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Title: Catania
Author: De Roberto, Federico, 1861-1927
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Catania" ***

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          COLLEZIONE

              DI

     MONOGRAFIE ILLUSTRATE


  Serie I.ª--ITALIA ARTISTICA

              27.


           CATANIA



Collezione di Monografie illustrate


Serie ITALIA ARTISTICA

DIRETTA DA CORRADO RICCI.


_Volumi pubblicati:_

   *1. RAVENNA di CORRADO RICCI. VI Edizione, con 156 illus.

    2. FERRARA e POMPOSA di GIUSEPPE AGNELLI. III Ediz., con
       138 illustrazioni.

    3. VENEZIA di POMPEO MOLMENTI, con 132 illustrazioni.

    4. GIRGENTI di SERAFINO ROCCO; da SEGESTA a SELINUNTE di
       ENRICO MAUCERI, con 101 illustrazioni.

    5. LA REPUBBLICA DI SAN MARINO di CORRADO RICCI.
       II Edizione, con 96 illustrazioni.

    6. URBINO di GIUSEPPE LIPPARINI. II Ediz., con 116 illus.

    7. LA CAMPAGNA ROMANA di UGO FLERES, con 112 illus.

    8. LE ISOLE DELLA LAGUNA VENETA di P. MOLMENTI e D.
       MANTOVANI, con 119 illustrazioni.

   *9. SIENA d'ART. JAHN RUSCONI. II Ed., con 160
       illustrazioni.

   10. IL LAGO DI GARDA di GIUSEPPE SOLITRO, con 128 illus.

   11. S. GIMIGNANO e CERTALDO di ROMUALDO PÀNTINI, con 128
       illustrazioni.

   12. PRATO di ENRICO CORRADINI; MONTEMURLO e CAMPI di G. A.
       BORGESE, con 122 illustrazioni.

   13. GUBBIO di ARDUINO COLASANTI, con 114 illustrazioni.

  *14. COMACCHIO, ARGENTA E LE BOCCHE DEL PO di ANTONIO BELTRAMELLI,
       con 134 illustrazioni.

  *15. PERUGIA di R. A. GALLENGA STUART, con 169 illustraz.

   16. PISA di I. B. SUPINO, con 147 illustrazioni.

  *17. VICENZA di GIUSEPPE PETTINÀ, con 147 illustrazioni.

  *18. VOLTERRA di CORRADO RICCI, con 166 illustrazioni.

  *19. PARMA di LAUDEDEO TESTI, con 130 illustrazioni.

  *20. IL VALDARNO DA FIRENZE AL MARE di GUIDO CAROCCI, con 138
       illustrazioni.

  *21. L'ANIENE di ARDUINO COLASANTI, con 105 illustrazioni.

  *22. TRIESTE di GIULIO CAPRIN, con 139 illustrazioni.

  *23. CIVIDALE DEL FRIULI di GINO FOGOLARI, con 143 ill.

   24. VENOSA E LA REGIONE DEL VULTURE di GIUSEPPE DE LORENZO,
       con 121 illustrazioni.

  *25. MILANO, Parte I. di F. MALAGUZZI VALERI, con 155 ill.

Ogni volume L. 3,50, rilegato L. 5--quelli con asterisco L. 4, rilegati
L. 5,50

_Indirizzare cartolina-vaglia all'Ist. It. d'Arti Grafiche, Bergamo_



                 F. DE ROBERTO



                    CATANIA


             CON 152 ILLUSTRAZIONI



                    BERGAMO

  ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE--EDITORE

                     1907



TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Officine dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche.



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI

  =Anfiteatro romano=                                       48
  -- Archi                                                  47
  -- Entrata dell'Arena                                     46
  -- Restaurazione                                          52
  =Archivio dei Benedettini=--Suggello dei due Martini
  e di Maria d'Aragona                                     114
  -- -- Suggello del conte di Paternò                       35
  -- -- Suggello della regina Eleonora                     114
  Autore ignoto: Morte di Catone                           137
  =Badia di S. Agata=                                       96
  -- di S. Placido--Terrazzo di casa Platamone              91
  =Borgo=--Piazza Cavour                                    17
  -- Fontana di Cerere                                      16
  ="Candelore"=                                         53, 88
  =Castello Ursino=                                         92
  =Cinta di Carlo V=                                        10
  =Chiesa dei Benedettini= (S. Nicola)                     105
  -- -- L'organo di Donato del Piano                       110
  -- -- Il coro                                            111
  -- =dei Crociferi=                                        98
  -- =di S. Agata alla Fornace=                             86
  -- =del Santo Carcere=--La porta                          64
  -- -- Interno                                             65
  -- =di San Domenico=--Antonello Gagini: Madonna col
     Bambino                                               133
  -- =di S. Francesco=                                      97
  -- -- Porta della Custodia                                76
  -- -- Particolare della porta della Custodia              77
  -- =di S. Maria di Gesù=--Antonello Gagini: Madonna
     col Bambino                                           129
  -- -- -- Porta della Cappella di casa Paternò            130
  -- -- -- Particolare della porta della cappella di
           casa Paternò                                    131
  -- -- Interno della cappella di casa Paternò              54
  -- -- Tenerani: Monumento sepolcrale del duca di
        Carcaci                                            132
  -- =di S. Placido=                                        99
  =Collegiata= (La)                                         95
  =Collegio Cutelli=                                       100
  =Darsena=                                                 27
  Desiderato: Ritratto di Donato del Piano                 108
  =Duomo=--Absidi normanne                                  59
  -- -- e cupola moderna                                    56
  -- Esterno                                                57
  -- Porta settentrionale                                   62
  -- Particolare della porta settentrionale                 63
  -- Interno                                                61
  -- Porta della cappella del Crocefisso                    66
  -- Il coro                                                71
  -- Sepolcro di Vincenzo Bellini                           69
  -- Cappella di S. Agata--Decorazione soprastante
     all'altare                                             85
  -- -- Porta del sacello                                   84
  -- -- Mausoleo del vicerè de Acuña                        82
  -- -- -- Particolare del mausoleo del vicerè de Acuña     83
  -- Scrigno delle reliquie                                 73
  -- Ferculo di S. Agata                                    79
  -- Sacrestia--L'eruzione del 1669, affresco del Mignemi   67
  -- Tesoro--Busto di S. Cataldo                            81
  -- -- Teca del braccio di S. Giorgio                      74
  -- -- -- Base della teca del braccio di S. Giorgio        75
  -- -- Calici                                              78
  =Dupré=: Monumento a Giovanni Pacini                     143
  =Etna= (L')                                                9
  =Faro= (Il)                                               21
  =Ferculo= (Il) di S. Agata                                79
  =Festa di S. Agata=--Candelore                        53, 88
  -- Processione                                            90
  -- La "bara" in processione                               89
  Finestra della chiesa di S. Giovanni di Fleres,
  (casa Leotta)                                             55
  =Fontana di Cerere=                                       16
  -- =dell'Elefante=                                    33, 34
  =Giardino Bellini=--Ingresso                             142
  -- Piazzale                                              145
  -- Chiosco dei concerti                                  146
  =Gagini Antonello=: Madonna col bambino in S. Domenico   133
  -- -- in S. Maria di Gesù                                129
  -- Porta della cappella di casa Paternò                  130
  -- -- Particolare della porta della cappella di casa
        Paternò                                            131
  -- Frammenti di una porta nel museo Biscari              121
  Mignemi: L'eruzione del 1669                              67
  =Monastero dei Benedettini=--Chiesa di S. Nicola         105
  =Monastero dei Benedettini= e cupola della chiesa
  di S. Nicola                                             106
  -- Facciata principale                                   103
  -- Primo chiostro e chiosco                              107
  -- Sala maggiore della biblioteca                        109
  =Monete di Katana=                                     9, 51
  =Monte= (Il) =di Pietà di S. Agata=                       87
  Monteverde Giulio: Monumento a Vincenzo Bellini          139
  =Monumento a Vincenzo Bellini=, del Monteverde           139
  -- =a Giovanni Pacini= del Dupré                         143
  =Museo dei Benedettini=--Anfione                         112
  -- Antonello Saliba: Madonna col Bambino                 135
  -- Autore ignoto: Morte di Catone                        137
  -- Bassorilievo di Andromeda                             117
  -- Cerere                                                 29
  -- Cofano d'avorio                                       116
  -- Cristo smaltato                                       115
  -- Crocefissione                                         115
  -- Ercole sul monte Oeta                                 117
  -- Intarsio                                              116
  -- Processione dionisiaca                                 36
  -- Ratto d'Europa                                        112
  -- Scuola del Ribera: Tobia restituisce la vista
     al padre                                              136
  -- Vasi etruschi e greco-siculi                          113
  -- Terracotta siceliota                                  112
  -- Venere di porfido                                     113
  -- Novelli Pietro: S. Cristoforo                         134
  =Odeo= (L')                                               45
  =Orto botanico=                                           18
  =Palazzo Biscari=--Finestre                              118
  -- Scala interna                                         119
  -- =Municipale=                                          101
  =Panorama= dal golfo                                      11
  -- dal faro                                               13
  Piante dei sec. XVI-XVIII                              19-20
  =Piazza Cavour=                                           17
  -- =del Duomo=--La fontana dell'Elefante                  33
  -- =Mazzini= e Via Garibaldi                              32
  -- =Stesicorea= prima degli scavi dell'Anfiteatro         17
  -- -- con l'Anfiteatro                                    49
  =Piazzale dei Martiri=--Colonna di S. Agata               22
  =Porta Garibaldi=                                         94
  =Porto= (Il)                                          24, 26
  -- Entrata                                                23
  -- (Nel)                                              25, 28
  =Ritratto= di Donato del Piano, da un quadro del
  Desiderato e da una stampa dell'Huot                     108
  =Saliba Antonello=: Madonna col Bambino                  135
  Scuola del Ribera: Tobia restituisce la vista al Padre   136
  =Sant'Agata alla Fornace=                                 86
  =S. Carcere=--Porta                                       64
  -- Interno                                                65
  =S. Domenico=--Antonello Gagini--Madonna col bambino     133
  =S. Francesco=                                            97
  -- Porta della custodia                                   76
  -- -- Particolare della porta della custodia              77
  =S. Maria di Gesù=--Antonello Gagini: Madonna col
  bambino                                                  129
  -- Porta della Cappella di casa Paternò                  130
  -- -- Particolare della porta della cappella di casa
        Paternò                                            131
  -- Interno della cappella di casa Paternò                 54
  -- Tenerani: Monumento sepolcrale del duca Carcaci       132
  =S. Placido=--Badia--Terrazzo di casa Platamone           91
  -- Chiesa                                                 99
  =Teatro antico=--Arco della scala d'accesso e piloni
  degli archi del portico                                   39
  -- Primo corridoio                                        40
  -- Secondo corridoio                                      41
  -- Ingresso alla scena                                    40
  -- Parte centrale della cavea                             42
  -- Ultimi cunei di sinistra della cavea                   43
  -- =Bellini=                                             141
  Tenerani: Monumento del duca di Carcaci                  132
  =Tesoro del Duomo=--Busto di S. Cataldo                   81
  -- Teca del braccio di S. Giorgio                         74
  -- -- Base della teca del braccio di S. Giorgio           75
  -- Calici                                                 78
  =Via della Marina=                                        15
  =Viale Regina Margherita=                                 14



CATANIA



  [Illustrazione: L'ETNA.]

  [Illustrazione: TETRADRAMMA D'ARGENTO, ANNI 476-461 A. C.
  (Fot. Pennisi)]


«Per iscrivere le glorie d'una Città clarissima, sarìa necessario, che
nella mia penna per inchiostro corressero distemprati i raggi del Sole.
Parlerò di quella Padria de' Tullij, de' Demosteni, e de' più Savij,
ch'omai popolassero i Licei di Minerva; di cospicuo Ariopago delle
virtù, che trà le Ceneri di cinque volte demolita, ha sempre qual fenice
di Eternità impennati i suoi voli al Ciel della Gloria, e del fasto.
Sappij, o mio Leggitore cortese, ch'io non ti descriverò _funditus_ le
di lei preeminenze, poichè gli Annali, e i libri, che parlano d'essa
hanno riempite le Biblioteche; e così quello che hanno scritto gli
Autori d'alta grassa, non conviene à me, che son Pimmeo nello scrivere.
Questo sì, che non averà lette le di lei istorie, potrà dal mio breve
raguaglio discerner dall'ugnia la corporatura del Leone, e misurarne il
solo dito dal piede d'un Gigante. Il mio assunto non è di vergare questi
fogli, col portarti allo sguardo l'antiche moli, diroccate dall'Ira
tremebonda de' tremuoti, e dal focoso sdegno del contiguo Mongibello;
monte gravido di fiamme; mà voglio che la posterità sia in qualche parte
informata, qual sia stata questa Città, ultimamente a nostro tempo
destrutta.

  [Illustrazione: CINTA DI CARLO V. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: PANORAMA DAL GOLFO. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: PANORAMA DAL FARO. (Fot. Brogi).]

  [Illustrazione: VIALE REGINA MARGHERITA. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: VIA DELLA MARINA. (Fot. Gentile).]

«La Città di Catania situata vedeasi a i lidi del mar Jonio, tra il
mezzogiorno e l'Oriente à piedi del monte Etna...»--e nello stesso
sito preciso si vede ancora, risorta più grande e bella dopo
l'ultimo terribile crollo del 1693, del quale appunto Comeindo
Muglielgini--anagramma di Domenico Guglielmini, «Frà gli Accademici
Infecondi di Roma detto l'Etneo»--diede conto in un volumino, divenuto
ora molto raro, che porta per titolo _La Catania destrutta_. Il bravo
Accademico secentista--della fine del Seicento e della più spagnolesca
Sicilia--esclamava nelle prime pagine del suo libretto: «Miseria delle
Umane pazzie, che quando l'uomo crede di aversi edificata una casa, che
per la vastezza fassi emola coll'aurea di Nerone, allora potrebbe ben
dire d'aversi fabricata una Tomba. Tanto esperimentò o mio Leggitore la
mia infelice patria Catania, che quelle moli, che servirono di Piramidi,
ed Obelischi nella sfoggiatezza de' suoi Teatri, poscia scusarono di
sepolcri, col torre lo spirito a cotanti migliaia di cittadini... Ò
quanta saria stata prudenza, quella che fu stimata milensagine in un
Cinico, che si fabricò un palaggio entro una Botte, che in vero quei che
la facevano d'Alessandri coll'abitar vastissime moli si sarebbero
contentati d'esser cotanti Diogeni, mentre la stanza d'un Cinico,
(ch'era calamita delle sghignazzate), fu più sicura dell'Aule
superbissime d'ogni Prencipe. Ò sè potessero articolar la voce quei
scheletri, che vittima rimassero dalle rovine; al certo, che ad ogni
mortale leggerebbono lezioni di vita su la catreda di morte, acciò
ogn'uno si contentasse meglio d'essere Armentiere, e Colono nel mondo,
acciò la sua città fosse una Capanna, intessuta d'Alghe, ch'essere un
grande trà fastosità di pallaggi. Ò come per fuggire il peso di quei
sassi, che provarono addosso, si sarebbono contentati di stanzare sotto
la leggierezza delle paglie, col far che fosse suo Cortinaggio un
Pagliaio; ò come averebbono lasciati gli origlieri di morbide piume, per
andare a posarsi sovra una stola rusticana; purche le fabriche non gli
avessero servito di sepolcro...» Se i concittadini dello scrittore,
scampati come lui dal terremoto--un terzo soltanto dei ventisettemila
Catanesi--non volsero nella mente questi pensieri tanto filosofici,
furono nondimeno troppo spaventati dall'immane catastrofe. Appena
ventiquattro anni prima, nel 1669, l'Etna aveva fatto sentir loro in
altro modo la sua tremenda potenza, investendo la città dal lato di
ponente col gran fiume di fuoco sceso dai Monti Rossi, ricoprendone un
intero quartiere e colmandone il porto. Dai libri si sapeva che cinque
secoli innanzi, il 4 febbraio 1169, un altro terremoto aveva abbattuto
Catania, seppellendo sotto le macerie quindicimila dei suoi figli; e
che troppe altre volte, nei tempi storici e preistorici, le scosse del
suolo e le inondazioni della lava avevano rovinato la disgraziata città.
A chi mai era dunque venuto in mente di fabbricarla proprio in quel
sito, ai piedi della malferma «colonna del cielo» e sulla stessa
officina del Dio del fuoco?...

  [Illustrazione: BORGO--FONTANA DI CERERE. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: BORGO--PIAZZA CAVOUR. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: PIAZZA STESICOREA PRIMA DEGLI SCAVI DELL'ANFITEATRO.
  (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: ORTO BOTANICO. (Fot. Martinez).]



I.

  [Illustrazione: PIANTA DEL SEC. XVI.]


L'avvenimento risale, assicurano, ai tempi di Noè, e in prova ne dànno i
nomi di due quartieri: la Mecca e Zalisa, che sarebbero quelli di
Lamech, padre del gran patriarca enologo, e di Elisa, nipote di
quest'ultimo e quindi pronipote del primo. Chi avesse vaghezza di simili
ed anche più bislacche interpretazioni etimologiche ne troverebbe, in
certi libri, a dovizia; ma ciò che pare credibile è soltanto questo: che
i Calcidesi venuti a fondar Nasso sotto Taormina, nel 758 prima di
Cristo, ed avanzatisi sei od otto anni dopo, con la guida di Evarco,
sino alle falde meridionali dell'Etna, non fondassero Catania, ma
semplicemente mettessero una loro colonia nella città, l'origine della
quale si perde nella notte dei tempi, leggendosi presso gli antichi
scrittori che in un'età remotissima i terremoti dell'Etna fecero
crollare «le muraglie boreali con le torri, prima opera dei Ciclopi».
Ciclopi e Lestrigoni, poste da banda le favole e i miti, sarebbero stati
i più antichi abitatori dell'isola, i predecessori dei Sicani e dei
Sicoli, i quali avrebbero popolato, prima che ogni altra contrada, il
territorio leontino e le falde meridionali dell'Etna. Le fiamme e gli
scotimenti del vulcano non li spaventarono, e li attrassero invece i
vantaggi della situazione e del clima, che l'Accademico Infecondo doveva
più tardi celebrare, scrivendo: «Il sito di sì bellissima Città era sì
ameno, che giusto potevasi dire come dicevano i Mori della di loro
Granata, che a perpendicolo stavasi addosso il Paradiso». Assicurano
anche che il primo nome di Catania fosse quello stesso del monte: Etna,
e che i Fenicii la chiamassero poi Katna per significare che era
piccola. Oggi, dopo trenta secoli di storia fortunosa, chi la scorge
veleggiando verso

          la bella Trinacria che caliga
    Tra Pachino e Peloro,

potrebbe dare ragione ai Fenicii e ricusare di credere che la breve
linea di edifizii sorgenti in mezzo al golfo

          che riceve da Euro maggior briga
    Non per Tifeo, ma per nascente solfo,

sia una gran città di centosessantamila anime; ma ciò dipende dal fatto
che essa si stende dentro terra, ed affaccia appena una punta sul Jonio.
E come dal mare la città non è molto vistosa, reciprocamente dalla città
il mare non si vede se non lo si cerca, al porto od al piazzale dei
Martiri: colpa ancora dell'Etna, vicino grande, ma troppo pericoloso; il
quale, spingendo i suoi fiumi di fuoco sino alle rive, ha investito ora
da levante ora da ponente, e stretta e quasi attanagliata Catania fra
due mandibole di nerigne e ferrigne lave rapprese, facendola paragonare
da Plutarco, per la forma, ad una grattugia--_tyroctesin_--e, quanto al
colore, ad _une église tendue de noir pour un enterrement_ dal primo
Dumas: impressione che Paolo Bourget doveva più tardi condividere ed
esprimere più laconicamente, dando l'epiteto di _sombre_ alla città già
_clarissima_...

  [Illustrazione: PIANTA DEL SEC. XVIII.]

  [Illustrazione: IL FARO.]

  [Illustrazione: PIAZZALE DEI MARTIRI--COLONNA DI S. AGATA.
  (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: ENTRATA DEL PORTO. (Fot. Alinari).]

Tutta la plastica del territorio è stata continuamente mutata dalle
successive eruzioni: il livello del suolo si è innalzato dove le
correnti di liquido fuoco si vennero petrificando; il corso delle acque
dell'ovidiano Amenano è stato fuorviato ed interrato; le vallicelle di
Albanelli e di Nésima sono state colmate, il laghetto di Nícito è
scomparso, i quartieri marittimi si sono trovati da un giorno all'altro
dentro terra, il contorno della costa si è modificato, il porto si è
ristretto ed è poi sparito, nuovi promontorii scabri e desolati si sono
allungati nel mare. Questi secolari giuochi del vulcano, aggiunti ai
sobbalzi della sua crosta tanto più funesti agli abitanti, persuasero
dunque i Catanesi contemporanei del nostro Secentista a mettere fra loro
ed il monte le grandi distese della _Piana_ ed il fosso del Simeto.
Un'altra volta, molti secoli prima, e precisamente l'anno IV della 76ª
Olimpiade, essi avevano dovuto sgombrare la città natale, cacciati non
già dal furore del vulcano, ma da quello di un uomo. Gerone II, tiranno
siracusano, volendo decretare a sè stesso gli onori serbati agli
Oichisti, o fondatori di città, e non avendo l'opportunità di costruirne
una di sana pianta, pensò, conquistata Catania, di confinarne gli
abitanti a Leontino e di ripopolarla di nuova gente; allora le diede--o
le restituì--il nome di Etna, e si qualificò egli stesso Etneo. Così,
memori forse del primo esodo, i Catanesi del 1693 deliberarono di
emigrare dalle parti di Lentini; se non che, alla vecchia città
stendentesi in pianura, nel fitto della malaria, preferirono la nuova
Carlentini, la «città moderna che vantava il suo origine di quel grande
Alcide delle Spagne Carlo V»; e se Pietro Cappero, commissario del
governo spagnuolo, appositamente spedito per distoglierli dal disperato
proposito, non fosse riuscito a compiere il suo ufficio di persuasione,
il nome di Catania si sarebbe una seconda volta perduto, o non avrebbe
più avuto il senso che altri etimologisti vi trovarono: _Kata-Etna_:
sotto l'Etna.

  [Illustrazione: IL PORTO. (Fot. Alinari).]

  [Illustrazione: NEL PORTO. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: IL PORTO. (Fot. Alinari).]

Nè i soli cataclismi naturali la funestarono così nel corso dei secoli;
ma gli stessi uomini diedero mano a guastarla. Sesto Pompeo, al tempo
del secondo triumvirato, distrusse gran parte dei suoi edifici e
rovesciò tutte le mura. Augusto la ristorò e ne fece, per compenso, una
delle più fiorenti colonie romane; ma alla caduta dell'Impero i vandali
di fuori via e quelli paesani ne buttarono giù i monumenti più insigni;
e se Milano fu distrutta da Federico Barbarossa nel 1162, Catania patì
poco dopo un eguale destino due volte: la prima ad opera del figlio di
lui, Arrigo VI, nel 1194, per essersi dichiarata fautrice di Tancredi,
conte di Lecce; la seconda nel 1232, da Federico II, per avere stretto
lega con le città guelfe e ricusato di riconoscere l'autorità del
Hohenstaufen. Le storie non dicono se fosse sparso sale sulle rovine
catanesi come su quelle della metropoli lombarda; certo però la città fu
rasa al suolo, e fu viceversa innalzato il castello Ursino sugli avanzi
dell'antica rocca Saturnia, per incutere un salutare timore ai cittadini
quando si accordò loro di riedificare le abitazioni--purchè non alte più
di due piani, e quindi sottoposte al luogo forte...

  [Illustrazione: NELLA DARSENA. (Fot. Gentile).]

Patto, in verità, inutile, poichè non c'era più pericolo che i Catanesi
costruissero grandi palazzi. La paura dei terremoti ne avrebbe già
fatta passar loro la voglia, se non avessero poi dovuto astenersene per
una più persuasiva ragione: la mancanza dei mezzi. A poco a poco, nel
corso dei secoli, la città aveva perduto l'importanza e la prosperità
godute durante l'epoca greca e la romana, quando scrittori come
Tucidide, Pindaro e Cicerone ne lodavano la grandezza e la bellezza. Non
era stata menzionata da Ausonio insieme con Siracusa, allorchè
quest'ultima gareggiava con Atene? Ma gli stessi documenti della prisca
gloria, i sontuosi monumenti che l'avevano un tempo decorata, si
disperdevano per le concomitanti ingiurie del vulcano e degli uomini;
oggi, dopo tanti altri cataclismi e vandalismi, ne resta poco più che il
ricordo.

  [Illustrazione: NEL PORTO. (Fot. Gentile).]



II.

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CERERE. (Fot. Giuffrida).]


A tutti i Numi dell'Olimpo sorsero qui tempii sontuosi, e ad uno ad uno
furono sostituiti--vecchia storia--da altrettante chiese cristiane.
Quello di Bacco, presso le terme Achillee, ricco di dodici altari,
somigliava, assicurano, a quello di Eliopoli: sulle sue ultime rovine,
nel 1400, coi tesori di Ximene e Paolo di Lerida e i doni della regina
Bianca, si fondò il monastero di S. Placido. Sul tempio di Giano, San
Leone II, il ravennate taumaturgo vescovo di Catania, eresse una chiesa
a S. Lucia; caduta questa col terremoto del 1075, fu sostituita dalla
chiesa dell'Annunziata e nel 1200 da quella del Carmine ancora
esistente. Castore e Polluce avevano un sacrario di marmo, di stucco e
d'oro, sul quale, nel 1295, fu costruita la chiesa e la badia di S.
Giuliano. Nel 1329 la regina Eleonora, moglie di Federico II, fece
costruire a proprie spese, ordinando poi che ve la seppellissero, il
convento di S. Francesco sulle rovine del tempio di Minerva. Sedici anni
dopo, nel 1355, fondandosi la chiesa di S. Benedetto, si trovarono e
scomparvero tosto per sempre i ruderi del tempietto d'Esculapio ed il
suo simulacro. Sui rottami del tempio di Proserpina fu eretta, nel 1382,
la Collegiata; nel 1396 un ospedale e nel 1555 la chiesa dei Gesuiti
occuparono l'area del tempio di Ercole, del quale resta una statua
mutilata e rabberciata nel museo Biscari. L'ultima sostituzione avvenne
nel 1558, quando sui vestigi del tempio di Venere, sulle sue colonne
infrante, sui frammenti dei suoi mosaici, i Benedettini costruirono la
loro casa.

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--TORSO DI GIOVE. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--STATUA D'ERCOLE. (Fot. Grita).]

Nè questi furono i soli o i maggiori edifizii sacri dell'antica Katana.
Essa ebbe un tempio di Cibele, distrutto dal terremoto del 1020, dove è
oggi il sobborgo corrottamente chiamato di Cibali; ebbe quello di Ecate
nella contrada detta Ecatea, ed anche ora chiamata Licatìa; ne ebbe un
altro ad Apollo Arcageta sulla collina di S. Marta. Fra i più sontuosi e
magnifici doveva essere quello di Cerere, i vestigi del quale furono
scoperti nel 1772 dal principe di Biscari. Alla Madre Demetria gli
antichi Catanesi avevano eretto un tempio composto di due grandi
edifizii ottagoni, ciascuno dei quali era lungo 150 cubiti, sormontati
da una cupola che venti Atlanti sostenevano. Nei penetrali dodici
colossali cariatidi reggevano il prezioso simulacro della dea, «_signum
perantiquum_, dice Cicerone, _quod viri non modo cuius modi esset, sed
ne esse quidem sciebant; aditus enim in sacrarium non est viris; sacra
per mulieres ac virgines confici solent_»; ma il grande oratore parla di
questa antichissima e misteriosissima statua per narrare che Verre la
fece rubare. Ne restarono, intorno alla seconda metà dell'ottavo
secolo, alcune di quelle che adornavano esternamente il tempio; ma
allora il già citato S. Leone le fece distruggere con tutto l'edifizio:
solo qualche informe rudere, un pezzo di cornicione dorico serbato nel
museo Biscari ed una statuetta custodita nel Benedettino, stanno ad
attestarne l'esistenza. Del tempio di Giove dicesi che facesse parte la
grande statua del Nume, della quale il principe di Biscari serbò il
torso mutilato, senza testa nè braccia, di squisita modellatura, che è
fra le più belle cose della sua raccolta; ma questa supposizione, come
tante altre del genere, non si può più verificare, e resta anzi da
accertare se quel Giove greco non fosse piuttosto un Bacco romano...

  [Illustrazione: PIAZZA MAZZINI E VIA GARIBALDI. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: PIAZZA DEL DUOMO--LA FONTANA DELL'ELEFANTE.
  (Fot. Alinari).]

  [Illustrazione: FONTANA DELL'ELEFANTE. (Fot. Martinez).]

Altri sontuosi edifizii e monumenti ornarono l'antica città, offesi dal
tempo, dalla natura e dagli uomini quanto i delubri, ed anche peggio.
Sorgevano un Foro, una Basilica, una Curia, un Erario, una Zecca, ed
altre costruzioni profane e sacre nel tratto oggi compreso fra il
cortile di S. Pantaleone ed il convento di S. Agostino; ma anche di
queste nulla o troppo poco si vede più sul luogo. Il Foro, secondo
Vitruvio, aveva forma di parallelogramma, con una piazza nel mezzo,
girata da un portico a colonne; secondo il Bolano era di pianta
quadrata, a due piani; al tempo di questo cronista mancava il solo lato
occidentale, e degli altri rimasti in piedi si vedevano ancora molte
stanze dell'ordine superiore, essendo l'edifizio interrato: otto a
mezzogiorno, sette a levante e quattro a settentrione; ora non restano
altro che le vôlte di qualcuna di queste stanze, e per vederle bisogna
scendere sotterra, al lume delle lanterne, in quelle che il popolino
chiama _Grotte di San Pantaleo_, e che sono veri antri dove il piede non
trova più l'antico pavimento a grandi lastre di pietra calcare, per due
ragioni entrambe molto concludenti: la prima è che l'acqua perennemente
stagnante in quei luoghi non permette al visitatore d'inoltrarsi; la
seconda è che l'antico lastricato, quando il monumento scompariva, ne fu
strappato e servì poi a pavimentare il secondo atrio del museo Biscari.
Gli unici avanzi, ormai anch'essi sepolti, della Curia, della Basilica,
della Zecca e via dicendo, sono probabilmente le vôlte e i portici sui
quali fu costruito il convento di S. Agostino: solo le colonne trovate
in questi dintorni esistono ancora, e sono le trentadue che formano i
portici di piazza Mazzini. Catania ebbe anche un Ippodromo o Circo,
decorato di statue, incrostato di marmi, bagnato da due ordini di
canali, i maggiori denominati Nili, i minori Euripi: nulla più ne resta,
ad eccezione degli obelischi che ne segnavano la spina e le mete. Uno
sarebbe quello che si custodisce, rotto, nel museo Biscari; l'altro
quello che sorge in piazza del Duomo, sulla fontana dell'Elefante;
monumento singolare dove sono rappresentate o simboleggiate tre civiltà:
la punica, dall'elefante che i Catanesi tolsero a stemma--come si vede
fin da un suggello del conte di Paternò--per avere respinto gli assalti
dei Cartaginesi, nonostante che la loro cavalleria fosse provveduta
d'uno squadrone di questi spaventosi pachidermi; l'egizia, dall'obelisco
che, o servisse di meta nel circo, o fosse invece qui trasportato al
tempo delle Crociate, viene presumibilmente dalla terra dei Faraoni, e
forse dalle cave di granito di Siene, e ne parla con i geroglifici che
vi sono scolpiti; e da ultimo la cristiana, dal globo, dalle palme,
dall'Epigrafe angelica e dalla croce che lo incoronano.

  [Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEL CONTE DI
  PATERNÒ. (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PROCESSIONE DIONISIACA.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--MOSAICO DELLE TERME DIONISIACHE.
  (Fot. Grita).]

La città antica ebbe anche un Ginnasio, che se non fu istituito da
Caronda 680 anni prima dell'Era volgare, fu restaurato da Marcello in
premio della fedeltà serbata dai Catanesi a Roma nella guerra contro
Siracusa; ma non ne resta altra memoria fuorchè nei libri. C'era anche
un grande acquedotto che recava le acque di Licodia, lungo non meno di
sedici miglia; ma non se ne vede altro che qualche altro misero avanzo.
Tanta copia d'acque era necessaria ad alimentare la Naumachia--i cui
ultimi resti sparvero sotto le lave dianzi citate--il Ninfeo eretto da
Ero Apolline e restaurato da Arsinio, prefetto in Sicilia, a cura di
Flavio Ambrosio, e le moltissime Terme, parecchie delle quali si vedono
ancora conservate discretamente.

  [Illustrazione: TEATRO ANTICO--ARCO DELLA SCALA D'ACCESSO E PILONI
  DEGLI ARCHI DEL PORTICO. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: TEATRO ANTICO--INGRESSO ALLA SCENA. (Fot. Grita).
  PRIMO CORRIDOIO.]

Le achillee, o dionisiache, così chiamate perchè prossime al tempio di
Bacco, furono restaurate dal proconsole Lucio Liberio e stanno oggi
sotto la cattedrale e il limitrofo Seminario; le fondazioni di questi
edifici impediscono di esplorarle tutte e lasciano vedere solo un
corridoio, una stanza con la vôlta sostenuta da quattro grandi pilastri
e ricoperta di stucchi adorni di figure a bassorilievo: puttini, tralci,
grappoli d'uva ed altri emblemi bacchici; un bassorilievo, piccolo ma
squisito, rappresentante una processione dionisiaca, è serbato nel museo
Benedettino. La chiesetta di S. Maria della Rotonda è anch'essa
l'avanzo e probabilmente l'atrio od il laconico d'una gran terma, molti
cimelii della quale, come pezzi di mosaico, frammenti di lapidi e
d'iscrizioni, si conservano nei due musei cittadini. Altri minori ruderi
di terme si trovarono in altri punti della città; l'avanzo più
ragguardevole, quasi un intero stabilimento termale, esiste ancora sotto
il convento di Santa Maria dell'Indirizzo: da una prima stanza si passa
all'apoditerio o spogliatoio, ad una specie di bagno appartato, ad una
seconda stanza comunicante col laconico e ad una terza di pianta
ottagonale ai lati della quale sono disposti i clipei. Esistono ancora
le fornaci, una conserva d'acqua, varii condotti per l'aria rarefatta,
il sito della sedia stercoraria, l'emissario delle acque luride,
gl'incavi dove erano confitte le condutture di piombo serbate nel museo
Biscari.

  [Illustrazione: TEATRO ANTICO--SECONDO CORRIDOIO. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: TEATRO ANTICO--PARTE CENTRALE DELLA CAVEA.
  (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: TEATRO ANTICO--ULTIMI CUNEI DI SINISTRA DELLA CAVEA.
  (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--PIEDESTALLO DEL TEATRO ANTICO.
  (Fot. Grita).]

Fra le rovine dei pubblici edifizii nobilitanti l'antica colonia
calcidese altre ve ne sono, ancora più notevoli. Il primo posto per
antichità spetta senza dubbio al teatro, che è detto greco, ma che più
propriamente dovrebbe chiamarsi greco-romano. Di costruzione romana sono
indubbiamente le parti appariscenti; ma è probabile che l'edifizio
romano sorgesse su fondamenta greche, perchè ai tempi greci si legge
nelle storie che Catania ebbe appunto un teatro, dove Alcibiade, come
uno dei comandanti dell'esercito ateniese venuto a conquistar Siracusa,
arringò i cittadini per volgerli al suo partito. Se Diodoro e Cicerone
non fanno più menzione del teatro catanese, la cosa è stata spiegata coi
terremoti e con le lave che probabilmente lo abbatterono e ricopersero:
sugli avanzi è probabile che i Romani erigessero poi la loro mole
sontuosa, della quale anch'oggi si può avere un'idea da ciò che ne
resta, allo scoperto in parte, ed in parte sotterra: tre ordini di
corridoi, le scale per le quali si passa dall'uno all'altro, quelle che
dividono la cavea in cunei, il pavimento dell'orchestra di marmo bianco
e rosso sul quale alzavansi i sedili, ed i frammenti di sculture e di
architetture custoditi nel museo Biscari: una graziosa figura di Musa,
rottami di statue, capitelli e piedistalli, il maggiore dei quali ha
effigiati nel dado una vittoria e due guerrieri senza cimiero nè celata
nè asta; rocchi ed architravi, uno dei quali ha scolpiti nel fregio una
Nereide vinta da un Ercole. Alla scena ed alla loggia appartennero anche
le colonne che furono trasportate in altri punti della città, le sei che
ornano la facciata del Duomo, le due del Palazzo comunale e l'altra
della piazza dei Martiri; i marmi bianchi e rossi dei sedili furono
adoperati per pavimentare il Duomo. Oltre che per la ricchezza degli
ornati, il teatro catanese fu dei più notevoli per ampiezza: conteneva
il doppio degli spettatori dell'ateniese e poco meno di quanti ne
entravano nel siracusano. Ma la maggiore sua importanza è dimostrata
dall'Odeo che gli era ed è ancora annesso. Mario Musumeci, valente
architetto e dotto archeologo fiorito un secolo addietro, diede una
bella illustrazione di questo secondo edifizio e ne rilevò l'importanza.
Mentre di pochissimi altri Odei restano troppo scarsi vestigi, undici
cunei del catanese, su diciassette, si vedono ancora; gli altri sei,
distrutti, sono indicati dal perimetro dell'edifizio. Alla testata di
levante della precinzione, che è allo scoperto, s'appoggiavano tredici
gradini scendenti fino all'orchestra, circoscritta, dalla parte del
pulpito, dal muro oltre il quale non si vedono altre costruzioni. Il
rivestimento esterno è formato da pezzi di lava squadrati e disposti in
file orizzontali e parallele di diseguale altezza, alla maniera
pseudo-isodoma: c'è una sola comunicazione fra l'interno e l'esterno,
attraverso il cuneo centrale: prova che l'Odeo non poteva servire a
grandi riunioni popolari, ma solo a ristrette adunanze, ai concorsi
degli autori drammatici e alle prove dei cori, come è confermato dalla
mancanza della scena. Anche qui terremoti e vandali hanno lasciato i
loro segni: perdute le colonne che ornavano il pulpito, distrutti i
pezzi ornamentali del muro di precinzione e di quello esterno dalla
cimasa in su: solo qualche frammento se ne volle trovare nella
decorazione della porta settentrionale del Duomo, come si dirà a suo
luogo. L'edifizio, pertanto, appena si riconosce: mutilato, squarciato,
convertito nelle parti ancora resistenti in abitazione di umile gente,
con gli archi dei cunei trasformati in orribili terrazzini ed in luride
stamberghe.

  [Illustrazione: L'ODEO.]

  [Illustrazione: L'ANFITEATRO ROMANO--L'ENTRATA DELL'ARENA.
  (Fot. Ursino).]

Mentre qui s'aspetta ancora l'invocata opera del restauratore, si è
posto mano ultimamente al discoprimento di altri avanzi gloriosi: quelli
dell'Anfiteatro, che fu uno dei maggiori di Sicilia. Limitrofo al
palazzo del Proconsole ed alle prigioni, esso aveva forma elittica, con
il grande asse esterno lungo 125 metri e 71 l'interno; con un piccolo
asse esterno di 106 metri e l'interno di 193. Vi si contavano 56 archi,
tre ordini di sedili, due precinzioni; era alto più che 30 metri e
capiva 16 mila spettatori. Ma, fino a poco tempo addietro, la maestà
della mole si desumeva dai libri e da un vecchio quadro del Niger;
perchè, quasi non fossero bastati i terremoti e gli incendii, la mano
dell'uomo ne aveva consumata l'estrema rovina. Non se ne vedevano, fino
all'anno scorso, se non qualche pezzo di muro, qualche arco, qualche
vôlta sotto le fondamenta di case moderne: vestigi che se consentirono
al Garruccio, col sussidio dei libri, di illustrare dottamente il
sontuoso edifizio, non bastavano ad altri scrittori neanche ad
ammetterne l'esistenza. Ora, grazie agli scavi intrapresi in piazza
Stesicorea, gli scettici possono vedere con gli occhi e toccar con le
mani tutto un fianco della gran mole, parte della gradinata, gran parte
dei corridoi, parecchi ordini di archi e la porta che metteva
nell'arena. Quel mutilato scheletro, se accusa la barbarie delle
generazioni che lo ridussero in uno stato così miserando, attesta
ancora, nondimeno, con la severa nobiltà dei suoi profili, con la
maestosa solidità del suo impianto, l'antica grandezza della città.

  [Illustrazione: ARCHI DELL'ANFITEATRO.]

  [Illustrazione: L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: PIAZZA STESICOREA CON L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).]

Ma più che dai ruderi di questo e degli altri maestosi edifizii dei
quali si è ragionato, il grado di floridezza e di civiltà di Katana si
desume da più piccole, da veramente minuscole opere d'arte: le monete
che vi furono battute. Nella meravigliosa collezione dei conii
greco-siculi posseduta dal barone di Floristella, in Acireale, i
catanesi sono fra i più abbondanti, contandosene una sessantina, d'oro,
d'argento e di bronzo; e se tutti hanno qualche lor proprio pregio,
alcuni stanno tra i più eccellenti saggi di quest'arte che la Sicilia
greca portò alla perfezione. Il tetradramma con la testa d'Apollo e la
quadriga, lavorato e firmato da Herakleidas, ha ben poco da invidiare
alle Aretuse siracusane. Evainetos, Choirion, Prokles, altri artisti il
cui nome è perduto, diedero a Catania altri conii bellissimi; dove con
le teste dell'Amenano, di satiri, di fauni, di divinità, e con le
spighe, le bighe, le quadrighe, i tori a testa umana, le Vittorie, le
Giustizie, si trovano segni e figure locali, come quelli del gambero
detto imperiale, come i gruppi dei Fratelli Pii, Anapias ed
Anfimos, sollevanti i genitori per salvarli dal fuoco dell'eruzione
etnea chiamata appunto dei Fratelli Pii. Ma forse il conio catanese più
bello, certamente il più raro e interessante, del quale un solo
esemplare si conosce finora, è quello risalente al tempo quando la città
fu chiamata Etna: nell'iscrizione infatti, invece che KATANAION si legge
AITNAION. Non si può dire se è più bello il _retto_, dove si vede la
testa del calvo e barbuto Sileno, con le orecchie caprine e il capo
inghirlandato di edera, o il _verso_, dove dinanzi a un'aquila che sta
con le ali raccolte in cima a un pino, Giove Etneo, indossante un
_imation_ attaccato sulla spalla sinistra, siede sopra un ricco trono, e
mentre s'appoggia con la destra ad un'asta piegata ad uncino, regge con
la sinistra il fulmine alato.

  [Illustrazione:

  1. TORO ANDROPROSOPO E VITTORIA.
  TETRADRAMMA D'ARGENTO ANTERIORE AL 476 A. C.
  (Fot. Pennisi).

  2. TESTA DI SATIRO E TORO COZZANTE.
  LIBRA D'ARGENTO ANTERIORE AL 476 A. C.

  3. TESTA DI AMENANO E DI SATIRO.
  DRAMMA D'ARGENTO, ANNI 415-403 A. C. (Fot. Ursino).

  4. I FRATELLI PII (BRONZO).

  5. DIONISOS E FRATELLI PII, ANNI 415-403 A. C. (BRONZO).
  (Fot. Ursino).

  6. APOLLO LAUREATO E QUADRIGA--TETRADRAMMA
  D'ARGENTO (ANNI 415, 403 A. C.)--FIRMATA DA
  HERAKLEIDAS. (Fot. Pennisi).

  7. DRAMMA D'ARGENTO FIRMATO «EVAI (METOS)».
  TESTA DI AMENANO E QUADRIGA, ANNI 415-403 A. C.

  8. TESTA DI AMENANO E BIGA, ANNI 415-403 A. C.
  (Fot. Pennisi).

  9. MERCURIO E VITTORIA, ANNI 415-403 A. C. (BRONZO)

  10. DIONISOS E CARRO TIRATO DA PANTERE
  ANNI 415-403 A. C. (BRONZO)
  (Fot. Ursino).


  MONETE DI KATANA]

  [Illustrazione: L'ANFITEATRO ROMANO--RESTAURAZIONE.]



III.

  [Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).]


Decaduta, ammiserita, spopolata durante l'età di mezzo, Catania ebbe
nondimeno anche allora qualche nobile opera d'arte, specialmente
cristiana; ma se già degli edifizii pagani restano vestigi tanto scarsi
e malconci, neppure dei tempii cristiani, costruiti a spese delle
classiche architetture, i terremoti hanno lasciato maggiori
testimonianze. Quasi tutto ciò che resta parla di S. Agata, la vergine
martoriata da Quinziano, pretore o proconsole romano in Sicilia verso la
metà del terzo secolo.

  [Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--INTERNO DELLA CAPPELLA DI CASA
  PATERNÒ. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: FINESTRA DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI DI FLERES, ORA
  CASA LEOTTA. (Fot. Castorina).]

Narrano gli Atti latini che, nata da nobili parenti, tra il 237 e il
238, sotto Decio, Agata aveva abbracciato la fede di Gesù e si era a lui
votata, allorchè Quinziano volle farla sua per soddisfare la duplice
cupidigia eccitata nel suo animo pravo dalla bellezza e dalla ricchezza
della giovinetta appena trilustre. Resistendo ella strenuamente alle
lusinghe, alle promesse, agli esempi di corruzione nella casa della
matrona Afrodisia a cui il prepotente Romano l'aveva affidata, costui la
fece tradurre in giudizio quale negatrice dei Numi. Ammonita a venerarli
come era debito, ella li schernì, ed alle minaccie di terreni tormenti
rispose minacciando l'eterna dannazione al suo persecutore. Ricondotta
alla prigione e brutalmente sospinta dai manigoldi, fu vista
prodigiosamente star ferma, immobile, con le piante dei piedi impresse
nella pietra; poscia, entrata spontaneamente nel carcere, vi passò un
giorno pregando; finchè, ancora una volta tratta dinanzi al tiranno, con
tanta forza continuò a resistergli, che l'imbestialito Quinziano ordinò
ai littori di tormentarla con verghe e lame roventi sul durissimo
eculeo, poscia di torcerle e strapparle una mammella, e finalmente di
stenderla sui carboni ardenti; ma nel punto che ella pativa questo
estremo supplizio, un terremoto scosse la città dalle fondamenta, due
assessori del Proconsole, Silvino e Falconio, che si godevano il truce
spettacolo, restarono sepolti sotto le rovine, ed il popolo, vedendo nel
cataclisma un castigo di Dio, insorse contro il tiranno, il quale fu
costretto a sospendere il supplizio ed a fuggire, trovando di lì a poco
la morte al passo del Simeto. Troppo tardi tratta dalla fornace,
l'esausta martire spirò, e i suoi pii correligionarii ne deposero il
corpo in un sepolcro nuovo; allora, nel punto che il sarcofago stava
per esser chiuso, un bellissimo fanciullo, sopravvenuto insieme con
cento compagni, depose presso la salma una tavoletta marmorea con
l'Epigrafe angelica, le iniziali della quale si vedono ora ripetute in
tanti luoghi: _Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo Et Patriae
Liberacionem_. I Catanesi cominciarono pertanto a venerarla come la loro
celeste protettrice, e quando ebbero fede nella sua divina potenza il
suo culto cominciò a diffondersi oltre i confini della città e
dell'isola, per tutto il mondo. Nel 263 il vescovo Everio le consacrò,
sulle rovine del Pretorio, una prima cripta o edicola; trascorso
ancora mezzo secolo, nei primordi del IV, le fu eretta una chiesa che S.
Leone riedificò od abbellì. Questa chiesa, denominata S. Agata la
Vetere, fu per lungo tempo la cattedrale di Catania; ma i due terremoti
del 1169 e del 1693 la conciarono in modo che quella ricostruita sulle
sue rovine non ne serba più alcuna traccia, fuorchè tre cimelii. Il
primo e più notevole è lo stesso «sepolcro nuovo» dove fu custodita per
tanti secoli la salma preziosa. L'arca propriamente detta è di marmo,
con bassorilievi dove si vedono--o per meglio dire si vedrebbero, se non
l'avessero incastrata e quasi murata nel nuovo altare maggiore--due
grifoni affrontati dinanzi a un candelabro ardente da una parte, e
centauri e combattenti nell'altra faccia. L'architetto Sciuto Patti, che
potè esaminarla, la riferì ai tempi di Roma imperiale, assegnando una
data molto posteriore al coperchio, che è d'altra pietra e porta emblemi
cristiani e la stessa figura del Redentore riferibili all'epoca
bizantina. Gli altri due avanzi dell'antica e veramente _vetere_ chiesa
di S. Agata furono ritrovati nel luglio del 1742: uno è la trascrizione
su marmo e con caratteri gotici dell'Epigrafe angelica, l'originale
della quale fu portato a Cremona: nel primo rigo, prima dei caratteri, è
scolpita una mano senza pollice, con l'indice e il medio distesi,
l'anulare e il mignolo piegati, in atto di benedire; l'altro avanzo, più
notevole, è un bassorilievo di marmo, con gli spigoli arrotondati, nei
quali sono scolpiti due nimbi crociferi terminati da un listello piano e
con le croci bizantine; anch'esso ha un'altra iscrizione dichiarante il
soggetto della scena rappresentata nella parte centrale: la visita,
cioè, di S. Pietro a S. Agata in carcere: figure rozze, semplicemente
abbozzate, ma non senza espressione, e rivelatrici dei caratteri proprii
alla prima età cristiana. I due avanzi sono stati murati uno sull'altro
e raccordati con incorniciature di marmo colorato.

  [Illustrazione: DUOMO--ABSIDI NORMANNE E CUPOLA MODERNA.
  (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: IL DUOMO--ESTERNO. (Fot. Alinari).]

  [Illustrazione: DUOMO--ABSIDI NORMANNE. (Fot. Castorina).]

Contigua a S. Agata la Vetere è l'altra chiesetta del S. Carcere; dove,
insieme con altre reliquie della martire--come l'impronta dei suoi piedi
nel sasso--si trovano altre vestigia della antica Catania dei tempi di
mezzo sfuggite ai terremoti ed ai vandali. A chi guarda esteriormente,
di fianco, la chiesa par che sorga sulle mura di Carlo V, dove il
bastione fa un angolo; ma nell'interno, per una scala buia, si scende in
una parte delle carceri romane. Quel che se ne vede fece giudicare allo
Sciuto Patti che si tratti di quella parte mediana--la _interior_--che
stava tra la superiore, o _custodia communis_, e l'_inferior_, o
_robor_. La costruzione rivela gli stessi caratteri che
contraddistinguono l'anfiteatro, il teatro, l'odeo, le terme e gli altri
monumenti romani; nelle pareti interne si trovano tracce di antichi
affreschi. Ma più singolare è sulla facciata barocca della chiesetta,
rifatta dopo il terremoto del 1693, la magnifica porta, della quale,
come appartenente in origine ad un altro monumento, e qui sovrapposta
nel Settecento, si ragionerà fra poco; intanto, prima di lasciare questo
Santo Carcere, è da notare che non tutta la chiesa crollò nel 1693; che
anzi la vecchia costruzione si rivela ancora nella parte dell'edifizio
rifatto e ingrandito, dove la vôlta a crociera di sesto acuto è decorata
da ogive molto sporgenti, impostate sopra colonne con capitelli di
grazioso disegno.

  [Illustrazione: DUOMO--INTERNO. (Fot. Gentile).]

La stessa ossatura gotico-normanna, con la vôlta ad archi acuti
impostata sulle colonnette degli angoli, si osserva a S. Maria di Gesù,
nella cappelletta di casa Paternò, che rimase in piedi nel 1693 quando
tutto il resto della chiesa, poscia rifatta, andò in rovina. Il gotico
di questi due avanzi non è molto antico: tanto S. Maria di Gesù quanto
il Santo Carcere sorsero nella prima metà del XV secolo; di data più
remota doveva essere invece quello di S. Giovanni di Fleres, la cui
prima fondazione risale al VI secolo, e precisamente all'anno 532. Gli
avanzi di questa chiesetta che si vedevano ancora fino a pochi anni
addietro, all'angolo delle vie Mancini e Cestai, non avevano nessun
carattere, ridotti com'erano ai semplici muri risorti sui rottami
dell'antico edifizio; quando, abbattendosene ultimamente le rovine per
erigervi la casa Leotta, fu trovata sotto l'intonaco una graziosissima
finestra del più fiorito gotico. Il cimelio fu rispettato ed è
incorporato nel muro della casa moderna.

  [Illustrazione: DUOMO--PORTA SETTENTRIONALE. (Fot. Ursino).]

  [Illustrazione: DUOMO--PARTICOLARE DELLA PORTA SETTENTRIONALE.
  (Fot. Ursino).]

  [Illustrazione: CHIESA DEL SANTO CARCERE--LA PORTA. (Fot. Alinari).]

  [Illustrazione: CHIESA DEL SANTO CARCERE--INTERNO. (Fot. Castorina).]

Ma in fatto di edifizii sacri dei tempi di mezzo, la cattedrale eretta
dal normanno Ruggero nel 1094 fu certamente il più insigne. Anche qui,
disgraziatamente, i due terremoti del 1169 e del 1693 produssero tale
rovina che, a primo aspetto, nel tempio rifatto con altro stile nulla
più parla di quella età. Ad un attento esame, nondimeno, le tracce della
costruzione normanna si svelano. Le tre absidi, resistite ai
cataclismi, ne sono testimonii esternamente, col loro sesto acuto;
all'interno, l'arco gotico si mostra anche nelle cappelle del Crocefisso
e dell'Immacolata, nonchè nelle finestre strette e lunghe, simili a
feritoie, di quest'ultima e del passaggio fra la chiesa e il contiguo
Seminario. Ma il più notevole vestigio architettonico dell'antico Duomo,
la decorazione cioè della sua porta maggiore, non si trova più qui.
Adattata alla Casa comunale dopo la rovina del 1693, forse perchè
giudicata poco conveniente ad un luogo sacro, fu poi trasferita al Santo
Carcere, dove anche oggi attira l'attenzione dei curiosi e degli
studiosi, tra i quali molto si è discusso intorno al suo carattere. È
normanna e contemporanea della primitiva fabbrica del 1094? Oppure è
sveva, e fu poi sovrapposta, due secoli dopo, alla cattedrale? Monsignor
di Marzo, storico e critico egregio dell'arte siciliana nell'evo medio
ed al principio dell'età moderna, le nega il carattere normanno-siculo e
vi trova l'influenza di altri stili. Il normanno-siculo, infatti, porta
con tanta evidenza l'impronta mussulmana, che si suole più precisamente
designare coi nomi di arabo-normanno-siculo; più tardi, invece,
l'orientale profusione degli arabeschi negli intagli e nelle sculture
ornamentali andò scemando a profitto di elementi interamente diversi:
l'ibrido simbolismo e la barbara imitazione del classico che prevalsero
nell'Italia settentrionale, particolarmente in Lombardia, e si
associarono sempre più strettamente alle forme teutoniche. Questa porta
dell'antico Duomo ne è per l'appunto, dichiara il di Marzo, un esempio,
col suo congegno prospettico e simmetrico di quattro ordini di stipiti,
nei tre angoli dei quali stanno tre colonnine per ciascun lato,
faccettate a quadretti e strisce a zig-zag (_chevron_), e sui quali sono
impostati quattro ordini di archi a pieno centro; e particolarmente con
la serie delle figure simboliche che sorgono sulle piccole basi
dell'architrave. Ridotte a cinque, da sei che erano dapprima,
rappresentano un'aquila, una scimmia, un leone, una tigre ed un uomo
seduto in sedia curule, al quale manca da qualche tempo il capo; la
figura scomparsa era quella d'una donna in supplice atteggiamento. Che
cosa significa questo _rebus_ marmoreo? La soluzione che gli fu data
sarebbe una prova storica da aggiungere all'artistica per negare
l'origine normanna della porta ed assegnarla al periodo svevo.
Rammentando la distruzione di Catania ordinata da Federico II, si volle
che la figura dell'uomo seduto rappresentasse lo stesso Imperatore, e
che gli animali simboleggiassero i suoi sentimenti verso amici e nemici,
e che la donna fosse la città impetrante grazia dallo Svevo crudele.
Spiegazione plausibile, la quale non persuade tuttavia i sostenitori
della _normannità_ del monumento; i quali, giudicando che gli emblemi
svevi sono indipendenti dal resto degli adorni, sostengono che furono
sovrapposti sull'architettura di Ruggero ai tempi di Federico.

  [Illustrazione: DUOMO--PORTA DELLA CAPPELLA DEL CROCEFISSO.
  (Fot. Franco).]

  [Illustrazione: SACRESTIA DEL DUOMO--L'ERUZIONE DEL 1669. AFFRESCO
  DEL MIGNEMI. (Fot. Castorina).]

Se questa singolare decorazione dell'ingresso principale dell'antico
Duomo dev'essere oggi cercata al Santo Carcere, un'altra porta della
cattedrale rifatta è rimasta al suo posto e possiede anch'essa un suo
proprio valore. Attribuendola ad Antonello Gagini, figlio di quel
Domenico che, trasferitosi da Bissone, «delle parti di Lombardia», in
Palermo, sollevò, con l'opera propria e dei valenti eredi, la scultura
siciliana ad altezze prima ignorate, gli scrittori catanesi credettero
di attribuirle il massimo pregio; ma non s'accorsero di ledere nello
stesso tempo le ragioni della cronologia. L'iscrizione della porta dice
infatti che questa fu eretta nell'anno 1577, ed allora Antonello Gagini
era morto non da sette anni soltanto, come avvertì il già citato
Musumeci, ma da quaranta, come nota il di Marzo, che registra nel 1536
la morte dello scultore palermitano. Escluso dunque il Gagini come
autore dell'opera, sorge un'altra questione: è essa tutta d'una mano e
d'una età, oppure risulta composta dall'accozzamento di pezzi greci o
romani con altri di moderna fattura? Il Musumeci giudica antichi, e
provenienti probabilmente dalle decorazioni dell'Odeo, il bel fregio del
cornicione e le colonne composite, nei piedistalli delle quali si vedono
scolpiti a mezzo rilievo gruppi di Tritoni e Nereidi di squisito lavoro,
e graziosi Ippocampi nello zoccolo; solo l'architrave e gli stipiti
sarebbero moderni. Oltre che per la differenza del tratto, il Musumeci
giudica antichi i pezzi dianzi mentovati anche perchè hanno un carattere
mitologico poco adatto alla destinazione sacra della porta; ma
l'Hittorf, architetto del re Carlo X venuto a studiare i monumenti
siciliani, nega l'antichità di questi ornamenti, e con lui la nega il di
Marzo, rammentando che il classicismo del Cinquecento ricorse
liberamente a soggetti pagani nella ornamentazione di opere cristiane.
Ad ogni modo, sia tutta cinquecentesca la porta in quistione, o sia
composta di frammenti antichi e di pezzi moderni, sopra un punto non può
cader dubbio: sull'artefice che la eseguì, tutta o parte. La somiglianza
fra gli ornati a risalto e delle mensole di questa porta esterna con
quelli della porta interna per la quale si penetra nella cappella del
Crocefisso, eretta quattordici anni prima, nel 1563, attesta che uno
solo fu lo scultore delle due opere. Ora, se anche questa porta interna
fu indebitamente attribuita al Gagini, il Musumeci dimostrò, coi
documenti trovati nell'archivio della chiesa, che fu eseguita da Gian
Domenico Mazzola; e il di Marzo, confermando il fatto, corregge soltanto
la desinenza del nome e la patria dell'artefice: il Mazzolo o Masolo--e
non Mazzola--figlio di un Battista da Carrara, non fu «Scarpellino
catanese»: nacque invece anch'egli a Carrara e dimorò in Messina donde
venne in Catania procuratore del padre a riscuoterne i crediti, ed a
lavorare questa porta, la quale è giudicata fra le migliori sue opere,
fra le più delicate e perfette.

Ancora e sempre del Gagini è stato creduto il piccolo lavacro di marmo
della sacrestia: attribuzioni che dimostrano come da quell'artista
geniale o dalla sua scuola uscisse quanto di buono possiede la Sicilia
in fatto di scultura. Di forma rettangolare e simile ad un sarcofago,
questo lavacro ha una decorazione a mezzo rilievo di puttini, cornucopie
ed altri motivi ornamentali. Che sia leggiadra, basta aver occhi per
accertarlo; a chi veramente appartenga non si può dire; e del resto
Catania ha, per buona sorte, opere non dubbie del Gagini, delle quali
sarà tenuto parola più tardi.

Per ora, restando nella cattedrale, anzi nella stessa sacrestia, il
grande affresco del Mignemi merita una breve menzione, non già perchè
abbia valor d'arte, ma per la scena storica, grandiosa e terribile, che
rappresenta: la spaventosa eruzione del 1669, la più formidabile dei
tempi moderni. In fondo al quadro l'Etna solleva la gigantesca sua mole;
nel secondo piano, ai fianchi del monte, si erge il nuovo cratere dei
Monti Rossi, dal quale un fiume di fuoco scende per le più basse pendici
fino alla città, ne investe e scavalca le muraglie occidentali, ne
invade ed incendia i sottoposti quartieri, ne circuisce e diminuisce il
castello, per gettarsi finalmente in mare, restringendo il porto dal
quale escono a forza di vele e di remi le navi cariche di atterriti
fuggiaschi.

Tornando dalla sacrestia nella chiesa, le absidi che rivelano dalla
parte esterna l'antica ossatura normanna, attraggono anche all'interno
l'attenzione, non tanto per la decorazione a fresco, eseguita dal romano
Corradino nel 1628, quanto per i sarcofaghi regali murati in quella del
centro. Il meridionale contiene le ceneri di sette personaggi augusti:
Federico II d'Aragona, re di Sicilia; suo figlio Giovanni, Lodovico,
Federico IV, Martino, Maria ed il figliuoletto di lei Federico; nel
sarcofago della parete settentrionale dorme l'eterno sonno, tutta sola,
Costanza, la figlia del quarto Martino aragonese. Ma, come disse
l'epigrafe di Mario Rapisardi quando fu restituita da Parigi alla natale
Catania la salma di Vincenzo Bellini, «questa basilica in cui dormono
dimenticate le ossa di tanti re, diverrà da questo giorno famosa per la
tomba di Vincenzo Bellini». La quale è posta sotto il secondo pilastro
di destra, ed è ornata di un piccolo monumento del fiorentino Tassara.

  [Illustrazione: DUOMO--SEPOLCRO DI VINCENZO BELLINI. (Fot. Gentile).]

Il maggior Catanese dei tempi moderni, il cantore della _Norma_, della
_Sonnambula_ e dei _Puritani_, era degno, per la soavità dell'anima sua
e per l'universalità della sua gloria, di riposare accanto alla più
gloriosa e soave sua concittadina dei tempi andati, Sant'Agata. La salma
del musicista, morto a Parigi nel 1837, restò sepolta al _Père Lachaise_
per circa quarant'anni, fino al 1876, quando ne fu tratta e trasportata
in Sicilia e deposta nella terra natale; la martire suppliziata in vita
come già si è narrato, non fu risparmiata neppure dopo morte, e la sua
salma fece più lunghi e travagliosi viaggi, come narrano i bassorilievi
del Coro della sua chiesa. Nella prima metà dei trentacinque scomparti
che lo compongono è sceneggiata la vita ed il supplizio della vergine,
la seconda illustra la storia della sua spoglia terrena: il trasporto a
Costantinopoli ordinato nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace
e compito a dispetto della tempesta scatenatasi il giorno della
partenza; l'apparizione in sogno della santa, una notte dell'aprile
1126, al francese Gisliberto o Giliberto, comandante delle guardie
dell'imperatore Giovanni Comneno, per manifestargli la volontà di essere
restituita alla patria; l'accordo del soldato francese col compagno
calabrese Goscelmo o Goselino; le loro titubanze e i loro nuovi sogni
più chiari; la discesa da entrambi operata in S. Sofia, durante la notte
del 20 maggio; lo scoprimento del sarcofago e il trafugamento della
salma ridotta a pezzi e nascosta nelle faretre per eludere la vigilanza
delle guardie alle porte; il successivo imbarco, l'approdo e l'indugio a
Smirne ed a Corinto; il nuovo sogno e la nuova apparizione di Agata
dolente della loro lentezza; l'arrivo in terra italiana a Taranto e la
perdita, nel trarre dalle faretre e nel ricomporvi le reliquie, di una
mammella; il miracolo del latte che questa diede a una bimbolina che la
ritrovò e la portò alle labbra; l'ultimo sbarco finalmente a Messina;
l'incontro col vescovo Maurizio al castello di Aci e il trionfale
ingresso in Catania, il 17 agosto. Opera della fine del Cinquecento,
eseguita per conto del vescovo Corionero e del suo successore Rebida,
queste sculture del Coro furono scoperte... da Alessandro Dumas, nel
1835. La _Speronare_, come tanti altri libri di viaggio del romanziere
di _Montecristo_, è uno dei più curiosi libri che si possano leggere:
formicolante di errori, zeppo di fiabe da far dormire in piedi, rivela
nondimeno il nativo senso artistico dello straordinario scrittore. Così,
dei bassorilievi del Coro catanese egli ha ragione di dire che «nessuno
vi fa attenzione, nessun libro ne parla, nessun cicerone pensa a
mostrarli, mentre sono una delle cose più notevoli di quella chiesa».
Certo, come osserva il di Marzo, la forma non ne è esente da qualche
libertà, e l'esecuzione ne è qua e là trascurata, ma nell'insieme
riescono _charmans de naïveté_, come dice il Dumas; il quale però,
passando a descriverli, inciampa negli svarioni. Il lavoro della fine
del Cinquecento è attribuito al secolo precedente; il proconsole
Quinziano diventa Quintiliano, Goselino e Giliberto si riducono ad un
solo, Guiberto; nè il romanziere si cura di ricercare se proprio tutti i
libri tacciono di questi bassorilievi, se l'autore ne è addirittura
ignoto. Poca fatica sarebbe occorsa a conoscerne il nome: bastava
cercarlo nelle _Osservazioni sulla storia di Catania_ del Cordaro, dove,
con lo stile tutto suo, questo scrittore mette in evidenza il pregio del
lavoro. «Il vescovo Corionero che la chiesa catanese governò dal 1589 al
1595, i sedili di legno allestì nel coro della cattedrale ove è il
martirio di S. Agata inciso, lavoro del napolitano Scipione Guido»--più
precisamente, di Guido:--«a quale opera tuttora dagli stranieri per la sua
perfezione si ammira».

  [Illustrazione: DUOMO--IL CORO. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: DUOMO--IL BUSTO DI SANT'AGATA.]

  [Illustrazione: DUOMO--SCRIGNO DELLE RELIQUIE DI SANT'AGATA.
  (Fot. Castorina).]

  [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--TECA DEL BRACCIO DI S. GIORGIO.]

Dal momento che il corpo della loro celeste Patrona tornò così
tagliuzzato presso di loro, i Catanesi ripresero a venerare con più
fervore che mai quelle membra recise, e nel secolo XIV provvidero a
serbarle in degne custodie. Il busto fu chiuso in un busto d'argento
dorato, con la faccia e le mani di smalto, sorretto da un basamento
ottagonale e fiancheggiato da due angioletti: la destra regge la croce
accompagnata da gigli, nella sinistra è l'Epigrafe angelica. La base,
che poggia sopra otto foglie rovesciate, di tipo gotico, è ricca di
scorniciature e riquadri e tutta adorna di smalti, tra i quali due
stemmi d'Aragona, quello di Catania ed altri di dubbia attribuzione,
nonchè scene del martirio, figure di S. Agata e di S. Caterina
d'Alessandria, e quelle dei due vescovi catanesi, Marziale e il suo
successore Elia, entrambi francesi, anzi limosini, come è detto
nell'iscrizione che gira attorno alla base:

    VIRGINIS ISTUD OPUS AGATHAE SUB NOMINE COEPTUM
     MARTIALIS FUERAT QUO TEMPORE PRAESUL IN URBE
        CATANIAE, CUI PASTOR SUCCESSIT HELIAS;
       AMBOS LEMOVICUM CLARE PRODUXERAT ARDOR.

Fin qui i lettori dell'iscrizione sono concordi; la discordia incomincia
per i quattro versi seguenti:

    ARTIFICIS MANUS HOC (HAEC, HANC) FABRICAVIT MARTE (ARTE) JOANNES
          BARTOLUS ET GENITOR, CELEBRIS CUI PATRIA CEVE (LEVE)
             MILLE TER ET CENTUM POST PARTUM VIRGINIS ALMAE
               ET DECIES SEPTEM SEXTOQ. FLUENTIBUS ANNIS.

  [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BASE DELLA TECA DEL BRACCIO DI S.
  GIORGIO.]

  [Illustrazione: S. FRANCESCO--PORTA DELLA CUSTODIA.]

  [Illustrazione: S. FRANCESCO--PARTICOLARE DELLA PORTA DELLA
  CUSTODIA.]

  [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--CALICI.]

La data, sulla quale non cade dubbio, dice chiaramente che l'opera fu
fatta durante il soggiorno della Corte papale ad Avignone, dove il
vescovo catanese Marziale si era recato presso Gregorio XI ad
annunziargli l'assunzione di Federico III al trono di Sicilia, e dove
morì, affidando la diocesi ed il compimento del reliquario al suo
connazionale e successore Elia. Ma chi furono gli artefici della statua?
Eugenio Müntz, poichè i lettori dell'iscrizione non sono d'accordo,
leggendo alcuni _cui patria Ceve_, altri _cui patria leve_, addottò una
terza interpretazione: _cui patria Senam_, identificando l'autore del
busto catanese con Giovanni di Bartolo, senese, orafo per l'appunto alla
Corte pontificia in Avignone, ed autore dell'altro celebre reliquario
racchiudente le teste dei santi Pietro e Paolo. Se non che, c'è una
difficoltà. L'iscrizione non riesce bene decifrabile perchè il busto è
tutto ricoperto di _ex-voto_ offerti dalla pietà dei fedeli--tra i quali
la corona regale che si dice esser dono di Riccardo Cuor di Leone al suo
passaggio da Catania durante la crociata del 1191, la collana d'oro del
vicerè de Acuña, varie insegne del Toson d'oro e dell'Ordine
d'Alcantara, parecchie mammelle d'oro e d'argento, due delle quali
portano incise le armi dei re di Spagna, e molti anelli pastorali e
croci vescovili, tra le quali quella di Leone XIII, e un gran numero di
minutaglie d'oro, d'argento, di corallo, d'ambra, e finanche orologi da
tasca;--ma lo Sciuto Patti, dopo avere esaminato da vicino il
reliquario, escluse assolutamente che si possa leggere _cui patria
Senam_: l'iscrizione dice chiarissimamente _cui patria Ceve_: non regge
quindi l'interpretazione del Müntz, il quale aveva eccitato molto
entusiasmo, lasciando credere che fra i tesori artistici italiani si
trovasse un'altr'opera uscita dalle miracolose mani del Bartoli. E lo
Sciuto Patti lo nega per altre ragioni che sarebbe troppo lungo
riferire; se non che, escluso il Giovanni di Bartolo, resta ancora da
vedere chi furono gli artefici nominati nell'iscrizione: _Johannes
Bartolus et genitor_. Ed è strano come il nostro critico abbia avuto
sotto gli occhi l'identificazione e non l'abbia compita. Glielo impedì
l'aver voluto, contrariamente alle concordi affermazioni dei cronisti,
distinguere gli autori del Busto da coloro che eseguirono lo _Scrigno_
dove si custodiscono, in sette teche d'argento dorato e cesellalo di
ottimo lavoro, le altre sparse membra della martire. Questo _Scrigno_ è
una cassa a base rettangolare, con gli angoli tagliati e il coperchio a
spigolo, rivestita internamente di velluto trinato d'oro ed all'esterno
di lamine doppie d'argento vermicolato con figurine di santi a rilievo
ed a cesello negli scomparti architettonici di stile gotico
_fiammeggiante_: una fervida fantasia vi ha profuso i motivi
ornamentali. Ora lo Sciuto Patti, leggendo negli _Emailleurs limousins_
di Maurizio Ardant, che Giovanni e Bartolomeo Vitale «andarono a Catania
in Sicilia per ornare di smalti il reliquario di S. Rosalia», e che il
padre di Bartolomeo, Bernardo, «vi sarebbe stato anteriormente a
cominciare il lavoro», riconosce che questi Vitali, chiamati nell'isola,
eseguirono lo Scrigno: opinione non contrastata dal facile errore nel
quale cadde e--trattandosi di uno scrittore francese che si occupa di
cose italiane--doveva cadere l'Ardant; dallo scambio, cioè, di S.
Rosalia, patrona di Palermo, con la protettrice celeste della minore
Catania. Ma, riconosciuti così in Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale
gli autori dello Scrigno, e negato che i nominati _Johannes Bartolus et
genitor_ del Busto fossero Giovanni di Bartolo da Siena e il padre suo,
era ed è molto semplice e quasi necessario identificarli con
Giovanni, Bartolomeo--o Bartolo che è tutt'uno--e Bernardo, padre,
«_genitor_», per l'appunto, di Bartolomeo: tutti della famiglia Vitale,
venuti da Limoges a Catania per attendere a questi lavori sacri. Intento
a dimostrare, contrariamente alle concordi affermazioni di tutti i
cronisti, che Busto e Scrigno non sono della stessa mano nè dello stesso
tempo, lo Sciuto Patti non fece questa identificazione tanto naturale;
alla quale non si oppongono gli argomenti da lui addotti per distinguer
gli autori dello Scrigno da quelli del Busto. Se è vero, infatti, che
esisteva in Catania un _Opus Scrinei_, una istituzione destinata a
raccogliere fondi per la costruzione dello Scrigno, forse che bisogna
perciò escludere come ordinatore del lavoro il vescovo Marziale e il suo
successore Elia? Che cosa impedisce di ammettere che questi prelati,
come ordinarono il Busto, così--coi denari dell'opera dello
Scrigno--ordinassero quest'ultimo? Non è anzi naturale che commettessero
insieme i due lavori--ed agli stessi artisti? Se dall'esame dello stile
risultasse che le due manifatture appartengono a tempi molto distanti,
certo la supposizione cadrebbe; ma lo stesso Sciuto Patti afferma che lo
Scrigno mostra di essere «di alquanti anni posteriore» al Busto; anni
tanto pochi, da far ammettere una «quasi contemporaneità», con la quale,
appunto, egli spiega l'origine dell'opinione che vuole lo Scrigno
eseguito, come il Busto, per commissione ed al tempo dei vescovi
Marziale ed Elia. Di Bartolomeo Vitale è provata l'esistenza fino al
1401: se, dunque, la cassa «mostra chiaro di appartenere, al più tardi,
agli ultimi anni del secolo XIV, ma più probabilmente ancora ai primi
del XV», le date concordano. Il fatto che in questa cassa non c'è
iscrizione o segno che accenni minimamente alla data del lavoro nè a
coloro che lo ordinarono e l'eseguirono, conferma precisamente che esso
nacque ad un tempo con la statua: inscritte nella base di questa tutte
le indicazioni desiderabili in quei bruttissimi distici, gli artefici
dovettero giudicare superfluo ripeterle in quella: se, invece, lo
Scrigno fosse uscito da altre mani in altro tempo, il nuovo orafo
avrebbe rivelato l'esser suo. E se, finalmente, mancando qualunque
iscrizione nello Scrigno, lo Sciuto Patti vi ha trovato lo stemma di
Catania e quello di casa Paternò, ciò vorrà dire che questa famiglia
concorse all'opera, e che il lavoro fu eseguito in Catania: tutte cose
che non escludono l'identificazione dei _Johannes Bartolus et genitor_
sottoscritti nel Busto coi Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale
esecutori dello Scrigno. Una sola parte del quale--per esaurire
l'argomento--è senza dubbio, come dimostra lo Sciuto Patti, di altra
mano: il coperchio, dove si legge la data del _1579_; lavoro molto
probabilmente di quel Paolo Guarna, catanese, a cui si debbono il bel
reliquario del braccio di S. Giorgio serbato nel tesoro del Duomo e la
stupenda porta del Tabernacolo nell'altar maggiore di S. Francesco.

  [Illustrazione: IL FERCULO DI SANT'AGATA. (Fot. Castorina).]

  [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BUSTO DI S. CATALDO.]

  [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA--MAUSOLEO DEL VICERÈ DE
  ACUÑA.]

  [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PARTICOLARE DEL MAUSOLEO
  DEL VICERÈ DE ACUÑA.]

  [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PORTA DEL SACELLO.]

  [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: DECORAZIONE SOVRASTANTE
  ALL'ALTARE.]

Compiuto lo Scrigno, e continuando le oblazioni all'Opera appositamente
istituita, si pensò, nella seconda metà del Cinquecento, di costruire
una sontuosa macchina per trarvi, nella solenne processione annuale, le
reliquie della Santa. Questa _Bara_, come è volgarmente chiamata, o
Ferculo, ha la forma d'un tempietto, con un basamento dal quale
s'innalzano sei colonne sorreggenti la vôlta o cupola: l'ossatura di
legno ha un rivestimento di lamine d'argento in parte dorate; quelle
della vôlta sono congegnate a scaglie o squame. Attorno allo zoccolo, in
altrettante riquadrature, sono scolpiti a mezzo rilievo, da mano
egregia, le scene del martirio e della traslazione; dagli orli inferiori
della cornice pendono encarpi o festoni e lampade d'argento; sull'orlo
superiore stavano infisse dodici statuette d'argento massiccio
rappresentanti i dodici apostoli, ma una combriccola di ladri le
portarono via, spogliando anche di molta parte dell'antico prezioso
rivestimento la tre volte centenaria macchina, che la pietà dei fedeli
volle poi restaurata. All'opera, compita in diverse età, contribuirono
parecchi artefici, e primo di tutti, fra il 1540 e il 1550, essendo
vescovo un Caracciolo, Antonio Arcifer o Archifel, figlio di Vincenzo,
entrambi rinomati orafi catanesi; del quale Antonio sarebbero anche,
secondo lo Sciuto Patti, i rocchi o terzi inferiori delle colonne, le
specchiature a cesello che stanno fra i riquadri del martirio, e le
graziose cariatidi di rame dorato che ornano lo stilobate. Mezzo secolo
dopo, nel 1592, furono aggiunte le statuette a spese del vescovo
Corionero, per opera d'un artefice di cui s'ignora il nome; più tardi
ancora, intorno al 1638, la decorazione fu compiuta da Paolo Aversa, o
meglio d'Aversa--cioè aversano, e non già catanese, secondo la
correzione proposta dal di Marzo, il quale però attribuisce tutto il
ferculo a questo artefice, facendolo lavorare al tempo del Caracciolo,
quando invece gli sarebbe posteriore di più che un secolo.

  [Illustrazione: SANT'AGATA ALLA FORNACE. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: IL MONTE DI PIETÀ DI S. AGATA. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).]

E da secoli, ogni anno, ricorrendo la festa della Santa, il ferculo è
tratto in processione. Questa festa è uno degli spettacoli catanesi più
singolari: chi ha letto _La coda del diavolo_ di Giovanni Verga
rammenterà ciò che ne dice il maestro novelliere: «A Catania la
quaresima vien senza carnevale; ma c'è in compenso la festa di S. Agata,
gran veglione di cui tutta la città è il teatro». Il giorno 3 febbraio
tutto il clero regolare e secolare, tutte le confraternite e congreghe
pie--un tempo anche tutte le autorità municipali e governative--muovono
dalla chiesa della _Calcarella_, dove i fedeli venerano la fornace dalla
quale la martire uscì illesa, fino alla cattedrale, recando
processionalmente l'offerta dei ceri. In coda al corteo, vistoso per le
variopinte tonache e cotte dei seminaristi, dei preti, dei frati, dei
canonici, dei vescovi, dei caudatarii, vengono le _candelore_, forse
così chiamate dalla festa della Candelora celebratasi il giorno prima:
pesanti macchine scolpite e dorate, colossali candelabri infiorati ed
imbandierati, dove sono confitti gli enormi ceri offerti dalle varie
corporazioni operaie. La sera di quello stesso giorno, schiere di devoti
accompagnate da altrettante musiche scendono dai varii quartieri della
città in piazza del Duomo; dove, dopo un'orgia di fuochi artificiali,
cantano le laudi della Santa, e donde muovono poi a ripetere i cantici
dinanzi alle case dei più ragguardevoli cittadini. Il domani all'alba,
si schiude la cappella della Santa, disposta nell'abside minore di
destra, che è uno dei cantucci della chiesa dove l'amante di cose d'arte
trova da fermarsi più a lungo. La macchina centrale eretta sull'altare,
rappresentante la vergine catanese incoronata dai Ss. Pietro e Paolo; la
porta del sacello scavato nel muro di sinistra, adorna di colonnine
sostenute da arpie ed a loro volta sostenenti una decorazione nel mezzo
della quale è ripetuta la figura della Santa ritta sull'elefante; e nel
lato destro il monumento sepolcrale di don Ferrante de Acuña, vicerè di
Sicilia, sono le sole sculture della fine del Quattrocento che restino
in Catania: opere di squisita fattura, segnatamente le teorie d'angeli
che si svolgono nel fregio della macchina centrale. Dalla porta del
sacello, chiusa da una doppia cancellata, i dignitari ecclesiastici
penetrano nel ricettacolo, dove sono dipinte a fresco le figure di
Giliberto e Goselino, e nella cui più recondita nicchia si custodiscono
il Busto e lo Scrigno: questi sono tratti fuori, e dopo una breve
esposizione sull'altare maggiore, sono disposti nel ferculo che aspetta
alla porta della chiesa: allora al grave suono del campanone, fuso e
rifuso cinque volte dal 1388 al 1614, e pesante più di mille
chilogrammi, una folla di devoti insaccati in grandi tuniche bianche e
col capo coperto da un berretto di velluto nero, trascina la Bara
preceduta dalle _candelore_ per la cerchia delle antiche mura, troppo
poca parte delle quali è ancora visibile qua e là, alla Marina, al Santo
Carcere e in via del Plebiscito. Il giorno dopo, 5 febbraio, che è il
giorno propriamente consacrato dal calendario romano a S. Agata, la
stessa processione è ripetuta per le vie interne; in questa occasione le
signore catanesi di tempi non troppo remoti--poichè ne serbano memoria
anche i non troppo vecchi--esercitavano quel diritto di _'ntuppatedda_,
o imbacuccata, sul quale il Verga impostò la già citata sua novella:
tutte chiuse in grandi manti neri, con la testa anch'essa coperta, col
viso nascosto, e lasciando vedere, per vederci, un occhio solo, esse
andavano attorno e fermavano i loro parenti od amici, o i semplici
conoscenti ai quali volevano giocare qualche tiro; perchè i cavalieri
che le imbacuccate onoravano della loro scelta avevano il dovere di
accompagnarle dovunque e finchè ad esse piacesse, e di soddisfare i loro
capricci nei negozii, nelle botteghe dei confettieri e dei gioiellieri,
senza poter sollevare un lembo del manto, senza poterle seguire quando
si vedevano lasciati in asso, senz'altro mezzo di riconoscerle fuorchè
quello di rivolger loro domande più o meno suggestive, alle quali esse
rispondevano, come al veglione, con voce alterata, o non rispondevano
affatto: singolare usanza, che dovette dar luogo a chi sa quante
commedie e forse anche drammi, e degna di ispirare, prima che
tramontasse, la bellissima novella di uno dei suoi ultimi testimoni.

  [Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--LA «BARA» IN PROCESSIONE.
  (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: PROCESSIONE DI S. AGATA. (Fot. Martinez).]



IV.


Oltre quelle parti del Duomo e degli altri edifizii sacri delle quali si
è già ragionato, solo due architetture profane dei tempi di mezzo hanno
resistito alle offese della natura e degli uomini.

Prima che i Lerida e la regina Bianca fondassero sulle rovine del tempio
di Basco la Badia di San Placido, i Platamoni, nobilissima famiglia
catanese oggi spenta, vi eressero nel XIV secolo le loro case: ne avanza
un terrazzo, nel giardino della Badia, decorato esternamente con fasce a
zig-zag (_chevron_), alternate di pietra vulcanica nera e di pietra
calcare bianca. Nel centro, dentro una cornice a fogliami, campeggia lo
stemma dei Platamoni, e sotto ricorrono quattordici piccole ogive
sorrette da altrettante mensole e sotto-mensole: ogni ogiva racchiude
graziose sculture a mezzo rilievo, rappresentanti fiori, frutta,
conchiglie e teste umane.

  [Illustrazione: BADIA DI SAN PLACIDO--TERRAZZO DI CASA PLATAMONE.]

  [Illustrazione: CASTELLO URSINO. (Fot. Gentile).]

Il cimelio è interessante; ma senza paragone più notevole è un edifizio
rimasto interamente in piedi: quel castello Ursino che Federico II fece
erigere da Riccardo da Lentini, architetto militare, contro la città. La
vecchia rocca è ancora in piedi, ma quanto mutata dai tempi della sua
potenza! La piccola Catania del medio evo ebbe anch'essa qualche giorno
di gloria, quando la Corte angioina e l'aragonese vi si fermarono e
quando vi si raccolsero i parlamenti siciliani: il castello fu appunto
sede dei parlamenti e dei re. Allora esso avanzava in importanza lo
stesso palazzo reale di Palermo; perchè, se il soldo dei due governatori
era eguale, di trenta onze annue, mentre tutti gli altri della rimanente
Sicilia ne riscuotevano soltanto dodici, diciotto o tutt'al più
ventiquattro, i servienti o gente d'arme della reggia palermitana erano
diciotto, quando il mastio catanese ne contava non meno di trenta. Tanta
ne era l'importanza, che i vicerè di Sicilia non ebbero dai re di Spagna
la facoltà di nominarne il comandante: il re personalmente provvedeva.
Altro singolare privilegio era quello di innalzare due bandiere sulle
due torri della fronte settentrionale, una per la val di Noto e l'altra
per la val di Démone. Di queste due torri, quella a destra era chiamata
appunto della _Bandiera_, la seconda del _Martorio_, perchè vi si dava
la tortura; le altre due meridionali si chiamavano una della _Sala_
perchè contigua alla gran sala dei _Paramenti_ e l'altra del
_Magazzino_, come adiacente al deposito dei congegni guerreschi. Per una
scala cordonata si saliva ai quartieri del piano superiore: dalla porta
_Falsa_ si usciva direttamente al mare, che prima dell'eruzione del 1669
batteva il fianco orientale della fortezza. Già gagliarda e reputata
addirittura inespugnabile sin dalla fondazione, essa fu ingrandita da
Federico d'Aragona di due battifolli, che più tardi, dopo le
ricostruzioni del 1554, furono detti di S. Croce e di S. Giorgio: a S.
Giorgio era dedicata la cappella costruita sotto la sala dei Paramenti e
solennemente consacrata il 22 dicembre 1391 dall'arcivescovo di
Monreale, alla presenza dei vescovi di Catania e di Nicastro.

E di quante drammatiche e tragiche vicende furono spettatrici le vecchie
mura! Quanti vagiti di regali infanti e quanti gemiti di non meno
coronati agonizzanti esse raccolsero! E quante torture di prigionieri e
quanti supplizii nella prossima riva del mare, particolarmente ai
sanguinosi giorni del Vespro! Qui pose la sua sede Giacomo d'Aragona, il
re che «_ascutava tutti e si assittava 'ntra lu curtugghiu di lu
casteddu e dava udienza a tutti e facìa la giustizia_». Qui si svolsero
quei romanzi di cappa e spada che furono le vite della regina Maria,
figliuola di Federico III aragonese, e di Bianca di Navarra, vedova del
re Martino: romanzi pieni di innamoramenti, di gelosie, di fughe, di
ratti, di congiure, di sollevazioni.... Finita l'indipendenza siciliana,
ridotta l'isola ad una provincia spagnuola, la gloria del castello andò
rapidamente scemando; poi la natura cospirò contro di lui: le lave del
1669 lo circuirono, ne colmarono i fossi, ne seppellirono le opere
avanzate; il terremoto del 1693 lo rese inabitabile, quello del 1818 gli
diede il colpo di grazia. Restaurato dopo i moti del 1837 contro la
ribelle città, fu purtroppo rovinato come opera d'arte architettonica, e
da allora ad oggi la rovina è continuamente cresciuta. Il primitivo
scheletro, nondimeno, si rivela ancora nei muri grossi circa tre metri,
alti più che 30, lunghi 63 per lato; nelle vôlte a crociera del
vestibolo e delle sale inferiori delle torri; nelle robuste ogive
impostate sui capitelli romanici delle colonne incastonate negli angoli
dei muri; nella bellissima scala a chiocciola che lungo la piccola torre
centrale porta al cammino di ronda. La decorazione esterna è quasi tutta
distrutta; non restano se non, all'entrata, una piccola nicchia con arco
trilobato, nella quale si vede un uccello strozzato--a giudizio dello
Sciuto Patti alludente, come la decorazione della porta del Santo
Carcere, alla punizione inflitta da Federico di Svevia alla città--e
l'intarsio del Pentalfa o Pentagramma sulle finestre di levante: prova,
a giudizio dello stesso archeologo, della cieca fiducia che lo Svevo
riponeva nei cabalisti e nei loro segni, leggendosi nel libro di Saba
Malaspina che il re, «mentre con sottili investigazioni indagava i
segreti della natura, per modo onorava gli astrologi, i negromanti e gli
aruspici, che, secondo le divinazioni ed auspici loro, il suo
leggerissimo pensiero, a guisa di vento, or di qua ed or di là con
celere moto vagava».



V.


E col castello finiscono le vestigia dell'antica Catania: tutto ciò che
si vede in città non risale oltre il principio del Settecento, quando si
pose mano alla ricostruzione dopo il terremoto del 1693. Non occorre
dunque spiegare perchè il barocco trionfa in queste moderne
architetture: un barocco che sotto l'influenza dello spagnolismo unito
all'enfasi meridionale, gonfia le gote dei suoi mascheroni, moltiplica
le cariatidi ed i puttini, distende ed allaccia i più pesanti festoni,
aduna ed ammonticchia i più vistosi motivi decorativi. Barocche sono
tutte le chiese, fra le quali particolarmente notevoli la Collegiata,
regia cappella degli Aragonesi, l'aquila dei quali spiega ancora le ali
sulla facciata ricca di colonne, di statue e di ornati; la Badia di S.
Agata, con le finestre difese da grate panciute e traforate; la chiesa
dei Crociferi, esempio di architettura gesuitica; quella di S. Placido,
e via dicendo.

  [Illustrazione: PORTA GARIBALDI. (Fot. Brogi).]

  [Illustrazione: LA COLLEGIATA. (Fot. Gentile).]

Di bell'effetto, con le sue linee mosse, è la porta Garibaldi, più
conosciuta tra i popolani col nome di porta del Fortino, e chiamata
ufficialmente Ferdinanda al tempo della sua costruzione, che avvenne nel
1768, a solenne memoria delle nozze di Ferdinando III, o I che dir si
voglia, con Maria Carolina d'Austria. È d'ordine toscano e dorico, con
otto pilastri geminati, dei quali quattro reggono l'architrave e gli
altri i trofei.

  [Illustrazione: BADIA DI S. AGATA. (Fot. Grita).]

La _Loggia_, il palazzo comunale che delle antiche logge o pergole, dove
il civico consesso si adunava nei tempi di mezzo, serba il nome
soltanto, sostituì il crollato palazzo senatorio, nel 1741; della metà
del Settecento è anche il collegio Cutelli, ora trasformato in convitto
nazionale: Mario Cutelli, gran signore e giureconsulto egregio, destinò
le sue rendite alla istituzione di questo collegio «all'uso di Spagna»,
in un tempo nel quale la moda spagnuola imperava, e lo stesso fondatore
scriveva in castigliano la sua curiosa _Catania restaurada_.

  [Illustrazione: CHIESA DI S. FRANCESCO. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: CHIESA DEI CROCIFERI. (Fot. Gentile).]

Prima del Cutelli, e dopo la lunga notte del medio evo, i buoni studii
erano rifioriti in Catania, dove sorse la prima università di Sicilia,
il _Siculorum Gimnasium_. Per concessione di Alfonso d'Aragona, il 28
ottobre 1434 fu decretata la fondazione dello Studio generale, eretto
dieci anni dopo, quando il papa Eugenio IV spedì la bolla accordante
alla scuola catanese tutti i privilegi largiti alle università italiane
e particolarmente alla bolognese. Questo Studio fu per qualche secolo il
solo dove la gioventù siciliana potè addottorarsi: di qui la nuova
reputazione di sapiente che fu goduta dalla città e che il Tasso
confermò nella _Conquistata_:

    O di Catanea, ove ha il sapere albergo...

  [Illustrazione: CHIESA DI S. PLACIDO. (Fot. Grita).]

Il palazzo universitario, eretto dapprima dove ora s'allarga la piazza
del Duomo, fu poi noi 1684 demolito e ricostruito nella piazza da allora
detta degli Studii; ma dopo nove anni, quando l'interno dell'edifizio
non era ancora assestato, il terremoto lo travolse dalle fondamenta; la
nuova costruzione, di linee molto eleganti, più volte rafforzata ed in
parte rifatta per l'altro terremoto del 1818, non ha ancora un secolo di
esistenza. Ed una quantità d'istituti se ne sono a poco a poco, con
l'accrescersi dei gabinetti, staccati; buona parte hanno posto la loro
sede nel recinto del convento dei Benedettini.

  [Illustrazione: COLLEGIO CUTELLI. (Fot. Martinez).]

  [Illustrazione: PALAZZO MUNICIPALE. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: PIAZZA DEGLI STUDII E PALAZZO DELL'UNIVERSITÀ.
  (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--FACCIATA PRINCIPALE.
  (Fot. Brogi).]

  [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--CHIESA DI SAN NICOLA.]

Questo è, o per meglio dire era prima della soppressione, una delle
singolarità di Catania: andati via i Padri per dar luogo ai soldati ed
agli studenti, i lunghi corridoi furono divisi e suddivisi, il più
antico ed elegante chiostro fu trasformato in palestra ginnastica, una
strada fu aperta nei terreni che lo circondavano, un osservatorio ed un
ospedale furono eretti nei suoi giardini. Tutt'insieme, esso si
sviluppava sopra un'area di circa centomila metri quadrati ed era il più
grandioso edifizio monastico d'Europa, dopo quello di Mafra
d'Estremadura in Portogallo. Il già citato Musumeci, nel rispondere
all'Hittorf che glie ne chiedeva notizie, ne ricostruì la storia.
Cominciato nel 1558 in presenza del vicerè La Cerda che ne pose
solennemente la prima pietra, e finito venti anni dopo, il primitivo
edifizio ideato dal cassinese Valeriano de Franchis comprendeva il
chiostro più occidentale decorato di cinquanta colonne di marmo nel
1605, i corridoi e i dormitorii che lo fiancheggiavano e la vecchia
chiesa. Le lave del 1669 sconquassarono quest'ultima e ricopersero i
giardini; allora fu chiamato da Roma l'architetto Giovanni Contini, su
disegno del quale, nel 1687, fu ricominciata la nuova chiesa e il nuovo
monastero; ma, pochi anni dopo, il terremoto del 1693, rinnovando ed
accrescendo le rovine e seppellendo trentadue monaci, fece riprendere il
lavoro di Sisifo. Per colmo di disgrazia, non si trovava allora in
Catania nessun architetto: il solo sopravvissuto al terremoto, Alonzo di
Benedetto, era anch'egli morto di morte naturale. Fu chiamato pertanto
da Messina Tommaso Amato, il quale disegnò i dormitorii di levante e
mezzogiorno; poi, su disegno del palermitano Vaccarini, che non rispettò
l'antica grandiosa unità della iconografia ideata dal de Franchis e
serbata dal Contini, si eressero i due refettorii e la biblioteca,
imponenti per vastità e decorazione. Francesco Battaglia Biondo ideò il
portico del nuovo chiostro, e suo nipote, Francesco Battaglia
Santangelo, lo scalone, che ha le pareti adorne di quadri a stucco
bianco su fondo azzurrino, e la chiesa. Questa, la maggiore di tutta
Sicilia, doveva avere una facciata tanto sontuosa, con colonne tanto
gigantesche, che i Padri, nonostante il loro mezzo milione di rendite,
la lasciarono incompiuta, come oggi si vede. Donato del Piano, abate
calabrese, spese dodici anni della sua vita e dieci mila onze dei
Padri--centoventisette mila e cinquecento lire--per costruirvi uno dei
più celebri organi d'Europa, con settantadue registri, cinque ordini di
tastiere e duemila novecento sedici canne. Il barone Sartorius di
Waltershausen, l'insigne illustratore dell'Etna, vi tracciò, insieme col
Peters, nel 1841, una meridiana, per la quale il Thorwaldsen disegnò le
figure dello zodiaco. Il Coro, situato dietro la tribuna, è composto di
due centinaia di stalli, disposti in due ordini: le sculture di Niccolò
Bagnasco, palermitano, vi rappresentano i fatti del Vecchio Testamento.
Tra i sacri arredi si menzionano l'apparato di seta rossa trapunta d'oro
donato ai monaci benedettini dalla regina Bianca, il reliquario d'oro
gemmato dove i fedeli adorano il chiodo che trafisse la destra di Gesù,
dono del re Martino, che portava sempre addosso quella reliquia; un
ostensorio ed un calice d'oro gemmato, ed altre manifatture dei secoli
XV e XVI. La biblioteca, passata al Comune, ha molte migliaia di volumi
e parecchi codici, alcuni dei quali di molto pregio per il testo e le
miniature; essa è accresciuta dall'archivio, di valore anche più grande,
ricco di diplomi bizantini, normanni ed aragonesi, e di bolle papali;
alcuni di questi documenti portano attaccati suggelli di squisito
lavoro, come quelli della regina Eleonora e dei due re Martini e della
regina Bianca, rispettivamente loro nuora e moglie.

  [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI E CUPOLA DELLA CHIESA DI S.
  NICOLA. (Fot. Castorina).]

  [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--PRIMO CHIOSTRO E CHIOSCO.
  (Fot. Castorina).]

  [Illustrazione: RITRATTO DI DONATO DEL PIANO, DA UN QUADRO DEL
  DESIDERATO E DA UNA STAMPA DELL'HUOT. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--SALA MAGGIORE DELLA
  BIBLIOTECA. (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: CHIESA DEI BENEDETTINI--L'ORGANO DI DONATO DEL PIANO.
  (Fot. Castorina).]

I Padri Cassinesi avevano anche messo insieme un museo, che divenne
municipale nel 1866 ed è stato ultimamente riordinato da Francesco di
Bartolo. Qui sono adunati parte dei marmi, dei vasi, delle lapidi, dei
mosaici trovati negli scavi cittadini e già menzionati; di alcuni altri
conviene tenere qualche parola, segnatamente d'una stupenda terracotta
siceliota rappresentante una danzatrice, che sarebbe veramente d'un
valore impareggiabile se il corpo, tra il busto ed i piedi intatti, non
fosse un brutto raffazzonamento di gesso; d'un bassorilievo
rappresentante Ercole sul monte Oeta con molte figure intorno; dei
frammenti di decorazione nei quali è intatta la figura della Vergine e
del Bambino. Narra il di Marzo che Antonello Gagini scolpì per il
convento del Carmine minore di Catania una porta, e poichè questi pezzi
appartengono evidentemente alla decorazione d'una porta, della quale si
vede disegnato parte dell'arco, giova supporre che siano stati ritrovati
fra i rottami di quella casa religiosa, dopo il terremoto. Notevoli sono
anche nel museo un Anfione ed un ratto d'Europa scolpiti a mezzo rilievo
su pietra rossa; una Venere di porfido, parecchie urne cinerarie e
ossarie, molte terrecotte, tra le quali diote, cratere, scifi, danarii,
tessere, idrie, lucerne con iscrizioni nel manico, teste votive, vasi
etruschi, tirreno-egizii, greco-siculi. Tra le manifatture dei tempi di
mezzo e moderni, vi sono armi bianche e da sparo, arnesi sacri, lavori
di porcellana, carte da giuoco, due bellissime tavole cinquecentesche di
ebano intarsiato d'avorio nelle quali sono rappresentati i fatti della
storia romana, un cofanetto d'avorio scolpito, lavoro egregio e squisito
degli Imbriachi. Le antiche descrizioni della importante raccolta fanno
menzione di un medagliere, la parte più preziosa del quale, dopo il
1866, brilla, come si dice, per l'assenza. Accresciuto è invece il
numero dei quadri, dei quali si dirà fra poco, dopo aver fatto menzione
dell'altro museo catanese, più volte citato, appartenente a casa
Biscari.

  [Illustrazione: CHIESA DI S. NICOLA--IL CORO. (Fot. Grupi).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--TERRACOTTA SICELIOTA.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: RATTO D'EUROPA. MUSEO DEI BENEDETTINI. ANFIONE.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--VASI ETRUSCHI E GRECO-SICULI.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI: VENERE DI PORFIDO.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEI DUE MARTINI E
  DI MARIA D'ARAGONA. (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DELLA REGINA
  ELEONORA. (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CRISTO SMALTATO.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CROCEFISSIONE.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--COFANO D'AVORIO.]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--INTARSIO. (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--BASSORILIEVO DI ANDROMEDA.
  (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ERCOLE SUL MONTE OETA.
  (Fot. Giuffrida).]

Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, offerse, nella Catania
feudale dei suoi tempi, un esempio piuttosto unico che raro. La città fu
bensì, allora,--«un fonte inesausto della più fiorita nobiltà, ed una
scaturiggine del sangue più illustre»--a detta del nostro spagnolesco
Muglielgini, il quale è tutto felice di poter citare uno Spagnuolo puro
sangue, don Sebastiano Cabarruvias Orosio, secondo il quale «_en Italia
llaman Catanes, y Valvasores, a los que en España llaman Infanzones_»,
essendo Infanzones «_termino antiguo, y vocablo que aora no se usa_», il
quale «_vale tanto come caballero noble hijo de Algo señor de vassallo,
pero no de tanta autoridad, come el titulado, o Señor de titulo_». Ma
l'Accademico Infecondo, se porta al cielo la nobiltà cittadina, non va
fino a sostenere che i signori catanesi si distinguessero nell'età sua
per un eccessivo amore alle lettere ed alle arti. Tanto più notevole fu
quindi che un gran signore come il principe di Biscari le onorasse e ne
facesse lo scopo e la passione della sua vita. Tutte le persone di
riguardo che passarono per questo estremo lembo d'Italia ebbero onesta
ed intelligente accoglienza nel suo palazzo, costruito verso la fine del
Seicento sulla cortina delle vecchie mura, alla Marina; e non dovettero
provare poca meraviglia trovando nella piccola e povera Catania di
quella età una dimora tanto magnifica, ricca di sale sontuose
e d'un salone che per architettura e decorazione è anche oggi
mirabile. Con una profusione di lacche, di ori, di stucchi e di
affreschi rappresentanti la storia di don Chisciotte--opera del catanese
Pastore--, il cielo d'una cupola impostata sul centro della vôlta e
illuminata da finestre invisibili gli dà una luce ed una elevazione
straordinaria; nella loggia coperta sulla quale esso si apre a mezzodì,
una leggiadrissima scala a giorno, leggiera e rabescata come un
merletto, dalla quale par che debba discendere una incipriata marchesa,
porta al quartiere superiore. Nell'ornamentazione esterna delle finestre
il barocco imperante in città è d'una ricchezza straordinaria: le
cariatidi, i puttini, i festoni, tutti i motivi decorativi vi sono
profusi. Il principe aveva anche costruito in casa sua un teatro che
fino ai principii del secolo scorso fu, con la sala degli spettacoli
dell'Università, il solo della città; ma il maggior titolo di questo
signore al rispetto dei posteri fu lo zelo col quale fece scavare a
proprie spese il sottosuolo di Catania e di altri luoghi dell'isola e
del continente, ed il gusto che lo spinse ad acquistare molte opere
d'arte: con gli oggetti ritrovati e comprati egli mise insieme, in un
edifizio appositamente costruito accanto al suo palazzo, un museo ad uso
dell'Accademia degli Etnei e di tutti gli studiosi. Una bella medaglia
fu coniata nell'occasione della solenne cerimonia inaugurale, avvenuta
nella primavera del 1758, ed il principe stesso recitò allora, dinanzi a
una dotta adunanza, una sua canzone:

    Per secondar talun l'innato sdegno
    D'irato Re si fa ministro all'ira,
    Marte seguendo sanguinoso e fero.
    Per serbar d'altri il Regno
    Anelante si mira
    Sotto il grave cimiero;
    Ma da nemica man pugnando offeso,
    O vinto, o al suol disteso
    Estinto, o prigioniero
    Rimane alfin dopo l'altrui vittoria
    Senza onore di tomba, e senza gloria.
      Io non così; di Giove infra le figlie
    Meno di vita lieti i giorni, e l'ore
    In bella pace alla virtute amica....

  [Illustrazione: PALAZZO BISCARI--FINESTRE. (Fot. Castorina).]

  [Illustrazione: PALAZZO BISCARI--SCALA INTERNA. (Fot. Giuffrida).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--ATRIO. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--FRAMMENTI DI UNA PORTA DEL GAGINI.
  (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--BRONZI. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--VASI, TERRECOTTE, IDOLI.
  (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--GALLERIA DEI MARMI. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--TESTE ARCAICHE E VASO ETRUSCO.
  (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--TERRACOTTA ARCAICA. (Fot. Grita).]

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--CENTAURESSA E FAUNO. (Fot. Grita).]

La qual cosa non impedì che uno scultore lo rappresentasse vestito
all'eroica, con corazza e lorica, proprio nell'atrio di quel museo dove

      In mirar tra chiusi vetri quanto
    Offerse prisco tempo, arte e natura
    Trovo larga mercede al sudor mio

e quando espressamente egli disse:

    Sarà mia gloria e vanto
    Appo l'età futura,
    Che seppi il suol natìo
    Ornar così di pregio illustre; e a Voi
    Ben degni figli suoi,
    A scorno dell'oblio
    Per coltivar le belle Muse, ameno
    Campo vi apersi, ed ubertoso appieno.

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DELLE TERRECOTTE.
  (Fot. Gentile).]

Non era millanteria: Volfango Goethe, qui venuto il 3 maggio del 1787,
scrisse sul suo Diario: «Le statue, i busti di marmo e di bronzo, i vasi
e le altre antichità raccolte in questo museo, hanno molto slargato il
cerchio delle nostre cognizioni artistiche...».

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DEI VASI ETRUSCHI.
  (Fot. Grita).]

Degli avanzi dell'antica Katana custoditi nel principesco museo già si è
parlato a loro luogo: converrà ora ricordare la raccolta dei bronzi, tra
i quali molti pregevolissimi, e la ricchissima collezione delle
terrecotte e dei vasi etruschi e greco-siculi. Alcuni di essi hanno un
particolare interesse locale, per essere di fabbrica catanese: si
riconoscono al maggior peso, dovuto al fatto che nell'impasto è
mescolata la sabbia vulcanica ricca di silice e ferro, ed a certi
caratteri esterni, come le curve meno pronunziate, il colorito più vivo,
le anse attaccate al labbro e talvolta l'impronta della civetta. Il loro
disegno più rozzo scapita ancora quando si paragona a quello purissimo
di alcuni vasi di altra fabbrica: uno particolarmente, il gioiello della
collezione, ha una quadriga stupenda che rammenta quella di una metopa
selinuntina. Fra le terrecotte è notevole un busto di grandezza
naturale, di stile eginetico e di remota antichità. Ai primi tempi della
scultura appartengono un bassorilievo di lava rappresentante la pugna
di due guerrieri, una testa di granito rosso di stile egiziano ed
un'altra di marmo bianco con capelli ed acini di uva, di stile
eginetico. Un piedestallo, che pare reggesse un'urna, porta scritto in
greco: Diodoro Apollonio, e poichè fu trovato in Agira, dove il grande
storico nacque, da Apollonio per l'appunto, si suppose che reggesse
l'urna contenente le ceneri dello storiografo.

  [Illustrazione: MUSEO BISCARI--BASSORILIEVO DI SANT'AGATA.
  (Fot. Grita).]



VI.

  [Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--ANTONELLO GAGINI: STATUA DELLA
  MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Gentile).]


E il discorso di Catania artistica sarebbe così finito, se non restasse,
in qualche chiesa, qualche opera d'arte degna di nota. Per cominciare
dalla più ricca di cose pregevoli, ecco quella di S. Maria di Gesù, dove
sono due opere autentiche del Gagini, e se ne ammirerebbe una terza se
non fosse da più tempo scomparsa. Del valoroso scultore palermitano è
qui la statua della Madonna col Bambino, opera giovanile, ma già
egregia, documento quindi della precocità di quel mirabile ingegno.
Antonello la scolpi a vent'anni, durante il suo soggiorno in Messina; ma
egli non poteva veramente dare alla Vergine un viso più bello, d'una
espressione più pura, nè un'aria più maestosa e divina al Bambino, che
senza la consueta timidezza volge lo sguardo ridente allo spettatore.
Bellissimi sono anche i tre bassorilievi dei piedistalli, dei quali il
centrale rappresenta la Visitazione di Maria ad Elisabetta, e i due
laterali S. Francesco d'Assisi e S. Antonio di Padova. Nella stessa
chiesa è dello stesso Gagini la fiorita e squisita decorazione della
porta che mette nella cappelletta di casa Paternò--quella cappelletta
sepolcrale della quale già si parlò per la sua architettura e dentro
alla quale c'è una bella tavola del messinese Angelo di Chirico (1525)
rappresentante l'Immacolata fra i simboli dei suoi titoli e le figure di
S. Agata e S. Caterina. La porta gaginesca, allogata da don Alvaro
Paternò ad Antonello nel 1518, per il prezzo di onze 30--382 lire e 50
centesimi--ha due pilastri d'ordine corintio, scanalati, con
contropilastri ornati d'acanto; sull'architrave il frontespizio
semicircolare racchiude un gruppo di mezze figure: il Cristo morto fra
Maria e la Maddalena, con due genietti ai piedi, in tutto tondo,
ciascuno dei quali regge uno scudo di casa Paternò. La terza opera, ora
scomparsa, era, dentro questa cappella, un busto dell'Alvaro già
nominato: lavoro tanto stupendo che fu da taluni attribuito a
Michelangelo, del quale il Paternò, senatore romano, sarebbe stato amico
nella città eterna. Se non che il di Marzo non solo ha negato questa
pretesa dimestichezza, ma avendo veduto, prima che scomparisse, il
celebre busto, afferma che gli mancava qualsiasi carattere dello stile
michelangiolesco, e che rammentava invece, precisamente, la maniera del
Gagini.

  [Illustrazione: CHIESA DI S. MARIA DI GESÙ--PORTA DELLA CAPPELLA DI
  CASA PATERNÒ. (Fot. Brogi).]

Prima di uscire da S. Maria di Gesù merita uno sguardo il gran
Crocefisso scolpito su legno da Frate Umile da Petralia, al secolo
Giovan Francesco Pintorno, morto nel 1639 e _specialista_, come si dice,
in Cristi, che egli diffuse in quasi tutte le chiese di Sicilia, da
Girgenti a Nicosia, da Caltagirone a Salemi, da Milazzo a Randazzo. Il
cronista Francesco Tognoletto narra di lui che «mentre stava lavorando
quelle statue, alzando la sua mente alla contemplazione, pensava gli
intensissimi dolori, che nella morte soffrì l'autor della vita: onde per
tal causa, quand'egli ne lavorava qualcheduna, se ne stava ritirato in
una stanza serrata di dentro, dove gli occhi suoi erano fontane di
lacrime, spargendone in abbondanza per tenerezza e compassione del suo
amato signore». E dalla sua dolorosa cogitazione venivano fuori opere,
come questo Crocefisso, dolorosissime a vedere, e propriamente
spaventose.

  [Illustrazione: PARTICOLARE DELLA PORTA DI ANTONELLO GAGINI.
  (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--MONUMENTO SEPOLCRALE DEL DUCA DI
  CARCACI, DEL TENERANI. (Fot. Gentile).]

Per tornare al Gagini, mentre in Catania gli si attribuiscono tante
opere non sue, nessuno gli appropria la suissima Madonna di S. Domenico
fuori le mura. La paternità ne è stata dimostrata dal sullodato di
Marzo, il quale ha pubblicato il contratto fra lo scultore e Lodovico
Platamone vescovo di Siracusa, mediante il quale l'artista si obbligava
a scolpire, con altre due statue, una simigliante in bellezza, anzi
ancora più bella che quella da lui stesso lavorata in Palermo nel 1526,
e non ancora consegnata, per commissione dei frati domenicani di S.
Maria la Grande in Catania. Ora, sapendosi che il moderno S. Domenico
era intitolato una volta, per l'appunto, S. Maria la Grande, e notandosi
alla base della Madonna gli stemmi dell'ordine Domenicano, non sarebbe
già possibile dubitare che questa è propriamente la statua del Gagini,
se pure la mano dell'autore non si rivelasse nello stile dell'opera, in
quella soavità dell'espressione cristiana nella quale il Gagini fu
unico--dice il Galeotti--come unico fu Michelangelo nella terribilità.

  [Illustrazione: S. DOMENICO--ANTONELLO GAGINI: MADONNA COL BAMBINO.
  (Fot. Ursino).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PIETRO NOVELLI: S. CRISTOFORO.
  (Fot. Brogi).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ANTONELLO SALIBA: MADONNA COL
  BAMBINO. (Fot. Alinari).]

Altre notevoli opere di scultura non si serbano nelle altre chiese
catanesi; vi abbondano i quadri, ma alla quantità non corrisponde
purtroppo la qualità. Nei primi secoli dell'arte cristiana la Sicilia
tenne un posto onorevolissimo, particolarmente coi mosaici; e se di
Catania non si sa che ne possedesse qualcuno paragonabile a quelli di
Cefalù, di Palermo e di Monreale, certo qui la pittura religiosa dovette
esser tenuta in grande onore, dato che la resistenza di tutta l'isola
all'eresia degli iconoclasti ebbe alle falde dell'Etna i più caldi ed
efficaci propugnatori. Catanesi furono i vescovi S. Giacomo e S. Sabino
che lottarono strenuamente per il culto delle immagini; catanese fu il
vescovo Teodoro che, insieme coi compagni di Palermo, Taormina, Messina,
Lentini, Iccara, Triocala, Lilibeo e Siracusa, sostenne la stessa causa
nel secondo concilio di Nicea, e catanese fu lo stesso diacono Epifanio
che chiuse quella devota adunanza con una sua eloquente orazione. Anche
durante il dominio saraceno in Catania, rimasta lungamente indipendente
con Taormina e Siracusa e tutta la val di Noto e la val Démone, la
pittura cristiana fu salvata; ma delle opere che allora e più tardi qui
furono prodotte o recate, quasi nulla più resta, tranne le tavolette
bizantine del museo Benedettino, le migliori delle quali, menzionate dal
di Marzo, per colmo di sciagura non si trovano più. Più tardi, nell'età
normanna, il Duomo ebbe una decorazione pittorica della quale il nostro
Accademico Infecondo così parla: «Il tetto era fatto a scorniciature di
legnami, ove vedevansi di peritissimo ed antico pennello tutte le
istorie del Testamento vecchio e nuovo»; ma l'opera andò perduta, come
perdute andarono le pitture del Tau e della navata maggiore «a fresco
con stucchi finiti arricchiti d'oro à maggior segno, che pareva giusto
un perù pendolo in quelle mura». Di chi fossero questi affreschi il
Muglielgini non riferisce, e con tutte le sue amplificazioni non si può
nascondere che, mentre Palermo e Messina, fra il Quattrocento ed il
Cinquecento, ebbero due floridissime scuole di pittura, in Catania non
si rivelò nessun maestro del pennello, nè furono portate opere di grandi
pittori forestieri.

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--SCUOLA DEL RIBERA: TOBIA
  RESTITUISCE LA VISTA AL PADRE. (Fot. Brogi).]

  [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--AUTORE IGNOTO (SCUOLA
  FIAMMINGA): MORTE DI CATONE.]

Di Antonello da Messina si sa, narra il di Marzo, che ebbe relazioni con
Catania, essendosi obbligato per contratti a dipingervi opere che alla
sua morte furono assunte dal figlio Jacobello; ma nè delle opere, nè
delle stesse scritture è rimasta traccia. Dell'insigne maestro
messinese è comunemente creduta la perla del museo Benedettino, la
Madonna col Bambino, e _Antonellus Missenius_ firmò infatti lo stesso
autore nel cartellino che si vede nell'angolo inferiore di sinistra; ma,
dopo queste due parole, altre vi si leggono che troppi osservatori hanno
trascurate, forse temendo di scemar valore all'opera d'arte non
attribuendola al glorioso maestro messinese. Dice dunque l'Iscrizione:
_Antonellus Missenius D' Saliba hoc pjecit opus 1497 die 2 julij_.
Questo Antonello non è dunque da confondere col suo più celebre omonimo
e zio: egli visse e lavorò in un tempo alquanto posteriore, dal 1497,
appunto, al 1531. C'era un suo prezioso quadro, ora perduto, nella
parrocchia di Pistunina presso Messina, nel quale il suo nome era così
scritto: _Antonellus Resaliba_; altri due ne esistono ancora, nelle due
maggiori chiese di Monforte e di Milazzo; il primo porta scritto
_Rosaliba 1530_; il secondo _Eu mastru Antonellu Resaliba pinsit 1531_.
Ma se l'ortografia del suo nome è così ambigua, e se troppe cose
s'ignorano dell'esser suo e della sua vita, il valore della sua arte è
evidente, segnatamente nella tavola catanese, della quale il di Marzo
dice con ragione che basta a dimostrare «qual divino artefice sia stato
il Saliba».

Un altro bel quadro del museo Benedettino è di Pietro Novelli, il
Monrealese, e rappresenta un gigantesco S. Cristoforo, con una clava
nella possente sinistra, la muscolatura michelangiolesca, il petto largo
e gagliardo, le spalle larghe e quadrate sulle quali sta accavalcato,
afferrandosi alla criniera del colosso con la destra, e reggendo con la
sinistra il globo, un adorabile bambino Gesù. Allo stesso Monrealese, od
alla sua scuola, si attribuiscono due altri quadri della pinacoteca
Benedettina: gli Apostoli ed una Sacra Famiglia.

Di altri artisti isolani non vi sono opere nel museo; vi sono invece una
Deposizione di Polidoro da Caravaggio, in tutto simile a quella di Roma;
un Cristo schernito che si vuole di Gherardo delle Notti, e molti buoni
quadri d'ignoti autori, tra i quali un bellissimo Tobia della scuola del
Ribera, una Maddalena, una S. Cecilia di scuola bolognese, una morte di
Catone fiamminga, e via dicendo.

  [Illustrazione: MONUMENTO A VINCENZO BELLINI, DEL MONTEVERDE.
  (Fot. Alinari).]

Fra gli artisti isolani che lavorarono per le chiese di Catania, si sa
dalle storie che Jacopo Vignerio, uno dei migliori discepoli del
Caldara, diede alla cattedrale le opere così descritte dal Muglielgini:
«In due pilastri si ammiravano dipinti un S. Pietro e Paolo, ch'erano di
tanta eccellenza, quanto se fossero stati pennelleggiati da Raffaello
d'Urbino; ma eglino furono dipinti dal Vignerio antico detto per
Antonomasia». Non occorre quasi avvertire che dell'opera si perdette,
col terremoto, la stessa memoria; a segno che il di Marzo non la
rammenta tra i quadri dell'artista. Lo storico palermitano non parla
neanche d'un altro suo quadro (1541), che esiste ancora a S. Francesco e
rappresenta il viaggio al Calvario. Un'altra delle poche tele importanti
sfuggite al terremoto sta a S. Domenico. Il già citato Musumeci la
additò primo all'attenzione degli studiosi, la descrisse, ne riconobbe
l'argomento e le figure, e fece argute induzioni sull'epoca e l'autore.
Il quadro comprende una parte celeste, nella quale si vedono S. Domenico
ed altri santi della sua religione, in atto di ricevere dalla Madonna la
corona del Rosario; ed una parte terrena, dove stanno raccolti, dopo il
concordato di Bologna, Clemente VII e Carlo V, entrambi genuflessi: il
Papa rivolto supplichevolmente alla Vergine, l'imperatore sul punto di
essere incoronato: tutt'intorno una folla: il cardinale Farnese, più
tardi Paolo IV, allora decano del Sacro Collegio, il quale unse Carlo;
il cardinale Salviati che lo vestì; Francesco Sforza, duca di Milano,
Alessandro de' Medici, il principe d'Orange, il Gattinara cancelliere
imperiale, ed altri nobili personaggi. Come la narrazione del Giovio
servì al Musumeci per ricostruire la scena, così i giudizii del Vasari e
del Lanzi lo spinsero a indicare il possibile autore dell'opera. Era
creduta del Correggio; ma, poichè non ha i caratteri di quell'artista,
poichè dovette esser dipinta fra il 1531 e il 1537, tempo nel quale
l'Allegri era in Parma, poichè l'ignoto autore dovette ritrarre dal
vero in Bologna quei personaggi famosi, e poichè finalmente in Bologna
visse quasi sempre dal 1506 al 1542 Innocenzo Francucci da Imola, alla
cui maniera somiglia quella del dipinto catanese, il Musumeci argomenta
che ad Innocenzo appunto allogassero il quadro i Domenicani catanesi
Giuseppe Platamone ed Aloisio Suppa, che furono in Bologna; al primo dei
quali toccò l'onore di predicare in presenza di Clemente e di Carlo, ed
il secondo, distintosi a Trento, fu tanto bene accetto al papa ed al
cardinale, da esser poi eletto vescovo di Girgenti. Sfuggita al
terremoto, questa pregevole opera va però morendo grazie alla barbara
pietà dei fedeli; la quale, come ha imposto corone di rame dorato alle
Vergini ed ai Bambini del Gagini, così ha conficcato nel quadro due
serti di stelle d'argento e corone votive di corallo. Uno scempio
peggiore è stato consumato sopra un antico S. Michele dei Minoriti,
tutto rivestito di lamine d'oro e d'argento: strazio che fa quasi
preferire la sorte della Resurrezione del Pomaranci, della Circoncisione
di Luca Cambiaso, del quadro del Caravaggio di S. Francesco, delle
quattro tele di Raffaello Vanni della Trinità e della Badia di S. Agata,
totalmente e repentinamente periti sotto le macerie del 1693. Restano
ancora in buono stato alcune antiche Madonne d'ignoti autori, a S.
Gaetano, all'Ogninella, a Nuovaluce, ai Crociferi; ed una serie di
quadri di scuola messinese, tra i quali un martirio di S. Placido del
Campolo ai Benedettini, un S. Pietro che consacra S. Berillo vescovo di
Catania del Suppa alla cattedrale, una Sacra Famiglia a S. Anna, una S.
Maria del Catalano a S. Maria della Lettera, una Madonna della Speranza
del Guascogna ai Cappuccini.

  [Illustrazione: TEATRO BELLINI. (Fot. Brogi).]

Fra queste tele religiose le catanesi non sono le più belle nè le più
antiche. Per trovare nella storia della pittura siciliana il nome d'un
catanese, bisogna scendere sino alla fine del secolo XVI e contentarsi
di quel Bernardino Negro, o Niger, come latinamente firmavasi, il quale
può passare per catanese, sebbene nascesse nel contado, a Biancavilla, e
si qualificasse di nazione greca, perchè la sua terra natale era stata
fondata un secolo innanzi da una colonia di Epiroti emigrati per
sottrarsi alla persecuzione maomettana. Di questo pittore c'è una
tavola, nella chiesetta del S. Carcere, che rappresenta il martirio di
S. Agata: in mezzo a una gran folla di popolo, fra i truci carnefici,
sotto il palazzo del Proconsole, presso l'anfiteatro, la verginella vede
apprestarsi gli strumenti dello spaventoso supplizio: se fermo è l'animo
suo, gli astanti hanno in volto raccapriccio e pietà, e già la divina
potenza manifesta il suo sdegno scotendo dalle fondamenta la casa del
magistrato iniquo. Il dipinto è considerato come il migliore di questo
artista, del quale in verità non resta se non un'altra opera, il quadro
di S. Giacomo nella chiesa dello stesso nome; e la composizione ne è
certamente pregevole, ma più sarebbe apprezzato se l'orribile restauro
non l'avesse deturpato.

  [Illustrazione: L'INGRESSO DELLA VILLA BELLINI. (Fot. Alinari).]

E dalla fine del Cinquecento bisogna scendere alla metà del Seicento per
trovare un altro pittore catanese di qualche merito: quell'abate
Pietro Abbatessa, o l'Abbadessa, che studiò a Roma sotto Cristoforo
Roncalli, il Pomaranci, e delle cui molteplici opere sparse nelle chiese
cittadine non restano se non la decorazione a fresco dell'abside della
Badia di S. Giuliano ed una Vergine col Bambino fra un gruppo di santi
nel Duomo, che il solito Accademico Infecondo definisce «uno stupore
colorato». Il quadro ha buone qualità di concetto e di tecnica, e belle
attitudini dimostrano anche le altre opere di pittori catanesi del
Settecento: le tele di Francesco Gramignani rappresentanti la visione di
S. Vincenzo de' Paoli (1778) nella chiesa della Collegiata; lo
Sposalizio di Maria e Giuseppe a S. Francesco; quelle di Giuseppe
Guarnaccia, che da Roma, dove studiò, mandò in patria i due S.
Franceschi di Paola e d'Assisi; e principalmente quelle di Olivio Sozzi,
nato nel 1690, morto nel 1765, dopo aver prodotto alla scuola del
Conca un gran numero di opere: i larghi freschi della cupola dei
Gesuiti, la decorazione della maggior sala della Biblioteca
universitaria--ultimamente distrutta per dar luogo a un nuovo ordine di
palchetti--, il S. Giovanni Battista della Trinità, il ritratto di
Pietro Lauria nella chiesa dell'Aiuto, la S. Apollonia della Collegiata,
il non compiuto S. Elia del Carmine, e via dicendo.

  [Illustrazione: MONUMENTO A GIOVANNI PACINI, DEL DUPRÉ.
  (Fot. Martinez).]

Pochi nomi, come si vede, e scarsa fama, non solo fuori di patria, ma
fra gli stessi concittadini. Nella storia delle arti del disegno, ed
anche in quella delle lettere e delle scienze, Catania tenne, durante
l'età più vicina alla nostra, un posto troppo mediocre. Neanche nella
restante Sicilia la nativa vivacità dell'ingegno isolano potè, per colpa
della secolare oppressione spagnuola e borbonica, esser fecondata. Le
stesse ricchezze naturali della terra non poterono fruttificare.
Catania, che era una cittaduzza di quattordici mila abitanti nel 1501,
mise tre secoli a crescere fino a cinquantamila; ma in questi ultimi
sessanta anni, con uno slancio paragonabile solo a quello di Milano, ha
più che triplicato la sua popolazione. Il porto, aspirazione quattro
volte centenaria dei Catanesi, sei volte iniziato e sei volte
inghiottito dal mare, ha potuto esser compiuto sullo scorcio del secolo
scorso ed è divenuto uno dei primi del regno. La città s'avvia ad
arricchirsi ancora, a crescere sempre più, coi commerci e le industrie.
Tanta prosperità le viene, o per dir meglio le ritorna, dalla situazione
singolarissima, nel bel mezzo della costa orientale dell'isola--la più
fertile, la più ridente--allo sbocco dell'immensa ubertosa pianura,
della _Piana_ per antonomasia, che dal mare si stende per cento
chilometri dentro terra, fino alle montagne zolfifere; e principalmente
dalla vicinanza del feroce ma feracissimo Etna. L'iscrizione posta, a
nome di Carlo II, dal vicerè duca d'Albuquerque dentro la cappella di S.
Agata in Duomo, non mente: «_Clarius iam inde colluces, urbs clarissima,
unde celeberrimi nominis lumen extinctum tremebunda lugebas_»: la città
rifulge per quella stessa cagione dalla quale dipesero le sue sciagure,
per il gran vulcano che fu il suo nemico, che è ancora la sua gran
minaccia, ma che è intanto e sempre fonte della sua ricchezza e della
sua rinomanza. La pietà del vicerè attribuiva ai miracoli della santa
protettrice la fama di Catania nel mondo; ma egli appendeva una lampada
d'argento dinanzi al sepolcro della martire «oltre le perpetue lampade
di fuoco e di fiamme dell'Etna: _praeter perpetuas Aetnae lampades ignis
atque flammarum_». Così, due mila e più anni prima, il fuoco sacro
ardeva nel tempio di Vulcano, alle falde della sua fucina. E l'Etna è la
nota dominante, il motivo fondamentale, così nelle storie della città
come nei quadri che la rappresentano. In nessun punto del suo enorme
perimetro di centocinquanta chilometri la montagna ha un profilo così
puro, da fumante piramide, come da Catania. E come di Catania, essa
forma la prosperità di un gran numero di altre minori città e borghi e
castelli e casali disseminati alle sue falde. L'ottimo Comeindo
Muglielgini ebbe dunque un bell'ammonire: «: O' se l'Uomo considerasse,
che quella casa, ch'egli stima suo paradiso in terra, alle scosse
inclementi d'un Tremuoto può subito in un baleno mutarsi in un inferno
d'orrori; che quella Galleria ov'egli à lascivie di senso si sollazza,
puol divenire una Nitria di sfrantumati macigni. Reflessione in vero da
fare istupidire l'istesso spavento; e pensiero da far mutare pensiere a
tutti quei ch'albergano tra le Città, col far ch'eglino da Cittadini, si
trasformassero in villarecci. E dove sei ò bellissima età dell'oro, che
per essere senza ricchezze, non avevi prezzo nelle tue felicità. Che se
non fosse poi venuto questo secolo di ferro, l'ambizione Umana, non
averebbe fabricati cotanti ordegni fabrili, per edificar le Città; che
divengono poscia tomba degli abitanti...». L'umana attività non bada ai
remoti pericoli, e fa invece suo pro di qualunque prossimo vantaggio. Se
l'Accademico Infecondo potesse rivivere, riconoscerebbe che la sua
predica fu veramente sterile; e forse, e senza forse, dovendo descrivere
la Catania risorta, ricomincerebbe ad accozzare metafore, nel suo stile
ispano-siculo, per sublimarne ogni più piccola gloria. Una, tuttavia, è
tanto grande, che nessun elogio si può dire esagerato: Vincenzo Bellini.
Se la città non ha dato illustri cultori delle arti figurative, è suo
vanto esser patria di egregi musicisti, come Giovanni Pacini, Pietro
Antonio Coppola, ed altri parecchi, fra i quali risplende il
gentilissimo Cigno, alla cui memoria essa ha meritamente dedicato ciò
che ora ha di più attraente: il grazioso giardino pubblico, il monumento
scolpito da Giulio Monteverde, e il teatro dello Scala e del Sada
echeggiante di melodie immortali.

  [Illustrazione: GIARDINO BELLINI--PIAZZALE. (Fot. Gentile).]

  [Illustrazione: GIARDINO BELLINI--CHIOSCO DEI CONCERTI.
  (Fot. Grita).]



  Nota del Trascrittore

  Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
  senza annotazione minimi errori tipografici. Nell'illustrazione a pag.
  51 (Monete di Katana) è stata inserita una legenda numerata per
  maggiore chiarezza.





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