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Title: Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei - Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore
Author: Gubernatis, Angelo de, comte, 1840-1913
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei - Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore" ***

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         A. DE GUBERNATIS


         STORIA COMPARATA

              DEGLI

      USI NUZIALI IN ITALIA

             E PRESSO

   GLI ALTRI POPOLI INDO-EUROPEI


         SECONDA EDIZIONE
  RIVEDUTA E AMPLIATA DALL'AUTORE


              MILANO
     FRATELLI TREVES, EDITORI.
              1878.


       Proprietà letteraria.

           Tip. Treves.



_AI NUOVI LETTORI._


Dopo nove anni, riprendo nelle mani il mio libretto a cui il pubblico
italiano fece così cortese accoglienza. S'io dovessi scriverlo oggi da
capo, forse lo farei molto più ampio e gli darei un altro ordine. Ma,
poichè il libro, com'è nato, non dispiacque e non fu trovato inutile,
prendo coraggio a lasciarlo stare qual è, aggiungendo solo qua e là
alcuna notizia che m'è venuta alle mani da sè stessa dopo pubblicato
il lavoro e che può contribuire a renderlo manco imperfetto, lieto
intanto che esso abbia servito ad avviare in Italia un nuovo genere di
ricerche sopra i nostri usi popolari. In appendice si troveranno pure
riprodotte alcune notizie speciali sopra gli usi corsi e veneziani,
venute alla luce alcuni anni dopo la pubblicazione della presente
operetta, che ha forse, in parte, determinato i loro autori a
raccoglierle.

Io non ho ora, in ogni modo, a far altro se non ringraziare
l'intelligente editore che m'ha procurato un primo pubblico indulgente
ed augurarmi che egli possa trovarmene ora in Italia un secondo non
meno benevolo, il quale non trovi superflua la ristampa d'un libro che
tratta di un uso il quale può trasformarsi, ma che si rinnoverà sempre
fin che ci saranno nel mondo un Adamo, un'Eva ed un serpente seduttore
che faccia da procolo e da paraninfo.

                                             ANGELO DE GUBERNATIS.



AL CONTE GEZA KUUN

IN UNGHERIA


  _Mio carissimo Geza._

Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna
dedica, nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato
a te, come pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato
fin qui altro se non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro
possa, fin che vivremo, recarci conforto. Gli anni che passano fanno
invecchiare ogni cosa intorno a noi, ma non i sentimenti, che, quanto
più mettono radice nel tempo, più gagliardi crescono. Possa il tuo
nome messo sulla prima pagina di questo libretto fortunato ricordare
per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole

  Firenze, primavera del 1877.

                                                   _il tuo_
                                             ANGELO DE GUBERNATIS.



PREFAZIONE

alla prima edizione


_Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva
molto più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono
ogni secolo a popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra,
infimo è al certo il numero de' privilegiati, che, per lustro od
infamia, sono eletti all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini
nasce, lavora e si estingue, martire uniforme, ne' periodi veloci di
oscure generazioni, io non so se come fiore o come crusca, alla
superficie, si agita e dà spettacolo di sè un'aristocratica famiglia
di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte, le moltitudini e
seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma, come nella
prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più
delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima,
precipitando essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli
non è stato il solo autore della sua così detta nazionale grandezza, e
però, quando questa appare più gloriosa, egli la gode assai male; per
altro verso, egli prende pure una minima parte alla sua rovina; e,
però, continuerà facilmente a vivere anche dopo che questa, o per suo
vizio organico, o per alcuna violenza di interni ed esterni nemici,
sia cessata. I protagonisti della storia raccomandano il nome loro
alla posterità col monumento, ma periscono come le loro istituzioni;
il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per compenso e quasi direi
per vendetta della natura, vive immortale come le sue tradizioni e le
sue patriarcali consuetudini._

_Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi
medesimi, per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue
fila, a traverso le quali presumeranno le generazioni future giudicare
la nostra, come noi giudichiamo, senza appello, le passate, io non
credo che seguiremmo con tanta passione il racconto delle gesta
consegnate da autenticissimi, se si voglia, ma poco sinceri documenti,
alla storia; delle gesta, io dico, le quali, per essere state
pubbliche, immaginiamo universali, per essere state pompose,
supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo._

_Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale
converte spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne
ragione di Stato, non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si
ritenga per fermo che lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo
rettorico, nè da vigliacca assentazione ad esagerare, a travestire, ad
inventar nulla di ciò ch'ei narra, ha pure la sua importanza la
narrazione delle pubbliche vicende di un popolo costituito in proprio
Stato; ma, come nello studio della natura, prima del fenomeno, vuole
osservarsi la legge, così ragion vuole che si ricerchi la vita intima
ed immutabile di un popolo, innanzi di rappresentarcelo nelle sue
esteriori, più aperte bensì, ma assai meno complete e assai più
combinate manifestazioni. Il più delle volte, il fenomeno non è la
legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge, l'anomalia;
così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il
suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune
circostanze eccezionali._

_A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda
eresia, piglio la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non
chiamo la così detta storia d'un popolo altrimenti che la sua_
caricatura, _quando pure esso non sia qualcosa di peggio, destinato a
mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi una distinzione molto larga
fra la storia delle democrazie e quella delle monarchie, oligarchie e
teocrazie, non può sfuggire come presso le prime ancora non di rado
avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per consentire
fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o sia
ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità._

_Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla
è necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che
il vago e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono
imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le
imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni
loro si attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni
segrete; anche ai popoli si vuole tener conto di cosiffatta
eccitabilità e di certe ragioni occulte; ma, evidentemente, nè quella
nè queste non bastano di certo a lasciarci intendere quello che un
popolo abbia potuto essere o quello che sia._

_Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che
addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe
forse chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel
loro intimo focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno.
Questa storia accetta o subisce dalle vicende e dalle istituzioni
politiche quello che le conviene o quello che non può evitare; ma
conserva, a traverso le fasi della storia esterna che hanno potuto
alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è tanto più solido e
puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita pubblica. Questa
nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso que' popoli
che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più: sopprimendo le
storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza, nel
legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero
ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non
risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di
quelle che determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle
famiglie, la distinzione delle famiglie in tribù, e la loro
dispersione, varietà che il diverso clima e la diversa regione hanno
quindi potuto accrescere ed alimentare, molte consuetudini d'un popolo
essendo intimamente legate con le condizioni fisiche le quali esso,
nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi antichi si
depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto qualcosa
che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo qualcosa
è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi: ma
non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano
diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due
fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero
all'altro; essi saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e
pure, se noi, che ci troviamo al di fuori delle loro differenze, li
osserviamo senza alcuna preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la
somiglianza e la consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso
parente. Basta una linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora
questa linea lega tuttora il gran quadro delle famiglie alle quali
diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso della prima famiglia patriarcale
si moltiplicò nelle famiglie successive, e, nel moltiplicarsi,
naturalmente prese modo differente; ma nè le varie inclinazioni che
divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica famiglia e
talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del
colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta
l'espressione, il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo
estinguere i caratteri essenziali della primitiva sua stirpe._

_Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito
degli usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva:
«Varii sono gli usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono
osservarsi nelle nozze; noi recheremo soltanto quello che essi hanno
di comune[1].» Lo stesso pressapoco debbo io qui ripetere, in questo
primo saggio di una storia comparata degli usi nuziali. Ma poichè
l'Italia formerà l'oggetto speciale delle mie ricerche, ho bisogno di
prevenire il giudizio del lettore italiano, affinchè per avventura
non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il nostro paese
sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo
superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà,
invece, essi provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri
d'ogni nazione; Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel
settentrione hanno più largamente contribuito, invadendo la nostra
contrada, e confondendosi quindi con noi, a trasformarci in parte
nelle nostre consuetudini; e soltanto nell'Italia di mezzo e nella
Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno, l'antica tradizione
italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta più
originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali
d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati;
quelli dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in
digrosso fra l'antica Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana,
sono, per lo più, indigeni; quelli della rimanente Italia, non di
rado, importati. Il che non toglie che spesso fra usi indigeni ed
importati si trovi somiglianza; poichè la somiglianza ha la sua
ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea. Solamente, dove, per
esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente di
feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando
per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente
ancora il pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e
forse un poco a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo
latino._

_E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere
il presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema
d'aggiungere, se non che, prima di offrire ai concittadini miei il
povero frutto delle mie povere fatiche, mi è necessario render grazie
alle cortesi persone che mi vennero in aiuto nelle ricerche. So bene
che non si troveranno nel mio libro tutte le notizie relative agli usi
nuziali, e che quest'opera potrà col concorso di futuri scrittori
ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere punto punto
esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho detto
possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro
ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per
appagare una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio
all'uomo Indo-Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e
mandarsi ad effetto da qualche nostro felice ingegno._

_In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che
io descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per
cavarne notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna,
io debbo specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie,
della signora Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing.
Giuseppe Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba,
di Agostino Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie
Genovesi cav. Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti
Canavesani, di monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio
Chilovi Tridentino, di Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella
Lunigiana, del prof. Giuliano Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini
da Fano, del professor Luigi Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti
Valtellinese, del prof. Ferdinando Santini residente ad Arpino, del
cav. Gabriello Cherubini da Atri e del prof. Giuseppe Pitrè
Palermitano. Per gli usi Russi, oltre all'esserne io medesimo stato
testimonio oculare ed essenzial parte, mi giovarono assai le
rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per alcuni canti
popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di Tarszok,
i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora Tatiana
Lvoff._

_Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene
forse di più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero
compenso a tanta gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere
nè troppo indiscreto nè troppo pesante._

  Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.

                                             ANGELO DE-GUBERNATIS.


NOTE:

[1] Açvâlayana _Gr'ihyasûtra_. I



INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA


SCOPO DEL MATRIMONIO.


Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il
matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli;
ma la ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto
di poesia, che non permetteva di considerare la compagna dell'uomo
come un solo servile strumento di generazione. Unico il Diritto romano
pose per legge e considerò come sacro[2] che il matrimonio si compie
per cagione dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per
legge, la dignità della donna da quella dell'uomo, decretando che vi
sia potestà sopra il maschio e che la femmina si possa _dar nelle
mani_, ossia, ciò che torna poi il medesimo, _manomettere_[3]. Unico
il diritto sacro romano inventò una dea _Viriplaca_[4], ossia
placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio a fine di
comporre le contese domestiche.

La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il
cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto
romano nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal
duca Alfonso di Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla,
e se adultera, di esporla sul rogo, tanto che muoia ove a lui
piaccia[5]. La barbarie della legge contribuì ovunque in Italia a
rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge stessa la necessità
talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere l'uso che
perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel 1523[6]
mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di buona
condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709, pubblicato
dalla Repubblica di Genova[7], tenta correggere lo stesso abuso
nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie.
La donna si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il
diritto romano che ne proclamava la servitù contribuì non poco a
rimuovere dai nostri usi quella specie di culto per la donna che prima
di essere cristiano fu celtico e Germanico, quella specie di culto
estetico alla madre, alla sposa, alla indovina, ossia all'essere di
più delicato e più pronto sentire, che ci lascia così felicemente
distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e, precisamente
nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia
della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi
fallici. Non sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano
ancora processioni falliche. E mi sembra simbolo di un'antica
processione fallica, l'uso che vigeva, nella città di Gallese, per la
festa di San Famiano, nella quale si portava attorno un talamo
acceso[8]. Nel seguito di quest'operetta, ci accadrà di notare i
varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità alla sposa,
alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de' tempi
patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon
grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla
benedizione non si desidera.

La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una
cruda ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle
lagnanze della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con
altre. Perocchè il nome di moglie suona dignità e non voluttà»[9].
Elio Vero metteva così la donna al di sotto di quello che piace ai
sensi: ne faceva una fredda cosa elegante.


NOTE:

[2] Ennio, presso Festo, ha:

    _Ducit me uxorem sibi liberûm quærendûm gratia,_

e Varrone, presso Macrobio, va più in là: «_uxorem liberorum
quærendorum causa ducere, religiosum est._». Presso gli odierni Parsi,
il marito piglia una seconda moglie, se la prima sia sterile, e
assoggetta la prima alla seconda.

[3] Gajus, I, 108: «_Sed in potestate quidem et masculi et feminæ esse
solent; in manum autem feminæ tantum conveniunt._»

[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.

[5] _Ita quod moriatur si viro suo placuerit._

[6] Rubr. 75: _Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus,
statuimus quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonæ
conditionis et famæ iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam
vel drapellum vel velectum vel pannum quem in capite deportaret,
puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den._

[7] Si trova nelle _Addizioni agli Statuti di Corsica_, Lione 1843:
«Avendo avuto notizia che si vada sempre più addimesticando l'abuso
già tanto tempo introdotto di baciare in istrada pubblica e di
_attaccare_ secondo il vocabolo di quel paese, cioè di levare la
scufia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliarità alle
giovani, perchè impossibilitate queste dal pregiudicio che nell'altrui
opinione ne sentono a più maritarsi con altri siano costrette a
sposarsi con loro, ecc.»

[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V:
«Perchè egli è cosa concedente che nelle feste solenni celebrate dalla
santa chiesa cattolica romana e parimenti dalla nostra città s'abbino
da ornare ed onorare con gli lumi maggiori che si possono, e
somigliantemente per manutenere le buone e laudabili consuetudini di
questa nostra città di Gallese, per il presente capitolo, statuimo ed
ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra città di Gallese siano
obbligati e debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa
della solennità del glorioso San Famiano _advocato et_ Protettore
della nostra Patria, creare due Rettori della loro arte, quali Rettori
così creati, abbiano da esercitare il loro ufficio del Rettorato per
un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o vero un Cirio, ad
uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l'arte, sino che
serrà buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano
processionalmente farlo portare per tutta la città acceso, ecc.»

[9] Elio Spartiano, nella vita di Elio Vero, presso gli _Scriptores
Historiæ Augustæ_; ed Th. Vallaurius, Augustæ Taurinorum, 1853:
_Patere me per alias exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis
nomen est, non voluptatis._



LIBRO PRIMO

PRIMA DELLE NOZZE



I.

Quando la fanciulla è bambina.


La _pupa_ de' Latini, pupattola degli Italiani, _poupée_ de' Francesi,
è il primo oggetto che richiama l'attenzione della donna al suo
destino; ancora bambina ella è già madre; la bambola ch'ella inventò
per bisogno di prodigar tenerezze a qualcosa di più debole ch'essa non
sia, fu creazione del suo solo istinto di madre. La pupattola è comune
all'uso indo-europeo; _paidiskê_ l'addimandano i Greci, come noi
diciamo _bambola_ presso _bambina_; e per la stessa analogia gli
Indiani chiamavano la pupattola _putrì_, o _dàruputrì_, _dàruputrikà_,
che vale _fanciulla di legno_[10].


NOTE:

[10] Essa ci viene già ricordata nel _Mahàbharàta_.



II.

Quando la fanciulla cresce.


La donna si anticipa le gioie nuziali ne' giuochi fanciulleschi, ove
la sposa è figura prediletta. Lascio stare, per ora, la parte che i
fanciulli pigliano nelle vere nozze, ora per fare allegria, ora per
festeggiare, ora per maledire, dovendo qua e là farvi accenno in
diversi capitoli; quello che essi ripetono ora facevano in antico;
quello che si nota fra noi, osservasi pure, a mia notizia, in
Germania, tra i Bretoni, tra i Finni, nell'India; la festa è un po'
per loro, perchè essi sono lo scopo finale della festa. Essi rompono
le vecchie stoviglie, essi mandano urli di gioia, essi salutano e
servono[11] gli sposi, e talora, per ischerzo, li arrestano; talora
vanno più in là; per esser fatti tacere con regalini d'ogni maniera,
molestano gli sposi per mezzo di ostinate insolenze. I fanciulli sono
adunque la morale, il coro della favola; e come la favola è spesso
fatta per la morale, così la festa nuziale è animata da fanciulli, la
presenza de' quali è necessaria come un augurio per la fecondità del
talamo.

Per questa parte probabilmente che i fanciulli da lungo tempo hanno
preso alle feste nuziali, la tendenza nei loro giuochi ad imitarle. Io
so di parecchi giuochi somiglianti che si fanno in Italia, de'
quali il più evidente parmi quello che usa in Piemonte detto
dell'_ambasciatore_, che qui descriverò, poichè mal noto o punto ai
non Piemontesi. Ambasciatore chiamano i Piemontesi nel loro giuoco,
come i Toscani ne' loro stornelli, il messaggiero d'amore. Un
fanciullo che figura il capo di casa dà la mano a due fanciulle che
formano catena con altre disposte in una lunga fila. L'ambasciatore,
che è un altro fanciullo, si avanza e con la cantilena, alla quale io
segno qui sotto le note, dice solennemente:

    Sur imbasciatur[12]
    (mi) (fa) (sol) (la) (sol)

quindi facendo alcuni passi indietro:

    Lantantirulirulena
    (mi) (sol) (sol) (re) (mi) (mi) (do) (sol);

il fanciullo si avanza di nuovo e ridice:

    Sur imbasciatur

quindi si ritrae al suo posto, cantando:

    Lantantirulirlàlà
                 (do)

Allora le fanciulle guidate dal capo di casa si avanzano verso il
messaggero d'amore e cantano:

    Cosa völi vui?[13]
    Lantantirulirulena[14]
    Cosa völi vui?[15]
    Lantantirulirulà.

Ritorna la volta dell'ambasciatore, che avanzandosi al primo e al
terzo, ritirandosi al secondo e quarto versetto, ricomincia a cantare:

    I vöi üna d' vostre fie[16]
    Lantantirulirulena, ecc.

Le fanciulle e il capo di casa, muovendo di nuovo incontro, domandano:

    Quala völi vui?[17]
    Lantantirulirulena, ecc.

La risposta dell'ambasciatore non è sempre la medesima; ora egli dice
che vorrebbe la bionda, ora la bruna, ora la più bella e così via
finchè il giuoco si stanca. Le fanciulle interpellano l'ambasciatore
sul mestiere dello sposo che fa domandare la loro compagna:

    Che mestè farála?[18]
    Lantantirulirulena, ecc.

Qui pure la risposta dell'ambasciatore può essere varia; ora la sposa
è destinata a diventare principessa, ora fruttivendola, ora qualcosa
di meno, secondo l'umore variamente burlesco dell'ambasciatore. Ma non
di rado avviene che il giuoco si guasta e la partita si scombina,
poichè la fanciulla si sente offesa di essere chiamata ad un mestiere
troppo vile. Allora si mettono in mezzo i pacieri e si studia di
placarla col rifare il giuoco ed invitarla a nozze più illustri. Le
fanciulle e il capo di casa ripigliano le loro domande, una delle
quali sopra la dote[19] che il marito intende fare alla sposa. Dopo
alcune altre domande e risposte, il capo di casa e le fanciulle
lasciano andare la fanciulla eletta alle nozze con le parole
sacramentali:

    Piévla püra ch'a l'è vostra[20]
    Lantantirulirulena, ecc.

L'ambasciatore la mena con sè e tutti, fanciulli e fanciulle, che
pigliano parte al giuoco, formano un circolo e girano, mettendo grida
di gioia, poichè la sposa è fatta.

Io suppongo che questo animatissimo giuoco dei fanciulli piemontesi
sia di origine celtica, per la gran parte che nelle nozze assume
l'_ambasciatore_[21]. Il giuoco riproduce, al vivo, tutta una chiesta
nuziale alla maniera celtica, sebbene la chiesta stessa, in genere, e
le danze che la conchiudono siano conformi a tutto il rito
indo-europeo.

Probabilmente, in Piemonte, appena l'uso celtico, che dura pur sempre
tra i Bretoni, si andò perdendo, divenne un giuoco da fanciulli.

Così pure la _moscacieca_, che si fa nell'Annoverese[22], per nozze, è
diventata, in Piemonte, un giuoco da fanciulli, mentre vi scomparve
dall'uso nuziale. Un fanciullo bendato deve, fra molte fanciulle,
ritrovare la sua; se egli si sbaglia, diviene ridicolo a tutta la
brigata.

In Piemonte, usa ancora un altro giuoco che si riferisce alle nozze.
Esso rappresenta i doni da farsi alla sposa. I fanciulli stanno seduti
in giro. Il capo-giuoco domanda a ciascuno di essi quello ch'essi
sarebbero disposti a regalare alla sposa. I fanciulli rispondono,
avendo cura di evitare, nella descrizione dell'oggetto ch'essi
destinano alla sposa, la lettera _r_. Ove si sbaglino, lasciano nelle
mani del capo-giuoco un piccolo pegno da riscattarsi, in fin di
giuoco, per mezzo di una penitenza. Particolarmente le fanciulle,
nella minuta descrizione degli oggetti per la sposa, mostrano una
sollecitudine tutta amorosa; i loro occhietti si animano e brillano
quanto vorrebbero far brillare le stupende vesti delle quali intendono
regalare liberalmente la loro sposa.

In Toscana usa il giuoco del _verde_[23]; piace agli innamorati; chi
perde, in questo giuoco, perde spesso l'amore; poichè per il damo e
per l'amata è segno d'obblio, di disprezzo, il non trovare il verde
nelle mani di chi ama. I bambini lo fanno volontieri coi vecchi che
hanno altri pensieri pel capo, sapendo come sogliono rimediare con
doni alle patite sconfitte; gli amanti maliziosi, nel principio de'
loro timidi amori, mettono volentieri, per condizione, un bacio che
chi perde deve dare o lasciarsi dare da chi ha vinto; gli amanti
inoltrati invece s'insospettiscono, diffidano, s'adirano, si
allontanano talvolta, per la sola cagione del _verde_ dimenticato[24].
L'uso tuttavia va in disuso; ed è a prevedersi che resterà, col tempo,
un solo giuoco da fanciulli, finchè alla loro volta i fanciulli, per
la cresciuta serietà de' tempi, diventati serii, non ismettano
anch'essi di giuocare.

Ho inteso che in Grecia gli innamorati dividono per mezzo una foglia
di platano, la quale devono rimettere insieme quando si ritrovano.


NOTE:

[11] Tra i latini, per esempio. Quindi Varrone, presso Nonio: _Sic in
privatis domibus pueri liberi et pueræ ministrabant_; ed Ovidio, ne'
_Fasti_, a proposito di un sacrificio domestico:

    _Stat puer et manibus lata canistra tenet._
    _Inde ubi ter fruges medios immisit in ignes_
    _Porrigit incisos filia parva favos._

[12] «Signor ambasciatore.»

[13] «Che volete voi.»

[14] Cantando questo versetto le fanciulle e il capo di casa fanno
alcuni passi indietro.

[15] Le fanciulle si avanzano di nuovo col capo di casa.

[16] «Io voglio una delle vostre figlie.»

[17] «Quale volete voi?»

[18] «Qual mestiere farà ella?»

[19] Vedi il capitolo _Sulla dote_ nel secondo libro di quest'opera.

[20] «Pigliatevela pure ch'ella è vostra.»

[21] Vedi nel primo libro di quest'opera, il capitolo intorno al
messaggero d'amore e quello intorno alla chiesa.

[22] Cfr. Kuhn u. Schwarz: _Norddeutsche Sagen, Märchen u. Gebräuche_,
Leipzig 1848 e, in questo libro, il capitolo che intitolo: «Gli sposi
si provano.»

[23] Ecco, in qual modo, lo descrive il Fanfani, nel suo _Dizionario
dell'uso Toscano_: «_Verde_ chiamasi la pianta del bossolo che si
mantiene sempre verde. Nella quaresima è costume che due, specialmente
gl'innamorati, spiccano una o più foglie di verde e la custodiscono
gelosamente, guardando di non la perdere; e se l'uno la perde, dee
dare all'altro o questa o quella cosa pattovita fra loro. Ciò si dice
_fare al verde_, e ogni volta che i due si trovano insieme, l'uno dice
tosto all'altro: _fuori il verde_!»

[24] Vedi ancora, in questo primo libro, il capitolo che descrive
«come si fa l'amore.»



III.

Pronostici.


La funzione più importante della vita è il matrimonio; occorre quindi
averlo propizio; le stelle, il cielo, la sorte, il destino si invocano
come augurii. La fanciulla incomincia a sottintendere ch'ella non può
mancare di maritarsi. Ma quando gli amanti si fanno desiderare ella sa
il modo di attirarli a sè e di vincerli.

Nell'India[25] e in Grecia v'erano formole per far nascere l'amore e
per far arrivare lo sposo. Nell'India, la fanciulla le recitava sopra
una pelle di vacca tentando il suo destino. Queste formole usano pure
nella Germania meridionale[26]; la giaculatoria ha la virtù di destare
l'amore nella persona indifferente che si ama[27]. Nato l'amore, chi
ne è posseduto diventa furioso. La Venere ellenica si vendicava spesso
così de' ribelli al suo potere; e le streghe del medio evo avevano
mille maniere d'unguenti e di incantamenti per muovere la passione
d'amore o allontanarla. Nelle nostre novelline non di rado l'eroe è
acceso, per erba o bevanda che gli passarono le streghe, da subita
passione per altra donna che non sia quella che egli ama.

Posta la necessità di un marito, bisogna sapere di qual parte egli
verrà, e quale sarà la sua condizione, e quando e dove si faranno le
nozze. Ora, con la rovina di Delfo non rovinarono tutti gli oracoli;
le nostre fanciulle ne conoscono parecchi i quali, a senso loro, non
possono sbagliare; e, poichè la sorte è quella che deve decidere, esse
la tentano in ogni onesta maniera. A Roma i due iddii Pilummo e
Picummo, secondo Nonio Marcello, presiedevano anticamente agli
auspicii per nozze; e in Toscana, era l'uso di digiunare, per
assicurarsi un felice matrimonio[28].

In Grecia ed in Roma si pigliavano pure augurii per nozze da parecchi
uccelli. Rileviamo da Plutarco che i Greci consultavano, per sapere se
la fidanzata sarebbe stata sposa fedele, le cornacchie, le quali
gracchiando fanno ingiuria alla castità di Penelope, che, per una sola
vita, attese il marito assente, quando invece esse, morto il marito,
rimangono vedove per nove intiere generazioni; le cornacchie erano
sacre anche in Roma a Giunone Dea delle nozze, onde abbiamo da Festo
che al di là del Tevere vi era un luogo sacro ad esse, detto perciò
_corniscarum divarum locus_[29]. Plinio ci fa ancora sapere che una
specie di sparviere detto Egituo, zoppo d'un piede, era di ottimo
augurio per le nozze[30]. Ma già fin dai tempi di Cicerone, che ne fa
motto nel suo trattato _De divinatione_, i riti augurali si erano
smessi nelle nozze, ed erano solo rimasti gli auguri come mediatori e
testimoni delle cerimonie nuziali[31]; questi auspici delle nozze sono
ancora ricordati da Giovenale e da Lucano.

A novembre s'incomincia, come dicono nel Canavese

    A purtè le büsche pr fe' 'l nì[32].

Ma la vigilia dell'Epifania, e, in genere, il tempo fra il Natale e
l'Epifania, si elegge particolarmente dalle fanciulle così in Italia,
come, a mia notizia, in Germania, in Russia e Scandinavia, per
riscaldare i loro amori. Gli antichi Ateniesi chiamavano col nome di
Gamelione il mese di gennaio, siccome quello in cui celebravasi il
maggior numero di matrimonii.

Altro giorno propizio a tirare l'oroscopo per nozze è in Italia, in
Grecia, in Francia, in Isvezia e, come suppongo, anche in Germania, la
vigilia di San Giovanni.

Nell'Umbria, la sera dell'Epifania, le ragazze, per sapere se
troveranno marito, vanno _nude_ (così almeno, perchè l'oroscopo
riescisse bene, dovrebbero andare) a cogliere un ramo d'olivo verde.
Preparano un posticino sul focolare, staccano una fogliuzza, la
bagnano di saliva e la buttano quindi sul focolare; se la fogliuzza fa
tre salti, o per lo meno gira e rigira sopra sè stessa, ne traggono
augurio di prossimo e felice matrimonio; se, al contrario, la foglia
brucia senza muoversi, ogni speranza di matrimonio è perduta. Mi piace
qui ricordare l'erba che, presso _l'Atharvaveda_[33], si rallegra
innanzi a quello che arriva.

In Piemonte, come in Russia (e forse pure in Germania) usa per
l'Epifania nella focaccia, che in tal giorno si mangia, mettere due
fave, l'una nera, l'altra bianca; l'una rappresenta il re, l'altra la
regina; i due che trovano la fava, ossia il re e la regina, si levano
e si baciano; il re e la regina rappresentano evidentemente gli
sposi[34].

A Riva di Chieri si piglia uno stelo d'erba a più nodi e si rompe
ciascuno di questi nodi, dicendo all'uno: _io mi sposerò qui_, e
all'altro _io mi sposerò fuori_. L'ultimo nodo è quello che deve dir
la verità. Somiglia questo oroscopo a quello che pigliano le
innamorate francesi, e, per riflesso di moda, le nostre sopra i petali
della margheritina per indovinare la forza dell'amore della persona
amata.

A Riva di Chieri ancora, e nel Canavese, all'Epifania, le ragazze da
marito usano lanciare la pantofola o lo zoccolo verso la porta di
casa; se la punta si volge verso la porta, il segno è buono, la
ragazza, entro il carnovale, piglierà marito; se no, no. Lo stesso
pronostico si leva a Pinerolo, ma il primo giorno dell'anno. Una
simile usanza vige ancora in Russia, ove si getta una pianella sopra
la strada; lo sposo dovrà arrivare da quella parte verso la quale si
volge la punta della pantofola.

I pronostici nuziali del Bolognese ci sono descritti così dalla
signora Carolina Coronedi Berti[35]. «Una ragazza si mette alla punta
d'un piede una ciabatta e dal sommo d'una scala la getta in basso;
palpitante discende tosto insieme alle compagne, per vedere da qual
lato sia rivolta la punta; se verso l'uscio di strada, coglie
l'augurio d'andare in quell'anno a marito; se verso la scala, si
prepara a rimanere zitella. Dopo questo viene un altro esperimento:
_Far ai quater canton_. E vuol dire, prendere un anello, un vasetto
pieno di cenere, un altro pieno di acqua, ed una chiave, ponendo ad
uno ad uno questi oggetti a' quattro canti della stanza, e facendo
attenzione di coprirli acciò ne resti nascosta la qualità a chi ne va
in cerca. Quindi si fa entrare una delle giovani che vogliono mettersi
alla prova, la quale si avanza fra il timore e la speranza verso l'uno
de' canti, e a quello a cui si sente più attirata. Se vi troverà
l'anello sarà come la buona notizia di maritarsi; se la chiave, avrà
in quell'anno il governo della casa. Ma se incappa nella cenere, può
esser certa di morire. L'acqua indica ch'ella ha da sparger
lagrime. — L'usanza di consultare gli spilli poche donne la
dimenticano. Prima di coricarsi, mettono alla punta del guanciale tre
spilli; l'uno avrà la capocchia rossa, l'altro bianca, il terzo nera.
Messe in letto, e trovandosi allo scuro, cambiano la posizione agli
spilli in modo da confonderne i colori, poi ne estraggono uno e lo
piantano all'estremo opposto del guanciale. Al primo raggio di luce,
volgono gli occhi allo spillo, e se la sorte è favorevole avran levato
il rosso. Il bianco significa che le cose di famiglia seguiteranno
senza nessun cambiamento; il nero, al solito, è indicazione di
morte. — Si fanno dalle nostre ragazze esperimenti col piombo fuso e
gettato in acqua, e dalle svariate forme che prende, come di martello,
vanga, forbici e simili, fanno giudizio del mestiere a cui il futuro
sposo sarà dedicato.» La stessa scrittrice ci fa ancora conoscere un
altro uso[36]. «Nell'estate le spighe de' prati sono alle fanciulle
strumenti per tentare la sorte. Ne staccano una, la troncano per metà,
e la parte staccata accomodano un'altra volta al posto come intera,
prendono poi la spiga fra le dita della sinistra mano, e dando colla
destra un colpo sul braccio, esclamano: _Viva o morta?_ Se al colpo la
spiga staccata si slancia via, l'amore è vivo, cioè il giovane ama
davvero, ma se l'erba non si muove, oh allora la ragazza non è
riamata; ed ecco il mal augurio. Il seme di certe erbe campestri che a
guisa di leggiero involucro di sottil piuma, staccato dal vento
s'inalza e percorre l'aria, è di buon augurio se volge il suo corso
verso il volto della fidanzata; quel seme chiamano _furtòna_ (fortuna)
e vedendolo in aria si sta fermi per indagare la direzione che
prende.»

Non meno diffusa è l'usanza di consultare il destino intorno allo
sposo futuro, per mezzo delle figure che si osservano sopra il
ghiaccio. A Pinerolo, nel Canavese e nel Mantovano, la notte
dell'Epifania, le fanciulle mettono fuori di casa, possibilmente sul
tetto, una scodella piena d'acqua. L'acqua diacciandosi nella notte,
dalle impronte che si vedranno sul ghiaccio, le quali, nel Canavese,
sono attribuite ai tre Re Magi, la fanciulla al mattino indovinerà il
mestiere dello sposo predestinato.

Poichè le donne credono alla predestinazione; e fu tempo che vi
credevano anche gli uomini. Leggo nella vita di Settimio Severo,
presso gli _Scriptores Historiæ Augustæ_[37], come questo imperatore
sposò una fanciulla, credendola sortita a nozze regie, se pure, come
è probabile, non simulò di credere quello che gli tornava. Così,
presso il _Lalita-Vistara_[38], Buddha non conoscendo ancora la sua
futura sposa, appena la incontra, sente ch'è dessa. Egli ha la piena
intelligenza delle sue virtù. Ora a questi presentimenti che sono
diventati una superstizione particolarmente femminina, io do
volentieri una origine mitica. Mi par difficile che una giovinetta
dica d'una cosa accaduta «il cuore me lo diceva», se simili avvisi del
cuore non abbia mai udito vantare prima da sua madre; la credenza ne'
presentimenti è tradizionale, ereditaria di madre in figlia. Buddha
s'accosta alla sua sposa e ha l'intendimento della sua virtù; Buddha è
il sole, quello che vede tutto; la sua sposa è l'aurora; il sole
s'accosta all'aurora; il sole trova la sua sposa, la indovina alla
prima. Per altra parte, l'aurora è la più sollecita a destarsi; è la
prima a vedere, a scoprire; essa prevede; l'aurora è donna, e la donna
si paragonò all'aurora; ossia si fece indovina. Ma non solo l'aurora è
sposa del sole; anche talora la nuvola: la nuvola tuona; la nuvola
avvisa; la nuvola è donna; e la donna si paragonò alla nuvola, ossia
si fece pitonessa, sibilla, druidessa, fata, profetessa. Come aurora,
presente; come nuvola, predice.

Ad altri pronostici ricorrono ancora in Italia e fuori le fanciulle da
marito.

Nel contado di Pinerolo, per sapere se un matrimonio avrà luogo sì o
no, mettono insieme due pallottole di stoppa destinate a rappresentare
gli sposi desiderati; quindi le due pallottole si abbruciano
nell'aria; se le ceneri si sollevano, buon segno, il matrimonio si fa;
se restano giù, cade pure ogni speranza nella povera villanella.
Un'altra forma dello stesso uso è il così detto _mignofet_; si mettono
due fantoccioni di stoppa l'uno innanzi l'altro e s'appicca loro il
fuoco; cadono essi l'uno verso l'altro? e tutto andrà bene; si voltano
essi da un'altra parte? ed anche le nozze si voltano.

Nell'_Atharvaveda_, è una strofa ove si invita la sposa a salire sopra
una navicella della fortuna che la porterà verso il suo predestinato.
Il Weber, che la scoperse e la citò[39], riferisce alcune usanze
germaniche, le quali mi sembrano bene provare come la formola d'invito
alla fanciulla perchè si imbarchi con la sua fortuna dovesse pure
accompagnare qualche esperimento che le fanciulle indiane facevano
della loro sorte come spose.

Ora una tale corrispondenza de' giuochi a certe popolari usanze, parmi
che renderebbe, a chi lo tentasse, molto interessante un altro libro,
che si potrebbe intitolare la storia dei giuochi. Auguro pertanto che,
fra tanti giuocatori, uno se ne trovi, che il desiderio di illustrar
l'arte, alla quale si appassiona, muova a soddisfare con la vanità sua
la nostra curiosità, raccogliendo materiali per l'opera da me
proposta, alla quale non farebbero certamente difetto i lettori.

Oltre l'Epifania, è vivamente desiderata dalle nostre fanciulle la
notte di S. Giovanni[40], per interrogare l'oracolo d'amore. In Santo
Stefano di Calcinaia, piccolo borgo ad otto miglia toscane da Firenze,
ove io sto scrivendo queste pagine, le fanciulle ricorrono a tre forme
di oroscopi. Verso l'albeggiare, pigliano del piombo e lo liquefanno;
così liquefatto lo mettono nell'acqua, ove il piombo assume figura di
un omino; secondo la figura di quest'omino, argomentano del mestiere
che farà il loro sposo.

Oppure le fanciulle, pigliano tre fave; sbucciano l'una per intero,
l'altra a mezzo, la terza punto e le involgono in tre pezzi di carta
per riporle sotto il guanciale; la notte ne levano a caso una di sotto
il guanciale: se la fava è tutta sbucciata, lo sposo sarà un povero;
se a mezzo, nè povero nè ricco; se punto, lo sposo sarà ricco.
Finalmente, ancora consultano la sera le stelle e ne fissano
particolarmente tre, le quali chiamano de' mercanti; la notte,
com'esse dicono, sogneranno inevitabilmente tre uomini; e l'uomo che
esse vedranno in mezzo sarà lo sposo loro destinato.

A Modica, scrive il signor Amabile, nel primo giorno di ottobre, la
ragazza semina due fave in un vaso, l'una per sè, l'altra per colui
che le diresse qualche occhiatina amorosa; e se le due fave
spunteranno prima della novena o nel corso della novena dell'Arcangelo
Raffaele, il matrimonio pare assicurato; se spunta la sola fava del
maschio, è segno che la fanciulla mancherà di parola, se la sola fava
della fanciulla, essa verrà invece tradita. La fava è un noto simbolo
fallico, uno de' motivi per cui era considerata come cibo impuro dagli
antichi, onde Pitagora si asteneva dal mangiarla.

Mattia di Martino, in uno scritterello sopra gli usi e le credenze
della Sicilia[41], ci fa conoscere un altro pronostico fatto con le
fave: una donna gli raccontò come assistendo ad una di quelle
fattucchierie che sogliono farsi la sera di San Giovanni «vide mettere
in un sacco tre fave, una intera (sana), una senza l'occhio, (la parte
nera pizzicata), ed una terza sgusciata (munnata); ciascuna avvolta in
un pezzetto di carta. Dopo averle mosse ben bene, vi si faceva mettere
dentro la mano a quella ragazza a cui si voleva predire che razza di
marito avesse a pigliare; se si tirava su quella intera, segno che
doveva essere benestante; se quella senza l'occhio, tignoso; se quella
sgusciata, nudo[42].»

A Mineo, in Sicilia, la notte di San Giovanni, le ragazze mettono alla
finestra la così detta spina (il fiore del cardo selvatico); ove la
spina si apra e fiorisca nella notte, esse si sposeranno, oppure il
loro amante sarà fedele.

Ma le più copiose notizie sopra gli usi popolari siciliani del San
Giovanni che si riferiscono alle nozze le trovo in una lettera che il
mio amico Giuseppe Pitrè diresse nell'anno 1871 alla cara e compianta
baronessa Ida Reinsberg von Düringsfeld. «Tutte le fanciulle
insofferenti d'indugio, nei tredici giorni che precedono la festa di
Sant'Antonino, cercano propiziarselo con una tredicina, durante la
quale altre nella chiesa di lui, altre nel silenzio delle pareti
domestiche lo pregano a caldi occhi perchè con S. Pasquale e S.
Onofrio avvii un matrimonio tra lei e un giovane grazioso e simpatico;
di che l'invocazione:

    Sant'Antuninu,
    Mittitilu 'n caminu;
    San Pasquali,
    Facitulu fari;
    Santu Nofriu gluriusu:
    Beddu, picciottu e graziusu!

Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo
mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual
mestiere sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a
saperlo? Niente di più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere
la festa di S. Giovanni Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora
verso il mezzogiorno, quando il sole è più alto, ogni ragazza che
sente il pizzicor d'amore mette innanzi l'uscio di casa sua una
catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo di piombo, e ve
lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente raffreddato, vien
tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo guarda,
lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una
vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un
carrettiere, un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso,
comunello su quel di Catania, si cerca appurare il mestiere
dell'amante per mezzo della farina. La ragazza prende uno staccio, e
colle mani rivolte indietro tanto che nè anche lei veda nulla, si
mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si volta e chinasi a
guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio che c'è a
vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino,
ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima
della festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel
giuoco la volta sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi
messi insieme lo avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una
cosa qualunque; e così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza
pure vederlo, intorno alla persona, e secondo i suoi desiderii ripete:

    San Giovanni sì, San Giovanni no;
    Sì m'hè pigghiari a iddu,
    Pozz'essiri 'mbrugghiatu, o dunca no.

Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il
laccio o la cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del
principio s'hanno a trovare in fine, e quello che è sopra deve passar
sotto. E qui sta, m'ha detto una buona donna di quel comune, il
miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e Salaparuta ogni fanciulla _corta
di sorte_ raccoglie un fiore, detto perciò _Ciura di S. Giovanni_, gli
abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone in un buco
all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono
buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua,
altrimenti egli o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo
questo fiore è un piccolo carciofo selvaggio[43], in Assoro e in
Belpasso un quissimile, ma in Belpasso lo si mette sui forni invece
che in un buco qualunque. A Monte S. Giuliano (l'antico Erice, prov.
di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni ragazza getta dalla sua
casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio finchè altri la
raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà questo
un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa
raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun
matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la
ragazza che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella
morrà nubile. Nè questa maniera di trarre auspicii è solamente per San
Giuliano. Se ci fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa.
Quivi le donne, sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro
intenzione, la _novena_ a San Giovanni. Al nono giorno, si mettono in
via a sentir parole che eventualmente il primo incontrato dirà. Le
prime parole che udranno saranno indizio se l'oggetto per cui han
fatto la novena sarà o non sarà per avverarsi. A mo' d'esempio,
sentiamo a dire: _nenti, nenti, è inutili_; oppure _mmalidittu ddu
jornu_, ovvero _sunu perduti li spisi_, e allora diranno: la cosa non
avverrà, non può avvenire.»

A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i
tarocchi, e poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte,
dicendo: uomo, bell'uomo, mercante, ladro, spia. Se quando passa il
due di spade, si dice bell'uomo, è segno che si sposerà un bell'uomo,
se si dice spia, è segno che si sposerà una spia, e così di seguito.
Il giuoco si fa pure con una variante per sapere se si è amati: si
dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne vuole; la
parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si
prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo,
lo si distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice
dell'altra mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi
si guarda come il capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno
che il damo vuol bene (si può confrontar qui la prova che si fa
nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo); se nè si rizza nè si distende,
l'amante non è caldo, se rimane disteso, l'amante è intieramente
freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San Giovanni si fanno tre
lettere col nome che si vuole, ma differente per ciascuna lettera, che
si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si mettono le tre
lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri
di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in
quella lettera che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a
Venezia la prova del piombo, o quella della chiara d'uovo che le
somiglia, ed anche quella della pantofola, che si getta giù dalla
scala; mancano tanti anni al matrimonio quanti sono gli scalini che la
pantofola ha passati andando giù, onde le ragazze mettono ogni arte
nel buttar con la punta del piede la pantofola perch'ella ritorni allo
scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un vaso, lo si
inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si
trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si
trova bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è
bello, lo si lega con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul
balcone, perchè si vegga quale fortuna sta per toccare alla
fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di quelli che passano la
mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile a quella
toscana e siciliana delle fave[44]. La prova de' fagiuoli riunisce
insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si
buttano ad uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:

    Fasiol, bel fasiol,
      Va più lontan che ti pol;
    Va più lontan del mar,
      Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.

Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che
si deve sposare.

Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino
questo santo:

    Sant'Agustin de l'abito,
    Santo sè e santo sarè,
    La mia fortuna vu la savè;
    De la del mar, de qua del mar,
    Diseme 'l nome che m'à da capitar.

Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si
ode rammentare sarà quello dello sposo futuro.

In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia
alle ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice[45]. Una
simile credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie;
lo rammenta pure S. Farina, nel suo _Tesoro di Donnina_.

Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc[46], la vigilia di San
Giovanni tre ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un
pasticcio, che insieme fanno cuocere e dividono a caso in tre parti;
le quali mangiano. Vanno quindi a dormire e sognano la notte
inevitabilmente un giovane che muove alla lor volta con una dolcissima
bevanda; quello è il giovine destinato a menarle all'altare. È chiara
la somiglianza di quest'uso con quelli di Calcinaia sopra riferiti; un
altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi; ma io temo che il
Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero. Secondo questo
viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi compongono a San
Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali sempre
l'_hypericum_ o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere
raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto
il guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno,
avverrà. Non sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio
significato? e che dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori
si disegni alle fanciulle svedesi il loro destino?[47].

Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai
quali allude pure il canto popolare:

    La sorte gettai per provarti
    E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:

ed una prova sarebbe accennata in questo distico:

    La mia mano ha ben presa la tua tenera mano,
    Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna[48].

Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi _Quadri della Grecia
Moderna_[49], ci ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai
quali ricorrono le fanciulle greche. «San Giovanni, egli scrive, è per
queste ragazze quello che San Nicolò è per le giovani di molti paesi
d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre fanciulle _per condurre ad
onor lor giovinezza_, facendo il miracolo del pomo d'oro, venne
generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più che
difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo
in paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le
zitelle dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo,
riunisconsi insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia
nell'aperto de' campi, con un bel pomo in mano, che però è meno bello
delle fiorite lor guance; e la prima cura in cui si occupano dopo
qualche colloquio amichevole, o qualche giuoco innocente, è di farsi
recare dell'acqua da un secchio, o da una sorgente. La persona ch'è
incaricata di tale uffizio non deve proferire alcuna parola, ed è
perciò che quell'acqua è detta _acqua secreta_. Avuta che la s'ebbe,
se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette il
suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa
operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo
elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria
libera durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del
santo, voi vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e
trepidezza inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri
della chiesa; ned è a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue
compagne. Postesi in ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e
divota preghiera a San Giovanni, la quale in conclusione non è che una
invocazione ad Amore. Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il
misterioso vaso pieno d'acqua, che vien portato con somma precauzione;
tosto che l'hanno dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo
aprono e ciascuna alla sua volta prende un po' di quell'acqua secreta
per versarla in un piccolo vaso, nel quale pone anche il pomo che il
giorno addietro aveva tuffato nel vaso maggiore; e fatti tre segni di
croce sì sopra l'uno che l'altro dei due recipienti, comincia così ad
apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo Giovanni! fa che s'io
debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non deve essere
mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che pronunciò
questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e tenendo i
pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle
sue compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca
sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi,
non manca mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso
giorno di san Giovanni pongono in opera un altro mezzo, oltre quello
del vaso pensile; e consiste nel lavarsi il volto con quell'acqua
secreta, in cui dev'essere già stato immerso il pomo di ciascuna; poco
dopo si conducono in istrada, se chiuse erano in camera, o nel paese,
se in campagna; strano è poi il primo nome di un giovine che sentan a
pronunciare, sia quello che debba essere il loro sposo.» Il dottor
Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per assicurarsi
se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il petalo
scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle
egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato
sul braccio non avesse scoppiato.

Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di
volerlo fare suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è
proprio dei figli e delle nuore[50]. Un moto singolare del braccio
avverte il re Dushyanta dell'avvicinarsi della sposa nella _Çakuntalâ_
di Kâlidása. I moti del corpo seguono quelli dell'anima; nell'India e
in Russia, si crede ancora che l'uomo provi il bisogno di starnutare
quando una donna pensa a lui.

In Italia si dice: «_Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno
regalato o mortificato._» A me sembra, per cagione del buon senso
attribuito ai proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la
mortificazione che segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore[51]
fatta da chi non credeva alla sincerità del primo proverbio. Gli
augurii poi che accompagnano fra noi l'uomo che starnuta, i _prosit_,
le _felicità_, i _Dio ti prosperi_, i _bonheur_, gli inchini che
accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono, come
parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo
starnuto come una benedizione.

I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica,
ed avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di
qualsiasi caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello
starnutare. Ma io non so allora perchè non si farebbero simiglianti
augurii per colui che ha un accesso di tosse, per dire d'un caso molto
più pericoloso.

Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso
profetico, e interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il
tuono è uccello di buon augurio, è il gallo che canta e farà piovere,
nella mitologia vedica[52]; è insomma il nunzio della pioggia; l'uomo
suscitato da Prometeo, nella mitologia ellenica, si fa sentire per
mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è un eroe tutto solare e congiunto
ai fenomeni del cielo tempestoso. Raffigurato il tuono come uno
starnuto del Dio, si potè agevolmente dare anco allo starnuto, in
genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto, specialmente
del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i Latini,
era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi
germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che
noi sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (_Donnerstag_).
Perciò il giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro
credenze, giorno di riposo[53] e di festa; ma il giovedì, il giorno
del tuono, viene essenzialmente prescelto per compimento delle nozze,
e i contadini tedeschi chiamano una bella fanciulla da marito _granata
del tuono_[54]. Giove tuona, Giove starnuta, Giove benedice; il giorno
sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di matrimoni, ossia
sacro alle nozze; Giove starnuta; Giove si sposa, l'uomo starnuta;
dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si
possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e
in parte pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli
sono da compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine
della credenza ha quasi sempre un significato naturale che appaga la
ragione. Ora io non so se ho precisamente indovinato qui le fonti del
proverbio italiano, che riguarda lo starnuto, ma son contento di
questa breve digressione che mi porge opportunità di raccomandare ai
nostri raccoglitori e comparatori di proverbi la maggiore importanza
ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno dei proverbi
omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si muovessero
finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro
origine mitica e storica.


NOTE:

[25] Cfr. _Atharvaveda_, VI, 89.

[26] Cfr. Weber _Indische Studien_, V.

[27] Cfr. Schönwerth e Weinhold citati dal Weber negli _Indische
Studien_.

[28] Cfr. Gelli, nella _Sporta_, atto 5.º, scena 5.ª «Io ti so dir,
Lapo, che tu avevi digiunato la vigilia di Santa Caterina, a tor la
moglie che tu avevi tolta.»

[29] _Corniscarum divarum locus erat trans Tiberim cornicibus dicatus,
quod in Junonis tutela esse putabantur._

[30] _Accipitrum genera sexdecim invenimus; ex iis Egituum claudum
altero pede prosperrimi augurii nuptialibus negotiis. Hist. Nat, X.
8._

[31] _Nihil fere quondam majoris rei nisi auspicato, nec privatim
quidam gerebatur. Quod etiam nunc auspices nuptiarum declarant, qui re
omissa nomen tantum tenent._

[32] «A portare i fuscelli per fare il nido.»

[33] VII, 38.

[34] Vedi, nel secondo libro di quest'opera, il capitolo che
s'intitola: «Gli sposi incoronati.» — L'uso medesimo della focaccia con
le fave, esisteva pure in Francia, secondo Chéruel, _Dictionnaire
historique des institutions, Meurs et Usages de la France_. «Il etait
d'usage, depuis un temps immémorial, et par une tradition qui
remontait jusqu'aux saturnales des romains, de servir, la veille des
Rois, un gâteau dans lequel on enfermait une féve qui designait le roi
du festin. Ce _gâteau des Rois_ se tirait en famille. Les cérémonies
qui s'observaient en cette occasion, avec une fidélité traditionnelle,
ont été décrites par Pasquier dans ses _Recherches de la France_ (IV.
9). Le gâteau, coupé en autant de parts qu'il y a de conviés, on met
un petit enfant sous la table, lequel le maître interroge sous le nom
de Phébe (Phoebus ou Apollon), comme si ce fût un qui, en l'innocence
de son âge, representât un oracle d'Apollon. À cet interrogatoire,
l'enfant rêpond d'un mot latin: _domine_ (seigneur, maître). Sur cela,
le maître l'adjure de dire à qui il distribuera la portion de gâteau
qu'il tient dans sa main; l'enfant le nomme ainsi qu'il lui tombe en
la pensée, sans acception de la dignité des personnes, jusques à ce
que la part soit donnée où est la féve; celui qui l'a est réputé roi
de la compagnie, encore qu'il soit moindre en autorité. Et, ce fait,
chacun se déborde à boire, manger et danser. Tacite, au livre XIII de
ses Annales, dit que dans les fêtes consacrées à Saturne, on était
dans l'usage de tirer au sort la royauté.»

[35] _Rivista Europea_ — Anno III, vol. 2.º fasc. 1.º

[36] _Rivista Europea._ Anno V, vol. 3.º fasc. 1.º

[37] Ed. Th. Vallaurius: _Quum amissa uxore aliam vellet ducere,
genituras sponsarum requirebat, ipse quoque matheseos peritissimus; et
quum audisset esse in Syria quamdam, quæ id genituræ haberet, ut regi
jungeretur, eandem uxorem petiit...._

[38] Nella versione Tibetana tradotta dal prof. Foucaux: _Histoire du
Bouddha Sakya Mouni_.

[39] Op. cit.

[40] Nel Comasco è il proverbio:

    La rôsada de san Giovan
    La guariss tüc'c'i malann.

Vedi le _Canzoni popolari comasche_, raccolte dal dottor G. B. Bolza,
Vienna, 1867; e un canto popolare spagnuolo, riferito dal Caballero
(_Cuentos y poesias populares Andaluces_):

    La mañana da San Juan
    Cuaja la almendra y la nuez,
    Asi cuajan los amores
    Cuando dos se quieren bien.

[41] Noto, 1874.

[42] Cfr. pure per lo stesso uso Avolio, _Canti popolari di Noto_.

[43] Suppongo che il Pitré col nome di _carciofo selvaggio_ intenda
qualificare il _semprevivolo_.

[44] «Se tol tre amoli; uno e'l se pela tuto, e uno el se pela mezo, e
uno el se lassa come ch'el xe; e se va via, e resta le amighe; e
queste sconde sti tre amoli soto tre piati, uno per piato. Alora se
vien fora, e se va coi i oci bendai, e se tol quel piato che se vol.
Se se tol el piato dove ze l'amolo pelà, se va a star da povereta; se
se va a torse quelo de l'amolo mezo pelà, se va a star cussì e cussì;
e se se tol quelo de l'amolo intiero, se va a star da signora.»
_Credenze popolari veneziane_ raccolte da Dom. Gius. Bernoni; Venezia,
Antonelli. 1874

[45] Da un articolo di Clemet-Mullet, pubblicato nel N. 56 della
_Revue Orientale et Américaine_.

[46] _La Baltique._ Paris, Hachette.

[47] Si confrontino gli otto acervi dell'uso indiano, nel capitolo:
_Gli sposi si provano_, in questo medesimo primo libro.

[48] Vedi TOMMASEO, _Canti greci_.

[49] Firenze, 1876, terza edizione, pag. 327-329.

[50] Vedi _Mahàbhàrata_, vol. 1, 5873-5875.

[51] Tuttavia era già romana la superstizione che fosse di cattivo
augurio lo starnutare di primo mattino, e di buono invece lo
starnutare nel pomeriggio.

[52] Vedi le mie _Fonti vediche dell'Epopea_.

[53] Quindi venne l'uso nostro di far riposare gli scuolari il
giovedì.

[54] Vedi ROCHOLZ, _Deutscher Glaube und Brauch_, vol. 2, pag. 42.
Berlino, 1867. Le granate, con le quali la tradizione popolare si
rappresenta le streghe, appartengono evidentemente al medesimo mito.



IV.

Come si fa l'amore.


Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E
pure il capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che,
dal più al meno, l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella
forma, varia assai; e variano poi non poco fra loro l'amore per
l'amore e l'amore pel matrimonio. Io mi lascio qui occupare da
quest'ultimo soltanto.

A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di
quelli che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è
risolta dalla sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può
permettere d'incominciare a far l'amore.

Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India
odierna, ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene
si consegnino al marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto
dopo che abbiano dato segni di fecondità; presso i turchi ove si
destina la fanciulla a tre o quattro anni, per consegnarla a dodici o
tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le fanciulle a nove anni e a
tredici si sposano, non rimane evidentemente alle fanciulle nessun
tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove l'autorità
paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti che
conducano a nozze.

Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura
alle nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il
padre dispone pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva
nella società romana, ove la tirannide paterna era il solo governo
della famiglia[55].

Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima
di innamorarli[56].

Se molti pertanto di tali matrimoni si fanno ancora tra noi ne ha
colpa il diritto romano[57]. Il diritto germanico portava invece altra
libertà; i Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa
turpe che un uomo conoscesse donna innanzi ai vent'anni[58]; questo
voleva dire, che, prima di imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi
libero e liberamente imporselo. Nè ad una donna era concesso, innanzi
alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè essere fidanzata. Il diritto
longobardico prescriveva i dodici anni compiuti[59]. Anche la Brunilde
dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per darsi uno sposo. In
Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla essere
sposata. In Grecia, non prima de' quindici[60]; Platone, poi, nelle
_Leggi_ e Aristotile nella _Rettorica_, fermano come età giusta per i
maritaggi, alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto;
all'uomo quella che cade fra i trenta e i trentacinque anni[61];
convien dire, che quell'ideale de' due filosofi rispondesse alla
consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e temperata. Così,
nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare bambini e
di sposare i figli giovanissimi, il _Sahityadarpan.a_ viene fuori con
una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle
donne, innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta
il rosso vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».

Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la
legge diventar uso e riparare.

In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di
andar a marito, vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama
di più che fra noi, io non dico certo con maggior forza, ma intendo
con maggior facilità, varietà e gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino
pure in Ispagna i fidanzati si amano cantando; vi è strepito e vi è
pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si prestano agevolmente
a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi tutto
amore: e ci sovrabbonda.

Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda
vittima di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La
fanciulla crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide
sole nè luna[62]». Si lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro
la gelosia de' parenti; ma essa non basta ad arrestare ne' suoi amori
la giovine coppia che si vuol sposare. In un racconto popolare
spagnuolo[63], l'amante inveisce, con una strofa, contro la vecchia
suocera, e in un canto popolare[64] disfida il padre della fanciulla
ch'ei vuole far sua.

Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa
differenza, o, come dice Pietro Belfiore, nella _Tancia_ di Buonarroti
il giovine[65]:

    . . . . . . .  non la guarda al casato,
    Nè fa provanze, o leggi Prioristi;
    Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore,
    E nobiltà non guarda, nè onore.

Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo
teramano, piglia talora forma di una caccia[66], e se la fanciulla si
mostra ritrosa, sono schioppettate di versi insolenti che la
maltrattano.

A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa
tanti passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che
chiamano piede, egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la
finestra della innamorata. In altre parti della Sicilia, amore è
seduzione; la comare tenta il cuore della fanciulla, con le lodi del
giovine:

    Signura zita[67], signora damuzza[68]
      Voi siti ciuri[69] di vera biddizza[70]
      Lu vostru zitu si tagghia e sminuzza
      E cè sguagghia[71] lu cori a stizza a stizza[72]
      Beddu[73] diamanti aviti a ssa[74] manuzza[75]
      'N pettini d'oru 'ntra ssa biunna trizza[76]
      Quannu[77] si 'nguaggirà[78] ssa zitiduzza
      Spinci[79], Amuri, bannera[80] d'alligrizza.
    Vi fazzu, 'ngnura[81] zita, la bon'ura,
      Cu ssa facciudda[82] di 'na ninfa antera[83]
      Aviti li vranchizzi[84] di la luna,
      E lu sblennuri[85] di 'na nova sfera[86];
      Aviti un garzuneddu ca v'adura,
      Ch'è chinu di biddizzi di primera;
      Gesù lodatu sia ca junci ss'ura,
      Si junci tu stinnardu[87] e la bannera.
    'Ngnura zita, vi fazzu la bon'ura,
      Facci 'nfatata di ninfa sirena,
      Ccà[88] cc'é lu vostru zitu chi v'adura,
      Chinu di fantasia tuta sirena:
      'Ntra ssu pittuzzu portati la luna,
      E 'intra li manu lu suli, Gna Mena[89],
      E sia ludata 'sta jurnata e 'st'ura,
      Guditivi lu munnu sanza pena.

Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare
piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la
variante del Nisard,

    Il faut de l'inédit, n'en fût-il plus au monde,

ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo
com'è, rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove
spesso una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza
che accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si
cantava, un tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine
faceva alla stalla della ragazza. La ragazza finisce con una risposta
insolente, dove accenna, come se ella ama poco, egli ama punto, dopo
la quale, probabilmente, ella si ritirava ridendo, e col suo riso,
impegnava l'amante al ritorno:

    — Bela fìa d'l faudal rigà,
      Seve cuntenta che 'l me braie a tucu vost faudà?
    — El me faudà l'è d' canavassia,
      Venta tuchelu cun bela grassia.
    — Oh bela fìa, stala fr'sca l'eva ant la sìa?
    — A sta fr'sca e dulenta.
    — Si turneisa n'autra seira, sariive cuntent?
    — O cuntenta, o no, p'r na volta venta nen di che d'no.
    — O bella fìa, chi sei tant bin risponde,
      L'acqua d'l mar va a bell'unde.
    — O bel unde, o bei saut,
      Mì sai rispunde sussì e d'autr.
    — Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
    — La mia füssa parei d'la vostra savrìa deve risposta.
    — Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
    — La mia l'è sut al tavul, la vostra l'è a ca d'l diavul[90].

Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che
io ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire
all'amante ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il
giorno dopo con l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo,
questa canzone spira tutta la grazia e naturalezza dei canti popolari:

    — Chi picca la mia porta?
      Chi l'è che picca lì?
    — L'è il vostr'amant, Maria;
      Vi prego in cortesia,
      Bella, vegnì a dervì[91]
    — V'ho mai dovert[92] a st'ora,
      Nanca vi vôi dervì[93];
      Son scalza, in camisola,
      Mi[94] dentro e voi di fora,
      Sté[95] lì fin che l'è dì.
    — La porta di voi, bella,
      Mai più la vederò,
      Me fate[96] un gran disdegno,
      Lo porterò per segno,
      Fin che scamperò.
    — Se vú mì bandonate,
      Mì 'm morirò d' magon[97];
      Ma 'm[98] preme il mio onore
      Tant come il vostro amore;
      Abbié[99] un po' compassion.
    — Se il raggio della luna
      Splendesse come il sol,
      Mì vorris scriv[100], Marìa,
      La vostra scortesìa
      In lod del vostr'onor.
    — Vi las la bonasira[101];
      Diman ritornerò;
      Vi porterò ú anello[102]
      Tutto dorato e bello;
      Con quel vi sposerò.

Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse
passato in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura
di serenata provenzale.

Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano _Martina_, la
quale cantata forse, in antico, da un così detto _Martino di Madonna_
che tornava dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il
padre di essa, si ripete ora innanzi alla porta delle stalle dai
giovani pretendenti e dalle ragazze che vi sono ricercate, chiamate
_le vioire_ ossia _le vegliatrici_. È una gara di canto. Vi sono
strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre
intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i
giovani, s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare,
non pure non viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si
raccomandano alle gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il
ridicolo; se, invece, s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani
irrompono nella stalla, urlano e sghignazzano per la riportata
vittoria.

Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre
essi corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar
_Martina_ e dal canto escono pur questi con onore, si apre alla nuova
brigata ed i primi venuti se ne vanno, per la necessità di obbedire
al proverbio canavesano che dice: _chi ch'a l'a môt ch'ansaca_[103].
Ecco ora le strofe obbligate della canzone _Martina_; prima delle
ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali possono essere molte
o poche, secondo la pazienza od impazienza degli innamorati[104]:

    _I giovani_:  Oh! buña seira, vioire,
                  Corpo d' mi! buña seira.
                  Oh! buña seira, vioire,
                  O vioire, buña seira.

    _Le giovani_: Chielu ch'a j'è lì d' fora?
                  Corpo d' mi, chi ch'a j'è lì?
                  Sangh d' mi; chi ch'a j'è fora?
                  Chielu? chi ch'a j'è lì?

    _I giovani_:  I sun Martin d' Madona,
                  Corpo d' mi! i sun Martina,
                  I sun Martin d' Madonna
                  Sangh d' mi! Martin Martina,
    _Le giovani_: Duv sestu stait, Martina?
                  Corp d' mi! duv sestu stait?
                  Duv sestu stait Martina?
                  Sangh d' mi! duv sestu stait?

    _I giovani_:  A la gran fera, vioire,
                  Corpo d' mi! a la gran fera,
                  A la gran fera, vioire,
                  Sangue d' mi! a la gran fera,

    _Le giovani_: Cos l'astu cumprà d' fera,
                  Corp d' mi! cos t'as cumprà?
                  Cos l'astu cumprà d' fera,
                  Sangh d' mi! cos t'as cumprà?

    _I giovani_:  Un bel caplin, vioire,
                  Corp d' mi, vioire, ün caplin.
                  Un bel caplin, vioire,
                  Sangh d' mi! vioire, ün caplin.

Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il
cappello, quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono
finalmente che esso va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo
più si dichiarano contente; allora i giovani ripigliano:

    _I giovani_:  Dörbimi l'üss, o vioire,
                  Corpo d' mi, dörbimi l'üss,
                  Dörbimi l'üss, vioire,
                  Sangh d' mi, dörbimi l'üss.

    _Le giovani_: Eco düvert, Martina,
                  Corpo d' mi, l'üss è düvert,
                  A l'è düvert, Martina,
                  Sangh d' mi, l'üss è düvert.

Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal
_Curculion_ di Plauto[105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore
visse e vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese
degli amori, mese degli asini[106], _mensis hilaritatis_, si festeggia
qui la natura che si rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo
allegro ridestamento; e poichè il mondo vegetale e l'animale si danno
vita reciproca, si benedice ai campi e si preparano nuove spese, si
porta in giro un albero fronzuto, il così detto _maio_, carico di
fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si pianta
innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella.
Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in
Toscana, ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio,
per l'appunto, si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello,
che dista due sole miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio,
usavano raccogliersi sotto un padiglione dodici garzoni e dodici
fanciulle per cantare il maggio; in altre parti della Toscana e nel
Perugino, usano i maggiaiuoli andare attorno in brigata, di casa in
casa, presso le varie innamorate, che discendono a regalarli di uova,
formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili presenti. Il Tigri[107]
riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per calendimaggio,
ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa all'oggetto
nostro ed è questa:

    Or è di maggio, e fiorito è il limone;
      Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;
      Ora è di maggio che fiorito è i fiori;
      Noi salutiamo di casa il padrone.
      Salutiam le ragazze co' suoi dami.
      Salutiam le ragazze co' suoi amori.

Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da
giuochi; così era in Francia[108]; così ancora in Sardegna e
particolarmente ad Ozieri. «I giovani d'ambo i sessi si adunano e
siedono in circolo innanzi alla casa d'uno di essi; allora ricopronsi
d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a loro un canestro in cui
ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio. Eseguito il
deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose
nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la
giovinetta s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che
compongono il giuoco, intuona una strofa d'una canzone così concepita:

    Maju maju beni venga
    Cun totu su sole e amore
    Cun s'arma e cun su fiore
    E cun sa margaritina.

Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento,
finita la quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il
proprietario è designato ad accettare il voto e la felicitazione. La
cantatrice ripetendo poi la strofa primiera, a quella ne aggiunge
un'altra di funesto presagio, che si rivolge e devesi accettare dalla
persona, il cui oggetto è contemporaneamente tratto dal canestro.
Continuando il giuoco in questa maniera sino alla perfetta mancanza di
oggetti, ne avviene che mezza l'assemblea è favorita, l'altra
maltrattata»[109].

Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro
agevola, parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto
originale. I tedeschi dicono: _einen Korb geben_, ossia _dare un
corbello_[110] per rifiutare e particolarmente dare un rifiuto di
matrimonio. È probabile che, in un giuoco di sorte, simile a quello
che si fa in Sardegna, si lasciasse qualcheduno dei giovani senza
regali, ossia col canestro vuoto.

Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per
fine di matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori;
mi giova ora ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia
e qual luogo li favorisca meglio.

Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e
particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.

La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la
prima conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano
o si spanna il granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle.
Nel Pesarese, per esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza,
e si gingilla con essa dichiarando il suo amore alla ragazza, con una
di queste tre formole quasi consacrate «_A vlet donca to'
marit?_[111]» _V' piac'ria la mi' persona?_[112]» «_V' piac'ria chesa
nostra?_[113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e, avvolgendosi
attorno alle dita le fettuccie dello _zinnale_ o copriseno, risponde,
secondo la sua varia modestia e voglia, con un «_magara fussa!_[114]»
oppure con un «_Santit mal bab o malla mama_[115]».

Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro[116], nella vigilia di Natale
o dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di
castagne, di pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un
giovanotto offre frutta, accetta dalle mani di lui qualche cosa, si
intende che accetti anche di amarlo.

Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle
vendemmie, si elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato
della chiesa. Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata
una ragazza, l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa;
e quando ella esce, con un colpo di gomito, le fanno intendere come
sospirano per essa.

Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando
muovono vestite pomposamente nella processione del _Corpus Domini_. E
queste nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci
fa Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la
festa di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio,
per lo spazio di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in
processione tutte le donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne
ecc.... Poichè costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi
alle pulzelle e le donne ai garzoni»[117].

Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle.
Ordinariamente, quando il giovine vi entra, sa già quello che va a
cercarvi; ma rimane, per contro, ancora incerto, se la ragazza da
marito, o _mariora_, come in Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per
non esporsi alla vergogna di un rifiuto, egli manda alcuna volta
innanzi il così detto _messaggiero d'amore_.


NOTE:

[55] Vedi, in questo libro, il capitolo che s'intitola: _L'autorità
del padre e del fratello nelle nozze_.

[56] Presso Orelli ed Henzen si trovano iscrizioni le quali ricordano
mogli romane morte a 13, a 12 ed anche ad 11 anni. Trovo poi nelle
_Petri Excerptiones_, come la fanciulla poteva a sette anni venir
fidanzata e a dodici sposarsi. La stessa età per le promesse è fissata
da MODESTINUS, _Differentiarum_, 4.

[57] Dovevano informarsi di certo a tale diritto gli _Statuti di
Lucca_, editi a Lucca nel 1539, i quali concedevano la facoltà di
menar moglie, quantunque non matura.

[58] CESARE: «Intra annum vero XX feminæ notitiam habuisse in
turpissimis habent rebus.»

[59] Nell'editto di Liutprando, art. 112, ediz. Baudi di Vesme e
Neigebaur, leggo: «_De puella unde antea diximus, ut non ante XII
annos legitima sit ad maritandum, sic modo statuimus, ut non intrante
ipso duodecimo anno, sed expleto, sit legitima ad maritandum. Ideo
autem hoc diximus, quia multos intentiones de causis istais
cognovimus, et apparuit nobis immatura causa sit ante expletos
duodecim quod annos._»

[60] Vi furono tuttavia eccezioni.

[61] A questo ideale s'accosta il proverbio palermitano: «_Omu di
vintottu e fimmina di dicidottu._» Termine estremo specialmente per la
donna, poichè un altro proverbio, pure palermitano, soggiunge:
«_Figghia di dicidott'anni, maritala o la scanni._» Ciò non toglie
naturalmente che donne di maggior età in Sicilia non si maritino, e
poichè mi trovo col discorso a Palermo, mi piace riferire la
descrizione assai lepida che fa Ricordano Malaspini, o chi per lui,
nella sua _Storia Fiorentina_, del matrimonio e parto di Costanza,
madre di Federico II:

Il papa Clemente «trattò con Costanza sirocchia del re Guglielmo che
era monaca, e d'anni 50, e fecela uscire del monastero, e dispensò
ch'ella potesse essere al secolo e usare matrimonio. E occultamente la
feciono partire di Sicilia e venire a Roma; e la chiesa la fece dare
per moglie al detto Arrigo imperatore. Onde appresso ne nacque colui
che poi fu chiamato Federico secondo imperatore, che tante
persecuzioni fece alla chiesa, indi dietro, e non senza giudizio di
Dio essendo nato da monaca sacrata e d'età d'anni 50; che era quasi
impossibile a natura di femmina di partorire figliuolo. E troviamo che
quando la detta Costanza imperatrice era gravida del detto Federico,
si sospettava per il paese, che per la sua antichità non potesse avere
figliuoli nè essere grossa. Onde s'ordinò ch'ella partorisse nel mezzo
della piazza di Palermo sotto un padiglione. E si mandò bando: che
quale donna volesse andare a vedere, potesse. E assai ve ne andarono e
vidonla; così cessò il sospetto.»

[62] Si confrontino nelle novelline, gli allievi e le allieve delle
fate, che non dovevano mai vedere alcuno e star di continuo nelle
tenebre, fino al dì delle nozze; il fondo di tali novelline è
evidentemente mitico, e allude ora al sole, ora all'aurora che escono
dalla notte.

[63] _La suegra del diablo_ presso i _Cuentos y poesias populares
Andaluces_, raccolti dal Caballero:

    Yo te quisiera querer
    Y tu madre non me deja
    El demonio de la veja
    En todo se ha de meter.

[64] Ib.

    Aunque pongan a tu puerta
    La artilleria real,
    Y a tu padre de artillero,
    Con tigo me he de casar.

[65] Atto 4.º, scena 6.ª.

[66] Fra gli altri si canta questo rispetto un po' ardito:

    Fior di mentuccia
    Pigliam lo scoppietto e andamo a caccia
    Per dar l'uccelletto a Mariuccia.

Più assai decente un canto-serenata, che gli amanti nell'Abruzzo
teramano vanno accompagnati da chitarra o cornamusa a cantare sotto le
finestre delle belle ed incomincia:

    Luna di notte e sol di mezzogiorno,
    Stella Dïana e paradiso eterno, ecc.

[67] Zitella, e qui, particolarmente, fidanzata.

[68] Damigella, donzella, in accordo col damo, che è fidanzato.

[69] Fiore.

[70] Bellezza.

[71] Squaglia.

[72] A stilla a stilla.

[73] Bello.

[74] Codesta.

[75] Piccola mano.

[76] Bionda treccia.

[77] Quando.

[78] Si ingaggierà, si impegnerà.

[79] Spiega o spingi.

[80] Bandiera.

[81] Signora.

[82] Faccietta.

[83] Altiera.

[84] Bianchezze.

[85] Splendore.

[86] Di un sole nascente.

[87] Lo stendardo.

[88] Qui.

[89] Signora Filomena.

[90] Reco qui la traduzione italiana:

    — Bella fanciulla dal grembiule a strisce,
      Siete contenta che le mie brache tocchino il vostro grembiule?
    — Il mio grembiule è di canevaccio,
      Convien toccarlo con buona grazia.
    — Oh! bella fanciulla, sta ella fresca l'acqua nella secchia?
    — Ella sta fresca e dolente.
    — Se io tornassi un'altra sera, sareste voi contenta?
    — O contenta o no, per una volta, non conviene dir di no. —
    — O bella fanciulla, che sapete tanto bene rispondere,
      L'acqua del mare va a bell'onde.
    — O bell'onde, o bei salti,
      Io so rispondere questo ed altro.
    — Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
    — Se il mio fosse pari al vostro, saprei darvi risposta.
    — Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
    — Il mio è sotto il tavolo, il vostro è a casa del diavolo.

[91] Venite ad aprire.

[92] Aperto.

[93] Neanche vi voglio aprire.

[94] Io.

[95] State.

[96] Mi fate, o pure, secondo la lezione del Celesia, m'è fatt, cioè,
mi è fatto.

[97] Dolore, crepacuore.

[98] A me, mi.

[99] Abbiate.

[100] Io vorrei scrivere.

[101] Vi lascio la buonasera.

[102] L'anello.

[103] Chi ha macinato, insacchi. Io debbo questi particolari al signor
A. Bertolotti che primo pubblicò la canzone _Martina_ de' Canavesani
nelle sue geniali _Passeggiate nel Canavese_. — Vengo pure avvertito
come nel Pesarese, a Fenestrelle e in Calabria usino canti improvvisi
in occasione di nozze; ma non sono riuscito a procurarmene.

[104] La traduzione italiana suona così:

    — Oh! buona sera, vegliatrici.
      Pel corpo mio, buona sera.
      Oh! buona sera, vegliatrici,
      Vegliatrici, buona sera.

    — Chi è egli che c'è lì fuori?
      Pel corpo mio, chi c'è lì?
      Pel sangue mio chi c'è egli fuori?
      Chi è egli? chi c'è li?

    — Io son Martino di Madonna,
      Pel corpo mio, io son Martina,
      Io son Martino di Madonna,
      Pel sangue mio! Martino Martina!

    — Dove se' tu stato, Martina?
      Pel corpo mio, dove se' tu stato?
      Dove se' tu stato, Martina?
      Pel sangue mio, dove se' tu stato?

    — Alla gran fiera, o vegliatrici,
      Pel corpo mio, alla gran fiera,
      Alla gran fiera vegliatrici.
      Pel sangue mio, alla gran fiera.

    — Che hai tu comprato per la fiera,
      Pel corpo mio, che hai tu comprato?
      Che hai tu comprato per la fiera?
      Pel sangue mio, che hai tu comprato?

    — Un bel cappellotto, vegliatrici,
      Pel corpo mio, vegliatrici, un cappellotto,
      Un bel cappellotto, vegliatrici.
      Pel sangue mio, vegliatrici, un cappellotto.

    — Apritemi l'uscio, vegliatrici.
      Pel corpo mio, apritemi l'uscio,
      Apritemi l'uscio, vegliatrici,
      Pel sangue mio, apritemi l'uscio.

    — Ecco aperto, Martina,
      Pel corpo mio, l'uscio è aperto,
      Esso è aperto, Martina,
      Pel sangue mio, l'uscio è aperto.

[105] Phaedromus s'accosta alla porta della vergine Planesium e canta:
«_Quid si adeam ad fores atque occentem?_» Palinurus: «_Si lubet;
neque veto, neque, jubeo, etc._» Phaedromus: «_Pessuli, heus, pessuli!
vos saluto lubens, vos amo, vos volo, vos peto atque obsecro, Gerite
amanti mihi morem amoenissimi, etc._» Sembra una delle nostre
serenate.

[106] A motivo del loro caldo negli amori, che li rende pure
filarmonici alla loro maniera. I Romani nelle calende, e none di
maggio, sacrificando al Dio lare, incoronavano di pani un somarello,
probabile simbolo di fecondità.

[107] _Canti popolari toscani_, 2.ª edizione.

[108] Ciò appare da una nota di Benedetto Curzio al quinto _Arresto
d'Amore di Marziale d'Alvernia_, ricordata dal Minucci, in una sua
lunga nota al _Malmantile_ del Lippi: «_Prima die maii mensis juvenes
pluribus ludis ac jocis sese exercere consueverunt, arborem sæpenumero
deportantes, ac in loco publico, aut etiam ante alicujus egregii viri
januam, vel frequentius amicae fores plantantes, vestitam nonnunquam
promiscuis adamantibus, intersignis atque emblematibus._» L'uso de'
maggi, è, del resto, popolarissimo in Francia ed in Germania.

[109] LUCIANO, _Cenni sulla Sardegna_.

[110] L'espressione italiana _corbellare_ ha un senso somigliante, e
proviene da corbello; corbelli o tasche chiamano in Toscana i
testicoli; così pure l'espressione analoga _minchionare_.

[111] _Riv. Europea_, anno V, vol. I, fasc. I, pag. 90.

[112] Volete dunque toglier marito?

[113] Vi piacerebbe la mia persona?

[114] Vi piacerebbe la casa nostra?

[115] Magari fosse!

[116] Sentite il babbo mio o la mia mamma.

[117] _Gli amori di Abrocome e d'Anzia_ volgarizzati da Anton M.
Salvini. Pisa, 1816.



V.

Il messaggiero d'amore.


Lasciando stare i cigni, le colombe, gli sparvieri, gli uccelli
insomma della leggenda popolare, che portano le novelle agli amanti,
messaggiero d'amore, sensale, mezzano[118], baccelliere[119],
marussè[120] o malossè[121], camerata[122], ruffiano[123],
domandatore[124] sono varii appellativi, che si danno in Italia al
procuratore di matrimoni[125], il quale talvolta si confonde pure col
paraninfo, di cui avremo occasione di ragionare nel secondo libro di
quest'opera.

A me piace notare fra gli altri il titolo di baccelliere[126], per
l'etimologia significativa della parola. Poichè baccelliere viene da
_baculus_, e ricorda, per l'appunto, il bastoncello degli antichi
ambasciatori, a incominciare dal caduceo di Mercurio, l'ambasciatore
degli Dei. Il _bazvalan_, ossia procolo de' Bretoni[127], ed i procoli
ungheresi, portano ancora tali bacchette, ornate di nastri e fiori,
quando muovono a fare la domanda della sposa. Presso i Bretoni,
l'ufficio di _bazvalan_ è un privilegio de' sarti, i quali vi mettono
zelo singolarissimo. Essi devono sapere tutta la storia della famiglia
del pretendente e ridirla, al caso, come pure avere notizia di tutte
le sue sostanze. Il _bazvalan_ combina le nozze con la madre della
fanciulla, fa gli inviti per le nozze medesime, ed assiste ad esse,
come personaggio principale. Nell'India antica, talvolta erano due
compagni o parenti del garzone che facevano da procoli presso il padre
della fanciulla; talora era il _guru_ o maestro spirituale del
giovine.

Così da noi, specialmente nelle campagne, non di rado, il procolo è il
parroco od il prete confessore.

In Russia, il procolo è un parente dello sposo; così per l'ordinario
in Italia; questo parente fra noi è talvolta lo stesso padre; così
nell'India odierna, la domanda è fatta dal padre del giovine a quello
della fanciulla.

A Palermo e nel Birman[128], la procuratrice del matrimonio è invece
la madre o altra donna da lei deputata; così, nel Canavese, ove non si
trovi il _bacialer_, è una comare quella che mette insieme le nozze.
Ma, quasi sempre, fra noi, la domanda ai parenti è preceduta dalla
domanda del pretendente alla fanciulla, e dal consenso di questa;
ossia prima il cuore dei giovani elegge, quindi la ragione dei vecchi
approva o condanna.


NOTE:

[118] Così è chiamato l'intromettitore Agnolo di Giovanni De' Bardi
pel matrimonio di Francesco Guicciardini, ne' _Ricordi autobiografici_
del medesimo, vol. X delle _Opere inedite_, pubblicate dal compianto
Giuseppe Canestrini.

[119] In molti luoghi del Piemonte.

[120] Presso il Lago Maggiore.

[121] Nel Vogherese.

[122] A Riva di Chieri e a Gallarate.

[123] Nel Pesarese e nel Fanese.

[124] Nel Bolognese.

[125] _Proxeneta_ lo chiamavano gli antichi. Vedi Hotman: _De veteri
ritu nuptiarum_.

[126] _Bacialer_ nel Canavesano.

[127] Vedi VILLEMARQUÉ, _Barzaz Breiz (Chants populaires de
Brétagne)_.

[128] Vedi la _Relazione del Symes_.



VI.

Il matrimonio per libera elezione.


Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior
rispetto alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del
bràhmano, o sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle
nozze, la figlia del cavaliero è lasciata libera nella scelta dello
sposo. L'uomo deve meritare la donna e non la donna l'uomo. Le corti
d'amore, i tornei, le giostre del nostro così detto medio evo, ove
premio del valore era la mano d'una donna, sono più antiche del medio
evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita guerriera insieme e
patriarcale.

Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e
baroni, o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta
_svayamvara_, ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.

Acvalàyana[129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze,
fra i quali mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il
giovine fa dono di un paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto
matrimonio dei _r'ishi_, (che ricorda il matrimonio bràhmanico e degli
antichi Germani[130]); 2.º quello per cui il giovane sposa la ragazza,
dopo che i giovani si sono fra loro piaciuti, anche senza il consenso
dei parenti, detto matrimonio alla maniera de' ganharvi[131] o
_svayamvara_, e in uso presso i guerrieri. Di questa seconda forma di
matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi esempi illustri;
così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa
Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero
Arg'una, Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa[132],
perchè stima, da quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il
padre solo abbia diritto di disporre della propria figlia. Nel
_Mahàbhàrata_, vien detto che il matrimonio, per via di _svayamvara_,
ossia in cui la fanciulla si elegge lo sposo che più le piace, è _caro
ai poeti_[133].

Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali
occasione di sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi,
nelle quali la giovine principessa si elegge lo sposo, le prove che i
pretendenti hanno a dare del loro valore, l'incoronamento dell'eletto
per parte della fanciulla[134], sono un campo ove l'immaginazione del
poeta può accendersi e animare al nostro sguardo pitture vivissime.
Poichè raro è che uno _svayamvara_ non sia accompagnato da una gara di
valore fra i contendenti. La sposa si ha da conquistare. Indra con la
forza conquista Sità, nel _Rigveda_, Ràma suo successore, nel
_Ràmàyana_, la conquista per mezzo della prova di un arco
meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii
cimenti superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de'
poeti e de' racconti popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo
deve mostrarsi mandato dal destino, o predestinato con qualche
miracolo; chè, secondo il proverbio, gli sposi Dio li fa e poi li
accoppia[135]. E di grandi miracoli sono autori gli sposi delle
leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il Sigurd
dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono
l'impossibile[136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.

In una novellina greca[137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non
sapendo decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni
invidia, sposa esso stesso la fanciulla disputata.

Nel _Pan' c' anada_ (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano
notata una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano
da sè stessi in matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera,
come ce lo confermano gli odierni bellicosi principi e briganti
Rag'puti, i quali, malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi
delle loro antiche tradizioni, non hanno dismesso il poetico uso
dello _svayamvara_. Il signor Chiefalà, nella sua _Descrizione della
città di Benares_[138], scrive: «Quando una principessa di Ragaa
(tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il permesso di
scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si
trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo
a suo piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il
loro assenso era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la
passava al collo di colui che volea per isposo, il giovane la riceveva
ed in segno di acconsentimento la teneva al collo senza restituirla, e
con ciò l'accordo era fatto, e si sposavano. Questa usanza esiste
ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i Marattes, e dovunque
hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro medio evo, lo
_svayamvara_ doveva essere pure in onore presso certe tribù slave e
presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da
un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente
antico, il quale dice:

    Io sedeva nel castello,
      Io infilava le perle
      Sopra il rosso velluto.
      Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,
      Egli agitò l'ala destra,
      Egli toccò il piatto,
      Il piatto d'argento,
      E disperse le grosse perle
      Fino all'ultima,
      E la fanciulla incominciò a piangere,
      Mentre le stava innanzi il padre.
    «Non piangere, fanciulla mia,
      Io inviterò per te i principi, i boiari;
      Essi raccoglieranno le tue grosse perle,
      Fino all'ultima.»

Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più
noti, i _Nibelunghi_, come per gli Scandinavi, le _Edda_ e la _saga di
Ervora_, e per i Franchi, i _Reali di Francia_, dove il re Erminione
fa bandire un torneamento, al quale intervengono molti signori per
isposare Drusiana. È uno _svayamvara_ il matrimonio medievale della
principessa Teodolinda col re Autari suo ospite.

La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni,
e la scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la
medesima usanza, che, secondo Ateneo[139], era pur viva tra i
Marsigliesi, presso i quali la fanciulla, in un convito, offriva la
tazza a quello de' giovani, che più le piaceva.

Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo;
quindi i parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono
l'affare.

Così è degno di osservarsi, come presso il _Ramayan.a_[140], Ràma e
Sità, quantunque sposati, per via di _svayamvara_, si uniscono col
pieno consenso dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del
popolo, invece di troni nelle assemblee, si contentano di una povera
panca nelle stalle. Questa panca, che non manca neppure alle capanne
dei Russi e dei Finni[141], è destinata a ricevere i giovani
pretendenti. Nel contado di Bra, in Piemonte, i giovani vanno insieme
alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un dopo l'altro
si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si scuotono
i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e
di lasciare il posto a chi vien dopo.

Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la
lunga panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente
cantato la _Martina_, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla
panca. Ed il ricevimento ha le sue formalità. Qualunque giovane che
sia seduto presso la _mariora_ o fanciulla da marito, se un altro
giovane arriva, deve cedergli il posto. Il mancare a questo riguardo è
cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento di sangue. A Riva di
Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può sperar bene,
se egli viene invitato a ritornare.

A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le
deve piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la
chiamano, tale _onestà_, val quanto congedare il pretendente.

Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso
perchè le sia raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui
essa poi consola intieramente, quando gli mette in mano delle
nocciuole.

Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla
fanciulla un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è
ricevuto; se invece glielo restituisce, deve tenersi per congedato.

Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della
ragazza un ceppo di quercia, detto _tecchio_; se il ceppo è messo in
casa, il pretendente può entrarvi anch'esso; se invece, il ceppo è
lasciato ov'egli il lasciò, al giovine non resta altro partito, se non
quello di ripigliarsi, in modo che nessuno lo vegga, il ceppo, e
ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un uso simile
incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante usa
di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad
amare, un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è
ritirato, la ragazza accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non
abbiamo figlie da marito, e allontanano il ceppo.»

Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic[142],
la domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo o
_proszi_ (chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il
capo dei chieditori offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è
segno che i parenti consentono; allora il rappresentante dello sposo
dà quasi per caparra, come presso i Pugliesi, una mela, nella quale è
conficcata una moneta, che la fanciulla consegna al padre, al
fratello, o, insomma, al capo di casa.


NOTE:

[129] Gr'ihyasùtra.

[130] Tacito, _Germania_, rammenta fra i doni nuziali tedeschi:
«_boves et frenatum equum et scutum cum framea gladioque._»

[131] Semi-angioli e semi-demonii indiani.

[132] _Mahàbhàrata_, vol. 1, 3384, 3385.

[133] Vol. 1, 4091.

[134] Così Dràupadì incorona l'eroe vittorioso.

[135] E, a Lomello, si dice che matrimonio e vescovato sono da Dio
destinati; nel quinto atto della _Tancia_ del Buonarroti, scena
ultima:

    In buona fè gli è vero quel dettato,
    Ch'un parentado in cielo è stabilito.

[136] Così portar caldo il latte da lontano, attraversare le fiamme,
trovar l'acqua della vita, uccidere il mostro, strappare al mostro il
vero tesoro, fabbricar castelli d'oro, combattere con la sposa stessa,
travestita da Moro terribile, strappare al mostro tre capelli, ecc.

[137] HAHN, _Griechische und Albanesische Märchen_.

[138] Livorno, 1824, pag. 116.

[139] Vol. I, c. XIII, pag. 13.

[140] Vol. I, c. III.

[141] Questi ultimi, in un loro inno, presso il _Kalevala_, la
chiamano _la lunga panca dell'ospitalità_.

[142] _Le Monténégro contemporain_, Paris, Plon, 1876.



VII.

Gli sposi si provano.


Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si
usano nel Pesarese e in Terra d'Otranto. Nel Pesarese, il giovine
invita la fanciulla a varii lavori campestri o domestici, per
misurarne la forza e la destrezza, avvertendo, quando si batte il
grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad essa; al che rifiutandosi
una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno di corruccio. E
cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.

Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la
robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna
ragazza, finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (_cacciatu
lu stennardu_) nella processione, che si fa per la festa del santo del
luogo, e nell'aver fatto il _Battente_ «si tiene tanto, scrive il
signor De Simone[143], a queste prove che ho udito dire in un rifiuto
di matrimonio da parte della madre della sposa: _vole sse'nzura_
(l'uomo richiedente) _e nu ha cacciatu ancora lu stinnardu._» Nei
luoghi in cui fanno tuttavia le processioni dei _Battenti_, guardasi
al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel
sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una
volta il _Battente_ sarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a
qualche ragazza.

È ancora una specie di _svayamvara_ della donna, il quale mi richiama
ai vari casi riferiti nel _Libro dei Giudici_, di donne date come
premio al valore dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso
i quali, verso il Natale, o propriamente, nel solstizio d'inverno, le
fanciulle indicavano ai loro amanti il fatto eroico, che essi dovevano
compiere per meritare la loro mano.

Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore
del nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo
d'ulivo che portano loro dalla chiesa. Se il nastro è giallo, indica
trattare la fanciulla da pazza; se verde, che la si vuol tenere in
sola speranza; se rosso, guerra; se bianco, pace; se turchino,
amore[144].

Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla
piazza dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori
che strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si
mettono attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa
ride! ella non sarà una buona massaia, nè una donna prudente; e lo
sposo perciò l'abbandona al suo destino.

Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la
sposa; le si presenta una _polpetta_; la sposa deve ingoiarla intiera
o _sana_, come dicono nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla
giù, se ne levano sinistri augurii.

A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze,
si porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se
non lo fa, si porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che
la sposa è fredda e bisogna riscaldarla.

A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in
Lombardia, la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è
prudente, deve alzarla e portarla al posto suo; se invece vi passa
sopra, vorrà essere una cattiva massaia.

Nella montagna di Pistoja[145] e nel Campidanese in Sardegna si prova
l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna,
propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo
desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il
messaggiero arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad
una età affatto patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca
bianca e di una bellezza perfetta che voi possedete e che potrebbe
fare la gloria del mio gregge e la consolazione de' miei vecchi anni».
Gli ospiti comprendono, ma dissimulano e rispondono con linguaggio
altrettanto figurato; e alfine, mostrando di consentire, presentano
l'una dopo l'altra le donne della casa, all'infuori dell'aspettata e
soggiungendo sempre: «_è questa che desiderate?_» Sul diniego del
forestiere, simulando di averla lungamente cercata, ritornano,
all'ultimo, con la fanciulla richiesta, la quale si lascia trascinare
come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida:
«_è quanto io desidero_»[146].

Anche nell'India, secondo il _Kàuçikasùtra_, sul punto di partire
viene scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le
donne in giro intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve
afferrare la sposa; se afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed
egli stesso è oggetto di ridicolo. Ho già notato come il nostro giuoco
della _moscacieca_ debba riferirsi ad una tale usanza.

In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella
campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la
più vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla
berlina.

In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.

Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la
fanciulla con cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa
portare del cacio e lo affetta, offrendone alla fidanzata; se questa
mangia il cacio senza nettarlo, lo sposo è minacciato che la fanciulla
non gli farà, qual moglie, buona compagnia[147].

Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle
nozze indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data
ad un uomo prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e
fornita di _buoni segni_ (_lakshanya_, _indizii_). L'amante perciò
mette insieme otto acervi di terra levata da luoghi diversi, e parla a
ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima cosa, nell'ordine sta la
verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada». (Ossia mostri con
questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual parentado essa
meriti). «_La verità si faccia palese,_» quindi rivolto alla
fanciulla, le dice: «_piglia uno di questi_».

Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte
l'anno, era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il
cibo; se la zolla del terreno levato da una stalla, prenunziava
ricchezza di bestiame; se la polvere di zolla levata dal circolo ove
si celebrava il sacrificio, era segno di molta devozione; se la zolla
estratta da un lago che si disseccasse, rivelava prudenza e cortesia
in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno ove si
giuocasse, minacciava passione al giuoco; se la zolla di un trivio, si
tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se
la zolla di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii
analoghi a questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora
riscontrarsi ne' _sùtra_.

A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del
nostro viaggiatore Ludovico Barthema[148], vigeva, nel secolo
decimosesto, quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna
d'amore e le vorrà dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol
bene e che non è cosa al mondo che per lei non facesse, e stando in
questo ragionamento piglierà una pezza ben bagnata nell'olio e
appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il braccio a carne nuda
e mentre che quella brucia egli sta a parlare quietamente con quella
donna e senza una minima perturbazione non si curando che s'abbruci il
braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei è
apparecchiato a fare ogni gran cosa.»

A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per
assicurarsi se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.

Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi
moderni, è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla
quale sola, mentre forse tutte le altre scompariranno, si può
assicurare l'immortalità:

    Tu, se mi vuoi per moglie,
      Mantieni costante la fede,
      Quattro, cinque, sei anni,
      Non per domani, doman l'altro o sta sera,
    Su, va all'estero,
      Va, lavora in Oriente!
      E con il lavoro raccogli denaro,
      E poi vedrai che io vengo[149].


NOTE:

[143] _La vita della terra d'Otranto_, nella _Rivista Europea_, 1876.

[144] Anco, presso i Germani, il bianco e il turchino erano due colori
sacri. Vedi Rochholz, _Deutscher Glaube und Brauch_. Berlin, 1867, p.
191-285, II Band.

[145] Per informazione del prof. G. B. Giuliani, che la visitò e
studiò a palmo a palmo.

[146] Vedi LAMARMORA, _Voyages en Sardaigne de 1819 à 1825_; e il
capitolo di questo libro che intitolo: _Come la fanciulla si domanda_.

[147] Veggasi una prova dello sposo tedesco, nel capitolo che
intitolo: _Mentre la sposa si prepara_, in questo stesso primo libro.

[148] Vedi la _Raccolta di viaggi_ del RAMUSIO.

[149] Vedi CAMARDA, _Appendice alla Grammatologia comparata della
lingua albanese_, e, in questo primo libro, il capitolo che tratta
della _Dote_.



VIII.

L'autorità del padre e del fratello nelle nozze.


La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre
manca, il maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.

I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il
capo di casa o _capoccia_, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria,
in molti codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse,
greggi e campi. Il marito arriva a espropriare il padre o il fratello
maggiore, il capoccia, in somma, di quello ch'egli tiene per suo; e
diventa proprietario alla sua volta. L'inno vedico, alla fanciulla che
si sposa dice esplicitamente: _io ti sciolgo di qui_ (cioè dal padre),
_ma non di qui_ (cioè non dal marito); e queste parole possono
servire per i legisti di lucido commentario al disputato _mundio_.
Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu,
l'autorità domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi,
presso il fratello; sono essi che dispongono della figlia o sorella,
la quale non può in alcuna maniera da sè emanciparsi; è necessario che
il pretendente la domandi a' suoi proprietarii, e, in certo modo, la
compri[150].

Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma
dispotica, assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè
ha diritto di ucciderlo[151].

L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non
posseggono i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza
il consenso della madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol
voglia[152].

Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per
questo articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo
raddolcisce alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre
nella facoltà di vietare o permettere[153]; gli Statuti di Riva di
Trento[154] restringono il caso di colpa alle nozze volontarie d'una
fanciulla, senza il consenso paterno, o fraterno, od anche materno, se
il padre e il fratello manchino, con un uomo infame o di troppo bassa
condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che pure manifestano
carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia, notando
come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la
facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si
vede bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più
clemente nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli
stessi legislatori; ed a me basta per rendermene persuaso questo bel
passo di Ennio, onde si scorge come la vittima non muovea sempre
silenziosa al supplizio e riusciva alcuna volta a commuovere il suo
sacrificatore: «O padre, io sono da te indegnamente offesa; poichè, se
tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual motivo a lui mi destinavi in
moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro mia voglia a lasciarlo,
quando egli mi vuole?»[155].


NOTE:

[150] Vedi più oltre il capitolo che parla della _Dote_.

[151] Le 12 tavole: «_In liberos suprema Patrum auctoritas esto,
venundare, occidere liceto...._»

[152] _Petri Exceptiones_: «_Mulieres liberos in potestate non habent,
ideoque filii et filiæ sine consensu matris matrimonia contrahere
possunt. Quod non possunt facere sine consensu patris, in cujus
potestate sunt._»

[153] Editto di Rothari, art. 214, ed. Baudi di Vesme. «_Si quis
liberam puellam absque consilium parentum aut voluntatem duxerit
uxorem, componat anagrip solidos vigenti et propter faida alios XX; de
mundium autem qualiter convenerit et lex havet, sic tamen si ambo
liberi sunt._»

[154] Vedi GAR, _Biblioteca Trentina_, disª XVI-XVIII. Trento, 1861,
art. 74: «_Statuimus, si quæ fœmina ad sui postam, sine consensu
patris, vel si non haberet patrem, sine consensu fratris, vel si non
haberet patrem nec fratrem, sine consensu matris, nuberet alicui
ignominioso, vel alicui longe minoris conditionis, quam ipsa, privetur
et privata sit ab omni successione paterna, materna, fraterna et
sororina ipso facto; et hoc si nupserit ipsi ignominioso ante
vigesimum quartum annum; si vero post vigesimum quartum annum nupserit
tali viro, tunc privetur tertia parte haereditatis tantum._»

[155]

    _Injuria abs te afficior indigna, pater;_
    _Nam si Cresphontem existimabas improbum,_
    _Cur me huic locabas nuptiis? sin est probus,_
    _Cur talem invitam invitum cogis linquere?_

Un somigliante rimprovero torna nello _Stichus_ di Plauto, I, 2, 73:

    _Nam aut olim, nisi tibi placebant, non datas oportuit_
    _Aut nunc non aequum est abduci, pater._



IX.

Nozze per ordine superiore.


Notai di sopra, come la casta guerriera abbia mostrato, più di ogni
altra, rispetto alla donna; ma alla casta guerriera corrispondeva pur
troppo, nel medio evo, un reggimento feudale; e nel reggimento
feudale, la sola padrona rimaneva donna; il resto, o maschio o femmina
che fosse, si considerava come cosa vile e venale. La libertà de'
matrimonii era fra gli infimi vassalli interdetta; e, mentre pur si
voleva si moltiplicassero perchè si moltiplicassero le braccia al
lavoro, ciò si voleva in quel modo e con quelle condizioni che
piacesse meglio al signore di imporre. Tra i Lettoni, per relazione
del signor Henriet, prima dell'ultimo decreto imperiale per la
emancipazione de' contadini, si raccoglievano in un determinato giorno
di festa dal padrone i giovani e le ragazze della terra in una
osteria; rinchiusi nell'osteria per un'ora, il fattore distribuiva
loro noci e pane pepato. Ricevuto il qual dono, proprio delle
nozze[156], i giovani e le ragazze si sceglievano e uscivano quindi,
a due a due, dall'osteria per farsi benedire.

Della proprietà sembra lecito il disporre a piacere; finchè pertanto
resta per legge o l'uso tollera che il lavoratore sia un annesso della
terra lavorata per il signore, quest'ultimo può trattare l'uomo e la
terra al modo medesimo. Non recano quindi meraviglia le sentenze delle
_Assisiæ Hierosolym_[157], che proibiscono il matrimonio di alcun
contadino, sia maschio o femmina, al di fuori della terra, senza che
il signore della terra in cui il contadino è passato ne restituisca
l'equivalente al proprietario.

Sopra i servi della gleba aveva dunque il signore feudale potestà
suprema per le nozze; egli le ordinava od impediva a sua posta; le
ritardava, interrompeva, aggravava senza che alcuna autorità venisse a
limitarne gli arbitrii. E potrebbe forse essere un resto infelice di
tali consuetudini l'uso che, scomparso quasi intieramente in Francia,
si mantiene ancora in Piemonte dove la contadina che si sposa porta al
suo padrone una specie di coccarda fatta con nastri, la quale chiamano
_livrea_. Cosiffatta _livrea_ viene pure distribuita fra le varie
persone che gli sposi intendono invitare alla festa nuziale, e
particolarmente al banchetto dove il padrone interviene, se egli lo
voglia, come di diritto[158].

Qualche riserbo maggiore si osservava nelle forme, quando la sposa non
era già una contadina, ma soltanto una vassalla sottoposta al gran
feudatario. Il feudatario le domandava quello che nel medio evo
chiamavano _maritagii servigium_. Egli mandava tre de' suoi baroni
alla donzella, con l'intimazione: _Signora, voi mi dovete il servigio
di maritarvi_[159]. Essa era costretta ad eleggerne uno. Permesse le
nozze, dovea quindi pagarsi con più maniere di balzelli al feudatario
il _nuptiaticum_ o diritto di nozze, il più esecrando de' quali che
aveva nome _marcheta_, dovrò più oltre illustrare[160]. All'incontro,
se il feudatario menava moglie, non pagava nessun tributo ad alcuno,
fuorchè al re, e imponeva a' suoi vassalli un tributo novello,
chiamato _auxilium_ od _aiuto_. Che al re si dovesse una specie di
tributo per nozze, lo argomento dal brano di una carta di Enrico III
re d'Inghilterra, ove si proibisce a' signori qualsiasi maritaggio
senza il consenso reale[161].

Nel Dekhan, il re ha facoltà d'imporre un maritaggio, quando un
pretendente rifiutato gli si presenta a cavallo di alcuni rami di
palma, lacero e insanguinato per le ferite, onde il proverbio
dekhanico: «per gli amanti disperati non vi è altra salvezza che il
cavallo fatto con rami di palma[162].».


NOTE:

[156] In Piemonte, il proverbio dice:

    Pan e nus
    Vita da spus.

In Albania usano invece le nocciuole; quindi la chiesta nuziale,
presso un canto popolare, edito dal Camarda:

    M'ha mandato sua signoria
    Per uno staccio,
    Per una focaccia,
    Per una fanciulla
    Bellina,
    Io non la tocco, non l'ammazzo,
    Ma la regalo di pecore e di capre,
    E le do pane e nocciole,
    Or me la dai, o che mi dici?

Vedi il capitolo che tratta de' _cibi e banchetti nuziali_, nel terzo
libro di quest'opera, e il capitolo primo del quarto libro.

[157] Cap. 270; presso il Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce
_Forismaritagium_ «Se aucun vilain de qui que se soit se marie avec
vilaine d'autre liue, sans le coumandement dou Seignor de la vilaine,
le Seignor dou vilain, à qui sera mariée la vilaine estrange, rendra
au Seignor de la vilaine un autre en eschange à la vilaine, de tel
auge par la connaissance de bonnes gens. Et se ils ne treuvent
vilaine, qui la vaille, il li donra le meilleur vilain qu'il aura
d'auge de marier; et cil qui sera marié à la vilaine estrange meurt,
le Seignor dou vilain doit avoir son eschange, se la vilaine torne à
son premier Seignor.»

E nel capitolo seguente: «Se aucune vilaine vait de aucun cazal en
autre, qui ne soit de son Seignor, et le Seignor du lieue ou elle sera
venue, n'a pooir de li marier, il doit donner à son Seignor une autre
vilaine en eschange, à la connaissance de bonnes gens sans faillir.»

[158] Trovo ricordata, presso Rabelais, la livrea nuziale, quando
Panurgo annunzia il suo proposito di menar moglie «_Je vous convierai
à mes noces; vous aurez de ma livrée._» Vedi ancora, per la parte del
feudatario, nel terzo libro, i due capitoli che trattano de' _cibi e
banchetti nuziali_ e del _jus primæ noctis_. È tuttavia possibile che
la livrea nuziale distribuita a tutti i convitati delle nozze sia un
emblema della dignità signorile degli sposi, la compagnia de' quali
rimane la loro corte. Veggasi il capitolo che tratta degli sposi
_incoronati_.

[159] Vedi DU CANGE, ed. Henschel, sotto la voce _Maritagium_, e
Chéruel, _Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes
de la France_. «_Dame, vous devez le service de vous marier._»

[160] Vedi, nel terzo libro di quest'opera, il capitolo che tratta del
_jus primae noctis_.

[161] Presso Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce _Maritagium_: «_Cum
per experientiam didicimus quod quamplures Dominæ regni nostri, spreta
securitate, quæ per legem et antiquam consuetudinem regni Angliæ capi
solet et debet ab eis, ne se maritari permitterent sine consensu et
voluntate nostra, non requisito super hoc nostri assensu, unde tam
nobis quam Coronæ nostræ et damnum et opprobrium emerserunt._»

[162] _Morale di Tiruvalluvar._



X.

Nozze per procura.


Non so se abbiano usato altrove che in Europa, in altro tempo che nel
medio evo, fra altra gente che principesca; e se usino oggi ancora tra
principi, confesso di non sapere; ma credo saper certo che le
formalità le quali usavano nel medio evo per una tal cerimonia sono
oggi dismesse. L'incaricato, per parte dello sposo, aveva il diritto
di mettere, come in segno di matrimonio consumato, una gamba sopra il
letto della sposa. Ove gli ambasciatori erano più di uno, come nel
caso di Pipino con la Berta d'Ungheria, presso i _Reali di Francia_,
suppongo che un tal diritto fosse riserbato al più anziano.
L'ambasciatore portava, in nome dello sposo, alla sposa i doni e
l'anello; e con l'anello sposava. Quando il re Ottone manda di
Germania alla prigioniera Adelaide un suo ambasciatore con l'anello,
intende significarle ch'egli la tiene già per propria sposa. Tal senso
ha pure l'anello coi doni, che, ne' _Canti Illirici_, il re Stefano
manda alla giovine Roskanda, convertendo in svat o procuratore il suo
ministro Teodoro.



XI.

Monogamia, poligamia e poliandria.


Come il celibato, per chi non faccia professione di astinenza[163], è
un delitto contro la società, così la poligamia, la quale, se non
distrugge intieramente, pregiudica assai il principale elemento della
società ch'è la famiglia. L'uso indo-europeo, rispettando la santità
della famiglia, si fonda sopra la monogamia; ma, come non vi ha legge
che non si violi, così non vi ha, si può dire, uso che non diventi
abuso. L'abuso cerca giustificarsi con pretesti; e non mancano ai
poligami pretesti mitologici. Gli Olimpi sono pieni di apparenti
contraddizioni e anomalie; prese queste apparenze come leggi alla vita
terrena si rischia di spostare ogni principio di economia sociale. Il
dio od eroe si presenta alcuna volta con una donna sola, per la quale
mette in moto e scompiglio cielo e terra; talvolta invece si
abbandona ad ogni nuova figura della bellezza, ora schiavo alle
lusinghe di una donna, ora suo instabile seduttore.

Ove sono poligami gli dêi, è naturale trovare poligami anche gli eroi
che appaiono come la loro seconda forma. Nel _Ràmàyana_, sono illustri
le due mogli di Daçaratha; nel _Mahàbhàrata_, le due mogli di Pàndu; e
le due mogli epiche appaiono per lo più come rivali. I Nibelunghi e le
Edda, con la leggenda delle due donne amate da Sigifredo-Sigurd, e
rivali, sembrano avere alcuna coscienza della poligamia eroica. La
stessa rivalità si manifesta nella leggenda semitica delle due mogli
di Abramo, e, come parmi, anche delle due mogli di Giacobbe.

Ma la poligamia non è necessaria nel mito, dove anzi vediamo, per lo
più, l'eroe fedele all'unica sua sposa, la quale ora egli muove a
conquistare, ora a ritogliere dalle mani del suo rapitore; nell'uso,
la poligamia è proscritta, e la legge la condanna, sebbene talora lo
stesso legislatore abbia peccato o pecchi in contrario. Questo è il
caso di Augusto, il quale, come abbiamo da Svetonio, per impedire la
troppo frequente mutazione di matrimonii, pose un freno alla facoltà
del divorzio, mentre egli stesso nella sua vita diede esempii affatto
contrarii. Bigamo fu Antonio, secondo il racconto di Plutarco[164]. E
l'imperatore Carino menò ben nove mogli, come ci riferisce Flavio
Vopisco[165]. Giulio Cesare aveva conceduto per legge il diritto
d'esser poligamo ai soli Quiriti; ma la legge, comunicata ad Elio
Cinna tribuno della plebe, non ebbe l'onore della promulgazione[166].

Della poligamia presso gli Ateniesi, discorre Ateneo[167]; egli cita
pure l'esempio dell'eroe Priamo poligamo, senza che Ecuba se l'abbia
per male; ma non si parla qui propriamente di più mogli, sì bene di
concubine, oltre la moglie. Così, ragionandosi delle donne di Teseo,
si dice ch'egli rapì Elena, Arianna, Ippolita e le figlie di Cercione
e di Sinide, e sposò invece legittimamente Melibea madre di Aiace. Più
mogli effettive ebbe invece Filippo il Macedone; e così parecchi altri
sovrani, i quali si fanno lecito e legittimo ogni arbitrio. È famosa,
fra tutte, per le sue conseguenze, la poligamia di Arrigo VIII
d'Inghilterra. Alfonso X, re di Spagna, voleva, alla maniera degli
odierni Parsi, sostituire alla prima moglie che gli pareva sterile una
seconda capace di far figliuoli; ma, mentre le nozze si combinavano,
la prima moglie s'ingravidò; preoccupato soltanto della successione,
il re lasciò andare la nuova sposa, che, dotata, consegnò al proprio
fratello.

Il trovare in parecchi de' nostri Statuti un articolo a posta per
punire i poligami, ci prova come spesso in Italia si dovesse, nel
medio evo, infrangere l'uso della monogamia. Negli Statuti di
Trento[168], i bigami sono multati, e se non pagano, frustati; in
quelli di Rovigno[169], frustati, spodestati ed esiliati; in quelli
di Civitavecchia, se non pagano, bruciati vivi; in quelli draconiani
di Lugo, multati senz'altro nel capo, purchè il matrimonio siasi
consumato[170].

Meno frequenti, invece, i casi di poliandria; ma pure ad essi accenna
alcuno de' nostri Statuti[171], e presso gli antichi Britanni, per
memoria di Giulio Cesare[172], e presso gli Spartani, per memoria di
Senofonte e Polibio, volendosi accennare ai soli Indoeuropei,
intieramente conformi all'uso. Nelle leggende indiane, sono famose una
ninfa che sposò dieci fratelli, Gàutamì che sposò sette sapienti,
Dràupadì che sposò i cinque fratelli panduidi[173]; ma è preziosa la
confessione dello stesso _Mahàbhàrata_ che riferisce tali casi di
poliandria, e li dice contrarî alle usanze ed alle leggi
vediche[174]. Di maniera che sembra doversi supporre qualche ragione
fisica ed economica aver solamente determinato i Britanni e gli
Spartani ad uscire dalla legge generale. Il Wilson lasciò scritto:
«Fra gli abitatori del Butan, una famiglia di fratelli possiede una
moglie in comune, ed osservando la sterilità del paese in cui prevale
usanza siffatta, non è troppo necessario il domandarsi qual sia il
motivo di un tale accomodamento. Egli è probabilmente lo stesso
motivo, quello cioè, d'uno scarso nutrimento, che portò fra gli Sciti
la stessa usanza, secondo che ci insegna Erodoto. Meno agevolmente si
spiega per qual ragione la tribù de' Nairi del Malabar segua un tale
costume; pure, poichè vi son traccie di parentela, quantunque omai
dissipate, fra questi e la gente dell'Himàlaya, esse traccie indicano
che i Nairi poterono venir dalle montagne e portare con sè
quell'usanza»[175]. Al che il professore Foucaux, il quale ha
riportato le parole del Wilson[176], soggiunge il nome dei Dardi,
tribù montanara del Kaçmira, ove una sola donna è moglie di più
fratelli, e quello degli isolani di Lancerote, nelle Canarie, ove,
secondo l'informazione di Béthencourt, viaggiatore del secolo
decimoquinto, ciascuna donna, per lo più, bastava per tre mariti.


NOTE:

[163] E non sono i preti quelli che prima e dopo Gregorio VII
l'abbiano fatta. Il loro vizio è antico, come possiamo rilevare dallo
scandalo che ai padri della chiesa dava la condotta del primo clero, e
dal passo che segue di Landolfo seniore cronista milanese, relativo ai
tempi di Ariberto (II, 35): «_Humanam ac fragilem naturam sciens; qui
sine uxore vitam in sacerdotio agere videbantur viris uxoratis ordinis
utriusque ne ab illis inhoneste circumvenirentur, semper suspecti
erant._» Concordano i lamenti di Pier Damiano, di Andrea, monaco
vallambrosano, e di altri scrittori contemporanei e posteriori, poco
sospetti di parzialità verso i detrattori della chiesa.

[164] Nel parallelo fra Demetrio e Antonio.

[165] _Scriptores Historiæ Augustæ_, ed. Th. Vallaurius: «_Uxores
ducendo ac reiiciendo ac novem duxit, pulsis plaerisque
praegnantibus._»

[166] SVETONIO, _Iulius Caesar_: «_Helvius Cinna, tribunus plebis,
plerisque confessus est, habuisse se scriptam paratamque legem, quam
Caesar ferre jussisset, cum ipse abesset, uti uxores liberorum
quaerendûm causa, quas et quot vellet, ducere liceret._»

[167] XIII, 1.

[168] Vedi GAR, _Biblioteca trentina_, dispense III-VI.

[169] _Statuti municipali di Rovigno_, Trieste, 1851; III, 51.

[170] Volgarizzamento dell'anno 1451: «Ad emendare la malizia de li
homini et la nequitia de le femmine le quali non desistono usurpare
contro Dio la sancta madre chiesia et lo sancto matrimonio adunando
moglie ad moglie fermamente ordinando dicemo che qualunque mosso da lo
spirito cattivo havente la sua legittima moglie ardiscerà pigliare
l'altra moglie, e se ne sarà facta accusa o querela de lui et serà
facta legitima proba per testimonii o vero per publico instrumento
paghi libre cinquecento, la quale pena se non poterà pagare sia arso.»

[171] Quello, per esempio, di Civitavecchia qui sopra ricordato.

[172] _De bello Gallico_: «_Britanni uxores habent deni, duodenique
inter se communes, et maxime fratres cum fratribus et parentes cum
liberis; sed si qui sunt ex hi snati, eorum habentur liberi a quibus
primum virgines quæque ductæ sunt._»

[173] Vedi il primo libro del _Mahàbhàrata_.

[174] Tuttavia una strofa dell'_Atharvaveda_ (lib. XIV) lascia
supporre la poliandria. Quando la sposa è giunta alla casa maritale,
si invitano gli _uomini_ a seminare in quel campo fruttifero. La legge
permette poi alla donna che il marito non feconda di unirsi ad un
altro parente perchè fecondi il suo campo o _khsetra_.

[175] _Selections from the Mahàbhàrata_, pag. 66, in nota.

[176] _Le Mahàbhàrata; onze épisodes tirés de ce poéme epique_;
nell'Introduzione.



XII.

Nozze fra parenti.


Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i
più intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si
favoriscono; nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i
commerci, e a raddoppiare la vita, si cercano le nozze fuori del
proprio circolo e talora fuori del proprio paese. Quando i paesi sono
nemici, le nozze pigliano forma di un rapimento. Nell'India, abbiamo
consigli, perchè i membri di uno stesso _gotra_ non si ricongiungano;
ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge, i quali non permettono
alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare spregiudicato: suo
padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice pertanto al sommo
de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga tali qualità
(cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya, o
bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto
non bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento
alle sole qualità»[177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto
l'Occidente, ove ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora
ad una nobile di sposare un popolano. Tucidide narra[178]: «I popolani
di Samo si sollevarono contro gli ottimati, in ciò aiutati dagli
Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti
dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le loro
terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata
loro con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano
d'allora in poi la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i
possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar
moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle». In Roma,
fino alla legge Canuleia, era vietato ai popolani di sposare donne
patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual pregiudizio,
malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione francese, si
accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto prosperi;
poichè nello studio di farsi un erede, raro lo trovano; chè, siccome
da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro
che poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali
assai poco democratici, per la massima parte, mantengono vivo
l'infelice privilegio: valga d'esempio il decreto che segue[179]: «Non
sia lecito a persona alcuna far parentado con signori, caporali, ed
altri principali dell'isola, così di qua come di là de' monti senza la
solita licenza». La licenza naturalmente non si dava, se potesse
dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il parentado.
Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che la
fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare,
se prima non l'avea messa in libertà[180].

Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir
sempre e per tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle
almeno bandire dalle nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani
proscrivevano da ogni connubio con i cittadini colui che non godeva
della romana cittadinanza[181]; ma, quando la legge è troppo stretta,
l'uso l'allarga da sè ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo
riconoscere, sotto la forma di nuova legge; così si spiega che
Valentiniano e Valente abbiano per legge escluso dal connubio coi
Romani i soli barbari non appartenenti alle provincie dell'impero;
finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si misero in casa
nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e usanza
loro.

Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme
nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella
valle d'Andorno, le madri dicono alle figliuole che _le piante
forestiere lassù non fanno buon frutto_, e hanno un proverbio loro che
dice: _alle veglie ed ai balli mai sotto il ponte della Balma_. Ora
questo ponte è al fine della valle, e vogliono significare con ciò,
che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo passare; il che non toglie
tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi cavallerescamente, quando
un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo una descrizione che mi
venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons. Losana vescovo di
Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti di _mezza festa_,
si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo od
anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone
dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case,
spara un colpo, segnale alle veglie, che vi arrivano amorosi.
Immantinente i giovani del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in
abito di etichetta coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere
l'arma e l'introducono in quante veglie egli desidera, nè più
l'abbandonano finchè chiegga esso di ritornare a casa. Allora
l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e restituitagli la
pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle notti
susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la
stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».

In Toscana, un proverbio dice: _moglie e buoi de' paesi tuoi_, e uno
stornello canta:

    Pampani e uva
    E la mia mamma sempre lo diceva,
    L'amor del forestiero poco dura.

E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i
nostri Statuti comunali di sposar gente forestiera[182].

Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra
nazione, ma d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i
limiti de' connubii possibili, non è meraviglia che lo stesso
sentimento d'orgoglio, d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato,
presso certi popoli, l'uso delle nozze tra i parenti, anche tra i più
stretti.

In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono: _Fra
me e te siamo parenti, non ci si può pigliare_. Il proverbio va dietro
il Diritto romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e
discendenti e fra parenti collaterali fino al settimo grado[183].

Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori
romani. È celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla
diede al figliastro, che l'ammirava ignuda[184]: detto e fatto
scelleratissimi, che la legge avrebbe puniti, se non si chiamava col
nome poco onesto di Augusto l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto,
Caligola si compiaceva narrare che il suo incesto con la figlia Giulia
avea dato il giorno alla madre di lui, mostro. Nè potè valere a
Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni biasimo, quando
sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il permesso di fare
il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori all'infuori di
due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido
violator di leggi.

In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti;
non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio
Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo
personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma
ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani
stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una
mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso
i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli
vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo
intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di
Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come
discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da
Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in
Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era
fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187]
lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se
i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio
riusciva privilegiato.

Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono
tali matrimoni come gli ottimi.


NOTE:

[177] _Lalita Vistàra_, tradotto sopra la versione tibetana dal
professore Foucaux.

[178] VIII, 21.

[179] _Statuti Criminali dell'isola di Corsica._ Lione, 1843.

[180] Art. 222. _Edicta regum Langobardorum_, ed. Baudi di Vesme «_Si
quis ancillam suam propriam matrimoniare voluerit ad uxorem, sit ei
licentiam; tamen deveat eam libera thingare, etc._»

[181] Pure furono sempre vietati dalla legge romana connubii fra
patrizii, e, non che schiavi e schiave, liberti o liberte o figli di
liberti e liberte, e specialmente istrioni. La legge su questo punto
era tanto severa, che se la figlia di un senatore sposava un
libertino, il padre veniva espulso dal Senato. E presso Paulus
abbiamo: «_Qui senator est, quive filius, neposve ex filio, proneposve
ex filio nato, cujus eorum est, erit; ne quis eorum sponsam, uxoremve,
sciens, dolo malo habeto libertinam; aut eam quæ ipsa, cujusve pater
materve artem ludicram facit, fecerit, etc._»

[182] Seneca ha, nel lib. IV _De Benefic._ «_Promisi tibi filiam in
matrimonium; postea peregrinus apparuisti. Non est mihi cum extraneo
connubium._» E Macrobio, nel primo de' _Saturnali_: «_peregrinis nulla
cum Romanis necessitudo._» L'avere sposata Cleopatra e Berenice,
straniere, fece gran torto, presso i Romani, al triumviro Antonio e a
Tito imperatore.

[183] Quelli di Gallese almeno ne adducevano una ragione scusabile; si
temeva che l'ingresso di sconosciuti nella città, per via di
matrimonio, vi portasse canaglia. Così, nelle _Constitutiones_ di
Ancona, si richiedeva, perchè il forestiero potesse pigliar moglie
nella città, ch'egli vi dimorasse almeno da due anni; il che viene
quanto a dire ch'egli vi fosse sufficientemente conosciuto.

[184] Elio Spartiano, presso gli _Scriptores Historiae Augustae_, ed.
Th. Vallaurius. «_Interest scire quemadmodum novercam suam Antoninus
duxisse dicatur; quæ cum esset pulcherrima et quasi per negligentiam
se maxima corporis parte nudasset, dixissetque Antoninus_: vellem si
liceret, _respondisse fertur_: si libet licet. _An nescis te
imperatorem esse et leges dare non accipere? Quo audito, furor
inconditus ad effectum criminis roboratus est; nuptiasque eas
celebravit, etc._»

[185] _De vita excellentium imperatorum_: «_Neque enim Cimoni fuit
turpe, Atheniensum summo viro, sororem germanam in matrimonio habere.
At id quidem nostris moribus nefas habetur._»

[186] Il caso nefando è riferito così dall'oratore Lisia, presso
Ateneo (XII, 16): «Navigando insieme nell'Ellesponto Assioco e
Alcibiade, in Abido, menarono in comune due mogli, Medonziade e
Xinocepe. Quindi essendo loro nata una figlia, nè sapendo essi se da
Assioco o da Alcibiade, come fu in età da marito, dormirono pure con
essa, con la quale se usava Alcibiade diceva essere dessa figlia di
Assioco, se Assioco, di Alcibiade.»

[187] III, 18.



XIII.

Come la fanciulla si domanda.

Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il
matrimonio, come dicono nell'India, _alla maniera de' gandharvi_[188],
dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è
solamente della giovine coppia, ma più forse delle loro rispettive
famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.

Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso
italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per
esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre
stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai
canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un
tale ufficio la madre.

Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:

    — Arsira[189] me' matruzza[190] mi spiau[191]
    E mi dissi unni[192] vai, figghiuzzu miu?

    — Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]
    Ca cc'è 'na bedda[194] di geniu miu.

    — Fighiuzzu, 'nsignamillu[195] ca cci vaju
    Quantu tanticchia[196] mi nni preju iu[197]

    — Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]
    Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo
della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il
puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a
Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso
da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio
in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la
promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima
cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la
mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come
lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro
Belfiore, dice:

    La v'ha data la man, l'è obbrigata
    Non ci bisogna su nè sal nè olio[203]

Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che
conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi
sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il
toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra
legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latini
_anulus pronubus_, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete
quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi
senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione
futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa.
L'uso dell'_anulus pronubus_ è generale in Italia, dato «o per segno
di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si
leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'_anulus pronubus_
non è ancora vincolo legale di matrimonio[205]; lo è invece pel
diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti
popolari, uno de' quali dice così:

    Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!
      M'è stato detto, amor, che siete sposo.
      Se siate sposo ancora non lo so;
      Ancora siete a tempo a dir di no.
      Se siete sposo ancor non lo so io;
      Ancora siete a tempo a dirgli addio.
      Quando vi vederò l'anello in dito
      Allor ci piglierò pena e partito.
      Quando vi vederò l'anello d'oro,
      Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro;
anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al
tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come
nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi
rammento, chiamano questo anello nuziale _la fede_, e nel Veneto, _la
vera_; ora _vera_ è parola slava che vale precisamente _la fede_.

L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma
talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con
Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge
alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto
dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia
parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra
principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno
si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo
destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe
pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un _casus belli_[212].

L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne
vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della
promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual
proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora
d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto
osservare tra i Serbi: «I _pesma_ sembrano avere inteso a rendere
popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere
i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro
semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà
il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le
tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di
seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle
mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la
vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel
cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non
fosse l'Eva della Genesi, si affretta a _gettar sul naso_ di Mirko la
mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella
irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col
piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più
risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente
sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende
l'anello d'oro, l'anello della promessa.»

Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia
in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di
osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non
usa più offrire l'anello.

Nell'India antica, secondo i _sùtra_, i due messaggieri d'amore,
lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e
frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre,
e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato,
scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e
domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti
erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il
più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i
messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la
stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di
fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo
faceva sedere sopra l'erba _kuça_ e gli dava a bere latte con miele;
lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.

Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi,
manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui
elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla
casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre
della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli
consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa
il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora
quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze,
purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di
alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come
penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà.
L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine
fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della
città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove
sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur
ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste
e si sollecitano le nozze.

Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le
quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia
mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la
serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il
matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla
partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della
casa.

In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente
dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa
abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il
forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce,
se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si
tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due
contraenti si mettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla
incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver,
dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le
trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si
reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come
è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si
siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della
sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro
pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai
immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno
batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama il
_battimano_; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano il
_toccamano_; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani
solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di
altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de'
loro contratti sia un vero _battimano_. Fatto il _battimano_, i
contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di
visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di
modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in
bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano,
oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in
Russia, che _la sposa è bevuta_, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il
padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare
via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la
principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la
condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre
della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario,
dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per
averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed
un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò,
il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa
piglia il pasticcietto (_pirog_), preparato per l'occasione, col lembo
diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia
del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta
più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano
il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il
seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver),
nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a
difesa, delle sue dilette compagne, dei _cigni_, secondo la sua
poetica immagine, e dice:

    Tu, mio sostentatore padre,
    Non biasimarmi, non metterti in collera,
    Mio sostentatore padre,
    Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,
    Le mie care compagne.
    Tu, mia carissima compagna N. N.,
    Avvicinati a me, alla malinconia amara,
    Aiutami a sopportare la mia tristezza.
    Voi, mie care compagne,
    Siete senza pietà;
    Forse i vostri visi sono di carta,
    Le ardenti lacrime di perla,
    I cuori più duri della pietra.
    Tu, mio sostentatore padre,
    E tu, mia cara madre,
    Non battete delle mani[219],
    Nè il lembo contro il lembo[220].
    Non impegnarmi, sostentatore padre,
    Nè tu mia propria madre
    Con impegni forti,
    Forti, eterni.


NOTE:

[188] Nella leggenda di Çakuntalâ presso il _Mahâbhârata_ sono
indicate otto maniere di matrimonii indiani, quello ad uso brâhmanico
(brâhmah), quello ad uso degli dêi (dâivas), quello ad uso dei
sapienti rishi (ârshas), quello a modo di Prâgèapati, cioè fatto col
solo intento di ottener prole (prâg'âpatyas), quello ad uso dei
demonii celesti (âsurah), quello ad uso dei musici, ballerini ed
angeli celesti, cioè il matrimonio per amore, per inclinazione, il
matrimonio gandharvico (gândharvah), quello ad uso dei rakshasi o
mostri rapitori, cioè il matrimonio fatto col rapimento della sposa
(râkshas), e infine il matrimonio a uso de' mostruosi selvaggi
antropofagi _piçâc'i_ (_pâiçâc'as_). Al guerriero erano leciti il
matrimonio per amore e il matrimonio per rapimento; i matrimonii a uso
de' demonii e de' piçâc'i, ossia la sola congiunzione carnale fatta
per violenza o per sorpresa non erano leciti ad alcuno, od al più alle
infime caste sociali.

[189] «Ieri a sera.»

[190] «La mia mammina.»

[191] «Mi osservò», ma come chi vuole interrogare.

[192] «Ove.»

[193] «Io ci vado.»

[194] «Bella.»

[195] «Guidamici, indicamelo.»

[196] «Un tantino.»

[197] «Io ne godo.»

[198] «Vossignoria.»

[199] «Non ho senso, son fuori di me.»

[200] «Non vedo.»

[201] Andria:

    _Hac fama impulsus, Chremes_
    _Ultro ad me venit, unicam gnatam suam_
    _Cum dote summa filio uxorem ut daret._
    _Placuit, despondi; hic nuptiis dictus est dies._

Propriamente, era il padre della ragazza o _sponsa sperata_ quello che
_spondebat_; il giovine o _sponsus speratus_ dal padre suo
_stipulabatur_.

[202] Cfr. i matrimonii di Devayánì e di Draupadì, presso il
_Mâhabhârata_, I, 3379, 3380, 7341.

[203] Buonarroti, _Tancia_, atto 4.º, scena 4ª. E un canto popolare
toscano, presso il Tigri:

    Saprai pur, bello, che legati siamo,
    E sposar tu non puoi altra persona.
    Colla man destra femmo il toccamano,
    E colla lingua ci demmo parola.
    Se tu con altra in Chiesa ti dirai,
    Le tue pubblicazion fermato avrai.

Secondo la _Sporta_ del Gelli (scena 6.ª, atto 5.º), basta la stretta
di mano fra il suocero e il genero:

      _Franzino_: «Siate testimoni, spettatori; ponete su la
      mano.»

      _Ghirigoro_: «Eccola.»

      _Franzino_: «Padrone, ponete su la vostra.»

      _Alamanno_: «Perchè? Eccola.»

      _Franzino_: «Buon pro vi faccia a tuttaddua; la Fiammetta
      vostra figliuola è moglie qui di Alamanno mio padrone.»

[204] Isidorus Hisp., lib. 2. De Divin. Offic., cap. 15: «_Quod in
primis nuptiis, anulus a sponso sponsæ datur, sit nimirum vel propter
mutuæ dilectionis signum, vel propter id magis, ut eodem pignore eorum
corda jungantur._»

[205] «_Anuli subarratio non est de substantia matrimonii, sed pro
signo et pro quadam investitura._» Cfr. Monterenzio, negli scolii
delle _Sanctionum et Provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris
Bononiæ_. Bologna, 1569, t. 2.º

[206] Lib. 3, tit. I. Cfr. BARONIUS, Ann. 58, num. 51 et
seg. — L'editto di Liutprando, art. 30: «_Si quiscumque sæcularis
parentem nostram saecularem disponsat cum solo anulo, eam subarrat et
suam facit._»

[207] E un altro canto popolare toscano:

    Dissi: Quell'uomo, datemi un anello,
    Che c'è me' pa' che mi vuol maritare,
    E mi vuol dare a un giovan di castello,
    Io voglio un giovanin che sia 'l più bello.

[208] Per mezzo di un ambasciatore; così agli ambasciatori del _re di
pagania d'oltremare_, la principessa Orsola di Ungheria, nella
Leggenda di questa santa, presso il Del Lungo, dice: «ed allora
compieremo il matrimonio e la convenzione carnale; e al quale se voi
siete mandati a ciò e se voi avete balìa aiutoria, per cagione di
compiere tutto lo suo intendimento, datemi l'anello per nome del
figliuolo di messere lo re d'Oltremare.»

[209] Nella novella della Gualdrada, ove all'onesta fanciulla Ottone
III consegna l'anello della promessa in nome di Guido, lo sposo che le
destina.

[210] _Novella ventesimaprima_, ove si ricorda la sola buona azione di
che abbia forse meritato lode in sua vita il duca Alessandro de'
Medici. Udito come due cortigiani avevano tradito una povera
fanciulla, egli si reca presso la medesima in compagnia di loro e
«cavatosi un ricco anello di dito, lo porge a colui che promesso aveva
di prenderla per donna e disse: «sposala.» In Francia, in simili casi,
colui che era obbligato a sposare, dovea ricevere invece di un anello
metallico, per segno d'infamia, un anello di paglia. La paglia ha un
originario significato fallico. Cfr. CHÉRUEL, _Dictionnaire historique
des institutions, moeurs et coutumes de la France_.

[211] Cfr. WEBER. _Op. cit._

[212] Io ricordo il caso di Maria di Borgogna, impegnata per tal modo
col duca Massimiliano d'Austria, riferito nelle Memorie del Commines,
Cologne, 1615, p. 507, 508: «Ainsi d'aucuns commencérent à pratiquer
le mariage du fils de l'Empereur, à present Roi des Romains: dont
autresfois auoit esté paroles entre l'Empereur et le duc Charles, et
la chose accordée entre eux deux. Si auoit l'Empereur une lettre faite
de la main de la dite Damoiselle, du commandement de son Père et un
anneau, où il y avoit un diamant.»

[213] _La nationalité Serbe d'après les chants populaires._

[214] «_Despondeo tibi filiam meam in honorem et uxorem et dimidium
lectum, in seras et claves._» Presso Stiernhoek, citato dal
Mittermaier, _Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts_.

[215] Un simile uso viveva tra i Romani, quando si trattava dai loro
ambasciatori per la pace; un lembo ripiegato della toga significava
pace: disteso, invece, guerra.

[216] Ossia la sposa; cfr., nel secondo libro, il capitolo che tratta
degli _Sposi incoronati_.

[217] Lo sposo; come sopra.

[218] Tali fazzoletti e asciugamani sogliono essere riccamente
ricamati in rosso.

[219] Cioè, «non fate il battimano.»

[220] Cioè, non avvicinate i due lembi delle pelliccie ripiegati.



XIV.

La sposa si accaparra.


L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente
l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo
di Giulio Capitolino, tra gli _Scriptores Historiæ Augustæ_[221].
L'uso italiano le ha continuate non contraddetto dal Diritto
longobardico, la cui _meta_ era una vera caparra[222]. La caparra in
danaro o _strenna_ (come la chiamano nel Canavese e nel Biellese) che
lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non eccede mai la somma di lire
cinquanta[223]; se le nozze si guastano, per causa dello sposo egli
perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la caparra viene
restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa nel
contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà
generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il
giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno
veramente i parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non
sempre la sposa accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle
sembrando offesa quel pegno; o se, come nell'Abruzzo[224],
l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica moneta che
acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala, se
l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.

È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di
Tver, in Russia, che si chiama _bere la beltà della ragazza_. In una
bottiglia di acquavite si mette un'erba detta _del diavolo_; la si
orna di nastri e candelotti ed il padre dello sposo deve riscattare
questo diavolo per mezzo di cinque kapeika[225]. A tale offerta gli si
dice: «La nostra principessa[226] non vale solo questo;» allora il
mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il medesimo, ed egli sempre
aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a cinquanta
_kapeika_[227].


NOTE:

[221] Vi si parla di Massimino Giuniore: «_Desponsata illi erat Junia
Fadilla, proneptis Antonini; quam postea accepit Toxotius eiusdem
familiae senator, qui periit post præturam, cuius etiam poemata
exstant. Manserunt autem apud eam arrhæ regiæ, quæ tales (ut Junius
Cordus loquitur, harum rerum perscrutator) fuisse dicuntur monolium de
albis novem, reticulum de prasinis undecim, dextrocherium cum costula
de hyacinthis quatuor, præter vestes auratas et omnes regias,
ceteraque insignia sponsalium._»

Nelle _Petri Excerptiones_ poi trovo questo precetto: «_Si quis uxorem
ducere aliquam voluerit mulierem et in tempore sponsalium aliquid ei
arrharum nomine, causa futuri matrimonii, dederit, veluti anulum,
monile, pelles vel aliud simile, si per mulierem steterit, quominus
matrimonium sequatur, nisi justa causa impediat, reddat arrhas in
duplum, vel etiam in quadruplum, si forte ita pactum fuerit inter eos.
Sin vero per virum steterit, nisi justa causa interveniat, tunc arrhas
amittat, vel si pactus est, quadruplum._»

[222] Cfr. _Glossarium Cavense_, citato dal Du Cange sotto la voce
META.

[223] Nella descrizione che ci fa Jacopo Salviati delle nozze di
Bernardo Rucellai con Nannina de' Medici, la caparra o _mancia_ che lo
sposo dà alla sposa appare di fiorini 100 larghi e mani 1000 di
grossoni.

[224] Abruzzo Ultra I.

[225] Venti centesimi.

[226] Intendi, sposa.

[227] Due lire italiane.



XV.

Ricambi di doni nuziali.


Le nozze non son fatte per gli avari; si dà e si riceve in esse con
allegra spensieratezza, e nessuno tien conto di quello che vi ha
speso. Si mangia e si beve in casa altrui; si dà da mangiare e da bere
in casa propria; è sempre la stessa abbondanza; le economie verranno
poi. In Toscana il popolo si burla di chi _fa le nozze col baccalà_,
per indicare che le sue nozze furono meschine, senza confetti, senza
regali, senza feste. I doni, per augurio di fecondità volano per
tutte le parti; oltre agli sposi, ne hanno gli stretti parenti, i
convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più
che non si è ricevuto. Riesce difficile pertanto tener conto esatto di
tutti i doni che sogliono farsi nelle nozze; ma importa il sapere di
qual sorta particolarmente siano, ed in qual modo particolarmente si
facciano.

I cibi, fra i doni, non contano, tanto più ch'essi ci daranno
occasione di un articoletto speciale, come saremo, nel secondo libro
di quest'operetta, a banchettar con gli sposi. Ma conterà bene il dono
d'una vacca che lo sposo indiano faceva alla sposa e al prete
maestro[228], e il dono germanico della stessa vacca fatto, ai tempi
di Tacito, dallo sposo alla sposa[229]; importerà il dono d'una
camicia che la sposa indiana[230] tesseva e cuciva pel dì delle nozze
allo sposo, certo, come la sposa russa, _affinchè il principe_[231]
vedesse il lavoro della sposa; e il dono è popolare a quasi tutto
l'uso indo-europeo[232]; un canto illirico[233] ricorda, fra gli
altri doni della sposa allo sposo, una elegante camicia che non era
stata nè filata nè tessuta, ma che la fanciulla stessa (figlia del
doge di Venezia) aveva per tre anni, giorno e notte, con le proprie
mani, lavorata e contesta d'oro finissimo. Io cito, fra gli altri
luoghi d'Italia, la Liguria, il Piemonte, il Milanese, il Pesarese e
il Perugino, ove la fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia
ch'ella regala allo sposo; nell'Arpinate poi, nell'Abruzzo Teramano e
presso il Lago Maggiore, la sposa non regala solamente d'una camicia
lo sposo, ma quanti parenti maschi si trovano nella casa di lui; nel
Pistoiese, oltre lo sposo, si regalano della camicia i due paraninfi
detti _scozzoni_.

In molti luoghi d'Italia, lo sposo veste a nuovo, per intiero, la
sposa, per quanto ne deve al di fuori apparire; in altri, una sola
parte del vestiario vien regalata. In alcuni paesi del Tarentino, a
Gallarate e Turbigo di Lombardia, a Cossato-Biellese e a Palermo,
trovo indicate particolarmente le scarpe come dono nuziale; il che mi
richiama all'uso germanico, per cui lo sposo diventa padrone della
sposa, mettendole un nuovo paio di scarpe; ed al russo, che fa mandare
le scarpe alla sposa sopra un piatto, certo, affinchè, pur nel toccare
per la prima volta la soglia maritale, la sposa appaia intatta, per la
stessa ragione per cui la sposa romana nell'entrare in casa dello
sposo non dovea toccarne coi piedi la soglia. In altri luoghi
finalmente, come per esempio a Carpignano in Lombardia, si regalano
solo oggetti da lavoro, cioè un coltellino, un agoraio, un par di
forbici e un ditale; o, come nel Pesarese, fra poveri, una rocca o
conocchia lavorata e ornata. Questi ultimi usi confermano gli antichi
romani del _camillus_ che portava gli utensili della donna, e della
conocchia apprestata che accompagnava la sposa[234]. Il medesimo uso
romano della conocchia nuziale, si mantiene ancora nel Monferrato
Albese, a Monte Crestese nell'Ossola, nella valle d'Andorno
(Biellese), in Sardegna, in Corsica, come rilevo da un canto popolare
côrso[235], il quale dice:

    Quando andereti sposata
    Purtereti li frineri;

e in Toscana ove un canto popolare satirico, che somiglia ad una
novella, motteggia così la donna che non sa filare:

    La bella donna che ha perso la rocca!
    E tutto il lunedì la va cercando;
    Il martedì la trova mezza rotta,
    Mercoledì la porta rassettando,
    Il giovedì le pettina la stoppa,
    Il venerdì la va inconocchiando,
    Il sabato si liscia un po' la testa,
    Domenica non fila perch'è festa.

Che la conocchia poi sia pure indispensabile compagna della fanciulla
tedesca che va a marito lo raccolgo da un canto popolare che, fra i
Tedeschi, dice:

    Riceve il miglior marito,
    Quella che sa meglio filare[236].

Un altro de' doni nuziali più caratteristici, è il _cinto_, _cingolo_,
_centurino_ o _cintone_, o _nastro_, o _zona_ che si voglia
addomandare, onde le nostre spose si ricingono la vita mentre vanno
pomposamente vestite al tempio.

Talora, invece del semplice nastro, le spose portano un grembiale;
ond'è, che fra i doni nuziali, ora troviamo un nastro, ora un
grembiule, e che le espressioni _solvere zonam_ e _sciogliere_ o _far
cadere il grembiule_ valgono il medesimo.

Il Symes[237], sullo scorcio del secolo passato, notava
nell'Indo-Cina, fra gli altri doni nuziali alla sposa quello di tre
_tubbeck_ o cinture. E la cintura non mancava alle spose indiane,
greche, romane[238], celtiche; ma forse l'avevano in proprio; che, in
Francia, invece, fosse consueto dono dello sposo, lo si può supporre
dal _Jeu de Robin et de Marion_ nella pastorale di _Adam de la
Hale_[239]. È nota la virtù attribuita dalla leggenda germanica alla
cintura delle fanciulle. Brunilde, finchè questa non si scioglie, è
prodigiosa; caduta questa, riesce una donna come le altre[240]. E alla
cintura nuziale allude pure un canto popolare dell'Estonia, ove la
leggendaria _Salma_ va dicendo allo sposo da lei eletto: «Caro
giovine, caro fidanzato, tu m'hai dato il tempo di crescere, dammi
ancora quello di vestirmi. L'orfanella si veste con fatica; essa è
lenta, la povera, a cingersi _la cintura_[241].»

Meno importanti i doni della sposa allo sposo, e meno significativi:
così non credo che la cintura a fil d'argento e perle tessuta dalla
sposa di Zante[242], secondo il canto popolare, allo sposo, abbia un
simbolo speciale[243]. La camicia vedemmo già per qual desiderio di
raccomandarsi la sposa regali al suo fidanzato; e d'altri doni molto
caratteristici che si facciano allo sposo io non so; nè il canto
russo[244] che accompagna una di cosiffatte donazioni li determina:

    Per la città, per la città sono incominciati i suoni,
    Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni,
    Faceva doni, faceva doni la giovinetta:
    Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine,
    E contro i doni miei non isdegnarti,
    I doni miei, i doni miei son magri,
    Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.

Più larga si mostra la sposa verso il procolo; verso la sposa poi
abbondano di generosità, oltre lo sposo, i parenti e gli amici di lui
e di lei; di maniera che, ove questi sian molti, la sposa per le sue
nozze ha quasi da farsi un corredo. In qualche raro luogo, interviene
pure fra i donatori il prete, che altrove e per lo più, sull'esempio
indiano, ripete, per contro, un regalo per sè. Presso il Lago
Maggiore, alla sposa che viene a visitarlo, il parroco offre danaro,
ed in Como era l'uso, forse vivo ancora, che il vescovo inviasse la
magnifica _palma_ che gli viene offerta per la settimana santa, alla
prima sposa nobile che s'impalmasse dopo la domenica delle Palme.

Presso il Lago Maggiore, la _guidazza_ o pronuba regala alla sposa
danaro o tela da camicie. A Monte Crestese, nell'Ossola, mentre dura
il finto piagnisteo in casa della sposa, per la vicina separazione,
una vecchia, alla quale danno nome di _landa_, prende il grembiule
della sposa all'ingiù, e fa con essa che piange o finge di piangere,
un giro davanti a tutti i parenti ed amici, i quali gettano i loro
doni nel grembiule. A riva di Chieri, quando una povera giovine si
marita, i parenti delle due parti vanno presso i ricchi e dicono loro:
_Noi vi invitiamo pel giorno_, ecc., _se voi volete venire a regalare
la sposa_. Quelli che accettano si recano all'ora fissata presso la
sposa, l'accompagnano in chiesa e quindi alla sua nuova dimora. Colà
giunta, essa si mette sulla soglia, tiene con una mano rialzato il
grembiule e con l'altra una borsa, e le donne mettono nel grembiule
una camicia o qualche altro abito che, fino a quel momento, portarono
sul braccio; gli uomini offrono danaro; se essi lo mettono nella
borsa, la sposa deve dividerlo con la famiglia; se lo mettono in seno
alla sposa, rimane esclusivamente per lei. I donatori hanno diritto di
baciare la sposa. Così nei paesi montani dell'Abruzzo Teramano, mentre
gli sposi stanno a sedere, gli astanti si baciano e versano danaro in
un fazzoletto disteso apposta presso di loro. A Vistronio, nel
Canavese, la sposa impalmata usava sedersi sui gradini esterni della
chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano danaro sul piatto
ch'ella teneva in mano.

Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige
ancora, sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle
di Susa, dove quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa
hanno diritto di baciarla, all'Allumiere, presso Civitavecchia[245],
nella Sardegna di mezzo e settentrionale[246] e altrove; ma non vien
detto e non ebbi modo di sapere se il bacio vi sia mercato come a
Riva di Chieri, nell'Abruzzo e nel Canavese, o gratuitamente concesso,
in obbedienza alla consuetudine.

Ma, per tornare ai doni, recherà meraviglia che tanti abbondino ancora
in Italia per nozze, quando i nostri Statuti concordemente intesero a
rimuoverli; egli è che, se ora la liberalità è ancora molta, in
passato essa era immensa e fuor d'ogni consiglio; temendosi pertanto
che il fasto di un solo giorno nuziale portasse la miseria nelle
famiglie, si posero decreti a frenarli; poichè non si trattava di far
donativi alla sposa, alla maniera di Aureliano, presso Flavio
Vopisco[247], e di tutti i principi antichi e moderni che sono
liberali, per le nozze da loro combinate, della sostanza pubblica, ma
di impoverire solamente sè stessi, volendo ornare sovra ogni altra
donna la nuova sposa. Ma la legge statutaria, nel voler togliere via
uno scandalo, esagerò senza dubbio la restrizione de' doni, e, per
ciò ch'ella aveva di eccessivo, non fu osservata, mentre l'abuso
massimo, che forse intendeva ferire, cessò del tutto.

Questo abuso è il così detto _morgincap_ che ci offrirà soggetto d'un
capitolo a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di
fatto, lo nomina esplicitamente, come, per esempio, quello di
Casalmaggiore[248]; ma l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso,
fece abusare ed eccedere il primo anonimo legislatore statutario ed i
suoi pedissequi anonimi imitatori, con la stranezza de' loro rigori
proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva delle nozze potevano
veramente perturbare l'ordine economico delle famiglie; ma lo scambio
di doni che l'onesta allegrezza d'una festa domestica consigliava e
consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non riuscendo
pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo
pretesto di correggere la vanità femminile, e il lusso smodato, come
appena la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo[249].


NOTE:

[228] Se lo sposo era un bràhmano, poichè, se guerriero, dovea cedere
al prete maestro una terra, se agricoltore o mercante, un cavallo.

[229] Secondo il Birlinger, _Volksthümliches aus Schwaben_, usa
tuttodì lo stesso dono in Isvevia; la vacca accompagna il carro della
sposa. — Fra i doni nuziali germanici, figura pure il gallo. Cfr.
SIMROCK, _Handbuch der Deutschen Mythologie_ (nell'Arpinate si dà una
gallina al prete); in Francia, usava il dono d'un cavallo alle ragazze
che accompagnavano la sposa. Cfr. CHÉRUEL, _Dictionnaire des
institutions, Moeurs et coutumes de la France_.

[230] Cfr. _Atharvaveda_, lib. 14.

[231] «Lo sposo.»

[232] Anche fra i Turchi trovo ricordato un somigliante dono nuziale.
Cfr. UBICINI, _La Turquie actuelle_.

[233] MIÇKIEVIC', _Canti Illirici_.

[234] Plinio, VIII, 48: «_Lanam cum colo et fuso Tanaquil, quæ eadem
Coecilia vocata est, in templo Sangi durasse, prodente se, auctor est
M. Varro, factamque ab ea togam regiam undulatam in aede Fortunæ, qua
Servius Tullus fuerat usus. Inde factum ut nubentes virgines
comitaretur colus comta cum fuso et stamine._»

[235] Cfr. TOMMASEO, _Canti Côrsi_. In Corsica chiamano _freno_ la
_conocchia_.

[236]

    Die bekommt den besten Mann
    Die am besten spinnen kann.

Cfr. _Deutsche Lieder in Volkes Herz und Mund_, Leipzig, 1864.

[237] Relazione della sua ambasciata al regno d'Ava.

[238] Presso i Romani doveva essere di _lana_ pecorina; si confronti
il nastro rosso e nero di _lana_, che le spose indiane portavano,
secondo i _gr'ihyasùtra_, e le spose della Germania meridionale
portano, secondo Schönwerth.

[239]

    Robins m'aime
    Robins m'a
    Robins m'a demandée,
    Si m'arà.
    Robins m'acata cotele
    D'escarlate bone et bele
    Soukanie et _chainturele_
    A leur i va.

Cfr. NISARD, Des chansons populaires, t. 1.

[240] Cfr. _Der Nibelunge noth_; la cintura sembra simbolo di
verginità.

[241] Cfr. LÉOUZON LE DUC, _La Baltique_.

[242] Cfr. TOMMASEO, Canti Greci.

[243] Così neppure la cintura di lana rossa e le calze bianche con
impronta gialla, che, presso i Brettoni, i _bazvalan_ e il _breutaer_
ricevono in dono. Cfr. VILLEMARQUÉ, _Barzaz Breiz, Chants populaires
de la Bretagne_.

[244] Governo di Tver.

[245] Per notizia che me ne reca l'avvocato Valenziani di Roma.

[246] Cfr. LAMARMORA. _Voyages en Sardaigne_ — DOMENECH, _Bergers et
Bandits, Souvenir d'un voyage en Sardaigne_. — Mercato è il bacio che
Ottone III, presso il Bandello, e Piero d'Aragona, presso il
Boccaccio, danno in fronte alla giovine sposa; essi se ne creano
cavalieri, dopo averla dotata; e così hanno comprato il diritto del
bacio.

[247] Cfr. _Scriptores historiæ Augustæ_; Aureliano fece sposare a
Bonoso la gota Hunila, vergine di regio sangue, a fine di strappare
dalle confidenze di lei i segreti della formidabile sua gente, e però
scrisse, fra l'altro, a Gallonio Avito suo legato in Tracia: _Nunc
tamen quoniam placuit Bonoso Hunilam dari, dabis ei, iuxta breve infra
scriptum, omnia quæ precipimus: sumptu etiam publico nuptias
celebrabis. Brevis munerum fuit: tunicas palliolatas hyacinthinas
subsericas: tunicam auro clavatam subsericam librilem unam, interulas
dilores duas, et reliqua quæ matronæ conveniunt. Ipsi dabis aureos
Philippeos centum, argenteos Antoninianos mille, aeris sestertium
decies._

[248] _Statuta Casalis Majoris_, Milano, 1717; «_Statutum est, quod
Mariti de coetero non teneantur, nec debeant fecere uxoribus
donationem propter nuptias, nec morgincap, nec aliquid aliud ultra
promissionem dotis, quam acceperint ab Uxoribus._»

[249] Si veggano nella novella 137, di Franco Sacchetti, le beffe che
vi si fanno già dello Statuto fiorentino, per ciò che spetta gli
ornamenti delle donne, le quali, mutando nome alle cose, ingannavano
facilmente la legge. E perchè i lettori possano formarsi un'idea delle
minuzie nelle quali si perdevano i nostri Statuti, recherò loro un
brano degli _Statuti di Fano_ e alcuni brani degli Statuti di Firenze
del 1415 (lib. IV. _Ordinamenta circa sponsalia et nuptias_). I primi
dicono: «_Declarantes quod nullus dare possit simil et semel uxori seu
sponsæ pannum granæ sive scarlactum et pannum sirici; nec dare possit
ultra duas vestes ut superius dictum est; neque possint dari d.nabus
neque portari unquam valeant p. d.nas vestes aliquæ panni deaurati,
nec possint portare supra dorsum vel in capite ornamenta aurea vel
argentea vel de perlis; vel alicuius alterius generis in totum valoris
ultra viginti ducatorum sub pœna et bamno cuilibet portanti vestes seu
ornamenta contra formam p.entis statuti decem ducatorum pro qualibet
veste et qualibet vice de dotibus earum applicandorum co.i Fani,
etc._» E i secondi: «_Nulla persona audeat, vel præsumat, nec etiam
possit in forzerino, vel scatola, vel aliqua alia re alicui mulieri
nuptæ, antequam viro tradatur, nec postea pro usu huiusmodi mulieris
mittere, aut portare, aut mitti aut portari facere aliquas perlas,
naccheras, vel lapides pretiosas in grillanda, in frenello, cordono,
cordiglio, cintura vel alia re apta ad cingendam, vel in formaglio,
vel in fregiatura, ricamatura, abbottonatura, aut fogliettis nec
aliquo alio modo pro usu huiusmodi mulieris valoris ultra quadraginta
florenos auri, sub poena, etc. Et quod nullus sponsus, quando in
civitate Florentiæ vel ejus comitatu dabit anulum matrimonialem eius
sponsæ seu uxori, possit eidem dare, vel mittere ultra duos anulos,
qui non possint, nec valeant excedere valorem seu costum duodecim
florenorum auri intra ambobus, etc._» Non meno intolleranti poi gli
Statuti di Perugia (Perugia, 1526): «_Quod nulla uxor cuiuscumque
conditionis existat quæ ad maritum iverit possit nec debeat donare vel
largiri alicui consanguineo mariti aut alteri cuicumque personæ
aliquod munus vel aliquam rem consistentem in pondere numero vel
mensura, nec ipsum munus aut rem possit accipere ab aliqua persona ex
parte viri vel alia quacumque persona._»



XVI.

La dote.


La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può
ricevere dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge
longobardica col nome di _phaderphium_; l'altra è una specie di
riscatto della sposa che lo sposo fa, pagando alla famiglia di lei una
grossa somma per impossessarsene: il che i Longobardi chiamavano
_mundium_, ossia il diritto di tutela che dal padre passava al marito,
ossia il diritto di farsi _mundualdo_[250]; gli corrisponde, in
parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui,
sopra l'erario pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.

Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i
quali pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola
somma, con la quale si dotavano le povere fanciulle. E una
reminiscenza di questo uso antico mi sembra il decreto emanato dalla
repubblica veneziana, affinchè per rendere più solenne la cerimonia
delle nozze «dodici fanciulle di condotta irreprensibile e di non
comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate
dalla nazione e andassero all'altare accompagnate dal Doge stesso
rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo
seguito»[251].

Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano
alcuni casi capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi;
così, presso il Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto
il Casentino e di parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona
dota le due figlie di messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo
d'Angiò dota le due figlie di messer Neri.

In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o
ai parenti di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che
perdevano. Nell'India antica, la mercede consisteva oltre alla moneta
çulka, in tori o vacche, il qual dono poi il prete sacrificatore
ripeteva per sè. Che presso gli antichi Greci il marito dotasse la
moglie, lo prova ad evidenza un passo dell'Iliade[252], ove Agamennone
offre per isposa una delle sue figlie ad Achille, senza ch'egli si dia
l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la cerimonia della _coemptio_
prova che il marito dovea pure comprare, in certo modo, la moglie; ma,
alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per una ragione che
ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nel _Trinummus_ di
Plauto[253], ove parrebbe al giovine che, se egli non dotasse la
propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che
moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso
antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone[254]
le spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito
aver seco, uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per
l'offerta sacrificale. L'_emptio_ adunque era reciproca, e però il
nome di coemptio, e la formola solenne: _Ubi tu Caius ego Caia_ che
Plutarco ci spiega così: _Ove tu signore e padron di casa, anch'io
signora e padrona di casa_. La qual formola tanto simpatica non trovò
poi presso il Diritto romano quella conferma ed applicazione che
ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola non
possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come
nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la
moglie[255], e pure la moglie veniva rispettata come sacra.

In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazione della moglie per
parte del marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa
l'anello alla sposa, ripeteva dopo il prete: «_con questo io ti
sposo_» e versava tre danari nella mano destra o nella borsa della
sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e con ciò diceva: «_e vi
doto de' miei beni_»[256].

Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i
Turchi e i Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi,
anzi, per informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii
secondo la forza e la bellezza della sposa[257].

Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie
dell'uso di comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia
menar via la figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o
più polli.

Ora sarebbe difficile il giudicare quale de' due usi sia stato
migliore, visto che la compra della sposa che si faceva in Germania
non toglieva alcun rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai
Romani alle figlie affinchè non paressero concubine, non tolse che la
donna romana venisse considerata assai da meno che il _vir_. Certo che
la prima origine dell'uso è barbara; ma l'uso restò in Germania
solamente _pro forma_, mentre a Roma, dove la forma, per una specie di
pudore, si modificò, lo spirito dell'uso religiosamente si mantenne.
Un sentimento invece di vera civiltà progrediente spira negli Statuti
e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove il fratello, per legge
di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la sorella che
va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà con
quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gli _Statuti
Municipali di Cittanuova_[258]: «Per casion, che in le parte del
Istria se contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun
istromento, volemo che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua,
e per lo so destreto, se intenda esser _fra e suor_.» Il qual passo,
per sè, mi sarebbe riuscito alquanto oscuro, se non veniva a
dichiararmelo il riscontro con un altro degli _Statuti Municipali di
Rovigno_[259], che dice: «Costume et consuetudine antica è d'Histria
la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che tutti
li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si
contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se
intenda come per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella
essere se dicernono in questo, massime, che in universal beni mobili
et stabili, ragion e ation tutte al tempo del contrazer matrimonio
speranza esser roba, et la qual si acquistasse per essi, overo ciascun
titolo, modo ragion overo cagion come fratelli si intendano; cioè che
tutti gli beni, ragion et ation siano tutti insieme per essa ragion
per mità, salvo se convention per special patto fra gli preditti fatto
non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo 79 de'
medesimi _Statuti_, dove si prescrive «se tra do sarà copula de
matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto
avanti et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada
e frà et suor, non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per
pubblico instrumento fatto per mano di pubblico nodaro, et se
altram.te fosse fatto sia di nissun valor.».


NOTE:

[250] Al tempo di Giovanni Villani, come appare dalla sua cronaca lib.
2, c. 9, dovea già questa parola avere un altro senso: «E feciono la
Legge, che ancora si chiama Longobarda; e tengono ancora e' Pugliesi,
e gli altri Italiani in quelle parte, dove danno Monualdo, overo il
volgare Monovaldo alle donne, quando si obbligano in alcun contratto;
e fu buona e giusta legge.»

[251] Renier Michiel, _Origine delle feste veneziane_.

[252] Libro IX:

    Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
    Crisotemi, Laodice, Ifianassa.
    Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda
    Senza dotarla, ed a Peléo la meni.
    Doterolla io medesimo e di tal dote
    Qual non s'ebbe giammai altra donzella.

[253] III, 2:

    _Nolo ego mihi te tam prospicere, qui meam egestatem leves;_
    _Sed ut inops infamis ne sim; ne mi hanc famam differant,_
    _Me germanam meam sororem in concubinatum tibi_
    _Sic sine dote dedisse magis quam in matrimonium._

[254] Presso Nonio, XII: «_Nubentes veteri lege Romana asses tres ad
maritum venientes solere pervehere, atque unum quem in manu teneret et
tamquam emendi causa marito dare, alium quem in pede haberent in foco
Larum familiarum ponere, tertium quem in sacciperione condidissent
compito vicinali solere resonare._»

[255] Tacito: _Dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert._ E per
il medio evo Germanico, il Mittermaier (_Grundsätze des gemeinen
deutschen Privatrechts_) scrive: «_Der Ausdruck: Dos kommt zwar in den
alten Deutscher Rechtsquellen vor; allein er bezeichnete damals nur
ein vom Ehemanne der Frau bei Eingehung der Ehe angewiesene
Vermögesstück, und noch zuweilen kommt in Mittelalter in diesem sinne
Dos vor._»

[256] Cfr. CHÉRUEL, _Dictionnaire historique des institutions, moeurs
et coutumes de la France_.

[257] Se la fanciulla è forte, ben fatta e bella, il prezzo è di 100
_toman_ o 160 _toman_ (4640 o 6960 franchi circa). Per una donna
ordinaria il futuro sposo paga una dote di 60 od 80 _toman_. Se la
ragazza poi ha qualche difetto fisico, assai meno. — Per chi ami tal
genere di confronti, rilevo da Ricordano Malaspini (o chi per lui),
quali erano le doti che nel principio del secolo decimoterzo si davano
in Firenze alle fanciulle da marito: «Libbre cento era comune dote, e
libbre dugento o trecento era tenuta a quel tempo grandissima dote,
avvegnachè il fiorino d'oro valea soldi venti.» E dal _Chronicon
Placentinum_ del Musso, presso il Muratori, _Rerum Italicarum
scriptores_, t. XVI, quali erano nel secolo decimoquarto le doti a
Piacenza; «_Magnæ dotes nunc oportet dari. Et communiter nunc dantur
in dotem Floreni CCCC et Floreni D et Floreni DC auri et plus._» Le
principesse portano talora in dote regni ed imperi; quindi leggiamo,
per esempio, nella vita di Marco Antonino scritta da Giulio
Capitolino, presso gli _Scriptores Historiæ Augustæ_: «_Multi autem
ferunt Commodum omnino ex adulterio natum; siquidem in Faustinam satis
constat apud Caietam conditiones sibi et nauticas et gladiatorias
elegisse; de qua cum diceretur Antonino Marco, ut repudiaret, si non
occideret, dixisse fertur: «Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem.»
Dos autem quid erat, nisi imperium quod ille ab socero, volente
Hadriano adoptatus, acceperat?_»

[258] Trieste, 1861, II, 24.

[259] Trieste, 1861, II, 77.



XVII.

Il corredo.


Vi son luoghi parecchi, ove la dote non si richiede dal marito nè dal
padre, e si domanda invece dal primo e si concede o si desidera
spontaneamente dal secondo che la sposa si rechi al nuovo suo
soggiorno abbondantemente fornita di tutto ciò che deve bastare a
vestir sè e ornare la casa maritale. Questo che ora è un supplemento,
ora un complemento alla dote chiamasi _fardello_ in Piemonte, _sa
robba_ (ossia _la roba_) in Sardegna, l'_addobbo_ nell'Abruzzo
Teramano, il _corredo_ o _i corredi_ in Toscana, i quali ci sono così
definiti dagli _Statuti di Lucca_[260]: «_Sono i corredi, secondo il
comune uso di parlare, quelle vestimenta, locali et beni mobili, i
quali porta seco la donna a marito in tempo di nozze._»

Mi piace osservare, come già nell'inno vedico, intitolato
_sùryàsùkta_[261], abbiamo una specie di corredo nuziale nel cofano
(_koça_), nel coltrone (_upabarhan·am_) e nel belletto (_abhyan' g'
anam_) che la sposa porta con sè, mentre viene condotta alla casa
dello sposo.

Il cofano, il letto, e l'occorrente per la teletta sono pure
indispensabili a quasi tutti i nostri corredi. Il coltrone, e talora
più d'uno, vuol essere sempre di lana, il cofano o baule può essere
supplito da un cassettone o da una guardaroba. Questo cofano poi suol
mettersi a' piedi del letto nuziale, come per suo compimento. I letti
talora son due, come raccolgo da un atto del 1184; ad un Fulcone che
prende in moglie la sorella di certi Balzamo e Nicola, questi
promettono fra l'altre cose «_duos lectos francinscos, duas culcetras
de lana, duos plumagios de lana plenos_»[262].

Il letto è veramente la parte essenziale del corredo nuziale, e che
ciò fosse pure tra i Romani parmi potersi chiaramente rilevare da un
passo di Cicerone, nella sua orazione _pro Cluentio_[263].

Ma non sempre il letto si somministra completo dalla sposa, e nella
Lomellina, per esempio, il fusto ed il pagliariccio vogliono esser
procurati dallo sposo.

La fanciulla cura, appena promessa, e talvolta anche prima, di
arredare nella casa paterna tutta una stanza de' mobili ed oggetti
ch'ella porterà nella casa dello sposo; e il trasporto di tanta roba
è, per certi paesi nostri, una cerimonia solenne. Io posso qui
ricordare, fra gli altri, l'uso di Cossato nel Biellese, quello di
Sardegna e quello dell'Abruzzo Teramano. Intorno al primo, ecco quanto
mi scriveva il compianto monsignor Gio. Pietro Losana, vescovo di
Biella: «I parenti della sposa devono provvederla d'un letto compito.
Il paese è agricolo; i contadini più agiati usano farne una solennità;
lo caricano su d'un carro, ma tutto allestito e bell'e fatto col suo
cuscino e perfino con la coperta già rivoltata. Il letto è tutto
guarnito di fiori, di nastri ed altre cianfrusaglie. I buoi od i
cavalli inghirlandati a festa. Il carro, così fatto elegante, segue la
comitiva che accompagna la sposa alla nuova sua dimora.»

In Sardegna[264]: «Lo sposo accompagnato da' suoi parenti ed amici,
tutti a cavallo, si parte dalla casa paterna; una quantità di carri
proporzionata a quella degli oggetti che si devono trasportare segue
la comitiva. Quando si è giunti alla dimora della sposa, i parenti di
questa rimettono il corredo allo sposo; egli osserva ogni cosa
minutamente e fa quindi caricare sopra i suoi carri ogni oggetto;
quindi si ritorna alla casa dello sposo. Due suonatori di _launedda_,
scelti fra i più capaci, aprono il corteggio, eseguendo arie
campestri. Seguono giovanotti, donzelle e donne; tutti vestono i loro
abiti più belli e portano sopra la testa o le spalle gli oggetti
fragili che non si credette di poter mettere senza rischio sopra i
carri. Un giovine, per esempio, porta sopra una spalla un grande
specchio con larga cornice dorata, un altro sopra l'una e l'altra
spalla un quadro di santo (il santo protettore della fanciulla e il
santo protettore del giovane) dipinto con colori vivissimi e spiccati;
un terzo è caricato d'un gran cestone pieno di tazze di maiolica o di
porcellana, vasi di vetro celeste per fiori e simiglianti oggetti; un
quarto finalmente trasporta sopra il suo berretto piatto una cesta
ripiena di bicchieri, di caraffe ecc. Immediatamente dopo camminano di
fronte quattro o sei ragazze o donne[265], ciascuna delle quali porta
sopra la sua testa parecchi guanciali tutti più o manco ornati di
nastri color rosa e di fiori e di foglie di mirto. La mezzina di rame
o di terra, di cui la moglie deve servirsi per attingere acqua alla
fonte, posa, in tal giorno, sopra un guancialetto scarlatto collocato
sulla testa della più bella fra le fanciulle del luogo; questo vaso ha
quasi sempre una forma antica elegantissima; esso è decorato di nastri
e ripieno di fiori naturali. Parecchi fanciulli portano quindi varii
piccoli utensili di casa; e, in somma, si mette in mostra tutto ciò
che dovrà arredare la casa. A questa avanguardia che, naturalmente,
leva non poco strepito, succede, in silenzio, una numerosa cavalcata,
in mezzo alla quale lo sposo si fa distinguere per lo splendore degli
abiti nuovissimi, e per la ricca bardatura del cavallo (imprestata,
per lo più, in tali occasioni, dai signori del luogo).

I carri sono tirati da bovi, i quali su la punta delle loro corna
fasciate, portano un arancio[266]. Tutti questi carri procedono in
fila; i due primi portano parecchi materassi affatto nuovi, messi
diligentemente gli uni sovra gli altri, e formanti sovra ogni carro
una pila quadrata; i due carri seguenti sono caricati dei legni da
letto e di tutti i loro accessorii; in una mezza dozzina d'altri si
veggono le sedie disposte a piramide e ornate di lauro e di mirto;
quindi le tavole e le panche, e poi due immensi cassoni, l'uno de'
quali contiene la biancheria di casa, l'altro gli abiti della sposa;
due carri sono occupati dagli arnesi di cucina[267] e parecchi
utensili, fra i quali si nota un'ampia provvisione di fusi e di
conocchie, e fra queste una apparecchiata e fornita per la
filatura[268].

Tre o quattro carri pieni di grano compongono la prima provvigione
della nuova famiglia; dopo il grano, segue naturalmente la macina e
quanto occorre in Sardegna per fabbricare il pane. Finalmente il
paziente _molentu_[269] attaccato con una lunga fune alla macina che
lo precede e ch'egli deve far muovere la prima volta, chiude
piacevolmente il corteggio. Con la coda o le orecchie ornate di mirto
e di nastri, questo pacifico animale attrae sopra di sè gli ultimi
sguardi della moltitudine già stanca dello spettacolo che ha
contemplato; l'ilarità che esso eccita forma allora un piacevole
diversivo alla serietà della pompa precedente. Il corteggio è, per lo
più, seguito da tre o quattro _tracche_ (specie di carri), che
trasportano parecchie ragazze, amiche o parenti della sposa,
incaricate di ammobigliarne la casa e metterne in ordine il corredo;
il loro costume, in tale solennità, è sommamente splendido. Tutta la
comitiva essendo giunta in casa dello sposo, si procede allo
scaricamento de' carri, che s'opera con lo stesso ordine seguitosi
nella marcia. Lo sposo dà l'esempio caricandosi primo, sopra le
spalle, uno de' materassi del letto nuziale; allora gli altri giovani
gli sbarrano la via alla camera e succede fra loro una lotta. Bene
spesso questi ultimi, avendo ciascuno un materasso, lo gettano sopra
lo sposo e ne lo opprimono, per far allusione senza dubbio al fardello
ch'egli sta per imporsi.»

Un simigliante impedimento allo sposo si osserva nell'uso del contado
Teramano. Anzi, tutti i parenti della sposa si siedono sopra i bauli,
facendo sacramento che non lasceranno portar via la roba; ricevuti
alcuni regali dallo sposo, accondiscendono. Si caricano parecchi
giumenti ornati, e la comitiva si mette in via; ma giunti alla dimora
della sposa, ricominciano i contrasti; e conviene allo sposo dar prima
da bere e da mangiare, s'egli vuol mettere in casa il così detto
_addobbo_.

Del resto, il corredo della sposa è più o meno ricco, secondo l'amor
proprio ed i mezzi di lei, dello sposo e dei parenti. Vi fu tempo e vi
sono ancora luoghi in Italia ove la vanità del corredo e la paura che
i mariti si facciano usurpatori vanno così lontano che la dote si
dimezza nelle vesti e nelle gioie; il quale eccesso si studiarono di
correggere i nostri Statuti, ma, come ordinariamente avviene, in modo
eccessivo, e stranamente inquisitorio, di maniera che anche il modesto
corredo della povera Tancia poteva correre il rischio di riuscire
_contra legem_[270].

Ella ce lo descrive ne' versi che seguono[271]:

    E 'l mio corredo, che lo lasceróe?
    La mia gammurra co' nastrin di stame
    E la becca[272] ch'i' ho di taffettà,
    Il vezzo di coralli e 'l mio carcame[273]
    S'io nol porto, a chi domin rimarrà?
    E quel bell'orciolin nuovo di rame,
    Le mie stoviglie bianche chi l'arà?
    E' miei sei sciugatoi col puntiscritto,
    E duo' lenzuol cuciti a sopraggitto?


NOTE:

[260] Lucca, 1539, lib. II, c. 25.

[261] _R'igveda_, X, 85.

[262] Cfr. il _Codice diplomatico_ del regno di Carlo I e II d'Angiò
edito dal Del Giudice. Napoli, 1863, vol. I, pag. 45 dell'appendice.

[263] «_Lectum genialem_ (che è il letto matrimoniale) _quem biennio
ante filiæ suæ nubenti straverat, in eadem domo sibi ornari et sterni
expulsa atque exturbata filia jubet, nubet genero socrus._»

[264] Traduco dal Lamarmora, _Voyages en Sardaigne_.

[265] Anche nella valle d'Andorno (Biellese), sono parecchie fanciulle
che portano in varii cestoni il corredo della sposa alla sua nuova
dimora. A Monte Crestese, nell'Ossola, una ragazza porta la conocchia;
un'altra, il corredo entro una gerla. A Civita di Penne una sola
donna, al finire della funzione di chiesa, si avanza col carico di
cuscini, lenzuola e coperte nuziali, e accompagna gli sposi alla loro
dimora.

[266] Questo arancio de' Sardi può forse rappresentare i pomi d'oro,
consueto dono per le nozze eroiche, presso l'antica poesia serba e
scandinava.

[267] Anche nella valle d'Andorno, fanno parte del corredo due
scodelle e due cucchiai; e la nuova coppia se ne deve servire, finchè
duri la luna di miele.

[268] L'uso, come di sopra vedemmo, è intieramente romano.

[269] L'asino.

[270] Così gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV: «_Quod nulla
domina possit portare vel portari facere, mittere vel mitti facere
forzerinos ad domum sui mariti valoris ultra sexdecim florenorum._»
Gli _Statuti di Perugia_ (Perugia, 1526) permettono al corredo delle
spose due sole vesti di gala (_honorabiles_). Negli _Statuti di Narni_
(Narni, 1716, lib. III, cap. 67) si concedono soltanto «_panni lanæ
pro Muliere, duo lecta pannorum, unum soppedanium de ligno._» Più
liberali di minuzie gli _Statuti di Gallese_ (Gallese, 1576, lib. II),
ove si comprende pure il regalo per lo suocero e per la suocera.
«_Vestis ricca et zona argentea pro honore sit in arbitrio
contrahentium matrimonium. Una reticella serici fini ponderis quinque
unciarum, alia vera reticella similis serici ponderis trium unciarum.
Lectum unum lanæ seu plumæ, cum capitale ponderis, scilicet lanæ
librarum triginta quinque, si plumæ librarum quinquaginta, unum par
linteorum sponsalium trium telorum quolibet linteo, justæ et decentis
misure; una coperta lanea nova, una capsa lignea seu duo Forzerii
lignaminis, una tobalia magna, duo tuballeoli albi, duo torzaroli
bombacis, quatros bendoni etiam bambacis, septem toballeoli albi
ampli, quinque alii toballeoli extremi, et si sponsa invenerit in domo
viri socrum afferat secum unam petiam panni tele septem brachiorum
canape, seu lini, si etiam invenerit socerum quod autem sit socer
solus debeat secum afferre dictam petiam tele quatuordecim brachiorum:
Quatuor subiculus seu camisas foemineas sponsalitias, unum
sciuccatorium p. capite et unum toballeolum p. lecto._»

[271] Atto 4.º, scena 5ª.

[272] Cintura.

[273] Un ornamento del capo.



XVIII.

Mentre la sposa si prepara.


L'essere detti, per tre volte, in chiesa, le visite fra parenti, lo
scambio de' doni, i primi banchetti, le provvisioni per le nozze, gli
inviti per il giorno delle nozze, tutto ciò occupa assai le nostre
famiglie che stanno per fare la sposa. Lo stesso, meno le
pubblicazioni in chiesa, avveniva in Roma, in Grecia, nell'India e
presso gli altri popoli indo-europei. In Roma, inoltre, il dì delle
nozze raccoglievansi di primo mattino in casa della sposa quanti più
potevano parenti ed amici invitati. La casa dello sposo e quella della
sposa si ornavano di fiori, ghirlande e tende di lana. I parenti
lontani, gli amici, i conoscenti non invitati, se conoscevano le leggi
della buona creanza, doveano raccogliersi nella strada, per rendere
onore agli sposi; al che si riferisce il passo seguente di
Giovenale[274]: «Domani, di primo mattino, ho da fare un complimento
nella valle di Quirino. Perchè il complimento? Che mi domandi tu?
L'amico si sposa e non vuol aver troppa gente attorno».

Nell'India antica, in uno de' tre giorni, ne' quali si dice: _oggi o
domani o dopo domani condurranno via la sposa_, il guru o maestro
spirituale dello sposo, arrivato qual messaggiero, come veniva il
mattino, benedicea con acqua e purificava la fanciulla; dopo di che,
alcune donne, regalate di cibi e bevande, intrecciavano una danza.

Arrivava allora lo sposo, e seguiva un lungo ricambio di doni e
gentilezze, accompagnato da benedizioni e sacrifici tra le due
famiglie che stavano per conchiudere il parentado.

Nell'India odierna, la notte che precede le nozze, gli sposi mangiano
con i parenti del riso, e vanno quindi con lampade, riso, acqua fresca
e _betel_ in mano a visitare i vicini e far loro presenti.

Presso i Brettoni, gli inviti alle nozze si fanno, cantando, dal
_bazvalan_, il quale, accompagnato da uno de' parenti più stretti
dello sposo, si reca nelle varie case, possibilmente nel punto in cui
le famiglie sogliono mettersi a tavola; egli picchia tre volte alla
porta, si dichiara _bazvalan_ o messaggiero nuziale, e viene
festeggiato e fatto assidere alla mensa[275].

Nella Germania meridionale[276], il fidanzato e il suo compagno vanno
pel villaggio, di casa in casa; e il fidanzato dice: «Voi siete
pregati per le nozze martedì all'albergo.... Venite senza fallo;
occorrendo, vi renderemo la pariglia. Non dimenticate di venire.» In
ogni casa, la massaia apre la dispensa, ne leva un pane e un coltello
e presenta il tutto, dicendo allo sposo: _tagliate del pane_. Il
fidanzato taglia una fetta e la porta con sè. E qui abbiamo un'altra
prova dello sposo; poichè si argomenta ch'egli riuscirà un cattivo
capo di casa, ove non affetti bene il pane.

In Russia, prima che tramonti il sole del giorno che precede le nozze,
la giovine fidanzata si lamenta così:

    Mi sederò io, la mesta mestizia,
    Su la bianca panca,
    Presso la lucida finestra;
    Tu, mio sostentatore padre,
    Tu, mia propria madre,
    Vi siete infastiditi, mio sostentatore padre,
    E tu, mia propria madre,
    Della mia testa balzana,
    Della mia treccia castagna.
    La mia bellezza, la mia vergine bellezza passerà,
    Passerà, cambierà,
    Si mescolerà col nero fango,
    Col nero fango lutulento, vischioso.
    Tu, mia aurora,
    Mia aurora vespertina,
    Perchè così presto, o aurora, tu arrivi?

E più l'aria si abbuia e più si fa tenero e più si dispera il canto
della giovine fidanzata russa, al quale non saprei in vero
contrapporre altri più delicati e più commoventi, non pur tra i dotti,
ma nemmeno tra i popolari:

    Il roseo sole gira.
    E tu, o stella errante,
    Dietro le nuvole sei passata
    Lunge dalla chiara luna;
    Così la nostra vergine
    D'una in altra stanza è passata,
    D'uno in altro tetto,
    E, nel passare, s'impensierì,
    E tra le lagrime, disse:
    Signor mio, babbo mio,
    Non sarebbe egli possibile fare altrimenti,
    E me vergine non maritare?

Tanta mestizia, tanto sgomento che occupa tutti i canti popolari
russi, relativi alle nozze, non toglie tuttavia che la festa delle
fanciulle o _dievisgnik_, la sera del giorno che precede il nuziale,
non riesca animata e gioconda; egli è che, più del canto, riesce a
rallegrarla la copia de' cibi e delle bevande.


NOTE:

[274] II:

        _Officium cras_
    _Primo sole mihi peragendum in valle Quirini,_
    _Quae causa officii? quid quaeris? nubit amicus,_
    _Nec multos adhibet._

[275] Cfr. VILLEMARQUÉ. _Chants populaires de la Bretagne_.

[276] Cfr. il racconto di Auerbach: _La pipa_.



XIX.

Il bagno; la sposa si veste.


In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza,
ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da
alcuna solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a
Roma, come lo conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco,
egli commenta, i mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si
portano innanzi le faci e l'acqua attinta da una limpida fonte per
mezzo di un fanciullo assortito[277] o d'una fanciulla che prende
parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i piedi agli sposi».
Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne maritate non
possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole fanciulle
possono farlo.

Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una
fonte particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.

In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o
di fiume, essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per
tale uso lo Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si
bagna, volge questa preghiera: «_togliti, o Scamandro, la mia
verginità_[278]; in Magnesia, godeva della stessa fama il Meandro; in
Atene, la fontana Kallirhoe, intorno alla quale così informa
Tucidide[279]: «d'appresso è la fontana di cui si servivano per gli
usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata dai
tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima,
quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti
tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua,
prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in
Grecia ancora, era un fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e
una fanciulla l'acqua per la sposa[280].

Nell'India, il paese dalle abluzioni per eccellenza, sono innumerevoli
le fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno
nuziale. Ma sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta.
Nell'_Atharvaveda_[281] si conservano parecchie formole per una tale
benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo
sposo con acqua, latte e sterco di vacca[282]; segue la congiunzione
delle mani e la libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.

Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti
sudicie al procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi
questo versetto: «Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle
nozze e nel trasporto della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il
procolo levava i panni sudici con un bastone di _udumbara_, e andava
ad appenderli nella selva ad un albero, a fine di purificarli; intanto
la sposa si ornava e vestiva di nuovo, mentre le si recitavano
versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo e felice.
Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con augurii
perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano
dell'asta[283], con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace
richiamare il russo, per cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo
di pettine alla sposa già pettinata e depone una moneta sul vassoio
che le sta innanzi.

Tra i canti albanesi di Sicilia[284] è questo che accompagna la sposa,
quando essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta
della neve e del ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico
della migrazione degli Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i
monti dell'Epiro:

    Fiocca neve e fa pioggia
    E la bella andò a lavare.
    Ruppe il ghiaccio col piede
    E la neve con la mano.
    Spirò un venticello dritto dritto
    Che le tolse il velo delicato,
    E glie lo raccolse il di lei vecchio padre,
    E col velo ritornarono a casa.

In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per
traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del
bagno si scherza, si ride e si canta; le compagne lavano la giovine
sposa, la quale, uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:

    Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio,
    Lo stesso Cristo del cielo,
    La Santa Madre di Dio,
    Nella mia bellezza di vergine,
    Con le mie care giovani compagne,
    O larga strada, luce mia,
    O larga strada aperta ai sollazzi,
    Ho finito di camminare sopra di te,
    Ho finito di sollazzarmi
    Con le mie care giovani compagne,
    Nella mia bellezza di vergine.
    Vicini miei, cari vicini a me più prossimi,
    Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze;
    Attribuite, miei cari vicini,
    Le insolenze alla semplicità della vergine,
    I piccoli dispetti alla bellezza della vergine;
    Amara lamentatrice, mi accosto
    Alla mia pulita camera,
    Al mio vasto cortile,
    Alla nuova porta,
    Agli intagliati pilastri.

E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna
le dice tutta carezzante:

    Tu, mia cara sorella, tortorella,
    N. N.
    Intrecciami la mia treccia castagna,
    Che sia fortissima, che sia finissima.
    Intrecciami un nastro rosso,
    Legami, tortorella mia,
    Tre nodi,
    Tali che mai non si disfacciano.

Presso gli Albanesi di Calabria incontriamo pure canti, che ricreano
la fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la
_keza_, specie di cuffia o berretta, mentre le si indossa la _tzoga_ o
gonnella nuziale, e le si attacca alla _keza_, un velo con uno
spillone sormontato da colomba[285]. Ma invece di essere la sposa
quella che canta, cantano le compagne ora unite, ora divise in due
cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto così:

    O tu sposa, avventurata sposa!
    È venuta l'ora che vai sposa.
    Va sposa questa signora
    Al fianco di un signore:
    Voi dunque, signore e vicine,
    Pettinatele bene la treccia,
    Intrecciategliela mollemente, e fatene palla;
    Non le spezzate alcun filo,
    Sì che le sia grave quest'ora.

Allora il primo dei cori incomincia:

    Sul trono del padronato
    Ora leggiadramente acconcia il crine
    Colla keza fulgente,
    Coll'animo altero del tuo signore,
    O decoro delle donzelle,
    Levati, chè tardasti assai.

Il secondo coro risponde:

    Non fu tardo alcuno,
    Chè solo tardò la signora madre
    A comprarle la tzoga,
    Acciò non le s'involasse ratta;
    Ora che volete affrettarla
    In quest'ultima ora?
    Appena folgora il sole.

Tutte le donne insieme intuonano finalmente il canto:

    O sorella e signora sposa,
    Ecco il difuori per te si chiude,
    Il difuori e tutto il mondo estraneo.
    Come la colomba dei cieli
    Coll'amore del compagno tuo
    Tu felice sotto la pioggia,
    E al fragore delle quercie,
    Abbi decoro, sorella mia,
    Come il sole quando sorge,
    Come il sole nelle saliere,
    Come la torta in sulle tovaglie.

Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima
consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti
nuziali[286], forse per la stessa cagione che in Russia si siedono
innanzi di imprendere gravi negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio
più grave, di fatto, e nessun viaggio più lungo di quello che imprende
la giovine sposa. Ella viaggia da un mondo ad un altro, da una vita
all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo sonno di vergine
dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete speranze!


NOTE:

[277] Mi parrebbe che in questo caso, sia il senso che meglio convenga
al disputato epiteto di _puer felicissimus_; ecco, del rimanente, il
testo medesimo di Servio: «_Aqua et igni mariti uxores accipiebant.
Unde et hodie faces prælucent et aqua petita de puro fonte per puerum
felicissimum vel puellam quæ interest nuptiis, de qua solebant
nubentibus pedes lavari._»

[278] . . . . . λάβε μου, Σκάμανδρε, τὴν παρθενίαν

[279] II, 15.

[280] Cfr. BECKER. _Charicles_, III.

[281] Libro XIV. Cfr. gli _Indische studien_ di Weber.

[282] Considerato come purificatore. L'acqua che le fanciulle
annoveresi gettano dietro la loro compagna che si marita, mi sembra
pure avere un simbolo di purificazione. Cfr. _Kuhn und Schwarz,
Norddeutsche Sagen, Märchen und Gebräuche_. Leipzig, 1848.

[283] Cfr. PLUTARCO, nella _Vita di Romolo_.

[284] Presso la _Raccolta de' canti popolari Siciliani_, ordinata da
Lionardo Vigo.

[285] Cfr. CAMARDA. _Appendice al Saggio di Grammatologia comparata
della lingua albanese_.

[286] Presso Festo: «_Regillis, tunicis albis et reticulis luteis
utrisque rectis, textis susum versum a stantibus pridie nuptiarum diem
virgines indutæ cubitum ibant ominis causa, ut etiam in togis
virilibus dandis observari solet._»



LIBRO SECONDO

LE NOZZE



I.

Come sono vestiti gli sposi.


Il lucido giorno arriva; gli sposi sono pronti a mettersi in via;
prima che essi muovano e ci occupino altrimenti, osserviamone le
foggie del vestire. Esse vogliono apparire solenni; ove la povertà
tolga di spendere in pompose vesti, è lecito, per tal giorno,
pigliarne ad imprestito, come sappiamo che avveniva alle antiche spose
veneziane; «esse non arrossivano, scrive la signora Renier
Michel[287], di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e sino
la corona d'oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di
nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle
che venivano dotate dal pubblico; ma, finita la festa, dovevano esse
restituire tutti gli ornamenti, non ritenendo per sè che la dote.»

Incominciamo dal capo della sposa; come si pettinasse solennemente
presso i Romani e nell'India e si pettini fra gli Albanesi ed in
Russia, abbiamo sopra veduto. Accennammo pure di sopra alla keza o
cuffia o berretta delle Albanesi. La cuffia è simbolo delle donne
maritate; nella Piccola Russia, quando una ragazza si è lasciata
sedurre, le compagne le mettono per forza sul capo il fazzoletto a mo'
di cuffia, come le donne maritate lo portano. In Germania[288], le
donne maritate mettono alla sposa una cuffia, con nastro di seta rosa,
mentre le non maritate cercano impedirlo. In Piemonte[289] la nuova
sposa porta una cuffia a piume, in Corsica una cuffia bianca
arricciata[290], a Castelnuovo Magra in Lunigiana una rete di seta
rossa[291] con nappe rosse pendenti, e sopra la rete, da una parte, un
piccolissimo e grazioso cappellino di paglia, dall'altra ricche
ciocche di fiori, particolarmente garofani. Talora, oltre la cuffia,
occorre ancora un fazzoletto o un velo, come presso le spose albanesi
e le côrse[292]; talora il velo solo, talora il velo e la corona. Ma
al velo ed alla corona nuziale dovremo concedere più oltre un paio di
capitoletti distinti. Onde, per finire quello ch'io so intorno alla
testa della sposa, aggiungerò qui ancora come, in alcune parti del
Trentino, le fanciulle portino sul capo una fogliolina verde, simbolo
evidente di verginità, la quale perdono il dì delle nozze, in cui
s'intrecciano ai capelli della sposa fiori finti.

Intorno al collo portano in Germania un filo rosso, che può ricordar
forse il nastro rosso e nero di lana delle spose indiane[293]. Rosso
è, per lo più, il fazzoletto che le spose piemontesi portano intorno
al collo, e la collana de' così detti dorini (che sono ghiandette
d'oro, vuoto o pieno, a più o meno giri, secondo la dote della sposa)
onde esse medesime fanno la loro massima pompa, e le granate con
fermaglio d'oro che ricingono il collo delle spose di Castelnuovo
Magra in Lunigiana, contengono forse il medesimo simbolo, presagio più
facile ad indovinarsi dal lettore che a dichiararsi da me.

La veste della sposa, secondo l'uso antico, è per lo più bianca; e
l'uso si mantiene quasi universalmente presso i popoli indo-europei.
Accenno come una singolarità la consuetudine di Ortonuovo in
Lunigiana, ove la sposa porta una gonnella di panno nero con busto
guernito di rosso allacciato sul davanti con una stringa rossa. Vuolsi
poi notare come in Italia, dopo l'invenzione della seta, la vanità
delle spose del contado faccia loro spesso preferire all'antica veste
nuziale bianca (l'_alba tunica romana_), una veste di seta o nera od a
vivi colori.

Intorno alla vita vedemmo già usarsi dalle spose un nastro, o cintura,
per lo più di color rosso; un tal nastro portano pure gli sposi nel
Trentino, legato al braccio.

Sul grembo, spesso in Italia, il grembiale; le calze, ora bianche, ora
rosse; le scarpe ora rosse addirittura, ora legate con nastri di seta
scarlatta.

Nell'India, vestendosi la sposa, si diceva: «le dee, che questo
(abito) hanno filato, tessuto e disteso e piegatine intorno i lembi,
ti vestano fino alla vecchiaia. Vivendo a lungo, vestiti di questo.
Con quell'attrattiva che è ne' dadi e nelle bevande spiritose, con
quell'attrattiva che si trova ne' figli, con quell'attrattiva che ha
una coscia ignuda, con quella, o Açvin, ornatela. Così noi orniamo
allo sposo suo questa sposa; la rallegrino di figli Indra, Agni,
Varuna, Bhaga, Soma.»

L'attenzione si fermò assai meno sopra gli abiti dello sposo; pure si
può notare che trionfa anche in essi il color rosso, per lo stesso
simbolo che di sopra ho accennato. Attorno al cappello, al braccio,
alla vita, alle calze, alle scarpe splendono nastri rossi; ama i fiori
anche lo sposo, ed ove usano le ghirlande o le corone, s'inghirlanda o
s'incorona; ed ove usa il velo ei si lascia velare.


NOTE:

[287] _Origine delle feste veneziane._

[288] Cfr. SIMROCK, _Handbuch der Deutschen Mythologie_.

[289] A Riva di Chieri.

[290] Cfr. la cronachetta, presso i _Canti Côrsi_ del TOMMASEO.

[291] Si rammentino le reticelle color d'arancio delle spose romane,
citate da Festo.

[292] Queste ultime portano sopra la cuffia un fazzoletto di Cambrì o
d'altra tela fina pendente sugli omeri.

[293] Nell'India meridionale usano il tali, una specie di figuretta di
divinità fecondatrice, per un nastro, color zafferano, a 108 fili
finissimi, sospesa al collo delle donne maritate. Cfr. LAZZARO PAPI,
_Lettere sulle Indie Orientali_.



II.

Lo sposo arriva.


Solo, difficilmente ei s'arrischia; lo accompagna, per lo più, il
procolo o il camerata e talora una intiera brigata di giovani, fra
suoni, grida, spari di pistoloni o schioppi. I ragazzi, al solito, gli
fanno contrasto; ma di questi impedimenti nuziali vedremo, di
proposito, in un prossimo capitolo. In Sardegna, lo sposo viene
accompagnato dai paraninfi e dal prete del villaggio, specie di
mezzano. Appena la sposa vede arrivare lo sposo si getta ai piedi
della madre, e, piangendo e singhiozzando, ne invoca la benedizione.
Ne' dintorni di Fenestrelle, in Piemonte, lo sposo muove con tutto il
parentado, e, secondo la espressione popolare piemontese, trova
sempre, alla dimora della sposa, l'_uscio di legno_[294], che vuol
dire la porta chiusa. Quei di fuori fanno alcuni bizzarri complimenti,
spesso in rima, ai quali rispondono, dopo avere aperto, ed essere
state ritrovate, dove stavano con essa nascoste, le amiche della
sposa. Questi dialoghi fra gli amici dello sposo e le amiche della
sposa sono popolari all'uso indo-europeo; e noi conserviamo ancora il
canto relativo de' Brettoni, e quello degli Albanesi. Ma, presso i
Brettoni, canta per la fanciulla e per le sue compagne, il loro
avvocato che si chiama _breutaer_; il _bazvalan_ o procolo, arrivato
coi compagni dello sposo, a cavallo, nel cortile della sposa, la
invita col canto ad uscire; il _breutaer_ risponde; finito il dialogo
fra loro, lo sposo coi compagni resta fuori; il _bazvalan_ viene
introdotto e siede un istante a tavola; dopo di che, il _bazvalan_
discende a pigliare lo sposo[295].

Presso gli Albanesi di Calabria, mentre le compagne finiscono di
vestire la sposa e la porta sta sempre chiusa, arriva lo sposo co'
suoi e dicono[296]:

    Rondinella dal bianco collo,
    Apri tosto, e mi ti mostra,
    Chè ti è venuto l'amante alla porta.

Le donne rispondono maliziosamente dal di dentro:

    Zitti, via, che è impedita,
    Abbiamo la biancheria nel bucato,
    Abbiamo il pane al forno;
    Quanto ne lo leviamo, e poi vengo.

Gli uomini:

    Colà su, colà per il monte,
    Colà era una pianura grande,
    Dove pascolavano le pernici;
    Mi si lanciò uno sparviero[297],
    La più bella ne scelse,
    E me la rapì per il cielo.

Le donne si volgono allora a consigliare la sposa compagna, perchè
pigli il suo partito:

    O sposa, tu sorella mia,
      Servi tu il signor tuo,
      Lascia gli ufficii che hai,
      E prendi quelli che troverai.

Gli uomini fanno coraggio allo sposo, affinchè compia ardito il suo
disegno:

    O tu, signore sposo,
      Non andare timido,
      Chè non vai a combattere,
      Ma vai a prendere
      Quel capo (gentile come) una mela
      Quella vita (sottile come) una verga.

Le donne aprono la porta; gli uomini irrompono; lo sposo fa atto di
rapire la sposa; le donne si lamentano così:

    O sparviero, primo sparviero,
      Lasciami andare la pernice;
      Ecco tristamente, poichè l'hai afferrata
      Di lagrime inonda il seno.

Lo sposo è occupato della sposa; i compagni rispondono per lui:

    Non la lascio, e non la rimuovo,
    Chè io per me la voglio.

Vedendo una parte delle donne disperato il partito, salutano la sposa
e la benedicono in nome de' suoi parenti:

    Prendi tu dunque, sorella mia,
    Prendi il saluto dalle compagne,
    Dalle compagne, o dalle vicine.
    Prendi la benedizione di tua madre,
    Di tua madre, e del padre tuo.

L'altra parte si volta dolorosamente verso la madre in nome della
sposa che, tutta occupata del suo dolore, non può più parlare:

    Che ti ho io fatto, o madre mia,
    E mi rimuovi dal tuo seno,
    Dal tuo seno, e dal tuo focolare?

Ma la madre, che nell'uso popolare indo-europeo non accompagna mai la
figlia nè alla chiesa nè al banchetto, perchè deve stare in casa a
piangere, soffocata dalle lacrime, non può nulla rispondere; e neppure
il vecchio padre. In nome loro pertanto una parte delle donne benedice
la sposa:

    Abbiti la benedizione tu, o figlia,
    Vanne come il sole quando esce.
    I nostri nomi nei tuoi figli
    Si ripetano, e sieno onorati,
    Quando noi saremo trapassati.

Questi rimproveri che la sposa addolorata volge alla madre sono pure
assai poeticamente resi in un canto popolare russo. Lo sposo arriva
co' suoi compagni a cavallo, secondo la consuetudine più universale
all'uso indo-europeo; la sposa inquieta interroga la madre, che, per
mezzo di vaghe risposte, si studia, come può, di allontanare dalla
figlia il dolore che le sovrasta; ma, quando la compagnia entra in
casa e si stacca dal muro la sacra immagine, innanzi alla quale si
devono gli sposi prosternare per essere benedetti, anche la madre si
unisce a benedire:

    — Madre, perchè nel campo c'è la polvere?
        Signora, perchè nel campo c'è la polvere?

    — Sono i cavalli che scherzano;
        Luce mia cara, sono i cavalli che scherzano.

    — Madre, nel cortile le visite arrivano,
        Signora, nel cortile le visite arrivano!

    — Fanciulla, non temere, non ti renderò,
        Luce mia cara, non ti renderò.

    — Madre, sul verone le visite arrivano,
        Signora, sul verone le visite arrivano!

    — Fanciulla, non temere, non ti renderò,
        Luce mia cara, non ti renderò.

    — Madre, nella stanza nuova vengono,
        Signora, nella stanza nuova vengono!

    — Fanciulla, non temere, non ti renderò,
        Luce mia cara, non ti renderò.

    — Madre, dal muro levano l'immagine santa,
        Signora, dal muro levano l'immagine santa!

    — Fanciulla, non temere, non ti renderò,
        Luce mia cara, non ti renderò.

    — Madre, mi benedicono,
        Signora, mi benedicono!

    — Fanciulla, il Signore sia con te,
        Luce mia cara, il Signore sia con te[298].


NOTE:

[294] L'üss d'bosch.

[295] Cfr. VILLEMARQUÉ. _Op. cit._

[296] Cfr. CAMARDA. _Op. cit._

[297] Anche nella poesia popolare russa vedemmo già personificato lo
sposo in uno sparviero; nella poesia vedica, lo sparviero porta
l'ambrosia, figura del fallo che porta il seme genitale.

[298] Dopo pubblicato questo libretto uscì a Londra (Ellis e Green,
1872) un libro prezioso intitolato: _The songs of the Russian people_
by W. R. G. Ralston, ove un lungo e interessante capitolo (pag.
262-308) è consacrato ai canti nuziali della Russia. A tale capitolo
rinvio il lettore che volesse più ampie notizie sopra le nozze russe.



III.

Il pianto della sposa.


L'uso indo-europeo primitivo lasciava piangere la sposa una sola
volta, quando veniva lo sposo, e benedetta dal padre e dalla madre, la
menava alla sua nuova dimora. La benedizione de' parenti bastava senza
quella del prete; le funzioni domestiche bastavano senza quelle della
chiesa. Allora si poteva dal rituale notare, in modo preciso, quando
alla sposa spettasse di piangere. Ciò non si può ora, che lo sposo
riceve in consegna la sposa non una, ma due o tre volte: la prima in
casa, quando gli sposi s'avviano alla chiesa, la seconda nella chiesa
stessa, la terza quando si torna di chiesa, correndo in parecchi paesi
l'uso che gli sposi tornino dalla chiesa a far la prima refezione
nella casa della sposa, la quale, come si dice, alle Langhe Albesi in
Piemonte, ha bisogno di forze _per la fatica del viaggio_.

Questa molteplicità di congedi contribuì forse a fare scomparire in
molti luoghi l'antico uso che faceva piangere la sposa prima di
recarsi a marito. Pure di una cosiffatta usanza di vedica antichità,
sono ancora molte le traccie in Italia, in Grecia, in Albania, tra gli
Slavi e tra i Finni.

Per quello che mi consta dell'Italia, la cerimonia del pianto della
sposa è viva in Sardegna, presso il Lago Maggiore, nella valle
d'Andorno, a Monte Crestese nell'Ossola, nell'Abruzzo Ultra 1.º,
nell'Arpinate, in Calabria, in Sicilia, nel Bolognese, nel Fanese,
nell'Osimano, nel Tudertino; e dico la cerimonia del pianto e non il
pianto, dico il pianto infinto e non le pie lagrime che la madre e la
figlia insieme confondono nel dolore del distacco; poichè questo
dolore non è un uso, ma una voce sempre viva della natura, che non
concede ad alcuno di lasciar senza rammarico le persone e le cose
amate; dove si ama, si piange; ma perchè in molti luoghi si piange
senza amare, quest'altro pianto è dell'uso.

Ma l'uso per riuscir tale, dovette pure avere il suo perchè; ed il
perchè io lo trovo in un altro uso, che formerà il soggetto di un
prossimo capitolo che si intitola: _Il rapimento della sposa_. Il
canto popolare ci ricorda questo pianto obbligatorio nuziale, e de'
saggi ne recammo già dalla poesia russa ed albanese; i contrasti del
_Carmen Nuptiale_ di Catullo lasciano indovinare la stessa usanza; e
nell'agro Tuderte poi si canta ancora:

    La giovinetta, quando si marita,
    Con due parole abbandona la mamma:
    Dice: la libertà per me è finita,
    L'ultimo giorno che porto la palma[299].

A tal pianto, che fa, che dice lo sposo? Nel contado Osimano egli è
pronto a soggiungere: «Che avete che piagnete tanto? Avete paura di
non trovare il pa?[300] State zitta, magnerete, beverete e starete in
santa pace.» — Meno cortese invece il paraninfo greco[301], alla
piangente dice in nome dello sposo: «_se piange, lasciatela_»; al che
la sposa prontamente soggiunge: «_menatemi via, ma lasciatemi
piangere_.»

La sposa deve inevitabilmente piangere, e il perchè lo vedremo, come
pure perchè, mentre la sposa stava intenta al suo piagnisteo, lo sposo
indiano mandasse un grido d'evviva.


NOTE:

[299] La palma si dà alle vergini; cfr. l'uso del vescovo di Como nel
capitolo del primo libro che s'intitola: _Ricambio di doni nuziali_.

[300] Il padre, il babbo.

[301] Cfr. TOMMASEO, _Canti greci_.



IV.

Prima delle sacre funzioni.


Nell'India antica, era la suocera quella che faceva gli onori allo
sposo venuto per portarle via la figlia; ma gli onori avevano per lo
sposo assai poca attrattiva; la suocera di lui lo picchiava, con un
pestello da mortaio, e lo tirava in casa pel naso. Il primo uso del
picchiare lo sposo è pure germanico; ma, come il Weber[302] avverte,
non la suocera, ma la comitiva nuziale fa, in Germania, un tale sgarbo
allo sposo. Il suocero invece più onestamente offriva allo sposo
indiano un miscuglio di miele e gli preparava da sedere sovra l'erba
_kuça_. Presso i Tartari di Kazan è lo sposo che si fa precedere dal
miele, ch'egli manda con uova e burro in dono alla sposa. Anche nella
valle d'Andorno in Piemonte, lo sposo, di primo mattino, manda, entro
un paniere, tutta una colazione allestita in casa alla sposa: poich'è
uso che innanzi d'andare in chiesa gli sposi e compagni e parenti
loro, in casa della sposa, facciano il primo spuntino.

Rifocillata, la compagnia si dispone a partire, i suonatori accordano
i loro istrumenti e le campane incominciano con lo suonare a festa.
La madre benedice la figliuola, che in Ungheria s'inginocchia e riceve
sul capo l'acqua benedetta[303]. È una specie di sacramento domestico.

Così, presso i Brettoni, quando lo sposo è entrato in casa, il
capoccia gli consegna una cinghia da cavallo, che lo sposo passa alla
cintura della sua fidanzata. Mentre egli affibbia e sfibbia la
cinghia, il _breutaer_ intuona un canto che incomincia: _Ho veduto in
un prato una giovine cavalla gioiosa_, ecc.; dopo di che s'invocano le
benedizioni del cielo; il _breutaer_ fa scambiare gli anelli agli
sposi e giurarsi di rimanere uniti sulla terra come il dito
all'anello, per durare uniti nel cielo. La sposa esce quindi dalla
casa col paraninfo (che non è il _bazvalan_), il quale ha tante liste
d'argento sull'abito quante migliaia di lire porta la sposa in
dote[304]. Segue il fidanzato con la donzella d'onore; il _bazvalan_
fa salire lo sposo tenendo la briglia al suo cavallo, il _breutaer_
solleva di peso la sposa, ponendola dietro lo sposo, e compiendo così
l'ufficio del _dr'idhapurusha_ o _uomo forte_ del cerimoniale indiano
che sollevava di peso la sposa sopra la pelle di toro distesa presso
il fuoco sacrificale e forse la portava pure sopra il carro, come
nell'odierno uso germanico. Messi a cavallo gli sposi, tutta la
comitiva, pure a cavallo, parte di galoppo verso la chiesa; e il primo
che arriva si guadagna un montone e il secondo alcuni nastri[305].

In Russia, gli sposi vanno invece alla chiesa in due carri distinti,
tirati da tre cavalli, dopo che la sposa ha raccomandato il suo
giardino al padre, col canto che segue:

    Per la campagna, il cigno gridava,
    Nel gineceo Annetta piangeva:
    Dio giudichi il padre mio!
    Consegnano la fanciulla a gente straniera,
    Rimane il verde giardino senza di me,
    Si seccheranno tutti i fiori del giardino,
    Il mio roseo, il mio bianco fiore,
    L'azzurro, il celeste fiordaliso.
    Io farò questa raccomandazione al padre mio:
    Alzati, o babbo, di buon'ora,
    Innaffia, di frequente, ogni mio fiore,
    All'aurora ed al tramonto,
    E più ancora con la tua mesta lacrima.

Ma il lasciare la soglia della casa, per muovere alla chiesa non è
sempre senza cerimonie; in Germania, la giovine coppia gitta sulla
soglia che deve attraversare un tizzone acceso[306], quasi per
avvertire sè stessa come il passo che sta per fare vuol essere
difficile, od a purificarsi. In Sardegna, mentre la sposa esce dalla
casa paterna, le viene presentata una cestina piena di tortore, a
ciascuna delle quali essa deve dare la libertà[307]. Anche la _Venus
sponsa_ de' Latini rappresentavasi con una colomba in mano; e nei
sarcofagi de' primi tempi della Chiesa, a simboleggiare la fedeltà
coniugale, si rappresentano talora tortore, talora delfini[308]. Nella
campagna d'Alba, fino all'anno 1848, nella vigilia del giorno in cui
si festeggiano i due santi della città, per la qual festa si dà il
fuoco ad una colomba, che dà così principio ai fuochi d'artifizio,
perfettamente come la colombina di casa Pazzi che, in Firenze, per la
settimana santa si brucia, affinchè i contadini tirino gli augurii per
la raccolta dell'anno; nella campagna d'Alba, io dico, fino all'anno
1848, era l'ultima sposa fattasi prima della festa, che doveva dare il
fuoco alla colomba. Ora queste tortore e queste colombe compagne della
sposa, di ottimo augurio anche nelle nozze de' Brettoni, che cosa
significano? Sono esse simbolo d'innocenza o d'amore o di fecondità o
di tutto questo insieme? E le tortore che la sposa sarda mette in
libertà non potrebbero essere segno della innocenza che la fanciulla è
prossima a perdere? o pure, come parmi più probabile, non
simboleggierebbero esse la libertà che la fanciulla, sottratta
all'autorità paterna, va cercando nella gioia delle nozze?

Comunque ciò sia, ecco gli sposi in istrada, per non tornare indietro,
divisi per lo più, finchè il prete non li abbia uniti in chiesa, e
sostenuti ciascuno dai proprii parenti, mentre i suonatori, le
campane, lo sparo de' mortaletti e degli schioppi e gli evviva della
folla accompagnano la marcia più solenne che festosa di tutta la
comitiva nuziale, la quale quanta fosse, in passato, possiamo
raccogliere da una prova negativa, io voglio dire presso gli Statuti
Fiorentini del 1415[309], ove si pone il divieto che il corteggio
nuziale possa comporsi di oltre duecento persone, cioè cento per
parte. Nè alcun vocabolo potrebbe essere qui più proprio di
_corteggio_, per esprimere la comitiva nuziale, poichè dove son
principi, ivi è corte; e che gli sposi siano principi lo vedremo nel
capitolo seguente. Noto intanto, come nel Canavese, quando un uomo
s'avvia per pigliar parte ad alcuna comitiva nuziale, sia solito a
dire ch'ei va _a far onore_, o sia, _a far la corte_.


NOTE:

[302] Cfr. TOMMASEO, _Op. Cit._

[303] Cfr. SZTACHOVICZ, _Braut-Sprüche und Braut-Lieder auf dem
Heideboden in Ungern_. — Anche ne' Sassoni Siebenbürgen si accompagnano
gli sposi che lasciano la casa della sposa, per recarsi in
chiesa, con alcuni versetti di benedizioni. Cfr. SCHUSTER.
_Siebenbürgisch-sächsische Volkslieder_, _Sprichwörter_, _Rätsel_,
_Zauberformeln und Kinder-Dichtungen_, Hermannstadt, 1865. — Leggo poi
in una vita di Buddha (_The life or Legend of Gâudama the Buddha of
the Burmese_, by the rev. P. Bigandet) come, per le nozze di lui, i
Pounhas abbiano pure versato acqua benedetta sopra la testa degli
sposi. L'uso dell'acqua benedetta versata sul capo degli sposi è pure
vedico. Cfr. WEBER, _Indische Studien_, v.

[304] In Piemonte, suole la stessa sposa portare tanti giri di
_dorini_ (ghiandette d'oro) intorno al collo, quante sono le migliaia
di lire ch'essa ha di dote.

[305] Cfr. VILLEMARQUÉ, _Op. cit._

[306] Cfr. KUHN UND SCHWARZ. _Op. cit._

[307] Cfr. DOMENECH. _Op. cit._

[308] Cfr. MARTIGNY. _Dictionnaire des antiquités chrétiennes._

[309] Libro IV.



V.

Gli sposi incoronati.


Se non è una corona, sarà una ghirlanda; se la corona non è d'oro,
sarà di un altro metallo; se non si adopera corona, saranno fiori; ma
sempre usò e sempre usa ricingere di un serto il capo degli sposi.
Poichè gli sposi son principi, e principi, perchè il primo degli
sposi, lo sposo mitico, il sole è sommo principe incoronato. Al sole
fanno corona i suoi raggi; gli sposi della terra, nel difetto di raggi
solari, immaginarono cingersi il capo di oro o metallo che all'oro
somigli, o di vaghi fiori. Il principato degli sposi dura, in Russia,
quanto le nozze, o sia per lo più otto giorni; è un resto del culto
agli sposi come ai principi mi sembra l'uso da pochi anni scomparso
nella campagna d'Alba, ove un drappello di soldati presentava le armi
agli sposi che passavano, mentre che l'ufficiale di guardia offeriva
un mazzo di fiori alla sposa.

Ora è interessante il vedere come l'uso della corona o ghirlanda
nuziale sia popolare a quasi tutti i popoli indo-europei. Per l'India,
sappiamo che lo sposo muove tuttora incoronato alla dimora della
sposa; per la Russia, che i due paraninfi tengono levata sul capo
degli sposi per tutto il tempo del sacro rito una corona metallica,
d'oro per i ricchi, indorata o di ottone per i poveri[310]; per la
Grecia, che i due sposi portano una ghirlanda, la quale serbano di poi
sopra il letto; per l'Albania, allude alla corona nuziale un grazioso
canto popolare, ove si dice, fra l'altro:

    Quando passano il parentado con lo sposo
    Prendi i pampini della bianca vite,
    Sì prendi i pampini della vite bianca,
    E ne intessi due corone[311].

Presso i latini sappiamo che si coronava la nuova sposa con verbene ed
erbe scelte da lei medesima, e Imene si cingeva le tempie coi fiori
della fragrante maggiorana[312]; fra i primi cristiani, entrambi gli
sposi si incoronavano[313].

Nell'uso moderno europeo, generalmente, s'incorona invece solo più la
sposa[314]; e come le antiche spose, per memoria di Suida, dedicavano
il cinto nuziale a Diana, le nostre dedicano la loro ghirlanda nuziale
alla Vergine, che ne ha preso il posto e ne compie, presso le donne, i
più delicati uffici[315].


NOTE:

[310] Cfr. nel primo capitolo di questo libro, l'uso delle antiche
spose veneziane.

[311] Presso la _Raccolta di Canti popolari Siciliani_, fatta da
LEONARDO VIGO.

[312] Cfr. FESTO, sotto la voce _corolla_; e CATULLO, _In Nuptias
Juliæ et Manlii_:

    _Cinge tempora floribus_
    _Suaveolentis amaraci._

[313] «_Jam quidem virgo tradita est, jam Corona sponsus, jam palmata
consularis, jam cyclade pronuba, jam toga Senator honoratur._» — Cfr.
pure i vetri del Garucci ove appare lo stesso Gesù Cristo ad
incoronare gli sposi.

[314] Da un disegno presso il Lamarmora, entrambi gli sposi sardi
appaiono incoronati.

[315] Uso di Sinigaglia, nelle Marche. — Dalla risposta di Nicolò I,
papa, ai Bulgari, cap. III, presso il Muratori, _Antiquitates italicæ,
dissertatio vigesima, de actibus mulierum_, rilevo come gli sposi
bulgari dovessero portar corona e come gli sposi italiani fossero
soliti ad assumere le due corone in chiesa «_.... Post hæc autem de
Ecclesia egressi Coronas in capitibus gestant, quæ semper in Ecclesia
ipsa sunt solitæ reservari._» Forse dette corone erano metalliche.



VI.

Gli sposi velati.


Il velo può avere un doppio simbolo, o di legare materialmente gli
sposi o di rappresentarne la innocenza; il fatto che le vedove non
solevano, passando a seconde nozze, ripigliare il velo nuziale[316]
può convenire per la dichiarazione così d'un simbolo come dell'altro.
E il pudore naturale alle vergini dovette loro farlo più accetto e
contribuire a perpetuarne l'uso; se bene, per verità, anche a tal
pudore vi siano state e vi siano eccezioni[317]. Il velo che ora
vediamo per lo più bianco sul capo delle spose, come desiderato segno
di candore, in origine era di un color rosso di fuoco; e però
_flammeum_ lo chiamavano i Latini. Io inclino quindi a credere che il
desiderio di fargli simboleggiare la innocenza fosse in origine il
minimo, e che il colore del velo simboleggiasse piuttosto la prima
unione maritale. Per i Latini, il _flammeum_ doveva essere simbolo
d'unione sempiterna, se dobbiamo attenerci alla sola interpretazione
che, sotto questa voce, ne dà Festo[318], il quale nota come la moglie
del flamine, alla quale non era lecito il far divorzio, portasse di
continuo il _flammeum_; ma non è impossibile che la _flaminica_
portasse il _flammeum_ ossia il velo color fiamma, color del fuoco
generatore, per l'unica ragione che si chiamava _flaminica_. Si noti
tuttavia come il velo nuziale si converte ordinariamente anche per le
donne maritate moderne in cuffia: la qual cuffia, come il velo,
rappresenta non tanto l'innocenza che si ha, quanto quella che si è
perduta, come mi sembra provarlo l'usanza della Piccola Russia da me
ricordata, per la quale si copre il capo con un fazzoletto a modo di
cuffia, anche alla fanciulla che, senza maritarsi, ha peccato.

Il velo si metteva nelle antiche nozze sul capo dello sposo non meno
che della sposa; e sappiamo che, velati, nella cerimonia sacrificale,
solevano pure mostrarsi gli sposi romani. I cristiani adottarono l'uso
del velo nuziale solamente verso il terzo o quarto secolo dell'era
volgare, poichè in odio del _flammeum_ pagano, parve loro assai tempo
empia consuetudine; e forse d'allora in qua, non volendosi o non
potendosi sopprimere il velo, se ne mutò il color rosso in bianco.
Durò l'uso del velo nuziale per tutto il medio evo in chiesa, nè solo
per la sposa, ma anche per lo sposo. Quattro uomini tenevano i quattro
angoli del velo sospeso sopra le due teste incoronate degli sposi,
sempre che non si trattasse di vedovi[319]. E un testimonio oculare mi
scrive aver notato in una cerimonia nuziale a Parigi, nel tempio della
Madeleine, or sono pochi anni, come, ad un certo punto della messa, si
distendesse da due parenti sul capo degli sposi un velo oblungo. «Le
Greche dell'Armenia, scrive il signor Zecchini, pel giorno delle loro
nozze portano un velo di color rosso e giallo, col quale si coprono la
testa e tutto il corpo.»


NOTE:

[316] Nella risposta sopra citata del papa Nicolò I: «_Velamen illud
non suscipit, qui ad secundas nuptias migrat._»

[317] Tertulliano si lagnava già delle cristiane che non voleano
velarsi, mentre le arabe si coprivano tutta la faccia: De Virg. vel.
17: «_Indicabunt vos arabiæ ethnicæ, quæ non caput sed faciem quoque
ita totam tegunt, ut uno oculo liberato contentæ sint dimidiam frui
lucem quam totam faciem prostituere._» Che l'uso di velarsi poi presso
le donne che si maritano o maritate, fosse pure indiano, lo
argomentiamo da una prova negativa, presso il _Lalita-Vistàra_,
secondo la versione che dal Tibetano ne fece il Foucaux: «Cependant
Gopâ, la jeune femme de la famille de Çâkya, en présence de son
beau-père, et de sa belle mère, et des gens de la maison quelqu'ils
fussent, ne voilait pas son visage. Et ceux-ci se disaient, en la
blâmant avec sévérité: Ne conviendrait-il pas de reprendre cette jeune
femme qui n'est jamais voilée?»

[318] _Flammeo amicitur nubens ominis boni causa, quod eo assidue
utebatur flaminica, id est flaminis uxor, cui non licebat facere
divortium._ — Lo sposo indiano vela oggi egli stesso la sposa appena
terminate le funzioni. — In Tessaglia, la sposa tiene il velo fino alla
casa dello sposo.

[319] Cfr. MURATORI. _Antiquitates Italicæ_, Diss. XX.



VII.

Il tappeto degli sposi.


Quello che il velo sul capo, esprime il tappeto nuziale disteso sotto
i piedi degli sposi e sopra i sedili uniti ov'essi siedono; è simbolo,
cioè, del primo materiale congiungimento[320]. Gli sposi russi, per
quanto dura la sacra funzione, restano in piedi sovra un tappeto di
raso color rosa; gli sposi cercano mettervi i piedi nello stesso
tempo, poichè si crede che nella casa padroneggerà quello o quella che
metterà primo il piede sul tappeto nuziale. Gli sposi indiani
rimanevano sopra una rossa pelle di toro. Gli sposi romani sedevano
sopra scanni fra loro congiunti con una pelle della vittima
sacrificata, la quale, come si rileva da certi bassorilievi, era una
vacca. Noto, per incidente, come nel sacrificio nuziale degli antichi
Finni si sacrificava pure un toro[321]. Ora, una reminiscenza di
cosiffatti usi simbolici mi sembra di certo ancora il tappeto o
cuscino rosso, sopra il quale, nell'agro Tuderte, innanzi la soglia
della casa, la suocera fa inginocchiare la sposa[322].


NOTE:

[320] In Germania, gli sposi devono stare tanto vicini, mentre il
matrimonio si celebra, che nessuno possa fra loro vedere. Cfr. KUHN
UND SCHWARZ, _Op. cit._

[321] Cfr. KALEVALA, 20 runo, versione di Léouzon Le Duc, Paris, 1868.

[322] L'uso è alquanto somigliante; ma ignoro di qual colore sia il
tappeto che copre lo scanno e il tavolo, sopra i quali è fatta
discendere in Sardegna la sposa, presso la soglia della casa maritale.



VIII.

Gli sposi inanellati.


Altri son gli anelli della promessa, altro l'anello che si mette, in
presenza del prete, solennemente in chiesa. In Russia, in Albania, sul
Pindo, gli sposi scambiano i loro anelli tre volte. Scambio di anelli
tra gli sposi notiamo pure nelle Edda, fra i Germani e fra i Brettoni.
Rosso doveva essere l'anello nuziale scandinavo, e d'oro lo mantenne
generalmente l'uso nuziale indo-europeo, forse in memoria del _c'akra_
o circolo o disco del sole, il primo degli sposi.

Questo anello si mette, come è noto, al quarto dito, chiamato perciò
_anulare_, cui nel medio evo si reputava corrispondere una vena del
cuore. Secondo un rituale della chiesa di Rheims, il prete provava
l'anello sulle tre prime dita, recitando per ciascun dito una formula
ripetuta dal fidanzato, e al quarto dito si fermava con un'altra
formola[323]. Ma conviene che lo sposo abbia alcuna avvertenza nel
mettere in chiesa l'anello alla sposa; poichè la sposa trae pronostici
dalla maggiore o minor violenza con cui lo sposo l'inanella; se lo
sposo canavesano e il perugino introduca, per esempio, l'anello al di
là della seconda congiuntura nel dito della sposa, questa deve
rimanere avvertita che lo sposo sarà un tiranno domestico e che la
bastonerà. Grande sventura poi il perdere l'anello nuziale; in
Germania, de' due sposi morrà primo quello che avrà perduto l'anello;
e, nel Perugino, si dice che starà tanti anni nel purgatorio colui che
avrà perduto l'anello nuziale.


NOTE:

[323] Ecco il formulario:

  Al pollice: «Par cet anel l'Église enjoint
  All'indice: «Que nos deux coeurs en un soient joints
  Al medio: «Par vrai amour et loyale foy
  All'anulare: «Pour tant je te mets en ce doy.»

Cfr. CHÉRUEL, _Op. cit._



IX.

Communione di cibi e di bevande.


Vi ha un proverbio francese che dice: _Boire et manger, coucher
ensemble, c'est mariage ce me semble_. Questo proverbio si riferisce
evidentemente all'uso di far bere e mangiare gli sposi insieme, uso
che diede luogo nel medio evo a parecchi abusi[324].

Nell'India vedica, si versava sopra le mani de' due sposi unite una
doppia manata di grano arrostito.

Fra i Parsi, mentre gli sposi si danno la mano, il _maubad_ versa loro
sopra le mani unite riso e frumento.

La romana _confarreatio_, che consacrava le nozze, doveva avere il
medesimo significato, ossia rappresentare la communione di ogni bene
fra gli sposi.

La _confarreazione_ si celebrava nel cospetto del Pontefice, del
Flamine e di dieci testimonii. Le Vestali preparavano un minestrone di
farro con cui si aspergeva la vittima simbolica del sacrificio
nuziale. Di quello stesso farro facevasi un pane del quale entrambi
gli sposi doveano mangiare.

In alcuni cantoni della Brettagna, il prete taglia una fetta di pane
bianco e lo spezza fra gli sposi; quindi versa vino in una tazza
d'argento, che lo sposo beve in parte, passando il resto alla sposa.

In Russia, gli sposi, per un antico uso ereditato forse dai Greci, che
lo hanno pure conservato, si scambiano tre volte in chiesa il calice
contenente vino; l'ultima goccia dev'essere bevuta dalla sposa, la
quale intende così di volere, in seguito, vuotare, rassegnata il
calice delle amarezze[325].

Ne' dintorni di Bolzano (Trentino), due ragazzi sostengono due vasi
pieni di vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che
bevono allo stesso bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti.

Tutto ciò fa parte del cerimoniale sacro; ma vi sono usi, i quali,
anche non presente il sacerdote, restano sacri, tenendo le parti del
sacerdote il padre. Così, se gli sposi non divisero i cibi e le
vivande in chiesa, lo faranno appena giunti a casa.

Nella valle di Susa, gli sposi mangiano allo stesso piatto e bevono
allo stesso bicchiere[326].

Lo stesso uso vive in Sardegna[327] e presso il Lago Maggiore.

L'indiano Gobhila scrive d'un cibo sacrificale, che nel secondo giorno
delle nozze gli sposi dovevano mangiare insieme, e il Weber[328]
annota come nell'antiche usanze del settentrione, e in Colonia, e ne'
Siebenbürgen gli sposi bevono allo stesso bicchiere.

Nell'Indocina[329], al banchetto nuziale gli sposi mangiano allo
stesso piatto; così, generalmente, nell'India odierna, al banchetto
che si fa nel quarto giorno delle feste nuziali.

Marco Cralievic', l'eroe de' Serbi, fra gli altri doni che egli reca
alla sposa, ha pure una ciotola, nella quale egli deve bere con essa;
e sappiamo da Quinto Curzio[330] come, presso i Macedoni, gli sposi
spartissero con la spada lo stesso pane, ed insieme lo gustassero.


NOTE:

[324] _Lo Statutum Synodale Nicolai Episcopi Andegavensis_, ann. 1277,
cap. III (presso il Du Cange, _Op. cit._): «_Intelleximus nonnullos
volentes et intendentes matrimonium ad invicem contrahere, nomine
matrimonii potare, et per hoc credentes se ad invicem matrimonium
contraxisse, carnaliter se commiscent. Verum cum per hoc nullum
matrimonium contrahatur, et ob hoc quoniam plures jam fuerint decepti,
vobis firmiter injungimus, quod frequenter et in publice Ecclesiis
parochialibus vestris dicatis, quod per prædicta ejusmodi matrimonium
nec sponsalia contrahantur._»

[325] Nella cena, che si fa la vigilia delle nozze, in Russia (governo
di Mosca) i convitati bevono vino e dicono: _è amaro_. Allora i due
sposi si abbracciano come a provare che l'amaro diviso diventa dolce.

[326] Cfr. REGALDI. _La Dora._

[327] Cfr. LAMARMORA. _Op. cit._

[328] _Op. cit._

[329] SYMES. _Op. cit._

[330] VIII, 4, 27 «_hoc erat apud Macedones sanctissimum coeuntium
pignus, quem divisum gladio uterque libabat._»



X.

Intorno all'Altare.


A simboleggiare il viaggio della vita che i due sposi insieme faranno,
l'antico sposo indiano pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre
giri intorno all'altare, dicendo: «_Vieni, sposiamoci, facciamo
figli. Uniti d'amore, gloriosi, contenti, viviamo cento anni._» Gli
stessi giri intorno all'altare compievano gli sposi romani, mentre
innanzi alla sposa, per augurio di fecondità, si portava il farro.
Nelle nozze russe, i due sposi tengono da una mano una candela, e,
pigliandosi per l'altra mano, fanno pure tre giri intorno all'altare;
quindi si baciano. Un'altra cerimonia somigliante era quella de' sette
passi della sposa indiana verso il nord-est, per ciascuno de' quali lo
sposo faceva un augurio; all'ultimo, egli diceva: «_fa l'ultimo passo
come amica; siimi affezionata; possiamo noi aver molti figli e questi
diventino vecchi._» Il che detto, come gli odierni sposi russi, così
gli indiani accostavano volto a volto. Al Weber[331] i sette passi
indiani richiamano pure in mente i sette salti dell'uso nuziale
germanico. Quest'ultimo uso, meglio che il viaggio in comune degli
sposi, può forse indicare soltanto che la sposa sta per fare il gran
passo. Il salto della sposa ebraica ha forse il medesimo significato,
se pure non è un semplice salto di gioia, come quello di Bigio, nello
_Stufaiolo_ del Doni[332].


NOTE:

[331] _Op. cit._ «Cfr. _Die sieben Schritte beim Ordale und vor Allem
Kuhn's Angaben über den Siebensprung. Vestphäl. Sagen, wonach dieser
Brauch bereits der indogermanischen Urzeit anzugehören scheint._»

[332] Scena ultima: il vecchio Nicolò dà in isposa al famiglio Bigio
la serva Caterina:

      _Bigio_: Io voglio tôr qui la vostra fante di cucina.

      _Caterina_: Vedi, balordo, di' madonna Caterina.

      _Bigio_: La signora Caterina, e copularmi come comanda la
      legge.

      _Nicolò_: Fa prima un salto.

      _Bigio_: Ecco fatto.



XI.

Ove le nozze si celebrano.


Nel recinto domestico si celebravano le nozze indiane, slave,
germaniche, greche e latine, sia che il solo padre della sposa
sacrificasse, sia ch'egli chiamasse ancora, per la cerimonia, un
sacerdote sacrificatore.

Nell'India meridionale, le nozze si fanno ancora sotto padiglioni
sostenuti da colonne in legno molto elevate[333]. Nel medio evo, in
Francia, si celebravano le nozze sulla soglia della chiesa. E che in
Toscana, fino al secolo decimoquinto si consacrassero pure nozze fuori
di chiesa lo argomentiamo da un divieto degli _Statuti Fiorentini_ del
1415[334] perchè un tale scandalo non si rinnovi. Nell'introduzione
del marchese Campori agli _Statuti di Modena_[335], a proposito d'un
matrimonio civile celebrato nel 1289, trovo poi queste parole:
«Ritornando in sul dire della celebrazione di quel matrimonio,
troviamo avesse luogo non in una chiesa, ma bensì nel cortile della
casa di Lanfranco Rangoni, dove, benchè fosse il verno, oltre a
duecento persone, tra nobili e popolani, erano convenute. Un Caretti,
senza più uom laico e che vent'anni più tardi apparisce notato nella
matricola de' giudici, richiese entrambi i giovani se ad unirsi in
matrimonio acconsentissero; alla qual dimanda affermativamente
risposero; dopo di che, i padri degli sposi innanzi a lui il consenso
loro prestarono. «Allora, dice il documento nostro, Tobia Rangoni
sposò coll'anello la figlia sua ad Aldrobandino, e poscia nella camera
stessa di lui fu ad essi apprestato il letto nuziale. Nè allora, nè in
altra circostanza, che ci sia nota, questa forma di matrimonio civile
che era, al dire del Caretti medesimo, secondo le consuetudini della
città, porse luogo a protestazione del clero, che pure in tante altre
circostanze ciò che stimava di pertinenza sua alacremente contro
l'autorità laicale soleva propugnare.»


NOTE:

[333] Quindi Citranguy, nella tragedia Tamulica, sopra Saranga:
«Regina, voi siete capace di legare e scuotere una montagna con un
pugno di capelli; di innalzare un padiglione nuziale, senza aiuto di
colonne.»

[334] Lib. IV «_intrare debeant in unam ecclesiam ordinatam pro libito
voluntatis et in eadem ecclesia sponsalitia huiusmodi debeant
celebrari_ et non alibi _sub poena, etc._»

[335] Modena, 1864.



XII.

La parte del prete.


Il concilio di Trento[336] stabilisce la nullità del matrimonio se non
sia contratto in presenza del parroco e di testimonii; il qual decreto
della Chiesa, preso alla lettera, dovea poi, nell'opinione del secolo
decimosettimo, far parere legittime le nozze, come quelle di Lucia
Mondella con Lorenzo Tramaglino[337].

Il prete supplì il padre, nelle funzioni di combinatore e consecratore
di nozze; e in qualche caso supplì la pronuba, o, come il feudatario
medievale, anche lo stesso marito.

Nel compiere tali ufficii e ancora nel rinunciare ai medesimi, il
prete si fa pagare; raro è che il parroco si contenti, come
nell'Abruzzo Teramano, che gli sposi gli bacino le mani. Egli vuol
doni, e la gallina che si dà nell'Arpinate al parroco e il bicchier di
birra, la candela e il ramo di rosmarino involto in un filo
sfilacciato di seta rossa che ricevono il pastore ed il sagrestano,
nell'Havelland[338], sono gli infimi doni che gli sposi possano
rilasciare alla chiesa. Il prete indiano richiedeva, senz'altro, una
vacca, e, per di più, riceveva in dono i panni sudici della sposa
ch'ei solo avrebbe, secondo la credenza inspirata al volgo, potuto
purificare.

In Francia, nel medio evo, il prete soleva pure intervenire al
banchetto nuziale; ma fosse pudore, fosse malizia, esso preferì, in
seguito, convertire il suo diritto in denaro.

Io inclino tuttavia a credere che il pudore trattenesse assai pochi
dal partecipare al banchetto nuziale, per lo più indecentissimo,
riflettendo come le frequenti lagnanze de' primi scrittori della
Chiesa contro i preti, diaconi e sottodiaconi che assistevano ai
banchetti nuziali, provino soltanto il piacere della recidiva. La
speculazione potè invece più presto decidere il prete a privarsi di
doni e vantaggi incerti, per assecurare ai suoi ozii una rendita
fissa. Così troviamo ora che il prete per lo più, nelle cerimonie
nuziali, riceve solamente danaro. Nel Pesarese, lo sposo dava al prete
un _papetto_ o un _testone_, o un _mezzo scudo_[339] ed al sagrestano
uno _zapparin_[340]. La qual conversione del dono in danaro, premeva
tanto al nostro prete ch'ei la volle pur consegnata, come legge, negli
Statuti municipali[341].

Gioverà ora vedere, per merito di quali ufficii, il prete riceve la
sua mercede nella cerimonia nuziale. Ai sacrificii antichi, ne' quali
si sacrificavano o si fingevano di sacrificare il simbolico toro ed
altri animali fecondatori, come la porca romana, con grande
spargimento di grano, riso, farro, simboli di fecondità, e di acqua
purificatrice, sottentrò presso i cristiani la così detta Messa degli
sposi, nella quale si finge di sacrificare in corpo e sangue ed anima
il fecondatore per eccellenza, la bellissima tra le figure del sole,
il Cristo. Poco su poco giù, sono gli stessi inchini, le stesse
benedizioni, le stesse preghiere, lo stesso spettacolo. Se non che, il
prete indiano accompagnava gli sposi nella camera nuziale, e
continuava a dirigerne e benedirne ogni movimento e recitar formole
molto espressive, finchè non vedesse il matrimonio intieramente
consumato[342]; il prete cristiano si fermò sulla soglia della chiesa.
Tuttavia è notevole come anche in Francia, e particolarmente in
Brettagna, il prete cristiano abbia cercato di protrarre l'uso antico,
recandosi nel medio evo a benedire il letto nuziale, sopra il quale
stavano gli sposi (_sedentes vel jacentes_, come dice il
cerimoniale)[343], con le seguenti parole: «_benedite questi cari
giovani come voi avete benedetto Tobia e Sara; degnatevi benedirli
così, o Signore, affinchè nel nome vostro essi vivano e invecchino e
si moltiplichino lungamente, pel Cristo Signor Nostro. Così sia._»
Altre formole di benedizione del letto nuziale si trovano ne' rituali
della Francia medievale.


NOTE:

[336] Sessione 24, c. I.

[337] Cfr. MANZONI, _I Promessi sposi_: cap. VI. «Il signor curato va
cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio
matrimonio; e io invece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che,
presentandoglisi davanti i due sposi, con due testimonii, e dicendo
io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è
bell'e fatto.»

[338] Cfr. KUHN UND SCHWARZ. _Op. cit._

[339] Lire 1, o 1 50 o 2 50.

[340] Centesimi 25.

[341] Cfr. _Statuta Castri Fidardi_ (Castelfidardo), Maceratae, 1588,
lib. quartus: «_Item statuimus et ordinamus quod in sponsalitiis
ipsis, vel postea quacumque ipsorum occasione, nullus audeat cereos
vel cereum seu fatioletta apportare, sed pecuniam tantum solvat et
offerat ad Altare; et qui contra fecerit. etc._»

[342] Cfr., nel terzo libro, i capitoli che s'intitolano: _La
pronuba_, e _Il Jus primæ Noctis_.

[343] Cfr. VILLEMARQUÉ. _Op. cit._



XIII.

Augurii di fecondità alla sposa.


Quasi tutta la cerimonia nuziale è simbolica del congiungimento degli
sposi e della fecondità loro augurata. Ma vi sono, fra l'altre, alcune
cerimonie più significative, che meritano di fermare la nostra
attenzione. Il grano, che la folla getta ancora sopra gli sposi che
passano in Sardegna[344], in Sicilia e ad Ortonuovo in Lunigiana,
ricorda il grano sparso a piene mani nelle cerimonie nuziali indiane e
latine, il grano che soleva portarsi innanzi alla sposa latina,
affinch'ella diventasse feconda, il grano che l'odierna suocera
indiana versa sul capo della nuora. Il cestino di pulcini che, nella
campagna di Bra, si fa abbracciare alla sposa ed i bambini che presso
i Brettoni si mettevano nel letto nuziale degli sposi, ricordano l'uso
vedico di mettere un bel bambino sopra il seno della sposa, per lo
stesso augurio di fecondità.

I Romani facevano sedere la sposa sopra una pietra Priapea; ed un
senso fallico aveva pure la pietra sopra il letame, ed altre pietre
alle quali lo sposo indiano, a più riprese, faceva accostare la sposa,
dalla quale scongiuravasi pertanto Viçvàvasu il genio della verginità.
Le zuppe di tutta carne che si mangiano nell'Altmark, in
Germania[345], dagli sposi, affinchè il loro bestiame s'accresca,
ricordano i numerosi inni e riti vedici, i quali, con la fecondità
degli sposi, auguravano la prosperità alla casa. A tutti questi atti
augurali, aggiungansi i frequenti augurii di numerosa figliuolanza
fatti, per ogni verso, con smorfie e parole agli sposi; e, dopo avere
tutto notato ed esserci persuasi che le credenze più antiche sono le
più tenaci, e che il mondo non minaccia spopolarsi, per difetto
d'augurii alle spose affinchè si fecondino, diamoci pure un po' di
spasso e permettiamoci pure di ridere, alla volta nostra, coi versi
inesorabili di Tito Lucrezio, ripetendo al credulo volgo il suo
eloquente _nequidquam_[346].


NOTE:

[344] Cfr. DOMENECH. _Op. cit._

[345] Cfr. WEBER. _Op. cit._

[346] _De Rerum natura_, IV:

    _Nec divina satum genitalem numina quoiquam_
    _Absterrent, pater a natis ne dulcibus unquam._
    _Appelletur, et ut sterili Venere exigat aevom;_
    _Quod plerumque putant, et multo sanguine moesti_
    _Conspergunt aras, adolentque altaria donis,_
    _Ut gravidas reddant uxores semine largo._
    _Nequidquam Divom numen, sorteisque fatigant._



XIV.

Allegrezze perchè si fa la sposa.


In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le
vecchie stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e
Turbigo, in Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella
stanza ove la compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa
una scodella di terra, che naturalmente va in pezzi; dalla strada
allora i ragazzi fanno strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese,
la suocera presenta alla sposa una pentola piena di cenere e di
cattive erbe; la sposa la butta in terra; e quanto più minuti pezzi se
ne fanno, più il matrimonio sarà felice e fecondo. In generale, per
tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di nozze si rompa
qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia simbolo, una
tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il malizioso
proverbio Perugino: «_se si rompe qualche cosa è male per la sposa._»

Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare
confetti, ciambelle e noci, che ricordano le _nuces juglandes_ de'
Romani. Allora i ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida
risuonano soltanto di lunghi evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai
gridatori il dono; le grida si fanno insolenti; non si rompono più
cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla sposa, come se questa
nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima tra le vergogne.
Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per impedire in Italia
l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa[347]. Gli _Statuti di
Firenze_ del 1415[348] proibiscono che si gettino sassi contro o sopra
la casa, dove le nozze si fanno; gli _Statuti di Città di
Castello_[349] vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia
strepito alla casa di chi fa nozze; un decreto finalmente della
Repubblica Veneta del 1562[350] ha quanto segue: «_Nelle feste che si
faranno di nozze, come di compagnie, et di cadauna altra, siano del
tutto prohibiti li festoni sì a porte et fenestre come in ogni altro
loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et simili
instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria._»
Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane
continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia,
come pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene
di festa. I giocolieri o _troctingi_ medievali sono sostituiti dai
presenti _torottotela_ subalpini e buffoni marchigiani, e
montenegrini[351], i quali accompagnano il suono e il canto di
movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure, il buffo è lo
sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccando salti
meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e
la viola sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la
marcia nuziale ne' contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel
decreto della repubblica veneta vi siano ancora vestigia tra noi[352].

Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco
domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa
nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori
della chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per
costume di donarli al prete, come gli Italiani del medio evo[353]. È
singolare tuttavia l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli
sposi dalla chiesa, si presenta un uomo con una grande paniera, adorna
di dolci e nocciuole infilate, sul capo, e in mezzo alla paniera un
grosso lume.

All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine
della burlesca espressione italiana _far lume_, che vuol dire
assistere a bocca asciutta al godimento degli sposi o innamorati.

Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove
alla dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non
volendosi, di certo, sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo
caso, non è tanto d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza
e fecondità; così, nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere
dal fuoco nuziale che non doveva estinguersi mai; e una formola
conservata dall'_Atharvaveda_[354], da recitarsi mentre la sposa
entrava in casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua, come l'uso romano
voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e fuoco. Quanto
all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica; l'aurora, la
prima delle spose, la sposa del sole, ci presenta anch'essa alle sue
nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.


NOTE:

[347] «_Pervenit ad nos, quod dum quidam homines ad suscipiendam
sponsam cujusdam sponsi cum Paranympho et Troctingis_ (specie di
giocolieri che saltano) _ambularent, perversi homines aquam sordidam
et stercora super ipsum jactassent, etc._»

[348] Lib. III: «_Si quis proiecerit lapides ad domum, vel super domum
alicuius tempore quo ibi fierent nuptiæ._»

[349] Editi a Città di Castello, 1538: «_Statuimus et ordinamus quod
nullus audeat vel presumat projicere lapidem vel petrudinem_ (sic)
_aliquam vel facere aliquem rumorem ad domum alicuius nuptias
celebrantis de die vel de nocte._»

[350] Cfr. MUTINELLI. _Lessico Veneto_.

[351] Cfr. MIÇKIEVIC'. _Canti Illirici_.

[352] Tale, per esempio, è il tamburello a sonagli che usa negli
Abruzzi.

[353] Cfr., di sopra il capitolo che intitolai: _La parte del prete_.

[354] Cfr. WEBER. _Op. cit._



XV.

Il rapimento della sposa.


Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa
prima tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o
l'eroe si conquista la sposa, sottraendola al suo guardiano, che la
tiene occulta. La giovine sposa, allieva delle fate, cresce nelle
tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle fate, esce anch'esso
dalle acque tenebrose[355]. Il giovine sposo, sottrae alle tenebre la
giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in
altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la
figlia della notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico.
Ed a questo motivo io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre
talvolta nell'uso nuziale indo-europeo. Gli scrittori romani, notando
l'uso, vollero spiegarlo come una reminiscenza dell'antico ratto delle
Sabine; e trovarono a' dì nostri, molti critici, che ripeterono
senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi consideri come il
ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non della storia, e
come Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori degli
avvenimenti terrestri[356] e chi consideri ancora come, presso altri
popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine
lo stesso uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che
nacque in tempo in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica
quanto e più forse dell'astronomico.

Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo
celeste, lo sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero
inno vedico, i cui versetti servirono poi nell'antichità indiana di
formole per il cerimoniale delle nozze, il sole, insomma, servì di
modello agli sposi. Egli sposa l'aurora e la rapisce dal potere
sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la rugiada; la sposa
rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga la rugiada;
lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa. L'uso ed il
fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.

Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo
chiama _greco ed antico_[357], ed è noto come a Sparta la cerimonia
nuziale fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi
parenti. Nel rito romano, ai tempi di Catullo[358] il marito fingeva
di rapire dalle braccia della madre la sposa. La stessa finzione si
rinnova nell'uso nuziale sardo; e a Casalvieri, nell'Arpinate, la
forma del rapimento è questa:

«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa;
nè, per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso,
ne domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli
si aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a
piuoli rotta in qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale
per una finestra nella casa della sposa. Dopo molto cercare trova la
sposa nascosta in qualche cantuccio, e con essa egli discende ad
aprire la porta della casa tutto festante ed allegro. Allora il padre
e la madre della sposa gli dicono: «_Or che l'hai ritrovata l'hai
meritata_», ed il padre di lui presenta innanzi la porta della casa ai
genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «_ecco la carne
morta e dateci la viva_[359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e
consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.

La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria,
me lo fa supporre la consuetudine che vi si mantiene del
_serraglio_[360]; per i Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo
una viva lotta simulata fra gli amici dello sposo e i parenti della
sposa, questa, resistente, viene portata via, di fuga sopra un
tappeto; per i Finni è ancora il _Kalevala_ che ci istruisce. Lo sposo
finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar la sposa con
un carro tirato da cavalli. La sposa piange a lungo e non sa
decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la
consola; le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo
mena via la sposa ed i ragazzi cantano: «_Un uccello nero è venuto dal
fondo della foresta fino a noi, e ci ha rapito una bell'oca._»


NOTE:

[355] Cfr. i miei _Studi sull'Epopea Indiana_.

[356] In uno studio speciale sovra l'_Epopea latina_, pubblicato nel
_Libero Pensiero_ di Parma, nell'anno 1868, ho tentato mostrare come
la vera e sola epopea latina sia nella vita di Romolo, personaggio
eminentemente mitico.

[357] Ἑλληνικόν τε καὶ ἀρχαῖον ἔθος

[358] Il _Carmen nuptiale_ ci offre un'idea di tali contrasti:

    _At tu ne pugna cum tali coniuge, virgo._
    _Non aequum est pugnare, pater quoi tradidit ipse,_
    _Ipse pater cum matre, quibus parere necesse est._
    _Virginitas non tota tua est, etc._

[359] Da lettera del prof. Ferdinando Santini.

[360] Cfr. il capitolo seguente.



XVI.

Il serraglio.


Allo sposo rapitore è naturale che parenti, amici, vicini, conterranei
contrastino la sposa rapita; quindi, per la sposa rapita, si armano le
guerre epiche; e dal mondo epico-mitico l'uso popolare ha derivato,
fra gli altri impedimenti nuziali, la cerimonia del serraglio, con la
quale s'impedisce l'allontanamento della sposa.

Nell'India antica, parecchie ragazze cercavano trattenere con varii
scherzi lo sposo mentre egli veniva a pigliare la sposa; e lo sposo le
placava con doni.

Così, in Russia, sono ancora le fanciulle che arrestano lo sposo prima
ch'egli arrivi alla chiesa; e lo sposo le manda via contente con
moneta spicciola e pan pepato.

Quando lo sposo, nell'Heideboden in Ungheria[361], conduce via la
sposa, la gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la
via; gli sposi si riscattano con un bicchiere di vino e un po' di
pane, sebbene, alla prima, il procuratore della brigata dimandi assai
più.

Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italia _fare il
serraglio_, in Corsica, _far la travata_ o _far la spallera_, nel
Pistoiese, _far la parata_, nella Valtellina, _far la serra_, nel
Tarentino, _fare lo steccato_[362] od anche _fare la parata_[363], e
in parecchi luoghi del Piemonte, _fare la barricata_.

In generale, stimasi poco onorata la sposa di quei nostri contadi ove
l'uso vige, se gli amici non arrestano gli sposi, mentre partono;
arrestando lo sposo, si prova di stimare la sposa; perciò le spose si
mostrano sempre liete di un tale contrasto, il quale consiste, per lo
più, in un semplice nastro che la sposa stessa deve tagliare, e talora
pure in una vera barricata (il serraglio qui appare simbolico della
verginità della sposa).

Del _serraglio_ nuziale trovo già ricordo per la Toscana, presso il
Sacchetti e poi nella decima novella di Agnolo Firenzuola[364] e in
uno scritto, forse inedito, del Rinuccini, che, per quanto spetta le
nozze, io riferisco per intiero, in nota, da un manoscritto della
Magliabecchiana[365].

Quando la sposa va fuor di paese, il serraglio si fa agli sposi sulla
porta del paese; ed ordinariamente è la sposa quella che con le
forbici taglia il serraglio, se pur questo serraglio è solamente un
nastro o cordoncino da potersi tagliare con le forbici, quasi voglia
la sposa mostrare con tale atto ch'essa va via volentieri e che non
le importa di perdere quello che perderà. Se invece si tratti di un
serraglio impossibile a tagliarsi con forbici, provvedono la ronchetta
del marito e le braccia di lui e della brigata soddisfatta ne' doni,
occorrendo talora di rovesciare una vera barricata composta di
parecchi attrezzi da campagna.

Pure alcuna volta accade che la brigata de' giovani, ricevuta, per
rispetto alla consuetudine, una piccola moneta, regali invece essa
stessa con lauti cibi e bevande gli sposi.

L'uso del serraglio dura, per quanto è pervenuto a mia notizia,
quantunque si vada ora sensibilmente perdendo, nel Monferrato,
nell'alto Canavese, nell'Ossola, presso il Lago Maggiore, nella
Valtellina, nel Trentino (Valle di Non), nel Fanese, nel Pesarese, in
alcuni contadi della Toscana, in Corsica, nell'Abruzzo Teramano e nel
Tarentino.

L'uso è de' più caratteristici nelle nostre cerimonie nuziali, e può
servire di lucido commento alla più bella pagina dell'epopea. Lo
sposo, sia che tolga la sposa stessa, sia che tolga alla sposa quello
ch'essa custodisce più gelosamente, è sempre un rapitore; ora le cose
vietate non ottenendosi senza difficoltà, allo sposo rapitore, che pur
finisce col trionfare, si oppone, per via, qualche ostacolo; il
_serraglio_ è figura evidente di ostacoli siffatti che lo sposo
rapitore incontra. Adamo Oleario, che viaggiava nell'anno 1637 in
Persia, vi aveva notato quest'uso. Quando si faceva il contratto
nuziale, tutti gli astanti dovevano tenere le mani distese, poichè in
tal modo s'impedivano loro atti di spregio allo sposo, come per
esempio, il taglio di un lembo della vesta, con imprecazione affinchè
lo sposo riesca impotente; ma di ciò si vedrà meglio nel nostro
libretto sopra gli _usi natalizii_.


NOTE:

[361] Cfr. SZTACHOVICZ. _Op. cit._

[362] «Staccatu.»

[363] «Apparatu.»

[364] «Costui adunque (un tal di Prato) sapendo ch'un suo amico menava
moglie, pensò subito, come è usanza di queste contrade, di farle un
serraglio.»

[365] Dico _forse_ inedito, perchè non vorrei che qualche eruditissimo
e gentilissimo bibliofilo mi venisse tosto, se io pubblico per inedito
ciò che forse non lo è più, a dare accusa di falso, come avviene tanto
spesso in queste care controversie dei nostri letterati; quasi che ci
fosse così gran merito a scoprire un manoscritto, quando questo
manoscritto si trova inscritto a catalogo; quasi che provenga molta
più gloria a chi copia da un manoscritto che a chi copia da un libro;
quasi che ogni copiator di manoscritti diventasse un Angelo Mai. Io do
per inedito lo scritto che segue; se non lo è, poco male; io lo
ripubblico perchè nessuno lo conosce, o tanto pochi ne hanno notizia
da non riuscire superflua una nuova edizione. Per dare poi il suo a
chi spetta, debbo ancora soggiugnere come fu una indicazione del dotto
ed ora compianto bibliotecario della Magliabecchiana cav. Canestrini,
che mi pose il manoscritto fra le mani. È una inezia per la quale
parrà che io spenda troppe parole; ma poichè sovra tali inezie si
spacciano e si pretendono, in giornata, diplomi d'immortalità, è bene
avvertire il lettore che io non vi pretendo affatto.

_Considerazioni sopra l'usanze mutate nel presente secolo del 1600
cominciate a notare da me, cav. Tommaso Rinuccinj, l'anno 1665 e con
pensiero d'andar seguitando fino a che Dio benedetto mi darà vita,
trovandomi nell'età d'anni 69._

Nozze.

Concluso che era un Parentado, gl'interessati dell'una e dell'altra
banda, ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per
mezzo d'un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a
uscir fuori la fanciulla in abito di sposa s'invitavano le parenti
fino in terzo grado ad accompagnarla alla messa; e nell'uscir di casa
s'incontravano alla porta una mano di giovani, che facevano il
serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de' suoi contenti, e
mostrare di non volerla lasciar uscire, se non donava loro qualcosa,
al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro, o anello, o
smaniglio, o cosa simile, et allora quello che haveva parlato (che era
sempre uno de più giovani e riguardevoli della truppa) ringraziava e
pigliava a servire la sposa, con darli di braccio sino alla carrozza o
per tutta la strada se s'andava a piedi, come per lo più seguiva, e al
ritorno a casa restavano a banchetto tutti quei parenti e parente che
erano stati invitati, e quelli del serraglio restavano licenziati.
L'anello si dava poi in altro giorno, nel quale si faceva una
colizione grande di confettura bianca, et un festino di ballo, dove
era sala capace, o pure si giuocava a Giulé, se era stagione da
vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c'era un uomo in capo
alla sala che con una listra, che haveva in mano, chiamava per ordine
de' gradi di parentela ciascuno; e così senza confusione andava
ciascuno al suo luogo, le donne da una banda, e gli uomini dall'altra.
Mentre erano a tavola al banchetto delle nozze, soleva ordinariamente
comparire con mandato di quello, che haveva parlato nel serraglio, che
riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d'odori, il
regalo che haveva havuto da lei, e lo sposo rimandava il bacile con
30-40, e fino in 60, e 100 scudi, secondo le facoltà, de quali se ne
serviva poi quello con gli altri compagni in una cena tra loro, o in
fare una mascherata, o altra festa simile.

Si dismesse poi il far il serraglio, perchè cominciarono alcuni a
servirsi del denaro in uso proprio; onde questo costume non si
riconosce adesso se non in Corte, che quando una delle dame della
Ser.ma Gran Duchessa se ne va sposa a casa sua, i paggi del Gran Duca
vi fanno il serraglio e la servono sino alla porta del palazzo, e
fanno poi del denaro un banchetto tra di loro.

Si dismesse ancora ne' banchetti il chiamare i parenti nel mettersi a
tavola con l'ordine del grado del parentado, onde pare ne siano nati
due disordini, cioè, che non tutti gl'invitati sanno in riguardo degli
altri il loro grado, e si mettono a fare insieme tante cerimonie, per
voler mandare in su gli altri, che genera confusione, e disagio per
chi è di già al suo posto. E l'altro, che in vece di molti parenti si
invitavano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quelli e
qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall'invito molti
parenti (per non esser la sala capace di tante persone) che si va
perdendo quella famigliarità, che dovrebbe essere tra i parenti.

S'è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o
per mezzo d'altri, ma s'è introdotto di farlo per polizza, scrivendosi
in un quarto di foglio. N. dà conto a V. S. Ill. che ha maritata la N.
sua figliola o sorella al sig. N. in via tale, e si consegnano ad un
servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno,
lasciandole in casa di ciascuno. E perchè molti hanno cominciato, per
meno briga, a fare stampare queste polizze, pare che si possa credere,
che l'usanza s'introduce comunemente.

La funzione dell'anello s'è fatta quasi sempre in casa, se bene
qualch'uno l'ha voluto, per devozione, dare in chiesa, e le spose
vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che aveva le maniche
aperte fino in terra, ma poi s'è dismesso, e il colore, e la foggia,
vestendosi ciascheduna sposa all'uso dell'altre donne, e di che colore
più li piace.



XVII.

Per istrada.


La maggior solennità delle antiche nozze romane era la così detta
_deductio_; il popolo affollavasi alla porta, onde la sposa doveva
essere condotta alla casa maritale tra le fiaccole, i suoni[366], gli
osceni motti Fescennini, gli augurii e gli evviva al Dio Talassio, una
specie di Fallo latino. I parenti, gli amici intimi, la pronuba erano
della comitiva; così pure un _puer camillus_ col vaso _cumerum_, e tre
_patrimi et madrimi pueri praetextati_, l'uno de' quali precedeva con
una fiaccola di spina bianca, di ottimo augurio nelle nozze, gli altri
due guidavano la sposa. In Grecia usano ancora nel corteo nuziale
esser presenti i saltatori, i suonatori ed i cantori d'inni
epitalamici; la sposa carica di ornamenti procede in mezzo a due donne
che la sostengono.

La stessa pompa si nota nelle antiche e moderne nozze di tutto
l'Oriente, ove il massimo lusso di vesti, bardature e carri è
sfoggiato. Nell'India poi, lungo il viaggio, gli sposi solevano
recitar varie formole di augurio per la fecondità e felicità e di
scongiuro contro le malattie e contro i ladri che si potessero
incontrare per via. Tali formole ci sono, nella massima parte,
conservate dall'_Atharvaveda_. Così gli sposi romani in viaggio si
raccomandavano alla _Iuno domiduca_ o _iterduca_.

Secondo gli _Statuti di Modena_, sopra citati, la _deductio_ in
pubblico era il vincolo vero del matrimonio; così la _traduttione_,
che vale il medesimo, secondo gli _Statuti di Lucca_[367]. Forse per
questa ragione, e per evitare maggiori scandali, gli _Statuti di
Narni_ e di qualche altra città italiana stabiliscono che la sposa non
possa essere menata via di notte.

È uso ancora in alcune parti d'Italia[368] che la comitiva nuziale,
nel tornar dalla chiesa, faccia il giro alle case de' prossimi parenti
ed amici, ov'è rallegrata di cibi e di bevande. A Riva di Chieri,
talora, innanzi a tali case, s'improvvisano le danze, al suono degli
istrumenti portati dai musici che precedono la comitiva.


NOTE:

[366] Plauto, nella _Casina_, IV. 3:

    _Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,_
    _Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo._

[367] «Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle
nozze dal dì della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e
l'entrate de' beni di essa donna. Et dal dì della ditta festiva e
pubblica traduttione, tutti i beni della ditta donna, posti
nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente
Statuto assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita
la copula carnale, o che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia
impubere.»

[368] Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.



XVIII.

Danze nuziali.


Come non mancano il canto e il suono, raro è che manchi la danza ad
una festa nuziale. Lo stesso Buddha, che dichiara di non amare nè la
musica, nè i profumi, nè i banchetti, nè le danze, nè il vino, nelle
sue proprie nozze, _per operare secondo gli usi del mondo_[369], si
lascia vedere in mezzo ad ottantaquattro mila donne e si abbandona ai
giuochi, ai piaceri, ai suoni e ai canti.

Nell'India vedica, secondo l'_Atharvaveda_, appena la sposa era
partita, le sue sorelle e compagne, nella casa paterna, intrecciavano
le danze, le quali dovevano aver carattere molto somigliante a quello
delle danze funebri. La danza era dell'uso e non capricciosa; e tale è
rimasta nell'uso moderno, se bene si vada pure perdendo.
Nell'Heideboden, in Ungheria, l'uno de' due paraninfi suol dire:
«_Siamo noi pure qui, io ed il mio compagno, e non vogliamo lasciar
cadere quest'uso, anzi più tosto promuoverlo_[370].» Il paraninfo
invita, per conto dello sposo, la sposa alla danza, e le danze son
tre, la prima con lo sposo; ma gli sposi non si toccano; essi toccano
soltanto, l'uno da una parte l'altro dall'altra, il lembo d'uno stesso
fazzoletto; e così danzano; le altre due danze sono della sposa coi
due paraninfi.

Noi vedemmo il caso di Riva di Chieri, in Piemonte, ove, mentre si
mena via la sposa, si danza; lo stesso avviene nella pompa nuziale
dell'India odierna; a Templin si danzava alla mezzanotte del primo
giorno di festa dalla sposa con uomini travestiti da donna. Ma per lo
più le danze sono l'ultima cerimonia della festa, e, dove la festa
dura tre o più giorni, si rimandano all'ultimo giorno. In Grecia, al
terzo giorno «le parenti e le amiche vanno con la sposa alla fonte, ed
ella attinge in brocca nuova ch'ha seco e butta nella fonte cose da
mangiare e minuzzolini di pane; poi ballano in tondo; e quella è
l'ultima festa»[371]. Il _ballo tondo_ usa pure in Sardegna per le
nozze; e forse ci viene descritto in questi versi concitati, coi quali
si conchiudono le nozze della Tancia e della Cosa, nella dotta
commedia rusticale del Buonarroti:

    Il ballo s'intrecci
    Braccia con braccia;
    Mentre un s'allaccia,
    L'altro si strecci;
    Qualch'un si scoppi,
    Chi si raddoppi;
    Poi ciascun pigli per mano
    La sua dama, e andiam pian piano.

Nei dintorni di Bolzano, si balla dagli sposi, prima di aprire le
danze, quello che, nel Trentino, si chiama la _tudeschina_, e consiste
in una serie di movimenti graziosi fatti a piacere, ma, a tempo di
musica, per i quali lo sposo insegue danzando la sposa, e le si
avvicina, ma non la raggiunge mai.

La danza nuziale tra il popolo si fa all'aperto; tra la gente che ha
nome di civile, invece, entro sale splendidamente illuminate. Il
popolo danza per lo più di giorno; la gente civile di notte; ond'è per
essa il divieto di prolungare le danze oltre le tre di sera, che
s'incontra negli _Statuti di Firenze_ del 1415[372]. Esso finisce
veramente le feste nuziali con le danze, ed è, dalla sala delle danze,
quando si danza, che, secondo il Codice del Cerimoniale francese, gli
sposi che sanno vivere, devono, inosservati, scivolare, l'uno dopo
l'altro, al talamo[373].


NOTE:

[369] _Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par
Foucaux._

[370] SZTACHOVICZ. _Op. cit._

[371] TOMMASEO. _Canti greci_.

[372] Lib. IV: «_In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem
nuptiarum post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre,
non possit danzari, sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra
fecerit puniatur, etc._»

[373] Code du Cérémonial par Mme la comtesse de Bassanville. Paris,
1867: «La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant
d'être vue; c'est manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir
qu'elle se dispose à s'en aller. Le marié quitte la soirée peu de
temps après la mariée. Il choisit le moment où l'on danse pour ne pas
être remarqué.»



XIX.

Sulla soglia.


Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel
ricevimento della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano
di rami d'ulivo e di alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo
averle unte con grasso di lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto
con la sposa alla casa maritale, le diceva: «_Io sono IL, e tu sei LA,
io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo, tu la terra; uniamoci
e facciamo figliuoli_[374].» Presso i Romani, già notammo come la
sposa con la formola: _ubi tu Gaius, ibi ego Gaja_, che recitava pure
alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua parte
di dominio; e si cita presso la _Zeitschrift_ del Wolf[375], l'antica
formola tedesca, che diceva: «_Dove io sono l'uomo, là tu sei la
donna, e dove tu sei la donna, là io sono l'uomo._» È notevole poi
l'uso comune fra Roma antica e l'India, che lo sposo o chi per lui
sollevava di peso sopra il limitare della casa la sposa, la quale non
doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata. Per l'India vedica,
ricordano quest'uso l'_Atharvaveda_ e il _Kàuçikasütra_; per Roma
antica, Plauto[376], Catullo[377], Lucano[378].

Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi
che le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le
rimaneva di più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in
tale cerimonia un nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta
Augusto Rossbach, il dotto illustratore degli usi nuziali di Roma
antica[379].

Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente:
«Quando la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un
tappeto, e sopra esso la si fa camminare nell'atto che si approssima
al marito. Se il crivello non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa
manca di pesarvi con tutto il suo corpo, nutrirebbesi in suo danno
alcuni sospetti che allarmerebbero lo sposo.»


NOTE:

[374] Cfr. _Atharvaveda_, lib. XIV, presso gli _Indische studien_ di
Weber, v.

[375] _Zeitschrift für Deutsche Mythologie._

[376] _Casina:_

    _Sensim super attolle limen pedes, nova nupta._

[377] _In Nuptias Juliæ et Manlii:_

    _Transfer omine cum bono_
    _Limen aureolos pedes_
    _Rasilemque subi forem._

[378] _De bello Pharsalico:_

    _Turritaque premens frontem matrona corona_
    _Translata vitat contingere limina planta._

[379] Cfr. ROSSBACH. _Untersuchungen über die Römische Ehe_,
Stuttgart, 1853.



XX.

La suocera.


Le suocere hanno nell'opinione popolare quel posto medesimo che le
matrigne: sono tristi. Quindi nel Pesarese, chiamano bacio di Giuda
quello che la suocera dà alla nuora; nell'Umbria dicono: _suocera e
nuora, tempesta e gragnuola_; nella _Fiera_ del Buonarroti[380], un
tale volendo far sacramento per qualcosa di spiacevole, grida: _orbè,
suocera mia!_ E, nella novella 227 di Franco Sacchetti, il piacevole
motto di una nuora diventa proverbio «_Buon per te, passera, che non
avesti suocera._»

Nella bocca della suocera, suonano sempre rampogne per la nuora; e la
stessa _veneranda madre_ di Ettore presso l'_Iliade_[381], non fa
eccezione, ne' lamenti di Elena.

Una delle pretese della suocera è di dormir più della nuora, o almeno
quanto questa. La nuora, secondo il precetto di Buddha, deve andar
l'ultima a dormire e levarsi la prima[382]; Draùpadì, presso il
_Mahàbhàrata_, volendo assicurare Satyabhamà come ella compia i suoi
doveri verso la suocera, osserva che il sonno suo e quello della
suocera durano del pari.

È interessante ora l'udire dal nostro Regaldi[383], come, nella valle
di Susa, la suocera accolga la nuora: «Quando la brigata giunge alla
casa dello sposo trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al
terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera
burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia
questo dialogo con la nuora: — «Che cosa volete? — Entrare in vostra
casa e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi. — Eh! voi altre
ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto
della casa. — Lasciatemi provare e vedrete. — Ma qui si tratta di
pascolare e mugnere gli armenti, di tagliare il fieno e lavorare i
campi. — Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi. — Di alzarsi la
prima e coricarsi l'ultima perchè la vecchia suocera possa alzarsi
l'ultima e coricarsi la prima. — Ed io farò anche questo. — Ma voi
verrete meno a tante fatiche. — Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.» A
queste affettuose parole, la suocera smette l'aria burbera e
stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora: — _Vieni, figlia
mia_, le dice, _vieni e possa tu non mai scordarti delle fatte
promesse_. — Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla
sposa che da quell'istante fa gli onori della casa e invita tutta la
compagnia a prender posto al banchetto di nozze.»

In Calabria, segue il Regaldi, la suocera, all'entrare nella casa,
avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi e
congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata
coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i
parenti e gli amici, insieme con gli sposi, stendono le mani,
intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta
della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima,
cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa.

Gli onori del ricevimento alla sposa li fa la suocera, ma prima ella
vuole assicurarsi che la nuora sarà laboriosa e benevola; nel
Bolognese e altrove la suocera mette la scopa attraverso alla porta;
la nuora deve levarla e mettersi con quella scopa a spazzar subito le
camere; se non lo fa, la suocera si mette in collera; in Lunigiana,
nell'Umbria, nell'Arpinate, la suocera domanda alla nuora se porti
guerra o pace; la sposa risponde pace; allora le due donne si
abbracciano; a un tale dialogo si riferiscono pure due versi d'un
canto popolare umbro, che dicono:

    Te benedico colla palma dell'ulia (olivo)
    Possi portà la pace a casa mia.

Al che la sposa risponde: «Così speriamo.» Ma non sempre la suocera
vede bene le nozze, e però alcuna volta si astiene pure dai
complimenti. A Pinerolo, quando essa è contraria alle nozze, se ne
rimane in casa, per apprestare la cena. Lo sgarbo prenunzia
evidentemente grandi battaglie fra le due donne. Così negli usi de'
Brettoni, quando la madre di famiglia vede arrivare il _bazvalan_ per
trattar nozze che non le vanno, finge non vederlo e gli volta le
spalle, occupandosi del fuoco.

Ma se la suocera accetta le nozze, assicuratasi coi dialoghi sovra
descritti che la nuora le viene ossequente, mette il suo amor proprio
nel bene riceverla ed ospitarla. Da un capitolo antecedente rilevammo
l'uso di accogliere la sposa col grano per augurio di fecondità; la
_grazia_ de' Sardi, i confetti, gli zuccherini che si gettano alla
sposa contengono il medesimo simbolo. Simbolo di fecondità e di
ospitalità era il pane e il vino che anticamente gli sposi trovavano
preparati sulla porta della loro dimora; nei dintorni di Ciamberì, in
Savoia, la suocera attende alla soglia gli sposi con un pane e del
sale; in Russia, mentre lo suocero presenta agli sposi la sacra
immagine, la suocera solleva pure sopra le loro teste un pane con un
cavo nel mezzo ripieno di sale. La suocera sarda riceve la sposa con
grano e sale. La polpetta della suocera perugina e la schiacciata
della suocera abruzzese suppliscono evidentemente il pane ed il grano.
In Corsica, la suocera presenta alla sposa un _tinedru di
caghiatu_[384]; l'osimana un boccale di vino. Nel Tarentino, fino al
secolo decimosesto, era l'uso che la sposa, al suo ingresso nella
casa, fosse imboccata con una cucchiaiata di miele, cibo sovra ogni
altro accetto nelle nozze tartare.

È notevole ancora come l'uso indiano e romano di versar l'acqua ai
piedi della nuova sposa che entrava in casa siasi mantenuto in alcune
parti della Sardegna, ove la suocera accoglie ancora la sposa con un
bicchier d'acqua che versa innanzi la sposa, mentre questa passa la
soglia della camera nuziale. La suocera deve essere dalla nuora
considerata come la sua padrona e il suocero come il suo padrone;
perciò messere (_msé_), ossia mio signore, chiamano le nuore
piemontesi lo suocero, e madonna, ossia mia signora, la suocera; il
qual onore reso alla suocera rilevo pure da un canto popolare toscano:

    Quando sarà quel benedetto giorno
    Che le tue scale salirò pian piano?
    I tuoi fratelli mi verranno intorno,
    Ad uno ad un gli toccherò la mano.
    Quando sarà quel dì, cara colonna,
    Che la tua mamma chiamerò madonna?


NOTE:

[380] Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.

[381] XXIV:

    ... E se talvolta o suora
    O fratello o cognata, o la medesma
    Veneranda tua madre (chè benigno
    A me fu Priamo ognor) mi rampognava,
    Tu mansueto, con dolce ripiglio,
    Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.

[382] Cfr. FOUCAUX. _Histoire du Bouddha Sakya Mouni._

[383] _La Dora._

[384] Un tinello di quagliata; cfr. TOMMASEO, _Canti Côrsi_.



XXI.

Il dominio della sposa.


La suocera è la padrona vecchia, la nuora è la padrona giovine della
casa. Perciò, entrando nella casa maritale, essa suole ricevere alcuni
simboli del suo nuovo dominio. Presso i Germani del settentrione
appendevano al fianco della sposa le chiavi[385]; e nel poemetto su
Rig, presso l'_Edda di Soemund_, troviamo Snoer, la fidanzata di Karl,
portarsele al fianco. La sposa romana riceveva anch'essa le chiavi, e,
accadendo divorzio, le restituiva[386]; nel Ducange[387], si aggiunge
come nel medio evo le vedove solessero gettare le chiavi e il cinto
nuziale sopra il cadavere del marito. Un altro simbolo popolare del
dominio della sposa nella casa è la mestola, che la suocera, ed ove
questa manca, lo suocero le presenta. L'uso vigeva nella Germania
settentrionale[388]: e vive ancora nei dintorni di Ciamberì in Savoia,
a Riva di Chieri, a Pinerolo in Piemonte e a Lugnacco nell'alto
Canavese; quindi l'espressione popolare italiana _tenere il mestolo_,
che equivale a _dominare_. A Castelnuovo di Magra in Lunigiana la
sposa entra in casa con due grembiali; la suocera ne slaccia uno e lo
porta sopra il letto matrimoniale, intendendo con ciò di darne a lei
il possesso.

La rocca, che in molti luoghi d'Italia la suocera presenta alla nuora,
è simbolo del lavoro che l'aspetta; la granata, che talora le
attraversa l'ingresso nella casa maritale, è simbolo dell'ordine e
della pulizia con cui ella dovrà tenere la casa.


NOTE:

[385] Cfr. MITTERMAIER, _Grundsätze des gemeinen deutschen
Privatrechts_. Cfr. la formola tedesca nel XIII capitolo del primo
libro di quest'opera.

[386] Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «_Quo mulier offensa,
claves remisit, domum revertit._»

[387] Ed. Henschel, 1840-50.

[388] Cfr. KUHN UND SCHWARZ, _Op. cit._



XXII.

Cibi e banchetti nuziali.


Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto
da sposi vennero a significare il medesimo[389]. La novellina
piemontese, che finisce ordinariamente in un matrimonio dell'eroe con
l'eroina conchiude con questo ritornello: «_A l'an fait tante nosse e
tanti spatüss; e mi i j'era daré d'l'üss; a l'an gnanca name na f'tta
d'prüss_[390].» Qui la parola nozze vale evidentemente banchetto
nuziale; così, a quanto pare, nel _Bestiaire_ francese:

    Et feroît pour nous grant mangier,
    Et grans noces et gran convi.

E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più
specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di
nozze, onde probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia
allegro suolsi domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e
si beve meglio, come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel
_Mogliazzo_ del Berni:

    E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,
    Ch'io voglio a queste nozze scorporare!

Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio,
si canta:

    Andiam di brigata
    Intanto a bere
    E a godere
    Una 'nsalata
    E doman cialde
    Faremo a falde,
    Berlingozzi e bastoncelli
    Per le nozze di duo' anelli.

Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto
_croccante_, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto,
tutti i convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa
cerimonia. A questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de'
convitati va di soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta
della sposa e lo cuce ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che
la loro unione è fatta e non può più disfarsi.

Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette[391], i confetti,
gli zuccherini, la grazia[392], gli spinnagghi[393], gli
uccelli[394], i trionfi[395], i pemmata[396], i lunghetti[397], i
tortelletti, i ravioli[398], accompagnano ogni festa nuziale nell'uso
indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova nelle nozze
tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite
nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze
le noci ai fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri
fanciulleschi, ci è reso popolare dai versi di Virgilio[399] e di
Catullo[400]. E il citato proverbio piemontese conferma ancora tal
uso:

    Pan e nus
    Vita da spus[401].

Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali
del banchetto nuziale, quando sono giunti _ad mala_, prendono ciascuno
un frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una
moneta d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di
vino in un bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde
il frutto, assaggia il vino, e raccoglie la moneta.

Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle
nozze, veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta
all'ingiù, e battuto sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin
ch'ei non si riscattasse con qualche regalo.

Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago
Maggiore e nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio,
agli sposi. E un altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino
ornato di nastri rossi, che a Riva di Chieri in Piemonte, nella
campagna d'Alba Monferrina e in Ispagna[402], si riserva per l'ultimo
giorno del banchetto nuziale, banchettandovisi tre giorni. L'arrivo
del tacchino in tavola viene anzi accolto a Riva di Chieri con
singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o torottotela, prima che
lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo componimento, in
dialetto, di qualche moderno poetastro[403]. Oltre il buffone, appare
ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci ricorda i
suonatori di tibia[404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini,
rallegrano i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è
un pitocco del paese, cantati da lui al suono della sua mandola,
mentre due danzatori grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti.
Omero (Odiss. III) ci dipinge questa festa tale quale la si vede
presentemente:

    «Rallegravansi assisi a lauta mensa
      Di Menelao gli amici ed i vicini;
      Mentre vate divin tra lor cantava
      L'argentea cetra percotendo, e due
      Danzatori agilissimi nel mezzo
      Contempravano al canto i dotti salti.»

A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo
che porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo
nella sala del banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:

    Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:
      Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.

    Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,
      Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.

    Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,
      Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;

    Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,
      I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.

    Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,
      E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.

    Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intende
      Che l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende[405].

Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno
distribuendo mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi
presentano una ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia
batterla, a pigliare la valle de' prati:

    Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;
    Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.
    Se chila as tröva lesta,
    As campa giü d'la fnesta,
    S'as tröva d'sgagià,
    A pìa la val di prà.[406]

Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti;
ma le caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi
sguaiati strambotti che si permettono oggi ancora nelle campagne
marchigiane i buffoni alle nozze; come neppure certe uscite
smodatamente allegre, con le quali la compagnia tentata dai fumi del
vino, promuove in ogni rustico banchetto il rossore sul volto alla
giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice un proverbio
piemontese[407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente, poichè la
_procax fescennina locutio_ evocata da Catullo[408] non si tace,
poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli
scandali, vollero ridurre il numero de' convitati permessi ne'
banchetti nuziali[409] a proporzioni modeste, la madre addolorata e le
vergini sorelle e parenti e compagne della sposa se ne astengono quasi
sempre, più per naturale pudore, che per obbedienza al precetto degli
antichi padri della Chiesa, i quali non si stancavano di predicare
contro l'indecenza de' banchetti nuziali. Fin dai tempi di Varrone
solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa novella i motti
più insolenti ed osceni[410]; chè, se i doni dello sposo li facevano
spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il pianto
della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano
date per farle coraggio. _Prætextatis_, dice Festo, _nefas erat
obsceno verbo uti_, quasi che il far dire cose oscene ai soli
fanciulli non fosse delitto assai più grande.


NOTE:

[389] Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia
tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo
ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi
nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo
titolo: _Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino
Carrera_ (Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il
capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide
dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora
soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per
godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella
frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni
montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la
testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri
svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la
stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato,
tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al
primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche
carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita
tutta laboriosa e parca.

E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù
badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di
Zumsteg.

Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con
incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola,
onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano
lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a
far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così
gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena
usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente
mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di
questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza
quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha
ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra
una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo
di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura,
il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di
sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che
inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un
vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate,
cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto
splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo
d'Achille.

Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è
travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.

Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli
sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno
un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad
assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta
festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente
barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi
evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.

Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano
all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto
carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo,
mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati,
pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque
ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la
felicità della sposa.

Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la
notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed
egli solo ebbe a pensare a tutti.»

[390] «Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro
l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»

[391] Perugino.

[392] Sardegna.

[393] Sicilia.

[394] Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi
nel mosto.

[395] Trentino.

[396] Grecia antica. Cfr. BECKER. _Charikles_, III.

[397] Cfr. MUSSO. _Chronicon Placentinum_, presso il Muratori, R. It.
Ser. XVI: «_Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum
caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas;
et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et
confectum zuchari et post dant bibere._»

[398] Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415,
lib. IV.

[399] _Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam_

[400] _In Nuptias Juliæ et Manlii:_

    _Neu nuces pueris neget_
      _Desertum domini audiens_
      




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