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Title: Forse che sì forse che no
Author: D'Annunzio, Gabriele, 1863-1938
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Forse che sì forse che no" ***

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                         FORSE CHE SI FORSE
                          CHE NO — ROMANZO
                       DI GABRIELE D'ANNUNZIO.


               PRESSO I FRATELLI TREVES IN MILANO. MCMX.

                           17.º migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Copyright by Fratelli Treves, 1910.

Tip. Fratelli Treves.



                        A FRANCESCO COSELSCHI
                       È DEDICATO QUESTO LIBRO

                            _DE AMICITIA_



LIBRO PRIMO.



— Forse — rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il
vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio
ora argentino come i salici della pianura fuggente.

— Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate,
Isabella: non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi
brutale, un'offesa atroce al corpo e all'anima, un disconoscimento
inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore,
Isabella. Che volete voi fare di me? Volete rendermi ancor più disperato
e più folle?

— Forse — rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo
pareva confondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle
due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo
cappello a guisa d'elmetto intessuto d'una paglia larga e forte come
trùcioli di frassino.

— Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste
voi guardarlo senza vergognarvi?

— Non lo guardo.

— Mi amate?

— Non so.

— Vi prendete gioco di me?

— Tutto è gioco.

Il furore gonfiò il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa
macchina precipitosa che correva l'antica strada romana con un rombo
guerresco simile al rullo d'un vasto tamburo metallico.

— Siete capace di metter la vita per ultima posta?

— Capace di tutto.

Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del
sorriso formidabile come il baleno d'un'arme a doppio taglio. Con la
destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore
d'una gara mortale, sentì pulsare nel suo proprio cuore la violenza del
congegno esatto. Il vento gli mozzava le parole su le labbra arsicce.

— Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio.

— Sì.

— Posso distruggerla.

— Sì.

— Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le
pietre, fare di voi e di me un solo mucchio sanguinoso.

— Sì.

Protesa ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e
di voluttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si
rinforzavano, balzavano; l'uno contro l'altro parevano ardere ed
esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo
cofano.

— La morte, la morte!

Non sbigottita ma ebra, ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano,
ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava
nella spera convessa del rame il capo rimpicciolito, ingrossato il basso
del corpo, la mano sinistra enorme su la guida dello sterzo. Percotendo
il sole nella spera, il foco divorava la faccia; e dell'imagine allora
non appariva a lei se non il mostruoso torace decapitato e il pugno
gigantesco nel guanto rossastro.

— Mi tenterai e mi deluderai ancóra?

— Forse.

— Vedi quel carro, laggiù?

— Lo vedo.

Le parole erano come faville fulminee che si partissero non dalla bocca
senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le
mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa.
Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate
dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.

— Chiudi gli occhi, dammi le labbra.

— No.

— Mordimi, e chiudi gli occhi.

— No.

— Moriamo.

— Eccomi.

Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli
amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la
distruzione, la voluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non
fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si
confusero. La donna era separata sul suo sedile, né sfiorava pur col
gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pugni dominatori
non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli òmeri
squassandola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli
sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il
palpito della creatura agognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda,
avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido.

— Non temi?

— Non temo.

Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un
pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto
del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse,
divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il
guizzo delle rondini vive che sfioravano il cofano pieno di fremito. E
non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non
mai nel suo letto, non mai nel suo bagno, non mai davanti al suo
specchio: le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari Crocifissi
d'argento levigate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle
ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo ammirabile; le piccole
mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura
palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde che
pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una
ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti flosci le magre
mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore
purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle
palme; e tutto il calore diffuso sotto la pelle come una stagione
dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odore profondo.

«No, non moriamo. Il cuore ti trema. Il tuo furore è vano. Godi e soffri
di me. Non sono mai stata così forte e così desiderabile».

I suoi pensieri nascevano dal suo brivido. Ed ella portava sotto le due
ali basse il suo viso di dèmone non come una maschera di carne ma come
la sommità stessa della sua anima accesa nel vento sonoro e velata di
fallacia.

— Isabella! Isabella!

Simile al cavallo nervoso che sente dinanzi all'ostacolo mancare il
coraggio del cavaliere ed è certo che non andrà dall'altra parte, ella
sentiva l'esitazione nei pugni del guidatore; e già misurava con
l'occhio lo spazio tra il carro e il canale ove le ninfee
biancheggiavano. Un grido involontario le sfuggì quando una rondine urtò
contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi.

— Paura?

— Per la rondine.

— Vuoi?

— Sia.

— Isabella!

Allora ella guardò il viso raso del compagno, non nella spera di rame ma
nel rombo del pericolo al suo fianco: il viso bronzino, disseccato e
indurito su le ossa evidenti, chiuso fino al mento come da una sorta di
camaglio; onde sporgeva carnosa la bocca quasi fosse gonfia di sete e di
disperazione. Poi guardò innanzi a sé. Subitamente l'orrore le arrestò
il palpito, ché il carro era là, carico di tronchi immani che si
protendevano oltre le corna delle due coppie di buoi aggiogate. L'ultimo
battito delle palpebre afferrò netta la forma degli strati legnosi nel
taglio dei fusti. Poi ella chiuse gli occhi: fu scossa dalla violenza
dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lùgubre come se la
macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate. Aprì gli occhi:
qualcosa di verde, di candido, di fresco le entrò nelle pupille. La
macchina correva, muggendo dalla sua sirena, lungo il margine erboso del
canale ove le ninfee galleggiavano innumerevoli. Dietro, il vortice
della polvere nascondeva il passo della morte. E un repentino riso
stridette per entro l'ondeggiamento del velo, sotto le ali dell'elmetto,
su la faccia incolume e invitta.

Era un riso involontario, un convulso riso femineo, che le riempiva di
lacrime il cavo degli occhi, la piegava a mezzo del corpo e pareva fosse
per spezzarla in ogni sussulto. Ma ella diede alla sua debolezza e al
suo male l'apparenza dello scherno vittorioso.

— La morte! La morte! — singhiozzò nella gola stridula. — L'ultima
posta! Avete ucciso una rondine e prestato un muggito di spavento a
quattro buoi troppo placidi.

Ella non poteva domare quel riso che le si partiva dalle viscere, dal
più profondo di sé, dall'ignoto abisso della sua sostanza, con un suono
inimitabile che pur sembrava falso alla sua anima e a quella di chi
l'udiva. E il compagno taceva, senza guardarla, oppresso da un'angoscia
annodata come un rancore inerte, che gli impediva di raccogliere
l'irrisione e di volgerla in lieve allegrezza.

— Tutto è gioco — disse.

Moderava la corsa. Ora la strada era solitaria; e tutta la pianura in
quel punto era una solitudine lontana come una ricordanza musicale,
fatta di segni e d'intervalli costanti; ché gli argini verdi, e
sovr'essi le pallide vie diritte, e i canali molli, i filari di salci di
pioppi di gelsi, tutte le linee consentivano a quella dell'orizzonte, in
concorde lentezza si prolungavano verso l'infinito. E il regno era del
cielo inoccupato; ché qualcosa d'aereo, per tante quiete acque
specchianti, alleviava la terra come i grandi occhi allèviano il volto
umano.

Sopra la pulsazione del motore e sopra il riso della donna, che parevan
salire dalla stessa meccanica inconsapevolezza, egli percepiva il
silenzio senza confine. E da quella chiara libertà del cielo sgombro, e
da tutte quelle bianche liste ricorrenti per la verdura, e dal balenare
delle rondini sul fiso sguardo degli stagni, gli si compose l'imagine
del suo volo. E imaginò di condurre non la rapidità che striscia ma
quella che si solleva; imaginò di ritrovarsi nella lunga fusoliera che
formava il corpo del suo congegno dedàleo tra i due vasti trapezii
costrutti di frassino d'acciaio e di tela, dietro il ventaglio tremendo
dei cilindri irti d'alette, di là dai quali girava una forza indicibile
come l'aria: l'elica dalle curvature divine.

La donna aveva soffocato il riso, che di tratto in tratto rinasceva come
un singulto infantile.

— Credo che siamo folli, Paolo — disse con una voce che si posò sul
cuore dell'uomo come una mano cauta in atto d'imprigionare qualcosa che
sia per fuggirsi.

Egli rivide, in un lampo, Isabella Inghirami sotto la tettoia che
crepitava alla pioggia primaverile, là, fra i rotoli dei fili d'acciaio,
fra le lunghe verghe di legno, fra i mucchi dei trucioli, negli stridori
della sega, nei gemiti della lima, nei colpi del martello, mentre una
tacita febbre umana pareva quasi raggiare intorno al grande airone
inanimato che aveva già la tela tesa su le cèntine delle sue ali. Ah
perché d'improvviso quell'opera delicata e misteriosa come il lavoro dei
liutai, fatta di pazienza di passione di coraggio, e di eterno sogno e
di antica favola, perché era divenuta una incerta carcassa al paragone
della somma di vita accorsa da tutti i punti dell'Universo e adunata
meravigliosamente su quel volto quasi esangue i cui sùbiti rossori
commovevano come gli accenti sublimi dell'eloquenza e come le grida dei
fanciulli? Quanto ingegno teso e ostinato, quanta accortezza e
destrezza, quante prove e riprove nel trovare i modi delle legature,
delle giunture, degli innesti! E per qual segreto, a un tratto, ecco, le
fragili falangi di quelle dita ripiegate all'angolo di quella bocca
socchiusa potevano assumere un valore che aboliva tutto l'acume della
ricerca e tutta la gioia dell'invenzione? Egli rivide la visitatrice,
poggiata senza peso il gomito contro una costa della fusoliera, presso
il timone verticale, sotto una sàrtia rigida d'acciaio, con la mano
senza guanto fra la gota e il mento a reggere il viso chino
nell'attitudine dell'ascolto, sembrando l'ombra del cappello alato
raccogliere l'astuzia molteplice e la seduzione sagace di Mercurio
imberbe.

— Ancóra pensate male di me, Paolo? O sognate il volo di domani?

Gli parve che in lei corresse un lieve fremito.

— Penso — rispose — a quel giorno che entraste per la prima volta nel
mio piccolo cantiere sul prato di Settefonti.

— Me ne ricordo.

Ella risentì gli sguardi timidi e diffidenti degli artieri, il fresco
d'una larga gocciola caduta dalla tettoia su la sua mano ignuda, il
fruscìo dei trucioli all'orlo della sua gonna, il dolore alla caviglia
impigliata in un filo d'acciaio, l'odore della vernice e della pioggia,
l'ansia dissimulata del suo cuore sotto il suo artificio.

— Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: «Lascia
tutto e vieni con me». E non dubita dell'obbedienza.

— Sapevo — ella disse — una parola bella e strana come un nome di maga,
che significa: «Vieni-con-me». E non me ne ricordo più.

— Il vostro vero nome.

— Per voi o per tutti?

Subitamente egli patì la bruciatura profonda, senza comprendere, senza
riflettere. Or come con una qualunque parola quella voce poteva far
tanto male? Come poteva con un solo accento rimescolare tante cose
torbide, rappresentare l'oscurità del passato inesplorabile e
l'incertezza del domani impuro?

In una carne ch'egli desiderava si converse per lui tutto il desiderio
del mondo; e l'immensità della vita e del sogno fu ristretta in un
grembo caldo.

Egli la guardò. Così con un colpo di stecca iroso il modellatore
scancella nella creta l'effigie, la ragguaglia alla massa informe. Egli
agognò ch'ella più non avesse quelle palpebre, quella bocca, quella
gola, ch'ella più non fosse qual'era. E rievocò il duro carro, i lunghi
tronchi protesi all'urto senza scampo.

— Ah se l'amore, che offendete e abbassate così forsennatamente, si
vendicasse di voi e vi torturasse come mi torturate! Se un giorno voi
non poteste più dormire né sorridere né piangere!

— L'amore, l'amore! — sospirò ella abbandonando in dietro il capo,
socchiudendo i cigli, rilasciando le braccia e le mani come chi
illanguidisce, con la bocca avida, quasi a bere tutto il filtro
dell'estate dalla tazza riversa del cielo coronata di foglie. — Se
sapeste come amo l'amore, Paolo!

Proferì queste parole inchinando il viso velato verso il compagno, con
un accento ch'era simile a un sapore e a un sentore segreti, quasi che
la voce per giungere alle labbra avesse attraversato la più profonda
sensualità. Egli impallidì. Fu diminuito; fu rotto come un sermento che
debba esser gettato nella fiamma con altri mille. Per lui il desiderio
era quell'elezione irrevocabile che di quelle due braccia faceva il
luogo unico della luce e del respiro. Ma il desiderio di lei era senza
cerchio, senza limite, senza tempo come il male dell'essere e la
malinconia della terra?

— L'amore è il dono — disse egli.

— È l'attesa — disse ella.

— Non l'indugio perverso. A ogni ora voi siete per donarvi e vi
rattenete, siete per concedervi e vi negate. Fin da quel giorno, sotto
la tettoia, girando intorno alle ali morte, simulaste nel passo i
movimenti della voluttà.

— I vostri occhi sono malati.

Egli la rivedeva ondoleggiare intorno al grande apparecchio aereo, con
la pieghevolezza quasi fluida delle malvage murene prigioniere
nell'aquario.

— Perché vi lamentate sempre come un bambino capriccioso, voi che mi
piaceste soltanto come l'amico del pericolo? Pensate che io sono il
vostro più gran pericolo, Tarsis. L'amore che io amo è quello che non si
stanca di ripetere: «Fammi più male, fammi sempre più male». Non eviterò
mai nessuna pena, né a voi né a me. Fuggite, giacché avete le ali,
giacché studiate il vento.

Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come
per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza
e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro. E
gli stridi delle rondini su per gli stagni le fendevano l'anima come il
diamante fende il vetro, e dubbio è qual dei due strida.

— Amico, amico, — ella proruppe, di sùbito invasa da uno scoraggiamento
ansioso, quasi che la corsa rallentata e il giorno declinante le
diminuissero il respiro — no, non m'ascoltate, non mi rispondete. Non
parlate più, non voglio più parlare. Non vi farò mai tanto male quanto
ne fa a me la più piccola di quelle foglie, e tutto questo cielo!

Divine erano la dolcezza e la tristezza del giorno su la pace della
pianura ove le ombre e le acque e l'arte agreste avean composta una
ordinanza tanto semplice che pareva condotta secondo il flauto di tre
note tagliato nella canna palustre. I salci spogli, con una lieve
ghirlanda di frondi in sommo, miravano negli stagni riflesso un aspetto
tanto socievole che pareva si fosser già tenuti per mano e allora allor
disgiunti dopo una danza serena. E tanto eran fresche le ninfee nei
canali che la donna credeva sentirne l'umidità intorno ai suoi propri
occhi arsi.

— Aldo e Vana saranno ancóra molto in dietro? — domandò ella con
un'ansia oscura che non si placava.

— Ci raggiungeranno.

— Andiamo! Andiamo!

Paolo Tarsis accelerò la corsa. Il vortice di polvere, il rombo
guerresco, l'ululo della sirena respinsero la mite e straziante melodia.

Apparivano in lontananza le mura rossastre, i baluardi saglienti, le
torri quadrangolari della città forte.

— Mia sorella non vi piaceva più di me, prima? — disse ella ancóra, con
un tono acre di provocazione, sollevando gli angoli della bocca a fiore
delle gencive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di
sangue roseo.

— Non volevate più parlare, Isabella.

Una inquietudine intollerabile agitava la donna, come s'ella dovesse
dire e fare qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e
al tutto ma non potesse né dire né far quella, anzi la contrariasse con
ogni pensiero, con ogni parola, con ogni movimento e perfino col polso,
col respiro. E stava curva come sotto la tempesta, come per comprimere
la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde ch'ella non sapeva
se recassero il bisogno di ridere o di piangere. E, provando un dolor
sordo alle scapole, propagava ella medesima quel dolore fino alle dita
dei suoi piedi e delle sue mani, con la pietà d'esso dolore. Ed ecco, la
stanchezza la occupava come il nero peso d'un sonnifero e le dava una
voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di
dimenticarsi in un letargo senza fine. Ed ecco, tutte le forze del suo
desiderio con tutte le imagini della voluttà le balzavano dentro e
rotavano in una vertigine di delirio.

— È il più lungo giorno! — esclamò, come chi si risvegli nel sussulto
dei ricordarsi. — Oggi è il più lungo giorno, è il solstizio d'estate.
Non lo sapete?

E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse
il volante e la toccasse, nella speranza impetuosa che una novità
nascesse da quel tocco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con
un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese
in una rete sola e nel terrore si rompessero le penne.

Contratto egli taceva, intento a dominare sé stesso, la sua macchina
fida e infida. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale; e
più parole crudeli trovò per ferirlo, e non ne scelse alcuna ma le
contenne e n'accrebbe il suo rancore. E cercò qualche altra cosa da
opporre a quel male, da gettare a quella specie d'insana fame che
distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le lasciava
su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere.

Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le
raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.

— Avanti! Non vi fermate! Avanti!

La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina
fragorosa: lunghe criniere, lunghe code arrossate dall'intemperie; teste
montonine con la favilla bianca dello spavento nell'angolo dell'occhio;
poledri villosi come orsatti, su le alte gambe gracili; e l'urto degli
zoccoli, e l'onda delle groppe, e l'odor selvaggio nel soffocante
nuvolo.

— Muoio di sete — ella disse, quando il tumulto e il clamore furono
superati. — Ho sete di quell'acqua verde; ho voglia d'inginocchiarmi sul
margine e di tuffare il viso tra due ninfee.

Ella sollevò il velo, mostrò il viso nudo. Egli si volse a guardarla,
con qualcosa di cavo nel petto, ch'era come l'impronta di quella nudità
sempre nuova. Ella si prendeva le labbra tra i denti alternamente,
inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della
gola. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla, erano senza
centro, pieni d'un tremolìo chiaro di forze che scaturivano dal buio
come il gorgóglio delle dure polle nel letto delle fontane; e il segno
nero nell'orlo della pàlpebra inferiore, segnato dall'arte mattutina,
persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle iridi, allargando la
larga orbita, appassionando la bellezza per la volontà di farsi più
acuta.

— Ah, che cielo! Non lo vedete?

Era pallido il cielo, quasi candido, con un'apparenza eguale, eppure per
ovunque variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero
dalla terra e scendessero dal sommo, come una fluttuazione continua di
cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli
e con un battito di cigli rimandasse fino ai limiti del silenzio.

— Che faremo?

La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più
lungo giorno. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità
riversa come la sua faccia nell'atto di mordere il dolore come un frutto
maturo che la bagnasse di succo vermiglio. E non sapeva se volesse
continuare senza termine quella corsa o se volesse fare una sosta in una
solitudine sconosciuta. Il pensiero involontario incurvava la sua spalla
secondo la forma del braccio maschile.

— Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta?

Appariva una esedra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano
cavalli bai. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie.

— Paolo, Paolo, — disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia
ch'ella non dominava più — vi prego, fermiamoci a vedere la Reggia.
Bisogna ch'io la veda. È la Reggia d'Isabella. Sarà ancóra aperta a
quest'ora? Voglio, voglio entrare a qualunque costo. Vi prego! Bisogna
che oggi io la veda. Fatemi questo dono!

Il suo meraviglioso tormento e il suo furore di voluttà e la sua
riluttanza e il suo orgoglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un
tratto si dissolvevano e si confondevano in una visione allucinante
dell'amore su la ruina. Ella guardò l'inchinato sole per fermarlo col
suo vóto.

— È la Reggia d'Isabella. Bisogna ch'io la veda.

— Forse è tardi.

— Non è tardi.

— Son passate le sei.

— Il giorno dura fino alle nove, oggi.

— Il custode non ci aprirà.

— Bisogna che apra. Voglio.

— Proviamo.

— Sono certa. Voglio.

La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo
assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due
ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.

— Dov'è la Reggia?

Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la
città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la
empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e
traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.

— E Vana? E Aldo?

— Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.

— Domanderanno? Ecco la piazza!

La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con
grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di
lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un
clamore quasi deliro. La Reggia era chiusa. E parve alla creatura
febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a
terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza,
si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.

— Ma che furia! Isabella, vi farete male alle dita. Certo, così
spaventerete il custode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una
piccola folle polverosa.

Paolo rideva, rapito tuttavia da quella vitalità volubile, da quella
diversità d'aspetti e d'accenti, da quell'ardore e da quel tumulto che
del luogo ov'ella era sembravano fare il punto più sensibile
dell'Universo.

— C'è il campanello — disse una voce timida. Ed entrambi soltanto allora
si accorsero che dietro i due sedili emergeva, di mezzo a un cumulo di
cerchioni sovrapposti, il meccanico trasfigurato dalla polvere in un
busto di gesso parlante.

L'impaziente si maravigliò, poi rise. Cercò il campanello, tirò con
tutta la forza. Il tintinno si propagò nell'ignoto. S'udì un passo, un
borbottio, uno scrocco di chiave; l'imposta s'aprì; il custode apparve
su la soglia. Barbato e canuto, era la figura volgare del Tempo senza
clessidra né falce. Non gli diede agio d'aprir bocca ella, ma sùbito lo
avvolse nella sua implorazione irresistibile.

— Lasciateci entrare! Siamo di passaggio. Ripartiamo prima di notte. Non
torneremo forse mai più. Vi prego, vi prego! Nessuno vede, nulla può
accadere. Lasciate che entriamo, per un'occhiata almeno! Mi chiamo
Isabella.

Più di quella grazia infantile e di quella calda voce supplichevole e di
quel nome dominante valse l'offerta del compagno. Il Tempo sorrise nella
barba gialliccia, e si scansò.

Allora ella si tolse il velo, si tolse il mantello; e tanta fu la luce
de' suoi giovani occhi che per qualche attimo ella sembrò vestita di
quella sola. Ma, quando ella si mise per la vasta scala, Paolo Tarsis
udì in sé i colpi sordi del suo cuore come se la portasse su le sue
braccia: pesante? leggera? Anche il corpo di lei era ingannevole, quasi
duplice, come dissimulato e rivelato in una perpetua vicenda. Ecco, ella
saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva allungarle
ancor più le gambe, attenuarle i fianchi, assottigliarle la cintura; era
magra, snella, veloce, come un giovinetto allenato alla corsa. Ecco,
ella si soffermava sul ripiano traendo un gran respiro; e l'occhio a un
tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle, la
profondità del suo torace, la potenza delle sue reni, la rettitudine
della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che
si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli della Libica
michelangiolesca.

Si soffermò ella; poi fece qualche passo verso la prima sala. Il gioco
dei suoi ginocchi creava nella sua gonna una specie di eleganza
interiore, una grazia alterna che di dentro animava ogni piega. Ancóra
si soffermò, senza più traccia di sorriso e d'allegrezza, come oppressa
da un presentimento troppo grave, con le palpebre basse. L'amico era
poco discosto, occupato da un'angoscia che pareva tutto abolire in lui e
non lasciargli se non la possibilità d'un sol gesto nelle braccia
pendenti ove si addensava l'attesa. Non lo guardava ella ma assisteva
nel suo proprio corpo al fluire e all'adunarsi d'un mistero ch'ella non
dominava e che pure le apparteneva più dell'intima sua midolla.

E all'improvviso dal suo corpo, dalla sua grazia, dalla sua potenza,
dalle pieghe della sua veste, da tutte le linee della sua persona, da
quel ch'era la sua vita e da quel ch'era apposto alla sua vita — con la
fatalità dell'acqua che va alla china, del vapore che tende all'alto —
si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di
eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E si presero per mano, trascolorati, senza parola, vinti da
un amore ch'era più grande del loro amore, come per entrare nella casa
della loro unica anima o delle loro ombre congiunte. La lor felicità
terribile non più si tendeva a mordere il dolore ma ad ascoltare il
grido della bellezza dilaniata e derelitta. Pareti e volte decrepite;
vecchie tele sfondate; tavole e seggiole sgangherate dalle gambe d'oro
misere; tappezzerie lacere accanto a intonachi che si scrostavano, a
mattoni che si sgretolavano; vasti letti pomposi, riflessi da specchi
foschi; impalcature alzate a reggere i soffitti; e l'odore della muffa
risecca e l'odore della calcina fresca; e pel vano d'una finestra due
torri rosse nel cielo, un cigolio di passeri, uno schiamazzo di monelli;
e pel vano d'un'altra una strada deserta, una chiesa senza preghiere, il
picchierellare di due stampelle; e appeso un lampadario a gocciole di
cristallo, e obliqua una striscia di sole sul pavimento; e un altro
lampadario e un'altra striscia, e più triste la cosa lucida che
l'estinta; e ancóra lampadarii in fila, guasti, pencolanti, simili a
fragili scheletri congelati. O desolazione, desolazione senza bellezza!
«Che faremo noi dell'anima nostra?»

— Un giardino! — gridò la visitatrice traendo verso la finestra il
compagno, per una sala ampliata dalle imagini dei Fiumi.

Ed entrambi s'affacciarono. Non disgiunsero le mani; stettero in ascolto
come per cogliere vaghe onde di musica.

Era un giardino pensile, chiuso da un gentile portico palladiano a
colonne bine; le quali apparivano più quiete perché quivi duravano in
coppie costanti e, avendo tra i loro fusti un intervallo eguale,
potevano ravvicinarsi nella fedeltà delle lor lunghe ombre. Piante varie
v'erano confuse, arbusti e cespi vi s'affoltavano; ma tutto il verde non
valeva se non per sostenere il languore appassionato di qualche rosa
bianca.

Quando Paolo accostò il suo viso a quello desiderato, così che l'alito
si mescolò all'alito, l'amica si ritrasse e si rivolse e guardò dietro
di sé. Poi fece, sommessa, con la bocca molle:

— No. Ce n'è un altro, più bello.

Credeva di udire il preludio indistinto d'una musica che tra breve fosse
per irrompere con la veemenza del torrente.

Varcarono una soglia; e li coperse il cupo azzurro d'un cielo notturno
ove i segni zodiacali scintillarono riflettendosi nell'acqua stagnante
degli specchi. Per la finestra saliva il profumo cocente e possente
della magnolia, ebrezza delle costellazioni.

— Un altro giardino?

Era un triste cortile abbandonato. E i lampadarii di pallido vetro
riapparvero in sale pompose e vuote; e riapparvero i letti insonni; e le
vecchie tele cieche rossicarono e nereggiarono su le mura delle lunghe
gallerie, simili alle pelli bovine tese e appese dai conciatori; e il
coro dei passeri dagli embrici rotti cigolò giù per le armature
sconnesse delle travi, giù pei travicelli attraversati, giù pei graticci
sfondati dei palchi in ruina; e tutto fu ancóra desolazione senza
bellezza.

— Vana! Aldo e Vana!

Lo sbigottimento spegneva il grido d'Isabella. Vedeva ella venirle
incontro, pel silenzio d'una stanza occupata dall'ombra di un letto
lugubre come un feretro, due creature silenziose e fisse come quelle che
senza pianto dal fondo della loro stessa vita vanno incontro al destino
lacrimabile.

— Aldo, Vana, siete voi? siete voi?

— No, Isabella. Siamo noi, nello specchio. Perché tremate così?

— Noi!

Era un alto cristallo che, in bilico tra due colonnette, rasentava il
pavimento specchiando l'intera persona diritta in piedi. Il fascino
n'emanava come da un parallelogrammo magico.

— Perché tremate così?

Vinta e riluttante, ella si appressava all'imagine traendo per la mano
il compagno inquieto; entrava nell'ombra funerea del letto; fissa, non
riconosceva il suo sguardo in quegli occhi che la guardavano quasi
nudati, quasi privi di cigli, privi di battito, immensi, più misteriosi
della tomba, misteriosi come la follia.

— No, no! Ho paura.

Ella balzò lontano, fuggi per le stanze contigue, sotto cieli d'oro e
d'oltremare, sotto cieli dolci come le turchine malate e le dorature
sdorate, sotto pallide ricchezze diffuse e sospese; sotto un silenzio
scolpito e inevitabile.

— Isabella!

La desolazione si trasfigurava. Si mutavano ora in lembi di melodia
patetici come i gridi del desiderio e dello spasimo le vaghe onde di
musica ondeggianti intorno alle rose bianche dell'orto pensile. La
ruina, liberata dai vestigi della vanità e della miseria intruse,
respirava nell'antica grandezza per tutte le bocche delle sue ferite,
respirava e soffriva e moriva anelante verso il più lungo giorno. Tutti
i segni erano eloquenti, tutti i fantasmi cantavano. Le Vittorie
mostravano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati, e non più la
corona fronzuta tendevano ma il cerchio di rugginoso ferro. Le Aquile
sublimi abbrancavano i festoni di frutti putrefatti e caduchi.

— Isabella!

Ella andava andava, esitando tra l'una e l'altra stanza, non sapendo in
quale l'anima sua fosse per trarre un più profondo sospiro. E le stanze
si moltiplicavano; e la bellezza s'avvicendava con la ruina, e la ruina
era più bella della bellezza. E gli occhi si dilatavano per tutto
vedere, per tutto accogliere; e l'intero viso viveva la vita dello
sguardo. E l'anima si ricordava; ché le forme scomparse rinascevano e si
ricomponevano in lei musicalmente, e traeva essa la gioia della
perfezione da ciò ch'era imperfetto, la gioia della pienezza da ciò
ch'era menomato. E il giorno era protratto dal prodigio ma nessun
indugio era concesso; e su ogni soglia il piede si posava temendo il
divieto ma lontana era tuttavia la soglia della sera.

— C'è in là un altro giardino, — diceva ella errando — un altro
giardino.

E, attraverso una grata, apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe
fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi; e,
oltre le mura, una zona di palude rifulse, e riudito fu lo stridìo delle
rondini, e traudito fu il gracidìo delle rane, nel cielo, nell'acqua, in
un solo ardore indistinto. E la straziante Estate chiamò, tra l'una e
l'altra voce.

— Non è questo.

Ella vacillava sul pavimento sconnesso, ancor qua e là inverdito dallo
stillicidio; e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari
azzurri del soffitto ove un oro più nobile e più solido di tutti gli ori
s'ammassava in volute, in rosoni, in pigne scolpiti con robustezza
romana. Le Sirene s'incurvavano, tra i fogliami sporgenti come le
mammelle dei bei mostri marini, in un fregio di così forte rilievo che
eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. Lungo gli stipiti
delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i
cerchi di ferro rugginoso.

— No, Paolo, no! Non qui, non qui! Vi supplico!

Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Gli mostrava un viso che
pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e
dell'ebrezza. Ed entrambi, da una soglia all'altra, dalla luce
all'ombra, dall'ombra alla luce, perseguitavano la loro angoscia senza
fine.

— È questo? — disse Paolo chinandosi a un davanzale.

Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile, ingombro di
ortiche, di rottami, di vecchie docce contorte. Un Tritone sonava la
bùccina su una parete forata e maculata; qualche papavero ardeva qua e
là come una fiammella spersa. Più nere parevano le rondini in un cielo
più lontano.

— Ci può essere una cosa più triste in terra? — disse la donna
ritraendosi.

Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo;
una serie di finestre murate; un corridoio cosparso di calcinacci;
un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei
tramezzi sovrapposti; una scala di pietra consunta; e un altro corridoio
simile alla corsia d'un ospedale evacuato; e poi un'altra scala immensa,
discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi
sconnesse e di travi traverse, che pur pareva più inespugnabile del
triplice bronzo, inchiodata sopra un varco senza nome.

— Isabella!

— Ho paura, ho paura.

Ella aveva in sommo della gola l'atroce pulsazione della sua vita.
Perduta era dentro di sé, fuori di sé.

— Dove siamo? Si fa sera?

Egli l'aveva ancóra presa per la mano come per condurla; e dentro di sé
e fuori di sé era perduto. Camminavano sul loro stesso tremito, come su
una corda tesa e oscillante.

— Ah, non posso più!

Chi dei due aveva esalato quell'anelito? Ancor due erano le bocche ma
una era l'ambascia, e le loro due forze confuse non la sostenevano.

— Non posso più!

D'improvviso rientravano nell'azzurro e nell'oro, riudivano la melodia
dominante, rivedevano splendere il più lungo giorno.

— Forse, forse, forse....

Verso l'oro e l'azzurro ella aveva levato la faccia; e la sua stessa
anima era diffusa sul suo capo ricca e inestricabile, effigiata nelle
sue mille ambagi. Ella leggeva con gli occhi torbidi la parola
spaventosa inscritta innumerevoli volte, tra le vie dedàlee, nei campi
oltremarini.

— Forse, forse, forse....

Gli disse quella parola entro la bocca, sotto la lingua; glie la disse
entro la gola, alla sommità del cuore; ché egli le aveva preso con le
dita il mento e con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello
che sanno le vene i sogni i pensieri.

Allora furono due creature che allucinate e riarse per un deserto di
mobili dune giungono col medesimo anelito alla cisterna occulta e
insieme vi discendono, vi si precipitano, si protendono verso l'acqua
che non vedono, nell'angustia si urtano, si dibattono; e ciascuna vuol
bere prima e di più, e sente dietro le sue labbra molli crescere la
rabbia mordace, e l'ombra e l'acqua e il sangue sono al suo delirio un
solo sapore notturno.

Egli bevve il primo sorso, ché un succo divino riempì d'un tratto sino
ai margini il calice nudo; e, per non perderne una stilla, egli reggendo
con le dita il mento pose l'altra mano dietro la nuca, di sotto alle
ali, e tenne il bel capo come si tiene un vaso senza anse. E teneva
forte, serrava troppo forte, inspirando l'istinto alla sua bramosia
l'atto di spremere, il primissimo gesto insorto dalla cecità del nato
d'uomo; ché gli sembrava di nutrire per la prima volta la sua più
profonda innocenza.

Ella si vuotò di dolcezza, si fece tutta vacua e lieve come se un'aria
calda circolasse nella concavità delle sue ossa prive della midolla
insensibile; e un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono,
accompagnava quel miracolo. Ma, quando si sentì distrutta sino al fondo,
volle rinascere; e scosse un poco il capo per allentare la presa e
liberò dalle labbra le labbra e le riattaccò sovrapposte per avere quel
che aveva donato. E la vicenda si fece cruda come una lotta di feritori;
ché l'una e l'altro cercavano giungere qualcosa d'ancor più vivo e
segreto, i precordii, gli spiriti balzanti dell'intima vita. Ed entrambi
sentivano la durezza dei denti nelle gencive che sanguinavano. E
arrossato da una sola piccola goccia era tutto il fiume carnale che
fluiva sul mondo.

Un lento fiume si partiva da loro, generato da quella congiunzione, da
quell'immensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto
inconsapevoli. Inondava la Reggia, passava per le innumerevoli soglie
ov'era passata la loro angoscia, traeva seco tutti i resti della
bellezza, sboccava nei giardini ch'essi avevano contemplato e in quelli
ch'eran rimasti invisibili, traversava la palude, solcava la pianura, si
perdeva senza foce nell'estate senza confine. E il gemito sommesso,
debole come il fiotto d'un bambino infermo, accompagnava il miracolo;
ché, pur mordendo, la donna non cessò da quella implorazione quasi senza
suono, onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il
combattimento.

— Non più!

— Ancóra! Ancóra!

— Non più!

Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. E le sue pàlpebre gravi
battevano per respingere la nube addensata, per riacquistare il lume,
per distinguere il fantasma dalla presenza certa. Era ancóra l'imagine
nello specchio? Era ancóra lo sguardo della follia negli occhi suoi
divenuti estranei? Era il pallore stesso della sua perdizione quello?
Ah, non credeva di poter essere tanto livida!

Era Vana, Vana nel colore della morte ma respirante, appoggiata contro
lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non
possa più serrarli. Era la sua piccola sorella.

E la voce di Vana era quella che parlava, se bene irriconoscibile. Con
affannosa rapidità Vana, senza potere ancor muoversi, disse:

— Ora viene Aldo.

S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. Lo sforzo della
dissimulazione fu concorde. L'adolescente apparve su la soglia,
corrucciato.

— Ah, siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci,
o almeno degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla.

— Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci — rispose Isabella,
domato il turbamento. — C'era parso di udire la tua cornetta, Aldo. E
abbiamo pur lasciato il custode giù.

— Sorte, che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che
mangiar polvere.

— Al momento di partire, non t'ho io proposto d'andare avanti? — disse
Paolo Tarsis.

— Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.

— Ottima per questo paese, dunque.

Paolo desiderò di scomparire, di ritrovarsi in qualsiasi parte ma
lontano. In quella falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora!

— Piccolo, via, non mi tener broncio. Sei sempre scontento — disse
Isabella, morbida, lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del
fratello velati come di cipria.

— Isa, promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi
Morìccica con Paolo.

— Sì, se vuoi.

— Voglio, voglio.

— Ah, come ti vizio!

— Che hai nei denti?

— Che ho?

Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la
lingua.

— Anche nel labbro.

— Che ho?

— Un po' di sangue.

— Sangue?

Ella cercava il fazzoletto; e si traeva indietro con moti quasi coperti,
chinando sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. Con
una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole, il fratello
insisteva da presso; stendeva la mano verso di lei; le prendeva tra il
pollice e l'indice il labbro inferiore; diceva:

— Hai un piccolo taglio.

Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte, con l'atto di
guardare sul camino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda
di Amorini alati, stretto dall'ansia, temendo che su lui apparisse la
medesima traccia. Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del
soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. Con un colpo sordo
nel cuore, udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna. Conobbe
la nuova qualità di quella voce, che diceva:

— Ah sì, forse, quando son caduta, dianzi laggiù, mettendo il piede in
una buca dell'ammattonato....

Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca come se le fosse
tutta una ferita cocente.

— Tieni — disse Vana porgendole il suo.

Era rimasta col capo levato verso il soffitto, come assorta, come
attenta a udire il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga, che
illustrava l'emblema parlante; ma non aveva mai distolto dalla sorella
lo sguardo obliquo, quell'iride chiara sì duramente torta nell'angolo
delle pàlpebre. E Paolo vide nel fascio di luce il risalto del bianco,
intenso come smalto, su la stretta faccia olivastra; vide quella mano
tesa. E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e
d'illuminazione ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel
cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde
nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra, e ciascuno dei suoi rilievi
s'addentra nell'anima di chi mira, e vi s'eterna.

— _Forse che sì forse che no_ — disse l'adolescente con una voce ch'era
già velata dalla malinconia, leggendo il motto inscritto negli
intervalli dello scolpito errore. — Perché, Isa, tra l'uno e l'altro
_Forse_ c'è un ramoscello e non un'ala, non la tua ala, Tarsis? L'ala di
Dedalo o il filo di Arianna. Perché dunque un ramoscello?

— Non so — rispose la bocca baciata.

— Non so — rispose il costruttore d'ali incatenato alla terra.

— Perché, Morìccica?

— Non so — rispose la vergine oscura che aveva voluto esser macchiata
dalla goccia del sangue voluttuoso.

— Non so — rispose a sé medesimo l'adolescente oppresso dei suoi anni
così pochi e così carichi d'ignota pena.

E non sapevano; e in ciascuno era una strana esitanza a uscire da quel
luogo, a volgersi altrove, ad andare avanti o a tornare indietro, come
se dall'alto le liste d'oro si prolungassero in una zona pieghevole che
invisibilmente li circuisse e li annodasse di continuo.

— Andiamo — disse Aldo ponendo il braccio sotto quello d'Isabella. — Io
voglio vedere il Paradiso, e nulla più.

Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli
scrigni della principessa estense, quando riudirono la rondine stridere
nella perla sospesa del giorno, la potenza chimerica della vita li
percosse tutti nel mezzo del cuore, quivi fece più crudamente dolere i
mali e i sogni inconfessabili. E l'uomo nel rigoglio della virilità
esperto d'ogni rischio e d'ogni mèta, immune da ogni paura e da ogni
abitudine, armato di diffidenza e di dispregio, che aveva conosciuto
giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le
due calcagna gli bastava a vivere, guardò il meraviglioso ingombro del
corpo omai promesso e oppose al presentimento della sciagura l'imagine
dell'orgia liberatrice, memore del marinaio disceso nel porto per
ripartir più leggero domani verso l'Oceano; e gli gonfiò le vene
l'impazienza di saziarsi. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire
soffrendo, smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più
terribili, con un cuore timido e temerario, soave e spietato, la donna
aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo
dell'uragano; e non formava alcun disegno, non si preparava contro
l'impreveduto; pesava sul ritmo de' suoi ginocchi la divina bestialità
del suo corpo, covava la sua astuzia e la sua lussuria nel suo calore
più profondo. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contro lo
strazio, non contro il profumo della magnolia, non contro la pallidezza
della palude, né contro l'estasi dell'aria, pieni entrambi di forze
discordi che facevano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a
ogni soffio intorno un'ombra che forse aveva una sembianza da non poter
essere guardata fisamente senza terrore.

— Ecco il mio giardino — disse Isabella piegandosi sul davanzale, con
l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione
impetuosa: «Ecco la mia colpa, ecco la mia gloria».

Un'ebrezza perversa si partiva da lei, mista di spontaneità e
d'artifizio, espressa ora col viso nudo ora con la maschera, ora con
l'affettazione dell'attrice sapiente ora con la più ignara grazia
animale.

— Te l'imaginavi così, Aldo?

Al fianco di lei si piegava il fratello, cingendole col braccio la
cintura, su la pietra calda.

— Guarda, Morìccica. Guardate, Tarsis.

Vana e Paolo s'appressarono; ed ella si scansò perché giungessero a
scoprire i rosai. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere; e sul capo
chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante, uno sguardo che
non era un baleno ma qualcosa che pesava, che colava come una materia
fusa. E stavano là tutt'e quattro in un gruppo, nel calore, nell'odore,
invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un
incantesimo.

Anche il giardino era intorpidito, quasi imbiutato d'un silenzio pingue
come il miele come la cera come la gomma. Era un abbandono e una
tristezza che si consumavano in profumo tardo. Gli spiriti dell'olio si
sprigionavano dal cociore dello spigo e del rosmarino; le albicocche
pendevano mézze nella fronda floscia, qualcuna sfatta, aperta sul
nòcciolo, stillante; i rosai non potati avevano sprocchi tanto lunghi e
teneri che s'incurvavano sotto una rosa scempia; e la pallida palude
vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di pòlline che
n'eran lordi.

— Quando io vivevo — disse piano l'incantatrice, col volto quasi
vaporato dalla squisitezza del sorriso — il mio giardino era pieno di
pecchie e di camaleonti.

Un'ape entrò, sonora. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una
meraviglia che rese straordinario il volo. Tutt'e quattro, raccolti
nello strombo della finestra, ascoltarono il lungo errante ronzo. Poi si
guardarono tra loro fuggevolmente, e videro che tutt'e quattro avevano
gli occhi chiari ma diversi, attoniti come se questa simiglianza
dissimile scoprissero per la prima volta.

— Ah come sapevo vivere! — soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco
stesso. — Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri,
possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del
settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e
le bianche....

E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di
mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul
monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsilia; e quelle
che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le
febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia
Alessandria.

— Isa, Isa, — sospirava l'adolescente — perché non siamo stanotte nella
vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti
cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga
storia che noi s'ascolti e non s'intenda!

— Taci, taci — ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi
lievemente verso l'altra soglia. — Ascolta l'ape.

L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo
pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola
armonica, simulando il vibrare della corda bassa.

— Ascolta, che musica!

— Suona la viola bordona — disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta
di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi
della sorella.

Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e
all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare
volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli
occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore.

Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca
votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii
miracolosi dell'arpa di Santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la
vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata;
ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii.

— Isabella! Isabella! — ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per
ovunque il nome della divina Estense.

E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno
interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua
eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti
piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione».

— Quando io vivevo — disse piano — qui si faceva musica, verso
quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?

— Io me ne ricordo — disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra
come usava lungo il manico del suo violoncello. — Forse la mia viola da
gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.

Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme
delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per
gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il
dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle
figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per
significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima
anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno
stendardetto era intarsiato il nome soave.

— Certo è là, la tua viola — assentì l'incantatrice, con gli occhi
fissi. — La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore
rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che
gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più
trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura
a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale!
Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.

— Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! — disse l'adolescente
inebriandosi. — La cassa era costruita come la carena dei navigli a
liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di
noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci
passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si
leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.

Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella
misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza
angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza
immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo
esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla
palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla
rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza:
ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano
indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco
d'ombra.

— Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti
in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo.
Te ne ricordi?

— Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia
testimonio....»

— Autore della Musica!

— Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una
per oggi, una per quest'ora: «_Ove con pié d'argento_». Era rilegato in
pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio
della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta
era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le
estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro
dev'essere nello stipo.

Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso
durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.

— Vanina, — ella disse — perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti
sotto voce una canzone?

— La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «_Amors me fait
commencier Une chanson novelle_....» — disse Aldo. — Oppure quella
d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella
che finisce: «_O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is
shee!_» A che pensi?

Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi
credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi
rispose:

— Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo
poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di
cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una
pausa alle rondini, intanto.

— È vero — disse Isabella.

Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo
giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come
saettamenti disperati.

— Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! — disse Aldo.

— Anche a me — disse Isabella.

Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani
senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse
sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir
meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca
era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che
masticate forzano i muscoli del sorriso.

— Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella
cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? — disse Aldo. — È una Santa
Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita
di verde, elle posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le
estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma
lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che
tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che
sembra tócchino i tasti d'un arpicordo».

— È vero.

— Così è Vana oggi.

Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la
voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di
quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle
morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda
brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la
tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici
occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni
musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere
patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la
finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza
muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica.

— Quanto mi piace questo! — disse Isabella dopo una pausa, come una che
abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata
di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze
dell'intelligenza.

— Rimaniamo qui? — disse Aldo. — Riprendi possesso del tuo Paradiso?
Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire.
Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in
arte armonica.

— È la notte più breve.

— Io non voglio dormire.

Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio,
seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello che avanzava di
bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su
l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi
la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente
risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di
continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de'
suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne
pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza
delle sue movenze.

— Bisogna dunque andare? — disse Isabella.

E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva
come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il
suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero
XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla
intrecciata, il mazzo di polizze bianche.

— _Nec spe nec metu_! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.

— È per te — disse Aldo — quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che
Vana ti canterà: «_L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi
di speme hor di paura_....»

E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari
s'incontrarono fuggevolmente.

— Che vuol significare il numero ventisette? — chiese Vana, che nella
confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso
gli indizii e i presagi.

— Non me ne rammento — rispose Isabella. — Ma è un numero che forse non
dimenticherò più.

E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data
prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose
l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe
fiamme in cima alle aste delle mète aeree.

— E il fascio di cartelline? — chiese Vana.

— Sono le polizzette del gioco di ventura — rispose Aldo — quelle che si
traggono dall'urna cieca della sorte.

— Bianche?

— Sì, bianche.

— Cedimi questa impresa, Isabella — disse Vana.

— O non piuttosto quella delle Pause? — disse Aldo.

— Che è l'impresa delle Pause?

— Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più
cara a Isabella.

— Tu che decifri le intavolature, la sai lèggere?

L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere
più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad
anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese
fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo.

— Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei
quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due,
una, mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre
pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio.

Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il
cartiglio.

— È la notazione del silenzio — fece Vana.

— La canzone che non canterai, Morìccica — fece il fratello ancor seduto
sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. —
Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni
altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia
Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione
di tempi e di pause».

— M'è sempre cara — fece l'incantatrice. — È il valore di quel che non
dissi non dico non dirò mai.

Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.

— Riassumo da oggi l'impresa delle Pause — ella soggiunse. — Ora
andiamo.

Si volse per passare nel camerino attiguo.

— Ma come non l'abbiamo veduta? — fece con un grido di meraviglia, e
s'arrestò.

Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata
anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi
di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan
qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle
«pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un
fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri
brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura
avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la
Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la
donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio
umano?

— Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause — disse Aldo
inginocchiandosi per indagare l'imagine. — Tu stessa l'ispirasti a Tullo
Lombardo?

Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.

— Ti somiglia — soggiunse sottovoce il fratello.

— È vero — ella assentì sommessa.

Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse
il cuore del taciturno.

La figura scolpita a guisa di un cammeo aveva anch'essa le lunghe gambe
lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con
quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della
giovine signora e distendendo la stretta gonna palesava nel gioco
alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo
sparente.

— Aldo, Aldo, scacciala!

Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzìo dell'ape presso la sua
gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano
sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani
s'agitavano alla difesa puerile.

— Ahi! M'ha punta!

In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla
mano manca, nel polpaccio del pollice.

— Mi fa male! Bisogna suggere forte, Aldo!

Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le
labbra su la puntura per medicarla.

— Sì, così.

Egli suggeva più forte.

— Basta!

Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di
quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del
carro carico di tronchi.

— Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto.

L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta
la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte
ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e
d'oro come il pavone apre la sua rota sidèrea.

— Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle
vesti? Non erano tappezzati di velluto crèmisi i miei stipi?

Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del
prezioso drappo.

— Non li ho lasciati qui i miei broccati, i miei rasi, i miei tabì?

— Isabella! Isabella!

Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.

— Eri anche allora la più elegante dama d'Italia — disse egli adulando
la giovine donna come soleva. — Oggi hai per rivali Luisa Merati,
Ottavia Santeverino, Doretta Ladinì; allora gareggiavi con Beatrice
Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di
Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi
Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i
grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora
d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore.
S'era fatti ottanta quattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso
per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando
andò sposa ad Alfonso aveva con sé duecento camicie meravigliose! Tu
superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e
ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in
biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una
inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella
della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti
raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto
terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed
eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia, a Milano, a
Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più
belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli, collane, cinture,
bottoni, braccialetti, catene, frange, sigilli. Il tuo orefice
prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che
fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la
famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del
marchese di Mantova, ch'è al Louvre.

Egli pareva aver bevuto il vino di quattro cent'anni in uno di quei vasi
di calcedonio o di diaspro forniti d'oro che la Estense aveva raccolti
innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte Vecchia. Era ebro di
passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive
alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due
intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le
ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici.

— Ricordami ancóra! — ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come
s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria.

— La duchessa di Camerino, Caterina Cibo, faceva fare a Mantova i suoi
vestiti sotto la tua sorveglianza come ora Giacinta Cesi non va dalla
sarta se tu non l'accompagni.

— Ricordami!

— Nel tuo viaggio di Francia, l'ammirazione per le tue guise fu unanime,
come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un
teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti
chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua
rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette
d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare
quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco.

— Avevo i capelli che ho, castagni?

— Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati
a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le
forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più.

— Belle mani?

— Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal
Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il
carpo. Per curarle, facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e
delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e
a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo.

— Perché amavo anche allora i profumi.

— N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta
perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile.
Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re, a regine, a
cardinali, a principi, a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia,
non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi e tanto spesso gli
uni, credo, quanto gli altri.

— Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco.

Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi
splendidi.

— Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena
di debiti.

— Oh no!

— Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi.

— Federico!

— Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva;
e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti.

— Non è vero.

— Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi.... So tutto.
C'è la lettera al Trìssino. «Miseria extrema di dinari....

— Mi smungeva Federico.

.... per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito....»

— Federico!

— E mettevi le gioie in pegno.

Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il
sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero
soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a
una scena di mimi.

— E le maschere, le maschere!

— Quali maschere?

— Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti
cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia!

— Quanto mi piace questo! — disse Isabella con un sùbito mutamento di
tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed
era di nuovo pronta a far soffrire. — Se ne ritrovassi qualcuna dentro
gli armadii?

— Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri,
apri.

Ella aperse. Le ributtò il triste odore.

— È pieno di ragnateli — disse, e richiuse.

— Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti
da Costanza d'Avalos.

E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio
di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza
parole, l'ardore senza concento.

— Andiamo, andiamo.

Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del
clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini.
La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo
andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra
d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una
caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto
l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran
ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e
una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo,
come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati.

— Sempre si rinnova l'incanto?

Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.

— La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?

Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace
sul petto in tumulto.

— Il giorno senza fine!

Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come
quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte
senza asciugarsi.

— Che faremo? Che faremo?

Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della
palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle
antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano
udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si
perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino
al culmine del cristallo empireo.

— Sorella, sorella, non vedi? non vedi?

Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo
gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri
gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.

— Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!

Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera,
levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita
sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta
palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di
timore, di promessa, con due mani di statua.

— La puntura ti duole ancóra?

— Mi brucia soltanto.

— Ti sei ferita due volte. Aspèttati la terza ferita.

La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della
candida sera; poi col dorso appena appena toccò il labbro che non
sanguinava più. Il saettìo disperato delle rondini stridì su l'immobile
argento. Il capo del fratello s'inclinò verso la spalla diletta. Egli
aspettava un dono che non gli era dato, e non sapeva quale; e la voce
della sua anima era un alto lamento, se bene si esalasse in piccole
parole.

— Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo, fra poco? Io
non voglio dormire.

Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che
travagliavano così torbidamente gli affanni umani; e il rancore dei suoi
trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella
grazia inquieta come una convalescenza febrile. E ogni attitudine
dell'adolescente verso la sorella gli moveva un malessere indefinibile.

— Vieni con me su la brughiera — disse.

— A vegliare la veglia d'Icaro?

— Ad aspettare l'alba.

— Sotto un'ala del tuo grande airone?

— Alla diana farò un volo di prova. Le prime stelle e le ultime sono
propizie a quest'arte.

— Espero è il tuo buon genio?

Aldo non guardava il costruttore d'ali ma, col capo presso l'omero della
sorella, era fiso nel cielo di Vergilio. Tutto era puro come nella più
divina delle ecloghe. Non un soffio moveva le cime delle canne, le
vermene dei giunchi, le fiammelle dei papaveri, lo specchio delle acque.
Solo il coro delle rane diffondeva il senso del moto in forma di ritmo,
simile alla vibrazione della bianchezza.

— Quale altro cielo, se non questo, si chiamerà firmamento? Stasera
potresti volare all'infinito. Ah, insegnami!

Trasognato egli si volse, e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della
volontà temeraria, la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere, la
pupilla fulminea del predatore, quegli angoli vivi che parevano fatti
per fendere come i conii la resistenza, quelle dure mascelle che per
contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in
una tenaglia d'acciaio. E uno sgomento subitaneo lo invase, ché non era
quegli il suo compagno né il suo maestro.

— T'insegnerò — disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza,
come chi risponda a un bimbo che domandi un balocco; e sorrise.

L'ombra cadde su le ciglia del trasognato, e gli riempì l'orecchio un
confuso rombo, e il cuore gli pulsò contro la gola; ché egli aveva
scorto, tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva, un filo di
sangue, un sottilissimo grumo, e un lieve gonfiore lividiccio nel labbro
rilevato dal sorriso.

— Aldo, che hai? — gli domandò Vana. — Come sei divenuto pallido!

L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione.

— Sembro pallido? È questa luce. Non ho nulla. Anche voi sembrate così.

Non dominava il suo sgomento cieco. Le giunture gli si scioglievano come
nel pànico. Si chinò su la ringhiera, e credette che il battito del suo
polso risonasse sul ferro come il martello su l'incudine. Lo stormo
frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della
palude, ed egli l'udì tornare verso la loggia come una forza ruinosa e
strepitosa che fosse per trascinarlo seco. Negli attimi d'attesa rivide
le cose più lontane della sua infanzia. Poi lo scagliamento disperato
gli trapassò tutta l'anima tramortita.

«Addio! Addio!» ripeteva in sé, ma senza sapere come la parola gli si
formasse dentro e gli si staccasse dal cuore; ché non era se non suono
interno di gemito, simile a quello inarticolato che la tortura strappa
alla carne vile. «Addio! Addio!»

E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso, per dissimulare
l'ambascia; si sollevò, si volse come a guardare la desolazione del
cortile erboso; fece qualche passo furtivo verso la porta che s'empieva
d'ombra. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. Il bisogno
folle di sfuggire lo prese, lo cacciò tra le pareti ignote, di soglia in
soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile
ruina. Da prima corse anelante, con un velo su gli occhi, come chi abbia
il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. Poi le
figure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e
l'assalirono, e s'ingigantirono del suo dolore; e i contorcimenti dei
grandi corpi rossastri nelle mura piene di battaglia furono come
l'agitazione della sua demenza; e gli squarci e le fenditure e i mucchi
furono come i resti del suo crollo; e tutto l'oro scolpito e sospeso e
infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. Ed
egli andava andava, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza
in stanza, per l'irremeabile ruina. E a tratti, come se soffiasse la
ràffica, gli giungeva l'alto canto palustre, lo stridore del saettamento
ostinato, la squilla della salutazione angelica, e il gemito stesso
della sua propria anima. «Addio! Addio!»

Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro, ma sorgeva da
ogni cavità, occupava i luoghi profondi, s'accumulava come una cenere
fosca, s'addensava come una moltitudine tacita. Una porta fu piena di
minaccia; una scala fu piena di terrore; un corridoio fu come un abisso.

— Isabella! Isabella!

Il nome echeggiò come in una caverna; ma, dopo, la vita del silenzio si
moltiplicò, ebbe mille volti sparenti.

— Isabella!

Il nome cadde senza risonanza, come qualcosa che s'afflosci. Un chiarore
violaceo appariva pel tetto squarciato. Nell'ombra era un aliare molle
di nottole. Vene di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse
l'acqua degli stagni.

— Isabella!

Smarrito nell'intrico della ruina, egli barcollava su i pavimenti
sconnessi, urtava contro le travature cadute, varcava gli usci palpando
gli stipiti freddi, rabbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle
forme ignote. E sopra il terrore l'imagine del bacio selvaggio,
l'imagine della voluttà sanguigna, si apriva dentro le sue pupille con
l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi infermi; ché forse
egli era passato, ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le
bocche crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto
fragile, a sommo dell'anima senza limite; e per ricacciare il singhiozzo
egli ripeteva quel nome che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli
acini balzanti d'una collana disciolta.

— Isabella!

— Aldo, Aldo, dove sei? dove sei? Ti sei perduto?

Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile
angoscia; e si volse; e in fondo all'andito lùgubre scorse un'ombra
nell'ombra.

— O Vana!

E si corsero incontro; e non parlarono, perché entrambi traboccavano di
pianto. E furono soli; e non s'udì alcun altro passo fuorché quello
cauto del vecchio. E non si guardarono ma s'abbracciarono
disperatamente.



Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta
sul Mediterraneo, dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano,
con l'omento secco del bue, con le penne maestre degli uccelli rapaci.
«Un'ala sul Mare è solitaria» aveva gridato il poeta della stirpe, alle
vedette.

    Chi la raccoglierà? Chi con più forte
    lega saprà rigiugnere le penne
    sparse per ritentare il folle volo?

D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio che visitò in
culla il novo Dedalo creatore d'imagini e di macchine, il Prometeo senza
supplizio, colui ch'ebbe in sé «la radice e il fiore della volontà
perfetta»; e quella culla era ardua come il nido stesso del desiderio
sovrumano sospeso nell'Ignoto. E riapparivano per baleni di gloria, su
piani su colli su laghi d'Italia bella, altre ali d'uomo invermigliate
di sangue temerario, rotte come le ossa, lacere come la carne, immote
come la morte, immortali come nell'animo l'avidità del volo.

Un Barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro,
aveva anch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita,
aveva coperto l'armatura lieve d'un tessuto più lieve, aveva studiato il
vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: «Non gli
manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima bisogna che sia
contraffatta dall'anima dell'omo». Ben egli l'aveva contraffatta
librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile, volando ogni giorno
più a lungo, ogni giorno più in alto, precipitando infine e stampando
nell'aspro suolo germanico l'impronta del suo cadavere come l'Ateniese
aveva legato all'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome.

Discepoli eran sorti, avevan raccolto il rottame, avevan ricostruito e
raddoppiato il congegno; avevan celato la loro favola in lande
solitarie, in contrade di sabbie e di tumuli; avevano ancor macchiato di
vermiglio le verghe connesse e la tela tesa. Alla vasta brezza costante
dell'Atlantico, non al chiaro ponente meridiano del Mediterraneo, s'era
rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un
rigido mattino d'inverno, sopra dune ignude in vista d'una baia aperta
verso l'Oceano, s'era alfine compiuto il prodigio. Due fratelli
silenziosi, figli del placido Ohio, infaticabili nel provare e nel
riprovare, per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di
due eliche all'ostinazione dei due cuori.

Ora i Latini venivano alla riscossa. Il nuovo strumento pareva esaltare
l'uomo sopra il suo fato, dotarlo non soltanto d'un nuovo dominio ma
d'un sesto senso. Come il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva
divorato il tempo e lo spazio, l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e
del peso. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. Contro la
maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. Il
dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci
abissi. La morte era una Circe conversa, donna solare che trasfigurava i
bruti in eroi con l'ebrezza dei suoi beveraggi. Come quando tutta
l'Ellade si moveva per la corona d'oleastro, l'Estate ridiveniva sacra
agli agonisti. L'inno aveva principio in ogni grido di moltitudine ma il
croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba.

L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria,
non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. Il cielo incurvato
su la pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi dai monti
dai boschi. La folla trasse allo spettacolo come a un'assunzione della
sua specie. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. Tutte le
fronti dovettero alzarsi.

Il concorso era come a una dieta di guerra. Il luogo aveva l'aspetto
dell'arsenale e della cittadella. In lungo ordine le tettoie di travi e
di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a
ricovero di galere disarmate o racconce. In cima ai pennoni, in cima
alle alte mète piramidali, in cima alle torri di vedetta le bandiere e
le fiamme multicolori sventolavano come nelle pavesate di gala. E, come
gli antichi pavesi delle fanterie di comune, le fronti delle coperture
erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni, con gli emblemi
delle officine, coi nomi dei timonieri celesti.

Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario, forma di
perfetta bellezza sopra quelle linee senz'arte, fra tutto quel legno
polito materia insigne colorata dai segreti dei secoli e dagli spiriti
della terra, nel mezzo del campo sorgeva alla sommità d'una colonna
romana la statua della Vittoria. Liberata dal carcere astruso, fuor del
triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti
gradi di pietra invasi dall'erba, era venuta non con la sua quadriga
trionfale ma con un carro rustico, col plaustro dei coloni di Roma,
tratto da sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di
Vergilio. Le aveva fatto corteggio il popolo prode. Impósta al capitello
corinzio involto di acanti corrosi, ora viveva nel cielo come quando il
giovanissimo capo e l'omero potente e l'apice dell'ala aquilina
coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio
Vespasiano fondatore di anfiteatri. Verde come la fronda del lauro,
glauca come la foglia dell'oleastro, su la svelta colonna dalle
scannellature cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle
dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesàreo.

Non la riconobbero i nuovi agonisti, non la venerarono; ma la temettero
come un ostacolo da evitare. Ognun di loro non aveva occhi se non per
l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli.

— Che dice il segnale del vento? — domandò Paolo Tarsis chino presso la
sua macchina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio, mentre il capo
dei suoi meccanici finiva d'intonare il motore ed egli prestava
l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza.

— Più di dieci metri al secondo — rispose Giulio Cambiaso scorgendo su
la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al
rosso. — Non si vola.

S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati.

— Tentiamo? — disse Paolo Tarsis.

E venne al limitare della tettoia; guardò la palpitazione delle fiamme
in cima delle aste, scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del
marinaio. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e
ostro, in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le
forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi.
Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azzurro dei monti verso
il Garda, in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare,
s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della
campagna di Ghedi. La vastità dell'aria era deserta e muta, non
interrotta né da un volo né da un richiamo d'uccelli. Attendeva l'uomo.

— Il vento sta per cedere — disse Paolo. — Tenterò oggi di battere
Edgard Howland nella durata, nella velocità e nell'altezza.

— Anch'io — disse Giulio Cambiaso.

Si guardarono negli occhi leali sorridendo, emuli e fratelli. La loro
fraternità vigeva già dalla prima giovinezza, nata sul ponte d'una nave
da guerra, nei primi anni del servizio, quando a ogni primavera
credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri
corazzate contro un bersaglio che non fosse quello delle gare di tiro
nella rada di Gaeta. S'era cementata nell'inferno dei battelli
sottomarini, entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che
il posto di manovra o di combattimento, tra i fumi dell'olio bruciato,
tra i vapori della benzina, tra i miscugli d'idrogeno e d'ossigeno
svolti dagli accumulatori elettrici, nel pericolo assiduo dello scoppio,
nella tenebra improvvisa causata dal corto circuito, nella lotta
costante dell'attenzione contro il tossico sonnifero dell'anidride
carbonica, nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni con
l'occhio fiso ai quadranti indicatori, con l'orecchio teso al linguaggio
metallico degli apparecchi di misura e di governo. Ben quivi entrambi
avevano cominciato ad acquistare il senso della terza dimensione
manovrando i timoni orizzontali e correggendo per innumerevoli
esperienze l'instabilità nel verso dell'asse, che a ogni più lieve causa
drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel
fondo.

Insofferenti di disciplina esterna, aspiranti a un'azione più libera,
insieme avevano rinunziato il servizio. Insieme avevano intrapreso un
lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente, attraversato la Corea, la
China, la Mongolia, girando la Muraglia, ascendendo monti, risalendo
fiumi, valicando steppe, soggiornando alla ventura nelle città
dell'interno e della costa; poi per le Filippine, per l'arcipelago di
Sulu, per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello stretto di
Torres studiando gli Aborigeni; poi per la Tasmania, per l'India, per
l'Arabia, raggiunto l'Egitto. Avevano domandato all'animo e al corpo
tutto quel che potevano dare e oltre: la risolutezza era divenuta in
entrambi un istinto servito dalla rapidità del pensiero; la resistenza
era divenuta come l'osso del dorso. Avevano fatto la pelle al freddo e
al caldo, usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto
sotto le fiamme tropicali di Mindanao. Avevano sopportato quattro giorni
di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'Altai
deserto; percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi,
nell'isola di Negros, per raggiungere in tempo su la costa una lancia
spagnuola che, partita, non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo.
Avevano cavalcato nelle steppe diciotto ore su le ventiquattro, e
continuato così per settimane senza stancarsi. D'avventura in avventura,
di lotta in lotta, avevano acquistato la destrezza che moltiplica le
forze con la sagacia nell'adoperarle, soccorsa dalla scienza anatomica
del corpo animale nell'assestare i colpi. Uno di loro in un tempio
indico aveva potuto alzare una gravissima pietra, sol per un certo suo
modo di equilibrarla. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto
pieghevoli che, essendo incatenato in Luzon, era riuscito a farle
scorrere per gli anelli di ferro; e tanto forti che la pressione delle
dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel misuratore e spezzare
l'ulna più robusta.

Ma quante volte, sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure
vie terrestri, avevano risognato il sogno sottomarino, rivissuta la vita
silenziosa nell'elemento profondo! Quante volte, dinanzi agli spettacoli
più nuovi, avevano ripensato gli attimi incomparabili della manovra di
battaglia: il battello emerso, lo scroscio dell'onda in coperta, lo
strepito dei motori a scoppio e le sùbite vampe fra le pareti
metalliche; poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior
d'acqua, in vedetta; poi emersa la sola sommità della torre coi suoi
cristalli più alti, in agguato; poi tutto lo scafo immerso, con solo
fuor d'acqua il lungo tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio
vitreo; alfine, l'immersione totale, accertata la rotta, corretta la
mira, pronto il siluro nella camera di prua; la corsa fatale nel
silenzio subacqueo, il lancio segreto contro la carena gigantesca!

Un giorno per caso, al Cairo, in vicinanza d'un ammazzatoio publico,
s'erano abbattuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda
leggera di lino; il quale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi
immuni dal barbaglio, quasi fossero forniti della terza pàlpebra, per
osservare il volo dei corvi, dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a
grande altezza. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato
di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. Si chiamava Léon
Dorne.

Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della
loro nuova ricerca. I due manovratori di battelli sommergibili avevan
rivolto il senso statico delle tre dimensioni verso il cielo.

— _Alis non tarsis_ — diceva l'ornitologo implume, facendo il bisticcio
sul cognome di Paolo.

Posatoi rupestri del Mokattam, pregni di splendore come gli alabastri
delle meschite, dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole
che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte e curano i
fusti teneri delle penne nascenti e a quando a quando starnazzano per
esercitar le giunture e, nel sentire il soffio, di sùbito si gettano giù
abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali e partono di
primo volo e salgono al sommo e poi discendono col becco al vento e
s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria immobili
e poi risalgono e poi ridiscendono, senza mai batter l'ali! Specchi
della Palude Mareotide, coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono
all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni; e sono i
pellicani dall'occhio scarlatto, i gravi pellicani dal sacco gutturale
venato come le dàlie; e s'ode il lor grido rauco simile al raglio, e lo
schiocco delle larghe palme che si posano su l'isolotto di melma, e di
nuovo lo strepito più forte pel più alto volo quand'essi ripiegano il
collo tra gli omeri come gli aironi e alzandosi contro il vento cangiano
la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano
sopra le nubi! Immense lande liquide dei Barari, folte di canne e di
tamerici sul pattume salmastro, interrotte da cumuli di mattoni e di
cocci che sono le ruine obliate delle città regie senza nome divenute
nido innumerevole alle dinastie delle mèropi; ove su le grandi assemblee
degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe se qualche
carogna di bufalo vi approdi portato dai canali, mentre a quando a
quando capovaccai e corvi trapassano in voli veementi con ombre di morte
come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai
limiti del deserto! Passione del deserto, palpitazione visibile della
vampa su l'aridità commossa, odore elettrico dello spazio in attesa,
quando la grande aquila sola sui rossi torrioni del Khamsin valica in un
attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa
metropoli di sabbia e d'angoscia si dilegua per sempre!

— _Alis non tarsis._

I due compagni avevano vissuto, lunghi e lunghi giorni, assorti in
questi spettacoli e in un sogno d'avventure celesti. Tornati in patria,
s'erano messi con ardentissima pazienza all'impresa. Da principio
avevano costruito apparecchi semplici, veramente dedàlei, privi di forza
motrice, simili a quelli usati dai primi esperimentatori nelle prime
prove, non affidati se non alla resistenza dell'aria, non equilibrati se
non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso; e, per addestrarsi
al veleggio, avevano scelto nel Lazio il ripiano di Àrdea, la rupe di
tufo tagliata ad arte, l'arce italica di Turno nomata dal nome
dell'uccello altovolante. Qual posatoio più atto all'esperimento
periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della
prisca città fondata da una schiera d'Argivi spinti alla spiaggia dal
vento di mezzodì. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo
silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi; la chiostra dei
monti, dagli aricini ai lanuvini, dagli albani ai veliterni, è come un
ciclo di miti impietrati; nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti
delle stirpi; i massi squadrati hanno per eterno cemento la parola di
Vergilio: _et nunc magnum manet Ardea nomen_.

I due compagni avevano quivi sentito, meglio che in qualunque altro
luogo della terra, come la morte sia un'operaia gioiosa.

Dopo prove e riprove, avevano compiuta una macchina leggera e potente la
cui ombra somigliava l'ombra dell'airone. E le era rimasto il bel nome
italico: Àrdea; e nel nome il proposito di volare sopra la nube.

Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue
aspettando la volontà conduttrice.

— Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame —
disse Paolo Tarsis, alludendo ai molti trabìccoli strepitosi che non
riescivano mai a distaccarsi dal suolo.

— Sai — disse Giulio Cambiaso ridendo — sai che perfino il re negro dei
pugilatori Sam Mac Vea si propone di volare?

— E il fantino O'Neil.

— E il maratoneta Shrubb.

— E il ciclista Mazan.

— E il nuotatore Geo Read.

— E il pattinatore De Koning.

— E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo!

Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le
soste all'addiaccio o sotto la tenda, di quel riso ch'essi non ridevano
con altri, essendo un modo della loro concordanza, una espressione duale
della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini.
Era già vivace in loro il sentimento sdegnoso della piccola aristocrazia
che s'andava formando dall'accozzaglia della novissima gente volatrice.

— Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado?

— E il multiplano di Guido Longhi?

Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi
pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più
diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela
agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando
le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù partorite
dalla manìa pertinace o dalla presunzione ignara, condannate
irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali
ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in
càrdini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di
scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte,
simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri
cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi
ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina
imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino
natante; congegnature di aste e di vèntole in guisa di quegli arnesi
mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride;
difficilissimi intrichi di sartie, di traverse, di longherine, di tubi,
di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo,
del tessuto intese all'impossibile volo.

E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo
ragno, indissolubile. Sotto sopra le ali, tra due serbatoi a forma di
obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora
coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione
del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi
manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e
mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buono
astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnia o
dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo
sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di
portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come
gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a
tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo
furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e
sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu
non ti moverai, né io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il
ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato.
Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti
a riempiere le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il
tragico e il buffonesco si avvicendevano, come nelle corsie dei
manicomii. L'ombra monòcola di Zoroastro da Peretola si chinava a
commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un
beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di
tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo
schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio
d'inestinguibile riso.

— Eppure — disse Giulio Cambiaso — questi Icarotti con troppe ali, che
son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei
mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la
cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della
temerità.

Erano costoro i pratici del volàno, vincitori di corse in circùito, che
consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre
sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura
intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano
a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel
nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera,
il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabale.

— Che guardi, Paolo?

— Nulla.

— Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che
nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia
l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii.

— Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a
dieci metri. È issata la fiamma bianca.

— Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi
protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle
tettoie, per divertire dame e damigelle!

— Diventi misogino?

— Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano
l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici.

— Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife.

— Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio!
Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed
egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi
in Sicilia, immune dalla panna figliale. Ammirabile esempio!

— Vuoi ammonirmi?

— Né anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese
escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina
di «chez Callot».

Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra
d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il
polverìo che il vento dell'elica sollevava dal suolo rossastro, fra gli
scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti
di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle
della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che
squisitamente vivevano su lei come le sue ciglia, come le sue unghie,
come la pelurie della sua nuca, come i lobi delle sue orecchie; liscia
odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del
minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta — spremetti
la dolcezza del frutto — ch'era mortifero, onde non resta — se non la
semenza di morte». Simili a lei altre creature apparivano là dove gli
uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di
sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come
minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle
maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze
il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le
loro teste coperte dai larghi cappelli sorgevano su i lunghi fòderi dei
corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.

Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle
floride figliuolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia
palpitante vigilava il portentoso uccello concepito nel suo seno,
asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte
mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava
nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento
della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava
le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva
lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo
e l'incostanza degli stantuffi.

— Il vento gira. Quarta a ponente — disse Paolo Tarsis. — Soffia per
colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu?

Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella
Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza
indagare la causa, voleva ancóra evitare come aveva fino allora evitato
l'incontro della sua amica col suo amico.

— E tu, Giulio?

— Sùbito dopo di te.

— Hai mutata l'elica?

— L'ho mutata.

— Sei pronto?

— Pronto.

— A rivederci in alto.

— Spero che ti raggiungerò.

Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo
cómpito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso.
Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una
volta.

Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento
virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a
lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono
fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona,
l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia,
imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era
fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di
due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo
valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il
più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo
avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno
aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con
le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in
cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato
pel dormente un destino più profondo.

Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva
alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali
unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?»

Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua
risposta: «Ti ricordi, tu di quel bùttero che per bravata, il giorno
della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le
quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della
bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La
lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e
li do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il
compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il
capo.


Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella
Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di
spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora
infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta, a volta a volta
squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla
conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed
insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un
tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il
moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la
polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e
si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico,
offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e
sbigottiti.

— Si guardi, La prego, signorina! — egli gridò, con un gesto brusco. —
Non rimanga là!

Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano.

— C'è pericolo?

— Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più
piccolo frammento scagliato è incalcolabile.

Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici
la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse
della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule
ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il
nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli
del motore bianco giallo rosso bruno.

— Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola?

Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo
cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana.

— Preghi il Cielo che questo non m'accada mai — rispose il timoniere
celeste.

Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura
quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile
all'indeterminato ricordarsi.

— La morte dunque è sempre là?

— Là e dovunque.

— Là più che dovunque.

— È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.

— È orribile.

A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la
polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica
divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il
silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé
tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si
fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un
cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza
ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro
chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le
rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi,
quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di
latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un
fiasco vuoto.

— Sia prudente — disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula,
quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.

— La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.

— Il Suo amico....

Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.

— Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?

— I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio.

— È troppo ardito.

— Non bisogna mai tremare per lui.

— Perché?

— Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni.

— Crede questo?

— Certo.

— Anche per sé?

— Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Vichnou, un
indovino dalla testa rasa, masticando le foglie chiare del betel, ci
presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa
morte.

— Crede al presagio?

— Certo.

— E perché sorride?

— Perché ora mi ricordo....

— Di che si ricorda?

S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora
prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo
d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera.

— Giovanni, è pieno? — domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava
l'essenza nel serbatoio.

Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per
vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era
occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della
pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo
d'iddii di dèmoni di nimostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei
tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, lordato dagli escrementi dei
pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli
elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo.

— Manca poco — rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel
fóro del serbatoio per misurare la quantità.

— Sia pieno, fino al tappo.

L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a
versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un
filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a
quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando.

— Di che si ricorda? Dica! — soggiunse Vana con timida insistenza,
arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.

— Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal
gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il
banco di un mercante; e si volse verso di noi.

Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.

— Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella
purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature
indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre
passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino
balzano da tre. Come Le somigliava!

— Oh no!

— Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva.

— Oh no!

— Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra.
Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta
in polvere, la ghirlanda di rose gialle.

— Oh no! Quelle che porto?

Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla
cintura.

— Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il
tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare
verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i
fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che
riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la
devota fu più lesta di me.

— Eccola — disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola
azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.

E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si
fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile
spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando
vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva
soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me
la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».

E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella,
come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un
simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per
prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana
dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo
croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore
olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria
finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei
suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una
paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità
nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai
fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose
presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era
forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella
pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella
tettoia piena di rombo?

I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le
pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta
dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne
ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno.
Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica
come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono
lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore
si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa.
È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un
bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce
un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e
Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono
sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora
se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa
si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è
dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse
Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della
stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no.
Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più
vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura,
con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio
cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi
cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male.
Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con
un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!»

Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro
persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in
quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono
lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva
alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura
fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e
la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo
ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere
vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un
bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della
barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era
certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua
giovinezza come una immortalità.

— Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente
viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un
fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio
destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a
un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.

— Oh no!

— Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra?
Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.

Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile
che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che
l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante
risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido
fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo
abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova
fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco
intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui
quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in
virtù di quale armonia segreta?

— Pronti pel campo! — comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a
sommo del suo petto.

Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La
tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore; ché l'elica
aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria
nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la
fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e
il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera
fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la
freccia dell'indice.

— Pronti — rispose al comando una voce fedele.

E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo
cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e per le
cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di
slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; una opulenta luce bionda fluì,
come venuta dall'oro delle più lontane mèssi italiche. Un cumulo di nubi
apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine
dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo,
fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone,
disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo
riconobbero.


Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido
passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne,
si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si
libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli
artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi,
sinché sembrano appena scalfire la sabbia, e l'ultima traccia è
invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggère correndo nel
fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero
sotto, lasciava la terra.

Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone d'altura beccheggiò
fuggendo i mulinelli che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in
piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano
quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa.
S'inchinò verso la prima mèta nella virata, si raddrizzò; diritta e
veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi;
sorpassò i casali, contrastando ai rìfoli, orzeggiando di continuo;
entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del
dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi
egizii, tutt'ala.

Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la
sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella
forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla
pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli
era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando
si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo,
quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio
roteante per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a
inflettere la velatura estrema, quando nell'andare all'orza manteneva
l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di
stabilità e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del
volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con
nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi che avea veduto
piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha.

«Fratello, fratello, siamo solitarii, siamo liberi, siamo lontani dalla
terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il
primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo. «Non
voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio
più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti
il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se
io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!»

Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso
agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la
vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello
stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo
silenzio, il suo deserto, il suo cómpito.

— Àrdea!

Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune,
dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada
di Montichiari, su i crocicchi delle strade candide, dai grappoli umani
appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni
delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie
divine, dall'innumerabile meraviglia saliva il clamore come un tuono o
come un fiotto intermessi.

— Àrdea!

Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era
preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor
della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un
tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano,
mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno
all'asta della mèta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta
della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido
di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie
nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel
rombo?

— Àrdea!

La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e
terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida
allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo
lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due
cicogne prima della cova librate su le lunghe ali rettilinee; poi si
persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri
si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie
rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo.
Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose,
rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velìvoli partivano l'un
dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i
capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come
le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci,
strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi
l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le
aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri
rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il
secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato
la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso
col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.

E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e
di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di
quei sublimi cieli d'Italia che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni
secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole
dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza,
conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del
Buonarroto. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe, una materia
foggiata dallo statuario e dal fìgulo, una gerarchia di angeli, una
genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si
adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a
trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive
trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco
spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che
ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue
improvviso; poi sùbito si coprivano di macchie smorticce come le squame
caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul
tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la
forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava
appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso
azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure
altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni
rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo
mito.

Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra,
risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo,
restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il
battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di
olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano
sanguinante, e sorrise.

Allora fu visto un altro velìvolo, come quei rapaci notturni che
abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono,
precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte
strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi,
tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio
d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante.
La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo
se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu
tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi. Pallidissimo,
vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto
le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo
trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli
occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittorioso passò su la sua
disperazione.

Allora fu visto di sùbito apprendersi ad altre ali il fuoco senza
colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e
involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già
crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio,
scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica
avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda
della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi
s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa
schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella
coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano.

E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore
rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia che il suo
cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere
non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del giuoco mortale. Un
altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone
d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia
da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancóra
s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente; si sporse alquanto per
riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per
l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta.
Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio.

— Tarsis! Tarsis!

Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso,
coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte,
atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non
rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti.
Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.

Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati
verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei
precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza
della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo
insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea
sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze
naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a
insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle
belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta
le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante,
il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica
Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i
sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili,
fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi
dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma
alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il
pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce
tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.

— Tarsis! Tarsis!

L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro.
Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera
e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori
furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse
gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la
rapidità. Gli comandarono di vincere.

— Tarsis!

Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la
sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il
suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di
sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del
dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo
capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il
suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di
fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi
di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto
i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei
muscoli palesi.

— Tarsis!

Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i
velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano
sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore
distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia.
L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle
cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e
delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi,
delle antenne s'allungavano.

Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso
dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la
settupla consonanza. — Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto?
quale cagione l'aveva costretto a discendere? — Percepì una pausa in un
cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il
cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie
si vuotassero nei tubi metallici. — La sorte lo tradiva d'improvviso? —
Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro
strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi
pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile,
fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro
asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più
diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia.
Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè
udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono,
il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno
fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro
gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e
dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto
dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John
Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico
degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le
cicogne: «_Alis non tarsis_». Vagò per pensieri involontarii e informi,
come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se
l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato
dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto
la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide
il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe
inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta.
Ancóra un giorno d'attesa!

Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose.
Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che
l'ossatura delle ali simile all'omero tubulare dell'uccello era
penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei
sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo
e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi
moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in
lui.

— Àrdea! Tarsis!

Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua
vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia
della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata
per girare la mèta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare
un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in
uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio,
sonante di fremito, messaggero della più vasta vita.


Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua
vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su
l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano
Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la
gara del più alto volo.

Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede
alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico
lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce per
cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia
era ancóra aspettante. L'annunzio della nuova prova era una promessa
magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo
Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò
nel silenzio.

«La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un
fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda,
forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola
azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò
quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancóra un
pretesto per tenermi lontano.... La rosa gialla di Madura! La porterò in
alto, in alto».

Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena
di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli
archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio.
Uno spirito misterioso inspirava le figure informi che su i fastigi
s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su
i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le
Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi
s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna
romana era grandissima.

«La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le
nubi». E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala
rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il
popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo
dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno
senza lira. Incominciava per lui un'atroce gioia.

A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio
il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni
violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio
d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni,
fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono
l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la
macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere
udito se non da quel solo.

La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo
il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un
sentimento della lontananza così profondo che la sua vista n'era illusa.
L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente
disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come
nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento
dell'ignoto incavò tutti i petti.

«Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancóra! Ancóra!» diceva lo
spasimo avido d'un altro spasimo.

«Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine».

«Ancóra! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube».

«Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una
scintilla che s'interrompe».

«Ancóra! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu
superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo».

«Non più! Ecco, precipiti».

«Ancóra! La morte ti ammira».

E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero
attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo
nuovo.

«Non più! Hai vinto».

«Ancóra! Stravinci».

Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre
unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a
quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento
che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come
un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.

«Ancóra! Ancóra!»

Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là
dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo
divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia
sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna
parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se
là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per
risplendere una nuova costellazione.

— Discende! Discende!

Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con
clamore ineguale.

— Discende!

Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato.
Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra
indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta
dall'òmero d'Icaro sul mare.

Una voce di terrore gridò:

— L'elica! Una pala dell'elica!

E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da
carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò,
irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli
occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.

— Cade!

Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma
nell'anima.

— Cade! Cade!

E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia
ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali
dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un
rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi,
beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della
discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso
precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del
peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo
dell'anima parve un tuono.

Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto,
tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio
biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi
dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce
dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto
oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il
diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.

Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati
la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare
la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia
s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e
la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che
armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo
testimoniarono per le ali di lino.

— È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le
gambe? rotta la schiena?

Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai
cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite
scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei
freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli,
s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.

Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele,
apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del
motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una
sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli
occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla,
senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti
di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria
della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di
rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la
clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno
semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che
non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di
rosa.

— Tarsis! Tarsis!

Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la
doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto,
nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore
infaticabile che girava la mèta.


La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione
del fuoco e del sangue nel giuoco eroico aveva esaltato anche le più
umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere
avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra
il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare
inciso dal novilunio.

Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli
fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di
splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli
sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lùgubri delle
sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo
e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre
avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve,
quasi perdute su i mostri ruinanti.

— Ah, orribile, troppo orribile! — lamentò Isabella Inghirami, tutta
chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva
i denti come nel ribrezzo della febbre. — Non s'arriva mai. Aldo, passa
innanzi, passa, passa!

Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e
nell'orrore, pareva senza termine.

— C'è il fosso a destra.

— Non importa!

— Ecco, si va.

La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di
quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene
ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli
occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi
contro il sole.

— Vana, batti i denti?

— Ho freddo.

— Tanto freddo?

— Sì.

— Hai forse un poco di febbre?

— Non so.

Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di
giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana
teneva su le ginocchia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto
era oltranza audacia e constrizione, dentro di lei.

— Ti senti ancóra svenire?

— No.

— Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo.

— Sì. Ma tu puoi andare, forse.

Vana aveva già il suo proposito occulto.

— Credi?

Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come
si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella
dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa
di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e
strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei
piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si
spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune
covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una
facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia
vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei
languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto
conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva
un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di
schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette,
mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle,
il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato
che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco
nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei
polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel
che le faceva soffrire e nascondere.

— Ah, Vana, non battere i denti così!

— Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.

Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne
ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le
sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le
cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti
minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il
movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le
cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi
piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di
morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era
morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere, «È
la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero?
Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto....»
Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?

Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.

— Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Càlmati.

— Abbi pazienza. Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.

— Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!

Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella
maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino
della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse
che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo
dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella
non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte
funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose
gialle.

— Povera povera piccola!

E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio.
S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava,
ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di
che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi
compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di
vivere? Vedrai, vedrai».

Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere
di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal
lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.

— Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti
addormenterò.

Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca
traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido
sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da
presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini
scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che
gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il
nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro,
ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata,
la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo,
le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie
nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e
dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.


— Aldo, — disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella
parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda
ruota a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte — Aldo, tu
dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per
chiedergli se abbia bisogno di te....

— Bisogno di me?

— Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.

— Credi che questo lo consolerebbe?

— Non so se lo consolerebbe, ma mi sembra che tu debba fare questo
passo.

— Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai
mandato una volta. Se tu lo avessi veduto, ora penseresti che è meglio
lasciarlo solo.

Un aspro affanno travagliava l'adolescente, una sorta d'invidia ascetica
verso la potenza di quel dolore, un'aspirazione tumultuosa verso
l'inaccessibile solitudine di quello spirito. Egli voleva tutto dalla
vita. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. Ogni
spettacolo dell'altrui passione o dell'altrui piacere gli suscitava il
rancore come per un privilegio che gli fosse tolto. Egli soffriva di
ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di bauli, piena
dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque,
dai veli, dalle piume, dai guanti, dalle tante squisite cose vane;
mentre laggiù, nella brughiera selvaggia, sotto il nudo ricovero, un
vincitore vegliava il cadavere del suo compagno avvolto nel vessillo
della gara e disteso sul letto da campo, con un dolore magnanimo che
agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro alla trabacca d'abete e di
paglia costrutta dai Mirmìdoni, ove portarono gli Achei la spoglia di
Patroclo Actòride.

— Vuol esser solo. Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la
veglia d'onore per turno. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. Ha
fatto calare la barra. Quando io gli parlavo, mi guardava come se non
m'avesse mai conosciuto.

Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. Né mai gli era apparso tanto
estraneo, tanto diverso, d'una razza tanto distante dalla sua, d'una
statura tanto più fiera. Né mai aveva egli mirato da presso un dolore
umano che somigliasse a quello, che ingrandisse così straordinariamente
un mortale, che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e
d'impenetrabile, una sorta di armatura senza fallo, una mole solida e
intera scolpita in effigie d'uomo.

— Se m'accompagni, io vado — disse repente la donna, guardando negli
occhi il fratello con uno spasimato ardire.

Il cuore di Vana balzò. Ella era distesa sul letto, supina, con le
palpebre socchiuse, con gli orecchi intenti; e lo sforzo dei suoi
pensieri sollevava pesi enormi che le ripiombavano sopra.

— Sei pazza — rispose Aldo con una pronta asprezza. — Credi ch'egli
abbia bisogno di te?

— E se io avessi bisogno di lui? — disse Isabella con una voce sommessa
e pure imperiosa, ch'era come un colpo coperto.

Il fratello impallidì. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla
forma bianca e immobile. L'amore turbinò dentro di lei, travolse tutto,
esasperato dall'impedimento, infiammato da una gelosia insana contro
quel grande dolore che usurpava il suo dominio. Perché Paolo non l'aveva
cercata? non aveva tentato di vederla almeno per un minuto? non le aveva
dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi nascosta
quell'amicizia, s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non
mostrarlo, come per una diffidenza oscura, come per una precauzione
istintiva contro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più
cara del suo amore? E l'amore era vinto dal lutto? forse offerto in
sacrifizio all'Ombra fraterna?

La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella
riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella
cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato
del numero XXVII; riebbe sotto le pàlpebre lo sguardo che aveva imposto
la nuova attesa, consentito il termine memorabile.

«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver
sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli
dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà?
accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»

Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e
implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti.
«Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: — Lascia
tutto e vieni con me. — E non dubita dell'obbedienza». Le si
riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della
morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E
raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo;
m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è
seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina
come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto,
viene con me, nella notte, nell'alba».

Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo
della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano
guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un
sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre
diversa, quel viso d'anima e d'arte a cui un pensiero disegnava il mento
il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo
con una curva più dolce, con un'ombra più eloquente, con un rilievo più
fiero. «Perché mi ferisci? Perché mi ardi?» Ora quello era il viso
stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la
pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della
magìa, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e
di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo
sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo
che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille
indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella
bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti
pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»

Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio
selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi
ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella
confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese
parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò
nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina.
«Addio! Addio!»

S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una
ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di
voci violente. La città era insonne.

— È viva la madre di Giulio Cambiaso? — domandò Isabella, con molta
dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. — Aldo, non
sai?

— Non so.

— Se vive, chi le dirà la sua sciagura?

— Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel
dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta
della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà
ancóra quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite.
Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli
altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio
della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno
entrare per le fessure....

— Ah, perché imagini quest'orrore?

Vana si levò a sedere sul letto, palpitante.

— Vana, t'abbiamo svegliata? T'eri assopita?

— Sì — rispose la piccola sorella, dopo un indugio, simulando la voce
assonnata.

— Sognavi?

— Sognavo.

— Non vuoi coricarti?

Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile.

— Lasciami dormire così ancóra! — mormorò con un profondo sospiro.

— Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza. Ora ti mando Chiara a
spogliarti.

— Dopo, dopo. Tu prima....

Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva
dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì
ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un
vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli
addormentati. Si ritrasse.

— Va, ripòsati anche tu, Aldo — disse teneramente al fratello,
porgendogli la gota. — Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.

Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.

— Il broncio? — disse ella con un sorriso penoso.

Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di
lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare
perdutamente il viso stesso dell'amore.

— Aldo! — chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore
appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.

Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro
della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore
lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e
l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella
spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno
gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la
sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la
occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come
per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri
sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo
corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e
diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci
dei marinai, mirò attonita la sua bellezza che le parve
meravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi
mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di
quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come
sotto un tremolìo di rivi.

Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava.
Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto
profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro,
all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere
l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie
d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le
sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era
simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno
aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o
nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni
ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli
atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.

Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era
accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di
andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da
Chiaretta?» L'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo
di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse
desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un
comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena
di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse
alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno;
bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose
ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue
imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità
ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo
vóto funebre era come il vóto d'una fidanzata segreta. Ella aveva
sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora
parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è
dimenticato....» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della
rosa sfogliata; che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno
fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la
fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la
spoglia sanguinosa; ma una sola creatura — dopo colui e dopo la madre —
aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore
aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo
sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano
incontro, lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua
scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro.
E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era
caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva
seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era
forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre
lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio
aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà
piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole, l'ultimo
sorriso, l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo
sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo,
ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva
esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto
quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce
soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad
alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene che non sapevo andarmene,
come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della
piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o
smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo
viso.... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa
col suo segreto.

Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il vóto? «Andrò a
piedi, sola; ritroverò la via; mi proteggerà la mia disperata volontà di
giungere. E che dirò a colui che veglia?» Tutto fu tumulto entro di lei,
ancóra una volta.

Chiara entrò pianamente, s'accostò al letto.

— Vuole che La spogli?

Vana aveva gli occhi chiusi, il viso affondato nel guanciale. Si smosse
con un sospiro lungo come un gemito.

— Sono io, sono Chiara. Vuole che La spogli?

Vana parve lottare contro un sopore invincibile.

— Ah, sei tu, Chiaretta? Isabella s'è già coricata? — chiese con una
voce fioca di bimba sonnacchiosa.

— Sì, signorina.

— L'hai spogliata?

— Ho fatto tutto. Sono qui per Lei.

Vana non parlò più. Parve ripiombata nel sonno. Come sentì su la nuca la
mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto,
mormorò lamentosa:

— No, lascia. Sono troppo insonnita. Lasciami così ancóra. Mi spoglierò
da me. Va a letto.

— Rimanga pure distesa. Cercherò di spogliarLa senza che si levi.

— No, no. Lasciami, lasciami.

Ella s'agitò infastidita; si rivoltò; riaffondò il viso nel guanciale,
fiottando. Chiara obbedì. Poco dopo, si fece un gran silenzio. Un'ora
dalla mezza notte era già passata. Bisognava osare senza indugio:
bisognava escire dalla stanza, scendere a svegliar Filippo il meccanico,
dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza, partire con la vettura
non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. La più piccola
contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. «Isabella dorme?
Aldo è forse andato fuori. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per
le scale! Mi crederebbe impazzita?» Il rischio eccitava la sua audacia
febrile.

Fu pronta, col cappello, col mantello, col velo. Prese la cintura
azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un
nastro, l'avvolse intorno agli steli delle rose.


Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno, nella
notte breve: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita, distrutta la
più generosa parte di sé, menomata per lui la bellezza della guerra.
Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo
sforzo, la sicurezza della sua fede, la celerità della sua risoluzione.
Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d'un cuore
virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde, il dolce orgoglio nel
proteggere il riposo del suo pari. Egli non vegliava più il sonno della
stanchezza, sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento
e dell'eccidio; ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un
misero corpo, spezzato e dissanguato, una spoglia più lacera che s'egli
l'avesse ritolta ai becchi ingordi degli avvoltoi.

Non aveva pianto, non piangeva. Il grande dolore è come una congelazione
repentina di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la
trasparenza del più alto ghiacciaio, e lo rischiara di quel lume
adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. Egli era lucido e
libero come non mai. Nulla d'estraneo rimaneva in lui; non lo turbava
alcun desiderio. Stava nel mondo come una forza funesta. Considerava gli
atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti.

A quando a quando si levava per guardare il buio, per indagare il piano
verso la Colonna, là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto
della caduta. Vedeva talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro
cavalieri che custodivano la Vittoria. Era una notte umida ed elettrica.
Lampeggiava senza tuono, dietro il Monte Baldo. Passavano soffii come
aneliti; nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle;
gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio, poi
cessavano. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un
casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte
nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo,
avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo
nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura
dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere,
quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di
statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che
splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che
già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e
più fiera sotto il drappo lugubre che dava imagine della berretta di
panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal
Doria, insegna degli antichi almiranti.

Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto.
Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un
siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio
Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore
innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.

— Chi viene? — si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta
e il rombo energico approssimarsi.

Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori
discreti d'un lavorìo cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un
artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle
travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I
sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello
s'attenuavano nella reverenza della morte.

— Chi viene a quest'ora? Va e vedi, Cingria — disse egli, aspro, udendo
la vettura fermarsi davanti ai cancelli.

Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che
potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà
rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo
funebre. E ripensò il commiato ch'egli aveva dato al compagno nel
riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il
rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la
misteriosa tristezza.

— Una persona velata domanda di Lei — disse a bassa voce il marinaio
rientrando.

«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità
una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò,
nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era?
Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore
e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la
grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.

— Sono Paolo Tarsis, eccomi — egli le disse inchinandosi, con quella
strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. — Che posso fare,
signora?

— Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.

Soffocatamente aveva parlato ella, sollevando il velo di sopra la faccia
come di sopra a una piaga viva; ché la vita batteva in quel poco di
nudità come là dove il male imperversa.

— Voi, qui, sola? e come? Che mai accade?

Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna, ella lo
scorgeva sul fondo illuminato delle tende chiuse, lo vedeva bene; lo
divorava, si saziava di lui come se fosse giunta ad essergli vicina dopo
un'attesa interminabile. Tutto quel che era dietro, nella notte, ora le
pareva sogno confuso; s'esalava il fervore del vóto; la volontà, tesa
così terribilmente fino a quel punto, s'allentava, s'annientava. Ella
aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliele, e
poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse
sopra.

— Vi dirò.... Lasciatemi respirare.

Alenava come se fosse venuta trascinandosi per la via.

Che cosa era per dirgli? Tante parole gli erano nate nell'anima, durante
la corsa, ed ella le aveva custodite per proferirle. Ma non le
ritrovava.

— Come siete venuta qui, sola? Qualcuno è là, che v'ha accompagnata?

— No, nessuno: Filippo.

— Ma che accade mai? Parlate dunque.

— Vi dirò, vi dirò.

Ella voleva dirgli: «Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora
senz'aver guardato quel che il dolore è nella vostra faccia». Ella cercò
le altre parole, quelle del sogno dileguato, quelle che bisognava
ritrovare e proferire, quelle che i fiori tra le sue mani sapevano e
volevano.

Ella ebbe una voce sconosciuta, come quei flutti del fondo che portano
al lido le cose obliate della Sirena scomparsa.

— Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine,
senza vita.

Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo. Credette che quella
fosse la voce della follìa; e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Egli
si chinò a guardare più da presso il povero viso insensato. Tutta la
notte gli parve piena di sciagura.

— Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. Per
ciò sono venuta.

Lampeggiava senza tuono dietro il Monte Baldo.

— Oggi le avevo alla mia cintura. Sono entrata là, mentre mia sorella
era con voi; sono entrata all'improvviso, non so perché, nel vento
dell'elica.

Passavano soffii come aneliti.

— Parlavamo di voi, ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura
aveva presagito: a entrambi la stessa morte.

Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

— E poi s'è ricordato di me, s'è ricordato della giovine Indiana ch'era
presso il banco del mercante e che si volse verso voi due, mentre
comperava la ghirlanda di rose gialle.

Gocciole cadevano larghe e tiepide, come al principio d'uno scroscio.

— Ha detto che quella mi somigliava. È vero? Ha chiuso gli occhi per
rivederla viva; li ha riaperti per rivederla più viva. Io ero dinanzi ai
suoi occhi. E m'ha detto che, quando quella si mosse, una rosa le cadde
giù pel suo panno azzurro. È vero?

Le gocciole cessavano.

— E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì.
«Eccola» io gli ho gridato allora, spiccando una rosa dalla mia cintola
azzurra.

Gli assioli cantavano su i pioppi.

— Ed egli l'ha presa e m'ha detto: «Veramente viene di Madura? Ha fatto
tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che
sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in
alto».

Un cane uggiolava in un casale.

— E poi l'orrore, e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle
vostre braccia, portava ancóra sul petto insanguinato la rosa di Madura,
la mia rosa? Ditemi, ditemi!

Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con
quell'incantamento, ella ora lo vedeva ansioso e attonito. Ed ecco, il
fervore che s'era esalato, si riaccendeva in lei; il sogno che s'era
dileguato, la rioccupava tutta; ché quel fervore e quel sogno la
avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amore, la vestivano
di fatalità, la rendevano misteriosa e potente.

— Ditemi, Paolo!

— Non so, non ho veduto; non era possibile.

Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore, e ignote figure
nascevano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini dove egli
aveva camminato col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar
solo. E straordinarii disegni si componevano dentro di lui, senza
ch'egli vi consentisse; e poi si dissolvevano. E un presentimento
ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse
potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua
sorte. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino
all'estremo fondo della vita. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane
uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era
come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto
lontano.

— Almeno lo stelo è ancóra là, forse — disse la vergine oscura
sommessamente. — Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui!

E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante.

— Volete entrare? — le chiese il trasognato.

Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose.

Camminarono l'una a fianco dell'altro. Come furono sul limite e Paolo
fece l'atto di scostare i lembi, ella si strinse contro di lui con un
sussulto di terrore. Egli la sorresse e la sospinse. Entrarono.

Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in
un'ombra vacua. La tettoia, ch'ella ricordava occupata dall'apertura
delle ali bianche, le sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come
quella d'una catacomba. — Dov'era il grande angelo abbagliante che si
dibatteva sotto le travi? — Chiuse gli occhi, vacillò come le fiammelle,
abbandonata dalla forza, incapace di dominare il suo sgomento. E sentiva
le mani di Paolo che la reggevano; e desiderava di non più rinvenire ma
di perdersi in lui.

— Vana! Vana!

Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire
il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza
tanto divina che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care
quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità come se il pianto
fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono
nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un
altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci
insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»

Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava;
e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza
ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella
profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.

La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era
la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da
presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i
piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua
lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua
verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.

Disse, estinguendo lo spirito della voce:

— Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.

L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma;
esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto
le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti
piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante,
ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il
medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte ch'ella
appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite per
trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la
pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di
sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento
dell'elica.

La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che
copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.

Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio,
con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era
per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle,
laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due
idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa
rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori
dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava
a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che
i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa pel
cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.

— Che fanno? — chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto
nelle cose inesplicabili.

— Riparano un'ala.

— Quale?

— La mia.

Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate
fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei
candelabri con un gemitìo sordo. L'aria si faceva più scura e più grave,
tra sbattimenti rossastri.

— Perché la vostra?

— L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo
rapida.

Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso
di luce. Ella bisbigliava, trepida.

— Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la
polvere.

Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava
la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita
occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura
sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a sopraggitto.
Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la
remigante del rondone scorciata o rotta si racconcia e si raddrizza da
sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala
dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte
breve.

— E perché tanta febbre? Fanno la nottata perché? — chiese Vana
guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già
supplichevoli.

— Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.

S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle
funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume
miserabile.

— Perché? — chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella
povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza.

Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così
atroce che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti
del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto
istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno
sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose
parola.

— Perché? — chiese ella ancóra, non creatura di carne ma spirito
d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento,
simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge
ventose.

Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.

— Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?

Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non
risvegliarlo.

— Ah, no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo
spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno
detto addio! Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi! Io non son
nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi
l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che
questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se
oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.

L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida
gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena
udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.

Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso
la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che
consola le pene puerili.

— No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla
accadrà.... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta.... Pace,
pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco
albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?

Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una
felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la
teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non
poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché
doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza,
trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancóra lottare,
ancóra ingannare, ancóra vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore,
mio amore», diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancóra qui,
tenetemi con voi ancóra un poco, ancóra un poco! Ch'io resti qui
nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su
le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non
sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho
più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a
quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela,
quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E
metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me
appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono
chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi
non mi svegliate, mio mio amore».

Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la
precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo,
la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia
sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il
segno della croce.

Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte
le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del
pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si
scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le
stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi
piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi
che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed
era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.


Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi
delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i
deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando
l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse
generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some, con le loro
armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi
muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in
piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti
fuochi vulcànii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle,
e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e
la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni
che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno.
Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il
Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto
la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei
cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al
magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei
fiori.

Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli
s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva
quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono
accennare. L'enigma delle Pause, inscritto nell'oro e nell'azzurro dello
scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò,
dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e
quella dell'attenzione.

Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo
con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro
avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo
coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli
Spagnuoli chiamano _juramentados_, missionarii selvaggi che vengono a
traverso l'Asia partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan,
valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe
il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di
scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano.
E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai
cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di
uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad
avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille
inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso.
Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto
fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che
s'intraversò, s'impennò, ricevette nel petto la lama acuta. Giulio
Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.

Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda,
il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella
dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del
coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un
luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio
dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»

L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di
silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore
ch'egli non indagava ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto
abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava
nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né
l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di
attesa come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara
Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna
la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in
un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se
non un solo pensiero aquilino.

Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco.
Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al
suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella
notte scortato la salma fino al Cimitero di Staglieno.

Quando l'Àrdea con l'ala ricostrutta escì dalla tettoia, la folla
ammutolì come il giorno innanzi: uno straordinario brivido la corse in
un attimo tutta quanta come un sol corpo vertebrato d'una sola spina.

Era un pomeriggio nemboso. La giovine Estate combatteva nel cielo come
un'Amazone maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi,
scagliando le sue saette d'argento e d'oro. Le nuvole si scomponevano e
si ricomponevano, si diradavano e s'incalzavano come nella zuffa le
torme della cavalleria peltata. All'improvviso una pioggia chiara e
sonora dardeggiava brevemente, tra sprazzi diritti di raggi. Il tuono
rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Uno squarcio
d'azzurro s'apriva come una tregua.

Bagnata dagli scrosci la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde
come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro. Molte
corone pendevano intorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal
corpo infranto dell'eroe icàrio; più altre, coprendo in giro l'erba che
aveva bevuto il buon sangue, formavano un'aiuola gloriosa.

L'elica rombò nel silenzio, come già quella funesta. Il volatore intese
l'orecchio all'unisono delle sette voci. Il tono era eguale e possente.
Rapita dalla veemenza l'Àrdea si levò nel nembo, piena di fato come
l'airone di cui portava il nome, sorto dal lutto della rocca in ruina.

Sùbito conquistò la solitudine, fu aerea nell'aria, lucida nella luce.
«Riconosco la sua via?» chiedeva a sé stesso il superstite credendo
sentire sparsa nello spazio la santità che gli s'adunava nel cuore.
«Riconosco il solco del suo fuoco?»

Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva
sollevato il capo del compagno già grave di grumi, non quando aveva
preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere
orribilmente, non quando lo aveva avvolto nella ruvida porpora e
composto sul letto di guerra, né quando per tutta la notte aveva
contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita, né
quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine
oscura, non mai non mai l'Ombra gli era stata presente come in
quell'ora. Egli la sentiva tra l'una e l'altra ala, simile a uno spirito
del vento, simile a un pilota invisibile che gli segnasse la rotta e gli
mostrasse l'altura.

Ma, quanto più egli saliva, quanto più egli lottava, tanto più gli si
rivelava quella presenza animosa, «Dove giungesti? dove fermasti il
volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancóra più in alto? Tutto è
scomparso. La terra è una nuvola più opaca. È nostro il cielo». Vivido e
torbido come una gioventù impaziente era il cielo. Un riso indocile vi
correva, or sì or no, a scrosci, a sprazzi. Le righe della pioggia
v'eran tiepide come i raggi; gli sprazzi del sole v'eran freschi come la
pioggia, a volta a volta; i vapori vi si laceravano come gli orli delle
tuniche sotto i piedi che danzano. Il nembo danzava con proterva
allegrezza fra i tuoni. La nuvola immobile della terra era piena di
delirio, era piena d'un clamore che non s'udiva nel cielo. La potenza
eroica crosciava su la moltitudine remota come un nembo mille volte più
forte. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe era alzata
su la colonna di Roma. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anche
una volta su l'albero il segno del limite superato!

«Ancóra più in alto?» chiedeva l'eroe al suo pilota invisibile. Di là
dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. E il cuore gli tremò
d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere
umano.

Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo?
Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si
librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli
respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel
combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo
il tuo punto? Ancóra tu volevi ascendere, ancóra più in alto volevi
portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò
l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli
occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo».

E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre.

«Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto
dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una meravigliosa ansietà
attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe
egli voluto andare più oltre se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo
disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non
avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva
sopra sé la presenza raggiante, una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più
oltre.

E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse
un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza
spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola, «È il tuo segno?»

E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e
nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone.

Era l'Iride.

E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del
dolore, salì di là dalla vittoria.



LIBRO SECONDO



    — O Lunella, mia Lunella,
    oggi di che ti sovviene?
    Che dài tu alla sorella
    che ti fa la cantilena?
    Che le dài per la sua pena?
    Qual de' sogni tuoi le porti,
    che ti nevicano dal cuore?
    Oh raccontami le tue storie
    con le forbici tue lucenti,
    fin che tu ti rammenti,
    fin che io non mi scordi!

Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice
improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano
serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata
come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e
dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era
seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale,
nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata
su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera
incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici
chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra
nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano
l'azzurro tra il Duomo e la Rocca.

— Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini — disse la
bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella
carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. — Se no, smetto.

    — O Lunella, o tirannella,
    aquiletta senz'artiglio,
    se tu sémini il bianco
    io raccoglierò il vermiglio.
    Se tu sei come il giglio,
    sarò come l'amaranto.
    Accompagnami il mio canto
    coi tuoi bianchi sogni lenti,
    coi tuoi torvi occhi assorti,
    fin che tu ti rammenti,
    fin che io non mi scordi!

Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina
scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla
palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande
lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle
forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno
così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su
l'ombra del vero.

— Oh, come sei brava! — esclamò Vana prendendole fra le sue dita e
ammirandole sul fondo dell'erba corta.

La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci
d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei
vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante
traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti
della vita animale.

— Se tu mi canti ancóra, — disse la salvatichetta ponendo la punta delle
sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine — ti fo la Chioccia
d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma
nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.

    — Tirannella, tirannella,
    fammi un'ala per volare,
    ch'io m'involi da Volterra,
    dalle Balze fino al mare!
    Ma se l'ala non puoi fare,
    fammi un altro incantamento
    con le tue dita di fata,
    per la pallida contrada
    ch'io somigli ai dolci Morti,
    fin che tu ti rammenti,
    fin che io non mi scordi!

L'artefice puerile ancóra seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo,
ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco
aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca
broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come
quella d'un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d'uva
rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione al maestrale del pomeriggio,
movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si
protendevano dal tronco intégro. I nocchi, le giunture, le screpolature,
le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta
età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite
d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i
secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine
lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era
ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il
suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le
zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla
Torre del Podestà.

— Se tu mi canti ancóra.... — riprese a dire Lunella.

— Ah, non più.

— Perché?

— Non so più.

— Perché?

— Non trovo più le mie rime sghembe.

— Perché?

— Perché me le beccano a volo i balestrucci.

— Non è vero.

— Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.

Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le
maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense
biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su
tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata,
sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere
dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco
recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo,
quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana
rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel
suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato
gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.

— Isa quando ritorna? — chiese malcontenta Lunella.

— Non so.

— Dov'è andata?

— Non me l'ha detto.

— Tu certo lo sai, Morìccica.

— Ti dico che non so.

— Quest'anno non ci conduce al mare?

— Sembra.

— Rimarremo qui tutta l'estate?

— Forse.

— Ma non sai nulla?

— Non so.

— S'è corrucciata con te.

— T'inganni.

— S'è fatta cattiva, molto cattiva.

— Credi?

— Ecco la chioccia di Monte Voltraio!

E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana
l'imaginetta compiuta: una falda di neve su l'ardore.

Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la
punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di
divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto
severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un
tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del
legnaiuolo di Nazaret.

— Oggi fai meraviglie — disse Vana. — Le metto nel libro.

Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un
libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di
San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano
della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.


Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La
magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del
suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte
contro il grand'elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel
palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi
sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno.

«Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava
Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di
respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della
sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!»

Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli
scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel
fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili
alla crosta d'un pianeta estinto.

«Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo
bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome
della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e
s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero
battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine;
volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro
ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto
l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si
pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al
muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori
gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle
due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fàscino;
ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.

«Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso
l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho
sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la
schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il
tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità,
sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta
insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella
cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e
voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non
varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico
indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena
chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?»
L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono
fioco della campana che tien dèste le sentinelle sul cammino di ronda,
eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista
prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati
all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa
estranea non erano come in un ergastolo addolcito?

Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era
passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta
vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna li aveva
raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo
giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza
paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in
una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera
parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e
il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro
rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi,
alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se
taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere
nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio
di non vederla aprire.

Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza
scampo, come quei forzati all'ombra del Mastio, costretti di bruciare
nella galera se invasa dal fuoco.

«Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al
pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere
all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore....
Domattina voglio andare alla Badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche
il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite,
come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze!
Non io le porterò questa volta; le porterà un'altra messaggera....»
Cantando lontano un assiolo — dove? su le mura della Rocca vecchia? più
lontano, laggiù, verso la Porta all'Arco? — Vana stava per rompere in
pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all'uscio della
stanza. Sobbalzò.

— Chi è?

— Sono io, Morìccica. Sei già a letto?

— Non ancóra.

— Posso entrare?

— Entra, Aldo.

Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo
vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto.
Esalava l'odore della sigaretta oppiata e dell'abluzione recente.

— Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica?

— Nulla. Stavo alla finestra.

— Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica.

— Ancóra?

— Come hai cantato oggi!

— Bene?

— Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.

Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola
ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi
lo lasciò.

— Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando
tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e
ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la
strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di
cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido
pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.

Ella tentò di ridere.

— Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere
appreso un poco d'arte!

— Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai
cantato quel tremendo _Vom Tode_ di Beethoven come se, abbandonando la
carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime
in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che
potrebbe essere il _Säume nicht, denn Eins ist Noth_ se tu lo cantassi
sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti
risponderebbe di giù!

Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti,
e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di
quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del
coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri.

— Forse io stessa a me.

Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza
patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse
il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno
imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla
sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.

— Che viso hai fatto, Morìccica! — disse, dandole quel nomignolo di
selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. — Non eri ancóra
compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi
giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni
volta che ti guardo.

Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non
così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione
che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.

— Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa — disse ella abbassando le
palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli.

Egli distolse lo sguardo.

— Quanti libri su la tua tavola, confusi! C'è un dolore che ammucchia
intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.

Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li
tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di
colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la
rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.

— Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Jacopone.
Dove hai preso questo?

Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla
vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo.

— L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella.

— Lasciami vedere.

— No, Aldo.

— Perché?

— Non so: perché sono sciocca.

Ella tentava ancóra di ridere; e rideva come se potesse il suo riso
essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del
rossore.

— Quando Messer Jaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine
del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva
dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano,
resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il
cilicio segreto alle carni.

— Resisto per il cilicio?

— Non so.

— Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta
a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come
l'allodola.

Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di
dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli
dislacciava i legàccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio
rossastro ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile
degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo
distico:

    _Dal folle sapientia_
    _E da la spina, rosa._

— Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie — diceva
Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando
ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. — Ne ho trovati nel campo
della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono
di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la
melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato _Iesu benigne A cuius
igne_....

Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi
batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi. Le
pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro
appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola,
s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E
l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto.

— Questo l'hai trovato oggi stesso.

— Sì.

Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la
prima strofa della prima satira.

    _Udite nova pazzia_
    _Che mi viene in fantasia._
    _Viemmi voglia d'esser morto..._

— Morìccica, Morìccica, — disse Aldo posando il libro e prendendo la
sorella fra le sue braccia — pensi molto alla morte?

— Oh no!

— Oggi l'hai veduta da per tutto.

— L'ho veduta cantando.

— Era bella.

— Sì, era bella.

— Due cose belle ha il mondo.

— Due cose belle.

— E una sola importa.

— _Eins ist Noth._

— Io so quale.

— Anch'io so.

Ella aveva socchiuso gli occhi ma vedeva per la lunga fenditura il
bellissimo viso dell'adolescente inebriato di dolore. E dall'una
giovinezza s'apprendeva all'altra il fascino del Buio, e ciascuna
sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava
entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del
suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno,
presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito
nella ruina irremeabile della Reggia estense quando s'erano stretti
senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile
la notte della Città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra
le mura della Rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di
demenza.

— Ma dimmi che non andrai sola.

— Tu vuoi venire con me?

— Giurami che me lo dirai.

— Vuoi venire con me?

— Giurami, Vana.

— Soffri molto?

— Sì.

— Da non poter più resistere?

— Sì.

— E di che, Aldo?

Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali
s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che
cola dalle ferite ch'essi non sanno.

— Di che? — ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova,
che le prendeva, le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava
alla sua coscienza.

Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si
ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò
intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui;
perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante,
con un fiato, con un calore, con un odore.

— Di che? — ripeté Vana per la terza volta.

— Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?

Schermendosi, egli l'assaliva.

— Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello.

Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo.

— Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro.
Che dice il cantico quinto?

Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza.

Egli lesse:

    _O Amore muto,_
    _Che non vuoi parlare,_
    _Che non sie conosciuto._

Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non
poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana
voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.

— Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero?

Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una
materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e
bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla
notte, una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte.

— Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? — balbettò la creatura
smorta, come se il fratello a un tratto l'avesse percossa. — Non merito
che tu mi risparmii?

— V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o
il tuo rossore, Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua?
Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri
vicini dell'Ergastolo?

— Perché domandi a me, se sai?

— Sento la tempesta fra te e l'altra. Prima del commiato palese, che vi
diceste, là, nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e
udii le vostre voci nemiche.

— T'ingannasti.

— A me fu mentito. A te fu detta la verità?

— Perché mi torturi?

— Tarsis l'aspettava a Cècina.

— Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi
torturi?

— Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori?

Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel
petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se
avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra,
entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le
portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché
vedessero, perché guardassero.

— Te l'ha tolto? — chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata.

Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure
pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una
fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano.
L'adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di
amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo
furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà.

— Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo?

Ella era curva, annodata in sé stessa.

— Non era nato un sogno in te?

Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del
Labirinto.

— Avevi udito una parola d'amore?

Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso.

— Speravi; è vero? Speravi.

Ella sentiva su sé le lagrime della veglia fùnebre.

— Te l'ha tolto

Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli.

— Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta.

Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancóra, parlami di lui.
Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La
odio. Vuoi che t'aiuti a odiarla?»

Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce.

— Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola?

Ella sussultò, ma non levò il capo.

— Non parli. Ah s'io potessi vendicarti!

Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha
abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena
all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando
là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra
i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò
per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico
dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si
sporse, bevve la frescura, l'ombra violetta, il profumo della magnolia.

Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di
mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù
laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una
profondità eterea come la dimora dei Mani.

Dov'erano gli amanti, nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza
bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi
di pino?


S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella
vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei
colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a
quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito,
con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla
incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed
elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di
sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.

La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella
parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di
damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte
ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia
grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione
giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico.
Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto
di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel
Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e
di grandezza».

Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata.
V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo
pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col
marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio,
vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani
riflesse dall'ebano come da un nero specchio.

Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine
immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il
dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco
innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della
gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella
gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i
suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li
cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un
rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa,
pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella
falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.

— Ripetiamo ancóra questo! — pregava Aldo, insaziato di gaudio e di
strazio.

Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche
villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupìdo sbracato che
danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le
mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo
Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era
una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo,
in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo
forsennato.

— Non posso — rispondeva ella talvolta. — Ho dato tutto.

Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione, chiudendosi gli occhi
con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta
tragedia; poi si sedeva in disparte, senza distogliere lo sguardo.

— Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? — le diceva il fratello. —
Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel
giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue due
braccia nude e guarda la capellatura della Maddalena, attorta come un
groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? Senti come
singhiozza il Prediletto?

Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa
Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli
sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo
erano come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi
erano come presi nella violenza d'un vento fatale. La forza s'agitava
nei loro muscoli come un'angoscia. In quel corpo, ch'eglino traevano giù
dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d'Arimatea
aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di
mirra e d'aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al
legno sublime. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale
era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre
che aveva portato il frutto di dolore. «La luce m'è sparita» aveva detto
ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due
femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna.

— Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del
Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? — diceva Aldo, svegliando nella
profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa
trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. — Non sembra
armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le
grida gli aneliti la luce non pènetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro
opaco, sordo, eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia
forse quella regione della vita ove «una sola cosa importa».

Era Vana allora, che pregava:

— Da capo! Ricomincia!

Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri
lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le
cose, confluendo nella doglia universa.

— Due cose belle ha il mondo — diceva l'adolescente — ma una terza è la
loro divina sorella.

— Ah non dire due e una, non separarle! — rispondeva la cantatrice. —
Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza
di cui le due sono fatte.

— È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli
dinanzi alla nave d'Ulisse.

Andarono a rivederle, lassù, nelle piccole sale rosse e nere del Museo.

— Guarda — diceva l'adolescente pieno di sogni. — Guarda. Tutt'e tre
sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo
doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia
in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; ed ora è senza lira
e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso
scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quella che soffia i
suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'uccello.
Guardala: è intatta.

— Ma vedi? — rispondeva la cantatrice. — Due sono le ombre dietro di
loro, due sole.

Infatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due
sole ombre.

Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor
proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri.

— Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il
dosso, come tu suoli quando canti; ma un eroe non può essere legato come
uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito
quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non
ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per
inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione non ha significato
alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu
sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine.

— Forse — ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la
schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine.

E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di
Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del
Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s'imbarca colui che deve
trapassare, e il commiato è senza lacrime.

— Che alto silenzio in così piccole stanze! — diceva il fratello
camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere.

— Chi parte, non piange; chi resta, non piange. Si guardano fissi, con
la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite
sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza;
perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le
vie dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile
atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di
vasi e l'ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima
cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo
rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere di quel nero metallico che
hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani
scolpiti in questi alabastri?

I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento,
in lettiga, in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il
collo così che la criniera toccava la terra, come quella del Sauro
d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto
avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino
senza ritorno.

— Non è questa l'imagine mia? — diceva l'adolescente, indugiandosi. —
Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l'equestre.

S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo
stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate
sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro
semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le
tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini
nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune
corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le
sentissero premere su i loro cuori.

— Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo
cavallo sopra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione
s'arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a
ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si
rifiuterebbe?

— E Pergolese?

— Pergolese ha poco cuore.

— Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi.

— C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora
il terreno è solcato.

— In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella
muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i
rottami del macigno nascondono il vuoto. Se la bestia è spinta con
risolutezza come a un ostacolo comune, certo s'inganna e salta....

Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, con una mutua
eccitazione d'energia, lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la
bruciatura intollerabile.

— Andremo a esplorare, domani. Vuoi?

— Voglio.

— Prima ch'ella torni, sarà.

— Sì, prima che torni.

— Oggi è il decimo giorno.

— E non una parola!

— La credevi tu tanto feroce?

Il giardino del Museo era dinanzi a loro, coi suoi cippi in forma di
pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il
basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta
inverditi, con la sua pergola di pampini al sole trasparenti, con i rari
suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi
gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato
dei turìboli.

— Dove sono? dove sono?



Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la
pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e
lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno,
simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense,
ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma
che in arnese cavalca il Danubio azzurro è Algeri che porta un cipresso
per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che
le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di
fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto
lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come
la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini
ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne
accarezzandosi.

— Dove siamo? — diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e
della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo
dalla gola al pollice del piede scalzo. — A El-Bahadja? E quella è la
bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e
tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli
che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia!

Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia
sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in
guisa di mezze ghirlande.

— Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di
Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi
dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che
frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me
lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini.

Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva
l'odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né
distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava
intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava
imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».

— Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che
canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice.
Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo
riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido
dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre
dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la
gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori
delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di
pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come
suona il suo flauto di canna quando è in vena!

Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno
dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo
amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla
pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi
sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò
le rendeva più ambigue.

— Gli Arabi dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe
poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il
suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco
s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di
voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei:
grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un
cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e
fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra
si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo,
Aini! Danzerò per te.

Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba, senza più
scorrere; ché il suo piacere s'avvelenava. Il suo amore era aizzato come
la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli
faceva male come se una malvagia droga glie lo eccitasse affocandogli le
reni. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio intorno, la purità del
vento, l'incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell'Estate; ed era
come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli
limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua
tormentatrice; e sorrise. L'odio insorto in lui diceva: «L'ora era
deliziosa, l'ora del tuo breve sopore quando tu ti lasci addormentare
dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di
più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giuochi
puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte.
So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È
come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch'io pensi che
l'effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io
imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di
muschio questa pelle ch'io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te
come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla e ignoto?».

Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto:

— Quando fosti in Algeri? con chi?

— L'anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud
Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva.
Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra
due giardini!

I miei piedi sono d'avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l'abitudine di
farmeli miniare con l'henné; e i calcagni arrossati dal minio
somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi!

— Chi te li tingeva?

— Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre
rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta
un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto
funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e
di nero, acconciata all'egiziana, coi bottoni d'argento e di smalto sul
corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche
sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un lino
bagnato e aderente. S'innamorò di Aldo; e rise molto più di rado, ma gli
occhi carezzevoli le divennero più belli. Il pianto le fece l'effetto
del koheul.

— E Aldo non aveva gusto per la Venere nera?

— Veramente, non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. Omai si sa
ch'egli è un giovine dio in esilio. Ma gli piaceva di udirla raccontare
lunghe storie senza intenderla. Yasmina aveva una parlatura melodiosa
come il linguaggio d'un uccello silvano. Deliziava anche me. Ho preso da
lei qualche gruppo di note. Credo che, sotto il pretesto di raccontargli
una storia, ella gli faceva un discorso d'amore. Troppe volte ripeteva
«Aini», occhio mio, e «Ro'hadiali», mia anima. Una notte si coricò a
traverso la porta perché egli le passasse sopra. Egli la saltò, ridendo.
Ella non si mosse fino alla mattina. La casa s'impregnava d'amore.
L'aria v'era irrespirabile; anche perché portavamo sempre di quelle
collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei, avvolte al collo in
due o tre giri. Odoravano così forte che io vivevo in una continua
vertigine.

Ella spirava la voluttà parlando, sorridendo; e vedeva posato su le sue
chiare ginocchia quel viso bronzino che le pareva d'aver già intravisto
in una fantasia alzato su un grande stallone arabo dal mantello di raso
bianco tra lo sventolare del haik e il roteare del fucile in una nube
acre di polvere e di fumo, laggiù, nella Mitidja, una sera di festa,
prima della gozzoviglia preparata sotto le tende coniche della razza
guerriera.

— In una vertigine di castità? — disse l'uomo, un poco roco, sorridendo
anch'egli, d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.

— Forse che sì forse che no, Aini — ella susurrò socchiudendo le
palpebre orlate di nero dall'antimonio come quelle delle donne maure.

E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue
ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua
carne all'irruzione preveduta del desiderio micidiale.

— Ti piacque Amar?

— Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia
di Amar era una grazia tra d'istrione e di mezzano. Veniva dal Deserto,
in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su
i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare con le gualdrappe,
con le criniere, con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle
e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato
egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice
mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i
suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la
briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la
treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al
colombo nell'ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero
che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i
marezzi nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il
cavallo o il cavaliere?

Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto
segretamente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità
d'agguato. Il cuore le tremava d'un delizioso terrore; perché l'amante
aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava
la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com'ella supina aveva
il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento
illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse
dalla parola la perlagione della genciva e dei denti in una umidità di
conchiglia frescamente dischiusa.

— Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un
giovinetto o una vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare se
non avesse veduto quell'estrema delicatezza dominare con tanta facilità
lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di
molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore
imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto,
seguivano la coda strascicante. Chi era l'inviato del Deserto? Come fu
presso di noi, egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i
quattro zoccoli eseguendo quell'aria che in vecchio termine di
cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle
nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi in dietro contro
l'arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe.
Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli
appartenessi....

Ella gridò come allora; che l'amante in un movimento impreveduto, quasi
strisciandole sopra, l'aveva afferrata agli òmeri con le mani dure.

— Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato
alla caccia.... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due
slughi.... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a
brani, fa di me quello che vuoi. Sì, ancóra più forte! Sono tua, sono la
tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.


Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo
nell'ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche
menzogne con l'arte rapida ond'eran composte quelle collane mattutine di
zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un
dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e
parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di
abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa
all'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li
risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v'inscriva la
sua legge; e spesso l'ingenua frode avvolge il credulo. Ma ella invece
sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua
giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di
ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico senza
termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le
sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive
ch'ella non cercava di coprire ma di equilibrare come quei ritrattisti
che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva
dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse
ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere
attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di
sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno.
Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch'ella
amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque
anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare,
e talvolta insanguinava di non natìo cinabro la bocca. Ma la sua
alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben altre maraviglie.
Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze
di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia
d'un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba. Un qualunque atto
dell'esistenza cotidiana — il togliersi il guanto lentamente facendone
strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la
lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un
attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli
spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino
al poco oro crespo dell'ascella — un qualunque atto comune prendeva da
lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di
non poterlo fermare in perpetuo.

Per ciò, pur così fragile così elastica e così lasciva, ella
s'apparentava con le grandi creature di Michelangelo. La contradizione
non era se non apparente pel contemplatore acuto. Certo, quando ella
s'adagiava sul divano e il suo corpo s'annegava sotto il flutto piegoso
della mussolina o del tulle, non somigliava alla Libica se non forse pel
fiosso arcuato del piede emergente dal flutto. Ma, se a un tratto con un
colpo di reni da danzatrice di cordace ella si risollevava protendendosi
dall'ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un
dibattito appassionato, la virtù del suo rilievo era tanta che i
prossimi ne avevano il sentimento d'una creazione e d'una apparizione
geniali. All'occhio dell'artista ella era il genio stesso del rilievo,
quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fuoco del cervello
michelangiolesco. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé
medesima dal suo blocco e occupare l'aria come il ginocchio, come
l'omero, come il cubito, come il seno dell'Aurora la occupano; i quali
fanno violenza allo spazio, spostano quasi visibilmente le masse aeree,
prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre
forme, e si contornano di solitudine.

Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. Le sue vesti
vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Gli
oggetti intorno rientravano nell'ombra, le comuni apparenze erano
abolite; la luce si trasmutava su lei. Non era più la luce del giorno né
quella della lampada; ma era la fiamma fortunosa che dal cominciamento
del mondo rischiara le lotte, i lutti, i fasti dell'uomo. Ella
dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una
follìa provocata con arte; ma ciascuno allora, nel cerchio di quella
follìa, sentiva ch'ella era promessa a un destino severo.

Così nell'amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la
strada polverosa quando ella, dopo il passaggio dei cavalli bradi, aveva
sollevato il suo velo mostrando il viso nudo ed egli s'era volto a
guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch'era come l'impronta di
quella nudità sempre nuova. Veramente ella, per vivere in lui, gli
scavava il petto, glie lo scerpava, glie lo rodeva, senza dargli tregua;
e pareva talora incastrarvisi, serrarvi e schiacciarvi ogni altra cosa
ancor viva, distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono, e dal più
nero dolore volgere la più chiara delle voluttà.

Dov'era mai la muta promessa fatta al compagno nell'incerto commiato che
doveva esser l'ultimo? la prodezza del bùttero nel giorno della merca?
la bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù? il duro
scrollo? Sì, certo, quando più forte lo rimordeva il ricordo del
fratello scomparso, quando più gli ridoleva il segno di quel virile
vincolo troncato, egli iroso cercava di afferrare la bestia oscura e di
tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. «Dunque, tu sei
l'amore», le diceva «quell'amore a cui la mia semplicità dava la
bellezza e la gentilezza, e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe
potuto guardare senza vergognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l'amore,
diverso dunque da quello che conoscemmo nell'avventura pel vasto mondo,
quando sbarcavamo nei porti, quando sostavamo nei bivacchi, quando il
grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del
fossato bastava alla nostra breve foia. Sei certo l'amore, poiché ti
nutri e cresci della mia vita più calorosa, poiché non posso colpirti
senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite,
poiché tu sei più me che tutto me intiero. E ora che credo di tenerti e
di staccarti da me un poco per guardarti meglio, sento che tu non mi
lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mia forza e mi fai più
male. Ma ti guardo; e non ho mai avuto a caccia nella mira della mia
carabina una fiera tanto nemica. Soffrivo di te nell'indugio perverso,
quando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva, era per concedersi
e si negava. Mille volle più soffro, ora che la posseggo, ora che non un
grano della sua pelle m'è sconosciuto. Avevo serbate intatte le
profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. Ella vi discende;
e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qualche notte d'orgia
esotica, quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versare il
seme o il sangue. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei
l'amore!); perché non nell'approdo, non nella scorreria, non dopo la
lunga navigazione, non dopo la cavalcata senza sosta, io ho conosciuto
la furia originaria e selvaggia del desiderio come qui, tra due braccia
più fresche e più odorose del gelsomino dopo la pioggia. Su la strada
ardente, non te ne ricordi?, nel vortice della polvere, io le desiderai
spezzate dall'urto; imaginai tutto il corpo della tormentatrice ridotto
su le pietre un mucchio sanguinoso; agognai ch'ella più non avesse
quelle palpebre, quella bocca, quella gola, ch'ella più non fosse
qual'era. E il carro era là, coi lunghi tronchi protesi all'urto senza
scampo. Or bisogna che io ti guardi bene per scoprire se tu sei l'amore
o se tu sei l'odio, o se tu sei biforme; perché ella m'ama e vuole ch'io
l'ami così che ancóra e sempre quell'imagine di morte accompagna il mio
delirio, e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellare la
bellezza di cui non si sazia».

Egli non s'illudeva sul suo pericolo. Lo fisava, come già nello scafo
sommerso o nella fusoliera librata, con occhio diritto; sapeva tuttavia
di non poter nulla per superarlo. E questa consapevolezza non gli
sbigottiva ma gli esaltava l'animo. Egli era entrato nella più
misteriosa regione del suo viaggio umano, in una specie d'ombra venefica
che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo
compagno nell'interno dell'isola di Mindanao; dove vive nella tenebra
verde fra l'intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della
camelia bianca e dai grandi occhi più neri del nero velluto, fabbricando
le sue case come nidi d'uccelli, scivolando nel fogliame come i cigni
nell'acqua. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili
esseri, che gli parevano nutriti di veleni, il fascino di quegli occhi
notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle; riaveva in sé il senso
di quel calore morbido e umido, di quel fermento occulto e malsano, di
quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi.

Come allora, non poteva tornare indietro. Come allora, l'ignoto
l'attraeva fuor d'ogni salute. Come allora, egli vedeva in agguato per
l'ombra mille creature che avevano i medesimi occhi, i fantasmi
d'innumerevoli inganni affascinanti, gli aspetti d'inafferrabili
tentazioni, e quei fiori troppo grandi per essere colti, e quei frutti
troppo grandi per essere addentati.

Confessava a sé stesso il suo male. Riconosceva che l'alchìmia della
menzogna tramutava anche il suo valore. Da quanti giorni aveva egli
lasciato il suo compagno sul limitare del Buio? Eppure quanto già gli
sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune, sostenuto
dalla lealtà e dalla fedeltà, dall'eguaglianza e dalla sicurezza! In
pochi giorni, come per una di quelle infezioni che si manifestano con
una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le
vene, il suo sentimento della convivenza s'era pervertito in acredine e
in inquietudine, in angoscia e in terrore, in tirannide e in crudeltà.
Allora egli era col suo compagno verso l'ignoto; ora egli era
nell'ignoto contro la sua compagna, e questa contro lui, in un
combattimento palese e coperto, di tutti gli attimi, per stabilire una
signoria e un servaggio. Ma l'avrebbe egli amata diversa? Quali doni
l'attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti, quel potere
di trasfigurazioni, quella stupenda arte di mentire mista a quella
tremenda voglia di soffrire, quelle maschere tragiche alternate con
quelle grazie puerili, quelle maniere d'imperatrice e di schiava, quel
furore armato e quella fragilità inerme, tutti quei contrasti e quei
dissidii che la rendevano innumerevole come la concordia discorde degli
elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non una veloce
vittoria, un piacere breve, un disgusto vanito, un confuso ricordo; e,
s'egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia, non l'avrebbe
riconosciuta a un bagliore d'anima ma all'odore singolare, simile a quei
mercanti di schiave che col fiuto riconoscevano la stirpe. Una grande
amicizia militante preserva dall'indugio negli amori vani, affranca dai
vincoli vili, difende la mutua libertà. I primi indizii della passione
soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e
quasi di rimorso verso l'amico, e un bisogno istintivo di celarglieli, e
una illusoria volontà di soffocarli. Ma, come nel fresco taglio del
tronco s'incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo
ricongiungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la
pianta innestata sparga le vene con l'altra, così ora l'amore
interamente riempiva la fenditura dolorosa e s'allignava per tutto, se
bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa
talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.

Ah, di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che
poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le
pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava
secondo le linee della rimembranza e del presentimento? Forse le amanti
della figura anteriore appena disegnate nell'oscurità della memoria,
forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma
sognate un'ora sola nella malinconia del mondo, forse anche quelle
ch'erano per sopraggiungere senza richiamo e senz'annunzio, tutte
s'adunavano nella sua ansia e nella sua bellezza?

Egli esplorava sé stesso, in silenzio, seduto presso la parete, nella
stanza fatta violacea dal crepuscolo. Era solo. E pareva che il
ritrovarsi alfine solo, sopra una sedia addossata a un muro nudo, con la
faccia rivolta alla finestra aperta pel cui vano appariva il mare senza
vele e il cielo senza nuvole, solo coi suoi pensieri e con la sua
perspicacia, gli fosse di sollievo. Ma qualcuno in lui, a un tempo, era
in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi; qualcuno in lui
era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore, che imagina una
presenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla,
la vede più reale delle sue proprie mani ch'egli tiene smorte su le sue
ginocchia, e resta immobile, e non volge il capo, e vive nel filo di
gelo che nasce dal mezzo della sua schiena curva.

Qualcosa d'argenteo lustrò nell'ombra, come se fosse quivi giunta e
spirasse la voluta d'una di quelle onde rare che si levavano dalla
dolcezza del mar cinerino. Era entrata Isabella, senza romore, coi
sandali ch'ella usava per camminare su la sabbia.

— Paolo! — chiamò ella sommessa.

Egli non rispose né si mosse. Ella ancóra abbagliata non lo scorgeva.

— Paolo!

Ascoltò, aspettò per qualche attimo, chinò la testa. Scontenta e
attonita mormorò:

— Non c'è.

E un cinguettare improvviso la sorprese. Si avvicinò alla finestra. E il
cinguettìo era così vivo che pareva fosse dentro la stanza, di qua dal
davanzale. Ancor più s'avvicinò, guardinga, con l'occhio teso, cercando
d'indovinare l'origine del suono. Egli ora le vedeva il collo nudo, i
capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine
per modo che aderivano alla forma del piccolo capo. E uno straordinario
turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vita che viveva
dinanzi a lui testimone occulto. Desiderava ch'ella si volgesse; perché
credeva che, sapendosi non guardata e sola, ella dovesse avere il suo
volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo
volto di Medusa pietrificante.

— Ma che è? — parlava ella da sé, chinandosi sul tappeto.

La voce era bassa, tutta fra gola e labbra, come ancóra appresa alla
carne, fresca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.

— Ah, è una rondinetta!

Ed ella ebbe un moto infantile d'esitazione, prima di raccoglierla. Poi
la prese nelle sue mani palpitante; la tenne chiusa nel cavo delle due
palme sovrapposte, prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un
sorriso che scendeva dalle ciglia alle labbra, troppo fievole per
muoverle. Sentiva palpitare la tiepida piuma. Così gran palpito in così
piccolo cuore!

— Come sei venuta? Sei caduta dal nido?

Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e
l'indice arrotondati.

— Ah, sei già forte.

Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda, ma non v'era
nido. Il cielo le toccò la faccia supina con un chiarore tra d'argento e
di viola. Dietro il suo busto sfondava il mare perlato. Ella fu come
l'imagine della giovine Sera a cui sta per brillare in fronte il primo
pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo delle sue mani azzurrine la
rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistrello.

— Dunque volavi?

Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco, perché era fasciata di
silenzio che l'attutiva. Aveva scoperto tra il suo dito e l'ala un
insetto vivo. Lo scosse via.

Forse inseguendolo, la rondinetta inesperta aveva urtato contro la
cortina della finestra ed era caduta sul tappeto.

— La tua prima preda?

Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color
rugginoso. E sentiva il gran battito del piccolo cuore, e l'acume degli
unghielli nei piedini rattratti, e quella tepidezza tenera e selvaggia,
quello spirito di libertà pulsante nella piuma soave.

— Se ti rilascio, saprai volare? Fin dove?

E, come tocca da un avviso magnetico, ella alzò gli occhi, scorse
d'improvviso nell'ombra gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un
grido di spavento, non più fioco; e lasciò cadere dalle mani tremanti la
prigioniera.

— Ah, Paolo! Sei tu? Eri là? Mi guardavi? Mi guardavi? No, no, non mi
guardare così!

Ella indietreggiava, con un riso convulso che pareva fosse per rompersi
in singulti.

— Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura?

Egli s'era alzato, e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora.

— Ah, che occhi! No, no, non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura,
mi fai paura.

Ella rideva e singhiozzava insieme, con un sussulto del petto profondo;
gli comunicava quel pazzo sgomento. Levandosi dall'immobilità, egli
aveva sentito le fitte nelle reni; e ora alzato sentiva la fiacchezza
delle ginocchia intormentite, le contratture nei muscoli delle gambe,
una pesante tristezza corporea per ovunque sparsa, le tracce della
voluttà letale, e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue
occhiaie cupe.

— Via, via, Isabella! Che fanciullaggine!

— Ma che occhi hai!

— Bambina!

— Chiudili.

— Sì, li chiudo.

Ella gli si gettò addosso; gli pose su le ciglia le palme che avevano
serrata la piuma palpitante. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma
s'addolciva. Ella lo baciò in bocca.

— Hai le labbra fredde.

Il brivido ch'egli ebbe gli fu dato dall'accento di quelle parole. Un
terrore indistinto vagava in fondo alla sua carne. E il silenzio si fece
in loro e nella stanza. Ed essi riudirono il cinguettìo sotto il
davanzale.

— Chiama aiuto — disse Isabella, sotto voce.

E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il
cruccio dal cuore che si sgonfia. Poi si chinò sul tappeto, ginocchioni,
e cercò pianamente nell'ombra la desolata. La trovò, la prese; si
rialzò.

— Eccola. Le diamo la via?

— Sì, lasciala andare.

— Vieni vicino.

Erano entrambi al davanzale. La sera portava la sua più bella collana
d'ametiste. Espero tremolava sul delicato mare.

— Credi che volerà?

— Prova.

— È piccola ma ha il cuore forte. Vuoi sentire?

Ella accostò il suo pugno alla gota dell'amato.

— Non è troppo tardi? Certo s'incontrerà con un pipistrello; e la paura
le farà smarrire la sua via, povera rondinetta!

— Bambina! Deve abitare vicino, lungo il fiume, tra le cannucce. Son
finite le cove.

— Non credi che potrei darle l'ospitalità per questa notte?

— Sarà molto infelice.

Ella esitava come se, trattenendo nella sua mano la calda prigioniera,
comunicasse con la vita misteriosa che saliva d'ogni parte nella purità
della sera.

— Allora la lascio.

— Prova.

Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa
in una umidità violetta. Qualche pozza d'acqua riluceva, divina come
un'imagine del cielo di sopra Oltr'Arno le selve di San Rossore
nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del Deserto. Su
la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la
sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava
l'amore come una spada di fuoco.

— Baciami, prima — ella disse, traboccante d'angoscia voluttuosa.

E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e
alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi
allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal Mastio, e al canto
notturno del vento fra torre e torre, fra porta e porta, fra sepolcreto
e sepolcreto.

Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel
cuore.

— Addio, rondinetta!

E sùbito la sua mano fu vuota.


— Aini, che hai?

Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per
tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto, gli scrutava il fondo delle
pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era
fiso.

— Parla. Che hai oggi, Aini?

Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la
parola.

— Ah, che grinta dura tu hai oggi! Tutt'osso.

«Un teschio con le labbra» pensò ma non disse, ché le ribalenò alla
memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa
nella saletta mantovana delle Pause, dinanzi a cui Aldo s'era
inginocchiato.

— Se ti bacio, mi faccio male.

Egli non s'era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo,
gli schiacciava le costole. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra
tortura: il becco dell'avvoltoio invisibile, che gli lacerava il fegato.
Non udiva le ciance della lusingatrice, ma dentro di sé una estranea
voce virile. «La mia macchina è a ordine, di tutto punto. Il
sopraccarico del cilindro d'aria appena appena ne diminuisce la potenza.
Ho un'elica nuova che rende a meraviglia. Sento con gioia un soffio che
viene dalla terra, un vento di marea che mi spingerà verso lo Stretto».

— Guarda le mie braccia pomellate d'azzurro e di viola! Mi fai
vergognare davanti a Chiaretta, che è una pia francescana nata e
cresciuta all'ombra della Porziuncola.

Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie
delle braccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella
li aveva inondati d'essenza. Egli era insensibile alla carezza; e i suoi
lineamenti divenivano sempre più ermetici. «Tutto è pronto. Attendo il
levare del sole. Il mio amico, agitando un guidone su la duna, mi fa
segno che il disco è apparso. Tutto è già in moto, tutto vibra e romba.
Al comando, i meccanici abbandonano. Eccomi nell'aria. Filo dritto verso
il mare; mi sollevo a grado a grado; supero la duna, odo l'augurio
amichevole; vedo le acque sotto di me; lascio alla mia destra la
torpediniera che col suo fumo denso mi oscura il sole. Nessun
turbamento, nessun mutamento. Tutto è tranquillo in me, intorno a me.
Non una bava di vento, e per ciò non una manovra di governo o
d'inflessione. Le mani oziose, inerti. Non ho il senso del volo. Mi
sembra d'essere immobile. Vedo l'onda, sempre la medesima onda....»

— Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai.

Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva,
qualcosa di simile all'impazienza ond'era presa talvolta quando una
delle sue scatole tonde d'avorio per solito agevoli resisteva
all'improvviso così che per nessuno sforzo riesciva ella a girarne il
coperchio, né pur le valeva il sacrifizio iroso d'un'unghia aguzzata e
polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e
prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste
verginali, simili a quelle che la Martire porta come due coppette
riverse nel vassoio d'argento.

— Ora vedrai.

Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. Vedeva il
Canale color d'acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro
l'astro dell'elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l'eroe solo,
con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d'artiere
su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha
abbassato la fràmea, paralo la bocca dai baffi come da una baviera. Si
ricordava d'averlo veduto a Montichiari, d'avergli parlato. Si ricordava
della mascella robusta, dei pomelli saglienti, della ciocca ritrosa sul
mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si
ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule
dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a
una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di
distribuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la
francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso
che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse
fonde. «La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono
solo, perduto nell'immensità delle acque cupe, non veggo all'orizzonte
né una linea di terra, né un fumo di piroscafo, né un albero di veliero.
Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell'immobilità, sempre la
medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a
levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese.
Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e
dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla
rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una
squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le
loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua
verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a
ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso.
Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra
due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di
me; è verde, è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché
io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m'aggira.
Impaziente, spengo l'accensione; accelero la discesa; m'atterro con un
urto che mi torce l'asse delle ruote e mi scheggia l'elica. Metto il
piede su l'erba del Regno. Ho traversata la Manica. Ho l'ali intatte».
Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi successivi
del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si
svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di
cose già vedute. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta
quell'impresa, d'aver valicato il mare, d'aver sorvolato le navi, d'aver
mirato lo scoscendimento biancastro, d'essere entrato nell'ombra del
vallone, d'essersi posato su l'erba; ma in un viaggio assai più lungo,
in un volo infinito, sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre
diversa, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni
memoria della riva di giù.

E sentì su la faccia l'odore dell'amante, l'odore caloroso dell'ascella;
sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava
nello scroscio soffocato del riso. L'insofferenza fu aspra come uno
scoppio di collera.

— Basta! — proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i
gomiti e respingendola. — Basta!

La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa; e aveva su le braccia
l'impronta delle tanaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra
un fianco, alenava seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo
ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come
all'approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice,
un'ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s'oscurava a
volta a volta nel bel viso di dèmone.

Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento
ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l'angustia
della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch'ella fosse per
piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii.
Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli
fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli
oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva
come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo
del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola
massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco
si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori
veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto
eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là
dall'Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d'avvoltoi.

E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon
compagno che determinava la rotta: «Ponente una quarta a libeccio!» E
rivide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle
dell'Incastro, la chiostra dei monti laziali. E rivisse i giorni della
gran febbre operosa, e l'ardore delle speranze, e l'audacia dei sogni, e
la grandezza del sogno più disperato. «Ponente una quarta a libeccio!»
Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'ingresso del
Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non
molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la
brughiera interrotti dall'orribile schianto.

E il mondo era pieno d'un'altra gloria, e d'ogni parte salivano gli
inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano
le ali dell'Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme
ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli
ondeggiando fra il terrore dell'annientamento e il desiderio sempre più
arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'amante che gli aveva
porto la mammella perchè, come il languido sonatore algerino dalle
palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.

Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata
la tenda che ricoverava l'Àrdea inerte. Cedendo all'impazienza chiamò:

— Giovanni!

Era l'artiere prediletto da Giulio Cambiaso, quello che per l'ultima
volta aveva riempito d'essenza il serbatoio.

— Giovanni!

Nessuno rispose. La tenda era chiusa e muta. Anche i meccanici forse
erano ai loro ozii e ai loro piaceri.

— Perché chiami? — chiese Isabella con una voce dolcissima, quasi umile,
balzando anch'ella e andando verso lui meravigliosamente splendida di
amore.

— Voglio destare l'Àrdea.

— Veramente?

L'allegrezza le folgorava nel viso, le scrollava tutta la persona e
pareva sollevarla su i pollici dei piedi elastici. Come aveva indosso
una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe, stampate da un
rinnovatore ingegnoso coi motivi marini dell'arte micenica, pareva che
il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all'orlo. Le nuvole
bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d'un riverbero
argenteo, che le si diffondeva su la pelle nuda e le s'insinuava su ogni
piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle
massime rose.

— Sì, bisogna che tu la dèsti. Non osavo dirtelo. E mi prenderai con te,
mi prenderai con te, Aini!

Ella gli s'era accostata ancor più, con uno di quei suoi movimenti
ariosi che parevano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare
la luce agitandola. Egli la mirava attonito, posseduto sino all'infima
delle sue vene.

— Senza paura?

— Ricòrdati della strada bianca tra i canali delle ninfee.

— Veramente verrai con me?

— Dovunque.

— Sul mare, sul fiume, su i boschi, e anche laggiù, su la città, intorno
alle cupole, intorno alle torri?

— Dovunque, sopra le nuvole, di là dall'arcobaleno.

Anch'egli allora fu invaso da un'allegrezza impetuosa. All'improvviso la
sollevò su le sue braccia. Ella cedette tutte le membra, fu fresca e
leggera come una bracciata di foglie.

— Quanto poco pesa la grande Isabella!

E, così reggendola, sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda
della leonessa.


Allora entrarono in una felicità inaudita. Deposero le armi, guarirono
d'ogni male, dimenticarono la scienza del tormento. Ebbero la tregua
celeste.

Ogni giorno, prima del tramonto o prima dell'aurora, l'Àrdea li rapiva
nei più alti sogni. L'incanto teneva l'incantatrice. Sorridendo ella
aveva sentito nascere nel suo petto il cuore selvaggio di quel
giovanissimo vento condottiere di uccelli migratori chiamato Ornìtio,
che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato su un banco di sabbia
in mezzo a uno stormo di rondini stanche.

— Io sono Ornìtio — diceva al volatore con un'aria di mistero che pareva
inazzurrarle il viso e porle qualche filo d'erba o qualche grano di
semenza nella bocca gonfia.

— Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele
d'Annunzio? Ebbene io sono Ornìtio. Quando la testa di Dardi Seguso
cadde sotto la scure dell'uomo rosso, io la raccolsi sanguinante e
m'involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. La portai fino
al Tènaro, alla soglia di Dite, nel territorio della Serenissima
tuttavia, perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruita
con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi. Piegai gli
asfodeli. Trovai Euridice. Le lasciai cadere il teschio nel grembo per
ingannarla....

Ella parlava con quell'accento che faceva spalancare gli occhi alla sua
Lunella quando le raccontava una novelletta.

— Son tornato. Più d'una volta ho dormito là, alla foce, su la lama di
sabbia; ma non m'hanno sorpreso i marinai, non m'hanno legato coi
vimini. In memoria del maestro vetraio, son tornato spontaneamente
all'amore dell'uomo. Hai anche tu intorno al collo un filo di scarlatto,
che non si vede, Paolo Tarsis.

Parlava all'ombra del suo cappello bianco, tessuto d'una paglia fine
trasparente e un poco rigida come il vetro filato di Murano, munito di
due grandi ali bianche tolte all'airone maggiore, che prendevano
leggerezza dall'esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e
dell'occipite.

— Non sospettasti di nulla, l'altra sera, là, nella stanza, al
davanzale, quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi,
senza fiatare. Ma certo non sapevi perché fosse entrata e non capivi
quel che mi cinguettasse....

Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le
rimanessero aderenti alle gambe, nel sedile arduo.

— Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene
errando ad libitum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa
dei Venti.

Veramente ella aveva l'aspetto di un fanciullo malizioso, sfavillante di
allegrezza e di audacia.

— Andiamo, dunque, Ornìtio!

Scoppiava il tuono settemplice. L'elica azzurra diveniva un astro d'aria
nell'aria. Affumicando un tratto di erbe arsicce, rapida l'Àrdea
lasciava la spiaggia. Salendo traversava la foce, poi s'abbassava con
una virata a ponente, sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia
di Ornìtio, verso la lama di sabbia ove si vedeva biancheggiare un
biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano
il Gombo. O meraviglia! Nel turbine dell'elica il mucchio compatto si
rompeva, si disgregava, s'involava: era un immenso fremito d'ali, un
balenìo di penne, un gridìo chioccio, una fuga di candore e di ombra su
l'acqua crespa, uno sbigottimento sonoro contro la vasta cànape, un che
di cinericcio, un che di nero nel candido. I gabbiani!

— Ornìtio! Ornìtio!

Il volatore non si volgeva, chiamando il nome gioioso. S'alzava sul
mare, superato lo stormo disperso. Sentiva presso di sé la creatura
vibrare come una sàrtia. Tutte le forze della sua vita erano un solo
acume intento.

— Ornìtio!

Ella sì lo guardava senza saziarsi, attonita ed ebra di una novità
impensata, sicura di lui pari a un dio sagace. Sovrumano le appariva
quel capo scoperto, libero d'ogni ingombro, ossa e carni trasmutate come
i legni dell'elica in una forza aerosa: quel viso fatto quasi di fluida
violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli
di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli
palesi.

— Portami più su! Inàlzati ancóra! Non temo.

Egli manovrò il timone d'altura. L'Àrdea fu simile alla chiglia che
monta in sommo d'una smisurata onda oceanica. Per qualche attimo il
petto della compagna parve vuotarsi; le mani si contrassero come per
aggrapparsi al timoniere; le palpebre si chiusero. Lo spavento cessò.
L'Àrdea si librava su l'ali adeguate descrivendo un ampio cerchio
tranquillo fra cielo e mare. Le vele latine ardevano come fiammelle su i
gusci bruni delle paranze. Erano le vele rosse della colonia picena
immigrata a Bocca di Magra. Gli occhi riaperti le riconobbero.

— Ornìtio, una punta sul Serchio — disse il timoniere virando a greco
levante e filando a discesa verso la spiaggia selvosa.

Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. Il dolce fiume di
Lucchesìa divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore
dai boschi di Migliarino, il dominio regio dal dominio ducale. Si
scorgeva il forte quadrato, il ponte della Sterpaia, la Torre dei
Riccardi. Si scorgeva su la foce sabbiosa e bionda nereggiare un nerume
simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libecciate spingono
sotto le dune.

— Ornìtio! Ornìtio!

In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo
vivo dai margini palpitanti, pieno d'un gracidìo roco, dilatandosi in
fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle
chiome dei pini, addensandone l'ombra, riempiendole come d'un lembo
notturno. Le cornacchie!

L'umidità fluviale attirava l'Àrdea come in un risucchio. Nella corrente
pigra si specchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza
battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici, lungo le ripe di
belletta arenosa e di radiche scalzate, l'uccello gigantesco visse per
qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro,
quasi rasente l'acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le
paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume
Morto come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell'Elisio e
dell'Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto
fu melodia e visione.

Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile,
con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con
tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall'illusione della
trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade,
prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene
più azzurre. L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti,
riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il
ritorno del suo più remoto destino.

Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve
s'oscuravano e vaporavano all'orizzonte. L'odore della cuora, della
resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un
rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.

«Ah, férmati!» voleva ella pregare.

Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini, un bagliore d'incendio,
un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate, in
portici di piropo, fiammeggiarono.

«La selva arde? Perciò esala tanto incenso». Era il sole basso nel mare,
il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque;
che percoteva coi raggi obliqui i fusti, lasciando le chiome nell'ombra.
Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una
frotta fulva di daini fuggiva per l'ardore, appariva e spariva per gli
intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e
dalle saette del Centauro.

«Ah, férmati!»

Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera
accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine
sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse
nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga
ov'ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa.

— Madonna Pisa!

Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea.

— Madonna Pisa della Spina Ardente!

Una chiara pace era nell'aria; ma il petto dell'amante si gonfiava d'un
fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva
ch'ella sentisse la spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo
e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la
reliquia. Ella non poteva più tenere l'anima nel serrame delle sue ossa,
tanto il rapimento era forte. S'avvicinava all'estasi della città con le
ali di un Arcangelo folgorante. Il rombo stesso del volo si faceva
remoto nel suo orecchio come nel meandro d'una conca marina. L'émpito
della poesia nel suo cuore era sì veemente ch'ella ebbe volontà di
piangere.

E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua
memoria, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita
febrili di Vana erano per apprendere il color bruno che «procede innanzi
dall'ardore».

    _Amor amore, che sì m'hai ferita,_
    _Altro che amore non posso gridare;_
    _Amore amore, teco sono unita,_
    _Altro non posso che te abbracciare._
    _Amore amore, forte m'hai rapita:_
    _Lo cor sempre si spande per amare._
    _Per te voglio spasmare,_
    _Amor, ch'io teco sia!_

Inginocchiata veramente e affocata d'amore era la Città ai piedi del suo
santuario. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i
topazii danteschi, gli ordini delle colonne saglienti come i cerchi
delle bianche stole. E l'Adorante stava umile e prona, coperta dei suoi
embrici, innanzi all'erma bellezza, come nel basso delle tavole d'oro
ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte
vestito di scuro lucco.

L'Àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le
cinque navi concluse del Duomo, l'implicito serto del Campanile
inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così
lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti. Come più
si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero convertendosi in
cerulea cenere, più s'impregnavano di luce mistica i marmi; e la
serbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l'ombra,
che pareva vi trasparissero per vene alabastrine dall'interno le
luminarie degli altari.

— Il Camposanto! — pregò Isabella nell'orecchio del timoniere celeste. —
Ora scendi verso il Camposanto!

L'Àrdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio
la donna implorò che l'ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di
morte.

«Ah, férmati!»

Non fu se non un attimo scoccato all'apice dell'anima. Fu come un'urna
scoperchiata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della
Città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le
mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata
dalle galèe dell'Arcivescovo Ubaldo.

«Ave Maria». La salutazione angelica inchinava lo stelo del Campanile a
ostro.

Il volo s'allontanò: lasciò sul prato in disparte, incontro alla
muraglia ghibellina e alla porta bruna come il sangue cagliato, l'albore
della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti
dalla notte, il fiume ancor pallido tra due righe di faville d'oro, il
canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la
rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i
pascoli di Coltano, valicò la bandita di Arno Vecchio dove sembra vivere
pur sempre l'umido spirito del fiume deviato, si librò su l'amara selva
del Tombolo ove forse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell'Ade
vaporò nell'estremo crepuscolo. E ancora vi si diffuse l'odore doglioso
della cuora, della resina e del legno arso.

Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio,
ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande
occhio rotondo guardava dall'oscurità del forteto: era una piscina per
gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come
gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti
letti di silenzio e d'ombra, separati da lunghe zone di selvaggia notte,
quegli àlvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la
piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne? non
erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte?



E Lunella pregava:

— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancóra! Resta un altro poco,
Duccio! Conducimi anche me alla Badia. Ti prego, ti prego!

— No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già
là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come
ti riduci? Hai ancóra il singulto.

— No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa.

— Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire.

— Tutto mi passa.

Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime,
tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso
di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida
che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata
non soltanto dall'ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto
subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e
increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva
tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota
di tratto in tratto, scotendola.

— Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno.

— Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi?

Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch'egli
usava verso la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola
permalosa che nel gioco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue
ginocchia e le rovesciò la testa folta. Ma una tenerezza accorata era
nel suo sorriso.

— Che vuoi da me, Forbicicchia?

— Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un'altra volta.

— Perché hai pianto?

— Perché guardavo le tue dita.

— Quali dita?

— Sul manico.

— Ebbene?

— Erano tanto malate.

— Malate?

— Sì, come il Salonico.

— Ah, Forbicicchia stramba!

Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei
predoni spaventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d'oro.
Ella lo aveva veduto una volta cadere di schianto in convulsioni sul
lastrico, e non l'aveva dimenticato più.

— Mi conduci dunque alla Badia?

— No. Oggi no.

— Perché?

— Non vedi che Tiapa ha sonno?

La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini
come lo zaffiro.

— Ed è più malata del Salonico e delle mie dita.

— Perché?

— Non vedi che ha una gamba rotta?

Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.

— Ma da questa gambina non ci sente.

— E il naso schiacciato.

— Oh, un pochettino.

— E mi pare che da un occhio sia guercia.

— No, questo no.

— Guercia, bircia, orba e lusca.

Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e
Aldo ne tremarono, e si guardarono.

— Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.

— Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.

— No — disse Vana — non ho voglia. Non me ne ricordo più.

Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di
pena, soggiunse:

— Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.

Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola», una cantilena
lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli
ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la
voce del vento nella steppa deserta.

— Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.

Si guardarono con una indicibile malinconia.

Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si
accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva
sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata
in modo che non chiudesse ancóra gli occhi. Stava in piedi su le sue
gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della
cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche
d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a
una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate
in certi monili egizii.

    _Oe, ninna nanna, Tiapa!_
    _Tiapa, non chiudi gli occhi?_
    _Se tu non dormi, bada_
    _che l'Orco non ti crocchi._

    _Ti crocchia se t'azzanna,_
    _t'ingolla: ha un gozzo enorme._
    _Ma Tiapa è a nanna, è a nanna._
    _Già dorme Tiapa, dorme._

Con un atto precipitato, ov'era forse un poco di spavento vero, Lunella
abbassò il braccio che reggeva la testina di Tiapa; e gli occhi di vetro
in bilico si chiusero, ma i suoi rimasero aperti smisuratamente verso il
fàscino del canto, perché Vana non cantava soltanto con la gola ma con
tutta l'espressione della faccia china verso la bimba e la bambola a
disegnare l'orrore del mostro famelico.

    _Se mi dici il tuo sogno_
    _io ti canto una fiaba,_
    _domani. Ora c'è l'Orco._
    _Oe, ninna nanna, Tiapa!_

    _Un pan tondo in un pozzo_
    _in un pozzo di panna,_
    _domani. Ora c'è l'Orco._
    _Oe, Tiapa, ninna nanna!_

Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata.
Lunella cercava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino,
invasa da un vago sbigottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre
erano chiuse ma una, quella dell'occhio guercio, lasciava scorgere in un
angolo un poco di bianco azzurrognolo.

— Gridagli che Tiapa dorme — sussurrò ella alzandosi su le punte dei
piedi per andarsene cautamente. — Il covo dell'Orco è in fondo alle
Balze.

E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e
a una inquietudine materne, sotto la sua chioma d'angelo magnifico.


Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e
la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era
quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il
primo cerchio che cinghia l'abisso; ma il cerchio secondo era
cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e
sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte
s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo
tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.

— È orribile — disse Aldo.

— Ti fa paura? — chiese la sorella.

Un fàscino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta,
una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera
ov'è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun'anima
si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.

— Mi fa orrore — rispose l'adolescente. — Quando penso alle Balze, mi
sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e
le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e
aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto
dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo?
La pupilla non resiste.

— Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.

— Credi?

— Voglio guardare.

— Non così. Vana! Così è impossibile.

Egli l'afferrò mentre ella faceva l'atto d'appressarsi all'orlo e
d'inchinarsi; la trasse indietro, la tenne per qualche attimo stretta.
Ed ella lo sentì tremare nelle intime ossa.

— Come tremi! — disse ella, con una voce severa e tranquilla, dopo una
pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d'ira giù per la
rotta lacca.

Il cuore le diveniva adamantino, sentendo il tremito fraterno. Glie lo
rinsaldava un coraggio orgoglioso, per contrasto. Il disdegno rigò
quella subitanea durezza e stridette nel breve riso.

— Pensi all'Orco di Lunella?

Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito, perché quella
irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che,
per tentare un gioco terribile, si serve d'un istrumento micidiale e a
un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai
più potente della sua e che la sorte s'inverte perché egli non è omai se
non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile.
Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare?
Bisognava adempiere il proposito e il patto?

— Andiamo — disse Vana. — Andiamo alla Badia.

Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancóra convulsa. Non
egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e
della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene
e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al
fàscino tetro.

Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del
metallo:

— Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Perché
lasciare al caso quel che è premeditato?

Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose.
Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del
fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità maschia.
Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il
filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine,
che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto innanzi al grande
edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per
la mano; ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo, come se a
un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero
divenuti dieci.

— A ciascuno la sua ora e la sua scelta — disse alfine, senza gravità ma
con una sprezzatura quasi lieta. — Lasciamo i compagni di viaggio
imaginarii su le urne etrusche.

Egli sentì ch'ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore
istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e
deformano l'anima giovenile.

— Vana, ti insegnerò una cosa — disse soffermandosi. — Una volta, per
guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l'orlo, col viso
sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t'ho detto: non così.

— Ah!

«Non è vero» fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del
fratello; e sembrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che
aveva lasciato scorrere in lui. E, come la gora si rigonfia e colma gli
argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l'anima e
s'aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva
lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte
contratta, nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola,
innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i
piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di
rose gialle, ch'era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le
larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come
s'ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell'elica. E di nuovo le
pareva che la paglia risonasse come il bronzo d'una campana e che nel
rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: «Io sono la
fidanzata secreta d'un'Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio
Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo; credeva che
nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le
fosse ora tanto vicina. Gli diceva: «Fra poco, fra poco verrò». Lo
riamava d'un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella
notte di Brescia aspettando l'ora di sciogliere il vóto.

— Perché corri così? dove vuoi andare? — disse il fratello che la
seguiva ansioso come s'ella lo traesse a un immediato destino.

— Corro?

Non s'accorgeva di correre; che tutte le cose intorno avevano
l'atteggiamento dell'assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi
parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della
torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni
monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle
frombole i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivano
come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.

— Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta, come quella di
Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non
canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma
hai tu mai veduto un'edera più nera di questa?

Era una porticella di pietra, con l'architrave carico di nera edera.
Quando ella pose il piede sulla soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in
sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a
dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come
nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si
accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch'egli la
soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le
maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie
dubbie, qua e là un luccichìo di acque sinistre.

— La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! — ripeteva
la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo
agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio
quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che
abita in noi e usurpa la nostra sostanza.

— Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? — egli le disse. —
Perché ora mi separi da te?

Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:

— Di che soffri?

E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.

L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto
dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che
serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi,
raccogliere una pietra e scagliarla.

— Ah, che importa, — rispose egli cupamente — se voglio morire?

— Lasciami sola! Lasciami sola! — ella proruppe con una violenza
repentina. — Non ti conosco più.

— Sei folle, Vana.

Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel
chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine
di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei
passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui
taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il
pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.

— Attinia! Attinia!

Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e
accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi
forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente
Cæcina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava
su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua
annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con
una bontà paziente, con una pazienza serena.

— Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.

— Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.

Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:

— Mamma, c'è il pazzo.

La donna soggiunse:

— Venga, venga. Non abbia tema. È buono.

E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole
porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde
nessuno usciva più.

— Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?

— Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.

Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. Aveva
ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l'ospitava
e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo
riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo
riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la
tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più
misterioso del cadavere.

— Come si chiama?

— Viviano.

— Di dove?

— Della Maremma trista, della terra di Soana.

Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi, scolpita nel tufo come
un sepolcreto, fra i due lordi fossi febbricosi.

— È giovine?

— Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini.
Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.

S'erano soffermati su la soglia del Refettorio. Il cigolio dei passeri
non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento
nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura
e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.

— Passi, passi pure — diceva la donna spingendo l'imposta.

— Vana, Vana, non entriamo — pregò Aldo all'orecchio della sorella. —
Non facciamo questo! Andiamo via.

Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida
guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l'ombra. Il
gelo le colava giù per le spalle. Il Refettorio era deserto. Ella rivide
su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore
dell'Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche.
Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano.
Una sala era aperta; e v'apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole
di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la
collina magra, e il pallore tormentoso dell'uliveto.

— Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te
ne ricordi. Siamo ancóra nella Reggia d'Isabella, siamo nel Paradiso. La
voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la
palude, l'oro e l'azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si
sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l'ape.

Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l'ironia
strideva come il sale sul carbone rosso.

— Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero
della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l'odore della
muffa, l'odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro
orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancóra, di soglia in soglia, di
stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancóra.
«Aldo, dove sei? Ti sei perduto?»

Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva, e gli parlava come dentro
l'anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella
più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch'ella aveva
gridate nell'ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce
segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glie lo empiva
di sgomento.

— Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non
piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c'è più traccia di
bellezza, non c'è più nulla per sognare.

Ella s'arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.

— Guarda quella porta. Guarda chi c'è, nella Reggia d'Isabella!

Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un
muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure
estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.

— Viviano, salutate — disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.

La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un
uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale
recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato?
quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei
vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?

Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto
involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi
passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo
giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.

— Viviano, che facevate qui solo solo? — disse la mite Attinia.

Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che
la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli
giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta,
sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era
come la lampada fioca della casa deserta.

— Non rispondete, Viviano?

Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un
movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva
in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue
bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d'Isabella,
su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa
quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di
ragne.

— Andiamo, Vana. È tardi — disse egli, sospingendo la sorella; perché
riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa
e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.

Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi
strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta
socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era
scritto in lettere corrose: _Domus mea_. Vana spinse l'imposta, entrò.

— La casa mia! La casa mia! — ella disse avanzandosi fra le erbe amare,
su le macerie sacre.

La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli
altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il
pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli
dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di
cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle
scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi
di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era
vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio
insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso,
accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San
Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le
céppite gialle.

— La casa mia!

E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il
sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire
inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare
laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.

— Addio, addio, Attinia!

Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi
suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura
infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi
scaccia, di chi cancella.

— Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! — pregava Aldo seguendola
perdutamente nel sibilo della ràffica.

Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli
elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la
valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i
guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato
che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.

— Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che
furore ti prende?

Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.

— Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d'acqua.

La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.

— Non voglio bere — disse la sorella.

Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine, un luccichìo di mezzine,
un chioccolìo di cannelle.

— Aspettami un minuto!

Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di
dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il
bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra,
sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole sussurrate,
lievi risa corsero.

— Senza bicchiere?

— Alla mezzina?

— Alla cannella?

— Qui è l'acqua bona.

— Meglio che al pozzo degli Inghirami.

    — Chi sciacqua le lenzuola
    alla Docciòla,
    convien che l'acqua attinga
    alla Mandringa.

— Ecco la mia brocca.

— È più lustra la mia.

— Questa ha il becco più stretto.

— Questa! Questa!

Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude
sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé
fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di
qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non
toccare il rame, nell'evitare il troppo.

— Come sa bere a garganella!

— No, a zinzini.

— E come netto.

— È un vero bacio.

— Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.

— Beata la sua dama!

— Fiore d'acacia! — stornellò la più ardita, fra l'ilare brusìo, fra il
lampeggio delle pupille, fra l'urteggiar dei gomiti, mentr'egli lesto
raggiungeva su la via l'impaziente. — Fiore d'acacia! E chi bene
sorseggia, meglio bacia.

Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso
l'altro aspetto del mostro. Le nuvole andavano a oste contro Volterra,
come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il
guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della
cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.

— Sai che torna? — disse Vana all'improvviso.

Camminava con la testa bassa.

— Torna?

— Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.

— Che vuoi dire, Vana?

— Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis.

La campagna pareva piena di grida.

— L'ha scritto?

— L'ha scritto.

— E perché me lo dici ora soltanto?

— Perché l'ho saputo oggi.

— E torna con lui?

— Con lui.

La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.

Dunque non c'era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella
diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell'altrui vita era
per trasmutarsi. Tutto crollava.

— Sei certa? Hai veduta la lettera?

— L'ho veduta.

Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli
fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.

Anche Vana si soffermò alenante, e disse:

— Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? E non
è anche la tua, omai?

Ella si volse a guardare verso la Badia scoscesa che disegnava la sua
massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.

— Il tetto è scoperchiato.

Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente
la spoliazione inevitabile, l'abbandono di tutte le cose che gli
facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di
pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi
a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria
perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli
sfuggirono.

— Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.

— Bisogna.

Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione, la dispersione, la
vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del
padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l'orrore
dell'avvenire incerto. Ognun d'essi era due volte colpito, due volte
tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua
natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di
perfidia, imagini impure che lo bruciavano e pensieri perigliosi che gli
moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.

— Siamo alla Guerruccia — disse Vana sordamente, afferrandogli il
braccio.

D'improvviso furono ripresi nel fàscino delle Balze. In lui tutta
l'anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.

— La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri — disse. — È tardi.

— Io non rientro.

Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo
inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della
muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le
ginocchia dell'adolescente.

— Vana! Vana! — egli chiamò.

Ella non si volse.

— Vana!

Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le
zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza
e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l'impeto
di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di
supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino, ella s'arrestò e lo guardò.

— Hai tanta paura? — disse.

Egli era per rispondere: «Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non
posso morire». Ma si contenne. Rispose:

— Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu
voglia fare, Vana.

— Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.

— Non debbo lasciarti.

— Bisogna. La mia via non è più la tua via.

— Perché?

— Dimmelo tu, Aldo.

Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.

— Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te, ora, sùbito? Eccomi.
Sono pronto.

Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi,
col fianco e con l'omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato
era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa
di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella
vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti
alla loro giovinezza miserabile.

Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. Lo sterpeto era
deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di
scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la Città di
vento e di macigno drizzava contro l'incursione delle nuvole le sue
torri, i suoi campanili, il suo Mastio feroce, lo sprone formidabile
della Rocca vecchia, le mura gigantesche costruite dagli scavatori di
sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a
doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che
perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la
fellonìa del conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro:
«Sacco, sacco!»

— Non così, dunque, come facevo — disse Vana con un sorriso dubbio. — Tu
m'hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a
giacere bocconi su l'orlo.

Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli
occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia
lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella
poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell'angoscia
mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il
cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli
che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo,
sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda
di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.

— Che vuoi fare? — disse il fratello senza udire la sua propria voce.

— Provare.

— Allora dammi la mano.

Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro,
indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano
annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la
volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il
sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba
dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il
soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.

Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era
spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo
d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a
piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel
punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che
aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i
monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti,
e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale,
come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano
rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la
riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia
roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove
Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida
si rinnovellavano.

— Fratello! Fratello! — gridò una voce disperata.

E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.

Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella
per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli
sterpi.

— No, no, Vana! — le diceva, prendendole il capo, guardandola nella
faccia sfigurata. — Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio
patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono
perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fàscino. Ci
siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà
incontro. No, no. Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro
viso!

Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti,
accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si
bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il
cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori,
la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una
nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della
giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi
polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole
del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva
turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di
conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi
mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la
potenza dell'abisso.

Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché
una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le
lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i
frantumi della zolla.

— Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei
Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?

Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste,
simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il
dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore.
Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse
ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto.
S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore
desolato.

— Guarda! — egli le disse volgendole il capo verso la collina.

La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che
nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i
coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite
sepolcrale.

— E il tuo cappello?

Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la
ghirlanda era scomparsa nel baratro.



La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi,
con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore
palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre
non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore
così forte che sùbito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano
sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la
linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia
rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile.
Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle
pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.

— Aini, se di quella seta potessi vestirmi!

Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora
seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella
d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche
pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie
della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle,
d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.

— Aspetta — disse. — Non ti muovere.

Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il
momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La
luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi
dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la
rendeva ineffabile.

— Che porto? Indovina — disse ella riapparendo.

Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con
l'arte della maga colchica, aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto
spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed
ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.

— Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?

— No.

Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale
che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose
dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno
Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille
bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla
sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di
roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.

— La lanterna di Aladino?

— No.

Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con
le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi
leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a
quella delle foglie e dei frutti.

— L'uccellin Belverde?

— Credi che sia tanto pesante!

— Dicono, quand'è morto.

— Credi che possa morire!

— Per rinascere.

— Non muore mai: va e viene, fugge e torna.

— Mi do per vinto. Che porti dunque?

— Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.

— Questo?

— No, quello di Bokhara.

Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto
amarantino, variato d'azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso
come l'antico velluto di Lucca.

— Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.

— Senza il flauto di Amar?

— Taci e guarda.

Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto,
lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al
velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò
per qualche attimo.

— Un nido di vespe?

— Taci.

Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una
coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti
di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo
s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la
segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.

Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un
concerto di sistri, incominciò la danza.

La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga
zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e
svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo
vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la
danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella
proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia
rosea; poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi
rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova
attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini
bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta
nell'aurora.

Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a
un'allucinazione dei suoi propri sensi, l'amante mirava la danzatrice in
un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri,
egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia
e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano
anch'esse, una figura di danza, una catena di alte vergini, forse
inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.

Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce
i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e
dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione
d'istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé
e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace
lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei,
quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che
s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria
sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel
gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.

Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima
in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la
mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva
compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un
respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a
diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno
e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo
invisibile che separa il diurno dal notturno mare.

Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la
miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi
gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si
coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu
simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra
converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva
natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del
volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e
una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa
delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza,
l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua
perfidia: la lusinga, l'offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la
paura temeraria, il sospiro nella violenza, l'annientamento nel piacere.

— L'ape! — disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come
aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.

Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. Ella imitava con
la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le
difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la
minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava,
strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.

— Ahi! Ahi!

Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che
rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni,
riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di
dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico
posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le
vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e
dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti
l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore
degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.

— Ahi!

Egli tremò di desiderio; che quel gemito era il noto richiamo, triste e
selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:

— M'ha punta qui.

E le labbra dell'amato la medicavano.

E ogni volta gemeva:

— M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.

E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate
della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra,
quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e
fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un
sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle
calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i
pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E
nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo
sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e
al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata
magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era
il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano
scuotere!

Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli,
avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella
godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.

Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il
quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:

— Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che
c'è, là sotto.

— Una stregheria.

— Una malinconia.

Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini.
Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba
lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una
vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un
tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva
ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note
interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta
funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.

— Guarda.

Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da
presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo
costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un
cilindro irto di punte.

— Dove hai scavato questo scarabattolo?

— Non scarabattolo ma scarabillo.

— Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.

— Si chiama scarabillo, dall'infanzia.

Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.

— Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche
punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste
punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai
questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna
Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può
dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a
qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene
senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una
specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a
girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la
sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non
posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho
avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il
nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro
Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta
la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non
somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può
riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio
c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle
sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva
soltanto: _La pavane lacrymée_.

Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il
ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire
l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo
ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.

— L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio
dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo
risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero
bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola
posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza
ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?

Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la
voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con
qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche
pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il
plenilunio, ma appena.


Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava
l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che
hanno le piante subacquee.

— Quanto mi piaci stasera, Aini! — disse Isabella a bassa voce, nel fumo
e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi,
facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani
senz'anelli. — Ti prego, fa ancóra così.

Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida
contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga
verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore:
una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.

— Ti burli di me?

Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente,
s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità
assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe
voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!»

— Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? —
disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. — Un certo riso,
una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un
nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul
viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.

— Ah, ma chi dirà come sei?

Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle
porcellane che rilucevano su la mensa.

— Come sono? Come sono?

— Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.

— Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?

— A Volterra?

— Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più
odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!

Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi
con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco
d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.

— Senti, — diceva ella con quella voce che attenuandosi creava
l'increato — sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro
che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore
d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma
d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in
Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a
questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di
me, ora, molto malate di me, povero Aini!

Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e
la carne erano una cosa sola.

— Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma
i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che
somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del
_Divano_, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da
Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un
colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche
una gazzella.

Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e
di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del
tralcio.

— Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il
Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una
gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la
coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò
dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli
suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io,
proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che
si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi
con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine
fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani
come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché,
se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro
che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra
le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale,
rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.

Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un
incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse
con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.

— Che mi fai, Madschnun?

Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua
sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una
macchia rosea.

— Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche
porto oleoso?

— Non amo i veleni.

— E me, dunque?

— Te soltanto.

Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che
pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa
era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di
argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in
una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.

— L'anima è il veleno più potente — ella disse.

I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume
dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A
quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.

Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto.

— Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?

Egli la interrogò, attonito.

— Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.

— Non comprendo.

— Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura.
Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli
Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate
che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco
dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto
perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.

— Il gioco solo? — disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di
rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.

— Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! — gridò ella in uno
scoppio d'ilarità. — Sono sicura che temete un tranello.

Egli protestava.

— Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il
polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità.
Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui
non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco.
C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi
sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con
tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo,
scarabillo! È troppo crudele.

Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.

— Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo
promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un
pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!

Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche
boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava
posa.

— Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo — ella
disse. — Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù,
abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro
fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a
Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.

Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia
febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto;
riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue
dell'adolescente gli riapparivano.

— Non posso — disse.

E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per
uscirne.

— Perché?

Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo
viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua
più nociva alchìmia.

Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno
dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì
fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e
più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul
pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per
divenirle «il veleno più potente».

— Per Vana?

Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente
anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le
schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli
conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche
abile ed acre nell'arte di smagliarla.

— Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?

— Nulla più di quel che sai.

— Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.

— Credo che t'inganni, spero che t'inganni.

— Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che
la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni,
quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione
di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.

— Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno.
Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il
Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.

— Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta
rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?

— Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.

— Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che
t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.

— Sei folle.

— Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi
baciavi? Era come una morta.

Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite
come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più
serrarli.

— Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su
noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu
rispondevi: «Ancóra!»

— Ah, perché sei così?

— Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo
era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi
distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi
volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così
feroce. E Vana mi vide quella bocca.

Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno
bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica
che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le
labbra a quella gonfiezza.

— Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il
sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto
il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far
ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di
ardore?

Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso,
ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza, ove gli
occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il
respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i
pensieri.

— Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un
tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con
una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E
m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi
guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri
attento? Di tutto mi ricordo, e non di questo: c'è una pausa nella mia
memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo?

Egli scosse il capo,

— Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene.
Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del
gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non
l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti
eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che
no....

Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la
porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella
era così viva in lei ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta
all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più
la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come
l'ascella.

— Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e
non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col
pianto.

Egli l'ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che
bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una
repulsione.

— Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria.
Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è
ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non
avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?

Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella
mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della
mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri,
sogguardava l'uomo.

— Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele,
e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con
urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di
rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette
al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera,
là sotto la terrazza, e ti richiami?

Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo
capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si
salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile.

— Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di
ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole?

Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una
cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col
garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse
dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito,
egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi
supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza
sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho
l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia
estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella
brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto
da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore,
chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era
separato da lui per un'infinita notte.

— Ti ricordi — gli diceva la tentatrice; con un'espressione di ardore
così folle che sembrava un rapimento — ti ricordi quando nella prima
stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva
col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai
Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della
finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul
suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?

— Ah, taci!

— Sono orribile?

Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato,
quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale
attesa del martirio, ch'era quasi luce.

— Mi ricordo — disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa
— mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un
letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in
silenzio....

— Aldo e Vana!

— Noi stessi, nello specchio cupo

— Aldo e Vana e noi stessi.

— E la follìa.

— Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira.
Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci
rivediamo più?

Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza.
Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con
tutto il suo peso carnale.

— Domani risalgo a Volterra.


Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto,
come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova.
Correvano verso l'inferno di Volterra.

Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli,
non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte
agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese
di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.

— Vedi? vedi? — ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi
contro la gota scarna.

— Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?

Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano
nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il
gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come
frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi
crepitare come le stoppie in fiamme.

— È così la tua passione? Tutto è riarso in te?

I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete
di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su
le biancane di mattaione cinericcio.

— Vedi dove io ti trascino?

Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli
su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un
grido breve. Splendevano, dileguavano.

— Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come
faremo per superarlo?

Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di
paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo
cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.

— Non mi ami ancóra. Forse anch'io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri
assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l'amore mi sia
come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna
abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le
foreste di résina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le
mie crete!

Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle
sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei
luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita
moltiplicarsi.

— Guarda!

Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il
sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro
Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle
misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura
dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta
s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in
cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro.
Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là,
su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume
del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore
ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si
diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un
sospiro o un gemito.

— Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi né tu mi
minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un
viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: «Non
temo». E tu?

Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via
sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera
di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe
parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva
disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per
trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli
aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto
all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva
corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà
d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa
arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno.

— «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!»
Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle?
Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda!

La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca,
dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso
deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato
quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii
espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai
Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era
adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni
albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si
spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al
Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella
conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e
i pruni d'Isaìa vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice
assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria
ombra.

— Mi ami? mi ami? — chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota
scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro
amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva
vincere il suo.

— Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il
tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre
notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati
che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte
abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e
d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo,
patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio
sanguinoso.

Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva
la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il
divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per
colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo
istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire
un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per
chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente
la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana
ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine
feminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina
dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite
della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella
diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso,
ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma
ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio
imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le
lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il
supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E
imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena
d'insonnio in ascolto.

— Volterra!

Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come
su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo
lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la
corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con
lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di
sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli
zoccoli. E la città disparve.

Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal
parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella
ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della
vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del Mastio che
emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due
torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza
tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del
Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là
dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'Aquila su
la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci
abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda
bruna.

Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la
stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita
d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella
indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella
vita?

Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione
poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle
settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si
sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé
distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la
creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento
e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col
suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la
invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a
combattere, pronta a morire.

«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta
dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto
dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.

Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo, appesa
tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove
qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una
pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che
serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il
torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete
roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra
etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli
squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall'immoto
travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la
lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi.

— Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera
Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel
che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze!

Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le
corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge,
levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro
rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs
tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo.

— Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla
felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio
questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La
sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle?
M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta.
Rispondimi!

Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella
aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo
«più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran
fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione
sonora d'un immenso vampo.

— Ah, voglio tornare indietro.

Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la
rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle
biancane sterili. Ed ella voleva dire: «Contro un muro scialbo le pazze
sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le
oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l'aria indifferente.... Bisogna
passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la
Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di
legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un
pollaio. Ah, tutto m'è presente. Poi s'entra fra due muri, e di là dal
muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la
loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami,
quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto,
lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che
somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del
martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi
stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi
stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco
che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta
s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti
e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria dolce.... E il
giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i
cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta
stretta....» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma
parevano scoppiare come bolle, all'altezza del cervello, prima di
formarsi nella parola.

— Voglio tornare indietro.

— Vuoi? — disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su
l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo
aveva toccato a dentro.

— Voglio tornare indietro. Arresta!

Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le
ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne
un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con
una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente
riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i
suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere.

— È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare — disse egli
affrontando la tortuosità repente. — Bisogna andare avanti.

— Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile.
Andiamo. È destino.

Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là
trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un
azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata
Morgana.

— Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi,
accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei
lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre
tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son
certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa
che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie
braccia.

Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii,
cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti
accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento
come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in
un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su
la cenere.


E la notte era venuta.

Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere
meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e
d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche,
le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà
dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema
contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.

Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé
stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.

— Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli — diceva
Isabella a Chiaretta che la svestiva.

Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E
l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno,
non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la
finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose,
l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul
colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo
mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si
generasse dai sepolcreti.

— È la notte di San Lorenzo — sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le
dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.

Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un
solco abbagliante.

— Faceva un bel pensiero?

Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a
spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude,
su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti
Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là
velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la
faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno
dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano
dall'alto sopra di lei come per predarla.

— Sbrìgati: sono stanca — disse.

Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e
diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci
dei marinai.

— Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....

Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro
stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la
pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito
ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando;
chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano,
scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita
informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel
fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose,
inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento.
Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che
soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube
d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava
dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva,
fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli
era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare
senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava
s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo,
e non era più il suo viso.

Ella si levò, sbigottita.

— Ho ancóra da annodare il nastro — disse Chiaretta.

— Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.

— E domattina?

— Chiamerò.

Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si
premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far
rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della
grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti.
S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua.
E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la
risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo.
Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della
capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la
sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva
supina.

Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli
occhi spalancati.

— Piccola, non dormi?

— Non ho sonno.

— T'ho svegliata io?

— No. Stavo così.

— Da quando?

— Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».

— Ma da quando sei sveglia?

— Da sempre.

— Non hai dormito punto?

— Punto.

— E perché?

— Perché sono infelice.

— Oh, no, no, no, piccola mia!

Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto
lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto
proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora
ella credeva d'esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina
sorridesse.

— No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?

— Perché tu sei tanto cattiva.

— Cattiva?

— Ah sì.

— Che ho fatto?

— Non vuoi più bene a Forbicicchia.

— Sei la mia tenerezza.

— E neppure a Morìccica.

— Come puoi dirlo?

— E neppure a Duccio. A nessuno più.

— Come puoi dir questo? che ho fatto?

— Nessuno lo sa.

— Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?

— Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina.

— Io?

Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile,
cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava
profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel
viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo
sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.

— La fai piangere.

— Come lo sai? Raccontami.

Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a
sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.

— È caduta Tiapa — gridò Lunella sporgendosi, inquieta.

— Eccola, eccola. Non è nulla, cara — disse Isabella raccogliendo la
bambola, che aperse gli occhi.

La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la
gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela,
come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana
vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.

— Raccontami. Vanina ha pianto?

— Ah sì.

— Davanti a te?

— Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani....

— Stamani? Racconta.

— Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta
accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva:
«Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non
possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le
forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e
andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non
pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte,
e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E
singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....

L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la
sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano
su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e
di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta
sempre a prorompere e a travolgere.

— Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! — gridò gettandosi perdutamente al
collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la
soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.

— Chi? Chi?

— L'uomo.

— Chi?

— Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!

Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi
fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla
sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal
grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre
parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in
tumulto.

— Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo
nella testina qualche brutto pensiero?

La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il
petto.

— Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.

Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal
rancore.

— Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.

Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.

— Prendilo! Tienilo! — proruppe, dislacciandosi dalla sorella,
respingendola. — Mandaci via, manda via noi.

Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in
lacrime accanto a quello di Tiapa.

— Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi
nostri piedi....


Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza,
s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il
singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca
socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna
nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro
lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza,
stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando
il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa.
Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una
parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne
s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in
cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E
nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli
ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e
diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano
tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non
rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito
volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch'ella aveva veduto
contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò
anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella
penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.

L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le
fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità
era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla
sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci
deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il
silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che
mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di
simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma
assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa
percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.

«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorìo che le
riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare
l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le
parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in
cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» Il terrore di nuovo
l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e
che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e
ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, ch'ella dovesse fino alla morte
essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza
posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci
e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare,
andare....»

Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più
forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano
le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto
si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo
era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.

E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei,
bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione
insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide
l'imagine di Paolo. «Certo divento folle». E tutto le parve ch'ella
potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé
medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella
non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a
viva forza dalle mani che la serravano.

Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un
sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera
ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà,
non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non
fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara,
sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per
Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra
aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei
gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco
bianco sgorgò, colò, si consunse.


Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore
di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva
senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di
resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo.
Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera
preparata pel gioco circense.

Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete
all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di
ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso
armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno
iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non
sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le
mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s'adirava
contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava
l'impeto, che le risparmiava la ferita.

«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù.
Sono vile». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il
lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la
bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.

«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più
nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue
braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: — Pace, pace, piccola
buona. — E non si può rinascere da una parola, come si può morire d'una
parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non
lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga
anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore
del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un'ora
sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma
quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare
quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del
suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e
quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza
ch'era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto.
Che vale la bocca insanguinata dell'altra, se tra due creature un tale
sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le
gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come
la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che
s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili
pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla
giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma
dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello
sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo
il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.

«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel
corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio
chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.

E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la
disperazione si volse, si torse come un turbine. E l'altra insonne era
là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro
un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.

Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore
imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e
nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli
sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa
madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni
ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il
loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.

Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.

— T'ho sentita — cominciò Isabella. — Di giù t'ho sentita camminare.
Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T'ho sentita. Sono
venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so
dire.

— Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi
stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per
mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele
a tavola iersera?

L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande, che
Isabella vacillò come sotto percosse iterate.

— Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a
questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi
tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....

Anch'ella subitamente ridiveniva ferina; ché la mancanza di pudore nel
modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo.
Gli occhi scrutatori la bruciavano.

— Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che
spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che
linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei
eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non
aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza
tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata.
Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad
offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi
già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti
cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia,
assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi
serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva
sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!

Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui
lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella
capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con
quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E
l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo
nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse
fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo
pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come
scelleratezza.

— Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere
spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per
umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi
relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'Ergastolo, e d'avermi
tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a
faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata
conducendo con te il tuo amante....

— Il mio fidanzato.

Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.

— Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che
ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi
fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa
di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo
e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.

— Vana!

Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con
sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più
dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura
inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace
fino all'impudenza.

— Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo
aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai
fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene,
senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa
scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi
contro te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non
lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo
vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri,
non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta
di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una
tortura che sembra una libidine....

— Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto
questo.

Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la
sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva
foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una
creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là
nella vergogna.

Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:

— No, non ho fatto questo.

E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il
risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole,
qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione
tremante.

— Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere
con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio
fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei
un'intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un
dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura
ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....

— Ah, non è vero. Non ho fatto questo.

— Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu
m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu
mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia
vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non
sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se
Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte;
piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della
razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.

— Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una
tenerezza più attenta della mia.

— Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta
a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me
e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non
so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la
più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a
esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte
alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho
colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che
m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di
rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m'importava
delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo
trionfo. Questa volta....

S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola
ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti.
L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con
un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che
le ingombravano la faccia.

— Questa volta.... — sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi
appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.

Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile
a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.

— Questa volta — disse con la voce bassa che penetrava più del grido,
più della fiamma — quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più
della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo
d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo
petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non
svegliarmi più.

Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno, perché le
stelle tremolavano ancóra alla sua anima sotto la prima onda argentina,
perché in quell'atto s'era compiuta l'intera sua vita, perché era
orribile che la sorte l'avesse costretta a trascinarsi nell'inutile
martirio. «Pace, pace, piccola buona».

— Tanto l'ami?

— Come tu non saprai amarlo mai.

— Credi che tu l'ami di più?

— Non di più. L'amo io sola.

— Io no?

— Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la
tua perfidia. È il tuo castigo.

— L'amore più forte non è quello che vince?

— È il mio quello che vince.

— Su chi?

— Su te e su lui.

— Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.

— Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio
amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri
di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia
del mio cuore.

— Fa dunque ch'egli t'ami.

— Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non
avevi più oblio, che sempre io t'ero presente, che mi vedevi apparire su
ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.

— Fa dunque ch'egli t'ami.

— Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché
credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni
giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed
eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre
gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta,
ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.

— Fa dunque ch'egli t'ami.

— E se mi amasse già?

Parlavano a viso a viso, l'una ancóra piegata contro la proda del letto,
l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva,
entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la
fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla
voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel
ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo
spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovine; ma uno
spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo
cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della
tormentosa orgia dubitava d'avere amato.

— Se mi amasse? — ripetè Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre
quel che non si esprime.

Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue
reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrame
delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori.
Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno
petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del
grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, sui Monti
Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là
velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la
faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Ella risentì al
suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di
chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la
sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si
volse e disse:

— Se t'amasse per pietà?

Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro
la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:

— Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io
sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli
potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né
egli dimenticherà fino alla morte e oltre.

Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.

— E quale fu la sua ora?

— L'ora funebre.

Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli
ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.

— Quale?

Il mento d'Isabella tremava.

— Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo
vegliò la salma del suo amico?

Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui
s'impigliassero stelle.

— Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado?»
Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di
rose e il mio segreto.

Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza,
nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte
piangeva il suo pianto di luce.

E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle
quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.


Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu
patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai
morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti
violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la
terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia.
Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute,
non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai
volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle
occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano.
Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia
di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un
medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che
senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita
nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure,
nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla
avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò
sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e
scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa,
che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già
scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura
di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o
così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi,
dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle
fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al
minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.

La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella
vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone
aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del
colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e
l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo
alle biancane sitibonde; ma l'invisibile Reggia della Follia sembrava
mutare il colore dell'aria, là dove gli ulivi nodosi e involti
somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi.
Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal
canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il
liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia
inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice
come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera
come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo
nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la
corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco
la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della
lunga vena canora traversasse l'intero corpo.

Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e
girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo
palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi
nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva
meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle
sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi
violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi
sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di
estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di
pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva
veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno
ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della
vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa
quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un
uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la
sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber
potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il
Cherubo austero di Sebastiano Bach.

Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per
ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come
un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l'occupava
come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che
l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e
sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella
era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel
ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e
poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto
l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un sùbito
moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto
pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo
spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva
misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come
l'inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un
tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli
spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano
ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore
della colofònia, caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.

Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un
pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella
grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno.
Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava
con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo
sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.

— Paolo, — gli disse un giorno sorridendo — vuoi venire con me oggi in
fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge.
Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona; ma Vana
ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.

— Vengo — rispose Paolo.

— Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di
rose gialle.

— In fondo alle Balze? — fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile
a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa
in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.

— Ah, non sai — disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo
della sua sigaretta — non sai che, in una sera di disperazione e di
libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia
pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapi e portò giù il cappello
inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.

Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia;
e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel
sorriso in una pietra.

— È vero, Vanina? — domandò Isabella, legando le due estremità del filo
su la collana aulentissima.

— Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda?
Forse un poco sfatta.

— Prendi intanto questa — disse Isabella accostandosi alla sorridente
che si lasciò toccare senza mutarsi.

Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte,
le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le
riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per
dissipare l'imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso
fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.

— Vana, il viaggio equestre agli Inferi! — disse il fratello con una
voce più bassa ma con un riso più strano.

E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando
i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le
sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro
dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei
scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d'oblio.

— Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi? Lunella non rispondeva.
Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.

— Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? — le diceva Isa, con la
sua voce più carezzevole, per illuderla. — Vuoi che ne faccia una anche
per te, di gelsomini?

Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due
inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e
accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel
grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi
rapidi delle stesse forbici le distrusse.

— Fino a quando dunque mi terrai broncio? — si lamentava l'una.

Dimandava l'altra:

— E a me fino a quando?

E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso:

— Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!

Ancóra, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il
grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel
tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta
aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su
l'erba, s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco
ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del
cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il
loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne
proferite dinanzi alle urne sepolcrali.

Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, tra gli
zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le
scappie d'alberese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico,
nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis
cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al
passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta
sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere
i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe
anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e
ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo
zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo
medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo
severo, e i loro fianchi battevano.

— Assra! — gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla
apparire su una cresta d'ocra rancia.

Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di
trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva
ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento
flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e
l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.

— Perché la gridi? — disse Paolo.

— Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e, quando non la
può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e
di rigagni.

Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.

— Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è
passato per qui prima di noi?

Apparivano nella biancana impronte profonde. S'udiva a quando a quando
nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.

— Chi sa!

— Sono péste fresche di cavallo.

— Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.

— Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.

— È vero.

— Non sei forse passato di qui tu stesso?

— No.

— È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo
ci vuole un certo grado di demenza, dev'essere uno dei pazzi di San
Girolamo fuggito sul ronzino del dottore.

— O lo spettro di Neri Maltragi.

— Chi era Neri Maltragi?

— Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da
quattro balzò nelle Balze.

— Credi agli spettri?

— Io sì.

— Allora ci precede.

— Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!

Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede
si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco
colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra, tra
gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San
Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero
per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e
la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i
nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.

— Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, — disse Aldo con un accento
singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. —
Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un
mucchio di sassuoli.

Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica
visione.

— Vuoi che la cerchiamo? — soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza
ambigua.

S'udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.

— Certo la cagna è al guado — disse Aldo impazientito.

E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancóra. Il mugolìo
esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli
voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là
dall'acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio, il comando, la
minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le
sue zampe delicate, implorando da' suoi dolci occhi di cortigiana
seducente.

— Paolo! Paolo! — gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che
nascondeva il nemico. — Paolo!

Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per
comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna.
Esplorò con l'occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di
pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e,
più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d'ogni altra. Fiutò
l'aria, e vi colse un leggero nidore. Segnò con lo sguardo un cammino
parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.

— Paolo!

Il nemico mirava ancóra le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per
quell'aria senza tempo tinta. La sua destra accarezzava il collo di
Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore
irremeabili come quell'emblema sotto i cui segni egli aveva veduto
straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della
vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolìo della cagna
supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della
Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva
a orientarsi in quel vallone travaglioso.

— Assra non guada?

— Andiamo lungo l'acquitrino, che laggiù finisce.

Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. L'uno non vedeva il viso
dell'altro. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. La
cagna era inquieta, di là dal pantano. D'improvviso partì a saetta, si
perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.

— Deve aver veduta una volpe — disse Aldo.

— Peccato che non si possa galoppare.

— Senti quest'odore di solfo?

— Viene da qualche mofeta.

Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta
sbiancata più pallida d'ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.

— Guarda là su la ripa le péste di Neri Maltragi!

Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenaria sfarinata dai
gemitivi.

— Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra!

Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. L'odore sulfureo
gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di
là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli
scoppiava d'orribile tumulto. La cagna non squittiva più.

— Aldo! Aldo!

Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l'attimo fu eterno, il
silenzio fu di morte su tutta la valle d'abisso.

— Aldo!

La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra?
Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di
pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi
spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si
salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello
spiazzo della mofeta.

— La cagna è là morta! — gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando
su la cresta il cavallo ansante. — L'ho vista cadere come fulminata.

— C'è la putizza? — disse Aldo, pallidissimo, coi segni della
costernazione. — Anche tu stavi per entrarci?

Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi
drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente
guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.

— Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo
belli, oggi.

Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce
ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo
tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie, per le
ghiare, pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava
percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol
marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri
d'un lunghissimo taglio.

Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli
squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del
giovinetto.

— Sai? — gli disse col suo possente sorriso. — Laggiù, dove finivano le
péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo
racconteremo.

— Non lo racconteremo — assentì quegli, senza batter ciglio. — Ma la
ghirlanda?

Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni
istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina.
Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile e il lento tormento della
sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.

D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri
le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature
leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e
senza tregua s'agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.

Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando
le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si
cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro
l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde;
piansero, si baciarono, si morsero.


Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne
aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, o lo inclinava in
attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a
contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli
scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore
d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di
taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli
vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli
scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo
umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico
degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza
insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il
destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra
una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria
anima e gittato leggermente il resto.

— Non posso più! — ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con
quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non
era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al
mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.

Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata
in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto
le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna
senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva sul suo capezzale, cinta
dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante
volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché
egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte
s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la
soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di
ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il
fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma
riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse,
irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua
durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle
atroci pugna di ferro per gli stendardi.

Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell'Ardore, ch'ella aveva
ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza
stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.

    _Di fiori e frutti_
    _M'è fornito il core._
    _Di amorosi lutti_
    _E d'ardore si more._
    _Li miei sensi tutti_
    _Languono in fervore._
    _Tèmperisi l'amore,_
    _Ch'io nol posso portare!_

La passione di quei cantici, quella «Pazzia non conosciuta», quella
«Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica.
Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle,
spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde
colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima
di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per
l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con
essi non canti l'intero Universo. Il sonno dell'alba le veniva come su
la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né
dalla doglia né dalla voluttà.

D'improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura
del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità
sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.

— Non posso più.

Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé
fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una
corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei
primi sorsi.

Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.

— Stanotte? — fece soffocatamente, non osando guardarla per non cedere
alla violenza che gli torceva tutto l'essere.

— No. Parti. Torna laggiù. Verrò.

— Attendere ancóra?

— Bisogna.

— È impossibile, impossibile.

— Bisogna.

Vedendolo impallidire e tremare, ella ridiveniva forte e crudele contro
lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d'una profonda
carezza.

— Parto stasera?

— Domani.

— Un'altra notte così?

— La più bella!

— Mi accompagnerai domani?

— No. Ti raggiungerò.

— Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.

Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in
preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o
un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina
proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le
crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra.
L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto.
Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della
rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come
il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo
spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là
dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno.
Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra;
ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il
tappeto della danza, i cuscini delle carezze.

— Isa! — chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.

La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare
crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in
pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.

— Vuoi che scendiamo? — disse egli avvicinandosi e guardando i due
trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio
sembrava crepitare come la ragia nella torcia.

— Sì, eccoci — rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che
sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello
sforzo vano di dissimularlo.

Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando
l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i
sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la
proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella
Cavalcata fidiaca.

— Paolo, — disse — non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?

— Sì, a Tarquinia.

— Ah, ti ricordi nella grotta del Convito quegli uomini tutti rossi,
quelle donne tutte bianche.... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che
ornamento!

— E chi sa quanti pipistrelli! — disse Isa rabbrividendo. —
Forbicicchia, non hai paura?

La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di
tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite, di sotto il lustro nero
blu della sua capellatura.

— Mi farai cadere — fece Vana sotto voce, vacillando giù pei sassi della
viottola.

— Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno — disse Aldo. — Il
caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo.

— Sai, Aldo, — disse Isa, rapida — Paolo se ne va domani.

— Di già?

Vana s'arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.

— Duccio, tu ci affumichi! — si lagnò Lunella.

— Paolo, e non vedrai i bulicami di Monte Cèrboli dopo le bolge di San
Giusto.

— Sì, sì, — fece Isa — domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un
tratto di strada.

— Lungo la Cècina perfida, forse t'apparirà un altro cavaliere
avventuroso che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da
Volterra: Michele Marullo.

Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d'ambiguità la voce
dell'adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una
così penosa inquietudine ch'ella s'affrettava a coprirla col suo tono
gaio, come se l'ultima sillaba lasciasse nell'aria uno strascico d'odio.

— E non lo racconteremo — disse Paolo Tarsis sorridendo male.

— Che cosa? che cosa? — domandò Isabella.

— Abbiamo un segreto — disse l'amato.

— Il segreto di Neri Maltragi — disse il portatore di fiaccola ridendo
su l'ingresso dell'ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra
l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. — Oggi io sono il
savio duca.

E disparve nel profondo corridoio mortuario.

— Che segreto? che segreto? — ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel
buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.

Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più
crudo.

— Lunella, hai freddo? hai paura?

La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della
tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava
di trascinare indietro la sorella.

— No, no, non voglio andare!

— Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.

— Non voglio.

— Vieni. Guarda com'è bello!

Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani
pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le
casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le
figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco,
le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace,
con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i
pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita
serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di
ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a
cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto
innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di
respiro.

— Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! — gridò Aldo
sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia
il viluppo strano.

Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si
raggricchiò, ma non venne a terra.

— I pipistrelli! I pipistrelli!

E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre, gridarono, si serrarono,
si scansarono.

— Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.

— Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano.

Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di
sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci
eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le
lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i
pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di
reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata
sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano
ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta,
ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi
di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli
orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan
fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi
fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare
gli occhi per guatare nel sepolcro.

— Non sì staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare,
ma non si staccano — bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia
gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. — Muoiono, ma
non si staccano.

Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si
raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato, con un sibilo di
vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche.

— Giù, giù, uno almeno, uno almeno!

Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte
per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la
distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta,
l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava
come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo
veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a
quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava
coi moti involontarii l'insania del fratello.

— Non uno! Non uno!

Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il
sepolcro fu nero.

Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita
per alcuni attimi.

— Vanina! Vanina!

La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva
che l'insania roteasse nella tenebra.

— Vanina! Isa!

A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu
premuta da due labbra fredde, perdutamente.

— Isa!

Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati
dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio
selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla,
prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete
mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante,
nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva
ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più
occulto.

Non era il bacio dell'amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se
n'accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i
pianti disperati di Lunella copersero.

E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.


Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la
polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere,
la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo
piorno.

Paolo Tarsis la guardò mormorando:

— Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.

Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli
conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree.
S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre
il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano,
diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi
aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime
vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.

— Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?

Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le
grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia
appena udibile.

— Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto?
Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a
quest'inferno.

Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato
all'amore:

— Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere
dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò
quest'inferno.

Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano
ch'ella aveva premuta nel sepolcro.

— Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio
coraggio?

Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella
prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo;
prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava
ogni varco.

— Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota
sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo
di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca
qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla,
dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per
cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà
più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo
nell'anima, in quell'attimo, che questa era la mia demenza. E non so
dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che
qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di
queste pozzanghere, con la faccia nel fango.

Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era
suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come
una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal
fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della
sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte,
con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che
colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch'ella
aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto
gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si
riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come
per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga
dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa
del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo
miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero,
seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della
vista, già scomparsi nella caligine.

— È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che
mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella
che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire
e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se
non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola,
lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza
speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a
un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo.

Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella
parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso
olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca
e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non
ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima
come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne
sia uccisa, non ne muoia.

— Vi amo.

Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a
un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un
suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si
faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli
apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva
avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami?
mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il
tuo desiderio? Diménticati, diménticati....» E seppe quel ch'egli
perdeva, ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli
ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse
potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua
sorte.

— Come risponderò? — disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un
tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. — Come potrò io
separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?

Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come
chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò
intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. — Qual'era,
qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire?
— Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità
fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte.
Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.

— Addio? — gridò allora ella senza grido. — È questa la parola? Addio?

— Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di
quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso,
quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete
sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della
mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò
pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là,
dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di
quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è
rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per
me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che
voi raccoglieste.

Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma
solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma
soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse
irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra.

— Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando
guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra
i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che
al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo
la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro
e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte
di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha
tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha
portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi
dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello
vigilante e distante!

Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la
carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua
si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e
le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le
cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una
inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede
che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella
non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà
può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto
accrescere un male già insostenibile.

«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco
di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo
sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si
prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola
ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse
l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e
inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi
sobbalzarono e si volsero.

— Il meccanico avverte che la macchina è pronta — egli disse.

E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.

— Siamo tornati verso Volterra — egli disse. Ella disse, amara e
violenta:

— Verso la maledizione, verso la dannazione.

Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de'
cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con
la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei
percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca
svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle
nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte,
che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della
strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e
il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane
prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto
tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai
mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra
valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo
Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli
ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di
Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti
infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di
dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo
spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre
grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa
Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni
muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di
tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi
simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore
della Città funesta: «Sacco! Sacco!»

— Addio, Volterra — sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di
passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e
collegati sul monte precipite.

— Chi sa! Chi sa! — disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. — Forse
ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose
gialle.

Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la
via aspettando di riprendere la corsa.

— Forse che sì forse che no — soggiunse, piano, con un sorriso che
poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.

Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli
ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel
cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella
che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma
delle Pause.

Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina
luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate
s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance
coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte
Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe
incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove
Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del
bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.

— Come hanno corso! — disse Vana discendendo nello spiazzo. — Sono già
entrati nell'inferno.

Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li
conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li
accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani,
non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano
rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento
abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano,
scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti
d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle
buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai
tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi
rugginosi e ruggenti.

— È l'inferno.

Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa,
untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta,
che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di
giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse
l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi
s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una
bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine:
pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un
groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e
dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni
altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.

— È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?

Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le
loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel
fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su
l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di
croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe
dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i
piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella
cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno
un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il
macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo:
era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta.
Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava
nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva
nella nebbia crassa.

— Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!

Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa
e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi
chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio
dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido
bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca
smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.

Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole
interrotte.

Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro
girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne.
Lo trattenne con un guizzo di forza.

— Addio — gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.

Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.

— È svenuta?

Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva
di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano.
Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l'ira
sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.

Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la
creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una
parola impressa sul suo stretto viso olivigno fascialo dal velo come da
una benda sacra.

La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in
bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò
sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso
nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più
forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti
fangose doloravano.

— Vana! Vana!

La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col
lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia
il viso esangue.

— Vana!

Curvandosi fin su la gola, a quando a quando ella gridava il nome, con
uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva
che le lunghe ciglia ripalpitassero.



LIBRO TERZO.



— Che orrore! Che orrore! — disse Orietta Malispini ritraendo
graziosamente la sua bocca, piccola rotonda e rossa come una corbezzola,
dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto
in alto, a sinistra del collo, contro la gota, quasi grande come la sua
faccia. — Io non ho dormito tutta la notte.

— Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così — disse Adimara
Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua
giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige
e tiepide del suo sguardo.

— Compresa la catastrofe? — chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento
strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una
gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta
di tabacco bruno.

— La catastrofe ma con salvazione.

— Con Salvatore.... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara.

— Dolly, sei insopportabile.

— Io sono certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si
metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino — disse Novella
Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti
carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento,
ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio
appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che
tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi
caldissimi occhi. — Non ho ragione, Vana?

— Ma non so di chi parli — disse Vana Lunati, che s'era scossa udendo il
suo nome.

— Tu caschi sempre dalle nuvole, Vanina! — fece Simonetta Cesi, ridendo
con quella sua larga bocca dagli angoli rilevati, che all'ombra della
capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di
pino.

— Passione nascosta. Tutti i segni.

— Per chi? per chi?

— Passione non corrisposta. Ahi, ahi!

— Come quella del pastore di Fondi?

— Non vedete che è diventata uno stecco?

— E ogni giorno più scura.

— Con nessuna di voi si confida?

— Con me, no.

— E neppure con me.

— Con me, niente.

— E con me, niente affatto.

— Quanto siete sciocche! — disse Vana con un riso impaziente. — Non sono
stata sempre così?

— La Vergine del Cilizio.

Tutto era odio e oltranza e constrizione, dentro di lei. Ella era là,
seduta nella poltrona bassa, accanto alla sua tazza di tè, accanto alle
paste e alle confetture che l'ospite le aveva accumulate sopra un
deschetto, nella fragranza dei fiori sparsi per ovunque, nel tepore
blando, nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un
poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un'impronta che
rivelava il gusto d'Isabella Inghirami; ma la sua anima nascosta non
respirava se non nel più arido orrore. Turbini di forza nascevano dentro
di lei, roteavano, si dissolvevano. Una certezza le sovrastava evidente
come le cose che vedeva, come le cose che poteva toccare, «Dunque, è
vero. Non c'è dubbio. È vero, è proprio vero» ripeteva dentro di sé con
la continuità di chi, nel primo urto della sciagura, spera tuttavia che
una voce risponda: «No, non è vero. Hai sognato. Rientra in te». Ed ella
medesima, in fatti, si sforzava di sfuggire a quella certezza; piegava
la sua attenzione verso le lievi amiche, verso la futilità della vita;
beveva un sorso di tè, sorrideva a Simonetta; imaginava di essere come
una di loro, contenta del suo bel vestito, occupata specialmente
dall'attesa del gran ballo ch'era per dare Ortensia Serristori, con un
peccato di gola per i pistacchi tostati e salati, con un fidanzato molto
ricco o con un amoretto molto dispettoso. E pensava: «Come siete felici,
come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice! Se io ora
potessi levarmi quest'orribile male, se potessi prendere una cartina di
qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene, se potessi
scrollare da me quest'incubo, sarei felice anch'io. Stasera canterei,
domani ballerei. Ridiventerei bella come nella miniatura persiana.
Proprio stamani ho ricevuto un vestito da ballo, delizioso. Volete che
ve lo descriva, per farvi un poco di rabbia? Mia sorella non è stata mai
tanto generosa con me....» Irresistibile come la frana, una massa
compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti,
schiacciava tutto, seppelliva tutto. Una volontà disperata di nuocere vi
risorgeva per entro, accompagnata da un balenìo d'imagini violente. «Ah
no, no, non posso tacere. Accada qualunque cosa, bisogna che io gli dica
tutto, bisogna ch'egli sappia l'infamia. E se li uccide?» Ella volgeva
su le sue amiche quegli occhi subitamente sbarrati che le faceva ridere
o maravigliare. Era tutta chiara e gaia, in quel pomeriggio di Marzo, la
stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prendere il tè per la
festa del suo nome. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda, in
velluto di lino, ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi
venati e vergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti, e
sopra vi compone con le vecchie figure geometriche novissimi ritmi di
fregi. Ovunque, su i mobili di lacca precisi e nervuti, le rose i
garofani i giacinti le orchidee sorgevano da snelli vasi di maiolica
ricchi di colature intense come smalti. E, in quell'acuta armonia
moderna, le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno
per diventare tigri, una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a
graffiare, una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano
della passione selvaggia.

— Non conosci dunque il fatto di Fondi, Vana? — insistette Novella
Aldobrandeschi, curiosa di scoprire il sentimento della sua amica
olivastra su quella vendetta d'amore che eccitava il suo vecchissimo
sangue maremmano. — No?

— Racconta, racconta! — fece Orietta, piegando la gota su le sue mammole
intiepidite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta,
quasi con due facce gemelle, con una di carne e una di fiori.

— Ah le parole di lui! — fece l'Adimari in rapimento. — «Se mi schiacci
le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi
spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola, sempre
te, in tutto me, a vita e a morte!»

— Mi meraviglio che ragazze «per bene» stieno a sentire di queste
enormità nefande! — disse Dolly Hamilton imitando la smorfia e il tono
d'un catone da circo equestre, mentre soffiava il fumo dal suo nasino
volto all'in su. — Volete voi perdere diffinitivamente il vostro
«reputation»?

Ella pronunziò l'ultima parola, nella sua lingua, con una buffoneria
così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere.

— Simonetta, — gridò Novella irritata — mandala via, che vada a
pattinare.

Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra
sigaretta nel bocchino d'ambra, imperturbabile.

— Che fondo di tragedia è Fondi! — disse Bianca Nerli. — Mio padre ci fu
quando cacciava nelle Paludi Pontine. Un piano di fossi e di macchie
pantanose, un lago morticcio, una città bassa con due cinte di muraglie,
la miseria e la febbre alle porte....

— Il pastore feroce aveva ventidue anni — disse Novella. — La vittima ne
aveva ventuno. Si chiamava Driade di Sarro.

— Che nome strano!

— Era bellissima e intrepida.

— Imagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d'una
rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri.

— Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse.

— Era un ossesso d'amore. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. Beveva i
filtri d'erbe, che non lo guarivano. Chiara t'ha ripetuto le parole del
suo male. Perduta ogni speranza, non potendo più vivere, egli non pensò
che a vendicarsi.

— Ascolta, ascolta.

— L'altra sera, la Driade con una sorellina di undici anni, con un
piccolo cugino di tredici e con la zia ottantenne, dormiva in una
capanna del suo campo, distante da Fondi alcune miglia. Era tardi quando
arrivò a cavallo un fratello di lei, un giovanetto, che scorse un'ombra
presso la porta e riconobbe il pastore. Questi gli tirò due colpi di
fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto, il secondo uccise il cane.

— Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con
traverse perché di dentro non si potesse aprire; e la capanna, fatta di
fascine e di falasco, non aveva se non quell'apertura, poco più larga
d'una feritoia.

— Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto
certi suoi parenti che dormivano in un'altra capanna distante due
miglia.

— Allora il pastore, nella notte, chiamò a gran voce l'amata. «Driade,
svégliati! Sono io. Fuoco per fuoco!»

— E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna.

— Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa.

— E il pastore cantò!

— Si mise a cantare una canzone d'amore, una disperata, e a saltare
intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il
soccorso.

— Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il
grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto.

— Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno
più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci
restarono, a incarbonirsi, in un mucchio.

— Orribile! Orribile!

Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. Le narratrici
eccitate e inorridite si protendevano verso di lei, un poco anelanti
nella gara dell'atrocità, con gli occhi lustri, con le gote accese in
sommo come dal riflesso dell'incendio, ma Dolly tendeva il capo
commiserandole dai suoi occhi beffardi, lunghi e stretti come quelli che
guardano di dietro le fessure della bautta.

— All'alba, le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in
un pannolino, poi furono trasportate a Fondi, per la macchia, dalla
scorta.

— A mezza macchia, il pastore si fece innanzi solo, con la sua
doppietta, e intimò che il fardello gli fosse consegnato.

— Ah, sono certa, sono certa che avrebbe riconosciuto, che avrebbe
sentito nel mucchio le ossa della sua Driade!

— Gli furono puntate al petto le canne delle carabine.

— Allora si gettò sul giumento che portava la soma funebre, riuscì ad
abbrancarla; e, senza una parola né un grido, stramazzò su quella
crivellato dal piombo, su quella spirò, restò.

— Vana, Vana, che ti sembra?

Le fanciulle palpitavano, a quell'apparizione ferina dell'amore
implacabile, come un roseto all'annunzio dell'uragano, inconsapevoli del
loro mistero che portava in sé tutte le sorti. Ciascuna credeva sentire
su la sua morbidezza una mano cruda, ciascuna era una preda e una
vittima. E palpitavano, offerte alla passione che doveva devastarle.

Vana disse, alzandosi, con un viso di morta:

— C'è un'aria che sóffoca, qui. Apri una finestra, Simonetta.

L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi. Per la finestra
aperta apparve un cielo di primavera, verde come l'acquamarina, sparso
di bioccoli rosei.

— Son tornate le rondini! — gridò Simonetta.

— Dove? dove?

— Le vedi?

— N'è passato un branchetto.

Tutte accorsero, col fremito della primavera nel cuore turbato. Si
sporsero dal davanzale, urtando fra loro le falde e le piume dei
cappelli.

— Io non vedo nulla.

Era un tempo umido e dolco. Il calore s'esalava dalle gote accese.
Ciascuna sentiva a traverso la gonna le gambe dell'altra.

— La luna nuova! — gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un
miracolo. — È a sinistra. Fortuna a tutte!

— Dov'è? dov'è?

Si scorgeva appena, nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a
un'armilla spezzata.

— Ecco le rondini! — gridò Simonetta. — Ripassano. Attente!

Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse
insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue
ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami
di mandorlo.

— Le vedo, le vedo — disse Adimara.

— Le vedo — disse Novella.

Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di
terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nova avidità di vivere. Ma
per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto
sieno rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non
venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di
Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa
abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel
piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le
rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima
che, addossata allo stipo della Estense, con la testa appoggiata alle
tarsìe, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a
tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine,
sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo
è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo
consunto.... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché
io non mi scordi». Le parole del poeta ritornavano.

E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le
rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e
accostandola al suo viso di mammole:

— Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne
andiamo?

— Oh, sì, cantaci, cantaci!

Ella scoteva il capo, lasciandosi sorreggere.

— Una cosa sola!

— Una cosa breve breve!

— T'accompagna Novella.

— Perché tuo fratello non è venuto?

— Aveva promesso di venire.

— S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo.

— Via, sii buona, Vanina!

— Una sola cosa!

— Un piccolo _lied_ di Schumann.

— _Frühlingslied_, Vanina.

— _Frühlingslust_, Vanina.

— _Frühlingsgruss_, Vanina.

— _Frühlingsfahrt_, Vanina.

— _Frühlingsbotschaft_, Vanina.

Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani
carezzevoli e supplichevoli verso il pianoforte. Tutte quelle bocche di
vergini, forse già baciate, forse non baciate ancóra, le facevano
intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome
accanto alla parola barbarica. Come la voglia di ruzzare era sempre
pronta a svegliarsi, la litania divenne un coro bizzarro appoggiato sul
frullo della prima sillaba.

— _Frühlingsnacht_, Vanina.

Ella si lasciava cullare e blandire con un'aria di bambina malata e
pietosa di sé, che a un tratto le ammollì il viso olivastro. Pareva
dicesse: «Tenetemi così, non mi lasciate più andare, cullatemi finché
questo male non mi lasci, finché io non ridivenga fresca come voi,
finché io non vi rassomigli!»

— Novella, siediti.

Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca
bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi
d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano.

— Questa.

— No, questa.

— Questa e più appassionata.

— Questa è più triste.

— Oh questa quanto mi piace!

— Non ho voce oggi — diceva la cantatrice, con un languore compiacente,
mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare, ad
annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti
toccare sé stessa.

— Canta sottovoce.

Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi
in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il
dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la
sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui
il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto
più è costretta. «_Ueber'm Garten_....»

Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi
subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la
sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella
cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da
quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata
dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a
cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota
lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio
alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come
sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella
vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo
cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi,
le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei
miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia
nuca! Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi.
Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come
sono! Intatta. Nessuno mi ha toccata ancóra, nessuno mi ha baciata. Non
ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo
davanti a Lunella per chiedergli una delle sue imagini bianche, mi
sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se
non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i
capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si
può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano
nudi per sempre. Vedete come sono! Sono come voi, e non saprete mai
tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute
in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha
maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta
decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non
saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande
vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da
voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori;
perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò
ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio
demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come
l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo
furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in
pace. Vedete come sono! E forse io canto come lui per l'ultima volta,
intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi
lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia, tutto avvelena,
tutto macchia. Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che
non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in
mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so,
toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me
ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto
come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha
toccata ancóra, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho
baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di
sotterra....» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro
di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui
risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente
le ascoltatrici commosse lo respiravano.

Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima
sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera,
indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di
amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione
della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano
verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della
loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano
la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e
le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano in
dietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto
scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che
li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli
neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la
divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che
quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno
sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse
salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in
confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non
dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi
fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo
sentivano presso a traboccare, e lo contenevano.

Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la
pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse:

— L'ultima.

Un poco si scrollò, inarcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col
fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia
sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta
l'ombra nella stanza. Le candele del leggìo la rischiaravano sotto il
mento. Un gran ramo bianco di lilla, alzato da un lungo stelo di vetro
opalino, le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua
persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco
della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più
dimenticarla.

E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole
parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità
pareva prolungarsi in una infinita eco. «_Anfangs wollt' ich fast
verzagen_....»

«Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva
anche il silenzio delle Pause.

Tutte erano fise in lei. Ed ella, che fino a quel punto aveva fisato il
suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in
ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «_Aber
fragt mich nur nicht wie_....»

Allora il pianto traboccò, all'improvviso, perché il pianto era già
all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda
fu Simonetta; e le altre sùbito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò
nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva
rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e
s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non
sapevano perché piangessero.

— Vanina, Vanina, perché ci fai piangere?

Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna
aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da
scendere, poi c'era la strada, la casa, la notte ignota.

— Perfino tu, Dolly! — fece Orietta Malispini asciugandosi la gota
presso quell'altro suo viso di mammole già affloscite.

— Oh, io no — disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere la
sigaretta a una candela del leggìo ove la pagina dell'ultima canzone
portava il segno del pollice che l'aveva calcata. — È tardi, vergini
folli, è tardi. E certo io sarò tanto picchiata che il mio naso
diventerà camuso o aquilino, con grande rammarico del mio flebile Willie
Willow. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice, dagli
Aieta!

— E io in Casa Rucellai per le otto! — disse Novella Aldobrandeschi
riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa.

E ciascuna allora si ricordò della sua sera.

— Addio, Simonetta.

— Addio, amore.

— Grazie ancóra dei tuoi giacinti, Mara. Grazie delle tue orchidee,
Novella.

— Scendi con noi, Vanina?

— Io ho giù la mia _Fraülein_ che m'aspetta in vettura dalle sei!

— Andiamo, andiamo.

Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o
ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le
ciglia ancóra umide.

— Addio, Simonetta — disse anche Vana all'ospite abbracciandola.

La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise
nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una
gentilezza infantile.

— Baciami Isa; e sgridami Aldo.

Giù per le scale, Adimara tenne il braccio di Vana che portava il
rametto. Sul lastrico umido i cavalli delle carrozze scalpitavano, gli
sportelli sbattevano chiudendosi; sonavano gli ultimi saluti. E tutta
quella giovinezza inquieta si sparpagliò per vie diverse, nella sera di
marzo che anch'essa piangeva di gocciole e rideva di stelle.


— Vana! Sei tu?

Ella sobbalzò, pel corridoio scuro. Era la voce d'Isabella che l'aveva
udita passare nell'aprir l'uscio della stanza. Entrambe ora nel
sorvegliarsi avevano acquistata una strana acuità. A vicenda, prima di
udire, prima di vedere, si sentivano.

— Dove vai?

— Esco.

— Prendi con te Lunella?

— No.

— La prenderò io.

— Vado da Simonetta.

— Entra un momento. C'è Aldo.

Dall'interno della stanza la voce del fratello disse:

— Morìccica, ho incontrato Adimara stamani. Ho saputo che ieri la festa
delle compiute donzelle andò a finire in lacrime. Cantasti, sembra, con
la più straziante soavità.

Ella contrasse i muscoli del sorriso, apparendo su la soglia. Aldo era
disteso sul divano. La sensazione d'inesistenza e di lontananza, in cui
ella da qualche tempo si smarriva così spesso, le si rinnovò. Le parve
che quelle parole in quei modi non appartenessero a quegli che pure le
aveva proferite. Ella lo vedeva là, in un'attitudine pigra, ma
guardingo, ritenuto, col suo segreto ben chiuso nella sua fronte
luminosa. Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato
laggiù, tra il fumo dei bulicami, su la ripa maledetta; di lui non
vedeva se non l'aspetto ch'ella gli aveva veduto laggiù, oltrepassata la
piccola porta di pietra carica di nera edera, contro il muro diruto
dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie ancor
calde del vampo canicolare, in una sera di demenza.

— Parlavamo dello Sciacallo — disse Isabella.

Con quel nome sinistro ella designava la matrigna, la seconda moglie di
Curzio Lunati.

— Non lascia mai di darmi fastidio, quando sono qui. Mi pento di esser
venuta via da Roma. Passa la sua vita a congiurare contro di noi, da
quella cameriera licenziata che è. E tutte le cattivèrie che mi fa mio
padre, sono aizzate da lei.

Vana non udiva se non a intervalli, come a traverso una porta che si
aprisse e si richiudesse di continuo. La sorella camminava su e giù per
la stanza discorrendo. E ogni movimento di lei la urtava nel fianco, la
urtava nel petto, la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale
d'un avversario accanito.

— Sai? — disse quella soffermandosi e guardandola, con qualcosa di falso
e d'ambiguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo. — Sai l'ultima?
Mi rimproverano che io ti permetta di uscire sola!

— Ah — fece Vana; e non poté parlare, soffocata dall'odio, dubitando
della verità di quel biasimo, giudicandolo un assaggio scaltro,
presentendo un tentativo insidioso.

L'altra parve divinare l'insurrezione ostile, perché soggiunse:

— Naturalmente, ne ho riso.

E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo
ondeggiante, con quel gioco dei ginocchi, con quella maniera di
soppesare il suo corpo su i suoi malleoli come uno che soppesi nella
mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la ponga sotto gli occhi
ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia, a una perpetua
cupidigia. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza, di sotto alle
palpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava.

— Vado — disse Vana voltandosi verso l'uscio, non sostenendo l'orrore
delle visioni. — Sono aspettata.

Uscì come di fuga. Di fuga traversò il corridoio, l'anticamera; scese la
scala, per l'androne si trovò all'aria aperta, sul lastrico. Respirò
come per sentire che i suoi polmoni erano ancóra dentro le sue costole,
che la sua vita le apparteneva ancóra. Andò diritta innanzi a sé,
provando sotto i suoi tacchi la via dura, con la fronte corrugata quasi
a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza, piantata
là come un cuneo. Non guardava né a destra né a manca, ma costantemente
innanzi a sé, cercando di non vedere i passanti, risoluta a non
arrestarsi anche se l'avversità del caso la portasse all'incontro d'una
persona familiare. Né guardava dentro di sé; perché voleva sfuggire alla
riflessione, all'esitazione, all'abominazione del suo atto. Pensava
soltanto: «M'aspetta. È l'ora. Debbo andare. Vado». Riconobbe
l'imboccatura della via. L'odore delle roselline, che imbiancavano i
cancelli d'un giardino, le fece mancare il cuore. Sentì sopra di sé il
pianto che avevano pianto le sue eguali. «Chi m'ha fatta così? chi m'ha
fatta così?»

La porta era là. Si volse, gittò un'occhiata da un capo all'altro della
via ch'era quasi deserta. Entrò.

Paolo Tarsis l'aspettava. La condusse in una larga stanza, scura di
legni e di cuoi, dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame
rosso. Egli non dissimulava la sua ansietà.

— Che accade? — le chiese, prima ch'ella si sedesse, prima ch'ella
sollevasse il suo velo.

Allora ella si sentì perduta. Tutto il coraggio le si dileguò, il cuneo
della volontà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli, come
una cosa da nulla. Di tutta la sua forza non le rimase se non un
orribile tremolìo nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella
bocca.

— Datemi da bere — ella disse.

— Tè?

— No, acqua.

Strane imagini le balenavano, strani ricordi; e la prendeva una smania
bizzarra di divagare, di dire cose incoerenti e inattese. Ripensava a
quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo
dell'avvoltoio, che il rapace vomita quando è assalito dal nemico, prima
di spiccare il volo. Perché ci ripensava? Guardò intorno smarritamente.
Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavano la struttura dei
volatori di grande specie. Riconobbe sopra una tavola ingombra di libri
e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano.
S'appressò, si chinò a guardare, col petto in tumulto. Nell'effigie muta
e immobile sotto il cristallo, vide dischiudersi il sorriso su i piccoli
denti di fanciullo. «S'egli ora fosse vivo, la mia sorte sarebbe
diversa?»

— Forse egli mi manda — disse, e sùbito si pentì d'aver detto.

Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore ch'egli era già convulso
nell'aspettazione.

— Sedete qui, Vana, sedete.

— Qualcuno m'avrà veduta entrare? — disse ella, avvicinandosi a una
finestra, con un accento singolare di donna prudente, come se quello
fosse un colloquio d'amore colpevole.

— No, non temete. Di rado passa qualcuno per qui.

— E se Isabella m'avesse seguita o m'avesse fatta seguire?

— Non pensate a questo.

— Ma non potrebbe arrivare qui all'improvviso?

— Non potrebbe.

— Perché? Oggi non dovete vederla?

— Sì, debbo vederla, più tardi.

— Qui?

— Ma perché mi domandate questo, Vana?

— So dove, so dove.

— Che avete oggi? Non siete buona.

— Non sono buona. Non sono venuta qui per essere buona.

— Ma sedete, ma parlate dunque!

— Voglio andar via. Lasciatemi andare. Non dirò nulla.

Per la prima volta egli la vedeva di contro a sé così aspra e selvaggia.
Ella aveva parlato come in uno scoppio d'ira. Il viso di lei era come il
viso della creatura che del suo cuore ha fatto una selce da scagliare in
faccia al destino.

— Per questo egli vi manda? — disse Paolo dominando la sua impazienza
spasimosa.

— Chi, egli?

Lo sguardo di lui segnò l'imagine del compagno solo nella custodia di
lutto.

— Ah, la fidanzata — proruppe ella con una voce che era stridula come
un'irrisione maligna — la fidanzata dell'Ombra! Non sono se non quella,
per voi. Ogni volta che vi vedo, ogni volta che vi parlo, sempre sono
quella? M'avete esclusa dalla vita, m'avete messa a fianco del morto che
v'è caro, avete posto una pietra anche sopra di me che pure ero viva,
avevo un'anima, avevo una forza e una purità e un orgoglio da portare su
qualche cima. M'avete esclusa dalla vita di sangue e di luce, per non
lasciarmi vivere se non nel silenzio funebre.... Ah, mi ricordo, mi
ricordo delle vostre parole là su la strada di Volterra; mi ricordo come
m'avete discostata da voi, con quanta dolcezza. Desideraste che io
divenissi un sorriso, che io fossi la memoria immobile di un sorriso....
Forse diventerò, forse sarò; già sono. Già riesco a simulare un sorriso
che vidi scolpito in un sasso che un giorno era stato un uomo, laggiù,
alla Badia, su le Balze, la sera in cui il mio male era più grande della
voragine. Dianzi ho sorriso così, davanti a mia sorella, a mio
fratello.... Mi avete esclusa, mi avete sepolta, e la vita si vendica su
me, su voi, su quella che vi tiene, su tutti i miei carnefici. Tutto è
impuro e tutto si corrompe.

Una ribellione indomabile fiammeggiava nello stretto viso senza carne.
Ella pose le sue dita intorno al suo collo perché la sua anima la
strangolava. Si tolse i lunghi spilli dal cappello col gesto violento di
chi sguaina il pugnale. Si scoprì il capo come già quella sera su l'orlo
dell'abisso. Ma ora il fascino della perdizione era ben più letale, e
nessuno le impediva di gettarvisi.

— Di che m'accusate? — disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a
quell'energia minacciosa. — Di avervi tenuta alta su l'altare d'una
memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere?

— Non accuso, non accuso. Grido, perché tutte le mie ossa gridano come
su la ruota, perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e
bisogna che l'esaurisca per annientarmi. Non so perché, dianzi, mi sia
venuto in mente quel che una sera diceste dell'avvoltoio che rigetta il
suo cibo orribile, quando è assalito, e quando è ferito a morte, e dopo
che è spirato anche. L'odore atroce fa impallidire e mancare chiunque
gli s'avvicini. Non so perché mi sia venuto in mente questo, non so. Ma
io ho tanta ignominia sul cuore, ho tanta abominazione dentro di me che
non posso più reggerla. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu
profanata, fu bruttata più di me? A Volterra, in un piccolo oratorio di
campagna, c'è quell'Imagine che porta i segni delle tre pietre scagliate
dal viandante malvagio. Era il mio rifugio, era il luogo del mio vóto.
Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore, se il mio amore non ha
potuto nulla?

— E che mai avrei potuto io? che posso io per voi?

— Che mai, se non m'amate, se amate l'altra? Nulla, certo. Volete
ragionare? volete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non
accuso, e forse neppure comprendo. Ve l'ho detto: mi sfogo, grido. Fate
conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile.
Non mi ribello contro di voi; finisco come vuole la mia sorte. Tre
indugi sono concessi, tre avvertimenti, tre prove, a qualunque
scellerato. Dopo la terza volta, la tolleranza ha termine. Questa è la
mia terza volta. Tolleratemi ancóra. Pensate ancóra per un momento che
sono viva, che sono una creatura di carne e d'anima, che sono una pena
respirante. «Bisogna dar tutto» comanda una parola divina. Io ho dato
tutto. Non chiedo nulla in cambio; ma mi sia concesso di testimoniare
che ho dato tutto, prima di andarmene. La prima volta, su la brughiera,
non parlai del mio amore; piansi soltanto. La seconda volta, su la
strada fangosa di Volterra, parlai; e mi fu risposto. Questa è la terza.
Invoco forse un diritto? No; la tolleranza che si concede al più
miserabile. Tento d'imporvi la mia pena? No. Voi siete estraneo,
incolpevole: amate l'altra. Ma, giacché professate il culto delle
memorie, umilmente vi domando di ricordarvi che un giorno, un giorno
omai troppo remoto, voi veniste incontro al mio amore, voi lo prendeste
per la mano e lo avvicinaste a voi.... Oh, lo so, lo so: non fu se non
un gesto interrotto.

— Chi può rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un
silenzio?

— Non accuso. Invoco l'indulgenza, cerco di farmi perdonare
l'ostinazione. Tutto può esser dato, qualche volta, per rintracciare il
valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio. Lasciatemi parlare del
mio amore!

Ben era viva, uno stretto nesso di vita ella era, un tenace nodo di
potenza; e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte
era come quel torsello che è imposto al capo il qual debba sollevare
grande peso.

— Non temo di mostrarvi la mia verità. A chi mi confesserò se non a
colui che amo? Questo è un sacramento. «Che cosa hai tu fatto dell'anima
tua?» E bisogna rispondere. Non si perdona a chi abbia vissuto invano.
Io ho dato tutto. La mia anima disperata io l'ho sostenuta con la
speranza, per l'amore dell'amore. Udite questo. La notte che seguì il
vostro arrivo a Volterra, io e mia sorella fummo l'una di fronte
all'altra, così come nostra madre ci fece, senza freno e senza maschera.
Ella era smarrita, ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore
poteva. Tre volte, disse: «Fa dunque ch'egli t'ami». Era una sfida
superba? La raccolsi? M'illusi di poter vincere? E che ho mai fatto io
per vincere? di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancóra.
Quella notte, nel combattimento, ella mi domandò: «Credi tu che l'ami di
più?» Io risposi: «Non di più. L'amo io sola». Avevo già guardato la
morte, mi ero già inclinata verso l'abisso. E volli vivere. Non io volli
vivere, ma il mio amore volle vivere in me. Non ero nata se non per
portarlo. Tutto in me, dalla fronte al piede, era congegnato per
portarlo. E che cosa ho io fatto per attirarvi a me? Vi dissi addio,
laggiù, su gli stagni bollenti. E fino a oggi son rimasta distante come
chi ha detto addio. Ma in certi giorni ho conosciuto la santità di
ardere, d'essere sola e di ardere per ardere. Qualcuno ha detto che la
fiamma è di natura animale. Ah, come l'ho compreso, come l'ho sentito!
Giorni d'ardore, senz'altro sollievo che il sospiro; giorni d'olocausto,
in cui nulla avanzava non consumato....

Egli temeva di guardarla. Teneva il suo capo fra le palme, e guardava il
fuoco semispento nel camino.

— Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: «L'amore più forte
non è quello che vince?» Ah, non è vero. Ho dato tutto, per saper
questo! Ella aveva detto a disfida: «Egli è folle di me.» Sì, una cosa
torbida e trista vi rendeva folle, vi rende folle. Vi amavo io sola, vi
amo io sola. Ma non avevate occhi per me, come ora; non per me, non per
l'inganno....

Egli si volse di sùbito. Ella s'arrestò, si smarrì. E sul pallore e sul
silenzio parve balenare un gran baleno.

Egli la guardò, la considerò, con quel modo ch'egli aveva di prendere la
materia umana e di porla davanti a sé e di dominarla. La parola poteva
essere una rivelazione e poteva essere un trascorso, poteva valere e
poteva non valere; ma egli riconobbe nell'aspetto di lei quel che era la
volontà prima, quel che era la cagione della visita segreta, del
colloquio richiesto. Tenne afferrata la realtà per non più lasciarla: la
sorella era venuta per accusare la sorella. Ma egli stesso fu afferrato
da una tanaglia che non più lo lentò. Tutto il resto vanì, fu abolito.
Il martirio confessato di quella creatura non valse più del tizzo
semispento su gli alari. L'istinto ferino del maschio s'impadronì di
quell'uomo attossicato. Vana credette che le pupille chiare di una fiera
nascosta la spiassero di sotto a quelle palpebre umane.

Egli si conteneva, per non sbigottirla. Ella aveva perduto il suo
coraggio ostile, il vigore della rampogna. Era omai allo sbaraglio, non
buona se non a divincolarsi.

— Continuate, Vana — egli disse, con la voce sommessa, per menomarne il
tremito.

— Non so più.

— Una reticenza? Vi disonora.

— Perché? Che ho detto?

— Avete parlato d'inganno.

— Di quale inganno?

Ella balbettava, sempre più smarrita sotto le pupille chiare di quella
fiera nascosta. Egli si levò, di scatto; le prese le mani. Non le
strinse, non le scosse; ma tutta la persona di lui spirava tanta
violenza ch'ella si sentì come stritolare.

— Parlate, Vana. Bisogna.

— Ah, non fate di me qualcosa di male!

— Perché dunque siete venuta?

— Perché anch'io sono folle.

— Non vi schermite, non vi schermite. Non l'avete già detto?

— Che ho detto?

— Non siete venuta per provarmi che mi amate voi sola?

Egli parlava a bassa voce, tenendole le mani ch'erano fredde e umidicce,
guardandola da presso. Ed ella vide uscire da quelle labbra le parole
ultime, le sentì scendere nel più profondo di sé, come un sorso inatteso
d'ebrezza.

— Sì, io sola — rispose, invasa da un languore mortale.

Egli omai l'aveva in suo potere. L'istinto ferino gli suggeriva
l'astuzia. Tutto poteva egli trarre da quel turbamento. Egli diede un
ardore ambiguo alla sua voce, per turbarla più a dentro; intrecciò le
sue dita alle dita di lei, per meglio tenerla; accostò ancor più il suo
viso, abbassò ancor più la sua voce, per creare il cerchio del segreto.

— Voi sola, voi sola.

— Sì, io sola.

Ella vacillò, ché le giunture le si scioglievano. Egli la sospinse,
lasciò ch'ella sedesse; si chinò, le s'inginocchiò ai piedi. Ella era
come in una intermittenza di sogno e di veglia, era come chi si
assopisce in viaggio e a ogni sobbalzo del legno si scrolla e si
ridesta.

— Ditemi, ditemi, Vana.

— Non è male, non è male?

— No, non esitate. La sorte vi manda a slegarmi.

— Ah, troppo l'amate!

— Non è più l'amore.

— Mai nessun dubbio?

Un gran sussulto la scosse.

— No, no. È orribile. Come può esser vero? Come si può far questo?

Ella spalancò gli occhi. Vide ai suoi piedi un'angoscia bianca come un
pannolino attorto e spremuto da due pugna rudi.

— Dite, Vana, dite!

Egli sentiva le mani di lei divenir sempre più gelide e madide.

— Giuratemi — supplicò ella nell'orrore — giuratemi che, quando saprete,
non farete nulla contro di lei, nulla contro nessuno.

— Sì.

— Giuratemi che stasera non la vedrete, che non cercherete più di
vederla, che andrete lontano....

— Sì, sì.

— .... che non cercherete di lui né ora né mai.

Egli aveva la lingua arida come una scheggia di esca; era tutto
disseccato, dalle labbra ai precordii.

— Lui — accennò con la convulsione delle labbra — lui....

— No. È orribile. È la cosa mostruosa....

— Aldo?

Ed ella gli s'abbattè su la spalla. Egli la respinse, balzò in piedi. E
per qualche attimo tutta la sua vita girò e rombò come una fionda
intorno al suo capo in fiamme.

Quasi in un sogno cupo rotto dai sobbalzi delle ossa ma con un languore
d'amante pur sotto l'orrore, ma con un abbandono avido al potere che
l'avviluppava, ma col presentimento d'una mutazione miracolosa che fosse
per compiersi, ella era discesa a quel punto. «Non è più l'amore» egli
le aveva detto. Nel tumulto e nell'oscurità, uno spirito d'ingenua
giovinezza ancor superstite in fondo all'abominazione aveva risposto:
«Ecco, ti slego. Ecco, sei libero. T'eri già volto verso di me; ora
ritorni a me, ora mi riconosci. Forse m'amavi già, forse non hai mai
cessato d'amarmi. Quell'altra cosa torbida e trista non più ti tiene,
non più t'infetta. E, se io metto le dita su le tue tempie, nulla più
rimane in te, neppure il disgusto, neppure il dispregio. Ti guarisco, ti
consolo, ti rinnovo. Non so se sei tu che mi porti via, che mi porti
lontano, o se sono io che ti rapisco, che ti nascondo. Di tutte le rive,
di tutte le isole che tu hai dentro gli occhi, qual'è la più lontana,
qual'è la più bella?» Come nella notte di Volterra, l'amato le era
apparso vittima di un sortilegio, prigioniero d'un malefizio, che da lei
attendesse la liberazione. Egli aveva detto: «La sorte vi manda a
slegarmi». Non aveva ripetuto: «Egli vi manda». Aveva scoperchiato la
tomba, aveva tolto alfine di sopra lei la pietra sepolcrale.

Con che crudezza, a un tratto, la respingeva! Rovesciata dall'urto
violento, ella era rimasta su la spalliera come una cosa vile e inutile,
come lo straccio strofinato nella bruttura e gittato via. Ma sentiva
l'aria della stanza occupata da una enormità di furore e di dolore
spaventosa. E, caduto il fàscino, al suo accorgimento feminino gli atti
e i detti di lui apparivano quali erano: un gioco perfido per indurla
alla rivelazione, senza pietà, senza bontà, senza promessa. Ella si
raddrizzò, come se l'odio e l'orgoglio le risaldassero le vertebre della
schiena. Si raddrizzò; e con gli occhi sbarrati guardò la passione
dell'uomo, lo spasimo della bestia.

Era come se invisibili branche, se invisibili zanne fossero conficcate
in quella dura carne, sin là dove la natura ha nascosto le fibre del
dolore disumano. Era come una lacerazione incruenta che mettesse a nudo
quanto di più occulto è nell'opaca massa destinata a fallire a patire e
a ricordarsi.

Tanto l'amava? Tanto a dentro egli l'aveva lasciata penetrare nella
radice della sua vita? Chi mai poteva estirparla?

Egli si riavvicinò, con qualcosa di feroce in tutto l'aspetto,
tendendosi verso la creatura già in piedi e in arme.

— Non mi toccate — gridò in lei d'improvviso l'istinto.

Egli ritrasse la mano. Roca era la sua voce.

— Non vi tocco. Ma parlate!

— Di che?

— Come avete scoperta l'infamia?

Di nuovo l'energia ribelle fiammeggiava nello stretto viso senza sangue.
Nessuno aveva pietà di lei; ella non aveva pietà di nessuno.

— Non c'è un destino che sempre mi conduce a vedere quel che non
dev'essere veduto? Voi ne sapete qualcosa.

— Avete veduto?

— Ho divinato, ho veduto, ho udito.

— Che cosa?

— Non mi toccate! — gridò ella ancóra, indietreggiando, con una
selvaggia repulsione di tutto il suo essere.

Certo, nel martirio della sua scienza, non aveva veduto nulla di più
crudo; fra tutte le miserie, fra tutte le ignominie nessuna più atroce
di quella che si rivelava nella convulsione di quella faccia ch'ella
aveva amata, in cui ella aveva adunata tutta la luce della vita. In
verità, in verità, omai ella poteva ripetere la parola divina: «È
compiuto»; e nessun'altra.

— Che cosa? — ripetè egli sordamente.

Ella non rispondeva. Era più facile trarre una voce da quella parete, da
quel legno, da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse
intorno come massi d'inimicizia, che disuggellare quelle labbra. Ella si
rimetteva il cappello, il velo, senza fretta e senza fiacchezza. Egli
aveva ripreso a vagare per la stanza, serrato dalle branche e dalle
zanne invisibili. Ritornò verso di lei; le mostrò di nuovo quella faccia
che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e poi
risollevata tutta contraffatta e lorda.

— Da quanto dura? — chiese con la voce brutale.

Ella non rispose.

— Andatevene, dunque, andatevene! — proruppe egli, forsennato, non
respirando che l'ingiuria e la violenza.

Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto;
abbassò il velo; andò verso l'uscio, l'aprì ella medesima. Egli la
richiamò.

— Vana!

Ella non si volse, traversò l'andito. Un domestico la precedeva per
accompagnarla fino alla scala. Ella aveva il passo fermo, un rigore
quasi lapideo in tutta la persona, una tesa volontà di ripulsa, come per
rendersi intangibile; poiché pensava che una mano potesse a un tratto
prenderla per la spalla e trattenerla. Si ritrovò sul lastrico. «È
compiuto».

Camminò diritta lungo il muro; rasentò ancóra i cancelli carichi di
roselline. «Sono gialle» notò. Senza soffermarsi ne colse una che
pendeva all'altezza della sua mano: era sfiorita; si sfogliò subito. Le
pareva di sorridere, ma veramente non sorrideva. «Viviano, Viviano,»
pensò «credevo che t'avrei riveduto, credevo che l'ultimo saluto sarebbe
stato per te, buon compagno».

Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra, ella
rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù, alla Badia,
uscente dalla parete come una di quelle figure estinte che l'intonaco
ancor serra presso il grande cavallo bianco. «Un sorriso in una pietra.
Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età!
Io ho vent'anni; e so troppe cose. Tu sei impietrato, sei scolpito, non
ti muti più. La bestia orribile non si affaccerà all'improvviso fra la
tua fronte e la tua gola». Ella batteva le palpebre come per cacciare
l'imagine della faccia bestiale, dianzi veduta tra la fronte e la gola,
del suo amore; che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla.
Quella ancóra la sconvolgeva, la inorridiva. Ma, se fosse riuscita a
cancellarla, le sarebbe quasi parso di non soffrir più; perché in quel
punto aveva l'illusione d'essersi liberata da tutto il resto. Era come
se le avessero capovolta l'anima, come se fossero andate al fondo tutte
le cose infeste che la strangolavano e fosse venuta nel luogo loro una
parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema
pace. «Tutto è compiuto. Tutto è consumato».

Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura
publica. Era d'un bianco qua e là giallastro, con la testa bassa tra due
gran paraocchi, con un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate.

— Vuole? — domandò il cocchiere, rubicondo e lustro.

Ella mise il piede sul predellino.

— Dove La porto?

Ella voleva rispondere: «Alla Badia». Diede l'indirizzo di Simonetta
Cesi. Il cavallo bianco trotterellava zoppicando; e la sua lunga schiena
stecchita s'abbassava verso la spalla sinistra, a stratte. Per non
guardarla, Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un
palazzo, il lieve cielo come sparso di piume, un grande albero della
Giudea fiorito in un giardino. Cercò anche una rondine a volo, un nido
di rondine in una gronda: inutilmente. «Simonetta, Simonetta, che dirai
domani? Piangerai un'altra volta? Ah, se tu sapessi quanto male fa
l'amore, a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa, e anche
la Driade. Dio ti guardi, sorella allegra!» Diede al cocchiere un altro
indirizzo, il suo proprio. S'appoggiò indietro; e guardò il cielo,
respirò la primavera, cercò una rondine in una gronda. L'ansietà la
riprese; di nuovo il cuore le si torse; l'anima le si rivolse, e le cose
crudeli la strangolarono. «Isabella è già uscita? Va dov'egli l'aspetta?
E che accadrà? S'egli la uccidesse....» Con un gran sobbalzo ella rivide
quelle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano
toccata, non avevano osato più toccarla. «Perché ho fatto questo? Per
vendicarmi? La vendetta è una gioia. E qual'è la mia gioia? L'ho fatto
per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. L'ho
fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel
lordume della vita è una maniera di morire». E la sua inconsapevolezza
profonda, di sotto alla sua scienza funesta, si tendeva verso il mistero
in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. «Isabella va
ogni giorno laggiù dov'egli l'aspetta, e Aldo non lo ignora. Spesso ella
s'indugia, non torna se non a tarda notte, qualche volta al mattino; e
Aldo non lo ignora.» Senza comprendere, ella rimaneva come sotto un
incubo deforme, con un misto di ribrezzo e d'ambascia. Scorse nella
vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in mezzo a un fascio di
capelvenere. Fece fermare la vettura; discese; entrò, comperò i fiori.
Li tenne su le sue ginocchia, stringendo i gambi con le due mani.
Nell'orrore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso
l'Ombra. Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti
e puri come quelli di un bimbo; e sentiva che veramente nessuna creatura
umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ebbe onta
della sua ribellione insensata contro quella tutela funebre. Disse, come
sul sentiero della Badia: «Fra poco, fra poco verrò».

E allora le figure del caso, — quelle rose, il cavallo bianco, il muro
scrostato, la disparizione delle rondini — furono i segni che la
conducevano verso il compimento. E tutto, da quel punto, fu segno e
indizio e fatalità.

Scese davanti alla sua porta. Seppe dal portiere che Isabella era
uscita, che Lunella era rientrata. Salì all'appartamento della
sorellina. Udì la voce di Miss Imogen che recitava nel suo idioma il
ritornello d'una vecchia leggenda. Si soffermò; spiò, non vista.

Lunella era seduta accanto alla finestra, simile a un gentile paggio,
vestita di velluto fulvo, col suo largo collare di merletto, co' suoi
fiocchi di nastro che le ritenevano il peso dei capelli alle tempie.
Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. Ai
suoi piedi Tiapa era seduta su la seggiolina dorata, in un abbigliamento
suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne, tutta seta e ricami,
come una minuscola Infanta. E Miss Imogen, smilza e biondiccia, con
quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella, in piedi
presso i vetri, leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio.
«E quando tornerai tu dal viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi,
— e quando tornerai tu dal viaggio? — E ben so che non ho altri che te.»
— «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.»

Vana tratteneva il respiro, spiando per mezzo ai lembi della tenda. La
stanza era chiara e tranquilla, con la sua tavola, con il suo leggìo,
con la sua scansia di libri, con la sua lastra di lavagna ove restava
disegnata dal gesso una figura geometrica. Lunella era intenta alla sua
arte, sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le
riusciva difficile, secondando con le dita abili l'arrendevolezza del
foglio che le si volgeva per ogni verso. A ogni risposta del figlio ella
s'interrompeva per un attimo, sollevava le palpebre ombrose e guardava
il libro. Poiché stava ella di profilo contro la luce, Vana in
quell'attimo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per
traverso splendere come topazii. «Quando l'alba si leva a tramontana, —
o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando l'alba si leva a
tramontana? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando le pietre
nuotino nel mare, — o cara madre.»

Nella breve interruzione il cuore di Vana pareva arrestarsi. Per un
attimo la piccola sorella rimaneva attonita, come se sùbito non
comprendesse quegli strani modi che dissimulavano la sentenza tremenda;
poi reclinava il capo e riprendeva il sottile suo lavoro, inconsapevole
di ciò ch'era sospeso su la sua chioma d'angelo magnifico.

«Quando le pietre nuotano nel mare, — o figlio mio gioioso, dimmi,
dimmi, — quando le pietre nuotano nel mare? — E ben so che non ho altri
che te.» — «Quando le piume sienvi come piombo, — o cara madre.»

Non il pensiero dominante della morte ma il gelo stesso della morte
allora fu nella misera che di dietro la tenda assisteva allo spettacolo
di quella vita ignara. Ella s'agghiacciò tutta, dalla nuca alle
calcagna. La figura dello spettro entrò nella sua immobilità. Le parve
non d'essere sul punto di trapassare ma d'essere già simile al
trapassato che ritorna nella sua casa come un testimone invisibile e
guarda le creature familiari vivere senza terrore sotto le sciagure
imminenti.

«Quando le piume sonvi come piombo, — o figlio mio gioioso, dimmi,
dimmi, — quando le piume sonvi come piombo? — E ben so che non ho altri
che te.» — «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti, — o cara madre.»

Ella fece un passo di là dai lembi della tenda. Lunella si volse, lasciò
cadere la carta, balzò in piedi, le corse incontro, la cinse con le
braccia e pose il suo viso nelle rose.

— Per me? per me? per Forbicicchia?

— No, queste no.

— Perché?

— Perché sono gialle.

— E che importa?

— Sono per me, sono per Morìccica.

— Tutte?

— Tutte.

— Dammene una!

— Lasciami sedere, ché sono tanto stanca.

— Perché sei stanca?

— La primavera affatica. Non la senti tu?

— Me m'assonna, mi mette tanta voglia di dormire. Dormo anche con gli
occhi aperti. Dammene una!

— Non si può.

— Perché non si può?

— Perché una.... porta sfortuna.

— Chi l'ha detto?

— Te lo dico io.

— E perché lo dici?

— Perché lo so.

— E come lo sai?

— Sta a sentire. Una volta una bambina, che non si chiamava Lunella ma
era dolce come Lunella, si partì di lontano lontano, dall'estremità
della terra, da un paese che si chiamava Madura, dove c'era un Dio che
si chiamava Visnù; si partì sola sola, a piedi nudi, per portare una
rosa: una rosa gialla. E la portò, e la diede; ma quello che l'ebbe,
sùbito morì.

— Oh no!

La forza misteriosa del sangue si rimescolò, a quell'accento. Era come
un'eco ritornante, come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi
profondi. Vana credette riudire sé medesima in quelle due sillabe
esclamate, sé medesima nella remotissima ora. Quell'accento era sorto
all'improvviso dal penetrale della stirpe, ove le geniture segnarono i
più lievi segni del riconoscimento, lievi e pure più certi d'ogni altra
affinità carnale, palesati a quando a quando con un'aria, con un tono,
con un gesto, con uno sguardo.

— Sorellina, sorellina, perché tanto mi somigli? — disse Vana, invasa da
una commozione che non poté nascondere.

E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante; e la tenne. E
quella non si disciolse ma restò nella stretta, nella calda tenerezza;
vi s'accomodò con piccoli moti dei muscoli come per meglio aderire,
sentendo un calore materno esalare da quelle braccia e penetrarla, un
calore materno che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo
petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva
carezzate entrambe nel tempo felice.

«E quando tornerai dal tuo viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi,
dimmi, — e quando tornerai dal tuo viaggio? — E ben so che non ho altri
che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.» Il
ritornello, non come verbo ma come melodia, ondeggiava sul cuore di
Vana, forse anche su l'altro piccolo cuore. Su i vetri della finestra
pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe
delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non
giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. «Quando le pietre
nuotino nel mare, — o cara madre.»

Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata; e l'anima le venne meno,
di struggimento. Non si mosse, non diede il più lieve crollo. Come Miss
Imogen apparve all'uscio, con gli occhi ella le accennò di non
appressarsi. Quella si ritrasse. La bimba dormiva con la gota contro la
spalla della sorella, abbandonata su le ginocchia che la reggevano. Vana
sentiva l'odore e il tepore dei capelli, il respiro quieto, tutta la
gracilità sensibile delle ossa. Ascoltava il silenzio: le cose vi
calavano a fondo come in un mare. «Quando le piume sienvi come piombo, —
o cara madre.»

S'era fatto il vespro. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. Forse
la stella già tremolava sul più alto cipresso del giardino. La prima
squilla della salutazione angelica mosse un'onda che le inondò i
precordii. «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti....» Ben era
quell'onda stessa che le saliva alle ciglia, che traboccava. La
contenne, la riversò dentro, per tema che le gocciole calde scorressero,
cadessero sul viso di Lunella, la risvegliassero. «Ah dormire, dormire,
non saper più nulla, non ricordarsi più di nulla, entrare così nella
pace, senza risveglio!» Ella pensò che un giorno, per essere felice e
per ringraziare il Cielo d'esser nata, parve le bastasse di appoggiare
il capo sopra un petto crudele e di piangere un poco e di addormentarsi
e di non svegliarsi più. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto,
ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva
rispondere per ambagi sempre la parola disperata.

Le campane sonavano; l'ombra s'incupiva; il respiro di Lunella era
eguale. Il sopore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. «Fin che
tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!» Le palpebre di Vana
s'appesantivano; il suo respiro s'accompagnava al respiro innocente. Il
tempo fluiva nell'oscurità.

D'improvviso nell'oscurità un grido si levò, un grido di terrore; a cui
un altro grido rispose, ché anche la misera nella confusione del sonno
era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo, e
tutto il corpo sobbalzare convulso.

— Vanina! Vanina!

Gridava come se morisse o vedesse morire, gridava come nelle tenebre del
sepolcreto.

Sbigottita Imogen accorse, fece la luce, vide le due sorelle aggrappate
l'una all'altra e smorte.

— Mio Dio! Mio Dio! Che accade?

— Nulla, nulla. Lunella s'è svegliata e ha avuto paura del buio.

La piccola tremava ancor tutta, e Vana non riusciva a domare il suo
proprio tremito.

— Quanto tempo è passato? È tardi? Che ora è?

— Sono quasi le nove — disse Imogen.

— Così tardi? Bisogna che tu mangi, piccola cara, bisogna che tu ti
faccia servire il tuo pranzo.

— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare! Rimani con me stasera.

— Sono ancóra così, vedi? Bisogna che mi svesta. Poi torno.

— Non te n'andare!

— Ti dico che torno.

Ella baciò l'inquieta. Prese il mazzo delle rose. Si volse per uscire.

— Vanina, torni?

— Torno.

La piccola la seguì fino alla soglia. Ella s'allontanò di corsa per
l'andito. Il singhiozzo frenato le rompeva il petto.

Scese la scala, si diresse verso le sue stanze. Non incontrò nessuno.
Tutta la casa le parve deserta e sinistra. Chiamò:

— Francesca!

La sua cameriera non rispose. Chiamò:

— Chiara!

Entrò. Posò i fiori sul suo capezzale. Non reggendo all'ansia, uscì;
corse verso l'appartamento d'Isabella.

— Chiara!

La donna rispose. Era là, nella camera da letto.

— Isabella è tornata?

— No, signorina. Ha fatto sapere che non torna, che non s'aspetti.

— Come l'ha fatto sapere?

— Ha chiamata me al telefono.

— Di dove?

La donna chinò gli occhi, con un sorriso compunto.

— V'ha parlato ella stessa? Avete udito la sua voce?

— Sì, signorina.

— Verso che ora?

— Mezz'ora fa.

— Bene.

Un'amarezza così atroce le torse lo stomaco, che la donna credette
avesse riso. Era veramente più atroce che il vomito funebre
dell'avvoltoio.

— E mio fratello è rientrato?

— È rientrato, s'è vestito ed è uscito di nuovo. Pranzava fuori.

— Francesca dov'è?

— Credo sia giù in guardaroba.

— Chiamatela, che venga su da me a spogliarmi.

— Vuole che La spogli io?

-No.

A un tratto, le faceva ribrezzo. Era lo stesso modo, era la stessa voce
della notte di Brescia. Come avrebbe potuto ella lasciarsi toccare da
quelle mani?

— Che ordini ha per il pranzo?

— Nessuno.

— Non pranza?

— Non ho voglia.

— Si sente poco bene?

— Chiamate Francesca.

La donna uscì. Ella rimase nella vasta camera di damasco verde, che
odorava di gelsomino come l'estate del giardino di Volterra. Il gran
letto era preparato; la lunga camicia molle e trasparente era posata su
la rimboccatura orlata di pizzo. Su la tavola della specchiera
brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze,
scatole di cosmetici, pettini e spazzole di varia densità, in bacili o
in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi
altra arte, tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del
corpo trionfale.

Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura
ondeggiante con la pieghevolezza delle malvage murene. — Aveva vinto,
aveva vinto ancóra! Ancóra una volta, certo, aveva inebriato di voluttà
e di menzogna la bestia ruggente! Era incolume. L'ora del pericolo era
trascorsa. Non schiacciata dall'ira, non gittata sul lastrico ma
creduta, ma temuta, ma ripresa, a rabbia e a infamia della delatrice. —
Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. Ella rivide la bestia
orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato
sopra la vita e sopra la morte. E dalla selvaggia repulsione risorse la
forza; si raddrizzarono le vertebre nella schiena, un tenace nodo di
potenza si riformò nell'anima; un sovrano dispregio fiammeggiò nello
stretto viso senza carne, sotto la massa della chioma piantata intorno
alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba
sollevare grande peso.

Sùbito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. Seguendo
un ricordo ben distinto, cercò intorno, qua e là. Vide luccicare quel
che cercava: un pugnaletto turchesco dal manico di calcedonio, già
appartenuto a quell'Andronica Inghirami il cui nome è scolpito nella
pietra fessa d'un architrave, alla Badia, insieme col nome d'Ugo
Riccobaldi, sopra uno scudo a tre stelle. Lo prese, lo nascose, uscì.
Tornò alle sue stanze.

Vigilò sé stessa come il guerriero il quale tema che un pensiero ignavo
penetri per la fenditura del suo casco. Non ebbe pietà di sé, né di
nessuno, fuorché di Lunella. Resistette alla tentazione di rivederla;
resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante:
quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia, quella di portarla
via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. «Dio ti
guardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale, io stessa ti guarderò come
dianzi quando tu non mi vedevi.»

Ella sapeva come la salma si ponga in apparecchio di sepoltura: si
ricordava di sua madre. Apprestò il suo giovine corpo, scarno e forte
come quello d'una Martire indomabile. Lo purificò. Si lasciò pettinare,
pazientemente. Scelse la più bella delle sue vesti bianche. Evitò di
guardarsi nello specchio per non essere indotta a commiserare la sua
giovinezza. Ma era tanto bella nel suo rigore adamantino, che la donna
non poté trattenere una parola di maraviglia.

— Andate con Dio, Francesca.

— Domattina chiamerà?

— Chiamerò.

Rimasta sola, chiuse le porte. Trasse il pugnaletto d'Andronica; lo
sguainò, lo mirò, ne provò la punta su l'unghia del pollice. Un brivido
le raccapricciava tutta la carne; ma il cuore le restò prode. Ella posò
la lama presso il fascio delle rose, per consacrarla. Scacciò da sé le
ultime imagini acri, che ancóra tentavano di assalirla. Volle essere
intenta a una sola. «Eccomi. Sono pronta.»

Rivide l'eroe supino, avvolto nella rascia rossa del guidone, con
intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della
tempia. E la visione fu evidente come se il rude letto da campo fosse a
fianco del letto verginale.

Andò alla finestra, l'aperse: la notte era stellata ma fredda su gli
orti cupi di cipressi e di allori. Con gli occhi d'incorruttibile smalto
salutò le giovani stelle nel cielo di primavera, riconobbe il Carro, le
Guardie, le Pleiadi; mentre la mano sentiva battere la forza del cuore
sotto il costato, cercando l'interstizio.

Non richiuse. Spense tutte le lampade, tranne una presso il capezzale.
Si scalzò, salì su la proda, si distese, congiunse i piedi come
offrendoli alle pastoie d'argento. Risollevò il busto per porre su i
nudi piedi congiunti le rose, come ad osservare il rito del connubio
funebre. Spense l'ultima lampada. Tenendo stretta l'elsa gemmea nel
pugno, si riadagiò col capo su que' suoi capelli tanto fieri che
sembravano nutrirsi del suo coraggio.

Allora si sentì bella di quella bellezza che a traverso le lacrime ella
aveva veduta soltanto sul volto dell'eroe supino.

E il resto fu silenzio.



Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa, poco dopo lo sciagurato
dibattito. Aveva raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore
e il suo furore. Aveva esitato, prima di dirigersi verso il nascondiglio
dei suoi piaceri. Poi aveva risoluto di affrontare il rischio.

Contratto sul suo spasimo, aspettava la donna.

Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur
sempre assomigliare a Ornìtio, con la bocca splendida a traverso il
velo, con l'impeto e con la grazia in ogni piega delle sue vesti.

— Aini, Aini, sono qui. Dormivi?

Egli non s'era levato, non le era andato incontro, non l'aveva di sùbito
avviluppata nel suo desiderio inesausto, non le aveva sollevato il velo
con la mano impaziente per divorarle le labbra, non l'aveva abbattuta
sul tappeto ancor tutta anelante, come un violatore micidiale,
rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza.
Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito dal sonno?

Ancóra col barbaglio dell'aria aperta, non lo vedeva bene sul divano
immerso nell'ombra. Rapidamente si tolse il velo e il cappello; poi,
sfilandosi i guanti, si avvicinò, si chinò verso lui muto. Non più
abbagliata, scorse d'improvviso gli immobili occhi che la guardavano; e
gittò un piccolo grido.

— Ah, Paolo! Mi vuoi spaventare?

Era come in quel giorno marino, come quando ella aveva raccolta presso
il davanzale la rondinella loquace.

— No, no. Lo sai che ho paura. Non mi guardare così!

Ella indietreggiava, con un riso convulso, come quando aveva lasciato
cadere dalle mani tremanti la tiepida prigioniera.

— Perché mi fai questo? Lo sai che non voglio. Non voglio che tu mi
guardi così, Paolo.

E il riso già somigliava al singhiozzo, come allora.

Ella indietreggiava, ma egli non si levò. Una parola vituperosa, quella
che svergogna la femmina da conio, risonò cruda fra le quattro pareti. E
poi si fece una pausa, come dopo un colpo che atterra.

— Che hai detto?

Atterrata ella non era ancóra; ma certo qualcosa di lei era piombata a
terra, se bene ella restasse in piedi. Le sue gambe s'agghiacciavano; il
suo cuore pareva come retrocesso verso la schiena, come aderente alle
vertebre, vuotato di sangue. Aveva traudito?

La parola di vituperio risonò la seconda volta, più cruda.

— Impazzisci?

— No. Nettamente dico quel che sei.

E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso.

— Ora vattene.

Egli si levò, minaccioso.

— Impazzisci? — ripetè ella, con la voce che le si rompeva tra le
mascelle come sconnesse.

— Vattene, se non vuoi che io ti getti su la strada.

— Paolo! Paolo!

In un baleno ella aveva compreso. Aveva la colpa nelle midolle, che
gridava contro di lei. La sua faccia pareva distrutta, simile a un pugno
di cenere. Non una vena in lei, che non fosse vuota; non una giuntura,
che non si snodasse; non un muscolo, che non tremasse sotto la pelle
abbandonata dal calore. Era stroncata, era perduta, era un fasciume da
gettare sul lastrico, veramente. E una forza pronta proruppe dal suo
profondo per salvarla, una forza che le rimise il cuore nel mezzo del
petto, che le riempì le vene, che le rannodò le giunture, che le rassodò
i muscoli, che le ricolorò la faccia, che le concitò la voce: la forza
viva e invitta della menzogna, più potente che i nervi i tendini e il
sangue. L'uomo, che l'aveva annientata, la vide moltiplicarsi come un
mostro che schiacciato rinasca e si rigonfi e si dirami in più tentacoli
tenaci.

— Che pazzia t'ha preso, così, a un tratto? di che t'hanno abbeverato
per farti così bruto? Mi ingiurii, mi scacci; e credi che non sia
necessario dire una qualunque ragione! Sei un insensato. Ho pietà di te.

Lo sdegno esalava dalla sua attitudine, ardeva nella sua parola. Senza
grido, quasi pacato, egli confermò:

— Ho detto quel che sei. E nessuna della tua specie ti eguaglia
nell'impudenza. Non vale che io parli.

— Esigo che tu parli.

— Quel che hai fatto, lo sai bene.

— Mi sono data a te senza misura. È il mio torto!

Ella era là, discosta, in piedi; ed egli voleva ancor più separarla da
sé, respingerla nell'abominazione, vederla scomparire. Ed ella era
ancóra là, per lui, come la sola cosa viva nell'Universo, la sola cosa
alzata sul suo varco. E v'era per lui un solo varco, un solo cammino, un
solo orizzonte: ed ella glielo serrava. E sentiva di non poterla
abbattere, se non per giacerle sopra, per distruggersi in lei.

Disse, con parole aride e rapide che gli passavan tra i denti come i
carboni accesi tra le dita di chi li raccoglie scottandosi per evitare
l'incendio:

— Tanto la misura t'è ignota, che hai un amante perfino in casa tua, hai
pervertito perfino chi ti vive accanto, sotto gli occhi delle tue
piccole sorelle....

Ella balzò, gridò d'indignazione irrefrenabile.

— Ah vile, folle e vile! Come osi di gettarmi in faccia questo dubbio
mostruoso?

— Non è dubbio, è certezza.

— Folle e vile!

— Il dubbio tu stessa ti sei piaciuta di suscitarlo, di eccitarlo, per
la frenesia malvagia delle torture, quante volte, con quanti modi
ambigui! Tu lo sai. Io me ne ricordo. Porto le bruciature. Ma pensavo
che tu ti eccitassi col fantasma della colpa, per una delle tue tante
perversioni crudeli. Non credevo possibile la duplicità in una creatura
che ogni giorno si torce urla agonizza nelle mie braccia e ogni giorno
mi chiede di più e si dona con più furore....

— Tu stesso mi difendi. Con questo mi difendi tu stesso, dimostri tu
stesso la tua demenza.

— «Capace di tutto!» Ti ricordi? ti ricordi su la via di Mantova? Questo
mi rispondesti, questo mi dichiarasti. E promettevi il dolore e
l'obbrobrio con le parole oscure, e minacciavi tutto il male. Ah,
t'avessi scagliata nella polvere, avessi schiacciato me e te contro quei
tronchi, avessi annientata la tua perfidia e la mia sciagura!

Ella era fissa. Qualcosa come un flutto dell'anima saliva di dentro e
velava la sua sfrontatezza. La sua menzogna ora pesava alla sua
passione. La necessità della discolpa la umiliava. Quell'uomo doloroso e
iroso, simile ad ogni altro uomo nella rampogna nel dispregio e nel
castigo, le sembrava ottuso e tardo. Ella avrebbe voluto rispondere: «È
vero. Mi ricordo. Anche dissi: — L'amore che io amo è quello che non si
stanca di ripetere: Fammi più male, fammi sempre più male. — Ah, perché
voi siete come tutti gli altri? perché la vostra gelosia è così cieca, è
così ferina? Vi amo sino alla morte. Questo è certo. Se voi ora
veramente aveste la forza di scacciarmi o di fuggire, io non saprei
continuare a vivere. Quel che di me più vi brucia e vi crucia, la mia
carne, si disseccherebbe, non si nutrendo se non della vostra. Eppure,
la colpa di cui mi accusate, io l'ho commessa; e vorrei non discolparmi.
L'ho commessa per amore dell'amore, perché non è vero che la perfezione
dell'amore sia nella congiunzione di due; e questo gli uomini sanno ma
non osano confessare. L'amore, come tutte le potenze divine, non si
esalta veramente se non nella trinità. E questa non è una dottrina
perversa, non è un gioco di perfidia, in me, ma è un verbo testimoniato
col martirio, col più dolente sangue del petto. Un tale amore disdegna
la felicità per un bene ignoto ma infinitamente più alto, verso cui
l'anima si tende di continuo rapita dal più puro dei dolori, che è il
dolore disperato; mentre la coppia richiede il giogo e n'è gravata
sempre, e n'è curvata verso la polvere o verso la gleba, e forse è
inevitabile che la guidi il bifolco avaro. Ah, quando finalmente
l'amante non sarà più lo stupido nemico ma il fratello pensoso e
voluttuoso? Lo so, lo so: voi non potrete mai comprendere. Vi sarà più
facile toccare le stelle nel volo, che avvicinarvi al mio mistero.
Nessuna parola e nessuna lagrima varrà mai a persuadervi che non ho
ceduto al vizio deforme ma a questo senso divino del patimento, ch'io
porto in me. Non ho cercato né ho dato il piacere; ma ho presa nella mia
mano tremante un'altra mano tremante per scendere a trovare il fondo
dell'abisso, o forse del tempio sotterraneo. Non ho fatto opera di carne
ma di triste iniziazione. E anche per voi, taciturno che non parlate se
non ad offendere o a delirare, anche per voi io sono una scienza: non
sono una felicità né sono una sciagura ma una scienza severa.»

A capo chino, assorta, ella fece qualche passo verso il divano: vi si
abbandonò quasi prona, e si coprì la faccia con le palme. Quella sua
pallida nuca, pudenda come il sesso, e le sue spalle piane, l'incavo
delle sue reni, la sua cintura, e il suo fianco e la sua lunga coscia
obliqua e in parte fuor della gonna rappresa i fusoli delle gambe
apparivano. Ella era assorta nelle sue penose ambagi in cui la sua anima
avviluppava la sua novità invece di liberarla; ma turbava intanto con la
sua groppa il maschio.

— Taci? — diceva egli ottusamente, dominando la voglia orribile di
gettarsi addosso a lei e di straziarla. — Ora taci? Confessi?

La violenza contenuta di lui la affaticava, quelle domande roche la
stancavano come un clamore importuno. Ella lasciava fuggire da sé la
forza della menzogna. L'eloquenza della difesa le diveniva
intollerabile. Prona, quasi in un'attitudine d'invito al desiderio, ella
comprimeva l'enormità della sua vita segreta così cupa di onde cozzanti
che di continuo si frangevano e schiumavano al limitare d'un antro in
fondo a cui stava nascosta la Sirena dell'inaudito carme.

— Da quanto dura l'infamia?

Ella aveva commiserazione di lui che tanto in quel punto somigliava a un
altro uomo, a un altro amante; il quale, credendosi ingannato, l'aveva
assalita quasi con le stesse domande, quasi con gli stessi gesti.

— Forse già, prima d'incontrarmi e di tentarmi, tu l'avevi corrotto. Già
a Mantova, quel giorno, c'era nelle sue affettazioni qualcosa di
lubrico....

Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal
dissimulata bramosìa, quella doglia angusta come ogni doglia carnale,
come un bruciore, come una slogatura, come un taglio. Ancóra una volta
ella vedeva l'uomo diminuito, trasformato in noiosa belva; vedeva
l'Amore chino su quattro piedi e privo della bella fronte. «Ah, non mi
dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per
svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me quale sono, che tocchi
me quale sono, e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio
profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma, questa mia novità
nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e
per cangiarmi. Dimmi quella parola; o taci, e flagellami!» E la fronte
del fratello, e l'ardua malinconia di quelle pupille così perspicaci, e
quelle labbra così cupide e così scontente, e tutte quelle linee di
pensiero e di divinazione, e tutte quelle vampe di precocità terribile
emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva
perfino l'energia di mentire. Ella non ascoltava più, ma udiva nella
voce il ruggito soffocato del desiderio.

— Non rispondi?

Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. Ella
rimaneva inerte, aspettando. Egli la lasciò, indietreggiò, con un gran
fremito:

— Vattene, — disse — vattene. Non voglio ucciderti.

Ella si levò e disse:

— Vado.

Erano l'una di fronte all'altro. Ella non lo guardava ma sapeva che
tutta la vita di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza
né umana né divina avrebbe potuto opporsi.

— Vado.

Si volse per raccogliere i guanti, il cappello, il velo.

— Addio.

L'addio le restò tra i denti. Il maschio già s'era precipitato sopra
lei, l'aveva atterrata, era caduto in un viluppo. E col pugno la
percoteva sul viso, su le braccia, sul petto, ruggendo la parola
vituperosa.

Ella non gridava né si difendeva, ma a ogni colpo gemeva un gemito
sommesso, quasi una implorazione senza suono, che somigliava il gemito
ond'ella aveva accompagnato il miracolo del primo bacio, debole come il
fiotto d'un bambino infermo. Sentì il noto sapore dolciastro nella sua
bocca, e non d'una sola stilla; e poi sentì l'altra bocca schiacciarla,
più pesante del pugno, e i colpi cessare, e le mani passare a un'altra
violenza, e la carne penetrare la carne come il ferro che sventra. E
nella lividezza del crepuscolo, in fondo a quella stanza d'amore, tra le
quattro pareti ch'erano quattro testimonii di silenzio e d'ombra, fu la
mischia feroce di due nemici legati per il mezzo del corpo, fu l'ànsito
crescente nel collo gonfio di arterie da recidere, fu lo squasso
rabbioso di chi si sforza strappare dall'infimo le più rosse radici
della vita e scagliarle di là dal limite imposto allo spasimo degli
uomini.

L'uno urlò come se in lui si compiesse lo strappo atrocissimo; si
sollevò, poi ricadde. L'altra si scrollò, con un rantolo che si ruppe in
un pianto più disumano dell'urlo. Ed entrambi rimasero abbattuti sul
pavimento, nel barlume violaceo, sentendosi ancor vivi entrambi e lordi,
ma con qualcosa di esanime fra loro, con i resti di un oscuro assassinio
fra i loro corpi disgiunti. Ed ella non cessava di piangere.

Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra
s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il
rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto.
Ed ella non cessava di piangere.

Il suo pianto era come il pianto di Lunella, era come il torrente,
strabocchevole, senza freno. I singulti precipitati parevano soffocarla;
nelle lacrime tutto il suo viso pareva stemperarsi.

Ed egli si trascinò sul tappeto, carponi, per un tratto. La prima
squilla della salutazione angelica giunse nell'ombra che s'incupiva. Ed
egli s'arrestò, perché uno scroscio di pianto più alto gli ritolse la
forza, lo rifece spoglia vuota e miserabile.

— Isabella! — chiamò egli tremando in tutte le ossa.

Ella non cessava di piangere. Egli s'alzò in piedi, brancolò su la
parete. Uno sprazzo di luce rischiarò la stanza. E allora egli vide la
donna atterrata e devastata raggrupparsi in sé stessa, rannicchiarsi
come una povera bestia sbigottita, incrociare le braccia sul volto,
nascondersi. E il cuore gli si divise.

— Isabella!

Le s'inginocchiò accanto, cercò di sollevarla di sotto alle braccia
ch'ella teneva ostinatamente incrociate sul volto, scoprì la bocca piena
di sangue e di lacrime.

— Perdonami, perdonami! — proruppe disperato. — È vero, è vero: sono
folle e sono vile. È vero. Perdonami, perdonami. Isabella!

Era folle di rimorso, di pietà e di passione. Tremando le disgiunse le
braccia; e scoprì i segni delle percosse, scoprì tutto quel povero viso
disfatto che impregnavano le lacrime come se dalla palpebra le si
fossero diffuse sotto la pelle.

— Mi perdoni? Mi perdoni?

Egli si torceva d'angoscia, tendendole le mani, premendo quelle mani su
la sua voce supplichevole ch'era l'anima sua stessa divelta.

— Mi perdoni?

E da quel dissolvimento nel pianto, da quelle povere gote solcate e
péste, da quel mento che pareva smagrito nella lugubre ora, da tutta la
persona menomata e come annodata nella doglia, anche una volta si formò
qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di
consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E rimasero prostrati, l'una contro l'altro, là dove avevano
commesso l'oscuro assassinio, prostrati senza parola, vinti da un amore
ch'era più grande del loro amore e che forse tornava dal luogo della
bellezza dilaniata e derelitta.

— Mi ami? — chiese egli, con un soffio in cui spirò l'intera sua vita.

Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla
resisteva, con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste
bagnata che aderisce alle membra, l'olio versato che assume la forma
della lampada ove si acquieta e risplende.

— Alzati, — egli pregò — vieni. Lascia che io ti porti.

Più sommessamente egli pregò:

— Lascia che io ti spogli, che io ti lavi.

Ella disse:

— È tardi. Bisogna che vada.

Alzandosi, ebbe un lieve deliquio. Come rinvenne, guardò intorno
stupefatta e sospettosa; scrutò tutti gli angoli. Poi, con un modo
insolito, quasi ella fosse divenuta un'altra o trasognasse:

— Stasera bisogna che vada via presto. Bisogna che rientri presto a
casa. Potrei rimaner chiusa fuori. Oggi è venerdì. Non avrei dovuto
uscire. Troverò chiusa la porta. Rimarrò su la strada. Non mi lasceranno
più rientrare. Certo mi spiano. Certo ora sanno che io sono qui. Non
farò più in tempo. Mi lasceranno fuori....

Le sue parole divenivano incoerenti. Pareva che una paura occulta
dissolvesse i suoi pensieri.

— Isabella, che dici? Come possono lasciarti fuori? Chi?

Rapidamente ella rispose:

— Lo Sciacallo. Mio padre e lo Sciacallo.

Poi si scosse; battè più volte le palpebre, per fugare da sé un'aura che
l'agitava; si premette col dorso della mano la bocca, e guardò il dorso
su cui rimaneva una traccia sanguigna. Egli moriva d'angoscia, di
vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto, le palpebre
gonfie e rosse, la bocca ferita.

— Isabella! — chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno.

— Sono qui — ella rispose.

— Mi pareva che dicessi cose strane.

— Che dicevo?

— Vieni. Lascia che io ti spogli, che io ti lavi. Rimani qui con me. Ti
supplico! Ripòsati accanto a me. Non te n'andare. È impossibile che noi
ci separiamo stasera.

— Bisogna che io vada. M'aspettano.

— Di qui puoi avvertire Chiaretta. Non te n'andare, non mi lasciare
stasera, Isabella.

Egli l'accarezzava perdutamente. Ella si persuase, si lasciò trarre
nella stanza attigua. E per qualche istante l'illusione li avvolse.
Credettero di essere in una delle loro sere di festa segreta, quando le
stanze erano piene di fiori, quando pranzavano a una piccola tavola
coperta di delicatezze, quando ella si svestiva per rimaner nuda sotto
una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate ora da uno Gnomo ora
da un Silfo.

Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva
al servizio. Rientrando, trovò Isabella che si guardava nello specchio
minutamente i segni dei colpi nella faccia. Ella aveva su la fronte una
lunga scalfittura rossa; un'altra scalfittura sul collo, sotto
l'orecchio destro; un gonfiore nerastro al labbro di sopra, e qua e là
lividure che cominciavano a scurirsi. Sorrise nello specchio, senza
volgersi; e la contrattura le fece dolere il labbro.

— Che dirò, se mi domandano?

Poi si volse e soggiunse:

— Vana non mi domanderà. Indovinerà. Si levò, ansiosa.

— Bisogna che avverta Chiaretta.

Dopo aver parlato, s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota
inclinata sul nero imbuto, in ascolto. E sbarrava gli occhi fisa alla
sua ansia. Disse:

— Ho fatto male a restare.

Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito.

— Ma perché sei tanto inquieta?

Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva, era un'altra; che si
manifestava in cominciamenti di gesti, in piccoli guizzi di muscoli, in
fuggevoli sguardi, i quali non le appartenevano. Tra le linee del viso,
già alterate dalla violenza e dal pianto, le si moveva a quando a quando
una linea quasi impercettibile, apparente e sparente, che le era
estranea. Egli la guardava, senza sapere perché, con un'attenzione
infaticabile.

— Lascia che io ti aiuti a spogliarti.

Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse
all'improvviso con una gravità senz'amarezza:

— Vana m'ha accusata a te.

— No. T'inganni.

— Vana è stata da te oggi.

— T'inganni.

— Povera piccola dolce!

Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di
lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.

Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele;
l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una
gravità rassegnata, pacata, e intenta.

— Vedi? — ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come
d'inchiostro. — Il mio vero sangue è nero.

Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma
salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita
come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle
emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle
Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo
della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso
aveva la tenuità e la perfezione d'un calice florale, ingegnosi e
preziosi di fibbie e di nodi erano i legàccioli che di là si partivano a
rattenere le calze, tutti gli invòlucri partecipavano dell'intima grazia
e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla
pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo
come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che
ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta
la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta
della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito
come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza.
In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu
tutta nuda, senza sorridere.

— Ora vattene — disse.

Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una
di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo,
si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi
s'insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli
numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria
stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.

— I garofani di Boccadarno? — disse vedendo su la mensa angusta i grandi
fiori scapigliati color d'ardesia.

S'era riacceso in lui il fuoco torbido.

Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea,
qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la
scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore
livido. Ed il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di
popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.

— Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti
raccontavo la storia della gazzella liberata, ti parlavo del mio
giardino di gelsomini. Te ne ricordi?

— Sì — egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore
dell'osso in cui era sculto.

— Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del
piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva
offerto a Mantova, nella stanza del Labirinto, per asciugare il sangue
del primo bacio. Te ne ricordi?

— Sì — rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di
sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una
ràffica di tempesta.

— Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto e non me
l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato
sotto il tuo pugno, Aini?

Senza sarcasmo, senz'amarezza, senza rancore ella parlava, e senza
sorriso; ma con quella gravità rassegnata, pacata, e intenta. Egli non
aveva fatto tanto sforzo quando in Luzon, stretto dalle catene e
infiacchito dal digiuno, s'era proposto di fissare i suoi carnefici
senza batter ciglio.

— Domattina non ci sarà più sangue; ma andrò, e le dirò: «Guardami la
bocca, piccola sorella cara. Non è stato il bacio di colui che ami.» E
la bacerò, perché tu non potrai più baciarmi, Aini.

Egli non osava interromperla, se bene soffrisse un supplizio
insoffribile. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel
gambo, posato su la tovaglia sparsa di frutti, di confetture, di vini
chiari, di cristalli, di argenti. E qualcosa come il rombo d'una
fatalità ritornante era nell'aria chiusa. Ed egli rivedeva quel viso
d'allora, il viso sfrontato e convulso, stretto ermeticamente fra le
trecce dense, con la luce dorata nella gola e nell'irrisione, il viso
della tentatrice frenetica. Ma ben più misterioso era quello che ora gli
stava dinanzi, quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva
potuto reprimere, quello ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né
la percossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Fragile era tuttavia
ma remoto, infinito, alto su una profondità dove non era dato discendere
a lui ch'era disceso nel fondo del mare.

— Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto
prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo, quella sera, alla
marina, ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. Ti
ricondussi verso di lei, e le dissi: «Fa dunque ch'egli t'ami.» Ti parvi
orribile. Ma chi può mai giudicare l'amore? e chi può dire il termine
della voluttà e il termine del tormento e dove il male cessi d'essere il
male e dove il bene cessi d'essere il bene, e per che modo una nuova
vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l'amore per
piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è
certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore, e il sangue e le lacrime,
e la fine di tutto; e neppure si sa quale sia il tempo di piangere. Ma
forse c'è ancora da scoprire qualche dolore più lontano. Il mio lo
conosci?

Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal
suo blocco e occupare l'aria come una creatura del Titano, come il
ginocchio come l'òmero come il cubito come il seno dell'Aurora la
occupano.

— Ah vieni! — disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. — Voglio
ancóra tenerti fra le braccia.

Lo trasse nell'altra stanza, verso il gran letto verde che sapeva i loro
delirii e i loro sonni, voluttuosi come gli amplessi, e i loro risvegli
balzanti di desiderio sempre novello.

— Vieni. Conoscimi, prima di lasciarmi. Respirami. Cercami. È la nostra
caverna verde. Pensa che siamo sotto l'oceano, che l'oceano ci nasconde,
che nessun'altra cosa ci tocca. Metti il tuo dolore contro il mio
dolore. Ah, non senti, non senti che il mio è più grande? Non senti come
il mio sangue aumenta, come le mie vene si gonfiano, come le mie ossa si
rinforzano? Mi sembra che non so qual essere meraviglioso voglia nascere
da me. Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah non tu stanotte, non tu
puoi tenermi fra le tue braccia; ma io ti terrò.

Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non
potesse percorrerla. Veramente ella era come l'Aurora, scolpita nel
masso della doglia umana e sol cinta sotto le mammelle della zona che è
come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo,
non vergine ma sterile e affaticata dall'ansia perpetua della maternità
inespressa.

— Conoscimi — ella diceva — conoscimi, prima che io mi separi da te,
prima che tu mi lasci. Metti la tua pena contro la mia pena. Tenta di
scuotermi e di sollevarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa
più della mia carne. Fammi sanguinare ancóra, se non sai ancóra di che
sa il mio sangue. Fammi ancóra male, amor mio dolce, fammi sempre più
male finché tu mi somigli; perché in nulla possiamo somigliarci se non
nella crudeltà ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. Ricòrdati del mio
pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi
colpi....

Una disperazione frenetica empiva l'uomo, a cui nessuna carezza valeva
perché ella si sentisse conosciuta. Forse ella non gli diceva quelle
parole se non per fargli sentire la sua solitudine. E di tratto in
tratto nel silenzio notturno, come una implorazione di ciechi, saliva il
clamore della folla rinchiusa.

— Eccomi. Prendimi quale sono, almeno una volta. Prendi me, me e non la
forma del tuo delirio. Che almeno una volta io sia tutta tua, che almeno
una volta tu mi possegga!

Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce; egli le prese con le
labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni
i pensieri; egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la
nuca, come la prima volta, e la tenne e bevve sinché non venne alla sua
saliva il sapore dei precordii.

E delirarono, fuori del tempo, fuori del mondo. Tentarono di ritessere
con le loro fibre vive una trama più stretta, tentarono di fare con le
loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita. Non
s'arrestarono se non per sentire l'anima spezzarsi a traverso la carne,
credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé la metà dolorosa.
Sperarono di assaporarla nella saliva, nel sangue, nelle lacrime, nel
sudore, nella semenza. Ricaddero, si risollevarono.

Ella diceva:

— Conoscimi.

Ella diceva:

— Cercami. Raggiungimi.

Ella disse alfine:

— Uccidimi.

E invano. Ricaddero, estenuati.

Egli rimase giù, come esanime. Ella si risollevò sul gomito,
implacabile; e guardò le mura, ascoltò la notte, palpitò d'aspettazione.
Tutto era silenzio. Il clamore dell'anfiteatro era cessato. L'orecchio
vigile percepì il gemitìo d'una cannella nel piccolo giardino. Seguendo
quel suono, il cuore si riempiva d'un'onda penosa, traboccava e poi si
vuotava.

— Che ascolti? — mormorò il giacente, senz'aprire gli occhi.

Ella lo guardò. Egli giaceva sul fianco sinistro, riverso il capo,
sottoposto il pugno e il polso alla gota, piegato una gamba sotto
l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla
coscia nervosa, simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma
ferale ma avesse provato la mammella e la branca della Sfinge. Non aveva
le sue armi accanto a sé, era inerme e spoglio; appariva tuttavia della
razza guerriera, della specie espedita, col ventre depresso tra le
costole e il pube, con le clavicole risentite ond'emergeva il collo
asciutto, con l'omero prominente e liscio come il ciòttolo, col torace
saldo come il corbame della carena, con i piedi magri che palesavano le
cinque corde. Nessuna mollezza: abolito tutto ciò che è molle, fuorché
il frutto della bocca; ma contrapposizione ed equilibrio di forze come
nell'architettura dorica, proporzione nella solidità. Il teschio
traspariva di sotto alla màcie ben modellato dal divino vasaio; l'occhio
era incastrato sotto l'arco del sopracciglio, come una virtù
inflessibile; la fronte non aveva se non una sola ruga ma verticale,
nella linea delle cose confitte, ma fiera come una cicatrice inveterata;
il naso di retto profilo era nettissimo, come le cose che separano.

Ella lo guardava disgiunto da sé, eppure ossa delle sue ossa, carne
della sua carne; lo guardava solitario, serrato con tutto il congegno
delle membra intorno al selvaggio dolore, eppure indissolubile.

Era l'ultima notte, l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre,
chinandosi sul corpo vinto; e con la voce delle sue viscere anelò:

— Si muore?

E non seppe perché così dicesse; ed egli non rispose, ma si stirò come
chi rende lo spirito.

E in lei lo spirito si confuse. Un senso confuso di duplicità era nel
suo corpo. Ella si sforzava all'attenzione, ma non udiva più il rumore
dell'acqua né altro rumore conoscibile. Il silenzio viveva ingannevole,
traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per
riconoscerli. A un tratto le parve di riudire il passo della notte di
Volterra, quel passo continuo e indistinto che l'aveva empita di
spavento.

Gittò un urlo:

— Vana!

Vide nell'ombra dell'uscio la figura bianca della sorella, coi capelli
sciolti come in quella notte, col bianco degli occhi balenante come in
quella notte; che la fisava, premendosi con una mano il costato.

— Vana! Come sei qui? Come sei entrata? Vana!

Ella balzò dal letto, verso di lei che scompariva. Passò la soglia,
traversò la stanza attigua, chiamandola. Si trovò nel buio e nel
terrore.

— Paolo!

Egli accorse. La raccolse, la portò su i guanciali, la tenne fra le
braccia.

— Non l'hai veduta?

Le mascelle tanto le tremavano ch'ella formava a stento le parole.

— Sei allucinata. Isabella, Isabella, non aver paura, non tremare così.

Egli stesso non dominava il suo cieco sgomento.

— Era Vana, era proprio Vana. L'ho veduta. Stavo per toccarla. È
fuggita. Va a vedere.... Forse e là.

— Tu deliri.

Egli le palpava le tempie per sentire se ardessero. Cercava di placarla.

Ella gemeva:

— Tienimi. Stringimi.

Non era più la grande creatura titanica, non era più l'Aurora. Era una
povera creatura tremante che si rannicchiava contro il petto di lui
bisognosa di rifugio e di protezione.

— Ho freddo.

Seguitava a battere i denti. Nella stanza, con l'avanzar della notte, il
calore diminuiva.

— Coprimi. Ho freddo.

Egli la coperse. Ella gli si avviticchiava, aderiva tutta a lui così che
parve fosse venuta nella sua carne la forza delle ventose e delle spire.
Si lamentava talvolta, con quel suo fiotto di fanciullo infermo.

— Ahi! — gemeva, perché le lividure le dolevano, perché ora il suo
dolore era fatto di tanti piccoli dolori.

Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come
dall'innesto quando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con
l'altra e un medesimo succo le addolcisce e nutre.

— Ahi! — ella gemeva; ma non era più il lamento puerile.

Era l'allarme del desiderio assalitore. E il sangue aumentava, e le vene
si gonfiavano, e le ossa si rinforzavano. Ed ella ridiveniva grande e
potente. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite
una morte che fosse simile a un'altra vita.

Ella diceva:

— Si muore.

Ma non sapeva di ripetere una parola già detta, e forse detta verso un
altro mistero.

E ricaddero, e si risollevarono. E la notte si consumava. E ricaddero
come per non più rialzarsi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi
schiumanti, li schiacciò. E per gli interstizii degli scuri entrava il
giorno, prima pallido, poi raggiante. E i colpi all'improvviso battuti
sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno ch'era veramente il
fratello del nero dèmone.

Sentendosi scuotere, la misera si svegliò con un sobbalzo; e urlò di
nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai
capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi
albini, la femmina che portava l'odore sinistro nel grembiule rigato, la
cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trovato quel sonno.

Non era, ancóra non era.

Era la donna discreta che, non udendo alcuna risposta al suo battere,
aveva osato entrare per risvegliarla.

— Signora, signora, c'è Chiaretta. Dice che ha bisogno di vederLa
subito.

La misera non riesciva a scrollare da sé il letargo.

— Chiaretta! — balbettò ricadendo sul guanciale. — Che vuoi?

— Si svegli, signora, si svegli! — insisteva la donna.

Paolo aveva aperto gli occhi e nell'ombra incerta, ove ardeva ancóra la
lampada velata ed entravano per gli interstizii i raggi del mattino,
aveva sentito quell'aura misteriosa che accompagna la sventura. Sùbito
fu in piedi, indossò una veste, uscì nel corridoio, vide Chiaretta
stravolta e singhiozzante.

— Che accade?

— La signorina....

— Vana?

Da prima ella non poté continuare ma fece il gesto orribile, il gesto
che non lascia dubbio né scampo. Dopo, sotto le domande ansiose, trovò
la forza di narrare con parole confuse e interrotte: la scoperta
lugubre, la finestra spalancata, la salma irrigidita.... La voce di
nuovo le mancò perché scorse tra i lembi della tenda un viso ch'era come
quello di laggiù. Isabella aveva traudito, aveva compreso.

Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così
triste sforzo come fu per quel corpo vivente, ancor madido di sudore,
ancóra schiumoso di voluttà, vergognoso di macchie crudeli, rotto dal
lungo martirio dell'orgia; che l'orrore squassava di continuo a modo di
una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a
finirla senza farla sanguinare.

Poi fu la luce spietata del giorno, fu il sole sul lastrico, poi fu
l'arrivo dinanzi la porta socchiusa a lutto, fu la scala salita quasi
con le ginocchia, fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della
matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile, più oltre fu
l'incontro degli intrusi in nome della legge, più oltre fu tutta
l'abominazione e tutta la desolazione.

E non fu mai silenzio.



Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da
un ubriaco, rossa di furia e di onta. Ovunque la volontà del dolore
cercò uno scampo, ovunque trovò una via senza uscita, una muraglia
cieca, un'insidia coperta. Nella sera di Mantova il bisogno folle di
sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ignote, di soglia in
soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile
ruina: ogni porta, piena di minaccia; ogni scala, piena di terrore; ogni
corridoio, come un abisso. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite,
non nel Palagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli
eventi e delle sorti, nella distretta degli impedimenti e delle
necessità, nel segreto del suo proprio spirito e nella contingenza dei
casi manifesti. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro dì sé il
fantasma d'un delitto.

E in un'ora più nera di qualunque altra, Paolo Tarsis credette ricevere
il messaggio del compagno fedele oltre la morte. Da una lontananza
infinita gli tornavano nel cuore antiche parole ben note: «Ma più da
presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro,
possiamo godere del pianto di morte!» Non egli le rivolgeva al compagno;
ma il compagno a lui le rivolgeva. Il vóto della triste fidanzata
divenne anche il suo vóto: «Verrò, fra poco verrò.»

S'avvicinava l'anniversario eroico. Già correva il nono mese dal giorno
del lutto. Il popolo di Brescia, apprestandosi alla nuova festa dedàlea,
aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto, su la pianura
sottoposta al suo immenso stadio azzurro. Dopo le gare, la statua della
Vittoria sul carro rustico, sul plaustro dei coloni di Roma tratto dai
sei buoi lombardi, era tornata nella sua cella a piè del Cidneo; ma la
colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta alzata nel mezzo
del campo, col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi, vedova
del simulacro. Per decreto del popolo prode una statua novissima, fusa
nel bronzo fornito dall'erario civico, doveva sostituire l'antica e
rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure.

Ora l'opera, allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci, era già
pronta nella bottega del fonditore. L'artista aveva fatto di cera due
esemplari, essendo l'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera
bresciana e l'altro su la rupe di Àrdea per vóto di tutti i comuni del
Lazio. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché assistesse al getto.

Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava
più ma ansava sotto l'incubo assiduo. Si preparò rapidamente alla corsa,
con uno scrollo di sollievo, tanto era il bisogno di essere altrove, di
fuggire i fantasmi, di respirare con violenza il mattino.

Era un mattino d'aprile, ma il viaggio fu lugubre. Le montagne
s'infoscavano fasciate di nuvole. Soffiava per tutto l'Apennino un vento
diaccio. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro,
perplesso: due volte vinse il presentimento che lo mordeva.

A Bologna, tanto crebbe la sua angoscia che non poté placarla se non
tentando di riudire la voce della povera anima lontana. Attese
lungamente nell'ufficio delle comunicazioni. Il rombo del suo cuore
empiva la cabina ottusa. L'apparecchio era pieno d'un balbettio
incomprensibile, ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà
inutilmente.

Più tardi, andò nella bottega del fonditore. Piovigginava. Sotto la
vasta tettoia il forno fusorio era già acceso. Il fumo si spandeva per
le travature, strisciava su i cumuli di terra, su i mucchi di mattoni
refrattarii, su le crepe le croste le buche delle muraglie. E il ricordo
dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello spirito.

Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove
si movevano i manovali taciturni. Di sotto alle catene alle funi agli
uncini dei paranchi, per mezzo ai fasci di stipa alle portantine dei
crogiuoli alle corbe di metallo bruto, lo condusse verso quella delle
due cere non ancóra rivestita della tonaca di terra.

Il volatore palpitò e s'illuminò. Una forma possente s'ergeva dinanzi a
lui con l'ali aperte. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle
volo umano? Non era l'artefice ateniese, il fabro della falsa vacca, né
era il suo figlio incauto; perché il corpo gagliardo, fra le due età,
rivelava il vigore adulto, giunto alla perfezione del crescere,
compiuto. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi, un di quei
quattro che il Titano lasciò sbozzati nei blocchi e il nepote Lionardo
offerse al duca Cosimo, alfine con un colpo di spalla e un colpo di
ginocchio si fosse sprigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle
braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due
grandi clìpei e con tutto lo scatto delle congiunte gambe pontando i
piedi spiccasse il volo.

«Àrdea!» Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della
moltitudine, riebbe un brivido di quell'ebrezza quando una intera stirpe
fu nuova e gioiosa in lui; rivisse gli attimi sublimi quando il pilota
invisibile gli era tra l'una e l'altra ala come uno spirito del vento,
quando il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più
oltre, quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era
alzata su la colonna di Roma.

Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro
con più alto stile. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso; che
anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti, con una testa camusa di
Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da
balestra.

Ma il metallo tardava a struggersi; la fornace ardeva con poco alito. Il
bagno non era ancor pronto, né il canale; i manovali lavoravano ancóra
nella fossa fusoria. Il maestro di getto, guardando il cielo
piovigginoso e fiutando il vento come un veleggiatore alla panna,
determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. Paolo Tarsis uscì
ma promise di ritornare.

Vagò nella sera sciroccosa, per la città malinconica, sotto i portici
eguali. «Compagno, compagno, ti ritrovo!» diceva egli allo spirito della
statua alata e all'imagine viva del fratel suo. Se bene una parte
dell'anima gli fosse penosamente protesa verso l'orrore lontano, egli
aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di
libertà. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante
sere torbide e inquiete. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuore
ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti
dell'essere caro, glielo faceva vivo come quando insieme avevano
osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il
pollame testardo e irriso la millanteria bracata e fatto il proposito
sorridendosi emuli dagli occhi leali. Egli lo sentiva in sé come nelle
lor grandi ore di silenzio, quando l'uno e l'altro erano una sola
armonia operosa; lo sentiva rivivere più frescamente che se gli
camminasse al fianco per quel portico solitario; se ne sentiva occupato
come se fino a quel punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito
delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni, soffrire e gioire
coi suoi precordii, sognare con la sua tristezza, attendere con la sua
pazienza, sperare con la sua fede. «Compagno, compagno, ti ritrovo.
Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia perdizione? Credevi
tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno quando ti
venni sopravvento per raggiungerti e nel vortice dell'elica ti gittai il
nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci, io vinco. Se io
vinco, tu vinci. Così pensavo io, così tu pensavi. Ora, vedi?, ci hanno
fatto due statue gemelle, ci hanno dato il fuoco e il metallo; e saranno
fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace, per la tua vittoria e per
la mia vittoria, per la tua memoria e per la mia memoria. Come
potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senza incidere il mio?
Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più disperato, per
te, per me, innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di
delirio, io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo, t'ho lasciato
sognare sotto il mio male. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il
tuo respiro. E talvolta mi pareva intendere la tua voce che indicava la
rotta. Te ne ricordi? — Ponente una quarta a libeccio! — »

E vide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle
dell'Incastro, la chiostra dei monti latini, e una colonna dorica
rigettata dal mare di Circe e portata lassù a forza di buoi e piantata
nella cittadella e sópravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. E
imaginò un volo infinito, sopra un'onda che come quella del Lete gli
toglieva ogni memoria della riva di giù. « — Anch'io. — Ti ricordi di
questa parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano, è
la parola del grande amore. Tu me la dicesti, con gli occhi negli occhi.
Quanto ho dovuto patire e di quali mali, prima di potertela ripetere! Ma
era necessario che così fosse. Per ciò non rimpiango l'immensa forza che
ho consumata nella sterilità. Era necessario che così la consumassi
perché io potessi riaverla da te nell'ora segnata dalla doppia sentenza.
Siamo superstiziosi, come tutti quelli che giocano i giochi terribili.
L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la rosa del
presagio, tu lo sai, ha rifatto il suo viaggio. Tutte le rose della sua
cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. E prima di
rimettersi nel cammino del ritorno, tu lo sai, ha rinfrescato i suoi
piedi nudi col fresco delle stesse rose! Ti amava. Era veramente la tua
fidanzata segreta. Ma, quaggiù, dove avrebbe potuto ella cercarti se non
in me che ti nascondevo? Ti amava. Lo sai. Avendo nel suo piccolo cuore
una forza sovrumana, la sorte non le ha concesso se non di essere un
presagio e un annunzio. È la nostra sorella dell'altra riva. È la
rondine della nostra primavera.»

Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore,
per quell'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone
fumigava con le sue torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza
fine contigui. «E io? non sono più nulla per te, Aini?» disse allora una
bocca sanguinosa. «Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della
parola che accompagnava i tuoi colpi....» E il tormento ricominciò, più
fiero.

Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo, sperando di
trovare qualche notizia, un dispaccio di risposta. Nulla. Un carrozzone
pomposo come un feretro entrava con rimbombo nell'atrio portando una
sola viaggiatrice: una piccola vecchia grinza e adunca, che lo guardò
con due occhi di gufo. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove
s'era seduto con Isabella nella breve sosta, in quel pomeriggio di
giugno. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio; le sedie di
vimini vuote stavano intorno a guardarlo.

Dopo pranzo, uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua
ansia. Sotto un portico violentemente illuminato udì un clamore di
folla, uno scroscio di applausi. Alle mura e alle colonne pendevano
imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere, seminudi, coi
pugni armati di guanti enormi. Entrò in una vasta sala gremita, afosa di
mille petti anelanti. Sopra un palco recinto di corde, un bianco e un
negro combattevano, assistiti dall'arbitro. Ma non era un combattimento,
era una carneficina disgustosa. Il bianco, già ridotto un cencio
sanguinante, aveva le labbra lacere, il naso pesto, le palpebre gonfie,
tutto il ceffo disfatto; ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano,
sputando nel sangue ingiurie atroci contro il suo carnefice. Il negro
ghignava dalla larga fauce piena di denti d'oro, e senza pietà scagliava
contro la mascella dell'avversario il pugno infallibile. Facilmente egli
avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in modo che non si
rialzasse più; ma pareva ch'egli avesse un vecchio rancore da sfogare,
una lunga vendetta da compiere. Il bianco era omai stremato di forze; ed
egli lo teneva in piedi, come se giocasse con un fantoccio, rimettendolo
a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. Tutto
il palco era sparso di sangue. Le viscere della folla urlarono: — Basta!
Basta! — I denti d'oro brillavano nel ghigno scimmiesco. Le guardie
intervennero.

Paolo Tarsis, che pure tante volte s'era appassionato a quegli
spettacoli, fuggì sconvolto, col cuore in gola. Si ricordava del giorno
in cui egli e il compagno avevano assistito, in Sidney, dai gradi d'un
immenso stadio capace di ventimila spettatori, sotto la giovine luce, al
pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese,
finito in carneficina anche quello. Come entrò nell'ombra, all'estremo
del portico, due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Da un Caffè
fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridìo di mandolini
e di chitarre. Un chiarore verdognolo, dalla vetrina d'una Farmacia, non
rischiarava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. Ed era una
notte d'aprile.

«Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota — quando io abbia
passata la linea.» Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le
parole del poeta d'_In memoriam_ care all'amico, mentre andava verso la
bottega del fonditore.

Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno.

— Ebbene?

— Il metallo si comincia a muovere.

Rimasero l'uno accanto all'altro, taciturni. Lo statuario aveva tra le
dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Il forno
ruggiva da tutti i forami splendendo. Il mastro ficcò in una buca una
lunga verga adunca e tentò il bacino. La verga ritratta ardeva
incandescente nella mano quasi incombustibile, e tutta la persona
s'avvampava al riverbero. Due manovali stillanti di sudore issarono
l'ultima corba di metallo bruto e a uno a uno fecero calare i masselli
nell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Il forno crepitò e
crosciò nelle sue armature ferrate, mentre per lo spiracolo del tirante
si vide lampeggiare il migliaccio liquefatto.

— Pronti? — chiese il Caracci, un poco pallido, lasciando cadere la cera
ammollita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua
irrequietudine.

Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la
parete della fornace e l'entrata della forma, per asciugar la terra
fresca. Un di loro teneva già in pugno il mandriano che doveva
percuotere la spina e sprigionare il bronzo liquido. Il mastro era
salito in piedi sul tavolone che attraversava la fossa fusoria.

— Do? — chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro.

Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà
religiosa come nell'attesa del miracolo. Egli respirò nell'anima stessa
del fuoco e nell'anima del fratel suo. Il primo urto del ferro gli
risonò nell'osso del petto. Una vena furente e fulgente si precipitò pel
varco, più divina delle divine meteore. E non era la colata del metallo
strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo
della statua bella, ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda
vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite
in una subitanea purificazione. Quando la forma fu piena e la leva
s'abbassò e il turo chiuse la bocca rigurgitante e il metallo superfluo
s'incupì nel fermarsi, egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto
dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella
del compagno: «Anch'io.»

Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di
polvere e di fuliggine; e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della
fossa fusoria e che egli stesso portava le vestigia ignee sul viso.

— Quando la mia? — domandò allo statuario.

Questi sùbito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.

— Fra due settimane.

— E il metallo?

— C'è già, e buono. Venga a vedere.

L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati.

— Io non so se potrò tornare — gli disse Paolo Tarsis. — Ma mi prometta
che mi avvertirà.

— Sicuramente.

— Le affido un pegno che m'è preziosissimo. Le mani che hanno modellato
una tale opera sono certo mani sicure.

Un fervore così virile riscaldava quella voce, che il costruttore di
statue guardando il costruttore d'ali conobbe anche una volta come il
dolore non sia se non creazione. Egli sentiva che in colui era per
crearsi un grande evento. Parve che in quel punto il genio dell'amicizia
toccasse entrambi. Disse con semplicità:

— Do la mia fede.

— Non sorrida della mia superstizione. Le affido questo anello: non vale
se non per la data che v'è incisa. Quando il bronzo dell'altra statua
sarà liquefatto, lo getti nel bacino.

Era un povero cerchietto d'ottone, tolto alla martingala del cavallo che
impennandosi aveva ricevuto in pieno petto il lungo coltello del
juramentado, nell'isola di Sulu.

— Sarà fatto — disse il postremo discepolo di Michelangelo.

— Ora mi lasci rivedere la cera.

Andarono laggiù, in fondo, nel buio. Un giovinetto nero di fuliggine
rischiarava il passo tra gli ingombri con un pezzo di torcia. Il ricordo
di Aldo nel sepolcreto etrusco traversò lo spirito di Paolo Tarsis, con
una ràffica di cose torbide e crudeli.

— Alza la tua torcia! — disse Iacopo Caracci al manovale.

E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo, pontata su i
piedi dai tendini tesi per iscoccar di terra, con le due ali imbracciate
come due vasti clìpei, col volto ardentemente riverso a divorare il
cielo.

S'accomiatarono, come due che legava una promessa misteriosa. Nel
passare lungo la fossa fusoria, Paolo vide il metallo superfluo rimasto
nel rigagnolo murato. Si chinò per raccogliere un colaticcio che
sopravanzava all'orlo di mattone, credendolo già freddo: ma si scottò le
dita. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese con una tanaglia, lo
tuffò in una secchia ove strise; poi l'offerse. Aveva la forma d'una
mano.

Era notte alta, ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche.
La luna nascosta diffondeva un albore simile all'alba, giù pei lunghi
chiostri solitarii. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il
sonno. Né egli sperava di chiudere gli occhi.

Soltanto li chiuse al mattino. Gli sembrava d'aver vegliato il suo
compagno una seconda volta. Non aveva pianto col pianto di Vana, ma
aveva compiuto il rito del fuoco.

Quando si svegliò, era tardi: non era giunta notizia alcuna. Diede gli
ordini al meccanico per la partenza. Uscì per andare all'ufficio delle
comunicazioni. La piazza ancor umida di pioggia splendeva al sole di
aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua Fontana; la
terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno,
tingersi di rosa novella. Egli ebbe un desiderio disperato di riudire la
voce che gli faceva tanto male.

Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere
il clamore dei supplizii. Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un
tràino che si dilegui, poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.

— Isabella, sei tu?

— No, no, non sono.

— Sì, sei tu. Riconosco la voce. Mi senti?

— Oh, sempre quel passo.

— Quale passo? Che dici?

— Non so, non so. Ho la testa così debole! La testa mi va via.... E poi
viene quella donna, che me la prende.

— Isabella! Quale donna?

— Quella del grembiale rigato.

Egli ebbe il gelo in tutte le ossa. A traverso la distanza, su da quella
bocca nera e insensibile, il soffio della follia gli ventò sul viso e
l'agghiacciò.

— Isabella, ascolta!

— Dove sei? Sei a Mantova? Ah, non dovevi andare.

— Non sai che sono qui? Aspettami. Parto sùbito.

— Non dovevi guardare in quello specchio. Ho paura, ho paura.

— Isabella, ascolta! Mi senti? Parto sùbito. Non vuoi vedermi?

— Ah, come potrei vederti ora, dopo che ho fatto questo?

Ella soggiunse debolmente, come se parlasse a sé:

— Dove sono stata stanotte?

Egli aveva creduto che, di là dalla miseria di quel risveglio improvviso
nella stanza verde, non potesse la vita dargli nulla di peggio. Ma in
tutto il passato nulla eguagliava d'atrocità quell'angoscia soffocata da
quell'angustia, quegli impeti di soccorso troncati da quel novo
strumento di tortura che avvicinava e separava a un tempo, che giocava
con l'illusione della presenza e con la realità dello spazio.

— Dove sei stata? Sei uscita? Quando?

— No, mai. Non sono uscita mai; ma....

— Parla!

— La senti che cammina sempre?

— Isabella, Isabella, parto sùbito. Fra tre ore sono con te. Vieni
laggiù, da noi.

— Come posso? Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....

Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione, fra uno
scampanellìo assordante. Quando egli uscì dalla cabina, tutti si volsero
a guardarlo, tanto il suo aspetto era miserabile.

Non respirava più. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se
non in quella bocca disseccata dall'aridità della follìa. Sospingeva la
macchina col suo cuore, su per l'erta, intentissimo ai ritmi di tutti i
congegni, sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una
scintilla, al distacco d'un filo. Era a pochi chilometri dal Covigliaio,
nell'Apennino, quando s'accorse che il motore non pulsava più. Egli
stesso non aveva più palpito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le
sopracciglia, indovinando il guasto al magnete. Ogni tentativo fu vano.
Rimasero fermi su la strada, nella solitudine.

Come passava una vettura di posta, Paolo si fece portare fino al
Covigliaio per chiedere aiuto. Eran quasi le cinque; e la sua ansietà
s'aggravava di presentimenti funesti. Tornò indietro con un meccanico
addetto all'albergo. Dopo un'ora di lavoro la macchina ricominciò a
camminare. Percorso un chilometro appena, si fermò: stette là, su la
strada solitaria, ammasso pesante e inerte, con l'aspetto ottuso dei
bruti caparbii, resistendo a ogni stimolo, a ogni industria. E la
disperazione prese l'uomo.

Il tempo era lentissimo. Il giorno si consumava. Una grande serenità
pendeva su la montagna deserta. Tutte le cime si doravano e le ombre si
facevano quasi rosee. La luna insensibile, d'una delicatezza quasi
carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, saliva di dietro un
culmine ch'era simile a un òmero che ritenesse il lembo d'una tenue
tunica violetta. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina
pisana, la bianca terrazza coronata d'oleandri, la danza degli
orizzonti, il mimo dell'ape. Dov'era, che faceva in quell'ora Isabella?
Andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso!

Il tempo fluiva, la luce diminuiva. Gli sforzi per sanare il congegno
infermo erano vanissimi. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla
città? Omai la speranza di riaccordare il motore era perduta. Stava in
ascolto per distinguere un indizio lontano, per scoprire se qualche
veicolo si avvicinasse; quando in fatti udì nel valico il rombo ben
noto.

Si credette salvo. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica
di donne velate e incappucciate. Era un'allegra compagnia. Com'egli
domandò soccorso, da prima gli fu dato il meccanico perché col suo
facesse un ultimo tentativo. Poi, come cadeva la sera, gli fu offerto
d'incastrarsi fra i posti occupati.

Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inànime. Dal Covigliaio
mandarono buoi a tirarla. Filarono su Firenze senz'altri indugi. La
montagna era tutta violacea. Faceva freddo. La compagnia si rattristava,
serrata e silenziosa. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza
incalcolabile e ch'egli correva verso una catastrofe oscura. Certo, ogni
minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti
dieci per accendere i fanali mal pronti. Eran passate le otto quando
entrarono in città. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore.
Ringraziò breve: aprì il primo cancello, fece per entrare. Ma un
domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo
aspettasse e dovesse dirgli qualcosa.

Si scusò; poi su la soglia, a bassa voce, gli disse:

— Dianzi, potevan essere circa le otto, abbiamo sentito sonare il Suo
campanello e battere alla Sua porta con insistenza. Poco dopo, un uomo è
salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla
nostra porta gridando: «Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna
non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l'uscio.» E
seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. La mia padrona
sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi son fatto al finestrino,
e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta,
snella, che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui
da Lei. Un altro uomo era accanto alla signora, che sembrava impietrita.
Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non si
voleva aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è
disceso con l'altro e ha ripreso lo strepito qui alla Sua porta. Ho
udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata:
«Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella.» Non potevo far nulla per
soccorrerla perché Mrs. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. Ma,
nell'affacciarmi per un attimo alla finestra, ho veduto la signora
salire in una vettura pubblica che aspettava su la via e andarsene
accompagnata dai due uomini seduti l'uno a fianco e l'altro di fronte.
Nell'oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma, un
momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove
avete presa quella signora?» e m'è parso ch'egli mi abbia risposto: «In
Piazza d'Azeglio.» Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura
scomparire in fondo alla via. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima,
l'avrebbe trovata ancóra qui!

Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. Ma, dopo qualche passo,
Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. Rientrò. Si
precipitò al telefono. Non poté ottenere la comunicazione perché di
laggiù nessuno rispondeva. Egli cercava di tenere in pugno la sua
volontà e di non perdere la lucidezza; ma le più strane imaginazioni
assalivano il suo cervello. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella
capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante
per la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato
l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e con
quella brutalità pretendevano di entrare nella casa di Mrs. Culmer? O
forse si trattava di una estorsione tentata da due sconosciuti che, per
compierla, simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque
portavano la misera? Che facevano di lei?

Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo; né l'estremo era
pur quello, certo.

«Bisogna trovarla; bisogna sapere» diceva egli disperandosi sotto i
lampi sinistri di tutte le imaginazioni. Il profumo del gelsomino di
Volterra emanava dalla stanza verde. La tunica nerazzurra era sospesa
alla lettiera, con le sue mille pieghe richiuse, come una corda attorta.
Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva
balbettate, l'ultima sera, prima di spogliarsi: «Non mi lasceranno più
rientrare. Certo mi spìano. Certo ora sanno che io sono qui.... Lo
Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo.» Poteva essere che quei due
avessero tramato l'infamia?

Raccolse il suo coraggio; si dispose a uscire; si preparò a tutto. Prima
d'ogni altra ricerca, bisognava andare alla Questura, nel caso che i due
uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta
nell'asilo di vergogna. Andò. Sentì l'odore singolare che, con quello
dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Un
affaccendamento misterioso agitava le sale, gli anditi; i campanelli
tintinnivano di continuo; s'udiva qualcuno singhiozzare e implorare,
dietro un uscio. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva
pensare che veramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo
più orrido.

Fu ricevuto da un ispettore cortese, quasi con unzione. La Questura
ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era
pervenuto. Nessuna signora era stata condotta in camera di sicurezza.
Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero veri agenti,
considerato il contegno brutale d'una di loro. Gli agenti, come si sa,
per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la
violenza ma la scaltrezza, non la forza ma lo stratagemma. Ad ogni modo
l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire
il mistero.

Mancava un quarto d'ora alle undici. Cresceva la notte. Che fare? Che
pensare? Come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona?
compiuto da chi? per mandato di chi? a qual fine? E le parole della
povera trasognante, balbettate di sotto il labbro gonfio, di sotto la
genciva sanguinolenta, gli sonavano sempre sul sospetto: «Lo Sciacallo.
Mio padre e lo Sciacallo.»

Risolse di andare al Borgo degli Albizzi. Il palagio era chiuso,
impenetrabile nelle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Non
appariva nessun lume alle finestre. Nessun indizio di vita esciva da
quel masso di solidità, di silenzio e d'ombra. Al suono del campanello,
nessuno rispose. Egli persistette, risoluto a qualunque audacia.
Finalmente nella finestra del mezzanino, sopra il portone, apparve il
portinaio mormorando:

— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

— La signora non è rientrata?

— Non c'è nessuno.

— Ma la signora oggi c'era.

— Ora non c'è.

— Dov'è andata?

— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

La finestra si rabbuiò. La porta, con le sue formelle e i suoi chiodi,
era incrollabile. La mole di pietra taceva deserta.

Egli tornò alla Questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i
posti della città, inutilmente. Tornò alla casa di Mrs. Culmer; svegliò
il domestico; lo interrogò ancóra, con più acume, con più pazienza.
Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarlo.

Tentò di nuovo il telefono. Nessuno rispondeva. Gli parve di udire
squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato. Dov'era ella?
dov'era? dove la trascinavano?

Non pensò di coricarsi, d'aspettare il giorno nell'immobilità. Uscì di
nuovo, per la terza volta, vincendo la ripugnanza, penetrò nell'antro
poliziesco. Nessuna notizia. Come più cresceva la notte, il luogo
diveniva più lugubre. Nel silenzio, pareva che sola una pentola putrida
bollisse.

Era stanco, era digiuno, ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli
Albizzi, spiò le finestre, interrogò la pietra, sussultò a ogni rumore
di ruote o di passi. Spinto dalla frenesia del tormento, andò vagando in
quella Piazza d'Azeglio nominata dal domestico, intorno a quel giardino
pubblico dove la sera si pongono in agguato le meretrici. Leggeri velli
aerei scorrevano su le cime degli alberi, bianchi di luna. Nel silenzio
non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore
fermo su le sue quattro zampe indolenzite. Egli interrogò i due o tre
vetturini che sonnecchiavano in serpe. Non seppero dirgli nulla; non
seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza.

Alfine, non reggendo più alla nausea e alla fatica, rientrò nella sua
vera casa, in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa.
«Ho divinato, ho veduto, ho udito.»

Non dormì. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. Ritornò
nell'altra casa, al mattino. L'ispettore cortese aveva promesso di
mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la
testimonianza del domestico di Mrs. Culmer. Egli era omai rassegnato a
patire tutte le onte, come un supplizio che è inevitabile ma che deve
avere la sua fine. «Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota —
quando io abbia passato la linea.»

Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua, lividiccia, viscida, con
una fronte sfuggente, con un mento sfuggente, con occhi fuggevoli. Era
la mutazione umana dell'anguilla d'Aristotele, né maschio né femmina,
nata da quella sua gran madre universale Putredine.

Sùbito disse:

— La signora è in casa, è da ieri sera nel suo palazzo. L'ispettore
stamani, appena aperto il portone, ha interrogato il portinaio e lo ha
costretto a dire la verità. La signora fu ricondotta iersera verso le
dieci da due uomini, dei quali uno si dichiarò agente di polizia e nel
riconsegnare la signora stese un verbale. Nessun rapporto però è giunto
e non si sa ancóra quel che sia accaduto. Ora, s'Ella permette,
interrogherò il domestico.

Il domestico scese e ripeté il racconto. Ma fu accertato che, avanti il
suo accorrere, una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia
il primo scambio di parole.

Venne la donna. Era grassa e placida, con piccoli occhi porcini. Mentre
cianciava ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio
Isabella s'era abbandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le
palme. Egli la rivedeva là, contro i cuscini, con la sua pallida nuca
impudica, con le sue spalle piane, con le sue reni falcate, con la sua
lunga coscia obliqua, con le gambe fuor della gonna nelle guaine lucide.
E, come la donna cianciava, l'avventura si faceva più orribile; il
dubbio crudelissimo diveniva certezza. E gli parve che la parola
vituperosa a un tratto riecheggiasse nella stanza, ove sul tappeto
brillava una lunga spada di sole.

Egli rifaceva il cammino. — La vettura publica giunse con le tre
persone. Uno dei due uomini, un giovine magro con un abito grigio a
righe, dopo aver sonato e picchiato alla porta di giù, salì e cominciò a
strepitare dinanzi alla porta di Mrs. Culmer. Dal suo contegno appariva
ch'egli avesse sorpresa nella piazza quella sconosciuta e l'avesse
creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo, egli l'aveva
ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo
galante. S'adirava e strepitava perché credeva che «la padrona» si
rifiutasse di aprire per evitar perquisizioni pericolose. Per ciò
gridava: «Questa donna non appartiene a questa casa? Chiamate la
padrona. Fateci parlare con la padrona.» Tutte maniere significative. E
la donna dava un indizio ancor più grave. La guardia si rivolgeva alla
sconosciuta e le domandava: «Ma che facevate voi, nel tal luogo, che
facevate?» La testimone però non si ricordava del luogo nominato; ma
anch'ella credeva fosse quella piazza.

Allora la bipede anguilla, evitando sempre di guardare gli occhi chiari,
disse:

— Mi sembra che la cosa si vada illuminando. È probabile che si tratti
veramente d'una guardia. La guardia deve aver trovata la signora in
Piazza d'Azeglio, che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra
del giardino. Colpito dal contegno strano, ha commesso l'errore....
Faremo le ricerche. Sapremo tutta la verità.

Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza, una volta, due
volte, tre volte; e, dopo ciascuna volta, una pausa come dopo un colpo
che atterra. Rivedeva quella faccia distrutta, simile a un pugno di
cenere. Poi risentiva soffiare su sé la feroce insània, rivedeva sé
nell'atto di percuotere l'atterrata sul viso su le braccia sul petto,
ruggendo l'ingiuria.

Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più
lurido? Quale invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo
urto per abbattere quella ragione vacillante era stato dato dal caso con
una sapienza degna della più lenta premeditazione. E l'ultima voce,
udita a traverso la nera distanza, non pareva avere annunziato
l'infamia? «Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....» L'avevano presa
per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Certo, nel
terrore, ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore, sperando di
trovare il rifugio e la difesa. E l'avevano ricondotta a quella casa
come a un postribolo, come per essere restituita al luogo del suo
mestiere immondo! E la porta era chiusa. Battuta dai pugni e dai calci,
era rimasta chiusa.

Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto, attonito. La vita era
veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa, l'altra
notte, sotto il portico, tra la carneficina e l'oscenità, tra il Caffè e
la Farmacia. Per giungere a questo egli aveva costruito le sue ali?

Uscì. Si soffermò a piè della scala; guardò il ferro della ringhiera e i
gradini di marmo bianco. «Vale la pena di colare a picco, se non per
altro, per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella
giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre
della terra, più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la
morte, o Vana beata, martire salva!»

Rientrò nella casa vera, in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era
chiusa nella custodia di lutto. «I minuti di Pratolino, la sosta per
accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. Ma, dal momento in cui la
vettura col triste carico si mosse, dove fu condotta la povera creatura?
dove fu trascinata, sino al momento in cui forse disse il suo vero nome
e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?»

Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. L'aveva
incontrato poche volte, aveva scambiato con lui poche parole; ma aveva
sùbito sentito, in quella struttura quadra, in quella mano larga,
qualcosa di saldo, di leale, di generoso: una bontà lucida e virile, una
energia misurata, un intelletto vigile. Lo cercò, lo trovò. Non lo trovò
soltanto in presenza, lo trovò in anima.

Aveva già visitato la demente; appariva triste e perplesso, poiché non
conosceva l'episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice
accompagnata dai due sconosciuti e riconsegnata al portinaio. Né Paolo
aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insània.

— L'ho trovata — disse il dottore — non nel suo appartamento ma in una
piccola stanza del mezzanino, in una specie di sottoscala, dov'ella si
rifugiò iersera come in una tana, risoluta a non più uscirne. Il
fratello e la sorellina sono a Volterra. Ora la povera creatura sa che
il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. Per aver
soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo, ella ha
gittato tali grida di terrore che, dianzi, la gente era assembrata sotto
la finestra.

Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò.

— Continui — disse egli, come se non fosse sotto la parola ma sotto il
ferro operatorio. — Continui, prego.

— Per quanto io abbia cercato di persuaderla, non m'è riuscito di trarla
fuori dalla sua tana dove non c'è che il nudo muro, una vecchia branda e
qualche sedia sconnessa. Il delirio è violento, e non so ancóra
determinarne tutte le cause. Dianzi, alle mie persuasioni rispondeva:
«Non posso, non posso più uscire di qui. Le guardie mi arrestano, mi
portano alle Murate. Sono scritta nel libro della Questura. Non sa,
dottore, chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo, che lo
sapeva e lo diceva. Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel Libro. Le
guardie mi conoscono. Tutti mi conoscono. Come vuole che io esca di qui?
Non mi chiamo più Isabella Inghirami. Sa, dottore, come mi chiamo io?
Vada, scenda nella via, lo domandi al primo che passa. Come vuole che io
esca di qui, con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una
piccola goccia, una piccola piccola goccia. Vana la vide, Vanina la
vide, e m'asciugò; con un piccolo fazzoletto m'asciugò, e poi lo serbò;
serbò la macchiolina rossa, e aspettò. Ora, vede?, ora non faccio che
leccare il mio sangue, e mai non stagna. Chi m'ha pestata così? Quello,
sempre quello, quello che m'ha scritta nel Libro....»

— Continui, prego.

— Ma, signore. Ella sta male.

— No, dottore. Continui.

— Ora, in realtà, l'inferma ha le stìmate nella bocca. Le gencive
sanguinano intorno ai denti, le labbra sono arse e screpolate, tutti i
muscoli del viso sono stravolti. E certo è questa la più intensa delle
sue idee deliranti; ma ve n'è qualche altra, forse più tormentosa e di
natura più grave, di cui non so scoprire l'origine.

— Dica, dica. Quale?

— Forse Ella può illuminarmi. L'inferma, a intervalli, crede di sentire
qualcuno che cammina sotto il suo cranio, un passo concitato che suona
dietro l'osso della sua fronte; e il suo terrore di quel supplizio e
dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere
all'accesso senza profondo strazio. Né gli intervalli le danno riposo,
perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il passo.
Se parla, si arresta per ascoltare. Quando l'ode avvicinarsi, si curva
tutta sopra sé stessa, e rompe in supplicazioni confuse che non son
riuscito a intendere, così forte il terrore le fa tremare le mascelle.
Ma una volta ha detto, sotto voce, con un accento infantile: «Bisogna
andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa
dove....» E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la
sorellina; perché a un certo punto è balzata in piedi, con una
eccitazione spaventosa, gridando: «Ah no, questo no! Mi porta via
Lunella, mi si prende Lunella! Ah, questo no! Non me la togliere! Dove
la porti? dove la trascini? non vedi? è piccola, non può seguirti....
Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più
male. Tu mi cammini sopra, tu mi passi sopra. Sono diventata la tua
via....»

Paolo si stringeva le tempie fra le mani, e accennava di non poter più
udire. L'insonnio, il digiuno, la stanchezza, la violenza delle
commozioni finalmente rompevano la sua forza. Le tempie gli si
spezzavano. Lo spasimo corporale attutì l'altro dolore. Egli non poté
fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'immobilità e nel
buio.

E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.


Il secondo giorno, dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si
alternarono, egli rivide il dottore. Il delirio della demente era
cresciuto. Non era stato ancóra possibile trarla dalla tana senza
provocare una resistenza pericolosa. Il padre e lo Sciacallo, che a
vicenda custodivano l'adito, avevano espresso il loro pensiero su la
necessità di chiudere l'inferma in una Casa di salute. D'entrambi, e
della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine, il
dottore fece un ritratto spietato. Il proposito fermo d'impedire il
delitto, a qualunque costo, ridiede all'agitato la pacatezza esteriore.

— Che cosa posso io fare per salvarla? — dimandò egli. — Crede che le
gioverebbe rivedermi?

Il medico rimase perplesso.

— Parli senz'alcun riguardo. Non mi risparmi, La prego.

— Quando l'inferma evita di dire il nome di quegli che la fa sanguinare,
— rispose con tristezza e con pietà l'uomo dalla larga mano — qual nome
essa tace?

— Il mio. È vero.

Un silenzio penoso piombò su entrambi.

— Che accadde dall'ora in cui essa uscì sola all'ora in cui rientrò
accompagnata dai due sconosciuti? — chiese il medico guardando
dirittamente gli occhi chiari. — Può dirmelo?

Paolo raccontò quanto sapeva, senz'alcuna omissione.

— Ora comprendo molte cose — disse il medico — e tra le altre questa, la
più grave. L'inferma è convinta che fu presa per vendetta di «quell'uno»
e che, quando dagli uomini fu battuto alla porta, quegli era dentro e
udiva gli oltraggi e godeva della vergogna, e non aprì. Paolo balzò in
piedi tremando per tutte le membra.

— Mi odia, dunque.

— Noto che d'ora in ora l'avversione diviene più acre e assume forme più
crude. Stamani, nell'accesso, per la prima volta ha proferito sillaba
per sillaba la parola infame che la marchiò, secondo essa dice.

Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano; né poteva
gridare la sua discolpa. Ma accoglieva la fatalità del male che la
misera gli faceva e nell'amore e nella demenza e nella morte. E tacque;
e specchiò la sua solitudine nel suo duro silenzio come in una lastra di
marmo nero.


Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sgusciante dalla voce dolciastra e
dagli occhi fuggevoli. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove
pratiche.

Restò sempre in piedi, parlò sommesso.

— Nel pomeriggio di martedì, verso le sei, la signora fu vista su la
scalinata di San Firenze. L'indicazione della Piazza d'Azeglio, data per
errore del domestico o per inganno del vetturino, era falsa e forviò le
ricerche. Tutta l'avventura si svolse su la Piazza di San Firenze fra le
sei e le sette e mezzo circa. Dopo avere esitato, in preda a
un'agitazione palese, la signora entrò nella piccola porta che mette
nella cappella. Quando ne uscì, prese una vettura e diede l'indirizzo di
Borgo degli Albizzi. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare
indietro. Si fermò di nuovo dinanzi alla Chiesa, ed entrò per la stessa
porta. Quando ne uscì la seconda volta, era già buio. Come dava in
ismanie, un uomo alto e magro si avvicinò a parlarle. L'uomo chiamò un
suo compagno, dichiarandosi agente di polizia. Ed entrambi fecero salire
la signora in un'altra vettura e la condussero là dove accadde la scena
raccontata dal domestico di Mrs. Culmer. Pochi minuti prima delle otto e
mezzo, i due uomini fecero di nuovo salire la signora nella vettura e la
condussero in giro, senza meta, aspettando che si rivelasse e desse una
indicazione certa. Come passavano per la piazza Beccaria, si fermarono
dinanzi al Caffè. Discesero; si sedettero a una tavola. La signora bevve
qualcosa; anch'essi bevvero. Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi, il
magro, diceva: «Non la lascio se non la porto a casa, se non scopro chi
sia e dove abiti.» Sembra che finalmente, verso le dieci, la signora
abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. I due ve la condussero.
Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente, fece
firmare al portiere una carta, un piccolo pezzo qualunque di carta. La
signora smaniosa disparve su per le scale. I due accompagnatori si
allontanarono. Le ricerche minutissime, compiute per trovare tra gli
agenti l'uomo indicato, son riuscite vane. Nessun rapporto fu presentato
al Questore. Io penso che l'uomo sia un qualche malfattore temerario che
abbia tentato un ricatto. Le ricerche tuttavia continueranno.

E il delegato se ne andò, con la solita aria cerimoniosa e strisciante.

Paolo Tarsis vide il Caffè ignobile; vide Isabella Inghirami — la
creatura di tutte le grazie e di tutte le eleganze, la grande farfalla
crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'Estate, quella
medesima che aveva potuto d'improvviso estrarre sé dal suo masso come
una statua severa e assomigliarsi alla grande Aurora michelangiolesca —
la vide seduta tra i due ceffi, dinanzi a un bicchiere impuro dov'ella
bagnava le labbra riarse....


E il quarto giorno fu il giorno di Tamar.

Prima il dottore domandò:

— Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato?

— Non comprendo.

— L'inferma a quando a quando vede una femmina rossiccia e albina con un
grembiule rigato «che odora di quell'odore». Rifiuta di coricarsi perché
dice che le hanno messo nel letto il lenzuolo cucito da colei, il
lenzuolo di tre ferzi. Non conosce nulla, degli ultimi tempi, che possa
illuminarmi?

— Nulla.

Tacquero per un poco, pensosi.

— E l'odio? — chiese Paolo Tarsis. — Aumenta?

— «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande.» Ha una Bibbia?

— L'ho.

E Paolo cercò la Bibbia e la diede al medico.

— Ogni giorno porta un nuovo atteggiamento misterioso — disse il medico.
— Iersera essa ebbe una tregua fra due tempeste. La tremenda
irrequietudine del corpo cessò per un tratto. Consentì a sedersi. Aveva
rifiutato il cibo ostinatamente. Era d'un pallore e d'un'emaciazione
mortali. I sussulti, gli sguardi, i sobbalzi erano placati. Solo
persisteva il gesto perpetuo di premersi le stìmate della bocca. Stette
fisa alquanto; poi recitò con un accento inatteso un versetto della
Bibbia: questo.

Cercò nel Secondo Libro di Samuele, e lesse:

— «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande; perciocché l'odio che le
portava era maggiore che l'amore che le aveva portato. Ed egli le disse:
Lèvati, vattene via.» Io allora bruscamente le domandai: Chi è Amnon?
Rispose: «Quegli che mi cacciò e serrò l'uscio dietro a me,» Poi divagò
oscuramente. C'è dentro di lei un travaglio così fiero che, per
contenerlo, non le bastano le sue forze umane. Nella più torbida delle
sue tempeste dà prova d'una incredibile potenza di costrizione. Sento di
continuo il suo sforzo intorno a un nucleo profondo della sua coscienza,
su cui essa poggia e preme con tutta sé come per impedirgli d'insorgere
e di manifestarsi.

Restò in pensiero, col libro tra le mani, con l'indice intromesso tra le
pagine, nel luogo di Samuele. Egli aveva la maniera dei grandi
confessori, dei grandi maneggiatori d'anime: tentava il segreto, con una
tentazione quasi inavvertita; poi aspettava in silenzio ma facendo
imperiosamente pesare nel silenzio tutte le cose non espresse.

Dopo un lungo intervallo. Paolo domandò:

— Aldo, il fratello, non la vede? non ha cercato di vederla?

— Credo che sia malato a Volterra. Né, se venisse, lascerei che la
vedesse. Per ora sono costretto a prescrivere il più rigoroso
isolamento. La difendo così anche contro il padre, e contro quell'altra.

Successe una nuova pausa.

— E Isabella non ha mai chiesto di lui? — domandò Paolo, con una voce
ch'egli credeva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata
del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani
arrossato dalla rubrica dopo la pioggia dirotta.

— Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon — rispose il medico,
riaprendo il libro. — L'inferma delirava interrottamente, sotto
un'imagine dominante. Non ho mai veduto le linee del volto umano
decomporsi e ricomporsi come quelle. La sua forma espressiva sembra una
materia in fusione, una materia condannata a una metamorfosi che si
travagli e non si compia. D'improvviso, dopo una specie di lungo
soliloquio incompreso, con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel
dire, disse: «Eppure, la colpa di cui m'accusate, io l'ho commessa; e
non debbo discolparmi.» Allora io ripetei la mia domanda guardandola
nelle pupille: «Chi è Amnon?» Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che
sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra, assai più
misterioso del raggio di luce che si vede nelle rappresentazioni della
stìmate sante. Poi recitò lenta un altro versetto, traendolo dalla sua
memoria come dal fuoco: «E Amnon era in grande ansietà, fino a
infermare, per amor di Tamar sua sorella.» Allora io ripetei la mia
domanda incalzandola: «Ma dunque Amnon chi è?» Balzò in piedi con uno di
quegli impeti che la fanno somigliare a un turbine di cenere e di brace,
gridando: «Mio fratello! Mio fratello!»


E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza.

La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal
pettine d'acciaio; il suo scarabillo. Ella s'insanguinava le dita contro
le punte del cilindro, come a sei anni. Stava accosciata e china a
ricevere l'aura della doppia aletta, ad ascoltare la voce piccola e
infinita che saliva dal fondo della sua infanzia.

— È strano — disse il dottore a Paolo. — Quel tintinno la placa,
interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra. Stamani
diceva: «Chiamatemi Lunella, rendetemi la mia Forbicicchia, che venga e
porti con sé Tiapa e le sue forbici e stia qui e intagli per me qualche
figuretta, e si viva insieme tutt'e tre, e lo scarabillo suoni sempre
suoni sempre!»

Paolo la rivide apparire su la terrazza, seminuda nella sciarpa lunare,
con la stella cilestrina in mezzo alla fronte, recando la cosa ignota
avviluppata nel pezzo di stoffa.

— Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene, e del suo
desiderio di Lunella, son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre
a Volterra.

— A Volterra?

— Ho ben considerato. È impossibile ch'essa rimanga qui, in queste
condizioni. Deve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. La più
assidua vigilanza non basta. Ora la villa murata di San Girolamo non
soltanto è ottima per quiete e per solitudine ma ha il vantaggio d'esser
prossima a una Casa di cura, che è diretta da un uomo d'alto ingegno e
di profonda coscienza, e di rigidissima disciplina, nel quale io posso
pienamente confidare. Inoltre so che il padre non si oppone a questo
trasporto. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è
avvalorata dalla legge, e che conviene per ciò traccheggiare con lui.
Non frappongo indugio. Preparo la partenza per domani.

Fino a quel punto Paolo non aveva ancóra avuto il sentimento finale del
distacco, dello strappo, della separazione ineluttabile. Quel trasporto
gli parve il vero trànsito dell'anima. Non rivide il giardino di
gelsomini cantato da Hafiz, ma la Reggia della Follia e il sepolcreto.
Poi si ricordò dell'antilope ferita, dai grandi occhi teneri come gli
occhi di Leila.

Per commiato, la sera volle tornare nel nascondiglio, entrare nella
caverna verde. La scala era lugubre, rischiarata dalla fiammella
giallastra accesa sul pianerottolo; era come quella ove rimasero le
macchie del sangue non lavate, dopo il delitto; era deserta e tacita, ma
per lui risonava dei colpi dati alla porta dallo sconosciuto. Nelle
stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza
ch'egli temette il contagio della demenza. Furono come Isabella, come la
bellezza viva d'Isabella, come le sue trecce, come la sua nuca, come le
sue braccia, come le sue spalle, come il suo petto, come le sue
ginocchia, come le sue caviglie. Tutte si rianimarono, si umanarono,
assunsero un aspetto patetico e consapevole. Isabella era per ovunque.
S'egli si moveva, la sentiva, la toccava, aveva da lei nei precordii
quei sordi tonfi, quei rossi terrori, onde l'approssimarsi della voluttà
era come l'approssimarsi dell'annientamento. I ricordi, in così breve
spazio, si fecero di carne e d'ossa, camminarono verso di lui su quattro
branche, lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere.
Poi combatterono, poi si divorarono tra loro; e rimasero vivi i più
selvaggi, e infuriarono. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò
della parola che accompagnava i tuoi colpi.»


E il sesto giorno fu il giorno del vituperio.

L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune
notizie da comunicargli, di natura molto delicata, intorno al mistero
della notte orrenda. «Che c'è di nuovo? che c'è ancóra di più tristo?»
si domandò il superstite ch'era già pronto al suo viaggio.

Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete
della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla
collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come
su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la
Città di vento e di macigno.

Come per accompagnarla fino ai tre cipressi, fino ai tre patiboli
confitti sul poggio calvo, egli passò per la piazza di San Firenze prima
di andare al colloquio incerto. La piccola porta, per ove ella era
entrata, s'apriva sotto una finestra difesa da ferri robusti. L'andito
era bianco, con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Appesa in alto
era una lunga scala di legno; altre due lunghe scale eran poggiate sul
pavimento, simili a quelle dei crocifissori. Un pergamo di legno scuro
era abbandonalo a fianco dell'uscio.

Tutte quelle cose, ch'egli vedeva per la prima volta, si misero a vivere
in lui come se anch'esse fossero impregnate della vita d'Isabella. Il
cuore gli si gonfiò d'una pietà disperata, quand'egli scopri nell'ombra
la piletta dell'acqua santa. Vi luceva poc'acqua, dove forse la povera
folle aveva intinte le dita per segnarsi, col gesto della consuetudine.

Camminò sopra una pietra sepolcrale, per un breve corridoio ingombro di
armadii neri. Entrò nella cappella; guardò le lastre nere e bianche del
pavimento ov'ella s'era inginocchiata, dinanzi ai balaustri di marmo che
chiudono lo spazio dell'altare; guardò con occhi intentissimi. Gli
aspetti delle cose gli si stampavano nel dolore, a uno a uno, senza
sovrapporsi.

«Che fece nella lunga sosta? rimase in ginocchio? si sedette? pregò?
sapeva ancóra pregare? e quale fu la sua preghiera?» Egli guardava,
guardava; e gli occhi si dilatavano per tutto vedere, per tutto
accogliere, e l'intero viso viveva la vita dello sguardo, come nell'ora
di Mantova, come là dove tutti i segni erano eloquenti e tutti i
fantasmi cantavano.

Sotto la cupola, nell'altare dedicato alla Vergine, una corona di cuori
votivi cingeva l'imagine santa. Due lampade d'argento ardevano ai lati.
E da un lato e dall'altro erano due porte chiuse, in mezzo a' cui
battenti splendevano due cuori d'oro in fiamma; e su l'una e su l'altra
porta era l'iscrizione: _Reliquiae sanctorum_. Alla parete destra, un
confessionale; un altro, alla sinistra; e presso, due panche. «Su quale
restò seduta?»

Gli parve d'indovinare scegliendo, e sedette su quella. Sentiva l'ombra
scendere dal lucernario. Vedeva, a traverso il cancello, la Chiesa
bianca sostenuta dagli alti pilastri di pietra serena. Vedeva di là
dalla cappella gli anditi oscuri, ingombri di stalli di armadii di
confessionali. Una donna quasi cenciosa passò, e lo guardò con due occhi
di febbre, pieni d'infinita miseria. Gli tese la mano cava, senza
dimanda. Prese l'elemosina, senza grazie; e scomparve nell'ombra
trascinandosi come se avesse le reni spezzate.

E sul passo della mendicante, mentre l'ombra scendeva più grave dal
lucernario, gli apparve in un attimo Isabella, simile a un turbine di
cenere e di brace, con le stìmate nella bocca.

S'alzò, temendo le allucinazioni; attraversò il corridoio; escì su la
piazza. I fanali erano già accesi. La massa petrosa del Bargello
occupava il cielo argentino. Il campanile azzurro della Badia attendeva
che alla sua punta si accendesse la prima stella. Una fila di vetture
stava lungo il marciapiede, coi cavalli stanchi e tristi, coi vetturini
sdraiati in attitudini di ubriachi o di mentecatti. «Quale di quelle
portò la povera folle, seduta tra i due accompagnatori?»

Per la via del Proconsolo, pel Duomo, nel chiaro e tiepido argento della
sera d'aprile, andò al luogo di vergogna. Risentì l'odore indefinibile
che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in
terra. Pensò all'ignota femmina dal grembiale rigato.

Entrando nella stanza dove l'ispettore cortese lo attendeva, fu come il
torturato che passa da una muda in un'altra per l'estrema sevizia.

Di dietro il cristallo insensibile degli occhiali d'oro, l'uomo zelante
disse con rapida precisione:

— Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei
due sconosciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una
vera coppia criminale. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano
Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce,
ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato Il Canonico, è un certo
Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dante avrebbe
messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de'
Mozzi.

E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un
sottile sorriso che traversò la visiera di cristallo.

— Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si
trovavano su la piazza, quella sera? La piazza di San Firenze, la sera,
è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si
diramano dietro il Tempio e dietro il Tribunale. Là presso è anche una
specie di Caffè bordello. I due procaccianti vi hanno il loro recapito.
Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fossero mossi
dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima
volta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora,
o già lo conoscevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma?

L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto
oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato
di tutte lettere, invero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi
patetico, quando giunse all'ultima ch'egli gravò di un dubbio turpe:

— E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la
partenza dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Albizzi?
Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità.

Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi.
Dispensò dalla ricerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una
cloaca immensa. Ogni bellezza, ogni gentilezza era distrutta. Il volto
dell'Amore era osceno come quello d'un pagliaccio vinoso. Egli vedeva la
divina Isabella Inghirami seduta tra il ruffiano e il sodomita, dinanzi
a un bicchiere sudicio, nel Caffè male odorante. La parola di vituperio,
il destino l'aveva raccolta per adempierla.

E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova.


E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse:
«Cuore, sopporta. Ben altro tu hai sopportato più cane!» E si scrollò, e
prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola
tempra.



Il dì venti d'aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il
messaggio promesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del
fonditore. Il metallo si struggeva nel bacino. La statua aspettava per
tutte le sue vene avide il sangue rovente, vestita dalla tonaca di
terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi
michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era
per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clìpei.
«Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, dà la
buona stratta come la stratta della morte; ché il vento gira al largo e
ridonda, e risona come il bronzo sonante, nel battito del mare.»

Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi.
Tutto il giorno aveva lavorato intorno al suo grande airone, in
silenzio, con i suoi meccanici, portando anch'egli la tunica azzurra,
non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben
celato il suo disegno e il suo proposito. «Ponente una quarta a
libeccio!» Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di
naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per
ciò egli aveva atteso a rinforzare i suoi congegni: aveva mutato il
motore, il serbatoio, l'elica; con molta industria aveva sospesa sul suo
capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro
e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era
segnata la giacitura degli atterraggi utili, costantemente orientata
dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni
artiere prediletto da Giulio Cambiaso: «Domattina, alla diana, farò un
altro volo di prova.» Sembrava che per lui su la rupe di Àrdea vigesse
la _conscia virtus_ di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa
mortale munitissimo.

In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per
indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo
compagno. «Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?» Il ricordo gli
palpitava dentro assiduo come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva
gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo e
presente come quando lassù reduci dai peripli e dalle spedizioni avevano
costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e avevano
tentato i primi voli.

Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi
tra le ali leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre o
imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una
serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a
raggiungere per la prima volta, col bianco airone già quasi compiuto, il
piano che sta alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzarono il
tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto Dio Indìgete dopo che il
fiume con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e
non lasciato se non l'ottima parte.

Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte,
contemplando i luoghi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella
sua ultima sera. Tutto era grande e dolce come se l'Indìgete sorridesse
nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma
contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del
padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Pareva che dal
lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri
moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a
cui s'appese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque
diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba
degli uomini imbestiati ululare come quando sotto il monte dell'erbe
veleggiarono in salvo le navi d'Enea; ma sola cantava la figliuola di
Giano il suo divino dolore, come il cigno canta i versi della morte,
divenuta «vana ne' lievi venti.»

Calava la sera. A una a una, intorno a Espero, le stelle sgorgavano. Un
pastore conduceva la greggia non forse all'ovile ma all'Oracolo di
Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che
suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli
delle pecore offerte, ancor dorme vaticinando per sogni nel silenzio
notturno.

Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue
vaste ali biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel
medesimo ove egli aveva composto il corpo del compagno avvolto nella
rascia rossa. Ricoverò i suoi meccanici nell'officina attigua; diede gli
ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante.

Il silenzio era come quando la Città guerriera dei Rutuli dormiva
intorno alla reggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura
apparivano opera d'uomo, covando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva
se non il croscio dell'Incastro a valle, continuo come il tempo. Un cane
uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada di Anzio. Su i
Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una notte nota che ritornasse
nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo.
Il monolito ancóra giaceva al suolo ma rialzato alquanto da fasci di
frasca ch'erano come i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e,
pensando all'opra che nell'ora ferveva intorno alla statua lontana,
respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Aveva
già lo statuario gittato nel bacino l'anello?

Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva
dalla trave. L'airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi
tutelari che Giulio Cambiaso amava e curava, nei giorni della gaiezza.
Per gioco egli s'era piaciuto di deificarli coi nomi di due antenati
mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Erano come i Penati nella
casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e meditabondo
sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia.

— Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me,
povero solo! — gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in
fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per
parlare ai due vecchi Penati candidi dai piedi olivastri. — Proteggi
intanto il mio penultimo sonno breve. Domani dormirò assai più
lungamente.

Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano
sotto la tenda. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e
alle necessità, era sparsa intorno, di metallo, d'osso, di bosso, di
tela, di gomma.

— La mia statua è fusa — disse, pensando che il rito del fuoco s'era
compiuto.

Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca
rigurgitante, il metallo incandescente fermarsi e sùbito incupirsi nella
creta e nel mattone. S'addormentò.

Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici
credettero che Giulio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente
allegra la voce dei comandi. Sùbito la tettoia fu piena di rombo. Le
tavole tremarono, la polvere si sparse, l'airone si sbatté. Egli
prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. I sette
cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alette
intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a
meraviglia, astro d'aria nell'aria. I meccanici ancóra una volta ne
provarono la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un
misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo
sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi;
e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.

— Pronti? — chiese il superstite.

— Pronti — rispose la voce fedele.

E l'elica s'arrestò. L'Àrdea fu sciolta, fermo il battito del
settemplice cuore raggiato.

— Dauno, — disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove
l'airone bianco era molto inquieto — Dauno, voglio liberare anche te, in
questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta.

Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le
traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla
verso lo spiazzo. Posò la gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò
della parola vergiliana di Niso.

— _Daune,_ — disse — _nunc ipsa vocat res. Hac iter est._

Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era
offerta.

— _Daune, hac iter est!_ — gli gridò il liberatore incitandolo.

L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe
nericce; corse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con
grazia il collo tra gli omeri e confondendo le lunghe piume
dell'occipite con quelle della schiena, si librò a volo nel mattino.

Egli lo seguiva con lo sguardo.

— Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento?
Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno!

Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo
dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare, le
spiagge, le valli, i poggi, i monti erano quali Canente li guardò con i
suoi occhi limpidi e li incantò con i suoi carmi leni, prima del dolore,
prima del pianto e del sangue, prima che la figlia crudele del Sole
dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: «O bellissimo, e non
ti riavrà colei che canta.»

— _Hac iter est._

E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un
giorno alcionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini
con nessuna parola, con nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le
due pale e impresse il moto. Ascoltò il tono. Salì sul suo sedile;
s'accomodò alla manovra, tranquillo.

— Lascia!

Al modo dell'airone liberato, il velìvolo corse per un tratto sul suo
fumo azzurrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò
verso il mare. «Ponente una quarta a libeccio.» Gli artieri e i pastori
lo videro seguire dall'alto il corso dell'Incastro, oltrepassare la
foce, salire salire ancóra, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno,
perdersi nell'immensità.

— Vedrete che va a finire in Sardegna — disse ridendo il più giovine.

— Non mi meraviglierei.

Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando
la gabbia vuota, scoteva il capo.

Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e
chiara solitudine, senza turbamento, senza mutamento, in cui gli pareva
esser sospeso e immobile su le sue ali adeguate. Era la grande serenità
alcionia, come nei giorni favolosi del solstizio iemale; era l'albasia
mattutina, senza soffio, senza flutto. Come quella quiete aboliva la
rapidità, così quel silenzio aboliva il romore. Il moto dei congegni non
aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie, che
l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. Il
superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del
trapassare. Non vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come già
nell'apparire dell'arcobaleno, ma era egli medesimo quel pilota; e la
sua anima era la guida della sua anima, e la sua mente era la luce della
sua mente; e le sue mani, che nel lavoro avevano conservata la loro
nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude, gli parevano anch'esse
una forma della vita ideale; ed egli aveva persa la memoria della riva
di giù ma non di quel viaggio, ché egli si ricordava di averlo compiuto.

Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare come la bacchetta
del musico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. Egli si
volse, e la sua gota fu d'oro. Le ali risplendettero con tutte le
nervature palesi; i metalli scintillarono; una via abbagliante segnò le
acque. Era il Sole.

L'estasi letèa cessò. Le mani del timoniere si rinnervarono e
riappresero l'arte. Egli scorse una nave che gli intersecava la rotta
navigando a ostro levante; la raggiunse, in calata verso il clamore che
saliva dai marinai e dai passeggeri assembrati in coperta; sorpassò, si
risollevò. Il tono della raggiera ignita era pieno ed eguale; l'astro
mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente; l'equilibrio tra
ala ed ala, tra becco e coda era costante. La lieve brezza di ponente
spirava senza colpi né salti ne nodi; il mare mutava colore qua e là,
simile a un drappo broccato. Ma ora il silenzio era pieno del rombo, che
il volatore ascoltava di continuo nell'attesa della prima pausa. La
solitudine era tutta d'acqua e d'aria, senza una vela, senza un filo di
fumo, senza una linea di terra. Gli parve di percepire una pausa nella
raggiera, poi un'altra, poi più altre intermesse. Vigilò il suo cuore,
con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. «Che
farci se l'Àrdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo?
Dovrei attendere o cercare di colarla a fondo?» Il tono ridiveniva
pieno. Il vento rinfrescava; il soffio intaccava l'acqua e la copriva di
squame; appariva lontano una zona sempre più cupa. Egli cominciò a
manovrare con attenzione più acuta. «Compagno, compagno, sarà una bella
morte! Se calcolo il tempo e la velocità, ho già percorso circa settanta
miglia marine. Sono in mezzo al Tirreno. Ho una bella tomba profonda. Ti
ricordi, all'isola del Tino, alla Maddalena, quando chiusi nello
scafandro scendevamo verso gli orti delle Sirene?» Gli ritornava in
tutto il corpo quella gioia nuova, l'insolita leggerezza, come se il
senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso; gli ritornava
singolarmente una strana divinità nelle mani che sole rimanevan nude in
contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere per entro alla
tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiorite.
«Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la
Sirena che non trovò mai?»

E il tempo passava, e il tempo passava. E un'altra nave apparve,
navigandogli incontro diretta a levante, verso la costa d'Italia. E la
vide sotto di sé come un chiaro guscio distinto da una piumetta di fumo.
Il clamore gli giunse appena appena. Egli volava a grande altezza, e la
rapidità gli sferzava il viso entro il camaglio.

E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava
un'ansia confusa che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora
pareva terrore. L'astro mordace dell'elica trivellava l'aria salsa
infaticabilmente. Egli aveva già percorso più di cento miglia marine.
«La morte poteva divenire la vita? il giorno d'immolazione divenire
giorno di trasfigurazione?»

Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra, le sue mani
nude come quelle che sporgevano dallo scafandro; e gli pareva che
vivessero con una straordinaria potenza. Erano là, infaticabili come le
due pale dell'elica, senza tremare, senza tentare, senza fallire. Il
tono della raggiera ignita era pieno e gagliardo. Il Sole dietro di lui
salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'ombra. La grande Àrdea
di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra, come sparente,
come inesistente, come cosa della riva di là, come segno spettrale. Ma
in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a
un'opera disperata di vita, erano furenti di vita come quelle che
brandiscono l'arme alla suprema difesa, come quelle che s'aggrappano al
bordo del battello o alla scheggia dello scoglio nel naufragio.

E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima
volta moveva l'essere umano.

I minuti scoccavano, l'un dopo l'altro, come le scintille
dell'accensione. La luce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo.
Quel ch'era insperato poteva esser raggiunto! Egli vedeva a faccia a
faccia il suo pilota, come in quell'altro giorno funebre quando gli
aveva chiesto: «Tu vuoi? Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere, la
volontà di vivere per vincere.

Che poteva esser mai laggiù, in fondo alla linea dell'acqua, quella
lunga nuvola azzurra? una catena di monti? la terra? Egli guardò le sue
mani terribili. E sentì tutto il suo corpo proteso come per l'istinto di
acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del
fuso e del dardo. E sentì le sue pupille appuntate all'apparizione
lontana con una intensità che moltiplicava il senso per prodigio.

Era la terra! Era la terra!

E il suo amore del fratello e il suo dolore e il suo ardore furono il
Sole dietro a sé, sopra a sé, furono una presenza raggiante, una
immortalità incitatrice.

Era la vita! Era la vita!

Tale quel sogno sognato con tutto il peso della carne sanguigna, con la
faccia addentrata nell'origliere come la fame nella mangiatoia, col
sudore che stilla, con le pieghe dei lenzuoli che lasciano nella pelle
impronte come di percosse; e tale il suo sogno, tale il prodigio
sostenuto con la tensione di tutte le fibre, con la durezza di tutte le
ossa. E il tempo passava; e la raggiera irta rombava in ritmo; e l'astro
dell'elica trivellava il cielo.

Era la vittoria! Era la vittoria!

E come allora e assai più, di tutta la sua volontà egli fece un dardo
inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano
soliferro, tutto ferro asta punta e cocca: un ferro che vedeva come
nessuno mai vide, un ferro che udiva come nessuno mai udì.

Udì in basso un lieve scricchiolìo, udì qualcosa cadere d'accanto al suo
piede sinistro. Al calore, s'accorse che s'era spezzata o distaccata la
tavoletta d'alluminio contrapposta al tubo di scarico, e che il getto
dei gas infiammati lo investiva senza riparo. Ma vedeva la terra; la
vedeva ingrandirsi, avvicinarsi di continuo, co' suoi monti, co' suoi
poggi, con le sue macchie, con le sue spiagge. Il vento ora l'assaliva a
colpi, a buffi, a rìfoli, a ràffiche.

Lottò, contrastò, assalto per assalto. Scorse e traverso l'onda eguale,
sotto di lui, una flottiglia di battelli sottomarini che navigavano con
lo scafo immerso, in manovra di battaglia. Comprese che Terranova, il
Capo Figari, Porto Cervo, Caprera, la Maddalena gli erano a tramontana e
ch'egli aveva tenuta la rotta più verso libeccio. Ma non virò, non la
mutò. Anche una volta egli aveva tracciato con l'animo una linea più
diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. La
costa era là, deserta sterile e dorata; nella sua bassura, propizia
all'atterraggio. Scorse una muraglia informe di fichidindia; scorse più
lungi in un seno verdiccio un armento presso una capanna conica. Scoprì
in una calanca una lista di sabbione, contro una macchia cupa forse di
ginepri, forse di lentischi. La scelse per atterrarsi. S'atterrò nel
sogno e nel prodigio, sicuro e lieve, dismemorato e inconsapevole, quasi
al frangente dell'onda.

Non clamore, non tuono di trionfo; non moltitudine pallida di facce,
irta di mani. Silenzio selvaggio, erma gloria; e il mattino ancor
fresco; e il respiro del mare fanciullo che le braccia piegate della
terra cullavano; e la parola della segreta nutrice che sa la vita e la
morte e ciò che deve nascere e ciò che non può morire e il tempo di
tutto. «Figlio, non v'è dio se non sei tu quello.»

Egli restò attonito e intento per alcuni istanti. Poi fece l'atto di
balzare su la sabbia; ma lo spasimo della bruciatura profonda gli
strappò un grido, lo trattenne. Allora discese cauto, cercando intorno
un sostegno. Sedette sul lido solitario; e si pose a distaccare dal
piede incotto i resti del cuoio incarbonito. Come aveva esausta la forza
e non sosteneva lo strazio, scivolò fino alla riva; e tenne il piede
immerso nel mare.



  _OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO_

  =Prose scelte=                                      L.  4

  ROMANZI

  =Il Piacere=                                            5 —
  =L'Innocente=                                           4 —
  =Trionfo della Morte=                                   5 —
  =Le Vergini delle Rocce=                                5 —
  =Il Fuoco=                                              5 —
  =Le Novelle della Pescara=                              4 —
  =Forse che sì forse che no=                             5 —

  POESIE

  =Canto novo; Intermezzo=                                4 —
  =L'Isottéo; la Chimera=                                 4 —
  =Poema paradisiaco; Odi navali=                         4 —
  =La Canzone di Garibaldi:= La Notte di Caprera          1 50
  =In morte di Giuseppe Verdi.= Canzone                   1 —
  =Nel primo centenario della nascita di Vittore
    Hugo= — MDCCCII-MCMII — ode                           — 50
  =Elegie romane=                                         3 50
  =Laudi= del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi
    _Vol. I:_ Laus Vitæ. Legato in finta pergamena        8 —
  — Legato in vera pergamena                             12 —
    _Vol. II:_ Elettra — Alcione. Legato in finta
      pergamena                                          10 —
  — Legato in vera pergamena                             14 —
    Edizione economica delle _Laudi_:
  =Laus Vitæ=                                             4 —
  =Elettra=                                               3 50
  =Alcione=                                               3 50


  =L'Allegoria dell'Autunno=                              1 —


  DRAMI

  =Francesca da Rimini=                                   7 50
  — Legata in pergamena con fregi i nastri               12 —
  — Edizione economica                                    4 —
  =La Figlia di Iorio=, tragedia in tre atti              4 —
  — Legata in pelle, stile Cinquecento                   10 —
  =La Fiaccola sotto il moggio=, tragedia                 4 —
  — Legata in pelle, stile antico                        10 —
  =La Città morta=, tragedia in cinque atti               4 —
  =La Gioconda=, tragedia in quattro atti                 4 —
  =La Gloria=, tragedia in cinque atti                    4 —
  =I Sogni delle Stagioni=
    Sogno d'un mattino di primavera                       2 —
    Sogno d'un tramonto d'autunno                         2 —
  =Più che l'amore=, tragedia moderna                     4 —
  =La Nave=, tragedia in un prologo e tre episodi         5 —
  =Fedra=, tragedia in tre atti                           5 —

  _In preparazione:_

  =Poesie scelte.=
  =Le faville del maglio.=
  =La madre folle=, romanzo.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così
come le grafie alternative (battè/batté, bramosia/bramosìa,
gorgoglio/gorgòglio/gorgóglio e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Forse che sì forse che no" ***

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