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Title: Il secolo che muore, vol. I
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico, 1804-1873
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il secolo che muore, vol. I" ***

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                         F. D. GUERRAZZI


                            IL SECOLO
                               CHE
                              MUORE


                            VOLUME Iº



                              ROMA
                  CASA EDITRICE CARLO VERDESI E C.
                        Via del Mortaro, 17
                              1885


PROPRIETÀ LETTERARIA

Roma, Tipografia Nazionale.



                          ALLA MEMORIA

                               DI

                       GIORGIO PALLAVICINI



PREFAZIONE


Trent'anni fa gli editori italiani, i quali avessero saputo che il
Guerrazzi aveva un libro nuovo da pubblicare, avrebbero fatto a gara a
presentargli le loro offerte; e la pubblicazione di quel libro sarebbe
stata un avvenimento. Quand'io penso a ciò, mi pare un sogno che
quest'opera postuma, che è forse letterariamente la migliore, certo una
delle migliori del Guerrazzi, veda la luce soltanto oggi, dopo dodici
anni ch'egli è morto. E sì che nell'ultimo periodo della vita di lui si
parlò molto di questo nuovo romanzo ch'egli stava allora componendo; e
il titolo di esso e ciò che si sapeva o supponeva degli sdegni che
l'autore vi avrebbe sfogati contro le istituzioni, i costumi e gli
uomini del suo tempo, e l'umore sarcastico di lui dovevano naturalmente
accendere la curiosità dei lettori. E la curiosità, almeno per un
momento, fu accesa: ma la pubblicazione che di lì a poco, molto
improvvidamente, e con poco rispetto verso l'autore, s'incominciò a fare
del romanzo a pezzi e bocconi sopra un giornale, bastò subito a
spengerla. Varie le cagioni di ciò; politiche e letterarie; ma cagione,
forse non ultima, anche il modo poco conveniente di quella
pubblicazione, che fu presto troncata.

                                 *

Il Guerrazzi, che tanto contribuì co' suoi scritti a fare l'Italia, si
trovò nel regno d'Italia fra gli spostati e gli scontenti. Certo, a chi
non sa scompagnare dal bene della patria le idee di grandezza, di forza
e di dignità nazionale, non mancarono cagioni di dolore e di sdegno in
quelli anni dal 1859 al '70. Se ne togli i piccoli ma gloriosi fatti
d'arme del 1859 e la mirabile epopea garibaldina nelle provincie del
mezzogiorno, i fasti della nostra unità sono abbastanza dolorosi, e non
tutti molto onorevoli; la cessione di Nizza e Savoia, le battaglie di
Custoza e di Lissa, Aspromonte, Mentana, e la presa di Roma (quando,
abbandonata dai Francesi, non rimanevano a difenderla che i soldati del
Papa). Con tutto ciò chi vorrebbe, piuttosto che averla avuta a questo
patto, rinunciare all'unità della patria? Ma il Guerrazzi vide tutto più
in nero che realmente non fosse, e fu, finchè gli durò la vita, continuo
profeta di sciagure, le quali per fortuna non si avverarono. La miseria
pubblica, il fallimento, il disonore nazionale, la perpetuità della
dominazione francese e del Papa a Roma, erano gli spettri che
assediavano la sua mente, ed erano, per lui, come tutti gli altri
malanni della patria, le conseguenze inevitabili, fatali, del governo
dei moderati.

Prima del 1870, volgendosi ad essi, scriveva nei _prolegomeni_ di questo
libro: «mettete in Campidoglio la monarchia; compite l'unità italiana;
procacciate che cessi la dominazione dei Francesi, come cessò quella
degli Austriaci.» E quando, finito di scrivere il libro, vide la
monarchia italiana portata a Roma e la dominazione francese cessata,
aggiunse in nota: «La dominazione francese cessò non per virtù nostra,
ma per infelicità altrui, epperò senza nessuna sicurezza di libertà
vera. A Roma andammo, ma sarebbe troppo più lo scapito che il guadagno
se ci avessimo a stare ai patti proposti dal Governo.» Si può
scommettere che, se avesse vissuto qualche anno di più, e avesse visto
all'_infame setta dei moderati_, come egli la chiamava, succedere nel
governo gli uomini della sinistra, non avrebbe mutato linguaggio, o
l'avrebbe mutato per poco. Forse avrebbe finito col persuadersi essere
fatale in Italia che il governo duri perpetuo in mano all'_infame
setta_, perchè anche i sinistri, arrivati al governo, diventano, pare,
moderati.

Agl'Italiani, assuefattisi a poco a poco a pagare le tasse e a fare a
meno d'ogni alto ideale di patria, adagiantisi ogni dì più nel pensiero
bassamente utilitario che oramai coll'acquisto di Roma l'Italia, o bene
o male, era fatta, e che quindi agl'Italiani non restava altro che
cercare di adagiarcisi ciascuno il meglio che fosse possibile, a questi
cosiffatti Italiani non poteva che riuscire molesta la voce di un uomo
il _quale_ anche morto non cessava di annunciare il finimondo alla
patria. A buon conto, pensavano, di tutte le tristi profezie da lui
fatte non se n'era avverata nessuna.

                                 *

Questa, credo, una delle cagioni della poca rèssa che gli editori fecero
intorno al libro, dopo la morte dell'autore. Un'altra è, che nel primo
decennio dalla costituzione del regno d'Italia la fama del Guerrazzi
scrittore andò declinando.

Il Capuana ha detto recentemente che il D'Azeglio, il Guerrazzi e il
Niccolini, nello scrivere, quelli i loro romanzi, questi i suoi drammi,
non badavano molto all'arte, badavano sopra tutto alla necessità
politica; onde, passata questa, non è rimasta di tanti loro lavori nè
una pagina nè una scena. Anch'io dissi una volta qualche cosa di simile;
dissi che «l'_Arnaldo da Brescia_ e l'_Assedio di Firenze_ non erano
opere d'arte, erano bombarde e cannoni contro i tiranni e gli stranieri
accampati in Italia.» E soggiunsi che «poichè i tiranni e gli stranieri
se n'erano andati, non era gran male lasciar dormire quelle bombarde e
quei cannoni nelle armerie.» Ora, ripensandoci, mi pare che tanto ciò
che dissi io quanto ciò che disse il Capuana non sia molto giusto;
perchè potrebbe lasciar supporre che quelli scrittori non avessero avuto
un ideale loro proprio dell'arte; mentre l'ebbero e lo proseguirono con
tutte le forze dell'ingegno. Altro è dire che il loro ideale non è
precisamente il nostro, altro lasciar credere che non ne ebbero alcuno.

E ci vuole un bel coraggio a sentenziare, come ha fatto il Capuana, che
delle opere di quelli scrittori non è rimasta una pagina nè una scena; e
più ancora ce ne vuole a dire quello che dissi io, che quelle opere non
è male lasciarle dormire negli scaffali. Chi dà a noi il diritto di
affermare che il nostro ideale artistico è migliore del loro? Che ne
sappiamo noi se di qui a cinquant'anni, e forse meno, gli scritti che
noi leviamo a cielo non saran gittati nel fango, e quelli che noi
disprezziamo esaltati? A buon conto, il Guerrazzi (per restringere a lui
solo il discorso) fu un uomo di ingegno straordinario: e noi degli
uomini di ingegno straordinario quanti ne abbiamo? Uno forse. Sarei
molto impacciato se dovessi trovare il secondo. Noi abbiamo qualche
erudito, qualche critico, qualche novelliere, tutta gente di ingegno
poco superiore al mediocre; e abbiamo una quantità innumerevole di
scrittori che non sanno scrivere. Con tutto ciò parliamo a bocca piena
del nostro amore per l'arte, per la grande arte, per l'arte pura; come
se cotesto amore fosse qualche cosa che avessimo proprio inventata noi,
e come se si potesse essere grande scrittore e perfetto artista, senza
aver grandi cose da dire, senza conoscere a perfezione lo strumento
necessario per dirle, la lingua.

                                 *

Fra quanti scrivono oggi in Italia, dove c'è uno, se ne togli il
Carducci, che conosca la lingua italiana come la conosceva il Guerrazzi?
Anzi, dirò di più, quanti ce n'è che la conoscano mediocremente?
Pigliamo alcuni di quelli che presso il volgo (ristretto volgo) dei
lettori italiani passano per bravi scrittori, di quelli che meritano le
lodi delle signore che han passato la quarantina, dei segretari e dei
capisezione dei Ministeri, dei maestri elementari e di tutte in generale
le persone che si dilettano di letteratura domenicale; e pigliamo de'
migliori: il Nencioni, per esempio, il Verga, la Serao (cito i primi che
mi capitano sotto la penna). Chi mi sa dire che lingua è quella in cui
scrivono costoro? Italiana no certo. E il meno male nei loro scritti
sono i barbarismi; il peggio è l'improprietà frequente della parola, e
l'atteggiamento del pensiero quasi sempre contrario all'indole della
lingua nostra. La barbarie dilaga terribilmente e ci trascina tutti
senza che quasi ce ne accorgiamo.

Il Nencioni, il Verga, la Serao, se per caso cadranno loro sotto gli
occhi queste parole, debbono sorridere; come in sulle prime sorrisi io
leggendo le disposizioni a proposito di un lascito fatto dal signor
Orazio, un personaggio di questo romanzo, per un premio annuo da
conferirsi al giovine autore della miglior poesia _in conforto o in lode
di qualche virtù guerresca_. «Queste raccomando, diceva il signor
Orazio, abbiano ad essere le norme del giudizio e del partito. I
commissari considerino prima di tutto la purità della favella, in
seguito l'altezza dei concetti, per ultimo la novità e lo splendore
delle immagini.»

«Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente
a rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri
lati possa comparire degnissima.»

Già, io sorrisi; ma dopo aver sorriso pensai quanta precisione di
linguaggio, cioè di pensiero, c'è nella prosa del Guerrazzi in paragone
di quella del Verga o della Serao; e il Nencioni, dopo aver sorriso di
me, ricorrendo con la mente al tempo ch'eravamo giovani insieme, penserà
che non per nulla s'è stati amici pedanti. La volpe perde il pelo, ma
non il vizio.

                                 *

E tuttavia io non nego quel che c'è di buono nello spirito letterario da
cui procede la nostra barbarie; e intendo perchè la fama del Guerrazzi
scrittore venisse declinando. Atteggiatosi arditamente a novatore quanto
alla sostanza e alle forme dell'arte, il Guerrazzi rimase fedele al
dogma della lingua italiana scritta. Per quanto toscano e studiosissimo
delle vivezze del parlar popolare, delle quali versò non poca parte
nella sua prosa, questa, considerata nell'insieme, discende in linea
retta dalla prosa degli scrittori: la lingua e lo stile del Guerrazzi
hanno carattere essenzialmente letterario. Perciò i personaggi de' suoi
romanzi, di qualunque tempo e condizione sieno, parlano tutti troppo
bene e troppo allo stesso modo; si rassomigliano troppo al Guerrazzi
scrittore e troppo poco ai personaggi che dovrebbero rappresentare.

Oggi invece si vuole la verità e la naturalezza innanzi tutto; si vuole
che lo scrittore interroghi direttamente da sè la natura, e scriva col
suo linguaggio d'uomo il più schiettamente che può le risposte. Chi non
riconoscesse che in alcuni dei nostri scrittori, nel Verga, per esempio,
e nella Serao, nonostante la povertà e la barbarie della lingua e dello
stile, l'impressione del vero c'è spesso più immediata e più schietta
che non nel Guerrazzi, sarebbe ingiusto.

Ma sarà giusto perciò dare l'ostracismo dall'arte al Guerrazzi? Sarà
giusto buttare in un canto, come ferri vecchi, i suoi libri, dove c'è
tanta ricchezza e vivezza di lingua e di pensiero? S'ha paura forse che,
raschiandoci un po' di dosso la nostra barbarie, e assuefacendoci a
pensare un po' più che non facciamo, quella unica buona qualità di
alcuni nostri scrittori, si perda anche quella? Io credo al contrario
che, educandola meglio, si afforzerebbe.

                                 *

Da parecchi anni io non aveva letto più niente del Guerrazzi, finchè il
Carducci pubblicò l'Epistolario di lui, ch'è forse la sua opera più
dilettevole e più bella. Poi son tornato a qualche libro e ho ammirato
la ricchezza e la potenza del pensatore e dello scrittore meglio che non
facessi da giovine; finalmente m'è venuto alle mani questo _Secolo che
muore_, e il piacere della lettura è stato così vivo e così grande, che
ho sentito rimorso di non aver desiderato di leggerlo prima.

In quest'opera, che è come il testamento del cittadino e del letterato,
il Guerrazzi scrittore, pur conservando il suo carattere e le principali
qualità del suo stile, mi pare artisticamente più perfetto. Direi che ha
sentito anche lui un'aura delle nuove idee. Egli è un po' sempre di
quella razza di scrittori, che, nuotando nella opulenza, han bisogno
(esempio sopra tutti insigne Victor Hugo) di profondere a larga mano nei
loro scritti i tesori della loro mente. La proporzione, la misura, la
sobrietà, è ciò che manca quasi sempre a cotesti signori del pensiero e
della parola. Pure in questa opera una occulta intenzione di maggiore
sobrietà mi pare che ci si senta. Come romanzo essa accostasi al genere
del _Buco nel muro_. Anche qui, descrivendo il signor Orazio e la
famiglia di lui, l'autore, si sente, ha pensato più d'una volta a sè
stesso e alla propria famiglia. Ma anche qui, anzi qui più specialmente
che altrove, l'uomo politico con tutte le sue fantasie, con tutte le sue
passioni, con tutte le sue ire personali, giuste e non giuste, il
pensatore, il filosofo, il poeta, l'umorista si fondono, o meglio, si
alternano col narratore; e se qualche volta ti secca che questi sia
interrotto da uno di quelli, quando poi l'interruzione è finita, perdoni
ben volentieri all'interruttore.

Io non so quali ingredienti ci vogliano per fare un romanzo; e non
saprei per ciò dire se questo del Guerrazzi sia un romanzo buono o
cattivo: benchè credo che, se c'è scrittore al quale dovrebbe essere
lasciata la più gran libertà, questi è il romanziere; salvo a dirgli
poi: m'avete divertito, o: m'avete seccato. Dato che tale mia opinione
potesse diventare un canone di critica, io quanto a me dovrei dire che
il _Secolo che muore_ è un romanzo ottimo. Mi contenterò di dire che è
un buon libro.

Ma bisogna saperlo leggere.

                                                  GIUSEPPE CHIARINI.

  Roma, 7 luglio 1885.



PROLEGOMENI


Il Secolo muore.

O come fai ad affermare ch'ei si muoia? O non mangia, o non bee, non
veste panni? Sì certo, egli mangia, egli beve, egli veste panni; e che
per ciò? Forse Silla, Filippo secondo di Spagna, e Ferdinando di Napoli,
e Ferecide non vivevano essi, mentre li portava via il fastidio?

Tre tiranni e un filosofo, imperciocchè i pidocchi, che rispettano
l'asino e il montone, divorino principi e filosofi[1].

  [1] Ferecide filosofo fu maestro di Pittagora; e che i pidocchi
  non allignino sopra gli asini e sopra i montoni lo attesta
  Plinio; _Stis. Mundi_, l. II, cap. 39.

Il Secolo muore; l'ira di Dio gli ha stracciato le vele e rotto gli
alberi; l'abominio dei popoli gli aperse i fianchi; mira, il Secolo
pravo come sospeso sopra l'abisso vacilli; odi il gorgoglio delle acque
irrompenti nelle squarciate latebre per sommergerlo giù nello inferno.

Prometeo roso perpetuamente dallo avoltoio: Laocoonte soffocato co'
figliuoli dai serpenti non offrono immagine più dolorosa di lui: egli si
dibatte negli spasimi della morte, e non una mano, non una bocca cessa
dallo imprecare alla desolazione di lui: vittima al mondo non discese
mai agli Dei infernali consacrata da tante maledizioni come il Secolo,
che muore.

Ma Secolo ch'è mai? Ed in qual guisa ei muore? Quali appaiono le cause
che lo conducono a morte? Che cosa morirà di lui? Chi gli darà il colpo
di grazia? Chi ne sarà l'erede? Quali i superstiti? Ed essi come
dureranno nella vita?

In parte a queste domande si potrebbe dare risposta precisa, perchè le
scienze politiche in taluni giudizi non fallano, o poco fallano; ma
un'altra parte sta nel dominio della divinazione, e l'avvenire tiene
chiuso nel pugno quella Forza suprema che governa, travolgendoli, uomini
e cose.

Non basterebbero volumi per soddisfare ai quesiti proposti; ed io qui
detto un proemio: nè lo compongo già a modo di libro scientifico, bensì
vado significando quanto mi spira l'anima: altri più savio gli darà
ordine ampliando le ricerche e le considerazioni.

E prima di tutto io avverto come per Secolo non s'intenda mica lo spazio
di cento anni, bensì l'epoca intera nella quale si compie una
trasformazione della umanità ed un'altra ne incomincia. E vi ha chi
assegna cinquecento anni fra il nascere e il morire di ciascheduna di
queste trasformazioni, ma il fatto non corrisponde; bene la fantasia
umana armò il Tempo di falce e di orologio a polvere: col compasso in
mano egli non apparve mai. Dove tu ponga mente alle varie e moltiplici
cause, così interne come esterne all'uomo, onde hanno moto i casi
nostri, ti persuaderai di un tratto come questi periodi non sieno nè
possano essere per lo appunto di cinquecento anni. Tutto ciò che prima
camminava adesso corre; e il Secolo, che correva, adesso a sua posta
precipita: però il termine delle rivoluzioni indi in poi più breve;
forse brevissimo.

Per ora taccio delle cause che menano a morte il Secolo; ed anco mi
passo dal discorrere intorno al modo col quale per avventura morirà:
consideriamo quello che sembra sicuro deva morire in lui.

Sembra destinata a morire nei suoi derivati, come morì già nei suoi
principii, quella che noi chiamiamo _autorità_, e gli antichi distinsero
col nome di _polizia_. Io esaminerò le vicende del solo popolo latino,
perchè principalissimo fra gli altri, e perchè degli altri, quando più,
quando meno, pur sempre ei fu mente e moto.

Nel giro di milleottocentosettanta anni la repubblica romana si tramuta
nello impero, e lo impero casca sotto le battiture degli oppressi, cui
noi appellammo barbari pel rovello di non averli saputi vincere. In
mezzo ai barbari sorse la potestà dei sacerdoti: amici prima per
calpestare i popoli coi piedi uniti; nemici in breve per la contesa di
chi dovesse rimanere a calpestarli solo; dura lotta questa, dove or
l'uno, ora l'altro parve toccare terra per non risorgere più; prevalse
lo impero; ma sul punto ch'egli, stretto a mezza vita il sacerdote, lo
teneva in alto per soffocarlo, ecco si ravvisa, e depostolo a terra gli
dice: «Sacerdote, se servirai a me ti lascerò dominare e ti pascerò co'
rilievi della mia mensa.»

Quando Satana profferse a Cristo i regni della terra a patto che lo
adorasse, Cristo n'ebbe pietà, e gli disse: «È scritto che tu non
tenterai il tuo Signore.» Colui che temerario ardisce vantarsi sacerdote
di Cristo piegò le ginocchia, stese la mane e visse.

Tutte le trasformazioni genera la necessità delle cose; ci si mescola
talora la volontà, ma sempre in piccola dose; e poi anco il volere
dominato dallo effetto piglia carattere di necessità. Ai Romani da
prima, se vollero vivere, fu mestieri combattere; vinsero, e poichè la
vittoria inebria peggio del vino, dalla difesa trapassarono alla offesa;
in questa via avendo bisogno di forza, lei soprattutto onorarono, e a
lei unicamente imposero il nome di _virtù_; oltre questa, certo ne
possederono altre, però secondarie, e tenute in pregio sol quanto
contribuirono a renderli insuperabili nella virtù militare: nella
medesima guisa che le verghe di ferro aggruppate intorno alla scure
formavano insieme il fascio romano.

E come favoleggiarono i poeti, che i Ciclopi con un occhio solo
facessero maravigliosamente i fatti loro, così le repubbliche con una
virtù sola possono operare cose grandi: i Romani poi ne compirono
grandissime. Tuttavia se una virtù sola basta a fondare gli Stati, a
mantenerli non basta; e necessità, o provvidenza ordinò che qualunque si
trasforma in tarlo del mondo più presto o più tardi ci si scavi la
fossa. La giustizia, e la libertà importa che guidino con la loro luce i
passi dei mortali: una sola di queste due scorte senza dubbio è divina,
ma come il sole quando illumina un lato, lascerebbe l'altro nelle
tenebre: mentre fa di mestieri che entrambe esse splendano, e senza
tramonto, agli universi figliuoli degli uomini, altrimenti il cammino di
questi attraverso ai secoli va e viene come l'onda sopra il lido del
mare, e non progredisce mai.

Ma ai Romani non piacque altro che forza, quindi venuta meno alla
repubblica, la necessità costrinse Cesare a raccoglierla nella sua mano:
non l'uomo creò i casi, bensì i casi crearono il tiranno; difatti spento
Cesare pullula più che mai rigogliosa la tirannide: e non la vogliono
intendere che per rivendicarsi davvero in libertà bisogna principalmente
schiantare la mala pianta del servilismo abbarbicata dentro noi, non già
il tiranno, il quale sta fuori di noi. Dove un popolo duri abietto, vile
e servo, che monta la morte del tiranno? Non formicolano nel suo sangue
i germi di venti tiranni? _Uno avulso non deficit alter_; Cosimo dei
Medici, il quale se ne intendeva, si fece ritrattare contemplando un
arbore fronzuto avvolto da una fascia che porta cotesta leggenda.

Cosimo fondatore della tetra tirannide medicea ai nostri dì salutano
tuttavia _padre della Patria_, ed ha l'onore della statua; dopo ciò, o
come maravigliarci se non cessano le piaggerie ai presenti mentre non le
sanno smettere neppure ai tiranni di quattro secoli fa? In verità vi
dico che tale statua oggi eretta agli eroi della giornata prima, che
volga un lustro porterà invidia alle statue dello antico Demade, le
quali furono ridotte in orinali.[2]

  [2] Demetrio Falereo ebbe 300 statue, le quali, lui vivente,
  furono tutte in un giorno atterrate.

Senza olio non illumina la lampada, senza virtù viene meno la forza,
sicchè lo impero non salvò la repubblica; anzi la potenza romana di
giorno in giorno decrebbe; taluno imperatore compì gesti famosi, ma
siccome la virtù del singolo non può supplire alla virtù del popolo,
così cotesti furono guizzi del delfino tratto fuori dell'acqua, tutti
belli a vedersi, ma uno più languido dell'altro, e precursore della
morte.

Nè poteva fare a meno, imperciocchè con quale allettamento il despota
avrebbe richiamato la virtù intorno a sè? Il valore che l'uomo noleggia
perde perfino il nome di _virtù_, e si chiama _servizio_. Ora, come
vorrà il monarca acquistarsi il sangue altrui? A contanti forse? Compra
e vendita cotesta, non virtù. Il soldato mercenario, pieno che abbia lo
zaino, e in questo modo conseguito il fine della sua milizia
vendereccia, dirà: «Finchè non seppi in qual modo tirare innanzi la vita
io sfidai la morte, adesso, che lo so, che preme a me se il padrone
muore o ruina? Muoia; io vivo.» Così i pretoriani; e se i marescialli
del primo Napoleone così non dissero, così fecero. Chè se taluno mi
obietti: i nostri eserciti si formano con la leva, io gli domanderò: se
egli reputi virtù quella a cui il cittadino è condotto come il
malfattore in prigione, vo' dire con gli sbirri e co' nottolini.

Lo scrittore dello Spirito delle Leggi dichiarò espresso la _virtù_ non
somministrare fondamento alle monarchie, bensì l'_onore_. Quale mai
_onore_? Può darsi onore dove non si appoggi alla virtù? Per certo egli
scambiava l'onore con la vanità; il dabbene uomo si peritò a palesare
quello che per avventura sentiva, chè filosofo e cortigiano non si può
essere ad un tratto, e per arroto egli esercitava la magistratura e
tirava salario. Vanità e interesse, sostegni unici della monarchia.

Larghissima, anzi infinita la schiera di coloro i quali appetiscono le
distinzioni, chè in essi ne cresce l'agonia alla stregua che sentono
meritarle meno: epperò trovano il proprio conto a credere, o piuttosto a
fingere onde altri ci creda, che un segno di onorificenza tenga luogo di
onore; e più oltre arrisicandosi affermano che senza un segno che lo
attesti non si dà onore. Ai monarchi poi non sembra vero che il bestiame
reputi dignità la principesca marca, impressa sopra la groppa, o il
campanaccio appeso al collo. Titoli e fregi di re corrispondono ad un
puntino con le indulgenze del papa. Finchè si trovi chi se ne contenta,
i papi e i re si tengono le tasche piene di questo becchime, ed operano
divinamente. Se ti piglia vaghezza di conoscere così ad un tratto la
diversità che passa fra i tempi nostri e gli antichi, giudicalo da
questo: i cittadini i quali per bene operare soperchiavano la
uguaglianza civile degli Ateniesi bandivansi per via dell'_ostracismo_:
ora accadde che dopo avere a quel modo esiliato Aristide, per poca
considerazione il popolo esiliasse anche Iperbolo, uomo indegno: della
quale cosa pentitosi il popolo, abolì cotesta pena perchè _disonestata_
da colui. Le pene dunque se da cittadino indegno avvilite sopprimevansi
presso gli antichi, presso noi le onorificenze deturpate da uomini
perduti si confermano e si ampliano![3] Di qui la differenza.

  [3] Tucidide, _Stor._, VIII.

E alla ferocia, anco ai dì nostri, che esaltiamo civili, non mancarono
capitani, i quali diedero sembianza e nome di virtù militare: noi
rivedemmo i tempi di Attila, dov'essi poterono _letiziarsi nel gaudio
della strage_; durarono poco, ma la traccia dolorosa che si lasciarono
dietro non è scomparsa ancora. La folgore e l'uomo possiedono la facoltà
di operare più male in un giorno, che non valga a ripararlo un secolo.

Ferocia e morbidezze non possono stare insieme lungamente, imperciocchè
la ferocia come espressione di barbarie sia acerba e rude, mentre le
delizie amolliscono le anime e i bracci. Difatti i Romani perdono prima
con la virtù il valore militare, e poi con la barbarie perdono perfino
la ferocia, sicchè quando abbisognano di braccia per sostenere scudi di
ferro (eglino ci avevano sostituito scudi di vimini) e di ferocia per
combattere, le presero in prestanza dai barbari confinanti.

Taluno giudica le invasioni dei popoli oppressi sopra le terre dei
_ladroni del mondo_ persuase da voglia di vendetta, ovvero da cupidità
di rapina, e può darsi, imperciocchè con ambedue queste guise si
manifestassero pur troppo, tuttavia per me penso ch'eglino obbedissero a
legge più generale, legge dinamica, che vuole pigli il di sopra chi
troppo lungo tempo rimase di sotto. Forse leggi dinamiche non reggono la
materia? E se la reggono, come il mondo morale dovrebbe procedere
scomposto? Quando nelle nostre zone si abbassa la marea si alza nelle
settentrionali, e quando colà il sido intepidisce, s'inacerba fra noi:
il moto dei barbari incominciò dai mongolli e dagli abitatori della
palude meotide; in che e come avevano potuto offenderli i Romani?

Ed ora volgiamo alla potestà sacerdotale, e miriamo un po' come
s'innestasse alla principesca. Forse da per tutto fu prima il sacerdote,
chè le principali passioni dell'uomo appena aperse gli occhi alla luce
furono la paura e l'errore; donde il sacerdote; su gl'inizi egli vi
accoppiò ancora la forza, e apparve ad un punto guerriero, se non che in
breve gl'increbbero le fatiche ed i pericoli delle battaglie; la natura
delle cose ordinando che il prete sia imbelle e crudele: però ei si
prese a nolo un guerriero, pensando acquistarsi un servo, e si trovò ad
avere comprato un padrone; per la quale cosa i barbari non pativano
penuria di sacerdoti, tuttavia li tenevano in conto di gente da poco; e
veramente bestiali si mostravano essi, e grossiere erano le
superstizioni professate da loro; mentre dei preti romani splendidi i
riti, la dottrina cristiana, comecchè guasta, amica alla umanità e
consolatrice degli afflitti, la sapienza scarsa, ma unica. Il prete
romano aveva piluccato dai gentili la pompa dei canti, dei suoni,
degl'incensi, delle faci: prima che le arti risorte tornassero a
somministrargli ornamenti scenici, arraffò le statue degli antichi numi
e le adattò al suo uso: anch'egli aveva fatto provvisione di terrore,
conciossiachè senza terrore il sacerdote non regge; di paura e di errore
egli nacque; di paura e di errore bisogna ch'egli viva; però più tardi,
avvisandosi meglio, mise al lato dello inferno il paradiso: al
purgatorio non ci aveva ancora pensato. Di qui tormenti, di là gaudi;
angioli da una parte, demoni dall'altra; luce e tenebre del pari eterne;
stridore di denti e cantici celesti; timiami ad un punto e leppo di
carni abbrustolite; dolore e piacere eterni poli della creatura umana: a
rinfuso ogni cosa, e turbinante con moto vertiginoso, in brillamento
perpetuo da abbarbagliare il barbaro così, ch'ei si reputasse vestito
allora quando lo avevano spogliato. Il sacerdote investiva il Sicambro
del regno ampio dei cieli, a patto che per senseria gli donasse mezza la
terra; egli solo mezzano patentato di Dio, epperò valevoli solo i
partiti conchiusi da lui; gli altri no perchè guasti dallo intervento
del prosseneta _marrone_.[4] Arrogi che il sacerdote latino con quanta
maggior cura seppe conservò la lingua romana, e con essa la notizia
delle leggi antiche, le quali, sebbene ei rabberciasse a suo vantaggio,
pure lo resero venerabile ai barbari ignorantissimi, quanto e più le sue
dalmatiche e le sue mitre. Il barbaro si confessava ingenuamente
bestiame da demonio, mentre il sacerdote lo serpentava a persuaderlo,
che in lui ci era lievito da farne un santo; solo che lo sapesse
trovare. Se il barbaro tuffava il braccio nel sangue fino al gomito, ove
si rendesse in colpa, ecco lì il sacerdote pronto a lavarglielo
coll'acqua benedetta. Il barbaro acciuffa il pane dell'orfano e della
vedova, (grave colpa in vero), non importa, a patto ch'ei lo divida con
la Chiesa, il sacerdote gli consacra il rimanente coll'olio santo.
Tenerissima lega fra pastorale e coltello: quello guida il gregge alla
beccheria, questo lo scanna.

  [4] Marrone chiamano in commercio il sensale non autorizzato ad
  esercitare il prossenetico, e la legge dichiara nulli i
  contratti, o partiti, che i mercanti stipulano a mediazione di
  loro.

Forse con simile accordo potevano durare insieme barbaro e sacerdote,
senonchè questo abusando del credito acquistato sul barbaro, un giorno
saltò fuori con la dottrina, che lo spirito essendo senza dubbio
superiore alla materia, egli prete, come quegli che governava lo
spirito, doveva per necessità reggere la materia: se egli consacrava i
re, se questi gli si prostravano dinanzi, gli è chiaro ch'egli dovesse
stare sopra di loro, ed essi in ginocchioni sempre davanti a lui. Al
contrario il barbaro, bollendo, argomentava: o il prete che mi fa? Egli
mi viene dietro per leccare il sangue grondante dalla mia accetta, e
invece di pagarlo a me pretenderebbe che io lo pagassi a lui. Gli avevo
concesso seguitarmi da lontano nelle battaglie perchè spogliasse i morti
e mi desse mezze le spoglie, ed oggi le vuole tutte per sè. Di
saccomanno ch'ei fu, adesso presume imporsi imperatore. Certo manda luce
salutevole la fiaccola che tiene accesa il prete, ma per illuminare
unicamente i passi suoi, sicchè quando ci siamo accostati a lui
supplicandolo col suo _invitatorio_, onde ci accendesse la nostra
candela, ci ha respinto gridando: «Che _lumen de lumine_? Addietro
sciagurati; non sapete, che chi primo toccherà l'albero della scienza
morrà; così ha detto il Signore.» E allora, soggiungeva il barbaro, o
come vi mantenete in vita voi altri? Forse come noi non nascete, e come
noi non morite? Roma dei Quiriti un dì ci conquistò con la spada, Roma
dei Preti ci vorria forse conquistare con l'aspersorio? E bene; tenga
per sè la sua scienza il prete, a noi non fa mestieri raffazzonarci
romani, bensì mantenerci barbari, cui la necessità ammaestra, secondochè
porge la nostra natura: quindi si composero leggi proprie; anzi, se la
fama riferisce il vero, Carlo Magno costumò dettarle mentre si lavava il
viso.

Di qui la guerra fra sacerdozio ed impero, che fu contesa tra pirata e
corsaro: l'uno bandiva al mondo, l'altro truffatore, e sacrilego, e
ladro: avevano entrambi ragione. La potestà sacerdotale condusse il
rappresentante della potestà secolare a morire dentro una cantina a
Spira; la potestà secolare diede uno schiaffo al Sommo Sacerdote e lo
condusse a morire di rabbia come un cane: si sciuparono, si stracciarono
i panni addosso, si rovesciarono a vicenda sul capo clamide e piviali; e
in grazia dei loro scambievoli vituperii il mondo apprese come essi
fossero non solo formati di creta al pari di ogni uomo, bensì del limo,
onde si fanno i serpi.

Rotto lo incantesimo la umanità ardì guardarli in faccia ed ammonirli
che il male loro non era bene, nè si fermò a tanto, chè i guerrieri
vollero provarlo a loro con l'arme, e i sapienti con le argomentazioni:
allora i re ed i sacerdoti commossi dal pericolo comune rifecero lega, a
patto che il sacerdote in apparenza fosse più cosa del re, ma in
sostanza il re comandasse al sacerdote; poi di amore e di accordo si
posero a rassettare la catena antica, alternandoci ad un anello di paura
dello inferno un anello di paura del boia: però, per quanto ci si
assottigliassero, tutti non li poterono risaldare; ancora Dio,
scoprendosi alcun poco la faccia, mandò un raggio di consolazione sopra
la terra, e fu la stampa, conciossiachè Dio per ben due volte donasse la
luce ai mortali, e la seconda assai più largamente della prima, chè la
luce materiale si alterna con le tenebre, nè tutta a un modo illumina la
umanità, mentre la seconda rischiara tutto il mondo del pari, e non
tramonta mai. La stampa pertanto supera in virtù la luce.

Per benefizio di siffatta luce prese a sorgere nella mente del popolo un
concetto, che lo condusse a ragionare così: «Se il sacerdote rappresenta
Dio, o chi para che le creature se ne rapportino direttamente al loro
Creatore?[5] Se al re tedia la cura di governarci, noi lo esoneriamo: e
poi in che e come egli dimostra essere più sapiente o migliore di noi? E
supposto ch'egli sia tale, con quale ragione si manterranno sempre così
i successori suoi? E anco posto tutto da parte, i re e i sacerdoti
divorano per mille, anzi per diecimila e più.»

  [5] Anche nei tempi antichi costumò la confessione, imperciocchè
  ai sacerdoti importasse sempre per le medesime ragioni sapere i
  fatti altrui; tuttavia anco in cotesti tempi non mancarono
  intelletti, i quali con un po' di senno si ribellassero a
  cotesto gravissimo giogo pretesco. Lisandro essendosi recato in
  Samotracia per ottenere certa risposta dall'Oracolo, disse al
  sacerdote, il quale gli faceva pressa dintorno affinchè gli
  confessasse se non tutti, almeno il più reo peccato ch'egli
  avesse commesso: «Bene sta, o sacerdote, ma in virtù di che mi
  comandi tu questo? Sei tu che lo vuoi, ovvero gli Dei?» «Gli Dei
  — rispose il sacerdote.» «Così stando le cose — ripiglia
  Lisandro — ritirati da parte, e se gli Dei me lo comanderanno,
  io obbedirò loro come conviene.» Ed Antalcida, del pari
  confortato a rivelare le colpe commesse durante la sua vita,
  rispose: «Questo volete per voi, imperciocchè gli Dei se alcuna
  ne commisi la sanno.» Nè mancano altri, ma bastano questi
  riportati da Plutarco nel _Trattato degli Apoftegmi e detti
  notabili dei Lacedemoni_.

I sacerdoti e i re si restrinsero insieme per avvisare intorno alla
risposta da darsi, e stabilirono di amore e di accordo che la si avesse
a fare, ma in certa lingua inventata da loro, composta di ferro, di
piombo e di fuoco. Il popolo allora a sue spese imparò che per cavare
dal sacerdote e dal re una risposta in voce umana, bisogna interrogarli
con voce di corda.

Ed in vero i re e i sacerdoti udendo favellare il popolo, rimasero
attoniti quanto Balaam, allorchè la sua giumenta lo interrogò dicendo:
«Perchè mi percuoti?» E ch'è, che vuol dire popolo? — borbottavano fra
loro — popolo, e polvere non hanno fatto fin qui tutta una cosa? E
camminando sopra la polvere chi di noi avvertì l'orma che ci stampavano
i nostri piedi? Chi mai avrebbe creduto che il popolo sentisse
scalpicciarsi, e se sentito avesse potuto adontarsene? O non ci è
avvezzo?

Pur troppo ci era avvezzo, ma un giorno gli mancò la pazienza, e avendo
conosciuto come col solo sollevarsi avrebbe potuto accecare i potenti
della terra, ei si sollevò e gli accecò: dacchè il potente non volle
rammentarsi ch'egli aveva ridotto il popolo in polvere, il popolo lo
ricordò al potente.

Ma accecare altrui non significa illuminare sè stesso: nel dì della
vendetta al popolo appartiene il còmpito della distruzione. Quando egli
con supremo conato arriva a rompere le sue catene, altro non sa ed altro
non può saper fare, eccettochè sbatacchiarne i tronconi nel volto agli
oppressori: quando il ferro delle catene si converte in armi, più che
per le spade si trova adattato ai pugnali; a questi stende la mano la
libertà, però insieme con essa la ferocia e la vendetta. E poi che il
popolo possieda l'ira e la forza per distruggere, ma gli manchi la
scienza per ordinare, così egli commise l'opera della sapienza ai suoi
fratelli. Di questi alcuni perfidissimi lo trucidarono, altri
prosuntuosi lo delusero; ma i più lo venderono come fu venduto Giuseppe
ebreo agli Egiziani; poi i venditori si misero a gridare co' lupi
dimostrando come non odiassero già la tirannide, bensì la combattessero
per essere chiamati a parte della dominazione. Di qui lo sbracciarsi
loro per le monarchie costituzionali, col solo fine che i convitati
antichi si stringessero a tavola per far posto ai nuovi commensali; e
l'interesse privato sublime nella sua terribile nudità stette in capo al
desco costituzionale come lo scheletro a quello dei re di Babilonia; il
popolo sempre somministrò la vivanda; chi nacque agnello ha da morire
arrosto, tale è il fato.

Un giorno, un'ora per ischerzo lo salutano padrone, perchè si metta
addosso o si ribadisca un padrone: lupercali del secolo nostro degli
antichi più strazievoli assai. Un dì la razza arrogante donde si cavano
i re ebbe cuore per derivare il principato da Dio, ma questi essendosene
lavato le mani, fu mestieri trarlo fuori o dal popolo, o dal diavolo:
dal diavolo non conveniva, imperciocchè il diavolo aborra dominare sopra
gli schiavi, bensì sia primo a soffrire tra gli uguali; ora questa
maniera di principato ai nostri signori non garba, chè godere vogliono
per mille, e soffrire per nessuno; dunque dal popolo, e il popolo
partorì il principe, il quale appena nato, alla rovescia di Saturno, che
divorava i figliuoli, venne in pensiero di mangiarsi il padre a pranzo,
e lo faceva se altri non lo ammoniva dicendo: «Se mangi il popolo a
desinare con che cenerai?»

E poi il diavolo possiede intelletto e coscienza, però come uomo poteva
augurarsi ottenere da lui l'alienazione non pure della propria libertà,
ma eziandio in perpetuo quella dei suoi discendenti nati e nascituri?
Queste enormezze non si possono pretendere, eccetto dal popolo, sul
quale non rimane nè manco l'orma del piè che lo calpesta.

Buttiamo da banda i perfidi, e discorriamo dei saccenti: che volete? al
popolo parve che il berlingare fosse senno, epperò elesse gli alchimisti
di libertà, i quali lambiccarono il concetto delle monarchie temperate:
il governo ha da essere colonna che ha fusto, capitello, e base; quindi
il capitello sia il principato, i maggiorenti in mezzo e il popolo in
fondo. Scrissi altrove, e ripeto adesso, che la esperienza mi ha
insegnato come le colonne a quel modo possano stare, i reggimenti no:
imperciocchè in questi i pezzi non durino mai fermi, seguitando ognuno
la natura e le passioni sue: quindi, dimenandosi, avviene che uno
sbilanci su l'altro, e allora dopo una guerra clandestina di frodi,
ovvero aperta di violenza, che logora le forze dello Stato, e corrompe
le coscienze se conservi il nome di temperato o di misto; in sostanza il
governo diventò o monarchico, o aristocratico, o democratico;
l'aristocratico si mantiene di più, ma ed anco cristallizza ed impietra
quanto gli sta dintorno: la storia lo dichiara furiere eccellentissimo
mandato innanzi ad apprestare le stanze alla tirannide; Venezia informi:
ella, o piuttosto chi presume rappresentarla si volta indietro di tratto
in tratto sospettoso che lo sbirro della inquisizione o il _poliziotto_
austriaco sopraggiungano a riagguantarlo: _la Venezia per ora ha paura
della libertà_.

A mio parere, per eccesso di bontà, o per manco di arditezza unicamente
si può negare il bisogno della distruzione come prodromo della
creazione; e mi sembra che la esperienza avrebbe dovuto a quest'ora
ammaestrare che i due metodi non possono esercitarsi contemporaneamente
perchè il vecchio ammazza il nuovo, o piuttosto lo perverte tramutandolo
in nudrimento a prolungare la propria vita. Così, per esempio, la
istruzione sola può migliorare le sorti della umanità, ma quale
istruzione? E come, e da cui compartita? La intellettuale non basta;
vuolci eziandio la morale, ed anco per la intellettuale bisogna
distinguere, imperciocchè in buona parte ella si adatti al progresso
come al regresso. Ora prevalgono i preti, e però i loro fautori invocano
a tutt'uomo la libertà d'insegnamento, chè andando eglino scevri da
famiglia, di poca mercede abbisognano; e talvolta per interesse di
partito la rinunziano; a loro avanza sempre tempo o perchè liberi o
gravati meno da cure pubbliche o domestiche.

I principii onde si compone l'ottimo reggimento spettano alla teoria, ma
i metodi per attuarli quasi sempre, per necessità, sono empirici; e chi
troppo fida nella virtù dei principii come capace di per sè sola a
partorire effetti copiosi, e peggio poi a vincere la potenza antica dei
principii opposti, s'inganna amaramente. Se mai vi fu lume, il quale
meritasse andare riparato con amorosissima cura, per certo è quello
della libertà: se non giunsero mai a spegnerlo, ciò avvenne perchè Dio
lo volle immortale: del pari che il _nafta_ non si estingue per acqua,
la libertà non si smorza nel sangue: però la sua fiamma fin qui non fu
vista divampare trionfale; all'opposto, vacilla sempre; e se contro i
venti avversi congiurati a suo danno non la sovvengano più validi aiuti,
il suo valore sarà di cui combatte, non già di cui sta per vincere; e
molto meno di chi ha già vinto.

Dirò quello che sento; uno sconforto infinito mi opprime l'animo, quando
odo bandire ad uomini senza dubbio amici della libertà: «_lasciamoli
fare!_» Ah! quando i topi vi sono entrati in dispensa, quando i tarli
nel mantello, lo sapete voi che cosa significhi lasciarli fare? — Nè mi
si obietti: o che dovremo predicare la crociata addosso ai preti? Gli
arderemo noi? No, questo fecero essi quando poterono, e lo farebbero
ancora se potessero; quantunque noi usando così contro loro altro non
faremmo che saldare una partita, che la umanità tiene da tempo antico
accesa sopra i suoi libri a debito di cotesti spietati; pure tolga Dio
che allignino in noi siffatti pensieri: ma almeno vorrei che ognuno
tirasse innanzi pei fatti suoi, senza rabbia come senza persecuzione.
Pretende il papa la infallibilità, e infallibile sia a casa sua: il
Concilio dei vescovi lo dichiara luogotenente generale di Dio sopra la
terra, e veruno glielo contrasti, ma noi intanto aboliamo il primo
articolo dello Statuto; proclamiamo intera la libertà di coscienza. Ma
noi predichiamo la libertà dello insegnamento, che ci nuoce, taciamo su
la libertà della coscienza, che ci giova; e perchè questo? Perchè,
ammoniva un giorno certo mio collega nella legislatura italiana, la
libertà di coscienza essendo cosa di Statuto, bisogna andar cauti a
metterci le mani sopra, per paura che i servili onnipotenti adesso non
ce lo riformino tutto in peggio. Dunque non faremo, nè possiamo fare
noi. Il collega ha ragione: fermi pertanto per timore di peggio. E la
monarchia non può volere la educazione, che scalza il principio di
autorità, il quale, o sia clericale, o secolare, in fondo è un principio
solo: chè se adesso questi due principii si trovano in iscrezio, andate
franchi a credere che essi sentono entrambi la necessità di accordarsi,
e si accorderanno: ponete mente al caso di Forlì: colà il municipio
aboliva nelle scuole elementari pubbliche lo insegnamento religioso; ma
il Governo si spaventa dello scandalo, e vuole che lo Stato convertito
in sagrestano educhi la gioventù nella dottrina del cardinale Bellarmino
per ammannire l'intelletto delle nuove generazioni a ricevere il seme
dell'odierno Concilio Vaticano. La monarchia per propria natura e per
istinto di conservazione non può procedere amica alla libera dottrina,
per la ragione che questa per propria natura non può essere amica a lei.
Che giova agguindolare? Tempo perso: il gioco è scoperto. Chiesa e
monarchia, delle scienze amano quelle le quali giovano a loro; le altre,
che non le danneggiano, sopportano; aborrono quello che presentono
infeste. Chi pretende diversamente sarebbe pari a colui che le volesse
costringere a spaccare le legna per comporsene il rogo: coloro poi che
si arrovellano a vedere nei bilanci degli Stati massima la partita per
mantenere la _forza_, e minima quella per diffondere la _scienza_, bene
dimostrano avere ottima volontà, non mente.

Il Secolo muore, e secondo che sembra a me, bisogna che prima muoia e
poi si rinnovelli. Siccome le catastrofi spaventano, e che che se ne
dica incerto è sempre il porto dove i venti fanno capitare le
rivoluzioni, così nei tempi passati molti s'industriarono ad operare in
guisa, che il nostro consorzio mettesse un tallo sul vecchio, cioè che
mentre da un lato mano a mano si demoliva, dall'altro con proporzione
uguale si fabbricasse: commisero errore, imperciocchè anco Cristo
condannò l'arte di mettere toppa nuova sopra panno vecchio. Io
tuttavolta confido che i posteri li perdoneranno, se essi con volontà
eccellente, ma con fallace consiglio prolungarono le miserie della
umanità, forviandola dal suo corso fatale.

Ma nè i presenti, nè i posteri perdoneranno coloro i quali, dopo la
prova fatta, con pienezza di conoscenza ricalcano la medesima via. Voi
siete maschere col nome scritto dopo le spalle: vi conoscono tutti, e
tutti sanno i fini a cui tendete, vanità ed interesse. Voi siete
scappati fuori nei campi dello Stato come _un fior di ruta, la monarchia
non vi vuole, la democrazia vi rifiuta_: se fossi in voi disarmerei
addirittura; o non vedete, che mentre vi proclamaste capitani di lungo
corso capaci di condurre la umanità per mari inesplorati e procellosi,
vi siete mangiato il biscotto del viatico prima di uscire dal porto?

Delle rivoluzioni si compiono quelle che tutti presagiscono come portate
dalla necessità. Gli avversari del vivere libero non hanno mestieri di
spie per essere informati: gli avverte lo istinto, e non errano mai:
quando minaccia il terremoto, gli animali domestici, presentendolo,
fuggono dalla casa destinata alla ruina; vorreste voi che gli uomini di
Stato possedessero meno perspicacia dei gatti? — Questo non si può
concedere; nè simile concetto contradice punto allo smanioso rovistare
che fa il Governo, e a non trovare mai nulla, perchè altro è non esserci
una cosa, ed altro non saperla cercare; altro è persuadere la propria
coscienza, ed altro raccoglier prove per persuadere altrui; altro
ostinarsi a credere che la faccenda cammini ad un modo, ed altro che la
vada diversamente.

Ora le monarchie tremano che i conati dei popoli si appuntino nel volere
mutata la forma del governo: per opinione mia s'ingannano; la
_repubblica_ è una forma, un grido, una voce; la _distruzione_ o la
_trasformazione_ (se ti piace meglio), ma pur sempre la morte del
presente è la cosa. La repubblica offre qualche cosa di concreto sopra
la quale tu puoi mettere la mano, mentre la _distruzione_ non ha forma,
benchè disformi quanto le si para davanti. Ed io qui dissento da quanto
mi sembra affermato da Giuseppe Mazzini, il quale giudica che i passati
rivolgimenti non attecchissero in Italia, perchè i fattori di quelli o
non avessero, o non sapessero mettere in pratica un concetto di
reggimento nuovo non solo per ciò che appartiene alla politica, ma sì
anche agli ordini del vivere sociale. Con la reverenza che si deve a
tanto e a tale uomo, a me pare che cotesti rivolgimenti non
allignassero, perchè non accaddero per unica virtù di popolo: se mi sia
lecito usare linguaggio mercantile, in negozio che seppe tanto del
mercante, essi furono fatti in conto a metà con la monarchia; onde come
per ordinario avviene nelle società, ognuno dei soci vantando avessero
messo la maggiore porzione pretendeva pigliare tutto per sè; e a
diritto, perchè i benefizi delle rivoluzioni non sono di quelli che
possano spartirsi fra _monarchia_ e _democrazia_. Ancora, chi può dire
prima della tempesta quello che egli opererà dopo? Quali elementi gli
avanzeranno? E come vorranno essere foggiati? Pericoloso poi è proporre
generalità, però che comprendendo esse o troppo o troppo poco, quando si
arriva a specificarle a modo di cui le propose generano sempre
perplessità ed equivoci. Se non erro, qui dentro sta l'agonia del tempo:
mietere la messe maledetta del presente, e sul campo sgombrato spargere
il seme che si conoscerà più utile alla specie umana. La distruzione e
la trasformazione del presente implica per necessità miglioramento
avvenire.

Coloro che un dì congiurarono, adesso vituperano la congiura, allegando
che la cospirazione non è il diritto, e che non si deve cospirare quando
la legge dà modo di conseguire il tuo scopo con argomenti civili; per
ultimo conchiudono che chi non consente negli ordini odierni politici ha
da uscire dal Parlamento. — Cospirare bisogna, non fosse altro per
trovarci concordi in ciò, che dobbiamo proseguire sotto pena di
presentare ai popoli lo spettacolo di perpetuo screzio e di
contradizione con iscapito di credito. A voi piace la monarchia
costituzionale, e bene sta che ve ne palesiate sostenitori
ripromettendovi, mercè la sapiente opera vostra, renderla non solo
tollerabile, ma desiderabile; però altri opina che la sia per propria
indole incapace di ammenda; ora è chiaro che voi potreste con sicurezza
discutere dei rimedi per guarirla, ma certo nè apertamente, nè
sicuramente avvisare intorno ai partiti di abolirla: voi trovate il
vostro pro a plasticarvi alla maniera che fate; altri non ce lo trovano:
voi siete contenti, scontentissimi gli altri. Quanto al diritto, vi
rispondono che il consenso dell'universale n'è il fondamento;
concedeteci dunque che noi procuriamo di guadagnarcelo; la forza poi è
il modo con cui si attesta il diritto; però abbiate la pazienza di
lasciarcela raccogliere; vedrete, a cose fatte, non solo plaudirete
dalla platea, ma darete la scalata al palcoscenico per montarci su a
sostenere la vostra parte, fosse pure quella di comparse. Industrie
vecchie e rinnovate sempre: il buono arcadore non porta mai una sola
freccia nel turcasso.

Qui sopra fu scritto voi potreste discutere con sicurezza i rimedi per
emendare la monarchia; però non è certo; e ad ogni modo senza profitto,
imperciocchè ella aborra i vostri beveroni sapendo come essi, comecchè
da voi propinatile senza malizia, la farebbero morire di colica.
Considerate che cosa i monarchi accusino di cospirazione: cospirazioni
sono i consorzi artigiani, le adunanze democratiche, i sodalizi dei tiri
al bersaglio, le compagnie degli esuli, le fraternite per associare alla
fossa i patriotti defunti, i comizi popolari, le scuole promosse dalla
carità di privati cittadini, le banche del popolo, e soprattutto la
stampa; e senza andare tanto per la sottile, alla rinfusa perseguitano
ogni cosa. L'uomo della legge, come l'arciere nella corte dei re di
Persia, sta lì con l'arco teso per frecciare chiunque ardisca sollevare
la testa dal piatto.

E poi chi potrebbe dire che quanto avviene si operi per virtù di
congiura? Ai tempi che corrono ci bisogna davvero molto apparecchio
perchè la gente si trovi d'accordo in qualche impresa? La rivoluzione
rode.... ha roso le viscere della società nostra. Le autorità un dì
conformi, oggi fra loro pugnaci, non generano rivoluzione? L'ordinare e
il disordinare continuo dello esercito, è rivoluzione; rivoluzioni le
tasse eccessive e tuttodì crescenti. Rivoluzione la finanza disastrata
così, che ormai non altro rimedio, eccetto il fallimento, pare che
giovi. Le armi in terra e in mare infelici, le persecuzioni aperte, o
segrete, l'ostinato favore di una setta astiosa, intenta sempre a
deprimere i migliori, la improbità degli ufficiali, le prevaricazioni
dei giudici, la corruttela da per tutto non furono sempre tenuti come il
ventipiovolo delle rivoluzioni?

Gli amici dell'ordine presente di cose gridano: bisogna provvedere, ed
hanno ragione; mandino in esilio la memoria di Custozza e di Lissa: in
prigione il fallimento: alle gemonie la miseria pubblica: mettano in
Campidoglio la monarchia: compiano la unità italiana: procaccino che
cessi la dominazione dei Francesi come cessò quella degli Austriaci[6].
La rivoluzione non è un demone, bensì una necessità. Se fosse un demone,
i fautori interessati del Governo lo avrebbero evocato troppo più che i
suoi avversari; e se fosse comparso vi avrebbe detto come l'ombra di
Samuele a Saulle: «Domani sarete tutti morti.»

  [6] La dominazione francese cessò non per virtù nostra, ma per
  infelicità altrui, epperò senza veruna sicurezza di libertà
  vera. A Roma andammo, ma sarebbe troppo più lo scapito che il
  guadagno se ci avessimo a stare ai patti proposti dal Governo.

E noi? Con voi forse, e certo dopo di voi. Di qual morte? Il fato degli
uomini sta chiuso nel pugno di Dio.

Quanto all'atto, alla forza, o al moto materiale non si comprende come
altri lo rinneghi, imperciocchè la forza compaia necessaria onde il
pensiero si traduca in azione. Carica quanto sai un orologio, se tu non
dai impulso al pendolo questo rimarrà fermo in eterno; fa' pure maturare
quanto vuoi il frutto, e' ti sarà mestiere un dì stendere il braccio per
istaccarlo, che se casca da sè lo raccorrai fradicio, se rimanga su
l'albero indozzerà. Certo, chi suona la campana prima che sia venuta
l'ora riceve il battaglio sopra la testa, e tuttavia se non fossero
questi avventurosi saggiatori, chi avvertirebbe i dormenti che l'alba è
nata? Se voleste o poteste dare sicurtà alle monarchie che il popolo non
fosse per menare mai le mani, esse si leverebbero d'attorno i soldati
come il chirurgo ripone la lancétta, quando ha cavato sangue.

Gli Stati si difendono con la milizia così all'esterno come all'interno,
e per la stagione che corre più per di dentro che per di fuori; però
leggendo le storie l'uomo rimane percosso dalla inanità delle difese,
non meno che dalle molteplici ed inopinate vie dalle quali la
rivoluzione prorompe: a modo dei fiumi ella strappa dove te lo aspetti
meno. Ora è un volo dal balcone, come Jezabele; ora un sasso nel capo,
come a papa Lucio; ora un piumaccio sopra la bocca, come a Federico II;
ora un ferro rovente introdotto negl'intestini mercè un corno bucato,
come Eduardo II; ora una mina incendiaria come a Dudleio di Scozia; ora
veleno, come a Leopoldo II di Austria; ora strozzamento, come a Pietro
II di Russia; ora soffocazione a mezza vita, come a Paolo I di Russia;
ora pugnale, come Enrico III ed Enrico IV; ora mannaia, come Carlo I e
Luigi XVI; ora piombo, come a Massimiliano I; ora un colpo di baionetta
nel femore come a Ferdinando di Napoli; ora battaglia cittadina, come a
Carlo X e Luigi Filippo di Francia; e via, e via. Le occasioni infinite;
le più frequenti, le gravose imposte.

E se vuoi andare chiarito come le monarchie non imparino mai nulla, mira
in qual modo in tutta Europa, se togli la Svizzera, si stringano i
popoli nello strettoio, senza pensare al poi: anzi uno, che fu ministro,
e aspira a ridivenirlo, dichiara essere arte di governo mettere su le
spalle al popolo una tassa, subito dopo una seconda, quindi la terza, e
la quarta, imperciocchè non costumando così come ci sarebbe dato
conoscere quanta sia la potenza del portare, che il popolo possiede
comune coll'asino? E dice santamente.

Adesso parrebbe che la rivoluzione si fosse messa per una via senza
dubbio strana, intendo accennare agli scioperi; dove questi si
allargassero tanto da percotere l'odierno ordinamento di cose come
rimediarci? Che pesci pigliare con proletari, i quali dicessero al
capitale: «Noi moriremo di fame, ma tu con noi; cucinati il tuo danaro?»
E' la sarebbe la rivoluzione presagita a Filippo II dal suo giullare di
Corte: «Se tutti quelli, egli diceva, che oggi accennano di sì di un
tratto si mettessero al no, chi sarebbe il più buffone di noi?»

E dopo la distruzione, che mai verrà? Io già l'ho detto, questa è
scienza di auguri: peggio di così non parrebbe, e la cessazione del
presente ci sembra massima parte di bene. Taluni filosofi non hanno
perfino insegnato, che il piacere in questo solo consista, nella
cessazione del dolore? Il genio dei tempi porta la distruzione delle
monarchie, costituzionali o no; anzi le prime più aborrite, come quelle
le quali o per necessità d'instituto, o per voglia di persone hanno
introdotto nello umano consorzio maggior copia di corruttela. Difatti,
vanno ripetendo gli agitatori, le monarchie in generale non contengono
più causa di vivere: le più innocenti e sincere sorsero un dì dal
bisogno di raccogliere le forze della tribù sotto la guida di un
guerriero per la difesa degli assalti altrui, ovvero per assaltare:
adesso questo fine ha da smettere, però che i popoli, fatti bene i
conti, conoscono a prova come nelle guerre, se i vinti rimangono col
capo rotto, anco i vincitori lo riportino incrinato, e lo scambio
pacifico dei prodotti di una terra con quelli di un'altra ti reca a casa
i beni che i popoli desiderano di godere.

La Prussia se ne accorgerà; la monarchia costà si tramuta in impero;
potrebbe darsi che di crisalide diventata farfalla, non si trovasse
costretta a battere le ale da Berlino.

E quantunque i principi, non esclusi i più mansueti, usino assisa
soldatesca (forse per bene imprimerci nella mente che il diritto sta
nella forza), ciò non significa già che tutti sappiano di guerra, e
veramente se cingere spada importasse virtù militare, i Cesari e gli
Scipioni si comprerebbero in mercato mezza lira la serqua. Se consideri
i modi di governare delle monarchie, vedrai come le assolute quasi
sempre, e le costituzionali sempre tracollassero le fortune dei popoli.
Quando nella monarchia assoluta _volere_ e _fare_ scoppiano come due
faville dal medesimo tizzo acceso, ella benefica le genti con la
piacevolezza del fulmine; quando nella costituzionale è costretta ad
accompagnare con la sua la volontà degli altri, ella risucchia ed
addormenta come il vampiro del Ceylan. Fiera necessità quella di
guastare e lasciarsi guastare per vivere: stendere la manca alla
elemosina per atteggiare la destra al comando. Allorchè venne meno la
forza, il principe è costretto ad usare la blandizie; di adulato farsi
adulatore: e se Giove un dì si mostrava pei doni propizio, oggi a sua
posta Giove ha da tenersi co' doni bene edificati gli Dei minori. Si
maravigliano dell'armonia nella quale si accordano Governo
costituzionale e Banche di credito, e sembra strano, imperciocchè
arieggino fra loro come fratello e sorelle. Di qua, di là si traffica,
si cambia e si merca, si sciolgono e stringono affari, si fa faccende,
distinte è vero, ma senza nè anco volerlo, talvolta si avviticchiano
alle gambe della gente dabbene, sicchè dalla Banca sdrucciolano nel
Parlamento e dal Parlamento nella Banca. Presidio dei Governi le Banche,
e poichè le Banche si compongono co' sussidi dei privati, sembra ufficio
di ottimo cittadino sovvenirle, onde sovvengano; nè sa vedersi la
ragione per cui abbia a gridarsi la croce addosso al legislatore, che vi
piglia parte. O che la Banca forse è una di quelle case, donde Pompeo
uscendo di soppiatto sentì dirsi da Catone: «Tu dovevi vergognarti
quando ci entrasti, non ora che n'esci»? Nemici dei legislatori
banchieri tutti coloro cui mancò il potere, o l'arte per essere accolti
nel concilio di cotesti semidei.

Chè se alle monarchie vennero meno le cause di vita, ogni dì crescono le
cause di morte: precipua fra le altre gli eserciti stanziali da loro
meritamente considerati àncora estrema di salvazione; e di quante
miserie essi sieno origine non importa ripetere, chè la è materia trita.
Le bocche non si stancano da predicarla, ma ci hanno orecchie a cui la
voce non basta; per isturarle ci vuole il trapano.[7]

  [7] Nel giornale _Gli Stati Uniti_, che si stampa a Ginevra, n.
  3, anno III, occorrono notizie che importa propagare. G.
  Battista Say nel _Trattato di Economia_ fino dal 1819 scriveva:
  «Gl'imprestiti, arme più funesta assai della polvere da cannone
  della quale si potranno servire lungo tempo, giusto in virtù
  dello abuso che ne fanno... Così facile mezzo offre il credito
  pubblico alla dissipazione dei grandi capitali, che molti
  pubblicisti sono condotti ad estimarlo perniciosissimo ai
  popoli. Il Governo potente per facoltà di pigliare quattrini in
  prestito si mescola in tutti gl'interessi politici, sicchè
  assumendo imprese gigantesche, le quali mettono capo così alla
  gloria come al vituperio, genera sempre lo sfinimento; _egli
  combatte le guerre o le fa combattere; egli compra tutto quanto
  può comprare, perfino il sangue e la coscienza degli uomini_;
  allora l'ambizione, l'orgoglio e la perversità nelle mani loro
  raccolgono i capitali, i frutti della industria onesta e della
  buona condotta....» Il signor Larroque ha stampato un'opera
  intitolata _Della guerra e degli eserciti permanenti_, donde
  estraggo questi fatti.

  Soldati di terra e di mare, eccettuate guardie nazionali,
  milizie, riserve, _landewers_, 5,157,099.

  Perdita di somme corrispondenti al guadagno del lavoro di
  cotesti uomini L. 3,202,985,500.

  Valore improduttivo dei mobili e degl'immobili per uso della
  guerra L. 19,535,000,000; interesse su questa somma al 4 per
  cento L. 781,100,000. Debiti cagionati dalla guerra L.
  68,304,844,187; interessi sopra questa somma L. 2,716,905,529.

  Spesa annuale di guerra L. 9,818,853,968, vale a dire che
  consuma 19/20 della entrata generale, che somma a L.
  10,116,294,065; ed in parecchi Stati le spese di guerra superano
  la medesima entrata.

  Tolta questa enorme spesa, venduti gl'immobili e parte dei
  mobili guerreschi, ecco nel giro di pochi anni estinto il debito
  europeo, fondati istituti, industrie promosse, lavoro accertato,
  moltiplicate le vie del guadagno, e spenti la ignoranza, la
  miseria e il delitto: o diminuiti assai con continua speranza di
  meglio, essendo rimosse a tutti questi guai le cause di
  esistere. Così si pareggiano i bilanci, le altre le sono
  ciurmerie, nè manco credute da cui le propone.

  Ai posteri lasceremo eredità di debiti, e perchè mai non
  potranno accettarla con benefizio d'inventario? Ma, osserverà
  taluno, non tutte le spese riuscirono o disutili, o dannose,
  come strade, porti, acquedotti, e via discorrendo: bene sta:
  scevreranno le une dalle altre, e mentre pagheranno le seconde,
  lasceranno le prime a carico di cui le fece.

  Tre o quattro monarchi investiti del diritto di fare la guerra
  adesso possono, se li piglia la mattana, spingere 10 milioni di
  uomini a sgozzarsi fra loro: — così essendo, vi par egli che
  possano durare le monarchie, costituzionali o no, imperciocchè
  anco il re costituzionale possieda il diritto di bandire la
  guerra?

Pure chi considera pacato non può dare torto alle monarchie, comecchè
temperato: se la volontà degli eletti, ch'esse procurano guadagnare, e
che guadagnano, procacciasse altresì le volontà degli elettori, allora
potrebbero licenziare lo esercito: ma i denti che leva alla democrazia
non può adattare alle sue mascelle; trapiantati non barbicano; ed a
cotesta benedetta democrazia i denti rinascono tanto presto! Dunque
rimane abbondantemente dimostrato come alle monarchie faccia mestieri
tenersi in serbo apostoli di bronzo e confessori di piombo per
ricondurre il gregge (dove mai traviasse) sopra il diritto sentiero.

Le monarchie divorano troppo: sembra che la infermità alla quale vanno
più che alle altre soggette sia la _bulima_: ora mentre da tempi
rimotissimi eroi e semidei si perigliarono tanto laudabilmente a purgare
la terra dai Lestrigoni e dai Ciclopi, come il secolo nostro sopporterà
un uomo che consuma la sostanza di diecimila? Gli antichi predicarono e
il Gioberti confermò essere _i re animali carnivori_.

Occorrono nel mondo instituzioni affatto pari agli archi fabbricati co'
mattoni senza calcina, donde levando un mattone tutto l'arco si
scompagina per tracollare; le monarchie fra queste; finchè si credeva
emanassero da Dio, non ci era da ripetere: correva l'obbligo di
venerarle in tutto e per tutto come articoli di fede; e la fede è la
ragione (lo ha detto il papa anche ieri); ma ai dì nostri, che i
cervelli ricusando ogni imbeccata pretendono ragionare a modo loro,
sembra presunzione, anzi insolenza, che liberi cuori ed intelletti
arguti ti si sottomettano, non perchè tu prevalga per magnanimi sensi, o
per sapere, bensì perchè il caso ti fece nascere da una madre
piuttostochè da un'altra (non ho accennato a padre, per attenermi al
certo). Un giorno sostennero necessaria la eredità del trono per fuggire
le contese sanguinose fra i concorrenti al principato, e fu vero; ma ai
tempi nostri non abbiamo veduto che nei governi popolari la elezione del
magistrato supremo dia luogo a guerre civili.

Oggimai la stemperatezza del vivere si confessa ulcera delle nostre
generazioni: il lusso è il campo dove semina la corruzione e la
servilità raccoglie; un dì bastava all'universale soddisfare ai primi
bisogni della vita e poi alle oneste comodità, le quali e piacciono e
giovano: oggi gli è appunto questo a cui meno si bada, anzi questo si
sagrifica alle apparenze della vanità. Invade le menti dei cittadini il
furore di rovinarsi, come una volta le Baccanti il furore di ubriacarsi;
dal colpevole scialacquio nascono a frotte le fraudi, le morti, i falsi,
le prevaricazioni, i furti, il pudore venduto, le anime a nolo: insomma
la tetra miliare che infradicia il corpo sociale. — Di tanto male non è
ignota la origine; all'opposto palese, e non dissimulata, imperocchè gli
eccitamenti e lo esempio alle sontuosità lo dieno le monarchie alle
quali par debito lo scialacquio per corrispondere alle profusioni
insensate di che gli adulatori le dotarono a danno dei popoli: e queste,
giudicano, prova solenne del vizio della istituzione tornando a
detrimento comune fino quella parte di lei che si presenta sotto forma
di bene. Le monarchie, alla rovescia dei fari, i quali si pongono nei
luoghi eminenti a fine di avvertire i naviganti perchè se ne discostino,
tirano i cittadini a naufragare nello sperpero.

Ma ond'è che le monarchie caddero tanto nello abbominio delle genti? Le
religioni tutte poggiano sopra la fede di un Dio, il quale fu creduto
somministrasse la prima radice alle monarchie, sicchè correva universale
il dettato: un solo Dio, un solo Papa e un solo Imperatore; la Divinità
poi dura eterna, mentre l'eredità ha termine; che cosa la Divinità sia
ignoriamo; definirla è follia, temerarietà questa da lasciarsi ai
sacerdoti; tuttavolta Iddio deve essere meno _una volontà_ che _una
legge_; che se un momento fu _volontà_, di subito si convertì in
_legge_, nè più ora può alterarsi o disfarsi vigilando al suo
adempimento la necessità; e questo forse volle significare la sapienza
antica quando nell'Olimpo pose a piè del trono di Giove il Destino,
dalla cintola in giù nascosto dentro le nuvole, con le mani intrecciate
sopra l'urna dei fati e gli occhi volti in su, quasi per ammonire il
Saturnio di stare a segno. E su questo meditando ogni uomo che abbia
discorso, si condurrà agevolmente a conoscere quanta sterminata
diversità interceda fra la nozione di Dio e la idea del monarca.

La distruzione si proverà di mettere le mani addosso alla religione,
tuttavia s'ella mai arriverà a sceverarne il guasto e il vano, non la
schianterà, però che eterno affatichi i petti mortali il bisogno di
credere; quei dessi, i quali non si rendono capaci del come lo spirito
possa sopravvivere alla materia, si spaventano morire interi, e per la
nostra intelligenza riesca meno arduo alla vista di una fattura supporre
un fattore che immaginare la fattura venuta su a caso e senza legge. Noi
parliamo della religione cattolica, una delle più ree di quante abbiano
contristato la stirpe umana, sebbene tutte le religioni in mano di tutti
i sacerdoti sieno state farina per farne pane ad uso di casa loro; ma
sollevando il piviale del nostro papa e vedendo che roba ci sta sotto,
l'uomo trasecola come lo sopportino popoli civili. Se non era lo
imperatore dei Francesi a quest'ora il Papato era da gran tempo sospeso
al palco di qualche spezieria come un coccodrillo impagliato.

E come i Francesi ci nocquero col volere conservato troppo, così ci
nocquero quando vollero abbattere troppo. Nel secolo passato per
distruggere il prete si rifecero a demolire Cristo. Ora Cristo non si
rovescia, imperciocchè la sua dottrina si allarghi così da potere
abbracciare ampissimo tratto del perfezionamento umano. Allora i preti,
a modo del diavolo, il quale, com'essi ci diedero ad intendere, si
schermisce dagli schizzi dell'acqua benedetta dietro la Croce,
procurarono salvarsi dietro Cristo dalle aspersioni della filosofia.
Intanto non si dimentichi mai che i Francesi, o trascorrendo troppo, o
troppo stornando, fin qui guastarono i fatti nostri ed i loro più che
non giovassero: grande è il debito loro verso la umanità, ma lo
salderanno; così giova sperare, e rammentiamoci eziandio che il prete
romano ha cavato i chiodi dal corpo di Cristo per conficcarli in quello
dell'umanità. Bisogna calare giù dalla croce questa desolata, e porla in
grado di citare il prete di Roma davanti Dio, perchè le renda il suo
Cristo, ch'egli ritiene come una cosa furtiva.

Allora con Cristo il papa renderà durevolmente Roma, dacchè il prete
verun'altra ragione accampa della rapina, eccetto il tempo lungo; ma il
tempo prescrive la pena, non già assolve dalla restituzione. Giova
ripeterlo: come acquistò egli? Per donazione del popolo? Questo non è, e
fosse i padri mancarono di potere per alienare la libertà dei figli. O
forse per mancia dello aiuto prestato al Conquistatore? Violenza non
partorisce diritto, e la facoltà del riscatto dura eterna. Origine
perenne del diritto la volontà del popolo esercitata dentro i suoi
confini naturali; chè se alla volontà si aggiunge la necessità, qual
riparo ci metteranno le parole? È legge di natura che i gravi tendano al
centro; ora quella che spinge gl'Italiani a Roma vuolsi giudicare della
medesima qualità.

Spazzate via le ciurmerie romane, le quali da tanto secolo usurpano il
nome della religione, la dottrina di Cristo consolerà col puro suo
raggio molta parte del genere umano.

Eppure Roma avrebbe potuto la terza volta dominare il mondo. Quando
Attila incedeva alla distruzione di lei, le immagini dei santi Pietro e
Paolo, agitando spade di fiamma, lo respinsero indietro: questa fu
favola, comecchè Raffaello l'abbia immortalata co' suoi dipinti divini,
ma sarebbe stata verità la terza dominazione di Roma sul mondo, se il
Sommo Sacerdote avesse bandito ai popoli: «Le antiche dominazioni
nacquero tutte dalla violenza o dalla frode: egli è mestieri che cessino
tutte. La gente che mi fu tanto lungo tempo soggetta torni in libertà e
si governi a suo arbitrio: riabbia i suoi consoli, e se le talenta
restituisca il suo Senato ed i suoi tribuni: io qui starò norma di
giustizia; dispensatore di lode o di biasimo ai meritevoli, che si
convertiranno in premio, ovvero in pena in questo mondo ed in
quell'altro.»

Simili parole non solo gli avrieno difeso la porta Pia meglio dei suoi
zuavi, ma ei le avrebbe agevolmente potute convertire in leva da
sovvertire qualunque trono fondato sopra la iniquità, per quanto
apparisse potente.

Senonchè Roma tirata in giuso dalle cupidità della terra non ebbe virtù
di volgere gli occhi al cielo ed ispirarsi dall'alto: _adhesit pavimento
anima mea_; l'anima di lei sta attaccata alla melma. Troppo ella
trascorse nella via della perdizione per poter tornare in dietro. Roma
diventò troppo terra, e come terra bisogna che si disfaccia; il suo
divorzio da Cristo è irrevocabile: finchè può, duri come si trova; ogni
moto ne affretterà la fine, fosse pur quello di accostarsi un sorso di
acqua alla bocca riarsa dall'agonia: ove si volga in fuga, ad ogni passo
le cascherà un brandello. Strana coincidenza: Roma imperiale finì con
Augustolo, Roma sacerdotale doveva cessare con Pio IX: però spettava al
sacerdote comportarsi in modo da privare la vecchiezza del conforto, che
non le negano i cuori più duri, la compassione.

L'uragano minacciava le istituzioni, che si vantano e si appellano
giustizia: le leggi, cresciute peggio della gramigna, male concepite,
pessimamente significate, ti presentano un laberinto, dove la ragione si
smarrisce, e in mezzo a quello il giudice l'aspetta per divorarla: ho
detto giudice non minotauro, perchè questo almeno, ci contano, fosse
mezzo uomo e mezzo belva; mentre nel giudice talora tu cercheresti
inutilmente l'uomo anco con la lanterna di Diogene. Troppo spesso
vediamo il retto senso in mano al giudice prevaricatore e all'avvocato
preso a nolo come la gallina fra i denti della volpe: dei curiali tenuti
per eccellenti coloro che meglio riescono a convertire la ragione in
torto e viceversa: fra tanta stortura di giudizio, fra così immane
depravazione d'intelletto, la corruzione piglia nel garbuglio domicilio
come in casa propria. Il giudice prevaricatore non teme più la
scotennatura, a cui un giorno lo dannò Cambrise, imperciocchè a quale
stravizio d'iniquità non può egli apporre la maschera della buona
coscienza e della dignitosa rettitudine? _Le leggi adesso, come gli
stivali di Teramene, si adattano a tutti i piedi._[8]

  [8] Di Teramene parla a lungo Senofonte nel libro II delle
  _Storie_: fu capitano di mare, e negoziò la dura pace tra Sparta
  e Atene, onde vennero addosso a questa mal capitata città i
  trenta tiranni: morì per sentenza iniquissima di Crizia.

  Il proverbio greco, che gli stivali di Teramene andavano bene a
  tutti i piedi, riferisce Plutarco negl'_Insegnamenti civili_; e
  volle per certo significare com'egli in coteste rivolture della
  patria costumasse destreggiarsi dando un colpo al cerchio e un
  altro alla botte, e non gli valse, chè perse a un punto la vita
  e la reputazione, secondochè agli armeggioni ordinariamente
  succede. Gli armeggioni poi non mancano mai; _trimmers_ si
  chiamarono in Inghilterra; _ventre_ in Francia; ed ora _centri_
  in Italia.

Pare dono, ed è giogo, il codice posto in mezzo alla via per ritardare
il cammino della umanità; tutti i termini, se forti, impediscono e si
odiano: se deboli si scavalcano e si disprezzano. Massime poi se come i
nostri non si accordino fra loro nel concetto, e meno ancora nel
significato delle parole che adoperano; quello di procedura poi un museo
di tagliole. E' si sbracciano ad emendarli; il meglio sarebbe metterli
in un bucato d'inchiostro; o darli a rivedere a Vulcano.

Orribile a dirsi! Magistrati preposti alla tutela pubblica seminano i
delitti, li coltivano, e poi ne cavano vantaggio di privato interesse:
il Governo da prima finge ignorare, informato nega; quando non può più
negare attenua, o scusa: il paese, che dovrebbe rimescolarsi, ode, stira
le braccia e sbadiglia; la notizia di coteste infamie è cascata nel
paese come un sasso dentro la mota; ha levato qualche sprazzo, poi
silenzio; ovvero segno unico di vita il consueto gracidare dei ranocchi.

Al magistrato, che piglia nome di difensore della legge, se mai avvenga
che la coscienza dei giudici giurati salvi il collo del prevenuto dalla
corda, pare che tu abbia rubato l'orologio di tasca; mentre un'altra
volta, dove ci trovi il suo conto o il superiore glielo comandi, ed anco
non glielo comandi, ma egli presenta che gli fia accetto, sigillerà il
sepolcro, e negherà e potrà negare _che si scoperchi a raccontare il
delitto_! Anche ai magistrati preme la unità delle leggi, come agli
uomini di Stato piace la unità politica, quindi si studiano estendere la
corda alla universa Italia, e ciò perchè a questo modo costuma presso la
gente egemonica, ed è assurdo pretendere che questa gente dabbene, ormai
usata alla corda, allunghi il passo per mettersi in riga co' popoli più
civili di lei, bensì questi devono dare indietro per aspettarla a
srugginirsi: finchè ciò non avvenga, si feliciti l'Italia anco nella
unità della corda.

La magistratura si loda non per quello ch'è, sibbene per quello che
dovrebbe essere; se vi hanno giudici buoni (e ve ne hanno) non rileva,
perchè travolti dai pessimi istituti. Dicono che le passioni umane
rompono su la soglia del tribunale come onde in frangente; non è vero: i
giudici ogni giorno mettono il capo alla finestra per ispecolare da che
lato il vento spiri. Tutte le passioni entrano in tribunale per la porta
maestra, e ci ha chi spalanca loro le due imposte a un tratto, nè può
fare a meno, imperciocchè i giudici non formino collegio a parte come di
sacerdoti, consacrati unicamente al culto della giustizia; all'opposto
si mescolino nelle lotte della vita politica; parteggino alla scoperta;
nei Parlamenti contendano; come gli altri, e più degli altri, smanino
pel trionfo dei propri interessi. Ora male si pretende dall'uomo qualità
più che umana: sia caldo e freddo ad un punto, appassionato e
tranquillo, e possa da un punto all'altro spogliare un abito morale per
vestirne uno diverso. Tutti sanno come fosse ordinato in Atene che gli
Efori giudicassero al buio, e ciò dopochè Iperide, in dubbio di salvare
Frine incolpata di empietà, ricorse, quale supremo argomento, per
commuovere gli Efori, a stracciarle i panni di dosso, mostrando la
meravigliosa bellezza delle sue forme; ma molti ignorano l'ufficio del
Filacto, magistrato presso i Cumei, il quale consisteva di tener per
mano il re nelle adunanze notturne, finchè i senatori non avessero
sentenziato al buio se da lui bene o male fosse stata amministrata la
giustizia.

La legge nel medesimo tempo permette e punisce il medesimo fatto secondo
le qualità di cui l'opera e la gravità sua; se gravissimo concesso, e
concesso altresì al Governo; nei privati, e se lieve, percosso. Il
Governo, dopo aver tassato il sangue e la fame, impone il balzello anche
alla disperazione: ei si compiace mostrare che dal gioco del lotto
ricavi la entrata più grossa del suo bilancio, deplora il male e lo
provoca, confessa la colpa e la rinnova; ogni altro gioco meno
proditorio pel giocatore perseguita; e al magistrato sembra sul serio
amministrare giustizia da un lato condannando la femmina che allotta
galline, dall'altro lasciando in pace il Governo, il quale trova modo di
risucchiare dalle vene del popolo ottanta e più milioni di lire.

Ma il Governo divora per essere divorato; Polifemo, che dopo avere
mangiato ad uno ad uno i compagni di Ulisse, serve di pasto ai Ciclopi.
Gli usurai nomadi hanno piantato i tabernacoli loro nelle viscere dello
Stato; e quinci mandano le mandrie delle arpie a pascere dintorno:
tuttavia tremano, e spaventati spaventano; al popolo parlano di
disperazione, come se la disperazione del popolo non dovesse mettere in
pensiero loro, piuttostochè questo; e percotono altresì le teste vuote
dei legislatori, le quali ripetono come tamburi: «fallimento». Allora
tutti quelli che stanno uniti al Governo col vincolo del debito si
commovono fieramente per la salute della Patria, ch'essi hanno soccorso
alla ragione del dodici per cento e più; maledicono come nemici della
Patria chi non paga i balzelli vecchi, ovvero si oppone ai nuovi; non
corre tempo di pace adesso; le forze tutte dello Stato importa
convertire in uscieri per dichiarare la guerra dei gravamenti ai
debitori morosi. Avete ragione, tuttavia considerate come per molti
quello che voi chiamate _ricchezza mobile sia miseria stabile_, e come
il meschino guadagno non basti ai primi bisogni della vita. Che rileva
ciò? Rispondono, virtù sono la sobrietà e la temperanza; _digiunino una
volta la settimana, il digiuno viene raccomandato dal Vangelo_,
rincalzano i Giudei. Bene sta, ma allora come il popolo giocherà al
lotto? Anch'esso è necessario per pagare l'interesse del cinque sopra
cartelle comprate al quaranta, ed anco meno per cento. _Digiuni un altro
giorno_, ripicchiano i governatori della Banca Nazionale. Ormai il
debito e il credito hanno partorito una feroce complicità: se guardi
alla intenzione ed agli effetti tu vedrai uscirne le medesime sequele
dei capitali delitti, e tuttavia mentre del processo Stastings si parlò
con orrore per tutta Europa, oggi discorrono di amministrare a cotesta
maniera parecchi Stati con mirabile tranquillità: tutto si connatura,
anco il morbo asiatico. Se io mi fossi trovato nei piedi del Peabody
avrei istituito un premio di dieci milioni di _dollari_ per colui che
trovasse la maniera d'_inoculare la fame_; dormono i grandi ingegni in
Italia? Su, sorga qualcheduno, il quale con questa scoperta faccia
impallidire la gloria dell'Jenner.

Un dì si vedeva una nobilea spennacchiata, che se ne stava in sussiego
come uccello che mudi nella aspettativa di rinnovare le piume, le quali
non si rimettevano mai: pure crogiolandosi nei suoi titoli ella guardava
con occhio obliquo la gente nuova, e i subiti guadagni aveva in
dispregio; Napoleone I, il grande schernitore della razza umana,
promosse a tutt'uomo la miscela del danaro plebeo con la povertà superba
della nobilea; buttò il concio a far rinvenire le terre sterilite, e lo
diceva. I nobili allora allungavano la mano, prendevano e disprezzavano:
adesso non più così; su la sera vennero i nobili a parte delle
baratterie, e ci si misero con l'agonia di cui sente avere tardato
troppo ed ha bisogno di rimettere il tempo perduto; libidine di vergine
trentenne; un giorno i nobili spregiavano gli usurai, ma non gli
odiavano, e avevano ragione; gli usurai odiavano i nobili, ma non gli
spregiavano, e non avevano torto; oggi stanno insieme, e a buon diritto
si disprezzano e si odiano da entrambe lo parti: in turpe gara titoli,
rapina, e servitù.

Le cause di vivere in società sono mutate, o piuttosto diventarono
opposte: in vero, gli uomini si condussero ai civili sodalizi per
sovvenirsi, oggi stanno insieme per divorarsi con maggiore comodità:
parco chiuso di belve dove l'una tira addosso l'altra col ferro poco,
molto co' tradimenti e moltissimo con le frodi.

E la famiglia di cui il nido si compone di casti affetti e di soavi
pensieri come non doveva appassire in mezzo al morbo? Già da tempo le
nozze erano diventate paretaio per chiappare mariti; contratto da prima,
oggi mercato; verun rito religioso vi presiede; nè manco si cerca
qualche vecchio virtuoso la benedirle: difatti sarebbe superfluità; o
che forse nelle fiere dove si vendono e si barattano bestiami si chiama
auspice un Dio? Nei giorni andati nel contratto si poneva la condizione
che la sposa o serbasse, o prendesse il suo galante, e il marito
acconsentiva: oggi si omette il patto, perchè non ce n'è più bisogno: si
appetiscono le nozze per onestare le libidini vecchie, o mantellare le
nuove. Un dì fornivano alle femmine occasioni di non tenere mai i piedi
in casa le pratiche religiose, adesso ferme queste, ci hanno aggiunto il
continuo visitarsi, e la frequenza agli asili, alle scuole e ad altri
luoghi di beneficenza: tutto è in maschera, la tirannide va larvata di
libertà, la lascivia di virtù: spesso la femmina svolta il canto dello
asilo infantile, e sguizza furtiva nel misterioso lupanare dove
l'attende l'adultero della giornata.... della giornata, perchè anco
l'adulterio stampi il suo lunario in capo all'anno e in ogni giorno
metta un santo nuovo. Baci maritali diacci come falde di neve, o se
tepidi, perchè le labbra conservano un po' di ardore col quale le accese
la bocca dell'amante: e nodi sono eglino questi? Sì certo nodi di cui
Tisifone staccandosi un paio di vipere dal capo somministrò il legame.
Già già le nozze forniscono alle spose materia per sperimentare la virtù
dei veleni sopra i mariti. Nè questi meglio di quelle; adulteri anche
essi, e gelosi: mettono le mani nel sangue meno per ispasimo di affetto
tradito, che per rabbia di superbia offesa: la figliuolanza, quantunque
per cause diverse, spaventa l'un genitore e l'altro; la madre vana, che
vede nei figli molesti testimoni della età che avanza, il padre, che ha
da apprestare la dote alle figlie e sostenere le spese della educazione
della famiglia. Oh! quanto volentieri i padri costumerebbero coi figli,
siccome i fanciulli fanno con le bolle di sapone; i quali le spingono
per l'aria soffiando nella cannella, e dopo che hanno vagato alquanto in
balìa del vento le vedono scoppiare ridendo. Però nei demolitori sorse
il tetro proposito di distruggere la famiglia, sfiduciati di poterla
emendare; così taluni selvaggi delle isole dell'Oceano quando pensano
che il padre infermo non possa più riaversi, lo gettano a ritemperarsi
sul fuoco. — Senza Dio, senza patria, senza famiglia, qual mai consorzio
può darsi fra gli uomini? Prima, che ciò avvenga Dio ripieghi il cielo
come un rotolo, sigilli le stelle e spenga il sole, abbandonando la
terra alle tenebre e al freddo.

Ma quando striderà la tempesta qual voce potrà farsi sentire o sarà
ascoltata? Se a taluno arridesse questa speranza io vorrei che con magna
voce gridasse: «Piuttosto che la famiglia distruggete le città, e
seminatene l'area di grano, così vi forniranno messe di spighe, mentre
ora vi producono messe di vizi, o di delitti: uscite dai chiusi, le
città sono prigioni di prigioni, parchi per avere sotto mano le belve;
spargetevi pei campi. La terra vi generò, la terra vi alimenta, la terra
vi dà nel suo grembo riposo; madre sempre la terra; al cielo levate le
preghiere, alla terra chiedete soccorso: vi è pane per tutti. Se la
immensa pecunia sparnazzata dai re per comperare la ignominia o
l'angoscia dei popoli fosse stata spesa in opere utili alla umanità,
quanta miseria e quanti delitti sarebbero stati risparmiati! — Poche
idee, ma sicure con le quali possiate solcare le menti dei mortali come
col vomere la terra, o vi redimeranno, od altra industria nol potrà: ma
intanto la presente società bisogna che muoia: Dio non vuole, e gli
uomini non possono sanarla: che resta dunque a noi altri? Accogliere
speranze e formare voti pei futuri destini dei nostri nipoti,
imperciocchè se questi voti e queste speranze non gioveranno, male
certamente non ne potranno fare; e poi bene auspicando e bene sperando
si acquieta l'amarezza, che sorprende l'animo nostro alla contemplazione
dei mali presenti, e meglio ancora ci disponiamo a morire con la
maggiore pace possibile.»



CAPITOLO I.

L'ANTIVIGILIA DI NATALE.


— Oh! che lo invito glielo abbia a mandare?

— Fa' quello che il cuore ti detta; io per me non glielo manderei...

Era ormai un quarto d'ora e più che Orazio e Marcello se ne stavano
seduti avanti al fuoco, senza alternarsi parola, ed i ragionamenti loro,
prima che tacessero, non avevano avuto nemmanco alla lontana relazione
di sorta a cotesta domanda e nè a cotesta risposta; non pertanto
s'intesero perfettamente.

Ora come avviene ciò? Decifrarlo è difficile, ma io credo che nel modo
stesso col quale i corpi si mettono in corrispondenza fra loro per virtù
di correnti elettriche, o di fluidi animali, così gli spiriti si
compenetrino, mercè un'aura di pensiero, che muove da una parte e
dall'altra. Basta; comunque la cosa accada, non si potrebbe negare come
due creature s'intendano, e conversino insieme senza significare con
parole gli interni concetti.

Difatti le menti di Orazio e di Marcello stavano in quel momento
appuntate in Omobono Compagni, padre d'Isabella, il quale, secondo il
presagio che un dì si ebbe a fare Orazio, era riuscito alla prova
cattivo a farina e peggio a pane.

Sarebbe spietà e travaglio pretto dell'anima chiarire come le subitanee
conversioni dei tristi occorrano tanto frequenti nei desiderii e nelle
immaginazioni degli scrittori, quanto rade nel mondo reale: non impugno
qualche caso di convertito sul serio: _avis rara_, ma però tanto
straordinario, tanto pericoloso, tanto incerto, che di tratto in tratto
parmi lecito domandare a sè stesso, se la carne valga il giunco.

Poniamo da parte se l'uomo obbedisca a propensioni naturali; io credo di
sì; certo è poi che un abito morale formato da diuturne meditazioni, da
propositi continui e da pratiche giornaliere talmente ti si converte in
natura, che tu non potrai spogliarlo senza che ne venga via anche il
pezzo.

Cedendo all'impeto di una spinta violenta, il cuore dell'uomo al pari
dell'ago calamitato devia dal suo polo, ma poi e cuore ed ago lasciati a
sè stessi tornano oscillando al punto dove la necessità li costringe;
tanto più il cuore, in quanto gli fanno forza molte e diverse passioni
incrostate, per così dire, nello essere suo; però che ora ceda alla
vendetta, ed ora alla cupidità, talvolta alla vanità, tal'altra alla
superbia, e così via, le quali passioni tutte spesso procedono nel
medesimo individuo non già alla spicciolata, bensì congiuntamente.

Così Omobono, nato falco e vissuto sparviere, entrando nel cammino della
onestà parve un pulcino dentro la stoppa; sopportava fatica da sudare
acqua e sangue; a mantenersi saldo sulla via del galantuomo sentiva
proprio dolore quanto e più ne pativa l'uomo condotto a sostenere il
giudizio di Dio delle braccia aperte in croce, finchè durava la messa.

Nella insolita scalmana di affetto verso la figlia e il nipote, che mai
non disse e non fece Omobono! Donò ad Isabella tante gioie pel valsente
di oltre trentamila lire; volle costituirle la dote di ben oltre
quattrocentomila; il neonato, ben intesi, doveva esser suo, propriamente
suo, e però erede di quanto egli si trovava a possedere nel mondo.
Lasciasse, per amore di Dio, Marcello quei suoi tisicuzzi negozi, dove
assottigliandosi anima e corpo avrebbe raggranellato una dozzina di mila
franchi per anno: pensiero suo sarebbe stato di avviarlo per modo che,
senza un suo risico, dodicimila lire le avrebbe guadagnate in un bacchio
baleno: si lasciasse fare!

E troppo tempo non corse, ch'egli s'industriò con ogni maniera di
astuzie riagguantare le gioie donate ad Isabella, la quale, tuttochè
buona femmina fosse, pure era femmina, e però a pigliare generosa, a
rendere parca, massime quando si trattava di gioie: la dote Omobono non
pagò mai; l'aveva promessa e basta; il figlioccio gli passò per la mente
con la frequenza con la quale gli ci veniva Attila re degli Unni; e
quanto allo allogamento del genero Marcello, lo tolse appunto ai suoi
modesti traffici, gli aperse la Banca, dove sul principio non fece
penuriare capitali, chè in breve rimasero assorbiti da un giro vorticoso
di cambiali del suocero; e poi, il male pigliando vizio, incominciò a
tempestare Marcello con uno uragano di tratte a vuoto, sicchè Orazio ne
rimase spaventato per modo che, ristrettosi con Marcello, deliberarono
insieme di cavarsi fuori da cotesto pelago, e lo fecero con infinita
querimonia di Omobono, che liquidati i conti, essendo rimasto debitore,
mise in campo un sacco di ganci, da sgomentare ogni fedele cristiano,
per non pagare il saldo, onde per la meno trista fu mestieri lasciare
parecchi bioccoli di lana in cotesta siepe. Pertanto il civanzo che fece
Marcello col suocero magnifico fu questo, perdita del suo antico
avviamento e scapita di non poca moneta; e tuttavia Omobono non rifiniva
di lamentarsi che quel suo genero gli costava un occhio.

Allora scappò la pazienza ad Orazio, il quale prese a far cosa a cui
avrebbe dovuto pensare prima; chè del senno del poi ne vanno piene le
fosse: mise sopra al suo trespolo Omobono, raccolse prudentemente quante
maggiori notizie sul conto suo potè e incominciò a studiarlo per di
dentro e per di fuori. Lo seppe di progenie malnata e indigente e
feroce. Uscì di casa come una fusta di pirati una volta sferrava da
Algeri per corseggiare sul Mediterraneo: suo viatico questo, paura del
diavolo poca, del codice penale nessuna, odio immortale alla miseria;
però nei primordi facendo di ogni erba fascio, qualche penna in mano ai
giudici correzionali l'ebbe a lasciare. Essendosi in lui imbattuta per
caso la sfrontatezza cadde in deliquio sospirando: «Ahimè, il mio
padrone è nato!»

Strano a dirsi, e pure vero, veruno più di lui credeva alle proprie
menzogne: di parola osservata non si discorre nemmanco; dei contratti
eseguiva quelli che tornavano a lui; se no litigava; i giuramenti falsi
si tirava giù come ciliege in guazzo: fu marito senza affetto, fece un
affare, donde cavò facoltà da costituirsi sgozzino: le arti dello
strangolatore apprese tutte ed altre ce ne aggiunse di suo, e così bene
l'esercitò, che quasi persuase il tapino, da lui spogliato in camicia,
di averlo rivestito da capo a piedi; e come fu marito senza affetto,
così diventò padre con paura, che nell'unica figlia altro non vide che
una nuova Eva venuta al mondo per portargli via una costola; vano, non
ambizioso, imperciocchè non si proponesse scopo alcuno nel procurarsi
dovizie, però che, più di essere, gli premeva comparire straricco; e se
avesse potuto avrebbe istituito erede sè medesimo: ambì reputazione di
Mecenate, e comperati quadri a tanto il metro li sciorinava battezzando
il più tristo almeno un Raffaello: uccellato, da principio non se ne
accorse, poi conosciuta la ragia relegò le tele in soffitta e vendè le
cornici. Ostentava lusso e penuriava del necessario: stoffe di seta e
luminare di bronzo dorato in sala, in camera lenzuola di tela canapina e
un candeliere di ottone; nella scuderia cocchiere con livrea e mozzi di
stalla, in casa un servitore unto e bisunto da disgradarne Guccio
Imbratta di sudicia memoria, al quale per giunta egli truffava il danaro
del salario, dandogli ad intendere che glielo faceva fruttare venti per
uno mettendolo a parte dei suoi negozi, e costui lo credeva, perchè cosa
mai non crede la ignorante cupidità? Se temeva che qualche cittadino
informato di talune delle sue marachelle potesse sbottonare di lui,
eccolo pronto a soffiare nelle orecchie di quanti gli si paravano
davanti una procella di calunnie a carico di quel galantuomo, di cui la
minore o l'uxoricidio, o aver lasciato morir di fame il padre, o
truffato la eredità al fratello: dove, per ventura, lì per lì si fosse
presentato il trafitto dai suoi improperi, ecco farglisi incontro
festoso, blandirlo con parole umili, ricercarlo con premura della sua
salute, dei figli, del padre morto, della moglie strangolata e via
discorrendo. Costui partitosi, se l'altro, col quale aveva messo male
del festeggiato, gli domandava: — Per caso non sarebbe egli il parricida
di cui testè mi favellaste? — Egli ghignando, con una crollatina di
spalle rispondeva: — Appunto è quel desso. — Tetra impostura forse non
mai più vista al mondo. La onestà degli altri si recava a insulto, anzi
credeva che taluno si mantenesse uomo dabbene proprio per fargli
dispetto: il suono della lode per la virtù altrui gli giungeva grato
all'orecchio quanto quello della sega quando la limano; e si racconta
come certa volta essendogli caduto il portafoglio di tasca con di molti
biglietti di banca, un popolano avendolo trovato per via glielo
riportasse; di che rimase inferocito, onde cavatosi uno scudo di tasca
lo porse al popolano, e guardatolo a straccia sacco gli disse: «Va':
comprati tanta fune ed impiccati: il far da galantuomo costa caro.»
Quando morì la sua povera moglie, avendo trovato vero il proverbio, che
nella vita matrimoniale il marito gode due giorni di contentezza
massima, quello cioè delle nozze e l'altro dei funerali della moglie,
volle metterli a confronto, e calcolare quale dei due costasse meno:
fatti i debiti riscontri, trovò che nel secondo aveva risparmiato sul
primo settantatrè e un quarto per cento. Procurò altresì che sopra la
lapide, che le pose con lunga diceria, si dichiarassero le virtù della
morta e quelle di lui vivo, e il pianto inconsolabile e lo affetto
imperituro, con tutte le altre ciurmerie, le quali generarono il
proverbio: «Bugiardo come una lapide.» Tuttavia volendo mettere
d'accordo l'epitaffio lungo e la spesa, ci adoperò una lastra sottile di
marmo ravaccione di Serravezza, spendendoci in tutto lire _novantatrè_,
e non so che soldi.

Due cose sopra ogni altra nequizia inspiravano paura nel pravo talento
di Omobono, ed erano queste: sgraffiato una volta dal pettine della
polizia correzionale, ei procedeva a mo' del cane, il quale scottato
dall'acqua calda teme la fredda; quindi al di là degli articoli del
codice egli guardava con lo struggimento dei nostri primi padri, quando,
espulsi dal paradiso terrestre, oltre i suoi muri contemplavano il
frutto proibito; ed Omobono di cotesti frutti non poteva astenersi, nè
voleva, comecchè di lasciarci il pelo aborriva: allora attese a
istituire intorno a sè un semenzaio di giovanotti di belle speranze,
destinati a svilupparsi nella pienezza del furfante; questi con amore
coltivava, forniva di danaro; perchè mano a mano in ogni maniera di vizi
s'impantanassero; noviziato iniquissimo di corruttela: nel medesimo
tempo Omobono per via di ambagi, e come di mezzo ad una nebbia, gli
ammaestrava nella infinita famiglia degli scrocchi, onde si accorcia la
via della fortuna, e poi senza ordinare nulla di preciso aggiungeva: «Io
vorrei essere inteso, figliuoli miei, a volo, chè tutto non si può dire;
il mondo è di chi se lo piglia, e per fare roba presto, bisogna avere un
parente a casa del diavolo.»

E il giorno stesso nel quale aveva dato al giovane uno spintone verso la
galera a vita, egli era fantino da mandargli di mancia un cento o
duecento lire per sopperire ai bisogni di casa sua, accompagnandole con
una lettera gremita di buoni consigli e di salutari avvertimenti da
disgradarne una serqua di missionari; la quale egli aveva cura di
riportare sul copia lettere del banco, e ciò pel medesimo fine per cui
gli accorti capitani nel presagio della difesa muniscono le rocche. Così
addestrato, il nostro cane, uomo spontaneo o sguinzagliato, irrompeva
nelle bandite del codice penale, donde tornando con qualche truffa in
bocca glie l'agguantavano Omobono, o gli sbirri; finchè raccoglieva
Omobono, la faccenda andava a pennello; se il disgraziato capitava in
mano al bargello, era un altro paio di maniche: allora Omobono non
rifiniva d'imprecare alla corruttela dei tempi, le lettere di
ammonimento scritte al giovane mostrava a chi voleva, ed a cui non le
voleva vedere:

«Come si fa?» bisbigliava in modo che lo sentissero tutti; «gran brutta
dote mi donò natura, col farmi affezionare troppo a chi mi sta dintorno:
se mi dessi la disciplina ogni quattro ore di filo, non basterebbe a
scontare questo viziaccio.»

Verso sera scivolava guardingo a casa del giovane; quivi padre e madre
consolava; certo quel benedetto ragazzo l'ha fatta grossa; pure stessero
di buon animo, che egli per quanto gli bastassero le forze gliel'avrebbe
accomodata. E qui figuratevi le benedizioni, i pianti, i baci sulle mani
e sulle falde del vestito, e l'accendere i quattro lucignoli delle
lucerne per fargli lume sino all'ultima scala. Svoltato il canto,
Omobono, senza frapporre indugio, si recava al giudice istruttore, dove
sulle prime pigliava le difese del giovane per terminare col mettere il
magistrato sulla via di scoprire il giovane e coprire sè.

L'altra nequizia di costui consisteva nel seminare discordia tra persone
amiche, e, se congiunte per sangue, tanto meglio; nè si ristava dal
soffiare in cotesto fuoco, finchè non lo vedesse divampare in odio
immortale; allora pareva scaldarcisi le mani con ineffabile contentezza.
Insomma, per le qualità dell'anima Omobono Buoncompagni era tale da
credere che, a suo tempo capitato allo inferno, Giuda Scariotte,
fattogli di berretta, si alzasse dal suo seggio e gli dicesse: «Ci si
metta _lei_.»

Quanto poi alle doti fisiche ogniqualvolta Orazio si riportava al
pensiero le forme di Omobono, rideva ad un punto e rabbrividiva,
imperciocchè davvero il corpo di lui rappresentasse una truce
buffoneria; veduto di profilo pareva una figura composta di tre sette:
dal cucuzzolo del suo zuccone scendeva una linea inclinata sopra la
fronte, ed un'altra dal cucuzzolo fino alla nuca; questo il primo sette:
dalla collottola giù per le spalle chine in avanti partendosi un'altra
linea terminava all'osso sacro, donde ripiegandosi lungo le cosce
toccava il ginocchio; e questo il secondo sette: il terzo sette composto
dalla medesima linea delle cosce e da quella delle gambe arrembate, fino
al tallone: costumava inoltre portare le braccia a guisa di manichi di
brocche, e le mani nascoste o in tasca dei calzoni, o nella cintura, chè
aveva

    Dita e man dolcemente grosse e corte

come quelle dell'innamorata del Berni. I piedi, zoccoli veri di animale
solipede, onde, o perchè male ci si reggesse sopra, o per qual altra
causa, saltellava sempre: vera scimmia affricana, e di scimmia egli
mostrava altresì la faccia gialla come lardo invietito, grinzosa e scura
sotto gli occhi grigi. Come i pensieri sotto, così i capelli sopra
cotesto cranio rari, scarmigliati, bianchi e neri come se avessero lite
fra loro: camuso il naso, di cui le narici, o piuttosto froge, si
dilatavano e si crispavano, unico segno in lui di sensibilità: si
sarebbe detto che il cuore, accortosi della sua inutilità in cotesto
corpo, avesse depositato la facoltà del palpito sopra le alette del naso
a costui: la barba rigida e mozza, che ritta sempre in su più che ad
altro rassomigliava ad una zeppa per ispaccare le legna: la bocca
sdentata, chè forse i denti non avevano potuto reggere alla fiumana
corrosiva delle ribalderie del continuo irrompente dalla gola di
Omobono: breve, onde io ponga fine a questa miniatura, cotesta era
faccia che la molta virtù di Socrate valse a rendere tollerabile, e non
potè nobilitare; faccia, che, a mio parere, fruttò più di un voto nella
sentenza che condannò il povero filosofo a bere la cicuta; faccia, che
prima di Socrate, ai tempi di Socrate e dopo lui fu giudicata sempre
dagli intendenti faccia di ladro. Difatti narrasi dal dottore
Zimerman[9] cosa o ignota a tutti, o a pochi manifesta, come un giorno
capitasse in Atene certo fisiomante, al quale, prima ch'egli avesse
preso lingua in città, i discepoli di Socrate mostrarono il maestro,
affinchè dai lineamenti del suo volto tirasse a indovinare la natura di
lui; sicuri che egli avrebbe preso un granchio, ed essi una riprova
della inanità della sua pretesa scienza. Il fisiomante, considerata un
cotal poco la faccia del filosofo, sentenziò reciso: «_Questa è faccia
di ladro._»

  [9] _Maraviglie della natura._

I discepoli di Socrate diedero in uno scoppio di risa; ma qual fu mai la
maraviglia loro e lo spavento, quando Socrate, dopo aver racquetato col
cenno cotesto rumore, disse placidamente: «Quest'uomo ha ragione; sortii
da natura lo istinto del ladro, e me dominò per lungo tempo la passione
del furto, la quale avendo spinto a furia di combattimento fuori
dell'animo mio, tanto non seppi fare, che ella non abbia lasciato
qualche traccia di sè sopra la mia sembianza.»

Intanto tu, lettore, poni in sodo questo assioma: faccia bianca con
occhi grigi e naso camuso, ordinariamente è faccia di ladro.

                                 *

Nel punto stesso in cui Orazio terminava di susurrare le parole: «io per
me non glielo manderei» ecco levarsi dall'altra parte della sala uno
strepito di voci gioconde, che in diversi tuoni gridavano:

— È fatta! È fatta!

Le voci movevano da un gruppo composto di una donna e da cinque
giovanetti, tre maschi e due femmine. La donna era Isabella, splendida
di matura bellezza, la quale pendesse piuttosto alla seconda che alla
prima metà dello autunno, lieta di casti pensieri e di santi affetti,
disgradava ben mille primavere di più giovani donne: ella deliziavasi
nella gloria della sua maternità, come il cigno gode sull'aurora
bagnarsi le ali nella rugiada; lei circondavano i figli, formosissimi
nella stessa guisa che i nostri famosi maestri dipinsero la madre di
Cristo sempre accompagnata dagli angioli; vari gli atti, e un po' anche
i volti, ma non più di quanto conviene essere a' fratelli; i capelli di
tutti pari a quelli della madre, di un bel biondo di oro; per lo che
stando essi raggruppati insieme gli inondasse dall'alto un torrente di
luce, che scendeva dalla lumiera appesa al soffitto, e paressero
circonfusi dal _nimbo radiato_ a modo di angioli. Di statura diversi,
pari alle canne dell'organo disposte a spirare armonia di paradiso, dove
la mano esperta sappia ricavarne il suono; e la mano esperta è quella
appunto della madre.

O madri, non vi lasciate sedurre dalle piaggerie; meglio varrà per voi
allevare sani i vostri figliuoli in casa, che medicare gli altrui fuori
di casa; meglio educare i suoi, che confondersi con quelli degli altri;
stiamo al sodo; che tu madre possa amare gli altri più dei tuoi non ci
credo, e non è; se fosse, come storto amore si avrebbe a riprendere: in
tutto ciò che non si uniforma alla natura gatta ci cova: la carità
incomincia da sè e dai suoi, lo ha detto Cristo, tenerissimo della
umanità; se ve ne avanza, prodigatela altrui; per la donna, che non è
madre, la faccenda procede altrimenti; ella può, invece che all'uomo,
consacrarsi al bene del genere umano.

La celebrità della madre di famiglia è un sole, che smonta il vermiglio
della verecondia; spettabile sopra tutte la donna la quale, per sentenza
di Teofrasto, non diede mai a dire di sè nè in bene, nè in male. Delle
donne latine di una si conosce la tomba e il nome, Cecilia Metella, non
già la famiglia e le opere; di un'altra solo la tomba: di questa
sappiamo unicamente che _domi mansit et lanam fecit_.

A coloro poi che incauti amici s'industriassero persuadere a voi madri
di famiglia come questo sarebbe pensare solo a sè, e nulla agli altri:
se così costumassero tutte, l'umano consorzio si sfilaccerebbe sotto le
dita dell'_egoismo_; la loro vita sarebbe quella dello insetto caduto
nel calice del fiore, dove oblioso del mondo esterno sugge, si rinnuova
e muore, voi rispondete: «Coteste le sono novelle; di che cosa andava
composto il fascio romano? Di verghe: ebbene, come il fascio romano si
formava di verghe, la società si costituisce dall'aggregazione delle
famiglie, e chi coltiva la propria famiglia è buono operaio nel campo
dell'umanità.»

                                 *

— Che cosa è quella che voi avete fatto? — interrogò Marcello.

— Ecco, rispose sorridente Isabella, io aveva commesso a tutti questi
figliuoli che componessero una lettera, secondochè il cuore loro
dettava, col proposito che io poi avrei scelto la meglio, ovvero ne
avrei formata una io, togliendo ora dall'una, ora dall'altra quanto mi
fosse parso più adattato: ora avendo giusto fatto così, mi venne di
comporre questa, approvata dal consenso universale. La volete sentire?
Non dite di no, perchè bisogna che di santa ragione voi la leggiate, non
si potendo spedire se prima non vi apponiate il nome vostro.

E lesse:

«Carissimo, nonno, suocero, ed amico.»

Il parroco, il quale essendosi posto con tanta poca riverenza a sedere
sopra le reliquie di Santa Filomena, sentì di un tratto, convertite in
carboni accesi, ardergli il fondamento, non diede in maggiore sbalzo di
quello che facesse Orazio all'udire cotesto principio di lettera; ma
subito dopo si contenne e aggrinzò la bocca come i bambini quando
incominciano a piangere.

Isabella, non avvertendolo, proseguiva: «Se provassi mezza la voglia che
abbiamo noi di vederti, di vedere noi, tu a quest'ora avresti preso a
nolo le ali di una colomba per volare a casa nostra. Vieni dunque a
rallegrarci con la tua presenza, siccome tu ti rallegrerai nella nostra:
sagrifichiamo tutto un dì sopra l'altare domestico al Genio della
famiglia. Vieni; a nome di quanto hai di più sacro al mondo (e dovremmo
essere noi) t'intimiamo a comparirci davanti il giorno del santo Natale
all'ora di desinare, e prima potendo.»

Marcello, finita la lettura, dondolava il capo da destra a sinistra, nè
assentendo, nè disdicendo. Orazio chiuse gli occhi, e s'incrociò le mani
sul petto in atto di cui dica: «_in manus tuas commendo_.» Tuttavia
Isabella, assorta nel suo fervido amore, non badando a cosifatti segni,
ripiglia:

— Ed ora la segneremo tutti, e la manderemo alla posta, chè abbiamo ad
essere sempre in tempo; così babbo la potrà ricevere domani, a mezzo
giorno al più tardi, e se glielo permettono gli affari, farci la
sorpresa di venire la sera. Tenga, zio, a lei sta scrivere il primo il
suo riverito nome.

E così dicendo gli porgeva la penna intinta nello inchiostro. Al povero
Orazio pareva gli macinassero il cervello; lo colsero i brividi, si
sforzava a non battere i denti, e appena ci riusciva: due pensieri si
combattevano nel suo spirito, che uno gli mormorava dentro l'orecchio
destro come un moscone dentro a un fiasco: — come onesterai la schifezza
che ti assale contro il perdutissimo, che pure è padre della tua nuora?
Da che parte ti rifarai a spalancare intero l'animo tuo? Informerai il
padre al cospetto della figlia? Dell'avo alla presenza dei nepoti? — Ma,
santo Dio, s'egli non ebbe viscere mai nè di padre, nè di nonno! Non
importa, essi non lo credono, e giova così; e tu vorresti versare in
cotesti cuori un'amarezza che non ha confine, avvelenare i giorni di
quei cari innocenti? E bada, tu corri il rischio che alle tue parole
neghino fede; e dopo tanta fatica per procurarti il loro affetto ti
piglino in odio... _libera nos Domine_.

L'altro pensiero nell'orecchio sinistro gli ronzava: — nota bene, che se
tu respingerai la proposta benevola senza addurre motivo alcuno, ti
giudicheranno a ragione cervellino, zotico, e peggio. Diranno che hai
aspettato sul chiudere bottega a buttare sul mercato questi fondacci di
magazzino, questa merce avariata. Su, Orazio, da bravo, dacchè tu sei
prossimo al _laus Deo_ del tuo libro mortale, e non lo nascondi a te
stesso, chiudi gli occhi, butta giù anco questo, e non isconciarti sul
più bello le uova nel paniere. Ricorda come il tuo Signore, il quale
vede le azioni più riposte dell'uomo, e legge gli arcani del cuore, te
ne ricompenserà; sì, Orazio, credi ch'ei te ne ricompenserà. Tienti
fermo a questa fede: alla svolta si provano i barberi!...

Orazio prese bravamente la penna, e segnava, ma la mano tremando gli
negò l'ufficio, sicchè lasciò cascare sopra il foglio uno scorbio, e
subito dopo la penna scivolandogli dalle dita lo imbrattava con una
seconda macchia più grossa della prima; non ci fu verso potere scrivere
più innanzi, e ormai la lettera concia a quel modo non poteva andare,
quindi deliberarono ricopiarla. Intanto tutti dintorno allo zio Orazio a
domandargli se si sentisse male; forse lo aveva indisposto il fuoco,
anzi certissimamente il fuoco; e Orazio assentiva dicendo: «può essere,
può essere»; ed aggiungeva «il meglio sarà ridurmi in camera»; e preso
in fretta il braccio di Marcello si sottrasse alla nuova persecuzione.

E così accadde che la lettera d'invito ad Omobono Buoncompagni fu
spedita senza la sottoscrizione di Orazio.



CAPITOLO II.

ANIMA DI BANCHIERE.


Orazio davvero avrebbe potuto dire: «Non son qual fui, morì di me gran
parte», e pur troppo parecchie cose avevano contribuito a buttarlo giù:
primieramente gli anni, i quali, taciti e cheti, gli erano piovuti
addosso come falde di neve e come neve ghiacci: Orazio non si curava
rammentarsi di loro, ma essi troppo bene si rammentavano di lui. Il
tempo, che da prima sembrò avere esitato a tirare un solco sopra cotesta
fronte serena, da un pezzo in qua, terminato un solco dava subito di
volta a tracciarne un altro, nè ora più sopra la fronte sola, bensì
sotto le ciglia a modo di zampe di uccello, lungo le gote, agli angoli
della bocca; insomma da per tutto: nè egli si sgomentava del prossimo
fine della vita, anzi ci si era di già apparecchiato quasi ad un viaggio
lontano; e siccome sovente teneva gli occhi chiusi, a cui lo veniva
interrogando costumava rispondere: parergli onesto in una cosa sola
imitare Cosimo dei Medici il Vecchio, ed era assuefare gli occhi a
morire, come egli diceva, tenendoli chiusi. E più degli anni lo aveva
abbattuto la morte della Betta. Povera Betta! Egli aveva scorticato lei,
e in verità nè lo aveva desiderato, nè voluto. Chi conobbe la Betta
facilmente giudicò che non sarebbe arrivata a lunghi anni, perocchè
sebbene ella sentisse tutti i dolori di Orazio per via di riverbero, noi
sappiamo come il fuoco riverberato scotti e più forte. Orazio poi, di
natura pugnace, non prevedeva i pericoli soprastanti, o se pure li
prevedeva non li curava; percosso dalla fortuna, egli attendeva a
rifarsi con tutte le potenze dell'anima, e dall'altissimo scopo a cui
mirava egli traeva argomento di rinnovato coraggio: infelice lo
ricompensava la coscienza; felice la coscienza e il plauso della gente:
_laudumque immensa cupido_, per la quale benedizione o maledizione gli
eccelsi spiriti, come si favoleggia del pellicano, squarciansi il petto
per alimentare col proprio sangue le generazioni degli uomini. La Betta
non possedeva tante provvisioni per lenire le trafitte dell'anima: ella
le sentiva intere, ed il cuor suo ne rimase infermo senza rimedio;
presaga del suo prossimo fine, pose studiosa cura nel celare il proprio
stato ad Orazio: finchè potè aiutarsi salì le scale di casa; mancatale
la balìa, ella si diede ad inventare un monte di scuse per dormire al
pian terreno: tuttavia per quanto le bastarono le forze contrastò al
male, chè, dovendo lasciare creature a lei tanto caramente dilette, le
rincresceva proprio di morire; ma certa sera mentre Marcello
accompagnava lo zio alle sue stanze, Betta, ponendogli la bocca
sull'orecchio, ebbe a dirgli:

— Quando lo zio dorme, vieni giù a trovarmi, e fa' che nessuno se ne
accorga.

Allorchè Marcello le venne davanti, in brevi accenti Betta gli favellò:

— Figlio mio, io sto per partirmi da questo mondo, e dubito più presto
che non vorrei; bisognerà pertanto risparmiare più che noi possiamo
questo dolore allo zio: domani innanzi giorno fa' di condurmi il
dottore, e avverti che veruno di casa lo veda; tacine anco ad Isabella,
se non chiedo troppo: quando avremo saputo quanti giorni potremo tirare
avanti, allora qualche santo aiuterà.

E così fu fatto; il medico venne, il quale da prima si dolse non essere
stato chiamato in tempo; e dopo, esaminata con ogni diligenza l'inferma,
disse reciso: arduo determinare per lo appunto il momento nel quale il
lume si spegnerebbe; forse fra tre, forse fra quattro dì, ma per suo
giudizio alla fine della settimana non arriverebbe di certo.

Se taluno maravigliasse dell'acerba sincerità del medico, e sto per dire
ferocia, sappia che egli era stato medico militare, però uso a modi
spicci, e che la Betta prima di lasciarsi visitare gli aveva fatto
promettere sopra il suo onore che le avrebbe palesato la verità intera.
La Betta non mutò colore, gli porse grazie, e tolto di su la _comoda da
notte_ certo suo anello, che si era levato a cagione del gonfiamento
delle dita, lo porse al medico dicendo:

— Questo, caro dottore, vorrà portare per ricordo di me.

E il dottore con voce alterata:

— No, signora Betta, per conservare memoria di lei non fa bisogno
ricordi; creda — e qui il dottore si toccò il petto — se potessi
prolungare la sua vita con alcuni anni dei miei, io glieli darei di
tutto cuore.

— Grazie, dottore, grazie; ma a che pro? Poichè andare bisogna, ormai
che ci siamo, andiamo.

Marcello accompagnando, secondochè si costuma, il dottore fino all'uscio
di casa, gli domandò per mettere in quiete la sua coscienza, la quale
gli rimproverava non aver prima ricorso a lui, se la malattia della
Betta fosse di qualità che, curata a tempo, potesse guarirsi.

— No, rispose il medico; le si poteva prolungare per qualche giorno, in
mezzo ai dolori, la vita: mi sono doluto, che non mi aveste chiamato
prima così per abitudine, che per altro, costumando noi altri medici
mettere le mani avanti per non cascare; ed io, sappiate, sono di quelli
che credono in coscienza carità cristiana in questa maniera di malattie
abbreviare le sofferenze del paziente, ma ciò non usa, e il costume fa
legge. Vi rammentate la storia degli appestati di Giaffa? Napoleone
costretto ad abbandonarli presagiva di certo che i Turchi gli avrebbero
lacerati in brandelli, onde gli parve partito umano ministrare loro
forte dose di oppio perchè morissero in pace, senonchè il medico
Desgenettes ci si rifiutava netto con una frase da tamburo, che suona
perchè è vuoto: «l'arte mia consiste nel restituire agli infermi la
salute, non già privarli di vita.» No, signore, io non la intendo così;
per me l'arte medica si mette dinanzi due fini del pari importanti; il
primo, e principale, rendere la salute quando si può, e di rado si può;
il secondo, di alleviare con tutti i mezzi la sofferenza. Qui nel caso
nostro si tratta di vizio organico, il cuore è guasto profondamente, il
palpito, irregolarissimo, minaccia da un punto all'altro cessare: le
acque spandendosi per tutta la persona hanno compìto l'anasarca... Vi
manderò una pozione oppiata... gliela ministrerete spesso in piccole
dosi... Se anche in copiose, non ci sarà niente di male.

— Capisco, — rispose Marcello, — ma io gliela porgerò in piccole;
perchè, sarà la mia, se volete, una virtù codarda, ma dall'altro canto
considero che persuadendo l'uomo di sostituire il proprio arbitrio alla
regola, non sapremo più dove andremo a cascare una volta scavalcato il
fosso.

Il medico tentennando il capo parve assentire, e nel prendere licenza
raccomandò a Marcello, sia di notte, sia di giorno, non si rimanesse di
mandarlo a chiamare; soprattutto badasse allo zio; e strettagli forte la
mano si partì.

Con pietoso inganno (la Betta in ciò adoperandosi massimamente) Marcello
ed Isabella giunsero a nascondere allo zio Orazio lo stato in cui si
versava l'affettuosissima donna; ma giunta la terza sera dopo la prima
visita del medico, Betta fece cenno a Marcello le si accostasse; allora
di un tratto gli gettò le braccia al collo e pianse; poi con un filo di
voce gli disse:

— Figliuolo mio, non ne posso più... ecco, mi sento proprio morire: ho
considerato se mi riusciva astenermi da rivedere lo zio, ma non ho forza
che mi basti: vammelo a chiamare; tanto questo dolore ha da soffrire...
ed io qualche parola che lo consoli potrò pure dirgliela.

Orazio, udita la chiamata, antivedendo sciagura, si gettò giù dal letto,
e avvolto appena dentro una coperta fu al capezzale di Betta, la quale
tostochè lo vide così sciorinato prese affannosa a parlare:

— Marcello, per l'amore di Dio, fa' di coprire lo zio, che non abbia a
chiappare qualche malanno.

— Sì, giusto — replicava Orazio respingendo stizzoso Marcello — adesso è
caso di pensare a reumi! Che novità son queste, Betta? Betta, Signore!
Betta, non mi spaventare.... dimmi? Come ti senti? Bene, non è vero?
Via, non tanto male.

— Signor Orazio non si spaventi; si metta a sedere qui accanto a me.
Senta io l'ho conosciuto sempre uomo di stocco e cristiano: dunque si
chiami le sue virtù intorno al cuore per sopportare l'annunzio che fra
poco.... stanotte.... di qui a due ore Betta la lascerà.... la lascerà
per sempre.

— Oh! — con voce roca proruppe Orazio, e cadde in ginocchioni accanto al
letto, stringendo con ambedue le mani la destra della Betta, la quale
con molto sforzo proseguì:

— La mi perdoni, caro signor Orazio, se la lascio così in asso, mentre
più che mai, poveretto, lo vedo bene, ha bisogno di cura.... la colpa
non è mia.... però aveva pregato tanto il Signore che mi permettesse di
starmi per un altro po' di tempo in questo mondo: egli, che legge nei
cuori, sa se lo facessi per me.... a lui non piacque esaudirmi,
pazienza! Basta che ella non se la pigli a male, chè, quanto a me, me la
terrò in benedetta pace. E tu, Marcello, con la tua Isabella raddoppiate
l'assistenza a questo santo vecchio.... ve lo raccomando con tutto il
cuore e con tutta l'anima.... povera me!.... vagello.... o non siete voi
suoi figliuolo e figliuola di amore? Che bisogno avete delle mie
raccomandazioni? Proprio pensieri del Rosso.

Qui tacque, che la commozione le tolse il respiro: dopo alquanti minuti
di sosta riprese:

— Signor Orazio.... Orazio.... senti.... vorrei domandarti una
grazia.... mi scuserai? Ora qui presso a morte.... ti contenti che io ti
baci.... la mano.... il primo e l'ultimo.

Orazio aveva la gola come stretta da una tanaglia; si sforza parlare e
non gli riesce; si leva, e presa con ambedue le mani la faccia della
Betta, la bacia e la ribacia in fronte, su la bocca, e sugli occhi, e
Betta a posta sua lo baciò più volte, fra un bacio e l'altro alternando
i cari nomi di padre, di fratello e di sposo dell'anima. — Di un tratto
a Orazio vennero meno le gambe di sotto, vampe infocate gli turbinarono
dinanzi agli occhi, finchè perduti affatto gli spiriti cadde sul
pavimento a' piedi del letto. Allora Betta bisbigliò:

— Sia ringraziato Dio, che la è andata a finire così! Marcello, aiuta lo
zio, che si è svenuto. La Provvidenza ebbe misericordia di lui, lo tolse
al senso dei mali presenti. Or va'!... non ho più bisogno di nulla...
lasciatemi morire in pace.

Marcello sovvenuto dai famigli trasportava lo zio nella sua camera, nè
lo abbandonò se prima nol vide tornato in sè. Il povero uomo, tostochè
ebbe ripreso gli spiriti, volle ricondursi presso la cara donna, ma gli
mancarono le forze, ond'egli sospirò dal profondo e pianse; poi disse a
Marcello:

— Tu almeno va', figlio mio, ad assisterla fino all'ultimo... ahimè!
Povera Betta?...

Marcello cheto cheto si pose dappresso alla morente, la quale ansava in
molto orribile maniera e con sempre crescente affanno: ad ora ad ora
apriva gli occhi, ma si vedeva espresso che pupille irrequiete e strambe
erravano prive di conoscenza. Secondochè accade ordinariamente sullo
spegnersi dello intelletto, si ravvivò nella Betta, mandò un ultimo
lampo, e potè dire:

— Orazio! Orazio!

E Marcello chinato all'orecchio di lei mormorò sommesso:

— Sono io.....

— Chi io?

— Marcello, il tuo Marcello.

— Sii benedetto... dammi la mano... ti vedo appena... un'ombra...
insegna ai bimbi il mio nome, se non ti affliggerà... se no tacilo
addirittura... tu amami sempre... Marcello... O Dio! non ti vedo più...
non... più...

                                 *

Strana cosa a dirsi! Orazio, morta Betta, non pronunziò mai, mentrechè
visse, il nome di lei, quantunque si conoscesse che ella gli stava
sempre dinanzi la mente: a mensa talora fissava il posto che ella aveva
occupato in vita, e col braccio levato stava lì per non pochi minuti,
quasi le volesse parlare: i pietosi figliuoli provarono da prima
distrarlo da cotesta fantasia, ma ebbero a pentirsene, perocchè subito
dopo lo assalissero le convulsioni: se avveniva che altri pronunziasse
il nome della defunta, subito, quasi per iscatto, la destra gli saltava
sul cuore. Talvolta sulla sera egli penetrava nella stanza mortuaria
della Betta, e quivi posto il capo sopra il capezzale ov'ella era
spirata si tratteneva lungo tempo; quando ei ne usciva pareva ci avesse
lasciato un frammento di vita. Non si attentarono impedirlo; diede alla
cara salma onorata sepoltura, e fece incidervi sopra il desiderio
ardentissimo di tenerle dietro, espresso con le parole: _A rivederci
presto_.

Una tristezza senza fine amara erasi aggravata sul cuore di Orazio nel
considerare le fortune afflitte della patria. Egli fu dei pochi che
sotto il tremore della tirannide universale ardirono primi levare la
faccia, e saettarla con tutte le armi che amore e furore metteva loro
nelle mani; nature eroiche ed immaginose, razza di Titani, i quali
quante volte erano stramazzati a terra, tante ne sorgevano più rubesti
che mai: gaudi i pericoli, le cospirazioni sollazzi, tripudio
percuotere, essere percosso, e per taluno perfino la morte. Vollero e
operarono affinchè la patria rifiorisse nella gloria e nella libertà, ed
ora la vedevano strema di sostanza, e di onore: presi in uggia i
magnanimi, e peggio ancora calunniati o derisi; le memorie loro rase via
dalle carte e dai marmi. Adesso sopraggiunse la invasione dei lumbrichi;
essi regnano e governano; e gran parte di questi una gioventù
presuntuosa e corrotta. Pochi, per sottrarsi alla infamia dei tempi
presenti, s'inebriarono con la voluttà della morte, e corsero là dove si
parava la occasione di morire, e morirono; ma raccolto prima nelle palme
le ultime stille di sangue, lo avventarono contro gli abietti
deturpatori della patria, perchè almeno ne restassero segnati. Divini
gesti un giorno, e celebrati nei tempii, oggi scherniti ed inani,
imperciocchè il popolo un giorno stupido di paura, ed oggi risentito
male, invece di nobilitarsi nella dignità del lavoro, e procedere sobrio
e severo nel cammino della rigenerazione, noi lo vediamo dare mano egli
stesso alle arti della corruttela. Una volta il tiranno si assottigliava
il cervello per somministrare al popolo pane e circensi; adesso il
popolo gli ha tolto questo incomodo; pensa da sè a inschiavirsi.

Però uno stringimento incessante logorava l'anima di Orazio, il quale se
la sentiva disfare in polvere come ferro sotto l'azione della lima. «Il
padre delle misericordie potrà perdonarmi forse, ma non mi perdonerò mai
io, per avere creduto che la causa della libertà potesse confidarsi
nelle mani dei re — spesso andava dicendo Orazio, ed aggiungeva: — non
vi confondete, il popolo nelle monarchie lo proverete più schiavo che
non è tiranno il principe.»

E lo rodeva altresì la sollecitudine di non sapere quale avviamento dare
ai figli del suo nipote: le femmine gli parevano uccelli, a cui
educhiamo le ali perchè lascino il nido; e giova appunto che sia così:
pei maschi, il nostro consorzio civile possedeva un giorno parecchi
indirizzi lodevoli, oggi li sperimentiamo tutti cattivi, anzi pessimi.
Le varie professioni delle quali si onora la vecchia civiltà, mirale
adesso, e dimmi poi se non ti paiano tante serpi sul capo di Medusa. Il
sacerdozio campa di errore, la milizia o di ozio o di sangue; la
mercatura arrena dove due interessi armati stanno l'uno contro l'altro,
nè possono uscirne altrimenti che o ficcando la botta o buscandola. I
banchieri impiccatori destinati ad essere a _suo tempo e luogo appesi
dagl'impiccati_. Gli avvocati redivivi Mitridati, che si pascolano e
ingrassano co' veleni dell'ira e della calunnia venduti: i buoni rari, e
questi perseguiti a morte, perchè minaccia ad un punto ed accusa alla
turba dei tristi. La scienza anch'essa servile, e intesa più a nocere
che a prosperare la umanità, laddove non la esercitino persone favorite
dalla fortuna: di vero, confrontate lo speso nel traforo del Moncenisio
con quello nel bombardamento di Parigi, e giudicate. Rifugio unico
l'agricoltura; agricoltori i romani e soldati; ma Orazio non possedeva
tanta terra che bastasse ad occupare tre figliuoli; tuttavia questo era
il meno che lo affliggesse, imperciocchè egli costumasse dire che a
buona lavandaia non mancò mai pietra per lavarci i panni, e così per via
di motti si consolava.

                                 *

— Verrà....?

— Non verrà....

— Sì le dico, che verrà; o non sente il rumore di una carrozza.

— Bella riprova! Como se a Torino si trovasse la sola carrozza che
condurrà il tuo suocero, posto che ei venga in carrozza.

— Ma ecco si è fermata all'uscio.

— Va' a vedere....

— Andiamo tutti: senz'altro è nonno.... sicuramente è babbo.... il
signor Omobono.

Ed i fanciulli tutti con Isabella e Marcello corsero ad incontrare
Omobono.... Orazio no, il quale per trovarsi in cotesto giorno più dello
antecedente indisposto, si era rimasto seduto, e poi amava Omobono
quanto il fumo agli occhi o giù di lì.

Omobono entrò in sala strepitoso e festante, tenendosi abbracciati da un
lato e dall'altro, a mezza vita, figlia e genero: i fanciulli seguivano
urlando, ed egli pure schiamazzava ingegnandosi sopperire con la
chiassosa ostentazione al difetto di gioia verace.

— Guardatevi bene, signor Orazio, diceva Omobono, dopo avergli stretta
la mano, di venire meco a contesa, perchè, voi lo vedete, la vostra
bandiera al mio solo apparire andrebbe deserta, e voi cadreste
prigioniero. Come state signor Orazio? Già, bene; oh! noialtri vecchi
siamo schiappe di legno ferro, noialtri....

— Benvenuto signor Omobono, e vi ringrazio della visita che vi siete
compiaciuto farci.

— Veramente, senza superbia, non ci voleva altro che voi per tirarmi
qua: domani a casa è giornata di affari: stasera aspetto dispacci
privati per regolarmi in _Borsa_; da un punto all'altro sono per
arrivarmi i miei commessi dal Giappone, dalla China e dalla Tartaria,
perchè quest'anno, vedete, ho fatto esplorare anche la Tartaria, per
procurarmi seme _extra_; ho intenzione di mettere su bigattiere, strade
ferrate, credito fondiario, società di miniere.... un mondo di cose
senza contare la mia Banca, gli sconti di piazza, le anticipazioni su
mercanzia.... basta, ho colto a volo la occasione di venire a Torino per
concertarmi col ministro sopra certi negozi del Banco Sete, e dei Canali
Cavour, e così ci ho fatto incastrare senza danno, o senza troppo danno,
la contentezza di rivedere il mio sangue, e voi, signor Orazio, che mi
siete più caro della pupilla degli occhi miei....

— Voleva ben dire che tu ti fossi mosso proprio per noi, — pensò Orazio;
ed anco Isabella avvertiva il marrone paterno: quindi Orazio a voce alta
si fece ad osservare:

— Tanto travaglio e tanto arrotarsi a che pro?

    «Tutti _torniamo_ alla gran madre antica,
    E il nome _nostro_ appena si ritrova.»

— Magnifiche, signor Orazio, stupende queste sentenze, dentro un libro
di filosofia e nei confetti parlanti; e voi, ditemi, perchè vi
affaticate sempre e non quietate mai?

— Ma mi sembra, soggiunse Orazio, che tra porri e porri un divario ci
corra: io mi industriai prima con ogni onesta sollecitudine a
procacciarmi tanta roba, che bastasse a sostentarmi la vita; ottenutala,
smisi di arrovellarmi, pigliando parte nelle faccende pubbliche, ovvero
attendendo agli studi geniali.

— E che rileva cotesto? O che io, senza superbia, non avrei potuto con
plauso esercitare qualcheduna delle belle arti? Anzi, se mi tasto, mi
sento forte per affermare che sarei riuscito in tutte: ricordano a
Bergamo la perizia con la quale suonava il flauto in gioventù; ed anco
un dì mi sorrise la Musa, ma io elessi invece dedicarmi intero ai grandi
affari, ai quali mi chiamava la mia propensione naturale, sicchè, senza
superbia, io posso, con solerzia e sveltezza pari, condurre di fronte
quattro aziende o sei, tra loro svariatissime, come sarebbe a dire
bonificamento di terre, direzione di banche, di case di commercio,
d'industrie agricole e commerciali, setifici, miniere, e via
discorrendo. Impertanto il mio arrotarmi pari al vostro, il fine
diverso; e se non temessi di recarvi dispiacere, io vorrei sostenervi
come le mie fatiche sieno più generose o più utili delle vostre.

— Davvero?

— Ne dubitate? Ebbene, io ve lo dimostro. Quando voi alla vostra premura
di radunare facoltà diceste: basta, ditemi un po' a chi pensaste voi?
Alla vostra persona, e non oltre: ora io all'opposto mi occupo dei
figli, e dei figli dei miei figli; difatti la roba vostra non credo, e
non è sufficiente per la famiglia uscita da Marcello e da Isabella, per
mantenerla nel grado in cui l'avete messa voi. E poi la opera mia torna
non pure vantaggiosa alla famiglia, ma approfitta altresì allo
universale.

Orazio buono uomo era, ma risentito alquanto, ed _ab antiquo_ i sassi
chiamava sassi e pane il pane, onde rendendo artatamente blanda la voce
soggiunse:

— Ecco, se voi non aveste peggiorato Marcello di un cento di mila lire,
e vi compiaceste pagare la dote alla Isabella, la sostanza di casa mia
avrebbe potuto sopperire a tutto; chè io mi tengo al sodo, e le
girandole sono fuochi di artifizio; ma a ciò diamo di taglio; quanto ai
banchieri io aveva sentito dire che quando s'incontrano co' pesci cani
si fanno di berretta, e si salutano col nome di fratelli.

— E fosse così, anzi poniamo che la sia per lo appunto così; dite,
signor Orazio, forse si divorano unicamente fra loro i pesci cani e i
banchieri? Tutti ci divoriamo a vicenda; e siccome la batte fra divorare
ed essere divorati, o la sa come ella è? Io stimo più spediente per me
entrare nell'arciconfraternita dei divoratori.

— Già cotesto è il discorso e non fa una grinza, ma non ci vedo spuntare
nè anche un crepuscolo di benefizio universale.

— O che abbacate voi di crepuscolo, mentre ci splende mezzogiorno
sonato: mirate qua: è vero o non è vero, che i pesci nutriti
ottimamente, secondo la usanza vecchia per la quale il più grosso divora
il più piccolo, generano una moltitudine di nuovi pesci, che servono di
gradita vivanda ai pesci fratelli ed a noi: se così non facessero
morirebbero tutti: del pari fra gli uomini; se uno non si avvantaggiasse
sull'altro, finiremmo tutti di miseria e d'inedia. Il sagace ridona in
pioggia quanto ha risucchiato di nebbia. Affermano gli uomini venuti in
società per sovvenirsi mutuamente, ed è vero, però col mezzo del
divoramento scambievole; tanto vero questo, che mentre da un lato
troviamo antichissimo l'uso di mangiarci fra noi, dall'altro vediamo
crescere la umanità e prosperare.

— Sentite, Omobono, coteste vostre sono opinioni trovate fra le
carabattole del misantropo Hobbes; hanno la barba bianca, e nessuno ci
pensa più; per me ignoro se l'uomo sia fatto a immagine di Dio, e non ci
credo; ma so di certo ch'egli gli infuse nel cuore nobili istinti, gli
diede senso di pietà e amore di gloria; in mezzo all'anima gli stabilì
un tribunale che si chiama coscienza, presso cui non ci ha barba di
avvocato che valga ad imbrogliare le carte.

— Se le mie opinioni hanno la barba bianca, i vostri discorsi fanno
dormire ritti. Sensi di pietà affermate voi? come va che quanto più
risalghiamo alle prime origini dell'uomo, e più noi lo troviamo
divoratore del proprio simile, con buona fede perfetta e con piena
quiete dell'animo; e ai giorni nostri per avventura gli uomini hanno
smesso la tenera usanza? Voi la sapete più lunga di me, e potete
insegnarmi come costumassero portoghesi, olandesi, spagnuoli, inglesi
nelle due Americhe, nelle isole del grande Oceano e nelle Indie. Gli
spagnuoli adoperarono mastini per isterminare le razze dei popoli
aborigeni, gl'inglesi i missionari; i primi distrussero co' morsi, i
secondi con la bibbia. Lo rammentate voi Beniamino Franklin? Egli mandò
in dono al Pitt una cassa piena di serpenti a sonagli, per mercede del
bene che egli aveva fatto agli americani. Poco tempo mi avanza a
leggere, ma ho sentito più volte levare a cielo i russi perchè, dopo
conquistato mezza l'Asia Settentrionale, ci conservarono gli antichi
abitanti, gli istruirono e li protessero; ci fondarono città,
c'instituirono fiere, ci promossero l'agricoltura; insomma, essi,
barbari, si mostrarono a prova più civili di noi. Fiori rettorici! cose
da ecloghe e da buccoliche: veniamo al sodo; non ci è caso, per
giudicare un tristo ci vuole un tristo e mezzo. Gli storici avrebbero a
discendere tutti in linea retta dal Machiavelli ovvero dal Guicciardini,
e se di questi valentuomini non si fosse sperso il seme, di lieve
avrebbero compreso come nel settentrione asiatico regni tale una
temperie, a cui è impossibile che altri si adatti, eccetto lo indigeno,
mentre le terre occupate dagli spagnuoli e compagni di rapina apparivano
comodissime a pigliarsi ed eccellenti a tenersi: quindi torna ai russi
conservarci gli aborigeni ed incivilirli fino al punto, che da un lato
essi diventino buoni a produrre quello ch'ei ci cavano, e dall'altro a
consumare quello che ei ci portano. — È affare di bilancio. La chiamerai
carità cristiana? No signore, è carità pelosa.

— Ma la coscienza, signor Omobono; vorreste voi negare la coscienza?

— La coscienza è come il solletico; chi lo patisce e chi no; e poi, caro
mio, ditemi in grazia, la mia coscienza è proprio sorella della vostra?

— Oh! no.

— Voi ridete? Ebbene, io v'incalzo e vi domando se la coscienza vostra
si rassomigli giusto alla coscienza di Pio Nono, del conte Menabrea, di
santa Caterina da Siena, del Bismark, e via discorrendo? Vi ha tale
spagnuolo, il quale si farebbe mettere a fette piuttosto di cibare carne
il venerdì, e ammazzerebbe un uomo per un lupino. Che cosa pensate voi
che abbia a dire la coscienza a cotesti cari re di Viti Leven, i quali
si mangiano i propri sudditi a desinare? O santa ingenuità di sacra
corona alterata in Europa![10] La coscienza di un tempo diversifica
dalla coscienza di un altro; la coscienza di un paese non è più quella
del paese accanto, pensa se del paese lontano! Caro mio, chi sa quanti,
e quanti secoli la nostra razza ha vissuto senza intendimento del bene e
del male, ed anche adesso riuscirebbe difficile chiarire quanti uomini
vivano in simile ignoranza: la qual cosa, a parer mio, dimostra espresso
che il bene e il male, secondochè gli intendiamo noi, siano faccenda del
tutto artificiata, non già di natura. Caro mio, se colui che presiedè
alla creazione di questo basso mondo ordinava che tutte le creature
dovessero conformarsi ad una regola prestabilita, egli l'avrebbe appesa
in alto in mezzo al firmamento, affinchè tutti l'avessero potuta vedere
così di giorno come di notte. O non ci ha messo il sole, e la luna?
Dacchè egli aveva le mani in pasta, ci voleva tanto a fare un sole
guidatore al ben vivere? Se pertanto su in cielo il sole splende di
giorno, e la luna di notte, egli è perchè non ci diamo dello zuccate,
fra le quali, ho sentito dire, che non corre differenza in veruna parte
del mondo; e se non ci fu messa la regola universale del vivere,
significa aperto che si lascia in potestà nostra comportarci in un modo
piuttostochè in un altro. Accade dei costumi appunto come delle lingue;
la favella ci viene da natura, le guise del favellare dal talento degli
uomini.

  [10] Gli è vangelo schietto: il Macdonald, che visitò cotesta
  isola nel 1856, rinvenne che la M. S., allora _felicemente
  regnante_, ne aveva mangiati 800; la quale statistica era stata
  tratta dalle pietre accumulate davanti la reggia, dove per
  _contatore_ di ogni suddito mangiato l'augusta persona poneva
  una pietra.

— Oh! la stirpe dei mortali pur troppo si divide in diverse classi, sani
ed infermi, forti e deboli, belli e deformi, ingegnosi e stupidi, buoni
e tristi, e che perciò? La bellezza è cosa affatto corporea; ebbene,
forse una brutta razza non si può fare divenire bella? Sicuramente si
può; e se mi opponeste che della bellezza non si dà norma certa, io vi
risponderei che avete torto marcio: provate ad animare la Venere di
Milo, o piuttosto quella dei Medici, datele moto, datele affetto, datele
accento e lo splendore degli occhi, e il lampo del sorriso, e mostratela
al Caffro o all'Ottentoto, e mi conterete poi se la preferiranno o no
alle orribili loro femmine. Come della bellezza del corpo così di quella
dell'anima. O sta' a vedere che voi vorrete darmi ad intendere che
ferocia piaccia più dell'amore, tradimento più della fede, e così di
seguito. Anco tu metta da parte il senso di umanità, che ci viene da
natura, l'uomo ha da condursi a preferire le passioni buone alle ree,
imperciocchè queste seminino la distruzione, mentre le prime fecondano
uomini e cose.

— Ed anco qui noi ci troviamo distanti quanto gennaio dalle more; io, e
meco altri moltissimi, crediamo dannoso questo moltiplicarsi alla
scapestrata del gregge umano; o che torcete il grifo? I vescovi nelle
loro Omelie salutano sempre i diocesani col nome di gregge; e sono
uomini santi, ed io, che non mi reputo uomo santo, non potrò appellare
la università dei miei dilettissimi fratelli _gregge_ ed _armento_? La
Provvidenza per rimediare alla meglio a questa smania di crescere,
vedendo restringersi la voglia di cibare carne umana, supplì con la
smania della guerra; le bestie, uscite di mano alla natura meno perfette
dell'uomo, non poterono educarsi a tanto raffinamento di civiltà;
talvolta gli uomini stanchi, non sazi, cessano le stragi; allora la
Provvidenza sempre pronta, alla mancanza della guerra sopperisce con la
fame, o con la peste, o con qualche altro partito. Eh! caro mio, la
Provvidenza non per nulla si chiama Provvidenza.

— Codeste vostre proposizioni furono facilmente dette e ripetute, ma
provate mai. Prima di sgomentare con siffatte maledizioni vorrei che mi
diceste se la superficie del mondo, nelle zone abitabili, fu coltivata
tutta e bene? Che la vita sia una prova, e lunga, e dura l'arte di
migliorarci, pur troppo è vero, ma nobile scopo rendere buoni noi,
nobilissimo altrui. O che presumereste voi, stamane, negare il progresso
della umanità al meglio? Considerate che trecento anni fa un uomo che si
fosse avvisato a ragionare come voi lo avrebbero arso vivo in qualità di
eretico....

— Ebbene, o che questo sembra a voi veramente progresso?

— Eh! per me lo lascio giudicare a voi....

— Via, mettiamo da parte questo tasto e passiamo ad un altro; parliamo
di gloria — soggiunse Omobono nel concetto maligno di trafiggere Orazio
nella parte più tenera: — fumo di gloria non vale fumo di pipa, scrisse
una donna, che per caso aveva giudizio. Quante e quante vissero migliaia
di uomini, così detti grandi, dei quali oggi va spento il nome! Per un
Attila, che si rammenta, cento Jenner annegarono nell'oblio. Gli uomini
sono così fatti, che chiudono nella loro memoria, come dentro un
ciborio, i nomi di coloro che li straziarono; chi li benificò pigliano
in uggia, ed a ragione; perchè i primi somministrino materia di
esercizio all'odio, ch'è dote naturale alla nostra stirpe, mentre i
secondi ci obbligano alla gratitudine, cosa del tutto contraria alla
nostra natura. E poi, o che cosa è questo lusso orgoglioso nell'uomo di
voler superare l'altro uomo? Questa superbia di vivere anco dopo morto?
Questa fisima di rompere la testa, anco sepolto, al genere umano? Tutti
tacciono nella fossa, e ci stanno tranquilli: chi ha dato a quattro o a
sei il diritto di far chiasso anche nel camposanto? A me sembra questa
una sconvenienza grandissima; chi leva la testa fuori del suo sepolcro
non si deve lamentare se altri ci dà dentro co' piedi. E qual pro,
ditemi per vita vostra, in questo diluvio di libri in prosa e in rima? O
che importa sapere a me che il Petrarca amasse una donna maritata? E che
cosa che ella morisse? Per me avrebbe operato il signor Canonico da
galantuomo a starsi chiotto come un olio. Vorrei altresì sapere quanti
ragnateli gli uomini cavarono dal buco con la Divina Commedia o con la
Gerusalemme Liberata? All'opposto non rifinirei lodare taluni trovati
della scienza, ma ad un patto, che non ne potessero approfittare tutti,
però che a questa guisa torna lo stesso che non se ne avvantaggi
nessuno; a modo di esempio, ottima la invenzione del telegrafo
elettrico, ma doveva destinarsi all'uso esclusivo dei banchieri, ed anco
non di tutti. Nel sottosopra però nelle scoperte della scienza troviamo
essere più gli sbirri che i preti, sicchè a occhi chiusi io la do vinta
all'antico borgomastro di Strasburgo, il quale fece gettare nel Reno
l'inventore del telaio meccanico, che mandava a spasso tanti operai.
Ognuno si agiti, e goda a modo suo, a condizione però di non infastidire
altrui.

— E a patto di stare bene con sè medesimi; e voi signor Omobono come vi
trovate con voi?

— Io? Ci sto amicamente, quantunque non mi possa astenere da confessarvi
che stava meglio prima che tanti spiriti irrequieti mi scappassero fuori
con le diavolerie della libertà e della indipendenza nazionale.
Ignoranti da mitera, libertà che è? Nè manco voi lo sapete? E a quanti
sommano coloro che di quella libertà godono? E a quanti quelli che la
sanno godere? Fanciullacci piagnucolosi e strepitanti pel balocco, che
appena ottenuto buttate via. Con simile generazione di uomini fra la
tirannide e la libertà gli è un fare perpetuamente a scarica barili, una
porta l'altra, e l'altra l'una. Per me alla granfia col guanto
preferisco la granfia ignuda. Non vi confondete, voi potrete vedere
giusta l'ora che fa nella vita del popolo, quando il pendolo
dell'orologio sociale va dal prete al gendarme, e dal gendarme torna al
prete: e queste verità ormai si sentono bandire fino dalla tribuna del
Parlamento italiano. Quanto alle vantate nazionalità, bisogna proprio
avere la benda su gli occhi, per non vedere come le sieno altrettanti
triboli messi sotto i piedi della umanità, perchè quanto più piccolo sei
e meglio t'impasteranno; così gli individui si agglomerano più
facilmente dei comuni, i comuni delle Provincie, le provincie delle
nazionalità. Il singolo come possiede meno forza così ha minori motivi
di starsi separato dai corpi collettivi; ma quando promovete le
nazionalità, e favorite lo sviluppo delle loro passioni dominanti, e i
modi tutti di vivere e prosperare esclusivi, separati sempre, bene
spesso ostili a quelli delle altre nazionalità, voi lavorate senza
addarvene a perpetuare la divisione, la prepotenza e la guerra fra gli
uomini. Volete la repubblica universale e la fratellanza del genere
umano, e ogni giorno scavate loro i trabocchetti, e gittate randelli fra
le gambe; volete libertà e siete _più schiavi voi che non è tiranno il
monarca_. Perchè ci vituperate voi, e perchè volete montarci addosso?
Siete forse più onesti, più sapienti, più animosi di noi?

— Il fatto sta per voi: vi parlerò per via di parabole: date tempo al
tempo, signor Omobono, e se pensate che rimettendovi a casa voi non
saliate una scala per volta, bensì scalino per iscalino, vi sarà
chiarita la ragione di parecchie cose, che sembrate ignorare. Di
quest'altro persuadetevi, che voi vi metteste a puntelli all'edifizio
che si sfascia; ora il puntello non è l'edifizio, sebbene si troverà un
giorno travolto nella medesima rovina.

— Caro mio, voi v'ingannate; il vizio è il mercato dove si trafficano le
virtù; e siamo tali puntelli noi, che alla occasione diamo la pinta alla
fabbrica. Quando sarà istituita sopra buon fondamento la repubblica, noi
offriremo i nostri umili servizi alla repubblica italiana, ed anco alla
repubblica universale: però non vi augurate mai di passarvi dell'usuraio
e del prete; prete e usuraio sono ossa delle ossa, e carne della carne
della umanità. Tuttavia mentre queste cose hanno da venire, io per me
penso che non valeva il pregio di capovolgere questo mondo, e
quell'altro per isfrattare gli austriaci di Italia; anzi sarebbe tornato
meglio sovvenirli ad occuparla tutta, che senza tanti disturbi adesso ci
troveremmo ad aver fatto maggiore cammino; invece ora il popolo
scorrazza a scavezzacollo per l'aperta campagna, e ci vorrà il diavolo
perchè i sullodati prete e giandarme ce lo riconducano alla fune.

Si vedeva chiaro come Orazio, o per fastidio, o per istracco, non si
curasse rilevare le invereconde enormezze di Omobono, sebbene coteste
sconce trafitture lo pungessero, oltre ogni credere, dolorosamente; ma
alle ultime proposte di costui il suo volto presentò di transito tutti i
colori dell'arcobaleno, e già la bile troppo a lungo repressa stava per
gettare giù gli argini e prorompere, quando un servo si affacciò sul
limitare della sala annunziando il pranzo in ordine.



CAPITOLO III.

L'UOMO FELICE.


Ottimamente avvisarono gli antichi, quando posero i conviti sotto la
protezione di un Dio, e meglio i cristiani sul principiare delle mense
rendono grazie all'Ente supremo, imperciocchè gli uomini, se tristi,
confortati dai doni della natura, balenino di bontà, e se buoni appaiano
divini. Omobono poi immaginando avere coi suoi ragionamenti mandato
sottosopra Orazio, gonfiava di vanità; lo avresti preso per un tacchino
quando imporpora i bargigli e fa la ruota; mentre Orazio a cui non
pareva vero essere liberato da cotesto fastidio, per tema di non
porgergli lo addentellato a ricominciare, non proferiva parola, sicchè
il pranzo procedeva d'amore e d'accordo. In seguito diventò anco lieto,
avendo preso i fanciulli a far vezzi ai loro maggiori, risa alternando e
discorsi, correndosi dietro, e perseguitati troppo da vicino riparandosi
in grembo ai genitori ed ai nonni.

Eccetto il maggiore, il quale, come sappiamo, fu chiamato Omobono, agli
altri Orazio aveva imposto nome romano; dalle eroine e dagli eroi greci
si astenne, perchè egli diceva sentirsi più consanguineo alla razza
latina che alla greca, ma che cosa intendesse significare con simile
proposizione io non saprei: fatto sta, che le femmine egli appellò Arria
ed Eponina, gli altri due maschi Curio e Fabrizio.

Giunti a quella parte del convito dove per usanza vecchia si propina,
Marcello contemplando Eponina seduta sopra le ginocchia di Orazio,
abbracciarlo intorno al collo e consolare il vecchio con frequenti baci,
Arria in grembo alla consorte Isabella, Omobono e Fabrizio posti uno a
destra, l'altro a sinistra, stretti a mezza vita dal suocero, di cui la
faccia era quasi diventata di uomo giusto, sorreggendosi sopra Curio,
che gli sedeva al fianco, si alzò e levato in alto il bicchiere pieno di
vino disse:

— Alla prosperità della mia famiglia, cominciando dai nostri padri fino
ai nostri figliuoli: possano durare per tutta la loro vita felici, come
io mi sento in questo punto felice...

Levarono tutti i bicchieri e risposero al brindisi amoroso; solo uno
rimase sopra la tavola, e fu quello di Omobono. Cotesto suo atto fece
l'effetto dell'acqua fredda rovesciata nella pentola quando spicca il
bollore: costui dopo avere aspirato con compiacenza l'universale
sbigottimento esclamò:

— Vi paio strano io? Ebbene, vi dirò cosa la quale, ne vado sicuro, me
l'assentirà anco il signor Orazio; e tu, Marcello, da' retta. Ci fu
tempo addietro a Milano un certo Foscolo, che mise sulle scene una
maniera di tragedia, dove non so quale regina dei _Salamini_ (figuratevi
che razza di regina avesse ad essere costei) tra le altre belle cose
diceva: «Torni il sorriso al mio pallido volto: il ciel non ama i
miseri.» Ora se il cielo ami i miseri, o no, ignoro; quest'altro io so
di certo, che nè cielo, nè terra amano gli sventurati. Dunque, se tu sei
savio, Marcello, nascondi la tua contentezza, come l'avaro il suo
tesoro, per tema che i ladri non te la rubino. Tra noi a Milano si
conserva una tradizione del nostro santo Ambrogio, il quale, secondochè
si narra, essendosi fermato colla sua compagnia a certo albergo e
vistolo oltre la usanza benissimo in assetto, interrogò l'oste come gli
andassero i fatti suoi; a cui l'oste rispose: «Di bene in meglio; io
case, io poderi, avventori a isonne, e tutti di quelli che vanno per la
maggiore, baroni e mercanti grossi, che possono spendere; io bella
moglie, in somma nulla mi manca e di molto mi avanza.» Il santo allora
pensò che dove era tanta prosperità quivi non potesse trovarsi anco Dio,
per la quale cosa ordinava tosto ai famigli si affrettassero a
rinsellare i cavalli ed a ricaricare i muli, per allontanarsi quanto più
presto potessero, e così fu fatto; nè di troppo eransi dilungati per la
pianura, che avendo udito uno schianto accompagnato di strida e di guai
da fendere il cuore, si voltarono e videro come dal terreno spaccato
uscissero fuori fiamme, le quali ebbero in piccola ora ridotto in cenere
l'albergo e tutto quanto di persone e di cose si ci trovava dentro.
Certo questa non può essere che novella, pure contiene dentro di sè una
verità evangelica...

Omobono volse dintorno uno sguardo, e considerata la tristaggine diffusa
su tutta la compagnia se ne compiacque, dicendo in cuor suo: «dunque io
faccio paura!» Ed era un vanto, che egli possedeva in comune con gli
spauracchi piantati nei campi quando si semina il grano. Nè stette guari
che, travolto dalla sua insanabile contradizione, levatosi ad un tratto,
prese il bicchiere e con alta voce esclamò:

— Ad ogni modo io bevo alla maggiore prosperità del mio sangue, del
signore Orazio e di me.

Quindi stretti più forti nelle proprie braccia i due fanciulli, i quali
sentendosi far male strillarono, con parole scarmigliate continuò a
favellare così:

— Questi due, Curio e Fabrizio, voglio io; io, ragazzi miei, vi
arricchirò, vi tufferò fino agli occhi nel godimento: statevi un anno
meco, e metto pegno che direte poi: se il Padre Eterno sfrattò Adamo ed
Eva dal paradiso terrestre, nonno Omobono ci ha ricondotto noi altri
due, Curio e Fabrizio.

— Come! — gridò un fanciullo svincolandosi dalle sue braccia, — e dovrò
restarne fuori io, che tu hai tenuto al battesimo?

— Oh, no; anzi tu, Omobono mio, tra i primi primissimo.

Il banchiere si era perfino dimenticato il nome del figlioccio: anzi,
volendo riparare a cotesto sconcio, rovesciò le tasche del corpetto e
sparse parecchie monete di oro e d'argento sopra la mensa chiamando:

— Arria, Ponina, Fabrizio, accorrete anco voi.... volate....
pigliate.... assassinatemi.... a che vi rimanete? Infingardi! Quando è
tempo bisogna assassinare.

Veruno accorse, veruno sporse la mano; anzi le fanciulle si strinsero
più forte al seno della madre e dell'avo; sicchè egli o punto nella sua
vanità, ovvero già pentito di cotesta sua capestreria, raccolte
borbottando le monete, se le ripose con molta diligenza in tasca: indi
trasse fuori l'orologio, e dopo guardatolo disse:

— Orsù, la è ora che io mi rechi al ministero; non mica perchè il
ministro non si terrebbe onorato di ricevermi a qualunque ora, però
ch'egli abbia più bisogno di me ch'io di lui.... e poi lassù mi
temono.... tuttavolta anco volendo spesso non si può! Marcello, manda
per una vettura. Signor Orazio, senza cerimonie, e voi altri tutti
accomodatevi, non vi disturbate per me.... non istate ad aspettarmi,
ch'io non vi so dire quando sarò sbrigato: potrebbe anco darsi benissimo
che piacesse al ministro consultarmi sopra i provvedimenti finanziari,
che egli sta per proporre alle Camere, e allora ce ne andremmo a giorno.
Addio dunque; a rivederci a domani.

E strepitoso e arrogante uscì seguito dalla sua figliuola Isabella, la
quale gli mise addosso la cappa foderata di pelle, molto
raccomandandogli ad aversi riguardo in cotesta rea stagione; a cui egli
così verdemezzo rispose:

— Sta' di buon animo, che a mantenermi vivo ci penso da me.

                                 *

Lo zio Orazio in cotesta sera si dolse più che mai di gravezza di capo,
e desiderò anco prima del solito ritirarsi nella sua camera, quantunque
sembrasse non si potesse distaccare dai nepotini; li baciò più volte, e
diresse ad ognuno avvertimenti i quali andavano giusto a colpire il
difetto già sviluppatosi in essi: anco abbracciò e baciò la Isabella,
cosa che costumava di rado, e le susurrò nelle orecchie: «la buona madre
di famiglia è corona di gloria sul capo del marito: e tu sei tale,
figlia mia; ti raccomando Marcello; egli non sa sopportare a lungo i
colpi della sventura, massime se troppo spessi o troppo violenti.»

A Marcello, che lo accompagnò secondo il consueto, prese nel licenziarlo
ambe le mani, disse:

— Marcello, io ti avrei a parlare lungamente, ma stasera non me ne sento
la voglia; sarà per un'altra volta: questo mi stringe a imprimerti bene
nell'anima che per verun caso mai tu ti risolva a confidare alcuno dei
tuoi figliuoli al suocero.... io so che tu perderesti il figliuolo e col
figliuolo te stesso.

                                 *

Omobono, contro il presagio, tornò presto a casa con una faccia da
disgradarne Longino quando diede la lanciata a Cristo: ad Isabella, che
gli chiese se alcuna cosa desiderasse, rispose alla trista:

— Nulla; un lume: maledetti i pranzi di famiglia; al diavolo i brindisi:
sono arrivato tardi, e il ministro avea strinto il negozio con un altro
banchiere. Ecco qui un centocinquantamila lire almeno di perduto.... un
pranzo centocinquantamila lire, per Dio, costa caro; maledetto.... e
strappato più che preso dalle mani d'Isabella il candeliere, si ridusse
alla camera chiudendone l'uscio strepitosamente.

— Che vuoi? — favellò Isabella, considerando il suo marito sgomento pel
contegno paterno — la passione del guadagno gli leva il lume dagli
occhi: gli è fatto così.

— Capisco, ma egli è fatto male.

                                 *

Però i nostri coniugi la mattina si levarono innanzi l'alba per blandire
l'animo esacerbato di Omobono; invano, che costui se l'era già svignata,
senza pure lasciare un saluto. Il servo narrò com'egli non rifinisse
maledire e pranzo e brindisi _et reliqua_, mugliava, come se lo
travagliasse il mal di denti, di non so quanto denaro perduto, ed
aggiungeva che avendo egli sceso le scale in fretta fino all'uscio, di
un tratto si fece a risalirle a due scalini per volta: al servo, per
seguitarlo in furia, erasi spento il lume, col quale, riacceso, essendo
entrato in camera trovò il signore Omobono in ginocchioni sotto il
letto, che cercava a tasto le sue ciabatte, e rivenutele, in un attimo
aperse la sacca da viaggio, ce le ripinse dentro, e poi fuggì via come
se mille diavoli lo avessero cacciato.

— Che vuoi, Marcello mio, egli è fatto così.

— Capisco, Isabella mia; ma bisogna confessare che egli è fatto male, e
di molto.

                                 *

Attesero lo zio Orazio, oltre l'usato un buon quarto d'ora, sperando
vederlo comparire da un punto all'altro per pigliare parte alla
colazione; non comparendo, chiamarono il suo cameriere per sentire un
po' che novità fosse cotesta: il cameriere disse che forse lo zio aveva
preso a sonnecchiare sul mattino, come qualche volta gli veniva fatto,
onde egli si era rimasto da sturbarlo; tuttavia, lo indugio pigliando
vizio, Marcello gli commise che aprisse senza rispetto la camera e
domandasse allo zio se di alcuna cosa abbisognasse. Andò il servo, ma
pari al corvo della Bibbia non ricomparve; allora Marcello, agitato da
indistinta e pure pungente sollecitudine, s'incamminò con passi
precipitosi alla camera del dilettissimo zio.

Ahimè! spettacolo di pietà e di orrore. Orazio, colpito nella notte da
accidente apopletico, giaceva morto nel letto. Mi passo di narrare la
desolazione della famiglia, massime quella di Marcello, il quale per la
morte dello zio sentì perduta molta parte di sè. Trasportato semivivo
sopra il suo letto, quivi rimase per lunghi giorni in balìa del delirio;
temevano non rinvenisse; infine per le cure della moglie e per le
carezze dei figli, mitigato alquanto lo spasimo, ebbe la consolazione
delle lacrime. Durò un pezzo a vivere come cosa balorda, improvvido di
sè e di altrui: all'ultimo riprese gli spiriti, non tanto però che altri
non si accorgesse l'anima di cotesto uomo dabbene essere rimasta quasi
percossa da parziale paralisia.

Quanto ad Omobono, allorchè seppe la morte di Orazio, si strinse a dire
che era stata una morte economica, da vero padre di famiglia.

Isabella, valorosa donna, dominando la passione che la travagliava, in
cotesti frangenti ebbe avvertenza a tutto: qualcheduno l'appuntò di
durezza di cuore, ma se costui l'avesse vista ritirarsi, appena le
capitava il destro, nei più segreti penetrali della casa a sfogarsi in
pianto, e dal pianto desumere costanza per durare in mezzo a tante
tribolazioni, certo si sarebbe morso la lingua; ma pur troppo la va
così, le virtù chiassose e volgari si comprendono e lodano, le profonde
e le insolite non si capiscono, od anche si calunniano. Quando le parve
tempo, la egregia donna mise sotto gli occhi del marito un foglio, che
Orazio aveva scritto nella notte, che fu l'ultima del viver suo: ella
aveva curato che i desiderii dello zio, nella parte che non pativano
dilazione, sortissero il compimento.

Il foglio pertanto diceva così:

Marcello, da parecchi giorni mi si è cacciato addosso uno sfinimento
insolito, il quale, aggiunto agli anni ed ai disgusti che provo, giudico
addirittura precursore del mio prossimo fine. Manco male: non ho
affrettato nè temuto la morte; e quantunque a costei non sia mestieri
dare licenza, pure io le concedo accomodarsi come meglio le pare e le
piace; che posto ancora che il Tempo in capo ad ogni mezza notte mi
venisse snocciolando ad uno ad uno un sacco di giorni sonanti e
ballanti, come marenghi nuovi di zecca, io a quest'ora mi sentirei più
che disposto a dirgli: basta. Ed altresì ho da dirti che da un pezzo in
qua ogni notte mi sogno Betta, che cammina davanti a me, per una via
lunga lunga, e di tratto in tratto si volta come per aspettarmi:
decisamente egli è tempo di andarcene.

Non ho voluto dettare testamento, imperciocchè questo mi paresse sempre,
e in vero egli sia, un mezzo legittimo per levare la roba a cui va: tu
per via dell'adozione fatta in buona regola essendomi diventato
figliuolo mi succedi in tutto e per tutto. Prima che il cielo benigno e
la virtù nostra ci deliziassero con le beatitudini del regno italico,
costumava pagare per le successioni tra ascendenti e discendenti un
tenue diritto fisso; oggi non è più così, e il figlio succedendo al
padre deve contribuire una gabella proporzionale sul valore della
eredità; il quale dazio in compagnia dei suoi fratelli già nati e dei
nascituri costituiscono in pro del Governo quel _comunismo_ che
perseguita a morte in altrui per creare a sè un monopolio; nella stessa
guisa, che da esso imprigionansi i gallinai per raccogliere solo la
vendemmia del gioco del lotto.[11]

  [11] In breve si spera veder rinnovati i tempi del Burchiello,
  nei quali così fitte e incomportabili diluviavano le gravezze
  sul capo a' fiorentini, che, secondo il suo dire arguto, per non
  rimanerne sommersi

      ..... con la barba insaponata
      fuggivan da Firenze pei balzelli.

Io pertanto sul limitare della morte chiedo con tutto il cuore e con
tutta l'anima perdono a cui me lo può dare, per avere creduto che la
causa del popolo potesse senza pericolo commettersi nelle mani del
principe. Bestia carnivora è il principe; anco il Gioberti lo ha
scritto, ed io ho ripetuto più volte e ripeto.

Ti scongiuro dunque, o Marcello, di non servire, nè concedere che veruno
dei tuoi figliuoli serva principe, perchè ho conosciuto a prova come il
principe considerandosi di schiatta diversa dalla tua, e senza fine
superiore a te, tutto quello che gli potrai fare di bene, quantunque con
grave tuo incomodo, ei terrà per tributo dovutogli, onde non crede avere
a professartene gratitudine, nè può sentire amicizia per te; e venendo
il caso, il quale o presto o tardi non manca mai, che l'interesse del
principe si abbia a trovare in contrasto con quello del popolo, allora
se parteggierai pel principe, il popolo ti odierà addirittura come
parricida e assassino, ovvero ti scoprirai favorevole al popolo, e il
principe ti affibbierà, niente meno, che la taccia di traditore.

Nè, procedendo amico al popolo, tu hai da augurarti andare immune da
fastidi: accade sovente che taluno paia padroneggiare il popolo, mentre
insomma egli n'è servo, e di servitù peggiore di ogni altra,
imperciocchè stando col principe tu servirai un padrone solo, mentre
seguendo le parti del popolo ti troverai a servire tutti. Il popolo poi
stima davvero averti eletto capo quando ti ha attaccato alla sua coda;
nè ciò mica per malizia, ma sì perchè in buona fede reputi che la tua
signoria deva consistere nel procurargli subito quanto gli frulli per la
mente: per la quale cosa tu spesso lo udrai rinfacciarti ingenuamente il
benefizio che ti fa di cavalcarti da mattina a sera finchè tu gli sia
crepato fra le gambe.

Mi ricordo, ma le sono storie vecchie che oggi non usano più, come certa
volta un Curiazio tribuno della plebe, essendo caro grande in Roma,
proponesse una legge, che a diligenza del Senato si mandasse fuori a
comperare grano, la quale avendo Scipione Nasica combattuto come
improvvidissima, avvenne che la plebe pigliasse a tumultuare, onde egli
con gran voce esclamò: «tacete voi altri del popolo, che io so troppo
meglio di voi quello che convenga alla vostra salute.» Attestano che i
romani allora tacessero, il popolo adesso lo avrebbe preso a sassate; e
se tu domanderai se avrebbe avuto torto o ragione, dirò che la
sconfinata diffidenza presente del popolo corrisponde all'antica sua
sconfinata fiducia: tante volte abbindolato e tradito, si rassomiglia al
cane, che scottato dall'acqua calda teme la fredda.

E poi tu nota questo, che il popolo ravveduto chiede talvolta perdono e
piange: il principe non chiede perdono, nè piange mai: vero è bene che
la riparazione del popolo, se mai arrivi, arriva tardi: non importa, che
tu prima di chiudere gli occhi al giorno la prevedi, e nel presagio di
quella consoli l'anima afflitta. La coscienza aprendoti la nebbia del
futuro ti fa manifesto come i semi di sapienza e di amore sparsi da te
frutteranno più tardi, ma inevitabilmente per la umanità, la quale, per
tardare che faccia la stagione di mettere dentro la falce, non perde la
messe.

Tu sai, figliuolo mio, come io non abbia mai fatto piangere alcuno, e
tuttavolta pochi uomini furono così pertinacemente e così universalmente
perseguitati quanto me; però pochi lo sanno, e poco comparisce al di
fuori, e ciò perchè quando io rilevava qualche batacchiata delle grosse,
me la succiava senza gridare: «Ohi!» e me la faceva medicare la mattina
avanti giorno, come il Garibaldi costumò a Roma per la ferita riportata
nelle costole durante l'assedio. Gli uomini sono naturalmente nemici di
chi li supera in senno, e due volte tanto quelli che li vincono in
virtù, e così non dovrebbe essere, imperciocchè ogni uomo possa, dove
voglia, fare onorato procaccio di virtù, mentre ad acquistarsi ingegno
la volontà sola non basti. Questo odio, io lo ripeto, per me credo che
venga da natura, dacchè l'uomo troppo riccamente dotato di sapienza o di
cuore rappresenti una ingiustizia della quale tu non sai nè a cui nè
come chiedere ragione, intantochè l'universale o favorito meno, o del
tutto diseredato, si senta per simile parzialità minacciato e avvilito.
Nè gli amici alla svolta tu proverai tutti oro di coppella, che anche
essi patiscono di quello di Adamo, e le gioie dello amico loro non
piacciono intere, nè i suoi dolori interi dispiacciono: e va bene; però
a me non garba, e come non soffersi vivo, così non patirò morto che gli
uomini vengano nelle mie case a rizzare su il telaio della loro
ipocrisia. Alla stregua dell'ardore col quale mi hanno straziato in
vita, tu vedrai lo sciame dei calabroni affannarsi ad onorarmi ed a
levarmi a cielo morto. Appena saranno sepolti i miei molti difetti e le
scarse virtù, essi si sbracceranno con marre e vanghe a levare di sotto
terra le moltissime virtù che non ho posseduto mai, e salutarmi spirito
unico, anzi divino; e ciò per due ragioni, entrambe le quali fanno capo
al loro interesse privato; la prima per far mettere nel dimenticatorio
la iniqua guerra che mi dichiararono in vita, e sottrarsi a questo modo
ad ogni pericolo di possibile vendetta; la seconda per usurpare, con lo
invilupparsi dentro un lembo del mio tappeto mortuario, un brandello
della mia fama. Tu impedisci gli interessati funerali; notte tempo dammi
sepoltura allato al padre mio: non un segno sopra la fossa, non una
parola: lascia che il flutto del tempo libero e pieno passi sopra di me;
dov'egli non mi sommerga intero, il popolo memore, levandomi più tardi
un monumento, attesterà che io me lo sono meritato.

Le statue erette in vita ad ogni maniera di persone, massime a principi,
bene attestano l'abiezione di cui le inalzava, non già la virtù di
quello al quale vennero rizzate. E nè anche le scolpite a principi morti
sempre ti appariranno sincere, come quelle che intendono piaggiare i
principi vivi. Così i toscani, maestri a vestire la servitù col lucco
della libertà, posero il simulacro a Leopoldo I col motto: _quaranta
anni dopo la sua morte_; ciò è vero, ma tu pensa che allora reggeva
sempre in Toscana assoluta la stirpe di lui. O perchè non pensarono essi
all'immagine del loro Leopoldo, quando il re Carlo Ludovico, borbonico,
o la principessa Elisa, napoleonide, regnavano fra loro? Allora gli anni
sarieno stati meno, ma la volontà più sincera; adoperando le arti degli
adulatori fecero sospettare bugiardo quello che in altra guisa sarebbe
sembrato verace.

Finalmente considero: noi altri per ordinario paghiamo il fitto per
istarci in casa, ovvero la compriamo, ed in questo caso l'interesse del
capitale impiegato rappresenta la pigione. Alla patria poi dove abbiamo
abitato durante tutta la nostra vita veruno pensa a lasciare qualche
cosa: parmi, male. Tutti quelli che possiedono facoltà sufficienti
avrieno da lasciare alla patria o poco o assai, perchè si formasse in
lei un patrimonio bastevole di compartire al popolo la educazione, o
piuttosto l'educazioni _fisica_ prima, _morale_ subito dopo, poi
_intellettuale_, all'ultimo _industriale_; e non dico così perchè l'una
incominci dove l'altra finisce, che sarebbe errore, bensì perchè le
educazioni _fisica_ e _morale_ devono primeggiare sopra le altre:
operando diversamente o non si approda a nulla, o si fa peggio. Se la
fortuna non mi si fosse mostrata sempre con la faccia del leone, a cui
mi fu mestieri strappare i denti, avrei avuto cuore per imitare i più
illustri benefattori della umanità, ma trovandomi povero per la troppa
famiglia con la quale mi giocondò la natura, non mi è concesso fare
quanto vorrei: onde io chiedendo perdono alla patria della offerta
meschina, spero che ella vorrà gradire il buon volere e tenermi conto
dello esempio atto a condurre altri più fortunati di me ad imitarlo con
maggiore efficacia.

Lego pertanto al municipio della mia città scudi duemila, affinchè
procuri che in capo ad ogni anno gettino cento scudi d'interesse, e se
centoventi non guasterà nulla: di questi costituiscasi un premio, e
conferiscasi al giovane di cui la età non superi gli anni sedici, il
quale prima della metà del marzo abbia mandato al municipio la migliore
poesia, in conforto o in laude di qualche virtù guerresca. Gli scritti
spediscansi chiusi e innominati; solo li distingua un numero o un segno.
Aperti, leggansi in piena adunanza, poi eleggasi una Commissione perchè
gli esamini di proposito e li giudichi. Convocata per altro giorno nuova
adunanza del municipio, odasi il rapporto della Commissione, e diasi il
premio mandando la proposta a partito; bene inteso che i consiglieri
possano nella votazione loro avere riguardo o no al giudizio della
Commissione.

Queste però raccomando abbiano ad essere le norme del giudizio e del
partito. I commissari al pari dei consiglieri considerino prima di tutto
la purità della favella: in seguito l'altezza dei concetti, per ultimo
la novità e lo splendore delle immagini.

Del vecchio possediamo abbastanza, e ottimo, e disperazione espressa
superarlo: ancora, chi va dietro agli altri non gli va mai innanzi; così
diceva Michelangiolo.

Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente a
rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri
lati possa comparire degnissima.

Rispetto allo idioma, egli è chiaro come per lui, anzi principalmente
per lui gli spiriti patrii possano ridursi in ogni estremo dentro un
cassero dove resistere alla invasione straniera. Lo straniero prima ci
entra in bocca, poi in casa. Nelle faccende della patria il tutto sta
nel cominciare da manomettere, si comincia dalla lingua e si finisce con
la coscienza: questa è la storia della più parte degli scrittori dei
giornali: come dall'odore del muschio tu ti accorgi, che quivi è passato
il serpente, così dallo strazio della lingua sarai avvertito che colà si
fece macello dell'onore. In questa sentenza concordano santi Padri e
scrittori profani.

Che se a taluno pigliasse vaghezza di conoscere la ragione di questo mio
legato, io lo chiarisco con quattro parole. Posto in sodo il vario fine
al quale devono mirare le diverse educazioni, egli è certo come per
conseguirlo intero abbisognino instituti dispendiosi e moltiplici:
mancandomi a tutto il potere, e pur volendo che l'obolo mio torni di
utilità alla patria, ho pensato promovere la poesia, di cui lo esercizio
nobilita il cuore e sublima l'intelletto. Ho sempre giudicato che
l'anima dello altissimo poeta sia complessa e composta delle facoltà di
legislatore, di guerriero, di magistrato, e di cittadino. Anche poni
mente a questo: l'uomo nato poeta finisce con lo esercitare una o più
delle facoltà accennate; all'opposto, l'uomo che negli esordi della vita
si senta propenso a legge, ovvero a guerra, non mette mai capo al poeta:
dunque parmi evidente che la poesia contenga in sè maggior copia di
potestà creatrice. Aggiungi altresì che lo intelletto non governato dal
cuore riesce sempre funesto, e ciò per suprema sventura a ragguaglio
della grandezza di quello; che se per converso lo intelletto ed il cuore
nell'uomo grande si corrispondano con divina armonia, allora la
benedizione di Dio si distende sopra la terra che gli diè nascimento.
Ora veruna disciplina, verun'arte, verun magistero, per opinione mia, è
capace quanto la poesia a generare questa corrispondenza, e generata
crescerla.

Lascio alla mia patria voti, onde ella diventi virtuosa e feroce: dal
consorzio umano a nostro modo incivilito altro non se ne potrà cavare,
per dirla col Dante, che

    Ruffian, baratti e simili lordure,

alla men trista una serqua di avvocati; nei tempi che chiamiamo barbari
incontriamo sempre qualche eroe, con la scure al collo, se vuoi, pur
sempre eroe.

Non bisogna riformare, bisogna mondare.

Queste le novissime parole scritte dallo zio Orazio al nipote Marcello
poco prima che lo cogliesse la morte.



CAPITOLO IV.

LA FANCIULLA.


O lettore, con la facilità con la quale tu hai voltata questa pagina, il
tempo fece passare dieci anni dalla morte dello zio Orazio; tienti per
avvisato; ed ora ripiglio la storia, dove intreccerò le cinque vite dei
figli di Marcello e d'Isabella, come costumano coi piombini le
fabbricatrici di cordone.

_Ab Jove principium_ fu dettato degli antichi; ai giorni nostri non
corre più. I numi stessi avuta la disdetta, sfrattansi dai cieli, nè più
nè meno dei covoni per San Martino: quei loro deliziosi Olimpi e cotesti
loro terribili Averni chiudonsi come le botteghe per le feste d'intiero
precetto. Della magnifica eredità dei figliuoli di Saturno, messa in
liquidazione, ohimè! che avanza? Qualche soggetto di pittura da condursi
pei soffitti delle case o pei ventagli delle donne. Donne e fanciulle si
fanno vento con Giove armato di fulmini, mentre principi e Parlamenti
sbigottiscono di un papa armato con le scomuniche.

Non solo le umane, bensì le divine cose durano finchè le sostenga la
forza; e Giove stette, non per le folgori, in cielo, ma sì pei
carnefici, che gli prestavano in terra, re, sacerdoti e popoli; sì,
importa del continuo rammentarlo, anco i popoli, i quali troppo spesso
dimostrarono a prova istinto di sacerdote e di tiranno.

Dunque diamo di frego a Giove, ma potrò fare altrettanto con lo Amore?
Non è concesso; però che sebbene lui salutassero Dio insieme con Giove e
non possieda guardie di pubblica sicurezza nè giandarmi, tuttavolta egli
regni sempre e governi.

E questo avvenne per la ragione che Amore fu una maniera di Talleyrand
divino, il quale giustificava, anzi vantava le sue giravolte politiche,
dicendo avere servito lo Stato, che rimane, non i principi, che se ne
vanno, così Amore compiacque alla natura eterna, non agli Dei, caduchi
anch'essi e mortali. Servendosi dell'ali si voltò in un attimo alle
insegne del vincitore; anco Mercurio potè fare così, e poichè questi
ebbe in sorte maggior copia di ali, tu lo trovi in troppo più luoghi che
Amore.

Mercurio in Chiesa, Mercurio in Camera, Mercurio in Corte, Mercurio
fuori e dentro le stanze dei ministri, Mercurio dentro e fuori dei
Parlamenti; nell'aria, nella terra, nel fuoco e nell'acqua Mercurio;
Mercurio per la stagione che corre si è spinto al calore dell'olio
bollente, e quivi sta. Mi tarda andare a Roma per vedere la Basilica del
Vaticano consacrata a Mercurio.

Innumerevoli, fin qui, le trasformazioni di Amore, nè accennano cessare
per ora. Bisogna essere giusti, Amore lasciò piangendo Psiche, la
celeste sua sposa, e Venere degenerata madre l'ebbe a pigliare per un
orecchio, onde trarlo pei ginecei greci e romani; dove, fiutato il
tempo, appena gli venne fatto fuggì via e si diede a bazzicare con un
visibilio di tenere Marie, di più tenere Caterine e Brigide e di
tenerissime Terese; nè parve meno leggiadro aleggiare intorno le chiome
bionde della bella di Magdala, o su i salteri dei veli e le cocolle, che
un dì sulle ghirlande di mirto e di rose di Aspasia o di Flora. Abelardo
ed Eloisa informino.

Come colui che imprende lontane navigazioni per procacciare tesori alla
famiglia, l'Amore, tenendo sempre fermo il domicilio nel cuore della
donna, militò sotto le insegne della religione cristiana, e fu più volte
_Crociato_ in Asia; certo alla presa del Tempio di Gerusalemme il sangue
umano arrivò a mezza gamba dei Crociati; e che rileva? Non per questo
meno, anzi giusto per questo, i pii guerrieri obbedivano all'estro
dell'Amore religioso. Amore svelse i figli dalle braccia materne e i
mariti da quelle delle mogli, e gli frombolò sopra i campi di battaglia,
dove rese sacro il sangue versato, e, convertite le belve in martiri,
santificò la strage: acerbo mostrava allora il sopracciglio, e pure
piacque, dacchè ad alta voce esclamasse: io sono Amore di Patria e di
Libertà. Amore si condusse, non badando pericoli o travagli, sopra le
plaghe estreme del mondo per esplorare i segreti del firmamento, o in
mezzo ai ghiacci eterni rinvenire un passaggio al polo, ovvero scese giù
nelle viscere della terra per leggerne la storia nei vari strati della
materia che la compongono, come nelle pagine di un libro, e volto ai
mortali con sembiante austero egli disse: abbiatemi caro, che io sono
l'Amore della Scienza. Nè Amore solo si trasforma, ma si moltiplica, e
posta la radice nella famiglia, quivi, portentoso vilucchio, si
rintreccia con lo amore dei consorti, dei figli e dei fratelli: amori
non affatto uguali negli atti e nelle sembianze, e non di manco
somiglievoli come chi nasce da una medesima schiatta.

E poichè natura volle che la metà del genere umano fosse di femmine, nel
_Pater noster_ delle quali amore tiene luogo del pane quotidiano, due
cose per me e per te, o lettore, hanno a resultare chiare, che senza
Amore tu non potrai comporre nè città, nè provincia, nè famiglia, nè
romanzi e nè nulla; e che o repugnanti o nolenti, ci tocca a parlare, di
nuovo parlare, e sempre parlare di donne. Fato dei fati è la donna!

Dunque io vi parlerò di Eponina, la stupenda fanciulla; perchè così
l'avesse chiamata Orazio, tu se ne hai vaghezza potrai riscontrarlo nel
paragrafo XXI dei _Ragionamenti di Amore_ del buon Plutarco, e ti
conforto a farlo, imperciocchè tu leggerai una pietosissima, non menochè
mirabile storia. Ora io dovendo mettere parole di Eponina, vado incerto
se deva o no descriverne il sembiante: la critica con molesto ronzio mi
bifonchia nell'orecchio destro: «la bellezza della eroina di un libro,
già si sa, la è _rima obbligata_, e siccome gli scrittori
s'incaponiscono a dimostrartelo, per filo e per segno, così condannano
il lettore al supplizio di udirne una descrizione a ritaglio, dalla
quale, raccolta insieme, tu non troverai, per quanto tu ti ci arrabatti
sopra, modo di formarti, neppure alla lontana, una idea di cotesta
bellezza. Che se, per un impossibile, su coteste postille tu giungessi a
disegnare un viso, tu li comporresti tutti eguali come le ciliege che tu
cogliessi dal medesimo albero.»

La critica, a senso mio, se ne piglia troppo, e quello che dice non è
vero niente: anco i pittori, quando ritraggono bei volti di donna, hanno
a dipingere sempre e nasi, e occhi, e bocche, e l'altro che viene dopo,
o che per questo dovrebbero buttare i pennelli fuori di finestra?
Infinita è la varietà della natura; ogni creatura forma un tomo a parte:
nel creato non occorrono sinonimi. Che se lo scrittore non basta a
somministrare al lettore tratti che gli valgano ad immaginarsi la
bellezza descritta, è segno certo che non gli arrisero le Muse, e la
Natura non glie lo volle dire; e se il poeta non mette varietà nelle
descrizioni significa che trovandosi padroneggiato da un tipo (forse la
faccia della donna sua) dimenticò l'obiettivo dell'arte pel soggettivo
della passione, e lo incastra in tutti i suoi componimenti, come
Raffaello adoperava della Fornarina nei suoi dipinti.

Eponina non ritraeva per nulla i contorni delle statue greche, che
bellissime nel marmo, mi farebbe paura riscontrare nei volti di donna:
sopra cotesti ovali di perfezione disperata, sopra coteste linee rigide
e' sembra che tutto abbia a scivolare, suoni, aliti, baci, lacrime ed
affetti: l'Amore, accarezzandoli, ci si reciderebbe le mani. Tale non
compariva Eponina. La fronte avea larga e prominente alla radice dei
capelli, poi con dolce curva rientrava fino sulle sopracciglia, donde
prendeva principio un'altra curva delicata, quella del naso alquanto
vòlto in su, quasi per aspirare quanto di vita alitasse nell'aria. Le
chiome, composte ora in una foggia, ed ora in un'altra, e tutte
leggiadre, ella teneva strette intorno alle tempie; se le avesse sciolte
le avrebbero ventilato dietro le spalle come ale di angiolo, tanto erano
copiose e dorate. Sotto le palpebre sempre mobili[12] scintillavano gli
occhi, non azzurri, non neri, bensì di un colore strano, grigi come
ferro troncato, composti nelle pupille di cerchi concentrici, ognuno dei
quali mandava il suo raggio, donde riuniti in fascio prorompeva un getto
di luce elettrica da rassomigliarsi a quello che emana a volta a volta
dagli specchi giranti dei fari. Il contorno del volto, alquanto depresso
sulle guancie, glielo faceva comparire piuttosto lungo che no; bianca,
non candida,[13] della bianchezza dell'alabastro, del continuo tinta,
secondo le impressioni che le venivano di fuori o dei pensieri che le
turbinavano dentro, di tutte le più soavi sfumature dello amaranto. La
forza straordinaria dei muscoli dei suoi labbri non consentiva ad
Eponina atteggiarli al sorriso; s'ella (e ciò accadeva di rado) li
apriva all'allegrezza, dava in ghigni strepitosi a modo di baccante, e
se alla favella, ovvero al canto, era una Musa.

  [12] Fu questo un attributo di Venere, e n'ebbe nome, che Esiodo
  ricorda ελικοβλέφαρος.

  [13] A chi preme conoscere qual diversità sia fra bianchezza e
  candidezza, lo può vedere nel Firen. Di., _Della bellezza delle
  donne_.

Il re poeta scrisse che il firmamento racconta la gloria di Dio, ed ha
scritto bene; così del pari il Genio, o vuoi l'altissimo Intelletto,
manifesta la sua presenza sopra la fronte della creatura umana. Forse
non uscì mai dalle mani del creatore arnese come Eponina, adattato a
sentire ed a rendere le più sottili vibrazioni del dolore e del piacere;
vera arpa eolia esposta agli aliti della natura. Ella copiosa nel dire
leggiadramente arguto, ella inesausta nelle fantasie, ma soprattutto
portentosa nel suono e nel canto. La sua voce si sviluppava come una
larga onda ch'empiesse ogni cosa d'intorno d'inusitata contentezza;
quando poi si rompeva in miriadi di note, al pari dell'acqua della
cascata, la quale balzando di roccia in roccia si sbrizza in
innumerevoli stille giocondate dai colori dell'iride, allora uno
spolverio di luce, un acuto diletico, un tintinno inebriante investiva i
sensi degli ascoltanti, i quali sentivano consumarsi e pure non
avrebbero a verun patto consentito che cessasse cotesto voluttuoso
tormento, nel modo stesso che Clizia infortunata quanto più si disfà più
s'innamora del Sole.

Queste già erano doti più che bastanti per assicurare alla nostra
fanciulla la vita piena di affanni, e tuttavia ella ne possedeva altre
parecchie e non meno gravi: troppo superiore a quanti la circondavano,
non lo poteva celare a sè stessa nè ad altrui; a che giova mostrarci in
atti ed in parole modesti, quando il fatto manifesta ad ogni momento la
tua preponderanza? Ragionando, mercè la grazia del dire e la potente
dialettica, riduceva al silenzio quanti si fossero fatti ad argomentare
con lei; vero è bene che il torto stava sempre da parte di loro, ma se
fosse stato alla rovescia, sarebbe tornato lo stesso; e la madre,
innamorata della sua prole, sempre lì ad attizzare, invece di spegnere
la vampa. Punisconsi le madri per disamore ai figli, ed è giusto; ma
importa sapere che più si trovano madri le quali perdono i propri figli
per soverchio affetto. Nè qui forse giaceva il guaio maggiore, che
Eponina, con quel suo veemente ingegno, non poteva essersi rimasta dal
tuffarsi intera nelle eccessive dottrine, che da molto tempo hanno
spiccato il bollore intorno alla emancipazione della donna. Qui non cade
il destro di ragionare su questo argomento, ma si avverta che sempre il
soverchio ruppe il coperchio; e che infermo infastidito di giacersi
sopra un fianco non guarì mai per subito voltarsi sull'altro. Badino le
donne che oggi, come in antico, potrebbe accadere che l'albero della
scienza non fosse l'albero della vita: non si stieno a confondere, esse
avranno sempre bene meritato dell'umanità e di Dio educando figliuoli
come gli antichi Gracchi, o come i moderni Cairoli. Raccontano le
vecchie storie come Uguccione della Faggiuola, standosi a Lucca, udita
la ribellione di Pisa, partì in fretta e in furia per ricondurla in sua
potestà; votata appena Lucca, questa gli si rivolta a sua posta, sicchè
perse Lucca e non riacquistò Pisa: ora voi, donne, che avete intelletto
di amore, potrebbe darsi che guadagnando poco (chè nulla io non lo
voglio dire) nella gloria, scapitaste moltissimo nell'affezione.

E per disgrazia capitarono sotto gli occhi di Eponina i libri della
donna, che, se la fama narra il vero, quantunque sposa altrui, tolse,
invereconda, il nome dell'amante; nè paga del commesso errore, voltò le
forze dello ingegno a giustificarlo, anzi a voltare la colpa in merito.
_Lelia_, _Valentina_ e _Indiana_ (qualunque possa giudicarsi il merito
letterario di coteste opere) vincono in infamia di assai i libri più
osceni, imperciocchè questi infiammino i sensi, mentre quelli corrompono
l'anima.

E nonostante questo, e forse appunto per questo, aggirata Eponina nel
turbine delle impressioni e degli esercizi continui, giunta al
diciannovesimo anno non aveva per anco sentito verun trasporto d'amore;
per ora amava sè; ma venne il tempo, chè non può mancare, nel quale
dell'arpa e del piano forte non vide che legni, sciapiti le parvero i
suoni, fastidì, nonchè altro, la propria voce; come tratta fuori di sè
guardava sovente il cielo, quasi aspettando la ispirazione dall'alto,
ovvero tendeva l'orecchio per raccogliere un suono indistinto e lontano;
le si gonfiava il seno con frequenti sospiri, ed anco in altro modo più
sensibile le si gonfiava; negli occhi un balenìo, negli orecchi un
sibilo. Allora vogliosa di solitudine volgeva il passo verso il
camposanto della città, nel quale entrata, si poneva a sedere su qualche
avello in atto di dolore; ma intanto che i passeggeri nel mirarla la
compassionavano, ella, mutata voglia, si sentiva presa come da smania di
correre dietro a due farfalle, che parevano inseguirsi a vicenda e
scansarsi, aliandosi attorno senza agguantarsi mai.

Ed anco adesso, con la nuova propensione ad amare, non l'era occorsa
sembianza sopra la quale riposare lo sguardo vago, e ciò non solo perchè
procedesse in sè raccolta, come si addice a donzella costumata, ma
eziandio perchè quanti giovani aveva sogguardato, tanti l'erano comparsi
disamabili ed esosi; pure in simile disposizione di animo, si capisce
che non può tardare l'amante, e così fu. Certo giorno Eponina, in
compagnia della madre, sboccando da una strada, vide la porta di un
palazzo chiusa e ornata di gramaglie, con un cartello all'uscio, il
quale, secondo il costume, indicava il nome e la qualità del defunto;
mentre ella, tirata dalla curiosità, si accosta per leggere, ecco
spalancarsi la porta e comparire il feretro; ma perchè la soglia non
fosse larga abbastanza, fu mestieri che i reggitori dei lembi del
tappeto si facessero innanzi, uscendo uno dopo l'altro primi.

Chi venne innanzi, di un tratto sosta a breve distanza da Eponina, onde
ella potè, senza immodestia, guardarlo e riguardarlo a tutt'agio:
giovane egli era, e biondo, e bello della bellezza che garba tanto alle
donne: volto e persona, di cui pare che posseggano il monopolio gli
Apelli della _Novità_ del Sonzogno; faccia unita, levigata dove non
apparisce ruga prossima e nè manco remota; potente della freschezza dei
venti anni: un cotal po' di lanugine, sparsa a spilluzzico sopra il suo
labbro superiore, ti rendeva incerto a giudicare se la natura fosse
stata più parca a guarnirgli di peli la bocca, o il padre di quattrini
le tasche. Ambrosia egli certo non ispirava, come gli Dei di una volta,
bensì un tal quale profumo di nobilea, che _fino a tutto il giorno di
oggi inclusivo_ piace alle donne, e non meno agli uomini, qualunque cosa
ne dicano in contrario. La uguaglianza per ora si abbaia da chi, o non
può soverchiare, o non ha anco soverchiato: tanto vero questo, che più
eccessivi detrattori del popolo abbiamo veduto quelli che pur ieri
popolo erano e pel popolo parteggiavano.

Il giovane teneva la faccia vestita a mestizia, come la persona di abiti
neri di tutto punto come costuma mostrarsi ai funerali. Le vesti, per
attillatezza mirabili, gli parevano nate addosso; lo stesso dicasi dei
guanti candidi e degli stivaletti inverniciati. Tutto questo non era
molto, anzi poco, massime per donna di così alta levatura, come Eponina,
e tuttavia bastò, e ce ne fu d'avanzo. E si ha un bel mettere in canzone
i poeti, quando parlano di archi, di strali e di subite ferite sotto la
_sinistra mamma_; fatto sta che al primo contemplare la creatura
destinata a piacerti, tu ti senti rimescolare il sangue dal capo alle
piante, e porti la mano al cuore, come se ti sentissi trafitto, come
fece per lo appunto Eponina.

Chi il giovane si fosse a lei non riuscì sapere, non si attentando
domandarne, timorosa che anche la inchiesta obliqua non isvelasse alla
gente la sua interna passione; oltre a ciò pativa la mala febbre che
nasce dallo sgomento di avere ad amare sola. Tuttavia bisogna mettere in
sodo che se la fanciulla innamorata può essere un libro chiuso per
tutti, ella non può celare i pensieri suoi più riposti alla madre
amorosa, la quale li vede affacciarsi e scorrere via di sulla fronte
alla figliuola, come nuvole traverso il disco della luna, quando soffia
il vento; ond'ella di frequente le diceva:

— Eponina, Eponina, tu hai un amante, e me lo nascondi.

— Non è vero, — rispondeva l'altra risoluta — io non ho veruno che mi
ami e te lo posso giurare.

Però non poteva andare un pezzo che i due giovani si sarebbero
incontrati una seconda volta, senza che se ne pigliasse pensiero la
Provvidenza o il caso, dacchè, sebbene Isabella fosse parca
frequentatrice di teatri e di veglie, pure conducesse talvolta le figlie
a ricrearsi fuori di casa; di vero, certo dì le venne ricapitato un
invito di donna Teresa marchesa Remoli, affinchè si compiacesse
favorirla di sua presenza, con la famiglia, al ritrovo in casa sua per
la prossima sera di domenica.

Ora è da sapersi che donna Teresa era vedova; la morte del marito, se
non le aveva fatto bene, nè anco le aveva fatto male, ed ella stessa lo
diceva, però che il marito, morendo, la istituisse usufruttuaria della
sua eredità, la quale rendita, unita ai frutti della dote, le dava agio
di vivere con molta splendidezza. Del restante buona femmina, piccola e
tozza; dell'età oltre i quaranta un pezzo, però munita del suo bravo
congedo, con la giunta del ben servito dallo Amore (ella diceva averlo
dato a lui, ma non era vero, e non glie lo credevano). Dopo cotesta
epoca ella si dedicò intera allo esercizio delle belle arti e della
letteratura: sonava, non precisamente a fuoco, ma giù di lì: il suo
debole poi erano gli epigrammi, dei quali componeva ogni dì almeno sei,
arguti più di una pittima di semi di lino: pittrice implacabile e
spietata, sempre in manopole e in grembiule, sempre co' pennelli in
mano: a sè davanti teneva su i cavalletti ammannite quattro tele o
cinque, e secondo gliene chiappava l'estro, ora col pennello
stoccheggiava questa ed ora quella; eccetto il pranzo, ella faceva i
suoi pasti nello studio per non perdere tempo, e sovente le accadde,
nell'impeto della composizione, colorire il quadro col biscotto intinto
nella cioccolata, e mettersi in bocca il pennello intriso nella tinta a
olio. Adesso ella stava tentando una maniera nuova per lei, e
difficilissima, una tempesta marina. In coscienza, se ella a cui la
mostrava avesse domandato _ex abrupto_: «indovinate quello ch'è»
bisognava risponderle: «per ora, se non sopraggiunge alle viste qualche
cosa di nuovo, sembra una forma di cacio parmigiano messa a lessare
dentro un lago di acqua di broccoli.»

O dunque di che mai erasi invaghito il defunto (ben inteso mentre era in
vita)? _In primis_ la gioventù, che come il sole rallegra ogni cosa
creata, rallegrò pure ai suoi tempi la marchesa Teresa, in oltre ella
portò in casa assai dote, festosa fu e amorevole e lieta; o che
pretendete di più da una moglie? E poi questo di più la marchesa lo
possedeva, però che artista veramente fosse in certa arte nella quale
tanto era singolare quanto se ne vantava meno, e consisteva nel creare
confezioni e di ogni maniera pasticci; anzi taluni dei più intimi di
casa andavano susurrando che nell'animo del marchese, buona memoria,
questa qualità aveva sostituito tenacissimamente ogni altro vincolo
matrimoniale, collo andare del tempo (si sa) o rilassato o sciolto; su
di che non proferisco giudizio, pure affermando che se i pasticci della
marchesa Teresa avessero potuto stamparsi e custodirsi nella Biblioteca
Nazionale, chi sa quale e quanta concorrenza di fama avrieno mosso col
tempo ai discorsi dell'immortale conte di Cavour.

In casa della marchesa Teresa fu che Eponina vide per la seconda volta
il giovane amato da lei, e le parve, come succede, due cotanti più
bello. — Vi rammentate di Omero quando narra di Priamo, che affacciato
alle mura di Troia guarda le schiere argive, e si strugge nel desiderio
di saperne il numero e il nome, finchè giunta Elena lo ragguaglia per
filo e per segno dei capitani, della patria, dei costumi e di
quant'altro aveva vaghezza conoscere il vecchio Priamo intorno all'oste
nemica? Voi ve ne rammentate di certo perchè Omero avete letto, e le
cose lette nell'_Iliade_ non si dimenticano. Ora, quello che Priamo
faceva a Troia tutte le fanciulle fanno nelle veglie, quando occorrono
loro dinanzi giovani appariscenti e sconosciuti. Eponina ne chiese
astutamente alla compagna che le sedeva allato, e poichè anco a questa
era ignoto, con arte maggiore la indusse a moverne ricerca fra le
persone circostanti, e allora seppe chiamarsi Ludovico Anafesti, ed
avere titolo di conte; di padre orfano, figlio unico di madre
rispettabile e rispettata; di sè non avere dato argomento che altri
parlasse in bene nè in male, giovane troppo; apparteneva ai giovani di
bella vita, inteso tutto a corse, a balli e a feste: di sostanze non
pareva stesse bene in gambe, chè il padre ci aveva fatto uno sdrucio da
non potersi rammendare, ed egli tirava a rifinire il resto; lo
appuntavano viziato al gioco; di amori non se ne sapeva; se ne aveva non
erano di quelli che si potessero decentemente manifestare, del rimanente
cavalcatore illustre, schermitore e tiratore a segno dei buoni; non
accadeva duello ch'egli, o come paciere o come secondo, non
c'incastrasse, e _voilà tout_!

Non ci era da scialare, ma via, per questi ragguagli Ludovico non aveva
scapitato nel cuore di Eponina, sicchè quando incominciarono i balli,
ella imprimendo sotto le palpebre abbassate un moto ondulatorio alle
pupille, non lo perdeva un momento di vista: con palpito di cuore da non
potersi dire avvertiva se dal giovane taluna o donna o donzella si
preferisse; ma no, con suprema contentezza si accorse com'egli, verso
tutte cortese, non dimostrasse parzialità di sorta; dalla movenza dei
labbri s'ingegnò indovinare lo parole proferite, attese acutamente alle
mani ed alle dita di lui per vedere se mano o vita della compagna
danzatrice premesse oltre la convenienza ed i costumi del ballo, ma di
niente potè accorgersi. Di due cose l'una, o egli non amava, o la sua
amata non si trovava lì; intorno alla seconda parte Eponina andava
chiara, ma chi l'assicurava della prima? Non gli conoscevano amante,
dunque poteva non avere amato, anzi era certo ch'ei non avesse amato
mai, e lei destinavano i cieli a percuotere la roccia, donde sarebbero
scaturite le linfe dolcissime dello amore. Ci era da ammattirne di
giubilo! Ma intanto? Intanto il giovane non la guardava neppure, o sia
che non l'avesse scorta o, scorta, non l'avesse impressionato; non
importa, ella di sè fidente non se ne curava, dicendo nel suo segreto:
«Aspetto il mio astro!»

Nè l'astro si fece aspettare. Poichè ebbero compite varie guise di
ballo, e furonsi confortati di cibi e di bevande, e levati fino al
cielo, e un poco più su, i classici pasticci della marchesa Teresa, ecco
questa signora dabbene di un tratto scappar fuori a dire.

— Orsù, a Tersicore sagrificammo abbastanza; adesso tocca alle altre
sorelle, che potrebbero averselo a male: per dare il buono esempio
comincierò a canticchiare qualche cosuccia io, che se principiaste voi a
me non basterebbe più l'animo per farmi sentire.

La marchesa si era data attorno per raccogliere al suo ritorno dame,
damigelle e cavalieri che godessero fama di valorosi nelle arti del
canto e del suono, non meno che artisti di professione e taluni dei più
celebri cantanti si trovassero allora nei teatri di città. Ella, come
promise, aperse il canto con una barcarola di facile esecuzione; suo
cavallo di battaglia; la voce le usciva un po' tremula, talvolta per
paura della odiata stecca l'abbassò così che appena si sentiva;
nondimeno nel sottosopra ce la sfangò assai bene, e n'ebbe plausi, dove
sarebbe stato difficile spartire i meritati dai dovuti alla padrona di
casa.

Avendo la marchesa proposto ad Eponina di tenerle dietro, questa se ne
schermì, desiderosa, come disse, che le altre mostrassero la loro virtù
prima che fosse stanco l'uditorio, e parve modestia, ma invece fu
astuzia per ecclissarle tutte: arti di guerra femminile. La signora
Teresa ci rimase presa, e la ringraziò della squisita delicatezza;
Eponina allora sembra si facesse animo a chiederle qualche favore, a cui
la marchesa assentì col capo, aggiungendo: «Lascia fare a me.»

Cantarono arie, duetti, terzetti ed anco un quartetto come persone le
quali dell'arte intendevano assai addentro, e tutti i giorni stavano in
esercizio, ma le voci erano scarse, tirate fuori a trilli e a gorgheggi,
come colui che non sentendosi a sufficienza vigore si sforza e si
eccita. Quando venne la volta di Eponina, si trovarono, per cura della
marchesa, parecchi disposti a farle da coro, mentre ella avrebbe cantato
la _Casta Diva_ della _Norma_. Richiesta se volesse accompagnarsi da sè,
rispose: «Volentieri, ma coll'arpa, altri col pianoforte.»

Eponina aveva ragione da vendere; dotata di squisito senso dell'arte,
aveva avvertito come non si dia bellezza di donna, la quale regga alla
doppia azione del canto e del suono del pianoforte, chè fuori di misura
disamabile si presenta nel tocco dei tasti quel continuo distendere e
stringere le braccia, e l'alzare e l'abbassare le dita atteggiate ad
artigli di girifalco: se la donna starà diritta col tronco e ferma,
rassomiglierà la statua di granito di Mennone, la quale dicono rendesse
suono in grazia di certo foro praticatole per di dentro: ovvero agiterà
il capo, e allora la testa dondolante ti parrà una banana sbatacchiata
dalla tempesta, o un ariete romano abbrivato per isfasciare mura. Donne
e donzelle, date retta a me, quantunque profano: quando vi piacerà
letiziarci co' vostri canti, non vi accompagnerete mai da per voi col
pianoforte: più assai della _fuga_

    Che l'onestade ad ogni atto dismaga

come insegnò l'Alighieri, noceranno alla bellezza vostra i gesti
illepidi che menerete sopra cotesto istrumento.

Circa all'arpa poi muta specie, massime se la sonatrice, oltre la
persona spigliata, possieda gioconde braccia e petto ricolmo. Ora è da
dirsi come tutte siffatte qualità occorressero in copia nella nostra
Eponina, di cui così lieve era lo incesso, che a mirarla camminare si
sarebbe detto: «ora vola.» Le sue braccia apparivano coperte di guanti;
ma come si fa a sonare l'arpa co' guanti? E' fu mestieri levarseli.
Veruno penetrò mai nella sua stanza verginale, molto meno io; e pure
metterei pegno che più di una volta ella studiò allo specchio
l'atteggiamento, che convenisse meglio alla sua persona, e quale più
leggiadro partito di pieghe si affacesse alla sua veste. O bella! Non
costumò farlo Caio Gracco, per piacere al popolo? E con quale giustizia
lo si vorrebbe negare alle donzelle, per gratificarsi l'animo dello
amante desiderato? Non ci è vecchio che, salendo le scale di una casa
per rendere visita all'amica anziana, non si raddrizzi sul cucuzzolo i
cinque capelli bianchi, a modo dei birilli nel mezzo del biliardo.

Eponina dunque, essendosi atteggiata divinamente, preludiò sull'arpa ed
incantò chi vide: quando poi l'onda sonora della voce prese a sgorgarle
potentissima dal petto, ammirazione ed astio, plauso e censura, tutto
rimase sommerso come in un mare di luce; senza battere palpebra, osando
appena trarre il respiro, ascoltavano tutti; a molti avvenne che, senza
se ne accorgessero, le lacrime traboccassero dagli occhi; taluno con
ambedue le mani si compresse il seno, quasi non valesse a sopportare
l'eccesso del piacere; a tutti tremava l'anima. Allorchè tacque, veruno
ebbe balìa di applaudire: parevano impietriti per virtù d'incantesimi:
tanto regnava profondo il silenzio, che si udiva perfino il crepito
delle candele che ardevano, ed Eponina vinta anch'essa dallo entusiasmo
rimaneva immobile, con le labbra mezzo aperte, fitto fitto frementi un
brivido di voluttà: aggiungi che portando ella una ghirlanda di ellera
in capo, questa scomponendosi, le era scesa dinanzi dalla fronte, da
parere proprio una corona di alloro, a modo che pittori e poeti sogliono
attribuirla alle Muse.

Quando gli animi soggiogati poterono ripigliare il dominio di sè,
proruppe uno scoppio di grida e di applausi cotanto strepitoso, che i
cristalli delle finestre ne tremarono e parecchi lumi si spensero.

Ora mentre Eponina si tira indietro con grazia infinita la corona
dell'ellera, scorsale quasi sino sulle ciglia, si mira davanti attonito
Ludovico: esultò la donna, e con supremo sforzo di volontà raccolto
quanto più potè di virtù magnetica negli occhi propri, la saettò dentro
gli occhi di lui. Il giovane non sostenne lo improvviso sfolgorio,
chiuse le palpebre, e susurrando suoni indistinti balenò per cadere, e
cadeva, se altri non lo avesse sostenuto. Eponina, nell'orgoglio del
cuore, stette per esclamare ad alta voce: «Ho vinto!» Si suggellò le
labbra, ma per tacere che facesse, questo grido non rimescolò meno
poderoso tutta la sua anima.

E questo fu il modo col quale Ludovico ed Eponina s'innamorarono.



CAPITOLO V.

IL SUOCERO.


                                    Grande
    L'ombra è del trono per coprir delitti

dice Aristodemo, che fu re, ed ebbe il cuore peloso[14] e tuttavia
l'ombra della ricchezza cuopre anco di più, e non importa che la sia
vera; basta ancora supposta. Però gli uomini blandiscono la ricchezza,
ed all'opposto detestano il ricco e lo insidiano. La ricchezza sta col
ricco come la autorità col principe: tenta il banchiere schiantare il
banchiere, ma impiccherebbe chiunque toglie la riputazione alle banche;
un principe s'ingegna rapire all'altro principe comando, quattrini e
sbirri; ma per pigliarseli per sè: quindi non intorno al ricco, bensì
intorno alla ricchezza stanno i famelici inetti, i quali col muso in su
aspettano che dalla sua mensa caschi qualche briciola, per divorarla a
muso in giù: amici della ricchezza, non del ricco, gli sparvierati che
gli aliano attorno per arraffargliela di un tratto: men tristi amici
(chè migliori non si potrebbe dire) sperimenta il ricco coloro che
tengono dimestichezza con lui per astiarlo o per denigrarlo, studiosi di
godere i vantaggi che ricavano da cotesta frequenza e ad un punto non
iscapitarne di reputazione. Di qui la ragione del subito abbandono dei
potenti e dei ricchi, traditi dalla fortuna; e siccome i principi e i
ricchi lo sanno, così si agguantano più forte che possono ai quattrini
ed agli sbirri; molto più che ai tempi che corrono, ricchezza e signoria
patiscono di marea, e chi le serba fino al termine della vita può
vantarsi di rinnovare il miracolo di Tucria vestale, che portò il vaglio
pieno di acqua attinta al Tevere fino al tempio di Vesta[15]. Se la
gente sapesse le ansietà, le abiezioni, i pelaghi e i delitti di questi
invidiati potenti; oh! come sentirebbe per loro compassione o ribrezzo,
per sè compiacenza della vita onesta e della temperanza civile.

  [14] Plin., _Hist. mundi_, I, II e 70.

  [15] Valerio Mas., 1, 8, 1, 5. Santo Agostino, _Civ. Dei_, nega
  il miracolo: non gli date retta; ei lo fa per _gelosia di
  mestiere_. O che voleva egli che i soli santi della Chiesa
  cattolica apostolica romana fossero capaci ad operare miracoli?
  Arrogi che la casa Crivelli tolse per arme gentilizia il vaglio
  di Tucria, affermandosi scesa dal figlio che la vestale, mercè
  il miracolo dell'acqua nel vaglio, provò di non avere partorito!

Entriamo nello studio di Omobono: mirate, due volte la settimana ei
passa la notte intera a registrare su certi libri arcani una quantità di
note segnate sopra fogli volanti; avvertito che egli cavò questi libri
da una cantera praticata sotto la cassetta che serve di serbatoio di
legna da ardere, accanto al camminetto ammannito con frasche e legna
secche a levare in un attimo un magnifico falò.

Ci fu un tempo in cui la penna di Omobono volava scrivendo su cotesti
registri, e all'atto dello scrivere assentiva col capo e tutta la
persona, mentre stirava la bocca verso le orecchie come borsa che si
allarghi per ingollare monete: cotesto allargamento di labbra era il
sorriso di Omobono. Adesso poi pare che la gotta gli abbia rattrappito
le mani; di tanto in tanto caccia fuori un sospiro da disgradarne il
soffio del mantice di un magnano: è inverno, è freddo, è notte, ma egli
suda come di agosto, e le gocce gli cascano giù dalla fronte a quattro a
quattro; lì presso, osservate cotesta catinella piena di acqua fredda,
ecco egli vi tuffa la spugna che poi si mette sul cranio calvo per
temperare la vampa del cervello. L'ultima volta che Omobono ebbe a
tribolarsi in cotesta disciplina parve rimanerne sgomento più del
solito, onde, lasciate cadere sul banco ambedue le braccia, ci posò in
mezzo il capo e lungamente rimase in cotesto atto; poi lo rialzò
scotendolo tre volte o quattro, se lo rinfrescò con la spugna e scosse
forte un cordone levando la faccia in su.

Indi in breve fu udito un lieve rumore nel soffitto; lo avrebbe mosso
più forte un topo entrando in dispensa, e poco dopo aperto cheto cheto
l'uscio della stanza comparve la lancia spezzata, il cagnotto, l'anima
dannata, o come meglio si deva dire, di Omobono; imperciocchè come la
cosa avvenga io non lo saprei, ma il fatto sta che le anime male non
nascono mai sole nel mondo, bensì si trovino quasi sempre doppie come le
mandorle dentro al nocciolo, una più grande, l'altra più piccina; così
col carnefice viene al mondo il sotto-boia, e.... ma basta; allo inferno
ed alla tristizie umana non si conobbe mai il fondo. Dopo Omobono veniva
il suo commesso Gavino Nassoli: costui par di metallo tirato con la
lima; se poeta, o pittore l'avessero a descrivere o a dipingere,
butterebbero fuori di finestra penna e pennelli: la sua faccia è tutta
denti, dai lati della berretta di cuoio gli si drizzano gli orecchi
appuntati pari a quelli di un cane da fermo, a cavallo del naso gli
stanno le lenti tonde e grandi quanto due scudi, traverso le quali,
incavate dentro spessi cristalli di rocca a cagione della molta miopia
dell'uomo, ti apparivano i suoi occhi piccini piccini, come lontani un
miglio: allorchè costui gli accosta ignudi di occhiali a foglio scritto
sembra che piuttosto di leggere i numeri (dacchè egli dai numeri infuori
non legga altro) li voglia brucare a mo' che le capre costumano le
foglie di sulle siepi.

Omobono, appena lo vide, gli disse:

— Fatevi in qua, Nassoli; sedetemi accanto; avete chiuso bene l'uscio?
Sì, ma non tirato la portiera; andate a tirarla.

Dopo ciò incominciarono un colloquio a voce sommessa: pareva si
confessassero; e, come sovente avviene, i confessori peccatori ambedue.
Il Nassoli di tanto in tanto poneva il dito su i libri arcani a mo' che
l'anatomista fa col coltello sul cadavere che gli sta davanti; e per
certo doveva credere il suo atto di cerusico, perchè, conchiudendo il
colloquio, e levando alquanto la voce in suono di _miserere_, disse:

— Caro mio, il morto è sulla bara: senza rincalzi straordinari non si
può reggere. O non vede, che sia benedetto! credito mobiliare,
transatlantico, banco sete, meridionali, rendita.... tutto fa acqua, e
le trombe non bastano.

— Provvederemo — rispose Omobono, chiudendo i libri; tornate a dormire.

Ma non andò mica a dormire Omobono, il quale uscito di casa per mezzo di
una porta segreta stette fuori fin verso le cinque del mattino. Dopo
circa un mese la cassa del Banco si riempì di enorme quantità di
biglietti di varie banche così italiane come estere, di che preso subito
fumo il Nassoli, il quale per malizia avrebbe dato tre punti ad un
questore, quando si ridusse in camera a dormire se ne portò un fascio,
dove a tutto bell'agio, accese prima due candele, se li fregò lungamente
traverso le palpebre: fatta e rinnovata la prova si condusse con la
solita precauzione nella stanza da letto di Omobono, e quivi susurrò
insieme con lui un secondo colloquio; però le voci sommesse non
escludevano i gesti risentiti, e per quanto Omobono insistesse, il
Nassoli pareva duro a non lasciarsi persuadere; all'ultimo Omobono
scappò fuori con queste parole:

— Lo vedo anch'io, la galera bisogna che voghi con altri remi.

— Non ci è che dire — ripetè il Nassoli — bisogna che con altri remi
voghi la galera.

— Chi è che ha parlato di galera?

— Galera ha detto _lei_, ed io ho approvato.

                                 *

Di un tratto cascò e sbalzò Omobono in casa del suo genero a Torino,
onestando la sua comparsa con dieci pretesti uno più plausibile
dell'altro, e veruno era vero; ci si trattenne due giorni nei quali non
rifinì mai di ragionare delle faccende domestiche dei suoi figliuoli,
che tanto gli stavano a cuore, e dimostrava loro come dovessero partirsi
da Torino per venire a Milano; a Torino non tenerli parenti, nè amicizie
vecchie, nè sostanze, nè traffici, nè affezione di luogo natio: colà gli
sarebbe riuscito più destro incamminare i nipotini ormai adulti, il
maggiore avrebbe tolto seco, secondo la promessa, per iniziarlo nella
banca dove aveva a succedergli.

— Voi lo vedete — proseguiva costui — il patrimonio non basta a dotare
le figliuole e a sopperire al comodo sostentamento dei figliuoli; certo
voi con diligenza in molte cose li avete fatti educare, ma quello che
importa adesso sta nello applicarli ad una professione speciale:
consulteremo il genio di ognuno; intanto Omobono fin d'ora è banchiere.
Capisco che un dì erederanno il mio e basterà per tutti e ce ne potrà
avanzare, anzi ce ne avanzerà di certo: però la fortuna muta, ed
ancorchè non mutasse, prudenza insegna reggerci sopra le nostre gambe.

E continuava di questo tenore tanto, che a ridire tutte le sue ragioni
si sarebbe spento il lume.

Marcello nonostante la pressa che il suocero gli metteva dintorno,
chiese tempo a riflettere; nè ci fu verso di fargli mutare di proposito.

Però, egli è pur forza confessarlo, la raccomandazione _in articulo
mortis_ dello zio Orazio, di non confidare a verun patto mai i propri
figliuoli ad Omobono, se non dileguata del tutto, certo erasi di molto
infievolita nell'animo di Marcello. Gli avvertimenti paterni nello
spirito dei figli rassomigliano assai alla voce lanciata dentro una
grotta; l'eco ve la ripete cinque volte e sei, di mano in mano più
languida, finchè cessi del tutto: di qualunque umano retaggio troviamo
essere il meno trasmissibile la esperienza: ogni uomo deve assistere
personalmente alle lezioni di lei: costano care, ma, a detta del
Franklin, sono le sole che valgano a mettere a partito anco il cervello
dei matti.

E poi non quietava un momento da serpentarlo la consorte Isabella,
dicendole fra le altre cose: nel padre suo entrare troppo più dello
strano, che del tristo; certo la cupidità di lui immane, ma in fine dei
conti a chi avrebbe ella giovato se non ai loro figliuoli? E pur troppo
non si poteva negare cresciuta la famiglia oltre il bisogno; e volendo
dare dote alle femmine e recapito convenevole ai maschi, educazione
splendida a tutti, le forze proprie non bastavano a tanto. Dio guardi
che ella avesse a seguire lo esempio dello imperatore Vespasiano, che,
messa sotto al naso di Tito la moneta cavata dalla tassa sui pisciatoi
gli domandò se di malo odore putisse: ma caso mai non tutti lodevoli
fossero i guadagni paterni, eglino redandone le sostanze avrebbero
potuto a luogo e tempo riparare il danno agli offesi, e restituire ad un
punto la buona fama al parente.

Pende incerto se sia più mordente lima la ragione in mano alla donna, o
se la donna in mano alla ragione: fatto sta che quando si legano insieme
nessuno riparo ci può fare la gente. Che se volessimo addentrarci di più
nel cuore d'Isabella avremmo a dire che il suo cuore, come quello delle
altre creature umane era un laberinto; nè per ogni laberinto si trova
un'Arianna, la quale porga il filo per uscirne a salvamento: forse in
lei spirò un fiato di orgoglio, che alla casa sua, più che a quella del
marito, i figliuoli dovessero il signorile stato; forse il presagio di
accomodare in alto loco le figlie, e la speranza di udire benedetti i
figli pel buon uso della eredata opulenza l'abbarbagliarono: donna ella
era e madre, e noi sappiamo che il diavolo quando vuole tentare i santi
piglia faccia di angiolo. Insomma Marcello, sgombrata finalmente Torino,
portava i suoi penati a Milano.

Il giovane Omobono di subito accomodato nel Banco dell'avo, da prima
compite le sue faccende si riduceva nella casa paterna; indi a breve ci
tornò più di rado, ora trattenuto a pranzo dal nonno, ed ora pei
cresciuti negozi, sicchè terminò col porre stanza ferma presso il
banchiere Omobono. Quivi il giovane trovò non solo agio, bensì ancora
lusso ed eleganza, e se ne compiacque; servi a lui solo destinati; e di
presente l'avo gli assegnò lire mille al mese, avvisandolo che se di più
gliene fossero occorse non mancasse di farglielo sapere. Di subito parve
l'avo gli mettesse addosso uno amore sviscerato; se ne dimostrava
arcicontento; con chiunque ne parlasse (e ne parlava con moltissimi) non
rifiniva mai di levarlo alle stelle; e a dire il vero non senza ragione,
chè il giovane si mostrava stupendamente perito nell'arte dei numeri,
come quello, che con amore pari al profitto aveva studiato nella Reale
Accademia di Torino. Ogni azione del giovane pareva tirata a filo di
sinopia; esatto, accurato, non si stancava mai; il lavoro gli serviva di
alimento.

Oltre queste doti, altre e più pregevoli di mente e di cuore possedeva
il giovane, di cui lo zio cortese disegnò fare capitale: ritraendo non
poco dalla sorella Eponina si poteva dire bello, però alquanto più
pallido e più pensoso di lei; di rado le guance e i labbri gli
allietavano una sfumatura di vermiglio e di riso: poco parlante, di voce
soave, modesto e servizievole quanto altri mai: accadeva con lui come
sovente succede con le persone simpatiche, voglio dire che, quantunque
ci si parino la prima volta davanti, pure le ti paiono conoscenze
vecchie. Aggiungi modi gentileschi, un zinzino contegnosi co' superiori,
ma affabilissimi cogli inferiori. Presentato in parecchi ritrovi, ben
presto strinse amicizia coi giovani più eleganti della città: dai babbi
accolto volentieri, dalle mamme anco più; per le ragazze non era venuto
anche il tempo: in una parola la sua curva ascendentale pel cielo della
buona società procedeva pari a quella della luna pel firmamento, nelle
belle notti di maggio, placida e serena; le nuvole verranno più tardi.

A mantenerlo in questo apogeo di gloria valsero alcune avventure, che mi
occorre raccontare nella guisa che mi riuscirà meglio succinta. Certa
sera al ritrovo, che con parola inglese chiamano _Club_, sebbene ei
fosse vago del gioco come il cane delle mazze, pure per non comparire
tigna, gittò una magnanima moneta di cento franchi, con la magnanima
effigie del magnanimo Carlo Alberto, sopra una carta del _Faraone_; nè
più pensandoci s'imbrancò nella compagnia di piacevoli gentiluomini
pigliando diletto dei loro ragionamenti. La carta puntata vinse una,
due, tre volte e sempre; ormai la copriva un mucchio d'oro, e i cupidi
giocatori, pure stringendosi alla vista della carta fortunata,
smaniavano conoscere il giocatore che, improvvido o temerario, non
sodisfatto di tanto favore, intendeva sperimentare le ultime prove.
Molti occhi dei seduti intorno alla tavola stavano fitti negli occhi del
banchiere, il quale sudava per la pena, dacchè forse, e senza forse,
cotesta insistente e nemica guardatura lo impedisse di pigliare ad un
tratto la fortuna per gli orecchi e rimetterla in carreggiata a favor
suo, ovvero scemare il banco facendo scomparire la moneta di tavola:
chiusa allo scampo ogni via: duello all'americana cotesto: e' bisognò
sbancare. Il banchiere era tedesco, barone e cavaliere non so nè manco
io di quanti ordini: uso a tenere banco nei ridotti di parecchi famosi
Bagni di Europa, o solo o in compagnia di altri baroni quanto lui, o più
di lui, non gli era occorsa mai disdetta pari a quella di cotesta sera:
vuolsi però aggiungere, che nè manco erasi trovato mai sottoposto a
vigilanza come cotesta sera. Forse la fortuna sentendosi libera di fare
a modo suo intese vendicare in una volta ben mille offese: breve, il
banchiere rimase sbancato: per conforto lo stropicciarono co' pettini da
lino, per viatico gli diedero un bicchier di acqua fresca, e con
inestimabile contentezza di tutta la brigata lo accompagnarono a casa
più morto che vivo.

                                 *

— Ma chi ha vinto? Chi è il vincitore? Su via si manifesti per potercene
rallegrare con esso. — Così strepitavano da più lati, e tale levarono
schiamazzo, che Omobono fu alfine costretto a porgere loro attenzione:
udito il caso, placidamente favellò:

— La carta è mia.

E rinvenuto vero, i compagni gli si misero dintorno, astiandolo di sotto
al panciotto, e di sopra accarezzandolo a rotta di collo: ma egli a ciò
non badando, attese a raccogliere molto diligentemente la moneta, la
quale noverata trovò sommare a parecchie migliaia di lire. Allora, senza
rimoverla dalla tavola, vòlto ai circostanti con lieto viso li
interrogò:

— Ed ora, che cosa abbiamo a fare di questa moneta?

E gli altri: — E come entriamo noi nei fatti tuoi? Tu l'hai vinta e tu
goditela.

— No, non ha da esser così, — riprese Omobono — la farina del diavolo,
dicono, che va in crusca; miriamo un po' se fra tutti noi troviamo
maniera da cavarne un pane. Orsù, ognuno di voi dica la sua.

— Per me, — saltò su a parlare il cavaliere Faina, scrittore di un
giornale malignamente buffone, noleggiato dagli sguatteri di Corte, e
che però si chiamava _pubblicista_ per la medesima ragione per cui le
femmine di partito si dicono _pubbliche_ — fonderei o piuttosto
sussidierei un giornale, bene intesi del nostro partito.

Voi vedete da per voi quali orribili sdruci faccia ogni dì la demagogia
nel consorzio civile; ad ogni passo aumenta di forze: _vires acquirit
eundo_, giornali, e giornaletti pullulano su in maggior copia dei
ranocchi quando piove in estate. Voi beneficati dalla fortuna avete a
perdere più degli altri, legatevi pertanto, e con maggior concerto di
quello che abbiate fatto fin qui: la marea monta; o che attendete per
ripararvi, che ella vi sia arrivata alla gola? Noi pubblicisti mettiamo
veglie, ingegno, opera e pericolo, voi opulenti ponete un po' del vostro
superfluo per salvare il necessario: noi staremo sopra la breccia a
combattere fino all'ultimo fiato, ma voi somministrateci le munizioni
per durare nella battaglia.

— E i danari per giocare. Quanto hai perduto stasera al Faraone,
_pubblicista_ Faina? — si fece sentire una voce, ma prima che costui
avesse potuto conoscere da cui si fosse partita, un'altra disse:

— Per me la impiegherei a celebrare tante messe pontificali
nell'osteria.....

— No, marchese, meglio alla campagna, ci si mangia di migliore appetito.

— Accetto l'emenda, conte.

— O che le feste di ballo, hanno ad essere del tutto bandite? Badate
alle scomuniche delle figliuole di Eva — osservava un vecchio peccatore,
il quale per cagione di certe infermità, che si guariscono poco, e non
si dicono punto, calzava scarpe di panno.

— Giovanotti, udite un mio consiglio — levata la destra favellò
solennemente un senatore _sgranato di fresco_ — che so di certo tornerà
a tutti gradito, io per me destinerei cotesta somma a celebrare in
questo anno con magnificenza straordinaria il giorno onomastico di S. M.
il Re d'Italia: ed in memoria del fatto porrei una tavola marmorea sopra
le pareti di questa sala, e.....

— Come non si hanno a mangiare e bere, per me sto a rifornire il _Club_
di mobili e di tappeti nuovi — interruppe il devoto di _Como_.[16]

  [16] _Como_, nella religione precedente alla nostra, era il dio
  dei desinari. Se si fosse trattato della nostra santa religione
  cattolica apostolica romana, avrei creduto fare ingiuria al
  devoto lettore, se ricordando un santo lo avessi avvertito delle
  sue giurisdizioni e prerogative, così nominato san Gaetano, non
  avrei detto, che egli era _padre della divina provvidenza_; san
  Niccola, _protettore dei ladri_; sant'Ivone, _degli avvocati_;
  san Pasquale Baylon, _dei cuochi_; e via discorrendo; ma
  trattandosi di una _religione smessa_, non ho creduto far cosa
  inutile avvisando che intendeva parlare di un dio, non di una
  città.

— Ed io propongo sovvenire il capocomico dell'Arena, perchè dia al
popolo un _corso_ di recite _gratis_, a patto che le sieno scelte per
educarlo nel rispetto della proprietà e di noi altri nobili — disse un
cavaliere, spiantato, protettore della prima donna che recitava
all'Arena.

— Tutta roba buona, signori miei, tutte pensate d'oro; certo non sarebbe
alle vostre proposte che si potrebbe applicare il proverbio dei polli di
mercato: tuttavolta, con vostra licenza.... se me lo permetteste, ecco
che cosa farei. — Narsete, — chiamò Omobono (che tale avea nome il
custode del ridotto) e gli disse: — da questa somma, che io vi consegno,
caverete lire cinquecento, e le verserete alla cassa di risparmio in
testa della vostra bambina Lucia, perchè le servano come un principio di
dote; domani me ne mostrerete il libretto. Delle rimanenti, mezze
porterete all'ufficio della Società Operaia, e mezze a quello degli
Asili infantili a nome del nostro _Club_ come una debole offerta fatta
da tutti i gentiluomini che lo compongono, e non se ne parli più. Miei
signori, io mi sono accorto, che voi parlavate per provarmi, e poi mi
avreste dato la baia; ho letto nei vostri cuori, e pongo pegno avere
letto bene. Quanto a lei cavaliere Faina — soggiunse volgendosi al
_pubblicista_ — la non si confonda, il modo praticato da me giova meglio
di un milione di giornali, che il popolo non sa o non può leggere, a
insinuargli il rispetto alle persone ed alle sostanze nostre: chè egli
più che non si crede compensa con infinita gratitudine un briciolo di
bene ed anco di buon viso che noi gli facciamo: d'altronde io, e se non
m'inganno anch'ella, signor cavaliere, appartenendo al popolo, è
naturale che nutriamo per lui simili sentimenti, e c'industriamo
persuaderli anche agli altri.

— Magnificenza di parole tonde! Ma sa ella, che se non modera l'abbrivo
mi diventa di punto in bianco un san Crisostomo, _aliter_ Bocca di oro?
— esclamò il _pubblicista_ Faina, allargando la bocca verso le orecchie:
voleva ridere e parve lo avessero comunicato con una fetta di limone.

A cose nuove uomini nuovi predicano da mezzogiorno a tramontana, e i
giornalisti sono novissimi, però mi raccomando spesso a Dio, che la più
parte di loro non invecchi: per ordinario tu li sperimenti leggeri,
pedanti e presuntuosi, e ciò per virtù degli scapestrati giudizi che ti
spippolano lì per lì a occhio e croce, e per lo ufficio, che si pigliano
di fare da aguzzini agli uomini politici, e da amostanti alle nazioni
della terra: tuttavia non sarebbe giusto affermare che tutti sieno
tristi, e ciò perchè taluni professano di buona fede i principii che
sostengono, ed in tali altri, essendo peranche giovani, la natura non fu
vinta dal costume; quelli però che si appellano umoristi, e fanno
mestieri di buffoni, tieni addirittura per maligni: i ghiottoni si sono
surrogati nella convivenza civile ai giullari di corte, i quali
campavano di rilievi e di calci; siccome all'_uomo che ride_ di Vittore
Hugo avevano foggiato, per via di terribili cincischi, la faccia a
perpetuo riso, così la nequizia deformò lo spirito del giornalista
buffone alla rabbia dello scherno. O sia che costui privo d'amore e di
sdegno contempli senza commoversi tanto gli eccelsi quanto i brutti
fatti, o sia, che invaso da itterizia morale tutto asti e derida, vuolsi
reputare sempre sozzo animale. Per me giudico i giornali _umoristi_
addirittura postriboli dove bordellano le arti divine: della miseria
della scrittura non tocco nemmeno, ma vi domando se vedeste mai della
nobilissima arte del disegno menare scempio più miserabile di quello che
si faccia in coteste carte? Poni per sicuro che il popolo dove più
cestisce cotesta mala pianta od è insanabile affatto nella sua
corruzione, o si trova lontanissimo dalla norma del vivere onesto. E se
vinto lo schifo tu ti accosterai a considerare i menanti di quelle
gazzette, troverai come la più parte di loro sia gente di scarriera,
senza arte nè parte; arcatori da disgradarne i Parti di frecciatrice
memoria; leccano e sgraffiano: fabbricanti di chiodi più che tutti i
chiodaioli di Pistoia.

Adesso vi dirò le generazioni le quali forniscono principalmente le
reclute della vituperosa milizia: i medici fuggiti più della morìa si
convertono in giornalisti buffoni; i cerusichi, che non seppero cavare
sangue senza stroppiare un uomo, giornalisti; i curiali, terrore dei
clienti e cilizio dei giudici, giornalisti; il padre diviso dalla figlia
per sospetto di libidine snaturata, giornalista; il marito cui tolsero
la moglie per salvarla da traffico infame, giornalista; spie austriache
che impararono dall'aquila, che servivano a divorare da due becchi;
repubblicani, che sostennero la dignità del carcere fino col rubare
l'olio del pubblico; garibaldini strenui espugnatori della cassa
militare, tutti giornalisti buffoni, incliti sostenitori a capriole
della monarchia costituzionale. — Uffici di giornali, magazzini di anime
a nolo, come di vestiti da maschera. Quante fette vuoi di coscienza? Te
le taglieranno sottili da disgradarne ogni fedele salsamentario
fiorentino. Perchè andate cercando fuori di voi le cause del miasmo? Vi
avete dentro lo avello.

Corrono ormai anni ben molti che noi flagelliamo queste infamie, e ce ne
seppero malgrado anche i nostri amici facili ad accendersi al primo
aspetto delle cose, e ci dicevano: essere la stampa l'arca
dell'alleanza; chi la tocca muore; e la esaltavano per le virtù, che
avrebbe dovuto avere, chiudendo gli occhi al fastidio che la rodeva fino
all'osso; e così del pari della milizia, della magistratura, del
sacerdozio, presidio un dì, oggi flagello. E certo io non sarei per
acconsentire giammai, che mano straniera pigliasse a maneggiarmi la
stampa: anco gli sparvieri coprono gli artigli co' guanti bianchi, anzi
oggi principalmente gli sparvieri; ma perchè ella non pensa da se
medesima a riformarsi? O piuttosto perchè non esercitano i cittadini
rigido sindacato non solo sopra i giornalisti, ma altresì su quelli, che
si versano nelle faccende politiche? Chi sei? Donde vieni? Quali i tuoi
intendimenti? Quale la vita? Le opere quali? Come campi?

Nella vita privata non si deve entrare; all'opposto mi preme entrarci e
ci entro. Deploro accettate nella società nostra certe regole, le quali
affermano persuase dalla onestà ed invece giunsero a cacciarvele dentro
i furfanti, necessitosi di avere una cappa comune con la gente dabbene:
ogni uomo è galantuomo in abito nero e in guanti bianchi, tanto ai
funerali quanto ai festini; e la gente dabbene si è lasciata fare. Il
pensiero ci fa sudare come il piumino sul letto nel mese di luglio; così
vero questo che paghiamo i giornalisti onde ogni giorno ci mandino a
casa un pensiero bello e fatto, strambo, o no, poco monta, purchè ci
ciottoli nel cranio, e ci suoni come il soldo nel bussolo al cieco,
tanto, che paia non averlo vuoto. Slegate dunque i fasci delle
bacchette, e tirate giù a scamatare di santa ragione deputati, senatori,
ministri e sopratutto i giornalisti, finchè dalle loro giubbe esca fino
l'ultimo scrupolo di polvere, per esaminare un po' di che qualità ella
sia. Anco a rischio di apparire sazievole, io lo vo' ridire; tu non puoi
essere ribaldo in casa e probo in curia. Senza libera accusa virtù
pubblica non prova: accusa non provata puniscasi come calunnia; va bene,
ma nei liberi reggimenti sia concesso, anzi sia lodato guardare in
faccia un uomo e dire ai cittadini: badate costui è barattiere!

Popolo e patria e' sono sonaglioli che si attaccano ai muli per
richiamare l'attenzione di cui passa; non date retta alla moltiplicità
dei partiti, che si dimenano nei Parlamenti: i partiti si ristringono a
due; quello che si è aggrappato alla pentola come Aiace Oileo allo
scoglio, e l'altro che spasima di supplantarlo, però chi s'impanca
guidaiolo non bada a qualità, cerca il numero; onde ti avviene sovente
trovarti con maraviglia e con ribrezzo a lato di tale che tu avevi
diritto di non patire per collega se non quando per crimini la giustizia
ti avesse condannato in galera.

Perano tutte le disuguaglianze fra gli uomini, eccetto quella fra gli
onesti e i furfanti.

Ma intanto che questo è di là da venire, perchè sopporti in casa i
giornalisti scimmiotti? Perchè siedono alla tua mensa? Perchè gli inviti
alle tue veglie?

Tu ti liberi in grazia di polveri insetticide dalla improntitudine delle
mosche, dal fastidio delle zanzare, dalle trafitture delle cimici, e
liberarti dai giornalisti scimmiotti[17] non puoi? — Non puoi, perchè
non vuoi; e non vuoi perchè essi dilettano il peggiore dei vizi che
guasta la parte femminina di casa tua, vo' dire la smania di malignare
alle spalle altrui, e tu pure ci ridi.

[17]

    Uno scimiotto assai sudicio e brutto
    Imitatore delle azioni umane,
    Della bruttezza sua cogliendo il frutto,
    Fece il buffon per guadagnarsi il pane.

                                                  PIGNOTTI.

Il giornalista _umoristico_, giullare in corte, sicario con la penna in
piazza, panegirista di bellezze di rado vere e, se fabbricate, anche
più, flamine delle foggie del vestire, storico delle pettinature,
Mercurio di amori a levante e a ponente, il giornalista giullare è
diventato la _trichina_[18] della società.

  [18] Insetto delle carni di _porco_, che s'insinua nelle viscere
  dell'uomo e le corrode.

Il cavaliere Faina giornalista buffone, deluso nella speranza che parte
della vincita fatta da Omobono scendesse, come rugiada al cespite
dell'erba inaridita, a rinfrescargli la tasca, e parendogli per giunta
essere stato scorbacchiato da lui, non si potè tenere da sfogare il suo
maltalento schizzandogli addosso il suo veleno: lì pronto il giornale, e
la occasione fa l'uomo ladro; quindi prese a straziarlo di straforo con
motteggi quanto perfidi altrettanto calunniosi: menò la frusta in tondo
contro il nonno, il padre e la madre, massime contro questa alterando
taluno episodio della onestissima avventura del suo matrimonio con
Marcello. Omobono, come colui che, eccetto la _Gazzetta di Milano_, non
leggeva giornali, non si dava per inteso di tutto quel tramestio del
cavaliere Faina, con inestimabile stizza di questo, che vieppiù
giudicavasi disprezzato da Omobono, e con la stizza e la fiducia
dell'impunità gli crebbe la insolenza, sicchè ormai passava il segno;
eppure non gli bastando la scrittura commise la sua rabbia al disegno.

La litografia che comparve nel giornale rappresentava una di coteste
chiatte, le quali dal servizio che prestano nei porti pigliano nome di
cavafanghi: per esse si cala giù a fittone una cucchiara di ferro
dentata, col mezzo di catene, la quale quando è piena di molticcio, per
via delle medesime catene dipanate sopra una ruota si riporta a fior
d'acqua; parecchi uomini pongono in giro la ruota, camminandoci dentro a
modo che si salgono le scale, e ciò in virtù di traverse su le quali
mettono i piedi: prepongonsi a questo travaglio i condannati alla
galera; ora fra i galeotti a girare si vedevano tratteggiati Omobono
nonno ed Omobono nipote, uno sopra, l'altro sotto, con la leggenda:
_Rinforzo alla vecchiezza_.

Dobbiamo confessarlo a lode del vero, di quanti videro a Milano la
infame litografia non ci fu alcuno che non la vituperasse, e non ne
rimanesse altamente indignato. Gli amici del giovane Omobono si
ristrinsero insieme per concertarsi su quello che si avesse a fare;
intanto di comune accordo bandirono il cav. Faina dal _Club_; poi a
Ludovico Anafesti, il quale fra gli altri giovani pareva che
prediligesse, commisero di tastare un po' l'amico intorno le
disposizioni dell'animo suo. Di fatti era così; appena Omobono e
Ludovico si erano conosciuti, uno s'innamorò dell'altro, secondo il
comune della gioventù, che subito accende e subito spegne amicizie e
fiammiferi: però talune durano, e questa pareva volere essere di quelle.
Pertanto, senza porre tempo fra mezzo, chè in queste materie lo indugio
piglia vizio, Ludovico si reca da Omobono, cui, avendo trovato affatto
inconscio della persecuzione del giullare giornalista, cerziorò per filo
e per segno, mettendogli per ultimo sott'occhio la litografia, che
chiamano _caricatura_. Omobono lesse e considerò i giornali; un lieve
pallore passò come ombra sopra le sue guancie, poi piegati con pacatezza
i giornali, Ludovico annuente, se li ripose in tasca.

— Ed ora che pesci abbiamo a pigliare con cotesto mascalzone?

— Ma.... lascio deciderlo a te; — rispose Ludovico — intanto sappi che i
tuoi amici hanno fatto il debito loro, cacciando via dal _Club_ cotesto
cattivo soggetto.

— Sarebbe stato meglio non ammetterlo mai. Adesso che lo abbiamo
accolto, e sopportato in nostra compagnia, sarebbe mestieri trattarlo da
gentiluomo dabbene, e a questo modo operando non lavo lui e mi insudicio
io.... e questo vedi, non è il più grave dei malanni, che ci porti la
usanza dei ribaldi. Basta ci penserò: ci rivedremo stasera al teatro.

— Bada, stasera vado alla Scala; ci è opera nuova; ne dicono mirabilia;
puoi figurarti che piena!

— E ci è caso incontrarci il cavaliere Faina.

— Anzi di sicuro, perchè egli scrive la cronaca teatrale in parecchi
giornali, e mi hanno assicurato, che talvolta nel medesimo giorno ha
levato a cielo o messo allo inferno la medesima cantante, secondo che lo
pagavano i suoi protettori o i suoi malevoli.

— Me ne dispiace, perchè io sono uomo di pace, e non vorrei che
nascessero scandali — disse Omobono con faccia e voce mansuete.

— Oh! quanto a questo sta di buon'animo, che io ed i tuoi amici ci
troveremo lì, e provvederemo al bisogno.

I due amici si strinsero le mani, e si dissero addio. Ma le ultime
parole di Omobono erano rimaste come una lisca in gola a Ludovico, molto
più che per le nequizie del Faina non lo aveva veduto andare nei mazzi
come pure si aspettava; sicchè un pensiero molesto prese a trottargli
per la testa: sarebbe vile Omobono?



CAPITOLO VI.

IL GIORNALISTA.


Immensa folla si accalca alla porta del teatro della Scala, dentro e
fuori folgoreggiante di lumi; il fiore di quanto Milano in sè raccoglie
di nobilea e di eleganza si vede stipato nell'atrio, e diviso in due ale
nel cui mezzo le donne leggiadre ed anche le non leggiadre hanno a
passare per sostenere il bersaglio delle occhiate ardenti, delle parole
accese o mordaci; imitatrici profane di quel gran santo che fu San
Pietro Igneo, il quale traversò due cataste di legna infiammate senza
che paresse fatto suo, anzi, si dice, che giunto a mezzo, aprisse la
scatola e pigliasse una presa di tabacco.

Sospiri tagliati co' denti non anco finiti di nascere, ammicchi
concordevoli o concordati, la famiglia infinita dei sorrisi, o tutti
agri, o tutti dolci, ovvero agrodolci e la non meno infinita famiglia
degli sguardi quale foggiato a punto interrogativo e quale ad
esclamativo; insomma di quanto ci aveva da essere non ci mancava nulla.
Allo aspetto di tanta giocondità avresti giurato che Venere ci avesse
portato non già il suo cinto, bensì sovvenuta dalle tre Grazie, una
balla dei suoi doni, ed ora ognuna di esse preso il pellicino ce lo
scotesse fino all'ultimo vezzo. Delizie, venustà, lusinghe,
allettamenti, carezze turbinavano insieme confusi, come gli atomi
traverso i raggi del sole.

Tra gli spettatori primeggia il cav. Faina, messo di tutto punto; abito
nero, guanti perlati, panciotto bianco come la sua coscienza e cappello
nuovo di zecca: ogni cosa a credenza, e così gli stivali inverniciati, e
le calze, e la camicia altresì: costui coccoveggiava allungandosi,
ripiegandosi, facendo lazzi, saltetti e smorfie a modo di civetta quando
chiama le lodole sul vergone: questo appellava per nome, quell'altro
stringeva pel braccio, a tutti dava del tu, usava ed abusava della
pazienza altrui ostentando una familiarità alla quale egli non aveva
certamente diritto, sfacciato come.... un giornalista sfacciato (che più
in là non si può ire). Nello apogeo della sua gloria, ecco, pari allo
spettro della maga di Endor al Re Saulle, sorgergli davanti improvviso
Omobono, il quale aveva potuto giungere inosservato fin presso a lui,
nascosto dietro un sacramento di matrimonio diviso in due grossi volumi,
moglie e marito. Egli primo, stese la mano ad Omobono, gli augurò la
buona sera e gli chiese:

— Come stai? — e qui gli diede un colpetto sulla pancia, e sorridente
soggiunse: — _Non ti si vede mai._ O che saresti innamorato? Caso mi
apponessi, _confidati allo amico, che Tito nol saprà_; ti servirò di
coppa e di coltello: tu sai, che io con gli amici non bado a buttarmi
nel fuoco.

— È vero, _natura il fece e poi ruppe la stampa_; giusto, avevo bisogno
di confidarle qualche cosa.

— Eccomi qua ai tuoi comandi.

E così favellando entrambi si fecero fuori della folla. Allora Omobono,
con voce mite ed umile sembianza, cominciò a dire:

— Caro mio, non più tardi di stamani gli amici miei mi hanno fatto
conoscere come la S. V. da un pezzo in qua si pigli il capriccio di
lacerare a morsi la mia reputazione e, non contento della mia, laceri
quella di tali che per dovere e per amore a me premono troppo più di me.

— Tattere! Tattere! amico mio.

— Tali non paiono agli amici, e veramente nè manco a me, nè credo che la
madre mia ed io possiamo averle somministrato motivo di conciarci come
ella fa.

— Ma qui non c'entra nè morso, nè strazio. Noi altri _pubblicisti_
possediamo a titolo di arte gli universi dominii del cielo e della
terra, ed anco dello inferno: o che vuoi tu mettere i confini al pianto
ed al riso? Noi ridiamo di tutto, noi facciamo ridere di tutto, e voi, o
squallidi mortali, esaltateci, imperciocchè, senza di noi, voi
fiottereste perpetuamente come bambini sculacciati.

— E di questo disegno, signor cavaliere, che avrei io da pensare?

— Prima di tutto ch'egli è un disegno, e poi o che ti frullerebbe il
grillo d'immaginare che fosse stato fatto per te? Già le persone
disegnate non rassomigliano punto te, nè il tuo onorevole avo, al quale
prego presentare i miei cordiali saluti, e dire che domani o posdomani
passerò da lui per proporgli un negozio.... un negozio grosso da
piantarci in mezzo la forchetta ritta.... come nel _rosbiffe_, che si
ammirava l'altra sera al _buffet_ del principe Parpaglione.... Che
festa! caro mio, che festa! E tu non c'eri.... caro mio... dove diavolo
ti ficchi? Tu bello, tu ricco, nato vestito per _far furore_, ma _non ti
si vede mai_....

— Signor cavaliere, andiamo al grano, come diceva l'ebreo Marini, di
questo disegno che cosa devo pensare?

— O non te l'ho detto, che tu sia santo; il disegno non fu fatto per te;
non ti rassomiglia per nulla; se taluno te lo afferma, ti dà la baia; e
_puta_ il caso che qualche rassomiglianza ci fosse, sarà tutto per
accidente.... O non ti basta? A sorte saresti di quelli che vogliono la
botte piena e la moglie briaca?

— Per me, la si figuri, sarebbe proprio un gusto rimettermene al suo
savio parere, ma gli amici miei non la intendono a questa maniera;
guardi un po' se le sovvenisse qualche ragione di quelle buone che
valesse a persuaderli, che io ho un diavolo per capello, e darei a patto
una mano per uscire da questo ginestraio; — e tutto ciò Omobono
profferiva ad occhi dimessi, e con voce tremante.

L'altro, pensando averla a fare con un giovane dal sangue di piattola,
rispondeva smargiasso:

— La stampa è libera come l'acqua del mare, come l'aria del cielo:
palladio della libertà e della civiltà la stampa; guai a cui la tocca!
Ci si ruppero i denti principi grandi e teste da corona: cannoni Krupp,
mitragliatrici, schioppi _dreyse_, _remington_, _chassepot_, armi ed
armati che ci urtarono dentro ci s'infransero come onda fra gli scogli.
Da Dio e dalla nostra coscienza noi altri giornalisti abbiamo ricevuto
un mandato sacro; a noi, sacerdoti delle sorti umane, e non ad altri,
spetta il giudizio del come lo dobbiamo eseguire e del limite estremo
dove possiamo spingere il dileggio, il biasimo, la rampogna e l'accusa
per la tutela della pubblica virtù. Che se il privato cittadino si
arrogasse la facoltà di mettere i cancelli alle nostre prerogative, a
seconda dei fumi del suo orgoglio, dei ghiribizzi del suo amor proprio,
o del bisogno di tenere le sue colpe celate, allora potremmo sonare
l'agonia alla libera stampa. Queste sono le ragioni, che offro a te, e
se non ti garbano rincarami il fitto, e incaricandoti di presentarle
anco agli amici comuni aggiungerai che se si sentono far male si
scingano.

— Mi scusi, cavaliere, ma non mi quadra; ella ha troppo ingegno per non
comprendere che l'uomo non può costituirsi giudice e parte. La
giurisdizione che si arroga il giornalista sarebbe eccessiva, si figuri
un momento che io non ci volessi sottostare, allora?

— Io ti ho già chiarito: chi non la vuole la sputi.

— Ecco in questo caso mi parrebbe che la questione si avesse a definire
così: in libera stampa schiaffo libero.

E ratto levando la mano gli lasciò andare sopra la faccia il più solenne
musone che mai sia stato dato al mondo, dopo che ci nacquero una guancia
sinistra e una mano destra; subito al cavaliere si tumefece la gota,
sotto l'occhio il sangue gli diventò nero, e tinta in bel vermiglio
sopra la pelle gli rimase la impronta delle cinque dita: accecato di
rabbia e di vergogna, vinta su quel subito la paura, il Faina si avventò
al collo di Omobono, se non che questi prevenendolo, forte lo abbranca
pel petto, e con impeto irresistibile lo scaraventa contro la parete: il
cavaliere pubblicista fu visto, dimenando le braccia a guisa di ale,
correre presto presto sulle calcagna allo indietro, finchè perduto lo
equilibrio stramazzò supino al pavimento, dove scivolando sul dorso non
si ristette se prima non ebbe battuto una sconcia capata nel muro, con
danno irrimediabile del cappello preso a credenza, il quale gli si
rincalzò fino al mento.

Comecchè sbalordito dallo inopinato accidente, tuttavia aiutandosi con
le braccia si mise subito a sedere, tentando rabbiosamente tirarsi su il
cappello, ma o sia che lo facesse senza discrezione, o fosse debole la
stoffa, la tesa gli si strappò nelle mani e il cilindro gli rimase
sempre ficcato nel capo, e di più ardua estrazione. Fra i tanti che
sghignazzavano si trovò un pietoso il quale, desiderando che cotesto
strazio cessasse, si mise a cavalcione sul capo del Faina, e preso con
due mani il cilindro s'industriò a cavarlo fuori; in cotesto atto ei
presentava la figura del servo il quale, stretta fra le cosce la
bottiglia, si sforza ad estrarne il turacciolo; sicchè quando il Faina,
rimosso il cappello, _tornava a rivedere le stelle_, ovvero i lumi, udì
dintorno queste voci di scherno commiste alle risa universali: — Non lo
sturare, chè altro che veleno non ne può uscire....

— L'hai tu visto? Egli era proprio dodici once buon peso.

— Altro che dodici once! Per me lo giudico pesato sulla stadera
dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille.

— A quest'ora il vangelo dei _cinque santi_ lo ha da sapere a mente; ne
porta impressa la effigie sul muso.

Sovvenuto, il Faina si rimise in piedi; il suo cuore zufolava di rabbia
peggio di un gruppo di vipere in amore, se accada che taluno con sasso,
o con bastone le disturbi: gli occhi aveva pregni di lacrime lì lì per
isgorgare, ma l'ira glie le teneva sospese, così talora la tramontana
impedisce alle nuvole ammassate dallo scirocco rovesciare sulla terra
l'acquazzone; ma uscito appena dal teatro egli pianse.

Che pianse egli mai? Pianse il cappello nuovo nabissato, pianse il
corpetto, la veste e la camicia ridotti in brandelli, e intanto più
amaramente pianse, quanto non avendoli pagati dubitò poterne ormai
sostituire altri a credenza; pianse i pranzi pericolanti e le cene che
dubitò perdute, e soprattutto pianse la cessata o per lo manco diminuita
facoltà di frecciare gli amici... insomma ogni cosa pianse eccetto
l'onore defunto; e a diritto, chè non avendo avuto occasione di
celebrarne il battesimo, nè meno poteva lamentarne i funerali.

Frattanto non trovando meglio a fare mandò giù un paio di ponci, e si
mise a letto.

— Magari! — esclamò svegliandosi di soprassalto il cavaliere Faina, il
quale sul far del giorno si era sognato come Omobono trito e contrito si
fosse recato a casa sua per chiedergli scusa, e profferirgli generoso
risarcimento dei danni: in sostanza se la fosse andata a finire così,
avrebbe raggiunto lo scopo propostosi, allorquando aveva preso a
spunzicchiarlo col giornale, con uno schiaffo di giunta, non previsto
nel programma; ma si sa, le faccende non riescono a pelo, e i prudenti
si contentano riceverle a taccio. Adesso vedremo se il fatto rispondesse
alle fantasie del cavaliere Faina.

La prima visita fu, spuntato appena il giorno, degli interessati nel
giornale il _Gingillino_, amicissimi suoi, i quali gli spiattellarono
crudamente come essi non lo potrebbero più oltre tenere collaboratore
nel giornale, dove egli non avesse vendicato lo insulto patito nella
sera antecedente; certo, poco loro premevano le bazzecole di
soddisfazione e di onore, e capivano che al Faina doveva importarne
anche meno, ma tanto egli quanto gli amici suoi non potevano rimanere
indifferenti alla certezza che, senza un giusto riparo il giornale
sarebbe caduto in tal discredito da non poterne vendere da ora in poi nè
manco una copia. Per queste ragioni fu deliberato che il Faina
manderebbe un cartello di sfida ad Omobono, e quanto più presto meglio,
affinchè nel pubblico si bociassero in un medesimo punto la ingiuria, e
il risarcimento, e s'imparasse da tutti che con gli scrittori del
_Gingillino_ non si giocava di noccioli. Il Faina con la guancia che
pareva una melanzana si lasciava fare, stillando ragioni nel suo
cervello per persuadersi che Omobono fosse un poltrone: gagliardo senza
dubbio egli era, e la sua gota ne sapeva qualche cosa; ma siamo giusti,
lo schiaffo a fin di conto glielo aveva dato a tradimento e dietro
provocazioni che avrebbero tratto fuori dai gangheri anco Giobbe, e
poichè gli tornava credere che Omobono si sarebbe mostrato di facile
contentatura, così lo credè.

Pertanto i suoi testimoni, o padrini, o secondi che si abbiano a
chiamare, si condussero a casa di Omobono, il quale, udito appena chi
fossero e perchè venuti, disse loro:

— Sta bene; fra un'ora i miei amici verranno a conferire con le signorie
vostre. — E senz'altre parole li accomiatò; senonchè sul punto che essi
stavano per uscire li interrogava:

— Chiedo perdono, signori, ma dove i miei testimoni avranno l'onore di
trovarli fra un'ora?

— All'uffizio del nostro giornale.

— Davvero, avrebbero potuto indicarmi luogo meno indecente; ma non fa
caso, a rivederci fra un'ora.

I padrini sentirono la trafitta, ma riputarono conveniente dissimularla,
per non accendere una seconda querela. Non che un'ora, ma appena n'era
trascorsa mezza, che eglino videro comparirsi davanti il marchese
Sagrati, colonnello di cavalleria riposato, e il contino Anafesti,
ambedue in fama di solenni amatori di simili scontri; dalla quale cosa i
testimoni del Faina non trassero favorevole augurio. Ricambiatisi i
saluti, più che con le parole col capo, gli uni contro gli altri
piegandolo a modo dei montoni, che si accingano a cozzare fra loro, il
signor Pancrazio, come il più anziano dei secondi del Faina, pigliandola
alla larga per iscoprire marina, incominciò a deplorare la barbara
costumanza del duello, alla quale è forza, che anco il buon cittadino si
sottoponga come a giogo odiatissimo per colpa di non avere o voluto, o
saputo, o potuto fin qui istituire un tribunale di onore, che possedesse
tale reputazione da fare regola nel mondo; e via e via sopra questo
metro sciorinando tutti gli argomenti, i quali per essere stati detti e
ridetti hanno messo la barba bianca; e i padrini di Omobono zitti.

Allora il signor Pancrazio, che la pretendeva a sottile, si provò a
stringere il cerchio aggiungendo: che gli andava proprio il sangue a
catinelle, nel considerare come si trovassero al cimento di tagliarsi la
gola due egregi cittadini, fiori di galantuomo, l'uno _pubblicista_, che
tanti servigi ha resi, e potrebbe tuttavia rendere alla causa della
_libertà_ e della _civiltà_, nonchè della _umanità_, padre di famiglia,
servizievole, letizia delle liete brigate; l'altro giovane erede
d'immense ricchezze, alacre, solerte, stoffa da cavarne un finanziere
coi fiocchi, destinato a sostenere una _brillante carriera in Società_;
e «come a me cuoce il presagio di tanto guaio, vado persuaso, che
cuocerà anche ad altri»; ed i padrini di Omobono duri.

E poichè, tastato il terreno il signor cav. Pancrazio Luridi (che tale
aveva nome e cognome il padrino del Faina, ed era cavaliere anch'egli),
conobbe come bisognasse venire addirittura a mezzo ferro, onde non senza
un qualche impeto esclamò:

— Debito sacrosanto dei padrini, imposto non solo dalla religione, ma
eziandio da ogni norma del vivere onesto, è procurare con ogni estremo
conato, comporre gli screzi ed impedire lo spargimento del sangue e la
perturbazione delle famiglie. Tale almeno fu sempre lo scopo che si
proposero tutti quelli che si vituperano col soprannome ignominioso di
moderati, epperò non dubitare che i democratici volessero rimanersi da
seguitarli sopra questo sentiero..... ma come dic'egli il proverbio?
Alla svolta ti provo.

— Questa è una botta diritta per noi — masticò fra i denti il giovane
conte, e si accingeva a rendergli pan per focaccia, quando il compagno
lo trattenne osservandogli che a lui come più attempato stava
rispondere: e ciò fece con bellissimo garbo, levatasi prima una carta di
tasca:

— Voi dite unicamente, cavaliere Luridi, e tanto io partecipo i vostri
degni sensi che nel presagio, che o da voi o dal vostro egregio compagno
mi sarebbero tenuti siffatti propositi, aveva preparato un _bocconcino_
di dichiarazione, la quale, dove il vostro signor primo non trovi
difficoltà a sottoscrivere, darà di un tratto sopita ogni querela.

— Sentiamo, sentiamo, e quando sia osservato il decoro...... la
convenienza del mio signor primo, non mi tirerò certamente indietro
dallo adoperarmi perchè venga da lui accettata.

Così il Luridi cavaliere e l'altro secondo, che non era cavaliere, ma
meritava esserlo, ribadivano il chiodo:

— Certo s'intende, salvo onore del nostro signor primo, e senza
pregiudizio delle dovute riparazioni.

— «Io sottoscritto (dopo avere spiegato il foglio, lesse pacato il
Sagrati) cavaliere Luigi.....» Credo?

— Appunto, Luigi.

— Figlio?

— Di Ambrogio.

— Morto, o vivo?

— Morto.

— «... del fu Ambrogio Faina, nella mia qualità di _gerente
responsabile_ del giornale intitolato il _Gingillino_, di mia certa
scienza, e libera volontà, dichiaro avere ingiuriato villanamente, ed a
torto, il signor Omobono, del vivente Marcello Onesti, e sua famiglia
con disegni e scritti nel mentovato giornale più volte; lo prego a
volermi perdonare come cristiano e come cittadino, e lo supplico
inoltre, nonostante la mia provocazione, di mandare a monte il mio
cartello di sfida, considerandolo come non avvenuto ad ogni effetto di
ragione. Milano questo dì, ecc......» — Dopo che voi, signori, lo avrete
fatto segnare da lui.....

— Basta, basta, che ce n'è d'avanzo. Comprendo, signor colonnello, che a
voi è piaciuto divertirvi alle nostre spalle.

— Mi maraviglio di voi, signor cavaliere; io non ho la pessima usanza di
pigliarmi gioco di chicchessia, massime in occasioni tanto solenni. E
poichè vi abbiate pegno che io parlo da senno, vi accerto addirittura,
che non sarò mai per accettare dichiarazione, la quale anche di una sola
virgola differisse da questa.

— Com'è così andiamo innanzi: rimane inteso, che al mio primo appartiene
la scelta delle armi.

— Adagio, chè ho fretta, cavaliere — soggiunse il colonnello — la scelta
delle armi al contrario spetta al mio.

— Oh! quanto a questo poi non cedo.... — esclamò vivacemente il Luridi,
lieto nella speranza gli si parasse davanti un attaccagnolo, onde
uscirne pel rotto della cuffia, e l'altro:

— La è chiara come l'acqua. O scusi, chi provocò il primo? Chi toccava
il cavaliere Faina? Chi gli badava? O non dettò egli le ingiurie? O non
consentì egli che l'infame disegno nel suo giornale si pubblicasse?

— Questo non è provato, mentre lo schiaffo è chiaro e lampante; inoltre
se le cose allegate costituiscano o no ingiuria vorrebbesi discutere e
provare, mentre lo schiaffo è schiaffo in tutte le cinque parti del
mondo.

— Eh! in coscienza non potrei dire diversamente, ma tanto è, la
provocazione mosse dal cavaliere Faina, tutto al più potrei, sebbene a
malincuore, convenire per la parte del mio primo esservi corso eccesso;
ora voi, signor cavaliere Luridi, che siete versatissimo in questa
maniera negozi, voi sapete come si proceda in simili casi; se ne rimette
la scelta alla sorte.

— No davvero, qui non ci cade dubbio; la scelta dell'arme va _de jure_
al mio primo.

— Cavaliere, pigliate un granchio.

— Marchese, prendete un marrone.

— Io insisto.

— Ed io non mi ricredo.

— Io pure — aggiunse facendo bordone il compagno del cavaliere Luridi.

Allora il contino Anafesti, impetrata licenza di parlare, disse:

— Per commissione speciale del mio primo, cedo all'avversario la
elezione dell'arme.

— Dunque la spada.

— E la spada sia.

— A tutto sangue; — rincalza il Luridi — importa che una buona volta si
sappia che i duelli per burla si hanno a smettere.

— Voi avete un sacco ed una sporta di ragioni; tale fu la usanza dei
nostri vecchi, e perciò essi nei duelli facevano portare le bare.

— I riposi poi....

— Che riposi? Di riposi non si ha neanche a parlare.... finchè hanno
fiato stieno col ferro in mano.

— Pure se volessero sostare....

— A che pro? Tanto il duello non è all'ultimo sangue? — Più presto si
ammazzano, e più presto finisce la storia.

— Ma gli è di rubrica....

— Non si stia a confondere, tanto alle prime botte s'infilano ambedue,
come succede fra quelli che non sanno maneggiare la spada....

— Non sa maneggiare la spada? Avverta bene, marchese, che il cavaliere
Faina ha fatto stare al canapo anco il Parise di Napoli....

— Tanto meglio; ammazzerà più presto il suo avversario. Dunque lo
scontro a domani....

— Domani è troppo presto....

— Le cose lunghe diventano sempre serpi; e lo indugio piglia sempre
vizio.

— Domani è presto; vogliano rammentare che il cavaliere Faina giace
tuttora infermo a letto.

— A cagione dello schiaffo?

— A cagione dello schiaffo, che in breve, non dubitino, sarà lavato col
sangue....

— Potrei sbagliare, veh! ma per mio giudizio, — osservava il colonnello,
gli farebbe meglio uno empiastro di semi di lino. Basta, fissiamo
senz'altro sabato mattina: allo spuntare del giorno, se me lo
permettete, manderò la mia carrozza a pigliarvi, e lo credo prudente,
per non mettere tanti a parte del segreto: noi staremo ad aspettarvi
fuori di porta Ludovica. Le armi troveremo nella villa dello amico il
quale ce la presta volentieri per terminare la contesa; procurerò ci si
trovi anco un cerusico, e se volete condurne un altro di vostra fiducia
anche voi, padroni. Sta bene così?

— Approviamo.

— A rivederci a sabato.

                                 *

— Maledetta questa vita da cane! — esclamò il questore cavaliere
Speroni, svegliato innanzi l'alba dal suo cameriere, e pieno di rovello
gli domandò:

— Che ci è egli di nuovo?

— Ecci un signore che ha il nastro di cavaliere sul petto ed uno
empiastro al viso, il quale fa istanza per parlare a vostra signoria per
cosa di grandissima premura; da questa carta vedrà di che si tratta.

— Ho capito — soggiunse il questore, gettato appena l'occhio sulla
carta, la quale per ogni buona cautela era stata posta dentro una
bolgetta sigillata; — digli che passi.

— O cavaliere, siete voi? Che novità ci portate? Accomodatevi e
informatemi presto di che cosa si tratti.

Qui il Faina prese ad esporre a modo suo il caso successogli con
Omobono, ed il questore, che già lo sapeva a mena dito, gli diede spago
e lo lasciò dire. Quanto la calunnia sa immaginare di più sfrontato nei
suoi parossismi di rabbia, e la perfidia di maligno il Faina s'ingegnò
insinuare nell'animo del questore a danno di Omobono e dei suoi secondi:
si chiamò vittima d'infame tranello; i suoi padrini soperchiati avere
dovuto accettare per arme la spada, nel maneggio della quale andava
celebre il rompicollo del suo avversario: così tramato il suo
assassinio, dov'egli non ci avesse posto riparo, avrebbe avuto il suo
compimento.

Allora il questore, senz'altre parole, preso il suo stratto segnò dietro
dettatura del cavaliere Faina: «sabato.... all'alba.... porta
Ludovica.... carrozza.» Scritto ch'egli ebbe, aggiunse:

— Vedete, cavaliere, per riconoscere meglio la carrozza, procurate
abbassare le tendine da ambe le parti; sarebbe bene, che portaste con
voi qualche arme, così piglierebbe più colore il negozio, e porgerebbe
ragionevole appiglio alla polizia per procedere allo arresto: andate e
vivete tranquillo, che alle mie mani non succederanno guai: però da
quello amico che mi professo esservi vi avviso a temperare la vostra
penna; il troppo stroppia, e il Governo va servito discretamente; ecco
voi avete preteso farmi apparire i signori dei quali testè mi favellaste
come demagoghi e sovvertitori della monarchia, mentre questo non è ed io
li so indifferenti, e a noi ci basta: intanto da parecchie settimane mi
avevate promesso mettermi in mano la trama di una setta repubblicana, e
fin qui menate il can per l'aia, esponendomi al rischio di scomparire
col prefetto e col ministro.

— Eh! caro mio, io l'ho da fare con merli accivettati; però sto lì lì
per gettare il giacchio, e farne una retata.

— Orsù via sbrigatevi, che ben per noi; comecchè questi benedetti
deputati sembra che vogliano rubare agli ebrei il mestiere di tosare le
monete, pure i _fondi segreti_ bastano sempre a ricompensare i servizi
importanti. Ed ora, cavaliere, lasciatemi riposare un altro poco, che
stanotte non ho chiuso un occhio. Addio, cavaliere.

— Cavaliere, addio.

                                 *

Nel riferire, che i testimoni fecero ad Omobono il successo e i patti
del duello, i quali furono da lui facilmente approvati, tanto non si
potè tenere Ludovico, che non gli dicesse:

— Sentimi, amico, Dio sa se ti abbiamo servito e ti serviremo di cuore,
ma a favellarti aperto ci tormenta un rimorso, ed è di avere accettato
con troppa correntezza la spada per arma della sfida, perchè
micidialissima se la tratta il coraggio, e peggio se la paura: spinta
dal braccio e abbrivata dal moto della persona trapassa come ago, e poco
ferro nel cavo del corpo basta ad operarvi ferite insanabili: ora per
nostra quiete dimmi, a parare ti senti capace?

— Tra bene e male spererei. Un dì mi dilettai a tirare, e il maestro
Filippo mi assicurava trovarmici disposto, ma il maestro, come capisci,
era interessato a che non ismettessi; pure, che io deva avere
disimparato affatto non crederei.

— Proviamo un po' se ti piace; hai in casa i fioretti?

Omobono andò pei fioretti, e ritornato ne presentò uno a Ludovico, il
quale con elegante prestanza si pose in guardia aspettando lo assalto;
ma Omobono avendogli giustamente osservato che, se voleva provarlo alle
parate, toccava a lui essere assalito, non già assalitore, Ludovico
prese ad investirlo con impeto. Le industrie del gioco egli adoperò
tutte; anzi un cotal poco stizzito per incontrare maggiore contrasto che
non aspettava, raddoppiò di solerzia, e di ardore: però invano, tantochè
rifinito di forza voltò la punta del fioretto a terra esclamando:

— Ma siamo a cavallo, laudato Dio tu sei un Marte..... un professore
proprio di cartello.

— O non potrebbe darsi, scusa ve' Ludovico — osservò il marchese Sagrati
— che a te ne avessero insegnato di molto, ma tu ne avessi appreso poco?

— Bene, fa una cosa, lascialo riposare e poi prova tu?

— Oh! io non mi sento stanco — disse Omobono, ponendosi nuovamente in
guardia. — Colonnello, ai vostri ordini.

Ma il colonnello si era dimenticato dei suoi anni, mentre questi non si
erano punto dimenticati di lui; però in breve soffiava come un mantice,
e si sentiva bagnato fino alla camicia; comecchè dallo assalto passasse
con molta disinvoltura alle parate, pure in un bacchio baleno fu toccato
due volte.

— _Jam fuimus Troës!_ — tra sorridente e mesto disse il dabbene uomo,
abbassando il fioretto — però ti esorto ad esercitarti con Ludovico fino
a sabato; e se allora il Faina non manca, vivi tranquillo, che tu gli
darai la giunta della derrata.

— Come, colonnello, — interrogò Omobono — dubitereste voi che egli
venisse?

— Eh! caro mio, a questi lumi di luna non per nulla si è cavaliere.

                                 *

Il tempo, di cui il _bulimo_ non si attuta mai, divorato appena il
venerdì, si era messo in tavola il sabato, ed a stento un po' di bruzzo
faceva capolino dalla parte di oriente, quando la carrozza, giusta il
convenuto, si fermò all'uffizio del _Gingillino_; salirono in essa il
Faina (nonostante ogni dimostrazione degli amici, carico di un fascio di
spade e di sciabole avute in presto dalla questura) e i suoi padrini:
prima cura del pro' cavaliere fu abbassare le stoie, e ciò fu notato
anco dal cocchiere, il quale col capo accennò di approvare; chiuso lo
sportello, via a corsa. Adesso parve al Faina, che s'ingegnava sbirciare
gli oggetti dalle tendine scostate, di essere giunto alla porta, e si
apponeva in questo, che ad una porta egli era, sicchè con un gran
battere di cuore aspettava la fermata, la intimazione dello arresto _et
reliqua_: pareva a lui cotesto suo tiro magnifico, come quello che lo
cavava fuori dallo impiccio anco con onore agli occhi dei suoi
testimoni, tenuti al buio di quella tale sua visita al questore.

— Carrozza Sagrati! — gridò il cocchiere passando di tutta corsa sotto
la porta.

— Lascia passare, — rispondeva lo ispettore dal casotto delle guardie
doganali: e il cocchiere fasciando di una brava frustata il collo dei
cavalli, proseguiva più veloce che mai.

— Come! Come! Come! — guaiava il Faina. — Che tradimento è questo?....
non dovevano fermare la carrozza? Non frugarla? Massime così di mattino?

Ed il Luridi a posta sua osservava:

— Certo, fa specie anche a me, ma lo ispettore sarà stato imbeccato dal
marchese.

— Non si doveva lasciare imbeccare: qui sotto gatta ci cova: gli ordini
erano precisi..... m'informerò bene io dello ispettore..... lo
perseguiterò a morte nel giornale e fuori, e giuro a Dio non mi fermerò
finchè non lo abbia ridotto ad accattare insieme alla sua famiglia.

— Lascia stare il cane che dorme; come sai, danno del pubblico non ce
n'è stato, chè roba da gabella non portiamo noi; e badiamo a non farci
altre stincature, — parlava il Luridi, fiutando l'aria, ormai ritroso di
spencolarsi più oltre pel Faina; il quale si coperse con le mani la
faccia bagnata di freddo sudore, e maligno com'era incominciò a
sospettare della fede dei compagni: — Poveri (egli abbacava nel suo
cervello) crivellati da debiti, _essi_ si vendono per necessità, ed anco
per boria di comparire, però che _essi_ si sentano così abbietti, che
quando taluno li ricerca in compra, se ne tengano come di onore. Ah! li
disegnava a pennello colui che disse: «Giuda vendè un Cristo per trenta
denari, ed _essi_ per un denaro solo venderebbero trenta Cristi: dove
mai salissero sur un fico, non ci monterebbero già, come Giuda, per
impiccarcisi, bensì per cogliervi i fichi maturi e mangiarseli.»

E così avrebbe chi sa per quanto continuato, se la coscienza, come il
cane da pastore insegue il lupo, non gli correva dietro gridando: e tu,
mascalzone, non sei dei loro?

                                 *

— Bene arrivati! — disse il marchese facendosi allo sportello, il quale
aperto, ed aiutati i sopraggiunti a scendere, soggiunse: — Favoriscano
qui in casa; l'aria punge stamane, e penso non tornerà loro sgradevole
confortarsi lo stomaco con una refezioncella.

Assentirono, in silenzio si ristorarono, ed in silenzio si condussero
poi sopra un prato dietro la villa. Il Faina ed i compagni suoi non si
diedero altramente pensiero delle armi che avevano seco loro portate,
onde il colonnello si trasse innanzi con un mazzo di fioretti senza
bottoni, forbiti e nuovi, affinchè i testimoni scegliessero o facessero
scegliere al Faina; scelsero essi, che costui se ne stava come una cosa
balorda; poi uniti insieme esaminarono il pratello cosparso di uno
strato di finissima sabbia; e comecchè ogni sassolino ne fosse stato
remosso, pure ne scansarono qualche altro che parve loro male sopra gli
altri sporgente: ancora si condussero in certa stanza terrena per
assicurarsi se il cerusico si fosse ammannito per ogni evento, e
trovarono com'egli avesse disteso sopra una tavola il suo
_armamentario_, sarracchi, seghe, di più maniere coltelli, pinzette e
_pistorini_[19] di varie dimensioni, viti da comprimere, fila, fasce,
cerotti, in un catino apparecchiato il diaccio, in un ramino acqua
calda; insomma ogni cosa in punto da morire nelle regole per le mani del
cerusico, caso mai non avesse stecchito il duellante sul colpo una botta
diritta.

Lieta commedia presentava in cotesto momento il Faina, ora ritirando la
gamba destra ed ora la sinistra, quasi avesse sotto i piedi carboni
accesi; apriva e chiudeva a vicenda l'uno e l'altro occhio, con le mani
annaspava, contorcevasi in atti convulsi, per modo tu lo avresti
reputato colto dal male di san Vito.

I padrini di ciò non si accorsero, o, come credo, piuttosto non se ne
vollero accorgere, e molto gravemente si condussero sul campo: non
tirava un alito; il muro della villa, volto ad occidente, rimaneva
parato dal sole che allora spuntava, sicchè non ci era da far quistione
sul giusto reparto di vento e di luce; Omobono ed il Faina furono posti
una ventina di passi distanti fra loro; il primo con una pace da mettere
il ribrezzo della quartana addosso al suo avversario, cavatosi il
cappello, la veste e il corpetto, ripiegò tutto per bene; il Faina
intirizzito non aveva balìa di moversi; solo ad ogni tratto sbadigliava.
Allora il Luridi gli si fece da lato, e non senza durezza gli disse:

— Ed ora che gingilli? Sbrigati a buttare giù i panni e vieni a
batterti.

  [19] Quegli arnesi che si chiamano _bistourì_ si hanno a dire
  _pistorini_, perchè prima inventati e fabbricati a Pistoia.

— Io non mi batto.... non mi vo' battere.... — borbottava fra i denti il
Faina come invaso da improvviso furore. — Birboni!... traditori!... lo
vedo bene che m'avete tratto alla mazza.... per invidia.... perchè non
vi sentite, quanti siete capaci di legarmi le scarpe....

— Per Dio! sei ammattito Faina.... abbassa la voce.... Oh! che
vergogna.... che vergogna!....

— Che credete, che io non abbia capito? Voi mi volete arraffare il
giornale.... voi ci volete rimanere soli per beccarvi il mensuale delle
_spese segrete_.... soli a godervi le mance del prefetto.... soli, i
toccamano del ministro....

— Ma Faina.... via.... senti.... ormai ci siamo tutti per la pelle....
calmati.... piglia il fioretto in mano, dopo due botte o tre, confidati
in me, io ti prometto di fare in modo di aggiustare il negozio....
Diavolo! o ch'egli ti abbia ad ammazzare alle prime quattro o sei
stoccate!

— Quattro.... o sei! — continuava a digrignare fra i denti il Faina —
alla prima mi passa da parte a parte... Io non mi batto... non mi voglio
battere... Sono un vile.... datemi del poltrone, non me ne importa un
accidente....

E qui un profluvio di altre parole turpemente smaniose.

Il Luridi, tuttochè luridissimo fosse, stomacato della abiezione di
costui, gli ordinò con mal piglio di tacere, e quindi s'incamminava
verso i secondi di Omobono per tentare di mettere uno _empiastro_
qualunque sopra tanta bruttezza. Di vero, chiesta ed impetrata nuova
conferenza, propose che i duellanti si toccassero la mano, e così
s'intendesse senza altro da entrambe le parti rimessa ogni ingiuria:
venne scartato il partito; allora il Luridi uscì fuori con un'altra
composizione; lasciassero andare il Faina pei fatti suoi, e chi ha avuto
ha avuto.

— Che sono tutte queste giammengole? — proruppe il colonnello con una
faccia, che parea Longino. — Qui non si fila, nè si tesse; voi sapete il
debito vostro, o costringete il vostro primo a battersi, od uno di voi,
o, se volete, ambedue, padrini del Faina, disponetevi a battervi con noi
altri, padrini di Omobono.... a meno che, come già vi dichiarai, il
querelante non sottoscriva senza tanti gingilli la scusa che io vi
lessi.

— E non cred'ella, signor marchese, nella sua generosità, che non avanzi
altra via per assettare meno ignominiosamente questa faccenda.

— Veruna.

— E non consentirebbe a modificare in parte i termini della
dichiarazione?

— Se si muta una virgola, mi chiamo sciolto da qualunque impegno.

Allora il Luridi, non dandosi per inteso di quella parte del discorso
del Sagrati che chiamava i secondi del Faina a sostenere la sua querela,
rispose:

— Questi signori ci vorranno essere cortesi di dispensarci dal
presentare noi la loro formula di dichiarazione al Faina.

— Volentieri lo faremmo, ma noi non possiamo. Noi non lo conosciamo, e
nè lo vogliamo conoscere: voi accettaste il suo mandato, e non vi è
concesso ricusarne le conseguenze: chiamatelo voi, ed al cospetto nostro
ditegli il patto col quale gli consentiamo il recesso dalla querela.

— Faina, venite qua — disse il Luridi vòlto a cotesto sciagurato — udite
a quali condizioni questi signori renunziano a mandare innanzi il
duello.... voi avreste a sottoscrivere questa dichiarazione. E qui gli
pose in mano il foglio, che gli aveva dato il marchese, il quale con mal
piglio gli ordinò:

— Leggete forte, che possano sentire tutti.

E il cavaliere Faina lesse tutto di un fiato, senza stringere ciglio, il
terribile scritto.

— Ebbene, siete voi disposto a segnarlo?

— Sì, solo vi supplico di una grazia, signori, promettetemi di non
pubblicarlo; sarei rovinato, pensate che ho famiglia.

— Noi non promettiamo nulla, anzi protestiamo di volerci valere di
questo documento nel modo che ci parrà più vantaggioso agli interessi
del nostro signor primo.

Allora il Faina si strinse nello spalle e segnò.

— Potete andare. — E con queste parole e più col cenno il marchese gli
fece capire, che si doveva immediatamente levare loro dinanzi. Al Faina
pertanto toccò tornarsene pedestre in città; le strade erano tutte
motose per una pioggerella caduta nella notte, ed egli diguazzava nel
fango inzaccherandosi dietro fino al codione: a vederlo trottare in
mezzo alla melma, concio in cotesta maniera, borbottante, gesticolante
come matto, i villani, che dal contado venivano in città al mercato, lo
straziavano con motti uno più pungente dell'altro.

Il marchese dopo avere trattenuto certo spazio di tempo il Luridi e il
suo compagno, porse loro (per volere espresso di Omobono) la
dichiarazione sottoscritta dal Faina, ammonendoli severamente:

— Signori, prendete, queste sono carte le quali recano infamia, e molta,
a cui le fa, ma non apportano onore a chi le riceve; e noi non ci
gioviamo a valercene. Permettete però che io vi avverta di procedere
un'altra volta più cauti prima di prendere queste gatte a pelare. A noi
non piacque insistere perchè da voi si adempisse il debito assunto di
dare fine colla vostra persona alla sfida, e da questo lato voi siete
fuori di pericolo, ma a noi non istà salvarvi dal discredito che vi
siete tirato addosso col sostenere le parti di soggetto sì indegno.

Ringraziarono, scusaronsi, e inchinandosi con tutte le curve
immaginabili, cotesti secondi, che valevano il loro primo, uscirono di
casa dove li attendeva la carrozza: invitati a salire da un servo,
salirono, nè ebbero scorso gran tratto di cammino che scopersero da
lontano il Faina in contrasto con la belletta; quanto più poterono si
trassero indietro nascondendosi per non essere obbligati, almeno per
convenienza, ad accoglierlo in carrozza: egli però, che andava come cane
arrabbiato privo di lume, non li scorse, e fu ventura, chè altrimenti
chi sa che razza di maledizioni avrebbe avventato contro di loro.

Quando Omobono e gli amici suoi tornarono in città non si ricambiarono
una sola parola, molto più che videro il colonnello immerso in profonda
meditazione, e per quanto pareva, ad argomentarne dai segni esterni,
penosa: sul punto di separarsi però, sembrando ad Omobono poterlo fare
senza indiscretezza, gli domandò se si sentisse indisposto; alla quale
interrogazione il colonnello rispose:

— Di spirito, sì, imperciocchè io pensassi: se tu scarpicci uno
scorpione tutti ti battono le mani e dicono: _bravo_! Mentre se tu
avessi scarpicciato il cavaliere Faina, a questa ora magistrati e sbirri
ti correrebbero dietro, come cani da caccia, per agguantarti e conciarti
pel dì delle feste. Pensava altresì che se tu ammazzavi il Faina forse
ti aspettava la medesima pena che se tu avessi levato dal mondo Cesare
Beccaria. Su quale fondamento sputiamo sentenze noi? E sentenze che
importano fama, vita e sostanze? Se giudichiamo pel danno che sente la
società dalla morte di un suo membro, ci hanno casi nei quali il
municipio avrebbe a instituire un premio a cui li leva di mezzo, come fa
con gli uccisori del lupo; se invece pigliamo a norma della sentenza la
intenzione dell'agente, io davvero sarei lieto di sapere in grazia di
quali arnesi un uomo mi apre il cuore e vi legge dentro. Questa nostra
società è una campana fessa; così non può andare.

                                 *

I nostri gentiluomini tacquero, interrogati, risposero ambigui come
quelli che andavano convinti davvero veruna gloria venire ad essi da
cotesta avventura, e tuttavolta non potè rimanere occulta; troppe le
persone che ci avevano preso parte. All'osso dalli addosso: il Faina
bandirono da ogni casa, da ogni ritrovo; lo sfuggirono i buoni ed i
tristi: i buoni per naturale repugnanza, che volentieri rendono
manifesta quante volte lo possano fare senza fastidio e senza pericoli;
i tristi perchè la società loro è società di lupi; finchè sani si
aiutano, feriti si mangiano. Ma costui, fasciato, anzi corazzato di
sfrontatezza, non lasciava presa; a mo' che una pianta vecchia
schiantata dal torrente, si drizza talora in mezzo del fiume, e par che
sfidi le acque grosse che la strascinano, così egli presumeva
atteggiarsi a Capaneo della opinione pubblica, e male gl'incolse,
ch'egli ebbe a patire le ultime ingiurie per parte dei monelli di
piazza, terribili giustizieri di tutte quelle sentenze di morte, le
quali invece che con la mannaia si eseguiscono co' torsoli di cavolo.
Non ne potendo proprio più, il cavaliere Faina si raccomandò al
questore, perchè lo allontanasse da Milano, e quegli gli rispose come
gli antichi baroni agli ospiti, passati i giorni di corte bandita, cioè
che stava in potestà sua l'andare e lo stare; ma l'altro diceva:

— E come camperò io, dopo che per servire il Governo mi sono chiusa la
via di presentarmi ai galantuomini?

Il questore, consultati in proposito i suoi superiori, gli offerse
mandarlo a Trapani guardia di sicurezza.

— A me cavaliere questo oltraggio sanguinoso? — urlò il Faina, guaì,
disse cose da chiodi, minacciò darsi al disperato, avrebbe scoperto gli
altarini; teneva buono in mano per far conoscere a insinuazione di cui
aveva calunniato Tizio e messo in mala voce Sempronio. Fatto un po' di
riscontro di cassa, giudicarono prudente evitare gli scandali; quindi
gli proposero mandarlo vice-direttore in un penitenziario; anche qui il
Faina andò sui mazzi, o finse; taluno gli bisbigliò negli orecchi:
ricordasse colui, che per troppo volere, ebbe un carpiccio di bastonate;
il Faina si consolò con lo esempio di Scipione, e nel ridursi in un
angolo remoto d'Italia a rodere quella crosta di pane esclamò a sua
posta: _ingrata patria, non avrai le mie ossa!_

Gli altri proprietari collaboratori del _Gingillino_, per quanto si
affannassero, tanto non poterono fare che il contagio del Faina anco
sopra di loro non si appiccasse. Giornale non letto è ranocchia crepata;
il _Gingillino_ uscito dalla mota ritornò nella mota: ma senza pro della
morale pubblica, chè di simili giornali non ci ha penuria mai; fecondati
dalla malignità umana, come l'ortica nascono, pungono e muoiono per
riprodursi più fitti.



CAPITOLO VII.

ADULTERI A TARIFFA.


I giovani credono troppo, ed i vecchi troppo poco. Di cui la colpa? Di
nessuno. Nei primi anni della vita abbondano il volere e il potere,
negli ultimi fa difetto il potere. L'uomo quando si pone davanti la sua
giovinezza come un'anfora colma del vino di Opimio, ben può affogare in
quello e mente e cuore, imbestiandosi turpemente nella ubbriachezza; ma
questo egli non fa, o di rado fa, ed invece vi attinge le care fantasie
dall'ale di farfalla, folleggianti intorno alle rose e i capricciosi
ghiribizzi che si rincorrono perpetuamente sopra una ruota composta dei
colori dell'iride: nel vino tinge, quanto dece, le fiorite guance
Venere; nel vino, dicono, che spenga i suoi strali Amore, quando li cava
ardenti fuori della fornace; nel vino talora l'eroe pesca i suoi
entusiasmi di patria; la morte stessa talora si è spruzzata il teschio
col vino.... e valga il vero, Leonida dove ordinò che andassero i suoi
trecento innanzi che s'immolassero ai Geni della Libertà? Li mandò a
desinare, perchè quanto alla cena, li aspettava allo inferno. Ora va pei
suoi piedi che se li mandò a mangiare, li mandò altresì a bere, perchè
il bere sta al mangiare come alla messa il prete, e ci è da giocare il
triregno contro un laveggio di Pistoia, che novantanove su cento
bevessero vino. Gli uomini da secoli arrangolano per trovare la verità
sulla terra, e non la trovano; in chiesa non ci bazzica più per paura
delle scottature; in Corte nè manco, dacchè un ciambellano traditore le
diede il gambetto al sommo di una scala facendogliela ruzzolare fino
all'ultimo scalino; dai Parlamenti la cacciarono via a furia di
granatate; nella curia gli avvocati l'accecarono col fumo di paglia
bagnata, cioè con le loro parole: in campagna i contadini le aizzarono
alle gambe i cani da pagliaio, in città i cittadini le appiccarono la
coda dietro, come i monelli costumano a mezza quaresima: perseguitata a
morte, la verità si tuffò dentro un tino di vino e quivi chi la vuole
vada a trovarla. _In vino veritas_, ha bandito lo Spirito Santo,
personaggio dabbene ed incapace di profferire bugie.

Ma quando poi l'uomo vede innanzi a sè la vecchiezza sotto la forma
dell'anfora vuota, sicuramente che non ci si potrà inebriare; bella
forza! non ci è più vino. Il vizio non può più correre; lo ha attrappato
la gotta: i peccati mortali e non mortali vorrebbero pure (tanto per non
poltrire nell'ozio) esercitarsi in qualche consueto lavoro; ma, ahimè!
frugando per tutta la bottega non trovano più arnesi. La vecchiezza
comparisce ravviata, positiva, unita come il suo cranio calvo; le
illusioni non l'abbindolano più, la tentazione anco solleticandola con
una penna di passero nelle narici non varrà a farla prorompere in uno
starnuto; in compenso di tutto questo perduto, ella acquistò una qualità
solenne, una qualità da mettersi sopra gli altari ed accenderlesi i
moccoli ai piedi, da farla diventare nera in tre mesi a furia di
suffumigi d'incenso.... la _esperienza_. Peccato! che questa matrona ti
venga a casa in compagnia del falegname per pigliarti la misura della
cassa da morto.

Il nostro Omobono pertanto come giovane credeva, e gli giovava credere,
in moltissime cose: alle parole delle donne; quanto alle lacrime, non se
ne discorre neppure.

                                 *

Ma prima di proseguire, torno un passo indietro; e veruno ci trovi a
ridire, perchè senza passi indietro io non lessi mai storia, nè la udii
raccontare.

Omobono dunque per le due avventure da me riferite, diventò il _Saracino
di piazza_, o, come oggi si dice, il _Lione_. La fama, volando, portava
il suo nome di bocca in bocca, senza stancarsi mai, anzi ci prendeva
balìa per volare più lontano; l'avo Omobono ne andava in visibilio, o ne
faceva le viste; voglioso poi che il figliuolo della sua predilezione
non iscomparisse rimpetto agli altri giovani incliti per censo o per
lignaggio, volle che il nipote accettasse eleganti carrozzini e cavalli
magnifici, così da tiro, come da sella, il _groom_ e il _tigre_ insieme
alle altre diavolerie con le quali la dissipazione insapona le scale al
fallimento: e per dire il vero, non ebbe a insistere troppo presso al
nipote, ond'ei si lasciasse fare, chè la vanità ha il sonno più leggero
della lepre, che per poco stormire di frasca si risveglia; e se l'avo si
mostrava disposto a largire con una mano, l'altro era lì pronto ad
agguantare con due.

Se si conoscessero tutti i danni e i fastidi che partorisce la
celebrità, io per me credo che non vi sarebbe uomo al mondo, il quale
incontrandola per la via non fuggisse peggio di un cane arrabbiato.
Ognuno sa dove gli fa male la scarpa. La fama è una croce come le altre,
e chi l'ha sulle spalle deve portarla fino al sommo del monte. Adesso
continuiamo a raccontare di Omobono.

Certa sera, mentre egli se ne tornava placidamente a casa, ecco sente
toccarsi sopra una spalla; si volta risoluto e vede davanti a sè una
donna aitante, di forme egregie di corpo, velata così da non lasciare
conoscere la sua sembianza nè anco se fosse stato di giorno, figuratevi
se di notte! Costei gli mette in mano un foglio e va via; e poichè egli,
come era naturale, pigliò subito a perseguitarla, ella che se ne
accorse, si volse a mezzo con la persona e con tale un gesto, che parve
preghiera, ma che poteva ancora esser comando, gli intimò che cessasse
ed egli obbedì, quantunque il suo cervello cominciasse a fermentare.

Riprese dunque il cammino di casa col passo consueto, deliberato di
aprire il foglio in camera sua; ma la curiosità crescendo mano a mano
che diminuiva la via, accelerava il passo, sempre fermo però di leggere
il foglio a casa; però il_ vino di Opimio_, che gli lavorava dentro non
lo permise, sicchè il solletico della curiosità diventato
insopportabile, egli ebbe ad accostarsi ad un muro, e quivi raccogliendo
quanto più potè della luce di un lampione, spiegò la carta e si mise a
leggere. Elegante tutto, inviluppo, carta, scrittura; il foglio dettato,
già s'intende, in idioma francese esponeva: _come qualmente_ una
infelice femmina, di condizione contessa, di nazione lituana, _vittima_
di un _mostro_ (il mostro, va da sè, era il marito) che dopo essere
stato da lei sposato ed arricchito con immense possessioni poste in
Lituania, Posnania, e in _altri siti_ (la Guascogna ai giorni nostri,
mutato polo, andò in Lituania) adesso, allegando per pretesto la sua
infecondità, pretendesse ch'ella testasse, e lui di ogni suo avere
instituisse erede; questo repugnare alla sua religione, alla sua
coscienza ed al rispetto della propria famiglia, _eccetera_; il marito
di lei, furibondo per siffatto contrasto, non lasciarle pace, nè quiete,
ed ultimamente essere trasceso ad atti violenti, temere di peggio: allo
improvviso, ed allo scopo di venire a capo dei suoi fini, egli averla
trasferita a Milano, dove ella non conosceva anima viva: qui trovarsi da
tre giorni, e qui avere il marito reiterato le istanze, e con le istanze
le minaccie ond'ella facesse il testamento: per le quali ragioni, ella
gittarsi nelle sue braccia, affinchè le procurasse la protezione della
magistratura del paese; chè, una volta posta in sicuro, troverebbe ella
modo per informare S. M. l'imperatore di tutte le Russie, il quale,
andava più che sicura, stante la nobiltà ed i molti meriti di casa sua,
l'avrebbe liberata per sempre dal predetto mostro di suo marito.
Rivolgersi a lui come a banchiere, che per onesto premio s'incarica
curare gli interessi altrui, e perchè la fama glielo aveva dipinto
(veramente la fama non maneggia pennelli, ma la lettera diceva
_dipinto_) giovane discreto, quanto animoso, nato di madre esperta della
sventura, di uomo illustre, _eccetera_; e qui dàgli la soia a bocca di
barile: confidare pertanto, non essersi rivolta a lui invano: ispirarla
Dio; nè le sue ispirazioni averla delusa mai nelle avversità della vita.
Si recasse il dì seguente dopo l'una ora di notte al palazzo ***, e
quivi senz'altro chiedesse del conte Kranoski; lo introdurrebbe una
fidata cameriera: allora lo metterebbe a parte di ogni particolare e gli
consegnerebbe le carte necessarie.

La lettera, la quale incominciava con la sua brava corona di _perle_,
emblema di contea, finiva con la firma di contessa Dorliska Lubowmiska
Kranoski.

O vanità, trasformati in Ebe e mesci due, quattro e dieci bicchieri del
_vino di Opimio_ al nostro giovine, levato di punto in bianco alla
dignità di servire di materia alle ispirazioni di Dio. Vedeste traverso
il microscopio solare una stilla di acqua del Tevere? Se l'avete veduta,
avrete notato altresì come miriadi di serpi nascano, scoppino per
rinascere e scoppiare di nuovo con vicenda perpetua; così fantasmi sopra
fantasmi pullulavano nel cervello di Omobono, sicchè al tramonto del
giorno che successe a quello dello incontro con la contessa se lo
sentiva tutto indolenzito. E sì, che nel canestro dei fiori l'aspide ci
era, e si sentiva nella dichiarazione di essersi la contessa rivolta ad
Omobono come banchiere, il quale dopo reso il servizio si paga, e chi ha
avuto ha avuto: ma, si sa, nobili, preti e soldati vogliono sempre
sgraffiare: colpa non loro, ma delle unghie appuntate di che li armò o
la natura o l'arte.

Nella sera assegnata il martello batteva il primo tocco dell'un'ora di
notte all'orologio del Duomo, ed Omobono poneva il piede sul primo
gradino della scala del palazzo ***. Andò su franco, non senza il
_consueto_ comporsi con la mano i capelli e i baffi; bussò discreto, e
subito apertosi pianamente l'uscio s'incontrò nella faccia di un cosacco
riposato, vestito da femmina.

— Si comincia male! — disse fra sè Omobono; nè il presagio mentì, chè la
vecchia megera in lingua francese (il lettore avrà notato come le brutte
cose si sieno fatte fin qui in idioma francese, aspettando che in breve
le si facciano in tedesco) gli disse come _monsieur le comte_, contro la
sua abitudine, per quella sera non era ancora uscito di casa; essere
_madame fâchée_, anzi disse propriamente _désolée_ del contrattempo;
supplicarlo a scusarla. _Mon Dieu! ce n'était pas sa faute_; sarebbe di
sicuro per domani sera; con altre più parole ortatorie, alle quali il
nostro giovine rispose: Stesse madama di buon animo, che ciò non
montava; assicurasse madama la _comtesse_ della sua perfetta buona
volontà, e addio per la stessa ora a domani.

In onta però alle belle parole, Omobono aveva un diavolo per capello,
perchè i giovani sentono brulicarsi il mercurio nelle vene, e spettano
per natura alla setta di coloro che dicono: _pochi ma subito_. Andando
giù in fretta ed alla spensierata avvenne che di uno sconcio spintone
urtasse nella spalla destra di un che saliva.

— _Que diable_! si esclamò da una parte: — _Pardon, monsieur_,
dall'altra. — Ma tanto presto non potè comporsi cotesta faccenda, che
urtante ed urtato non avessero agio di considerarsi bene al lume del
lampione.

Omobono vide un cosaccio mal tagliato, creatura da _caserma_, fatto a
tacche col coltello; di colore del vino puro, co' pomelli delle gote
rilevati a mo' del _cane da presa_, e il naso in su come _cane da
fermo_, il quale fiuti per l'aria l'onore militare: difatti cotesta
attitudine gli veniva dal collare rigido ed alto, il quale costumano
cani e soldati; gli enormi baffi su ritti per le guancie parevano due
granatini di stipa, e la barbetta una coda di cavallo da barroccio
cresciutagli sul mento, gli occhi tondi e strabuzzanti da destare nei
bambini una sedizione di vermini: insomma un orco. Vestiva soprabito,
secondo il costume soldatesco, abbottonato fino alla gola, dall'ultimo
occhiello del quale un nastro rosso, forse per la vergogna, si
affacciava peritoso quasi dicesse fra sè: _Mi mostro, o non mi mostro_?
Di vero egli era, a modo della testuggine, destinato a uscire dal guscio
ovvero a ritirarcisi dentro: però a lode del nastro vuolsi confessare
come egli non si affacciasse mai spontaneo, bensì costretto di obbedire
alla potente spinta, che gli dava per di dietro il dito pollice del
cavaliere.

Il sole puntuale come un mercante che ha da riscuotere una cambiale, si
levò, camminò e andò a letto, mentre Omobono, puntuale quanto _lui_, al
tocco dell'una ora di notte, era sull'uscio della contessa Dorliska
Lubowmiska Kranoski. Gli aperse la solita megera, lo salutò sommesso, e
senza altre parole lo mise dentro ad una camera oscura; non già che
fosse buia affatto, ma poco ci si vedeva, e ciò perchè il lume del
candelabro andasse avvolto di un fitto velo increspato: mobili molti a
catafascio; in confuso ogni cosa, come chi o non ebbe tempo di ordinare
la casa, o non la voglia ordinare, deliberato a farvi breve soggiorno:
in mezzo un lettuccio magnifico, e sopra esso, quello che premeva di
più, la donna. Costei mollemente adagiata, si faceva _al capo colonna_
del braccio ignudo, a perfezione tornito e bianco, e giù dal capo le
pioveva pel seno e per le spalle una vera cascata di capelli lucidi e
neri più dello asfalto; la persona intera ella teneva avvolta dentro
un'ampia zimarra di velluto nero, orlata e forse foderata di martora
zibellina.

Dopo brevi istanti di silenzio, ella con voce che a tutti gli altri
sarebbe parsa maschile, ma che Omobono giudicò divina, incominciò a
sciorinare ringraziamenti, complimenti e caccabaldole di ogni maniera;
invitato a sedere, il giovane prese una seggiola e si assettò
pudicamente a piè del lettuccio, conforme l'uso, che vuole s'incominci
in _bemolle_ per giungere di rincorsa al _cisolfautte_. Allora la
contessa esormò con moltissimi particolari la storia della quale ella
aveva presentato lo epitome nella sua lettera; mentre stava per
conchiudere, Omobono la vide di un tratto balzare di sul lettuccio e
recarsi a certo stipo, che aperse mercè una chiave tirata fuori con
precauzione dalle pieghe della zimarra: quivi prese parecchie carte
condizionate ottimamente, e le depositò sopra una tavola dove stavano
ammanniti carta, penne e calamaio.

— Ed ora, mio signore, fatevi avanti ed esaminate meco le carte, che io
vi verrò mano a mano porgendo, onde vediate se bastino a indurre il
magistrato a pigliarmi sotto la sua tutela.

— Non è caso, madama, ciò menerebbe troppo a lungo, ed io non dubito
punto che questi fogli non confermino ampiamente la verità delle cose
esposte da vostra signoria.

— Sia come volete — riprese la contessa levando la faccia verso la porta
donde era entrato Omobono; poi domandò: — Che ora fa?

Ed Omobono, consultato il suo magnifico orologio, rispose: — Un'ora e
mezza di notte.

— E vi va bene?

— Oh! quanto a questo poi....

La contessa sorrise alquanto e proseguì: — Tuttavia permettetemi,
signore, che io vi accenni la importanza di questi fogli: questo è il
testamento di mio padre, conte Daniele Casimiro Lubowmiski, aiutante di
S. M. l'imperatore Niccolò; — e glie lo porse.

Omobono, a cui non premeva il testamento più di un bottone da camicia,
attese alla mano e la rinvenne nobilesca affatto, classica nei contorni,
lunghetta alquanto e nel mezzo del dorso quanto conviene carnosa; non vi
eccedeva nodo, le vene un po' troppo turchine, segno che non vi correva
rapido, come un giorno, il sangue della gioventù: candida la pelle, ma
raggrinzita in faccette romboidali, segno anche questo che i muscoli,
dopo essere stati tesi al massimo grado, ora principiavano a rilassarsi.
Tale diversità gli artefici industri rinvennero _ab antiquo_ fra il
marmo pario ed il pentelico: quello serrato in grani uniti e con
superficie uniforme, rappresenta meglio la gioventù; questo, screziato
in minutissime mollecole la età che declina: prevalse il primo, e da
quello gli eccellenti scultori ricavarono le più mirabili statue
dell'antichità.

Certo la è una grande cosa la mano: tutti i poeti lo hanno detto in
rima, ed ancora io lo dico in prosa; ma ad Omobono tardava contemplare
in pieno la faccia di cotesta donna, la quale per istrano accidente fin
lì rimasta fuori della zona luminosa, non si svelò quale era. Di un
tratto con terribile fracasso, pari a quello che don Alfonso fece alla
porta della camera di donna Giulia,[20] uguale a quello che mossero e
moveranno tutti i mariti, quando chiappano o fingono chiappare le mogli
in _flagranti_ (e qui, dicano quello che vogliono i grammatici, la
parola _in flagranti_ cade a pennello, perchè denota i ferri arroventati
al più alto punto d'incandescenza) ed un coso rosso e scarduffato casca
in mezzo della stanza, come bomba in fortezza nemica. Appena Omobono lo
fissò in viso lo riconobbe per quel desso, in cui aveva dato dentro la
sera precedente, sicchè di un lampo ei venne in chiaro come egli avesse
avuto il puleggio, non già perchè costui si trovasse in casa, bensì
all'opposto, perchè non ci si trovasse. La donna, dopo avere mandato il
_solito_ grido, era caduta nel _solito_ svenimento resupina sul _solito_
letto; la zimarra apertasi davanti lasciò vedere com'ella vestisse sotto
la semplice camicia, donde diffondevasi, anco troppo, la così detta
_copia di gigli e di rose_: alla rovescia di Anna Bolena, la quale prima
di mettere il collo sul ceppo, attese con pudore mirabile ad
invilupparsi bene le gambe nel lembo della veste, onde nella convulsione
della morte violenta non rimanesse disonestata, caso fosse, o consiglio,
la nostra contessa mostrava le gambe fino al ginocchio; ma nella
scompostezza dei moti, cadde il velo dal lume, che percotendo in pieno
sul volto di costei, lo rivelò intero. Potenze e dominazioni del cielo!
Quale disinganno, Omobono, fu il tuo! Non sacerdotessa, bensì diacona e
archimandrita[21] colei di Venere Pafia; il corpo suo, stadio dove
l'Amore aveva corso più palii, che non tutti i cavalli della Sicilia e
della Grecia nell'ippodromo olimpico; nè Venere solo ed Amore, ma
eziandio Bacco ci si era messo in terzo, avendo lasciato la traccia del
suo passaggio pel corpo della contessa, con molte rose di colore
amaranto sul viso di lei.

  [20] Byron, _Don Giovanni_, c. I.

  [21] I diaconi erano i gestori dei negozi ecclesiastici,
  archimandrita propriamente significa _capo della mandra_.

La coscienza, la quale nel nostro fòro interno sostiene le parti di
procuratore del re, così rivolse la sua allocuzione ad Omobono: «Un
pezzo di asino grosso come te, o figlio mio, non si vide fin qui in
tutta la cristianità: un tonno, non che altri, avrebbe evitato la rete
nella quale sei caduto tu; ma ormai che la frittata è fatta, occhio alla
penna per uscirne pulito. Arme non hai, e questa dovevi portare; invece
ti trovi addosso il portafogli con di molta moneta dentro, e questo non
dovevi portare. Ma neanche l'arme ti gioverebbe; come uccidere, così
potresti rimanere ucciso; pure parrebbe più facile che la peggio avesse
a toccare a te; caso tu campassi la pelle, lo scandalo da un lato, la
melensaggine stupenda della quale desti prova dall'altro, ti farebbero
perdere in un attimo la riputazione acquistata; dunque senno _adesso_,
che di quel _del poi_ ne vanno piene le fosse, e sopra tutto bada a non
lasciarti chiudere la coda fra l'uscio e il muro».

Tutti questi successi e tutte queste considerazioni furono compiti, già
s'intende, in meno che non si dice _amen_. Tuttavia il conte marito
aveva già messo mano alla sua terribile catilinaria, accompagnandola di
_temerari_ pugni nel _capo_ e con frequenti _comment se fait-il_? Come
se fossero cose nuove, nel suo discorso ricorreva frequente il _mon
Dieu_! che di simili faccende se n'è sempre lavato le mani, all'usanza
di Pilato. Insomma egli gridava che _ce misérable_ da gran tempo
insidiava _l'honneur_ di casa sua, tentando con arti _diaboliques_
sedurre la _faiblesse de sa femme_, ed esserci, a quanto pareva,
riuscito pur troppo! _Oh rage!_

— Creda, _monsieur le comte_, — rispondeva Omobono tutto contrito —
ch'ella proprio s'inganna; creda in _onore_ che io ebbi l'_onore_ di
conoscere la sua rispettabile dama unicamente da ieri l'altro sera,
avendomi fatto l'_onore_ d'invitarmi.....

— _Tais-toi, misérable! Point de justifications avec moi..... sacré
non....._

— Ma senta, signor conte, non s'inquieti; la si lasci persuadere; miri
qua..... veda: questo è giusto il biglietto che la sua signora mi mise
in mano ieri l'altro verso l'un'ora di notte.

— _Tais-toi encore une fois, lâche!_ Tu mi hai strappato il cuore dal
petto, ed ora che farò io al mondo? _Parbleu_! ammazzerò prima, e dopo
mi ammazzerò sopra un _tas_ di cadaveri..... esempio memorabile al mondo
ai traditori che fanno professione di contaminare i talami altrui.

E qui frugatosi in tasca, ne cavava un pugnale e due _rivoltelle_ da sei
colpi l'una. Ci era da ammazzare un battaglione di soldati; e sì, che in
tutti, compreso lui, si riducevano a tre.

Omobono, che aveva capito la ragia, con ingenua malizia aggiungeva:

— _In primis_, senta, signor conte, ella fa torto e torto grave alla
virtù della sua signora, ch'è svenuta là..... e poi, o come può ella
credere sul serio che io, giovane di ventidue anni, abbia perso di un
tratto il lume degli occhi per le bellezze postume di una donna di
quaranta sonati?

— _Tais-toi! Tonnerre....._

— Bellezze certo un dì da galleria, ma oggi da bottega di rigattiere.

La vanità mise la mano alla gola al delitto, e per un momento se lo
cacciò di sotto, imperciocchè dalla parte dove stava giacente la donna
s'intese un grugnito di rabbia, che il conte si affrettò ad interrompere
urlando:

— _C'est fini! Ta dernière heure....._

— _A sonné! Connu, mon cher comte, connu....._ Or via, veniamo al sodo.
Voi mi avete attirato qua per taglieggiarmi: ho dato del capo nella
ragna. Pazienza! Chi non ha giudizio paghi di borsa. Da banda parolone e
minacce: qui perdiamo tempo senza conclusione: voi volete il mio danaro,
non il mio sangue: quanto dunque ha da costarmi questa pretesa
seduzione?

— _Vous avez, monsieur, une manière d'envisager les choses..... mais
c'est égal....._ la seduzione, _allons donc_, è pur troppo consumata, il
mio onore _à jamais_ perduto..... io non uso mercanteggiare, e vi
propongo di un tratto una onorevole composizione _au plus grand
rebais_.....

— Ebbene?

— Cinquecentomila franchi. _Mon Dieu! C'est presque pour rien._

— E parlate sul serio?

— _Mais certainement, prix fixe._

— Caro conte, io non costo tanto. E come la pigliate tanto alta, io vi
dichiaro aperto che voi non buscherete nè manco un centesimo: voi volete
godervi co' miei danari, non già farvi tagliare la testa a Milano.
Aggiustatela come volete, che io non intendo darvi nulla.

E qui si mise a sedere, con le mani sotto le ascelle, in atto
napoleonico.

— _Mon cher jeunne homme, ne vous fâchez pas: il y a des
arrangements.... on négocie...._ e quanto pretendereste pagarmi per
refezione di danni e interessi?

— Capisco che mi toccherà darvi più di quello che costate. Andiamo alle
corte.... io vi darò diecimila franchi.... _c'est à prendre, ou à
laisser_.

— _Mais y songez vous?_ E non sapete che qui, in Milano, abbiamo debiti
_tout justement_ più del doppio?

— O che ve l'ho detto io che voi facciate tanti debiti?

— Questa non pretendo che fosse la vostra parte; la vostra parte è
quella di pagarceli.... Orsù tagliamo la differenza in mezzo; ne
pagherete soltanto la metà.... duecentocinquantamila.

— Venite qua, accomodatevi anche voi, e ragioniamo. La somma che mi
estorcete ha da pagare il mio signor nonno, perchè io davvero non la
possiedo, e voi lo dovreste sapere. Ora date spesa al vostro cervello:
se il mio biglietto sarà presentato alla cassa O. Buoncompagni ascenderà
a somma non eccessiva, sarà pagato senza osservazioni; al contrario, se
soverchia, il cassiere entrerà in sospetto, ed è naturale che vada a
informarsi dal nonno come sta questa faccenda: questi a volta sua ne
chiederà a me.... e voi capite che simili affari non amano le soglie dei
tribunali.... le soglie dei tribunali, _mon cher monsieur_, voi lo
avreste a sapere, sono come i carboni, o tingono o scottano.

— Ma il cassiere siete voi, mio caro giovane....

— No, io amministro la cassa, ma non faccio i pagamenti; a quest'ufficio
è preposto il signor Nassoli.... uomo di naso lungo.

— Ebbene sarà pensiero vostro avvertire questo _monsieur_ Nassoli di
pagare senza difficoltà, _tout de suite, à la présentation de votre
billet de change_.

— Questo sarà debito mio fare, quando saremo andati d'accordo, e avrò
firmato il pagherò.... Il banchiere che non onora la propria firma è
perduto.

— Certo è cosa _très grave_, molto più che io girerò subito il pagherò a
terzi, per mettermi al coperto di ogni eccezione personale.

— _Pardon, monsieur_, ma si vede chiaro che il diavolo a voi altri
signori insegna fare le pentole, ma non i testi. E a chi volete voi,
siate benedetto, girare il mio pagherò? A Isacco Levi? A Giacò Coen? A
Sacerdoti e C., o ad altri cotali? Ma questi, intendete bene, non vi
pagheranno la valuta, se prima non l'abbiano incassata. Lo girerete ad
un _barabba_? Screditate la operazione, e, in caso di lite, basta
l'odore della truffa a mettere sopra le traccie il procuratore del re; e
poi correte il rischio che il _barabba_, riscossa la somma, vi
appiccichi una coltellata per pagamento. Se rimanete a Milano, la girata
ad un terzo non ci casca; o che siete mercante voi? Di questa maniera
recapiti si riscuotono da sè. Dove al contrario giudichiate spediente
partire, vi sarà mestieri confidarvi in altrui, e correrete sempre il
pericolo di non vedere del sacco le corde. Se fossi nei vostri piedi, mi
contenterei dell'_onesto_; dividerei i pagherò in quattro scadenze di
mese in mese, onde io possa estinguerli coi miei, e senza che veruno
della casa si accorga della ragia. E per finirla una volta, io mi
obbligherò di pagarvi ventimila franchi; diecimila franchi per visita,
mi sembra pagare da imperatore.

Il conte fischiò, la contessa grugnì, ed Omobono si accorse di volo che
non bastavano, onde, per non istare sui bisticci, vedendo bene
incamminata la cosa, soggiunse:

— Mi penetro dei vostri bisogni: ebbene io vi darò tante volte mille
franchi quanti anni ho già assegnato alla signora, la quale io pregherei
a smettere lo svenimento ed a coprirsi meglio per timore del fresco:
finita la commedia, si tira giù il sipario.

— Madama la contessa non conta già, _mon cher_, quarant'anni, come voi
avete avuto la bontà di assegnarle, bensì quarantacinque; ora, supposto
che anche io mi piegassi ad accettare la vostra spilorcissima profferta,
vedete che non quaranta, bensì quarantacinquemila franchi sarebbero
quelli che voi dovreste pagare.

E qui da capo la vanità, mettendosi sotto i piedi il delitto, costrinse
la contessa, che aveva cessato lo svenimento, a gridare:

— Come puoi tu mentire così? Non ti ricordi che io nacqui al tempo che
regnava in Francia Luigi Filippo? Ben io mi ricordo del giorno della mia
nascita, come se fosse adesso: per me dichiaro che se arrivo a
trentatrè, gli è quel più che possa concedere.

— Dunque defalchiamo — soggiunse Omobono.

— No davvero, — rimbeccò la contessa — anzi aumentiamo: diecimila si
aumentino per la vostra insolenza, diecimila per l'audacia,
diecimila.....

— Silenzio, femmina. Ebbene divideremo le lire quarantamila in quattro
pezzi; uno di ventimila pagabile fra cinque giorni, e gli altri tre di
lire seimilaseicentosettanta in capo a ognuno dei tre mesi successivi.

— Non così..... non così potrei accettare; il primo sia di diecimila
lire a cinque giorni data, e per questo mese basta; gli altri di lire
diecimila l'uno, a trenta, sessanta e novanta giorni di data, come porta
l'uso del commercio e la consuetudine della piazza.

— È impossibile; fate il secondo almeno a quindici giorni, _mon cher_.

— Sentite, al punto in cui siamo, vostro principale interesse è che i
pagherò vengano puntualmente pagati: ora io non posso in modo diverso da
quello che vi ho detto..... badate: a chi troppo tira, la corda si
strappa.

— _Je tiens, mon cher_, a conservare la vostra amicizia, però _brisons
là_, e facciamo come desiderate.

— Permettete adesso che vada pei pagherò — disse Omobono con aria da
disgradarne san Luigi Gonzaga.

E l'altro con non meno semplicità:

— Oh! vi pare? Pigliarvi questo disturbo.

— Ebbene, andate voi.

— Neppure. Ecco qua i fogli pei pagherò.

— E i bolli? Altrimenti i biglietti non avrebbero valore.

— Abbiamo avvertito anche a questo: ecco i bolli.

— Va bene: incominciamo.

Omobono si tirò innanzi al tavolino: il conte gli pose sotto mano il
necessario per iscrivere. Omobono, con mirabile disinvoltura intinse la
penna nel calamaio, e il conte, con le lenti sul naso, gli si mise in
piedi dietro la seggiola per vigilare quello che egli andava scrivendo.
Omobono, come se dettasse a se medesimo, principiava:

— Milano, tre marzo milleottocentosessantasei. Buono per lire 10,000. A
cinque giorni data pagherò.....

— No, _mon cher_, a questo modo non cammina.

— O perchè non cammina? — interrogò Omobono, deponendo la penna.

— Perchè ha da dire _pagheremo_, e voi dovete sottoscrivere in nome
della ragione bancaria O. Buoncompagni e C.

— E vi pare egli che io deva..... che io possa obbligare la rispettabile
casa del mio signor nonno in questa razza di negozi?

— Dovete, perchè lo voglio..... potete, perchè fino dal primo gennaio
del presente anno il vostro signor nonno vi ha dato la _firma_ della sua
ragione, come resulta dalla circolare del medesimo giorno, depositata
nella Cancelleria del Tribunale di Commercio il due del medesimo mese, e
comparsa tre volte nella _Gazzetta Officiale_.

— Permettete che io vi faccia umilmente di berretta: voi vi siete
corazzato fino ai denti. Che cosa volete? Io vi ammiro.....

— Eh! _mon cher_, procuro esercitare la mia professione con coscienza e
puntualità.

— Voi meritate una corona d'alloro; dunque _pagheremo_ all'ordine del
signor....?

— Conte Adamo Kamieski.

— Come! O non vi chiamate Kranoski?

— E chi vi ha detto Kranoski? Io mi chiamo Kamieski.

— Oh! credeva..... ma non fa caso..... Kamieski, lire diecimila.

— Aggiungete in oro.

— In oro..... e la valuta come l'ho da mettere?

— Per altrettante somministrateci in contanti e in oro.

— Contanti.... oro. Buono...

— Avvertite segnare la somma in tutte lettere, articolo 273 del Codice
di commercio.

— Omobono Buoncompagni e C., eccovi soddisfatto.

E così senz'altro accidente fu continuato fino al quarto biglietto,
compiuto il quale, Omobono piacevolmente favellò:

— Adesso parmi di poter dire: _Ite missa est._

— Sicuro, adesso voi potete andare: in ricompensa dei tanti e tanto savi
avvertimenti che mi avete dato, permettete che vi consigli a tenere
acqua in bocca; io non sono solo.... adoperate prudenza e vivrete.

— Lasciate fare a me — e si alzava per andarsene.

Ma la contessa osservò:

— Finchè mi duri la vita mi gioverà tener presente la memoria di
quest'ora nella quale un breve errore mi traviò fuori dei miei doveri di
sposa; epperò, signore, non vi sia grave lasciarmi il vostro orologio,
dove mi sia dato contemplare quest'ora.... ahimè! di rimorso e altresì
di desiderio....

— Di desiderio può darsi; quanto a rimorso, io protesto solennemente,
che quanto a me il peccato non si affacciò nemmeno nei dominii della
tentazione.... mia bella donna.... eccovi l'orologio.

— Oh! a proposito — esclamò il conte quasi punto da emulazione — e i
bolli ce l'ho a rimettere io?

— Eccovi il borsellino — disse Omobono frugandosi prestamente in tasca,
e presolo in mano l'offerse al nobile conte, aggiungendo poi
piacevolmente: — Conte Adamo, richiamo poi la vostra attenzione, che se
la vostra amabile signora e voi non ponete termine a queste gare, io
corro rischio di ridurmi a casa col vestito di Adamo nostro padre
comune, e vostro protettore speciale.

— Eppure alleggerirlo di qualche altro arnese non sarebbe male — osservò
la donna rapace.

— _Ça suffit! femme_; il troppo stroppia; gli è un caro giovane, ed a me
preme conservare con lui la buona amicizia.... ed ora _s'il vous plaît_,
beviamo _un coup_.

— _Merci_, — rispose Omobono — già si fa tardi, e dove non possa
servirvi in altro vi leverei lo incomodo.

— _À votre aise_ — disse il conte, e si atteggiò ad accompagnarlo. La
donna proterva nel dargli licenza gli porse la mano favellando:

— _Sans rancune_, e a rivederci in migliori occasioni.

— Così spero anch'io.

Omobono voleva con bel modo dispensare il conte da tenergli compagnia,
ma siccome costui insisteva, egli non giudicò prudente mostrargli
diffidenza: giunti pertanto sopra la soglia della porta di casa,
rinnovati alla lesta i complimenti, si separarono.

Un pezzo andò il nostro giovane provando di tirare un occhio quanto più
poteva a destra ed un altro a mancina, per sospetto che non gli
capitasse qualche altra faldella; nè in veruna occasione (come egli ebbe
a dire poi) desiderò mai avere un altro paio di occhi per metterseli di
dietro e guardarsi le spalle. Il polso gli batteva a colpi di maglio: a
mano a mano che rinasceva la sicurezza, quetavasi; all'ultimo allentò il
passo, e quando gli parve essere affatto fuori di pericolo si pose a
sedere sul primo muricciolo gli occorse davanti, e quivi sciolse un
sospirone proprio dal cuore.

— Io l'ho scappata bella; — diceva ragionando seco — il pericolo non è
stato certo di lieve momento.... eppure non so, se mi proponessero
ricominciare quasi.... quasi accetterei — e qui si fregava le mani come
il conte Cavour quando aveva dato a bere una balena all'onorevole
Parlamento subalpino, trasformato più tardi in italiano. — Omobono di
tratto in tratto prorompeva in uno scoppio di riso.... povero giovane!
Gli si fossero spigionate le soffitte? Basti per ora sapere che egli se
ne andò diritto al teatro, dove gli amici suoi nol videro mai allegro e
contento come in cotesta serata.

                                 *

È il giorno della scadenza del primo pagherò, otto marzo, e il conte
Kamieski, il quale non estimandosi Giulio Cesare nè aspettava, nè temeva
gli idi di questo mese sinistro, s'incamminava, con la contegnosa
compostezza del gentiluomo di vecchia razza, verso il Banco
Buoncompagni; sbirciando argutamente se alcuna cosa occorresse capace di
dargli sospetto; niente apparisce mutato nè per di dentro nè per di
fuori: la medesima frequenza di cui entra e di cui esce: i commessi
intenti tutti alle proprie occupazioni. Omobono alla cassa: lo assiste
il Nassoli, misurato come il pendolo; forse due scritturali, che gli
siedono al fianco, non paiono _ortodossi_ affatto..... non sembrava
fossero troppo vaghi di cotesti esercizi; anzi tu li avresti giudicati,
più che a menare la penna, capaci di trattare il remo.... ma le saranno
state ubbie.

— Il cassiere — chiede il conte arrivato alle paratie dei commessi, con
voce che studiava fare burbanzosa.

— Favorisca — risponde il Nassoli, invitandolo col cenno della mano a
passare dentro il bugigattolo della cassa.

Omobono, visto il conte, lo salutò graziosamente con un inchino del
capo, accompagnato col più gentile dei suoi sorrisi; il conte da parte
sua, col volto corazzato, gli rispose con un saluto di protezione.

— Comandi? — riprese il Nassoli.

E il conte:

— Vengo ad esigere un pagherò di diecimila lire, che scade oggi.

— Si compiaccia presentarmelo per vedere s'è in regola.

— In regolissima: eccolo....

Il Nassoli si tira su gli occhiali a mezza fronte, e, secondo il suo
costume, accosta così il foglio alle palpebre, da parere ch'ei volesse
co' peli cancellarne le cifre; poi imperturbato lo rende con queste
parole:

— È in regola.

— Ebbene lo paga?

— Che dubbio? Sarà pagato.

— Dunque lo paghi.

— Dunque non pago.

— Perchè non lo paga?

— O bella, perchè non è ancora scaduto.

— Come! non iscaduto? Oggi non abbiamo l'otto di marzo?

— Certo.

— O dunque?

— Signor conte, io non ho tempo da perdere; il biglietto ha da pagarsi
un otto marzo, ma non quello di questo anno.

— Come! Come sta questa faccenda?

— Tal è qual è, come dice il cane quando lecca l'acqua; la si
chiarifichi da sè; venga si accomodi, che lo potrà fare ad agio.

Il conte, che ormai aveva gli occhi tra i peli, leggeva e rileggeva e
non si addava; il sangue gli era salito al capo, sicchè delle lettere
del pagherò, parte gli sembravano scritte di rosso e parte di fuoco.
Allora il Nassoli, pensando, che dai ma' passi, quanto più presto si
esce, e meglio egli è, notò:

— Osservandissimo padrone mio, favorisca leggere bene il millesimo, miri
(e ci metteva il dito sopra) ci sta scritto tre marzo _millenovecento
sessantasei_, la quale cosa, come vostra signoria può insegnarmi,
significa, che se si compiacerà ripassare alla cassa da qui a _cento
anni_, in questo giorno otto marzo, ella verrà puntualmente pagato....

— Ma questo è tradimento.... questo si chiama assassinare la gente....
io voglio il mio denaro.... il mio denaro: — e qui voltosi furibondo ad
Omobono, continuava: — e voi signore, che me lo avete carpito, non dite
nulla? Vi costringerò a parlare bene io, vi schiafferò in piazza.... vi
strapperò il cuore dal petto e ve lo sbatterò in faccia....

— Queste cose, signor conte, una volta usavano in Inghilterra, e le
faceva il boia coi traditori; e qui siamo a Milano — rispose Omobono,
guardandolo fisso senza punto alterarsi, e poi: — il pagamento dei
recapiti della banca non riguarda me, bensì sta nelle attribuzioni del
signor cassiere.

— Al cassiere, furfante! spetta pagare i tuoi debiti? Al cassiere?

E qui agitato da terribile ira fece per avventarsi contro di lui; quando
ecco i due commessi a _latere_ del Nassoli balzare su come gente pratica
ed acciuffarlo per le braccia e per la vita impedirgli ogni violenza: il
mal capitato mugliava come un toro: forte egli era e dava strettoni da
schiantare una porta di città; ma gli altri fra le guardie di sicurezza
godevano fama di _tanaglie maestre_; onde egli con la bava alla bocca
urlava:

— Lasciatemi, mascalzoni.... ladri da strada.... ora ve la farò vedere
io, se giustizia vi è, il questore....

— Chi è che mi chiama? — si udì una voce al di là della paratia, e
subito dopo comparve la nostra antica conoscenza, il questore Speroni,
amico del cavaliere Faina: pareva venisse a festa, perchè, si sa,
dell'arte sua ogni uomo s'innamora; e al conte, che dal caso inopinato
pareva sbalordito domandò da capo: — Che cosa desidera la signoria
vostra dal questore di Milano?

— Desidero, — rispose il conte facendo come meglio poteva buon viso alla
cattiva fortuna — desidero sapere se a Milano si pagano a questo modo i
biglietti all'ordine? Ecco per avere domandato il mio mi trovo preso,
come da sbirri (il povero uomo senza saperlo indovinava) e temerci di
peggio se la presenza vostra non mi assicurasse; appena sia libero....
oggi.... al più lungo domani avrò l'_onore_ di recarmi al vostro ufficio
per esporvi minutamente la odiosa insidia ordita a mio danno da cotesto
ribaldo, contro cui fino da questo momento sporgo querela di truffa e di
violenza....

— Illustre signore, ella ha da sapere come noi altri questori, prima di
tutto per debito di ufficio e poi anco per genio, battiamo il ferro
quando è caldo: le tracce dei reati da un punto all'altro si volatizzano
peggio dell'etere; non perdiamo tempo, venga subito, e voi altri
accompagnatelo.

— Come! Confida la mia custodia ai commessi di questo Banco.... o
piuttosto di questa spelonca....?

— Stia tranquillo, io la confido nelle mani di due guardie di sicurezza.

— Signor questore.... sono gentiluomo....

— Non dubiti, che le saranno usati i debiti riguardi: giù ci aspetta una
carrozza; anch'io desidero che le cose si facciano per benino.

Omobono a cui coceva essere stato tratto in trappola come un novizio, e
non aveva potuto ancora digerire gli scherni della contessa, tanto non
si potè tenere, che sul partire queste parole non dicesse al conte:

— Signor conte, quando rivedrete la rispettabile vostra signora, vi
prego farle accettare i miei saluti, e dirle da parte mia, che finchè
non si tira la rete in terra, non si può vedere se il pesce è preso.

                                 *

Del conte e della contessa o Kranoski o Kamieski non parla più la nostra
storia, eccettochè per dire che veramente nobili, anzi nobilissimi essi
erano: avevano mutato nomi quanto paesi, da per tutto traendosi dietro
una coda di truffe più lunga di quella delle comete. Per giuntare la
nobilea facevano mostra di modi fastosamente superbi, chè dura tuttavia
la opinione essere la prepotenza indizio di nobiltà; co' democratici poi
ostentavano spiriti liberali e odio eterno contro il tiranno della
_sventurata sì, ma pur sempre infelice Polonia_[22]: con tutti molto li
avvantaggiò l'Amore, finchè la contessa lo potè agguantare, ma da molto
tempo in qua egli volava fuori di tiro; onde un giorno venuti meno tutti
i partiti che rasentavano il Codice penale, bisognò appigliarsi ad uno
di quelli che lo tagliano in mezzo: crederono agguantare e rimasero
agguantati: scaltrissimi per lunga sperienza si lasciarono agguindolare
da giovane inesperto, confermando il dettato, che in pellicceria ci ha
più pelli di volpe che di asino.

  [22] Famoso motto del celebre Casati, il quale per la sua
  dottrina e per altri suoi meriti fu ministro del Regno d'Italia
  e presidente del Senato.

Il Governo reputò prudente bandirli senz'altro, e fece bene, perchè
sarebbe riuscita difficile la prova del delitto commesso; e tuttavia la
contessa, costretta, rese l'orologio, e così ebbe a contentarsi per
richiamare alla sua mente Omobono della sola immagine ch'ei le lasciava
nel cuore.

Ma, se alla contessa fu forza restituire lo orologio, non per questo
ritornò ad Omobono. Gli antichi solevano consacrare agli Dei inferi le
membra dello agnello riscattate dalle zanne del lupo: Omobono lo
consacrò al questore in memoria del fatto, e per testimonianza
dell'animo grato.

Egli volle altresì usare cortesia con le guardie di pubblica sicurezza,
le quali pertinacemente rifiutarono qualunque dono[23]: credeva
facessero per burla, e s'ingannò; le guardie stettero ferme a sostenere
che avevano compito il debito loro, ed il Governo pagarle giusto per
questo, onde Omobono dopo un lungo contrasto, ebbe a concludere:

— Ma che sarebbe proprio vero, che per ravviare questa matassa arruffata
della società, si dovesse incominciare da metterla sotto sopra? Eh! così
si costuma con gli orologi a polvere, perchè non si potrebbe fare anco
con gli uomini? Molto più, che gli uomini anch'essi sono polvere che
passa e non misurano il tempo.

  [23] Due fatti sono narrati in questo capitolo che parranno
  inverosimili, ed io posso assicurarli storici: il primo dei
  pagherò datati a un secolo di scadenza, accaduto, per lo appunto
  come viene esposto, a persona a me nota. Il secondo, delle
  intemerate guardie di sicurezza, attesto come di fatto mio:
  saranno state _rarae aves_, non lo so, ma successe proprio così.



CAPITOLO VIII.

LA INFANTICIDA.


— O dove vai così a rotta di collo?

— Non di certo a riscotere una cambiale.

— Molto meno a pagarla. Insomma dove vai?

— O non lo sai? Oggi _debutta_ (perla del dire della odierna gioventù
dorata e della massima parte dei giornali italiani) l'amico nostro
avvocato Fabrizio; se ne aspettano _mirabilia_.

— E tu naturalmente da buon amico desideri e speri che egli faccia
fiasco.

— L'avrei caro perchè egli è un presuntuoso da sfondare lo stomaco ad
ogni fedele cristiano; però in cotesto suo capo non manca mercurio, e
dubito che ei ce la sfangherà; molto più che difende una causa di
_spolvero_, un infanticidio, e ci ha di mezzo un prete; ne sentiremo
delle belle, scandali da scriverne al paese. Sarà un dramma in dieci
atti, e per giunta senza pagare biglietto; vieni adunque anche tu, che
ci divertiremo.

— Verrei, ma proprio non posso.

— O che hai che ti para?

— Bisogna che vada alla messa.

— Alla messa!

— Già, caro, alla messa; la mia egregia zia, donna Claudia della sacra
famiglia dei _Biscottini_, mi tiene il broncio da parecchi giorni,
perchè gente sviscerata per la salute del tuo povero amico le assicurò
di certa scienza che io era un'anima persa, e che lasciando a me,
tornava lo stesso che insaponarmi le scale per isdrucciolare giù nello
inferno; onde in me si raddoppia la necessità di tenermela bene
edificata, però che, dal suo filo in fuori, io non ho refe da rammendare
i miei strappi.

— Capisco; la scusa è onesta anco per assistere alla messa; ma, se non
la sbaglio, mi sembra donna Claudia in assai buona età da farti
allungare il collo più di una cicogna, posto il caso che tu vincessi il
palio co' gesuiti.

— Amico del cuore mio, datti pace, che tu non avrai a desolarti di
vedermi tribolato da una zia eterna: ci hanno due cose fuori della mia
potestà, le quali mi porgono fidanza del prossimo dolore di piangerla a
spron battuto, onde non io, ma qualche altro nipote più amoroso di me
possa dispensarsi dalla terza rimessa al suo arbitrio: le due cose sono
il catarro e il medico che la cura; la terza sarebbe lo speziale.

                                 *

Giù il cappello, lettori, ch'entriamo nel tempio della giustizia.

E tuttavia, io lo dichiaro alla libera, qui dentro tu troverai tutto,
tranne la giustizia. Ed invero, o come ce la potresti trovare, se gli
uomini non sanno nè manco in che cosa consista? Taluno (credo san
Tommaso d'Aquino) insegna: _Giustizia essere tacito convenimento della
natura in aiutorio di molti_. Misericordia! La Sfinge si sarebbe fatta
coscienza di proporre a Edipo d'indovinare enigma traditore come questo.
Tale altro (credo sant'Agostino) dichiara: _Giustizia è ferma e
perpetuale volontà che dà la sua ragione a ciascuno_. Peggio che andar
di notte senza lume: ragione che significa mai? E come si impara ella? E
con quale regola la si spartisce? Ancora, la volontà disgiunta dall'atto
è nebbia che lascia il tempo che trova, e tanto è il mal che non mi
nuoce quanto il ben che non mi giova. Arrogi, _la ferma e perpetuale
volontà_ a cui spetta? Senza dubbio all'uomo, e se così, come puoi
fidare che una norma commessa in balìa dell'uomo possa rimanersi
inalterabile e ferma? Non che altro le campane di bronzo per virtù del
caldo o del freddo dilatansi o restringonsi, pensa se la umana volontà,
nuvoletta poverina lasciata in abbandono all'uragano delle passioni.
_Giustizia_ (questa nuova definizione ce la somministra Brunetto Latini,
maestro di Dante) _è abito lodevole per lo quale l'uomo fa opere di
giustizia_; manco male adesso la giustizia, abbassato il volo dalle
regioni della metafisica, incomincia a rasentare la terra, ma ci vuol
poco a comprendere come questa definizione manchi di due estremi, senza
i quali la giustizia si risolverebbe a nulla, ovvero a danno; e sono:
certezza della costanza dell'abito, e notizia sicura delle opere giuste.
Passiamo ad altra definizione: _Giustizia è studio di non fare troppo o
troppo poco ed osservare lo_ MEZZO. Dio ne liberi! la sarebbe _giustizia
da moderati_; e il nome ha trucidato la cosa. Per un po' che tu ci pensi
sopra, tu conoscerai che ai termini di cotesta definizione, chi ti
ripescasse caduto e ti lasciasse poi fra il pelo dell'acqua e l'orlo del
pozzo, sarebbe giusto; giusto avrebbe a giudicarsi colui il quale,
potendo rubarti un sacco di scudi, te ne lasciasse la metà; e a
ragionare così non costa altra fatica che aprire la bocca, e' ci sarebbe
da sbattezzarsi pensando come sia tanto facile starsene zitti, e come
ciò non di manco, l'uomo s'incaponisca di sfringuellare a vanvera. Più
positivi, parecchi definiscono per giustizia il patibolo addirittura,
ovvero il luogo dove si fa la festa ai condannati; e questa, a mio
parere, ha da essere la giustizia vera, imperciocchè i diversi
significati della giustizia si adattino maravigliosamente a simile
significato: così _giustiziare_ denota uccidere i condannati dalla
giustizia; _giustiziati_ gli uccisi dalla _giustizia_; _giustiziere_
quegli che uccide gli uomini giudicati dalla _giustizia_.

Dunque smetti l'ubbìa di cercare la giustizia nei tribunali; ella sta di
casa altrove; cercavi i giurati: di fatti e' ci sono: mira chiuso in
cotesto casotto quel branco di brave persone. Li vedi? Guardali bene,
sono i giurati, ovvero i giudici del fatto: a quale specie di animali
essi appartengano non è cosa facile dire: a quella dei feroci, no certo:
se le sembianze umane potessero significarsi a suono di musica direi,
che presentano una scala semitonata dalla faccia della pecora fino a
quella del montone; il demonio dello sbadiglio si è impossessato
dell'anima e del corpo loro; con la bocca senza requie, ora aperta ed
ora chiusa, raccontano la storia di tutte le forme dei mascheroni che
furono, e predicano la profezia di tutti i mascheroni da fontana che
saranno fino alla consumazione dei secoli: onesti tutti da ventiquattro
carati buon peso: veruno di loro diede mai agli avventori meno di undici
once per libbra: è calunnia del Giusti, che taluno di essi vendesse
zenzero per pepe buono, egli ci mise unicamente pane pesto, ed anche a
ciò indotto dallo scrupolo, che il pepe pretto accendesse troppo il
sangue dei padri di famiglia. Tutti, o quasi, pagarono le cambiali a
scadenza senza protesti o gravamenti; tutti conservarono salutare
terrore per la galera a vita ed anche pei lavori forzati a tempo.

Veramente, lo dico pel dovere di servire alla verità, e col rossore
sopra la faccia, qualcheduno di loro amò la donna altrui, ma diventata
vedova se la fece sposa, dando coda di sacramento al fatto che
incominciò col capo di peccato mortale; e qualche altro lasciò vincersi
dalla tentazione sotto l'aspetto di cameriera, ma non sì tosto se ne
accorse la pudica moglie si picchiò il petto, si rese in colpa, e
rimettendosi in carreggiata cacciò via la fantesca, alla quale, per non
mostrarsi da meno del patriarca Abramo quando licenziò Agar, donava
cento lire, dico cento in tanti _cinquini_ di argento, perchè facessero
più figura; e se ma' mai la pratica si lasciò dietro strascico
peccaminoso, alla _colpevole tentatrice_ fu liberale delle spese del
parto e del puerperio ordinate dalla legge, e pel prodotto ebbe cura che
saldo e ben condizionato lo deponessero nella ruota dei bastardi. Ciò
basta alla dignità del borghese _galantuomo_ e _moderato_, e ce n'è
d'avanzo.

Rispetto a dottrina, chi presumerà superare i miei droghieri nell'arte
di pesare a stadera, ovvero in quella di comporre un cartoccio bislungo
o a cono? Non tutti, chè non sarebbe vero, ma taluno di essi _temporibus
illis_, quando costumava moneta di metallo, per amore della teoria della
uguaglianza democratica, tosò gli scudi traboccanti: ora però, che
correvano biglietti di banca, se ne stava come Adamo sbandito su l'uscio
del paradiso terrestre a struggersi alla vista del frutto vietato,
peritandosi di andare a pigliarlo per propaginarlo nel proprio orto. Al
mio droghiere giurato non istate a contare dei Tristi di Ovidio o dei
Treni di Geremia, un conto di ritorno vince per lui il lamento di ogni
più pietoso _epicedio_; come di rimpetto ad un conto di netto ricavato,
che butta il pro di un cinquanta per cento, non gli rompano le scatole
con le odi di Pindaro e di Tirteo. Le cose del mondo non vanno, e non
andranno mai bene, finchè il padre eterno non provvederà a che sieno
tenute in regola a _partita doppia_.

Oltre i droghieri fanno parte del _Giurato_ alcuni medici, i quali
appartenendo alla setta dei controstimolisti non disperano della salute
della umanità, a patto che non si sopprima il salasso, e se Cesare
Beccaria sostenne il contrario, egli è perchè non fu medico, nè
chirurgo, e quindi nè manco potè essere legislatore compito e medico.
Diavolo! Come volete rimediare allo stimolo, se renunciate al taglio
della testa, che è il controstimolo?

E poi vengono gli ingegneri, i quali affermano la società difettare nei
fondamenti; e per giunta i muri essere tirati su fuori di piombo;
orribile comparire di aspetto come quella che va composta con un
guazzabuglio di ordini architettonici. Onesti ingegneri, voi pigliate un
granchio, le nostre società, quasi tutte monarchiche, furono inalzate su
fondamenti di ossa e murate con calcina spenta nel sangue dei popoli,
che fa cemento mirabile per simile maniera di fabbriche, a detta del
Guicciardino, che se ne intendeva: quanto ai muri a sghembo, ci si
provvede con puntelli di baionette: chi poteva tagliare la umanità tutta
da una pezza non lo volle fare, però bisogna pigliarla com'è e tirare di
lungo, senza andare a cercare il quinto piede al montone.

E gli avvocati dove me li lasci? Come si pongono di tratto in tratto
colonne per indicare la diritta via sopra i cammini pubblici, così gli
avvocati piovvero nel mondo per farcela smarrire. Costoro reputano
offesa personale la divisione operata dal creatore fra le tenebre e la
luce, e si affaticano ad abolirla. Il Dante impone silenzio a Ovidio ed
a Lucano per le trasformazioni da essi raccontate, ma gli avvocati fanno
dimenticare quelle di Dante; qual

                        serpentello
    Livido e nero come gran di pepe[24]

può non che vincere, uguagliare la maligna virtù delle calunnie vendute
e delle ire date a nolo? Con lo intelletto guercio per sofismi e con
l'anima viziata dall'avarizia, o come giudicheranno essi? E pure essi
giudicano e condannano le colpe, che seminano a bocca di sacco
nell'umano consorzio.

  [24] Dante, _Inferno_, c. XXV.

A questi e ad altri cosiffatti uomini la legge dà commissione di
penetrare nello spirito umano, indagare le più segrete scaturigini del
delitto, e poi conosciute le contingenze tutte, onde si forma la volontà
della creatura umana, confrontarle con le spinte esterne e gli urti del
temperamento individuale: perchè per moltissime cose l'uomo è tomo della
medesima opera, non iscompagnato, ma diverso dagli altri; poi vuole che
essi abbiano ad un punto la sapienza del Kant e del Cabanis per
assicurarsi, senza fallo, della spontanea intenzione dello agente,
ovvero, come dicono in termine del mestiere, _dello elemento
intenzionale_. Questa terribile Iside davanti cui Socrate piegherebbe
sgomento la faccia, ecco tutto giorno svelano sensali, droghieri e
merciaioli. E tuttavolta noi vivemmo nei tempi nei quali i giudici
ordinari pronunziavano sentenze alla stregua della prova; se piena la
prova, e piena era la pena; se no, un terzo, mezza e due terzi di pena.
Tenetevi pertanto caro il giurato nella medesima guisa che anteporreste
la scarlattina al vaiolo: per ora la scelta non può cascare che fra due
mali; più tardi vedremo: la via è lunga, me ne sono accorto anch'io, ma
la speranza ci conduce _gratis_, e lo fa volentieri; da poi che mondo è
mondo, questo è il suo mestiere, e lo sarà fino all'ultimo.

Dacchè la Felicità viene pian piano perchè ha i pedignoni, contentiamoci
della Speranza; cari miei, imitiamo la virtù di colui, che non potendo
comprarsi l'arrosto, si soddisfece coll'impregnare il pane del suo fumo.
L'oste ladro pretendeva dal povero uomo anco il pagamento del fumo, e il
giudice gli diede ragione, solo condannò il convenuto a pagarlo col
suono della moneta. Storie vecchie.

Oltre i giudici giurati, eccolo lì, il pubblico ministero, l'avvocato
fiscale, il procuratore del re, insomma colui che urla sempre:
_Crucifige_. Come il franco tenitore nel torneamento, egli tiene in
resta la lancia del sofisma per iscavalcare nemici, i quali vinti, egli
manderà alla dama dei suoi _pensieri, che è la forca_. In verità egli è
un tristo, ma tristo mestiere, peggiore di quello di cogliere finocchio
marino e masticarlo, come dice Amleto, peggiore di quello del ladrone da
strada, imperciocchè questi affatto ingeneroso non paia, potendo
incontrare contrasto e rimanere ucciso: l'avvocato fiscale assassina in
poltrona.

Di contro al difensore della legge siedono i difensori degli accusati:
anche questi decorano con vanti pomposi un mestiere assurdo ed ignobile:
assurdo però che per costoro sieno innocenti tutti, come se colpe e
colpevoli non esistessero al mondo: quindi la rôsa di pretendere ogni
accusato senza delitto, mentre non giova ai rei, nuoce ai giusti. Per me
vorrei che come pei crimini di lesa maestà si costuma nella Inghilterra,
lo imputato dovesse dichiarare se intenda sostenere la innocenza
assoluta ovvero la sua scusabilità; nel primo caso, dove non si
giustificasse intero, gli applicassero la pena a venti soldi per lira in
odio della temerarietà; nel secondo, gli si usasse misericordia, dacchè
i giudici dovrieno rammentarsi sempre che anche essi un giorno
tremeranno dubbiosi se verrà loro usata misericordia, ed avendola essi
adoperata con altrui, più agevolmente la otterranno per sè. Inoltre
ignobilissimo parmi il mestiere dello avvocato, però che ai giorni
nostri si pigli a nolo ad un tanto l'ora, come le vetture di piazza; e
quando ti fai pagare la coscienza a tariffa, oh! buffone, mi vuoi far
ridere quando favelli di convincimento. Presso i Romani la difesa, non
pagata per divieto della legge, induceva la gente a non discredere
simile convincimento; e i Greci una volta ordinarono che gli accusati da
per loro si difendessero; onde essi ricorrevano, è vero, alla opera
degli oratori, ma unicamente perchè le proprie arringhe dettassero,
mentre poi eglino o le leggevano, o, mandatele a memoria, le recitavano
nel tribunale. Di qui le bellissime orazioni di Lisia, succinte e
semplici, varie secondo l'indole dello incolpato e le qualità del
delitto: altri si compiaccia delle filippiche o delle orazioni per la
corona, che io mi contento della orazione dell'_obolo_ e del
_fratricida_.

                                 *

Fabrizio aveva assunto la difesa della miserrima donna, per bontà di
cuore, non senza però qualche miscuglio di libidine di fama: sicchè in
fondo in fondo provvide più allo interesse proprio che allo altrui, onde
se un giorno egli si avviserà chiedere a Dio la ricompensa di cotesta
azione, dubito forte che egli non abbia a sentirsi rispondere:
_Recepisti mercedem tuam_, tu hai riscosso il tuo salario da un pezzo.

Il profeta nei tempi andati esclamò; «Voi che passate, vedete, se mai ci
fu dolore uguale al mio!» Queste pietose parole, dette già per
Gerusalemme, furono poi applicate alla madre di Gesù Cristo; e senza
dubbio non sembra che veruna angoscia possa superare quella della madre
che raccoglie in grembo il proprio figliuolo lacerato dalla bestiale ira
degli uomini, e pure si conosce spasimo fuori di misura superiore a
questo, ed è quello della madre che si mira davanti il figlio che ella
dubita ed altri l'accusa avere ucciso. Quando successe il pietoso caso,
ella si sentì del tutto tramutata, o piuttosto sè da se stessa divisa:
veruna parte del suo essere stette ormai più unita coll'altra: le sue
facoltà intellettuali, non che le sue membra, entrarono in urto fra
loro: gli occhi stirati verso le tempie, presero guardatura disforme;
con uno vedeva il pargolo saltellante e vivo, con l'altro immobile e
morto: delle orecchie in una udiva il vagito di cui piglia possesso
della vita, nell'altra il singhiozzo della morte; allora ella fuggiva
alla dirotta, mugolando, turandosi gli orecchi con le dita; indarno
però, che gli infesti suoni crescessero sempre e non provava refrigerio
alcuno nè dallo stopparsene i fori con le foglie, nè spingendovi dentro
i lembi di carne rovesciati in su a modo che si fa con le faldelle per
le ferite: si sotterrava la testa, ed era peggio: allora non sapendo a
qual partito appigliarsi, si acchiocciolava giù sul pavimento senza dare
in un gemito; di tratto in tratto lei scoprivano viva le convulse
palpitazioni del cuore. Se tu l'avessi sperata traverso al raggio della
luna, cotesto raggio le avrebbe passato il corpo, tanto era per lo
spasimo continuo diventato attrito e trasparente: i capelli in parte
rimasti neri, in parte diventati bianchi; taluni pieghevoli, altri irti
e ribelli ad ogni cura di pettine; delle mani, la manca, senza requie,
aperta e chiusa, pareva volesse grancire qualche cosa; la destra giù
inerte come morta. Come sudava piangeva; le lacrime, per così dire, non
piante, traboccandole dalle ciglia, in parte le gocciavano in bocca,
ahimè, quanto amare! Serbavano il sapore della colpa; parte cadevano in
terra e la terra, vindice anch'ella della natura oltraggiata,
mescolandole con la polvere le riduceva in fanghiglia; e più che tutto
terribile la bocca; fregandosi ella con moto perpetuo le labbra fino a
scorticarsele, queste presentavano sembianza di piaga insanguinata.

Non una parola di conforto si fece udire per la dolorosa, ma che parlo
io di conforto? Non atto, non voce che non significassero maledizione
per lei. Ella non la vide, nè la udì, chè Dio ebbe misericordia della
canna schiappata. Ora dove sono i suoi uguali, che devono giudicarla?
Gli uomini! Ma l'uomo comprenderà egli la paura della figlia per le
furie paterne? La ferocia della fanciulla pel suo pudore offeso?
L'orrore della donzella per la derisione delle compagne e pel vilipendio
universale? L'uomo non potendo tutto questo provare, nè manco può
comprendere. Ebbene, giudichino le donne. Misera lei! Le donne non
conoscono lacrime per la sventura della sorella caduta: non furono già
le figlie, quelle che copersero le vergogne di Noè. Tuttavia non
disperiamo, verrà il tempo (e lo vedrà chi lo potrà aspettare) in cui le
donne-giudici, uscite fuori dal _Mercante di Venezia_[25], col berretto
in capo e la rettitudine nel cuore, la toga addosso e la sapienza dentro
al cervello, giudicheranno le accusate; per ora le arrostiscono gli
uomini. Le tante società instituite per la emancipazione delle donne
stanno per dare grappoli come quelli della terra promessa. Ammannite i
corbelli!

  [25] Dramma del Shakespeare.

L'altro accusato era un prete, un degno sacerdote in verità, il quale
aveva avuto la custodia delle anime; mostrava quella età nella quale gli
uomini di giudizio dovrebbero depositare con buona grazia nella
cancelleria del Tempo concupiscenze ed ardori, a mo' che fanno i
mercanti dabbene i loro bilanci nella cancelleria del tribunale di
commercio, per dimostrare ai creditori che s'ei sono costretti a
fallire, falliscono di buona fede. Appariva lindo, zazzerato, con la sua
brava chierica bianca quanto una fetta di zucca prima di essere fritta:
contegnoso negli atti; piuttosto malinconico, che sconcertato, e

    Più pensoso di altrui, che di se stesso,

come canta il Petrarca a proposito di Cola di Rienzo: il suo volto non
diceva nulla; una lettera sigillata, una sciarada non anche indovinata,
un biglietto del giuoco del lotto prima della estrazione: anche alla sua
fama poteva applicarsi il detto del furbo, che portò via la lampada dal
Duomo di Pisa: «Chi ce la vuole, e chi non ce la vuole.» Pure da un
pezzo in qua, essendo diventato potente, i suoi compagni nel sacerdozio
lo avevano ribattezzato in sagrestia con lo inchiostro e fatto bianco
col suffumigio delle candele accese a San Gaetano _padre della divina
Provvidenza_... Ahi, preti! preti! preti!... La cronaca dei tribunali,
così nostrani come stranieri, va trucemente famosa per le geste vostre,
o laidi, o scellerati!

Se voi sacerdoti vi contentaste ad esercitarvi soltanto nei sette
peccati mortali, guà! _per uno accomodo ci starei_, ma quello che più mi
dà uggia, è l'ottavo, nel quale eglino presero tutti la laurea nella
università della _Ipocrisia_, e consiste nell'arte di ricoprire gli
altri sette. Più che ci penso, in coscienza, meno ci capisco: un dì i
municipi, e credo taluni anco adesso, stanziavano non so quanti scudi in
premio all'uccisore di un lupo, e non elargivano nè manco un soldo a cui
ammazzava un prete: all'opposto la legge (e' vi hanno legislatori, che
per immaginazione danno tre punti giunta a messer Ludovico Ariosto),
considera il prete un uomo, e chiama omicida chiunque si avvisasse
levarlo dal mondo. E sì che fu provato e riprovato il prete essere
uguale alla somma di tre lupi; diventino uomini e vivano.

E non basta; personaggi soliti a dare la orma ai topi e le mosse ai
tuoni si tirano su le maniche in Parlamento, e si sbracciano, affinchè
venga concessa ai preti liberali la facoltà d'insegnamento. Come va
questa faccenda? Vietasi agli speziali, sotto severissime pene lo
spaccio di sostanze velenose, e poi lasciate ai preti libera la facoltà
d'insegnare? O che siate benedetti, che cosa volete voi che insegnino!
Che il papa è padrone del cielo e della terra; infallibili i suoi
responsi; egli potere con una parola del _nero_ far _bianco_, il _tondo
quadro_, e così via. I preti sono fungosità dello errore: dopo secolari
travagli la verità appena li può pigliare di mira, e voi li armate di
tutto punto, affinchè tornino alle conquiste della superstizione? Voi
vedrete il prete rigermogliare peggio della gramigna, che scusso di
famiglia semina e non ara, e alla raccolta miete per venti: anche ieri
tutti l'ossequiavano come potente; ieri ed oggi lo venerano molti: voi
l'offendeste, voi lo spogliaste, ed oggi vi assottigliate il cervello
per dotarlo di forza per vendicarsi e rifarsi della odiata inopia. Il
mondo, insomma, è una contradizione divisa di giorni e di notti, e il
peggio incoglie a cui non vi si adatta.

Difensori del prete due avvocati insigni; entrambi parziali pel
ministero che regge: non già perchè importi loro un ministero o un re, o
un reggimento piuttostochè un altro; essi possiedono vele per tutti i
venti e carte per tutti i mari: stanno per cui comanda. Uno di loro,
quel grasso, è celibe; lui non dilettano davvero la gloria o il
desiderio di giovare alla patria e simili altre _quisquilie_: egli vuol
vivere con quanto di meglio produce l'alma natura per tutta la
superficie della terra: e perchè anco la ghiottoneria si compiace della
estetica, egli chiama _poppe di Venere_ le più magnifiche fra le pesche;
e qui mi fermo. Chi procede poco ligio al Governo, e peggio poi chi gli
si scuopre avverso, corre mille traversie, non fosse altro quella di
mettersi tardi a tavola, e a lui non occorse mai trovare il pranzo
diaccio in questa vita, e così spera nell'altra. Più grave peso, non so,
se per parlare giusto, io mi abbia a dire o la fortuna o la natura pose
sopra le spalle all'altro avvocato; egli ebbe tre figli e gli attaccò
tutti al corpo dello Stato; poco gli importò del dove si sarebbero
attaccati, purchè succhiassero; pel primo gli era riuscito murarlo come
capitello nella fabbrica di un ministero: andare più su non poteva, chè
glielo impedivano cornici, cornicione, frontone _et reliqua_ che gli
stavano di sopra; ma ciò non preme, anzi ci aveva piacere, perchè
maggior numero di circolari di quello che già ci era in cotesto cranio
non ci sarebbe capito, e girando dell'altro si correva rischio di
rompere la corda all'orologio. Il secondo si riputava felice nella
bestialità prebendata di un benefizio nella cattedrale di Milano.
Soldato il terzo, e se invece della spada, si fosse posto al fianco il
breviario del fratello, veruno si sarebbe accorto dello scambio: per
conoscere le fosse dei campi lombardi, egli non temeva concorrenza col
più esperto ingegnere ed agrimensore d'Italia.

Per istare a galla, questi due avvocati e deputati del centro non
l'avrebbero ceduta di un pelo ai tappi di sughero; e nonostante ciò, un
giorno, essi si trovarono come Ercole al bivio: ecco l'autorità si
parava loro biforcuta davanti in sacerdotale ed in monarchica, una
coll'aspersorio in mano, l'altra con lo scettro; quella col laveggio del
triregno in capo, questa con la cazzeruola del berretto Ricotti: che
pesci pigliare? Tolsero esempio dal sole: se anche questo ministro
maggiore della natura talvolta si ecclissa, tanto più potevano
ecclissarsi essi; però, nei voti _ancipiti_, non comparvero alla Camera,
e così, piacendo a Corte, non dispiacquero alla sagrestia: ben veduti da
tutti, promossi dai giudici, favoriti dai preti, delizia dei segretari,
partecipi di tutte le _commissioni_ e le _inchieste_, più del _matto_
dei _tarocchi ch'entra in tutte le verzicole_, sentendo come nelle _alte
sfere_, la scissura fra la potestà temporale e la spirituale si
lamentasse, si adoperarono _lodevolmente_, non meno che _fruttuosamente_
a farla cessare.

                                 *

La Corte! Ecco uno dopo l'altro comparire tre giudici. O perchè tre? Una
volta, che il Tribunale dei giurati abbia chiarito l'accusato colpevole
del delitto che gli venne apposto, poco ci vuole ad aprire il volume
della legge e riscontrare quale pena ella gli assegni. Un solo giudice
avrebbe a bastare. Io raccomando questa economia, non per ora, ma sì per
quando la Italia, dopo il fallimento, si porrà in carreggiata per
diventare un paese governato da cristiani.

Il presidente interrogò gli accusati intorno alle _generalità_: il prete
ha nome Liborio e fu figlio del fu Ambrogio Rospani di Chivasso, curato
di San Rocco in Valpaiola; la donna si chiama Felicina, figlia di
Salvario Rubinetti, che _si è reso defunto_, di Castiglione. Dopo ciò,
fece leggere ai dodici giurati la formula del giuramento, e questi senza
pure stringere le ciglia promisero di non tradire i diritti dello
accusato, che non conoscono, nè quelli della società, i quali conoscono
anche meno; promisero non lasciarsi sopraffare dal timore, come se
dipendesse da loro chiudere la porta in faccia alla paura, e per ultimo
giudicare con imparzialità e fermezza, conforme conviene ad uomini
liberi. Breve, la tromba sonò, il canapo si abbassò, via, barberi,
potete correre il palio della giustizia.

Avvertiti gli accusati a drizzare bene le orecchie, ecco il cancelliere
legge una bibbia dove si racconta per filo e per segno, come qualmente
la Felicina fosse _figlia femmina_, nata unica a Salvario Rubinetti,
_applicato di terza classe al ministero della guerra_; per isventura di
questa esserle morta la madre nella sua infanzia, sicchè il padre solo
la tirò innanzi con amore sviscerato: fino da fanciullina costei avere
dimostrato propensione agli amori, ai balli, ad ogni maniera sollazzi:
sopra le altre compagne s'ingegnava comparire attillata ed ornata, e
poichè il povero stato non le permetteva le ricche spese, saccheggiava
la natura per fregiarsi co' fiori più smaglianti della stagione: compita
l'adolescenza, le si cacciarono addosso una smania irrequieta ed uno
sfinimento, di che il padre prese ad andare pensoso: e quanti
frequentavano in casa cominciarono a temere che la non fosse per dare in
consunzione: in questo frangente capitò don Liborio a visitare il
vecchio amico Salvario, il quale appena ebbe vista la fanciulla, si
sentì preso di straordinaria compassione per lo stato di lei, onde egli
disse, ed in questo lo secondava anco il medico, che per ritornarla
nella primiera floridezza non ci era altro verso che farle mutare aria,
conducendola in villa; dove circondata da immagini tutte piacevoli si
sentirebbe ricreare: egli profferirsi menarla per qualche tempo alla sua
canonica, confidandola alle cure della sua sorella, piissima donna, la
quale l'avrebbe avuta cara come un sollievo inviatole da Dio per
consolarle l'uggia della solitudine.

Il padre, dopo un lungo tentennare fra il sì e il no, parendogli che per
la partenza della figliuola gli si avesse a rompere il cuore, finalmente
acconsentiva commetterla nelle mani del prete. Così Felicina andata a
casa don Liborio da prima niente fu notato nel contegno di lei, che non
meritasse lode: più tardi ebbero a riprenderla di frequenti assenze,
massime sulle prime ore della notte, che non sapeva scusare, o scusava
con menzogne manifeste, tanto che la sorella di don Liborio protestò più
volte che ella intendeva lavarsene le mani, non volendo sul finire del
salmo della sua vita sentirsi chiamare _arruffamatasse_ e
_pollastriera_. Delle quali cose don Liborio (dice lui) sentendo
maraviglioso fastidio, certo giorno si restrinse con la Felicina per
farle una bravata nelle regole, quando ella (lo dice sempre il prete)
con sua non minore maraviglia che spavento, gittatasegli ai piedi, gli
spiattellò essere gravida di tre mesi. Tra l'ira e la pietà,
quest'ultima prese il sopravvento, però, sotto pretesto di ricondurla al
padre, la menò a Monza, dove acconciolla in casa della Brigida
Travicelli, femmina di piccolo stato, ma di buona reputazione, a patto
che l'albergasse e la governasse sinchè non si fosse sgravata. La
Brigida chiamata davanti al giudice istruttore, depose come veruno mai
si facesse a visitare la Felicina, eccetto il prete, ma rado: costui
averle di mano in mano assottigliato la retta, sicchè, sull'ultimo, la
Brigida dichiara avere mantenuto la meschina quasimente per amore di
Dio. Avvicinandosi l'epoca del parto, la fanciulla spesseggiava lettere
al reverendo, perchè andasse a consolarla, ma _lui_ duro; onde se non
era _lei_ che le dava animo come poteva, la si sarebbe per la
disperazione buttata via; finalmente il nodo arrivò al pettine, cioè
Felicina prese a nicchiare, e la Brigida, immaginando che le cose
fossero per passare lisce, sperò non ci sarebbe stato bisogno di altro
aiuto fuori del suo; ma non si appose, chè il parto si mise al brutto:
le strida della partoriente le straziarono così le orecchie e il cuore,
che ella, persa la bussola, non sapeva più a qual santo votarsi;
all'ultimo si dispose andare per la levatrice, e così fece, lasciando
l'uscio di casa accosto. Andò e tornò, stando fuori il tempo che ci
vuole a recitare un _credo_; la levatrice non trovò, chè era andata ad
assistere una altra partoriente, ma al suo ritorno in casa vide la
ragazza sgravata, don Liborio tutto affaccendato in camera, il pavimento
insanguinato, e in mezzo al sangue la creatura giacente in terra, morta.
La Felicina guaiva da mettere pietà alle pietre, don Liborio con parole
soavi la raumiliava dicendo, che, poichè l'era andata a quel modo,
bisognava rassegnarsi ai divini voleri: e senza punto smarrirsi,
rinvolto il morticino dentro un mucchio di giornali, fece intendere
volerlo trasportare alla prossima cappella per farlo seppellire in
_sagrato_. Pochi giorni dopo taluni fanciulli, giocando alla palla in
luogo remoto, avvenne che una delle loro palle andasse a ruzzolare entro
certa chiavica che ingombra a modo di ponte massima parte della strada;
la quale palla volendo ricuperare, uno di essi s'introdusse carpone
sotto la chiavica, dove rinvenne lo involto dei giornali, ed avendolo
disfatto, con orrore mirarono il corpo del delitto. I periti dell'arte,
esaminato il morticino, concordi risposero essere nato vivo e vitale, e
senza paura d'ingannarsi aggiunsero che lo giudicarono ucciso per
istrangolazione, e per rottura del cranio; ai quali due atti, massime al
secondo, vuolsi adoperare non piccola forza. Interrogata la Felicina,
rispondeva che, partorito il figliuolo, ella, per lo grande spasimo,
tracollò giù dal letto sul pavimento, dove giacque in deliquio: di nulla
avere pertanto conservato la memoria, eccettochè, rinvenuta in sè, si
vide innanzi don Liborio, il quale piangeva per la disgrazia, che al
neonato nel cadere si era infranto il cranio. All'opposto don Liborio
afferma che sopraggiungendo nella stanza dell'accusata, non solo
rinvenne la creatura col cranio fesso, ma altresì strangolata. In
conseguenza di che la Camera delle accuse, giudicando provato lo
infanticidio con premeditazione, ne chiama colpevoli la Felicina, ecc.,
e don Liborio, ecc.

Il presidente, ultimata la lettura del decreto della Camera di accusa,
ribadiva il chiodo, spremendone il sugo, dichiarando ai due accusati:

— Ecco di che cosa v'incolpano; adesso sentirete le prove che si hanno
contro di voi.

Qui il procuratore del re presentava la lista dei testimoni, che letta
ad alta voce dal cancelliere, ed ammessa senza eccezione, fu proceduto
allo interrogatorio dei testimoni e dei periti.

_Naturalmente_ giurarono tutti _di dire la verità null'altro che la
verità, e di non avere altro scopo che quello di fare conoscere ai
giudici la pura verità_, stando in piedi, con la destra sopra il _Santo
Evangelo_, previa _seria_ ammonizione sull'importanza dell'atto e sopra
le pene stabilite contro gli spergiuri negli articoli 365, 366, 367 e
369 del Codice penale.

I periti _naturalmente ancora_ ratificarono in tutto e per tutto la
perizia da loro depositata negli atti. Il presidente allora domandò
prima agli accusati, poi ai difensori, se avessero cosa da osservare.
Gli accusati tacquero; Fabrizio fece col capo atto di diniego, ma uno
dei difensori del prete, quegli dai tre figliuoli donati allo Stato,
levatosi in piedi, dopo avere salutato a destra ed a mancina, per
davanti e per di dietro, e confettati i periti di valorosissimi e di
dottissimi, li interrogò: «Dicano, nella loro scienza e coscienza, se
per operare la strangolazione e la frattura del cranio del neonato, ci
sia stato mestiere di forza superiore a quella di cui l'accusata poteva
essere capace, in specie considerando lo stato di parossismo nervoso,
nel quale si versava in cotesta occasione. _In subalterna ipotesi_,
dicano se la frattura del cranio possa essere stata cagionata dal
percotere, che per avventura fece il parto cadendo sul pavimento.» I
periti risposero per la verità, che la forza per istrangolare la
debolissima creatura appena partorita, la madre poteva avere, ed anco di
avanzo; non così per operare la frattura del cranio, la quale poteva
probabilissimamente essere successa nella caduta del parto sul
pavimento.

Chi avesse mirato il volto del prete dopo siffatto responso dei periti,
lo avrebbe visto illuminarsi di un subitaneo raggio, ma fu lampo appena
apparso represso, ed ei si ricompose tosto nel melanconico
atteggiamento, il quale gli procurava la simpatia dello universale.

Dopo i periti interrogarono la Brigida Travicelli; ahimè! Non era
Ettore, eppure quanto mutata dalla Brigida di un'altra volta: il suo
deposto orale fu perpetua contradizione dello scritto. Ora ella
affermava il reverendo nel commettere alla custodia di lei la giovane,
averle premurosamente raccomandato di pigliarne cura come se le fosse
sorella; non averle taciuto come per bontà di cuore l'accogliesse ospite
in casa sua per rimettersi in salute; dove deludendo la vigilanza della
sorella era caduta in leggerezza con qualche giovinastro del paese,
adesso egli trovarsi nel maggiore imbarazzo che mai gli fosse capitato
nel mondo, che nè a metterla per la strada, nè a ricondurla in cotesto
arnese al padre gli bastava l'animo: la retta egli aveva pagato
puntualmente sempre, e se altra volta attestò diverso, lo fece, Dio la
perdoni, per istizza, dacchè credendo allora che il reverendissimo don
Liborio avesse lo zampino in cotesto pasticcio, a lei non pareva di
essere ricompensata come si meritava, e il prete, secondo il solito,
fatta la grazia, avesse gabbato il santo; ma avendolo riconosciuto
innocente, come il bambino allora allora battezzato, o giù di lì, e che
tutto egli aveva fatto per carità, ed ora si trovava in brutti guai,
cadutale la rabbia, aveva fatto proponimento di riparare, come poteva
meglio, allo errore commesso.

Fabrizio, avendola fatta interrogare, come, perchè, e a persuasione di
chi, ella avesse mutato credenza, ella rispose:

— Degni sacerdoti averle fatto toccare con mano come stavano le cose.

— Difatti le vostre parole sanno di sagrestia: e dite, vi hanno dato
denari od altro, o vi hanno promesso ricompensarvi più tardi del mutato
deposto?

— A me non hanno dato nulla.

— Promesso?

— Se più tardi vorranno darmi qualche cosa, sono una povera vedova e non
posso rifiutare la carità altrui.

La mula era ferrata a nuovo; ond'ella continuando disse circa alle
lettere, che veramente la Felicina spesseggiava a scriverne quanto più
si avvicinava il tempo del parto, ma a cui le indirizzasse ella non lo
poteva dire, non sapendo leggere: chi fosse l'amatore della Felicina, nè
questa averglielo mai confessato, nè ella essere giunta a conoscere, ma
dando spesa al suo cervello essersi immaginata, che fosse qualche
soldato dell'esercito di Sua Maestà, e questo argomentava dalla furia
con la quale la ragazza correva alla finestra appena sentiva sonare la
tromba dei bersaglieri: in cotesti momenti non l'avrebbero potuta tenere
nè manco gli argani.

Dopo la Brigida, venne uno stormo di beghine e di preti, tutti ampissimi
fidefacienti della moralità, della probità, della santità, di una sporta
insomma delle virtù, che finiscono in _a_; e il reverendo don Liborio,
in sembianza compunto:

    Stavasi tutto umìle in tanta gloria,

come madonna Laura.

Quanto a Felicina, l'avvocato Fabrizio reputò spediente citare per
testimoni alcune fanciulle sue compagne d'infanzia e pari di anni,
avvisandosi che come giovani avrebbero più agevolmente aperto l'animo a
sensi di pietà, e messo per lei parole di difesa. Se (egli aveva
pensato) se cuori induriti da lunghe offese non reggono alla vista di
tanto infortunio, come non si commoveranno coteste anime verginali? E di
simile commozione egli si avvisava far capitale per aprire una breccia
dentro ai crani dei giurati.

Non lo avesse mai fatto! Pari ad un nugolo di insetti maligni, ognuna di
loro si provò a spuntare il proprio pungiglione sopra le carni della
povera Felicina, e lei dipinsero proterva e invereconda, degli amori
altrui insidiatrice: invidiosa e spietata, sicchè non pareva esser
contenta, se tutti i giovani non tirava a sè, nulla curando la
disperazione delle compagne. Sovente avere presagito fra loro ch'ella
non poteva, se non capitar male, ed ora essersi pur troppo verificato il
presagio: della sua fine esse aver sentito dolore, non meraviglia.

All'avvocato Fabrizio cocendo essersi scottato le dita, venne in mente
d'interrogare alcuna per qual modo poteva affermare che la Felicina
toglieva altrui gli amanti, e fece peggio, perchè la interrogata come
vipera rispose che questo non diceva per lei, perchè innamorati, ella
non aveva avuti fin lì; e caso mai li avesse avuti, oh! la Felicina non
sarebbe stata bastante a levarglieli di sotto: averlo sentito dire da
altre.

Insistendo Fabrizio, ond'ella dicesse da quali indizi argomentasse lo
istinto rapace nella Felicina di levare gli innamorati alle sue
compagne, sentì rispondersi:

— Mi ha seccato.

Intervenne il presidente, il quale disse:

— La non si stia a seccare di più, e risponda con garbo.

Ora, siccome costei compariva magrissima, non è da dirsi quale e quanta
ilarità destasse nell'uditorio la lepidezza del presidente; e la
testimone indispettita osservò:

— Caro lei, subito che per colpa sua i giovanotti lasciavano le ragazze,
ciò significa che se li pigliava per sè.

Le passioni, massime le passionacce, ragionano sempre così.

Le beghine a carico deponevano avere veduto la Felicina sbadigliare alla
messa: ed una volta, alla predica del padre Giabolò, domenicano, si era
addormentata: decisamente religione ella non ebbe mai.

Per ciò che spetta ai documenti, quelli che concernevano la Felicina
procedevano a rovescio degli altri allegati sul particolare di don
Liborio, cominciavano bene e finivano male; mentre i secondi mostravano
patente brutta sul principio, e giù giù conchiudevano in lode. Era
curioso considerare come la buona fama di queste due creature facesse
l'altalena nel mondo, mentre la reputazione dell'uno declinava, quella
dell'altro andava in su, e viceversa. Ci voleva altro che Fabrizio per
combattere le arti dei gesuiti, e posto che egli avesse potuto sopperire
alle arti manifeste, come avrebbe riparato alle segrete?

Le risposte del prete, mirabili per semplicità e per modestia; egli la
contava così: essendo accaduta la disgrazia alla sciagurata Felicina,
mentre la ospitava in casa sua, vergognò aprirsene coll'amico, ed anco
temè per la figlia e pel padre; per lui, che quantunque dabbene,
violentissimo uomo era; per lei, che dubitò ne sarebbe morta di onta:
egli per troppo tenera (e se così vuolsi) per troppo pusillanime natura
in mal punto si ritrasse dal retto cammino, e con quanto inestimabile
danno! Procurò nascondere un fallo, e più tardi ebbe a rivelare un
delitto, e il padre.... il povero padre, che sarebbe rimasto desolato
alla notizia del fallo, a quella del delitto cadde spento d'apoplessia
fulminante.... (e qui si asciugò gli occhi). La stessa debolezza lo
assalse, allorchè avendo divisato portare il morticino al curato
viciniore, perchè lo seppellisse, incominciò a ragionare per via: «Che
cosa mai avrebbe detto il degno sacerdote a vederlo in cotesto arnese?
Come non lo avrebbe umiliato per essersi messo in cotesto salceto? Qual
senno, quale discretezza verrai a mostrare, non dirò di uomo anziano, di
teologo, di parroco commesso alla cura delle anime, ma sto per dire di
giovine scapestrato?» Si vergognò: perse il lume dagli occhi, povero di
consiglio, non sapendo più dove andare, nè che si fare del carico
infelice, dopo avere vagato un pezzo, capitò in un luogo remoto, quivi
lo depose e fuggì via. Non ci è dubbio, egli confessava pianamente,
tutto questo essergli successo per castigo dei suoi peccati, ma potere
levare le mani al cielo e prendere Dio per testimone, ch'elle erano pure
di delitto. Troppo cara gli era costata una imprudente carità, pure non
se ne lamentava, e riverente piegava il capo ai decreti della divina
Provvidenza.... ed aggiunse certe altre erbuccie che si tralasciano per
brevità.

E pur con queste vele e con questi remi voga da secoli e accenna volere
vogare un pezzo la galera della umanità.

Felicina interrogata non rispondeva: la sua mente vagava altrove; durava
fissa nella immagine di un pargolo natante entro una pozzanghera di
sangue: non cessava di udire il grido, che incominciò vagito e finì in
singhiozzo di agonia. Sollecitata da Fabrizio, scossa dai giandarmi,
finalmente si guardò d'intorno stralunando gli occhi; poi prese a
strillare con lo odioso strido della civetta:

— Scellerata! Scellerata! Io sono la scellerata!

Cotesto ululo, a molti di coloro che lo udirono mise addosso spavento, a
veruno pietà; nè ci fu verso di cavarle altro di bocca. Fabrizio sudava
per la pena, e con la mano coperta dalla sottovesta si lacerava il
petto.

Il procuratore del re (se io fossi re, nè manco per tutto l'oro della
Sonora, gli permetterei chiamarsi mio procuratore) sorge, e principia
col tirarsi su le maniche della toga, vorrei dire, come il sacerdote che
si accinge ad immolare la vittima, ma il paragone mi sembra troppo di
lusso; dirò come il gladiatore in procinto di scendere nel circo a
duellare contro un uomo che non conosce e non odia. Anco questa
comparazione mi pare di soverchio onorifica: lo ufficio del pubblico
accusatore supera ogni similitudine, egli è unico; pari a se stesso; non
lo confondiamo con altri, i confronti varrebbero a smussarne la punta,
la quale importa che rimanga tagliente nella sua truce acutezza.

Se mai avvenga che nel casamento dove abiti con la tua famiglia torni di
casa un macellaio, tu dà la disdetta e al termine dell'affitto vattene;
se un procuratore del re, paga l'annata e vattene subito: lascialo
isolato, esposto al bersaglio della pubblica esecrazione. Se cotesto
mostro fosse vissuto ai tempi di Ercole, avrebbero celebrato capitale
fra le sue fatiche quella di purgarne la terra. Difensore della legge
sappiano che deve reputarsi e salutarsi colui il quale pone ogni studio
di salvare lo innocente alla famiglia e alla patria; nel dubbio, si
astiene; non già l'altro che spinge feroce le creature di Dio sotto la
mola, onde la pena macini. Gli uomini se la pigliano con gli istrumenti
del supplizio, scaraventando di tratto in tratto nel fiume cesti, assi e
mannaie, e si maravigliano di vederli drizzati su un'altra volta come se
fossero tornati a galla dal profondo delle acque; in che voi altri
differite dagli orsi, i quali si arrovellano contro lo spiedo che li
ferì, senza pensare alla mano che lo vibrava? Non contro gli arnesi del
supplizio, bensì contro chi ordina che s'innalzi, bisogna voltare
l'obbrobrio e l'ira; questi, non quelli, conviene sbalestrare quando
capita.

Io di certo non mi condannerò al castigo di riportare la parlantina
smollata nel sangue di cotesto _acaro legale_[26]; riferirò per sommi
capi la sua orazione: pertanto egli parlò della ineffabile angoscia che
gli travagliava l'anima per dovere mettere parole in tanto deplorabile
negozio (come se non fosse stato dieci volte padrone di tirarsi giù
dalla finestra prima di parlare!); pur troppo considerarsi, ed a
ragione, i difensori della legge soldati; anzi per cui dirittamente
guardi più dei soldati da compiangersi assai, imperciocchè questi
riportino talora ferite nel corpo per ordinario sanabili, mentre i
difensori della legge si sentono sempre trafitti nell'anima, così che nè
per tempo, nè per mutare di stato possono consolarsi giammai. Tuttavia
senza ira, senza amore, come senza viltà avrebbe compito il debito suo:
soldato del dovere.

  [26] Degli acari ve ne ha di più maniere, acaro ricino, acaro
  reduvio, ed è animale che si attacca al bestiame; _tiene il capo
  tuffato nel sangue e, non emettendo escrementi, per pletora
  muore_. Plinio, _Hist._, l. II, c. 40.

E qui si forbì le labbra, che gli pareva avere sbancato Marco Tullio
Cicerone, poi con la estrema diligenza, che mette il sacerdote a
rinettare col dito la patena quando ha celebrato la messa, si mise
costui a raccattare i minimi frammenti della vita di Felicina, e
commetterli insieme con cemento di perfidia e di sofisma: lei disse
colpevole della bellezza funesta di cui la ornarono non amici i cieli;
in lei indizio di futura pravità la gaiezza, onde giovanetta folleggiava
nei sentieri della vita; lampo di libidine il talento di ornarsi di
fiori, pigliando esempio dalla natura, e vincerli nella fragranza e nel
colore; prova di corruzione in lei la cupidità di tirare a sè gli amanti
altrui, scompigliando in questa maniera, senza verecondia, come senza
pietà gli amori delle compagne; e con istinto più tristo dei cacciatori,
_conciossiacosachè_, questi, chiappati gli uccelli, non li curano più,
mentre ella all'opposto li curava per godere del tardo pentimento loro e
dell'angoscia delle amiche tradite.

— Voi la vedete — sclamò quindi additando Felicina — questa rea femmina
sta dinanzi a voi. Gli uomini della scienza esclusero la insania:
dubitano vada soggetta a qualche passeggera aberrazione, che potrebbe
essere conseguenza del rimorso, ma io lo nego, e affermo che finge;
dunque, di quanto ella fa possiede conoscimento intiero; la volontà le
persuade la elezione dei suoi atti; ebbene, diede ella alcun segno di
pentirsi? Fors'ella accolse docile e sommessa l'esortazione del
magistrato, onde chiarisse la giustizia di questo mistero di delitto? E
lasciamo da parte il magistrato, giunse a intenerirla suo padre, che
supplice le s'inginocchiò davanti? E quando cotesto infelicissimo
traboccò nel sepolcro per ischianto di angoscia della sua contaminata
canizie, si desolò ella? Chiese perdono a Dio del suo peccato? Desiderò
un confessore per versargli nel seno tutta l'anima sua e procurarsi il
sollievo che emana dalla penitenza, da questo fonte che la misericordia
divina pose nel mondo, non meno portentoso di virtù che quello del
battesimo?....

A questo punto un curato non potè stare alle mosse e gridò: _Bravo!_ Il
quale bravo destò l'eco necessaria dell'usciere, che non ripetè cotesta
parola, ma urlò: _Silenzio!_ Il regio procuratore continuava:

— No, anzi essendole stato proposto, lo respinse dispettosa. Dirò aperto
quello che sento: in giovane donna io non vidi mai tanta durezza, tanta
pervicacia, tanta impassibilità. Egli è perciò, che quando il troppo
caritativo sacerdote le offre ospitalità nel suo tetto, se non sacro,
almeno religioso, e la pone al fianco di piissima donna, ella non
rabbrividisce al pensiero d'inquinare l'ospizio e di tradire l'ospite,
rendendogli, ingrata! in compenso del pane che le offre, un serpente:
non la spaventa la considerazione di immergere l'uomo di Dio in un mare
di guai: concetto che io per me giudico tanto più proditorio,
inquantochè il nostro sacerdote ebbe con lunga battaglia ed indefesso
studio a combattere propensioni naturali non per certo felici, e le
vinse; ed ora che da lungo tempo era uscito vittorioso dall'acerba
tenzone, e così superiori come inferiori, a ragione reputandolo simile a
Giacobbe, uomo provato nelle prove del Signore, lo proseguivano di
altissima stima, per non dire venerazione, eccolo da un punto all'altro
messo a repentaglio di perdere tutto: egli gustò l'aceto del carcere,
egli il fiele dell'accusa; egli sentì l'obbrobrio, la detrazione, e le
infamie di cui il secolo scapestrato è liberale contro la religione,
âncora della società, e contro i suoi venerandi ministri....

Qui mormorio di approvazione per tutta la sala; ma l'usciere, assumendo
le parti di Eolo, sorse in piedi guardando con piglio minaccioso i
susurroni; per la qual cosa i mormorii ebbero a rinsaccarsi senza poter
prendere la forma di un secondo _bravo_.

— Certo — continuava il pubblico ministero — il sacerdote doveva fare
del cuore rocca, e ricondurre senz'altro la figlia al padre, svelandogli
il suo peccato: non gli bastò l'animo: temeva non gli sarebbero mancati
(tuttochè ingiusti) rimproveri di negligente custodia: sapeva che lo
infelice genitore sarebbe morto d'ambascia, nè parve esagerato il
presagio, poichè pur troppo lo verificò lo evento. Ora mettiamoci la
mano al petto: chi di noi conoscendo uccidere lo amico, partecipandogli
una notizia, non repugnerebbe dal farlo? Che partito in simile frangente
sovveniva a don Liborio? Egli si mostrò certo generoso e pietoso;
incauto forse, ma io vo' mettere anche incauto senza forse; e che
perciò?... Io svolgo e risvolgo il volume della legge, ma non ci trovo
qualificata come delitto la carità incauta; e neppure nella mia
coscienza, dalla quale argomentando mi arrisico ad affermare,
prestantissimi giudici, che nè anco voi la troverete nella vostra. La
donna non palesò mai per preghiera, nè per minaccia il nome del suo
complice, ed io, o signori, ho dovuto pensare, come avrete senza dubbio
pensato anco voi nella vostra perspicacia, se lo poteva ella? Non si
trova ella forse nella condizione di colei, che correndo scalza nel
pruneto non sa dire qual pruno l'abbia punta? Costei scrisse, ci narra
un testimone credibile, moltissime lettere senza mai ottenere risposta;
e ciò a parere mio dimostra ad evidenza, che da lei s'indirizzavano ad
uomini diversi, imperciocchè noi tutti ci sentiremmo sgomenti del
silenzio altrui, e smetteremmo scrivergli più innanzi, o per cruccio del
disprezzo che ci parrebbe patire, o per disperazione di vincerlo; quindi
s'ella continuò il carteggio, è chiaro che deve averlo fatto con persone
diverse. Allorchè la scaltrita donna ebbe picchiato a tutte le porte, e
non gliene fu aperta alcuna, allorchè conobbe respinta da tutti la
obbrobriosa genitura, ecco si volge _in extremis_ al pietoso sacerdote,
che accorre, e giunge.... o Dio! in qual momento egli giunge? Sarebbe
pietà lasciare sepolto nelle tenebre quanto accadde in cotesta notte
scellerata.... Il soffio del Creatore accese un'anima, il soffio di una
madre la spense.... il primo latte della madre alla sua creatura non fu
il bacio su le labbra, sibbene la stretta delle dita intorno al collo,
donde uscì un solo vagito — primo ed ultimo; — per battesimo egli ebbe
la strangolazione! poi cadde, e si ruppe il cranio. Però importa,
prestantissimi giudici, che voi poniate in sodo, come una sola fu la
causa della morte della creatura; prima di cadere era stata strangolata.

Per procedere con la imparzialità che per me è religione, mi sono mosso
un obietto: perchè l'accusata si dispose a commettere il delitto? Non
era più sicuro gettare il neonato nella ruota dei trovatelli? (Baratro
degli uomini inciviliti, largo a ingollare, scarso a rendere anime
viventi. _Apotete_ spartano, riveduto e corretto ad uso della civiltà
cattolica.) Su questo proposito rispondo: e che so io? O che sono tenuto
io di entrare nel cervello del colpevole, e cercarvi, e trovarvi un
nesso logico nei suoi divagamenti? Signori, io pensai sempre, e penso
che il delitto assai più che dalla pravità del cuore, nasca da un
calcolo sbagliato dello spirito. Con la morte del figliuolo forse
l'accusata immaginò fare scomparire non solo la traccia, ma perfino la
memoria del successo; le mancò il senno, e comparve il suo concetto
infelicissimo così nello scopo, come nella esecuzione, e ciò perchè,
come predica il proverbio antico _a cui vuole male Dio toglie il senno_.
— E aggiunto un diluvio di ragioni di simile risma conchiudeva: — il
tempo perverso domanda esempi virili; non vi trattenga la mostra di
demenza, ond'ella vi sembra dominata, perchè usa per costume inveterato
a fingere, chi ci assicura, ch'ella non finga? E nè anco vi commuova il
rimorso, che per avventura a voi potesse parere che ella sentisse,
imperciocchè il rimorso in ogni caso sarebbe il foriero delle pene che
Dio le destinò nella vita futura, ma a Dio l'altra vita; la presente a
noi: a lui lo spirito, a noi il corpo; nè il cielo volle mai usurpare le
pene della terra, nè la terra quelle del cielo. La società offesa,
chiede vendetta, e più della società la famiglia: considerate tutto
intorno a noi minaccia rovina: ogni cosa agli urti incessanti della
rivoluzione accenna sfasciarsi, mettiamoci, metteteci se pure n'è tempo,
riparo per non rimanere sepolti sotto i frantumi... colpite, e al fiero
esempio le vostre figliuole pensino, e tremino... Chiedo pertanto, che
lo accusato don Liborio venga dimesso a carcere sofferto, e quanto
all'accusata Felicina chiedo le sia applicata la disposizione
dell'articolo 531 del Codice penale. —

Al finire di questo discorso, dove non sai se primeggi lo assurdo o la
ferocia, comecchè entrambi v'insaniscano tiranni, fu udito un bisbiglio
come di labbra susurranti _avemarie_ e _paternostri_; di fatti non poche
beghine avevano cavato fuori di tasca il rosario e devotamente lo
recitavano.

Invitato a dire, sorse il giovane Fabrizio: il sudore gl'imperlava la
fronte,

    Non avea membro che gli stesse fermo:

con la destra si tirò dietro le tempia i capelli, e vibrato uno sguardo
sopra il procuratore del re, che parve lo strale di Apollo contro il
serpente Pitone, come se un demone lo agitasse proruppe:

— Sono quelle che ho udito parole di uomo civile in tempi civili? Vi
contenterete voi padri di conservare caste le vostre figliuole per
terrore della gogna, della mannaia e del capestro? Porrete voi custode
alla verecondia delle vostre figliuole il carnefice? Per ritrovarla
inalterata inchioderete la castità delle vostre figliuole sulla croce
come lo schiavo romano? O padri, poichè voi non sentiste il debito di
protestare in nome delle vostre figliuole, lo faccio io, e dichiaro che
movendo il primo passo nel fòro, non avrei mai creduto inciampare in
tanta indegnità.

Guardatevi di favellare alle vostre figlie di colpe, di delitti e di
patiboli, bensì dite loro, che la società minacciata di naufragio ha
gettato sopra esse l'âncora della speranza; e, od esse la salveranno, o
veruna altra cosa potrà; serbino non pure i corpi, ma sì le anime
incontaminate da ogni malefico influsso: quando le ammaestrerete fate di
porre il dito sul vangelo, colà dove predica: «voi avete udito che fu
detto dagli antichi non commettere adulterio, ma io vi dico, che
chiunque riguarda una donna per appetirla ha già commesso adulterio con
lei nel suo cuore»: dite loro che l'anima della donna ha da essere un
santuario di pensieri casti e soavi; dalle sue labbra devono fluire
sempre parole di consolazione e di amore; e dalle sue mani, pari agli
arbori di mirra e d'incenso emanare perpetuamente atti di carità.
Dimenticate i concetti sciagurati del pubblico ministero; sperdeteli al
vento, e caso mai vi tornassero alla memoria sbanditeli come la
tentazione del maligno.

E voi, fanciulle, la testimonianza delle quali, troppo fiducioso io
invocai, invece di sovvenire alla vostra sorella caduta, voi avete
portato fascine al rogo e fuoco per ardervela sopra; — voi sole siete
quelle che potete far tesoro delle parole del difensore della legge.

Lo so, a me verrà taccia d'incauto per avere invocato la testimonianza
di donne ormai tocche dal fiato malefico del tempo, ma a voi quale e
quanto non lontano rimorso? Certo non i miei, ma i vostri nemici mi
riprenderanno, dicendo che io doveva sapere come le sacre carte parlino
bensì di angioli, di angiolesse non mai; e che se angiolesse ci fossero
volerebbero non con ali di colomba, bensì di pipistrello. Voi salutano
fiori, e fiori siete; ma fra questi vi hanno le rose, delizia della
gioventù innamorata, ed i giacinti, fiori da morto, fregio di
cataletto... andate contente se potete, con le vostre parole voi avete
intrecciato la ghirlanda sopra la bara di Felicina. Che colpa fu la sua,
se a lei, più che a voi, sorrise la natura? Se in lei più che in voi
infusero i cieli senso del bello? Avete mai considerato se fu maggiore
in Felicina la virtù di vincere i cuori, o la screanza in voi per
allontanarli? Se come affermate non li serbava per sè, è segno certo che
non ve li rapiva ella, bensì abbandonavano voi. Siate sicure, i vostri
obbrobri contro la povera Felicina non vi guadagneranno più cuori di
quelli che vi procurava la vostra venustà, nè cresceranno il valore
della vostra dote.

Ma strano a pensarsi, mentre dispetti di femminucce e parole astiose
forniscono materia al pubblico ministero per tessere grande parte di
accusa, la gioventù perversa e gli atti biechi del prete accusato od
egli dissimula o scusa... quasi li loda! _Dat veniam corvis, vexat
censura columbas._ Ecco il procuratore del re, curandaio dell'anima di
don Liborio, me lo tuffa, inquinato di mille sozzure, nelle sue pile e
me lo rende di bucato: ecco il nuovo Saulo nella persecuzione della
innocenza; casca da cavallo e, in grazia del procuratore del re, si
spacca il capo? No... diventa Paolo... uno apostolo... un santo.

I tribunali così esteri come nostrani — continuava il giovane alzando la
voce — vanno pieni di processi per delitti scellerati e nefandi, pei
quali di leggieri si comprende come i preti abbiano elevato la ipocrisia
alla sublimità di scienza. La religione hanno convertito in coccio da
tartaruga, dentro cui si rannicchiano quando stormisce sul capo loro
l'ira degli uomini e di Dio... Dio, del quale s'industriano snaturare
nelle menti umane lo intelletto e lo amore mediante superstizioni,
idolatrie e gaglioffaggini, che il popolo imbestiano così da disgradarne
i bruti...

— Avvocato — interruppe il presidente — io adoperai fin qui, a vostro
riguardo, molta indulgenza, considerando essere questa la prima vostra
orazione, adesso poi mi parrebbe mancare al mio dovere se non
v'invitassi a temperare le vostre parole, trattandosi della religione
cattolica, riconosciuta della maggioranza dallo Statuto fondamentale.

— Signor presidente, accennando io a superstizioni, a gaglioffaggini e
ad idolatrie, ma credete voi che io parli di religione?

— Ma le pie tradizioni che il popolo conserva _ab antiquo_ voglionsi
rispettare.

— Ah! gli errori diventano venerabili quanto più antichi? Credeva che
questo accadesse pel vino; mi sono ingannato; da ora in poi terrò per
sante le fraudolenze alla stregua del tempo che esse soffocano lo
spirito umano. Popolo, rispetta le tue fasce, perchè ti stringono da
secoli; tu hai da giacerti mummia eternamente dentro al sepolcro della
vita! Chi aprisse il pollaio alle volpi si chiamerebbe stolto, e stolto
altresì chi immettesse il lupo nell'ovile; e voi, che commettete le
anime e i corpi delle vostre creature nelle mani ai preti, come vi
chiamerete voi? Quello che la lingua rifugge a raccontare, quello che
senza coprirsi la faccia per la vergogna non si potrebbe udire, forma
per costoro esercizio di disciplina gentile...

— Calunnie! — interruppe una voce sonora nella sala.

Per cui l'avvocato come punto rispose:

— Chi è il temerario, che ardisce tacciare le mie parole calunnie? Si
faccia innanzi. Signor presidente, vogliate ordinare che il processo
continui a porte chiuse; ond'io possa allegare oltre a cento sentenze
pronunziate nel giro di pochi anni contro le nefandezze sacerdotali.

— Continuate, avvocato; ciò non fa al caso nel nostro processo:
l'interruttore sia condotto fuori della sala.

Lo interruttore fu rinvenuto; egli era un prete gobbo: allora il riso
s'impadronì della gente quivi adunata; perfino i giudici risero, ed anco
don Liborio; due no, Felicina e Fabrizio. Così senza rimedio si alterna
nel mondo la tragedia con la commedia, perchè questa quando tu te
l'aspetti meno t'insanguina le mani, e quella, mentre tu stai per
piangere, ti cocca e ti fa la castagna.

Quietato il riso, Fabrizio riprese:

— Deh! datemi ascolto e incoraggiatemi con la vostra attenzione, perchè
se il mio dire vi parrà inculto, egli però si parte dal cuore. Avete
veduto il pubblico ministero con quale agonia attese a raccogliere
pruni, sterpi, stecchi e trucioli per costruire il rogo dove abbruciare
la misera giovane? Per me confesso che in ascoltarlo, sentendo paura
ch'ei mi notasse e gli saltasse il capriccio di accusarmi, mi venne
voglia rimpiattarmi; qual vita comecchè innocentissima non gli
fornirebbe materia per chiedere l'applicazione della pena capitale? Ma
sapete, signor procuratore del re, che con tutto il rispetto che io
professo per le vostre virtù, se mi mettessi a frugare nella vostra vita
coi modi coi quali voi rovistate nell'altrui, gioco cavarci tanto da
farvi impiccare per lo meno tre volte.

Ora venite qua, e ditemi: quando la Felicina per gli inviti del suo
insidiatore, lasciò la casa paterna, era incinta, o no? Se incinta,
perchè allontanarsi da un luogo dove avrebbe rinvenuto sussidi a celare
meglio il suo fallo? Qui i testimoni pochi e interessati a nasconderlo;
e per andar dove? In casa circondata da persone rigide, studiose a
vigilarla, non facili a perdonare di questa maniera peccati: ad ogni
modo repugnanti a sovvenirla per dissimulare la sua colpa: quindi
cresciuti i pericoli, lo scandalo sicuro. No, prete, tu avesti Felicina
pura e ce la rendi contaminata. Chi ci racconterà le arti infernali del
seduttore, le lusinghe, le profanazioni, le minaccie, il terrore? Chi le
violenze, o lo assopimento, o la ebbrezza? I serpenti conoscono le
infinite guise con le quali i serpenti inviluppano la vittima nelle loro
spire, non io. Perchè non la ricondusse al padre? Questo il debito suo.
Egli mentisce quando narra del padre fulminato dallo annunzio della
colpa della figlia: non fu, no, la notizia del fallo, bensì quella del
suo preteso delitto che uccise il misero uomo.

Certo, non io scuserò la fanciulla, la quale non seppe resistere alle
lusinghe dell'amore, ma non sono questi i peccati di cui inorridisca la
natura, e trovino uomini e genitori implacabili: la gente ci si mette
attorno per ridurli a sacramenti e le più volte riesce: in questi casi
le nozze valgono per matrimonio e per battesimo. Ora dirò io la ragione
per la quale la figlia non fu ricondotta al suo genitore: il pubblico
ministero, con verecondia pari alla carità, suppone perchè dei molti
pruni male ella avrebbe saputo indicare quello che la ferì, ed io gli
affermo al contrario ch'e' fu perchè l'unico e il solo temè rimanere
scoperto, perchè questo non poteva, anco volendo, riparare al mal fatto,
perchè questo uno appetì la voluttà, non gli imbarazzi della colpa. Al
pubblico ministero non garba indagare le cagioni del delitto: a lui
basta trovare il fallo e domandarne il gastigo. Ciò significa che egli,
o non conosce il suo dovere, o ricusa adempirlo; quando egli insta,
affinchè la legge percuota un capo cui egli non in virtù di prove, ma
per via d'induzioni dichiara colpevole, allora religione, coscienza e
legge gl'impongono l'obbligo di rinvenire prima di tutto la causa di
_delinquere_; però che se causa non si trovi, e non pertanto il delitto
sia stato commesso, ne viene per conseguenza che lo _imputato_, come
agente senza intelletto, non si condanni per colpevole, bensì si chiuda
come demente. Giusto, in questo punto, sul quale il pubblico ministero
guizza con riprovevole leggerezza, io lo intimo a rendermi ragione della
causa _determinante_ Felicina a commettere lo infanticidio. Ormai ognuno
sa e sente che spugna di delitto non cancella vestigio di colpa. Non
riesce arduo, non dà luogo a ricerche il deposito di una creatura nella
_ruota_; mentre all'opposto è impossibile chiuderla nella bara, senza
suscitare sospetti ed investigazioni di polizia; e non ci ha mestieri di
troppa sagacità per comprendere come, nello infortunio in cui la
Felicina si trovava travolta, la più sicura, anzi l'unica via, che le si
presentasse, era per lo appunto quella di deporre il figlio
nell'orfanotrofio. Invece si pretende più verosimile, anzi vero, e di
più provato, che la madre in mezzo agli spasimi, agli sfinimenti, e
mentre la natura raumilia le ferocissime infra le belve, ella pensi
unicamente a celare la sua colpa; peggio ancora, deliberi mandare ad
esecuzione il consiglio premeditato di uccidere la sua creatura. Così
secondo il concetto del pubblico ministero, il proposito di ammazzare il
suo figliuolo, maturava nel cervello della madre alla stregua che le
membra di lui crescevano nel suo seno. Io me ne appello a quante madri
qui convenute ci ascoltano, e le invoco a dirci se questi concetti non
sieno calunnie espresse contro la natura.

Si concede, che il neonato possa in cadendo essersi infranto il cranio,
perchè si vuole assolvere un colpevole; si contrasta la strangolazione
fortuita, perchè vuolsi condannare lo innocente. Fra i dibattimenti
dello spasimo, fra le smanie del dolore, in mezzo al deliquio, non vi
par egli più ragionevole supporre che la mano cercando qualche oggetto
per aggrapparvisi siasi crispata intorno al collo del pargolo? Ci è
forse bisogno della forza di un atleta affinchè simile infortunio
succeda? Così debole cosa è l'umano alito nel suo nascimento che anco
l'aura di primavera basta per ispengerlo. Se taluno è reo qui, non è la
donna. Anco nei piati civili chi intenta un'_azione_ deve provarla;
tanto più nei criminali, dove l'oggetto della lite è una testa, e il
pubblico ministero malignò di molto, ma non ha provato nulla. Io non vi
chiedo la condanna del prete accusato, quantunque le prove, il discorso
della mente tutto me lo chiarisca seduttore, omicida, traditore
dell'amicizia, profanatore della ospitalità, ipocrita spietato....

Come quando un gruppo di venti si scatena sui campi della messe
cresciuta, le spighe del grano si dimenano di qua e di là, e pare che
sentano dolore, così si agitavano i capi degli uditori, e di nuovo
proruppe la voce:

— Calunnia!....

— Calunnia!.... Ebbene, quando a me non soccorresse altra prova della
reità del prete indegnissimo, mi basterebbe questa. Sapete voi in che
fasce fu trovato avvolto il morticino? Ve lo dirò io: nei fogli dei
giornali l'_Armonia_ e la _Civiltà Cattolica_: giornali entrambi di cui
si nutriscono i partigiani dei gesuiti, come Mitridate si cibava di
veleno. Ecco il prete e i suoi doni. Questo padre dabbene ebbe
avvertenza di provvedere il sudario in cui si avvisava ravvolgere il
figlio morituro. Ma io, lo ripeto, non chiedo la condanna dell'accusato;
questo non è mio ufficio; solo vi supplico a rimandare assoluta
Felicina. Misera! a cui sembra cotesto nome, sia stato posto per
derisione; miratela! Ventura per lei se l'avesse colpita in pieno la
orribile infermità della pazzia: ella non è pazza, ma neppure gode il
bene dello intelletto: si sente morire: i suoi pensieri, quasi strali
scoccati dall'arco guasto, deviano dal bersaglio, di rado ella possiede
la coscienza della vita; stringe il cuore a vederla sempre con gli occhi
intenti al suolo, come chi cerca un obbietto che desideri trovare....
difatti ella vi cerca una fossa dove deporre in pace il capo
doloroso.... Ah! non glielo negate voi. Dio l'ha percossa, e dove Dio
percosse l'uomo non tocchi. Considerate questa povera foglia rimasta
vizza sull'albero della vita, tremola per istaccarsi e raggiungere le
altre cadute.... non le impedite la morte serena. Mentre alle fanciulle
della sua età la vita sboccia fragrante e lieta come una rosa, ella
niente altro implora che uscire dal mondo ignorata, che non la ricordi
veruno, che intera la copra la terra della fossa: a questo patto ella
non maledirà la vita che provò insidia...... perdonerà tutti, fino il
suo vile seduttore, il quale volentieri abbandona alla misericordia di
Dio.... —

L'avvocato commosso non potè condurre a fine la sua perorazione, con
danno dei raccoglitori dei modelli della moderna eloquenza, e piacere
inestimabile dei giurati, rinati alla speranza di trovarsi a tavola
all'ora consueta. Il presidente allora chiese a don Liborio se avesse da
aggiungere alla difesa dei suoi avvocati, ed egli sorgendo, reverente
negli atti, disse:

— Nulla; io non mi lagnerò della diatriba contro la mia persona e il
carattere sacro che io vesto, di cui il giovane avvocato, servendo al
mal vezzo del tempo, ha fatto abuso: solo deploro, che la causa della
sua cliente non abbia potuto somministrargli argomenti migliori di
difesa: alla intenzione e al bisogno di giovare altrui, perdono la
intemperanza e l'eccesso.

Quanto a me, prima di tutto confido in Dio, e poi nella mia coscienza e
nel sapere dei giudici. Solo chiedo in grazia mi sia concesso osservare
che non si serve davvero la causa dell'umanità straziando la religione
ed i ministri di lei, i quali, istituiti da Melchisedec, vennero a noi
per lungo ordine di anni e per lungo ordine di anni, in onta ai conati
della empietà, vivranno. —

Non aggiunse: _Portae inferi non prevalebunt_, ma l'agguantò proprio sul
margine estremo dei labbri. Un dì per significare le colonne d'Ercole
della tetra sfacciataggine soleva dirsi: costui ha la fronte di bronzo,
ovvero sopra la sua faccia si potrebbero battere i ducati; adesso
codeste comparazioni non farebbero più al caso, mercè di tali, che ho
conosciuto e conosco, di cui al confronto, il bronzo parrebbe latte
rappreso e il torsello pasta frolla. Ogni cosa è in progresso.

Felicina non intese la voce del presidente, che a lei pure rivolto,
disse:

— E voi, accusata, avete nulla da aggiungere per la vostra difesa?

Ma quella del prete la scosse, tremò forte dal capo alle piante, gli
occhi smarriti fissò sopra lui come se fossero state due punte: poi di
un tratto, a mo' di tagliola che scatti, gli si avventò al collo urlando
col solito strillo:

— Scellerato, scellerato, scellerato, che hai fatto del tuo figliuolo?
Rendimi il mio figliuolo....

Così mosse subitaneo lo assalto, che il prete colto alla sprovvista, non
ebbe modo di schermirsi, si ripiegò e cadde in ginocchioni livido in
faccia; quantunque la ipocrisia lo vestisse della sua corazza di ferro,
la paura gli grondava da tutti i pori. Però toccando terra, sentì
rianimarsi; a tutti i vermi succede così: la terra è casa loro, e
comprendendo la stretta pericolosa in cui versava, e come una parola
incauta avrebbe potuto tradirlo, egli si strinse a dire:

— Signore, liberatemi voi da questa forsennata.

Non pertanto grandissima era stata la impressione nell'uditorio per lo
improvviso caso, e se da un canto l'aura di santo Ignazio loiolita
riprendeva ad asolare, dall'altro la pietà tentava intenerire i cuori, e
vi riusciva, se in mal punto il presidente non avesse con inconsulte
parole redarguito Felicina:

— Accusata, credete voi con siffatti furori migliorare la vostra causa?
L'audacia è l'ultimo rifugio dei colpevoli, ma non li salva mai.

— Dunque la è bella e giudicata? — saltò su impetuoso ad esclamare
Fabrizio. — Dunque prima della sentenza è condannata? Ah! signor
presidente, voi pretendete che la vittima si lasci svenare in silenzio?
Voi negate ai morenti perfino il sospiro? Badate, dal lambire che le
vittime facevano il sangue di sul coltello che le aveva sgozzate, gli
antichi traevano funesti auspicii...

— Qui non ci sono sagrificatori, nè vittime, — interruppe il presidente
stizzito — bensì giudici, dei quali è instituto condannare i rei, ed
assolvere gli innocenti.

— Sempre? — E lanciata questa parola, che parve sasso frombolato dalla
fionda, Fabrizio si lasciò andare giù rifinito sopra la sedia.

Il presidente allora, dopo dichiarato chiuso il dibattimento, riassunse
la discussione, fece notare ai giurati le principali ragioni addotte pro
e contro dalla difesa, rammentò i doveri cui erano chiamati a compire;
insomma eseguì tutto quello e quanto viene prescritto nell'articolo 494
del Codice di procedura penale.

Legge e coscienza impongono abbia ad essere questo riassunto imparziale.
Lo fu? E con più ampia domanda: ordinariamente egli lo è?

Io ho contemplato le bilancie di ferro tenute in pugno dalle statue
della giustizia marmoree o di bronzo (anco quella eretta da Cosimo I,
buona anima sua, sopra la colonna di Santa Trinita a Firenze, regge le
bilancie) e confesso non averne mai veduto i gusci pari, nè l'ago
diritto: ed ora se questo non possono fare braccia di bronzo e di marmo,
o come pretendete ottenerlo da braccio di uomo? Qui havvi un polso, e
dentro il polso il sangue che vi corre e vi ricorre risospinto dal
cuore. E noi sappiamo per esperienza lunga pur troppo, quanto
influiscano sopra il nostro cuore i rispetti, i sospetti e i dispetti
co' quali (a detta della prelodata buona anima di Cosimo I) si governa
il mondo; e non solo queste passioni, ma altresì l'uggia, la simpatia,
il temperamento, la disposizione del corpo ed altre minute, infinite e
non conosciute cause che tanto possono sopra di noi.

Imparziale il riassunto del presidente parve, ma togli un micolino di
qua, un zinzino aggiungi di là; qui smussa leggermente una punta, e lì
aguzzala; appoggia la voce sopra un periodo, e un altro susurrane, chè
la voce colorisce più e meglio del pennello assai, e tu ti troverai ad
avere con intera coscienza composta una relazione imparzialmente
assassina; tale appo cui giudicheranno galanteria la lingua dell'aspide
e la coda dello scorpione.

Nocque a Felicina il riassunto del presidente troppo più della
requisitoria del procuratore generale, imperciocchè questa sembrasse,
com'era veramente, irosa e sleale, mentre l'altro fu giudicato mansueto,
e retto; quegli irritò, questi convinse. Nè punto meno riuscirono
insidiose le questioni messe innanzi ai giurati, laberinto vero, per
uscire a salvamento del quale sarebbe bastato appena il filo di Arianna;
e la più parte dei giurati non conobbe altro spago, che quello col quale
legavano i cartocci a bottega.

I giurati chiusi in Camera a deliberare, non riuscendo in tutto a
formarsi da per loro un giudizio, nè potendo vincere la confusione in
cui caddero per la moltiplicità delle questioni, accordaronsi a pigliare
per guida il lume che traspariva dal riassunto presidenziale, e dove
parve a loro che inclinasse al sì eglino dissero sì, e dove al no, senza
tanto beccarsi il cervello, dissero no.

In meno di un'ora fu finita ogni cosa; la più parte di loro metteva
doppio tempo a desinare: neppure una delle formalità volute dalla legge
fu trascurata: vennero tutte eseguite puntualmente, chè il manuale
sapevano a mena dito.

I dodici rientrarono nella sala, dove li accoglie un silenzio inquieto,
foriero della tempesta. Il presidente domanda al capo dei giurati,
conforme alla usanza, qual sia il resultato della deliberazione; questi
con la mano sulla parte _dove il cuore ha la gente_, pronunzia la
formula sacramentale: «Sul mio onore e sulla mia coscienza la
deliberazione dei giurati è questa....» e la lesse, la quale sonò
alternativamente ora affermativa ed ora negativa con questa ragione, che
condannò senza pietà Felicina, e rimandò assoluto prete Liborio.

Il presidente, in ordine al _verdetto_ dei giurati, dichiarato prima
assoluto don Liborio, decretò si ponesse subito in libertà, non senza
ammonirlo di procedere un'altra volta meglio avvisato negli atti di
carità: anco questa ha i suoi confini; anzi per dirgliela in rima,
_conciossiachè il presidente desse talora una capata nella poesia_, gli
allegò la sentenza dello abate Pietro:

    ........... e quando eccede,
    Cangiata in vizio la virtù si vede.

E il diavolo rise. Quanto a Felicina, giudicata colpevole di netto, il
pubblico ministero chiese con bellissimo garbo alla Corte l'applicazione
della pena ai termini dell'articolo 531 del Codice penale.

— E che porta questo articolo? — domandavano così per curiosità l'uno
all'altro gli astanti, ed anco i giurati.

— Ma! — rispose uno, tirando su una presa di tabacco — semplicemente la
morte.

— La morte! — I giurati saltarono su come i diavoli di Germania scattano
fuori dalle scatole, e si misero paura scambievolmente: parecchi di loro
per quel dì non pranzarono; due, il giorno di poi ebbero a purgarsi; in
altro modo non sapevano piangere. Le fanciulle infeste a Felicina si
dispersero a mo' di colombe pel sopravvenire del falco; e tanto più
volentieri mi valgo di questa comparazione, in quanto che ho avuto luogo
di osservare come gli uccelli cari a Venere, non sieno punto, secondo la
opinione universale, miti, al contrario rissanti spesso fra loro a colpi
di becco, ovvero di ale a mo' che le femmine dispettose costumano co'
gomiti.

Ai consiglieri della Corte non fece caldo nè freddo; nell'animo loro la
sentenza, come la nebbia, lasciò il tempo che aveva trovato: di cotesta
maniera arrosti tutti i giorni ne cuocono; all'odore dello strinato ci
sono avvezzi.

Chi trionfò davvero fu il procuratore del re; quando tornò a casa pareva
Ezio reduce dai gelidi Trioni con due corbelli di alloro: la bambina che
gli si fece incontro giù per le scale egli si pose a cavalcioni sul
collo, segno di sterminata allegrezza, perchè non dimenticava mai la sua
gravità, anco quando era col berretto da notte e la veste da camera. A
mensa si cantò da sè l'_epinicio_, ovvero l'inno del trionfo; per
celebrare degnamente la vittoria volle una bottiglia di Chianti, proprio
di quello del Ricasoli. Cotesto vino, che ha il colore ed anco il gusto
del sangue rappreso, piace ai procuratori del re; anche il boia lo beve
per le pasque.

La folla spulezzò in un attimo per cavarne i numeri, ed essere in tempo
per giocarli prima che chiudesse il banco del lotto. Solo una vecchia
tentennava il capo, e le gridava dietro: «Dove vai senza giudizio?
Numeri buoni saranno quelli che piglierò quando le taglieranno la
testa!»

A Fabrizio non fu mestieri interporre ricorso in Cassazione per
Felicina; ricondotta in carcere la prese il delirio e non la lasciò più:
poco prima dell'agonia, secondochè per ordinario succede, tornò a
rischiararla nella sua pienezza la luce dello intelletto, e se ne valse
per raccontare punto per punto le infamie del prete traditore ed
omicida. Innocente ella era, e gli uomini le posero per lapide al suo
sepolcro una sentenza di morte.

E pure questa sentenza troppo più che alla Felicina tornò maluriosa a
Fabrizio, il quale appena fu pronunziata declinava il capo nelle mani,
nè più si mosse, finchè gli uscieri vennero ad avvertirlo, che stavasi
per chiudere il Tribunale; da quella via lo consolarono dicendogli: «Si
faccia animo, _se ha perso questa, ne vincerà un'altra_!» Egli si destò,
e gli parve essersi rinnovata in lui la leggenda dei sette dormenti;
l'uragano gli aveva devastato lo spirito: amore, affetti, generose
aspirazioni, ogni cosa dispersa; vibrò truce lo sguardo al cielo, e
parve Giuliano l'apostata, quando raccolto nel cavo della mano il
proprio sangue lo gettava in alto a sfida del galileo. Giù per le scale
del Tribunale fu udito borbottare:

— Caligola era un moderato.... già che ci era doveva desiderare che non
i Romani, bensì tutti i viventi avessero un capo solo.... umanità!
umanità! non vali una corda che t'impicchi.

E don Liborio? Ah! il cielo non abbandona mai i suoi divoti, come disse
colui che rubò la corona alla Madonna degli Angioli. Nelle prime ore
della notte, che tiene dietro a cotesto giorno lugubre, mentre don
Liborio si confortava di cibo e di bevanda, ecco fu bussato
discretamente alla sua porta, dalla quale, schiusa cheta cheta simile
alla bocca di una volpe che sbadigli, entrò un prete umile in vista,
che, salutato appena don Liborio, così gli favellò:

— Qui non tira vento buono per lei; su si levi subito e non perda un
minuto di tempo; troppo ci costa di fatiche e di danaro, perchè noi non
evitiamo il caso di cominciare da capo.

— Ma voi chi siete?

— Io? Miri; — e gli mostrò un foglio alla vista del quale a don Liborio
cascarono i frasconi: era un mandato del vescovo: di protervo si fece
mogio, e si lasciò condurre come un montone. Trasferito pel momento in
luogo sicuro; più tardi, a diligenza dei reverendi padri di Gesù, giunse
a Roma inavvertito, dove presentatosi al cardinale penitenziere, dopo
essersi sentito raccontare a parte a parte una lunga storia, che sapeva,
cioè quella dei suoi delitti, venne sottoposto a penitenza asprissima.
Anche qui gli valsero le arti della ipocrisia; e sì che i suoi compagni
in chierica se ne intendevano; tanto è, gli riuscì essere liberato dal
carcere. Vagò pel mondo, ma preceduto da per tutto dagli avvisi dei
gesuiti, non potè fare di troppi civanzi. Io lo incontrai in Corsica
mercante. Mercante di che? Ve la dò a indovinare in cento. Mercante di
_messe_. Mercante di _messe_? dite voi. Mercante di _messe_, dico io.
Ecco come. I preti di Francia, gesuiti o non gesuiti (imperciocchè voi
dobbiate ficcarvi bene nella mente che i preti sono come i fagiuoli, ve
ne ha dei bianchi, dei rossi, dei turchi, coll'occhio, ma in fondo sono
tutti fagiuoli), costumano pigliare dai devoti a dire più messe che
possono, e che non possono. In Francia il seme di Voltaire ha generato
più preti, che quello del Giappone bachi in Lombardia. E tuttavia non
sopperiscono alla richiesta di messe; taluno ha facoltà di _binare_[27],
ma pochi: potrebbero _ternare e quadernare_ senza facoltà, ma non usa,
forse in grazia dello antico proverbio: _Che non ci è putta nè ladrone
che non abbia qualche devozione_; insomma, siccome in questo mondo se ne
ha a vedere di tutti i colori, così ci stanno anco dei preti, a cui non
basta l'animo appropriarsi il danaro delle messe senza celebrarle: per
le quali cose essi hanno trovato un mezzo termine, onde uscirne pel
rotto della cuffia, accollando la celebrazione delle messe agli
impresari. E questo si capisce; ma se l'accollo fanno alla pari, dove il
guadagno? E se con ribasso come evitano il peccato? Adagio; fanno lo
accollo alla pari, e ci guadagnano sopra: ecco come: in danaro pagano
meno che possono, il rimanente somministrano in piviali logori, in
pianete fruste, in dalmatiche usate e manipole rammendate e stole
rattoppate, candelieri dorati a mecca, residenze ristuccate, madonne
ricucite, cristi tenuti su con la colla, santi ritinti.

  [27] _Binare_ significa celebrare due messe nel medesimo giorno.
  Questa facoltà di _binare_ concedono i vescovi ai preti.

Don Liborio non stava a guardarla tanto pel sottile, e o non faceva
contrasto, ovvero ne faceva tanto da migliorare il mercato senza però
lasciarselo fuggire di mano, quindi anche egli punto da scrupolo (o che
credete, che po' poi non avesse coscienza anche don Liborio?) di
commettere _simonia_, portatesi tutte queste ciarpe in Corsica,
negoziava coi preti dei paesi poveri come san Quintino, che sonava a
messa co' tegoli, e dava in _elemosina_, vale a dire in _salario_ delle
messe, o candelieri, o pianete, o vasi di fiori sbiaditi a prezzo
esorbitante, di rado aggiungendo danari, od aggiungendovene a spizzico:
a questo modo si procurava certificati della puntuale celebrazione delle
messe, che spediti in Francia, accettavansi per buoni, bastando ai
committenti francesi avere tanto in mano da ninnare la coscienza perchè
si addormentasse. Tuttavia la confessione non fu mai più concessa a don
Liborio: gli permisero la predicazione, però che assai si mostrasse
prestante in simile faccenda; invero copiosa era la messe che racoglieva
nel suo apostolato, massime nel propagare il domma della Immacolata
Concezione[28].

  [28] È storico il fatto del prete, che col tacco delle scarpe
  ruppe il cranio al pargolo avuto in virtù di scelleratissima
  seduzione: storico lo averlo gittato in una chiavica: successe a
  Pisa, fu giudicato dalla Corte di Lucca. Storica è pure la
  mercatura delle messe, barattandole in tante ciarpe, come
  racconto.



CAPITOLO IX.

AMORE TERRENO.


E se la Parca ti proceda amica, ella non può fare a meno, che pigliando
un tosone di oro per filare la tua vita, non ci mescoli dentro alquanto
di lana scura: così ordinarono i fati; mentre se all'opposto, per
elezione, o per destino, la Parca scelga per te il vello nero, tutti bui
si succederanno i tuoi giorni, e pieni di amarezza: fra le tenebre del
tuo sepolcro e quelle della tua vita, aspetta e vedrai che non ci corre
differenza alcuna.

I casi avversi chiama la gente _Sventura_, come se fossero una cosa
sola, e di qualità pari; invece la Sventura è molteplice, simile in
tutto ai serpenti di Laocoonte; o se pure ella ha un corpo solo, mirala
(Dio ti preservi da provarla!) i suoi capi sono infiniti! Cotesta idra
spietata ti lacera il corpo, e nello stesso punto lo spirito; nel punto
stesso t'investe la facoltà del pensare e quella del sentire; il
sepolcro non ti possiede ancora, ed ogni giorno senti la morte.... Ch'è
mai l'uomo fra gli artigli della Sventura?

Eppure, guarda cotesta onda mostruosa dell'Oceano! Anco il mare conosce
le sue catene di monti, pari a quelle della Imalaia, delle Cordigliere e
delle Alpi, quantunque esse sieno mobili, ed ei le faccia e le disfaccia
senza posa.... Osserva.... osserva.... vedi quel punto nero che
apparisce e scomparisce?.... Non vedi nulla! Ecco, guarda con questo
telescopio e fa' presto, chè il punto nero sta per iscomparire per
sempre. Lo vedi!.... Ebbene, l'onda mostruosa investì uno dei Leviatan
del mare, i quali col ferro e col fuoco portano la schiavitù e la morte;
lo travolse giù nell'abisso, lo trabalzò fino al cielo, e quivi lo
disperse ai venti insieme con le sue spume; tutto scomparve, alberi,
vele e la bandiera che nei giorni sereni, ventilata dalle brezze
dell'Oceano, pareva che collo zufolare delle pieghe dicesse: _anche
l'Oceano mi riconosce signora_!....

Cotesto punto nero è un uomo, che combatte contro l'Oceano. Con quali
forze? Non ci pensa. Per quanto tempo?..... È già sparito, ma ha
combattuto. Vissero e vivono anime non degne di trovarsi abiettate
dentro un corpo di creta, che non piegano alla forca caudina del fato, e
Bruto sputò la sua anima in faccia alla Sventura esclamando: «Vergognati
della tua onnipotenza». E così Spartaco schiavo, e Catilina patrizio:
entrambi caduti supini sul campo di battaglia, entrambi laceri di ferite
nel petto, e con gli occhi aperti, trucemente fissi nel cielo, e co'
ferri stretti nel pugno sfidavano ad un punto e maledivano i fati. La
paura consacrò la fama di costoro agli Dei infernali, e la esecrazione
mantiene sopra essi e la rinnova contro quelli che gli somigliano,
perchè dura la medesima paura. Furono virtuosi? Io non lo so; so bene
quest'altro, che chi li spense sarebbe stato in ogni caso più malvagio
di loro.

Impertanto possono combattersi i fati; vincersi no. Taluna di quelle
povere creature che si chiamano re ebbe la presunzione di farsi sudditi
i fati, e Carlo di Angiò al primo urto di sventura superbamente vantava:
«Buono studio vince rea fortuna.» Quando poi sentì trafiggersi da strali
più fitti, che non appaiono atomi dentro il raggio del sole, curvò la
testa supplicando: «Sire Dio, fa' che la mia caduta sia a piccoli
passi!»

Concetto degno di re, non già di uomo, imperciocchè dimostri com'egli
non intendesse perseverare nei supremi contrasti, bensì accomodarsi agli
eventi a patto gli fornissero un nido dove riparare. Pure di non essere
portato via, gli bastava durare sbattuto, come la pianta marina
abbarbicata sul fianco dello scoglio vive vita di tremito.

Ai giorni nostri l'uomo, pauroso di rimanere sbranato di un tratto dalle
granfie del leone, preferisce disfarsi lentamente in polvere sotto la
roditura del tarlo; non vi state a confondere; se Napoleone I avesse
provato appetito della bella morte, l'avrebbe trovata: io non dirò che
la sua scelta fosse coraggiosamente codarda[29], ma egli è certo che
volle vivere per giustificare lo abuso delle facoltà concessegli da Dio.

  [29] Byron, ode _A Napoleone_.

Perduto il trono, intese conservare la fama: e convertita Sant'Elena in
pulpito, si mise a predicare concetti che non ebbe mai; o se pure egli
li accolse nella mente, e' fu per disperderli. Vincitore, oppresse la
umanità; vinto, la ingannò. Oh! non badate al tiranno caduto, che
favella di libertà; le sue parole hanno per fine di costituire il
fondamento di un altro trono. Dall'isola di Sant'Elena, Napoleone I legò
al mondo Napoleone III, nella medesima guisa che Augusto legava ai
Romani Tiberio.

Il poeta della Francia ha pianto sulla demolizione della colonna di
piazza Vendôme, doveva piangere quando fu eretta. Tutti i popoli di
Europa conservano memorie di avere sbranato, e di essere stati sbranati:
se le tigri e i leoni conoscessero le arti, avrebbero anch'essi le loro
colonne traiane, napoleoniche e nelsoniane.

Le arti cortigiane possono lamentare la dispersione dei trofei di
sangue; la umanità se ne rallegra. Il cantore che lusinga gl'istinti
feroci del popolo non riceverà mai il premio dello amplesso di Dio: bene
l'amore sarà una corda della sua lira, non già un sentimento del suo
cuore. Fin qui i francesi delirarono ubbriacarsi di sangue, più che di
vino, ed oggi, non si potendo inebriare col sangue altrui, bevono il
proprio.

E l'uomo ragnatelo, che fu Napoleone III, il quale prima ridusse la
Francia in condizione d'insetto, e poi la risucchiò; adesso torna, pieno
di speranza, a ordire la sua tela per riagguantare la mosca morta....
Almeno Belzebub era il demonio delle mosche vive! Anco co' denti fradici
si mangia, anco con la viltà si campa, anco allo strepito delle
maledizioni assuefannosi le orecchie, e si dorme: uomini siffatti prima
di ogni altra cosa vogliono vivere, ed a ragione; curano la materia,
perchè sono e sentono essere _totalmente ed unicamente_ materia.

                                 *

Con lo amore si cammina a gran giornate, e poichè il conte Ludovico ed
Eponina si amavano senza incontrare ostacoli, potete immaginare voi se
la macchina scivolasse a tutto vapore. Però bisogna dire che lo amore di
questa non fosse uguale in tutto e per tutto allo amore di quello; la
differenza chi sapeva cercarla la trovava. Era l'amore di Eponina amore
di conquista e trionfale; amore, che nato appena, squassato l'arco
gridò: «Valgo, e voglio regnare solo»: amore, che di ogni fiore fece
ghirlanda ed anco, pur troppo, di ogni pruno siepe; amore, di quelli che
alternano il nudrimento con desiderii terreni e con aspirazioni divine:
simili alla rondine, la quale rasenta la terra per terminare la sua
curva in mezzo dei cieli, essi pigliano per volare le ali in presto così
dalle passioni come dallo ingegno e dai talenti; che la rondine anco
quando rade la terra vola, e lo amore posandosi sulla materia alia
impaziente a levarsi più in alto: però Eponina se avesse voluto spegnere
il suo amore avrebbe potuto; certo le sarebbe stato mestieri pigliarsi
il cuore e adoperarlo a modo di pietra per ischiacciargli il capo, ma lo
avrebbe potuto: Ludovico all'opposto, quando pure avesse voluto, non
avrebbe potuto per propria virtù; ma, in forza d'impulsi esterni,
avrebbe potuto, anco senza volerlo. Natura da _paternostro_, la quale
non si ripromette resistere alle tentazioni, ma si raccomanda
quotidianamente a Dio per non essere _indotto in tentazione_.

La madre Isabella invece di temperare gli ardori della figliola, gettava
legna sul fuoco, e poi ci soffiava dentro: se l'avessi a dire proprio
come la penso, io per me credo, che _mutatis mutandis_ (per valermi
dello stile dei notari) ella fosse invaghita del contino Anafesti, poco
meno di Eponina. O come mai? Ordinariamente la va così; garbavano alla
Isabella i modi del contino, spruzzati in pelle in pelle di nobilesca
albagia, il suo fare amabilmente contegnoso, la grazia della persona, lo
incesso, la parola, il volto, e tutto, perfino il _balbutire_, vizio col
quale i gentiluomini di razza manifestano la propria virtù. Isabella, a
fine di conto, popolana nacque, e venne educata da pari sua: però tu che
leggi, se sei popolano, devi confessare che grande è la potenza dei
titoli sopra i cervelli popoleschi..... e sul tuo.

Quando un popolano pesta le mani ed i piedi gridando _uguaglianza_, per
ordinario non gli do retta, imperciocchè io pensi che uguaglianza gli
appetisca sì, ma a patto di diventare co' marchesi marchese. Allorchè tu
presenti al popolano un conte, quantunque spiantato, tu, il più delle
volte, lo miri, confuso per non saperlo onorare abbastanza, facendogli
di berretta, e profondendogli inchini: caso mai il popolano od abbia, o
si immagini avere l'amicizia di un titolato, tu lo udrai ricordare a
tutto pasto il suo amico barone, o conte, o marchese, od anco cavaliere
scusso. Là dove il popolo è condannato a starsi terra terra, come la
porcellana, urla _uguaglianza_; se avvenga poi ch'ei si alzi un
sommesso, lo proverai superbo come tutti i servi diventati padroni. E tu
che mi leggi, ricorda come un popolano, anzi plebeo, erpicato un dì nei
Consigli della Corona, a mo' di zucca sopra la pergola, immaginasse la
vendita dei titoli di nobiltà, e ne prescrivesse la tariffa: egli pose a
prezzo l'onore, nella stessa guisa che la Curia romana ci aveva messo il
paradiso con la vendita delle indulgenze: così mentre la nuova nobilea
niente acquista che turpe non sia, la vecchia perde il pochissimo lustro
che le avanza.

Una volta l'antica nobiltà era in parte rispettata, e col manto orrevole
di fodera di vaio spelacchiata, tanto la sua figura la faceva; adesso la
nuova, infagottata nei mantelli, col soppanno di pelle di gatto di
fresco scorticato, pone parecchia buona gente in sospetto della propria
pelle. Un dì i nobili vecchi disprezzavano i nuovi, e non a torto: oggi
i vecchi ed i nuovi si disprezzano vicendevolmente, e a ragione. Una
volta i nobili vecchi mandavano fuori a correre il palio titoli e
servitù, i nobili nuovi ci hanno aggiunta una puledra che si chiama
_Rapina_. Affermano che il Giusti (il gran cantore toscano, che dal
bellico in giù fu _moderato_ e dal bellico in su _rivoluzionario_, fiera
divina[30]), quando cantò di un pirata in cappamagna, pigliasse la mira
sopra un tale dei tali, per me credo ch'egli intendesse bersagliare
tutta la classe dei pubblicani.

  [30] Parini, ode _Educazione_.

Napoleone I, magno conoscitore dei peccati umani, che forse poteva
curare da Dio ed invece volle approfittarsene da tiranno, fomentò il
guazzabuglio fra la nobilea viziosamente spiantata e la nobilea
colpevolmente arricchita; e travasando fanciulle plebee con grosse doti
sulle famiglie feudali, diceva che a cotesta maniera bisognava
_letamare_ l'antica nobiltà sterilita.

Certo, non può negarsi, e' ci ha di quelli i quali si mostrano e sono
alieni davvero da siffatte distinzioni artificiali, ma se tu la
squattrini pel sottile, troverai che a ciò li conduce non mica amore di
uguaglianza, bensì studio di non vedersi menomata la legittima
disuguaglianza da essi ottenuta per opere eccelse o di mano o d'ingegno,
nè vada confusa con la turpe disuguaglianza venduta a tariffa _che del
vile anco è fregio_[31].

  [31] Parini, id.

Eccetto questo caso che, raro sempre, ogni dì più si stema, titoli e
croci non furono mai tanto agognati quanto in questi tempi di fior di
democratici, e dai repubblicani larghi di cintura più che più,
i......... informino.

                                 *

I nostri amanti non si erano promessi con parole di legittimare
l'affetto onde si sentivano presi davanti il prete od il notaro, perchè
nell'amore quando è di quello buono, ciò che parla meno sono le parole:
con gli occhi, col sorriso, col tremito, con gli effluvi della persona
se lo dicevano e promettevano sempre. O chi avrebbe voluto contrastarlo?
Ed anco volendo, o chi lo avrebbe potuto? La signora contessa, madre di
Ludovico, lo amava troppo per pensare nè manco per sogno a far cosa che
gli tornasse molesta, cotesti non sono tiri da mamme amorose, massime se
di figli unici; certo ella aveva preso lingua e le sarebbe stato caro di
concimare con più letame plebeo, che non avrebbe potuto Eponina, la sua
casa sfruttata, ma poi _fiat voluntas tua_. E quanto a babbo Marcello,
non ci si pensava neppure; di tante cortesie lo colmava, tanto
volentieri con lui si tratteneva, che si giudicava sicuro dovesse
parergli toccare il cielo col dito accasando la sua cara figliuola con
Ludovico. O non ci è un arnese che ci prenunzia il tempo cattivo?
Sicuramente che ci è, e parecchi lo serbano in casa sotto forma di
cappuccino, il quale quando la stagione mette al vento o al piovoso, si
incappuccia, e se al buono, scapucciasi. Ora domando io o perchè non
potrebbe essere corredata del suo barometro anche l'anima? O che
difficoltà! Per me non ce ne vedo alcuna. Ma chi lo ha visto? Come è
egli fatto? Chi lo fabbrica? Oh! se non si vede si sente. Quanto al
fabbricante mi prevarrò dell'arguzia subalpina del ministro Galvagno:
_Rispondo che non rispondo_. Lepidezza di cui rimase sbigottito quel
desso che la profferì, e parve prodigiosa tanto là nelle parti del
Piemonte, che il Municipio di Torino deliberò conservarla
nell'acquavite, allato ai feti mostruosi, dentro il Museo di Storia
naturale.

Fatto sta, che mal sonno aveva dormito Eponina, ed Isabella peggio:
entrambe si erano alzate di pessimo umore: fin lì avevano trascurato le
squisite mondizie della persona, loro cura e delizia. Eponina trascurò
il pappagallo, che indarno ripeteva indiavolato: _Eponina! Eponina!_
Isabella pestò la zampetta al suo _Cialì_: la prima erasi versato
addosso la tazza del caffè, l'altra aveva rotto una caraffa di
cristallo. Tutto insomma presagiva un giorno _uzziaco_. Con sospiro
affannoso le donne aspettavano la posta del mattino, dacchè Ludovico,
quantunque passasse la serata a veglia in casa Marcello, pure prima di
coricarsi scrivesse una epistola erotica, breve o lunga, conforme gli
frullava, e la faceva impostare, ovvero usciva ad impostarla egli
medesimo, onde la fanciulla dell'animo suo la ricevesse la mattina per
tempo: ghiribizzi d'amore.

Queste lettere specificano a parte a parte.... Rassicurati lettore; io
non vo' dirti davvero che cosa e come dicessero; ho fatto per metterti
paura: tu pure ne avrai scritte, rammentale, ed immagina che quelle del
conte non saranno state più argute nè più sceme delle tue: piacevano a
chi le dettava, piacevano a cui le riceveva; contenti loro, contenti
tutti....

— Eccolo! Eccolo! — esclamò Eponina dalla finestra dove si era
affacciata. — Dio mio! fanno la leva dei gottosi per fornire di
fattorini la posta.... è uno scandalo.... ne vo' scrivere al
Barbavara.... ed occorrendo anco al ministro.

Credo inutile dire che il fattorino non era neppure di leva pel servizio
militare, mancandogli giusto otto mesi a compiere venti anni, e lesto in
gamba così da dare tre punti a Mercurio, e le linguaccie dicevano che la
prestezza non era la sola qualità da lui posseduta in comune con
Mercurio.

Il pacchetto è consegnato alla portinaia; questa, punta dalla padrona,
lo porta su di volo: Eponina in capo di scala glielo strappa di mano e
riscontrando foglio per foglio mormora:

— Giornali.... anco giornali.... maledetti quanti giornali vivono al
mondo! (e per questa volta dalla maledizione non rimase escluso veruno,
nemmeno la _Novità_ del Sonzogno, che la Eponina come patriotta
preferiva a qualunque altro giornale di mode parigino).... Lettere per
papà.... una per te, mammà.... per me nulla, o Dio! Nulla per me.

E la povera giovane sarebbe stramazzata sul pavimento, dove pronta al
soccorso non l'avesse accolta nelle sue braccia la madre: se non che di
corto ripigliava animo come sicura di non potere essere dimenticata, nè
s'ingannò, che scorso un quarto d'ora appena, la cameriera discreta
accostandole le labbra all'orecchio ci susurrò:

— Gaspero l'aspetta di là, in sala, per consegnarle una lettera del
padrone nelle sue proprie mani.

— Che novità son queste! Ditegli che venga qua.

— Gliel'ho già detto, e mi ha risposto avere ordine di parlare a lei
sola.

Eponina ansando va a pigliare la lettera; sul punto di aprirla nota come
Gaspero, dopo fatto un profondo inchino, accennasse a svignarsela, onde
ella imperiosamente gli comandò: — Non vi movete. E Gaspero di cui il
mestiere era obbedire si fermò, perchè tra l'ordine del padrone un po'
stantio, e quello della Eponina fresco fresco nella cronologia della
obbedienza, prevaleva l'ultimo. Eponina con una ondata di virtù visiva
lesse di un tratto:


  «Amor mio!

«Che io ti ami non importa dirtelo; chè tu conosci quanto me, forse
meglio di me, che sono cosa interamente tua; quando pure volessi non
potrei dimenticarti, e tu sai se io lo voglia; eppure una terribile
necessità mi stringe la gola sforzandomi a lasciarti. Io mi conserverò
intero all'amor mio, perchè il mio amore è il mio cuore; ma sarei
peggio, che tristo se pretendessi, od anco ti consigliassi a respingere
gli omaggi che ti verranno fatti da altri certo non più devoti, ma più
fortunati di me, Eponina di una cosa ti supplico, ed è non credere verbo
di quanto ti verrà fatto udire a carico dell'onor del tuo Ludovico. Per
le ossa del padre mio, per la vita della madre mia, per l'amor nostro,
io ti giuro che la colpa altrui mi precipita in questa desolazione.
Mentre tu leggerai questa lettera, Milano avrà avuto da me l'ultimo
addio».


— Ho capito — disse imperturbata Eponina e fissando di un tratto gli
occhi dentro gli occhi di Gaspero gli domandò:

— E quando parte il vostro padrone?

Il servo preso così a soqquadro rispose:

— E' non me l'ha anche detto.

— Dunque si trova in casa?

— Oh! no signora, egli è partito.

Allora Eponina, abbrancato con incredibile violenza Gaspero pel petto,
gridò:

— Guai a te se mentisci! Chè dalle tue bugie può uscirne un precipizio,
che i tuoi occhi non basterebbero per piangere; dove si trova in questo
momento Ludovico?

Il servo, conquiso dagli sguardi di Eponina, terribili di amore e di
furore, come persona costretta dal fascino, rispose: — In coscienza io
non lo so, uscì di casa stanotte, e non lo abbiamo visto più. La signora
contessa mi ha ordinato piangendo di fare i bauli per un viaggio lungo e
di portarli a Venezia; la mia partenza è stabilita a stasera per
l'ultima corsa della ferrovia.

— Prendi e bevi — disse Eponina porgendogli una moneta, e l'altro
corrucciato respingendola soggiunse:

— Nè prendo, nè bevo.... palesando il segreto del mio padrone ho
commesso errore, ed ora vuole ella col suo danaro convertirmelo in
colpa?

— Hai ragione, scusa, va'.

Eponina tornata alla madre la mette a parte del successo, e a lei, che
si confessava povera di consiglio, risolutamente favella:

— Madre mia, qui il tempo stringe, e come vedi lo indugio piglia vizio,
io non voglio nè posso essere di altri che di Ludovico; nel mio amore
sta la mia vita; divisa da lui, o ammattisco, o mi ammazzo: le parole
non montano; andiamo a trovare papà, e facciamo in modo ch'egli
acconsenta subito al mio matrimonio con Ludovico; ottenuto il consenso
paterno, lascia a me il pensiero di scovar lui; ci uniremo e poi
partiremo insieme, dacchè io intenda partecipare come moglie alle sue
ree del pari che alle sue prospere fortune.

I gesti e i detti di Eponina soggiogavano, e poi la madre conosceva a
prova l'arduo volere di lei, sicchè estimando ogni opposizione vana, si
piegò ad accompagnarla nello scrittoio del padre.

Ivi rinvennero Marcello, il quale seduto davanti al banco si reggeva la
testa con le mani, in atto di leggere un foglio; da più di un'ora ci
teneva gli occhi su, e una volta in fondo, tornava da capo; al comparire
della moglie e della figlia, tolse via con precipitazione il foglio, che
si ripose in tasca, nel mentre che co' cenni invitava le donne ad
assettarsi: il suo volto era torbido, e taceva; sarebbe toccato a
Isabella incominciare, ma sì, tentava rinvenire il bandolo della
matassa, e non ci riusciva; allora, come sempre, risoluta Eponina prese
a favellare: brevi le sue parole e quasi incise sopra metallo; la voce
stessa rendeva il suono che esce dalle vibrazioni di una corda
metallica.... ma ahimè! non corda di metallo, bensì la più delicata fra
le fibre del suo cuore mandava fuori quel suono infelice. La udì
Marcello, con sembiante di mano in mano più triste; quando ella ebbe
finito il suo discorso, il padre esitò, gli balenarono gli occhi, aperse
le labbra per parlare, ma, appena ne fu uscito un suono inarticolato, le
richiuse; tuttavia gli occhi di Eponina, fitti sopra Marcello,
scottavano; non ci era verso da sottrarsi alla risposta, ond'egli
all'ultimo cupamente sentenziò:

— Prima di saperti moglie a costui io vorrei vederti morta.

— Perchè?

— Tanto ti basti, Eponina, e non costringermi ad affliggerti e ad
affliggermi di più; a questo pensa, che il padre piglia cura della
felicità e della fama della sua figliuola per lo meno quanta ce ne può
pigliare la figliuola stessa.

— E tu, padre, rammenta che io ho coscienza, che io ho volere, e non
posso commettere al giudizio altrui ciò che è sostanza dell'anima mia;
riconosco in te l'autorità di chiarirmi e di consigliarmi, ma volere e
pensare spettano a me.

— E pure bisogna che per questa volta sia così. La causa che mi fa dire
venne confidata all'onore di tuo padre; pretenderesti tu che io mancassi
al mio onore?

— Bisogna.... bisogna... — mormorava Eponina.

E il padre di rincalzo: — E il suo celarsi e il fuggire dello sciagurato
non ti dice nulla, figlia mia?

— Nulla, però che io sappia come noi altri cristiani adoriamo un
innocente, che fu lacerato ed infamato con la morte degli schiavi.

— Eponina! — esclamò il padre, ed aperse le braccia: la figliuola vi si
gettò dentro, ma non piansero, non aggiunsero parola. Tutto quello che
potevano dirsi, si erano detto.

                                 *

Da parecchi giorni Ludovico Anafesti si trova a Vienna sotto nome
mentito. Senza amicizie, mal pratico del paese, ignaro della lingua
tedesca, non bene fornito a danari, erasi ridotto a stare nel primo
albergo che gli avevano proposto, e quivi viveva di pessima voglia
struggendosi nell'angoscia; pur troppo lo premeva il male e lo
spaventava il peggio. Dalla madre fin qui veruna lettera: mandava
Gaspero due o tre volte il giorno alla posta, e quando il servo dopo
breve ora tornando gli annunziava da lontano: _Niente!_ il capo gli
cascava giù peso sul petto come se glielo avessero empito di piombo, a
mo' che fece il plebeo Settimuleio con quello del suo amico Caio Gracco.
Per ordinario il giovine taceva; però di tratto in tratto lo spasimo che
lo lacerava gli faceva forza a lamentarsi con parole tronche, nelle
quali ricorrevano spesso i nomi di Eponina e della madre: imprecava al
destino che lo aveva forzato ad abbandonare questi unici amori
dell'anima sua: aggiungeva poi non so che di generosità sprecata..... di
condizione insopportabile..... dando in certa guisa a divedere che
l'immane sacrifizio incominciava a pesargli.

— Senza colpa nè peccato ho perso tutto, — egli diceva — casa, nome,
patria, madre ed Eponina, che a quest'ora, o non pensa a me, o con
orrore ci pensa.... Oh! se tu sapessi quanto patisco per te.... tu mi
saresti accanto a temperarmi il fiele che bevo.... Io non sono avvezzo
al dolore, e questo è troppo, ed incomincia adesso.

Gaspero da dieci minuti gli stava impalato davanti, aspettando la
occasione opportuna per favellargli, la quale parendogli ora venuta
incominciò:

— Il padrone della locanda, signor Bruksteiner, persona garbata, mi ha
messo a parte essere uso di questa locanda regolare il conto co'
forestieri che si fermano una volta in capo a dieci giorni; al quale
effetto....

E gli porgeva la nota: Ludovico ci getta gli occhi sopra, e vede che
ella sommava niente meno che a cinquanta fiorini, ond'è che rendendola a
Gaspero, lo avvertì languidamente:

— Gaspero, paga e poi procura subito di trovarmi un albergo di cui il
padrone sia meno garbato, ma più discreto, chè, andando avanti di questo
passo, in poco più di un mese mi troverei al verde.

— O la signora contessa non le diede le gioie? Forse a Vienna le gioie
costano come ghiaie?

— O Gaspero, tu ti hai a rendere capace come nella vendita delle gioie,
quando si scapita un terzo si scapita poco; che se caschi in mano al
giudeo, il quale di questi commerci si è imposto, e noi lo sopportiamo
tiranno, fa' conto che s'ei non le giudicherà ghiaiottoli, la batterà di
lì: e poi io tengo sacri questi ornamenti materni, e sebbene comprenda
che un giorno o l'altro mi toccherà a venderli, pure io sentirei rimorso
ad affrettare la necessità di disfarmene.

Gaspero, provvisto di tanti bei marenghi d'oro, andava alla volta del
locandiere garbato, nè stette molto a tornarsene tutto raggiante verso
il suo padrone, nel cavo della mano manca stringeva tuttavia i marenghi
di Ludovico, e con la destra agitava un borsellino di moneta; era fuori
di sè dall'allegrezza (perchè se il vino letifica il cuore dell'uomo, a
mille doppi lo esalta il danaro, col quale si compra e vino e pane e
carne e ogni altra cosa) e con voce che aveva preso l'argentino del
metallo ragguagliava il padrone, come il sig. Bruksteiner, proprietario
della locanda l'_Aquila Imperiale_, avesse in quella stessa mattina
ricevuta la somma di franchi duemila da consegnarsi al signor Giulio
Bonatti; ond'è, che prelevatine duecento in saldo del conto, gliene
contava milleottocento, dei quali, pregava gli facesse un bocconcino di
riscontro, per sua regola.

— Ma io non li aspettava....

— In coscienza, signor Ludovico, che sia benedetto, le pare questa una
buona ragione per rifiutarli?

— Non ho detto questo: temo ci sia equivoco e non vorrei....

— In quanto a questo, dorma fra due guanciali; il signor Bruksteiner ha
scritto sopra i suoi registri, e l'ho visto io con questi occhi
veggenti: _Ricevuto da M. Hans Kreutzer franchi duemila in oro da
passarsi al signor Giulio Bonatti, n. 8_. Tante cose ci tocca a
pigliare, che non aspettiamo e che non vorremmo pigliare, che la sarebbe
bella respingere i quattrini, che pigliamo più che volentieri. Dia retta
a me, li pigli addirittura, chè per me, mi pare di vederlo, li manda la
sua signora madre.

— No, Gaspero, non vengono da mammà; me lo dice il cuore; non mica
perchè non volesse, ma perchè temo, poveretta! che non possa.

— O chi vuole che, a questi lumi di luna, mandi a spasso duemila
franchi, se non è la madre?

— Sta' zitto; pochi amori vincono quello della madre, pure ve ne ha uno
che vince anco lui.

                                 *

Compiacetevi ripassare le Alpi e tornar meco a Milano. Eponina è
sparita. Dopo le novissime parole favellate col padre suo, ella parve
tranquillarsi: alla madre, che blanda industriavasi consolarla, rispose:

— Non fa caso; vedi, io non mi sgomento; ho fede nella innocenza del mio
sposo Ludovico; e il tempo la chiarirà.

Convenne a mensa insieme con gli altri; certo, se si dicesse che il
pranzo fu lieto, sarebbe bugia, ma nè anco fu tristo come si presagiva:
più confusi degli altri apparvero Marcello ed Isabella, i quali,
quantunque amassero del pari tutti i loro figliuoli, pure della Eponina
andavano orgogliosi, però ebbero caro che, terminato il pranzo, ella
proponesse di recarsi a veglia dalla signora Claudia tanto per
isvagarsi.

— Va' pure, le dissero a coro i parenti, e fa' di cacciare i tristi
pensieri, pensando che dopo il tempo cattivo ne viene il buono.

Tu ti rammenti sicuramente, mio diletto lettore, di donna Claudia? La
zia _biscottina_ del rompicollo il quale poneva ogni sua speranza, per
rammendare gli strappi fatti nel proprio patrimonio, nella eredità di
lei? Questa signora abitava un quartiere nel medesimo palazzo dove aveva
stanza Marcello. La signora Claudia in gioventù coltivò parecchie
maniere di amori; il suo cuore era un porto capace per tutti; nella
lunga navigazione della vita aveva dovuto far getto ora di questo ora di
quell'altro amore, ma però ne aveva conservati due più preziosi di
tutti, co' quali costa costa ella si augurava riparare in braccio alla
divina provvidenza, voglio dire, l'amore dei biscottini con la
cioccolata e quello di santa madre Chiesa, la quale, come ognuno sa, è
sposa legittima di Gesù Cristo, redentore nostro. Costei era un po'
maligna, un po' linguaggia, anco un zinzino scandalosa; la tacciavano
altresì di avarizia, ma per acquistarsi la gloria del paradiso non
intendeva miserie, sparnazzava alla grande; del rimanente pulita come
una gatta, bella favellatrice e dama di tratto signorile; si mostrava
svisceratissima per la Isabella, che assai aveva usanza con le figliuole
in casa sua, e la signora Claudia accoglieva tutte con festa, ma sua
delizia era Arria. Questa ogni dì per non poche ore se ne stava allato a
lei, ed ella l'ammaestrava nell'arte del ricamo in seta ed in oro, nel
fabbricare fiori artificiali e a miniare Gesù bambino e i santi, cose
tutte nelle quali riputavasi ed era certamente valentissima.

Arria, secondo il consueto, in cotesto dì, dopo le nove di sera tornò
alla casa paterna: interrogata perchè non fosse venuta seco Eponina,
ebbe a rispondere non averla veduta dal pranzo in fuori, nè in casa
della signora Claudia esserci punto stata: dapprima crederono che
parlasse per celia, ma e' fu uno istante, chè tosto subentrava la
dolorosa realtà.

A cui legge riuscirà più agevole immaginare la desolazione della
famiglia, che a me descriverla; però me ne passo. Le fantasie
germogliavano, si urtavano nel cervello di quella povera gente, e via
via più angosciose: più delle altre importuna ricorreva quella che
disperata avesse posto fine ai suoi giorni, onde Marcello, che se ne
chiamava in colpa, guaiva come se lo trafiggesse il male dei denti nel
cuore; anche egli voleva darsi moto, ma non avendo balìa di reggersi in
piedi stramazzava, nè gli altri, compresi interamente dal proprio
affanno, badavano a lui; correvano privi di consiglio; i parenti e gli
amici convenuti a casa durarono tutta la notte nella ricerca piena di
agonia, e non venne lor fatto rinvenire nulla, come accade sempre quando
la mente si volta tutta ad un punto che non è il vero. Chi può ridire le
ansie di cotesta notte? Chi lo spasimo dei genitori? Chi le smanie di
tutti? La mattina si radunarono in casa Marcello: tampoco se si fossero
incontrati altrove si sarebbero riconosciuti, tanto apparivano nelle
sembianze mutati. Rovistata da cima in fondo la camera di Eponina, non
occorsero in iscritto, ovvero in indizio altro qualunque, capace di
fornire lume: giunse la posta, e con la posta, bontà di Dio! una
lettera, la quale, sebbene sconfortante, di fronte allo sgomento che li
travagliava, parve sollievo.


La lettera di Eponina diceva così:


«Io corro sopra le traccie dello sposo che la mia anima si è eletto per
istarmi con lui e partecipare le sue fortune. Per me lo stimo, anzi lo
so innocente di qualunque colpa, che altri, o illuso o perfido, possa
apporgli: e fosse anche reo, la parte della donna è quella di portare
coraggiosamente la croce del marito. A Maria bastò l'anima per
accompagnare Gesù al patibolo e per consolarne l'agonia: ora nel patire,
tutte le donne hanno da sentirsi Marie: che, se ella era madre io sono
sposa; e questo amore o supera quello o lo ragguaglia. Non porto invano
il nome di Eponina. Ad ogni modo chi accusa e condanna deve provare la
colpa; e trattandosi d'indurmi a pestare il capo di persona a me
congiunta coi vincoli più solenni, che conoscano le creature umane, io
non devo, nè posso starmene al giudizio altrui: se lo facessi, sarebbe
viltà, se altri lo pretendesse, commetterebbe ingiustizia. Considerati i
nostri tempi in confronto agli antichi, oggi il padre che impone alla
figlia di spegnere il suo amore già consentito e benedetto da lui, solo
per cieca obbedienza alla autorità paterna, è più tiranno del padre
romano, al quale si concedeva la vendita dei figli sanguinolenti.»


Il povero Marcello nel sentirsi trattare da tiranno levò le mani al
cielo e diede in un sospiro desolato, tuttavia giova osservare che
qualche volta anco la buona gente, senza accorgersene, passa il segno
reputando che la intenzione benevola temperi la rigidezza del comando.

                                 *

Dei fratelli di Eponina fin qui non toccammo del minore; ma siccome egli
sa essere una delle _dramatis personae_ ed anco delle più importanti,
così si strugge fra le quinte e si arrabatta per uscirne fuori a
recitare la sua parte: per me non lo tengo, esca pure, ma prima di
entrare in iscena mi permetta che io gli serva da Cicerone, affinchè i
lettori apprendano a conoscerlo per di dentro e per di fuori. Curio
nelle forme del corpo comparisce affatto diverso dai suoi fratelli; e
come questo possa succedere laddove ogni sospetto di contrabbando
sociale viene meno, domandatelo a cui lo può sapere, e non a me, che non
ne so nulla. Egli era pertanto di statura mezzana, tarchiato e forte a
meraviglia; neri gli occhi ed i capelli; la crescente lanugine sopra le
guancie pur nera; acceso in volto, che ad ogni lieve commozione gli
divampava; le labbra tremule come gli occhi, sempre in procinto di
mandare baleni; svelto, veloce al corso, agile ai salti, cacciatore
perpetuo, tiratore unico: sciabole e spade più frequenti in sua mano,
che penna o libri: anco di musica egli sapeva, ma impaziente ad
osservare la misura, lo scartavano sempre dalla orchestra: sonava il
flauto o la tromba proprio per le Muse e per sè, imperciocchè non ci
fosse verso che alcuno si fermasse per ascoltarlo. Per confessione di
quanti lo conoscevano, egli superava i suoi fratelli in bontà e in
ingegno: tuttavia non passava giorno che qualcheduno non conciasse pel
dì delle feste, e ciò perchè essendo pronto di parole, e più di mano,
mutava subito le controversie in contesa: siccome poi la esperienza gli
aveva insegnato come le sassate di colta sieno quelle che contano, così
di rado si trovava secondo a menare le mani; però, appena vinto od anche
offeso l'avversario, sboglientiva subito e tu lo vedevi affannarglisi
attorno amoroso per consolarlo o medicarlo: nè per repulse si ristava,
nè per ingiurie e nè anco per battiture; a patto però che non fossero
troppe, nè troppo sode. Poichè in tutte le guerre si portano due sacca,
cioè quella del dare e l'altra del riscotere, egli ne riscoteva e
spesso: allora con la faccia grondante sangue ei non voleva che alcuno
lo curasse, se prima non avesse lavato e fasciato lo avversario e gli
avesse chiesto ed ottenuto il perdono, sicchè nei presenti talora, più
che altro, mosse il riso, e, strano a dirsi, a lui fruttarono più amici
i pugni dei baci. Se taluno dei conoscenti cadeva gravemente infermo,
egli, finchè durava il pericolo, lo vegliava la notte; e se moriva, egli
lì a lavarlo, a vestirlo, a deporlo nella cassa, ad accompagnarlo alla
fossa. Nel donare piuttosto eccessivo che largo: sovente anche nella
crudissima stagione tornò alla madre in giubba nera, scarpe, calze e
cappello, ma senza calzoni, però che nello androne di casa se li fosse
levati per vestirne un tapino che moriva di freddo: quanto a danari le
sue mani simili a vagli; per la quale cosa la madre, intantochè lo
riforniva di quattrini, lo rimproverava dicendo: «Ma, Curio mio a questo
modo tu darai fondo ad una nave di sughero.»

Rispetto a scienze, s'egli avesse potuto imparare passeggiando, come
certamente fece Alessandro Magno sotto Aristotele, maestro dei
peripatetici[32], sarebbe riuscito più cosa di lui; ma fossero pure le
sedie sulle quali assettavasi imbottite e coperte di velluto, ei le
avrebbe provate intollerabili come pettini da lino: di percezione
rapidissima, chiappava la scienza a volo, o non la chiappava più;
apprendere per lui era come un buttare la moneta all'aria giocando ad
_arme o testa_; e tuttavolta, quantunque la fantasia gli bollisse sempre
come una caldaia a vapore, le scienze di calcolo gli talentavano sopra
tutte le altre: lo ingegno possiede le sue contradizioni come il cuore.

  [32] _Peripatetici_, discepoli di Aristotele, così detti dalla
  parola greca _peripateo_, che significa _passeggio_, perchè
  cotesto filosofo insegnava passeggiando; e come ognun sa egli fu
  maestro di Alessandro il Macedone.

Dicitore parco e preciso; e tanto più preciso quanto più gli sconvolgeva
la mente la procella della passione; vero vulcano di _Ecla_, il quale ha
fuoco dentro e in vetta la neve. Rispetto allo amore per la _Libertà_
basti dirne tanto che alla madre, la quale egli adorava come cosa santa,
certo dì che lo interrogava chi più amasse nel mondo, rispose: _la
Libertà_; ed insistendo ella: anche più di tua madre? Egli esitò, si
fece pallido, poi ridivenuto vermiglio risolutamente confermò: _più
della madre_.

Ed ora che ho fatto conoscere il mio Curio, spieghi l'ale e voli.

Quando questo giovane si fu persuaso che Eponina e Ludovico non si erano
abbandonati alla disperazione, si mise a ricercare sottilmente dove si
fossero ridotti, però che a lui paresse chiaro che i due amanti avessero
dovuto fuggire di conserva; ma siccome egli s'ingannava nel suo
supposto, così non gli venne fatto scoprire traccia della sorella; al
contrario di Ludovico, e poichè simile esito lo confermò nel suo
concetto, decise di mettersi in via per iscovarlo. Chiesta ed ottenuta
licenza, la quale tanto più volentieri gli concessero, quanto che se la
sarebbe presa da sè, dove gliel'avessero negata, provvisto di denaro e
di preghiere a procedere prudentemente, egli partiva pel suo viaggio di
scoperta.

E adesso vediamo la prudenza di Curio.

Fino a Venezia egli andò a posta sicura; a Venezia ebbe a trattenersi
alquanto per rinvenire l'orma smarrita, la quale in breve ritrovata,
subito corse a Vienna; appena giunto, eccolo a rovistare caffè, teatri e
locande, ma gli venne meno il tempo e le gambe; cadde svenuto come
quello che da più dì non aveva mangiato nè dormito: per ventura questo
accidente lo colse in una locanda dove facilmente potè sopperire al suo
bisogno: ricreato di forze, la mattina si ripose in giro per tempissimo:
oggi la fortuna gli arride più propizia; sullo entrare nello albergo
_L'Aquila Imperiale_, sbircia Gaspero, di cui gli occhi s'incontrano per
lo appunto co' suoi. Gaspero, nel presagio della mala parata,
s'industria sguizzare, volta la persona di scancio e prende a camminare
di traverso, a mo' dei granchi, ma Curio dietro; insieme essi vanno su
per le scale, insieme per le anticamere, insieme pei corridoi, dove
l'uno lascia l'orma l'altro mette il piede, finchè Gaspero giunto
all'uscio della stanza del suo padrone, quivi si ferma e sta.
Sopraggiunge Curio, che gli domanda:

— Dov'è il tuo padrone?

— Non sono obbligato a risponderle.

— Levati di costì e lasciami passare.

— Io non mi muovo e non la lascio passare.

— No?

L'uscio della camera schiantato dagli arpioni si apre strepitosamente, e
ruzzolano in un fascio sul tappeto insieme attaccati Gaspero e Curio.

Ludovico, comecchè desto, stavasene supino a letto, senza neanche il
refrigerio del poeta Berni, il quale in quel medesimo atto per passare
la mattana contava i travicelli del soffitto, perchè il palco della
camera appariva stoiato e dipinto con uno stormo di amori, i quali
tiravano a segno sopra l'ospite come per avvezzarlo con la minaccia dei
loro strali agli altri più pungenti che l'oste gli apparecchiava coi
suoi conti; al rumore del tracollo egli saltò giù da letto e, dopo
rampognato acerbamente Gaspero, gli ordinava uscisse, chiudesse la porta
in fondo del corridore e colà si piantasse di sentinella, impedendo la
entrata a chi venisse a disturbarli.

Appena Gaspero aveva avuto tempo di eseguire i comandamenti di Ludovico,
che Curio, sempre in virtù della racomandatagli prudenza, salta al collo
del conte, lo scaraventa sul letto, e stringendogli la gola da fargli
schizzare gli occhi dalla fronte, digrignando i denti, urla:

— Scellerato, che hai tu fatto della mia sorella? Dov'è Eponina?

A Ludovico non riusciva articolare parola; appena poteva mandare fuori
un rantolo; sforzandosi sgusciargli di sotto, ma era niente, ogni conato
per liberare la strozza dalla fiera tanaglia gli tornava in peggio, però
che l'altro stringesse più forte. Ormai la faccia di Ludovico era
divenuta tra rossa e pavonazza (avrei potuto dire con una parola sola
_infaonata_, ma correva rischio di buscarmi di pedante e non essere
capito da veruno) gli balenavano gli occhi esterrefatti, e Curio
procedeva a strangolarlo, con la devozione con la quale il prete novizio
celebra la sua prima messa. Se la fortuna qui non ci mette le mani, la
vita di Ludovico è giunta al _Laus Deo_.

E la fortuna ce la mise. Ti ricordi aver letto (e se non lo hai letto
vallo a leggere), nella Iliade di Pallade-Minerva, che agguanta pei
capelli il _piè-veloce_ Achille in procinto di avventarsi contro
Agamennone, _re dei re_, dopo averlo salutato di _cuore di cervo_ e di
_muso di cane_?[33] Così per lo appunto accadde a Curio che, sentendosi
strappare i capelli dalla nuca, si voltò addietro e vide... che vide
egli mai? Vide Eponina in carne ed ossa, la quale sapendo il fratel suo
non nato da regio sangue non si permise adoperare i titoli dati dal
figliuol di Peleo al divo Atride; bensì di bestia e di insensato il
dabben Curio ne ebbe quanto ne volle....

  [33] _Iliade_. c. I

— Ecco le solite fole da romanzieri! — esclama la signora Verdiana,
penitente di don Formicola, curato di San Satiro. — O come la
scapestrata Eponina era piovuta là dentro? Chi ce l'aveva portata? — La
non s'inquieti, signora Verdiana, e senta me. Veruno ci aveva portato
Eponina, perchè ci si era condotta da sè ed ecco come: la povera giovane
invece di recarsi a veglia dalla signora Claudia, toltasi seco quanta
più moneta poteva ed in buon dato gioie, doni dei suoi parenti e di
amici ammiratori della virtù di lei, si recò a casa di certa amica del
cuore, o se ella vuole, d'ingegno scapestrato come il suo, e questa
l'aiutò a travestirsi ad accertarle il viaggio ed a partire.

La medesima sera Eponina lasciò Milano col traino stesso sul quale
partiva Ludovico; con lui, senza che ei se ne accorgesse, scese a
Venezia, con lui continuò il viaggio e giunse a Vienna; colà fece in
modo di aver la stanza contigua a quella di Ludovico, divisa solo da
sottile parete dove era una porta di cui ella volle la chiave; e siccome
favellava stupendamente il tedesco e pagava alla grande, così non è a
dire se le facessero festa, e ai suoi voleri più che volentieri
soddisfacessero. Raccomandò al cameriere di affermare vuota la camera
abitata da lei, e la raccomandazione accompagnò con un _marengo_: il
cameriere, uso a dire tante bugiarderie _gratis_, lascio considerare a
voi se ci s'inducesse pagato! La servì a pennello, molto più che piace a
tutti gratificarsi la bellezza, ed Eponina era bellissima; chiusa nella
sua cameretta, ella gustò dolcezze ineffabili, quali solo può immaginare
il cuore di donna innamorata... ed il suo, signora Verdiana; però che
Eponina udisse sovente rammentare il proprio nome, tra lacrime e sospiri
del giovane amato, e se non giunse ad avere contezza piena del caso che
glielo svelse dal fianco, almeno si confermò nella fiducia della sua
innocenza; per la medesima via, conosciute le angustie di lui, le
sovvenne mettendosi d'accordo col padrone della locanda, l'onesto
Bruksteiner, il quale trovandoci il suo conto la servì a braccia quadre
ed ebbe per giunta un sorriso in pagamento, che, se avesse potuto, egli
avria messo nel barattolo delle ciliege per conservarlo nello spirito.

Per le quali ragioni, ella vede bene, signora Verdiana, che la presenza
della Eponina giusto nel punto d'impedire uno sciaratto, si spiega
naturalmente senza miracoli: e caso mai ci fosse mestieri miracolo, o
che la opposizione dovrebbe muovere proprio da lei? Da lei che crede
come articolo di fede che sant'Antonio da Padova si trovasse nel punto
stesso a Padova e a Lisbona!

                                 *

Mentre Ludovico si stropiccia il collo e fa prova di tossire onde
assicurarsi che nella gola non ci ha nulla di guasto, Curio sempre
ardente come tizzo acceso così rampogna la sorella:

— Ahi! trista, chi mai avrebbe detto che a te basterebbe il cuore di
fuggire via da noi, che ti amavamo come la pupilla degli occhi? Senza
rispetto pei parenti, senza vergogna per te, tu ti sei messa dietro al
tuo seduttore; ahimè! a vederti mi trovo costretto a coprirmi la faccia.

— Curio, — rispose Eponina, ficcando i suoi occhi dentro gli occhi del
fratello — tu sei giovane troppo ed inesperto delle passioni umane per
erigerti giudice delle medesime: tuttavia sappi che la seduzione è
parola vuota di senso: vivi e proverai; la donna conosce ottimamente
quello che fa, e sebbene paia talora che si governi per moto improvviso
dell'animo, va' sicuro, che ella ha pensato più di una volta a quello
che intende di fare: se poi ella s'inganna, ciò avviene perchè i
ragionieri stessi nei loro calcoli sbagliano: ad ogni modo, io non mi
sento donna da lasciarmi sedurre. Ho seguìto Ludovico, lui
inconsapevole, egli ignorava la mia partenza da casa e la mia presenza
qui; ora per la prima volta gli apparisco davanti, e se la tua
avventatezza non era, non mi avrebbe mai vista: però io voglio che tu
sappia che lo considero come sposo dell'anima mia e intendo essere sua
per la vita. E poichè questo avrei fatto anco sapendolo colpevole, tanto
più mi tengo obbligata di farlo adesso che, quantunque al buio del suo
segreto, pure lo so innocente ed infelice... Fratello Curio... giungono
questi sensi così nuovi al tuo cuore che ti abbisognino maggiori
spiegazioni?

Così avendo favellato, Eponina sorrise blanda al suo Ludovico e gli
porse la mano in segno di pace; cui egli si recò alla bocca coprendola
di baci, ma più di lacrime assai. Curio trasognato guardava un po'
l'uno, un po' l'altra; lungamente tacque e parve meditare; all'ultimo
proruppe:

— Orsù vi credo; maledico la mia furia e vi domando perdono. Ludovico,
ti ho fatto male? Lasciami guardare un po'.... ti è rimasta una striscia
rossa, ma non è nulla, sai.

— Certo.... certo.... gusto non ce l'ho avuto.... ma non pigliartene
pensiero; con un po' di gargarismo spero uscirne.

— Bene, per ora addio, tornerò a parlarti, perchè parlarti mi bisogna,
quando ti sarai rimesso in sesto.

— Accomodati come ti piace, ma per me se tu parlassi addirittura,
l'avrei caro....

— Magari! e in due parole mi sbrigo. O perchè non ti sposi Eponina e poi
senza tanti andirivieni ve ne tornate tutti e due a casa?

— Perchè non posso.

— O come non puoi? E chi ti tiene?

— Il debito di un uomo onorato, intendimi bene, Curio, m'impedisce
sposare tua sorella, che amo quanto me stesso, mi divide dalla madre e
dalla patria, a me, dopo Eponina, sopra ogni altra cosa dilette.

— Arzigogoli! Senti una cosa, Ludovico: o tu sposi Eponina, o io ti
ammazzo.

— Ecco daccapo la bestia che ti piglia il sopravvento — disse Eponina —
guardami e considera se ci può essere donna al mondo più dolorosa di me:
il padre potrebbe consentire le mie nozze con Ludovico, e non vuole;
Ludovico le vorrebbe, e non può; ne domando la ragione ad ambedue, ed
ambedue me la negano, come se non ci andasse di mezzo l'anima mia, ed io
accetto rassegnata il mio destino di donna, che è quello di nascere,
soffrire e morire.

— Quanto al nascere ci ho già consentito e quanto a morire quasi
assicuro che a suo tempo ci acconsentirò, ma circa al soffrire io voglio
avere le braccia libere. Pertanto, Ludovico, mettiamo le minaccie da
parte, molto più perchè adesso che ci penso, quantunque io ti abbia
detto che ti ammazzerei, potrebbe darsi benissimo che tu ammazzassi me.

Or via, ragioniamo; tu sei giovane onesto, almeno fin qui ti conobbi
tale; però credo indovinare che qualche riguardo o impegno grosso ti
faccia impedimento a palesarmi la causa che ti muove ad agire come fai:
però tu stesso devi conoscere che questo negozio così per aria non può
stare: considera se ti convenga aprirtene con qualcheduno; già s'intende
sotto sigillo di confessione e con promessa solenne di silenzio
assoluto. Tu designa persona, la quale non dubito che per la sua
onoratezza piacerà ad Eponina ed a me; tu la informerai e noi staremo a
quanto giudicherà, taciuti i motivi del suo giudizio; insomma basterà
che ci dica: Ludovico ha ragione; noi allora piegheremo il capo alla
sorte maligna, la quale pur troppo ne può più di noi.

— E tu accetti il partito? — chiese Ludovico ad Eponina.

E questa gli rispose:

— Poichè tu non vuoi riporre la tua fiducia in me, mi adatterò.

— Ebbene datemi un'ora per pensarci su, che per me la è faccenda
gravissima: per altri d'importanza suprema; ho bisogno di raccogliermi;
lasciatemi solo.

Eponina e Curio si ritirarono; anzi per somma delicatezza uscirono
entrambi; e così ella per la prima volta vide le strade di Vienna.
Trascorse due ore e più, si ridussero da capo allo albergo, dove
rinvennero Ludovico dolente in vista, ma pure risoluto, il quale disse:

— Sta bene: voleva non farlo, anzi mi era meco stesso obbligato a non
farlo, ma Curio ha profferito una savia parola: la malignità della sorte
ne può più di noi. Qui però siamo stranieri, non conosciamo persona in
cui ci potessimo fidare: e per giunta io non conosco la lingua del
paese.

— Dunque? — interrogò Curio a cui subito era saltata la mosca al naso.

— Dunque — riprese umile Ludovico — ho pensato, che la persona più
acconcia a ricevere ed a custodire il mio segreto sei tu, e tu il più
atto ad ottenermi fiducia da Eponina.

— Io? — replicò Curio esitando, ma poi aggiunse: — Bene, sia: a quando?

— Subito.

— Dove?

— Qui o altrove a tuo piacimento.

— Usciamo.

— Usciamo.

Eponina desolata li vide partire, e col cuore ancora più chiuso dopo
breve spazio di tempo li vide tornare: si tenevano a braccetto per non
traballare; le faccie e i colli a terra come se li gravasse un medesimo
giogo d'ineffabile affanno. Curio non trovava bandolo per cominciare,
Eponina per chiedere; un gemito di lei tenne luogo di domanda. Allora
Curio reggendosi con la destra ad una tavola a voce fioca favellò:

— Sorella, Ludovico ha ragione; nel rifiutare le tue nozze egli fa prova
di rettitudine e di gentilezza. La sorte maligna ci vince. Io quanto
posso ti scongiuro, sorella, di tornartene a casa: là nelle braccia di
nostra madre riparati, finchè la tempesta duri e, se non cessasse,
morite almeno consolate con la mutua pietà. Dammi, sorella un abbraccio;
dammi un bacio.... venti baci, e addio.

— Ed ora dove vai, Curio? — domanda con crescente angoscia Eponina.

— La gioventù italiana è corsa alla chiamata del Garibaldi nel Tirolo a
combattere le ultime battaglie della patria: io vado a cercarvi la
morte.

Ed avventatosi al collo della sorella, dopo averla baciata e ribaciata,
corre via precipitoso; senonchè, giunto in fondo al corridore, ritorna
sopra i suoi passi ed affacciato all'uscio della stanza di Eponina,
esclama:

— E rammentati bene, Eponina, che io, tuo fratello, ti faccio
testimonianza come Ludovico, ricusando di palesare a te e ad altri le
accuse che lo movono a respingere le tue nozze, dimostra tale generosità
di cui non avrei mai creduto capace la creatura umana. Ludovico, addio,
e tu pure rammenta che sei andato troppo in su per durarci un pezzo: chi
la piglia troppo alta ordinariamente fa stecca.


  FINE DEL VOLUME PRIMO.



INDICE DEL PRIMO VOLUME.


  PROLEGOMENI                   _Pag._   3
  Capitolo I.                           55
  Capitolo II.                          75
  Capitolo III.                        103
  Capitolo IV.                         123
  Capitolo V.                          145
  Capitolo VI.                         171
  Capitolo VII.                        205
  Capitolo VIII.                       239
  Capitolo IX.                         303



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (àncora/âncora, seguito/seguìto e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il secolo che muore, vol. I" ***

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