo marito) la
condusse al talamo suo. Avea già essa partorito Tiberio, che vedremo a
suo tempo imperadore. Sgravossi dipoi d'un altro figliuolo, che portò
il nome di _Nerone Claudio Druso_, e fu consegnato al padre, perchè,
secondo le leggi, tenuto per figliuolo di lui. Questi poi creato
console nell'anno IX, prima dell'Era cristiana, finì quello stesso
anno di vivere. Che superba, che scaltra donna fosse Livia, non si può
abbastanza dire. Ancorchè Augusto fosse principe di mente svegliata e
di raro intendimento, pure possedeva ella il gran secreto di saperlo
governare, di condurlo alle voglie sue. L'unico figliuolo a lei
restato, cioè _Tiberio_, era il principale oggetto dell'amor suo, e
tutte le sue mire tendevano ad esaltarlo. Essendo morto dodici anni
prima dell'Era nostra Agrippa gran confidente di Augusto, e marito di
Giulia figliuola del medesimo imperadore, e di Scribonia sua prima
moglie, procurò Livia che questa passasse a seconde nozze con Tiberio
suo figliuolo[11], tuttochè a lui dispiacesse assaissimo un tal
matrimonio, parte perchè gli convenne ripudiar Agrippina amata sua
consorte, e parte ancora perchè non gli era ignota la trabocchevole
inclinazione e vita sregolata d'essa Giulia. Suoi figliastri in questa
maniera divennero _Cajo_ e _Lucio_, che già dicemmo nominati _Cesari_,
figliuoli della medesima Giulia e d'Agrippa; ma da lui e da Livia sua
madre internamente odiati, perchè adottati per figliuoli da Augusto, e
destinati, per quanto si poteva congetturare, ad essere suoi
successori nell'imperio. Nacquero in fatti delle gare fra questi due
giovanetti fratelli e Tiberio lor padrigno. Sentivano già essi la
superiorità della lor fortuna, ed aveano cominciato ad insolentire, e
nello stesso tempo miravano di mal occhio il possesso che tenea nel
cuore di Augusto la madre di Tiberio, Livia. Per ischivar tutti i
pericoli, avea preso Tiberio il partito di ritirarsi: al che
s'aggiunse ancora il non poter più egli sopportare i vizii della
moglie sua Giulia, castigati in fine colla relegazione da Augusto suo
padre. Senza che il potessero ritener le preghiere della madre e del
medesimo Augusto, ritirossi Tiberio nell'isola di Rodi, e qui per
sette anni in vita privata si fermò. Sazio finalmente di questo
volontario esilio, che avea dato occasione di molte dicerie agli
sfaccendati politici, fece istanza di ritornarsene a Roma in
quest'anno per mezzo della madre. Volle Augusto prima intendere, se a
Cajo Cesare fosse rincresciuto il di lui ritorno, perchè i dissapori
seguiti fra loro non erano cose ignote. Per buona ventura essendosi
allora scoperto, che Lollio, poco fa mentovato, quegli era che
seminava zizzanie fra Tiberio ed i figliastri, Caio si mostrò contento
che il padrigno rivedesse Roma. Venuto Tiberio, attese da lì innanzi
coll'aiuto della madre a promuovere i proprii interessi. E questi
presero tosto buona piega per la sopr'accennata morte di _Lucio
Cesare_, non restando più fra i vivi se non il solo _Cajo Cesare_,
cioè quel solo che impediva a Tiberio il poter succedere nello imperio
ad Augusto suo padrigno. Cominciò[12] in quest'anno, se pur non fu nel
seguente, anche in Germania una guerra, di cui parleremo all'anno V
dell'Era cristiana.

NOTE:

[7] Vellejus Paterculus, lib. 2.

[8] Plinius, lib. 9, cap. 35.

[9] Noris, Cenotaph. Pisan. Diss. 2, cap. 14.

[10] Dio, Suetonius, Tacitus.

[11] Sueton., in Tiber., cap. 7.

[12] Vellejus, Historiar. lib. 2.



    Anno di CRISTO III. Indizione VI.

    AUGUSTO imperadore 47.

_Consoli_

L. ELIO LAMIA e M. SERVILIO.


Perchè son perite le storie antiche in questi tempi, mancano a noi le
memorie di quanto allora avvenne in Roma e in Italia. Forse anche la
mirabil quiete che per opera d'Augusto si godea in queste parti, niun
avvenimento produsse assai riguardevole per comparir nella Storia
romana. Rimasto senza aio in Soria Cajo Cesare per la morte di
Lollio[13], Augusto non volendo lasciare la di lui giovanile età senza
direzione e briglia, mandò per governatore di lui Publio Sulpicio
Quirinio. Questi è quel medesimo che nel Vangelo di s. Luca è
appellato _Cirino_, e che negli anni addietro avea fatta la
descrizione degli abitanti della Giudea: nel qual tempo venne alla
luce del mondo il nostro Signor Gesù Cristo, senza sapersene finora
con certezza l'anno preciso. Ora Cajo Cesare, che nell'anno prossimo
passato[14] avea conchiusa la pace coi Parti, ed era penetrato sino
nell'Arabia, si diede in quest'anno a regolare gli affari
dell'Armenia. Di là si erano ritirate le milizie ausiliarie de' Parti,
in vigor della pace suddetta; ma non per questo volentieri ritornarono
all'ubbedienza de' Romani quei popoli: e però sul principio fecero
qualche resistenza; ma entrato con tutte le forze nel loro territorio
Cajo Cesare, gli astrinse a deporre le armi. E poichè non si
arrischiavano i Romani di ridurre in provincia un paese tanto lontano,
ed avvezzo al governo de' proprii re, fu scelto da Cajo per quella
corona Ariobarzane, medo di nazione, e ben veduto dai medesimi Armeni,
il quale dovette promettere una buona alleanza col popolo romano. A
così felice successo, per cui Cajo acquistato s'era non poco di
gloria, ne tenne dietro un funesto. Mal soddisfatto un certo Addo de'
Romani e del re novello, mosse a ribellione Artagera, una delle
primarie città dell'Armenia[15]. Corso con tutta la sua armata Cajo ad
assediar quella città, troppo credendo al ribello Addo, si lasciò
condurre ad abboccarsi con lui. Nel mentre ch'egli leggeva un
memoriale, datogli dallo stesso Addo, proditoriamente fu ferito da
lui, o da chi era con lui, e con pericolosa ferita. Per tale iniquità
irritate al maggior segno le legioni romane, più vigorosamente che mai
strinsero la città, l'espugnarono, la ridussero in un mucchio di
pietre. Il traditore Addo ebbe anch'egli la meritata pena.

NOTE:

[13] Tacitus, lib. 3 Annal.

[14] Vellejus, lib. 2. Florus, lib. 4, c. 4. Tacitus, lib. 22. Ann.

[15] Dio, in Hist. Strabo, lib. 2. Vellejus, ut supra. Ruffus, Festus,
in Breviar.



    Anno di CRISTO IV. Indizione VII.

    CESARE AUGUSTO imper. 48.

_Consoli_

SESTO ELIO CATO e GAJO SENTIO SATURNINO.


Celebre nella storia di Roma per varie sue dignità ed azioni fu questo
Saturnino, creato console nell'anno presente. Fra gli altri suoi
impieghi[16] avea avuto quello di legato, o sia di vice-governatore, o
presidente della Soria, circa l'anno 36 d'Augusto, e undicesimo prima
dell'Era volgare. Tertulliano[17] scrivendo contra Marcione asserì,
che _Census constat actos sub Augusto tunc in Judaea per Sentium
Saturninum_. La nascita di Cristo Signor nostro, secondo questo conto,
verrebbe a cadere nell'anno suddetto 36 d'Augusto, o pure nel
seguente. Ma opponendosi all'asserzione di Tertulliano la canonica di
s. Luca, da cui abbiamo che il censo fu fatto da _Cirino_ o sia
_Quirinio_, presidente della Siria o sia della Soria: e sapendosi che
a Saturnino nell'anno 38 di Augusto succedette nel governo della Siria
Quintilio Varo: altra via non s'è saputa fin qui trovare, che la
plausibile e molto ben fondata, di dire che _Quirinio_, siccome era
succeduto altre volte, fosse stato inviato colà con istraordinaria
podestà a far la descrizione dell'anime, nel tempo stesso che
Saturnino, o pur Varo con ordinaria podestà governava quella
provincia. O sì maligna o sì mal curata fu la ferita, da _Cajo Cesare_
riportata sotto Artagera, ch'egli non più si riebbe, e andò
peggiorando la sua sanità. Perchè egli[18] non poteva accudire agli
affari, gli uffiziali e cortigiani suoi, prevalendosi del tempo
propizio, sotto nome di lui vendevano la giustizia, e faceano continue
estorsioni ai popoli di quelle contrade. Ed acciocchè non finisse sì
presto una sì utile mercatura, indussero l'infelice principe, allorchè
Augusto il richiamava in Italia, a rispondere di non voler venire,
perchè l'intenzion sua era di passare quel che gli restava di vita, in
un ozio privato. Replicò Augusto, che il desiderava e voleva in
Italia, dove potrebbe egualmente, ma colla vicinanza ed assistenza de'
suoi, se pur così gli piacea, menar vita privata. Convenne ubbidire.
Ma mentre egli, benchè suo mal grado, se ne ritornava, giunto a Limira
città della Licia, quivi nel dì 24 febbraio dell'anno presente cessò
di vivere. Sicchè Augusto, a cui la morte avea rapito Marcello,
figliuolo di Ottavia sua sorella, nipote amatissimo, venne ancora
nello spazio di diciotto mesi a perdere questi due altri giovanetti
_Lucio_ e _Cajo_, nati nipoti suoi, e poscia adottati per figliuoli;
motivo a lui d'inesplicabil dolore. Tuttavia sofferì egli con più di
fortezza e pazienza queste perdite, che il disonore cagionatogli
dall'impudicizia di Giulia sua figliuola madre dei suddetti due
principi, e da lì a pochi anni dall'altra di Giulia sorella de'
medesimi. Tante disgrazie faceano ch'egli si augurasse di non essere
mai stato padre.

Per lo contrario ne fu ben lieto in suo cuore _Tiberio_, figliastro di
lui, al vedere tolti di mezzo questi due possenti ostacoli al corso
della sua fortuna. Livia Augusta sua madre[19], per l'estrema sua
ambizione da molti sospettata di aver avuta parte nella morte di que'
due principi, non tardò molto ad assalire ed espugnare il cuore del
marito Augusto in pro del figliuolo, proponendoglielo qual solo ormai
capace e meritevole di succedere a lui nella dignità imperiale. Gli
effetti della di lei eloquenza comparvero da lì a pochi mesi. Avea
Augusto negli anni addietro conferita ad esso Tiberio la podestà
tribunizia per cinque anni che già erano passati. Tornò nel presente
ad associarlo seco nel godimento della medesima podestà, nel dì 27
luglio; laonde nelle sue medaglie[20] si cominciò a notare la TRIB.
POT. VI. Quel che più importa, l'adottò ancora per suo figliuolo,
aprendogli la strada alla succession dei suoi beni, e insieme
dell'imperio. Però chi prima era _Tiberio Claudio Nerone_, cominciò ad
intitolarsi e ad essere intitolato _Tiberio Cesare figliuolo
d'Augusto_. Vellejo Patercolo, storico[21] suo grande amico, si stende
qui in immensi elogi di Tiberio, il qual forse allora sotto molte sue
virtù sapea nascondere i moltissimi suoi vizii. Nello stesso giorno fu
obbligato Tiberio ad adottare per suo figliuolo _Marco Agrippa_, nato
da Giulia figlia d'Augusto dopo la morte di M. Vipsanio Agrippa di lei
primo consorte. Ma questi tra per essersi scoperto giovanetto
stolidamente feroce, e per le spinte che gli diede Livia Augusta,
unicamente intenta ad esaltare i proprii figli, fu dipoi relegato
nell'isola della Pianosa, dove, appena morto Augusto, per ordine di
Tiberio tolta gli fu la vita. Inoltre nel medesimo giorno 27 di luglio
(così volendo Augusto), Tiberio adottò in figliuolo il suo nipote
_Germanico_, nato da _Claudio Druso_, suo fratello, cioè da chi al
pari di lui avea avuto per madre Livia Augusta. Nè pur questa adozione
internamente venne approvata da Tiberio; perchè egli avea un proprio
figliuolo per nome _Nerone Druso_, a lui partorito da Agrippina sua
prima moglie, verso il quale più si sentiva portato. Non erano mai
mancati ad Augusto dei nobili suoi secreti nemici, sì perchè la
memoria dell'antica libertà troppo spesso risvegliava lo sdegno contro
chi ora facea da signore in Roma, e sì perchè sui principii del suo
governo e potere, Augusto, con levare dal mondo non i soli avversari,
ma chiunque ancora veniva creduto atto ad interrompere la carriera de'
suoi ambiziosi disegni, s'era tirato addosso l'odio dei lor figliuoli
e parenti. Traspirò nel presente anno una congiura ordita contra di
lui da molti nobili. Capo di essa era _Gneo Cornelio Cinna Magno_, che
per essere nato da una figliuola di Pompeo il Grande, portava nelle
vene l'avversione ad Augusto; sì perchè Augusto era successore di chi
tanta guerra avea fatto all'avolo suo materno; e sì ancora per essere
stato persecutore anch'esso della medesima famiglia. In grande ansietà
per questo si trovava Augusto, giacchè il timore o sentore delle
congiure quello era spesso che non gli lasciava godere in pace il suo
felicissimo stato. Conferito con sua moglie l'affanno, gli diede ella
un saggio consiglio, cioè di ricorrere non già alla severità che potea
solo accrescere i nemici, ma sì bene ad una magnanima clemenza;
predicendogli che in tal maniera vincerebbe il cuore di Cinna, uomo
generoso, ed insieme quello di tutta la nobiltà. Così fece Augusto.
Dopo aver convinti i rei del meditato misfatto, perdonò a tutti; nè di
ciò contento, disegnò console per l'anno prossimo avvenire lo stesso
Cinna, benchè primario nell'attentato contra la di lui vita. Un atto
di sì bella generosità gli guadagnò non solamente l'affetto di Cinna e
degli altri, ma anche una tal gloria e stima presso d'ognuno, che nel
resto di sua vita niuno pensò mai più a macchinare contra di lui. Ed
ecco i frutti nobili della clemenza; ma ben diversi noi andremo
trovando quei della crudeltà e fierezza.

NOTE:

[16] Usserius, Annal. Noris, Cenotaph. Pisan.

[17] Tertullian., lib. 4, cap. 19, contra Marcionem.

[18] Vellejus, lib. 2. Zonaras, Hist. Svetonius in Aug., c. 68.

[19] Tacitus, lib. 1 Annal.

[20] Mediobarb., in Numismat.

[21] Vellejus, lib. 2. Dio, Histor., lib. 55.



    Anno di CRISTO V. Indizione VIII.

    CESARE AUGUSTO imper. 49.

_Consoli_

GNEO CORNELIO CINNA MAGNO, LUCIO VALERIO MESSALLA VOLUSO.


Di _Cinna_, console nell'anno presente, abbiam favellato nel
precedente. L'altro _Voluso_ taluno ha creduto che fosse piuttosto
cognominato _Voleso_, perchè una iscrizione rapportata dal
Fabretti[22] fu posta L. VALERIO VOLESO, CN. CINNA MAGNO COSS. Il
Grutero, riferendo la stessa iscrizione, lesse VOLSEO, ma con errore.
Certamente un marmo, veduto co' suoi occhi dal Fabretti, bastar
dovrebbe a stabilire il cognome di _Voleso_. Ma mi ritiene una
medaglia pubblicata da Fulvio Orsino e dal Patino[23], dove è la
figura d'Augusto, e nel rovescio VOLVSUS VALER. MESSAL. III. VIR. A.
A. A. F. F. Questi par certamente lo stesso che fu poi console o
almeno della stessa casa. Abbiamo da Vellejo[24], che nell'anno
secondo oppure terzo dell'Era nostra, s'era suscitata in Germania una
gran guerra, la qual durava tuttavia. Dappoichè nell'anno precedente
Augusto ebbe adottato Tiberio, e volendo accreditarlo maggiormente nel
mestiere delle armi e nel comando delle armate, nel quale si era egli
anche molti anni prima esercitato con mollo onore, poco stette a
spedirlo in Germania. Andò Tiberio, e con esso lui era Vellejo
Patercolo generale della cavalleria. Soggiogò i Caninefati, gli
Attuari e i Brutteri, e fece ritornare all'ubbidienza i Cherusci.
Terminata poi con reputazione la campagna, nel dicembre se ne ritornò
a Roma per visitare i genitori. Quindi nella primavera di quest'anno
di nuovo si portò in Germania. Le prodezze ivi fate da Tiberio si
veggono descritte ed esaltate da esso Vellejo istorico. Per attestato
di lui sottomise gran parte di quei feroci popoli, de' quali nè pur
dianzi si sapeva il nome. Fra gli altri domò i _Longobardi_, gente la
più fiera e valorosa dell'altre: il che è ben da avvertire: perchè
dopo alcuni secoli vedremo questa medesima nazione dominante in
Italia. Le conquiste di Tiberio arrivarono sino al fiume Elba; cosa
non mai tentata in addietro nè allora sperata da alcuno. Venuta poi la
stagion de' quartieri, volò Tiberio a Roma a ricevere i complimenti
de' genitori e il plauso del popolo, per così vantaggiosa e gloriosa
campagna.

Circa questi tempi, o pur nell'anno precedente, vennero a Roma gli
ambasciadori de' Parti, padroni allora della Persia, per chiedere un
re ad Augusto[25]. Volle egli che andassero anche in Germania ad
esporre la stessa dimanda a Tiberio Cesare, per avvezzar la gente al
rispetto e alla stima di questo suo figliuolo. Era stato ucciso
_Fraate re dei Parti_ da uno scellerato suo figlio, per iniqua voglia
di regnare, benchè egli poi non solo non conseguì il regno, ma vi
perdè la vita. Gli altri figliuoli di Fraate stavano in Roma da
qualche tempo, mandati colà per ostaggi della sua fede dal padre.
Aveano chiesto i Parti per loro re ad Augusto _Orode_, uno de'
figliuoli di Fraate; ma ottenutolo, fra poco l'uccisero. Richiesero
poscia un altro d'essi figliuoli, cioè _Venone_; e questi andò a
prendere il possesso di quella corona, per restare anche egli dopo
alcuni anni vittima del furore di quella barbara nazione. Ma non è
certo, se all'anno presente appartenga l'andata di esso _Venone_ colà.
Abbiamo varii regolamenti fatti da Augusto in questo anno[26].
Difficilmente s'inducevano allora i nobili a lasciar entrare nel
collegio delle vergini Vestali le lor figliuole, perchè presso i
Gentili non era in pregio, anzi era in dispregio il celibato; nè
mancavano disordini succeduti fra le stesse Vestali. Necessario fu un
decreto, per cui fosse lecito alle fanciulle discendenti da liberti di
entrarvi. Molte di queste si presentarono e furono elette a sorte; ma
niuna d'esse vi entrò. Lamentavasi anche la milizia romana della
tenuità della paga. Augusto, per animare i soldati a sostenere il peso
della guerra, e molto più per conciliarsi l'affetto loro, siccome
preventivamente accennai, volle che si accrescesse lo stipendio tanto
alle legioni mantenute in varii siti dell'imperio, quanto ai
pretoriani destinati a far la guardia dell'imperadore e del palazzo
pubblico. Colla sua propria borsa supplì egli per ora, e nell'anno
prossimo vi provvide con un altro ripiego. Dione ci dà il registro di
tutta la fanteria e cavalleria che allora continuamente era mantenuta
in piedi dalla repubblica romana; e questa andò poi crescendo e
calando, secondo la diversità de' bisogni, o pur della pubblica
felicità. Il pagamento allora de' soldati era ben superiore a quel
d'oggidì.

NOTE:

[22] Fabrettus, Inscription., pag. 703.

[23] Patinus, Famil. Roman.

[24] Vellejus, lib. 2.

[25] Sveton., in Tiber., cap. 16. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.

[26] Dio, Histor. lib. 15.



    Anno di CRISTO VI. Indizione IX.

    CESARE AUGUSTO imper. 50.

_Consoli_

MARCO EMILIO LEPIDO e LUCIO ARRUNTIO.


Il Panvinio ed altri hanno scritto, che a questi consoli ne furono
sostituiti nel dì primo di luglio due altri cioè _Cajo Ateio Capitone_
e _Cajo Vibio Capitone_. Ma non è certo il fatto. Essendo mancante la
iscrizione rapportata da esso Panvinio, può restar sospetto che tai
consoli appartengano ad un altro anno. Vedemmo accresciute da Augusto
le paghe ai soldati[27]. Per soddisfare a tali spese, per le quali non
era bastante il privato erario d'Augusto, e nè pure il pubblico, si
pensò a mettere un nuovo aggravio. Fu dato ordine a tutti i senatori
di esporre il loro parere in iscritto. In ultimo col fingerne uno già
meditato da Giulio Cesare, si decretò che da lì innanzi si pagasse la
vigesima parte delle eredità e dei legali, eccettuate quelle che
pervenivano a' figliuoli ed altri stretti parenti, e quelle de'
poveri. Sebbene può dubitarsi, se tale eccezione venisse dipoi
mantenuta da lutti i susseguenti imperadori: certo è, che questo
pesante aggravio rincrebbe assaissimo al popolo romano, e, secondo
l'uso delle cose umane, se fu facile l'introdurlo, riuscì poi
difficilissimo il levarlo. E però nelle antiche iscrizioni s'incontra
talvolta l'uffizio di chi era impiegato in raccogliere questo tributo.
Ai lamenti del popolo se ne aggiunsero dei più gravi nell'anno
presente per cagione d'una fiera carestia che afflisse la città di
Roma[28]. Oltre ad altre provvisioni e spese fatte da Augusto in aiuto
de' cittadini poveri, fu preso lo spediente di cacciar fuori di città
i gladiatori e gli schiavi condotti per esser venduti, e la maggior
parte de' forestieri: la qual somma di persone ascese a più di
ottantamila. Finita poi quella angustia, cadde in pensiero ad Augusto
di abolir l'uso introdotto del frumento, che dai granai del pubblico
si donava alla plebe, e di cui talvolta erano partecipi dugento e più
mila persone, parendo a lui, che per cagione di questa liberalità si
trascurasse l'agricoltura. Non mutò poi questo uso, perchè pericoloso
sarebbe stato anche il solo tentarlo; ma attese ben da lì innanzi a
far più coltivar le campagne, e volea nota di tutti gli aratori, non
meno che di tutti i negozianti e del popolo. Più frequenti divennero
in questi tempi gli incendii in Roma, originati forse da chi cercava
coi rubamenti di sovvenire alla fame. Stabilì pertanto il provvido
Augusto sette corpi di guardia, chiamati i Vigili, che la notte
battessero la pattuglia: impiego, che egli pensava di abolire in
breve; ma ritrovato utile, anzi necessario, fu dipoi continuato anche
sotto gli altri imperadori.

Diversi guai parimente si provarono nelle provincie del romano imperio
in quest'anno per le sedizioni e ribellioni dei popoli[29]. In
Sardegna, nell'Isauria e nella Getulia dell'Africa, ebbero delle
faccende i soldati romani, per tenere in freno quelle barbare genti.
Seguitò la guerra in Germania. Tiberio Cesare era ivi generale
dell'armata romana. Ma per attestato di Dione niuna rilevante impresa
vi fece, quantunque sì Augusto ch'egli prendessero, il primo, il
titolo d'imperadore per la quindicesima volta, ed il secondo per la
quarta volta: il che solo succedea, dappoichè s'era riportata qualche
vittoria. Potrebbe essere che i prosperosi successi delle armi romane
in Germania nell'anno precedente guadagnassero loro questo
accrescimento di lustro nel presente. Secondo Vellejo[30], s'era messo
Tiberio in procinto di procedere contro de' Marcomanni, gente per
numero e per bravura fin qui formidabile, e non mai vinta. Meroboduo,
re loro, alla potenza sapea unire la disciplina militare, e mandando
ambasciatori ai Romani, talora parlava da supplicante, talora da
eguale. Stendevasi il suo dominio non solamente per la Boemia, ma
molto più in là fino ai confini della Pannonia e del Norico, provincie
romane, di modo che poco più di dugento miglia era egli lungi
dall'Italia. Ma sul più bello de' suoi preparamenti contra di
Meroboduo, Tiberio intese che la Pannonia (oggidì Ungheria) e la
Dalmazia, per cagion dei tribuni ribellate, tal copia d'armati avevano
messo in piedi, che il terrore ne giunse a Roma stessa; giacchè que'
popoli, essendo in concordia coi Triestini, minacciavano di voler in
breve calare in Italia. Allora fu che Tiberio trattò e conchiuse, come
potè il meglio, la pace coi Germani, per accudire a questo incendio,
più importante di gran lunga dell'altro a cagione della maggior
vicinanza al cuore dell'imperio. Velleio fa conto, che fossero in armi
dugentomila fanti, e novemila cavalli di que' ribelli. Aveano
trucidato o carcerati i soldati, i cittadini e i mercatanti romani, e
già messa a ferro e fuoco la Macedonia. Gran commozione per questo fu
in Roma. I paurosi si figuravano che in dieci giornate veder si
potesse intorno a Roma il campo di quei sollevati. Perciò a furia si
arrolarono nuovi soldati, e Vellejo Patercolo fu incaricato di
condurre a Tiberio questi rinforzi. Una sì grossa armata di fanteria e
cavalleria si unì, che Tiberio fu costretto a licenziarne una parte.
Marciò egli contro i ribelli della Pannonia; presi i passi, li
ristrinse ed affamò. In somma li ridusse a tale, che molti di essi,
presso il fiume Batino, vennero a deporre l'armi, e a sottomettersi.
Dicono che il lor generale Batone o fu preso, o venne anch'egli
spontaneamente all'ubbidienza; e pure nell'anno seguente egli si trova
coll'altro Batone dalmatino in armi contro i Romani. Voltossi dipoi
Tiberio contro i ribelli dalmatini, alla testa dei quali era l'altro
Batone. Valerio Messalino, governatore di quella provincia, più di una
volta si azzuffò con loro, ora vincitore ed ora vinto. Tutto il
guadagno dei Romani si ridusse a frastornar i disegni fatti dai nemici
per passare in Italia, ma senza poter impedire ch'essi non dessero il
guasto ad un gran tratto di paese finchè arrivò il verno, che mise
fine alle azioni militari.

Dacchè mancò di vita nell'anno 41 d'Augusto _Erode il grande_, re
della Giudea[31], _Archelao_ suo figliuolo s'affrettò pel suo viaggio
a Roma, affin di succedere nel regno del padre in competenza di
_Antipa_ e degli altri suoi fratelli e parenti. Ottenne egli da
Augusto, non già il titolo di re, ma il solo di etnarca col dominio
della metà degli Stati del padre, consistente nella Giudea, Idumea e
Samaria. Per conseguente egli cominciò a dominare in Gerusalemme. Gli
avea promesso Augusto il titolo di re, qualora colle sue virtuose
azioni se ne facesse conoscere degno. Contrario all'espettazione, anzi
tirannico fu il di lui governo, di maniera che nell'anno presente i
primati della Giudea e di Samaria spedirono gravissime accuse contra
di lui ad Augusto[32]. Citato a Roma Archelao, e convinto de' suoi
reati, n'ebbe per gastigo la relegazione in Vienna del Delfinato, e la
perdita de' suoi patrimoni e tesori, che furono presi dal fisco. Ed
allora fu che la Giudea, l'Idumea e la Samaria furono ridotte alla
forma delle provincie del romano imperio, ed unite alla Siria o sia
alla Soria, e cominciarono ad essere governate dagli ufiziali
dell'imperadore: cosa dianzi desiderata dagli stessi Giudei, perchè
troppo aggravati dai propri re, speravano essi miglior trattamento dai
ministri imperiali. Così cessò lo scettro di Giuda, siccome avea
predetto Giacobbe[33], nella venuta del divino Salvatore del mondo. Il
padre Pagi mette all'anno seguente la caduta di Archelao. Dione ne
parla sotto il presente.

NOTE:

[27] Dio, lib. 55.

[28] Sveton., in August., cap. 42.

[29] Dio, Histor., lib. 55.

[30] Vellejus, lib. 2.

[31] Joseph., Antiq. Judaic., lib. 17.

[32] Dio, lib. 55. Strabo, lib. 16.

[33] Genes., cap. 49, v. 10.



    Anno di CRISTO VII. Indizione X.

    CESARE AUGUSTO imper. 51.

_Consoli_

AULIO LICINIO NERVA SILIANO e QUINTO CECILIO METELLO CRETICO SILANO.


Che il secondo di questi consoli usasse il cognome di _Silano_,
l'hanno dedotto gli eruditi dal trovarsi _Cretico Silano_ proconsole
della Siria nell'anno di Cristo 16. Se ciò sussista, nol so. Da un
antico marmo ancora ricavarono il Sigonio e il Panvinio che nelle
calende di luglio ai suddetti consoli ne furono sostituiti due altri,
cioè _Publio Cornelio Lentulo Scipione e Tito Quinzio Crispino
Valeriano_. Procedeva assai lentamente la guerra nella Dalmazia e
Pannonia, ed andavano a terminar tutte le prodezze dell'una e
dell'altra parte in saccheggi ed incendii[34]. Niuna cosa stava più a
cuore di Tiberio che il non esporre a rischio i suoi soldati,
parendogli troppo cara anche una vittoria, quando si avesse a comperar
colla vita di molti de' suoi. Ma non piaceva ad Augusto una sì melensa
maniera di guerreggiare; e dubitando egli che Tiberio non si curasse
di finir que' romori, per poter più lungamente godere del comando
dell'armi: mandò colà con un copioso rinforzo di genti _Germanico
Cesare_, nipote d'esso Tiberio, e figliuolo di lui per adozione,
giovane amatissimo dai soldati per la memoria del valoroso suo padre
Claudio Druso. Non vi spedì _Agrippa Cesare_, figliuolo di Giulia sua
figlia, perchè, siccome accennai, trovatolo di sregolati costumi, in
quest'anno il relegò nell'isola Pianosa vicina alla Corsica. Le
imprese fatte da Tiberio e Germanico in questa campagna furono di poca
conseguenza. Vero è che i due Batoni, iti ad assalire gli
alloggiamenti romani, furono con loro perdita respinti, e che
Germanico recò dei gravi danni ai Mazei e ad altri popoli della
Dalmazia; ma altro ci volea che questa, per ridurre al dovere quelle
feroci nazioni. Anche Marco Lepido, tenente generale di Tiberio,
s'acquistò grande onore, e meritò gli ornamenti trionfali, per essere
venuto ad unirsi con lui, aver tagliati a pezzi molti dei nemici che
se gli opposero nel viaggio, ed aver dato il sacco ad un gran tratto
del loro paese.

Era stato inviato da Augusto per governatore nella Siria nell'anno
precedente _Publio Sulpicio Quirinio_, personaggio illustre, e stato
console nell'anno dodicesimo prima dell'Era volgare. Perchè la Giudea
ridotta in provincia romana, per la caduta di Archelao di sopra
accennata, dipendeva allora dalla Siria, Quirinio ebbe ordine di
portarsi colà, per confiscare i beni d'esso Archelao, e per fare il
censo, o sia la descrizion delle persone abitanti nella Giudea, e
l'estimo delle facoltà d'ognuno[35]. V'andò egli nell'anno presente,
ed eseguì puntualmente il suo impiego, ma non senza assaissimi lamenti
de' Giudei, a' quali parea una specie di schiavitù una tal novità. Nè
mancarono sedizioni in quel popolo, e copiosi ammazzamenti e saccheggi
per questo. Il suddetto Quirinio altri non fu che quel medesimo che in
san Luca[36] vien appellato _Cirino_, ed ebbe l'incumbenza di fare il
censo nella Giudea allorchè venne alla luce del mondo Cristo Signor
nostro. Indubitata cosa è che non può parlare il santo Evangelista del
censo fatto in quest'anno da Quirinio, essendo nato il Signore, quando
anche era vivente Erode il grande; ed avendo noi già accennato ch'esso
Erode diede fine alla sua vita nell'anno 41 d'Augusto, cioè quattro
anni prima dell'Era cristiana, per conseguente si dee ammettere un
altro censo anteriormente fatto nella Giudea dal medesimo Quirinio. Ed
ancorchè niun vestigio di ciò si trovi presso gli antichi storici
profani, pure è bastante l'autorità dell'Evangelista per istabilirne
la verità. E tanto più dicendo egli che: _Haec descriptio prima facta
est a praeside Cyrino_. Imperciocchè quel _prima_ acconciamente fa
dedurre, chiamarsi così quella descrizione, per distinguerla
dall'altra, fatta nell'anno presente. In qual anno poi precisamente
seguisse la prima delle suddette descrizioni, cioè se cinque, o sei, o
sette, o più anni prima dell'Era cristiana, non s'è potuto chiarire
finora.

NOTE:

[34] Dio, lib. 55. Vellejus, lib. 3.

[35] Joseph., Antiq., lib. 17.

[36] S. Lucas, in Evang., cap. 2.



    Anno di CRISTO VIII. Indizione XI.

    CESARE AUGUSTO imper. 52.

_Consoli_

MARCO FURIO CAMILLO e SESTO NONIO QUINTILIANO.


A questi consoli ordinari, nelle calende di luglio furono surrogati
_Lucio Apronio_ ed _Aulo Vibio Habito_. Trovavansi[37] già i ribellati
popoli della Pannonia e Dalmazia in grandi strettezze, perchè
penuriavano cotanto di viveri, che si erano ridotti a mangiar
dell'erbe. Sopravvenne ancora un'epidemia che, mietendo le vite di
molti, li ridusse ad un infelicissimo stato, in guisa che già erano i
più determinati di chiedere la pace; ma perchè s'opponevano a tal
risoluzione coloro che mostravano di credere inesorabili i Romani,
niuno osava di mandare ambasciatori al campo nemico. Assediò in questi
tempi Germanico una forte città, e la costrinse alla resa. Questo
colpo fu cagione che, senza più stare in bilancio, Batone, capo dei
Dalmatini ribelli, munito di salvocondotto, venne ad abboccarsi con
Tiberio per trattar di pace. Gli dimandò Tiberio i motivi della già
fatta e tanto sostenuta ribellione. «Ne siete in colpa voi altri
Romani, animosamente allora rispose Batone, perchè a custodir le
vostre gregge avete inviato non dei pastori e dei cani, ma sì bene dei
lupi:» chè non erano già allora cose pellegrine le violenze ed
ingiustizie degli uffiziali romani, per le quali anche altri popoli
cercarono di scuotere il giogo. Augusto intanto trovandosi inquieto
per questa guerra, la quale, per attestato di Svetonio[38], fu creduta
la più grave e pericolosa che, dopo quelle de' Cartaginesi, avesse
patito il popolo romano; e volendo egli essere più alla portata di
udirne le nuove, e di provvedere ai bisogni, era venuto nell'anno
precedente, o pure nel corrente, a Rimini. Approvò egli le
proposizioni della pace; e, in questa maniera, parte colla forza,
parte coll'uso della clemenza, que' popoli tornarono all'ubbidienza
primiera. Niun altro rilevante avvenimento ci porge sotto quest'anno
la Storia romana.

NOTE:

[37] Dio, lib. 55.

[38] Sueton., in Tiber., cap. 16.



    Anno di CRISTO IX. Indizione XII.

    CESARE AUGUSTO imper. 53.

_Consoli_

CAJO POMPEO SABINO e QUINTO SULPICIO CAMERINO.


Furono sostituiti ai suddetti consoli nelle calende di luglio _Marco
Papio Mutilo_ e _Quinto Popeo Secondo_, chiamato da alcuni
_Secondino_; ma più sicuro è il primo cognome. Dopo aver pacificata la
Pannonia e la Dalmazia, glorioso se ne tornò a Roma Tiberio
Cesare[39]. Augusto gli venne incontro fuori della città; il fece
entrare in Roma con corona d'alloro in capo; e in un palco, dove
amendue si misero a sedere in mezzo ai consoli, coi senatori in piedi,
mostrò al popolo questo suo vittorioso figliuolo. Furono in onor suo
celebrati alcuni spettacoli. In questi tempi Augusto, raunati i
cavalieri romani e trovato che in minor numero erano gli ammogliati
che gli altri, pubblicamente lodò i primi, biasimò i secondi. Dione
rapporta la di lui allocuzione, in cui egli mostrò appartenere non
meno al privato che al pubblico bene che tutti avessero moglie, e si
studiassero di mettere figliuoli al mondo, per mantenere le nobili
famiglie romane, e sostenere il decoro della repubblica, massimamente
ne' bisogni delle guerre, con inveire gagliardamente contra di tanti,
i quali non già per amore del celibato, ma per avere più libertà allo
sfogo della lor libidine, fuggivano il prender moglie. Pertanto in
vigore della legge Papia Poppea concedette varii privilegi a chi
avesse o prendesse moglie, e pene a chi dentro un convenevol termine
non si ammogliasse. Ed affinchè niuno si prevalesse dell'esempio delle
Vestali, le quali pure nel loro stato erano sì accreditate, disse, che
quando volessero imitarle, bisognava ancora che si contentassero
d'essere puniti al pari di quelle vergini, qualora contravvenissero
alle leggi della continenza. Fu poi sotto Tiberio mitigata questa
legge.

Poca durata ebbe la pace della Dalmazia[40]. Quel Batone, capo de'
Pannonii, che dianzi avea mossi alla ribellione anche i Dalmatini,
dopo aver preso ed ucciso l'altro Batone, tornò a cozzar coi Romani.
Vollero questi prendere la città di Retino, ma per uno stratagemma dei
sollevati ne riportarono una mala percossa. S'impadronirono bensì i
Romani di alcuni luoghi; ma perchè apparenza non v'era di poter così
presto terminar quella guerra, e Roma per quest'imbroglio scarseggiava
di viveri, Augusto tornò di bel nuovo ad inviar colà Tiberio con un
possente esercito. Nulla più bramavano i soldati, che di venire ad una
giornata campale. Tiberio, che non voleva espor le genti all'azzardo,
e temeva di qualche sollevazione, divise in tre corpi l'armata,
dandone l'uno a Silano (o sia Siliano), l'altro a Lepido, e ritenendo
il terzo per sè e per Germanico suo nipote. I due primi fecero
valorosamente tornare al suo dovere il paese loro assegnato. Tiberio
marciò contro Batone, ed essendosi costui salvato in un castello
inespugnabile per la sua situazione, perchè fabbricato sopra alto
sasso, e circondato da precipizii, non si scorgeva maniera di poter
espugnare quella fortezza. Anderio era il suo nome. Furono sì arditi i
Romani, che cominciarono ad arrampicarsi per que' dirupi, e al
dispetto de' sassi rotolati all'ingiù, giunsero a mettere in fuga
parte dei difensori ch'erano usciti fuori a battaglia. Per questo
successo atterriti i restati nella rocca, dimandarono ed ottennero
capitolazione. Britannico anche egli forzò Arduba ed altre castella
alla resa. Disperato perciò Batone il Pannonico, altro scampo non
ebbe, che ricorrere alla misericordia di Tiberio. Gli fu permesso di
venire al campo, e concessogli il perdono, si rinnovò ed assodò meglio
che prima la pace. Volò Germanico a Roma, a portarne la lieta nuova.
Tiberio gli tenne dietro, ed incontrato da Augusto ne' borghi di Roma,
fece la sua entrata nella città con molta magnificenza. A Germanico
furono accordate le insegne trionfali nella Pannonia; a Tiberio il
trionfo e due archi trionfali nella Pannonia, con altri privilegii ed
onori; ma del trionfo non potè egli godere, perchè poco stette Roma a
trovarsi in gran lutto per una sempre memoranda sventura accaduta
all'armi romane in Germania, di cui furono portate le funeste nuove
cinque soli giorni dopo l'arrivo di Tiberio.

Siccome accennai di sopra, al governo della Siria, o vogliam dire
della Soria, era stato inviato Quintilio Varo; di là poi venne in
Germania per generale delle legioni che quivi continuamente
dimoravano, per tener in dovere i popoli sudditi, ed in freno i non
sudditi[41]. Tacito scrive essere state otto le legioni che si
mantenevano dai Romani al Reno. Pare che Vellejo[42] ne nomini
solamente cinque. Solevano in que' tempi essere composte le legioni di
seimila fanti l'una, ed alcune d'esse avevano la giunta di qualche
poco di cavalleria. Il nerbo principale delle armate romane era allora
la fanteria. Varo, che povero entrò già nella Siria ricca, e nel
partirsene ricco, lasciò lei povera, si credette di poter fare il
medesimo giuoco in Germania. Cominciò a trattar que' popoli, come se
fossero una specie di schiavi, con abolir le loro consuetudini,
esigerne a diritto e a rovescio danari, e volere ridurli a quella
total sommessione e maniera di vivere, che si usava fra i Romani.
Diede motivo questo suo governo a molti di tramare una congiura.
_Arminio_, figliuolo o pur fratello di Segimero, giovane prode e de'
principali di quelle contrade, già ammesso alla cittadinanza di Roma e
all'ordine equestre, quegli era che più degli altri animava i suoi
nazionali a ricuperar l'antica libertà. Quanto più crescevano i loro
odii, e si preparavano a far vendetta, tanto più fingevano sommessione
ai comandanti, amore e confidenza alla persona di Varo, in guisa tale,
che l'avviso dato da più di uno che si macchinava una congiura contra
de' Romani, da lui fu creduto una baia, nè precauzione alcuna si
prese. Ora essendosi per concerto fatto fra loro mossi all'armi alcuni
de' lontani Tedeschi, Quintilio Varo, messa insieme un'armata di tre
legioni, d'altrettante ale di cavalleria, e di sei coorti ausiliarie,
che forse ascendevano alla somma almeno di ventiduemila combattenti,
la più brava ed agguerrita gente che avesse allora l'imperio romano,
si mise in viaggio con grossissimo bagaglio, per opporsi ai tentativi
de' nemici. Arminio e Segimero suo padre, restati indietro col
pretesto di raunar le lor genti in aiuto di Varo, allorchè i Romani si
trovarono sfilati e disordinati per selve e strade disastrose,
all'improvviso dalla parte superiore furono loro addosso, e
cominciarono a farne macello. Per tre giorni durò il conflitto
miserabile per i Romani, che non trovando mai sito in quelle montagne
da potersi unire, schierare e difendere, rimasero quasi tutti vittima
del furore germanico. _Varo_, e i principali dell'esercito, dopo aver
riportate molte ferite, per non venire in mano dei nemici, da sè
stessi si diedero la morte. Tutto il carriaggio, e le insegne romane
restarono in poter de' Germani. Per attestato di Tacito, il luogo di
questa tragedia fu il bosco di Teutoburgo, oggidì creduto Dietmelle
nel contado di Lippa, vicino a Paderbona ed al fiume Wessen, nella
Westfalia.

Portata questa lagrimevol nuova a Roma, incredibile fu il cordoglio
d'ognuno, non minore il terrore per paura[43] che i Germani
meditassero imprese più grandi, e pensassero a passare il Reno, o a
volgersi ancora coi Galli verso l'Italia. Più degli altri se ne
afflisse Augusto per la morte di sì valorose truppe, per la perdita
delle aquile romane e per la cattiva condotta di Varo, uomo male
adoperato negli affari di pace, e peggio in quei della guerra. Perciò
per più mesi non si fece tosare il capo, nè tagliare la barba; e andò
sì innanzi il suo affanno, che dava della testa per le porte, e
gridava da forsennato, che Varo gli restituisse le sue legioni. A sì
fatti colpi non erano avvezzi i Romani, e dopo la sconfitta di Publio
Crasso in Asia non aveano provata una calamità simile a questa. Si
rincorò poscia Augusto al sopraggiugnere susseguenti avvisi d'essere
la Gallia quieta, e di non avere i Germani osato di passare il Reno,
per l'esatta guardia delle altre legioni ch'erano salve in quelle
parti, e per la buona cura di Publio Asprenate, generale di due
legioni al Reno, il quale seppe anche approfittarsi non poco delle
eredità de' soldati uccisi. Perchè in Roma la gioventù atta all'armi
non si voleva arrolare, adoperò Augusto la forza, tanto che tra essi e
i veterani, che premiati tornarono all'armi e i libertini, compose un
bel corpo d'armata, per inviarlo in Germania. L'anno fu questo, in cui
il poeta _Ovidio_ in età di cinquanta anni, per ordine d'Augusto andò
a far penitenza de' suoi falli, relegato in Tomi città della Scizia,
oggidì Tartaria, nel Ponto. Perchè egli si tirasse addosso questo
gastigo, non ben si seppe, ed ora almeno non si sa. Dall'aver detto
Apollinare Sidonio, ch'egli amoreggiava una fanciulla cesarea, hanno
alcuni creduto qualche suo imbroglio con Giulia figliuola d'Augusto:
il che non è probabile, perchè molti anni prima questa impudica
principessa era stata relegata dal padre, e gastigati i suoi drudi.
Potrebbe piuttosto cadere il sospetto in Giulia figliuola della
suddetta Giulia, che non la cedette alla madre nella cattiva fama.
Altri ha tenuto che il suo libro dell'Arte di amare, siccome opera
scandalosa, fosse cagion delle sue sciagure. La sua relegazione è
certa; il perchè, difficil è l'accertarlo.

NOTE:

[39] Idem, ibid., cap. 17. Dio, lib. 56.

[40] Vellejus, lib. 2.

[41] Tacitus, Annal., lib. 1.

[42] Vellejus, lib. 2. Dio, lib. 56.

[43] Sueton., in August., cap. 23.



    Anno di CRISTO X. Indizione XIII.

    CESARE AUGUSTO imper. 54.

_Consoli_

PUBLIO CORNELIO DOLABELLA e CAJO GIUNIO SILANO.


Si trova sostituito all'uno di questi consoli nelle calende di luglio
_Servio Cornelio Lentulo Maluginense_. Credono i padri Petavio e
Pagio, che Tiberio Cesare, in quest'anno, dedicasse il tempio della
Concordia in Roma, ricavando tal notizia da Dione[44]. Ne parla
veramente questo istorico, ma dopo aver detto che Tiberio fu inviato
in Germania; e però tal dedicazione appartiene piuttosto ad un altro
anno. È mancante, a mio credere, in questi tempi, come in tanti altri,
la storia d'esso Dione. Vellejo anch'egli, perchè prometteva una
storia a parte dei fatti di Tiberio, con due pennellate qui si sbriga:
laonde poco si sa in questo e nel seguente anno della Storia romana.
Quel che è certo, unito ch'ebbe Augusto quanto potè levar di gente in
Roma, spedì con tali milizie, nella Gallia _Tiberio Cesare_. Ciò
avvenne, secondo Svetonio[45], nell'anno presente. Seco probabilmente
andò anche il nipote _Germanico_, perchè Dione sotto il seguente anno
scrive che unitamente fecero guerra alla Germania. Le imprese di
Tiberio in essa guerra o non son giunte a noi, o piuttosto non
meritarono d'essere scritte, perchè di poco momento. Vellejo
unicamente ci fa sapere[46] che Tiberio, ben disposte le guarnigioni
della Gallia, passò il Reno coll'esercito romano. Non altro si
aspettava Augusto e Roma da lui, se non che impedisse ad Arminio i
progressi, sul timore che costui pensasse a molestare l'Italia. Ma
Tiberio fece di più. Entrò nella parte nemica della Germania, mettendo
a sacco e fuoco il paese, e in fuga chiunque ebbe ardire di
contrastargli il passo: il che gran terrore diede ad Arminio. Così
quello storico, gran panegirista, anzi adulator di Tiberio. Con queste
poche parole Vellejo manda ai quartieri il romano esercito nell'anno
presente. Potrebbono nondimeno appartenere all'anno seguente questi
pochi fatti, confrontati colla narrativa di Dione. Secondo
l'Usserio[47], a questo anno si dee riferire la morte di Salome
sorella del fu re Erode. Essa era padrona del principato di Jamnia, in
cui esistevano due bellissime ville, abbondanti di palme, che
producevano frutti squisiti. Di tutto lasciò erede Livia moglie
d'Augusto, donna che mieteva da per tutto, e con facilità, perchè
essendo conosciuta di gran possanza presso il marito, ognun si
procacciava la grazia di lei.

NOTE:

[44] Dio, lib. 56.

[45] Sueton., in Tib., c. 18.

[46] Vellejus, lib. 2.

[47] Usserius, in Annalib.



    Anno di CRISTO XI. Indizione XIV.

    CESARE AUGUSTO imper. 55.

_Consoli_

MANIO EMILIO LEPIDO e TITO STATILIO TAURO.


Ad alcuni non par certo il prenome di _Manio_ nel primo di questi
consoli. _Numio_ è da essi creduto piuttosto. _Marco_ fu appellato da
altri. Un'iscrizione legittima potrebbe decidere questa poco
importante quistione. Ad Emilio Lepido fu sostituito nelle calende di
luglio _Lucio Cassio Longino_. Sotto questi consoli, narra Dione, che
_Tiberio_ e _Germanico_ con autorità proconsolare fecero un'irruzione
nella Germania, misero a sacco un tratto di quel paese; ma niuna
battaglia diedero, perchè niuno si opponeva; nè sottomisero alcun di
que' popoli, perchè, ammaestrati dalle disgrazie di Varo, non volevano
esporsi a pericolosi cimenti. Svetonio, benchè poco d'accordo con
Dione, anch'egli attesta[48] che Tiberio (avvezzo per altro a far di
sua testa le risoluzioni) nulla intraprese in questa spedizione senza
il parere de' suoi primari uffiziali. Aggiugne, aver egli osservata
una rigorosa disciplina nell'esercito; e che sebben egli non amava di
azzardar la fortuna ne' combattimenti, pure non avea difficoltà a
combattere, se nella precedente notte all'improvviso si fosse smorzata
da sè stessa la sua lucerna, benchè vi fosse dell'olio; perchè dicea
d'aver egli e i suoi maggiori trovato sempre questo un segno di buona
fortuna; tanto si lasciavano gli antichi pagani travolgere il capo da
tali inezie. Ma riportata vittoria un dì, poco mancò che un di que'
barbari non l'uccidesse, siccom'egli confessò di poi ne' tormenti di
aver meditato. Dovette ancora succedere in quest'anno ciò che narra
Vellejo Patercolo[49], cioè che essendo insorto un fiero tumulto e
dissensione della plebe in Vienna del Delfinato, città allora
floridissima, accorse colà Tiberio; e senza adoperar le scuri, quietò
quella pericolosa commozione. Sappiamo inoltre da Dione, che dopo
l'incursione fatta nella Germania, Tiberio e Germanico si ritirarono
al Reno, e quivi stettero sino all'autunno: nel qual tempo fecero
giuochi pubblici in onore del natale d'Augusto, e similmente un
combattimento di cavalleria. Poscia verso il fine dell'anno se ne
tornarono in Italia.

Intanto Augusto mise in Roma un po' di freno alla astrologia
giudiciaria, ch'era e fu anche da lì innanzi in gran voga in quella
città, proibendo di predire la morte d'alcuno, benchè egli per sè niun
pensiero si mettesse della vanità di quest'arte, ed avesse lasciato
correre in pubblico l'oroscopo suo. Vietò ancora per tutte le
provincie, che nulla più del consueto onore si facesse ai governatori
ed altri ministri pubblici, durante il loro impiego, nè per due mesi
dopo la loro partenza, imperciocchè per ottener simili dimostrazioni,
si commettevano molte iniquità. Ora qui insorge fra gli eruditi una
gran contesa, cioè in qual anno fosse Tiberio dichiarato _Collega
nell'Imperio_, cioè ornato di quella stessa podestà tribunizia e
proconsolare, che godeva lo stesso Augusto. In vigore dell'ultima era
conceduto il comando di tutte le armate fuori di Roma colla stessa
balìa che godevano i consoli. Da questo principio si pensano alcuni
letterati di poter dedurre l'anno quindicesimo di Tiberio, enunziato
da s. Luca. Non è facile la decision della quistione, perchè gli
stessi antichi istorici son fra loro discordi, non già nell'assegnare
il giorno, credendosi fatta tal dichiarazione dal senato nel dì 28 di
agosto, ma bensì quanto all'anno. Svetonio scrive[50] che, essendo
ritornato Tiberio dalla Germania _dopo due anni_ a Roma, per decreto
del senato gli fu conceduto di amministrar le provincie comunemente
con Angusto. Ma la autorità di Vellejo Patercolo merita ben di essere
preferita a quelle di Svetonio per aver egli scritto le avventure de'
suoi tempi; e militato allora sotto lo stesso Tiberio, laddove
Svetonio visse e scrisse cento anni dipoi. Ora abbiamo da Velleio[51]
che, a requisizione d'Augusto, il senato e popolo romano concedette a
Tiberio l'uguaglianza nella podestà pel governo delle provincie e
delle armate: _Ut aequum ei jus in omnibus provinciis, exercitibusque
esset_. Dopo di che Tiberio se ne tornò a Roma. Adunque piuttosto
all'anno presente si dee riferire l'esser egli divenuto collega
dell'imperio. Anche da Tacito[52] possiam raccogliere la stessa
verità, scrivendo egli, che Tiberio _Collega Imperii, consors
Tribuniciae Potestatis adsumitur, omnesque per exercitus ostentatur_.
Pare che Tacito anticipi di qualche anno questa dignità; ma certamente
fa intendere la medesima a lui conferita, mentr'esso era all'armata, e
non già allorchè fu giunto a Roma. Però assai fondamento abbiamo per
credere che dall'anno presente, a cagione di questo innalzamento di
Tiberio, alcuni cominciassero a numerare gli anni del suo imperio;
sentenza adottata dal padre Pagi e da altri.

NOTE:

[48] Sueton., in Tiber., cap 18.

[49] Vellejus, lib. 3.

[50] Sveton., in Tiber., c. 20 e 21.

[51] Vellejus, lib. 2.

[52] Tacitus, Annal., lib. 1.



    Anno di CRISTO XII. Indizione XV.

    CESARE AUGUSTO imper. 56.

_Consoli_

GERMANICO CESARE e CAIO FONTEJO CAPITONE.

_Tiberio Giulio Germanico Cesare_, nipote e figliuolo per adozione di
Tiberio Cesare, e nipote, a cagion d'essa adozione, di Augusto, pel
merito acquistato nelle guerre della Germania, Pannonia e Dalmazia,
ottenne quest'anno il consolato e inoltre gli ornamenti trionfali[53].
Nelle calende di luglio a _Capitone_ fu sostituito nel consolato _Cajo
Visellio Varrone_. Con esso Germanico venne anche Tiberio[54],
nell'anno presente a Roma. Le guerre sopravvenute gli aveano impedito
il trionfo destinatogli dal senato per le guerre da lui felicemente
terminate nella Pannonia e Dalmazia. Ricevette egli ora quest'onore,
con entrare trionfalmente in Roma. Prima di passare al Campidoglio,
scese dal carro trionfale, e andò ad inginocchiarsi ai piedi
d'Augusto, che con gran festa l'accolse. Seco era Batone, che già
vedemmo capo della sollevazion della Pannonia ed è chiamato re di
quella provincia da Rufo Festo, ma impropriamente. A costui professava
non poca obbligazione Tiberio, perchè nella guerra pannonica
trovandosi egli stretto in un brutto sito, e circondato dai ribelli,
Batone generosamente il lasciò ritirarsi in luogo sicuro. Per
gratitudine Tiberio gli fece de' grandissimi doni, e il mise di stanza
a Ravenna. Seguita a dire Svetonio, aver Tiberio dato un convito al
popolo con mille tavole apparecchiate, ed oltre a ciò un congiario,
cioè un regalo di trenta nummi per testa. Dedicò eziandio il tempio
della Concordia, mettendo nell'iscrizione, come asserisce Dione[55]
d'averlo rifatto egli con Druso suo fratello già defunto. V'ha chi
crede fatta cotal dedicazione nell'anno di Cristo X, e chi nel
precedente IX, tirando ciascuno[56] al suo sentimento le parole di
Dione. Ma dacchè lo stesso Dione confessa che prima di questa
dedicazione Tiberio era passato in Germania, da dove solamente
nell'anno presente ritornò, nè essendo verisimile che in lontananza
egli dedicasse quel tempio; sembra ben da anteporsi l'autorità di
Svetonio che mette quel fatto sotto l'anno presente, che è inoltre
autore più vicino a questi tempi, che non fu Dione. Dedicò parimente
lo stesso Tiberio il tempio di Polluce e di Castore sotto il nome suo
o del fratello Druso, mettendo ivi le spoglie de' popoli soggiogati.

Quantunque Augusto si trovasse in età molto avanzata, e con vacillante
sanità, pure non lasciava di pensare al pubblico bene[57]. Perciò in
quest'anno fece pubblicare una legge contro i Libelli famosi,
ordinando che fossero bruciati, e castigati i loro autori. E perchè
intese che gli esiliati da Roma con gran lusso viveano, e andando qua
e là si ridevano delle delizie di Roma, nè parea loro di essere
gastigati; ordinò che non potessero soggiornare se non nelle isole
distanti dalla terra ferma per cinquanta miglia, a riserva di Coo,
Rodi, Sardegna e Lesbo. Ristrinse ancora i lor comodi e la lor
servitù. Per cagione poi della poca sua sanità mandò a scusarsi coi
senatori, se da lì innanzi non poteva andar a convito con loro,
pregandoli nello stesso tempo di non portarsi più a salutarlo in casa,
come fin qui avevano usato di fare non tanto essi, ma eziandio i
cavalieri ed alcuni della plebe. Finalmente raccomandò Germanico al
senato, ed il senato a Tiberio con una polizza: segno ch'egli si
sentiva già fiacco di forze, e vicino ad abbandonar questa vita. Molti
pubblici giuochi furono fatti nell'anno presente dagl'istrioni e dai
cavalieri nella piazza d'Augusto; e Germanico diede una gran caccia
nel Circo, dove furono uccisi dugento lioni dai gladiatori. Fece
ancora la fabbrica e la dedicazione del portico di Livia, in onore di
Cajo e Lucio Cesari defunti. Abbiamo da Svetonio[58], che in
quest'anno, nel dì 31 di agosto, venne alla luce Caio Caligola, che fu
poi imperadore, figliuolo di esso Germanico Cesare, e di Giulia
Agrippina, nata da Marco Agrippa, e da Giulia figliuola di Augusto.
Chi il fa nato in Treveri, chi in Anzio in Italia. Di poca conseguenza
è questa disputa, perchè egli non diede motivo ad alcun luogo di
gloriarsi della di lui nascita.

NOTE:

[53] Vellejus, lib. 2.

[54] Sueton., in Tiber., c. 20.

[55] Dio, lib. 56.

[56] Petavius, Mediobarbus, Pagius et aliis.

[57] Dio, lib. 56.

[58] Sueton., in Caligul., cap. 8.



    Anno di CRISTO XIII. Indizione I.

    CESARE AUGUSTO imper. 57.

_Consoli_

CAJO SILIO e LUCIO MUNAZIO PLANCO.


Di dieci in dieci anni, o pure di cinque in dieci il saggio Augusto
soleva farsi confermare dal senato e popolo romano l'autorità ch'egli
avea di reggere la repubblica come suo capo, e di comandare le armate,
esercitando la podestà tribunizia e proconsolare. Con questo incenso e
con quest'atto di sommessione, quasi che il suo comandare fosse una
arbitraria concession de' Romani, egli continuava a far da padrone,
tutti a lui servendo, quando egli mostrava d'essere dipendente e servo
d'ognuno. Nè già egli dimandava la conferma di tali prerogative. Il
senato stesso quegli era, che pregava e quasi forzava lui ad accettar
il peso del comando. Non mancavano insinuazioni di così fare: ed anche
senza insinuazioni ciascun desiderava di farsi merito con lui. Si mutò
nel proseguimento dei tempi la sostanza delle cose: tuttavia l'esempio
d'Augusto servì a far continuare l'uso de' quinquennali, decennali,
vicennali e tricennali degl'imperadori romani, solennizzandosi con
gran festa, cioè con giuochi pubblici e sagrifizii, il quinto, il
decimo, vigesimo e trigesimo anno del loro imperio, con ringraziare
gl'iddii della vita loro conceduta, e pregar felicità e lunghezza al
resto del loro vivere, quand'anche erano cattivi. Nello anno
presente[59] fu prorogato da Augusto per altri dieci anni a venire il
governo della repubblica; e benchè egli si mostrasse renitente alla
loro amorevole offerta, pure si sottomise a tali istanze. Prorogò egli
la podestà tribunizia a Tiberio, e a Druso figliuolo d'esso Tiberio
concedette la licenza di chiedere fra tre anni il consolato, anche
senza avere esercitato la pretura. Intanto perchè la inoltrata sua età
e gl'incomodi della salute non gli permettevano più di andare al
senato, se non rarissime volte, dimandò di poter avere venti senatori
per suoi consiglieri (ne tenea quindici negli anni addietro), e fu
fatto un pubblico decreto, che qualunque determinazione ch'egli
facesse da lì innanzi insieme coi suddetti consiglieri e coi consoli
reggenti e disegnati, e coi suoi figliuoli e nipoti, fosse valida,
come se fosse emanata dall'intero senato. In vigore di questo decreto,
anche stando in letto per cagion delle sue indisposizioni, prese molte
risoluzioni opportune al pubblico governo. Sì malcontento era il
popolo romano del poco fa introdotto aggravio della vigesima parte
delle eredità che si pagava all'erario militare pel mantenimento de'
soldati, che si temeva di qualche sedizione in Roma. Scrisse Augusto
al senato che ognuno mettesse in iscritto il suo voto, per trovar
altra via più comoda da ricavar il necessario danaro, acciocchè, se
non si fosse trovata, facesse conoscere che da lui non veniva il male,
vietando a Germanico e a Druso di dire il loro parere, perchè non si
credesse quella essere la mente sua. Vi fu gran dibattimento; e
continuandosi pure a detestar la vigesima, egli mostrò di voler
compartire il peso di quella contribuzione sopra i beni stabili del
popolo. Inviò pertanto qua e là, senza perdere tempo, estimatori delle
case e terre: il che bastò a fare che cadauno, temendo di patir più
danno da questo che da quell'aggravio, si quietò, e restò, come prima,
in piedi la vigesima.

NOTE:

[59] Dio, lib. 56.



    Anno di CRISTO XIV. Indizione II.

    TIBERIO imperadore 1.

_Consoli_

SESTO POMPEO e SESTO APPULEO.


Fece in quest'anno Augusto insieme con Tiberio il censo, o sia la
descrizione de' cittadini romani, abitanti in Roma e per le provincie;
e per attestato della inscrizione ancirana, riferita dal Grutero[60],
se ne trovarono quattro milioni e cento settantasettemila. Eusebio
nella sua cronica[61] fa ascendere essi cittadini a nove milioni e
trecento settantamila persone, forse per error de' copisti, il quale
s'ha da correggere coll'autorità dell'iscrizione suddetta.
Svetonio[62] e Dione[63] attestano, avere Augusto sul fin di sua vita
fatto un compendio delle sue più memorabili azioni, con ordine
d'intagliarlo in varie tavole di bronzo. Se ne conservò in Ancira una
copia. Fu poi spedito Germanico in Germania, perchè non era per anche
cessata in quelle contrade la guerra. Prese Augusto anche la
risoluzion d'inviar Tiberio nell'Illirico, per assodar sempre più la
pace ivi stabilita; e però con esso lui da Roma si incamminò alla
volta di Napoli, invitatovi da quel popolo nell'occasione de' giuochi
insigni che qui ogni cinque anni in onor suo si facevano all'usanza
de' Greci. V'andò, ma portando seco una molesta diarrea, cominciata in
Roma. Dopo avere assistito a quella magnifica funzione, e licenziato
Tiberio, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Aggravatosi il
suo male, fu forzato a fermarsi in Nola, dove poi placidamente morì
nel dì 19 agosto, cioè nel mese nominato prima sestile, e poscia dal
suo nome Augusto, che tuttavia dura, e in quella medesima stanza, dove
Ottavio suo padre era mancato di vita. Sospetto corse[64], che la
ambiziosa sua moglie Livia, appellata anche Giulia, perchè adottata
per figliuola da esso Augusto con istravaganza non lieve, gli avesse
procurata la morte con dei fichi avvelenati. Imperocchè dicono che in
questi ultimi tempi Augusto, o perchè già conoscesse il mal talento di
Tiberio figliastro suo, o perchè gli paresse più convenevole di
anteporre _Agrippa_, figliuolo di Giulia sua figlia, ad un figliuolo
di sua moglie Livia, avesse cangiata massima intorno alla successione
sua; e che segretamente coll'accompagnamento di pochi si fosse portato
a visitar esso Agrippa, che trovavasi allora relegato nell'isola della
Pianosa, con dargli buone speranze. Avendo Livia penetrato questo
segreto affare, s'affrettò, secondo i suddetti scrittori, ad accelerar
la morte del marito. Ma non par già verisimile, che Augusto sì vecchio
volesse prendersi lo incomodo di arrivar sino alla Pianosa, vicino
alla Corsica, nè potea ciò farsi senza che Livia ed altri nol
venissero a sapere. L'affetto poi dimostrato da Augusto sul fine di
sua vita alla medesima Livia e a Tiberio, il quale richiamato dal suo
viaggio[65] arrivò a tempo di vederlo vivo, e di tenere un lungo
ragionamento con lui, non lascia trasparire segno di affezione di esso
Augusto verso il nipote Agrippa, nè di mal animo contro il figliastro
Tiberio e di sua madre.

Comunque sia, terminò Augusto i suoi giorni in età di quasi
settantasei anni, e di cinquantasette anni e cinque mesi dopo la morte
di Giulio Cesare. Tanto anticamente, quanto ne' due ultimi secoli, si
vide posto sulle bilance de' politici e dei declamatori il merito di
questo imperadore, lacerando gli uni la di lui fama, per avere
oppressa la repubblica romana, e gli altri encomiandolo come uno dei
più gloriosi principi che s'abbia prodotto la terra. La verità si è,
che hanno ragione amendue queste fazioni, considerata la diversità de'
tempi. Non si può negare ne' principii il reato di tirannia e di
crudeltà in Augusto verso la sua patria; ma si dee ancora concedere,
che il proseguimento della sua vita fece scorgere in lui non un
tiranno, ma un principe degno di somma lode pel savio suo governo, per
l'insigne moderazione sua, e per la cura di mantenere ed accrescere la
pubblica felicità. Può anche meritar qualche perdono l'attentato suo.
Trovavasi da molto tempo vacillante e guasta la romana repubblica per
le fazioni e prepotenze, che non occorre qui rammentare[66]. Bisogno
v'era di un'autorità superiore, che rimediasse ai passati disordini, e
non lasciasse pullularne dei nuovi. Però la tranquillità di Roma è
dovuta al medesimo, se vogliamo dire, fallo suo. Nè egli a guisa de'
tiranni tirò a sè tutto quel governo, ma saggiamente seppe fare un
misto di monarchia e di repubblica, quale anche oggidì con lode si
pratica in qualche parte d'Europa. Felice Roma, s'egli avesse potuto
tramandare ai suoi successori, come l'imperio, così anche il suo senno
e il suo amore alla patria. Ma vennero tempi cattivi, ne' quali poi
s'ebbe a dire: _Che Augusto non dovea mai nascere, o non dovea mai
morire_. Il primo per mali da lui fatti a fine di rendersi padrone: il
secondo per l'amorevolezza e saviezza, con cui seppe dipoi governare
la repubblica, e di cui furono privi tanti de' suoi successori, non
principi, ma tiranni. Un gran saggio ancora del merito d'Augusto
furono gli onori a lui compartiti in vita, e più dopo morte. Vi avrà
avuta qualche parte, non vo' negarlo, l'adulazione; ma i più vennero
dalla stima, dall'amore e dalla gratitudine de' popoli che sotto di
lui goderono uno stato cotanto felice. E tali onori arrivarono sino al
sacrilegio[67]. Imperciocchè a lui anche vivente furono, come ad un
Dio, dedicati altari, templi e sacerdoti, e molto più dopo morte. Con
pubblici giuochi ancora e spettacoli si solennizzò dipoi il suo giorno
natalizio, e memoria onorevole si tenne de' benefizii da lui ricevuti.

Tennero Livia e Tiberio occulta per alcuni giorni la morte d'Augusto,
finchè avendo frettolosamente inviato ordine alla Pianosa che fosse
ucciso _Agrippa_, nipote d'esso Augusto, giunse loro la nuova di
essere stato eseguito il barbaro comandamento, mostrando poscia di non
averlo dato alcun d'essi; che questo fu il bel principio del loro
imperio. Allora si pubblicò essere Augusto mancato di vita. Fu portato
con gran solennità il di lui corpo a Roma dai principali magistrati
delle città, e poi da' cavalieri; furongli fatte solenni esequie,
descritte da Dione, con averlo portato al rogo Druso figliuolo di
Tiberio e i senatori. Saltò poi fuori Numerio Attico senatore, il
quale, mentre la pira ardeva, giurò di aver veduta l'anima d'Augusto
volare al cielo[68], come si finse una volta succeduto anche a Romolo,
facendosi credere con tali imposture alla buona gente ch'egli fosse
divenuto un dio o semideo: vana pretensione, continuata ne' tempi
seguenti per altri imperadori. Ciò fatto, si trattò nel senato di
confermare, o, per dir meglio, di concedere a Tiberio Cesare, lasciato
erede da Augusto suo padrigno, tutta l'autorità e gli onori goduti in
addietro dal medesimo Augusto. Era allora Tiberio in età di
cinquantasei anni, volpe fina e impastato di diffidenza, d'umor nero e
di crudeltà; ma che sapeva nascondere il suo cuore meglio d'ogni
altro, ed avea saputo coprire i suoi vizii agli occhi, non già di
tutti, ma forse della maggior parte dei grandi e de' piccoli. Nel
senato non v'era più alcuna di quelle teste forti che potessero
rimettere in piedi la libertà romana; tutto tendeva all'adulazione e
al privato, non al pubblico bene. V'entrava anche la paura, perchè
Tiberio continuò a comandare alle coorti del pretorio e alle armate
romane per le precedenti concessioni; e però niuno osava di alzar un
dito, anzi ognuno gareggiò a conferir la signoria a Tiberio.
All'incontro l'astuto Tiberio, quanto più essi insistevano per
esaltarlo, tanto più facea vista di abborrir quegli onori, e di
desiderare non superiorità, ma uguaglianza co' suoi cittadini,
esagerando la gran difficoltà a reggere sì vasto corpo, e i pericoli
di soccombere sotto il peso. Tutto affine di scandagliar bene gli
animi di ciascun particolare, e far poi vendetta a suo tempo di chi
poco inclinato comparisse verso di lui[69]. Temeva ancora che
_Germanico_ suo nipote, già adottato da lui per figliuolo, tra per
essere allora alla testa dell'armata romana in Germania, e perchè
sommamente amato dal popolo romano e dai soldati, potesse torgli la
mano. Lasciossi dunque pregare gran tempo anche dagl'inginocchiati
senatori, e finalmente senza chiaramente accettar l'impiego[70], o pur
facendo credere di prenderlo, ma per deporlo fra qualche tempo,
cominciò francamente ad esercitare l'autorità imperiale. Qui Vellejo
Patercolo[71] lascia la briglia all'eloquenza sua, per tessere un
panegirico delle azioni di Tiberio sui principii del suo governo. La
pace fiorì da per tutto; andò l'ingiustizia, la prepotenza, la frode a
nascondersi fra i Barbari; si stese la di lui liberalità per le
provincie e città che aveano patito disgrazie. E veramente gran
moderazione mostrò a tutta prima Tiberio, e seguitò a governar da
saggio, finchè visse Germanico, perchè temeva di lui. Nè qui si ferma
Vellejo. Entra ancora a vele gonfie nelle lodi di Elio Sejano, scelto
da Tiberio per suo consigliere e primo ministro. S'egli sel meritasse,
l'andremo osservando nel progresso degli anni.

Certo che in Roma niun tumulto o sedizione accadde per questo
cambiamento di governo; ma non fu così nelle provincie[72]. Le milizie
romane che soggiornavano nella Pannonia, appena udita la morte di
Augusto, si rivoltarono contra di Giulio Bleso lor comandante, che
corse pericolo della vita, facendo esse istanza della lor giubilazione
e d'essere premiate, col minacciar anche di ribellar quella provincia,
e di venirsene a Roma. Fu dunque spedito colà da Tiberio il suo
figliuolo _Druso_ con una man di soldati pretoriani, ed accompagnato
da Sejano, allora prefetto del pretorio. Durò Sejano non poca fatica a
mettere in dovere i sollevati che l'assediarono, e ferirono alcuni
della di lui scorta. Ma finalmente essendosi ritirati e divisi costoro
pe' quartieri; e chiamati sotto altro pretesto ad uno ad uno i più
feroci nella tenda di Druso, dove lasciarono la testa, si quietarono
gli altri, ed ebbe fine quel romore. Più strepitosa e di maggior
pericolo fu la sollevazion de' soldati romani nella Germania, perchè
quivi dimorava il miglior nerbo delle legioni sotto il comando di
_Germanico Cesare_, che si trovava allora nella Gallia a fare il censo
o sia la descrizione dell'anime. Si ammutinò parte di questo esercito
per le stesse cagioni che poco fa accennai. Corse perciò colà
Germanico; e siccome egli era sommamente amato, perchè dotato di
assaissime lodevoli qualità, e il conoscevano per migliore di gran
lunga che Tiberio, vollero crearlo imperadore. Costantissimo egli nel
non volere mancar di fede a Tiberio suo zio che l'avea anche adottato
per figliuolo, allorchè vide di non potere in altra guisa liberarsi
dalle lor furiose istanze, cavò la spada per uccidersi. Quest'atto li
fermò. Finse poi lettere di Tiberio, quasi ch'egli ordinasse in
donativo ad essi soldati il doppio dello stabilito da Augusto; la
promessa di sì fatta liberalità, e l'aver eziandio accordato il ben
servito ai veterani, li placò. Ma il danaro non concorreva, e intanto
giunsero gli ambasciatori di Tiberio, all'arrivo de' quali di nuovo si
sollevarono, e furono vicini a privarli di vita, per timore che
fossero spediti ad annullar quanto avea promesso Germanico. Presero
anche _Agrippina_ di lui moglie, gravida allora, e il piccolo
figliuolo _Cajo_, soprannominato _Caligola_. La costanza di Germanico,
giacchè non poteano conseguire di più, feceli dipoi tornare al loro
dovere. Ed acciocchè stando in ozio non macchinassero altre sedizioni,
Germanico li condusse addosso alle terre nemiche dove impiegarono i
pensieri e le mani per far buon bottino. Certo è, che Germanico se
avesse voluto, sarebbe stato imperatore Augusto; tanto egli avea in
pugno l'affetto di quel potente esercito, e il cuore eziandio del
popolo romano. Ma superior fu all'ambizione la sua virtù.
Cordialissime lettere perciò scrisse a lui e ad Agrippina sua moglie,
Tiberio per ringraziarli[73]: fece anche un bell'encomio di loro nel
senato ed ottenne a Germanico la podestà proconsolare, che forse dovea
essere terminata la dianzi a lui accordata. Tuttavia internamente
continuò più che mai ad odiarli, paventando sempre che in danno
proprio si potesse convertire un dì l'amore professato dalle milizie a
Germanico[74]. Non finì quest'anno, che Giulia, figliuola di Augusto e
moglie di Tiberio, già per gli eccessi della sua impudicizia relegata
in Reggio di Calabria, fu lasciata ovvero fatta morire di stento, se
pur non fu in altra più spedita maniera. Sempronio Gracco bandito
anch'egli, già passava il quattordicesimo anno, da Augusto nell'isola
di Cersina presso l'Africa, in castigo della sua disonesta amicizia
colla suddetta Giulia, fu anch'egli tolto di vita.

NOTE:

[60] Gruter., Thesaur. Inscription., pag. 230.

[61] Euseb., in Chron.

[62] Sueton., in August., cap. ult.

[63] Dio, lib. 56.

[64] Sueton., Tacitus, Dio.

[65] Vellejus, lib. 2.

[66] Tacitus, Annal., lib. 1.

[67] Tacitus, ibidem. Dio, lib. 51. Sueton., in August., c. 59. Philo,
in Legation. ad Cajum.

[68] Sueton., in August., cap. 101. Dio, lib. 56.

[69] Dio, lib. 57.

[70] Sueton., in Tiber., cap. 24.

[71] Vellejus, lib. 2.

[72] Dio, lib. 57. Tacit., lib. 1 Annal., cap. 16 et seq.

[73] Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, c. 56.

[74] Tacito, Annal., lib. 1, c. 57.



    Anno di CRISTO XV. Indizione III.

    TIBERIO imperadore 2.

_Consoli_

DRUSO CESARE figliuolo di TIBERIO e CAIO NORBANO FLACCO.


Fu massimamente in quest'anno un bel vedere, con che attenzione,
moderazione e modestia si applicasse Tiberio al governo[75]. Non volle
che si premettesse al suo nome il titolo d'imperadore. Si adirava con
chi osasse chiamarlo _signore_; e a' soldati permetteva il nominarlo
per _imperadore_: giacchè tal nome, siccome dissi, solamente allora
significava generale d'armata. Il glorioso nome di _Padre della
Patria_ non permise mai che il senato glielo desse, forse perchè
abborriva l'adulazione, ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di
non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al
senato[76] che vilmente pregava di ricevere questo titolo, disse: «Se
per mia disavventura un qualche dì accadesse, che voi dubitaste della
mia buona intenzione e della sincerità dell'affetto che a voi professo
(il che se dovesse avvenire, desidero piuttosto che la morte mia
prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre
della patria niente d'onore recherebbe a me, e servirebbe solo di
rimprovero a voi per aver fallato il giudicare di me, e per avere
spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva.» Benchè
passasse in lui per eredità il titolo d'_Augusto_, pure non l'usava se
non talvolta in iscrivendo ai re; e solamente leggendolo o
ascoltandolo a sè dato, non l'avea a male; e però sovente si trova
nelle iscrizioni e medaglie d'allora. Il nome di _Cesare_ era a lui
famigliare; e talora usò il cognome di _Germanico_, per le vittorie
riportate in Germania, siccome ancor quello di _Principe del Senato_,
cioè di primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch'egli era: «Signore
de' propri schiavi, imperadore (cioè generale) dei soldati, e primo
fra gli altri cittadini di Roma.» Per la stessa ragione vietò sulle
prime ad ognuno il fabbricargli dei templi come s'era fatto ad
Augusto; nè volle sacerdoti flamini. Col tempo permise ciò alle città
dell'Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d'altri
paesi. Che se talun desiderava d'innalzargli statue, o di esporre
l'immagine sua, nol potea fare senza di lui licenza; e questa si
concedea, sempre colla condizione che non si mettessero fra i
simulacri degl'iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre
simili distinzioni d'onore rifiutò egli, e soprattutto amava di
comparire popolare; camminando per la città con poco seguito, e senza
voler corteggio servile di gente nobile; onorando non solo i grandi,
ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero
di schiavi. Nel senato poi e nei giudizii del foro, non si piccava
punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente
dicesse il suo parere: nè si sdegnava se si risolveva in contrario al
suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori
consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravi de'
popoli e le estorsioni de' ministri; e ad alcuni governatori che
l'esortavano ad accrescere i tributi, o pure a quel dell'Egitto, che
mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: «Che le
pecore s'han da tosare, e non già da levar loro la pelle.» In somma
Tiberio avea testa per esser un ottimo principe e glorioso imperatore;
e pur pessimo riuscì, perchè all'intendimento prevalse di troppo,
siccome vedremo, la maligna sua inclinazione[77]. All'incontro _Livia
Augusta_ sua madre, donna gonfia più d'ogni altra di fasto e di
vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea omesso, fatte avea anche
delle enormità affinchè il figliuolo arrivasse a dominare per
isperanza di continuare a dominar come prima sotto l'ombra di lui. Ma
era ben diverso da quello d'Augusto l'amor di Tiberio. La tenne egli,
per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l'adulatore senato
le desse certi titoli d'onore che maggiormente l'avrebbono
insuperbita; talvolta diceva a lei stessa, «non esser conveniente alle
donne il mischiarsi negli affari di Stato.» Quantunque talvolta si
regolasse secondo i di lei consigli, pure il men che potea l'onorava
di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè
non paresse ch'egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più
col tempo, siccome vedremo.

Comandava intanto le armate di Germania il giovane _Germanico Cesare_.
Ancorchè fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto
il trionfo, celebrato poi nell'anno seguente, in ricompensa di quanto
egli avea finora operato in quella guerra[78]. Durava questa in
Germania, ed erano tuttavia in armi Arminio e Segeste, due primari
capitani di quelle contrade; ma fra loro discordi, perchè Arminio,
rapita una figliuola di esso Segeste, promessa ad un altro, la avea
presa per moglie a dispetto del padre. Con due corpi d'armata assai
poderosi, l'uno comandato da Germanico, l'altro da Aulo Cecina, legato
dello esercito, fu portata la guerra addosso ai popoli Catti (oggidì
creduti gli Assiani) e preso il loro paese. Mosse in questi tempi
Arminio una sedizione contra del suocero Segeste, il quale, trovandosi
assediato, spedì il figliuolo Segimondo a Germanico per aiuto.
Accorsero i Romani; furon messi in rotta gli assedianti, liberato
Segeste, e presa con altre nobili donne la di lui figliuola, gravida
allora del marito Arminio. Questo fatto e le tante grida d'Arminio
cagion furono che presero l'armi per lui i Cherusci ed Ingujomero di
lui zio paterno. Seguirono poi due combattimenti. Nel primo toccò la
peggio ad Arminio; nell'altro ebbe Cecina colle sue brigate non poca
fatica a ridursi in salvo, ma dopo averne riportate molte ferite. Fu
allora che _Agrippina_, moglie di Germanico, fece comparire l'animo
suo virile. Per la suddetta disgrazia era corsa voce che i Germani
venivano per passare ostilmente nella Gallia. Impedì la valorosa donna
che non si guastasse il ponte sul Reno, come volevano que' cittadini.
Messasi ella stessa alla testa del medesimo, graziosamente accolse le
legioni che malconce ritornavano dal suddetto fatto d'armi, con far
medicare i feriti, e donar vesti a chi avea perdute le sue. Riferita a
Tiberio questa gloriosa azione d'Agrippina, siccome egli odiava la
stirpe d'Agrippa, e il suo pascolo era la diffidenza, ne fece
doglianze nel senato, con esporre l'indecenza che una donna si
usurpasse lo ufficio de' generali e dei legati, ed accusandola di mire
più alte, per esaltare il marito e il figliuolo Caligola. Nè mancò il
favorito Sejano di maggiormente fomentar in Tiberio sì fatte gelosie.
Meno è da credere che non facesse Livia Augusta, solita a mirar di mal
occhio Germanico, e più la di lui moglie secondo lo stil delle
femmine. Corsero dipoi gran pericolo di restar affogate nell'acque due
legioni comandate da Publio Vitellio. Segimero, fratello di Segeste,
col figliuolo si rendè ai Romani; e con questi, poco per altro
fortunati avvenimenti, ebbe fine la campagna dell'anno presente. Pagò
appunto in quest'anno Tiberio il pingue legato lasciato da Augusto al
popolo romano. A ciò fare fu spinto da una pungente burla[79]. Nel
passare la piazza un cadavero, portato alla sepoltura, accostatosi
alle orecchie del morto un buffone, in bassa voce gli disse o pur
finse di dire alcune parole. Interrogato poi dagli amici, rispose di
avergli ordinato d'avvertire Augusto della non per anche eseguita
testamentaria volontà. Le spie ne rapportarono tosto l'avviso a
Tiberio, il quale non tardò a pagare il legato, con far poco appresso
morir l'autore della burla, dicendo ch'egli stesso porterebbe più
presto ad Augusto le nuove di questo mondo[80]. Prese Tiberio in
quest'anno nel dì 10 marzo il titolo di _Pontefice Massimo_.

NOTE:

[75] Dio, lib. 57. Suetonius, in Tiber., cap. 26.

[76] Sueton., ibid., cap. 67.

[77] Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 16. Sueton., in
Tiber., cap. 50.

[78] Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 9.

[79] Dio, lib. 56.

[80] Panvin., in Fast. Blanchin., in Anast.



    Anno di CRISTO XVI. Indizione IV.

    TIBERIO imperadore 3.

_Consoli_

TITO STATILIO SISENNA TAURO e LUCIO SCRIBONIO LIBONE.

Al primo d'essi consoli, cioè a _Statilio_, ho aggiunto il prenome di
_Tito_, ricavandosi ciò da un'iscrizione riferita dal Fabretti[81].
Così ancora avea scritto il Panvinio. Al secondo, cioè a _Libone_, fu
sostituito nelle calende di luglio _Publio Pomponio Grecino_, come
consta dalla iscrizione suddetta e dal poeta Ovidio[82]. In
Germania[83] al fiume Weser due fatti d'armi seguirono fra i Romani
sotto il comando di Germanico, e i Germani regolati da Arminio. In
amendue la vittoria si dichiarò per li Romani. Avea Germanico fatto
preparar mille legni tra grandi e piccoli nell'isola di Batavia
(oggidì Olanda) per assalire dalla parte dell'Oceano i nemici. Sul
fine della state, imbarcata che fu la copiosa fanteria, con alquanto
di cavalleria, a forza di remi e di vele si mosse la flotta per entrar
nel paese nemico. V'era in persona lo stesso Germanico. Per una
tempesta insorta ebbe a perir tutta quella gente, e gran perdita si
fece d'armi, cavalli e bagaglio. Ma quando i Germani per questo
sinistro caso de' Romani si credeano in istato di vincere, Germanico
spedì Cajo Silio con trentamila fanti e tremila cavalli contra di
loro; il che tal riputazione acquistò ai Romani, tal terrore diede ai
Germani che cominciarono ad inclinar alla pace. Avrebbe potuto
Germanico dar l'ultima mano a quella guerra, se Tiberio con replicate
lettere ed istanze non l'avesse richiamato a Roma con esibirgli il
consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente
Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni,
paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo
amore che quei soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorchè
Germanico s'accorgesse delle torte mire d'esso suo zio, pure si
accomodò ai di lui voleri, ed impreso il viaggio d'Italia, forse
arrivò in Roma sul fine dell'anno. Fece[84] Tiberio nel presente
accusare in senato Lucio Scribonio Libone, giovane, diverso dal
console, quasichè macchinasse delle novità. Prevenne questi la
sentenza della morte con uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato
Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più
illustri per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del
governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea
sempre sostenuto[85], «che in una città libera dovea ciascuno goder la
libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse.» Questa bella massima,
divenuto che fu principe, perdè presso lui di grazia. Siccome ancora
quell'altra ch'egli proferì un dì nel senato con dire, «che se si
cominciasse ad ammettere accuse di chi parlasse contra del principe o
del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque
ha dei nemici, correrebbe a denunziarli come rei di questo delitto.»
Questi disordini appunto accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di
lui governo.

Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed
anche la magia[86]. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio,
tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato
Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in
quella giornata. Trovandosi beffato da costui, se ne sbrigò col farlo
uccidere; poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di pronostici. E
perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori,
chiunque de' cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi,
n'ebbe per castigo lo esilio. Solennemente ancora fu vietato a
chicchessia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non
facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il
tener vasi d'oro, se non per valersene ne' sagrifizii; e nè pur furono
permessi vasi d'argento con ornamenti d'oro. Affettava Tiberio la
purità della lingua latina, e soprattutto usava i vocaboli antichi
d'Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parola non
latina, n'ebbe scrupolo, e volle ascoltare il parere de' più dotti
grammatici, i quali quasi tutti la dichiararono buona, dacchè era
stata usata da sì gran dottore e principe, qual era Tiberio. Con tutto
ciò saltò su un certo Marcello, dicendo, «che potea ben Cesare dar la
cittadinanza di Roma agli uomini, ma non già alle parole;» bolzonata
che ferì non poco Tiberio, e nondimeno seppe egli, secondo il suo
costume, ben dissimularla. Proibì ancora ad un centurione il fare
testimonianza nel senato con parole greche, tuttochè egli in quello
stesso luogo avesse udito molte cause trattate in greco, ed egli
medesimo talvolta si fosse servito dello stesso linguaggio per
interrogare.

NOTE:

[81] Fabrettus, Inscript., pag. 701.

[82] Ovidius, lib. 4, Ep. 9 Trist.

[83] Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 9 et seq.

[84] Dio, lib. 57.

[85] Sueton., in Tiber., cap. 27.

[86] Dio, ibidem.



    Anno di CRISTO XVII. Indizione V.

    TIBERIO imperadore 4.

_Consoli_

CAIO CECILIO RUFO e LUCIO POMPONIO FLACCO GRECINO.


Il primo de' consoli negli Annali stampati di Tacito è chiamato
_Celio_; _Cecilio_ in quei di Dione. E così appunto si dee appellare.
S'è disputato fra gli eruditi intorno a questo nome. Credo io decisa
la lite da un marmo da me dato alla luce[87], che si dice posto C.
CAECILIO RVFO, L. POMPONIO FLACCO COSS. Erano insorte nell'anno
precedente varie turbolenze fra i re d'Oriente, che dipendevano in
qualche guisa da Roma[88]. Avea Augusto, siccome accennammo, dato ai
Parti _Vonone_ per re. Col tempo cominciarono que' barbari a
sprezzarlo, poscia ad abborrirlo, e finalmente a congiurare per
detronizzarlo. Chiamato alla corona _Artabano_ del sangue degli
antichi Arsacidi, questi, sconfitto sulle prime, sconfisse in fine
Vonone. Si rifugiò il vinto nell'Armenia, e fatto re da que' popoli
non andò molto, che prevalendo presso gli Armeni il partito favorevole
ad Artabano, Vonone si ritirò ad Antiochia con un gran tesoro. Ivi
risedeva proconsole della Soria Cretico Silano, che adocchiato
quell'oro, l'accolse ben volentieri, e permise ch'egli si trattasse da
re, ma nel medesimo tempo il facea custodire sotto buona guardia.
Vonone intanto implorava con frequenti lettere aiuto da Tiberio; ma
non avea Tiberio voglia di romperla coi Parti, gente che non si
lasciava far paura dai Romani, e gli avea anche più volte fatti
sospirare. Oltre a ciò avvenne[89] che Tiberio fece citar a Roma
_Archelao re della Cappadocia_ tributario de' Romani, col pretesto
ch'egli meditasse delle rebellioni. L'odiava Tiberio, perchè, allorchè
egli dimorava a guisa di relegato in Rodi, Archelao passando per colà
non l'avea onorato di una visita, e grande onore all'incontro avea
fatto a Cajo Cesare emulo suo. Venne Archelao a Roma vecchio e
malconcio di sanità, dopo aver per cinquant'anni governato i suoi
popoli; e fu accusato innanzi al senato. Si mise egli in tal affanno
per questa persecuzione, che da lì a qualche tempo, non si sa se
naturalmente, o pure per aiuto altrui, terminò la sua vita. Allora la
Cappadocia fu ridotta in provincia, e spedito colà un governatore. In
que' medesimi tempi vennero a morte _Antioco re della Comagene_ e
_Filopatore re di Cilicia_ con gran turbazione di que' popoli, parte
dei quali volea un re, ed un'altra desiderava il governo de' Romani.
Anche la Soria e la Giudea, lagnandosi de' troppo gravi tributi, ne
dimandavano la diminuzione.

Fu questa una bella occasione a Tiberio per allontanar l'odiato nipote
_Germanico Cesare_ da Roma, e cacciarlo in paesi pericolosi sotto
specie d'onore. Propose dunque in senato, che non v'era persona più a
proposito di lui per dar sesto agl'imbrogli dell'Oriente. Già avea
esso Germanico conseguito il trionfo nel dì 26 di maggio; e a lui per
questa spedizione fu conceduta un'ampia autorità in tutte le provincie
di là del mare. Ma Tiberio, per mettere a lui un contrapposto in
quelle contrade, richiamato Cretico Silano dalla Soria[90], spedì a
quel governo Gneo Calpurnio Pisone, uomo violento e poco amico di
Germanico. Con costui andò anche Plancina sua moglie, addottrinata,
per quanto fu creduto, da Livia Augusta, acciocchè facesse testa ad
_Agrippina_ moglie di Germanico. Volle inoltre Tiberio, che _Druso
Cesare_ suo figliuolo, lasciato l'ozio e il lusso di Roma, andasse
nell'Illirico ad apprendere il mestiere della guerra. Andò egli; ma
giunto colà fu forzato a passare in Germania, per cagion delle guerre
civili nate fra i Germani non sudditi di Roma. Aspra lite quivi era
fra Arminio promotore della libertà, e Maroboduo, che avea preso il
titolo di re. Ad una campale battaglia vennero questi due emuli. Fu
creduto vincitore Arminio, perchè l'altro per la soverchia diserzione
dei suoi si ritirò fra i Marcomanni[91]. Druso colà si portò con
apparenza di voler trattar la pace fra essi. Devastò in quest'anno un
fiero tremuoto dodici città dell'Asia, alcune delle quali assai
celebri, come Efeso, Sardi, Filadelfia. Tiberio dedicò in Roma varii
templi, ma edificati da altri; perchè egli non si dilettò di
fabbriche, nè di lasciar magnifiche memorie, per non iscomodar la sua
borsa. In Africa si sollevarono i Numidi e i Mori per istigazione di
Tacfarinate. Furio Camillo, proconsole di quelle provincie, benchè non
avesse al suo comando se non una sola legione e poche truppe
ausiliarie, marciò contro quella gran moltitudine di gente, e le mise
in fuga. Per tal vittoria si meritò dal senato gli ornamenti
trionfali[92]. Negli ultimi sei mesi dell'anno presente diede fine
alla sua vita il poeta _Ovidio_ in Tomi, città posta alle rive del mar
Nero, dov'era stato relegato da Augusto. Credesi ancora, che questo
fosse l'ultimo anno di vita del celebre storico romano _Tito Livio_
padovano.

NOTE:

[87] Thesaur. Novus Inscription., pag. 301, n. 1.

[88] Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 1. Joseph., Antiq. Judaic., lib.
16, cap. 3.

[89] Dio, lib. 57.

[90] Tacit., Annal., lib. 2, cap. 43.

[91] Dio, Strabo, Eusebius, in Chron.

[92] Hieron., in Chron.



    Anno di CRISTO XVIII. Indizione VI.

    TIBERIO imperadore 5.

_Consoli_

CLAUDIO TIBERIO NERONE imperatore per la terza volta, e GERMANICO
CESARE per la seconda.


Pochi giorni tenne Tiberio il consolato. A lui succedette _Lucio Sejo
Tuberone_; e poscia nelle calende di luglio in luogo di Germanico, fu
creato console _Cajo Rubellio Blando_. Ho aggiunto il prenome di
_Cajo_ a Rubellio, secondo la testimonianza di un marmo[93] da me dato
alla luce. Ma si può dubitare, se il consolato di lui appartenga
all'anno presente. _Germanico_ si trovava in Nicopoli, città
dell'Epiro, allorchè vestì la trabea consolare[94]. Visitò egli le
città greche, e massimamente Atene, ricevendo dappertutto distinti
onori. Passò a Bisanzio e al mar Nero; e finalmente entrato nell'Asia,
arrivò a Lesbo, dove _Agrippina_ sua moglie partorì _Giulia Livilla_.
Intanto Gneo Pisone, inviato da Tiberio per proconsole della Soria,
raggiunse Germanico a Rodi. Non era ignoto a Germanico il mal animo di
costui; pure avendo inteso ch'egli correa pericolo della vita per una
fiera tempesta insorta, spedì alcune galee per salvarlo. Neppur giovò
questo per ammansarlo. Appena Pisone fu dimorato un giorno in Rodi,
che passò in Soria, dove usando carezze e regali si procacciò
l'affetto di quelle legioni, lasciando a' soldati specialmente la
libertà di far tutto ciò che loro piacea. Meno non si adoperava
Plancina sua moglie, che intanto non si guardava di sparlar
dappertutto di Germanico e di Agrippina. Andossene in Armenia
Germanico, ed ivi pose per re _Zenone_ figliuolo di Polemone re di
Ponto, dopo aver deposto _Orode_ figliuolo di Artabano. Diede dei
governatori alle provincie della Cappadocia e della Comagene, con
isminuire i tributi di quelle provincie; e poscia continuò il viaggio
fino in Soria. Più che mai cresceva la boria e la petulanza di Pisone
proconsole; e sforzavasi bensì Germanico di pazientare gl'insulti e i
mancamenti di rispetto di costui; ma niuno v'era, che non conoscesse
l'aperta nimicizia che passava fra loro. Vennero a trovar Germanico
gli ambasciadori di _Artabano_ re de' Parti, per rinnovar l'amicizia e
lega, esibendosi quel re di venire alle rive dell'Eufrate per fargli
una visita. Una delle loro dimande fu che non permettesse al già
deposto re dei Parti Vonone di soggiornar nella Soria. Germanico il
mandò a Pompejopoli, città della Cilicia, non tanto per far cosa grata
ad Artabano, quanto per far dispetto a Pisone, che il proteggeva non
poco a cagion de' regali e della servitù che ne ricavava Plancina sua
moglie. Qui ci vien meno la storia di Dione, e però nulla di più
sappiamo de' fatti de' Romani nell'anno presente.

NOTE:

[93] Thes. Novus Inscript., pag. 301, num. 2.

[94] Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 54.



    Anno di CRISTO XIX. Indizione VII.

    TIBERIO imperadore 6.

_Consoli_

MARCO GIUNIO SILANO e LUCIO NORBANO BALBO.


Fece in quest'anno Germanico Cesare un viaggio in Egitto[95], per
curiosità di veder quelle rinomate antichità, e si portò sino ai
confini della Nubia, informandosi di tutto. Per cattivarsi que' popoli
abbassò il prezzo de' grani, e in pubblico nella città d'Alessandria
andò vestito alla greca, perchè quivi predominava quella nazione e la
loro lingua[96]. Tiberio, risaputolo, disapprovò la mutazion
dell'abito, e più l'essere entrato in Alessandria, afflitta allora
dalla carestia, senza sua licenza. Tornossene dipoi in Soria, dove
trovò che tutto quanto egli avea ordinato per l'armata e per le città,
era stato disfatto da Pisone. Pertanto divampando forte la loro
discordia, prese Pisone la risoluzione d'andarsene lungi dalla Soria;
ma sopravvenuta una malattia a Germanico già pervenuto ad Antiochia,
si fermò, finchè parve che il di lui male prendesse ottima piega; ed
allora si ritirò a Seleucia. Ma l'infermità di Germanico andò poscia
crescendo. Sparsesi voce, che per malie d'esso Pisone e di Plancina
sua moglie l'infelice principe venisse condotto a poco a poco alla
morte; e a tal voce si prestò fede, per essersi trovati vari
creduti maleficii. In somma se ne morì Germanico nell'età di
trentaquattr'anni, lasciando in una grande incertezza, se la morte sua
fosse naturale, oppure a lui procurata da Pisone e da Plancina sua
moglie; o per segreti ordini di Tiberio. Universalmente fu creduto
quest'ultimo. Non si può esprimere il dolore, non solo del popolo
romano e delle provincie tutte del romano impero, ma degli stessi re
dell'Asia per la perdita di questo generoso principe. Era egli ornato
delle più belle doti di corpo e d'animo, valoroso coi nemici[97],
clementissimo coi sudditi. Posto in tanta dignità, e con tanta
autorità, pure mai non insuperbì, trattando tutti con onorevolezza, e
vivendo più da privato che da principe. Già vedemmo, ch'egli ricusò
l'imperio, per non mancar di fede e di onor a Tiberio. Non mai fu
veduto abusarsi della sua podestà, non mai si lasciò torcere dalla
fortuna ad azioni sconvenevoli a personaggio virtuoso. Quel ch'è più,
con tutti i torti a lui fatti da Tiberio, suo zio paterno, e padre per
adozione, e con tutto il suo ben conosciuto mal talento, non mai si
lasciò uscir parola di bocca, per riprovar le azioni di lui. Perciò
era amatissimo da tutti, fuorchè dallo stesso Tiberio, anzi
maggiormente amato, appunto perchè il conoscevano odiato da esso suo
zio. Mirabil cosa fu l'osservare, come lo stesso Druso, figliuolo
natural di Tiberio, ancorchè Germanico potesse ostargli alla
succession dell'imperio, pure l'amasse sempre con sincero amore e come
vero fratello. Gran perdita fece Roma in Germanico, ma specialmente
perchè Tiberio sciolto dal timore di lui, cominciò ad imperversare,
con giugnere in fine a costumi crudeli e tirannici. Restarono di
Germanico tre figliuoli maschi, cioè _Nerone_, _Druso_, e _Cajo
Caligola_, e tre figlie, cioè _Agrippina_, che poi fu madre di Nerone
augusto, _Drusilla_ e _Livilla_. _Agrippina_ lor madre, figliuola di
Agrippa, e di Giulia nata da Augusto, donna, che ben diversa dalla
madre, s'era già fatta conoscere per ispecchio di castità, ed avea
dati segni di un viril coraggio, molto più ora abbisognò della sua
costanza, rimasta senza il generoso consorte, con dei figliuoli
piccioli, e odiata da Livia e forse poco men da Tiberio. Fu
consigliata da molti di non tornarsene a Roma: differente ben era il
desiderio suo, perchè ardeva di voglia di cercar vendetta di Pisone e
di Plancina, tenuti per autori delle sue disavventure. Però sul fine
dell'anno colle ceneri del marito e co' figliuoli spiegò le vele alla
volta di Roma.

In luogo di Pisone era stato costituito progovernatore della Siria
Gneo Sentio Saturnino; ma Pisone, udita la morte di Germanico, dopo
averne fatta gran festa, si mise in viaggio con molti legni, e buona
copia di milizie, risoluto di ricuperare il suo governo, e di
adoperare, occorrendo, anche la forza. Si impadronì d'un castello; ma
avendolo Saturnino quivi assediato con forze maggiori, gli convenne
cedere, ed intanto fu chiamato a Roma. L'andata di _Druso Cesare_ in
Germania, secondo le apparenze, fu per pacificare i torbidi insorti
fra Arminio e Maroboduo. Altri documenti avendo ricevuto dall'astuto
suo padre, fece tutto il contrario, aggiungendo destramente olio a
quell'incendio, acciocchè i nemici si consumassero da sè stessi.
Abbandonato poi Maroboduo da' suoi, ricorse a Tiberio, che gli assegnò
per abitazione Ravenna, dove aspettando sempre qualche rivoluzione
nella Svevia, senza mai vederla, dopo diciotto anni, assai vecchio,
compiè la carriera de' suoi giorni. Fin qui Arminio in Germania avea
bravamente difesa la libertà della sua patria contro ai Romani; ma
avendola poi voluta egli stesso opprimere, fu in quest'anno ucciso dai
suoi, in età di soli trentasette anni di vita. Per un decreto
d'Augusto era già stato proibito in Roma l'esercizio della religione
egiziana con tutte le sue cerimonie; ma seppe essa mantenersi quivi ad
onta della legge sino al presente anno. Un'iniquità commessa da que'
falsi sacerdoti, collo ingannare Paolina, savia e nobilissima dama
romana, e darla per danari in preda a Decio Mondo, giovane perduto
dietro a lei, con farle credere che di lei fosse innamorato il falso
dio Anubi, siccome diffusamente narra Giuseppe storico[98], diede ansa
al senato di esiliar dall'Italia il culto d'Iside, di Osiride e degli
altri dii d'Egitto[99]. Comandò inoltre Tiberio, che si atterrasse il
tempio d'Iside, e si gittasse nel Tevere la sua statua. La medesima
disavventura toccò ai Giudei[100], che in gran numero abitavano allora
in Roma, a cagion di una baratteria usata da alcuni impostori di
quella nazione a Fulvia, nobile dama romana, che avea abbracciata la
lor religione; avendo essi convertito in uso proprio l'oro e le vesti
ricche, dalla medesima inviate a Gerusalemme, affinchè servissero in
onore del tempio. Scelsero i consoli quattromila giovani di essi
Giudei di razza libertina, e per forza arrolati li mandarono in
Sardegna a far guerra ai ladri ed assassini di quell'isola, senza
mettersi in pensiero, se quivi avessero da perire per l'aria che in
quei tempi veniva creduta maligna e mortifera. Il rimanente de' Giudei
fu cacciato di Roma, e disperso in varie provincie. _Vonone_, già re
de' Parti, volendo in questi tempi fuggir dalla Cilicia, preso da
Vibio Frontone, si trovò poi da un soldato privato di vita. Per
mettere freno all'impudicizia delle matrone romane[101], che ogni dì
più andava crescendo in Roma, città piena di lusso e di gente, a cui
poca paura faceano i falsi dii del Paganesimo, fu con pubblico editto
imposta la pena dell'esilio alle figliuole, nipoti e vedove de'
cavalieri Romani che cadessero in questo delitto.

NOTE:

[95] Tacitus, Ann., lib. 1, c. 59.

[96] Sueton., in Tiber., c. 52.

[97] Dio, in Excerptis, et lib. 57.

[98] Joseph., Antiq., lib. 18, cap. 4.

[99] Tacit., lib. 2, cap. 85.

[100] Sueton., in Tiber., cap. 36.

[101] Sueton., in Tiber., cap. 35.



    Anno di CRISTO XX. Indizione VIII.

    TIBERIO imperadore 7.

_Consoli_

MARCO VALERIO MESSALLA e MARCO AURELIO COTTA.


Di grandi onori avea ricevuto in Roma la memoria di _Germanico_, per
ordine di Tiberio e del senato[102]; ed anche il popolo in varie guise
ne avea attestato il suo dolore. Si rinnovò il lutto in quest'anno
all'arrivo di _Agrippina_ sua moglie. Dopo essersi per qualche giorno
fermata in Corfù, sbarcò dipoi a Brindisi. _Druso Cesare_, che era
tornato a Roma, co' maggiori figliuoli del defunto Germanico, andò ad
incontrarla sino a Terracina. Innumerabil gente, massime de' militari,
si portò sino a Brindisi. Caldi furono i sospiri, universale il pianto
al comparire dell'urna funebre. Per tutta la via i magistrati e popoli
fecero a gara per onorar le di lui ceneri. Gli stessi consoli col
senato, e gran parte del popolo si portarono a riceverle con dirotte
lagrime; e poi queste vennero riposte nel mausoleo d'Augusto[103].
Giunse dipoi Pisone con sua moglie a Roma, orgoglioso come in
addietro; ma non tardarono a presentarsi al senato accusatori,
imputando a lui e a Plancina sua moglie la morte di Germanico. Neppure
a questo mal uomo mancavano dei difensori; e difficile era il provar
le accuse, siccome avviene in somiglianti casi. Tiberio, che ben sapea
le mormorazioni del popolo, quasi che fosse passata buona intelligenza
tra lui e Pisone, per levar di vita Germanico, da uomo disinvolto si
regolava in questa pendenza, mostrando sempre un vivo affanno per la
perdita del figliuolo adottivo, e di voler buona giustizia; ma nello
stesso tempo di non volere, che sopercheria si facesse all'accusato.
Creduto fu che segretamente a Pisone fosse fatto animo e sicurezza di
protezion da Sejano, e che per questo egli si astenesse dal produrre
gli ordini a lui dati da Tiberio. Ma se non si provava il reato
suddetto, si faceano ben constare altri reati di sedizione, d'ingiurie
fatte e dette a Germanico: cosa che mise in fiera apprension Pisone, e
tanto più perchè il popolazzo vicino la curia gridava contra di lui,
minacciando di menar le mani, qualora egli la scappasse netta dal
giudizio de' senatori. Perciò vinto dall'affanno, tenendosi tradito,
da sè stesso si diede la morte, liberando in tal guisa Tiberio da un
bel molesto pensiero. Plancina sua moglie, che era tutta di Livia
Augusta, per le raccomandazioni di lei seguitò a vivere in pace. Al di
lei figliuolo Marco Pisone fu conceduto un capitale di cento
venticinquemila filippi; il rimanente confiscato, ed egli mandato in
esilio. Risvegliossi intanto di nuovo in Africa la guerra, essendo
risorto più di prima vigoroso Tacfarinate. Per aver egli messa in fuga
una coorte di Romani, sì fatta collera montò a Lucio Apronio
proconsole allora in quelle contrade, che infierì contra de'
fuggitivi. Ciò fu cagione, che cinquecento soli de' suoi veterani sì
valorosamente combatterono dipoi contro l'armata di Tacfarinate, che
la misero in rotta. Giunto era all'età capace di matrimonio _Nerone_,
figliuolo primogenito del defunto Germanico[104]. Tiberio a lui diede
in moglie _Giulia_ figliuola di _Druso_ suo figlio: cosa che recò non
poca allegrezza al popolo romano. Per lo contrario si mormorò non
poco, perchè Tiberio avesse fatto contrarre gli sponsali ad una
figliuola del suo favorito Elio Sejano con _Druso_ figliuolo di
_Claudio_, cioè di un fratello di Germanico, di Claudio, dico, il qual
poi fu imperadore. A tutti parve avvilita con questo atto la nobiltà
della famiglia principesca; perchè era bensì nato Sejano di padre
aggregato all'ordine de' cavalieri, ma niuna proporzione si trovava
fra lui e Druso, discendente non meno dalla casa d'Augusto, che da
quella di Livia. Maggiormente ciò dispiacque per la apparenza che
Sejano, comunemente odiato pel predominio suo nel cuor di Tiberio,
potesse aspirare a voli più alti, cioè all'imperio. Ma non si
effettuarono poi queste meditate nozze, perchè il giovinetto _Druso_
mentre da lì a pochi giorni era in Campania, avendo gittato in aria
per giuoco un pero[105], e presolo a bocca aperta nel cadere, ne
rimase soffocato, non sussistendo, come dice Svetonio, ch'egli morisse
per frode di Sejano.

NOTE:

[102] Tacitus, lib. 3, cap. 1.

[103] Ibidem, c. 9.

[104] Sueton., in Tiber., cap. 29.

[105] Sueton., in Claudio, cap 27.



    Anno di CRISTO XXI. Indizione IX.

    TIBERIO imperadore 8.

_Consoli_

CLAUDIO TIBERIO NERONE AUGUSTO per la quarta volta e DRUSO CESARE suo
figliuolo per la seconda.


Ci assicura Svetonio[106], che Tiberio, il quale avea preso il
consolato per far onor al figliuolo, da lì a tre mesi lo rinunziò,
senza sapersi finora se alcuno subentrasse console in luogo suo. Niuno
probabilmente, scrivendo Dione[107], che Tiberio, _finito il suo
Consolato_, ritornò a Roma nè egli vi ritornò, se non alla fine
dell'anno. In fatti venuta la primavera dell'anno presente, trovandosi
esso Tiberio, o pure fingendo d'essere con qualche incomodo di sanità,
volle mutar aria, e se n'andò a Campania. Chi credette ciò fatto per
lasciar al figliuolo tutto l'onore del consolato, ed altri, perchè gli
cominciasse a rincrescere il soggiorno di Roma, essendogli
specialmente molesta l'ambizione di Livia Augusta sua madre, che
faceva di mani e di piedi per comandare anch'ella, e per dividere il
governo con lui: cosa ch'egli non sapea sofferire. Parve perciò che
fin d'allora egli meditasse di volontariamente esiliarsi da Roma,
siccome vedremo che succedette dipoi. Turbata fu anche nell'anno
presente l'Africa da Tacfarinate[108]; laonde si vide spedito colà
Giunio Bleso, zio materno di Sejano, per regolar quegli affari. Tentò
in questo anno Severo Cecina nel Senato di far rinnovar l'antica
disciplina de' Romani, che non permetteva ai governatori delle
provincie di condur seco le loro mogli. Ma Druso console e la maggior
parte de' senatori furono di contrario sentimento. Pericoloso era
troppo allora il lasciar le dame romane lungi dai mariti, e in loro
balìa: tanta era la corruttela de' costumi. Fu anche proposto di
rimediare all'abuso introdotto e troppo cresciuto, che chiunque de'
malfattori e degli schiavi fuggitivi si ricoverava alle immagini o
statue degl'imperadori, era in salvo. Da tanti asili proveniva la
moltiplicità de' misfatti, e l'impunità de' delinquenti. Druso
cominciò a far provare ad alcuni nobili rifuggiti colà il gastigo
meritato dai lor delitti, e ciò con plauso universale. Nella Tracia si
sollevarono alcuni di que' popoli, ed impresero anche l'assedio di
Filippopoli. Convenne inviare colà a reprimerli Publio Vellejo, forse
il medesimo che ci lasciò un pezzo di storia scritta con leggiadria,
ed insieme con penna adulatrice. Poca fatica occorse a dissipar quella
gentaglia. Neppure andò in quest'anno esente da ribellioni la Gallia.
Giulio Floro in Treveri, Giulio Sacroviro negli Edui, furono i primari
a commovere la sedizione in varie città, malcontente de' Romani, a
cagion della gravezza de' tributi e dei debiti fatti per pagarli.
Restò in breve talmente incalzato Floro da Visellio Varrone e da Cajo
Silio legati, o, vogliam dire, tenenti generali de' Romani, che con
darsi la morte diede anche fine alla guerra in quelle parti. Più da
far s'ebbe a domar Sacroviro, che, occupata la città d'Autun, capitale
degli Edui, menava in campo circa quarantamila persone armate.
Nulladimeno una battaglia datagli da Silio, con fortunato successo,
ridusse ancor lui ad abbreviarsi di sua mano la vita. Fu in quest'anno
chiamato in giudizio Cajo Lutorio Prisco cavalier romano, e celebre
poeta di questi tempi, il quale avea composto un lodatissimo poema in
morte di Germanico, per cui fu superbamente regalato. Avvenne che
anche Druso Cesare caduto infermo fece dubitar di sua vita; laonde
egli preparò un altro poema sopra la morte di lui. Guarì Druso; ma
Prisco, mosso dalla vanagloria, non volendo perdere il plauso
dell'insigne sua fatica, lesse quel poema in una conversazione di dame
romane. Questo bastò al senato per fargliene un delitto, e delitto che
fu immediatamente punito colla morte di lui: a tanta viltà
d'adulazione e di schiavitù oramai era giunto quell'augusto
consesso[109]. S'ebbe a male Tiberio, non già perchè l'avessero
condannato a morte, ma perchè aveano eseguita la sentenza, senza
ch'egli ne fosse informato. E però fu fatta una legge che da lì
innanzi non si potesse pubblicar nè eseguire sentenza di morte data
dal senato, se non dieci giorni dappoi, acciocchè se l'imperadore
fosse assente dalla città, potesse averne notizia. Teodosio il Grande,
augusto, prolungò poi questo termine sino a trenta giorni per li
condannati dall'imperadore, e verisimilmente ancora per le sentenze
del senato.

NOTE:

[106] Sueton., in Tib., cap. 26.

[107] Dio, lib. 57.

[108] Tacit., lib. 3, cap. 35.

[109] Dio, lib. 57. Tacitus, lib. 3, cap. 50.



    Anno di CRISTO XXII. Indizione X.

    TIBERIO imperadore 9.

_Consoli_

QUINTO HATERIO AGRIPPA e CAJO SULPICIO GALBA.


Questo Galba console, non so dire se padre o pur fratello fosse di
Galba, che fu poi imperadore, asserendo Svetonio[110] essere stato
console il padre d'esso Augusto, e poi soggiugnendo che Cajo fratello
d'esso imperadore, per non aver potuto conseguire il proconsolato da
Tiberio, si uccise da sè stesso nell'anno 36 dell'Era nostra. Ai
suddetti consoli nelle calende di luglio furono sostituiti _Marco
Coccejo Nerva_, creduto avolo di Nerva, poscia imperadore, e _Cajo
Vibio Ruffino_. Era cresciuto in eccesso[111] il lusso delle nozze,
ne' conviti, e per altri capi nella città di Roma, senza far più caso
delle leggi e prammatiche pubblicate da Augusto, e prima d'Augusto: il
che s'era tirato dietro l'aumento dei prezzi delle robe e dei viveri.
Fu proposto in senato di rimediare al disordine col moderar le spese.
Ma una lettera di Tiberio, che ne accennava le difficoltà, distrusse
tutta la buona intenzion degli edili. Tacito nota, che si continuò in
sì fatto scialacquamento fino ai tempi di Vespasiano imperadore, sotto
cui cominciarono i Romani a darsi alla parsimonia, non già per qualche
legge o comandamento del principe, ma perchè così facea lo stesso
Augusto: tanto può a regolare e sregolare i costumi l'esempio de'
regnanti. In quest'anno ancora Tiberio scrisse al senato, chiedendo la
podestà tribunizia per _Druso Cesare_ suo figliuolo, affine di
costituirlo in tal maniera compagno suo nell'autorità e metterlo in
istato d'essere suo successore nell'imperio. Fu prontamente ubbidito,
e con giunte di novità all'onore: al che nondimeno Tiberio non
consentì. Veggonsi medaglie[112] di _Druso_, nelle quali è espressa
questa podestà. Motivo di lungo e tedioso esame diedero dipoi al
senato gli asili delle città greche, tanto in Europa che in Asia. Ogni
tempio era divenuto un sicuro rifugio d'impunità ad ogni schiavo
fuggitivo, ad ogni debitore e a chiunque era in sospetto di delitti
capitali. Furono citate quelle città a produrre i loro privilegii. Si
trovò per la maggior parte insussistente in esse il diritto
dell'asilo; e però fu moderato quell'eccesso. Infermatasi intanto
gravemente Livia Augusta, conobbe Tiberio suo figliuolo la necessità
di tornarsene per visitarla. Gareggiarono a più non posso i senatori,
per inventar cadauno pubbliche dimostrazioni del loro affanno per vita
sì cara e della comun premura per la di lei salute; studiandosi di
placare gl'insensati loro dii. Andò tanto innanzi la vilissima loro
adulazione, che stomacò lo stesso Tiberio in guisa ch'ebbe a dire più
volte in uscir dalla curia: _Oh che gente inclinata alla servitù!_ Nè
a lui piaceano tanti sfoggi di una stima verso la sua madre, siccome
maggiore incentivo alla di lei natìa superbia e voglia di dominare.
Continuavano tuttavia le turbolenze dell'Africa. Tacfarinate ribello
era giunto a tale alterigia, che, spediti suoi ambasciadori a Tiberio,
gli avea chiesto per sè e per l'esercito suo un determinato paese da
signoreggiare: minacciando, non esaudito, una fierissima guerra. Per
questa ardita dimanda fumò di collera Tiberio, e mandò ordine a Bleso
proconsole di tirar colle buone all'ubbidienza i sollevati, per far
poscia prigione, se mai poteva, quel temerario. Grande sforzo fece per
tale incitamento Bleso, e prese un di lui fratello, ma non fu già egli
stesso. Di poco rilievo furono le sue imprese; contuttociò Tiberio,
perchè egli era zio materno del favorito Sejano, gli fece accordare
gli ornamenti trionfali. Morì in quest'anno Asinio Salonino, figliuolo
d'Asinio Gallo e di Vipsania, ripudiata già da Tiberio Augusto, e però
fratello uterino di Druso Cesare.

NOTE:

[110] Sueton., in Galba, cap. 3.

[111] Tacitus, lib. 3, cap. 55.

[112] Mediobarb., in Num. Imperator.



    Anno di CRISTO XXIII. Indizione XI.

    TIBERIO imperadore 10.

_Consoli_

CAJO ASINIO POLLIONE e LUCIO ANTISTIO VETERE o sia VECCHIO.


Benchè gli autori de' fasti consolari comunemente dieno ad _Antistio
Vetere_ il prenome di _Cajo_, pure _Lucio_ vien da me nominato sul
fondamento d'una iscrizione della mia Raccolta[113], posta Q. IVNIO
BLASEO, L. ANTISTIO VETERE; dalla quale eziandio si può raccogliere
che nelle calende di luglio ad Asinio Pollione fu sostituito _Quinto
Giunio Bleso_, già da noi veduto governatore dell'Africa.
Probabilmente _Asinio Pollione_, fratello fu del poco fa defunto
Asinio Salonino. Mancò di vita sui primi mesi dell'anno presente, dopo
lunga malattia _Druso Cesare_[114], unico figliuolo di Tiberio
Augusto, giovane destinato a succedergli nell'imperio. Voce pubblica
fu che un lento veleno, fattogli dare da Elio Sejano, il conducesse a
morte. Tacito e Dione[115] danno questo fatto per certo. Druso,
giovane facilmente portato alla collera, non potendo digerir l'eccesso
del favore di cui godea Sejano presso il padre, un dì venne alle mani
con lui, e gli diede uno schiaffo, come vuol Tacito, parendo poco
verisimile che il percussore fosse lo stesso Sejano, come s'ha da
Dione. Questo affronto, ma più la segreta sete di Sejano di arrivare
all'imperio, a cui troppo ostava l'esser vivente Druso, gli fece
studiar le vie di levarlo dal mondo. Cominciò la tela, con adescar
_Giulia Livilla_, sorella del fu Germanico Cesare e moglie d'esso
Druso, traendola alle sue disoneste voglie. Dopo di che non gli riuscì
difficile colle promesse del matrimonio e dell'imperio a farla
precipitare in una congiura contro la vita del marito. Scelto Liddo,
uno degli eunuchi suoi più cari, un tal veleno gli diede che potesse
parer naturale la di lui malattia. Non si conobbe allora l'iniquo
manipolator di questo fatto; ma da lì ad otto anni nella caduta di
Sejano, ciò venne alla luce per confessione di Apicata sua moglie. Con
tal costanza nondimeno portò Tiberio la perdita del figliuolo, che i
maligni giunsero fino a sospettare lui stesso complice o autore del
veleno, quasichè Druso avesse prima pensato di avvelenare il padre.
Neppur Tacito, benchè inclinasse ad annerir tutte le azioni di
Tiberio, osò prestar fede a così inverisimil diceria. Del resto non
erano tali i costumi e le inclinazioni di Druso, che i Romani
internamente si affliggessero della di lui morte. Lasciò egli tre
figliuoli di tenera età, ma che l'un dietro all'altro furono rapiti
dalla morte, di modo che la succession dell'imperio cominciò a
destinarsi ai figliuoli di _Germanico_. In abbondanza furono fatti
onori alla memoria di Druso; ma Tiberio non ammise chi gareggiava per
passar seco atti di condoglianza, affinchè non gli si rinnovassero le
piaghe del dolore. E perchè da lì a non molto tempo gli ambasciadori
d'Ilio, o sia di Troja, venuti a Roma[116], gli spiegarono il lor
dispiacere a cagion della perdita del figliuolo, per deriderli
rispose: «Che anch'egli si condoleva con loro per la morte d'Ettore,»
ucciso mille e dugento anni prima.

Buone qualità avea Tiberio mostrato in addietro, e competente governo
avea fatto[117]. Già dicemmo che tolto di vita Germanico, cominciò
egli a declinar al male. Peggiorò anche dopo la morte di Druso.
Nondimeno a renderlo più cattivo contribuì non poco l'ambizioso e
perverso Sejano, le cui mire tendevano tutte a regnar solo col tempo.
Perchè gliene avrebbono impedito l'acquisto i figliuoli di Germanico,
nipoti per adozione di Tiberio, e raccomandati in quest'anno dallo
stesso Tiberio al senato, nè poteva Sejano sbrigarsi di loro col
veleno per la buona cura che avea di essi, e della propria pudicizia
Agrippina lor madre: si diede a fomentar ed accrescere l'odio di
Tiberio contro d'essi, e il mal animo di Livia Augusta contro
d'Agrippina. Chiunque ancora de' nobili sembrava a lui capace
d'interrompere i voli della sua fortuna, cominciò egli sotto vari
pretesti, e massimamente di aver essi sparlato di Tiberio, a
perseguitarli con accuse che in questi tempi ad alcuni, e col
progresso del tempo a moltissimi costarono la vita[118]. Succedeva
talvolta che gl'istrioni, o vogliam dire i commedianti, eccedevano
nell'oscenità, e tagliavano i panni addosso a determinate donne
romane, o pure porgevano occasioni a risse. Tiberio li cacciò di Roma,
e vietò l'arte loro in Italia. Alle persone di merito dopo morte erano
state alzate alcune statue da esso Tiberio. Videsi nel presente anno
questa deformità, cioè, ch'egli mise la statua di bronzo di Sejano nel
pubblico teatro. L'esempio del principe servì ad altri, per esporne
molte altre simili. E conoscendo già ognuno che costui era la ruota
maestra della fortuna e degli affari, risonavano dappertutto le sue
lodi ed anche nello stesso senato; piena sempre di nobili l'anticamera
di lui; i consoli stessi frequenti visite gli faceano; nulla in fine
si otteneva, se non passava per le mani di lui. Una bestialità di
Tiberio vien raccontata sotto quest'anno. Un insigne portico di Roma
minacciava rovina, essendosi molto inchinate le colonne che lo
sostenevano[119]. Seppe un bravo architetto con argani ed altri
ingegni ritornarlo al suo primiero sito. Maravigliatosene molto
Tiberio, il fece bensì pagare, ma il cacciò anche fuori di Roma.
Tornato un dì costui per supplicarlo di grazia, credendo di farsi del
merito, gittò un vaso di vetro in terra; poi raccoltolo fece vedere
che possedeva il secreto di racconciarlo. Gli fece Tiberio levar la
vita, senza sapersi il vero motivo di così pazza e crudele sentenza.
Scrive Plinio[120] lo stesso più chiaramente, dicendo che quel vetro
era molle e pieghevole, come lo stagno, con aggiugnere nulladimeno,
essere stata questa una voce di molti, ma poco creduta dai saggi.

NOTE:

[113] Thesaurus Novus Inscript., pag. 301, n. 4.

[114] Tacitus, lib. 4, c. 8.

[115] Dio, lib. 58.

[116] Sueton., in Tiber., cap. 52.

[117] Dio, lib. 57.

[118] Tacitus, lib. 4, cap. 14.

[119] Dio, lib. 57.

[120] Plinius, lib. 36, cap. 26.



    Anno di CRISTO XXIV. Indizione XII.

    TIBERIO imperadore 11.

_Consoli_

SERVIO CORNELIO CETEGO e LUCIO VISELIO VARRONE.


Ancorchè Tiberio non chiedesse al senato la confermazione della sua
suprema autorità[121], finito il decennio di essa, come usò Augusto,
perchè egli non l'avea dianzi ricevuta per un determinato tempo: pure
si solennizzarono i decennali del suo imperio con varii giuochi
pubblici e feste. E perciocchè[122] i pontefici e sacerdoti aveano
fatto dei voti per la conservazione della vita di Tiberio, unendo
anche con lui _Nerone_ e _Druso_, cioè i due maggiori figliuoli del
defunto _Germanico_, se l'ebbe a male il geloso Tiberio. Volle sapere,
se così avessero fatto per preghiere o per minacce d'Agrippina lor
madre; ed inteso che no, li rimandò, non senza qualche riprensione.
Poscia nel senato si lasciò meglio intendere, con dire che non si avea
con prematuri onori da eccitare od accrescere la superbia de' giovani
per lo più sconsigliati. Sejano anch'egli non lasciava di fargli
paura, ripetendo essere già divisa Roma in fazioni; una d'esse portare
il nome di Agrippina; e doversi perciò prevenire maggiori disordini.
Dato fu quest'anno fine alla guerra, già mossa da Tacfarinate in
Africa. Era proconsole di quelle provincie Publio Dolabella, e
tuttochè fosse stata richiamata in Italia la legione nona che era in
quelle parti, pure raccolti quanti soldati romani potè, all'improvviso
assalì i Numidi, mentre sotto il comando di esso Tacfarinate stavano
raccolti sotto un castello mezzo smantellato. Fatta fu strage di loro,
e fra gli uccisi vi restò il medesimo Tacfarinate, per la cui morte
ritornò la quiete fra que' popoli. Fu in quella azione aiutato
Dolabella da Tolomeo figliuolo di Giuba, re della Mauritania. Erano
dovuti al vincitore proconsole gli onori trionfali, ed egli ne fece
istanza; ma non gli ottenne, perchè a Sejano non piacque di vederlo
uguagliato nella lode a Bleso suo zio, predecessore di Dolabella nel
governo che pure avea ricevuto quel premio, con aver operato tanto
meno. A _Tolomeo_ re fu inviato da Tiberio in dono uno scettro
d'avorio, e una veste ricamata in segno del gradimento dello aiuto
prestato. Perseguitò Tiberio in quest'anno alcuni de' nobili, non
d'altro delitto rei che d'aver mostrato il loro amore a Germanico e a'
suoi figliuoli; e ad alcuni per questo gran misfatto, tolta fu la
vita, crescendo ogni dì più la crudeltà del principe, e per
conseguente il comune odio contro di lui. Abbondavano allora le spie;
orecchio si dava a tutti gli accusatori, e niuno era sicuro. Nelle
contrade di Brindisi un Tito Cortisio, soldato pretoriano ne' tempi
addietro, mosse a sedizione i servi o, vogliam dire, gli schiavi di
quelle parti; e vi fu paura d'una guerra servile. Ma per la
sollecitudine di Tiberio e di Curzio Lupo questore, che con un corpo
di armati volò contro di loro, restò in breve estinto il nascente
incendio. Hanno osservato gli eruditi[123] che nell'anno presente
avendo Valerio Grato dato fine al suo governo della Giudea, Tiberio
spedì colà per procuratore e governatore _Ponzio Pilato_, di cui è
fatta menzione nel Vangelo.

NOTE:

[121] Dio, lib. 57.

[122] Tacitus, lib. 4, cap. 16.

[123] Noris, Cenotaph. Pisan., Dissert. 2, cap. 16. Blanch., in
Anastas. Schelestratus et alii.



    Anno di CRISTO XXV. Indizione XIII.

    TIBERIO imperadore 12.

_Consoli_

MARCO ASINIO AGRIPPA e COSSO CORNELIO LENTOLO.


Vien creduto che _Cosso_ sia un prenome particolare della casa de'
Cornelii Lentoli. Nuovo esempio dell'infelicità dei Romani, regnando
il crudele Tiberio e il prepotente Sejano, si vide nel presente
anno[124]. Cremuzio Cordo, uno de' migliori ingegni de' Romani
d'allora, avea composta[125] una storia delle guerre civili di Cesare
e Pompeo, conducendola anche ai tempi d'Augusto. Lo stesso Augusto
l'avea letta, e, siccome principe saggio e discreto, non se n'era
punto formalizzato. Ma avendo Cremuzio dipoi, forse con qualche
parola, disgustato Sejano, si trovarono in quella storia dei delitti
gravissimi. Egli avea lodato Bruto e Cassio uccisori di Cesare, e
chiamato lo stesso Cassio _l'ultimo dei Romani_. Male non avea detto
di Giulio Cesare, nè di Augusto, ma neppure stato era prodigo di lodi
verso di loro. Fu accusato per questo nel senato, e Tiberio con occhio
arcigno gli diede assai a conoscere d'essere indispettito contro di
lui. Si difese egli coll'esempio di Tito Livio e d'altri scrittori e
storici precedenti; ma tornato a casa, ed increscendogli di vivere
sotto un sì tirannico governo, si lasciò morir di fame. Sentenziati
furono al fuoco i di lui scritti; contuttociò avendone Marcia sua
figliuola conservata una copia, vennero dopo la morte di Tiberio alla
luce, accolti allora con ansietà maggiore dal pubblico appunto per la
persecuzione sofferta dall'autor d'essi, ma a noi poscia rubati dalla
voracità de' tempi. Osserva Tacito la mellonaggine di que' potenti,
che mal operando non vorrebbono che la memoria de' lor perversi fatti
passasse ai posteri; e tutto fanno per abolirla. Ma Iddio permette
ch'ella vi passi per castigare anche nel nostro mondo chi s'è abusato
della potenza in danno de' popoli. Ai Ciziceni in quest'anno levato fu
il privilegio di regolarsi colle proprie leggi e co' propri
magistrati; e ciò perchè non avevano per anche terminato un tempio
eretto ad Augusto ed avevano imprigionati alcuni cittadini romani. Le
città di Spagna in questi tempi, inclinate anch'esse all'adulazione,
inviarono ambasciatori a Tiberio, pregandolo di permettere che
innalzassero dei templi a lui e a Livia Augusta sua madre, siccome
egli avea conceduto alle città dell'Asia. Tacito mette le più belle
sentenze in bocca di Tiberio[126], con riferire il ragionamento di lui
fatto nel senato per cui nol volle loro permettere, riconoscendo sè
stesso per uno de' mortali, e bastando a lui di avere un tempio nel
cuore de' senatori per l'amore e la stima che sperava da essi. Salì
poi tanto alto l'ambizion di Sejano, che nel presente anno arditamente
supplicò per ottenere in moglie _Giulia Livilla_, vedova del fu _Cajo
Cesare_, figliuolo adottivo di Augusto, e poi del defunto _Druso
Cesare_, e nuora del medesimo Tiberio. Quantunque fosse eccessivo il
favore di Tiberio verso di lui, pure non si lasciò indurre l'astuto
principe ad accordargli tal grazia: il che sconcertò forte le misure
di Sejano, e lo rendè malcontento della propria per altro smoderata
fortuna. Tuttavia mise in ordine altre macchine, siccome vedremo
nell'anno seguente. Credono alcuni letterati[127], che in quest'anno
corresse l'_anno XV dell'impero di Tiberio_, enunziato da san Luca, in
cui san Giovanni Batista diede principio alle sue prediche. Prendesi
tal anno dal fine d'agosto dell'anno undecimo dell'Era cristiana, in
cui Tiberio colla podestà tribunizia fu costituito suo collega
nell'imperio d'Augusto.

NOTE:

[124] Tacitus, lib. 4, cap. 34.

[125] Dio, lib. 57.

[126] Tacitus, loc. cit.

[127] Pagius, in Critic. Baron., Stampa et alii.



    Anno di CRISTO XXVI. Indizione XIV.

    TIBERIO imperadore 13.

_Consoli_

CAJO CALVISIO SABINO e GNEO CORNELIO LENTOLO GETULICO.


Ebbero questi consoli nelle calende di luglio per successori nella
dignità _Quinto Marcio Barea_ e _Tito Rustio Nummio Gallo_. V'ha chi
crede non doversi attribuire il nome di _Cornelio_ a _Lentolo
Getulico_. Ma certamente i Lentoli soleano essere della famiglia
_Cornelia_, come si può vedere nei Trattati dell'Orsino e Patino, e di
Antonio Agostino. S'erano messi in armi[128] alcuni popoli della
Tracia, perchè non voleano sofferir che si facesse dai Romani leva di
soldati nei lor paesi; negavano anche ubbidienza a _Remetalce_ re
loro. A Poppeo Sabino fu data l'incombenza di marciar contro di loro
con quelle forze che potè raccogliere; e questi sì fattamente gli
strinse, che per la fame e più per la sete, parte rimasero uccisi, e
il rimanente se n'andò disperso. Per tal vittoria accordati furono a
Sabino gli onori trionfali. Crebbero in questo anno le amarezze fra
Tiberio ed Agrippina, vedova di Germanico, perchè fu condannata
Claudia Pulcra, o sia Bella, cugina di lei. Parlò alto Agrippina a
Tiberio, il pregò ancora di darle marito; ma egli, che temeva
competenza nel governo, la lasciò senza risposta. Fu poi gran lite in
Roma fra gli ambasciadori delle città dell'Asia, gareggiando cadauna
per aver l'onore di alzare un tempio ad Augusto. La decision del
senato cadde in favore della città di Smirna. Ritirossi nell'anno
presente Tiberio nella Campania, col pretesto di andare a dedicare un
tempio a Giove in Capoa, e un altro in Nola ad Augusto, morto in
quella città. Suo pensiero era di non ritornar più a Roma, e così fu
in fatti. Si misero tutti allora a scandagliare i motivi di questa
ritirata. Chi pensò ciò avvenuto per arte e suggestione di Sejano, che
voleva restar solo alla testa degli affari in Roma, e seppe così ben
dipingere gl'incomodi, a' quali era sottoposto il principe per tante
visite, suppliche e giudizii, che l'indusse a cercar la quiete nella
solitudine. Furono altri di parere, ch'egli se ne andasse, per non
poter più sofferire l'ambizion di Livia sua madre, giacchè ella
credeva a sè competente il far da padrona al pari di lui: cosa ch'egli
non sapea digerire, ma neppure assolutamente vietare, considerando la
signoria sua un dono di lei. Credettero finalmente altri, che si
movesse Tiberio a tal risoluzione solamente per impulso proprio
originato dall'infame sua libidine, in cui da gran tempo ero immerso,
e continuava più che mai il sozzo vecchio, ma con istudiarsi di
soddisfarla in segreto al che era più proprio un luogo ritirato. Si
aggiungeva l'esser egli d'alta, ma gracile statura, col capo calvo e
colla faccia sparsa d'ulcere, e coperta per lo più da empiastri. Hanno
perciò creduto alcuni, che ciò fosse un frutto della sua sordida
impudicizia, e che il morbo gallico somministrasse ancora in que'
tempi un castigo, benchè raro, ai perduti dietro alle femmine
prostitute. Vergognandosi egli di comparire in pubblico con sì deforme
figura, parve ad alcuni di trovare in lui bastante motivo di fuggire
dal consorzio degli uomini. In fatti anche dopo la morte della madre e
di Sejano, si tenne egli lontano da Roma, benchè talvolta andasse
burlando la gente credula, con ispargere voce del suo imminente
ritorno. Pochi cortigiani volle seco Tiberio. Fra essi furono Sejano e
Coccejo Nerva, personaggio pratico della giurisprudenza e
probabilmente avolo di Nerva, che fu dipoi imperadore. Ad assaissimi
lunari e ciarle senza fine dei Romani diede motivo la risoluzion presa
da Tiberio, nè queste furono a lui ignote. Con levar la vita ad
alcuni, forse anche innocenti, egli insegnò agli altri ad esaminare e
censurar con più riguardo le azioni de' tiranni.

NOTE:

[128] Tacitus, lib. 6, cap. 46.



    Anno di CRISTO XXVII. Indizione XV.

    TIBERIO imperadore 14.

_Consoli_

MARCO LICINIO CRASSO e LUCIO CALPURNIO PISONE.


Il primo di questi consoli in due iscrizioni riferite dal
Reinesio[129], vien chiamato MARCVS CRASSVS FRVGI. Queste iscrizioni,
senz'avvedermi ch'erano già pubblicate, le ho inserite ancor io nella
mia raccolta; e sono ben più da attendere, che la rapportata dallo
Sponio, per conoscere il vero cognome d'esso console. Andò in
quest'anno Tiberio Augusto a fissar la sua abitazione nell'amena isola
di Capri, otto miglia distante da Surrento, tre dalla terra ferma,
sprovveduta di porto, e solo accessibile a piccole barche, dove
ritirato, con suo comodo continuò a sfogare la infame sua lussuria.
Non si sa quante guardie egli menasse seco. Molto strano era
nondimeno, che un imperadore soggiornasse in sì piccolo sito per dieci
anni senza aver paura de' corsari, o di chi gli volesse male.
Fors'egli si assicurò sulla difficoltà di approdare colà per cagion
degli scogli. Pochi giorni dopo il suo arrivo un pescatore per mezzo
di essi scogli penetrò nell'isola[130], e gli presentò un bel mullo o
triglia, pesce allora stimatissimo. Perchè s'ebbe non poco a male
Tiberio, che costui per quella difficile via fosse entrato, fece
fregargli e lacerargli il volto col medesimo pesce; e buon per lui che
non gli accadde di peggio. Sejano intanto non tralasciava diligenza
alcuna per accendere sempre più la diffidenza e l'odio di Tiberio
contro di _Agrippina_, vedova di Germanico, e contro di _Nerone_
primogenito d'essa, non quello che fu poi imperadore. Secondo le
apparenze dovea questo giovane principe, siccome nipote per adozione
di Tiberio, succedere a lui nell'imperio. Sejano, che v'aspirava
anch'egli il tenea forte di vista; segretamente ancora inviava
persone, che sotto specie d'amicizia il gonfiavano, esortandolo a
mostrar più spirito; tale esser il desiderio del popolo romano; tale
quel degli eserciti. All'incauto giovane scappavano talvolta parole,
che meglio sarebbe stato il tenerle fra i denti. Tutto era riferito a
Sejano, e tutto passava, forse anche con delle giunte, alle orecchie
di Tiberio, con aggiungere sospetti a sospetti. Però nell'anno
presente furono messi soldati alla guardia del palazzo d'Agrippina,
affin di risapere chi v'andava e che vi si parlava: tutti segni
funesti di maggiore strepito e della futura ruina. Accadde in
quest'anno un caso quasi incredibile e sommamente lamentevole, che ha
pochi pari nella storia[131]. In Fidene, città lontana da Roma cinque
sole miglia, cadde in pensiero ad un uomo di bassa sfera, e neppur
ricchissimo, per nome Atilio, di schiatta libertina, di fabbricare un
anfiteatro di legno di gran mole, per dar al popolo lo spettacolo de'
gladiatori. Siccome non v'era divertimento, di cui fossero sì ghiotti
i Romani, come di questo; venuto quel dì, a folla vi corse da Roma la
gente, uomini e donne d'ogni età. Ma quella macchina era mancante di
buoni fondamenti, e peggio legata; però ecco sul più bello dell'azione
precipitar tutto l'anfiteatro. Vi restarono soffocate o per la caduta
sfracellate ventimila persone e trenta altre mila ferite in varie
guise, con braccia e gambe rotte e simili altri mali, con urli e grida
che andavano al cielo. Fu almeno considerabile la carità de' cittadini
romani, che nelle loro case accolsero tutti que' miseri,
somministrando loro vitto, medici e medicamenti, con isvegliarsi
l'antico lodevol costume degli antichi, i quali così trattavano dopo
le battaglie i soldati feriti. La pena data ad Atilio per la somma sua
balordaggine, fu l'esilio; ed uscì un editto, che da lì innanzi non
potesse dare il giuoco de' gladiatori, se non chi possedeva
quattrocentomila sesterzi di valsente, e che fosse approvato
l'anfiteatro da intendenti architetti. A questa disavventura tenne
dietro in Roma un grave incendio, che consumò tutte le case poste nel
monte Celio. Tiberio all'avviso di un tal danno spontaneamente si
mosse alla liberalità, inviando gran soccorso di danaro a chi avea
patito: il che gli fece assai onore, e ne fu anche ringraziato dal
senato.

NOTE:

[129] Reinesius, Inscription. Class. VII, n. 10, 18.

[130] Sueton., in Tiber., cap. 60.

[131] Tacitus, lib. 2 Annal., c. 62. Sueton., in Tiber., c. 40.



    Anno di CRISTO XXVIII. Indizione I.

    TIBERIO imperadore 15.

_Consoli_

APPIO GIULIO SILANO e SILIO NERVA.


Gran romore e compassione cagionò in quest'anno in Roma la caduta di
Tizio Sabino, illustre cavaliere romano[132]. Era egli de' più
affezionati alla famiglia di Germanico, praticava in casa d'Agrippina,
l'accompagnava in pubblico. Sejano gli tese le reti. Latinio Laziare,
d'ordine suo, s'insinuò nella di lui amicizia cominciando con
amichevoli ragionamenti intorno alle afflizioni di Agrippina, e del
mal trattamento a lei fatto e a' suoi figliuoli da Tiberio: del che
andava mostrando gran compassione. Non potè Sabino ritenere le
lagrime, e sdrucciolò in lamenti contro la crudeltà e superbia di
Sejano, non la perdonando neppure a Tiberio. Con tali ragionamenti si
strinse fra loro una stretta confidenza. In un giorno determinato
Laziare trasse in sua casa il mal accorto Sabino, per avvertirlo di
disgrazie che soprastavano ai figliuoli di Germanico. Stavano ascosi
nella camera vicina tre detestabili senatori per udir tutto, ed
udirono in fatti Sabino sparlar di Tiberio e di Sejano. L'accusa tosto
andò al senato, ed egli imprigionato, fu nel primo dì solenne
dell'anno condotto al supplicio con terrore di ognuno che seppe la
frode usata. Ebbe da lì innanzi ognuno sommo riguardo nel parlare del
governo, nè pur attentandosi d'ascoltare, nè fidandosi d'amici, e
sospettando fin delle stesse mura. Gittato il corpo di Sabino nel
Tevere, un suo cane, che lo avea seguitato alla prigione, e s'era
trovato alla sua morte, andò anch'esso a precipitarsi e a morire nel
fiume: del che altri esempi si son più volte veduti. Plinio anch'egli
parla[133] della fedeltà di questo cane, ma con pretendere che fosse
di un liberto di Sabino, condannato con lui alla morte. Mancò di vita
in quest'anno _Giulia_ figliuola di _Giulia_, e nipote d'Augusto, la
quale non men della madre convinta già d'adulterio, e relegata in
un'isola da esso imperadore, e sostenuta ivi da Livia Augusta, per
venti anni, avea fatto penitenza de' suoi falli. Ribellaronsi in
questi tempi i popoli della Frisia, per non poter sofferire i tributi
loro imposti, leggeri sul principio, e poscia accresciuti
dagl'insaziabili ministri colà inviati. Contra di loro marciò Lucio
Apronio vicepretore della Germania inferiore con un buon corpo di
armati; ma volendo perseguitarli per quel paese inondato dall'acque e
pieno di fosse, vi lasciò morti circa mille e trecento de' suoi in più
incontri, con gloria de' Frisj e vergogna sua. Tiberio, ancorchè
dolente ne ricevesse la nuova, pure per li suoi fini e timori politici
niun generale volle inviare colà. Troppa apprensione gli facea il
mettere in mano altrui il comando di grossa armata. Faceva istanza il
senato, perchè Tiberio e Sejano ritornassero; e in fatti vennero essi
in terra ferma della Campania; e colà si portò non solamente il
senato, ma gran copia della nobiltà e della plebe con ritornarsene poi
quasi tutti malcontenti o dell'alterigia di Sejano, o del non aver
potuto ottenere udienza dal principe. Diede nell'anno presente Tiberio
in moglie a Gneo Domizio Enobarbo _Agrippina_, figliuola di Germanico
e di Agrippina, più volte da noi memorata. Da loro poi nacque Nerone,
mostro fra gl'imperadori. Era già parente della casa d'Augusto questo
Gneo Domizio, avendo avuto per avola sua Ottavia, sorella d'Augusto.
Svetonio[134], parlando di costui, ci assicura ch'egli fu una sentina
di vizii; e però da meravigliarsi non è, se il suo figliuolo, divenuto
imperadore, non volle essere da meno del padre. Diceva lo stesso
Domizio, che da lui e da Agrippina nulla potea prodursi, se non di
cattivo e di pernicioso al pubblico. Convien credere che questa
Agrippina juniore, ben dissomigliante dalla madre, fosse in sinistro
concetto anche in sua gioventù.

NOTE:

[132] Tacitus, lib. 4, c. 68. Dio, lib. 58.

[133] Plinius, lib. 8, c. 40.

[134] Suet., in Neron., c. 5. Dio, in Neron.



    Anno di CRISTO XXIX. Indizione II.

    PIETRO APOSTOLO papa 1.
    TIBERIO imperadore 16.

_Consoli_

LUCIO RUBELLIO GEMINO e CAJO RUFIO GEMINO.


Nelle calende di luglio furono sostituiti altri consoli. Ha creduto
taluno, che fossero _Quinto Pomponio Secondo_, e _Marco Sanquinio
Massimo_. Ma il cardinal Noris[135] con più fondamento mostrò essere
stati _Aulo Plauzio_ e _Lucio Nonio Asprenate_. Certamente egli è da
dubitare, che nell'assegnar i consoli sostituiti, si sieno talvolta
ingannati i fabbricatori de' fasti consolari. Più d'un esempio di ciò
si trova nel Panvinio. Ora sotto questi due consoli _Gemini_ han
tenuto e tengono tuttavia alcuni letterati, che seguisse la Passione
del divin nostro Salvatore: opinione fondatissima, perchè assistita da
una grande antichità, ed approvata da molti de' santi Padri. Se così
è, a noi sia lecito di metter qui l'anno primo del pontificato di san
Pietro Apostolo. Tertulliano[136], autore che fiorì nel secolo
seguente, chiaramente scrisse, che il Signore patì _sub Tiberio
Caesare, Consulibus Rubellio Gemino et Rufio Gemino_. Furono del
medesimo sentimento Lattanzio, Girolamo, Agostino, Severo Sulpizio ed
il Grisostomo. Altri poi han riferito ad alcuno degli anni seguenti un
fatto sì memorabile della santa nostra religione. All'istituto mio non
compete il dirne di più; e massimamente, perchè, con tutti gli sforzi
dell'ingegno e della erudizione, non s'è giunto fin qui, e
verisimilmente mai non si giugnerà a mettere in chiaro una così
tenebrosa quistione. A noi dee bastare la certezza del fatto, poco
importando l'incertezza del tempo. Sino a quest'anno era vissuta
_Livia_, già moglie d'Augusto, e madre di Tiberio[137], appellata
anche Giulia da Tacito e in varie iscrizioni, perchè dal medesimo
Augusto adottata. Morì essa in età assai avanzata, con lasciar dopo di
sè il concetto d'essere stata donna di somma ambizione, e non men
provveduta di sagacità per soddisfarla, con aver saputo, a forza di
carezze e di una allegra ubbidienza in tutto, guadagnarsi il cuore
d'Augusto. Con tali arti condusse al trono il figlio Tiberio, poco
amata, ma nondimeno rispettata da lui, e temuta da Sejano, finchè ella
visse, pochissimo poi compianta da loro in morte. Prima che Tiberio si
ritirasse a Capri[138], era insorto qualche nuvolo fra lui e la madre,
perchè facendo ella replicate istanze al figliuolo di aggregare ai
giudici una persona a lei raccomandata, le rispose Tiberio d'essere
pronto a farlo, purchè nella patente si mettesse, che la madre gli
avea estorta quella grazia. Se ne risentì forte Livia, e piena di
sdegno gli rinfacciò i suoi costumi scortesi ed insoffribili, i quali,
aggiunse, erano stati ben conosciuti da Augusto; e, in così dire, cavò
fuori una lettera conservata fin allora del medesimo Augusto, in cui
si lamentava dell'aspre maniere del di lei figliuolo. Ne restò sì
disgustato Tiberio, che alcuni attribuirono a questo accidente la sua
ritirata da Roma. In fatti nell'ultima di lei malattia neppur si mosse
per farle una visita; e dappoichè la seppe morta, andò tanto
differendo la sua venuta, ch'era putrefatto il di lei corpo allorchè
fu portato alla sepoltura. Avendo l'adulator senato decretato molti
onori alla di lei memoria, egli ne sminuì una parte, e sopra tutto
comandò che non la deificassero (benchè poi sotto l'imperio di Claudio
a lei fosse conceduto questo sacrilego onore) facendo credere che così
ell'avesse ordinato. Neppur volle eseguire il testamento da essa
fatto, e di poi perseguitò chiunque era stato a lei caro, e infin
quelli ch'essa avea destinati alla cura del suo funerale.

Soleva Tiberio ad ogni morte dei suoi diventar più cattivo. Ciò ancora
si verificò dopo la morte della madre, la cui autorità avea fin qui
servito di qualche freno alla maligna di lui natura, e agli arditi e
malvagi disegni di Sejano, con attribuirsi a lei la gloria di aver
salvata la vita a molti. Poco perciò stette a giugnere in senato
un'assai dura lettera di Tiberio contro _Agrippina_ vedova di
Germanico, e contro di _Nerone_ di lei primogenito. Erano tutti i
reati loro, non già di abbandonata pudicizia, non di congiure, non di
pensieri di novità, ma solamente di arroganza e di animo contumace
contro di Tiberio. All'avviso del pericolo, in cui si trovavano l'uno
e l'altra, la plebe, che sommamente gli amava, prese le loro immagini,
con esse andò alla curia, gridando essere falsa quella lettera, e che
si trattava di condannarli contro la volontà dell'imperadore. Faceano
istanza nel senato i senatori, venduti ad ogni voler di Tiberio, che
si venisse alla sentenza; ma gli altri tutti se ne stavano mutoli e
pieni di paura. Il solo Giunio Rustico, benchè uno de' più divoti di
Tiberio, consigliò che si differisse la risoluzione, per meglio
intendere le intenzioni del principe. Di questo ritardo, e
maggiormente per la commozione del popolo, si dichiarò offeso Tiberio;
ed insistendo più che mai nel suo proposito, fece relegar
_Agrippina_[139] nell'isola Pandataria, posta in faccia di Terracina e
di Gaeta. Dicono che non sapendosi ella contenere dal dir delle
ingiurie contro di Tiberio, un centurione la bastonò per comandamento
di lui sì sgarbatamente, che le cavò un occhio. I di lei figliuoli,
_Nerone_ e _Druso_, benchè nipoti per adozion di Tiberio, furono
anch'essi dichiarati nemici; il primo relegato nell'isola di Ponza, e
l'altro detenuto ne' sotterranei del palazzo imperiale. Qual fosse il
fine di questi infelici, lo vedremo andando innanzi.

NOTE:

[135] Norisius, in epistola Consulari.

[136] Tertull. contra Jud., c. 8.

[137] Tacitus, lib. 5, c. 1.

[138] Sueton., in Tiber., c. 51.

[139] Sueton., in Tiber., cap. 53.



    Anno di CRISTO XXX. Indizione III.

    PIETRO APOSTOLO papa 2.
    TIBERIO imperadore 17.

_Consoli_

LUCIO CASSIO LONGINO e MARCO VINICIO.


In luogo de' suddetti consoli nelle calende di luglio succederono
_Cajo Cassio Longino_ e _Lucio Nevio Sordino_. Qui vien meno la storia
romana, essendosi perduti molti pezzi di quella di Cornelio Tacito; e
l'altra di Dione si scuopre molto digiuna, perchè assassinata
anch'essa dalle ingiurie del tempo. Tuttavia è da dire essere stati sì
in grazia di Tiberio i due suddetti consoli ordinarii, cioè _Lucio
Cassio_ e _Marco Vinicio_, ch'egli da lì a tre anni diede loro in
moglie due figliuole di Germanico; a Cassio _Giulia Drusilla_, a
Vinicio _Giulia Livilla_. Appartiene poi a quest'anno il funesto caso
di Asinio Gallo, figliuolo di Asinio Pollione, celebre a' tempi
d'Augusto. Dacchè Tiberio dovette ripudiar _Vipsania_, figliuola
d'Agrippa, sua moglie primiera, che già gli avea partorito _Druso_,
per prendere _Giulia_ figliuola d'Augusto, questa Vipsania si maritò
col suddetto Asinio Gallo, e gli partorì dei figliuoli, i quali perciò
vennero ad essere fratelli uterini di Druso Cesare, ed uno d'essi era
stato promosso al consolato. Ma, per testimonianza di Tacito, Tiberio
mirò sempre di mal occhio Asinio Gallo per quel maritaggio. Tanto più
se la prese con lui[140], perchè osservò ch'egli facea una gran corte
a Sejano, e l'esaltava dappertutto, forse credendo che costui
arriverebbe un dì all'imperio, o pure cercando in lui un appoggio
contro le violenze di Tiberio. Dovendo il senato inviar degli
ambasciatori a Tiberio, fece egli negozio per essere un d'essi. Andò,
fu ricevuto con volto ben allegro da esso Tiberio, e tenuto alla sua
tavola, dove lietamente si votarono più bicchieri; ma nel medesimo
tempo ch'egli stava in gozzoviglia, il senato, che avea ricevuta una
lettera da Tiberio con alcune accuse immaginate dal suo maligno
capriccio, il condannò, con ispedir tosto un pretore a farlo prigione.
S'infinse Tiberio d'essere sorpreso all'avviso di quella sentenza, ed
esortato Asinio a star di buona voglia, e a non darsi la morte, come
egli desiderava, il lasciò condurre a Roma, con ordine di custodirlo
sino al suo ritorno in città. Ma non vi ritornò mai più Tiberio; ed
egli intanto senza servi, e senza poter parlare se non con chi gli
portava tanto di cibo, che bastasse a non lasciarlo morire, andò
languendo in una somma miseria, con finir poscia i suoi guai, non si
sa se per la fame o per altro verso, nell'anno 33 della nostra Era,
siccome attesta Tacito. Eusebio[141], che mette la sua morte nell'anno
primo di Tiberio, non è da ascoltare. Anche Siriaco, uomo insigne pel
suo sapere, tolto fu di vita non per altro delitto, che per quello
d'essere amico del suddetto Asinio. In quest'anno appunto scrisse la
sua storia, di cui buona parte s'è perduta, _Vellejo Patercolo_, con
indirizzarla a Marco Vinicio, uno dei due consoli di quest'anno; però
non merita scusa la prostituzione della sua penna in caricar di tante
lodi Tiberio e Sejano. Le loro iniquità davano negli occhi di tutti; e
quegl'incensi sì mal impiegati, sempre più ci convincono di che animi
servili fosse allor pieno il senato e la nobiltà romana. Abbiamo da
Dione, che sempre più crescendo l'autorità e l'orgoglio di Sejano,
tanto più per paura o per adulazione crescevano le pubbliche e le
private dimostrazioni di stima verso di lui. Già in ogni parte di Roma
si miravano statue alzate in suo onore[142]. Fu anche decretato in
senato, che si celebrasse il di lui giorno natalizio. E a lui
separatamente, e non più al solo Tiberio, si mandavano gli
ambasciatori dal senato, dai cavalieri, dai tribuni della plebe e
dagli edili. Cominciossi ancora ne' voti e sagrifizii che si facevano
agli dii del Paganesimo per la salute di Tiberio, ad unir seco Sejano;
si udivano grandi e piccioli giurare per la fortuna di amendue; il che
era riserbato in addietro per gli soli imperadori. Non lasciava
quell'astuta volpe di Tiberio, benchè si stesse nell'infame suo
postribolo di Capri, d'essere informato di tutto questo; e tutto anche
dissimulava, ma coll'andar intanto ruminando quel che convenisse di
fare.

NOTE:

[140] Dio, in Excerptis Vales.

[141] Euseb., in Chron.

[142] Dio, lib. 58.



    Anno di CRISTO XXXI. Indizione IV.

    PIETRO APOSTOLO papa 3.
    TIBERIO imperadore 18.

_Consoli_

Lo stesso TIBERIO AUGUSTO per la quinta volta, LUCIO ELIO SEJANO.


Non ritennero Tiberio e Sejano lungo tempo il consolato, perciocchè,
siccome avvertì il cardinale Noris[143], nel dì 9 di maggio
subentrarono in quella dignità _Fausto Cornelio Sulla_ e _Sestidio
Catullino_, ciò apparendo da un'iscrizione. Da un'altra ancora da me
rapportata[144] apparisce il loro nome, ma con qualche mio dubbio, che
SEXTEIDIVS possa essere _Sex. Teidius_. Il non trovar io vestigio
della famiglia _Sestidia_, ma bensì della _Tidia_, mi ha fatto nascere
un tal dubbio. All'uno di questi due consoli fu surrogato nelle
calende di luglio _Lucio Fulcinio Trione_, e all'altro nelle calende
di ottobre, _Publio Memmio Regolo_, che non era amico di Sejano, come
Fulcinio Trione. Con occhi aperti vegliava Tiberio sopra gli andamenti
del suo favorito Sejano, pentito ormai d'averlo tanto esaltato. Già
s'era accorto che costui avea serrati i passi ai ricorsi, nè gli
lasciava sapere, se non ciò ch'egli voleva. Molto più appariva che
costui a gran passi tendeva al trono col deprimere i suoi nemici, e
guadagnarsi ogni dì più amici e clienti. E giacchè il senato e il
popolo erano giunti ad eguagliarlo a lui in più occasioni, ed
all'incontro ben sapea Tiberio d'essere poco amato, anzi odiato dai
più dei Romani; preso fu da gagliardo timore, che potesse scoppiar
qualche gran fulmine sopra il suo capo. Abbiamo ancora da Giuseppe
Ebreo[145] che Antonia madre di Germanico e di Claudio, che fu poi
imperadore, spedito a Capri Pallante suo fidatissimo servo, diede
avviso a Tiberio della congiura tramata da esso Sejano coi pretoriani
e con molti senatori e liberti d'esso Tiberio, di maniera che egli
restò accertato del pericolo suo. Ma come atterrare un uomo sì ardito
e intraprendente, e giunto a tanta possanza? La via di prevenirlo
tenuta da quell'astuto vecchio, fu quella di sempre più comparir
contento ed amante di Sejano, e di colmarlo di nuovi onori, per più
facilmente ingannarlo. Il creò console per l'anno presente, e affine
di maggiormente onorarlo, prese seco il consolato. Scrisse anche al
senato con raccomandargli questo suo fedele ministro. Potrebbe
chiedersi, perchè nol facesse strozzare in Capri, e come mai per
abbatterlo il facesse salire al consolato, cioè ad una dignità che
aumentava non solo il di lui fasto, ma anche la di lui autorità e
potere. Quanto a me vo' credendo, ch'egli non s'attentasse nè in Capri
nè in Roma di fargli alcun danno, finchè costui era prefetto del
pretorio, cioè capitan delle guardie imperiali, il che vuol dire di un
corpo di gente consistente in dieci mila de' migliori soldati fra i
Romani, ed abitante unito in Roma. Allorchè Tiberio volea farsi ben
rispettare e temere dai consoli e senatori, alla lor presenza dava la
mostra ai pretoriani. Ma anche a lui faceano essi paura, perchè
comandati da Sejano, e ubbidienti a' di lui cenni; ed esso Augusto era
attorniato da sì fatte guardie anche in Capri. Adunque con crear
Sejano console, ed inviarlo a Roma, se lo staccò dai fianchi,
disegnando di torgli a suo tempo la carica di prefetto del pretorio,
per conferirla a Nevio Sertorio Macrone.

Dopo pochi mesi gli fece dimettere il consolato, allettandolo intanto
colla speranza d'impieghi e premii maggiori[146], cioè di associarlo
nella podestà tribunizia, grado sicuro alla succession dell'imperio, e
di dargli moglie di sangue cesareo, verisimilmente Giulia Livilla,
figliuola di Germanico. E perciocchè Sejano, dappoichè ebbe deposto la
trabea consolare, facea istanza di tornarsene in Capri, per seguitar
ivi a far da padrone; Tiberio il fermò con dar ad intendere a lui, e
spacciar dappertutto, che fra poco voleva anch'egli tornarsene a Roma.
Ne' mesi seguenti andò Tiberio fingendo ora esser malato, ora di star
bene, e sempre venivano nuove ch'egli si preparava pel viaggio. Talor
lodava Sejano, ed altre volte il biasimava. In considerazione di lui
facea delle grazie ad alcuni de' suoi amici, ed altri pure amici di
lui maltrattava con varii pretesti: tutto per raccogliere segretamente
col mezzo delle spie, quali fossero i sentimenti e le inclinazioni del
senato e del popolo. Non andò molto che al non vedersi ritornar Sejano
a Capri e all'osservar certi segni di rallentato amore di Tiberio
verso di lui, molti cominciarono a staccarsi con buona maniera da lui,
e calò non poco il suo credito anche presso del popolo. Ma Sejano, tra
perchè non gli parea di mirar l'animo di Tiberio alienato punto da sè,
e perchè Tiberio conferì a lui e a suo figliuolo in questo mentre
l'onore del pontificato, non pensò, siccome avrebbe potuto, a far
novità alcuna. Fu poi ben pentito di non l'aver fatto, allorchè era
console. Nulladimeno viveva egli con delle inquietudini e con dei
sospetti; e strano gli parve che avendo Tiberio con una lettera recato
avviso al senato della morte di _Nerone_, figliuolo primogenito di
Germanico e di Agrippina, e suo nipote per adozione, niuna lode, come
era usato di fare, avesse fatta del medesimo Sejano. Relegato, siccome
già dissi, questo infelice principe nell'isola di Ponza, finì quivi
nell'anno presente la sua vita: chi disse per la fame, e chi perchè
essendo in sua camera il boja per istrangolarlo, egli da sè stesso si
uccise. Certo fu anch'egli vittima della crudeltà di Tiberio.

Ora informato abbastanza Tiberio, che l'affezion del senato e popolo
verso Sejano non era quale si figurava egli in addietro, volle passar
all'ultimo colpo, ma tremando per l'incertezza dell'esito. Nella notte
precedente il dì 18 di ottobre comparve a Roma Macrone, segretamente
dichiarato prefetto del pretorio, e ben istruito di quel che s'avea da
fare, mostrando di venir per altro negozio; e fu a concertare gli
affari con Memmio Regolo, l'uno de' consoli, perchè l'altro, cioè
Fulcino Trione, era tutto di Sejano. La mattina per tempo andò al
tempio di Apollo, dove s'avea da unire il senato, ed incontratosi a
caso con Sejano, che non era per anche entrato, fu richiesto se avesse
lettere per lui. Si annuvolò non poco Sejano all'udire che no; ma
avendolo tratto in disparte Macrone, e dettogli che gli portava la
podestà tribunizia, tutto consolato ed allegro andò a seder nella
curia. Macrone intanto, chiamati a sè i soldati pretoriani, una buona
mano de' quali facea sempre corteggio e guardia a Sejano, mostrò loro
le sue patenti di prefetto del pretorio, e in luogo d'essi alla
guardia del tempio distribuì le compagnie dei vigili, comandate da
Gracino Lacone consapevole del segreto. Entrato egli poscia colà,
presentò una lettera molto lunga, ma ingarbugliata, di Tiberio. Non
parlava egli seguitatamente contro di Sejano, ma sul principio
trattava di un differente affare; andando innanzi, si lamentava di
lui; poi ritornava ad altro negozio; e quindi passava a dir male di
Sejano, conchiudendo in fine, che si facessero morir due senatori
molto confidenti di lui, e Sejano fosse ritenuto sotto buona guardia.
Non si attentò di dire che il facessero morire, perchè temeva che si
svegliasse qualche tumulto da' suoi parziali. Confusi ed estatici
rimasero i più de' senatori ad ordini tali, perchè già preparati a far
de' complimenti ed elogi a Sejano per la promessa a lui podestà
tribunizia. Sejano stesso avvilito senza muoversi dal suo luogo, senza
mettersi ad aringare (il che se avesse fatto, forse altrimenti passava
la faccenda) pareva insensato; e chiamato tre volte dal console Memmio
Regolo, non si movea, siccome usato a comandare, e non ad ubbidire.
Entrato intanto Lacone colle coorti de' vigili, l'attorniò di guardie
e il menò prigione. Niun movimento fecero i pretoriani, perchè Macrone
li tenne a freno, con ispiegar loro la mente del principe, e
promettere ad essi alcuni premii per ordine del senato. Si mosse bensì
la plebe al mirare quel sì dianzi orgoglioso ministro condotto alle
carceri, prorompendo in villanie e bestemmie senza fine, e poi corse
ad abbattere e strascinar tutte le statue a lui poste, giacchè non
poteano infierir contro la persona di lui[147]. Raunatosi poi nel
medesimo giorno 18 di ottobre il senato nel tempio della Concordia,
veggendo che i pretoriani se ne stavano quieti, e intendendo qual
fosse il volere del popolo, condannarono a morte Sejano; e la sentenza
fu immediatamente eseguita col taglio della testa. Accorsa la plebe
gittò giù per le scale gemonie il di lui cadavere, e dopo essersi per
tre dì sfogata contra d'esso, facendone grande scempio, lo buttò in
Tevere. Anche due suoi figliuoli, l'uno maschio e l'altro femmina, per
ordine del senato furono privati di vita; ma perchè insolita cosa era
il far morire una fanciulla, il carnefice, prima di strozzar
quell'infelice, le tolse l'onore in prigione. Apicata moglie di
Sejano, benchè non condannata, si diede la morte da sè stessa, dopo
aver messo in iscritto il tradimento fatto dal marito e da Livilla a
Druso Cesare.

Intanto batteva forte il cuore a Tiberio nell'isola di Capri per
sospetto che non riuscisse bene la meditata impresa; ed avea ordinato
che, per fargli sapere il più presto possibile la nuova, si dessero
segnali da' luoghi alti, frapposti tra Roma e Capri; salì egli in quel
dì sul più eminente scoglio dell'isola, aspettando quivi il lieto
avviso. Per altro aveva egli preparato delle barchette, affinchè, se
il bisogno l'avesse richiesto, potesse ritirarsi in sicuro con esse ad
alcuna delle sue armate. Scrivono eziandio, aver egli dato ordine a
Macrone, che qualora fosse insorta qualche fiera sedizione in Roma,
cavasse dalle carceri _Druso_ figliuolo di Germanico, e il presentasse
al senato ed al popolo, con dichiararlo anche imperadore a nome suo.
Il fine della tragedia di Sejano fu poi principio d'altre gravi
turbolenze, che sconcertarono non poco il senato e la nobiltà romana.
Il popolo già commosso, a qualunque dei favoriti di Sejano, che gli
cadesse nelle mani, levava la vita. Anche i pretoriani sdegnati si
misero a saccheggiare e bruciar delle case. Cominciarono poi dei duri
processi contro dei senatori e d'altri nobili, che più degli altri
s'erano fatti conoscere parziali di Sejano. Molti furono condannati, e
con ignominiosa morte puniti; altri relegati; ed altri da sè stessi si
abbreviarono la vita. Tutto era pieno di accusatori, e si rivangavano
i processi e le condanne, gastigando chi avea giudicato come per
istigazion di Sejano. Si tenne per certo, che le tante adulazioni del
senato verso il medesimo Sejano, e gli onori straordinari a lui
vilmente accordati, contribuissero non poco ad ubbriacarlo e farlo
precipitare. Però lo stesso senato decretò che in avvenire si
procedesse con gran moderazione in onorar altrui, nè si potesse
giurare se non pel nome dell'imperadore. Contuttociò nel medesimo
tempo volle esso senato concedere a Macrone il grado di pretore, e a
Lacone quel di questore, oltre ad un regalo in danari; ma essi,
addottrinati dal recente esempio, nulla vollero accettare. Incredibil
fu la gioja di Tiberio, allorchè si vide sbrigato da Sejano. Ciò non
ostante, la sua mirabil politica gl'insegnò di non ammettere
all'udienza sua alcuno de' tanti senatori e cavalieri che erano corsi
o erano stati spediti dal senato, per significargli la fortunata
riuscita dell'affare. E il console Regolo, che l'avea in ciò ben
servito, fu costretto a tornarsene indietro senza poterlo vedere. Si
figuravano molti, che liberato Tiberio dal giogo, dai mali ufizj e da'
sospetti di Sejano, avesse da lì innanzi da fare un governo dolce.
Troppo s'ingannarono: sempre più egli imperversò. E giacchè era venuto
in cognizione, per la deposizion sopraccennata della moglie di Sejano,
degli autori della morte di Druso suo figliuolo, contro d'essi ancora
con tutto rigore procedette; e la primo a provarne la pena, fu la
stessa _Livilla_ che lasciatasi sovvertir da Sejano, avea tradito il
consorte Druso. Scrive Dione[148] d'aver inteso da alcuni, che Tiberio
non la facesse morire in grazia di Antonia madre di lei, e di
_Claudio_ che fu poi imperadore; ma che la medesima sua madre quella
fosse, che la privò di vita con lasciarla morir di fame.

NOTE:

[143] Norisius, Epist. Cens.

[144] Thesaurus Novus Inscription., pag. 302, num. 4.

[145] Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.

[146] Dio, lib. 58.

[147] Tacitus, lib. 6, c. 25.

[148] Dio, lib. 58.



    Anno di CRISTO XXXII. Indizione V.

    PIETRO APOSTOLO papa 4.
    TIBERIO imperadore 19.

_Consoli_

GNEO DOMIZIO ENOBARBO e MARCO FURIO CAMILLO SCRIBONIANO.


Il primo di questi consoli, marito di _Agrippina_ figliuola di
Germanico, siccome già dissi, ebbe per figliuolo _Nerone_, che divenne
poi imperadore. Al secondo de' consoli, che mancò di vita nel
consolato, fu sostituito _Aulo Vitellio_. Non si sa intendere, perchè
Svetonio[149], allorchè scrisse, essere nato sotto questi consoli
_Marco Salvio Ottone_, uno de' susseguenti imperadori, chiamasse
_Camillo Arruntio_ il collega di _Domizio Enobarbo_: e che parimente
si trova ne' fasti d'Idacio e del Cuspiniano. Forse fu sostituito a
Vitellio, o Vitellio a lui. Parve bene[150], che Tiberio volesse por
fine ai processi e condanne degli amici di Sejano, con permettere
ancora ad alcuni il lutto per la di lui morte; ma poco durò questo
barlume d'indulgenza, ed egli più che mai continuò la persecuzione,
trovando allora altre accuse ancora d'incesti e di parricidii, per
levar la vita a chi non godea di sua grazia. Crebbe perciò cotanto
l'universal odio contro di lui, che il poter divorare le di lui carni,
sarebbe sembrato un gustoso cibo ad ognuno. Fece anche il timore di
lui crescere l'adulazion nel senato. Costume era in addietro che nelle
calende di gennaio, un solo leggesse gli ordini di Tiberio con giurar
d'osservarli: al che gli altri acconsentivano. Fu creduto maggior
ossequio e finezza che cadauno prestasse espressamente quel
giuramento. Inoltre per far conoscere a Tiberio, quanto cara lor fosse
la vita di lui, decretarono che egli scegliesse chi de' senatori fosse
a lui in grado, e che venti d'essi colle spade servissero a lui di
guardia quando egli entrava nel senato. Trovò Tiberio assai ridicolo
un tal decreto; e quantunque ne rendesse loro grazie, pure non
l'approvò, perchè non essendogli ignoto d'essere in odio al senato,
non era sì pazzo da voler permettere intorno alla sua persona di sì
fatte guardie armate. E da lì innanzi molto più attese a conciliarsi
l'amore de' soldati pretoriani, per valersene occorrendo contro il
senato. Avea proposto Giunio Gallione che esso senato accordasse un
privilegio a quei che avessero compiuto il termine della lor milizia.
Tiberio, perchè non gli piacea che le genti militari fossero obbligate
se non a lui solo, mandò in esilio lo stesso Gallione fuori d'Italia,
e poscia il richiamò per metterlo a penare sotto la guardia de'
magistrati, dacchè intese aver egli meditato di passare a Lesbo, dove
sarebbe troppo deliziosamente vivuto. Raccontano Tacito[151] e Dione
che in quest'anno furono processati altri nobili per l'amicizia di
Sejano; e fra gli altri fu punito Latinio Laziare che, siccome abbiam
veduto di sopra, coll'usare un tradimento a Tizio Sabino, fu cagion di
sua morte. Fra gli accusati nondimeno miracolosamente la scappò netta
Marco Terenzio. Il suo reato consisteva nel solo essere stato amico di
Sejano. Lo confessò egli francamente, e con egual coraggio difese il
fatto, mostrando ch'egli così operando avea onorato Tiberio nel suo
favorito; e se Tiberio, signor così saggio, s'era ingannato in
dispensar tante grazie a chi n'era indegno meritavano bene scusa
gl'inferiori, caduti nel medesimo inganno. Nè doversi aver l'occhio
all'ultimo giorno di Sejano, ma bensì ai sedici anni della di lui
potenza, durante il qual tempo chi non volea perire, dovea studiarsi
d'essere a lui caro. E però chiunque volesse condannar chi non avea
fallato in altro che in amare ed onorar Sejano, verrebbe nello stesso
punto a condannar Tiberio. Fu assoluto, nè Tiberio se l'ebbe a male.

Fu creduto daddovero in quest'anno ch'esso Tiberio tornasse a
Roma[152]; imperciocchè da Capri venne nella Campania, e poscia
continuato il viaggio sino al Tevere, quivi imbarcatosi, arrivò agli
orti della Naumachia presso Roma, dove oggidì si vede il monistero
delle moniche de' santi Cosma e Damiano. Erano disposti sulla ripa del
fiume corpi di guardia, acciocchè il popolo non se gli accostasse. Ma
non entrò in città, senza che se ne sapesse il motivo, e se ne tornò
poco dappoi a Capri. Altro non seppe immaginar Tacito, se non che
fosse tirato colà del suo mal genio, per poter nasconder entro quello
scoglio il fetore delle immense sue laidezze. Non è certamente
permesso ad onesta penna il rammentare ciò ch'esso Tacito e Svetonio
non ebbero difficoltà di propalare della detestabil libidine di
quell'infame vecchio. Basterà a me di dire che nel postribolo di Capri
si praticarono ed inventarono tutte le più sozze maniere della
sensualità[153] che faceano orrore allora ad orecchie pudiche. E a
tale stato giunse un principe di Roma pagana, ma senza che ce ne
abbiamo a stupire, perchè non conoscevano i Romani d'allora se non
degli dii compagni della medesima sensualità; e per altro Tiberio era
di coloro che poco conto facevano de' medesimi, ne punto li temevano.
Del solo tuono egli avea paura, e correva a mettersi in testa la
corona d'alloro, per la credenza che quelle foglie fossero rispettate
dai fulmini. Morì in quest'anno _Lucio Pisone, prefetto di Roma_, che
per venti anni con lode avea esercitata quella carica, e in ricompensa
del suo merito il senato gli decretò un pubblico funerale. In luogo
suo fu posto da Tiberio _Lucio Elio Lamia_, il quale, nell'anno
seguente, diede anch'egli fine a' suoi giorni. Morì parimente
quest'anno Cassio Severo, oratore di gran credito, ma portato sempre
alla satira, e a lacerar la riputazione delle persone illustri. Per
questo mal genio era stato relegato da Augusto nell'isola di Creta, e
poscia nella picciola di Serifo, dove in estrema povertà, senza avere
neppur uno straccio da coprir le parti vergognose, terminò il suo
vivere.

NOTE:

[149] Suetonius, in Vitellio, cap. 2.

[150] Dio, lib. 58.

[151] Tacitus, Annal., lib. 6, cap. 2. Dio, ibid.

[152] Tacitus, ibidem. Sueton., in Tib., c. 72.

[153] Sueton., cap. 43.



    Anno di CRISTO XXXIII. Indizione VI.

    PIETRO Apostolo papa 5.
    TIBERIO imperadore 20.

_Consoli_

LUCIO SULPICIO GALBA e LUCIO CORNELIO SULLA FELICE.


_Galba_, primo dei consoli porta il prenome di _Lucio_ in una
iscrizione riferita dal cardinal Noris, e da me inserita nella mia
raccolta[154]. In un'altra iscrizione che si legge nel Tesoro di
Grutero, il suo prenome è _Servio_: che così s'ha da intendere il SER.
abbreviato degli antichi, e non già _Sergio_, come ha creduto taluno.
Ma è lecito di sospettare, che nell'iscrizion gruteriana sia stato
mutato il prenome di _Lucio_ in _Servio_, perchè ben si sa che Galba
imperadore, cioè il medesimo che fu console in quest'anno, era
chiamato _Servio Galba_. Ma Svetonio[155] chiaramente scrive di lui:
_Lucium pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit_: il che
giustifica quanto ha il marmo del Noris, e fa con fondamento temere
della corruttela nell'altro. Tacito e Dione diedero a Galba console
quel prenome ch'egli usò fatto imperadore; senz'avvertire ciò che
Svetonio avvertì. Nelle calende di luglio a Galba fu sostituito nel
consolato _Lucio Salvio Ottone_ creduto da alcuni figliuolo di Tiberio
Augusto, cotanto se gli rassomigliava nel volto. Da questo console
nell'anno precedente era nato _Ottone_, che fu poi imperadore di pochi
mesi. Volle far conoscere Tiberio in quest'anno ai senatori[156],
quanto egli poco si fidasse di loro, e che in breve era per venire a
Roma; cioè scrisse chiedendo che qualora egli entrava nel senato,
fosse permesso a Macrone capitan delle guardie del pretorio
d'accompagnarlo con alcuni tribuni e centurioni della milizia. Tosto
fu decretato che potesse menar seco quanta gente voleva. Erano
tuttavia serrati nelle carceri, _Druso_, figliuolo di Germanico e
nipote per adozion di Tiberio, ed _Agrippina_ di lui madre. Avea più
volte Tiberio fatto condurre questi infelici da un luogo ad un altro,
sempre incatenati e in una lettiga ben serrata[157], e con guardie che
faceano allontanar tutti i viandanti. Doveva egli paventar sempre
qualche risoluzione, e che avesse da correre il popolo a sprigionar
quell'infelice principe. Saziò poi il suo furore in quest'anno con far
morire di fame _Druso_. La savia _Agrippina_ diede anch'essa fine al
suo vivere, senza apparire, se mancasse per non volere il cibo, o pure
perchè il cibo le fosse negato[158]. Furono i lor corpi non già
portati nel mausoleo d'Augusto, ma sì segretamente seppelliti, che mai
non se ne seppe il sito. Tutta Roma si riempiè di dolore e lutto, ma
solamente nell'interno delle persone, per sì compassionevol fine della
famiglia di Germanico, principe tanto amato da ognuno. Eppur bisognò
che il senato rendesse grazie a Tiberio dell'avviso datogli della
morte di Agrippina, predicata da lui per sua nemica e adultera, quando
era notissima la di lei insigne onestà; ed inoltre convenne decretare
che essendo morta nel medesimo dì che Sejano fu ucciso, cioè nel di 18
d'ottobre, da lì innanzi in quel giorno si facesse un'offerta a Giove
in rendimento di grazie per la morte dell'uno e dell'altra.

Restava solo in vita dei figliuoli di Germanico _Cajo Caligola_[159],
giovinetto di costumi sommamente malvagi, ma provveduto di tanto senno
da farsi amare da Tiberio. Sapea coprir con finta modestia l'animo suo
inclinato alla crudeltà; non gli scappò mai una parola di dispiacere o
lamento per l'esilio e per la morte dei fratelli e della madre; ed
ottenne per grazia di poter accompagnare Tiberio a Capri, studiandosi
quivi di comparir sempre con vesti simili a quelle di lui, e d'imitare
per quanto poteva le di lui maniere di parlare; di modo che di lui,
divenuto poscia imperadore, ebbe a dire Passieno oratore: «Non esservi
stato mai nè miglior servo, nè peggior signore di lui.» Contrasse il
medesimo Cajo, di consenso di Tiberio in quest'anno gli sponsali con
_Claudia_ o _Claudilla_ figliuola di Marco Silano. Sotto il detestabil
governo di Tiberio, gran voga intanto aveano in Roma gli spioni e gli
accusatori, parte volontari, parte suscitati dal principe stesso.
Bastava per lo più l'accusare, perchè ne seguisse il condannare.
Fioccavano in senato i libelli contro delle persone, e moltissimi
inviati dal medesimo Tiberio che col braccio del senato andava facendo
vendette, e pascendo I' avarizia sua colla morte e col confisco dei
beni de' condannati. A parecchi nobili toccò ancor nell'anno presente
la disavventura stessa; e massimamente ai senatori, tanti de' quali a
poco a poco andò egli levando dal mondo, che non si poteano più
provvedere i governi delle provincie[160]. Fra l'altre più memorabili
ingiustizie commesse in quest'anno degna è di menzione l'usata da
Tiberio contro di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico che, col
favore principesco, giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della
Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore
che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la
trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie
Tiberio, fece accusar amendue d'incesto, e gittar giù della rupe
tarpeja i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell'infelice
Mario. Tacito racconta molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà
accadute in quest'anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario
di Tiberio. Strano bensì parve ai più del popolo, ch'egli in un certo
dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse
a tutte le persone militari il far questo infame uffizio, benchè lo
permettesse ai senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto
per comparire disapprovatore di que' maligni stromenti, dei quali si
serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico.
Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contro dei
debitori furono in quest'anno portate istanze ed accuse assaissime al
senato; nè piccolo era il numero di coloro che, ascondendo la pecunia
d'oro e d'argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un
prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran
somma d'oro e d'argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse, e
desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto:
azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune
odio contro del tiranno. Ad _Elio Lamia_ prefetto di Roma defunto
succedette in quell'uffizio _Cosso_, per attestato di Tacito e
Seneca[161]. E Marco Coccejo Nerva, giurisconsulto insigne di questi
tempi, ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccome uomo
giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con
lasciarsi morir di fame: nè per quante preghiere gli facesse Tiberio,
per saper la cagione di tal risoluzione, e per tenerlo in vita, volle
mutare il fatto proponimento.

NOTE:

[154] Thesaur. Nov. Inscription., p. 303, n. 1.

[155] Sueton., in Galba, cap. 4.

[156] Tacitus, Annal., lib. 6.

[157] Suetonius, in Tiber., cap. 64.

[158] Dio, lib. 58.

[159] Tacit., lib. 6, cap. 20.

[160] Tacitus, ibid., cap. 49. Dio, eod. lib. 58.

[161] Seneca, epist. 81.



    Anno di CRISTO XXXIV. Indizione VII.

    PIETRO Apostolo papa 6.
    TIBERIO imperadore 21.

_Consoli_

PAOLO FABIO PERSICO e LUCIO VITELLIO.


A questi consoli ordinari si crede che ne succedessero nelle calende
di luglio due altri[162], de' quali si è perduto il nome. E ciò perchè
avendo questi ultimi consoli celebrato l'anno ventesimo compiuto
dell'imperio di Tiberio, fecero anche dei voti agli dii pel decennio
venturo, come fu in uso a' tempi d'Augusto. Quella gelosa bestia di
Tiberio, che avea preso l'imperio non per dieci, nè per venti anni, ma
finchè a lui piacesse, parendogli che volessero far conoscere, che la
di lui potestà dipendea dall'arbitrio del senato, fece accusarli tutti
e due e condannarli, e pare che fosse anche abbreviata immediatamente
loro la vita. Questo Persico probabilmente è quello stesso che fu
mentovato da Seneca[163], per uomo di cattiva riputazione. Ma nulla di
un fatto tale, che avrebbe fatto più strepito di tant'altri, si ha
presso Tacito, il qual pure accenna le morti di molti altri di dignità
inferiore. Dione stesso attribuisce quei voti e quell'innocente fallo
ai consoli ordinari; e pure noi sappiam da Svetonio[164], che _Lucio
Vitellio_, console nel presente anno e padre di Aulo Vitellio che fu
poi imperadore, dopo il consolato ebbe il governo della Soria, e campò
molto dappoi. Parimente di _Fabio Persico_, sopravvissuto, s'ha
memoria presso Seneca[165]. Però la credenza dei consoli sostituiti, e
fors'anche il fatto narrato da Dione può patire dei dubbi. Non
mancarono all'anno presente le sue funeste scene, cioè molte condanne
e morti d'uomini illustri, avvenute per la crudeltà di Tiberio e per
la prepotenza di Macrone prefetto del pretorio; il quale imitando le
arti di Sejano ma più copertamente, si abusava anch'egli della sua
autorità e del favore del principe[166]. Pomponio Labeone, dopo essere
stato pretore di Mesia per otto anni, accusato d'essersi lasciato
corrompere con danari, tagliatosi le vene, si sbrigò da questa vita:
ed altrettanto fece sua moglie. Era anche stato in governo Marco,
ossia Mamerco Emilio Scauro, nè già era incolpato di cattiva
amministrazione, quantunque vergognosi fossero i suoi costumi.
Macrone, che l'odiava, trovò la maniera di precipitarlo, con
presentare a Tiberio una di lui tragedia intitolata _Atreo_, in cui
oltre al parlarsi di parricidio, uno era esortato a tollerar la pazzia
del regnante; è con fargli credere che sotto nome altrui si sparlasse
di lui. Di più non ci volle per far processare Scauro, il quale,
senz'aspettar la condanna, si privò da sè stesso di vita, nè da meno
di lui volle essere la moglie sua. Costumavasi allora dagli etnici
romani di darsi iniquamente la morte da sè medesimi, perchè i corpi
de' condannati non era lecito il seppellirli, e i lor beni andavano al
fisco; laddove prevenendo la sentenza, loro non si negava la
sepoltura: e sussistendo i testamenti, agli eredi pervenivano i loro
beni. Fra coloro eziandio che furono accusati si contò Lentulo
Getulico, stato già console nell'anno di Cristo 26. Altro a lui non
veniva imputato, se non che avesse trattato di dare una sua figliuola
in moglie a Sejano. Ma fu buon per questo personaggio ch'egli allora
si trovasse in Germania al comando di quelle legioni che l'amavano
forte per le sue dolci maniere. Dicono ch'egli scrivesse animosamente
una lettera a Tiberio, con ricordargli che non per elezione propria,
ma per consiglio di lui stesso, avea cercato di far parentela con
Sejano. Essersi ben egli ingannato nel procacciarsi l'amicizia di
quell'uomo indegno; ma che niuno più d'esso Tiberio avea amato Sejano:
nè essere perciò conforme alla ragione che il comun fallo fosse
innocente per lui, e peccaminoso per gli altri. Pertanto riflettendo
al pericolo di nuocere a chi aveva l'armi in mano, e poter rivoltarsi,
giudicò meglio il desistere dall'impresa; e per lo contrario fece
condannar e cacciare in esilio Abudio Rufo, cioè l'accusatore di
Lentulo Getulico. Videsi in questo anno in Grecia un giovane[167], che
spacciatosi per Druso figliuolo di Germanico, trovò di molti aderenti
in quelle contrade; e se gli riusciva di passare in Soria, a lui si
sarebbe verisimilmente unito quell'esercito. Ma preso da Pompeo Sabino
governator della Macedonia, fu inviato a Tiberio. Tacito scrive[168]
ciò avvenuto tre anni prima, quando era tuttavia vivente lo stesso
Druso in prigione: il che, se fosse vero, potrebbe questo avvenimento
aver dato impulso alla morte del medesimo Druso. Da esso Tacito fu
ancora scritto che nel presente anno si lasciò veder di nuovo dopo
alcuni secoli l'augello Fenice nell'Egitto, con rapportarne la mirabil
genealogia. A simili favole oggidì non si presta fede. Plinio e Dione
mettono due anni dappoi lo scoprimento di questo non mai più risorto
uccello.

NOTE:

[162] Dio, lib. 58.

[163] Seneca, de benefic., lib. 2, cap. 21.

[164] Sueton., in Vitellio, c. 2.

[165] Seneca, lib. 2 et 4 de Benefic.

[166] Dio, lib. 58. Tacit., lib. 4, cap. 19.

[167] Dio, lib. 58.

[168] Tacit., lib. 5, c. 10.



    Anno di CRISTO XXXV. Indizione VIII.

    PIETRO APOSTOLO papa 7.
    TIBERIO imperadore 22.

_Consoli_

CAJO CESTIO GALLO e MARCO SERVILIO MONIANO.


Si celebrarono in quest'anno[169] le nozze di _Cajo Caligola_, nipote
per adozione di Tiberio, con _Claudilla_, figliuola di Marco Silano,
in Anzo. V'intervenne lo stesso Tiberio, non avendo voluto neppure per
occasion sì propria lasciarsi vedere in Roma, perchè non gli piacea di
trovarsi presente alle sanguinarie esecuzioni, che ivi tuttavia si
continuavano d'ordine di lui, non mai sazio di perseguitare chiunque
fu stretto d'amicizia con Sejano. Fin qui aveva egli sofferto Fulcinio
Trione, che fu console nell'anno della caduta del medesimo Sejano,
anzi la buona gente il riputava molto favorito da lui. Ora solamente
era per iscoppiare il fulmine sopra di lui; ma ciò presentito da
Trione, si uccise colle proprie mani dopo aver fatto un testamento, in
cui vomitò quante ingiurie potè contra di Tiberio e di Macrone, e dei
liberti della corte. Non si attentavano gli eredi suoi di pubblicare
un sì obbrobrioso scritto. Avutane contezza Tiberio, volle che si
portasse e leggesse nel senato per guadagnarsi il plauso di principe
sofferente dell'altrui libertà, giacchè punto non si curava della
propria infamia, nè che si scoprissero le iniquità da lui commesse per
mezzo di Sejano, ben sapendo che non erano cose ignote al pubblico.
Uso certamente suo fu il non mai volere che si occultassero i libelli
infamatorii fatti contra di lui, parendo quasi che riputasse sue lodi
le sue vergogne. Altri senatori ed altri nobili, annoverati da
Tacito[170] e da Dione, o per mano propria o per quella del carnefice
terminarono in quest'anno la lor vita; ed uno fra gli altri merita
d'essere rammentato, cioè Poppeo Sabino, poco fa da noi veduto, che
dopo il consolato, per ventiquattro anni avea governato la Macedonia,
l'Acaia e le due Mesie, e col darsi la morte schivò il giudizio.
Soggiornava in questi tempi Tiberio in vicinanza di Roma, per poter
più speditamente aver il piacere d'intendere l'esecuzione de' suoi
tirannici comandamenti[171]. Fu allora, che vennero a Roma alcuni
nobili Parti, segretamente, cioè senza saputa del re loro _Artabano_,
per chiedere a Tiberio _Fraate_, figliuolo del fu _Fraate_ re. Era
montato Artabano in gran superbia, dacchè la vecchiaia di Tiberio, e
il suo abborrimento alla guerra, aveano scemata in molti la stima e
paura dell'armi romane. Essendo mancato di vita _Zenone_ o sia
_Artassia_, già creato dai Romani _re dell'Armenia_, Artabano avea
occupato quel regno, e messovi _Arsace_, uno dei suoi figliuoli, per
re, con assalir dipoi la Cappadocia, e minacciar anche di peggio i
Romani. Inimicossi oltre a ciò i suoi colla soverchia alterigia, e lor
diede ansa che ricorressero a Tiberio. Fu dunque mandato _Fraate_ in
Soria per isperanza che i Parti si moverebbero in favore di lui; ma
perchè v'andò con poca fretta, ebbe tempo Artabano di premunirsi, e
Fraate ammalatosi morì. Non lasciò Tiberio per questo di accudire agli
affari dell'Armenia, e costituito Lucio Vitellio, cioè il padre di
_Vitellio_, che fu col tempo imperadore, per generale dell'armata
romana in Levante, mosse anche i re d'Iberia e i Sarmati contra di
Artabano. Lasciatisi corrompere i ministri di Arsace, già divenuto re
dell'Armenia, tolsero a lui la vita; ed entrate in quel paese le
truppe dell'Iberia sotto il comando del re _Farasmane_, presero
Artasata capitale del regno. Allora Artabano spedì Orode altro suo
figliuolo contra di Farasmane con parte delle sue forze[172]. I Parti,
benchè inferiori di gente, vollero battaglia; ma o sia che Orode vi
fosse ucciso, o che la nuova ch'egli fosse ferito passasse in credenza
di morte, la vittoria si dichiarò per Farasmane, al cui fratello
_Mitridate re dell'Iberia_ fu conceduta l'Armenia. Diedesi dipoi una
seconda battaglia da Artabano, ma svantaggiosa anch'essa per lui; e
perchè nello stesso tempo seppe che Lucio Vitellio coll'armi romane si
accingeva a passar l'Eufrate per entrar nella Mesopotamia, abbandonato
ogni pensier dell'Armenia, si ritirò alla difesa del proprio paese.
Era allora l'Eufrate il confine tra l'imperio romano e il partico o
sia persiano.

NOTE:

[169] Dio, lib. 58.

[170] Tacitus, lib. 6, c. 38.

[171] Tacitus, l. 6, c. 31. Dio, lib. 58.

[172] Joseph., Antiq. Judaicarum, lib. 18, c. 6.



    Anno di CRISTO XXXVI. Indizione IX.

    PIETRO APOSTOLO papa 8.
    TIBERIO imperadore 23.

_Consoli_

SESTO PAPINIO ALLENIO e QUINTO PLAUTIO.


Non è ben chiaro, se Lucio Vitellio, fabbricato un ponte sull'Eufrate,
coll'esercito romano passasse in questo o nel precedente anno in
Mesopotamia. Certo è bensì che passò, e all'arrivo suo i primati de'
Parti si scoprirono allora alienati dall'ossequio verso del re
_Artabano_[173], e congiunsero le loro armi coi Romani. Trovavasi con
Vitellio anche _Tiridate_, parente del defunto re Fraate. Veduta così
bella disposizion dei Parti in suo favore, per consiglio di Vitellio,
prese il cammino alla volta di Seleucia, città potente, che gli aprì
con gran festa le porte, ed Artabano, veggendosi abbandonato de' suoi,
se ne fuggì. Intanto Vitellio, contento di aver fatta la sua sparata
con far conoscere a que' popoli la possanza romana, e credendo già
assicurato il regno a Tiridate, se ne tornò colle sue legioni in
Soria. Fu coronato Tiridate in Ctesifonte, capitale del regno dei
Parti. S'egli avesse proseguito il corso di sua fortuna con visitar
tutto il paese, e ridurre chiunque titubava alla sua fede, interamente
il regno sarebbe stato di lui. Ma essendosi egli impegnato
nell'assedio di un castello, dove Artabano avea ridotto il tesoro e le
concubine sue, alcuni di que' grandi, che non erano intervenuti alla
coronazione o per paura di Tiridate, o per invidia che portavano ad
Abdagese, ministro favorito di lui, andarono a trovar Artabano per
rimetterlo sul trono. S'era questi ritirato nell'Ircania, dove da
povero uomo vivea, guadagnandosi il vitto con la caccia. Credette egli
a tutta prima che fossero venuti costoro per assassinarlo. Rassicurato
da essi, e presa seco una mano di Sciti, si mise con loro in cammino,
e trovata la gente che senza difficoltà tornava alla sua divozione,
ingrossato di forze, s'indirizzò verso Seleucia. Stette in forse
Tiridate, se dovea andargli incontro per dargli battaglia. Prevalse
l'opinion dei dappoco, il primo de' quali era il medesimo Tiridate; e
però egli si ridusse in Soria, con isperanza che l'esercito romano
avesse da prestargli aiuto per ricuperare il perduto regno, di cui con
tutta facilità Artabano ripigliò il possesso. Vitellio non volle altro
impegno, ed all'incontro Artabano diventò più che mai orgoglioso, e
poco mancò che non portasse la guerra nel territorio romano. Non è
inverisimile, che questo fosse il tempo in cui egli scrisse una
lettera di fuoco a Tiberio[174], rinfacciandogli la sua crudeltà, la
vergognosa libidine e la poltroneria, ed esortandolo ad appagar
prontamente l'odio universale e giustissimo de' popoli con darsi la
morte da sè medesimo.

Due disavventure afflissero Roma nell'anno presente, cioè una fiera
inondazione del Tevere, per cagione di cui in molte parti della città
fu necessario l'andar colle barche, e un incendio che guastò gran
copia di case nel monte Aventino e la metà del Circo[175]. Tiberio in
questa occasione, dimenticata l'innata sua avarizia, sovvenne con
abbondanza d'oro al bisogno di chiunque avea patito. Che per altro
amava Tiberio di conservare e d'accrescere il suo tesoro, nè si sa che
egli lasciasse alcuna fabbrica insigne, fuorchè il tempio innalzato ad
Augusto, e la scena del teatro Pompeo. E neppur queste, se crediamo a
Svetonio, le perfezionò. Non passò l'anno presente, senza che si
vedessero le usate scene delle accuse e della crudeltà di Tiberio
contra de' nobili. Cajo Galba, già console e fratello di chi fu dipoi
imperadore, due Blesi ed Emilia Lepida prevennero, con darsi la morte,
i colpi del carnefice. Vibuleno Agrippa, cavalier romano, accusato,
prese in faccia del senato il veleno che portava in un anello. Caduto
a terra moribondo, e strascinato alle carceri, fu quivi
frettolosamente strozzato per occupargli i beni. _Tigrane_, già re
dell'Armenia[176], e nipote del fu Erode re della Giudea, detenuto
allora in Roma, ed accusato, lini anch'egli i suoi giorni per mano del
pubblico ministro. Trattenevasi in Roma allora anche suo fratello
_Agrippa_, ed avea contratta una famigliarità sì grande con Cajo
Caligola, nipote per adozion di Tiberio, che pareano due fratelli.
Racconta Giuseppe storico, che essendo un dì amendue a divertirsi
condotti in un cocchio, Agrippa per adular Cajo gli disse, essere ben
tempo che quel vecchio di Tiberio cedesse il luogo a lui, perchè
allora tornerebbe la felicità in Roma. Furono ascoltate queste parole
da Eutico liberto d'Agrippa, che gli serviva di carrozziere; e
perciocchè costui, per aver fatto un furto al padrone, fu
imprigionato, allora si lasciò intendere d'aver qualche cosa da
rivelare attinente alla conservazion della vita dell'imperatore. Fu
perciò inviato a Capri, dove era Tiberio, e tenuto un pezzo nelle
catene senza esaminarlo. Lo stesso Agrippa stoltamente tanto si
adoperò, che Tiberio trovandosi nel settembre di questo anno a
Tuscolo, oggidì Frascati, vicino a Roma, fece venir Eutico, il quale
alla presenza d'Agrippa rivelò quanto avea udito nel giorno suddetto.
Ordinò immantinente Tiberio a Macrone capitan delle guardie di far
incatenare Agrippa, a cui non valsero nè le negative, nè le suppliche
per esentarsi da quell'obbrobrio. Stette egli nelle carceri tanto che
Tiberio finì di vivere, ed allora ne uscì, siccome vedremo fra
poco[177]. Un augurio della morte d'esso Tiberio fu dai superstiziosi
Romani creduta quella di Trasullo, succeduta nell'anno presente[178].
Costui era il più favorito astrologo ed indovino che si avesse
Tiberio; imperciocchè oltre modo si dilettò questo imperadore della
strologia giudicaria, arte piena di vanità e d'imposture, che egli
stesso condannava in casa altrui. E quantunque scrivano Tacito,
Svetonio e Dione, che Tiberio, per mezzo di essa, predicesse a Galba
il suo corto imperio, e la morte del giovinetto Tiberio suo nipote per
ordine di Caligola, e ch'egli sapesse ciò che doveva avvenire a sè
stesso in cadauna giornata: simili racconti più sicuro è il crederli
dicerie del volgo. Allorchè Tiberio stette come esiliato in Rodi,
studiò forte quest'arte, che in que' tempi era spacciata dai Caldei
dappertutto. Quanti professori capitavano a Rodi, Tiberio,
accompagnato da un solo robusto liberto, li conduceva in un alto
scoglio, e metteali alla prova d'indovinargli il passato o l'avvenire.
Se non ci coglievano, dal liberto erano precipitati in mare, senza che
alcuno ne avesse contezza. Trasullo capitato colà, fu menato da
Tiberio in que' dirupi, e gli predisse l'imperio; ma soggiungendo
Tiberio che gli sapesse dire anche l'anno e il giorno della propria
natività, s'imbrogliò l'indovino, e confessò tremando di non saperlo,
ma che ben sapea d'essere imminente la propria morte. Tra per la buona
nuova dell'imperio, e la conoscenza del pericolo in cui si trovava
costui, Tiberio l'abbracciò, e il tenne dipoi sempre in sua corte.
Perchè la morte di costui facesse credere vicina quella di Tiberio,
qualche predizione di cui si dovea essere intesa.

NOTE:

[173] Tacitus, lib. 6, c. 42.

[174] Sueton., in Tiber. cap. 66.

[175] Tacitus, lib. 6, cap. 45. Dio, lib. 58.

[176] Tacitus, lib. 6, c. 40. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.

[177] Dio, lib. 58.

[178] Tacit., lib. 6, cap. 21.



    Anno di CRISTO XXXVII. Indizione X.

    PIETRO APOSTOLO papa 9.
    CAJO CALIGOLA imperad. 1.

_Consoli_

GNEO ACERRONIO PROCOLO e CAJO PETRONIO PONTIO NEGRINO.

Ho aggiunto il nome di _Petronio_ al secondo di questi consoli, perchè
una iscrizione, riferita dal Fabretti[179], fu posta CN. ACERRONIO
PROCVLO, C. PETRONIO PONTIO NIGRINO COS. In vece di _Negrino_ egli è
appellato _Negro_ da Svetonio[180], siccome ancora una inscrizione da
me data alla luce[181]. Sino alle calende di luglio durò la dignità di
questi consoli. Appresso diremo a chi pervennero i fasci consolari.
Anche nei primi mesi dell'anno presente si continuarono in Roma le
accuse contra d'altre persone nobili; e perchè non erano accompagnate
da lettere di Tiberio, credute furono manipolazioni di Macrone
prefetto del pretorio, imitator di Sejano, e forse peggiore. Fra gli
altri Lucio Arruntio, personaggio illustre, già stato console, non si
potè impedir dagli amici, che, tagliatesi le vene, non si desse la
morte, allegando che un vecchio par suo non sapea più vivere, battuto
in addietro da Sejano ed ora da Macrone; e massimamente non essendo da
sperare miglior tempo sotto il successor di Tiberio, che anzi
prometteva peggio, e sarebbe governato dal medesimo Macrone; siccome
in fatti avvenne. Intanto, dopo essersi fermato Tiberio alcuni mesi
nei contorni di Roma senza mai volervi entrare, o perchè non si fidava
de' Romani, o perchè qualche impostore gli avea predette delle
disgrazie entrandovi, o pure perchè non voleva tanti occhi addosso
alla sua scandalosa vita, determinò di tornarsene alla sua cara isola
di Capri. Finora, benchè giunto all'età di settantotto anni, e benchè
perduto in una nefanda lascivia, avea conservata la rubustezza del
corpo, ed una competente sanità, camminava diritto come un palo, senza
volersi servire di medicine, e con fare il medico a sè stesso: giacchè
solea dire che l'uomo giunto all'età di trent'anni, non dee più aver
bisogno di medici per saper ciò che conferisca o sia nocivo alla
sanità. Ma egli si ritrovò infine sorpreso da una lenta malattia,
arrivato che fu ad Astura[182]. Potè nondimeno continuare il viaggio
sino a Miseno[183], celebre porto, dissimulando sempre il suo male, e
non men di prima banchettando con gli amici. Deluso dal suo poco prima
defunto strologo Trasullo, che gli avea predetto anche dieci altri
anni di vita, tenea per lontanissima tuttavia la morte. Fu creduto che
Trasullo con buon fine il burlasse con quella predizione, acciocchè
persuaso di vivere sì lungo tempo, non si affrettasse a far morire
tanti nobili ch'egli avea in lista. E certo non pochi si salvarono per
questo saggio ripiego, e fra essi alcuni già condannati, perchè ne'
dieci giorni di vita che si lasciavano loro dopo la sentenza, arrivò
la nuova della morte di Tiberio.

Fingeva dunque, secondo lo stile della sua dissimulazione, Tiberio di
sentirsi bene, tuttochè aggravato dal male, e ridotto a fermarsi nella
villa e nel palazzo che fu di Lucullo. Ma Caricle medico insigne, e da
lui amato, non già perchè volesse de' medicamenti da lui, ma per li
suoi consigli, destramente nel congedarsi da lui gli toccò il polso e
conobbe che s'avvicinava al suo fine. Ne avvisò Macrone, e questi
sollecitamente cominciò a disporre le cose per far succedere _Cajo
Caligola_ nell'imperio. Tre persone viveano discendenti in qualche
guisa da Augusto, e però capaci di succedere a Tiberio, cioè esso
_Caligola_ figliuolo di Germanico, nato[184] nell'anno 12 dell'Era
volgare, e però nel fiore di sua età. Questi, avendo Tiberio adottato
Germanico di lui padre, veniva perciò ad essere di lui nipote
legittimo. Ma egli era di pessima inclinazione, violento, e tendente
anche alla follia; e se n'era facilmente accorto Tiberio, di modo che
un dì ridendosi Cajo di Silla, celebre nella storia romana, Tiberio
gli disse: «A quel ch'io veggo, tu sei per avere tutti i vizii di
Silla, ma niuna delle sue virtù.» L'altro era _Tiberio Gemello_,
figliuolo di _Druso_, cioè del figlio naturale dello stesso Tiberio,
così appellato perchè nato con un altro fratello da _Livilla_ nel
medesimo parto. Ma non avea che diciassette anni, e però non per anche
capace di governare un sì vasto imperio. Il terzo era _Tiberio
Claudio_, fratello del suddetto Germanico, in età bensì virile, ma di
poca testa, e di niun concetto fra i Romani. Discordano gli autori in
dire chi fosse eletto da Tiberio per suo successore. Giuseppe storico
racconta un fatto, che ha ciera di favola[185]. Cioè che Tiberio,
incerto qual dei due de' suddetti suoi nipoti avesse egli da eleggere,
ne rimise la decisione al caso, con destinare di preferir quello che
la mattina seguente fosse il primo ad entrar in sua camera; e questi
fu Caligola, a cui poscia raccomandò il giovinetto Tiberio, quantunque
scrivano che per astrologia antivedesse che Cajo Caligola gli dovea
levare la vita. Altri[186] hanno detto che Tiberio non antepose il suo
natural nipote, perchè la scoperta amicizia di Livilla di lui madre
gli fece dubitare se fosse veramente figliuolo di Druso suo figlio.
Tuttavia pare che si accordino Filone Ebreo[187], Svetonio e Dione in
dire, che Tiberio in due suoi testamenti lasciò egualmente eredi
_Caligola_ e il giovane _Tiberio_.

Ora _Cajo Caligola_, per assicurarsi di prendere la fortuna pel
ciuffo, facea la corte a Macrone, potentissimo ufficiale, perchè
capitano delle guardie, cioè di diecimila soldati che erano il terrore
di Roma. Nè men sollecito era a farla ad Ennia Nevia di lui moglie;
anzi fu creduto che passasse tra loro un'infame corrispondenza, e di
ciò non si mettesse pena Macrone, giacchè anch'egli dal suo canto avea
dei motivi di guadagnarsi l'affetto di Cajo, perchè parea più facile
che in lui cadesse l'imperio. Però parlava sempre bene di lui a
Tiberio, scusandone i difetti, in guisa che un dì Tiberio gli
rimproverò questo grande attaccamento a Cajo con dirgli «d'essersi ben
avveduto ch'egli abbandonava il sole d'Occidente, per seguitare il
sole d'Oriente.» Era cresciuto il male di Tiberio[188], ed avea già
patito alcuni sfinimenti. Gliene arrivò uno specialmente nel dì 16 di
marzo così gagliardo, che fu creduto morto. Caligola uscì del palazzo;
a folla corsero i cortigiani a rallegrarsi con lui: quand'ecco esce
uno di corte, che riferisce essere tornato in sè Tiberio, e chiedere
da mangiare. Allora spaventati, chi qua, chi là, colla testa bassa
sfumarono. Cajo senza poter parlare, più morto che vivo ricorre a
Macrone. Ma questi, nulla atterrito, sa ben trovar tosto la maniera di
calmare l'altrui spavento. Non van d'accordo gli scrittori nel dirci,
come Tiberio si sbrigasse dal mondo. Seneca, citato da Svetonio,
scrisse che o sia che Tiberio si sentisse venir meno, o che la sua
famiglia l'avesse abbandonato, come è succeduto in tanti altri casi di
principi morti senza parenti, chiamò; e niuno rispondendo, si alzasse
dal letto, e poco lungi di là caduto, spirasse. Raccontano altri, che
Cajo Caligola gli avesse dato un lento veleno che l'uccise. Altri, che
sotto pretesto di riscaldarlo, Macrone gli facesse metter addosso di
molti panni che il soffocarono; ovvero che gli negasse da mangiare, e
il lasciasse morire per mancanza d'alimento. Finalmente scrissero
altri, che veggendo Caligola[189] come Tiberio non la volea finir da
sè stesso, lo strangolasse con le sue mani, o pure con uno origliere o
sia guanciale gli turasse la bocca, e il facesse ammutolire per
sempre. Comunque fosse, morì Tiberio nel suddetto giorno 16 di marzo.
Dione scrive nel dì 26. O dell'uno o dell'altro il testo è mancante.
Così cessò di vivere questo imperadore, dotato di grande ingegno, ma
per servirsene solamente in male; che finchè ebbe paura d'Augusto e di
Germanico, nipote e figliuolo suo adottivo, stette in dovere; che
simulatore e dissimulator sopraffino si mostrò delle false virtù, ma
poi si abbandonò in fine a tutti i vizii; che divenne abbominevole per
l'infame sua libidine, ma più per le sue crudeltà ed ingiustizie; che
niuno amava fuorchè sè stesso, che fu udito chiamar felice Priamo, per
essere morto dopo aver veduti morti tutti i suoi.

Non tardò _Cajo Caligola_ ad avvisare il senato dell'essere Tiberio
mancato di vita, con dimandare ancora che decretassero al medesimo gli
onori divini. Ma Tiberio era troppo odiato; e siccome il popolo romano
a questa nuova diede in risalti d'allegrezza, così commosso andava
lacerando la di lui memoria con tutte le maledizioni, e gridando _al
Tevere, al Tevere_, cioè il di lui corpo. Di questa commozione si
servì il senato per sospendere la risoluzion degli onori a Tiberio; e
Cajo venuto poi a Roma, più non ne parlò. Portato a Roma il cadavere
di Tiberio, fu bruciato secondo il costume d'allora; e con poca pompa
seppellito. Cajo fece l'orazione funebre; ma con poco encomio di lui,
impiegando le parole piuttosto in esaltare Augusto e Germanico suo
padre. Già si è detto, quanto fosse amato dai Romani esso Germanico
per le sue rare virtù, e Cajo appunto per essere di lui figliuolo,
comunemente era amato, giacchè non si erano per anche dati a conoscere
se non a pochi tutti i suoi vizii e difetti, che si trovarono poi
innumerabili. All'incontro, per l'odio d'ognuno contra di Tiberio, era
anche odiato _Tiberio Gemello_, natural nipote di lui. E però a Cajo
non fu difficile l'essere riconosciuto e confermato per imperadore, e
il fare che dal senato fosse cassato il testamento di Tiberio, per cui
egualmente lasciava ad esso Cajo e Tiberio Gemello l'amministrazion
dell'imperio. Così restò egli solo imperadore[190] colla podestà
tribunizia e coll'autorità ed arbitrio di far tutto, siccome attesta
Svetonio, benchè non usasse subito i titoli usati dai due precedenti
Augusti. Piena d'ammirazione e di giubilo rimase Roma tutta al vedere
con che mirabili e plausibili maniere Caligola desse principio al suo
governo; senza riflettere che diversa dal mattino suol essere la sera
di molti regnanti. _Caligola_, dissi, che così era volgarmente
chiamato con soprannome a lui dato, allorchè fanciullo trovandosi
all'armata in Germania, Germanico suo padre il facea vestir da
semplice soldato, e portare gli stivaletti, chiamati _Caligae_, e
usati allora nella milizia. Divenuto poi imperadore riputò egli come
ingiurioso e degno di gastigo un tal soprannome; e perciò dagli
storici vien mentovato per lo più col nome di _Cajo_. Affettò dunque
Cajo sulle prime di comparir popolare, siccome abbiamo da Svetonio e
da Dione; poichè, per conto di Tacito, periti seno i libri suoi, che
trattavano della vita di questo iniquissimo principe, e dei primi anni
del suo successore. Eseguì egli pontualmente tutti i legati lasciati
da Tiberio, e quegli ancora, che Livia Augusta nel suo testamento avea
ordinato; ma che l'ingrato suo figliuolo Tiberio non avea mai voluto
pagare. Diede subito la mostra alle compagnie de' soldati del
pretorio, con isborsar a tutti il danaro lasciato lor da Tiberio, ed
aggiugnerne altrettanto per ispontanea munificenza. Pagò parimente al
popolo romano l'insigne donativo di danaro ordinato da Tiberio colla
giunta di sessanta denari per testa, ch'egli non avea potuto pagare,
allorchè prese la toga virile, e inoltre quindici altri a titolo di
usura pel ritardo. Finalmente a tutti gli altri soldati di Roma, e
alle guardie notturne, cioè ai vigili, e alle legioni fuori d'Italia,
e ad altri soldati mantenuti nelle città minori, sborsò cinquecento
sesterzii ai primi, e trecento agli altri per testa.

Mellifluo fu in un certo giorno il suo ragionamento ai senatori con
dir loro, dopo aver toccati tutti i vizii del defunto Tiberio, di
volerli a parte nel comando e governo, e che farebbe tutto quanto
paresse loro il meglio, chiamandosi lor figliuolo ed allievo. Richiamò
gli esiliati, liberò tutti i prigioni, e fra gli altri Quinto
Pomponio, tenuto in quelle miserie per sette anni, dopo il suo
consolato. Annullò ogni processo criminale, con bruciar anche i
libelli lasciati da Tiberio. Queste prime azioni gli guadagnarono un
gran plauso, massimamente perchè fu creduto ch'egli fosse per mantener
la parola, che in quell'età il suo cuore andasse d'accordo con la
lingua. Volle tosto il senato far dimetter il consolato a Procolo e
Negrino per conferirlo a lui; ma egli ordinò che continuassero in
quella dignità, secondochè era dianzi stabilito, sino alle calende di
luglio, nel qual tempo poscia fu egli dichiarato console, ed amò di
aver per collega _Tiberio Claudio_ suo zio, che fin qui era stato
tenuto in basso stato e nell'ordine de' soli cavalieri, a cagion della
debolezza del suo capo. Nelle medaglie[191] Cajo si trova intitolato
CAJVS CAESAR AVGVSTVS GERMANICVS: ed in altre vi si aggiunge DIVI
AVGVSTI PRONEPOS. Fece ancora risplendere l'amor suo verso de' suoi,
con dare il titolo d'Augusta e di sacerdotessa d'Augusto ad _Antonia_
avola sua e madre di Germanico, e col concedere alle sue sorelle i
privilegi delle Vestali, e posto presso di sè negli spettacoli. A
_Tiberio Gemello_, nipote di Tiberio, diede il titolo di Principe
della Gioventù, e di più l'adottò per suo figliuolo. Andò in persona
alle isole Pandataria e Ponza a cercar le ceneri d'_Agrippina_ sua
madre, e di _Nerone_ suo fratello; e con funebre magnificenza
portatele a Roma, le collocò nel mausoleo d'Augusto, con determinare
in onore e memoria d'essi esequie e spettacoli annuali. Stava tuttavia
fra le catene[192] Agrippa, nipote di Erode il grande re della Giudea,
quando restò liberata Roma dal ferreo giogo di Tiberio. Cajo,
essendosene tosto ricordato, siccome amico suo caro, mandò ordine al
prefetto di Roma di trasferirlo dalla carcere alla casa dove abitava
prima; e da lì a pochi giorni fattoselo condurre davanti con abito
mutato, gli mise in capo un diadema, dichiarandolo re, e sottomettendo
a lui la Tetrarchia, già posseduta da Filippo suo zio, morto poco fa,
con aggiugnervi l'altra di Lisania, restando la Giudea come prima
sotto l'immediato governo dei Romani. Restituì ancora ad _Antioco_ il
regno della Comagene colla giunta della Cilicia marittima. Di gloria
medesimamente fu a Cajo l'aver cacciato fuori di Roma que' giovinetti
che faceano l'infame mercato de' lor corpi; e poco vi mancò che non li
mandasse a seppellir nel Tevere. Ordinò che si cercassero e
pubblicamente si potessero leggere le storie soppresse di _Tito
Labieno, Cordo Cremuzio e Cassio Severo_. Ai magistrati lasciò libera
la giurisdizione, senza che si potesse appellare a lui. Dalle
provincie d'Italia levò il dazio del centesimo denaro che si pagava
per tutte le cose vendute all'incanto. Sotto Tiberio, principe d'umor
tetro, le pubbliche allegrie, i giuochi, gli spettacoli erano divenuti
cose rare. Cajo non tardò a rimetter tutto in uso, e con grande
accrescimento: cose tutte stupendamente applaudite dal popolo[193].
Dopo aver tenuto il consolato per due mesi, lo rinunziò ai due consoli
destinati da Tiberio. Il nome loro non è noto. Stimò il Pighio, che
fossero _Tiberio Vinicio Quadrato_ e _Quinto Curzio Rufo_. Se di
queste maravigliose azioni di Cajo Caligola si rallegrasse Roma,
veggendo un aspetto sì bello con tanta differenza dal precedente
sanguinario governo, non è da chiederlo. Talmente si rallegrò quel
popolo a sì gran mutazione di scena, che, per testimonianza di
Svetonio, nei tre mesi seguenti dopo la morte di Tiberio, cento
sessantamila vittime furono svenate in rendimento di grazie ai loro
falsi dii. Ma durò ben poco questo ciel sì ridente, siccome nell'anno
seguente apparirà. _Artabano_ re de' Parti, che in addietro odiò forte
Tiberio, udita la di lui morte, se ne rallegrò e diede tosto adito ad
un trattato di pace. Scrive Dione ch'egli stesso ricercò l'amicizia di
Cajo. Ma Svetonio e Giuseppe Ebreo raccontano, che fu Vitellio
governator della Soria il promotore di quell'accordo per ordine di
Cajo. Seguì in fatti fra esso re e Vitellio un magnifico abboccamento
in un ponte fabbricato sull'Eufrate, e quivi fu conchiusa la pace con
condizioni onorevoli per gli Romani.

NOTE:

[179] Fabret., Inscript., p. 674.

[180] Suet., in Tiber., c. 73.

[181] Thesaurus Novus Inscription., p. 303, n. 2.

[182] Sueton., in Tiber., c. 72.

[183] Dio, lib. 58. Tacitus, lib. 6, c. 50.

[184] Sueton., in Caligula, cap. 8.

[185] Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.

[186] Dio, lib. 58.

[187] Philo, de Legation. Sueton., in Tiber., c. 76.

[188] Dio, lib. 58. Tacitus, lib. 6, c. 50. Sueton. in Tiber., c. 73.

[189] Sueton., in Cajo, cap. 12.

[190] Sueton., in Caj., cap. 14. Dio, lib. 59.

[191] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[192] Joseph., Antiq. Jud., lib. 18. Dio, lib 59.

[193] Sueton., in Cajo, cap. 17. Dio, lib. 59.



    Anno di CRISTO XXXVIII. Indizione XI.

    PIETRO APOSTOLO papa 40.
    CAJO CALIGOLA imperadore 2.

_Consoli_

MARCO AQUILIO GIULIANO e PUBLIO NONIO ASPRENATE.


Era già cominciato nel precedente anno un impensato cambiamento di
vita e di massime nel da noi osservato finora sì amorevole e grazioso
Cajo Caligola. Rapporterò io qui ciò che accadde allora e nel presente
anno ancora[194]. I conviti, le crapole ed altre dissolutezze di una
vita sensuale, a cui si abbandonò di buon'ora questo nuovo imperadore,
cagion furono ch'egli cadde nel mese d'ottobre sì gravemente malato,
che si dubitò di sua vita[195]. Appena si riebbe, che di volubile,
qual era dianzi, cominciò a comparir stranamente agitalo da vari e
fieri capricci, quasi che la mente sua per la sofferta malattia avesse
patito qualche detrimento, con peggiorar da lì innanzi di maniera, che
Roma, sì maltrattata sotto Tiberio cattivo, senza paragone sotto
questo pessimo maestro divenne teatro di calamità. Aveano fatto i
Romani delle pazzie pel tanto desiderio ch'egli superasse quel malore,
perchè dopo aver Cajo dato sì glorioso principio al suo governo, si
figurava ciascuno riposta tutta la pubblica felicità nella
conservazione della di lui vita. Due persone fra l'altre, cioè Publio
Afranio Potito, uomo popolare, ed Atanio Secondo, cavaliere, fecero
voto, l'uno di dar la propria vita, se egli ricuperava la salute,
l'altro di combattere fra i gladiatori, con esporsi al pericolo della
morte, purchè Caligola guarisse. Guarito ch'egli fu, d'inesplicabile
giubilo si riempiè tutta la città. Ma non tardò molto a cangiarsi
scena. La prima sua strepitosa iniquità quella fu di levar di vita
_Tiberio Gemello_, nipote legittimo e naturale di Tiberio Augusto, e
da lui adottato per figliuolo, con obbligarlo ad uccidersi da sè
stesso; perciocchè Cajo sì scrupoloso era, che non potea permettere a
chicchessia di torre la vita al nipote di un imperadore. Per iscusa di
questa crudeltà addusse l'essere egli stato accertato, che il
giovinetto Tiberio si era rallegrato della sua infermità, ed avea
desiderata la sua morte. Passò oltre il suo bestial capriccio con
esigere, che chi avea fatto voto della vita, per salvare la sua,
eseguisse la promessa, affinchè non rimanessero con lo spergiuro in
corpo.

Fece in quest'anno Cajo alcune azioni che piacquero al popolo[196],
perchè restituì alla plebe il suo diritto ne' comizii per l'elezione
de' magistrati che Tiberio avea ristretto nei senatori: il che ebbe
poco effetto. Ordinò che pubblicamente si rendessero i conti delle
rendite e spese della repubblica: regolamento dismesso sotto Tiberio.
Essendo sminuito forte l'ordine de' cavalieri, lo ristorò con
ascrivere ad esso molti scelti dalla nobilità delle città
dell'imperio, purchè ben imparentati, e sufficientemente ricchi,
concedendo loro anche de' privilegi. Con decreto del senato diede a
_Soemo_ il regno, o sia principato dell'Arabia Iturea; a _Cotys_
l'Armenia minore, e poscia alcune parti dell'Arabia. Concedette ancora
una parte della Tracia a _Rimetalce_, e il Ponto a _Polemone_,
figliuolo del re Polemone; esercitando in tal guisa la giurisdizione
romana sopra que' lontani paesi, ed affezionando quei re al romano
imperio. Non furono già di questo tenore altre sue azioni nell'anno
presente. Già dicemmo ch'egli per opera di Macrone prefetto del
pretorio avea ottenuto l'imperio. Perchè quest'uomo, per altro
cattivo, osava di parlargli con qualche franchezza[197], forse per
ritenerlo dall'esecuzione de' suoi malnati appetiti; Cajo, che non
voleva più aver sopra di sè dei maestri, dallo sprezzo passò alla
risoluzione di levarlo dal mondo, dopo avergli promesso il governo
dell'Egitto. Macrone prevenne il carnefice con darsi da sè stesso la
morte; e non meno di lui fece Ennia Nevia sua moglie, quella medesima,
con cui Caligola avea tenuta, per quanto fu creduto, una pratica
disonesta. Parve ad ognuno troppo nera l'ingratitudine di lui verso
persone tali; e più indegno si riputò il delitto apposto loro dal
medesimo imperadore, con chiamarli ruffiani, quando in lui ricadeva
questo reato. Suocero d'esso Cajo era Marco Giunio Silano, già stato
console, uomo di gran nobiltà, di gran senno, e primo nel senato a
dire il suo parere, allorchè regnava Tiberio. Sua figliuola _Giunia
Claudilla_ maritata con Caligola non per anche imperadore, era, per
attestato di Dione[198], stata ripudiata. Tacito[199] la dice morta in
breve, forse di parto. A questo illustre personaggio tali affronti
fece Cajo, che l'indusse, secondo l'empio stile d'allora, a darsi la
morte da sè stesso. Di ciò parla Dione all'anno precedente. Abbiamo
anche da Tacito[200] e da Seneca, che Caligola volle dar l'incombenza
d'accusar Silano a Giulio Grecino, senatore di rara probità, che
compose alcuni libri dell'Agricoltura, menzionati anche da Plinio, e
che fu padre di Giulio Agricola, la cui vita scritta da Tacito è
pervenuta ai nostri giorni. Generosamente se ne scusò egli, e per
questa bella azione meritò che il crudele Caligola il facesse morire.
Racconta Seneca[201] di questo Grecino, che mancandogli il denaro per
celebrar de' giuochi pubblici, Fabio Persico, probabilmente quello
stesso che fu console nell'anno 34 della nostra Era, ma uomo
screditato, gliene mandò ad esibire una buona somma. La rifiutò
Grecino, e agli amici che il biasimavano di questo, rispose: «Come
vorreste voi ch'io ricevessi dei danari da uno, con cui mi vergognerei
anche di stare a tavola?»

Quanta fosse la corruzion de' costumi in Roma pagana per questi tempi,
sarebbe facile il mostrarlo. Caligola anch'egli ne lasciò degl'infami
esempli[202]. Tre sorelle avea egli, cioè _Drusilla_, _Agrippina_ e
_Livilla_. Con tutte e tre, o vergini o maritate, disonestamente
conversò. Sopra l'altre amò Drusilla, a cui tolto avea l'onore
giovinetto. Era essa stata dipoi maritata con Lucio Cassio Longino,
che fu console. Caligola gliela tolse, e la tenne e trattò da
legittima consorte. Dione[203], non so come, la fa moglie (forse in
seconde nozze) di Marco Lepido, notando nondimeno anch'egli
l'obbrobrioso commercio del fratello con essa. Fu costei in quest'anno
rapita dalla morte, verisimilmente verso il fine di luglio. Caio
n'ebbe a impazzire, e cadde in istravaganze ridicole. Dopo un
solennissimo funerale e lutto pubblico, fece decretare ad essa gli
onori dati a Livia Augusta, e deificarla e alzarle dei templi; e si
trovò un senator sì vile, cioè Livio Geminio, che con giuramento
affermò di aver veduta Drusilla salire al cielo, e ne riportò un buon
regalo da Caio. Seneca anch'egli si rise di costui. Oltre a ciò come
forsennato all'improvviso si partì da Roma, fece un viaggio nella
Campania, arrivò sino a Siracusa, e poi frettolosamente ritornò a
Roma, senza essersi fatta radere la barba nè tosare i capelli. Andò
tanto innanzi la frenesia di Caio, che fece morir non so quante
persone per due opposti motivi o pretesti; cioè le une perchè si erano
rattristate per la morte di Drusilla, quasi che fosse un gran delitto
l'affliggersi per chi era divenuta partecipe della divinità; e
l'altre, perchè o avessero fatto conviti, o balli, o fossero ite al
bagno nel tempo del lutto per Drusilla, parendo ciò un rellegrarsi
della sua morte. Chi potea indovinarla con un sì furioso e pazzo
Augusto? Altri nondimeno han creduto ch'egli spigolasse sì fatti
pretesti, per ingoiar le ricchezze dei condannati a diritto o a torto;
imperciocchè il folle ne' primi mesi fece un tale scialacquamento di
denaro, che consumò colla sua prodigalità in doni e pubblici giuochi
gli immensi tesori che l'avaro Tiberio avea radunato; e, trovandosi
poi smunto, diede ad ogni sorta di violenza, o pubblica con imporre
gravezze, o privata con levar di vita i ricchi innocenti, per
soddisfare ai suoi capricciosi voleri colle loro sostanze. Quando
altra accusa mancava, sempre era in pronto quella che avessero avuta
parte nella morte dei di lui genitori e fratelli.

Un'altra ridicolosa comparsa avea fatto questo imperadore, forse
nell'anno precedente, come s'ha da Dione[204]. Invitato alle nozze di
Caio Calpurnio Pisone con _Livia_ (o sia _Cornelia_) _Orestilla_,
appena ebbe veduta quella giovinetta che se ne invaghì con dire a
Pisone: «Non ti venga talento di toccare mia moglie.» E tosto seco la
condusse in corte, poi fra pochi dì la ripudiò; e da li a due anni
ragguagliato ch'essa avea commercio col primo marito, relegò l'uno e
l'altra. Inoltre pochi giorni dopo la morte di Drusilla avendo esso
Caio udito parlare della straordinaria bellezza dell'avola di _Lollia
Paolina_, moglie di Caio Memmio Regolo, già stato console, e che era
allora governatore della Macedonia ed Acaia, stranamente avvisandosi
che non fosse minor la beltà della nipote, mandò a prendere essa
_Paolina_, e la sposò, con obbligar suo marito ad adottarla per
figliuola. Ma svaghitosene fra poco, la ripudiò, con precetto a lei
fatto di non avere carnal commercio con altr'uomo in avvenire. Sposò
dipoi _Cesonia Milonia_, che già avea avuto tre figliuole da un altro
marito; donna che sapea il mestiere di farsi amare. E la sposò nel dì
stesso che la medesima partorì una figliuola, ch'egli riconobbe per
sua, ed ebbe nome _Giulia Drusilla_. Dione la fa nata un mese dopo, e
riferisce all'anno seguente un tal matrimonio[205]. Intanto si diede
meglio a conoscere la sua furiosa passione di mirar con piacere le
morti degli uomini. I giuochi funesti de' gladiatori erano il suo
maggior sollazzo. Sollecitava anche i nobili, benchè fosse contro le
leggi, a combattere negli anfiteatri e a farsi scannare. Non contento
del duello d'uno con uno, ne voleva delle schiere; e un dì fece
combattere ventisei cavalieri romani, mostrando gran contento allo
spargimento del loro sangue. Talvolta ancora, mancando i gladiatori,
facea ghermire taluno della plebe; e colla lingua tagliata, affinchè
non potesse gridare, il forzava a combattere con le fiere. Così di
giorno in giorno andava egli crescendo nella crudeltà, sfoggiando
nelle pazzie, e gettando smoderata copia di danaro in vari spettacoli
e in demolir case per nuovi anfiteatri. In quest'anno[206], per quanto
si crede, la mano di Dio cominciò a farsi sentire in Levante contra
de' Giudei, fieri persecutori del già nato Cristianesimo. Ebbero
principio in Egitto le turbolenze mosse contra di tal nazione, che in
più centinaia di migliaia abitava in quella ricchissima provincia, con
essersi sollevato il popolo di Alessandria contra d'essi in occasione
che il re _Agrippa_ arrivò a quella città. Gran copia di loro fu
maltrattata, tormentata, uccisa; saccheggiate le lor case, spogliati i
magazzini, e ridotto quel gran popolo ad un'estrema miseria. La storia
distesamente si legge ne' libri di Filone contra Flacco, negli Annali
del Baronio all'anno 40, in quei dell'Usserio e d'altri. L'istituto
mio non soffre ch'io ne dica di più.

NOTE:

[194] Dio, lib. 59.

[195] Philo, in Legatione ad Cajum.

[196] Dio, lib. 59.

[197] Philo, in Legatione ad Cajum.

[198] Dio, lib. 59.

[199] Dio, lib. 59. Tacit., Annal., lib. 6, c. 46.

[200] Tacitus, in Vita Agricolae.

[201] Seneca, de Benefic., lib. 2, c. 21.

[202] Sueton., in Cajo, cap. 24.

[203] Dio, lib. 59.

[204] Dio, lib. 59. Sueton., in Cajo, cap. 25.

[205] Dio, lib. 59.

[206] Philo, in Flacc. Joseph., in Antiq. Judaic. Eusebius, et alii.



    Anno di CRISTO XXXIX. Indizione XII.

    PIETRO Apostolo papa 11.
    CAJO CALIGOLA imperadore 3.

_Consoli_

CAJO CESARE CALIGOLA AUGUSTO per la seconda volta, LUCIO APRONIO
CESIANO.


Solamente per tutto il gennaio tenne _Caligola_ il consolato[207], e
nelle calende di febbraio, per attestato di Dione[208], rinunziò la
dignità a _Marco Sanquinio Massimo_, che era stato console un'altra
volta. Continuò _Apronio Cesiano_ nell'uffizio sino alla fine di
giugno, per testimonianza del medesimo storico, e nelle susseguenti
calende dicono che gli fu sostituito _Gneo Domizio Corbulone_. Così il
padre Stampa[209] ed altri, negando la sostituzione d'altri consoli.
Ma Dione scrive, che incolpati da Caio i consoli, per non aver
intimate le ferie pel suo giorno natalizio, e per aver solennizzata la
vittoria d'Augusto contra di Marco Antonio, furono in quello stesso
dì, cioè del suo natale, degradati, con rompere i loro fasci:
ignominia tale, che l'un di essi consoli si uccise di poi da sè
stesso. Aggiugne che allora succedette nel consolato _Domizio
Africano_. Secondo Svetonio[210] Cajo Caligola nacque nel dì 31
d'agosto; e però in quel dì succedette la mutazion de' consoli, e
_Domizio Africano_ eletto console da Caligola, tenne il consolato sino
al fine dell'anno. _Domitium Afrum Collegam Cajus ipse sibi re, verbo
Populus elegit._ Certo è, essere stati due personaggi diversi _Domizio
Corbulone e Domizio Africano_, come si ricava da Tacito[211] che li
nomina amendue. Dione anch'egli parla di essi sotto l'anno presente,
con dire che _Domizio Corbulone_ si guadagnò il consolato con far dei
processi, e poscia aggiugne che anche _Domizio Africano_ fu creato
console. Quel solo che resta scuro, si è, qual dei due consoli deposti
si troncasse il filo della vita; perciocchè tanto Sanquinio Massimo,
quanto Corbulone sembra che vivessero alcuni anni ancora, se pur di
amendue parla Tacito negli Annali[212]. Cajo nell'anno presente levò
di nuovo al popolo il diritto dei Comizii, perchè ne seguiva
dell'imbroglio, e lo restituì al senato. Era per altre cagioni in
collera contro d'esso popolo, perchè sapea d'esserne odiato; vedea che
scarso era il loro concorso agli spettacoli; e più volte intese che
aveano levato rumore contro le spie e gli accusatori. Però molti di
quando in quando ne fece ammazzare, e si augurava che un solo collo
avesse tutto il popolo romano per poterlo tagliare con un sol colpo.
Nel medesimo tempo andava crescendo la di lui crudeltà anche verso i
nobili e i ricchi, trovandosi con facilità dei pretesti per farli
accusare e condannare a fine di mettere le griffe sopra le loro
ricchezze e beni. Di Calvisio Sabino senatore, di Prisco pretore e
d'altri parla Dione, con aggiungere che tutto il senato e popolo
all'udirlo un dì lodar Tiberio, e minacciar tutti, rimasero sbalorditi
e tremanti; e la conciarono per allora con delle adulazioni e lodi
eccessive. Domizio Africano, del cui consolato poco fa s'è ragionato,
seppe anch'egli con ripiego di fina accortezza schivar la mala
ventura. Credendo costui d'acquistarsi un gran merito, avea esposta
una statua di Caligola, con dire nell'iscrizione ch'esso Augusto in
età di ventisette anni era giunto ad essere console due volte. Prese
Caligola con quella sua testa sventata al rovescio l'espressione,
parendogli fatto un rimprovero a sè stesso per la sua età, e per le
leggi che non permetteano in sì poco tempo tali onori. Però
considerando che uomo accreditato nell'eloquenza del foro fosse
Domizio, composta un'orazione con molto studio volle egli stesso
accusarlo in senato. L'accorto Domizio, finita ch'egli ebbe la
diceria, senza mettersi a difendere sè stesso, si mostrò solamente
stupefatto per la forza e bellezza dell'orazione di Caio, con
rilevarne tutti i passi più luminosi e lodarli. Richiesto poi di
difendersi, se potea, rispose d'essere vinto da così forte eloquenza,
ed altro non restargli, se non di ricorrere alla clemenza di Cesare;
e, in così dire, se gli gittò supplichevole ai piedi, implorando
misericordia. Caio gonfio per aver superato un oratore di tanto nome,
gli perdonò il resto, ed in appresso il creò console.

Ma non meno della crudeltà cresceva in lui anche la frenesia o pazzia,
profondendo sempre più a sproposito immenso danaro negli
spettacoli[213]. Egli stesso sulla carretta talvolta andò nel circo a
gareggiar nella corsa coi plebei professori; e guai a quegli uomini e
cavalli che gli andavano innanzi. Fra gli altri ebbe un cavallo
prediletto, a cui avea posto il nome d'_Incitato_. Lo tenea seco a
tavola, dandogli biada in vasi d'oro, e in bicchieroni d'oro del vino.
Forse fu una burla il dirsi che egli avea anche promesso di crearlo
console un dì; e che l'avrebbe fatto, se fosse vivuto più tempo. Poca
gloria a questo forsennato regnante pareva il passeggiar per terra a
cavallo. Volle far vedere ai Romani, che gli dava l'animo di cavalcar
sopra il mare. Fece dunque fabbricar un ponte in un seno di esso mare
fra Baja e Pozzuolo, lungo da tre miglia e mezzo con due file di navi
da carico, fermate con ancore, e fatte venir anche da lontano[214]: il
che poi cagionò una gran carestia in Roma e nell'Italia. Sopra vi fu
fatto un piano di terra con varie case ben provvedute d'acqua dolce.
Per questo ponte fabbricato con immensa spesa, un dì montato sopra un
superbo cavallo, armato colla corazza riputata di Alessandro Magno, e
con sopravvesta ornata d'oro e di gemme, spada al fianco, e scudo
imbracciato e con corona di quercia in capo, marciò l'intrepido
imperadore con tutta la sua corte da Baja a Pozzuolo, quasichè andasse
ad assalire un'armata nemica; e come se fosse stanco per una data
battaglia, si riposò poi in quella città. Nel seguente giorno salito
sopra un carro tirato dai suoi più superbi destrieri, con Dario
avanti, uno degli ostaggi dei Parti, seguitato da essa sua corte tutta
in gala, e da alcune schiere di pretoriani, ripassò di nuovo sul
medesimo ponte; in mezzo al quale alzato un tribunale, arringò, come
se avesse conseguita qualche gran vittoria, lodando i soldati, quasi
che fossero usciti di pericolo, gloriandosi sopra tutto di aver
calpestato coi piedi il mare. Dato poscia un congiario o sia regalo al
popolo, egli coi cortigiani sul ponte, e gli altri in varie navi,
passarono il rimanente del giorno e la notte in gozzoviglie e in
ubbriacarsi, essendo tutto il ponte colla collina d'intorno illuminato
da fiaccole, fuochi ed altri lumi, talmente che la notte non invidiava
al giorno. Nel calore del vino e dell'allegria molti furono gittati
per divertimento in mare, e molti ve ne gittò lo stesso Caio, dei
quali perirono alcuni. Così terminò la gran funzione, con vantarsi il
prode Augusto di aver messo terrore al mare, e con ridersi di Dario e
di Serse, per aver egli domato il mare per un tratto più lungo. Le
immense spese fatte in quest'azion da teatro, incitarono dipoi lo
smunto Augusto a far danari per tutte le vie, e massimamente colle
condanne dei benestanti. Fra questi uno fu il celebre filosofo _Lucio
Anneo Seneca_, tenuto pel più saggio di Roma, che corse gran pericolo,
non già per qualche suo delitto, ma solamente per aver trattata con
vigore nel senato una causa alla presenza dello stesso Caligola, che
se l'ebbe a male, o perchè proteggesse co' desiderii quella causa, o
perchè gli spiacesse chi era più eloquente di lui. Il fece dunque
condannare; ma il lasciò poi vivere per avere inteso da una
donnicciuola di corte, che questo filosofo era tisico e poco potea
campare.

Prese susseguentemente Caligola all'improvviso la risoluzione di
passar nella Gallia, col pretesto della guerra non mai bene estinta
coi Germani; ma veramente per far bottino addosso alle provincie
romane, ed insieme per dar a conoscere l'insigne suo valore e potenza
ai Barbari, dopo averne data una sì bella lezione al mare stesso.
Dovette accadere la sua partenza negli ultimi mesi di questo anno. Fu
detto, che raunò dugentomila, ed altri anche scrissero dugento
cinquantamila armati. Direste ch'egli sicuramente subbissò con tante
forze la Germania. Andò a finire anche questo formidabil apparato in
una scena comica. Appena ebbe passato il Reno, che marciando in
carrozza in mezzo all'esercito per dei passi stretti, gli fu detto che
sorgerebbe ivi della confusione se i nemici venissero ad assalire i
Romani. Bastò questo, perchè egli salito a cavallo, con fretta se ne
tornasse al ponte del Reno, e trovatolo impedito dalle carrette dei
bagagli, si facesse portar di là sulle spalle dagli uomini, non
parendogli mai d'essere in sicuro dai Germani, finchè non ebbe la
barriera del Reno davanti. In quella ridicolosa spedizione fece un dì
nascondere alcuni Tedeschi della sua guardia di là da esso Reno,
acciocchè nel tempo del desinare gli fosse portata la nuova che il
nemico veniva. Allora saltato su da tavola, colle milizie corse contra
quelle sognate truppe, e giunto in un bosco vi spese il resto del
giorno a far tagliare degli alberi, per innalzarvi de' trofei
dell'oste nemica da lui messa in fuga, confortando intanto alla
tolleranza le legioni colla speranza di menar meglio le mani un'altra
volta. Ed intanto scrivea lettere di fuoco al senato, perchè in Roma
si faceano dei conviti ed altri divertimenti, mentre egli si trovava
in mezzo ai pericoli della guerra. Venne in questi tempi a mettersi
sotto la di lui protezione con pochi de' suoi Adminio figliuolo d'uno
dei re della gran Bretagna, cacciato dal padre. Come s'egli avesse
conquistata la Bretagna, spedì tosto corrieri a Roma con lettere
laureate, ed ordine ad essi di presentarsi sol quando il senato fosse
adunato nel tempio di Marte, e di consegnar le lettere in mano dei
consoli. Fecesi anco proclamar imperadore per la settima volta,
quasichè egli avesse riportata qualche vittoria, quando neppur uno dei
Germani provò se erano ben affilate le spade romane. Queste furono le
bravure e conquiste del buffonesco imperadore, che diedero da ridere a
tutti, e specialmente agli stessi Germani, i quali s'avvidero per
tempo della di lui vanità e paura, nè ebbero più apprensione alcuna di
lui. Il tempo preciso di queste sue ridicolose prodezze non è
assegnato dagli antichi scrittori.

Diedero per lo contrario da piagnere alla Gallia le inaudite sue
estorsioni per far danaro. Non contento dei regali che gli portavano i
deputati delle città, si applicò a far morire i più ricchi di quelle
contrade sotto diversi pretesti; occupando le lor terre, e vendendole
dipoi anche per forza a chi non ne avea voglia, ed era obbligato a
pagarle molto più che non valevano. Trovandosi un giorno al giuoco,
gli fu detto che mancava il danaro. Fecesi tosto portare i catasti dei
beni della Gallia, comandò che i meglio possidenti fossero privati di
vita; rivoltosi poi agli altri giocatori, disse: «Voi giuocate di
poco; ma io giuoco a guadagnar sei milioni.» Profuse bensì un gran
danaro in regalar le milizie, ma insieme cassò molti uffiziali; ad
altri assaissimi negò la promozione dovuta; e a gran copia di soldati
per capricciose ragioni fece levar la vita. Soprattutto risonò la
morte da lui data a due dei suoi principali magistrati. L'uno fu _Gneo
Lentolo Getulico_ della primaria nobiltà romana, che per dieci anni
avea tenuto il governo dell'armi della Germania. Perchè egli, secondo
il sentimento di Dione, s'era guadagnata la benevolenza de' soldati,
questo fu il gran delitto per cui Caligola il tolse dal mondo. Ma
probabilmente anch'egli fu incolpato, come mischiato in una congiura
tramata contra d'esso Augusto da _Marco Emilio Lepido_, non so se vera
o falsa. Svetonio la dà per vera. Aveva Cajo condotte seco nel viaggio
le sue sorelle _Agrippina_ e _Livilla_, disonestamente amate da lui, e
prostituite anche da altri. Lepido era loro parente, sì per essere
figliuolo di Giulia nipote d'Augusto e sorella d'Agrippina lor madre,
e sì per essere stato marito di _Drusilla_, loro sorella. La
confidenza che passava fra essi a cagion della parentela, degenerò
facilmente in un infame commercio, cosa non rara fra i Pagani, seguaci
di una falsa e sporca religione. Sapendo le sorelle, quanto fosse
odiato il fratello, ed aspirando spezialmente l'ambiziosa Agrippina a
divenir imperadrice, macchinarono tutti e tre contra di Caligola,
perchè Lepido si prometteva di succedergli. Scoperta la trama, Lepido
la pagò con la vita; ed Agrippina e Livilla furono relegate nell'isola
di Ponza, con aver anche Cajo obbligata Agrippina a portare a Roma le
ceneri del drudo in un'urna. Disse che oltre alle isole egli avea per
loro anche delle spade. Scrisse poscia al senato di avere scappato
quella pericolosa burrasca, e mandò a Roma i biglietti che attestavano
l'impudica lor vita, e la lor lega coi congiurati, e tre pugnali
inoltre destinali a torgli la vita, con ordine di consecrarli a Marte
vendicatore[215]. Fece da lì a poco venir nella Gallia tutti gli
ornamenti e le suppellettili, gli schiavi, ed anche i liberti delle
sorelle per ricavarne danaro (perchè spesso lo scialacquatore ne
scarseggiava), e trovato che li vendea ben cari, nella maniera
nondimeno che dissi da lui praticata: comandò tosto, che fossero
condotte da Roma anche tutte le più belle e preziose masserizie del
palazzo imperiale, prendendo per forza tutte le carrette e cavalli che
si trovavano per le pubbliche strade, affin di condurle, non senza
grave danno e lamento dei popoli. Tutto ancora vendè come all'incanto
nella Gallia, e carissimo, perchè volea che si pagasse anche il fumo,
con aver messo de' biglietti sopra cadaun di que' mobili; in uno
d'essi dicea: «Questo fu di mio padre; quest'altro di mio nonno e di
mia madre; quest'era di Marc'Antonio in Egitto; questo lo guadagnò
Augusto in una tal vittoria;» e così discorrendo. Tutto il danaro poi
si dissipò in breve tra le paghe e i regali dei soldati, ed alcuni
spettacoli ch'egli volle dar in Lione prima del suo ritorno, succeduto
nell'anno seguente.

NOTE:

[207] Sueton., in Cajo, cap. 17.

[208] Dio, lib. 59.

[209] Stampa, Continuat. Fastor. Sigonius et alii.

[210] Sueton., in Cajo, c. 8.

[211] Tacitus, Annal., lib. 3, cap. 33, et lib. 4, c. 52.

[212] Tacitus, Annal., lib. II, cap. 18.

[213] Sueton., in Cajo, cap. 54. Dio, lib. 59.

[214] Sueton., in Cajo, c. 19.

[215] Sueton., in Cajo, cap. 39.



    Anno di CRISTO XL. Indizione XIII.

    PIETRO APOSTOLO papa 12.
    CAJO CALIGOLA imperadore 4.

_Consoli_

CAJO CESARE CALIGOLA AUGUSTO per la terza volta.

Solo fu console ad aprir l'anno _Cajo Caligola_, non già perchè egli
non avesse nominato il collega; ma perchè, come abbiamo da Svetonio e
da Dione[216], il console disegnato morì nell'ultimo dì del precedente
anno, nè vi restò tempo da provvedere. Si ritrovarono imbrogliati i
senatori per non esservi in Roma capo alcuno del senato, nè si
attentavano i pretori a convocare esso senato, benchè loro
appartenesse tale officio nell'assenza e mancanza de' consoli.
Contuttociò da loro stessi salirono nelle calende di gennajo al
Campidoglio, e quivi fecero i sacrifizii; posta anche la sedia di
Caligola nel tempio, l'adorarono; e, come s'egli fosse stato presente,
gli fecero l'offerta dei doni che in testimonianza del loro amore avea
introdotto Augusto. Tiberio poi la dismise, e Caligola per avarizia la
rinnovò. Null'altro osarono di fare in quel dì i senatori, se non di
caricar di lodi l'imperadore, e di augurargli delle immense
prosperità. Si contennero anche nei dì seguenti, finchè arrivò
l'avviso, che Caligola giunto a Lione avea dimesso il consolato nel dì
12 di gennajo. Allora entrarono nella dignità i due consoli
sostituiti. Dione li lasciò nella penna. Secondo le conghietture
d'alcuni eruditi questi furono Lucio Gellio Poblicola e Marco Coccejo
Nerva; ma non è cosa esente da dubbii; e molto meno che nelle calende
di luglio fossero sostituiti Sesto Giulio Celere e Sesto Nonio
Quintiliano, come altri han creduto. In Lione, siccome accennai, si
ritrovò Caligola nelle calende di gennajo[217], e probabilmente allora
per onorare il suo consolato, celebrò quivi gli spettacoli mentovati
da Svetonio e da Dione. Furono vari, ma non vi mancò quella della gara
nell'eloquenza greca e latina, giuoco solito a farsi in quella città
alla statua d'Augusto. Chi era vinto pagava il premio ai vincitori, ed
era tenuto a fare un componimento in lor lode. Coloro poi, che in vece
di piacere dispiacevano, doveano colla lingua, o con una spugna
cancellare il loro scritto, se pur non eleggevano d'essere sferzati
dai discepoli, ovvero tuffati nel fiume vicino. Era tuttavia Cajo in
Lione, quando arrivò colà chiamato da lui _Tolomeo re_, figliuolo di
Giuba già re delle due Mauritanie, e suo cugino. Fu onorevolmente
ricevuto. Ma o sia ch'egli entrato nel teatro per ragione del grande
sfarzo recasse gelosia al luminare maggiore, o pure che Cajo,
informato delle molte di lui ricchezze, le volesse far sue: fuor di
dubbio è, che il mandò in esilio, e poscia (forse nel cammino) con
somma perfidia il fece ammazzare: iniquità, per cui i suoi sudditi si
ribellarono dipoi al romano imperio. Anche _Mitridate re dell'Armenia_
in altro tempo fu da lui mandato in esilio, ma non ucciso. Poscia,
prima di ritornare in Italia, volle Caligola coronar tante sue
gloriose imprese con un'azione magnifica[218]. Sul lido dell'Oceano
per ordine suo andò tutto il suo esercito ad accamparsi con gran copia
di macchine e d'attrezzi militari, ed egli imbarcatosi in una galea,
per mare arrivò colà. Ognun si aspettava che egli pensasse portar la
guerra nella Bretagna: e forse ne avea formato il disegno: quand'ecco
smontato egli di nave, salì sopra un alto trono, fece ordinare in
battaglia tutte le schiere, e sonar le trombe, dare il segno della
zuffa, come se fosse vicino un gran combattimento, senza vedersi
intanto nemico alcuno. Poscia tutto ad un punto ordinò ai soldati di
raccogliere sul lido quante conchiglie o nicchi potessero nelle celate
e nel seno, chiamandole spoglie dell'Oceano da portarsi a Roma, e da
mettersi nel Campidoglio. In memoria di questa sua segnalata vittoria
fece fabbricare ivi un'alta torre. Vennegli anche in testa prima di
partirsi dalla Gallia, di far tagliare a pezzi le legioni che si
rivoltarono molti anni addietro contra di Germanico suo padre, ed
assediarono anche lui stesso fanciullo. Tanto gli dissero i suoi
consiglieri, che depose così matta e crudel voglia; non poterono però
tanto, ch'egli non persistesse nel volere almen decimare que' soldati.
Feceli per tanto raunar tutti senz'armi e senza spada, ed attorniare
dalla cavalleria; ma accortosi che molti d'essi dubitando di qualche
insulto, correano a prendere l'armi, fu ben presto a levarsi di là, ed
affrettare il suo ritorno in Italia.

Venne egli, ma pieno di mal talento, contro al senato. Si trovavano
stranamente imbrogliati i senatori, per non sapere come regolarsi con
un sì fantastico e pazzo imperadore[219]. Se gli decretavano onori
straordinari per la sua pretesa vittoria de' Germani e Britanni,
temevano del male, quasi che il beffassero; e non decretandone alcuno,
o pochi a misura dei di lui desiderii, ne temevano altrettanto. Egli
inoltre avea scritto di non volere onori; e pur da lì a non molto
tornò a scrivere, lamentandosi che l'aveano defraudato del trionfo a
lui dovuto. Ed avendogli il senato inviato all'incontro un'ambasceria,
sollecitandolo a venire a Roma: _Verrò, verrò_, rispose, _e con
questa_, tenendo la mano sul pomo della spada. Fece anche
pubblicamente sapere a Roma, ch'egli ritornava, ma solamente per
coloro che desideravano il suo arrivo, cioè per l'ordine equestre e
popolo, perchè quanto a sè non si terrebbe più per cittadino nè per
principe del senato. Nè dipoi volle che alcun de' senatori venisse ad
incontrarlo. O rifiutato o differito il trionfo, si contentò
dell'ovazione: col qual onore entrò in Roma nel dì 31 d'agosto, giorno
suo natalizio, conducendo seco per pompa que' pochi prigionieri
disertori tedeschi che potè avere, a' quali unì una mano d'uomini
d'alta statura, raccolti nella Gallia, e fatti tosare e vestire alla
tedesca. Menò ancora, e buona parte per terra, le galee che l'aveano
servito nella ridicolosa spedizione contra della gran Bretagna[220].
Gittò poi in questa occasione dall'alto della basilica giulia gran
quantità d'oro e d'argento, e nella folla molti vi perirono. Dopo tal
solennità comandò che fosse ucciso Cassio Betulino, e volle che
Capitone di lui padre assistesse a sì funesto spettacolo; e perchè
questi osò di chiedergli, se permetteva a lui la vita, a lui ancora la
levò. Rappacificossi poi col senato per un accidente. Entrato nella
curia Protogene, corsero tutti i senatori a complimentarlo, e a
toccargli, secondo il costume, la mano. Fra gli altri essendosi a lui
presentato Scribonio Proculo uno d'essi, Protogene, ministro della
crudeltà di Cajo, guatandolo con occhio torvo: _E tu ancora_, disse,
_hai ardire di salutarmi; tu che cotanto odii l'imperatore?_ Allora i
senatori si scagliarono addosso all'infelice, come ad un mostro e
nemico pubblico; e con gli stiletti da scrivere, che ognuno portava
addosso, tante gliene diedero, che lo stesero morto a terra. Il suo
corpo fatto in brani fu poi strascinato per la città. Questo atto de'
senatori, e l'aver eglino decretato[221] che l'imperadore avesse da
sedere in un sì alto tribunale, che niuno potesse arrivarvi, e tener
ivi le guardie, e che si mettessero anche dei soldati alle di lui
statue; cagion fu, ch'egli si ammollì e perdonò a quell'augusto
ordine: e similmente mostrò piacere, che i senatori più che mai
l'adulassero, chi dandogli il titolo d'eroe, e chi di dio; il che
servì a maggiormente farlo impazzire. Gran tempo era, che questa
legger testa si riputava più che uomo, ed ambiva gli onori divini. Già
avea comandato che in Mileto, città dell'Asia, si fabbricasse un
tempio in onor suo. Un altro ancora se ne fece alzare in Roma; e si
trovarono intieri popoli, e massimamente gli Alessandrini, che a
questa ridicolosa divinità davano gl'incensi. Perchè i Giudei, divoti
del solo vero Dio, non vollero consentire a tanta empietà, patirono di
molti guai, e meraviglia fu che non gli sterminasse tutti. Le pazzie
che fece Cajo, per sostenere questa sua vana opinione di deità,
raccontate da Dione, sono innumerabili. Sulle prime si pareggiava ai
semidei, vestendosi talora, come Ercole, Bacco ed altri simili. Passò
ad uguagliarsi agli dii, e a gareggiar con Giove stesso. Al vederlo un
dì assiso sul trono in abito di Giove, un ciabattino nativo della
Gallia non potè contenere le risa. Avvedutosene Cajo, e chiamatolo,
gli domandò chi credeva egli che fosse: _Un gran pazzo_, con gran
sincerità rispose il buon uomo. E pur Cajo, che per tanto meno avrebbe
fatto morire un intero senato, male non fece a costui, perchè più
sopportava la libertà dei plebei che dei grandi. La via che tenne
_Lucio Vitellio_, padre dell'altro che fu imperadore, per salvare la
propria vita, fu la seguente. Richiamato egli in quest'anno dalla
Soria, nel cui governo come proconsole s'era acquistato non poco
onore, con ripulsare Artabano re de' Parti, venne a Roma. Cajo, parte
per invidia alla di lui gloria, parte per paura di un personaggio sì
generoso, avea già fissata la di lui morte. Subodorato questo suo
pericolo[222], Vitellio prese il ripiego dell'adulazione e d'impazzire
coi pazzi; e presentatosi davanti a lui con abito vile, e col capo
velato, come si faceva ai falsi dii, se gli prostrò a' piedi con
dirotte lagrime, dicendo, che _non v'era altri che un Dio par suo
capace di perdonargli_, promettendo di fargli de' sagrifizii se potea
conseguir la sua grazia. Non solamente Caligola gli perdonò, ma il
tenne da lì innanzi per uno de' suoi principali amici. E Vitellio
trovata così utile l'adulazione, continuò poi sotto Claudio Augusto a
valersene con perpetua infamia del suo nome. Intanto non mancarono a
Roma altri spettacoli della pazza crudeltà di Caligola, accennati da
Dione e da Svetonio, non potendosi abbastanza esprimere a quante
metamorfosi fosse suggetto quel cervello bisbetico, volendo oggi una
cosa, domani il contrario; ora amando ed ora odiando le medesime
persone; prodigo insieme ed avaro; sprezzator de' suoi dii, e un
coniglio, qualora udiva il tuono; talora perdonando i gran falli, ed
altre volte gastigando colla morte i minimi; e così discorrendo; tutti
caratteri d'uomo a cui s'era intorbidato più d'un poco il cervello. Fu
anche creduto, che _Cesonia_ sua moglie con dargli una bevanda
amatoria l'avesse conciato così. La qual poscia fra le carezze che le
faceva il consorte, ne sentiva anche ella delle belle: imperocchè
baciandole il collo, più volte Cajo le dicea: _Oh che bel collo, che
subito che me ne venga talento sarà tagliato!_ Ma sopra tutto tenne
egli saldo il costume di far morire chi de' grandi non gli mostrava
assai affetto: con avere sempre in bocca il detto di Azzio tragico
poeta: _Oderint, dum metuant. Mi odiino quanto vogliono, purchè mi
temano._ Un simile tirannico motto fu in uso a Tiberio[223].

NOTE:

[216] Sueton., in Cajo, cap. 17. Dio, lib. 59.

[217] Sueton., in Cajo, cap. 20.

[218] Dio, lib. 59. Sueton., cap. 46. Aurelius Victor de Caesarib.

[219] Sueton., in Caligula, cap. 49.

[220] Dio, lib. 59.

[221] Dio, in Excerptis Valesianis.

[222] Sueton., in Vitellio, cap. 2.

[223] Sueton., in Tiber., cap. 59.



    Anno di CRISTO XLI. Indizione XIV.

    PIETRO APOSTOLO papa 15.
    TIBERIO CLAUDIO, figliuolo di
    Druso imperadore 1.

_Consoli_

CAJO CESARE CALIGOLA AUGUSTO per la quarta volta e GNEO SENTIO
SATURNINO.


Che Caligola fosse in questo anno console per la quarta volta, e
deponesse tal dignità nel dì 7 di gennaio, l'abbiamo da Svetonio[224],
il quale ancora aggiugne, che egli unì _i due ultimi consolati_, per
essere stato console anche nell'anno antecedente. Secondo il Pagi[225]
ed altri, in vece di _due_ dovrebbe avere scritto Svetonio _tre_,
perchè egli entrò console anche nell'anno 39 della nostra Era. Che a
lui nel consolato fosse sostituito _Quinto Pomponio Secondo_ nello
stesso dì 7 gennaio, si raccoglie da Dione[226], che per tale il
nomina nel dì 24 del suddetto mese, in cui fu ucciso Caligola. E
Giuseppe Ebreo[227] attesta anche egli, che erano consoli _Sentio
Saturnino_ e _Pomponio Secondo_, allorchè Claudio salì all'imperio.
Nei Fasti di Cassiodoro consoli dell'anno presente son detti _Secondo_
e _Venusto_: e però il Panvinio ed altri han portata opinione, che
nelle calende di luglio questo _Venusto_ succedesse a Saturnino.
Monsignor Bianchini[228], che non trovò consoli in questo anno, e
lasciò scappar l'anno medesimo, per assettare la nuova sua cronologia,
difficilmente può sperar seguaci in tale opinione. Erano già pervenuti
i Romani alla disperazione, veggendosi governati da un Augusto, se non
tutto, almen mezzo pazzo e mezzo furioso, il quale specialmente
esercitava il suo furore contro la nobiltà; che angariava con
insopportabili imposte e gravezze i popoli, con inviare non i soliti
uffiziali, ma i soldati a riscuoterle; che avea[229] spogliato ogni
tempio della Grecia di tutte le lor più belle pitture e statue; che
permetteva agli schiavi di accusare in giudizio i lor padroni (cosa
inaudita), di modo che lo stesso Claudio, zio paterno dell'imperadore,
accusato da Polluce suo schiavo, corse pericolo della vita, e fu
obbligato a difendersi in senato; Augusto finalmente, che tutto dì si
vedea far delle nove pazzie, indegne d'ogni persona ragionevole, non
che di un imperadore. Perciò tutti sospiravano, chi per vendetta del
passato, chi per impazienza del mal presente, e chi per timore di
peggio nell'avvenire, che la terra fosse oramai liberata da questo
mostro. Ma niuno osava. I soldati pretoriani, cioè delle guardie,
grosso corpo di gente avvezza all'armi, ed affezionata a Caligola per
le frequenti sue liberalità, faceano venir meno il coraggio a chiunque
avesse voluto tentare contro la vita di lui. Contuttociò non mancarono
persone, che, per proprii riguardi e compassione del pubblico, il
quale andava di male in peggio, cominciarono a tramar delle congiure.
I principali e più coraggiosi furono _Cassio Cherea_ e _Marco Annio
Minuciano_. Era il primo uno dei tribuni, cioè dei primi uffiziali
delle compagnie pretoriane, uomo di petto e di probità tale, che
detestava le crudeltà e pazzie tutte di Cajo; dotato anche di molta
prudenza e cautela, e però alto ad ogni grande impresa. Caligola,
perchè egli avea poche parole, e parlava con voce languida, il teneva
per un effemminato, beffandolo anche bene spesso, come un dappoco, e
dato solo alla sensualità; di modo che qualor Cherea andava a prendere
il nome per la guardia, ora gli dava quel di Priapo o di Cupido, ora
quel di Venere ed altri simili: del che si offese molto Cherea. E buon
per lui, che sì vil concetto avea del suo merito Caligola; perciocchè
dicono, che gli era stato ultimamente predetto che sarebbe ammazzato
da un Cassio, come fu ancora Giulio Cesare: il che fu cagione che egli
richiamò a Roma Cassio Longino proconsole dell'Asia[230], discendente
da Cassio, uccisor di Cesare, con ordine ancora di ucciderlo, ma senza
che ne seguisse poi l'effetto. Trasse Cherea nelle sue massime
Cornelio Sabino, tribuno anche esso delle guardie; ed amendue si
aprirono con Annio Minuciano, uomo della primaria nobiltà, e pel suo
raro merito stimato da tutti; ma che stava male presso di Caligola,
per essere stato amico intimo di Marco Lepido. Scrive Giuseppe, che
questo Minuciano avea sposata una sorella di Caligola. Noi vedemmo che
_Giulia_ fu maritata con _Marco Vinicio_, uomo consolare; e Dione
parla di un _Viniciano_ che pretese all'imperio. Però potrebbe essere
che _Minuciano_ fosse il medesimo che _Viniciano_ o sia _Vinicio_, con
errore di alcuno de' testi. Si trovò Minuciano non solamente pronto
all'impresa, ma più ardente degli altri. A loro si aggiunse Callisto
liberto di Cajo, che secretamente coltivava la amicizia di Claudio zio
dell'imperadore, con altri non pochi. E Valerio Asiatico, personaggio
ricchissimo di beni nelle Gallie, vi tenea mano, ma con gran
secretezza e riguardo. Fu destinato al compimento del disegno il tempo
de' giuochi che si aveano da fare in onor di Augusto nel dì 21 di
gennaio, e nei tre seguenti: giacchè terminata quella festa, Caligola
avea fissata la sua partenza per l'Egitto, a far ivi meglio conoscere
un impazzito imperadore. Nei tre primi giorni de' giuochi non si trovò
apertura a compiere il disegno: laonde Cherea, che non potea più stare
alle mosse per paura che messo l'affare in petto di tante persone
traspirasse, determinò di sbrigarla nel dì 24 di gennaio.

Nella mattina di quel dì, Cajo più allegro ed affabile che mai fosse
stato, si assise nell'anfiteatro, fabbricato di nuovo per quella
funzione; fece gittar delle frutta agli spettatori; egli ancora
lietamente in pubblico mangiava e beveva, facendo parte di quei regali
a chi gli era vicino, e specialmente a Pomponio Secondo console, che
sedea ai suoi piedi, e facea la graziosa scena di andarglieli baciando
di tanto in tanto. Pericolo vi fu, che Cajo non si movesse di là nel
rimanente del giorno; perchè assai satollo ed abboracchiato per la
lauta colezione, bisogno non avea di desinare. Contuttociò riusci a
Minuciano, ad Asprenate e ad altri cortigiani congiurati di farlo
muovere un'ora o due dopo il mezzodì, per andare al bagno, e
ritornarsene, pranzato che avesse. Giunto al palazzo, in vece di andar
diritto verso dove l'aspettavano i destinati al fatto, voltò strada
per vedere alcuni giovanetti delle migliori famiglie dell'Asia e della
Grecia[231] fatti venire apposta per cantare e ballare ne' giuochi.
Allorchè fu in un luogo stretto, Cherea se gli presentò davanti, per
chiedergli il nome della guardia. L'ebbe, ma derisorio, secondo il
costume. Egli messa allora mano alla spada gli diede un tal fendente
sul capo, che a Cajo sbalordito neppure restò voce per chiamare aiuto.
Fecesi avanti anche Cornelio Sabino, che con un colpo gli tagliò una
mascella; ed altri con trenta altre ferite il finirono. Perchè senza
rumore non potè succedere quella scena, trassero colà primieramente i
portantini della lettiga imperiale colle loro stanghe, e poscia le
guardie tedesche, le quali cominciarono a menar le mani addosso a'
colpevoli ed innocenti. Fra gli altri vi perderono la vita Publio
Nonio Asprenate, che era stato console nell'anno 58, Norbano ed
Antejo, tutti e tre senatori. Il cadavere dell'estinto Augusto,
portato nella notte seguente nel giardino di Lamia, fu mezzo bruciato,
e frettolosamente seppellito in terra, per timore che il popolo lo
mettesse in brani. Mandato anche da Cherea un centurione o tribuno,
appellato Giulio Lupo, alle stanze di _Cesonia_ moglie di Cajo, la
trucidò insieme colla figliuola _Giulia_, per cui Cajo avea fatto
varie pazzie con dichiararla anche figliuola di Giove. E tale fu il
fine di _Cajo Caligola_, fine corrispondente ad un conculcatore di
tutte le leggi umane e divine, e che troppo tardi si accorse d'essere
non un Dio, ma un miserabil mortale. Abbattute poi furono le sue
statue, rasato il suo nome dalle iscrizioni, e trattata la sua memoria
come di un pubblico nemico.

Portata la nuova della morte di Caligola all'anfiteatro, dove buona
parte del popolo dimorava in allegria godendo il pubblico
divertimento, incredibil fu lo spavento di tutti; e tanto più perchè i
soldati pretoriani attorniarono colle spade nude quel luogo, e si durò
gran fatica a trattenerli che non cominciassero a far vendetta
dell'estinto principe sopra quegl'innocenti. Subito che poterono in
tanta confusione i consoli Sentio Saturnino e Pomponio Secondo, operar
qualche cosa, inviarono tre compagnie di essi pretoriani che si
trovarono ubbidienti per la città, affinchè impedissero i tumulti.
Raunato poscia il senato nel Campidoglio, corsero colà gli altri
soldati del pretorio, chiedendo con alte grida che si cercassero gli
uccisori. Ma affacciatosi Valerio Asiatico, uno dei primi senatori, ad
un balcone, gridò forte: «Piacesse a Dio, che l'avessi ammazzato io!»
Queste sole parole fecero impression tale ne' soldati che si
ritirarono. Fu poi dibattuto nel senato quel che fosse da fare in sì
pericolosa congiuntura. Il console Saturnino, secondo che scrive lo
storico Giuseppe, fece una bella aringa con rammentar tutti i mali
patiti sotto Tiberio e Caligola principi sanguinarii ed assassini del
pubblico, e conchiudendo che s'avea da ricuperare la libertà oppressa
dai precedenti imperadori; ma senza prendere ben le misure necessarie
per sì importante risoluzione. In fatti, non tardò molto a scoprirsi
la vanità di questo disegno. _Tiberio Claudio Druso Germanico_,
comunemente conosciuto col nome di _Claudio_ fra gl'imperadori de'
Romani, figliuolo fu di _Nerone Claudio Druso_, e fratello di
_Germanico Cesare_, per conseguenza zio paterno di Caligola. Uomo di
poco senno e sommamente timido, benchè avesse studiato le arti
liberali, era tenuto in concetto piuttosto di stolido, e perciò
sprezzato e deriso da tutti. Forse anche egli mostrava d'essere più di
quel che era. E questo fu la sua fortuna, perchè salvò la vita sotto
Tiberio e Caligola, i quali vedendolo addormentato e dappoco, nè
avendo apprensione alcuna di lui, si ritennero dal levarlo dal mondo.
Tiberio nondimeno il lasciò sempre nell'ordine de' cavalieri. Cajo suo
nipote, benchè fosse dipoi qualche volta tentato d'ucciderlo, pure
l'avea alzato al grado di senatore ed anche al consolato. Trovavasi
egli in compagnia o poco lungi da Caligola, allorchè i congiurati se
gli avventarono addosso. Tutto spaventato corse ad appiattarsi dietro
ad una tappezzeria, da dove ascoltava lo strepito di chi andava e
veniva, e co' suoi occhi vide le teste d'Asprenate e degli altri
uccisi staccate dai busti[232]. S'aspettava anch'egli la morte, quando
in passare uno de' soldati per nome Grato e scoperti i suoi piedi, il
tirò per forza fuori della tappezzeria. Cadde in ginocchioni Claudio e
gli dimandò la vita; ma il soldato riconosciutolo per quel che era,
non solamente l'animò, ma gli diede anche il titolo di _mio
imperadore_. E menatolo a' suoi compagni, che stavano disputando di
quel che s'avesse a fare in quel contingente, siccome per la memoria
di Germanico suo fratello l'amavano, tutti concorsero a riceverlo per
imperadore. Pertanto postolo in una lettiga, sulle loro spalle il
portarono al castello pretoriano, cioè al loro quartiere; tremando
egli intanto, e compassionandolo il popolo nel mirarlo così portato,
sulla credenza che il conducessero alla morte. Si fermò tutta quella
notte nel quartier de' soldati, nè andò al senato benchè chiamato,
scusandosi colla forza che gliel'impediva. Venuto poscia il dì 25 di
gennaio, giacchè i senatori erano discordi fra loro, nè mezzo appariva
da poter ripigliare e sostenere l'antica libertà, non si prendeva
risoluzione alcuna nel senato, in cui per altro non mancava il partito
di chi proponeva un nuovo principe.

Intanto la natia paura di Claudio l'avea tenuto lungamente sospeso
s'egli avesse sì o no da accettare l'esibito imperio, e fu più volte
in procinto di rifiutarlo, o di rimettersi totalmente alla volontà del
senato; quando, per testimonianza di Giuseppe Storico, _Agrippa_ re di
parte della Giudea, che si trovava allora in Roma, ed avea fatto dar
sepoltura all'ucciso Caligola, arrivò segretamente colà, ed incoraggiò
talmente il vacillante Claudio, che consentì al buon volere de'
soldati, da' quali fu universalmente proclamato imperadore, con
promettere egli a tutti un buon regalo di denari. Fu questi il primo
degl'imperadori, eletto dalle milizie, con esempio infinitamente
pregiudiziale allo imperio romano; perchè ne vedremo tanti altri per
questa via, e col comperare lo imperio dai soldati, salire al trono.
Ora il senato, a cui era già pervenuto lo avviso degli andamenti dei
pretoriani e di Claudio, trovandosi ben intricato fra il desiderio di
ricuperar la libertà, e il timore di non poterlo, mandò a chiamare il
re Agrippa, per valersi del suo mezzo. Questo uomo doppio, quanto
altri mai fosse, comparve in senato ben profumato, e fingendo di nulla
sapere, anzi dimandando dove fosse Claudio, fu informato del presente
sistema dei pubblici affari, ed interrogato del suo parere. Lodò egli
sommamente il lor disegno di rimettere in piedi la repubblica, e si
protestò pronto a dar la vita per la gloria del senato. Ma nello
stesso tempo sparse il terrore in tutti, mostrando la difficoltà di
resistere ai pretoriani, e lodando in fine, che si facesse una
deputazione a Claudio per esortarlo a desistere: al che egli si esibì.
Accettata la offerta, e deputati con lui anche i tribuni della plebe,
andò Agrippa a trovar Claudio, e fece pubblicamente la ambasciata.
Poscia in un ragionamento a parte espose a Claudio la debolezza ed
incertezza del senato, esortandolo a prendere le briglie con mano
forte. Perciò, per quanto dicessero dipoi i tribuni per rimuoverlo, e
per consentire almeno di ricevere lo imperio dalle mani del senato,
Claudio tenne saldo, con promettere solamente un buon governo. Dacchè
il senato ebbe ricevuta questa risposta, volle fare il bravo col
minacciargli la guerra, e Claudio ne mostrò paura. Passò fra questi
dubbi il dì 25 di gennajo. Ma intanto andarono cangiando faccia gli
affari. Molta parte del popolo cominciò a gridare di voler un
principe, e ne nominò ancora alcuni; e venuto il dì 26, non pochi dei
senatori stettero ritirati, senza entrare in senato. Il peggio fu, che
quattro compagnie fin qui ubbidienti a Cherea e a Sabino, voltarono
casacca, ed abbracciarono il partito di Claudio. Altrettanto fecero i
vigili, i gladiatori e gli altri soldati della città, in maniera che i
senatori rimasti come in isola nel senato, s'appigliarono in fine,
benchè forzati, alla risoluzion di conoscere Claudio per imperadore.
Andarono dunque tutti a gara al quartier de' soldati per salutarlo; ma
furono sì mal ricevuti da coloro, che ne restarono alcuni bastonati ed
altri feriti; e Pomponio Secondo, l'uno de' consoli, corse pericolo
della vita, Claudio ed Agrippa s'interposero, ed acquietarono quegli
animi turbolenti.

Allora Claudio accompagnato dal senato e dalle milizie, a guisa di
trionfante, si mosse, e dopo essersi portato al tempio, per
ringraziare gl'iddii della sua esaltazione, passò al palazzo; nè altro
di funesto per allora operò, se non che per politica condannò a morte
alcuni degli uccisori di Caligola, e massimamente il lor capo Cassio
Cherea, che coraggiosamente la sofferì. Volle perdonare a Cornelio
Sabino, e conservargli anche la sua carica; ma questi, non sapendo
sopravvivere all'amico Cherea, si diede poi la morte da sè stesso. Del
resto Claudio, dopo aver ricevuto i titoli di Cesare Augusto e di
pontefice massimo, e la tribunizia podestà, si trovò distinto da
Tiberio suo antecessore, coll'essere chiamato _figliuolo di Druso_ o
pur _di Tiberio_: laddove Tiberio s'intitolava _figliuolo di Augusto_.
E nelle medaglie[233] Tiberio è mentovato col solo prenome TIBERIVS
CAESAR; ma Claudio TIBERIVS CLAVDIVS CAESAR. Nè Claudio solea
anteporre il titolo d'_imperadore_ al suo nome, ma posporlo. Ora
anch'egli, non meno di quel che avessero fatto i precedenti due
cattivi imperadori, diede un bel principio al suo governo. La più
gloriosa delle azioni sue fu quella di accordare un general perdono a
chiunque avea trattato di ridurre di nuovo Roma allo stato di libertà
e di escludere lui dall'imperio. Nè egli rivangò mai più questi conti,
anzi promosse a gradi più illustri chi s'era mostrato più zelante in
quella occasione. Guai a loro, s'egli avesse avuto il cuor di Tiberio
o di Caligola! Anzi neppur fece vendetta di tanti e tanti, che in vita
privata o l'aveano oltraggiato, o vilipeso gastigandoli solamente se
si provavano rei d'altri delitti. Allorchè giunse in Germania la nuova
dell'ucciso Caligola, furonvi molti che sollecitarono Sulpicio Galba,
general di quelle legioni, ad assumere l'imperio. Mai non volle egli
acconsentire, perchè più poteva in lui l'onore che l'ambizione.
Claudio, di ciò informato, tenne sempre Galba per uno de' suoi
migliori amici; laddove Tiberio e Caligola furono soliti di levar di
vita chiunque credeano riputato degno dell'imperio. Un altro merito si
era acquistato Galba nell'anno precedente, perchè appena fu uscito
delle Gallie Caligola, che i Germani fecero un'irruzione nelle
provincie romane; ma Galba li ripulsò con tal vigore, che fu lodato
infin da Caligola, principe per altro invidioso della gloria de' suoi
generali. In quest'anno ancora egli sconfisse i popoli Catti nella
Germania: laonde Claudio, per tal vittoria e per altra rapportata da
Publio Gabinio contro i Cauci, fu nominato imperadore per la seconda
volta. Il timido natural di Claudio, avvalorato anche dal recente
esempio del nipote, cagion fu, ch'egli per un mese non osò d'entrar
nel senato; nè alcuno, ancorchè donna o fanciullo, da lì innanzi a lui
si accostò, se prima non era visitato, per vedere se portasse sotto
coltello od altre armi. Andando a qualche convito, tenea sempre le
guardie intorno alla tavola; e volendo far visita a qualche malato,
facea prima ben cercar per la camera e per li letti se armi vi
fossero. A fine poi di cattivarsi il pubblico amore, levò tosto, o
almeno ristrinse assaissimo, la licenza conceduta ad ognuno in
addietro di accusare chiunque si volea di lesa maestà[234]; e rimise
in libertà o richiamò dall'esilio le persone processate per questo,
con volerne nondimeno il consenso del senato. Abolì gli aggravi
imposti da Caligola, nè volle i regali annui comandati da esso suo
nipote. A chiunque indebitamente era stato spogliato de' suoi beni dal
medesimo e da Tiberio, li restituì. Fece anche rendere alle città le
statue e pitture che Caligola avea fatto condurre a Roma. Soprattutto
ebbe in abbominio gli schiavi e liberti, che sotto il disordinato
precedente regno si erano rivoltati contra de' lor padroni; e
similmente i falsi testimoni che in addietro aveano avuta gran voga.
Egli ne fece morir la maggior parte, obbligandoli a combattere negli
anfiteatri colle fiere. La sua modestia era grande. Abborrì l'alzare a
lui dei templi; per lo più ricusò anche le statue; altri onori
straordinari non volle nè per sè nè per gli figliuoli nè per la
moglie. Due erano le sue figliuole: _Antonia_, che fu maritata a Gneo
Pompeo in quest'anno, a lui nata da _Elia Petina_, sua seconda moglie
defunta; ed _Ottavia_, nata da _Valeria Messalina_, sua moglie
vivente, che fu promessa a Lucio Silano, e poi fu maritata a _Nerone_
crudelissimo imperadore. Gli partorì essa Messalina un figliuolo
nell'anno presente, conosciuto dipoi sotto nome di _Britannico
Cesare_. Trattava egli coi senatori con molta bontà e cortesia,
visitandogli anche malati, ed assistendo alle lor feste private.
Onorava specialmente i consoli, alzandosi anch'egli al pari del popolo
in piede, allorchè intervenivano agli spettacoli, e qualora andavano
al suo tribunale per parlargli. Parcamente ancora vivea, ed era
indefesso a far giustizia, ed attento perchè gli altri la facesse. La
sua liberalità verso i re sudditi fu riguardevole. Ad _Agrippa_, a cui
professava di grandi obbligazioni, concedette tutto il regno posseduto
da Erode il grande suo avolo, e ad _Erode_ suo fratello il paese di
Calcide, col diritto ad amendue di sedere in senato, ed altri onori.
Restituì ad _Antioco_ la provincia di Comagene. Mise in libertà
_Mitridate re d'Armenia_, e gli rendè i suoi stati. Richiamò ancora
dal loro esilio a Roma _Agrippina_ e _Giulia Livilla_, che Caligola
lor fratello avea relegate nell'isola di Ponza. In somma, sì fatte
lodevoli azioni sul principio acquistarono a Claudio l'amore d'ognuno,
stupendosi probabilmente tutti, come un uomo creduto da nulla e
stolido in addietro, comparisse ora con sì diversa divisa, e sapesse
correggere con sì buon garbo gl'innumerabili disordini introdotti dai
due precedenti Augusti, e con tanta amorevolezza e giustizia si fosse
accinto al pubblico governo.

NOTE:

[224] Suet., in Cajo, cap. 17.

[225] Pagius, Dissert. Hypatic.

[226] Dio, lib. 59.

[227] Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 19, c. 1.

[228] Blanchin., in Anast.

[229] Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 19, cap. 1.

[230] Dio, lib. 59. Suetonius, in Cajo, cap 57.

[231] Suet., in Cajo, c. 58. Dio, lib. 59. Joseph., Antiq., lib. 59.

[232] Suet., in Claudio, cap. 10. Dio, lib. 60. Joseph., Antiq., lib.
19.

[233] Mediobarbus, Numism. Imper. Goltzius, Patinus et alii.

[234] Sueton., in Claudio, cap. 3. Dio, lib. 60.



    Anno di CRISTO XLII. Indizione XV.

    PIETRO APOSTOLO papa 14.
    TIBERIO CLAUDIO figlio di
    Druso, imperadore 2.

_Consoli_

TIBERIO CLAUDIO GERMANICO AUGUSTO per la seconda volta, e CAJO CECINA
LARGO.


Nell'ultimo di febbraio _Claudio Augusto_ si spogliò della dignità
consolare, per ornarne non si sa bene chi. Ha creduto taluno, che gli
succedesse _Cajo Vibio Crispo_, ma giocando ad indovinare. Nelle
calende di gennaio[235] esso Claudio Augusto console fece ben giurare
dai senatori l'osservanza delle leggi d'Augusto, e la giurò egli
stesso; ma non pretese, nè permise un simile giuramento per quelle
ch'egli facesse. S'erano già ribellati i popoli della Mauritania per
la morte data da Caligola a Tolomeo re loro. In quest'anno rimasero
essi sconfitti da Svetonio Paolino, che s'inoltrò sino al monte
Atlante, e saccheggiò quelle contrade. Due altre rotte lor diede dipoi
Osidio Geta, di maniera che posate le armi, quel paese tornò tutto
all'ubbidienza di Roma. Claudio per tali vittorie prese il titolo
d'_imperadore_ per la terza volta: poichè il merito delle vittorie si
attribuiva sempre al generalissimo delle milizie romane (tali erano
allora gl'imperadori) e non già agli uffiziali subalterni. Patì in
quest'anno[236] Roma gran fame. Claudio Augusto non mancò al suo
dovere, per provvedere al bisogno. E perciocchè Roma si trovava senza
porto in sua vicinanza, nè le navi nel tempo di verno osavano portar
grani alla città, Claudio imprese a formarne uno di pianta: opera
degna della magnificenza romana; e tanto più gloriosa per Claudio,
perchè Giulio Cesare avea avuta la medesima idea, ma per la grave
spesa e difficoltà di eseguirla l'aveva abbandonata. Alla sboccatura
dunque del Tevere, e dal lato del fiume opposto all'altro dove era
Ostia, fece cavare un porto vastissimo nel continente, con due ale che
si sporgevano molto in mare; il tutto guernito di marmi, e con torre o
sia fanale ben alto. Si crederono gli architetti, chiamati per tal
fabbrica, di spaventarlo con dirgli la sterminata spesa che
costerebbe. Egli tanto più se n'invogliò, e volle farla, e la condusse
a fine con gloria grande del suo nome. Resta tuttavia il nome di
Porto, a quel sito, ma non già vestigio del porto medesimo. Racconta
Plinio[237], come testimonio di veduta, che mentre si facea
quell'insigne fabbrica, capitò colà un mostro marino, chiamato orca,
di smisurata grandezza. Per prenderlo bisognò inviarvi i soldati del
pretorio, e varie navi, una delle quali restò affondata dall'acqua
gittatavi dalle narici del pesce. Molte leggi utili e buone fece
Claudio in quest'anno, e fra le altre ordinò, che i governatori e
ministri delle provincie, eletti nel principio d'anno, e soliti a
fermarsi lungo tempo in Roma, per tutto il marzo dovessero trovarsi
alle loro provincie; e che gli eletti nol ringraziassero in senato,
come era il costume. Dicea, _che non essi a lui, ma egli ad essi dovea
rendere grazie, perchè l'aiutavano a portare il peso del principato, e
cooperavano al buon governo de' popoli_, con prometter anche loro
maggiori onori se con lode avessero esercitato il loro impiego.

Non sarebbe stato Claudio con tutta la sua poca testa un principe
cattivo, perchè non gli mancava una buona intenzione, e mostrava genio
alle cose ben fatte, privo, per altro, d'orgoglio e di fasto; e sulle
prime regolandosi col consiglio dei savi non metteva il piè in
fallo[238]. Ma per sua o per altrui disgrazia cominciò a comparir
cattivo, parte per li mali affetti del suo natural timoroso, e parte
perchè _Messalina_ sua moglie, la più impudica donna del mondo, e
Narciso suo liberto favorito, ed altri mali arnesi della corte,
abusandosi della di lui scempiaggine, il faceano precipitare in
risoluzioni indegne di lui, e sommamente pregiudiziali al pubblico.
Quel che parve strano, dall'un canto era un coniglio pien di paura, e
dall'altro uno de' suoi maggiori piaceri consisteva nell'assister agli
abbominevoli spettacoli dei gladiatori, e in vedere gli uomini
combattere con le fiere, e restarne assaissimi stracciati e divorati.
Diede anche da ridere, l'aver egli fatto levar l'insensata statua
d'Augusto dall'anfiteatro, acciocchè non vedesse tante stragi, e non
convenisse ogni volta coprirla, quando egli vivente non avea scrupolo
di guatarle sì spesso, e di prenderne tanto diletto. Certamente fu
creduto che avvezzatosi in questa maniera al sangue umano, divenisse
poi sì facile a spargerlo co' suoi ingiusti decreti, dacchè lo
spingevano al mal fare l'iniqua moglie e i suoi perversi servitori di
corte. La prima sua ingiustizia, che cominciò a far grande strepito,
fu la morte di _Appio_ o sia _Cajo Silano_, uno de' più illustri e
stimati senatori di Roma, e tenuto in gran conto, ed amato da Claudio
stesso, perchè[239] padrigno di Messalina sua moglie, avendo sposata
Domizia Lepida, madre d'essa Messalina. E perciocchè si sa che Claudio
avea già fatti seguire gli sponsali fra _Ottavia_ figliuola di
Messalina, e _Lucio Silano_, s'è creduto che questo Lucio Silano fosse
nato dal medesimo Appio Silano e da Giulia nipote d'Augusto, sua prima
moglie. Questi sì stretti legami di parentela non trattennero l'infame
Messalina del tentar Appio Silano d'adulterio. Il non aver egli voluto
consentire fu un grave delitto, a punir il quale Messalina e Narciso
si servirono della seguente furberia[240]. Entrò una mattina per tempo
Narciso nella camera di Claudio, che tuttavia dimorava in letto colla
moglie; e facendo lo spaventato e il tremante, gli raccontò di aver
veduto in sogno lo stesso imperadore ucciso per mano del sopraddetto
Appio. Saltò su allora Messalina, e calcò la mano con dire, aver
anch'ella le notti addietro più volte con orrore sognato un sì orrendo
spettacolo. Nello stesso tempo vien bussato all'uscio, ed è Appio
Silano che Messalina e Narciso d'accordo aveano fatto venire a
quell'ora. Non occorse di più. Claudio, a cui in materia di sospetti
le biche pareano montagne, diede tosto ordine che gli fosse levata la
vita, e l'ordine fu eseguito. Portò lo stesso Claudio al senato questa
bella nuova, come liberato da un gran pericolo, e molto ringraziò il
suo liberto Narciso che anche sognando vegliava così bene per la vita
del suo padrone. Somiglianti foghe di sospetti e timori fecero, che
Claudio in altre occasioni togliesse dal mondo altre persone innocenti
con subitaneo furore; ed accadde talvolta (cotanto era stupido) che
dopo aver fatto morir taluno, come tornato in sè, dimandava conto,
credendolo vivo. Dettogli, che per ordine suo non si contava più fra i
mortali, se ne rammaricava poi forte, ma senza profitto dei morti.

Credesi che l'ingiusta morte di Silano, e il mirar la stupidità di
Claudio capace d'altre simili false carriere, desse moto ad una
congiura contra di lui: tanto più perchè durava in molti l'idea di
rimettere in piedi la libertà della repubblica, nè parea ciò difficile
sotto un imperadore impastato di paura[241]. _Annio Viniciano_, o
_Minuciano_, fu delle prime ruote di tal cospirazione, siccome quegli
che non si tenea mai sicuro, dopo essere stato uno de' principali
nella congiura contro Caligola, e proposto anche in senato per
succedergli nell'imperio. Ma sì grande impresa non si potea compiere
senza l'armi; e Claudio intanto era ben assistito dai pretoriani e
dall'altre milizie, che stavano di quartiere in Roma, perchè, oltre
alla paga ordinaria, li rallegrava ogni anno con un buon regalo. Si
rivolsero dunque i congiurati a _Furio Camillo Scriboniano_, che
comandava ad alcune legioni nella Dalmazia, promettendogli aiuto se
armato veniva a Roma. Vi saltò egli dentro, e fattasi giurar fedeltà
da quell'esercito, col pretesto di restituire il popolo romano
nell'antica autorità, tutto andò disponendo, con iscrivere intanto una
lettera fulminante e piena d'ingiurie a Claudio, minacciandogli tutti
i malanni se non rinunziava l'imperio. Ricevuta questa imperiosa
intimazione, non era lontano Claudio dall'ubbidire; ma un accidente il
liberò dal pericolo. Dato da Furio Camillo il segno della marcia, per
caso fortuito si trovò difficoltà a sollevar le insegne che, secondo
il costume, stavano conficcate in terra. Erano i Romani d'allora la
più superstiziosa gente del mondo; badavano a tutto, interpretando
anche le menome bagattelle per presagi favorevoli o contrari
dell'avvenire. Bastò questo perchè i soldati credessero volontà degli
dii il non dar esecuzione al meditato viaggio. Furio Camillo
trovandosi deluso, se ne fuggì in un'isola della Dalmazia, dove[242]
fra le braccia di Giunia sua moglie fu ucciso da un semplice soldato,
appellato Volaginio, il quale premiato poi da Claudio ascese ai primi
gradi della milizia. Per questa sedizione terminata con tanta
felicità, Claudio fece far di molte perquisizioni in Roma, affin di
scoprire i complici. Alcuni furono giustiziati, altri si levarono la
vita da sè stessi, fra i quali specialmente si contò il sopr'accennato
Viniciano o Minuciano. Non pochi anche dei cittadini romani, de'
cavalieri e insin dei senatori furono messi ai tormenti, e data
licenza ai servi e liberti di accusare i loro padroni, benchè Claudio
nell'anno addietro avesse abolito quegli usi. In somma si riempiè
tutta Roma di sospiri e di terrore; e quei soli se n'andarono salvi
che seppero guadagnarsi la protezion di Messalina o dei liberti di
corte. Fu osservato il coraggio di un liberto di Furio Camillo, per
nome Galeso, che interrogato da Narciso nel senato, cosa egli avrebbe
fatto se il suo padrone fosse divenuto imperadore: _Gli avrei_,
rispose, _tenuto dietro secondo il mio solito, ed avrei taciuto_. In
questa occasione[243] _Cecina Peto_, già stato console, che avea
sposato il partito di Furio Camillo, fu preso e condotto a Roma in una
nave. _Arria_ sua moglie, donna di petto virile, rigettata da quella
nave, gli tenne dietro in una barchetta; ed arrivata a Roma, ricorse a
Messalina, per raccomandarsele. Avendo trovata con lei Giunia moglie
del suddetto Furio Camillo, la rimproverò, perchè tuttavia vivesse
dopo la morte del marito. Avrebbe potuto Arria, mercè del favore di
Messalina, non solamente vivere, ma anche sperar buon trattamento;
pure s'incapricciò tanto di non voler sopravvivere al marito, che dopo
aver veduta disperata la di lui causa, prese un pugnale, si trafisse,
e poi diede il ferro medesimo al marito, acciocchè facesse
altrettanto. Quest'atto d'Arria vien esaltato colle trombe da Plinio
il giovane in una delle sue epistole, e da Dione, secondo la falsa
idea che aveano i Romani di quel tempo della gloria; quasi che possa
essere conforme alla retta ragione l'uccidere un innocente, e non sia
più gloriosa quella fortezza che sa sofferir le maggiori calamità. Non
si può fallare, credendo che dopo la morte di Furio Camillo, fosse
inviato al governo della Dalmazia o sia dell'Illirico, _Lucio Ottone_
padre di _Ottone_ poscia imperadore, di cui parla Svetonio[244]. Fu
egli sì rigoroso, che fece tagliar la testa ad alcuni semplici
soldati, i quali pentiti d'aver aderito ad esso Camillo, di lor
propria autorità, e contro l'ordine, aveano ucciso i loro uffiziali
come autori di quella sedizione, senza far egli caso, se dispiaceva a
Claudio, da cui erano anche stati promossi alcuni di que' soldati a
posto maggiore. Ne acquistò gloria presso i Romani, ma perdè molto
della buona grazia di Claudio, con ricuperarla nondimeno da lì a poco,
per avere scoperto e rilevato il disegno formato da un cavaliere di
uccidere esso imperadore.

NOTE:

[235] Dio, lib. 60.

[236] Sueton., in Claudio, cap. 20.

[237] Plinius, lib. 9, c. 6.

[238] Dio, lib. 60.

[239] Sueton., in Claudio, cap. 29. Seneca, in Apocol.

[240] Suet., ibid., cap. 87. Dio, lib. 60.

[241] Sueton., in Claudio, cap. 13. Dio, lib. 60.

[242] Tacit., Historiar. lib. 2, cap. 75.

[243] Plinius junior, lib. 3, cap. 16.

[244] Sueton., in Othone, cap. 1.



    Anno di CRISTO XLIII. Indizione I.

    PIETRO APOSTOLO papa 15.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso imperadore 3.

_Consoli_

TIBERIO CLAUDIO AUGUSTO per la terza volta e LUCIO VITELLIO per la
seconda.


Non più di due mesi tenne l'_Augusto Claudio_ il suo terzo
consolato[245]. V'ha chi crede a lui succeduto nel dì primo di marzo
_Publio Valerio Asiatico_, quel medesimo che avea tenuta mano ad
abbattere il crudele Caligola, ma è opinione incerta. _Vitellio_
console quel medesimo è che vedemmo proconsole della Siria, e che ebbe
per figliuolo _Vitellio_ poscia imperadore. Coll'adulazione si salvò
sotto Caligola, con questa ancora si fece largo presso di Claudio.
Nelle calende poscia di luglio giudicarono alcuni eruditi, che ai
suddetti consoli ne succedessero due altri, cioè _Quinto Curzio Rufo_
e _Vipsanio Lenate_. Plausibile è la lor congettura, ma non è più che
congettura. V'erano sì smisuratamente moltiplicate in Roma le
ferie[246], che la maggior parte dell'anno era feriata; ed allora non
si teneano i pubblici giudizii. Vi rimediò Claudio Augusto, riducendo
esse ferie ad un numero discreto. Tolse vari uffizi a chi
indebitamente gli avea ottenuti da Caligola, e li restituì o li
conferì a chi ne era degno. Al popolo della Licia, perchè avea fatto
un tumulto, con uccidere ancora non so quanti Romani, levò la libertà
e sottomise quella provincia alla Panfilia. Privò della cittadinanza
di Roma uno di quel paese, perchè non intendea la lingua latina; ed
altri spogliò del medesimo diritto per loro falli; ma conferillo poi a
moltissimi altri a capriccio, nè solo ai particolari, ma anche alle
università e città. Più nondimeno quelli erano, che ricorrendo con
danari a Messalina e ai liberti favoriti di corte, l'impetravano, di
modo che si dicea, che la cittadinanza romana, la quale una volta
siccome bel privilegio si pagava carissimo, era divenuta sì a buon
mercato, che con un pezzo di vetro rotto si acquistava. Nè sol questo
si vendea da Messalina e da' liberti palatini, ma ancora gli uffizi
militari e i governi, con entrar anche a far traffico e a cavar danaro
dalla grascia e dall'altre cose che si vendevano: il che fece incarire
i lor prezzi, e necessario fu che Claudio nel campo Marzio alla
presenza del popolo li tassasse. Ed intanto Messalina più che mai
datasi in preda alla libidine[247], e sfacciatamente adultera, senza
rispetto alcuno del marito, era l'oggetto delle dicerie della gente
accorta. Se vero è ciò che ne scrisse Giovenale, lasciato la notte in
letto l'addormentato buon consorte, travestita passava ai pubblici
lupanari; nè contenta dell'infame suo vivere, forzava anche altre
nobili donne, con chiamarle a palazzo a prostituire la lor pudicizia
ed anche alla presenza de' lor mariti. A chi d'essi si contentava, non
mancavano onori e posti, agli altri che non amavano questo vituperoso
giuoco fabbricava trappole per farli condannare e morire, trovando
maniere che non penetrasse agli orecchi del goffo marito l'enorme
sordidezza del viver suo. Perciò Claudio era quasi il solo che non
sapesse un'infamia sì mostruosa. Anzi scioccamente talvolta cooperava
alle pazze voglie di lei, siccome fra l'altre avvenne di Mnestore
famoso istrione o sia commediante. Era perduta nell'amore di costui la
bestial Messalina, nè mai con preghiere o minacce avea potuto trarlo
alle sue voglie, perchè egli dovea ben misurare il pericolo di quel
salto. Lamentossi ella con Claudio, che Mnestore la sprezzava, nè
volea ubbidirla in certo altro affare. Fattolo chiamare, l'Augusto
bufalo gli ordinò di far tutto quanto ella gli comandasse. Nell'anno
presente ancora riuscì a Messalina di levar dal mondo due principesse
della casa cesarea[248], cioè _Giulia_ figliuola di _Druso Cesare_
figliuol di _Tiberio_, e _Giulia Livilla_ sorella dell'ucciso
_Caligola_, e di _Agrippina_, poi moglie dello stesso Claudio. Perchè
esse voleano gareggiar con lei in bellezza e in possanza, nè usavanle
assai finezze, e Livilla inoltre da sola a solo parlava spesse volte
con Claudio, seppe così offuscare il cervello del marito Augusto, che
senza lasciar loro agio per difendersi, le inviò all'altro mondo,
l'una col ferro, l'altra colla fame. Il celebre filosofo _Seneca_,
perchè amico di Livilla, fu in tal congiuntura relegato nella Corsica,
e si vendicò poi di Claudio morto con una satira che si è conservata
sino ai dì nostri.

Finquì la grand'isola della Bretagna, oggidì appellata Inghilterra,
non avea piegato il collo sotto il giogo de' Romani. Perchè quantunque
Orazio[249] sembri indicare, che Augusto vincesse que' popoli, e
Servio[250] chiaramente l'insegni; pure Strabone[251] assai fa
conoscere che ciò non sussiste; ed è certo, che anche ai tempi di
Claudio que' popoli viveano sottoposti a' vari loro re, amici
solamente, ma non sudditi di Roma. Per cagione[252] d'alcuni desertori
non restituiti s'intorbidò la buona armonia fra i Britanni e i Romani;
e un certo Berico cacciato dalla Bretagna, tanto seppe dire ad _Aulo
Plauzio_ senator chiarissimo, pretore allora e governatore della
Germania inferiore, che gli fece credere facili le conquiste in
quell'isola. Claudio informato della proposizione, e voglioso di
guadagnare un trionfo, vi consentì. Trovò Plauzio una somma renitenza
nell'esercito, per uscire del continente e passare in paese incognito;
nè si voleano in fatti muovere. Arrivò colà Narciso spedito con ordini
pressanti da Claudio. Questo liberto, gonfio pel gran favore del
padrone, arditamente salì sul tribunale di Plauzio per fare un'aringa
ai soldati. Allora a tutti montata la collera, cominciarono a gridare:
_Ben venuti i Saturnali_; perchè in que' giuochi i servi si
travestivano con gli abiti de' padroni. E senza volerlo ascoltare,
alzate le bandiere, tennero dietro a Plauzio, il quale colle navi
preparate andò poi a fare uno sbarco nella Bretagna. Non si
aspettavano que' popoli una tal visita; e perchè non s'erano nè
preparati nè uniti, si diedero alla fuga, nascondendosi nelle selve e
nelle paludi. Con Plauzio andò anche _Vespasiano_, che fu poi
imperadore. S'impadronirono questi due valorosi uffiziali d'una parte
di quel paese sino al Tamigi; nè osando Plauzio di passar oltre,
significò con sue lettere la positura degli affari a Claudio, e quali
popoli egli avesse soggiogato, quali Vespasiano; e come Cajo Sidio
Geta inviluppato dai nemici con pericolo d'esser preso, gli avea poi
sbaragliati. Claudio o avea già fatta o fece allora la risoluzione di
passar colà in persona. Lasciato dunque il governo di Roma a _Lucio
Vitellio_, ch'era stato o pur tuttavia era console, probabilmente
nella state s'imbarcò, e da Ostia fece vela verso Marsiglia, con
patire per viaggio una pericolosa burrasca. Poscia parte per terra,
parte per mare arrivò all'Oceano: e finalmente raggiunse l'armata, che
stava tuttavia accampata presso al fiume Tamigi. Valicato quel fiume,
sconfisse i Britanni accorsi in gran copia per impedirgli il
passaggio, e prese Camaloduno reggia di Cinobellino. Così Dione[253]:
laddove Svetonio[254] scrive non aver egli data battaglia alcuna.
Certo è, che per quelle imprese due o tre volte conseguì di nuovo il
titolo di _imperadore_, titolo indicante qualche nuova vittoria. Anche
Tacito[255] afferma aver egli conquistato un buon tratto di paese
nella Bretagna, e domati ivi alcuni di quei re; e Svetonio[256] stesso
asserisce che Vespasiano in quella spedizione, ora sotto Plauzio ed
ora sotto lo stesso Claudio Augusto, si segnalò con essere ben trenta
volte venuto alle mani con que' popoli, ed aver sottomesse due di
quelle possenti nazioni, prese venti città e l'isola di Vicht. Non
molto tempo si fermò Claudio in quelle contrade, e dopo aver tolte
l'armi agli abitanti del paese conquistato, e lasciato Plauzio
coll'esercito al loro governo, si rimise in viaggio per tornarsene a
Roma. Sei mesi spese nell'andare e venire; ed abbiamo da Seneca[257] e
da Tacito[258], che nella Bretagna fu alzato un tempio a questo
imperadore, la cui impresa aprì l'adito all'armi romane di stendersi
maggiormente coll'andare degli anni in quella vasta isola. Giunti a
Roma molto prima di Claudio, Gneo Pompeo e Lucio Silano, generi d'esso
imperadore, coll'avviso del lieto avvenimento[259], il senato decretò
il trionfo a Claudio, e diede tanto a lui che al picciolo suo
figliuolo _Claudio Tiberio Germanico_, il titolo di _Britannico_, con
ordinar dei giuochi da farsi ogni anno in sua memoria e l'erezione di
due archi trionfali, l'uno in Roma e l'altro al lido della Gallia,
dove Claudio entrò in mare per passare in Bretagna. Accordò inoltre a
Messalina moglie di Claudio, ancorchè non avesse il titolo d'Augusta,
il primo luogo nelle pubbliche adunanze, (il che può parere strano) e
il poter andare nel carpento, cioè in carrozza singolare, di cui
godeano per privilegio le sole Vestali e i Sacerdoti, ed entrar con
essa ne' pubblici spettacoli. Nello stesso tempo pubblicarono un
editto, che chiunque avesse monete di rame coll'immagine dell'odiato
Caligola, le portasse alla zecca da essere disfatte. Sopra questo rame
o bronzo mise tosto le mani Messalina, e ne fece formar delle statue
al suo caro drudo Mnestore commediante.

NOTE:

[245] Sueton., in Claudio, cap. 14.

[246] Dio, lib. 60.

[247] Juvenalis, Satyra 6. Dio, lib. 60. Sueton. in Claud., cap. 26.

[248] Seneca, in Apocol. Suetonius, in Claudio, cap. 29.

[249] Horatius, Odar., lib. 3, I.

[250] Servius, in Virgil., Georg. 3.

[251] Strab., lib. 2.

[252] Sueton., in Claud., cap. 17. Dio, lib. 60.

[253] Dio, lib. 60.

[254] Sueton., in Claudio, cap. 17.

[255] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 13.

[256] Sueton., in Vesp., cap. 4.

[257] Seneca, in Apocol.

[258] Tacitus, Annal., lib. 14, c. 31.

[259] Dio, lib. 60.



    Anno di CRISTO XLIV. Indizione II.

    PIETRO APOSTOLO papa 16.
    TIBERIO CLAUDIO, figliuolo di
    Druso, imperadore 4.

_Consoli_

LUCIO QUINTIO CRISPINO per la seconda volta e MARCO STATILIO TAURO.

Da un'iscrizion del Grutero raccolse il cardinale Noris[260] che il
prenome di _Statilio Tauro_ fu _Marco_. Un'altra tuttavia esistente in
Roma nel museo del Campidoglio, e da me[261] pubblicata, fu posta
MANIO AEMILIO LEPIDO, T. STATILIO TAURO COS. Quando questa appartenga
all'anno presente, si può inferirne, che essendo mancato di vita,
ovvero avendo dimessa la dignità, il primo de' consoli _Crispino_, a
lui succedesse _Manio Emilio Lepido_. Similmente se ne ricaverebbe,
che il prenome di _Statilio Tauro_ era _Tito_ e non _Marco_. Ma di ciò
all'anno seguente. Arrivò l'imperador Claudio dalla Bretagna in
Italia, e, per testimonianza di Plinio[262], andò ad imbarcarsi ad una
delle bocche del Po, appellata Vatreno, in un grosso legno,
somigliante piuttosto ad un palazzo che ad una nave. Pervenuto a Roma,
trionfante v'entrò[263] colle solite formalità. Sommamente magnifico e
maestoso fu l'apparato, ed ottennero licenza i governatori delle
provincie, ed anche alcuni esiliati, d'intervenirvi. Osserva
Dione[264], che Claudio salì ginocchione al Campidoglio, sollevandolo
di qua e di là i due suoi generi; e che dispensò, ma con profusione,
gli ornamenti trionfali non solo alle persone consolari, che l'aveano
accompagnato in quella spedizione, ma anche ad alcuni senatori contro
il costume. Celebrò dipoi i giuochi trionfali in due teatri. Vi furono
più corse di cavalli, cacce di fiere, forze d'atleti, balli di giovani
armati. Le altre azioni lodevoli di Claudio in quest'anno si veggono
brevemente riferite da Dione. Avea Tiberio tolte al senato le
provincie della Grecia e Macedonia, con deputarne al governo i suoi
uffiziali. Claudio gliele restituì, e tornarono a reggerle i
proconsoli. Rimise in mano dei questori, come anticamente si usava, la
tesoreria del pubblico, togliendola ai pretori. Possedeva _Marco
Giulio Cozio_, il principato avito di un bel tratto di paese nell'Alpi
che separano l'Italia dalla Gallia, appellate perciò _Alpi Cozie_. Gli
accrebbe Claudio quel dominio, e, per attestato del medesimo Dione,
gli concedè il titolo di re: _cosa_, dice egli, _non praticata in
addietro_. Eppure nell'arco celebre di Susa, tuttavia esistente, la
cui iscrizione pubblicata dal marchese Maffei[265], ho ancor io[266]
data alla luce, si legge M. IVLIVS REGIS DONNI FILIVS COTTIVS. Quella
iscrizione fu posta ad Augusto. Però sembra che non ora cominciasse il
titolo di re in que' principi, e che Augusto, nel conquistar quelle
contrade, le lasciasse bensì in signoria a Giulio figliuolo del re
Donno, ma senza il titolo di re, il quale fu poi restituito da Claudio
a Marco Giulio Corio di lui figliuolo o nipote. Avevano i cittadini di
Rodi crocifissi alcuni Romani, che forse meritavano la morte; ma
perchè quel supplizio era ignominioso, e in riputazione grande si
tenea il privilegio della cittadinanza romana, Claudio levò loro la
libertà, cioè il governarsi colle lor leggi e co' propri ufiziali,
benchè poi loro la restituisse nell'anno di Cristo 53. Mancò di vita
in quest'anno _Erode Agrippa re della Giudea_, allorchè si trovava in
Cesarea[267]. Credevasi che Claudio Augusto lascerebbe succedere in
quel regno il di lui figliuolo _Agrippa_; ma prevalendo i consigli de'
suoi liberti, ne diede il governo a Cuspio Fado cavalier romano: con
che Gerusalemme restò di nuovo senza i suoi re, immediatamente
sottoposta ai governatori romani.

NOTE:

[260] Noris, Epistola Consulari.

[261] Thesaurus Novus Inscription., pag. 304, num. 3.

[262] Plin., lib. 3, cap. 16.

[263] Sueton., in Claudio, cap. 17.

[264] Dio, lib. 60.

[265] Scipio Maffei, Diplomat.

[266] Thesaurus Novus Inscription., pag. 1095.

[267] Joseph., Antiq. Judaic., lib. 19.



    Anno di CRISTO XLV. Indizione III.

    PIETRO APOSTOLO papa 17.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso, imperadore 5.

_Consoli_

MARCO VINICIO per la seconda volta e TAURO STATILIO CORVINO.


Secondo le osservazioni del cardinal Noris, tali furono i consoli
dell'anno presente, e, secondo lui, _Tauro_ fu il prenome di
_Statilio_: del che certo si può dubitare, perchè in un passo di
Flegonte[268] si parla di un fatto avvenuto in Roma, essendo consoli
_Marco Vinicio_ e _Tito Statilio Tauro_, cognominato _Corvilio_: dove
apparisce _Tauro_ cognome. Abbiam veduto nell'anno precedente
rammentata un'iscrizione posta MANIO ÆMILIO LEPIDO ET T. STATILIO
TAURO COS. Non ho io saputo dire, e neppure lo so ora, a qual anno
precisamente appartenga questo pajo di consoli. Certamente questo
_Tito Statilio Tauro_ non sarà stato console tanto in questo che
nell'antecedente anno, perchè ciò sarebbe stato notato ne' Fasti; e
però lo _Statilio_ di quell'anno dee essere diverso dal presente.
Osservarono il Panvinio ed altri, che ai consoli suddetti dovettero
essere sostituiti _Marco Cluvio Rufo_ e _Pompeo Silvano_, ricavandosi
ciò da un rescritto di Claudio, riferito da Giuseppe Ebreo[269], e
fatto sul fine di giugno, correndo la quinta sua podestà tribunizia.
Per altro, ancorchè finora abbiano faticato vari valenti letterati,
non possiam dire superate per anche le tenebre sparse qua e là ne'
Fasti consolari, restandovi tuttavia molto di scuro e molte
imperfezioni. Piena era oramai Roma di statue[270] e d'immagini
pubbliche o di marmo, o di bronzo, perciocchè ad ognuno era permesso
il metterne: il che rendeva troppo familiare ed anche vile un onore
che dovea essere riserbato alle persone di merito distinto. Claudio ne
levò via la maggior parte, ordinando insieme, che da lì innanzi niun
potesse esporre l'immagine sua senza licenza del senato, a riserva di
chi facea qualche fabbrica nuova, o rifacea le vecchie, per animar
ciascuno ad accrescere gli effetti di Roma. Mandò in esilio il
governatore di una provincia, perchè fu convinto d'aver preso dei
regali, e gli confiscò tutto quello che avea dianzi guadagnato nel
governo. Fece ancora un editto, che a niuno dopo un ufizio esercitato
nelle province, se ne potesse immediatamente conferire un altro: legge
anche altre volte stabilita; acciocchè nel tempo frapposto potesse chi
avea delle querele contra di tali persone, proporle con franchezza.
Proibì ancora, finiti i loro governi, il pellegrinare in altri paesi,
volendo che tutti venissero a Roma, per essere pronti a quello che ora
noi chiamiamo sindacato. Nell'anno presente spese Claudio di molto in
dar sollazzo al popolo con altri pubblici giuochi; e alla plebe,
solita a ricevere _gratis_ il frumento del pubblico, donò trecento
sesterzi per cadauno; e vi fu di quelli che n'ebbero per testa fino
mille e dugento cinquanta. Nel giorno suo natalizio[271], cioè nel dì
primo di agosto, in cui dieci anni prima dell'Era nostra egli venne
alla luce in Lione, correva in quest'anno l'ecclissi del sole. Claudio
con pubblico monitorio ne fece alcuni dì prima avvertito il popolo,
acciocchè sapessero quello essere un effetto necessario del corso dei
pianeti, e non ne tirassero qualche mal augurio, per lui, come per
poco soleano fare in tanti altri affari i Romani, essendo troppo
quella gente nudrita dagl'impostori nella superstizione. Le
medaglie[272] ci fan vedere che, tanto nel precedente che nel presente
anno, Claudio prese più volte il titolo d'_imperadore_, trovandosi
nominato _imperadore per la decima volta_. Indizii son questi, che i
suoi generali nella Bretagna doveano aver fatti de' progressi
coll'armi; ma di ciò non resta vestigio nella storia.

NOTE:

[268] Phlegon., de Mirabilib., cap. 6.

[269] Joseph., lib. 19.

[270] Dio, lib. 60.

[271] Sueton., in Claudio, cap. 2.

[272] Mediobarbus, Numismat. Imperator.



    Anno di CRISTO XLVI. Indizione IV.

    PIETRO APOSTOLO papa 18.
    TIBERIO CLAUDIO, figliuolo di
    Druso, imperadore 6.

_Consoli_

PUBLIO VALERIO ASIATICO per la seconda volta, e MARCO GIUNIO SILANO.


Dal trovar noi _Valerio Asiatico_ nominato console per la seconda
volta, apparisce aver ottenuto l'eccelso grado di console un qualche
anno innanzi, sostituito ai consoli ordinari; ma in quale non si è
potuto finora esattamente sapere. Se crediamo al Panvinio[273] e ad
altri, nelle calende di luglio a questi consoli succederono _Publio
Suillo Rufo_ e _Publio Ostorio Scapula_. Che ancor questi veramente
arrivasse al consolato, ne abbiam delle prove; ma se veramente in
quest'anno, ciò non si può accertare. Era[274] _Marco Giunio Silano_
console fratello di Lucio, da noi veduto genero di Claudio Augusto.
Diede molto da dire a' Romani la risoluzion presa in quest'anno dal
suddetto _Asiatico_ console. Siccome era stato determinato da Claudio
per fargli onore, egli dovea ritener per tutto l'anno il consolato; ma
spontaneamente lo rinunziò. Aveano ben fatto lo stesso alcuni altri
consoli, per mancar loro le ricchezze sufficienti a sostener la spesa
enorme che occorreva in celebrar i giuochi circensi, addossata alla
borsa dei consoli, e cresciuta poi a dismisura. Era giusta la scusa e
ritirata per questi, ma non già per Asiatico, ch'era uno de' più
ricchi nobili del romano imperio, possedendo egli delle rendite
sterminate nella Gallia, patria sua. Il motivo da lui addotto fu
quello di schivare l'invidia altrui pel suo secondo consolato; ma
poteva meglio assicurarsene col non accettarlo neppure per i primi sei
mesi; e può credersi che non andò esente dalla taccia di avarizia
quella spontanea sua rinunzia. Vedremo all'anno seguente i frutti
amari di tante sue care ricchezze. Nel presente toccò la mala ventura
a _Marco Vinicio_, personaggio illustre, già marito di _Giulia
Livilla_, cioè d'una sorella di _Caligola_. Non l'avea nel suo libro
Messalina, dopo aver essa procurata la morte alla di lui consorte.
Crebbero anche i sospetti e gli odii contra la di lui persona, dacchè
(per quanto fu creduto) l'onestà di lui diede una negativa alle impure
voglie della medesima Messalina. Seppe ella fargli dare sì destramente
il veleno, che il mandò per le poste al paese di là, con permettere
dipoi, che dopo morte gli fosse fatto il funerale alle spese del
pubblico: onore molto familiare in questi tempi. Da _Agrippina_, prima
che divenisse moglie di Tiberio Augusto, era nato _Asinio Pollione_,
il quale perciò fu fratello uterino di _Druso Cesare_ figliolo di
_Tiberio_. Nel cervello d'esso Pollione entrarono in quest'anno grilli
di grandezze e desiderii di divenir imperadore; e cominciò egli per
questo alcune tele con sì poca avvertenza, che ne arrivò tosto la
contezza a Claudio. Teneva ognuno per certa la di lui morte; ma
Claudio si contentò di mandarlo solamente in esilio, o perchè non avea
fatta adunanza alcuna di gente o di danaro per sì grande impresa, o
perchè il trattò da pazzo, considerata anche la sua piccola statura e
deformità del volto, per cui era comunemente deriso, nè ciera avea da
far paura a chi sedeva sul trono. Di questa sua indulgenza riportò
Claudio non poca lode presso il pubblico, siccome ancora per altre
azioni di giustizia e di zelo pel buon governo, e massimamente per la
giustizia. All'incontro era universale la doglianza e mormorazione,
perchè egli si lasciasse menar pel naso da Messalina sua moglie e dai
suoi favoriti liberti; di modo che egli pareva non più il padrone, ma
bensì lo schiavo di essi. Condannato fu (che così si usava ancora) a
combattere nei giuochi de' gladiatori _Sabino_, stato governator nella
Gallia a' tempi di Caligola, per le sue molte rapine e iniquità.
Desiderava Claudio, e gli altri più di lui, che questo mal uomo
lasciasse ivi la vita, come solea per lo più succedere. Ma Messalina,
che anche di costui si valeva per la sua sfrenata sensualità, il
dimandò in grazia, nè Claudio gliel seppe negare. Ed intanto ogni dì
più si mormorava, perchè Mnestore, commediante allora famoso, non si
lasciava più vedere al teatro. Era egli in grazia grande presso il
popolo per la sua arte, e specialmente per la sua perizia nel danzare;
ma in grazia di Messalina era egli maggiormente per la sua avvenenza.
Dolevasi la gente d'essere priva di un sì valente attore, ma più
perchè ne sapeva la cagione, e la sapevano anche i più remoti da Roma.
Altri non v'era, che il buon Claudio, il quale ignorasse, quanta
vergogna albergasse nel proprio suo palazzo. Eusebio Cesariense[275]
solo è a scrivere, che circa questi tempi essendo stato ucciso
_Rematalce re della Tracia_ da sua moglie, Claudio Augusto ridusse
quel paese in provincia, e ne diede il governo ai suoi uffiziali.

NOTE:

[273] Panvinius, in Fast. Consularibus.

[274] Dio, lib. 60.

[275] Eusebius, in Chronico et in Excerptis.



    Anno di CRISTO XLVII. Indizione V.

    PIETRO APOSTOLO papa 19.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso, imperadore 7.

_Consoli_

TIBERIO CLAUDIO AUGUSTO GERMANICO per la seconda volta, e LUCIO
VITELLIO per la terza.


Abbiamo da Svetonio[276], che _Claudio Augusto_ non fu già console
ordinario con _Lucio Vitellio_ in quest'anno. Un altro, il cui nome
non sappiamo, procedette console nel principio di gennaio; ma perchè
questi da lì a poco finì di vivere, Claudio non isdegnò di succedere
in suo luogo. _Vitellio_ qui mentovato, lo stesso è che fu proconsole
della Soria, e padre di _Vitellio imperadore_. Tanti onori a lui
compartiti erano i frutti della sua vile adulazione. Secondo la
supputazion di Varrone, questo era l'anno ottocentesimo della
fondazion di Roma[277]; e però Claudio diede al popolo il piacere de'
giuochi secolari, i quali propriamente si doveano fare ad ogni cento
anni. Ma a que' giuochi accadde ciò che si osservò nel giubileo romano
cominciato nel 1300, che dovea rinnovarsi solamente cento anni dipoi;
ma poi fu celebrato in anni diversi. Erano passati solamente
sessantaquattro anni, dacchè Augusto diede questi giuochi, e viveano
tuttavia delle persone che vi assisterono, e degl'istrioni che aveano
ballato in essi, fra' quali Stefanione, commemorato da Plinio[278].
Però essendo solito il banditore, nell'invitare a questi giuochi il
popolo, di dire che venissero ad uno spettacolo che non aveano mai più
veduto, nè sarebbono mai più per vedere, si fecero delle risate alle
spese di Claudio. Ancor qui notata fu l'adulazione del console
Vitellio, perchè fu udito dire a Claudio, che gli augurava di poter
dare altre volte questi medesimi giuochi. Comparve ne' giuochi
suddetti _Britannico_ figliuolo dell'imperadore insieme col giovinetto
_Lucio Domizio_, che fu poi _Nerone_ imperadore; e si osservò che
l'inclinazion del popolo correa più verso questo giovine, perchè era
figliuolo di _Agrippina_ principessa amata da essi, non tanto per
essere stata figlia dell'amato Germanico, quanto perchè la miravano
perseguitata da Messalina. Si contano ancora sotto quest'anno alcune
azioni lodevoli di Claudio[279]. Prodigiosa era la quantità degli
schiavi che ogni nobil romano teneva al suo servigio[280]. Allorchè i
miseri cadeano infermi, costumavano alcuni de' loro padroni, per non
soggiacere alla spesa, di cacciarli fuori di casa, mandandoli
nell'isola del Tevere, acciocchè Esculapio, a cui quivi era dedicato
un tempio, li guarisse, ed esponendogli in tal guisa al pericolo di
morir di fame. Fece Claudio pubblicar un editto, che gli schiavi
cacciati da' padroni, s'intendessero liberi, nè fossero obbligati a
tornar a servire. Che se, in vece di cacciarli, volessero levarli di
vita, si procedesse contra di loro come omicidi. Inoltre essendo
denunziati alcuni di bassa sfera, quasi che avessero insidiato alla di
lui vita, niun caso ne fece, con dire, «non essere nella stessa
maniera da far vendetta di una pulce, che d'una fiera.» Ordinò ancora,
che i liberti ingrati ai lor padroni tornassero ad essere loro
schiavi: legge sempre dipoi osservata. Rimosse dal senato alcuni
senatori, perchè, essendo poveri, non poteano con dignità calcare quel
posto: il che a molti di loro fu cosa grata. E perchè un Sordinio
nativo della Gallia, ed uomo ricco, poteva con decoro sostenere la
dignità senatoria, e Claudio intese ch'era partito per andarsene a
Cartagine, disse: «Bisogna ch'io fermi costui in Roma con i ceppi
d'oro;» e richiamatolo indietro, il creò senatore. Insorsero gravi
querele contro gli avvocati che esigevano somme immense dai lor
clienti. Fu in procinto il senato di proibire affatto ogni pagamento.
Claudio volle che si tassasse una molto leggiera somma.

Ma se Claudio da tali azioni riportò lode, maggior fu bene il biasimo
che a lui venne, per essersi lasciato condurre a dar la morte in
questo medesimo anno a varie illustri persone, per le maligne
insinuazioni di Messalina sua moglie. Aveva egli accasata con _Gneo
Pompeo Magno_, _Antonia_ sua figliuola. La matrigna Messalina, che
odiava l'uno e l'altra, seppe inventar tante calunnie, dipingendo il
genero Pompeo per insidiatore della vita di lui, che Claudio gli fece
tagliar la testa. Per altro costui offuscava la nobiltà de' suoi
natali con dei vizii nefandi. Nè qui si fermò la persecuzione. Fece
anche morire Crasso Frugi e Scribonia genitori d'esso Pompeo,
tuttochè, per attestato di Seneca[281], Crasso fosse così stolido, che
meritasse d'essere imperadore, come era Claudio. Antonia fu poi
maritata con _Cornelio Silla Fausto_ fratello di Messalina. A Valerio
Asiatico, da noi già veduto due volte console, le sue molte ricchezze
furono in fine cagione di totale rovina[282]. Con occhio ingordo le
mirava Messalina, e massimamente coi desiderii divorava gli orti di
Lucullo, da lui maggiormente abbelliti. S'inventarono vari sospetti e
delitti di lui, ed avendo egli determinato di passar nelle Gallie,
dove possedea dei gran beni, fu fatto credere a Claudio, che ciò fosse
per sollevar contra di lui le legioni della Germania. Condotto da Baja
incatenato, ed accusato, con forza si difese, allegando che non
conosceva alcuno de' testimoni prodotti contra di lui. Si fece venire
innanzi un soldato, che protestava d'essere intervenuto al trattato
della congiura. Dettogli, se conosceva Asiatico: senza fallo, rispose.
Che il mostrasse: data una girata d'occhi sopra gli astanti, sapendo
che Asiatico era calvo, indicò un calvo, ma che non era Asiatico.
Niuno dell'uditorio potè contenere le risa, e l'assemblea fu finita.
Già pensava Claudio ad assolverlo per innocente, quando entrò in sua
camera l'infame Vitellio il console, imboccato da Messalina, che colle
lagrime agli occhi mostrò gran compassione d'Asiatico, e poi finse
d'essere spedito da lui per impetrar la grazia di potere scegliere
quella maniera di morte che più a lui piacesse. Il bietolone Augusto,
senza cercar altro, credendo che per rimprovero della coscienza rea
egli non volesse più vivere, accordò la grazia richiesta. Asiatico si
tagliò dipoi le vene, e rendè contenta, ma non sazia l'avarizia e
crudeltà di Messalina, la quale per altre somiglianti vie condusse a
morte _Poppea_ moglie di Scipione, la più bella donna de' suoi tempi,
e madre di _Poppea_, maritata poi coll'Augusto Nerone. Nulla seppe di
sua morte Claudio. D'altri nella stessa guisa abbattuti parla Tacito,
la cui storia maltrattata dai tempi torna a narrarci gli avvenimenti
d'allora, quando quella di Dione per la maggior parte è venuta meno.
In quest'anno[283] ancora si credè Claudio d'immortalare il suo nome
anche fra i grammatici, con aggiugnere tre lettere all'alfabeto
latino. Una delle quali fu F scritto al rovescio per significare l'V
consonante. Ma dopo la sua morte morirono ancora le da lui inventate
lettere. Furono in quest'anno rivoluzioni in oriente. Essendo stato
ucciso _Artabano re dei Parti_, disputarono del regno coll'armi in
mano due suoi figliuoli. Prese Claudio questa occasione per inviar
_Mitridate_ fratello di _Farasmane re dell'Iberia_ a ricuperare il
regno dell'Armenia, già occupato dai Parti. Ed egli in fatti se ne
impadronì, e vi si sostenne col braccio de' Romani. Nè fu senza moti
di guerra la Germania. Essendo morto Sanquinio, che comandava l'armi
romane nella Germania bassa, in suo luogo fu inviato _Gneo Domizio
Corbulone_, che riuscì dipoi il più valente capitano che allora si
avesse Roma. Innanzi ch'egli arrivasse colà, i Cauci aveano fatte
delle scorrerie nei lidi della Gallia. Subito che Corbulone fu alla
testa delle legioni, soggiogò essi Cauci; fece tornare all'ubbidienza
i popoli della Frisia, che s'erano ribellati alcuni anni prima: rimise
fra le truppe romane con gran rigore l'antica disciplina. Era per far
maggiori imprese, se il pauroso Claudio Augusto non gli avesse scritto
di ripassare il Reno, e di lasciar in pace i Barbari. Ubbidì
Corbulone, ma con esclamare: _Felici gli antichi generali!_ Claudio a
lui concedè poi gli ornamenti trionfali. Venuto anche a Roma _Aulo
Plauzio_, il quale s'era segnalato nella guerra della Bretagna,
accordò a lui pure l'onore dell'ovazione, che così chiamavano il
picciolo trionfo. Già s'era cominciato a riserbare il vero trionfo ai
soli imperadori, perchè soli essi erano i generalissimi dell'armi
romane, e a loro si attribuiva l'onor di qualunque vittoria che fosse
riportata dai subalterni.

NOTE:

[276] Suetonius, in Claudio, cap. 4.

[277] Suetonius, in Claudio, cap. 21. Tacitus, lib. 11, cap. 11.

[278] Plinius, lib. 7, cap. 48. Zosimus lib. 1.

[279] Dio, lib. 60.

[280] Sueton., in Claudio, cap. 25.

[281] Seneca, in Apocol.

[282] Tacitus, Annal., lib. II, cap. 1.

[283] Tacitus, Annal., lib. II, cap. 14. Suetonius in Claud., cap. 41.



    Anno di CRISTO XLVIII. Indizione VI.

    PIETRO APOSTOLO papa 20.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso imperadore 8.

_Consoli_

AULO VITELLIO e QUINTO VIPSANIO POBLICOLA.


Il primo di questi consoli fu poscia imperadore. Per attestato di
Svetonio[284] ad esso _Aulo Vitellio_ nelle calende di luglio venne
sostituito _Lucio Vitellio_ suo fratello: tanto poteva nella corte di
allora _Lucio Vitellio_ lor padre, il re degli adulatori. Trattossi
nell'anno presente in senato[285] di crear dei nuovi senatori in luogo
dei defunti, e seguì molta disputa, perchè i popoli della Gallia
Comata dimandavano di poter anch'essi concorrere a tutte le dignità e
agli onori della repubblica romana. Fu contraddetto da non pochi; ma
prevalse il parere di Claudio, che, addotto l'esempio de' maggiori,
sostenne non doversi negar la grazia, perchè ridondava in pubblico
bene, e in accrescimento di Roma. Come censore fece Claudio ancora
alcune buone ordinazioni, e fra l'altre spurgò il senato di alcune
persone di cattivo nome, e ciò con buona maniera: perciocchè sotto
mano lasciò intendere a que' tali, che se avessero chiesta licenza di
ritirarsi, l'avrebbono conseguita. Propose il console Vipsanio, che si
desse a Claudio il titolo di _Padre del senato_. Claudio, conosciuto
che questo era un trovato dell'adulazione, lo rifiutò. Fu fatto in
quest'anno da esso Augusto parimente, come censore, e dal vecchio
Lucio Vitellio suo collega, il lustro, cioè la descrizione di tutti i
cittadini romani: il che non vuol già dire degli abitanti in Roma,
perchè tanti forestieri venuti a quella gran città non erano tutti per
questo cittadini di Roma, e molto meno tante e tante migliaia di
servi, cioè schiavi che servivano allora in Roma ai benestanti. Niuno
degli antichi scrittori ci ha lasciato il conto di quante anime allora
vivessero in Roma; città, che in que' tempi forse di non poco superava
le moderne di Parigi e di Londra. Un'iscrizione che di ciò parla,
merita d'essere creduta falsissima, siccome osservò Giusto
Lipsio[286]. Per cittadini dunque romani si intendevano tutte quelle
persone libere, che godeano allora la cittadinanza romana sì in Roma,
che nelle provincie; giacchè non per anche questo privilegio s'era
dilatato a tutto l'imperio romano, come ne' tempi susseguenti avvenne.
Di tali cittadini si trovarono nella descrizion suddetta sei milioni e
novecento e quarantaquattromila.

Giunta era all'eccesso l'impudicizia e la baldanza di _Messalina_
moglie di Claudio Augusto. Volle ella nell'anno presente far un colpo,
a credere il quale gran fatica si dura, non sapendosi capire come
potesse arrivar tant'oltre la sfacciataggine di una donna e la
balordaggine di un marito, e marito imperadore. Lo stesso Tacito
confessa[287], che ciò parrà favoloso: tuttavia tanto egli, quanto
Svetonio[288] e Dione[289], ci dan per sicuro il fatto. Era impazzita
questa rea femmina dietro a _Cajo Silio_, giovane, non men per la
nobiltà che per la bellezza del corpo, riguardevole. Avea Claudio a
disegnarlo console per l'anno prossimo. Nè bastandole di mantenere un
indegno commercio con questo giovane, determinò in fine di contraere
matrimonio con lui, benchè vivente Claudio, nè ripudiata da lui.
Dicono, ch'essendo ito Claudio ad Ostia per affari della pubblica
annona, ella fingendo qualche incomodo di sanità, si fermò in Roma, e
con gran solennità fece stendere lo strumento del contratto, munito di
tutte le clausole consuete, donando a Silio tutti i più preziosi
arredi del palazzo imperiale, e compiendo la funzione coi sagrifizii e
con un magnifico convito. Fu poi esposto[290] a Claudio, che alla
presenza del senato, del popolo e de' soldati tutto ciò era seguito.
Ha dell'incredibile. Svetonio aggiugne, aver Messalina indotto lo
stesso imperadore a sottoscrivere quell'atto, con fargli credere che
fosse una burla, e ciò utile per allontanare un pericolo che a lui
sovrastava, predetto dagl'indovini, e per farlo ricadere sopra Silio,
finto imperadore. Sì lontana da ogni verisimile è questa partita, che
patisce l'intelletto a crederla vera. Sarà stata probabilmente una
diceria del volgo, solito ad aggiugnere ai fatti veri delle false
circostanze; nè Tacito ne parla. Comunque sia, un gran dire per questo
sì sfoggiato ardimento fu per Roma tutta. Il solo Claudio nulla ne
sapea, perchè attorniato dai liberti, tutti paurosi di disgustar
Messalina, l'incorrere nella disgrazia di cui, e il perdere la vita,
andavano bene spesso uniti. Tuttavia troppo facile era lo scorgere che
Messalina, dopo aver fatto Silio suo marito, era dietro a farlo anche
imperadore, con un totale sconvolgimento del pubblico e della corte, a
cui terrebbe dietro infallibilmente la rovina ancora d'essi liberti,
tanto favoriti da Claudio. Si aggiunse ancora, che avendo Messalina
fatto morir Polibio[291], uno de' più potenti fra essi nella corte,
impararono gli altri a temere un'egual disavventura. Perciò Callisto,
Pallante e Narciso, liberti i più poderosi degli altri nell'animo di
Claudio, presero la risoluzione di aprire gli occhi all'ingannato
Augusto. Ma non istettero saldi i due primi nel proposito, paventando,
che se Messalina giugneva a parlare una sola volta a Claudio, saprebbe
inorpellar sì bene il fatto, che sfumerebbe in lui tutto lo sdegno.
Narciso solo stette costante, nè attentandosi egli a muoverne il primo
parola, fece che alcune puttanelle di Claudio gli rivelassero non
solamente la presente infamia, ma ancora la storia di tutti i
precedenti scandali originati dalla trabbocchevol libidine e crudeltà
di Messalina. Attonito Claudio fa tosto chiamar Narciso, il quale
chiesto perdono in prima, e addotte le cagioni del silenzio finora
osservato, conferma il fallo, e rivela altri complici della disonestà
di Messalina. Turranio presidente dell'annona, e Lusio Geta prefetto
del pretorio chiamati anch'essi attestano il medesimo, con
rappresentare e caricare il pericolo di perdere vita ed imperio,
imminente a Claudio per gli ambiziosi disegni di Silio e di Messalina,
e il bisogno di provvedervi con mano forte, senz'ascoltar discolpe e
parole lusinghiere della traditrice consorte. Rimase sì sbalordito
Claudio, che andava di tanto in tanto dimandando, s'egli era più
imperadore, se Silio menava tuttavia vita privata.

Era il mese d'ottobre, e fu veduta Messalina più gaia del solito
divertirsi alle feste di Bacco[292], che si faceano per le vendemmie,
prendendo essa la figura di Baccante, e Silio quella di Bacco.
Quand'ecco di qua e di là giugnere a Roma l'avviso, essere Claudio
consapevole di tutte le sue vergogne, e venire a Roma per farne
vendetta. Il colpo di riserva, su cui riponeva le sue speranze
Messalina, era quello di poter parlare a Claudio, fidandosi, che, come
tant'altre volte era accaduto, ora ancora placherebbe l'insensato
marito. Ma questo appunto era quello, da cui l'accorto Narciso volea
tener lontano il padrone: al qual fine impetrò di avere per quel
giorno il comando delle guardie, rappresentando la dubbiosa fede di
Lusio Geta; ed insieme ottenne di venir anch'egli in carrozza
coll'imperadore a Roma. Nella stessa venivano ancora Lucio Vitellio e
Publio Cecina Largo, senza mai articolar parola nè in favore nè contra
di Messalina, perchè non si fidavano dell'animo troppo instabile e
debole di Claudio. Intanto _Messalina_, presi seco _Britannico_ ed
_Ottavia_ suoi figliuoli, e _Vibidia_, la più anziana delle Vestali,
ed accompagnata da tre persone, perchè gli altri se ne guardarono,
s'inviò a piedi fuor della porta d'Ostia, e salita poi in una
vilissima carretta, trovata ivi per avventura, andò incontro al
marito, non compatita da alcuno. Allorchè arrivò Claudio, cominciò a
gridare, che ascoltasse chi era madre di Britannico e d'Ottavia; e
Narciso intanto facea marciar la carrozza, strepitando anche egli con
esagerar l'insolenza di Silio e di Messalina, e con rimettere sotto
gli occhi di Claudio lo strumento nuziale. Nell'intrare in Roma si
vollero affacciare alla carrozza Britannico ed Ottavia; ordinò Narciso
alle guardie che li tenessero lontani; ma per la venerazione e per gli
privilegi che godeano le Vestali, non potè impedir Vibidia
dall'accostarsi, e dal far grande istanza, che contra di Messalina non
si procedesse a condanna senza prima ascoltarla. Così promise Claudio.
Accortamente Narciso condusse a dirittura l'imperadore alla casa di
Silio, e fecegli osservar le preziose masserizie della corte portate
colà: vista che svegliò pur del fuoco in quel freddo petto. Indi così
caldo il menò al quartiere de' pretoriani, istruiti prima di quel che
aveano a dire. Poche parole potè proferir Claudio, confuso tra il
timore e la vergogna; ed alzossi allora un grido dei soldati che
dimandavano il nome e il gastigo dei rei. Silio fu il primo che
sofferì con coraggio la morte, poi Vettio Valente, Pompeo Urbico, ed
altri nobili, tutti macchiati nelle impudicizie di Messalina. Mnestore
il commediante, con ricordare a Claudio d'aver ubbidito ai di lui
comandamenti, intenerì sì fattamente il buon Claudio, che fu vicino a
perdonargli; ma i liberti gli fecero mutar sentimento. Solamente
Suilio Cesonino e Plautio Laterano la scapparono netta, l'ultimo per
gli meriti di Aulo Plautio suo zio. Intanto Messalina, ritiratasi
negli orti di Lucullo, fra la speranza e l'ira, si pensava pure di
poter superare la burrasca; e non ne fu lontana. Claudio arrivato al
palazzo con gran quiete si mise a tavola, ed allorchè si sentì ben
riscaldato dal vino, diede ordine che s'avvisasse Messalina di venire
nel seguente dì, che l'avrebbe ascoltata. Si credette allora perduto
Narciso; però fatto coraggio, e levatosi da tavola, come per dar
l'ordine suddetto, da disperato ne diede un tutto diverso al
centurione e al tribuno di guardia, dicendo loro, che immediatamente
si portassero ad uccidere Messalina, perchè tale era la volontà
dell'imperadore. La trovarono eglino stesa in terra, ed assistita da
Lepida sua madre, che l'andava esortando a prevenir colle sue mani gli
esecutori della giustizia. All'arrivo di essi si diede ella in fatti
alcuni colpi, ma con mano tremante; più sicura fu quella del tribuno,
che la finì. Portata incontanente la nuova a Claudio, che Messalina
era morta, lo stupido senza informarsi, se per mano propria o
d'altrui, dimandò da bere, e con tranquillità compiè il convito. Ne'
seguenti giorni non si mirò in lui nè ira, nè odio, nè allegrezza, nè
tristezza, ancorchè osservasse l'ilarità di Narciso e degli altri
accusatori, e il volto afflitto de' figliuoli. A farlo maggiormente
dimenticar di Messalina, servì l'attenzione del senato; perchè per
ordine suo furono levate le di lei immagini tanto dai pubblici che dai
privati luoghi. Narciso, in ricompensa delle sue fatiche, da esso
senato fu promosso all'ordine de' questori.

NOTE:

[284] Sueton., in Vitellio, cap. 3.

[285] Tacitus, Annal., lib. II, cap 23.

[286] Lipsius, in Notis ad Tacit. lib. 40.

[287] Tacit., Annal., lib. 11, cap. 26.

[288] Sueton., in Claudio, cap. 26.

[289] Dio, lib. 60.

[290] Tacitus, Annal., lib. 11, cap. 30.

[291] Dio, in Excerptis Valesianis.

[292] Tacitus, lib. II, cap. 31.



    Anno di CRISTO XLIX. Indizione VII.

    PIETRO APOSTOLO papa 21.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso, imperadore 9.

_Consoli_

AULO POMPEO LONGINO e GALLO QUINTO VERANIO.


S'è dubitato, se il primo de' consoli portasse il cognome di _Longino_
o _Longiniano_. In un frammento di marmo[293], esistente oggidì nel
museo del Campidoglio, si legge Q. VERANIO, A. POMPEIO GALLO COS. E
però non _Cajo_, come s'è creduto finquì, ma sarà stato _Aulo_ il di
lui prenome. A questi consoli ordinari circa le calende di maggio
fondatamente si credono succeduti _Lucio Memmio Pollione_ e _Quinto
Allio Massimo_. Rimasto vedovo Claudio Augusto, si credette che non
passerebbe ad altre nozze[294]; e tanto più perchè egli protestò ai
soldati del pretorio di non voler più moglie, dacchè tanta sfortuna
avea provato nei precedenti, matrimonii; e che se facesse altrimenti,
si contentava d'essere scannato dalle loro mani. Ma andò presto in
fumo questo suo proponimento. Tutte le più nobili dame romane si
misero in arnese, per espugnar questa debil rocca, mettendo in mostra
tutte le lor bellezze naturali ed artificiali, e adoperando quanti
lacci sa inventare la loro scuola, sapendo per altro come egli fosse
alieno dalla continenza[295]. Tenevano il primato tre fra le altre,
cioè _Lollia Paolina_, figliuola di Marco Lollio già stato console, e
per lei facea di caldi uffizii Callisto, uno dei liberti favoriti di
Claudio. La seconda era _Elia Petina_ della famiglia de' Tuberoni,
figliuola di Sesto Elio Peto già console, stata già moglie del
medesimo Claudio[296] prima dell'imperio, e da lui ripudiata per lieve
cagione. Perorava per questa Narciso, altro potente liberto di corte,
di cui già s'è parlato. La terza fu _Giulia Agrippina_, figliuola di
_Germanico_ suo fratello, già cacciata in esilio da Caligola per la
sua mala vita, e perseguitata in addietro da Messalina. A promuovere
gl'interessi di lei si sbracciò forte Pallante, liberto anch'esso di
gran possanza nel cuore di Claudio. E questa in fine vinse il pallio.
Benchè fosse stata maritata due volte; cioè più di vent'anni prima a
_Gneo Domizio Enobarbo_, a cui partorì Lucio Domizio Enobarbo, che
vedremo imperadore col nome di Nerone; e poscia a Crispo Passieno,
ch'ella fece morire, per non tardar a godere l'eredità da lui
lasciatale; e benchè ella avesse passati gli anni della gioventù, pure
era assai fresca, e sosteneva il credito d'esser bella, possedendo
anche a maraviglia l'arte degl'intrighi e delle lusinghe femminili. A
cagion della stretta parentela, essendo Claudio suo zio
paterno, godeva ella il privilegio di visitarlo spesso ed assai
confidentemente. Questo bastò per farlo cader nella pania, di maniera
che fino dall'anno precedente furono concertate fra loro le nozze ed
eseguite poi nel presente. In mani peggiori non potea capitar Claudio,
perchè in questa donna non si sa qual fosse maggiore o la fierezza o
la superbia o l'avarizia. Pure la sua passion dominante e superiore
all'altre era l'ambizione, per cui avrebbe sagrificato tutto. Scrive
Dione[297], esserle stato predetto un giorno da uno strologo, che suo
figliuolo Nerone sarebbe imperadore, ma ch'egli stesso l'ucciderebbe.
_Non importa_, rispose ella, _mi uccida, purchè regni_. In fatti, fin
d'allora si diede ella a cercar le vie di accasar Lucio Domizio
Enobarbo suo figliuolo (che fu poi _Nerone_), nato sul fine dell'anno
37 dell'Era nostra, con _Ottavia figliuola_ di esso Claudio Augusto.
Perchè tra questa principessa e Lucio Silano erano seguiti gli
sponsali alcuni anni prima[298], bisognò pensare alla maniera di levar
un tale ostacolo con ricorrere alla calunnia, giacchè Silano per
l'incorrotta sua vita era esente da veri delitti. Lucio Vitellio
console fu l'iniquo mezzano della di lui rovina, con far credere a
Claudio, che fra Silano e Giunia Calvina sua sorella passassero
intrinsichezze nefande. Perciò Silano, che nulla sapea di questo, vide
sè stesso tutto ad un tempo balzato dal grado di senatore, obbligato
inoltre a rinunziar la pretura, e rotto il suo maritaggio con Ottavia.
Questa fu la prima prodezza di Agrippina, e non era per anche moglie
di Claudio.

Ma Claudio, benchè ardente di voglia di effettuar questo matrimonio,
tuttavia non osava, perchè presso i Romani non era lecito, non che in
uso, che uno zio sposasse una nipote. Prese ancor qui l'assunto di
provvedere al bisogno quel gran faccendiere di Lucio Vitellio; ne
parlò egli con energia al senato; e i senatori, schiavi d'ogni volere
del principe, decretarono la validità di un tal contratto.
Celebraronsi dunque le nozze, e in quello stesso di Lucio Silano,
stato genero di Claudio, si diede la morte da sè stesso. Entrata
nell'imperial palazzo Agrippina, poca pena ebbe a rendersi padrona
dello scimunito consorte e de' pubblici affari, con voler anch'ella,
al pari di Claudio, essere ossequiata dal senato, dai principi
stranieri e dagli ambasciadori. Cominciò ad ammassar della roba, senza
perdonare a sordidezza alcuna, tirando colle lusinghe alcuni a
dichiararla erede, ed atterrando altri con calunnie, per occupare i
lor beni. Promosse gli sponsali del giovinetto _Lucio Domizio_ suo
figliuolo, già pervenuto all'età di dodici anni, colla suddetta
_Ottavia_ figliuola di Claudio, a cui questa alleanza fu il primo
gradino per salire al trono imperiale. Fece parimente richiamare a
Roma dall'esilio della Corsica _Lucio Anneo Seneca_, insigne filosofo
stoico, e il diede per precettore al figliuolo, sperando di farne una
cima d'uomo, e un mirabil imperadore, giacchè a questo bersaglio
tendevano le principali sue mire. Impetrò anche la pretura pel
medesimo Seneca. Appresso rivolse Agrippina lo spirito vendicativo
contro a _Lollia Paolina_, che seco avea gareggiato pel matrimonio di
Claudio. Fecesi comparire, che avesse interrogati strologhi e
l'oracolo di Apollo di Clario, in pregiudizio dell'imperadore; questi
perciò, senza lasciarle agio per le difese, la cacciò in esilio fuori
d'Italia, e confiscò la maggior parte del suo ricchissimo patrimonio.
Mandò Agrippina dipoi anche a levarle la vita; e fece appresso bandire
_Calpurnia_, illustre donna, solo perchè accidentalmente a Claudio era
scappato di bocca che era bella. Accrebbe Claudio in quest'anno il
pomerio, o sia il circondario delle mura di Roma: il che era riputato
di singolar gloria. Alle preghiere de' Parti mandò loro per re
_Meerdate_ di quella nazione, che poca fortuna provò per sè e
svergognò i Romani. Nella Tracia furono guerre tali nondimeno, che io
mi dispenso dal riferirle, perchè di niun momento per la storia
presente. Se crediamo ad Orosio[299], seguì in quest'anno l'editto di
Claudio, che tutti i Giudei uscissero di Roma, del che parla san Luca
negli Atti degli Apostoli[300]. Prodigiosa era la quantità d'essi in
quella gran città. Orosio cita Giuseppe ebreo per testimonio di tal
fatto all'anno presente; ma nei testi di Giuseppe ebreo oggidì non si
trova un tal passo. Per altro è certo il fatto, asserendolo ancora
Svetonio[301] con dire di Claudio: _Judaeos, impulsore Chresto_ (così
egli nomina il divino Salvator nostro) _assidue tumultuantes Roma
expulit_. Sotto nome de' Giudei erano allora compresi anche i
Cristiani; e forse i Giudei, perseguitando i Cristiani, svegliavano
que' tumulti.

NOTE:

[293] Thesaurus Novus Inscription., p. 304.

[294] Sueton., in Claudio, cap. 26.

[295] Sueton., in Claudio, cap. 33.

[296] Idem, cap. 26.

[297] Dio, lib. 60.

[298] Tacitus, lib. 12, cap. 4.

[299] Orosius, in Histor.

[300] Actus Apostolor., c. 18, vers. 2.

[301] Sueton., in Claudio, cap. 25.



    Anno di CRISTO L. Indizione VIII.

    PIETRO APOSTOLO papa 22.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso, imperadore 10.

_Consoli_

CAJO ANTISTIO VETERE, o sia VECCHIO, e MARCO SUILLIO NERVILINO.


Ho scritto _Nervilino_, e non già _Nerviliano_, come hanno altri,
perchè il cognome di questo console si legge formato così in un
insigne marmo del museo Capitolino, da monsignor Bianchini[302], e da
me[303] ancora dato alla luce. Un altro gran passo fece in quest'anno
Agrippina per innalzar sempre più il suo figliuolo _Lucio Domizio
Enobarbo_[304]. Tuttochè Claudio Augusto avesse un figliuolo maschio,
cioè _Britannico_, che naturalmente avea da succedere a lui
nell'imperio, il semplicione si lasciò indurre ad addottar per
figliuolo anche il medesimo Lucio Domizio, il quale, passato nella
famiglia Claudia, cominciò ad intitolarsi _Nerone Claudio Cesare Druso
Germanico_, come apparisce dalle medaglie[305] battute allora in onor
suo. Il mezzano di questo affare, adoperato da Agrippina, fu Pallante,
il più confidente che s'avesse Claudio; ed avendo allora Nerone due
anni di più di Britannico, si vide la deformità d'aver egli adottivo
la mano dal figliuolo legittimo e naturale dell'imperadore, ornati
amendue del cognome cesareo. Nè già dimenticò sè stessa l'ambiziosa
Agrippina. Non avea mai Claudio conceduta a Messalina il titolo
d'_Augusta_. Lo volle ben ella, nè le fu difficile l'ottenerlo; sicome
ancora nell'anno seguente volle l'onore d'entrar col carpento, o sia
colla carrozza nei pubblici giuochi. Cresciuta ne' titoli Agrippina
crebbe anche nell'autorità, e peggior divenne di Messalina, non già
nell'impudicizia, perchè se questa non le mancò, fu almeno occulta, ma
nelle rapine della roba altrui, e in procurar la morte a chi si tirava
addosso il di lei sdegno, o lo meritava per essere ricco. Quanto ella
era diligente a far ben educare e a produrre il suo figliuolo Nerone,
altrettanto la scaltra donna si studiava di abbassare e di fare
scomparire il figliastro suo, cioè Britannico Cesare. Sotto vari
pretesti fece morire, e levare dal di lui fianco le persone che gli
poteano inspirare de' sentimenti contrarii ai suoi; e fra gli
altri[306] v'andò la vita di Sosibio di lui maestro. Altre persone
mise ella in lor luogo, tutte dipendenti dai suoi voleri, di modo che
l'infelice principe era in certa guisa assediato e tenuto quasi come
prigione, senza ch'egli potesse se non di rado vedere il padre
Augusto. Faceva anche correr voce, che egli patisse di mal caduco e
fosse scemo di cervello[307], quando si sapea che in quell'età di nove
o dieci anni era forte di corpo e di spirito molto vivace. Un
trattamento tale eccitava la compassione in tutti, ma senza alcun
profitto di lui. Nell'anno seguente Britannico, in salutar Nerone,
disavvedutamente gli diede il nome di _Domizio_ oppure di _Enobarbo_.
Non si può dir che fracasso e querele facesse per questo in corte
Agrippina. Volle essa inoltre la gloria di fondare una colonia che
portasse il suo nome. A questo fine mandò alcune migliaia di veterani
a piantarla nella città degli Ubii, che da lì innanzi prese il nome di
_Colonia Agrippina_, città tuttavia delle più illustri e floride della
Germania, che ritiene il nome di _Colonia_. Quivi era nata la medesima
Agrippina, allorchè Germanico suo padre guerreggiò in quelle parti coi
Germani. Riportò in quest'anno _Publio Ostorio Scapula_ molti vantaggi
contra de' popoli della Bretagna, e prese, non so se in questo o nel
seguente anno, _Carattaco_, uno dei re o duci loro, colla moglie e co'
figliuoli[308]: per le quali imprese conseguì dal senato romano gli
ornamenti trionfali, ma con goderne poco, perchè la morte il rapì da
lì a non molto. Condotto a Roma Carattaco prigioniero, senza smarrirsi
punto, parlò a Claudio da uomo forte: e Claudio restituì a lui e a
tutti i suoi la libertà. Ammirava dipoi Carattaco la magnificenza di
Roma, e dicea ai Romani, _che non sapea capire, come avendo essi
cotanti superbi palazzi ed agiate case, andassero poi a cercar le
povere capanne de' Britanni_. Camaloduno in quella grand'isola, città
così denominata dal dio Camalo, fu scelta per condurvi una colonia di
veterani, acciocchè servissero di baluardo contro i nemici e ribelli.
Anche nella Germania superiore i Catti furono in armi, e fecero delle
incursioni nel paese romano. Ma _Lucio Pomponio Secondo_, insigne
poeta tragico, e governatore dell'armi in quelle parti, li mise in
dovere, con aver anch'egli perciò meritati gli onori trionfali.

NOTE:

[302] Thesaur. Nov. veter. Inscript., T. 1.

[303] Thes. Nov. veter. Inscript., cap. 305.

[304] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 25. Dio, lib. 60.

[305] Mediobarbus, Numism. Imp.

[306] Dio, lib. 60.

[307] Tacit., Annal., lib. 12, cap. 41.

[308] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 32.



    Anno di CRISTO LI. Indizione IX.

    PIETRO APOSTOLO papa 23.
    TIBERIO CLAUDIO, figlio di
    Druso, imperadore 11.

_Consoli_

TIBERIO CLAUDIO AUGUSTO per la quinta volta e SERVIO CORNELIO ORFITO.


Nelle calende di luglio ebbero questi consoli per successori nella
dignità _Cajo Minicio Fondano_ e _Cajo Vettennio Severo_; e all'uno di
questi ultimi due nelle calende di novembre si crede che fosse
sostituito _Tito Flavio Vespasiano_, il quale a suo tempo vedremo
imperadore; ciò ricavandosi da Svetonio[309]. In questo medesimo anno
a dì 24 d'ottobre ad esso Vespasiano nacque da Flavia Domitilla sua
moglie _Domiziano_, che fu anch'egli imperadore. Benchè Nerone
Cesare[310] avesse solamente cominciato l'anno quattordicesimo di sua
età, senz'aspettare di compierlo, come portava la legge e l'uso, per
dispensa del senato adulatore, prese la toga virile, abilitato anche
al consolato, subito che toccasse l'anno ventesimo: con che potea aver
parte agli affari pubblici e agli onori. Venne anche dichiarato
_principe della gioventù_, e gli fu conceduta la podestà proconsolare
fuori di Roma: tutti gran passi all'imperio. All'importunità di
Agrippina nulla si sapea negare nè da Claudio nè dal senato. Per tanti
onori a lui conferiti volle la madre, che si desse alla plebe un
congiario, a' soldati un donativo, e che si celebrassero i giuochi
circensi, per procacciare con ciò l'amore del pubblico al figliuolo.
Intanto il povero Britannico si facea allevare come figlio di un
plebeo, e compariva nelle solennità delle funzioni tuttavia vestito da
putto; laddove il fratellastro Nerone sfoggiava con abiti da
imperadore: dal che ognuno argomentava, qual dovesse in fine essere il
destino di amendue. E perciocchè penetrò Agrippina, che alcuni
centurioni e tribuni de' soldati pretoriani teneano discorsi di
compassione per lo stato miserabile di Britannico, destramente li fece
allontanare o li trasse a dimettere i gradi militari con darne loro
dei civili più utili. Non si fidava ella di Lucio Geta, nè di Rufo
Crispino, ch'erano prefetti del pretorio, o, vogliam dire, capitani
delle guardie, perchè li credea parziali dell'estinta Messalina e dei
di lei figliuoli. Picchiò tanto in capo a Claudio, con rappresentargli
che in mano di due discordi uffiziali pativa non poco la disciplina
militare ed essere meglio un solo, che l'indusse a creare un solo
prefetto del pretorio; e questi fu _Burro Afranio_, uomo di molta
sperienza nel militare, e creatura d'essa Agrippina. Tal dignità,
massimamente conferita ad un solo, e durevole, era delle più cospicue
e temute in Roma, e sempre più andò crescendo, dacchè i pretoriani
cominciarono ad usurparsi colla forza il diritto d'eleggere
gl'imperadori. Carestia si provò nell'anno presente in Roma, e il
popolo affamato intronò di grida gli orecchi di Claudio[311], anzi,
mosso un tumulto, se gli serrarono addosso nella pubblica piazza,
gittandogli dei tozzi di pane, di modo ch'ebbe fatica a salvarsi per
una porta segreta in palazzo, e convenne adoperare i soldati per
isbandarli. Tuttavia non ne fece il freddo imperadore risentimento
alcuno, nè vendetta; e solamente si applicò con gran cura a far venir
grani da ogni parte, dando privilegi ai mercatanti e alle navi di
trasporto.

NOTE:

[309] Sueton., in Vesp., cap. 4.

[310] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 41.

[311] Sueton., in Claudio, cap. 18.



    Anno di CRISTO LII. Indizione X.

    PIETRO APOSTOLO papa 24.
    TIBERIO CLAUDIO, figliuolo di
    DRUSO, imperadore 12.

_Consoli_

PUBLIO CORNELIO SULLA FAUSTO e LUCIO SALVIO OTTONE TIZIANO.


Avendo _Ottone_ (poscia imperadore) un fratello per nome _Lucio
Tiziano_, vien perciò tenuto questo console pel medesimo di lui
fratello. Credono alcuni, che a questi consoli nelle calende di luglio
succedessero _Servilio Barca Serano_, chiamato _console disegnato_ da
Tacito sotto quest'anno, e _Marco Licinio Crasso Muciano_; e che,
cessando essi, nelle calende di novembre subentrassero in quella
dignità _Lucio Cornelio Sulla_ e _Tito Flavio Sabino Vespasiano_.
Questo per congettura. E quando essi vogliano che Flavio Sabino fosse
il fratello di Vespasiano (poscia imperadore) s'ha d'avvertire che
Tacito e Svetonio ci danno ben a conoscere Sabino per prefetto di
Roma, ma non già illustre per alcun consolato[312]. Fu in quest'anno
esiliato da Roma Furio Scriboniano, figliuolo di quel Camillo che si
sollevò in Dalmazia contro di Claudio Augusto. Per atto di clemenza
non avea Claudio nociuto al figlio; ma accusato egli ora di aver
consultati gli strologi intorno alla vita dell'imperadore, per questo
delitto si guadagnò il bando. Molto non campò di poi, rapito dir non
si sa se da morte naturale o pur da veleno. Diede ciò occasione ad un
rigoroso editto del senato contro gli strologi, con ordine di
cacciarli d'Italia, non che da Roma. Tutto nondimeno indarno: per una
porta uscivano, ritornavano per un'altra. Parimente fu pubblicata
legge contra le donne libere, che sposassero schiavi. Se ciò facea la
donna senza il consenso del padrone dello schiavo, diveniva anch'essa
schiava; se col consenso, era poi trattata come liberta. Videsi
nell'anno presente, fin dove arrivasse la prepotenza dei liberti di
corte, la melonaggine di Claudio e la viltà del senato. Perchè fu
attribuito a Pallante, liberto il più favorito dall'imperadore,
l'invenzione di questo ripiego, per frenar le donne, il senato a
suggestion di Claudio, o pure, come vuol Plinio il vecchio, di
Agrippina Augusta, il senato, dico, oltre a molte lodi del suo fedele
attaccamento al principe, e delle sue grandi applicazioni pel ben
pubblico, il pregò di accettare gli ornamenti della pretura, e la
facoltà di portare l'anello d'oro, come faceano i cavalieri, e per
giunta un regalo di trecento settantacinquemila scudi romani. Costui
accettò gli onori, ma sdegnò di prendere il danaro, con vantarsene
dipoi in un'iscrizione, e con dire ch'egli si contentava di vivere
nell'antica sua povertà, quando di schiavo ch'egli fu, era giunto a
posseder più milioni, ed è registrato dal vecchio Plinio fra gli
uomini più ricchi del suo tempo. Plinio il giovane[313] da lì a molti
anni, in leggendo quell'iscrizione e il vergognoso decreto fatto dal
senato per costui, non se ne potea dar pace. Callisto e Narciso erano
gli altri due liberti dominanti allora nella corte. Per le mani di
Agrippina e di costoro passava tutto e di tutto si facea danaro. Si
prendeano anche beffe del balordo loro padrone[314]. Un dì mentre
Claudio tenea ragione, comparvero alcuni della Bitinia ad accusar con
molte grida Giunio Cilone, stato lor governatore, che avea venduta la
giustizia per danari; nè intendendo ben Claudio, dimandò che volessero
quegli uomini. Rispose Narciso: _Rendono grazie per aver avuto Cilone
al lor governo_. Allora Claudio: _Ebbene, l'abbiano per lor
governatore anche due altri anni_.

Alcuni tempi prima era venuta in mente a Claudio un'impresa che, se
gli riusciva, sarebbe stata di gran gloria a lui, e di pari utile al
pubblico, cioè[315] di seccare il Lago Fucino, detto oggidì Lago di
Celano nell'Abbruzzo, per mettere quelle terre a coltura, e difendere
le circonvicine dalle inondazioni che andavano di dì in dì crescendo:
fattura, per cui quei popoli Marsi avevano fatte più istanze ad
Augusto, ma senza nulla ottenere. Vi si applicò con incredibil vigore
Claudio, pensando di fare scolar quell'acque non già nel Tevere, come
alcuno ha creduto, ma bensì nel fiume Liri o sia nel Garigliano.
Plinio il vecchio[316] per un'opera maravigliosa ci descrive questo
tentativo di Claudio, e di spesa infinita; imperciocchè per undici
anni vi aveva egli impiegato continuamente circa trentamila lavoratori
in far cavare e tagliare una montagna di tre miglia, di profondità
incredibile, e condurre un canale lunghissimo da esso lago al fiume.
Allorchè l'opera fu creduta compiuta, Claudio, acciocchè si conoscesse
da ognuno la magnificenza della medesima, ordinò che si facesse prima
un solennissimo combattimento navale sul medesimo lago. Raunati da
varie parti dell'imperio diciannovemila uomini (se pur non v'ha
difetto in quel numero) condannati a morte, li compartì in due squadre
di navi colle lor armi, avendo disposto all'intorno in barche i
pretoriani ed altre milizie, affinchè niuno scappasse. Tutte le ripe e
le colline d'intorno erano coperte di gente accorsa allo spettacolo o
per curiosità, o per corteggiare l'imperadore, che vi assistè con
Agrippina[317], amendue superbamente vestiti. Sperando i destinati a
combattere grazia, il salutarono, dicendo _che andavano a morire_, e
non altra risposta ricevendo, se non _che anch'egli salutava loro_,
non volevano più procedere alla battaglia. Tante esortazioni e minacce
si fecero, che finalmente le nemiche squadre l'una appellata la
siciliana, l'altra la rodiana, si azzuffarono e combatterono da
disperate. Molti furono i morti, più i feriti. Chi restò in vita
ottenne poi grazia. Quindi passò la corte ad un magnifico convito, nel
qual tempo si lasciò correre l'acqua del lago pel nuovo fabbricato
canale; ma essa con tal empito corse, che fracassò in più luoghi le
muraglie delle sponde, ed allagò talmente il territorio, che Claudio
andò a pericolo d'annegarsi. Egli è pur di pochi il prevedere tutte le
forze delle acque messe in moto. Altre simili burle da loro fatte ho
io letto, ed anche veduto. Agrippina fece allora una gran lavata di
capo a Narciso, imputandogli di non aver fatto assai forte il lavoro
per risparmiare la spesa, e mettersi in saccoccia il danaro; e Narciso
anch'egli rispose a lei per le rime con dei frizzi intorno alla di lei
superbia, alle idee della sua ambizione. Aggiugne Tacito[318], non
essere stato quel canale sì basso da potere scolar le acque del lago
troppo profondo nel mezzo. Ordinò nondimeno Claudio, che si rifacesse
meglio il lavoro; ma per quanto si può dedurre da Plinio il vecchio,
egli non campò tanto da vederlo compiuto. Nerone suo successore per
invidia alla di lui gloria non si curò di perfezionarlo; e per quanto
poi facessero Traiano e Adriano, il lago sussistè, e tuttavia
sussiste. Un'altra maravigliosa impresa di Claudio Augusto fu l'aver
egli condotto a fine l'acquidotto cominciato da Caligola, per cui
furono introdotte in Roma le acque curzia e cerulea per quaranta
miglia di viaggio[319]; e ad una tale altezza, che arrivavano alla
cima di tutti i colli di Roma, e in tanta abbondanza, che servivano ad
ogni casa, alle peschiere, ai bagni, agli orti e ad ogni altro uso.
Plinio il vecchio, descrivendo la grandiosità di quest'opera stupenda,
ci assicura, che al veder tagliate montagne, riempiute valli, e tanti
archi per condurre quella gran copia d'acque, si conchiudeva, nulla
esservi di sì mirabile in tutto il mondo, come quella fattura, la
quale costò parecchi milioni. Tacito nota in questi tempi la
prepotenza e l'arti cattive di _Antonio Felice_, chiamato _Claudio
Felice_ da Giuseppe Ebreo[320], liberto già d'Antonia e poi di Claudio
Augusto, a cui esso imperadore avea dato il governo della Giudea. Quel
medesimo egli è, che si legge negli Atti degli Apostoli aver tenuto
per due anni in prigione san Paolo apostolo. Costui, oltre al godere
un buon posto nel cuore di Claudio, avea anche per fratello Pallante,
il più favorito, il più potente, il più ricco dei liberti di corte; e
però a man salva commetteva in quel governo quante iniquità egli
voleva senza timore che gliene venisse un processo. S'empiè allora la
Giudea di ladri e di assassini, e tutto si andò disponendo alla
ribellione che accenneremo a suo tempo.

NOTE:

[312] Tacitus, Annal., cap. 52.

[313] Plinius, lib. 7, epistola 29.

[314] Dio, lib. 60.

[315] Dio, lib. 60. Suetonius, in Claudio, cap. 20. Tacitus, Annal.,
lib. 12, cap. 57.

[316] Plinius, lib. 36, cap. 15.

[317] Sueton., in Claudio, cap. 21.

[318] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.

[319] Plin., lib. 36, cap. 15.

[320] Joseph., Antiq. Judaic., lib. 2.



    Anno di CRISTO LIII. Indizione XI.

    PIETRO APOSTOLO papa 25.
    TIBERIO CLAUDIO, figliuolo di
    Druso imperadore 13.

_Consoli_

DECIMO GIUNIO SILANO e QUINTO HATERIO ANTONINO.


Era giunto _Nerone Cesare_ a quindici in sedici anni; anche _Ottavia_
figliuola di Claudio Augusto all'età capace di matrimonio; e però in
quest'anno si celebrarono le loro nozze. Così Tacito[321]. Ma
Svetonio[322] mette questo fatto due anni prima, allorchè Claudio era
console, cioè nell'anno 54 dell'Era nostra, con avere allora Nerone
celebrati i giuochi circensi, e la caccia delle fiere nell'anfiteatro
per la salute del suocero imperadore. Anche Dione mette il di lui
matrimonio prima del combattimento navale sul lago Fucino. Però non è
qui sicura la cronologia di Tacito. Affinchè questo giovine bestia
facesse per tempo una bella comparsa nell'eloquenza, Agrippina sua
madre, e Seneca il maestro, vollero ch'egli servisse da avvocato al
popolo d'Ilio o sia di Troja, i cui ambasciadori chiedeano allora in
senato l'esenzion dai tributi. Una bella orazione in greco, dettatagli
senza fallo dal precettore[323], recitò Nerone, in cui ebbero luogo
tutte le favole inventate dai Romani, cioè la loro origine da Troja e
da Enea, spacciato dagli adulatori per propagatore della famiglia
Giulia. Nulla si potè negare ad un sì facondo oratore, e a sì forti
ragioni; però Tiberio, dopo avere anch'egli tirata fuori una lettera
scritta in greco dal senato e popolo romano, in cui esibivano lega al
re Seleuco, purchè egli concedesse ogni esenzione al popolo di Troja,
parente de' Romani, conchiuse che non si dovea negar tal grazia ai
Trojani; nè vi fu chi non concorresse nella medesima sentenza. Perchè
i Romani, che componeano la colonia nella città di Bologna in Italia,
erano ricorsi all'imperadore e al senato per aiuto a cagion di un
incendio che avea devastato le lor case: parimente per loro fece da
avvocato con una orazione latina il giovinetto Nerone, ed ottenne in
lor soccorso la somma di dugento cinquanta mila scudi romani. Anche il
popolo di Rodi supplicava per ricuperare la libertà, che dianzi
dicemmo tolta loro dal medesimo Claudio. Per loro perorò Nerone in
greco, ed impetrò tutto quanto desideravano. Concedè similmente
Claudio per cinque anni l'esenzion dalle imposte a quei d'Apamea,
rovinati da un tremuoto, e al popolo di Bisanzio, che si trovò troppo
aggravato; e per tutti i tempi avvenire l'accordò dipoi al popolo di
Coo. _Statilio Tauro_ (non sappiamo se _Marco_ o _Tito_) possedeva de'
bei giardini. Agrippina gli amoreggiava[324] anch'essa; però dacchè fu
ritornato dall'Africa, dove era stato proconsole, il fece accusare in
senato da Tarquinio Prisco, con apporgli falsamente d'essersi
mischiato in superstizioni di magia forse contro la vita di Claudio.
S'impazientò egli cotanto per questa trappola, che datasi la morte
colle proprie mani, prevenne la sentenza del senato.

NOTE:

[321] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 58.

[322] Sueton., in Nerone, cap. 7.

[323] Sueton., in Nerone, cap. 8.

[324] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 64.



    Anno di CRISTO LIV. Indizione XII.

    PIETRO APOSTOLO papa 26.
    NERONE CLAUDIO imperad. 1.

_Consoli_

MARCO ASINIO MARCELLO e MANIO ACILIO AVIOLA.


Scrive Tacito[325], che l'uno di questi consoli, sicome ancora un
questore, un edile, un tribuno e un pretore, nello spazio di pochi
mesi terminarono i lor giorni: accidente interpretato dai
superstiziosi Romani per preludio di gravi disgrazie. Noi non
sappiamo, nè qual dei consoli morisse, nè chi succedesse al defunto.
All'ambiziosa Agrippina faceva ombra _Domizia Lepida_, donna
ricchissima e di gran fasto, sorella del suo primo marito, cioè di
_Gneo Domizio Enobarbo_, e parente d'Augusto, per via d'Antonia sua
madre. Mirava Agrippina di mal occhio, che Lepida, oltre ad altri
riguardi, si comperasse l'affetto del nipote Nerone con assai carezze
e frequenti regali. Ella volea comandare al figliuolo, e però non
istava bene in vita chi potea contrastarle un sì fatto imperio. Per
attestato di Tacito non era meno impudica Lepida che si fosse
Agrippina; tuttavia ella non fu per questo verso assalita. Le accuse
che contra di lei inventò la malizia, furono d'aver fatti de'
sortilegi per far morire essa Agrippina, oppure per diventar moglie
dell'imperadore; e ch'ella non avesse frenata l'insolenza de' suoi
servi, i quali, diceva ella, in Calabria turbavano la pace
dell'Italia. Fin lo stesso Nerone[326] fu sforzato dalla madre, donna
fiera, a far testimonianza contro l'amata sua zia. In una parola, per
sentenza del senato, Lepida perdè la vita, ancorchè Narciso, potente
liberto di Claudio, vi si opponesse con tutte le sue forze. E
probabilmente questo liberto, che osservando i disegni ambiziosi di
Agrippina, si teneva perduto, se il di lei figliuolo fosse pervenuto
all'imperio e perciò si dichiarava tutto in favor di Britannico, si
servì di tal occasione per rivelare, a Claudio l'amicizia infame che
passava tra Agrippina e Pallante, altro onnipotente liberto di corte.
Promosse inoltre a tutto potere gl'interessi di Britannico presso il
padre, con fargli insieme conoscere, quanto fosse indecente
l'anteporre al proprio figliuolo un figliastro, e quali fossero le
trame di Agrippina per questo[327]. In fatti cominciarono a comparire
alcuni segni ch'egli si fosse pentito[328] d'aver presa per moglie
Agrippina, e d'aver adottato il di lei figliuolo. Si faceva egli
condurre più del solito innanzi il proprio figlio Britannico;
l'abbracciava, e un dì fu udito dire, _che con quella mano con cui
l'avea ferito, il guarirebbe_. Narciso, anch'egli consapevole della
mutata inclinazion del padrone, animava Britannico, e gli facea gran
festa intorno. Ad occhi aperti stava Agrippina. Ma dacchè seppe essere
scappato detto un giorno a Claudio, _che per suo destino egli avea
dovuto avere solamente delle mogli impudiche, per poi punirle_: non
volle aspettar più, e si studiò di prevenirlo. Si sentiva poco bene di
sanità Claudio, e sperando aiuto dall'aria e dall'acque di Sinuessa,
colà si portò, per quanto scrive Tacito. Quivi fu che Agrippina, dopo
aver allontanato Narciso con bella maniera, mandandolo in Campania, si
fece preparar un potente veleno da una famosa fabbriciera d'essi,
nominata Locusta, che servì gran tempo a simili bisogni della corte. E
sapendo, quanto il marito fosse ghiotto di boleti, ne acconciò uno al
proposito, e gliel fece poi presentare dall'eunuco Haloto, solito a
fare il saggio de' cibi del principe. Mangiò di que' boleti anche
Agrippina, ma con lasciare il più bello al marito. Fu portato Claudio
come ubbriaco (che questo gli accadeva spesso) dalla tavola al
letto[329]. Perchè parve che sciolto il ventre potesse sovvenire al
rischio in cui egli si trovava, spaventata Agrippina ricorse a
Senofonte medico di sua confidenza, il quale già preparata, col
pretesto di svegliargli il vomito, una penna tinta d'altro fiero
veleno gliela immerse nella gola. La notte egli perdè i sentimenti, e
verso il far del giorno del dì 13 d'ottobre spirò. Abbiamo da
Svetonio[330], che in diverse maniere si contò questo fatto:
comunemente nondimeno essersi detto e creduto ch'egli morisse di
veleno. Incerto è anche il luogo, e sembra piuttosto ch'egli morisse
in Roma. Lo stesso storico quegli è che cel dà morto nel dì 13 del
suddetto mese, e con lui va d'accordo Dione. Ma pare che Tacito lo
supponga prima; perciocchè si tenne (e sembra non delle sole ore)
celata la di lui morte, e però potè succedere prima di quel giorno. In
Roma si faceano intanto preghiere agli dii per la di lui salute.
Agrippina chiamò i commedianti, quasi che li desiderasse Claudio per
divertirsi, e spesso facea spargere voce che il di lui incomodo andava
di bene in meglio. Tutto ciò per dar tempo a disporre le cose per far
succedere Nerone. Ella inoltre si mostrava spasimante di dolore pel
marito, e piena di tenerezza per _Britannico_ e per le sorelle di lui,
_Antonia_ ed _Ottavia_, e trattenevali tutti, affinchè non uscissero
della loro stanza, con aver anche messe guardie dappertutto.

Preparato ciò che occorreva, sul mezzogiorno del suddetto dì 13 di
ottobre si spalancarono[331] le porte del del palazzo, e ne uscì
Nerone, accompagnato da Burro prefetto del pretorio, che andava ben
d'accordo con Agrippina, siccome sua creatura. Fu presentato al corpo
di guardia e ricevuto con acclamazioni: indi entrato in lettiga, non
senza maraviglia di molti al non veder seco Britannico, fu condotto al
quartiere dei pretoriani in Roma, senza che apparisca da Tacito, il
quale fa morto Claudio a Sinuessa, alcun lungo viaggio, per venire da
quella alla gran città. Dappoichè Nerone ebbe parlato ai pretoriani, e
promesso loro un donativo, non inferiore al ricevuto da Claudio, fu
acclamato da tutti per imperadore. Non tardò molto a far lo stesso il
senato, perchè privo di maniere da resistere ai voleri e alla forza
della milizia, già entrata in possesso di far essa gl'imperadori.
Furono poi decretati a Claudio i medesimi onori che si praticarono
alla morte d'Augusto, con deificarlo, e fargli un solennissimo
funerale, in cui Agrippina gareggiò nella magnificenza con Livia
Augusta sua bisavola[332]. Aveva ella anche cominciato un sontuoso
tempio alla memoria del _Divo Claudio_; ma l'invidioso Nerone lo
lasciò poi andare a terra, o lo distrusse per la maggior parte. Fu poi
rifatto e compiuto da Vespasiano per gratitudine ad un imperadore che
l'avea beneficato. Ed ecco come finì sua vita Claudio, principe
annoverato fra i partecipanti del buono e del cattivo, di cuore
inclinato alla giustizia, alla clemenza e alla munificenza, e che fece
molte azioni da principe ottimo; ma di testa troppo debole, per cui
lasciandosi governare da mogli scellerate e da liberti iniquissimi,
per gli consigli ed inganni di essi tante altre azioni operò
obbrobriose o ridicole. Gallione fratello di Seneca il derise morto,
con dire, _ch'egli veramente era salito al cielo[333], ma tirato con
un uncino_, come si faceva ai giustiziati che venivano strascinati dal
boia al Tevere. Lodava anche _i boleti, perchè divenuti cibi degli
dii_. Lo stesso Lucio Anneo Seneca, siccome maltrattato da lui, se ne
vendicò anch'egli con una satira che tuttavia sussiste,
rappresentandolo portato al cielo, ma poi cacciato di là e mandato
all'inferno, con essere riconosciuto in entrambi que' luoghi per uno
scimunito e per una bestia. L'orazione funebre[334] composta dal
medesimo Seneca in onore di Claudio, fu recitata da Nerone. Era
elegantissima; ma allorchè si udì esaltare la provvidenza e sapienza
del defunto principe, niuno vi fu che potesse trattenersi dal
sogghignare, forse non prevedendo chi si ridea di Claudio, che avea
poi da piangere del suo successore, sentina di crudeltà e di vizii.
Non fu letto in senato il testamento di Claudio, perchè verisimilmente
non volle Agrippina che Britannico a Nerone in esso comparisse
anteposto. Comandano i principi quel che vogliono in vita; morti, quel
solo che piace al loro successore. Solamente sotto quest'anno il padre
Antonio Pagi[335] comincia l'anno primo del pontificato di san Pietro,
perchè sostiene ch'egli solamente ora venisse a Roma. Trattandosi di
punti assai tenebrosi e controversi di storia, si attenga ognuno a
quella opinione che più gli aggrada.

NOTE:

[325] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 64.

[326] Sueton., in Nerone, cap. 7.

[327] Idem, ibid., cap. 43.

[328] Dio, lib. 60.

[329] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 67.

[330] Sueton., in Claud., cap. 43.

[331] Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 69.

[332] Sueton., in Claud., c. 45, et in Vespas., c. 9.

[333] Dio, lib. 60.

[334] Tacit., Annal., lib. 13, c. 3.

[335] Pagius, in Critica Baroniana.



    Anno di CRISTO LV. Indizione XIII.

    PIETRO APOSTOLO papa 27.
    NERONE CLAUDIO imperad. 2.

_Consoli_

NERONE CLAUDIO AUGUSTO e LUCIO ANTISTIO VETERE o sia VECCHIO.


Benchè non fosse Nerone per anche pervenuto all'età stabilita dalle
leggi per esser console, non avendo più di diecisette anni, tuttavia
siccome superiore alle leggi, e per onorare i principii del suo
governo, prese il consolato. Per testimonianza di Svetonio[336] lo
tenne solamente due mesi. Chi succedesse a lui nelle calende di marzo,
non si sa. V'ha chi crede _Pompeo Paolino_, perchè da lì a due anni si
trova proconsole della Germania. Diede l'ambiziosa Agrippina principio
al governo del figliuolo Nerone con levar di vita _Giunio Silano_,
allora proconsole dell'Asia. Parte per gelosia, perchè fu detto dal
popolazzo, ch'egli per via di femmine discendente dalla casa di
Augusto potea aspirare all'imperio, e più proprio anche sarebbe stato
che il giovinetto Nerone; parte ancora per timore, ch'egli volesse
vendicar la morte ingiustamente data a _Lucio Silano_ suo fratello,
benchè pericolo non vi fosse, perchè egli era un dappoco, e Caligola
perciò il solea chiamare _la pecora ricca_. Si trovarono persone che
seppero dargli il veleno, ed egli se ne andò, senza che Nerone ne
penetrasse la trama. Da gran tempo era in disgrazia di essa Agrippina
Narciso, liberto e segretario di Claudio Augusto, perchè parzialissimo
di Britannico, e perchè a lei stato contrario in molte occorrenze.
Aveva egli ammassato delle immense ricchezze, e potendo tutto sopra il
padrone, le intere città e gli stessi re, chiunque avea bisogno del
principe, il corteggiavano e gli faceano de' regali. Era per altro
fedele a Claudio, e vegliava per la di lui conservazione. S'egli si
fosse trovato alla corte, non avrebbe osato Agrippina di tradir il
marito, o pur sarebbono seguiti differentemente gli affari; ma
Agrippina, siccome accennai, seppe bene staccarlo da lui; e
poscia[337] cacciatalo in dura prigione, il fece ammazzare, o il
ridusse ad ammazzarsi da sè medesimo, ed anche contro il voler di
Nerone, che l'amava per la somiglianza de' costumi, essendo egualmente
anch'egli più avaro che prodigo. Si metteva Agrippina in istato
d'altri simili prepotenze e crudeltà, se _Afranio_ _Burro, prefetto
del pretorio_, ed uomo di costumi saggi e severi, e _Seneca maestro di
Nerone_, non men dell'altro tendente al buono, divenuti amendue
principali ministri ed arbitri della corte, non l'avessero tenuta in
freno. Andavano d'accordo questi due ministri, e perchè desiderosi
erano del buon governo, abolirono sul principio varii abusi, e fecero
molti buoni regolamenti. Ad Agrippina accordarono in apparenza quante
distinzioni d'onore ella seppe richiedere. Dava ella le udienze ai
magistrati, agli ambasciatori, anche senza il figliuolo. Con esso
usciva in lettiga; più spesso sel facea tener dietro. Ella scriveva ai
popoli e ai re; ella dava il nome alle guardie. Ma a poco a poco i due
ministri andarono restringendo la di lei autorità, facendole conoscere
che chimerico era il di lei disegno di far da padrona assoluta.

Per conto di Nerone ognun d'essi si studiava di portarlo all'amore e
alla pratica delle virtù; ma perchè aveano che fare con un giovinastro
vivace, capriccioso, vago solamente di divertimenti e piaceri, e non
già di logorarsi il capo nell'applicazione al governo, gli permetteano
di sollazzarsi con altri giovani di suo genio in canti, suoni e
conviti, e in qualche altra pericolosa libertà di più, sperando
ch'egli crescendo in età, e sfogati que' primi bollori di gioventù,
prenderebbe miglior cammino. Ma, siccome osserva Dione, non badarono
che il lasciar così la briglia ad un giovane, era un aprirgli la
strada a divenire uno scapestrato, perchè un vizio chiama l'altro, e
formato il mal abito, andando innanzi, sempre più cresce e si
rinforza, massimamente in chi può ciò che vuole. Per altro sul
principio non nocevano punto al buon governo i suoi divertimenti,
lasciando egli operare ai due suoi saggi ministri, i quali finchè
ebbero possanza, sempre mantennero la giustizia e il buon ordine con
plauso del popolo. Portatosi Nerone ne' primi giorni in senato, parlò
così acconciamente della maniera ch'egli pensava di tener nel governo,
che innamorò tutti. Seneca gli avea messo in iscritto quegli
avvertimenti. Non voleva egli essere il giudice di tutti gli affari;
l'autorità del senato dovea esercitarsi liberamente, come ne' vecchi
tempi. Non più s'aveano da vendere gli uffizii. Tutto camminerebbe
sulle pedate di Augusto. E così ragionando d'altri buoni regolamenti,
piacque cotanto la sua orazione, che fu ordinato d'intagliarla in una
colonna d'argento, e di rinnovarne la lettura in ogni primo dì
dell'anno. In fatti, anche il senato animato da tali parole fece di
molti utili decreti in così bella aurora. Disobbligò fra l'altre cose
i questori dal fare ogni anno il troppo dispendioso giuoco de'
gladiatori, benchè non senza gravi richiami d'Agrippina, la quale
fatti venire i senatori al palazzo, dietro ad una portiera ascoltava
tutto, e disse che questo era un distruggere gli editti del defunto
Claudio. E perciocchè ella volea pur seguitare a comparir sul trono
col figliuolo, per dar le pubbliche udienze, Burro e Seneca la
finirono, in occasione che i legati dell'Armenia si presentarono al
senato. Era assiso Nerone sul trono ascoltando le loro dimande, quando
arriva Agrippina, per fare anch'ella la sua comparsa padronale su quel
medesimo trono. Allora Nerone, ammaestrato prima da Seneca, discende
come per andare incontro alla madre, e trovato un pretesto per
rimettere ad un altro dì l'ascoltare gli ambasciatori, diede fine al
concistoro, senza che quei forestieri s'accorgessero che Agrippina
voleva tuttavia menare il figliuolo grande per le maniche del sajo.
Così a poco a poco la disviarono dal far quelle ambiziose comparse con
vergogna del figlio. Diede[338] Nerone in quest'anno l'Armenia Minore
ad _Aristobolo_ di nazione giudaica, e a _Soemo_ la provincia di
Sofene, dichiarandoli re amendue. Spedì ordini pressanti ad _Agrippa
re_ di una parte della Giudea, e ad _Antioco re_ di Comagene, di
unirsi coi Romani per far guerra ai Parti, acciocchè battuti dalla
parte della Mesopotamia, uscissero dell'Armenia. Ne uscirono in fatti
per le discordie insorte fra _Vologeso re d'essi Parti_ e _Vardane_
suo figliuolo. Portate a Roma cotali nuove, ed ingrandite, mossero il
senato adulatore a decretar la veste trionfale a Nerone, ed anche
l'ovazione. A _Domizio Corbulone_ fu dato il governo, o pur la cura
degli affari dell'Armenia Maggiore: cosa applaudita dai Romani. Il
credito di questo generale, non meno che gli uffizii di Cajo Ummidio
Durmio Quadrato governatore della Siria, indussero Vologeso a dimandar
la pace e a dar degli ostaggi. Segni ancora di clemenza diede Nerone
nel non volere che fossero ammesse le accuse contra di un senatore e
di un cavaliere.

Tutto il finquì narrato appartiene in parte al precedente anno. Nel
presente si cominciarono ad imbrogliar le scritture fra _Agrippina_ e
il figliuolo. Erasi _Nerone_ già incapricciato di una giovine,
appellata Atte, di bassa sfera, perchè stata schiava, ed allora
liberta. Gli tenevano mano due de' suoi compagni negli spassi, cioè
_Marco Salvio Ottone_, che fu poi imperadore, e _Senecione_. L'amore
ch'egli dovea ad _Ottavia_ sua moglie, principessa per avvenenza e
saviezza meritevole di ogni lode, si era tutto rivolto verso questa
ignobil giovinetta, essendosi fin detto che gli corse più volte per
mente di sposarla. Mostravano di non saper questo suo sviluppo i due
primi ministri per paura, che se gli si contrastava questo
amoreggiamento, da cui non veniva ingiuria ad alcuno, egli si volgesse
alle case de' nobili. Ma Agrippina non sì tosto se n'avvide, che diede
nelle smanie, e gli fece più e più bravate. Tuttavia accorgendosi a
null'altro servire questa sua severità, che ad accendere maggiormente
le disoneste fiamme di Nerone, mutò batteria, e si studiò di
guadagnarlo colle buone, e con profusion di regali e fin con
esibizioni che non son da dire; e tuttochè raccontate da Tacito e da
Dione, han tutta la ciera di calunnie, facili, quando si vuol male
alle persone. Nerone all'incontro, scelte le più belle gioie e
masserizie del palazzo, le inviò in dono alla madre, la quale se ne
offese, per voler egli far seco da liberale con quella roba che tutta
egli dovea riconoscer da lei. Qui non si fermò Nerone. Levò il
maneggio delle rendite del pubblico a Pallante, liberto il più
confidente (e forse troppo) che s'avesse la madre, per abbassar sempre
più la di lei superbia. Per questo andò nelle furie Agrippina, nè potè
contenersi dal dire un dì al figliuolo, _che giacchè vivea Britannico,
ella ne saprebbe anche fare un imperadore_. Anzi, secondo Dione[339],
gli ricordò in tal maniera d'averlo fatto imperadore, che parve
volesse dire che era anche capace di disfarlo. Queste parole della
superba donna incautamente proferite, furono la sentenza di morte
dell'infelice _Britannico_, giovinetto di molta espettazione, amato da
ognuno, che già toccava il quindicesimo anno dell'età sua. Nerone il
fece avvelenare da Giunio Pollione tribuno di una coorte di
pretoriani. Mentre lo sfortunato principe pranzava coll'imperadore,
ma, secondo lo stile, ad una tavola a parte, gli fu portata una
bevanda troppo calda senza veleno, di cui fece il saggio lo scalco
suo. Dimandò Britannico dell'acqua fredda per temperare quel caldo, e
recatagli questa con un potentissimo veleno, bebbe; ed appena bevuto,
si sentì sconvolgere tutto, e da lì a poco cadde per terra tramortito.
Ognuno de' circostanti atterrito tremava; alcuno anche imprudente si
ritirò[340]; ma i più accorti fissarono il guardo in Nerone, il quale
senza punto muoversi da tavola, e senza punto scomporsi, disse che
quello era un colpo di mal caduco, a cui fin da fanciullo egli era
soggetto. Britannico morì nella seguente notte, e fu immediatamente
bruciato il suo corpo, acciocchè non apparissero i segni del veleno.
Dione all'incontro scrive, che per coprir que' segni apparenti nel
volto, Nerone lo fece imbiancare col gesso; ma sopraggiunta una
dirotta pioggia nel portarlo al rogo, si lavò l'imbiancatura, onde
ognuno potè scorgere l'iniquità del fatto. Anche Tacito parla di essa
pioggia, ma con dir solamente, averla interpretata i Romani per un
contrassegno dell'ira degli dii.

Questo colpo sbalordì fieramente Agrippina, sì per vedere di che fosse
capace il figliuolo, e sì per trovarsi priva di chi al bisogno avrebbe
potuto giovare ai suoi disegni. Ma fece forza a sè stessa, per coprire
l'interno affanno. Nè meno di lei seppe contenersi nel mirarsi tolto
da sì barbara mano il caro fratello _Ottavia_, siccome già avvezza a
non zittire per qualunque aggravio che le fosse fatto. Colle spoglie
di Britannico Nerone arricchì di poi Burro e Seneca: il che diede da
mormorare di essi a non pochi. Ne fece anche parte ad Agrippina; ma
questa non potea darsi pace al vedere un figlio agitato da sì violente
passioni, e al temere di peggio. Laonde per premunirsi cominciò a
farsi del partito coi tribuni centurioni della milizia, ed insieme ad
adescare i più accreditati della nobiltà, non più altera, come in
addietro, ma abbondante di cortesia anche all'eccesso. E soprattutto
raunava danaro, creduto il più potente amico nelle occorrenze. Seppelo
Nerone; le levò le due guardie de' pretoriani e Germani; la fece anche
passare dal palazzo imperiale ad abitare in quello di Antonia sua
avola, per tenerla lontana da sè. Portavasi talvolta a visitarla, ma
sempre attorniato da molti centurioni, e dopo un breve complimento, se
n'andava. Allora comparve a che vicende sia suggetta l'umana potenza,
e quanto fragile e vana sia la grandezza de' mortali. Quella dianzi
tanto venerata e temuta donna si trovò in isola; niun più andava a
visitarla, a riserva di poche femmine; ognun fuggiva d'incontrarla di
parlarle, di mostrarsene parziale. A questo arrivò la smoderata
ambizion di Agrippina; e pure non finì qui la sua depressione. _Giulia
Silana_, nobilissima dama, già amica sua, e poi gravemente disgustata
pel matrimonio di Sesto Africano, concertato da lei, e frastornato da
Agrippina, prese ad accusarla, e fece passare all'orecchio, di Nerone
per mezzo di Paride commediante, che la madre era dietro a volere
sposar Rubellio Plauto, per via di femmine discendente da Augusto, con
disegno di sconvolgere poi lo stato. Passata la mezza notte, corse
Paride a far questa relazione a Nerone, il quale si ritrovava allora,
secondo il solito, ubbriaco. Il primo ed unico pensiero dell'infuriato
Augusto fu quello di uccider la madre e Plauto, e di levar la carica
di prefetto del pretorio a Burro, sospettandolo d'accordo con
Agrippina, da cui egli riconosceva la sua fortuna. Seneca chiamato al
romore, il pacificò per conto di Burro, attestandone l'onoratezza.
Accorse anche Burro, e promise di torre la vita ad Agrippina, se si
recavano prove dell'accusa, mostrando poi la necessità d'ascoltar lei
ancora. Fatto giorno, i ministri andarono ad intimarle l'accusa e a
rivelarle gli accusatori. Agrippina rispose col non per anche deposto
orgoglio, e dimandò di poter parlare al figliuolo: il che non le fu
negato. Parlò in maniera, che il rasserenò, e poscia andò il gastigo a
cadere sopra Silana, che fu relegata, e sopra alcuni altri complici di
lei. Ottenne ella ancora dei posti per alcuni suoi favoriti. Un'altra
accusa in questi tempi venne in campo contra del suddetto Burro, e di
Pallante liberto da noi più volte nominato, imputati di voler portare
all'imperio _Cornelio Sulla_, uno de' primati romani. Si difesero in
maniera, che solamente Peto l'accusatore ne portò la pena con essere
relegato.

NOTE:

[336] Sueton., in Nerone.

[337] Dio, lib. 62.

[338] Tacitus, Annal., l. 13, cap. 7.

[339] Dio, lib. 6.

[340] Tacitus, lib. 13, cap. 7.



    Anno di CRISTO LVI. Indizione XIV.

    PIETRO APOSTOLO papa 28.
    NERONE CLAUDIO imper. 3.

_Consoli_

QUINTO VOLUSIO SATURNO e PUBLIO CORNELIO SCIPIONE.


Secondochè abbiam da Svetonio, soleva Nerone mutar nelle calende di
luglio i consoli. Per questo va congetturando Vinando Pighio, che ai
suddetti consoli fossero sostituiti _Curtilio Mancia e Dubio Avito_,
per trovarsi eglino da qui a due anni proconsoli. Cominciò in
quest'anno lo sbrigliato giovinastro Nerone a menar una vita più che
mai scandalosa[341]. La notte travestito da servo, accompagnato da
alcuni suoi fidi, scorreva per le strade per gli postriboli, per le
bettole a sfogare i bestiali suoi appetiti, divertendosi in rompere ed
isvaligiar botteghe, e in dar per ischerzo delle battiture a chi
s'incontrava per via, e far di peggio a chi resisteva. Essendo poi
trapelato venir da Nerone somiglianti insolenze, presero animo altri
giovani scapestrati per unirsi insieme, e far lo stesso sotto nome di
lui, ingiuriando uomini e donne illustri: con che pericoloso per tutti
divenne lo andar di notte per Roma. Perchè Nerone non era conosciuto,
toccavano anche a lui talvolta delle busse. Per attestato di
Plinio[342] fu sfregiato una notte in volto. Con tassia, incenso e
cera avendo unta la percossa, la mattina seguente comparve con la cute
sana. Uno di quelli che la notte gli diedero alcune bastonate o
ferite, o sia per cagion della moglie, come vuole Svetonio e Dione, o
pure per motivo di propria difesa, come s'ha da Tacito, fu Giulio
Montano, uomo nobile e già vicino a divenir senatore. Stette Nerone a
cagion di questo regalo più dì confinato in casa, nè già pensava a
vendetta, perchè si figurava di non essere stato conosciuto, e però
non ingiuriato. Ma il mal accorto Montano, saputo con chi egli avea sì
malamente trescato, andò ad infilzarsi da sè stesso con iscrivergli
una lettera lagrimevole e chiedergli perdono. «Come! gridò Nerone,
costui sa d'aver percosso l'imperadore, nè si è per anche data la
morte da sè stesso!» Gli fece egli dipoi insegnare come andava fatto.
Da lì innanzi usò Nerone di uscir di notte con una banda di soldati e
di gladiatori, che il seguitavano in disparte. Se per le insolenze
ch'egli commetteva, talun si rivoltava, allora costoro menavano le
mani. Dilettavasi parimente il forsennato Augusto di accendere e
fomentare le fazioni del popolazzo nelle pubbliche commedie, gustando
ora da luogo occulto, ed ora scoperto, di mirare se si davano de'
pugni, e tiravano dei sassi, essendo egli talora il primo a gittarne,
con avere anche una volta ferito in volto il pretore, presidente ai
giuochi. Andò tanto innanzi la confusione per questo, con pericolo di
peggio, che bisognò rimettere le guardie ne' teatri, e bandire
dall'Italia alcuni dei più sediziosi istrioni e pantomimi. Piena[343]
era l'antica Roma di schiavi e di liberti. Ancorchè i primi con
acquistar la libertà dai padroni, sembra che fossero sciolti da ogni
legame, pure o per la pratica, o per le riserve tacite od espresse che
si faceano, erano tenuti a servire essi padroni, ma in impieghi più
onorevoli. Se mancavano, erano gastigati; se arrivava il lor fallo
all'ingratitudine, tornavano schiavi. Grandi lamenti insorsero in
questi tempi de' padroni contra dei liberti; e in senato fu proposto
di fare una legge rigorosa, che gli abbracciasse tutti. Nerone
l'impedì con ordinare, che il gastigo andasse sopra i particolari, per
le ragioni che ne adduce Tacito. Fu anche modificata la soverchia
autorità de' pretori, degli edili e de' tribuni della plebe. Alcuni
altri regolamenti si fecero, tutti utili al pubblico.

NOTE:

[341] Tacit., Ann., lib. 13, cap. 25. Dio, lib. 61. Suet., in Nerone,
cap. 26.

[342] Plin., lib. 13, cap. 22.

[343] Tacitus, lib. 13, cap. 26.



    Anno di CRISTO LVII. Indizione XV.

    PIETRO APOSTOLO papa 29.
    NERONE CLAUDIO imper. 4.

_Consoli_

NERONE CLAUDIO AUGUSTO per la seconda volta e LUCIO CALPURNIO PISONE.


Si sa da Svetonio, che Nerone non tenne se non sei mesi il consolato.
Disputano gli eruditi, chi a lui ed al collega succedesse nelle
calende di luglio. Nulla s'è potuto accertare finora. Non ci
somministra l'antica storia alcun fatto rilevante sotto quest'anno.
Tacito[344] solamente racconta aver Nerone dato un congiario, o sia
regalo, al popolo, e levata l'imposta di venticinque danari sopra la
vendita che si faceva degli schiavi. Proibì ancora ai governatori
delle provincie il fare spettacoli di gladiatori o di fiere, e simili
altri giochi: perchè sotto questo pretesto molestavano forte le borse
de' popoli, o cercavano di coprire con tali magnificenze i lor
latrocini. Fu accusata _Pomponia Grecina_, moglie di Aulo Plauzio,
conquistator della Bretagna, perchè seguitava una _superstizion
forestiera_. Hanno creduto, e fondatamente i nostri, ch'ella avesse
abbracciata la religion cristiana, la quale in questi tempi s'andava
dilatando per la terra, e massimamente in Roma. Fu rimessa tal
giustizia, secondo l'antico costume, alla cognizion del marito, il
quale, esaminato l'affare coi di lei parenti, la giudicò innocente.
Potrebbe essere che appartenesse all'anno presente ciò che narra
Dione[345] con dire, che si fecero vari spettacoli in Roma. Uno di
tori, che furono uccisi da uomini a cavallo, correnti a briglia
sciolta contra di essi. Un altro, in cui quattrocento orsi e trecento
lioni caddero al suolo trafitti dalle lance delle guardie a cavallo di
Nerone. Anche trenta uomini dell'ordine de' cavalieri romani
combatterono nell'anfiteatro alla foggia de' gladiatori, cioè di gente
infame. Cresceva intanto lo sregolamento di Nerone ascoltando egli
unicamente i consigli di chi adulava le di lui passioni, tutte rivolte
ai piaceri anche più abbominevoli. Quei di _Burro_ e di _Seneca_
l'infastidivano, e in fine cominciò a metterseli sotto i piedi.
_Ottone_, che fu poi imperadore, e in tutto simile era a Nerone nelle
inclinazioni e nei vizii, siccome ancora gli altri collegati
negl'infami di lui divertimenti, gli andavano di tanto in tanto
dicendo: «Come mai soffrite che vi facciano i pedanti in questa età? E
voi ve ne mettete suggezione, senza ricordarvi che siete l'imperadore,
e che non essi, ma voi sopra d'essi avete potere!» Così imparò egli a
sprezzare i consigli de' buoni, e, voltata strada, si diede ad imitar
Caligola, anzi a superarlo; parendogli cosa degna di un imperadore il
non esser da meno d'alcuno neppur nelle cose mal fatte. Tuttavia in
questi primi anni si andò ritenendo. I suoi erano finora vizii
privati, e nocevano a lui solo, e a pochi altri, senza che ne patisse
la repubblica. Si videro anche in lui alcuni atti di clemenza, intorno
alla qual virtù gli avea Seneca composto e dedicato nell'anno
precedente un trattato che ci resta. Ma fin dove il portasse la sua
perversa natura, e questo abbandonamento di sè stesso, poco staremo a
vederlo.

NOTE:

[344] Tacit., lib. 13, cap.

[345] Dio, lib. 61.



    Anno di CRISTO LVIII. Indizione I.

    PIETRO APOSTOLO papa 30.
    NERONE CLAUDIO imper. 5.

_Consoli_

NERONE CLAUDIO AUGUSTO per la terza volta e VALERIO MESSALLA.


V'ha chi dà al secondo console il nome di _Marco Valerio Messalla
Corvino._ Ed abbiamo bensì da Svetonio che il terzo consolato di
_Nerone_ durò solamente quattro mesi; ma non sappiamo chi a lui
succedesse nelle calende di maggio. Potentissimo avvocato, ed insieme
terribile e venale accusatore sotto l'imperador Claudio era stato
Marco Suilio[346], odiato perciò da molti, i quali, mutato il governo,
si studiarono d'abbatterlo. Perchè egli credea suo nemico _Seneca_, ne
sparlava a tutto potere, tassandolo di aver avuto disonesto commercio
con _Giulia_ figliuola di Germanico Cesare, per cui giustamente avesse
patito l'esilio, e ch'egli fosse filosofo bensì di nome, ma ne' fatti
un solennissimo ipocrita, mentre scriveva sì dei precetti di
filosofia, ed altro poi non facea che ammassar de' milioni, e andar a
caccia di testamenti, e di far usure innumerabili per l'Italia e per
le provincie. Nel senato comparvero delle gravi accuse contro di
Suilio; ma Nerone si contentò di confiscargli una parte de' suoi beni
e di relegarlo in Majorica e Minorica. Anche _Cornelio Silla_,
verisimilmente quello stesso ch'era stato console nell'anno 52 ed
aveva avuta in moglie _Antonia_ figliuola di Claudio Augusto, fu
relegato a Marsilia. Benchè pel suo genio timido e vile non fosse
capace d'imprese grandi, pure gli emuli suoi fecero credere a Nerone,
ch'egli, sotto una finta stupidità, covasse dei veri disegni di
novità; e gli tesero anche tante trappole, che fu condannato, come
dissi, all'esilio ed anche nell'anno 62 tolto dal mondo. Fu parimente
accusato _Pomponio Silvano_ d'aver fatto delle estorsioni durante il
suo governo nell'Africa. Ebbe de' buoni protettori, perchè lor fece
sperar le molte sue ricchezze per eredità, giacchè privo era di
figliuoli ed inoltrato molto nell'età. In questa maniera si salvò, con
deludere poscia l'espettazione di chiunque facea i conti sulla sua
roba, per essere sopravvivuto a tutti. Potrebb'essere un d'essi
_Ottone_, che fu poi imperadore, e forse anche il buon _Seneca_, da
noi veduto in concetto d'attendere a simili prede. Era in questi tempi
andato all'eccesso l'orgoglio e l'insolenza dei pubblicani, cioè de'
gabellieri di Roma, e ne mormorava forte il popolo. Saltò in capo a
Nerone di levar via, tutt'i dazii e le gabelle, per aver la gloria di
fare un bellissimo regalo al genere umano; e se ne lasciò intendere in
senato. Lodarono i senatori assaissimo la grandezza dell'animo suo; ma
appresso gli fecero toccar con mano che senza il nerbo delle rendite
pubbliche non potea sussistere l'imperio romano, tanto ch'egli smontò.
Furono nondimeno fatti dei buonissimi regolamenti in questo proposito
per benefizio dei popoli con reprimere le avanie di quelle
sanguisughe: regolamenti nondimeno ch'ebbero corta durata, con
ripullulare gli abusi. Tuttavia confessa Tacito, che molti se ne
levarono, nè al suo tempo si pagavano più non so quante esazioni
introdotte al passaggio de' ponti, e per le navi.

Ebbe principio in quest'anno l'amoreggiamento di Nerone con _Poppea
Sabina_, donna di gran nobiltà, di pari bellezza e ricchezza. Graziosa
nel parlare, vivace d'ingegno, e modesta in apparenza, di rado si
lasciava vedere per Roma, e sempre col volto mezzo coperto, per non
saziare affatto la curiosità di chi la riguardava. Le mancava solo il
più bello, cioè l'onestà. Bastava essere liberale per guadagnarsi i di
lei favori. Era stata moglie di Rufo Crispino cavaliere romano, a cui
partorì un figliuolo; ma innamoratosene _Ottone_, che fu poscia
imperadore, non gli fu difficile colla bizzarria delle comparse,
colla gioventù e col credito d'essere uno dei più confidenti
dell'imperadore, di distorla dal marito, e di prenderla egli in
moglie: chè di questi bei tiri abbondava Roma pagana. Ma il
vanaglorioso scioccone non potea ritenersi presso Nerone dal far elogi
incessanti della nobiltà e dell'avvenenza della nuova moglie,
chiamando sè stesso il più felice degli uomini, per trovarsi in
possesso di tal donna. Tanto andò ripetendo questa canzone, che Nerone
invogliossi di vederla, e il vederla fu lo stesso che innamorarsene
perdutamente. Mostrossi anch'ella sul principio presa della di lui
bellezza; poi colla ritrosia, e col fingersi troppo contenta del
marito Ottone, e di non apprezzar molto chi era di spirito sì basso da
compiacersi dell'amore di una vil serva, cioè di Atte liberta, tal
corda gli diede, che sempre più andò crescendo la fiamma. Ne provò ben
presto gli effetti lo stesso Ottone con restar privo della confidenza
di Nerone, e col non essere ammesso alla di lui udienza, nè al
corteggio. Di peggio potevagli avvenire, se Seneca, amico suo, non
avesse impetrato, che Nerone l'inviasse per presidente della
Lusitania, parte di cui era il Portogallo d'oggidì, dove con buone
operazioni per dieci anni risarcì l'onore ch'egli avea perduto in
Roma. Da lì innanzi Poppea trionfò nel cuor di Nerone. Dione[347]
pretende, che per qualche tempo Ottone e Nerone andassero d'accordo
nel possedere costei; ma molto non sogliono durare sì fatte amicizie.
Risvegliossi in quest'anno[348] la guerra fra i Romani e i Parti, per
cagion dell'Armenia. _Vologeso re_ d'essi Parti pretendea di mettervi
per re _Tiridate_ suo fratello; i Romani voleano disporne a lor
piacimento, come s'era fatto in addietro. _Domizio Corbulone_, che già
dicemmo il più valente generale di Roma in questi tempi, comandava in
quelle parti l'armi romane. Ma, più che i Parti, recava a lui pena la
scaduta disciplina delle soldatesche sue, per lunga pace impigrite e
dimentiche degli ordini della vecchia milizia. La prima sua cura
adunque fu quella di cassare gl'inutili, di far nuove leve, e di ben
disciplinar la sua gente, usando del rigore ch'era a lui naturale.
S'impadronì egli poi di Artasata capitale dell'Armenia e di
Tigranocerta; ed avendo voluto Tiridate rientrare nell'Armenia, il
ripulsò, divenendo in fine padrone affatto di quella contrada.
Probabilmente non succederono tutte queste imprese nell'anno presente.
L'Occone e il Mezzabarba[349], che riferiscono a quest'anno la pace
universale, e il tempio di Giano chiuso in Roma, come apparisce da
molte medaglie, andarono a tastoni in questo punto di storia. Tacito
racconta in un fiato varii avvenimenti tanto dell'Armenia che della
Germania, ma non succeduti tutti in un sol anno.

NOTE:

[346] Tacitus, lib. 13, cap. 42.

[347] Dio, lib. 90.

[348] Tacitus, lib. 13, cap. 34.

[349] Mediobarbus, in Numism. Imperat.



    Anno di CRISTO LIX. Indizione II.

    PIETRO APOSTOLO papa 31.
    NERONE CLAUDIO imper. 6.

_Consoli_

LUCIO VIPSTANO APRONIANO e FONTEJO CAPITONE.


Comunemente da chi ha illustrato i Fasti consolari, il primo di questi
consoli è chiamato _Vipsanio._ Ma, secondo le osservazioni del
cardinal Noris[350], il suo vero nome fu _Vipstano_; e ciò può ancora
dedursi da un'iscrizione pubblicata anche da me[351]. In essa
s'incontra _Cajo Fontejo._ Se ivi è disegnato il console di questi
tempi, _Cajo_ e non _Lucio_ sarà stato il suo prenome. Giunse in
quest'anno ad un orrido eccesso la più che maligna natura di Nerone.
Erasi rimessa in qualche credito Agrippina sua madre, dappoichè le
riuscì di superar le calunnie di _Giunia Silana;_ ma dacchè entrò in
corte _Poppea Sabina_, cominciò una nuova e più fiera guerra contro di
lei. Aspirava questa ambiziosa ed adultera donna alle nozze del
regnante, al che, vivente Agrippina, le parea troppo difficile di
poter giungere, sì perchè Agrippina amava forte la saggia e paziente
sua nuora _Ottavia_, e sì perchè non avrebbe potuto soffrire presso il
figliuolo chi a lei fosse superiore negli onori e nel comando.
Cominciò dunque Poppea a stimolar Nerone con dei motti pungenti,
deridendolo, «perchè tuttavia fosse sotto la tutela; ed oh che bel
padrone del mondo, che nè pure è padrone di sè stesso!» Passò poi in
varie guise, e coll'aiuto dei cortigiani nemici di Agrippina, a fargli
credere che la madre nudrisse de' cattivi disegni contra di lui.
Ingegnavasi all'incontro anche Agrippina di guadagnarsi l'affetto del
figliuolo contra di questa rivale; e fanno orrore le dicerie che
corsero allora, delle quali Dione Cassio[352] e Tacito[353] fanno
menzione, contraddicendo quegli autori anche in parlar di _Seneca_,
che alcuni vogliono concorde coll'iniquo Nerone alla rovina della
madre, ed altri parziale della medesima, anzi macchiato di un infame
commercio con lei. La stessa battaglia fra quegli scrittori si
osserva, rappresentando alcuni[354], ch'ella con carezze nefande, ed
altri colla fierezza e colle minacce procurava di rompere
l'abbominevole attaccamento del figliuolo a Poppea. Se nulla è da
credersi, è l'ultimo. Perciò Nerone annoiato cominciò a sfuggirla, e
ad aver caro ch'ella se ne stesse ritirata nelle deliziose sue ville,
benchè quivi ancora l'inquietasse, con inviar persone, le quali, in
passando, le diceano delle villanie o delle parole irrisorie.
Finalmente si lasciò precipitar nella risoluzione di torle la vita.
Non si arrischiò al veleno, perchè non apparisse troppo sfacciato il
colpo, siccome era avvenuto in Britannico; e perchè ella andava ben
guernita di antidoti. Nulladimeno Svetonio scrive, che per tre volte
tentò questa via, ma indarno. Pensò anche a farle cadere addosso il
vôlto della camera, dov'ella dormiva, e vi si provò. Ne fu avvertita
per tempo Agrippina, e vi provvide.

Ora _Aniceto_ liberto di Nerone, presidente dell'armata navale, che si
tenea sempre allestita nel porto di Miseno, siccome nemico di
Agrippina, si esibì a Nerone di fare il colpo con una invenzione che
parrebbe fortuita; e risparmierebbe a lui l'odiosità del fatto.
Consisteva questa in fabbricare una galea congegnata in maniera, che
una parte si scioglierebbe, tirando seco in mare chi v'era disopra,
esempio preso da una simil nave già fabbricata nel teatro. Piacque la
proposizione; fu preparato nella Campania l'insidiatore legno; e
Nerone per celebrar i giuochi d'allegria in onor di Minerva, chiamati
Quinquatrui, si portò al palazzo di Bauli, situato fra Baia, e Miseno,
conducendo seco la madre sino ad Anzo, giacchè era qualche tempo che
le mostrava un finto affetto, ed usavale delle finezze. Quivi stando
Nerone si udiva dire: che toccava ai figliuoli il sopportare gli
sdegni di chi avea lor data la vita, e che a tutti i patti volea far
buona pace colla madre; acciocchè tutto le fosse riferito, ed ella,
secondo l'uso delle donne facili a credere ciò che bramano, si
lasciasse meglio attrappolare. Invitolla dipoi a venire ad un suo
convito ad Anzo; ed ella v'andò, accolta dal figliuolo sul lido con
cari abbracciamenti, e tenuta poi a tavola nel primo posto: il che
maggiormente la assicurò. O sia, come vuol Tacito, ch'ella quivi si
fermasse quella sola giornata, o che, al dire di Dione, si trattenesse
quivi per alcuni giorni, volle ella infine ritornarsene alla sua
villa. Nerone, dopo il lungo e magnifico convito, la tenne fino alla
notte in ragionamenti ora allegri, ora serii, baciandola di tanto in
tanto, ed animandola a chiedere tutto quel che voleva, con altre
parole le più dolci del mondo. Accompagnata da lui sino al lido,
s'imbarcò nella nave traditrice, superbamente addobbata, e andò
servendola Aniceto. Era quietissimo il mare, e parve quella calma
venuta apposta, per far conoscere ad ognuno, che non dalla forza de'
venti, ma dal tradimento procedea lo sfasciarsi della nave. Alla
divisata ora cadde, secondo Tacito[355], il tavolato di sopra, che
soffocò Creperio Gallo cortigiano d'Agrippina; ma essa con Acerronia
Polla sua dama d'onore si attaccò alle sponde, nè cadde. In quella
confusione i marinai credendo che Acerronia fosse Agrippina, coi remi
la uccisero. Ad Agrippina toccò solamente una ferita sulla spalla. Fu
voltata in un lato la nave, perchè si affondasse; ed Agrippina
cadutavi pian piano dentro, parte nuotando, e parte soccorsa dalle
barchette che venivano dietro, si salvò, e fu condotta al suo palazzo
nel lago Lucrino. Dione in poche parole dice, che, sfasciatasi la
nave, Agrippina cadde in mare, nè si annegò. Più minuta, ma
imbrogliata, è la descrizione che fa di questo fatto Tacito; ma,
comunque succedesse, per consenso di tutti, Agrippina scampò la vita.

Ridotta nel suo palazzo, e in letto, per farsi curare, ricorrendo col
pensiero tutta la serie di quel fatto, non durò fatica ad intendere
chi le avesse tramata la morte. Prese la saggia determinazione di
tutto dissimulare, ed immediatamente spedì Agerino suo liberto al
figliuolo, per dargli avviso d'avere per benignità degli dii sfuggito
un bravissimo pericolo, e per pregarlo di non farle visita per ora,
avendo ella bisogno di quiete per farsi medicare. Nerone ch'era stato
sulle spine la notte, aspettando nuova dell'esito degli esecrandi suoi
disegni, allorchè intese come era passata la cosa, ed esserne uscita
netta la madre, fu sorpreso da immensa paura, immaginandosi ch'ella
potesse spedirgli contro tutta la sua servitù in armi, o muovere i
pretoriani contra di lui, o comparire ad accusarlo in Roma al senato e
al popolo. Sbalordito non sapeva allora in qual mondo si fosse. Fece
svegliar Burro e Seneca, chiamandogli a consiglio, essendo ignoto
s'eglino sì o no fossero prima consapevoli del delitto. Restarono un
pezzo ambedue senza parlare, o perchè non osassero di dissuaderlo, o
perchè credessero ridotte le cose ad un punto che Nerone fosse
perduto, se non preveniva la madre. Nerone in fatti propose di levarla
dal mondo; e Seneca, imputato da Dione d'aver dianzi dato questo
medesimo consiglio, voltò gli occhi a Burro, come per domandargli che
ne comandasse ai suoi pretoriani l'esecuzione. Ma Burro, non
dimenticando che da Agrippina era proceduta la propria fortuna,
prontamente rispose, che essendo obbligate le guardie del corpo a
tutta la casa cesarea, e ricordandosi del nome di Germanico, non si
potea promettere in ciò della loro ubbidienza; e che toccava ad
Aniceto il compiere ciò ch'egli aveva incominciato. Chiamato Aniceto,
non vi pose alcuna difficoltà, cosicchè Nerone protestò che in quel
giorno egli riceveva dalle sue mani l'imperio; e quindi gli ordinò di
prendere quegli armati che occorressero dalla guarnigione delle sue
galee. Intanto arriva per parte di Agrippina Agerino. Sovvenne allora
a Nerone un ripiego degno del suo capo sventato. Allorchè l'ebbe
ammesso all'udienza, gli gittò a' piedi un pugnale, e chiamò tosto
aiuto, con fingere costui mandato dalla madre per ucciderlo, e il fece
tosto imprigionare, e poi spargere voce, ch'egli s'era ucciso da sè
stesso per la vergogna della scoperta sua mala intenzione. Intanto
Agrippina, ch'era negli spasimi per non veder venire Agerino, nè altra
persona per parte del figlio, in vece di essi mira entrar nella sua
camera Aniceto, accompagnato da due suoi uffiziali, senza sapere se in
bene o in male. Poco stette in avvedersene: un colpo di bastone la
colse nella testa; e vedendo sguainata la spada da un di essi,
saltando su gridò: «Ferisci questo,» mostrandogli il ventre. Fu di poi
morta con più ferite; e portatane la nuova a Nerone, non mancò chi
disse di averla voluta vedere estinta e nuda, non fidandosi di chi gli
riferì il fatto, e d'aver detto: «io non sapea d'avere una madre sì
bella.» Tacito lascia in forse questa circostanza. Fu in quella stessa
notte bruciato, secondo il costume d'allora, il suo corpo e vilmente
seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la sbrigliata ambizione di
questa donna, figliuola di Germanico, nipote del grande Agrippa,
pronipote d'Augusto, moglie e madre d'imperadori. Le iniquità da lei
commesse per far salire il figlio al trono riportarono questa
ricompensa dallo stesso suo figlio, mostro d'ingratitudine e di
crudeltà.

Fece susseguentemente Nerone una bella scena, mostrandosi
inconsolabile per la morte della madre, e dolendosi d'aver salvata la
vita propria colla perdita della sua; giacchè voleva che si credesse
aver ella inviato Agerino per ucciderlo, e ch'ella dipoi si fosse
uccisa da sè stessa. Lo stesso ancora scrisse al senato con aggiungere
una filza d'altre accuse contro la madre per giustificar sè medesimo,
e con dire fra l'altre cose[356]: _Ch'io sia salvo, appena lo credo, e
non ne godo._ Perchè quella lettera o era scritta da Seneca, o si
riconobbe per sua dettatura, fu mormorato non poco di questo adulator
filosofo, il quale compariva approvatore di sì nero delitto. Mostrò il
senato[357] di credere tutto: decretò ringraziamenti agli dii, e
giuochi per la salvata vita del principe; e dichiarò il dì natalizio
di Agrippina per giorno abbominevole. Il solo _Publio Peto Trasea_,
senatore onoratissimo, dappoichè, fu letta quella lettera, uscì dal
senato, per non approvare nè disapprovare, il che poi gli costò caro.
Ma Nerone dopo il misfatto[358] si sentì gran tempo rodere il cuore
dalla coscienza; sempre avea davanti agli occhi l'immagine
dell'estinta madre e gli parea di veder le furie che il
perseguitassero colle fiaccole accese. Nè il mutar di luogo e l'andare
a Napoli ed altrove, servì a liberarlo dall'interno strazio. Neppure
s'attentava di ritornar più a Roma, temendo d'essere in orrore a
tutti. Ma gl'ispiravano del coraggio i bravi cortigiani, facendogli
anzi sperare cresciuto l'amore del popolo per aver liberata Roma dalla
più ambiziosa e odiata donna del mondo. In fatti, restituitosi alla
città, trovò anche più di quel che sperava, movendosi e grandi e
piccoli per paura di un sì spietato principe a fargli onore. Andò
dunque come trionfante al Campidoglio, persuaso ch'egli potea far
tutto a man salva, dacchè tutti, o perchè l'amavano, o perchè
avviliti, non sapeano se non adorare i di lui supremi voleri. Affettò
ancora la clemenza con richiamare a Roma _Giunia Calvina, Calpurnia,
Valerio Capitone_ e _Licinio Gabalo_, esiliati già dalla madre. Ma in
questo medesimo anno col veleno abbreviò la vita a _Domizia_ sua zia
paterna, con occupar tutti i suoi beni posti in quel di Baja e di
Ravenna, prima ancora ch'ella spirasse. Quivi alzò de' magnifici
trofei, che duravano anche ai tempi di Dione[359]. Mirabil cosa
nondimeno fu, che parlando molti liberamente di tali eccessi, ed
uscendo non poche pasquinate, pure, egli, benchè dalle sue spie
informato di quanto succedea, ebbe tal prudenza da dissimular tutto, e
da non gastigar alcuno per questo, paventando di accrescere,
altrimente facendo, il romore nel popolo.

NOTE:

[350] Noris, Ep. Consul.

[351] Thes. Nov. Veter. Inscr., p. 305, n. 3.

[352] Dio, lib. 90.

[353] Tac., lib. 14, cap. 2.

[354] Sueton., in Nerone.

[355] Tacitus, lib. 14, cap. 3.

[356] Quintilianus, lib. 8 Instit.

[357] Tacitus, lib. 14, c. 12.

[358] Sueton., in Neron., c. 34.

[359] Dio, lib. 61.



    Anno di CRISTO LX. Indizione III.

    PIETRO APOSTOLO papa 32.
    NERONE CLAUDIO imper. 7.

_Consoli_

NERONE CLAUDIO AUGUSTO e COSSO CORNELIO LENTULO.


Dicendo Svetonio, che Nerone tenne questo consolato per soli sei mesi
nelle calende di luglio dovettero succedere a lui e al collega due
altri consoli. Il nome loro ci è ignoto. Alcuni han sospettato che
fossero _Tito Ampio Flaviano_ e _Marco Aponio Saturnino_, perchè da
Tacito son chiamati uomini consolari, ed ebbero poscia de' governi.
Andossi poi sempre abbandonando Nerone[360] ai divertimenti e piaceri,
dappoichè non vivea più la madre, che il tenea pure in qualche
suggezione. Sin da fanciullo si dilettava egli di andare in carretta e
di condurre i cavalli. Avea anche imparato a sonar di cetra e a
cantare. Diedesi ora in preda a questi sollazzi, sì sconvenevoli ad un
imperadore. Seneca e Burro gli permisero il primo, per distorlo dagli
altri, purchè corresse co' cavalli nel circo vaticano chiuso per non
lasciarsi vedere dal popolo. Ma non si potè contenere il vanissimo
giovane; volle degli spettatori, e il lor plauso l'invogliò ad
invitarvi anche del popolo, il quale godendo di veder fare i principi
ciò ch'esso fa, e perciò gonfiandolo con alte lodi, maggiormente
l'incitò a quel plebeo mestiere[361]. Tuttavia ben conoscendo, che i
saggi erano d'altro sentimento, credette di schivar il disonore, con
cercare de' compagni nobili che imitasser lui ne' pubblici
divertimenti. Perciò venutogli in capo di far de' giuochi di somma
magnificenza in onor della madre, che durarono più giorni, si videro
nobili dell'uno e dell'altro sesso, non solo dell'ordine equestre, ma
anche del senatorio, comparir ne' teatri, ne' circhi e negli
anfiteatri, con esercitar pubblicamente le arti riserbate in addietro
alle sole persone vili e plebee, con sonar nelle orchestre,
rappresentar commedie e tragedie, ballar ne' teatri, far da gladiatori
e da carrettieri: alcuni di propria elezione, ed altri per non
disubbidir Nerone che gl'invitava. Mirava il popolo, ed anche i
forestieri riconoscevano, che quegli attori, dimentichi della lor
nascita, erano chi un Furio, chi un Fabio, chi un Valerio, un Porcio,
un Appio, ed altri simili della nobiltà primaria. Al veder cotali
novità e stravaganze, ne gemevano forte i saggi, sì pel disonor delle
famiglie, come ancora perchè veniva con ciò a crescere troppo
smisuratamente la corruttela de' costumi. Rammaricavansi inoltre
osservando le incredibili spese che facea Nerone, non solamente in
questi sì sfoggiati divertimenti, ma anche negl'immensi regali alla
plebe con gittar dei segni, ne' quali era scritto quella sorta di dono
che dovea darsi a chi avea la fortuna d'aggraffarli come cavalli,
schiavi, vesti, danari. Ben prevedevano che tanto scialacquamento
andrebbe a finire in nuovi aggravi ed estorsioni sopra il pubblico,
siccome in fatti avvenne. Instituì eziandio Nerone altri giuochi,
appellati Giovenali in onore della prima volta ch'egli si fece far la
barba: rito festivo presso i Romani. Que' preziosi peli in una scatola
d'oro furono consecrati a Giove. In que' giuochi danzarono i più
nobili fra i Romani, e bella figura fra l'altre dame fece Elia Catula,
giovinetta di ottanta anni, che ballò un minoetto. Chi de' nobili non
potea ballare, cantava; ed eranvi scuole apposta, dove concorrevano ad
imparare uomini e donne di prima sfera, fanciulle, giovanetti, vecchi,
per far poscia con leggiadria il loro mestiere ne' pubblici teatri.
Che se alcuno, non potendo di meno, per vergogna vi compariva
mascherato. Nerone gli cavava la maschera, e si venivano a conoscere
persone impiegate ne' più riguardevoli magistrati.

Nè lo stesso Nerone volle in fine essere da meno degli altri. Uscì
anche egli nella scena in abito da suonator di cetra, ed oltre al
suonare, fece sentir la sua da lui creduta melodiosa voce, la qual
nondimeno si trovò sì somigliante a quella de' capponi cantanti, che
niun potea ritener le risa, e molti piangeano per rabbia. Se crediamo
a Dione, Burro e Seneca assistenti servivano a lui di suggeritori, e
andavangli poi facendo plauso colle mani e coi panni, per invitare
allo stesso l'udienza. Tacito[362] anch'egli lo attesta di Burro, ma
con aggiungere che internamente se ne affliggeva. Nè già era
permesso[363], allorchè cantava questo insigne maestro, ad alcuno
l'uscir di teatro, per qualsivoglia bisogno che occorresse. Quella era
la voce d'Apollo; niun v'era che potesse uguagliarsi a lui nella
melodia del canto. Così gli adulatori. Volle egli ancora che si
tenesse una gara di poesia e d'eloquenza, e vi entrò anch'egli
coll'invito de' giovani nobili. Non è difficile l'immaginarsi a chi
toccasse la palma e il premio. Furono similmente richiamati a Roma i
pantomimi, perchè divertissero il popolo nei teatri, ma non già ne'
giuochi sacri. Apparve in quest'anno una cometa. Il volgo, imbevuto
dell'opinione, che questo predica la morte de' principi, cominciò a
fare i conti su la vita di Nerone, e a predire chi a lui succederebbe.
Concorrevano molti in _Rubellio Plauto_, discendente per via di donne
dalla famiglia di Giulio Cesare, personaggio ritirato e dabbene. Ne fu
avvertito Nerone. Si aggiunse, che trovandosi a desinare il medesimo
imperadore in Subbiaco, un fulmine gli rovesciò le vivande e la
tavola. Perchè quel luogo era vicino a Tivoli, patria dei maggiori
d'esso Plauto, la pazza gente perduta nelle superstizioni maggiormente
si confermò nella predizione suddetta. Fece dunque Nerone intendere a
Rubellio Plauto, che miglior aria sarebbe per lui l'Asia, dov'egli
possedeva dei beni. Gli convenne andar là colla sua famiglia, ma per
poco tempo, perchè da lì a due anni Nerone mandò ad ucciderlo. Venne
in questi tempi a morte _Quadrato_, governatore della Siria, e quel
governo fu dato a _Corbulone_, da cui dicemmo ch'era stata acquistata
l'Armenia. Trovavasi da gran tempo in Roma _Tigrane_, nipote
d'_Archelao_, che già fu re della Cappadocia, avvezzato ad una servile
pazienza. Ottenne egli da Nerone di poter governare l'Armenia con
titolo di re; e andato colà, fu assistito da Corbulone con un corpo di
soldatesche tali, che, al dispetto di molti, più inclinati al dominio
de' Parti, n'ebbe il pacifico possesso, benchè poi non vi potesse
lungo tempo sussistere[364]. Pozzuolo in questo anno acquistò il
diritto di colonia, e il cognome di Nerone; intorno a che disputano
gli eruditi, perchè da Livio e da Vellejo abbiamo, che tanti anni
prima Pozzuolo fu colonia, e Frontino fa autore Augusto di una nuova
colonia in quella città. In questi tempi Laodicea, illustre città
della Frigia restò rovinata da un tremuoto; ma quel popolo la rimise
in piedi colle proprie ricchezze senza aiuto de' Romani.

NOTE:

[360] Tacitus, Annal., lib. 14, cap. 14.

[361] Dio, lib. 61.

[362] Tacitus, lib. 14, cap. 15.

[363] Sueton., in Nerone, cap. 23.

[364] Tacitus, lib. 14, cap. 27.



    Anno di CRISTO LXI. Indizione IV.

    PIETRO APOSTOLO papa 33.
    NERONE CLAUDIO imper. 8.

_Consoli_

CAJO CESONIO PETO e CAJO PETRONIO TURPILIANO.


Non è certo il prenome di _Cajo_ pel secondo di questi consoli, nè
sappiamo chi nelle calende di luglio loro succedesse nella dignità.
Motivo[365] ai pubblici ragionamenti diedero in quest'anno due
iniquità, commesse in Roma, l'una da un nobile, l'altra da un servo.
Mancò di vita _Domizio Balbo_, ricco, e della prima nobiltà, senza
figliuoli. _Valerio Fabiano_, senatore, con un falso testamento, a cui
tennero mano altri nobili colle lor soscrizioni e sigilli, corse
all'eredità. Convinto di falsario, degradato con gli altri suoi
complici, riportò la pena statuita dalla legge Cornelia. Ucciso fu da
un suo servo, o vogliam dire schiavo, _Pedanio Secondo_, prefetto di
Roma. Ne aveva egli al suo servigio quattrocento, tra maschi e
femmine, grandi e piccoli, essendo soliti i ricchi Romani a tenerne
una prodigiosa quantità al loro servigio. Benchè fossero quasi tutti
innocenti di quel misfatto, doveano morire secondo il rigore delle
antiche leggi; ma fattasi grande adunanza di gente plebea per
difendere quegl'infelici, l'affare fu portato al senato; ed intorno a
ciò si fece lungo dibattimento, con prevalere in fine la sentenza del
supplicio di tutti. Nerone mandò un ordine alla plebe di attendere ai
fatti suoi, e somministrò quanti soldati occorressero per iscortare i
condannati. I mali portamenti degli uffiziali nella Bretagna cagion
furono di far perdere circa questi tempi quasi tutto quel paese che vi
aveano acquistato i Romani; e ciò perchè si volle rimetter ivi il
confisco dei beni de' delinquenti, da cui Claudio gli avea esentati.
Anche _Seneca_, se crediamo a Dione[366], avea dato ad usura un
milione a que' popoli, e con violenza ne esigeva non solo i frutti, ma
anche il capitale. Inoltre, _Boendicia_ o sia _Bunduica_ vedova[367]
di _Prasutago re_ di una parte di quella grand'isola, si protestava
anche essa troppo scontenta delle infinite prepotenze ed insolenze
fatte dai Romani a sè stessa, a due figlie e a tutto il suo popolo.
Questa regina, donna d'animo virile, quella fu che sonò in fine la
tromba col muovere i suoi e i circostanti popoli a sollevarsi contra
degl'indiscreti Romani con prevalersi della buona congiuntura che
_Svetonio Paolino_, governatore della parte della Bretagna romana, e
valoroso condottier d'armi, era ito a conquistare un'isola ben
popolata, adiacente alla Bretagna. Con un'armata dicono, di cento
ventimila persone vennero i sollevati addosso alla nuova colonia di
Camaloduno, e la presero di assalto. Dopo due dì ebbero anche il
tempio di Claudio, mettendo quanti Romani vennero alle lor mani, tutti
a fil di spada, senza voler far prigionieri. Petilio Cereale, venuto
per opporsi con una legione, fu rotto, messa in fuga la cavalleria, e
tutta la fanteria tagliata a pezzi. Portate queste funeste nuove a
Svetonio Paolino, frettolosamente si mosse, e venne a Londra, luogo di
una colonia scarsa, ma celebre città anche allora per la copia grande
dei mercatanti e del commercio. Benchè pregato con calde lagrime dagli
abitanti di fermarsi alla lor difesa, volle piuttosto attendere a
salvare il resto della provincia. S'impadronirono i ribelli di Londra
e di Verulamio, nè vi lasciarono persona in vita. Credesi che in que'
luoghi perissero circa settanta o ottantamila fra cittadini romani e
collegati. Si trovò poi forzato Svetonio, perchè mancava di viveri, ad
azzardare una battaglia, ancorchè non avesse potuto ammassare che
dieci mila combattenti; laddove i nemici da Dione si fanno ascendere a
dugento trentamila persone, numero probabilmente, secondo l'uso delle
guerre, o per disattenzion de' copisti, troppo amplificato. Boendicia
stessa comandava quella grande armata. Dopo fiero combattimento
prevalse la disciplina militare dei pochi allo sterminato numero dei
Britanni, che furono sconfitti, con essersi poi detto che restarono
sul campo estinti circa ottantamila di essi, numero anch'esso
eccessivo. Comunque, sia insigne e memoranda fu quella vittoria.
Boendicia morì poco dappoi, o per malattia o per veleno ch'essa
medesima prese, e colla sua morte tornò fra non molto all'ubbidienza
de' Romani il già rivoltato paese, con avervi Nerone inviato un buon
corpo di gente dalla Germania, il quale servì a Svetonio per compiere
quell'impresa.

NOTE:

[365] Tacitus, ibid.

[366] Dio, lib. 61.

[367] Tacitus, lib. 12, cap. 29.



    Anno di CRISTO LXII. Indizione V.

    PIETRO APOSTOLO papa 34.
    NERONE CLAUDIO imper. 9.

_Consoli_

PUBLIO MARIO CELSO e LUCIO ASINIO GALLO.


Perchè Tacito sul principio di questo anno nomina _Giunio Marullo,
console disegnato_, il quale poi non apparisce console, perciò possiam
credere ch'egli fosse sostituito ad alcun d'essi consoli ordinari,
oppure all'uno degli straordinari, succeduti nelle calende di luglio,
i quali si tiene che fossero _Lucio Anneo Seneca_ maestro di Nerone, e
_Trebellio Massimo_. Nel gennaio dell'anno presente[368] accusato fu e
convinto _Antistio Sostano_ pretore, d'aver composto dei versi contro
l'onor di Nerone. I senatori più vili, fra' quali _Aulo Vitellio_, che
fu poi imperadore, conchiusero dovuta la pena della morte a questo
reato. Non osavano aprir bocca gli altri. Il solo _Peto Trasea_ ruppe
il silenzio, sostenendo che bastava relegarlo in un'isola, e
confiscargli i beni, nel qual parere venne il resto dei senatori.
Nondimeno fu creduto meglio di udir prima il sentimento di Nerone, il
quale mostrò bensì molto risentimento contra d'Antistio, eppur si
rimise al senato, con facoltà ancora di assolverlo. Si eseguì la
sentenza del bando. In quest'anno ancora il suddetto Trasea, uomo di
petto, e rivolto sempre al pubblico bene, propose che si proibisse ai
popoli delle provincie il mandare i lor deputati a Roma, per far
l'elogio dei loro governatori; perchè questo onore sel procuravano i
magistrati colla troppa indulgenza, e col permettere ai popoli delle
indebite licenze, per non disgustarli. L'ultimo anno fu questo della
vita di _Burro prefetto del pretorio_, uomo d'onore e di petto, che
avea finquì trattenuto Nerone dall'abbandonarsi affatto ai suoi
capricci, e massimamente alla crudeltà. Restò in dubbio s'egli
morisse, di mal naturale, oppure di veleno, per quanto ne scrive
Tacito[369]; poichè, per conto di Svetonio[370] e di Dione[371],
amendue crederono che Nerone, rincrescendogli ormai d'aver un
soprastante che non si accordava con tutti i suoi voleri, il facesse
prima del tempo sloggiar dal mondo. Gran perdita fece in lui il
pubblico, e molto più, perchè Nerone in vece d'uno creò due altri
prefetti del pretorio, cioè _Fenio Rufo_, uomo dabbene, ma capace di
far poco bene per la sua pigrizia, e _Sofonio Tigellino_, uomo
screditato per tutt'i versi, ma carissimo per la somiglianza de'
depravati costumi a Nerone. Con questo iniquo favorito cominciò Nerone
ad andare a vele gonfie verso la tirannia e pazzia. Allora fu, che
_Seneca_ conobbe che non era più luogo per lui presso di un principe,
il quale si lascerebbe da lì innanzi condurre dai consigli de'
cattivi, e già cominciava a dimostrar poca confidenza a lui. Il pregò
dunque di buona licenza, per ritirarsi a finir quietamente i suoi
giorni, con offerirgli ancora tutto il capitale de' beni a lui finquì
pervenuti o per la munificenza del principe, o per industria
propria[372]. Nerone con bella grazia gliela negò, ed accompagnò la
negativa con tenere espressioni d'affetto e di gratitudine, giungendo
sino a dirgli di desiderar egli piuttosto la morte, che di far mai
alcun torto ad un uomo, a cui si professava cotanto obbligato. Quel
che potè dal suo canto Seneca; giacchè non si fidava di sì belle
parole; fu di ricusar da lì innanzi le visite, di non volere corteggio
nell'uscire di casa; il che era anche di rado, fingendosi mal concio
di salute, ed occupato da' suoi studi. Si ridusse ancora a cibarsi di
solo pane ed acqua e di poche frutta, o per sobrietà o per paura del
veleno.

Già dicemmo, che _Ottavia_ figliuola di Claudio Augusto, e moglie di
Nerone, era per la sua saviezza e pazienza un'adorabile principessa;
ma non già agli occhi di Nerone, troppo diverso da lei d'inclinazione
e di costumi. Certamente egli non ebbe mai buon cuore per lei, e
dacchè introdusse in corte _Poppea Sabina_, cominciò anche ad
odiarla[373] per le continue batterie di quell'impudica, che non potea
stabilire la sua fortuna se non sulle rovine d'Ottavia. Tanto disse,
tanto fece questa maga che in quest'anno, col pretesto della sterilità
di essa Ottavia, Nerone la ripudiò, e da lì a pochi dì arrivò Poppea
all'intento suo di essere sposata da lui. Nondimeno qui non finì la
guerra. Poppea, sovvertito uno de' familiari di Ottavia, la fece
accusar di un illecito commercio con un suonatore di flauto, nominato
Eucero. Furono perciò messe ai tormenti le di lei damigelle, ed
estorta da alcune con sì violento mezzo la confession del fallo; ma
altre sostennero con coraggio l'innocenza della padrona, e dissero
delle villanie a Tigellino, ministro non meno di questa crudeltà, che
della morte data poco innanzi a _Silla_ e a _Rubellio Plauto_ già
mandati da Nerone in esilio. Fu relegata _Ottavia_ nella Campania, e
messe guardie alla di lei casa, per tenerla ristretta. Ma perciocchè
il popolo, che amava forte questa buona principessa, apertamente
mormorava di sì aspro trattamento, la fece Nerone ritornare a Roma.
Pel suo ritorno andò all'eccesso la gioia del popolo, perchè, ruppe le
statue alzate in onor di Poppea, e coronò di fiori quelle di Ottavia,
con altre pazzie d'allegria sediziosa; di che diede motivo a Poppea di
caricar la mano contra dell'odiata principessa, persuadendo a Nerone
che il di lei credito era sufficiente a rovesciare il suo trono. Fu
perciò chiamato a corte l'indegno Aniceto, che già avea tolta di vita
Agrippina, acciocchè servisse ancora ad abbattere Ottavia, col fingere
d'aver tenuta disonesta pratica con lei. Perchè gli fu minacciata la
morte, se ricusava di farlo, ubbidì. Promossa l'infame accusa colla
giunta d'altre inventate dal maligno principe di aborto procurato, di
ribellioni macchinate, l'infelice principessa, in età di soli ventidue
anni, venne relegata nell'isola Pandalaria, dove passato poco tempo
Nerone le fece levar la vita, e portar anche il suo capo a Roma,
acciocchè l'indegna Poppea s'accertasse della verità del suo crudel
trionfo. Di tante iniquità commesse da Nerone, forse niuna riuscì
cotanto sensibile al popolo romano, come il miserabil fine d'una sì
saggia ed amata principessa, la quale portava anche il titolo di
Augusta, e massimamente al vederla condannata per così patenti ed
indegne calunnie. La ricompensa ch'ebbe Aniceto dell'indegna sua
ubbidienza, fu di essere relegato in Sardegna, dove ben trattato
terminò poscia con suo comodo la vita. Pallante, già potentissimo
liberto sotto Claudio, morì in quest'anno, e fu creduto per veleno
datogli da Nerone, affin di metter le griffe sopra le immense di lui
ricchezze.

NOTE:

[368] Tacitus, lib. 14, cap. 48.

[369] Tacitus, ibid., cap. 51.

[370] Sueton., in Nerone, cap. 35.

[371] Dio, lib. 61.

[372] Sueton., in Nerone, c. 35.

[373] Tacit., lib. 14, c. 60. Dio, lib. 61. Suetonius, c. 35.



    Anno di CRISTO LXIII. Indizione VI.

    PIETRO APOSTOLO papa 35.
    NERONE CLAUDIO imper. 10.

_Consoli_

PUBLIO MARIO CELSO e LUCIO ASINIO GALLO.


Erano tuttavia imbrogliati gli affari dell'Armenia, dacchè Nerone avea
colà inviato col titolo di re _Tigrane_[374]. _Vologeso_ re de' Parti
persisteva più che mai nella pretension di quel regno, per coronarne
_Tiridate_ suo fratello, che gliene faceva continue istanze. Ma andava
titubando, finchè Tigrane il fece risolvere a dar di piglio all'armi,
per aver egli fatta un'incursione nel paese degli Adiabeni o sudditi o
collegati de' Parti. Dopo aver dunque Vologeso coronato Tiridate come
re dell'Armenia, e somministratogli un possente esercito per
conquistar quel paese, si diede principio alla guerra. _Corbulone_,
governator della Siria, in aiuto di Tigrane spedì due legioni, e nello
stesso tempo scrisse a Nerone, rappresentandogli il bisogno d'un altro
generale, per accudire alla difesa dell'Armenia mentre egli dovea
difendere le frontiere della sua provincia. Nerone v'inviò _Lucio
Cesennio Peto_, uomo consolare, cioè ch'era stato console: il che ha
fatto ad alcuni crederlo lo stesso che _Caio Cesennio Peto_, da noi
veduto console nell'anno superiore 61 di Cristo, ma che da altri vien
tenuto per personaggio diverso. Intanto i Parti, entrati nell'Armenia,
posero l'assedio ad Artasata capital di quel regno, dove s'era
ritirato Tigrane, che non mancò di fare una valorosa difesa. Corbulone
allora inviò Casperio centurione a Vologeso, per dolersi dell'insulto
che si facea ad un regno dipendente dai Romani, minacciando dal suo
canto la guerra ai Parti, se non desistevano da quelle violenze. Servì
quest'ambasciata ad inchinar Vologeso a' pensieri di pace, ed avendo
chiesto di mandare a Nerone i suoi legati per trattarne, e pregarlo di
conferire lo scettro dell'Armenia a Tiridate suo fratello, accettata
fu la di lui proferta, con patto di far cessare l'assedio di Artasata:
il che ebbe esecuzione. Ma non è ben noto, che convenzione segreta
seguisse allora fra Corbulone e Vologeso, avendo alcuni creduto che
tanto i Parti quanto Tigrane avessero da abbandonar l'Armenia. Venuti
a Roma gli ambasciatori di Vologeso, nulla poterono ottenere; e però
il Parto ricominciò la guerra in tempo che Cesennio Peto giunse al
governo dell'Armenia, uomo di poca provvidenza e sapere in quel
mestiere, ma che si figurava di poter fare il maestro agli altri.
Prese Peto alcune castella, passò anche il monte Tauro, pensando a
maggiori conquiste; ma, all'avviso che Vologeso veniva con grandi
forze, fu ben presto a ritirarsi, ed a lasciar gente ne' passi del
monte suddetto, per impedir l'accesso de' nemici, con iscrivere
intanto più e più lettere a Corbulone, che venisse a soccorrerlo.
Forzò Vologeso i passi: a Peto cadde il cuore per terra, perchè avea
troppo divise le sue genti, e colto fu con due sole legioni. Però
spedì nuove lettere ad affrettar Corbulone, il quale intanto avendo
passato l'Eufrate, marciava a gran giornate verso la Comagene o la
Cappadocia, per entrar poi nell'Armenia, Nulladimeno poco giovarono
gli sforzi di Corbulone. In questo mentre Vologeso strinse il picciolo
esercito di Peto, molti ne uccise; e tal terrore mise al capitano de'
Romani, ch'egli solamente pensò a comperarsi la salvezza con qualunque
vergognosa condizione che gli fosse esibita. Dimandando dunque un
abboccamento con gli uffiziali di Vologeso, restò conchiuso, che
l'armi romane si levassero da tutta l'Armenia, e cedessero ai Parti
tutte le castella e munizioni da bocca e da guerra; e che poi Vologeso
se l'intenderebbe coll'imperador Nerone pel resto. Le insolenze dei
Parti furono poi molte; vollero entrar nelle fortezze prima che ne
fossero usciti i Romani; affollati per le strade, dove passavano i
Romani, toglievano loro schiavi, bestie e vesti; ed i Romani come
galline lasciavano far tutto per paura che menassero anche le mani.
Tanto marciarono le avvilite truppe, che piene di confusione
arrivarono finalmente ad unirsi con quelle di Corbulone, il quale,
deposto per ora ogni pensier dell'Armenia, se ne tornò alla difesa
della Siria sua provincia.

Secondochè abbiam da Tacito, tutto ciò avvenne nel precedente anno.
Dione ne parla più tardi. Nella primavera del presente comparvero gli
ambasciatori di _Vologeso_, che chiedevano il regno dell'Armenia per
_Tiridate;_ ma senza ch'egli volesse presentarsi a Roma. Seppe allora
Nerone da un centurione, venuto con loro, come stava la faccenda
dell'Armenia, perchè Cesennio Peto gliene avea mandata una relazion
ben diversa. Parve a Nerone ed al senato che Vologeso si prendesse
beffa di loro, e perciò rimandati gli ambasciatori di lui senza
risposta, ma non senza ricchi regali, fu presa la risoluzione di far
guerra viva ai Parti. Richiamato Peto, tremante fu all'udienza di
Nerone, il quale mise la cosa in facezia, dicendogli, senza lasciarlo
parlare, «che gli perdonava tosto, acciocchè essendo egli sì pauroso,
non gli saltasse la febbre addosso.» Andò ordine a Corbulone di
muovere l'armi contro de' Parti, e gli furono inviati rinforzi di
nuove truppe e reclute; laonde egli passò alla volta dell'Armenia.
Tuttavia non ebbe dispiacere che venissero a trovarlo gli ambasciatori
di Vologeso, per esortarli a rimettersi alla clemenza di Cesare.
S'impadronì poi di varie castella, e diede tale apprensione ai Parti,
che _Tiridate_ fece premura di abboccarsi con lui. Mandati innanzi gli
ostaggi romani, Tiridate comparve al luogo destinato; e veduto
Corbulone, fu il primo a scendere da cavallo, e seguirono amichevoli
accoglienze e ragionamenti, nei quali Tiridate restò di voler
riconoscere dall'imperador romano l'Armenia, e che verrebbe a Roma a
prenderne la corona, qualora piacesse a Nerone di dargliela: del che
Corbulone gli diede buone speranze. In segno poi della sua
sommessione andò Tiridate a deporre il diadema a piè dell'immagine
dell'imperadore, per ripigliarla poi dalle mani del medesimo Augusto
in Roma. Noi non sappiamo che divenisse di _Tigrane_, re precedente
dell'Armenia[375]. Nacque nell'anno presente a Nerone una figliuola da
Poppea, fatta andare apposta a partorire ad Anzo, perchè quivi ancora
venne alla luce lo stesso Nerone. Ad essa e alla madre fu dato il
cognome di Augusta; e il senato, pronto sempre alle adulazioni,
decretò altri onori ad amendue, ed ordinò varie feste. Ma non
passarono quattro mesi, che questo caro pegno sel rapì la morte.
Nerone, che per tale acquisto era dato in eccessi di gioia, cadde in
altri di dolore per la perdita che ne fece. Si fecero in quest'anno i
giuochi de' gladiatori, e si videro anche molti senatori e molte
illustri donne combattere: tanto innanzi era arrivata la follia de'
Romani.

NOTE:

[374] Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 1.

[375] Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 23.



    Anno di CRISTO LXIV. Indizione VII.

    PIETRO APOSTOLO papa 36.
    NERONE CLAUDIO imper. 11.

_Consoli_

CAIO LECANIO BASSO e MARCO LICINIO CRASSO.


Andò in quest'anno Nerone a Napoli[376] per vaghezza di far sentire a
quei popoli nel pubblico teatro la sua canora voce. Grande adunanza di
gente v'intervenne dalle vicine città, per udire un imperadore musico,
un usignolo Augusto. Ma occorse un terribile accidente, che nondimeno
a niun recò danno. Appena fu uscita tutta la gente ch'esso teatro
cadde a terra. Pensava quella vana testa di passar anche in Grecia, e
in altre parti di Levante, per raccogliere somiglianti plausi; ma poi
si fermò in Benevento, nè andò più oltre, senza che se ne sappia il
motivo. Fra questi divertimenti fece accusar _Torquato Silano_,
insigne personaggio, discendente da Augusto per via di donne. Il suo
reato era di far troppa spesa per un particolare; ciò indicar disegni
di perniciose novità. Prima di essere condannato, egli si tagliò le
vene. Tornato a Roma Nerone, volle dare una cena sontuosa nel lago di
Agrippa, come ha Tacito. Dione[377] scrive ciò fatto nell'anfiteatro,
dove, dopo una caccia di fiere, introdusse l'acqua per un
combattimento navale; e, dopo averne ritirata l'acqua, diede una
battaglia di gladiatori; e finalmente, rimessavi l'acqua, fece la
cena. N'ebbe l'incombenza Tigellino. V'erano superbe navi ornate d'oro
e d'avorio, con tavole coperte di preziosi tappeti, e all'intorno
taverne disposte in gran numero con delicati cibi preparati per
ognuno. Canti, suoni dappertutto, ed illuminata ogni parte. Concorso
grande di plebe e di nobiltà, tanto uomini che donne, e tutta la razza
delle prostitute. Che Babilonia d'infamità e di lascivie si vedesse
ivi, nol tacquero gli antichi, ma non è lecito alla mia penna il
ridirlo. A questa abbominevole scena ne tenne dietro un'altra, ma
sommamente terribile e funesta[378]. Attaccossi o fu attaccato nel dì
19 di luglio il fuoco alla parte di Roma, dov'era il Circo Massimo,
pieno di botteghe di venditori dell'olio. Spirava un vento gagliardo,
che dilatò l'incendio pel piano e per le colline con tal furore, che
di quattordici rioni di quella gran città dieci restarono orrida preda
delle fiamme, ed appena se ne salvarono quattro. Per così fiera strage
di case, di templi, di palazzi, colla perdita di tanti mobili, e
preziose rarità ed antichità, accompagnata ancora dalla morte
d'assaissime persone, che strida, che urli, che tumulto si provasse
allora, più facile è l'immaginarlo che il descriverlo. Per sei giorni
durò l'incendio (altri dissero di più), senza poter mai frenare il
corso a quel torrente di fuoco. Trovavasi Nerone ad Anzo, allorchè
ebbe nuova di sì gran malanno, nè si mosse per restituirsi a Roma, se
non quando seppe che le fiamme si accostavano al suo palazzo, e agli
orti di Mecenate, fabbriche anch'esse appresso involte nell'indicibil
eccidio.

Che quella bestia di Nerone fosse l'autore di sì orrida tragedia, a
cui non fu mai veduta una simile in Italia, lo scrivono risolutamente
Svetonio e Dione e chi poscia da loro trasse la storia romana.
Aggiungono, esser egli venuto a sì diabolica invenzione, perchè Roma
abbondante allora di vie strette e torte e di case disordinate, o
poveramente fabbricate, si rifacesse poi in miglior forma, e prendesse
il nome da lui; e che specialmente egli desiderava di veder per terra
molte case e granai pubblici, che gl'impedivano il fabbricare un gran
palazzo ideato da lui. Dicono di più, che fur veduti i suoi camerieri
con fiaccole e stoppia attaccarvi il fuoco; e che Nerone, in quel
mentre stava ad osservar lo scempio, con dire: «Che bella fiamma!»
Aggiungono finalmente, ch'egli vestito in abito da scena a suon di
cetra cantò la rovina di Troia. Ma fra le tante iniquità di Nerone
questa non è certa. Tacito la mette in dubbio; e l'altre suddette
particolarità sono bensì in parte toccate da lui, ma con aggiungere
che ne corse la voce. Trattandosi di un sì screditato imperadore,
conosciuto capace di qualsisia enormità, facil cosa allora fu
l'attribuire a lui l'invenzione di sì gran calamità, ed ora è a noi
impossibile il discernere se vero o falso ciò fosse. Si applicò tosto
Nerone a far alzare gran copia di case di legno, per ricoverarvi tutti
i poveri sbandati, facendo venir mobili da Ostia e da altri luoghi;
comandò ancora, che si vendesse il frumento a basso prezzo. Quindi
stese le sue premure, a far rifabbricare la rovinata città, la quale
(non può negarsi) da questa sventura riportò un incredibil vantaggio.
Imperciocchè con bel ordine fu a poco a poco rifatta, tirate le strade
diritte e larghe, aggiunti i portici alle case, e proibito l'alzar di
troppo le fabbriche. Tutta la trabocchevol copia dei rottami venne di
tanto in tanto condotta via dalle navi che conducevano grani a Roma, e
scaricata nelle paludi di Ostia. Vuole Svetonio che Nerone si
caricasse del trasporto di quelle demolizioni, per profittar delle
ricchezze che si trovavano in esse rovine; nè vi si potevano accostare
se non i deputati da lui. Determinò di sua borsa premii a chiunque
entro di un tal termine di tempo avesse alzata una casa o palagio: e
del suo edificò ancora i portici. Fece distribuire con più proporzione
l'acque condotte per gli acquidotti a Roma, e destinò i siti di esse,
per estinguere al bisogno gl'incendii, con altre provvisioni che
meritavano gran lode, ma non la conseguirono per la comune credenza
che da lui fosse venuto sì orribil malanno. Anch'egli imprese allora
la fabbrica del suo nuovo palazzo, che fu mirabil cosa, e nominato poi
_la Casa doro._ Svetonio[379] ce ne dà un piccolo abbozzo. Tutto il di
dentro era messo a oro, ornato di gemme, intarsiato di madreperle.
Sale e camere innumerabili incrostate di marmi fini; portici con tre
ordini di colonne che si stendevano un miglio; vigne, boschetti,
prati, bagni, peschiere, parchi con ogni sorta di fiere ed animali; un
lago di straordinaria grandezza, con corona di fabbriche all'intorno a
guisa di una città; davanti al palazzo un colosso alto centoventi
piedi, rappresentante Nerone. Allorchè egli vi andò poi ad alloggiare,
disse: «Ora sì che quasi comincio ad abitare in un alloggio
conveniente ad un uomo.» Ma questa sì sontuosa e stupenda mole, con
altri vastissimi disegni da lui fatti di sterminati canali, per condur
lontano sino a cento sessanta miglia per terra l'acqua del mare, costò
ben caro al popolo romano, perciocchè smunto e ridotto al bisogno il
prodigo Augusto, passò a mille estorsioni e rapine, confiscando, sotto
qualsivoglia pretesto, i beni altrui, imponendo non più uditi dazii e
gabelle, ed esigendo contribuzioni rigorose da tutte le città, ed
anche dalle libere e collegate; il che fu quasi la rovina delle
provincie. Nè ciò bastando, mise mano ai luoghi sacri; estraendone
tutti i vasi d'oro e d'argento, e le altre cose preziose. Mandò anche
per la Grecia e per l'Asia a spogliar tutti que' templi delle ricche
statue degli stessi dii, e di ogni lor più riguardevole ornamento.

Diede occasione lo spaventoso incendio di Roma alla prima persecuzione
degl'imperatori pagani[380] contra dei Cristiani. Si era già non solo
introdotta, ma largamente diffusa nel popolo romano, per le
insinuazioni di s. Pietro Apostolo e de' suoi discepoli, la religione
di Cristo; giacchè non duravano fatica i buoni a conservare la santità
ed eccellenza in confronto dell'empia e sozza dei Gentili. Nerone,
affin di scaricar sopra d'altri l'odiosità da lui contratta per la
comune voce di aver egli stesso incendiata quella gran città,
calunniosamente, secondo il suo solito, ne fece accusare i Cristiani,
siccome attestano Tertulliano, Eusebio, Lattanzio, Orosio ed altri
autori, e fin gli stessi storici pagani Tacito e Svetonio. Scrive esso
Tacito, ma non già Svetonio, che furono convinti di aver essi
attaccato il fuoco a Roma, quando egli stesso poco dianzi avea
attestato che la persuasion comune ne facea autore lo stesso Nerone; e
Svetonio e Dione ciò danno per certo. Non era capace di sì enorme
misfatto chi seguitava la legge purissima di Gesù Cristo, e
massimamente durante il fervore e l'illibatezza dei primi Cristiani. A
che fine mai, gente dabbene, e lasciata in pace, avea da cadere in sì
mostruoso eccesso? Perciò una _gran moltitudine_ di essi fu con aspri
ed inutili tormenti fatta morire sulle croci, o bruciata a lento
fuoco, o vestita da fiere, per essere sbranata dai cani. Vi si
aggiunse ancora l'inumana invenzione di coprirli di cera, pece e di
altre materie combustibili, e di farli servir di notte, come tanti
doppieri della crudeltà, negli orti stessi di Nerone. Così cominciò
Roma ad essere bagnata dal sacro sangue de' martiri. Confessa
nondimeno il medesimo Tacito, che gran compassione produsse un così
fiero macello di gente, tuttochè, secondo lui, colpevole per una
religione contraria al culto dei falsi dii. In questi tempi avendo
ordinato Nerone che l'armata navale tornasse al porto di Miseno, fu
essa sorpresa da così impetuosa burrasca, che la maggior parte delle
galee e di altre navi minori s'andò a fracassare nei lidi di Cuma.

NOTE:

[376] Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 33.

[377] Dio, lib. 61.

[378] Tacit., Annal., lib. 15, c. 38. Dio, lib. 61. Suet., in Ner., c.
38.

[379] Sueton., in Nerone, c. 31 et 32. Tacitus, Annal., lib. 15, cap.
42 et seqq.

[380] Sueton., in Nerone, c. 16. Tacit., lib. 15, c. 42 et seqq.



    Anno di CRISTO LXV. Indizione VIII.

    LINO papa 1.
    NERONE CLAUDIO imper. 12.

_Consoli_

AULO LICINIO NERVA SILIANO e MARCO VESTINO ATTICO.


In una iscrizione, rapportata dal Doni e da me[381], si legge SILANO
ET ATTICO COS. Se questa sussiste, non _Siliano_, ma _Silano_ sarà
stato l'ultimo dei suoi cognomi. Il cardinal Noris ed altri sostentano
_Siliano._ Per attestato di Tacito, avea Nerone disegnati consoli per
le calende di luglio, _Plauzio Laterano_, dalla cui persona o casa
riconosce la sua origine la Basilica Lateranense, ed _Anicio Cereale._
Il primo, in vece del consolato, ebbe da Nerone la morte, siccome
dirò. Fece lo stesso fine _Vestino Attico_, cioè l'altro console
ordinario. Però si può tenere per fermo che _Cereale_ succedesse nel
consolato. Roma[382] in questo anno divenne teatro di morti violente
per la congiura di _Caio Calpurnio Pisone_, che fu scoperta. Era
questi di nobilissima famiglia, ben provveduto di beni di fortuna,
grande avvocato dei rei, e però comunemente amato e stimato, benchè
dato ai piaceri ed al lusso, e mancante di gravità di costumi. Sarebbe
volentieri salito sul trono, e per salirvi conveniva levar di mezzo
Nerone; il che non parea tanto difficile, stante l'odio comune. S'egli
fosse il primo ad intavolar la congiura, non si sa. Certo è bensì che
_Subrio_, o sia _Subio Flavio_, tribuno di una compagnia delle
guardie, e _Mario Anneo Lucano_ nipote di Seneca, e celebre autore del
poema della Farsalia, furono de' primi ad entrarvi, e de' più disposti
ad eseguirla. Per una giovanil vanità Lucano (era nato nell'anno 39
dell'Era nostra) non potea digerire che Nerone, per invidia, e pazza
credenza di saperne più di lui in poesia, gli avesse proibita la
pubblicazione del suddetto poema, ed anche di far da avvocato nelle
cause. Entrò in questo medesimo concerto anche _Plauzio Laterano_,
console disegnato, per l'amore che portava al pubblico. Molti altri, o
senatori, o cavalieri, o pretoriani, ed alcune dame ancora, chi per
odio e vendetta privata, e chi per liberar l'imperio da questo mostro,
tennero mano al trattato. Proposero alcuni di ammazzarlo, mentre
cantava in teatro, o pur di notte, quando usciva senza guardie per la
città. Altri giudicavano meglio di aspettare a far il colpo a
Pozzuolo, a Miseno o a Baja, avendo a tal fine guadagnato uno de'
principali uffiziali dell'armata navale. In fine fu stabilito di
ucciderlo nel dì 12 di aprile, in cui si celebravano i giuochi del
Circo a Cerere. Messo in petto di tanti il segreto, per poca
avvertenza di _Flavio Scevino_ traspirò. Fece egli testamento; diede
la libertà a molti servi; regalò gli altri; preparò fasce per legar
ferite: ed intanto, benchè desse agli amici un bel convito, e facesse
il disinvolto, pure comparve malinconico e pensoso. Milico suo liberto
osservava tutto, e perchè il padrone gli diede da far aguzzare un
pugnale rugginoso, s'avvisò che qualche grande affare fosse in volta.
Sul far del giorno questo infedele, animato dalla speranza di una gran
ricompensa, se n'andò agli orti Serviliani, dove allora soggiornava
Nerone, e tanto tempestò coi portinai, che potè parlare ad Epafrodito
liberto di corte, che l'introdusse all'udienza del padrone. Furono
tosto messe le mani addosso a Scevino, che coraggiosamente si difese,
e rivolse l'accusa contro del suo liberto. Ma perchè si seppe, avere
nel dì innanzi Scevino tenuto un segreto e lungo ragionamento con
Antonio Natale, ancor questo fu condotto dai soldati. Esaminati a
parte, si trovarono discordi, e poi alla vista de' tormenti
confessarono il disegno; e rivelarono i complici. Allo intendere si
numerosa frotta di congiurati, saltò tal paura addosso a Nerone, che
mise guardie dappertutto, e nè pur si teneva sicuro in qualunque luogo
ch'egli si trovasse.

Vien qui Tacito annoverando tutti i congiurati, e il loro fine. Molti
furono gli uccisi, e fra gli altri _Caio Pisone_, capo della congiura,
e _Lucano_ poeta; altri, con darsi la morte da sè stessi, prevennero
il carnefice; ed alcuni ancora la scamparono colla pena dell'esilio.
Fra gli altri denunziati v'entrò anche _Lucio Anneo Seneca_, insigne
maestro della stoica filosofia; ma che, se si avesse a credere a
Dione[383], macchiato fu di nefandi vizii d'avarizia di disonestà e di
adulazione. Di lui parla con istima maggiore Tacito, scrittore
alquanto più vicino a questi tempi. Consisteva tutto il suo reato
nell'essere stato a visitarlo nel suo ritiro _Antonio Natale_, e a
lamentarsi perchè non volesse ammettere _Pisone_ in sua casa, e
trattare con lui. Al che avea risposto Seneca, _non essere bene che
favellassero insieme; del resto dipendere la di lui salute da quella
di Pisone._ Trovavasi Seneca nella sua villa, quattro miglia lungi di
Roma, e mentre era a tavola con due amici, e con _Pompea Paolina_ sua
moglie cara, arrivò Silvano tribuno d'una coorte pretoriana ad
interrogarlo intorno alla suddetta accusa. Rispose con forti ragioni,
nulla mostrò di paura, e parlò senza punto turbarsi in volto. Portata
la risposta a Nerone, dimandò, il crudele, se Seneca pensava a levarsi
colle proprie mani la vita. Disse Silvano di non averne osservato
alcun segno. _Farà bene_, replicò allora Nerone, ed ordinò di
farglielo sapere. Intesa l'atroce intimazione, volle Seneca far
testamento, e gli fu proibito. Quindi scelto di morire collo svenarsi,
coraggiosamente si tagliò le vene, ed entrò nel bagno per accelerare
l'uscita del sangue. Dopo aver lasciati alcuni bei documenti agli
amici, morì. Anche la moglie _Paolina_ volle accompagnarlo collo
stesso genere di morte, e si svenò, ma per ordine di Nerone fu per
forza trattenuta in vita, ed alcuni pochi anni visse dipoi, ma pallida
sempre in volto. Le straordinarie ricchezze di Seneca si potrebbe
credere gl'inimicassero l'ingordo Nerone, se non che scrive Dione
ch'egli le avea dianzi cedute a lui, per impiegarle nelle sue
fabbriche. Ancorchè il console _Vestinio_ non fosse a parte della
congiura, pure si valse Nerone di questa occasione per levarlo di
vita, e lo stesso fece d'altri ch'egli mirava di mal occhio.

Andò poscia Nerone in senato, per informar quei padri del pericolo
fuggito e dei delinquenti[384]; e però furono decretati ringraziamenti
e doni agli dii, perchè avessero salvato un sì degno principe; ed egli
consecrò a Giove vendicatore nel Campidoglio il suo pugnale. Capitò in
questi tempi a Roma _Cesellio Basso_, di nascita Africano, uomo
visionario, che ammesso all'udienza di Nerone, gli narrò come cosa
certa, che nel territorio di Cartagine in una vasta spelonca stava
nascosa una massa immensa d'oro non coniato, quivi riposta o dalla
regina Didone, o da alcuno degli antichi re di Numidia. Vi saltò
dentro a piè pari l'avido Nerone, senza esaminar meglio l'affare,
senza prendere alcuna informazione, e subito fu spedita una grossa
nave, scelta come capace di sì sfoggiato tesoro, con varie galee di
scorta. Nè d'altro si parlava allora che di questo mirabil guadagno
fra il popolo. Per la speranza di un sì ricco aiuto di costa,
maggiormente s'impoverì il pazzo imperadore, perchè si fece animo in
ispendere e spandere in pubblici spettacoli e in profusion di regali.
Ma con tutto il gran cavamento fatto dal suddetto Basso, nè pure un
soldo si trovò; e però deluso il misero, altro scampo non ebbe per
sottrarsi alle pubbliche beffe, che di togliere colle sue mani a sè
stesso la vita. Ma se mancò a Nerone questa pioggia d'oro, si acquistò
egli almeno un'incomparabil gloria in quest'anno, coll'aver fatta una
pubblica comparsa nella scena del teatro, dove recitò alcuni suoi
versi. Fattagli istanza dal popolazzo di metter fuori la sua abilità
anche in altri studii, saltò fuori colla cetra in concorrenza d'altri
sonatori, e fece udir delle belle sonate. Strepitosi furono i viva del
popolo, la maggior parte per dileggiarlo, mentre i buoni si torcevano
tutti al mirar sì fatto obbrobrio della maestà imperiale. E guai a
que' nobili che non vi intervennero: erano tutti messi in nota. Fu in
pericolo della vita _Vespasiano_ (poscia imperadore), perchè osservato
dormire in occasione di tanta importanza. Conseguita la corona, passò
Nerone, secondo Svetonio e Dione[385], a far correre, stando in
carrozza, i cavalli. Ito poscia a casa[386], tutto contento di sì gran
plauso, trovò la sola _Poppea_ Augusta sua moglie, che gli disse
qualche disgustosa parola. Benchè l'amasse a dismisura, pure le
insegnò a tacere con un calcio nella pancia. Essa era gravida, e di
questo colpo morì. Donna sì delicata e vana, che tutto dì era davanti
allo specchio per abbellirsi; voleva le redini d'oro alle mule della
sua carrozza; e teneva cinquecento asine al suo servigio, per lavarsi
ogni dì in un bagno formato del loro latte. S'augurava anche piuttosto
la morte, che di arrivare ad esser vecchia, e a perdere la bellezza.
Opinione è d'insigni letterati[387] che nel dì 29 di giugno del
presente anno, per comandamento di Nerone, fosse crocifisso in Roma il
principe degli Apostoli _san Pietro_, e che nel medesimo giorno ed
anno venisse anche decollato l'Apostolo de' Gentili _san Paolo._
Certissima è la loro gloriosa morte e martirio in Roma; ma non sembra
egualmente certo il tempo; intorno a che potrà il lettore consultare
chi ha maneggiato _ex professo_ cotali materie. Nel pontificato romano
a lui succedette _s. Lino._ Dopo la morte di Poppea, Nerone, perchè
_Antonia_ figlia di Claudio Augusto, e sorella di _Ottavia_ sua prima
moglie, non volle consentir alle sue nozze, trovò de' pretesti per
farla morire. Quindi sposò _Statilia Messalina_, vedova di _Vestinio
Attico_ console, a cui egli avea dianzi tolta la vita. Certe altre sue
bestialità, raccontate da Dione, non si possono raccontar da me. E
Tacito aggiunge l'esilio o la morte da lui data ad altri primarii
romani, che mai non gli mancavano ragioni per far del male.

NOTE:

[381] Thesaurus Novus Inscription., pag. 305, num. 4.

[382] Tac., Annal., lib. 15, cap. 48 et seq. Dio, lib. 61. Sueton., in
Nerone, cap. 36.

[383] Dio, lib. 61.

[384] Tacitus, Annal., lib. 16, cap. 1.

[385] Sueton., in Nerone, cap. 35. Dio, lib. 62.

[386] Tacitus, lib. 16, c. 6.

[387] Baron., in Annal. Blanchinius, ad Anastasium. Pagius, in Critica
Baroniana.



    Anno di CRISTO LXVI. Indizione IX.

    LINO papa 2.
    NERONE CLAUDIO imper. 13.

_Consoli_

CAIO LUCIO TELESINO e CAIO SVETONIO PAOLINO.


Funesto ancora fu l'anno presente a Roma per l'infelice fine di molti
illustri romani, che tutti perirono per la crudeltà di Nerone,
principe giunto a non saziarsi mai di sangue, perchè questo sangue gli
fruttava l'acquisto dei beni de' pretesi rei. Tacito empie molte
carte[388] di sì tristo argomento. Io me ne sbrigherò in poche parole,
per risparmiare la malinconia a chiunque, è per leggere queste carte.
Basterà solo rammentare che _Anneo Mella_, fratello di _Seneca_, e
padre di _Lucano_ poeta, accusato si svenò e terminò presto il
processo. _Caio Petronio_, che ha il prenome di _Tito_ appresso
Plinio, uomo di somma leggiadria, e tutto dato al bel tempo, era
divenuto uno dei più favoriti di Nerone. La gelosia di Tigellino,
prefetto del pretorio, gli tagliò le gambe, e il costrinse a darsi la
morte. Ma prima di darsela, fece credere a Nerone di lasciarlo suo
erede, e gli mandò il suo testamento. In questo non si leggevano se
non le infami impurità ed iniquità di esso Nerone. La descrizione de'
costumi lasciati da Tacito, ha dato motivo ad alcuni di crederlo il
medesimo, che _Petronio Arbitro_, di cui restano i frammenti di un
impurissimo libro. Ma dicendo esso Tacito, che questo Petronio fu
proconsole della Bitinia e console, egli sembra essere stato quel
_Cajo Petronio Turpiliano_, che abbiam veduto console nell'anno 61 di
Cristo, e però diverso da _Petronio Arbitro._ Più di ogni altro venne
onorato dalla compassione di tutti, e compianto il caso di _Peto
Trasea_, e di _Berea Sorano_, amendue senatori e personaggi della
prima nobiltà, perchè non solo abbondavano di ricchezze, ma più di
virtù, di amore del pubblico bene e di costanza per sostenere le
azioni giuste e riprovar le cattive. Per questi lor bei pregi non
potea di meno l'iniquo Nerone di non odiarli, e di non desiderar la
morte loro. Però il fargli accusare, benchè d'insussistenti reati, lo
stesso fu che farli condannare dal senato, avvezzo a non mai
contraddire ai temuti voleri di Nerone. Così restò priva Roma dei due
più riguardevoli senatori, ch'ella avesse in que' tempi, crescendo con
ciò il batticuore a ciascun'altra persona di vaglia, giacchè in tempi
tali l'essere virtuoso era delitto. Non parlo d'altri o condannati o
esiliati da Nerone nell'anno presente, mentovati da Tacito, la cui
storia qui ci torna a venir meno perchè l'argomento è tedioso.

Secondo il concerto fatto con _Corbulone_ governator della Soria,
_Tiridate_ fratello di Vologeso re dei Parti[389], si mosse in
quest'anno per venir a prendere la corona dell'Armenia dalle mani di
Nerone, conducendo seco la moglie, e non solo i figliuoli suoi, ma
quelli ancora di Vologeso, di Pacoro e di Monobazo, e una guardia di
tremila cavalli. L'accompagnava _Annio Viviano_, genero di Corbulone,
con gran copia d'altri Romani. Nerone, che forte si compiaceva di
veder venire a' suoi piedi questo re barbaro, non perdonò a diligenza
ed attenzione alcuna, affinchè egli nel medesimo tempo fosse trattato
da par suo, e comparisse agli occhi di lui la magnificenza
dell'imperio romano. Non volle Tiridate[390] venir per mare, perchè
dato alla magia, peccato riputava lo sputare o il gittar qualche
lordura in mare. Convenne dunque condurlo per terra con sommo aggravio
dei popoli romani; perchè dacchè entrò e si fermò nelle terre
dell'imperio, dappertutto sempre alle spese del pubblico ricevè un
grandioso trattamento (il che costò un immenso tesoro), e tutte le
città per dove passò, magnificamente ornate, l'accolsero con grandi
acclamazioni. Marciava Tiridate in tutto il viaggio a cavallo, con la
moglie accanto, coperta sempre con una celata d'oro per non essere
veduta, secondo il rito de' suoi paesi, che tuttavia con rigore si
osserva. Passato per Bitinia, Tracia ed Illirico, e giunto in Italia,
montò nelle carrozze che gli avea inviato Nerone, e con esse arrivò a
Napoli, dove l'imperadore volle trovarsi a riceverlo. Menato
all'udienza, per quanto dissero i mastri delle cerimonie, non volle
deporre la spada. Solamente si contentò che fosse serrata con chiodi
nella guaina. Per questa renitenza Nerone concepì più stima di lui; e
maggiormente se gli affezionò, allorchè sel vide davanti con un
ginocchio piegato a terra, e colle mani alzate al cielo sentì darsi il
titolo di _Signore_. Dopo avergli Nerone fatto godere in Pozzuolo un
divertimento con caccia di fiere e di tori, il condusse seco a Roma.
Si vide allora quella vastissima città tutta ornata di lumi, di
corone, di tappezzerie, con popolo senza numero accorso anche di
lontano, vestito di vaghe vesti, e coi soldati ben compartiti
coll'armi loro tutte rilucenti. Fu soprattutto mirabile nella mattina
del dì seguente il vedere la gran piazza e i tetti anch'essi coperti
tutti di gente. Miravasi nel mezzo di esse assiso Nerone in veste
trionfale sopra un alto trono, col senato e le guardie intorno. Per
mezzo di quel gran popolo condotti Tiridate e il suo nobil seguito,
s'inginocchiarono davanti a Nerone, ed allora proruppe il popolo in
altissime grida, che fecero paura a Tiridate, e il tennero sospeso per
qualche tempo. Fatto silenzio, parlò a Nerone con umiltà non
aspettata, chiamando se stesso schiavo, e dicendo di essere venuto ad
onorar Nerone come un suo dio, e al pari di Mitra, cioè del sole,
venerato dai Parti. Gli pose dipoi Nerone in capo il diadema,
dichiarandolo re dell'Armenia; e dopo la funzione passarono al teatro,
ch'era tutto messo a oro, per mirare i giuochi. Le tende tirate per
difendere la gente dal sole, furono di porpora, sparse di stelle
d'oro, e in mezzo di esse la figura di Nerone in cocchio, fatta di
ricamo. Succedette un sontuosissimo convito, dopo il quale si vide
quel bestion di Nerone pubblicamente cantare e suonar di cetra: e poi
montato in carretta colla canaglia de' cocchieri, vestito dell'abito
loro, gareggiar nel corso con loro.

Se ne scandalezzò forte Tiridate, e prese maggior concetto di
Corbulone, dacchè sapeva servire e sofferire un padrone sì fatto,
senza valersi dell'armi contra di lui. Anzi non potè contenersi da
toccar ciò in gergo allo stesso Nerone con dirgli: «Signore, voi avete
un ottimo servo in Corbulone;» ma Nerone non penetrò l'intenzion
segreta di queste parole. Fecesi conto, che i regali fatti da esso
Augusto a Tiridate ascendessero a due milioni. Ottenne egli ancora di
poter fortificar Artasata, e a questo fine menò da Roma gran quantità
di artefici, con dar poi a quella città il nome di Neronia. Da
Brindisi fu condotto a Durazzo, e passando per le grandi e ricche
città dell'Asia ebbe sempre più occasion di vedere la magnificenza e
possanza dell'imperio romano. Ma non ancor sazia la vanità di Nerone
per questa funzione che costò tanti milioni al popolo romano, avrebbe
pur voluto, che _Vologeso re de' Parti_ fosse venuto anch'egli a
visitarlo, e l'importunò su questo. Altra risposta non gli diede
Vologeso, se non che era più facile a Nerone passare il Mediterraneo:
il che facendo, avrebbono trattato di un abboccamento. Per questo
rifiuto a Nerone saltò in capo di fargli guerra; ma durarono poco
questi grilli, perchè egli pensò ad una maniera più facile di
acquistarsi gloria: del che parleremo all'anno seguente. Nacque[391]
bensì nell'anno presente la guerra in Giudea, essendosi rivoltato quel
popolo per le strane avanie de' Romani, mentre _Cestio Gallo_ era
governator della Siria, il quale durò fatica a salvarsi dalle loro
mani in una battaglia. Fu obbligato Nerone ad inviar un buon rinforzo
di gente colà, e scelse per comandante di quell'armata _Vespasiano_,
capitano di valore sperimentato. Io so che all'anno seguente è
comunemente riferita la morte di _Corbulone_, ricavandosi ciò da
Dione. Ma al trovar noi, per attestato di Giuseppe Storico, allora
vivente, il suddetto Cestio Gallo al governo della Siria, senzachè
parli punto di Corbulone, può dubitarsi che la morte di questo
eccellente uomo succedesse nell'anno presente. E per valore e per amor
della giustizia non era inferiore Corbulone ad alcuno de' più rinomati
antichi Romani. Nerone presso il quale passava per delitto l'essere
nobile, virtuoso e ricco, non potè lasciarlo più lungamente in vita.
Coll'apparenza di volerlo promuovere a maggiori onori, il richiamò
dalla Siria, ed allorchè fu arrivato a Cencre, vicino a Corinto, gli
mandò ad intimar la morte. Se la diede egli colle proprie mani, tardi
pentito di tanta sua fedeltà ad un principe sì indegno, e di essere
venuto disarmato a trovarlo. Perchè a noi qui manca la Storia di
Tacito, la cronologia non va con piede sicuro.

NOTE:

[388] Tacitus, Annal., lib. 16, cap. 14 et seq.

[389] Dio, lib. 63.

[390] Plinius, lib. 30, cap. 2.

[391] Joseph., de Bello Judaico, lib. 2, cap. 40.



    Anno di CRISTO LXVII. Indizione X.

    CLEMENTE papa 1.
    NERONE CLAUDIO imper. 14.

_Consoli_

LUCIO FONTEJO CAPITONE e CAJO GIULIO RUFO.


Seguendo le congetture di vari letterati, a _s. Lino papa_, che
martire della Fede finì di vivere in quest'anno, succedette
_Clemente_, personaggio che illustrò dipoi non poco la Chiesa di Dio.
Ho riserbato io a parlar qui del viaggio fatto da Nerone in Grecia,
benchè cominciato nell'anno precedente, per unir insieme tutte le
scene di quella testa sventata. La natura, in mettere lui al mondo,
intese di fare un uomo di vilissima condizione, un sonator di cetra,
un vetturino, un beccaio, un gladiatore, un buffone. La fortuna deluse
le intenzioni della natura, con portare costui al trono imperiale; ma
sul trono ancora si vide poi prevalere l'inclinazion naturale[392].
Invanito egli delle tante adulatorie acclamazioni che venivano fatte
in Roma alla soavità della sua voce, alla sua maestria nel suono e
bravura nel maneggiar i cavalli stando in carretta: s'invogliò di
riscuotere un egual plauso dalle città della Grecia, le quali
portavano anche allora il vanto di fare i più magnifici e rinomati
giuochi della terra. Perciò si mosse da Roma a quella volta con un
esercito di gente, armata non già di lance e scudi, ma di cetre, di
maschere e di abiti da commedia e tragedia. Con questa corte degna di
un tal imperadore, comparve egli in quelle parti, astenendosi
nondimeno dal visitare Atene e Sparta per alcuni suoi particolari
riguardi. Fece nell'altre città in mezzo ai pubblici teatri,
anfiteatri e circhi, da commediante, da sonatore, da musico, da
guidator di carrette abbigliato, ora da servo, ora da donna, ed anche
da donna partoriente, da Ercole, da Edipo e da altri simili
personaggi. Le corone destinate per chi vinceva ne' suddetti giuochi,
tutte senza fallo toccavano a lui. Dicono che ne riportasse più di
mille ottocento. Sì gli erano care, che arrivando ambasciatori delle
città, per offerirgli i premii delle sue vittorie, questi erano i
primi alla sua udienza, questi tenuti alla sua stessa tavola. Pregato
da essi talvolta di cantar e sonare dopo il desinare, o dopo la cena,
senza lasciarsi molto importunare, dava di mano alla chitarra, e gli
esaudiva. Si mostrava ognuno incantato dalla sua divina voce: egli era
il dio della musica, egli un nuovo Apollo; laonde ebbe a dire, non
esservi nazione, che meglio della greca sapesse ascoltando giudicar
del merito delle persone, e di aver trovato essi soli degni di sè e
de' suoi studi. Le viltà, le oscenità commesse da Nerone in tal
occasione furono infinite; immensi i regali e le spese. Ma nello
stesso tempo, per supplire ai bisogni della borsa, impoverì i popoli
della Grecia, saccheggiò quei lor templi, a' quali non per anche avea
steso le griffe; confiscò i beni di assaissime persone, condannate a
diritto e a rovescio. Mandò anche a Roma e per l'Italia Elio, liberto
di Claudio, con podestà senza limite, per confiscare, esiliare ed
uccidere fino i senatori; e costui il seppe servire di tutto punto,
facendo da imperadore, senza essersi potuto conchiudere, chi fosse
peggiore, o egli o Nerone stesso.

Volle questo forsennato imperadore, che i giuochi olimpici d'Elide,
benchè si dovessero far prima, si differissero sino al suo arrivo in
Grecia, per poterne riportare il premio. Colla sua carretta anch'egli
entrò nel circo, ma cadutone ebbe ad accopparsi, e più giorni per tal
disgrazia stette in letto. Con tutto ciò il premio a lui fu assegnato.
Passava male per chi a lui non volea cedere[393]. Nei giuochi istmici
un tragico, miglior musico che politico, perchè non ebbe l'avvertenza
di desistere dal canto, per lasciar comparire quel di Nerone, che
dovea certamente essere più mirabile del suo, fu strangolato sul
teatro in faccia di tutta la Grecia. Vennegli poi in pensiero di far
un'opera stabile per cui s'immortalasse il suo nome: e fu quella di
tagliare lo stretto di Corinto, per unire i due mari Ionio ed
Egeo[394]: disegno concepito anche da Giulio Cesare e da molti altri;
ma per le molte difficoltà non mai eseguito. Nulla parea difficile
alla gran testa di Nerone. Fu egli nel destinato giorno il primo a
rompere la terra con un piccone d'oro, e a portar la terra in una
cesta, per animare gli altri all'impresa: il che fatto, si ritirò a
Corinto, tenendosi per più glorioso di Ercole a cagione di così gran
prodezza. Furono a quel lavoro impiegati i soldati, i condannati e
gran copia d'altra gente: e Vespasiano[395] gl'inviò apposta seimila
Giudei fatti prigioni. Non più di cinque miglia di terra è lo stretto
di Corinto; eppure con tante mani in due mesi e mezzo di lavoro non si
arrivò a cavar neppure un miglio di quel tratto. Non si andò poi più
innanzi, perchè affari premurosi richiamarono Nerone a Roma. Elio
liberto, mandato da lui con plenipotenza di far del male in Italia,
l'andava con frequenti lettere spronando a ritornarsene, inculcando la
necessità della sua presenza in queste parti. Ma Nerone, perduto in un
paese dove giorno non passava che non mietesse nuove palme, non
trovava la via di lasciar quel cielo sì caro: quand'ecco giugnere in
persona Elio stesso, venuto per le poste, che gli mise in corpo un
fastidioso sciroppo, avvertendolo che si tramava in Roma una
formidabil congiura contro di lui. Allora sì, che s'imbarcò, dopo
essersi quasi un anno intero fermato in Grecia, alla quale accordò il
governarsi coi propri magistrati, e l'esenzione da tutte le imposte; e
venne alla volta d'Italia. Sorpreso fu per viaggio da una tempesta,
per cui perdè i suoi tesori, laonde speranza insorse fra molti, che
anch'egli in quel furore del mare avesse a perire. Sano e salvo egli
compiè la navigazione, ma non già chi avea mostrata speranza o
desiderio di vederlo annegato, perchè ne pagò la pena col suo sangue.
Come trionfante entrò in Roma sullo stesso cocchio trionfale
d'Augusto, su cui veniva anche Diodoro citarista suo favorito,
corteggiato dai soldati, cavalieri e senatori. Era addobbata ed
illuminata tutta la città, incessanti le acclamazioni dettate
dall'adulazione: «Viva Nerone Ercole, Nerone Apollo, Nerone, vincitor
di tutti i giuochi. Beato chi può ascoltar la tua voce!» A questo
segno era ridotta la maestà del popolo romano. Mentre succedeano
queste vergognose commedie in Grecia e in Italia, avea dato principio
_Flavio Vespasiano_[396] alla guerra contro i sollevati Giudei. Già il
vedemmo inviato colà per generale da Nerone. La prima sua impresa fu
l'assedio di Jotapat, luogo fortissimo per la sua situazione. Vi spese
intorno quarantasette giorni, e costò la vita di molti de' suoi; ma
de' Giudei vi perirono circa quarantamila persone, e fra gli altri vi
restò prigione lo stesso _Giuseppe_, storico insigne della nazion
giudaica, il quale comandava a quelle milizie. Perchè predisse a
Vespasiano l'imperio, fu ben trattato. Di molte altre città e luoghi
della Galilea s'impadronì Vespasiano, e _Tito_ suo figliuolo riportò
qualche vittoria in vari combattimenti, con istrage di gran quantità
di Giudei.

NOTE:

[392] Dio, lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 22

[393] Lucian., in Nerone.

[394] Dio, lib. 63. Suetonius, in Nerone, c. 19.

[395] Joseph., de Bello Judaico, lib. 3

[396] Joseph., de Bello Judaico, lib. 3



    Anno di CRISTO LXVIII. Indizione XI.

    CLEMENTE papa 2.
    NERONE CLAUDIO imper. 15.
    SERVIO SULPICIO GALBA imper. 1.

_Consoli_

CAIO SILIO ITALICO e MARCO GALERIO TRACALO.


Il console _Silio Italico_ quel medesimo è che fu poeta, e lasciò dopo
di sè un poema pervenuto sino ai dì nostri. S'era egli meritata la
grazia di Nerone, e nello stesso tempo l'odio pubblico, col brutto
mestiere d'accusare e far condannare varie persone. Consisteva la
riputazion di _Tracalo_ nell'essere uomo di singolar eloquenza,
trattando le cause giudiciali. Non durò il loro consolato più del mese
d'aprile, a cagion delle rivoluzioni insorte, che liberarono
finalmente l'imperio romano da un imperador buffone, mostro insieme di
crudeltà[397]. Ne' primi mesi dell'anno presente _Caio Giulio
Vindice_, vicepretore e governator della Gallia Celtica, il primo fu
ad alzar bandiera contro di Nerone, col muovere a ribellione que'
popoli: al che non trovò difficoltà, sentendosi essi troppo aggravati
dalle estorsioni e tirannie del furioso imperadore, vivamente ancora
ricordate loro da Vindice in questa occasione. Non teneva egli al suo
comando legione alcuna, ma avea ben molto coraggio, e in breve tempo
mise in armi circa centomila persone di que' paesi. Con tutto ciò le
mire sue non erano già rivolte a farsi imperadore; anzi egli scrisse
tosto a _Servio Sulpicio Galba_, governatore della Spagna
Taraconense[398], e personaggio di gran credito per la sua saviezza,
giustizia e valore, esortandolo ad accettar l'imperio, con
promettergli anche la sua ubbidienza. Perciò circa il principio di
aprile, Galba, raunata una legione ch'egli avea in quella provincia,
con alquante squadre di cavalleria, ed esposte la crudeltà e pazzie di
Nerone, si vide proclamato imperadore da ognuno. Egli nondimeno prese
il titolo solamente di legato o sia di luogotenente della repubblica.
Dopo di che si diede a far leva di gente, e a formare una specie di
senato. Parve un felice augurio e preludio, l'essere arrivata in quel
punto a Tortosa in Catalogna una nave d'Alessandria carica di armi,
senzachè persona vivente vi fosse sopra. In questi tempi soggiornava
l'impazzito Nerone tutto dedito ai suoi vergognosi divertimenti in
Napoli quando nel giorno anniversario, in cui avea uccisa la madre,
cioè nel di 21 di marzo, gli arrivarono le nuove della ribellion della
Gallia e dell'attentato di Vindice. Parve che non se ne mettesse gran
pensiero e piuttosto ne mostrasse allegria, sulla speranza che il
gastigo di quelle ricche provincie gli frutterebbe degl'immensi
tesori. Seguitò dunque i suoi spassi, e per otto giorni non mandò nè
lettere nè ordini, quasichè volesse coprir col silenzio l'affare. Ma
sopraggiunta copia degli editti pubblicati da Vindice nella Gallia,
pieni d'ingiurie contra di lui, allora si risentì. Quel che più gli
trafisse il cuore, fu il vedere, che Vindice invece di Nerone il
nominava col suo primo cognome _Enobarbo_,[399] e diede poi nelle
smanie perchè il chiamava _cattivo sonator di cetra. Ne conoscete voi
un migliore di me?_ gridò allora rivolto ai suoi, i quali si può ben
credere che giurarono di no. Venendo poi un dopo l'altro nuovi
corrieri, con più funesti avvisi, tutto sbigottito corse a Roma,
consolato nondimeno per avere osservato nel viaggio, scolpito in marmo
un soldato gallico trascinato pe' capelli, da un romano: dal che prese
buon augurio. Non raunò in Roma nè il senato nè il popolo; solamente
chiamò una consulta de' principali al suo palagio, e spese poi il
resto della giornata intorno a certi strumenti musicali che sonavano a
forza d'acqua. Fu posta taglia sulla testa di Vindice, ed inviati
ordini, perchè le legioni dell'Illirico ed altre soldatesche
marciassero contra di lui.

Ma sopraggiunto l'avviso che anche Galba s'era sollevato in
Ispagna[400]; oh allora sì che gli cadde il cuore per terra. Dopo lo
sbalordimento tornato in sè, si stracciò la veste, e dandosi dei pugni
in testa, gridò che era spedito, parendogli troppo inaudita e strana
cosa di perdere, ancorchè fosse vivo, l'imperio. E pure da lì a non
molto, perchè vennero nuove migliori tornò alle sue ragazzerie,
lautamente cenando, cantando poscia versi contra de' capi della
ribellione, e accompagnandoli ancora con gesti da commediante. Andava
intanto crescendo il partito de' sollevati nelle Gallie, e tutti con
buon occhio ed animo miravano _Galba_. Fra gli altri che aderirono al
suo partito, uno de' primi fu _Marco Salvio Ottone_, governatore della
Lusitania, il quale gli mandò tutto il suo vasellamento d'oro e
d'argento, acciocchè ne facesse moneta, ed alcuni uffiziali ancora più
pratici de' Gallici per servire ad un imperadore. Ma nelle Gallie si
turbarono di poi non poco gli affari. _Lucio_ (chiamato _Publio_ da
altri) _Virginio_ o sia _Verginio Rufo_, governatore dell'alta
Germania, che comandava il miglior nerbo dell'armi romane, o da sè
stesso determinò, oppure ebbe ordine di marciar contra di Vindice. In
favor di Nerone stette salda quella parte della Gallia che s'accosta
al Reno, e sopra tutto Treveri, Langres, e in fin Lione si dichiarò
contra di Vindice. Pare eziandio, che l'armata della Bassa Germania,
cioè della Fiandra ed Olanda, si unisse con Virginio Rufo, il quale
marciò all'assedio di Besanzone. Corse colà anche Vindice con tutte le
forze per difendere quella città, e seguì un segreto abboccamento fra
questi due generali, anzi parve nel separarsi che fossero d'accordo
verisimilmente contra di Nerone. Ma accostatesi le soldatesche di
Vindice per entrar nella città (il che si suppone concertato con
Virginio) le legioni romane, non informate di quel concerto, senza che
lor fosse ordinato, si scagliarono addosso alle milizie galliche: e
non trovandole preparate per la battaglia e mal ordinate, ne fecero un
macello. Vuol Plutarco[401] che contro il voler de' generali quelle
due armate venissero alle mani. Vi perirono da ventimila Gallici; e
tutto il resto andò disperso, con tal affanno di Vindice, che da sè
stesso si diede poco appresso la morte. Se di questa non voluta
vittoria avesse voluto prevalersi Virginio Rufo, per farsi e
mantenersi imperadore, poca fatica avrebbe durato: cotanto era egli
amato ed ubbidito da tutta la sua possente armata. Gliene fecero anche
più istanze allora e dipoi i suoi soldati; ma egli da vero cittadin
romano, e con impareggiabil grandezza d'animo, ricusò sempre, dicendo
anche dopo la morte di Nerone, che quel solo dovea essere imperadore
che venisse eletto dal senato e popolo romano. Per questo magnanimo
rifiuto si rendè poi glorioso Virginio, e tenuto fu in somma
riputazione presso tutti i susseguenti Augusti[402], e carico d'onori
menò sua vita in pace sino all'anno ottantatrè di sua età, in cui
regnando Nerva, finì i suoi giorni. In non piccola costernazione si
trovò Galba, allorchè intese la disfatta di Vindice, e per vedersi
anche male ubbidito dai suoi, spedì a Virginio Rufo, per pregarlo di
volere operar seco di concerto affinchè si ricuperasse dai Romani la
libertà e l'imperio. Qual risposta ricevesse, non si sa. Solamente è
noto[403] che Galba perduto il coraggio si ritirò con gli amici a
Clunia, città della Spagna, meditando già di levarsi di vita se vedea
punto peggiorare gli affari.

Era intanto stranamente inviperito Nerone per questi disgustosi
movimenti. Nella sua barbara mente altro non passava che pensieri
d'inumanità indicibile. Quanti di nazione gallica che si trovavano o
per suoi affari o relegati in Roma, tutti li voleva far tagliare a
pezzi: permettere il saccheggio delle Gallie agli eserciti; levar dal
mondo l'intero senato col veleno; attaccar il fuoco a Roma, e nello
stesso tempo aprire i serragli delle fiere, acciocchè al popolo non
restasse luogo da difendersi. Nulla poi fece per le difficoltà che
s'incontravano. Quindi pensò che s'egli andasse in persona contro i
ribelli, vittoria si otterrebbe. Figuravasi egli, che al solo
presentarsi piangendo alla vista loro, tutti ritornerebbero alla sua
divozione. Credendo inoltre, che a vincere la Gallia fosse necessario
il grado di console, per attestato di Svetonio, deposti i consoli
ordinari circa le calende di maggio, prese egli solo il consolato per
la quinta volta. Trovasi nondimeno in Roma un frammento d'iscrizione,
da me dato alla luce[404], in cui si legge NERONE V. ET TRACHA......
parendo per conseguenza, che _Tracalo_ non dimettesse allora il
consolato. Ridicolo fu il preparamento suo per questa grande
spedizione. La principal sua attenzione andò a far caricare in
carrette scelte tutti gli strumenti musicali e gli abiti da scena con
armi e vesti da Amazzoni per le sue concubine. E certo, s'egli cantava
una delle sue canzonette a que' rivoltati, potevano eglino non darsi
per vinti? Ma occorreva danaro, e assaissimo, a questa impresa. Pose
una gravosissima colta al popolo romano, facendola rigorosamente
riscuotere. Servì ciò ad aumentar l'odio di ognuno contro di lui, e ad
affrettar la sua rovina, tanto più che in Roma era carestia, e quando
si credette che un vascello d'Alessandria portasse grani, si trovò che
conduceva solamente polve per servigio de' lottatori. Cominciarono
allora a fioccar le ingiurie e le pasquinate, e tutto era disposto
alla sedizione. Per buona fortuna avvenne[405], che anche _Ninfidio
Sabino_, eletto in luogo di _Fenio Rufo_, prefetto del pretorio, uomo
di bassa sfera, ma fiero, mosso a compassione di tante calamità di
Roma, tenne mano a liberarla dal furioso tiranno. Anche l'altro
prefetto, o sia capitan delle guardie, _Tigellino_ che tanto di male
avea fatto negli anni precedenti, giunse ora a tradire l'esoso
padrone. Essendo stato avvertito Nerone del mal animo del popolo, e
giuntogli nel medesimo tempo avviso, mentre desinava, che Virginio
Rufo col suo esercito si era dichiarato contra di lui, stracciò le
lettere, rovesciò la tavola, fracassò due bicchieri di mirabil
intaglio, e preparato il veleno si ritirò negli orti serviliani,
meditando o di fuggirsene fra i Parti o di andar supplichevole a
trovar Galba, o di presentarsi al senato e al popolo per domandar
perdono. Di questa occasione profittò Ninfidio[406] per far credere ai
pretoriani, che Nerone era fuggito, e per far acclamare _Galba_
imperadore, promettendo loro a nome di esso Galba un esorbitante
donativo. Verso la mezza notte svegliandosi Nerone, si trovò
abbandonato dalle guardie, e con pochi andò girando pel palazzo,
senzachè alcuno gli volesse aprire, e senza impetrar dai suoi, che
alcuno gli facesse il servigio di ucciderlo. Si esibì Faonte suo
liberto di ricoverarlo ed appiattarlo in un suo palazzo di villa,
quattro miglia lungi da Roma; ed in fatti colà con grave disagio per
luoghi spinosi arrivato si nascose. Fatto giorno, vennero nuove a
Faonte che il senato romano avea proclamato imperadore _Galba_, e
dichiarato _Nerone_ nemico pubblico, e fulminate contra di lui le pene
consuete. Dimandò Nerone, che pene fossero queste? Gli fu risposto di
essere trascinato nudo per le strade, fatto morire a colpi di
battiture, precipitato dal Campidoglio, e con un uncino gittato nel
Tevere. Allora fremendo mise mano a due pugnali che avea seco, ma
senza attentarsi di provare se sapeano ben forare. Udito poi, che
veniva un centurione con molti cavalli per prenderlo vivo, aiutato da
Epafrodito suo liberto, si diede del pugnale nella gola. Arrivò in
quel punto il centurione, fingendo di esser venuto per aiutarlo, e
corse col mantello da viaggio a turargli la ferita. Allora Nerone,
benchè mezzo morto, disse: «Oh adesso sì che è tempo! E questa è la
vostra fedeltà[407]?» Così dicendo spirò in età di anni trentuno, o
pure trentadue, nel dì 9 di giugno, restando i suoi occhi sì torvi e
fieri, che faceano orrore a chiunque il riguardava. Permise poi Icelo,
liberto di Galba, poco prima sprigionato, che il di lui corpo si
bruciasse. Le ceneri furono seppellite, per quanto s'ha da Svetonio
assai onorevolmente nel sepolcro dei Domizii. E tale fu il fine di
Nerone, degno appunto della sua vita, la quale è incerto se abbondasse
più di follie o di crudeltà. Manifesta cosa è bensì, ch'egli fu
considerato qual nemico del genere umano, qual furia, qual compiuto
modello de' principi più cattivi, anzi dei tiranni, non essendo mai da
chiamare legittimo principe chi per forza era salito sul trono, ed
avea carpita col terrore l'approvazione del senato e del popolo
romano, accrescendo di poi col crudel suo governo e colle tante sue
ingiustizie e rapine la macchia del violento ingresso. E tal possesso
prese allora nei popoli la fama di questo infame imperadore, che passò
anche ai secoli seguenti con tal concordia, che oggidì ancora il volgo
del nome di lui si serve per denotare un uomo crudele e spietato.
Nulladimeno fra il minuto popolo, vago solamente di spettacoli, e fra
i soldati delle guardie, avvezzi a profittare della disordinata di lui
liberalità, molti vi furono che amarono ed onorarono la di lui
memoria. Fu anche messa in dubbio la sua morte, e si vide uscir fuori
in vari tempi più di un impostore, che finse di essere Nerone vivo,
con gran commozione dei popoli, godendone gli uni, e temendone gli
altri.

Non si può esprimere l'allegrezza del popolo romano allorchè si vide
liberato da quel mostro. V'ha chi crede, che tolto di mezzo Nerone,
fossero creati consoli _Marco Plautio Silvano_ e _Marco Salvio
Ottone_, il quale fu poi imperadore. Ma di questo consolato d'_Ottone_
vestigio non apparisce presso gli antichi scrittori; e Plutarco[408]
osserva, ch'egli venne di Spagna con Galba: dal che si comprende, non
aver egli potuto ottenere si fatta dignità in questi tempi. Fuor di
dubbio è bensì, che consoli furono _Cajo Bellico Natale_ e _Publio
Cornelio Scipione Asiatico._ Ciò consta dalle iscrizioni ch'io ho
riferito[409]. In esse _Natale_ si vede nominato _Bellico_, e non
_Bellicio_, e gli vien dato anche il cognome di _Tebaniano_. Galba
intanto col cuor tremante se ne stava in Ispagna aspettando qual piega
prendessero gli affari; quando in sette dì di viaggio arrivò colà
Icelo suo liberto, ed entrato al dispetto de' camerieri nella stanza,
dov'egli dormiva, gli diede la nuova ch'era morto Nerone, e di
essersene egli stesso voluto chiarire colla visita del cadavero, ed
avere il senato dichiarato imperadore esso Galba. Racconta Svetonio,
ch'egli tutto allegro immediatamente prese il nome di Cesare. Più
probabile nondimeno è, che aspettasse a prenderlo due giorni dopo, nel
qual tempo arrivò Tito Vinio da Roma, che gli portò il decreto del
senato per la sua elezione in imperadore. _Servio_ (appellato
scorrettamente da alcuni _Sergio_) _Sulpicio Galba_, che prima avea
usato il prenome di _Lucio_, uscito da una delle più antiche famiglie
romane, dopo essere stato console nell'anno di Cristo 55, e dopo aver
con lode in vari onorevoli governi dato saggio della sua prudenza e
del suo valor militare, si trovava allora in età di settantadue
anni[410]. Ne sperò buon governo il senato romano, ed ancorchè si
venisse a sapere che egli era uom rigoroso ed inclinato alla avarizia,
male famigliare di non pochi vecchi; pure il merito di avere in
lontananza cooperato ad abbattere l'odiatissimo Nerone, fece che
comunemente fosse desiderato il suo arrivo a Roma. Partissi egli di
Spagna, e a piccole giornate in lettiga passò nelle Gallie, inquieto
tuttavia per non sapere se l'armate dell'alta e della bassa Germania,
comandate l'una da _Virginio Rufo_, e l'altra da _Fontejo Capitone;_
fossero per venire alla sua divozione. Soprattutto gli dava
dell'apprensione Virginio, siccome quello, a cui vedemmo fatte cotante
istanze acciocchè assumesse l'imperio. Ma questi con eroica
moderazione indusse l'armata, benchè non senza fatica, a giurar
fedeltà a Galba; ed altrettanto anche prima di lui fece Capitone. Poco
dipoi grato si mostrò Galba a Virginio, perchè chiamatolo alla corte
con belle parole, diede il comandò di quell'esercito ad _Ordeonio
Fiacco_, e da lì innanzi trattò assai freddamente esso Virginio, senza
fargli del male, ma neppur facendogli del bene.

I due maggiormente favoriti e potenti presso Galba cominciarono ad
essere _Tito Vinio_, dianzi da noi mentovato, che ci vien descritto da
Plutarco[411] per uomo perduto nelle disonestà, ed interessato al
maggior segno, e[412] _Cornelio Lacone_, uomo dappoco, e di parecchi
vizii macchiato, che Galba senza dimora dichiarò capitano delle
guardie, o sia prefetto del pretorio. Per mano di questi due passavano
tutti gli affari. Volle anco _Marco Salvio Ottone_, vicepretore della
Lusitania, accompagnar Galba a Roma. Era egli stato de' primi a
dichiararsi per lui, nè lasciava indietro ossequio e finezza alcuna
per cattivarsi il di lui affetto, e quello ancora di Vinio, avendo
conceputa speranza che il vecchio Galba, sprovveduto di figli,
adotterebbe lui per figliuolo. E qualora ciò non succedesse, già
macchinava di pervenire all'imperio per altre vie. Giunto Galba a
Narbona, quivi se gli presentarono i deputati del senato, accolti
benignamente da lui, ma senza che egli volesse mobili di Nerone,
inviati da Roma, e senza voler mutare i propri, benchè vecchi; il che
gli ridondò in molta stima, per darsi egli a conoscere in tal forma
signore moderato e lontano dal fasto. Non tardò poi a cangiar di stile
per gli cattivi consigli di Vinio. Intanto in Roma si alzò un brutto
temporale, che felicemente si sciolse per buona fortuna di Galba.
_Ninfidio Sabino_ prefetto del pretorio, che più degli altri avea
contribuito alla morte di Nerone, e all'esaltazione di Galba, si
credea di dover essere l'arbitro della corte, e far da padrone allo
stesso nuovo Augusto che tanto gli dovea. Perciò imperiosamente depose
_Tigellino_ suo collega, e sotto nome di Galba si diede a
signoreggiare in Roma[413]. Ma dappoichè gli fu riferito che _Cornelio
Lacone_ aveva anch'egli conseguita la dignità di prefetto del
pretorio, e ch'esso con _Tito Vinio_ comandava le feste, se ne alterò
forte, perchè non amava nè voleva compagno nell'uffizio suo. Mutate
dunque idee, meditò di farsi egli imperadore. Trasse dalla sua quanti
soldati delle guardie potè, ed anche alcuni senatori e qualche dama
delle più intriganti; e giacchè non si sapea chi fosse suo padre,
sparse voce di esser egli figliuolo di Caio Caligola. Gli
rassomigliava anche nella fierezza del volto e nell'infame sua
impudicizia. Voleva spedire ambasciatori a Galba, per rappresentargli
che s'egli si levasse dal fianco Vinio e Lacone, riuscirebbe più grata
la sua venuta a Roma. Poscia, in vece di questo, tentò d'intimidirlo
con fargli credere mal contente di lui le armate della Germania, Soria
e Giudea. E perciocchè Galba mostrava di non farne caso, determinò
Ninfidio di prevenirlo con farsi proclamar imperadore dai pretoriani.
E gli veniva fatto, se Antonio Onorato, uno de' principali tribuni di
quelle compagnie, non avesse con saggia esortazione tenuta in dovere
la maggior parte de' pretoriani. Anzi arrivò ad indurgli a tagliare a
pezzi Ninfidio: con che si quietò tutto quel romore.

Informato Galba di quest'affare, ed avuta nota d'alcuni complici di
Ninfidio, e specialmente di _Cingonio Varrone_, console disegnato, e
di _Mitridate_, quegli probabilmente ch'era stato re del Ponto, mandò
l'ordine della lor morte senz'altro processo, e senza accordar loro le
difese: dal che gli venne un gran biasimo. Nella stessa forma tolto fu
dal mondo _Caio Petronio Turpiliano_, stato già console nell'anno di
Cristo 61, non per altro delitto che per essere stato amico ed
uffiziale di Nerone. Giunto poi Galba a Ponte Molle colla legione
condotta seco dalle Spagne, e con altre milizie, se gli presentarono
senz'armi alcune migliaia di persone, che Svetonio[414] dice di
remiganti, alzati all'onore della milizia da Nerone: Dione[415]
pretende di soldati, che prima erano dall'armata navale passati al
grado di pretoriani. Galba avea comandato che tornassero al loro
esercizio nella flotta, ed eglino con alte grida faceano istanza di
riaver le loro bandiere. Rinforzavano essi le grida, e, secondo
Plutarco[416], che li suppone armati, alcuni misero mano alle spade,
Galba allora ordinò che la cavalleria di sua scorta facesse man bassa
contro di loro. Per quel che narra Svetonio, furono messi in fuga, e
poi decimati. Tacito scrive che ne furono uccise alcune migliaia; e
Dione giugne a dire che furono settemila: il che par poco credibile.
Quel che è certo, per azioni tali entrò Galba in Roma già screditato;
ed ancorchè facesse alcuni buoni regolamenti in benefizio del
pubblico, e rallegrasse il popolo colla morte di Elio, Policeto,
Petino, Patrobio e d'altri, che con calunnie aveano fatto perire molti
innocenti: pure tant'altre cose operò, che fecero parlare molto di lui
il popolo. Imperciocchè contro la espettazion di ognuno non punì
_Tigellino_, ministro primario della crudeltà di esso Nerone, perchè
costui seppe guadagnarsi la protezione di Tito Vinio, che tutto potea
nel palazzo imperiale. Chiedendogli i pretoriani le immense somme di
danaro promesse loro da Ninfidio, con fatica donò pochissimo. E
pervenutogli a notizia che se ne lagnavano forte, diede una risposta
da saggio Romano, con dire:[417] «Ch'egli era solito ad arrolare per
grazia, e non già a comperare i soldati.» Ma se n'ebbe ben presto a
pentire. Seguitava[418] in questi tempi la guerra de' Romani sotto il
comando di _Vespasiano_ contra de' Giudei. Si andò egli disponendo per
far l'assedio di Gerusalemme, con prendere tutte le fortezze
all'intorno; e quella città, che nel di fuori provava tutte le fiere
pensioni della guerra, maggiormente era afflitta nel di dentro per le
funeste e micidiali discordie degli stessi Giudei, che diffusamente si
veggono descritte da Giuseppe Ebreo. Ma perciocchè arrivarono le nuove
colà della ribellione delle Gallie e della Spagna, che facea temere di
una guerra civile, e poi della morte di Nerone, Vespasiano sospese
l'assedio suddetto, e spedì Tito suo figliuolo ad assicurar Galba
della sua divozione ed ubbidienza; ma da lì a non molto cangiarono
faccia gli affari, siccome vedremo andando innanzi.

NOTE:

[397] Dio, lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 40 et seqq.

[398] Sueton., in Galba, cap. 9 et seq.

[399] Philostratus, in Apoll.

[400] Plutarchus, in Galba. Suetonius, in Nerone, cap. 42.

[401] Plutarchus, in Galba.

[402] Plinius Junior, lib. 6, ep. 10. Tacitus, Histor., lib. 2, cap.
49.

[403] Dio, lib. 63. Sueton., in Galba, cap. 11.

[404] Thesaurus Novus Veter. Inscription., pag. 306, num. 2.

[405] Plutarc., in Galba.

[406] Ibid.

[407] Dio, lib. 63. Suet., in Ner., c. 57. Euseb., in Chr. Eutrop. et
alii.

[408] Plutar., in Galba.

[409] Thesaur. Novus Inscription., pag. 306, n. 3.

[410] Suet., in Galba, c. 12.

[411] Plutarc., in Galba.

[412] Tacitus, Histor., lib. 1, c. 6.

[413] Plutarc., in Galba.

[414] Suet., in Galba, cap. 12.

[415] Dio, lib. 64.

[416] Plutarc., in Galba.

[417] Sueton., in Galba, cap. 16.

[418] Joseph., de Bello Judaico, lib. 4.



    Anno di CRISTO LXIX. Indizione XII.

    CLEMENTE papa 3.
    SERVIO SULPICIO GALBA imper. 2.
    MARCO SALVIO OTTONE imper. 1.
    FLAVIO VESPASIANO imper. 1.

_Consoli_

SERVIO SULPICIO GALBA imperad. per la seconda volta, e TITO VINIO
RUFFINO.


Perchè _Clodio Macro_ vicepretore dell'Africa si era anch'egli
ribellato contra Nerone, e continuava a far delle estorsioni e
ruberie, Galba nell'anno precedente ebbe maniera di farlo levar dal
mondo[419]. Fu ancora accusato di meditar delle novità nella bassa
Germania _Fonteio Capitone_, il qual pure vedemmo che avea
riconosciuto Galba per imperadore. Vero o falso che fosse questo suo
disegno, anch'egli fu ucciso, senza aspettarne gli ordini da Roma. Al
comando di quell'armata[420] inviò Galba, a suggestione di Vinio,
_Aulo Vitellio_, uomo pieno di vizii, oppur creduto tale da non far
bene nè male, e che, purchè potesse appagar la sua ingordissima gola,
pareva incapace d'ogni grande impresa. Fu questa elezione il principio
della rovina di Galba. Costui, pieno di debiti per aver troppo
scialacquato sotto i precedenti Augusti, arrivò all'armata della
Germania inferiore, e niuna viltà o bassezza lasciò indietro per
conciliarsi l'amore di quelle milizie, senza gastigar alcuno, con
perdonare e far buona ciera a tutti, e donar loro quel poco che potea.
Avvenne che le legioni dimoranti nell'alta Germania, già irritate per
l'abbassamento di Virginio Rufo, udendo le relazioni, accresciute
molto nel viaggio, dell'avarizia e della crudeltà di Galba,
cominciarono ad inclinar tutte alla sedizione; nè _Ordeonio Flacco_
lor comandante, uomo vecchio, gottoso e sprezzato dai soldati, avea
forza di tenerle in dovere. In fatti, benchè nel primo giorno di
gennaio dell'anno presente, secondo il costume, giurassero, ma con
istento, fedeltà a Galba, nel dì seguente misero in pezzi le di lui
immagini, e giurarono di riconoscere qualunque altro imperadore che
fosse eletto dal senato e popolo romano[421]. Tacito scrive che la
ribellione ebbe principio nelle stesse calende di gennaio. Volò presto
l'avviso di tal novità a Colonia, dove dimorava _Vitellio, _ che ne
seppe profittare, con far destramente insinuare ai suoi soldati della
bassa Germania di elegger essi piuttosto un imperadore, che di
aspettarlo dalle mani altrui. Non vi fu bisogno di molte parole. Nel
dì seguente Fabio Valente, venuto colla cavalleria a Colonia, e tratto
fuori di casa _Vitellio_, benchè in vesta da camera, l'acclamò
imperadore. Poco stettero ad accettarlo per tale le legioni dell'alta
Germania. Le città di Colonia, Treveri e Langres, disgustate di Galba,
s'affrettarono ad esibir armi, cavalli e denaro a Vitellio. Accettò
egli con piacere il cognome di _Germanico:_ per allora non volle
quello _d'Augusto_; nè mai usò quello di _Cesare._ Formò poi la sua
corte; e gli uffizii, soliti a darsi dall'imperadore ai liberti,
furono da lui appoggiati a cavalieri romani. _Valerio Asiatico_ legato
della Fiandra, per essersi unito a lui, divenne fra poco suo genero. E
_Giunio Bleso_, governatore della Gallia lugdunense, perchè il popolo
di Lione era forte in collera contra di Galba, seguitò anch'egli il
partito di Vitellio con una legione e colla cavalleria di Torino.

Galba in questo mentre, il meglio che potea, attendeva in Roma al
governo[422], ma per la sua vecchiezza sprezzato da molti, avvezzi
alle allegrie del giovane Nerone, e da molti odiato per la sua
avarizia. Il potere nella sua corte era compartito fra Tito Vinio, che
già dicemmo console, e Cornelio Lacone prefetto del pretorio, e per
terzo entrò Icelo liberto di Galba, uomo di malvagità patente.
Costoro, emuli e discordi fra loro, abusando della debolezza del
vecchio Augusto, si studiavano cadauno di far roba, e di portar
innanzi chi potesse succedere a Galba. Ma eccoti corriere, che porta
la nuova della sollevazion delle legioni dell'alta Germania. Andava
già pensando Galba ad adottare in figliuolo e successor nell'imperio
qualche persona, in cui si unisse la gratitudine verso del padre, e
l'abilità in benefizio del pubblico. Più degli altri vi aspirava, e
confidato nell'appoggio di Tito Vinio sperava Marco Salvio Ottone, più
volte da me rammentato di sopra come uomo infame per molti suoi vizii,
e veterano negl'intrichi della corte. All'udir le novità della
Germania, non volle Galba maggiormente differir le sue risoluzioni per
procacciarsi in un giovane figliuolo un appoggio alla sua avanzata età
e alla mal sicura potenza. Fatto chiamare all'improvviso nel dì 10 di
gennaio, _Lucio Pisone Frugi Liciniano_, discendente da Crasso e dal
gran Pompeo, giovane di molta riputazione e gravità, in età allora di
trentun anni, alla presenza di Vinio, di Lacone, di Mario Celso
console disegnato e di _Ducennio Gemino_ prefetto di Roma, dichiarò
che il voleva suo figliuolo adottivo e successore. Pisone senza
comparir turbato, nè molto allegro, rispettosamente il ringraziò.
Andarono poi tutti al quartiere dei pretoriani, e quivi più
solennemente fece Galba questa dichiarazione per isperanza di
guadagnargli l'affetto di que' soldati. Ma perchè non si parlò punto
di regalo, quelle milizie mal avvezze ascoltarono con silenzio ed
anche con malinconia quel ragionamento. Per attestato di Tacito, la
promessa di un donativo poteva assicurar la corona in capo a Pisone;
ma Galba non sapea spendere, e volea vivere all'antica, senza
riflettere che erano di troppo mutati i costumi. Anche al senato fu
portata questa determinazione ed approvata.

Ottone, che di dì in dì aspettava questa medesima fortuna da Galba,
allorchè vide tradite tutte le sue speranze, tentò un colpo da
disperato. Coll'aver ottenuto un posto in corte ad un servo di Galba,
avea poco dianzi guadagnata una buona somma d'argento. Di questo
danaro si servì egli per condurre ad una sua trama due, oppur cinque
soldati del pretorio[423], a' quali, con tirar nel suo partito pochi
altri, prodigiosamente riuscì di fare una somma rivoluzion di cose.
Costoro, perchè furono cassati in questo tempo alcuni uffiziali delle
guardie, come parziali dell'estinto Ninfidio, sparsero voci di
maggiori mutazioni. Quel poltron di Lacone, tuttochè avvertito di
qualche pericolo di sedizione, a nulla provvide. Ora nel dì 15 di
gennaio, _Marco Salvio Ottone_, dopo essere stato a corteggiar Galba,
si portò alla colonna dorata, dove trovò, secondo il concerto,
ventitrè soldati: che così pochi erano i congiurati[424].
L'acclamarono essi imperadore, e messolo in una lettiga,
l'introdussero nel quartiere de' pretoriani, senza che a sì picciolo
numero di ammutinati alcun si opponesse. A poco a poco altri si
unirono ai precedenti, e non finì la faccenda, che tutto quel corpo di
milizie, colla giunta ancora dall'altra dell'armata navale, si
dichiarò per lui, mercè del buon accoglimento e delle promesse di un
gran donativo che Ottone andava di mano in mano facendo a chiunque
arrivava. Avvisati di questa novità Galba e Pisone, spedirono tosto
per soccorso alla legione condotta dalle Spagne, e ad alcune compagnie
di tedeschi. Uscì Galba di palazzo, per una falsa voce che Ottone
fosse stato ucciso, sperando che il suo presentarsi ai perfidi
pretoriani li farebbe cedere. Ma al comparir essi in armi con Ottone,
e al gridare che si facesse largo, il popolo si ritirò, e Galba, in
mezzo alla piazza rimasto abbandonato, fu steso con più colpi a terra,
ed anche barbaramente messo in brani. Il console _Vinio_ anch'egli
restò vittima delle spade. _Pisone_ malamente ferito tanto fu difeso
da Sempronio Denso centurione, che potè fuggire e salvarsi nel tempio
di Vesta; ma saputosi dov'egli era, due soldati inviati colà anche a
lui levarono la vita, e il medesimo fine toccò a _Lacone_ capitan
delle guardie. Avvicinandosi poi la sera, entrò Ottone in senato, dove
spacciando d'essere stato forzato a prendere l'imperio, ma che volea
dipendere dall'arbitrio de' senatori, trovò pronta la volontà e
l'adulazione d'ognuno per confermarlo, e per mostrar anche gioia della
di lui esaltazione. Gli furono accordati tutti i titoli e gli onori
de' precedenti Augusti; e il matto popolo gli diede il cognome di
_Nerone_, per cui non cessava in molti l'affetto. Giacchè non vi erano
più consoli, fu conferita questa dignità al medesimo _Marco Salvio
Ottone imperadore Augusto_ e a _Lucio Salvio Ottone Tiziano_ suo
fratello _per la seconda volta._ Nelle calende di marzo succederono ad
essi _Lucio Virginio Rufo_ e _Vopisco Pompeo Silvano:_ Cedendo questi
nelle calende di maggio, furono sostituiti _Tito Arrio Antonino_ e
_Publio Mario Celso per la seconda volta._ Continuarono questi in quel
decoroso grado sino alle calende di settembre; ed allora entrarono
consoli _Caio Fabio Valente_ ed _Aulo Alieno Cecina_. Ma essendo stato
degradato il secondo d'essi nel dì 31 di ottobre, fu creato console
_Roseto Regolo_, la cui dignità non oltrepassò quel giorno; perciocchè
nelle calende di novembre venne conferito il consolato a _Gneo Cecilio
Semplice_ e a _Caio Quinzio Attico._ Tutto ciò si ricava da
Tacito[425].

Sul principio si studiò Ottone di procacciarsi l'affetto e la stima
del popolo. Luminosa fu un'azione sua. _Mario Celso_ poco fu
mentovato, che comandava la compagnia delle milizie dell'Illirico, ed
era console disegnato, avea con fedeltà soddisfatto al suo dovere
nell'accorrere alla difesa di Galba. Dopo la di lui morte venne per
baciar la mano ad Ottone[426]. Gl'iniqui pretoriani alzarono allora le
voci, gridando: _Muoia._ Ottone, bramando di salvarlo dalla lor furia,
col pretesto di voler prima ricavare da lui varie notizie, il fece
caricar di catene, fingendosi pronto a toglierlo di vita. Ma nel dì
seguente il liberò, l'abbracciò, e scusò l'oltraggio fattogli
solamente per suo bene. Nè solamente il lasciò poi godere del
consolato, ma il volle ancora per uno de' suoi generali e dei più
intimi amici, con trovarlo non men fedele verso di sè che verso
l'infelice Galba. Alle istanze ancora del popolo indusse a darsi la
morte _Sofonio Tigellino_, da noi veduto infame ministro delle
scelleraggini di Nerone. Inoltre si applicò seriamente al maneggio de'
pubblici affari, e restituì a molti i lor beni tolti da Nerone: azioni
tutte che gli fecero del credito, non parendo egli più quel pigro e
quel perduto nel lusso e ne' piaceri che era stato in addietro. Ma i
più non se ne fidavano, conoscendolo abituato nei vizii, e simile nel
genio a Nerone, le cui statue, come ancor quelle di Poppea, permise
che si rialzassero. Osservavano parimente ch'egli mostrava poco
affetto al senato, moltissimo ai soldati: laonde temevano che se fosse
cessata la paura dell'emulo Vitellio, si sarebbe provato in lui un
novello Nerone. E certo egli era comunemente odiato più di Vitellio,
non tanto pel tradimento da lui fatto a Galba, quanto perchè il
riputavano persona data alla crudeltà, e capace di nuocere a tutti;
laddove Vitellio era in concetto di uomo dato ai piaceri, e però in
istato di solamente nuocere a sè stesso: benchè in fine amendue
fossero poco amati, anzi odiati dai Romani. Intanto era diviso il
romano imperio fra questi due competitori. _Ottone_ si trovava
riconosciuto imperadore in Roma e da tutta l'Italia. Cartagine con
tutta l'Africa era per lui. _Muciano_, governator della Siria, o sia
della Soria, gli fece prestar giuramento dai popoli di quelle
contrade[427]. Altrettanto fece _Vespasiano_ nella Palestina. Aveva
egli inviato già _Tito_ suo figliuolo, per attestare il suo ossequio a
Galba; ma dacchè, arrivato a Corinto, intese la di lui morte, se ne
tornò indietro a trovar il padre. Anche le legioni della Dalmazia,
Pannonia e Mesia aderirono ad Ottone. Così l'Egitto e le altre città
dell'Oriente e della Grecia. Ancorchè Ottone fosse un usurpatore, il
nome nondimeno di Roma e del senato romano, che l'avea accettato,
bastò perchè tanti altri paesi s'uniformassero al capo dell'imperio.

Ma in mano di _Vitellio_ erano le migliori e più accreditate milizie
de' Romani, raccolte dall'alta e bassa Germania, dalla Bretagna e da
una parte della Gallia[428]. Ne formò egli due eserciti, l'uno di
quarantamila combattenti sotto il comando di _Fabio Valente_, l'altro
di trentamila, comandato da _Alieno Cecina_, a' quali si unirono varii
rinforzi di Tedeschi. Ardevano tutti costoro di voglia, non ostante il
verno, di far dei fatti, per aver occasione di bottinare (fine
primario di chi esercita quel mestiere), mentre il grasso e pigro
Vitellio attendeva a darsi bel tempo, con far buona tavola, ubbriaco
per lo più. Anche vivente Galba si mossero tante forze sotto i due
generali per due diverse vie alla volta d'Italia; cioè _Valente_ per
le Gallie, e _Cecina_ per l'Elvezia. Vitellio facea conto di
seguitarli dipoi. Nel viaggio ebbero nuova della morte di Galba e
dell'innalzamento di Ottone. Dovunque passò Valente per la Gallia, il
terrore delle sue armi condusse i popoli all'ubbidienza di Vitellio.
Sopra tutto con allegria fu ricevuto in Lione. In altri luoghi non
mancarono saccheggi ed anche stragi. Non fece di meno Cecina nel
passare pel paese degli Svizzeri. All'avviso di queste armate, che si
avvicinavano all'Italia, un reggimento di cavalleria, accampato sul
Po, che avea servito una volta in Africa sotto Vitellio, l'acclamò
imperadore, e cagion fu che Milano, Ivrea, Novara e Vercelli
prendessero il suo partito. Perciò si affrettò Cecina verso la metà di
marzo per calare in Italia, ancorchè i monti fossero tuttavia carichi
di neve, e spedì innanzi un corpo di gente, per sostenere le suddette
città. Gran dire, gran costernazione fu in Roma, allorchè si udì la
mossa di tante armi, e l'inevitabil guerra civile[429]. Mosse _Ottone_
il senato a scrivere a Vitellio delle lettere amorevoli, per esortarlo
a desistere dalla ribellione, offrendogli danaro, comodi e una città.
Ne scrisse anch'egli, e dicono[430] che gli esibisse segretamente di
prenderlo per collega nell'imperio e per genero. Gli rispose Vitellio
in termini amichevoli; tali nondimeno che mostravano di burlarsi di
lui. Irritato Ottone gli rispose per le rime, cioè gliene scrisse
dell'altre piene di vituperii, e con ridicole sparate, ricordandogli
soprattutto l'infame sua vita passata. Non furono meno obbrobriose le
risposte di Vitellio. Nè alcun di loro diceva bugia. Amendue ancora
inviarono degli assassini, per liberarsi cadauno dall'emulo suo; ma
riuscì in fumo il loro disegno. Adunque chiaro si vide, non restar
altro che di decidere la contesa coll'armi. Unì _Ottone_ una possente
armata anch'egli, composta della maggior parte de' pretoriani e delle
legioni venute dalla Dalmazia e Pannonia. E lasciato al governo di
Roma _Tiziano_ suo fratello con _Flavio Svetonio_ prefetto d'essa
città, e fratello di Vespasiano, dato anche ordine che non fosse fatto
torto alcuno alla madre, alla moglie e a' figliuoli di Vitello, nel dì
14 di marzo si licenziò dal senato, e alla testa dell'esercito, non
parendo più quell'effeminato uomo di una volta, s'incamminò per venir
contro a' nemici. Suoi marescialli erano _Svetonio Paolino, Mario
Celso_ ed _Annio Gallo_, uffiziali non meno prudenti che bravi.
Mancavano ben questi pregi a' _Licinio Procolo_ prefetto del pretorio,
che pur faceva una delle prime figure in quell'armata. _Alieno
Cecina_, general di Vitellio, arrivato al Po, passò quel fiume a
Piacenza, ed assalì quella città, da cui _Annio Gallo_[431], dopo due
dì di valorosa difesa, il fece ritirare a Cremona, malcontento per la
perdita di molta gente. Fu in quella occasione bruciato l'anfiteatro
de' Piacentini, posto fuori della città, il più capace di gente che
fosse allora in Italia. Anche _Marzio Macro_, console disegnato, diede
a Cecina un'altra percossa coi gladiatori di Ottone. Eppur egli, ciò
non ostante, volle venire ad un terzo cimento: tanta era la voglia in
lui di vincere, affinchè l'altro general di Vitellio, cioè _Valente_,
non gli rapisse o dimezzasse la gloria. In un luogo detto i Castori,
dodici miglia lungi da Cremona, tese un'imboscata a _Svetonio Paolino_
e a _Mario Celso;_ ma questi, avutane notizia, presero così ben le
misure, che il misero in rotta, ed avrebbono anche rovinata affatto la
di lui gente, se Paolino per troppa cautela non avesse impedito ai
suoi l'inseguirli. Per questo fu egli in sospetto di tradimento, ed
Ottone chiamò da Roma _Tiziano_ suo fratello, acciocchè comandasse
l'armi, sebben con poco frutto, perchè Licinio Procolo, capitan delle
guardie, benchè uomo inesperto, la facea da superiore a tutti.

Venne poi Valente da Pavia colla sua armata più numerosa dell'altra ad
unirsi con Cecina, e tuttochè questi due generali di Vitellio fossero
gelosi l'uno dell'altro, si accordarono nondimeno pel buon regolamento
della guerra, e per isbrigarla il più presto possibile. Tenne
consiglio dall'altra parte Ottone; e il parere de' suoi più assennati
generali, cioè di Svetonio Paolino, Mario Celso ed Annio Gallo, fu di
temporeggiare, tanto che venissero alcune legioni che si aspettavano
dall'Illirico. Ma prevalse quello di Ottone, Tiziano e Procolo, ai
quali parve meglio di venir senza dimora a battaglia, perchè i
pretoriani credendosi tanti Marti, si tenevano in pugno la vittoria, e
tutti ansavano di ritornarsene tosto alle delizie di Roma[432]. Lo
stesso Ottone impaziente per trovarsi in mezzo a tanti pericoli, fra
l'incertezza delle cose e il timore di qualche rivolta de' soldati,
era nelle spine; però si voleva levar d'affanno con un pronto fatto
d'armi. Ma da codardo si ritirò a Brescello, dove il fiume Enza sbocca
nel Po, per quivi aspettar l'esito delle cose; risoluzione che
accrebbe la sua rovina, perchè seco andarono molti bravi uffiziali e
molti soldati, con restare indebolita l'armata sua in mano di generali
discordi fra loro, e poco ubbidienti e senza quel coraggio di più che
loro avrebbe potuto dar la presenza del principe. Seguì qualche
piccolo fatto fra gli staccamenti delle due armate, ma finalmente
quella di Ottone, passato il Po, andò a postarsi a qualche miglio
lungi da Bedriaco, villa posta fra Verona e Cremona, più vicina
nondimeno all'ultimo, verso il fiume Oglio, dove si crede che oggidì
sia la terra di Caneto. Molte miglia separavano le due armate; ed
ancorchè Svetonio e Mario ripugnassero alla risoluzion conceputa da
Procolo di andare nel dì seguente (cioè circa il dì 15 di aprile) ad
assalire i nemici, perchè l'arrivar colà stanchi i soldati era un
principio d'esser vinti: Procolo persistè nella sua opinione, perchè
sollecitato da più lettere di Ottone, che voleva battaglia. Si venne
in fatti al combattimento[433], che fu sanguinosissimo, credendosi che
fra l'una e l'altra parte restassero sul campo estinte circa
quarantamila persone, perchè non si dava quartiere. Ma la vittoria
toccò all'armata di Vitellio. I generali di Ottone, chi qua chi là
fuggitivi, scamparono colle reliquie della lor gente il meglio che
poterono, valendosi del favor della notte[434]. Ma perchè nel dì
seguente si aspettavano di nuovo addosso il vittorioso esercito, con
pericolo d'essere tutti tagliati a pezzi, gli uffiziali, soldati e lo
stesso Tiziano, fratello di Ottone, che si trovarono insieme,
s'accordarono di fare una deputazione a Valente e Cecina, per
rendersi. Fu accettata l'offerta, ed unitesi le non più nemiche
armate, ognun corse ad abbracciare gli amici, a detestare gli odii
passati, e condolersi delle morti di tanti. Giurarono i vinti fedeltà
a Vitellio, e cessarono tutti i rancori. Portata questa lagrimevol
nuova ad Ottone, dimorante in Brescello, non mancarono già i suoi
cortigiani di animarlo, con fargli conoscere arrivate già ad Aquileia
tre legioni della Mesia, salvate altre buone milizie a lui fedeli, non
essere disperato il caso. Ma egli aveva già determinato di finirla,
chi credette per orrore di una guerra civile, come attesta
Svetonio[435], chi per poca fortezza d'animo, e chi per acquistarsi
una gloria vana con una risoluzion generosa. Pertanto attese
spiritosamente nel resto del giorno a distribuir danaro a' suoi
domestici ed amici, a bruciar le lettere scrittegli da varie persone
contra di Vitellio, affinchè non pregiudicassero a chi le avea
scritte, e a dar altri ordini per la sicurezza di molti nobili
ch'erano alla sua corte[436]. Prese anche nella notte seguente un po'
di sonno, ma fu disturbato da un rumor delle guardie, che minacciavano
la morte a que' senatori, i quali d'ordine suo erano per ritirarsi, e
sopra tutto aveano assediato _Virginio Rufo._ Uscì Ottone di camera, e
con buona maniera calmò quel tumulto. Poscia, sul far del giorno
svegliato, intrepidamente si diede un pugnale nel petto, e di quella
ferita fra poco morì in età di trentasette anni[437]. Al suo cadavero
bruciato fu data quella sepoltura che si potè, cioè in terra, colla
memoria del solo suo nome senza titolo alcuno. Una massa di monete
d'oro, trovate sui primi anni del secolo, in cui scrivo, sul
territorio di Brescello, fece credere ad alcuni che fossero ivi
seppellite in occasion delle disgrazie di Ottone. Benchè usurpator
dell'imperio, e screditato per varie sue ree qualità, cotanto era
amato dai soldati, che alcuni d'essi, non meno in Brescello, che in
Piacenza e in altri luoghi, pel dolore accompagnarono la di lui morte
colla propria, secondo la detestabil usanza e frenesia di quei tempi.
Dacchè i soldati, ch'erano in Brescello, non poterono indurre Virginio
Rufo ad accettar l'imperio, si diedero ai generali di Vitellio. In un
fiero imbroglio si trovò allora la maggior parte del senato che Ottone
avea lasciato in Modena, perchè dall'un canto temeva oltraggi
dall'armi di Vitellio, e dall'altro i soldati di Ottone tenendoli a
vista d'occhio, e riputandoli nemici dell'estinto principe, cercavano
pretesti per menar le mani contra di loro. Finalmente ebbero la
fortuna di salvarsi a Bologna, dove si mostrarono disposti a
riconoscere Vitellio; ma per qualche tempo se ne guardarono a cagion
di una falsa voce portata da Ceno, liberto già di Nerone, che i
vincitori erano poi stati vinti. Da queste paure non si riebbero se
non allorchè arrivarono lettere di Valente che riferirono la vera
positura degli affari. In Roma, subito che s'intese quanto era
succeduto di Ottone, _Flavio Sabino_, fratello di Vespasiano, fece
prestar giuramento dal senato e dai soldati che ivi restavano, a
Vitellio, e il senato gli accordò tutti gli onori consueti.

Intanto _Vitellio_, dopo aver lasciato ad _Ordeonio Fiacco_ un corpo
di milizie per la guardia del Reno germanico, col resto delle genti
che potè raccorre, si mise in viaggio verso l'Italia. Per istrada
intese la vittoria de' suoi e la morte di Ottone, e che _Cluvio Rufo_,
governator della Spagna, avea ricuperate le due Mauritanie. Arrivato a
Lione, quivi trovò non meno i vincitori che i vinti generali. Perdonò
a _Tiziano_ fratello di Ottone, perchè il conosceva per uomo dappoco.
Conservò il consolato a _Mario Celso. Svetonio_ e _Procolo_ si
acquistarono la di lui grazia con una viltà, asserendo di aver fatta
consigliatamente perdere la vittoria ad Ottone nella battaglia di
Bedriaco. Mandò Vitellio a Roma un editto, per cui proibiva ai
cavalieri il combattere da gladiatori fra loro e contro le fiere negli
anfiteatri. Un altro ancora, che tutti gli strologhi e indovini prima
delle calende di ottobre fossero fuori d'Italia. Si vide attaccato
nella stessa notte un cartello, in cui essi strologhi comandavano a
lui di uscire del mondo prima del suddetto medesimo giorno. Se ne
alterò talmente Vitellio, che qualunque d'essi che gli capitasse alle
mani, senza processo il condannava alla morte. Grande odiosità si tirò
egli addosso coll'aver inviato ordine che si levasse la vita a _Gneo
Cornelio Dolabella_ uno de' più illustri Romani, odiato da lui per
particolari riguardi, che, relegato ad Aquino, era dopo la morte di
Ottone ritornato a Roma. L'ordine fu barbaramente eseguito. Intanto a
poco a poco tutte le provincie si andarono sottomettendo a lui; ma
l'Italia era afflitta per le tante soldatesche del medesimo Vitellio e
dell'altre che furono di Ottone. Senza disciplina saccheggiavano,
uccidevano, e sotto l'ombra loro anche molti altri faceano ruberie e
vendette. Entrato che fu Vitellio in Italia, trovò modo di dividere le
milizie (e specialmente i pretoriani) che avevano servito ad Ottone,
perchè le conobbe malcontente ed inquiete, e a poco a poco le andò
cassando, con dar loro delle ricompense. Venne a Cremona, e volle coi
suoi occhi vedere il campo dove s'era data (già scorreano quaranta
giorni) la battaglia; ed avvegnachè fossero tuttavia insepolte quelle
migliaia di cadaveri, e menasse un insopportabil fetore, non lasciò
ordine che si seppellissero; anzi disse che _l'odore di un nemico
morto sapea di buono._ Menava seco circa sessantamila combattenti,
senza i famigli ed altre persone destinate al bagaglio, ch'erano più
del doppio. Dovunque passava questa gran ciurma, lasciava lagrimevoli
segni della sua rapacità e barbarie. Verso la metà di luglio arrivò a
Roma, e, se non era distornato da' suoi amici, volea farvi l'entrata
in abito da guerra, come in una città conquistata. L'accompagnavano
mandre di eunuchi e commedianti, secondo la usanza del suo maestro
Nerone, e questi ebbero poi parte agli affari. Trovata _Sestilia_ sua
madre nel Campidoglio, le diede il cognome di _Augusta_; ma ella non
se ne allegrò punto, anzi si vergognava di avere un sì indegno
imperadore per figlio. Morì ella dipoi in quest'anno, non si sa se per
iniquità del figliuolo, o per veleno da lei preso, prevedendo i mali
che doveano avvenire. Fece dipoi Vitellio una nuova leva di coorti
pretoriane sino a sedici, tutte di mille uomini per cadauna, e gente
scelta. Due furono i prefetti del pretorio, cioè _Publio Sabino_ e
_Giulio Prisco. Valente_ e _Cecina_ potevano tutto in corte, ma sempre
fra loro discordi. Diedesi poi questo ghiottone Augusto, com'era il
suo stile, a fare del suo ventre un dio, ma con eccessi maggiori, a
misura della dignità e del comodo accresciuto. Il suo mestiere
cotidiano era mangiare e bere e vomitare per far luogo ad altri cibi e
bevande. Consumava in ciò tesori; e molti si spiantarono per fargli
de' conviti. Non istimava nè lodava questo mostro se non le azioni di
Nerone, e le imitava bene spesso, inclinando anche alla crudeltà, di
cui rapporta Svetonio[438] varii esempli; e se fosse sopravvissuto
molto, forse sarebbe riuscito anche in ciò non inferiore a lui. La
maniera di guadagnarlo soleva essere l'adulazione; ma siccome egli era
timido e sospettoso, poco ci voleva a disgustarlo.

E fin qui abbiam veduto le due tragedie di _Galba_ e di _Ottone._ Ora
è tempo di passare alla terza. Di niuno più temeva Vitellio che di
_Flavio Vespasiano_, generale dell'armi romane nella Giudea, dove si
continuava la guerra con apparenza ch'egli fosse per assediar
Gerusalemme. Allorchè gli venne la nuova che esso Vespasiano e
_Licinio Muciano_, governator della Soria, il riconoscevano per
imperadore, ne fece gran festa. Ed, in vero, sulle prime niuno mai
s'avvisò che Vespasiano potesse arrivar all'imperio, nè egli vi
aspirava, perchè bassamente nato a Rieti e mancante di danaro. Si
raccontavano ancora molte viltà di lui nella vita privata; e
Tacito[439] ci assicura ch'egli si era tirato addosso l'odio e il
dispregio de' popoli; ma i fatti mostrarono poi tutto il contrario.
Comunque sia, Dio l'aveva destinato a liberar Roma dai mostri, e a
punire l'orgoglio de' Giudei implacabili persecutori del nato
Cristianesimo. Era egli per altro dotato di molte lodevoli qualità,
perchè senza fasto, temperante nel vitto, amorevole verso tutti, e
massimamente verso i soldati, che l'amavano non poco, ancorchè li
tenesse in disciplina; vigilante e prudente, buono soldato e migliore
capitano. Sopra tutto veniva considerato come amator della giustizia;
la sua età era allora d'anni sessanta. Si può giustamente credere che
dopo la morte di Galba i più saggi de' Romani, al vedere che i due
usurpatori Ottone e Vitellio, senza sapersi chi fosse il peggiore di
loro, disputavano dell'imperio, rivolgessero i lor occhi e desiderii a
Vespasiano, e segretamente ancora l'esortassero al trono. _Flavio
Sabino_ di lui fratello gran figura faceva anch'egli, coll'essere
prefetto di Roma, e le sue belle doti maggiormente accreditavano
quelle del fratello. O questo fosse, o pure che gli uffiziali e
soldati di Vespasiano mirando quel che aveano fatto gli altri in
Ispagna, Roma e Germania, non volessero essere da meno: certo è che si
cominciò da essi a proporre di far imperadore Vespasiano. Quegli che
diede l'ultima spinta all'irrisoluzione di esso Vespasiano,
personaggio guardingo e non temerario, fu il suddetto _Licinio
Muciano_ governator della Soria, il quale dopo la morte di Ottone gli
rappresentò, che non era sicura nè la comune lor dignità, nè la vita
sotto quell'infame imperador di Vitellio. Si lasciò vincere in fine
Vespasiano, ed essendo entrato nella medesima lega anche _Tiberio
Alessandro_ governator dell'Egitto, fu egli il primo a proclamarlo in
Alessandria imperadore nel dì primo di luglio[440]; e lo stesso fece
nel terzo giorno di esso mese anche la armata della Giudea, a cui
Vespasiano promise un donativo, simile a quel di Claudio e di Nerone.
La Soria, e tutte le altre provincie e i re sudditi di Roma in
Oriente, e la Grecia alzarono anche esse le bandiere del novello
Augusto. Furono scritte lettere a tutte le provincie dell'Occidente,
per esortar ciascuno ad abbandonar Vitellio, usurpatore indegno del
trono imperiale[441]. Si fece intendere ai pretoriani cassati da
Vitellio, che questo era il tempo di farlo pentire; e veramente
costoro arrolatisi in favor di Vespasiano, fecero di poi delle
meraviglie contra di Vitellio.

Essendo così ben disposte le cose, e procacciate quelle somme di
denaro che si poterono raccogliere per muovere le soldatesche, e in un
gran consiglio tenuto in Berito, fu conchiuso che _Muciano_ marcerebbe
con un competente esercito in Italia; _Tito_, figliuolo di Vespasiano,
già dichiarato _Cesare_, continuerebbe lentamente la guerra contro ai
Giudei: e _Vespasiano_ passerebbe nella doviziosa provincia
dell'Egitto, per raunar danaro, ed affamare o provveder di grani Roma,
secondochè portasse il bisogno. _Muciano_, uomo ambizioso, e che
mirava a divenire in certa maniera compagno di Vespasiano nel
principato, accettò volentieri quella incumbenza. Per timore delle
tempeste non si arrischiò al mare; ma imprese il viaggio per terra,
con disegno di passare lo stretto verso Bisanzio; al qual fine ordinò
che quivi fossero pronti i vascelli del mar Nero. Non era molto
copiosa e possente l'armata di Muciano, ma a guisa de' fiumi regali
andò crescendo per via: tanta era la riputazion di Vespasiano, e
l'abbominazion di Vitellio. Nella Mesia le tre legioni che stavano ivi
a' quartieri, si dichiararono per Vespasiano; e l'esempio d'esse seco
trasse due altre della Pannonia, e poi le milizie della Dalmazia,
senza neppur aspettare l'arrivo di Muciano. _Antonio Primo_ da Tolosa,
soprannominato _Becco di Gallo_, forse dal suo naso (dal che impariamo
l'antichità della parola _Becco_), uomo arditissimo[442], sedizioso ed
egualmente pronto alle lodevoli che alle malvage imprese, quegli fu
che colla sua vivace eloquenza commosse popoli e soldati contra di
Vitellio, nè aspettò gli ordini di Vespasiano o di Muciano, per farsi
generale di quelle legioni. Che più? Chiamati in soccorso i re degli
Svevi ed altri Barbari, e trovato che quelle milizie nulla più
sospiravano che di entrare in Italia, per arricchirsi nello spoglio di
queste belle provincie, di sua testa con poche truppe innanzi agli
altri calò in Italia, e fu con festa ricevuto in Aquileia, Padova,
Vicenza, Este, ed altri luoghi di quelle parti. Mise in rotta un corpo
di cavalleria, ch'era postata al Foro da Alieno, dove oggidì è
Ferrara. Rinforzato poi dalle due legioni della Pannonia (soleva
essere ogni legione composta di seimila soldati), s'impadronì di
Verona, e quivi si fortificò. Colà ancora giunse _Marco Aponio
Saturnino_ con una delle legioni della Mesia, e concorse ad arrolarsi
sotto di Primo gran copia dei pretoriani licenziati da Vitellio.
Ancorchè fosse sì grande il suscitato incendio, non s'era per anche
mosso l'impoltronito Vitellio. Svegliossi egli allora solamente, che
intese penetrato il fuoco fino in Italia. Perchè _Valente_ non era ben
rimesso da una sofferta malattia, diede il comando delle sue armi ad
_Alieno Cecina_, con ordine di marciare speditamente contra di
_Antonio Primo._ Venne Cecina con otto legioni almeno, cioè con tali
forze che avrebbe potuto opprimerlo. Mandò parte delle milizie a
Cremona, e col più della gente armata si portò ad Ostiglia sul Po.
Macchinando poi altre cose, perdè apposta il tempo in iscrivere
lettere di rimproveri e minacce ai soldati di Primo, ed intanto lasciò
che arrivassero a Verona le due altre legioni della Mesia. Finalmente,
dappoichè intese che _Luciano Basso_, governatore della flotta di
Ravenna, con cui teneva intelligenza, verso il di 20 d'ottobre s'era
rivoltato in favor di Vespasiano: allora, come se fosse disperato il
caso per Vitellio, si diede ad esortare i soldati ad abbracciare il
partito di Vespasiano, e molti ne indusse a prestar giuramento a lui,
e a rompere le immagini di Vitellio. Ma gli altri, che non poteano
sofferir tanta perfidia, e quegli stessi che poc'anzi aveano
giurato[443], presi dalla vergogna e pentiti, si scagliarono contra di
lui, senza alcun rispetto al carattere di console, incatenato
l'inviarono a Cremona, e cominciarono a caricar anch'essi il bagaglio,
per passare colà.

Ad _Antonio Primo_, ch'era in Verona, fu portata dalle spie
l'informazione di quanto era accaduto ad Ostiglia, e subito fu in
armi, per impedir l'unione di quell'esercito con quel di Cremona.
Inoltratosi sino a Bedriaco, luogo fatale per le battaglie, e circa
nove miglia lungi da quel sito, s'incontrò colle soldatesche di
Vitellio, che uscite di Cremona venivano per unirsi con quelle
d'Ostiglia. Ciò fu circa il dì 26 di ottobre. Dopo sanguinoso
conflitto le mise in rotta, obbligando chi scampò dalle sue spade a
rifugiarsi in Cremona. Ad alte voci allora dimandarono i vittoriosi
soldati di andar dirittamente a Cremona, per isperanza d'entrarvi e
per avidità di saccheggiarla. Nè gli avrebbe potuto ritenere Primo, se
non fosse giunto l'avviso che s'appressava l'altra armata partita da
Ostiglia, e in ordinanza di battaglia. Era già sopraggiunta la notte,
e pure i due eserciti vennero alle mani con ardore, con fierezza
inaudita, combattendo, per quanto comportavano le tenebre, senza
distinguere talvolta chi fosse amico o nemico. Levatasi poi la luna,
cominciò Primo a provarne del vantaggio, perchè essa dava nel volto ai
nemici. Durò il combattimento tutto il resto della notte, e fatto poi
giorno, avendo la terza legione, già venuta di Soria, secondo l'uso di
que' paesi, salutato il sole con alti ed allegri _Viva_, questo rumore
fece credere a que' di Vitellio che l'esercito di Muciano fosse
arrivato, e diede loro tal terrore, che riuscì poi facile a Primo lo
sconfiggerli ed obbligarli alla fuga. Giuseppe[444], narrando che dei
soldati di Vitellio in queste azioni perirono trentamila e dugento
persone, quattromila e cinquecento di quei di Vespasiano,
verisimilmente, secondo l'uso delle battaglie, ingrandì di troppo il
racconto, nè noi siam tenuti a prestargli fede. Bensì possiam credere
a Dione allorchè dice, che oscurandosi talvolta la luna per qualche
nuvola, cessava il combattimento; e che i soldati emuli vicini
parlavano l'uno all'altro, chi con villanie, chi con parole
amichevoli, e con detestar le guerre civili, e con invitar
l'avversario a seguitar Vitellio o pur Vespasiano. Ma non c'è già
ragion di credere che l'uno porgesse all'altro da mangiare e da bere,
finchè non si provi che i soldati di allora erano sì bravi od
industriosi da portar seco anche nel furor delle zuffe le loro bisacce
al collo, coll'occorrente cibo e bevanda. Tanto poi Dione quanto
Tacito ci assicurano che incomodando forte una grossa petriera, con
lanciar sassi, l'esercito di Vespasiano, due coraggiosi soldati, dato
di piglio a due scudi degli avversarii, si finsero Vitelliani; ed
arrivati alla macchina ne tagliarono le funi, con render essa inutile,
ma con restar anch'essi tagliati a pezzi senza che rimanesse memoria
alcuna del lor nome. Dopo lo spoglio del campo, _a Cremona, a
Cremona_, gridarono i vincitori soldati. Bisognò andarvi. Si credevano
di saltarvi dentro, ma trovarono un impensato ostacolo, cioè un alto e
mirabil trinceramento, fatto fuor della città nella precedente guerra
di Ottone, alla cui difesa era accorsa quasi tutta la milizia
esistente in Cremona. Fecero delle maraviglie i soldati di Vespasiano
per superar quel sito: tanta era la lor gola di arrivar al sacco di
quella ricca città, che Antonio Primo avea loro benignamente
accordato: il che fatto, assalirono la città. Con tutto che questa
fosse cinta di forti mura e torri e piena di popolo, invilirono sì
fattamente i soldati vitelliani, che non tardarono a trattare di
rendersi. Scatenarono per questo _Alieno Cecina_, acciocchè
s'interponesse nel perdono, ed esposero bandiera bianca. Uscì Cecina
vestito da console co' suoi littori, cioè colle sue guardie, e passò
al campo dei vincitori, ma accolto da tutti con ischerni e rimproveri,
perchè la perfidia suol essere pagata coll'odio d'ognuno. D'uopo fu
che _Antonio Primo_ il facesse scortare, tanto che fosse in luogo
sicuro, da potersi portare a trovar Vespasiano.; Fu perdonato ai
soldati di Vitellio, ma non già all'infelicissima città allora celebre
per bellissime fabbriche, per gran popolo, per molte ricchezze[445].
Quarantamila soldati, e un numero maggior di famigli e bagaglioni,
come cani v'entrarono. Stragi e stupri senza numero; non si perdonò
neppure ai templi: tutto andò a sacco; e in fine si attaccò il fuoco
alle case. Gli stessi soldati di Vitellio, che prima difendeano quella
città, gareggiarono in tanta barbarie con gli altri; anzi fecero di
peggio, perchè più pratici de' luoghi. Che vi perissero cinquantamila
di quegli innocenti e miseri cittadini, lo scrive Dione. A me par
troppo. Gli abitanti rimasti in vita furono tenuti per ischiavi, e poi
riscattati. Per cura di Vespasiano venne poi riedificata e popolata di
nuovo quella città.

Vitellio intanto se ne stava in Roma agitato, e con isfoggiata tavola,
niuna apprensione mostrando di tanti romori. Ma quando cominciarono
sul fine di ottobre ad arrivare l'un dietro l'altro i funesti avvisi
di quanto era succeduto, allora gli corse il freddo per l'ossa. E
poscia udendo che Antonio Primo s'era messo in cammino per venire a
Roma, buffava, non sapea più dove si fosse, ora pensando a far ogni
sforzo per resistere, ora a dimettere l'imperio, ed a ritirarsi a vita
privata, ora facendo il bravo con la spada al fianco, ed ora il
coniglio, con far ridere il senato, e con trovare ormai poca
ubbidienza ne' pretoriani. Tuttavia spedì _Giulio Prisco_ ed _Alfeno
Varo_ con quattordici coorti pretoriane, e tutti i reggimenti, di
cavalleria, a prendere i passi dell'Apennino[446], e vi aggiunse la
legione dell'armata navale: esercito sufficiente a sostener con vigore
la guerra, se avesse avuto capitani migliori. Si postò a Bevagna
quest'armata, e colà ancora si portò poi lo stesso Vitellio, benchè
solennissimo poltrone, per le istanze dei soldati. Attediossi ben
presto di quel soggiorno, e venutagli poi nuova che _Claudio Faentino_
e _Claudio Apollinare_ aveano indotta alla ribellione l'armata navale
del Miseno, e le città circonvicine, se ne tornò a Roma, ed inviò
_Lucio Vitellio_ suo fratello ad occupar Terracina per opporsi da
quella banda ai ribelli. Ma _Antonio Primo_ colle milizie fedeli a
Vespasiano, alle quali egli permetteva il far quante insolenze ed
iniquità volevano nel viaggio, passò l'Apennino. Pervenuto che fu a
Narni, se gli arrenderono la legione e le coorti inviate contra di lui
da Vitellio. E pur Vitellio in sì duro frangente seguitava a starsene
con tal torpedine in Roma, che la gente sapea bensì esser egli il
principe, ma parea di non saperlo egli stesso. Ogni dì nuove, l'una
più dell'altra cattive. A _Fabio Valente_ suo generale, ch'era stato
preso nell'andar nelle Gallie, e rimandato ad Urbino, tagliata fu la
testa, per far conoscere ai Vitelliani falsa una voce, ch'egli avesse
messa in armi la Germania e Gallia contra di Vespasiano. Vero
all'incontro era che anche le Spagne, le Gallie e la Bretagna
riconobbero Vespasiano per imperadore. Poc'altro che Roma ormai non
restava a Vitellio; e però _Flavio Sabino_, fratello di Vespasiano,
che fin qui era stato prefetto della città, con fedeltà e buona
intelligenza di Vitellio, desiderando di salvar Roma da più gravi
disordini, avea proposto dei temperamenti a Vitellio stesso, per
salvargli la vita. Altrettanto aveano fatto con lettere _Muciano_ e
_Primo_; e già s'era in concerto che Vitellio, deponendo l'impero, ne
riceverebbe in contraccambio un milione di sesterzii e terre nella
Campania. In fatti egli nel dì 18 di dicembre, uscito di palazzo in
abito nero co' suoi domestici, e col figliuolo tuttavia fanciullo,
piangendo dichiarò al popolo che per bene dello Stato egli deponeva il
comando; ma nel voler consegnare la spada al console _Cecilio
Semplice_, nè questi nè gli altri la vollero accettare. A tale
spettacolo commosso il popolo protestò di non volerlo sofferire; ma
scioccamente, perchè tutto si rivolse poscia in danno della città e
rovina maggior di Vitellio. Trovavasi in questo mentre un'assemblea
de' primi senatori, cavalieri ed uffiziali militari presso _Flavio
Sabino_,[447] trattando del buono stato di Roma, colla persuasione che
veramente fosse seguita, o che seguirebbe la rinunzia di Vitellio.
Alla nuova dell'abortito trattato, fu creduto bene che _Sabino_
andasse al palazzo per esortare o forzar Vitellio a cedere. Andò egli
accompagnato da una buona truppa di soldati; ma per via essendosi
incontrato colla guardia de' Tedeschi, si venne ad un picciolo
combattimento. Salvossi Sabino nella rocca del Campidoglio con alcuni
senatori e cavalieri, e co' due suoi figliuoli _Sabino_ e _Clemente_,
e con _Domiziano_ figlio minore di Vespasiano. Quivi assediato fece
una meschina difesa; v'entrarono i Germani, ed appiccato il fuoco al
Campidoglio (non si sa da chi), si vide ridotto in cenere
quell'insigne luogo, con perir tante belle memorie che ivi erano:
accidente sommamente compianto dal popolo romano. Fuggirono di là
_Domiziano_, i figli di _Sabino;_ non già l'infelice _Sabino_, che,
preso dai Germani insieme con _Quinzio Attico_ console, fu condotto
carico di catene davanti a Vitellio. Si salvò _Attico;_ ma _Sabino_,
uomo di gran credito e di raro merito, e fratello maggiore di
_Vespasiano_, sotto le furiose spade di que' soldati perdè la vita:
del che più che d'altro s'afflisse dipoi _Vespasiano_, ma non già
_Muciano_ che il riguardava come ostacolo all'ascendente della sua
fortuna.

Antonio _Primo_, informato di queste lagrimevoli scene, mosse allora
il suo campo alla volta di Roma, dove si trovò all'incontro la milizia
di Vitellio, e lo stesso popolo in armi. Giacchè egli e _Petilio
Cereale_ non vollero dar orecchio alle proposizioni di qualche
accordo, varii combattimenti seguirono, favorevoli ora all'una ed ora
all'altra parte; ma finalmente rimasero superiori quei di Vespasiano.
Furono presi varii luoghi di Roma, e il quartiere de' pretoriani,
commessi molti saccheggi colle consuete appendici, e strage di tanta
gente, che Giuseppe[448] e Dione la fanno ascendere a cinquantamila
persone[449]. Veggendosi allora a mal partito Vitellio, dal palazzo
fuggì nell'Aventino, con pensiero di andarsene nel dì seguente a
trovar _Lucio_ suo fratello a Terracina. Ma sul falso avviso che non
erano disperate le cose, tornò al palazzo, e trovato poi che ognun se
n'era fuggito, preso un vile abito, con una cintura piena d'oro, andò
a nascondersi nella cameretta del portinaio, oppur nella stalla de'
cani, da più di uno de' quali fu anche morsicato. A nulla gli servì
questo nascondiglio. Scoperto da un tribuno, per nome _Giulio Placido
_, ne fu estratto, e con una corda al collo, colle mani legate al di
dietro, fu menato per le strade, dileggiato, e con picciole punture
trafitto in varie forme dai soldati, ed ingiuriato dal popolo,
senzachè alcuno compassion ne mostrasse; anzi correndo ognuno a
rovesciar le sue statue sotto gli occhi di lui. Credette di fargli
servigio un soldato tedesco, per levarlo da tanti obbrobrii, e gli
lasciò sulla testa un buon colpo: il che fatto, si ammazzò da sè
stesso, ovvero, come si ha da Tacito, fu ucciso dagli altri. Terminò
la sua vita _Vitellio_, coll'essere gittato giù per le scale gemonie;
il cadavero suo fu coll'uncino strascinato al Tevere, e la sua testa
portata per tutta la città. Era in età di cinquantasette anni; e
questo frutto riportò egli dalla sconsigliata sua ambizione, alzato da
chi nol conosceva a sì sublime grado, ed abborrito da chi sapea di sua
vita, riguardandolo per troppo indegno dell'imperio, e certamente
incapace di sostenerlo con tanto perversi costumi e sì grande
poltroneria. Restò bensì libera Roma dall'usurpatore Vitellio, ma non
già dalle atroci pensioni della guerra civile. Per lungo tempo
durarono i saccheggi e gli omicidii. Maltrattato era chiunque fu amico
di Vitellio, e sotto questo pretesto si estendeva ad altri la feroce
avidità dei vittoriosi e licenziosi soldati: in una parola, tutto era
lutto, confusione e lamenti in Roma ed altrove. Ancorchè _Domiziano_,
figlio di Vespasiano, fosse ornato immediatamente col nome di
_Cesare_, pure niun rimedio apportava, intento solo a sfogar le
passioni proprie della scapestrata gioventù. _Lucio Vitellio_,
fratello dell'estinto Augusto, venne ad arrendersi colle sue
soldatesche, sperando pure miglior trattamento; ma restò anch'egli
barbaramente ucciso. Fece lo stesso fine _Germanico_, piccolo
figliuolo del medesimo imperadore. Subito che si potè raunare il
senato, furono decretati a _Flavio Vespasiano_ tutti gli onori soliti
a godersi dagl'imperadori romani. E bisogno ben grande v'era di un sì
fatto imperadore, sì per rimettere in calma la sconcertata Roma ed
Italia, come ancora per dar sesto alla Germania e Gallia dove _Claudio
Civile_ avea mosso dei gravi torbidi che accenneremo fra poco. Guerra
eziandio era nella Giudea, guerra nella Mesia e nel Ponto.
Sovrastavano perciò danni e pericoli non pochi alla romana repubblica,
se non arrivava a reggerla un Augusto, che per senno e per valore
gareggiasse coi migliori.

NOTE:

[419] Tacitus, Historiar., lib. 1, cap. 7. Dio, lib. 64.

[420] Sueton., in Vitellio, cap. 7.

[421] Plutarc., in Galba. Tacit., Historiar., lib. 1, cap. 55.

[422] Tacit., Historiar., lib. 1, cap. 13.

[423] Sveton., in Othone, cap. 5.

[424] Tacitus, Historiar., lib. 1, c. 27. Plutarchus, in Galba.

[425] Tacitus, lib. 1, cap. 77.

[426] Plutarc., in Othone.

[427] Tacitus, Hist., lib. 1, cap. 1.

[428] Idem, ibid., cap. 61 et seq.

[429] Plutarchus, in Othone.

[430] Suetonius, in Othone, cap. 8. Dio, lib. 64. Tacitus, Histor.,
lib. 1, cap. 74.

[431] Tacitus, Histor., lib. 2, cap. 21.

[432] Plutarc., in Othone.

[433] Dio, lib. 64.

[434] Plutarc., in Othone.

[435] Sueton., in Othone, cap. 10.

[436] Tacitus, Histor., lib. 2, c. 48.

[437] Plutarcus, in Othone.

[438] Sueton., in Vitellio, cap. 24. Dio, lib. 64

[439] Tacitus, Histor., lib. 2, c. 97. Suetonius, in Vespasiano, c. 4.

[440] Joseph., de Bello Judaic., lib. 4.

[441] Tacitus, Historiar., lib. 2, cap. 82.

[442] Sueton., in Vitellio, cap. 18.

[443] Dio, lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 13.

[444] Joseph., de Bello Judaico, lib. 5, cap. 13.

[445] Tacitus, Historiar., lib. 3, c. 33. Dio, lib. 65.

[446] Tacitus, Historiar., lib. 3, cap. 55.

[447] Dio, lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 69.

[448] Joseph., de Bel. Jud., lib. 4, cap. 42. Dio, lib. 65.

[449] Sueton., in Vitellio, cap. 16.



    Anno di CRISTO LXX. Indizione XIII.

    CLEMENTE papa 4.
    VESPASIANO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO imperad. per la seconda volta, e TITO FLAVIO
CESARE suo figliuolo.


Ancorchè fossero lontani da Roma _Vespasiano_ Augusto e _Tito_ suo
figlio, dichiarato anch'esso _Cesare_ dal senato, pure, per onorare i
principii di questo nuovo imperadore, furono amendue promossi al
consolato, in cui procederono per tutto giugno. In essa dignità ebbero
per successori nelle calende di luglio _Marco Licinio Muciano_ e
_Publio Valerio Asiatico:_ e poscia a questi nelle calende di novembre
succederono _Lucio Annio Basso_ e _Caio Cecina Peto._ Dacchè[450]
nell'anno precedente giunse a Roma _Muciano_, prese egli il governo,
facendo quel che gli parea sotto nome di Vespasiano. V'interveniva
anche _Domiziano Cesare_, figliolo dell'imperadore, per dar colore
agli affari; ma quantunque egli prendesse molte risoluzioni per le
istigazioni degli amici, pure l'autorità era principalmente presso
Muciano, uomo di smoderata ambizione, che s'andava vantando d'aver
donato l'imperio a Vespasiano, e di essere come fratello di lui, e
facendo perciò alto e basso, come s'egli stesso fosse l'imperadore.
Certo la sua prima cura fu quella di metter fine all'insolenza dei
soldati, e di ridurre la quiete primiera nella città. Ma un'altra
maggiormente n'ebbe per adunar danaro il più che si potea, per
rinforzare il pubblico fallito erario, dicendo sempre _che la pecunia
era il nerbo del Principato_; nè rincresceva di tirar sopra di sè
l'odiosità delle esazioni, e di risparmiarla a Vespasiano, perchè ne
profittava non poco anch'egli per sè stesso. Recavano a lui gelosia
_Antonio Primo_, divenuto in gran credito, per aver egli abbassato
Vitellio; ed _Arrio Varo_, perchè alzato alla potente carica di
prefetto del pretorio. Quanto a _Primo_, il caricò di lodi nel senato,
gli mostrò gran confidenza, gli fece sperare il governo della Spagna
Taraconense, promosse agli onori varii di lui amici; ma nello stesso
tempo mandò lungi da Roma le legioni che aveano dell'amore per lui, e
fece restar lui in secco. Andò Primo a trovar Vespasiano, che il
ricevè con molte carezze; ma Muciano, con rappresentarlo uomo
pericoloso a ragion della sua arditezza, e con rilevar gli
abbominevoli disordini da lui permessi in Cremona, Roma ed altrove,
per guadagnarsi l'affetto de' soldati, gli tagliò in fine le
gambe[451]. Per conto di _Varo_, gli tolse la prefettura del pretorio,
dandogli quella dell'annona, e sostituì nella prima carica _Clemente
Aretino_, parente di Vespasiano.

Allorchè si compiè la tragedia di Vitellio, si trovava _Vespasiano_ in
Egitto, _Tito_ suo figliuolo nella Giudea. Non sì tosto ebbe
Vespasiano avviso di quanto era avvenuto, che spedì da Alessandria a
Roma una copiosa flotta di navi cariche di grano, perchè le soprastava
una terribil carestia, e l'Egitto da gran tempo era il granaio de'
Romani, affinchè quel gran popolo abbondasse di vettovaglia. Se
vogliam credere a Filostrato[452], Vespasiano fece di gran bene
all'Egitto, con dare un saggio regolamento a quel paese, esausto in
addietro per le soverchie imposte, Dione[453] all'incontro attesta che
gli Alessandrini, i quali si aspettavano delle notabili ricompense,
per essere stati i primi ad acclamarlo imperadore, si trovarono
delusi, perchè egli volle da loro buone somme di danaro, esigendo gli
aggravii vecchi non pagati, senza esentarne nè meno i poveri, ed
imponendone di nuovi. Questo era il solo difetto o vizio (se pure,
come diremo, tal nome gli competeva) che s'avesse Vespasiano. Perciò
il popolo di Alessandria, popolo per altro avvezzo a dir quasi sempre
male de' suoi padroni, se ne vendicò con delle satire, e con caricarlo
d'ingiurie e di nomi molto oltraggiosi. Perciò vi mancò poco che
Vespasiano, quantunque principe savio ed amorevole, non li gastigasse
a dovere; e l'avrebbe fatto, se Tito suo figliuolo non si fosse
interposto, per ottener loro la grazia, con rappresentare al padre,
«che i saggi principi fanno quel che debbono, o credono ben fatto, e
poi lasciano dire.» Nella state venne Vespasiano Augusto alla volta di
Roma. Arrivato a Brindisi, vi trovò Muciano, ch'era ito ad incontrarlo
colla primaria nobiltà di Roma. Trovò a Benevento il figliuolo
_Domiziano_, che già aveva cominciato a dar pruove del perverso suo
naturale, con varie azioni ridicole, o con prepotenze. Perchè egli
nella lontananza del padre si era arrogata più autorità che non
conveniva, e trascorreva anche in ogni sorta di vizii: Vespasiano in
collera parea disposto a de' gravi risentimenti contra di questo
scapestrato figliuolo[454]. Il buon Tito suo fratello fu quegli che
perorò per lui, e disarmò l'ira del padre. Non lasciò per questo
Vespasiano di mortificar la superbia di esso Domiziano. Accolse poi
gli altri tutti con gravità condita di cordiale amorevolezza,
trattando non da imperadore, ma come persona privata con cadauno.
Aveva egli molto prima inviato ordine a Roma, che si rifabbricasse il
bruciato Campidoglio, dando tal incombenza a _Lucio Vestino_,
cavaliere di molto credito. Nel dì 21 di giugno s'era dato principio a
sì importante lavoro con tutto il superstizioso rituale e le cerimonie
di Roma pagana, con essersi gittate ne' fondamenti assai monete nuove
e non usate, perchè così aveano decretato gli aruspici. Giunto da lì a
non molto Vespasiano a Roma, per meglio autenticar la sua premura per
quella fabbrica, e per alzar quivi un sontuoso tempio[455], fu dei
primi a portar sulle sue spalle alquanti di que' rottami; e volle che
gli altri nobili facessero altrettanto, affinchè dal suo e loro
esempio si animasse maggiormente il popolo all'impresa. E perciocchè
nell'incendio d'esso Campidoglio erano perite circa tremila tavole di
rame, o sia di bronzo, cioè le più preziose antichità di Roma, perchè
in simili tavole erano intagliate le leggi, i decreti, le leghe, le
paci e gli altri atti più insigni del senato e del popolo romano fin
dalla fondazione di Roma, comandò che se ne ricercassero
diligentemente quelle copie che si potessero ritrovare, e di nuovo
s'incidessero in altre tavole. Parimente ordinò Vespasiano che fosse
restituita la buona fama a tutti i condannati al tempo di Nerone[456],
e sotto i tre susseguenti Augusti, e la libertà a tutti gli esiliati
che si trovassero vivi; e che si cassassero tutte le accuse de' tempi
addietro. Cacciò eziandio di Roma tutti gli strologhi, gente
perniciosa alle repubbliche, quantunque egli non disprezzasse
quest'arte vana, e tenesse in sua corte uno di tali pescatori
dell'avvenire, stimandolo il più perito degli altri. E si sa ch'egli,
a requisizione di un certo Barbillo strologo, concedette al popol di
Efeso di poter fare il combattimento appellato sacro: grazia da lui
non accordata ad altre città.

Due guerre di somma importanza ebbero in questi tempi i Romani, l'una
in Giudea, l'altra nella Gallia e Germania. Diffusamente è narrata la
prima da Giuseppe Ebreo; l'una e l'altra da Cornelio Tacito. Io me ne
sbrigherò in poche parole. Famosissima è la guerra. Avea quel popolo,
ingrato e cieco, ricompensato il Messia, cioè il divino Salvator
nostro, di tanti suoi benefizii, con dargli una morte ignominiosa;
avea perseguitata a tutto potere fin qui la nata santissima religione
di Cristo. Venne il tempo, in cui la giustizia di Dio volle lasciar
piombare sopra quella sconoscente nazione il gastigo, già a lei
predetto dallo stesso Signor nostro[457]. S'erano ribellati i Giudei
all'imperio romano, e per una vittoria da loro riportata contro
_Cestio_, parea che si ridessero delle forze romane[458]. Vespasiano,
irritato forte contra di loro, spedì _Tito_ suo figliuolo nella
primavera dell'anno presente per domarli. Gerusalemme era in quei
tempi una delle più belle; forti e ricche città dell'universo, perchè
i Giudei, sparsi in gran copia per l'Asia e per l'Europa, faceano gara
di divozione per mandar colà doni al tempio e limosine di danari. Per
dar anche a conoscere Iddio più visibilmente che dalla sua mano veniva
il gastigo, Tito andò ad assediarla in tempo che un'infinità di Giudei
era, secondo il costume, concorsa colà per celebrarvi la Pasqua: nel
qual tempo appunto aveano crocifisso l'umanato figliuol di Dio. Che
sterminato numero di essi per giusto giudizio di Dio si trovasse
ristretto in quella città, come in prigione, si può raccogliere dal
medesimo loro storico Giuseppe, il quale asserisce che, durante
quell'assedio, vi perì un milione e centomila Giudei, per fame e per
la peste. Sanguinosi combattimenti seguirono; ostinato quel popolo mai
non volle ascoltar proposizioni di pace e di arrendersi. Avvegnachè
riuscisse al copiosissimo esercito romano di superar le due prime
cinte di muro di quella città, la terza nondimeno, più forte
dell'altre, fu sì bravamente difesa dagli assediati, che Tito perdè la
speranza di espugnar la città colla forza, e si rivolse al partito di
vincerla con la fame. Un prodigioso muro con fosse e bastioni di
circonvallazione fatto intorno a Gerusalemme tolse ad ognuno la via a
fuggirsene. Però una orribil fame, e la peste sua compagna, entrate in
Gerusalemme, vi faceano un orrido macello di quegli abitanti; i quali
anche discordi fra loro e sediziosi, piuttosto amavano di vedere e
sofferire ogni più orribile scempio, che di suggettarsi di nuovo al
popolo romano. Non si può leggere senza orrore la descrizione che fa
Giuseppe di quella deplorabil miseria, a cui difficilmente si troverà
una simile nelle storie. Immense furono le ruberie e le crudeltà di
quei che più poteano in quella città; le centinaia di migliaia di
cadaveri accrescevano il fetore e le miserie di coloro che restavano
in vita; faceano i falsi profeti e i tiranni interni più male al
popolo che gli stessi Romani. Ma nel dì 22 di luglio il tempio di
Gerusalemme, fu preso, e con tutta la cura di Tito Cesare, perchè si
conservasse quell'insigne e ricchissimo edificio, Dio permise che gli
stessi Giudei vi attaccassero il fuoco, e si riducesse in un monte di
sassi e di cenere. S'impadronì poi Tito della città alta e bassa nel
mese di settembre colla strage e schiavitù di quanti si ritrovarono
vivi. Non solo il tempio, ma anche la città, parte dalle mani de'
vincitori, parte dal fuoco furono disfatti ed atterrati; e quella gran
città rimase per molto tempo un orrido testimonio dell'ira di Dio,
siccome la dispersion di quel popolo senza tempio, senza sacerdoti,
che noi tuttavia miriamo, fa fede, quello non essere più il popolo di
Dio, siccome aveano predetto i profeti.

L'altra guerra, che i Romani sostennero in questi tempi, ebbe
principio nella Batavia, oggidì Olanda, sotto Vitellio[459]. _Claudio
Civile_, persona di sangue reale, di gran coraggio, avendo prese
l'armi, stuzzicò quei popoli, e i circonvicini ancora, a rivoltarsi
contra de' Romani e di Vitellio, con apparenza nondimeno di sostenere
il partito di Vespasiano. Diede sul Reno una rotta ad _Aquilio_
generale de' Romani, e al suo fiacco esercito. Questa vittoria fece
voltar casacca a molte delle soldatesche, le quali ausiliarie
militavano per l'imperio, e commosse a ribellione altri popoli della
Germania e della Gallia; e però cresciute le forze a Claudio Civile,
non riuscì a lui difficile il riportare altri vantaggi. Ma dopo la
morte di Vitellio, i ministri di Vespasiano inviarono gran copia di
gente per ismorzar quell'incendio. _Annio Fallo_ e _Petilio Cereale_
furono scelti per capitani di tale impresa. Andò innanzi il terrore di
quest'armata, e cagion fu che la parte rivoltata della Gallia tornasse
all'ubbidienza. Furono ripigliate alcune città colla forza, date più
sconfitte a Civile e a' suoi seguaci, tanto che tutti a poco a poco si
ridussero a piegare il collo, e a ricorrere alla clemenza romana.
_Domiziano Cesare_ in questa occasione, bramoso di non essere da meno
di Tito suo fratello, volle andare alla guerra; e _Muciano_, per paura
che questo sfrenato ed impetuoso giovane non commettesse qualche
bestialità in danno dell'armi romane, giudicò meglio, di
accompagnarlo. Seppe poi con destrezza fermarlo a Lione sotto varii
pretesti, tanto che si mise fine a quella guerra, senzachè egli vi
avesse mano; e poscia; il ricondusse in Italia, acciocchè andasse ad
incontrar il padre Augusto, il quale; siccome già dicemmo, venne a
Roma nell'anno, presente, e fu ricevuto con gran magnificenza
dappertutto.

NOTE:

[450] Tacit., Histor., lib. 4. Dio, lib. 66.

[451] Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 69.

[452] Philostratus, in Apollon. Tyan.

[453] Dio, lib. 66.

[454] Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 52.

[455] Sueton., in Vespasiano, c. 8.

[456] Dio, in Excerptis Valesianis.

[457] Joseph., lib. 5 de bello Judaico.

[458] Tacitus, Histor., lib. 5.

[459] Tacitus, Histor., lib. 4.



    Anno di CRISTO LXXI. Indizione XIV.

    CLEMENTE papa 5.
    FLAVIO VESPASIANO imperadore 3.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la terza volta, e MARCO COCCEIO NERVA.


Nerva, collega dell'imperadore nel consolato, divenne anch'egli col
tempo imperadore. Non tennero essi consoli se non per tutto febbraio
quella dignità, e ad essi succederono, nelle calende di marzo, _Flavio
Domiziano Cesare_, figliuolo di Vespasiano, e _Gneo Pedio Casto_.
Merito grande s'era acquistato _Tito Cesare_ presso il padre per la
guerra gloriosamente terminata nella Giudea. Maggior anche era il
merito de' suoi dolci costumi[460]. Cotanto si faceva egli amar dai
soldati, che, dopo la presa di Gerusalemme, l'armata romana, gli diede
il titolo militare d'imperadore; e volendo egli venire a Roma,
cominciarono tutti con preghiere, e poi con minacce, a gridare o che
restasse egli, o che tutti li conducesse seco. Per questo e per
qualche altro barlume insorse sospetto presso della gente maliziosa
ch'egli nudrisse dei disegni di rivoltarsi contra del padre: il che
giammai a lui non cadde in pensiero. Ne fu anche informato Vespasiano;
ma siccome egli avea troppe prove dell'onoratezza del figliuolo, così
non ne fece caso; anzi udito che già egli era in viaggio, il fece
dichiarar suo collega nell'imperio, e compagno anche nella podestà
tribunizia, ma senza conferirgli i titoli di _Augusto_ e _Padre della
Patria._ Questi onori equivalevano allora alla dignità dei re de'
Romani de' nostri giorni, ed erano un sicuro grado per succedere al
padre Augusto nella piena dignità ed autorità imperiale[461]. Passando
per la Città di Argos, volle Tito abboccarsi con _Apollonio Tianeo_,
filosofo di gran grido in questi tempi, e di cui molte favole hanno
spacciato i Gentili. Il pregò di dargli alcune regole per saper ben
governare. Altro non gli diss'egli, se non d'imitar Vespasiano suo
padre, e di ascoltar con pazienza Demetrio filosofo cinico, che facea
professione di dir liberamente, e senz'adulazione o rispetto di
alcuno, la verità; e che non s'inquietasse, se l'avesse ripreso di
qualche fallo. Tito promise di farlo. Sarebbe da desiderare un
filosofo sì fatto, e con tale autorità in ogni corte; e fors'anche in
ogni paese si troverebbe volendolo. Ma è da temere che non si
trovassero poi tanti Titi. Ebbe Tito sentore per istrada delle
relazioni maligne portate di lui al padre (e forse n'era stato sotto
mano autore l'invidioso Domiziano) con fargli anche sospettare che
Tito non verrebbe, perchè macchinava cose più grandi. Allora egli
s'affrettò, e in una nave da carico, quando men s'aspettava, arrivò in
corte; e quasi rimproverando il padre ch'era uscito in fretta ad
incontrarlo, un po' agramente gli disse: _Son venuto, Signor e Padre,
son venuto._

Fu decretato il trionfo dal senato tanto a Vespasiano, quanto al
figliuolo, e separatamente per la vittoria giudaica. Ma Vespasiano che
amava il risparmio in tutte le occorrenze, nè potea sofferir tanta
spesa, si contentò d'un solo che servisse ad amendue. Non s'era mai
veduto in addietro un padre trionfar con un figlio: si vide questa
volta. Memoria di questo trionfo tuttavia abbiamo nell'arco di Tito in
Roma, dato anche alle stampe dal Bellorio, e vi si mira portato
l'aureo candelabro del tempio di Gerusalemme. L'essersi felicemente
terminate le guerre della Giudea e Germania, diede campo a Vespasiano
di fabbricar il tempio della Pace, e di chiudere quello di Giano;
giacchè per tutto l'imperio romano si godeva un'invidiabil calma.
Questa specialmente tornò a fiorire in Roma insieme colla giustizia,
per tanti anni in addietro bandita da essa, e vi risorse la quiete
degli animi e l'allegria: tutti effetti del saggio e dolce governo di
Vespasiano. Buon concetto si avea nei tempi andati di questo
personaggio; ma, divenuto imperadore; superò di lunga mano
l'aspettazion di ognuno[462]. Imperocchè tosto si accinse egli con
vigore a ristabilire Roma e l'imperio, che tanto aveano patito sotto i
precedenti, o principi o tiranni; nè si diede mai posa, finchè visse,
per levare i disordini, e per abbellire quella gran città. Chiara cosa
essendo che i passati affanni principalmente erano proceduti
dall'avidità, insolenza e poca disciplina de' soldati, e soprattutto
de' pretoriani, vi rimediò col cassare la maggior parte di quei di
Vitellio, ed esigere rigorosamente la buona disciplina dai suoi
propri. Per assicurarsi meglio del pretorio, cioè delle guardie del
palazzo, con istupore di ognuno, creò lo stesso _Tito_, suo figliuolo
e collega, prefetto del pretorio: carica sempre innanzi esercitata dai
cavalieri, e che perciò divenne col tempo la più insigne ed apprezzata
dopo la dignità imperiale[463]. La vita di Vespasiano era senza fasto.
Il venerava ognuno come signore, ed egli amava all'incontro di
comparir verso tutti piuttosto concittadino, e come persona tuttavia
privata. Di rado abitava nel palazzo, più spesso negli orti
sallustiani, luogo delizioso. Dava quivi benignamente udienza non solo
ai senatori, ma agli altri ancora di qualsivoglia grado.
Vigilantissimo, soleva avanti giorno, stando in letto, leggere le
lettere e le memorie a lui presentate, ammettere i suoi familiari ed
amici, quando si vestiva, e favellar con loro delle cose occorrenti.
Uno di questi era _Plinio il Vecchio_[464]. Anche andando per istrada
non rifiutava di parlare con chi avea bisogno di lui. Fra il giorno
stavano aperte a tutti e senza guardia le porte della sua abitazione.
Sempre interveniva al senato, mostrando il convenevol rispetto a
quell'ordine insigne, nè v'era affare d'importanza che non comunicasse
con loro. Sovente ancora, andava in piazza a rendere giustizia al
popolo. E qualora per la sua avanzata età non potea portarsi al
senato, gli partecipava i suoi sentimenti in iscritto, e incaricava i
suoi figliuoli di leggerli. Nè solamente in ciò dava egli a conoscere
la stima che facea del senato, ma eziandio col voler sempre alla sua
tavola molti dei senatori, e coll'andar egli stesso non rade volte a
pranzare in casa degli amici e dei familiari suoi. Sapeva dir delle
burle, e pungere con grazia; nè s'avea a male, se altri facea lo
stesso verso di lui. Dilettavasi massimamente di praticar colle
persone savie, per le quali non vi era portiera, e fu udito dire[465]:
_Oh potess'io comandare a dei saggi, e che anche i saggi potessero
comandare a me!_ Non mancavano neppure in que' tempi pasquinate e
satire contro di lui; ma egli, benchè, ne fosse avvertito, non se ne
alterava punto, seguitando, ciò non ostante, a far ciò che riputava
utile alla repubblica. Allorchè Vespasiano era in Grecia col pazzo
Nerone[466], vedendolo un dì nel teatro prorompere in parole, e gesti
indecenti alla sua dignità, non seppe ritenersi dal fare un cenno di
stupore e disapprovazione. Febo, liberto di Nerone, osservato ciò, se
gli accostò, e dissegli che un par suo non istava bene in quel luogo.
_Dove, volete ch'io vada?_, disse allora Vespasiano. E il superbo ed
insolente liberto replicò, _che andasse alle forche._ Costui ebbe
tanto ardire di presentarsi, davanti a lui, già divenuto imperadore,
per addurre delle scuse. Altro male non gli fece Vespasiano, se non di
dirgli, _che se gli levasse davanti, e andasse alle forche_. Con rara
pazienza sofferiva egli che gli si dicesse la verità, e godeva quel
bel privilegio, tanto esaltato da Cicerone in Giulio Cesare, di
dimenticar le ingiurie. Maritò molto decorosamente tre figliuole di
Vitellio; e benchè si trovasse più d'uno che macchinò congiure contra
di un principe sì buono, contuttociò niuno mai gastigò se non
coll'esilio, solendo anche dire, _che compativa la pazzia di coloro, i
quali aspiravano all'imperio, perchè non sapevano che aggravio e spine
l'accompagnassero_. Però sua usanza fu di guadagnar coi benefizii, e
non di rimeritar coi gastighi, chi era stato ministro della crudeltà
de' tiranni, perchè volea credere che avessero così operato più per
paura che per malizia. E questo per ora basti de' costumi di
Vespasiano. Ne riparleremo andando innanzi, come potremo, giacchè si
son perdute le storie di Tacito, e con ciò a noi manca il filo
cronologico delle azioni di questo principe.

NOTE:

[460] Sveton., in Tito, cap. 5.

[461] Philostratus, in Apollon. Tyaneo.

[462] Sueton., in Vespasiano, cap. 8.

[463] Dio, lib. 66.

[464] Plinius Junior, lib. 4, epist. 5.

[465] Philostratus, in Vita Apollonii Tyan.

[466] Dio, lib. 66. Suetonius, in Vespasiano, cap. 14.



    Anno di CRISTO LXXII. Indizione XV.

    CLEMENTE papa 6.
    VESPASIANO imperadore 4.

_Consoli_

VESPASIANO AUGUSTO per la quarta volta, e TITO FLAVIO CESARE per la
seconda.


Dappoichè _Muciano_ venuto a Roma cominciò a godere de' primi onori,
il governo della Siria fu dato da Vespasiano a _Cesennio Peto._
Scriss'egli a Roma, che _Antioco re della Comagene_, il più ricco dei
re sudditi di Roma, con _Epifane_ suo figliuolo teneva dei trattati
secreti con _Vologeso_ re dei Parti, disegnando di rivoltarsi. Dubita
Giuseppe Ebreo[467], se Antioco fosse di ciò innocente, o reo, ed
inclina piuttosto al primo. Peto gli volea poco bene; e potè ordir
questa trama. Vespasiano, a cui troppo era difficile il chiarire la
verità, nè volea trascurar l'affare, essendo di somma importanza
quella provincia per le frontiere della Soria e dell'imperio romano:
mandò ordine a Peto di far ciò ch'egli credesse più convenevole, e
giusto in tal congiuntura. Pertanto unitosi quel governatore con
_Aristobolo re di Calcide_, e con _Soemo re di Emessa_, entrò
coll'esercito nella Comagene. A questa inaspettata mossa Antioco si
ritirò con tutta la sua famiglia, e senza voler far fronte all'armi
romane, lasciò che Peto entrasse in Samosata capitale dei suoi Stati.
Epifane e Callinico suoi figliuoli, prese le armi, fecero qualche
resistenza; ma tardarono poco i lor soldati a rendersi ai Romani. Si
rifuggirono essi alla corte di Vologeso, re dei Parti, che gli
accolse, non già come esiliati, ma come principi. Antioco lor padre
fuggì nella Cilicia. Peto inviò gente, a cercarlo, ed essendo stato
colto a Tarsi, fu caricato di catene, per essere condotto a Roma. Nol
permise Vespasiano, e spedì ordini che fosse rimesso in libertà, e che
potesse abitare a Sparta, dove gli facea somministrar tutto
l'occorrente, acciocchè vivesse da par suo. Per intercessione poi di
Vologeso, ai di lui figliuoli fu permesso di venire a Roma. Vi venne
anche Antioco, e tutti riceverono trattamento onorevole, senza più
riaver quegli Stati. Siamo assicurati da Svetonio[468] che la
Comagene, siccome ancora la Tracia, la Cilicia e la Giudea furono
ridotte in provincie sotto Vespasiano, cioè immediatamente governate
dagli uffiziali romani. Ma non tutto ciò avvenne sotto il presente
anno. Fece in questi tempi Vologeso re de' Parti istanza d'aiuti ai
Vespasiano, perchè gli Alani, feroce popolo della Tartaria, entrati
nella Media, obbligarono a fuggirne _Pacoro re_ di quel paese, e
_Tiridate re dell'Armenia_, minacciando anche il dominio di Vologeso.
Non si volle mischiar Vespasiano negli affari di que' Barbari; e forse
di qua venne qualche alterazion di animo fra di loro. Sappiamo da
Dione[469], aver quel superbo re scritta una lettera con questo
titolo: _Arsace re dei re a Vespasiano_, senza riconoscerlo per
imperador de' Romani. Vespasiano, lungi dal farne rimprovero o
doglianza alcuna, gli rispose nel medesimo tenore: _Ad Arsace re dei
re, Vespasiano_. Credesi[470] che in questi tempi avvenisse qualche
guerra nella Bretagna, dov'era andato per governatore _Petilio
Cereale_, con far quivi l'armi romane nuove conquiste.

Seguitava intanto Vespasiano a far dei saggi regolamenti[471] per
levare gli abusi, e rimettere il buon ordine in Roma. Osservate alcune
persone indegne ne' due nobili ordini senatorio ed equestre, le levò
via; e perchè era scemato di molto il numero dei medesimi senatori e
cavalieri, per la crudeltà de' regnanti precedenti, aggregò a quegli
ordini le famiglie e persone più riguardevoli e degne, non tanto di
Roma, quanto dell'Italia e dell'altre provincie. Trovò che le liti
civili erano cresciute a dismisura, andavano in lungo e si eternavano
anche talvolta: male non forestiere anche in altri tempi e in altri
luoghi. Cercò di rimediarvi con eleggere varii giudici, che le
sbrigassero senz'attendere le formalità e lunghezze ordinarie del
foro. Per mettere freno alla libidine delle donne libere che sposavano
gli schiavi, rinnovò il decreto che anch'esse, perduta la libertà,
divenissero schiave. Per frastornar coloro che prestavano danaro ad
usura ai figliuoli di famiglia, vietò il poterlo esigere dopo la morte
dei padri. Ma nulla più contribuì alla correzion de' costumi e a far
cessare il soverchio lusso de' Romani, che l'esempio dell'imperadore
stesso. Parca era la mensa sua; semplice e non mai pomposo il suo
vestire; sicura dal di lui potere l'altrui onestà. Il disapprovar egli
colle parole e coi fatti gli eccessi introdotti, più che le leggi e i
gastighi, ebbe forza d'introdurre la riforma dei costumi nella
nobiltà, e in chiunque desiderava d'acquistare o conservar la grazia
di lui. Aveva[472] egli conceduta una carica ad un giovane. Andò
costui per ringraziarlo tutto profumato. Questo bastò perchè
Vespasiano, guatandolo con disprezzo, gli dicesse: _Avrei avuto più
caro che tu puzzassi d'aglio;_ e gli levò la patente. Oltre a ciò, per
guarire l'altrui vanità e superbia col proprio esempio, parlava egli
stesso della bassezza della prima sua fortuna, e si rise di chi avea
compilata una genealogia piena di adulazione, per mostrare[473]
ch'egli discendeva dai primi fondatori della città di Rieti sua
patria, e da Ercole. Anzi talora nella state andava a passar qualche
giorno nella villa, dov'egli era nato, fuori di Rieti, senza voler mai
che a quel luogo si facesse mutazione alcuna, per ben ricordarsi di
quello ch'egli fu una volta. E in memoria di _Tertulla_ sua avola
paterna, che l'avea allevato, nei dì solenni e festivi solea bere in
una tazza d'argento da lei usata.

NOTE:

[467] Joseph., de Bello Judaico, lib. 7.

[468] Suet., in Vespasiano, c. 8.

[469] Dio, lib. 66.

[470] Tacitus, in Vita Agricolae, c. 17.

[471] Suet., in Vespasiano, c. 9.

[472] Suet., in Vespasiano, c. 8.

[473] Idem, cap. 12.



    Anno di CRISTO LXXIII. Indizione I.

    CLEMENTE papa 7.
    VESPASIANO imperadore 5.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO CESARE per la seconda volta, e MARCO VALERIO
MESSALINO.


Console ordinario fu in quest'anno _Domiziano_[474], non già per li
meriti suoi nè per elezione del saggio suo padre, ma perchè il buon
Tito suo fratello, disegnato per sostenere anche nell'anno presente sì
riguardevol dignità, la cedette a lui, e pregò il padre di
contentarsene. E si vuol qui appunto avvertire che esso Tito era in
tutti gli affari il braccio diritto del vecchio padre[475]. A nome di
lui dettava egli le lettere e gli editti, e per lui recitava in senato
le determinazioni occorrenti. Secondochè s'ha dalla cronaca
d'Eusebio[476], circa questi tempi (se pur ciò non fu più tardi)
l'Acaia, la Licia, Rodi, Bizanzio, Samo ed altri luoghi di Oriente
perderono la lor libertà, perchè se ne abusavano in danno lor proprio
per le sedizioni e nemicizie regnanti fra i cittadini. Non si mandava
colà proconsole o governatore romano in addietro, lasciando che si
governassero coi propri magistrati e colle lor leggi. Da qui innanzi
furono sottoposti al governo del presidente inviato da Roma, e a
pagare i tributi al pari dell'altre provincie. Per attestato ancora di
Filostrato[477], _Apollonio Tianeo_, filosofo rinomato di questi
tempi, grande strepito fece contra di Vespasiano, perchè avesse tolta
alla Grecia quella libertà che Nerone, tuttochè principe sì cattivo,
le avea restituita. Ma Vespasiano il lasciò gracchiare, dicendo _che i
Greci aveano disimparato il governarsi da gente libera_. Il Calvisio,
il Petavio, il Bianchini ed altri, non per certa cognizione del tempo,
ma per mera congettura, riferiscono a quest'anno la cacciata de'
_filosofi_ da Roma: risoluzione che par contraria alla saviezza di
Vespasiano, ma che fu fondata sopra giusti motivi. Le diede impulso
_Elvidio Prisco_ nobile senatore romano, e professore della più rigida
filosofia degli stoici, la qual era allora più dall'altre in voga
presso i Romani. A questo personaggio fa un grande elogio Cornelio
Tacito[478], con dire, aver egli studiata quella filosofia, non già
per vanità, come molti faceano, nè per darsi all'ozio, ma per
provvedersi di costanza ne' varii accidenti della vita, per sostenere
con equità e vigore i pubblici uffizii, e per operar sempre il bene, e
fuggire il male. Perciò s'era acquistato il concetto d'essere buon
cittadino, buon senatore, buon marito, buon genero, buon amico,
sprezzator delle ricchezze, inflessibile nella giustizia, ed intrepido
in qualsivoglia sua operazione. Anche Ariano[479], Plinio[480] il
giovane e Giovenale furono liberali di lodi verso di Prisco. Ma egli
era troppo invanito dell'amor della gloria, cercandola ancora per vie
mancanti di discrezione[481]. Gli esempli di _Trasea Peto_, suocero
suo, uomo da noi veduto lodatissimo ne' tempi addietro, gli stavano
sempre davanti agli occhi, per parlare francamente ove si trattava del
pubblico bene. Ma non sapea imitarlo nella prudenza. Trasea, ancorchè
avesse in orrore i vizii e le tirannie di Nerone, pure nulla dicea o
facea che potesse offenderlo. Solamente talvolta si ritirò dal senato,
per non approvare le di lui bestialità e crudeltà: il che poi gli
costò la vita.

Ma _Elvidio_ si facea gloria di parlar con vigore e libertà senza
riguardo alcuno. Così operò sotto Galba, sotto Vitellio; ma più usò di
farlo sotto Vespasiano, quasichè la bontà di questo principe dovesse
servire di passaporto alla soverchia licenza delle sue parole. Il
peggio fu ch'egli, scoprendosi nemico della monarchia, tenendo sempre
il partito del popolo, non si facea scrupolo di darsi in pubblico e in
privato a conoscere per persona che odiava Vespasiano. Allorchè questo
principe arrivò a Roma, ito a salutarlo, non gli diede altro nome che
quello di Vespasiano. Essendo pretore nell'anno 70, in niuno de' suoi
editti mai mise parola in onore di lui, anzi nè pure il nominò. Ma
questo era poco. Sparlava di lui dappertutto, lodava solamente il
governo popolare, e Bruto e Cassio; formava anche delle fazioni contra
del dominio cesareo. Andò così innanzi l'ostentazione di questo suo
libero parlare, che nel senato medesimo giunse a contrastare e garrire
insolentemente collo stesso Vespasiano, quasichè fosse un suo
eguale[482]; perlochè, d'ordine dei tribuni della plebe, fu preso e
consegnato ai littori, o sia ai sergenti della giustizia. Il buon
Vespasiano, a cui forte dispiaceva di perdere un sì fatt'uomo, eppur
non credea bene d'impedire il riparo alla di lui insolenza, uscì di
senato quel dì piangendo e con dire: _O mio figliuolo mi succederà, o
niun altro:_ volendo forse indicare che Elvidio con quelle sue
impertinenti maniere additava di pretendere all'imperio. Pure la
clemenza di Vespasiano non permise che si decretasse ad uomo sì
turbolento, che inquietava e screditava il presente governo, e
mostravasi tanto capace di sedizioni, se non la pena dell'esilio. Ma
perchè verisimilmente neppur si seppe contener da lì innanzi la lingua
di questo imprudente filosofo, fu (non si sa in qual anno) condannato
a morte dal senato, e mandata gente ad eseguire il decreto. Vespasiano
spedì ordini appresso per salvargli la vita; ma gli fu fatto
falsamente credere che non erano arrivati a tempo. Probabilmente
_Muciano_, che men di Vespasiano amava Elvidio, il volle tolto dal
mondo con questa frode. E fu appunto in tale occasione[483] ch'esso
Muciano persuase all'imperatore di cacciar via da Roma tutti i
filosofi, e massimamente coloro che professavano la filosofia stoica,
maestra della superbia. Imperciocchè, oltre al rendersi da questa gli
uomini grandi estimatori di sè stessi e sprezzatori degli altri, i
seguaci di essa altro non faceano allora che declamar nelle scuole, e
fors'anche in pubblico, contra dello stato monarchico, e in favore del
popolare, svergognando una scienza che dee inspirare l'ossequio e la
fedeltà verso qualsivoglia regnante. E tanto più dovea farlo allora
Elvidio, che ai precedenti tiranni era succeduto un buon principe,
quale ognun confessa che fu Vespasiano, e la sua vita il dimostra. Fra
gli altri andarono relegati nelle isole _Ostilio_ e _Demetrio_
filosofi anch'essi. Portata al primo la nuova del suo esilio, mentre
disputava contra dello stato monarchico, maggiormente s'infervorò a
dirne peggio, benchè dipoi mutasse parere. Ma Demetrio, siccome
professore della filosofia cinica, o sia canina, che si gloriava di
mordere tutti, e di non portare rispetto ai difetti e falli di
chicchessia[484], dopo la condanna vedendo venir per via Vespasiano,
nol salutò, e neppur si mosse da sedere, e fu anche udito borbottar
delle ingiurie contro di lui. Il paziente principe passò oltre,
solamente dicendo: _Ve' che cane!_ Nè mutò registro, ancorchè Demetrio
continuasse a tagliargli addosso i panni; perciocchè avvisato di tanta
tracotanza, pure non altro gli fece dire all'orecchio se non queste
poche parole: _Tu fai quanto puoi perch'io ti faccia ammazzare: ma io
non mi perdo ad uccidere can che abbaia._ Per attestato di Dione, il
solo _Caio Musonio Rufo_, cavaliere romano, eccellente filosofo
stoico, non fu cacciato di Roma: il che non s'accorda colla Cronica di
Eusebio, da cui abbiamo che Tito, dopo la morte del padre, il richiamò
dall'esilio.

NOTE:

[474] Suet., in Domiziano, cap. 2.

[475] Idem, in Tito, cap. 6.

[476] Euseb., in Chron.

[477] Philostratus, in Apollon. Tyan.

[478] Tacitus, Historiar., lib. 4, cap. 5.

[479] Arrian., in Epictet.

[480] Plinius junior., lib. 4, epist. 23.

[481] Dio, lib. 66.

[482] Sueton., in Vespasiano, cap. 15.

[483] Dio, lib. 66.

[484] Sueton., in Vespasiano, cap. 13.



    Anno di CRISTO LXXIV. Indizione II.

    CLEMENTE papa 8.
    VESPASIANO imperadore 6.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la quinta volta, e TITO FLAVIO CESARE
per la terza.


A _Tito Cesare_, che dimise il consolato, succedette nelle calende di
luglio _Domiziano Cesare_ suo fratello. Terminarono in quest'anno
_Vespasiano_ e _Tito_ il censo, o sia la descrizione de' cittadini
romani ch'essi aveano già cominciato come censori negli anni addietro.
E questo fu l'ultimo de' censi fatti dagl'imperadori romani. Scrive
Plinio il vecchio[485], che in tale occasione si trovarono fra
l'Apennino e il Po molti vecchi di riguardevol età. Cioè tre in Parma
di cento venti, e due di cento trenta anni; in _Brescello_ uno di
cento venticinque; in _Piacenza_ uno di cento trentuno; in _Faenza_
una donna di cento trentadue; in _Bologna_ e _Rimini_ due di cento
cinquanta anni, se pure non è fallato, come possiam sospettare, il
testo. Aggiugne essersi trovati nella _Regione ottava dell'Italia_,
ch'egli determina da Rimini sino a Piacenza, cinquantaquattro persone
di cento anni; quattordici di cento dieci; due di cento venticinque;
quattro di cento trenta; altrettanti di cento trentacinque, o cento
trentasette, e tre di cento quaranta. Dal che probabilmente può
apparire qual fosse tenuta allora per la più salutevol aria d'Italia.
Se in altre parti d'Italia si fossero osservate somiglianti età, non
si sa vedere perchè Plinio l'avesse taciuto. Circa questi tempi[486]
mancò di vita Cenide, donna carissima a Vespasiano, liberta di
Antonia, madre di Claudio Augusto. Avea Vespasiano avuta per moglie
_Flavia Domitilla_, che gli partorì _Tito_ e _Domiziano_. Morta
costei, ebbe per sua amica questa Cenide, e creato anche imperatore la
tenne quasi per sua moglie, amandola non solamente per la sua fedeltà
e disinvoltura, e per molti benefizii da lei ricevuti quando era
privato, ma ancora perchè gli serviva di sensale per far danari. Era
l'avarizia forse l'unico vizio per cui universalmente veniva
proverbiato questo imperadore[487]. Mostravasi egli non mai contento
di danaro. A questo fine rimise in piedi alcune imposte e gabelle,
abolite già da Galba; ne aggiunse delle nuove e gravi; accrebbe i
tributi che si pagavano dalle provincie, ed alcune furono tassate il
doppio. Lasciavasi anche tirare a far un mercimonio vergognoso per un
par suo, col comperar cose a buon mercato, per venderle poi caro.
Cenide anch'essa l'aiutava ad empiere la borsa. A lei si accostava
chiunque ricercava sacerdozi e cariche civili e militari,
accompagnando le suppliche con esibizioni proporzionate al profitto
dei posti desiderati. Nè si badava, se questi concorrenti fossero o
non fossero uomini dabbene, purchè se ne spremesse del sugo. Si
vendevano in questa maniera anche l'altre grazie del principe; e le
pene, per chi potea, venivano riscattate col danaro. Di tutto si
credeva consapevole e partecipe Vespasiano. E tanto egli si lasciava
vincere da questa avidità, che cadeva in bassezze[488]. Avendo i
deputati di una città chiesta licenza di alzare in onor suo una
statua, la cui spesa ascenderebbe a venticinquemila dramme, per far
loro conoscere che amerebbe più il denaro in natura, stese la mano
aperta con dire: _Eccovi la base dove potete mettere la vostra
statua._ Era egli stesso il primo a porre in burla questa sua sete
d'oro per coprirne la vergogna, e si rideva di chi poco approvava le
sue vili maniere per adunarne. Uno di questi fu suo figliuolo Tito,
che non potendo sofferire una non so quale imposta, da lui messa sopra
l'orina, seriamente gliene parlò, con chiamar fetente quell'aggravio.
Aspettò Vespasiano che gli portassero i primi frutti di quell'imposta,
e fattili fiutare al figlio, dimandò _se quell'oro sapea di cattivo
odore_. Un giorno, ch'egli era per viaggio in lettiga, si fermò il
mulattiere con dire che bisognava ferrar le mule. Sospettò egli dipoi
inventato da costui un tal pretesto, per dar tempo ad un litigante di
parlargli, e di esporre le sue ragioni. E però gli domandò poi _quanto
avesse guadagnato a far ferrare le mule, perchè voleva esser a parte
del guadagno_. Questo forse disse per burla. Ma da vero operò egli con
uno de' suoi più cari cortigiani, che gli avea fatta istanza di un
posto per persona da lui tenuta in luogo di fratello. Chiamato a sè
quel tale, volle da lui il danaro pattuito con fargli la grazia.
Avendo poscia il cortigiano replicate le preghiere, siccome non
informato della beffa, Vespasiano gli disse: _Va a cercare un altro
fratello, perchè il proposto da te, non è tuo, ma mio fratello_.

Tale era l'industria e continua cura di Vespasiano per ammassar
danari, cura in lui biasimata, e non senza ragione dagli storici di
allora, e più dai sudditi. Credevano alcuni, che dal suo naturale
fosse egli portato a questa debolezza: ed altri, che Muciano
gliel'avesse inspirata, con rappresentargli che nell'erario ben
provveduto consisteva la forza e la salute della repubblica, sì pel
mantenimento delle milizie, come per ogni altro bisogno. Tuttavia il
brutto aspetto di questo vizio si sminuisce di molto al sapere, come
osservarono Svetonio[489] e Dione[490], che Vespasiano non fece mai
morire persona per prendergli la roba, nè mai per via d'ingiustizie
occupò l'altrui. Quel che è più, non amava, nè cercava egli le
ricchezze, per impiegarle ne' suoi piaceri, perchè sempre fu
moderatissimo in tutto, nè poteva spendere senza necessità, contento
di poco. Appariva eziandio chiaramente, quanto egli fosse lontano dal
covare con viltà il danaro, perciocchè lo dispensava allegramente e
con saviezza in tutti i bisogni del pubblico, e in benefizio de'
popoli. Sapeva regalare chi lo meritava[491], sovvenire a' nobili
caduti in povertà; anzi la sua liberalità si stendeva a tutti.
Promosse con somma attenzione le arti e le scienze, favorendo in varie
maniere chi le coltivava; e fu il primo che istituisse in Roma scuole
d'eloquenza greca e latina, con buon salario pagato dal suo erario.
Prendeva al suo servigio i migliori poeti ed artifici che si
trovassero, e tutti erano partecipi della sua munificenza. A lui
premeva specialmente che il minuto popolo potesse guadagnare. A questo
fine faceva di quando in quando de' magnifici conviti; e ad un valente
artefice, che gli si era esibito di trasportare con poca spesa molte
colonne, diede bensì un regalo, ma di lui non si volle servire, per
non defraudare di quel guadagno la plebe. In Roma edificò degli
acquidotti, alzò uno smisurato colosso, nè solamente fece di pianta
varie fabbriche insigni, ma eziandio rifece le già fatte dagli altri,
mettendovi non già il nome suo, ma quel de' primi fondatori. Erano per
cagion de' tremuoti cadute, o per gl'incendi molto sformate,
assaissime città dell'imperio romano. Egli alle sue spese le rifece, e
più belle di prima. La stessa attenzione ebbe per fondar delle colonie
in varie città, e per risarcir le pubbliche strade dell'imperio[492].
Restano tuttavia molte iscrizioni[493] per testimonianza di ciò. Gli
convenne per questo tagliar montagne e rompere vasti macigni; e per
tutto si lavorava senza salassar le borse de' popoli. Rallegrava
ancora il popolo colla caccia delle fiere negli anfiteatri, ma
abborriva i detestabili combattimenti de' gladiatori. Aggiungasi, per
testimonianza di Zonara[494], che Vespasiano mai non volle profittar
dei beni di coloro che aveano prese l'armi contra di lui, ma li lasciò
ai lor figliuoli o parenti. Ed ecco ciò che può servire, non già per
assolvere questo principe da ogni taccia in questo particolare, ma
bensì per iscusarlo, meritando bene il buon uso che egli facea del
denaro, che si accordi qualche perdono alle indecenti maniere da lui
tenute per raunarlo. Se non è scorretto il testo di Plinio il
vecchio[495], abbiamo da lui, che in questi tempi misurato il
circondario delle mura di Roma, si trovò esser di tredici miglia
dugento passi. Un gran campo occupavano poi i borghi suoi.

NOTE:

[485] Plinius, Histor. Natural., lib. 7, cap. 49.

[486] Dio, lib. 66. Sueton., in Vespasiano, cap. 3.

[487] Sueton., in Vespasiano, cap. 3.

[488] Sueton., in Vespasiano, cap. 23. Dio, lib. 66.

[489] Sueton., in Vespasiano, cap. 16.

[490] Dio, lib. 66.

[491] Sueton., in Vespasiano, cap. 16.

[492] Aurelius Victor, in Breviar.

[493] Gruterus, Thesaur. Inscription. Thesaurus Novus Veter.
Inscription. Muratorian.

[494] Zonaras, Annal.

[495] Plinius, Histor. Natur., lib. 3, c. 5.



    Anno di CRISTO LXXV. Indizione III.

    CLEMENTE papa 9.
    VESPASIANO imperadore 7.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la sesta volta, e TITO CESARE per la
quarta.


Nelle calende di luglio furono sostituiti nel consolato _Flavio
Domiziano Cesare_ per la quarta volta, e _Marco Licinio Muciano_ per
la terza. In gran favore continuava Muciano ad essere presso di
Vespasiano[496]. Naturalmente superbo, e più perchè alzato ai primi
onori, sapea ben far valere la sua autorità[497]. Sopra gli altri
della corte pretendea d'essere ossequiato e rispettato. Verso chi gli
mostrava anche ogni menomo segno di distinzione in onorarlo, andava
all'eccesso in procurargli posti ed avanzamenti. Guai all'incontro a
chi, non dirò gli facea qualche affronto od ingiuria, ma solamente
lasciava di onorarlo; l'odio di Muciano contra di lui diveniva
implacabile. Costui pubblicamente era perduto nelle disonestà, e
vantava tuttodì i gran servigi da lui prestati a Vespasiano: suo dono
chiamava ancora quel diadema ch'egli portava in capo. A tanto giunse
talvolta questa sua boria, e la fiducia de' meriti propri, che nemmeno
portava rispetto allo stesso imperadore. E pure nulla più fece
risplendere, che magnanimo cuore fosse quel di Vespasiano, quanto la
pazienza sua in sopportare quest'uomo, temendo egli sempre di
contravvenire alla gratitudine se l'avesse disgustato, non che punito.
Anzi neppure osava di riprenderlo in faccia; ma solamente con qualche
comune amico talora sfogandosi, disapprovava la di lui maniera di
vivere, e diceva: _Son pur uomo anch'io:_ tutto acciocchè gli fosse
riferito, per desiderio che si emendasse[498]. Fu anche dagli amici
consigliato Vespasiano di guardarsi da _Melio Pomposiano_; perchè egli
fatto prendere il proprio oroscopo, si vantava che sarebbe un dì
imperadore. Lungi dal fargli male, Vespasiano il creò console (noi non
ne sappiamo l'anno) dicendo più probabilmente per burla che da senno;
_Costui si ricorderà un giorno del bene che gli ho fatto_. Dedicò esso
Augusto, cioè fece la solennità di aprire e consecrare il tempio della
Pace, da lui fabbricato in Roma in vicinanza della piazza pubblica,
per ringraziamento a Dio della tranquillità donata al romano imperio,
e particolarmente a Roma, dopo tanti torbidi tempi patiti sotto i
precedenti tiranni. Plinio[499] chiama questa tempio _una delle più
belle fabbriche che mai si fossero vedute_. Erodiano[500] anch'egli
scrive, ch'esso era _il più vasto, il più vago e il più ricco edifizio
che si avesse in Roma. Immensi erano ivi gli ornamenti d'oro e
d'argento;_ e fra gli altri vi furono messi il candelabro[501] insigne
e gli altri vasi portati da Gerusalemme dopo la distruzione di quel
ricchissimo tempio. Ma che? questa mirabil fabbrica circa cento anni
dipoi, regnante Commodo Augusto, per incendio, o casuale o sacrilego,
rimase affatto preda delle fiamme.

NOTE:

[496] Sueton., in Vespasiano, c. 23.

[497] Dio, in Excerptis Valesian.

[498] Sueton., in Vespasiano, c. 14. Dio, lib. 66.

[499] Plinius, lib. 36, cap. 15.

[500] Herodian., lib. 1, c. 14.

[501] Joseph., de Bello Judaic., lib. 7, c. 14.



    Anno di CRISTO LXXVI. Indizione IV.

    CLEMENTE papa 10.
    VESPASIANO imperadore 8.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la settima volta e TITO CESARE per la
quinta.


Abbiamo sufficienti lumi per credere sostituito all'uno di questi
consoli nelle calende di luglio _Domiziano Cesare_, probabilmente per
la cessione di _Tito_ suo fratello. Secondo il Panvino[502],
succedette ancora all'altro console ordinario _Tito Plautio Silvano_
per la seconda volta. Ma non altro fondamento ebbe quel dotto uomo di
assegnare all'anno presente il secondo consolato di costui, se non il
sapere ch'egli due volte fu console. Che nel gennaio di quest'anno
nascesse _Adriano_, il qual poscia divenne imperadore, l'abbiamo da
Sparziano. Fiorì ancora in questi tempi, per attestato di
Eusebio[503], _Quinto Asconio Pediano_, storico di molto credito; di
cui restano tuttavia alcuni Commenti alle Orazioni di Cicerone. In età
di anni settantatrè divenne cieco questo letterato, e ne sopravvisse
dodici altri, tenuto sempre in grande stima da tutti. Era in questi
tempi governator della Bretagna _Giulio Frontino_, e gli riuscì di
sottomettere i popoli Siluri in quella grand'isola all'imperio romano.
Era venuto a _Roma Agrippa_[504] _re dell'Iturea_, figliuolo di
_Agrippa il grande_, stato già re della Giudea; avea condotto seco
_Berenice_ o sia _Beronice_ sua sorella, giovane di bellissimo
aspetto, già maritata con _Erode re di Calcide_ suo zio[505], e poscia
con _Polemone re di Cilicia_. Se n'invaghì Tito Cesare. Forse anche
era cominciata la tresca allorchè egli fu alla guerra contra de'
Giudei. Agrippa ottenne il grado di pretore. Berenice alloggiata nel
palazzo imperiale, dopo aver guadagnato Vespasiano a forza di regali,
sì fattamente s'insinuò nella grazia di Tito, che sperava ormai di
cangiar l'amicizia in matrimonio; e già godeva un tal trattamento e
autorità, come s'ella fosse stata vera moglie di lui. Ma perciocchè,
secondo le leggi romane, era vietato ai nobili romani di sposar donne
di nazion forestiera, o sia barbara (barbari erano allora appellati i
popoli tutti non sudditi al romano imperio) o pure perchè i re,
tuttochè sudditi di Roma, erano tenuti in concetto di tiranni; il
popolo romano altamente mormorava di questa sua amicizia, e molto più
della voce sparsa, che fosse per legarsi seco pienamente col vincolo
matrimoniale. Ebbe Tito cotal possesso sopra la sua passione, e sì a
cuore il proprio onore, che arrivò a liberarsene, con farla ritornare
al suo paese. Svetonio[506] attribuisce a Tito questa eroica azione,
dappoichè egli fu creato imperadore, laddove Dione[507] ne parla circa
questi tempi. Ma aggiugnendo esso Dione, che Berenice, dopo la morte
di Vespasiano, ritornò a Roma, sperando allora di fare il suo colpo, e
che, ciò non ostante, rimase delusa, si accorda facilmente
l'asserzione dell'uno e dell'altro storico.

NOTE:

[502] Panvin., in Fastis.

[503] Eusebius, in Chronic.

[504] Dio, lib. 66.

[505] Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.

[506] Sueton., in Tito, cap. 7.

[507] Dio, lib. 66.



    Anno di CRISTO LXXVII. Indizione V.

    CLETO papa 1.
    VESPASIANO imperadore 9.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la ottava volta, e TITO FLAVIO CESARE
per la sesta.


Fu nelle calende di luglio conferito il consolato a DOMIZIANO CESARE
per la sesta volta ed a GNEO GIULIO AGRICOLA, cioè a quel medesimo, di
cui Cornelio Tacito suo genero ci ha lasciata la vita. Terminò in
quest'anno CAIO PLINIO SECONDO[508] veronese, i suoi libri della
Storia Naturale, e li dedicò a Tito Cesare, ch'egli nomina console per
la sesta volta, e dà a conoscere quanto amore quel buon principe
avesse per lui, e quanta stima per li suoi libri. S'è salvata dalle
ingiurie de' tempi quest'opera delle più insigni ed utili
dell'antichità, perchè tesoro di grande erudizione; ma è da dolersi
che sia pervenuta a noi alquanto difettosa, e che per la mancanza
d'antichi codici non sia possibile il renderne più sicuro ed emendato
il testo. Anche ai tempi di Simmaco camminava scorretta questa
istoria, siccome consta da una sua lettera ad Ausonio. Son periti
altri libri di Plinio, ma non di tanta importanza, come il suddetto.
Abbiamo dalla cronica di Eusebio[509], essere stata nell'anno
presente, o pure nel seguente, sommamente afflitta Roma da una
pestilenza così fiera, che per molti dì si contarono dieci mila
persone morte per giorno: se pur merita fede strage di tanto eccesso.
Ma questo flagello forse s'ha da riferire all'anno 80, regnando Tito.
Verso questi tempi[510] bensì capitarono a Roma segretamente due
filosofi cinici, che, secondo il loro costume, si faceano belli con
dir male d'ognuno. _Diogene_ si appellava l'un d'essi, nome
probabilmente da lui preso, per assomigliarsi in tutto all'altro
antico sì famoso che fu a' tempi di Alessandro Magno. Costui perchè
nel pubblico teatro, pieno di gran popolo, scaricò addosso ai Romani
una buona tempesta d'ingiurie e di motti satirici, ebbe per
ricompensa, d'ordine dei censori, un sonante regalo di sferzate.
L'altro fu _Eras_, che pensando di aggiustar la partita con sì
tollerabil pagamento, più sconciamente sfogò la sua rabbia ed
eloquenza canina contra de' Romani, fors'anche non la perdonando ai
principi. Gli fu mozzato il capo. Riferisce Dione[511] come un
prodigio, che in una osteria in una botte piena il vino tanto si
gonfiò, che uscendo fuori, scorreva per la strada. Erano ben facili
allora i Romani a spacciare de' fatti falsi per veri, o a credere
degli avvenimenti naturali per prodigiosi. Molti di tal fatta se ne
raccontano di Vespasiano, ch'io tralascio, perchè o imposture o
semplicità di quei tempi. E non ne mancano nella storia stessa di Tito
Livio. A san Clemente martire si crede che in quest'anno succedesse
Cleto nel pontificato romano.

NOTE:

[508] Plinius Senior, in Praefatione.

[509] Euseb., in Chron.

[510] Dio, lib. 66.

[511] Dio, lib. 66.



    Anno di CRISTO LXXVIII. Indizione VI.

    CLETO papa 2.
    VESPASIANO imperadore 10.

_Consoli_

LUCIO CEJONIO COMMODO e DECIMO NOVIO PRISCO.


Son di parere alcuni, che questo _Lucio Cejonio_ Console fosse avolo
(se pur non fu padre) di _Lucio Vero_, che noi vedremo a suo tempo
adottato da Adriano imperadore, ciò risultando da Giulio
Capitolino[512]. Abbiamo da Tacito[513], che _Gneo Giulio Agricola_,
stato console nell'anno precedente, fu inviato governatore della
Bretagna in luogo di Giulio Frontino. Era Agricola uomo di rara
prudenza ed onoratezza. Giunto che fu là, non lasciò indietro
diligenza veruna per rimettere la buona disciplina fra le milizie, e
per levare gli abusi dei tempi addietro, per gli quali erano
malcontenti que' popoli, moderando le imposte, e compartendole con
ordine: con che cessarono le avanie de' ministri del fisco, e tornò la
pace in quelle contrade. Eransi negli anni precedenti sottratti
all'ubbidienza de' Romani gli Ordovici nell'isola di Mona, creduta
oggidì l'Anglesei. Agricola v'andò colle armi, e guadagnata una
vittoria, ridusse quelle genti alla primiera divozione. Forse fu in
questi tempi[514], che si scoprì vivo _Giulio Sabino_, nobile della
Gallia, che nell'anno 70 dell'Era Cristiana avea nel suo paese di
Langres impugnate le armi contra de' Romani, e fatto ribellare quel
popolo[515]. Sconfitto egli in una battaglia, ancorchè potesse
ricoverarsi fra i Barbari, pure pel singolare amore ch'egli portava a
_Peponilla_ sua moglie, chiamala da Tacito[516] _Epponina_, e da
Plutarco _Empona_, determinò di nascondersi in certe camere
sotterranee di una sua casa in villa, con far correre voce di non
esser più vivo. Licenziati pertanto i suoi servi e liberti, con dire
di voler prendere il veleno, ne ritenne solamente due de' più fidati.
E perciocchè gli premeva forte, che fosse ben creduta da ognuno la
propria morte, mandò ad accertarne la moglie stessa, la quale a tal
nuova svenne, e stette tre dì senza voler prender cibo. Ma per timore,
che ella in fatti fosse dietro ad accompagnare colla vera sua morte la
finta del marito, fece poi avvisarla del nascondiglio in cui si
trovava, pregandola nondimeno a continuare a piagnerlo, come già
estinto. Andò ella dipoi a trovarlo la notte di tanto in tanto, e gli
partorì anche due figliuoli (l'uno dei quali Plutarco dice d'aver
conosciuto), coprendo sì saggiamente la sua gravidanza e il suo parto,
che niuno mai s'avvide del loro commercio. Portò la disgrazia, che
dopo vari anni fu scoperto l'infelice Sabino, e condotto con la moglie
a Roma. Per muovere Vespasiano a pietà, gli presentò Epponina i due
suoi piccioli figliuoli, dicendo, _che gli avea partoriti in un
sepolcro per aver molti che il supplicassero di grazia_, ed
aggiugnendo tali parole, che mossero le lagrime a tutti, e fino allo
stesso Vespasiano. Contuttociò Vespasiano li fece condannare amendue
alla morte. Allora Epponina, saltando nelle furie, gli parlò
arditamente, dicendogli fra l'altre cose, _che più volentieri avea
sofferto di vivere in un sepolcro, che di mirar lui imperadore_. Non
si sa perchè Vespasiano, che pur era la stessa bontà, e tanti esempli
avea dato finora di clemenza, procedesse qui con tanto rigore, se
forse non l'irritò sì fattamente l'indiscreto parlare dell'irata
donna, che dimenticò di essere quel ch'egli era. Attesta Plutarco, che
per questo rigor di giustizia, tuttochè l'unico di tutto l'imperio di
Vespasiano, venne un grande sfregio al di lui buon nome; ed egli
attribuisce a sì odioso fatto l'essersi dipoi in breve tempo estinta
tutta la di lui casa. Non saprei dire, se i poeti di questi ultimi
tempi abbiano condotta mai sul teatro questa tragica avventura: ben
so, che un tale argomento vi farebbe bella comparsa, siccome
stravagante e capace di muovere le lagrime oggidì, come pur fece
allora.

NOTE:

[512] Capitolinus, in Vita Lucii Veri.

[513] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 9.

[514] Dio, lib. 66.

[515] Plutarch., in Amatorio.

[516] Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 67.



    Anno di CRISTO LXXIX. Indizione VII.

    CLETO papa 3.
    TITO FLAVIO imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la nona volta, e TITO FLAVIO CESARE per
la settima.


Essendo in quest'anno, siccome dirò, mancato di vita Vespasiano
Augusto, potrebbe darsi, secondo le congetture da me recate
altrove[517], che nelle calende di luglio il consolato fosse conferito
a _Marco Tizio Frugi_ e a _Vito Vinio_ o _Vinicio Giuliano_.
Pacificamente avea fin qui Vespasiano amministrato l'imperio, e
meritava ben il saggio e dolce suo governo, ch'egli non trovasse de'
nemici in casa. Tuttavia, o sia perchè la morte sola di Sabino,
compianta da tutti, rendesse odioso questo principe, oppure perchè
Tito destinato suo successore fosse, per quanto vedremo, poco amato,
ovvero, come è più probabile, perchè non mancano, nè mancheranno mai
al mondo dei pazzi e degli scellerati: certo è che in quest'anno due
de' principali tramarono una congiura contra di Vespasiano[518].
Questi furono _Alieno Cecina_, già stato console, ed _Eprio Marcello_,
potenti in Roma, amati e beneficati da esso Augusto. Si credeva egli
d'aver in essi due buoni amici, e non avea che due ingrati: vizio
corrispondente ad altre loro pessime qualità. Venne scoperta la
congiura: si trovò avervi mano molti soldati, e Tito Cesare ne fu
assicurato da lettere scritte di lor pugno. Non volle esso Tito
perdere tempo, perchè temeva che nella notte stessa scoppiasse la
mina, e però fatto invitar _Cecina_ seco a cena, dopo essa il fece
trucidar dai pretoriani senza altro processo. _Marcello_, citato e
convinto, allorchè udì proferita contra di lui la sentenza di morte,
colle proprie mani si tagliò con un rasoio la gola. Non potea negarsi
che la risoluzion presa da Tito contra Cecina non fosse giusta, o
almeno scusabile: contuttociò per cagion d'essa egli incorse nell'odio
di molti. Dopo questa esecuzione sentendosi Vespasiano[519] alquanto
incomodato nella salute per alcune febbrette, si fece portare alla sua
villa paterna nel territorio di Rieti, siccome era solito nella state.
In quelle parti v'erano l'acque cutilie, sommamente fredde da Strabone
e da Plinio chiamate utili a curar varii mali. Riuscirono queste
perniciose non poco o per la lor natura, o pel troppo berne, a
Vespasiano, di maniera che gl'indebolirono forte lo stomaco, e gli
suscitarono una molesta diarrea. Era egli principe faceto, e dacchè
cominciò a sentir quelle febbri, ridendo e burlandosi del
superstizioso ed empio rito de' suoi tempi, nei quali si deificavano
dopo morte gl'imperadori, disse: _Pare ch'io incominci a diventar
dio_. Erasi anche veduta poco innanzi una cometa, e parlandone in sua
presenza alcuni: _Oh_, disse, _questa non parla per me. Quella sua
chioma minaccia il re de' Parti che porta la capigliatura. Quanto a me
son calvo_. E perciocchè, non ostante l'infermità sua egli seguitava
ad operar come prima, attendendo agli affari dell'imperio, e dando
udienza ai deputati delle città (del che era ripreso dai familiari)
rispose: _Un imperadore ha da morire stando in piedi_. Morì egli in
fatti, conservando sempre il medesimo coraggio, nel dì 23 o 24 di
giugno, in età di settant'anni, e non già per male di podagra, come
alcuni pensarono: molto meno per veleno, che taluno falsamente[520], e
fra gli altri Adriano imperadore, disse a lui dato in un convito da
Tito suo figliuolo, principe, in cui non potè mai cadere un sì nero
sospetto. Si fecero poscia i suoi funerali colla pompa consueta, e gli
fu dato il titolo di _Divo_. Da Svetonio[521] si raccoglie che a tali
esequie intervenivano anche i mimi, o sia i buffoni, ballando,
atteggiando ed imitando i gesti, la figura e il parlare del defunto
imperadore. Il capo de' mimi, che in questa occasione rappresentava la
persona di Vespasiano, probabilmente colla maschera simile al di lui
volto, volendo esprimere l'avarizia a lui attribuita, dimandò ai
ministri dell'erario, quanto costava quel funerale. Dissero: _Ducento
cinquantamila scudi_. Ed egli _Datemene solo dugento cinquanta, e
gittatemi nel fiume_. Gran disavventura si credeva allora il restar
senza sepoltura: ma per un poco di guadagno, secondo costui, si
sarebbe contentato Vespasiano di restarne privo.

Era già suo collega nell'imperio, cioè nel comando dell'armi, e nella
tribunizia podestà, _Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare_, suo
primogenito; e però bisogno non ebbe di maneggi per acquistare una
dignità, di cui egli già buona parte godeva, e di cui anche il padre
l'avea dichiarato erede nel suo testamento. Prese bensì il titolo
d'_Augusto_, indicante la suprema potestà, e quella di _Pontefice
Massimo_; e dal senato gli fu conferito il glorioso nome di _Padre
della Patria_, come apparisce dalle sue medaglie. Per testimonianza di
Svetonio[522], egli era nato in Roma nell'anno 41 dell'epoca nostra,
in cui Caligola imperadore fu ucciso. Siccome suo padre in quei tempi
si trovava in molto bassa fortuna, così Tito nacque vicino al
Settizionio vecchio entro una brutta casuccia in camera stretta e
scura, che si mostrava anche ai tempi del suddetto Svetonio, per una
rarità. Fanciullo fu messo alla corte, probabilmente per paggio, al
servigio di Britannico, figliuolo di Claudio imperatore, e con esso
lui allevato, studiando seco e sotto i medesimi maestri, le lettere e
le arti cavalleresche. Tanta era la famigliarità d'esso lui con
Britannico, che in occasion del veleno dato a quell'infelice principe,
ne toccò anche a lui non poco, per cui soffrì una grave malattia.
Divenuto poi imperadore, mostrò la sua riconoscenza ad esso
Britannico, con fargli ergere due statue, l'una dorata, e l'altra
equestre d'avorio. Giovanetto di alta statura, di gran robustezza, di
volto avvenente ed insieme maestoso, con facilità imparò l'arti della
guerra e della pace, peritissimo soprattutto in maneggiar armi e
cavalli. Egregiamente parlava il latino e il greco linguaggio, sapea
far delle belle orazioni, sapea di musica, e tal possesso avea in far
versi, che anche fra gl'improvvisatori facea bella figura. L'imitare
gli altrui caratteri gli era facilissimo, e scherzando dicea: _Ch'egli
avrebbe potuto essere un gran falsario_. Fece dipoi col padre varie
campagne nelle guerre della Germania, e Bretagna, e poscia nella
Giudea, siccome di sopra fu detto, lasciando segni di prudenza e di
valore in ogni occasione, e comperandosi dappertutto l'affetto delle
milizie. Mirabile specialmente era in lui l'arte di farsi amare, parte
a lui venuta dalla natura, e parte acquistata colla saggia sua
accortezza, perchè in lui si trovava unita un'aria dolce e una rara
bontà verso tutti, con affabilità popolare ed insieme con gravità, che
guadagnava i cuori, e nello stesso tempo esigeva il rispetto di
ognuno. Ebbe per prima sua moglie _Arricidia Tertulla_, figliuola d'un
prefetto del pretorio. Morta questa, sposò _Marcia Furnilla_ di
nobilissimo casato, ma dopo averne avuto una figliuola, nomata _Giulia
Sabina_, di cui parleremo a suo luogo, la ripudiò. In tale stato era
Tito, allorchè succedette al padre Augusto nel governo della
repubblica romana, ma non senza difetti, la menzion de' quali io
riserbo all'anno seguente. Nel presente si crede[523] che avvenisse la
morte di _Plinio il vecchio_, celebre scrittore di questi tempi,
intorno alla cui patria hanno disputato Verona e Como. Nel primo dì di
novembre cominciò spaventosamente il monte Vesuvio a fumare[524], a
gittar fiamme, pietre e ceneri, che empievano tutti i luoghi
circonvicini. Plinio seniore, che si trovava allora a Miseno,
comandante di quella flotta, portato dal suo incessante studio delle
cose naturali, sopra una galea si fece condurre sino a Castell'-a-mare
di Stabia, per essere più vicino a contemplare il terribile sfogo di
quel monte; ed ancorchè vedesse le genti scappare dalla parte del
mare, per non esser colte dal torrente del fuoco, o dai sassi, pure si
fermò quivi la notte. Allorchè volle anch'egli fuggire, non gli fu
permesso dal mare, ch'era in fortuna. Sicchè soffocato dall'odore
dello zolfo, e dall'aria ingrossata da quelle esalazioni, lasciò ivi
la vita. _Plinio secondo_, il giovane, comasco, suo nipote, e da lui
adottato per figliuolo, uomo non men dello zio dotato di meraviglioso
ingegno, che soggiornava allora a Miseno, corse anch'egli pericolo
della vita in quel brutto frangente, ma ebbe tempo da ridursi in
salvo.

NOTE:

[517] Thesaurus Novus. Inscript., pag. 111.

[518] Dio, lib. 66. Suetonius, in Tito, cap. 6.

[519] Idem, in Vespasiano, cap. 24.

[520] Dio, lib. 66.

[521] Sueton., in Vespasiano, cap. 19.

[522] Sveton., in Tito, cap. 1.

[523] Plinius Junior, lib. 6, epist. 16 e 20.

[524] Dio, lib. 66.



    Anno di CRISTO LXXX. Indizione XIII.

    CLETO papa 4.
    TITO FLAVIO imperadore 2.
    }

    _Consoli_

    TITO FLAVIO AUGUSTO per l'ottava volta,
    e DOMIZIANO CESARE per la settima.


    Con tutte le belle e plausibili prerogative,
    colle quali Tito arrivò al trono
    imperiale, non si vuol dissimulare ciò
    che scrive di lui Svetonio[525], cioè aver
    egli somministrata occasione a molti del
    popolo romano di credere ch'egli nel
    governo avesse da riuscire un cattivo
    principe, anzi un altro Nerone. Si perdeva
    egli talvolta nelle gozzoviglie coi
    suoi amici dal buon tempo, stando a tavola
    sino a mezza notte: dal che si guardavano
    allora i saggi Romani. Recava
    loro pena il parere, ch'egli fosse immerso
    nella libidine anche più abbominevole,
    stante le qualità delle persone
    della sua corte, e l'esser egli stato sì
    sconciamente invaghito della regina Berenice.
    Temevasi inoltre di trovare in
    lui un principe, a cui più del dovere
    piacesse la roba altrui, sapendosi che
    prendeva regali anche nell'amministrazion
    della giustizia. Ma dopo la morte
    del padre cessarono tutti questi sospetti.
    Tito con istupore e piacer d'ognuno
    comparve tutt'altro, scoprendosi esente
    da ogni vizio, e solamente fornito di eccellenti
    virtù, di maniera che si convertirono
    in lode sua tutt'i conceputi timori
    di lui. Licenziò tosto dalla sua corte
    qualunque persona che dar potesse scandalo,
    ed elesse amici di gran senno e
    proprietà, tali che anche i susseguenti
    principi se ne servirono, come di strumenti
    utili o necessari al buon governo.
    Tornò a Roma la _regina Berenice_, figurandosi,
    che potendo ora Tito far tutto,
    molto anch'ella potrebbe sopra di lui.
    Se ne sbrigò egli e rimandolla alle sue
    contrade. I conviti, ai quali invitava or
    l'uno or l'altro de' senatori e de' nobili,
    erano allegri, ma senza profusione od
    eccesso. Più non si osservò in lui ruggine
    d'avarizia; mai non tolse ad alcuno
    il suo e neppur ammetteva i regali soliti
    a darsi dalle provincie, città ed università
    agli Augusti. Eppur niuno d'essi imperadori
    gli andò innanzi nella munificenza
    e magnificenza. Imperciocchè in
    quest'anno egli dedicò l'anfiteatro[526],
    appellato oggi il Colosseo, stupenda mole,
    incominciata, per quanto si crede, da
    Vespasiano suo padre, e da lui perfezionata.
    Nulla più fa intendere qual fosse
    la potenza e splendidezza degli antichi
    Augusti, quanto i pezzi che restano tuttavia
    di quel superbo edifizio. Fabbricò
    eziandio le Terme, o sia i bagni pubblici,
    presso al medesimo anfiteatro, le cui
    vestigia pur ora si mirano circa la chiesa
    di san Pietro in Vincula, per attestato
    del Nardino, del Donato e d'altri. Ed
    allorchè si fece la dedicazion di tali fabbriche,
    cioè quando si misero all'uso
    pubblico, Tito solennizzò la funzione
    con maravigliosi e magnifici spettacoli,
    descritti da Dione[527]. Si fecero combattimenti
    navali, giuochi di gladiatori, caccie
    di fiere, cinquemila delle quali furono
    uccise nell'anfiteatro in un sol dì, e
    quattro altre migliaia ne' susseguenti
    giorni. Nè vi mancarono i giuochi circensi,
    e una gran profusione di doni al
    popolo. Durarono cento dì così allegre
    e dispendiose feste.

    L'incendio del Vesuvio, di sopra da
    me accennato, che fu de' più terribili
    che mai si sieno provati, avea portata la
    rovina o notabili danni alle città e terre
    della Campania. Tito inviò colà due senatori,
    già stati consoli con buone somme
    di danaro, acciocchè si rimettessero
    in piedi le fabbriche. Per tali spese assegnò
    ancora i beni di tutti coloro che
    erano morti senza eredi, benchè, secondo
    le leggi, que' beni appartenessero al suo
    fisco. Ed egli stesso colà si portò, non
    tanto per mirar la desolazion de' luoghi,
    quanto per affrettarne il sollievo. Ma a
    questa disgrazia ne tenne dietro un'altra
    non meno spaventosa e lagrimevole. Attaccatosi
    il fuoco in Roma, vi consumò
    il Campidoglio, il tempio di Giove Capitolino,
    il Pantheon, i templi di Serapide
    e d'Iside, siccome quel di Nettuno ed
    altri; il teatro di Balbo e di Pompeo,
    il palazzo d'Augusto colla biblioteca, e
    molti altri pubblici edifizii. Sì ampia fu
    la strage delle fabbriche, che fu creduto
    quell'incendio non operazion degli uomini,
    ma gastigo mandato da Dio. Se ne
    afflisse sommamente Tito, protestando
    nondimeno, che a lui come principe apparteneva
    il risarcimento di tante fabbriche
    del pubblico. In fatti a questo fine
    alienò tutt'i più preziosi mobili de' suoi
    palazzi; e quantunque molti particolari,
    e varie città, e alcuni dei re sudditi, gli
    offrissero o promettessero di molto danaro
    per quel bisogno, non volle che
    alcuno si scomodasse, riserbando tutte
    quelle spese alla propria borsa. Dopo sì
    fiero incendio succedette in Roma una
    atrocissima peste, di cui parlano Svetonio
    e Dione, e che, secondo[528] Aurelio
    Vittore, fu delle più micidiali che mai si
    provassero in quella città, e se ne diede
    la colpa alle esalazioni del Vesuvio. Dubito
    io, questa essere la medesima, che
    di sopra all'anno 77 fu riferita da Eusebio,
    e però collocata fuor di sito, cioè
    sotto l'imperio di Vespasiano. La fece
    Tito da padre in sì funeste circostanze,
    consolando il popolo con frequenti editti,
    ed aiutandolo in quante maniere gli
    fu mai possibile. Certo inesplicabile fu
    l'amore ch'egli portava ad ognuno, e la
    bontà sua e la premura di far del bene
    a tutti. Era lecito ad ognuno l'andare
    all'udienza sua, ed ognuno ne riportava
    o consolazione o speranza. E perchè i
    suoi dimestici non approvavano ch'egli
    promettesse sempre perchè non sempre
    poi poteva mantener la parola: rispondeva,
    _non doversi permettere che alcuno
    mai si parta malcontento dall'udienza
    del principe suo_. Tanta era in somma
    l'inclinazione sua a far dei benefizii, che
    sovvenendogli una notte, mentre cenava,
    di non averne fatto veruno in quel
    dì, sospirando disse quelle sì celebri e
    decantate parole[529]: _Amici io ho perduta
    questa giornata_. Giunse a tanto
    questa benignità e amorevolezza, che
    nel poco tempo ch'egli regnò, a niuno
    per impulso o per ordine suo tolta fu
    la vita.

    Diceva di amar piuttosto di perir egli,
    che di far perire altrui. In effetto,
    ancorchè si venisse a sapere che due
    de' principali romani faceano brighe e
    congiure per arrivar all'imperio, e ne
    fossero essi anche convinti, pure non
    altro egli fece, se non esortarli a desistere,
    dicendo che _il principato vien da
    Dio, nè si acquista colle scelleraggini; e
    che se desideravano qualche bene da lui,
    prometteva di farlo_[530]. Dopo di che, per
    timore che la madre d'uno di questi senatori
    si trovasse in grandi affanni, le
    spedì dei corrieri, acciocchè l'assicurassero
    che suo figliuolo era salvo. Inoltre
    la notte stessa tenne seco a cena questi
    due personaggi, e nel dì seguente li volle
    allo spettacolo de' gladiatori a' suoi fianchi.
    Allora fu che portate a lui le spade
    di que' combattenti, com'era il costume,
    le diede in mano ad amendue, acciocchè
    osservassero s'erano taglienti, per far
    loro tacitamente conoscere, che più non
    dubitava della loro fedeltà. Ma ciò che
    sopra ogni altra cosa gli conciliò l'amore
    d'ognuno, fu l'aver egli levato via
    l'insoffribile abuso introdotto sotto i precedenti
    cattivi imperadori; cioè che a
    qualsivoglia persona era permesso l'accusare
    altrui d'avere sparlato del principe,
    o d'avergli mancato di rispetto: il
    che era delitto di lesa maestà. Una licenza
    sì fatta teneva tutti sempre in una
    apprensione e schiavitù incredibile. Tito
    ordinò ai magistrati, che non ammettessero
    più sì fatte accuse, ed egli stesso
    perseguitò vivamente la mala razza di
    cotali accusatori, facendoli battere o
    mettere in ischiavitù, o pure esiliandoli.
    Soleva perciò dire: _Non credo che mi si
    possa fare ingiuria, perchè non opero cosa,
    di cui con giustizia io possa essere
    biasimato. Che se pur taluno ingiustamente
    mi biasima, egli fa ingiuria più a
    sè, che a me: ed io in vece d'adirarmi
    contro di lui, ho d'aver compassione della
    sua cecità. E se talun dice male dei
    miei predecessori con ingiustizia, quando
    sia vero che questi abbiano il potere che
    loro s'attribuisce nell'averli deificati,
    sapran ben essi vendicarsene senza di
    me_. Fece parimenti questo buon principe
    circa questi tempi selciar di nuovo la
    via Flaminia, che da Roma conduceva
    a Rimini. Ed Agricola[531] continuando
    la guerra in Bretagna, stese i contini
    romani sin verso la Scozia, fondando
    ivi castelli e fortezze, per mettervi delle
    guarnigioni.

    NOTE:

    [525] Sueton., in Tacito, cap. 7.

    [526] Sueton., in Tacit., cap. 8.

    [527] Dio, lib. 66.

    [528] Aurelius Victor, in Breviar.

    [529] Sueton., Dio, Eutropius, Eusebius.

    [530] Suetonius, in Tito, cap. 9. Dio, lib. 66.

    [531] Tacitus, in Vita Agricolae, c. 22.



    Anno di CRISTO LXXXI. Indizione IX.

    CLETO papa 5.
    DOMIZIANO imperadore 1.
    }

    _Consoli_

    LUCIO FLAVIO SILVA NONIO BASSO e ASINIO
    POLLIONE VERRUCOSO.


    Tali furono i nomi de' consoli di
    quest'anno, come apparisce dall'iscrizione
    rapportata da monsignor Bianchini,
    e da me[532]. Ma in un'altra iscrizione
    da me data alla luce, il primo console
    è appellato _Lucio Flavio Silvano_. Di lagrime
    e sospiri abbondò Roma in questo
    anno. Un ottimo principe oramai la governava,
    che amava tutti come figliuoli,
    comunemente ancora amato da ognuno,
    e che perciò avea conseguito un titolo,
    non prima nè poi dato ad alcun altro
    de' romani imperadori, cioè era chiamato[533]
    _la delizia del genere umano_. O sia
    ch'egli non si sentisse ben di salute, o
    che qualche cattivo presagio gli facesse
    apprendere vicina la morte; perciocchè
    non si può dire, quanto i Romani d'allora
    fossero superstiziosi, e dai vari accidenti
    vanamente deducessero i buoni
    o tristi successi dell'avvenire, o pur
    badassero agli strologhi: fuor di dubbio
    è, che Tito Augusto nulla operò in quest'anno
    di singolare. Si fecero degli spettacoli,
    e vi assistè; ma nel fin d'essi fu
    veduto piagnere. Comparve ancora in
    quest'anno nell'Asia un furbo appellato
    Terenzio Massimo, che si facea credere
    _Nerone Augusto_[534], già morto, e fu ben
    accolto da _Artabano re de' Parti_. Anzi
    parea, che quel barbaro re si preparasse
    per muovere guerra a Tito, con pretendere
    di rimettere sul trono un sì fatto
    impostore. Se Tito se ne mettesse pensiero,
    non è a noi noto. Volle egli, venuta
    la state, portarsi alla casa paterna
    nel territorio di Rieti, e melanconico più
    del solito uscì di Roma, perchè nel voler
    sagrificare, era fuggita la vittima di mano
    al sacerdote; ed essendo tempo sereno,
    s'è sentito il tuono. Alloggiato la sera
    in non so qual luogo, gli venne la febbre.
    Posto in lettiga, continuò il viaggio,
    e come già fosse certo che quell'era la
    ultima sua malattia, fu veduto tirar le
    cortine, e mirare il cielo, e dolersi, perchè
    in età sì immatura egli avesse da
    perdere la vita; giacchè egli non sapea
    di aver commessa azione alcuna, di cui
    si avesse a pentire, fuorchè una sola.
    Qual fosse questa, non si potè mai sapere
    di certo, quantunque molte dicerie
    ne fossero fatte. Dione[535] con più fondamento
    riferisce ciò al tempo in cui
    vide disperata la sua salute. Arrivato
    alla villa paterna, dove il padre avea
    terminata la sua vita, anch'egli, crescendo
    il male, vi trovò la morte. Siccome
    in casi tali avviene, ognun disse
    la sua. Per quanto scrive Plutarco[536],
    i suoi medici attribuirono la cagion di
    sua morte ai bagni, a' quali s'era talmente
    avvezzato che non potea prendere
    cibo la mattina, se prima non s'era
    portato al bagno. Forse l'acque fredde
    della Sabina gli nocquero. Anche un
    certo Regolo, che con esso lui si bagnò
    nello stesso giorno, fu sorpreso da
    un colpo di apoplessia, per cui morì.
    Altri pretesero[537], che _Domiziano_ suo
    fratello il levasse dal mondo col veleno,
    perchè più volte anche prima gli avea
    insidiata la vita; ed altri[538], che veramente
    egli mancasse di malattia naturale.
    Aggiugne Dione, che Domiziano, allorchè
    Tito era malato, e potea forse
    riaversi, il fece mettere in un cassone
    pieno di neve, non so, se col pretesto
    di rinfrescarlo, o di ottener quell'effetto,
    che oggidì alcuni medici pretendono,
    con dar acque agghiacciale nelle febbri
    acute, ma con vero disegno di farlo morire
    più presto. Quel ch'è certo, non
    era per anche morto _Tito_, che _Domiziano_
    corse a Roma, guadagnò i soldati
    del pretorio, e si fece proclamar imperadore
    colla promessa di quel donativo,
    che Tito avea loro dato nella sua assunzione
    all'imperio.

    Tale fu il fine di questo amabile imperadore,
    mancato di vita nel dì 13 di
    settembre[539], e nell'anno quarantesimo
    dell'età sua, dopo avere per poco più
    di due anni e due mesi tenuto l'imperio.
    Credettero alcuni politici d'allora, che
    fosse vantaggioso per lui l'essere tolto
    di vita giovane, siccome fu ad Augusto,
    l'essere morto vecchio. Perciocchè Augusto,
    sul principio del suo governo, fu
    costretto per la moltitudine de' suoi nemici
    e delle frequenti sedizioni, a commettere
    non poche azioni crudeli e odiose;
    ed ebbe poi bisogno di gran tempo,
    se volle guadagnarsi il pubblico amore
    a forza di benefizii, per li quali morì
    glorioso. All'incontro meglio fu per Tito
    il mancar di buon'ora, cioè in tempo che
    egli già era in possesso dell'amore di
    ognuno, perchè correa pericolo se fosse
    più lungamente vissuto, d'essere astretto
    a far cose che gliel facessero perdere.
    Volata a Roma la nuova di sua morte,
    fu per sì gran perdita inesplicabile il dolore
    di quel popolo, parendo ad ognuno
    di aver perduto un figliuolo o pure il
    padre. Altrettanto avvenne per le provincie
    romane. I senatori, senz'essere
    chiamati dai consoli o dal pretore, corsero
    alla curia, ed aperte le porte, diedero
    più lodi a lui morto, di quel che avessero
    fatto a lui vivo. Portato a Roma il
    suo cadavere, fecegli fare Domiziano il
    funerale, e registrarlo nel catalogo degli
    dii, ma senz'alcun altro degli onori, che
    Roma gentile soleva accordare agli altri
    imperadori, come giuochi annuali, templi
    e sacerdoti per eternare la loro memoria.
    Finquì _Flavio Domiziano_ altro titolo
    non avea goduto, che quello di _Cesare_[540],
    e di _Principe della gioventù_. Appena prese
    le redini del governo, che, siccome
    persona gonfia di vanità ed ambizione,
    volle dal senato tutt'i titoli ed onori, che
    altri imperadori partitamente aveano ricevuto,
    cioè quelli d'_Imperadore_, d'_Augusto_,
    di _Pontefice Massimo_, di _Censore_
    e di ornato della _tribunizia podestà_. Le
    medaglie ancora ci assicurano, che non
    tardò punto a voler anche il bel nome
    di _Padre della Patria_. Qual fosse il merito
    suo, quali i suoi pregi, lo vedremo
    all'anno seguente. Egli era nato nell'anno
    cinquantesimo dell'Era nostra; e
    però cominciò il suo reggimento in età
    giovanile; e diede il titolo d'_Augusta_ a
    _Domizia_ sua moglie.

    NOTE:

    [532] Thesaurus Novus Inscript., pag. 312 et pag. 318.

    [533] Suet., in Tito, cap. 10.

    [534] Zonara, in Chr.

    [535] Dio, lib. 66.

    [536] Plutar., de Sanit.

    [537] Aurelius, in Breviar.

    [538] Dio, lib. 66.

    [539] Sueton., in Tito, cap. 10.

    [540] Patin., Vaillant, Mediobarb. et alii.



    Anno di CRISTO LXXXII. Indizione X.

    CLETO papa 6.
    DOMIZIANO imperadore 2.
    }

    _Consoli_

    FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per l'ottava
    volta, e TITO FLAVIO SABINO.


    Era questo _Sabino_ console, cugino
    carnale di Domiziano, perchè figliuolo di
    _Tito Flavio Sabino_, fratello di Vespasiano,
    e prefetto di Roma, da noi veduto
    ucciso negli ultimi giorni di Vitellio Augusto.
    Avea già dato principio Domiziano
    imperadore al suo governo, non diversamente
    da alcuni suoi predecessori, buoni
    sulle prime, e nel progresso del tempo
    d'ogni crudeltà e scelleraggine macchiati[541].
    Salito sul tribunale, posto in piazza,
    bene spesso ascoltava e decideva giudiciosamente
    e giustamente le liti. Cassò
    molte sentenze date dai giudici con indebita
    parzialità, dichiarando infami quei
    d'essi che si scoprivano aver preso danaro
    per vendere la giustizia[542]. Tanta
    attenzione ebb'egli anche nel resto dei
    suoi anni all'amministrazione di essa
    giustizia, non solo in Roma, ma anche
    nelle provincie, che, per attestato di
    Svetonio, non si videro mai in tutto l'imperio
    romano i governatori e i magistrati
    sì modesti e giusti, come sotto
    di lui. E perchè questi dopo la sua
    morte lasciarono la briglia alla loro
    malnata avidità di far danaro, furono
    poi per la maggior parte condannati e
    puniti. Come censore perpetuo fece ancora
    alcune belle provvisioni. Volle nei
    teatri, distinti dalla plebe i sedili de' cavalieri.
    Abolì le pasquinate e i libelli famosi,
    pubblicati contro l'onore dei nobili
    dell'uno e dell'altro sesso, gastigandone
    gli autori, se venivano a scoprirsi.
    Cacciò dal senato _Cecilio Rufino_ questore,
    perchè si dilettava di far il buffone e
    il ballerino. Alle pubbliche meretrici vietò
    l'uso della lettiga, e il poter conseguire
    eredità e legati. Levò dal ruolo dei
    giudici un cavaliere romano, perchè dopo
    avere accusata di adulterio e ripudiata
    la moglie, l'avea dipoi ripigliata. Secondo
    la legge statinia condannò alcuni
    de' senatori e cavalieri per la lor impudicizia.
    Nè il padre nè il fratello di lui
    aveano presa cura degli adulterii delle
    vergini vestali, le quali, come ognun sa,
    venivano obbligate a conservar la verginità.
    Rigorosamente volle egli, siccome
    Pontefice massimo, che si eseguisse contra
    di loro la pena capitale, prescritta
    dalle leggi; nè risparmiò i dovuti gastighi
    o d'esilio o di morte ai complici dei
    lor falli. Parve[543] parimente ne' principii
    del suo governo, ch'egli abborrisse il
    levar la vita agli uomini, nè fosse punto
    avido della roba altrui. Anzi inclinava
    egli molto alla liberalità, e ne diede dei
    gran saggi verso tutti i suoi cortigiani,
    parenti ed amici, loro poscia severamente
    incaricando di guardarsi da ogni
    sordida azione per far danaro. Le eredità
    a lui lasciate da chi avea figliuoli, le
    ricusò. Molte terre decadute al fisco restituì
    ai padroni di esse. Decretò l'esilio a
    quegli accusatori che non provavano le
    lor denunzie ed accuse. Molto più aspramente
    trattò coloro che intentavano
    processi calunniosi di contrabbandi in
    favore del fisco; imperocchè egli diceva:
    _Chi non gastiga i falsi accusatori, anima
    essi ed altri a questo iniquo mestiere_.
    Non fu minore la sua magnificenza
    nel rifare il Campidoglio: che fu mirabil
    cosa, perchè, secondo la testimonianza
    di Plutarco[544], nelle sole dorature
    egli v'impiegò dodicimila talenti:
    il che era un nulla rispetto alle spese
    fatte nell'adornare il proprio palazzo.
    Rifabbricò eziandio varj templi bruciati
    sotto Tito Augusto, mettendovi il suo
    nome, e non già quello de' primieri. Fece
    di pianta il tempio della famiglia Flavia,
    lo stadio per gli atleti, l'Odeo per
    le gare de' musici, e la Naumachia per
    gli combattimenti navali. _Marziale_, poeta
    di questi tempi, sfacciato adulatore di
    Domiziano, esalta alle stelle tutte queste
    sue fabbriche, ed ogni altra sua azione.
    Ora quanto s'è detto fin qui potrà far
    credere ai lettori, che Domiziano comparisse
    figliuolo ben degno di un Vespasiano,
    e fratello d'un Tito, principi che
    aveano restituito il suo splendore a Roma,
    e all'imperio romano. Ma noi non
    tarderemo a vederlo indegno lor figlio
    e fratello, e tiranno non signore di Roma.
    Prese egli in quest'anno il titolo
    d'_imperadore_ per la terza volta, a cagione,
    per quanto si crede, di qualche
    vittoria riportata da _Giulio Agricola_ nella
    Bretagna. Colà s'inoltrò cotanto quel
    valente capitano coll'armi romane, che
    arrivò sino ai confini dell'Irlanda[545].

    NOTE:

    [541] Sueton., in Domitiano, cap. 8.

    [542] Aurelius Victor, in Epitome.

    [543] Sueton., in Domitiano, cap. 9.

    [544] Plutarc., in Vita Poplic.

    [545] Tacitus, in vita Agricolae, cap. 24.



    Anno di CRISTO LXXXIII. Indizione XI.

    ANACLETO papa 1.
    DOMIZIANO imperadore 3.
    }

    _Consoli_

    FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la nona
    volta, e QUINTO PETILLIO RUFO per la seconda.


    A _Quinto Petilio_ fu sostituito nel
    consolato, per quanto si crede, _Cajo
    Valerio Messalino_. In quest'anno la Storia
    ecclesiastica riferisce la morte di san
    _Cleto_ papa, che col suo sangue illustrò
    la religione di Cristo. A lui succedette
    nella cattedra di s. Pietro, _Anacleto_. Durava
    tuttavia la guerra nella Bretagna.
    _Giulio Agricola_ comandante dell'armi
    romano in quelle parti[546], riportò un'insigne
    vittoria nella Scozia contra di quei
    popoli. Aveano i Romani trasportato in
    quelle grandi isole un reggimento di
    Tedeschi. Costoro non volendo più militare
    in quelle parti, fatta una congiura,
    uccisero il loro tribuno, i centurioni,
    ed alcuni soldati romani, ed imbarcatisi
    in tre brigantini si diedero alla fuga. Il
    piloto d'essi legni seppe far tanto, che
    ricondusse il suo all'armata romana.
    Gli altri due fecero il giro della Bretagna,
    e dopo una fiera fame patita, per
    cui mangiarono i più deboli, giacchè non
    poteano approdare ad alcun sito d'essa
    Bretagna, per essere considerati quai
    nemici, andarono poi a naufragar nelle
    coste della Germania bassa. Quivi dai
    corsari svevi e frisoni furono presi e
    venduti come schiavi. Perchè alcuni
    d'essi capitarono nelle terre del romano
    imperio, perciò allora solamente vennero
    a conoscere i Romani, che la Bretagna
    era un'isola e non già terra ferma, come
    per la poca pratica aveano fin allora
    molti creduto. Intanto Domiziano teneva
    allegro il popolo romano[547] con dei
    magnifici e dispendiosi spettacoli, non
    solamente nell'anfiteatro, ma anche nel
    circo, dove si videro corse di carrette,
    combattimenti a cavallo e a piedi, siccome
    ancora cacce di fiere, battaglie di
    gladiatori in tempo di notte a lume di
    fiaccole[548], dando nel medesimo spettacolo
    cena, o almen vino al popolo
    spettatore. Vidersi ancora zuffe d'uomini,
    ed anche combattere con le fiere, o
    fra loro. Mirabili altresì furono i combattimenti
    navali, fatti nell'anfiteatro,
    oppure in un lago, cavato a mano in vicinanza
    del Tevere. Probabilmente a
    vari anni son da attribuire sì fatti spettacoli,
    benchè da Svetonio e da me accennati
    tutti in un fiato.

    NOTE:

    [546] Tacitus, cap. 25 et seq.

    [547] Sueton., in Domitiano, c. 4.

    [548] Dio, lib. 67.



    Anno di CRISTO LXXXIV. Indizione XII.

    ANACLETO papa 2.
    DOMIZIANO imperadore 4.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la decima volta e SABINO.


Non ho io dato alcun prenome e nome a questo _Sabino_ console, perchè
intorno a ciò nulla v'ha di certo. Da Giordano[549], che altri
sogliono chiamar Giornande, egli vien appellato _Poppeo Sabino_. Parve
probabile al cardinal Noris[550], che il suo nome fosse _Cajo Oppio
Sabino_. Ma in un'iscrizione riferita dal Cupero (non so di qual peso)
a _Domiziano_ per la decima volta console vien dato per collega _Tito
Aurelio Sabino_. Noi bensì vedremo un console dell'anno seguente
appellato _Tito Aurelio_. In tale incertezza ho io ritenuto solamente
il di lui cognome, di cui non ci lasciano dubitare i fasti antichi.
Quantunque non si sappia di certo l'anno in cui Domiziano andò alla
guerra in Germania, pure, seguendo la traccia delle medaglie[551],
reputo io più verisimile il parlarne nel presente. Erano confinanti i
Romani coi Catti, popolo, per attestato di Tacito[552], il più
prudente e meglio disciplinato che s'avesse la Germania, creduto
oggidì quel d'Hassia e Turingia. Domiziano, siccome sommamente vano ed
ambizioso di gloria, determinò di marciar egli in persona contra
d'essi[553], perchè aveano cacciato _Cariomero re dei Cherusci_ dal
suo dominio a cagion dell'amicizia ch'egli professava ai Romani. Andò
questo gran campione, assai persuaso che il suo solo nome avesse da
sbigottire que' popoli; e forse fu allora, che, per quanto abbiam da
Frontino[554], egli mostrò di portarsi nelle Gallie, ad oggetto
unicamente di fare il censo di quelle provincie. Ma giunto colà,
all'improvviso passò coll'esercito il Reno, e a bandiere spiegate andò
contro ai Catti. Se volessimo credere agli adulatori poeti, uno de'
quali era allora _Publio Stazio Papinio_[555], egli domò la fierezza
di quei barbari e mise in pace i vicini. Ma non si sa ch'egli desse
loro battaglia alcuna; e probabilmente altro non fece che ridurli ad
un trattato di pace, con rovinar intanto i popoli suoi sudditi di là
dal Reno. Contuttociò, come s'egli avesse compiuta una segnalata
impresa, sparse voce di vittorie riportate; e tutto gonfio del suo
mirabil valore se ne tornò a Roma per goder del trionfo, che il senato
sulla di lui parola gli accordò. Nelle medaglie di quest'anno si
truova più volte coniato il tipo della vittoria, segno di questi
pretesi vantaggi nella guerra germanica, per cui cominciò egli ad
usare il titolo di _Germanico_, e si fece proclamar _imperadore_ sino
alla nona volta. Può nondimeno essere, che contribuissero alla gloria
di Domiziano anche le prodezze di _Giulio Agricola_ nella Bretagna;
imperciocchè, per quanto si può conghietturare[556], nell'anno
presente quel saggio uffiziale sottopose al romano imperio le isole
Orcadi, ed altri paesi in quelle parti. Di questi felici successi
diede egli di mano in mano avviso a Domiziano. Qual ricompensa ne
ricavasse, lo diremo all'anno seguente.

NOTE:

[549] Jord., de Reb. Getic., c. 13.

[550] Noris, Ep. Consul.

[551] Mediobarbus, Goltzius et alii.

[552] Tacitus, de Morib. Germanorum, cap. 30.

[553] Dio, lib. 67.

[554] Frontin., in Stratagem., lib. 1, cap. 1.

[555] Stat., in Sylv., l. 1, c 1.

[556] Tac., in vita Agric., c. 38 et seq.



    Anno di CRISTO LXXXV. Indizione XIII.

    ANACLETO papa 3.
    DOMIZIANO imperadore 5.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per l'undecima volta, e TITO AURELIO FULVO, o
FULVIO.


Questo _Tito Aurelio_ console per attestato di Capitolino[557], fu
avolo paterno di Antonino Pio Augusto. Che solamente nell'anno
presente Domiziano solennizzasse il suo trionfo per aver ridotti a
dovere i popoli Catti, si può facilmente dedurlo dalle monete o
medaglie d'allora[558], nelle quali ancora con isfacciata adulazione
si legge GERMANIA CAPTA, quasichè a questo bravo imperadore, il qual
forse neppure fu a fronte de' nemici, riusciti fosse di conquistar
l'intera Germania. Però da lì innanzi egli costumò di andare al senato
in abito trionfale. Son di parere alcuni[559], ch'egli nello stesso
tempo trionfasse dei Quadi, Daci, Geli e Sarmati. Ma, per quanto
sembra indicare Svetonio[560], diverse furono quelle guerre, diversi i
trionfi. Egli spontaneamente fece la prima spedizione contro ai Catti;
e l'altre per necessità. Però ne parleremo andando innanzi. L'avviso
delle vittorie riportate da Agricola fu ricevuto da Domiziano con
singolare allegrezza in apparenza[561]; perchè internamente gli rodeva
il cuore, che vi fosse altra persona, che lui, creduta valorosa, e da
invidioso riputava perdita sua le glorie altrui. Perciò, quantunque,
per coprire lo scontento suo, gli facesse decretar dal senato gli
ornamenti trionfali, una statua e gli altri onori, de' quali fosse
capace una privata persona, dappoichè si riserbavano ai soli
imperadori i trionfi: pure determinò di richiamarlo a Roma, indorando
questa pillola, col far correr voce di volergli conferire il governo
riguardevole della Siria o sia della Soria, giacchè era mancato di
vita _Attilio Rufo_, governatore di quella provincia. Fu detto ancora,
che gliene inviasse la patente portata da un suo liberto, ma con
ordine di consegnargliela solamente allorchè Agricola non fosse
partito per anche dalla Bretagna; perchè dovea Domiziano temere,
ch'egli non volesse muoversi, se prima non riceveva la sicurezza di
qualche migliore impiego. Ma il liberto avendo trovato, che Agricola,
dopo aver consegnata la provincia tutta in pace al suo successore,
cioè a _Sallustio Lucullo_ era già venuto nella Gallia, senza neppur
lasciarsi vedere da lui, se ne ritornò a Roma, portando seco la non
presentata patente. Entrò in Roma Agricola in tempo di notte, per
ischivare lo strepito di molti suoi amici, che voleano uscire ad
incontrarlo; e si portò a salutar Domiziano, da cui fu accolto con
della freddezza. Da ciò intese egli ciò che potea sperare da un tale
imperadore; e rimasto senza impiego, si diede poscia ad una vita
ritirata e privata. Non mancò in corte chi animò Domiziano a fargli
del male, accusando e calunniando un sì degno personaggio, prima
ch'egli giugnesse a Roma; ma non avea per anche Domiziano dato luogo
in suo cuore alla crudeltà, di cui parlerò a suo tempo; e la
moderazione e prudenza d'Agricola ebbero tal fortuna, ch'egli giunse
naturalmente alla morte, senza riceverla dalle mani altrui. Abbiamo da
Tacito[562], che dopo l'arrivo di esso Agricola a Roma, gli eserciti
romani nella Mesia, nella Dacia, nella Germania e nella Pannonia, o
per la temerità, o per la codardia de' generali, furono sconfitti; e
che vi rimasero o trucidati o presi moltissimi uffiziali di credito
colle lor compagnie, di maniera che non solamente si perdè alquanto
de' confini del romano imperio, ma si dubitò infine di perdere i
luoghi forti, dove soleano star le milizie romane ai quartieri
d'inverno. Tali disavventure nondimeno si può credere che succedessero
in vari anni; a noi resta luogo di distribuirle con sicurezza secondo
i lor tempi, perchè son periti gli Annali antichi, e Svetonio e Dione,
secondo il loro uso, contenti di riferir le azioni degli antichi
Augusti, poca cura si presero della cronologia.

NOTE:

[557] Julius Capitolinus, in Antonino Pio.

[558] Mediobarb., in Numism. imperator.

[559] Blanchinius ad Anastas.

[560] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[561] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 39, et seq.

[562] Tacitus, in vita Agricolae.



    Anno di CRISTO LXXXVI. Indizione XIV.

    ANACLETO papa 4.
    DOMIZIANO imperadore 6.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la dodicesima volta, e SERVIO CORNELIO
DOLABELLA METILIANO POMPEO MARCELLO.


Tutti questi cognomi ho io dato al secondo de' consoli, seguendo
un'iscrizione da me[563] pubblicata, e creduta spettante al medesimo
personaggio. Abbiamo da Giulio Capitolino[564], che in quest'anno
venne alla luce _Antonino Pio_, il quale vedremo andando innanzi
imperadore. E in questi tempi ancora, siccome scrive Censorino[565],
Domiziano istituì in Roma i _Giuochi Capitolini_, i quali continuarono
di poi a celebrarsi ad ogni quarto anno, a guisa dei giuochi olimpici
della Grecia. Si solennizzavano in onore di Giove Capitolino. Per
testimonianza di Svetonio[566], in que' giuochi varie erano le gare e
contese dei professori dell'arti. Chi più degli altri piaceva nel suo
mestiere, ne riportava in premio una corona. Faceano un giorno le lor
forze gli atleti; un altro dì i cantori e sonatori; un altro
gl'istrioni o commedianti. V'era anche il giorno destinato per li
poeti; e il suo per chi recitava prose in greco o latino. _Stazio
Papinio_ poeta[567] recitò allora al popolo una parte della sua
Tebaide, che non piacque; e in confronto di lui furono coronati altri
poeti. Vi si videro ancora non senza dispiacer de' buoni, fanciulle
pubblicamente gareggiare nel corso. Come pontefice massimo presiedeva
a questi giuochi Domiziano, vestito alla greca, portando in capo una
corona d'oro, perchè i sacerdoti costumavano nelle lor funzioni di
andar coronati. Abbiamo da Dione[568] e da Svetonio[569] che
Domiziano, oltre al suddetto spettacolo ed altri straordinari, usò
ogni anno di fare i giuochi quinquatri in onor di Minerva, mentre
villeggiava in Albano. In essi ancora si miravano cacce di fiere,
divertimenti teatrali, e gare d'oratori e di poeti. Non contento
Domiziano di profondere immense somme di danaro in tali spettacoli,
tre volte in vari tempi diede al popolo romano un congiario, cioè un
regalo di trecento nummi per testa. Così nella festa dei Sette monti,
mentre si facea uno spettacolo, diede una lauta merenda a tutto il
popolo spettatore, in maniera pulita di tavole apparecchiate ai
senatori e cavalieri, e alla plebe in certe sportelle. Nel giorno
seguente sparse sopra il medesimo popolo una quantità prodigiosa di
tessere, cioè di tavolette, nelle quali era un segno di qualche dono,
come di uccelli, carne, grano, ec., che si andava poi a prendere alla
dispensa del principe. E perchè erano quasi tutte cadute ne' gradini
del teatro o anfiteatro, dove sedea la plebe, ne fece gittar cinquanta
sopra cadaun ordine de' sedili de' senatori e cavalieri. Certo è che
gl'imperadori, per guadagnarsi l'affetto del popolo, coll'esempio
d'Augusto, il ricreavano di quando in quando colla varietà de' giuochi
pubblici, e più lo rallegravano con dei regali. Ma in fine queste
esorbitanti spese di Domiziano tornarono, siccome dirò, in danno dello
stesso pubblico, perchè l'erario si votava con sì fieri salassi, e per
ristorarlo egli si diede poi alle crudeltà e alle oppressioni de'
cittadini.

NOTE:

[563] Thesaur. Novus Inscript., pag. 113, n. 2.

[564] Capitolinus, in vita Antonini Pii.

[565] Censorinus, de Die Natali, cap. 18.

[566] Suetonius, in Domitiano, cap. 4.

[567] Statius, in Sylv.

[568] Dio, lib. 67.

[569] Sueton., in Domitiano, c. 4.



    Anno di CRISTO LXXXVII. Indizione XV.

    ANACLETO papa 5.
    DOMIZIANO imperadore 7.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la tredicesima volta, e AULO VOLUSIO
SATURNINO.


Benchè Eusebio nella sua Cronica[570] non rechi un filo sicuro per la
cronologia di questi tempi, pure si può ben credergli, allorchè scrive
che nell'anno presente cominciò Domiziano a gustare che la gente gli
desse il titolo di _Signore_ e fin quello di _Dio_: empietà non
perdonabile a mortale alcuno. Secondo il suddetto istorico, assistito
dall'autorità di Svetonio[571], non solamente egli si compiacque, ma
comandò ancora d'essere così nominato: il che, dice Eusebio, non venne
in mente ad alcun precedente imperatore. Noi abbiam veduto, avere
Augusto veramente vietato con pubblico editto d'essere chiamato
_Signore_; ma anch'egli permise bene e gradì che in sua vita gli
fossero eretti dei templi e costituiti dei sacerdoti ad onore della
sua pretesa divinità. Per attestato ancora di Vittore[572], Caligola
forsennato Augusto volle essere chiamato _Signore_ e _Dio_. Di tutto
era vie più capace la smoderata ambizione o frenesia di Domiziano; e
pronta ad ubbidire era l'adulazione e la superstiziosa stoltezza dei
Pagani. Però fondatamente hanno creduto alcuni, che l'aver Domiziano
perseguitati i Cristiani, avesse origine di qui; perchè certo i
seguaci di Gesù Cristo, professando la credenza di un solo Dio
invisibile ed immortale, non poteano mai indursi a riconoscere per dio
un imperadore, vile e miserabil creatura in confronto del Creatore.
Abbiamo dallo stesso Eusebio, che in questi tempi i popoli Nasamoni e
Daci, avendo guerra coi Romani, furono vinti. Quanto ai Daci non ci
somministra l'antica storia assai lume per essere il tempo vero in cui
ebbe principio la guerra con essi, e quanto durò, e quando finì.
Tuttavia potrebbe darsi che a questi tempi appartenesse il primo
movimento di quella guerra, che continuò molto dipoi, e riuscì ben
pericolosa e funesta ai Romani. Credesi che l'antica Dacia
comprendesse quel paese che oggidì è diviso nella Transilvania,
Moldavia e Valachia. Erano popoli fieri e bellicosi quei di quelle
contrade, perchè credeano la morte fine della presente vita, e
principio di un'altra, secondo l'opinion di Pitagora, che spacciò la
trasmigrazion delle anime. Con tal persuasione sprezzavano ogni
pericolo, e si esponevano alla morte, sperando di risorgere con
miglior mercato in altri corpi. Alcuni Greci[573] diedero ai _Daci_ il
nome di _Geti_ e _Goti_; e veramente si truovano confusi presso gli
antichi scrittori i nomi delle barbare nazioni. Quel che è certo,
capitano di essi Daci era allora _Decebalo_, uomo di rara maestria ed
accortezza nel mestier della guerra. E questi, se crediamo a
Giordano[574] scrittore de' tempi di Giustiniano Augusto, mossi
dall'avarizia di Domiziano, rotta l'alleanza che aveano con Roma,
passarono il Danubio, e cacciarono da quelle ripe i presidii
romani[575]. _Appio Sabino_, che il cardinal Noris[576] crede più
tosto appellato _Cajo Oppio Sabino_, personaggio stato già console, e
governatore allora probabilmente della Mesia, marciò colle sue forze
contra di que' Barbari, ma ne rimase sconfitto, ed egli ebbe tagliata
la testa[577]. A questa vittoria tenne dietro il saccheggio del paese,
e la presa di molti villaggi e castella. Giunte a Roma queste dolorose
nuove, si vide Domiziano in certa guisa necessitato ad accorrere colà
per fermare questo rovinoso torrente. In qual anno egli la prima volta
v'andasse (perchè due volte v'andò) non si può decidere. Sarà permesso
a me di riserbarne a parlar nell'anno susseguente. Dei Nasamoni,
popoli dell'Africa di sopra nominati da Eusebio, noi sappiamo da
Zonara[578], che, a cagion delle eccessive imposte, si sollevarono
contro ai Romani e diedero una rotta a _Flacco_ governator della
Numidia. Ma essendosi coloro perduti dietro a votar molti barili di
vino, che trovarono nel campo dei vinti, Flacco fu loro addosso, e ne
fece un gran macello. Domiziano, gloriandosi delle imprese altrui, nel
senato espose d'aver annientati i Nasamoni.

NOTE:

[570] Euseb., in Chron.

[571] Sueton., in Domitiano, cap. 13.

[572] Aurelius Victor, in Epitome.

[573] Dio, lib. 67.

[574] Jordan., de Rebus Geticis, cap. 12.

[575] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[576] Noris, Epist. Consulari.

[577] Eutrop., Histor.

[578] Zonara, in Annal.



    Anno di CRISTO LXXXVIII. Indizione I.

    ANACLETO papa 6.
    DOMIZIANO imperadore 8.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la quattordicesima volta, e LUCIO MINUCIO
RUFO.


_Minicio_ e non _Minucio_ è appellato questo console in una iscrizione
da me[579] data alla luce. Nobil famiglia era anche la _Minucia_.
Derisa fu l'avidità di Domiziano (l'avea preceduto coll'esempio
Vespasiano suo padre) da Ausonio[580] e da altri, nel continuare per
tanti anni il consolato nella sua persona, quasichè invidiasse agli
altri un tale onore. Arrivò egli ad essere console diecisette volte:
il che niuno de' suoi predecessori avea mai fatto, amando essi di
veder compartita anche ad altri questa onorevolezza. Osservò nondimeno
Svetonio[581], che Domiziano non esercitava poi la funzione di
console, lasciandone il peso al collega, o pure ai sostituiti. Bastava
alla sua boria, che il suo nome comparisse negli atti pubblici, l'anno
de' quali per lo più era segnato col nome de' consoli ordinari. Del
resto egli constumava di deporre il consolato alla più lunga nelle
calende di maggio; e i più d'essi rinunziò nel dì 13 di gennaio. Ma
quali persone fossero a lui sostituite in quella dignità, e in qual
anno, non si può ora accertare. Volle Domiziano, che si celebrassero
nell'anno presente i _giuochi secolari_, ancorchè, secondo l'istituto
di essi, si avessero a celebrare ad ogni cento anni[582], nè più che
quarantun anni fosse, che Claudio Augusto gli avea fatti. La prima
spedizion di Domiziano contro ai Daci, insuperbiti per la loro
vittoria, forse accadde nell'anno presente. Andò egli in persona
coll'esercito a quella volta. Racconta Pietro patrizio nel suo
trattato delle ambascerie[583], che _Decebalo_ veduto venire con sì
grande apparato di gente un imperador romano contro sè, gl'inviò degli
ambasciatori per trattar di pace. Se ne rise il superbo Domiziano, ed
avendoli rimandati senza risposta, ordinò che le milizie imprendessero
la guerra, con dare il comando di tutta l'armata a _Cornelio Fosco_,
prefetto allora del pretorio. Decebalo assai informato del valore di
questo generale, che avea studiata l'arte militare solamente fra le
delizie della corte e in mezzo ai divertimenti di Roma, se ne fece
beffe, e spedì altri deputati a Domiziano, offerendosi di terminar
quella guerra, purchè i Romani di quelle contrade gli pagassero
annualmente due oboli per testa; e ricusando essi tal condizione,
minacciava loro lo sterminio[584]. Contuttociò Domiziano, ch'era un
solennissimo poltrone, come se avesse pienamente assicurato l'imperio
da quella parte, se ne tornò da bravo a Roma, senza apparire se prima
che terminasse il presente anno, o pur nel seguente. Per quanto
scrivono Svetonio e Giordano[585], _Fosco_ avendo passato il Danubio,
fece guerra a' Daci, e probabilmente ebbe sopra di loro qualche
vantaggio; ma in fine restò sconfitto e ucciso, forse nell'anno
seguente. Circa questi tempi, per quanto s'ha da Eusebio[586], _Marco
Fabio Quintiliano_, eccellente maestro di eloquenza, nato a Calaorra
in Ispagna, venne a Roma salariato dal pubblico, per insegnar la
oratoria. Ma probabilmente ciò avvenne sotto Vespasiano, il quale
fondò quivi varie scuole, e vi chiamò degl'insigni maestri. Certo è
intanto, che Quintiliano fiorì sotto i di lui figliuoli, e fu anche
maestro dei nipoti di Domiziano.

NOTE:

[579] Thesaurus Novus Inscription., p. 314, n. 1.

[580] Ausonius, in Panegyr.

[581] Sueton., in Domitian., cap. 13.

[582] Censorinus, de Die Natal., cap. 17.

[583] Petrus Patric., de Legat. Hist. Byzant., T. 1.

[584] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[585] Jordan., de Reb. Geticis, cap. 13.

[586] Eusebius, in Chron.



    Anno di CRISTO LXXXIX. Indizione II.

    ANACLETO papa 7.
    DOMIZIANO imperadore 9.

_Consoli_

TITO AURELIO FULVO per la seconda volta, e AULO SEMPRONIO ATRATINO.


Siamo accertati da Giulio Capitolino[587], che _Vito Aurelio Fulvo_ o
sia _Fulvio_, avolo paterno di Antonino Pio Augusto, fu due volte
console. Giacchè Svetonio scrive che Domiziano volle un doppio trionfo
dei Catti e dei Daci, non è improbabile ch'egli nell'anno presente
affrettasse questo onore per far credere ai Romani, che felicemente
passavano gli affari nella guerra della Dacia. Attesta il medesimo
storico, ch'erano seguite alcune battaglie in quelle parti, e taluna
verisimilmente vantaggiosa ai Romani, il che bastò all'ambizioso
Augusto, per esigere l'onor del trionfo. Giacchè sopravvenne la
sconfitta e la morte di _Cornelio Fosco_ nella guerra che continuava
nella Dacia, potrebbe attribuirsi all'anno presente la seconda
spedizione del medesimo Domiziano contro ai Daci, essendo noi
accertati da Svetonio[588], che due volte egli andò in persona a
quella guerra. Ma se non è possibile il ben dilucidare i tempi delle
azioni di Domiziano, a noi bastar deve almeno la certezza delle
medesime. Tornò dunque Domiziano alla guerra[589], ma perchè facea più
conto della pelle che dell'onore, nè gli piacea la fatica, ma sì bene
il godersi tutti i comodi, siccome uomo poltrone, e perduto tra le
femmine e in ogni sorta di disonestà: non osò giammai di lasciarsi
vedere a fronte dei nemici. Fermatosi dunque in qualche città della
Mesia, spedì i suoi generali contra di Decebalo. Seguirono vari
combattimenti, ne' quali, per testimonianza di Dione, perì buona parte
delle sue armate. Tuttavia, perchè la fortuna delle guerre è volubile,
e i suoi riportarono talvolta de' vantaggi, e specialmente _Giuliano_
diede una considerabil rotta a Decebalo: Domiziano di continuo, ed
anche allorchè andavano poco bene gli affari, spediva l'un dietro
all'altro i corrieri a Roma, per avvisare il senato delle sue felici
vittorie. Pertanto, a cagione di questi creduti sì gloriosi successi,
il senato gli decretò quanti onori mai seppe immaginare, e per tutto
l'imperio romano gli furono alzate statue d'oro e d'argento, se pur
non erano dorate ed inargentate. Con tutto il suo valor nondimeno
Decebalo cominciò a sentirsi assai angustiato dalle forze de' Romani;
e però inviò degli ambasciatori a Domiziano per ottener la pace. Non
ne volle il poco saggio Augusto udir parola; ma in vece di
maggiormente incalzare il vacillante nemico, venuto nella Pannonia,
rivolse l'armi contro ai Quadi e Marcomanni, volendo gastigarli,
perchè non gli aveano dato soccorso contra dei Daci. Due volte que'
popoli gli fecero una deputazione, per placare il suo sdegno; non solo
nulla ottennero, ma Domiziano fece anche levar la vita ai secondi lor
deputati. Si venne dipoi ad una battaglia, in cui dai Marcomanni,
combattenti alla disperata, fu sconfitto l'esercito romano, ed
obbligato l'imperadore alla fuga. Allora fu, che egli diede orecchio
alle proposizioni di pace con Decebalo, il qual seppe ben profittare
della debolezza, in cui, dopo tante perdite, si trovavano i Romani.
Contentossi dunque egli di restituir molte armi e molti prigioni, e di
ricever anche dalle mani di Domiziano il diadema del regno; ma si
capitolò, che anche Domiziano pagasse a lui una gran somma di danaro,
e di mandargli molti artefici in ogni sorta d'arti di guerra e di
pace; e, quel che fu peggio, di pagargli in avvenire annualmente una
certa quantità di danaro a titolo di regalo. Durò questa vergognosa
contribuzione sino ai tempi di Trajano, il quale, siccome vedremo,
avendo altra testa e cuore che Domiziano, insegnò ai Daci il rispetto
dovuto all'aquile romane. Tutto boria Domiziano per questa pace,
quasichè egli l'avesse fatta da vincitore, e non da vinto, scrisse al
senato lettere piene di gloria, e fece in maniera ancora, che gli
ambasciatori di Decebalo andassero a Roma con una lettera di
sommessione, a lui scritta da Decebalo, se pur non fu finta, come
molti sospettarono, dallo stesso Domiziano. Per altro Decebalo non
fidandosi di lui, si guardò dal venire in persona a trovar Domiziano,
e in sua vece mandò il fratello Diegis a ricevere da lui il diadema.
Quanto durasse questa guerra sì perniciosa ai Romani, e quando
cessasse, non abbiamo assai lume per determinarlo; ma v'è
dell'apparenza, che si stabilisse la pace nell'anno presente, e che
Domiziano se ne tornasse a Roma nel dicembre per prendere il consolato
nell'anno seguente. Nè si dee tacere ciò che Plinio il giovane
osservò, cioè che Domiziano[590] andando a queste guerre, per dovunque
passava sulle terre dell'imperio, non pareva il principe ben venuto,
ma un nemico ed un assassino: tante erano le gravezze che imponeva ai
popoli, tante le rapine, gl'incendi, ed altri disordini che
commettevano le sue milizie, braccia cattive di un più cattivo capo.

NOTE:

[587] Capitol., in Antonino Pio.

[588] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[589] Dio, lib. 67.

[590] Plinius, in Panegyr.



    Anno di CRISTO XC. Indizione III.

    ANACLETO papa 8.
    DOMIZIANO imperadore 10.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la quindicesima volta, e MARCO COCCEJO
NERVA per la seconda.


_Nerva_ console, quegli è che a suo tempo vedremo imperadore. Siccome
il cardinal Noris ed altri mettono la seconda guerra dacica prima di
quel ch'io abbia supposto, così credono che Domiziano celebrasse
nell'anno 88, o pure nel precedente, il secondo suo trionfo dei Daci,
e prendesse il titolo di _Dacico_. Eusebio[591] lo differisce sino
all'anno seguente. Io sto col padre Pagi[592], che riferisce quel
trionfo al presente anno. Su tal supposto adunque, fu in quest'anno,
per attestato di Dione[593], che Domiziano solennizzò in Roma le sue
glorie con magnifiche feste e spettacoli. Si fecero nel Circo vari
combattimenti a piedi e a cavallo, e in un lago fatto a posta una
battaglia navale, in cui quasi tutti i combattenti restarono morti.
Levossi inoltre durante quello spettacolo un fiero temporale con
pioggia, che quasi ebbe ad affogare gli spettatori. Domiziano si fece
dare il mantello di panno grosso, ma non volle che gli altri mutassero
veste, nè che alcuno uscisse, di maniera che tutti inzuppati d'acqua,
contrassero poi delle malattie, per cui molti morirono. A consolar poi
il popolo per tal disgrazia, trovò lo spediente di dargli una cena a
lume di fiaccole; e per lo più fu suo costume di eseguire i pubblici
divertimenti in tempo di notte. Ma specialmente fece egli comparire il
suo fantastico cervello in un convito notturno, al quale invitò i
principali dell'ordine senatorio ed equestre. Fece addobbar di nero
tutte le stanze del palazzo, mura, pavimento e soffitte, con sedie
nude. Invitati i commensali, cadaun vide collocata vicino a sè una
specie d'arca sepolcrale, col suo nome scritto in essa, e con una
lucerna pendente, come ne' sepolcri. Sopravvennero fanciulli tutti
nudi e tinti di nero, ballando intorno ad essi, e portando vasi,
simili agli usati nelle esequie dei morti. Cadauno de' convitati si
tenne allora spedito, e tanto più perchè tacendo ognuno, il solo
Domiziano d'altro non parlava che di morti e di stragi. Dopo sì gran
paura furono in fine licenziati; ma appena giunti alla loro
abitazione, ecco che parecchi di loro son richiamati alla corte. Oh
allora sì che crebbe in essi lo spavento; ma in vece d'alcun danno,
riceverono poi da Domiziano qualche dono in vasi d'argento, o in altri
preziosi mobili. Tali furono i sollazzi bizzarri dati da Domiziano
alla nobiltà in occasione del suo trionfo. Nondimeno il popolo
comunemente dicea, che questo era non già un trionfo, ma un funerale
de' Romani nella Dacia, ovvero in Roma estinti. Dopo questi trionfi la
vanità di Domiziano, che studiava ogni dì qualche novità, volle che il
mese di settembre da lì innanzi s'appellasse _Germanico_[594], e
l'ottobre _Domiziano_, per non essere da meno di Giulio Cesare e di
Augusto; e ciò perchè nel primo avea conseguito il principato, ed era
nato nel secondo. Ma non durò più della sua vita questo suo decreto.
Non si sa mai capire, come Eusebio[595] scrivesse, che molte fabbriche
furono terminate in Roma nell'anno presente, o pure nell'antecedente,
cioè _Capitolium, Forum transitorium, Divorum Porticus, Isium ac
Serapium, Stadium, Horrea piperataria, Vespasiani Templum, Minerva
Chalcidica, Odeum, Forum Trajani, Thermae Trajanae et Titianae,
Senatus, Ludus Matutinus, Mica aurea, Meta sudans et Pantheum_. Non si
pensasse alcuno, che tanti edifizii ricevessero il lor essere o
compimento in quest'anno. Forse furono risarciti. Il _Panteon_ era da
gran tempo fatto; e, per tacere il resto, la piazza e le terme di
Traiano non furono, siccome diremo, fabbricate, se non nei tempi del
suo imperio, cioè da qui a qualche anno.

NOTE:

[591] Euseb., in Chron.

[592] Pagius, in Critica Baron. ad hunc Ann.

[593] Dio, lib. 67.

[594] Sueton., in Domitiano, cap 13. Plutarchus in Num.

[595] Euseb., in Chron.



    Anno di CRISTO XCI. Indizione IV.

    ANACLETO papa 9.
    DOMIZIANO imperadore 11.

_Consoli_

MARCO ULPIO TRAJANO e MARCO ACINIO GLABRIONE.


_Trajano_, console in quest'anno, il medesimo è che fu poi imperadore
glorioso. Il prenome dell'altro console _Glabrione_, secondo alcuni,
fu non già _Marco_, ma _Manio_, siccome proprio della famiglia
_Acilia_. Noi abbiamo da Dione[596] esser avvenuti due prodigii, per
l'uno de' quali fu presagito l'imperio a _Trajano_, e per l'altro la
morte a _Glabrione_. Quali fossero, nol sappiamo, se non che per
attestato del medesimo storico, Glabrione, benchè console, fu
obbligato dal capriccioso ed iniquo Domiziano a combattere contra di
un grosso lione, che fu bravamente da lui ucciso, senza restarne egli
ferito. Questa azione, che dovea guadagnargli lode e stima presso di
Domiziano, altro non fece che incitarlo ad invidia, ed anche ad odio,
perchè non gli piaceano i nobili di raro valore. Però col tempo trovò
de' pretesti per mandarlo in esilio, e poi imputandogli volesse
turbare lo stato (forse nell'anno 95) il fece ammazzare. All'anno
presente vien riferita da Eusebio[597] la strepitosa morte di
_Cornelia_, capo delle Vergini Vestali. Era ella stata accusata dianzi
d'incontinenza e dichiarata innocente. Sotto Domiziano si risvegliò
questa accusa; e Domiziano affettando la gloria di custode della
religione, cioè della superstizione pagana, e volendo rimettere in uso
le antiche leggi, la fece condannare e seppellir viva. Svetonio[598]
dice, ch'ella fu convinta de' suoi falli; Plinio il giovane[599],
ch'essa nè pur fu chiamata in giudizio, non che ascoltata, ed essere
quella stata un'enorme crudeltà ed ingiustizia. Furono anche
processati alcuni nobili romani, come complici del delitto, frustati
sino a lasciar la vita sotto le battiture, benchè non confessassero
l'apposto reato. E perchè _Valerio Liciniano_, già senatore e pretore,
uno de' più eloquenti uomini del suo tempo, per avere nascosa in sua
casa una donna della famiglia di Cornelia, fu accusato, altra maniera
non ebbe, per sottrarsi a que' rigori, se non di confessare quanto gli
fu suggerito sotto mano per ordine di Domiziano. Tuttavia fu egli
cacciato in esilio, e i suoi beni assegnati al fisco. Questi poi sotto
Trajano ritornato a Roma si guadagnò il vitto, con fare il maestro di
rettorica. Così inorpellava Domiziano i suoi vizii, volendo comparire
zelantissimo dell'onore de' suoi falsi dii. Narrasi ancora, che
essendo morto uno dei suoi liberti, e seppellito, dappoichè Domiziano
intese che costui si era fatto fabbricare il sepolcro con dei marmi
presi dal tempio di Giove Capitolino, bruciato negli anni addietro,
fece smantellar dai soldati quel sepolcro, e gittar in mare le ossa e
le ceneri di colui; tanto si piccava egli di essere zelante dell'onore
delle cose sacre.

NOTE:

[596] Dio, lib. 67.

[597] Eusebius, in Chron.

[598] Sueton., in Domitiano, c. 2.

[599] Plinius, lib. 4, Ep. II.



    Anno di CRISTO XCII. Indizione V.

    ANACLETO papa 10.
    DOMIZIANO imperadore 12.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la sedicesima volta, e QUINTO VOLUSIO
SATURNINO.


S'è disputato, e tuttavia si disputa, in qual anno succedesse la
ribellione di _Lucio Antonio_, e la breve guerra civile che in que'
tempi avvenne. Alcuni[600] la mettono nell'anno 88, altri nell'89, e
il Calvisio[601] la differisce sino al presente anno. A me sembra più
probabile l'ultima opinione, confrontando insieme quel poco che s'ha
di questo fatto da Tacito[602], e da Svetonio[603], e da Dione[604], o
sia da Sifilino; perchè da loro apparisce che dopo questa sollevazione
Domiziano lasciò la briglia alla sua crudeltà, e ciò avvenne, siccome
dirò, nell'anno seguente. _Lucio Antonio_, a cui Marziale[605] dà il
cognome di _Saturnino_, era governatore dell'alta o sia superiore
Germania. Perchè ben sapea, quanto per poco Domiziano perseguitasse le
persone di merito, e che specialmente sparlava di lui con ingiuriosi
nomi, mosse a ribellione le sue legioni, facendosi proclamare
imperadore. Portata a Roma questa nuova, se ne conturbò ognuno per
l'apprensione che ne succedesse una gran guerra, e si tornasse a
provar tutti i malanni compagni delle guerre civili. Domiziano stesso,
temendo che quest'incendio si potesse maggiormente dilatare, determinò
di portarsi in persona contra di lui, ed avea già in ordine l'armata.
Ciò che recava maggiore spavento, era il sapersi che Lucio Antonio
s'era collegato coi Germani, e questi doveano rinforzarlo con un
potente esercito. Ma che? _Lucio Massimo_, che il Tillemont
fondatamente congettura essere lo stesso che _Lucio Appio Norbano
Massimo_, il qual forse governava allora la bassa Germania, o pure una
parte della Gallia vicina, senza aspettare alcun de' soccorsi che gli
promettea Domiziano, diede battaglia improvvisamente ad esso Lucio
Antonio, prima che con lui si unissero i Tedeschi. Volle anche la
buona fortuna, che mentre erano alle mani, crescesse così forte il
Reno, che non poterono passare i Tedeschi. Rimase sconfitto ed ucciso
Antonio, e la sua testa fu inviata a Roma in testimonianza della
vittoria: il che risparmiò a Domiziano gl'incomodi di continuar quella
spedizione. Plutarco[606] e Svetonio[607] narrano, che nel giorno
stesso, in cui fu data quella battaglia, un'aquila posandosi in Roma
sopra una statua di Domiziano, fece delle grida di allegria; e
passando tal voce d'uno in altro, nel medesimo giorno si divulgò per
tutta Roma, che Lucio Antonio era stato interamente disfatto: ed
alcuni giunsero fino a dire di aver veduta la sua testa recisa dal
busto. Prese tal piede questa diceria, che gran parte dei magistrati
corsero a far de' sagrifizii in rendimento di grazie. Ma cominciandosi
a cercare chi avea portata questa nuova, niuno si trovò, ed ognuno
rimase confuso. Domiziano, che era in viaggio, ricevette dipoi i
corrieri della vittoria, e si verificò essere la medesima succeduta
nel giorno medesimo, in cui se ne sparse in Roma la falsa voce.
All'anno presente attribuisce Eusebio[608] l'editto di Domiziano
contro le vigne[609]. Trovatosi che v'era stata molta abbondanza di
vino, poca di grano, s'immaginò Domiziano, che la troppa quantità
delle viti cagion fosse che si trascurasse la coltura delle campagne.
Ma Filostrato[610] aggiugne, che non piaceva a Domiziano sì sterminata
copia di vino, perchè l'ubbriachezza cagionava delle sedizioni. Ora
egli vietò che in Italia non si potessero piantar viti nuove, e che
nelle provincie se ne schiantasse la metà, anzi tutte nell'Asia, per
quanto ne dice Filostrato. Ma non istette poi saldo in questo
proposito, per essere venuto a Roma _Scopeliano_ spedito da tutte le
città dell'Asia, il quale non solamente ottenne che si coltivassero le
vigne, ma ancora che si mettesse pena a chi non ne piantava. Forse
ancora più di ogni altra riflessione servì a fare smontar Domiziano da
questa pretensione, l'essersi sparsi de' biglietti[611], ne' quali era
scritto, _che facesse pur Domiziano quanto voleva, perchè vi
resterebbe tanto di vino per fare il sagrifizio in cui sarebbe la
vittima lo stesso imperadore_.

NOTE:

[600] Pagius, in Crit. Baron.

[601] Calvisius, Tillemont et alii.

[602] Tacitus, in Vita Agricolae.

[603] Sueton., in Domitiano, cap. 9.

[604] Dio, lib. 67.

[605] Martial., lib. 4, Epist. 9.

[606] Plutarchus, in P. Æmil.

[607] Sueton., in Domitiano, c. 6.

[608] Euseb., in Chron.

[609] Sueton., in Domitiano, cap. 7.

[610] Philostratus, in Vita Apollon., lib. 6.

[611] Aurelius Victor, in Epitome. Vopiscus, in Probo.



    Anno di CRISTO XCIII. Indizione VI.

    ANACLETO papa 11.
    DOMIZIANO imperadore 13.

_Consoli_

POMPEO COLLEGA e CORNELIO PRISCO.


Credesi che a questi consoli fossero sostituiti prima del dì 15 di
luglio, _Marco Lollio Paolino_ e _Valerio Asiatico Saturnino_; e che
all'un di essi succedesse nel consolato _Cajo Antistio Giulio
Quadrato_; e il padre Stampa[612] ha sospettato che _Cajo Antistio_ o
sia _Antio Giulio_ fosse personaggio diverso da _Quadrato_. Ma qui son
delle tenebre, come in tanti altri siti de' Fasti consolari,
trovandosi bensì de' consoli sostituiti e straordinari nelle antiche
storie e lapidi nominati, ma senza certezza dell'anno in cui
esercitarono quell'insigne uffizio. Poichè per altro quai fossero i
due poco fa menzionati consoli, l'abbiamo da un marmo riferito dal
Grutero[613], e compiutamente poi dato alle stampe dal canonico
Gori[614], che fu posto M. LOLLIO PAVLLINO VALERIO ASIATICO SATVRNINO.
C. ANTIO IVLIO QVADRATO COS. Se poi questi nell'anno presente fossero
sostituiti ai consoli ordinari, io nol so dire. Nell'agosto di
quest'anno in età di cinquantasei anni diede fine alla sua vita _Gneo
Giulio Agricola_, suocero di Cornelio Tacito[615], già stato console:
le cui imprese militari nella Bretagna di sopra accennai. Tornato
ch'egli fu di colà a Roma, arrivò l'anno in cui potea chiedere il
proconsolato, o sia il governo dell'Asia o dell'Africa. Ma non si
sentì egli voglia d'altri onori, perchè sotto un imperador cattivo
troppo era pericoloso il servire. Poco prima avea Domiziano fatto
levar di vita _Civica Cereale_ proconsole dell'Asia per meri sospetti
di ribellione. Questo esempio, e il sapere che l'imperadore non avea
caro di conferir sì riguardevoli posti a persone di sperimentato
valore, indussero Agricola a pregarlo che volesse esentarlo da quel
pesante fardello. Era questo appunto ciò che desiderava Domiziano, e
ben presto glie l'accordò; e permise, che Agricola il ringraziasse,
come se gli avesse fatta una grazia. Seppe di poi vivere questo saggio
uomo anche per qualche tempo, senza provar le persecuzioni del
bisbetico Augusto, facendo conoscere che gli uomini grandi provveduti
di prudenza possono stare anche sotto principi cattivi, e non fare
naufragio. Dione[616], ciò non ostante scrive che Domiziano l'uccise;
ma Tacito, che più ne seppe di lui, e scrisse la sua vita, dice bensì
esser corsa voce di veleno, nondimeno ne restò egli in dubbio.

Ma tempo è oramai di far vedere un principe appunto cattivo, anzi
pessimo, nella persona di Domiziano; cosa da me riserbata a
quest'anno, non già perchè egli cominciasse solamente ora a
riconoscersi tale, ma perchè il suo mal talento dopo la guerra civile
di Lucio Antonio andò agli eccessi. Certamente a Domiziano non mancava
ingegno ed intendimento: ma questa bella dote, se va unita con delle
sregolate passioni, ad altro non serve d'ordinario, che a rendere più
perniciosi e malefici i regnanti. Ora non si può assai esprimere
quanta fosse la vanità, la prosunzione, e la sete di dominare in lui.
Egli si credeva la maggior testa dell'universo, e ch'egli solo fosse
degno di comandare: perciò fiero, superbo e sprezzator d'ognuno,
astuto ed implacabile ne' suoi sdegni. Era sicuro dell'odio suo
chiunque compariva eccellente in alcuna bella dote: che questo è lo
stilo delle anime basse[617]. Vivente il padre, e creato Cesare fece
di mani e di piedi per non esser da meno del buon Tito suo fratello:
ottenne vari uffizi, che esercitò con gran boria ed eccesso di
autorità. E giacchè Vespasiano, ben conoscente del maligno suo
naturale, il teneva basso, non avendo potuto conseguire se non un
consolato ordinario, almeno si studiò sempre di essere sustituito come
console straordinario al fratello. Morto Vespasiano, fu in dubbio se
dovesse offerire ai soldati il doppio del donativo promosso loro da
Tito, per tentar di levare a lui l'imperio. Andava spacciando che il
padre l'avea lasciato collega del fratello nella signoria; ma che era
stato suppresso il testamento. Vantavasi ancora d'aver egli alzato al
trono non meno il padre che il fratello; e l'adulatore Marziale
approvò questo suo folle sentimento. Vivente esso Tito, non fece egli
mai fine a tendergli delle insidie, non solo segretamente, ma anche in
palese. Tuttavia tanta era la bontà di Tito, che quantunque
consigliato di liberar sè stesso e il pubblico da sì pericoloso
arnese, mai non volle ridursi a questo passo, contentandosi solamente
di fargli talvolta delle fraterne correzioni colle lagrime agli occhi,
benchè senza frutto. Forse quell'unica azione di cui Tito prima della
sua immatura morte disse d'esser pentito, fu d'aver lasciato in vita
questo fratello, ben conoscendo il gran male che ne avverrebbe alla
repubblica. Divenuto poscia imperadore[618] non lasciava occasione,
anche in senato[619], di sparlare copertamente ed ancora svelatamente
del padre e del fratello, biasimando le loro azioni; e per cadere in
disgrazia di lui, altro non occorreva che essere in grazia o dell'uno
o dell'altro, o dir parole alla presenza di lui in lode di Tito. Per
altro egli era un solennissimo poltrone: temeva i pericoli della
guerra; abborriva le fatiche del governo[620]. Il suo divertimento
principale consisteva in giocare ai dadi, anche ne' giorni destinati
agli affari. Soleva eziandio ne' principii del suo governo starsene
ritirato in certe ore del giorno: e la sua mirabil applicazione era in
prendere mosche[621], o ucciderle con uno stiletto. Celebre è intorno
a ciò il motto di Vibio Crispo, uomo faceto. Dimandando taluno, chi
fosse in camera con Domiziano, rispose Crispo: _Nè pur una mosca_. Ora
non aspettò egli, siccome dissi, a comparire quel crudele che era, a
questi tempi. Anche ne' precedenti anni diede varj saggi di questa sua
fierezza per varie e ben frivole cagioni. Fra gli altri (non se ne sa
l'anno) fece ammazzare _Tito Flavio Sabino_ suo cugino, perchè
avendolo disegnato console, secondo le apparenze, per la seconda
volta, il banditore inavvertentemente in vece del nome di _Console_
gli diede quello d'_imperadore_. Questo bastò per togliere a Sabino la
vita. La stessa mala sorte toccò ad alcuni altri, o pure l'esilio: che
questo era ne' primi suoi anni di più ordinario gastigo; ed
Eusebio[622] al di lui quarto anno scrive essere stati esiliati da lui
assaissimi senatori. Probabilmente ciò avvenne più tardi. Ora noi
sappiamo da Suetonio[623], che Domiziano prima di questi tempi avea
levato dal mondo _Salvio Coccejano_, solamente perchè avea
solennizzato il giorno natalizio di Ottone imperatore suo zio;
_Sallustio Lucullo_, non per altro, che per aver dato il nome di
lucullee ad alcune lance di nuova invenzione; _Materno Sofista_, cioè
professor di rettorica, per aver fatta una declamazione contra de'
tiranni; ed _Elio Lamia Emiliano_, per cagione di qualche motto
piccante, detto fin quando esso Domiziano era persona privata. Moglie
di questo Lamia fu _Domizia Longina_, figliuola di Corbulone. Gliela
tolse Domiziano, e dopo averla tenuta per amica un tempo, la sposò, e
diedele il titolo di _Augusta_. Ad accrescere la crudeltà di questo
imperadore, s'aggiunse la smoderata credenza che si dava in questi
tempi alle vane predizioni degli strologhi. Più degli altri loro
prestava fede Domiziano, uomo timidissimo; e perchè fin da giovane gli
avea predetto alcun d'essi che sarebbe un dì ucciso: perciò la
diffidenza fu sua compagna finchè visse, e massimamente negli ultimi
anni del suo imperio. Di qua venne la morte di vari principali signori
dell'imperio; perchè egli si procacciava l'oroscopo di tutti, e
trovandoli destinati a qualche cosa di grande, li faceva levare dal
mondo. _Metio Pomposiano_, di cui parlammo all'anno 75, preservato
sotto il buon Vespasiano, non la scappò sotto l'iniquo suo figliuolo.
Perchè fu creduto che avesse una genitura, che vanamente gli
pronosticava l'imperio, e perchè teneva in sua camera una carta
geografica del mondo, e studiava le orazioni dei re e dei capitani,
che son nelle storie di Livio, il mandò in Corsica in esilio[624], ed
appresso il fece ammazzare. Ma soprattutto s'accese, e giunse al colmo
l'inumanità di Domiziano, dappoichè se gli ribellò _Lucio Antonio
Saturnino_; del che s'è favellato all'anno precedente. S'accorse più
che mai allora questo maligno principe, che l'odio universale è un
pagamento inevitabile delle iniquità[625]. Trovò anche in Roma dei
complici di quella congiura, e molti altri, che almeno sospiravano di
vederla camminare ad un fine felice. Incrudelì dunque contra di
chiunque era stato, o si sospettava che fosse stato partecipe dei
disegni d'esso Lucio Antonio; nè perdonò se non a due uffiziali, che
con vergognosa scusa coprirono il loro fallo. D'altre illustri persone
da lui uccise parleremo all'anno seguente. Anche Tacito[626] attesta
avere bensì Domiziano commessa qualche crudeltà negli anni addietro,
ma un nulla essere in paragon di quelle ch'egli praticò dopo la morte
d'Agricola, avvenuta nell'anno presente, siccome dicemmo. O nel
precedente anno, come vuole il padre Pagi[627], o nel presente, come
credette il cardinal Noris[628] ed altri, ebbe principio la guerra de'
Romani coi Sarmati[629]. Aveano que' barbari tagliato a pezzi una o
più legioni romane coi loro uffiziali. Ciò diede impulso a Domiziano
di accorrere colà in persona con un buon esercito, per frenare
l'insolenza di que' popoli. Da Marziale e da Stazio poeti, due trombe
delle azioni di questo imperadore, noi impariamo ch'egli ebbe a
combattere anche contro ai Marcomanni. Se bene, o male, non si sa. Ben
sappiamo[630] che, secondo il suo costume di attribuirsi le vittorie,
anche quando egli era vinto, tornato a Roma nel gennaio di questo anno
o pur del seguente, fece credere che gli affari erano passati a
maraviglia bene. Tuttavia ricusò il trionfo, e si contentò di portare
al Campidoglio la sola corona d'alloro, e di offerirla a Giove
Capitolino.

NOTE:

[612] Stampa, ad Fastos Consular. Sigonii.

[613] Gruter., Thesaur. Inscript., pag. 189.

[614] Gorius, Inscription. Etrusc., p. 69.

[615] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 44.

[616] Dio, lib. 67.

[617] Sueton., in Domitiano, cap. 1.

[618] Dio, lib. 67.

[619] Sueton., in Domitiano, cap. 1.

[620] Aurelius Victor, in Epitome.

[621] Suet., in Domit., c. 3. Dio, l. 67. Aurel. Vict., in Epitome.

[622] Euseb., in Chron.

[623] Sueton., in Domit., cap. 10.

[624] Dio, lib. 67.

[625] Sueton., in Domitiano, cap. 10.

[626] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 45.

[627] Pagius, in Crit. Baron.

[628] Noris, Epist. Consulari, Tillemont et alii.

[629] Eutrop., in Breviar.

[630] Sueton., in Domitiano, c. 6.



    Anno di CRISTO XCIV. Indizione VII.

    ANACLETO papa 12.
    DOMIZIANO imperadore 14.

_Consoli_

LUCIO NONIO TORQUATO ASPRENATE e TITO SESTIO MAGIO LATERANO.


Fra gli eruditi è stata finora molta disputa intorno ai consoli
ordinari di quest'anno, nè si sapea il prenome e nome di _Laterano_.
Una iscrizione del museo kircheriano, da me[631] data alla luce, ha
messo tutto in chiaro. Da un altro marmo apparisce che, in luogo di
_Laterano_, era console nel settembre _Lucio Sergio Paolo_.
Moltiplicarono più che mai in questi tempi le calamità di Roma sotto
Domiziano, divenuto oramai formidabil tiranno, e non inferiore a
Nerone. Ne lasciò a noi un orrido ritratto Cornelio Tacito[632],
presente a tutte quelle scene, con dire che si vide il senato
circondato ed assediato da genti di armi; a molti che erano stati
consoli, tolta la vita; e le più illustri dame o fuggitive o cacciate
in esilio. Di persone nobili bandite, piene erano le isole, e
all'esilio tenea dietro bene spesso la spada del carnefice. Ma in Roma
si facea il maggior macello. Pareva un delitto l'aver avuto delle
dignità; pericoloso era il volerne; nè altro occorreva per istar tutto
dì esposto ai precipizii, che l'essere uomo dabbene. Le spie e gli
accusatori erano tornati alla moda; e fra questi mali arnesi si
distinguevano Metio Caro Messalino e Bebio Massa, assassini del
pubblico, non nelle strade, ma ne' tribunali stessi di Roma, con
essersi attribuita la maggior parte delle crudeltà d'allora più alla
lor malignità e prepotenza che a quella di Domiziano. Le spese
eccessive fatte da questo prodigo imperadore in tanti spettacoli non
necessari, e in accrescere fuor di misura lo stipendio ai soldati, per
maggiormente obbligarseli, l'aveano ridotto al verde[633]. Si avvisò
di cercare il risparmio col cassare una porzion delle milizie; e,
secondo Zonara[634], eseguì questo pensiero. Svetonio sembra dire, che
solamente lo tentò, ma che trovandosi tuttavia imbrogliato a dar le
paghe, rivolse il pensiero a far danaro in altre tiranniche maniere,
occupando a diritto e a torto i beni dei vivi e dei morti. Pronti
erano sempre gli accusatori, denunziando or questo, or quello, come
rei di lesa maestà per un cenno, per una parola contra del principe o
contra uno dei suoi gladiatori; delitti per lo più finti e non
provati. Si confiscavano a tutti i beni; e bastava che comparisse un
solo a dire di aver inteso che un tale prima di morire avea lasciata
la sua eredità a Cesare, perchè tosto si mettessero le griffe su
quella roba. Sopra gli altri furono angariati i Giudei, che da gran
tempo pagavano un rigoroso testatico, per esercitare liberamente il
culto della lor religione. Un'esatta perquisizion di essi fu fatta per
tutto l'imperio romano, e processati coloro che, dissimulando la lor
nazione, non aveano pagato.

Fra gli altri personaggi di distinzione che, per attestato di
Tacito[635], furono tolti di mira in questi tempi dal genio
sanguinario di Domiziano, si contarono _Elvidio_ il giovane, _Rustico_
e _Senecione_. Era il primo figliuolo di quell'_Elvidio Prisco_, che
a' tempi di Vespasiano, siccome fu detto di sopra all'anno 73, per la
sua stoica insolenza si tirò addosso l'esilio, e poi la morte[636].
Eccellenti qualità concorrevano ancora in questo suo figliuolo, per le
quali era in gran riputazione, oltre all'aver esercitato un consolato
straordinario. Quantunque egli se ne stesse ritirato per la malvagità
de' tempi che correano, pure si vide accusato davanti al senato, per
avere, secondochè diceano, in un suo poema sotto i nomi di Paride e di
Enone messo in burla il divorzio di Domiziano[637], il quale altrove
abbiam detto che prese in moglie Domizia Longina. Questa poi la
ripudiò, perchè perduta di amore verso Paride istrione, ch'egli fece
uccidere in mezzo ad una strada. Contuttociò non si potè contenere dal
ripigliarla poco dipoi: del che fu assai proverbiato. _Publicio
Certo_, dianzi pretore, ed ora uno de' giudici dati ed Elvidio, per
mostrare il suo zelo adulatorio verso Domiziano, commise la più
vergognosa azione che si possa mai dire; perchè mise le mani proprie
addosso ed Elvidio, e il trasse alle prigioni. Fu condannato Elvidio,
e l'infame Publicio per ricompensa destinato console, senza però
giugnere a godere di quella dignità, perchè Domiziano tolto di vita
non gli potè mantener la parola. Contra di costui si fece accusatore
_Plinio_ il giovine; e tal terrore gli mise in corpo, che disperato
finì i suoi giorni. _Errenio Senecione_, per avere scritta la vita di
_Elvidio Prisco_ seniore, somministrò assai ragione al crudel
Domiziano e al timido senato, per condannarlo a morte e far bruciare
pubblicamente l'opere composte da quel felice ingegno. Un altro
personaggio, tenuto in sommo credito per la professione della stoica
filosofia[638], fu _Lucio Giunio Aruleno Rustico_. Aveva egli in un
suo libro lodati _Peto Trasea_ ed _Elvidio Prisco_, uomini insigni,
dei quali si è parlato di sopra. Di più non occorse, perchè egli fosse
condannato e fatto morire. Plutarco attribuisce la di lui disgrazia
all'invidia portata da Domiziano alla gloria di quest'uomo illustre.
Sappiamo parimente, che _Fannia_, moglie di Elvidio Prisco, in tal
occasione fu mandata in esilio, e spogliata di tutti i suoi beni;
siccome ancora _Arria_ vedova di Peto Trasea; e _Pomponia Gratilia_,
moglie del suddetto Rustico. Fece anche Domiziano morire _Ermogene_ da
Tarso, perchè in una storia di lui scritta si figurò di essere stato
punto sotto certe maniere di dir figurate. I copisti di quella storia
furono anch'essi fatti morire in croce. Di questo passo camminava la
crudeltà di Domiziano, e Dione[639] ebbe a dire, che non si può sapere
a qual numero ascendesse la serie degli uccisi per ordine suo, perchè
non voleva che si scrivesse negli atti del senato memoria alcuna delle
persone da lui tolte di vita. E con questa barbarie congiungeva egli
un'abbominevole infedeltà, perchè servendosi di molti iniqui o per
accusare altrui di lesa maestà, o per rapire le altrui sostanze, dopo
averli premiati con dar loro onori e magistrati, da lì a poco faceva
ancor questi ammazzare, acciocchè sembrasse che da essi soli, e non da
lui fossero procedute quelle iniquità. Altrettanto facea coi servi e
liberti da lui segretamente mossi ad accusare il padrone, facendoli
poi morire anch'essi. Molte arti usò inoltre, per indurre alcuni ad
uccidersi da sè stessi, acciocchè si credesse spontanea e non forzata
la morte loro. Peggiore ancor di Nerone fu per un conto[640], perchè
assisteva in persona agli esami e ai tormenti delle persone accusate,
e si compiaceva di udire i loro sospiri, e di mirar quei mali che
facea lor sofferire, il maggior dei quali era il veder presente
l'autore iniquo de' medesimi lor tormenti. Aggiungeva inoltre la
dissimulazione all'inumanità, usando finezze e carezze a chi fra poche
ore dovea per suo comandamento perdere la vita. Lo provò tra gli
altri[641] _Marco Arricino Clemente_, già prefetto del pretorio sotto
Vespasiano, e poi console (non si sa in qual anno), che era anche suo
parente, ed amato non poco da lui, perchè l'aiutava nelle iniquità.
Convertito l'amore in odio, un dì fattagli gran festa, il prese anche
seco in seggetta, e veduto colui che era appostato per denunziarlo nel
dì seguente come reo di lesa maestà, disse a Clemente: _Vuoi tu, che
domani ascoltiamo in giudicio quel furfante di servo?_ Posti in così
duro torchio, se stessero male i cittadini romani, e particolarmente i
nobili, non ci vuol molto ad intenderlo.

NOTE:

[631] Thesaur. Novus Veter. Inscript., p. 314, num. 2.

[632] Tacitus, Hist., lib. 1, c. 2 et seq. Idem, in Vita Agricolæ, c.
46.

[633] Sueton., in Domitiano, cap. 12.

[634] Zonara, in Annalib.

[635] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 45.

[636] Sueton., in Domitiano, cap. 10. Plinius, lib. 9, Epist. 13.

[637] Sueton., in Domitiano, cap. 3.

[638] Dio, lib. 67. Plutarchus, de Curios.

[639] Dio, in Excerptis Valesian.

[640] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 45.

[641] Sueton., in Domitiano, cap. 11.



    Anno di CRISTO XCV. Indizione VIII.

    ANACLETO papa 13.
    DOMIZIANO imperadore 15.

_Consoli_

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la diecisettesima volta, e TITO FLAVIO
CLEMENTE.


Non zio paterno, ma cugino di Domiziano fu questo _Clemente_ console,
perchè figliuolo di _Sabino_ fratello di Vespasiano. Mostravagli
Domiziano molto affetto, e per testimonianza di Svetonio[642],
meditava di voler suoi successori due piccioli figliuoli di lui, a'
quali avea anche fatto cangiare il nome, chiamando l'uno _Vespasiano_,
e l'altro _Domiziano_. Ma appena ebbe Clemente compiuto il tempo
dell'ordinario suo consolato, il quale in questi tempi solea durare
solamente i primi sei mesi, che Domiziano per leggerissimi sospetti
gli fece levar la vita. Il cardinal Baronio[643], il Tillemont[644] ed
altri dottissimi uomini, pretendono ch'egli morisse cristiano e
martire; e le lor ragioni mi paiono convincenti. Imperciocchè Eusebio,
Orosio ed altri scrittori cristiani mettono sotto quest'anno la
persecuzione mossa da Domiziano contro i professori della legge di
Cristo; e insin lo stesso Dione[645], scrittore pagano, scrive aver
Domiziano nell'anno presente fatto morir _Flavio Clemente Console_ per
delitto d'_empietà_, cioè per non credere nè venerare i falsi dii del
Paganesimo; e che furono molti altri condannati a morte, per avere
abbracciata la religion de' Giudei: che tali erano creduti e chiamati
allora i Cristiani. Svetonio[646], tacciando questo Clemente di una
_vilissima dappocaggine_ (_contemtissimae inertiae_), indica lo
stesso; perchè, per attestato di Tertulliano[647], i Cristiani,
siccome gente ritirata, che non compariva agli spettacoli, non cercava
dignità e gloria nel secolo, e attendeva alla mortificazion delle sue
passioni, pareano persone di poco spirito, e gente buona da nulla.
Moglie di questo Clemente console era _Flavia Domitilla_, nipote di
Domiziano, cristiana anch'essa, che fu relegata nell'Isola Pandataria.
Ebbe inoltre esso Clemente una nipote, appellata parimente _Flavia
Domitilla_. Credesi che amendue queste Domitille, morendo martiri,
illustrassero la fede di Gesù Cristo, e la lor memoria è onorata ne'
sacri martirologi. Ne parla anche Eusebio[648], citando in prova di
ciò la storia di Brutio Pagano. O sia perchè il Cristianesimo era
considerato come una setta di filosofia, o pure perchè Senecione e
Rustico, amendue filosofi, uccisi, come dicemmo, nell'anno precedente
(se pur non fu nel presente), irritassero non poco l'animo bestiale e
timido di Domiziano: certo è, ch'egli cacciò di Roma tutti i
professori della filosofia circa questi tempi, non potendo egli
probabilmente sofferir coloro, da' quali ben s'immaginava che erano
condannate le sue malvagie azioni. E che ciò succedesse nell'anno
presente, lo scrive il mentovato Eusebio[649]. Però Filostrato
notò[650], che molti d'essi filosofi se ne fuggirono nelle Gallie, ed
altri nei deserti della Scizia e della Libia. _Dione Crisostomo_, uomo
insigne, se ne andò nel paese de' Goti. Epitetto celebre Stoico, fu
anch'egli obbligato a ritirarsi fuori di Roma. Amaramente si duol
Tacito[651] di questo crudele editto di Domiziano, perchè fu un
bandire da Roma la sapienza ed ogni buono studio, acciocchè non vi
rimanesse studio delle virtù, e vi trionfasse solamente la disonestà
con gli altri vizii. Pare che a quest'anno appartenga, secondo
Dione[652], la morte di _Acilio Glabrione_, che fu console l'anno 91,
fatto uccidere da Domiziano. _Epafrodito_, già potente liberto di
Nerone, lungamente avea goduto gran fortuna anche nella corte di
Domiziano, servendolo per segretario de' memoriali[653]. Fu mandato in
esilio, e condannato ora solamente a morte, perchè avea aiutato Nerone
a darsi la morte, in vece d'impedirlo; il che fu fatto da Domiziano
per atterrire i suoi domestici liberti, acciocchè non ardissero mai di
far lo stesso con lui. Forse ancora è da riferire all'anno presente, o
piuttosto al seguente, quanto avvenne, per attestato di Dione[654], a
_Giuvenio Gelso_, creduto da alcuni _Publio Giuvenzio Celso_, che fu
poi pretore sotto Trajano, console sotto Adriano, e celebre
giurisconsulto di que' tempi. Fu egli accusato di aver cospirato
contra di Domiziano. Prima che si venisse nel senato alle prove, fece
istanza di parlare all'imperadore, perchè avea cose rilevanti da
dirgli. Ottenuta la permissione, questo accorto uomo se gli gittò
ginocchioni davanti come per adorarlo; gli diede cento volte il titolo
di Signore e di Dio; protestò di essere innocente; ma che se gli volea
dare un po' di tempo, saprebbe ben pescare, ed indicargli chiunque
avea mal animo contra di lui. Fu licenziato, ed egli dipoi andò tanto
tirando innanzi con vari sutterfugi senza rivelar alcuno, che arrivò
la morte di Domiziano, per cui sicuro poi se ne visse. Abbiamo dal
medesimo Dione, che in questi tempi Domiziano fece lastricar la via
che va da Sinuessa a Pozzuolo. Anche Stazio[655] parla d'una simil via
acconciata; ma questa forse andava da Roma a Baja.

NOTE:

[642] Sueton., in Domitiano, c. 15.

[643] Baron., Annal. Ecclesiast.

[644] Tillemont, Mém. Hist. Ecclés.

[645] Dio, lib. 67.

[646] Sueton., in Domitiano, c. 15.

[647] Tertull., in Apologetico, cap. 42.

[648] Eusebius, in Chron., et Hist. Ecclesiast. lib. 3.

[649] Eusebius, in Chron.

[650] Philostratus, in Apollon., lib. 8.

[651] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 2.

[652] Dio, lib. 67.

[653] Sueton., in Domitiano, cap. 14.

[654] Dio, lib. 67.

[655] Statius, Sylvar., lib. 4, cap. 3.



    Anno di CRISTO XCVI. Indizione IX.

    EVARISTO papa 1.
    NERVA imperadore 1.

_Consoli_

CATO ANTISTIO VETERE e CAIO MANLIO VALENTE.


Erasi ben ridotta Roma ad un compassionevole stato sotto il crudele e
tirannico governo di Domiziano. Non si sarebbe trovata persona nobile
e benestante, che continuamente non tremasse al vedere tanti senatori,
cavalieri ed altre persone, o private di vita o spinte in esilio o
spogliate di beni[656]. Si univa bensì il senato, ma solamente per
fulminar quelle sentenze che voleva il tiranno, o per autorizzar le
maggiori iniquità. Ad ognuno mancava la voce per dire il suo
sentimento; parlava quel solo che portava gli ordini dell'imperadore,
e gli altri colla testa bassa, col cuor pieno di affanno, approvavano
tacendo ciò che non osavano disapprovare parlando[657]. Esente non era
da un pari timore il resto del popolo, perchè dappertutto si trovavano
spioni, che raccoglievano, amplificavano, e bene spesso fingevano
parole dette in discredito del principe; e bastava essere accusato,
per essere condannato. Ma se Domiziano facea tremar tutto il mondo,
anche tutto il mondo facea tremar Domiziano, chè questa è una pensione
inevitabile dei tiranni, i quali col nuocere a tanti, e massimamente
ai migliori e agli innocenti, sanno di essere in odio a tutti, e che
da tutti, almeno coi desiderii, se non con altro, è affrettata la
morte loro. Però la diffidenza, gastigo che rode il cuore di ogni
principe crudele ed ingiusto, crebbe sì fattamente in Domiziano, che
cominciò a non fidarsi neppur di _Domizia_ Augusta sua moglie, nè di
alcuno de' suoi liberti, cioè de' suoi più intimi cortigiani[658]. Ad
accrescere i suoi terrori si aggiunsero le predizioni a lui fatte in
sua giuventù dai Caldei, cioè dagli strologi, che dovea perir di morte
violenta. Anche Vespasiano suo padre, che non poco badava alla
strologia, vedendolo ad una cena astenersi dal mangiar funghi, gli
diede pubblicamente la burla, dicendo, _che avea piuttosto da
guardarsi dal ferro_. Ma specialmente in quest'anno, che
verisimilmente gli era stato predetto come l'ultimo di sua vita, non
sapea dove stare: tanta era la sua inquietudine e paura, tanti i suoi
sospetti contra ancora dei suoi più cari e familiari. A tutti perciò
parlava brusco, tutti mirava con aria minaccevole. Avvenne inoltre,
che per otto continui mesi caddero di molti fulmini, uno sopra il
Campidoglio rifabbricato da lui, un altro nel palazzo imperiale, e
nella stessa sua camera, un altro sopra il tempio della famiglia
Flavia, e un altro guastò l'iscrizione posta ad una statua trionfale
di lui, rovesciandola in un monumento vicino. Il popolo superstizioso
di Roma, e più degli altri Domiziano, facea mente a tutti questi
naturali avvenimenti e ad altri ch'io tralascio, credendoli segni
d'imminente disavventura. Nulla nondimeno atterrì cotanto questo
indegno imperadore[659], quanto un certo strologo appellato
Ascletarone, che avea predetta la di lui morte. Preso costui e
condotto alla presenza di Domiziano, confessò di averlo detto. _Sai
tu_, disse allora Domiziano, _che cosa abbia da intervenire a te in
questo giorno?_--_Signor sì_, rispose lo strologo, _il mio corpo ha da
essere mangiato dai cani_. Ordinò tosto Domiziano che costui fosse
giustiziato, ed immantinente bruciato il corpo suo. Ma appena mezzo
abbrustolito, si svegliò una dirotta pioggia, che estinse il fuoco, e
costrinse la gente a ritirarsi, sicchè poterono i cani accorrerne, e
far buon convito di quel arrosto. Portatane poi la nuova a Domiziano,
oh allora sì che smaniò per la paura[660]. Più fortunato fu un certo
Largino Proclo, aruspice, che in Germania avea predetto dover seguire
nel dì 18 di settembre gran mutazione di cose; anzi chiaramente,
secondo Dione[661], avea accennata la morte di Domiziano. Mandato
perciò a Roma in catene negli ultimi tempi di esso imperadore, fu
condannato a perdere la testa dopo il suddetto giorno, supponendosi
che falsa avesse da riuscire la di lui predizione. Ma verificatasi
questa, egli restò salvo, e fu anche ben regalato da Nerva.

Vanissima arte è la strologia; ma Dio, pei suoi occulti giudizii, può
permettere che i suoi professori, per lo più fallacissimi, talvolta
arrivino a colpire nel segno. Ma intanto è da osservare, che
quest'arte ingannatrice, piuttosto che predire la morte di Domiziano,
fu essa la cagione della morte medesima, di maniera che fors'egli
sarebbe sopravvivuto molto, se non le avesse prestato fede.
Imperciocchè, siccome abbiamo detto, essendosi conficcata nel di lui
animo la credenza di dover esser ammazzato un dì, servì essa a lui di
stimolo per commettere buona parte delle sue crudeltà, e a divenire
odioso a tutti, con togliere dal mondo i migliori, e chiunque egli
riputava più capace e voglioso di nuocergli. Il rendè essa inoltre sì
diffidente e sospettoso, che temeva fin della moglie e de' suoi più
intimi famigliari; ed arrivò, per quanto fu creduto, sino alla
risoluzione di volerli privar tutti di vita. Ora, tanto _Domizia_ sua
moglie, quanto i suoi più confidenti liberti, _Norbano_, e _Petronio
Secondo_, allora prefetti del pretorio, dappoichè ebbero veduto, come
per sì lievi motivi egli avea ucciso _Clemente_ suo cugino, e
personaggio di tanta probità, e faceva troppo conoscere di non più
fidarsi di alcun di loro: assai intesero ch'erano anch'essi in
pericolo, e che, per salvar la propria vita, altra maniera non restava
che di levarla a Domiziano. Sicchè prendendo bene il filo, la
soverchia credenza che professò questo screditato Augusto alle ciarle
degli strologi, trasse lui ad esser crudele, e a non fidarsi di
alcuno: e questa sua crudeltà e diffidenza costò a lui la vita per
mano de' suoi più cari. Scrive dunque Dione di aver inteso da buona
parte[662], che Domiziano avesse veramente presa la determinazione di
uccider la moglie e gli altri più familiari suoi liberti, e i capitani
delle guardie stesse. Subodorata questa sua intenzione, si accinsero
essi a prevenirlo, ma non prima di aver pensato a chi potesse
succedergli nell'imperio. Segretamente ne fecero parola a varie nobili
persone, che tutte, dubitando di qualche trappola, non vollero
accettar quella esibizione. Finalmente si abbatterono in Marco Coccio
Nerva, personaggio degno dell'imperio, che abbracciò l'offerta. Un
accidente fece affrettare la di lui morte, se pur è vero ciò che
racconta Dione: perchè Svetonio, più vicino a questi tempi, non ne
parla, e lo stesso vedremo raccontato di Commodo Augusto, anch'esso
ucciso. Soleva Domiziano per suo solazzo tenere in camera un fanciullo
spiritoso di pochi anni. Questi, mentre il padrone dormiva, gli tolse
di sotto al capezzale una carta, con cui andava poi facendo dei
giuochi. Sopravvenuta _Domizia_ Augusta, gliela tolse, e con orrore
trovò quella essere una lista di persone che il marito volea levare
dal mondo, e di esservi scritta ella stessa, i due prefetti del
pretorio, _Partenio_ mastro di camera, ed altri della corte. Ad ognun
di essi comunicato l'affare, fu determinato di non perder tempo ad
eseguire il disegno.

Venne il dì 18 di settembre, in cui, secondo gli astrologi, temeva
Domiziano di essere ucciso. L'ora quinta della mattina, quella
specialmente, era di cui paventava. Però, dopo aver atteso nel
tribunale alla spedizione di alcuni processi, nel ritirarsi alle sue
stanze dimandò che ora era. Da taluno de' congiurati maliziosamente
gli fu detto, che era la sesta: perlochè tutto lieto, come se avesse
passato il pericolo, si ritirò nella sua camera per riposare.
_Partenio_, mastro di camera, entrò da lì a poco per dirgli, che
_Stefano_ liberto e mastro di casa dell'ucciso Flavio Clemente,
desiderava di parlargli per affare di somma importanza. Costui siccome
uomo forte di corpo, e che odiava sopra gli altri Domiziano per la
morte data al suo padrone, era scelto dai congiurati per fare il
colpo. Ne' giorni addietro aveva egli finto di aver male al braccio
sinistro, e lo portava con fascia pendente dal collo. Entrato egli in
tal positura, presentò a Domiziano una carta, contenente l'ordine di
una congiura che si fingeva tramata contra di lui, col nome di tutti i
congiurati. Mentre era l'imperadore attentissimo a leggerla, Stefano
gli diede di un coltello nella pancia. Gridò Domiziano aiuto: un suo
paggio corse al capezzale del letto, per prendere il pugnale, oppure
la spada, nè vi trovò che il fodero, e tutti gli uscii erano
chiusi[663]. Ma perchè la ferita non era mortale, Domiziano s'avventò
a Stefano, si ferì le dita nel volergli prendere il coltello, ed
abbrancolatisi insieme caddero a terra. _Partenio_, temendo che
Domiziano la scappasse, aperta la porta, mandò dentro Clodiano
Corniculario, Massimo suo liberto, e Saturio capo de' camerieri, ed
altri che con sette ferite il finirono. Ma entrati altri, che nulla
sapeano della congiura, e trovato Stefano in terra, l'uccisero. In
questa maniera, cioè col fine ordinario dei tiranni terminò sua vita
Domiziano, in età di anni quarantacinque. Del suo corpo niuno si prese
cura, fuorchè Filide sua nutrice, che segretamente in una bara plebea
lo fece portare ad una sua casa di campagna, e dopo averlo fatto
bruciare, secondo l'uso d'allora, seppe farne mettere le ceneri, senza
che alcuno se ne avvedesse, nel tempio della casa Flavia, mischiandole
con quelle di _Giulia Sabina Augusta_, figliuola di Tito imperadore
suo fratello[664]. Fu questa Giulia maritata da esso Tito a _Flavio
Sabino_ suo cugino germano; ma invaghitosene, Domiziano, vivente
ancora Tito, l'ebbe alle sue voglie. Divenuto poi imperadore, dopo
aver fatto uccidere il di lei marito, pubblicamente la tenne presso di
sè, con darle il titolo di Augusta, e farle un tal trattamento che
alcuni la credettero sposata da lui[665]. Ma, perchè gravida del
marito egli volle farla abortire, cagion fu di sua morte. Non ho detto
fin qui, ma dico ora che Domiziano nella libidine non la cedette ad
alcuno de' più viziosi. Nè occorre dire di più.

Quanto al basso popolo di Roma[666], non mostrò egli nè gioia nè
dolore per la morte di sì micidial regnante, perchè sfogavasi di
ordinario il di lui furore solamente sopra i grandi, nè toccava i
piccoli. I soldati sì ne furono in grande affanno e rabbia, perchè
sempre ben trattati, e smoderatamente arricchiti da lui; però voleano
tosto correre a farne vendetta: ma i lor capitani ne frenarono que'
primi furiosi movimenti, benchè non potessero dipoi impedire quanto
soggiugnerò appresso. All'incontro il senato, contra di cui
specialmente era infierito Domiziano, ne fece gran festa, il caricò di
tutti i titoli più obbrobriosi, ed ordinò che si abbattessero la sue
statue, e i suoi archi trionfali[667]; si cancellasse il di lui nome
in tutte le iscrizioni, cassando anche generalmente ogni suo decreto.
Ancorchè Domiziano non si dilettasse delle lettere e delle arti
liberali, a solamente si conti ch'egli gran cura ebbe di rimettere in
piedi le biblioteche bruciate di Roma, con raccogliere[668] libri da
ogni parte, e farne copiare assaissimi da quella di Alessandria: pure
fiorirono a' suoi tempi vari insigni filosofi, fra' quali massimamente
risplendè _Epitteto_, i cui utili insegnamenti restano tuttavia, ed
_Apollonio Tianeo_, la cui vita, scritta da _Filostrato_, è piena di
favole. Fiorirono anche in Roma l'eccellente maestro della eloquenza
_Marco Fabio Quintiliano_, e _Marco Valerio Marziale_, poeta rinomato
per l'ingegno, infame per gli suoi troppo licenziosi epigrammi. Erano
amendue nativi di Spagna. Vissero parimente in que' tempi _Cajo
Valerio Flacco, Cajo Silio Italico_, de' quali abbiamo tuttavia i
poemi, ma di gusto cattivo; e _Decimo Giunio Giuvenale_, autor delle
satire, poco certamente modeste, ma assai ingegnose e degne di stima.

Terminata dunque la tragedia di Domiziano, cominciò Roma, e seco
l'imperio romano, liberato da questo mostro, a respirare, e tornarono
i buoni giorni per l'assunzione al trono imperiale di _Marco Coccejo
Nerva_. Era nato Nerva, per quanto ne scrive Dione[669], nell'anno 32
dell'era nostra, di nobilissimo casato. L'onestà dei suoi costumi, la
sua aria dolce e pacifica, la sua rara saviezza, prudenza ed
inclinazione al ben del pubblico, il faceano amare e rispettar da
chicchessia. Queste sue belle doti gli ottennero due volte il
consolato, cioè nell'anno 71 e nel 90. Mancava a lui solamente un
corpo robusto, e una buona sanità, essendo stato debolissimo lo
stomaco. Non si accordano gli storici in certe particolarità della sua
vita negli ultimi anni di Domiziano. Filostrato[670] vuole che venuto
a Roma Apollonio Tianeo, gl'insinuasse di liberar la patria dalla
tirannia di Domiziano, ma ch'egli non ebbe tanto coraggio. Aggiugne
che Domiziano il mandò in esilio a Taranto; ed Aurelio Vittore[671]
scrive, che Nerva si trovava ne' Sequani, cioè nella Franca Contea,
allorchè trucidato fu Domiziano, e che per consentimento delle legioni
prese l'imperio. Ben più credibile a noi sembrerà ciò che lasciò
scritto Dione, cioè, che Domiziano, giù da noi veduto persecutore di
chiunque o per le sue buone qualità, o per relazion degli astrologi,
era creduto potergli succedere nell'imperio, meditò ancora di levar
Nerva dal mondo, e l'avrebbe fatto, se uno strologo amico di lui non
avesse detto a Domiziano, che Nerva attempato e mal sano era per
morire fra pochi giorni. Nè Dione parla punto di esilio; anzi suppone
ch'egli si trovasse in Roma nel tempo dell'uccision di Domiziano, e
che passasse di concerto coi congiurati, consentendo che si togliesse
la vita a lui, giacchè senza di questo egli più non istimava sicura la
propria. Estinto dunque il tiranno, fu alzato al trono cesareo _Marco
Coccejo Nerva_, che certo non era lungi da Roma, per opera[672]
specialmente di _Petronio Secondo_ prefetto del pretorio, e di
_Partenio_ principal autore della morte di Domiziano, con approvazione
di tutto il senato e plauso del popolo. Ma eccoti alzarsi un rumore e
una voce, che Domiziano era vivo, e fra poco comparirebbe[673]. Nerva
di natural timido allora mutò colore, perdè la favella, nè più sapea
in qual mondo si fosse. Ma Partenio, che coi suoi occhi avea veduto le
ferite e gli ultimi respiri dell'estinto Domiziano, lo incoraggiò, e
rimise in sella. Andò pertanto Nerva a parlare ai soldati per
quietarli, e promise loro il donativo solito nell'assunzion de' nuovi
imperadori. Di là poscia passò al senato, dove ricevette gli
abbracciamenti gioviali, e i complimenti cordiali di cadauno de'
senatori. Non vi fu se non _Arrio Antonino_, avolo materno di Tito
Antonino poscia imperadore, suo sviscerato amico, il quale
abbracciatolo gli disse, che ben si rallegrava col senato e popolo
romano, e colle provincie per sì degna elezione, ma non già con lui;
perchè meglio per lui sarebbe stato il vivere paziente sotto principi
cattivi, che assumere un peso sì grave, ed esporsi a tanti pericoli ed
inquietudini, col mettersi fra i nemici, che mai non mancano, e fra
amici, i quali credendo di meritar tutto, se non ottengono quel che
vogliono, diventano più implacabili degli stessi nemici. Contuttociò
Nerva fattosi coraggio, prese le ridini del governo, e si accinse a
sostener con decoro la sua dignità, siccome ancora a restituire al
senato il primier suo decoro, e la quiete e l'allegria ai popoli.
Vivente ancora Domiziano, e non per anche cessata la persecuzione da
lui mossa a' Cristiani, _sant'Anacleto_ papa coronò la sua vita col
martirio o nel precedente, o piuttosto nel presente anno; ed ebbe per
successore nel pontificato romano _Evaristo_.

NOTE:

[656] Plinius, in Panegyrico, et lib. 7, Epist. 14.

[657] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 2.

[658] Sueton., in Domitiano, cap. 15.

[659] Dio, lib. 67.

[660] Sueton., in Domitiano, cap. 16.

[661] Dio, lib. 67.

[662] Dio, lib. 67.

[663] Dio, lib. 67. Sueton., in Domitiano, c. 17.

[664] Sueton., in Domitiano, cap. 22.

[665] Philostratus, in Apollon. Tyan., lib. 7.

[666] Sueton., in Domitiano, c. 23.

[667] Dio, lib. 67.

[668] Sueton., in Domitiano, cap. 24.

[669] Dio, lib. 68.

[670] Philostrat., in Vita Apollonii, lib. 7.

[671] Aurel. Vict., in Epit.

[672] Eutrop., in Brev. Dio, lib. 68.

[673] Aurel. Vict., in Epit.



    Anno di CRISTO XCVII. Indiz. X.

    EVARISTO papa 2.
    NERVA imperadore 2.

_Consoli_

MARCO COCCEJO NERVA AUGUSTO per la terza volta, e LUCIO VIRGINIO RUFO
per la terza.


Vari altri consoli l'un dietro l'altro si credono dall'Almeloven
sostituiti in quest'anno, fra gli altri certo è che _Cornelio Tacito_
istorico, siccome osservò anche Giusto Lipsio, succedette a
_Virginio_, o sia _Verginio Rufo_. Tal notizia abbiamo da Plinio il
giovane[674]. Era Virginio Rufo quel medesimo che nell'anno 68 ricusò
più di una volta l'imperio, datogli in Germania dai soldati.
Gloriosamente avea egli menata fin qui la sua vita, senza incorrere in
alcuna disgrazia, rispettandolo ognuno, e fin quella bestia di
Domiziano, e serbando quell'animo grande, ch'era stato superiore
agl'imperi. Nerva anch'egli volle far conoscere a lui ed al pubblico,
quanta stima ne facesse con crearlo suo collega nel consolato. Abbiam
di certo da Plinio suddetto, che questo fu il _Terzo consolato_ di
esso Virginio: al che non fece riflessione il padre Stampa[675],
quantunque il cardinal Noris[676] ed altri lo avessero avvertito, e si
raccolga eziandio da Frontino e dai Fasti d'Idacio. Fu egli sotto
Nerone nell'anno 63 per la prima volta console ordinario. Credesi che
nell'anno 69 gli toccasse il secondo consolato, ma straordinario,
sotto Ottone Augusto. Intorno al prenome di Rufo s'è disputato. Chi
_Tito_, chi _Pubblio_ l'ha voluto. È più probabile _Lucio_. Ora per la
terza volta creato console nell'anno presente, siccome c'insegna
Plinio il giovane, mentre sul principio dell'anno si preparava a
recitare in senato il rendimento di grazie a Nerva per la dignità a
lui conferita, essendo in età di ottantatrè anni, colle mani tremanti,
e stando in piedi, gli cadde il libro di mano; e nel volerlo
raccogliere gli sdrucciolò il piede pel pavimento liscio e lubrico, in
maniera che si ruppe una coscia. Non essendosi questa ben ricomposta o
riunita, dopo qualche tempo se ne morì, e gli furono fatti solenni
funerali, mentre era console _Cornelio Tacito_, eloquentissimo oratore
e storico, il qual fece l'orazione funebre in sua lode. Scrive il
medesimo Plinio, che questo Virginio Rufo era nato in una città
confinante alla sua patria Como.

Dacchè l'Augusto Nerva si vide sufficientemente assodato sul trono,
fece tosto sentire il suo benefico genio a Roma e a tutto il romano
imperio[677]. Richiamò dall'esilio una copia grande di nobili, che
aveano patito naufragio sotto il precedente tirannico governo, ed
abolì tutti i processi di lesa maestà. E perciocchè questi erano
proceduti da mere calunnie, perseguitò i calunniatori, e fece morir
quanti servi e liberti si trovarono aver intentate accuse contra dei
loro padroni, proibendo con rigoroso editto a tal sorta di persone
l'accusare da lì innanzi i padroni. Vietò parimente l'accusar
chicchessia d'empietà, e di seguitare i riti giudaici: il che vuol
dire ch'egli estinse la persecuzione mossa de' Cristiani, che dai
Pagani venivano tuttavia confusi coi Giudei. Perciocchè per conto de'
Giudei era loro permesso l'osservar la lor legge. Quanti preziosi
mobili si trovarono nell'imperial palazzo, ingiustamente tolti da
Domiziano, furono da lui con tutta prontezza restituiti. Non volle
permettere che si facessero statue d'oro e d'argento (se pur non erano
dorate o inargentate) in onor suo, abuso dianzi assai gradito da
Domiziano. A que' cittadini romani che si trovavano in gran povertà,
assegnò terreni, ch'egli fece comperare, di valore di un milione e
mezzo di dramme, con deputare alcuni senatori che ne facessero la
divisione. Perchè trovò smunto affatto l'erario, vendè, a riserva
delle cose necessarie, tutti i vasi d'oro o d'argento ed altri mobili,
tanto suoi particolari, che della corte, e parecchi poderi e case, con
usar anche liberalità ai compratori. E ciò non per covare in cassa il
danaro, ma per dispensarlo al popolo romano, apparendo dalle
medaglie[678] che egli distribuì due volte nel breve corso del suo
governo danari e grano. Giurò che d'ordine suo non si farebbe mai
morire alcuno de' senatori; e quantunque un di essi fosse convinto di
aver congiurato contra di lui, pure altro mal non gli fece che di
cacciarlo in esilio. Fu da lui confermata la legge che non si
potessero far eunuchi; e proibito il prendere in moglie le nipoti.
Attese ancora al risparmio, dopo aver conosciuto il gran male
provenuto dallo scialacquamento esorbitante di Domiziano. Levò dunque
via molti sagrifizii, molti giuochi ed altri non pochi spettacoli, che
costavano somme immense[679]. Soppresse tutto ciò ch'era stato
aggiunto agli antichi tributi a titolo di pena contro quei ch'erano
morosi al pagamento; siccome ancora le vessazioni ed angarie
introdotte contro ai Giudei, nell'esigere le lor imposte. Le città
oppresse da troppe gravezze ebbero sollievo da lui; ed ordinò che per
tutte le città d'Italia si alimentassero alle spese del pubblico gli
orfani dell'uno e dell'altro sesso, nati da poveri genitori, ma
liberti: carità continuata anche dai susseguenti buoni imperadori,
anzi accresciuta, come apparisce dalle antiche iscrizioni. Ristrinse
ancora l'imposta della vigesima per le eredità e per gli legati,
introdotta da Augusto. Fra le lettere di Plinio il giovane[680] si
trova un editto di questo imperadore, che assai esprime quanta fosse
la di lui bontà, con dir egli _che ciascuno de' suoi concittadini
poteva assicurarsi, aver egli preferita la sicurezza di tutti alla
propria quiete, e non aver altro in animo che di far di buon cuore de'
nuovi benefizii, e di conservare i già fatti da altri. E però per
levar dal cuore d'ognuno la paura di perdere quel che aveano
conseguito sotto altri Augusti, o doverne cercar la conferma con delle
preghiere d'oro, dichiarava che senza bisogno di nuovi ricorsi,
chiunque godeva avesse da godere; perchè egli volea solamente
attendere a dispensar grazie e benefizii nuovi a chi non avea finora
goduto_.

E pure con un principe sì buono, il cui dolce e salutevol governo
tanto più dovea prezzarsi, quanto più si paragonava col barbarico
precedente, non mancarono nobili romani che tramarono una
congiura[681]. Capo di essi fu _Calpurnio_ senatore dell'illustre
famiglia de' _Crassi_: degli altri non si sa il nome. Con esorbitanti
promesse di danaro sollecitava egli alla rivolta i soldati. Scoperta
la mina, Nerva il fece sedere presso di sè assistendo ai giuochi de'
gladiatori, e nella stessa guisa che vedemmo operato da Tito, allorchè
gli furono presentate le spade di quei combattenti, le diede in mano a
Crasso, acciocchè osservasse, se erano ben affilate, mostrando in ciò
di non paventar la morte. Fu processato e convinto _Crasso_: tuttavia
Nerva per mantener la sua parola di non uccidere senatori, altro
gastigo non gli diede che di relegar lui e la moglie a Taranto. Fu
biasimata dal senato sì grande indulgenza in caso di tanta importanza,
e in altri ancora, perchè egli non sapea far male ai grandi, benchè
sel meritassero[682]. Trovavasi un dì alla sua tavola _Vejento_ o sia
_Vejentone_, già console, uomo scellerato, che sotto Domiziano era
stato la rovina di molti. Cadde il ragionamento sopra _Catullo
Messalino_, che nell'antecedente governo tutti avea assassinati colle
sue accuse e colla sua crudeltà, ed era già morto. _Se costui_, disse
allora Nerva, fosse _tuttavia vivo, che sarebbe di lui? Giunio
Maurico_, uomo di gran petto, di egual sincerità, e uno dei commensali
immantinente rispose: _Con esso noi sarebbe a questa tavola_. Ma
quello che maggiormente sconcertò Nerva, fu l'attentato d'_Eliano
Casperio_, creato non so se da lui, o pur da Domiziano, prefetto del
pretorio, cioè capitan delle guardie. O sia che costui movesse i
soldati, o che fosse incitato da loro, certo è, che un dì formata una
sollevazione andarono tutti al palazzo[683], chiedendo con alte grida
il capo di coloro che aveano ucciso Domiziano. A tal dimanda si trovò
in una somma costernazione Nerva; contuttociò parendogli che non fosse
mai da comportare il dar loro in mano chi avea liberata la patria da
un tiranno, ed era stato cagione del proprio suo innalzamento,
coraggiosamente negò loro tal soddisfazione, dicendo che se si voleano
sfogare, piuttosto colla sua testa cadesse il loro sdegno. Ma costoro
senza fermarsi per questo, e con disprezzo all'autorità imperiale,
corsero a prendere _Petronio Secondo_, già prefetto del pretorio, e lo
svenarono. Altrettanto fecero a _Partenio_ già maestro di camera di
Domiziano, trattandolo anche più ignominiosamente dell'altro. E
_Casperio_, divenuto più insolente, obbligò Nerva di lodar
quest'azione al popolo raunato, e di protestarsi obbligato ai soldati,
perchè avessero tolta la vita ai maggiori ribaldi che si avesse la
terra.

Una sì atroce insolenza de' pretoriani servì a far meglio conoscere a
Nerva, ch'egli, stante la sua vecchiaia e poca sanità, non potea
sperare l'ubbidienza ed il rispetto dovuto al suo grado, e piuttosto
dovea temerne degli altri oltraggi. Il perchè da uomo saggio pensò di
fortificar la sua autorità, con associare all'imperio una persona che
fosse non men forte d'animo, che vigorosa di corpo. E siccome egli non
avea la mira se non al pubblico bene, desiderava di scegliere il
migliore di tutti[684], così dopo maturo esame, e consigliato anche da
_Lucio Licino Sura_, senza punto badare ai molti parenti, che avea
(giacchè non si sa ch'egli avesse mai moglie) fermò i suoi pensieri
sopra Marco Ulpio Trajano, generale allora dell'armi romane nella
Germania. Era questi di nazione spagnuolo, perchè nato in Italica
città della Spagna, come si raccoglie da Dione[685] e da
Eutropio[686], benchè Aurelio Vittore[687] il dica venuto alla luce in
Todi; nè alcuno finora avea ottenuto l'imperio, che non fosse nato in
Roma o nel vicinato: contuttociò Nerva fu di sentimento, che per
iscegliere chi dovea governare un sì vasto imperio, si avea da
considerare più che la nazione, l'abilità e la virtù. Pertanto in
occasion di una vittoria riportata nella Pannonia, fatto raunare il
popolo nel Campidoglio nel dì 18 settembre, come alcuni vogliono[688],
o piuttosto nel dì 27 o 28 di ottobre, come pretendono altri, ad alta
voce dichiarò ch'egli adottava per suo figliuolo _Marco Ulpio Nerva
Trajano_, a cui il senato diede nel giorno stesso il titolo di
_Cesare_ e di _Germanico_, e scrisse di suo proprio pugno, avvisandolo
di tale elezione[689]. Fors'anche, secondo alcuni, non era pervenuta
questa nuova a Trajano, soggiornante allora in Colonia, che Nerva il
proclamò _Imperadore_[690], conferendogli la tribunizia podestà, ma
non già il titolo d'_Augusto_; cioè il creò suo collega nell'imperio.
Può essere che ciò avvenisse alquanto più tardi. Almen certo è che il
disegnò console per l'anno seguente. Il merito assai conosciuto di
Trajano, che era stato console nell'anno 94, ed avea avuto il padre,
stato anch'esso console (non si sa in qual anno) fece che ognuno
ricevesse con plauso una sì bella elezione, e cessasse ogni
sollevazione e tumulto in Roma. Si trovava allora Trajano nel maggior
vigore della virilità, perchè in età di circa quarantaquattro anni.

NOTE:

[674] Plinius, lib. 2, ep. 1.

[675] Stampa sul Fastos Consul. Sig.

[676] Noris, Epistol. Consul.

[677] Dio, lib. 68.

[678] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[679] Aurel. Vict., in Epit.

[680] Plinius, lib. 10, Epist. 66.

[681] Dio, lib. 68. Aurelius Victor, in Epitome.

[682] Plinius, lib. 4, Ep. 22. Aur. Vict., in Epit.

[683] Plinius, in Panegyr.

[684] Aurelius Victor, in Epitome.

[685] Dio, lib 68.

[686] Eutr., in Brev.

[687] Aurel. Vict., in Epitome.

[688] Panvin., Petav., Pagius, Dodwellus, Fabrett., Tillem.

[689] Plinius, in Panegyrico.

[690] Euseb., in Chron.



    Anno di CRISTO XCVIII. Indiz. XI.

    EVARISTO papa 3.
    TRAJANO imperadore 1.

_Consoli_

MARCO COCCEJO NERVA AUGUSTO per la quarta volta, e MARCO ULPIO TRAJANO
per la seconda.


Credesi che a questi consoli ne fossero sostituiti degli altri nelle
calende di luglio, ma quali noi possiamo sapere di certo. Poco
sopravvisse il buon imperadore Nerva, nè già sussiste, come taluno ha
pensato, ch'egli deponesse l'imperio. Riscaldossi egli un giorno forte
in gridando contra di un certo Regolo[691], che doveva aver commessa
qualche iniquità, di modo che, quantunque fosse di verno, sudò; e
questo raffreddatosegli addosso, gli cagionò una tal febbre, che fu
bastante a levarlo di vita. Aurelio Vittore gli dà sessantatre anni
d'età[692], Dione sessantacinque[693] Eutropio settantuno[694], ed
Eusebio settantadue[695]. Comunque sia, lasciò egli anche dopo sì
corto governo un glorioso nome a cagion delle sue lodevoli azioni di
bontà e saviezza; azioni tali, ch'egli ebbe a dire di non sapere
d'aver operata cosa, per cui, quando anch'egli avesse deposto
l'imperio, non avesse da vivere quieto e sicuro nella vita privata. Ma
nulla certo gli acquistò più credito e gloria, che l'aver voluto per
successore nell'imperio un _Trajano_, che poi divenne il modello de'
principi ottimi. Con funerale magnifico fu portato il suo corpo, o
vogliam dire le ceneri ed ossa sue, dal senato, nel mausoleo
d'Augusto. Intorno al giorno di sua morte disputano gli eruditi.
Inclinano i più a credere che questa avvenisse nel gennaio dell'anno
presente, e nel dì 27; Aurelio Vittore scrive che quel giorno, in cui
egli mancò di vita, fu un ecclissi del sole. Secondo i conti del
Calvisio si eclissò il sole nel dì 21 di marzo di quest'anno; ma non
s'accorda ciò con chi[696] gli dà sedici mesi e nove o dieci giorni
d'imperio. Sappiamo bensì da Eusebio[697], dalle medaglie[698], e
dalle iscrizioni[699], che Nerva per decreto del senato fu alzato
all'onore degli dii, e che Trajano non mai stanco di mostrar la sua
gratitudine a questo buon principe e padre, che l'avea alzato al
trono, alzò anch'egli a lui dei templi, secondo la cieca superstizione
e temerità del gentilesimo. Allorchè terminò Nerva i suoi giorni,
_Publio Elio Adriano_, che fu poi imperadore, giovane allora ed
amicissimo, anzi parente di Trajano, lasciato già da suo padre sotto
la tutela di lui[700], si trovava nella Germania superiore. Arrivata
colà la nuova della morte di Nerva, Adriano volle essere il primo a
portarla a Trajano, dimorante allora in Colonia; e tuttochè _Serviano_
di lui cognato cercasse d'impedirglielo, con fare segretamente rompere
il di lui calesse, per aver egli l'onore di far penetrar con sua
lettera il lieto avviso a Trajano: nondimeno Adriano camminando a
piedi, prevenne il messagger di Serviano. Ricevute poi che ebbe
Trajano[701] le lettere del senato, gli rispose di suo pugno, co'
dovuti ringraziamenti, fra l'altre cose promettendo, che nulla mai
farebbe contro la vita e l'onore delle persone dabbene; il che poscia
confermò con suo giuramento. Mentr'egli tuttavia si trovava in quelle
parti, o certo prima di tornarsene a Roma, chiamò a sè _Eliano
Casperio_ prefetto del pretorio e i soldati da lui dipendenti, facendo
vista di volersi valere di lui in servigio della repubblica. Nerva in
ragguagliarlo della elezione sua, l'avea particolarmente incaricato di
far le sue vendette contra d'esso Casperio, e di quelle milizie che
ammutinate gli aveano fatto, siccome dicemmo, un sì grave affronto.
Trajano l'ubbidì. Tolta fu a Casperio la vita e a quanti pretoriani si
trovò che avevano avuta parte in quella sedizione. Comandava allora ad
una possente armata Trajano, nè v'è apparenza ch'egli nell'anno
presente venisse a Roma, ma bensì che egli si trattenesse in quelle ed
anche in altre parti per dare un buon sesto ai confini dell'imperio e
alla quiete delle provincie[702]. Sparsasi nelle nazioni germaniche la
fama che Trajano era divenuto imperadore ed Augusto, tale già correa
la rinomanza e la stima del di lui valore e senno anche fra quelle
barbare genti, che ognun fece a gara per ispedirgli dei deputati e
chiedergli supplichevolmente la continuazion della pace. Erano soliti
i Tedeschi nel verno, allorchè il Danubio gelato si potea passare a
piedi, di venir ai danni dei Romani. Nel verno di quest'anno non si
lasciarono punto vedere. Trovavasi in quelle contrade Trajano, e
tuttochè le sue legioni facessero istanza di valicar quel fiume, per
dare addosso ai Tedeschi, tuttavia egli nol permise. Una delle sue
principali applicazioni era stata, e maggiormente fu in questi tempi,
di ristabilire l'antica disciplina, l'amor della fatica, e
l'ubbidienza nella milizia romana; ed egli stesso, con trattar
civilmente tutti gli uffiziali e soldati, si conciliò più che prima
l'amore e il rispetto d'ognuno.

NOTE:

[691] Aurel. Vict., in Epit. Tillem., Mém. Hist. Pagius, Crit. Bar.

[692] Aurel. Victor, in Epitome.

[693] Dio, lib 68.

[694] Eutrop., in Breviar.

[695] Eusebius, in Chron.

[696] Dio, lib. 68. Eutropius, in Brev.

[697] Eusebius, in Chron.

[698] Mediobarb., in Numism. imperator.

[699] Gruter., Thesaur. Insc.

[700] Spartianus, in Hadriano.

[701] Dio, lib. 67.

[702] Plinius, in Panegyr.



    Anno di CRISTO XCIX. Indizione XII.

    EVARISTO papa 4.
    TRAJANO imperadore 2.

_Consoli_

AULO CORNELIO PALMA e CAJO SOSIO SENECIONE.


Erano questi consoli due de' migliori nobili che si avesse allora il
senato romano, e particolarmente godevano della stima ed amicizia di
Trajano. Aveano costumato alcuni de' precedenti Augusti di prender
essi il consolato nelle prime calende di gennaio, susseguenti alla
loro assunzione, cessando perciò i consoli disegnati[703]. Trajano,
tra perchè non si pasceva di fumo, e perchè gli affari non gli
permettevano di trovarsi all'apertura dell'anno nuovo in Roma, ricusò
nell'anno precedente l'onore del consolato offertogli dal senato,
secondo lo stile, e volle che entrassero i due consoli sopraddetti.
Verisimilmente venuta che fu la primavera, fu il tempo in cui egli
dalla Germania s'inviò a Roma. Ben diverso fu il suo passaggio da quel
di Domiziano. Quello era un saccheggio delle città, dovunque passava
egli colle sue truppe. Trajano, benchè scortato da più legioni, con
tal disciplina, con sì bel regolamento faceva marciare e riposar la
sua gente, che diventò lieve ai popoli quel militare aggravio. Abbiamo
ancora da Plinio l'entrata di Trajano in Roma. Fu ben lieto quel
giorno al veder venire un buon principe, non già orgoglioso sopra un
carro trionfale, o portato dagli uomini, come costumò alcuno de' suoi
antecessori, ma a piedi e in abito modesto; che non accoglieva con
fronte alta e superba, chi gli si presentava, per rallegrarsi con lui
e per ossequiarlo; ma bensì gli abbracciava e baciava tutti, come suoi
cari concittadini e fratelli. Andò al Campidoglio, e poscia al
palazzo. Seco era _Pompea Plotina_ sua moglie, donna d'alto affare, ed
emula delle virtù del marito[704]. Allorchè ella fu sulle scalinate
del palazzo imperiale, rivolta al popolo disse: _Quale io entro or
qua, tale desidero anche d'uscirne_, cioè ben voluta e senza
rimprovero di alcuna iniquità. In fatti con tal modestia e saviezza
visse ella sempre dipoi, che si meritò gli encomi di tutti, e
massimamente perchè cooperava anch'essa a promuovere il ben pubblico e
la gloria del marito[705]. Raccontasi, che informata delle avanie e
vessazioni che si praticavano per le provincie del romano imperio
dagli esattori de' tributi e delle gabelle, sanguisughe ordinarie de'
popoli, ne fece una calda doglianza al marito, come egli fosse sì
trascurato in affare di tanta premura, permettendo iniquità che
facevano troppo torto alla di lui riputazione. Seriamente vi si
applicò da lì innanzi Trajano, e rimediò ai disordini, riconoscendo
essere il fisco simile alla milza, la quale crescendo fa dimagrar
tutte le altre membra. A _Plotina_ fu probabilmente conferito, dopo il
suo arrivo a Roma il titolo di _Augusta_, siccome a Trajano quello di
_Padre della Patria_, che si trova enunziato nelle monete di
quest'anno, come pur anche quello di _Pontefice Massimo_. Avea Trajano
una sorella, appellata _Marciana_, con cui mirabilmente andò sempre
d'accordo la saggia imperatrice Plotina. La città di Marcianopoli,
capitale della Mesia, per attestato di Ammiano[706] e di
Giordano[707], prese il nome da lei. Ebbe anche Marciana il titolo
d'_Augusta_, che si trova in varie iscrizioni e monete. Da lei nacque
una _Matidia_, madre di _Giulia Sabina_, che fu moglie di _Adriano
Augusto_, e per quanto si crede, di un'altra _Matidia_.

Le prime applicazioni di Trajano, dacchè fu egli giunto a Roma, furono
a cattivarsi l'amore del pubblico colla liberalità[708]. Aveva egli
già pagato alle milizie la metà del regalo che loro solea darsi dai
novelli imperadori. Ai poveri cittadini romani diede egli l'intero
congiario, volendo che ne partecipassero anche gli assenti e i
fanciulli: spesa grande, ma senza arricchire gli uni colle sostanze
indebitamente rapite ad altri, come in addietro si facea da' principi
simili alle tigri, le quali nudriscono i lor figliuoli colla strage
d'altri animali. Da gran tempo si costumava in Roma, che la repubblica
distribuiva gratis di tanto in tanto una prodigiosa quantità di grano
e di altri viveri al basso popolo dei cittadini liberi, perchè
anch'esso riteneva qualche parte nel dominio e governo. Ma i fanciulli
che aveano meno di undici anni, non godevano di tal distribuzione.
Trajano volle ancor questi partecipi della pubblica liberalità. E
perciocchè, siccome dicemmo, Nerva avea ordinato, che anche per le
città dell'Italia a spese dei pubblici erari si alimentassero i
figliuoli orfani della povera gente libera: diede alle città danari e
rendite, affinchè fosse conservato ed accresciuto questo buon uso.
Rallegrò parimente il popolo romano con alcuni giuochi e spettacoli
pubblici, conoscendo troppo il genio di quella gente a sì fatti
divertimenti. Per altro non se ne dilettava egli; anzi cacciò di nuovo
da Roma i pantomimi, come indegni della gravità romana. Cura
particolare ebbe dell'annona, con levar via tutti gli abusi e
monopolii, con formare e privilegiare il collegio de' fornai: di modo
che non solo in Roma, ma per tutta l'Italia si vide fiorire
l'abbondanza del grano, talmente che l'Egitto, solito ad essere il
granaio dell'Italia, trovandosi carestioso in quest'anno, per avere il
Nilo inondato poco paese, potè ricevere soccorso di biade dall'Italia
stessa. Ma ciò che maggiormente si meritò plauso da ognuno, fu l'aver
anch'egli più rigorosamente di quel che avessero fatto Tito e Nerva,
ordinato processi e gastighi contra dei calunniosi accusatori, che
sotto Domiziano erano stati la rovina di tanti innocenti. Nella stessa
guisa ancora abolì l'azione di lesa maestà, ch'era in addietro
l'orrore del popolo romano. Ogni menoma parola contra del governo si
riputava un enorme delitto. Ma egregiamente intendeva Trajano, essere
proprio de' buoni principi l'operar bene, senza poi curarsi delle vane
dicerie dei sudditi: laddove i tiranni, male operando, esigerebbono
ancora, che i sudditi fossero senza occhi e senza lingua; nè badano
che coi gastighi maggiormente accendono la voglia di sparlare di loro
e l'odio universale contra di sè stessi. Assistè Trajano nell'anno
presente, come persona privata ai comizi, nei quali si dovea far
l'elezion de' consoli per l'anno seguente. Fu egli disegnato console
ordinario, ma si durò fatica a fargli accettare questa dignità; ed
accettata che l'ebbe, con istupore d'ognuno si vide il buon imperadore
andarsi ad inginocchiare davanti al console, per prestare il
giuramento come solevano i particolari: e il console, senza turbarsi,
lasciò farlo. Altri consoli da sostituire agli ordinari, furono anche
allora disegnati, siccome dirò nell'anno seguente.

NOTE:

[703] Plinius, in Panegyr.

[704] Dio, lib. 68.

[705] Aurel. Vict., in Epit.

[706] Ammianus, lib. 27.

[707] Jordan, de Reb. Geticis.

[708] In Panegyr.



    Anno di CRISTO C. Indizione XIII.

    EVARISTO papa 5.
    TRAJANO imperadore 3.

_Consoli_

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO per la terza volta, e MARCO CORNELIO
FRONTONE per la terza.


Gran disputa fra gli eruditi illustratori de' Fasti consolari[709] è
stata e dura tuttavia, senza aver mezzo finora da deciderla, quale sia
stato il collega ordinario di Trajano nel presente consolato, cioè chi
con lui procedesse console nelle calende di gennaio. Parve al cardinal
Noris[710] più probabile che fosse _Sesto Giulio Frontino per la terza
volta_, scrittore rinomato per li suoi libri, conservati sino ai dì
nostri. Poscia inclinò piuttosto a crederlo _Marco Cornelio Frontone
per la terza volta_, come avea tenuto il Panvinio, e tenne dipoi anche
il Pagi. L'imbroglio è nato dalla vicinanza dei cognomi di _Frontone_
e _Frontino_. Certo è che Frontone fu console in quest'anno. E
perciocchè sappiamo da Plinio[711], essere stati disegnati per
quest'anno oltre all'Augusto Trajano due altri, che serebbono consoli
_per la terza volta_, perciò alcuni han creduto anche Frontino console
nell'anno presente; ma senza apparire in qual anno preciso, tanto egli
quanto _Frontone_, avessero conseguito gli altri due consolati.
Credesi ben comunemente, che nelle calende di settembre fossero
sostituiti in quella illustre dignità _Cajo Plinio Cecilio Secondo_
comasco, celebre scrittore di lettere, e del panegirico di Trajano,
ch'egli per ordine del senato compose e recitò in questa congiuntura,
e _Spurio Cornuto Tertullo_, personaggio anch'esso di gran merito.
Secondo il Panvinio e l'Almeloven, nelle calende di novembre
succederono _Giulio Feroce_ ed _Acutio Nerva_. Ma io[712] ho prodotta
un'iscrizione posta nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, da cui
ricaviamo essere allora stati consoli _Lucio Roscio Eliano_ e _Tiberio
Claudio Sacerdote_. Benchè fosse assai conosciuto in Roma il mirabil
talento di Trajano Augusto, pure assunto ch'egli fu al trono,
maggiormente comparì qual era, con vedersi inoltre un avvenimento ben
raro, cioè ch'egli non mutò punto nella mutazion dello stato i buoni
suoi costumi, anzi li migliorò; e che l'altezza del suo grado e della
sua autorità servì solamente a far crescere le sue virtù. Fasto e
superbia sparivano le azioni di molti suoi predecessori[713]. Continuò
egli, come prima, la sua affabilità, la sua modestia, la sua cortesia.
Ammetteva alla sua udienza chiunque lo desiderava, trattando con tutti
civilmente, e massimamente onorando la nobiltà, ed abbracciando e
baciando i principali: laddove gli altri Augusti, stando a sedere,
appena porgeano la man da baciare. Gli stava fitta in mente questa
massima, _che un sovrano in vece d'avvilirsi coll'abbassarsi, tanto
più si fa rispettare e adorare_. Usciva egli con un corteggio modesto
e mediocre; nè andavano già innanzi lacchè o palafrenieri per fargli
largo colle bastonate, anzi egli talvolta si fermava nelle strade, per
lasciar che passasse qualche carro o carrozza altrui. Per un
imperadore era assai frugale la sua tavola, ma condita dall'allegria
di lui e da quella di varie persone savie e scelte, ch'erano or l'una,
or l'altra invitate[714]. Distinzione di posto non voleva alla sua
mensa, nè sdegnava di andare a desinare in casa degli amici, di
portarsi alle lor feste, di visitarli malati, di andar talvolta nelle
loro carrozze. In somma, per quanto poteva, si studiava di trattar con
tutti, non meno in Roma che per le provincie, con tanta civiltà e
moderazione, come se non fosse il sovrano, ma un loro eguale,
ricordando a sè stesso, che egli comandava bensì agli uomini, ma
ch'era uomo anch'egli. E perchè un dì gli amici suoi il riprendevano,
perchè eccedesse nella cortesia verso d'ognuno, rispose quelle
memorande parole: _Tale desidero d'essere imperadore verso i privati,
quale avrei caro che gl'imperadori fossero verso di me se fossi uomo
privato_. Lo stesso Giuliano Apostata[715], che andò cercando tutte le
macchie e i nei dei precedenti Augusti, non potè non confessare, che
Trajano superò tutti gli altri imperadori nella bontà e nella
dolcezza: il che punto non facea scemare in lui la maestà, e ne'
sudditi il rispetto verso di lui. Per questa via, e col mostrar amore
a tutti, egli era sommamente amato da tutti, odiato da niuno; e
dappertutto si godeva una somma pace e un'invidiabil tranquillità,
come si fa nelle ben regolate famiglie.

L'adulazione come in paese suo proprio suol abitar nelle corti; non
già in quella di Trajano, che l'abborriva[716]. E però neppur gradiva
che se gli alzassero tante statue, come in addietro si era praticato
con gli altri Augusti, e di rado permetteva che si gli facesse
quest'onore, nè altri che puzzassero di adulazione. Per altro mostrava
egli piacere, che il nome suo comparisse nelle fabbriche da lui fatte
o risarcite, e nelle iscrizioni de' particolari; laonde apparendo poi
esso in tanti luoghi, diede motivo ad alcuni di chiamarlo per
ischerzo[717] _Erba Parietaria_, erba che si attacca alle muraglie. Ma
conferendo le cariche, neppur voleva esserne ringraziato, quasi
ch'egli fosse più obbligato a chi le riceveva, che essi a lui. Le
ordinarie sue occupazioni consistevano in dar udienze a chi ricorrea
per giustizia, per bisogni, per grazie, con ispedir prontamente gli
affari, specialmente quelli che riguardavano il ben pubblico. Sapeva
unire la clemenza, la piacevolezza colla severità e costanza nel
punire i cattivi, nel rimediare alle ingiustizie de' magistrati, nel
pacificar fra loro le città discordi. Sotto di lui in materia
criminale non si proferiva sentenza contro di chi era assente; nè per
meri sospetti, come si usava in addietro, si condannava alcuno. Un
bellissimo suo rescritto vien riferito ne' Digesti[718], cioè: _Meglio
è in dubbio lasciar impunito un reo, che condannare un innocente_.
Sotto altri principi il fisco guadagnava sempre le cause. Non già
sotto Trajano, che anche contra di sè amava che fosse fatta giustizia.
Quanto era egli lontano dal rapire la roba altrui, altrettanto era
alieno dal nuocere o inferir la morte ad alcuno. A' suoi tempi un solo
de' senatori fu fatto morire, ma per sentenza del senato, e senza
notizia di lui, mentre era lungi da Roma: tanto era il rispetto
ch'egli professava a quel nobilissimo ordine[719]. Ed appunto in
quest'anno fu bel vedere, come creato console egli si contenesse nel
senato, in esercitando quest'eminente dignità. Nel primo giorno
dell'anno volle salito in palco nella pubblica piazza prestare il
giuramento di osservar le leggi, solito a prestarsi dagli altri
consoli, ma non dagl'imperatori, che se ne dispensavano. Portatosi al
senato, ordinò ad ognuno di dire con libertà e sincerità i lor
sentimenti, con sicurezza di non dispiacergli. Così diceano anche gli
altri Augusti, ma non di cuore, e i fatti poi lo mostravano. Ordinò
ancora, che ai voti, i quali non meno in Roma che per le provincie nel
dì 3 di gennaio si faceano per la salute dell'imperadore,
s'aggiugnesse questa condizione: _Purché egli governi a dovere la
Repubblica e procuri il bene di tutti._ Egli stesso in pregare gli dii
per sè medesimo, solea dire: _Se pure la meriterò, se continuerò ad
essere quale sono stato eletto, e se seguirò a meritar la stima e
l'affetto del Senato_. Con tal pazienza accudiva egli ai pubblici
affari, ascoltava i dibattimenti delle cause, e con tanta attenzione
distribuiva le cariche, promovendo sempre chi andava innanzi nel
merito, che il senato non potè contenersi dal palesar la sua gioia con
delle acclamazioni, che mossero le lagrime al medesimo Trajano,
coprendosi intanto il di lui volto di rossore, cioè di un contrassegno
vivo della sua modestia. E verisimilmente il senato circa questi tempi
conferì a Trajano il glorioso titolo di _Ottimo Principe_. Plinio
nelle sue epistole parla di molte cause agitate in questi tempi nel
senato, con aver Trajano ben disaminati i processi, e custodita
rigorosamente l'osservanza delle leggi. Il primo gran dono che fa Dio
agli uomini, quello è di dar loro un buon naturale, un intendimento
chiaro e un'indole portata solamente al bene. Convien ben dire, che
ottimo fosse il talento di Trajano, dacchè confessano gli storici,
ch'egli poco o nulla avea studiato di lettere, ed era mancante
d'eloquenza. Ma il suo ingegno e giudizio, e il pendìo a quel solo che
è bene, supplivano questo difetto. E però, benchè non fosse letterato,
sommamente amava e favoriva i letterati, e chiunque era eccellente in
qualsivoglia professione.

NOTE:

[709] Panvinus, Pagius, Tillemont, Stampa.

[710] Noris, Ep. Consul.

[711] Plinius, in Panegyr.

[712] Thesaurus Novus Inscript., pag. 305, n. 5.

[713] Plinius, in Panegyr.

[714] Eutropius, in Breviar.

[715] Julianus, de Caesaribus.

[716] Plinius, in Panegyrico.

[717] Ammianus, lib. 27. Aurelius Victor, in Epitome.

[718] Lege 5. Digestis de Poenis.

[719] Plinius, in Panegyr.



    Anno di CRISTO CI. Indizione XIV.

    EVARISTO papa 6.
    TRAJANO imperadore 4.

_Consoli_

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO AUGUSTO per la quarta volta, e SESTO
ARTICOLAJO.


Credesi che l'uno di questi consoli avesse nelle calende di marzo per
successore nel consolato _Cornelio Scipione Orfito_, e che nelle
calende di marzo fossero sostituiti _Bebio Macro_ e _Marco Valerio
Paolino_; e poi nelle calende di luglio procedessero colla trabea
consolare _Rubrio Gallo_ e _Quinto Celio Ispone_. Trovasi
un'iscrizione, da me[720] riferita, posta a _Marco Epulejo_ (forse
_Apulejo_) _Procolo Cepione Ispone_, ch'era stato console. Sarebbe da
vedere se si tratti del suddetto _Ispone_. Per me ne son persuaso,
quantunque chiaro non apparisca in qual anno cada il di lui consolato.
Han creduto molti storici, che in quest'anno avvenisse la prima guerra
di Trajano contra dei Daci. Tali nondimeno son le ragioni addotte dal
giudiziosissimo cardinal Noris[721], che pare doversi la medesima
riferire all'anno seguente. Nulladimeno il Tillemont[722], scrittore
anch'esso accuratissimo, inclinò a giudicarla succeduta in questo
anno. Più sicuro a me sembra il differirla al seguente, quantunque si
possa credere cominciata la rottura nel presente. Già vedemmo fatta da
Domiziano una vergognosa pace con _Decebalo re dei Daci_, a cui egli
s'obbligò di pagare ogni anno certa somma di danaro a titolo di
regalo, che in fatti era un tributo. All'animo grande di Trajano parve
troppo ignominiosa una sì fatta concordia e condizione, nè egli si
sentì voglia di pagare[723]. Per questo rifiuto Decebalo cominciò a
formare un possente armamento, e a minacciar le terre dell'imperio con
delle sgarate. Forse anche le sue genti commisero qualche ostilità.
Portossi perciò nell'anno susseguente l'Augusto Trajano in persona a
que' confini, per dimandargliene conto; ed allora, come io vo'
credendo, ebbe principio la prima guerra dacica. Non istette
certamente in ozio in questi tempi Trajano. Stendevasi la di lui
provvidenza e liberalità a tutte le parti dell'imperio. Abbiamo da
Eutropio[724], ch'egli riparò le città della Germania, situate di là
dal Reno. Potrebbe ciò essere succeduto nell'anno presente. E senza
questo noi sappiamo ch'egli fece far infinite fabbriche per le città
romane, e porti, e strade, ed altre opere, o per utilità o per
ornamento; ed era facile a concedere ad esse città privilegi ed
esenzioni, e a sollevarle ne' lor bisogni. Tale ancora il provavano i
particolari. Bastava avere avuta con lui anche una mediocre
familiarità, e poi chiedere. A chi ricchezze, a chi compartiva onori,
rimandando consolati gli altri colla promessa di dar ciò che allora
non potea. Ma particolarmente premiava egli chi avea più merito; e
laddove sotto i precedenti Augusti chi era uomo di petto, e odiava la
servitù, e solea parlar franco, o dispiaceva, o correva pericolo
dell'esilio o della vita: questi da Trajano erano i più stimati, ben
voluti ed esaltati. E tuttochè la nobiltà sua propria si stendesse
poco indietro, pure gran cura avea egli di chi procedeva dagli antichi
nobili romani, e li preferiva agli altri negl'impieghi. Ne' tempi
addietro troppo spesso si vide, che i liberti degl'imperatori la
faceano da padroni del pubblico e della corte stessa[725]. Trajano,
scelti i migliori fra essi, se ne serviva bensì, e li trattava assai
bene; ma in maniera che si ricordassero sempre della lor condizione, e
d'essere stati schiavi; e che, per piacere, altra maniera non v'era,
che d'essere uomini dabbene e persone amanti dell'onore[726]. Proibì
alle città il far dei regali col danaro del pubblico, ma non volle che
si potessero ripetere i fatti prima di venti anni addietro, per non
rovinar molte persone, conchiudendo il suo rescritto a Plinio: _Perchè
a me appartiene di non aver men cura del bene de' particolari, che di
quello del pubblico_. Così procurava egli anche alle città il
risparmio delle spese. Però sapendo[727] questa sua buona intenzione
Trebonio Rufino, duumviro, cioè principal magistrato scelto dal popolo
di Vienna del Delfinato, proibì che si facessero in quella città i
giuochi ginnici, i quali, oltre alla spesa, riuscivano anche
scandalosi e contrari a' buoni costumi, perchè gli uomini nudi alla
presenza di tutto il popolo faceano la lotta. S'opposero i cittadini.
Fu portato l'affare a Trajano, che raccolse i voti de' senatori. Fra
gli altri _Giulio Maurino_ sostenne, che non si doveano permettere
que' giuochi a quelle città, e poi soggiunse: _Volesse Dio, che si
potessero anche levar via da Roma_, città perduta dietro a simili
sconci divertimenti.

NOTE:

[720] Thesaurus Novus Veter. Inscript., pag. 316, num. 2.

[721] Noris, Epistola Consulari.

[722] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[723] Dio, lib. 68.

[724] Eutropius, in Breviario.

[725] Plinius, in Panegyrico.

[726] Plinius, lib. 10, ep. 3.

[727] Idem, lib. 4, epist. 22.



    Anno di CRISTO CII. Indizione XV.

    EVARISTO papa 7.
    TRAJANO imperadore 5.

_Consoli_

GAJO SOSIO SENECIONE per la terza volta e LUCIO LICINIO SURA per la
seconda.


Certo è bensì che _Sura_ fu console ordinario nell'anno presente. Non
v'ha la medesima certezza di _Senecione_. Il solo Cassiodoro quegli è,
che cel mette davanti. Discordano gli altri fasti. Ho io seguitato in
ciò i più che han trattato de' consoli. Erano questi due i più cari e
favoriti che s'avesse Trajano, degni bene amendue della di lui
confidenza ed affetto, perchè ornati di tutte quelle virtù che si
ricercano in chi dee servire ad un buon principe. Ma specialmente[728]
amava egli _Licinio Sura_, per gratitudine, avendo questi cooperato
non poco, affinchè Nerva adottasse Trajano. Salì questo Sura a tal
ricchezza e potenza, che a sue proprie spese edificò un superbo
ginnasio, o sia la scuola de' lottatori al popolo romano. Non andò
egli esente dai soffi dell'invidia, compagna ordinariamente delle
grandi fortune, avendo più d'uno procurato d'insinuare in cuor di
Trajano dei sospetti della fedeltà di questo suo favorito,
calunniandolo come giunto a meditar delle novità contra di lui.
Trajano, la prima volta che Sura l'invitò seco a pranzo, v'andò senza
guardie. Volle per una flussione che aveva agli occhi, farseli ugnere
dal medico di Sura. Fatto anche venire il di lui barbiere, si fece
radere la barba: chè così allora usavano i Romani. Adriano fu quegli
che poi introdusse il portarla. Dopo aver anche preso il bagno,
Trajano si mise a tavola, e allegramente desinò. Nel dì seguente disse
agli amici, che gli mettevano in mal concetto Sura: _Se costui mi
avesse voluto ammazzare, n'ebbe jeri tutta la comodità_. Fu ammirato
un sì fatto coraggio in Trajano, ben diverso da que' principi deboli
che temono di tutto. Aggiugne Dione, che un altro saggio di questa sua
intrepidezza diede Trajano. Nel crear sulle prime un prefetto del
pretorio (si crede che fosse _Saburano_) dovea cingergli la spada al
fianco. Nuda gliela porse, dicendo: _Prendi questo ferro, per
valertene in mia difesa, se rettamente governo: contra di me, se farò
il contrario_. Forse fu lo stesso Saburano, come conghiettura Giusto
Lipsio, che gli dimandò licenza di ritirarsi, perchè Plinio[729]
attesta essere stato un prefetto del pretorio, che antepose il piacere
della vita e della quiete agli onori della corte. Trajano, perchè gli
dispiaceva di perdere un uffizial sì dabbene, fece quanto potè per
ritenerlo. Vedendolo costante, non volle rattristarlo col negargli la
grazia; ma l'accompagnò sino all'imbarco, il regalò da par suo, e
baciandolo, colle lagrime agli occhi il pregò di ritornarsene presto.

L'anno verisimilmente fu questo, in cui Trajano con poderosa armata
marciò contro a Decebalo re dei Daci. Poco sappiamo delle avventure di
quella guerra. Ecco quel poco che ne lasciò scritto Dione[730]. Giunto
che fu l'Augusto Trajano ai confini della Dacia, veggendo Decebalo
tante forze in ordine, e un sì rinomato imperadore in persona venuto
contra di lui, spedì tosto deputati per esibirsi pronto alla pace.
Trajano, oltre al non fidarsi di lui, un gran prurito nudriva di
acquistar gloria per sè e di ampliare il romano imperio: però, senza
voler prestare orecchio a proposizione alcuna, andò innanzi. Si venne
ad una terribil battaglia, che costò di gran sangue ai Romani, ma
colla sconfitta de' nemici. Raccontasi che in tal congiuntura girando
Trajano, per osservare se i soldati feriti erano ben curati, al
trovare che mancavano fasce per legar le ferite, fece mettere in pezzi
la veste propria, perchè servisse a quel bisogno. Con grande onore
data fu sepoltura agli estinti; ed alzato un altare, acciocchè ne'
tempi avvenire si celebrasse il loro anniversario. Col vittorioso
esercito s'andò poi di montagna in montagna inoltrando Trajano, finchè
pervenne alla capitale della Dacia, che si crede _Sarmigetusa_, città
posta in quella provincia che oggidì appelliamo Transilvania; che
divenne poi colonia de' Romani col nome di _Ulpia Trajana_[731]. Nel
medesimo tempo _Lucio Quieto_, Moro di nazione, uffizial valoroso, da
un'altra parte fece grande strage e molti prigioni dei Daci; e a
_Massimo_, uno de' generali, riuscì di prendere una buona fortezza;
entro la quale si trovò la sorella di Decebalo. Allora dovette
accadere ciò che narra Pietro Patrizio[732], cioè che Decebalo mandò a
Trajano prima alcuni de' suoi conti, poscia altri de' suoi principali
uffiziali a supplicarlo di pace, esibendosi di restituir l'armi e le
macchine da guerra, e gli artefici guadagnati nella guerra fatta a'
tempi di Domiziano[733]. Accettò Trajano le proposizioni, con
aggiugnervi che Decebalo smantellasse le fortezze, rendesse i
disertori, cedesse il paese occupato ai circonvicini, e tenesse per
amici e nemici quei del popolo romano. Decebalo, suo malgrado, venne a
prostrarsi a' piedi di Trajano, e ad implorar la sua grazia ed
amicizia. Non si sa, se in questa prima guerra e pace Trajano restasse
in possesso di Sarmigetusa, e di quanto egli avea conquistato in
quelle contrade. Certo è, che per questa impresa riportò egli il
titolo di Dacico, nè aspettò a conseguirlo nell'anno seguente, come
immaginò il Mezzabarba[734]; ma nel presente, siccome ancora apparisce
da due iscrizioni da me date alla luce[735], nelle quali è chiamato
_Dacico_, correndo la sua _tribunizia podestà_ V, che terminava circa
il fine di ottobre in quest'anno.

NOTE:

[728] Aurelius Victor, in Epitome. Dio, lib. 68.

[729] Plinius, in Panegyrico, §. 86.

[730] Dio, lib. 68.

[731] Thesaurus Novus Veter. Inscription., p. 1121, 7; 1127, 112.

[732] Petrus Patricius, de Legationib., Tom. 1, Hist. Byzantin.

[733] Dio, lib. 68.

[734] Mediobarbus, Numismat. Imperator.

[735] Thesaurus Novus Inscription., pag. 449, 2, 450, 1.



    Anno di CRISTO CIII. Indizione I.

    EVARISTO papa 8.
    TRAJANO imperadore 6.

_Consoli_

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO AUGUSTO per la quinta volta e LUCIO APPIO
MASSIMO per la seconda.


Intorno ai consoli di quest'anno han disputato vari letterati,
pretendendo che il consolato quinto di _Trajano_, e il secondo di
_Massimo_ cadano nell'anno seguente[736]; e che ciò si deduca da due o
tre medaglie, nelle quali Trajano, correndo la sua _settima podestà
tribunizia_, è chiamato CO_nSul_ IIII. DE_Signatus_ V. Ma concorrendo
gli antichi fasti ne' consoli sopraccitati, si può forse dubitare
della legittimità di quelle monete, oppur di errore ne' monetari.
Finchè si scuoprano migliori lumi, io mi attengo qui al Panvinio, al
Pagi, al Tillemont e ad altri, che non ostante l'opposizione di quelle
medaglie, mettono in quest'anno il consolato quinto di Trajano.
_Massimo_, il secondo d'essi consoli, verisimilmente è quel medesimo
che nell'anno precedente s'era segnalato nella guerra dacica, e fu
premiato per la sua prodezza coll'insigne dignità del consolato.
Era[737] già tornato a Roma nel precedente anno il vittorioso Trajano.
Perchè egli da saggio e buon principe cercava il proprio onore, nè
dimenticava quello del senato romano, avea fra l'altre condizioni
obbligato Decebalo a spedire ambasciatori a Roma, per supplicare il
senato di accordargli la pace, e di ratificare il trattato. Vennero
essi verisimilmente in quest'anno, e introdotti nel senato, deposero
l'armi, e colle mani giunte a guisa degli schiavi, in poche parole
esposero la lor supplica. Furono benignamente ascoltati, e confermata
la pace: il che fatto, ripigliarono l'armi, e se ne tornarono al loro
paese. Trajano dipoi celebrò il suo trionfo per la vittoria riportata
dei Daci: e v'ha una medaglia[738], creduta indizio di questo suo
trionfo, dove comparisce la _Tribunizia Podestà_ VII; il che può far
credere differita questa funzion trionfale agli ultimi due mesi
dell'anno corrente. Ma quivi egli è intitolato CONSUL IIII; il che si
oppone alla credenza ch'egli nell'anno presente procedesse console
_per la quinta volta_. Un qualche dì potrebbe disotterrarsi alcuna
iscrizione o medaglia che dileguasse le tenebre, nelle quali resta
involto questo punto di storia e cronologia. Aveva Trajano trovato
nelle parti della Dacia _Dione Grisostomo_ eloquentissimo oratore e
filosofo greco, di cui restano tuttavia le orazioni. Seco il condusse
a Roma, e tale stima ne mostrò, che, se dice il vero Filostrato[739],
nel suo stesso carro trionfale il volle presso di sè, con volgersi di
tanto in tanto a lui per parlargli e far conoscere al pubblico quanto
l'apprezzasse. Al trionfo tenne dietro un combattimento pubblico di
gladiatori, e un divertimento di ballerini che Trajano, dopo averli
due anni prima cacciati di Roma, ripigliò, dilettandosi dei loro
giuochi, e sopra gli altri amando Pilade uno di essi. Ma s'egli
talvolta si ricreava con tali spettacoli, ciò non pregiudicava punto
agli affari; e massimamente s'applicava il vigilante imperadore
all'amministrazione della giustizia. Una bellissima villa era
posseduta da Trajano a Centocelle, oggidì Cività Vecchia, dove egli
andava talvolta a villeggiare, con attendere anche ivi alla spedizion
delle cause e liti più rilevanti. Plinio[740] scrive d'essere stato
chiamato a quel delizioso soggiorno (probabilmente in quest'anno) per
assistere ad alcuni giudizii ch'egli descrive. Fra gli altri era
accusato Euritmo, liberto e procurator di Trajano, di aver falsificati
in parte i codicilli di _Giulio Tirone_, i cui eredi alla presenza di
Trajano pareva che non si attentassero a proseguir la causa,
trattandosi di un uffizial di casa del principe. Fece lor animo il
giusto principe, con dire: _Eh che colui non è Policleto_ (liberto
favorito di Nerone) _nè io son Nerone_. Abbiamo dal medesimo Plinio,
che Trajano in questi tempi facea fabbricare un porto vastissimo a
foggia di un anfiteatro. Già era compiuto il braccio sinistro, si
lavorava al destro, e vi si andavano conducendo per mare grossissimi
sassi. Tolomeo[741] parla del porto di Trajano, lo stesso che oggidì
Cività Vecchia; e Rutilio nel suo Itinerario ne fece la
descrizione[742].

NOTE:

[736] Noris, Epistol. Consulari.

[737] Dio, lib. 68.

[738] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[739] Philostratos, in Sophist.

[740] Plinius, lib. 4, epist. 31.

[741] Ptolomaeus, Geograph.

[742] Rutilius, in Itinerar.



    Anno di CRISTO CIV. Indizione II.

    EVARISTO papa 9.
    TRAJANO imperadore 7.

_Consoli_

LUCIO LICINIO SURA per la terza volta, e PUBLIO ORAZIO MARCELLO.


Il cardinal Noris, il Fabretti e il Mezzabarba stimarono che questi
fossero i consoli dell'anno precedente, e che nel presente _Trajano
Augusto_ per la quinta volta, insieme, con _Appio Massimo_,
amministrassero il consolato. Finchè si possa meglio chiarir questo
punto, io seguito gli antichi Fasti, abbracciati in ciò anche dal
Panvinio, dal Pagi, dal Tillemont e da altri. Disputa ancora c'è
intorno al primo d'essi consoli, credendo alcuni ch'egli sia stato non
già _Sura_, ma Suburrano. Sarebbe da desiderare _qualche_ marmo che
decidesse la quistione. Uno dei più riguardevoli amici di Trajano fu
il suddetto _Orazio Marcello_. Le conghietture dei migliori letterati
concorrono[743] a persuaderci, che in quest'anno prendesse origine la
seconda guerra dacica. Non sapea digerir _Decebalo_ la pace fatta con
Trajano, perchè comperata con troppo dure condizioni; e però subito
che si vide rimesso in arnese, cominciò delle novità, e a chiedere un
nuovo accordo, lamentandosi specialmente, che molti dei suoi sudditi
passavano al servigio dei Romani. Perchè nulla potè ottenere,
determinò di venir di bel nuovo all'armi[744]. Diedesi dunque a far
gente, a fortificar i suoi luoghi, ad accogliere i disertori romani, e
a sollecitare i circonvicini popoli, acciocchè entrassero seco in
lega, per timore, diceva egli, che un dietro l'altro non rimanessero
oppressi dall'armi romane. Gli Sciti, cioè i Tartari, ed altre nazioni
si unirono con lui. A chi ricusò di sposare i di lui disegni, fece
aspra guerra, e tolse ancora ai Jazigi una parte del loro paese.
Queste furono le cagioni, per le quali il senato romano dichiarò
Decebalo nemico pubblico, e Trajano fece tutti gli opportuni
preparamenti per domarne la ferocia. Se sussiste ciò che racconta
Eusebio[745], in quest'anno Roma vide bruciata la casa d'oro, cioè,
per quanto si può credere, una parte di quella fabbricata da Nerone,
che si dovea essere salvata nell'incendio precedente. Furono di parere
il Loidio e il Tillemont, che circa questi tempi _Plinio_ il giovane,
già stato console, fosse inviato da Trajano al governo del Ponto e
della Bitinia, non come proconsole, ma come vicepretore colla podestà
consolare. Scabrosa è la quistione del tempo in cui ciò avvenne, e
mancano notizie per poterla decidere. A me perciò sarà lecito di
differir più tardi quest'impiego di Plinio, siccome han fatto il
Noris, il Pagi, il Bianchini ed altri.

NOTE:

[743] Loydius, Pagius, Tillemont et alii.

[744] Dio, lib. 68.

[745] Euseb., in Chron.



    Anno di CRISTO CV. Indizione III.

    EVARISTO papa 10.
    TRAJANO imperadore 8.

_Consoli_

TIBERIO GIULIO CANDIDO per la seconda volta e AULO GIULIO QUADRATO per
la seconda.


Tre iscrizioni spettanti a questi consoli ho io rapportate
altrove[746]. Credesi che l'anno presente quel fosse, in cui l'Augusto
Trajano imprese la seconda sua spedizione contra di _Decebalo re dei
Daci_, per aver egli creduta necessaria la sua presenza anche questa
volta contro ad un sì riguardevole avversario, e che non fosse impresa
da fidare ai soli suoi generali. _Adriano_, suo cugino, che fu poi
imperadore, ed era stato in quest'anno tribuno della plebe[747], andò
servendolo per comandante della legione minervia, e vi si portò così
bene, che Trajano il regalò di un diamante, a lui donato da
Nerva[748]. Non erano certamente le forze di Decebalo tali da poter
competere con quelle di Trajano, il quale seco menava un potentissimo
agguerrito esercito. Perciò tentò il Dacio altre vie per liberarsi, se
gli veniva fatto, dall'imminente tempesta, con inviar nella Mesia,
dov'era giunto l'imperadore, dei disertori bene instruiti per
ucciderlo. Poco mancò che non succedesse il nero attentato, perchè
Trajano, oltre alla sua facilità di dare in tutti i tempi udienza,
spezialmente la dava a tutti nell'occorrenze della guerra. Per buona
fortuna osservati alcuni cenni di un di costoro, fu preso, e messo a'
tormenti, confessò le tramate insidie: il che sconcertò anche le
misure degli altri. Un'altra vigliaccheria pur fece Decebalo. Dato ad
intendere a _Longino_ uno de' più sperimentati generali d'armi
che s'avessero i Romani, di volersi sottomettere ai voleri
dell'imperadore, l'indusse a venire ad una conferenza con lui; ma da
disleale il ritenne prigione, sforzandosi poi di ricavar da lui i
disegni e segreti di Trajano. La costanza di questo generale in tacere
fu qual si conveniva ad un uomo d'onore par suo. Decebalo il fece
bensì slegare, ma il mise sotto buone guardie, con iscrivere poscia a
Trajano d'essere pronto a rilasciar Longino, ogni volta che si volesse
trattar di pace: altrimenti minacciava di torgli la vita. Trajano,
benchè irritato forte dall'iniquo procedere di costui, gli rispose con
molto riguardo, cioè mostrando di non fare tal caso della persona e
salute di Longino, che volesse comperarla troppo caro; ma senza
trascurare la difesa della vita di quel suo uffiziale. Stette in forse
Decebalo, qual risoluzione ne avess'egli da prendere intorno a
Longino; e perchè forse si lasciò intendere di volerlo far morire
sotto i tormenti, Longino guadagnò un liberto d'esso Decebalo, che gli
procurò del veleno; e, per salvarlo dalle mani del padrone, ottenne di
poterlo spedire a Trajano, sotto pretesto di procurar un accordo. Il
che eseguito, prese Longino il veleno, e si sbrigò dal mondo. Allora
Decebalo inviò a Trajano un centurione già fatto prigione con Longino,
e seco dieci altri prigionieri, esibendogli il corpo di Longino,
perchè Trajano gli restituisse quel liberto. Ma l'imperadore che
trovava aliena dal decoro del romano imperio una tal proposizione, nè
gli volle consegnare il liberto, e neppur lasciò tornare a lui il
centurione, siccome preso contro il diritto delle genti.

Pare che fondatamente si possa dedurre da quanto narra Dione[749], che
nel presente anno nulla di rilevante fosse operato da Trajano per
conto della guerra contra di Decebalo. Le applicazioni sue prima di
esporsi a maggiori imprese, consisterono in far fabbricar un ponte di
pietra sul Danubio. Considerava il saggio condottiere d'armate, che
essendo egli passato di là da quel fiume, se venissero assaliti i
Romani dai Barbari, poteva esser loro impedito il ritirarsi di qua, ed
anche il ricevere nuovi rinforzi. Però volendo assicurarsi di simili
pericolosi avvenimenti, e mettere una stabile buona comunicazione fra
il paese signoreggiato di qua e di là dal Danubio, volle prima che si
edificasse un ponte su quel fiume, per quanto credono alcuni[750], tra
Belgrado e Widen: intorno a che è da vedere il Danubio del conte
Marsigli[751]. Altre opere di somma magnificenza fece Trajano, ma
questa andò innanzi alle altre, per sentimento di Dione, il quale non
sapea abbastanza ammirarla nè decidere qual fosse più grande, o la
spesa occorsa per sì gran lavoro, o l'arditezza del disegno. Ognun sa
che vastissimo fiume sia in quelle parti il Danubio, e tuttochè fosse
scelto pel ponte il più stretto che si potesse dell'alveo suo, ciò
nonostante occorreva un ponte di lunga estensione; e cresceva anche la
difficoltà, perchè le acque ristrette in quel sito tanto più veloci e
rapide correano, e il fondo del fiume, ricco sempre d'acque, era
profondissimo e pieno di gorghi di fango. Ma alla potenza e al voler
di un Trajano nulla era difficile. Senza poter divertire le acque del
fiume, quivi furono piantate venti smisurate pile tutte di grossissimi
marmi quadrati, alte cento cinquanta piedi senza i fondamenti, larghe
sessanta, distanti l'una dall'altra cento settanta, ed unite insieme
con archi e volte. L'architetto fu _Apollodoro Damasceno_:[752] e di
qua e di là da esso ponte furono fabbricati due forti castelli per
guardia del medesimo. Eppure questa mirabil fabbrica da lì a pochi
anni si vide in parte smantellata, non già dai barbari, ma da
_Adriano_ successor di Trajano, col pretesto, che per quel medesimo
ponte i Barbari potrebbono passare ai danni de' Romani. Ma da quando
in qua non potea la potenza romana difendere un ponte, difeso da due
castelli? Oltre di che, nel verno tutto il Danubio agghiacciato non
era forse un vasto ponte ai Barbari per passar di qua, se volevano?
Però fu creduto, e con più ragione, che Adriano, mosso da invidia per
non poter giugnere alla gloria di Trajano, così gloriosa memoria di
lui volesse piuttosto distrutta. Vi restarono in piedi solamente le
pile; e queste ancora a' tempi di Procopio non comparivano più. In
questo anno parimente, per quanto si raccoglie dalle medaglie[753], e
da Dione[754], l'Arabia Petrea, che avea in addietro avuti i propri
re, fu sottomessa con altri popoli all'imperio romano per valore di
_Auto Cornelio Palma_ governatore della Soria, e stato già console
nell'anno 99. Una nuova Era perciò cominciarono ad usar le città di
Samosata, Bostri, Petra ed altre di quelle contrade.

NOTE:

[746] Thesaurus Novus Inscription., pag. 316, n. 3 et seq.

[747] Spartianus, in Hadriano.

[748] Dio, lib. 68.

[749] Dio, lib. 68.

[750] Cellarius Georg., Tom. I.

[751] Marsilius, in Danubii descriptione.

[752] Procopius, lib. 4, de Ædific.

[753] Mediobarbus, Numism. Imperat.

[754] Dio, lib. 68.



    Anno di CRISTO CVI. Indizione IV.

    EVARISTO papa 11.
    TRAJANO imperadore 9.

_Consoli_

LUCIO CEIONIO COMODO VERO e LUCIO TUZIO CEREALE.


Il primo di questi consoli, cioè _Comodo Vero_, fu padre _di Lucio
Vero_, che noi vedremo a suo tempo adottato da Adriano Augusto. Il
secondo console nella cronica di Alessandria è chiamato _Ceretano_ in
vece di _Cereale_, e fu creduto dal Tillemont[755] diverso da _Tuzio
Cereale_. Ma sufficiente ragione non v'ha, per aderire alla di lui
opinione, siccome neppure di tener con lui, che nell'anno precedente
avesse fine la seconda guerra dacica. Chiaramente scrive Dione[756],
che Trajano, dopo aver fatto il meraviglioso ponte sul Danubio
(impresa che senza fallo costò gran tempo e danari), passò di là da
quel fiume, e fece la guerra piuttosto con sicurezza, che con
celerità; non volendo arrischiar combattimenti, e procedendo a poco a
poco nel paese nemico. Plinio[757] con poche parole riconosce, che
immense fatiche durò l'esercito romano, guerreggiando in que' montuosi
paesi, e gli convenne accamparsi in montagne scoscese, condurre fiumi
per nuovi alvei, e far altre azioni, che pareano da non credersi, come
simili alle fole. Dione[758] aggiugne, aver Trajano in tal congiuntura
dati segni di singolar valore e di savia condotta, e che l'esempio suo
servì ai soldati per gareggiare insieme in esporsi a molti pericoli, e
per giugnere al sommo della bravura. Fra gli altri un cavaliere che,
ferito in una zuffa, fu portato alle tende per farsi curare, dacchè
intese disperata la di lui guarigione, mentr'era ancor caldo, rimontò
a cavallo, e tornato alla mischia, vendè ben caro ai nemici il poco
che gli restava di vita. Le apparenze sono, che nè pure in quest'anno
con tutti i suoi progressi Trajano terminasse la guerra suddetta, come
altri han creduto. Tutte le medaglie[759] riferite dall'Occone e dal
Mezzabarba, per indizio che nel presente anno Decebalo fosse vinto, e
ridotta la Dacia in provincia dell'imperio romano, nulla concludono,
perchè possono appartenere anche nell'anno 107 e 108. Però chi dei
moderni scrive, che Trajano non solamente tornò in quest'anno a Roma,
e dopo avere ordinata una strada per le paludi pontine, partì tosto
alla volta dell'Oriente, con trovarsi in Antiochia ne' primi giorni
dell'anno seguente, probabilmente anticipò di troppo le di lui
imprese. E noi abbiamo bensì dalla cronica alessandrina[760] sotto
quest'anno, che mossa guerra dai Persiani, dai Goti, e da altri popoli
al romano impero, Trajano marciò contra di loro e sospese l'esazion
de' tributi sino al suo ritorno; ma questo ha ciera di favola. Più che
mai abbisognava egli allora di danaro; e senza dubbio avvenne molto
più tardi la guerra co' Persiani, o sia co' Parti. Può ben verificarsi
quella guerra dacica, perchè sotto nome di Goti venivano in que' tempi
anche i Daci, come attestano Dione e Giordano. Rapporta il
Panvinio[761] a quest'anno l'iscrizione posta a _Lucio Valerio
Pudente_, il quale, benchè in età di soli tredici anni, nel sesto
lustro de' giuochi capitolini fatti in Roma, fu vincitore, e riportò
la corona sopra gli altri poeti latini.

NOTE:

[755] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[756] Dio, lib. 68.

[757] Plinius, lib. 8, Epistol. 4.

[758] Dio, lib. 68.

[759] Mediobarb., in Numism. imperator.

[760] Cronicum Paschale, seu Alexandrinum.

[761] Panvinius, Fast. Consular.



    Anno di CRISTO CVII. Indizione V.

    EVARISTO papa 12.
    TRAJANO imperadore 10.

_Consoli_

LUCIO LICINIO SURA per la terza volta, e CAIO SOSIO SENECIONE per la
quarta.


Ma questo _Sura_ da Sparziano[762] vien detto _Consul bis_ nell'anno
presente insieme con _Serviano_. All'incontro il Panvinio[763] con
altri fu di parere, che i due suddetti ordinari consoli nelle calende
di luglio avessero per successori _Cajo Giulio Servilio Orso
Serviano_, che avea sposata _Paolina_ sorella di _Adriano_, e cugina
di _Trajano_, e fu molto amico di Plinio, e _Surano_ per la seconda
volta. Certo non mancano imbrogli ne' fasti consolari; ed è ben facile
il prendere degli abbagli nell'assegnare ai consoli sostituiti il
preciso anno del loro consolato. Nel presente si può ragionevolmente
credere che Trajano, con felicità bensì, ma dopo immense fatiche,
conducesse a fine la seconda guerra contro de' Daci. Per attestato di
Dione[764] s'impadronì egli della reggia di Decebalo, o sia della
capitale della Dacia, chiamata Sarmigetusa: il che reca indizio,
ch'egli non ne fosse restato in possesso nella pace stabilita dopo la
prima guerra. Pertanto Decebalo, veggendosi spogliato di tutto il suo
paese, ed in pericolo ancora di restar preso, piuttosto che venire in
man dei nemici, si diede la morte da sè stesso, e il capo suo fu
portato a Roma. Così pervenne tutta la Dacia in potere del popolo
romano, e Trajano ne formò una provincia, con fondare in Sarmigetusa
una colonia, nominata nelle iscrizioni della Transilvania, che il
Grutero ed io[765] abbiam dato alla luce. In oltre abbiam da Dione che
Decebalo, trovandosi in mal punto, affinchè i suoi tesori non
cadessero in mano de' Romani, distornò il corso del fiume Sargezia,
che passava vicino al suo palazzo, e fatta cavare una gran fossa in
mezzo al seccato lido di quel fiume, vi seppellì una gran copia d'oro,
d'argento e d'altre cose preziose, che si poteano conservare. Quindi
ricoperto il sito con terra e con grossi sassi, tornò a far correre
l'acqua pel solito alveo. I prigioni da lui adoperati per quella
fattura, acciocchè non rivelassero il segreto, furono tosto uccisi. Ma
essendo poi stato preso dai Romani Bicilis, uno de' familiari più
confidenti di Decebalo, questi scoprì tutto a Trajano, il quale ne
seppe ben profittare. Rimasto spolpato quel paese, ebbe cura Trajano
di mandarvi ad abitare un numero infinito di persone, e di fondarvi,
oltre alla suddetta, altre colonie, che si veggono menzionate da
Ulpiano[766]: con che divenne la Transilvania una fioritissima
provincia de' Romani, essendosi perciò in quelle parti trovate negli
ultimi due secoli molte iscrizioni romane, che si leggono presso il
suddetto Grutero, presso il Reinesio, e nel mio nuovo Tesoro.

NOTE:

[762] Spartianus, in Vita Hadriani.

[763] Panvinius, Fast. Consular.

[764] Dio, lib. 68.

[765] Gruterus, Thesaur. Inscription.

[766] Lege Sciendum ff. de Censibus.



    Anno di CRISTO CVIII. Indizione VI.

    ALESSANDRO papa 1.
    TRAJANO imperadore 11.

_Consoli_

APPIO ANNIO TREBONIO GALLO e MARCO ATILIO METILIO BRADUA.


V'ha chi dà il cognome di _Treboniano_ al primo di questi consoli; ma
in due iscrizioni, riferite dal Panvinio[767], si legge _Trebonio_. Se
crediamo al medesimo Panvinio, nelle calende di marzo succederono nel
consolato _Cajo Giulio Africano_ e _Clodio Crispino_. Ma
un'iscrizione, conservata in Verona, e riferita dal marchese Scipione
Maffei, e poscia anche da me[768], ci fa sufficientemente conoscere,
che nel dì 23 di agosto dell'anno presente erano consoli _Appio Annio
Gallo_ e _Lucio Verulano Severo_, o pur _Severiano_. O sul fine del
precedente anno, o nella primavera del presente, sbrigato dagli affari
della Dacia, se ne ritornò Trajano a Roma, ed ivi celebrò il secondo
suo trionfo dei Daci con magnifiche feste, e massimamente perchè
correvano i decennali del suo imperio, che solevano solennizzarsi con
gran pompa[769]. Attesta Dione che, arrivato Trajano a Roma, vennero
molte ambascerie di nazioni barbare, e fino dall'India a visitarlo,
chi per bisogni, chi per ossequio. Quattro mesi durarono in Roma i
pubblici spettacoli e divertimenti, consistenti per lo più in
combattimenti di lioni e di altre feroci bestie, oppur di gladiatori.
Giorni vi furono, nei quali si videro uccisi mille di questi fieri
animali, e in più altri arrivò la somma a diecimila. Si fece conto che
anche dieci migliaja di gladiatori diedero orrida mostra della lor
arte, combattendo fra loro negli anfiteatri. In questi tempi ancora
attese Trajano a formare e selciare una strada pubblica per le paludi
pontine, con fabbricar anche case e ponti di gran magnificenza lungo
di essa via, per comodo de' viandanti e del commercio. E perchè si
trovava molta moneta o di bassa lega, o strozzata, o falsa; ordinò il
saggio imperadore, che tutta fosse portata alla zecca, dove fu
disfatta per rifarne della buona e di giusto peso. A quest'anno si
crede che appartenga il terzo congiario o regalo, che Trajano diede al
popolo romano, espresso da una medaglia, riferita dal Mezzabarba[770].
Mette il Tillemont[771] con altri scrittori in questi tempi la
spedizion di Trajano contro de' Parti, o sia de' Persiani; ma
certamente è da anteporre la sentenza d'altri, che molto più tardi
parlano di quelle imprese. Succedette, secondo la cronica di
Damasco[772], nel presente anno il glorioso martirio di _santo
Evaristo papa_, in cui luogo fu posto _Alessandro_.

NOTE:

[767] Panvinius, Fast. Consul.

[768] Thesaur. Novus Veter. Inscription., p. 317, num. 4.

[769] Dio, lib. 68.

[770] Mediobarb., in Numism. Imperat.

[771] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[772] Anastas., Bibliothec.



    Anno di CRISTO CIX. Indizione VII.

    ALESSANDRO papa 2.
    TRAJANO imperadore 12.

_Consoli_

AULO CORNELIO PALMA per la seconda volta, e CAJO CALVISIO TULLO per la
seconda.


Si tien per certo, che a questi consoli ordinari fossero sostituiti
(forse nelle calende di luglio) _Publio Elio Adriano_, che poi divenne
imperadore, e _Lucio Publilio_, o piuttosto _Publicio Celso_. Era
stato _Adriano_ pretore in Roma nell'anno 107, per testimonianza di
Sparziano[773], e Trajano gli avea donato due milioni di sesterzi, che
si credono far la somma di cinquantamila scudi d'argento, acciocchè
potesse celebrare i giuochi soliti a darsi da chi entrava in quel
riguardevole uffizio. Pretende il Salmasio[774], che Sparziano
scrivesse il doppio. Fu nel precedente anno inviato con titolo di
legato pretorio, o sia di vicepretore esso Adriano nella bassa
Pannonia: mise in dovere i Sarmati, che aveano fatto qualche novità
ne' confini dell'imperio romano; restituì la disciplina fra le milizie
di quelle parti; e fece altre azioni, per le quali si meritò il
consolato nell'anno presente. Non avea figliuoli Trajano, e Adriano
suo cugino non ometteva diligenza ed arte alcuna per giungere a
succedergli nell'imperio, aiutandosi spezialmente con far la corte
alla imperadrice Plotina, e col tenersi amico _Lucio Licinio Sura_,
uno de' favoriti di Trajano. Fu appunto in quest'anno, che Sura gli
diede la buona nuova, qualmente Trajano pensava di adottarlo; e perchè
i cortigiani ed amici di esso imperadore scoprirono qualche barlume di
questa sua intenzione, laddove prima mostravano di poco stimare, anzi
di sprezzare Adriano, da lì innanzi cominciarono ad onorarlo, e a
procacciarsi la di lui amicizia. Mancò poi di vita, forse circa questi
tempi, il medesimo _Sura_. Trajano, che si serviva di lui per farsi
dettar le allocuzioni al senato e al popolo, perchè egli sapea poco di
lettere, non ignorando che Adriano, siccome persona letterata, era
capace di servirlo in quella funzione, il volle presso di sè, e si
valeva della di lui penna; il che gli accrebbe la familiarità e l'amor
di Trajano. Al defunto Sura fece fare Trajano un solenne funerale, ed
alzare una statua per gratitudine[775]. Lo stesso fece egli dipoi alla
memoria di _Sosio Senecione_ e di _Palma_ e di _Celso_, che abbiam
detto essere stati consoli nell'anno presente, come ad amici suoi
cari. Noi sappiamo che _Cajo Plinio Cecilio Secondo_, rinomatissimo
autore del panegirico di Trajano, dopo essere stato console nell'anno
100, fu poi mandato con titolo di vicepretore al governo della Bitinia
e del Ponto. Le sue lettere scritte di là a Trajano si leggono nel
libro decimo. Ma per quanto finora abbiano disputato fra loro gli
eruditi, non s'è potuto, nè si può decidere in qual anno egli fosse
spedito colà. Il Loidio e il Tillemont[776] attribuirono la di lui
andata al fine dell'anno 103; il cardinal Noris[777] al presente 109,
o pure al susseguente, come ancor fece[778] il padre Pagi.
Eusebio[779] mette all'anno decimo di Trajano, cioè al 107 dell'Era
nostra, la lettera celebre scrittagli da Plinio, esistente allora
nella Bitinia. Idacio[780] ne parla all'anno 112. In tale incertezza
di tempi sia lecito ai lettori l'attenersi a quella opinione che più
loro aggradirà, e a me di seguitar più tosto il Noris, il Pagi e il
Bianchini. A questi tempi, ma colla medesima incertezza, vien riferita
dal Mezzabarba[781] e dal suddetto Bianchini[782] la selciatura della
via Trajana, fatta per ordine di esso Trajano. Altro essa non fu, che
la via descritta da Dione, di cui si parlò al precedente anno, cioè la
via Appia, che da Roma va a Capua: la più magnifica di quante mai
facessero i Romani, ed opera di molti secoli avanti. Perchè la
rimodernò ed arricchì Trajano di vari ponti e di fabbriche a canto
alla medesima, perciò egli, o il pubblico le diede il nome di via
Trajana. Credesi parimente che in questo anno Trajano dedicasse il
Circo, cioè il Massimo, ristorato da lui co' marmi presi dalla
Naumachia[783] di Domiziano.

NOTE:

[773] Spartian., in Vita Hadriani.

[774] Salmas., in Notis ad Spartian.

[775] Dio, lib. 68.

[776] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[777] Noris, Epist. Consulari.

[778] Pagius, in Critic. Baron.

[779] Eusebius, in Chron.

[780] Idacius, in Fastis.

[781] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[782] Blanchinius ad Anastasium.

[783] Suetonius, in Domitiano, cap. 15.



    Anno di CRISTO CX. Indizione VIII.

    ALESSANDRO papa 3.
    TRAJANO imperadore 13.

_Consoli_

SERVIO SALVIDIENO ORFITO e MARCO PEDUCEO PRISCINIO.


Le iscrizioni pubblicate dal Fabretti, dal Bianchini e da me, ci
assicurano tali essere stati i nomi e cognomi di questi consoli, che
si trovavano ignorati o guasti presso i precedenti illustratori dei
Fasti. Non si sa intendere, perchè il Mezzabarba[784] e monsignor
Bianchini pretendano, che solamente in quest'anno il senato accordasse
a Trajano il glorioso titolo di _Ottimo_, quando questo titolo
comparisce in tante altre medaglie, che si rapportano agli anni
precedenti. Plinio anch'egli ne parla nel panegirico che dicemmo
composto nell'anno 100. Dione[785], per lo contrario, scrive che
solamente dopo le conquista dell'Armenia egli fu cognominato _Ottimo_.
Vogliono i suddetti scrittori, che Trajano l'accettasse solamente in
quest'anno. Ma non era tale la di lui umiltà, da far sì lunga
resistenza a quest'elogio, per altro ben meritato da lui. Augusto non
voleva esser chiamato _Signore_. Trajano all'incontro assai gradiva
che gli si desse questo nome. Abbiamo da Eusebio[786], che il famoso
tempio del Panteon di Roma, oggidì la Rotonda, fu bruciato da un
fulmine. Chi sa che in quella nobilissima fabbrica non entrava legno,
crederà bensì che un folgore cadesse colà, ma che lo incendiasse, non
saprà intenderlo. Sotto Nerone e sotto Domiziano, principi nemici
della virtù, maraviglia non è, se fu perseguitata la santa religione
di Cristo. Potrebbe ben taluno stupirsi, come essa trovasse un
persecutore in Trajano[787], principe amator delle virtù, delle quali
vera maestra è la sola religione de' Cristiani. Pure fuor di dubbio è,
che sotto di lui la Chiesa di Dio patì la terza persecuzione, non già,
come osservò il cardinal Baronio, ch'egli pubblicasse editto alcuno
particolare contro di essi Cristiani, ma perchè riferito a lui, come
si andava a gran passi dilatando la lor credenza con pregiudizio del
dominante culto degl'idoli, con gravi lamenti de' falsi sacerdoti del
Paganesimo, e con delle sollevazioni de' popoli contra chi professava
la fede di Cristo; Trajano ordinò, o permise che fossero osservate
rigorosamente le antiche leggi contra gl'introduttori di nuove
religioni. Però i governatori delle provincie, massimamente
dell'Oriente, cominciarono ad infierire, probabilmente circa questi
tempi, contra chiunque si scopriva seguace dei dogmi cristiani; laonde
si videro molti forti campioni attestar col loro sangue la verità di
questa religione. Ne han trattato ampiamente il cardinal Baronio[788],
il Tillemont[789], i Bollandisti[790] ed altri. Forse a questi tempi
appartiene la scoperta della congiura tramata da _Crasso_ contra del
buon imperador Trajano, che vien solo accennata da Dione[791], senza
dirne circostanza alcuna. Altro di più non abbiamo, se non che Trajano
ne lasciò la cognizione al senato, da cui gli fu dato il meritato
gastigo, senza apparire se pagasse il delitto col capo o coll'esilio.
Racconta Sparziano[792], che Adriano, successor di Trajano, ne' primi
giorni del suo imperio fu consigliato da Taziano di levar la vita a
_Laberio Massimo_ e a _Crasso Frugi_, relegati nelle isole per
sospetti di aver aspirato all'imperio; ma ch'egli, affettando sul
principio il buon concetto di essere principe clemente, niun male avea
lor fatto. Tuttavia, perchè Crasso dipoi senza licenza era uscito fuor
dell'isola, il procuratore di Adriano, senza aspettarne alcun ordine
dall'imperadore, l'avea ucciso, quasichè egli macchinasse delle
novità. Questi forse è il medesimo Crasso, di cui parla Dione.

NOTE:

[784] Mediobarbus, in Numism. Imper.

[785] Dio, lib. 68.

[786] Euseb., in Chron.

[787] Euseb., Histor., lib. 3, cap. 31.

[788] Baron., in Annal.

[789] Tillemont, Mém. de l'Église.

[790] Acta Sanctorum.

[791] Dio, lib. 68.

[792] Spartianus, in Hadriano.



    Anno di CRISTO CXI. Indizione IX.

    ALESSANDRO papa 4.
    TRAJANO imperadore 14.

_Consoli_

CAJO CALPURNIO PISONE e MARCO VETTIO BOLANO.


Un'iscrizione pubblicata dal Panvinio[793] ci fa vedere console nelle
calende di marzo, se pure è vero, correndo la tribunizia podestà XIV
di Trajano, cioè nell'anno presente, _Cajo Orso Serviano_ per la
seconda volta e _Lucio Fabio Giusto_. Quando sia vero che Plinio in
questi tempi governasse il Ponto e la Bitinia, probabil cosa sarebbe
che a quest'anno appartenesse la celebre lettera[794] da lui scritta a
Trajano intorno ai Cristiani. Era cresciuta a dismisura in quelle
parti, non meno che nell'altre dell'Oriente, la religione di Cristo; e
si scorge che Plinio avea ricevuto ordine da Trajano di processare e
punire i di lei seguaci. Plinio ne fece diligente ricerca; ma
ritrovato, più di quel che credea, esorbitante il numero de' Cristiani
di ogni sesso ed età; e, quel che più importa, dopo maturo esame
scoperto, ad altro non tendere questa religione, che a professar la
pratica delle virtù, e l'abborrimento ai vizi, volle prima informarne
Trajano, per sapere come s'avea da condurre in circostanze tali.
Abbiamo anche la risposta dell'imperadore, che gli comanda di non fare
ricerca de' Cristiani; ma se saranno denunziati, e trovati costanti
nella lor fede, sieno puniti, con perdonare a chi proverà di non esser
tale, sagrificando agli dii, e col non badare alle denunzie orbe, cioè
date contra di loro, senza il nome dell'accusatore. Tertulliano[795],
ben informato di queste lettere, fa conoscere l'ingiustizia di Trajano
in non volere che sieno ricercati come innocenti, e in volerli puniti,
se accusati. Però continuò la persecuzione come prima: e quantunque
non mancassero degli apostati, pure senza paragone maggior fu il
numero degli altri, che amarono piuttosto di sofferir coraggiosamente
la morte, che di sagrificare ai falsi dii del Gentilesimo. Crede il
padre Pagi[796], che sia piuttosto da riferire al seguente anno la
lettera di Plinio. Il vero è, che non si può accertar questo tempo.

NOTE:

[793] Panvin., Fast. Consular.

[794] Plinius, lib. 10, epist. 97 et 98.

[795] Tertullianus, in Apologetico, cap. 2.

[796] Pagius, in Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CXII. Indizione X.

    ALESSANDRO papa 5.
    TRAJANO imperadore 13.

_Consoli_

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO AUGUSTO per la sesta volta e TITO SESTIO
AFRICANO.


Possiam credere che a quest'anno appartengano due opere di Trajano,
fatte prima d'imprendere la spedizione verso l'Armenia, delle quali fa
menzione lo storico Dione[797]. Cioè l'erezione in Roma di alcune
biblioteche, e la fabbrica della piazza, che fu poi appellata di
Trajano, nel sito, dove anche oggidì si mira la sua colonna. Un tesoro
impiegò Trajano in formar questa piazza, perchè gli convenne spianare
una parte del Monte Quirinale, e servendosi di _Apollodoro_ insigne
architetto, ornò in varie maniere tutta la circonferenza di bei
portici, e l'atrio di alte e grossissime colonne con capitelli e
corone, e con istatue e ornamenti di bronzo indorato, rappresentanti
uomini a cavallo e arnesi militari. Nel mezzo dell'atrio si vedea la
statua equestre d'esso Trajano. Era sì vaga e sì magnifica tal fattura
per altre giunte fattevi da Alessandro Severo imperadore, che restava
incantato chiunque la mirava. Ammiano Marcellino[798] scrive, che
venuto a Roma Costanzo Augusto, allorchè giunse alla piazza di
Trajano, fattura che non ha pari tutto il mondo, e che mirabil sembra
fino agli stessi dii (così uno storico pagano), rimase attonito
all'osservar quelle gigantesche figure e tanti begli ornamenti. E
Cassiodoro[799] anch'egli scriveva, che a' suoi tempi, per quanto si
andasse e riandasse alla piazza di Trajano, sempre essa compariva un
miracolo. In somma non vi fu opera fatta da Trajano, che non desse a
conoscere che il suo bel genio era impareggiabile, e il suo buon gusto
mirabile in tutto. Credesi che in quest'anno e nel seguente fosse
compiuta e dedicata quella piazza. Il Tillemont[800], fidatosi di
Giovanni Malala, scrittore abbondante di favole e di sbagli, mise
all'anno 106 e al seguente, la spedizion di Trajano verso l'Armenia.
Le ragioni recate dal Cardinal Noris, dal Pagi e da altri, e lo stesso
racconto che fa Dione di quella guerra, persuadono abbastanza, che
solamente in questo anno Trajano si mosse verso quelle parti[801].
V'ha in oltre qualche medaglia[802] indicante i voti fatti pel suo
buon ritorno. Ardeva di voglia Trajano di far qualche altra militare
impresa, per cui sempre più crescesse la gloria sua. Gli se ne
presentò un'occasione, perchè egli non era di que' principi che
trovano, sempre che vogliono, nei lor gabinetti delle ragioni di far
guerra ai loro vicini. Erano soliti i re dell'Armenia (l'abbiam già
veduto) di prendere il diadema reale dai Romani imperadori, dalla
sovranità de' quali si riconosceano in qualche maniera dipendenti.
_Esedare_, nuovo re di quella contrada, l'avea preso da _Cosroe re de'
Parti_, dominator della Persia. Trajano fece intendere le sue
doglianze a Cosroe, il quale come se fossero burle, o per sua
superbia, niuna adeguata risposta diede. Trajano allora determinò di
farsi fare giustizia con un mezzo più concludente, cioè coll'armi. Si
mise dunque in viaggio nell'anno presente con un possente esercito
verso il Levante. Il solo suo muoversi fece calar tosto l'alterigia di
Cosroe, e spedire ambasciatori a Trajano con dei regali, per esortarlo
a desistere da una guerra di tale importanza, giacchè egli diceva
d'aver deposto Esedare, e il pregava di voler concedere l'Armenia a
Partamasire, che forse era fratello del medesimo Cosroe. Trovarono
questi ambasciatori Trajano già arrivato ad Atene, ma non già in lui
quella facilità, di cui si lusingavano. Rifiutò egli i lor presenti, e
disse conoscersi l'amicizia dalle azioni, non dalle parole, ed esser
egli incamminato verso la Soria, dove avrebbe prese quelle misure che
più converrebbono. Continuato poscia il viaggio per terra, secondo
Giovanni Malala, nel dì 7 del seguente gennaio, oppure nell'ottobre
dell'anno presente, entrò in Antiochia, capitale della Soria, con
corona d'ulivo in capo.

NOTE:

[797] Dio, lib. 68.

[798] Ammianus Marcellinus, lib. 16, c. 10.

[799] Cassiodorus Var., lib. 7, c. 6.

[800] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[801] Dio, lib. 68.

[802] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.



    Anno di CRISTO CXIII. Indizione XI.

    ALESSANDRO papa 6.
    TRAJANO imperadore 16.

_Consoli_

LUCIO PUBLICIO GELSO per la seconda volta e LUCIO CLODIO PRISCINO.


Vogliono alcuni, che nell'occasione che Trajano Augusto si trovò in
Antiochia, o sul fine del precedente anno, o sul principio del
presente, gli fosse condotto d'avanti _santo Ignazio_ vescovo di
quella città[803], accusato d'essere cristiano, e pastore de'
Cristiani. Confessò il santo vecchio intrepidamente il nome di Gesù
Cristo: e però d'ordine di Trajano fu mandato a Roma, per essere
esposto alle fiere nell'anfiteatro. Gli atti del suo gloriosissimo
martirio, compiuto secondo i Greci nel dì 20 di dicembre, e le sue
lettere, spiranti un mirabile amor di Dio e una tenerissima divozione,
restano tuttavia per edificazion della Chiesa. Altri mettono più
presto il suo martirio; ma a noi basti di sapere la certezza del
fatto, se non possiamo quella del tempo. L'iscrizione[804] che si
legge nella base della nobilissima Colonna Trajana, tuttavia esistente
in Roma, ci vien dicendo, che nell'anno presente seguì la dedicazione
di questa maravigliosa fattura a nome del senato in onor di Trajano,
che non ebbe poi il contento di vederla prima di morire. Nella gran
copia delle figure illustrate dalla penna del Fabretti, rappresentata
si vede la guerra di Trajano contra ai Daci. Proseguendo intanto
Trajano il suo viaggio, arrivò con un poderosissimo esercito ai
confini dell'Armenia. Allora i re e principi di quelle contrade[805]
si portarono a gara a visitarlo con ricchissimi presenti, fra' quali
si vide un cavallo così ben ammaestrato, che s'inginocchiava e chinava
il capo a' piedi di chi si voleva. _Abgaro re_, o principe di Edessa
nella Osroena, parte della provincia della Mesopotamia, gl'inviò
regali e proteste di amicizia, ma senza venire in persona, perchè non
volea perdere la buona grazia di _Cosroe re de' Parti_. Tuttavia in
sua vece gli mandò[806] Arbando suo figliuolo, giovane di bellissimo
aspetto, che s'insinuò così bene nel cuor di Trajano, che quando poi
questo imperadore passò per Edessa, Abgaro andatogli incontro,
agevolmente, per intercession del figliuolo, ottenne il perdono.
_Partamasire_ s'era già messo in possesso dell'Armenia con favore de'
Parti, ed avea preso il titolo di re. Con questo titolo scrisse egli
lettera di sommessione a Trajano; ma, non vedendo venire risposta, ne
tornò a scrivere un'altra, senza più intitolarsi re; supplicandolo di
voler inviare a lui _Marco Giunio_, governatore della Cappadocia, per
trattar seco d'accordo. Trajano gl'inviò il figliuolo di Giunio, e
intanto continuò il suo viaggio, con impossessarsi del paese, dovunque
passava, senza trovarvi resistenza alcuna. Arrivato a Satala, città
dell'Armenia minore, venne ad inchinarlo _Anchialo re_ degli Eniochi,
popoli della Circassia verso il mar Nero. Trajano il ricevè con grande
onore, e il rimandò carico di regali. Allora fu, che anche
_Partamasire_, considerando il brutto aspetto de' suoi affari,
probabilmente consigliato dal figliuolo di Giunio a rimettersi nella
clemenza cesarea, ottenuto il salvocondotto, venne a presentarsi a
Trajano. Nol volle egli ricevere, se non assiso sul trono in mezzo al
campo. Se gli accostò Partamasire, e depose a' suoi piedi il diadema
senza proferir parola: il che veduto dall'immensa corona dei soldati
di Trajano, si alzò un sì allegro strepitoso grido di _Viva_, che quel
principe atterrito fu in procinto di fuggirsene, se non si fosse
veduto attorniato da sì gran copia d'armati. Chiesta poi una
particolare udienza da Trajano, l'ottenne egli bensì, ma non già il
diadema, siccome egli dimandava e sperava coll'esempio di Tiridate a'
tempi di Nerone. Era ben diverso dal codardo Nerone il coraggioso
Trajano. Ne uscì in collera Partamasire; ma risalito sul trono
Trajano, il fece richiamare, acciocchè pubblicamente si riconoscesse
il ragionamento seguito fra loro in disparte. Lamentossi Partamasire
d'essere trattato come un prigioniero, quando egli era volontariamente
venuto, e fece nuova istanza, per impetrare il diadema dalle mani di
Cesare, a cui giurerebbe omaggio. Trajano gli rispose, che essendo
l'Armenia pertinenza del romano imperio, non voleva concederla a
chicchessia, ma bensì mettervi un governatore; e licenziatolo, il fece
tosto partire, scortato da un corpo di cavalleria, acciocchè non
potesse manipolar nel ritorno qualche intrico colla gente del paese.
Si venne dunque alla guerra, di cui altro non sappiamo, se non che
Partamasire, dopo essersi sostenuto, finchè potè, coll'armi alla mano,
finalmente fu ucciso, e tutta l'Armenia restò in potere dell'Augusto
Trajano, il quale ne fece una provincia del romano imperio.

NOTE:

[803] Acta Sanctorum apud Bolland. et apud Ruinartum.

[804] Gruterus, pag. 190, num. 4.

[805] Dio, lib. 68.

[806] Idem, in Excerptis Valesian.



    Anno di CRISTO CXIV. Indizione XII.

    ALESSANDRO papa 7.
    TRAJANO imperadore 17.

_Consoli_

QUINTO NINNIO HASTA e PUBLIO MANILIO VOPISCO.


Gran disavventura è stata che uno de' più gloriosi imperadori che
s'abbia avuto Roma, quale ognuno confessa Trajano, con un regno
fecondo di tante belle imprese, e di sì grandi uomini, qual fu il suo,
non sia passato a noi con esatta e convenevole storia della vita e
delle azioni di lui. Non mancò già agli antichi secoli una tale
storia, anzi più d'una ve ne fu, attestando Lampridio[807], avere
_Mario Massimo_, _Fabio Marcellino_, _Aurelio Vero_ e _Stazio Valente_
scritta la di lui vita, ed asserendo Plinio[808] il giovane, che
_Caninio_ era dietro a descrivere la guerra dacica. Pure tutti questi
scritti son rimasti preda del tempo, e son periti i libri di _Arriano_
che avea descritte le guerre dei Parti; sicchè altro a noi non resta
che il compendio di Dione, fatto da Giovanni Sifilino, da cui si
possano ricavar le imprese di Trajano, ma appena abbozzate, e senza
poterne noi trarre i tempi distinti, in cui furono fatte. Perciò
solamente a tentone andiamo riferendo a questo e a quell'anno le di
lui imprese, senza poterne fondatamente assegnare il tempo preciso.
Sia dunque ch'egli nel precedente anno compiesse la conquista di tutta
l'Armenia, o che ciò avvenisse in parte ancora del presente, certo è,
per testimonianza di Dione[809], che sparsasi maggiormente la fama del
di lui valore, e de' suoi acquisti per l'Oriente, i re e i principi
circonvicini vennero ad assoggettarsi all'aquile romane, oppure a
chiedere amicizia e pace. Diede egli un re ai popoli Albani[810]; e i
re dell'Iberia, de' Sauromati, del Bosforo e della Colchide gli
prestarono giuramento di fedeltà. Avea notato Plinio[811], che
Trajano, se volea ricrearsi talvolta dalle applicazioni e fatiche del
governo, non passava già a divertimenti puerili di giuoco, meno poi ad
altri di maggior vergogna, perchè illeciti e scandalosi, ma a
passatempi faticosi, per tenere in esercizio il corpo, e giovare alla
sanità. Il cavalcare, la caccia erano i suoi trastulli; e se si
trovava vicino al mare o ai fiumi, solea talvolta far da piloto in una
nave, e mettersi a remigare, facendo a gara co' suoi cortigiani a chi
meglio sapea esercitar quel duro mestiere in romper l'onde e passare
gli stretti. Non operò di meno questo saggio imperadore in Levante,
insegnando coll'esempio suo ai soldati l'amore e la tolleranza delle
fatiche[812]. Marciava anch'egli a piedi, e al pari d'essi passava a
piedi i guadi dei fiumi. Ordinava egli in persona i soldati nelle
marcie, e camminava innanzi, come un semplice uffiziale. Teneva molte
spie, per saper nuove de' nemici, e talora ne spargeva egli delle
false, per avvezzar la milizia ad ubbidir con prontezza, a star
vigilante e preparata sempre con coraggio a tutti i pericoli ed
avvenimenti. Son di parere il Mezzabarba e monsignor Bianchini, che
Trajano conquistasse in quest'anno l'Assiria, perchè in una sua
medaglia si legge ASSYRIA IN POTESTATEM POPVLI ROMANI REDACTA. Ma
quella medaglia si può riferire ai due seguenti anni, non avendo
caratteristica particolare dell'anno presente; e da Dione, secondo me,
si ricava che più tardi succedette l'acquisto dell'Assiria, o sia
della parte della Soria che allora era posseduta dai Parti.

NOTE:

[807] Lampridius, in Vita Alexandri Severi.

[808] Plin., lib. 8, ep. 4.

[809] Dio, lib. 68.

[810] Eutrop., in Breviar.

[811] Plinius, in Panegyrico, c. 81.

[812] Dio, lib. 68.



    Anno di CRISTO CXV. Indizione XIII.

    ALESSANDRO papa 8.
    TRAJANO imperadore 18.

_Consoli_

LUCIO VIPSTANIO MESSALA e MARCO VERGILIANO PEDONE.


Che _Vipstanio_ e non _Vipstano_ fosse il nome del primo di questi
consoli, apparisce da un'iscrizione da me[813] prodotta, e da due
altre del Grutero[814]. Se crediamo al Tillemont, l'anno fu questo
delle grandi imprese di Trajano in Levante, perchè egli entrò nel
paese de' Parti, e fece quelle grandi conquiste ch'io accennerò
all'anno seguente. Se non c'inganna Dione[815], altro non sappiamo
dell'operato da lui in questo, se non ch'egli s'impadronì delle città
di Nisibi, capitale della Mesopotamia, e di Singara, e di Barne, città
o luogo amenissimo di que' contorni: il che indica abbastanza, che
alle sue mani venne l'intera ricca provincia della Mesopotamia, avendo
noi anche osservato di sopra, ch'egli passò per Edessa, città
parimente di quel tratto dove signoreggiava il re o sia principe
Abgaro. Parla dipoi Dione, e parlerò ancor io, fra poco, del tremuoto
orrendo d'Antiochia, accaduto sul fine del presente anno. Dopo di che
descrive i gloriosi progressi di Trajano contra de Parti, i quali
perciò debbono appartenere all'anno seguente, e non già al presente.
Anche[816] il Mezzabarba mette in quest'anno la dedicazione fatta in
Roma della basilica Ulpia, o sia di Trajano, che può anche riferirsi
all'anno 112, e ai quattro susseguenti. Certo è che questa basilica
era contigua alla piazza di Trajano, superbo edificio che accresceva
la bellezza di quella piazza, sapendo noi, che le basiliche de' Romani
furono sontuosissime fabbriche, simili a molte grandi chiese de'
Cristiani, con trofei, statue ed altri ornamenti in cima, e con
portici magnifici all'intorno, destinate per i giudici che andavano a
tener ragione, concorrendovi anche i negozianti a trattar de' loro
affari. Tornando ora a Trajano, mentr'egli attendeva all'acquisto
della Mesopotamia, _Manete_, capo d'una nazion degli Arabi, _Sporace_
principe dell'Antemisia, cioè di una parte d'essa Mesopotamia, e
_Manisare_, anch'egli signore in quelle contrade, faceano vista di
volersi a lui sottomettere, ma con trovar pretesti ogni dì per
dichiararsi, e per venire a trovarlo[817]. Non si fidava Trajano di
costoro, e molto meno se ne fidò, dappoichè _Mebaraspe_, re
dell'Adiabene, avendo ottenuto da lui un corpo di soldatesche per
difendersi contro di Cosroe, avea da traditore parte trucidati, parte
ritenuti prigioni que' soldati. Fra gli ultimi fu un centurione
chiamato Sentio, il quale con altri imprigionato in un forte castello,
allorchè l'esercito di Trajano, irritato contra del traditore, arrivò
nell'anno seguente in vicinanza di quel luogo, ruppe le catene, uccise
il castellano, ed aprì le porte agli altri Romani. Scrive
Eutropio[818], che Trajano s'impossessò del l'Antemisia. Dovette
essere in quest'anno, perchè quella era una delle provincie della
Mesopotamia. Secondo che abbiam da Dione, per queste vittorie fu dato
a Trajano il titolo di _Partico_; ma egli più si compiaceva dell'altro
di _Ottimo_, perchè esprimente la soavità de' suoi costumi, e il
possesso in cui egli era di tutte le virtù.

Finita la campagna coll'acquisto della Mesopotamia, venne Trajano[819]
a svernare con parte dell'armata ad Antiochia. Ma mentre ivi
soggiornava, avvenne in quella città uno de' più orribili e funesti
tremuoti che mai si leggano nelle storie. L'ordinario popolo di quella
vasta città ascendeva ad un numero esorbitante: ma lo avea accresciuto
a dismisura la venuta colà della corte imperiale, e di gran copia di
soldatesche. V'era inoltre concorsa un'immensa moltitudine di persone
di quasi tutto l'imperio romano, chi per negozi, chi per bisogno del
principe, chi per veder quelle feste. In tale stato si trovava quella
nobilissima metropoli dell'Oriente; quando nel dì 25 di decembre, come
pretende il padre Pagi[820], venne un sì impetuoso tremuoto, preceduto
da fulmini e da venti gagliardissimi, che rovinò buona parte delle
fabbriche della città, con restare oppressa sotto le rovine gran
moltitudine di persone, ed innumerabili altri con ferite e membra
rotte. Si vide il vicino monte Corasio scuotere sì forte la cima, che
parea dover precipitare addosso alla città; uscirono da più luoghi
nuove fontane, e si seccarono le vecchie. Acquetato il gran flagello,
si cominciò a pescar nelle rovine, e moltissimi vi si scoprirono morti
di fame. Trovossi una sola donna che avea sostentato per più giorni sè
stessa e un suo pargoletto col proprio latte, ed amendue furono cavati
vivi: il che par cosa da non credere. Trajano che s'incontrò ad essere
in sì brutto frangente, per una finestra del palazzo, in cui abitava,
se ne fuggì; e scrivono che un personaggio d'inusitata e più che umana
statura lo ajutò a salvarsi. Tal fu nulladimeno la sua paura, che
quantunque fosse cessato lo scotimento della terra, pure per molti
giorni volle abitare a cielo scoperto nel Circo. In questa sciagura
perdè la vita _Pedone_ console, che terminato il suo consolato
ordinario ne' primi sei mesi potè molto ben venire pe' suoi affari ad
Antiochia; se pur non fu un altro Pedone, stato console in alcun degli
anni precedenti.

NOTE:

[813] Thesaurus Novus Inscription., pag. 319, num. 2.

[814] Gruterus, pag. 74 et 1070.

[815] Dio, lib. 68.

[816] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[817] Dio, lib. 68.

[818] Eutrop., in Breviar.

[819] Joannes Matala, in Chron. Dio, lib. 68.

[820] Pagius, in Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CXVI. Indizione XIV.

    ALESSANDRO papa 9.
    TRAJANO imperadore 19.

_Consoli_

LUCIO ELIO LAMIA ed ELIANO VETERE.


Chiaramente scrive lo storico Dione[821] che dopo il tremuoto di
Antiochia (e però nell'anno presente, e non già nel precedente) venuta
la primavera, Trajano con tutto lo sforzo delle sue genti si mosse per
portar la guerra nel cuore del regno dei Parti. Conveniva passare il
rapido fiume Tigri, le cui sponde, dalla parte del Levante, erano ben
guernite di nemiche milizie. Avea egli fatto fabbricar nel verno una
prodigiosa quantità di barche con legni presi dai boschi di Nisibi; e
per introdurle nel suddetto fiume, pensò ad un arditissimo e
dispendioso ripiego, cioè di tirare un gran canale di acqua
dall'Eufrate nel Tigri, per cui si potessero condurre le navi. Nacque
sospetto, che essendo più alto l'Eufrate dell'altro fiume, potessero
le di lui acque accrescere di soverchio la rapidità del Tigri, e che
colà si volgesse tutto l'Eufrate, con perdersene anche la navigazione;
e però non si compiè l'impresa; o se pur si compiè, non se ne servì
Trajano. L'altro ripiego, a cui s'attenne, fu di condurre sopra carri
barche fatte, ma sciolte, per unirle poi insieme sulle ripe del Tigri,
e lanciarle quivi nel fiume. Così fu fatto. Di queste si formò un
ponte; e tanta era la copia delle altre navi cariche di armati, che
infestavano i Parti schierati sull'opposta ripa, e di altre che
minacciavano in più luoghi il passaggio dell'armata, che i Parti non
sapendo intendere, come in un paese privo affatto d'alberi, fossero
nate cotante navi, e perciò sgomentati, presero la fuga. Passò dunque
felicemente tutto l'esercito romano, e piombò sulle prime addosso al
traditor _Mebaraspe_ re dell'Adiabene, con sottomettere tutta quella
provincia. Quindi s'impadronì di Arbela e di Gaugamela (dove
Alessandro il Grande diede la sconfitta a Dario), e di Ninive e di
Susa. Di là passò a Babilonia, senza trovare in luogo alcuno
opposizione, perchè i Parti non erano d'accordo col re loro Cosroe, e
più di una sedizione e guerra civile in addietro avea snervata la
potenza di quella nazione. Volle Trajano osservare in quei contorni il
lago onde si cavò il bitume, con cui in vece di calce furono unite le
pietre delle mura di Babilonia. Sì fetente è l'aria di quel lago, che
l'alito suo fa morire gli animali e gli uccelli che vi si appressano.
Di là passò Trajano a Ctesifonte, capitale allora del regno de' Parti,
dove fu fatto un incredibil bottino, e presa una figliuola di Cosroe
col suo ricchissimo trono[822]. Cosroe se n'era fuggito: ne parleremo
a suo tempo. Stese dipoi il vittorioso Augusto le sue conquiste per
quelle parti, soggiogando Seleucia[823], e i popoli Marcomedi, e
un'isola del Tigri, dove regnava Atambilo, e giunse fino all'Oceano.
Svernò coll'armata in quelle parti, e vi corse vari pericoli per
cagion delle tempeste insorte in quel fiume, vastissimo verso le basse
parti per l'union dell'Eufrate.

Lo strepito di tali conquiste arrivato a Roma riempiè di giubilo quel
popolo, che non sapea saziarsi di esaltar le prodezze di questo
Augusto, giacchè l'aquile romane non aveano mai steso sì oltre, come
sotto di lui, i lor voli. Perciò il senato gli confermò il cognome di
_Partico_, con facoltà di trionfalmente entrare in Roma quante volte
egli volesse, perchè in Roma non erano conosciuti tanti popoli da lui
soggiogati. Trovasi ancora in qualche medaglia[824] accresciuto per
lui sino alla nona volta il titolo d'_imperadore_, e datogli il nome
d'_Ercole_. Ordinò parimente il senato, oltre ad altri onori, che gli
fosse alzato un arco trionfale. Preparavansi ancora i Romani a fargli
uno straordinario onorevole incontro, allorchè egli fosse ritornato a
Roma; ma Dio altrimenti avea disposto. Trajano più non rivide Roma, nè
potè goder del trionfo. Intanto stando egli ai confini dell'Oceano,
vista una nave che andava alle Indie, cominciò ad informarsi meglio di
quel paese, di cui avea dianzi udito tante maraviglie; e gran
desiderio mostrava di portarsi colà. Poi dicea, che se egli fosse
giovane vi andrebbe; e chiamava beato Alessandro il Grande, per avere
in età fresca potuto dar principio alle sue imprese. Contuttociò gli
durava questo prurito; ma nell'anno seguente gli sopravvennero tali
traversie, che gli convenne cacciar queste fantasie, e cangiar di
risoluzione. Intanto egli fece dell'Assiria e della Mesopotamia due
provincie del romano imperio. Da una iscrizione[825] esistente
tuttavia nel porto d'Ancona, e riferita da più letterati, si
raccoglie, che circa questi tempi fu compiuto il lavoro di quel porto
per ordine di Trajano, il quale, dopo aver provveduto il Mediterraneo
del porto di Cività Vecchia, volle ancora che l'Adriatico ne avesse il
suo. A lui ha questa obbligazione Ancona, ed ivi tuttavia sussiste un
arco trionfale, posto in onore di così benefico principe. Abbiamo
ancora da Eusebio[826], che verso questi tempi la nazione giudaica,
sparsa per la Libia e per l'Egitto, si rivoltò dappertutto contra de'
Gentili, e ne seguirono innumerabili morti. Ebbero i Giudei la peggio
in Alessandria. Secondo i conti di Dione vi perirono dugento ventimila
persone; in Cirene essi Giudei commisero delle incredibili crudeltà
contro de' Pagani.

NOTE:

[821] Dio, lib. 68.

[822] Spartianus, in Vita Hadriani.

[823] Eutrop., in Breviar.

[824] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[825] Gruterus, pag. 247, num. 6.

[826] Eusebius, in Chron.



    Anno di CRISTO CXVII. Indizione XV.

    SISTO papa 1.
    ADRIANO imperadore 1.

_Consoli_

QUINZIO NEGRO e GAIO VIPSTANIO APRONIANO.


Secondo l'opinione de' migliori, l'anno fu questo, in cui santo
_Alessandro_ papa gloriosamente terminò i suoi giorni col martirio.
Dopo lui, _Sisto_ tenne il pontificato romano. Soggiornando Trajano
verso l'Oceano, tuttavia co' pensieri e desiderii di veder l'Indie, si
fece condurre in nave pel golfo, che Dione[827] ed Eutropio[828]
chiamano il mar Rosso, ma che, secondo tutte le apparenze, fu il golfo
Persico. Aggiugne Dione ch'egli s'inoltrò in quelle parti sino al
luogo, dove si crede che morisse il grande Alessandro, con far ivi le
cerimonie funebri in memoria di lui. Ma restò ben deluso, perchè dopo
la relazione di tante belle cose che si diceano di que' paesi, altro
non vi trovò che favole e luoghi rovinati. In questo mentre gli vien
nuova, che i Parti si son ribellati, e si son perdute tutte le
conquiste della Persia e della Mesopotamia, colla morte e prigionia
delle milizie lasciatevi di guarnigione. Non tardò Trajano ad inviar
colà _Massimo_ e _Lucio Quieto_. Differente fu la fortuna di questi
due generali. _Massimo_ in una battaglia vi lasciò la vita. _Lucio
Quieto_, all'incontro, moro di nazione, ricuperò Nisibi, ed espugnata
Edessa, le diede il sacco e la incendiò. Alla medesima pena fu esposta
la città di Seleucia, presa da _Ericio Claro_ e da _Giulio
Alessandro_. Tali novità fecero risolvere Trajano a mutar disegno
intorno a que' paesi, scorgendo assai, che non gli sarebbe riuscito di
conservarli come provincia, e sotto il governo dei magistrati romani.
Però, tornato a Ctesifonte, e fatti raunare in una gran pianura i
Romani e i Parti, salito sopra un eminente trono, dichiarò re dei
Parti _Partamaspare_ personaggio di quella nazione, chiamato
_Psamatossiris_ da Sparziano[829], e gli pose in capo il diadema:
risoluzione abbracciata volentieri ed applaudita da que' popoli. Indi
passò nell'Arabia Petrea, che s'era anch'essa ribellata; ma vi trovò
il paese molto brutto, nè vi potè prendere Atra lor capitale, con
patirvi ancora insoffribili caldi e molti altri disastri. Credesi
nondimeno da alcuni ch'egli pervenisse fino all'Arabia Felice. Negli
stessi tempi[830] continuarono più che mai le sedizioni e ribellioni
de' Giudei nella Mesopotamia, nell'Egitto e in Cipri. Attesta
Eusebio[831], che in Salamina città di Cipri prevalse la forza de'
Giudei contra de' Gentili, di modo che quella città rimase spopolata.
Ma Artemione capitano de' Cipriotti così fattamente perseguitò i
Giudei in quell'isola, che li disertò affatto, facendosi conto, che
ivi tra Gentili e Giudei perirono dugento quarantamila persone. Fu
anche spedito _Lucio Quieto_ il Moro contra de' medesimi nella
Mesopotamia, che, col farne un'orrida strage, diede fine alla loro
inquietudine.

Ma che? tutte queste vittorie e conquiste di Trajano, che costarono
tanto sangue e tante spese e fatiche ai Romani, non istettero molto a
svanir in fumo; perchè appena ritirossi da quelle contrade Trajano,
che le cose ritornarono nel primiero stato, senza restarvi un palmo di
dominio pe' Romani. E se ne ritirò per forza Trajano, perchè nel mese
di luglio cominciò a sentire aggravata la sua sanità da male
pericoloso, che da lui fu creduto veleno; ma si attribuisce da altri a
cessazion delle emorroidi, e da altri ad un tocco di apoplessia, per
cui restò offesa qualche parte del suo corpo. Altri in fine vogliono
ch'egli fosse assalito dall'idropisia. Questo qualunque sia malore
sopraggiunto a Trajano, allorchè meditava di tornarsene in
Mesopotamia, gli fece cangiar pensiero, e l'invogliò di ritornarsene
in Italia, dove era continuamente richiamato dal senato; e però verso
queste parti frettolosamente s'incamminò[832]. Giunto ad Antiochia,
capitale della Soria, lasciò ivi _Elio Adriano_, suo cugino, con
titolo di governatore, e gli consegnò l'esercito romano. Continuato
poscia il viaggio sino a Selinonte, città marittima della Cilicia,
appellata poi Trajanopoli, oppresso dal male, che Eutropio[833] chiamò
flusso di ventre, quivi in età di sessantuno, altri dicono di
sessantatrè anni, compiè il corso di sua vita, per quanto si crede nel
dì 10 d'agosto. Il detto finora ha condotto i lettori a comprendere le
mirabili belle doti, che concorsero a rendere Trajano uno de' più
gloriosi imperadori che s'abbia mai avuto Roma, e a cui pochi altri
possono uguagliarsi, non che andare innanzi. Oltre alle belle memorie
ch'egli lasciò in Roma e in varie parti del romano imperio, in
fabbriche sontuose, strade, porti, ponti, si trovano ancora varie
città o fabbricate da lui, o che presero il nome da lui. A lui ancora
principalmente attribuisce Aurelio Vittore l'istituzione del Corso
Pubblico, oggidì appellato le Poste, che veramente ebbe origine da
Augusto, ma fu ampliato e regolato in miglior forma da Trajano,
acciocchè si potessero speditamente e regolarmente saper
dall'imperadore le nuove del vasto imperio romano, e andar e venir
prontamente gli uffiziali cesarei: giacchè, come dottamente osservò il
Gotofredo[834], serviva allora la posta solamente per gli ministri ed
uomini dell'imperatore, e non già per le persone private, ed era
mantenuta alle spese del Fisco con cavalli, calessi e carrette. Ma
siccome osserva Aurelio Vittore[835], e si raccoglie dal codice
teodosiano, questo lodevol istituto col tempo, e sotto i cattivi
imperadori degenerò in uno intollerabil aggravio delle provincie e de'
sudditi. Non fu già esente da ogni difetto Trajano, e van di accordo
Dione[836], Aurelio Vittore[837], Sparziano[838] e Giuliano
l'Apostata[839] in dire ch'egli cadea talvolta in eccessi di bere; ma
non si sa ch'egli commettesse giammai azione alcuna contra il dovere,
allorchè era riscaldato dal vino. Anzi, se crediamo ad esso Vittore,
egli ordinò di non aver riguardo a ciò ch'egli avesse comandato dopo
essere intervenuto a qualche convito. Aggiugne Dione, ch'egli fu
suggetto ad un'infame libidine, abborrita dalla natura stessa, ma
senza fare violenza o torto ad alcuno. Tutti effetti della falsa e
stolta religione dei Gentili, la quale accecava e affascinava talmente
le loro menti, che non si attribuivano a vergogna e peccato le
maggiori enormità, che san Paolo chiaramente nomina e riconosce per un
gran vitupero del gentilesimo allora dominante. Contuttociò nelle
virtù politiche, e massimamente nell'amorevolezza, clemenza e
saviezza, fu sì eccellente questo Augusto, che[840] da lì innanzi
nelle acclamazioni che faceva il senato al regnante imperadore, si usò
di augurargli, che fosse più _fortunato d'Augusto, più buono di
Trajano_. E ben godè sotto di lui Roma e l'imperio tutto una mirabil
calma: se non che si sentirono tremuoti in varie città, e peste e
carestia in vari luoghi, e in Roma seguì una fiera inondazion del
Tevere: malanni nondimeno, che servirono solamente di gloria a
Trajano, perchè egli in quante maniere potè si adoperò per rimediare
ai lor pessimi effetti, e per sovvenire chi era in bisogno. Fiorirono
ancora sotto questo insigne imperadore vari eccellenti ingegni, perchè
egli al pari degli altri più rinomati regnanti, amò i letterati, e
promosse le lettere. Restano a noi tuttavia le Opere di _Cornelio
Tacito_, di _Plinio_ il giovane e di _Frontino_, per tacer d'altri,
che fiorirono anche sotto Adriano, e d'altri de' quali si son perduti
i libri.

Ora _Plotina imperadrice_, che accompagnò sempre in tutti i suoi
viaggi il marito Trajano, dacchè egli fu morto, non lasciò traspirare
la di lui perdita, se non dappoichè ebbe concertato tutto per fargli
succedere _Publio Elio Adriano_ di lui cugino, giacchè non si sa che
Trajano avesse mai figliuolo alcuno. La fama è varia intorno a questo
punto. Crederono alcuni[841], che fosse corso per mente a Trajano di
lasciar l'imperio a _Nerazio Prisco_ giurisconsulto di que' tempi, e
che gli dicesse un giorno: _A voi raccomando le provincie, se qualche
disgrazia mi accadesse_. Altri pensarono[842] ch'egli avesse posti gli
occhi sopra _Serviano_ cognato di Adriano, ed altri fin sopra _Lucio
Quieto_, che già dicemmo moro di nazione. Lo creda chi vuole. Vi fu
chi disse essere stata sua intenzione di nominar dieci persone,
lasciando poi la scelta del migliore al senato, dopo la sua morte.
Nulla di ciò fu fatto. Solamente sul fin della vita adottò e nominò
suo successore _Adriano_, e ciò per opera di _Plotina Augusta_ e di
_Celio Taziano_ o sia _Attiano_, tutore di esso Adriano; perchè
veramente Trajano non mostrò mai tenerezza alcuna di amore per lui,
conoscendone assai i difetti; e l'avea bensì sollevato alla dignità di
console, ma senza dargli cariche riguardevoli sussistenti: il che non
si accorda con ciò che abbiam detto rivelato a lui da _Licinio
Sura_[843] nell'anno 109, cioè che fin d'allora Trajano meditava di
adottarlo per suo figliuolo. Convengono nondimeno gli storici in dire,
che Plotina co' suoi maneggi portò il marito infermo a dichiararlo suo
figliuolo e successore, siccome quella che, se vogliamo prestar fede a
Dione[844], era innamorata di Adriano: il che facilmente potè
immaginar la malizia solita a far dei ricami alle azioni altrui, e
massimamente dei grandi. Anzi non mancò chi credesse essere stata
l'adozion di Adriano una tela interamente fatta da essa Plotina senza
notizia e consentimento di Trajano, ed anche dopo la di lui morte,
tenuta celata apposta per qualche dì, con fingere fatta da lui
l'adozione suddetta. A questo sospetto diede qualche fondamento
l'essere state spedite le lettere al senato coll'avviso di tale
adozione, ma sottoscritte dalla sola Plotina. Fece la medesima Augusta
per solleciti corrieri intendere ad _Adriano_ la nuova dell'operato da
Trajano (se pur tutta sua non fu quella fattura) nel dì 9 di agosto.
Poscia nel dì 11 gli arrivò la nuova della morte di Trajano[845]. Non
perdè tempo Adriano a scriver lettere al senato, intitolandosi
_Trajano Adriano_, e pregandolo di confermargli l'imperio, e
protestando di non ammettere onore alcuno, ch'egli non avesse prima
domandato ed ottenuto dal medesimo senato, con altre sparate di non
voler fare se non ciò che fosse utile al pubblico, di non far morire
alcun senatore, aggiungendo a tali proteste gravi giuramenti ed
imprecazioni, se non eseguiva ciò che prometteva. Niuna difficoltà si
trovò ad approvare la di lui successione, ben conoscendo i senatori,
che, comandando egli al nerbo maggiore delle milizie romane, pazzia
sarebbe il negare a lui ciò che colla forza potrebbe ottenere. Oltre
di che l'esercito stesso della Soria, appena udita l'adozione di lui e
la morte di Trajano[846], l'avea riconosciuto per _Imperadore_: del
che fece egli scusa col senato. Uscì Adriano di Antiochia, per veder
le ceneri ed ossa dello stesso Trajano, che _Plotina_ sua moglie,
_Matidia_ sua nipote e _Taziano_ portavano a Roma; e poscia se ne
ritornò ad Antiochia, per dar sesto agli affari dell'Oriente, prima
d'imprendere anch'egli il suo viaggio alla volta della Italia. Furono
accolte in Roma esse ceneri colle lagrime e con un trionfo lugubre, ed
introdotte in quella città sopra un carro trionfale, in cui si mirava
l'immagine del defunto Augusto; e poscia collocate in un'urna d'oro
sotto la colonna trajana, con privilegio conceduto a pochi in
addietro, perchè non era lecito il seppellire entro le città[847].
Egli certo fu il primo degl'imperadori che fossero entro Roma
seppelliti. Scrisse Adriano al senato, acciocchè gli onori divini,
secondo l'empio costume del gentilesimo, fossero compartiti a Trajano.
Non sol questi, ma altri ancora, come templi e sacerdoti, decretò il
senato alla di lui memoria; e per molti anni dipoi si celebrarono in
onor suo i giuochi appellati Partici.

NOTE:

[827] Dio, lib. 68.

[828] Eutropius, in Breviar.

[829] Spartianus, in Vita Hadriani.

[830] Dio, lib. 68.

[831] Euseb., in Chron.

[832] Aurel. Vict., in Epit.

[833] Eutrop., in Breviar.

[834] Gothofredus ad Legem 8, Tit. 5, Codic. Theodosiani.

[835] Aurelius Victor, de Caesarib.

[836] Dio, lib. 68.

[837] Aurel. Vict., de Caesarib.

[838] Spart., in Vita Hadriani.

[839] Julian., de Caesar.

[840] Eutrop., in Brev.

[841] Spartianus, in Vita Hadriani.

[842] Dio, lib. 69.

[843] Spartianus, in Vita Hadriani.

[844] Dio, lib. 69.

[845] Dio, ibid.

[846] Spartianus, in Vita Hadriani.

[847] Eutropius, in Breviar.



    Anno di CRISTO CXVIII. Indizione I.

    SISTO papa 2.
    ADRIANO imperadore 2.

_Consoli_

ELIO ADRIANO AUGUSTO per la seconda volta, e TIBERIO CLAUDIO FOSCO
ALESSANDRO.


Credesi che Trajano avesse all'anno precedente disegnato console
_Adriano_ per l'anno presente. Ma anche senza di questo, il costume
era che i novelli Augusti prendessero il consolato ordinario nel primo
anno del loro governo. Era nato Adriano nell'anno 76 della nostra Era,
nel dì 24 di gennaio, per testimonianza di Sparziano[848], da cui
abbiam la sua vita. Ebbe per moglie _Giulia Sabina_, figliuola di
_Matidia Augusta_, di cui fu madre _Marciana Augusta_, sorella di
_Trajano_. Perchè in sua gioventù comparve scialacquatore, si tirò
addosso lo sdegno di Trajano, suo parente, e già suo tutore. Tuttavia
tal era la sua disinvoltura e vivacità di spirito, che si rimise in
grazia di lui, e ricevè anche molti onori da lui; ma non mai giunse in
vita del medesimo ad essere accertato di succedergli nell'imperio a
cagion del suo naturale, in cui quel saggio imperadore trovava bensì
molte belle doti, ma insieme sapea scoprire non pochi vizii,
quantunque Adriano si studiasse di dissimularli e coprirli.
L'ambizione traspariva dalle di lui azioni e parole, molto più la
leggerezza e l'incostanza; e sopra tutto, il suo essere stizzoso e
vendicativo, facea temere che sarebbe portato alla crudeltà. Non si
può negare, che la penetrazione del suo intendimento, la prontezza
delle sue risposte, un'applicazione a tutto quanto può riuscir
d'ornamento a persona nobile, l'aiutavano a brillar nella corte e
negli uffizi a lui commessi. Prodigiosa era la sua memoria. Tutto
quanto leggeva, lo riteneva a niente. Fu veduto talvolta in uno stesso
tempo scrivere una lettera, dettarne un'altra, ascoltare e favellar
con gli amici. Non si lasciava andar innanzi alcuno nella cognizion
delle lingue greca e latina; sapea egregiamente comporre tanto in
prosa che in versi, ed anche improvvisava talvolta con garbo[849]. La
medicina, l'aritmetica, la geometria le possedeva; dilettavasi di
sonar vari strumenti, di dipignere, di lavorar delle statue; e la sua
non mai sazia curiosità il portava a voler sapere di tutto, con insino
inoltrarsi molto nel vanissimo studio della strologia giudiciaria, o
nell'empio della magia. Lasciò anche dopo di sè vari libri di sua
composizione in prosa e in versi. Suo maestro, o pure aiutante di
studio, fu _Lucio Giulio Vestinio_, che servì poscia a lui divenuto
imperadore di segretario, e vien chiamato sopraintendente alle
biblioteche di Roma greche e latine in una iscrizione[850]. Questo suo
amore alle scienze ed arti cagion fu, che a' suoi tempi fiorirono in
Roma le lettere, e vidersi i professori d'esse sommamente onorati e
premiati, come attesta anche Filostrato[851]. Piena era la sua corte
di grammatici, musici, pittori, geometri ed altri simili. Spezialmente
si compiaceva di conversar coi filosofi, poeti ed oratori, e li teneva
bene in esercizio, proponendo loro stravaganti quistioni, per
imbrogliarli, e rispondendo loro con egual vivacità tanto sul serio,
che burlando. Per altro a misura del suo volubil cervello era anche
bizzarro ed instabile il suo genio e gusto. E credendosi, per istare
sopra gli altri come imperadore, di aver anche questa medesima
superiorità nell'ingegno e nel sapere, portava nello stesso tempo
invidia a chi parea sapere più di lui, con giugnere a maltrattarli, e
a trovar da dire sopra tutte le lor fatiche, e, quel che è peggio, a
perseguitarli. Facevasi anche ridere dietro, allorchè anteponeva ad
Omero un certo cattivo poeta appellato Antimaco, Ennio a Virgilio,
Catone a Cicerone, Celio a Sallustio. E questo suo maligno ed
invidioso talento il trasse fino a screditar le azioni e le fabbriche
di Trajano, quasichè egli andasse innanzi a quel grand'uomo nel
giudizio e nel buon gusto. Ma questo per ora basti del novello
imperadore Adriano, e intorno alle sue doti e costumi.

Dacchè fu egli creato imperadore, giudicò di non dover partire di
Antiochia senza lasciare in istato quieto le cose d'Oriente[852]. Avea
ben Trajano aggiunto al romano imperio le provincie della Mesopotamia,
dell'Assiria e dell'Armenia; ma il mantenere quelle provincie nella
dovuta ubbidienza, non era da un Adriano, principe che s'intendea del
mestier della guerra per parlarne in sua camera, non per esercitarlo
in campagna, perchè mal provveduto di coraggio e di pazienza nelle
fatiche. Però si rivolse egli a' trattati di pace con _Cosroe_, già re
de' Parti, e con quei popoli, contento di salvare la dignità del
popolo romano: giacchè non si credea da tanto da poter conservar
quelle conquiste. Cedette dunque l'Assiria e la Mesopotamia a Cosroe,
mandandogli probabilmente il diadema, con ritener qualche ombra di
superiorità, e riducendo il confine romano all'Eufrate, come era
prima. Levò via _Partamaspare_, cioè quel re che Trajano avea dato ai
Parti, costituendolo re in qualche di angolo quelle contrade. Permise
anche ai popoli dell'Armenia l'eleggersi il loro re. Parve che in
tutto questo egli cercasse d'estinguere la gloria di Trajano, di cui,
per attestato di Eutropio[853], si mostrò sempre invidioso. Fece poi
anche per questo distruggere, contro il volere di tutti, il teatro
fabbricato da esso Trajano nel Campo Marzio. Poco mancò che non
restituisse ancora la Dacia ai Barbari. Impedito ne fu dalla
persuasion degli amici, acciocchè non cadessero sotto il giogo
barbarico tanti cittadini romani, che Trajano aveva inviato ad abitare
colà. Creò Adriano sul principio due prefetti del pretorio, cioè
_Celio Taziano_ per gratitudine, avendolo avuto per tutore in sua
gioventù, e per mezzano a salire in alto; e _Simile_ per la
moderazione ed onoratezza de' suoi costumi. Di questi ne dà un saggio
lo storico Dione[854] con dire che mentre _Simile_ era solamente
centurione, trovossi nella anticamera imperiale per andare all'udienza
di Trajano. V'erano ancora molti altri da più di lui, cioè uffiziali
primari che la desideravano anch'essi. Trajano il fece chiamare
innanzi agli altri, ma egli si scusò con dire, essere contro l'ordine,
che un par suo dovesse goder quest'onore, con fare intanto aspettare i
suoi comandanti nell'anticamera. Accettò Simile con difficoltà la
carica di prefetto, e da lì forse a due anni, scorgendo che verso di
lui s'era raffreddato Adriano, dimandò ed ottenne il suo congedo.
Ritiratosi alla campagna, quivi per sette anni sopravvisse in tutta
pace, comandando poi alla sua morte, che pel suo epitaffio si
scrivesse come egli _era stato settantasei anni sulla terra, ed
esserne vissuto solamente sette_. D'altro umore fu ben _Taziano_,
perchè uomo violento. Egli sulle prime scrisse da Roma ad Adriano di
levar dal mondo[855] _Bebio Marco_ prefetto di Roma, e _Laberio
Massimo_, e _Crasso Frugi_, relegati nell'isole, come persone capaci
di novità. Adriano non volle dar principio al suo governo con queste
crudeltà. Alcune poi ne commise andando innanzi, e di queste diede la
colpa ai consigli del medesimo Taziano. Depresse _Lucio Quieto_,
valoroso uffiziale, con levargli la compagnia de' Mori, perchè si
sospettava che aspirasse all'imperio. Mandò ancora _Marzio Turbone_ ad
acquetare un tumulto insorto nella Mauritania. Probabilmente verso la
primavera di quest'anno Adriano, dopo aver dato ai soldati il doppio
di quel regalo che solevano dare gli altri nuovi imperadori, e
lasciato al governo della Soria _Catilio Severo_, si mise in viaggio
per terra alla volta di Roma. Il senato gli avea decretato il trionfo.
Lo ricusò egli, volendo che a Trajano, benchè defunto, si desse
quest'onore. Perciò entrò in Roma sul carro trionfale, su cui era
inalberata l'immagine di esso Trajano. Cominciò dipoi il suo governo,
come far sogliono per lo più i principi novelli, con somma bontà e
dolcezza, e con far bene a tutti. Diede un congiario al popolo
romano[856], e pare che n'avesse dato due altri nell'anno antecedente.
Rimise alle città d'Italia tutto il tributo coronario, cioè quello che
si solea pagare per le vittorie degl'imperadori, e per l'assunzione
d'essi al trono. Lo sminuì anche alle provincie fuori d'Italia, benchè
egli pomposamente esprimesse, quanto allora lo stato si trovasse in
gran bisogno di danaro, che ciò nonostante egli faceva quella
remissione. Ciò nondimeno che gli produsse un incredibil plauso, fu
l'aver condonato tutti i debiti[857] che aveano le persone private da
sedici anni in addietro coll'erario imperiale, tanto in Roma che in
Italia, e nelle provincie spettanti all'imperadore, secondo la
divisione d'Augusto, non sapendosi se questa liberalità si stendesse
ancora alle provincie governate dal senato. Parla di questa sua
memorabil generosità Sparziano, e ne conservarono la memoria le
medaglie e le iscrizioni antiche[858]. Se non fallano i conti del
Gronovio[859], questa remissione ascese a ventidue milioni e mezzo di
scudi d'oro: il che sembra cosa incredibile. Per dare maggior risalto
a questa sua insigne azione, e per maggior sicurezza dei debitori,
fece bruciar nella piazza di Trajano tutte le lor polizze ed
obbigazioni. Apparisce dalle medaglie suddette, ch'egli appena creato
imperadore prese i titoli di _Germanico_, _Dacico_ e _Partico_, come
se ancor questi fossero passati in lui coll'eredità di Trajano.
Trovasi anche appellato _Pontefice Massimo_. Ma per conto del titolo
di Padre_ della Patria_, benchè il senato non tardasse ad
esibirglielo, e tornasse da lì a qualche tempo ad offerirglielo, nol
volle, sull'esempio di Augusto che tardi l'avea accettato.

NOTE:

[848] Spartianus, in Vita Hadriani.

[849] Dio, lib. 69.

[850] Thesaurus novus Inscription.

[851] Philostratus, in Sophist.

[852] Dio, lib. 69. Spartianus, in Vita Hadriani.

[853] Eutrop., in Breviar.

[854] Dio, lib. 69.

[855] Spartianus, in Vita Hadriani.

[856] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[857] Dio, lib. 69.

[858] Panvinius, Fast. Consular. Spartianus, in Vita Hadriani.

[859] Gronovius de Sestertiis.



    Anno di CRISTO CXIX. Indizione II.

    SISTO papa 3.
    ADRIANO imperatore 3.

_Consoli_

ELIO ADRIANO AUGUSTO per la terza volta, e QUINTO GIUNIO RUSTICO.


Perchè non abbiamo storici che abbiano con ordine di cronologia
distribuite le azioni di Adriano e di molti altri susseguenti
imperadori, possiamo ben rapportar con sicurezza ciò che operarono, ma
non già accertarne i tempi. Le stesse medaglie mancano in questi tempi
di note cronologiche, perchè non vi si esprime, se non in generale, la
podestà tribunizia e il consolato terzo, ripetuto sempre ne'
susseguenti anni, perchè egli più non fu da lì innanzi console. Diede
(forse nel precedente e non meno nel presente) dei sollazzi al popolo
romano, troppo vago degli spettacoli, correndo il suo giorno
natalizio, cioè[860] il combattimento de' gladiatori, e molte cacce di
fiere. Giorni vi furono, ne' quali cento lioni ed altrettante lionesse
restarono uccisi. Tanto nel teatro che nel circo, dove si fecero altri
giuochi, sparse dei doni separatamente agli uomini e alle donne. E
perciocchè regnava in Roma l'abbominevole abuso, che nel medesimo
bagno e nello stesso tempo si andavano a lavar uomini e donne, proibì
così enorme indecenza. Durò[861] il suo consolato dell'anno presente
solamente i primi quattro mesi, senza che si sappia chi gli fosse
sostituito in quella dignità. Ed allora attese ad ascoltar e decidere
le cause, che erano portate al senato. Meglio regolò le poste,
acciocchè i magistrati delle provincie non avessero l'incomodo di
provveder le vetture ai bisogni. Ordinò che da lì innanzi le pene dei
condannati non si pagassero al fisco, cioè alla camera cesarea, ma
bensì all'erario della repubblica. Accrebbe gli alimenti ai fanciulli
e alle fanciulle orfane povere per tutta l'Italia, ampliando la bella
istituzione che aveano dinanzi fatto i buoni imperadori Nerva e
Trajano. Ai senatori, che senza lor colpa aveano sminuito molto del
patrimonio che si esigeva per essere di quell'ordine eminente, diede
egli il supplemento con pensioni ben pagate finchè egli visse. Per le
spese occorrenti nell'ingresso delle cariche a molti suoi amici poveri
somministrò un buon aiuto di costa, e ciò fece ancora con alcuni che
nol meritavano. Sovvenne ancora molte nobili donne, alle quali mancava
il modo onesto di sostentar la vita. Scelse i più accreditati
dell'ordine senatorio per i suoi domestici e familiari, e li teneva
alla sua tavola. Fuorchè nel giorno suo natalizio, ricusò i giuochi
circensi, che in altri tempi volle il senato decretare in onore di
lui. Spesse volte ancora, parlando al senato e al popolo, protestò di
voler far conoscere nel suo governo, ch'egli procurava il ben
pubblico, e non già il proprio.

La cronica di Alessandria mette sotto questi consoli l'andata di
Addano a Gerusalemme[862], per quietare i tumulti eccitati dai Giudei
anche in quelle parti. Prese, se vogliam credere a quello storico, la
città di Terebinto, e vendè schiavi al pubblico i Giudei quivi
trovati. Atterrò il tempio di Gerusalemme; fabbricò ivi due piazze, un
teatro ed altri edifizii. Divise quella città in sette rioni coi lor
sopraintendenti, ed abolito il nome di Gerusalemme, volle che quella
città dal suo si chiamasse Elia. Anche Eusebio[863] qualche cosa di
ciò parla all'anno presente; e il padre Pagi[864] tien per fermo che
allora seguisse il viaggio suddetto di Adriano, e che Gerusalemme
fosse da lui rifabbricata. Ma non è l'autore della cronica
alessandrina di tal peso, da dovergli tosto prestar fede in questo
punto di cronologia, quando Dione e Sparziano nulla di ciò dicono
verso i tempi presenti; e quello scrittore patentemente s'inganna in
attribuire ad Adriano la distruzione del tempio accaduta nella guerra
di Tito. Non è perciò, a mio credere, assai sussistente il viaggio
colà di Adriano in questi tempi. Possiamo bensì tenere, che nell'anno
presente i sediziosi Giudei facessero qualche movimento, e restassero
abbattuti, come scrive san Girolamo[865], e vien accennato anche da
Eusebio. Abbiamo inoltre da Eutropio[866], che Adriano ebbe una sola
guerra, di cui parleremo, nè questa la fece in persona, ma per mezzo
di un suo generale.

NOTE:

[860] Dio, lib. 69.

[861] Spartianus, in vita Hadriani.

[862] Chr. Paschale, tom. I Histor. Byzantin.

[863] Eusebius, in Chron.

[864] Pagius, in Critic. Baron.

[865] Hieron., Comment. in Danymus, c. 9.

[866] Eutrop., in Breviar.



    Anno di CRISTO CXX. Indizione III.

    SISTO papa 4.
    ADRIANO imperadore 4.

_Consoli_

LUCIO CATILIO SEVERO e TITO AURELIO FULVO.


Per quanto c'insegna Giulio Capitolino[867], l'imperadore _Antonino
Pio_ fu prima nominato _Tito Aurelio Fulvio_ o _Fulvo_, ed era stato
console con _Catilio Severo_. Quando quello storico non prenda
abbaglio, il secondo de' consoli dell'anno presente dovette essere il
medesimo Antonino. Non _Lucio Aurelio_, come per errore è corso ne'
fasti del padre Stampa, ma _Tito Aurelio_ fu il prenome e nome d'esso
console, come s'ha da un'iscrizione riferita dal Panvinio[868]. Ora
all'anno presente, secondochè immaginò il padre Pagi[869] con altri, e
non già al precedente, come volle il Tillemont, pare che s'abbia da
riferire la guerra mossa[870] dai Sarmati e dai Rossolani contro le
terre dell'imperio romano. A questo avviso Adriano Augusto
immediatamente mandò innanzi l'esercito romano, e poi, tenendogli
dietro, arrivò anche egli nella Mesia, e si fermò al Danubio,
frapposto fra lui e i nemici. Il Cellario[871], che mette i Sarmati
verso il mar Nero, e i Rossolani circa la Palude Meotide, non so come
ben si accordi col racconto di questa guerra. Un dì la cavalleria
romana, di tutte armi guernita, all'improvviso passò a nuoto il
Danubio: azione sommamente ardita, che mise tal terrore nei Barbari,
che trattarono di pace[872]. Lamentavasi il re de' Rossolani[873], che
gli fosse stata sminuita la pensione solita a pagarsegli dai Romani.
Adriano, che abborriva i pericoli della guerra, il soddisfece, con
accordar vergognosamente quanto il barbaro richiedea. Fu in questi
tempi, che egli diede il governo della Pannonia e della Dacia a
_Marzio Turbone_, ch'era stato presidente della Mauritania,
conferendogli la medesima autorità che avea il governator dell'Egitto.
Fors'anche allora fu ch'egli fece fabbricar nella Mesia una città, che
da lui prese il nome di Adrianopoli, oggidì Andrinopoli, città molto
cospicua tuttavia. Secondo l'ordine che tiene Sparziano nel suo
racconto, parrebbe che appartenessero all'anno presente alcune
crudeltà usate da esso Adriano. Dione[874] sembra metterle molto
prima, cioè all'anno 118 o 119. Siccome Adriano era principe
diffidente e sospettoso, e che facilmente bevea quanto di male gli
veniva riferito, così prestò fede a chi accusò _Domizio_ Negrino
d'aver macchinato contro la di lui vita: del qual delitto (vero o
falso che fosse) furono creduti complici _Cornelio Palma, Lucio
Publicio Celso_ e _Lucio Quieto_, tutti e quattro personaggi di gran
credito e nobiltà, e stati già consoli ordinari o straordinari. Ma non
s'accordano insieme Dione e Sparziano. Il primo scrive che doveano
ammazzare Adriano, allorchè era alla caccia; e l'altro, mentr'egli si
trovava impegnato in un sagrifizio. Si può anche dubitare che un tal
fatto accadesse quando Adriano si trovava nelle vicinanze di Roma, e
non già nella Mesia. Ne scrisse Adriano al senato. Pare che queste
persone prendessero la fuga, perchè _Palma_, per ordine del senato, fu
ucciso in Terracina, _Celso_ a Baja, _Negrino_ a Faenza, e _Lucio_ in
viaggio. Protestò dappoi Adriano, non essere accaduta la lor morte di
commessione sua, e lo scrisse anche nella sua vita, libro che più non
esiste. Ma per quanto egli dicesse[875], comune credenza fu, che per
insinuazioni segrete da lui fatte, il senato levasse a sì riguardevoli
soggetti la vita; nè alcuno si sapea persuadere, che persone di tanta
riputazione fossero giunte a meditar simile attentato. Lo stesso
Adriano poi in qualche congiuntura non negò d'aver data la spinta alla
lor morte, con rigettarne poi la colpa del consiglio sopra _Taziano_,
prefetto del pretorio.

Nè fu questa la sola crudeltà usata da Adriano. Altre nobili e potenti
persone credute colpevoli per la suddetta congiura, o per altre
cagioni, ed in altri tempi, perderono la vita d'ordine suo, tuttochè
l'astuto principe, anche con giuramento, attestasse d'essere in ciò
innocente. Così in un altro anno egli fece levare dal mondo
_Apollodoro Damasceno_[876]. Siccome di sopra accennammo, era questi
un architetto mirabile. Avea fabbricato il maraviglioso ponte di
Trajano sul Danubio. Sua fattura parimente furono la superba piazza di
Trajano, l'Odeo ed il Ginnasio in Roma. Un giorno si trovava presente
Adriano, allorchè l'Augusto Trajano ed Apollodoro trattavano di una di
esse fabbriche, e volle anch'egli fare il saccente, come quegli che
credea di sapere di tutto. Rivoltosegli Apollodoro gli disse: _Andate
di grazia a dipingere delle zucche: chè di questo non v'intendete
punto_. Questa ingiuria non si cancellò mai più dal cuor di Adriano, e
fu cagione che mandò poi con de' pretesti quel valentuomo in esilio.
Tuttavia maggior male per questo non gli avrebbe fatto; anzi in
qualche tempo si servì di lui. Avvenne che Adriano fabbricò il tempio
di Venere e di Roma, dove erano le magnifiche statue di queste due
falsamente appellate dee. Per prendersi beffe di Apollodoro ch'era
fuori di Roma, e forse esiliato, gliene mandò il disegno, acciocchè
intendesse che senza di lui si poteano far delle sontuose e belle
fabbriche in Roma; e nello stesso tempo desiderò che dicesse il suo
sentimento, se fosse o no con buona architettura formato quello
edifizio. Rispose Apollodoro, che conveniva fabbricar quel tempio
assai più alto, se avea da fare un'eminente comparsa sopra le alte
fabbriche della Via sacra: ed anche più concavo, a cagion delle
macchine che si pensava di fabbricar ivi segretamente, per introdurle
poi nel teatro. Aggiugneva, che le maestose statue ivi poste non erano
proporzionate alla grandezza del tempio, perchè se le dee avessero
avuto da levarsi in piedi ed uscir fuori, non avrebbono potuto farlo.
All'udir queste osservazioni, e al conoscere l'error commesso senza
poterlo emendare, s'empiè di tanta rabbia e dolore Adriano, che privò
di vita il troppo sincero architetto, degno ben d'altra mercede pel
suo impareggiabil valore. Oh che bestia il signore Adriano! griderà
qui taluno. Ma convien aspettare alquanto, perchè mirandolo in un
altro prospetto fra poco, troveremo in lui tanto di buono da potere
far bella figura fra i regnanti. Non so io ben dire in che luogo
dimorasse Adriano, allorchè succedette la tragedia dei quattro
consolari suddetti uccisi. Ben so ch'egli si trovava fuori di
Roma[877], ed avvisato dalla grave mormorazione che si faceva per la
morte di sì illustri personaggi, e ch'egli s'era tirato addosso l'odio
di tutti, corse frettolosamente a Roma per prevenire i disordini.
Quetò il popolo con dispensargli un doppio congiario. Mentre era
lontano, gli avea anche fatto distribuire tre scudi d'oro per testa.
Nel senato, dopo aver addotte le scuse dell'operato, giurò di nuovo
che non avrebbe mai fatto morire senatore alcuno, se non era giudicato
degno di morte dal senato. Ma sotto i precedenti cattivi Augusti, un
solo lor cenno bastava a far che il senato proferisse la sentenza di
morte contra di chi incorreva nella loro disgrazia. Se non falla
Eusebio[878], in quest'anno ovvero nel seguente, un fiero tremuoto
diroccò la città di Nicomedia, e ne patirono gran danno tutte le città
circonvicine. Adriano generosamente inviò colà grandi somme di danaro
per rifarle.

NOTE:

[867] Julius Capitolinus, in T. Antonino.

[868] Panvinius, in Fast. Consular.

[869] Pagius, in Critic. Baron.

[870] Dio, lib. 69.

[871] Cellar., Geogr.

[872] Euseb., in Chron.

[873] Spartianus, in Vita Hadriani.

[874] Dio, lib. 69.

[875] Dio, lib. 69.

[876] Dio, ibidem.

[877] Spartianus, in Hadriano.

[878] Euseb., in Chron.



    Anno di CRISTO CXXI. Indizione IV.

    SISTO papa 5.
    ADRIANO imperadore 5.

_Consoli_

LUCIO ANNIO VERO per la seconda volta e AURELIO AUGURINO.


Fu _Lucio Annio Vero_ avolo paterno di _Marco Aurelio_ filosofo ed
imperadore, di cui parleremo a suo tempo. Osservossi[879] in tutte le
maniere di vivere d'Adriano Augusto una continua varietà, e una
costante incostanza. Ora crudele, ora tutto clemenza: ora serio e
severo, ora lieto buffone: avaro insieme e liberale: sincero e
simulatore. Amava facilmente, ma facilmente passava dall'amore
all'odio. S'è veduto com'egli trattò l'architetto Apollodoro, e pure
abbiam da Sparziano, che non si vendicò di chi gli era stato nemico,
allorchè menava vita privata. Divenuto imperadore, solamente non
guardava loro addosso. E vedendo uno che più degli altri se gli era
mostrato contrario, disse: _L'hai scappata_. Tutto ciò può essere, se
non che per testimonianza del medesimo storico, _Palma_ e _Celso_
consoli, stati sempre suoi nemici nella vita privata, abbiam veduto
qual fine fecero. In quest'anno gli venne troppo a noia _Celio
Taziano_, che già dicemmo alzato da lui al grado di prefetto del
pretorio, in guisa che, come dimentico di averlo avuto per tutore, e
per gran promotore della sua assunzione al trono, ad altro non pensava
che a levarselo d'attorno. Non poteva sofferire la grand'aria di
potenza che si dava Taziano; e perciò gli corse più volte per mente di
farlo tagliare a pezzi. Se ne astenne, perchè era fresca la memoria
dei quattro consolari uccisi, e l'odio che gliene era provenuto. Ma
con tutto il suo guardarlo di bieco, non otteneva che Taziano
chiedesse di depor quella carica. Gli fece per tanto dire
all'orecchio, che era bene il chiederlo; ed appena ne udì l'istanza,
che conferì la carica di prefetto del pretorio e _Marzio Turbone_,
richiamato dalla Pannonia e Dacia. Creò senatore _Taziano_, dandogli
anche gli ornamenti consolari, e dicendo che non avea cosa più grande
con cui premiarlo. Anche _Simile_, l'altro prefetto del pretorio,
siccome dissi all'anno 118, dimandò il suo congedo. Entrò nel suo
posto _Setticio Claro_. Sì _Turbone_ che _Claro_ erano due personaggi
di raro merito; ma anch'essi provarono col tempo, quanto instabile
fosse l'amore e la grazia di questo imperadore. Per questa mutazion
d'uffiziali parendo oramai ad Adriano d'aver la vita in sicuro, perchè
di loro non si fidava più, andò a sollazzarsi nella Campania, dove
fece del bene a tutte quelle città e terre, ed ammise all'amicizia sua
le persone più degne ch'egli trovò in quel tratto di paese.

Ritornato a Roma Adriano, come se fosse persona privata, interveniva
alle cause agitate davanti ai consoli e ai pretori; compariva ai
conviti de' suoi amici, e se questi cadevano malati, due ed anche tre
volte il giorno andava a visitarli. Nè solamente ciò praticò coi
senatori; si stesero le visite sue anche ai cavalieri romani infermi,
e insino a persone di schiatta libertina, sollevando tutti con buoni
consigli, ed aiutando chiunque si trovava in bisogno. Gran copia
d'essi amici volea sempre alla sua mensa. Alla suocera sua, cioè a
_Matidia_ _Augusta_, nipote di Trajano, compartì ogni possibil onore,
allorchè si faceano i giuochi de' gladiatori, e in altre occorrenze.
Ebbe sempre in sommo onore _Plotina Augusta_, vedova di Trajano, da
cui conosceva l'imperio. E a lei defunta fece un suntuoso scorruccio.
Gran rispetto ancora mostrava ai consoli, sino a ricondurli a casa
terminati ch'erano i giuochi circensi. Anche con la più bassa gente
parlava umanissimamente, detestando i principi che colla loro altura
si privano del contento di mandar via soddisfatte di sè le persone.
Con queste azioni prive di fasto, piene di clemenza[880], si
procacciava l'affetto del pubblico; e lodavasi nel medesimo tempo la
continua sua attenzione al buon governo; la sua magnificenza nelle
fabbriche; la sua provvidenza ne' bisogni occorrenti, e specialmente
nel mantenere l'abbondanza de' viveri al popolo. Assaissimo ancora
piaceva il non esser egli vago di guerre, che d'ordinario costano
troppo ai sudditi. Tanto le abborriva egli, che se ne insorgeva
alcuna, più tosto si studiava di aggiustar le differenze coi
negoziati, che di venir all'armi. Non confiscò mai i beni altrui per
via d'ingiustizie; troppo si pregiava egli di donare il suo ad altri,
non già di far sua la roba altrui. In fatti grande fu la sua
liberalità verso moltissimi senatori e cavalieri; nè aspettava egli
d'essere pregato; bastava che conoscesse i lor bisogni per correre
spontaneamente a sovvenirli. Se gli poteva parlare con libertà, senza
ch'egli se l'avesse a male. Avendogli una donna dimandata giustizia,
rispose di non aver tempo di ascoltarla. _Perchè siete voi dunque
imperadore?_ gridò la donna. Fermossi allora Adriano, con pazienza
l'ascoltò, e la soddisfece. Un di ne' giuochi de' gladiatori al popolo
non piacea quel che si facea, e con importune grida dimandava
all'imperadore, che se ne facesse un altro. Comandò Adriano all'araldo
che gli era vicino, di dire imperiosamente al popolo _che tacesse_,
come solea far Domiziano. Ma l'araldo fatto cenno al popolo di
dovergli dir qualche parola a nome del regnante, altro non disse se
non: _Quel che ora si fa, è di piacere dell'imperadore._ Non si offese
punto Adriano, che l'araldo avesse contro l'ordine suo parlato con tal
mansuetudine al popolo, anzi il lodò d'aver così fatto. Credesi
ch'egli in quest'anno fabbricasse un circo in Roma. Comincia il
Tillemont[881] nell'anno 120 i viaggi di Adriano fuori di Italia; il
Pagi[882] nell'anno 121. Io mi riserbo di parlarne all'anno seguente.

NOTE:

[879] Spartianus, in Hadriano.

[880] Dio, lib. 69.

[881] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[882] Pagius, Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CXXII. Indizione V.

    SISTO papa 6.
    ADRIANO imperadore 6.

_Consoli_

MANIO ACILIO AVIOLA, e CAJO CORNELIO PANSA.


Per accertar gli anni precisi, ne' quali Adriano Augusto imprese ed
eseguì tanti suoi viaggi, non ci ha provveduti la storia di lumi
sufficienti. Nè occorre volgersi alle medaglie, nelle quali veramente
sono accennati questi suoi viaggi, perchè esse non ritengono vestigio
del tempo. L'Occone e il Mezzabarba[883] le han distribuite a tentone
per varii anni, senza poterne addurre il perchè. Sia dunque lecito a
me il tener qui con esso Mezzabarba e col Bianchini[884], che in
quest'anno cominciasse Adriano a viaggiare. Parte per curiosità, e
parte per farsi rinomare, si era egli messo in testa di voler visitare
tutto il vasto imperio romano; cosa non mai fatta da alcuno de'
predecessori. Venne dunque, a mio credere, nell'anno presente per
l'Italia, e passò nella Gallia[885], dove delle sue azioni altro non
si sa, se non che sollevò colla sua liberalità quanti bisognosi a lui
ricorsero. Certo è che questo suo genio ambulatorio tornava in
profitto delle provincie[886] dove egli arrivava; imperocchè a guisa
di un ispettore s'informava co' suoi occhi, e col saggio esame delle
cose, se i magistrati faceano il lor dovere, oppur mancavano alla
giustizia, e quali fossero gli abusi, per rimediare a tutto; nel che
maravigliosa era non meno la di lui attività e provvidenza, che la sua
costanza in degradare o punire in altre forme i delinquenti. Volea
saper tutte le rendite e gli aggravi delle città; visitava tutte le
fortezze, per osservare se erano ben tenute e munite, ordinando che si
provvedesse quel che mancava, distruggendo ciò che non gli piacea, e
comandando, se occorreva, delle fabbriche nuove in altri siti. Dalla
Gallia passò nella Germania romana. A que' confini distribuito stava a
quartiere il maggior nerbo delle milizie romane sempre all'ordine per
opporsi ai Germani non sudditi, i quali più che altra nazione furono
sempre temuti e rispettati dai Romani. Era Adriano, quanto altri mai,
peritissimo dell'arte militare, e sembra ch'egli anche ne componesse
un libro, come altrove ho io accennato[887]. Adunque senza perder
tempo, si applicò alla visita de' luoghi forti, esaminando le
fortificazioni, l'armi, le macchine militari; e come se fosse
imminente la guerra, diede la mostra a tutte quelle legioni, e premiò
e promosse a gradi superiori chi sel meritava; fece far l'esercizio a
tutti. Trovati moltissimi abusi introdotti nella milizia per
trascuratezza dei principi e generali precedenti, si mise al forte,
per rimettere in piedi l'antica disciplina romana fra que' soldati.
Diede ordini bellissimi intorno a varii impieghi degli uffiziali, e
alle spese che si facevano. Levò via dagli alloggiamenti de' soldati
(che erano obbligati ad abitar sotto le tende alla campagna) i
portici, i pergolati, le grotte ed altre delizie. Niuno de' soldati
senza giusta cagione potea uscire del campo. Per divenir centurione
(noi diremmo capitano) bisognava aver buona fama e robustezza di
corpo. Essere non potea tribuno (noi diremmo colonnello) se non chi
era giunto ad una perfetta giovanezza, accompagnata inoltre dalla
prudenza. Lecito non era ai tribuni l'esigere o ricevere alcun dono o
danaro dai soldati. E per conto de' medesimi soldati disaminò
attentamente le loro armi, il lor bagaglio, la loro età, acciocchè
niuno prima degli anni diecisette fosse assunto alla milizia, nè fosse
tenuto a militar più di trenta, se non voleva. Nell'esattezza della
disciplina precedeva egli a tutti, animando col proprio esempio le sue
leggi. Mangiava in pubblico, altro cibo non prendendo che l'usato dai
soldati gregari, cioè lardo, cacio e posca, o sia acqua mischiata
d'aceto. Talvolta armato fece venti miglia a piedi; bene spesso usava
vesti dimesse, non dissomiglianti da quelle de' soldati. L'usbergo suo
era senza oro, le fibbie senza gemme, di avorio solamente il pomo
della spada. Visitava i soldati infermi; disegnava i siti degli
accampamenti; sopra tutto badando che non si comprassero robe inutili,
nè si desse a mangiare a persone oziose. Da questo poco si può
comprendere la saviezza degli antichi Romani nel ben disciplinare la
loro milizia.

Sbrigato della Germania Adriano, si crede che nell'anno stesso, cioè
come io vo congetturando, nel presente passasse alla visita della gran
Bretagna[888]. Quivi ancora trovò molti abusi, e li corresse. Erano i
Romani in possesso di buona parte di quell'isola; ma nel principio del
governo di Trajano vi era stata qualche ribellione o tumulto in quelle
parti. Certo è che la parte settentrionale non ubbidiva all'aquile
romane. Per assicurarsi dunque Adriano dagl'insulti di que' Barbari,
gente feroce e temuta, ordinò che si fabbricasse un muro lungo ottanta
miglia, il qual dividesse i confini romani dalle terre d'essi Barbari.
Credono gli eruditi Inglesi, che questo muro fosse nella provincia del
Northumberland verso il fiume Tin, e che ne restino tuttavia le
vestigia. Ebbe fra le altre cose in uso Adriano di tener delle spie,
non tanto per saper tutto ciò che si faceva in corte, quanto ancora
per indagar tutt'i fatti particolari de' suoi cortigiani ed amici. Al
qual proposito si racconta, che avendo una dama scritto al marito,
lamentandosi dello star egli tanto tempo lontano, e del perdersi nei
bagni ed in altri piaceri: lo seppe Adriano, e venuto quel tale a
prendersi commiato, gli disse ch'era bene l'andare e l'abbandonare
ormai i bagni e i piaceri. Il cavaliere non sapendo di che mezzi si
servisse Adriano per iscoprire i fatti altrui, allora rispose: _L'ha
forse mia moglie scritto anche a voi, siccome ha fatto a me?_ Ora
dovette Adriano essere avvisato da Roma, che _Svetonio Tranquillo_,
autore delle Vite dei dodici primi Cesari, che allora serviva in corte
nel grado di segretario delle lettere, e _Setticio Claro_, prefetto
del pretorio, ed altri, praticavano troppo familiarmente con _Sabina_
sua moglie, non mostrando quella riverenza che si dovea alla casa
dell'imperadore. Di più non vi volle, perchè egli levasse loro le
cariche. Aggiungono, ch'era anche disgustato della stessa Sabina sua
moglie, perchè gli parea donna aspra e schizzinosa: laonde ebbe a
dire, che s'egli fosse stato persona privata, l'avrebbe ripudiata.
Succedette in questi tempi qualche fastidiosa sedizione in Egitto.
Adoravano que' popoli il dio Apis sotto figura di un bue macchiato; e
morendo questo, si cercava un vitello che avesse le medesime macchie.
Dopo molti anni trovato questo dio bestia, gran gara, anzi un
principio di guerra insorse fra le città, pretendendo molte d'esse di
doverlo nutrire nel loro tempio. A questo avviso turbato Adriano,
dalla Bretagna tornò nella Gallia, e venne a Nimes in Provenza, dove
d'ordine suo fu fabbricata una maravigliosa basilica in onore di
Plotina Augusta, già moglie di Trajano. A lui ancora, o pure ad
Antonino, vien attribuita la fabbrica dell'anfiteatro, in parte ancora
sussistente, ed un ponte ed altre antichità di quella città. Di là poi
si portò in Ispagna, e passò il verno in Tarragona.

NOTE:

[883] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[884] Blanchinius, ad Anastasium.

[885] Spartianus, in Hadriano.

[886] Dio, lib. 69.

[887] Antiquit. Italicar., tom. 2, Dissert. 26.

[888] Spartianus, in Hadriano.



    Anno di CRISTO CXXIII. Indizione VI.

    SISTO papa 7.
    ADRIANO imperadore 7.

_Consoli_

QUINTO APRIO PETINO e LUCIO VENULEJO APRONIANO.


I più degl'illustratori de' Fasti consolari danno il nome di _Cajo
Ventidio Aproniano_ al secondo di questi due consoli. Io, fondato
sopra un embrice o mattone, tuttavia esistente nell'insigne museo del
Campidoglio[889], l'ho appellato _Lucio Venulejo_. Ma in un altro
mattone, riferito dal Fabretti[890], egli ha il prenome di _Tito_, e
non già di _Lucio_. Sembra che sotto Nerva s'introducesse l'uso
continuato di poi per molti anni, d'imprimere ne' mattoni, e in altri
materiali di terra cotta, oltre al nome della bottega o sia della
fornace, quello ancora de' consoli per denotar l'anno. Passò Adriano,
siccome già accennai, il verno in Tarragona, dove egl'incontrò un
pericoloso accidente. Mentre egli un dì passeggiava per un giardino,
gli venne incontro furiosamente colla spada nuda un servo del padrone
di quella casa. Adriano bravamente si difese, e fermato il micidiale,
consegnollo alle guardie[891]. Trovossi che il cervello avea data
volta a costui. L'imperadore con esempio di rara moderazione il fece
curar dai medici, nè volle fargli alcun male. In quella città riparò
egli a sue spese il tempio d'Augusto. Ordinò una leva di gente, ma vi
trovò delle difficoltà, tuttavia con tal prudenza e destrezza maneggiò
gli animi di que' popoli, che ottenne l'intento suo. Motivo di stupore
fu, che trovandosi egli in Ispagna, non andasse a visitar la sua
patria Italica. Sappiamo nondimeno che le fece di gran bene; ed Aulo
Gellio[892] cita un discorso da lui fatto in senato, allorchè Italica,
Utica ed altre città che godeano la libertà dei municipii, dimandarono
d'aver delle colonie romane: il che parve strano, essendo migliore la
condizion dei municipii, che quella delle colonie. Qualche torbido
dovette seguire circa questi tempi nella Mauritania, provincia
dell'Africa. Adriano felicemente lo quietò. Deducendosi dalle
medaglie[893], che anche in persona a quella provincia egli si
trasferì, il Tillemont[894] si figura che questo accadesse nell'anno
presente. Ma il Pagi[895] pensa ciò avvenuto più tardi. Dicendo poi
Sparziano[896], che in questi tempi vi fu un principio di guerra coi
Parti, il quale con un abboccamento seguito fra esso Adriano e forse
con Cosroe re di quella nazione, in breve fu posto fine: potrebbe
taluno argomentare, che Adriano passasse dalla Spagna e dalla
Mauritania in Soria. Il salto a me par troppo grande. Si tien
parimente, che egli andasse dipoi ad Atene, dove si fermò per tutto il
verno seguente. Con tal supposizione pare che possa accordarsi l'avere
scritto Eusebio[897], che Adriano, fattagli istanza di nuove leggi dal
popolo ateniese, formò un estratto di quelle di Dracone, Solone ed
altri legislatori, e loro le diede.

NOTE:

[889] Thesaurus Novus Inscription., pag. 321, num. 6.

[890] Fabrettus, Inscription., pag. 509.

[891] Spartian., in Hadriano.

[892] Gellius, lib. 16, cap. 13.

[893] Mediobarbus, Numism. Imper.

[894] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[895] Pagius, in Crit. Baron.

[896] Spartianus, in Hadriano.

[897] Eusebius, in Chron.



    Anno di CRISTO CXXIV. Indizione VII.

    SISTO papa 8.
    ADRIANO imperadore 8.

_Consoli_

MANIO ACILIO GLABRIONE e CAJO BELLICIO TORQUATO.


Perchè si sono smarrite tante antiche storie, e massimamente la vita
di sè stesso scritta da Adriano, noi ci troviamo ora troppo intrigati
a seguitar questo imperadore ne' suoi viaggi, e ci convien solamente
per congetture rapportare a questo ed a quell'anno i suoi passi.
Camminando dunque sul supposto che Adriano soggiornasse nel presente
verno ad Atene, ne sarebbe seguito ciò che scrive Eusebio nella sua
Cronica, cioè, che essendo uscito del suo letto il fiume Cefiso, ed
avendo inondata la città di Eleusi o sia Eleusina, egli fabbricò un
ponte sopra quel fiume, e verisimilmente lo fece arginar con delle
muraglie, in maniera che più non potesse farle di queste burle. Quindi
pare ch'egli si portasse alla visita della Bitinia, Macedonia,
Cappadocia, Cicilia, Frigia, Pamfilia, Licia, Armenia, e d'altri paesi
dell'Asia e dell'isole adiacenti. Ci sono medaglie di tali provincie,
che il nominano lor ristauratore; imperciocchè in niun luogo andava
egli, che non vi lasciasse dei benefizii, con esenzioni e privilegii,
o con fabbriche degne di un par suo. Dione[898] attesta ch'egli
magnificamente aiutò ed abbellì le città da lui visitate, chi con
danari, chi con acquedotti o porti, chi con templi, ed altri pubblici
edifizii, o con accrescimento d'onori. Sotto l'antecedente anno
l'autore della cronica alessandrina[899] scrive che Adriano edificò le
piazze di Nicomedia e di Nicea, e i Crociali, e le mura che guardano
verso la Bitinia. Fabbricò inoltre il tempio di Cizico, e in quella
città selciò di marmi la piazza. Colla stessa generosità in molte
altre illustri città alzò vari templi, e varie statue fece mettere in
essi. Aggiugne lo storico Dione, che nella maggior parte delle città,
dove si lasciò vedere, fabbricò de' teatri, e v'istituì dei
combattimenti annuali. Così dappertutto risuonava la fama e il nome di
Adriano, come di comune benefattore di tutto il romano imperio. Varie
iscrizioni in testimonianza di questo ho anch'io rapportato
altrove[900]. Non è inverisimile, che verso il fine dell'anno egli si
riducesse di nuovo ad Atene, città sopra le altre a lui cara, e quivi
soggiornasse ne' mesi del verno, moltiplicando le grazie verso quella
città. In essa volle anche esser presidente dei pubblici giuochi e
combattimenti. Fu osservato che molti de' Greci portavano dei
coltelli, anche andando ai lor templi. O per ordine o per riverenza di
Adriano niuno osò allora di portarli.

NOTE:

[898] Dio, lib. 69.

[899] Chron. Paschale. Histor. Byzantin.

[900] Thesaurus Novus Inscript., tom. 1.



    Anno di CRISTO CXXV. Indizione VIII.

    SISTO papa 9.
    ADRIANO imperadore 9.

_Consoli_

PUBLIO CORNELIO SCIPIONE ASIATICO, per la seconda volta, e QUINTO
VETTIO AQUILINO.


Camminando noi sul supposto, che Adriano Augusto soggiornasse nel
presente verno in Atene, allora dovette succedere ciò che narra
Sparziano, cioè ch'egli volle intervenire[901] alle sacre feste di
Cerere, che si faceano nella città di Eleusi o sia Eleusina. Rinomati
erano i misteri di que' sacerdoti, cioè i riti e le cerimonie che si
adoperavano nel culto di quella falsa deità, appunto perchè segreti e
non veduti dal popolo. Per grazia pochi si ammettevano alla conoscenza
e participazione di sì fatte superstizioni ed imposture. Adriano, ad
esempio d'Ercole e di Filippo il Macedone, ne volle essere partecipe,
e farsi ascrivere al ruolo di que' divoti. Venne poi da Atene a
visitar le città della Sicilia, ed anche ivi è da credere che con
larga mano spargesse benefizii, dacchè abbiamo una medaglia, in cui
vien appellato Restitutore della Sicilia. Volle quivi visitare il
monte Etna, per vedere la nascita del sole, la quale si dicea che
rappresentava l'arco baleno. Dopo tante girate finalmente si restituì
a Roma.

NOTE:

[901] Spartianus, in Hadriano.



    Anno di CRISTO CXXVI. Indizione IX.

    SISTO papa 10.
    ADRIANO imperadore 10.

_Consoli_

MARCO ANNIO VERO per la terza volta, ed EGGIO AMBIBULO.


Il primo de' consoli _Annio Vero_, sappiam di certo che fu avolo
paterno di _Marco Aurelio_ imperadore; non così certo è il suo prenome
di Marco. Ho io appellato il secondo _Eggio Ambibulo_, fondato sopra
un'iscrizione da me rapportata altrove[902], ed esistente nel Museo
Capitolino. Credette il cardinal Noris[903], ch'egli portasse i nomi
di _Lucio Vario Ambibulo_, adducendone per prova due iscrizioni
riferite dal Reinesio. Ma i marmi reinesiani non dicono che quel
_Lucio Vario Ambibulo_ fosse console, e perciò nulla si oppongono al
marmo da me sopra citato. Il padre Pagi[904] pieno della idea de'
quinquennali, decennali, quindecennali, ec. degl'imperadori, de' quali
sì spesso favella, pretende che il motivo d'Adriano per tornare a
Roma, fosse affin di celebrare in quest'anno le feste che si usavano,
allorchè gli Augusti compievano il decimo anno del loro imperio.
Eusebio[905], con cui vanno concordi l'autore della cronica
alessandrina, e Paolo Orosio, scrive che nel presente anno dal senato
romano fu conferito ad Adriano il titolo di _Padre della Patria_, e a
_Giulia_ Sabina sua moglie quello di _Augusta_. Ma che ciò succedesse
in quest'anno, si può giustamente dubitarne, trovandosi
iscrizioni[906] e medaglie[907], nelle quali prima di questi tempi
Adriano si vede intitolato _Padre della Patria_. Abbiamo poi da
Sparziano[908] che continuando questo imperadore nel desiderio di
visitar tutte le provincie dell'imperio, dopo essersi fermato qualche
tempo in Roma, passò in Africa, dove non men si fece conoscere
liberale di grazie e di benefizii verso quelle città, che fosse stato
verso le altre di sopra menzionate. Veggonsi medaglie[909], nelle
quali è appellato Ristoratore dell'Africa, della Mauritania, della
Libia. Terminata poi la visita di quelle provincie, tornò a Roma, per
quivi soggiornare nel verno.

NOTE:

[902] Thesaurus Novus Inscript., p. 323, n. 2.

[903] Noris, Espistol. Consular.

[904] Pagius, Critic. Baron.

[905] Eusebius, in Cron.

[906] Gruterus, Thesaur. Inscript.

[907] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[908] Spartianus, in Hadriano.

[909] Mediobarbus, in Numismat. Imp.



    Anno di CRISTO CXXVII. Indizione X.

    TELESFORO papa 1.
    ADRIANO imperadore 11.

_Consoli_

TIZIANO e GALLICANO.


Finora non si sono scoperti in sicure memorie i prenomi e i nomi di
questi consoli. Assai fu in uso de' Romani il distinguere le persone
nobili, una dall'altra coll'ultimo lor cognome, o sia soprannome.
Questo solo dovea bastare per intendere chi fosse l'uno e l'altro de'
consoli. Opinione poi fondata è, che in quest'anno succedesse il
glorioso martirio di _san Sisto_ papa, in cui luogo nella cattedra di
san Pietro fu sustituito _Telesforo_. Quanto tempo si fermasse in Roma
Adriano, non si sa. Sembra bensì credibile, che ogni qualvolta egli
tornava a Roma, rallegrasse il popolo con un congiario, e con altre
fogge di regali. Le medaglie[910] ci hanno conservata la memoria di
varie _Liberalità_ di Adriano, e ne contano fin sette. Secondochè
scrive Sparziano[911], si rimise poi in viaggio il non mai stanco
Augusto, per visitare un'altra volta la Grecia e l'Asia,
verisimilmente bramoso di conoscere, se le fabbriche già da lui
ordinate in varie città, fossero compiute. Tali trovò quelle che egli
avea disegnato in Atene, e celebrò la festa della lor dedicazione. Fra
gli altri suntuosi edifizii, ch'egli fece fabbricare in Atene, si
contò quello di Giove Olimpio, il quale sembra, siccome dirò, compiuto
solamente nell'anno 134. In alcune iscrizioni[912] da me date alla
luce, egli è chiamato _Adriano Olimpio_. Sembra ancora che
l'adulazione greca arrivasse a dare a lui il titolo di _Giove
Olimpio_: il che, se fosse, sarebbe da cercare chi più meritasse il
nome di pazzo, o chi lo dava o chi lo riceveva. Oltre a ciò si osserva
nelle iscrizioni suddette, che dimorando Adriano in Atene, varie città
gli spedirono ambasciatori, per rallegrarsi del di lui felice ritorno
in quelle parti. Pare anche verisimile, ch'egli innamorato di Atene,
si fermasse ivi tutto il seguente verno. Troppo si compiaceva egli di
trovarsi tra i filosofi e le persone letterate. Di queste tuttavia era
doviziosa la scuola d'Atene; e sopra gli altri furono in gran credito
alla corte di Adriano _Epitteto_, insigne filosofo stoico, di cui ci
restano il manuale, operetta aurea, e molti suoi documenti nel libro
di Arriano suo discepolo; e _Favorino_ sofista, o sia oratore,
dottissimo tanto nella latina che nella greca lingua, di cui molto
parla Aulo Gellio[913]. Di lui si racconta[914] che avendogli un
giorno Adriano, principe uso di fare l'arcifanfano nelle lettere,
riprovata una parola, adoperata da esso oratore in qualche scritto,
dopo breve contrasto Favorino gliela diede vinta. Rimproverandolo
poscia di codardia gli amici suoi, perchè quella era parola buona,
autenticata dall'uso fattone da alcuni accreditati scrittori, egli
saporitamente ridendo, loro rispose: _Trattandosi di uno che ha trenta
legioni al suo comando, non volete voi ch'io il creda più dotto di
me?_ Ma cadde egli in fine dalla grazia di Adriano, perchè non sapea
questo capriccioso e volubile Augusto sofferir lungamente chi potea
far ombra al preteso suo universal sapere. E se n'avvide Favorino,
allorchè fu per trattare una sua causa davanti a lui, pretendendo
l'esenzione dal sostenere le cariche della sua patria Arles nella
Gallia. Conobbe assai, che Adriano era per dargli la sentenza contro;
e però quando si credea ch'egli venuto al contradditorio perorasse per
la sua pretensione, altro non disse, se non che apparitogli la notte
in sogno il suo maestro (forse Dione Grisostomo) l'avea esortato a non
lasciarsi increscere di far quello che faceano gli altri suoi
concittadini. Aveano gli Ateniesi eretta a quel filosofo una statua.
Inteso ch'egli era decaduto dal favore di Adriano, corsero ad
abbatterla[915]. Ne fu portata la nuova a Favorino, ed egli senza
punto scomporsi, rispose: _Avrebbe ben voluto Socrate essere trattato
dagli Ateniesi a così buon mercato._ Anche _Dionisio da Mileto_,
eccellente sofista, godè un tempo della grazia di Adriano; ma perchè
un giorno gli scappò detto ad Eliodoro segretario delle lettere di
esso imperadore; _Cesare ti può ben caricar di onori e di ricchezze,
ma non ti può far divenire oratore_, Adriano l'ebbe da lì innanzi in
odio. Per altro questo imperadore, siccome ho detto di sopra,
s'intendeva di tutte le arti e scienze, e lasciò scritti vari libri,
di dicitura per lo più scura ed affettata, ed uno massimamente della
sua vita. Ma usava di pubblicarli sotto nome de' suoi liberti, uno de'
quali fu _Flegonte_, di cui tuttavia resta un'operetta degli
Avvenimenti maravigliosi, e che compose molti altri libri.

NOTE:

[910] Idem, ibid.

[911] Spartianus, in Hadriano.

[912] Thesaurus Novus Inscript., p. 235.

[913] Spartianus, in Hadriano.

[914] Aulus Gellius, Noct. Attic.

[915] Philostratus, in Sophistis.



    Anno di CRISTO CXXVIII. Indizione XI>.
    TELESFORO papa 2.
    ADRIANO imperadore 12.

_Consoli_

LUCIO NONIO ASPRENATE TORQUATO per la seconda volta, e MARCO ANNIO
LIBONE.


Fu quest'_Annio Libone_ zio paterno di _Marco Aurelio_, poscia
imperadore, come si ricava da Giulio Capitolino[916]. Seguitando
quella poca traccia che dei viaggi di Adriano ci ha lasciato
Sparziano[917], possiam credere ch'esso Augusto nell'anno presente da
Atene ripassasse nell'Asia, per osservare se ivi ancora erano stati
eseguiti gli ordini suoi, e perfezionate le fabbriche e i lavori da
lui nel primo suo viaggio disegnati. In fatti vi fece la consecrazione
di molti templi, appellati di Adriano. Andò nella Cappadocia, e quivi
raunò gran copia di servi o sia schiavi per servigio delle armate, e
non già per farli soldati. A tutti i re e principi barbari di quelle
vicinanze fece sapere il suo arrivo, per confermar la buona amicizia
con tutti. Molti di essi vennero ad attestargli il loro ossequio, e
Adriano li trattò e regalò così generosamente, che si trovarono ben
pentiti coloro i quali ebbero difficoltà di venire ad inchinarlo. Più
degli altri se ne pentì _Farasmane_, probabilmente re dell'Iberia, che
con insolente alterigia avea ricusato di comparire davanti a lui.
Tuttavia Sparziano più di sotto scrive, che Adriano fece dei gran
donativi a molti di quei re, comperando la pace dalla maggior parte di
essi; ma verso niuno fu così liberale, come verso il re dell'Iberia,
al quale, oltre ad altri magnifici regali, donò un lionfante e una
coorte di cinquecento uomini d'armi. _Farasmane_ anch'egli dal canto
suo gl'inviò de' superbi donativi, e fra essi delle vesti di tela
d'oro. Ma Adriano, per deridere i di lui regali, ordinò che trecento
uomini condannati a morte andassero a combattere nell'anfiteatro,
vestiti di tela d'oro. Invitò anche _Cosroe re de' Parti_, con
rimandargli la figliuola, già presa da Trajano, e con promettergli la
restituzione del trono d'oro, ma senza mantenergli poi la parola. Era
la vanità principal compagna di Adriano in tutti questi viaggi.
Abbiamo da Arriano[918], che questo imperadore diede dei re ai popoli
de' Lazii, degli Abasgi, de' Sanigi e degli Zughi, tutti situati verso
le parti del mar Nero. Continuando egli poscia a girar per le
provincie romane, poste nell'Asia, quanti uffiziali ritrovò che si
erano abusati delle loro autorità in pregiudizio de' popoli,
severamente li gastigò, e a molti tolse la vita. Venuto nella Soria,
ebbe sopra tutto in odio il popolo di Antiochia, senza che ne
apparisca il motivo: di modo che pensò di separar la Fenicia dalla
Soria, acciocchè Antiochia non fosse in avvenire capo di tanto paese.
E che in fatti la separasse, e ch'egli veramente venisse in quest'anno
nella Soria, lo prova il padre Pagi[919] colle antiche medaglie. Certo
è, che gli Antiocheni si pregiavano di una lingua tagliente. Forse li
guardò di mal occhio per questo. Volle poi visitare il monte Casio,
dove situato era un rinomato tempio di Giove, e salì colà di notte,
per veder la mattina nascere il sole; ma insorse un temporale, la cui
pioggia il bagnò, e un fulmine cadde sopra la vittima, mentre egli
preparava il sagrifizio. Passò in appresso Adriano dalla Soria
nell'Egitto.

NOTE:

[916] Capitolinus, in Marco Aurelio

[917] Spartianus, in Hadriano.

[918] Arrianus, de Pont.

[919] Pagius, in Critic. Baron.



    Anno di CRISTO CXXIX. Indizione XII.

    TELESFORO papa 3.
    ADRIANO imperadore 13.

_Consoli_

QUINTO GIULIO BALBO e PUBLIO GIUVENZIO CELSO per la seconda volta.


_Celso_ fu un insigne giurisconsulto di questi tempi. Ad essi ordinari
consoli furono sostituiti _Cajo Nerasio Marcello_ e _Gneo Lollio
Gallo_, siccome osservò il Panvinio[920], con produrre un'iscrizione
antica. Un'altra data alla luce dal canonico Gorio[921], ci fa vedere
consoli insieme _Giuvenzio per la seconda volta, e Marcello_ anch'esso
_per la seconda_: laonde si può dubitare che _Balbo_ fosse mancato di
vita prima di compiere i mesi del suo consolato, o ch'egli prima del
collega scendesse. Scrisse Sparziano[922] che essendo stato Adriano
tre volte console promosse molti altri al terzo consolato, ed infiniti
al secondo; il che sembra da lui detto con troppa esagerazione. Che
nell'anno precedente venisse Adriano nell'Egitto, e viaggiasse nel
presente infaticabilmente per quei paesi, lo provò il padre Pagi[923]
colle medaglie battute da varie città egiziane nell'anno 11 di esso
Adriano. Ora in quest'anno egli fece il viaggio per l'Arabia, e di là
tornò a Pelusio, dove fece con maggior magnificenza rifare il sepolcro
di Pompeo il Grande. Mentr'egli navigava pel Nilo, perdè _Antinoo_,
giovinetto nato in Bitinia, di rara bellezza, suo gran favorito, ma
come si credeva per motivi degni della detestazione di tutti. Nella
cronica di Eusebio appunto sotto quest'anno è riferita la di lui
morte. Fece correre voce Adriano, che Antinoo caduto nel Nilo si fosse
affogato. Ma per testimonianza di Sparziano[924] e di Dione[925],
opinion comune fu che Antinoo offerisse ai falsi dii la volontaria sua
morte, per soddisfare a una bestial curiosità o empia superstizione di
Adriano, il quale vago della magia, o credulo alle imposture del
gentilesimo[926], si figurò di prolungar la sua vita coll'iniquo
sacrifizio di questo giovine; oppure, come pensò il Salmasio, volle
cercar nelle viscere di lui l'augurio dei fatti avvenire. Comunque
sia, certo è, per attestato di Sparziano, che Adriano pianse la morte
di Antinoo, come fan le donnicciuole; poscia per consolar sè stesso, e
ricompensare il defunto giovinetto, il fece deificare dai Greci; pazza
e ridicola risoluzione, per tale riconosciuta anche dagli stessi
Gentili, ma specialmente dai Cristiani d'allora, che si servirono di
questa empia buffonata per maggiormente screditare la stolta religion
de' Pagani, come si può vedere ne' libri di san Giustino, di
Tertulliano, di Origene e d'altri difensori della santa religione di
Cristo. Ma che non sa far l'adulazione? Per guadagnarsi merito con
Adriano, i popoli accettarono questo novello dio, gli alzarono statue
per tutto l'imperio romano; più templi furono fabbricati in onore di
lui, con sacerdoti apposta, i quali incominciarono anche a fingere
ch'egli dava le risposte come un oracolo. E gli strologhi, osservata
in cielo una nuova stella, non ebbero vergogna di dire che quell'era
Antinoo trasportato in cielo. Lo stesso Adriano, con dire di vederlo
colà, dava occasion di ridere alla gente savia. Fece egli dipoi
fabbricare una città nel luogo dove morì, e fu seppellito Antinoo,
alla quale pose il nome di Antinopoli, di cui poche vestigia oggidì
restano nell'Egitto.

NOTE:

[920] Panvinius, in Fastis Consul.

[921] Gorius, in Inscript. Etrur.

[922] Spartianus, in Hadriano.

[923] Pagius, in Critic. Baron.

[924] Spartianus, in Hadriano.

[925] Dio, lib. 69.

[926] Aurelius, in Epitome.



    Anno di CRISTO CXXX. Indizione XIII.

    TELESFORO papa 4.
    ADRIANO imperadore 14.

_Consoli_

QUINTO FABIO CATULLINO e MARCO FLAVIO ASPRO.


Non è inverisimile che Adriano stoltamente impegnato ad eternar la
memoria del suo Antinoo, passasse il verno di quest'anno nell'Egitto.
Siccome egli stendeva il guardo a tutte le provincie del romano
imperio per beneficarle, così non avea lasciato indietro la Giudea. Ha
creduto il padre Petavio[927], ch'egli in quest'anno e non prima
rifabbricasse l'abbattuta città di Gerusalemme, e le desse il nome suo
proprio, chiamandola Elia Capitolina, deducendolo da Sparziano, che
nulla dice di questo. Solamente scrive egli[928], che trovandosi
Adriano in Antiochia (probabilmente, siccome abbiam supposto,
nell'anno 128) i Giudei si sollevarono per cagion di un editto, in cui
veniva loro vietato il castrarsi; il che, per quanto si può credere,
vuol dire che loro fu proibita la circoncisione. Non potendo essi
sofferire un divieto cotanto opposto alla lor legge, si mossero a
ribellione. Abbiamo all'incontro da Dione[929], che Adriano fatta
fabbricare Gerusalemme, e mutatole il nome, nel luogo, dove dinanzi
era il tempio dedicato al vero Dio, ne edificò uno in onore di Giove,
e pose in quella città una colonia di gentili romani. Perderono la
pazienza i Giudei al vedere in casa loro venir a piantare una stabile
abitazione gente straniera, e in faccia loro alzato un tempio
all'idolatria; e però non seppero contenersi da' movimenti di
ribellione. Ma finchè Adriano Augusto si fermò in quelle vicinanze,
cioè nell'Egitto e nella Soria, non ardirono di venire all'armi, ed
attesero a covar l'ira loro, aspettando tempo più opportuno per dar
fuoco alla mina. Il padre Pagi, che crede riedificata Gerusalemme
nell'anno 119, differisce sino all'anno 155 la nuova nominazion di
Gerusalemme, e non va certo d'accordo con Dione. Santo Epifanio[930]
scrive, che Adriano passò nella Palestina, e visitò quel paese, dopo
essere stato nell'Egitto. Nulla è più verisimile, che andando egli
dalla Soria in Egitto, oppur nel ritorno, visitasse quella provincia.
Ci ha conservata Vopisco[931] nella vita di Saturnino una lettera,
scritta da Adriano a _Serviano_ suo cognato, nell'anno 134, in cui
descrive i costumi degli Egiziani, come aveva egli stesso osservato,
allorchè fu in quelle contrade, cioè dipinge il popolo specialmente di
Alessandria, come gente volubile, inquieta, pronta sempre alle
sedizioni e alle ingiurie. Se vogliamo prestar fede a lui, i _Gentili
vi adoravano Cristo, i Cristiani vi adoravano Serapide, essendo amanti
solo di novità. Non vi era Giudeo, Samaritano, Cristiano, che non
attendesse alla strologia, agli augurii_: benchè il Salmasio stimi
doversi altrimente spiegar quelle parole: _I Cristiani, i Giudei, i
Gentili non vi conoscevano che un Dio_, probabilmente l'interesse.
_Alessandria era piena di popolo, di ricchezze; niuno vi stava in
ozio; si facevano lavorare fino i ciechi, e quei che pativano di
podagra e chiragra. Loro aveva Adriano confermati gli antichi
privilegii, aggiuntine de' nuovi. Tuttavia appena fu egli partito, che
dissero un mondo di male di lui e dei suoi più cari_. Così Adriano. Ma
che i Giudei e i Cristiani tutti adorassero Serapide, e che fossero
tutti gente superstiziosa e cattiva, non siam tenuti a stare al
giudizio di un Adriano gentile. Di qua bensì intendiamo, quanto in
quella città fosse cresciuto il numero de' Cristiani, e che Adriano li
lasciava vivere in pace. Scrive poi Lampridio[932], aver avuto in
animo questo imperadore di ricevere _Cristo Signor nostro per Dio_, al
qual fine avea fabbricati molti templi senza statue. Ma il Casaubono e
il Pagi credono ciò una diceria popolare. Nè questo s'accorda col
dirsi da Sparziano[933], che Adriano gran diligenza e zelo mostrò per
le cose sacre di Roma, e sprezzò le forestiere.

NOTE:

[927] Petavius, in Chronol.

[928] Spart., in Hadriano.

[929] Dio, lib. 69.

[930] Epiphanius, de Mensuris.

[931] Vopiscus, in Saturn.

[932] Lampridius, in Alexandro Severo.

[933] Spartianus, in Vita Hadriani.



    Anno di CRISTO CXXXI. Indizione XIV.

    TELESFORO papa 5.
    ADRIANO imperadore 15.

_Consoli_

SERVIO OTTAVIO LENATE PONZIANO e MARCO ANTONIO RUFINO.


In un'iscrizione riferita dal Grutero[934] il secondo console vien
chiamato _Annio Rufino_. Quello è un errore. _Antonio Rufino_ ho io
trovato in più di un'antica copia di quel marmo. Secondo la Cronica
d'Eusebio, fu circa questi tempi compiuta in Roma, per ordine di
Adriano, la fabbrica del tempio di Venere e di Roma, e se ne fece la
dedicazione. Era questo uno de' più sontuosi edifizii dell'augusta
città, per la gran quantità e bellezza dei marmi, coi quali era
fabbricato o incrostato, e col tetto coperto di tegole di bronzo, che
poi servirono, a' tempi di Onorio I per coprire la basilica di san
Pietro. Altri riferiscono all'anno seguente la dedicazione del tempio
suddetto, che fu la morte dell'architetto _Apollodoro_, come di sopra
accennai all'anno 120. Per attestato ancora del medesimo Eusebio[935]
fu pubblicato in quest'anno l'editto perpetuo, composto dall'insigne
giurisconsulto _Salvio Giuliano_, che fu uno de' principali
consiglieri di Adriano. Imperciocchè[936] questo imperadore ebbe il
lodevol costume, allorchè andava a giudicare e a decidere le
controversie, di avere per assistenti non solamente i suoi amici e
cortigiani, ma anche i migliori giurisconsulti, approvati prima dal
senato; ed egli principalmente si serviva del suddetto _Salvio
Giuliano_, di _Giulio Celso_ e di _Nerazio Prisco_. Gran diversità era
allora nei giudizii per le provincie; chi decideva a una maniera e chi
all'altra. Adriano, affinchè si camminasse con uniformità dappertutto,
volle che Giuliano formasse una raccolta di leggi ed editti, creduta
bastevole a terminar con giustizia tutte le cause. Di questo editto
perpetuo si veggono raccolti i frammenti nell'edizion dei Digesti
fatta da Dionisio Gotofredo. Le apparenze sono, che Adriano
abbandonasse in quest'anno l'Egitto, e passando per la Soria e per
l'Asia, tornasse alla sua diletta città di Atene, dove, per
testimonianza di Eusebio, egli stette tutto il verno seguente. Giacchè
non abbiamo storico migliore, che ci somministri un buon filo per
seguitare i passi di questo imperadore, non è temerità l'attenersi ad
Eusebio.

NOTE:

[934] Gruterus, Thesaurus Inscription., p. 337.

[935] Euseb., in Chron.

[936] Spartianus, in vita Hadriani.



    Anno di CRISTO CXXXII. Indizione XV.

    TELESFORO papa 6.
    ADRIANO imperadore 16.

_Consoli_

SENTIO AUGURINO ed ARRIO SEVERIANO per la seconda volta.


Non _Severiano_, ma _Sergiano_ è chiamato in vari Fasti il secondo di
questi consoli, e però resta indecisa la lite intorno al di lui vero
cognome. Dimorò[937] Adriano tutto questo verno, e forse il resto
dell'anno presente, in Atene, dove celebrò i suoi quindecennali, cioè
l'anno quindicesimo compiuto del suo imperio[938]. Per attestato di
Eusebio, tornò a visitar le misteriose imposture di Cerere Eleusina;
compiè molte fabbriche in Atene; vi fece de' suntuosi giuochi, fra'
quali una caccia di mille fiere. Sopra tutto quivi formò una
biblioteca delle più copiose e belle che fossero nell'universo. Per
tutto il tempo che si fermò Adriano[939] nelle vicinanze della Giudea,
cioè nella Soria e in Egitto, i Giudei, benchè pieni di rabbia a
cagione del tempio di Giove fabbricato in Gerusalemme, si tenner per
paura quieti. Ma intanto andavano disponendo tutto per ribellarsi a
suo tempo. Fecero preparamenti d'armi, fortificarono vari siti,
formarono cammini sotterranei per ricoverarvisi in caso di bisogno; e
sopra tutto spedirono segreti messi per le varie città dell'imperio,
acciocchè quei della lor nazione accorressero in lor aiuto, o
formassero delle sedizioni. Nè lasciarono di commuovere anche altre
nazioni a prendere l'armi, facendo loro sperare non pochi vantaggi e
guadagni. Dacchè dunque videro Adriano molto allontanato dalle loro
contrade, cominciarono apertamente a non voler ubbidire ai magistrati
romani; ma non osando di venire a combattimenti, attendevano solamente
a premunirsi contro la forza de' Romani. Però Eusebio mette all'anno
presente il principio di questa guerra.

NOTE:

[937] Euseb., in Chron.

[938] Blanchinius, in Anastasium.

[939] Dio, lib. 69.



    Anno di CRISTO CXXXIII. Indizione I.

    TELESFORO papa 7.
    ADRIANO imperadore 17.

_Consoli_

MARCO ANTONIO IBERO e NUMMIO SISENA.


Un'iscrizione rapportata dal Doni[940] ci ha scoperto il prenome del
console Ibero. Dove soggiornasse Adriano nell'anno presente, io nol so
dire. Che fosse ritornato a Roma, non apparisce da alcuna memoria. Il
dire col Tillemont[941], ch'egli fu in questi tempi in Egitto e
nell'anno seguente nella Soria, non si accorda con Dione[942], che fa
ribellati i Giudei, dappoichè Adriano si fu ben allontanato dai lor
paesi: il che dovette succedere nell'anno precedente. Ma o fosse egli
tuttavia in Atene, come io vo' sospettando, o fosse ripassato in Asia,
si può credere che egli non istesse fermo in un sol luogo: tanta era
la sua vaghezza di viaggiare, e di acquistarsi credito colle sue
maniere popolari fra tutt'i popoli. Abbiamo da Sparziano[943], ch'egli
in Atene volle essere uno degli Arconti. Nella Toscana, benchè
divenuto imperadore, esercitò la pretura; e per le città del Lazio si
compiacque degli uffizii municipali di Dittatore, Edile e Duumviro. In
Napoli volle essere Demarco, o capo del popolo; in Italica, sua
patria, in Ispagna, quinquennale; e in Adria, da cui ebbero origine i
suoi maggiori, ebbe il medesimo uffizio di quinquennale. A tutta prima
non fecero i magistrati romani[944] gran caso dei movimenti degli
Ebrei; ma dappoichè si avvidero che si accendeva il fuoco per tutta la
Giudea, e che per l'altre parti dell'imperio romano la nazion giudaica
facea delle adunanze, delle minacce e peggio ancora: Adriano pensò
allora daddovero a reprimere il loro ardire e disegno. Perciò spedì
rinforzi di gente a _Tenio Rufo_, governatore della Giudea, ed ordinò
che i migliori suoi generali passassero in quelle parti. Uno di questi
fu _Giulio Severo_. Abbiamo da Eusebio[945], che i Giudei aveano
saccheggiata la Palestina. Lor capitano era un certo Cochebas o
Barcochebas, uomo sommamente crudele. Fece costui quanto potè per
indurre i Cristiani a prendere anch'essi l'armi contra de' Romani; ma
i cristiani istruiti dalla lor santa legge, che s'ha da osservare la
fedeltà anche ai principi cattivi, non ne vollero far altro; e però lo
spietato Giudeo non solamente contra de' Romani, ma anche contra di
quanti cristiani gli caddero nelle mani, andò sfogando il suo sdegno,
con fargli aspramente tormentare e morire. Ma sopraggiunti gli
eserciti romani, poco potè far fronte alla superiore lor forza.

NOTE:

[940] Donius, Inscription. Antiquar.

[941] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[942] Dio, lib. 69.

[943] Spartianus, in Vita Hadriani.

[944] Dio, lib. 69.

[945] Eusebius, in Chron.



    Anno di CRISTO CXXXIV. Indizione II.

    TELESFORO papa 8.
    ADRIANO imperadore 18.

_Consoli_

CAJO GIULIO SERVIANO per la terza volta, e CAJO VIBIO VARO.


_Serviano_ console ordinario dell'anno presente era il cognato di
Adriano, perchè marito di _Paolina_, sorella di lui. Però a quest'anno
appartiene la lettera, che di sopra all'anno 230 dicemmo a lui scritta
da Adriano intorno ai costumi degli Alessandrini ed Egiziani, e a noi
conservata da Vopisco[946]. Fa conoscere quella lettera, che Adriano
era stato in Egitto, e tuttavia dimorava ne' primi mesi di quest'anno
lungi da Roma. Non è improbabile ch'egli andasse visitando le città e
le isole della Grecia. Avea nel precedente anno cominciata _Giulio
Severo_ la guerra contro ai Giudei; nel presente la terminò, se
sussiste la cronologia di Eusebio[947], che ne riferisce il fine sotto
quest'anno. Così gran fatti ne racconta Dione[948], che parrebbe non
essersi potuto smorzar quell'incendio in poco tempo. Scrive egli
adunque, che Giulio Severo, valoroso ed accorto generale di Adriano,
non si attentò mai di venire con quella gente disperata, ed ascendente
ad un numero eccessivo, ad una battaglia campale. Ma assalendoli in
corpi separati, impedendo loro i viveri, e rinserrandoli a poco a
poco, e senza azzardare, ne fece un terribil macello, sì fattamente,
che pochissimi salvarono la vita. È da credere ch'egli non la
perdonasse nè pure alle donne, a' fanciulli e ai vecchi; imperocchè vi
perirono, se dobbiamo stare in ciò all'asserzione di quello storico,
cinquecento ottantamila persone di nazione giudaica, tagliate a pezzi,
senza contare i morti di fame, fuoco e malattia, che fu una
moltitudine incredibile. Cinquanta buone loro fortezze vennero in
poter de' Romani: e novecento ottantacinque belle terre, castella e
borghi furono tutti spianati, di modo che quasi tutta la Palestina
rimase un paese deserto. Costò nondimeno assai caro anche ai Romani
quella impresa, perchè ve ne perirono parecchie migliaia; e perciò in
occasione che Adriano scrivendo al senato in questi tempi (segno
ch'egli era lungi da Roma) non si servì dell'usato esordio secondo il
formolario, cioè di quelle parole: _Se voi e i vostri figliuoli siete
sani, me ne rallegro. Quanto a me e all'esercito, noi siam tutti
sani._ Terminata secondo i giusti giudizii di Dio questa gran rovina
del popolo giudaico[949], Adriano pubblicò un editto, che sotto pena
della vita niun Giudeo potesse più entrare in Gerusalemme, e nè pure
appressarvisi. Ma non si mantenne questo gran rigore sotto i
susseguenti Augusti. Diede lo stesso Adriano in ricompensa del buon
servigio a _Giulio Severo_ il governo della Bitinia, esercitato poscia
da lui con tal giustizia, prudenza e nobil contegno, e con sì fatta
cura non men de' pubblici che de' privati affari di quel paese, che
Dione, nativo di lì, attesta essere stata anche ai suoi dì in
venerazione la di lui memoria. Insorse poco appresso un altro torbido
in Levante, perchè gli Alani, appellati anche Massageti, mossi da
_Farasmane re_ loro, diedero il sacco alla Media e all'Armenia,
scorrendo fin sulle terre della Cappadocia, dove era governatore
_Flavio Arriano_, forse quel medesimo, di cui ci restano alcuni libri.
I regali fatti da _Vologeso_ (probabilmente re dell'Armenia) a que'
Barbari, e la paura dell'esercito romano raunato da Arriano, fecero da
lì a non molto cessare le loro ostilità e i saccheggi. Si può ricavar
da Dione, che in questi tempi l'Augusto Adriano stanziasse in Atene,
dove dedicò il tempio di Giove Olimpico, in cui fu anche posto la
statua di lui col suo altare, e un drago fatto venire dall'India.
Solennizzò ivi Adriano con gran magnificenza le feste di Bacco, e vi
fece la sua comparsa, vestito in abito di Arconte. Diede inoltre
licenza ai Greci adulatori di fabbricar in quella città a nome di
tutta la Grecia un tempio alla sua persona, come ad un dio; e per far
onore a questo insigne edifizio, istituì de' combattimenti e giuochi,
e donò agli Ateniesi non solo una grossa somma di danaro e del grano,
ma anche l'isola di Cefalonia. In somma di tante beneficenze colmò
egli Atene, che quasi divenne essa una città nuova. Il che fatto,
finalmente abbandonò quel caro paese, e se ne ritornò in Italia nel
presente anno, o almeno nei primi mesi del seguente.

NOTE:

[946] Vopisc., in Saturn.

[947] Euseb., in Chron. et lib. 4, cap. 6 Historiae Ecclesiasticae.

[948] Dio, lib. 69.

[949] Euseb., lib. 4, cap. 6 Histor. Hieronymus in Isaiam, cap. 6.



    Anno di CRISTO CXXXV. Indizione III.

    TELESFORO papa 9.
    ADRIANO imperadore 19.

_Consoli_

PONZIANO ed ATILIANO.


Il prenome e nome di questi consoli non si sono finora scoperti; v'ha
chi in vece di _Atiliano_ scrive _Atelano_. Da un'iscrizione atletica,
che si legge presso il Grutero e presso il Falconieri, ricavò il padre
Pagi[950], che Adriano Augusto prima del dì 3 di maggio era ritornato
a Roma, perchè un suo rescritto dato in quel giorno e nella stessa
città, appartiene alla di lui _Podestà Tribunizia XVIII_ corrente
allora. Rallegrò tosto il popolo con degli spettacoli. Nel corso delle
carrette si acquistò gran plauso uno di quei cocchieri, servo di
qualche nobile romano[951]. Il popolo con alte grida fece istanza
all'imperadore che gli desse la libertà. Addano in iscritto rispose,
_non essere cosa decente per li Romani il dimandare, che l'imperadore
dia la libertà ad un servo altrui, o forzi il padrone a dargliela_.
Ripigliò Adriano in Roma le sue solite maniere di vivere. Fra gli
altri suoi usi, andava spesso ai pubblici bagni, e si lavava con gli
altri del popolo[952]. Gli venne un dì osservato un veterano, molto
ben noto a lui, che fregava la schiena e le altre parti del corpo ai
marmi del bagno. Gliene dimandò il perchè: _Perchè non ho un servo,
rispose il soldato, che mi possa fregare._ Adriano gliene donò alcuni,
ed anche le spese in vita. Risaputosi ciò, l'altro dì vennero molti
vecchi a far lo stesso, sperando un egual trattamento. Ordinò Adriano
che si fregassero l'un l'altro. Fece molti buoni ordini. Che non fosse
lecito ai senatori il prendere nè direttamente nè indirettamente
appalto alcuno di gabelle. Che fosse vietato ai padroni l'uccidere i
loro servi, cioè gli schiavi (il che ne' tempi addietro era permesso
ai Romani) volendo che se si trovavano rei, fossero condannati dai
giudici. Soffrì nondimeno che tenessero prigioni private per li servi
e liberti. Voleva che i senatori, uscendo in pubblico, sempre
portassero la toga, eccettochè la notte. Tassò le sportole ai giudici,
riducendole all'antica moderazione. Ripudiò le eredità lasciategli da
persone ch'egli non conosceva; ed anche conoscendole, se v'erano de'
figliuoli, le rifiutò. Dilettossi forte della caccia, ed amò sì
fattamente alcuni de' suoi cavalli e cani, che fece far loro dei
sepolcri. Talvolta nelle cacce ammazzò orsi, lioni ed orse; tanta era
la sua destrezza. Non voleva che i suoi liberti avessero alcuna
autorità, nè si credesse che potessero qualche cosa presso di lui,
perchè attribuiva a questa sorta di gente la maggior parte dei
disordini passati sotto i precedenti Augusti. Osservò egli una volta,
che uno di costoro passeggiava in mezzo a due senatori. Mandò tosto
uno de' suoi domestici a dargli una guanciata, e a dirgli: _Guardati
di camminar del pari con persone, delle quali tu puoi tuttavia
divenire schiavo._ Mirabile eziandio parve la sua moderazione, perchè
quantunque infinite fabbriche facesse per tutto l'imperio romano, non
volle che si mettesse il suo nome, se non nel tempio alzato a Trajano.
Riedificò in Roma il Panteon, lo steccato del Campo Marzio, la
basilica di Nettuno, molti templi, la piazza di Augusto, il bagno di
Agrippa: contuttociò d'ordine suo fu ivi rimesso il nome dei primi
fondatori. Fabbricò sopra il Tevere il ponte chiamato di Adriano,
oggidì ponte sant'Angelo; e il suo sepolcro vicino al Tevere che ora
si chiama castello sant'Angelo; e il tempio della Buona Dea. Fece
anche un emissario al lago Fucino. Tutte queste azioni ho io raccolte
sotto quest'anno, benchè spettanti a vari tempi, acciocchè sempre più
si conosca qual imperadore fosse Adriano.

NOTE:

[950] Pagius, Critic. Baron.

[951] Dio, lib. 69.

[952] Spartianus, in Hadriano.



    Anno di CRISTO CXXXVI. Indizione IV.

    TELESFORO papa 10.
    ADRIANO imperadore 20.

_Consoli_

LUCIO CEJONIO COMMODO VERO, e SESTO VETULENO CIVICA POMPEJANO.


_Lucio Cejonio_, primo fra questi due consoli, quel medesimo è che
Adriano adottò per suo figliuolo, e destinò alla succession
dell'imperio. Resta finora in disputa l'anno preciso, in cui seguisse
tale adozione. L'esser egli nominato _Lucio Cejonio Commodo_ nei fasti
e nelle inscrizioni, cioè portando egli i nomi propri della sua
famiglia sul principio di quest'anno, fa abbastanza intendere ch'egli
non era per anche giunto alla figliuolanza di Adriano. Adottato da
lui, prese il nome di _Lucio Elio Commodo_, e il titolo di _Cesare_.
Però sentenza è di alcuni, che in quest'anno solamente seguisse la di
lui adozione. Altri la riferiscono all'anno precedente, perchè nella
lettera che abbiam detto scritta allora da Adriano a suo cognato
Serviano, egli dice che gli Alessandrini aveano tagliati i panni
addosso anche _al mio figliuolo Vero_. E perchè a _Lucio Elio_ vien
dato il cognome di _Vero_ da Sparziano, di cui si crede che parlasse
Adriano. Io per me ne dubito al vedere che Lucio Vero (che fu poi
Augusto) di lui figliuolo, ricevè da Marco Aurelio, e non da suo padre
il cognome di _Vero_. Fu poi di parere il padre Pagi[953], che fin
dall'anno 130, Adriano adottasse il suddetto _Lucio Cejonio_, ma senza
conferirgli il titolo di _Cesare_, e senza destinarlo all'imperio: il
che poi fece nell'anno presente. E con questa idea pare che vada
d'accordo Sparziano[954]. Ma non si saprà mai ben intendere, come
_Lucio Cejonio Commodo_, se prima del presente anno entrò, per via
dell'adozione, nella famiglia _Elia_, comparisse negli atti pubblici
senza il nome di _Elio_: il che poi si osserva fatto nell'anno
seguente. Certo è che il testo di Sparziano in questo racconto ha
delle contraddizioni, e probabilmente degli errori. Ma lasciate da
banda queste liti, a noi basterà di sapere che _Cejonio Commodo_ fu
adottato dall'Augusto Adriano, e perciò da lì innanzi appellato _Lucio
Elio_, ed ebbe il titolo di _Cesare_, cioè la futura promessa
dell'imperio: il che credo io fatto solamente nell'anno presente.
Volle Adriano solennizzar questa elezione, con dare al popolo romano
un congiario, e ai soldati un regalo di sette milioni e mezzo, se
dicono il vero coloro che parlano dell'antica moneta. Si fecero
correre nel circo i cavalli, ed altri divertimenti si diedero, che
accrebbero l'allegrezza del popolo. Fu in oltre esso _Elio Cesare_
disegnato console per l'anno avvenire. Il dirsi da Sparziano, che
questo principe, appena adottato, fu creato pretore, e poscia andò al
governo della Pannonia, cagiona non poco imbroglio: perchè, secondochè
osserva il padre Pagi, esercitò egli la pretura nell'anno 130; il che
poi discorda da altre notizie recate dal medesimo storico. E veramente
sembra che lo stesso Sparziano, siccome lontano da questi tempi, non
sapesse ben quel che dicesse intorno a tali affari. Fors'anche non fu
lo stesso storico, il qual descrisse le gesta di _Adriano_ e la vita
di _Lucio Elio_. Sappiamo bensì di certo, che questo principe era di
cattiva complessione ed infermiccio; per altro di vita allegra, e data
a' piaceri anche illeciti, ornato di letteratura, di grazioso aspetto,
e tale che chi volea male ad Adriano, immaginò proceduta la di lui
elezione dal riflesso piuttosto alla bellezza del corpo, che alle
virtù dell'animo. Ma s'egli godeva poca sanità, anche Adriano cominciò
a sentire venir meno la sua; anzi Dione[955] e Sparziano[956] vanno
d'accordo in dire, che per cagione appunto di questi suoi malori
Adriano si risolvesse di eleggersi questo figliuolo, con disegno di
averlo per successore.

NOTE:

[953] Pagius, in Critic. Baron.

[954] Spartianus, in Hadriano et in Ælio Vero.

[955] Dio, lib. 69.

[956] Spartianus, in Hadriano.



    Anno di CRISTO CXXXVII. Indizione V.

    TELESFORO papa 11.
    ADRIANO imperadore 21.

_Consoli_

LUCIO ELIO CESARE per la seconda volta, e LUCIO CELIO BALBINO VITULIO
PIO.


Cominciò, siccome accennai di sopra, a declinare la sanità
dell'imperadore Adriano: e fu creduto da alcuni originato questo
sconcerto dalle pioggie e dai freddi patiti in tanti suoi viaggi, e
massimamente perchè egli ebbe in uso per tutti i tempi di stare e di
andare colla testa scoperta. Soleva uscirgli di tanto in tanto il
sangue dal naso; questo cominciò a farsi più copioso. Non poca
inquietudine per altra parte gli recava l'osservare, quanto meschina
fosse anche la sanità dell'adottato suo figliuolo _Lucio Elio_, di
modo che dicono, che stette poco a pentirsi di aver messo gli occhi
sopra di lui, per farsi un successore. Certamente fu più volte udito
dire: _Ci siamo appoggiati ad una parete rovinosa, ed abbiam gittati
via dieci milioni_, dati al popolo e ai soldati per la di lui
adozione. Anzi coloro che scrissero la vita d'esso Adriano, e
nominatamente _Mario Massimo_, portarono opinione ch'egli sapesse non
dovergli sopravvivere questo figliuolo; e ciò per via della strologia,
di cui egli si dilettava forte, con dirsi insino, che Adriano, finchè
visse, andava scrivendo ciò che ogni dì gli dovea accadere. Noi
possiamo ben dispensarci dal prestar fede a queste fandonie, e v'ha
contraddizione tra il dire che lo voleva per successore, con sapere
nello stesso tempo che questo successore dovea mancare prima di lui.
Eppure aggiungono, aver più volte Adriano predetta la morte d'esso
_Lucio Elio_ e pensato a provvedersi di un altro successore. Intanto
Adriano, secondo il consiglio de' medici, i quali allorchè non han
rimedio ai mali, propongono la mutazion dell'aria, si ritirò a Tivoli,
sperando di migliorar di salute con quell'aria migliore. Se si ha da
credere a Sparziano, egli mandò Lucio Elio Cesare al governo della
Pannonia, dove si acquistò una convenevole riputazione. Ma chi mai può
persuadersi ch'egli malsano volesse allontanare da sè un figliuolo
anch'esso malconcio di sanità, e destinato a succedergli. Par ben più
verisimile, che Sparziano confondesse le azioni e i tempi, e che Lucio
Cejonio, prima d'essere adottato, esercitasse la pretura, e governasse
dipoi la Pannonia; e che creato Cesare attendesse al governo di Roma.
Attesta il medesimo storico, esser egli stato dopo l'adozione talmente
in grazia di Adriano, che tutto quel che voleva, lo impetrava
dall'imperadore, anche col solo scrivergli delle lettere: il che
suppone che potesse anche parlargli. In fatti Aurelio Vittore[957]
lasciò scritto che Adriano, ritiratosi a Tivoli, permise che Lucio
Elio Cesare restasse in Roma. Abbiamo parimente da esso Vittore, che
stando l'imperadore in Tivoli, quivi si applicò per divertirsi a
fabbricar dei palagi ed altri edifizii, ai quali diede il nome di
Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Tempe, ed altri. Attese ancora a
far de' buoni conviti, e delle gallerie di statue e pitture,
abbandonarsi anche alla lascivia, forse ad imitazione di Tiberio. Il
peggio fu che si lasciò trasportare ad imitar Tiberio anche nella
crudeltà: ma questo, a mio credere, appartiene solamente all'anno
seguente.

NOTE:

[957] Aurelius Victor, in Epitome.



    Anno di CRISTO CXXXVIII. Indizione VI.

    IGINO papa 1.
    ANTONINO PIO imperadore 1.

_Consoli_

CAMERINO e NEGRO.


Non si è potuto finora accertare quai fossero i prenomi e nomi di
questi consoli. Da alcuni per sole conghietture furono appellati
_Sulpicio Camerino_ e _Quinzio Negro_; ma meglio fia l'aspettare che
si scuopra qualche marmo che meglio ci istruisca di questa faccenda.
Per quanto s'ha dalla cronica antichissima di Damaso[958], sul
principio di quest'anno _san Telesforo papa_ compiè il corso del suo
pontificato colla corona del martirio. Quantunque Adriano niun editto
nuovo pubblicasse contra de' Cristiani, pure in vigore delle
precedenti leggi, e per lo mal animo dei sacerdoti gentili, noi
sappiamo che sotto di lui moltissimi Cristiani col sangue loro
confermarono la fede di Gesù Cristo. Vero è che, per attestato di
Eusebio[959] e di san Girolamo[960], i santi _Quadrato_ ed _Aristide_
presentarono ad Adriano le loro apologie per la religione cristiana, e
che queste fecero un buon effetto. Contuttociò non mancavano allora
dei nemici del nome cristiano, che instigavano i giudici da infierire
contra i pastori della greggia di Cristo. A Telesforo succedette nella
cattedra di san Pietro _Igino_. _Lucio Elio_ Cesare figlio adottivo di
Adriano anche egli terminò i suoi giorni nel dì primo di quest'anno.
Pareva che i suoi malori gli avessero data posa in guisa tale, che
egli si era preparato per recitar nelle calende di gennaio in senato
un'orazione composta da lui, o dettata a lui da qualche maestro, in
rendimento di grazie ad Adriano _per la sua adozione_, come narra
Sparziano[961]. Dissi per la sua adozione: parole che non possono mai
accordarsi coll'opinione del padre Pagi[962], che il vuole adottato
fin dall'anno 130. V'ha chi crede ciò fatto nell'anno 136, non avendo
egli, come si figurano, per la sua poca salute potuto soddisfare nelle
calende dell'anno precedente. Ma nè pur nelle calende di quest'anno
gli fu permesso, perchè in quel medesimo giorno la morte il rapì.
Essendo quello il tempo, in cui si formavano i voti solenni per la
salute dell'imperadore, non volle Adriano che si facesse piagnisteo
alla sepoltura di lui. Avea _Lucio Elio_ avuta per moglie una
figliuola di _Domizio Negrino_, fatto uccidere da Adriano sui
principii del suo governo; ed essa gli avea partorito un figliuolo
appellato _Lucio Cejonio Commodo_. Verso questo fanciullo vedremo in
breve quanto continuasse l'amore e la beneficenza di Adriano Augusto.

Al vedere sconcertati i suoi disegni per la morte di Lucio Elio, andò
Adriano per qualche settimana pensando a riparar questa perdita
coll'elezione di un altro figliuolo; e per buona fortuna de' Romani
egli fermò il suo guardo sopra _Tito Aurelio Fulvio_ (o Fulvo)
_Bojonio Antonino_, che era stato console nell'anno 120. Egli è
chiamato _Arrio Antonino_ da Sparziano[963]. Giulio Capitolino[964]
gli dà i suddetti nomi, e vuole che _Arrio Antonino_ fosse avolo
materno di esso _Tito Aurelio_. Conosceva molto bene Adriano le rare
virtù di questo soggetto, giacchè egli era uno de' senatori del suo
consiglio; e però gli fece intendere il disegno da lui concepito di
adottarlo per figliuolo e successor nell'imperio, colla condizion
nondimeno, che, stante l'esser esso Antonino privo di prole maschile,
anch'egli volesse adottar per figliuolo _Marco Aurelio Vero_,
figliuolo di Annio Vero, cioè di un fratello di _Sabina Augusta_ sua
moglie; e _Lucio Cejonio Commodo_, che poco fa dicemmo nato da _Lucio
Elio Cesare_, fanciullo allora di circa otto anni, perchè nato
dell'anno 130. Fu dato tempo ad Antonino tanto da pensarvi, ed avendo
egli poi accettata la favorevol offerta fattagli, e le condizioni
prescritte, _Adriano Augusto_, la cui sanità andava di male in peggio,
nel dì 25 febbraio fece la solenne funzione di dichiararlo suo
figliuolo, con dargli il titolo di _Cesare_, e farlo suo collega nella
podestà tribunizia e nel comando proconsolare. Ch'egli ancora
ottenesse il titolo d'_Imperadore_, lo stimò il padre Pagi; ma non ne
abbiamo sufficiente fondamento. Presentò Adriano questo suo nuovo
figliuolo al senato, con dire, _che giacchè la morte gli avea tolto
Lucio Elio, ne avea trovato quest'altro, nobile, mansueto e prudente,
in età da non temere, ch'egli o per temerità male operasse, o per
debolezza trascurasse gli affari_. Parea pure che l'elezione di un sì
degno personaggio avesse da tirarsi dietro l'allegrezza e il plauso di
ognuno: e pure che non può l'ambizione? Moltissimi dell'ordine
senatorio, giacchè cadauno aspirava a sì gran dignità, se l'ebbero a
male; e sopra gli altri _Catilio Severo_, già stato console, ed allora
prefetto di Roma, che si teneva in pugno l'imperio. Perchè questi
dovette lasciar traspirare i suoi lamenti, Adriano gli levò quella
carica prima del tempo consueto. L'aver egli in tal congiuntura
scoperta una tal contrarietà a' suoi voleri, con parergli anche per la
sua malattia di essere oramai sprezzato dal senato, cominciò a farlo
prorompere in alcune azioni di crudeltà. Si credettero alcuni, che
naturalmente Adriano inclinasse a questo vizio, e se ne astenesse per
la sola paura, tenendo davanti agli occhi il fine di Domiziano. Ma
Dione[965] lo niega, e da quanto abbiam detto finora, può apparire che
solamente per qualche esaltazion di bile incrudelì. Si aggiunse in
questi tempi una fastidiosa malattia, che gli svegliò il mal umore e
la rabbia non solamente contra degli altri, ma infin contra di sè
stesso: il perchè venne meno in lui la mansuetudine e la clemenza.

Si sa ch'egli fece morire _Serviano_ suo cognato, cioè marito di
_Paolina_ sua sorella già defunta[966]. Fin qui l'aveva egli amato ed
onorato sopra gli altri; l'avea promosso al terzo consolato, e sempre
usciva ad incontrarlo fuori della camera, ognivoltachè sapeva il di
lui arrivo al palazzo. Ma dappoichè fu compiuta l'adozione di
Antonino, nacque sospetto in Adriano, che Serviano, benchè vecchio di
novant'anni, meditasse di salire sul trono, deducendolo dall'aver egli
mandata la cena ai servi della corte; dell'essersi un dì messo a
sedere con gran possesso sulla sedia imperiale che stava a canto del
suo letto, e dall'esser entrato pettoruto nel quartier de' soldati,
quasi per farsi conoscere tuttavia atto al comando. Dione[967]
espressamente scrive, che _Serviano_ e _Fosco_ di lui nipote si
risentirono per l'elezione di Antonino, credendosi aggravati perchè
Adriano avesse anteposto chi non era parente ad un nipote di sua
sorella. Perciò Adriano li fece uccidere amendue. Raccontano che
Serviano prima di essere strangolato, si fece portar del fuoco, e
messovi dell'incenso, come in atto di sacrifizio, disse: _Voi
immortali dii, che ho per testimoni della mia innocenza, prego di una
sola grazia, cioè che Adriano, benchè ardentemente brami la morte, non
possa morire._ Forse fu una frottola inventata per quello che poscia
avvenne. Di altri che fossero uccisi per ordine di Adriano, non parla
Dione, che pur fu più vicino a questi tempi. Ma Sparziano scrive che
parecchi altri furono levati dal mondo o scopertamente o per insidie;
e corse fin voce, che _Sabina Augusta_, la qual forse finì di vivere
in questi tempi, per veleno datogli da Adriano terminasse i suoi
giorni. Sparziano la tien per una favola. In fatti niuno è più
soggetto alle dicerie del popolo che i gran signori. Aurelio
Vittore[968], benchè più lontano da questi tempi, arrivò a scrivere
che Adriano, prima di morire, fece ammazzar molti senatori; che Sabina
per gli strapazzi a lei usati dal marito, volontariamente si diede la
morte; e ch'ella pubblicamente sparlava del genio crudele di Adriano,
con aggiungere di aver fatto il possibile di non restare gravida di
lui, temendo di partorire qualche mostro pernicioso al genere umano. È
a noi permesso il credere che con qualche verità sia mischiata una
buona dose di falso. E se non falla Capitolino[969] in dire, che
_Marco Aurelio_ adottato per ordine di Adriano da _Antonino_, era
figliuolo di un fratello di essa Sabina; non sembra già che Adriano
nudrisse così mal animo contro la moglie. Contuttociò convengono tutti
gli storici in dire, che il merito di tante belle azioni fatte da
Adriano parve un nulla al senato in confronto della morte da lui data
sul principio del suo governo ai quattro personaggi consolari, e agli
altri sul fin di sua vita, contro replicate promesse da lui fatte, di
maniera che si era messo in testa il medesimo senato di non voler
accordare gli onori consueti dell'empia gentilità ad Adriano defunto,
siccome vedremo fra poco.

Cresceva intanto la malattia di esso Adriano, e fu in fine dichiarata
idropisia, accompagnata da dolori e da un insoffribil tedio, non solo
del male, ma anche della vita[970]. Non si stendeva la potenza di un
imperadore a trovarvi rimedio; e quantunque egli ricorresse insino
alla magia, neppur questa potè aiutarlo. Disperato adunque, altro più
non desiderava, se non di potersi dar la morte da sè stesso, o di
riceverla con veleno o con pugnale da altri. Prometteva impunità e
danari a chi gli prestasse aiuto in questo; ma niuno si sentiva voglia
di ubbidirlo. Importunato con preghiere e minacce il suo medico,
questi amò meglio di uccidersi da sè stesso, che di abbreviare la vita
al suo principe. Al medesimo fine si raccomandò ad un servo, il quale
ne corse a dar l'avviso ad Antonino. Per animarlo alla pazienza, e
levargli di capo sì nere fantasie, entrò in sua camera esso Antonino
Cesare, accompagnato dai prefetti del pretorio. Veggendosi scoperto,
entrò nelle furie Adriano, e comandò che si ammazzasse quel servo.
Antonino il salvò, facendo poi credere ad Adriano che il suo ordine
era stato eseguito. Oltre a ciò gran guardia gli fece fare per questo,
con dire che crederebbe sè stesso reo di omicidio, se avesse
tralasciato di conservarlo vivo finchè si poteva[971]. Invenzione sua
anche fu il far venire una donna, che disse ad Adriano d'avere
ricevuto ordine da una deità di avvisarlo che sarebbe guarito: e
perchè ella non l'avea fatto, era divenuta cieca. Tornò poscia a
dirgli, d'avere inteso in altro sogno, che s'ella baciasse le
ginocchia ad Adriano, ricupererebbe la vista: e così con facilità
avvenne. Si finse ancora cieco nato un uomo, venuto dalla Pannonia,
che col toccare Adriano, tornò anch'egli a vedere. Servirono queste
imposture a quietare alquanto Adriano; e tanto più che per accidente,
o perchè gli fu fatto credere, gli cessò la febbre. Volle egli dipoi
essere portato a Baja; ma quivi nel dì 10 di luglio, in età di
sessantadue anni, dopo aver detto un assai famoso motto, cioè: _I
molti medici hanno ucciso l'imperadore_, e dopo aver recitato cinque
versi sopra l'anima sua, destinata agli orrori dell'inferno,
finalmente morì. Prima di morire, chiamò da Roma _Antonino_, che
giunse a tempo di vederlo vivo, sebben Capitolino[972] sembra dire
ch'egli andò colà solamente per riportarne le ceneri a Roma. Scrive
Sparziano, che Adriano odiato da tutti, fu seppellito in Pozzuolo
nella villa di Cicerone, dove il suo successore Antonino gli fabbricò
un tempio, come ad una deità, dandogli de' Flamini ed altri sacri
ministri. Capitolino, per lo contrario, attesta che le di lui ceneri
furono portate a Roma da Antonino, esposte nel giardino di Domizia, e
riposte nel suo mausuleo (oggidì castello sant'Angelo), perchè in
quello di Augusto non v'era più luogo. Succedette a lui nell'imperio
_Antonino Pio_, di cui parleremo all'anno seguente. E si vuol ben qui
ripetere che le lettere fiorirono non poco sotto Adriano imperadore
letterato. Abbiam di sopra fatta menzione di _Favorino_ sofista, di
_Epitteto_ insigne filosofo della scuola stoica, di _Arriano_ suo
discepolo e di _Flegonte_ liberto d'esso Adriano. Oltre ad altri
scrittori vivuti allora, de' quali si son perdute l'opere, furono e
son tuttavia in gran credito _Svetonio Tranquillo_, autore delle vite
de' dodici primi imperadori, e massimamente _Plutarco_, le cui opere
meritano di essere appellate un dovizioso magazzino dell'erudizione
greca e latina, e dell'antica filosofia.

NOTE:

[958] Anastas. Bibliothecarius.

[959] Eusebius, Hist. Ecclesiast., lib. 4, c. 3.

[960] Hieron., de Viris Illustr.

[961] Spartianus, in Hadriano.

[962] Pagius, Critic. Baron.

[963] Spartianus, in Hadriano.

[964] Capitolinus, in Tito Antonino.

[965] Dio, lib. 69.

[966] Spartianus, in Hadriano.

[967] Dio, lib. 69.

[968] Aur. Victor, in Epitome.

[969] Capitolin., in Antonino Pio.

[970] Dio, lib. 69. Spartianus, in Hadr. Aurelius Victor, in Epit.

[971] Spartianus, in Hadrian. Aurel.

[972] Capitolin., in Marco Aurelio.



    Anno di CRISTO CXXXIX. Indizione VII.

    IGINO papa 2.
    ANTONINO PIO imperadore 2.

_Consoli_

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO AUGUSTO per la seconda volta, e CAJO
BRUTTIO PRESENTE per la seconda.


Ebbe il console _Presente_ il prenome di _Cajo_, ciò risultando da una
greca iscrizione che si legge nella mia raccolta[973]. Così da
un'altra pubblicata dal Fabretti[974] apparisce che avendo _Antonino
Augusto_ deposto il consolato, a lui fu sostituito _Aulo Giunio
Rufino_. Morto Adriano imperadore nell'anno precedente, prese le
redini del governo _Antonino Pio_, ed ebbe il titolo d'_Imperadore_
(se non l'avea ottenuto prima), d'_Augusto_ e di _Pontefice Massimo_.
Era egli della famiglia _Aurelia_, originaria di Nimes, città della
Gallia, e il suo primo nome fu quello di _Tito Aurelio Fulvo_ o
Fulvio[975]. L'avolo suo, che portava lo stesso nome, tre volte ebbe
l'onore dei fasti consolari: due volte il di lui padre. _Arria
Fadilla_, sua madre, figliuola fu di _Arrio Antonino_, stato anch'esso
console, ed uno de' più illustri senatori d'allora. Tito Aurelio
suddetto si vede poi nominato _Arrio Antonino_ con indizio, che
l'avolo materno l'avesse adottato per figliuolo; e certamente fu erede
del ricco di lui patrimonio. Nacque egli nell'anno 89 della nostra Era
nella villa di Lanuvio. Nell'anno 120 dal suo merito fu portato al
consolato, imperciocchè si univano in lui la bella presenza, un
ingegno penetrante, ma insieme placido e sodo, molta letteratura,
maggiore eloquenza, e sopra tutto una rara saviezza, sobrietà ed
amorevolezza. Era liberale in donare il suo, lontano dal volere quel
d'altri, il tutto sempre operando con misura e senza giattanza. Tale
in somma comparve agli occhi dei Romani nella vita privata, e molto
più divenuto imperadore, che i saggi l'assomigliavano, e con ragione,
a Numa Pompilio. Da Adriano fu scelto per uno de' quattro consolari
che reggevano l'Italia. Proconsole dell'Asia fece un sì bel governo,
che ne riportò plauso da ognuno. Poscia ammesso nel consiglio di
Adriano, costumò in tutto ciò che era messo in consulta, di eleggere
la sentenza più mite. Stimarono alcuni, che l'avere Adriano veduto
Antonino entrar nel senato dando di braccio al d'_Annia Galeria
Faustina_ sua moglie, tanto si compiacesse di quell'atto, che per
questo il volle suo successore. Ma è ben più da credere che a tale
elezione si sentisse mosso Adriano dalla conoscenza e sperienza del
senno e delle tante virtù che concorrevano in esso Antonino.

Dappoichè egli ebbe riportate a Roma le ceneri di Adriano[976], trovò
il senato così irritato contro la memoria di Adriano per le crudeltà
sul principio e nell'ultimo di sua vita usate verso l'ordine
senatorio, che non solamente stava forte in negargli i creduti onori
divini, ma era in procinto di cassar ancora tutti i di lui atti e
decreti. Entrò in quella illustre assemblea il novello imperadore, che
per la sua adozione fu da lì innanzi nominato _Tito Elio Adriano
Antonino_, e colle lagrime agli occhi perorò in favore del defunto
padre così vivamente, che avrebbe potuto muovere ogni più duro cuore.
Vedendo tuttavia i senatori mal disposti a compiacerlo, venne
all'ultima batteria con dire, che dunque non volevano nè pur lui per
imperadore, giacchè se pensavano d'abolir tutti gli atti d'Adriano,
come di un principe cattivo e nemico, fra questi entrava anche la sua
adozione. A tali parole si piegò il senato, non tanto per riverenza ad
Antonino, quanto per timore de' soldati che erano per lui; decretando
che Adriano potesse aver luogo fra gli dii, benchè personaggio da lor
tenuto per sanguinario e crudele. Puntualmente pagò Antonino[977] di
sua propria borsa alle milizie il regalo promesso loro dal padre, e
diede al popolo un congiario fors'anche vivente lo stesso Adriano.
Restituì e condonò interamente alle città d'Italia l'oro coronario,
cioè la contribuzione o sia il donativo esibito per la sua adozione, e
ne rilasciò la metà alle provincie fuori d'Italia. Rientrato poi in sè
stesso il senato, e conoscendo che bel regalo avesse fatto Adriano con
dare alla repubblica romana un sì buono, un sì degno successore,
rivolse le sue applicazioni ad onorar Antonino, e a renderselo grato.
Gli diede il titolo di _Pio_, che comincia tosto a comparire nelle di
lui medaglie[978]. Crede il Tillemont[979], che questo nome
significasse _Buono_, e a lui fosse accordato per denotare la singolar
sua amorevolezza verso il padre, verso i parenti e la patria. Anche
gli antichi[980] ne cercarono il motivo; chi il credette appellato
così pel suo rispetto alla religione; altri perchè avea salvata la
vita a molti condannati all'ultimo supplicio da Adriano infermo e
furioso, ch'egli nascose, e dopo la di lui morte rimise in libertà: il
che par ben più credibile, che il dirsi da Dione ciò fatto, perchè sul
principio del suo governo molti furono accusati per varii reati, ed
egli non volle che alcun fosse gastigato. Il lasciare impuniti certi
delitti, che turbano la pubblica quiete, non suol essere molto
glorioso ne' principi, ed è nocivo al pubblico. Per altro la clemenza
è una bella gemma della lor corona, e per questo crede Eutropio
ch'egli meritasse il titolo di Pio. Le medaglie ancora[981] battute in
quest'anno ci possono assicurare che fu onorato Antonino col bel nome
di _Padre della Patria_, pel qual fece un bel ringraziamento ai Padri.
Inoltre il senato fece alzar delle statue ai genitori, all'avolo
paterno e materno e ai fratelli già defunti del medesimo Antonino. Non
ebbe discaro esso Augusto che il senato desse anche ad _Annia Galeria
Faustina_ sua moglie il titolo di Augusta; accettò ancora i giuochi
circensi decretati dallo stesso senato per solennizzare il di lui
giorno natalizio, che correva nel dì 19 di settembre; ma rifiutò ogni
altra pubblica dimostrazione. Da lì a qualche anno determinò il
medesimo senato, che i mesi di settembre e di ottobre in onor suo e di
Faustina si chiamassero Antoniano, Faustiniano; ma ricusò Antonino un
sì fatto onore. Trovavansi delle persone non poche condannate o
esiliate da Adriano. Dimandò Antonino grazia per loro nel senato, con
dire che Adriano l'avrebbe chiesta anch'egli. A niun di coloro, che lo
stesso Adriano avea dato dei posti, li levò; anzi suo costume fu
lasciar continuare ne' governi delle provincie per fin sette e nove
anni coloro ch'erano in concetto di governare con illibatezza e
prudenza.

Ebbe Antonino Pio da Faustina sua moglie due figliuoli[982] maschi,
uno appellato _Marco Aurelio Fulvo Antonino_, e l'altro _Marco Galerio
Aurelio Antonino_. Amendue giovani erano a lui premorti. Due figliuole
ancora gli nacquero. La maggiore, maritata con _Lamia Sillano_, mancò
di vita, allorchè il marito andava al governo dell'Asia. Restavagli la
seconda, cioè _Annia Faustina_. Avea ordinato Adriano, ch'egli la
desse in moglie a _Lucio Vero_, cioè a quel medesimo che insieme con
_Marco Aurelio_ per comandamento di Adriano egli avea adottato per suo
figliuolo. Ma Antonino, dacchè cessò Adriano di vivere, riflettendo
all'età troppo tenera di Lucio Vero, e che miglior testa era quella di
Marco Aurelio, cangiata massima[983], s'invogliò di dar la figliuola
ad esso Marco Aurelio, contuttochè egli avesse contratti gli sponsali
con _Fabia_ figliuola di _Lucio Cejonio Commodo_, e sorella del
suddetto _Lucio Vero_. Gliene fece far la proposizione per Giulia
Faustina sua moglie, con dargli tempo di pensarvi. Si credette in fine
Marco Aurelio di assicurar meglio la sua fortuna con questo
matrimonio; e però disciolti gli sponsali suddetti, s'indusse ad
isposare Annia Faustina. Non si sa bene se seguissero tali nozze
nell'anno presente. Prima anche d'esse Antonino, per maggiormente
comprovare al destinato genero il suo compiacimento ed affetto, gli
conferì il titolo di _Cesare_, e il disegnò, ad istanza del senato,
console seco per l'anno seguente, contuttochè egli non fosse se non
questore, nè avesse esercitate altre cariche pubbliche. Il fece anche
accettare ne' Collegi de' sacerdoti, e passare nel palazzo di Tiberio,
con formargli una corte da par suo, benchè egli ripugnasse. Assegnò
anche Antonino[984] in dote alla figliuola tutti i suoi beni
patrimoniali, con riserbarsene nondimeno l'usufrutto sua vita natural
durante per gli bisogni dello stato. Servono le medaglie[985], coniate
nel secondo consolato di Antonino Pio, cioè nell'anno presente, per
farci conoscere che egli diede un re ai Quadi, e un altro ai popoli
dell'Armenia.

NOTE:

[973] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 326, n. 4.

[974] Fabrettus, Inscription, pag. 726.

[975] Capitolinus, in Antonino Pio.

[976] Spartianus, in Hadriano.

[977] Capitolinus, in Antonino Pio.

[978] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[979] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[980] Pausanias, lib. 8. Dio, l. 70. Lampridius in Elagabalo.

[981] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[982] Capitolinus, in Antonino Pio.

[983] Capitolinus, in Marco Aurel.

[984] Capitolinus, in Antonino Pio.

[985] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.



    Anno di CRISTO CXL. Indizione VIII.

    IGINO papa 3.
    ANTONINO PIO imperadore 3.

_Consoli_

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO PIO AUGUSTO per la terza volta e MARCO ELIO
AURELIO VERO CESARE.


Siccome il regno di Antonino Pio fu regno tutto di pace, perchè
quest'ottimo principe, privo d'ambizione e nulla sitibondo della
gloria vana, unicamente attese a rendere felici i suoi popoli:
mestiere che dovrebbe essere quello di tutti i regnanti: così la di
lui vita non ci somministra varietà d'azioni da poter empiere gli anni
del suo lungo imperio. Oltre di che son perite le antiche storie, che
parlavano de' fatti di lui, nè altro ci resta, che la breve sua vita
scritta da Giulio Capitolino, mancante di quel filo ch'è necessario
per riferir cronologicamente anno per anno le di lui imprese. Sia
pertanto ora a me lecito di riportar qui il ritratto di questo insigne
Augusto, che anche il Tillemont[986] raccolse da esso Capitolino[987],
dai libri di Marco Aurelio[988] suo figliuolo adottivo, da Dione[989],
e da altri pochi rimasugli dell'antichità. Fu Antonino Pio provveduto
dalla natura di un corpo di alta statura e ben fatto, con volto
maestoso e insieme dolce, con voce grata ad udirla; allegro nella
conversazione, ma senza eccesso; buon economo del suo, e insieme
liberale e magnifico alle occorrenze, con dilettarsi molto di stare
alla campagna, dove facea fruttare i suoi beni, e solea divertirsi
colla caccia e colla pesca, e in città coll'intervenire alle commedie
e buffonerie degl'istrioni. Studioso della sobrietà, anche giunto
all'imperio, sempre la conservò, contento de' cibi ordinari, senza
cercarne de' rari e senza lusso: con che visse molto, senza bisogno di
medici nè di rimedi. I suoi conviti o pubblici, o privati erano per lo
più conditi dai discorsi de' suoi commensali amici, andando anch'egli
talvolta a pranzare in casa loro con tutta confidenza. Usava[990] la
mattina di ammettere alcuno all'udienza, di mangiare un tozzo di pan
secco, per aver lena agli affari, nei quali sempre si dimostrò
applicato e indefesso. Compiacevasi ancora di andar come persona
privata alle vendemmie co' suoi amici; divertimento carissimo agli
antichi Romani. Anche imperadore usò abiti dimessi, senza curarsi di
ornar molto il corpo, ma neppur mostrandosi dimentico della polizia e
del decoro. Era, dissi, indefesso negli affari e tuttochè patisse di
quando in quando delle micranie, pure appena le avea scrollate, che
tornava più vigoroso di prima alle applicazioni. Quotidiane erano
queste, perchè non meno de' saggi padri di famiglia, che continuamente
studiano il bene della lor casa, anch'egli, come se la repubblica
fosse la casa di lui propria, senza mai darsi posa, ne procurava i
vantaggi, vegliava alla sua difesa, e rimediava ai disordini e
bisogni. Esatto anche nelle minime cose (del che fu deriso da alcuni,
e spezialmente nella sua satira da Giuliano Apostata), con gran
calma[991], e senza fermarsi alle apparenze, esaminava a fondo le
cose, i costumi degli uomini e le ragioni; ma nulla spediva degli
affari, senza aver prima raccolti i pareri di saggi amici e di dotti
consiglieri. Presa poi con maturità una risoluzione, costante e fermo
era nel volerne l'esecuzione. Tanto nel rallegrare il popolo con degli
spettacoli e con de' congiari, quanto nelle fabbriche e in altre
azioni di piacere e d'ornamento del pubblico, non cercava punto con
vanità gli applausi del popolo, siccome nè pur si metteva pensiero dei
di lui sregolati giudizii. Facea del bene per far del bene, e non per
sete di lode; e però gli adulatori alla di lui presenza perdeano la
voce. Nè, come Adriano, avea egli gelosia di chi più di lui compariva
eccellente nell'eloquenza, nella conoscenza delle leggi, o in altre
arti e scienze, anzi tanto più onorava questi tali e cedeva loro con
piacere. Trovasi sopra tutto lodato in lui l'amore della religione:
falsa religione bensì, ma in cui per sua disavventura egli era nato.
Al contrario ancora di Adriano, si provò sempre in lui stabilità nelle
amicizie: frutto nondimeno del non aver egli ammesso al grado di suoi
confidenti ed amici, se non persone di gran merito per l'ingegno e per
la virtù. E bastino per ora queste poche pennellate del ritratto
d'Antonino Pio. Da un'iscrizione riferita dal Grutero[992] ricaviamo
che in questi tempi erano prefetti del pretorio _Petronio Mamertino_ e
_Gavio Massimo_. Questo Gavio, uomo severissimo, durò in quella carica
per venti anni, ed ebbe per successore _Tazio Massimo_. Certo è, che
sotto l'imperio di quest'Augusto seguì un'inondazione del Tevere in
Roma, attestandolo Capitolino[993]; e il padre Pagi[994] pretende ciò
avvenuto nell'anno presente, per trovarsi una medaglia, in cui si
legge TIBERIS. Non ha sufficiente fondamento una tale opinione.
Potrebbe ben esser vero ciò che egli aggiugne, cioè che in quest'anno
riuscisse ad Antonino Pio di riportare una vittoria de' Britanni per
mezzo di _Lollio Urbico_ suo legato, con aver poi maggiormente
ristretti que' popoli con un altro muro più in là che quel di Adriano.
Da altri vien riferita questa vittoria all'anno 144.

NOTE:

[986] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[987] Capitolinus, in Antonio Pio.

[988] Marcus Aurelius, de rebus suis.

[989] Dio, lib. 70.

[990] Aurelius Victor, in Epitome.

[991] Zonaras, in Annalibus.

[992] Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 268, n. 8.

[993] Capitolinus, in Antonino Pio.

[994] Pagius, in Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CXLI. Indizione IX.

    IGINO papa 4.
    ANTONINO PIO imperadore 4.

_Consoli_

MARCO PEDUCEO SILOGA PRISCINO e TITO HOENIO SEVERO.


Abbiamo da Capitolino[995] che nell'_anno terzo_ dell'imperio di
Antonino Pio mancò di vita _Annia Galeria Faustina_ Augusta sua
moglie. Però han creduto alcuni avvenuta la sua morte nell'anno
precedente. Ma il padre Pagi, in vigore di un'iscrizione, pubblicata
dal padre Mabillone, e da me ancora riferita[996], in cui è nominata
la DIVA, cioè la defunta _Faustina_, moglie d'Antonino Angusto console
per la terza volta, ornato della _Quarta Podestà Tribunizia_, ha
sostenuto che Faustina terminasse la vita dopo il dì 25 di febbraio
dell'anno presente, e prima del dì 10 di luglio; nel qual tempo
correva la quarta podestà tribunizia, e il terzo anno dell'imperio di
Antonino. Forte è questa ragione, ma non toglie affatto il sospetto
che Faustina potesse essere morta nell'anno precedente, e
quell'iscrizione fosse a lei posta nel presente. Per ordine del senato
fu deificata questa imperatrice; alzato a lei un tempio; deputate
delle donne flaminiche; poste delle statue d'oro e d'argento, o sia
dorate e inargentate. Furono anche in onor suo celebrati i giuochi
circensi. Tutto ciò fu fatto dalla cieca gentilità per onorare una
donna, la quale, per testimonianza di Capitolino, diede da parlare
molto di sè, per la troppa libertà e facilità di vivere; il che
Antonino mirava con dolore e con somma pazienza dissimulava. Che nè
pure lo stesso Antonino fosse esente da simil difetto, il Platino, il
Tillemont, ed altri l'hanno creduto e dedotto dalla satira
ingegnosamente composta da Giuliano apostata[997]. Ma non è assai
chiaro quel passo, e il padre Petavio lo pretende una calunnia.
Abbiamo solamente di certo da Capitolino, che essendo mancato di vita,
molti anni dopo, _Tazio Massimo_ prefetto del pretorio, rammentato di
sopra, in suo luogo ne furono sostituiti due da Antonino, cioè _Fabio
Repentino_ e _Cornelio Vittorino_: ed essere allora corsa una
pasquinata, in cui si dicea che _Repentino_ era giunto a quella
dignità per raccomandazione di una concubina dell'imperadore. Di
questo si può anche dubitare, perchè Antonino Pio mancò di vita in età
di sessantaquattr'anni, ed essendo l'elezion di Repentino succeduta
negli ultimi tempi suoi, non par credibile che un sì saggio principe
si lasciasse vincere da sregolate passioni in quell'età. Oltre di che,
secondo la falsa morale de' Gentili, non erano biasimevoli certi usi
od abusi d'allora. Dalla vita di Avidio Cassio, scritta da Vulcazio
Gallicano[998], abbiamo un barlume, che vivente ancora Faustina, si
ribellò uno non so qual _Celso_ contra di Antonino, però nel
precedente, o nel presente anno, Faustina, sapendo quanto fosse
inclinato il consorte Augusto alla clemenza, gli scrisse che s'egli
avesse compassion di costui, non mostrerebbe d'averla per sua moglie
nè per gli suoi, perchè se andasse ben fatta ai ribelli, essi non
avrebbono pietà nè dell'imperadore nè di chi è congiunto con lui. Ma
niun'altra memoria di questo Celso ci ha conservata la storia.

NOTE:

[995] Capitolinus, in Antonino Pio.

[996] Thesaurus Novus Inscription., p. 239, n. 3.

[997] Julian., de Caesarib.

[998] Vulcat. Gallicanus, in Avidio Cassio.



    Anno di CRISTO CXLII. Indizione X.

    PIO papa 1.
    ANTONINO PIO imperad. 3.

_Consoli_

LUCIO CUSPIO RUFINO e LUCIO STATIO QUADRATO.


È di parere monsignor Bianchini[999], che in quest'anno, e non già nel
precedente, come pensò il padre Pagi[1000], _santo Igino_ romano
pontefice terminasse la sua vita con una più gloriosa morte, perchè
martire della Fede di Gesù Cristo. Certo è bensì, che a lui succedette
_Pio_ papa. Sappiamo del pari, che anche sotto Antonino Pio continuò
la persecuzion de' Cristiani, non già per editto, non già per colpa di
questo clementissimo imperadore e principe assai conoscente che la
cristiana religione ed i seguaci di essa, per la maggior parte
professori della virtù, non meritavano gastighi; ma per gli precedenti
non aboliti editti, e per la malvagità de' presidenti e de' giudici,
adoratori degl'idoli, a' quali non era vietato il procedere contro ai
cristiani. Però circa questi tempi _san Giustino_, poscia glorioso
martire, scrisse un'apologia in favore de' fedeli, e la presentò ad
esso imperadore Antonino, dimostrandogli la falsità dei delitti
attribuiti ai cristiani, e l'ingiustizia de' supplizii, a' quali erano
condannati. L'anno preciso, in cui san Giustino compose e presentò
all'imperadore questa prima sua apologia (perchè egli due ne compose)
nol sappiamo. Fuor di dubbio è, per attestato di Eusebio[1001], aver
non meno essa, che varie favorevoli lettere dei governatori Gentili
dell'Asia, prodotto buon effetto, avendo Antonino dipoi, cioè
nell'anno 152, spediti ordini che niuno fosse condannato perchè fosse
cristiano. Nè si potea aspettar meno da un imperador tale, ch'era la
stessa bontà, e che nulla più desiderava che di far fiorire la pace e
la contentezza per tutte le provincie del romano imperio. Tanto il
portava alla mansuetudine, alla clemenza la sua ben radicata virtù,
che nè pur volea punire le offese fatte a lui stesso. Di due sole
congiure tramate contra di lui parla Capitolino[1002]. L'una di
_Attilo Taziano_. Fu questi processato e convinto dal senato; ma per
ordine di Antonino, gastigato col solo esilio. Nè volle il buon
Angusto, che si ricercassero i complici, e verso il di lui figliuolo
si mostrò in tutte le occorrenze sempre mai favorevole. L'altra fu di
_Prisciano_. Da che costui si vide scoperto, prevenne la clemenza di
Antonino con darsi la morte da sè stesso. Faceva istanza il
senato[1003], che si procedesse oltre per iscoprire gli altri
congiurati: vietollo Antonino, dicendo, _che non era bene il far di
più, non amando egli di sapere a quante persone fosse in odio la sua
persona_. Anche un dì per sospetto, che mancasse in Roma il grano,
l'insolente popolo arrivò a tirargli de' sassi. Ma egli in vece di
punire il pazzo loro ammutinamento, si studiò di placarli con buone ed
amorevoli ragioni. Perciò sotto di lui niuno de' senatori si vide
privato di vita. Un solo convinto di parricidio, fu condannato ad
essere portato e lasciato in un'isola deserta.

NOTE:

[999] Blanchin., ad Anastas. Bibliothecar.

[1000] Pagius, in Crit. Baron.

[1001] Euseb., in Chron. et Hist. Eccl., lib. 4.

[1002] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1003] Aurelius Victor, in Epitome.



    Anno di CRISTO CXLIII. Indizione XI.

    PIO papa 2.
    ANTONINO PIO imperadore 6.

_Consoli_

CAJO BELLICIO TORQUATO e TIBERIO CLAUDIO ATTICO ERODE.


Il secondo console, cioè _Attico Erode_, fu uno dei celebri personaggi
del suo tempo, e trovasi commendato assaissimo da Aulo Gellio[1004] e
da Filostrato[1005]. Si racconta di Attico suo padre, cittadino di
Atene, che avendo trovato un gran tesoro, ne scrisse al buon
imperadore Nerva, per sapere che ne avesse da fare. La risposta fu,
che ne usasse come voleva. Tuttavia temendo egli un dì qualche avania
dal fisco, gli tornò a scrivere, come non osando di valersi di tal
grazia; e Nerva gli replicò che si servisse di ciò che la fortuna gli
avea donato, perchè era cosa sua. Divenne molto più ricco il figliuolo
Erode, ma con impiegar in bene le sue ricchezze, con aiutare un gran
numero di persone bisognose. La eccellenza sua consisteva
nell'eloquenza, in cui forse allora non ebbe pari. Avea esercitati
vari governi, e poi fu scelto da Antonino per maestro de' suoi due
figliuoli adottivi, cioè di _Marco Aurelio_ e di _Lucio Vero_,
affinchè loro insegnasse la eloquenza greca. Accomodando il padre Pagi
le azioni degli Augusti[1006] alle regole da sè stabilite, immagina
che in quest'anno Antonino Pio celebrasse i quinquennali del suo
imperio. Ma di ciò niun vestigio ci somministra la storia, e nè pur le
medaglie, le quali, perchè non esprimono i diversi anni della podestà
tribunizia, non ci conducono a discernere i precisi tempi delle opere
e degli avvenimenti di questi tempi. Per altro nè pure Antonino Pio
lasciò privo il popolo romano de' tanto sospirati spettacoli. Abbiamo
da Capitolino[1007], ch'egli ne diede più volte, facendo comparire in
essi degli elefanti, delle corocotte, delle tigri, e insin de'
coccodrilli, e de' cavalli marini ed altri ammali stranieri, fatti
venire da tutte le parti della terra. E in un dì solo cento lioni si
fecero entrar nell'anfiteatro, e se ne fece la caccia.

NOTE:

[1004] Aulus Gell., Noct. Attic.

[1005] Philost., de Sophist.

[1006] Pagius, in Crit. Baron.

[1007] Capitolin., in Antonino Pio.



    Anno di CRISTO CXLIV. Indizione XII.

    PIO papa 3.
    ANTONINO PIO imperadore 7.

_Consoli_

PUBLIO LOLLIANO AVITO e MASSIMO.


Perchè non è sicuro il nome del secondo console, cioè di _Massimo_,
chiamato da alcuni _Cajo Gavio Massimo_, io l'ho lasciato andare. Il
cardinal Noris[1008] e il padre Pagi[1009] portarono opinione, che
egli si chiamasse _Claudio Massimo_, e fosse quel medesimo che fu uno
de' maestri di Marco Aurelio, poscia imperadore, mentovato da
Capitolino[1010], e che da Apulejo[1011] vien riconosciuto proconsole
dell'Africa, con chiaro indicio, che dianzi egli era stato console.
Pensa all'incontro il Panvinio[1012], seguitato in ciò da altri,
ch'egli fosse quel _Gavio Massimo_, che di sopra dicemmo avere
esercitata la carica di prefetto del pretorio per venti anni, con
citare un'iscrizione, in cui si legge: C. GAVIVS C. F. STRABO MAXIMVS
COS. Ma cotale iscrizione nulla conchiude, perchè non si sa di certo
che appartenga a lui. All'incontro si dee osservare detto da
Capitolino[1013], avere Antonino pio arricchiti _i suoi prefetti_, e
donati loro _gli ornamenti consolari_. Suol significar questa frase,
l'aver solamente ottenuto il privilegio di portar la veste palmata, di
aver la sedia d'avorio, ed altri onorevoli segni, conceduti ai veri
consoli, ma senza essere stato console. Però più probabile sembra
l'opinione del Noris e del Pagi. Tuttavia comparendo essa non esente
da ogni dubbio, meglio ho creduto di nominar solamente _Massimo_ il
console suddetto. Circa questi tempi, siccome abbiamo dagli antichi
scrittori cristiani[1014], sboccarono dall'inferno Valentino, Cerdone
e Marcione, eresiarchi e maestri d'altri non meno empii discepoli, che
si studiarono d'infettar la nostra santa religione con istravaganti
immaginazioni, ed opinioni esecrande, contra de' quali poi aguzzarono
le lor penne varii santi e dottissimi scrittori cattolici. Scrivono
all'incontro san Giustino ed Arnobio, che Antonino Pio, portato dallo
zelo dell'erronea religione pagana, vietasse il leggere i versi dello
Sibille, e le opere di Cicerone della Natura degli dii, e della
Divinazione, ed altri simili, perchè atti a distruggere le imposture e
lo stolto culto de' falsi numi. Di ciò nulla dicono gli autori della
sua vita. Per conto de' libri sibillini, finti negli antichi tempi, è
da vedere il Du-Pin[1015], che dottamente esamina questo argomento,
senza ch'io ne dica una parola di più. Sembra poi inverisimile questo
divieto delle opere di Cicerone, il quale se fosse succeduto, tanta
era la stima di quello presso i Romani, che non avrebbono taciuta sì
importante particolarità gli scrittori della vita di Antonino Pio,
giacchè derisero Adriano solamente perchè egli apprezzava più lo stile
di Catone che quello di Cicerone.

NOTE:

[1008] Noris, Epistola Consulari.

[1009] Pagius, in Critic. Baron.

[1010] Capitol., in Marco Aurel.

[1011] Apulejus, in Apolog. secund.

[1012] Panvin., in Fast. Consular.

[1013] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1014] Justin., in Apolog. Eusebius. Tertull., Philastrius et alii.

[1015] Du-Pin, Dissertat. Préliminair. aux Auteurs Ecclésiastiq.



    Anno di CRISTO CXLV. Indizione XIII.

    PIO papa 4.
    ANTONINO PIO imperadore 8.

_Consoli_

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO PIO AUGUSTO per la quarta volta, e MARCO
ELIO AURELIO VERO CESARE per la seconda.


Si figura il padre Pagi[1016], che _Antonino Augusto_ prendesse questo
consolato per solennizzare i quinquennali del suo imperio, avendo
differita questa festa all'anno presente, che dovea farsi nel
precedente. Ma cotal dilazione è immaginata da lui, nè fondata se non
sopra le regole da esso ideate, che patiscono molte difficoltà. Credè
egli parimente, che in quest'anno _Lucio Vero_ suo figliuolo adottivo,
per attestato di Capitolino[1017], essendo in età di quindici anni,
prendesse la toga virile: nella qual occasione solevano i Romani far
festa. Credono altri, che Antonino in fatti la facesse con dedicare il
tempio d'Augusto, da lui ristorato, siccome consta dalle
medaglie[1018]. Ma Capitolino[1019] scrive diversamente, con dire
ch'egli in tal congiuntura dedicò il _Tempio del Padre_, cioè di
Adriano, e non già di Augusto. Dal medesimo autore abbiamo, che
Antonino Pio lasciò di belle memorie, tanto in Roma che altrove, con
fabbriche sontuose, o fatte di pianta o ristorate durante il suo
imperio. Cioè il tempio dedicato in onore di esso Adriano suo padre;
il Grecostadio, o sia la Grecostasi, edificio, in cui si fermavano gli
ambasciadori delle nazioni prima di essere introdotti nel senato.
Questo, già rovinato da un incendio, fu da lui rifatto. Ristorò
similmente l'anfiteatro di Tito, per quanto si crede; il sepolcro di
Adriano; il tempio d'Agrippa, cioè oggidì la Rotonda; il ponte
Sulpicio di legno sul Tevere; il Faro, forse di Pozzuolo o di Gaeta.
Vedesi in Pozzuolo una iscrizione, testimonio di questo[1020].
Racconciò i porti di essa Gaeta e di Terracina. Lo stesso benefizio
prestò alle Terme d'Ostia, all'acquidotto d'Anzio, e al tempio di
Lanuvio, o sia di Lavinia. Del tempio d'Augusto, da lui risarcito, non
parla Capitolino. Soggiugne bensì, aver egli aiutate con danaro molte
città, acciocchè o facessero delle nuove fabbriche, o ristorassero le
vecchie, ed aver contribuito molto del suo, affinchè i senatori ed
altri magistrati potessero con decoro esercitar i loro impieghi.
Pausania[1021] fa menzione di varii altri edifizii attribuiti nella
Grecia al medesimo Antonino Augusto. E da un'iscrizione rapportata dal
marchese Maffei[1022] si raccoglie ch'egli ristorò le Terme di Narbona
nella Gallia. Anche di diverse pubbliche strade per ordin suo
riselciate parlano altre iscrizioni.

NOTE:

[1016] Pagius, in Critic. Baron.

[1017] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1018] Mediobarb., in Numism. Imperat.

[1019] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1020] Thesaurus Novus Inscript., pag. 543, n. 5.

[1021] Pausanias, lib. 8.

[1022] Maffejus, Antiquit. Galliae.



    Anno di CRISTO CXLVI. Indizione XIV.

    PIO papa 5.
    ANTONINO PIO imperadore 9.

_Consoli_

SESTO ERUCIO CLARO per la seconda volta, e GNEO CLAUDIO SEVERO.


Intanto si provava una mirabil tranquillità e un delizioso vivere,
tanto in Roma che in tutto il romano imperio, pel savio governo di
Antonino Pio, che si facea conoscere buon principe, e maggiormente
padre a tutti i sudditi suoi. Marco Aurelio, imperador dopo lui, nello
scrivere la vita propria[1023], confessa d'aver molto imparato dagli
esempli e dalla voce d'esso Antonino, padre suo per adozione, e ci dà
un bel saggio della maniera da lui tenuta di vivere. Capitolino[1024]
anch'esso ce ne lasciò qualche memoria. L'altezza del grado, a cui era
pervenuto Antonino, non gli fece punto mutare, se non in meglio, i
costumi, perchè mai non gli andò il fumo alla testa. Vivuto da privato
con gran moderazione, saviezza ed affabilità[1025], maggiormente
continuò ad esser tale divenuto Augusto, con ritener lo stesso
abborrimento al fasto e alla matta superbia, e con istudiare, tanto
superiore come era, di farsi eguale agli altri nobili cittadini: il
che, invece di sminuire, accresceva negli altri la stima e l'amore
della maestà imperiale. Si faceva egli servire da' suoi schiavi, come
usavano anche i privati; andava alle case degli amici; famigliarmente
passeggiava con loro, come se non fosse imperadore; e voleva che
cadauno di essi godesse la sua libertà, senza formalizzarsi, se
invitati non venivano alla cena, se, andando egli in viaggio, non
l'accompagnavano. Costantissimo fu il suo rispetto verso il senato, e
trattava coi senatori in quella stessa guisa e colla medesima bontà
ch'egli, allorchè era senatore, desiderava d'essere trattato dagli
imperatori. Ritenne sempre il costume di render conto di tutto quel
che faceva al senato ed anche al popolo, allorchè avea da pubblicar
degli editti. E qualor voleva il consolato, o qualche altra carica per
sè o per gli figliuoli, la domandava al senato al pari degli altri
particolari. Scrive lo stesso Marco Aurelio, suo figliuolo adottivo,
d'aver fra l'altre avuta a lui l'obbligazione d'essere spogliato della
vanità, appunto dappoichè fu adottato e alzato da lui; perchè Antonino
gli andava insinuando, che si potea vivere anche in corte quasi come
persona privata: cosa appunto praticata da lui, con altre virtù
commemorate da Marco Aurelio.

Grave nell'aspetto, nel medesimo tempo era cortese, gioviale e dolce
verso tutti, infin verso i cattivi, ai quali levava il poter più
nuocere, ma senza punirli quasi mai col rigor delle leggi. Quanto egli
fosse mansueto, tollerante delle ingiurie, e nemico del vendicarsi,
già si è accennato di sopra. Serviranno nondimeno alcuni avvenimenti a
maggiormente comprovarlo. In concetto di uno dei più famosi sofisti
greci[1026] fu in questi tempi _Polemone_. La più bella casa che fosse
nella città di Smirne era la sua. Si era abbattuto a passar di là
Antonino, mentre esercitava la carica di proconsole dell'Asia, e vi
andò ad alloggiare. Polemone, che si trovava fuor di città, venuto una
notte, ed osservando in sua casa tanta foresteria entratavi senza
licenza sua, ne fece tal rumore e tanti lamenti, che il buon Antonino
di mezza notte stimò meglio di uscirne, e di cercarsi un altro
albergo. Creato ch'egli fu poi imperadore, Polemone venne a Roma, ed
ebbe tanto animo di andargli a fare riverenza. Antonino l'accolse
colla solita sua cortesia senza che gli turbasse l'animo la memoria
del passato, e solamente con galante maniera gli ricordò la sua
scortesia, con ordinare _che gli fosse data una stanza nel palazzo, e
che persona nol facesse sloggiare_. Accadde ancora che un commediante
andò a lamentarsi ad Antonino, e a chiedere giustizia, perchè il
suddetto Polemone l'avea cacciato dal teatro nel bel mezzodì: E me,
rispose allora l'imperadore, _egli ha cacciato fuor di casa in tempo
di mezza notte, e non ne ho fatta querela_. Bisogna ben credere che
l'alterigia e l'albagia fossero il quinto elemento della maggior parte
di que' decantati sofisti greci di allora. Antonino, a cui premeva
forte la buona educazion di Marco Aurelio suo figliuolo adottivo fece
venir dalla Grecia _Apollonio_, non già il Tianeo, ma bensì un
filosofo stoico[1027], ch'era in gran riputazion di sapere allora.
Venne costui a Roma, menando seco molti dei suoi discepoli, che
graziosamente, per attestato di Luciano[1028], furono chiamati da
Demonatte filosofo cinico _Argonauti nuovi_, perchè tutti in viaggio
menati dalla speranza di divenir tutti ricconi in Roma. Mandò a dirgli
Antonino che venisse al palazzo, per consegnargli il figliuolo; e
l'orgoglioso sofista altra risposta non diede, se non _che toccava al
discepolo di andar a trovare il maestro, e non già al maestro di
andare al discepolo_. In somma l'essere dotto e prudente non è lo
stesso: e pur troppo il sapere suol mandare de' fumi alla testa. Si
mise a ridere Antonino, e disse: _Mirate che bel capriccio! A costui
non è incresciuto di venir sì da lontano a Roma, ed ora gl'incresce di
venir solamente dalla sua casa al palazzo._ Contuttociò permise che
Marco Aurelio andasse a prendere le lezioni, dove Apollonio volle, e
durò fatica a contentar costui nel salario. Un saggio ancora della sua
mansuetudine diede il buon Antonino nel visitar che fece la casa di
_Valerio Omulo_[1029]. Al vedere le belle colonne di porfido, delle
quali essa era ornata, se ne maravigliò, e dimandò onde le avesse
avute. Omulo, in vece di gradire la stima che facea un imperadore
degli ornamenti di sua casa, sgarbatamente gli rispose: _In casa
d'altri si ha da essere mutolo e sordo._ Tanto questa impertinenza,
quanto altri motti pungenti del medesimo Omulo, persona satirica e
maligna, sopportò sempre con pazienza il buon imperadore Antonino,
senza far valere giammai i diritti della maestà imperiale, e senza
farne mai vendetta.

NOTE:

[1023] Marcus Aur., de rebus suis, lib. 1, §. 26.

[1024] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1025] Eutrop., in Breviar.

[1026] Philostrat., in Sophistis.

[1027] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1028] Lucianus, in Demonacte.

[1029] Capitolinus, in Antonino Pio.



    Anno di CRISTO CXLVII. Indizione XV.

    PIO papa 6.
    ANTONINO PIO imperadore 10.

_Consoli_

LARGO e MESSALINO.


Cresceva ogni dì più l'affetto di Antonino Pio verso di _Marco Aurelio
Cesare_, non solamente perchè figliuolo suo adottivo e marito di
_Faustina_ sua figlia, ma perchè scopriva in lui ben radicata la
saviezza con altre virtù che insegnava la filosofia di quei tempi, e
per le quali meritò poi di essere appellato _Marco Aurelio Antonino il
Filosofo_. Avendogli appunto[1030] Faustina partorita una figliuola,
cioè _Lucilla_, maritata poi con _Lucio Commodo_, o sia _Lucio Vero_,
da che divenne Augusto, volle Antonino Pio esaltar maggiormente
l'amato suo genero e figliuolo, conferendogli in questo anno la
_Tribunizia Podestà_, _l'imperio proconsolare_ fuori di Roma, e il
diritto di far cinque relazioni in qualsivoglia senato. Pretende il
padre Pagi[1031], che Marco Aurelio fosse in quest'anno ancora
dichiarato _Imperadore_ e _Collega dell'Imperio_ con suo padre
Antonino. Il cardinal Noris pretese di no, e par ben più sicura la di
lui opinione. Il gius della quinta relazione, conferito a Marco
Aurelio, non conveniva ad un imperadore, la cui autorità non era
ristretta, ma si stendeva a quello che gli piaceva. Scrive inoltre
Capitolino, che quel maligno uomo di _Valerio Omulo_, di cui poco fa
si è parlato, osservata un giorno _Domizia Calvilla_, madre di Marco
Aurelio, la quale, dopo il presente anno, venerava in un giardino la
statua di Apollo, disse sotto voce ad Antonino: _Colei prega ora, che
tu chiuda gli occhi, e suo figliuolo sia imperadore._ Non ne fece
alcun caso l'imperadore; tanto era conosciuta la probità di Marco
Aurelio, tanta era la modestia nel _principato imperatorio_; le quali
ultime parole non si sa se si abbiano da riferire a Marco Aurelio,
oppure ad Antonino stesso, regnante con tal moderazione, che non
credeva dovergli alcuno augurare la morte. Pareva ancora che Antonino
Pio portasse affetto all'altro suo figliuolo adottivo, cioè a Lucio
Commodo[1032]; ma era ben differente il calibro di questo amore.
Imperciocchè finchè visse, il lasciò sempre nello stato di persona
privata, senza mai conferirgli il titolo di _Cesare_, nè altra
dignità, per cui apparisse che destinava ancor lui all'imperio. Era
egli solamente appellato _Figliuolo dell'Imperadore_, e quando
Antonino usciva in campagna, Lucio Commodo non andava in carrozza col
padre, ma bensì nel cocchio del capitan delle guardie. Tuttociò
chiaramente apparisce da quanto ne scrisse Capitolino; falsa perciò o
adultera si può credere qualche medaglia o iscrizione, che sembra
insinuare il contrario[1033]. Conosceva assai Antonino Pio i difetti
di questo giovinetto, ma non lasciava di compatirlo, ed amava in lui
la semplicità dell'ingegno, e l'andar egli alla buona nella sua
maniera di vivere. Abbiamo dalla cronica alessandrina[1034] che
nell'anno presente Antonino Pio esercitò la sua liberalità verso i
debitori del Fisco, con rimettere loro tutto il debito, e bruciar
pubblicamente le cedole delle loro obbligazioni. Ancor questo possiam
conghietturare fatto per solennizzar maggiormente la promozion
predetta di Marco Aurelio a maggiori onori. Correndo intanto l'anno
novecentesimo dalla fondazion di Roma, sono stati di parere alcuni
dotti uomini che nell'anno presente si celebrassero in Roma i giuochi
secolari con somma magnificenza. L'ha negato il padre Pagi. Ma Aurelio
Vittore[1035], secondo l'edizione del padre Scotto, può abbastanza
assicurarcene in dicendo: _Celebrato magnifice Urbis nongentesimo._

NOTE:

[1030] Capitolinus, in Marco Aurel.

[1031] Pagius, in Crit. Baron.

[1032] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1033] Tillemont, Mémoires des Empereurs. Pagius, Crit. Baron.

[1034] Chron. Pascale, Histor. Byzantin.

[1035] Aurelius Victor, in Epitome.



    Anno di CRISTO CXLVIII. Indizione I.

    PIO papa 7.
    ANTONINO PIO imperadore 11.

_Consoli_

LUCIO TORQUATO per la terza volta, e MARCO SALVIO GIULIANO.


Pietro Relando[1036], accuratissimo illustratore dei Fasti consolari
dell'anno 146 dell'Era Cristiana sino al fine, chiama il secondo
console _Cajo Giuliano Vetere_, ricavandolo da un'iscrizione riferita
dal Gudio. Ma converrebbe prima accertarsi, se le tante iscrizioni
pubblicate dal Gudio fossero tutte di buon conio ed esenti da ogni
sospetto: il che non sarà sì facile. Quanto a me vo' giudicando più
sicuro partito il chiamar questo console _Marco Salvio Giuliano_,
giurisconsulto celebratissimo di questi tempi, milanese di patria,
perchè tale si trova appellato in una iscrizione da me data alla
luce[1037], e perchè sappiamo da Sparziano[1038], esser egli stato
console due volte. Se il console dell'anno presente fosse stato _Cajo
Giuliano Vetere_, l'anno sarebbe stato notato _Torquato et Vetere
Coss._ perchè l'ultimo cognome o soprannome soleva enunziarsi, secondo
l'uso più familiare d'allora. Ma in tutt'i fasti antichi noi troviamo
solamente _Torquato et Juliano Coss._ Forse anche si può dubitare, se
questo _Torquato_ fosse appellato console _per la terza volta_. Che in
quest'anno si celebrassero in Roma i decennali di Antonino Pio
Augusto, chiaramente apparisce dalle medaglie[1039] che ne parlano e
rammentano i voti pubblici fatti per la di lui salute. Crede il padre
Pagi[1040], che nell'anno presente _san Giustino_ presentasse ad
Antonino Pio la sua prima apologia, creduta un pezzo la seconda, in
difesa della religione cristiana.

NOTE:

[1036] Reland., Fast. Consular.

[1037] Thesaurus Novus Inscript., p. 329, n. 3.

[1038] Spartianus, in Didio Juliano.

[1039] Mediobarb., in Numism. Imperator.

[1040] Pagius, Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CXLIX. Indizione II.

    PIO papa 8.
    ANTONINO PIO imperadore 12.

_Consoli_

SERVIO SCIPIONE ORFITO e QUINTO NONIO PRISCO.


Se crediamo al Relando[1041], il primo console fu _Sergio Scipione
Orfito_; in prova di che egli cita quattro iscrizioni della Raccolta
di Marquardo Gudio, nelle quali chiaramente si legge _Sergio_. Ma io
torno a dire (e ne chieggo perdono): convien andar cauto a fidarsi de'
marmi del Gudio, dati alla luce pochi anni sono. A buon conto la prima
di quelle iscrizioni, che si dice data sotto questi consoli, è
patentemente falsa, perchè vi si parla delle _Terme Costantiniane_,
che certo non erano per anche nate. Ho io dunque dato ad esso _Orfito_
il prenome di _Servio_, perchè nelle iscrizioni rapportate dal
Panvinio e dal Grutero si legge SER. che significa _Servio_ e non
_Sergio_. Pensa il Noris[1042] che questo console s'abbia da appellare
_Sergio Vettio Scipione Orfito_. Del prenome ho parlato. Per conto del
nome di _Vettio_, lo reputo cosa dubbiosa. Anche lo Spon[1043]
rapporta un'iscrizione, in cui il secondo console è appellato _Sosio
Prisco_. Sarebbe da vedere, se quella fosse un'iscrizione sicura, in
cui comparisce un liberto di Tito Augusto, cioè di un principe morto
sessanta anni prima. In ogni caso col Fabretti si può immaginare
ch'egli fosse chiamato _Nonio Sosio Prisco_. In un mattone antico da
me rapportato[1044] egli vien chiamato _Priscino_, o per vezzo o per
distinguerlo da un altro _Prisco_. Parlando le medaglie[1045] di
quest'anno di una munificenza usata dall'imperadore Antonino al popolo
romano, stima il padre Pagi[1046] ciò fatto per la celebrazione dei
decennali dell'imperio cesareo di Marco Aurelio. Se sia vero, niuno lo
potrà dire. Piena avea la testa esso padre Pagi di quinquennali,
decennali, quindecennali, vicennali, ec. tutto riferendo ad essi; ma
non poco è da diffalcare dalle regole sue.

NOTE:

[1041] Reland., Fast. Consular.

[1042] Noris, Epist. Consulari.

[1043] Sponius, Section. III, num. 28.

[1044] Thesaur. Nov. Inscription., pag. 330, n. 3.

[1045] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[1046] Pagius, in Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CL. Indizione III.

    ANICETO papa 1.
    ANTONINO PIO imperadore 13.

_Consoli_

GALLICANO e VETERE.


Il prenome e nome di questi consoli son tuttavia incerti. Ha creduto
il Panvinio[1047], che il secondo si chiamasse _Cajo Antistio Vetere_,
perchè si trova sotto Domiziano un personaggio di tal nome. La
conghiettura è assai debole. Meno si può accordare al Tillemont[1048],
il chiamare il primo di questi consoli _Glabrione Gallicano_, e al
Bianchini[1049] l'appellarlo _Quinto Romulo Gallicano_, senza che essi
ne adducano pruove sufficienti. Nell'anno presente, secondo i conti
del medesimo Bianchini, passò a miglior vita _s. Pio_ pontefice
romano, coronato col martirio, e sulla cattedra di san Pietro fu posto
_Aniceto_. Truovansi medaglie battute in quest'anno dal senato e
popolo romano[1050], in cui vien dato ad Antonino Pio il titolo di
_Ottimo Principe_; e si dice che egli ha accresciuto il numero de'
cittadini. Ben giustamente si meritò questo imperadore un sì glorioso
titolo, perchè egli spendeva tutti i suoi pensieri e le sue
applicazioni per procurare il pubblico bene, tanto di Roma, quanto di
tutte le provincie dell'imperio romano[1051]. Sapeva egli esattamente
lo stato d'esse provincie, e quanto se ne ricavava. Raccomandava agli
esattori de' tributi di procedere senza rigore, molto più senza avanie
nel loro uffizio; e qualora mancavano a questo dovere, gli obbligava a
render conto rigorosamente della loro amministrazione. La porta e gli
orecchi suoi erano sempre aperti a chiunque si trovava aggravato da sì
fatti ministri, abborrendo egli troppo di arricchirsi colle lagrime e
coll'oppressione de' sudditi. Però sotto il suo regno furono ricche e
floride le provincie romane tutte. Che se ad alcuna incontravano
inevitabili disastri di carestie, tremuoti, epidemie e simili malanni,
si trovava in lui un'amorevol prontezza ad esentarle per un
convenevole tempo dalle imposte. Le sue maggiori premure riguardavano
la giustizia; e però quanto egli era attentissimo e indefesso nel
farla, tanto ancora si studiava di scegliere chi credeva abile ed
inclinato ad amministrarla agli altri. Chi più si distingueva in
questo, più veniva da lui amato e promesso a gradi maggiori. Molti
editti fece in bene del pubblico, servendosi de' più celebri
giurisconsulti d'allora, cioè di _Vinidio Vero_, _Salvio Valente_,
_Volusio_, _Metiano_, _Ulpio Marcello_ e _Jaboleno_. Vietò il
seppellire i morti nelle città, perchè doveva esser ito in disuso il
rigore delle antiche leggi. L'aggravio delle poste con savii
regolamenti fu da lui scemato. Probabilmente è di lui una legge,
citata da santo Agostino[1052], che non fu lecito al marito il volere
in giudizio gastigata la moglie per colpa di adulterio, quando
anch'egli fosse mancato di fedeltà verso della stessa. Se talun
veniva[1053] per proporgli qualche cosa utile al pubblico, con piacere
la ascoltava; e lo stesso allegro volto faceva a chiunque gli dava
qualche buon avviso, senza aversi a male che quei del suo consiglio
s'opponessero al di lui sentimento, nè che vi fossero persone, le
quali ingiustamente disapprovassero il governo suo. Molto ancora
onorava i veri filosofi: diede pensioni e privilegi per tutto
l'imperio romano, tanto ad essi che ai professori dell'eloquenza.
Sopportava poi que' filosofi, ch'erano tali solamente in apparenza, e
senza mai rimproverar loro la superbia od ipocrisia. E questo basti
per ora delle ragioni, per le quali si meritò Antonino Pio l'eminente
elogio di _Principe Ottimo_.

NOTE:

[1047] Panvinius, in Fastis Consul.

[1048] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1049] Blanc., ad Anastas. Bibliothecar.

[1050] Mediobarbus, in Numism. Imperator.

[1051] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1052] August., de Adulter. Conjug., lib. 2, cap. 8.

[1053] Marcus Aurel., lib. 1, cap. 16, de Rebus suis.



    Anno di CRISTO CLI. Indizione IV.

    ANICETO papa 2.
    ANTONINO PIO imperadore 14.

_Consoli_

SESTO QUINTILIO CONDIANO e SESTO QUINTILIO MASSIMO.


Senza i prenomi di _Sesto_, il Pagi e il Relando ed altri aveano
proposto i consoli presenti. Loro l'ho aggiunto io in vigore
d'un'iscrizione che si legge nella mia Raccolta[1054]. Nuovo non è,
che due fratelli portino il medesimo prenome. Il cognome o sia
soprannome li distingueva. Nelle medaglie di Antonino Pio[1055]
spettanti all'anno presente, è fatta menzione dell'_Annona_, cioè
della provvision di grani, fatta dal buon imperadore per sollievo del
popolo romano. Se ne trova menzione anche sotto altri anni. Ben
sollecito in sì importante affare fu Antonino Augusto[1056],
trattandosi di provvedere di vitto all'immenso popolo allora abitante
in Roma. Un anno ancora vi fu, in cui si patì una grave carestia.
Servì questa a far meglio conoscere il generoso ed amorevol cuore del
principe. Abbondante provvision da ogni parte fece egli di grano e
d'olio e di vino colla sua propria borsa, e tutto gratuitamente donò
al suo popolo. Pareva che questo imperadore inclinasse troppo al
risparmio, e quasi all'avarizia; ma ciò che veniva disapprovato
dall'ignorante popolo, nell'estimazion de' saggi era uno de' suoi più
begli elogi. Levò egli via moltissime pensioni date da Adriano a delle
persone inutili, con dire, _che era cosa indegna, anzi crudele, il
lasciar divorare il pubblico da chi non gli prestava servigio alcuno.
A Mesomede Candiotto_, poeta e sonator di lira, che dovea essere ben
eccellente nell'arte sua, perchè di lui parlano con lode Eusebio[1057]
e Suida, sminuì Antonino il salario. Vendè ancora vari addobbi ed
altre cose superflue de' palazzi imperiali, ed alcuni poderi ancora:
del che probabilmente si fecero molte dicerie. Pure tutto ciò era per
pubblico bene, e non per ammassar tesori, perchè Antonino in occasione
magnificamente spendea, se così richiedeva il bene e il bisogno della
repubblica, e il risparmio suo tendeva al non aggravar mai di nuove
imposte i popoli. Se dice il vero Zonara[1058], occorrendo qualche
guerra, o pur altro bisogno di regalare i soldati, non richiedeva egli
danari da alcuno, non imponeva gabelle; ma, messi pubblicamente
all'incanto gli ornamenti del palazzo, e fin le gioie ed altri arredi
della moglie Augusta, col ricavato soddisfacea i soldati. Passata poi
quella necessità, procurava di ricuperar le cose preziose vendute, con
rifonderne il prezzo. Alcuni le restituivano; ma altri no, senza che
Antonino se ne sdegnasse, nè inquietasse per questo i compratori. Noi
vedremo all'anno 170, che Marco Aurelio suo successore fece lo stesso,
talmente che si può fondatamente sospettare che Zonara si sia
ingannato attribuendo questo fatto glorioso ad Antonino Pio, quando
esso unicamente si può credere di Marco Aurelio Antonino. Guardossi
egli sempre dall'imprendere alcun viaggio lungo. Il suo andar più
lontano era nella Campania e alle terre che possedeva nelle vicinanze
di Roma; perchè diceva di sapere quanto costasse ai popoli la corte
d'un imperadore in viaggio, ancorchè egli camminasse con poco seguito.
Doveva ben esso Augusto avere inteso i lamenti delle città per li
tanti viaggi fatti da Adriano, o pure da Domiziano. E quanto egli
fosse alieno dal succiar il sangue de' sudditi, lo fece ben
vedere[1059] con levar via tutti gli accusatori che abbondavano in
altri tempi, perchè toccava loro la quarta parte delle condanne. Però
sotto di lui il fisco fece poche faccende. Avea questo usato in
addietro d'ingojar le sostanze di quei governatori, giudici ed altri
ministri, contra de' quali o le comunità o i privati avessero
intentate querele per danari indebitamente presi nel loro uffizio;
Antonino restituì ai loro figliuoli i beni confiscati, con obbligo
nondimeno di rifare ai provinciali il danno ad essi dato. Nè egli fu
mai veduto accettar eredità a lui lasciate da chi avea de' figliuoli.
Se s'ha da credere a Zonara[1060], egli bruciò ed abolì il
senatusconsulto fatto da Giulio Cesare, con cui era proibito il far
testamento, in cui non fosse lasciata all'erario della repubblica una
determinata parte dell'eredità. Parla anche Pausania[1061] d'una
legge, per cui chi avea la cittadinanza romana per privilegio, senza
che questa si stendesse ai suoi figliuoli, l'eredità sua dovea passare
ad altri cittadini, o pure al fisco, restandone privi essi suoi
figliuoli. Ma Antonino più riguardo avendo alle leggi dell'umanità,
che all'altre inventate dall'avarizia de' principi cattivi, volle che
ne' loro figli passasse l'eredità paterna.

NOTE:

[1054] Thesaur. Novus Inscript., pag. 330, n. 5.

[1055] Mediobarb., in Numism. Imper.

[1056] Capitol., in Antonino Pio.

[1057] Eusebius, in Chron.

[1058] Zonaras, in Annal.

[1059] Capitolin., in Antonino Pio.

[1060] Zonar., in Annal.

[1061] Pausanias, lib. 8.



    Anno di CRISTO CLII. Indizione V.

    ANICETO papa 3.
    ANTONINO PIO imperadore 15.

_Consoli_

MARCO ACILIO GLABRIONE e MARCO VALERIO OMULO o sia OMULLO.


Questo _Omulo_ o _Omullo_, console, quel medesimo è che abbiam veduto
di sopra, di genio satirico e maligno. Può essere che Antonino non
avesse a male la libertà del di lui parlare, anzi prendesse per
buffonerie gustose i di lui motti piccanti, o pure che coi benefizii
volesse guadagnar la di lui tagliente lingua in suo favore. Da molti
letterati vien creduta data in quest'anno la lettera[1062] di Antonino
Pio a varie città dell'Asia in favor dei cristiani, comandando di non
inferir loro molestia per cagion della loro religione, ma solamente in
caso d'altri delitti vietati dalla legge comune. Altri han preteso
ch'essa lettera sia di _Marco Aurelio_ Augusto, e però spettante agli
anni del suo imperio. Certo è che si parla in essa di vari tremuoti
accaduti allora nell'Asia, de' quali i ciechi o nemici Gentili soleano
sempre accagionare la religion cristiana. Ora Capitolino[1063] lasciò
scritto, che, regnando Antonino Pio, varie disavventure pubbliche
accaddero, cioè la fame, di cui abbiam parlato, e la rovina del Circo,
un fiero tremuoto, per cui molte città e terre dell'isola di Rodi e
dell'Asia furono atterrate. In Roma un terribile incendio consumò
trecento quaranta tra isole e case. Per isole si crede che gli antichi
appellassero le case separate dall'altre; con tale opinione pare che
non s'accordi la descrizion di Roma a noi venuta da Publio Vittore,
perchè ivi sono attribuite a quella gran città _Insulae per totam
Urbem XLVI Millia et DCCII_, e solamente _Domus MDCCXC_. Col nome di
_Domus_ paiono indicati quei che ora chiamiamo _palazzi_; col nome
d'_isole_ le ordinarie case del popolo romano, l'una dall'altra
distinte, ma insieme coi muri unite. Anche le città di Narbona e di
Antiochia, e la gran piazza di Cartagine, rimasero maltrattate da un
somigliante flagello del fuoco. Parla Ancora Zonara[1064] de' tremuoti
succeduti allora, che rovesciarono varie città della Bitinia e
dell'Ellesponto, con abbattere specialmente il tempio di Cizico,
creduto il più grande e il più bello che fosse allora in Asia.
Servirono queste pubbliche sciagure a far maggiormente risplendere la
liberalità di Antonino Pio; perchè a sue spese furono rifatte varie di
quelle città, o pure contribuì egli non poco per aiutare i popoli a
rifarle. Aristide[1065], sofista celebre, attesta che il gran tempio
di Cizico fu poi terminato sotto l'impero di Marco Aurelio Augusto.

NOTE:

[1062] Eusebius, Hist. Eccles., lib. 4, c. 13.

[1063] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1064] Zonaras, in Annal.

[1065] Aristid., Oration. 16.



    Anno di CRISTO CLIII. Indizione VI.

    ANICETO papa 4.
    ANTONINO PIO imperad. 16.

_Consoli_

CAJO BRUTTIO PRESENTE e AULO GIUNIO RUFINO.


Perchè le medaglie[1066] coniate nell'anno presente ci fanno vedere la
Vittoria che mette in capo all'imperadore una corona d'alloro,
possiamo ben conghietturare che in questi tempi avessero qualche
guerra i Romani, benchè non apparisca che Antonino prendesse se non
due volte il nome d'_imperadore_, significante Vincitore. Scrive
Capitolino[1067], aver egli amata sommamente la pace, con andare in
varie occasioni ripetendo quel detto di Scipione, _che gli era più
caro di salvare un sol cittadino romano, che di uccidere mille
nemici_. Ma altro è l'amar la pace, ed altro non aver guerra. Anche i
principi di genio pacifico sono talvolta, loro malgrado, costretti a
guerreggiare, e se Antonino non andò mai in persona alla guerra, vi
mandò bene i generali suoi. Già abbiamo accennata di sopra quella
della Bretagna, felicemente compiuta da _Lollio Urbico_. Abbiamo dallo
stesso Capitolino, che questo Augusto mandò delle sue milizie in
soccorso degli Olbiopoliti, che erano in guerra coi Taurosciti verso
il Ponto, e colla forza dell'armi obbligò que' barbari a dar degli
ostaggi agli Olbiopoliti. Da san Giustino[1068] si può inoltre
dedurre, che avendo fatto i Giudei qualche nuova ribellion nel loro
paese, furono messi in dovere dalle armi di Antonino Augusto. Di
maggiori notizie intorno a ciò non abbiamo, perchè son perite le
antiche storie. Per altro attesta Capitolino, che questo imperadore
non mai volontariamente, ma per non potere di meno, fece moltissime
guerre, valendosi in esse de' suoi legati, o sia de' suoi
luogotenenti. E a lui pare che si possa più credere che ad Aurelio
Vittore[1069], il quale scrive, aver Antonino senza guerra alcuna
governato per ventitrè anni il romano imperio.

NOTE:

[1066] Mediobarbus, in Numism. Imper.

[1067] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1068] Justinus, in Dialog. contra Triphon.

[1069] Aurelius Victor, in Epitome.



    Anno di CRISTO CLIV. Indizione VII.

    ANICETO papa 5.
    ANTONINO PIO imperad. 17.

_Consoli_

LUCIO ELIO AURELIO COMMODO e TITO SESTIO LATERANO.


Il secondo console, cioè _Laterano_, è chiamato da Capitolino[1070]
_Sestilio Laterano_, e in un'iscrizione greca presso il Grutero, _Tito
Sestio Laterano_. Perchè il cardinal Noris[1071] trovò _Lucio Sestio
Sestino Laterano_ console trecento sessantasei anni prima dell'Era
cristiana, conchiuse egli, che _Sestio_ e non _Sestilio_ fosse il nome
ancora di questo console. Ma non toglie ogni dubbio cotale
osservazione; e potrebbe anche nascere sospetto, se il marmo greco del
Grutero fosse assai esattamente copiato. A buon conto il
Panvinio[1072] ne cita un altro latino, in cui leggiamo _Sestilio
Laterano_, ed _Aquilio Orfito Consoli_: il che s'accorda col testo di
Capitolino. Vien qui portata dal Relando[1073] un'iscrizione del
Gudio, dove questo console si vede appellato _Sestio Sestilio
Laterano_. Ma non si può far fondamento sopra i marmi del Gudio. Il
prenome di _Sesto_ combatte coll'iscrizion gruteriana. Quivi si
trovano _Cassari_, artefici di nome sospetto, e _Scambillari_, che
certo dovrebb'essere _Scabilluri_. Forse perchè il Gudio, uomo
dottissimo, s'avvide che non erano sicuri tutti i marmi ch'egli aveva
raccolti, non li volle mai pubblicare in sua vita. S'è poi trovato chi
meno scrupoloso di lui gli ha dati dopo la sua morte alle stampe. Il
console primo ordinario di quest'anno è _Lucio Elio Aurelio Commodo_,
quel medesimo che fu adottato da Antonino Pio[1074], nè avea altro
onorifico titolo, che quello di _figliuolo dell'imperadore_. L'aveva
il padre promosso alla questura nel precedente anno, nella qual carica
diede al popolo, ma con denaro paterno, il divertimento di uno
spettacolo di gladiatori, ed ebbe l'onore di sedere in mezzo
all'imperadore e a Marco Aurelio Cesare suo fratello. Aveva egli
passati i verdi suoi anni nello studio delle lettere, non avendo
tralasciato il buon Antonino di procurargli tutti i mezzi convenevoli
per una buona educazione, affinchè divenisse un valentuomo. Gli
assegnò egli per aio _Nicomede_, e per maestri nella grammatica latina
_Scauro_, figliuolo di quello _Scauro_ ch'era stato grammatico di
Adriano; nella grammatica greca _Telefo_, _Efestione_ ed
_Arprocazione_; nella retorica greca _Apollonio Caninio Celere_ ed
_Erode Attico_, da noi veduto console; nella retorica latina _Cornelio
Frontone_, anch'esso uomo consolare: e nella filosofia stoica
_Apollonio_, della cui albagia si parlò di sopra, e _Sesto_ anch'esso
celebre filosofo di que' tempi. Tuttochè Lucio Commodo non avesse gran
testa per profittar nelle lettere, egli portò un singolar amore a
tutti questi suoi maestri, ed essi non meno amarono lui. Imparò a far
versi e a compor delle orazioni; e riuscì miglior oratore che poeta,
o, per dir meglio, fu più cattivo poeta che retorico. Dilettavasi
egli, più che delle lettere, del lusso, delle delizie, di aver buona
conversazione di gente allegra, di andare a caccia, di far altri
esercizii cavallereschi, e sopra tutto di assistere ai giuochi
circensi ed ai combattimenti de' gladiatori. Tale era Lucio Commodo,
che vedremo fra pochi anni imperadore, ed appellato _Lucio Vero_. Si
raccoglie poi dalle medaglie[1075], che in quest'anno l'Augusto
Antonino fu _liberale per la settima volta_ verso il popolo romano con
qualche conciario, o sia donativo a lui fatto. Questo era l'uso
degl'imperadori, per tenerlo contento, e fargli dimenticare di avere
una volta avuto tanta parte nel governo e nella padronanza.

NOTE:

[1070] Capitol., in Lucio Vero.

[1071] Noris, Epist. Consulari.

[1072] Panvin., Fast. Consular.

[1073] Reland., Fast. Consular.

[1074] Capitol., in Lucio Vero.

[1075] Mediobarbus, in Numismat. Imp.



    Anno di CRISTO CLV. Indizione VIII.

    ANICETO papa 6.
    ANTONINO PIO imperad. 18.

_Consoli_

CAJO GIULIO SEVERO e MARCO GIUNIO RUFINO SABINIANO.


Ho io aggiunto il nome di _Giunio_ al secondo console, fondato sopra
un'iscrizione pubblicata dal Doni, e posta ancora nella mia
raccolta[1076]. Molti furono ancora in questi tempi consoli
straordinari, o vogliam dire i sostituti agli ordinari; ma quai
fossero, e in qual anno maneggiassero i fasci consolari, ci mancano
memorie da poterlo chiarire. Pare bensì che si raccolga da
un'iscrizione, recata dal Panvinio[1077] e dal Grutero[1078], che nel
dì 5 novembre del presente anno fossero consoli sostituiti _Anzio
Pollione_ ed _Opimiano_. Ma con questo marmo parrebbe che facesse
guerra un altro pubblicato dal medesimo Panvinio, in cui nel dì 5 di
dicembre si veggono tuttavia consoli _Severo_ e _Sabiniano_, se non
sapessimo che gli atti pubblici erano per lo più segnati col nome de'
consoli ordinari, senza far caso de' sostituiti. Una medaglia[1079]
appartenente a quest'anno ci fa veder la _Bretagna_ in abito di donna
mesta, sedente presso una rupe con delle spoglie lì presso potrebbe
ciò porgere indizio, che qualche torbido fosse stato nella Bretagna,
con vantaggio dell'armi romane.

NOTE:

[1076] Thesaurus Novus Inscript., p. 332, n. 2.

[1077] Panvinius, in Fastis Consularibus.

[1078] Gruter., in Thesaur. Inscr., p. 607, n. 1.

[1079] Mediobarbus, in Numismat. Imp.



    Anno di CRISTO CLVI. Indizione IX.

    ANICETO papa 7.
    ANTONINO PIO imperad. 19.

_Consoli_

MARCO CEJONIO SILVANO e CAJO SERIO AUGURINO.


Non passano senza disputa i prenomi di questi consoli, come si può
vedere negl'Illustratori de' fasti; ma un'iscrizione del
Grutero[1080], e quanto ha osservato il cardinal Noris[1081], ci dà
assai fondamento per fermarci ne' nomi proposti, e non già in una
iscrizione del Gudio, dove compariscono consoli _Giulio Silvano_ e
_Marco Vibulio Augurino_. Torno a dire, che a fontane torbide ha
bevuto il Gudio, nè si può far capitale de' suoi marmi, se non quando
si veggono presi da buona parte. Monsignor Bianchini[1082] in vece di
_Serio Augurino_ mette _Sestio Augurino_, ma senza produrne il perchè.
Il padre Pagi[1083], che sempre ha nella manica i decennali,
quindecennali, etc., degl'imperadori, pretese che in quest'anno
Antonino Pio celebrasse i vicennali del suo imperio proconsolare. Il
padre Stampa[1084] ha dimostrato che egli prende abbaglio in citare
per prova di tal pretensione una medaglia, dove è notata la tribunizia
podestà XXI di Antonino Pio, la quale cominciava solamente nel
febbraio dell'anno seguente.

NOTE:

[1080] Gruterus, Thes. Inscr., p. 128, n. 5.

[1081] Noris, Epist. Consular.

[1082] Blanchin., ad Anastas. Biblioth.

[1083] Pagius, in Critic. Baron.

[1084] Stampa, Additament. ad Fast. Sigonii.



    Anno di CRISTO CLVII. Indizione X.

    ANICETO papa 8.
    ANTONINO PIO imperad. 20.

_Consoli_

BARBARO e REGOLO.


Null'altro si sa di questi consoli, se non che il cardinal Noris[1085]
andò conghietturando che il primo fosse chiamato _Vetuleno Barbaro_,
ma con dubbiosa prova. Il Panvinio[1086] in vece di _Barbaro_ stimò il
di lui nome _Barbato_. Così pure è scritto nell'edizione
d'Idazio[1087]. Anzi _Barbato_ ancora si legge in una iscrizione
trovata in questi ultimi tempi nelle Terme Ercolane della
Transilvania, e rapportata dal signor Pasquale Garofalo nel trattato
delle medesime Terme, e da me ancora nella mia Raccolta[1088]. Ma
avendo gli antichi Fasti, e qualche altra iscrizione, _Barbaro_ e non
_Barbato_, possiamo per ora attenerci ad essi. Sotto questo anno si
vede una medaglia[1089] battuta in onore di Antonino Pio, in cui gli è
dato il titolo di _Romolo Augusto_. Ciò sembrar può strano; perciocchè
questo pacifico e prudentissimo Augusto, secondochè scrive
Capitolino[1090], in tutte le sue parti fu lodevole, e tale che, per
sentenza di tutti i buoni, e con ragione, veniva paragonato a _Numa
Pompilio_. Era ben d'altro umore Romolo. Eutropio[1091] ebbe a dire
che siccome Trajano fu creduto un altro _Romolo_, così Antonino Pio un
altro _Numa Pompilio_.

NOTE:

[1085] Noris, Epist. Consulari.

[1086] Panvinius, in Fastis Consul.

[1087] Idacius, Fast.

[1088] Thes. Novus Inscript., pag. 332, n. 3.

[1089] Mediobarbus, in Numism. Imperator, ex Goltzio.

[1090] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1091] Eutrop., in Breviar.



    Anno di CRISTO CLVIII. Indizione XI.

    ANICETO papa 9.
    ANTONINO PIO imperad. 21.

_Consoli_

TERTULLO e CLAUDIO SACERDOTE.


Il nome di _Claudio_, dato al console _Sacerdote_, non è autenticato
da memoria alcuna sicura dell'antichità, e solamente si appoggia sopra
una ragionevol conghiettura del cardinal Noris[1092]. In una
medaglia[1093] si fa menzione della _Ottava Liberalità_ usata da
Antonino Pio Augusto al popolo romano. Questa dal Mezzabarba è
riferita all'anno presente, ma può egualmente appartenere ad altri
anni o precedenti o susseguenti; perchè non v'è espresso il numero
della podestà tribunizia. Fuor di dubbio è, che questo significa un
nuovo congiario, con cui egli rallegrò il popolo romano.

NOTE:

[1092] Noris, Epist. Consular.

[1093] Mediobarbus, in Numism. Imperat.



    Anno di CRISTO CLIX. Indizione XII.

    ANICETO papa 10.
    ANTONINO PIO imperad. 22.

_Consoli_

PLAUTIO QUINTILIO per la seconda volta e STAZIO PRISCO.


_Quintillo_ è appellato il primo console in vari Fasti. Ho io scritto
_Quintilio_, ed anche colla nota del secondo consolato, non conosciuto
dagli altri, in vigore di un'iscrizione esistente nella biblioteca
ambrosiana di Milano, e da me inserita nella mia nuova[1094] raccolta.
Che il secondo console, cioè _Stazio Prisco_, portasse il prenome di
_Marco_, fondatamente lo conghietturò il cardinal Noris[1095]. Ci
avvisano le medaglie[1096], che in questo anno si celebrarono in Roma
i vicennali dell'imperio augustale di Antonino Pio, veggendosi i voti
pubblici affinchè egli pervenisse al terzo decennio dell'imperio suo.
In tal occasione dedicò il tempio d'Augusto con averlo nondimeno
solamente ristorato: del che parlano ancora le medesime medaglie.
Credesi che in quest'anno fosse celebrato in Roma dal pontefice
Aniceto il concilio[1097], a cui intervenne il celebre san Policarpo,
e dove fu decisa la controversia intorno al giorno in cui si ha da
fare la Pasqua.

NOTE:

[1094] Thesaurus Novus. Inscr., pag. 333, n. 3.

[1095] Noris, Epist. Consular.

[1096] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1097] Blanch., ad Anast. Bibliothecar.



    Anno di CRISTO CLX. Indizione XIII.

    ANICETO papa 11.
    ANTONINO PIO imperad. 23.

_Consoli_

APPIO ANNIO ATILIO BRADUA e TITO CLODIO VIBIO VARO.


È stata disputa fra gli eruditi intorno al cognome e soprannome del
secondo console, volendolo alcuni _Vero_ ed altri _Varo_. In favore
degli ultimi è già deciso il punto, stante una riguardevole
iscrizione, scoperta in Lione, e da me riferita altrove[1098], la
quale ci dà con sicurezza i nomi e cognomi di questi consoli. Intorno
a questi tempi son di parere alcuni letterati che succedesse quanto
scrive Aurelio Vittore[1099], cioè che vennero ambascerie de' popoli
dell'Ircania, Battriana, e fin dell'India, ad inchinare Antonino Pio.
Ma niuna ragion v'ha di riferire un cotal fatto più all'anno presente
che ad altri precedenti. Quel che è certo, ancorchè Antonino fosse
uomo di pace, e pieno di benignità e mansuetudine[1100], pure il
credito della sua saviezza, costanza ed equità, gli acquistò tanta
autorità e buon nome anche presso le nazioni barbare, che non
solamente tutti il rispettarono e temerono, ma anche ricercarono a
gara la di lui grazia ed amicizia. Anzi essendo coloro talvolta in
guerra fra essi, solevano rimettere in lui le loro differenze,
credendo di non poter trovare un giudice più abile e disappassionato
di lui. _Farasmane_ re dell'Iberia venne a Roma per conoscere di vista
e riverire un così rinomato Augusto, e fece a lui più presenti che al
suo predecessore Adriano. Avea il re de' Parti (_Vologeso_
probabilmente) mosse l'armi sue contro l'Armenia. Una sola lettera a
lui scritta da Antonino bastò a farlo ritirare e desistere dalle
offese. Ed avendo esso re fatta istanza di riavere il trono d'oro, che
Trajano già tolse al di lui padre, Antonino, senza far caso delle di
lui minacce, continuò a star sulla sua. Comandò parimente esso
Augusto, che _Abgaro_ re di Edessa venisse a Roma, e fu ubbidito.
Rimandò ancora _Rimetalse_ re del Bosforo al suo regno, dacchè intese
nato fra lui e il suo curatore del dissapore. Egli è da stupire, come
di queste sue gloriose azioni le medaglie non ci abbiano conservata
qualche memoria.

NOTE:

[1098] Thesaurus Novus Inscript., p. 333, n. 4.

[1099] Aurelius Victor, in Epitome, edit. Scotti.

[1100] Capitolinus, in Antonino Pio.



    Anno di CRISTO CLXI. Indizione XIV.

    ANICETO papa 12.
    MARCO AURELIO _il filosofo_
    imperadore 1.
    LUCIO VERO imperadore 1.

_Consoli_

MARCO AURELIO VERO CESARE per la terza volta, e LUCIO VERO AURELIO
COMMODO per la seconda.


Promosse Antonino Pio Augusto al consolato di quest'anno i due
figliuoli adottivi, cioè _Marco Aurelio Cesare_ e _Lucio Commodo_. Coi
soli suddetti nomi aprirono essi l'anno, come consta ancora da
un'iscrizione del Grutero[1101]. Ma perchè sopravvenne dipoi la morte
del padre, ed amendue furono dichiarati imperadori Augusti; perciò si
truovano iscrizioni fatte dopo essa morte, nelle quali son chiamati
_Consoli_ insieme ed _Augusti_. In due leggi del codice di Gi