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Title: Cristina
Author: Serao, Matilde, 1856-1927
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Cristina" ***

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                _Piccola collezione «Margherita»_


                         MATILDE SERAO


                           CRISTINA


                    Disegni di CASTELLUCCI
                    Incisioni di BALLARINI



                             ROMA
                    ENRICO VOGHERA, EDITORE
                         _Via Po, 3_

                             1908



                     _La presente opera
                   è messa sotto la tutela
                delle vigenti leggi e trattati
                         di proprietà
                   letteraria ed artistica_

                  (07-6764) Tip. E. Voghera



INDICE

  _Cristina_         Pag. 15
  _Sacrilegio_        »   89



Cristina.


I.

Mentre Cristina si chinava a cogliere un ramoscello di basilico odoroso,
da mettere come aroma nella salsa di pomodoro che bolliva in cucina, udì
un sibilo breve e dolce. Ella levò il capo, ma non vide nulla; il sole
batteva sulla terrazza dove si allineavano, nei vasi di creta, le rose
di ogni mese, fiorite, i peperoncini rossi, i garofani schiattoni, il
prezzemolo e i gelsomini bianchi; il sole l'abbagliava. Ma di nuovo un
sibilo dolce attraversò quel silenzio meridiano; ella si rialzò
vivamente, fece solecchio con la mano e si guardò intorno. Il sole la
illuminava tutta, nel suo vestito di percallo bigiognolo a fiorellini
azzurri, molto stretto alla cintura, col grembiule di merino nero, che
cingeva la persona: a un occhiello del vestito, sul petto, erano passati
due gelsomini bianchi, dal gambo sottile; i folti capelli castani,
divisi in due treccie, raccolti sulla nuca, strettamente, lasciavano
libera una piccola fronte bianca.

— Chi sarà? — pensava ella, aguzzando gli occhi.

Infine qualche cosa di bianco che si agitava, attirò la sua attenzione.
Dietro la casa dei Marcorelli, a una piccola finestra di casa Fiorillo,
una pezzuola si agitava, mossa da una mano.

— Ah! è Peppino Fiorillo — mormorò Cristina con un piccolo moto di
disdegno.

E non vi badò più. Sul parapetto della terrazza sei tovaglioli bagnati
si asciugavano al sole, mantenuti fermi contro il lieve ponente da pezzi
di mattone. Ella, prima di rientrare, assoggettò meglio i tovaglioli
sotto i mattoni, perchè il vento non li portasse via. Ma una curiosità
la prese di sapere con chi l'aveva quello stravagante di Peppino
Fiorillo: forse con Caterina Marcorelli, ma le finestre di Caterina
erano sbarrate, da Marcorelli avevano già pranzato e dormivano tutti,
nell'ora lunga e affannosa della siesta meridionale. Si piegò sul
parapetto a vedere se la maestrina, la Ottilia Orrigoni, una piemontese,
fosse dietro i vetri del suo balcone a correggere i còmpiti delle
alunne: non vi era. Niente, attorno non si vedeva nessuno. Levando gli
occhi, vide che Peppino Fiorillo faceva cenno a lei, ritto innanzi alla
finestra.

— L'ha con me — disse fra sè: — è matto, il giovinotto.

E se ne andò, arrossendo un po' di collera, un po' di compiacenza.
Rinchiuse i vetri della porta-balcone che dava sulla terrazza, senza
voltarsi indietro. E mentre Michela, la serva, buttava le foglie di
basilico nel pomodoro che gorgogliava, Cristina sedette in un angolo
della vasta e chiara cucina e si rimise a fare la calza. Per l'ottobre,
suo fratello Carluccio doveva entrare nel collegio militare della
Nunziatella, a Napoli, e il corredo non era mai finito. Non pensava più
a Peppino Fiorillo, la tranquilla creatura, pensava che questo suo
fratello se ne andava come l'altro, il più grande, che si era riccamente
ammogliato a Pietramelara e lei, Cristina, restava sola, a diciott'anni,
in casa, col padre vecchio e con la zia Rosina che soffriva di asma. In
questa il fanciullo entrò: tornava dalla scuola, col berretto di
traverso e la cartella sotto il braccio, con la cinghia pendente.

— Oh Ciccina, Ciccinella — gridò lui, dandole della testa nel petto per
baciarla troppo presto.

— Come puzzi di fumo, Carluccio!

— Pare a te, Ciccina mia.

— Altro che pare! Non dire la bugia, che ti cammina sul naso. Hai ancora
fumato, birbante! Glielo dirò a papà, io, quando torna.

— Non glielo dire, Ciccinella cara, non glielo dire. Una piccola
sigaretta di quattro centesimi e ne ho mezza in tasca, pensa che me ne
vado in quel brutto collegio, dove mi metteranno sempre in castigo.

— E sarà bene, perchè sei impertinente. Chi te lo ha dato il soldo per
comperare la sigaretta? Non lo avevi.

— Me l'ha regalata Peppino Fiorillo, quel giovanotto coi capelli ricci
ricci; ne fuma venticinque al giorno, lui, di sigarette, perchè è
grande, sta al liceo; l'ho incontrato qua vicino, passeggiava...

— Non te la doveva dare la sigaretta; vedete se è possibile, un
ragazzetto di dodici anni, fumare! Se è vizioso lui, non deve far
diventare viziosi gli altri, le creaturine...

— Oh Ciccina, quel poveretto ti ha mandato anche a salutare! Ha detto
così: salutami la tua bella e sdegnosa sorella. Come parla bene, eh? Sta
al liceo...

— Un'altra volta non ti fermerai con lui, hai capito?

— Oh Ciccina, quanto sei cattiva oggi — disse Carluccio, volendo
piangere.

— Dammi la mezza sigaretta — disse ella, raddolcita.

— Ecco qua.

Cristina la buttò nella cenere del focolare.

— Lo vuoi fare più?

— No, Ciccinella cara.

— Ti ci fermerai più, con Peppino Fiorillo?

— Mi ha promesso un gelato, da Mola, per domani, quando esco con
Michela, chè è domenica: ma se tu vuoi, non mi ci fermerò più.

— Te li darò io, i quattrini pel gelato. Se Carluccio si porta bene, la
sorella sua lo accompagnerà a Napoli al collegio e gli regalerà una
bella scatola di compassi...

— E dirai a papà che mi compri un orologetto d'argento, senza catena,
capisci, con un laccettino nero?

— Glielo dirò: subito, a lavarsi le mani e i denti, via, soldatino. Non
si viene a pranzo, così, come un sudicione.

Nella giornata, Cristina non ebbe più tempo di pensare a Peppino
Fiorillo: Maddalena, la vedova di Stefano, e Carmela, la figlia di
Graziella la portinaia, cucivano le camicie pel corredo di Carluccio ed
ella doveva tagliarle e impuntirle. Questo le prese il pomeriggio: alle
ventiquattro, tutte le donne di casa si riunirono in una stanza dove era
un'immagine dell'Assunta e seguendo l'intonazione di zia Rosina, si
recitò il rosario. Alla _Salve regina_ Cristina s'inginocchiò e restò
genuflessa per tutto il tempo della litania. Pregava per suo padre, per
sua zia Rosina che era malata, per suo fratello Ferdinando che stava a
Pietramelara, per la cognata Francesca che era incinta e soffriva molto,
per Carluccio che era piccolino e doveva partire, e per sè poi, perchè
il Signore le desse forza, salute e bontà di cuore. Nella serata, dal
terzo piano discese il cancelliere, sua moglie e sua figlia, Irene, una
zitella di trent'anni: il marito e la moglie giuocavano la partita a
_scopone_ in quattro, con zia Rosina e col padre di Cristina. Irene e
Cristina lavoravano all'uncinetto certe stelle per coperta di letto,
parlando sottovoce.

— Totonno mi ha ancora scritto, oggi — confidò Irene.

— Ah... e che dice?

— Che vuol dire? le solite cose. Senza denari, non se ne fa nulla. Egli
mi ama, capisci, è disperato, non ci è da fare altro che aspettare la
morte di suo padre.

— Oh!

— È vecchio, ha fatto il tempo suo, il Signore se lo potrebbe prendere.
Noi anche abbiamo il diritto di vivere.

— Gli hai risposto?

— Figurati, subito! In sette anni di amore ci saremo scritti un baule di
lettere. Senti, Peppino Fiorillo è innamorato di te?

— No.

— Come? Se ti faceva i gesti da spasimante, oggi.

— Dove l'hai visto?

— Dalla finestra del pollaio; davo il mangime ai polli. Fa vedere che
non ne sai niente, ora! Lo ami tu?

— No, cara Irene.

— È un gran bel giovane, una testa bizzarra, è amico di Totonno. Non ti
piace?

— No.

— E chi ti piace?

— Nessuno.

— Non può essere.

— Te lo direi: non mi piace nessuno.

— Prometti che me lo dirai?

— Prometto.

Dopo, Cristina non ci pensò più, a Peppino Fiorillo: appena andata a
letto, ella si addormentò immediatamente, come al solito. Al mattino
seguente, che era domenica, Cristina, dopo aver annodato la bella
cravatta rossa di Carluccio, si vestì col suo abito della domenica, di
lana crema, e uscì un momento sulla terrazza, aspettando che zia Rosina
fosse pronta per la messa. Peppino Fiorillo era alla sua finestra,
pronto anche lui per uscire, col cappello in testa: vedendola, si
scappellò profondamente; ella rispose appena, indispettita, sapendo che
egli l'avrebbe seguita alla messa. Per fortuna non entrò in chiesa,
poichè era libero pensatore e segretario del circolo democratico _Patria
e Libertà_: ma Cristina fu inquieta durante tutta la messa. Uscendo,
passò rapidamente innanzi a lui, senza guardarlo, rabbuiata nel viso: ma
lui, ostinato, la seguì sino alla porta della sua matrina, la signora
Cannavale, in piazza Mercato.

— Mettiamoci al balcone, passa la musica.

— No, comare mia, non voglio.

— E perchè?

— C'è qui sotto quel pazzarello di Peppino Fiorillo, che non mi vuole
lasciare in pace.

— Chi? quello che dà tanti dispiaceri a sua madre? Figlia mia, pensa a
quel che fai: i Fiorillo erano ricchi, ma sono rovinati, adesso...

— Io vorrei che lui mi lasciasse stare, ecco tutto.

— Gliene farò parlare dal compare Ciccio che, sai, ti vuol bene come un
secondo padre.

— Non importa, aspettiamo, forse smetterà.

Ma alla sera, mentre in piazza Mercato, sotto le acacie, suonava la
banda municipale e le ragazze di Santa Maria sedevano, in fila, coi loro
vestitini bianchi di taglio provinciale, agitando i ventaglini rossi che
il fratello o lo zio avevano loro portato in dono da Napoli,
occhieggiando col giovanotto amato, mentre le mamme, pure in fila,
dietro, si lagnavano dell'umidità, Irene disse a Cristina:

— Totonno mio è con Peppino Fiorillo.

Cristina sogguardò da quella parte. Pappino, appoggiato a un'acacia, col
cappello in mano, si passava l'altra nei capelli ricciuti, con un gesto
stanco e triste di persona infelice.

— Come ti guarda! — disse Irene. — Non ne hai pietà?

— Ma che pietà! Mi secca, tutti lo vedono, domani saremo la favola del
paese. Bel guadagno ad avere una persona come lui alle costole!

Malgrado l'aria imbronciata di Cristina, Peppino seguitò il suo armeggio
di spasimante provinciale, cavò il fazzoletto di seta rossa dal taschino
del soprabito, se lo portò alle labbra come se lo baciasse, lanciando
alla fanciulla certi sguardi lunghi, appassionati. Immediatamente Giulia
Ricca dette l'avviso di questo avvenimento ad Adelina Magliolo;
dall'altra parte Mariella Nespoli lo disse a Clemenza La Corte e tutta
la fila delle fanciulle fu commossa. Per un momento si credette che
Peppino Fiorillo guardasse Caterina Marcorelli, ma l'errore fu subito
corretto, _è Cristina, è Cristina Demartino_, circolò sottovoce.

— Cristina corrisponde?

— No, no, non vuol saperne.

— Domandate a Irene.

— Irene dice che Cristina non vuol saperne.

— Sarà vero?

— Mah! abitano dirimpetto, non direbbe la bugia.

— Peppino è uno stravagante.

— È capace di una forte passione?

— Chissà! Non ha un soldo e Cristina ha quattromila ducati di dote.

— Che quattromila! Non ci arrivano.

— E se muore la zia Rosina che ha l'asma, Cristina eredita.

— Dio mio, che faccia malinconica ha Peppino! Cristina potrebbe
guardarlo un momento.

L'indomani la leggenda della passione non corrisposta di Peppino
Fiorillo per Cristina Demartino circolava per tutta Santa Maria. Se ne
parlò al casino di conversazione e nella farmacia di don Pietro
Roccatagliata, al tribunale e nella tipografia del _Corriere Campano_.
L'eroe girava per le strade, con la sua aria stracca di un uomo tediato
di vivere, masticando la sigaretta, rispondendo seccamente agli amici
che incontrava.

— È vero che vuoi bene a Cristina Demartino? — gli domandò Ciccillo La
Corte, uscendo dallo studio dell'avvocato Bosco, dove faceva pratica di
procuratore.

— Sì — disse l'altro, cupamente.

— E che intendi di fare?

— Amarla.

— Ella ti corrisponde?

— Non so: non importa.

— Che tipo strano sei tu!

— _Homo sum_ — mormorò Peppino Fiorillo.

E finì per passare le sue giornate di vacanza alla finestra, donde si
vedeva la terrazza di Cristina, e a passeggiare. Appena ella usciva a
prendere una boccata d'aria, coll'uncinetto fra le dita e il gomitolo
del filo nella taschetta del grembiule, se lo vedeva lì di faccia, con
la sua aria tragica di amante disprezzato. Ella chinava gli occhi, non
rientrava subito dentro per non far sembiante di nulla, ma restava
imbarazzata, col viso infiammato. Ella gli aveva fatto dire, dal padrino
Ciccio Cannavale, che la lasciasse tranquilla, che pensasse ad altro. Ma
Peppino Fiorillo aveva declamato un grande discorso a don Ciccio
Cannavale, sull'eternità del vero amore, su Dante e Beatrice, su
Petrarca e Laura, sulla libertà del sentimento. Don Ciccio gli aveva
obiettato che lui, Peppino Fiorillo, non aveva nè arte nè parte, e che
non poteva pretendere di sposare una fanciulla che aveva quattromila
ducati di dote. Peppino aveva subito replicato, con grande fierezza, che
egli disprezzava il denaro: sarebbe andato a Napoli a studiare legge,
avrebbe conosciuto gli uomini politici del partito democratico nelle cui
mani è l'avvenire, avrebbe tentato il giornalismo, la letteratura, la
poesia, carriere indipendenti, dove trova fortuna e gloria ogni forte
ingegno, insofferente di giogo; del resto, lui, Peppino Fiorillo,
disprezzava altamente la provincia e la sua crassa ignoranza. Don Ciccio
Cannavale, sbalordito, non trovò nulla da replicare, e Peppino Fiorillo
concluse:

— O Cristina, o la morte.

Trovò anche mezzo di scriverle certe lunghe lettere piene di punti
ammirativi, di citazioni poetiche, specialmente del Cavallotti, di cui
aveva comperate le _Anticaglie_, nominando financo Victor Hugo, che
Cristina non aveva mai letto. Gliele portava Carmela, la figlia della
portinaia Graziella, una ragazza di quattordici anni, la cui gran
professione era di portar lettere amorose a Irene, alla maestrina
Ottilia Orrigoni, e ci guadagnava delle mezze lire, con cui comprava una
quantità di nastrini, di spilloni falsi, di orecchini in pastiglia.
Cristina lesse le lettere, ma non volle mai rispondere: anzi, nella
confessione, padre Raffaele la rimproverò di conservarle, ed ella le
bruciò. Una parte delle sue amiche, quelle che amavano i giovanotti
spiantati, le cosidette _romantiche_, la consigliavano a confortare di
amore quel povero Peppino Fiorillo, che si struggeva per lei, che si
consumava, che vegliava le notti intere, che non mangiava più, che aveva
sputato sangue, una mattina: ma le altre, quelle tranquille come lei, in
minoranza, glielo ripetevano continuamente che Peppino Fiorillo pativa
nel cervello, che era un miserabile sfaccendato, che permetteva sua
madre andasse in giornata a stirare, per comprarsi le sigarette e pagare
i bicchierini di assenzio al caffè Mola. La buona creatura si ribellava
ogni tanto contro questo amore di cui non sapeva che farsi, che la
tormentava, che le impediva di uscire. In quei periodi di collera, ella
chiudeva i cristalli sul viso a Peppino Fiorillo; dovunque lo
incontrava, gli voltava le spalle; il suo umore s'inaspriva, ella
maltrattava Carluccio e le serve, recitava il rosario con una voce
desolata di donna infelice che chiede una suprema grazia al Signore. In
quei giorni Peppino Fiorillo gironzava per le vie di Santa Maria, col
capo chino, con le guancie pallide, dove la barba non rasa metteva
un'ombra azzurrina di malattia, e non salutava più nessuno.

— Quella Cristina è proprio senza cuore — dicevano oramai tutti quanti.

Ella credette essersene liberata, quando Peppino Fiorillo dovette
partire per Napoli, nel novembre. Le parve meno dolorosa la partenza di
Carluccio, per questo sollievo di Peppino che se ne andava anche lui. Ma
lo studente le scrisse una lunga lettera in cui le giurava fedeltà, che
le avrebbe scritto ogni giorno da Napoli, che si sarebbe fatto subito un
gran nome per metterglielo ai piedi, per commoverla. La lettera era
tutte cassature, raschiature, macchie sbiadite d'inchiostro: Peppino
confessava d'aver pianto scrivendo. Questa lettera ella la trovò nel
panierino dell'uncinetto, senza poter sapere chi ce l'avesse messa. E
tutta la notte che precedette la partenza, Peppino passeggiò sotto la
casa di Cristina: se ne parlò un mese in Santa Maria.

Infatti per otto o dieci giorni, per la posta, arrivarono certe grosse
lettere di vari foglietti, su cui erano scombiccherate le frasi più
disperate. Sempre Cristina avrebbe voluto respingerle, ma poi la
curiosità la vinceva. Un giorno arrivò un giornaletto letterario,
l'_Alcione_, che usciva a Sarno, ogni domenica, dove ci era un sonetto
dedicato _alla mia divina Cristina_, tutto idealità e firmato Giuseppe
Aldo Fiorello. Poi, un giorno mancò la lettera; le mancanze si fecero
frequenti, sicchè a gennaio, per una settimana, non giunse più niente.
Alla sera, mentre Cristina leggeva il _Pungolo_ a suo padre, trovò nella
cronaca che per i tumulti universitari, fra gli studenti di primo anno
che avevano gridato _abbasso Senofonte_, era stato arrestato, poi
rilasciato G. Aldo Fiorello; poi giunse un giornale repubblicano, la
_Spira_, dove Aldo Fiorello che era stato ritenuto in carcere mezza
giornata, si vantava del martirio sofferto e sacrava le teste dei
tiranni all'augurata ghigliottina. Peppino Fiorillo, ovvero Aldo
Fiorello, non venne a far Pasqua con sua madre e la povera donna fu
invitata a pranzo da don Ciccio e da donna Rosalia Cannavale: ella mandò
dieci lire al figliuolo perchè facesse contento la Pasqua. Per mandargli
cento lire al mese, ella digiunava spesso. Nel mese di maggio Cristina
Demartino ricevette un giornale politico letterario di Forlì, il
_Satana_, dove era pubblicata una ode barbara di Aldo Fiorello, dedicata
a _una fanciulla sciocca_. In essa l'autore si burlava, in metro
alcaico, di una fanciulla provinciale, bacchettona, che ancora aveva la
volgarità di credere nel _vecchio Jehova dei sacerdoti_, che era
anemica, ammalata d'isterismo, ipocrita e desiderava l'amore solo sotto
il giogo coniugale, che è la galera dei liberi cuori. L'autore, Aldo
Fiorello, dichiarava d'essere stato ingenuo sino al punto di amare
questa stupida, ma che allargatoglisi innanzi l'orizzonte, _sapute le
tempeste_, egli preferiva, sì, preferiva l'amore che la _chellerina_ gli
offriva, insieme con la tazza spumante di birra. Di questa poesia
Cristina non capì la parola _Jehova_, ma la credette una bestemmia e si
segnò; non capì la parola _chellerina_, ma intese, in generale, che lo
studente si permetteva d'insultarla e pianse di collera.


II.

Tre anni dopo, un giorno, a tavola, don Cosimo Demartino chiese a sua
figlia Cristina:

— Cristinella, lo conosci Giovannino Sticco?

— Il figliuolo di donna Marianna?

— Sì.

— L'avrò visto tre o quattro volte, quando veniva qui, che vi era ancora
Ferdinando.

— Che te ne pare, Cristinella?

— Non saprei, papà.

— È un buon giovane.

Il discorso cadde, essi continuarono a pranzare silenziosamente. Erano
soli, soli, ora, ridotti a due: povera zia Rosina era morta della sua
asma e Carluccio seguiva il terzo corso al collegio militare della
Nunziatella. La zia aveva lasciato diecimila lire a Cristinella, e
Carluccio aveva avuto ogni anno la cifra reale, come premio. Soltanto
don Cosimo invecchiava giorno per giorno, logoro di fatica. Non
parlarono più di Giovannino Sticco; ma sulle ventiquattro, appena
Cristina aveva intonato il rosario a cui le donne di casa rispondevano,
quasi cantando, il padre sopraggiunse, sedette sopra un seggiolone e
tratta innanzi a sè una sedia, posò il capo bianco sopra la spalliera.
Pregava anche lui quella sera, e Cristina, dopo essersi fermata un
momento, meravigliata, ricominciò l'avemmaria. Quando il rosario fu
finito, le serve scomparvero a una a una, e padre e figlia rimasero
soli, nella penombra. Ella stringeva ancora fra le mani, sotto il
grembiule, la coroncina.

— Quel Giovannino Sticco ti vuole sposare, Cristinella.

— Lo ha detto a voi, papà?

— Sì.

— E che gli avete risposto?

— Gli ho risposto di sì, Cristinella.

Vi fu un silenzio.

— Giovannino Sticco è un buon giovane — soggiunse il padre — è di buona
salute, il suo negozio di generi coloniali è prospero, non ha che sua
madre, avrà in tutto trentamila ducati di proprietà, potreste avere la
carrozza.

Ella non disse nulla. Ascoltava, pensava, con le mani in grembo.

— Se si mette nel commercio degli spiriti, può fare guadagni grossi; è
molto attivo, pieno di buonsenso. Ha trent'anni. Quanti ne hai, ora, tu?

— Ventuno, compiti a maggio.

— Va bene, mi pare.

Niente diceva Cristinella.

— Potrebbe Giovannino Sticco comprare questa casa qui accanto, di
Marangio; apriremmo una porta nel muro divisorio e così non resterei
tanto solo, poichè tu devi andartene. Che dici tu?

— Dico che va bene, papà.

— Ho fatto bene a dire di sì a Giovannino Sticco?

— Hai fatto bene, papà.

Nell'ombra egli le posò un momento la mano sui capelli, quasi
benedicendo: essa baciò quella mano. Non era stato nè un padre
espansivo, nè un padre carezzevole, non aveva sprecato nè baci, nè
quattrini, ma era stato un padre onesto e buono, che aveva lavorato
dalla mattina alla sera per la sua casa. Non si dissero più nulla, e il
matrimonio fu come cosa fatta.

Non aveva trovato molte parole per esprimergli quanto fosse contenta,
Cristinella. Era quello che desiderava lei, un marito quieto, una casa
piccola da dirigere, la continuazione della vita che aveva sino allora
vissuta, senza tempeste di cuore, un amore mite, senza complicazioni di
gelosie. La tranquillità del suo bel temperamento aveva bisogno di un
ambiente pacifico come quello di casa sua. Ella odiava gli imbrogli, i
pettegolezzi, gli esaltamenti per nulla, le agitazioni inutili, gli
strilli, le scene, le lagrime. Il suo spirito era semplice, come la sua
persona. Ella aveva bisogno di pranzare alle due, di cenare alle otto,
di dormire sette ore, di andare a messa ogni domenica, a confessione
ogni mese, in visita dalle amiche ogni quindici giorni: ella scriveva
ogni settimana a Ferdinando, due volte la settimana a Carluccio. Aveva
bisogno che tutto ciò continuasse, senza interruzione. Sapeva, sì,
sapeva che il matrimonio non è sempre una allegra cosa, ma conosceva
Giovannino Sticco, come le ragazze conoscono bene tutti i giovanotti da
moglie. Quando egli venne la sera, a prendere il suo posto di fidanzato
ufficiale, dalle sette alle nove, lo accolse con un sorriso famigliare,
e subito parlarono di questa compra della casa Marangio.

— Papà, capite, è vecchiarello, non potrebbe star solo.

— È naturale — disse lui.

Il giorno seguente le donò un orologetto di oro, con la catena.

— Ho ordinato un medaglione, a Napoli, con la lettera C, sopra — disse
Giovannino. — Gli orecchini vi piacciono?

— Non ne porto spesso.

— Fate bene: nemmeno a me piacciono molto.

Parlavano nella strombatura del balcone, ella lavorando sempre
all'uncinetto, il padre che giuocava alla scopa con don Ciccio
Cannavale, poichè il cancelliere era stato traslocato.

— Mammà vorrebbe venire domani, Cristina.

— Non è meglio domenica dopo la messa?

— È vero, avete ragione.

Egli la guardava di sfuggita, con una certa dolcezza: ma ella era senza
imbarazzo. S'intendevano perfettamente.

— Vi piace l'uva nera, Cristina?

— Mi piace, ma quando è uva fragola.

— Anche a me: è singolare!

Poi, tacevano.

— La coperta all'uncinetto è finita? — chiedeva Giovannino.

— È finita; questo è il terzo guanciale.

— Come la foderate?

— Di seta azzurra: non mi avete consigliato così, l'altra sera?

— Grazie, Cristina. Resta inteso, dunque, che il salone da ricevere lo
mobiliamo di giallo.

— Giallo, sì, Giovannino.

— Starà bene?

— Starà benissimo: non avete visto quello di Clemenza La Corte?

— Lo faremo più bello.

Alla domenica, dopo la messa, passeggiavano tutti insieme pel Corso
Garibaldi, don Cosimo accanto alla madre di Giovannino Sticco, i due
fidanzati innanzi, senza darsi il braccio, perchè non conviene. Cristina
conservava la sua serenità; ma vedeva arrivare l'ora del matrimonio con
un certo senso di emozione. Essa amava Giovannino, ora, con un'affezione
calma e sicura: e sentiva di essere amata come voleva.

Un giorno, come usciva fuori la terrazza, per sciorinare certi corpetti
del suo corredo, che le serve avevano lavato, udì, come in sogno, quel
sibilo breve e dolce, dalla parte di casa Fiorillo. Era chiusa da due
anni la casa Fiorillo, dopo che la madre di Peppino era morta, di tifo,
a Napoli, una volta che era andata a vedere il figliuolo che non tornava
più a Santa Maria. Ella trasalì, tremò, vedendo nel vano della finestra
la faccia di Peppino Fiorillo. Si era lasciato crescere la barba, era
più grasso, più scialbo, ma ella lo aveva riconosciuto subito. Scappò in
camera sua, tutta la giornata non ebbe requie, sgridò le serve due o tre
volte, senza ragione. Sarebbero ricominciati, ora, i tormenti, con
questo stravagante che tornava così in mal punto? Come avrebbe fatto a
liberarsene, di questo Peppino Fiorillo? Alla sera Giovannino Sticco la
trovò inquieta e distratta.

— Che avete?

— Niente.

— Tu hai qualche cosa — mormorò Giovannino, dandole per la prima volta
del tu.

— Ho mal di capo.

— Va a letto, ti farà bene.

— Vado, buonanotte — disse ella docilmente.

Non potette dormire. Aveva addosso una inquietudine come mai, una febbre
che le ardeva il sangue. Mai aveva provato l'odio, ma ora lo provava,
grande, fiero, per questo Peppino Fiorillo che riappariva come un
fantasma, a guastarle la vita. Non lo aveva amato, non lo amava, con che
ardire egli ritornava ad annoiarla? Già non ci aveva mai creduto e non
ci credeva, all'amore di lui; tutte parole tutte chiacchiere, come si
leggono dentro i libri e non sono vere. A che scopo ritornare, per
affliggerla di nuovo? A che serviva torturarla? Invano cercò di recitare
le orazioni per calmarsi. Non ci riusciva, il suo pensiero fisso la
vinceva, le disordinava tutte le altre idee.

L'indomani Peppino le scrisse:

«Sono tornato per te, tu sola mi resti, perdonami questi anni di obblio,
ti spiegherò tutto, ti amo più che mai».

Ella non rispose nulla. Ma la sera, quando Giovannino Sticco venne,
stringendole la mano, sentì che bruciava.

— Hai la febbre, perchè non sei rimasta a letto?

— In casa vi era bisogno di me.

— Lo sai che è tornato Peppino Fiorillo? — chiese egli, senza dare
nessuna importanza alla domanda.

— Lo so — e non battè palpebra.

— L'hai visto alla finestra?

— Sì.

— Si è molto mutato.

— Già.

Il giorno seguente, altro biglietto.

«Mi dicono che devi sposare quella bestia di Giovannino Sticco, il
venditore di caramelle. Non è possibile. Rispondimi di no».

Rispondere, a quel pazzo? Che rispondere? Non aveva nulla da dirgli,
come sempre, e temeva che qualunque risposta avrebbe peggiorato le cose.
Forse si convincerà da sè, senza che io gli risponda — pensava, con la
transazione abituale degli spiriti tranquilli, che rifuggono dalle
grandi decisioni. Difatti, per tre o quattro giorni Peppino Fiorillo non
scrisse più, non comparve alla finestra, i cristalli rimasero chiusi,
ella non udì parlare di lui. Dunque si era convinto, non ci pensava più,
aveva forse abbandonato la casa a Santa Maria per ritornarsene a Napoli.
Sollevata da questo incubo, respirava, riprendeva la sua serenità, la
sua attività. Si era nel gennaio: il matrimonio con Giovannino Sticco
era fissato pel 20 aprile, giorno di Pasqua: bisognava affrettarsi pel
corredo. Giusto mancavano ancora le sottane di mussolo dalla balza
ricamata: ne avrebbe chiesto il modello a Clemenza La Corte che ne aveva
delle bellissime. Mentre pensava questo, capitò Carmela con un biglietto
di Peppino: Cristina, per solito così calma, impallidì di collera.

— Non lo voglio — disse con una voce tremante di emozione — riportalo a
chi l'ha scritto, a quel pezzente vizioso, e se mi compari innanzi con
un altro biglietto, ti faccio cacciar di casa, Carmela, te e la tua
famiglia.

— Gli debbo dire quello che mi avete detto, signorina? — balbettò la
servetta spaventata.

— Diglielo.

E le voltò le spalle, tutta vibrante ancora di sdegno, tutta commossa
ancora dell'atto di volontà che aveva fatto. Per ritrovare la calma
dovette passeggiare su e giù, in camera sua per un pezzetto, parlando
fra sè, cercando di sfogarsi per riprendere equilibrio. Poi la cuciniera
venne a cercarle la roba per il pranzo, perchè Cristina chiudeva tutto,
sempre, e si metteva le chiavi in tasca. Entrò nella dispensa e con un
cucchiaio di legno staccò un grosso pezzo di strutto bianco, da una
vescica già sventrata: lo misurò con l'occhio, era una libbra. Tagliò da
una forma di cacio di Sardegna una fetta da grattarsi per i maccheroni:
da una scatola di latta, prese tre cucchiaiate di conserva secca di
pomidoro.

— Che ha mandato papà, dalla piazza?

— Un chilo di alici e un chilo di carne, pel sugo dei maccheroni.

— Ci vorrà l'olio, per le alici.

Ma Cristina trasse prima da un grande armadio un cartoccio di
maccheroni, prese la bilancia e pesò tutto il cartoccio. Era troppo, ne
levò un fascetto, a occhio. Mentre si alzava in punta di piedi per
prendere un fiasco di olio da uno scaffale alto, tutta la casa fu scossa
da una detonazione, vicinissima.

— Madonna Assunta, aiutateci voi! — strillò la serva.

— Che sarà? — chiese Cristina, come perduta.

Poi tesero l'orecchio. Nelle scale pareva che qualcuno strillasse e
piangesse forte, una donna, Carmela.

— Avranno ucciso qualcuno nel portone — strillò la serva.

Allora Cristina, dopo avere esitato un momento, attraversò la cucina, la
stanza da pranzo, l'anticamera. Nella scala i gridi crescevano; erano
due o tre voci che si lamentavano:

— Signorino bello... signorino bello...

Ella fece per aprire la porta sulla scala. Non potette. Peppino Fiorillo
giaceva lungo disteso sul pianerottolo, ferito nel petto: una ferita da
cui sgorgava il sangue. La rivoltella era accanto a lui: egli era bianco
bianco nella faccia, con gli occhi aperti. Li rivolse su Cristina,
quando ella apparve.

— Signorino bello... signorino bello... — piangevano e gridavano le
femmine.

Ella traballò, si sorresse alla porta, poi stramazzò.


III.

Nella poca luce della lampada che ardeva dinanzi a una immagine
dell'Assunzione, Cristina, seduta accanto al letto, stava immobile. Il
moribondo giaceva, senza cuscini, con la testa appoggiata al materasso,
per impedire l'affluenza del sangue al polmone. Il lenzuolo che lo
copriva, macchiato qua e là di sangue, si sollevava appena, sotto un
respiro debolissimo.

— Come va? — domandò il medico, piegandosi verso la fanciulla.

— Sempre lo stesso — rispose ella, con un soffio di voce.

— Ha chiesto neve da mangiare?

— Sì.

— Avete rinnovato le vesciche di neve sulla ferita?

— Sì.

— Dà molto sangue?

— Molto: tre asciugamani, da oggi.

Il medico tacque, per poco, come pensando. Poi si chinò sull'ammalato.

— Dorme — disse.

— Non dorme: ogni tanto apre gli occhi.

— La febbre non è forte, per l'infiammazione: solo trentanove gradi e
mezzo — riprese lui, come parlasse a se stesso.

Ella non parlò.

— Ritornerò questa notte. Perchè non andate un po' a letto?

— No — disse Cristina.

Egli uscì in punta di piedi, ella rimase di nuovo sola accanto al
morente. Da trentasei ore non era mai uscita da quella camera dove lo
aveva trasportato: o stava immobile, seduta accanto al letto, o andava e
veniva per la stanza, pian piano, come un'ombra, portando le bende, la
neve, le compresse. Agiva macchinalmente, senza pensare, sentendosi la
testa vuota e rigonfia; agiva come per istinto, indovinando quello che
si dovesse fare. Ma non si ricordava più, non giudicava più, non capiva
più niente. Quello che le dava uno spavento, ogni tanto, erano gli occhi
del ferito che si riaprivano lentamente e la fissavano a lungo, con una
intensità di vita profonda. Ella chinava i suoi occhi, ma si sentiva
guardare, e le pareva che fosse già morto, che morto la guarderebbe
sempre così, con quello sguardo concentrato. Era entrato due o tre volte
il padre, a chiedere notizie; ella aveva risposto con qualche
monosillabo: e più nulla. Sola, con quell'agonizzante! Come si avanzava
di nuovo la notte, vide che agitava un poco le dita della mano sinistra,
lungo il lenzuolo. Si chinò su lui: nello sguardo vi era una preghiera
ardente. Intese: gli dette la mano. A poco a poco il calore di quella
mano febbrile si comunicò alla sua, salì al braccio, si diffuse per la
persona: ella arse della stessa febbre. Due volte cercò di ritirare la
mano, ma le dita dell'infermo la trattennero, debolmente; ella non osò
più muoversi. Si sentiva presa, irrimediabilmente, avvinta a quel
moribondo, arrivando a respirare lieve lieve, come lui, sentendosi la
bocca riarsa, come lui.

— Morirò, come lui — pensava.

Per quattro ore egli non le lasciò mai la mano; immobilizzata, senza
voltare la testa, ella sentiva che il braccio le si paralizzava
lentamente.

— Così si muore, forse — pensava.

Ma quella mano, che non la lasciava più, diventava sempre più calda, era
rovente come un ferro infuocato, parea le corrodesse la pelle e la carne
della mano, facendo una piaga profonda. La febbre del ferito cresceva;
egli apriva gli occhi, ma non li fissava più su lei, li stravolgeva,
guardando la lampada, guardando il soffitto. Non aveva fiato per
parlare, il ferito, ma si vedeva che il delirio gli era salito al
cervello. Oh era stata presa, per forza, da quel moribondo, si sentiva
fatta cosa di lui, gli apparteneva, non poteva nè strillare, nè parlare,
nè fuggire, nè divincolarsi: era sua, il moribondo se l'aveva presa.

       *       *       *       *       *

Egli fu trentasette giorni in pericolo di vita; l'emorragia era cessata,
ma la febbre d'infiammazione era gagliarda; egli delirava ora a voce
alta, chiamando Cristina la sua sposa, la sua cara sposa, la sua
fidanzata.

— Non lo contraddite — disse il medico.

Non lo contraddiceva: chinava il capo, Cristina, e impallidiva. Il senso
della realtà ritornava in lei, facendola acutamente soffrire.

— Vuole sposarvi — le disse un giorno il medico; — che ne dite?

— Non so, non so...

— Tanto ha da morire: dategli questo conforto.

Ella tacque: non lo aveva sentito, in quella notte, che il moribondo la
voleva, che il moribondo se la prendeva?

— Dottore, morirò anche io — disse poi.

— Ma che, ma che! Sarete la vedova di un suicidato, ecco tutto. È un
romanzo.

Il romanzo, la stravaganza, la follia, era quello che le aveva sempre
fatto paura! Ora, lanciata in questo vortice, non poteva salvarsi più.

— Sposalo, figlia mia — disse suo padre, sospirando, invecchiato di
dieci anni. — Non restiamo con questo rimorso: tutta la città ti accusa
di questo suicidio.

— Sposalo, Cristinella — disse don Ciccio Cannavale, il padrino; — ha
voluto morire per te, poveretto.

— Sposatelo, figlia mia — disse il confessore — se no, egli muore in
peccato mortale. Fate dannare un'anima.

Non era il romanzo, questo matrimonio, fatto nella stanza di un
ammalato, in un momento di lucido intervallo? Era questa tragedia quella
che lei aveva sognata, forse? Quello che lei aveva sognato era lontano,
non tornava più, non era più possibile che ritornasse, il moribondo se
l'aveva presa, era sua moglie, ora, la moglie di un suicida agonizzante,
sarebbe stata la vedova di un suicida. Dove era Giovannino? Forse che
aveva mai esistito Giovannino? Per fortuna quel suicida che era suo
marito, se l'avrebbe portata giù, nella fossa, dove non ci sono più
romanzi.

Il comico di tutto ciò fu che Peppino Fiorillo guarì.



Sacrilegio.


Egli era un vinto. Portava in sè tutte le traccie delle battaglie
combattute con accanimento, ma perdute senza gloria. Come in tutti gli
uomini di lotta, l'armonia della sua bellezza virile si era guastata e
corrotta. Per quindici anni, dai venticinque ai quaranta, lo spasimo
interno aveva corrugato quella fronte, aggrottate quelle sopracciglia,
fatto fremere quelle nari mobili, curvate al sogghigno quelle labbra.
Ora i capelli ricciuti s'eran fatti radi sulla fronte, come se fossero
abbruciati: l'occhio era vitreo, inerte: sotto il mustacchio che si
brizzolava, le labbra s'erano appassite, quello inferiore era cascante
come per stanchezza. Talvolta, in alcuni momenti di profonda
distrazione, di sguardo _interiore_, le palpebre plumbee si abbassavano,
il viso si allungava, tutte le linee si atonizzavano e quella faccia
pareva già morta, già decomposta. Ritornava in sè lentamente, quasi
rinvenisse, con un'espressione di pena: così una lieve animazione ridava
un senso di vita a quella faccia che aveva troppo vissuto, consumandosi
in una esagerazione della vitalità. Dell'antica bellezza non gli
rimaneva che il vigore di un corpo gagliardo e la seduzione morbida di
una mano carezzevole, quasi femminile.

La rovina del suo spirito era anche più grande. Entrato nella vita con
l'audacia che dànno tutti i desideri di un'anima ribelle e di un
temperamento sanguigno, con tutta una ardente, insolente ambizione per
quanto fosse potenza, il trionfo gli parve facile e s'inebbriò della
propria forza. Ma nella passione umana, come nella passione divina, la
Fede non basta, ci vuole la Grazia. Gli è che l'anima sua era piena
d'ideali variabili e nebulosi, tutti belli, tutti splendidi, ma tutti
sparenti; gli è che egli voleva troppo, voleva quanto gli altri avevano
e quanto gli altri non avevan potuto avere; gli è che le sue labbra
anelavano ai baci delle donne che non baciano, la sua intelligenza
voleva conoscere ed abbracciare i vasti orizzonti della scienza, la sua
fantasia sognava tutte le glorie folgoranti dell'arte. Se un poeta
assurgeva al cielo immenso della poesia, egli invidiava intensamente
quel poeta; se un uomo politico saliva alla vittoria, egli avrebbe
voluto essere quel politico; se un uomo bello ed affascinante si
pigliava la donna più invano desiderata, egli si rodeva di invidia per
quell'uomo. Allora, morsicato al cuore dall'ambizione, dominando i suoi
impeti, si piegava al lavoro, frenava il suo slancio, applicandolo al
raggiungimento di uno scopo. Ma alla fervida e acuta intelligenza
mancava quella nobile qualità che è la misura: alla sua prorompente
volontà mancava la fissità. Eccitandosi, esaltandosi, vibrando in una
febbrilità di desiderio insoddisfatto, egli cadeva nella esagerazione
che raffredda e allontana il successo: poi la febbre declinava e la
volontà ammollita, esaurita, si lasciava prendere dall'indolenza. Lo
pigliava il disgusto di un lavoro troppo lento; la nausea dei piccoli e
volgari mezzi che avviliscono; la sfiducia di sè, che è grave; la
sfiducia nel proprio ideale, che è l'estrema rovina. Si ritirava in sè
inoperoso, immobile, immerso in un dormiveglia spirituale pieno di
amarezza, turandosi le orecchie per non udire, chiudendo gli occhi per
non vedere il successo degli altri. Allora, pensava acutamente,
profondamente, scavando in sè, analizzando in sè, scendendo alle ultime
finezze del pensiero e del sentimento. Poi, d'un tratto, preso da un
risalto di vita, si buttava disperatamente in una nuova guerra, assetato
di vittoria, abbramato di vittoria, ma incapace di volerla fino
all'ultimo. Così, in questi periodi di lotta furibonda e illogica, dove
si sciupava il suo ingegno, e di esaurimenti mortali, egli non raggiunse
mai nulla. Rimaneva alla porta del tempio, adorando e maledicendo
l'idolo, ma non trovando tanta costanza d'imprecazione e di adorazione
da essere trasportato al cospetto del dio. Egli fu per essere un grande
statista; egli fu per essere un grande artista; egli fu per essere un
grande speculatore. Vide il trionfo passargli accanto e, fatalmente
immobilizzato, non lo afferrò. Infine, egli restava nel limbo dove si
ravvolgono, in un ambiente incolore, tutte le intenzioni a cui mancò la
volontà, tutti i pensieri a cui mancò l'azione, tutti i tentativi
abortiti, tutti gli ingegni traviati e tutte le vocazioni sbagliate.

Quando s'innamorò, a trent'otto anni, giuocava l'ultima carta. Tutti i
suoi amori del passato erano stati creati dall'amor proprio, piuttosto
come una prova di potenza, come un esercizio di scherma per mantenersi
acuto l'occhio e agile la mano. Vinceva le donne, per imparare a vincere
gli uomini: le vinceva facilmente, come se scherzasse, poichè esse si
lasciavano prendere egualmente dai suoi accessi di passione furiosa,
come dalle dolcezze dei suoi periodi d'indolenza. Quest'anima strana,
piena di forza e piena di debolezza, ispirava alle donne orgoglio e
compassione. Era un innamorato bizzarro che metteva paura e destava
pietà. Egli le affascinava con la soavità della voce vellutata, il cui
timbro aveva quell'intimità irresistibile a cui le anime si aprono; ma
le affascinava anche con quei silenzi lunghi, pieni di cose tetre e
d'immaginazioni mostruose per cui le donne si attaccano invincibilmente
all'uomo. Eppure lui, vinto dalle altre passioni, turbato da sempre
nuovi interessi, agitato e sbattuto dalla tempesta, non aveva mai amato
per amore, mai amato per amare, mai dato tutto se stesso all'amore.
Forse, nel segreto del suo cuore, aveva quel tacito disprezzo della
donna, quel tacito disprezzo dell'amore, che la gioventù moderna porta
in sè come una malattia.

Così s'innamorò tardi, troppo tardi. Sulle prime era freddo,
glacialmente stanco delle sue sconfitte, non arrivando a riscaldarsi,
guardando imperterrito la donna che seduceva, scherzando col sentimento,
facendo fare un pericoloso giuoco d'altalena a quella povera anima
femminile che già gli apparteneva. Ma aveva trovato uno spirito eletto,
unito ad una femminilità molto sviluppata; una bellezza fatta di
espressione, insieme a un carattere singolare; una nervosità tutta
giovanile, insieme a un sapore d'arte eccezionale. Lei lo amava
piamente, umilmente, con la devozione animalesca e l'esaltazione
spirituale. Quando egli conobbe tutto questo, un grande rivolgimento
s'operò in lui e nelle nuvole bigie di uno scetticismo insanabile, si
allargò questa luce:

— Forse la grandezza della vita è nell'amore.

D'un tratto, egli col suo temperamento eccessivo si buttò nell'amore,
come si era buttato nella politica, nella speculazione, nell'arte,
portandoci gli ultimi slanci, le ultime collere, gli ultimi ardori. Fu
una vampata. Fu un incendio sanguigno. Fu un fuoco divorante e
stringente. Fu una selvaggia espansione, l'avvinghiamento disperato di
colui a cui tutto è sfuggito, il terrore bianco della solitudine. Amava,
gagliardamente, tenacemente, più con rabbia che con tenerezza. Andava
alla conquista dell'amore, come a una battaglia, tremando dell'ultima
sconfitta. A questo urto così forte, in questo vortice, quella che lo
amava si sgomentò, si arretrò spaventata, lo credette impazzito. Come
lui più s'innamorava, lei amava meno. Lui saliva alla passione, lei
discendeva all'affetto: mai un minuto di equilibrio. E un giorno, quando
lui aveva messo in questa passione quanto aveva ancora di illusioni, di
speranze, di desideri, ella lo abbandonò non si sa come, lo tradì non si
sa perchè, nel modo più illogico e più volgare. Scomparve, fu travolta —
dove non si sa.

E così, in Guido fu completa la devastazione e l'aridità: regnò solo,
malvagio, egoistico, il cinismo.

                                  *
                                 * *

Era una donna fulminata. Nell'unica, immensa battaglia che aveva
sopportato il suo cuore femminile, aveva perduto. Nell'amore, aveva
fatto naufragio. Nulla si vedeva dal volto, poichè instintivamente il
volto femminile dissimula: talvolta, senza che la volontà gli imponga la
dissimulazione. Solo un sottile osservatore poteva notare che la vivezza
dello sguardo aveva del fittizio, che l'ombra sotto gli occhi era di un
bistro carico come segno di molte notti vegliate, che le labbra avevano
un sorriso più fremente che dolce. Ma lei ergeva la testa così
altieramente, ma una severità così orgogliosa era diffusa nella sua
fisonomia, che niuno osava chiederle se si sentisse male. Poi, la
rispettavano come un essere colpito da una grande disgrazia. Era una
donna fulminata, vivente in una immobilità dolorosa, che piangeva
dentro, che sanguinava dentro, senza un respiro di dolore.

Invero aveva tutto perduto. Era stata una giovanetta male educata e
imperiosa, cresciuta troppo presto come corpo e la cui anima si era
ingrandita in precocità singolari. Lei aveva conosciuti i teatri
dall'atmosfera rossiccia, profumata e velenosa, dove i fiori
appassiscono e le fanciulle pensano; i balli ardenti dove aleggia tanta
seduzione di amore, di luce e di musica; le stagioni balneari dove il
mare, il cielo e il sole fiammeggiante sono l'infinito incanto che
conduce all'amore; le conversazioni maschili, frivole, nulle,
stucchevoli; le conversazioni femminili profonde, che turbano, che
tentano. Così ella era stata una fanciulla senza dolcezza e senza
soavità. Così ella era stata una fanciulla senz'amore. La vanità le
bastava, le bastava la civetteria, le bastava il _flirt_. Era stata una
fanciulla caparbia, maligna, ragionatrice, piena di teorie
paradossatiche, guasta nell'anima, falsa in ogni manifestazione del
sentimento, che adorava tutte le _pose_ dell'ironia e dello scetticismo,
che si lasciava far la corte per curiosità e poichè l'amore dell'uno
rassomigliava all'amore dell'altro, si sbrigava bruscamente del suo
corteggiatore, insensibile alla maldicenza, insolente per la sua
bellezza, per la sua ricchezza, per la sua indipendenza. Le avevano dato
un fidanzato, un progetto di pura convenienza: lei lo aveva accettato,
stringendosi nelle spalle.

Ma un giorno, in un sito qualunque, per due minuti soltanto, ella vide
un uomo che non la guardava, che non era bello, che non era elegante — e
se ne innamorò, così d'un tratto solo. Questa creatura cattiva e
fantastica, che non aveva conosciuto serenità di gioventù, che si era
burlata dell'amore, che non aveva mai capito l'amore, sentì struggersi
tutta la parte malvagia di sè nell'intenerimento soave di un affetto
spontaneo e vivificante. Si sentì guarire lentamente di quanto era stata
la sua infermità di spirito e quanto ella aveva calpestato, adorò. Tutte
le rosee incipienze e i brividii lenti e le felicità piccine e le
punture acute, fini fini dell'amore che comincia, turbarono
deliziosamente il suo cuore rinnovato. Non sapeva che fossero le quiete,
dolcissime lacrime che rinfrescano le guancie accaldate dalla febbre;
ignorava le dolcezze di una umiliazione innamorata; ignorava le voluttà
del sacrificio: tutto ignorava. Questa scienza dell'amore, giunta di un
colpo solo, si era poi sviluppata lentamente, togliendo di mezzo la
varietà, scacciando le volgarità, divorando come un fuoco purificatore
tutte le bassezze. Allora, senza pensare un minuto, senza riflettere, di
sua libera elezione, di sua spontanea volontà, buttò via la sua
reputazione, il suo nome, la sua posizione, il suo avvenire, come si
gitta via un fardello che inceppa il viaggio. Lui non le chiedeva niente
e lei gli volle dar tutto. Lui avrebbe voluto l'amore tranquillo,
nascosto, a termine fisso, senza compromissioni: lei lo volle clamoroso,
invadente, quasi folle. Invano gli amici le dicevano che essa si
perdeva, per chi non lo meritava: invano l'amante stesso si mostrava
indifferente a tanta abnegazione. Lei camminava per la sua via,
fatalmente, incapace di fermarsi, incapace di transigere, incapace di
amare meno. Aveva negli occhi belli la luce dell'amore e nel cervello il
divino raggio della follia. Tutto il suo passato, secco, duro, aspro,
fatto di meschinità maligne e di gretterie femminili, le faceva orrore:
sentiva di doverselo far perdonare. Sentiva che quella passione di donna
era il perdono della fanciulla crudele e arida, che aveva deriso tutte
le nobili e sante cose che esistono. Lei non amava solamente l'uomo,
amava anche l'amore per l'amore, perchè l'amore era la sua nuova anima,
era la sua gioventù riconquistata la sua bellezza purificata, perchè
l'amore era la sua salvazione.

Questa donna amò invano. Essa sprecò tre anni di vita dietro un uomo
indifferente, che non capiva, che non sapeva, che certo non meritava.
Essa adoperò tutto quanto può fare una povera donna per farsi amare,
dalla gelosia vera alla finta freddezza, dalla umiltà profonda alla
serietà dell'orgoglio, dall'affetto malinconico che non si lagna, al
sorriso divino che tutto perdona. Lei provò ad essere umanamente cattiva
e celestialmente buona. Ebbe quei singhiozzi profondi che lacerano il
petto e quelle indulgenze materne che solo l'amore insegna. Quanto vi
può essere di delicato e di passionato, in una strana fusione di
sentimenti, lei provò con quell'uomo. Tutto fu inutile, tutto. Dopo tre
anni di lotta contro un uomo, quando fu priva di forza, esausta,
demoralizzata, avendo smarrito la via della vita, non sentendo più nulla
che un dolore infinito, lui l'abbandonò togliendole ogni speranza di
ritorno, per sempre.

Così il naufragio di Teresa fu completo.

                                  *
                                 * *

Guido e Teresa, queste miserie infinite, questi esseri devastati e
rovinati, si conobbero. L'uno sapeva dell'altro, per fama di esistenze
perdute. Ma fra loro non si stabilì alcuna simpatia. Invero vivevano
ognuno nella salvatichezza diffidente che segue le grandi sventure, in
quell'egoismo sospettoso di chi ha troppo sofferto. Ognuno si teneva
caro il proprio dolore, noncurante dell'altro. Non li pungeva neppure la
curiosità. Ognuno apprezzava il proprio dolore superiore a quanti
umanamente possano esistere nel mondo. L'anima di Teresa era più
dignitosa e severa, chiusa nell'asprezza dell'orgoglio, meditante nella
solitudine: l'anima di Guido si immergeva in un cinismo tacito,
ripensando tutti i rifiuti che gli uomini e le cose gli avevano
inflitti. Nè simpatia, nè curiosità, nè pietà; la tempesta, che aveva
squassato quelle fragili imbarcazioni, aveva inghiottito tutto.

Solo un duplice egoismo, egualmente acuto, egualmente profondo, creò fra
loro una relazione di visite. Egli veniva da lei in certe ore, la
salutava senza interesse, le faceva qualche domanda vaga, poi sedeva e
fumava. Nella casa di Teresa vi era un silenzio intenso e una penombra
triste che conveniva a Guido: non vi erano uccellini che cantassero,
mancavano i fiori nelle giardiniere, il pianoforte era chiuso a chiave.
Visite non ne venivano mai. Lei vestiva di nero, come una monaca. Non
portava nè profumi nè gioielli. Parlava poco e piano. Per lo più, dopo
averlo salutato, si rimetteva a leggere con una attenzione concentrata,
senza levare la testa, se non quando lui se ne andava, per salutarlo di
nuovo. Oppure rimanevano ambedue in silenzio, senza guardarsi mai,
pensando. L'uno non s'accorgeva più dell'altro, indifferenti, sottratti
alla nozione del tempo e dello spazio: talvolta Guido se ne andava in
punta di piedi, senza salutare e Teresa non si accorgeva che più tardi
di quella partenza. Un giorno Guido si abbandonò in uno di quei suoi
abbattimenti profondi, la sigaretta spenta, le braccia prosciolte, la
faccia cadaverica: lei non lo comprese o non pensò neppure a chiedergli
che cosa avesse. Un giorno lei, d'un colpo, fu presa da una crisi di
singhiozzi, torcendosi le braccia, bagnando di lagrime il cuscino del
divano: lui la lasciò fare, infastidito dal rumore, non trovando una
parola da dirle.

Una sera, lei leggeva ancora.

— Che leggete? — chiese lui, lasciando cadere la domanda, non curante
della risposta.

— Leopardi — rispose lei, senza alzare la testa.

— Un uomo che dice di aver sofferto.

— E non è vero — mormorò Teresa.

— E non è vero — gridò lui, rabbiosamente. — Non permetto a nessuno di
dire che ha sofferto, quando non ha vissuto la mia vita!

Lei lo guardò sdegnosa, fremente per lo stesso sentimento di egoismo
vanitoso.

— Sentite — disse lui, pacatamente, dopo un poco.

E senza guardarla, fissando il muro dirimpetto o un punto indefinito,
senza fare un gesto, con la sua voce bassa dove non scorreva più calore,
dove non vibrava più vita, fermandosi ogni tanto per respirare, le narrò
minutamente la storia del suo amore, come era nato, in quale ambiente
desolato era cresciuto, come egli n'era stato invaso e travolto: poi
come questo amore era stato violentemente spezzato. Egli narrava
lentamente, senza fare alcuna osservazione, impersonalmente, quasi che
dicesse la storia di un altro: precisava nettamente i fatti, metteva le
date, accennava a tutte le più piccole circostanze. Il racconto sgorgava
freddo e tranquillo, con un movimento d'impulsione quasi matematico,
andando diritto alla sua via, quasi rigido, quasi inflessibile. Sembrava
il resoconto imparziale, nè severo, nè indulgente, di un giudice che ha
dimenticato di essere uomo. Non portava opinione di narratore, sembrava
che in lui tutto tacesse dalla coscienza alla fantasia, e che solo
operasse lucidamente, algebricamente, la memoria. Teresa ascoltava,
senza guardare Guido, distesa nella sua poltroncina, con gli occhi
socchiusi, immobile, senza interromperlo mai, attenta forse, disattenta
forse, ma simile alla sfinge che tutto pensa dietro la sua fronte di
liscio granito. Lui narrò a lungo, a lungo: suonavano le ore
all'orologio, trascorreva la notte e lui narrava sempre e lei ascoltava
sempre. Quando finì, l'alba bigia spuntava: lui si levò e prese il
cappello, senza aggiungere altro: lei si levò senza parlargli.
Guardandosi in faccia, si videro lividi in quella scialba luce. Così,
tacitamente, si lasciarono.

Il giorno seguente, quando lui giunse, Teresa trovò la parola:

— E voi? — gli chiese.

— Io? io ho finito. Ho chiuso. Sono morto.

— O felice, felice! — gridò lei. — Io sono viva ancora, io non posso
morire.

E trasalendo, impallidendo, piangendo a riprese, coi singhiozzi che
rompevano le parole, col rossore dello sdegno che asciugava le lagrime,
coi fremiti della gelosia che ancora le facevano morire la voce, ora
abbandonandosi nella desolazione, ora rialzandosi nella collera, ella
disse come si era perduta. Era un racconto informe, affogato, tutto
ripetizioni, tutto intralciato di osservazioni, di esclamazioni,
ricominciato cinque o sei volte, affannoso, balzante dall'ironia alla
passione, dalla tenerezza al furore. Lei raccontava, esaltandosi,
inebriandosi della propria voce, ascoltandosi, come se Guido non fosse
più là, come se dialogasse con se stessa. Da tanto tempo quella storia
le ruggiva dentro ed essa la comprimeva e si sentiva soffocare. Era
presa dalla febbre dell'espansione, dal delirio di dire tutto, di
gettare via il suo segreto per poter respirare. Avesse avuto cento
persone là innanzi, crudeli o indifferenti, avrebbe sempre detto tutto.
Si sentiva morire, se non parlava. Quando tacque, non aveva finito. Solo
la voce mancava, gorgogliante nella strozza: solo il corpo si lasciava
vincere da una lassezza. Ma nella figura ella rimaneva tragica e
disperata, simile a una greca eroina di Eschilo che la fatalità ha
pietrificata nel dolore.

                                  *
                                 * *

Da quel giorno, l'uno fu necessario all'altro. A vicenda si imponevano
il proprio egoismo e senza impietosirsi l'un per l'altro, si prestavano
attenzione. Non chiedevano che di poter parlare, che di sfogare
l'amarezza inesauribile della loro vita e la pazienza dell'ascoltatore
era calcolo di colui che aspetta il suo turno. Forse Guido diceva di più
e meglio: lui era più glaciale, più _morto_. Sceglieva le parole,
lentamente, trovando quelle più efficaci, rendendo la sua idea con una
lucidità meravigliosa. La frase s'insinuava, tutta flessuosa; la frase
si allargava, tutta piena di una armonia infinita; la frase si faceva
smagliante, tutta ricca di colore. Egli era stato quasi un artista.
Raccontando, l'anima sua si sdoppiava, il dualismo della coscienza
diventava evidente e nell'atonia del suo spirito, ancora pareva che
narrasse il romanzo di un altro. Di questo, egli forse era inconscio. Se
Teresa trasaliva, egli non se ne avvedeva. Se una parola rude,
selvaggia, brutale, la faceva impallidire, egli non s'accorgeva di
questo effetto. Guido sembrava si dirigesse a un pubblico invisibile,
cercando di trascinarlo. Sembrava che parlasse di quel passato d'amore
innanzi alla pubblica opinione, per accusare la donna che era stata
l'ultima sua sciagura. Così giunse il tempo in cui Teresa lo udì
volentieri, come presa da un libro attraente: anche esteriormente, anche
senza comprendere spesso quello che egli diceva, ella sentiva ondeggiare
nel suo cervello quella voce carezzevole e penetrante, che parea
conoscesse tutte le sottigliezze dell'intonazione. Quella voce le faceva
l'effetto di un delicato piacere fisico, le produceva un senso di
benessere fresco, un cullamento quasi inavvertito, tanto era lento.

Ma in certe sere in lei l'angoscia diventava impaziente e come lui
taceva, quasi aspettando, lei trabalzava, nervosa, a dire, a dire, a
dire. Prima cercava di moderarsi, di temperare la voce e di dominare
l'impeto nervoso. Ma il suo carattere orgoglioso e la sua gioventù
ribelle si spezzavano in quei ricordi così caldi, così vivaci.
S'interrompeva, talvolta:

— Sentite, ho la febbre, come allora.

E metteva la sua mano su quella di Guido. Lui la tratteneva nella sua,
mollemente, con una strisciatura lieve delle dita, una carezza di pietà,
che parea dicesse:

— Poveretta, poveretta.

Quella compassione segreta, di un essere infelice verso una creatura
infelice, faceva sgorgare le lagrime di Teresa. A lei, immobile, di
sotto le palpebre abbassate, piovevano le lagrime sulle guancie,
disfacendosi sul collo e sul petto, senza che lei le asciugasse. Allora
sentiva un tocco leggiero di mano sfiorante i capelli, come un soffio,
come una carezza che parea dicesse:

— Poveretta, poveretta.

Ma niente altro. In breve l'uno sapeva la storia dell'altro a mente,
poteva dirla coi minimi particolari. Le lettere erano state lette: tutti
i pezzetti di cose che segnavano una data nell'amore, se li erano
mostrati. Era rimasto l'estremo pudore dei ritratti. Ma anche quello fu
distrutto: Teresa aprì il medaglione che portava al collo e chinandosi
verso Guido, gli fece vedere il ritrattino di _lui_.

— Era bello, ma doveva essere malvagio — disse Guido, dopo una lunga
pausa.

Poi cavò fuori il portafoglio e mostrò quel viso di _lei_, pallido come
quello di una morta, poichè sembra che i ritratti abbiano senso e vita.
Teresa e Guido lo guardarono per molto tempo, senza dire nulla. Infine
Guido, covrendole delicatamente la bocca con la mano, le disse, con la
sua voce insinuante e quasi parlante in sogno:

— È strano. Nella fronte e negli occhi, voi le rassomigliate tal quale.

E nient'altro. Ma una sera burrascosa di autunno, nella disperazione di
un doppio naufragio, nel brancolare cieco di due anime ottenebrate, in
un esaltamento bizzarro, vinti da una forza ignota, senza volontà, senza
memoria, ammalati di passato, inferociti di passato, lo insultarono in
un bacio, lo calpestarono in un bacio.

                                  *
                                 * *

Passarono tre giorni senza vedersi e senza scriversi. Teresa visse quei
tre giorni immersa in uno stupore doloroso, rabbrividendo ogni tanto
come le ritornava la coscienza di quello che avevano fatto. Le pareva di
dormire e di sognare sempre, un sogno pieno di paure, pieno di cose
orribili. Ogni tanto apriva gli occhi, ma li richiudeva, spaventata
dalla luce e spaventata dalla realtà, immergendosi di nuovo in quel
dormiveglia dove almeno l'acuzie si attutiva, il senso del presente si
smarriva in un orizzonte vago e senza contorni. Lui visse quei tre
giorni, rabbioso, agitatissimo, bestemmiando se stesso, l'amore e tutto,
incapace di prendere una decisione forte, inquieto di questo risveglio,
incapace di volere qualche cosa. Quando si rividero, provarono un
acutissimo sentimento di pena, un imbarazzo, un senso di vergogna.
Insieme, si tesero le mani, supplicandosi:

— Perdono.

E piansero insieme. Quelle lagrime furono benefiche e calmarono quella
pena. Una tenerezza grave li prese come se fossero due grandi colpevoli
pentiti, che il rimorso ha domati. L'uno si struggeva di pietà per
l'altro e cercava lenire dolcemente quell'anima ferita. Guido ritrovò la
sua parola seduttrice e la mano molle, femminile che aveva blandizie
materne e sfioramenti infantili. Diceva a Teresa delle cose gravi o
serie, molto lontane dall'amore, una efflorescenza sentimentale, un
discorso tutto musicale che le cantava una ninna-nanna soave. Lei si
lasciava riprendere da quel fascino e spalancava gli occhi di sonnambula
in faccia a Guido, sorridendogli, crollando la testa, come se quel
discorso, di cui spesso il senso le sfuggiva, la convincesse e la
consolasse. Lui stesso si abbandonava in quello stato di dolore
indolente, in cui manca la volontà per soffrire.

Così il rimedio fu cattivo quanto il male. Potevano scordare per un
momento, ma appena soli, la loro coscienza si rialzava e li ingiuriava.
Allora, per senso di vanità, mentendo a se stessi l'uno mentendo
all'altro, sentendo la necessità, il peso e lo scorno della menzogna,
dissero di volersi bene, di amarsi molto, di amarsi sempre. Ognuno
diceva tra sè: ho il dovere d'amare, poichè ho tradito. Ogni giorno
recitavano una commedia ignobile, pallidi, inetti, disgustati della
rappresentazione, nauseati delle parole e dei baci. A volte, presi dalla
stanchezza invincibile, di questa commedia dove tutto era falso, dove
gli attori avevano dimenticata la parte e il rossetto male celava i
volti sbiancati, si fuggivano. Ma, involontariamente, dopo tre o quattro
giorni di tortura, per l'abitudine di vedersi, pel desiderio di
ritentare la prova, si ritrovavano e la comica storia, piena di lagrime
represse e di grida soffocate, ricominciava.

Erano tormentati anche nell'egoismo. Per delicatezza non si parlava più
del passato, non vi era più rinnovamento di confidenze, mancavano tutte
le espansioni — e poichè solo il passato poteva loro ispirare qualche
cosa di vero, poichè solo il passato volevano nominare e non potevano
nominare, così tacevano spesso. Più che mai erano lontani, in quel
silenzio.

— A che pensi? — domandava Guido.

— A nulla — diceva lei glacialmente.

Assente ogni intimità. Almeno prima erano semplicemente estranei,
riuniti dal caso, destinati a rimanere estranei. Ma ora, rimanere
estranei dopo quel che era accaduto, rimanere estranei, mentre dicevano
e giuravano d'amarsi, era uno squilibrio, una contraddizione,
un'altalena pazza. Istintivamente, i nomi degli _altri_ ritornavano in
campo: si guardavano in volto, spaventati, come se vedessero apparire un
fantasma. Dapprima finsero anche la gelosia per convincersi che si
amavano; e indifferenti si tormentavano, facendosi delle scene furibonde
dove l'esaltazione era tutta di cervello, dove spasimavano per un altro
dolore, dandogli la forma della gelosia. S'ingiuriavano brutalmente. Ma
in fondo ghignava la coscienza, mormorando: non me ne importa niente,
non me ne importa niente.

Poi la gelosia nacque veramente, una gelosia tutta di amor proprio, una
gelosia senz'amore, una gelosia volgare, a capricci, a dispetti, a
piccole ferocie.

— Tu ami ancora _lui_ — diceva talvolta Guido, insistendo, incrudelendo,
offeso nel suo orgoglio di uomo.

Teresa non osava dire di no, la parola le moriva sulle labbra, voltava
la testa in là.

— Lo vedi, lo vedi? Tu l'ami ancora, sei una sciagurata! — inferociva
lui.

Gli è che si ricordavano ognuno la storia dell'altro, precisamente.
Serviva per la loro tortura.

— A _lei_ tu scrivevi ogni giorno ed a me, mai — diceva Teresa.

— A _lui_ tu hai dato le due treccie dei tuoi capelli e a me nulla —
diceva Guido.

— Tu hai passato sei mesi, passeggiando la notte sotto le _sue_ finestre
e con me niente — diceva Teresa.

— Tu hai passato tre anni in casa _sua_ e da me non un minuto — diceva
Guido.

Rinascevano i ricordi, assidui, angosciosi, mescolandosi stranamente al
presente.

— Io voglio che mi chiami Ninì, come chiamavi l'altra — diceva Teresa,
ostinandosi, diventando malvagia.

— Non posso, non posso — faceva lui disperato.

Riapparivano, riapparivano le memorie, turbando il presente, guastandosi
nel presente.

— Se mi vuoi bene, non devi portare il medaglione col ritratto
dell'altro — diceva Guido.

— Non posso, non posso — gridava lei, singhiozzando.

Ma tutto precipitava in un delirio di collera senza nome. Avidi di
crudeltà, inebbriati di cruccio, decisi di andare sino in fondo al loro
peccato, portarono il loro amore dove erano vissuti gli altri due amori,
nei giardini, nelle ville, nelle campagne, sulle spiaggie, nelle strade,
nei teatri: dove ci era un ricordo, vollero deturparlo. Rifecero la via
della passione, senza passione: rifecero la via dell'amore, cambiandola
in _via crucis_. Erano ebbri del loro peccato, ammalati, agonizzanti:
stracciarono le lettere, dispersero i ricordi, spezzarono i ritratti:
presi dalla follia della distruzione. Fino a che, una sera, egli le
disse:

— Voglio che mi baci come l'altro.

— Vattene, vattene — strillò lei. — Io non t'amo, vattene; io non posso
amarti, vattene; io ti odio, vattene.

Lui la odiava, nell'intensità dello sguardo.

                                  *
                                 * *

In verità, essi sono più infelici che mai; infelici quanto umanamente si
può essere. E se si rivedono talvolta, si fanno orrore. Poichè hanno
commesso, insieme, un sacrilegio.



Piccola collezione «Margherita»


Casa Editrice E. Voghera, Roma

  =Piccola Collezione
  «Margherita»=

  Ogni volume illustr. Una lira

  =Iª Serie=
  (già pubblicata).

  EDMONDO DE AMICIS
                             _In America._

  E. SCARFOGLIO
                   _Il Cristiano errante._

  GIUSEPPE DE' ROSSI
                           _Le due colpe._

  MATILDE SERAO
                            _Donna Paola._

  UGO OJETTI
                         _L'onesta viltà._

  CESARE PASCARELLA
                           _Il Manichino._

  A. G. BARRILI
                     _Una notte d'estate._

  V. BERSEZIO
                  _La parola della morta._

  PAOLO MANTEGAZZA
                        _Un bacio in tre._

  SCIPIO SIGHELE
                          _La donna nova._


  =2ª Serie=
  (già pubblicata).

  E. PANZACCHI
                         _Le donne ideali_

  EGISTO ROGGERO
                    _L'eredità del genio._

  CESARE IMPERIALE
                      _L'ultima crociera._

  MICHELE LESSONA
                _Memorie d'un professore._

  GIUSTINO FERRI
                   _Il castello fantasma._

  L. STECCHETTI
             _Dal primo all'ultimo amore._

  CORRADO RICCI
                        _L'ebreo errante._

  E. PANZACCHI
                       _Poeti innamorati._

  E. SIENKIEWICZ
                    _Il giudizio di Zeus._

  DIEGO ANGELI
                      _Roma sentimentale._


  =3ª Serie=
  (già pubblicata)

  EMILIO ZOLA
                     _La signora Sourdis._

  MATILDE SERAO
                              _Tre donne._

  MARIO GIOBBE
                                 _Nemesi._

  TÉRÉSAH
                          _Pare un sogno._

  NEERA
                             _Conchiglie._

  ROBERTO BRACCO
                  _Nel mondo della donna._

  LUIGI CAPUANA
                             _Il Vampiro._

  GRAZIA DELEDDA
                          _Amori moderni._

  EDMONDO CORRADI
                              _L'agguato._

  MATILDE SERAO
                               _Cristina._





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