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Title: La lotta politica in Italia, Volume III (of 3) - Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione
Author: Oriani, Alfredo, 1852-1909
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La lotta politica in Italia, Volume III (of 3) - Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione" ***

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VOLUME III (OF 3)***


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ALFREDO ORIANI

LA LOTTA POLITICA IN ITALIA

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE (476-1887)

QUINTA EDIZIONE

Curata e riveduta sul manoscritto da A. MALAVANI e G. FUMAGALLI

VOLUME III.



FIRENZE
SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»
1921



ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)



LIBRO SETTIMO

LA RIVOLUZIONE UNITARIA



CAPITOLO PRIMO.

La grande vigilia


                                  Esaurimento della reazione.

Le condizioni della politica generale italiana al finire dell'anno 1857
non avevano mutato.

Se la diffusione sempre più rapida delle idee liberali accresceva il
fermento dell'insubordinazione contro i governi reazionari, non bastava
ancora a schiarire nella coscienza delle masse l'idea della rivoluzione,
infiammandovi le necessarie passioni. Si accettava l'egemonia del
Piemonte, ma non si vedeva modo a disfarsi di tanti principi e
dell'Austria: il mazzinianismo decresceva senza che la Società Nazionale
capitanata dal La Farina potesse sostituirlo.

Nessun segno di vita politica appariva nei governi reazionari: solo
qualche volgo nelle campagne, o qualche frazione di borghesi intenti a
razzolare guadagni tra le immondizie delle pubbliche amministrazioni, o
preti fanatici di reazione inquisitoriale li sostenevano ancora.

A Napoli re Ferdinando, sbigottito dall'attentato di Agesilao Milano e
dall'incendio della polveriera del Molo e della fregata _Carlo III_, si
era rinchiuso nel magnifico palazzo di Caserta, abbandonando il governo
alla ferocia della polizia: quindi la tragica impresa di Pisacane venne
a moltiplicargli i terrori e a provocare nuove rappresaglie contro i
liberali, mentre una difficile contenzione diplomatica si protraeva da
quasi un anno col Piemonte per la restituzione del _Cagliari_
sequestrato dalle navi borboniche. I terremoti desolavano le provincie;
la Sicilia dopo il moto infelice del Bentivegna dava ancora qualche
crollo; le diplomazie dopo il Congresso di Parigi non restavano dal
reclamare a favore degl'illustri prigionieri politici, così che il
governo per non inimicarsi anche l'opinione delle Cancellerie dovette
risolversi a mutare nel bando perpetuo la pena ad ottantotto detenuti.
Ma anche questo cangiavasi per arbitraria determinazione dei ministri in
una deportazione nell'America settentrionale: fortunatamente il capitano
della nave americana che li deportava, minacciato di processo dagli
esuli, li scaricò in Irlanda, ove il governo inglese fu loro largo di
soccorsi. Re Ferdinando nel giorno stesso della loro grazia commetteva
ad un nuovo consiglio di guerra il giudizio degli attentati contro la
sicurezza interna dello stato. Fu questo l'ultimo decreto del tiranno:
le sue estreme parole, fra gli spasimi di una tarda cancrena, poco prima
della guerra franco-sarda contro l'Austria, parvero al tempo stesso una
profezia e una confessione, giacchè, come di Giuliano l'Apostata, si
narra esclamasse disperatamente: hanno vinto la causa!

Con eguale presentimento di sconfitta Pio IX, ubbidendo ai suggerimenti
del cardinale Antonelli, tentava un viaggio nei propri dominî per
rialzarvi col fascino religioso della propria presenza il prestigio
della caduta autorità. Così il pontefice intendeva rispondere con una
serie di feste ufficiali al triste quadro del proprio governo, esibito
da Cavour al congresso di Parigi. Le campagne se ne commossero e corsero
esultanti ad inginocchiarsi dinanzi al demiurgo, ma le città rimasero
fredde. Sciaguratamente il partito moderato di Bologna, di Ravenna e più
tardi di Roma stessa, tolse valore a quella freddezza col presentare al
papa indirizzi politici, nei quali, invocando con incorreggibile
ingenuità le solite riforme, veniva a riconoscere la sovranità
pontificia. Tra i firmatari di questi indirizzi, che avrebbero voluto
essere di protesta ed invece erano di sudditanza, fu pure Marco
Minghetti.

Dalle Romagne passando nella Toscana, Pio IX, benchè sollecitato
vivamente dal clero, non seppe abbastanza adoprarsi per ottenere dal
granduca l'abbandono delle ultime leggi leopoldine: i ministri di questo
ricalcitrarono a tale suprema concessione, che avrebbe reso la Toscana
non meno soggetta alla Santa Sede che all'Austria. Infatti sino allora
tutta la politica del granduca era stata di sottomissione così
incondizionata all'imperatore da ricusare persino ambasciatore sardo il
conte Antonio Casati, perchè figlio di un fuoruscito lombardo. E il
Piemonte aveva sopportato lo sfregio. Più piccolo e peggiore il duca di
Modena, resistendo alle molte pressioni diplomatiche provocate dal conte
di Cavour, cui la profluvie degli emigrati sfuggenti ai governi della
penisola cominciava a procurare gravi imbarazzi nella politica interna,
mantenne il Wiederkehrn nel Comando di Carrara. Quest'ultima reazione
superava di crudeltà ogni altra, giacchè il truce soldato vi poteva
giudicare arbitrariamente di qualunque crimine, applicando senza appello
la pena capitale eseguibile ventiquattro ore dopo la sentenza anche per
solo reato di ritenzione d'armi, persino su minorenni e per delitti
anteriori allo stato d'assedio.

La duchessa di Parma con logica femminile aveva riassunto tutte le leggi
in quella stataria.

Invece nel Lombardo-Veneto il rigore tirannico e poliziesco scemava. La
cancelleria imperiale, avvisando lo scacco sofferto al Congresso di
Parigi e l'invadente influenza del Piemonte, dopo aver revocato i
sequestri sui beni dei fuorusciti, pensò destramente di giovarsi colle
superstiti idee federaliste contro il pericolo dell'unificazione
piemontese. Quindi nominò vicerè l'arciduca Massimiliano, gentile ed
onesto cavaliere, lasciando intravedere la lusinga di una costituzione
del Lombardo-Veneto in regno separato sotto l'alta sovranità
dell'imperatore. Il nuovo principe sarebbe così stato l'unica virtù di
questa cattiva idea. Molti però del partito moderato, ai quali la
tradizione servile ed un falso orgoglio municipale toglievano di
comprendere la verità dell'idea nazionale tanto da non fare differenza
fra una conquista piemontese e una semi-autonomia austriaca, aderirono
al disegno come Cesare Cantù: alcuni di essi giunsero a mandare legati
presso il conte di Cavour per convincerlo a dimettere ogni altra idea
sul Lombardo-Veneto, che sarebbe stato felicissimo sotto Massimiliano
d'Asburgo, re o vicerè indipendente. Però il popolo proseguì
nell'ostilità sdegnosamente passiva ed irreconciliabile coll'Austria,
mentre un gruppo di publicisti capitanati da Carlo Tenca sosteneva nel
giornale _Il Crepuscolo_ i principii dell'indipendenza e della
nazionalità.

Tutto il buon volere dell'arciduca, ricondottosi a Vienna per carpire al
sospettoso imperatore qualche altra concessione politica, si franse
contro il sentimento patriottico del popolo, che, pure riconoscendogli
il merito delle intenzioni, seguitò a cogliere tutte le occasioni per
esprimere il proprio odio alla tirannia straniera.

D'altronde la vicinanza del Piemonte alimentava troppe speranze.

Se le cospirazioni, specialmente dopo gli ultimi insuccessi, non
attiravano più che giovani inesperti o veterani indomabili, un'altra
maggiore lusinga di guerra veniva dal Piemonte, che, malgrado l'esiguità
del proprio stato, ingrossava sempre il bilancio militare. Si
attendevano alleanze, si guardava alla Francia. L'ultimo attentato di
Felice Orsini contro Napoleone III scatenò una fiera tempesta: i
repubblicani applaudirono al forte regicida: i moderati imprecarono al
settario, che per vendicare la omai lontana offesa alla repubblica
romana aveva quasi tolto all'Italia l'unico possibile alleato. Nella
politica estera del conte di Cavour si stringevano tutti i nodi
dell'aggrovigliata politica nazionale. Intanto per naturale reazione al
temperarsi del rigore austriaco nel Lombardo-Veneto s'inasprirono i
rapporti fra i due governi di Vienna e di Torino.


                                  Ultime difficoltà del Piemonte.

La stampa torinese sbertava le nuove benignità imperiali; i diari
governativi di Milano e di Venezia vilipendevano stato e dinastia sarda.
La ragione stava nello scontro di due idee politiche implacabilmente
nemiche e costrette a servirsi di un medesimo disegno. Così il conte di
Cavour, nella contenzione diplomatica col conte di Buol per reciproci
lagni di contumelie suggerite o permesse ai propri giornali, potè ancora
avere il sopravvento; mentre, per scusarsi del monumento offerto dai
milanesi ai reduci della Crimea, nel medesimo giorno dell'ingresso
dell'imperatore Francesco Giuseppe a Milano, dovette rigettarne la
responsabilità sul municipio di Torino, cui il dono era mandato e
proibire che sopra vi si mettesse «alcuna iscrizione, dalla quale
potesse risultare che quel monumento era un dono d'Italiani sudditi
dell'Austria». Nullameno le relazioni diplomatiche furono troncate fra i
due governi. La guerra pareva imminente, quando la congiura di Felice
Orsini venne forse ad affrettarla. Questo ardente e formidabile
cospiratore, dopo la più romanzesca vita di avventure politiche e
militari e un ultimo dissidio con Mazzini, volle con bombe da lui stesso
inventate tentare l'eccidio di Napoleone III a postuma vendetta della
republica romana, e a fomento di nuova republica francese. L'attentato
al solito abortì (14 gennaio 1858), massacrando un numero veramente
eccessivo di innocenti. Napoleone, forse ancora più irritato che
atterrito, stabilì per tutta la Francia lo stato d'assedio, dividendola
in cinque grandi maresciallati; insistette a tutti i gabinetti per
concordare una legge internazionale contro i settari; reclamò con
burbanza dall'Inghilterra, ospite antica di tutti i fuorusciti,
l'estradizione di Mazzini, di Ledru-Rollin, di Kossuth e di Blanc.
L'Inghilterra rispose sdegnosamente col rovesciare il ministero
Palmerston chiaritosi favorevole a tali pretensioni: il Piemonte, anche
più vessato dell'Inghilterra, dovette cedere destreggiandosi.

Forse nessun momento della sua storia fu politicamente e
diplomaticamente più difficile. Tutta la politica cavouriana, intesa da
quasi otto anni alla preparazione di una riscossa nazionale mercè
un'alleanza francese, si trovava compromessa: disgustare Napoleone III
era un perdere ogni speranza; acconsentire alle sue pretese un venir
meno alla propria autonomia. L'imperatore esigeva la soppressione del
giornale mazziniano _L'Italia del Popolo_, la proibizione ai fuorusciti
di scrivere nelle effemeridi politiche, il giudizio pei reati di stampa
contro sovrani stranieri sottratto ai giurati e attribuito ai giudici
senza nemmeno richiesta della parte offesa, e l'espulsione dal regno
degli esuli republicani. Cavour resistè. I clericali vincitori alle
ultime elezioni lo urgevano con recriminazioni reazionarie; i radicali
lo insultavano per avere con una politica servile perduta la causa
italiana e condotto il Piemonte alla soggezione francese; l'Austria alla
testa di tutti i governi italiani denunciava Torino per un covo di
settari; i successi della guerra di Crimea e del Congresso di Parigi
tornavano in nulla. Ma il suo spirito agile raddoppiò di elasticità:
accusò tutti i governi reazionari italiani di moltiplicare le espulsioni
politiche dei loro sudditi per creare imbarazzi al Piemonte; ai
clericali rispose facendo stampare le lettere diplomatiche di Giuseppe
de Maistre, nelle quali il terribile papista profetizzava alla Sardegna
la necessità di combattere l'Austria e di guidare in Italia una
rivoluzione nazionale; con fine lentezza tenne a bada il gabinetto
francese, trattando colla diplomazia privata dell'imperatore, cui riuscì
ad ammansire; ricusò di sopprimere _L'Italia del Popolo_ e seppe
ucciderla colla persecuzione abusando della condiscendenza dei
magistrati, giacchè dei centocinquanta sequestri subìti dal giornale
quelli giudicati dai giurati conclusero sempre all'assolutoria, mentre
tutti gli altri esauriti dai giudici finirono in condanne; con una legge
De Foresta restrinse la libertà di stampa e largheggiò di pene contro
coloro, che attaccassero i governi stranieri o elogiassero anche
storicamente fatti o teoriche di regicidio; al Villamarina legato sardo
a Parigi scrisse con ammirabile nobiltà di resistere a tutte le
pressioni imperiali, perchè Vittorio Emanuele sarebbe pronto piuttosto a
perdere la corona andando ramingo per le Americhe che a tradire
l'autonomia del proprio stato o a menomarne l'indipendenza. Poi nella
seduta del 16 aprile (1858), difendendo la nuova legge sulla stampa,
accusò con terribile abilità di menzogna tutto il partito mazziniano di
aver sempre sostenuto la teorica dell'assassinio politico e di
macchinare in quei giorni stessi un complotto contro la vita di Vittorio
Emanuele. Quest'ultima assurda calunnia finiva di esautorare moralmente
il partito republicano.

Tutte le ire e le recriminazioni di Napoleone III contro i rivoluzionari
non valsero questa denunzia contro di essi del massimo ministro
rivoluzionario italiano, che ligio alla costituzione aveva pure osato di
arrischiare ogni interesse della propria politica per resistergli. La
publica opinione nazionale ne fu scossa: Mazzini in una lettera
apologetica ribattè indarno l'atroce accusa, giacchè poco dopo due altre
lettere di Felice Orsini all'imperatore prima di salire il patibolo, e
da questi licenziate alla stampa, venivano a riconfermare nel volgo la
medesima sinistra impressione. In esse il fortissimo ribelle, còlto da
improvviso pentimento, scongiurava i rivoluzionari dal sistema
dell'assassinio politico, ed affidava con fatidico voto all'imperatore
la missione di liberare l'Italia.

Dopo l'accusa di Manin, la denuncia di Cavour, la confessione di Orsini,
fu quasi perduto ogni credito morale pel partito republicano. Tutta la
rivoluzione passava nel campo monarchico: la tradizione regia aveva
vinto.

Le simpatie guadagnate da Cavour nei maggiori governi europei gli
derivavano dalla sua guerra implacabile al partito rivoluzionario.

Nullameno nessuna alleanza era ancora stretta. La lunga e disastrosa
preparazione minacciava di esaurire il piccolo stato: in parlamento,
nelle ultime discussioni pel prestito dei quaranta milioni necessari al
compimento delle opere del Cenisio e della Spezia, solo una suprema
speranza d'imminente guerra nazionale aveva potuto decidere della
votazione.

La politica apparente del gabinetto francese, presieduto dal conte
Walewski, era tutt'altro che rivoluzionaria; quella personale
dell'imperatore si nascondeva fra ambagi inintelligibili anche ai più
abili diplomatici. Il conte di Cavour non poteva sperare che in questa,
ma nessuna destrezza di espedienti o di suggestioni sarebbe mai riuscita
a decidere l'imperatore ad una guerra contro l'Austria in pro della
rivoluzione italiana, senza l'oscura necessità che spingeva il secondo
impero entro l'orbita del primo, condannandolo ad essere rivoluzionario
suo malgrado, e a dover vivere e morire di guerre.


                                  L'idea napoleonica.

Dopo pochi anni, il prestigio ottenuto dall'impero coll'impresa di
Crimea e col congresso di Parigi accennava a decrescere paurosamente. Il
sodalizio delle dinastie non aveva ancora accettato nel proprio seno
l'imperatore; l'opposizione scarsa di rappresentanti nelle Camere era
guidata dai maggiori uomini francesi: Victor Hugo esule bastava solo a
mantenere contro l'impero l'odio della coscienza nazionale,
attirandogli, coll'irresistibile potenza di una lirica unica nella
storia d'Europa, il disprezzo della coscienza universale. Il partito
clericale, sostenendo Napoleone per l'appoggio da lui prestato al papa,
si scindeva in legittimisti ed orleanisti, irreconciliabili per
interessi dinastici; la borghesia avida di lucri non poteva sognarli al
solito che da una effimera supremazia francese; il popolo sempre avido
di gloria aspettava la pompa di nuovi trionfi. Nell'opinione europea
l'impero napoleonico restava ancora un'avventura. L'Austria era uscita
più forte dal congresso di Parigi; la Russia esausta ed indarno blandita
da Napoleone gli teneva il broncio; l'Inghilterra, malgrado
l'oscillazione de' suoi partiti whig e tory al potere, si ostinava nei
trattati del 1815; la Prussia si manteneva ligia all'Austria e alle
tradizioni reazionarie: l'iniziativa rivoluzionaria doveva quindi venire
dalla Francia ridivenuta imperiale come all'indomani della sua grande
rivoluzione dell'89. Nato di rivoluzione, l'impero bonapartista non
poteva vivere che di rivoluzione: l'inerzia lo avrebbe ucciso e un
ritorno a maggior reazione rovesciato. La iniziativa Francese cominciata
coll'89 doveva proseguire: tutte le rivoluzioni europee del secolo ne
erano derivate, svolgendosi con processo più o meno simile al suo: ad
una sistematica contraddizione di questa iniziativa la coscienza
francese si sarebbe ritirata al tutto dall'impero: senza il sogno
napoleonico di dominare nuovi stati con nuovi protettorati dinastici o
politici, l'impero perdeva il proprio carattere europeo per restringersi
ad un'interna prepotenza militare, incompatibile cogl'istinti della
moderna democrazia.

L'Italia già conquistata dalla prima rivoluzione e dal primo impero
francese, smembrata, sottomessa all'Austria, matura alla propria
rivoluzione, si presentava come una fatalità di politica e di guerra a
Napoleone III. In Italia solamente il secondo impero poteva espandersi e
rinvigorirsi. Le mene murattiane a Napoli tradivano già il rinnovarsi di
questo disegno bonapartista; la politica oramai decennale del Piemonte
mirava alla Francia; lo spirito italiano guardava alla stella
dell'impero come a quella di un nuovo mattino; la costituzione in Italia
d'un forte stato boreale e costituzionale, e l'impianto a Firenze e a
Napoli d'altri principi bonapartisti darebbe alla Francia, colla gloria
d'aver risuscitato a vita politica il popolo più illustre del mondo, il
vantaggio d'un'alleanza perpetua italiana contro l'Austria e di un
predominio incontestabile sul Mediterraneo. La Francia riaprirebbe così
un'altra epoca d'ascendente universale. Il cesarismo, effimera mistura
di reazione e di rivoluzione, di dispotismo e di democrazia, non poteva
sottrarsi alla fatalità di questa politica apparentemente avventuriera e
anticipatamente condannata a produrre risultati troppo diversi dalle
intenzioni. Nè il terrore dell'attentato, nè l'estremo voto di Orsini
decisero dunque l'imperatore Napoleone III alla guerra d'Italia come
vantarono con puerile rettorica molti scrittori radicali: tutta la
meravigliosa destrezza del conte di Cavour non sarebbe bastata ad
impigliarvelo.


                                  Alleanza Franco-Sarda.

Infatti l'imperatore mandò spontaneamente al conte di Cavour le due
ultime lettere di Orsini perchè le stampasse nella Gazzetta Ufficiale:
poco dopo gli fece rimettere da uno dei propri diplomatici più familiari
un'altra lettera con un disegno d'alleanza e una proposta di matrimonio
fra il principe Girolamo Napoleone e una figlia di Vittorio Emanuele.
Costantino Nigra fu il primo inviato del conte di Cavour a Parigi per
studiare il terreno; il dottor Conneau si mutò in agente diplomatico per
recare al conte di Cavour l'invito al convegno di Plombières nei Vosgi,
ove si gettarono le vere basi dell'alleanza: il trattato si strinse
quattro mesi dopo. Per esso l'imperatore s'impegnava a condurre in
Italia duecentomila soldati contro l'Austria; suo sarebbe il comando
superiore delle schiere alleate; a guerra vinta il Piemonte si
aggregherebbe il Lombardo-Veneto, i Ducati, le Legazioni e le Marche; il
Piemonte cedeva fin d'ora la Savoia e s'impegnava moralmente a cedere
Nizza. Era fatalmente un disegno federativo; nè l'imperatore, nè il
conte di Cavour potevano andare oltre. Quegli anzi, nascondendo la parte
maggiore del proprio pensiero politico, intendeva a fondare un secondo
regno d'Etruria per mezzo delle velleità autonomistiche dei federali
toscani guidati dal Salvagnoli e dal Montanelli, aggregandovi i Ducati e
molta porzione dello stato pontificio; a Napoli possibilmente si sarebbe
installato Luciano Murat. Ma l'imperatore e il conte di Cavour tentavano
reciprocamente d'impaniarsi in questa trama. D'unità d'Italia sarebbe
stato assurdo parlare, giacchè l'impero non aveva altra base morale che
il clero, e non poteva togliere Roma al papa; la Russia proteggeva per
tradizione i Borboni; una vera rivoluzione era impossibile in Italia ed
inaccettabile alle diplomazie. Anzi l'avversione al partito
rivoluzionario era tale che nella convenzione militare susseguita al
trattato politico fra il generale Niel e il generale Lamarmora si
sarebbe escluso ogni concorso di volontari, se il conte di Cavour con
sapiente patriottismo non si fosse ostinato a volerlo. Solo le milizie
volontarie potevano dare alla guerra franco-sarda guidata
dall'imperatore il carattere d'una impresa nazionale, creando
probabilmente ostacoli ai segreti disegni di nuovi stati bonapartisti.

Nei prodromi della nuova rivoluzione sembrava dominare ancora il
principio federalista. Utopie diplomatiche e partigiane vi si
imbrogliavano: dopo il matrimonio del principe Girolamo colla
principessa Clotilde di Savoia il concetto d'un regno d'Etruria per essi
si popolarizzò; a Parigi Laguerronière, letterato cortigiano, stampò un
opuscolo enigmatico inspirato da Napoleone, nel quale si trattava d'una
confederazione italiana fuori d'ogni dominio straniero, sul tipo di
quella presentata dal Gioberti con la presidenza del papa, e intesa
precipuamente a rattenere la rivoluzione. Poichè l'Inghilterra sarebbe
ostile ad un altro regno bonapartista nel sud, si pensava di lasciarvi
ad essa la scelta del nuovo re; nessuno all'infuori di Mazzini osava
reclamare Roma. Il conte di Cavour, per resistere a questa eccessiva
dilatazione bonapartista, non aveva di primo tempo trovato altro
espediente che il maritare la principessa Clotilde al principe Leopoldo
Hohenzollern, nato di Stefania Beauharnais «onde farne un re dell'Italia
centrale, ove i Lorenesi si mantenessero ligi all'Austria».

Intanto si disponevano gli approcci.

A Varsavia fu mandato il principe Girolamo per spingere la Russia a
guerra coll'Austria, lasciandola libera ai padroneggiare il moto delle
genti slave, mentre la Francia dominerebbe quello delle schiatte latine:
ed era ancora il vecchio sogno di Napoleone I. Ma la Russia declinò
l'invito per dichiararsi neutrale ed imporre la conservazione a Napoli
dei Borboni; la Prussia non volle staccarsi dall'Austria e propose di
provvedere alle cose d'Italia per comuni accordi pacifici;
nell'Inghilterra l'opinione liberale del pubblico frenava a stento il
mal volere del recente gabinetto tory.

Poichè Napoleone si era riserbato di scegliere il modo ed il momento
d'una rottura coll'Austria, il conte di Cavour badava alacremente a
crescere in Italia il fermento rivoluzionario, però dominandolo. In
questo gli fu di largo giovamento la Società Nazionale del La Farina,
che riassumendo il proprio programma politico nel motto: «Indipendenza,
Unità e Casa Savoia», preparava possibili accordi per altri disegni
durante o dopo la guerra. Nello scadimento del partito mazziniano la sua
opera divenne improvvisamente più franca e feconda: Giuseppe Garibaldi
entrò nel suo comitato centrate a Torino, altri comitati raggrupparono i
migliori patrioti nelle provincie suscitandovi una disciplinata
agitazione unitaria, mentre il conte di Cavour si riserbava il diritto
di poterla in caso di pericolo rinnegare in parlamento. In un manifesto
del 14 dicembre 1858 la Società Nazionale chiese all'Italia la dittatura
di Vittorio Emanuele durante la guerra, affermando che la sollevazione
italiana non implicherebbe nessuna questione di libertà e di ordinamento
sociale atta a spaurire i governi: abile mossa, che abituava
all'unificazione morale. L'idea piemontese giganteggiava: le
acclamazioni a Vittorio Emanuele prorompevano da tutte le piazze;
nessuna critica poteva turbare la nuova fede, le speranze deliravano.

Si dimenticava l'umiliazione di sorgere dietro un'iniziativa francese;
l'unità d'Italia, alla quale tutti aspiravano, era momentaneamente
negletta per concentrare ogni sforzo all'espulsione dell'Austria. Il
mirabile fenomeno politico di questo vasto moto nazionale, che
s'indigava volontariamente entro le linee ancora incerte di un disegno
di Napoleone III riveduto da Cavour, tradiva, attraverso l'incredibile
docilità d'una disciplina improvvisata, la fiacchezza della coscienza
nazionale e dell'idea rivoluzionaria: la nuova passione di guerra
piuttosto che ira di schiavi appariva bramosia di liberti. L'adesione
alla monarchia di Savoia era sudditanza, quella all'impero francese
sommissione. I superstiti mazziniani avvampavano di sdegno; l'intera
massa dei patrioti abbandonava invece ogni ideale per il possibile,
preparando nella aspettazione dell'iniziativa franco-sarda nuove virtù
di guerra e di concordia, senza chiedersi come l'Italia sarebbe
all'indomani di un trionfo o di un abbandono francese.

Cavour, aggiungendo disegno a disegno, complicazione a complicazione,
aveva sollecitato indarno l'alleanza dei Borboni e dei Lorenesi contro
l'Austria.

Il discorso di Vittorio Emanuele all'apertura del parlamento (10 gennaio
1859) affermava che il re, malgrado il rispetto ai trattati, non poteva
essere insensibile al grido di dolore che s'alzava verso di lui da tante
parti d'Italia; e parve un grido di guerra. L'Austria, cullatasi fino
allora nel dispregio del piccolo nemico e nell'orgoglio della propria
posizione tanto migliore di quella di Francia, si riscosse: le
diplomazie s'impensierirono; l'Italia si esaltò.

Sir James Hudson con motto profondo disse: «È la folgore che cade sui
trattati del 1815». Infatti il moderno diritto di nazionalità doveva
ottenere dalla rivoluzione italiana la sua prima grande consacrazione.

Il risveglio dell'Austria precipitò gli armamenti e complicò l'opera
delle diplomazie. Nel Lombardo-Veneto ricominciarono i rigori: corpi
d'esercito s'ammassarono di giorno in giorno alla frontiera, mentre la
gioventù patriottica guadava a torme il Ticino per arruolarsi
nell'esercito sardo. Cavour aveva richiamato Garibaldi per commettergli
la costituzione d'un corpo di volontari; così lo avrebbe avuto nella
guerra alleato ed ostaggio.

Ma la politica sempre più ambigua dell'imperatore, arbitro della
situazione, gettava il Piemonte nelle più umilianti perplessità. Da
Londra il gabinetto tory di lord Malmesbury lo ammoniva, quasi
minacciando, di guardarsi da ogni provocazione all'Austria; a Napoleone
invece mostrava lo spettro rosso della demagogia pronto a ricomparire
fra le imprevedibili difficoltà d'una guerra; quindi a Vienna ingrossava
la voce perchè l'Austria rinunziasse all'intervento nello stato
pontificio e spingesse i principi sulla via delle riforme.

Di rimpatto Napoleone prometteva all'Inghilterra di non soccorrere il
Piemonte, se questo fosse primo alla guerra.

Si parlò d'un congresso per la pace: la proposta venne da Pietroburgo;
Napoleone parve accettarla. Ma la questione peggiorò; l'Austria, che si
ricusava superbamente alle esortazioni pacifiche dell'Inghilterra,
aderendo all'idea del congresso, ne volle escluso il Piemonte come
incapace di rappresentare l'Italia, della quale gli altri principi, per
suggestione della cancelleria viennese, non v'interverrebbero. Ma le
potenze, dopo aver accolto il Piemonte al congresso per la pace di
Crimea, non potevano eliminarlo da quest'altro per la pacificazione
d'Italia: allora l'Austria pretese che il Piemonte disarmasse e, poichè
anche questo non le fu concesso, propose un disarmo simultaneo.
Bisognava cedere; Cavour abilmente volle però sottrarre al disarmo le
milizie volontarie, affermandosi pronto a raccoglierle sotto le Alpi e a
licenziarle quando le potenze si fossero accordate sullo scioglimento
della questione italiana. Così l'idea nazionale, incarnata nelle milizie
volontarie, sovrastava alla stessa alleanza franco-sarda. L'Austria
rifiutò questa condizione, ed impose bruscamente il disarmo.

La crisi diplomatica fu lunga e dolorosa. Napoleone sempre oscillante di
spirito, non osava risolvere: per un momento impose a Cavour di cedere a
tutte le pretese austriache, questi gli rispose con parole d'obbedienza:
tutto sembrava perduto. Forse la situazione politica costringeva
l'imperatore a questa alternativa di spinte e di controspinte al
Piemonte, per lasciare all'Austria la responsabilità dell'attacco e
preparare in Francia la publica opinione alla guerra. Infatti la Francia
non vi pareva ben disposta. Il partito clericale temeva di Roma,
malgrado le publiche assicurazioni che l'imperatore aveva fatto dare a
Pio IX dal generale Goyon; il partito conservatore abborriva da una
guerra fatalmente rivoluzionaria nell'idea e nei risultati; il partito
d'opposizione la qualificava d'avventura dinastica, giacchè modi e
concetti rivoluzionari ne erano negati clamorosamente anche dal conte di
Cavour.

La burbanzosa bruscherìa dell'Austria nel concedere tre soli giorni al
Piemonte per la risposta sul disarmo troncò ogni difficoltà.
Coll'assalire per la prima, essa violava i trattati del 1815, e la
guerra rivoluzionaria dell'alleanza franco-sarda si mutava
diplomaticamente in una guerra di difesa.

Intanto il conte di Cavour, spingendo vivamente i preparativi di guerra,
otteneva dal parlamento poteri straordinari di governo: per contrastare
alle mene bonapartiste in Firenze e in Napoli, allargava il moto
rivoluzionario; accusava i mazziniani intransigenti di fare le parti
dell'Austria; aveva nominato Enrico Cialdini comandante supremo del
corpo di volontari costituito da Garibaldi. Questi doveva rimanere
subalterno attirando la gioventù colla gloria del proprio nome, ma non
guidarla alla vittoria: Lamarmora ministro della guerra negò con tanta
ostinazione di riconoscere i gradi agli ufficiali garibaldini che i loro
brevetti dovettero essere firmati dal ministro dell'interno. Poi i
volontari furono male armati, frazionati, sospettosamente sorvegliati.

L'effervescenza degli animi cresceva d'ora in ora; la gioventù
scaldavasi a questi primi clamori di guerra; solo i mazziniani
resistevano nel nome dell'unità nazionale negata dal trattato
franco-sardo e della democrazia compromessa dai momentanei dispotismi
regii ed imperiali. Da Londra emanarono una protesta di astensione dalla
guerra, cui fallirono poco dopo generosamente accorrendo da ogni parte
sotto le bandiere.

Il Piemonte esausto faceva gli ultimi sforzi, ma sottomesso fatalmente
alla Francia. Quindi l'incendio rivoluzionario, che avrebbe dovuto
avvampare per tutte le città d'Italia come nel 1848, non scoppiava: i
volontari corsi in Piemonte non superavano i trentamila; le Provincie
libere non si ribellavano, quantunque sicure che l'Austria impegnata in
tanta guerra non avrebbe potuto invaderle per sostenere i principi
alleati. E questi avevano milizie troppo scarse e fiacche per resistere
ad una vera insurrezione popolare.

L'Austria accennava già a ritirare le truppe da tutti i luoghi occupati
per concentrarle nel teatro della guerra: le ammonizioni di Cavour
sconsiglianti da iniziative popolari non sarebbero bastate ad impedirle,
se più intensa fosse stata nella nazione la coscienza dì patria e
maggiore l'energia del carattere. I patrioti abitatori delle Provincie
negli ultimi dieci anni erano tutti in Piemonte, onde lo spirito delle
masse non mai da tormenti di tirannide spinte alla disperazione della
rivolta, si effondeva ora nei vanti delle future vittorie francesi:
mentre ai tirannelli abbandonati dall'Austria non restava più nemmeno il
coraggio di sostenere con essa una guerra decisiva per la loro
esistenza.

Solo la Toscana e le provincie limitrofe di Massa e Carrara, troppo
straziate dal duca di Modena, tumultuarono all'annunzio della
dichiarazione di guerra. Il granduca Leopoldo non osò resistere; il
principe Carlo suo secondogenito non seppe farsi ubbidire dagli
artiglieri, ordinando loro di bombardare Firenze dal forte di Belvedere:
quindi il tumulto si sciolse in chiasso pacifico, e il popolo con berta
ancora rispettosa augurò il buon viaggio al granduca fuggente.

I governi provvisorii di Firenze e di Massa e Carrara offersero la
dittatura a Vittorio Emanuele; ma questi sottoposto alla volontà
dell'imperatore, non osò accettare, malgrado la dittatura conferitagli
dalla Società nazionale e dal parlamento.

Così cominciava la nuova rivoluzione unitaria.



CAPITOLO SECONDO.

La conquista regia


                                  Guerra Franco-Sarda.

L'intimazione dell'Austria al Piemonte, irritando l'orgoglio francese,
agevolò a Napoleone il concorso della publica opinione. Se nelle sfere
politiche e nei saloni mondani di Parigi la nuova guerra trovava vivi
oppositori per complicate ragioni d'interessi, quelli fra i maggiori
spiriti che per modernità di pensiero e di coscienza, da Flaubert a
Quinet e da Michelet ad Hugo, rappresentavano l'iniziativa francese, vi
erano favorevoli. La contraddizione del disegno napoleonico collo
spirito democratico di quest'impresa non bastava a nasconderne loro la
verità. L'esercito era fremente di entusiasmo; il popolo, attraverso le
vanterie inguaribili della propria indole, insuperbiva di ridiscendere
ad una guerra di emancipazione. L'eroica coscienza francese sentiva di
riaffermare così il proprio primato sulla coscienza europea.

E la guerra incominciò.

Il 29 aprile 1859 il generale austriaco Giulay passa il Ticino con
100,000 soldati, avanzando senza incontrare resistenza verso Vercelli:
la Lomellina è stata con patriottica abnegazione inondata, l'esercito
piemontese, forte di 70,000 uomini e appoggiato sulle fortezze di Casale
e di Alessandria, evita lo scontro, giacchè una dolorosa sfiducia sta
per consigliare ai suoi generali una ritirata; ma Alfonso Lamarmora, cui
un rancore di Vittorio Emanuele aveva negato l'onore meritato di un
seggio al consiglio di guerra, riesce ad impedirla. Il 12 maggio
Napoleone sbarca a Genova fra deliranti acclamazioni di popolo; le prime
colonne dell'esercito francese sono già calate dalle Alpi ed entrate a
Torino. Il generale austriaco, che con un attacco rapido e vigoroso
avrebbe potuto sgominare l'esercito sardo impedendone la congiunzione
col francese, ora stenta a fronteggiare gli alleati. D'ambo i lati le
forze si pareggiano. L'imperatore Napoleone assume il comando
dell'esercito italiano umiliando l'orgoglio nazionale d'Italia, ma
ottiene migliore unità di disegno e di opera; il generale austriaco deve
al solito dipendere dal consiglio aulico di guerra residente a Vienna.
D'altronde la sua incapacità lo predestina alla sconfitta, mentre una
nobile emulazione raddoppia il valore degli alleati, e l'entusiasmo di
patria muta le inesperte milizie volontarie in eroi.

A Montebello la cavalleria piemontese, sostenendo bravamente un forte
assalto del generale Urban, dà tempo al generale francese Forey di
accorrere colla propria divisione e di respingerlo: poi le battaglie si
succedono con terribile crescendo. Mentre il generalissimo austriaco si
concentra ostinatamente sul Po e sul Ticino, l'esercito francese coperto
dalle truppe piemontesi gira inosservato il fianco destro del nemico; il
Generale Cialdini con quattro divisioni italiane sostenute da un
reggimento di zuavi sloggia da Palestro il presidio tedesco; poi,
riassalito l'indomani da più forti colonne le schiaccia, e passa oltre.
Vittorio Emanuele, umiliato come re di Piemonte dal supremo comando
dell'imperatore, non è più che un soldato, ma vi ha sfolgorato di gloria
improvvisa, gettandosi alla testa dei zuavi entro la Sesia rigonfia
dalle pioggie e trascinandoli furenti alla vittoria. Quindi gli alleati,
concentrati a Novara, costringono il nemico a ritirarsi sulla riva del
Ticino: la battaglia ripresa presso il villaggio di Magenta si risolve
in maggiore sconfitta per gli austriaci; i granatieri della guardia
imperiale francese vi sfoggiano eroismo, il generale Mac-Mahon vi
conquista il titolo di duca; però una sola divisione italiana col
generale Fanti ha potuto cooperarvi a vittoria già sicura.

Tutta la Lombardia è conquistata: gli austriaci sgombrano
simultaneamente da Milano, dai Ducati, dalle Legazioni.

Intanto Giuseppe Garibaldi nel giorno stesso della vittoria di
Montebello aveva passato arditamente la Sesia per gettarsi sulla
Lombardia. La sua opera contraddetta da Mazzini, quasi strangolata da
Cavour quantunque bene accetta al re, era passata per tutta una triste
filiera di umiliazioni e di disinganni. Garibaldi, chiamato al ministero
per la costituzione di un corpo di volontari, aveva dovuto sottomettersi
al comando del generale Cialdini; gli si era proibito di formare i
corpi; era stato relegato a Rivoli verso Susa, mentre si stabilivano due
depositi di volontari a Cuneo e a Savigliano. La commissione di
arruolamento istituita a Torino sceglieva la più forte gioventù pei
corpi di linea e ne abbandonava i meno prestanti ai battaglioni di
volontari: poi, siccome questi aumentavano, si chiamò dalla Toscana già
ribellatasi il generale Ulloa per costituire un secondo corpo di
cacciatori degli Appennini. Quelli di Garibaldi si chiamavano cacciatori
delle Alpi. Una feroce gelosia di caserma irritava contro di lui tutte
le vanità accademiche degli altri generali: dopo il comando di Cialdini
chiamato alla difesa di Casale, Garibaldi dovette subire quello del
vecchio generale De Sonnaz; malgrado gli ordini del re, Cavour ricusò di
concedergli i volontari rimasti inerti ai depositi; per un momento gli
si fè sperare di gettarlo attraverso i Ducati per sollevare l'Italia
centrale, ma Cavour si oppose ancora.

L'abile ministro comprendeva fin troppo bene la necessità di avere una
truppa rivoluzionaria per italianizzare la guerra franco-sarda, ma di
tenerla subalterna per non perdere nel sentimento delle masse il
prestigio delle future vittorie.

Il conte di Campello, ministro della republica romana, aveva decretato
che la legione di Garibaldi non dovesse oltrepassare i cinquecento
uomini; il conte di Cavour con migliore ragione politica la volle
limitata a tremila.

Nullameno la piccola truppa riuscì mirabile. V'erano volontari d'ogni
grado, d'ogni classe, d'ogni merito: veterani del quarantotto come
Medici e Cosenz, giovani come Bronzetti e De Cristoforis che dovevano
improvvisarsi eroi, milionari ed artisti, intere famiglie di fratelli
come i Cairoli, politici ignorati che poi divennero ministri, popolani
fieramente poveri, aristocratici squisitamente liberali, gente di mare e
di terra, di un coraggio intrattabile come Bixio o di una mitezza
poetica come Gradenigo.

Tutta la loro politica si riassumeva nell'amore di patria: non
discutevano di bandiera, sopportavano ogni ingiustizia senza lamento,
non chiedevano gradi, non aspiravano ad onori. Una democrazia
incredibile regnava nel loro campo, l'entusiasmo vi teneva luogo di
disciplina, l'amicizia e la fede vi rendevano gli ordini indiscussi. La
gloria del generale era la superbia di tutti: nobili e prodi come i
paladini delle antiche leggende, ignoravano d'iniziarne un'altra:
cavalieri di una democrazia reclutata fra tutte le classi sociali,
anelavano colla più moderna delle contraddizioni alla guerra senza
risentirne le malvagie passioni: e così creavano col più generoso degli
eroismi la più bella originalità della rivoluzione italiana.

Ad un ordine del re, Garibaldi passa finalmente la Sesia, delude
abilmente gli austriaci al guado del Ticino, da Sesto Calende si difila
su Varese. Ma nemmeno la sua presenza basta a decidere il popolo
lombardo ad una vera insurrezione: i villani gli ricusano quelle
spiegazioni che dànno spontaneamente agli austriaci; i paesi lo
accolgono festanti come un liberatore e tacciono sgomenti appena nella
sua rapida marcia li oltrepassa. Emilio Visconti-Venosta, un mazziniano
convertito non troppo onorevolmente alla monarchia sarda, segue quale
commissario cavouriano Garibaldi per istituire governi provvisori e
sorvegliare le sue mosse.

Ma Urban, uno dei più fieri generali austriaci, è spiccato contro
Garibaldi con oltre quindicimila uomini. Questi, che a Varese aveva con
un pugno di volontari respinto un corpo della guarnigione di Milano,
forte di tremila uomini, vi si trincera intrepidamente senza cannoni,
senza cavalleria, con fucili poco servibili. Il 25 maggio fuga alla
baionetta le prime colonne nemiche; quindi, ingannando con marcia
coperta Urban, inteso a sorprendere la piccola città, lo persegue a San
Fermo, entra a Como. Di là, padrone del lago, diffonde l'insurrezione
per tutti i paesi delle sue rive fino su alla Valtellina, tenta di
sorprendere con ardita fazione il forte di Laveno sui Lago Maggiore, ma
fallisce perchè il maggiore Bixio non può decidere le barche doganiere
della sponda piemontese a secondarlo nell'assalto. Poco dopo, stretto da
nuove mosse dell'Urban vincitore di Varese e minacciante Como, può a
stento fronteggiarlo, finchè alla notizia della vittoria di Magenta
questi è costretto a ritirarsi; e Garibaldi risale il lago, da Lecco
marcia su Bergamo, ributta una colonna austriaca a Seriate, occupa
Brescia. Il suo piccolo esercito è raddoppiato, la Lombardia quasi tutta
sgombra. Nello stesso giorno che Garibaldi libera Brescia, l'esercito
francese proseguendo la vittoria di Magenta sconfigge a Melegnano
l'ottavo corpo austriaco comandato dal generale Benedek, e Napoleone e
Vittorio Emanuele entrano trionfatori in Milano.

La grossa metropoli lombarda, istrutta dai dolorosi ricordi dell'ultima
rivoluzione, e conscia di essere lo scopo della guerra, appena evacuata
dal nemico proclamava a delirio di popolo la propria annessione al
Piemonte secondo il plebiscito del quarantotto, deputando assessori
municipali al campo di Vittorio Emanuele come ambasciatori del voto
popolare.

Il proclama di Napoleone III alto nei concetti e sonoro nelle frasi,
indirizzandosi ai milanesi, si volgeva a tutti gl'italiani per invitarli
ad arruolarsi sotto il vessillo di Vittorio Emanuele, e diceva: «Io non
vengo tra voi con un sistema preconcetto, per spodestare sovrani e per
imporre la mia volontà: il mio esercito non si occuperà che di due cose:
combattere i vostri nemici e mantenere l'ordine interno; esso non porrà
ostacolo alcuno alla libera manifestazione dei vostri voti».

Sotto la cortesia delle parole s'intendeva già l'accento del padrone; ma
la passione rivoluzionaria del momento, lusingata da quell'invocazione
agli italiani, che sembrava associare alla liberazione di Milano tutti i
popoli delle altre Provincie, non l'intendeva.

Per contrario il proclama di Vittorio Emanuele, invece di esprimere
l'italianità di quella guerra emancipatrice, non s'indirizzava che ai
Lombardo-Veneti e non prometteva loro che un libero e durevole
reggimento, appena si fosse assicurata l'indipendenza della patria.

La guerra franco-sarda non era ancora italiana nè di idea nè di scopo.

Infatti, ripresa poco dopo con maggiore alacrità, doveva arrestarsi
troppo presto a rovescio d'ogni previsione.

Gli austriaci, intesi a forte concentramento sul Mincio, sgombrano
Pavia, Piacenza, Pizzighettone, il castello di Brescia, Bologna,
Ferrara, Ancona, riordinando con nuovi contingenti l'esercito ed
ingrossandolo di altri centomila uomini; lo stesso imperatore Francesco
dal proprio campo di Verona assume il comando supremo. Gli alleati,
sospettosi di un tranello nella troppo precipitosa ritirata, si avanzano
lentamente con marcia parallela verso il Mincio. Gli austriaci chiusi
nel formidabile quadrilatero avrebbero potuto resistere con molto
vantaggio e ristabilire le sorti della guerra; invece, riprendendo
improvvisamente l'offensiva, occupano le alture di Solferino e di San
Martino. La battaglia vi scoppia quindi il 24 giugno sopra cinque leghe
di estensione, impegnando tutte le forze d'ambo le parti; l'accanimento
più feroce vi moltiplica la strage, cinquantamila fra morti e feriti
ingombrano il terreno, ma la vittoria rimane agli alleati; gli
austriaci, ricacciati da tutti i poggi, debbono ripassare il Mincio.

Garibaldi, battuto pochi giorni prima dall'Urban a Castenedolo per aver
ubbidito ad un ordine dal quartier generale di occupare Lonato in
presenza di tutto l'esercito austriaco forte di duecentomila uomini, e
che parve insidioso persino al generale Cialdini, era stato mandato
nella Valtellina col pretesto di presidiarvi i passi delle Alpi contro
una impossibile invasione di nuovo esercito tedesco, e vi aveva
sloggiato le ultime guarnigioni nemiche dallo Stelvio.


                                  La pace francese.

Mentre la vittoria di Solferino raddoppiava le speranze d'Italia, la
guerra si arrestò bruscamente. La sera del 7 luglio il generale Fleury
aveva portato al campo austriaco di Verona una proposta di armistizio:
quattro giorni dopo i due imperatori segnarono a Villafranca i
preliminari di pace; a Zurigo se ne sarebbe firmato il trattato.

Vittorio Emanuele re ed alleato non ne era stato nemmeno avvisato.

Fu uno schianto: si urlò al tradimento. Vittorio Emanuele gemè
tristamente: povera Italia! Cavour, dimenticando la tanto vantata
prudenza, diè nelle furie. Nullameno le necessità del proprio disegno e
la logica inesorabile dei fatti imponevano all'imperatore Napoleone
questo abbandono, che Mazzini solo aveva preveduto colla chiaroveggenza
dell'odio partigiano.

I preliminari di pace stabilivano:

«L'imperatore d'Austria e l'imperatore dei Francesi favorivano la
creazione di una confederazione italiana: questa confederazione sarà
sotto la presidenza onoraria del Santo Padre.

«L'imperatore d'Austria cede all'imperatore dei Francesi i suoi diritti
sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera,
dimodochè la frontiera dei possedimenti austriaci partendo dall'estremo
raggio della fortezza di Peschiera si estenda in linea diretta lungo il
Mincio sino alle Grazie e di là a Scorzarolo e a Luzzara sul Po, dove le
frontiere presenti continueranno a formare i limiti dell'Austria.
L'imperatore dei francesi rimetterà i territori ceduti al re di
Sardegna.

«La Venezia farà parte della confederazione italiana, restando sotto la
corona dell'imperatore d'Austria. Il granduca di Toscana e il duca di
Modena entreranno nei loro stati concedendo un'amnistia generale.

«I due imperatori chiederanno al Santo Padre d'introdurre ne' suoi stati
le riforme indispensabili.

«È concessa d'ambe le parti piena ed intera amnistia alle persone
compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle
parti belligeranti».

Vittorio Emanuele, apponendovi la propria firma, v'aggiunse questa,
inintelligibile riserva: «Accetto per ciò che mi riguarda»; Cavour
mormorò con mal represso sdegno rivoluzionario: «Torneremo a cospirare».
Napoleone III, accomiatandosi, disse al re: «Il vostro governo mi
pagherà le spese e non penseremo più a Nizza e a Savoia; ora vedremo che
cosa gl'italiani sapranno fare da soli».

Queste ultime parole parevano al tempo stesso una sfida ed un sarcasmo.

Nullameno la condotta politica dell'imperatore, fra l'odio dell'inattesa
delusione che riuniva contro di lui moderati e rivoluzionari, non
rivelava nè l'una nè l'altro. Se discendendo alla guerra di Lombardia,
egli aveva promesso solennemente di respingere gli austriaci al di là
dell'Adriatico, aveva del pari negato ogni unità italiana riaffermando
il diritto supremo del papa su Roma e respingendo ogni partecipazione
rivoluzionaria. Nel suo segreto disegno bonapartista d'insediare il
principe Girolamo a Firenze e Luciano Murat a Napoli, riunendo l'Italia
in una confederazione, della quale il papa sarebbe presidente onorario
ed egli il padrone, la guerra all'Austria non poteva essere che una
espansione dell'impero napoleonico sottoposto non già alle leggi
storiche d'Italia, ma alla necessità del proprio assetto europeo. E
tutto gli era mancato. Aveva lasciato in Alessandria il principe
Napoleone ad organizzarvi un quinto corpo d'armata per ignota
destinazione; poi lo aveva mandato in Toscana, malgrado tutte le istanze
di Cavour come rappresentante di Vittorio Emanuele, dopo aver proibito a
questo di accettarne la dittatura. Il principe Napoleone si era
presentato a Firenze come un pretendente inviato dall'imperatore, ed
aveva dovuto ritirarsi davanti all'invincibile avversione del popolo. Il
ritorno dei whigs al potere, favorevoli all'unificazione italiana ed
ostili all'impero, toglievano all'imperatore ogni speranza sul reame di
Napoli; il suo disegno con Kossuth per sollevare l'Ungheria contro
l'Austria, e pel quale erasi già costituita una forte legione ungherese
con soccorsi francesi e con contratti favoreggiati a Torino da Cavour,
aveva urtato nei disegni dello czar sui Principati Danubiani; la
Germania, ostinata come nel '48 nelle idee della propria confederazione,
considerava il possesso austriaco del Veneto come necessario alla
sicurezza della sua frontiera meridionale; la Prussia, che prima della
guerra aveva indarno proposto all'Austria di garantirle con una
mediazione armata i possedimenti italiani secondo i trattati del 1815 se
le fosse ceduta la primazia sulla confederazione, ora, sollecitata
d'alleanza offensiva e difensiva dall'Austria, pur ricusandovisi, aveva
ottenuto dalla dieta di Francoforte d'incorporare nel proprio esercito
le milizie federali sotto il comando del reggente, e con una così rapida
mobilitazione, che parve allora un miracolo del suo grande generale
ancora sconosciuto von Moltke, ammassava in pochi giorni duecentomila
soldati sul Reno. L'Austria, anche dopo la disfatta di Solferino,
quantunque accettasse la pace per diffidenza dell'Inghilterra e per non
lasciare alla Prussia il vantaggio di frenare la Francia conquistando
così un primato morale nella confederazione germanica, rimaneva intatta
come potenza militare. Il suo imprendibile quadrilatero le avrebbe dato
tempo a rifare l'esercito e ripiombare più forte sulla Lombardia.

Il disegno napoleonico sull'Italia doveva dunque svanire, dacchè
l'impero bonapartista era minacciato.

Una guerra francamente rivoluzionaria, che avesse sollevato Italia ed
Ungheria associandole alla Francia, poteva solo permettere a Napoleone
di correre i nuovi rischi di una coalizione europea: ed era
l'impossibile idea di Mazzini. La guerra iniziata col re di Piemonte nel
proposito di una federazione italica su tipo giobertiano e con minacce
contro ogni iniziativa rivoluzionaria per conquistare al Piemonte tutto
il Lombardo-Veneto, non poteva proseguirsi nelle mutate condizioni della
politica europea.

La guerra d'Italia non era più che una brillante avventura del secondo
impero da interrompersi alla massima vittoria. Vittorio Emanuele,
diventato vassallo nell'alleanza e subalterno nel comando, non meritava
riguardi di pari; l'Austria, cedendo la Lombardia a Napoleone, dava
all'Europa la misura del proprio avversario italiano; questi, costretto
ad accettarla dalle mani di un alleato, che aveva concluso la pace senza
nemmeno avvisarnelo, confessava la propria impotenza; la rivoluzione
italiana veniva francamente negata, dacchè la guerra iniziata
dall'imperatore con una alleanza segreta, quindi da lui ritardata nelle
diplomazie e guidata finalmente sino al Mincio, era stata vinta quasi
dalle sole armi francesi. Il valore delle truppe sarde e l'eroismo dei
pochi volontarii garibaldini non aveva potuto decidere della campagna;
il numero dei francesi periti in essa non solo superava di troppo quello
dei piemontesi, ma vi uguagliava l'altro di tutti gli italiani morti per
la rivoluzione, dal ventuno sino alla gloriosa giornata di San Martino.

Lo smacco del disegno napoleonico produceva la catastrofe dell'idea
piemontese.


                                  Catastrofe dell'idea piemontese.

La politica cavouriana aveva concluso al peggiore dei disastri, malgrado
una incontestabile abilità. Fatalmente falsa nei principii e nei mezzi,
giacchè mirava ad una rivoluzione rinnegandone l'idea per giungere ad
una impossibile conquista regia, aveva dovuto combattere i mazziniani ed
accodarsi quasi inutilmente alla fortuna dell'impero napoleonico. Laonde
l'idea piemontese soccombeva. Venezia restava in mano all'Austria; la
confederazione dei principi colla presidenza del papa era impossibile;
il duca di Modena e il granduca di Toscana, rientrando nei propri stati,
dovevano scacciarne i commissari piemontesi; e il Pallieri era già stato
inviato da Cavour a Parma, Luigi Carlo Farini a Modena, Massimo
D'Azeglio a Bologna. Il loro ritiro secondo la convenzione di
Villafranca avrebbe coperto d'infamia il Piemonte. Infatti la sua
politica sottomessa agli ordini di Napoleone aveva fin troppo umiliato
l'onore italiano: malgrado il voto delle popolazioni per una annessione
immediata e la dittatura conferitagli, Vittorio Emanuele non aveva osato
affermarsi re di quelle Provincie. Perugia, sollevatasi generosamente
contro il governo papale, aveva subìto dagli sgherri pontifici saccheggi
e massacri, mentre Cavour faceva insultare gli insorti dai propri
giornali, e riconosceva altamente il diritto sovrano del papa; la
persecuzione dei mazziniani era stata spinta all'assurdo: si era espulso
Aurelio Saffi e carcerato Alberto Mario. Le grandi promesse della
Società Nazionale racchiuse nel triplice motto -- Unità, Indipendenza e
Casa Savoia -- svanivano: il trattamento usato a Garibaldi diventava
ridicolo dopo quello inflitto da Napoleone III a Vittorio Emanuele. La
guerra era stata inutile. Il Piemonte vi avrebbe guadagnato il Milanese,
ricevendolo come una elemosina dalle mani del potente alleato che lo
aveva conquistato, ma avrebbe dovuto poi cedere a questo Nizza e Savoia,
giacchè l'imperatore sarebbe stato presto o tardi costretto ad esigerle,
malgrado la propria rinuncia verbale, per giustificarsi davanti alla
opinione publica francese.

Cavour sentiva tutto questo.

L'edificio alzato in dieci anni d'instancabile operosità crollava
improvvisamente, seppellendolo sotto una rovina senza poesia. La sua
mirabile politica della preparazione piemontese, il coraggio di tante
iniziative parlamentari, la splendida temerità della spedizione in
Crimea, il trionfo al congresso di Parigi, il forte esercito
ricostituito, le Alpi traforate, l'arsenale della Spezia, la stessa
guerra franco-sarda si ritorcevano contro di lui. Invano, durante questa
egli aveva preso tutti i portafogli della marina, dell'interno, della
guerra, delle finanze, ed era bastato a tutto compiendo ogni giorno
miracoli di lavoro e di espedienti; invano il suo patriottismo non aveva
indietreggiato davanti a nessun rischio del Piemonte; più invano la sua
destrezza aveva sottratta al mazzinianismo i migliori elementi, ora che
la sua idea piemontese cadeva miseramente davanti all'idea italiana.

Mazzini, l'indomabile suo avversario, si rialzava contro di lui come un
profeta vendicatore.

La politica di Cavour, concentrata nello sforzo dì espellere l'Austria
dall'Italia, mentre invece questa vi restava formidabile nel
quadrilatero minacciando la Lombardia se la convenzione di Villafranca
non fosse rispettata, diventava assurda. Come mai Cavour non aveva
previsto che la Germania si opporrebbe alla conquista della Venezia,
dichiarata intangibile dalla Dieta di Francoforte nel 1848, e,
sospettando in un eccessivo ingrandimento dell'impero francese un
pericolo per le proprie provincie renane, avrebbe potuto durante la
guerra di Lombardia minacciare la Francia sul Reno? Come mai Cavour
aveva potuto accettare il disegno della confederazione italiana
tracciato da Napoleone? Perchè aveva sollecitato, ed invano, l'alleanza
del Borbone e del granduca di Toscana nella guerra contro l'Austria?
Perchè aveva tanto mortificato la rivoluzione italiana e sottomesso il
Piemonte a Napoleone III per essere poi da questo abbandonato, e
lasciare l'Italia in un disastro peggiore di quello del quarantotto,
sotto la minaccia di una confederazione, che le avrebbe tolto ogni
avvenire?

La pubblica opinione tempestava.

I rivoluzionarii reclamavano contro il vinto ministro colla nobiltà
della loro fede unitaria e democratica: essi non avevano creduto a
Napoleone III, il carnefice di Roma, l'uomo del 2 dicembre, ed avevano
avuto ragione. Avevano sempre proclamato che la formula monarchica
tradirebbe l'Italia, e il fatto dava loro fin troppo ragione, giacchè il
Piemonte stesso veniva diminuito. La Lombardia non valeva Nizza e Savoia
e il vassallaggio francese.

La fede d'Italia nel Piemonte arrivava alla stessa spasimante delusione
della fede in Pio IX dieci anni prima.

L'avaro e piccolo stato non aveva mai inteso che ad ingrandire se
stesso: Cavour, incredulo nell'unità ed avverso per istinto alla
rivoluzione democratica, non aveva seguitato che la politica
tradizionale di casa Savoia nella conquista della valle del Po. Il suo
ultimo grido alla convenzione di Villafranca raccolto da Kossuth, «io
sono disonorato in faccia al mio re!», mentre trattavasi invece
dell'onore d'Italia, aveva tradito il segreto del suo spirito. Non si
credeva più alla sua abilità, si rideva amaramente del suo patriottismo.

Mai posizione di ministro dittatore fu più triste; egli la comprese, e
si dimise, abbandonando il portafoglio ad Urbano Rattazzi.

Non si comprendeva allora che gli errori della politica cavouriana erano
una conseguenza inevitabile della formula monarchica, e che il
fallimento dell'idea piemontese, provocato dall'abbandono di Napoleone
III, era la sconfitta definitiva del federalismo. L'idea piemontese non
doveva e non poteva essere l'idea italiana; la rivoluzione nazionale non
poteva e non doveva esser fatta dalla Francia. L'immenso doloroso
garrito della publica opinione era ancora una prova umiliante
dell'insufficienza italiana. Se la Francia avesse scacciato l'Austria
oltre l'Adriatico senza che l'Europa vi si fosse opposta, l'Italia
sarebbe caduta dalla servitù austriaca al vassallaggio francese: il
Piemonte avrebbe avuto tutto il Lombardo-Veneto; la Toscana si sarebbe
mutata irresistibilmente in un grosso regno d'Etruria; a Napoli avrebbe
regnato un altro Murat troppo inferiore al primo; dopo i principi
prefetti dell'Austria, l'Italia avrebbe sopportato i re luogotenenti di
Francia; il papa, già subordinato all'impero per l'occupazione francese
di Roma, non sarebbe stato che un presidente nominale della
confederazione; tutta l'Italia una seconda Algeria.

Il trionfo della politica cavouriana avrebbe concluso ad un disastro
peggiore della sua sconfitta.

Così il Piemonte non veniva meno all'Italia, ma a se stesso: gl'impegni
assunti colla guerra all'Austria verso la nazione lo costringevano ora a
mutare di idea e di processo. Dopo le sue alleanze coi governi doveva
venire quella del popolo: lo spirito di Mazzini correggerebbe
l'intelletto di Cavour, e Garibaldi prenderebbe il posto di Napoleone
III come alleato di Vittorio Emanuele.

Infatti, mentre il gran ministro piemontese si ritira vinto non
prostrato nella solitudine di Leri quasi ad attingere altre forze in
seno alla natura, Bettino Ricasoli a Firenze, e Luigi Carlo Farini a
Modena riprendono intrepidamente l'idea dell'unificazione; Garibaldi,
ingrossato di truppe, instà già ai confini dello stato pontificio
coll'audacia di un ribelle, che non conosce altra autorità che il
diritto, altra patria che la nazione, altro dovere che la guerra;
Mazzini, già penetrato incognito a Firenze urla: «al centro, al centro»,
mirando al sud! La Sicilia sta per scoppiare in aperta rivolta; a Napoli
i murattiani, atterriti dalla diserzione di Napoleone, perdono terreno,
mentre il nuovo re Francesco II non trova ancora una politica per
difendersi. Alla progettata confederazione nessuno crede; si comincia a
comprendere che Napoleone non potrà indire guerra all'Italia se questa
ricusi di seguire la convenzione di Villafranca, che l'Austria ancora
indolorita dalle recenti percosse non potrà riprenderla. L'Inghilterra
ora si chiarisce favorevole; di governi reazionari non restano che il
papa e il Borbone, quegli fatalmente difeso dalla Francia, questi
pressochè abbandonato da tutti.

Il minacciato ritorno del granduca, del duca di Modena e della duchessa
di Parma diventa problematico, giacchè a Villafranca l'intervento
militare per ristabilirli sul trono, qualora le popolazioni si
mantenessero salde nella ribellione, non era stato deciso. Quindi,
sbolliti i primi rancori contro il Piemonte, l'istinto delle masse
afferra prontamente la necessità di sostenerlo: impossibile pensare
adesso a Venezia, più impossibile ancora proseguire la rivoluzione nello
stato pontificio. Lo sforzo di tutti, prima diretto all'espulsione
dell'Austria, si riunisce ora a procurare le annessioni della Toscana e
dei Ducati al Piemonte. Se qualche velleità di autonomia federale
contrasta ancora, non è più che un ultimo tremito di vanità di qualche
quarantottista in ritardo. Il sentimento nazionale urge tutte le
coscienze; il Piemonte ingrossato della Lombardia, della Toscana, dei
Ducati e delle Legazioni diventerà lo stato più forte d'Italia, e ne
sarà il nucleo per un'altra riscossa.

Cavour, vinto e maledetto, sta per essere invocato direttore supremo: la
sua destrezza è necessaria alle imminenti complicazioni. Mentre tutto il
paese sta per abbandonarsi alla rivoluzione, egli, che ne era
l'avversario, deve diventarne il complice e la guida.



CAPITOLO TERZO.

Prime integrazioni rivoluzionarie


                                  I governi provvisori nell'Italia
                                  centrale.

La situazione dell'Italia, all'indomani della pace di Villafranca, era
tale che nessun diplomatico avrebbe saputo definirla e nessuno statista
dominarla. Il federalismo, vinto nella coscienza nazionale, sembrava
risorgere per la volontà tirannica dei due imperatori; ma una
federazione di principi italiani, mentre il Piemonte aveva già
commissari propri nelle provincie insorte, e Venezia restava sotto
l'Austria, e il papa dopo aver massacrato Perugia arruolava nuovi
crociati per tutta l'Europa, era impossibile. Se i popoli insorti
odiavano i principi, questi esecravano anche maggiormente il Piemonte.

Quindi non corsero subito trattative diplomatiche d'accordi.

Nelle provincie ribelli i governi provvisorii duravano. Parma e Modena,
quella compresa nel teatro della guerra, questa posta sul suo confine,
avevano ricevuto i primi contraccolpi della rivoluzione. La duchessa
Maria Luigia era indarno ricorsa alla protezione dell'Inghilterra,
giacchè il reazionario ministero Malmesbury veniva indi a poco
rovesciato: poi l'Austria, ritirando le truppe dai Ducati per
concentrarle sul Mincio, l'aveva abbandonata. Laonde la duchessa esulò,
dirigendo un proclama ai propri sudditi, nel quale, dopo molti vanti
sulle cure del proprio governo per tutti i progressi «politici e
saviamente liberali», raccomandava al solito la nomina di una
commissione di governo per la tutela dell'ordine.

Il municipio aveva affidato il governo temporaneo ad un triumvirato
composto del conte Girolamo Cantelli, Pietro Bruni ed Evaristo Armani,
richiamando in vigore l'atto solenne di annessione al Piemonte decretata
dal plebiscito del 1848. Dei triumviri, il Cantelli aveva servito insino
allora alla Corte della duchessa, gli altri non valevano molto meglio di
lui. Si abrogarono tosto lo stato d'assedio e i tribunali straordinari.
A Piacenza, appena sgombrata dagli austriaci, si improvvisò un uguale
triumvirato; poi le due città deputarono oratori a Torino, perchè si
accettasse il loro voto di annessione. Ma il veto di Napoleone a
Vittorio Emanuele lo impedì, benchè i Ducati fossero compresi negli
ingrandimenti stipulati a Plombières. Quindi venne mandato commissario
governativo nelle provincie parmensi il conte Pallieri, abile
magistrato. A questi, richiamato per ordine dell'imperatore, successe il
triumviro Giuseppe Manfredi.

Se la duchessa Maria Luisa aveva esulato senza resistenza, il duca
Francesco di Modena tentò di sbraveggiare da Brescello alla testa di
settemila uomini, ma alla notizia del concentramento sul Mincio delle
truppe austriache fuggì a Mantova. I suoi ultimi atti di governo furono
degni dei primi: vuotò l'erario, saccheggiò musei e biblioteche, ed
emanò un supremo editto di minaccia contro tutti coloro che avessero
attentato ai suoi diritti sovrani.

Nullameno la città, risaputa la partenza del presidio austriaco da
Bologna, tumultuava e traeva con bandiera italiana al palazzo ducale. I
reggenti cedettero. Una eptarchia di cittadini riunitasi a governo
richiamò in vigore l'atto d'annessione al Piemonte del 1848 per
dimettere poco dopo ogni suo potere nelle mani dello storico Luigi Zini,
primo commissario governativo. Quindi giungeva governatore regio Luigi
Carlo Farini (20 giugno 1859).

Nelle legazioni e nelle Marche il pacifico moto insurrezionale si era
allargato facilmente. Mentre la Corte Romana, cullandosi nella fiducia
di una vittoria austriaca, respingeva burbanzosamente le istanze
francesi per una rinnovazione delle sue proteste del 1815 contro la
nuova occupazione di Ferrara e di Comacchio, appena i presidi tedeschi
si ritirarono dalle provincie (11 giugno) vide rovinare silenziosamente
il proprio governo. A Bologna s'instituì una Giunta provvisoria di
quinqueviri, che sfrattò il cardinale legato Milesi: la Romagna, le
Marche, l'Umbria s'associarono a Bologna nominandola metropoli. Nessuno
spargimento di sangue: solo ad Ancona il presidio pontificio minacciò la
moltitudine e conservò il castello.

Con unanime voto tutte le città insorte invocarono inutilmente la
dittatura di Vittorio Emanuele.

Allora la Corte Romana, irritata dalla sorpresa, benchè scarsa di
soldatesche, precipita a reazione. Il popolo non insorge; Ancona e tutte
le altre città delle Marche ricadono senza sangue sotto il dominio
pontificio; solo Perugia, assalita con 2500 mercenari dal colonnello
svizzero Schmid, resiste debolmente ed infelicemente. Gli ordini di Roma
contro di essa sono atroci: la Giunta improvvisata di governo si
smarrisce invece nell'inazione: i magistrati municipali l'abbandonano
timidamente, lasciando ad alcuni gruppi di popolani più risoluti
preparare la battaglia. Ma pochi, male armati, peggio guidati, fra lo
sgomento della moltitudine e l'odio dei villani, che in tutte le
campagne parteggiavano ancora per il papa, debbono soccombere. Un osceno
e truce saccheggio insanguina la città, si profanano chiese, si violano
ospedali, orfanotrofi, monasteri, mentre da Roma escono vanti ribaldi
dell'impresa, e il vescovo della città, oggi papa col nome di Leone
XIII, celebra pompose esequie ai pochi sgherri caduti, scrivendo sul
loro catafalco con satanica ironia: _Beati mortui qui in Domino
moriuntur_. Con non meno crudele insensibilità il conte Cavour accusa i
caduti di faziosi e riconosce solennemente il diritto sovrano del papa.

Ma la reazione pontificia rattenuta dalla stessa volontà di Napoleone,
che frenava l'espansione piemontese, non osò invadere le Romagne; la
Cattolica, meschino villaggio marittimo fra Rimini e Pesaro, segnò il
limite della rivoluzione: da questo vigilava il generale Luigi Mezzacapo
coi volontari romagnoli arruolati in Toscana. Napoleone III gli aveva
permesso di difendersi e proibito di assalire.

Pareva allora che lì sarebbe il confine del nuovo stato piemontese.
L'incertezza politica, che confondeva dolorosamente le provincie
insorte, si sbrogliava, ma più dolorosamente in Toscana. Mentre i Ducati
e le Legazioni, vedendo ricusato il loro voto d'annessione al Piemonte,
cominciavano a tremare nella fede al nuovo re, in Firenze s'apriva la
prima scena del dramma bonapartista. L'urto delle diplomazie europee
v'era cresciuto di giorno in giorno dalla fuga del duca Leopoldo:
Russia, Prussia ed Inghilterra si ostinavano a riconoscerlo ancora
sovrano: Vittorio Emanuele ricusava la dittatura, promettendo un
protettorato indefinibile; il Buoncompagni, mandatovi commissario, male
si accontava coi governanti provvisori ancora ammalati di autonomia
amministrativa e intenti colla tradizionale avarizia del paese ad
economizzare fatica e denaro per la guerra dell'indipendenza. Finalmente
potè deciderli a ritirarsi e a nominare un altro governo, del quale
divenne mente e volontà il barone Bettino Ricasoli: nell'impossibilità
di convocare tosto il parlamento si costituì una consulta di quarantadue
membri per aiuto e sindacato dei ministri; ne fu presidente venerato per
sventura di cecità e lustro di vita Gino Capponi.

I momenti erano difficili. I duchisti mestavano fra la plebe delle
campagne e dei borghi, il partito francese capitanato dal Salvagnoli
aumentava d'iniziativa, all'annessione col Piemonte non si vedeva modo,
un moto republicano repugnava, l'Europa proteggeva il granduca.
Improvvisamente il principe Girolamo Bonaparte si presentò a Firenze
come pretendente inviato dall'imperatore, in assisa di generale,
guidando un corpo d'esercito con ipocrito pretesto di guerra nazionale.
Ma Bettino Ricasoli, Gino Capponi e il tribuno popolano Dolfi
organizzarono una mirabile resistenza morale intorno al principe, che
dovette presto persuadersi dell'impossibilità di crescere a re
d'Etruria. Quindi venne invitata la Consulta a decidere sulla
proclamazione della sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, e il
decreto ne era già redatto, quando da Torino il conte di Cavour,
soccombendo da capo alle pressioni imperiali, vi oppose il veto. Allora
il popolo eccitato da Dolfi, mazziniano moderato ed agitatore
instancabile, forzò le troppe prudenze dei governi torinese e fiorentino
coll'ottenere che tutti i municipi deliberassero per l'immediata unione
della Toscana alla monarchia di Savoia. I municipi votarono con
patriottica unanimità la subita fusione dei due paesi. Il voto popolare
inanimì la Consulta, alla quale il commissario potè finalmente proporre
tre schemi di legge per l'istituzione della milizia cittadina, per la
riforma del codice penale e per il rinnovamento degli ordini municipali.

L'inaspettata pace di Villafranca venne a sgominare il pacifico lavoro.
Il popolo tumultuò devastando per insana vendetta la stamperia, donde
era uscito il giornale colla triste novella; il governo, cresciuto
d'animo nel pericolo, affermò invece solennemente che per qualsiasi
dolorosa traversia mai la Toscana sarebbe ricondotta sotto il giogo
lorenese od austriaco.

Ma alla pace di Villafranca il problema delle annessioni si complicò.


                                  Iniziative dittatoriali.

Il Piemonte dovette subire l'umiliazione di richiamare i propri
commissari e di abbandonare una insurrezione compiutasi nel nome di
Vittorio Emanuele. Il conte di Cavour si dimise per sottrarsi abilmente
ai tristi risultati della propria politica; però, mutando di tattica con
robusta agilità, dopo aver tanto mortificato la rivoluzione, l'incuorò.
A prevenire tentativi di ristorazione nei Ducati, mandò Lodovico
Frappolli a Modena per ordinarvi la difesa con Farini, dicendogli: «Fate
arma di ogni palo: respingete i soldati del duca quando egli tentasse di
rientrare; sono italiani, che hanno rinnegato la patria; cacciateli nel
Po». Farini, sprigionando improvvisamente l'energia rivoluzionaria
deposta nella sua coscienza dal mazzinianismo giovanile, si dimise da
commissario regio per proclamare l'indomani la propria dittatura, alto
gridando dal vecchio palazzo Estense: «Avanti colla stella d'Italia,
perchè l'Italia non ha contrassegnato la pace di Villafranca».

Cavour dimissionario gli rispose: «Il ministro è morto, l'amico applaude
alla vostra risoluzione».

D'Azeglio, richiamato da Bologna, disobbedì generosamente, mandando
novemila soldati alla frontiera romagnola della Cattolica contro un
possibile attacco degli svizzeri di Perugia, e non si ritirò che dopo
munita la città di un altro governo. Sciaguratamente, a lui successe
Lionetto Cipriani, bonapartista disonoratosi al quarantotto nella
repressione di Livorno.

I reggitori provvisori di Toscana mandarono a Torino il segretario
Celestino Bianchi, al quale il re promise di ritentare a primavera la
guerra con le sole forze italiane, mentre Cavour gli consigliava di
costituire subito un governo deliberato di resistere a pressioni
diplomatiche e ad assalti armati. Di Firenze rimase ministro dittatore
Bettino Ricasoli.

Mentre a Zurigo stava per riunirsi il congresso della pace, bisognava
che le provincie abbandonate dai principi e dal Piemonte affermassero
vigorosamente il proprio diritto italiano e la propria maturità civile,
reggendosi da sole senza dare in eccessi. Un'altra guerra sarebbe quindi
stata necessaria per ricondurvi i principi spodestati; ma l'imperatore
Napoleone, ancora alleato del Piemonte e compromesso da troppe
affermazioni favorevoli alla nazionalità italiana, non avrebbe potuto
ridiscendervi; l'Austria, non ancora rimessa dal disastro patito, col
rivincere un'altra guerra avrebbe riconquistato sull'Italia l'antica
supremazia, mentre la Francia non poteva consentirlo. Restava il
pericolo della costituzione nell'Italia centrale di un grosso stato
sotto un Bonaparte: a questo doveva opporsi il voto delle popolazioni,
secondato dall'interesse delle diplomazie europee.

La nuova politica delle provincie insorte era fatalmente designata entro
i due termini della rivoluzione e della monarchia.

Quindi Luigi Carlo Farini a Modena, quasi sotto il tiro dei cannoni
austriaci, vi si caccia risolutamente. Deciso a convocare i comizi e a
costituire parlamenti regionali, li previene con superba arditezza
promulgando subito lo statuto, i codici e le leggi del regno sardo: apre
gli archivi e getta al pubblico senza un commento le prove infami delle
passate signorie. Il 14 agosto raduna i comizi modenesi; il 18 il Ducato
di Parma gli offre la dittatura, ed ambo le assemblee unanimemente
deliberano la decadenza dei duchi e l'annessione a Casa Savoia,
riconfermando la dittatura al forte rivoluzionario. Quindi i due
parlamenti si prorogano per non essere riconvocati che per chiamata del
dittatore.

A Bologna Lionetto Cipriani, riuscito governatore per opera del marchese
Gioacchino Pepoli, uno dei tanti parenti cui l'imperatore Napoleone
aveva assegnato un piatto di cinquantamila lire annue, costretto ad
inaugurare col 1º settembre il congresso dei rappresentanti delle
Romagne, arrivava al medesimo risultato: l'assemblea eleggeva Marco
Minghetti a presidente, votando l'abolizione del governo temporale e
l'annessione al regno sardo di Vittorio Emanuele.

A Firenze, nella tornata del 20 agosto, l'assemblea uscita dai comizi
popolari decretava unanimemente la decadenza dei Lorenesi e l'annessione
della Toscana al Piemonte, raccomandando la giustizia della propria
causa allo stesso senno di Napoleone III e delle altre maggiori potenze.
Infatti si erano già mandati oratori a Londra, Parigi, Berlino e
Pietroburgo.

Quindi i quattro piccoli stati si stringono a lega militare. Farini, più
ardente e teatrale, vorrebbe raddoppiarla con una lega politica, ma
Ricasoli vi si oppone. Nella lega militare erano tosto cominciati gli
screzi: Farini stesso temeva di ammettervi le Romagne che in una
rivendicazione pontificia consentita dai grossi governi avrebbero potuto
trascinare nella propria rovina gli altri stati. Marco Minghetti,
plenipotenziario per la Toscana, trovò col Farini questo meschino
ripiego, che Bologna dovesse formulare la propria domanda di accessione
alla lega militare in guisa che Modena e la Toscana rimanessero
svincolate verso di essa da qualunque impegno, nel caso di un intervento
militare europeo nello stato pontificio «o di gagliardo assalto
dell'esercito papale». Così l'egoismo regionale e lo spirito regio
viziavano ancora l'idea rivoluzionaria. Alla lega politica Ricasoli si
oppose con profonda sagacia per non offrire alle diplomazie maggiore
facilità di costituire un regno nell'Italia centrale. Capitano della
lega militare il Piemonte mandò in Manfredo Fanti il proprio generale
migliore; Garibaldi, preso congedo il 7 agosto dall'esercito sardo,
aveva assunto, per invito di Ricasoli, il comando delle truppe toscane,
sotto gli ordini di Fanti.

Al quesito del come presentare al re i voti delle popolazioni, Farini
rispose colla proposta di una sola deputazione, Ricasoli si ostinò alle
quattro: vinse Ricasoli. Ma Vittorio Emanuele non osò accettarli e si
limitò a promettere poveramente di patrocinare la causa delle provincie
presso l'Europa. L'iniziativa piemontese era dunque cessata. Le
assemblee dei quattro stati riconvocati proclamarono allora il principe
di Carignano loro reggente in nome di Vittorio Emanuele (6-9 novembre);
Napoleone sempre avviluppato nelle stesse ambagi, dopo aver risposto che
non si farebbe violenza alla volontà degl'italiani, telegrafò al re di
ricusare la reggenza poichè manderebbe a monte il congresso di Zurigo e
gli farebbe perdere l'Italia. Cavour nella solitudine di Leri fu
invocato consigliere. Naturalmente il problema così posto essendo
insolubile, si dovette bizantineggiare: d'accordo con Napoleone Vittorio
Emanuele invece di _accettare_ i voti delle popolazioni li _accolse_, e
il Boncompagni fu nominato reggente per il principe di Carignano
reggente pel re.

Mentre la diplomazia piemontese discendeva a così umili sofisticherie,
le popolazioni fremevano d'impazienza, ma senza passione di guerra.
Mazzini, penetrato in Toscana, aveva dovuto chiudersi prigioniero
incognito in casa del tribuno Dolfi sotto sicurtà data da questo al
Ricasoli che niuno lo avrebbe saputo. Aurelio Saffi, arrestato a Torino,
aveva dovuto ripassare la frontiera; Alberto Mario e sua moglie, nobile
scrittrice inglese fervida d'entusiasmo italiano, erano incarcerati a
Bologna per ordine di Lionetto Cipriani. Altri illustri mazziniani
venivano espulsi o imprigionati. Mazzini, aiutando generosamente il
moto, avrebbe voluto dal paese qualche prudente riserva prima di
abbandonarsi alla dinastia di Savoia, che non osava nemmeno accettarlo;
e non comprendeva come ogni riserva essendo un passo verso la republica,
ne fosse parimenti un altro contro la monarchia. Tutta la elasticità del
suo sentimento patriottico non poteva vincere l'inflessibilità del suo
sistema republicano. Il disegno da lui proposto di fondere i quattro
piccoli stati in uno e di trasformare la loro assemblea in nocciolo di
futura assemblea nazionale, proseguendo la guerra contro l'Austria e
spingendo la rivoluzione nel reame per decidere poi, dopo la vittoria,
se l'Italia dovesse reggersi a monarchia o a republica, esautorava
anticipatamente il Piemonte. Le annessioni non potevano essere allora
che incondizionate: la monarchia discussa avrebbe conchiuso alla
republica, la quale era impossibile. Egli stesso, intransigente eroico,
comprendendo la necessità per l'impero napoleonico di conservare Roma al
papa consigliava alla grande urbe di non muoversi per non complicare il
già troppo aggrovigliato problema italiano.

Ma se il suo spirito rivoluzionario manteneva le Provincie salde nel
proposito di formare col Piemonte un grosso regno nazionale, il suo
sistema, reso più inapplicabile dalle complicazioni diplomatiche,
accresceva le difficoltà delle annessioni colla trascendenza di una
democrazia republicana, che si risolveva in una critica sanguinante di
tutte le necessarie affermazioni del momento. La generosità del suo
sacrificio in favore della monarchia savoiarda, pur di sottrarre le
provincie al pericolo di un regno buonapartista, non era creduta; la sua
propaganda esorbitava fatalmente la sua popolarità; i suoi seguaci, il
suo genio stesso, lo rendevano altrettanto necessario allo spirito
nazionale che impossibile nell'azione politica.

Quindi dovette riprendere la via dell'esilio, scrivendo una lettera a
Vittorio Emanuele per eccitarlo con malinconica eloquenza all'impresa
d'Italia.

Garibaldi, sorvegliato da Ricasoli, tenuto a bada da Farini, sottomesso
a Fanti, quasi prigioniero del proprio stato maggiore, abbindolato con
buone parole dal re, insisteva indarno a Modena per aprire la campagna
contro il papa. La politica cavouriana, che lo aveva chiamato a Torino
per la guerra contro l'Austria senza lasciargli nè iniziative nè glorie,
lo perseguitava abilmente nei nuovi governi: si voleva la sua presenza,
non la sua opera. Cipriani per ordine di Napoleone III lo angariava; si
bistrattavano i Cacciatori delle Alpi; i generali Mezzacapo e Rosselli,
subordinati a Garibaldi, avevano ordini dal ministero piemontese di non
ubbidirgli, mentre lo si mandava al confine di Rimini come ad iniziarvi
la guerra. Le popolazioni si agitavano; dalle incertezze crescevano i
sospetti. Finalmente, l'opera antipatriottica del Cipriani offese,
l'Assemblea lo costrinse a dimettersi, ed acclamò dittatore Farini
proposto prima da Garibaldi stesso. Allora la lotta scoppiò fra i due
rivoluzionari: Farini, incredulo dell'unità italiana, non mirava che a
costituire col Piemonte un più grosso stato; Garibaldi, sprezzante di
tutte le difficoltà diplomatiche, voleva appunto nell'inerte imbroglio
di tutti i governi compiere la rivoluzione italiana marciando al sud.
Questi gl'intimò di cedergli la dittatura, ma il dittatore resistè, il
re s'interpose e Garibaldi si dimise.

La sua grande ora non era suonata.

Intanto la destituzione del Cipriani a Bologna finiva di persuadere a
Napoleone III l'impossibilità di un regno d'Etruria: le popolazioni
dell'Italia centrale vi erano francamente avverse e contraria l'Europa.
La sua doppia politica, colla quale faceva costringere insolentemente
dal ministro Walewski il Piemonte e le altre provincie all'osservanza
dei preliminari di Villafranca, mentre lusingava personalmente i legati
italiani sul rispetto ai voti delle popolazioni, si sbrogliò: bisognava
cedere l'Italia centrale al Piemonte e trarne come prezzo la già
rinunciata cessione di Nizza e di Savoia. Il congresso di Zurigo, al
quale l'Austria si presentava col linguaggio di Metternich, non doveva
dunque riunirsi, giacchè Prussia e Russia l'avrebbero irresistibilmente
sostenuta. Laonde, mentendo il proprio pensiero, scrisse a Vittorio
Emanuele una lettera, nella quale peggiorava la confederazione proposta
dall'Austria, col tramutare Modena dalla casa d'Este alla duchessa di
Parma, col riconsegnare la Toscana accresciuta di alcuni territori
pontifici all'arciduca Ferdinando, e col dichiarare Mantova e Peschiera
fortezze federali. Vittorio Emanuele e l'Austria protestarono. Poco
dopo, in un opuscolo come quello ispirato al Laguerronière sul principio
della guerra, esortò la Santa Sede a contentarsi d'un dominio più
ristretto, poichè l'imminente congresso avrebbe dovuto fatalmente
toglierle le Legazioni: all'ultimo giorno dell'anno (1859), in una
lettera autografa a Pio IX, con frasi più miti ripetè la stessa idea.
L'Austria chiese al gabinetto francese se sosterrebbe tali proposte al
congresso, e dietro risposta affermativa dichiarò di non intervenirvi,
protestando a nome dei principi spodestati: il papa svillaneggiava in un
discorso solenne l'opuscolo imperiale. L'imperatore sostituì nel
ministero il Thouvenel al Walewski; quindi il congresso abortì.

Contemporaneamente il conte di Cavour risaliva sulla scena politica.


                                  Le annessioni dell'Italia
                                  centrale.

Già nel proprio ritiro di Leri aveva conservato la direzione spirituale
del moto. Corte, ministero, deputazione lo consultavano. L'atteggiamento
risoluto delle provincie contro l'installazione di un principe
buonapartista a Firenze, la forzata inazione dell'Austria,
l'impossibilità per la Francia di un'altra guerra contro l'Italia, la
gelosia di tutta Europa contro ogni ingrandimento napoleonico, gli
scopersero la possibilità di ottenere l'annessione dell'Italia centrale
al Piemonte. Il mazzinianismo era troppo debole per contrastarla
republicanamente, Garibaldi troppo generoso per ribellarsi al re, i
governatori delle provincie insorte troppo abili per lasciar sviare il
moto annessionista.

La stella di Cavour risorgeva, tutti sentivano in lui il più destro dei
negoziatori.

Il ministero Rattazzi-Lamarmora, succeduto al suo, aveva stentato a
fronteggiare la situazione. Sessantamila francesi accampavano ancora in
Lombardia a difesa contro l'Austria e dei patti di Villafranca,
fors'anche a nuova conquista napoleonica nell'Italia centrale; l'Austria
domandava oltre l'indennità di guerra 600 milioni come quota del debito
generale dell'impero e di quello particolare di Lombardia; le provincie
insorte basivano sotto l'incubo di una minacciata restaurazione; tutte
le diplomazie d'Europa insistevano per l'esecuzione della pace di
Villafranca.

Naturalmente il ministero, colla tradizionale ambiguità della politica
savoiarda, dovette favoreggiare segretamente le annessioni ed osservare
apertamente i patti di Villafranca. Bisognava anzitutto negoziare la
pace coll'Austria imbaldanzita dal contegno remissivo dell'impero
francese. Il Piemonte, vincitore subalterno, veniva trattato come un
vinto. Dacchè la Lombardia era stata ceduta a Napoleone III, Vittorio
Emanuele doveva pagarne il prezzo; dopo molte trattative si convenne che
il Piemonte assumesse 3/5 del debito del Monte Lombardo-Veneto e una
quota di 40 milioni di fiorini sul prestito nazionale del 1854. Il letto
del Mincio restò diviso fra le frontiere dei due stati, e il raggio
della fortezza di Peschiera fu ridotto da sette a tre chilometri.

Il 10 dicembre si segnarono i tre trattati di pace: il primo tra Francia
ed Austria risolveva la questione politica e territoriale d'Italia,
riconfermando il disegno di una confederazione sotto la presidenza
onoraria del pontefice e mantenendo intatti i diritti dei principi
spodestati: però non si stabiliva intervento militare per ricondurre
costoro sul trono, quantunque il Piemonte avesse dovuto aderire a tale
disegno federativo. Il secondo tra Francia e Piemonte trattava della
cessione della Lombardia a quest'ultimo. Il terzo fra le tre potenze
unite assettava tutti gl'interessi estranei alla clausola posta dal re
di Sardegna ai preliminari di Villafranca. Colla stipulazione della pace
di Zurigo cessavano i pieni poteri accordati dal parlamento subalpino
alla Corona; ma il ministero, fingendo di non accorgersene, proseguì a
legiferare per decreto reale.

Però, se una rapida unificazione legislativa era il maggior bisogno del
momento, il ministero nell'abbandonarvisi impetuosamente commise un
triplo errore; anzitutto volle applicare tosto alla Lombardia le leggi
amministrative piemontesi, non solo inferiori a quelle sopravissute
della sua antica vita municipale e rispettate persino dall'Austria, ma
peggiori della medesima amministrazione austriaca. Così falsavasi ogni
originalità paesana per vanità di un cattivo modello. Poi le leggi
emanate a fasci generarono una indicibile confusione e un maggiore
dispendio, mentre il paese doveva sopportare l'aumento di spese per la
guerra patita e per l'impianto del nuovo governo. Finalmente le leggi
piemontesi, nella loro asprezza monarchica e col carattere reazionario
del passato, parvero dettate da un pensiero di conquista regia:
l'arbitrio ministeriale, col prescindere in esse dal concorso del
parlamento, finiva d'esasperare la publica opinione. L'antagonismo
regionale rifermentò; i lagni di Lombardia echeggiarono nell'Italia
centrale.

Il conte di Cavour, tutto inteso a riaffermare la direzione degli
affari, sollevò la questione della riconvocazione del parlamento,
ponendola come _ultimatum_ alla sua accettazione di ministro
plenipotenziario al congresso di Parigi; ma per meglio offendere i
ministri, invece di scrivere loro, dettò la lettera a sir James Hudson.
Questo stratagemma decise della ritirata del ministero, che vide nella
lettera del legato inglese una insolente ingerenza di diplomatico
straniero nelle cose di stato.

Cavour chiamò seco al ministero il generale Manfredo Fanti per la
guerra, Stefano Jacini pei lavori publici, Terenzio Mamiani per la
publica istruzione. Il suo disegno politico era semplice: barattare
francamente Nizza e Savoia coll'Italia centrale; ma la politica
annessionista aveva d'uopo del concorso parlamentare per perdere
l'arbitrario carattere regio.

Così Cavour, passando sopra ogni regolarità di procedura, decise di
ammettere al parlamento i deputati dell'Italia centrale.

Napoleone stesso suggerì a Cavour l'idea di un nuovo plebiscito delle
provincie. Il risultato ne fu splendido. I comizi della Toscana e
dell'Emilia convocati (11-12 marzo 1860) per pronunziarsi tra l'unione
al regno costituzionale di Vittorio Emanuele e il regno separato diedero
questi risultati: nell'Emilia su 526,258 elettori iscritti votarono
427,512, dei quali 426,006 per l'unione alla monarchia sarda; in Toscana
votarono 386,445, dei quali 366,571 per l'annessione e 14,925 pel regno
separato. Il voto fu a suffragio universale, mentre l'elettorato
politico nello statuto piemontese era il più ristretto d'Europa. In
questa contraddizione stava il riconoscimento della sovranità nazionale
tanto caldeggiato da Mazzini; lo statuto era la monarchia, il suffragio
universale la rivoluzione; quella la forma, questa l'idea: il cittadino
votando pel re si affermava sovrano, così che la monarchia
costituzionale non avrebbe mai più potuto soverchiare il diritto
popolare.

Compita l'annessione dell'Italia centrale, facendo riaffermare dal re la
propria devozione al pontefice come principe cattolico, Cavour potè
sciogliere finalmente la vecchia camera sarda ridotta da oltre un anno a
poco più di un nome, e bandire le elezioni in tutte le provincie del
nuovo regno. Farini passò al ministero dell'interno, Ricasoli rimase
come governatore generale al fianco del principe di Carignano
luogotenente del re a Firenze.


                                  Cessione di Nizza e di Savoia.

Senonchè, ottenute le provincie, si dovette subito pagarne il prezzo. La
Savoia, fino dal trattato di Brosolo considerata come scotto alla
Francia per un qualunque ingrandimento piemontese nella valle del Po,
sebbene situata al di là delle Alpi, e francese di spirito, e annessa
alla Francia dalla grande rivoluzione del'89, aveva dato il nome, la
bandiera e la storia alla dinastia che stava per diventare nazionale:
Nizza, conquistata dal Conte Rosso nel 1388, era doppiamente italiana
come patria di Garibaldi; poi la loro cessione da re ad imperatore
negava tutto il diritto politico della nuova rivoluzione. Fra i trionfi
della sovranità popolare ricominciavano i mercati di popolo. Napoleone,
col disertare la causa italiana al Mincio e col cercare ogni via ad
impedire le annessioni dell'Italia centrale al Piemonte, aveva perduto
anche i diritti stipulati a Plombières.

Tutta la democrazia italiana si scosse: il popolo ne fu malinconico.
Invano i giornali del ministero affettarono il più mercantile cinismo
per persuadere la cessione; l'offesa alla coscienza nazionale anzichè
placarsi s'inveleniva. Re Vittorio mormorò con poetica tristezza,
alludendo a Napoleone: «Dopo avergli data la figlia bisognerà
cedergliene la culla!»; Garibaldi ruggì; Mazzini moltiplicò articoli,
invettive, proteste; alle Camere l'opposizione si disciplinò a
battaglia. Per un momento parve che l'Europa medesima si opponesse alla
cessione: l'Inghilterra per poco non trascorse a minaccie; Thouvenel la
vinse, rispondendo che l'annessione della Savoia alla Francia non era
politicamente diversa da quella della Toscana al Piemonte; l'Austria
invece per dispetto la favoreggiò; la Svizzera invocò indarno i trattati
di Vienna, pei quali alcuni territori savoini essendo stati introdotti
nella sua neutralità, essa resterebbe così colle frontiere indifese.

Napoleone ammansì l'Inghilterra con un trattato di commercio
libero-scambista, non tenne calcolo della Svizzera, minacciò coi propri
giornali il Piemonte. La fatalità della politica cavouriana costrinse
questo a cedere: il conte di Cavour stesso, assumendo arditamente alla
Camera la responsabilità del triste atto, ebbe il coraggio di
confessarlo.

Alla Camera, ove sedevano per la prima volta i deputati delle provincie
annesse, la discussione fu tempestosa: Guerrazzi vi gettò lampi di
eloquenza fra scrosci di sarcasmi, ai quali nullameno Cavour potè
efficacemente rispondere; Urbano Rattazzi riapparve terribile di logica
e di abilità, accusando i ministri dell'inutile ed indegno mercato; ma
la fatalità del sistema regio prevalse: 229 voti su 262 votanti
approvarono la cessione (22 maggio 1860).

Il trattato era stato sottoscritto il 24 marzo dal ministro Benedetti e
dal principe di Talleyrand per l'imperatore, da Cavour e da Farini per
Vittorio Emanuele; siccome però statuiva che l'annessione delle due
provincie alla Francia dovesse effettuarsi col consenso dei popoli, a
larvarlo nella publica opinione s'indissero a Nizza e nella Savoia
plebisciti, che oro e pressioni di governo fecero riuscire a favore
della Francia.

Così finiva la conquista regia: nel suo primo giorno Vittorio Emanuele
non aveva osato accettare la Toscana, nell'ultimo cedeva la Savoia;
l'iniziativa francese aveva voluto la guerra, l'iniziativa piemontese vi
si era associata; la Francia aveva respinto l'Austria dalla Lombardia,
il Piemonte aveva ricevuto in regalo dal vincitore il campo di
battaglia; l'Italia centrale era sfuggita mercè la propria energia alle
lusinghe e alla minaccia di un regno bonapartista, ma la dinastia sarda,
che non aveva ardito nè conquistarla nè accettarla, la otteneva ora
dalle mani del proprio prepotente alleato col baratto di altre due
provincie. La rivoluzione soccombeva alla monarchia, il Piemonte alla
Francia, mentre l'Italia rimaneva divisa in quattro stati coll'Austria,
il papa e il Borbone.

La politica regia non poteva andare oltre, l'Italia non pareva capace di
sforzo maggiore.

Lo scarso numero de' suoi volontari alla guerra, che non superò i
cinquantamila, la sommissione mostrata nel periodo annessionista,
l'inerzia del reame che nemmeno le vittorie sui campi lombardi avevano
potuto sollevare, l'atonia di Roma, la fiacchezza delle provincie
pontificie riconquistate da un pugno di sgherri fra l'indifferenza di
tutte le altre, l'abbandono dell'ideale republicano come troppo costoso
di denaro e di sangue, la pazienza per tutte le prepotenze francesi, la
stessa calma, che aveva reso ammirabile all'Europa il contegno del
popolo, tradivano la debolezza della nazione.

Mazzini veniva abbandonato da tutti. Garibaldi non era ancora seguìto
che da pochi.

Si era fidato nella Francia e nel Piemonte, accettando da entrambi
quanto potevano dare. Invece di eserciti improvvisati ed irresistibili
di passione si erano mobilizzate le guardie nazionali, innocua ed
inartistica parata di teatro. L'esercito regolare sardo era stato bello
di disciplina e di valore, i volontari garibaldini incomparabili di
originalità e di eroismo, ma della guerra popolare era mancato persino
il fermento. Mazzini aveva sperato in cinquecentomila volontari;
Garibaldi ne chiedeva centomila, e non era arrivato che ai dodicimila.
L'iniziativa regia aveva in certo modo disinteressata l'iniziativa
popolare.

Rivoluzionari, regii e republicani non erano che una minoranza, la quale
senza l'intervento francese non avrebbe mai potuto fare nè la guerra nè
la rivoluzione.

Il Piemonte, uscendo ingrossato dall'una e dall'altra, aveva di poco
migliorato la propria condizione. L'Austria non aveva che a ripassare il
Mincio per riprendere in una settimana tutta la Lombardia; verso Francia
il nuovo stato era senza frontiere, mancava di comunicazioni col sud; il
vassallaggio all'impero napoleonico gli scemava l'antica indipendenza;
l'ostilità alla rivoluzione lo indeboliva all'interno; aveva esauste le
finanze, fallito il programma, assunti impegni ineseguibili. L'unità
d'Italia era negata come al quarantotto.

Le prime integrazioni rivoluzionarie non avevano potuto attuare che una
parte dello stesso disegno regio di Plombières: ma senza Venezia, senza
la Sicilia, senza Napoli e senza Roma l'Italia non era. La prodezza di
Vittorio Emanuele, l'abilità diplomatica di Cavour, non bastavano
all'Italia: la fusione della valle del Po era la parte più facile
dell'unificazione nazionale; ma poichè nè Roma era insorta, nè Napoli si
era sollevata durante la guerra franco-sarda, a fonderle coll'Italia
bisognava conquistarle.

L'iniziativa regia non era da tanto. Infatti il primo atto della nuova
politica piemontese fu di sollecitare l'alleanza di Francesco II, per
impedire a Napoli ogni moto rivoluzionario.

Solo un'impresa temeraria come un'avventura, splendida come una visione,
irresistibile come una profezia, improvvisa, piccola, assurda, raccolta
su due barconi sconnessi come quelli di Cristoforo Colombo, con un
esercito non maggiore di quello di Cortez, senz'altra fede che la
vittoria, altro amore che di patria, altra probabilità che di morte, con
un capitano invincibile come un messia, senza danaro, quasi senz'armi,
poteva approdando in Sicilia appiccarvi il fuoco della rivolta, assalire
fortezze, liberare città, moltiplicare le battaglie come spari di festa;
quindi più forte, più rossa del proprio e del sangue nemico, lanciarsi
pazzamente fra Scilla e Cariddi, afferrare il continente, passare come
una vampa per le Calabrie, correre su Napoli, sbaragliando eserciti,
stordendo popoli, ministri, re, e, sollevando tutto un regno, che
sentimenti, idee, costumi, storia rendevano tanto dissimile dal resto
d'Italia, gettarlo in seno alla nazione e farne una patria sola.

Giuseppe Garibaldi doveva guidare quest'impresa.



CAPITOLO QUARTO.

La conquista rivoluzionaria


                                  I mille di Marsala.

Il vasto reame delle due Sicilie sembrava assistere con ignava curiosità
al grande dramma della liberazione d'Italia: dopo tanto fervore di
congiure, non vi restava abbastanza passione patriottica per osare
d'insorgere contro il governo borbonico in tanta facilità di momento.
L'Austria vinta non avrebbe potuto soccorrere re Francesco II; la
Francia sarebbe stata favorevole per ambizione di un altro regno
murattiano; l'Inghilterra per antagonismo coll'impero napoleonico
avrebbe invece favorito un moto nazionale; Garibaldi era pronto ad
accorrere colle bande rosse; il Piemonte, volente o nolente, avrebbe
dovuto spingere sino al mezzogiorno la propria politica annessionista.

Re Francesco II, salendo al trono, aveva dichiarato all'ambasciatore
russo Kisselef di ignorare che cosa potesse significare la indipendenza
italiana; quindi, sollecitato d'alleanza dal Piemonte prima e dopo la
guerra, aveva ricusato per chiudersi in una sprezzante neutralità; più
tardi, costretto a mutare i vecchi cattivi ministri, ne aveva scelti di
peggiori; e fingendo colla duplicità paterna di cassare la legge sugli
attendibili o sospettabili politici l'aveva invece mantenuta con una
circolare segreta del direttore di polizia, che poi dovette sconfessare.
Un ignobile egoismo ed una insensata alterigia gli toglievano di
comprendere il significato fin troppo evidente di una situazione
politica, nella quale la sua corona era minacciata da nemici di ogni
sorta. La sua fede all'Austria e al papa, che avrebbe potuto essere
cavalleresca alleandosi con loro contro la rivoluzione, non era che
servilità di bigotto e di vassallo; la sua avversione alla libertà non
derivava che da una vanità di despota senza carattere e senza ingegno.
Ultimo di una famiglia di tiranni e di malvagi, al pari di tutte le
vittime designate all'espiazione di una decadenza, non era più che un
melenso, cui la rivoluzione trionfante spazzerebbe fra poco come
un'immondizia, invece di spezzare come un ostacolo.

La sua sola idea politica in tanto frangente di guerra fu di una
spedizione a favore del papa per aiutarlo a risottomettere le Romagne,
ma nemmeno questa eseguì. Quindi, essendosi ammutinati gli svizzeri pel
decreto del governo federale elvetico, che dopo le stragi di Perugia
vietava il nome patrio e gli stemmi cantonali ai mercenari militanti per
la Santa Sede e pel Borbone, egli disciolse il loro corpo grosso di
14,000 soldati, e lo sostituì portando la leva ordinaria della milizia
stanziale a 18,000 coscritti. Al finire dell'anno (1860) l'esercito
borbonico sommava a 100,000 uomini, ma senza merito negli ufficiali,
senza valore nei soldati, senza patria, senza ideale. Una indescrivibile
indisciplina no sconnetteva gli ordini: i volontari vi erano ribaldi di
piazza o di polizia, i coscritti piuttosto fantocci che fanti, poco
disposti a battersi, incapaci di morire combattendo.

Nullameno il loro numero bastava per togliere ai rivoluzionari del
paese, così pronti a contarsi per migliaia, ogni velleità di rivolta. I
più forti fra questi credettero far molto costituendo coll'inguaribile
bizantinismo delle loro procedure un comitato a doppia assemblea dei
iuniori e dei seniori, che più tardi si mutò in quello dell'Ordine per
spargere qualche bollettino anonimo o gettare nei teatri qualche nastro
tricolore col motto: «Italia e Vittorio Emanuele».

D'altronde il conte di Cavour, mandando il Villamarina a Napoli, gli
raccomandava vivamente di sconsigliare i liberali da moti violenti,
«giacchè qualsiasi rivoluzione nelle due Sicilie riuscirebbe rovinosa
all'Italia». Allora l'illustre statista non vedeva altra salute alla
politica nazionale contro le tendenze republicane che nell'alleanza del
Piemonte col Borbone.

Ma la rivoluzione urgeva. La prima mossa ne venne dalla Sicilia.

Già dopo i casi del '57 essendosi sciolto il comitato di Londra,
nell'impossibilità di ritentare efficacemente altra insurrezione in
Lombardia, il partito rivoluzionario non tardò a comprendere, che per
resistere all'egemonia piemontese bisognava creare una forte base alla
politica unitaria nel Reame. Nicola Fabrizi, Alberto Mario, Francesco
Crispi, Maurizio Quadrio, Michele Amari si diedero con forte proposito
al difficile lavoro: comitati aiutavano da Malta e da Genova; patrioti
come Emilio Sceberras, Giorgio Tamaio, Onofrio Giuliano, Emanuele
Pancaldo cooperavano con nobile coraggio all'interno. Ma le difficoltà
erano troppe. Le popolazioni bigotte e svogliate, ignoranti e servili;
mal compreso il nome d'Italia, incompreso affatto quello di democrazia;
difficili le comunicazioni fra paesi e paesi separati ancora da fieri
odi municipali; il feudalismo economico e politico tuttora vigile
nell'angustia dei propri privilegi; i Borboni più temuti che odiati;
nessuna abitudine di guerra malgrado il costume del brigantaggio; gli
stessi liberali divisi nelle fazioni murattiana e piemontese. Di questa
era capitano attivo e di molto seguito il La Farina. Nè il continente nè
l'isola erano pronti a vera rivoluzione: nullameno colla guerra
franco-sarda si spinse più vivamente il lavoro delle cospirazioni.
Francesco Crispi, aiutato dal Fabrizi reduce in Modena sua patria dal
lungo esilio, ne tenne discorso al dittatore Farini, che si mostrò
favorevole ad un'impresa nel sud: già cimentando intrepidamente la vita,
Crispi era penetrato parecchie volte nella Sicilia per introdurvi armi e
bombe all'Orsini. Ma la politica cavouriana venne ad impedire l'opera,
facendo dal La Farina dissuadere ogni moto violento per non imbrogliare
il problema già difficile delle annessioni al nord. Questo consiglio
bastò naturalmente a scusare la troppa prudenza dei più; i pochi
intrepidi rimasero abbandonati e sbandati. Oramai l'insurrezione era
piuttosto contrastata dal partito moderato che dal borbonico.

Un'ispirazione giovanile trionfò della ragione di tutti. Un gruppo di
giovani scrisse spontaneamente e segretamente a Garibaldi,
scongiurandolo «ad affacciarsi sul loro continente con un pugno di
uomini e una bandiera consacrata dal suo alito». Il generale da Bologna
(2 settembre 1859) rispose incoraggiando e promettendo. Intanto Crispi
coi comitati di Genova, di Firenze e di Malta ordiva per il 4 ottobre
(1859) un'insurrezione a Palermo; Messina e Catania dovevano seguire; ma
anche questa volta la cospirazione abortì, e la colpa al solito ne fu
gettata sui contrordini del partito lafariniano. Allora Crispi e Fabrizi
ritentarono l'animo di Farini: si convenne fra loro di una spedizione di
volontari nel sud. Farini promise un milione, previo il consenso del
ministero piemontese; siccome i Cacciatori delle Alpi potevano
facilmente formare il nuovo corpo di spedizione, si pensò di radunarli
all'isola d'Elba, mentre Garibaldi era già ritornato a Caprera. Ma
Crispi non potè persuadere il ministro Rattazzi all'impresa: fu negato
ogni denaro, conteso ogni aiuto. Cavour risalito al potere si chiarì
anche più ostile, vessando così indegnamente colla polizia il Crispi da
costringerlo ad abbandonare Torino.

Garibaldi, conscio di tutti questi maneggi, addolorato della cessione di
Nizza e Savoia, isolato dalla vita politica con ogni intrigo da Cavour,
meditava incerto del risolvere. Mazzini invece, spinto all'ultimo
sacrificio di se medesimo dalla rovina di tutti gl'ideali, insisteva per
una pronta azione del sud, rinunciando alla republica pur di raggiungere
l'unità della patria. Le sue lettere ai palermitani, nelle quali
scopriva con mano sicura i viluppi della politica cavouriana e
bonapartesca, non parlavano più che di unità nazionale: il republicano
era vinto, il patriota lottava ancora.

L'abdicazione di Mazzini, l'impotenza di Cavour, l'inerzia forzata di
Napoleone, il fermento di tutta la penisola, la fatalità della
rivoluzione affrettavano silenziosamente l'azione di Garibaldi.

Oramai tutte le gradazioni dei partiti politici si fondevano in lui. La
sua formula «Italia e Vittorio Emanuele», rimasta inalterata malgrado
l'esosità dei trattamenti usatigli dal governo, riuniva le forze regie e
democratiche per un programma, che, esorbitando dall'angustia della
politica piemontese, ne riconfermava l'idea di una conquista regia. Il
suo primo disegno della nazione armata, per organizzare militarmente
davvero le guardie nazionali e pacificare i partiti, aveva naturalmente
fallito, giacchè una organizzazione politica e militare d'Italia con
metodo popolare era impossibile; nullameno egli restava programma
vivente della nazione, altrettanto infallibile nell'intuizione che
malleabile nell'eroismo.

All'alleanza franco-sarda, che aveva battuto l'Austria senza cacciarla
da tutti i confini d'Italia, doveva succedere l'alleanza sardo-italiana,
che caccerebbe i Borboni senza poter rovesciare il papa. Napoleone III
aveva bistrattato Vittorio Emanuele: questi maltratterebbe Giuseppe
Garibaldi.

La rivoluzione italiana, ispirata da Mazzini, guidata da Cavour,
concentrata da Vittorio Emanuele, signoreggiata da Napoleone, si era
arrestata fatalmente alle annessioni dei Ducati nell'imbroglio della
propria politica, per ritornare nazionale e popolare con Garibaldi,
unitario come Mazzini, monarchico quanto Cavour, più prode di Vittorio
Emanuele e più avventuriero di Napoleone III. Mentre tutte le diplomazie
d'Europa si spiavano temendo di nuova guerra, egli solo poteva
riaccenderla per conquistare un regno al Piemonte, che avrebbe cercato
sino all'ultimo d'impedirlo; egli solo, sotto tanto cumulo di
pregiudizi, di dolori, di viltà, poteva trovare il cuore del popolo
italiano e, infiammandolo coll'entusiasmo di una fede indefinibile,
dargli la trionfatrice energia delle più incredibili fra le vittorie di
questo secolo.

Infatti la necessità di questa impresa meridionale lo stringe più forte
ogni giorno. Mentre il governo piemontese contrasta, i patrioti
siciliani incalzano. Rosolino Pilo e Giovanni Corrao si offrono per un
viaggio nella Sicilia, esploratori di libertà fra pericoli ed episodi
degni di un poema. Il 4 aprile (1860) Palermo tenta una rivolta presto
soffocata nel sangue; la polizia trionfa ancora; i congiurati, raccolti
nel convento della Gancia e soccorsi dagli stessi frati, sono trucidati
o imprigionati. Nullameno qualche banda di essi può guadagnare i monti.
A Genova le notizie dell'insurrezione si ripercotono in tumulto, le
fantasie si esaltano, i cuori si scaldano. La Legione Sacra composta di
vecchi patrioti e di giovani volontari vi si aduna, proclamandosi
disposta a partire con Garibaldi ed anche senza lui: Mazzini offre a
Nino Bixio e a Giacomo Medici il comando dell'impresa, se Garibaldi
ricusi: Cavour, temendo che questi accetti e non potendo palesemente
impedirlo, cerca ne sia capo il Ribotti. Ma Garibaldi solo può guidarla,
rappresentando tutto il popolo italiano; Ribotti non è che un prode
venturiero della libertà; Nino Bixio, coraggioso sino alla demenza, non
può essere che un luogotenente; Medici, caduto nell'orbita della
politica cavouriana, non saprebbe capitanare la rivoluzione.

Ma Garibaldi, cui la coscienza della grande responsabilità non scema il
coraggio, tituba ancora: dopo le vittorie franco-sarde in Lombardia, il
disastro di un'altra spedizione Pisacane annullerebbe la rivoluzione.
Nullameno la grande ora sta per discendere sul quadrante della storia;
l'impresa è inevitabile. Il colonnello Frappolli e Giacomo Medici
mandati da Cavour la combattono: Nino Bixio invece minaccia di andarvi
solo. Garibaldi si decide.

A Crispi, che, ostinato nello spronarlo, pure temeva di un incontro
colla flotta nemica, Garibaldi risponde:

-- Io vi garantisco sul mare.

-- E io vi garantisco per terra.

Epilogo di una scena degna di Eschilo!

Ma il governo piemontese moltiplica taccagnerie ed obbiezioni. Poichè
nel primo slancio della rivoluzione si era iniziata una sottoscrizione
per comperare un milione di fucili, le armi e i primi denari non
sarebbero mancati all'impresa; sciaguratamente Cavour ordinò a Massimo
D'Azeglio di sequestrare le quindicimila carabine depositate a Milano e
Massimo D'Azeglio, persuaso che l'annessione del regno napoletano al
Piemonte sarebbe la maggiore delle disgrazie possibili, ubbidì.
Rubattino, ricco armatore di Genova, prestò due vecchi vapori,
nascondendosi mercantilmente dietro il nome di Segrè, austero patriota.
La Farina, stretto dagli esuli siciliani, diede finalmente mille fucili
quasi inservibili e ottomila lire; Agostino Depretis, prefetto a
Brescia, violando gli ordini ricevuti, consegnò a Giuseppe Guerzoni
mandatario di Garibaldi, qualche altro denaro.

Cavour, osteggiando e permettendo al tempo stesso l'eroica avventura, ne
calcolava con terribile freddezza di statista tutte le conseguenze. Se
Garibaldi falliva, il governo piemontese si pompeggierebbe presso il
resto d'Italia e le cancellerie europee delle difficoltà oppostegli; ma
la rivoluzione avrebbe così perduto il suo grande capitano, e alla
nazione non resterebbe più altra speranza che il Piemonte: con Garibaldi
periva il fiore della democrazia italiana, che non aveva ancora
accettato o subiva non senza riserve la preponderanza della monarchia
piemontese. Se Garibaldi conquistava la Sicilia, il motto «Italia e
Vittorio Emanuele» scritto sulla sua bandiera lo avrebbe costretto a
cedere l'isola al Piemonte, cui il voto del parlamento siciliano nella
rivoluzione del quarantotto aveva in certo modo aderito, offrendo la
corona al duca di Genova. L'ammirabile perfidia, che dall'epoca dei
comuni sino al finire del rinascimento aveva dato alla politica italiana
così irresistibile ascendente su quella di Francia e di Germania da
rendere a queste grandi potenze impossibile la conquista d'Italia, e più
tardi aveva permesso al Piemonte di crescere nel decadimento d'Italia
fra le voraci gelosie dei più grossi vicini, trapelava dalle
contraddizioni del conte di Cavour, rimasto ministro piemontese in piena
rivoluzione italiana. Egli, primo in Italia a giudicare il Guicciardini
molto miglior politico del Machiavelli, ne seguiva i criteri anche in
questo supremo momento di epica iniziativa: per lui la monarchia
piemontese non aveva in Italia peggior nemico della democrazia e maggior
pericolo di una vittoria rivoluzionaria.

L'impresa era unitaria. Garibaldi intendeva sbarcare in Sicilia,
gettando un corpo d'armati nello stato pontificio. Non si osava ancora
l'idea di marciare direttamente su Roma, ma si voleva sottrarle tutte le
provincie. Bisognava come Cesare passare un'altra volta il Rubicone: si
sperava che Medici o Cosenz potessero invadere il territorio pontificio;
Cavour pareva secondare il disegno. Il papa era in armi, il generale
Lamoricière ne guidava l'esercito più grosso che valoroso; il conte De
Pimodan capitanava gli zuavi volontari, ribaldi o legittimisti di gran
nome, raccolti per tutte le contrade d'Europa. All'ultima crociata
papale si contrapponeva così la crociata garibaldina: entrambe nel nome
di un'idea mondiale, quella senz'altro principio che il privilegio ed
altra virtù che la superstizione, questa colla fede della libertà e un
entusiasmo di amore che perdonava ai nemici anche prima di averli vinti.

A Genova Agostino Bertani, medico già celebre, costituì il comitato di
soccorso all'impresa, spiegandovi la più prodigiosa energia. I volontari
eran quasi tutti giovani colti, ricchi, fanatici di libertà,
superstiziosi d'amore al generale come i sicari del Vecchio della
Montagna; fra essi brillavano illustri stranieri: Türr e Tuköry
ungheresi primeggiavano per nome già famoso di capitani; Sirtori era
capo di stato maggiore; Nino Bixio doveva guidare una delle navi, il
_Lombardo_; sull'altra, il _Piemonte_, precederebbe Garibaldi. Ippolito
Nievo, poco più che giovinetto, già immortale per scritti d'arte, era il
poeta della spedizione, e doveva perirvi al ritorno miseramente annegato
come Shelley; Giuseppe Cesare Abba, quasi un fanciullo, allora ignoto
anche a se stesso, doveva invece scriverne i commentari fra il pericolo
delle battaglie e la poesia delle veglie; v'erano Acerbi, Mosto,
Schiaffino, Nullo bello ed avventato come un moschettiere da romanzo,
Fabrizi austero come un duce biblico, i Cairoli, tutti i più prodi, i
superstiti legionari di Montevideo, i Cacciatori delle Alpi, i
carabinieri genovesi, manipoli di artisti e di letterati, di principi e
di cospiratori sopravvissuti alla tortura delle carceri, di esuli
frementi nella stanchezza dell'esilio, di politici che cessavano di
pensare per votarsi ai rischi dell'azione, di popolani poveri ed ignari
che l'improvvisa epopea sollevava fra i più grandi cuori
nell'uguaglianza del sacrificio, di disertori dell'esercito piemontese,
di republicani, di monarchici: falange uscita dalla nazione come un
getto dalle mani di uno scultore, altera, vibrante, serena. Non
arrivavano a mille, vestivano borghesemente. Garibaldi non ne aveva
voluto altro numero, giacchè anche decuplo sarebbe stato insufficiente,
se il popolo laggiù non avesse poi secondato l'impresa. Allora non
portavano che un fucile rugginoso e sedici cartucce; nessuna
provvigione, non salmerie. La bandiera, dono d'italiani residenti a
Valparaiso, ricordava le vittorie d'America, augurando maggiori trionfi.

Il motto era: «Italia e Vittorio Emanuele».

Il 3 maggio (1860), anniversario della morte di Napoleone I, salpavano
silenziosamente da Quarto. Il governo piemontese, pur fingendo
d'ignorarla, cercò con inutile inganno di contrastare l'imbarcazione; il
mare fu propizio. A Talamone, ove approdarono per rifornirsi d'acqua,
non rinvennero che poche armi quasi disutili; ad Orbetello un gruppo di
republicani intransigenti, capitanati da Brusco Onnis, si separò per non
combattere sotto bandiera piemontese; un altro più grosso manipolo
s'inoltrò nel territorio pontificio con Zambianchi sanguinario
trucidatore di monaci a Roma nel '48 per sollevare le popolazioni; e fu
indi a poco disperso dai dragoni papalini.

Ma non ostante le vigili crociere napoletane, Garibaldi potè sbarcare a
Marsala. Allora la Sicilia, dapprima attonita, si solleva: Rosolino Pilo
e Corrao tengono la campagna con forti bande; a Salemi Garibaldi
proclama la propria dittatura e riceve il saluto di una truppa
d'insorti, forte di quasi tremila uomini; a Calatafimi rovescia alla
baionetta una colonna di cinquemila borbonici; la giornata terribile di
ardimento prostra l'animo del nemico; alcuni monaci e qualche picciotto
si sono mescolati ai garibaldini, ma i tremila siciliani hanno assistito
dalla cima dei colli circostanti alla battaglia, sinistramente equivoci,
coll'arma al piede. Presto l'odio popolare contro borbonici e napoletani
esplode, scene atroci di sangue vituperano le prime vittorie; ma
Garibaldi, raddoppiando di audacia, si drizza su Palermo. I borbonici
tengono l'isola con trentamila uomini; ventimila difendono la capitale.
Con abili marcie egli inganna quindi il nemico, accenna ad assalire la
città dalla parte di Monreale, vi rumoreggia intorno tre giorni, sfianca
su Corleone, si tira dietro il generale Bosco con una falsa ritirata, lo
allontana da Palermo, lo tiene a bada con pochi legionari, finchè il 27
maggio per vie impraticabili ricompare dinanzi alla città già percossa
dalla voce erronea della sua disfatta.

Però la sorpresa essendo fallita, l'assalto diventa al tempo stesso
impossibile ed inevitabile.

La guerra, appena incominciata, sta per essere finita colla presa della
capitale; la battaglia si muta in delirio. I garibaldini stremati, male
armati, poco ordinati, si slanciano all'assalto; tutto cede al loro
impeto; entrano travolti dalla fuga del nemico nella città. Ma il
presidio, forte di quindicimila uomini, resiste ancora dominando e
tuonando dal castello colle artiglierie; la popolazione tituba;
s'improvvisano barricate. I borbonici bombardano; per tre giorni una
bufera di fuoco e di sangue rugge per l'antica metropoli, drammi sublimi
ed orribili vi si amalgamano, monaci e suore incuorano i ribelli; i regi
sguinzagliati nelle vie si ostinano alla difesa e si vendicano colla
strage. I generali Bosco e Mekel delusi a Corleone ritornano su Palermo,
la flotta dal porto fulmina le vie diritte della città; le munizioni
scarseggiano; i palermitani, malgrado il crescente entusiasmo, non si
armano e non combattono abbastanza. Per un momento tutto parve perduto.
Una fregata sarda, alla quale Garibaldi chiese aiuto di munizioni, lo
rifiutò mentre l'ammiraglio inglese Mundy con magnanima improntitudine
imponeva alla flotta borbonica di cessare il fuoco contro la città.
Fortunatamente la viltà del generale borbonico Lanza ridonò la vittoria
a Garibaldi, domandandogli un armistizio per ventiquattro ore e
prolungandolo poi per tre giorni. In questo tempo venne da Napoli
l'ordine di capitolare, sgombrando Palermo. Lo sgombro durò tredici
giorni, dal 7 al 20 giugno.

Allora a Palermo tra una festa frenetica, nella quale il popolo
smantella notte e giorno l'antica fortezza, si allestisce il governo.
Francesco Crispi, il più ostinato persuasore dell'impresa, ne diviene
braccio e mente. Anzitutto bisogna spingere oltre la rivoluzione,
propagandone l'entusiasmo che alla necessità dei primi sacrifici sta per
agghiacciarsi, e domare ripetute atroci reazioni di brigantaggio, nelle
quali si prepara forse una regia sollevazione. La minaccia della
coscrizione sureccita già gli animi della moltitudine; l'egoismo di una
mal celata autonomia vorrebbe sottrarsi alle spese di denaro e di sangue
necessarie al compimento della rivoluzione. Fortunatamente, i comitati
organizzati per tutta Italia e diretti da Agostino Bertani suppliscono
miracolosamente ai bisogni. La Società Nazionale del La Farina,
d'accordo con Cavour non aveva dato che poche migliaia di lire: Bertani
ne raccolse presto ottocentocinquantamila. Fra difficoltà politiche,
economiche, commerciali, militari, tecniche, questo medico nel quale la
scienza sperava un illustre e la patria trovò un eroe, seppe
improvvisarsi organizzatore come Carnot. Alla prima spedizione dei Mille
ne seguirono a minimi intervalli altre. Il disegno, suggerito da
Garibaldi prima della partenza e caldeggiato con disperato amore da
Mazzini, di una invasione negli stati pontifici per discendere dagli
Abruzzi nel Napoletano, mentre il dittatore vittorioso lo risalirebbe
dalla punta delle Calabrie, diventava l'inevitabile corollario della
spedizione di Marsala, dopo la vittoria di Palermo. Per assicurare la
Sicilia bisognava assalire il Reame.

Il fermento aumentava nel paese: volontari accorrevano da ogni parte a
Genova per salpare verso il sud, e s'addensavano sui confini dello stato
pontificio a minaccia; nell'esercito piemontese spesseggiavano le
diserzioni; ufficiali e colonnelli entrativi colla rivoluzione si
dimettevano per cacciarsi nella nuova guerra; il moto unitario si
dilatava veemente ed irresistibile. Mazzini, sempre più infervorato per
un pronto assalto nello stato pontificio, s'era condotto a Genova, e vi
operava, nascosto dall'amore dei popolani alla vigilanza della polizia
piemontese; d'accordo con Bertani, cercava un altro capitano, cui
affidare l'impresa del centro. Medici era già partito con 2000 uomini
per la Sicilia; il 2 luglio Cosenz lo seguì con altrettanta truppa; poco
dopo il colonnello Corte vi sbarcò con un terzo reggimento.

Garibaldi, agile fra tante difficoltà politiche del governo
improvvisato, si sbarazza del La Farina. Poichè la gelosia
dell'ascendente guadagnato da Crispi nell'isola spingeva questo agente
cavouriano a precipitare le annessioni, per impegolare la rivoluzione
entro un immediato impianto di governo piemontese, il dittatore lo
imprigiona, lo rimanda in Piemonte, e nomina al suo posto Agostino
Depretis, abile parlamentare, più atto ad intendersi col Crispi.
Naturalmente questa improvvisazione di governo procede sbattuta fra le
contraddizioni delle tendenze piemontesi e rivoluzionarie: quelle,
temendo di una dichiarazione di autonoma o di una proclamazione
republicana malgrado la ripetuta abdicazione di Mazzini e il motto di
Garibaldi: «Italia e Vittorio Emanuele», tirano a sminuire l'opera e
l'importanza del dittatore. Si teme il contagio dell'entusiasmo, si
diffida sopratutto dei consiglieri di Garibaldi, tutti republicani o
quasi; ma questi, più generosi e trascinati dalla fatalità dell'impresa,
badano invece ai mezzi di compierla; hanno forse in cuore riserve
democratiche, ma sentono già che la monarchia è invincibile.

La guerra ricomincia. Colla stessa rapidità della prima mossa da
Calatafimi a Palermo, Garibaldi si dirige dalla capitale su Messina: il
suo esercito diviso in tre colonne, traversando l'isola con marcia
convergente, deve riunirsi all'assalto della grossa città, dalla quale
il generale Bosco, unico prode fra i regi, s'inoltra minacciosamente. La
battaglia scoppia (20 luglio) a Milazzo, ostinata, sanguinosa, perchè i
borbonici questa volta si battono davvero entro formidabili posizioni:
Garibaldi stesso ci resterebbe prigioniero, se Missori e Statella, due
ufficiali delle sue guide, con valore ariostesco non lo salvassero da un
viluppo di cavalieri; ma finalmente l'irresistibile valore dei volontari
trionfa. Milazzo è presa, Messina poco dopo capitola.


                                  Ultime resistenze dei governi
                                  borbonico e piemontese.

La Sicilia è conquistata; ma staccata dal Reame e annessa al Piemonte
non sarebbe che un'altra Sardegna. L'impresa di Napoli diventa fatale,
l'unità italiana è imminente. A Napoli il meraviglioso approdo di
Marsala, la presa di Palermo, la cacciata dei 30,000 regi esaltano le
fantasie; gli echi della stampa europea, sonante di inni al vincitore,
coprono le critiche più ostinate; l'esercito, diffidente dei generali e
mal disposto a guerra, tituba; la corruttela di tutti gli impiegati
moltiplica i tradimenti alla vigilia del pericolo; la corte in preda al
terrore non osa alcun partito. Russia e Prussia non le prestano più che
un appoggio morale, l'Austria non ardisce ridiscendere in guerra,
Napoleone III le consiglia di ridare la costituzione secondando l'idea
nazionale. Troppo tardi! Il giovane re, incapace di mettersi alla testa
dell'esercito e di gettarsi alle campagne per infiammarne la
superstizione politico-religiosa, soffoca fra l'imbroglio dei partiti.
La costituzione concessa il 25 giugno non contenta e non persuade
alcuno; nel ministero composto dallo Spinelli compaiono uomini ignoti;
De Martino, scaltro diplomatico, assume il portafoglio degli esteri, don
Liborio Romano, settario amnistiato da Ferdinando II nel 1854, prende la
direzione della polizia. Naturalmente i dissidenti liberali aumentano
d'importanza e di numero; patrioti esuli o prigionieri ritornano
frementi di vendetta e di libertà; la plebaglia venduta ai sanfedisti
tenta indarno una delle solite reazioni al grido di: «Viva il re e
abbasso la costituzione!», irritando maggiormente gli animi di tutti i
partiti contro la corte. In questa pure scoppiano dissidi: i conti di
Aquila e di Siracusa liberaleggiano, quello di Trapani invece si
accanisce a reazione. La milizia civica, tosto costituita, tutela la
sicurezza publica, mentre il ministro di polizia si acconta coi
liberali, e mercenari stranieri difendono ancora la reggia. I comizi
indetti pel 19 agosto e il parlamento convocato pel 10 settembre
sembrano a tutti l'ultima insidia e l'estrema farsa della decadenza
borbonica; le defezioni aumentano tutti i giorni; il generale Nunziante,
già insanguinatosi tristamente in repressioni contro i patrioti e poco
dianzi offertosi al re per spazzare dalla Sicilia i filibustieri di
Garibaldi, per gelosia del generale Pianell nominato ministro della
guerra, si dimette con ignobile teatralità dall'esercito, dirigendogli
un proclama di rivolta.

Naturalmente la politica del nuovo governo napoletano non poteva essere
che un'alleanza col Piemonte per resistere a Garibaldi. Il ministro
Manna e il barone Winspeare, mandati a Torino per concertare una lega,
offerivano di riconoscere le annessioni dell'Italia centrale alla
Sardegna, di costituire nello stato pontificio due vicariati, uno delle
Legazioni pel re di Piemonte e l'altro delle Marche pel re di Napoli,
libera la Sicilia di convocare il proprio parlamento secondo la
costituzione del 1812 per darsi governo proprio con un principe della
casa regnante per vicerè, alleanza offensiva e difensiva contro
l'Austria per la futura liberazione di Venezia.

Era l'antico disegno cavouriano, riproposto a Cavour quando già
l'impresa dell'unità cominciava a trionfare; ma l'abile statista, pur
fingendo di non respingere quest'alleanza, seguitava a trattare coi
liberali di Napoli, per tenersi aperta la via a maggiori speranze.
Puntellare il trono dei Borboni in tal momento sarebbe stato uno
scrollare le basi di quello del Piemonte, scriveva egli apertamente in
una nota al legato sardo a Pietroburgo. La sua intensa preoccupazione
era invece la rivoluzione di Sicilia. Garibaldi, per forzare la mano al
governo piemontese, vi ritardava le annessioni, dichiarando che si
farebbero ad impresa finita: bisognava ancora conquistare Napoli, e dopo
Napoli, Roma. Il partito rivoluzionario faceva miracoli d'organizzazione
e di valore; esercito e governo borbonico non potevano presentare oramai
seria resistenza; la conquista di tutto il Reame, compiuta in due mesi
da Garibaldi, avrebbe potuto produrre un ultimo duello fra republica e
monarchia. Cavour sapeva Garibaldi incapace di tradire; ma il solo
principio politico del grande dittatore era il rispetto della volontà
popolare, e se questa avesse proclamata la republica, Garibaldi ne
sarebbe stato l'invincibile generale. Quindi il disegno di Cavour non
poteva essere che doppio: impedire a Garibaldi il passaggio sul
continente, lasciando compiere ai Borboni l'ultimo esperimento
costituzionale ed aspettando dalla prima complicazione che il Piemonte
potesse impadronirsi di Napoli, o promuovervi, prima ancora che
Garibaldi vi entrasse vittorioso, una rivoluzione in senso
monarchico-unitario.

Cavour spiegò indarno tutta la propria abilità; l'ora delle scaltrezze
diplomatiche era passata.

Napoleone III, per un'ultima speranza di regno murattiano, aveva mandato
una flotta per impedire a Garibaldi il passaggio sul continente; ma era
rattenuto dalle dichiarazioni dell'Inghilterra, minacciante di entrare
nella contesa se la Francia violasse nel Reame il principio del non
intervento. Cavour, dietro ordine di Napoleone, fece scrivere da
Vittorio Emanuele una lettera per imporre a Garibaldi di non valicare lo
stretto; il dittatore rispose con magnanima semplicità che compirebbe
l'impresa e deporrebbe ai piedi del re l'autorità conferitagli dalle
circostanze. Cavour, che avrebbe voluto l'impresa senza Garibaldi,
proseguì negli intrighi, scrisse al Villamarina e al Persano «facessero
ogni possibile per impedire la dittatura di Garibaldi. Se la dittatura
veniva offerta al Villamarina accettasse... Se si presentasse certo
pericolo di veder cadere il governo in mani perfide od inette, Persano
assumesse il maneggio della cosa publica. In caso estremo si costituisse
un governo provvisorio con a capo il principe di Siracusa. Che ove il re
(Francesco II) o il corpo diplomatico desiderassero di sottrarre Napoli
all'occupazione di Garibaldi, si accettasse di occupare i luoghi più
minuti della città coi soldati (piemontesi). Se la rivoluzione non si
compie prima dell'arrivo di Garibaldi, saremo in condizioni gravissime.
Ma per ciò non ci turberemo punto. L'ammiraglio Persano s'impadronirà,
potendolo, dei castelli del porto, riunirà alla sua la flotta napoletana
e farà che si presti subito giuramento di fedeltà al re e allo statuto.
Poi vedremo».

Già poco prima aveva indirizzato al Villamarina in Napoli una specie di
questionario: «Nel caso di un moto insurrezionale quale sarà il partito
che avrà il sopravvento? Credete voi alla possibilità di un moto
annessionista, simile a quello compiutosi in Toscana? Il murattismo
novera esso molti partigiani nell'esercito e nella borghesia? I
republicani sono ancora numerosi e influenti nelle Calabrie? Voi
comprendete, signore, quanto mi debba interessare di conoscere questi
diversi elementi di una soluzione, alla quale non possiamo rimanere
estranei. Voi sapete che io non bramo minimamente di sospingere la
questione napoletana ad uno scioglimento prematuro. Credo al contrario,
che ci converrebbe che lo stato attuale delle cose durasse ancora per
qualche anno».

L'illustre statista era non solo impreparato, ma avverso ad una
rivoluzione del sud.

Nell'angustia della propria decennale politica non si era procurato nè
contatti nè precedenti nel mezzogiorno: l'impresa garibaldina lo
sorprendeva al pari dei Borboni; ma, troppo maggiore di essi, non
potendo impedirla cercava sfruttarla. La sua attività in questo periodo
fu tanto meravigliosa di accanimento quanto vana nel risultato. A Napoli
tutti gli sforzi per suscitarvi una rivoluzione riuscirono vani: i
liberali del comitato dell'Ordine non osarono muoversi, mentre i
patrioti radicali, più generosi e più coraggiosi, pure non ribellandosi
apertamente, riuscirono ad impadronirsi dello scarso moto liberale e a
dirigerlo verso Garibaldi. Bertani da Genova spingeva la rivoluzione.
Dopo la spedizione di Medici e di Cosenz nella Sicilia, gli arruolamenti
proseguiti con maggiore alacrità avevano prodotto un altro esercito:
duemila volontari erano pronti nelle Romagne e nella Toscana; altri
novemila dovevano partire da Genova per scendere nello stato pontificio.
Bertani aveva saputo provvedere armi, munizioni, vestiti, vascelli. Si
era offerto il comando al celebre Charras, rivale di Lamoricière, ma
quegli aveva ricusato, perchè ancora troppo debole il numero delle
truppe: poi si pensò di affidarlo al Pianciani, mettendogli a fianco il
Rüstow, allora eccellente ufficiale e più tardi insigne scrittore di
guerra, come capo di stato maggiore; Giovanni Nicotera, superstite
capitano dell'impresa di Pisacane, uscito allora di carcere, guiderebbe
la legione toscana. Ma Cavour, spaventato da siffatto aire, vi si
opponeva in mille modi. Poichè non poteva apertamente contrastare a
questo moto divenuto nazionale, cercava di togliergli anzitutto il
significato: la sua stampa ministeriale bersagliava ogni giorno con
satanica malvagità Mazzini e Bertani, come intesi a cospirare per la
republica e a smembrare così l'Italia: li accusava di feroce
giacobinismo e d'ignobili ladrerie. Nullameno Bertani poteva seguire
nell'opera, mentre Mazzini era costretto a nascondersi. Cavour,
infatuato di arrestarlo, ne aveva dato l'ordine a Medici, che ricusò
generosamente di ubbidire, e a Persano, che non seppe ubbidire.

A questo, da lui spedito in Sicilia, scriveva: «Il governo del re non
farà chiassi, ma non intende di lasciarsi giuocare in tal guisa; quindi,
dopo la spedizione di Cosenz già in corso, disporrà che nulla più per
parte sua vada in Sicilia, sino a che non sia affatto tolta al Bertani
ogni sua ingerenza negli invii». Farini, mandato a Genova, cercò di
persuadere al Bertani come riguardi diplomatici costringessero il
governo ad impedire che i novemila volontari sbarcassero da Genova nello
stato pontificio; veleggiassero invece al golfo degli Aranci, poi
toccassero la Sicilia.

Allora Bertani corse al Faro ad avvisarne Garibaldi: questi, sentendo la
necessità di una più pronta operazione nel Reame, invece d'invadere lo
stato pontificio, ebbe per un momento l'idea di un colpo ardito su
Napoli; ma dei novemila volontari cinquemila soli erano al golfo degli
Aranci; gli altri, per ordine del governo piemontese, erano già sbarcati
a Palermo. Giovanni Nicotera, col consenso di Ricasoli, aveva radunato
in Toscana un corpo di duemila volontari, pattuendo ai primi contrordini
da Torino di non sbarcare nè sul litorale toscano, nè sul romano, se
prima non avesse preso terra nello stato napoletano; ed invece poco dopo
sentiva intimarsi di sciogliere la brigata. Il fiero rivoluzionario
ricusò, i volontari rumoreggiarono così forte che Ricasoli dovette
riconsentire il primo patto: senonchè la brigata a Livorno non trovò che
due bastimenti francesi sprovveduti di viveri e noleggiati dal governo
per condurli in Sicilia. Un bastimento sardo da guerra, entrato nel
porto, strinse d'appresso i due vapori; la batteria del molo puntò
contro di essi le proprie batterie: il Nicotera, per evitare una
battaglia fratricida, dovette cedere e andare in Sicilia, protestando
con veemenza di republicano contro il tradimento del governo.

Ma il conte di Cavour, sospinto dalle circostanze, precipitava la
propria azione monarchica: nel costringere tutto lo sforzo della
rivoluzione al sud, si manteneva aperto l'adito a penetrarvi primo e
solo per lo stato pontificio. Le sue vessazioni al partito
rivoluzionario, mentre le vittorie garibaldine lo illuminavano di
poesia, gli avevano svelato tutta la debolezza della rivoluzione. Il
ministro Farini in una circolare aveva potuto calunniare e minacciare
impunemente i comitati rivoluzionari, si erano bistrattati i volontari,
si domandavano loro i passaporti da paese a paese italiano, si erano
sequestrate cartucce quando Garibaldi ne mancava al fuoco; a Genova si
erano persino imprigionati alcuni fabbricanti di polvere, senza che
alcuno dei rivoluzionari osasse reagire; Garibaldi seguitava nella fede
al re, Mazzini non chiedeva più che «lasciateci fare anche per voi». Le
provincie romane tacevano sotto le minacce di Lamoricière forte appena
di ventimila uomini; il Napoletano ciarlava, guardando Garibaldi
armeggiare invano per passare lo stretto.

Il Piemonte dominava sempre l'Italia coll'apparenza di forte stato
nazionale.

Ma la sua politica si sbrogliava al soffio della rivoluzione. L'impresa
ormai inevitabile di Garibaldi su Napoli obbligava il Piemonte ad
intervenirvi. Garibaldi vittorioso dei Borboni potrebbe marciare su
Roma, attirando sull'Italia una guerra colla Francia.

Per salvare il papa e schiacciare contemporaneamente la rivoluzione,
bisognava dunque invadere lo stato pontificio, cansare Roma, arrivare su
Napoli a tappe forzate, e, prima ancora che l'Europa si riavesse dallo
sbalordimento, risponderle collo spettacolo del governo costituzionale
già stabilito, e del papa libero entro più ristretto territorio.

Di questo era d'uopo però persuadere anzitutto Napoleone.


                                  Impresa di Napoli.

Intanto Garibaldi la notte del 9 agosto, sopra settanta barchette lancia
in mare 200 volontari guidati da Mario, da Nullo, da Missori, e da
Musolino, per sorprendere il forte di Alta Fiumara all'estrema punta di
Calabria, e assicurarsi così il passaggio con tutto l'esercito: ma la
temeraria impresa fallisce, onde quei prodi possono appena inerpicarsi
sui gioghi dell'Aspromonte destinati alla gloria di maggiore tragedia.
La piccola banda, soccorsa dai villani, malissimo armata, scaramuccia
all'intorno sfuggendo al nemico e perseguitandolo, finchè Garibaldi,
reduce con nuova truppa dal golfo degli Aranci, sopra due piroscafi
sbarca il 20 agosto colla divisione Bixio a Melito. L'esercito borbonico
supera i trentamila uomini con cavalleria, artiglieria, armi e munizioni
eccellenti; Garibaldi, sommando tutte le proprie forze di Sicilia, non
arriva a mezzo, con pochi cavalli, quasi senza cannoni.

La guerra ricomincia, ma non pare nemmeno più guerra. Reggio, attaccata
dalle divisioni Eberhardt e Bixio, capitola subito; al rombo delle prime
cannonate Medici e Cosenz rimasti in Sicilia traghettano fra Scilla e
Bagnara, a Villa S. Giovanni cinquemila garibaldini accerchiano e fanno
prigionieri quasi senza colpo ferire novemila regi, mentre il generale
Vial si ritira con altri dodicimila su Monteleone. Nel Cosentino, nella
Basilicata, nella Capitanata, nelle Puglie tumultua la sommossa.
Garibaldi, con avvedutezza politica di condottiero, anzichè aspreggiare
il nemico, ne seduce i soldati prosciogliendo i corpi prigionieri.
Allora le defezioni si moltiplicano: invece di combattere le truppe
fraternizzano, scene di romanzo dànno alla guerra l'apparenza d'una
innocua e divertente teatralità, capitani ed aiutanti garibaldini
intimano soli o con scarsi drappelli a generali nemici la resa, e
l'ottengono. Il generale Ghio, crudele trucidatore di Pisacane a Padula,
si arrende con dodicimila uomini a Soveria, il generale Caldarelli ha di
già capitolato a Cosenza, una fiamma d'entusiasmo si leva per tutti i
paesi ove passano i volontari, mentre i soldati regi si sbandavano con
allegria brigantesca, obliando egualmente i doveri verso il proprio re e
verso la patria. Ma se nella Sicilia il popolo aveva salutato i
garibaldini come liberatori per l'odio secolare verso la signoria
napoletana, nel Regno Garibaldi non è acclamato che come vincitore. La
sua gloria, la sua mitezza, le favole sulla sua vita, esaltano la
veemente immaginazione popolare; il valore dei volontari, meraviglioso
nei fatti parziali, l'incredibile viltà dei regi, la prestezza delle
marcie che precedono persino il grido delle vittorie, la singolarità
d'un trionfo ottenuto anche troppo facilmente, la temerità infine di
Garibaldi, che dinanzi al proprio esercito, con una scorta piuttosto
d'onore che di battaglia, in carrozza di posta, galoppa verso Napoli,
finiscono di dare all'impresa l'irresistibile fascino di un miracolo.
Tutta la parte meridionale del Regno è già conquistata: i calabresi,
ardenti di odio verso i Borboni, sono i soli napoletani che si battano.
La marina regia, colpita dalla stessa defezione dell'esercito, lascia
avvicinare a Napoli i piroscafi, che portano i garibaldini.

Nella capitale terrore ed entusiasmo sconvolgono le coscienze. La corte
allibisce, i sanfedisti si rimpiattano, la plebe attende con ansia
fantastica il nuovo Messia. Invano il generale Pianell consiglia a
Francesco II di mettersi alla testa dei quarantamila uomini che ancora
gli rimangono, per tentare un colpo supremo o almeno perire
gloriosamente: fortunatamente la viltà del re paralizza l'intelligenza
del ministro. Infatti, se Francesco II si fosse messo alla campagna, la
superstizione religiosa e politica era ancora tale in molta parte di
questa, da ristabilire le sorti della guerra. Bastava una sola sconfitta
per dissipare il prestigio di Garibaldi. Il Regno si lasciava solcare
dalla rivoluzione senza parteciparvi, i patrioti v'erano in minoranza
debolissima, la moltitudine non intendeva gran cosa al nome d'Italia e
meno ancora a quello di libertà. La inettitudine del popolo veniva ora
rivelata dalla codardia dell'esercito regio, contro il quale non si era
osato alcun tentativo di rivolta, e che poche bande garibaldine erano
bastate a sopraffare.

Intanto il sentimento della paura universale invade il partito di corte.
Mentre il conte d'Aquila e la regina vedova vorrebbero scatenare
lazzaroni e mercenari a furibonda reazione, il conte Leopoldo di
Siracusa consiglia il re, suo nipote, ad uscire dal Reame sciogliendo i
sudditi dall'obbedienza, e, non ascoltato, parte sfrontatamente per
Torino a ricevervi da quella corte le congratulazioni del vile
tradimento. Don Liborio Romano perfeziona con scaltrezza settaria il
consiglio del conte di Siracusa col suggerire al re di allontanarsi e
d'investire della reggenza un nuovo ministero: lo stesso generale Bosco
caduto d'animo scongiura il re a salvarsi nella Spagna. Tutto è perduto.

Nullameno il partito moderato non si leva ad alcuna iniziativa nel nome
di Vittorio Emanuele, prima che tutta Napoli si accalchi intorno a
Garibaldi vittorioso. Le vivissime istanze di Cavour, che in quei giorni
apriva arditamente la campagna contro il papa passando il Rubicone, non
valsero a comunicargli il coraggio di ribellarsi ad un re che fuggiva,
ad un esercito che non combatteva, ad una polizia complice nel
tradimento. Nè i patrioti radicali furono più audaci. Francesco II, dopo
molto titubare, abbandonò la capitale per chiudersi nella fortezza di
Gaeta. Il giorno dopo (7 settembre) don Liborio Romano scriveva a
Garibaldi per invitarlo a Napoli, e Garibaldi con temerità indefinibile,
mentre la guarnigione borbonica teneva ancora la città, vi entrava con
soli quattordici compagni. Le milizie regie vedendoli passare
presentavano attonite le armi, il popolo urlava, la guerra si riassumeva
in un chiasso di trionfo, il dramma delirava nell'apoteosi finale.

Nella lunga storia d'Italia nessuna conquista era stata più facile e
pronta di questa: un regno di oltre dieci milioni, una flotta di
quaranta navi, un esercito di centomila uomini, coll'appoggio di tutte
le diplomazie europee, con una vecchia dinastia non potuta sradicare nè
dalla rivoluzione francese nè dall'impero napoleonico, cadevano in
potere di pochi drappelli garibaldini, armati alla meglio da un comitato
di Genova malgrado i divieti del Piemonte. Un uomo solo era bastato al
miracolo. Il suo spirito era rivoluzione, il suo nome legione: aveva
appena combattuto e le vittorie gli avevano preceduto le battaglie; era
un conquistatore, ed era entrato nella capitale senza esercito, come
viaggiatore che si lasci dietro il più grosso bagaglio. Intanto che i
generali dei suoi scarsi reggimenti marciavano ancora contro i resti
dell'esercito borbonico concentrati tra le fortezze di Capua e di Gaeta,
egli, dimentico di loro, assettava già dittatoriamente la capitale e
tutto il Regno. Pareva un sogno. Fra i garibaldini si udivano favelle di
tutta l'Europa: polacchi, francesi, ungheresi, spagnuoli, vinti in
patria combattendo per la libertà, avevano seguito Garibaldi quasi ad
imparare da lui la vittoria. Alessandro Dumas, il maggiore novelliere di
avventure, era capitato a questa, incredibile e vera come le più belle
de' suoi capolavori: così, dietro il più grande eroe, brillava la più
eroica fantasia del secolo.

L'impresa era davvero un romanzo fatto di storia, di poema, di dramma,
di commedia, con una sceneggiatura multiforme e una violenta
preponderanza di pochi individui sulla massa, che rappresentava appena
lo sfondo e l'ambiente.

Un giorno avrebbero dovuto chiamarla conquista garibaldina; allora con
ingenua vanteria il popolo la diceva rivoluzione napoletana.

La giovane democrazia europea, riunita dall'apostolato di Mazzini,
trionfava per la prima volta nel campo di Garibaldi.

Il dittatore, comprendendo la necessità di rivoluzionare immediatamente
il Regno per rendervi stranieri i Borboni e più difficile l'intervento
della diplomazia europea, allentò la guerra. I suoi primi decreti furono
decisivi. Aggregò la flotta napoletana alla squadra piemontese comandata
da Persano; chiamò al ministero il Pisanelli, lo Scialoia, il Conforti,
liberali cavouriani; tolse la polizia a don Liborio Romano, cui
sottopose alla vigilanza di Bertani, venuto a Napoli primo segretario di
governo; ordinò che ogni editto emanasse nel nome di Vittorio Emanuele,
vietò il cumulo degli uffici pubblici stipendiati; proclamò
l'intangibilità del debito pubblico. Quindi con assennato arbitrio abolì
l'ordine dei gesuiti, dichiarando nazionali i loro beni e cassando ogni
loro contratto fino al giorno del primo sbarco in Sicilia; incamerò i
patrimoni della casa reale e dei maggioraschi regi; instituì i giurati;
invece di assalire i forti ancora tenuti dalle milizie regie, le
prosciolse, e allora queste si sbandarono: qualche battaglione si unì al
resto dell'esercito borbonico, la maggior parte rincasarono e si
buttarono a brigantaggio.

Il conte di Cavour, con agile mutamento di tattica, ordinava intanto al
proprio partito di circuire Garibaldi, allontanando da lui o
sopraffacendo i più attivi consiglieri democratici. Cattaneo, Mazzini,
Saffi erano già accorsi a Napoli: ogni speranza di republica era
svanita; ma, democratici inflessibili, volevano almeno salvare nella
procedura delle inoppugnabili annessioni il principio della sovranità
popolare. Così domandavano illuminato e cauto il voto delle provincie
meridionali, o per mezzo di un'assemblea transitoria o con plebiscito
veramente sovrano, nel quale fossero punti fondamentali del patto fra
popolo e re il compimento dell'unità della patria con Roma e Venezia e
la convocazione d'una costituente deputata a dar forma alla nuova vita
della nazione. Sciaguratamente era troppo e troppo tardi, dopo che
Garibaldi aveva già preso possesso di Napoli in nome di Vittorio
Emanuele, e questi si avanzava attraverso lo stato pontificio per
cacciare il dittatore. Un patto fra popolo e re con riserve e procedura
democratica diventava assurdo: se il popolo ne fosse stato capace,
avrebbe poi dovuto votare la republica.

Ora di tutta Italia il paese più superstiziosamente monarchico era
appunto il napoletano.

Ma la guerra mossa dal partito moderato ai consiglieri democratici fu
atroce: Bertani svillaneggiato, accusato di furto dopo i prodigi
dell'organizzazione rivoluzionaria, dovette dimettersi; si mandò la
plebaglia a gridare sotto le finestre di Mazzini: mora, mora! e
s'indusse l'ingenuo Pallavicini a scrivergli una lettera, perchè
riprendesse la via dell'esilio. Cattaneo fu coperto d'obbrobrii; Crispi
cacciato da Palermo e sostituito col Mordini prodittatore. Nemmeno
Garibaldi rimase rispettato. Mentre popolo, borghesia, aristocrazia
coll'ignobile servilità dell'antico costume s'addensavano nelle sue
anticamere prosternandosi a domandare impieghi ed onori, si accusavano i
più puri eroi garibaldini di scroccheria: sembrava che la viltà
universale, offesa dal loro coraggio, avesse d'uopo di negarlo. Il
dittatore inetto a così laida guerra e mal destro in amministrazione,
perdeva terreno: l'avvicinarsi dell'esercito piemontese trionfante
scemava prestigio alle sue vittorie. D'altronde si rifletteva che a
Francesco II restavano ancora quarantamila uomini e due fortezze
inespugnabili alle milizie volontarie per difetto d'artiglierie.

Lo stesso disegno, publicato temerariamente dal dittatore di marciare su
Roma sfidando la Francia, atterriva. Ogni volgare politico sentiva che
quest'impresa avrebbe riattirato l'Italia in una conflagrazione europea,
poichè l'impero buonapartesco non poteva abbandonare il papa. Quindi il
pensiero di Cavour avviluppava e dominava l'opera di Garibaldi.

Questi però, fra tante cure di governo, non dimenticava il nemico
ingrossante ogni giorno sul Volturno: così verso la metà di settembre,
riprendendo l'offensiva, mandò il Türr con tre brigate a Santa Maria e
San Leucio. Si tentò felicemente l'occupazione di Caiazzo ad oriente di
Capua, ma avendovi lasciato troppo debole presidio, i borbonici
ripresero la piazza. Era la prima sconfitta. Garibaldi, richiamato a
Palermo per placarvi i dissensi politici fra democratici e cavouriani,
non aveva potuto impedirla. Intanto una reazione selvaggia di
superstizione s'accendeva nelle campagne del regno, ove il clero aizzava
i villani: le soldatesche prosciolte vi si raccozzavano a bande di
briganti; un odio feroce scoppiava contro i garibaldini conquistatori,
ora che s'avanzavano a più stabile conquista i piemontesi. Si faceva con
assurde dicerìe temere al popolo per le proprie case; lo si lancinava
coll'idea della coscrizione oltre i confini del Reame, come se il resto
d'Italia fosse stato un altro mondo lontano; lo si fanatizzava a
difendere i vecchi idoli di villaggio minacciati d'imminente
distruzione. Ariano e Avellino erano insorte; ad Isernia un manipolo di
volontari capitanati da Mario e da Nullo era stato rotto dai cafoni che
si erano battuti con bravura di antichi Sanniti, infellonendo poi sui
cadaveri.

Bisognava quindi riattirare i regi in una suprema battaglia e
prostrarli.

Dopo il disastro di Caiazzo, Garibaldi, per meglio ingannarli, finse di
accerchiare Capua, fortificandosi a Santa Maria, San Tommaso e
Sant'Angelo, e munendo invece la via di Napoli: il suo esercito era
appena di ventimila uomini con trenta cannoni, i borbonici menavano in
campo quarantamila uomini con quaranta cannoni. Questa volta (1º
ottobre) la mischia fu aspra; i borbonici si batterono accanitamente,
respingendo su tutti i punti i volontarii; ed avrebbero forse vinto, se
i loro generali meno inetti avessero dato una battaglia obliqua anzichè
parallela, e Garibaldi, volando su tutti i punti più combattuti, non
avesse raddoppiato il valore dei propri soldati, mentre il maggiore
Bronzetti con duecento uomini rinnovava a Castel Morone il prodigio di
Leonida, arrestando per tutta la giornata un corpo di quattromila
borbonici. Non un solo dell'eroico manipolo volle rendersi prigioniero,
quasi nessuno sfuggì alla morte. Garibaldi vincitore al Volturno
sperdeva l'indomani quella regia brigata sulle alture di Caserta vecchia
con un'ultima vittoria.

Il generale Cialdini era già penetrato nel Reame sconfiggendo al
Macerone quegli stessi cafoni, che avevano rotto il drappello di Nullo
ad Isernia.

L'intervento piemontese mutava l'impresa garibaldina in conquista regia.


                                  Campagna piemontese nelle Marche.

Infatti il problema italiano non poteva avere allora altra soluzione.

L'annessione del Napoletano, ritardata nella procedura del voto da
Garibaldi, minacciava di compromettere tutti i risultati della
rivoluzione. Il disegno del dittatore di procrastinare i plebisciti sino
alla conquista di Roma implicava una intimazione di guerra alla Francia
e una sottomissione del re a Garibaldi. La monarchia piemontese, già
vassalla dell'imperatore francese, perderebbe ogni prestigio in Italia,
se Garibaldi potesse non solo conquistarle un regno, ma ritrascinarla a
guerra contro Napoleone. Il dittatore, alla testa di ventimila
volontari, circondato da un ammirabile stato maggiore, con un consiglio
di grandi democratici intorno, trattando con diplomatici esteri,
nominando prodittatori, maneggiando il denaro dello stato, legiferando e
battagliando, era più re del re. Il partito moderato napoletano, che non
aveva osato insorgere prima del suo ingresso in Napoli, non poteva ora
dominare il vincitore; anzi, obbedendo alle istruzioni di Cavour, non
riusciva che a precipitare la crisi.

Solo l'esercito piemontese poteva fermare Garibaldi sulla via di Roma.
Quindi Cavour, sapendo Napoleone a Chambéry, gli aveva mandato oratori
Farini e Cialdini: la missione era stata difficile. Forse l'imperatore
non aveva ancora abbandonato tutte le speranze di un regno murattiano,
fors'anco questo eccessivo ingrandimento del Piemonte contraddiceva a
tutti i calcoli della sua politica generale. Ma Garibaldi aveva spinto
così oltre la rivoluzione nazionale nel Reame, da rendervi impossibile
l'impianto di una dinastia straniera, mentre una sua marcia su Roma
poteva gettare l'impero in male prevedibili complicazioni. L'imperatore
non voleva abbandonare il papa, e non poteva combattere la rivoluzione
italiana per non ridestare le questioni sopite di Villafranca.
D'altronde il Piemonte per annettersi il Napoletano aveva bisogno di una
linea di comunicazione per terra: ad esautorare Garibaldi anche in
faccia all'Italia nessun miglior modo che di far conchiudere la sua
guerra da Vittorio Emanuele: fortunatamente n'era ancora il tempo.
L'impresa di Garibaldi, aiutato da tutta la democrazia europea,
riaccendeva le speranze della democrazia francese: se una rivoluzione
republicana scoppiasse in Italia, la Francia non vi resterebbe forse
estranea. L'impero non era abbastanza sicuro per trascurare questa
possibilità. Intanto l'anarchia tempestava già a Napoli, secondo le
bugiarde notizie dei giornali moderati; i più ardenti republicani
circuivano il generale, la marcia su Roma determinerebbe lo scoppio
della rivolta: poichè il Piemonte non avrebbe potuto allearsi con
Garibaldi contro la Francia, nè con questa contro Garibaldi per non
accendere una guerra civile, una seconda republica italiana diventava
inevitabile.

I legati piemontesi insistevano vivamente, dipingendo a foschi colori la
situazione del Piemonte condannato a diventare tutta l'Italia o perire.

L'imperatore non acconsentì senza dichiarare che, se l'Austria fosse
intervenuta, la Francia non sarebbe discesa a combatterla.

Contro tal pericolo il conte di Cavour, riprendendo il disegno già
combinato l'anno prima con Kossuth per eccitare la rivoluzione in
Ungheria, mandò da Genova alla volta del Danubio cinque bastimenti
carichi d'armi e il Klapka a Costantinopoli.

Quindi precipitò gl'indugi.

Il generale Lamoricière, dopo aver paragonato la rivoluzione italiana
all'Islamismo e dichiarata la causa del papa essere quella della civiltà
e della libertà del mondo, con editti crudeli seguitava a terrorizzare
le provincie: ordini di morte fioccavano dappertutto e contro tutti.
Questa demenza di repressione facilitò al conte di Cavour i pretesti di
guerra. Quindi con nota del 7 settembre, nel giorno medesimo
dell'ingresso di Garibaldi a Napoli, aveva già chiesto al cardinale
Antonelli lo scioglimento della bande mercenarie rese infami
dall'eccidio di Perugia. Naturalmente il cardinale aveva ricusato con
alterigia. La Santa Sede si credeva allora in condizioni migliori del
Piemonte: l'imperatore Napoleone, sempre ravvolto nelle stesse
ambiguità, richiamava da Torino il proprio ambasciatore ed ingrossava il
presidio francese a Roma, facendo dichiarare dal duca di Grammont al
papa che si opporrebbe ad ogni aggressione del re di Sardegna. Ma quando
il 9 settembre il generale Fanti, nominato comandante supremo, aveva
annunziato al Lamoricière che occuperebbe le Marche e l'Umbria nel caso
che le truppe pontificie vi contrastassero le manifestazioni nazionali,
e questi aveva scritto all'Antonelli di far avanzare il presidio
francese, il duca di Grammont vi si era ricusato. L'imperatore Napoleone
non aveva inteso che di difendere Roma e il territorio occupato dai
propri soldati.

Intanto il conte di Cavour aveva diramato un _Memorandum_ a tutte le
cancellerie, spiegando come, per liberare le popolazioni dalle tirannidi
secolari e per impedire alla rivoluzione di sciorsi nella peggiore delle
anarchie, nell'interesse d'Italia e di Europa, fosse costretto a questa
nuova guerra.

I nemici questa volta erano Pio IX e Garibaldi, la Santa Sede e la
rivoluzione.

La campagna era stata rapida.

L'esercito papalino arrivava appena a ventimila uomini, quello sardo
quasi al doppio. Il Lamoricière, prode generale educato alla scuola
d'Africa, invece d'afforzarsi in Ancona, tentò d'impedire la
congiunzione dei due corpi nemici; ma Cialdini con celere marcia
oltrepassò Ancona, mentre Fanti, prostrato lo Schmid a Perugia, scendeva
ad incontrarlo. Tutti i presidii della città avevano capitolato quasi
senza colpo ferire, arrendendosi sino a bande di volontari romagnoli,
mescolate in abito borghese e con armi da caccia a questa guerra come ad
un'ottobrata. Lamoricière prima di avere combattuto era già chiuso fuori
d'Ancona. Cialdini occupava Castelfidardo: il conte De Pimodan
comandante degli zuavi pontifici volle attaccarlo, e morì bravamente
nella battaglia colla fede di un antico crociato; il suo corpo si
sbandò, molti riparati a Loreto vi si arresero l'indomani; Lamoricière
potè a stento guadagnare Ancona.

Tutta la guerra si era così costretta ad un assedio. La piazza,
fortissima per natura e ben munita, aveva ancora un presidio di 7000
uomini; nullameno, bersagliata vivamente dalla squadra del Persano,
aveva dovuto soccombere indi a poco (29 settembre).

La campagna non era durata che diciotto giorni, e non aveva costato che
seicento soldati tra morti e feriti.

Contemporaneamente Garibaldi, esasperato dalla guerra dei moderati al
suo governo, aveva mandato il marchese Pallavicino al re, per chiedergli
le dimissioni del ministero di Cavour e di Farini. Questa esorbitanza,
giustificando tutte le accuse dei monarchici, aveva permesso a Cavour di
perdere facilmente l'ingenuo e pericoloso avversario: infatti, mentre
questi si affermava francamente in una dittatura rivoluzionaria, l'abile
ministro, contro ogni consiglio di sospendere la costituzione, si era
appellato al parlamento. La libertà dal campo di Garibaldi era passata
in quella di Cavour. Il parlamento, convocato il 2 ottobre, aveva
votato: «Il governo del re è autorizzato ad accettare e stabilire per
decreti reali l'annessione allo stato di quelle provincie dell'Italia
centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per
suffragio universale diretto la volontà delle popolazioni di far parte
integrante della nostra monarchia costituzionale».

Nella relazione su tale disegno di legge il conte di Cavour, dopo alcuni
elogi di Garibaldi, attribuiva con audace sofistica alla politica di
Casa Savoia, iniziata da Carlo Alberto, anche le ultime mirabili
conquiste del mezzogiorno: quindi, dichiarata impossibile ogni nuova
guerra per la liberazione della Venezia o per la conquista di Roma,
denunciava l'anarchia settaria già scoppiata a Napoli per la colpa di
Garibaldi nel ritardare l'annessione, e chiamava giudice il parlamento
nella propria contesa col dittatore, pindareggiando nullameno sulla
generosità di lui.

Infatti Garibaldi, coll'infallibile buon senso della propria natura, che
la passione di patria e l'entusiasmo della vittoria avevano esaltato per
un momento, prima ancora che la legge fosse sancita, convocava con
decreto dell'8 ottobre tutti i comizi del Reame a votare su questa
formula: «Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio
Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti».

Il plebiscito era a suffragio universale: agli squittini risultarono
nelle provincie napolitane 1,302,064 sì e 10,312 no, nella Sicilia
432,053 sì e 667 no; nelle Marche 133,807 sì e 1212 no; nell'Umbria
97,040 sì e 380 no.

Frattanto re Vittorio Emanuele, commessa la luogotenenza generale del
regno al principe di Carignano, annunciava da Ancona, in un primo
proclama ai popoli del mezzogiorno, il suo prossimo arrivo per tutelare
l'ordine e far rispettare la loro volontà. Tale proclama era il
commentario della lettera, colla quale Farini comunicava all'imperatore
Napoleone la marcia su Napoli per sottrarre la grande città all'anarchia
delle bande rosse.

L'epopea garibaldina era finita. Bertani, tanto calunniato, aveva già
votato generosamente nella camera piemontese la legge proposta da Cavour
per fare le annessioni con decreti reali; Mazzini riprendeva più
desolato la via dell'esilio, lasciando stretta a Napoli una vasta
colleganza popolare col titolo di Associazione Unitaria Nazionale, e
affidando al Nicotera la direzione del nuovo giornale _L'Italia del
Popolo_. Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, restava inerte. Il
disprezzo, col quale la monarchia affettava di trattarlo, lo isolava
nell'ingratitudine dei più.

La monarchia trionfava.


                                  Annessione del Reame.

Nessuna delle molte querele diplomatiche fioccanti allora sull'Italia
potè ritardare il compimento della nuova conquista regia.

L'Austria tentò di riunire una conferenza a Varsavia per abolire il non
intervento, ma Napoleone III ne dissuase lo czar Alessandro; la Prussia
rumoreggiò più a lungo, però Cavour, proclamandosi con giusta vanteria
unico restauratore in Italia del principio monarchico quasi cancellatovi
dalla rivoluzione, potè rispondere finalmente al ministro Schleinitz di
dargli un esempio che egli sarebbe ben fortunato di imitare fra poco;
l'Inghilterra invece era così favorevole alla rivoluzione italiana che
il suo primo ministro lord Russell potè affermare con superba
originalità di diplomatico in una nota al legato inglese a Torino il
diritto dei popoli all'insurrezione.

Intanto Vittorio Emanuele era già penetrato nel regno napoletano
passando il Tronto (15 ottobre); Garibaldi venne ad incontrarlo a Teano;
il generale borbonico Ritucci stava non molto lontano, schierato a
battaglia. La situazione era epica: un mattino freddo, Capua antica e
minacciosa da lungi, alta sovra di essa l'ombra immensa di Annibale;
Garibaldi con un fazzoletto annodato sotto il collo e ravvolto nel
povero mantello dinanzi alle bande rosse, Vittorio Emanuele sulla fronte
del primo esercito italiano: la rivoluzione e la tradizione, la
democrazia e la monarchia; un popolano che donava un regno ad un re, il
quale accettandolo creava una nazione.

Garibaldi, mostrando Vittorio Emanuele al proprio esercito, gridò: --
Ecco il re d'Italia!

Vittorio Emanuele, incapace di comprendere la grandezza di quella scena
e la generosità di quel riconoscimento, tacque villanamente, e più
villanamente ingelosito degli applausi, che i contadini accorsi levavano
dinanzi a Garibaldi, spronò il cavallo. Più tardi la letteratura
cortigiana sentì il bisogno di raccontare diversamente tale incontro.

Il generale Ritucci, per non sostenere da solo l'urto dei due eserciti
riuniti, si ripiegò dietro la linea del Garigliano, lasciando diecimila
uomini a presidio di Capua. Vittorio Emanuele, dietro l'esempio di
Garibaldi, mandò Cialdini al Salzana, generalissimo dei borbonici, per
tentarlo, ma invano; allora s'investì Capua e s'incalzò l'esercito
borbonico, che nella notte ripassò il Garigliano. Garibaldi venne messo
alla coda, mentre l'ammiraglio francese De Tinau, mandato da Napoleone
nelle acque di Gaeta ad impedire che le navi sarde la distruggessero per
mare, vietò alla squadra italiana di correre da Terracina alla foce del
Garigliano per proteggere la strada della marina.

Vittorio Emanuele, dopo l'umiliazione del vietato investimento di Gaeta
per mare, dovette nuovamente abbassarsi a pregare l'imperatore di un
contrordine all'ammiraglio Tinau. L'imperatore, nell'impossibilità di
ritardare più oltre la conquista piemontese, acconsentì. Poco dopo il
Garigliano era guadagnato; la legione De Sonnaz rompeva il campo del
Salzana, che si rifugiava vilmente oltre la frontiera pontificia; Capua
s'arrendeva dopo quattro giorni d'assedio; il 7 novembre Vittorio
Emanuele entrava trionfalmente in Napoli, e Garibaldi, dimessosi dalla
dittatura ricusando ogni ricompensa, ne usciva nel cuore della notte,
povero come quando v'era entrato conquistatore, ravvolto
nell'ingratitudine dei partiti, ma col gran cuore d'Italia nel petto,
gridando ai pochi compagni dal ponte del vascello che lo riconduce a
Caprera: -- Arrivederci sulla via di Roma!

Alla fine di novembre Vittorio Emanuele ricevette le deputazioni delle
Marche e dell'Umbria; il 1º decembre visitò Palermo, emanandovi un
proclama, nel quale, dopo molti vanti sul regno di Vittorio Amedeo II,
si taceva con scempia ingratitudine di Garibaldi. Al prodittatore
Mordini, malviso, fu sostituito il marchese di Montezemolo col Cadorna e
La Farina, come consiglieri di luogotenenza. A Napoli governava Luigi
Carlo Farini, ma per maggior lustro monarchico vi fu mandato il principe
di Carignano.

Tutto il regno era già annesso al Piemonte, mentre Francesco II
resisteva ancora a Gaeta. L'assedio, incominciato il 6 novembre,
malgrado tutti gli sforzi dei generali Menabrea e Valfrè, procedeva
lentamente a cagione del mare mantenuto aperto agli assediati dalla
flotta francese. Questo tardo intervento napoleonico umiliava il governo
italiano, senza salvare la dinastia borbonica. L'imperatore, stretto
dalle istanze dell'Inghilterra, dovette finalmente persuadersene e
consigliare al re di rendere la piazza; questi, fiducioso in una
reazione delle campagne, rispose alteramente; allora Napoleone propose
un armistizio di quindici giorni, che Francesco II ricusò ancora e,
atterrito dal bombardamento, accettò poco dopo per raccomandarsi in
quell'intervallo a tutti i governi d'Europa. Spirato l'armistizio e
riprese le ostilità, cominciò il blocco per mare: il bombardamento
seguitò, una polveriera della fortezza scoppiò, un altro armistizio di
quarantotto ore fu concesso per seppellire i morti; ma gli assediati
essendosene giovati proditoriamente per riparare la breccia delle mura,
Cialdini spinse così vigorosamente l'attacco che la fortezza dovette
capitolare (13 febbraio).

Re Francesco II esulò: i Borboni avevano finalmente cessato di regnare
sull'Italia.

La grande annessione delle due Sicilie creava politicamente la nazione
italiana: Venezia restava sotto l'Austria, Roma in mano del papa, ma un
regno di ventidue milioni d'italiani era cresciuto nell'Europa. Le
diplomazie dovevano riconoscerlo. La sovranità popolare vi aveva
sconfitto il diritto divino; la rivoluzione, giovandosi di tutte le
forme e di tutte le forze, vi aveva costretto a rimutarsi in se medesima
principato e democrazia; i plebisciti a suffragio universale vi
contrastavano ancora coll'elettorato incredibilmente ristretto dello
statuto; lo stato, emancipatosi dalla chiesa, le aveva ritolto
prerogative e territori; le guerre avevano rimessa una certa energia nel
popolo; il federalismo era cessato; l'unificazione aveva condotto
all'unità. La monarchia piemontese, forzata dalla rivoluzione a
diventare monarchia italiana, aveva dovuto accettare la base democratica
dei plebisciti, ed ora il cittadino sovrastava al re: la regalità era
mutata in funzione dello stato, la dinastia in una rappresentanza resa
simpatica dal coraggio mostrato. Se l'alleanza del Piemonte colla
Francia aveva aperto a questo l'adito al consesso delle grandi potenze
d'Europa, l'altra della monarchia colla rivoluzione, di Vittorio
Emanuele con Garibaldi, aveva creato la nazione.

Il re, secondando e più spesso subendo gli avvenimenti, aveva meritato
dal popolo in tanto discredito della regalità il titolo originale di
galantuomo; ma Garibaldi, solo fra l'impossibile republica unitaria di
Mazzini e l'impotente monarchia piemontese, opponendosi ad entrambe,
abbassando l'idea dell'una e slargando la realtà dell'altra, sfidando le
diplomazie e sollevando il popolo, era stato tutta l'Italia. Vittorio
Emanuele, Cavour e Mazzini non vi significavano che particolari tendenze
fra contraddizioni, che limitavano la loro opera ad un sistema. Così,
nell'infallibilità dell'istinto, Garibaldi aveva invece operato più di
tutti loro quando la rivoluzione pareva esaurita; ma, troppo grande per
aspirare a ricompense e troppo forte per serbare rancori, aveva
resistito persino al proprio trionfo, ritirandosi dalla guerra appena le
battaglie vi diventavano inutili, pronto a ricominciarla l'indomani con
una sconfitta maggiore di ogni vittoria. Ora, nell'inevitabile gazzarra
dell'improvvisazione monarchica, si era ritirato a Caprera, non
trasportando sulla piccola barca, frutto di tante conquiste, che pochi
legumi da seminare fra gli scogli dell'isola vigilata dalla sospettosa
ingratitudine della monarchia.



LIBRO OTTAVO

IL REGNO D'ITALIA



CAPITOLO PRIMO.

Il primo assetto


                                  Insufficienza storica della nuova
                                  monarchia.

Il nuovo regno non era ancora l'Italia.

Se il principio della nazionalità aveva trionfato, riunendo intorno al
Piemonte la maggior parte delle province italiche, Venezia rimasta
soggetta all'Austria e Roma sottoposta al papa toglievano alla nazione
la coscienza della propria integrità individuale. Attraverso la
clamorosa vicenda di tante vittorie si intendevano tuttavia i lamenti di
una grande speranza caduta. Un doloroso peccato d'origine turbava la
conquista regia anche nella gloria degli insperati trionfi. L'alleanza
offerta dada Francia al piccolo Piemonte e la discesa in Lombardia per
cacciarne l'Austria avevano tolto all'egemonia piemontese la simpatica
originalità dei primi ardimenti. Quindi la pace imprevista di
Villafranca l'aveva umiliata: re Vittorio Emanuele vi era sembrato
appena un vassallo, come gli antichi suoi avi, che gl'imperatori si
associavano nelle guerre, donando o ritogliendo loro qualche provincia.

Mentre il Piemonte, prima della guerra lombarda, era un minimo stato
ammirabile di iniziativa e di patriottismo, che, improvvisando tra le
servitù millenarie d'Italia una nuova epoca di libertà costituzionale,
si metteva all'avanguardia d'Europa ancora impacciata nei trattati della
Santa Alleanza, dopo la guerra lombarda era caduto come un satellite
nell'orbita del secondo impero napoleonico. La fortuna delle prime
annessioni era così poco bastata a ridargli l'antica libertà che
l'impresa garibaldina nel mezzogiorno, raddoppiandogli il problema, lo
sottoponeva ora più supinamente all'arbitrio dell'imperatore. Nullameno
il fatto nazionale aveva potuto concretarsi in una rudimentaria
organizzazione.

La nuova monarchia vincitrice quasi senza vittorie proprie, giacchè
nessuna battaglia piemontese era stata decisiva, restava in difetto
dinanzi all'Europa e dinanzi alla rivoluzione: per quella, la soggezione
alla Francia le toglieva di essere considerata potenza di primo ordine
come per grandezza di storia e di territorio avrebbe meritato; per
questa, l'abdicazione verso il papa e il vassallaggio a Napoleone le
scemavano tristamente la necessaria legittimità.

Il profondo mutamento avvenuto nella storia nazionale cogli ultimi fatti
non era ancora abbastanza visibile.

La monarchia piemontese, annullando in se stessa i Ducati e il regno
delle due Sicilie, non aveva sollevato la nazione nella modernità di un
fatto pari a quello di Francia e d'Inghilterra. Certo la dinastia di
Savoia si era mostrata incomparabilmente migliore di ogni altra lorenese
o borbonica, ma l'idealità italiana non aveva potuto incarnarsi in essa.
Il moto rivoluzionario ispirato da Mazzini e guidato da Garibaldi la
trascendeva; la spontaneità popolare, quantunque scarsa, era bastata a
sopraffare la sua iniziativa; quindi la sua opera vi era stata più
necessaria che benefica, la sua abilità più egoistica che feconda, i
suoi guadagni più grossi che legittimi. Nessuna grandezza epica
consacrava i suoi trionfi, nessuna superbia di pensiero o di carattere
poteva dare alle sue prime parole in Europa quell'accento baldo dei
popoli, che si affacciano alla storia. Anzi il suo atteggiamento era
anche più umile di prima, le diplomazie le negavano tuttavia il
riconoscimento ufficiale, la rivoluzione le rifiutava persino quel
rispetto, che tutti i vinti sentono involontariamente pel vincitore.

Garibaldi, malgrado il divieto dell'Europa, aveva potuto conquistare il
regno delle due Sicilie; la monarchia, per bloccare l'ultima fortezza di
Gaeta, aveva dovuto implorare il permesso di Napoleone III.

Alla servitù austriaca sarebbe quindi succeduto il vassallaggio
francese; dopo una politica di schiavi un'altra di liberti; ad una
rivoluzione provocata da un'avventura napoleonica e compita da una
avventura garibaldina seguirebbe fatalmente una monarchia senza
tradizione e senza principii, costretta a ridere dell'idealità
rivoluzionaria e a carpire i modi della propria resistenza ad un
imperatore, più sensibile ai pericoli che alle vergogne, con poco
credito in Europa, senza frontiere a ponente e a levante, con uno
straniero nemico sul petto, uno straniero protettore sulle spalle, uno
straniero indigeno nel cuore.

Non pertanto il nuovo regno doveva funzionare come se fosse tutta
l'Italia: dal 1849 al 1859 si era svolto il periodo della preparazione
piemontese; dal 1860 al 1870 si svolgerebbe quello dell'organizzazione
nazionale.

I suoi dati ne erano immutabili come in tutti i periodi storici.


                                  I dati della politica monarchica.

La nuova monarchia doveva per necessità della propria forma combattere
con ogni mezzo la rivoluzione, assorbendone i migliori elementi per
creare nel popolo la fede a se medesima, e nullameno subire il programma
rivoluzionario, che metteva a scopo immediato di ogni azione la
conquista di Venezia e di Roma. La fatalità dell'unità spingeva a queste
due ultime annessioni senza che la monarchia potesse nè sottrarsi alla
politica clericale di Napoleone, nè combattere da sola contro l'Austria.
Il suo programma si dibatteva in un'antitesi insolubile a qualunque
abilità di statista. La monarchia, come risultato dell'insufficienza
rivoluzionaria della nazione, era destinata a fallire dinanzi ai due
problemi nei quali la stessa rivoluzione si era infranta. Per
conquistare Roma bisognava rovesciare l'impero napoleonico, per liberare
Venezia era d'uopo sconfiggere l'impero austriaco.

La politica monarchica si sarebbe dunque trascinata d'espediente in
espediente, aspettando in Europa un'altra alleanza che le permettesse di
combattere l'Austria, ed augurando un caso indefinibile che le
concedesse Roma. Intanto all'interno, dopo l'unificazione plebiscitaria,
bisognava ricominciare quella più efficace delle leggi e dei costumi: la
nuova dinastia, assorbendo il prestigio di tutte le altre dalla
millenaria servilità del popolo, doveva conservare l'aureola
rivoluzionaria. A ciò era prima difficoltà lo stesso carattere
dell'egemonia piemontese e della conquista regia, che, irritando la
vanità delle altre provincie, dava al piccolo stato sardo un'ombrosa
sembianza di usurpatore. Torino era troppo piemontese per poter restare
la capitale d'Italia: la casa di Savoia, più antica che illustre, non
era mai penetrata abbastanza nella storia italiana per iniziarne la
nuova epoca da Torino, ove aveva molto regnato nel più chiuso egoismo
dinastico e con tendenze antinazionali. La tradizione monarchica e il
diritto statutario non bastavano a risolvere il problema ideale di Roma:
il re era piccolo in faccia al papa, l'idea regia vaniva dinanzi
all'idea cattolica. Solo la rivoluzione poteva proclamare Roma capitale
d'Italia, giacchè proclamarla tale e non conquistarla sarebbe la più
dolorosa e ridicola confessione d'impotenza; solo l'idea democratica era
maggiore dell'idea cattolica. La monarchia ricadeva quindi in una
seconda antitesi per l'impossibilità di restare a Torino e di andare a
Roma.

D'altronde la rivoluzione, forzata a vivere di idealità dopo la
sconfitta toccata alla republica mazziniana, si sarebbe giovata di
questa impotenza monarchica per compromettere il governo con vani
tentativi di guerra contro Venezia e contro Roma; così che la monarchia,
impedendoli con le armi, avrebbe pericolato nel disonore della guerra
civile.

Se la monarchia non aveva nemici terribili all'interno, non contava dai
piemontesi in fuori altri sudditi devoti: tutta la sua forza stava nella
necessità di una maggiore unificazione politica e nell'impossibilità di
una republica mazziniana.

Il popolo non afferrava ancora il significato della rivoluzione.
Accettava piacevolmente lo sfratto degli austriaci e degli altri
tirannelli, ma non sentiva vergogna di doverlo all'intervento della
Francia; applaudiva le vittorie di Garibaldi, ma non si era levato e non
si leverebbe in massa per seguirlo, trovando naturale che la monarchia
arrestasse la sua opera per meglio sfruttarla. La rivoluzione non era
per la maggior parte della gente che un buonissimo affare politico, dal
quale bisognava trarre il maggior profitto senza compromettersi in nuovi
rischi. Il magnanimo idealismo della minoranza rivoluzionaria pareva
rettorica all'ottuso senso morale e alla istintiva furberia della
moltitudine. Cavour, massimo rappresentante degli interessi, soverchiava
Mazzini, supremo apostolo delle idee. La rivoluzione non si chiariva
ancora nella propria opposizione coll'idea cattolica del papa; non si
capiva che il principio della sovranità popolare doveva tradursi nella
sfera della religione come sovranità del pensiero civile; che
emancipandosi dal diritto divino bisognava liberarsi dal diritto papale;
che la regalità dell'elettore in faccia al re produceva la libertà del
credente contro il papa.

Il clero italiano, antinazionale a cagione del potere temporale, avrebbe
dovuto essere considerato doppiamente nemico.

Invece dopo le vittorie in quasi tutti i paesi si cantarono _Tedeum_ per
le piazze; l'esercito piemontese doveva ancora recitare le orazioni
mattina e sera nelle caserme, ed assistere tutte le feste alla messa;
Garibaldi medesimo a Napoli aveva dovuto visitare San Gennaro, che colla
solita compiacenza a tutti i vincitori ripetè per lui il miracolo della
ebullizione del sangue. Il popolo tutt'altro che rivoluzionario sembrava
invece non volere accettare la rivoluzione che consacrata dalla
religione. Quindi la teatralità dei trionfi si spiegava nelle più
grottesche forme: molti preti liberaleggiavano, la maggior parte degli
elettori dopo il plebiscito andavano ad accusarsi del voto come di un
peccato, e ne ricevevano la penitenza. Appunto perchè il popolo aveva
dato un numero troppo scarso di volontari imbizzarriva ora sotto le
assise della guardia nazionale chiamandola al palladio della nazione. E
queste guardie nazionali furono mandate a guarnigione da paese a paese
come una specie di presentazione che ogni città facesse all'altra dei
propri cittadini. Invece la coscrizione venne accolta con tristissima
ripugnanza: nella sola Sicilia i renitenti alla leva giunsero presto a
seimila, nelle Romagne superarono il migliaio; e se ad essi si aggiunga,
come purtroppo si aggiunsero, quelli delle altre provincie e le
innumerevoli bande di briganti che infestarono lungamente il Napoletano
dandovi combattimenti quasi grandi come battaglie, nell'indomani
trionfale della rivoluzione il numero dei ribelli reazionari pareggiò
quasi quello dei volontari. Certamente Garibaldi non ne ebbe seco di
più.

Eppure la coscrizione a lunga ferma secondo l'antico sistema non colpiva
che un numero ristretto di giovani, conservando l'ignobile privilegio
borghese della surrogazione per denaro.

Le campagne erano specialmente ostili al nuovo governo per la
coscrizione e per l'immediato aumento delle imposte. Si sarebbe voluta
la libertà senza pagarne le spese: i preti aizzavano, la borghesia
chiusa nell'egoismo economico dubitava ancora di affidarsi in massa al
nuovo governo, che nessuna potenza d'Europa aveva riconosciuto. Sotto la
baldoria delle feste si sentiva un certo scoramento; poichè la
rivoluzione non era frutto dell'energia nazionale, solo coloro che
avevano combattuto erano forti nella sua fede. Però nella rivoluzione il
capo più saldo essendo la monarchia piemontese, non si credeva che ad
essa. Garibaldi aveva piuttosto colpito le immaginazioni che persuaso
gli intelletti. Le sue incredibili vittorie erano in gran parte
risultate, come nel Napoletano, dalla viltà dei nemici: i suoi volontari
erano o giovani colti e signorili, o spostati di piazza pronti sempre ad
accorrere in tutti i tumulti. Quindi l'avaro buon senso della borghesia
ricusava di credere a queste forze rivoluzionarie, se maggiori
complicazioni avessero ricondotto l'Italia ad una guerra contro
l'Austria o contro la Francia. Il programma rivoluzionario pareva
assurdo, il principio democratico diventava paradossale in un paese, ove
il popolo non esisteva ancora come classe politica.

Bisognava quindi disfarsi al più presto degli elementi rivoluzionari.

Dopo aver ottenuto l'indipendenza per un aiuto francese, era suprema
necessità carpire all'Europa il riconoscimento ufficiale con una
politica di moderazione che non desse ombra alle maggiori potenze: i
rivoluzionari, indispensabili alle prime vittorie, diventavano adesso
d'impaccio e di pericolo. Sola la borghesia dietro la scorta infallibile
degli interessi materiali poteva, entrando nella rivoluzione, assodarne
la base e regolarizzarne il governo. I suoi istinti commerciali ed
industriali avrebbero mirabilmente assecondato il moto di unificazione
nelle leggi; l'abitudine dell'ordine, antica in essa, avrebbe creato la
nuova disciplina politica; la sua chiaroveggenza finanziaria avrebbe
permesso nella necessità di un nuovo immenso debito il meno disastroso
esercizio di spese. Però la borghesia avrebbe voluto naturalmente
arricchirvisi.

Il conte di Cavour lo comprese mirabilmente.

La sua prima politica interna fu di seduzione ai borghesi e di ostilità
ai rivoluzionari. Per passare dalla rivoluzione alla organizzazione era
d'uopo accogliere nel governo il maggior numero dei più forti interessi;
l'esercito dovrebbe funzionare come un crogiuolo assimilatore per le
differenze morali delle varie provincie, disciplinando la tradizionale
insubordinazione italiana. La burocrazia, ingrossata celermente ed
elefantescamente, avrebbe fornito un altro esercito d'impiegati, più
mobile, meglio aderente al governo perchè cointeressatovi come in una
azienda commerciale. Da questi due corpi bisognava escludere tutti i
rivoluzionari, che per altezza d'ingegno o purezza di carattere o
riottosità di sentimento non si convertissero alla monarchia: e a questi
irreconciliabili infliggere quel disprezzo che tutte le società hanno
per i propri scarti.

Il moto di condensazione intorno alla monarchia riuscì poderosamente.

Nessuno si preoccupò che Mazzini, ancora sotto l'onta dell'ultima
condanna a morte per la spedizione di Pisacane, restasse in esilio: a
Garibaldi l'istinto borghese cercò un rivale prima nel Fanti, poi nel
Cialdini; malleabile e destro il primo, satrapesco e pretoriano il
secondo, ambedue mediocri d'ingegno e di opere. I giornali moderati
crebbero d'importanza, di numero e di abilità; naturalmente difendendo
il fatto attuale del governo, la loro argomentazione fu sempre nella
realtà, mentre i giornali radicali condannati ad una critica
intransigente caddero nella rettorica: quelli furono satanicamente abili
nel denigrare le glorie della rivoluzione aggravando il pervertimento
morale della nazione; questi stancarono anche i buoni intelletti colla
ripetizione monotona di idealità incompatibili colla vita reale.

La rivoluzione non ebbe quindi espressione artistica nel trionfo. Il
popolo non vi trovò ispirazioni: l'inno garibaldino e l'inno reale
furono due marcie peggio che volgari; di maggior estro la fanfara dei
bersaglieri, truppa ammirabile di severa eleganza, creata dal Lamarmora,
e che la monarchia oppose invano alle bande rosse destinate a rimanere
il tipo più originale di soldato nel secolo decimonono. La poesia
ammutolì. Vittorio Emanuele in tanta aureola di fortuna non commosse la
fantasia nazionale; tutti sentivano che l'uomo, quantunque onesto
d'intenzioni, non era pari nè all'idea nè al fatto della rivoluzione: il
suo valore di soldato non bastava a compensare la sua sommissione di re
a Napoleone III; l'inevitabile egoismo dinastico, avendolo subordinato a
tutte le umiliazioni politiche del governo durante il periodo delle
annessioni, gli toglieva ogni carattere eroico. Finalmente la sua
necessaria e mostruosa ingratitudine a Garibaldi, che più tardi cortesie
intermittenti ed ineleganti non poterono velare, mentre l'incomparabile
eroe seguitava a tributargli il più affettuoso rispetto, finirono di
scoprire il fondo volgare della sua natura. L'eccesso medesimo della
fortuna lo perdè nel sentimento poetico della nazione: Manzoni e
Niccolini tacquero, Giosuè Carducci, allora giovinetto e poco dopo non
meno grande di loro, lo salutò tribuno armato del popolo, ma quel saluto
fu complimento peggiore del silenzio. Oggi stesso, dopo molti anni dalla
sua morte, non una pagina immortale della moderna letteratura è ispirata
dal suo nome. Il re di Savoia, diventato re d'Italia, non ebbe quindi la
consacrazione della poesia perchè l'elemento poetico era tutto nella
rivoluzione, dalla quale la monarchia usciva come un fatale processo
prosastico. Le dinastie cadute non destarono lamenti, il papa non eccitò
entusiasmi, Napoleone al di fuori dei circoli officiali non ottenne
riconoscenza avendo guastato il beneficio col contrastarne le
conseguenze.


                                  Caratteri parlamentari.

Il primo parlamento italiano, radunatosi a Torino nell'ambito angusto
del parlamento subalpino, non potè organizzare costituzionalmente i
propri partiti.

La destra raccolse fra i vecchi monarchici tutti i nuovi convertiti alla
monarchia; la sinistra, prigioniera del governo nei propri scanni, non
seppe e non volle essere francamente antidinastica, avendo
implicitamente accettato la monarchia col giurarle fede. Quindi il suo
programma, suggerito dai comitati rivoluzionari, che si affaccendavano
ancora per le piazze, riuscì assurdo nelle idee e grottesco nei mezzi.
Mentre il governo rifaceva ogni giorno con nuovi espedienti una politica
di sommissione all'estero e di compressione all'interno, la sinistra per
combatterlo efficacemente avrebbe dovuto oppugnare la monarchia; ma
poichè la sua posizione di partito parlamentare subordinato ai
plebisciti lo vietava, ne usciva una critica qualche volta eloquente,
sempre inutile. D'altronde in quelle prime e multiple difficoltà di
governo la sinistra non ebbe uomini di abbastanza pratica abilità per
influire potentemente nella discussione: la stessa povertà della stampa
radicale, senza nè economisti, nè finanzieri, nè giuristi, nè tecnici di
altra maniera, intristiva la sinistra parlamentare. I suoi migliori
personaggi, cresciuti nelle congiure e nelle battaglie, non erano che
magnanimi d'intenzioni e rettorici nei mezzi, quando le condizioni della
politica esigevano caratteri supini ed ingegni destri, coscienze
elastiche e sentimenti volgari. La destra parlamentare, accampata nella
devozione monarchica e nell'egoismo borghese, appariva incomparabilmente
più forte. Il suo programma fu semplice: sommissione all'estero evitando
qualunque nuova guerra che compromettesse le sorti del giovane stato, ed
esautoramento della rivoluzione all'interno. Nelle sue file
s'addensarono per coscienza di necessità storica ed avidità di lucro o
di potere gli uomini più colti e più abili. Naturalmente i nuovi
convertiti alla monarchia furono più aspri dei vecchi monarchici contro
i rivoluzionari intransigenti: la compressione giunse spesso alla
persecuzione; si ebbero ribalderie poliziesche, leggi di sospetto, che
parvero richiamare i tempi borbonici. La misura, suprema gloria dei
governi parlamentari, mancò troppo spesso anche per l'ignavia del paese,
che lasciava maltrattare inutilmente i suoi eroi più ammirati.

Nell'unificazione legislativa la destra per istinto di governo fu più
rivoluzionaria della sinistra, la quale per necessità di opposizione
oppugnò la violenta centralizzazione e quel sopprimere subitaneo tutte
le consuetudini e gli statuti locali sovente migliori dei nuovi. Ma
senza questa violenta ed affrettata unificazione, la coscienza unitaria
avrebbe forse pericolato. Il modello legislativo, al solito accattato in
Francia dai tempi del primo impero, non poteva in quel momento essere
più adatto. Bisognava al governo un maneggio rapido ed assoluto di quasi
tutta la vita publica per dominarla, giacchè la reazione clericale
avrebbe potuto appiattarsi nemica in ogni istituto indipendente, o la
rivoluzione farsi di questo una cittadella, dalla quale compromettere o
sfidare la monarchia. I comuni, antica gloria italiana, vennero quindi
mortificati sotto le prefetture; ogni autonomia provinciale inceppata;
contese tutte le attività e le iniziative singole a pro dell'opera
governativa. In questa inevitabile frenesia di rinnovamento legislativo
le leggi grandinarono informi, disformi, deformi: fu un tumulto, nel
quale la verità degli studi si confuse, la proporzione dei fatti colle
idee si alterò. Il governo, invece di rappresentare la vita nazionale
nella varietà delle sue tendenze e de' suoi atteggiamenti, parve una
immane azienda nella quale pochi direttori manipolassero uomini e cose.
Ma se la destra era politicamente reazionaria osteggiando la
rivoluzione, che esigeva la conquista immediata di Roma e di Venezia, e
mantenendo nel vecchio statuto l'elettorato così assurdamente ristretto
che appena cinquecentomila erano gli elettori politici, nella sua opera
penetrarono largamente i principii rivoluzionarii. Lo stesso
assorbimento governativo ne fu causa. Così, presto si fe' strada la
gratuità e obbligatorietà della istruzione elementare, la giurìa fu
applicata dappertutto anche nelle provincie meno atte a così alto
magistrato. Le strettezze del bilancio spinsero all'abolizione degli
ordini religiosi coll'incameramento dei loro beni; la necessità di
combattere il clero condusse a restringerne i privilegi; la
promulgazione di tutti i codici nuovi, alla accettazione di moltissimi
principii liberali non ancora accolti nella maggior parte delle
legislazioni europee. Burocrazia ed esercito riuscirono efficaci
strumenti di livellazione democratica; si dovettero moltiplicare con
paradossale energia strade, ferrovie, telegrafi, scuole; ogni creazione
conteneva fatalmente un'idea democratica per quanto smezzata; ogni
mutamento anche sbagliato era un progresso. Il passato, respinto da
sforzi prodigiosi, dileguava a perdita d'occhio.

Urgeva rinnovare tutto e rinnovare presto: poi si sarebbe ricorretto e
migliorato.

Altro terribile strumento di livellazione e di unificazione fu la
imposta. Nel crescendo fantastico di spese e di debiti, malgrado le più
dolorose sproporzioni di quote, i contribuenti sentirono la solidarietà
italiana cui venivano sacrificati. Naturalmente le provincie del nord
più ricche e civili, ove per ragioni di catasto o di altri congegni
amministrativi era molto più facile colpire il contribuente, pagarono
per le provincie meridionali più povere, e nelle quali mancavano le più
necessarie opere pubbliche e i redditi erano di più difficile
accertamento.

Così l'ignavia di coloro, che avevano assistito come spettatori alla
liberazione d'Italia, trovò la pena nel trionfo; quelli, che non avevano
sofferto sui campi di battaglia, patirono nel campo economico; chi non
pagò di sangue pagò di borsa. Ma in questa crisi economica, nella quale
perirono molte industrie e si disfecero parecchie classi di proprietari,
altre ne crebbero: sotto la pressione del bisogno aumentò il lavoro; le
vie di comunicazione, la soppressione di tutte le dogane interne, la
diffusione delle idee, degli scambi e delle forze, le opere pubbliche,
la concorrenza straniera e sopra tutto l'energia della nuova coscienza
nazionale trionfarono delle micidiali esazioni. La ricchezza si
sviluppò. Dall'arringo parlamentare, ove si discutevano publicamente gli
interessi della nazione, derivò a questa la passione della vita publica:
si cominciò a comprendere che il governo non era più un nemico come pel
passato e che nel popolo, sebbene ancora amministrato da pochi borghesi,
stava tutto il diritto. Entro i partiti belligeranti per le grandi idee
politiche se ne formarono altri con intendimenti minori di economia e di
libertà interna: la partecipazione al governo diventò mano mano
desiderio anche nelle masse; il nuovo assolutismo borghese trovò presto
degli avversari.


                                  Difficoltà politiche.

Ma le questioni politiche soverchiavano. Mentre il governo a forza di
procrastinarla rinunciava quasi alla conquista di Venezia e di Roma, si
doveva nullameno sacrificare il paese all'improvvisazione di un esercito
e di una marina capaci di maggior guerra appena se ne presentasse il
destro. Il problema della riorganizzazione militare, già difficile in un
periodo nel quale la scoperta di sempre nuove armi impone radicali e
subiti mutamenti, diventava difficilissima in Italia per la fusione dei
vecchi eserciti in quello piemontese. Mancavano illustri generali ed
abili organizzatori: v'erano rivalità pericolose di milizia, tristissime
abitudini da sradicare, odiosi privilegi da concedere.

Si dovevano accogliere reggimenti e generali, che avevano combattuto
contro l'Italia o tradito i propri sovrani all'ultima ora, riformare i
quadri, sottomettere gelosie, graduare meriti male definibili,
fabbricare un numero immenso di armi, stabilire una nuova disciplina,
creare la fede nella bandiera tricolore, profondere denaro, e nullameno
dar paghe esigue fino al ridicolo.

Il partito piemontese, più forte ancora nell'esercito che nella camera,
poteva diventare pericoloso; però l'esercito piemontese, per conseguenza
della propria monarchia, doveva essere nucleo e tipo dell'esercito
italiano. La flotta napoletana, maggiore della savoiarda, pretendeva al
primato e lo meritava; ma non si poteva concederglielo per lo scarso
patriottismo e la mala condotta del suo personale. Bisognava schiacciare
nelle bande garibaldine il fiore della vita militare italiana. perchè il
suo profumo non inebriasse pericolosamente le altre milizie.

Sotto l'insistente proclamazione di idee e di sentimenti militari il
morto federalismo risorgeva odiosamente, formandosi in camorre
regionali, che la cresciuta facilità di lucri e di onori stimolavano
avaramente. Se i piemontesi affettavano la loro conquista sino ad
irritare in molte provincie il sentimento politico, di rimpatto queste
si gettavano sul governo nazionale come sopra una preda: in tanto
inevitabile sperpero di milioni e di miliardi ognuno voleva accaparrarsi
la parte più grossa.

E questa rapacità e vanità provinciale intralciava l'opera già difficile
del governo: nel parlamento destra e sinistra si scindevano per
interessi regionali; nei ministeri bisognava proporzionare il numero dei
ministri all'importanza delle regioni, cui appartenevano come deputati,
sotto pena di una coalizione di opposizione altrettanto assurda che
invincibile. Nessun ministero si sarebbe sostenuto, se composto di
uomini nati a caso in una sola parte d'Italia. Naturalmente nei
ministeri preponderava l'elemento piemontese, cui contrastava
poderosamente l'elemento napoletano come il più numeroso e compatto
nella camera. Al senato invece, nell'assenza di un'aristocrazia davvero
dirigente come in Inghilterra, la battaglia si risolveva in una
accademia, giacchè il privilegio di nomina regia permetteva di non
introdurvi che senatori o nulli o della più ortodossa devozione
monarchica. Esso non funzionava quindi che come una valvola di sicurezza
per dare sfogo ai troppi vapori della camera, e come un magazzino di
scarti politici, dai quali trarne ancora qualcuno servibile.

L'opposizione francamente antimonarchica rimasta a combattere il governo
perdeva terreno ogni giorno, poichè la quantità possibile di rivoluzione
pel paese penetrava abbastanza facilmente nelle leggi e nei costumi
della vita nuova. Già le defezioni di coloro, che si sentivano o si
credevano atti alla vita parlamentare, e quelle dei moltissimi attirati
dall'esercito, dalla burocrazia o da altri interessi trionfanti nei
governo l'avevano miseramente assottigliata. Il mazzinianismo si
restringeva sempre più a setta, l'ingrossare dell'esercito nazionale
scemava l'importanza di altre future milizie garibaldine.

L'epopea era finita: alla rivoluzione non rimaneva che la sublime
risorsa di qualche ultima tragedia.

Gli stessi disertori della rivoluzione nobilitavano contro di essa la
monarchia agli occhi delle masse giudicanti sempre coll'istinto: nessun
tentativo di rivolta avrebbe quindi trovato ribelli; Mazzini stesso non
osava predicarla, Garibaldi non l'avrebbe capitanata. La parte
rivoluzionaria era costretta a pretendere sulla monarchia una priorità
d'iniziativa, alla quale il buon senso e la fiacchezza delle moltitudini
si ricusavano; il nuovo regno d'Italia, entrando nel sinedrio delle
potenze d'Europa, doveva d'ora innanzi agire diplomaticamente.

Le temerarie iniziative del momento venivano dall'opera legislativa, che
sommoveva violentemente l'antico assetto italiano, pareggiando
politicamente provincie differentissime per periodi di civiltà, per
indole di storia e per irrigidimento di carattere. Lo stesso confuso e
febbrile lavoro di costruzioni, comunicato dal governo alle provincie e
ai comuni a guisa di un contagio, nascondeva all'occhio dei più
iniziative non meno ammirabili delle più temerarie imprese garibaldine,
come l'impianto delle ferrovie a rovescio d'ogni ragione economica e
scientifica attraverso regioni quasi prive di ogni altra strada e quindi
incapaci di alimentarle. Solo l'America aveva osato questo, ma l'America
era ricca: l'Italia povera, in ritardo con ogni produzione, costretta ad
improvvisare tutti i propri organi politici a un tempo, moltiplicando i
debiti oltre qualunque elasticità di credito, esagerando le imposte,
preparandosi ad altre guerre, coi terribili problemi di Roma e di
Venezia insoluti, ancora smembrata e pericolante in uno stato
provvisorio, era magnifica di ardimento nel gettare miliardi per
ferrovie che saldando la sua unità dovevano, anzichè coronare il sistema
stradale, svilupparlo ove era appena abbozzato.

Scientificamente e finanziariamente quelle ferrovie erano un errore;
politicamente furono il maggiore dei vantaggi, e resteranno malgrado gli
immensi difetti una delle migliori glorie del nostro risorgimento.



CAPITOLO SECONDO.

La proclamazione di Roma capitale


                                  Trattative diplomatiche.

Colla resa di Gaeta, cui seguì poco dopo quella del castello di Messina
e di Civitella del Tronto, la conquista regia era compita. La nuova
camera adunata a Torino si componeva di 443 deputati, ma nel primo
fervore di adesione monarchica Guerrazzi, Bertani, Cattaneo, Montanelli
ne rimasero esclusi. Il discorso di apertura corteggiò tutte le nazioni
d'Europa per trarle al riconoscimento ufficiale del nuovo regno, tacque
di Roma e di Venezia ammonendo severamente i volontari a non agitare
ulteriormente il paese per una guerra.

La prima legge fu di un solo articolo: «Re Vittorio Emanuele II prende
per sè e pe' suoi successori il titolo di re d'Italia», formula
infelice, giacchè il titolo di secondo, conservato dal re nella
cronologia della propria stirpe, ribadiva il concetto della conquista
piemontese: Vittorio Emanuele non poteva essere che il primo re
d'Italia. Un'altra legge gli riconobbe il diritto dalla grazia di Dio e
dalla volontà della nazione; e fu espressione assurda ma inevitabile ad
un regno costituzionale, in cui la sovranità nazionale si amalgamava al
diritto divino.

Alla proclamazione del regno fioccarono le proteste dell'Austria, del
papa e degli altri principi spodestati. La Francia sembrava tenere il
broncio: nullameno ricusò la proposta spagnuola ed austriaca di
convocare un congresso delle tre primarie potenze cattoliche per
assicurare i diritti sovrani della chiesa. La Prussia si manteneva sul
diniego, la Russia proseguì nelle ostilità: solo l'Inghilterra fra i
grandi stati aveva riconosciuto il nuovo regno.

Cavour, raddoppiando di attività, si accinse ad assettarlo. Allontanato
Garibaldi, mantenuto in esilio Mazzini, impedito a Cattaneo il
parlamento, domata la rivoluzione e scompaginato il partito
rivoluzionario, egli rinunciò abilmente ad insistere per il ricupero
della Venezia, sulla quale la Germania manteneva ancora troppe pretese,
per tentare invece il problema di Roma. Il tumulto dei nuovi elementi
parlamentari non lo stordiva. Egli comprendeva benissimo, quantunque
monarchico e piemontese, che il nuovo regno non poteva organizzarsi
intorno a Torino: tutto il mezzogiorno avrebbe recalcitrato contro
questa eccessiva preponderanza piemontese, mentre una pericolosa
incertezza come di provvisorio avrebbe sempre pesato sul nuovo regno.
L'italianità era in Roma. Ma dinanzi a questo problema il suo destro
ingegno di statista doveva fatalmente venir meno.

Già prima dell'occupazione delle Marche e dell'Umbria, nel subito
tumultuare della rivoluzione, egli aveva mandato a Roma l'abate
Stellardi, elemosiniere del re, con una lettera di Vittorio Emanuele al
pontefice e con facoltà di esibire queste proposte: il papa
conserverebbe l'alto dominio sulle Romagne, le Marche e l'Umbria, e ne
affiderebbe il governo al re di Sardegna come vicario. Era un'esumazione
dei concetti medioevali, che naturalmente abortì, e una rinuncia a Roma
capitale. Cavour, sempre incredulo nell'unità d'Italia, insidiando
queste provincie al papa, non mirava che ad un'altra forma d'annessione.
Infatti l'alto dominio del pontefice si sarebbe nel fatto ridotto a meno
che nulla.

Ma la rivoluzione avendo con Garibaldi conquistato le due Sicilie e
prodotto il regno d'Italia, il problema di Roma capitale s'imponeva alla
politica monarchica. Il conte di Cavour, troppo grande statista per non
sentirlo, non lo era nullameno abbastanza per comprendere che solo la
rivoluzione avrebbe potuto idealmente risolverlo. Quindi tentò. La sua
formula: «libera chiesa in libero stato», avrebbe dovuto fare il
miracolo. Diplomatico in queste trattative entrò il dott. Diomede
Pantaleoni, residente in Roma e ben ricevuto nei circoli vaticani: il
padre Passaglia, gesuita cresciuto di nome per la difesa del dogma
dell'Immacolata Concezione, e più tardi di fama per una mezza apostasia,
assecondava.

Il disegno era una specie di alleanza fra il papato e l'Italia col
principio: «libera chiesa in libero stato»; quindi abolizione di tutte
le leggi giuseppine, tanuccine, leopoldine; tutti i vescovi eletti senza
intromissione del governo, assoluta libertà alla chiesa d'insegnare e
predicare, il patrimonio ecclesiastico dichiarato intangibile, garantita
al Santo Padre ogni immunità nell'esercizio spirituale, assicurata ai
fedeli di tutto l'orbe la comunicazione col Vaticano, ministri e nunzi
pontifici inviolabili, creato un lauto patrimonio alla Santa Sede.

In compenso essa rinuncierebbe al potere temporale.

La curia Vaticana resistè.

Allora il conte di Cavour si torse verso Francia: questa volta
intervenne diplomatico il principe Girolamo Napoleone, genero del re.
Non potendo ottenere Roma dal papa, l'astuto ministro cercava di
sottrarre Roma al protettorato francese: le basi delle nuove
convenzioni, senza adesione della corte romana, erano: la Francia,
garantito il papa da qualsivoglia intervento straniero, ritirerebbe da
Roma le proprie truppe; l'Italia s'impegnerebbe a non aggredire e a non
permettere aggressioni esteriori contro il territorio attuale del
pontefice, non reclamerebbe contro l'organamento di un esercito
pontificio con volontari cattolici stranieri, purchè non superasse i
diecimila soldati e non trascorresse a minacce contro il regno; infine
accetterebbe di trattare col governo romano per assumere la propria
parte proporzionale nelle passività delle antiche provincie pontificie.
Ma nemmeno questa convenzione fu conchiusa, giacchè l'imperatore non
voleva ancora nè abbandonare il papa, nè emancipare al tutto l'Italia.
Con tale convenzione, che pochi anni dopo doveva generarne una ben più
triste, il conte di Cavour senza rinunciare formalmente a Roma nè
proclamarla officialmente capitale, avrebbe ottenuto di potersene
facilmente impossessare appena ne capitasse il destro, senza rompere
guerra alla Francia.

Poi, nel dicembre dell'anno 1860, rimandò a Roma Omero Bozzino a
ritentare la prova delle prime offerte sulla fede di qualche cardinale,
come il Santucci, che sembrava mantenersi propizio agli accordi. Lo
stesso segretario Antonelli si prestò furbescamente al giuoco per meglio
umiliare la politica piemontese; ma, dopo aver finto di patteggiare
persino il prezzo delle proprie condiscendenze, troncò bruscamente la
pratica esiliando il Pantaleoni.

Questa volta il fino diplomatico piemontese aveva trovato nel prelato
romano una scaltrezza anche più perfida.


                                  L'ordine del giorno Buoncompagni.

Intanto la parte rivoluzionaria agitava vivamente nel paese la questione
di Roma: si moltiplicavano indirizzi e proteste al re e all'imperatore;
l'Inghilterra per gelosia del cesarismo bonapartesco insisteva
officialmente per lo sgombro da Roma del presidio francese; il governo
doveva uscire dal silenzio con più alta affermazione italiana sotto pena
di soccombere nella coscienza nazionale.

Cavour ebbe tutta l'audacia consentitagli dal proprio sistema e dal
proprio temperamento politico: combinò col deputato bolognese Audinot
un'interpellanza e coll'ex-ministro Buoncompagni un ordine del giorno,
nel quale era scritto: «La camera, udite le dichiarazioni del ministero,
confidando che, assicurata l'indipendenza, la dignità e il decoro del
pontefice e la piena libertà della chiesa, abbia luogo di concerto colla
Francia l'applicazione del principio di non intervento e che Roma,
capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia resa all'Italia, passa
all'ordine del giorno» (27 marzo 1861).

Tutta l'insufficienza e l'astuzia italiana erano riassunte in questo
ordine del giorno. Il diritto nazionale su Roma vi diventava opinione,
quello del non intervento cessava di essere un principio per ridiventare
materia di accordi, la sudditanza alla Francia nella ragione più intima
della vita e della storia nazionale era proclamata in faccia a tutto il
mondo; ma con questo così umile ed umiliante ordine del giorno il
governo persuadeva al paese di aver compiuto un atto magnifico di
audacia. Nella coscienza confusa della borghesia Roma diventava
legalmente capitale d'Italia, l'occupazione dei francesi vi era
segnalata come un arbitrio, l'agitazione rivoluzionaria perdeva quasi
totalmente ogni efficacia di persuasione per una nuova impresa su Roma,
che la monarchia si appropriava rimettendone la presa di possesso alla
prima favorevole occasione.

Infatti la publica opinione esultò: solo Mazzini e Garibaldi, il genio e
il cuore d'Italia, sentirono l'ineffabile offesa. La pace di Villafranca
non aveva tradito che il Piemonte, troppo piccolo allora per resistere
solo contro Austria e Francia: il riconoscimento officiale del diritto
alla Francia di occupare militarmente Roma, e la proclamazione di non
ricevere questa che dalle sua mani, annullava la neonata individualità
dell'Italia.

Nullameno tacere di Roma sarebbe stato impossibile ed altrettanto
miserevole per il governo, che nei primi dubbi delle annessioni
meridionali per propiziarsi la Francia aveva dovuto lusingarla con
un'altra possibile cessione della Sardegna: per fortuna le veementi
proteste dell'Inghilterra, irritata dal pericolo che il Mediterraneo si
mutasse così in lago francese, salvarono questa isola all'Italia, e il
ministro potè in seguito mentire alteramente respingendo tale accusa.

Ma colla proclamazione di Roma capitale d'Italia il conte di Cavour
otteneva l'incomparabile vantaggio di consacrare italiana la monarchia
sarda: l'umiliazione di quell'ordine del giorno, così profonda che
sfuggì al sentimento delle masse, ne impediva una peggiore di una
rinuncia a Roma capitale. La monarchia trionfava un'altra volta della
rivoluzione, la quale conquistando Roma non avrebbe potuto che
conquistarla per essa. La politica regia era da troppi secoli abituata a
vincere colla sola astuzia e a guadagnare anche con la sola viltà,
perchè quella formale abdicazione del più alto fra i diritti nazionali
potesse sgomentare la sua coscienza; la giovane nazione era troppo poco
rivoluzionaria per imporle una politica più nobile, e troppo memore
della passata servitù per offendersi di un vassallaggio ideale, cui
sentiva nel proprio istinto di potersi fra non molto sottrarre.

Il conte di Cavour in questa campagna parlamentare manovrò colla stessa
prontezza di decisione e rapidità di cangiamenti tattici che in quella
dell'invasione nel territorio pontificio per impossessarsi di Napoli:
difetti di forma e insufficienza d'idea vi derivavano meno dal suo
spirito che dal sistema monarchico. Se egli lo avesse trasceso
coll'ingegno o col carattere, non ne sarebbe stato il massimo politico:
quindi stretto in un'antitesi insolubile, invece di lasciarvisi
schiacciare, italianamente scivolò fra i due termini.

La nazione, che aveva con Garibaldi e con Mazzini mostrato al mondo il
più eccelso esempio di epica semplicità, poteva giovarsi impunemente
della doppiezza di Cavour.


                                  Ultima lotta fra Garibaldi e
                                  Cavour.

Intanto le difficoltà politiche del primo assetto urgevano: bisognava
abbreviare con ogni mezzo possibile i governi luogotenenziali,
pacificare il mezzogiorno ove il brigantaggio era già scoppiato,
assimilare politicamente ed amministrativamente tante provincie diverse,
fondere sette bilanci in uno solo e già oberato da un passivo di mezzo
miliardo, organizzare il nuovo esercito.

Il conte di Cavour fu ammirabile di destrezza e di coraggio. Il suo
profondo acume politico gli scoprì che di tutti gli elementi
rivoluzionari il più pericoloso per la monarchia era allora il più
nobile, quello che con prodigi di valore e di fortuna aveva conquistato
più che mezzo il regno. I mazziniani battuti idealmente e politicamente
non erano ormai altro che una setta; i garibaldini invece rimanevano
ancora maggiori di un partito. La loro incorporazione nell'esercito
piemontese vi avrebbe dissipato il prestigio monarchico e distrutta la
devozione al re: la politica, entrando nelle caserme, avrebbe resa la
sinistra parlamentare arbitra della camera, tristissimi pronunciamenti
alla spagnola sarebbero scoppiati ad ogni difficile questione di
governo. Bisognava dunque rifiutare nell'esercito le bande garibaldine,
accogliendovene quei capi più illustri che si convertissero alla
monarchia: così, prive dei migliori capitani e disorganizzate dalle
defezioni, non potrebbero che difficilmente riordinarsi per una
ribellione. Questa politica era la conseguenza della campagna delle
Marche e dell'ingresso delle truppe piemontesi nel Napoletano per
soffocarvi la anarchia rossa: dopo aver disonorata l'impresa garibaldina
in faccia all'Europa, era d'uopo esautorarla nell'opinione d'Italia col
respingere dall'esercito nazionale i reggimenti vincitori.

Garibaldi, rinunciando nelle mani del re la dittatura, gli aveva
raccomandato con passione di capitano i propri soldati; quindi, conscio
delle nuove trame, aveva già protestato da Caprera e minacciava di
venire in parlamento a farvi uno scandalo pericoloso. Tutta la sua
magnanimità non poteva tollerare che gli eroi di Calatafimi e del
Volturno fossero peggio trattati dei loro prigionieri borbonici. Egli
poteva sorridere vedendo generali d'Italia Nunziante e Pianell, l'uno
ferocemente reazionario prima della rivoluzione e vilmente disertore del
proprio re nell'ora delle battaglie, l'altro ministro di Francesco II
durante la conquista del regno napoletano, entrambi a lui preferiti
dalla nuova politica ministeriale; ma per coscienza di generale e di
cittadino, per carità di soldato e di patriota, non doveva sopportare
che le ferite e i gradi guadagnati dai propri soldati sul campo di
battaglia fossero senza valore per quello stesso governo, che profittava
delle loro vittorie.

Nullameno una più alta ragione imponeva agli eroi delle sue imprese
questo nuovo sacrificio.

Garibaldi coll'impetuosità del proprio carattere soldatesco, e stimolato
da molti partigiani, aveva esorbitato nei primi attacchi al ministero.
Egli, nizzardo, non poteva perdonare a Cavour la cessione di Nizza;
egli, italiano e democratico, odiava eroicamente Napoleone III, che dopo
aver tradito il Piemonte a Villafranca, impedendo la liberazione della
Venezia ed esigendo come prezzo del tradimento Nizza e Savoia, negava
ancora Roma all'Italia.

Nella superba ingenuità del proprio istinto rivoluzionario egli non
comprendeva nulla delle difficoltà diplomatiche del nuovo regno: per lui
ottenere il riconoscimento officiale dalle grandi potenze monarchiche
d'Europa non era nemmeno un problema. Esaltato dall'entusiasmo delle
ultime vittorie, domandava ad alte grida l'armamento di tutta la
nazione, confidando di battere con essa tutta l'Europa. Cavour con più
sicuro senso della realtà giudicava invece l'Italia incapace di
sostenere altra guerra con l'Austria e, siccome questa cercava di
esservi provocata, non voleva fornirle pretesti. Nei primi giorni del
1861 per l'incoronazione del principe reggente e futuro imperatore,
Guglielmo I, aveva mandato a Berlino il generale Lamarmora per sedurre
la Prussia coll'esempio della rivoluzione italiana a conquistare contro
l'Austria l'egemonia germanica; ma il nuovo re, tardo di mente e di
cuore, non ne rimaneva persuaso, quantunque il ministro Schleinitz si
lasciasse piegare. La Russia rimaneva pur troppo ostile, la Francia
sempre oppressiva nella propria politica tergiversante tardava a
rannodare col governo piemontese le relazioni officiali, mentre una vera
anarchia reazionaria scoppiava nel mezzogiorno in mezzo al più
scandaloso disordine dei partiti, compromettendo all'estero la dignità
del nuovo regno. Il Farini, il principe di Carignano, poi il conte Ponza
di San Martino, mandati l'uno dopo l'altro a reggere Napoli, vi avevano
ripetuto lo stesso infelice esperimento; il Napoletano pareva diventare
una nuova Irlanda saldata dalla rivoluzione ai fianchi del regno
d'Italia.

Cavour, malgrado la coraggiosa elasticità del proprio ingegno, piegava
ogni tanto sotto il peso dell'enorme problema: l'intervento di Garibaldi
nella politica interna poteva produrre la guerra civile. Il dittatore
rappresentava in quel momento la passione rivoluzionaria della nazione,
non ancora domata dalla proclamazione e dall'assetto della monarchia: le
sue invettive al ministero, giuste nel concetto rivoluzionario,
esaltavano la publica opinione malcontenta della troppa viltà di
quell'ora; l'aureola di tante vittorie lo rendeva un rivale pericoloso
pel re.

Intanto il parlamento frustato dalle accuse di Garibaldi nella coscienza
della propria servilità s'impennava, minacciando di voler mettere il
generale in accusa: ribellione di liberti contro il liberatore, che
nessuna regolarità di procedura costituzionale avrebbe potuto
giustificare! Il parlamento era allora troppo poca cosa in Italia per
farsi arbitro della contesa fra rivoluzione e monarchia. Il conte di
Cavour già vincitore di Garibaldi alla camera, quando questi da Napoli
aveva chiesto al re di cacciare il ministero, trovò anche questa volta
un ottimo espediente. Fra tutti gli uomini parlamentari di allora il più
illustre per nome, per opera, per carattere, era il barone Bettino
Ricasoli. La sua austerità aristocratica, la sua alterezza patriottica,
il suo coraggio politico, lo rendevano altrettanto stimato che temuto:
in quella gazzarra di conversioni e di transazioni, nella quale i
migliori caratteri si dissolvevano, egli restava fermamente saldo nel
proprio concetto rivoluzionario e monarchico, impaziente contro il
vassallaggio francese, favorevole per ingenita intrepidezza ad una
ripresa di guerra.

Il conte di Cavour oppose Bettino Ricasoli a Giuseppe Garibaldi.

Con profonda abilità di parlamentare Ricasoli, anzichè accusare
Garibaldi, affermò in una interpellanza di crederlo calunniato. «Io,
disse, gli ho stretto la mano dal momento, in cui prese il comando
dell'esercito dell'Italia centrale: noi eravamo allora animati dagli
stessi sentimenti, noi eravamo tutti e due egualmente devoti al re. Noi
abbiamo giurato entrambi di fare il nostro dovere: io ho fatto il mio.
Chi dunque potrebbe reclamare il privilegio di patriottismo e
d'innalzarsi sopra gli altri? Una sola testa fra noi deve dominare su
tutte le altre, quella del re. Davanti al re tutti debbono inchinarsi,
ogni altro atteggiamento sarebbe di ribelle... Chi ebbe la fortuna di
compiere il proprio dovere più generosamente, in una più larga sfera
d'azione, in una maniera più proficua alla patria, e l'ha veramente
compito, questi ha un dovere anche più grande, di ringraziar Dio
d'avergli accordato così prezioso privilegio, concesso a pochi cittadini
e di poter dire: ho servito bene la mia patria, ho interamente compito
il mio dovere».

Garibaldi da accusatore diventava accusato: la solennità
dell'intimazione fattagli dal Ricasoli lo costringeva a venire in
parlamento per sostenere quanto aveva scritto. Garibaldi, che non voleva
e non poteva ribellarsi, era già vinto: prima ancora di giungere a
Torino pubblicò una lettera, smentendo ogni intenzione di attacco contro
il re e il parlamento. Non gli restava quindi di fronte che il
ministero, il quale nella camera era sicuro della vittoria.

Nullameno la giornata fu aspra.

Il parlamento, costretto dalla propria dedizione incondizionata a
seguire una politica servile all'estero ed ingiusta all'interno, era
tuttavia affollato di uomini illustri per ingegno e per sacrifici, che
sentivano di non meritare le accuse di Garibaldi. Il loro risentimento,
giustificato dall'orgoglio delle opere compiute ed inasprito dalla
coscienza del torto presente, degenerava in aperta ed ingenerosa
ostilità. Si dimenticavano i titoli di Garibaldi alla riconoscenza
nazionale per non vedere più in lui che un volgare vanesio ed uno
scapigliato ribelle.

Quando entrò nella sala colla camicia rossa e il solito poncho
americano, la singolarità dell'abito parve una brutta teatralità. Il suo
primo doloroso rimprovero a Cavour per la cessione di Nizza provocò la
tempesta; alla sua accusa contro il ministero di avere arrestato la
rivoluzione trionfante nel mezzogiorno con ogni maniera d'insidie e
colla provocazione di una guerra civile l'uragano scoppiò. Solo
Garibaldi rimase calmo. L'accusa era troppo vera perchè non bisognasse
smentirla. Ma Garibaldi non poteva andare oltre. La stessa ragione, che
lo aveva sottomesso in Napoli agli ordini del re, lo costringeva ad
accettare ora le spiegazioni di Cavour. Il generale Fanti, ministro
della guerra, si destreggiò abilmente nell'esposizione dei motivi, che
impedivano la incorporazione in massa dei garibaldini nell'esercito; si
respinse l'altro progetto di Garibaldi di formare coi giovani non
compresi nell'esercito dai 18 ai 35 anni una guardia nazionale mobile,
cui lo stato fornisse d'armi, di cavalli e di materiali inscrivendo in
bilancio una somma di trenta milioni. Cavour, pronto a servirsi di tutta
la propria superiorità in quel momento, riassunse con sobrietà
magistrale la propria politica, chiudendo il parlamento nel dilemma o di
accettarla intera o di buttarsi ai rischi immediati di un'altra guerra o
di un'altra rivoluzione.

Garibaldi piegò: i garibaldini furono sacrificati. Invano,
nell'abboccamento con Cavour procuratogli dal re, egli tornò
malinconicamente ad insistere per un migliore trattamento dei propri
soldati; l'abile ministro rimase inflessibile.

L'indomani il generale Cialdini, tristamente ammalato d'invidia per
l'eroe, credendo propizio il momento per levarsi contro di lui come
campione della monarchia, lo apostrofò con una lettera altrettanto
assurda che arrogante.

Cavour con questa suprema vittoria assicurava la propria politica di
moderazione. Ma egli stesso era fiaccato dalla immensa opera.


                                  Le Regioni.

Nel disegno di riforme amministrative presentato al parlamento, appena
risoluta la questione militare, il suo ingegno parve rimettere del
solito coraggio. Quel potente senso di accentramento governativo
cresciutogli dal fatto dell'unità nazionale, che lo spingeva alla più
rapida delle unificazioni legislative, gli venne improvvisamente meno
nel maggior problema delle circoscrizioni. Forse in nessun paese
d'Europa per troppe complesse ragioni di storia la divisione e
l'aggruppamento dei comuni e delle provincie era più assurda che in
Italia: tutta la lunga guerra federale era ancora visibile nei loro
reparti: nè monti, nè fiumi determinavano i confini. Divisioni politiche
e diocesane intralciavano gli scambi reciproci, la mancanza di strade
rendeva spesso impossibili molti esercizi di doveri e di diritti,
rivalità municipali e provinciali si alimentavano tuttavia di odii
storici, che la pacificazione dell'unità sembrava riconfermare nella
teatralità di un perdono reciproco. Alcune città si barattavano come
pegno di pace trofei di guerre medioevali.

Le nuove circoscrizioni avrebbero dovuto distruggere tali differenze
spersonalizzando parecchi comuni ed alcune provincie. Invece il
ministero proponeva una nuova istituzione di regioni, tagliate nello
stato a capriccio, senza nè fondamento di tradizione, nè ragioni di
modernità. L'idea era stata del Farini, che prima delle annessioni
meridionali aveva proposto di dividere il regno in sei regioni: ma
innanzi a lui, fino dal 1833, Mazzini nell'opuscolo sull'_Unità
Italiana_ proponeva di sopprimere le provincie, riducendo gli ottomila
comuni a milleduecento con circa ventimila abitanti ciascuno e spezzando
l'Italia in dodici regioni di cento comuni. Così, per combattere il
federalismo storico, si creava un federalismo artificiale.
Nell'impossibilità di correggere subito i limiti dei comuni e delle
Provincie era miglior sistema negli inizi del governo nazionale
raggrupparli il più naturalmente possibile sotto le prefetture. Nelle
regioni gli antagonismi federali si sarebbero serviti delle nuove
libertà contro l'unificazione: le facoltà legislative, loro concesse
inevitabilmente, vi avrebbero creato tanti piccoli stati nello stato in
opposizione col governo centrale.

L'istinto rivoluzionario del parlamento supplì al difetto di Cavour, che
aveva permesso al Minghetti, ministro dell'interno, di ripresentare
raffazzonato e peggiorato il primo disegno di Farini; la legge fu
scartata. L'unità trionfava attraverso tutti gli errori. Poco dopo lo
stesso ministro proponeva che la festa dello Statuto dichiarata civile
si solennizzasse col clero, il quale vi si ricusò.

Il ministero scopriva già le proprie tendenze bigotte.

Improvvisamente il grande statista morì. La divorante attività di una
vita politica, per dieci anni senza un'ora di riposo, aveva logorato il
suo superbo temperamento di atleta; ma fino agli ultimi giorni pensò e
lavorò con lo stesso impeto. La moltitudine rinascente dei problemi non
potè mai sopraffarlo: contemporaneamente rannodava le relazioni
diplomatiche colla Svezia, colla Danimarca e col Portogallo; spingeva le
trattative con Napoleone III per l'evacuazione di Roma, vegliava sui
disordini di Napoli, dirigeva le finanze, preparava la marina, lottava
nelle camere per tutte le questioni. La maggioranza docile ma inesperta
aveva d'uopo della sua presenza. Il 28 maggio respingeva ancora un
disegno di legge in favore dei veterani delle repubbliche del
quarantotto, nel quale si ripresentava la questione pericolosa sollevata
da Garibaldi. «La sola ragione, per cui il governo non può riconoscere
il grado degli ufficiali veneti è perchè non vuole riconoscere anche
quelli della republica romana... Non credo che si debba andare incontro
a tutti quelli, che hanno combattuto sotto una bandiera, che non era la
nostra. Non tutti fecero adesione alla monarchia... Possiamo
rispettarli, ma per noi sono avversari, nemici. Non consentiremo mai che
si faccia nulla a pro di loro». Queste intrepide parole furono la sua
ultima bravata di ministro monarchico.

Una febbre violenta lo colpì: ogni rimedio fu presto inutile, il delirio
sorprese il suo pensiero, che aveva resistito a tutti i turbini della
rivoluzione. Però anche nell'agonia il grande politico riaffermò il
proprio sistema: «L'Italia del nord è fatta, non vi sono più nè
lombardi, nè piemontesi, nè toscani, nè romagnoli: ma vi sono ancora
napoletani. Oh! vi è molta corruzione laggiù nel loro paese! Bisogna
moralizzarli... ma non stato d'assedio, non mezzi violenti di governo
assoluto. Tutti sanno governare collo stato d'assedio».

Agli ultimi momenti chiamò un frate, col quale sette anni prima si era
accordato per non vedersi negati i conforti della religione come il
ministro Santa Rosa: volle morire cristianamente e che tutta Italia lo
sapesse. Il frate raccontò poi che il conte Cavour gli avesse risposto
nelle estreme preghiere degli agonizzanti: «Frate, frate, libera chiesa
in libero stato». Così morì (6 giugno 1861).

Il dolore d'Italia fu profondo, la costernazione maggiore del dolore.
L'Europa suonò d'encomii; lord Palmerston vinse ogni altro oratore
tessendogli l'elogio funebre; Napoleone III ne trasse argomento per
accordare finalmente all'Italia il riconoscimento officiale; la
monarchia trepidò; gli avversari democratici, vinti ed oppressi dal
ministro vivo, s'inchinarono al suo feretro come ad una delle più grandi
ed improvvise rovine della storia moderna. Allora la sua gloria,
balenando come una rivelazione fra uno sgomento di ammirazione e di
rimpianto, diede all'opera della sua politica così prepotentemente
personale l'apparenza di un miracolo.

Ma attraverso le generose ed inevitabili esagerazioni d'un'ammirazione,
che cercava già nel solco tracciato dal suo pensiero nel passato la sola
via sicura dell'avvenire, si riaffermava nella coscienza nazionale il
sentimento dell'unità. Per la prima volta dopo tanti secoli un dolore
italiano era veramente nazionale: Cavour era stato l'unità vivente della
rivoluzione, organizzando nella realtà immortale della propria opera i
risultati di tutte le iniziative.

Come Cesare, egli aveva dominato il maggiore periodo politico d'Italia:
l'antico impero romano non aveva mai potuto uscire dall'orbita cesarea,
la moderna monarchia italiana conserverebbe fino all'ultimo giorno
l'impronta cavouriana.

L'Italia, collocando Cavour fra Mazzini e Garibaldi, comporrebbe la
triade politica più perfetta del secolo decimonono.



CAPITOLO TERZO.

I luogotenenti di Cavour


                                  L'ambiente politico.

La morte del conte di Cavour tolse al governo quella potente unità
d'azione che, dopo i miracoli della preparazione piemontese gli aveva
permesso di assimilarsi senza scosse tutta l'opera rivoluzionaria. La
paura fu tale nei primi momenti che corte e paese dubitarono della
propria fortuna: si temette che la rivoluzione insorgente per il
ricupero immediato di Roma e di Venezia travolgesse l'Italia ad
irreparabile ruina. Il parlamento inesperto, frazionato da rivalità
d'interessi regionali, affollato di recenti convertiti alla monarchia,
impotente ad assorbire la rivoluzione con una politica indipendente
all'estero e liberale all'interno, non era abbastanza forte per dominare
il trambusto dell'opinione: la dinastia, amata per la gloria degli
ultimi fatti ed ammirata dalla moltitudine per il tradizionale rispetto
a tutti i re, non poteva esorbitare efficacemente dalla costituzione
senza eccitare pericolosi sospetti di dispotismo dopo il trionfo della
propria conquista piemontese: nessun uomo politico aveva allora
abbastanza autorità per sostituire il conte di Cavour.

Nullameno nè la monarchia, nè la nazione dovevano pericolare dopo la
morte del grande statista. L'Italia era essenzialmente monarchica.

Malgrado le vanterie rettoriche di tutti i partiti unanimi
nell'esagerare la grandezza della rivoluzione italiana, questa era stata
piuttosto una insurrezione contro gli stranieri per conquistare
l'indipendenza che una vera rivoluzione. Anzitutto la stessa
insurrezione non aveva potuto scoppiare che dopo l'intervento francese:
l'impresa garibaldina non aveva trovato ostacoli politici alla propria
espansione; l'esercito borbonico si era pochissimo battuto; il popolo
aveva assistito festeggiando alla caduta delle vecchie dinastie e
all'impianto della nuova. I partigiani dei governi abbattuti come non li
avevano difesi nel pericolo, così non erano stati attaccati nè prima nè
dopo dai pochi rivoluzionari combattenti; nessuno spostamento di classe
era avvenuto, nessuna idea originale aveva cangiato col proprio trionfo
la fisonomia storica della nazione. Tale comoda e simpatica rivoluzione
senza spargimento di sangue era l'argomento più evidente contro la
rivoluzione: la storia non ebbe e non avrà mai rivoluzioni incruente. La
passione democratica vi si era condensata nello sforzo militare,
acquetandosi sotto una monarchia costretta alla più mostruosa delle
ingratitudini. La sola idea originale della rivoluzione italiana sarebbe
stata l'abolizione del regno papale, ma la rivoluzione non aveva osato
tampoco assalirlo.

La rivoluzione italiana non poteva paragonarsi a nessuna vera
rivoluzione popolare, nè alla inglese, nè alla olandese, nè alla
americana, nè alla francese, nè alla greca.

L'Italia era essenzialmente monarchica. Nello stesso partito
rivoluzionario, Mazzini era il re dell'idea e Garibaldi l'imperatore
della spada: il partito volontariamente soggetto alla più rigorosa
disciplina s'unificava nei due capi; nessuno aveva osato mai una vera
mossa politica senza il consenso di Mazzini; nessuno avrebbe tentato un
moto militare senza la guida di Garibaldi. L'incapacità del popolo si
rivelava in questa dedizione di tutta la propria parte migliore ai due
maggiori individui: Mazzini era sinonimo di republica, Garibaldi di
guerra.

Però la morte di Cavour toglieva al governo la superba consapevolezza
della propria superiorità sul partito mazziniano e garibaldino: dopo
Cavour nessun altro uomo della monarchia poteva affrontare il paragone
con Mazzini e con Garibaldi.

La politica cavouriana doveva nullameno proseguire non solo come
inevitabile illazione della grande opera dello statista, ma come un
risultato fatale dell'ambiente nel quale la monarchia si era formata. I
dati della sua politica restavano immutati. I successori del conte di
Cavour, definiti da Giuseppe Ferrari con fine ironia i generali di
Alessandro, avrebbero nella loro altalena ministeriale subìto le
oscillazioni di questi dati senza poterli modificare: la varietà dei
loro caratteri personali si presterebbe alle antinomie del progresso,
che trionfa sovente coll'errore; le loro parziali ed ammirabili facoltà
si addestrerebbero nei molteplici particolari delle grandi questioni,
creando una scuola politica e spremendo le proprie primizie spirituali
senza potersi irrigidire nei propri falli. Così, dopo la potente unità
politica di Cavour, che a lungo andare avrebbe colla propria supremazia
ritardato il progresso del parlamento, apparvero meglio le correnti
della pubblica opinione: i ministeri diventarono crogiuoli, ove gli
interessi nazionali neutralizzandosi dovettero fondersi nell'interesse
nazionale; la medesima incertezza di criteri concesse più facile il
saggio di tutti i problemi: la partecipazione alla vita pubblica fu più
intensa dacchè la mediocre autorità dei successori di Cavour mise nella
nazione come uno sgomento vigilatore: le insufficienze della monarchia
nelle quistioni di Roma e di Venezia servirono a ridonare prestigio
all'idea democratica; le impotenze del sistema mazziniano persuasero che
la republica non poteva derivare da un uomo per quanto sublime di
spirito; le tragedie patriottiche di Garibaldi ridiedero al popolo la
coscienza che l'eroismo è la verità suprema della storia.

Il partito cavouriano, intitolandosi dalla moderazione, fu come tutti i
partiti impropriamente definito. La sua moderazione nei grandi problemi
di Roma e di Venezia non era fatalmente che sommissione alla prepotenza
straniera; nelle questioni interne la febbre della unificazione lo
rendeva talvolta più che rivoluzionario. L'opera politica della
ricostituzione nazionale subì quindi l'influsso di due metodi
antagonisti: si cercò con ogni studio di tener lontano il popolo dagli
uffici pubblici, e si spinse la rivoluzione nelle leggi. Mentre i
governi passati erano stati sempre contro il popolo, il nuovo fu pel
popolo ma non del popolo. La violenta unificazione, cassando molti
errori, molti ne produsse: la burocrazia invece di essere un organo di
tutela e di trasmissione, limitato al minimo di personale e di spese,
crebbe smisuratamente per la necessità di assettare gli spostati, di
compensare i vincitori, di sedurre gli avversari. Nei salarii
specialmente imperversò l'ingiustizia, sebbene tutti rimanessero
sproporzionati ed esigui. Si dovette subire una seconda più disastrosa
preparazione di guerra; le finanze parvero diventare un problema
insolubile; le imposte depauperarono molti campi di produzione, mentre
le spese nelle opere pubbliche ne fecondavano altri; i trattati di
commercio subirono i contraccolpi dell'inferiorità politica;
l'agricoltura, così sproporzionata in Italia da raggiungere in alcune
provincie il reddito di duemila lire per ettaro e in altre di cinque,
sofferse anche maggiormente per la sproporzione anche più assurda delle
aliquote.

Il governo, ridotto ad una clientela, venne sfruttato dalla classe
governante; la plutocrazia germogliò vigorosamente dalla politica.

Nullameno il rinnovellamento della nazione procedeva. Era una guerra
incessante, minuta, universale, nella quale era impossibile contare i
morti e i vincitori: idee e fatti fermentavano e sparivano come in una
improvvisazione fantastica, per riprodursi con sempre nuovi aspetti; le
attitudini si svegliavano, la esistenza nazionale maturava la vita
politica.


                                  I primi ministeri.

Se nella cronologia del regno d'Italia il primo ministero era stato
quello di Cavour, l'assorbente preponderanza del grande ministro lo
rendeva nullameno troppo simile agli altri del piccolo regno sardo per
cominciare da esso la nuova storia parlamentare. Così il primo ministero
veramente italiano fu di Bettino Ricasoli, eletto dal re fra i tanti
luogotenenti di Cavour. La scelta, eccellente in quanto toglieva al
ministero l'eccessivo carattere piemontese, non modificò la situazione
parlamentare: il Minghetti, il Bastogi, il Peruzzi, il De Sanctis vi
rimasero: il Ricasoli tenne gli esteri, la presidenza e l'interim della
guerra, dando la marina al Menabrea. Per una malsana imitazione del
conte di Cavour, che nel periodo della preparazione piemontese aveva
assunto quasi tutti i portafogli, si cominciò ad attribuirli fuori
d'ogni criterio tecnico: Ricasoli, agricoltore e diplomatico, successe
al Fanti, il migliore organizzatore militare d'Italia. Più tardi questo
difetto giunse a tale che si videro avvocati e generali di cavalleria al
ministero della marina, criminalisti ai lavori pubblici, filosofi al
commercio.

Nell'impossibilità pel governo di un vero programma politico
abbracciante Venezia e Roma, il nuovo ministero non fece che promesse
generiche e contraddittorie per l'interno: fortificare l'esercito,
instaurare la finanza, unificare leggi e governo, decentrare
l'amministrazione. Dal bilancio 1861, nel quale non erano comprese le
provincie del mezzogiorno rette ancora da governi luogotenenziali,
risultava già un _deficit_ di 344 milioni: il governo propose un debito
di 500 milioni al tasso di 75 lire per 5 di rendita, che detratte tutte
le spese non diedero poi che 495 milioni di incasso. Quindi
s'unificarono i debiti dei singoli stati nel gran Libro del Debito
pubblico, malgrado le loro differenze, giacchè quelli del Piemonte
essendo maggiori avevano pure la scusa di essere stati contratti per
fondare il regno d'Italia, mentre gli altri di Napoli e della Toscana
non avevano servito che a pagare le soldatesche straniere. Scartato il
disegno delle regioni, il ministero dichiarò di fondare gli ordini
interni sulle basi naturali dei comuni e delle provincie, affermando
alteramente, a proposito delle voci circolanti intorno ad una possibile
cessione della Sardegna alla Francia, di non conoscere «palmo di terra
italiana da cedere, bensì un territorio nazionale da ricuperare». Tale
nobile dichiarazione dissipò molte paure nella pubblica opinione, ma non
potè essere che una frase. Tutto l'orgoglio baronale ed italiano del
Ricasoli non bastava a trovare una soluzione pei problemi di Roma e di
Venezia. Il suo stesso altero contegno verso la Spagna, ricusantesi alla
consegna degli archivi consolari del già regno delle due Sicilie, e
dalla quale richiamò minacciando l'ambasciatore; le severe parole onde
alla camera e in una nota diplomatica denunciò al mondo civile le
orribili trame ordite dal Vaticano per alimentare il brigantaggio
scoppiato in alcune provincie napoletane, non facevano che rendere più
umiliante la posizione del governo costretto a subirle, mentre Garibaldi
agitava il paese per un'impresa immediata su Roma, e il Minghetti con
una infelicissima circolare proibiva una protesta contro l'occupazione
francese. Un'altra ripresa di trattative col papa a mezzo del padre
Passaglia, dal quale per rivincita dello smacco si fece poi combattere
con inutile pompa di erudizione il potere temporale promuovendo persino
fra il clero un'assurda sottoscrizione per indurre il pontefice alla
cessione di Roma, tolse alla politica di Ricasoli la simpatica
originalità del suo carattere aristocratico e patriottico.

Mentre la diplomazia francese lo faceva svillaneggiare dalla propria
stampa, la corte male lo sopportava per la sua poca arrendevolezza, i
moderati lo sospettavano per le sue simpatie garibaldine e i
rivoluzionari lo urgevano di critiche magnanime, egli era segretamente
il più vivo oppositore di se stesso: in lui le qualità del gentiluomo e
la generosità del patriota contrastavano dolorosamente colle remissività
inevitabili pel ministro. Abbastanza destro negli affari, rotto alla
diplomazia, atto al comando, pronto a grandi cose se l'ora le avesse
consentite, egli era fra gli eredi di Cavour il meno idoneo alla
politica di quel periodo. La sua posizione parlamentare non poteva
consolidarsi. Mancavano tempo e mezzo a misure potenti: non si erano
ancora potuti abolire i governi luogotenenziali nel sud, il brigantaggio
vi assumeva proporzioni di vera guerra, in Sicilia un moto separatista
era scoppiato al grido assurdo di: _viva la republica e morte ai
liberali_, ed era durato tre giorni, malgrado le milizie avessero dovuto
inferocire per reprimerlo; la sinistra tempestava per l'accatto
pontificio dell'Obolo di San Pietro destinato a combattere l'Italia; la
destra inveiva pei Comitati d'azione instituiti da Garibaldi collo scopo
di forzare il governo alla guerra. Il ministero, composto di elementi
discordi e sprovvisto di vero programma, invece di stringersi intorno al
Ricasoli, oscillava scompaginandosi all'urto delle correnti. Il fermento
dei rivoluzionari cresceva, le pressioni estere si aggravavano sulla
corte. Urbano Rattazzi, natura subdola e temeraria, avido di potere e di
azione, combatteva il ministero da Parigi, ove si era recato a
corteggiare l'imperatore, di là spaventando il re con una relazione
machiavellicamente arguta.

Ricasoli si dimise prima di essere costretto ad arrendersi.

In questo secondo periodo decennale di preparazione italiana, tra i
luogotenenti di Cavour, Ricasoli rimase il carattere più nobile, e il
suo esperimento fu il più generoso: dopo di lui Urbano Rattazzi, che da
Cavour aveva ereditata l'arditezza delle combinazioni equivoche, si
arrischiò tristamente a Sarnico, ad Aspromonte e a Mentana opponendo la
monarchia alla rivoluzione, mentre Cavour con quella era sempre riuscito
a signoreggiare questa; ma i problemi di Venezia e di Roma rimasero
insoluti. Marco Minghetti, salito alla presidenza a cagione della follìa
di Luigi Carlo Farini, ritentò la questione romana per concludere colla
Convenzione di settembre al trasporto della capitale a Firenze,
abdicando a Roma e decapitando la nazione; Alfonso Lamarmora, alleato
colla Prussia, condusse il primo esercito italiano alla sconfitta, ed
umiliò nuovamente l'Italia a Napoleone, ricevendo dalle sue mani
Venezia. Giovanni Lanza, solo fortunato tra tutti, alla caduta del
secondo impero napoleonico, potè entrare vittorioso a Roma per la
breccia di Porta Pia. La tradizione di Cavour fu il principio direttivo
di tutti i ministeri, ma la sua prodigiosa abilità non si rinnovò in
nessuno de' suoi successori. Solamente Quintino Sella, geologo
improvvisatosi finanziere, parve rinnovare coll'arditezza di alcune
imposte e la tenacia del volere il suo mirabile empirismo, mentre
economisti illustri come lo Scialoia, il Ferrara e il Minghetti si
mostrarono nel ministero poco più che mediocri; nella diplomazia ebbe
vanto di destrezza Emilio Visconti-Venosta, ma alle sue combinazioni
mancò la grandezza dell'idea e la fortuna del risultato. Il Menabrea,
sempre reazionario come nei primi giorni del parlamento subalpino,
rinnovò all'indomani di Mentana l'inutile prova di un bigottismo
politico senza nobiltà di sentimento religioso e senza elevatezza di
sentimento monarchico; Agostino Depretis conservò di Cavour la destrezza
parlamentare e la pratica di tutti i portafogli; però come tutti i
solamente abili fu piccolo. Nessuno di essi si mostrò personalmente
disonesto, malgrado la inevitabile corruttela di un governo costretto a
vivere d'espedienti.


                                  Empirismo legislativo.

Il crescendo della rivoluzione legislativa s'impose a tutti i metodi e a
tutti i sistemi, giacchè per conservare si dovette innovare
continuamente. Le affermazioni di principii furono torbide. La gratuità,
la laicità e l'obbligatorietà trionfarono nelle scuole elementari, senza
che al problema della istruzione nazionale si cercasse una vera
soluzione. Il governo, anzichè assumere le scuole elementari per
impiantarle ovunque e secondo il bisogno, le affidò all'ignoranza,
all'avarizia e alla miseria dei comuni; le scuole tecniche rimasero mal
definite e peggio organizzate, le classiche si mantennero confuse,
troppe e male distribuite; fra queste e quelle non vi ebbero le
distinzioni di metodo e d'indirizzo reclamate da tutti i grandi spiriti.
Per un postumo rispetto al federalismo si conservarono tutte le
università, lasciandone la maggior parte senza materiali scientifici,
senza professori e senza scolari.

Nella soppressione degli ordini religiosi e nell'incameramento dei loro
beni si rispettarono gli ordini insegnanti, sebbene dovessero essere
aboliti primi per sottrarre il paese all'influenza dell'insegnamento
clericale; ma il sentimento conservatore della monarchia e la bigotteria
borghese li vollero invece soli superstiti. Non si osò spingere
l'incameramento ai beni parrocchiali che avrebbe reso più docile il
clero costringendolo lentamente a tornare all'antico costume cristiano
di vivere colle sole elemosine dei fedeli: nella vendita dei beni
incamerati non si ebbe alcun criterio politico per sollevare la miseria
delle popolazioni agricole.

Nelle opere pie si lasciò l'amministrazione in mano alla borghesia con
intervento del clero, rispettando, per una infelice superstizione del
diritto di proprietà, gli antichi testamenti incompatibili colla vita
moderna: così dall'immenso patrimonio della carità publica la miseria
publica non ebbe quasi sollievo; la burocrazia ne assorbì in media il 75
per cento delle rendite, spese con spirito di clientela in disaccordo
colla filantropia e colla scienza. Nelle ferrovie, massimo fra i
benefizi della rivoluzione, in pochi anni cresciute a quattordici mila
chilometri, pur tentando la magnifica audacia d'iniziare con esse in
molte provincie il sistema stradale invece di compirlo, si dovette
sottostare a deviazioni politico-federali: quindi la loro costruzione fu
simultanea con raddoppiamento di spese e di tempo, di difetti e di
disastri per ignoranza d'ingegneri e rapacità di appaltatori. Scandali
obbrobriosi ne nacquero sino in parlamento, dal quale alcuni deputati
ebbero a dimettersi convinti di truffa.

Fra i balzelli il più originale e il più giusto fu quello della
ricchezza mobile; ma, ripartito per contingenti anzichè per quotità,
produsse nelle applicazioni le maggiori ingiustizie: fra i peggiori
quello del macinato aggravò la miseria dei più miseri, ma salvò le
finanze dal fallimento. Della perequazione fondiaria, presto promessa,
non si ardì organizzare gli studi, giacchè le provincie meridionali,
fortunate della mancanza o della insufficienza dei catasti,
ricalcitrarono. Nella rovina della crisi finanziaria il governo si
sgravò di molti oneri, addossandoli ai comuni già fortemente gravati e
in preda essi medesimi alla febbre dei debiti e delle opere pubbliche.
Il consolidato nazionale, colpito dal discredito, discese sino al saggio
del 39 per cento; il corso forzoso della moneta cartacea, inevitabile in
tanto stremo della moneta metallica, passò attraverso la più incredibile
sregolatezza di metodo, dall'anarchia delle banche al monopolio quasi
assoluto della Banca Nazionale. Nell'esercito, sino alla guerra infelice
del 1866, s'imitò pedissequamente l'organizzazione francese, dopo si
copiò quella prussiana; nella marina sino al disastro di Lissa non si
ebbero idee di sorta; poi, con splendida spontaneità di genio, si mutò
tutto radicalmente, improvvisando le più forti navi che il mondo vanti
tuttora. Migliori furono i nuovi codici derivanti per la massima parte
da quelli del primo Napoleone, ma la loro applicazione incontrò ancora
resistenze federali: la Toscana serbò il proprio codice penale non
perchè migliore, ma perchè toscano; si temette di abolire la pena di
morte e di ammodernare la penalità, così che mentre il codice civile
rivoluzionava la società moderna, quello penale esprimeva tuttavia una
società passata. L'ordinamento giudiziario, sminuzzato alle base in un
numero immenso ed assurdo di preture, rimase scisso al vertice in
quattro o cinque supreme Corti di cassazione, che perpetuarono
nell'unità della giurisprudenza le rivalità federali delle antiche
provincie: la magistratura troppo numerosa, male distribuita in circoli
arbitrari, peggio pagata, quasi sempre sottomessa alla preponderanza del
governo, se per opera di alcuni illustri mantenne la gloria della
tradizione italiana, funzionò poco più che mediocremente come servigio
pubblico.

Potente motivo di unità e di progresso commerciale divenne invece la
unificazione dei pesi, delle misure e delle monete sul sistema metrico
decimale, imposto con pronta e sicura energia dal governo alla disparità
ricalcitrante delle abitudini storiche e regionali.

Comuni e provincie, mortificati sotto le prefetture, perdettero quasi
ogni autonomia: il sindaco fu di nomina regia, necessario alle
convocazioni consigliari il permesso governativo, ogni atto controllato,
fissata la materia e il limite delle imposte, contesa ogni iniziativa,
imposto qualunque onere al governo piacesse.

Ma attraverso tanto tumulto legislativo e siffatto disastro di
improvvisazione politica, fra le umiliazioni della politica estera e le
pressure della politica interna, l'Italia diede all'Europa il superbo
spettacolo di un progresso, del quale nemmeno i suoi antichi ammiratori
l'avrebbero supposta capace. Il governo costituzionale, malgrado crisi
d'ogni maniera, funzionò regolarmente; la ricchezza pubblica crebbe col
_deficit_ delle finanze dello stato; agricoltura, industria, commercio
risorsero; le città si abbellirono; la cultura si rialzò, quantunque il
numero dei grandi intelletti scemasse. La coscienza politica si schiarì
nei cittadini esercenti l'elettorato, e si preparò negli altri a
riceverlo. Nè il brigantaggio del mezzogiorno, nè la tragedia di
Aspromonte, nè la sconfitta di Custoza, nè l'ecatombe di Mentana,
impedirono alla nazione di prendere il proprio posto nel consesso delle
grandi potenze europee. La dinastia non distrusse con troppo gravi
peccati il prestigio datole dalla conquista regia: la democrazia dalle
congiure di Mazzini e dai campi di Garibaldi passò nel parlamento e
nella stampa.

A Roma solamente, dopo la preparazione piemontese di Cavour e la
preparazione nazionale de' suoi luogotenenti, doveva cominciare la
moderna vita italiana.



CAPITOLO QUARTO.

La reazione del brigantaggio nel Mezzogiorno


L'impresa garibaldina non aveva ancora trionfato nel Mezzogiorno che una
reazione borbonica e brigantesca vi era già scoppiata.

In Sicilia Nino Bixio e il maggiore Bassini avevano dovuto soffocarla
con terribile prontezza nel sangue; sul continente i cafoni avevano
sconfitto il manipolo garibaldino guidato da Francesco Nullo e da
Alberto Mario: Ariano e Avellino erano insorte, sebbene non troppo
pericolosamente. Il patriottismo italiano delle provincie meridionali
era per lo meno di una lega male definibile. Le bande siciliane,
presentatesi a Garibaldi in Salemi, assistettero alla battaglia di
Calatafimi coll'arma al piede in numero di oltre tremila, incerte fra le
parti combattenti, e forse pronte a schierarsi col vincitore; almeno
così credettero molti garibaldini siciliani, che conoscevano bene
l'indole di quegli insorti. I picciotti, arruolatisi coi Mille, si
batterono poco: i morti garibaldini venivano spogliati ignudi dagli
abitanti del paese. Se l'odio dei siciliani contro borbonici e
napoletani era profondo, il loro amore all'Italia era troppo
superficiale. Solo Garibaldi, col fascino del nome e coll'irradiazione
simpatica del proprio spirito, poteva appassionare i loro cuori così da
trascinarli alla rivoluzione.

Nell'intendimento delle masse e di gran numero fra gli stessi
maggiorenti politici, che poi lo negarono, la Sicilia avrebbe dovuto
compiere una rivoluzione separatista: forse le simpatie dell'Inghilterra
per l'insurrezione siciliana nascondevano il proposito, se non
d'impossessarsi politicamente dell'isola, almeno di dominarla
economicamente sfruttandola.

A ogni modo i più fra quei pochi siciliani, che combatterono coi Mille,
si stancarono presto della guerra; quindi tornarono alle proprie case,
ritennero armi, munizioni, quanto poterono. Certo non mancarono alla
Sicilia patriotti del più nobile eroismo, e basterebbe alla sua gloria
il solo Rosolino Pilo; ma l'italianità del sentimento era scarsissima
nel popolo, che, invece di levarsi dopo le vittorie di Palermo e di
Milazzo per seguire Garibaldi sul continente, imbroncì fieramente alla
prima parola di coscrizione. Infatti, quando il governo ve la stabilì, i
renitenti raggiunsero presto l'enorme cifra di seimila, onde si dovette
dar loro la caccia come ad assassini, trattando famiglie e villaggi con
crudeltà così borbonica, che Garibaldi indignato si dimise dal
parlamento (1864). Sul continente il concorso dei volontari napoletani
riuscì altrettanto scarso che inefficace: i calabresi del barone Stocco
furono fra i pochi che meglio si batterono; bande di insorti nel nome di
Garibaldi commisero ogni sorta d'angherie e di ladronecci; alcune
esattorie vennero saccheggiate. Moto rivoluzionario e militare non
v'ebbe e non poteva esservi. La superstizione politica e religiosa era
troppo profonda nel paese, ove gli stessi liberali odiavano il governo
borbonico meglio che non comprendessero la nuova idea democratica, e
tutti si sentivano più napoletani che italiani. Il trionfo dell'unità vi
si dovette alla doppia conquista garibaldina e regia, dalle quali Napoli
fu sopraffatta. Il popolo festeggiò, acclamò, menò la più scapigliata
gazzarra, sperando dalla libertà venuto il tempo della licenza.
L'aristocrazia potentissima, specialmente sulle campagne, fu trascinata
nel moto dall'elemento monarchico: se l'Italia si fosse costituita a
republica, una reazione forse indomabile sarebbe scoppiata nel
mezzogiorno. La celebre frase, che Francesco Crispi doveva pronunciare
nel 1864: «la monarchia ci unisce e la republica ci dividerebbe», a cui
Mazzini rispose con eloquenza terribile di ironia, conteneva nullameno
una verità altrettanto umiliante che terribile.

Infatti i governi luogotenenziali di Palermo e di Napoli non erano
ancora assisi che la reazione divampava in molte terre con impeto anche
maggiore della rivoluzione: questa era stata una festa teatrale, mentre
l'esercito borbonico indietreggiava sbandandosi, quella erompeva da un
odio regionale contro i nuovi conquistatori, che il feudalismo
dell'aristocrazia, la corruzione del governo cessato, la superstizione
religiosa, il costume brigantesco e la barbarie del paese spiegavano e
purtroppo giustificavano. Il clero, aizzato da Roma, aizzava; i grossi
signori legittimisti aiutavano sotto mano; lo stato pontificio era
rifugio alle bande e magazzino per armi e munizioni; la dinastia
decaduta dava carattere di rivolta politica all'insurrezione, coprendola
col manto della propria legittimità; l'assassina abitudine della camorra
e della mafia favoriva l'organizzarsi dei banditi; un patriottismo di
municipio e di regione, ignorante, aspro, inconciliabile, metteva nella
rivolta una poesia capace di rinnovare i prodigi del valore garibaldino.
Infatti Garibaldi, il miglior giudice d'insurrezione e di guerra, in un
libro che scrisse poi, rese omaggio al valore dei briganti napoletani, i
quali, non raggruppati dal re ad esercito, senza altri capitani che i
propri capi, senza programma e senza bandiera, resistettero
siffattamente per anni a tutti gli sforzi del governo nazionale da
costringerlo all'umiliazione di dovere per essi sospendere le
guarantigie statutarie, sostituendo a Napoli luogotenenti a
luogotenenti, mutando nella campagna più di un generale, discendendo
finalmente a una guerra di esterminio così orribile di ferocia che si
dovette e si deve ancora nasconderla alla storia.

Le prime bande erano manipoli degli eserciti borbonici congedati da
Garibaldi, che dalla condizione di gendarme, unico ufficio dei soldati
sotto il governo di Ferdinando II e di Francesco II, passavano
naturalmente a quella del bandito. Il momento non poteva essere per loro
più propizio: i municipi abbandonati a se medesimi, disciolta la
polizia, la guerra ancora accesa, il saccheggio facile, preti, signori e
re complici del disordine per speranza di recupero.

All'infuori delle più grosse città, ove la cultura delle idee aveva
sviluppato l'italianità del sentimento, tutto il resto del paese si
sentiva conquistato come da signoria straniera. Infatti l'accentramento
del nuovo governo in queste provincie, abituate alla rilassatezza
dell'antico regime, si annunciava al sentimento insubordinato delle
masse come una servitù: il servire nell'esercito piemontese fuori dai
confini del reame differiva troppo dal servire nella milizia borbonica,
che non aveva in questo secolo mai date vere battaglie; l'aumento delle
imposte, inintelligibile allo spirito oscuro della moltitudine,
diventava spogliazione; la guerra dell'Italia al papa si mutava nella
superstizione popolare in guerra di religione; l'unità italiana
minacciava d'annullamento l'individualità napoletana rimasta distinta da
ogni altra in tutti i lunghi periodi della storia italica. Il popolo
napoletano non era più affine ai piemontesi di Vittorio Emanuele che ai
francesi di Murat; ma quelli, invece che mercenari ai servigi di una
dinastia desiderosa di fondersi nel paese, erano tutta l'Italia del
nord, che invadeva in mezzogiorno preparandosi a mutarlo, battendogli
già sull'intelletto e sul cuore col martello della modernità.

La reazione scoppiò feroce, spontanea, simultanea.

Se Francesco II, invece di riparare a Roma, ospite di Pio IX nel bruno
palazzo dei Farnesi, si fosse subito presentato nelle provincie insorte,
lanciando un proclama all'esercito disciolto poco accortamente dalla
monarchia, che avrebbe invece dovuto internarlo e sorvegliarlo nelle
provincie del nord, forse nè Vittorio Emanuele, nè Garibaldi sarebbero
bastati a tenere salda la conquistata unità. Alla rivoluzione per agire
faceva d'uopo di potersi gridare spontanea, alla monarchia di essere
invocata; forse l'Austria e la Francia, quella per la tradizionale
politica dello smembramento italiano, questa per le aspirazioni del
bonapartismo, avrebbero secondata la reazione.

Ma a Francesco II due grandi difetti impedivano l'impresa: un'assoluta
incapacità militare e politica e una intransigenza politica che lo
condannava al più antiquato ed impossibile legittimismo. I Vandeani,
insorti contro la grande Convenzione francese, avevano avuto una
bandiera e un principio; i ribelli napoletani, senza l'uno e senza
l'altra, non erano e non poterono essere che briganti. La guerra durata
più anni si sminuzzò quindi in atroci fazioni, e fu guerra della
barbarie contro la civiltà, del feudalismo contro la democrazia, del
federalismo contro l'unità.

Il conte Ponza di S. Martino, mandato luogotenente a Napoli da Cavour,
pensò di richiamare sotto le bandiere i borbonici congedati, ma non
avendo provvisto a tempo i denari per le paghe, i soldati disertarono in
massa diffondendo il discredito sul governo. Al Ponza di San Martino
succedette il Cialdini. Dalla Terra di Lavoro il brigantaggio si era già
propagato in tutto il mezzogiorno. Se quegli aveva corteggiato gli
aristocratici per amicarli al governo, irritando i radicali, questi
lusingò i rivoluzionari, inasprendo i signori: onde il brigantaggio
infierì. A domarlo, Cialdini costituì un corpo di guardie nazionali
mobili in ogni distretto, coll'intedimento di opporre napoletani a
napoletani, e così interessarne almeno una parte in favore del governo;
ma l'espediente non fu troppo benefico. Le guardie nazionali, poco
disposte ai rischi di una guerra nella quale i briganti non concedevano
quartiere e il governo non premiava con gradi militari il valore, non
potevano odiare tanto improvvisamente i propri compaesani da combatterli
a vantaggio dei piemontesi incapaci di tenerli soggetti. La prima mossa
strategica di Cialdini fu di occupare il Principato Ulteriore e la
Capitanata per mantenersi aperte le comunicazioni colle Puglie e
l'Adriatico, tagliando in due la rete del brigantaggio e chiudendo alle
bande del mezzogiorno il rifugio dello stato pontificio. Nelle guerre si
mescolarono congiure: a Roma si ordì un complotto per sorprendere in
Napoli il Castello Nuovo, quello di Sant'Elmo e il palazzo reale;
Cialdini, avvertitone a tempo, potè arrestare e mandare l'arcivescovo
prigioniero a Civitavecchia, licenziare lo Spaventa capo della polizia,
sbarazzarsi del Castelli, grande consigliere d'amministrazione, e
sostituirlo col Visone, governatore di Piacenza.

La Francia, sempre con la stessa politica tergiversante, ora vessata
dalle rimostranze inglesi più vivaci delle italiane ammoniva severamente
i Borboni rifugiati in Roma di non aizzare il brigantaggio, ora chiedeva
altezzosamente spiegazioni al ministro Ricasoli, che le ricusò, sulle
sevizie usate contro i briganti dal generale Pinelli. Infatti queste
furono tali da far dimenticare quelle del francese Manhés. Soldati e
briganti, invece di combattersi apertamente, si cacciavano come
selvaggi: nessuna legge, nessun quartiere. Il generale Pinelli e il
maggiore Fumel opposero terrore a terrore. I briganti sorprendendo
qualche manipolo di soldati li martoriavano, li mutilavano vivi, li
vituperavano morti; scene di cannibalismo desolavano campagne e
villaggi; si vendeva sui mercati, si mangiava carne di soldati; mezze
compagnie di bersaglieri accolte a festa in qualche borgo erano
convitate ed avvelenate dalle stesse autorità municipali. Quindi il
generale Pinelli e il maggiore Fumel, sferzando la giusta ira delle
milizie, le spinsero a tutti gli eccessi. Vennero saccheggiati paesi,
arse a dozzina le borgate senza pietà nè agli infermi, nè ai fanciulli,
nè ai vecchi; si fucilò a caso, per qualunque sospetto; non si vollero
prigionieri ma cadaveri. Ai briganti forniti di cavalleria si oppose la
cavalleria regolare, si dovettero usare i cannoni, si profuse l'oro
comprando tradimenti, massacrando famiglie intere per colpa di uno solo.
Nella strage non si contarono le vittime, benchè i soldati vi morissero
in troppo maggior numero che non nella campagna delle Marche e in tutta
l'impresa garibaldina; il governo vergognando taceva dei propri morti e
degli altri.

Nullameno le stragi e gl'incendi del generale Pinelli furono tali che il
governo dovette richiamarlo. Il brigantaggio era soffocato, non vinto:
dagli immensi boschi della Sila sbucavano sempre bande nuove; l'odio ai
piemontesi cresceva coi danni e coi dolori patiti: una ostinazione
demente dava talora al coraggio delle bande e alla bravura assassina dei
loro capi una sinistra poesia non senza grandezza.

Ma gli eccessi medesimi di questa guerra ne impedivano lo sviluppo. La
viltà di re Francesco, appiattato in Roma e dilapidante il proprio
patrimonio fra i briganti più accorti che gli promettevano vittorie per
mungergli denaro, rendeva inutile lo stupido e crudele fanatismo dei
cafoni; la loro organizzazione, nell'assenza del re e di veri ufficiali,
non divenne mai militare; le città sbigottite non si mossero; i
legittimisti imitarono la codardia del re.

Il moto separatista, scoppiato a Castellamare di Sicilia sui primi
dell'anno 1862 e soffocato furiosamente nel sangue dal governo, persuase
della inutilità della rivolta: le rimostranze severe di Napoleone a re
Francesco, lo sfratto di quattro generali borbonici da Roma finirono per
avvilire il partito reazionario; l'energia spiegata dal governo contro i
renitenti alla leva anche nelle altre provincie diede alla coscrizione
il carattere di una ineluttabile necessità. Infatti non solo i renitenti
venivano cacciati come assassini, ma a togliere loro l'appoggio delle
famiglie si mandava in queste un manipolo di soldati col diritto di
farsi alloggiare e nutrire finchè il renitente fosse preso o si
consegnasse da se medesimo. A questo rigore di giustizia medievale, che
aveva almeno l'utilità di incutere spavento, il governo, sempre incerto
nei criteri, faceva poi succedere la più umiliante confessione
d'impotenza bandendo una sottoscrizione nazionale a favore dei
danneggiati dal brigantaggio: così, fatto accattone per coloro, che non
aveva saputo guarantire, invitava il popolo a legalizzare colla propria
elemosina l'insufficienza della legge e l'inettitudine del potere.
Nullameno la sottoscrizione fruttò un milione: l'idea era stata del
Peruzzi.

Naturalmente il credito della nazione ne scapitava moltissimo all'estero
e all'interno: là si cominciava a dubitare della rivoluzione italiana;
qua si accresceva il dispregio per un governo, che, affettando rigore
contro i rivoluzionari sino ad imprigionare Garibaldi dopo averlo ferito
in Aspromonte, non sapeva sperdere qualche banda di briganti.

La giunta parlamentare, inviata nel Mezzogiorno a studiare sul luogo le
cagioni e i rimedi del brigantaggio, lesse alla Camera in adunanza
segreta la propria relazione dettata dal Massari. La quale onestamente
dotta ed arguta non scoperse cosa che già non si sapesse, e non trovò
cura al male: i suoi due modi di provvedimenti furono, per l'avvenire
l'affrancazione dei beni di manomorta onde mutare i cafoni in
possessori, la costruzione di strade, l'impianto di scuole, il taglio
dei boschi ed altre di simile fatta; pel presente la ripresa del metodo
di Pinelli cacciando i briganti come belve, massacrando i sospetti,
sospendendo ogni giurisdizione, riassumendo tutte le pene in quella
della morte e della galera.

La legge a tal uopo votata, e che prese il nome di Pica dal deputato
proponente, importava la soppressione di qualunque giustizia nelle
provincie infette di brigantaggio, mutando poco accortamente in misura
legale quelle che avrebbero dovuto essere più prontamente provvisioni di
guerra. Pinelli aveva commesso stragi ed incendi da soldato, che si
potevano ufficialmente negare o scusare: i nuovi disonorerebbero insieme
parlamento, giustizia ed esercito nazionale.

Fortunatamente Napoleone, perduta ogni speranza di effetto politico
dalla reazione del brigantaggio pei suoi tardi sogni bonapartisti, sentì
la necessità di purgarsene in faccia all'Europa coll'imporre più
severamente al papa e al Borbone di cessare dall'alimentarlo. Le bande,
abbandonate dal partito reazionario, non furono più che di volgari
assassini: il paese stesso, esausto da tante vessazioni, se ne stancò;
si comprese l'impossibilità di scrollare il governo; i primi benefici
effetti della libertà scemaron l'odio ai piemontesi ed accrebbero le
adesioni alla monarchia. I capibanda vennero ad uno ad uno traditi o
trucidati: la reazione capitolò.

V'ebbe ancora qualche ripresa; nei paesi più malmenati dalla repressione
militare covarono lunghi odii ai liberali sotto la paura; quindi la
stessa coscrizione, mescolando la gioventù napoletana a quella delle
altre provincie, ne migliorò il carattere; clero e signori da reazionari
intransigenti si mutarono in partigiani del governo per sfruttarlo,
mentre il progresso della vita penetrava come un soffio di primavera fra
la caliginosa aridezza delle provincie più brigantesche.

Così la reazione legittimista, dopo una guerra di masnadieri, finiva
piuttosto vinta dall'influenza benefica della libertà che da una rapida
e logica azione della monarchia: governo borbonico e papale erano stati
battuti in pochi giorni quasi senza combattere; essa invece lottò
parecchi anni con ferocia pari al coraggio, con perversità forse
maggiore della stupidaggine, per acquetarsi lentamente come una di
quelle convulsioni, che, dopo aver dato al malato la violenza di un
delirio e lo spasimo di un'agonia, lo lasciano spossato ma senza nessun
organo offeso e colla fisonomia di prima.

Verso il 1866, al rompere della guerra contro l'Austria, la reazione del
brigantaggio nel napoletano era quasi finita.



CAPITOLO QUINTO.

La tragedia di Aspromonte


                                  L'avventura di Sarnico.

Il trionfo della monarchia, prostrando la parte rivoluzionaria, l'aveva
divisa.

A Mazzini non era rimasto intorno che un manipolo di republicani
magnanimi ed impotenti: Garibaldi, licenziate le bande rosse, dirigeva
loro ogni tanto la parola per accennare a nuove imprese. Quegli,
convinto dell'impossibilità politica di snidare Napoleone da Roma,
avrebbe voluto trascinare la monarchia ad un'ultima guerra contro
l'Austria minacciata a tutte le frontiere orientali da moti slavi e
minata all'interno dall'odio ungherese; questi pensava essere per
l'Italia più urgente la conquista di Roma. Così anche questa volta
l'istinto di Garibaldi era più sicuro del genio di Mazzini. Ad una
guerra contro l'Austria nè paese, nè governo erano preparati: quindi una
vittoria di questa avrebbe potuto rimettere in questione la conquistata
unità, che l'Europa diplomatica non aveva ancora riconosciuto
officialmente; una vittoria per quanto improbabile della monarchia
avrebbe invece compita la distruzione del già sconfitto partito
republicano. All'impresa di Roma la politica sempre incerta di Napoleone
e il favore manifesto dell'Inghilterra potevano aiutare; nè l'Europa
cattolica avrebbe probabilmente difeso il papa, nè la Francia
democratica permesso a Napoleone una seconda spedizione di Oudinot. A
ogni modo se l'impresa falliva secondo le maggiori probabilità, l'Italia
vi guadagnerebbe in faccia all'Europa di avere affermato eroicamente il
proprio diritto nazionale, e la monarchia vi perderebbe, opponendovisi,
la propria legittimità rivoluzionaria.

All'eroe e all'apostolo della rivoluzione contrastava allora potente in
Cavour lo statista.

Quindi alla morte di questi i rivoluzionari sentirono più forte il
dovere d'una iniziativa. Il Ricasoli per orgoglio di patriottismo pareva
favorevole a nuove agitazioni; lord Russell a nome dell'Inghilterra
bersagliava di note diplomatiche il gabinetto francese perchè ritirasse
da Roma ogni presidio, e il vigore delle sue rimostranze rendeva col
paragone più supina la remissività italiana. Mazzini al solito mandava
in giro una protesta del popolo contro l'occupazione francese in Roma, e
un'altra in forma di lettera ne indirizzava allo stesso Napoleone,
arcadicamente nobili entrambe ed inefficaci. Poscia, scendendo a più
precisi propositi ma sempre col vecchio metodo delle congiure, per
iniziare l'impresa veneta chiedeva indarno al popolo un piccolo prestito
di 300,000 lire; un altro suo tentativo per fondere in un'associazione
generale emancipatrice tutte le forze della democrazia abortì a cagione
di parecchie differenze di vedute fra lui e Garibaldi; non maggiore
risultato ebbero i comitati di provvedimento, imitati su quelli del
Bertani. Si tentò pure un'istituzione di tiro a segno per eccitare il
sentimento marziale delle masse, che non vi scorsero se non una
teatralità resa occasionalmente simpatica dalla presenza di Garibaldi.

L'agitazione rivoluzionaria si svolgeva tristamente sopra se stessa. Nè
Mazzini nè Garibaldi potevano credere seriamente alla possibilità d'una
guerra all'Austria senza il soccorso della monarchia; nè questa, ancora
incerta della propria posizione in Europa, lasciarsi in così pericolosa
contingenza sopraffare dai rivoluzionari. Infatti un'altra guerra,
anzichè riprodurre il momento epico nell'impresa garibaldina nel sud,
ora che il regno d'Italia era costituito, avrebbe dovuto esprimere la
potenza del nuovo stato: la monarchia vi sarebbe quindi assolutamente
sovrana per la scelta del momento e dei mezzi. Re Vittorio Emanuele, che
con incerta imitazione della politica napoleonica ordiva trame segrete
coi rivoluzionari d'Ungheria, era egli stesso troppo poco padrone per
forzare la politica remissiva dei propri ministeri: nè potendolo lo
avrebbe forse osato. Il doppio problema di Venezia e di Roma non
lasciava allora scorgere soluzioni di sorta. Ad una guerra di governo
era assurdo pensare coll'esercito scompaginato dalle fusioni di tutte le
milizie granducali e borboniche; in una guerra popolare, dopo lo scarso
numero di volontari offerto dal paese nella rivoluzione, nemmeno la
fantasia di Mazzini e l'eroismo di Garibaldi potevano davvero sperare.
D'altronde la monarchia vi si sarebbe opposta.

Nullameno nuove congiure solcavano le provincie venete. Al solito si
dipingeva l'Austria presso a sprofondare, si esageravano ingenuamente
gli antagonismi antichi nel suo impero, si calcolava sopra una rivolta
imminente degli ungheresi per concludere che pochi drappelli insorgenti
nel Cadore, mentre il governo austriaco vegliava attento nelle armi,
basterebbero a provocare colla guerra la vittoria. Intanto il partito
rivoluzionario restava scisso all'interno: i suoi capi republicani
bersagliavano d'invettive la monarchia; gli altri, divenuti
parlamentari, avrebbero voluto invece concordare prima ogni mossa col
governo. La rivalità di Garibaldi con Mazzini, abilmente avvelenata
dalle insinuazioni del governo finiva di guastare gli ultimi accordi per
l'azione. Già si buccinava che Garibaldi malcontento dell'Italia andasse
in Grecia o tornasse in America a combattere per altre libertà: lo
sfacelo del partito rivoluzionario degenerava in corruzione. La
maggioranza della nazione, pochissimo disposta a sacrifici di nuova
guerra, non vedeva più che una setta nei mazziniani ed un avventuriero
in Garibaldi: tutti sentivano che Venezia e Roma non si potevano
conquistare come Palermo e Napoli.

Intanto il ritorno di Urbano Rattazzi al potere parve rianimare molte
speranze. Si sapeva che lo stesso imperatore Napoleone lo aveva imposto
al governo di Torino, quindi se ne traevano argomenti per fantasticare
di prossime complicazioni politiche. Alcune frasi di Rattazzi a Parigi
sulla fratellanza dalle razze latine e sulla missione dell'impero
bonapartista in Europa, altri suoi precedenti nella Camera di lusinga ai
partiti d'opposizione, l'indole del suo ingegno altrettanto facile ai
brogli che ai rischi, promettevano nel nuovo anno (1862) importanti
avvenimenti. In Grecia, in Rumenia, nel Montenegro, in Dalmazia, in
Albania era già scoppiata la lotta: l'imperatore d'Austria aveva
licenziata la Dieta d'Ungheria respingendone le deliberazioni ed
applicando al paese la legge marziale: si prevedeva d'ora in ora la
rivolta dei Magiari.

Già l'assemblea delle associazioni unitarie riunite a Genova arieggiava
i clubs della grande Rivoluzione francese, mirando a creare un governo
nel governo: la sua proposta di affidare a Garibaldi la repressione del
brigantaggio con una ricostituzione dell'esercito garibaldino era stato
un primo agguato pel ministero Ricasoli; il nuovo ministero subì il
fascino dell'avventura rivoluzionaria.

Rattazzi, fiducioso nella propria conoscenza della politica napoleonica,
sperò di poterla forzare come era riuscito felicemente al Cavour: le
pericolanti condizioni dell'Austria lo sedussero, la debolezza del
partito rivoluzionario lo lusingò. Il suo piano era semplice e
temerario: chiudere la sessione parlamentare; mortificare apparentemente
la rivoluzione col mantenere Mazzini in esilio e col processare alcuni
capi dell'associazione unitaria; maneggiare destramente Garibaldi,
perchè infiammasse il paese e tentasse un moto nel Trentino come
all'insaputa del governo; sedurre la Prussia colla speranza del primato
germanico; prendere l'Austria fra due fuochi, e strapparle forse senza
guerra, con un semplice trattato, la Venezia.

Di questo disegno ordito fra Garibaldi, Rattazzi e il re non si è ancora
potuto risapere i termini, nè forse si sapranno. A ogni modo Rattazzi
ingannava, e Garibaldi fu ingannato. Fu affermato che il ministero
promettesse a Garibaldi un milione per l'impresa; certo gli si permise
di allestirla, assicurando contemporaneamente, con una circolare a tutte
le regie legazioni, le potenze sulle intenzioni pacifiche del governo.
Intanto Garibaldi infiammava gli animi scorrendo per le città di
Lombardia, mentre l'imperatore d'Austria visitava le provincie venete, e
Vittorio Emanuele viaggiava nel mezzogiorno.

L'avventura guerresca procedeva alacremente, malgrado frequenti dissidii
fra gli iniziatori garibaldini e i mazziniani: alcuni fra i migliori
ufficiali delle sciolte legioni volontarie raccoglievano munizioni ed
armati sulla frontiera del Trentino; Garibaldi da Trescorre, ove era
sembrato condursi per curarsi le vecchie ferite, stava pronto ad
assumere il comando; il giorno 15 maggio (1862) veniva stabilito per
l'entrata in campagna. Quando improvvisamente, per ordine del governo,
il 15 maggio viene arrestato a Palazzolo il colonnello Nullo con altri
capi. A Trescorre e a Sarnico s'imprigionano i volontari, si dichiara
officialmente Garibaldi estraneo all'impresa insensata: questi, tradito,
smentisce il governo, e con una delle solite esorbitanze dittatoriali
decreta che i volontari sono incolpevoli avendo agito sotto i suoi
ordini: nei più fervidi fra i paesi lombardi il popolo si sdegna; a
Brescia si tumultua per forzare la prigione del colonnello Nullo, ma le
guardie tirano sulla popolazione inerme assassinando. Garibaldi, per
protestare contro la strage fratricida, svillaneggia l'esercito; quindi
visita Como, Lecco, Varese, luoghi memorandi delle sue prime vittorie,
minaccia nuovi scandali in parlamento, finchè rabbonito dal re riparte
per Genova.

A questo infelice conato di guerra contro l'Austria scoppiano in
parlamento le battaglie dei partiti: il ministero, scosso dalle
disapprovazioni di tutti i liberali, allenta i freni della sùbita
reazione e rilascia senza processo i prigionieri, ma nè governo, nè
opposizione osano rivelare tutta la verità. Garibaldi, vittima dei
propri accordi col re, è costretto a mentire in una lettera al
presidente della Camera, dichiarando che l'assembramento di volontari
non aveva per scopo una spedizione nel Tirolo, bensì una serie di
esercizi militari in attesa di nuovi eventi; Giuseppe Sirtori definisce
severamente il ministero una sventura nazionale, ma la Camera sopra un
ordine del giorno presentato dal Minghetti lo assolve.

L'Austria aveva trionfato un'altra volta dell'Italia patteggiando col
partito moderato ungherese capitanato dal Deak, lusingato con una
conciliazione i Magiari, proclamandosi solidale colla Prussia nelle cose
germaniche e sventando così i disegni di Napoleone III sulle Provincie
renane, col limitare la rivolta nei Principati danubiani. Il ministro
Rattazzi usciva malconcio dalla prova. D'altronde vero disegno di guerra
non v'era stato nè pel governo, nè pei rivoluzionari: si era sperato in
uno smarrimento dell'Austria, quindi si dovette indietreggiare nella
reazione di un tradimento verso i più ingenui fra gli accorsi
garibaldini, per calmare i sospetti delle cancellerie auliche.


                                  Seconda spedizione garibaldina.

Questo triste esperimento, che prese nome da Sarnico, svelò all'Europa
le umilianti condizioni della politica interna italiana: sessantamila
soldati regolari non erano ancora riusciti a domare la reazione
brigantesca, mentre gli arrestati per la spedizione del Tirolo non
oltrepassavano i sessanta, e a seicento non era giunto tutto
l'assembramento. La nazione stava quasi indifferentemente fra governo e
rivoluzionarii; la stampa europea sogghignava; in Vaticano vescovi e
prelati di tutto l'orbe, raccolti nel pretesto di canonizzare alcuni
martiri del Giappone del secolo XVI, firmavano una nuova protesta in
favore del potere temporale. Napoleone III, sempre colla stessa politica
equivoca, per riavvicinare la chiesa all'Italia, giungeva sino a
proporre a Pio IX una nostra rinuncia a Roma (30 maggio 1862). A
quest'ingiuria il parlamento rispose umilmente col riconfermare il 18
giugno l'ordine del giorno Buoncompagni che dichiarava Roma capitale
d'Italia subordinandone l'acquisto al beneplacito della Francia.

Ma nelle file del partito d'azione cresceva il fervore: le inevitabili
bassezze del governo esasperavano l'eroica generosità, che aveva
prodotto i miracoli dell'epopea garibaldina. Se la monarchia, impotente
a lottare contro l'Austria e la Francia, espiava colle presenti
umiliazioni il proprio peccato d'origine, la rivoluzione sentiva di
dovere daccapo soccorrere alla sua impotenza con un'alta affermazione
del diritto nazionale. Una vera guerra era impossibile; ad un'impresa
come quella di Napoli mancavano il momento ed il modo; non restava
quindi che un'avventura tragica. Nè disegno politico, nè preparazione
militare vi occorrevano; l'obbiettivo doveva essere Roma, giacchè là
batteva il cuore della nazione e stava il principio della nuova vita
nazionale.

Così, mentre il ministero appena rimesso dal fortunale di Sarnico,
sembrava intento a riparare le più grosse avarie amministrative e
finanziarie, Garibaldi capitava improvvisamente a Palermo: la notizia
sbalordiva tutta Italia, si temevano o si speravano altre complicazioni
politiche. Lord Palmerston in un memorabile discorso alla Camera dei
Comuni aveva già segnalato in quei giorni all'Europa lo scandalo in Roma
del principio, predicato e disconosciuto ad un tempo dal Bonaparte, del
non intervento, e Garibaldi gli aveva risposto nobilmente a nome
dell'Italia; nel parlamento italiano il generale Durando dava esca
all'aspettazione proferendo officialmente queste gravi parole: «Oso
promettere che fra non molto saremo a Roma». Si buccinava di un'alleanza
franco-russa, poichè si era allora ricevuto per gli uffizi di Napoleone
il riconoscimento della nuova monarchia da parte dello czar, pagandolo
però con un principio di persecuzioni agli esuli polacchi rifugiati nel
regno.

A Palermo si era mandato Giorgio Pallavicino; Garibaldi vi arrivava con
intenzioni di guerra. Per quanto è oggi permesso di arguire si trattava
di un nuovo imbroglio rattazziano: lo scaltro ministro per disfarsi del
pericoloso generale gli aveva fatto promettere dal re aiuti per una
spedizione in Grecia; Garibaldi aveva chiesto trentamila lire per
mandare colà alcuni ufficiali, diecimila fucili, diecimila paia di
scarpe, diecimila camicie rosse e una fregata. Così il governo si
sarebbe liberato del partito rivoluzionario, mentre Garibaldi,
sfiduciato dell'Italia, si disponeva a combattere per la libertà del più
glorioso fra tutti i popoli.

Ad una spedizione su Roma egli allora non pensava e non poteva pensare
dalla Sicilia, ove il governo avrebbe potuto bloccarlo con ogni comodo.

Ma toccato Palermo, l'entusiasmo avvampa sotto i suoi passi, le memorie
della prima impresa rifiammeggiano, i figli del re allora in visita per
l'isola s'inchinano al dittatore; nella squadra dell'ammiraglio Albini
fra marinai si parla liberamente di arruolarsi coi nuovi volontari per
la Grecia; Garibaldi passa in rivista (10 luglio 1862) la guardia
nazionale, e, trascinato dall'impeto del proprio patriottismo e dai
propositi del 1860, quando vincitore a Palermo si preparava alla
liberazione di tutta Italia, ricorda con parole di fuoco, al popolo
dell'antico vespro, Roma. Il suo grido è sempre: Italia e Vittorio
Emanuele. Pochi giorni dopo, accolto con ovazioni deliranti a Marsala,
riparla ancora di Roma al popolo: una voce gli risponde -- o Roma o morte
-- ; e il motto si muta in programma. L'effervescenza degli animi cresce
a contagio. Nel tempio della Vergine della Cava il garibaldino frate
Pantaleo celebra una messa invitando generale e popolo a ripetere
sull'altare il giuramento: o Roma o morte. Così, da popolo cattolico, in
tempio cattolico, con rito cattolico, per una bizzarra antitesi della
storia, si giurava la distruzione del cattolicismo romano; ed anche
questo era indizio di quanto fosse torbida nella coscienza popolare
l'idea della rivoluzione.

Intanto a Palermo si ordina la legione romana con tanta publicità che i
carabinieri accompagnano al bosco della Ficuzza i marinai della squadra
in uniforme, perchè cangino il camiciotto azzurro nel rosso: a bordo
delle navi i mancanti alla chiamata serale non si reputano disertori.

Trentamila fucili sono mandati e sbarcati senza mistero dal governo; nel
continente molti vecchi e nuovi garibaldini disertano dai reggimenti per
raggiungere Garibaldi in Sicilia. Tutti credono il ministro d'accordo
col generale.

Ma l'equivoco di Sarnico ricomincia; Rattazzi vorrebbe un'agitazione
abbastanza seria da persuadere i governi d'Europa a cedere Roma
all'Italia per cansare i pericoli di nuove rivoluzioni, se non che,
aiutandola sottomano, arrischia e teme di essere trascinato troppo
oltre. I suoi ordini sono quindi equivoci e contradditorii peggio del
disegno di una guerra in Grecia, col quale aveva cercato di sviare
Garibaldi: la Sicilia, galvanizzata momentaneamente dalla presenza del
proprio liberatore, s'infervora nell'idea di Roma, quantunque male
comprendendola. Non vi è preparazione di guerra ma tumulto teatrale: da
Genova la commissione esecutiva dell'associazione unitaria riprepara
aiuti ed organizza a Roma un comitato contro quello dell'associazione
lafariniana sempre ligia al governo ed ostile all'iniziativa
rivoluzionaria, manda a Garibaldi un piroscafo rimorchiatore con
bandiera inglese, e raccozza volontari; Mazzini avverso all'impresa ne
rimane sorpreso, e poco giova; i deputati Fabrizi, Mordini e Cadolini
spediti a Garibaldi per dissuaderlo finiscono col convertirsi
all'avventura. Garibaldi, trascinato dall'istinto tragico della
situazione, dimentica improvvisamente il vecchio senno militare e
politico di tutte le sue imprese: l'idea di Roma lo affascina, la
coscienza di essere nesso fra la nazione e il re per compiere i destini
d'Italia lo assolve anticipatamente di ogni illegalità e di ogni errore.
La sua fede in Vittorio Emanuele giunge all'assurdo. Così, quando questi
emana da Torino (3 aprile) un proclama di disapprovazione e di minaccia,
Garibaldi, memore della lettera colla quale due anni prima gli aveva
proibito di passare il continente alla conquista di Napoli, lo crede una
lustra, e lo legge alla propria legione. Il ritiro di Giorgio
Pallavicino dalla prefettura di Palermo lo lascia indifferente, la
disapprovazione del parlamento non lo turba.

Allora comincia la tragica avventura. Il governo, impacciato nei propri
equivoci, non sa nè impedirla, nè permetterla: concede al generale
Lamarmora, che li domanda da Napoli, i pieni poteri, manda proconsole a
Palermo il generale Efisio Cugia, richiama dalle terme di Valdieri il
generale Cialdini per affidare al suo odio invidioso la repressione
della nuova impresa garibaldina. Il partito moderato reso feroce dalla
paura di complicazioni colla Francia, avventa vituperii contro il
partito d'azione, ed accusa Garibaldi di voler rovesciare la monarchia.

Questi invece, evitando accuratamente ogni conflitto coi regii, che
nullameno avrebbero potuto accerchiarlo, traversa incolume tutta l'isola
dal bosco della Ficuzza a Catania; il suo esercito è una turba di
giovinetti, d'entusiasti, di discepoli, fra i quali i pochi veterani del
'59 e del '60 appaiono dispersi. A Messina un comitato apre pubbliche
sottoscrizioni ed arruolamenti; l'idea degli accordi col re occupa da
per tutto la mente popolare; il contegno dell'esercito regio ribadisce
questa opinione. Il prefetto di Messina chiede per favore notizie del
campo garibaldino al comitato di provvedimento; quello di Catania dopo
un colloquio col generale lascia la città per trasportarsi sulla nave
_Duca di Genova_; Garibaldi deve improvvisare nella città un governo
provvisorio con a capo Giovanni Nicotera.

Fabrizi e Mordini, recatisi al campo del generale regio Mella per
parlamentare, si sentono rispondere che non vi sono ordini per
combattere Garibaldi; anzi il generale offre di rimandare gli spedati in
camiciotto rosso fatti prigionieri dalle proprie avanguardie, pregando
come ricambio di cortesia che gli sia permesso di provvedersi di viveri
a Catania. Poi l'esercito regio accenna a levare le tende da
Misterbianco, e Garibaldi asserragliandosi nella città ripete al popolo
i due gridi -- Italia e Vittorio Emanuele -- Roma o morte -- .

L'equivoco diventa così torbido che nessuno può trovarne l'uscita.

La fregata inglese _Amphion_ lo raddoppia, ormeggiandosi fra la città e
la fregata italiana _Maria Adelaide_, quasi per proteggere Garibaldi; il
24 agosto questi, emanato un proclama nel quale annuncia di marciare su
Roma e riconferma la propria fede alla monarchia, cattura nella rada il
_Generale Abbatucci_ francese e il _Dispaccio_ italiano, due vapori
postali, sotto gli occhi della nave ammiraglia _Maria Adelaide_, che
invece esce dal porto lasciando alle fregate _Duca di Genova_ e
_Vittorio Emanuele_ l'istruzione sibillina «di operare a norma dei casi,
ricordando il bene inseparabile della patria e del re».

A mezzanotte Garibaldi salpa dal porto coi due vapori e tremila uomini
salutato da un'immensa ovazione di popolo: le fregate lo lasciano
passare, ma i due capitani cadono così sotto consiglio di guerra.
Garibaldi presa terra presso la spiaggia di Melito si è difilato su
Reggio; se non che, bersagliato mollemente dalla _Maria Adelaide_ ripara
sul pianoro d'Aspromonte. I suoi ordini agli uffiziali sino dalla
partenza da Palermo sono «evitare l'esercito e, in caso d'incontro, non
combattere»; di rimpatto Cialdini gli manda contro il colonnello
marchese Pallavicini di Priola come a brigante con ordine «di
schiacciarlo e di non concedergli resa che a discrezione». A mezzogiorno
del 29 i bersaglieri cingono in catena i pendii dell'Aspromonte, aprendo
sui garibaldini un vivo fuoco di moschetteria: qualcuno di questi
risponde a fucilate, ma Garibaldi ordina la cessazione del fuoco; allora
i bersaglieri tristamente aizzati si slanciano alla carica, mentre
Garibaldi, ferito da due palle alla coscia sinistra e al malleolo del
piede destro, cade urlando sempre: «Viva l'Italia, non fate fuoco!».

I morti di ambe le parti sono dodici, i feriti cinquanta.

La tragedia è compita: Aspromonte, mutato in calvario della rivoluzione
italiana, resterà la cima più alta della storia moderna.

Il marchese Pallavicini in tanta sventura, ultimo gentiluomo di un
esercito che tirando primo su Garibaldi macchiava il proprio onore, fu
ammirabile di rispetto e di devozione al ferito. La legione venne
disarmata e scortata: Garibaldi imbarcato sopra una lancia del _Duca di
Genova_, passando al traverso della _Stella d'Italia_, ove superbo della
misera vittoria s'impettiva il Cialdini, salutò con epica cortesia;
l'altro non rispose al saluto. L'Italia monarchica si rivelava intera
nel contegno di Cialdini. Infatti questi annunziò la propria vittoria
così: «Garibaldi, raggiunto in Aspromonte in formidabile posizione,
attaccato dalle truppe italiane comandate dal colonnello Pallavicini,
dopo vivo combattimento, pienamente sconfitto, ferito, prigioniero con
tutti i suoi.» La stampa moderata vantò il trionfo. Al Varignano,
lazzaretto e galera a mezza costiera di ponente nel golfo della Spezia,
ove Garibaldi fu trasportato, mancava ogni decenza ed ogni comodo di
alloggio per il ferito, mentre vi si largheggiava di conforti ai
cospiratori borbonici. Intanto una reazione senza nome insaniva contro i
garibaldini; a Catania s'arrestavano i membri del comitato, patrioti,
giornalisti, si disarmava la popolazione, si perseguitavano ferocemente
i volontari fuggitivi. Lamarmora, imprigionati a Napoli Fabrizi, Mordini
e Calvino, telegrafava a Rattazzi: «Ho arrestato i deputati; li fucilo?»
E il ministro più scaltro rispondeva: «li metta in libertà e si scusi».
Il generale Pinelli in un caffè di Messina brindò alla palla di
Aspromonte; a Fantina un maggiore De Villata, truce brigante, sorpresi
alcuni volontari fuggitivi, li fucilava dileggiando; il ministero, pazzo
di orgoglio fratricida, promuoveva sul campo il Pallavicini a generale;
in parlamento e nei circoli politici si disputava seriamente sul come
processare Garibaldi, e si pendeva incerti fra il senato costituito in
alta corte di giustizia e il magistrato ordinario. Prevaleva già il
secondo partito; la corte di cassazione di Napoli dietro invito del
governo aveva richiesto quella di Milano per la designazione della corte
d'assise giudicante.

L'Italia taceva. Solo Giosuè Carducci, il suo giovane e maggior poeta,
avventò un'ode che stridè come una saetta per la morta atmosfera di quei
giorni, ma il silenzio del popolo tradì il segreto della rivoluzione. Le
proteste del partito rivoluzionario, le veementi invettive di Mazzini,
gli sdegni di Cattaneo, le minacce di Nicotera chiedente alla Camera di
mettere il ministero in istato d'accusa, non sembravano e non erano che
rimpianti e rimbrotti di vinti: il popolo taceva. Il popolo, al quale
Garibaldi aveva dato l'unità, non ebbe allora una rivolta nè di amore nè
di onore. II governo potè moltiplicare pazzamente errori e provocazioni,
ma il popolo indifferente per Venezia, dimentico di Roma, inconsapevole
della rivoluzione dalla quale era uscito, vedeva nella monarchia il
miglior riparo alla propria fortuna, e le abbandonava Garibaldi come un
volgare disertore.


                                  La monarchia italiana e il papato.

Con questo popolo e per questo popolo Mazzini sognava ancora una
republica italiana per strappare alla Francia l'iniziativa storica, ed
aprire un'altra epoca di civiltà in Europa! I Borboni avevano trovato
migliaia di briganti per una reazione antinazionale ed inumana;
Garibaldi ferito e prigioniero non provocò in nessuna città d'Italia il
più piccolo moto di ribellione. Le sue bande rosse soccombettero
all'ignavia nazionale. Se la monarchia fosse stata veramente un
principio nella rivoluzione italiana, non si sarebbe trovata costretta a
fucilare Garibaldi sulla via di Roma proclamata capitale da un voto
ripetuto del parlamento; ma se l'Italia non comprendeva allora il
sublime significato di Garibaldi moschettato per ordine di Vittorio
Emanuele, mentre si accingeva ad aprirgli l'eterna capitale del mondo e
ad incoronarlo in Campidoglio respingendo con ultimo sforzo tutto il
medio evo cattolico dalla storia moderna, le venienti generazioni
cresciute a migliore democrazia forse non potrebbero mai più
riconciliare nella propria coscienza la monarchia piemontese coll'idea
italiana, la sovranità nazionale col diritto regio.

Intanto l'Europa si esaltava d'amore per l'eroe ferito, cui il ministero
lesinava così ignominiosamente ogni conforto di cura che un impiegato
dell'arsenale dovette faticare più giorni per fornirgli un letto di
ricambio, e il dottore Riboli ebbe ad elemosinare per lui la biancheria
da una signora della Spezia. Quindi lord Palmerston mandò al ferito un
letto dall'Inghilterra, affrancato come una lettera perchè viaggiasse
colla massima rapidità, e per non umiliare il governo italiano volle
serbarsi incognito donatore; Partridge, primo chirurgo di Londra, fu
pagato con mille sterline dai propri clienti perchè venisse a visitare
il ferito; la Russia spedì il chirurgo Plougoff, Drouyn de Lhuys inviò
Nélaton; un mondiale plebiscito di carità vendicò Garibaldi
dell'ingratitudine italiana.

Allora il governo comprese il pericolo di processarlo: il sentimento
popolare si sarebbe probabilmente appassionato alla teatralità di così
grande dibattito, mentre l'eroe, chiuso fino allora nel più magnanimo
silenzio, avrebbe forse dovuto rivelare fra le morse di un
interrogatorio qualcuno dei molti imbrogli della politica regia,
scoprendo al disprezzo del paese la figura del re. Peggio ancora tutte
le giurìe del regno lo avrebbero certamente assolto di un delitto, del
quale nessuna abilità di magistrato avrebbe potuto definire la natura.
Fortunatamente le nozze della figlia secondogenita del re con don Luigi
di Portogallo offersero l'occasione di una amnistia; questa fu conceduta
il 5 ottobre a tutti i colpevoli di Aspromonte, meno i disertori che
condannati a morte ebbero commutata la pena in una prigionia prima a
vita, poscia a tre anni.

Il ministero, infatuato della propria vittoria su Garibaldi, credette
potersene giovare dopo siffatta reazione per chiedere la restituzione di
Roma all'Italia, come se le popolazioni avessero secondato il governo
nella repressione del tentativo garibaldino solo per la fede che il
governo del re sapesse meglio risolvere tanto problema. Ma a tale
querula questua, vantata dalla stampa moderata di allora quale una
protesta ammirabile di orgoglio italiano, Napoleone rispose al solito
con un opuscolo del Laguerronière, _L'Europa e il Papato_, ribadendo la
vecchia utopia, Roma essere indispensabile all'esercizio del potere
spirituale, e riproponendo un congresso europeo per dividere l'Italia in
tre stati. Il ministero tentò replicare: allora Napoleone chiamò al
Ministero il Drouyn de Lhuys, e mandò ambasciatori al Vaticano il La
Tour d'Auvergne, entrambi nemici d'Italia.

Così, in poco più di un anno dalla morte di Cavour, il partito
rivoluzionario aveva tentato indarno i due massimi problemi di Venezia e
di Roma contro la monarchia. A Sarnico il minuscolo moto aveva abortito
siffattamente che nel ridicolo della sua insufficienza militare
svanivano le brutture della reazione monarchica; ad Aspromonte invece la
tragedia del diritto nazionale era salita più alta dell'epopea
rivoluzionaria. Garibaldi, ritentando la distruzione del papato difeso
ancora da un impero francese, diventava l'ultimo martire di una lunga
storia di eroi. Da Arnaldo da Brescia a Cola da Rienzi, da Porcari a
Burlamacchi, da Dante a Machiavelli, da Bruno a Giannone, attraverso la
storia millenaria di un federalismo sempre tendente all'unità e di una
lotta fra la libertà del pensiero civile e l'autorità del pensiero
religioso, Roma era stata il centro della guerra e della vita italiana.
Il patto della chiesa coll'impero, di Leone con Carlomagno, si
riproduceva enorme, assurdo, mezzo secolo dopo la rivoluzione francese.
L'Italia, alla quale quel patto aveva tolto di essere nazione, non
poteva diventarlo che lacerandolo.

Garibaldi, l'eroe più italiano e più universale della democrazia
moderna, marciando su Roma assaliva contemporaneamente papato ed impero:
tutto il diritto moderno giustificava la sua impresa, tutte le libertà
erano scritte sulla sua bandiera. Fra l'antico patto della chiesa
coll'impero erano sorti prima vinti, poi vittoriosi i comuni; Garibaldi,
campione della nazionalità era insorto fra il nuovo, ed era stato vinto
dalla monarchia nazionale d'Italia nel nome della chiesa e dell'impero.

Onesta fatale mostruosità diventava più dolorosa al ricordo che la
democrazia italiana aveva già fino dal 1849 decretato a Roma
l'abolizione del potere temporale e la republica. Il pensiero italiano
parve quindi indietreggiare di molti secoli. Mazzini stesso, protestando
contro la bassezza del governo, criticava con meschini criteri di
opportunità politica il disegno di Garibaldi.

Intanto il ministero Rattazzi, sbattuto da troppe correnti, sprofondava.
Dalle simpatie di tutta l'Europa per Garibaldi il popolo riprendendo
coraggio, cominciava ad appassionarsi pel ferito. Le ultime umiliazioni
inflitte al governo dalla diplomazia francese rendevano più amaro il
lutto prodotto dagli equivoci ministeriali; le necessità dei nuovi
balzelli, fra i quali odiatissimo quello della ricchezza mobile,
aumentavano i pretesti al malcontento; le ladrerie moltiplicantisi nella
vendita dei beni demaniali, che a rovescio di ogni legalità si facevano
troppo spesso per ordinanza di ministro anzichè per decreto reale,
sminuivano la già scarsa fiducia nell'amministrazione centrale; la paura
della destra per una politica troppo complicata nella diplomazia,
compromessa colla rivoluzione, e pericolosa nei risultati, l'odio della
sinistra per il tradimento sofferto e per la raddoppiata sommissione
alla Francia, il trionfo del papato vantato dal clero oscenamente, tutte
queste colpe e queste forze si unirono contro il ministero, che dovette
dimettersi fra l'esecrazione universale.

Ma anche nella disperata difesa dell'ultima discussione Rattazzi
mantenne la propria superiorità parlamentare, destreggiandosi con
insuperata agilità fra tanta tempesta di accuse e di accusatori.



CAPITOLO SESTO.

Soluzione monarchica del problema di Roma


                                  Roma durante la rivoluzione.

La tragedia d'Aspromonte, travolgendo il ministero Rattazzi, rese nella
coscienza publica più urgente il problema di Roma.

Rivoluzione e monarchia sentirono del pari la necessità di uscire da una
situazione che infirmava ogni fatto della nuova vita italiana. A Torino
la monarchia correva rischio d'immobilizzarsi nel piemontesismo reso più
odioso dall'obbligo di difendere il papato contro qualunque
rivendicazione nazionale. In parlamento la posizione dei ministeri
diventava sempre più precaria. I partiti, esagitati da inconciliabili
passioni, si combattevano senza vera distinzione di programma: quello
rivoluzionario difendeva per opposizione dialettica tutte le piccole
autonomie, e rispondeva col grido di Venezia e di Roma alle continue
domande di spese militari; la moltitudine si cullava ancora
nell'illusione di una quasi segreta ricchezza nazionale, mentre le
finanze mal rinsanguate da imposte poco esigibili e pessimamente
distribuite declinavano verso il fallimento.

La formazione del nuovo ministero fu tra le più laboriose. Il conte
Ponza di San Martino, primo a riceverne l'incarico, avrebbe voluto un
programma di raccoglimento, limitando tutte le spese ed aggiornando la
soluzione di tutti i problemi, ma dovette ritirarsi, anche perchè la sua
qualità di piemontese l'avrebbe reso impossibile in quel momento. Si
ricorse al Farini, già ammalato di spinite, e gli si diedero compagni il
Minghetti, il Peruzzi, il Pasolini, il Pisanelli, il Menabrea, l'Amari,
lo Spaventa. Il ministero così composto parve più italiano dei
precedenti, sebbene la sua azione non potesse spiegarsi con più italiani
intendimenti: si sarebbe bramato una tregua alle questioni politiche
quando invece queste incalzavano sempre più fiere.

L'insurrezione della Polonia, della quale il partito rivoluzionario si
servì per riscaldare il sentimento patriottico delle masse con
sottoscrizioni, con comizi ed arruolamenti, mise il governo nel più
difficile imbarazzo diplomatico collo czar, che aveva in quei giorni
riconosciuto il nuovo regno. Emilio Visconti-Venosta, succeduto al
ministero degli esteri, pur giuocando di destrezza, dovette concludere
collo Spaventa, direttore generale della polizia, ad un'altra
persecuzione dei liberali: anzi questi nella violenza della propria fede
monarchica vi risuscitò concetti ed abitudini della polizia borbonica
con un dizionario di sospettati e di sospetti e con istruzioni
assurdamente inquisitoriali a tutte le prefetture.

Alla reazione militare di Aspromonte seguiva così un'altra reazione
poliziesca: la monarchia sembrava aver paura, il popolo affettava di
disprezzarla; nella vita dell'una e dell'altro non pareva che il
formarsi del nuovo stato avesse prodotto radicali mutamenti.

Da Roma il papato sbraveggiava e l'antica metropoli invece durava nella
propria oramai storica indifferenza.

Dalla caduta della republica e durante il lungo periodo della
occupazione francese, Roma non aveva dato alcun segno di vita politica.
La ripristinazione del papato, malgrado la subdola ferocia di un'ultima
reazione, non aveva potuto scuotere il suo scetticismo: vi erano state
molte feste religiose affollate al solito come spettacoli di circo, e
null'altro. Poi il popolo superstizioso ed incredulo, la borghesia
ignorante ed ignara, l'aristocrazia altera ed impotente, il clero,
onnipotente ed inetto, avevano ripreso la propria vita di ozio e di
disordini. In mezzo al deserto dell'agro, Roma non era più che
un'immensa necropoli, nella quale la republica del 1849 aveva durato
appena il tempo di un'improvvisazione teatrale, cadendo senza lasciare
rovine.

Nullameno qualche lievito indefinibile sembrava fermentare nella sua
coscienza. L'antico orgoglio quiritario, sopravvissuto nel popolo alle
umiliazioni di tanti secoli, gli rendeva odiosa l'occupazione francese;
la viltà mostrata nella crisi della republica dal clero aveva scemato a
questo il prestigio di padrone; l'antagonismo fra le truppe papaline e
francesi irrompente spesso in piccole mischie, nelle quali la bravura
brigantesca degl'individui dava a quelle, un vantaggio sul valore
collettivo di queste, aizzava nella moltitudine l'odio allo straniero.
Il quale, pure essendo diverso dall'odio generoso dei lombardi per gli
austriaci, non si mostrava molto meno vivo, giacchè i francesi,
costretti a fare da gendarmi al papa contro l'Italia, dovevano per
sospetti di mene liberali vessare il popolo come gendarmeria papalina.
L'odio menò al sangue: la plebe con perfida crudeltà si diede a circuire
i soldati vaganti per le vie nei primi giorni dell'arrivo, e col
pretesto di spiegar loro i monumenti antichi li traeva in agguato,
gittandoli dai ponti nel Tevere o trucidandoli nei vicoli più deserti.

Ma ogni tentativo per mezzo di congiure mazziniane vi fallì. Il
bolognese Petroni lasciatovi da Mazzini a rannodare le fila delle
antiche cospirazioni era stato presto imprigionato; i migliori liberali
emigrarono; gli altri finsero di adoprarsi alla rivoluzione ed invece si
studiarono d'impedirla per non correrne i rischi.

Così, quando ad esautorare Mazzini anche nelle cospirazioni, Cavour per
mezzo del La Farina fondò la Società Nazionale, aggregandovi tutti quei
liberali che volevano aspettare di essere liberati dalla monarchia
sarda, a Roma si formò presto un comitato per contrastare l'azione dei
mazziniani, magari coll'infamia di denunzie alla polizia papalina.

Fu questo uno degli spettacoli più miserandi della rivoluzione italiana.

Quindi al suo scoppiare, mentre le Romagne, le Marche e l'Umbria
insorgevano, Roma non si mosse: le Romagne fortunate di più sollecita
annessione non ricaddero più sotto al gioco papale, ma le Marche e
l'Umbria patirono stragi di guerra; e Roma non si mosse. Dopo la
sconfitta di Lamoricière e di De Pimodan, quando gli eserciti piemontesi
trionfanti passavano al suo traverso per congiungersi alle bande rosse
di Garibaldi, Roma, paurosa del presidio francese e ubbidiente alla
parola di Cavour, non si mosse. La città dalla quale in una storia di
tremila anni era derivata la nazionalità dell'Italia, non parve
italiana: dopo aver assistito con colpevole accidia alla tragedia della
republica mazziniana, Roma si manteneva indifferente alla formazione del
grande regno italico. Dai suoi mille monumenti di gloria non un
sentimento le venne della grandezza moderna. Eppure un'insurrezione
popolare le sarebbe stata quasi troppo facile per meritare le lodi
d'Italia. Forse il presidio francese non avrebbe osato battersi per il
papa, giacchè Napoleone III per difendere Roma dalla conquista regia
aveva insino allora dovuto persuadere l'Europa della fedeltà dei romani
verso il pontefice. O Garibaldi o Cavour, quegli in nome della
rivoluzione, questi col pretesto dell'ordine, vi sarebbero entrati
evitando di scontrarsi col presidio francese e salvaguardando il papa:
quindi l'imperatore, costretto a combattere il proprio alleato di ieri
per rimettere in trono il papa, avrebbe probabilmente ceduto al doppio
principio del non intervento e dei fatti compiuti.

Ma se il popolo romano venne meno al dovere della propria gloria, il
governo papale in tanta rovina di se stesso non trovò nè coraggio per
resistere, nè dignità per cadere. Anzitutto l'ignavia del popolo
egualmente incredulo all'Italia e al papato gli tolse di poterlo
chiamare alle armi: poi l'esercito raccolto fu di mercenari e di
volontari stranieri, comandati da generale straniero. Ogni apparenza di
legittimità mancò alla difesa dello stato; per mezzi politici si usarono
scomuniche e preci; vi furono processioni per l'assedio d'Ancona e per
quello di Capua, quasi la causa del Borbone fosse identica a quella
della chiesa; la stampa papalina mentì e vituperò fanciullescamente
tutti gli eroismi della rivoluzione.

Per l'Italia non s'ebbe che qualche dimostrazione di strada e di teatro:
in questi si gridava monellescamente «viva Verdi», facendo col nome
dell'illustre maestro un anagramma: Viva Vittorio Emanuele re d'Italia.
Nel carnevale del 1860, la popolazione avendo disertato come a protesta
il corso di porta del Popolo per riempire quello di porta Pia, il
cardinale segretario Antonelli con satanica ironia mandò a quella
passeggiata politica in carrozza di gala il carnefice mastro Titta.
Nullameno la popolazione divorò in pace l'insulto. In sostanza la
metropoli non soffriva di agitazione rivoluzionaria: il residuo del suo
stato circoscritto dalle maremme toscane, dall'Umbria, l'Abruzzo e la
Terra di Lavoro, non aveva altra vita politica che quella del
brigantaggio. Le condizioni delle provincie erano miserande come pel
passato; la feudalità dei grandi signori romani vi spadroneggiava
d'accordo colla strapotenza del clero. Il brigantaggio antico come
costume vi rifioriva ora per aiuti del papa e del Borbone, compiendo di
corrompere la brutalità delle popolazioni.

La decadenza del governo papale diventava anche più scandalosa al
paragone del risveglio di ogni attività, prodotto dalla rivoluzione in
tutto il regno d'Italia.

Nella metropoli popolo e borghesia vivevano della chiesa; la burocrazia
v'era così cresciuta che si contavano quasi sessantamila impiegati; il
resto era plebe e servitorame; l'esercito raccogliticcio e straniero, e
piuttosto di parata che di guerra; la flotta composta di una sola
corvetta ancorata nel Tevere; l'antica università ridotta a poco più di
un seminario; i conventi innumerevoli e vasti come paesi: migliore se
non unica speculazione quella degli alberghi: Roma non viveva più che
d'ospitalità e di feste religiose.

Una vasta e torbida malinconia pesava sulla città eterna, fasciata dal
deserto inconsolabile del proprio agro come da un immenso mantello
luttuoso: le sue cattedrali, miracolo di genio e di grandezza, parevano
esse pure sopravvissute alla religione del popolo che le aveva erette:
la fede non vivificava più alcuno dei loro riti; le arti non abbellivano
più nessuna delle loro forme. La romanità era morta da secoli. I grandi
intelletti stranieri visitando Roma rimanevano colpiti dal silenzio
della sua vita, nella quale i costumi della plebe parevano di villaggio,
e quelli dell'aristocrazia riproducevano entro la più severa delle
cornici storiche il quadro effimero delle eleganze parigine.

Della republica del '49 non restava altra traccia che il Vascello ancora
rovinante: in Campidoglio durava, superstite maschera, un senatore del
quale nessuno si occupava, e che a certi giorni usciva in grande pompa
di carrozze e di valletti, come idolo vivente nella città di tutte le
idolatrie.

Questa era la capitale assegnata da tremila anni di storia all'Italia
divenuta finalmente nazione. Quando Garibaldi cadeva moschettato dai
bersaglieri sul pianoro di Aspromonte, Roma papale non avvertì nè il
pericolo, nè la speranza dell'avventura rivoluzionaria: i clericali ne
sorrisero sprezzantemente, i liberali indettati dal La Farina se ne
rallegrarono come di un trionfo della monarchia piemontese.


                                  La convenzione di settembre.

Infatti poco dopo il ministero Minghetti, dal quale il Farini aveva
dovuto uscire per malattia incurabile, dava al problema di Roma capitale
la sola possibile soluzione per la monarchia.

Anche questa volta l'iniziativa venne dall'Inghilterra e dalla Francia.
All'indomani di Aspromonte lord Russell, proseguendo nella politica di
ostilità all'espansione dell'impero bonapartesco, che colla spedizione
al Messico accennava ad un'azione potente anche nel nuovo mondo,
protestava vigorosamente contro l'occupazione francese a Roma,
dichiarando la Francia responsabile del brigantaggio napoletano e di
ogni possibile complicazione europea nella questione italiana. Il legato
francese De Sartiges, succeduto al Benedetti, invitò quindi il gabinetto
di Torino a riprendere gli studi per una conveniente soluzione del
problema romano.

Il ministero, angustiato dalle agitazioni in favore della Polonia, dai
risultati dell'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, dagli scandali
di ladrerie negli appalti delle strade ferrate pei quali l'ex-ministro
Bastogi e troppi altri deputati avevano dovuto ignominiosamente
dimettersi; sferzato dalle accoglienze entusiastiche fatte a Giuseppe
Garibaldi (marzo 1864) a Londra nell'intendimento di osteggiare
l'alleanza austro-prussiana a danno della Danimarca; sopraffatto
dall'avvilimento del nome italiano in Europa, credette necessario a
salvarsi un grande colpo politico.

Le trattative su Roma furono riprese.

Napoleone III, persuaso finalmente che la perfidia della curia romana e
l'indomabile istinto della rivoluzione italiana avrebbero potuto
suscitare dall'occupazione francese in Roma motivi di guerra europea,
pensò a trarsi dal cattivo passo senz'offendere le facili suscettibilità
dei clericali francesi. Il suo disegno finissimo per eccessiva
semplicità consisteva nel ritirare le truppe da Roma, incaricando la
monarchia italiana della salvaguardia del papa, e chiedendole un pegno
tale delle proprie promesse che significasse in faccia all'Italia e
all'Europa una tacita rinunzia a Roma. Cotesto pegno doveva essere
nell'elezione di un'altra capitale.

Alle prime aperture del governo francese il gabinetto italiano ripropose
la già fallita convenzione di Cavour: sgombro delle milizie francesi da
Roma e dal territorio pontificio, impegno per l'Italia di non assalire e
di non tollerare che altri assalisse il dominio del pontefice. Era
un'abdicazione al diritto nazionale col solito sottinteso di mancare al
trattato qualora eventi fortunati lo permettessero: la politica regia
non poteva sottrarsi a siffatto espediente. Ma l'imperatore, indovinando
il facile giuoco, pretese dall'Italia l'elezione di un'altra capitale
per esautorare simultaneamente la tradizione piemontese e il diritto
nazionale. Il ministero accettò. La subdola convenzione del conte di
Cavour, che all'indomani della proclamazione del regno italico mirava
con ogni sforzo e a qualunque prezzo di contraddizioni a trarre i
francesi da Roma, diventava coll'elezione di una nuova capitale
un'esplicita rinunzia a Roma: la presenza nel ministero del Minghetti,
ex-ministro papalino, e del Peruzzi, toscano tardi convertito all'idea
dell'unità, spiegava anche troppo chiaramente il pensiero politico del
governo. Non si voleva andare a Roma; dopo la Francia si temeva
dell'Europa; il papato, istituzione millenaria, cosmopolita, necessaria
al cattolicismo, era giudicato inseparabile dal dominio di Roma; la
monarchia italiana non osava abbatterlo. Si sentiva che la
rivendicazione di Roma avrebbe reso per sempre inconciliabili monarchia
e religione; il bigottismo del re rabbrividiva all'idea di così
terribile guerra; si esagerava il sentimento religioso delle
popolazioni; non si credeva al già visibile declino dell'impero
napoleonico; non s'intravedeva, e sarebbe stato facile e Mazzini da anni
l'aveva annunziata, la lotta imminente fra Prussia ed Austria, che
doveva ripetersi maggiore fra Germania e Francia. Il dottrinarismo
monarchico, effimera ed assurda miscela di tradizioni regie e d'idee
rivoluzionarie, di classicismo accademico e di empirismo plateale,
doveva soccombere nel grande problema di Roma.

D'altronde la necessità di trarre da Torino la capitale coonestava
l'espediente. Quanto all'umiliazione e all'impossibilità di proteggere
il papa da nuovi assalti italiani, dopo la triste vittoria di Aspromonte
non ci si pensava: all'accusa di abdicazione con sottigliezza
parlamentare si rispondeva invocando i plebisciti e proclamando che
colla nuova convenzione Roma ridiverrebbe dei romani: a questi il
pronunziarsi contro il papa in favore dell'Italia. Ma poichè li si
conosceva incapaci di tanto, si ripeteva con orgoglio l'insidioso
argomento.

Negoziatori italiani della convenzione, che prese nome dal 15 settembre
1864, erano il Nigra, allievo del Cavour, ambasciatore a Parigi, e il
marchese Gioacchino Pepoli, parente dell'imperatore, laido per vizi,
vano nella depravazione del poco ingegno; pel governo francese firmò il
ministro Drouyn de Lhuys. Dei cinque articoli il primo statuiva che
l'Italia nè assalirebbe, nè tollererebbe assalti al territorio
pontificio; il secondo fissava allo sgombro delle truppe francesi da
Roma il termine di due anni; il terzo assentiva al papa la formazione di
un esercito anche di mercenari stranieri; il quarto obbligava l'Italia a
negoziare colla Santa Sede per l'assunzione di una parte dei debiti
delle antiche provincie pontificie; il quinto stabiliva la ratificazione
della convenzione nel termine di quindici giorni. Un protocollo esigeva
però, ad ingiuria della fede italiana, che la convenzione non avrebbe
effetto, se non quando il re d'Italia avesse decretato il trasferimento
della capitale in altra città.

Per tale convenzione risorgeva a Roma il federalismo: invano governo,
parlamento e plebisciti avevano sino allora decretato una l'Italia e
Roma sua metropoli. Il papa acquistava il diritto di armarsi contro
l'Italia, alla quale da anni faceva un'orribile guerra di brigantaggio,
mentre la nazione veniva condannata ad essere il suo gendarme e a
ripetere indefinitamente la tragedia di Aspromonte, se tutti gl'italiani
non rinunciassero unanimemente ai patrii diritti.

Ma all'infuori di Roma nessun'altra città poteva essere capitale
d'Italia. Torino rappresentava la conquista regia, tutte le altre erano
state conquistate; Firenze non era più che la maggiore prefettura di
Toscana, illustre di gloria antica quanto povera di significato moderno;
Napoli, capitale delle due Sicilie, mancava di affinità col resto
d'Italia: trasportarvi la capitale sarebbe stato un cadere
dall'assorbente prepotenza piemontese nella più inorganica preponderanza
napoletana.

Senza Roma capitale la rivoluzione italiana non era più che una
conquista piemontese.

Ma la monarchia, che aveva vinto come negazione della rivoluzione, era
spinta irresistibilmente alla rinunzia di Roma. Il Pasolini, uscito
allora dal ministero degli esteri, l'affermava esplicitamente;
D'Azeglio, nel più misero dei propri opuscoli, lo dichiarava con
inconscio candore; il Boggio, deputato e pubblicista eminente fra i
moderati, aveva già confessato durante la tragedia di Aspromonte, che
Roma conquistata da Garibaldi all'Italia sarebbe stata una sventura per
la monarchia; e infatti questa non avrebbe avuto al proprio attivo che
il tradimento francese di Villafranca. Il Peruzzi con astuzia toscana
preparava già per Firenze il fasto e l'enorme debito di una capitale
immutabile; il Minghetti diplomatizzava accennando in un indefinibile
avvenire alla possibilità di ottenere Roma, ma lavorando con energia ad
assidere stabilmente il governo a Firenze.

L'Italia taceva come per Aspromonte.

La formula ipocrita: «Roma dei romani», contro la quale i pochi
mazziniani di Roma protestarono nobilmente, era l'argomento
rivoluzionario per sedurre i più ingenui; la perfida riserva di tradire
la convenzione dopo lo sgombro dei francesi, e appena se ne presentasse
il destro, l'argomento politico per convincere i più restii.

Fortunatamente per la monarchia, il papato, pauroso di un vero abbandono
da parte della Francia, protestava contro la convenzione dandole
l'apparenza di un falso patto.

Ma il modo col quale il governo l'annunziò al paese, ne tradì il triste
segreto: invece di publicarne francamente il testo, si credette furberia
preavvisare nell'_Opinione_, organo massimo del partito moderato, che
nel termine di due anni cesserebbe l'occupazione dei francesi in Roma.
Pochi giorni dopo la _Gazzetta di Torino_, altro giornale officioso, in
un articolo apologetico della convenzione, s'abbandonava a minacce
contro Torino, se mai osasse per grettezza municipale contrastare al
trasferimento della capitale. Allora la vecchia metropoli piemontese,
che credeva ingenuamente di aver conquistato l'Italia, s'inquietò: si
sapeva che Vittorio Emanuele era contrario alla convenzione per dignità
di re italiano e più per orgoglio di principe savoiardo; una ressa di
popolo tumultuante assalì gli uffici della _Gazzetta di Torino_, e non
si sperdette che sotto i colpi di daga dei poliziotti; il consiglio
municipale raccolto a seduta improvvisa protestò; circolavano voci di
altre cessioni territoriali alla Francia; si temeva per l'integrità
piemontese; il ministero con singolare inettezza, non prevedendo tanto
subbuglio, non aveva preso precauzioni, e non osava prenderne. Il
tumulto degenerò in ribellione, la legione degli allievi carabinieri
tirò sul popolo inerme che gridava: «Abbasso il ministero!»; la sera
appresso nuove rappresaglie ed altro sangue. Si contarono 23 morti e 80
feriti, fra i quali un colonnello. La guardia nazionale potè a stento
frenare la strage. Finalmente il re costrinse il ministero a dimettersi,
incaricando il Lamarmora di formare il nuovo gabinetto, e lo sdegno
municipale della città si placò in una indefinibile speranza sul nome di
questo illustre piemontese.


                                  Trasporto della capitale a
                                  Firenze.

Nel resto d'Italia le solite proteste e null'altro.

Mazzini in articoli roventi di dolore patriottico encomiò il tumulto
torinese fingendo di crederlo ispirato da un alto senso di italianità;
la publica opinione invece, mal disposta verso Torino, accettò
piacevolmente l'idea di una nuova capitale a Firenze, e rise colla
tradizionale furberia politica dello spirito italiano sul papa e
sull'imperatore, che potevano credere sul serio alla rinunzia a Roma.

I massacri di Torino vendicavano in certo modo i morti di Aspromonte.

Il Lamarmora, benchè avverso alla convenzione, dovette subirla;
solamente a sgravarsi della troppa responsabilità ottenne che il
trasferimento della capitale si compiesse per legge anzichè per decreto
reale, e la decorrenza del termine per lo sgombro delle truppe francesi
da Roma cominciasse dal giorno della sua promulgazione. Il parlamento,
convocato per discutere questa legge, recriminò sul ministero caduto
votando una inchiesta; il municipio torinese di rimpatto ne iniziò
un'altra. Quindi il gabinetto francese, commentando in una nota
diplomatica la convenzione per rendere più evidente la rinunzia italiana
a Roma, dichiarò fra i mezzi violenti interdetti all'Italia per entrare
in Roma anche i maneggi di agenti rivoluzionari; e si riservò, nel caso
di una spontanea rivoluzione nella città eterna, ogni libertà d'azione.

Allora il Lamarmora in una nota di risposta dovette riaffermare che
eseguendo la convenzione alla lettera non intendeva contraddire alle
aspirazioni nazionali, nè vincolarsi qualora scoppiasse in Roma una
simile rivoluzione.

La discussione della legge in parlamento durò tempestosa dal 7 al 19
novembre.

Il ministero vi si mostrò al di sotto della propria dignità. Si sarebbe
voluto, e il Boggio ne fu uno fra i più caldi oratori, che la Camera
accettasse senza controllo la convenzione già firmata dal re e
dall'imperatore; il ministro Giovanni Lanza sostenne con ingenua
improntitudine che la convenzione avendo avuto l'assenso dell'imperatore
non poteva decentemente discutersi dal parlamento; la sinistra combattè
abbastanza nobilmente invocando i plebisciti, che la convenzione avrebbe
distrutti, ma, soffocata nella propria antitesi di partito
rivoluzionario e parlamentare, rimase senza efficacia. In così suprema
questione le sarebbe bisognato il coraggio di dimettersi in massa per
appellarsi al paese; ed invece, malgrado la rinuncia a Roma, Francesco
Crispi, uno de' suoi capi più autorevoli, sostenne che la monarchia ci
unificava e la republica ci avrebbe divisi. Mazzini gli rispose invano
con una lettera tremenda d'ironia. Il Mordini, simpatico oratore e
rivoluzionario di recente convertito alla monarchia, votò la convenzione
scusandosi col sofisma traditore che le transazioni temporanee della
politica officiale non infirmavano la sanzione popolare della nazione
alla sua capitale; Giuseppe Ferrari, genio scetticamente profondo,
l'accettò giudicando Roma piuttosto sepolcro del cattolicismo che culla
di una terza Italia.

Poco dopo la Camera su proposta di Ricasoli rinunciava a discutere i
risultati dell'inchiesta sui casi di Torino, lasciando i ministri
colpevoli atteggiarsi a Catoni. Quindi una voce circolante, ed era forse
vera, commosse vivamente la publica opinione. Si temette che colla
rinunzia a Roma e cogl'impegni assunti di difendere il papa da qualsiasi
atto esteriore, il governo si fosse pure vincolato ad impedire qualunque
attacco al Veneto e, nel caso propizio di un ricupero di questa
provincia, a rettificare nuovamente le frontiere piemontesi colla
Francia sulla linea della Sesia. Mazzini sempre bene informato denunciò
particolareggiandolo questo segreto protocollo; il Villa, oratore
piemontese di parte democratica, commentò questa rivelazione, che un
discorso imperiale al parlamento francese parve riconfermare: il
ministero respinse alteramente tale accusa.

Intanto l'odio municipale di Torino cresceva a segno da mutarsi in
fervido amore d'italianità per dispetto a Firenze e alla monarchia. Una
vasta associazione politica coagulatasi improvvisamente coi più vari
elementi piemontesi scomponeva i partiti della Camera: il suo motto
d'ordine era il grido d'Aspromonte -- Roma o morte! -- Moderati e
democratici si stringevano in falange per combattere tutti i ministeri,
nei quali governassero gli uomini che avevano offeso Torino, e spingerli
a forza, come per vendetta, su Roma. Così la rivoluzione traeva nella
propria orbita i più restii conservatori di quel Piemonte che aveva
sempre considerato l'Italia come terra di conquista. La cosa giunse a
tale che si vide persino il Boggio, uno fra i più accaniti nemici di
Mazzini, trattare col grande esule a nome di questa associazione per
eccitare nuovi moti di ribellione nel Veneto.

Invero il governo, ostinato nel proprio concetto di una rinunzia a Roma,
non solo ritirava un incertissimo schema di legge sull'asse
ecclesiastico onde non sopprimere le corporazioni religiose, i beni
delle quali avrebbero rinsanguato le finanze, ma ritentava una
riconciliazione col papato. Nè l'ultima enciclica _Quanta cura_,
stridente di recriminazione contro l'Italia, nè il _Sillabo_, ove si
condannavano in ottanta proposizioni quasi tutti i postulati del
pensiero civile moderno, parevano nuovi ostacoli ai ministri. La Curia
romana colla solita malizia si prestò al giuoco: Pio IX scrisse una
lettera a Vittorio Emanuele per provvedere di buon accordo alle numerose
vacanze delle sedi vescovili nel regno; il governo deputò a Roma il
Vegezzi, magistrato illustre; corsero cortesie d'ambo le parti, e si
finì necessariamente ad una rottura, giacchè la Curia ricusò
ostinatamente al re il diritto all'_exequatur_ e al giuramento dei
vescovi.

Ma nemmeno quest'ultimo smacco persuase al governo migliore politica;
anzi il Lanza uscì dal ministero per non averlo potuto spingere a
maggiori concessioni verso il Vaticano, mentre il ministro Natoli
sospendeva la guerra aperta contro i seminarii.

Nel giugno del 1865 la capitale s'insediava a Firenze, ma i francesi,
secondo i termini della convenzione, rimanevano ancora a Roma nè
alleati, nè mercenari, nè presidio del pontefice, che la monarchia
italiana avrebbe dovuto tutelare e i romani sostenere. La loro presenza,
dopo il sacrificio di Torino e l'abdicazione a Roma, diventava il
peggiore degli oltraggi pel governo di Firenze così guardato a vista
dagli austriaci e dai francesi, sbertato dal papa, accusato di
tradimento dalla rivoluzione. Se a Torino l'Italia soffocava
nell'angustia dell'idea piemontese, a Firenze avrebbe dovuto perire per
la mancanza di una qualunque idea: da Torino si poteva guardare fiso a
Roma aspettando il momento per lanciarsi al suo assalto; a Firenze non
rimaneva più che aspettare nuovi ordini dalla Francia.

Intanto la piccola e bella metropoli coll'audacia mercantile dei suoi
tempi migliori si gettava a spese d'ogni sorta per ospitare nobilmente
il governo nazionale; nessuno credeva sul serio alla precarietà della
nuova capitale; corte e ministeri incuoravano il municipio; si demoliva,
si fabbricava, si abbelliva, si lussureggiava così che in pochi anni il
debito municipale raggiunse la cifra enorme di centocinque milioni.

Questo scandalo trascinò altri municipii; i debiti parvero un contagio;
all'imminente fallimento del governo si aggiunse il dissesto delle
provincie e delle più grosse città, mentre il giovane regno minacciato
simultaneamente dall'Austria, dalla Francia e dal papa, perdeva colla
sincerità del proprio principio rivoluzionario la sola originalità, che
potesse crescergli la vita.



CAPITOLO SETTIMO.

La prima guerra italiana nel Veneto.


                                  Cospirazioni regie e democratiche.

Ambo le politiche avevano fallito davanti al problema di Roma.

Quindi Mazzini in una protesta veemente dichiarò di riprendere tutta la
propria libertà d'azione pel compimento dell'unità nazionale senza o
contro la monarchia: Garibaldi invece seguitò a tacere per non provocare
altri conflitti fratricidi fra governo e paese. Quegli e questi
cercarono aiuti nella democrazia estera mirando a coordinare i nuovi
moti italiani ad una rivoluzione di tutti i popoli, specialmente slavi,
aspiranti alla nazionalità.

La politica delle alleanze passava così dalla tradizione cavouriana
nell'azione rivoluzionaria a riconfermare che l'Italia con un esercito
di trecentomila uomini e quasi venticinque milioni di popolazione non
bastava ancora a riconquistare le proprie provincie di Roma e di
Venezia.

Dal proprio canto Vittorio Emanuele, insofferente delle troppe
umiliazioni, imitando da lungi i tortuosi avvolgimenti della politica
napoleonica, ordiva trame segrete con rivoluzionari esteri e nazionali.
Nella bramosia d'integrare al più presto possibile il grosso regno
regalatogli dalla fortuna, egli per scrupoli invincibili di cattolico
intendeva anzitutto al Veneto. Contro l'Austria ferveva tutto il suo
coraggio di soldato e il suo patriottismo di re: per opposte ragioni i
suoi disegni concordavano quindi con quelli di Mazzini persuaso
dell'impossibilità per Napoleone di cedere Roma all'Italia. Re e
republicano, di cospirazione in cospirazione, tra ungheresi e galiziani,
serbi e rumeni agitantisi ad oriente dell'Austria, finirono
coll'incontrarsi. Un segreto ascendente di re patriota, superiore alla
politica della propria monarchia, dava a Vittorio Emanuele un forte
vantaggio nelle nuove trattative con Mazzini, dacchè Garibaldi, malgrado
i tradimenti sofferti, seguitava a credere nella sua parola. La
glorificazione del re, prodotta da tutte le glorie assorbite dalla
rivoluzione, dominava inconsciamente l'uno e l'altro sino a farli
credere che Vittorio Emanuele potesse davvero contrapporsi con nobile
iniziativa al proprio governo. La sua bravura di soldato nelle battaglie
dell'indipendenza quando tutti gli altri re fuggivano, il suo generoso
cordoglio per la pace di Villafranca, l'alterezza ingenita di certi
sentimenti significati nelle crisi più dolorose della patria, e
sopratutto il bisogno istintivo di trovare qualche epica grandezza nella
forma politica prescelta dall'Italia a risorgere, persuadevano a molti
che nel re fosse qualche geniale originalità d'eroismo. L'evidenza di
troppi fatti contrarii non bastava in quell'orgasmo del dover risolvere
in qualche modo i due ultimi e massimi problemi della rivoluzione.

Diplomatico onesto e fine degli accordi fra Mazzini e Vittorio Emanuele
fu l'ingegnere Diamilla Müller: l'occasione ne venne dal conflitto
dano-germanico, nel quale Austria e Prussia si allearono momentaneamente
quasi a conquistare nelle provincie dello Schleswig e Holstein il
pretesto della terribile guerra, che doveva indi a poco rimutare tutte
le condizioni politiche della Germania. L'Inghilterra, impensierita
dalle minacce dell'espansione tedesca, spiava di mal occhio la guerra
danese, favoreggiando con magnifiche accoglienze in Londra a Garibaldi
le aspirazioni italiane; Napoleone III al solito aveva proposto
indarno un congresso europeo e blandiva la Russia accarezzando
contemporaneamente le democrazie slave per tener l'Austria in freno. I
rivoluzionari italiani tornavano ad agitarsi in speranze di guerra:
Vittorio Emanuele avrebbe desiderato una qualunque iniziativa, ma non
osava assumerne la responsabilità. Quindi nelle trattative con Mazzini
tentava trascinare le forze del partito rivoluzionario entro l'orbita
della propria politica regia senza abbandonarsi a concessioni. Il suo
disegno era che Mazzini spingesse a rivolta la Galizia, l'Ungheria e gli
altri principati lasciando il Veneto in calma, perchè il governo potesse
poi scegliere con maggior comodo e rischio minore il momento di romper
guerra all'Austria. Naturalmente Mazzini non potè piegarsi a questo
egoismo di re, che non voleva nel proprio regno la rivoluzione per non
correrne i pericoli, mentre invece l'Italia, avendola già compita nella
massima parte, si trovava contro l'Austria in migliori condizioni di
rivolta che gli altri popoli.

Le trattative andarono in lungo. Intanto che il re cospirava
segretamente, il ministero proseguiva nella persecuzione dei
rivoluzionari: si sequestravano le armi raccolte per una insurrezione
veneta dai comitati mazziniani e garibaldini; i moderati della Società
Nazionale dentro e fuori delle provincie venete spargevano semi di
discordia e di scoraggiamento; Vittorio Emanuele stesso dichiarava di
esser pronto a reprimere con qualunque mezzo ogni tentativo ribelle non
solo verso il Veneto, ma nell'interno del Veneto.

La politica segreta del re non era che un dilettantismo rivoluzionario,
troppo poco dissimile da quella del suo governo: giacchè, dopo aver
profittato di tutti i sacrifici della rivoluzione italiana, egli avrebbe
voluto con ingenua furberia sfruttare in un primo accordo tutta la
democrazia europea senza nè sottrarsi davvero al vassallaggio francese,
nè assalire il papato, nè largheggiare di libertà cogli stessi
rivoluzionari nazionali. Infatti a capo della polizia sbraveggiava
sempre contro questi Silvio Spaventa. Nullameno Vittorio Emanuele non
cessò dalle trame nella Galizia e nell'Ungheria; da Parigi Napoleone III
vi mestava anche più vivamente.

Il governo segreto della rivoluzione polacca aveva proposto a Garibaldi
di assumere il mandato di capo morale dell'insurrezione, conferendo al
figlio Menotti il comando di una legione italiana per la Galizia, e
Garibaldi aveva accettato: nella Serbia, nella Moldavia, nel Montenegro,
nell'Albania si raccozzarono bande di armati: un Bulewsky venne a Torino
per accordarsi col re, il quale, avendo finito col rivelare la
cospirazione al ministero, ne accettò il consiglio di servirsi di questa
«per allontanare dal regno torbidi elementi, indisciplinati agitatori e
pericolosi cercatori di novità».

Intanto si era trattato con Napoleone III la rinunzia a Roma col
trasferimento della capitale a Firenze.

Garibaldi, sempre confidente nella parola del re, aveva promesso di
seguire immediatamente i successi delle cose di Galizia e di Ungheria
colla guerra nella Venezia, e si preparava già a capitanare
personalmente la rivoluzione slava: nel suo concetto doveva essere
questo il primo pegno della nuova vita italiana all'Europa. Ma alla voce
della sua partenza dall'Italia i più chiaroveggenti fra i patrioti,
sospettando dopo gli esempi di Sarnico e d'Aspromonte il tranello,
iniziarono pubbliche proteste: il re spaventato mandò allora a Garibaldi
un ordine di soprassedere; questi piegò. Intanto la Polonia soccombette
alle repressioni del feroce Murawieff, la Danimarca cadde sotto la
strapotenza dell'alleanza austro-prussiana; in Italia proseguirono le
persecuzioni ai patrioti: Mazzini fu accusato dai più puri fra i suoi
seguaci per i tentati accordi col re; Garibaldi, piuttosto che raggirato
da perfidie diplomatiche, parve come sempre pronto a tutti i sacrifici
per la libertà universale.

Nullameno l'orgasmo di queste cospirazioni non si acquetò nei
rivoluzionari. Tutto il Trentino sembrava pronto ad insorgere, quando
certo Rossi negoziante denunziò la congiura all'Austria: v'ebbero al
solito arresti e condanne, che paralizzarono l'imminente moto nel
Veneto; solo nel Friuli alcune bande guidate da un Tolazzi e da un
Andreuzzi, intrepidi fra i più intrepidi garibaldini, insorsero. La
novella della piccola insurrezione ingigantita dai racconti di piazza
agitò Milano e qualche altra grossa città lombarda: il Comitato centrale
del partito d'azione, allora presieduto a Torino da Benedetto Cairoli,
titubò malgrado tutte le istanze di Mazzini; Ergisto Bezzi, uno fra i
più sperimentati ufficiali garibaldini, arruolava emigrati veneti,
trentini e quanti volontari lombardi potesse. Il nuovo disegno di guerra
tracciato da Mazzini era di formare bande su tutte le località montuose
del Friuli, del Cadore e dei Sette Comuni per congiungersi a quelle che
sorgessero nel Trentino, tenere a bada con grosse dimostrazioni i
presidii nelle città venete serbando Brescia a centro di riunione.
Ergisto Bezzi con rapida marcia doveva da Bagolino guadagnare Tione,
mentre altri marcerebbero da Limone a Riva per muovere uniti su Trento.

Invece il Comitato centrale di Torino, composto di uomini parlamentari,
dichiarò intempestiva la spedizione negandovi soccorsi: parve tradimento
e non era che debolezza; il governo moltiplicò ostacoli e minacce.
Garibaldi tacque sfiduciato, il resto d'Italia derise l'impresa. Però
Ergisto Bezzi, troppo compromesso, dovette tentarla con i più animosi, e
partito il giorno 13 novembre (1864) da Brescia con centocinquanta
volontari fu arrestato il 16 da un capitano dei carabinieri sul giogo
del Manivo, trascinato ad Alessandria con tutta la banda, minacciato di
condanna, e finalmente liberato per ordine del Ministero poco disposto
allo scandalo di così grande processo.

Gli altri insorti del Friuli, occupate il 16 ottobre le grosse terre di
Spilimbergo, Aviano e Maniago disarmandone i presidii senza colpo
ferire, dopo qualche fortunata scaramuccia contro le soldatesche
austriache spedite a perseguirli, mentre i commissari imperiali di
Venezia e di Udine ponevano con bandi feroci sotto la legge stataria i
distretti della rivolta, dovettero disperare dell'impresa. La cattiva
stagione, le poche armi, la terribilità del nemico, l'abbandono di
tutti, vinsero il loro giovanile coraggio; quindi la piccola truppa si
sciolse senza onore di battaglia.

A questo aveva concluso l'iniziativa rivoluzionaria italiana, nella
quale Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi e tutti i migliori si erano
intesi per affrettare colle armi la soluzione del problema veneto.

Poco dopo Mazzini subì due altre grandi disillusioni circa l'appoggio
dell'agitazione piemontese ai suoi disegni, e nel tentativo di una
confederazione di tutte le società democratiche nazionali. Il
patriotismo di Torino, inspirato da un rancore municipale, si stancò
presto di un lavoro rivoluzionario, pel quale non aveva sincerità nè di
fede nè di passione: la federazione delle forze republicane venne meno
al doppio scopo politico e finanziario. Mazzini non ne ricavò che
l'inventario delle miserie della propria parte: fu impossibile trarne
denaro per altri tentativi di insurrezione, e precisare loro una
qualunque azione dentro o fuori del parlamento. I più abili vi erano
entrati indarno, i più puri non avrebbero voluto nemmeno partecipare
alle elezioni contro l'opinione di Mazzini stesso, che sostenne
contraddicendosi il concorso alle urne per le prime elezioni di Firenze.

Il dualismo fra Garibaldi e Mazzini impediva nel partito rivoluzionario
qualunque azione: senza Garibaldi, sempre fedele alla monarchia, non una
banda di volontari si sarebbe raccozzata; senza Mazzini, tornato
avversario implacabile della monarchia, nessun programma politico era
possibile. La nuova Camera, uscita dalle elezioni generali dell'ottobre
1865, si compose quindi della sinistra democratica, della vecchia
consorteria moderata, e dei dissidenti piemontesi capitanati da Rattazzi
col nome di terzo partito: Mazzini, eletto replicatamente a Messina, fu
mantenuto in esilio dal parlamento malgrado ogni giustizia, perchè la
sua presenza in Italia vi avrebbe prodotto agitazioni dolorose ed
inutili. Naturalmente la discussione alla Camera fu desolante di
sofisticheria e di calunnie; il partito piemontese, dianzi suo alleato,
votò il suo esilio ad un cenno di Rattazzi.


                                  La preparazione prussiana.

Dalla guerra franco-sarda del 1859 le condizioni politiche non erano
cangiate.

Come quella non era stata possibile senza il concorso della monarchia
piemontese e dell'impero napoleonico, così un'altra guerra per la
conquista della Venezia non poteva arrischiarsi senza l'aiuto di una
nuova grossa alleanza. Fortunatamente il principio rivoluzionario del
secolo, urgendo con diverso processo e misura tutti i popoli d'Europa
all'integrale costituzione delle proprie nazionalità, preparava la
Germania al soccorso della rivoluzione italiana.

Necessità di sbocchi marittimi e pretese nazionali spingevano la
Germania oltre i propri confini settentrionali verso la regione danese e
il mare del Nord. Incentivo a questa passione erano le provincie di
Holstein Lauenburg e dello Schleswig, quasi tutta tedesca la prima,
danese per la maggior parte la seconda, entrambe dipendenti per
combinazioni dinastiche dalla Danimarca e per combinazioni politiche
dalla Confederazione germanica. Secondo il trattato di Londra (1852),
alla morte di Federico VII essendo succeduto alla corona danese il
principe Cristiano di Schleswig-Holstein, e avendo il parlamento negli
ultimi giorni del regno precedente colla riforma della costituzione
considerato il ducato di Schleswig come libero dai vincoli che
stringevano l'Holstein-Lauenburg alla Germania, la lite dei confini non
mai composta con questa si rinfocolò. La Dieta germanica minacciò
l'_esecuzione federale_ sui due Ducati dell'Elba: il governo danese
rispose alle minaccie con forti preparativi di guerra fidando
nell'appoggio della Svezia e dell'Inghilterra. Il conflitto parve
scongiurato per un istante, ma Ottone di Bismarck divenuto in quei
giorni grande cancelliere della Prussia, potè abilissimamente eliminarne
la Dieta associandosi l'Austria ad una guerra di conquista contro la
Danimarca (gennaio 1864). Naturalmente la vittoria rimase ai due forti
alleati, però con siffatte difficoltà di ordinamento politico nei due
Ducati, da provocare presto fra i vincitori più vasta guerra.

Infatti la rivoluzione germanica, dopo la prova infelice della Dieta di
Francoforte e le reazioni sanguinose di Berlino e di Vienna, spingeva la
Prussia a mutarsi in campione dell'unità contro la egemonia austriaca.
La grande tradizione di Federico II pesava sulla sua dinastia: la
Prussia doveva diventare il Piemonte della Germania con tutti gli
equivoci di una eguale politica regia peggiorata da più retrive
ripugnanze nella corte alla grande opera di un nuovo impero tedesco.
Ottone di Bismarck, forse meno destro ma più forte del conte di Cavour,
appena chiamato al governo si era accinto alla guerra contro l'Austria.
La sua alleanza con questa contro la Danimarca non era stata che un
espediente per rialzare la Prussia dalla lunga soggezione austriaca in
faccia alla Germania e dare un pubblico saggio della sua nuova forza
militare. Sciaguratamente corte e parlamento gli contrastavano con pari
ostinazione il disegno. La corte imbevuta ancora delle idee assolutiste
proclamate dalla Santa Alleanza aborriva dalla rivoluzione: il nuovo re
Guglielmo, macchiatosi di sangue nella repressione di Berlino, era
odiato dal popolo e odiava ogni libertà popolare: di rimpatto il
parlamento, proseguendo nel dottrinarismo infecondo della Dieta di
Francoforte, combatteva il governo fino a ricusargli il voto dei bilanci
per chiedergli libertà costituzionali prima che l'unità della patria
fosse conquistata.

In Prussia come in Italia i rivoluzionari sognavano d'iniziative
popolari trionfanti con metodi costituzionali, mentre invece le rivalità
federali e l'impreparazione del popolo in ambo i paesi costringevano la
rivoluzione ad organizzarsi entro una salda monarchia per trovarvi le
forze militari e politiche necessarie alla guerra contro l'Austria. Ma
se in Italia la preparazione piemontese potè svolgersi colla dittatura
parlamentare del conte di Cavour, conservando alla Camera l'apparenza
della libertà costituzionale, nella Prussia, più tenace delle proprie
tradizioni feudali, con una dinastia più reazionaria della sabauda, con
una democrazia troppo dotta d'idealismo nei borghesi e così povera di
sentimento nel popolo da non avere rappresentanti che nemmeno
lontanamente somigliassero a Garibaldi e a Mazzini, la preparazione si
addensò segreta e violenta nella duplice opera del ministro Bismarck e
del generale Roon.

Rendere inevitabile un conflitto coll'Austria sottraendo prima alla sua
influenza quanti stati minori si potesse, sconfiggere in una guerra
improvvisa con un esercito superiormente organizzato questo impero
debole e superbo della propria eterogeneità, travolgere in questa guerra
la dinastia prussiana costringendola suo malgrado ad allearsi colla
rivoluzione germanica per fondare un nuovo impero, impadronirsi delle
forze latenti della rivoluzione negandola apertamente e forzandola a
convergere per passione di patria nel governo, ecco il disegno del più
originale fra gli uomini politici di questo secolo. A volta a volta
prepotente nella volontà come Napoleone e pur serbandosi agile nella
diplomazia quanto Talleyrand; tiranneggiando simultaneamente corte,
parlamento e popolo; più inflessibile nell'orgoglio dell'idea germanica
che nella sicurezza del proprio metodo, egli potè da prima non
sospettato, poi deriso, quindi temuto, ammirato, quasi adorato dalla
propria nazione, farne la prima potenza militare d'Europa, e rovesciare
due imperi, compiere la rivoluzione italiana, dominare per vent'anni
tutte le rivoluzioni balcaniche, sempre vittorioso su tutti i campi,
senza che la sua politica dovesse mai degradarsi come l'italiana in
negazioni antipatriottiche, o mendicare indarno da stranieri alleati
rispetto ai propri diritti dopo aver subìto il loro concorso come un
protettorato e ottenuto dalle loro mani alcune provincie come una
elemosina.

Alla guerra di Danimarca, che Napoleone III e l'Inghilterra avrebbero
voluto impedire, successe la pace di Vienna (1864), colla quale il re di
Danimarca rinunziava ad ogni diritto sui Ducati di Schleswig-Holstein e
Lauenburg, e si obbligava a riconoscere quanto su questi potessero
disporre i sovrani d'Austria e di Prussia.

Quindi i conquistatori col trattato di Gastein, riserbata la sovranità
comune sui Ducati, se ne divisero l'amministrazione: quella
dell'Holstein toccò provvisoriamente all'Austria, l'altra dello
Schleswig alla Prussia. Questa convenzione, definita con disprezzo da
Bismarck una cazzuolata alle screpolature dell'edificio, doveva
procurargli anche troppo presto il motivo della grande guerra. Infatti i
due governatori dei Ducati proseguirono ad osteggiarsi apertamente
appoggiando ed oppugnando il pretendente principe di Augustenburg: il
maresciallo austriaco Gablenz nell'Holstein spingeva a dimostrazioni
popolari verso il principe per riunire sotto il governo nominale di
questo i Ducati alla confederazione; il generale prussiano Manteuffel
nello Schleswig reprimeva tali manifestazioni manovrando a trarre i
Ducati sotto il dominio esclusivo della Prussia.

Ma per combattere l'Austria, ancora in credito di grande potenza
militare, Bismarck, malgrado la temerità del proprio ingegno sentiva il
bisogno di un'alleanza. Da molti anni la sua idea politica mirava ad
isolare l'Austria: quindi, appena salito al governo, aveva dato mano
alla Russia per soffocare l'ultima rivoluzione polacca e farsela così
propizia contro l'Austria, cui lo czar non poteva perdonare il contegno
subdolo e minaccioso tenuto nella guerra d'Oriente. Poi a Biarritz aveva
saputo neutralizzare Napoleone III, facendosi credere poco meno di un
pazzo nell'esporgli francamente i propri disegni contro l'Austria.

Ma solo un'alleanza italiana, prendendo l'Austria fra due fuochi, poteva
garantire una pronta vittoria prussiana. Già sino dalla guerra
franco-sarda Bismarck, mandato ambasciatore a Pietroburgo, aveva
consigliato il proprio governo ad aiutare la liberazione dell'Italia per
prendere il posto dell'Austria in Germania: non ascoltato allora dal
ministro Schleinitz e dal re, aveva nullameno maturato la propria idea.
Al principio del 1864, per la prossima scadenza dello Zollverein, aveva
aperto pratiche col governo italiano onde stringere un trattato di
commercio, che i dissidi della confederazione e la guerra colla
Danimarca gli imposero di sospendere: quindi nel maggio del 1865 lo
riproponeva. Il governo italiano, accettandolo prontamente, vi poneva a
solo patto l'adesione di tutti gli stati componenti lo Zollverein per
trarli così al riconoscimento del regno d'Italia. Baviera e Sassonia
premute dalla Prussia aderirono; Annover e Nassau ossequienti agli
ordini di Vienna ricusarono. Pochi mesi dopo Bismarck faceva chiedere
dal ministro prussiano in Firenze al Lamarmora se, date certe
contingenze, l'Italia unirebbesi alla Prussia per fare la guerra
all'Austria.

Era la ripetizione delle prime proposte d'alleanza francese nel 1858.


                                  Trattative ed apparecchi.

Il Lamarmora rispose con soverchia circospezione domandando più chiare
proposte: quindi alla convenzione di Gastein, frutto delle esitanze
della corte berlinese, che obbligò Bismarck a sospendere qualunque
trattativa d'alleanza, rimase come acciecato dal bagliore di così grande
speranza. Infatti, con inescusabile cecità non solo tentò la corte di
Vienna per un componimento amichevole della questione veneta attirandosi
dalla cancelleria il più sprezzante diniego, ma con tristissimo
espediente finanziario consentì, per riguardi di bilancio, a ritardare
la leva dell'anno e a vendere un grosso numero di cavalli, indebolendo
il già debole esercito.

Da Parigi l'ambasciatore Nigra con non maggiore intelletto della
situazione europea mandava a Firenze consigli di disarmo e di rinuncia
ad ogni prossima soluzione del problema veneto.

Giammai la politica italiana si era mostrata più inane. Ma il disegno di
Bismarck stava per trionfare anche di lui stesso costringendolo, benchè
nemico della rivoluzione, a proporre nella Confederazione un parlamento
nazionale a base di suffragio universale e diretto. Idea germanica e
idea nazionale vi si fondevano così nella più irresistibile unità:
l'Austria veniva respinta dalla Confederazione; la Prussia, vindice del
diritto moderno, assurgeva campione della Germania.

La proposta di questo parlamento nazionale, equivalente ad una
dichiarazione di guerra, era la prima conseguenza dell'alleanza
italo-prussiana, che Bismarck aveva potuto finalmente persuadere ai due
governi. In essa però l'Italia con scarsa dignità aveva dichiarato di
non impegnarsi per oltre tre mesi e, come condizione essenziale, di non
intimare guerra all'Austria se non quando la Prussia avesse già aperte
le ostilità. Tale eccessiva circospezione rendeva naturalmente l'Italia
satellite della Prussia. Infatti le umiliazioni le fioccarono sopra
anche prima che la guerra fosse cominciata.

La diplomazia europea, spaventata dalle conseguenze del vasto conflitto,
tentò coi soliti espedienti di impedirlo: una prima proposta di disarmo
cui Bismarck dovette cedere per riguardo della propria corte ancora
repugnante alla guerra, scoperse l'Italia, giacchè l'Austria ormai
sicura al nord mandò giù nel Veneto un grosso corpo di soldatesche. Da
Londra lord Clarendon, persuaso che l'Austria fosse necessaria
all'equilibrio della politica europea, accusava il gabinetto italiano di
provocazioni; a Parigi il ministro degli esteri, spingendo
l'improntitudine oltre tutti i confini dell'ingiuria, mallevava al
legato austriaco Metternich che l'Italia non avrebbe mai assalito per la
prima; da Berlino Bismarck per comando del proprio re, disdiceva
l'obbligo di soccorrere l'Italia anche se aggredita dall'Austria.

A queste oltraggiose ingiustizie il ministro Lamarmora rispondeva colla
più donchisciottesca cavalleria, giacchè l'Austria, fatta persuasa indi
a poco della inevitabilità di una guerra colla Prussia, per meglio
vincere la partita, offriva d'accordo con Napoleone III la cessione
spontanea del Veneto; e il gabinetto di Firenze ricusava. Dopo il
tradimento di Bismarck parve al Lamarmora nobile politica rifiutare la
Venezia dalle mani dell'Austria per arrischiare una guerra, che non
poteva giovare se non all'infedele alleato; mentre diritto nazionale ed
internazionale avrebbero permesso all'Italia di ritirarsi da un'alleanza
già disonestamente disdetta.

La grande tradizione di Cavour non assisteva più la politica italiana
ridotta ad un'alternativa di servilità troppo basse e di preziosità
cavalleresche troppo retoriche.

I maneggi diplomatici non s'arrestarono a questa guasconata d'onore: un
congresso fu indetto a Parigi per comporre la vertenza (27 maggio 1866);
l'Italia vi acconsentì, dichiarando di sperare dal congresso la
retrocessione della Venezia; la Prussia vi aderì senza riserve; la Dieta
germanica invece ricusava di sottomettere tali questioni della propria
politica interna ad alcun arbitrato; l'Austria domandava, insistendo per
l'invito della corte di Roma al congresso, che nessuna potenza vi
potesse chiedere aumenti di territori, e si fosse stabilito il trattato
di Zurigo per punto di partenza alle nuove trattative.

Naturalmente il congresso fallì.

Quindi (7 giugno 1866) il generale prussiano Manteuffel passava l'Eider
invadendo l'Holstein.

In Italia gli apparecchi furono spinti alacremente: si consentì un
prestito forzoso di 50 milioni all'interno e un mutuo di 250 milioni
colla banca nazionale all'1½% con cedole al corso forzoso: espediente,
che, reso più triste dai disastri militari, doveva far discendere il
consolidato italiano verso il 40%, e rimanere lunghi anni come balzello
esiziale su tutte le produzioni e i commerci nazionali. Con insano
terrore di nuova reazione borbonica si permise al governo di mandare a
domicilio coatto per semplici indizi quanti individui fossero sospetti
di ostilità al nuovo ordine di cose: la facoltà durava al governo tre
mesi, e la relegazione ai sospettati un anno. Con decreto reale si
autorizzò la formazione di dieci reggimenti di volontari con Garibaldi a
duce supremo, si mobilitarono le milizie nazionali, si apprestò in poche
settimane un esercito di 300 mila uomini. Commessa la luogotenenza del
regno al principe di Carignano, e partito il generale Lamarmora pel
campo, il ministero dovette rimpastarsi: n'ebbero la presidenza il
Ricasoli, il Visconti-Venosta gli esteri, il Depretis avvocato la
marina.

Il parlamento, largheggiando colla corona, accordò al governo ogni
straordinario potere durante la guerra: esigere nuove imposte, anche se
votate da un ramo solo del parlamento; promulgare la legge per la
soppressione delle corporazioni religiose e il riordinamento dell'asse
ecclesiastico, quantunque non discusso nel senato, che non lo avrebbe
forse approvato; provvedere per decreto reale alle grandi opere
pubbliche specialmente ferroviarie. Così malgrado la guerra e la crisi
economica, si poterono compiere il breve tempo e senza maggior onere
dell'erario, congiungendo con l'Italia centrale le provincie venete, le
linee da Ferrara a Rovigo, da Firenze a Napoli per Roma, da Messina a
Catania, da Pavia per Cremona a Brescia.

Era quasi una dedizione parlamentare giustificata dall'entusiasmo del
momento e dalla coscienza di una necessaria dittatura.

Ma la guerra si apprestava con tristi auspicii. Politicamente la
posizione dell'Italia era già guasta dall'arbitrario intervento di
Napoleone, cui l'Austria aveva offerto di cedere la Venezia perchè la
rimettesse al governo di Vittorio Emanuele: si sentiva oscuramente da
tutti che l'azione italiana non era più libera, dacchè il protettorato
francese tendeva ora a salvare l'Austria da un ultimo sfacelo.
L'esercito, non ancora ben fuso, nè abbastanza addestrato, era minato da
rivalità di generali e di regioni: non buone le armi, migliore la
disciplina, ma scarsa la fede nei capi, e in questi l'abilità e la
gloria. Il concorso dei volontari, che avrebbero potuto crescere sino a
centomila e si vollero ridotti appena ad un terzo, era giudicato dal
governo piuttosto un pericolo che un aiuto: malgrado la fede in
Garibaldi, si temeva sempre di qualche moto rivoluzionario, se una
sconfitta avesse compromesso la monarchia. Perciò si era pensato prima a
gittare Garibaldi sulla Dalmazia per sollevare alle spalle dell'Austria
con forte diversione Slavi ed Ungheresi, ma questo ardito proposito
venne presto mutato perchè importava un attacco aggirante anzichè
diretto del quadrilatero. La guerra avrebbe allora dovuto procedere
colla massima celerità, proteggendo con due corpi Milano e Firenze,
marciando su Venezia per attirare il nemico in campo aperto, e
minacciando Vienna. Era questo il disegno proposto dal grande stratega
Moltke per mezzo del legato Usedom, e suggerito con opposte intenzioni
rivoluzionarie ma pari intuizioni di guerra da Mazzini: Garibaldi sulle
coste dalmate avrebbe potuto con cinquantamila volontari essere di
valido aiuto. Invece si volle, malgrado l'esperienza infelice del 1848 e
1859, tentare l'attacco diretto sul quadrilatero reso imprendibile da
nuove fortificazioni. Il Lamarmora ricusò per orgoglio di generale il
disegno offerto da Moltke, e piegò come ministro agli intendimenti di
Napoleone, che voleva la guerra italiana limitata al minore sforzo
possibile: sciaguratamente la rivalità col Cialdini, cui si era con
inescusabile parzialità conferito pari comando, finì di guastare il
disegno di guerra adottato. Garibaldi, internato nel Tirolo con scarse
forze, malissimo armate al solito e contrastate con ogni maniera
d'intrighi, non era più che un prigioniero della monarchia, abbastanza
furba per trarre la gioventù rivoluzionaria in tale nobile domicilio
coatto.

La marina, della quale pel vantaggio numerico delle navi si menavano
grandi vanti, avrebbe dovuto essere uno dei maggiori nerbi della guerra:
l'Austria, scarsissima di armata, non avrebbe potuto nell'angustia
dell'Adriatico evitare nè la battaglia, nè la sconfitta: facilissimo
quindi l'impossessarsi di Venezia e di Trieste. Ma a capo della flotta
invece del Galli della Mantica, illustre e potente marinaio, si volle
mantenere il Persano, timido ed inetto, mentre al ministero della marina
con disinvolta insipienza armeggiava il Depretis.

Nullameno tale era la superiorità numerica dell'esercito e dell'armata
italiana sull'austriaca che la vittoria sarebbe stata ancora possibile
senza quel capitale errore di un attacco diretto sul Mincio, e con una
maggiore indipendenza politica. Già dalle prime ore, attraverso
l'entusiasmo della guerra, era penetrata una snervante sfiducia; la
generosità donchisciottesca del Lamarmora nel ricusare l'offerta
cessione della Venezia riduceva la guerra quasi ad un torneo, del quale
il premio fosse in certo modo assicurato, e nel quale Napoleone era
giudice di campo; il disegno dell'attacco diretto sul Mincio ribadiva il
sospetto che non si volesse marciare su Venezia; l'inazione imposta a
Garibaldi nelle gole del Tirolo, la lentezza delle prime mosse, quel
limitarsi a poco più di una difesa, mentre la posta data all'esercito
italiano sotto le mura di Vienna dall'esercito prussiano avrebbe
raddoppiato l'entusiasmo nazionale, l'impossibilità di credere a nessun
generale regio, preparavano in una inconscia diffidenza quella tempesta
di ire magnanime e partigiane, che poi scoppiò alle prime sconfitte.

Ma nella maggioranza il vecchio scetticismo italiano si apprestava
invece a profittare delle vittorie prussiane, e a contentarsi della
cessione della sola Venezia anche per mezzo di Napoleone, se l'altra del
Tirolo e dell'Istria non fossero possibili per le pretese della
Germania.


                                  La campagna.

La guerra cominciò sul Mincio.

Tre corpi di esercito ne tentarono il guado, mentre il quarto comandato
da Cialdini avrebbe dovuto passare il Po a Ferrara per prendere forte
posizione fra Vicenza e Verona, ed assaltare il quadrilatero alle
spalle; Garibaldi dal lago di Garda risaliva la valle del Tirolo;
l'ammiraglio Persano colla flotta aveva incarico di assalire l'armata
nemica a Pola. L'arciduca Alberto, generalissimo degli austriaci e
meritamente in voce di buon stratega, aveva messo a guardia del Tirolo
dodici battaglioni di cacciatori imperiali e ventidue centurie di
cacciatori tirolesi, aspettando col grosso dell'esercito nel
quadrilatero. Le sue truppe arrivavano appena alla metà delle nostre, ma
erano più forti per posizioni, per armi, per disciplina, per fede nel
generale; l'esercito italiano sommava a 300 mila uomini, la flotta a 36
vascelli, tra i quali 12 corazzate. Un telegramma del re la sera del 22
giugno mandato al Ricasoli, e da questo letto in senato per iattanza
teatrale, finì di chiarire all'arciduca Alberto il disegno dell'attacco:
e però, ingannando abilmente il Lamarmora, che dalle campagne deserte
oltre il Mincio lo giudicava concentrato fra l'Adige e il Po, egli lo
lascia avanzare a bell'agio in ventaglio sopra una zona di quaranta
chilometri in mezzo al triangolo formato da Peschiera, Mantova e Verona.
Le colline di Salionze, Oliosi, San Giorgio in Salice e Sommacampagna,
obbiettivo del Lamarmora, sono già occupate dagli austriaci sino dalla
notte del 22; un'incredibile illusione persuade al Lamarmora che la
battaglia sia ancora lontana; la marcia in avanti è ripresa senza
indicarne nemmeno con precisione le strade: ignoranza e disordine la
sviano. La divisione del generale Sirtori rimane senza avanguardia,
l'altra del generale Cerale con due, mentre il nemico, spiegato a
mezzaluna sopra un arco di quindici chilometri, s'inoltra all'attacco.
La battaglia (24 giugno) non prevista e male ordinata, si risolve in un
disastro; il principe ereditario Umberto vi corre rischio della vita, ed
è appena salvato dal valore di un reggimento che si schiera in quadrato
per resistere ad un assalto disperato di cavalieri ulani; i generali
Villarey e Cerale soccombono ad Oliosi, il generale Dezza capitola coi
resti della divisione alle Maragnotte; giù nei piani di Custoza il
generale Durando, respinto da tutte le posizioni, deve cedere il campo.
Lo sgomento dai soldati, dei quali molti gettarono i fucili, e dal treno
borghese, che fuggì tagliando le tirelle ai cavalli, sale ai generali:
si teme già un'invasione austriaca. Lamarmora telegrafa a Garibaldi che
avanzava lentamente su pel Tirolo: -- Salvate l'eroica Brescia -- e a
Cialdini inerte oltre il Po: -- Coprite Firenze -- : quindi ordina la
ritirata di là dal Mincio per assicurare l'esercito nel forte triangolo
di Cremona, Pizzighettone e Piacenza.

Giammai battaglia più insensata e rotta minore prostrarono più grosso
esercito e più giovane nazione.

Il paese, giudicando la battaglia dal numero dei combattenti e dei
morti, appena un cinquantamila degli uni ed un migliaio degli altri, non
può comprendere quella fuga, e fantastica d'infami accordi con Napoleone
III. Le prime trattative per la cessione della Venezia sembrano ora il
prologo di una guerra, nella quale si ricusi di combattere: trecentomila
uomini infatti che si ritirano dinanzi a settantamila; una flotta
padrona ed inerte sull'Adriatico; Garibaldi confinato nel Tirolo, poi
richiamato, quasi il suo piccolo corpo potesse proteggere davvero quello
anche troppo grosso dell'esercito regio; Cialdini sempre immobile
davanti al Po, quindi in ritirata egli pure senza aver sparato un solo
colpo; tutte le speranze svanite, tutte le vanterie cadute e, tremendo
aculeo nella coscienza popolare, le rapide e strepitose vittorie dei
Prussiani rovescianti in sette giorni l'impero austriaco. Moltke invece,
rivaleggiando con Napoleone I, aveva vendicato sull'Austria
l'umiliazione sofferta dalla Prussia nella campagna del 1807; nessuna
guerra in nessun secolo era forse stata condotta con più chiara
semplicità di disegno e più mirabile puntualità di esecuzione.

Difatti, intimato entro dodici ore il disarmo ai re di Sassonia e di
Annover e all'Elettore di Assia Cassel, che nella Dieta avevano votato
per la mobilitazione delle truppe federali, alle prime equivoche
risposte Moltke aveva gittato i generali Vogel von Falckenstein e
Manteuffel sull'Annover e di là sul Meno contro altri corpi di soldati
tratti dalla Baviera, dal Würtemberg, dal Baden, dall'Assia-Darmstadt e
dal Nassau, sfasciandoli al primo urto. I sassoni atterriti si
ripiegavano allora sulla Boemia, ma Moltke li perseguiva con tre
eserciti di circa ducentocinquantamila uomini. Tutto piegava davanti
alla loro marcia: a Münchengrätz, a Nachod, a Skalitz, a Soor, ogni
scontro si risolveva in una vittoria; a Gitschin i tre eserciti
vittoriosi si congiungevano per la suprema battaglia scoppiata quattro
giorni dopo a Königsgrätz (3 luglio). L'impero austriaco vi soccombeva
per sempre, la Prussia vi si mutava in centro della nuova Germania.
Napoleone III, che avrebbe voluto diplomaticamente arrestare i
vincitori, non era nemmeno ascoltato: con foga irresistibile i prussiani
cacciavano già gli austriaci fino sotto le mura di Vienna, e da Blumenau
presso Presburgo minacciavano l'Ungheria.

Allora in Italia si comprese improvvisamente tutta la verità e la
grandezza del disegno strategico suggerito da Moltke a Lamarmora
dandogli la posta sotto le mura di Vienna.

Ma l'Austria, anche più vinta dell'Italia, era costretta a capitolare,
accettando la propria esclusione dalla Confederazione germanica e
consentendo alla Prussia le annessioni di Cassel, Nassau, Annover,
Schleswig-Holstein e Francoforte; Napoleone, sopraffatto dalla politica
di Bismarck e dalla strategia di Moltke, s'argomentava indarno a
risollevare l'impero austriaco per mantenere l'antico equilibrio
europeo, e sovra di esso la propria preponderanza; ma il suo ultimo
imbroglio diplomatico non concludeva più che ad una inutile umiliazione
coll'Italia e ad un'inimicizia pericolosa colla Prussia.

L'imperatore d'Austria dovette bensì cedergli la Venezia perchè la
rimettesse all'Italia, e così distrarre questa dalla guerra per
ritentare colla Prussia una suprema rivincita o migliori condizioni di
pace; ma la cessione della Venezia alla Francia dopo il disastro di
Custoza era tale offesa all'Italia che nessun ministro poteva accettare.
Nullameno Napoleone l'aveva resa anche più odiosa coll'inserirne
l'annunzio nel _Monitore francese_, e mostrando all'Europa il governo
italiano ridotto a meno di un governo tributario.

Lamarmora per resistere non trovò più quell'accento di alterigia
cavalleresca, col quale aveva ricusato le prime proposte di tale
cessione; parve dimesso al paese, sospetto alla Prussia, inabile a
tutti. Quindi la sua ripresa delle ostilità, quando i prussiani
incalzavano con impeto sempre maggiore i residui dell'esercito
sgominato, fu tarda, inefficace e non creduta da coloro stessi che
dovevano eseguirla. Il generale Cialdini all'ordine di passare il Po,
mentre non era più nessun dubbio sull'esito della guerra prussiana e
sulla cessione della Venezia pel tramite dell'imperatore francese,
rispose con soldatesca amarezza: -- È una buffonata! -- Nino Bixio, il
solo non vinto a Custoza, ruggì: -- Siamo disonorati! -- L'ammiraglio
Persano invece, all'indomani della rotta di Custoza, aveva dal quartiere
reale della Torre di Malimberti ricevuto l'ordine «di fare subito
qualche impresa», ma restava inattivo ad Ancona sotto tutte le
provocazioni della flotta nemica. In tale strana ripresa di ostilità,
allorchè gli austriaci avevano già cominciato a ritirarsi, e il Cialdini
si avanzava liberamente fino sotto Padova sognando di valicare le Alpi e
scendere per la valle della Drava incontro all'esercito vittorioso di
Moltke, quello del Mincio, lasciata la divisione Nunziante all'impresa
di Borgoforte, metteva il campo a Ferrara per aspettare gli avvenimenti.

Come sempre, la più onorevole guerra doveva essere combattuta da
Garibaldi su per le valli del Tirolo.


                                  Garibaldi nel Tirolo.

Già al primo rompere delle ostilità il governo, per insano terrore di
rivoluzioni, aveva limitato i novantacinquemila volontarii inscritti a
soli trentacinquemila, assegnando loro Barletta a campo di formazione
per tenerli lontani dal teatro della guerra. L'entusiasmo scoppiato ai
primi appelli di Garibaldi si era quindi venuto agghiacciando:
d'altronde i nuovi volontarii non avevano più quell'eroico spirito
d'impresa, che aveva resi così originali e potenti i garibaldini della
difesa di Roma e della spedizione di Marsala. Il soverchio numero di
adolescenti accorsi sotto le bandiere, la scarsa uffizialità dei
veterani impotenti per indole e per brevità di tempo ad addestrarli, la
vecchiaia del generale costretto poi a seguire l'esercito in carrozza,
un'abbondanza pericolosa di politicanti venuti per vanità di
onorificenze e per seminare dissidii, sopratutto la coscienza che
un'impresa anche fortunata nel Tirolo non avrebbe potuto influire
decisivamente sulle sorti della guerra, infirmavano l'opera della nuova
campagna garibaldina.

La quale, aprendosi per le gole dirute del Tirolo, avrebbe voluto molta
sapienza di stato maggiore e perseveranza nei soldati. Invece, il merito
patriottico soverchiando nella comune estimazione la conoscenza
dell'arte di guerra, s'ebbero nomine a comandanti di troppi invalidi o
incapaci; e si vide il Picchi d'Ancona, oramai disadatto a fazioni
campali, assumere il comando di una divisione; Giovanni Nicotera, già
segnalatosi buon parlamentare dopo le tragiche prove delle congiure,
guidare con meravigliosa insipienza una brigata.

Quella selezione naturale di ufficiali, onde è costituita tutta la forza
dei corpi volontarii, mancò ai reggimenti del 1866, che esprimevano
l'ibrida combinazione dell'entusiasmo del 1860 colla regolamentarità
degli anni successivi. Il generale stesso, meglio atto a strappare la
vittoria coll'irresistibile violenza di una improvvisazione che colla
pazienza di studi tecnici, parve minore di se medesimo in questa guerra
di montagna, ove la pratica dei luoghi dava ai nemici impareggiabili
vantaggi, e le vittorie non bastavano a dilatare la zona d'operazione.

Al rompere delle ostilità Garibaldi non disponeva che di seimila uomini
scaglionati su lunga fronte, fra i punti estremi di Tiarno in Val d'Adda
e Salò sul Benaco: erano punti intermedi Edolo nella valle d'Oglio e
Rocca dell'Anfo in quella del Chiese, ove dovevano concentrarsi tutte le
forze volontarie. La flottiglia austriaca sul lago di Garda contava otto
piroscafi con quarantotto cannoni e buoni equipaggi: quella italiana su
cinque navi non ne aveva che una sola pronta, e con un solo cannone.

Le scaramucce, cominciate sino dal 22 giugno, avevano conchiuso alla
fortunata occupazione del ponte del Caffaro e di Monte Suello, quando il
telegramma del Lamarmora, annunziante la rotta di Custoza coll'ordine di
coprire Brescia, obbligava Garibaldi a richiamare l'avanguardia e a
concentrarsi su Lonato. La maggior parte dei garibaldini inerti per
colpa del governo nei depositi meridionali mancavano al campo, così che
una subita irruzione di austriaci avrebbe potuto costringere Garibaldi
ad una ritirata peggiore di quella di Lamarmora. Ma l'indomabile
condottiero, riprendendo presto l'offensiva, si reca a Salò per far
uomini ed impedire che la minima flottiglia lacustre sia distrutta dai
piroscafi nemici e dal primo panico prodotto dai dispacci regi; quindi,
persuaso che la miglior prudenza nel triste caso è la temerità,
fronteggia il nemico, lascia il generale Avezzana e la flottiglia a
difendere la riva sinistra del lago, e con dodicimila uomini irrompe
nuovamente nel Tirolo. Il 14 luglio si drizza su Trento, ove convergeva
anche il generale Medici con un'altra divisione risalendo la valle del
Brenta. Il 3 luglio attacca indarno Monte Suello, ma ferito nella
confusione di un panico improvviso dai propri soldati, deve cedere il
comando al generale Corte; l'indomani il nemico sloggia dalle posizioni
contrastate, e si occupano Bagolino e il Caffaro. La poca attitudine dei
volontari a quella guerra alpestre e le armi quasi inservibili rendono
difficili gli assalti: Ponte Dazio e Storo, piccolo villaggio al
confluente delle valli Giudicaria e d'Ampola, cadono in mano dei
volontari. Garibaldi v'impianta il quartier generale; poi, per non
essere tagliato fuori da Brescia, attacca coll'artiglieria del maggiore
Dogliotti il forte d'Ampola; Giovanni Nicotera per vanità di bravura
s'inoltra, disobbedendo, sino al ponte del Chiese, ma è respinto in
isbaraglio; nullameno il forte d'Ampola capitola, e la via di Val di
Ledro rimasta aperta permette di stendere la testa della colonna sino a
Tiarno e a Bezzecca. Infatti Garibaldi con rapido movimento a destra per
Val di Ledro mirava a proteggere la giunzione del 2º reggimento
ingolfatosi a rovescio degli ordini per Monte Nota verso Pieve; il 10º
reggimento marciava per Val Testina a salirne la giogaia e discendere
per Val Lorina su Ampola. Intanto il nemico con viva prontezza aveva
riunito da seimila uomini nella valle di Conzei e, scendendo su Bezzecca
per impedire la giunzione del 2º reggimento, ricacciava il battaglione
Martinelli fin dietro le sue mura (21 agosto): ma Garibaldi vi fa testa,
risospinge il nemico, lo sbaraglia dopo sanguinosa giornata. La valle
Giudicaria dopo altri combattimenti fortunati di Fabrizi a Condino, è
già sgombra, il forte Ledro sta per capitolare, il generale austriaco
Kuhn si ripiega frettolosamente sul Tirolo tedesco, e Garibaldi marcia
già sopra Riva quando l'annunzio dell'armistizio sottoscritto lo
arresta.

Era la fine.


                                  Battaglia di Lissa.

Infatti anche la flotta comandata da Persano aveva già col più doloroso
disastro tolto ogni onorata speranza alla guerra.

Questi, rimasto lungamente inoperoso in Ancona assordando di querimonie
il governo per difetto o di cannoni, o di carbone, o di macchinisti,
mentre il suo avversario Tegethoff osava il 27 giugno inoltrarsi sino a
due chilometri dalla città per sfidarlo a battaglia, non solo aveva
ricusato la sfida, ma, dissuadendo i capitani con ignobili pretesti da
ogni animoso consiglio, si era poi vantato al ministero di aver
costretto il nemico a ritirarsi. E il ministro Depretis, credendo al
vanto inverecondo, aveva consigliato più lunga attesa insino a che
l'esercito del Po riprendesse l'offensiva. Naturalmente ciurme e
capitani si demoralizzavano in questa inazione: la codardia dello
ammiraglio, oramai nota anche ai mozzi, finiva di prostrare gli animi
più saldi.

Il Lamarmora invece, combattuto fra il proprio coraggio di soldato e la
inevitabile remissività di ministro, urgeva l'ammiraglio di consigli per
una pronta azione contro la flotta nemica, ma proibendogli di minacciare
Venezia o Trieste, l'una perchè già ceduta, l'altra perchè la Dieta
germanica vi manteneva ancora pretese. Così la guerra, ridotta ad
inabile torneo, scivolava in una sanguinosa commedia. La stessa riserva
aveva impedito al generale Medici, malgrado le istanze del Ricasoli
ripetente con orgoglio l'antico motto del Lamberti «cosa fatta capo ha»,
di spingersi come avrebbe potuto su Trento prima ancora che Garibaldi
minacciasse Riva.

Il Persano, incalzato da tutte le parti, salpò finalmente da Ancona l'8
luglio per ritornarvi dopo cinque giorni d'inutili volteggi: quindi,
minacciato di destituzione, ne salpò nuovamente per l'impresa di Lissa,
isola montuosa a scirocco d'Ancona sul 43º parallelo con un circuito di
30 chilometri, fortilizi, torri, e una rocca così forte da meritarle il
nome di Gibilterra dell'Adriatico. Invano il vice-ammiraglio Albini lo
sconsigliò dall'impresa militarmente insensata: il Persano vi si ostinò
due giorni, e vi fu sorpreso la mattina del 20 luglio dalla squadra
nemica. Allora, reso pazzo dalla paura, dopo aver ordinato su due file
distanti l'una dall'altra mille metri i propri vascelli, abbandonò la
nave ammiraglia _Re d'Italia_ per riparare sull'_Affondatore_, grossa
corazzata comprata dal governo in America e allora creduta invincibile,
sulla quale fece inalberare il pennone di vice-ammiraglio. Così la
flotta senza ammiraglio non ebbe più comandi, e la battaglia degenerò in
tanti duelli navali. Faà di Bruno, capitano del _Re d'Italia_, dopo
strenua difesa, sentendo il proprio vascello orrendamente squarciato
affondare, s'uccise con un colpo di pistola; Alfredo Capellini, capitano
della _Palestro_ incendiata, mise in salvo malati e feriti, e si votò
con tutto l'equipaggio alla morte sparendo sublime di disperazione in un
incendio di gloria.

La battaglia era perduta, ma l'onore del nome italiano era salvo.

L'ammiraglio chiuso nelle torri del suo «monitor» non aveva veduto
nulla; poi, a combattimento finito, mentre l'armata austriaca stava
ordinata davanti al canale di Lissa, e alcuni fra i più valenti capitani
gli consigliavano non imprudentemente di tentare una riscossa, vi si
ricusò dichiarandosi vincitore per essere ancora padrone delle stesse
acque.

La notizia della vittoria, complice il ministro Depretis, corse per
tutta l'Italia a rendere ridicolo un disastro nobilitato dall'eroismo di
Faà di Bruno e di Alfredo Capellini.

L'ammiraglio Persano fu più tardi condannato dal senato costituitosi in
alta corte di giustizia; il ministro Depretis potè invece, coll'avvento
della sinistra al potere, diventare presidente del consiglio e morire
all'indomani di un'altra catastrofe militare, in Africa, provocata dalla
sua insipienza.


                                  La pace di Vienna.

L'intervento napoleonico dopo la grande vittoria prussiana di Sadowa
precipitò le sorti della guerra, giacchè tutta Germania, sollevatasi
contro tale intromissione straniera, permise a Moltke di stringere più
da presso il nemico. In Italia invece il governo piegò, quantunque il
Lamarmora per onestà cavalleresca ricusasse di trattare primo di pace
coll'Austria abbandonando l'alleato: ma le ostilità riprese senza vera
intenzione di guerra non mirarono che ad occupare il terreno già
consegnato dall'Austria nelle mani di Napoleone. A convincerne anche i
più restii il principe Girolamo Napoleone venne tosto al campo di
Ferrara per stringere gli ultimi accordi con Vittorio Emanuele, e il
Grandguillot, altro diplomatico confidente di Napoleone, fu mandato a
Firenze presso il Ricasoli ripugnante alla nuova vergogna.

In tutta Europa una satira spietata mordeva il nome italiano: Austria,
Prussia, Francia, persino l'amica Inghilterra, vilipendevano l'Italia
mostratasi alla prima guerra nazionale ancora più inetta che non nella
secolare servitù: le si rinfacciava l'inanità di tutte le sue
rivoluzioni anteriori, le vittorie francesi del 1859, gli stessi
miracoli dell'epopea garibaldina nel 1860 siccome compiuti da un pugno
di eroi contro gli ordini del governo e l'opinione di tutti: il nome di
Machiavelli, infame di codarda perfidia nel gergo delle scuole, era la
definizione della nuova Italia; si compiangeva Garibaldi moschettato ad
Aspromonte ed ora relegato fra le rocce del Tirolo, non si credeva più
all'onestà di Lamarmora, non si trovavano confronti per la ritirata di
Custoza e la rotta di Lissa. Le fulminee vittorie della Prussia
rendevano anche più umiliante il giudizio sull'Italia. Il governo di
Firenze non somigliava neppur lontanamente a quello di Torino, quando il
conte di Cavour vi preparava l'egemonia piemontese.

La publica opinione italiana, anzichè reagire contro sì terribili
accuse, le inveleniva: tutti sentivano che quella prima guerra nazionale
aveva deciso dell'onore della patria, e che l'onore era macchiato;
nessun eroismo individuale bastava più a salvare la nazione. Nell'impeto
magnanimo e partigiano dello sdegno si gettava naturalmente la
responsabilità sopra pochi: si gridava che Lamarmora aveva patteggiato
la sconfitta, che la corte aveva tradito il paese.

Intanto la Prussia, persuasa che l'Italia non andrebbe militarmente
oltre i limiti assegnati dalla cessione della Venezia alla Francia, dopo
aver risposto a Napoleone colla minaccia di una seconda guerra sul Reno,
il 22 luglio segnava un armistizio coll'Austria, e quattro giorni dopo
segnava a Nikolsburg i preliminari della pace. Gli articoli di questa
dicevano: scioglimento della Confederazione germanica e assenso dato
dall'Austria a un nuovo assetto politico della Germania senza di essa;
costituzione degli stati tedeschi al nord del Meno in una confederazione
sotto la direzione militare e politica della Prussia; facoltà negli
stati del sud di confederarsi conservando la loro autonomia; annessione
alla Prussia dei ducati dell'Elba, dell'Annover, dell'Assia-Cassel e
Nassau; conservazione e integrità dell'impero austro-ungarico ad
eccezione della Venezia. In un articolo separato il re di Prussia si
faceva mallevadore dell'adesione del governo italiano all'armistizio e
alla pace, tosto che il Veneto fosse per una dichiarazione
dell'imperatore dei Francesi messo a disposizione di Vittorio Emanuele.

La Prussia, guarantendo l'adesione del governo italiano, non aveva
degnato nemmeno d'interrogarlo.

Quindi l'Austria, imbaldanzita subitamente contro l'Italia, le negò per
l'armistizio la concessione dell'_uti possidetis_, già consentita nelle
prime trattative con Napoleone; nuovi corpi d'esercito si drizzarono
minacciosamente sul Veneto, si parlò di una seconda guerra fra l'Austria
e l'Italia. Sarebbe stata la rivincita per l'Italia e la riconquista di
tutto il suo territorio, se nella nazione l'entusiasmo guerriero avesse
potuto costringere il governo a più risoluto atteggiamento: questo
invece piegò un'altra volta alle ingiunzioni austriache. Si ordinò a
Garibaldi, unico vincitore, di sgombrare il Tirolo; e Garibaldi,
condensando tutta l'amarezza del proprio patriottismo in una sola
parola, rispose: «Obbedisco». Spirato il secondo armistizio, ne venne
segnato un terzo a Cormons (12 agosto) di quattro settimane, durante il
quale fu sottoscritta a Praga la pace fra Austria e Prussia, e a Vienna
la cessione formale della Venezia alla Francia colla condizione che il
debito publico delle provincie lombarde comprese nel Veneto fosse
liquidato secondo il trattato di Zurigo.

In tanto vilipendio di se stesso il governo aveva invano cercato di
migliorare le condizioni del trattato col chiedere «che le discussioni
per le ratifiche dei confini fossero riserbate alle trattative della
pace», giacchè tale allusione al Tirolo meridionale venne subito
respinta dalla Francia e dalla Prussia.

Napoleone, per la vanità di figurare arbitro nella grande contesa, non
si accorgeva di offendere mortalmente l'Italia colla propria mediazione;
Vittorio Emanuele, che aveva serbato dignità nell'abbandono di
Villafranca, s'arrese questa volta prontamente, ma il Ricasoli
resistette fino all'ultimo, e non cedette che al pericolo di una
vergogna maggiore. Infatti i veneti, inerti durante tutta la guerra,
chiedevano ora ad alte grida di venire accolti nel regno minacciando di
costituirsi in stato indipendente sotto la protezione della Francia:
sottoscrizioni coperte di molte ed illustri firme viaggiavano a Parigi
per sollecitare l'imperatore alla ricostituzione dell'antico stato
veneto.

Nel Tirolo invece la popolazione non solo non si era sollevata, ma aveva
strenuamente combattuto contro i garibaldini con ventidue centurie di
cacciatori indigeni sotto gli ordini del generale Kuhn.

La stipulazione della pace fu lunga e laboriosa. L'Austria, malgrado la
dichiarazione di liquidare il debito delle provincie cedute a norma del
trattato di Zurigo, esigeva altri 36 milioni di fiorini come loro quota
proporzionale dei debiti da essa contratti dopo tale trattato: per gli
uffici di Francia e di Prussia si potè venirne a capo, ma si dovette
abbandonarle nella questione delle frontiere la linea dell'Isonzo ed
accettare quella dei confini amministrativi. Così l'Italia, senza
frontiere verso la Francia dopo la cessione della Savoia, non ne ebbe
contro l'Austria, che ad una nuova guerra avrebbe potuto riprendersi il
Veneto colla massima facilità. Finalmente il 3 ottobre fu sottoscritto a
Vienna il trattato di pace: per esso l'Italia si addossava un debito di
99 milioni, e l'imperatore d'Austria con tarda cortesia rimetteva al re
d'Italia la corona ferrea trafugata nel 1859; i sudditi veneti addetti
al servizio dell'impero ebbero facoltà di rimpatriare conservando gradi
e stipendi presso il nuovo governo; furono resi gli archivi della
republica veneta, ma quasi a memoria insolente della lunga conquista
restituita non perduta, l'Austria si ritenne i palazzi di Roma e di
Costantinopoli già appartenenti alla republica.

Eseguite tutte le ratifiche, il generale Leboeuf, commissario per
l'imperatore Napoleone III a Venezia, dichiarò di consegnare a se stesso
il paese, affinchè il popolo manifestasse liberamente la propria volontà
di aggregarsi alla nazione italiana: dopo tale dichiarazione il generale
Aleman cogli avanzi del presidio austriaco s'imbarcava per Trieste. I
comizi plebiscitari tenuti il 21 e il 22 diedero 647,246 sì per la
fusione col regno costituzionale di Vittorio Emanuele contro soli 69 no.

E quasi a così triste pace mancasse ancora un anacronismo, Vittorio
Emanuele con serotina vanità di re savoiardo volle ricevere gli oratori
veneti piuttosto a Torino che a Firenze, per affermare contro il
concetto della cresciuta italianità la nuova conquista regia.

Il difficile problema veneto, che nessuna delle due politiche italiane
era bastata a disciorre con forze proprie, si era risolto
coll'intervento di un'altra grande rivoluzione europea inspirata dal
medesimo principio di nazionalità. Ma la giovane nazione vi aveva fatto
una prova ben dolorosa della propria incapacità. Monarchia e
rivoluzione, unite momentaneamente nell'accordo migliore, non avevano
saputo trovarvi più le eroiche energie dei loro primi momenti, quando il
conte di Cavour col piccolo Piemonte osava la spedizione in Crimea, o
Garibaldi, contro l'opinione di questo, arrischiava l'impresa dei Mille.
Il soffio epico, che aveva reso ammirabile il partito rivoluzionario
nella ricostituzione della patria, era cessato coll'avvento delle masse
alla nuova vita publica, mentre il governo caduto nel più tristo
vassallaggio francese vi aveva smarrito col senso dell'antico orgoglio
savoiardo la dignità di nuovo regno italiano. La potenza collettiva
della monarchia e della rivoluzione in quell'incerta fusione di elementi
ancora troppo eterogenei era riuscita minore della loro autonoma
potenzialità.

Nell'esercito, altrettanto grosso di numero che fiacco d'organismo, si
era rivelata specialmente l'impotenza della nazione. Il governo,
costretto da una politica antipatriottica all'equivoco di Sarnico, alla
tragedia di Aspromonte, alla resa della Convenzione di settembre,
rispecchiava sciaguratamente nella propria insufficienza quella anche
maggiore del parlamento; la nazione non migliore nè dell'uno nè
dell'altro finiva colla propria passività ad imporre loro quella
medesima politica, della quale ora il danno e il disonore l'offendevano.

La nuova guerra aveva abbassato l'Italia. Il piccolo Piemonte,
abbandonato a Villafranca, aveva dovuto subire nel 1859 la pace
coll'Austria, ma dopo aver combattuto a fianco dei francesi con pari
valore; e la sua spedizione in Crimea, i suoi trionfi diplomatici, la
fine alterezza della sua politica negli anni anteriori, le intrepide
iniziative, tutto deponeva in suo favore. L'Italia, con un esercito
maggiore di quello austriaco, con un numero di volontari che avrebbe
potuto raggiungere i centomila, con una flotta doppia dell'inimica,
senza i pericoli interni, con un alleato capace di prostrare da solo
l'impero austro-ungarico in sette giorni: l'Italia vinta a Custoza,
sconfitta a Lissa, accettante la Venezia dalle mani di Napoleone, doveva
fatalmente decadere nel concetto dell'Europa, che in questo secolo aveva
veduto le insurrezioni di Spagna e le ribellioni di Grecia, e vedeva ora
la rivoluzione della Germania organizzata nel più ammirabile capolavoro
del genio di Bismarck.

Bisognava quindi all'Italia riconcentrarsi nel silenzio di un'altra
migliore preparazione. Ma finchè il periodo rivoluzionario, aperto colla
guerra franco-sarda, non si conchiudesse con la conquista di Roma
esaurendo la propria generazione, era impossibile sperare nella
immobilità dei suoi dati politici un rialzo nella coscienza nazionale.

Comunque ricomposta, l'Italia era troppo importante alla generazione del
suo risorgimento perchè questa ardisse avventurarla nel pericolo di una
più nobile politica.



CAPITOLO OTTAVO.

Ultima ripresa rivoluzionaria


                                  Ultima reazione brigantesca a
                                  Palermo.

Si era appena sottoscritto il trattato di pace a Vienna, e nella Venezia
si preparavano già febbrilmente le feste plebiscitarie, che un'altra
reazione brigantesca scoppiava a Palermo.

Forse il nuovo discredito del governo contribuì ad accelerarne
l'esplosione.

I nuovi metodi politici di centralizzazione violavano troppe tradizioni,
specialmente nelle provincie meridionali, separate dal resto del regno
da lunga distanza di periodi civili, per non produrvi un vivo
malcontento. La coscrizione militare, la moltiplicità grandinante delle
tasse, la soppressione delle corporazioni monacali, vi irritavano tutte
quelle passioni piuttosto compresse che soffocate dalla guerra spietata
contro il brigantaggio. La stessa epopea garibaldina, che sugli albori
della rivoluzione vi aveva infiammato la fantasia delle moltitudini, non
era più per esse che un ricordo di lontane vittorie dopo la catastrofe
di Aspromonte.

Una mortificazione d'indefinibili speranze inaspriva i dolori di una
cronica miseria, alla quale il governo non aveva potuto sino allora che
domandare sacrifici. Le vanità tradizionali dell'autonomia duravano
ancora nell'isola, la lunga reazione brigantesca del Napoletano,
cresciuta quasi a guerra civile, vi sostituiva lentamente nelle
immaginazioni la magnifica teatralità delle imprese garibaldine: tutto e
tutti contribuivano a preparare una nuova ribellione, la plebe delle
campagne colla brutalità, quella cittadina coll'abbiettezza, la
borghesia coll'avarizia, il patriziato colla superbia e coll'ignoranza,
il clero colla superstizione e colla perfidia.

Il governo, ancora sotto il peso delle ultime umiliazioni, non solo non
s'accorgeva del nuovo pericolo, ma, avvisatone dai propri funzionari,
temeva di raddoppiarlo mostrando di premunirsi.

La reazione brigantesca esplose naturalmente a Palermo, ove le velleità
di autonomia rifermentavano ad ogni coazione dell'unità contro
l'egoistica indipendenza regionale. La rivolta fu breve, ma violenta,
facinorosa, incredibile di odio e di insania. Già profittando della
guerra nel Veneto, per la quale tutti i presidii delle città erano stati
ridotti al minimo, dalle congiure sordamente riprese all'indomani
dell'annessione si era venuti alle bande armate: mancava un disegno, un
uomo, una bandiera. Non si sapeva neppure chiaramente lo scopo della
rivolta; non vi erano intese con altre regioni, non accordi diplomatici,
non vera preparazione di guerra. Ma un odio indefinibile riuniva tutte
le classi contro il governo: si sognava di autonomia senza il coraggio
di precisarla nemmeno come sogno: si moltiplicavano i pretesti alle
ribellioni traendoli da ogni novità. Il brigantaggio napoletano era
stato una reazione legittimista: la reazione siciliana doveva essere un
malandrinaggio senza aspirazione nè al passato nè all'avvenire.

Il 16 settembre (1866) le bande armate aggirantisi da molte settimane
sui monti si raccozzarono improvvisamente ed entrarono a Monreale
mettendo a rumore la città: quindi irruppero su Palermo, ne sollevarono
la plebaglia, ne asserragliarono le vie, vi assediarono nel palazzo il
prefetto Torelli colla poca truppa accorsa a difenderlo, e composero un
governo provvisorio. Parve, ed era il rovescio della conquista dei
Mille. Tutta l'isola ne fu commossa, ma per mancanza di un disegno e di
una bandiera il moto non potè espandersi. Il governo, che alle istanze
reiterate del prefetto non aveva voluto accrescere il presidio della
città ridotto a 3500 uomini, dovette quindi mandare su Palermo il
generale Cadorna con grosso nerbo di truppa per soffocarvi la guerra
civile. L'orribile tumulto durò sei giorni: la vittoria rimase
naturalmente al governo, ma il combattimento fu indescrivibile di
ferocia e grande la strage: si dovette riconquistare ogni via, ogni
casa; dai conventi mutati in fortezze frati e monache combattevano per
gli insorti; la plebaglia, che non aveva seguìto Garibaldi nel 1860, si
ostinava adesso con atroce temerità contro l'esercito regolare. Di
questo perirono nella mischia quasi cento soldati e trecento furono
feriti; degli altri non si volle fare il conto perchè sarebbe stato
troppo difficile e vergognoso.

L'ordine fu ristabilito. Gli autonomisti, che avevano mestato nella
congiura e fornito le bande, spaventati essi medesimi dalla truce
anarchia, riaderirono prontamente al governo. Per prudenza politica
questo non volle indagare nè le vere origini, nè quali fossero i
maggiori colpevoli della rivolta.

Nelle provincie napoletane più infette dal brigantaggio quel moto
siciliano non ebbe ripercussione: con esso finì la reazione meridionale
separatista.

Il gabinetto Ricasoli, già indebolito dai disastri della guerra, ne
ricevette un colpo mortale.


                                  La politica ecclesiastica.

Le illusioni create nei più ingenui di parte moderata dalla Convenzione
di settembre dovettero dissiparsi alle nuove dichiarazioni di Napoleone
III, che ritirando momentaneamente il presidio da Roma non intendeva
assumere altri impegni per l'avvenire. Il sacrificio del diritto
nazionale consumato dal governo per eliminare i francesi da Roma, nella
speranza di potervi un giorno entrare dietro qualche imprevedibile
avvenimento, tornava quindi inutile dopo questa minaccia di altro
intervento. Infatti non appena l'esercito regolare francese si fu
ritirato da Roma, una grossa mano di finti volontari racimolati fra esso
vi rientrava a costituire una legione, chiamata poi dal nome di Antibo e
salutata dal generale francese Dumont, venuto da Parigi a passarla in
rivista, come nuova legione tebana.

La teorica cavouriana della conquista di Roma con mezzi morali,
infelicemente interpretata da' suoi successori, sembrava finire nel più
doloroso ridicolo, ora che l'ottenuta soluzione del problema veneto
rendeva più urgente quella della questione romana. Si comprendeva da
tutti che là stava il principio della rivoluzione italiana e la sola
possibile rivincita degli errori e delle umiliazioni patite dal periodo
delle annessioni sino allora. Bisognava a qualunque costo forzare Roma,
per dare all'Italia colla sua capitale storica una vera coscienza di
nazione.

Ricasoli vi si accinse: ma come all'indomani della Convenzione di
settembre il Lamarmora aveva deputato a Roma il Vegezzi, così egli vi
mandò il Tonello per trattare delle sedi vescovili vacanti. Poi,
lusingato dalla nomina di due prelati liberali alle chiese metropolitane
di Torino e di Milano, si spinse oltre sulla via di una conciliazione.
Il concetto suo e dei partigiani neo-guelfi era d'indurre il papa ad una
spontanea rinuncia del potere temporale, largheggiando siffattamente con
lui di concessioni nella politica ecclesiastica da assicurargli
un'immensa preponderanza sulla vita civile. A scusa di questo disegno
s'invocava la necessità di liberarsi dalla Francia col ridurre la
questione romana ad un problema di ordine interno, giacchè ottenere Roma
colle armi non si poteva. Ma un errore più profondo si nascondeva in
quest'idea, ed era la soggezione del pensiero civile al pensiero
religioso con questo riconoscimento della suprema autorità cattolica
come fonte di tutti i diritti regii, e colla negazione del principio
rivoluzionario il quale non aveva altra originalità dal disconoscimento
della supremazia religiosa in fuori. La libertà di pensiero, conquistata
religiosamente dalla Riforma e civilmente dalla rivoluzione francese,
sarebbe stata così sconfessata dalla rivoluzione italiana. Era l'ultima
riapparizione dell'idea giobertiana del _Primato_: ma la vasta utopia
del filosofo piemontese non riusciva nella politica del gabinetto di
Firenze che a mascherare i pregiudizi della corte incapace di concepire
la propria autorità senza sanzione religiosa, e cercante nella forte
compagine del cattolicismo un baluardo contro i flutti della
rivoluzione.

Intanto il ministero aveva già firmato la convenzione finanziaria
derivata dalla Convenzione di settembre, e per la quale l'Italia
assumeva il debito delle provincie pontificie annesse senza nemmeno
chiedere la libertà di quei cittadini italiani che, come il bolognese
Petroni, da quindici anni soffrivano nelle carceri romane. Nullameno il
governo francese, per quel brutto vizio di aggiungere sempre al danno lo
scorno, non fidandosi nè alla firma reale nè all'onore della nazione,
aveva forzato il gabinetto a deporre venti milioni nella Cassa-depositi
a Parigi.

L'occasione ai nuovi tentativi di accordi con Roma venne dalla legge
sull'alienazione dell'asse ecclesiastico, che lo Scialoia, reggente
allora il portafoglio delle finanze, doveva presentare alle Camere. In
essa, poi giustamente definita una singolare mistura di santimonia
neo-guelfa e di speculazione bancaria, si rimetteva nelle mani dei
vescovi, se volessero accettarla, la vendita dei beni del clero nel
termine di dieci anni, e la conversione del ricavato, e
l'amministrazione e la distribuzione delle rendite agli usi del culto e
al mantenimento delle persone, salvo il pagamento di 600 milioni di lire
italiane allo Stato in rate semestrali di cinquanta milioni l'una, quasi
per quota-parte delle appartenenze della società laica nella
destinazione di tali beni. Era assuntore della vasta operazione bancaria
il banchiere belga Langrand-Dumonceau di parte ultramontana.

Contemporaneamente i nuovi diplomatici mandati a Roma offrivano al
pontefice per parte del governo italiano la rinunzia alla presentazione
dei candidati alle sedi vescovili e alle guarentigie tradizionali del
_placet_, dell'_exequatur_ e del giuramento.

L'abbandono di queste viete riserve della sovranità regia contro
l'autorità ecclesiastica, logico secondo i principii della rivoluzione,
pei quali ogni religione nello stato non deve essere che un'opinione
perfettamente libera come tutte le altre, diventava nelle intenzioni e
nel fatto di tale politica un privilegio alla chiesa romana, che col
maneggio dell'alienazione e della disposizione del patrimonio
ecclesiastico si sarebbe costituita centro di enorme clientela,
esercitando la più sconfinata influenza specialmente coll'elettorato
ristretto d'allora.

Gregorio VII, il fiero tribuno del papato, non avrebbe potuto chiedere
di più. Fortunatamente la stessa legge storica della decadenza nel
papato impedì alla corte romana di accettare l'improvvida offerta: la
Camera, malgrado il bigottismo monarchico-religioso della propria
maggioranza, respinse il progetto Scialoia, contro cui si levavano
proteste specialmente dalle provincie venete: quindi Ricasoli, violento
d'orgoglio, ottenne dal re lo scioglimento della Camera, ma le elezioni
essendoglisi chiarite avverse dovette dimettersi.

Durante la lotta di queste, Garibaldi, dietro consiglio della sinistra
parlamentare, si era recato sul continente per pubblicarvi un manifesto
politico sull'urgenza di conquistare Roma all'Italia colle vie legali,
ed aveva percorse tutte le provincie venete arringando i popoli
inutilmente: la nuova Camera, da lui sognata tutta piena di
rappresentanti decisi a sciogliere magari con una guerra nazionale alla
Francia il problema di Roma, risultò invece poco diversa dalle altre,
sebbene ostile al ministero.


                                  Ministero Rattazzi.

Col ritorno del Rattazzi al potere doveva svolgersi in un ultimo
equivoco della politica monarchica il supremo tentativo rivoluzionario
per la conquista di Roma.

Difetti e qualità rendevano il nuovo ministro singolarmente adatto alla
tragica avventura. La sua prontezza così a sedurre come a lasciarsi
sedurre da grandi imprese, trovando sempre in un tradimento finale la
soluzione ad un intrigo divenuto inestricabile, faceva di lui egualmente
sperare e temere. Lo si sapeva infatti giacobino contro il papa e
cortigiano con Vittorio Emanuele, ligio a Napoleone e avverso alla
destra, compromesso colla sinistra e odiato dal popolo; ma così abile
parlamentare e scaltro diplomatico da reggersi nelle più difficili
situazioni non ostante lo squilibrio dell'ingegno.

La sua presenza al ministero, anzichè rinfocolare gli odii di
Aspromonte, parve quindi al partito d'azione arra di più coraggiose e
feconde iniziative.

Roma, ritornata colla partenza del presidio francese in signoria di se
medesima, mutava apparentemente le condizioni del proprio problema
politico. Se infino allora le sarebbe stato difficile ogni moto
rivoluzionario, giacchè il governo pontificio denunciandolo come tumulto
plateale avrebbe avuto, a schiacciarlo, irresistibile concorso dalle
truppe francesi, ora non trovandosi sopra altri nemici che i pochi
mercenari papalini poteva senza troppa difficoltà e con molta speranza
di buon successo, levarsi a rivoluzione. La Convenzione di settembre,
coll'assicurarle il reciproco non intervento della Francia e
dell'Italia, le lasciava tutto il merito della iniziativa. Malgrado le
compromissioni di Napoleone col clero francese, difficilmente ad una
spontanea rivoluzione dei romani egli avrebbe potuto allora, nel
rifermentare delle passioni republicane a Parigi, ripetere la spedizione
del 1849; quindi l'Italia invocata liberamente da Roma avrebbe risposto
occupandola colle proprie truppe. L'impero buonapartesco, prima di
scendere ad una guerra contro l'Italia, avrebbe dovuto pensare
seriamente alla posizione fattagli in Europa dalla rivalità della
Prussia.

Era questa l'idea di Mazzini e da lui eloquentemente sua indarno
predicata ai romani.

Poco segreti e meno efficaci si adoperavano in Roma tre comitati
liberali, moderato l'uno, mazziniano il secondo, garibaldino il terzo.
Il primo sottoposto agli ordini del governo italiano badava piuttosto ad
impedire che altri facesse che a fare, giustificando tratto tratto la
propria esistenza con dimostrazioni puerili contro il papa; il secondo,
impegolato nelle formule mazziniane, riusciva ad un'accademia; l'ultimo,
combattuto con diverse intenzioni ma pari accanimento da entrambi,
rimaneva impotente all'azione malgrado la praticità dei propri
propositi.

Mancava sopratutto il denaro. Mazzini se ne arrovellava senza poter
intendere questa avarizia della nazione, nella quale Garibaldi aveva
trovato seguaci pronti a morire sotto le sue bandiere piuttosto che
oblatori capaci di sacrificare somme anche tenui alle sue imprese.
Nullameno si riordirono le file di una più vasta congiura, dacchè il
ministero sembrava favorirla. Comitato moderato e garibaldino si
accordarono in Roma; dal Regno si mandavano aiuti, il governo papale
vegliava denunciando i complotti all'ambasciata francese, ma senza
temerne davvero per troppo esatta conoscenza delle persone e dei mezzi.
Il ministero Rattazzi, lusingato dalla possibilità di una nuova guerra
europea, si cacciava risolutamente nel più cieco degli imbrogli
politici: una guerra era discussa a corte, invocata come rivincita
dall'esercito, suggerita dalle condizioni dell'impero buonapartesco. Il
caso ne poteva venire dalla non osservanza dell'articolo 5º del trattato
di Praga da parte della Prussia, e allora per l'impero le alleanze
sarebbero state in Italia e nella Germania del sud minacciata di
assorbimento dalla nuova Confederazione del nord. L'Italia avrebbe
potuto essere egualmente o colla Francia o colla Prussia. Ma se a questa
guardava, per odio contro Napoleone, il partito rivoluzionario incline a
fidarsi piuttosto del franco dispotismo del conte di Bismarck, col quale
Mazzini aveva già aperte trattative, corte e governo per tradizioni e
per opinione rimanevano fedeli alla Francia. Non si credeva allora ad
una possibile disfatta dell'Impero francese; bisognava quindi
destreggiarsi per vendere al miglior prezzo e al più solvibile offerente
la propria alleanza. Così mentre il Vaticano con più sicuro senso della
realtà calcolava sull'influenza del clero francese, giovandosi del
bigottismo fanatico dell'Imperatrice Eugenia e della regina spagnuola
Isabella, Rattazzi alle rimostranze del gabinetto francese sui raggiri
rivoluzionari contro Roma rispondeva publicamente di voler rispettata la
Convenzione di settembre, e segretamente tentava di sollevare la Spagna
per mezzo di un pronunciamento militare col generale Prim, e dava denari
per una spedizione rivoluzionaria contro Orvieto.

Nel suo disegno semplice malgrado i troppi viluppi era idea principale
suscitare moti a Roma e nel regno fingendo frenarli, e magari frenandoli
ove eccedessero, per costringere Napoleone a cedere Roma all'Italia come
pegno d'alleanza. Senza compensi infatti l'Italia non avrebbe potuto
accettare il nuovo peso di un'alleanza francese contro la Prussia per
una guerra, della quale era impossibile calcolare le catastrofi.

Le trattative perplesse e subdole d'ambo le parti non chiarivano
condizioni; si accennava ad una occupazione del resto dello stato
pontificio facendo di Roma una specie di città anseatica, e ad un altro
trasporto della capitale a Napoli.

Ad ogni modo Rattazzi sperava in una qualche mutazione; ma tenuto in
freno dalla corte e dal parlamento, sospetto ai liberali e non
abbastanza risoluto egli medesimo, male dominava le contraddizioni del
proprio disegno. La Francia colla formazione della legione d'Antibo,
nella quale i soldati conservavano il giuramento di fedeltà
all'imperatore e i libretti dell'esercito francese, non solo violava la
Convenzione di settembre, ma subendo le pressioni del proprio clero
guidato dal vescovo d'Orléans, monsignore Dupanloup, era costretta ad
insultare l'Italia con affermazioni bellicose in favore del papato.
Laonde il ministero Rattazzi ne perdeva credito presso il partito
rivoluzionario, e la publica opinione si confondeva.

Garibaldi invece, già dimentico di Aspromonte, da Ginevra ove era
accorso al congresso della pace per dichiararvi con Bakunine, Büchner,
Pietro Leroux, Edgardo Quinet, Stefano Arago, ed altri maggiori
democratici d'Europa la decadenza del potere temporale, parlava di
guerra e la preparava. Quindi coll'impeto della propria natura di
condottiero, non appena ritornato in Italia, vi aveva aperti
arruolamenti, e s'aggirava fremendo sulla frontiera papalina. I suoi
proclami ai romani erano così espliciti, e la sua azione così libera nel
regno, che tutti necessariamente vi sentivano la complicità del
ministero. Da comizi popolari a Milano, a Genova, a Firenze, a Napoli,
sorgeva minaccioso il grido: a Roma!; il contagio guadagnava l'esercito
regolare, la situazione si tendeva talmente che uno scoppio diventava
inevitabile. Garibaldi, malgrado l'immutata fedeltà alla propria formula
_Italia e Vittorio Emanuele_, per placare i più intransigenti fra i
cospiratori del _centro romano d'insurrezione_, aveva questa volta
ripreso il titolo di generale della republica romana.

Una grande illusione involgeva tutta la politica di quell'ora, ma in
realtà Roma era impreparata. Le poche armi raccoltevi erano state
sequestrate, un tentativo del comitato mazziniano di Genova per
introdurvene altre aveva fallito; i varii comitati vi si combattevano
tristamente, il ministero Rattazzi era costretto a frenare qualunque
spedizione al di fuori, poichè dentro di quella nessuna insurrezione
scoppiava a giustificarla; mentre Garibaldi insofferente d'indugio
anelava epicamente a morire sotto le sue mura se ogni vittoria fosse
negata, e l'Italia non ostante il nuovo fermento di volontari era
tutt'altro che disposta ad una guerra eventuale colla Francia.

Mazzini, reso più chiaroveggente dall'odio alla monarchia, sconsigliava
invece dall'impresa scoprendovi l'agguato teso dal ministero alla
rivoluzione. Infatti se la Francia avesse consentito la spedizione, ed
era impossibile, la monarchia vi ripeterebbe come a Napoli il proprio
intervento colla scusa di salvare il papa dalla demagogia e
s'insedierebbe a Roma; se la spedizione fallisse, e la Francia scendesse
con un corpo d'esercito a difendere il papato, la monarchia assisterebbe
impassibile all'ecatombe dei garibaldini. In ambo i casi per Mazzini la
rivoluzione era perduta. Laonde, cercando in Roma una iniziativa per
l'Italia, egli dichiarava che, se quella dovesse venire aggregata come
il resto al Piemonte, preferiva rimanesse del papa per altri tre anni.
«O fare a danno della monarchia o non fare» era adesso il suo motto.

L'urgenza di tale iniziativa republicana lo spingeva sino a rampognare
coloro che si arruolavano con Garibaldi, e a consigliare loro
l'insubordinazione o la diserzione, appena entrati nello stato
pontificio, per gridare la republica. La sua antica vanità di capitano,
ancora sotto il peso della sciagurata spedizione in Savoia, s'irritava
contro questa suprema imprudenza di Garibaldi, che avrebbe perduto
l'Italia per rendere un servigio alla monarchia. Quindi sognava di
sbarcare egli stesso con altri mille e con bandiera republicana sopra un
punto della costa romana, ora che tutti esitavano ancora, e superando
tutti resuscitare nella grande città la republica del '49.

Intanto i volontari arruolati publicamente nelle città e mandati in
truppa ai confini vi si irreggimentavano.

Il governo publicava minacce e lasciava espandersi il moto. Quasi tutti
i maggiori rivoluzionari dissuadevano Garibaldi dall'impresa. Acerbi,
Crispi, Mario, Fabrizi gliene illustravano con terribile evidenza i
pericoli e gli equivoci; ma egli si ostinava sublimamente muto, vincendo
la loro ragione col fascino della propria volontà. Nella infallibilità
dell'istinto egli solo sentiva che la rivoluzione doveva a se medesima,
dopo la inonorata conquista monarchica del Veneto, un supremo tentativo
su Roma, alla quale la monarchia aveva abdicato colla Convenzione di
settembre e il trasporto della capitale a Firenze. Sulle condizioni
dell'impresa la sua vecchia esperienza s'ingannava ancora meno di quella
degli altri rivoluzionari, quantunque la nobile speranza di trascinare
con questa iniziativa Vittorio Emanuele in campo lo illudesse ancora. Ma
la rivoluzione non poteva, come la monarchia, rinunziare a Roma sotto
pena di rendere ridicola la tragedia di Aspromonte: la morte di
Garibaldi e una ecatombe di garibaldini sotto le mura di quella per mano
dei francesi avrebbe invece staccato per sempre l'Italia da Napoleone, e
resa inevitabile la guerra al papato.

Garibaldi voleva morire. A mezzo settembre (1867) Giovanni Nicotera era
già a capo di una colonna mirante su Velletri; Menotti Garibaldi col
corpo centrale dei volontari si teneva pronto a marciare su
Monterotondo; Acerbi con l'ala destra minacciava Viterbo; e Garibaldi
scorreva la frontiera attendendo da Roma un segnale d'insurrezione,
pronto a varcarla anche senza di questo. Ma il ministero, stretto dalle
minacce francesi, decide di arrestarlo quantunque deputato e violando lo
statuto: ad Arezzo l'accoglienza entusiastica del popolo lo protegge, ma
nel villaggio di Sinalunga presso il lago Trasimeno è catturato con
parte del suo stato maggiore (23 settembre). Soldati dell'esercito
regolare che lo veggono passare prigioniero urlano: «A Roma, a Roma!»;
il popolo di Firenze tumultua; però Garibaldi viene chiuso
momentaneamente nella fortezza d'Alessandria. Allora i suoi luogotenenti
si mordono l'uno l'altro per gelosia di comando; nella confusione
centuplicata dall'arresto del generale nè volontari, nè esercito, nè
parlamento, nè paese comprendono più nulla. Siccome il ministero non
disperde i volontari alle frontiere papaline, i più suppongono
quell'arresto una lustra diplomatica per ritardare la spedizione, dar
tempo a Roma d'insorgere, e al governo d'intervenire col proprio
esercito.

Garibaldi, indignato del tradimento, dimentica se stesso al punto di
chiedere protezione all'Inghilterra, agli Stati Uniti e all'Argentina
come loro cittadino, Rattazzi impaurito dello scandalo gli manda il
generale Pescetto, ministro della marina, per offrirgli di tornare
libero a Caprera senza condizioni; Garibaldi accetta, ed invece rimane
prigioniero nell'isola bloccata dalle navi regie.

Ma siccome dalla cittadella di Alessandria aveva già promesso ai romani
di raggiungerli a qualunque costo, appena cominciate le ostilità fugge,
a notte, romanzescamente, sopra uno schifo; approda in Sardegna; di là
sbarca a Livorno, ricompare a Firenze (19 ottobre) che la guerra è già
scoppiata alla frontiera pontificia. Infatti il 28 settembre alcune
bande di garibaldini, varcato il confine, avevano già costretto i
gendarmi di Acquapendente ad arrendersi; quindi, entrate in Viterbo, vi
avevano costituito un comitato d'insurrezione col nome di governo
provvisorio, mentre altre si erano insignorite di Bolsena e minacciavano
Pontecorvo.

Rattazzi, messo al bivio dalla riapparizione di Garibaldi o di ripetere
Aspromonte marciando contro i volontari, o di sorpassare la loro
iniziativa invadendo lo stato pontificio, si dimette. Ma tutto era già
perduto prima. Napoleone aveva annunziato il proprio intervento armato;
Vittorio Emanuele per mezzo dell'ambasciatore Nigra era stato forzato a
proporgli un intervento misto, poi il 19 ottobre gli aveva ripetuto
l'offerta dichiarandosi pronto a riconoscere francamente in un proclama
l'appoggio francese, e chiudendo il dispaccio col rimettersi all'alta
saggezza dell'imperatore. Il 22 Napoleone rispondeva ancora che «una
occupazione mista non farebbe che complicare la questione dei due
governi»; e Vittorio Emanuele proibiva a Rattazzi d'invadere lo stato
pontificio.

Nullameno l'imperatore titubava ancora. Ma la monarchia, sottomessa da
quasi dieci anni alla sua volontà, non poteva osare di soverchiarlo
accettando il consiglio dato da Garibaldi a Rattazzi: «invadere Roma
coll'esercito italiano e subito». Pio IX invece, conoscendo meglio del
gabinetto di Firenze l'animo dell'imperatore, aveva esclamato con quella
scettica bonarietà divenuta già celebre: «Imbecilli! aveva loro concesso
otto giorni!».

Rattazzi, abbastanza abilmente sgusciato dalla oramai bieca situazione
col dimettersi dopo aver compromesso impero, monarchia e rivoluzione, in
mezzo al turbamento universale pareva ancora un forte ministro
sagrificato dalla viltà del proprio governo. Il generale Cialdini,
incaricato di racimolare un nuovo ministero, non essendo riuscito a
dissuadere Garibaldi dall'impresa, declinava il troppo difficile
mandato.

Gli successe quindi il generale Menabrea con un ministero reazionario;
però non si ardì nè arrestare Garibaldi, nè impedire altrimenti la
spedizione. Pel primo caso s'invocavano difficoltà insuperabili, e si
diceva cavillando che nessuno poteva imprigionarlo, non il Rattazzi
perchè ministro dimissionario, non il Cialdini siccome ricusatosi a
formare il nuovo ministero, non il Menabrea che non l'aveva ancora
formato del tutto; pel secondo il governo seguiva tuttavia la spinta
datagli dalla politica di Rattazzi fra le contrarie correnti di Francia
e della rivoluzione.

L'eclissi della coscienza publica era totale. Mentre il governo
minacciava repressioni, i comitati mandavano soccorsi e diramavano
proclami; il potere legislativo era sospeso, quello esecutivo diventato
problematico.


                                  Mentana.

Tutto l'eroismo italiano fremeva nel campo di Garibaldi, ma la nazione
rimaneva inerte così agli eccitamenti del generale come alle
recriminazioni del governo. Vittorio Emanuele pareva dimenticato.

Però il moto garibaldino si veniva a mano a mano agghiacciando: i
volontarii erano pochi, malissimo armati con vecchi fucili delle guardie
nazionali, quasi senza cannoni e senza cavalleria. Fra loro brillavano
veterani e neofiti superbi d'entusiasmo, qualche vecchio principe come
il duca Lante di Montefeltro, qualche giovane aristocratico come il
principe di Piombino esule romano, gli ultimi della famiglia dei
Cairoli, che dovevano morirvi. Ma lo spirito militare vi era scarso, un
dissidio politico separava garibaldini e mazziniani, il contegno oramai
apertamente ostile della monarchia disanimava i più, la certezza di un
intervento francese toglieva finalmente ogni speranza all'impresa.

Non era più una guerra ma un sacrificio.

Una lugubre ed altera poesia dava allo stesso disordine di quelle rosse
falangi una maggiore solennità: si sentivano nel silenzio delle marcie i
presagi dell'ecatombe, e nel furore dei primi assalti la frenesia della
morte imminente.

Il 22 ottobre settantacinque giovani guidati da Giovanni e da Enrico
Cairoli s'avanzano, tragica avanguardia, su Roma: il loro disegno è di
promuovervi una sollevazione che tolga alla Francia la ragione
d'intervenire, e forzi la monarchia ad associarsi alla rivoluzione. Ma
la metropoli cattolica non esce nemmeno in quest'ora suprema dalla
propria ignavia; la polizia papalina vi ha già arrestato alcuni capi
della cospirazione; altri gliene hanno già venduto il segreto; il
governatore Zappi mura sei porte della città, raddoppia i presidii di
piazza Colonna e del Campidoglio, intercettando ogni comunicazione colla
campagna.

I Cairoli, scesi di notte pel Tevere, si accampano sull'altura di Villa
Glori aspettando invano il segnale dell'insurrezione: invece le loro
vedette segnalano l'avanzarsi di alcune compagnie di antiboini.
L'ecatombe incomincia, i settantacinque si votano alla morte: una
mischia degna dei Maccabei glorifica per sempre quel piccolo poggio, e i
due Cairoli cadono morenti sopra un mucchio di cadaveri.

-- Muoio, sai. Saluta mammina. Il problema è sciolto! -- mormora Enrico
nell'agonia.

Poichè il loro impeto aveva fugato le due compagnie di antiboini, i
rimasti poterono scampare a notte recando la triste notizia a Garibaldi.

Ma Roma non si è mossa. Solo in un lanificio di Trastevere alcuni
cospiratori, sorpresi poco dopo (25 ottobre), resistono coraggiosamente
animati dal coraggio di una donna, Giuditta Arquati Tavani, ultima
romana nella decadenza papale che aveva precipitato Roma più basso
dell'antica decadenza imperiale.

Garibaldi all'annunzio dell'eccidio dei Cairoli li immortala nel più
bello dei propri proclami; quindi rassegnate le truppe (24 ottobre) a
Passo Corese, ordina ai maggiori Valzania e Caldesi, romagnoli entrambi,
l'assalto di Monterotondo. Il 25 ve li raggiunge con Mosto, Frigerio,
Canzio ed altri capitani di battaglioni; Menotti, degno di lui, si è
inoltrato sino a millecinquecento metri dal Pincio. Benchè quattrocento
legionari antiboini guarniscano Monterotondo, mirabilmente
asserragliati, dopo solo tredici ore di combattimento micidiale per i
garibaldini la porta della piccola città è incendiata, e attraverso le
fiamme i volontari irrompono vittoriosi. Dopo altre quattordici ore
anche il castello dominante la città si arrende, ma il popolo conserva
il più ostile mutismo verso i vincitori.

Nelle campagne l'odio ai garibaldini è anche più vivo ed assurdo:
impossibile ad essi di chiedere una informazione ed ottenere una guida.

Fu l'unica, ultima vittoria garibaldina. L'indomani una divisione
francese agli ordini dei generale De-Failly salpava da Tolone, e a
Firenze s'insediava il ministero reazionario Menabrea.

Incomincia la settimana di passione. Francia e Italia si uniscono contro
Garibaldi. La squadra del Riboty, che da Rattazzi aveva avuto l'avviso
di tenersi pronta a sbarrare l'approdo francese, riceve contrordini;
l'esercito italiano si prepara a varcare il Confine per assistere
impassibile alla carneficina dei volontari, il re emana un proclama nel
quale li sconfessa minacciandoli come ribelli e chiamando i francesi
alleati e fratelli. Garibaldi già in marcia su Roma, dopo la vittoria di
Monterotondo, riceve a Casal de' Pazzi contemporaneamente il proclama
del re e le informazioni di Adamoli e di Guerzoni, penetrati in Roma
travestiti e ritornati senza più speranza d'insurrezione. Per la prima
volta l'audace condottiero deve battere in ritirata, mentre all'annunzio
dei francesi sbarcati a Civitavecchia l'esercito regio passa il confine
per dividere con loro l'occupazione del territorio pontificio e «poter
imprendere in situazione pari a quella di Francia nuovi negoziati»,
secondo una nota diplomatica del ministro Menabrea a tutte le potenze.
Ma di questo intervento, del quale allora la parte moderata si vantò
come di un atto risoluto, la storia ignora ancora la ragione. Dacchè il
governo intendeva di non combattere i garibaldini e di lasciarli
schiacciare dai francesi, la sua presenza sul campo di battaglia
diventava un anacronismo inutile ed ingeneroso. Ma alla ritirata da
Casal de' Pazzi la confusione entra nella piccola truppa dei volontari.
Vanita la speranza della conquista di Roma, l'insufficienza dell'impresa
scoppia in tutte le coscienze come una rivelazione: i mazziniani memori
delle ammonizioni di Mazzini sull'esito doloroso, si sbandano gettando
le armi; Garibaldi, esacerbato dalla diserzione, accusa Mazzini, il
quale colla solita magnanimità di sacrificio, dopo aver avversato la
spedizione, aveva da ultimo ordinato di aiutarla a quelli di parte
propria. Senonchè nell'incertezza di quell'ora i mazziniani si scusano,
invocando le sue parole di altri giorni e fingendo d'ubbidire ad un suo
ordine. Altri abbandonano il campo, ove erano accorsi sulla fede di un
aiuto monarchico: una voce sinistra propala che l'esercito italiano
appiedato alle spalle dei volontari attende che i francesi li attacchino
di fronte per accerchiarli. La rotta precede la battaglia: da ottomila
la piccola truppa discende a poco più di cinquemila, disperati della
patria, reluttanti a morire invano e nullameno pronti a cercare in una
suprema battaglia una fine a quell'impresa, nella quale di chiaro non
v'era che la necessità di sacrificio.

Allora Garibaldi grandeggia. La sua ritirata da Roma non è che una sua
mossa strategica; l'idea di ripassare il confine italiano, arrendendosi
all'esercito regio senza aver combattuto i nuovi invasori, non gli passa
nemmeno per il capo. Bisogna che l'Italia si riaffermi contro
l'abbandono della monarchia e la prepotenza della Francia. Da
Monterotondo, ove si era ripiegato, sfianca quindi su Tivoli, ove i
colli gli offrono miglior terreno: i suoi ventisei battaglioni non
avevano più che la metà dei soldati, la sua cavalleria è di sole dodici
guide, le sue munizioni per l'artiglieria non superano le settanta
cariche. Il 5 novembre la sua avanguardia è sorpresa al villaggio di
Mentana da quella del generale papalino Kanzler: Garibaldi, costretto a
mutare la linea di marcia in quella di battaglia, ritrova la migliore
energia delle sue guerre d'America, ma i volontari mal destri si
scompongono, gli zuavi pontifici ardenti di fanatismo assaltano con
impeto: Garibaldi s'avventa egli stesso ad una carica alla baionetta, ma
saettati di faccia e di fianco dai cannoni delle alture e dai nuovi
fucili _Chassepot_ a tiro rapido, i garibaldini debbono indietreggiare.

Nullameno la loro ritirata impone rispetto al nemico, che non sa
occupare Mentana, terra aperta.

Garibaldi, sorpreso come Napoleone I a Waterloo dalla passione della
morte, si precipita solo contro il nemico, e come Napoleone trova nei
propri luogotenenti chi lo ferma.

La sera alle otto si decide la ritirata da Monterotondo su Passo Corese.
La mattina seguente i volontari depongono i fucili sul ponte di confine
per ritornare sbandati alle proprie case, e Garibaldi arrestato a
Figline viene chiuso nuovamente al Varignano. La Convenzione di
settembre era lacerata, Roma nuovamente in mano ai francesi, le sue
chiese echeggiavano alle preghiere della vittoria, mentre l'Italia stava
muta guardando un corpo del proprio esercito appiedato entro i confini
del territorio pontificio.

Ma il governo francese protestò così superbamente contro tale violazione
che il re dovette ordinare al generale Cadorna di ripassare la
frontiera.


                                  Contraccolpi parlamentari.

Questa umiliazione non fu l'ultima.

Vittorio Emanuele con ingenua servilità scrisse ancora all'imperatore
Napoleone una lettera per scongiurarlo nel nome dei medesimi interessi
bonapartisti a richiamare le truppe da Roma e per offrirgli l'alleanza
italiana, se rinunciasse ad ogni ulteriore protezione del papato. Questa
lettera singolare diceva: «... gli ultimi avvenimenti hanno sopito ogni
rimembranza di gratitudine nel cuore dell'Italia. L'alleanza della
Francia non è più nelle mani del governo! Il fucile _Chassepot_ a
Mentana l'ha ferita mortalmente. Ma questa alleanza non è spregevole.
Sire: essa è alleanza più sicura e più efficace, che non sia quella del
partito clericale. Ora Vostra Maestà senza offendere la volontà della
nazione può, se vuole ravvivarla o secondarla» (6 novembre).

Così scrive il re d'Italia al difensore del pontefice, al vincitore di
Garibaldi, all'alleato, che primo colla formazione della legione
d'Antibo aveva violato la Convenzione del settembre.

Il ministro francese degli esteri Rouher, rispose brutalmente all'umile
lettera del re dichiarando fra gli applausi della camera che gli
italiani non si impadronirebbero di Roma giammai!

Questa parola suonò come uno schiaffo sulla fronte della nazione.
Garibaldi, ancora prigioniero, veniva pregato dal ministro Gualterio di
scegliersi un esilio spontaneo per non suscitare imbarazzi al governo.

Il paese intanto si manteneva calmo. I reduci garibaldini vi erano
considerati come pazzi che avessero voluto forzare l'impossibile, si
giudicava severamente l'opera di Garibaldi, si accusava Rattazzi di aver
compromesso le sorti delle istituzioni, non si misurava abbastanza bene
la nuova bassezza, alla quale era sceso Vittorio Emanuele; mentre per
una delle solite contraddizioni spiacevano le compiacenze servili del
Menabrea alla Francia, e i suoi postumi rigori contro i volontari.
Naturalmente la discussione degli ultimi avvenimenti si restrinse alla
camera, senza guadagnarvi nè di logica nè di nobiltà. La destra
intransigente vi si accanì contro Garibaldi e più contro Rattazzi, capo
della sinistra: pareva ad essa un sacrilegio l'aver tentato contro il
volere della monarchia la questione di Roma: quindi colla vanteria di
una praticità fatta di sommissione e di pedanteria derideva come
rettorica le magnanime affermazioni del diritto nazionale su Roma, e
respingeva come ingratitudine le pretese di una emancipazione
dall'impero francese ancora arbitro d'Europa. Di rimpatto la sinistra,
giustamente sospettata di riserve republicane, accusando la destra di
partito antinazionale, ricadeva sotto il sospetto di voler abbattere le
istituzioni, mentre i veri rivoluzionari si lagnavano invece che avesse
tradito la rivoluzione a profitto della monarchia. La colpa, palleggiata
da partito a partito, da ministero a ministero, dal re a Garibaldi, era
uguale in tutti. Questi solo aveva voluto dar Roma all'Italia malgrado
il papa, l'impero e la monarchia, ed era stato battuto, ma la sua
sconfitta isolava Napoleone in Europa togliendogli ogni possibilità di
nuova alleanza coll'Italia, infamava il papato ed abbassava la
monarchia.

Il motto di Enrico Cairoli morente -- il problema è sciolto! -- era stata
una di quelle rivelazioni, che la storia talora accorda all'agonia degli
eroi.

Il linguaggio insolente della Francia, cui il ministro Menabrea opponeva
i più sciatti complimenti, compiva il discredito del governo: le
arringhe abilissime del Rattazzi dichiarante di avere per rispetto alla
Convenzione, sebbene violata dalla Francia, cercato d'impedire la
spedizione di Garibaldi e voluto poi intrepidamente prevenirla colle
truppe regie occupando il territorio pontificio onde evitare
l'intervento francese, rendevano col paragone più supine le
dichiarazioni del nuovo ministero: Quintino Sella, ammirabile di calma
risoluta fra tanta incertezza di passioni e di idee, proponeva indarno,
e per quanto povero era ancora il solo rimedio, un ordine del giorno
puro e semplice che riconfermasse Roma capitale d'Italia come risposta
al _jamais_ del ministro francese. Finalmente il Bonfadini ne presentava
un altro mostruosamente contradditorio che, riaffermando indirettamente
Roma capitale e deplorando che si fosse voluto ottenerla con mezzi
contrari alle leggi dello stato e ai voti del parlamento, conchiudeva
coll'approvare l'opera del ministero.

La camera respinse anche questo, il ministero cadde, e il re incaricò
daccapo il Menabrea di formarne un altro. Così la Corona, intervenendo
nelle lotte parlamentari per troncarne colla propria autorità un
dibattito pericoloso, riconfermava il vassallaggio della nazione alla
Francia.

Fu questa l'ultima e non meno triste scena del tristissimo dramma.

Mentana rimaneva l'ipogeo della politica regia, come Marsala era stata
l'apogeo della politica rivoluzionaria. Il moto rivoluzionario troppo
vantato dai giornali radicali non aveva dato che poche migliaia di
volontari e un inconcludente soccorso pecuniario: Rattazzi
assecondandolo senza aver preparato l'esercito alla possibilità di uno
scontro colla Francia, aveva reso inevitabile il disastro: per la
monarchia non vi sarebbe stata altra salute che nell'imitare la semplice
e fulminea politica del conte di Bismarck, occupando Roma con tale
prestezza da mettere l'impero francese nell'impaccio di rompere guerra
all'Italia, e forse allora la Prussia avrebbe potuto rattenerlo con una
sola minaccia di attacco sul Reno. Ma la monarchia non aveva sola la
responsabilità della catastrofe. I volontari erano stati scarsi alla
guerra, avevano disertato dal campo, si erano battuti malamente a
Mentana malgrado l'eroismo degli ufficiali, si erano sbandati nella
ritirata da Monterotondo strappando a Garibaldi parole roventi di
biasimo. I mazziniani con insensata gelosia seguitavano ancora a
vituperare Garibaldi di aver voluto combattere nuovamente con bandiera
regia, quando egli stesso venendo meno questa volta al solito buon senso
politico aveva alzato bandiera neutra, assunto il titolo equivoco di
generale della republica romana e taciuto del re nei proclami da
Monterotondo. Nell'esercito regolare, malgrado qualche applauso a
Garibaldi prima del rompere delle ostilità, nessun vero entusiasmo: al
comando di varcare i confini pontifici, quando già i francesi marciavano
con forze triple contro i garibaldini, tutti avevano freddamente
obbedito: non un battaglione si era sollevato per correre in soccorso ai
volontari, non uno dei tanti ufficiali garibaldini, che vi coprivano
alti gradi, aveva rotto la spada piuttosto che ubbidire all'ordine di
assistere impassibile all'eccidio degli antichi commilitoni sotto le
mura di Roma per mano dei francesi e a difesa del papa. L'esercito come
la nazione aveva sentito l'onta divorandola in silenzio.

Il re, indarno paragonato da letterati cortigiani a Guglielmo d'Orange,
si era eclissato nei lunghi preliminari dell'azione invece di
mostrarvisi con cauta risolutezza, e aveva poi subìto, scongiurandole
con inutile umiltà, tutte le prepotenze francesi; il parlamento aveva
difeso Francia e papato contro la rivoluzione. Il popolo, incapace di
sentire l'idealità di Roma e di volere un'altra guerra nazionale, era
povero, e non domandava che ristori alla propria miseria: era libero, e
non si curava ancora della propria libertà: era padrone, ed ubbidiva a
chiunque lo comandasse, sfuggendo ai pericoli di tutte le combinazioni
politiche colla propria inerzia, e aspettando con inconscia sicurezza il
compimento dei propri destini da un'altra coincidenza europea.

Nullameno il suo odio era adesso per la Francia: Mentana cancellava
Solferino.

Nel dramma di Mentana si erano addensate tutte le antinomie della
rivoluzione per risolversi in una impotenza finale: il papato, per
sottrarsi alla libertà italiana, aveva dovuto abbandonarsi
incondizionatamente all'arbitrio francese; l'impero napoleonico, per
resistere alla democrazia, aveva perduto l'Italia; Mazzini, per tentare
l'estrema prova della propria astratta republica, aveva dovuto
sconsigliare l'ultimo assalto al papato; la monarchia per sostenersi
aveva dovuto schierarsi fra i difensori di questo; la destra
parlamentare per salvare il governo si era mostrata come partito
antinazionale: la sinistra, mantenendosi nell'orbita legale e
separandosi così dalla rivoluzione, si era mutata in partito di governo.

Però la decadenza di questo periodo, che dall'iniziativa francese del
1859 doveva andare sino all'acquisto di Roma nel 1870 nella ruina
dell'impero bonapartesco, s'arrestava a Mentana dinanzi al crescere di
nuove forze dal seno stesso della nazione.


                                  Ultimi conati mazziniani.

Garibaldinismo e mazzinianismo erano consunti. Appena intorno ai due
grandi duci si stringeva ancora qualche manipolo di veterani.

Una nuova generazione stava per sorgere, che non avendo partecipato alle
lotte del risorgimento, non si impigliava nelle sue contraddizioni e non
comprendeva i suoi eroi. L'ultimo tentativo di Mentana aveva provato che
solamente l'impero napoleonico difendeva il papato: nella Francia stessa
i maggiori spiriti, da Michelet ad Hugo, applaudivano Garibaldi, mentre
il congresso proposto da Napoleone per una nuova soluzione della
questione romana falliva dinanzi all'influenza di tutti gli stati. Il
sole dei Bonaparte declinava per sempre all'orizzonte europeo.

Roma tornerebbe indubbiamente all'Italia; questa convinzione era persino
in coloro che non lo avrebbero voluto, e da Roma si inizierebbe per
l'Italia il vero periodo dell'unità. Per ora, aspettando che un altro
trionfo della rivoluzione in Europa rovesciasse l'impero francese,
bisognava aiutare l'intima formazione nazionale con altre forze e con
nuovi elementi. Alla grande poesia delle congiure e delle battaglie
succedeva la passione prosaica degli interessi con iniziative
inavvertite, che dovevano mutare lentamente le condizioni politiche e
sociali del paese. Si cominciava ad accusare di enfasi ogni entusiasmo
politico e di rettorica ogni eloquenza: i mutati modi di guerra
rendevano inutile tutto l'eroismo di Garibaldi, le battaglie del quale,
dopo la grande campagna di Moltke, non erano più che scaramucce: anche
nella guerra la prosa della scienza succedeva alla poesia
dell'ispirazione. L'apostolato di Mazzini non pareva più che una
predicazione di catechismo: nella sua utopia di una terza epoca italiana
in Europa spirava l'ultimo romanticismo filosofico di una scuola morta
col Gioberti. Già la democrazia europea aveva sorpassato con più vaste
formule socialistiche il grande tribuno, che, rivoluzionario in Italia,
era costretto ad essere ora reazionario in Europa. Dalla Francia, dalla
Germania, dalla Russia, grandi scrittori si levavano contro di lui,
mentre le masse sorde alla sua voce rompevano già i confini loro
assegnati dalla sua libertà deridendo la fede nel suo Dio.

Le tendenze positiviste del secolo respingevano l'idealismo da ogni
campo. Economia privata e pubblica attiravano tutte le forze; alle
battaglie dei libri e delle insurrezioni succedevano quelle
dell'industria e del commercio; i lavori si specializzavano, i patrioti
diventavano importuni; si brontolava contro le cariche loro concesse per
meriti di sacrifici, si gridava alla necessità di svecchiare il mondo
dacchè una stessa pedanteria inceppava rivoluzionari e moderati, e
secondo gli uni dissentire da Mazzini, secondo gli altri discutere il re
era un delitto.

Solo Garibaldi, uomo d'istinto e di passioni, restava giovane.

La decadenza mazziniana precipitava. Nullameno la logica del sistema
premeva Mazzini. Egli sentiva con nuova angoscia la necessità e
l'impossibilità di altri conati republicani: ma ritirarsi di fronte alla
monarchia dopo Mentana sarebbe stato un discendere più basso di essa
senza nemmeno le attenuanti della sua situazione politica, e a
combatterla le condizioni del partito repubblicano e della nazione non
davano forze. La Società dell'Alleanza Republicana, da lui fondata negli
ultimi anni, non si diffondeva che alla superficie del paese, quando
invece il governo cresceva ogni giorno d'importanza, malgrado tutti gli
errori della sua politica estera ed interna. Al mazzinianismo non
restava che prendere il malcontento provocato dalle tasse per una
opposizione ideale alla politica monarchica, e soffiarvi sopra con
equivoco patriottismo. Ma il ministero Menabrea vigilava fieramente
sostituendo nelle maggiori città generali a prefetti, sciogliendo
arbitrariamente società politiche, arrestando i più sospetti patrioti,
moschettando le turbe insorgenti contro la tassa del macinato e della
ricchezza mobile. Un'insurrezione era impossibile: oramai Mazzini non
conosceva più l'Italia. Intorno a lui vivente da oltre trent'anni
nell'esilio, si stringeva un sinedrio d'incondizionati devoti e di abili
sfruttatori, che gli falsavano al giudizio la realtà delle cose; gli si
carpivano tristamente lodi, biasimi, ordini e sopratutto i pochi denari
senza che egli nemmeno lo sospettasse.

Dopo l'applicazione delle armi a tiro celere nessuna insurrezione poteva
più prescindere da una specie di pronunciamento militare; si cercò
quindi di sedurre l'esercito ma la propaganda rivoluzionaria, invece di
cominciarvi in alto dai comandanti, fu iniziata nella bassa forza fra
giovani caporali e sergenti senza capacità e senza credito. Era lavoro
pericoloso, immorale ed inutile, che doveva naturalmente concludere a
qualche insubordinazione di caserma punita colla fucilazione come
avvenne poi nel caso del caporale Barsanti disgustando la grande
maggioranza del paese, che dopo le umilianti sconfitte della guerra
veneta seguiva con passione gli sforzi del governo per il riordinamento
militare. Con più assurda idea si pensò ad un grosso comizio milanese
per protestare contro le nuove restrizioni alla libertà di stampa e di
riunione, e vi si invitarono rappresentanti di tutta l'Italia
proclamando che alle provocazioni immancabili della polizia si sarebbe
risposto colle armi. Naturalmente il governo proibì il comizio; quindi
lo infamò per bocca del ministro Cantelli coll'assurda accusa che
dovessero adunarvisi duecento accoltellatori. Nell'eccesso di questa
reazione il ministero giunse persino ad esigere dalla Svizzera
l'espulsione di Mazzini venuto a Lugano; e la republica, contraddicendo
alle vecchie glorie della propria libertà, cedette all'ingiusta
pressione.

Il partito mazziniano, galvanizzato da tali minute persecuzioni, parve
allora rianimarsi. Invincibile nelle accuse alla monarchia di non sapere
e di non volere compiere l'unità della patria colla conquista di Roma,
esso ritorceva con logica superba contro il governo tutti gli espedienti
della sua politica. Infatti il Menabrea nella prima calma succeduta al
disastro di Mentana tornava daccapo a chiedere i buoni uffici della
Francia per stabilire un _modus vivendi_ fra il regno d'Italia e la
Santa Sede, offrendosi di garantire al papa la più illimitata libertà e
di assumersi una grossa parte del debito pontificio, solo che il nuovo
presidio francese si ritirasse da Roma. L'impero respinse colla solita
alterigia l'impossibile accordo e mantenne il corpo d'occupazione a
Roma, come se la Convenzione di settembre non fosse avvenuta. Con non
migliore proposito Vittorio Emanuele tentò di propria iniziativa una
alleanza fra Italia, Francia ed Austria contro la Prussia ponendovi a
condizioni fondamentali per l'Italia lo sgombero di Roma delle truppe
francesi, la consacrazione del principio del non intervento per le cose
italiane, e nel caso di una guerra una rettificazione delle frontiere
del Varo e delle alpi tirolesi. Si sarebbero così ricuperate Nizza e
Trento rinunciando per sempre a Trieste, e lasciando in sospeso la
questione di Roma. Dopo molto tergiversare Austria e Francia ricusarono.
Ma l'Italia dopo Custoza e Mentana alleata coll'Austria e colla Francia
a danno della nazionalità germanica, che stava per rovesciare l'impero
napoleonico, sarebbe stato l'assurdo più ripugnante nella storia del
secolo.

Nel 1868 nuove congiure intendevano ad un moto rivoluzionario, ma senza
più alcuna delle potenti energie di un tempo: non sincerità di fede, non
passione di odio al governo, non chiarezza nello scopo, non vera
preparazione di mezzi. Si congiurava quasi all'aria aperta sorridendone;
si sarebbe detta una Fronda, se il problema ne fosse stato meno solenne
e lo spirito dei congiurati più elegante. Mazzini non osava risolvere:
proclamava la necessità di assalire la monarchia, e indietreggiava
dinanzi alla guerra civile; credeva sempre nel valore del popolo, e
diffidava delle proprie bande. Quindi i primi moti nel Comasco, a
Piacenza e a Pavia (marzo 1869), cominciati contro la sua volontà,
furono così inani che non destarono la menoma apprensione; a Bologna e
nelle Romagne finirono in una innocua scampagnata; il ridicolo ne
colpiva i reduci, che ne ridevano essi stessi. Poi Mazzini da Genova,
ove aveva riparato all'insaputa del governo, meditò un'insurrezione
nella Sicilia.

Era l'ultimo errore della sua politica rivoluzionaria. La Sicilia, calda
ancora della propria rivolta brigantesca e staccata dal continente, non
avrebbe potuto espandere il moto, pur riuscendo a dargli in se stessa
vera forza espansiva. L'imitazione della grande iniziativa garibaldina
diventava così evidente che pareva suggerita dalla rivalità; però nè
egli era l'uomo, nè i tempi e il problema più i medesimi. Mentre la
guerra fra la Prussia e la Francia stava per scoppiare, Mazzini senza
accorgersene era vittima di un intrigo diplomatico di Bismarck, che per
staccare l'Italia dalla Francia intendeva a fomentarvi disordini
promettendo aiuti segreti di armi e di denari alla rivoluzione. Poco
dopo l'astuto cancelliere prussiano, essendo invece riuscito ad
assicurarsi la neutralità dell'Italia, troncava bruscamente ogni
trattativa, e ne avvisava il gabinetto di Firenze.

Mazzini, arrestato nelle acque di Palermo prima d'aver toccato terra,
venne chiuso nella fortezza di Gaeta; il capitano generale scelto da lui
all'impresa, certo Wolf, era un agente segreto del governo.

Così finiva fra un tradimento diplomatico e un tradimento rivoluzionario
l'opera politica del grande agitatore, che primo in Italia fra
riformisti, federali, neoguelfi e carbonari vi aveva nettamente
formulato il principio dell'unità politica. Nessuno aveva cooperato più
validamente di lui al risorgimento d'Italia, e nessuno vi restava come
lui straniero nella fatale decadenza del proprio sistema, fra l'ingrata
indifferenza del popolo, nel momento che la monarchia stava per essere
spinta su Roma da un'altra rivoluzione europea.



CAPITOLO NONO.

La crisi finanziaria


                                  L'ambiente economico.

Mentre tutti i partiti si esaurivano nell'impossibilità di frangere
l'orbita napoleonica, al di fuori di essa la vita ridesta dal grande
trionfo dell'unità vigoreggiava. Nella stessa scettica indifferenza
della nazione per le scene finali del proprio dramma politico era una
superbia giovanile, che guardando più lontano, quando per l'imminente
pienezza dei tempi l'Italia sarebbe in Roma sovrana assoluta di se
medesima, si preparava a lottare su tutti i campi della civiltà colle
nazioni più avanzate d'Europa.

Un potente moto era da tempo incominciato nella produzione nazionale. I
nuovi mezzi di comunicazione, le due grandi mobilitazioni dell'esercito
e della burocrazia, un maggiore contatto cogli altri popoli d'Europa, la
diffusione delle idee, la libertà in ogni opera, e sopratutto una nuova
coscienza avevano già mutata la fisonomia della vecchia Italia straniera
a se stessa da regione a regione. Tutto era a rifare, e a tutto si
poneva mano. Il governo spingeva prodigamente le opere pubbliche; comuni
e provincie seguivano con maggior febbre e peggior metodo l'esempio:
nelle provincie del nord più culte ed alacri tutte le industrie
pigliavano nuovo slancio. Una larga e subita applicazione delle macchine
a vapore raddoppiava i primi saggi di grande manifattura; il Moncenisio
non era ancora aperto che già si preparava il foro del Gottardo; Genova,
cresciuta così a porto di tutta l'Europa centrale, moltiplicava il
proprio commercio; Torino si vendicava nobilmente della decadenza da
capitale sviluppandosi come città manifatturiera; Milano diventava
centro di tutti gli scambi; a Firenze la vita della capitale
galvanizzava il fiacco costume antico; a Napoli le strade aperte nel
vecchio reame attiravano nuovi e fecondi elementi. Al calore di questa
giovane vita e sotto la sferza del bisogno cresceva l'attività: tutte le
carriere aperte a tutti mutavano gli individui in cittadini, le
attitudini si rivelavano nell'esercizio, le capacità erano prodotte
dalle stesse cariche moltiplicate in quel fervore oltre ogni misura.

Dacchè la formazione dell'unità nazionale doveva fatalmente compiersi
col mezzo della monarchia piemontese e di iniziative straniere, la nuova
operosità italiana, invece di svolgersi appassionatamente nella politica
per forzarne i dati, doveva esplicarsi per valori individuali nella
sfera più bassa dell'economia, come a preparazione di più alto periodo
storico. Fra il bisbiglio accademico dei partiti il grosso della gente
non sentiva e non badava che al problema finanziario: chi aveva
risparmiato il sangue doveva prodigare il denaro, e di denaro non solo
aveva d'uopo incessantemente il governo per allestire i nuovi servizi
publici, ma tutti gli altri campi dell'attività. La grandine delle tasse
doveva quindi cadere su mèssi non ancora mature, e talvolta su terreni
appena aperti dal primo aratro.

Nel problema delle finanze s'aggruppavano tutti gli altri, ma senza
speranza di benefiche coincidenze europee e di aiuti avventurieri. Nel
governo diventava suprema difficoltà l'imposizione e l'esazione delle
imposte in tanto squilibrio della nazione fra provincie e provincie: per
l'imposta prediale o antiquati o monchi o mancanti i catasti;
incredibilmente dispari il saggio della produzione anche per la
differenza nei mezzi di scambio; per le ricchezze mobili più difficile
ancora saper dove e come colpire con giustizia approssimativa senza
arrestare il circolo dell'operosità. Poi in molte regioni il nuovo
governo tutt'altro che benviso, e quindi facile ad essere odiato al
primo aumento di pesi: abitudini inveterate e privilegi da togliere a
molti paesi come ultimi caratteri autonomici; nei politicanti e nei
parlamentari dottrinarismo di teorie inapplicabili al momento e al
luogo; più in basso rettorica a favore del popolo per sottrarlo ai
sacrifici inevitabili della crisi; in nessuna classe spontaneità di
offerta e conoscenza vera delle condizioni dello stato.

Finanziariamente il primo fatto della rivoluzione fu il sommarsi di
tutti i debiti dei vecchi stati, e delle spese incontrate per
rovesciarli, in una prima unità ottenuta non senza contrasto: poi venne
quella delle tariffe e delle imposte. Guai e guaiti si moltiplicarono
allora. La formazione italica essendo rimasta a mezzo, bisognava
crescere armi a difesa della nazione e contemporaneamente spremerla per
fecondarla con opere pubbliche. Ma il capitale indigeno si nascondeva
ancora, il risparmio era male organizzato, il capitale straniero si
presentava usuraio e diffidente. Impossibile quindi ogni tentativo di
vera rivoluzione finanziaria. Nelle imposte anzichè alla scienza e alla
giustizia bisognava badare all'incasso, poichè al loro assetto logico
mancavano gli studi, e alla loro equità distributiva contrastava lo
stesso egoismo della borghesia trionfante. Congegni e leggi
amministrative s'incagliavano reciprocamente per difetti di struttura
rendendo più difficile ogni esazione. Così ne venne una guerra fra
governo e contribuenti piena di frodi e di violenza d'ambo i lati: il
malcontento politico vi si mescolò per coprire di nobili pretesti le più
tristi avarizie e le truffe più sfrontate.

La sinistra parlamentare, che come partito rivoluzionario avrebbe dovuto
conservare maggior coraggio nei sacrifici, fu dall'opposizione
sistematica trascinata nella più odiosa rettorica, approvando sempre le
spese e negando sempre le tasse; la destra invece, che contrastando
politicamente alle piazze ne aveva perduto il favore e non sperava
riacquistarlo, trovò nel proprio orgoglio di comando l'energia
necessaria a sostenere il governo; ma destra e sinistra, camera e
senato, non ebbero mai vero programma finanziario.

Alcune tasse sorpassarono i massimi più assurdi: v'ebbero provincie
nelle quali l'imposta prediale raggiunse sino al 76% sulla rendita,
quella dei fabbricati toccò il 50%, i dazi di consumazione inasprirono
la miseria dei più poveri; alle dogane i trattati di commercio stretti
nelle prime ore, quando bisognava impetrare dai grandi stati il
riconoscimento del nuovo regno, diedero la peggiore forma d'imposta,
giacchè la merce straniera vi ottenne trattamento non reso alla nostra
dagli altri paesi. I primi prestiti furono contratti a frutti
esorbitanti, le prime emissioni di rendita subirono disastrosi ribassi;
dai prestiti volontari si dovette venire ai forzati, si ricorse col
macinato all'atroce espediente di colpire tutti i più miseri, mentre
alla tassa della ricchezza mobile da principio quasi tutti i redditi
sfuggivano meno quelli degli impiegati. La vendita dei beni
ecclesiastici parve olio sul fuoco, il corso forzoso della moneta
cartacea fu la maggiore risorsa di cassa, quando tutte furono esaurite
dal crescendo delle spese, alle quali le ultime conquiste della nazione
davano uno spaventevole aire.

Allora da questo abisso senza fondo si affacciò lo spettro del
fallimento. L'Europa, che aveva giudicato simpaticamente la fortuna
politica d'Italia nel suo risorgere a nazione, credette di essersi
ingannata vedendola vacillare sotto il peso dell'improvvisazione
economica.

Fortunatamente la nazione trovò in Quintino Sella l'eroe della propria
finanza.


                                  Quintino Sella.

Egli solo nell'entusiasmo delle prime feste patriottiche, all'indomani
della proclamazione del nuovo regno, aveva osato pronunciare la stridula
e minacciosa parola del fallimento. La finanza, maneggiata
intrepidamente dal conte di Cavour come istrumento di guerra, doveva
dopo la vittoria diventare la base del nuovo stato. Illusioni classiche
e rivoluzionarie dicevano allora l'Italia ricca; non si comprendeva
ancora la differenza fra la moderna vita industriale e l'antica, non si
conoscevano abbastanza l'assetto e le forze delle altre nazioni; lo
stesso orgoglio, che ci aveva fatto credere sino all'ultimo di essere
sempre alla testa della civiltà europea, ci persuadeva di possedere
risorse capaci di resistere a ben altro che alla nostra rivoluzione.
Così le prime ammonizioni del Sella parvero pedantescamente brutali.

Ma l'irosa meraviglia del pubblico non arrestò l'austero finanziere. La
sua gagliarda fibra montanara di mercante cresciuto da una famiglia,
nella quale l'industria della lana esercitata da secoli diventava come
un titolo di nobiltà, era di quelle che si temprano nelle battaglie, e
vi si fanno infrangibili e squillanti. Nato nel 1827 e ministro delle
finanze nel 1862 col ministero Rattazzi, era ancor giovane, di una
natura media potente di equilibrio e di salute. Lo dicevano già illustre
naturalista e matematico. Aveva studiato a Parigi durante la rivoluzione
del '48 e ne era ritornato per offrire il proprio braccio alla patria,
ma il ministro sardo Desambrois lo aveva aspramente redarguito. Le sue
prime impressioni politiche erano state a Parigi una grande diffidenza
delle sommosse popolari, e in Italia una entusiastica ammirazione per
Garibaldi nella difesa di Roma, quando invece il conte di Cavour già
infervorato di egemonia piemontese si rallegrava alla caduta di quella
republica mazziniana. Ma della ultima rivoluzione federale italiana
Sella non aveva ben sentito che il dolore del disastro finale,
consolandosene austeramente cogli studi. Quindi ingegnere presto celebre
per alcune memorie sui cristalli, professore di matematiche, deputato,
segretario al ministero della pubblica istruzione, il suo ingegno calmo
e il suo carattere tenacemente onesto lo trassero al ministero delle
finanze. Fra tutti i luogotenenti di Cavour, egli il più giovane, era
quello che meno gli somigliava e doveva maggiormente giovare alla sua
tradizione. Mentre il Minghetti, il Farini, il Ricasoli, il Rattazzi,
tendevano a destreggiarsi nella diplomazia, in essa riponendo gloria e
salute, il Sella libero da dottrine economiche e da vincoli partigiani
rappresentava inconsapevolmente la parte sana di quella borghesia, che
avendo trionfato colla rivoluzione doveva mutarla in governo regolare.
Il suo patriottismo era quindi egualmente alieno dagli eroici fervori
mazziniani e dalle subdole riserve monarchiche: amava con lealtà antica
la dinastia di Savoia, ma voleva annullarne la conquista regia in una
più vasta opera italiana.

Il problema delle finanze diventava perciò non solo un problema di vita
economica, ma di vita morale. Tutte le fortune della rivoluzione
sarebbero state indarno, se la nazione abbandonata a se medesima non
avesse saputo ordinarsi internamente.

In mezzo alle preoccupazioni rivoluzionarie, che dovevano poi risolversi
nell'alta tragedia di Aspromonte, egli pensò tosto ad assodare la prima
unità del regno nelle finanze col richiamare gli spiriti alla serietà di
un lavoro collettivo dal torneo ormai inutile delle armi popolari. Uomo
politico nel senso corrivo della parola non era: nella fredda onestà
dell'ingegno, cui l'arguzia dava tratto tratto un lampo cristallino,
egli giudicava troppo severamente uomini e cose per acquistare nel
parlamento seguito di capitano. Incrollabile nelle proprie convinzioni
ed ostinato al trionfo delle proprie idee, gli mancava quella qualità
del corrompere e del lasciarsi corrompere senza la quale riesce
impossibile raccozzare intorno a se medesimo abbastanza interessi per
farli servire, spesso loro malgrado, ad un principio.

Egli stesso giudicandosi più tardi «così alieno dal comandare come da
ubbidire» spiegava chiaramente le vicende della propria altalena
ministeriale e di quel soccombere suo nel parlamento, mentre le sue idee
finivano sempre per trionfarvi. Ma se malgrado una incontestabile
abilità di parlamentare nelle discussioni gli falliva per fortunata
mancanza di qualità negative quella di capo-partito, a certi momenti,
quando nell'addensarsi dei pericoli la destrezza volgare non serviva più
e bisognava per superare le crisi attingere nell'onestà della coscienza
la forza di sfidare ingiustizie di corte, di parlamento o di piazza,
forzando i partiti a frangere la propria orbita, allora Sella diventava
il più forte uomo politico del proprio periodo.

Come la borghesia, che incarnava, egli aveva quindi più istinti che idee
e più carattere che ingegno; era così democratico da non sentire vanità
per nessuna carica, ed abbastanza aristocratico per appassionarsi a
tutte le più fini bellezze dello spirito; adorava la propria famiglia
come un antico; esercitava la politica come un dovere, ritornando ne'
suoi intervalli alla scienza e conservando sino agli ultimi giorni la
passione delle Alpi e delle miniere, senza chiedere alla nazione nè
premio nè giustizia per la propria opera.

Se Mazzini e Garibaldi erano la grande originale poesia della
rivoluzione, e il conte di Cavour vi aveva rappresentato la tradizione
monarchica, Quintino Sella vi mostrò il carattere borghese nella sua più
complessa potenza di mercantilismo e di scienza, di onestà e di lavoro,
d'iniziative e d'equilibrio.

L'ingresso alla vita politica non poteva essere più difficile per un
uomo della sua tempra. Non essendo nè economista, nè finanziere, egli
non portava al ministero delle finanze che una rettitudine di matematico
e di mercante: conosceva poco i partiti e non li amava. Nella politica,
credeva con assennata lealtà all'egemonia della casa di Savoia come al
solo mezzo capace di unificare l'Italia; ammirava Garibaldi e Cavour,
riconosceva l'altezza morale di Mazzini, calcolava sulla sodezza
costituzionale di Vittorio Emanuele, senza troppo illudersi sulla
capacità o sulla nobiltà del parlamento, quantunque vi stimasse molti
individui. L'assordante rettorica delle discussioni non gli nascondeva
la povertà dei caratteri e degli ingegni stordentisi di frasi. Il suo
metodo, angustamente ma fortemente sperimentale, consisteva tutto
nell'applicare allo stato i dettami dell'economia domestica; la sua
eloquenza piuttosto che dall'arte prendeva vigore dalla profondità delle
convinzioni; la sua libertà veniva da una specie d'isolamento politico
abbastanza giustificato dalla qualità del suo ufficio. La finanza, che
non può mai essere un'opinione, doveva allora imporsi a tutti i partiti
come una realtà trascendente.


                                  Il pericolo del fallimento.

Al primo sguardo Sella vi scoperse il fallimento. Una lotta eroica
diventava quindi inevitabile colla nazione per salvarla dall'abisso, ove
avarizia e ignoranza la spingevano.

Politicamente pochi problemi in questo secolo furono più difficili.

Il paese gavazzava allora nella prima illusione della libertà: era
povero e si credeva ricco, era stato fortunato e non voleva cessare di
esserlo; ignorava se medesimo, non capiva gran cosa nella propria
rivoluzione e si ricusava risolutamente agli ultimi sacrifici necessari
per compierla. Mazzini e Garibaldi avevano trovato più volontarii che
denaro alle proprie imprese. Quindi domandare sempre e dappertutto
denari all'Italia era allora il più aspro problema e il più generoso
ardimento. Nè partiti, nè ministeri, preoccupati della politica estera
ed interna, avevano un concetto chiaro della situazione finanziaria.

Nella sua prima esposizione finanziaria del 1862 Sella provò che il
disavanzo previsto dal suo antecessore Bastogi in 317 milioni, era
invece di 433; gli esercizi antecedenti al 1861 avevano lasciato un
vuoto di 530 milioni riempito da un prestito mediante alienazione di
rendita. In due soli anni il debito pubblico era aumentato di 924
milioni, precisamente il doppio della rendita annuale. A fronteggiarlo
era impossibile contare su risparmi di spese militari o di opere
pubbliche nelle attuali condizioni del paese o su prestiti che avrebbero
subìto un ribasso del 40% deprimendo il corso della rendita; alle
imposte, unico rimedio, il parlamento recalcitrava. Sella ebbe appena il
tempo di preparane alcune abbastanza lievi che, travolto col ministero
Rattazzi dalla catastrofe di Aspromonte, dovette rassegnare le
dimissioni. Ma la situazione era così peggiorata che il disavanzo
complessivo di cassa per gli anni 1862-63 saliva a circa 772 milioni;
fra i mezzi straordinari, cui egli accennava allora per provvedere a
tale somma, 150 milioni di una nuova emissione di buoni del tesoro, un
prestito di 550 milioni su altre cartelle del debito pubblico, 150
milioni anticipati per locazione di ferrovie e 150 milioni di altre
imposte, s'annunciava già l'idea del macinato. Provvedimenti però che
egli stesso dichiarava insufficienti, e proponeva solo perchè maggiori
sarebbero stati respinti dal parlamento.

Il Minghetti, che gli succedette alle finanze nel ministero Farini, era
economista di grido nelle sfere governative, ma di tempra troppo fiacca
e d'ingegno troppo leggero per sopportare tanta soma di rovina
economica. Quindi come tutti gli agili girò intorno al problema invece
di affrontarlo. Mentre il Sella giudicava severamente questione di vita
o di morte il raggiungere tosto il pareggio fra le spese e le entrate
ordinarie, egli credeva abile politica procrastinarlo sino al 1867,
illudendosi su risparmi impossibili e non calcolando sulle nuove imposte
che per due quinti. Così la finanza cedeva alla politica parlamentare
invece di signoreggiarla: ma tutte le rosee previsioni del Minghetti
sfumarono e del suo passaggio al ministero non rimase altra traccia che
in un prestito di 700 milioni. Il Sella, fisso nella necessità d'imporre
al paese i più duri sacrifici, si ripiegava allora dalla sinistra sulla
destra, come su partito più disposto a sfidare l'impopolarità delle
tasse, ma appoggiò patriotticamente alla Camera il ministero Minghetti
sostenendone le proposte, frutto in gran parte delle precedenti
amministrazioni, pel riordinamento del lotto, per le aspettative e
disponibilità degli impiegati, per la ricchezza mobile e pel dazio
consumo; le quali ultime sarebbero riuscite più logiche ed efficaci, se
tutte le sue idee vi avessero trionfato.

Però nell'acuirsi della crisi finanziaria il Sella fu ricondotto al
ministero delle finanze dal Lamarmora, incaricato di liquidare la triste
eredità della Convenzione di settembre. La sua posizione già difficile
di finanziere poco disposto a transigere sulle tasse, diventava
pericolosa colla nuova responsabilità di un patto rinnegante il maggiore
diritto della nazione. Ma non abbastanza rivoluzionario per sentirne
tutta l'intima tragedia, pur dolendosene in segreto, egli credeva
anzitutto impedire peggiori conseguenze coll'eseguirlo per allora
fedelmente; quindi si volse a fronteggiare la tristissima situazione di
cassa. Il disavanzo era tale che in quell'ottobre (1864) mancavano circa
200 milioni per pagare le imminenti scadenze del dicembre. Nella crisi
monetaria allora travagliante l'Europa, era impossibile pensare a
prestiti per le gravissime condizioni che i prestatori avrebbero
imposto; il servizio del debito pubblico, appena di 90 milioni nel 1860,
era già salito a 220. Sella non si scoraggì: propose di procurare al
tesoro 70 milioni mediante una anticipazione del prezzo ricavato dalla
vendita dei beni demaniali e una alienazione di altri buoni; quindi di
esigere dal paese l'anticipazione dell'imposta fondiaria del 1865.
Quest'ultimo provvedimento era così grave che il Ricasoli da lui
interpellato non osò approvarlo. Nondimeno fu insufficiente. In quella
febbre del fallimento Sella, spingendo sino alla minuzia il proprio
sistema di risparmio, ritagliò la lista civile del re e lo stipendio dei
ministri, affermando di volere 60 milioni di economie su tutti i bilanci
oltre 40 milioni di aumento nelle imposte esistenti. Al principio del
1865 mancavano sempre 625 milioni pel servizio di cassa, e che bisognava
ottenere vendendo per 200 milioni di beni demaniali e contraendo un
prestito di altri 425 milioni. Il problema delle finanze italiane pareva
riprodurre quello del mitico Sisifo.

Malgrado tale sinistra evidenza il Minghetti, e con lui la maggior parte
degli economisti parlamentari, si stordivano ancora nella speranza che
con alcune riforme, economie, piccole tasse nuove e ritocchi alle
vecchie si potesse arrivare al pareggio. Non si osava affrontare la
verità finanziaria e si giuocava di equivoca abilità per nasconderla al
paese, onde colui, che si arrischiasse di esporla per cercarvi i rimedi,
ne fosse come l'inventore ed il responsabile. Invece la situazione
peggiorava: nel 1865 era già più difficile ridurre il disavanzo da 265 a
165 milioni che non nel 1863 raggiungere il pareggio. Nessuna delle
grandi tasse vigenti aveva ancora abbastanza elasticità per forzarne di
altri 100 milioni il reddito. Dopo aver diviso le spese in tangibili ed
intangibili, quelle per 485 e queste per 443 milioni, si doveva
convenire che anche sulle prime diventavano impossibili serie economie,
giacchè esercito e marina avevano continuamente d'uopo di aumenti, e le
opere pubbliche si dovevano proseguire per sviluppare la ricchezza
nazionale. A conti fatti lo stato spendeva annualmente circa 300 milioni
più delle proprie entrate.

In tali condizioni, mentre la borghesia gravata precipuamente dalla
fondiaria, dalla ricchezza mobile e dal bollo e registro, inalberava ad
ogni nuovo accenno di tasse, non restava più che colpire la massa del
popolo con un'imposta sulla macinazione dei cereali, sebbene il governo
avesse già dovuto abolirla in tutte le provincie annesse come per
anticipazione di maggiore benessere materiale. Il Sella, abbastanza bene
istrutto della miseria delle popolazioni agricole, sulle quali il nuovo
balzello avrebbe più duramente pesato, esitò a proporlo, e non vi si
risolse che attirato egli stesso dalla vertigine di una più profonda
tragedia finanziaria. Nessun altro mezzo finanziario si presentava
allora capace di produrre 100 milioni all'erario; la camera,
bigottamente proclive ad accordi con Roma, riservava la vendita dei beni
delle corporazioni religiose per una convenzione anche peggiore di
quella di settembre, e che andò poi fortunatamente fallita: impossibile
pensare ad un incameramento dei beni delle parrocchie. Solo una tassa
del macinato, gravando indistintamente tutti i contribuenti, poteva
supplire ai più urgenti bisogni dell'erario. Di giustizia distributiva
nel sistema finanziario d'allora non era il caso di parlare; ma per una
delle solite contraddizioni politiche quella stessa borghesia, che
spingendo il bilancio dello stato a precipizio sulla china delle spese
cercava con egoistica avvedutezza di sottrarsi alle imposte necessarie,
si opponeva al macinato in nome del popolo, meno ancora per pietà della
sua condizione che per un rimasuglio di classicismo economico non scevro
di qualche timore. Infatti nessun balzello poteva in quel momento essere
più doloroso al popolo delle campagne. Al primo parlarne fu quindi un
_tolle_ generale: l'opposizione scoppiò nel seno stesso del ministero.
Il Lanza si dimise dagli interni: il Sella, travolto dall'improvvisa
bufera, dovette anch'egli ritirarsi fra la disapprovazione della camera
e le maledizioni del paese, che lo accusava d'insensata ferocia per aver
voluto tentare una cura radicale del male fatto da tutti.

Gli succedette lo Scialoia.

Ma poichè la situazione rimaneva la stessa, questi dovette cacciarsi nel
medesimo solco pur non osando sostenere il disegno del macinato e
cercando indarno di sostituirlo con una imposta sulle bevande. Il
pubblico percosso da tanti allarmi pensò allora con infantile rettorica
di rimediare ogni male per mezzo di un consorzio nazionale costituito in
Torino a raccogliere offerte e capitalizzarle sino a poter saldare tutto
il debito nazionale. Così, mentre la nazione rifiutava di assoggettarsi
alle imposte necessarie, si credeva da alcuni che avrebbe potuto offrire
volontariamente più delle imposte. Intanto l'alleanza colla Prussia e
l'imminenza della nuova guerra contro l'Austria rendevano più difficile
la situazione finanziaria. Si dovette ottenere dal parlamento la facoltà
di provvedere alle finanze con mezzi straordinari, e si giunse al corso
forzoso autorizzando con decreto reale la banca nazionale ad emettere
per 250 milioni di biglietti. Quindi la guerra distrasse l'attenzione
del paese a maggiori pericoli.

Sella, cui si voleva dare il ministero della marina, lo ricusò per
andare commissario nel Veneto, ove rese segnalati servigi. Finita la
guerra, si trovarono enormemente cresciuti il debito pubblico e le
spese. Lo Scialoia soccombette dopo aver proposto qualche scarso
espediente e rinnovato le illusioni del Minghetti; il Depretis, passando
dal ministero della marina a quello delle finanze, non vi fece molto
miglior figura. Poi venne la volta del Ferrara, il maggiore economista
d'Italia, che dopo aver difeso teoreticamente la tassa del macinato
aiutandovi persino il Sella negli studi, non osò imporla alla Camera.
Nel 1867 il disavanzo era ancora di 260 milioni e si prevedeva nel 1868
di altri 180: al dicembre dello stesso anno occorrevano 580 milioni. Non
si ardiva nè ricorrere a prestiti, nè aumentare la circolazione
cartacea: i 600 milioni, che si potevano ricavare dall'asse
ecclesiastico, bastavano appena a liquidare il passato.

La caduta del ministero Rattazzi per la catastrofe di Mentana salvò il
Ferrara dalle finanze, e vi trasse il Cambray-Digny. Nessuno aveva
arrischiato di attuare quanto il Sella aveva proposto; ma le condizioni
dello stato seguitavano a peggiorare. Il nuovo ministro, segnalando il
disavanzo del 1869 in 240 milioni, dichiarò che negli anni seguenti
sarebbe sempre aumentato sino a rendere impossibile ogni rimedio. Allora
la tassa del macinato, ripresentata dal ministero con parecchie e non
buone modificazioni, passò per opera specialmente di Sella. Questo tardo
trionfo di finanziere segnò la sua condanna di uomo politico: tutti gli
odii si scaricarono sopra di lui perchè tutti sapevano come alla sua
tenacia si dovessero precipuamente i continui sacrifici di denaro
imposti al paese. Ma nemmeno l'imposta del macinato bastava più a
vincere il disavanzo: si dovette aumentare il corso forzoso, cedere per
180 milioni anticipati il monopolio dei tabacchi ad una regìa
cointeressata, con patti così onerosi per lo stato e con sì loschi
intendimenti che il Sella e il Lanza offesi nell'onestà vi si opposero
accanitamente quantunque invano.

Intanto la lotta dei partiti alla camera rendeva sempre più difficile
l'accettazione di un vero disegno finanziario. Il Sella per il
liberalismo delle proprie idee avrebbe dovuto sedere a sinistra, ed era
respinto a destra dall'opposizione rivoluzionaria di quella; la destra
invece lo accusava di giacobinismo; la sua indipendenza dai partiti lo
rendeva malviso a tutti; l'austerità di qualche rimprovero sfuggitogli
aveva irritato contro di lui la corte, mentre nella stampa quotidiana e
su dalle piazze saliva un ignobile coro d'improperi intorno al suo nome.
Fra tanti nemici non un amico dei molti allora in favore del pubblico
che lo difendesse. Nella fantasia popolare e nell'opinione stessa della
camera egli solo rappresentava la necessità di sempre nuovi sacrifici,
offendendo simultaneamente l'egoismo delle masse e la falsa abilità dei
politicanti.

Quindi il Cambray-Digny potè troppo tardi applicare alcune idee del
Sella, quando anche i più riottosi dovevano assoggettarvisi, senza
esserne odiato e ottenendo presto il perdono dell'oblio; mentre a Sella
tornato ministro alla vigilia della conquista di Roma crebbero gli odii
plateali e le inimicizie parlamentari.

Il suo terzo ministero delle finanze fu il più glorioso. Senza tener
conto della sua influenza decisiva sulla corte per impedirle una
alleanza colla Francia e per spingerla alla conquista di Roma, in esso
meritò l'eterna riconoscenza della patria col trascinare finalmente
tutti i partiti a seguirlo nell'opera suprema della ricostituzione
finanziaria. Gli insuccessi di tutti i ministri, succedutisi dopo di lui
alle finanze e costretti direttamente o indirettamente a riconfermare i
suoi disegni, aveva persuaso anche i suoi più intransigenti avversari
che egli solo era abbastanza onesto d'ingegno e potente di volontà per
salvare la nazione dal fallimento. Se le resistenze dottrinarie della
sinistra e le subdole riserve della destra lo impacciavano ancora
nell'opera, quella da lui prestata alla conquista di Roma e l'eroica
prova di oramai dieci anni contro la crescente rovina della nazione
toglievano ai nemici l'autorità necessaria per abbatterlo.

Così, assumendo il portafoglio delle finanze, prima ancora che l'immane
conflitto fra Prussia e Francia fosse scoppiato, nell'esposizione del 10
marzo 1870 egli presentò il conto generale dell'amministrazione dal 1862
al 1867 e la situazione del tesoro 1868-69. In tale quadro duramente
colorito, la vita pubblica e segreta della nazione si rivelava per la
prima volta alla coscienza pubblica. Naturalmente il conto risentiva
della confusione rivoluzionaria, nella quale la nazione si era
costituita, ma spiegava abbastanza chiaramente la lotta sostenuta dalla
nazione per accrescere le entrate ordinarie e diminuire le spese di
amministrazione. Dal 1862 al 1870 le prime erano salite da 471 a 880
milioni, mentre le seconde, quelle tangibili, erano discese da 681 a 441
milioni. Il miglioramento avrebbe quindi dovuto essere di 649 milioni, e
dacchè il disavanzo ordinario del 1864 era di 210 milioni, l'avanzo
finale non poteva non raggiungere i 200 milioni. Invece il disavanzo era
di 450 milioni, perchè negli ultimi otto anni per riparare alle
deficienze dei bilanci si erano contratti per 4 miliardi di debiti e
cresciute le spese intangibili da 239 a 670 milioni.

Si erano fatti sacrifizi enormi, ma non a tempo e con giusti criteri.

Malgrado tutti gli sforzi il disavanzo del 1871, detratti i rimborsi dei
debiti redimibili, rimaneva sempre di 110 milioni: Sella ne chiedeva 25
alle economie, 10 di più al macinato, 2 alle volture catastali, 40 ai
centesimi addizionali della ricchezza mobile sottratti ai comuni e alle
provincie per attribuirli allo stato, altri 10 al dazio consumo e gli
altri a minori provvedimenti. Pei 200 milioni mancanti alla cassa
presentava una nuova convenzione colla banca nazionale, che portava a
500 milioni il debito dello stato verso di essa e la dispensava
dall'obbligo della riserva metallica, pari all'ammontare dei mutui.

Per garanzia il governo le avrebbe concesso in deposito 588 milioni di
obbligazioni dell'asse ecclesiastico.

Così si sarebbe raggiunto non già un pareggio assoluto nel bilancio, ma
un equilibrio fra l'attivo e il passivo, mettendo fuori conto i rimborsi
dei debiti estinguibili ai quali si sarebbe provveduto con operazioni di
credito. La camera votò questo «omnibus» finanziario, ma il Sella,
oppugnato vivamente dalla sinistra, dovette imprigionare per sempre la
propria libertà nella destra.

L'Italia aveva finalmente superata l'ardua prova economica.

La conquista di Roma venne a scomporre da capo tale disegno finanziario.
Nuovi debiti dallo stato pontificio passarono nel regno d'Italia; altre
spese per l'impianto della capitale e per aumenti nell'esercito e
nell'armata, resi necessari dalle inimicizie create alla nazione dalla
sua ultima fortuna, tornarono ad ingrossare il passivo nei bilanci.
Nullameno la potenza economica della nazione pigliava il sopravvento. Il
debito pubblico in un decennio era salito da 2300 milioni a 8200,
cosicchè la parte intangibile del bilancio da 200 milioni toccava i 719;
il movimento commerciale da 1400 milioni sommava ora a 1960; le
esportazioni, prima inferiori di quasi 400 milioni alle importazioni,
ora le superavano di più che 100; i vaglia postali da 22 milioni era
ascesi a 260, triplicato il movimento telegrafico, le ferrovie da 2200
chilometri allungate a 6200 e i loro viaggiatori da 15 milioni aumentati
a 25. Gli stessi buoni del tesoro in provincie, che appena li
conoscevano, oltrepassavano adesso i 130 milioni.

Questa la situazione nazionale al cominciare del l'anno 1871.

Il pareggio era ancora lontano. Altri 200 milioni mancavano al servizio
di cassa per l'anno 1872. Sella dovette rammendare tutto il proprio
disegno finanziario per ripresentare un secondo «omnibus» di cinque anni
così: passare il servizio di tesoreria alle banche con un risparmio di
100 milioni di fondo di cassa; esigere i proventi delle obbligazioni
ecclesiastiche destinate a diminuire il credito della banca nazionale,
assegnando a questa altrettanta rendita publica ed accrescendo così
l'entrata durante il quinquennio di circa altri 100 milioni; aumentare
la circolazione cartacea della banca nazionale per conto dello Stato;
ottenere ancora 100 milioni da aumenti sul bollo e registro e sopra
alcuni dazi; diminuire la spesa di 130 milioni mediante la conversione
facoltativa del prestito nazionale in rendita consolidata.

Gli oppositori, che sino allora avevano accusato il Sella di troppo
corta vista, gli contrastavano ora questo disegno di un quinquennio; la
battaglia alla camera fu vivissima: solo la paura in tutti di rovesciare
con lui il ministero gli lasciò anche per questa volta la vittoria. Poi
nell'ultima esposizione del 1873 egli vinse ancora salvando il pareggio
da altri aumenti di spese militari e soffocando la Camera con disperata
energia nelle strette dell'eterno dilemma, o restare nell'orbita
dell'«omnibus» già votato o perire nel mare senza riva del disavanzo. Ma
la sua posizione politica era diventata insostenibile. Sella potè ancora
resistere qualche tempo, poi travolto da una coalizione parlamentare,
quando già il pareggio finanziario, al raggiungimento del quale aveva
sacrificato tutto se stesso, era in vista, cadde dal ministero per non
più risalirvi.

Questo onore del pareggio doveva qualche anno dopo toccare al Minghetti,
perchè dietro ogni Cristoforo Colombo vi è sempre un Amerigo Vespucci.

Ma l'eroe della finanza italiana, in questa lotta decennale senza tregua
e senza conforto, fu il Sella. Aspro, agile, indomito, egli resistè a
tutto, alle diserzioni di partito, agli odii di corte, alle esecrazioni
di piazza: gli avvolgimenti della politica non poterono mai impaniarlo;
volle onestamente, immutabilmente, salvare l'onore della nazione nel
campo economico, come Garibaldi l'aveva salvato nel campo militare e
Mazzini in quello morale. Ministro e deputato, egli fu l'incubo del
parlamento, che non potè mai sottrarsi all'influenza del suo pensiero e
della sua volontà. La sua media natura spiegò nella mutabilità di questa
lotta virtù imprevedibili. Di geologo egli si mutò improvvisamente in
finanziere, crebbe a uomo di stato quando alla caduta dell'impero
napoleonico il governo stremato dalla lunga abitudine del vassallaggio
alla Francia tremava ancora dell'andare a Roma. Sdegnò popolarità e
fama: fu austero, ironico come la più parte dei moralisti che passano
dall'ammonizione all'azione; ebbe attività incomparabile, che lo rese
vecchio a cinquant'anni, e l'uccise anzi tempo.

Mentre la politica di tutti i partiti del risorgimento nazionale si
esauriva in una fatale decadenza, l'Italia affermò con Sella la propria
vitalità economica e civile. La resistenza provata dal paese in tale
arringo fu delle più ammirabili in questo secolo, giacchè sotto la
minaccia continua del fallimento, dal fondo dell'antica miseria e
coll'incapacità secolare della vecchia educazione, si pose mano
all'improvvisazione di un grande stato. Agricoltura, commercio,
industria, esercito, armata, scuole, banche, casse postali, associazioni
operaie di mutuo soccorso, ferrovie, strade provinciali e comunali, fori
alpini ed appenninici, porti, canali, arsenali, tutto fu simultaneamente
improvvisato. L'emancipazione dai mercati stranieri seguì
all'indipendenza politica, la concorrenza ci animò invece di prostrarci,
nei rischi delle nuove imprese mescemmo il coraggio del ricco alla
temerità del povero; onde l'Europa, che dopo averci rimessi in piedi si
aspettava forse ad una seconda Grecia o ad un altro Belgio, si trovò
dopo dieci anni davanti una terza Italia, seduta fieramente a Roma sulle
rovine del potere temporale, pronta a difendere le proprie Alpi con un
milione di soldati, e a gettare in mare dai propri cantieri le più
grandi corazzate del mondo.



CAPITOLO DECIMO.

La presa di Roma


                                  Rivalità della Francia colla
                                  Prussia.

Mentre nella dissoluzione dei partiti l'Italia cresceva a forte stato
costituzionale, la grande occasione politica, che doveva risolvere il
suo problema di Roma, maturava.

La tradizione di Richelieu non era morta nella diplomazia francese.

L'impero napoleonico giudicava ancora indispensabile alla propria
fortuna la divisione e l'abbassamento di tutti i vicini, onde questa sua
teoria rafforzata da lunghi esempi storici cresceva a passione
nell'orgoglio della nazione per mantenere sull'Europa un primato
impossibile. La millenaria antitesi della storia francese, sempre
rivoluzionaria e sempre monarchica, peggiorava il carattere geloso di
tale pretesa. La Francia era pronta a tendere la mano a tutti i popoli,
ma per mutarli in proprii clienti: quindi la forma quasi sempre militare
delle sue iniziative la tirava a maniera di conquista, o l'antagonismo
dei propri interessi coi loro la fermava a mezzo delle migliori imprese.
Generosa ed insolente, prodiga e speculatrice, fanatica di libertà e di
dittatura mobile, avventuriera, ricca, altrettanto imprudente nell'ira
dell'attacco che incerta nel coraggio della resistenza, la Francia era
però sempre il centro della politica europea, e non sospettava nemmeno
che, il progresso dell'Europa essendo appunto nella creazione di altri
centri indipendenti, il principio di nazionalità dovesse riprenderle sul
Reno due provincie.

Nulla poteva più arrestare la decadenza dell'impero napoleonico.

Succeduto con sanguinario processo alla impotente republica del 1848
promettendo al popolo ordine ed uguaglianza, gloria e prosperità, esso
non era in fondo che una forma della democrazia non ancora arrivata alla
capacità di governare se stessa. La sua missione era quindi di
fortificare la coscienza nazionale in altri vent'anni di opposizione
politica interna, e di mantenere alla Francia le iniziative di
nazionalità nella politica estera; e l'impero si era sdebitato
abbastanza bene di questi due compiti, fondando l'Italia e
l'Internazionale, il maggior fatto politico e il maggior fatto sociale
del secolo in Europa. Ma la sua base, fatalmente clericale, poichè i
monarchici legittimisti e orleanisti l'osteggiavano, e la sua vita
signoreggiata da irresistibili tendenze militari ed avventuriere, erano
consunte. Così dopo aver difeso la Turchia contro la Russia per
conservare contro di questa il proprio primato in Europa, e improvvisata
l'Italia per mutarla in una quasi luogotenenza francese, l'impero era
stato trascinato dal gran sogno napoleonico al Messico per creare
coll'arciduca Massimiliano d'Austria un altro impero e un'altra
supremazia francese nel nuovo mondo. Ma la Russia, arrestata un istante
a Sebastopoli, proseguiva e prosegue tutt'ora nel proprio irresistibile
moto d'espansione; l'Italia agglomeratasi a regno oltre e contro i
disegni napoleonici accennava già per rigoglioso ed irrefrenabile
sviluppo di modernità a porsi come rivale della Francia: nel Messico
Benito Juarez, dopo aver fucilato l'imperatore Massimiliano a Queretaro
e costretto l'esercito francese a rimpatriare, proclamava una repubblica
poco minore di quella degli Stati Uniti.

La necessità per l'impero francese di appoggiarsi sul clericalismo
contro l'irrompere della nuova democrazia, vietando Roma agli italiani,
aveva tolto a questi dopo la tragedia d'Aspromonte e l'eccidio di
Mentana ogni gratitudine; mentre la Prussia, cacciatasi finalmente alla
testa della Germania, dopo le proprie strepitose vittorie del 1866
minacciava di costituire nel centro di Europa un impero nazionale più
vasto e poderoso di quello napoleonico.

In Francia l'opposizione liberale e antidinastica era sempre venuta
guadagnando terreno: il socialismo imperiale sorpassato da quello
operaio si mutava nelle mani di Carlo Marx nella più vasta e minacciosa
associazione internazionale non solo contro l'impero ma contro tutti i
governi. Le vittorie prussiane avevano annebbiato lo splendore delle
ultime glorie francesi, la supremazia diplomatica dell'impero era già
scossa, nessuna classe lo sosteneva più all'interno, nessuna idea
all'estero. Il guasto del metodo corruttore e le contraddizioni della
politica dinastica con quella nazionale affrettavano fatalmente la sua
decadenza.

L'imperatore, ammalato, fra una corte di bigotti e d'impiegati, non
aveva in se stesso potenza capace di trascinare la nazione. Poichè non
era mai stato nè generale nè statista, cominciava ora a fallire come
uomo di governo e come diplomatico: una inguaribile rilassatezza
intorpidiva il suo pensiero. Così, prima di essere espulso quale
sovrano, dovette decadere da imperatore, abbassandosi volontariamente a
subire un ultimo esperimento di governo costituzionale.

Ma contro l'impero napoleonico sorgeva minacciando la monarchia
prussiana.

Già all'indomani della vittoria di Sadowa il conte di Bismarck aveva
esclamato orgogliosamente: «il giuoco non è ancor vinto, non è che
raddoppiata la posta»; in Francia invece quella vittoria produceva la
dolorosa impressione di una sconfitta nazionale. L'intromissione
diplomatica tentata da Napoleone a favore dell'Austria piuttosto che
salvare la dignità della supremazia francese l'aveva compromessa, poichè
il conte di Bismarck, avendo potuto prima della guerra abbindolarlo con
una vaga promessa di cessione del territorio fra la Mosella e il Reno
senza Coblenza e senza Magonza, era poi riuscito a tenerlo a bada per
tutti i preliminari della pace di Praga: quindi, sicuro della nuova
Confederazione del nord, lo aveva duramente respinto. Ma la politica
imperiale francese, qualificata sdegnosamente dal grande cancelliere
prussiano come una politica di mancie, doveva subire in Germania una
serie di smacchi sempre più umilianti. Poichè sino dal 1863 il conte di
Bismarck aveva contrapposto al disegno austriaco di riforma federale
l'idea di un parlamento a suffragio universale diretto, fu sollecito di
aggiungere a questo Reichstag un Bundesrath o Consiglio federale,
composto dei delegati dei vari stati della Confederazione, formando così
una specie di corpo legislativo bicamerale. In esso la Prussia dominava
con una popolazione di 24 milioni sopra 6 milioni degli altri ventuno
Stati confederati. Poco dopo un altro parlamento doganale sostituiva
l'antico Zollverein cementando l'unità economica della Germania; quella
politica non poteva tardare molto a trionfarvi.

Tale rudimentario ordinamento risultava da una serie di compromessi, nei
quali i partiti rivoluzionari si acconciavano a subordinare le questioni
astratte di libertà a quelle della costituzione nazionale. Le pretese
dell'impero napoleonico sulla riva sinistra del Reno, che la Prussia
avrebbe dovuto cedergli come scotto della propria egemonia, urtavano
quindi nel sentimento patriottico della Germania ben più forte che non
quello d'Italia nel 1859, e risoluto dopo le vittorie sull'Austria a non
patire diminuzioni. Tutto il genio del conte di Bismarck, mutatosi da
rappresentante del Junkerthum prussiano in atleta dell'unità germanica,
si tendeva nell'opposizione contro la Francia, rispondendo col più
intrattabile orgoglio di patria alle minacce di una diplomazia oramai
divenuta impotente. La risolutezza del carattere e la semplicità di una
politica inflessibile nel proprio scopo dovevano necessariamente
assicurargli la vittoria sopra un avversario come Napoleone, da lui
paragonato ironicamente a Tiefenbacher, il più irresoluto dei generali
di Wallenstein. E poichè Napoleone, malgrado le sollecitazioni della
regina d'Olanda e del ministro Drouyn de Lhuys, non aveva osato marciare
sul Reno mentre la Prussia convergendo nel 1866 ogni sforzo su Vienna
aveva lasciato indifese tutte le proprie frontiere, l'insufficienza
della Francia contro di quella si era già rivelata. Quindi l'ostilità
svolgendosi in una lotta diplomatica permise al conte di Bismarck di
prepararsi meglio alla guerra.

Il suo disegno non poteva essere più semplice. Mentre la Russia per
punire Austria e Francia della guerra di Crimea fingeva di non occuparsi
del centro d'Europa, e l'Austria, affranta dalle ultime sconfitte, e la
Francia nuovamente imbarazzata di un serotino esperimento costituzionale
non avrebbero potuto arrischiarsi così presto in campo, egli badava ad
attirare la Confederazione del sud, rimasta indipendente col trattato di
Praga, in una lega militare che preparasse quella politica. Le pretese e
le minacce della Francia capitavano a buon punto.

Il conte di Bismarck si destreggiò in tale torneo con una abilità pari
se non superiore a quella del conte di Cavour.

Quindi, dopo aver ricusato superbamente ogni cessione di territorio
sulla riva sinistra del Reno, per forzare gli stati del sud a stringere
colla Confederazione del nord una lega militare, rivelò loro il disegno
presentato dalla Francia nei preliminari di Nikolsburg, col quale si
chiedeva una striscia dei territori dell'Assia e della Baviera, e che
l'ingenuità del diplomatico francese De Benedetti gli aveva lasciato
nelle mani. Naturalmente gli stati del sud, spaventati dai pericoli di
questa rivelazione, strinsero colla Prussia un segreto trattato militare
per la garanzia reciproca dei proprii territori, mettendo a sua
disposizione tutte le loro truppe in caso di guerra contro lo straniero.

L'intimazione di Thiers, che a nome della pubblica opinione francese
aveva gridato a Bismarck dall'alto della tribuna accennando al Meno:
«fin qui e non oltre!», non era più che una frase insulsamente spavalda
come il _jamais_ minacciato da Rouher agli italiani.

Ma Bismarck, per togliere alla Francia ogni aureola di liberalismo,
finse abilmente di secondarla nelle mire invaditrici sino a prometterle
in un trattato, cui non appose mai la firma, il proprio aiuto per
annettersi il Belgio e il Lussemburgo; poi, nel momento che Napoleone
credeva di restaurare il proprio credito in Europa con tali acquisti,
egli si ritrasse bruscamente eccitando la pubblica opinione in Germania
a così fiere proteste contro la cessione del Lussemburgo da essere
costretto a minacciare l'Olanda come di un _casus belli_, se mai vi
consentisse. Alla diplomazia francese non restava quindi altro terreno
di lotta che il trattato di Praga, accusando il nuovo parlamento
doganale germanico di contrastare alla Confederazione del sud ed
eccitando in questa gli elementi separatisti. Ma il sentimento
patriottico della Germania, esasperato da queste intromissioni
straniere, precipitava nell'unità prussiana non senza qualche sorda
minaccia alla Francia. Di rimpatto questa usava ogni modo di amicarsi
l'Austria: un convegno a Salisburgo (27 agosto 1867) fra i due
imperatori era già sembrato il prologo di un'alleanza, che l'antagonismo
degli interessi non aveva permesso; poco dopo l'eccidio di Mentana
Vittorio Emanuele aveva tentato di rannodare tali pratiche. I tre
sovrani trattavano segretamente con diplomatici di corte; nè ministeri,
nè parlamenti da principio sapevano delle trattative, ma l'impossibilità
per Napoleone di fare qualche concessione all'Italia su Roma impedì ogni
alleanza.

Allora si diffuse per tutta Europa una grande illusione di pace come una
di quelle abbaglianti serenità che sogliono precedere le tempeste.


                                  Fine del Papato temporale.

Contemporaneamente in Italia il partito mazziniano dava gli ultimi
tratti e il papato, quasi presago della fine del proprio regno, riuniva
in San Pietro un concilio ecumenico per stabilire il dogma
dell'infallibilità pontificia. Il principio dell'autorità divina,
rappresentato per tanti secoli da pontefici e da re, doveva
necessariamente ripiegarsi, dai campi della politica conquistati dal
principio razionalista della sovranità popolare, sul cattolicismo come
sulla religione più alta dell'umanità e nella quale il governo diretto
di Dio era più evidente. I miti della redenzione di Cristo e della sua
delegazione a San Pietro avevano fino dai primi tempi dato alla chiesa
un forte carattere monarchico: l'unità da questa assorbita nell'impero
romano, la sua intuizione di Roma come centro del mondo, l'importanza
acquistatavi grado grado, l'alleanza cogli imperi medioevali, avevano
messo il papato al disopra della chiesa stessa in una sfera di autorità
che abbracciava tutta la vita umana. Naturalmente il papato vi si
sviluppò a monarchia. L'antico principio democratico della chiesa
cristiana perì nella sua stessa vittoria sul mondo. I primitivi modi
democratici d'elezione dovettero cangiarsi, quando nel troppo vasto e
molteplice impero cattolico diventò impossibile ai fedeli raccogliersi
regolarmente in comizi per nominare il capo e i maggiorenti della
chiesa. Il mondo era troppo immenso e scarso allora di mezzi di
comunicazione perchè tale procedura fosse anche solo materialmente
possibile.

Quindi più alte necessità teoretiche nelle guerre impegnate
successivamente colla decadenza romana, coi barbari, colle eresie,
costrinsero la chiesa a sempre maggiore unità di comando. La sovranità
del papa vi derivava già dallo stesso concetto monarchico del Dio
cristiano: una essendo la rivelazione, una doveva essere la sua
interpretazione; la rivelazione essendo stata precisa doveva esserne
preciso l'interprete; un concilio di vescovi sarebbe stato fatalmente
democratico, e col fluttuare delle opinioni avrebbe scosso la fede nei
credenti. Il cristianesimo discendendo dal mosaismo era unitario. Il
papato lentamente, irresistibilmente, assorbì tutti i poteri della
chiesa: le corporazioni monastiche lo aiutarono nella lotta contro il
clero regolare, Roma gli dette tradizione e prestigio di unità, le
guerre incessanti della chiesa abituarono amici e nemici a riconoscere
nel suo generale supremo il rappresentante assoluto dell'istituzione:
quindi il papato crebbe al più ideale e vasto impero, che mai il mondo
avesse conosciuto. L'organizzazione gerarchica restringendosi vieppiù,
cinse il papa di un senato di cardinali, fra i quali e dai quali
solamente poteva essere eletto: i vescovi furono come gli antichi
prefetti romani nelle Provincie, i monaci vi rappresentarono gli
accampamenti stabiliti dalle legioni, i parroci vi tennero il più minuto
governo, mentre tutto si accentrava a Roma, donde il papa con un solo
ordine, in una lingua morta e abilmente mantenuta come espressione della
prima unità mondiale, poteva imprimere un moto a tutto l'orbe.

Durante il lungo tumulto medioevale il papato per istinto e per ragione
fu quasi sempre guelfo, favorendo lo sviluppo dei principii popolari: i
suoi pontefici vi esaurirono tutte le varietà dei vizi e delle virtù,
delle verità e degli errori, senza che l'istituzione potesse seriamente
pericolare. Ma il Rinascimento, sorpassando teoricamente il
cristianesimo, diminuì il papato quantunque gli ampliasse il regno. Il
mondo fu scoperto più vasto della missione di Cristo, l'universo
maggiore della creazione di Dio. Allora la guerra delle eresie si mutò
in guerra d'incredulità; il cristianesimo di rivoluzione si cangiò in
reazione, il pensiero si sottrasse a ogni dogma, la scienza ruppe tutti
i limiti ecclesiastici, la filosofia sorpassò le maggiori altezze delle
religioni, il diritto politico ritemprandosi nel diritto naturale tornò
democratico.

In questa ultima guerra la vittoria decisiva fu guadagnata dalla grande
rivoluzione francese. Il papato vi perì idealmente con tutte le
monarchie.

La Santa Alleanza rappresentò la reazione del pensiero cattolico nella
coalizione di tutte le monarchie; ma il papato, essendo più alto di loro
nella lotta politica e toccando davvero al divino, doveva restringersi
in se medesimo per spingere il proprio principio monarchico al disopra
di ogni contatto umano, mentre esse cadevano nell'inevitabile ed assurda
transazione del costituzionalismo. L'infallibilità pontificale, sempre
latente nel cattolicismo, era l'ultima risposta del principio monarchico
al principio democratico. Così l'eterno dualismo della storia ritornava
alla semplicità dei propri dati. Il concilio ecumenico riunito in San
Pietro (1869) compiva l'evoluzione del papato nel momento che l'impero
napoleonico, ultima larva dell'impero di Carlomagno, stava per sparire,
e il principio democratico di Lutero per trionfare in Germania
fondandone un altro. Nelle Spagne l'impero di Carlo V aveva ceduto il
luogo ad una republica effimera, arra di republica avvenire; il Sacro
Romano Impero non era più a Vienna che un impero eteroclito; solo
l'impero russo si dilatava potente di avvenire, e l'Italia riprendeva
per un istante il proprio posto all'avanguardia della civiltà
disponendosi ad inaugurare in Roma l'èra del diritto popolare.

Infatti il concilio ecumenico, sorpreso dalla rivoluzione, potè appena
proclamarvi l'infallibilità del papa; quindi dovette aggiornarsi per
essere riconvocato chi sa quando.

Ma se il papato saliva così a più alta sfera di idealità, il suo governo
a Roma era caduto dopo Mentana nella più umiliante insignificanza. Roma
non era più che un'immortale rovina cinta dal deserto del proprio agro.
Le locomotive solcandolo parevano sperdute in un lembo di storia antica
tra mandriani vestiti ancora come ai tempi delle Georgiche, e che le
guardavano passare nere e fumiganti colla stessa indifferenza dei
bufali. Dell'antica università restava appena il vestigio; in essa non
si trovava che un solo microscopio di vecchissimo modello; pel gabinetto
o laboratorio di fisica non si spendevano che 1151 lire, per quello di
zoologia e di anatomia comparata 1347, per l'altro di mineralogia 274,
per la biblioteca Alessandrina, l'unica che fosse dello stato, 1453.
Mancavano cattedre, professori, libri, studenti. Non più arti, nè
artisti all'infuori degli stranieri che vi convenivano a studio; deserto
il municipio, mentre nel Vaticano si affollavano prelati di ogni lingua,
inconsapevoli dell'epoca nella quale vivevano, e superbi dei ventimila
mercenari sbraveggianti per la città.

L'odio della curia romana alla democrazia era minore deò suo disprezzo
per il regno d'Italia. Infatti le umiliazioni inflitte a questa
dall'impero napoleonico per mantenere Roma sotto la sovranità del papa
erano poco adatte a far concepire del giovane stato una idea
lusinghiera. La stessa ultima lunga crisi ministeriale, dalla quale era
uscito finalmente il ministero Lanza-Sella, faceva sperare ai più
reazionari fra i prelati una prossima dissoluzione del regno. La fede
nella solidità dell'impero napoleonico era loro cresciuta da che la
reazione, guidata dall'imperatrice Eugenia, vi dominava maggiormente
nella politica; la fortuna nascente della Prussia non inquietava; si
sapeva che l'Austria si era risollevata da ben altri rovesci, e che la
Francia era intatta. Nell'eventualità di una guerra di questa colla
Prussia non solo i voti, ma tutte le convinzioni stavano per una
vittoria francese.

I maggiori generali d'Italia non opinavano allora diversamente.


                                  Guerra franco-prussiana.

Intanto le probabilità di questa guerra aumentavano di giorno in giorno.

Attraverso le reiterate affermazioni di pace Austria e Francia spiavano
un'occasione propizia all'attacco: non v'era fra loro alleanza, perchè
ognuna avrebbe voluto profittare del vantaggio di entrare seconda nella
lizza; in Italia l'esercito e la dinastia per bisogno di rivincita erano
favorevoli alla guerra; la borghesia per interesse e i patrioti per
sentimento vi si chiarivano invece contrari. Ma poichè all'Italia come
all'Austria e alla Francia mancava una vera cagione di guerra, in
nessuna delle tre nazioni se ne spingevano alacremente i preparativi;
solo la Prussia sentendone profondamente la necessità per compiere la
propria unità nazionale, vi si accingeva con superba passione di patria.

Il caso fu pòrto dalla Spagna coll'offerta della propria corona al
principe Leopoldo di Hohenzollern. La Francia, che nel secolo scorso
aveva trapiantato un ramo della propria dinastia sul trono di Carlo V,
inalberò alla minaccia di questa nuova espansione prussiana; tutte le
diplomazie d'Europa n'andarono sossopra per impedire il conflitto;
Bismarck indietreggiando abilmente provocò la iattanza della Francia;
questa, non contenta della rinunzia spontanea del principe di
Hohenzollern, avrebbe preteso dal re Guglielmo una categorica
dichiarazione di proibire per sempre a chiunque della propria famiglia
di accettare una simile candidatura.

A quest'assurda violenza il re rispose chiudendo la porta
all'ambasciatore francese, e scoppiò la guerra più immane che la storia
ricordi dopo migliaia di anni. La sua brevità fu vertiginosa. La Prussia
avventò sulla Francia in pochi giorni un milione di soldati, ai quali
l'impero non seppe opporne che la metà: tutto era in esso corruzione e
sfacelo. Napoleone affidò la reggenza all'imperatrice per assumere
nominalmente il comando dell'esercito: sotto l'immenso plateale tumulto
francese di guerra s'intendevano chiaramente gli urli di odio all'impero
così efferati da invocare la sua sconfitta anche a danno della patria.

Il 2 agosto (1870) i francesi occuparono scaramucciando Saarbrück, ma il
4 agosto il principe ereditario di Prussia piombava sovra essi a
Weissenburg e li batteva; il 6 prostrava così Mac-Mahon a Wörth da
lasciarlo appena riparare nel massimo disordine a Châlons;
contemporaneamente il generale Steinmetz, superate le alture di
Spichern, annientava il corpo del generale francese Frossard. La guerra
era già vinta. Mentre Mac-Mahon si era ritirato per Nancy a Châlons e le
reliquie del corpo Frossard si ripiegavano su Metz, il maresciallo
Bazaine postovi a presidio con 250,000 uomini tentava di uscirne per non
lasciarvisi bloccare; ma l'incomparabile stratega prussiano maresciallo
Moltke con mosse fulminee ed impreviste lo rinserrava in un cerchio di
fuoco, lo arrestava il 16 agosto a Mars-la-Tour, lo ributtava il 18 da
Gravelotte su Metz, chiudendovelo prigioniero. Quindi tutto lo sforzo di
Mac-Mahon, che con lunga marcia circolare tentava di congiungersi a
Bazaine, era non solo perduto, ma si risolveva nel più disastroso degli
errori; giacchè Moltke, indovinando abilmente quel disegno, con un
movimento di fianco a destra e una marcia di tre giorni lo raggiungeva a
Beaumont, lo stringeva, lo catturava a Sedan (1º settembre) con tutto
l'esercito di 70,000 uomini.

La Francia era vinta, l'impero napoleonico distrutto. L'indomani il
vincitore, pubblicando l'inventario delle prede, lo cominciava con epica
brutalità così: 1 imperatore!

Napoleone III vinto e prigioniero non aveva saputo nè combattere, nè
vincere, nè morire: la caduta del primo Bonaparte era stata una rovina,
quella del terzo fu un dilanio: quegli aveva fondato l'impero, questi lo
aveva esaurito. Dopo Augusto, Augustolo.


                                  Esitazioni monarchiche.

L'Europa rimase per qualche tempo stupita: a Roma il papato, rialzato
come altare votivo della vittoria dal primo impero napoleonico, si sentì
trascinato dalla lavina del secondo.

Malgrado la catastrofe di Mentana e le ripetute infrazioni della
Convenzione di settembre, la politica governativa italiana non accennava
a mutare d'indirizzo; in essa la diffidenza verso la rivoluzione era più
viva che non il dispetto per le incessanti vessazioni imperiali; Mazzini
restava sempre un ribelle specialmente dopo i conati delle ultime bande,
e Garibaldi un avventuriero pericoloso, al quale si erano dovute
sottrarre tutte le conquiste per ragioni di ordine pubblico, e del quale
le imprudenze avevano più di una volta compromesso la monarchia. Dopo
tanti ordini del giorno su Roma capitale d'Italia non si voleva
arrischiare mossa alcuna per giungervi. Si diceva che il sentimento
cattolico di tutto il mondo la difendeva, mentre invece l'Inghilterra
era protestante, protestante la Prussia, eterodossa la Russia, la Spagna
si era già ribellata in republica, e la Francia stava per imitarla.
L'Austria sola aveva un governo cattolico, ma dopo le ultime sconfitte
non era più nè capace nè vogliosa di ritentare una guerra di santa
alleanza.

Nullameno ministero e maggioranza parlamentare avrebbero voluto allearsi
coll'impero caduto per cansare la responsabilità di sopprimere il papato
temporale.

Vittorio Emanuele, così freddamente ingrato con Garibaldi, affettava la
più cavalleresca riconoscenza per Napoleone III. Orgoglio ed egoismo di
piccolo re gli persuadevano questa differenza verso i due alleati, che
gli avevano composto il regno. Malgrado l'abbandono di Villafranca,
l'oltraggiosa cessione della Venezia, Aspromonte e Mentana, egli avrebbe
voluto marciare con tutto l'esercito in aiuto dell'impero, lasciando
Roma in mano del papa ed ingannando la nazione colla speranza che
l'imperatore concederebbe poi un giorno spontaneamente all'Italia la
propria capitale.

Infatti alla proclamazione di guerra nella Camera francese, Vittorio
Emanuele telegrafò subito al presidente del consiglio da Valsavaranche,
ove cacciava, avvisandolo del proprio ritorno alla capitale per
deliberare sul da farsi: «si ricordasse però che egli (il re) aveva
degli impegni». A corte e negli alti circoli governativi si era così
fermamente convinti del trionfo dei francesi da non ammettere nemmeno
l'ipotesi contraria: quindi da un'alleanza colla Francia vincitrice si
sperava qualche rettificazione delle frontiere verso Nizza o verso il
Tirolo. Quanto a Roma si evitava di pensarci, ripetendo la formula
cavouriana della conquista per mezzi morali. Solo il Sella, convinto di
un'altra vittoria prussiana, sosteneva pertinacemente l'idea della
neutralità, nascondendo le proprie idee sullo scioglimento della
questione romana, del quale sentiva giunta l'ora. Il ministro degli
esteri Visconti-Venosta si destreggiava intorno all'idea della
neutralità senza osare di risolvere; il Lanza presidente del consiglio
vi si mostrava da principio favorevole per abitudine di circospezione.

In tutti prevaleva una deferenza spassionata per Napoleone III, come al
primo fattore e al miglior patrono d'Italia. Vittorio Emanuele sempre
più accalorato in questo sentimento discese alle più grossolane ingiurie
contro il Sella.

-- Si vede bene che ella viene da mercanti di panni, gli urlò una volta
sul viso, dopo avergli detto sprezzantemente che per fare la guerra ci
voleva del coraggio.

-- Sì, maestà, rispose con altera ironia il ministro; ma da mercanti di
panno che hanno sempre fatto onore alla propria firma, mentre questa
volta vostra maestà firmerebbe una cambiale che non sarebbe sicura di
poter pagare.

E ogni giorno la lotta fra Sella e Vittorio Emanuele si faceva più
aspra.

Napoleone stringeva il re d'istanze per deciderlo alla guerra; l'Austria
egualmente sollecitata si diceva pronta ad una alleanza, qualora
l'Italia v'entrasse prima, e consigliava di modificare la Convenzione di
settembre in favore di questa. Ma Napoleone non osava romperla col
partito clericale; tutt'al più avrebbe condisceso ad eseguire
puntualmente la Convenzione ritirando una seconda volta le truppe da
Roma. Allora il Sella, che aveva già dovuto consentire alla chiamata di
due classi sotto le armi, fu pronto a giovarsi di questa pervicacia
imperiale per spingere il ministero sull'esempio dell'Inghilterra e
dell'Austria a pubbliche dichiarazioni di neutralità, mentre il conte di
Bismarck in accordi segreti col partito mazziniano intendeva a provocare
ribellioni in Italia per impedirle di allearsi colla Francia. Ma poco
dopo, persuaso dell'influenza di Sella sul ministero, il gran
cancelliere troncava le trattative con Mazzini denunciandolo. Intanto le
dichiarazioni (25 luglio) del Visconti-Venosta alla camera, che il
pessimo dei partiti per l'Italia sarebbe quello di approfittare dei
momentanei imbarazzi della Francia per sciogliere colle armi la
questione romana, scoprivano tutta la debolezza della politica
governativa: la destra altrettanto favorevole alla Francia quanto
ritrosa a marciare su Roma avrebbe voluto rovesciare il ministero, e non
l'osò; la sinistra invece lo sostenne per timore di un ministero
militare di corte col Cialdini. Il re, bloccato abilmente da Sella,
seguitava a trattare coll'ambasciatore francese Malaret, assicurando
l'imperatore che presto avrebbe vinto la resistenza del ministero.
Questo, per secondare il ritiro del presidio francese da Roma, riaderì
alla Convenzione di settembre «confidando in una giusta reciprocità
della Francia a conformarsi ai propri impegni»: si credette allora in
Europa a segreti accordi fra i due governi. Infatti il partito della
guerra a corte aumentava d'importanza: il 30 luglio, sotto l'impressione
della scaramuccia di Saarbrück vinta dai francesi, fu proposta nel
consiglio dei ministri la mediazione armata, che Sella potè impedire
solamente colla minaccia delle proprie dimissioni.

Quindi nell'impossibilità di stringere colla Francia e coll'Austria una
triplice alleanza, si ricorse all'idea di un accordo con quest'ultima da
trasformarsi in alleanza offensiva, se le circostanze lo avessero
richiesto, V'ebbero trattative segrete di corte: il re mandò a Vienna,
poi a Metz, il conte Vimercati, suo aiutante di campo; il ministro
austriaco De Beust spedì a Firenze il conte De Vitzthum con un disegno
di otto articoli, pel quale l'Italia, impegnandosi ad una mediazione
magari armata nella guerra franco-prussiana, sarebbe rimasta a rimorchio
dell'Austria con alcune vaghe promesse di buoni uffici nella questione
romana. Ma Sella rese abilmente tale disegno impossibile coll'aggiunta
di un articolo pel quale l'Austria assumeva l'impegno del «non
intervento nel territorio romano e di favorire l'applicazione dei
provvedimenti più atti a soddisfare i voti dei romani e gl'interessi
d'Italia» e con alcune clausole segrete nel caso di guerra guerreggiata
in comune per una rettificazione di frontiere nel Tirolo e sull'Isonzo.

Naturalmente l'Austria ricusò.

Non meglio approdò la missione segreta affidata da Vittorio Emanuele al
Vimercati. Il disegno era di una triplice alleanza: ai 15 di settembre
Italia e Austria avrebbero dovuto imporre alla Prussia con un
_Ultimatum_ di rispettare lo _statu quo_, definito dal trattato di
Praga: poi, non appena le truppe francesi fossero penetrate nella
Confederazione del sud, l'esercito italiano attraverso il Tirolo sarebbe
andato a raggiungerle nei pressi di Monaco appoggiandosi sulle truppe
austriache; a Napoleone non si chiedeva che d'impegnarsi in un articolo
segreto a fare accettare dal papa un _modus vivendi_ coll'Italia.

Napoleone a guerra già cominciata non cedette; poco dopo il cannone di
Wörth rompeva tutti questi inani accordi, e la logica fatale della
storia trionfava di tutte le trattative diplomatiche.

Il partito della guerra, pel quale il Cialdini spalleggiato dalla corte
aveva osato persino di minacciare il ministero in senato con un discorso
che parve un pronunciamento, e cui il Sella rispose con terribile
severità, era vinto: vi fu ancora una lettera di Napoleone al re,
scritta nell'amarezza delle prime sconfitte; se ne discusse nel
consiglio dei ministri, s'interrogò il generale Lamarmora perchè
indicasse un modo qualunque di soccorrere l'imperatore; ma quegli
confessò piangendo di non vederne alcuno.

Quintino Sella aveva salvato l'Italia contro la corte dal partecipare
alla guerra franco-prussiana; poco dopo doveva salvare la corte contro
l'Italia persuadendo al re la necessità di conquistare Roma.

Il ritorno puro e semplice alla Convenzione di settembre aveva
giustamente esasperato la pubblica opinione scoprendole sotto quelle
eccessive simpatie verso il pericolante impero di Francia il proposito
di cansare a ogni modo il problema di Roma.

La partenza dei francesi da questa cominciò il 29 luglio; il 19 agosto
la città n'era sgombra. Naturalmente clero vaticano e francese ne
levarono alte grida, quantunque persuasi che il governo italiano non
oserebbe mai scendere a violenze. Ma il fermento cresceva nella nazione:
il partito mazziniano agitava vivamente le piazze; da un momento
all'altro si aspettava che nuove bande di volontari varcassero il
confine pontificio; il governo incerto del risolvere sembrava incantato
nella rovina dell'impero francese; mentre il Sella giovandosi del suo
turbamento lo spingeva a nuovi armamenti col pretesto di poter così
fronteggiare la rivoluzione.

Il 31 luglio i ministri della guerra e della marina chiedevano un
prestito di 16 milioni: si cominciavano accolte di cavalli, di viveri e
di attrezzi militari. Il 2 agosto le prime truppe italiane si dirigevano
verso la frontiera pontificia; il 10 il consiglio dei ministri decideva
la chiamata di altre due classi sotto le armi e la convocazione della
camera, allora in licenza, per farle votare un prestito di 40 milioni;
il 14 le truppe mobilizzate e già concentrate in alcuni punti del
confine erano poste sotto gli ordini del generale Cadorna.

Il 16 agosto la camera concedeva al governo i mezzi necessari per
mettersi in misura «di proteggere in qualsiasi evento la sicurezza dello
stato, l'indipendenza della nostra politica e gli interessi d'Italia».
L'opposizione parlamentare fu aspra: si sapeva che gli uomini più
influenti della così detta consorteria ricusavano assolutamente di
occupare Roma: il Visconti-Venosta, sempre ligio alla Convenzione di
settembre, affettava di fare per l'Italia un punto d'onore di non venir
meno alle proprie promesse; il Lanza dichiarava anche dieci giorni dopo
che il governo non poteva accettare dalla camera nessun ordine del
giorno che lo invitasse ad occupare colle armi gli stati della chiesa,
perchè se v'era nel parlamento chi voleva andare a Roma colla forza,
v'era però anche una grande maggioranza che credeva non si dovessero
adoperare se non mezzi morali.

Quindi non era lecito sperare che in una rivolta dei romani riconosciuta
da tutti impossibile.

Tutto pur d'evitare la violenza, era il pensiero di Visconti-Venosta e
di Lanza d'accordo col re; tutto pur di andare a Roma, era il programma
di Sella.

Il 20 agosto la camera votava con 214 voti contro 152 il seguente
ordine: «La camera, approvando l'indirizzo politico del ministero,
confida che esso si adoprerà a risolvere la questione romana secondo le
aspirazioni nazionali»: formula equivoca nella quale s'indovinava
l'intenzione del governo di non assumere alcuna iniziativa contro Roma.
Laonde la sinistra si radunò in comitato per deliberare sul contegno da
tenersi di fronte al governo: un pericoloso dualismo minacciava di
scoppiare. Malgrado la propria inerzia il paese cominciava ad irritarsi
di queste calcolate lentezze; gli esuli romani impazienti d'indugio si
preparavano a qualche impresa arrischiata, il popolo si addensava in
comizi per tutte le città acclamando Roma capitale. La lunga e dolorosa
contraddizione della monarchia colla rivoluzione si rivelava
improvvisamente alla coscienza pubblica; le memorie sanguinose
d'Aspromonte e di Mentana accusavano il re che avrebbe voluto
abbandonare Roma per soccorrere Napoleone III; l'arresto di Mazzini e il
silenzio di Garibaldi, già in moto per soccorrere la imminente republica
francese, commentavano sinistramente tale contegno. Quindi
dall'assemblea della sinistra uscì una commissione composta dei deputati
Rattazzi, Cairoli, Crispi, Bertani e Fabrizi coll'incarico di presentare
«un progetto di risoluzione conforme alle intenzioni prevalenti nella
sinistra e alle necessità della situazione». Il pericolo pel governo era
grave, giacchè la sinistra era decisa ad un appello al paese. Sarebbe
stata la guerra civile con Garibaldi, Mazzini e tutti i monarchici più
liberali da un canto, e la corte co' suoi più reazionari adepti
dall'altro. Ma poichè la republica stava per essere proclamata in
Francia, e la Spagna era già republicana, la monarchia di Savoia insino
allora più fortunata che meritevole, non avrebbe avuto troppe
probabilità di vittoria.

Quindi Sella persuase la commissione di sinistra a sospendere ogni
precipitosa risoluzione assicurandole che, ove non riuscisse a vincere
la resistenza del ministero, se ne sarebbe dimesso per unirsi alla
rivoluzione.

Roma si mantenne inerte.

Intanto al ministero degli esteri si preparava una circolare agli agenti
diplomatici per rigettare sul contegno ostile sino allora tenuto dalla
curia romana la responsabilità delle misure, che il governo fosse
costretto a prendere. Nel mattino del 3 settembre giunse la notizia
della resa di Sédan. Ogni ulteriore indugio diventava impossibile. Sella
dichiarò nel consiglio dei ministri che, qualora non si occupasse
immediatamente il territorio pontificio, si sarebbe dimesso seduta
stante: il Visconti-Venosta ricalcitrava, Lanza si opponeva, il re si
mostrava irremovibile. Il falso argomento adoperato dal Sella di un
pericolo, che l'imminente republica francese facendo di Roma un centro
d'insurrezione mirasse a rovesciare la monarchia per ottenere mediante
la republica una alleanza offensiva coll'Italia, non bastava a
persuaderli. Nullameno bisognava risolvere: o marciare tosto su Roma, o
disporsi alla guerra civile contro la rivoluzione. Come sempre accade
nei casi dubbi fra persone dubbie, si venne a reciproche concessioni
stabilendo che le nostre truppe si sarebbero fermate alle mura della
città, e non avrebbero cercato di entrarvi se non colla cooperazione dei
romani. Il re inoltre avrebbe mandato al papa un legato straordinario
con una lettera per avvertirlo delle intenzioni del governo, ed
esortarlo ad accettare da questo la protezione necessaria al proprio
ministero.

La lettera fu redatta da Celestino Bianchi e portata dal conte Ponza di
San Martino. In essa Vittorio Emanuele confessava ingenuamente
attraverso molte frasi equivoche di essere rimorchiato dalla
rivoluzione, e rigettava sovra di essa la responsabilità di una impresa
disapprovata dalla sua coscienza di re e di cattolico. Tale umile ed
umiliante confessione dinanzi al papato nel momento stesso di
sostituirlo nella sovranità di Roma tradiva il segreto della monarchia.
I riguardi dovuti al pontefice cattolico per l'esercizio della sua
altissima funzione non avrebbero dovuto impedire a Vittorio Emanuele di
affermare con solennità regale il diritto dell'Italia su Roma. Mai si
era presentato momento più propizio e glorioso per la sua casa dopo le
umiliazioni di Villafranca, delle annessioni centrali, d'Aspromonte,
della Convenzione di settembre, della cessione del Veneto, e di Mentana.
Vittorio Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e spronante il
cavallo su per la prima breccia aperta dalle artiglierie, col coraggio
mostrato alla battaglia di Palestro quando si slanciò cogli zuavi
francesi nella Sesietta, sarebbe stata la più epica figura del secolo,
degna di appaiarsi con Garibaldi; invece la sua lettera di scusa al
pontefice e dal pontefice sdegnosamente respinta, le sue tergiversazioni
diplomatiche, la sua inutile opposizione a Quintino Sella, scopersero in
lui il piccolo re di Piemonte, cui la rivoluzione aveva potuto dare
l'Italia, ma non la grande coscienza della sua nuova èra.

La seconda circolare mandata agli agenti diplomatici all'estero colla
data del 7 settembre spiegava come l'occupazione del territorio
pontificio fosse piuttosto una necessità di ordine pubblico per
garantire l'inviolabilità del pontefice e il suo libero ministero che
una rivendicazione del diritto nazionale. Le garanzie, cui allora si
accennava, si riassumevano in un privilegio di extra-territorialità,
conservando al papa la condizione di sovrano, ai cardinali il grado di
principi, ed offrendo persino una lista civile garantita da un trattato.

Tale extra-territorialità doveva consistere nel possesso della città
Leonina: così il potere temporale sarebbe stato diminuito sino oltre il
ridicolo, ma rispettato nell'idea. Il nuovo minimo regno avrebbe quindi
fatto il paio colla republica di San Marino.

E in questa idea nè giusta nè pratica, giacchè avrebbe mantenuto in Roma
il dualismo di due re, era dovuto convenire anche il Sella per decidere
il ministero ad invadere lo stato pontificio. La sua politica di quei
giorni era tutta in un solo argomento: spaventare il governo colla
minaccia di una rivoluzione. Infatti per opera segreta sua i comizi
crescevano di numero e di violenza, la stampa unanime spingeva il
governo ad una pronta iniziativa, il vecchio filosofo Mamiani andava di
ministero in ministero pregando e rimproverando. Marco Minghetti
scriveva da Vienna: andate a Roma. Il generale Lamarmora formulava il
problema monarchico così: poichè abbiamo l'abisso dinanzi e di dietro,
dunque avanti! Il nuovo governo republicano francese, interrogato dal
Nigra, rispondeva che ci vedrebbe fare con simpatia. Solo il conte
d'Arnim, ambasciatore prussiano presso la Santa Sede, parlava vagamente
di difficoltà; ma si sapeva troppo bene che questa era una sua iattanza
personale.


                                  Annessione di Roma.

Finalmente la campagna fu aperta l'11 settembre. La marcia su Roma si
compì senza battaglie, poichè il papa aveva deciso di resistere
solamente nella città per costringere i nemici ad aprirvi una breccia.
Il conte d'Arnim ottenne indarno una dilazione di ventiquattro ore per
un supremo tentativo di conciliazione presso la corte vaticana: il 20
settembre la città fu investita dalle artiglierie fra porta Pia e porta
Salara, porta San Giovanni e porta San Pancrazio; appena aperta una
breccia a porta Pia, cessò la resistenza troppo debole per una battaglia
e troppo sanguinosa per una dimostrazione.

Fra le due parti i morti e i feriti non sommarono a duecento.

Il regno dei papi era caduto per sempre senza trovare nell'ultima ora
nessuno di quei grandi atti, che immortalano i vinti.

Nella capitolazione firmata fra il generale Cadorna e il generale
Kanzler si accordarono alle milizie papaline gli onori di guerra, e non
si parlava della città Leonina. Questa intenzione di lasciar sussistere
il papato temporale in tale specie di ghetto cattolico, permise ad un
gruppo di falsi rivoluzionari capitanato da certo Luciani, finito poi
nelle galere, di agitare la plebe in quel primo fermento e d'insediare
una giunta provvisoria in Campidoglio per decretarvi la decadenza del
potere temporale. Si convocava già il popolo a un comizio nel Colosseo,
sebbene la città si conservasse nella solita inerzia. Quindi il generale
Cadorna, giustamente impensierito, s'affrettava a nominare una giunta
provvisoria di diciotto fra i più noti moderati della città con alla
testa Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, noto favorevolmente per
innocui sentimenti liberali e per studi pedanteschi sulla _Divina
Commedia_. Il 2 ottobre venne fissato il plebiscito, che riuscì
naturalmente in favore del regno italiano: sopra 167,548 inscritti della
provincia di Roma risposero all'appello 135,291; gli squittinii diedero
133,681 sì e 1507 no: nella sola città i sì furono 40,805 e i no 46. Ma
i trasteverini, còlti da subito entusiasmo politico, vergognando di
rimanere come un gregge nell'appannaggio del pontefice, diedero
anch'essi contro il malvolere del governo il proprio voto. Il 9 ottobre
la deputazione romana recava il risultato del plebiscito a palazzo
Pitti; a reggere provvisoriamente Roma era deputato il generale
Lamarmora.

Benchè Roma fosse materialmente conquistata e il potere temporale
abbattuto, la monarchia non osava ancora affermare solennemente il
proprio trionfo. Una profonda e complessa superstizione occupava tutti
gli spiriti: l'immensa importanza del papato, signore di duecento
milioni di cattolici, sgomentava la corte. Già la prima formula del
plebiscito trasmessa a Roma dal ministero dell'interno lo avrebbe reso
condizionato, ed era del seguente tenore: «colla certezza che il governo
italiano assicurerà l'indipendenza dell'autorità spirituale del papa,
dichiariamo la nostra unione al regno d'Italia sotto il governo
monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele e dei suoi
successori». Così pei romani l'idea del papato avrebbe dovuto prevalere
su quella di Roma. Fortunatamente l'istinto rivoluzionario delle masse
vi si oppose: la Giunta provvisoria rispose nobilmente che Roma non
aveva nessun diritto d'imporre condizioni alla patria per la propria
annessione: se il governo intendeva garantire l'autorità spirituale del
pontefice farebbe opera savia, ma non spettava al popolo romano tale
iniziativa.

Si era dovuto discendere ad accordi: da Firenze venivano proposte altre
dizioni dello stesso tenore: allora la Giunta provvisoria aveva
minacciato di dimettersi se non si fosse adottata una formula di
plebiscito incondizionato. Poi la sera del 26 settembre erano stati
inviati a Firenze don Emanuele dei principi Ruspoli e Vincenzo Tittoni
per trattare col governo: il ministero aveva fatto pompa d'asprezza
rimproverando loro che gente liberata appena appena dalla servitù per
opera del governo italiano non facesse che creare imbarazzi e dar segni
di malcontento. Ma Quintino Sella intervenne risolutamente nel
dibattito, imponendo una formula plebiscitaria semplice e categorica:
«vogliamo la nostra unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico
costituzionale di Vittorio Emanuele e dei suoi successori». Non per
tanto la Giunta dovette consentire nel proclama, col quale invitava il
popolo al plebiscito, questa frase: «sotto l'egida di libere istituzioni
lasciamo al senno del governo italiano di assicurare l'indipendenza
dell'autorità spirituale del pontefice».

Durante tali trattative era giunta la protesta della città Leonina
risoluta a non voler restare sotto il dominio del papa. Il ministero,
che aveva fermamente deciso di sbarazzarsi del papa, lasciandolo sovrano
in quella specie di borgo sacro, ne fu sossopra; avventuratamente il
Vaticano stesso soccorse al suo imbarazzo. Il 25 settembre il cardinale
Antonelli dichiarava spontaneamente al barone Blanc, segretario generale
al ministero degli esteri e venuto a Roma col Cadorna, che «il progetto
di lasciare al papa la città Leonina offriva difficoltà insormontabili.
Quella parte della città priva di qualsiasi autorità regolare stava per
divenire un centro di facinorosi: essere urgente che il generale Cadorna
vi stabilisse, come nelle altre parti di Roma, dei posti di pubblica
sicurezza, esser urgente sopratutto che gli italiani avessero occupato
Castel Sant'Angelo, ove quantità considerevoli di polvere erano mal
custodite da qualche veterano pontificio contro possibili attentati.
Pregare in pari tempo che le autorità militari italiane togliessero dai
giardini del Vaticano alcune casse di polvere, la cui presenza allarmava
il pontefice».

La senile paura della curia vaticana, associandosi al confuso sentimento
rivoluzionario del popolo, trionfò di ogni riserva del gabinetto di
Firenze, e diede tutta Roma all'Italia.


                                  Ingresso di Vittorio Emanuele a
                                  Roma.

In mezzo all'effervescenza destata nella nazione dalla conquista di Roma
il contegno della monarchia appariva anche più dimesso; non si capiva
come Vittorio Emanuele, affrettatosi nel 1859 ad entrare trionfante in
Milano, e nel 1860 a cacciare Garibaldi da Napoli, non osasse ora,
vincitore per sola virtù del proprio governo, fare il proprio ingresso
solenne nella città eterna. Gli immaginari pericoli inventati dalla
stampa ministeriale per giustificare l'inazione del re a Firenze
svanivano al primo esame. Anzitutto nel primo sbigottimento della caduta
la curia vaticana si mostrava così arrendevole, che dopo aver
sollecitato essa medesima l'occupazione della città Leonina, si prestava
di buon garbo a risolvere le mille questioni pullulanti dal mutamento
sopravvenuto nella città. Il cardinale Antonelli, già così sdegnoso coi
ministri italiani in ogni tentativo d'accordo, riceveva adesso più volte
al giorno il barone Blanc: meglio ancora il Giacomelli, mandato in Roma
ad organizzarvi il sistema finanziario, era riuscito, mediante la
cortese cessione di cinque milioni dell'obolo di San Pietro trovati
nella tesoreria pontificia, a fargli accettare una prima rata dei
cinquanta mila scudi mensili inscritti nel bilancio dello stato
pontificio sotto il titolo: «Mantenimento del papa, del Sacro Collegio,
dei Palazzi Apostolici, delle guardie, ecc., ecc.». Era quindi naturale
che, vanito quel primo spavento, alla nuova pace fattasi in Europa la
curia alzasse la voce a protestare: si poteva temere che la Prussia,
costretta da necessità interne a qualche concessione verso il partito
clericale, fosse per appoggiare quei reclami; era quasi sicuro che la
Francia, sdegnata dei nostri rifiuti a soccorrerla durante la guerra, ci
tenesse il broncio e minacciasse, se la reazione che doveva succedere
all'impero giungesse al potere; era certo che l'Austria, estrema potenza
cattolica, per la sua rivalità contro la Prussia protestante
moltiplicherebbe difficoltà e rimostranze.

Il Sella, prevedendo con molto senno pratico tutto questo, sino dalla
prima ora voleva che il trasporto della capitale avesse luogo «subito,
anche prima di subito», giacchè il potere temporale non poteva
considerarsi abolito finché Roma non fosse davvero capitale d'Italia; e
quantunque il re e il ministero unanimi vi si ricusassero, non cessò
dall'insistere. A questo lo spronava lo stesso ambasciatore inglese sir
Paget. Non bastò l'osservare, che ritardando l'ingresso del re a Roma si
dava tempo alla curia vaticana di rimettersi sulla difensiva, che si
sarebbe poi dovuto invitarvi tutto il corpo diplomatico senza essere
sicuri che l'invito fosse tenuto, che finalmente non lo si potrebbe più
fare se non dopo avere con legge apposita assicurato al papa guarentigie
sovrane. E allora Roma, invece di essere una conquista d'Italia, ne
diverrebbe un acquisto mediante un mercato diplomatico.

Tutto fu inutile. Il Lamarmora, governatore a Roma, si unì al partito
della corte: Sella, che aveva ancora una volta forzato il ministero
colla minaccia delle proprie dimissioni a deliberare che il re si
recherebbe a Roma il 30 novembre, dovette recedere davanti alle
dimissioni del Lanza, il quale giovandosi di una sua assenza aveva
condotto il ministero a disdirsi.

Ma come tutto cospirasse ad aiutare la monarchia, che si aiutava così
poco, in sul finire dell'anno una piena del Tevere, sommergendo mezza la
città, offerse al re un pretesto caritatevole per entrarvi. La piena
cresceva e pioveva a dirotto, quando un tardo manifesto, al quale pochi
avevano badato, vi annunziò la venuta del re d'Italia. Mai più grande
avvenimento ottenne minore attenzione. Il re giunse nel pomeriggio;
pochissima gente era ad attenderlo sul piazzale della stazione, ed era
piuttosto plebe che popolo, giacchè le miserie e i pericoli
dell'inondazione preoccupavano tutti. Quando il re scese di carrozza
nell'atrio del Quirinale, volgendosi al Lamarmora con atto di
viaggiatore seccato del viaggio mormorò in piemontese: _finalment i
suma_[1].

  [1] Io stesso, allora giovinetto, che avevo seguito trottando fra
  la poca gente la carrozza del re dalla stazione sino dentro
  all'atrio del Quirinale, potei udire questa esclamazione e notare
  il suo gesto: nell'una e nell'altro nessun accento o significato
  di grandezza. Vittorio Emanuele aveva l'aria oltremodo annoiata,
  il vecchio Lamarmora era imbronciato. Infatti pioveva e, malgrado
  la pioggia, per mostrarsi al popolo eran venuti dalla stazione col
  mantice della carrozza abbassato.

Questa esclamazione fu poi corretta con avveduto spirito cortigiano nel
famoso motto: Finalmente ci siamo, e ci resteremo.


                                  Garibaldi in Francia.

Mentre Vittorio Emanuele procrastinava così il proprio ingresso a Roma e
il papato atterrito dai pericoli immaginari di un rivoluzione cittadina
ricusava l'offerta della città Leonina per meglio essere protetto dal
governo italiano, il mazzinianismo vaniva come partito d'opposizione. Il
suo programma republicano, smentito dai continui successi della
monarchia, perdeva colla risoluzione del problema romano ogni forza di
attualità. Quindi il ministero si affrettò ad amnistiare Mazzini, che
dal carcere di Gaeta traversò inconsolabile tutta l'Italia per
riprendere più solo di prima la via dell'esilio. Il grande
rivoluzionario era vinto per l'ultima volta: come Napoleone I dopo
Waterloo, egli doveva abbandonare la terra delle proprie glorie, troppo
piccola ancora per poterlo contenere vivo fra i piccoli vincitori di
Roma.

Ma poichè la rivoluzione italiana, malgrado la contraddizione deprimente
del proprio processo monarchico, doveva anche questa volta avere nella
storia un significato universale, Giuseppe Garibaldi da Caprera, ove
s'era ridotto infermo dopo Mentana, al primo grido di republica
scoppiato a Parigi scriveva alla Francia offrendole con sublime
ingenuità «ciò che ancora restava» di lui. L'impero francese era caduto,
l'impero germanico stava per essere proclamato nella grande sala del
Trianon dedicata a tutte le glorie della Francia: nell'irresistibile
tempesta delle vittorie prussiane pareva perduta ogni idea democratica,
dacchè alla guerra contro il cesarismo napoleonico ne succedeva un'altra
contro la Francia republicana. L'Italia che avrebbe dovuto soccorrerla,
e non lo poteva per la propria antinomia monarchica, entrava trepida a
Roma quasi sentendosi minore del papato; la Spagna republicana stava
riparata dietro l'alta muraglia dei Pirenei; Russia ed Austria
quantunque gelose del vincitore assistevano con gioia segreta alla
rovina di quella Francia che circa un secolo prima aveva scardinato e
per sempre le loro divine monarchie; la liberale Inghilterra calcolava
già i vantaggi che la diminuzione dell'antica rivale potrebbe arrecare
al proprio commercio.

Nè la Francia iniziatrice in Europa della moderna democrazia era senza
colpe. Il suo primo impero aveva violentato l'indipendenza di tutti i
popoli, la sua seconda republica aveva proditoriamente rovesciato la
prima republica romana, il suo secondo impero aveva imposto all'Italia
il sacrificio d'Aspromonte e l'ecatombe di Mentana per negarle Roma e
con Roma l'unità. Mentre il papato rovinava come una tarlata impalcatura
sotto il palco improvvisato della monarchia italiana, Garibaldi, il
ferito d'Aspromonte, il vinto di Mentana, offriva alla Francia in nome
dell'Italia la propria spada di cavaliere dell'umanità. Il suo appello
ai volontari di tutto il mondo affermava nel silenzio di tutte le
monarchie la solidarietà delle nazioni nell'idea republicana. Francia e
Italia erano sempre unite, malgrado le colpe dei propri governi. Mentana
non aveva cancellato Solferino, giacchè là contro l'Italia aveva vinto
l'impero napoleonico, qua per l'Italia aveva vinto la Francia.

Quindi Garibaldi, lasciando alla monarchia italiana raccogliere per le
vie di Roma i cenci del papato, accorreva in aiuto della republica
francese. Se la sua spada di condottiero non poteva pesare molto sulle
bilancie della guerra, la sua presenza nel campo francese era di un
immenso valore ideale.

Non tutti però anche fra i migliori intelletti lo compresero. Poiché la
guerra era per la Francia irremissibilmente perduta, pareva alla
prudenza sottile dei pratici che l'offerta di Garibaldi, vecchio ed
oramai impotente capitano di poche migliaia di volontari, non fosse che
una senile bravata: il suo proclama al popolo tedesco contro la guerra
fu giudicato un vaniloquio; persino Mazzini si dolse di questa andata in
Francia, mentre la monarchia italiana occupava così umilmente Roma.
L'inflessibile e mistico republicano non poteva perdonare alla Francia
republicana del 1848 il tradimento usato alla republica romana; e
siccome la nuova republica francese, nell'immensa anarchia di quel
momento, non si atteggiava secondo il suo ideale democratico, egli
giudicava non solo inutile ma nocivo ogni sacrificio fatto per essa. Il
popolo non se ne sarebbe giovato. Ma l'istinto di Garibaldi, anche
questa volta più sicuro del genio di Mazzini, non si curava nemmeno
delle intenzioni o degli atti dei nuovi governanti republicani: egli
sentiva solamente che l'Italia doveva pagare Solferino e vendicare
Mentana con una vittoria in Francia contro i prussiani. La republica
anche meglio delle monarchie è superiore ai propri governi.

Ma quella improvvisata dal Gambetta a Tours non usò verso Garibaldi
molto meglio dei governi italiani del 1848-59. Si tardò più d'un mese a
rispondergli; si sarebbe voluto ricusarlo e non si osò; malgrado
l'ovazione entusiastica fattagli dal popolo di Marsiglia si tentò di
stancarlo moltiplicando contraddizioni ed indecisioni. Pareva che la sua
generosità umiliasse l'orgoglio nazionale francese.

Nullameno il favore popolare costrinse i governanti a permettergli di
comporre un esercito, che ebbe nome dai Vosgi, e sul principio non
superava gli ottomila uomini. Il suo nucleo più compatto, formato da
volontarii italiani che avevano seguìto per l'ultima volta il loro
vecchio capitano, n'era come il battaglione sacro, nel quale si
confondevano veterani sfregiati da cento battaglie e adolescenti come
Giorgio Imbriani votati alla morte del campo, venturieri di buona lega,
miscredenti iconoclasti che dal lungo odio al papato avendo sorbito un
disprezzo aggressivo per tutte le religioni, dovevano attirarsi l'odio
delle campagne francesi ligie alla chiesa romana. Intorno a questo
nucleo s'aggruppavano battaglioni di franchi tiratori, reggimenti di
marcia disordinati come sciami e composti cogli avanzi degli immensi
eserciti distrutti, truppe di nuove leve poco vogliose di combattere,
marinai, doganieri, studenti, villani e plebei. Lo stato maggiore era
anche più eterogeneo: comandanti italiani e francesi di provenienze
diverse vi si astiavano; i nuovi ufficiali republicani nominati da
Gambetta accusavano di ogni disastro gli ufficiali dell'impero capitati
nel nuovo esercito dei Vosgi; gli uni e gli altri soffrivano della
generosità degli italiani venuti a vendicare Mentana sui prussiani.
Reggeva lo stato maggiore il generale Bordone, forte d'ingegno quanto
debole di moralità. Ma l'organizzazione dell'esercito non potè riuscire
che fiacca: Gambetta pretendeva dirigere egli medesimo la guerra,
dislocando colonne a colpi di telegrafo e limitando con ogni mezzo
l'azione di Garibaldi. Infatti, malgrado l'opinione del prefetto
Ordinaire e della popolazione di Besançon, la quale avendo accolto
Garibaldi con entusiasmo intendeva affidargli il comando di tutti i
corpi del dipartimento, egli li volle sottoposti al generale Cambriels
invocante indarno di essere messo a riposo per curarsi di una pericolosa
ferita al capo.

L'esercito garibaldino cresciuto di parecchie migliaia, secondo il
solito malissimo armato, non poteva fare che una campagna difensiva. Le
forze, la scienza e l'incomparabile organamento rendevano i prussiani
più esperti sul terreno invaso che non gli stessi difensori, ed
assicuravano loro anticipatamente il trionfo finale. Nullameno
Garibaldi, infondendo parte della propria grande anima in quelle informi
cerne raccogliticce, riuscì a riprendere l'offensiva con una celerità di
mosse che meravigliò gli stessi nemici.

Da Autun, suo quartiere generale, il 28 dicembre mosse alla difesa di
Dijon, battè le avanguardie tedesche a Prenois e a Darois; senonchè
Dijon arrendendosi ai prussiani lo costrinse ad indietreggiare dopo un
inutile assalto notturno sino ad Autun e a difendervisi strenuamente da
ogni attacco nemico. Ma troppo scarso di forze per poter arrischiare un
vero disegno di campagna, dovette quindi regolarsi piuttosto su quello
del grande esercito di Bourbaki, estrema speranza della Francia: così
non appena il generale prussiano Werder si ripiega abilmente sulle
proprie linee di Gray-Vesoul, Garibaldi con marcia rapida e ardita
rioccupa Dijon, ne guarnisce la fronte di colonne staccate, ne compie le
fortificazioni attendendo di congiungersi all'esercito di Bourbaki e con
esso minacciare il fianco dei prussiani. Intanto la guerra precipita
alla fine; i generali francesi Faidherbe e Chanzy sono già stati
schiacciati in Piccardia e nell'Orleanese, Parigi affamata sta per
discutere la propria resa, il generale prussiano Manteuffel con un
movimento parallelo a quello di Bourbaki e molto meglio eseguito
malgrado il verno rigidissimo raddoppia le linee di Werder per
accerchiare Bourbaki e Garibaldi. Ma se quegli finisce miseramente
gettandosi sulla Svizzera, questi assalito lotta invece tre giorni
respingendo ogni assalto, assalendo alla propria volta, togliendo al 61º
reggimento prussiano la bandiera, finchè sorpreso dall'armistizio, nel
quale per proditoria dimenticanza del Favre e per felina sottigliezza
del Bismarck non è tampoco nominato, sfugge a 150,000 nemici con una
delle più ammirabili ritirate che vanti la storia della guerra.

Allora l'ingratitudine della Francia ufficiale lo persegue; lo si accusa
d'incapacità e di ladreria; si negano le sue battaglie; generali e
fuggiaschi come Dudrot si levano contro di lui publici insultatori; il
suo esercito, sospetto di essere troppo republicano, è disciolto come
una banda di briganti; i giornali moderati d'Italia tengono bordone al
turpe vilipendio, mentre il popolo francese con uno slancio
irresistibile del cuore lo manda, benchè straniero, deputato
all'assemblea di Bordeaux, e i prussiani s'inchinano con guerresca
nobiltà al suo valore. All'assemblea di Bordeaux, ove la reazione
monarchica rumoreggia già prepotentemente, le calunnie e gli sfregi
diventano così ignobili che Victor Hugo, alzatosi a protestare in nome
della Francia coll'autorità del proprio genio, è costretto a dimettersi
da deputato.

Ma Garibaldi, che dall'Italia aveva già sopportato quanto di più crudele
potesse inventare l'ingratitudine patria, non ebbe una parola di
lamento: ricusò la deputazione offertagli dal popolo francese; poco dopo
acclamato generalissimo dalla Comune scoppiata a Parigi, pur
riconoscendo l'intima giustizia di quella improvvida rivoluzione, vi si
rifiuta come generale e come soldato, per chiudersi fra gli scogli di
Caprera più povero dei propri commilitoni, e più incompreso di prima
alla volgare coscienza dei governi.

Se Vittorio Emanuele si era sentito troppo piccolo per guidare contro
Roma il proprio esercito, Garibaldi era stato abbastanza grande per
comprendere che alla caduta del papato bisognava contrapporre
l'affermazione di una più vasta idea; e in nome della storia latina,
universale da tremila anni, era corso in Francia a frenare l'ultima
invasione germanica, opponendo agli eccessi di un popolo, fatto esercito
ed impero per diventare nazione, la democrazia republicana di tutte le
nazioni d'Europa.


                                  La legge delle guarentigie.

Malgrado il diffondersi del pensiero democratico, la magnifica storia
del cattolicismo e l'ammirabile unità del suo potere esecutivo,
inspiravano non solo alle masse ma agli stessi avversari un
superstizioso rispetto. A ciò contribuiva forse per massima parte la
coscienza del vuoto teoretico della irreligione, che spremendo
convulsamente scienze e filosofia, non aveva ancora trovato nulla da
sostituire alle soluzioni offerte dal cattolicismo.

Quindi il papato, glorioso per una guerra di quasi duemila anni contro
tutta l'umana varietà di nemici, soverchiava ancora la coscienza
pubblica con una specie di fatalità resa più terribile da una
interpretazione di provvidenza divina.

Le repugnanze della monarchia alla conquista di Roma, e la deferenza al
papato delle maggiori potenze mondiali anche non cristiane, dovevano
rendere più difficile lo stabilire con una legge i nuovi rapporti della
chiesa collo stato. Fra i dogmi più orgogliosi del pensiero italiano
primeggiava quello dell'universalità di Roma. Nella storia antica,
almeno quale era ancora insegnata nelle scuole e sentita nelle masse,
Roma era stata l'unità del mondo: il cristianesimo, abbandonando
Gerusalemme per Roma, aveva raddoppiato questa unità dilatandola sino
agli ultimi confini della geografia; nella lunga preparazione medioevale
Roma era stata la città santa e la capitale del diritto popolare; al
rinascimento Roma aveva egualmente contenuto i viaggi di Colombo sul
mare e di Galileo nel cielo; lo schianto del protestantesimo non era
bastato a dimezzarla; la rivoluzione francese era caduta sotto la Santa
Alleanza, mentre il papato risaliva radiosamente al disopra di questa.

A Roma tutto il mondo cattolico stava ancora sottomesso. Nel periodo
semi-secolare della rivoluzione italiana. Roma aveva sempre sovrastato
al dibattito fra popolo e monarchia: l'unità politica d'Italia non era
mai stata assolutamente creduta per la difficoltà di mutare la capitale
del papato in capitale della nazione. Coloro medesimi, che per
irreligiosità di pensiero sfuggivano alla sua influenza, non osavano
concepire la conquista di Roma pari a quella di Palermo o di Napoli.
Cesare Correnti sconsigliava dall'andare a Roma per non impegnare il
governo in un dibattito contro i terribili teologi della curia vaticana;
D'Azeglio, mascherando la timidezza di prudenza, aveva già voluto fare
di Roma una città anseatica; Cavour non aveva ardito proclamarla
capitale d'Italia che sperandone la cessione spontanea dal papato e
dalla Francia; i suoi successori nel ministero si erano affrettati a
rinunziarvi trasportando la capitale a Firenze; Giuseppe Mazzini stesso,
affermando per la conquista di Roma la necessità di una rivoluzione
intimamente democratica, veniva a riconfermare la sua inviolabilità,
giacchè l'Italia non era ancora capace di tale progresso. Persino
Giuseppe Ferrari, fuorviato dalla propria interpretazione delle
rivoluzioni italiche, dissuadeva dall'andare a Roma ridotta come Benares
e Gerusalemme a città sacra di una morta religione, per non mettere la
nuova culla d'Italia nel più antico dei suoi sepolcri. L'acuto filosofo
non s'accorgeva che tale rinuncia a Roma avrebbe mantenuto la
superiorità del pensiero religioso sul pensiero civile. Teodoro Mommsen,
protestante di religione e razionalista di pensiero, domandava
febbrilmente a Quintino Sella: «Che cosa farete a Roma? A Roma non si
sta senza un'idea universale».

Nessuno fra i più intrepidi miscredenti della politica pensava allora
che andando a Roma si potesse non tener conto del papato. Fra il volgo
dei liberi pensatori, che avrebbero voluto distruggervi tutti gli
altari, e la monarchia che sostituendovi il papato nel governo temporale
tendeva a diminuire con quello il numero degli scontri, non vi era
ancora un partito democratico abbastanza forte per comprendere che la
rivoluzione italiana non avrebbe avuto significato mondiale se non col
risottomettere il cattolicismo alla legge comune pareggiandolo con tutte
le altre religioni. Allora il cattolicismo avrebbe dovuto provare contro
tutte queste la propria superiorità senza alcun aiuto di privilegi nella
lotta, sotto pena di perdere il proprio primato storico. Un'immensa
rivoluzione sarebbe avvenuta nei costumi e nelle idee: il cattolicismo,
costretto a vivere delle oblazioni dei fedeli nella nuova miseria
procuratagli dall'incameramento di tutti i beni, sarebbe disceso alla
più ignobile idolatria, o salito nelle proprie migliori idealità.
L'Italia avrebbe dato in Europa un esempio di libertà religiosa, quale
la giovane America non ha ancora saputo: solamente così la caduta del
potere temporale dei papi avrebbe segnato un'epoca nella storia civile
dei popoli.

Ma da molti secoli, non ostante la sede del papato, Roma non era più
universale.

Il progresso umano stava appunto in questa decadenza di Roma, mentre in
Europa e in America fiorivano a centinaia i centri del pensiero e
dell'azione civile. Oramai era facile comprendere che il papato non dava
più a Roma altro vantaggio sulle grandi città moderne che quello
abbastanza equivoco di una Mecca, e che nel secolo decimonono sognare
ancora una città universale, e quindi un popolo eletto, era un
indietreggiare al di là dello stesso cristianesimo, il quale aveva
annullato l'elezione del popolo ebreo.

L'Italia, terra classica di un diritto divenuto universale prima ancora
che il cristianesimo vi si annidasse, avrebbe dovuto alla propria gloria
millenaria di spersonalizzare la chiesa cattolica. Ma la monarchia,
conservando nella ricevuta delegazione dal popolo l'antica pretesa della
delegazione divina, alla quale il papato era tramite necessario, si
affrettò a riconoscergli non solo un primato su tutte le religioni, ma
ad investirlo di una indefinibile sovranità poco conveniente alla
religione ed incompatibile collo stato.

Le rivoluzioni sopprimono, le monarchie transigono.

Vittorio Emanuele dinanzi a Pio IX era ancora nell'attitudine di
Carlomagno davanti a Leone III; l'ultimo re ritirava la donazione fatta
dal primo imperatore, ma chiesa ed impero, pontefice e sovrano,
trattavano sempre entro la stessa orbita, mentre la rivoluzione civile,
vincitrice da tempo di tutti i miti religiosi e politici, non era
peranco giunta a conquistare un governo pari a se stessa.

Le condizioni della politica europea erano favorevoli all'esperimento
della coesistenza in Roma dei due sovrani e dei due poteri. La Francia
si affaticava contro la Comune di Parigi, la Spagna avendo eletto re il
secondogenito di Vittorio Emanuele era frenata nelle proprie
escandescenze cattoliche dalla politica di corte, l'Inghilterra
protestante applaudiva alla caduta del papato, Prussia ed Austria si
sorvegliavano reciprocamente.

D'altronde il governo italiano era disposto a concedere più di quanto le
diplomazie estere potessero chiedere. La procrastinazione dell'ingresso
solenne del re a Roma era arra sufficiente delle sue e delle intenzioni
della nazione.

La nuova legge, che si disse delle Guarentigie, votata dalle camere il 5
aprile 1871, dichiarò la persona del papa sacra ed inviolabile; a lui si
mantennero tutti gli onori reali: si permise che nello stato tenesse
armati a propria difesa; la sua dotazione di cinquantamila scudi mensili
fu conservata esente da ogni onere governativo, provinciale o comunale;
gli si attribuirono i palazzi vaticani e lateranensi colla villa di
Castel Gandolfo e in essi nessun ufficiale italiano di pubblica autorità
potrebbe mai introdursi; si riconobbero inviolabili i cardinali nella
vacanza della sede pontificia, gli ecclesiastici partecipanti
all'emanazione degli atti del ministero spirituale della Santa Sede non
soggetti a molestia o sindacato delle autorità italiane; si mantennero
agli ambasciatori presso la Santa Sede le solite prerogative; poste e
telegrafi furono gratuiti pel pontefice nella città di Roma e nelle sei
sedi suburbicarie; ogni istituto per l'educazione degli ecclesiastici
venne preservato dall'ingerenza delle autorità italiane. Quindi abolita
ogni restrizione speciale all'esercizio del diritto di riunione pei
membri del clero cattolico, dispensati i vescovi dal giuramento regio,
eccettuate Roma e le sedi suburbicarie dall'obbligo di conferire i
benefizi maggiori e minori a cittadini del regno, aboliti gli
_exequatur_ e i _placet_ per la pubblicazione ed esecuzione degli atti
dell'autorità ecclesiastica non riguardanti la destinazione dei beni
ecclesiastici; in materia spirituale e disciplinare nè riconosciuto
appello, nè concessa esecuzione coatta; riserbato a legge ulteriore il
riordinamento delle proprietà ecclesiastiche nel regno.

Così papato e monarchia, costretti a guerra mortale dalla rivoluzione,
patteggiavano ancora barattandosi immunità e privilegi: il cattolicismo
cresceva come religione di stato fino ad equiparare il proprio papato
alla monarchia.

Quindi al trattarsi dell'abolizione dei monasteri vennero preservate a
Roma tutte le case generalizie, riconoscendo loro la personalità negata
agli ordini: un'altra legge dichiarò proprietà nazionale i musei
apostolici senza sottrarli all'arbitrio del papa.

Ma anche questa volta la monarchia aveva interpretato abilmente il
pensiero nazionale che voleva Roma capitale senza la distruzione del
papato. Il trasporto della capitale e l'ingresso solenne del re a Roma
riuscirono a fredde feste officiali: governo, parlamento e corte
s'accamparono ove poterono; questa al Quirinale, ma Vittorio Emanuele
non osò mai dormire negli appartamenti del papa, e vi morì per caso in
una cameretta sopra una altana; quello alzò nel cortile di Montecitorio
la propria aula in legno, quasi dubitando di fidare il proprio danaro a
più duraturo monumento; l'altro ridusse molti conventi ad uffici.

Solo Quintino Sella ebbe allora un concetto chiaro della trasformazione
necessaria a Roma per diventare davvero capitale d'Italia, ma nè il
governo nè il municipio seppero secondarlo. La iscrizione liviana da lui
scolpita sotto la statua del legionario romano nel nuovo palazzo delle
finanze -- _Signifer, statue signum, hic manebimus optime_ -- fu il suo
ultimo grido di battaglia contro il partito, cui aveva imposto la gloria
di condurre la monarchia in Campidoglio.

Una grande nazione s'era aggiunta all'Europa; la più gloriosa delle
città mondiali tornava ad essere una delle sue capitali civili. Se
l'Italia non aveva nella propria rivoluzione potuto diventare republica
e proclamare a Roma la superiorità del pensiero civile sul pensiero
religioso, mettendosi all'avanguardia delle razze latine, nullameno il
fatto della sua ricostituzione unitaria e la caduta del potere temporale
le davano un significato maggiore che non quello stesso del nuovo impero
germanico. Il principio della nazionalità e della sovranità popolare
avevano trionfato in Italia meglio che in Germania, ove gli antichi
ordini feudali e il nuovo ordinamento militare viziavano ancora
dolorosamente la vita moderna.

Il trionfo del principio democratico era meraviglioso. Dopo la caduta
dell'impero napoleonico, fra la selvaggia rivolta dei comunisti e
l'insensata reazione degli elementi monarchici, la Francia restava
republica; l'Italia aveva chiamato con un plebiscito Vittorio Emanuele a
Roma, la Spagna con un altro plebiscito aveva nominato a proprio re il
duca d'Aosta, la Germania con un terzo plebiscito militare aveva
promosso il re di Prussia ad imperatore, e queste tre monarchiche
elezioni esprimevano il principio della sovranità popolare. L'Europa era
profondamente mutata; ogni possibilità di nuova Santa Alleanza vi
diveniva inconcepibile. La Francia sempre all'avanguardia, con un
milione di prussiani bivaccanti su tutte le sue campagne, aveva osato
proclamare in una rivoluzione comunista, degenerata necessariamente
nella più bestiale delle guerre civili, un principio di libertà
economica superiore ad ogni ordine di classi e a ogni idea di nazione.

L'Austria, ultima potenza del diritto cattolico, respinta dal centro
d'Europa, doveva inorientarsi, contrapponendo l'eterogeneità del proprio
federalismo alla unità russa nel problema della ricostituzione nazionale
dei Principati Danubiani.

La profezia di Napoleone I, morente a Sant'Elena, che fra mezzo secolo
l'Europa sarebbe o republicana o cosacca, quasi che la Russia potesse
davvero svolgersi nella storia come negazione della democrazia,
attraverso l'errore del proprio dilemma si era dunque puntualmente
avverata.

L'Europa ancora divisa da monarchie era già concorde nel più
irresistibile sentimento democratico.



CAPITOLO UNDECIMO.

L'opposizione ideale


                                  Decadenza letteraria.

In questo periodo di unificazione monarchica l'opposizione politica
dalle sfere governative, ove soccombeva ogni giorno in nuove
transazioni, non potè salire più alto traendo seco tanto pensiero da
atteggiarne la letteratura nazionale. Molte cause storiche vi si
opponevano.

Anzitutto il mazzinianismo, come la più vecchia ed importante delle
opposizioni, era pressochè la sola, cui il popolo prestasse qualche
attenzione; ma se Mazzini per la grandezza dell'ingegno letterario e per
l'eroismo del carattere vi aveva meritamente acquistato una gloria
immortale, i suoi scolari, chiudendosi nella più servile imitazione di
lui, si vietavano spontaneamente ogni valore. Accadeva ai mazziniani
nella politica come ai manzoniani nella letteratura: in ambo le scuole
una stessa pedanteria morale vi aveva isterilita la produzione: gli uni
di Manzoni non avevano voluto ammirare che l'onestà religiosa del
sistema, e dimenticavano gli istinti scetticamente naturalistici, allora
meravigliosi in tanta voga di romanticismo; gli altri in Mazzini
veneravano la dogmatica deistica e il classicismo republicano, mentre
filosofia e scienza sgretolavano questo e quello, e un'altra democrazia,
più impetuosa di passioni e larga di metodo, chiamava le plebi a nuove
conquiste economiche.

Al difuori del mazzinianismo non v'era altra opposizione. La grande
fioritura letteraria era caduta: Manzoni, Leopardi, Niccolini,
Guerrazzi, Giusti, tacevano o morti o esauriti: nella filosofia cresceva
in Napoli un hegelianismo, dal quale Francesco Fiorentino tentava di
staccarsi con scettiche intenzioni e con studi storici, mentre Terenzio
Mamiani chiudeva il proprio dilettantismo nelle _Confessioni di un
metafisico_, insufficiente ripresa di vecchie verità diminuite da una
incertezza anche più insufficiente di metodo, e Camillo de Meis in un
libro sui tipi vegetali ed animali dava la più originale e profonda
critica del sistema darwiniano. Le scuole di Gioberti e di Rosmini erano
cessate: solo quest'ultima durava nei seminari entro una lotta teologica
inavvertita dal grosso publico. La poesia languiva nel romanzo, nel
teatro e nella lirica; nessuno fra i giovani aveva saputo prendere il
posto dei grandi morti. Prati, travolto dall'abbondanza della propria
vena, cadeva di poema in poema, avendo smarrito ogni senso politico
nell'ammirazione incondizionata del re e della corte: Aleardi si
disfaceva in un sentimentalismo serotino, nel quale la volgarità delle
idee traeva alla sciatteria della forma: l'Uberti, integro ed aspro,
aveva dovuto miserevolmente suicidarsi senza speranza di immortalità
nell'arte e senza conforto di vera azione esercitata sul pubblico: il
Praga con senso schietto di modernità ma scarso valore artistico tentava
le prime rappresentazioni della nuova vita: il Zanella, ultimo prete
liberale, cantava con minore estro e forma più eletta un ultimo accordo
fra scienza e religione. Nievo e Tarchetti, dopo aver solcato il
romanzo, come stelle filanti, dileguavano quasi senza traccia, sebbene
il primo, più vasto d'ingegno e di indole più sana, meritasse più lungo
tempo nella vita e maggiore importanza dopo la morte: Giacometti,
Ferrari e Cicconi tentavano indarno di galvanizzare il teatro
accumulandovi residui classici e romantici, nazionali e stranieri, senza
intuizione della società moderna e senza originalità di fattura.

Se davanti all'informe sembianza di Vittorio Emanuele, trionfante come
primo re d'Italia, i vecchi grandi poeti avevano serbato un silenzio
solenne, come sentendo l'assurda sproporzione dell'uomo cogli
avvenimenti, mentre i cantori di corte tentavano invano di
rappresentarlo alla nazione come il suo redentore, nemmeno le due
maggiori figure di Mazzini e di Garibaldi, sintetizzanti nella propria
originalità tutta la rivoluzione italiana, avevano potuto accendere
l'estro poetico della nazione. Vittorio Emanuele era troppo più piccolo
dei fatti, cui apponeva spesso nolente la propria firma: Mazzini e
Garibaldi li trascendevano troppo perchè l'Italia potesse comprendere
giustamente l'opera loro.

Infatti l'unificazione nazionale aveva dovuto compiersi tragicamente
contro di essi.

Mentre dal 1821 al 1870 congiure e battaglie, piazze e campi, esigli e
patiboli, vittorie e sconfitte, offrivano la più ricca messe artistica
di questo secolo, la letteratura italiana pretestando mancanza
d'argomenti si trascinava ancora alla retroguardia di quella francese; e
poichè il grande avvento della letteratura europea era già cominciato,
inducendo in ogni altra nazionale la maggior dose di umanesimo con una
più libera varietà di forme, l'Italia letteraria correva pericolo di
perdere ogni caratteristica dietro troppe imitazioni. D'altronde la
rivoluzione non era abbastanza derivata dalla massa del popolo per
avergli così toccato il cuore da rinnovare tutti i suoi artisti. L'opera
monarchica, ristretta in un partito di corte e di parlamento, con
esclusione del popolo da qualunque ufficio politico, malgrado la fortuna
dei propri risultati era stata troppo umiliante nel processo per
suscitare veri entusiasmi.

La nazione rimaneva quindi inconsapevole: si adattava con mirabile
destrezza ai nuovi modi di vita senza indagare quanto sangue o genio
costassero; si buttava alacremente a lavori d'ogni genere sotto lo
stimolo della concorrenza europea e nell'oblìo più ingiusto dell'epopea,
dalla quale era uscita la sua libertà. Tutto concorreva a togliere lo
spirito nazionale dalla concentrazione necessaria allo sbocciare di una
vera letteratura.

Una goffa ed inevitabile rettorica dominava ambo i partiti. Il
monarchico, affettando la superbia del senno nel trionfo del proprio
governo, cercava di rianimare i vecchi sentimenti di sudditanza a favore
dell'unica vincitrice dinastia col prodigare scherni e calunnie ai pochi
eroi della rivoluzione; il partito rivoluzionario, non volendo
confessare la propria impotenza d'organizzazione, rinfacciava
alteramente alla monarchia le bassezze del suo governo, e spingeva
inutilmente a rivolte che avrebbero tolto alla nazione di quetarsi in
quel primo assetto. In fondo non si ammirava Vittorio Emanuele; Cavour
era quasi dimenticato nel rapido avvicendarsi de' suoi successori; si
lasciava indifferentemente Mazzini nell'esilio, e si sorrideva
argutamente quando Garibaldi da Caprera mandava ancora qualche monito
con stile reso donchisciottesco dalla contraddizione di un'effervescenza
sempre giovanile con una senilità oramai esausta.

Mentre dietro l'orme di Napoleone I era sorta la più splendida di tutte
le letterature nella storia francese, dai campi di Garibaldi e di
Vittorio Emanuele non crescevano fiori, e non salivano voci. Quella
fiacchezza di coscienza nazionale, che dopo Dante aveva impedito
all'Italia di trarre dalle innumerevoli tragedie delle proprie cronache
un teatro come quello di Shakespeare, e aveva ristretto a mano a mano
tutta la letteratura nelle scuole, durava ancora.

Manzoni, Niccolini e Guerrazzi erano stati la passione di una speranza
vanita nella volgarità del trionfo.

Garibaldi, il più alto degli eroi, e Mazzini, il più forte degli
scrittori, vi rimanevano egualmente incompresi: la letteratura usava
verso di loro come la politica: siccome non si era saputo seguirli, non
si seppe poi rappresentarli: il popolo li amava istintivamente. mentre
la ragione degli studiosi, volendo interpretarli, li falsificava.

Dal 1859 al 1870, come dal 1848 al 1859, non v'ebbe quindi vera
produzione letteraria: in questo periodo la minuta preparazione
all'ultima lotta soffocò le grandi passioni e distolse dai supremi
ideali; in quello la febbre e la fatica dell'organizzazione governativa
distrassero dalla meditazione dei fatti e dallo studio del loro
significato.

Cavour dominò il primo, Sella riassunse il secondo; destrezza
diplomatica e destrezza finanziaria condussero al trionfo d'entrambi.

Ma se l'opposizione politica non potè disciplinarsi a vero partito
contro la monarchia per organizzare in se medesima come in un campo
trincerato tutta la nuova vita moderna, l'Italia che per lungo e
misterioso affinamento di razze e di spirito aveva potuto produrre non
solo Mazzini e Garibaldi, ma individualizzare intorno ad essi le più
nobili virtù in un ciclo meraviglioso di cavalieri, trovò in Giosuè
Carducci un altro grande poeta. Con lui l'opposizione si mutò di
politica in ideale.


                                  Giosuè Carducci.

Egli non era però e non poteva essere un combattente come Mameli, nel
quale la passione dei fatti sopraffacesse la loro meditazione.

Se cresciuto fanciullo fra la rivoluzione del '48, ne aveva rimasto
negli orecchi e negli occhi il tumulto, nella Toscana ove era nato e
nella modesta famiglia che intendeva allevarlo quietamente, queste prime
impressioni non bastarono a turbare lo sviluppo del suo temperamento. La
sua gioventù si svolse ostinatamente studiosa, quasi imbalsamata di
classicismo, trovando in esso una nuova fonte di orgoglio patriottico. I
suoi primi odii di toscano furono quindi per la scuola lombarda, nella
quale Manzoni aveva fatto una rivoluzione romantica così grande da
sorpassare lo stesso romanticismo: ma poichè in essa si era annidata la
scuola neo-guelfa, mentre Niccolini e Guerrazzi, classici e ribelli, si
mantenevano ghibellini, il giovane poeta fondeva già nella propria ira
di classico contro i degeneri romantici cattolici lo sdegno patriottico
e superbamente irreligioso, che aveva ispirato l'Arnaldo da Brescia e
l'Assedio di Firenze. Tutta Toscana era classica per necessità forse di
natura e per superbia di tradizione.

Mentre in Giusti e in Guerrazzi, trovatisi nel tafferuglio dell'azione,
la molle fibra toscana aveva ceduto lasciandoli troppo minori nell'opera
che nel pensiero, nel Carducci una natura più concentrata e tempi
relativamente più ordinati dovevano accumulare maggiore dottrina e più
salda coscienza. Nulla da principio tradiva in lui il rivoluzionario. La
sua gioventù, come quella del Leopardi, era cresciuta nell'Ellade fra i
grandi poeti e i grandi eroi dell'antica libertà: la sua virtù era un
riflesso della loro, la sua arte non insuperbiva che nell'imitarli. Se
l'immensa storia di Roma slargava poi il suo pensiero apprendendo al suo
cuore una più nobile alterezza di patria, la letteratura latina restava
fatalmente secondaria per il suo gusto, e di Roma egli non sentiva
veramente che la gloria pagana. Il cristianesimo gli pareva una forma
della decadenza e una mortificazione del pensiero romano. Nella
splendente serenità della propria fantasia il giovane poeta fuggiva
istintivamente le tenebre cristiane e tutta quella religione, che, nata
di peccato e di martirio, proscriveva il mondo in nome di un'ideale
senza figura e di una virtù senza bellezza. Il medioevo come epoca
classica del papato gli restava chiuso; solo ai primi albori del
rinascimento, nella primavera dell'arte novella, egli tornava a sentire
nell'Italia la propria patria; ma allora la passione di Dante
rifomentando la sua antipatia al cristianesimo, aizzava il suo odio
moderno al papato.

Nel fervore dei primi studi la recente interpretazione medioevale della
scuola neo-guelfa gli pareva una tarda ipocrisia politica per
giustificare il bigottismo delle corti e dell'aristocrazia italiana,
mentre tutti i magni spiriti, da Dante a Machiavelli, da Bruno ad
Alfieri, da Foscolo a Mazzini, avevano sempre combattuto la tradizione
papale per proclamare una libera unità di patria. Intorno a lui, nella
Toscana, fra lo scadimento del carattere e degli ingegni, la grande
scuola ghibellina durava tuttavia. Le liriche tragedie di Niccolini e i
tempestosi romanzi di Guerrazzi erano ancora le due più efficaci
originalità della letteratura nazionale, le sole due forme di
romanticismo che non gli repugnassero assolutamente.

Ma questo letterato, che aveva cominciato coll'appassionarsi alle più
fini e recondite bellezze della forma, non era un arcade da smarrire
nella plastica della bellezza il senso della sua verità interiore. Se la
sua squisita natura artistica gli permetteva di riprodurre le molli ed
indefinibili venustà del Petrarca e del Poliziano, i suoi poeti
prediletti restavano quelli che a Roma, in Grecia e nell'Italia classica
avevano espresso la maggiore verità e nobiltà della natura umana.
L'eleganza della sua stessa severità di aristocratico cresceva valore
alla modernità del suo sentimento republicano, mentre irrequieti istinti
di novità, sommovendo la simmetria della sua classica cultura, lo
traevano pei campi delle letterature europee.

Così egli era la natura artistica più composita di questo secolo in
Italia: intimamente gran signore come Alfieri e gran cittadino come
Parini, senza la stramba albagia dell'uno e la soverchia remissività
borghese dell'altro; la passione moderna di Foscolo in preda a tutti i
delirii del cuore e a tutte le tempeste di una vita politica, alla quale
era conteso ogni equilibrio, agitava la sua anima fra quel dissolversi
dell'Italia antica federale e l'organizzarsi della nuova Italia
unitaria; l'odio popolano di Guerrazzi contro tutte le autorità dava al
suo classico sdegno la precisione e la vivezza dell'accento, mentre
dalle grandi tragedie di Niccolini gli veniva l'abitudine dei più alti
voli lirici, e dal Bini e dal Giusti qualche amarezza scettica e
satirica ad impedire che l'ira gli si guastasse nella declamazione.

La sua varia e potente cultura, ben diversa da quella dei vecchi
letterati, trascendeva la sua stessa potenza poetica, e doveva poi
permettergli di rinnovare pressochè tutta la critica letteraria toccando
i temi più svariati con sicura originalità.

E poichè la rivoluzione italiana, della quale resterà il massimo poeta,
era una conseguenza della rivoluzione francese, questa diventò per il
suo pensiero adulto una stazione come l'Ellade e Roma. Tutte le libertà
spesso disgiunte, talora contradditorie, mai identiche, che aveva
appreso nel vecchio mondo greco e italiano si armonizzavano allora nel
suo pensiero; la sua coscienza vi trovò la propria unità, le sue
passioni di poeta e di uomo si esaltarono in quell'immenso dramma, al
quale l'impero napoleonico non aveva aggiunto che un atto, e nel quale
tutta l'Europa era entrata gettandovi, attori inconsapevoli, popoli e re
fra un uragano di battaglie meno terribili ancora delle stragi
cittadine. Il suo classicismo ne andò quindi rotto. Gli istinti
rivoluzionari della sua arte, inconsapevolmente prigioniera nelle forme
del passato, aiutandosi delle nuove convinzioni montagnarde, gli
fransero la cerchia della nazionale tradizione letteraria per
suggerirgli altri motivi e ritmi poetici. Ghibellino con Dante, egli
divenne giacobino con Victor Hugo e con Michelet; Barbier gli insegnò a
condensare l'ira patriottica nei giambi; Heine, un francese d'elezione,
gli apprese ad avvelenare l'invettiva; la sua prosa ancora agghindata si
snodò come quella di Manzoni e di Mazzini al contatto della francese, la
storia della grande rivoluzione dell'89 gli fornì argomenti a chiarire
quella che si compiva in Italia; l'opposizione al secondo impero gli
prestò forme e concetti ad oppugnare la monarchia di Savoia.

Il suo forte ingegno fece il resto.

Così, mentre l'Italia ascoltava distratta le fantasie di Prati e le
elegie di Aleardi, egli, ancora sconosciuto malgrado una classica ode,
nella quale aveva acclamato a Vittorio Emanuele come tribuno armato del
popolo, le gittò i _Decennali_ e i _Levia Gravia_, primi saggi di una
poesia politica, cui la severità del classicismo giovava quanto la
modernità del pensiero.

L'opposizione ideale al processo di unificazione monarchica era
finalmente sorta. La coscienza italiana, incerta fra le critiche
sistematiche di Mazzini, le invettive intermittenti di Garibaldi, le
accuse contradditorie della sinistra e le subdole difese della destra,
trovava in un poeta la sincerità del proprio ideale superiore a tutte le
antitesi partigiane.

Ma questo poeta era troppo classico per poter diventare mai popolare, e
non abbastanza originale per essere il poeta del popolo. Se la sua
opposizione era sincera, i modi della sua arte erano ancora troppo
antichi, e i suoi modelli di guerra quasi tutti stranieri. Dante,
assalendo i propri nemici politici nell'_Inferno_, aveva fuso
insuperabilmente linguaggio e pensiero popolare, non rifuggendo da
alcuna immagine, accettando tutte le parole, non rattenendo mai l'impeto
della collera per cesellare una terzina. Victor Hugo nei _Châtiments_
investendo il secondo impero era stato brutale e sublime come Dante e
come la Bibbia: la sua ira aveva superato l'enormità di quella del mare
trovando tutte le voci, tutti i ritmi, tutte le forme, tutte le forze;
nessun confronto gli era parso troppo alto o troppo basso per umiliare
imperatore e impero; nessun particolare per quanto ignobile, nessun
motto per quanto osceno, nessuna rivelazione per quanto ribalda, avevano
arrestato la foga o irritato il gusto della sua poesia. E i _Châtiments_
erano e saranno la più grande poesia politica di tutte le letterature.
Ma Victor Hugo odiava per amore di due grandi republiche, quella dell'89
e del '48, aveva intorno il popolo più democratico del mondo, e
rovesciava un impero che era l'ultimo inevitabile e miserabile
esperimento di un sistema consunto; il poeta italiano non poteva odiare
la monarchia di Savoia come quegli Napoleone III. Tutta Italia aveva
accettato dinastia e governo piemontese per organizzarsi meno
dispendiosamente e più facilmente in nazione: le insufficienze e le
brutture di tale forma politica erano adunque per lo meno pari, se non
maggiori, nel popolo che nel governo. Il contegno del re verso Mazzini e
Garibaldi, malgrado molti atti villani, era ancora meno ingrato di
quello della nazione. Quindi il poeta che non poteva colpire la dinastia
nella monarchia trovando sempre in questa la nazione, che avrebbe
indarno mentito coll'accusare di decadenza la rivoluzione, che non si
sentiva intorno le proprie collere a certe umiliazioni nazionali, che
malgrado una troppo lunga serie di errori politici vedeva sempre paese e
governo avvantaggiarsi verso l'unità, era costretto a ruminare nella
solitudine il proprio sdegno per immortalarlo nella più squisita forma
classica, e sbatterlo a un dato momento sul viso alla patria come un
guanto. La sua alterezza signorile di cittadino, la sua preziosa
severità di artista republicano, l'isolamento della sua vita di
professore ancora incompreso concordavano a crescergli l'energia
poetica; il contatto stesso colle Romagne, ove da Bologna si mescolava
spesso coi più ardenti rivoluzionari, doveva forse giovargli più che
tutto il resto.

Ma se la natura troppo composita gli toglieva di essere popolare come
Victor Hugo in Francia e Heine in Germania, le sue mirabili attitudini
artistiche, perfezionandosi nello sforzo continuo di tradurre nel verso
i fatti politici del momento, dovevano fare di lui il miglior poeta
lirico e il più efficace poeta civile di questo secolo in Italia. La
borghesia, più attiva del popolo nella rivoluzione, e perciò più capace
di intenderne le antinomie, dimenticò finalmente nei suoi canti il
proprio soverchio culto pel Manzoni. Allora non v'ebbe più avvenimento
lieto o giocondo per la patria, al quale Carducci non prestasse la
propria voce. La sua lirica si atteggiò in tutte le forme, rinnovò tutti
i ritmi, ebbe lamentazioni superbe di dolore, singulti di satira,
ruggiti d'imprecazione, grandinò sui fiacchi e sugli ipocriti che
indietreggiavano davanti a Roma, vi percosse d'anatema il pontefice,
tuonò sui palazzi del re, gettò urli d'entusiasmo per Garibaldi; poi,
divagando apparentemente in Francia, ne rappresentò i fasti
rivoluzionari e le infamie borboniche a rimprovero per l'Italia; parve
discendere nel medio evo ad evocarvi le grandezze republicane dei
comuni; s'allontanò a Roma e in Grecia; e sempre fervida di entusiasmo
patriottico e di passione democratica fu appello ed ammaestramento,
monito e preghiera, per la libertà della patria e per la sua gloria.

La donna, questo eterno tema della poesia, non vi ottenne che pochi
canti e non i migliori.

Una febbre di grandezza animava il poeta. Si sarebbe detto che tutta la
sua collera e il suo rimpianto derivassero dal non essersi egli pure
battuto per l'Italia, dal non avere cospirato con Mazzini, dal non avere
marciato con Garibaldi: ed anche in questo amaro sentimento egli era il
poeta della borghesia, che sentiva di non aver fatto abbastanza per la
rivoluzione. Quindi la sua onestà di uomo povero e di gran signore
soffriva alla gazzarra dei primi affari, di cui il governo si serviva
come di una corruzione: la sua generosità popolana si mutava in rabbia
ad ogni ingiustizia usata verso Garibaldi o Mazzini.

Nullameno il suo temperamento artistico dominava sempre la tempesta del
suo pensiero politico, permettendogli d'immergersi in studi filologici e
critici sino a mutarlo in uno fra i massimi professori d'Europa, e a
fargli rinnovare la prosodia italiana colla latina in una assimilazione
sempre più organica di idee nuove con forme antiche, e di forme estere
con modi nazionali.

Ma la sua opera poetica non potè avere in Europa un potente significato
di originalità.

Mancava ad essa la schiettezza moderna dell'ispirazione colla
caratteristica di una vera passione nazionale. Il poeta soffriva ma non
odiava; non comprendeva il popolo e restava al popolo incompreso; peggio
ancora il popolo odiava meno di lui. La borghesia poteva intenderlo, ma
non seguirlo, dacchè la monarchia era la forma da essa imposta alla
rivoluzione. Mentre Hugo e Heine, guidati dall'istinto infallibile
dell'odio, trapassavano ad ogni colpo il proprio avversario, egli,
costretto ad una critica ideale, riusciva spesso meno terribile di
Mazzini malgrado il vantaggio della forma poetica, e meno franco di
Garibaldi che poteva dare ad una ingiuria plebea il valore di una
rivelazione.

Come la rivoluzione italiana, egli fu dunque troppo composito e non
abbastanza democratico per essere originale; le passioni gli bruciarono
più la testa che il cuore; la dottrina perfezionandogli l'ingegno glielo
restrinse; fu classico, aristocratico e borghese, mai veramente nè
popolano nè popolare. Laonde, classico, mantenne nell'arte la tradizione
regia, che la monarchia di Savoia sovrapponeva alla rivoluzione;
aristocratico, ebbe le superstiti delicatezze della propria classe con
tutte le sue impotenze; borghese, fu al tempo stesso mazziniano e
garibaldino contrastando alla monarchia ed accettandola come Mazzini e
Garibaldi.

La sua ultima poesia politica _Ça ira_, mirabile epopea di pochi
sonetti, invece di essere garibaldina fu francese.

Nell'immenso campo poetico del risorgimento nazionale egli non colse che
pochi fiori e non ripercosse che alcune voci. Garibaldi ebbe da lui
qualche ode; Mazzini una iscrizione, un sonetto, e da morto. La sua
poesia politica, incomparabile nella nostra letteratura, non bastò al
confronto di quella francese: malgrado la magnanimità dei propositi e
l'elevatezza dei sentimenti, non osò tutti i confronti fra rivoluzione e
monarchia, mancò di amore e di odio, ebbe più riflessione che istinto
per finire in una critica, che compostezza e ricercatezza di forma
rendevano spesso poco accessibile.

La rivoluzione italiana, trovando in Carducci il poeta del proprio
periodo di unificazione, non potè quindi tradursi intera nella sua
opera, come intera non aveva potuto svolgersi nella forma monarchica:
letteratura e politica la dimezzarono. Le sue imprese più miracolose, le
sue più tragiche catastrofi, le sue più cupe umiliazioni, fraintese o
poco intese, non trassero dalla coscienza nazionale la passione
necessaria a rinnovare la vita e l'arte italiana.

Mazzini e Garibaldi come eroi universali, trascendenti la stessa
rivoluzione, vi rimasero incompresi.

L'Italia aspetta ancora il poeta, che come Hugo ed Heine le riveli
l'epopea rivoluzionaria e la decadenza del papato nell'effimero e
contradditorio trionfo della monarchia di Savoia. Le avventure americane
di Garibaldi, la sua difesa di Roma, la ritirata sino alla pineta di
Ravenna, l'impresa dei Mille, la tragedia d'Aspromonte, l'ecatombe di
Mentana, la vittoria di Digione, la solitudine di Caprera, saranno un
giorno le massime glorie della lirica nazionale: le cospirazioni,
l'esilio, l'apostolato fra congiure e patiboli, la fede superiore a
tutte le smentite, la generosità più tenace di tutte le ingratitudini,
la democrazia italiana e mondiale di Mazzini, inspireranno una
drammatica più profonda e nobile di quella di Shakespeare; le
rappresaglie ignobili ed assassine del papato alla sua ultima ora, le
senili ribalderie di tutte le corti italiane, la fortuna troppo spesso
fraudolenta della monarchia di Savoia costretta alla gloria
dell'unificazione italica, le incertezze bigotte dell'aristocrazia,
l'avara prudenza della borghesia, la bruta incoscienza del popolo,
l'abbietta reazione del clero produrranno una satira ben più tetra e
vivace che non quella del Giusti e del Carducci.

Ora l'illustre poeta, respinto come Mazzini dalla nuova passione
rivoluzionaria, si è ritirato con alterezza signorile nel castello
incantato della propria arte, e come Tennyson vi si oblia
nell'ingannevole riproduzione di ogni forma di poesia. La nazione lo
venera come pochi anni or sono venerava il Manzoni, ma origlia già per
cogliere qualche nuova voce fra la cantilena delle proprie scuole.

Però anche in questa ritirata il Carducci ha potuto significare il
trapasso borghese dalla monarchia di Vittorio Emanuele a quella di
Umberto I, mentre nel dissolversi di tutti i partiti storici, che
avevano cooperato al trionfo dell'unità nazionale, la borghesia, come
sorpresa dalla lassitudine dell'opera compita e nell'assenza di ogni
alto preciso ideale, si è abbandonata con giocondità teatrale ad un vano
entusiasmo per la propria dinastia. Una ebbrezza di pace ha quindi colto
il poeta della rivoluzione, mutandogli la cetra di Alceo nella lira di
Metastasio: qualche ombra delle antiche malinconie gli è rimasta in
fondo al cuore, qualche gemito e qualche urlo gli sfuggono ancora come
rimbombi dai crepacci che i fiori del recente prato non hanno potuto
chiudere, ma l'artista squisito se ne serve abilmente come di una
dissonanza, e, dimentico del popolo e della rivoluzione, modula soavi
canzoni alla regina d'Italia[2].

  [2] Ora (1890) è diventato senatore come Berchet: Dio lo salvi dal
  rimpiangere, come l'illustre suo predecessore, le strofe
  rivoluzionarie, che fecero già la sua potenza di cittadino
  republicano e resteranno la sua gloria di poeta civile.



LIBRO NONO

IL SECONDO PERIODO MONARCHICO



CAPITOLO PRIMO.

Le due monarchie


                                  Esaurimento della destra.

La presa di Roma chiudeva il periodo dell'unificazione.

Se Trento e Trieste restavano ancora in mano all'Austria, e Nizza era
stata ceduta alla Francia che già da oltre mezzo secolo possedeva la
Corsica, nullameno l'Italia col sostituirsi in Roma al potere temporale
compiva la propria unità. Una dissoluzione dei partiti politici era
quindi inevitabile. L'impero francese, rovesciato a Sedan dalle armi
vittoriose del nuovo impero germanico, non trascinava più l'Italia come
un satellite nella propria orbita; l'opposizione mazziniana vaniva nello
stesso risultato dell'unità; Garibaldi aveva scritto l'ultimo canto
della propria epopea sulle mura di Digione.

L'Italia era monarchica.

Ma la monarchia, che aveva imposto alla rivoluzione la propria forma,
doveva a Roma mutare d'indirizzo e di metodo. Alla fortuna delle armi e
delle diplomazie, ora, nel dissolversi di ogni opposizione e nella
conquistata libertà di se medesima, stava per succedere una più calma e
feconda applicazione dei principii rivoluzionari. L'esclusione del
popolo dagli uffici politici diventava impossibile: lo statuto strappato
a Carlo Alberto dal Piemonte non bastava più all'Italia. Colla
risoluzione dei massimi problemi pregiudiziali, onde monarchia e
rivoluzione si erano reciprocamente mortificate, cresceva la necessità
di meglio riordinare il primo assetto, sottoponendo tutte le leggi
improvvisate nel trambusto della formazione nazionale a nuova critica.

In Roma l'Italia doveva a se stessa e all'Europa la medesima opera
civile delle maggiori nazioni.

Nullameno un profondo squilibrio turbava ancora la sua vita. Il suo
governo reazionario contro la rivoluzione mazziniana era stato, malgrado
molte inevitabili contraddizioni, anche troppo rivoluzionario rispetto
alla massa delle popolazioni, specialmente in alcune provincie. Gran
parte delle leggi liberali, anzichè domandate, erano state imposte al
paese: l'antagonismo regionale non era al tutto scomparso, la differenza
di cultura e di costume fra il sud e il nord aveva reso impossibile il
beneficio di molte riforme. L'insufficienza rivoluzionaria della nazione
proseguiva tuttavia nella vita politica: fra parlamento e paese il
rapporto di rappresentanza si era alterato anche troppo e troppo spesso,
mentre fra l'Italia legale e l'Italia reale l'abisso, invece di
restringersi, in molti punti si allargava.

Dell'antica scuola dei riformisti, mutati in costituzionali
dall'influenza dell'opera cavouriana, non rimanevano più che pochi
manipoli apparentemente dominanti ancora nella camera e nel ministero,
ma Quintino Sella, imponendo loro la conquista di Roma, li aveva
esautorati. Quindi il loro odio più segreto e più forte era per
l'illustre finanziere, che dopo dieci anni di lotta stava per
raggiungere finalmente in Roma il pareggio del bilancio. La destra più
monarchica che democratica non poteva iniziare il nuovo periodo
parlamentare per dare alla monarchia l'elasticità e la facilità di una
republica.

La legge delle Guarentigie aveva dichiarato per l'ultima volta tutto il
suo pensiero politico.

Nella rapida e profonda dissoluzione di tutti i partiti, programmi e
capi andavano sperduti.

Al di fuori del parlamento il disordine sopravvenuto colla rivoluzione
nell'assetto secolare delle classi non si era ancora calmato in un altro
ordinamento, la destra non era mai stata vero partito conservatore
giacchè i conservatori, che avrebbero dovuto sostenerla, l'oppugnavano
invece o per antipatia a' suoi metodi violenti e alle idee succhiate
dalla rivoluzione, o per devozione alle monarchie cadute. Il clero si
manteneva antipatriottico ed antinazionale, l'aristocrazia non possedeva
influenza politica, la corte si componeva di uomini nuovi come quella
del primo e del secondo impero napoleonico. Troppi pregiudizi sociali,
politici e religiosi inceppavano ancora il pensiero della destra, e
falsavano il suo carattere: però nell'urgenza di una nuova più vasta
riforma politica dovette darne qualche accenno nell'istruzione pubblica
e nell'esercito e cominciare inconsapevolmente una conquista
nell'Africa.

La sinistra, rinchiusa nell'orbita legale dalla conquista di Roma, si
liberava finalmente dalle troppe equivoche aderenze al partito
republicano, rendendosi non solo possibile ma necessaria al potere. Il
suo addestramento, cominciato nel parlamento piemontese, aveva durato
abbastanza per attenderne ora qualche frutto; ma, costretta a precisare
il proprio programma, essa non sapeva ancora estrarlo dalla tumultuante
congerie di tutte le proposte accumulate in tanti anni di opposizione.
Rancori e sottintesi dividevano i suoi capitani; molte diffidenze li
colpivano a corte e nel paese per il loro passato rivoluzionario.
D'altronde nemmeno la sinistra aveva al di fuori del parlamento un
partito numeroso e compatto che la sostenesse. Tutti sentivano la
necessità di un altro indirizzo politico, ma pochi ne vedevano la
direzione, e ne avrebbero saputo calcolare la velocità.

I dati politici del nuovo periodo dovevano essere tutti di ordine
interno, giacchè Trento e Trieste rimaste in mano dello straniero non
avevano più tale importanza da dominare la vita della nazione; nè
l'Italia, nè la monarchia correvano pericoli. Bisognava riorganizzare
tutti i servizi pubblici, ricostituire esercito e armata, raddoppiare le
ferrovie, triplicare o quadruplicare l'elettorato politico ed
amministrativo, riordinare le opere pie sottraendole al clero e
preparandole ai bisogni della vita moderna, correggere i riparti
comunali, provinciali, amministrativi e giudiziari, sintetizzare la
magistratura migliorandone l'ordinamento colla diminuzione delle
preture, raddoppiare la vita all'istruzione elementare, costituire
quella tecnica, portare l'altra superiore al livello delle odierne
condizioni europee, raggiungere il pareggio nel bilancio e, appena
raggiunto, abolire i più ingiusti balzelli come il macinato e il corso
forzoso, decentrare l'amministrazione emancipando comuni e provincie,
diminuire la tutela del governo sul paese per abituarlo a reggersi da sè
e a contare sulle proprie forze, disciplinare parlamento e partiti entro
la regolarità delle funzioni costituzionali, arrestare il diffondersi
della burocrazia, sottrarre nei trattati il commercio nazionale al
vassallaggio estero, aiutare lo sviluppo della vita e della coscienza
italiana.

A questo programma era votata la sinistra.

Doveva quindi accadere che essa, arrivando al potere ancora nel
disordine delle proprie abitudini di opposizione, vi si trovasse così a
disagio da non sapervisi reggere solidamente da principio.

L'antica destra si era formata di tutti quei riformisti, che nella
rivoluzione del quarantotto credevano ancora al federalismo e al
costituzionalismo dei principi; la sinistra si componeva per massima di
transfugi dal campo rivoluzionario. La monarchia assorbendo l'una e
l'altra, fondeva nella propria unità le due più vivaci differenze della
nazione, ma la rivoluzione trionfava così della monarchia imponendole le
proprie idee per mezzo degli stessi disertori. Così nella nuova gamma
dei ministeri di sinistra si sarebbe indubbiamente cominciato da quelli,
che più si avvicinavano alla destra sino a toccare cogli ultimi la
Montagna; la monarchia di Vittorio Emanuele non potè avere alcun vero
ministero di sinistra, quella di Umberto I non ne avrà forse alcuno di
vera destra.

In questa seconda fase la monarchia sembrerà perciò trionfare di tutto e
di tutti. La sua forza di assorbimento si eserciterà sulle cose e sulle
idee, sui partiti e sugli individui, con tale potenza che solamente
coloro sempre ad essa nemici, anche nel periodo dell'unificazione,
potranno sottrarlesi. Il segreto della sua forza sarà nella sincerità
de' suoi voleri democratici, che le permetteranno di concedere al paese
riforme politiche più larghe delle sue stesse pretensioni, e nella
impossibilità logica per l'Italia di mutare governo prima di averlo
esaurito. Una improvvisa fortuna portando il duca d'Aosta al trono di
Spagna per un effimero ed inglorioso esperimento regio sembrerà dare
alla dinastia avventurosa dei Savoia qualche barbaglio della gloria
napoleonica: Austria e Germania, accogliendola nella propria alleanza,
la renderanno compartecipe al dominio sulla politica europea, mentre la
Francia dovrà raccogliersi in se medesima per superare la prime
difficoltà della propria republica, e la Russia rimetterà
momentaneamente della propria preponderanza. Nella calma succeduta alla
lunga crisi dell'unificazione, il governo della sinistra soddisferà
tutte le passioni dei vecchi oppositori senza irritare quelle della
gioventù, per la quale le maggiori colpe della monarchia verso la
rivoluzione saranno già un passato incredibilmente lontano. E tutti si
sottometteranno al nuovo re Umberto I, ammirabile figura di gentiluomo e
di borghese, che intuendo con fino senso di attore il carattere del re
moderno, sarà come il sindaco d'Italia, bonario e signorile, sottomesso
al parlamento e ai ministeri, ma soverchiando l'uno e gli altri con una
popolarità conquistata da incessanti dimostrazioni di affetto per tutte
le sventure della nazione.


                                  I prigionieri della monarchia.

Come nella rivoluzione federale del quarantotto tutti gli uomini
politici avevano dovuto egualmente fallire travolti dalla liquidazione
del passato, così nel secondo periodo monarchico della unificazione
tutti i partiti dovevano essere assorbiti dal governo. Solo coloro, che
come Alberto Mario, discepolo di Cattaneo, risognavano un federalismo
republicano, o come Maurizio Quadrio e Federico Campanella
rimpiccolivano nell'intrattabile onestà del carattere e nell'angustia
dell'ingegno il già angusto classicismo republicano di Mazzini,
potevano, isolandosi in una critica melanconica ed inascoltata,
sottrarsi al fascino monarchico, e morire ravvolti nella propria
bandiera. Tutti gli altri, abbandonati al grande corso della storia,
dovevano finire col cooperare nella monarchia all'organizzazione del
governo. Quindi la loro dedizione, precoce o tarda, si drammatizzò per
tutta la varietà dei loro caratteri e dei loro ingegni, non senza
aumentare lo scetticismo delle masse, alle quali le solitarie e tragiche
grandezze della rivoluzione non avevano potuto infondere una forte fede
politica.

Conversioni e voltafaccia si moltiplicarono opportuni ed inopportuni,
ingiustificabili e nullameno giustificati. I bisogni della vita privata
e le necessità di quella pubblica trionfarono di tutte le resistenze; i
rancori reciproci si calmarono nell'oblio onde il popolo copriva tutte
le opere individuali; i dibattiti parlamentari abituarono alla
prevalenza delle idee sui sentimenti e dei fatti sui sistemi. D'altronde
il governo, seguendo l'abile indirizzo cavouriano di sedurre tutti gli
avversari e di restare implacabile a tutti i nemici, si giovava di
qualunque espediente. Coloro fra i rivoluzionari, che non cedettero alle
multiple lusinghe del denaro, soccombettero alla bramosia del potere o
alla invidia della fortuna guadagnata dai primi ad arrendersi. I più
alti e nobili caratteri compirono il proprio passaggio dalla rivoluzione
alla monarchia, dalla Montagna al ministero, sacrificando le loro
inattuabili idealità alla pratica del governo, come nella vigilia della
guerra avevano immolato la republica all'unità; altri, che nella
rivoluzione avevano portato solamente il tumulto delle passioni e
l'energia del temperamento, si stancarono presto del mestiere di
tribuno, e si umiliarono alla monarchia non potendo umiliarla; molti le
chiesero il prezzo di servigi resi più alla nazione che ad essa; troppi
vi si rifugiarono dal disprezzo del popolo. Le dedizioni assunsero
spesso forma di tradimenti anche per la violenza della critica, onde i
pochi incrollabili republicani le perseguitarono: i neo-convertiti,
costretti dalla necessità di persuadere il governo e di ribattere gli
antichi compagni ad esagerare la nuova fede, discesero sovente a
ribalderie senza scusa. Si videro quindi uniti in una inqualificabile
amicizia ex-ministri delle cadute dinastie con ribelli da essi già
condannati alla morte e alla galera, e gli uni e gli altri sottomessi
alla monarchia di Savoia, e daccapo ostili al popolo.

In questo inevitabile crescendo di conversioni la monarchia venne
diventando come il capo saldo della nazione: la sua importanza aumentò
in Europa giorno per giorno; il suo liberalismo e la sua popolarità le
diedero una sembianza simpatica di originalità, che seduceva egualmente
popoli e re. Se la sua corte era tutta di transfugi dalle altre corti
rovinate, il suo governo si componeva quasi interamente di prigionieri
fatti alla rivoluzione.

Tale drammatico fenomeno di un governo servito fedelmente da tutti i
recenti avversari sarebbe però stato impossibile, qualora nel paese non
vi avesse corrisposto una così larga evoluzione costituzionale da
avviluppare quasi tutta la vecchia e la nuova generazione.

Fra questi prigionieri della monarchia, e che essa gettava nel trambusto
del parlamento, o deponeva nel senato come in un museo di figure di
cera, o allontanava nelle ambasciate, o disseminava nelle prefetture, o
isolava nell'esercito, o comprometteva in posti subalterni, brillavano
ancora nel vigore della forza figure di soldati e di cospiratori, di
artisti e di scienziati, capaci d'imporre rispetto al popolo e alla
corte. L'imprudenza di qualche frase tradiva ogni tanto in essi l'uomo
antico; il ritorno di qualche motivo eroico nella politica li univa
improvvisamente in una affermazione non solo superiore ma contraria alla
monarchia; poi la fatalità costituzionale li gravava nuovamente, e
piegavano il capo pensosi forse di un tempo migliore.

Alla rivoluzione non restava più nè il maestro, nè il capitano, nè
programma, nè bandiera.

Mazzini, rifuggitosi nell'esilio dopo l'amnistia di Gaeta quasi a punire
l'Italia morendo in terra straniera, si era confessato vinto
coll'affermare che la monarchia una volta entrata a Roma vi dominerebbe
«chi sa per quante generazioni», e tornava inconsolabile di amore
italiano a morire in Pisa accettando dal governo l'apoteosi dei
funerali, e riconoscendo così la sua libertà costituzionale; Garibaldi,
dopo aver tutto ricusato dalla monarchia fuorché la condanna a morte, la
fucilazione d'Aspromonte e la prigionia del Varignano, soffocato dalle
angustie e dai disordini della propria casa accettava finalmente due
milioni, e veniva paralitico a Roma per salutare in Umberto I e nel
principino ereditario i re d'Italia. Dopo la resa dei due grandi
capitani le capitolazioni dei minori rivoluzionari precipitarono:
Alberto Mario, pur combattendo la monarchia sino all'ultima ora, non le
augurò più che un placido tramonto; Aurelio Saffi, modesto Aronne del
nuovo Mosè che aveva potuto morire nella terra promessa, succedendo
nella direzione del partito republicano non fu più che un pontefice
riverito ed inefficace: e recentemente, quando re Umberto visitò le
Romagne (1888) rimaste sempre ostili alla monarchia, persuase al popolo
ogni più onesta e lieta accoglienza al sovrano. Giovanni Nicotera, già
violento di odio contro tutti i re, salì al ministero, e vi si mostrò
violento contro i republicani immutati; Benedetto Cairoli, ultimo della
propria eroica famiglia, fu presidente dei ministri, e fece scudo a re
Umberto della propria popolarità nel primo viaggio reale di
riconoscimento; Agostino Depretis, cospirante nel 1853 per rapire in
Lombardia l'imperatore d'Austria, e Francesco Crispi cacciato da Torino
per ordine di Cavour, saliti colla sinistra al potere, vi divennero i
più abili e fieri difensori della monarchia alleata coll'Austria;
Giuseppe Ferrari tramontò nel senato accettando dal re, egli filosofo
della legislazione, un mandato legislativo; Emilio Visconti-Venosta e
Giacomo Medici ottennero di essere marchesi; le decorazioni fioccarono
sugli altri, la Camera accolse coloro che si credevano ancora un
avvenire, il senato ospitò gli invalidi, e un'aura di pace rasserenò
tutte le fisonomie, mentre il partito republicano dileguava come un
ricordo, e quello socialista mandava per le piazze i primi vagiti.

La monarchia aveva vinto. Allora Giosuè Carducci, che aveva cantato
contro di essa le glorie più giacobine della rivoluzione, e serbato il
più sdegnoso silenzio dinanzi a Vittorio Emanuele, si arrese anch'egli
prigioniero deponendo, simbolo di pace, una corona di fiori poetici
sulla fronte della regina d'Italia.


                                  Ultimo ministero Minghetti.

Malgrado l'entrata a Roma e il pareggio oramai in vista, la posizione
del ministero Lanza-Sella era perduta. La destra non poteva perdonare al
Sella di averla violentata nella questione romana; la sinistra prossima
ad afferrare il potere raddoppiava di ostilità: entrambe si unirono
contro il ministero col gruppo toscano, che accennava a riprendere il
triste ufficio della _Permanente_ piemontese per la medesima pessima
ragione del trasloco della capitale da Firenze a Roma. Costoro
chiedevano una somma enorme di compensi, quasi la nazione dovesse pagare
all'abbandonata metropoli tutte le pazzie del suo lusso improvvisato per
le vie.

Una prima crisi scoppiò per la costruzione di un arsenale militare a
Taranto, cui il ministero assegnava 6 milioni, mentre una commissione
parlamentare glie ne attribuiva prima 70, poi 23. Il ministero si
dimise, ma la battaglia essendosi accesa come inconsapevolmente, il re
lo riconfermò. Ne venne così una tregua brevissima, della quale la
destra profittò per prepararsi a più vigoroso assalto contro i
provvedimenti finanziari presentati dal ministero per fronteggiare le
nuove spese introdotte nel bilancio. Agostino Depretis, nominato capo
della sinistra alla morte di Urbano Rattazzi, si associò al Minghetti,
ultimo capitano della destra, e il ministero cadde.

La destra si suicidava uccidendolo.

Infatti il nuovo ministero Minghetti non potè, malgrado l'abilità
parlamentare di molti suoi membri, avere alcuna vitalità politica. Di
tutta la destra l'unico uomo di stato moderno per intendimenti e
principii era il Sella. Se il suo carattere fosse stato più malleabile e
la sua coscienza meno delicata, come nel conte di Cavour, avrebbe dovuto
associarsi a Depretis nel comando della sinistra, recandole la sincerità
del proprio metodo finanziario col nobile disdegno di ogni falsa
popolarità.

Il nuovo ministero fu quindi fatalmente di reazione: Minghetti, il più
tardo dei riformisti a credere nel processo cavouriano di unificazione,
assunse colla presidenza il portafoglio delle finanze; Visconti-Venosta
vi rimase agli esteri; Silvio Spaventa, mal viso per gli eccessivi
rigori polizieschi di un tempo, ebbe benchè non pratico, i lavori
pubblici, Cantelli, inetto legittimista cresciuto alla corte della
duchessa di Parma, governò l'interno.

Poichè la Francia nella rovina dell'impero napoleonico e della
rivoluzione comunarda era caduta alle mani di una reazione monarchica
doppiamente irritata coll'Italia per la conquista di Roma, ne venne che
le relazioni politiche fra le due nazioni si guastarono. La Francia
accusava l'Italia d'ingratitudine rinfacciandole la campagna del 1859;
questa rimbeccava aspramente ricordandole Nizza e Savoia, Villafranca e
Mentana. Da Versailles, nuova capitale politica, questa reazione
rinfrancata di tutti gli elementi più conservatori del legittimismo,
dell'orleanismo e del bonapartismo, affettò quindi di voler riaprire in
certo modo la questione di Roma: il conte di Choiseul ministro francese
a Firenze partì in congedo per non accompagnare Vittorio Emanuele
nell'ingresso solenne a Roma; petizioni dalle campagne fioccavano
all'assemblea di Versailles per un intervento in favore del potere
temporale.

Naturalmente la politica italiana, impressionata di queste ostilità, si
torse verso la Germania. Vittorio Emanuele, così deferente a tutti i
voleri di Napoleone III, s'irrigidì altezzosamente dinanzi a Thiers,
diventato presidente della republica francese; e quando Sella,
nell'occasione delle feste per il traforo del Cenisio, tentò combinare
fra loro un abboccamento, il vecchio re piemontese si rifiutò
all'etichetta, che gli avrebbe imposto di muovere incontro al presidente
della republica francese. «Il re d'Italia, egli rispose al Sella, sta di
casa a Torino e il signor Thiers sa dove trovarlo, se ha bisogno di
conferire con lui». Ma poichè la Francia accennava a contrastarci il
pacifico possesso di Roma, il re d'Italia avrebbe dovuto almeno
rispondere che avrebbe atteso il signor Thiers al Quirinale.

Il primo atto del nuovo ministero Minghetti fu di condurre in visita il
Re a Vienna e a Berlino come per risposta alle ingiuste recriminazioni
francesi. Il governo di Versailles ritirò da Roma il proprio ministro
Fournier, e mandò nelle acque di Civitavecchia la fregata _Orénoque_; la
stampa delle due nazioni si accapigliò; gli animi si invelenirono così
che quando l'imperatore d'Austria venne a Venezia e quello di Germania a
Milano per rendere la visita a Vittorio Emanuele, l'Italia non s'accorse
dell'ingiuria fatta a Roma.

Parve invece trionfo insperabile che due imperatori visitassero
l'Italia, pur disconoscendone la capitale col rifiuto di entrarvi.

Il secondo atto del ministero fu la cattura di Aurelio Saffi e di altri
ventinove republicani mazziniani, convenuti in una villa Ruffi della
campagna riminese per discutere sull'attitudine del loro partito davanti
alla monarchia. Quest'assurda violenza poliziesca, cui tennero dietro
altre molte, finì di screditare il governo della destra, reso già odioso
dall'ostinata opposizione ai più necessari sviluppi democratici della
rivoluzione e da una durata di quasi quindici anni.

La lotta parlamentare riarse più viva alla riapertura del parlamento
(novembre 1875): Agostino Depretis aveva da Stradella promulgato in un
magistrale discorso il verbo della nuova sinistra. Fra le riforme
promesse vi si annunciavano come più urgenti: l'affidare ai laici
l'amministrazione delle proprietà ecclesiastiche, l'obbligo
dell'_exequatur_ eseguito con rigore, l'istruzione laica resa
obbligatoria e gratuita, l'allargamento del voto politico ed
amministrativo, la determinazione per legge delle incompatibilità
parlamentari e la diminuzione del numero dei deputati impiegati, un
pronto inizio di decentramento abbandonando ai comuni e alle provincie
la nomina dei propri sindaci e dei propri presidenti, l'abolizione delle
sottoprefetture e dei consigli di prefettura, la correzione delle leggi
tributarie e delle norme per la compilazione dei bilanci, la revisione
dei trattati di commercio secondo il principio del libero scambio, una
correzione della legge di pubblica sicurezza, il miglioramento delle
circoscrizioni giudiziarie, e finalmente una legge sulla responsabilità
dei pubblici funzionari.

A questo largo programma di riforme il ministero non seppe contrapporre
che la propria apologia e l'annunzio del pareggio, dovuto all'opera
sagace e coraggiosa del Sella. Quindi cadde per tradimento del gruppo
toscano, che passò a sinistra, donde gli venivano molte promesse di
aiuti a Firenze.

Così si chiudeva la prima fase parlamentare del regno d'Italia.

In mezzo alle accuse che la colpivano caduta, la destra poteva nullameno
vantare la gloria di avere stabilito il primo assetto. Le sue colpe
maggiori verso la rivoluzione derivavano piuttosto dalla monarchia
impotente a seguire una politica più nobile e più democratica: gli altri
suoi difetti politici erano una conseguenza delle scuole e delle classi,
nelle quali si era reclutata. La contraddizione di dovere
simultaneamente essere rivoluzionaria e conservatrice viziò il processo
della sua legislazione e della sua politica estera sino a compromettere
più volte l'onore d'Italia. Come partito essa non credette mai
sinceramente alla possibilità di unire l'Italia in una sola nazione,
contrastò a tutte le imprese di Garibaldi, rinnegò tutto l'apostolato di
Mazzini, si sottomise all'impero Napoleonico, arretrò dinanzi al
pontefice, mancò d'audacia anche quando era prudenza l'averne, e stimò
sempre lo sviluppo della democrazia un errore ed un pericolo: nullameno
il suo patriottismo e la sua pratica abilità furono mirabili in tanta
inesperienza della nazione. Nelle sue file agirono colti ingegni e
severi caratteri, che la corruttela e le troppe conversioni politiche
dei primi giorni non poterono guastare; l'aristocrazia vi rifulse coi
propri migliori individui, la borghesia ne fu lo spirito e il numero, la
corte l'avvolse nella propria decorazione.

La necessità della sua caduta era la prima conseguenza del regime
costituzionale da essa organizzato, giacchè l'indirizzo del governo
verso la nuova generazione non poteva essere dato che dai più liberali
fra gli uomini che avevano ricostituito l'Italia. I riformisti del
quarantotto avevano troppo creduto ai principi per credere abbastanza al
popolo e chiamarlo con più largo voto a parte della vita politica; i
costituzionali, ostinati nel giudizio che la nazione sussistesse nella
monarchia e per la monarchia, non potevano fidarsi alla democrazia ed
ammettere che solo coll'accettarne francamente i principii e col
favorirne coraggiosamente lo sviluppo la monarchia durerebbe utile e
gloriosa all'Italia.

Fra gli uomini della prima destra italiana il conte di Cavour resterà
nella storia l'unico grande statista, Ricasoli il più nobile, Rattazzi
il più equivoco, Sella il più efficace, Minghetti il più eloquente de'
suoi successori: gli altri saranno e sono già dimenticati. Ma della loro
opera minuta, incerta ed oscura, proseguiranno lungo tempo i benefizii;
mentre il loro manipolo stretto intorno a Vittorio Emanuele appare
tuttora bello nella varietà delle fisonomie e nel vigore degli
atteggiamenti, quantunque la coorte dei cavalieri garibaldini lo veli
passando oltre col barbaglio delle proprie armi, e Mazzini solitario lo
copra dall'alto colla propria ombra grande.


                                  Avvento della sinistra.

L'avvento della sinistra capitanata da Agostino Depretis si compiè fra
le più liete speranze: pareva a tutti che lo svolgimento dei principii
democratici da essa invano propugnati per sedici anni avverrebbe senza
scosse e con feconda prontezza. Questa doveva essere la necessità del
nuovo periodo parlamentare, ma il brusco passaggio dell'opposizione al
governo vi traeva inesperienze ed abitudini troppo tribunizie, perchè
l'opera legislativa non avesse a soffrirne. Anzitutto il partito della
sinistra, lungi dall'essere ben organizzato nel parlamento, mancava pure
di vera base nel paese: i radicali ne speravano troppo, i moderati ne
temevano ancora più; il bisogno di conservare nel pubblico la popolarità
acquistata colla critica sistematica a tutti i passati ministeri
costringeva la sinistra a considerare le imminenti riforme piuttosto
come illazioni di principii, che quali adattamenti alle condizioni reali
del paese. Nella politica estera, mentre la destra si era sempre
mantenuta servile alla Francia imperiale per influsso del principio
dinastico, la sinistra aveva negli ultimi anni guardato alla Prussia; e
poichè le vittorie di questa ci avevano permesso la conquista di Roma
contro i divieti dell'impero napoleonico, e ora la Francia republicana e
reazionaria sembrava voler contrastarci il conseguito trionfo
dell'unità, il nuovo ministero liberale doveva esagerare le simpatie
verso l'una e le diffidenze verso l'altra anche per mostrarsi dinastico
quanto la destra. Non valeva osservare che la reazione nell'assemblea
francese sarebbe effimera, che la republica non vi era ancora assettata,
che la Francia isolata in Europa dall'ostilità diplomatica della Prussia
non potrebbe seriamente pensare a contenderci Roma, che solo i
reazionari orleanisti e legittimisti impadronitisi del ministero lo
risognavano indarno: si volle credere al pericolo di una guerra
imminente, e nell'ammirazione destata dalle meravigliose vittorie
prussiane si cercò di essere clienti a Berlino dopo essere stati
vassalli a Parigi.

Naturalmente la corte spingeva il governo in tale direzione. Si temeva
dall'amicizia della Francia il contagio republicano: nella Spagna il
ripristinamento della dinastia borbonica con Alfonso XII figlio di
Isabella la cattolica non dava abbastanza garanzie di stabilità
monarchica: un secondo scoppio republicano a Madrid avrebbe potuto
destare qualche eco a Roma.

Dinastia e governo, temendo ingannevolmente di un moto republicano nel
paese, si rifugiavano fra le più forti monarchie di Europa.

D'altronde la Francia, offesa dalle intenzioni anche troppo manifeste
del nostro governo, offendeva: la nostra aderenza al suo nemico
vittorioso le sembrava una inutile mostruosità d'ingratitudine dopo
tanta nostra devozione a Napoleone III; non intendeva la nostra presente
inimicizia se non come odio istintivo di monarchia alla republica.

Nel nostro popolo invece duravano ancora i rancori per le offese a
cagione di Roma, mentre una crescente ammirazione per la Prussia gli
faceva parere una gran cosa l'essere accolto nella sua alleanza.

Non sarebbe stato difficile comprendere piuttosto che all'indomani della
grande guerra del 1870, colla Francia esausta, colla Prussia affranta e
preoccupata gravissimamente del proprio problema interno, coll'Austria
scaduta, colla Russia tutta intesa ad un imminente attacco contro la
Turchia, coll'Inghilterra oramai inefficace in tutte le questioni
continentali, l'Italia avrebbe potuto con una politica forte
d'indipendenza e d'iniziative conquistare un grande posto in Europa. La
sua posizione oramai assicurata contro tutti i nemici la rendevano
necessaria in Europa: tutti i popoli l'avrebbero guardata con
irresistibile simpatia, tutti i governi avrebbero subìto i suoi impulsi.
Ma perchè l'Italia si ponesse alla testa dei popoli faticanti per la
costituzione della propria nazionalità le occorreva una coscienza di se
medesima e della propria missione, quale Mazzini aveva indarno cercato
d'infonderle.

Le sue condizioni interne non erano abbastanza floride. Il pareggio
raggiunto era piuttosto di cassa che di rendita; e le teorie economiche
del nuovo governo costringendo all'abolizione del macinato e del corso
forzoso, l'avrebbero certamente compromesso. Dopo l'esperienza delle
armi prussiane l'esercito andava riordinato, riarmato, portato ad un
milione; la flotta era sempre allo studio; le maggiori reti ferroviarie
incompiute; l'esperimento di un voto più largo nel popolo ancora da
tentarsi.

Nella Camera il nuovo partito di governo si componeva in gran parte di
transfugi di destra, perchè i radicali, pur aspettando con simpatica
deferenza, non avevano dimenticato tutti i sottintesi republicani.
Bisognava non gettare il paese in una doppia prova di politica estera ed
interna, ma largheggiando con esso di riforme liberali, mantenerlo con
opportune pressioni sotto la tutela del governo. La sinistra doveva
proseguire il giuoco della destra con poste maggiori: il principio
monarchico rimaneva a pernio della vita nazionale. Ma poichè la destra
odiava ciecamente il nuovo governo, questo era forzato a compromettersi
coi radicali e ad appoggiarsi sopra una mobile maggioranza ottenuta con
ogni sorta d'espedienti. La sua azione si esercitava naturalmente per
corruzioni: la sincerità sperata dal paese in questo secondo partito si
perdeva in un più tristo scetticismo, l'orgoglio nazionale veniva
nuovamente umiliato dalla Germania, il programma delle nazionalità era
abbandonato per una alleanza coll'Austria posseditrice di Trento e di
Trieste, l'ostilità alla Francia ci traeva al disconoscimento di ogni
moto nazionale nei Principati Danubiani e nella Grecia.

Da principio i ministeri di sinistra, anzichè succedersi in una gamma
razionale di liberalismo, si alternarono tristamente per inescusabili
gare fra i capi: la vanità del potere vi guastò i migliori caratteri, la
necessità degli espedienti vi falsò più d'un principio. Si vide allora
la destra allearsi con assurda partigianeria ai radicali, reclamando il
suffragio universale per non accettare l'equo allargamento proposto dal
ministro Depretis; questi trascinare re Umberto a Vienna, perchè il
Minghetti vi aveva condotto Vittorio Emanuele, e subire uno smacco anche
più oltraggioso, giacchè a Vittorio Emanuele la visita fu resa a Venezia
e ad Umberto promessa a Roma e non restituita. Una rettorica
finanziaria, nel crescendo delle spese, che doveva raddoppiare il numero
dei chilometri ferroviari e portare il bilancio della guerra a oltre
settecento milioni, volle abolito con grave squilibrio del bilancio il
macinato ed il corso forzoso; una rettorica politica non seppe
considerare il voto concesso al popolo nè come diritto nè come funzione,
e negò il suffragio universale per riconoscerlo poi abbassando fin sotto
l'assurdo il livello e le prove della capacità elettorale.

Nel nuovo grande disegno ferroviario i criteri regionali prevalsero
ancora agli scientifici.

Molte delle riforme promesse andarono perdute; quelle attuate lo furono
non bene.

Non si osò giustamente toccare lo statuto per non rimettere in questione
la monarchia, ma lo si violò in più di un articolo, dichiarandolo
intangibile. Il senato, assurdo come istituzione storica in Italia,
rimase immutato, ultimo baluardo della regalità e superstite forma del
diritto divino, giacchè il potere legislativo gli viene delegato dal re
e non dal popolo. Le opere pie, di cui solamente ora (1889) il ministero
Crispi studia una riforma, seguitarono nell'antico andazzo piuttosto a
beneficio della borghesia e del clero che dei poveri, con anacronismi di
fondazioni religiose e con falsità di intendimenti economici condannati
egualmente dalla scienza e dalla vita moderna. Non si osò ancora
condensare le troppe università nei loro centri storici, differenziando
chiaramente la cultura classica dalla tecnica e riassumendo nelle mani
del governo l'istruzione elementare abbandonata ai comuni e da questi
trascurata per insufficienza di denaro o di coscienza civile.

Nullameno in questa seconda fase d'organizzazione le idee si slargarono,
e l'orgoglio nazionale si ridestò. Si comprese la necessità di
atteggiarsi a grande nazione: l'esercito, cresciuto pari a quello delle
maggiori potenze, ci diede il senso di un'altra forza politica; nella
flotta il vecchio genio italiano improvvisò la più moderna e miracolosa
architettura navale sorpassando Inghilterra ed America; il foro del
Gottardo, chiamato da Carlo Cattaneo la via delle genti, decise
all'ampliamento del porto di Genova, che potè rivaleggiare con quello di
Marsiglia e diventerà l'emporio di tutta l'Europa centrale. Industria e
commercio prosperarono attraverso pericoli di crisi incessanti;
l'emancipazione manifatturiera fu conquistata più che a mezzo;
l'agricoltura, della quale una mirabile inchiesta parlamentare svelò
tutte le piaghe, si guarì di alcune, e passò dallo stadio empirico a
migliori e più diffuse intenzioni scientifiche. Le ferrovie, cresciute
in breve a 14,000 chilometri, aiutarono l'uniformità dello sviluppo
nazionale; s'iniziò la perequazione fondiaria, lunga e costosa impresa,
senza la quale nessun vero miglioramento tributario era possibile;
nell'esercito si abolì l'ignobile privilegio della surrogazione per
denaro, e la coscrizione fu estesa a tutti gli individui validi; non si
osò ancora il sistema più economico dell'irreggimentazione regionale per
dubbi di pericolosi antagonismi, ma si tende ora a provarla; si
popolarizzò l'istituzione dei tiri a segno, primo addestramento della
futura nazione armata; le associazioni operaie moltiplicarono di numero
e di valore; l'avvento dei nuovi elettori politici ed amministrativi
togliendo al governo l'odioso carattere di clientela, lo ritemprò nella
realtà della vita popolare; si unificarono le Cassazioni, ma solamente
in materia penale per rispetto ingiusto al regionalismo: si ricorressero
pressochè tutti i codici guadagnando all'Italia il nome di prima fra le
nazioni liberali; si accennò ad una legislazione sociale del lavoro, la
quale arenò fra i pregiudizi politici della borghesia e gli apriorismi
della scuola liberista.

Colla sinistra al potere cessò la minore età della nazione.

L'opposizione clericale stessa parve diminuire di intensità. Si parlò di
transazioni e di conciliazioni; il papato, fermo nelle viete
dichiarazioni, ne raddolcì la forma e in molti atti le contraddisse; la
libertà del suo esercizio spirituale fu riconosciuta anche dai cattolici
ultramontani, ma papato e monarchia non poterono ancora conciliarsi. Il
papato non abbandonerà tutte le proprie pretese se non perdendo tutti i
privilegi: bisognerà quindi che una rivoluzione riduca prima il
cattolicismo a non essere più che una opinione e un rito sostenuto dai
credenti ma destituito di ogni personalità civile: finchè il
cattolicismo avrà beni e gradi consacrati dalla legge pretenderà di
riacquistare quanto ha perduto.

L'Italia è ora una delle grandi nazioni d'Europa: la sua monarchia,
sorta da una insufficienza rivoluzionaria e democratica, è la più
popolare e liberale del mondo.

La coscienza nazionale, sonnolenta nel periodo epico dell'unificazione,
riconquista oggi nel culto degli eroi il proprio passato. Mazzini e
Garibaldi giganteggiano sulle piazze di tutte le città; le
commemorazioni dei grandi morti popolarizzano la storia dell'unità
gettando i semi di una futura poesia in racconti di eroismi e di
magnificenze morali prima non sospettate; Vittorio Emanuele si
trasfigura nella luce dell'epopea perdendovi ogni volgarità; Cavour,
obliato un momento nel trambusto dei suoi successori, riappare astro di
prima grandezza nel cielo d'Europa. L'Italia è fatta: la sua storia si
riapre per una terza epoca di operosità politica internazionale. Infatti
l'Italia, trent'anni or sono conquista di stranieri e schiava di
tiranni, è entrata ieri conquistatrice nell'Africa.



CAPITOLO SECONDO.

La conquista africana


                                  Attrazione della storia europea.

L'unità della storia mondiale, che scoperte scientifiche e geografiche
hanno da gran tempo assicurato, attira con mirabile rapidità tutti i
continenti nell'orbita di una stessa politica.

Nessuna nazione potrebbe o vorrebbe più circoscriversi in se stessa:
religione, commercio, scienza, hanno aperto alla civiltà tutte le terre;
ogni mercato subisce le oscillazioni dello scambio internazionale;
oramai non vi sono più segreti per la geografia, nè sconosciuti per la
storia. La nave svedese di Nordenskjöld girando il polo artico ha
rivelato la presenza degli ultimi abitatori dei ghiacci; viaggiatori di
tutti i paesi hanno traversato i deserti centri dell'Africa e
dell'Australia; l'Asia si apre davanti alle marcie concordi e rivali
della Russia e dell'Inghilterra, mentre l'America scoperta appena da
quattro secoli non ha più selvaggi.

L'Europa, rimasta ancora, malgrado il miracoloso sviluppo di questa
ultima, il centro ideale del mondo, organizza in se medesima i propri
popoli nell'orbita della nazionalità e coi principii di una democrazia
più universale di tutte le religioni, per attirare gli altri continenti
nei periodi della propria civiltà. L'America, instancabile ed
incomparabile traduttrice di idee, non ne ha ancora prodotto alcuna
veramente originale, giacchè la sproporzione fra la grandezza del suo
suolo e il numero della sua popolazione la costringe a convergere in se
medesima quasi tutte le proprie forze. L'Europa, sola, piccola,
affollata, sempre gestante, deve bastare a tutto, ritrovare il
significato dell'antichità, e rinnovare continuamente se stessa per
potere del proprio futuro fare un'epoca mondiale. Quindi il suo sforzo
sempre crescente nei secoli, dacchè il cristianesimo le diede a Roma la
sicurezza di una seconda unità, si è moltiplicato dopo il Rinascimento e
la scoperta d'America, così da imprimere alla storia universale un
acceleramento inapprezzabile.

Quando la scienza storica, imitando i progressi dell'astronomia, potrà
calcolare entro l'orbita di periodi universali la velocità delle idee
per tradurre in cifra la vita e il valore di ogni popolo, quello
dell'Europa dall'epoca greca al Rinascimento italiano varrà non solo più
che tutti gli altri, ma la sua potenza d'irradiazione dovrà esprimere
nella velocità dei propri raggi la differenza della durata cronologica
della sua civiltà colle altre. E mentre quella asiatica in cinquanta
secoli non avrà potuto sorpassare i confini del proprio continente, la
civiltà europea in meno di venti avrà già dato al mondo due unità
ideali: quindi dal Rinascimento ad oggi i suoi ultimi quattro secoli,
attuandovi l'unità reale in una conscia cooperazione di tutti i popoli,
supereranno di velocità gli altri venti forse di quanto nel sistema
solare i periodi di Venere vincono quelli di Urano.

Mentre nel secolo decimosesto, settimo ed ottavo, spingendosi in tutte
le direzioni ad incontrare le incognite dei popoli inerti fuori del
raggio della sua storia, l'Europa faceva ogni maggiore sforzo
sull'America quasi ad affrettare in essa una rivalità che le potesse più
presto giovare in questa missione d'incivilimento universale, dal
principio di questo secolo la sua passione e la sua opera si sono
rivolte più specialmente all'Africa. L'America, divenuta già moderna,
piuttosto che aver bisogno dell'Europa per svilupparsi, ne segue la vita
ampliandola in se medesima per tutta l'immensità del proprio teatro
coll'ebbrezza superba di sentirsi già all'avanguardia del progresso
mondiale.

La costituzione delle nazionalità, provocata dalla rivoluzione francese,
sembra accennare che l'Europa in questo fatale acceleramento dell'opera
propria sul mondo, invece di procedere come nel passato per costante
irradiazione d'individui, tardi e non sempre susseguita dalla
cooperazione dei loro stati, voglia più presto, individualizzando tutti
i propri popoli, costringerli ad agire come individui collettivi.
Infatti l'opera storica di un popolo non costituito in nazione è non
solo male apprezzabile, ma scarsa ed intermittente oltre le sue
frontiere, mentre quella delle nazioni, più intensa e costante,
determina coll'incontro della propria in altre originalità la formazione
di nuovi caratteri.

Quindi il principio dell'uguaglianza civile e della sovranità popolare,
ricostituendo in nazioni i popoli ancora frantumati dalle conquiste
medioevali, impone loro per una fatale contraddizione di affrontare
fuori d'Europa le genti barbare, o conglomerate in imperi eterogenei, o
riunite a gruppi nazionali, o disperse in tribù, per sottoporle alla
prova della civiltà europea.

Storia e preistoria, storia moderna e storia antica, debbono in questo
secolo sviluppare la loro guerra immortale. Finchè la preistoria vivente
era ignorata dalla storia, e la storia antica lungi dal contatto della
storia moderna, il mondo abbastanza grande per ambedue poteva mantenerle
contemporanee nella propria cronologia; ma scontrandosi per il continuo
dilatarsi dell'orbita europea, dovevano urtarsi in una guerra di
distruzione. Preistoria e storia antica o si rimuterebbero entro la
storia moderna assimilandosi le sue idee, o indietreggerebbero
lentamente cedendo il terreno ai popoli superiori.

La storia, lungi dal consacrare l'intangibilità di alcun popolo, ha
sempre distrutto quelli che non potevano adattarsi al suo disegno.

Nel diffondersi della civiltà rappresentata dalla razza bianca una
medesima conquista strappò sempre ai popoli selvaggi o esauriti i
terreni atti a ricevere il quadro di una più alta vita. Invasioni e
colonie furono sino dalla più tarda antichità i mezzi più efficaci
d'espansione: nelle prime il progresso avveniva per la sovrapposizione
di un popolo ad un altro; nelle seconde per focolari d'irradiazione
ideale, che dovevano aiutare la natura dei popoli circostanti a più
intellettuale sviluppo. Tutto quindi servì in questa caccia dell'uomo
civile all'uomo barbaro, del popolo giovane al popolo decrepito;
irresistibili attrazioni dell'ignoto geografico, passioni religiose,
curiosità scientifiche, avarizie commerciali, fantasie guerriere.
Naturalmente la civiltà, svolgendosi col processo inevitabile di una
guerra, trattava le colonie come avanguardia di scoperte o sentinelle
morte, mentre le invasioni giungevano sui campi di battaglia all'ora
assegnata, vincendo, struggendo, fecondando.


                                  Influenza europea sull'Africa.

Nella lunga incubazione della civiltà mediterranea, alla quale l'Asia
già immobile nel trionfo di un'epoca poco più perfettibile coi propri
dati restava lontana ed estranea, l'Africa non aveva concorso che colle
proprie sponde. Una cintura di città marittime le aveva abbellite e
fecondate senza poter allargarsi all'interno. La loro vita creata dal
mare tendeva quindi al mare verso altri lidi, ove altre città
rispondevano loro con una vita più satura di elementi terrestri. Solo il
Nilo aveva potuto, accumulando sulle proprie rive molti germi africani,
crescervi una civiltà più che marittima; ma questa pure non aveva saputo
risalire nemmeno tutto il corso del gran fiume, prigioniera ad occidente
ed al sud di paurosi deserti.

L'immensa Africa ignorava la gloria del proprio Egitto.

E quando questo tramontò dopo Cartagine entro lo splendore della civiltà
romana, e il cristianesimo prima e il maomettanesimo poi, tentarono di
penetrare nel centro del continente nero, questo rimase nullameno un
mistero: ambo le religioni vi si depravarono in una sconcia
interpretazione quasi confessando l'impotenza del proprio Dio innanzi ai
feticci di selvaggi, cui un clima inesorabile sembrava negare per sempre
ogni speranza di ideale.

Ma l'azione della storia sull'Africa non cessò.

Quattro secoli or sono, quando Cristoforo Colombo discendeva dalla
vecchia caravella all'America, Cadamosto veneto penetrava nel Senegal e
nella Gambia, e la republica veneta offriva ad un sultano di tagliare
l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di scienza oggi, e
che senza forse si sarebbe avverato anche allora.

L'Italia, dopo aver attirato con Roma tutta la civiltà africana nella
propria orbita, e mediante le republiche del medioevo mantenuto con essa
commerci quasi inosservati dall'Europa barbarica, parve allora
arrestarsi: Africa ed America sfuggirono simultaneamente alla sua
influenza.

Nonpertanto Roma e la Mecca, come centri religiosi, rattenevano sempre
l'Africa nella storia universale; gl'imperi litoranei improvvisati dalla
conquista saracena sulle sue coste avevano potuto dilatarvisi alquanto
verso l'interno, e ubbidivano ancora alla voce di Costantinopoli:
Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra, girando il capo di Buona
Speranza, avevano finalmente circoscritto il continente nero, fermandosi
su tutte le sue sponde e risalendo tutti i suoi fiumi.

Se la grande speculazione mercantile europea si riversava sull'America
attratta dall'incanto delle sue terre e dalla facilità di sfruttarle,
un'acuta curiosità spingeva sempre nuovi esploratori nell'Africa, sulle
rive della quale il moltiplicato commercio colle Indie creava stazioni
navali e stabilimenti coloniali. La supremazia mondiale dell'Europa,
chiamando all'azione tutti i popoli germanici per controbilanciare la
fatale decadenza delle nazioni latine, aveva già colle ultime vittorie
su Costantinopoli tolto ogni pericolo alla barbarica espansione del
maomettanesimo, che un giorno dall'Africa invadeva le Spagne e, superati
i Pirenei, si spingeva fino a Poitiers contro Carlo Martello.

Oramai imperi e reggenze barbaresche non erano più che una forma
consunta della feudalità saracena, ridotta a vivere di brigantaggio
terrestre e marittimo.

Quindi la grande rivoluzione francese, prima ancora di condensarsi
nell'impero militare di Napoleone I per meglio rovesciare tutte le
monarchie di diritto divino, discese in Africa e vi sottomise l'Egitto.
L'impresa parve un'avventura di condottiero antico, ma era invece una
conquista moderna. Napoleone tagliava così l'ultimo nodo, che stringendo
l'Africa a Costantinopoli la manteneva ancora più soggetta all'influenza
orientale del maomettanesimo che all'azione europea: la Sublime Porta
dopo la perdita dell'Egitto non conserverebbe più che una sovranità
nominale sulle altre terre limitrofe. La conquista fu momentaneamente
perduta, ma la Turchia non potè più ristabilire il proprio potere
sull'Egitto. Una dinastia macedonica v'improvvisò un trono con
barbariche imitazioni della monarchia napoleonica, e vi si sarebbe
proclamata al tutto indipendente se rivalità d'interessi europei non
l'avessero impedito per mantenere ancora alla Turchia una specie di
diritto imperiale.

Nonpertanto l'Egitto divenne europeo.

L'archeologia ricostituì tutta la sua antichità, la geografia ritrovò le
sorgenti misteriose del suo Nilo, la matematica tagliò il suo istmo di
Suez. La dinastia di Mehemet Alì, che ebbe in lui l'uomo di stato e nel
figlio Ibrahim il generale, durò appena il tempo necessario alla prima
fase dell'incivilimento moderno in Egitto, per cadere all'indomani
dell'apertura del canale sotto il protettorato dell'Inghilterra (1882),
la quale aveva già conquistata pochi anni prima l'Abissinia. La Francia
sino dagli ultimi giorni della restaurazione (luglio 1830) si era
impossessata d'Algeri, e dominava col Portogallo nella Senegambia,
conquistava più che mezza l'immensa isola del Madagascar, s'impadroniva
(1878) della Tunisia. La Spagna preponderava al Marocco; l'Olanda
spesseggiava di colonie come l'Inghilterra sulle coste del doppio oceano
africano; persino la Russia e la Germania tentano ora di stabilirvene.

La storia africana di questo secolo è tutta europea: l'Asia non vi
agisce più che col maomettanesimo provocandovi guerre feroci di
religione, come l'ultima del Mahdy; i napoleonidi vi hanno iniziato e
compito il loro breve ciclo solare, l'americano Stanley vi ha scoperto
il Congo, vasto quanto l'Europa, e che il piccolo re del Belgio vi ha
acquistato come un podere; i Boeri, di origine olandese, vi hanno già
una republica; viaggiatori di tutte le nazioni si sono inoltrati per
tutti i suoi deserti superando tutte le montagne, affrontando tutte le
tribù, rivelando tutta la preistoria. Il loro eroismo è stato sublime
quanto benefico, il risultato delle loro scoperte immenso quanto
imprevedibile.

Un'Africa orribilmente nera e selvaggia si è rivelata alla storia, ma il
suo clima che in molti luoghi è una vampa, i suoi deserti che hanno
l'ampiezza dei mari, la loro aridità che fa pensare ad una maledizione e
che una volta si supponevano uniformi in tutto il suo centro, non sono
che una varietà della sua natura. Ora si sa che fra le sue montagne si
trovano territori incantevoli, regioni prodigiose di bellezza e di
feracità, sulle quali vive ancora la più feroce razza, che il sole abbia
mai annerito. Una feudalità primitiva vi sminuzza l'impero in minime
tirannie di tribù, una sanguinaria incoscienza vi fa della guerra
l'unica industria e della strage il supremo divertimento; vi si
incontrano ancora monumenti di teschi, e vie segnate da ossa. L'antica
favola delle amazzoni vi è tuttora una realtà nell'impero del Dahomey,
che ha il proprio esercito composto di donne; i sacrifici di Moloch,
nausea e terrore del mondo antico, vi si celebrano sempre ai funerali
dei re trucidando migliaia di mogli e di servi. La servitù vi è
istituzione millenaria, più feroce che in Asia non sia mai stata; il
commercio degli schiavi, vietato sul mare, vi prospera all'interno così
che si calcolano a molti milioni i venduti di ogni anno. Per
quest'Africa tutto quanto avvenne nella storia del mondo è come se non
sia avvenuto: la sua vita è ancora nel sole che brucia il sangue e
dissecca nell'animo ogni sentimento; il popolo, che vi cresce nudo come
i deserti e con una coscienza egualmente arida, vi è la fiera più
crudele della sua fauna.

Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato
questa preistoria africana, che, immobile nelle proprie idee
rudimentarie, si ripete, colla disperata monotonia di un vagito e di un
rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che muore?

Ma l'Europa dopo molti secoli di assedio ha potuto penetrare tutte le
contrade dell'Africa e sta per sostituirvi la propria storia: tutte le
grandi nazioni europee si sono gettate a questa conquista sfogando
magari in essa le loro antiche rivalità: denaro, sangue, genio, tutto vi
è profuso. Le ferrovie cingono fin d'ora tutte le sue coste con un
monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non
può più ricusarne i benefizi: dopo il grande taglio del canale di Suez
un disegno anche più grande allaga già il deserto di Sahara, e vi crea
sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del
Mediterraneo; un altro congiunge i corsi dello Zambese e del Congo,
spezzando il continente in due grandi isole per meglio irradiarle da
tutto il litorale e dal centro. L'Italia risorta nazione non poteva
ricusarsi a questo problema africano, che domina la politica estera
dell'Europa: il suo concorso doveva anzi rappresentarvi il primo
risultato della sua nuova vita internazionale.


                                  Iniziativa italiana.

Quindi, prima ancora di aver ripreso agli stranieri tutta la propria
terra, l'Italia si torse verso l'Africa.

Già il conte di Cavour nel periodo della grande preparazione piemontese,
sentendo l'attrazione di questo nuovo mondo, aveva cercato di avviare un
servizio postale fra Cagliari e Tunisi; Garibaldi, esiliato dal governo
sardo dopo la difesa di Roma, aveva scelto per residenza Tangeri; un
illustre cappuccino, il padre Massaia, testè morto cardinale, era
penetrato da molti anni nell'Abissinia, recandovi nel fervore
dell'apostolato religioso parecchi intendimenti civili. Altri
viaggiatori, còlti improvvisamente dalla nostalgia del deserto,
approdarono in Africa, e la percorsero superando indicibili difficoltà:
Beccari, Piaggia, Antinori, Gessi, senza aiuti di governo, vi compierono
miracoli d'eroismo; quest'ultimo, ammirabile fibra di romagnolo antico,
vi si mutò in generale, e vinse nelle guerre del Sudan più d'una
battaglia. Allora nel fermento lasciato dalle imprese garibaldine,
crebbe istantaneamente una passione misteriosa per il terribile
continente nero: si fondarono società geografiche, si organizzarono come
in tutto il resto d'Europa spedizioni di nuovi esploratori, i giornali
si appassionarono di racconti africani, come quattro secoli prima tutte
le conversazioni favoleggiavano dell'America e delle Indie.
Un'indefinibile poesia trasfigurava agli occhi della moltitudine i
giovani viaggiatori che partivano per l'Africa; una pietà inconsolabile
si destava alla novella della loro morte.

Pareva a tutti che questo fervore di scoperte e di iniziative fosse una
prova di nuova gioventù nella nazione, che stava ricostruendo con
temerità pari all'ingegno nella propria flotta la prima armata del
mondo. La marina mercantile cresceva, e cresceva pure l'emigrazione. Chè
se a questa, salita ora all'altissima cifra annuale di 200,000
emigranti, era in molte provincie sprone la miseria agricola, in molte
altre tale coraggiosa facilità ad abbandonare la patria per un mondo
ignoto e lontano, era ancora un sintomo della nuova vita italiana. Pochi
anni addietro, nella stessa miseria, al popolo sarebbe sembrato un
suicidio l'emigrare. Ma l'emigrazione si dirigeva di preferenza
sull'America del sud dominata da colonie latine.

Nell'Africa, tanto più vicina, Cairo ed Alessandria erano le stazioni
predilette dagli italiani.

Ma la nazione sentiva oscuramente la necessità di uscire di se stessa
per affermarsi politicamente nell'opera internazionale delle maggiori
potenze. L'Italia aveva scritto in Africa troppi capitoli della propria
storia antica, per non ritornarvi nella guerra di conquista ripresa così
vivacemente dall'Europa al principio del secolo. La via aperta alle
Indie per il canale di Suez, l'ampliamento del porto di Genova, il
doppio traforo delle Alpi le suggerivano le prime ragioni: la storia
spingeva colla propria fatalità.

Però le coste africane non presentavano in alcun punto facilità e
ricchezza di conquista: l'Italia, ultima cooperatrice, vi troverebbe
forse le maggiori difficoltà nelle gelosie delle nazioni che ve
l'avevano preceduta. D'altronde nè il suo popolo, nè il suo governo
erano ancora abbastanza consapevoli per gettarsi con molta fortezza
d'animo e larghezza d'intendimenti ad imprese coloniali.

Quindi i principii dell'impresa furono meno che modesti.

Prima ancora che le camere di commercio, riunite in congresso a Genova
nell'ottobre del 1869, proponessero al governo di stabilire in un porto
del Mar Rosso una fattoria di commercio e di transito, il professore
Giuseppe Sapeto, che aveva lungamente soggiornato nelle regioni dei
Danakil e dei Somali, insisteva in una relazione al generale Menabrea,
allora presidente dei ministri, per un acquisto di tal genere. Vittorio
Emanuele protesse l'idea spingendo ad un contratto col sultano Berehan,
indipendente dalla Porta e dall'Egitto, per la compra della baia d'Assab
e dell'isola Darmakieh. Il pagamento della somma abbastanza esigua di L.
47,000, fornite dal governo, venne eseguito dal genovese Rubattino, il
più ricco e patriottico fra gli armatori d'Italia. Quindi l'11 marzo
1870 due pali solidamente conficcati ai capi nord e sud del terreno
acquistato e portanti su due tasselli di legno l'epigrafe -- Proprietà
Rubattino -- segnavano dopo tanti secoli il nuovo ingresso dell'Italia
nella storia coloniale.

Questo grosso e quasi deserto podere era a 64 chilometri da Perim e a
240 da Aden.

Il fatto rimase inavvertito: appena Nino Bixio, sempre fervido di
avventure marinaresche e militari, se ne congratulò vivamente col
governo, augurando bene per l'Italia e chiedendo subito che si occupasse
soldatescamente Assab per guarantire le persone e le merci, che vi
avrebbero affluito.

Ma il khedivè d'Egitto aveva già protestato contro l'occupazione di
Assab: il Visconti-Venosta, allora ministro degli esteri, oppose
l'indipendenza di questo piccolo territorio da ogni alta giurisdizione,
poichè le caimacanie di Suakin e di Massaua, delle quali il khedivè era
stato investito dalla Sublime Porta, non giungevano sino ad Assab;
questi replicò nominando governatore di Massaua lo svizzero Munzinger ed
estendendo i limiti di quella provincia sino a Berbera. Allora il
governo italiano, troppo presto impacciato da così piccole difficoltà,
rinunciò ad ogni assetto pratico e definito dello stabilimento di Assab,
per consigliare alla compagnia Rubattino di ampliare i propri servizi
marittimi verso Oriente.


                                  Difficoltà diplomatiche.

Così durò per parecchi anni sino agli ultimi mesi del 1879.

All'indomani del trattato di Berlino (marzo 1878) una più grossa
questione minacciò di rompere le relazioni fra l'Italia e la Francia.
Poichè il congresso aveva scartata la proposta russa di una grande
Bulgaria accampata fra l'Egeo e il Danubio, mentre all'Austria si
sarebbero date la Bosnia e l'Erzegovina con grave offesa dell'Italia,
che avrebbe così veduto crescere senza aver partecipato alla guerra
turco-russa la sua secolare nemica ancora padrona di Trento e di
Trieste, si credette che fra le quinte del congresso fosse stato offerto
all'Italia Tunisi per compenso. La Francia, che già vi mirava, stimò
invece favorevole ad una propria iniziativa su questa reggenza posta ai
confini dell'Algeria il disinteressarvisi unanime di tutte le potenze.
Vero è che a Tunisi la colonia italiana, molto più numerosa ed
importante delle altre, e cresciuta di speranze col crescere della madre
patria, chiedeva a questa una più efficace protezione.

Una convenzione marittima stretta nel 1877 col governo beylicale aveva
riconfermato l'antica linea Genova-Cagliari-Tunisi; un'altra linea era
stata instituita in partenza da Palermo: la vicinanza della costa
africana, visibile nei giorni limpidi dagli estremi monti siculi,
consigliava a proteggervi i nostri interessi mediterranei.
L'Inghilterra, insignorendosi di Cipro, aveva ferito le suscettibilità
francesi, e ne temeva per il suo canale di Suez qualche rappresaglia
collo stabilimento di nuove stazioni militari sulle coste vicine per
parte della Francia; quindi consigliava all'Italia di occupare Tunisi e
Tripoli. Naturalmente, vicino per vicino, essa preferiva l'Italia perché
meno temibile. Ma il ministero Cairoli, repugnante per convinzioni
democratiche a qualsivoglia forma di conquista estera, non osava
assumerne la doppia responsabilità della spesa e del rischio. La
Francia, sino allora in relazioni poco amichevoli coll'Italia, mutava
improvvisamente di maniere, affermando replicatamente con documenti e
colloquii officiali di non mirare ad occupazione di sorta sulla costa
africana, o, mirandovi un giorno, di non vi si disporre se non d'accordo
coll'Italia.

Queste assicurazioni sorpresero l'ingenua lealtà del Cairoli: egli
credette che la republica francese, fatta accorta dell'errore commesso
coll'inimicarsi l'Italia, intendesse a riconquistarne l'amicizia:
infatti tutto sembrava consigliarle tale condotta.

Ma si dimenticavano l'indomabile vivacità e le inesauribili risorse del
popolo francese. Vinto dai prussiani in una delle più grandi guerre
della storia, travolto nella rovina dell'impero napoleonico, riarso e
lacerato dallo scoppio della Comune, combattuto da tutte le frazioni
monarchiche, esso aveva nullameno in pochi anni pagato l'enorme debito
di cinque miliardi, assicurata la propria republica, rinnovato
l'esercito, rinsanguate le finanze. Una febbre di orgoglio e di lavoro
lo spingeva a nuove conquiste per interrompere con qualche fatto
glorioso l'ignominiosa tradizione di Sedan.

Il gabinetto Cairoli credette la Francia, come l'Italia, occupata
solamente a rimarginare le proprie ferite. Ma il suo disinganno avrebbe
potuto essere sollecito, quando ai primi accordi col bey per allacciare
con un filo telegrafico la rete sicula alla tunisina, la Francia si
oppose bruscamente col pretesto che la sua amministrazione algerina
godeva già nella Tunisia il monopolio dei servizi telegrafici. Tale
pretesto, fiacco politicamente, non era neppure sicuro in diritto.
Nullameno il gabinetto Cairoli cedette e i telegrammi fra Roma e Tunisi
seguitarono a passare per Parigi, Marsiglia, Algeri e Bona.

Poco dopo l'armatore Rubattino offriva al ministero di comprare il
tronco ferroviario Goletta-Tunisi della società concessionaria inglese
ridotta al fallimento, se il governo gli concedesse il medesimo
trattamento di guarentigia in uso per le linee italiane. Cotesto breve
tronco era il prolungamento naturale della linea italiana di navigazione
sussidiata dal governo, poiché le nostre navi per le tristi condizioni
del porto di Tunisi dovevano arrestarsi alla Goletta. II contratto era
facile e tenue la somma. Il ministero annuì. Ma il contratto era appena
firmato che già la società francese _des Batignolles_, proprietaria
della grande arteria algerina di Bona-Guelma, prolungata in quel momento
coi soccorsi della republica sino a Tunisi, ne stringeva un secondo
ricomprando per maggior somma la linea già venduta. Evidentemente una
intenzione politica aveva provocato questa truffa: la questione, recata
prima ai tribunali ordinari, fu quindi riassunta dalla corte di
cancelleria a Londra. Il magistrato inglese sentenziò imponendo una
nuova licitazione fra i due contendenti. Il gabinetto Cairoli, tardi
accorto del pericolo e impaurito della doppia responsabilità, chiamò a
consiglio i migliori uomini parlamentari, che furono unanimi nel
mantenere ogni appoggio al Rubattino. Laonde un disegno di legge (12
luglio 1880) fu presentato al parlamento per una rete complementare di
linee di navigazione e per garanzia alla società Rubattino di un
interesse chilometrico per la ferrovia Goletta-Tunisi. La camera con un
silenzio più espressivo di ogni parola votò la legge.

L'onore nazionale era impegnato.

Ma la Francia passò oltre: avventurieri e speculatori parigini
piombarono su Tunisi; i giornali francesi alzarono la voce. Non per
tanto il gabinetto Cairoli, saldo nel convincimento che la Francia
rifuggisse da pericolose avventure, e troppo credulo alle assicurazioni
diplomatiche dell'ambasciatore marchese di Noailles, non badò a
premunirsi. La sua politica del momento, chiamata poi ironicamente
_della mano libera_, consisteva nel voler essere a qualunque costo in
amichevoli rapporti con tutti: in fondo si voleva la pace non sentendosi
pronti alla guerra. Ma siccome le voci di occupazione francese
aumentavano, si dovettero chiedere spiegazioni a Parigi; il generale
Cialdini, allora ambasciatore colà, diede nella pania; il ministero
francese protestò sino all'ultimo contro ogni diceria; però pochi mesi
dopo, inventando una tribù barbara di Krumiri, che dal territorio
tunisino avrebbero fatto scorribande in Algeria, spedì contro di essi un
corpo di truppe. Il gabinetto Cairoli, credendo ancora questo cattivo
pretesto una buona ragione, non si mosse: la diplomazia francese
affermava sempre di non pretendere tutto al più che una rettificazione
di frontiere nel paese dei Krumiri, e mentre il suo ambasciatore lo
ripeteva per l'ultima volta al Cairoli nel palazzo della Consulta, il
generale Bréard s'impadroniva di Tunisi costringendo il bey a firmare un
trattato, che lo riduceva a funzionario francese.

Si disse allora, e non senza fondamento, che il principe di Bismarck
spingesse la Francia a questa violenza per impedirle ogni possibile
alleanza coll'Italia e mantenerla nell'isolamento.

Per l'Italia questo avrebbe dovuto essere caso di guerra, ma Cairoli,
altrettanto eroico patriota che insufficiente diplomatico, non
sapendovela preparata, preferì dimettersi in mezzo ad una tempesta
d'ingiurie, e tacere. La pubblica opinione giudicò che tutta la colpa
fosse sua, ma non seppe di essere corsa sino alla guerra se non quando
il pericolo ne fu passato. L'ultimo dei Cairoli aveva fatto alla patria
l'ultimo dei sacrifici, immolando al suo interesse l'onore del proprio
nome: Garibaldi, rimasto solo a comprenderlo fra l'equivoco di tutti, si
dolse della sua opera e plaudì al suo silenzio.

Questo doveva essere il nostro primo insuccesso africano.

I partiti strepitarono, l'Africa divenne popolare. Dacchè tutte le
nazioni europee vi davano l'esempio di continue imprese, si cominciò ad
ammettere la possibilità di una conquista, che riaprisse la nostra
gloriosa storia coloniale: il crescere della marina militare e
mercantile secondava le speranze; i recenti rancori contro la Francia,
eccitati dal governo per odio alla sua republica, spronavano ad una
rivincita. Altri viaggiatori seguitavano a partire pel continente nero:
Pellegrino Matteucci, che doveva poi disputare a Stanley la gloria di
traversarlo da oriente ad occidente spirando a Londra vittorioso
dell'incredibile viaggio, si avventurava in una prima spedizione ai
paesi dei Gallas; il capitano Antonio Cecchi rimaneva per quattro anni
prigioniero della regina di Ghera, che esigeva sultanescamente l'omaggio
dell'amore da tutti i bianchi pellegrinanti pel suo regno; Giulietti e
Bisleri ritentavano una nuova via per l'Abissinia; Chiarini, Bianchi,
Diana, Monari, punti d'eroica invidia, si disponevano a partire e
nessuno di essi doveva più ritornare.

Il governo si sentiva spinto.

Malgrado la politica di pace ad ogni costo, che lo attirava
nell'alleanza degl'imperi tedeschi per odio alla Francia, facendogli
scordare le supreme rivendicazioni del diritto nazionale, dal
Mediterraneo gli venivano continui richiami all'azione: la Francia
stessa dopo l'occupazione di Tunisi sembrava offrirgli in compenso
quella della Tripolitania.

Intanto la necessità di assettare Assab di qualche maniera per non
subirvi un secondo smacco tunisino urgeva.

L'Inghilterra, gelosa del proprio predominio indiviso sul mar Rosso,
sosteneva le pretese del governo khediviale e moltiplicava a studio le
difficoltà diplomatiche contro il gabinetto Cairoli, che, senza mutare
il tono remissivo delle proprie risposte, tentava di passare di
straforo. Infatti, dopo aver mandato nelle acque di Assab la fregata
_Varese_ col capitano De Amezaga per compiervi gli studi necessari
all'assetto del nuovo stabilimento, la sostituì con un semplice avviso,
l'_Esploratore_, perchè Gordon, governatore inglese del Sudan, aveva
protestato da Massaua. Questa ostilità inglese energicamente accentuata
dal ministro Salisbury bastò a rattenere nuovamente il gabinetto
Cairoli. Intanto alla camera qualche interpellanza veniva ad
incoraggiarlo: la Francia minacciava di attivare uno stabilimento
commerciale nel proprio possesso di Obok; poi la caduta quasi simultanea
dei ministri Salisbury e Cairoli permise ai successori di ritentare un
accordo. Infatti i gabinetti Gladstone e Depretis parvero più vicini ad
intendersi: l'eccidio della spedizione Giulietti nel territorio egiziano
di Beilul, e di cui il governo khediviale non diede alcuna soddisfazione
per quanto costretto ad accettare nell'inchiesta un commissario
italiano, aumentò gli addentellati nella questione: un tentativo
dell'Egitto per ristabilire la propria sovranità a Rabeita sopra il
sultano Berehan, che aveva venduto all'Italia la baia di Assab, fu
sventato mercè l'intervento del nuovo gabinetto inglese: finalmente si
firmò una convenzione fra l'Italia e l'Inghilterra pel riconoscimento
della nostra sovranità ad Assab, e la camera con apposito disegno di
legge potè gettare le basi politiche di un primo stabilimento
commerciale.

In tutto questo lungo dibattito la nostra diplomazia non aveva avuto di
meritevole che la tenacia del proposito.

La rivoluzione militare provocata al Cairo da Araby-bey sollevò in
Europa la questione di un intervento egiziano: Leone Gambetta, il
maggiore dei republicani francesi moderni, allora al potere, propose
subito a lord Granville un accordo per intervenire a favore del khedive
e crescere così la già vasta preponderanza della Francia e
dell'Inghilterra sull'Egitto; ma il gabinetto inglese, temendo che la
Francia meglio fornita di forze militari terrestri potesse guadagnare
troppo in tale impresa, declinò l'offerta. Il signor De Freycinet,
succeduto poco dopo al Gambetta, si mostrò alieno da ogni intervento
armato: quindi venne fuori la proposta di una conferenza a
Costantinopoli per riordinare la situazione egiziana. Il ministero
Depretis-Mancini l'accolse con trasporto siccome l'unico mezzo per
evitare le complicazioni di una guerra, ma naturalmente la conferenza
abortì. Allora l'Inghilterra, pigliando ardimentosamente l'iniziativa,
ripropose un intervento armato prima alla Francia, poi all'Italia:
entrambe ricusarono.

Era questo il secondo rifiuto opposto dall'Italia all'Inghilterra sempre
per la stessa timidezza politica: col primo aveva ricusato al tempo
della guerra russo-turca (1877) d'intervenire nel mare e negli stretti
per preservarvi gli interessi commerciali e politici, coll'altro
rifiutava di conquistare sull'Egitto una preponderanza che avrebbe
incredibilmente migliorata la sua posizione nel Mediterraneo.

L'errore questa volta era così grave che la Germania stessa e l'Austria,
per rispetto delle quali siccome alleate il ministero Depretis-Mancini
non aveva ardito concorrere nell'iniziativa inglese, lo disapprovarono.
Mentre la diplomazia italiana aspettava quindi che la Sublime Porta,
vincendo la oramai proverbiale inerzia, intervenisse colle armi a
difendere il proprio potere imperiale minacciato dalla rivoluzione,
l'Inghilterra sconfiggeva il 13 settembre l'esercito di Araby-bey a
Tel-el-kebir, bombardava Alessandria, e s'insignoriva alteramente
dell'Egitto.

Tale facile trionfo rese più evidente la ingiustificabile timidezza del
ministero che aveva ricusato parteciparvi. Quindi il problema africano
si acuì ancora nella coscienza del paese: alla camera voci autorevoli si
levarono per accusare il troppo riguardoso ministro, si citarono
l'impresa di Crimea e le più temerarie e feconde iniziative garibaldine.
Dopo tanti anni di inazione, malgrado i guasti mal riparati della
finanza, si sentiva da tutti la necessità di far concorrere l'Italia ad
una qualche opera internazionale.

La guerra accesa dal Mahdy nel Sudan, e vampeggiante per tutti i
territorii dell'alto Egitto, parve riaprire all'Italia le porte
dell'Africa, giacché l'Inghilterra regnante sull'Egitto per mezzo del
khedive vi si dovette mescolare. Già l'esercito egiziano forte di circa
30,000 uomini aveva dovuto ripiegarsi sulle fortezze: un indomabile
fanatismo dava alle orde del Mahdy l'entusiasmo delle prime invasioni
mussulmane in climi e luoghi che sembravano dover vincere ogni
resistenza di soldati e qualunque abilità di generali europei. La guerra
d'Abissinia contro l'imperatore Teodoros, costata da 300 milioni senza
produrre alcun risultato politico, persuadeva l'Inghilterra ad essere
più circospetta in questa del Sudan ben più lunga e difficile per la
vastità del territorio e l'indole dei combattenti. Essa si limitò quindi
a dissuadere il vicerè, ridotto a poco più di un personaggio decorativo,
da ogni conato per riconquistare le posizioni perdute e a mantenersi
sulla difensiva nella valle del Nilo e sulle coste del mar Rosso.
Nullameno, cedendo alla generosa iniziativa di Gordon, illustre generale
e viaggiatore che per aver soggiornato lungamente nel Sudan vi aveva
acquistato pratica di guerra e molta influenza politica, gli consentì
una spedizione armata per tentare una rivolta d'indigeni contro il
Mahdy. Intanto mandava un'altra ambasceria in Abissinia presso
l'imperatore Giovanni, rimesso da lord Napier sul trono usurpato da
Teodoros, per trascinarlo alla guerra contro i mahdisti coll'offerta
cessione di qualche territorio disputato sull'alto confine dell'Egitto.
L'ammiraglio Hewett, abbastanza fortunato in questa missione, potè
persuadere l'imperatore ad aiutare la ritirata attraverso l'Etiopia e a
Massaua delle truppe khediviali in guarnigione a Kassala-Amedib-Senahit,
abbandonandogli queste piazze con tutto il paese dei Bogos, e
garantendogli colla protezione britannica il libero transito d'ogni
merce per e dall'Abissinia. Un trattato, al quale restò poi il nome
dell'ammiraglio Hewett, fu quindi firmato fra l'Egitto, l'Abissinia e la
Gran Brettagna il 3 giugno 1884.

Ma la guerra del Sudan anzichè arrestarsi dilagò. Il generale Gordon fu
presto assediato a Khartum dalle orde soverchianti del Mahdy; la sua
posizione, militarmente insostenibile, era già politicamente perduta
malgrado tutti gli sforzi del suo ingegno e del suo carattere di eroe.
La pubblica opinione inglese se ne commosse vivacemente; ma il governo,
riconoscendo per l'Inghilterra, troppo scarsa di truppe terrestri,
insuperabili le difficoltà di una guerra nel Sudan contro popolazioni
fanatiche e fierissime, disconobbe ogni carattere ufficiale all'impresa
di Gordon, e resistette parecchi mesi freddamente alle istanze della
pietà popolare. Però questa insistè talmente che il governo dovette
rassegnarsi a mandare in Africa il generale Wolseley (20 settembre 1884)
con diecimila uomini per tentare di aprirgli una ritirata.
Contemporaneamente la Francia, dimentica sino allora del proprio
stabilimento di Obok, improvvisamente volle farne un posto militare e
commerciale assegnandovi la somma di 800,000 lire nel bilancio del 1885,
e cercando d'impadronirsi di tutta la costa dei Somali per meglio
penetrare nell'Harrar. A ciò le bastava ribellare quei selvaggi contro
le deboli guarnigioni egiziane, e prendere immediatamente il posto di
queste nei porti di Berbera, Zeila e Tagiura. Naturalmente l'Inghilterra
tentò d'impedire e di prevenire: provvide rapidamente all'occupazione di
Berbera e di Zeila, ma i francesi con non minore rapidità
s'impossessarono di Ras-Alì, Angar, Sagallo, Gubet Harab e di Tagiura.
Da Massaua il governatore civile Mason bey telegrafava che la tribù
degli Habab aveva raggiunto il Mahdy, e chiedeva rinforzi. Era
impossibile anche all'Inghilterra fronteggiare tante difficoltà,
mantenersi nell'Egitto, combattere nel Sudan, occupare tutti i porti
africani nel mar Rosso senza attirarsi altre controversie in Europa.

Quindi tornò a sollecitare l'intervento dell'Italia spingendola ad
ingrandirsi intorno ad Assab per impedire alla Francia, più temibile
rivale, di crescere sul mar Rosso, e per giovarsi dei nostri soldati
nella guerra contro il Mahdy. Il ministero Depretis-Mancini, sempre
troppo riguardoso in tale materia anche dopo gli esempi francesi ed
inglesi, non osava risolvere; quando il nuovo eccidio della spedizione
Bianchi nel territorio di Aussa venne ad eccitarlo. Si decise di
occupare Beilul. Poi nuove titubanze: l'Inghilterra ci proponeva
segretamente anche Zula e Massaua; la Turchia, sola in diritto di
opporsi, non avrebbe potuto protestare che inefficacemente.

Come accade quasi sempre agli incerti, dalle troppe riserve si passò a
disegni temerari: non si era osato di cooperare all'impresa d'Egitto
contro Araby-bey e si pensò di affrontare nel Sudan il Mahdy.
L'intrepido viaggiatore Antonio Cecchi, già sulle mosse per un viaggio
di esplorazione al Congo, fu mandato sollecitamente a Massaua per
studiarvi un itinerario per le truppe italiane, che in numero di 20,000
avrebbero dovuto marciare da questo porto su Kassala.

Tutta Europa non s'occupava allora che dell'Africa. A Berlino si teneva
una conferenza (dicembre 1884) per distribuire l'azione di ogni stato
nel continente nero, e più specialmente costituire lo stato del Congo
conteso fra i viaggiatori Brazza e Stanley: la Germania entrava
anch'essa nell'arringo, piantando la propria bandiera nell'Africa
occidentale ovunque esistevano fattorie di commercianti tedeschi sopra
un territorio più vasto dell'Italia. Questa non poteva più a lungo
mancare agli appelli della storia. La compromissione di un primo
possesso in Assab, le sollecitazioni dell'Inghilterra, l'irritante
rivalità della Francia, le ultime carneficine dei nostri viaggiatori,
gli accordi diplomatici, prima evitati, poi cercati, finalmente assunti,
spingevano irresistibilmente il suo governo sulla via del mar Rosso.

All'annunzio che si sarebbe occupata Massaua, nei giornali e alla camera
scoppiò una veemente discussione: la maggioranza delle voci vi era
favorevole, quantunque si sentisse da tutti che la diplomazia del
ministero, come non aveva salvaguardato bene sino allora la dignità
della nazione, così non le prometterebbe in questa oscura impresa
africana abbastanza risolutezza e sapienza di modi. Francia e Turchia
tentarono presso l'Inghilterra di sbarrarci ancora una volta il cammino:
finalmente il ministero spedì nel mar Rosso il contrammiraglio Caimi con
due navi cariche di mille soldati da sbarco. L'Inghilterra mandò nelle
acque di Massaua il _Condor_ col mandato di osservare e riferire, e in
sostanza di proteggerci.

Il colonnello inglese Chermside, governatore generale degli egiziani nel
mar Rosso, ci accolse favorevolmente a Massaua (5 febbraio 1885): la
bandiera egiziana vi fu momentaneamente conservata.


                                  Battaglia di Dogali.

La prima fase della nostra politica coloniale era conchiusa. La fatalità
storica aveva trionfato di tutte le inesperienze del paese e di tutte le
esitazioni del governo. Bisognava ora prepararsi ad un'impresa di
conquista, dalla quale ci verrebbero guerre cogli indigeni e dissidi
cogli altri grossi stati coloniali.

Però l'Italia era in Africa: nessun popolo in nessuna storia aveva in
trent'anni compito più mirabile progresso passando dalla schiavitù alla
conquista.

Nel medesimo giorno che le truppe italiane occupavano Massaua, il Mahdy
trucidava a Khartum il generale Gordon con tutta la guarnigione. Il
disegno di una cooperazione italiana nel Sudan, sulla quale il ministero
aveva contato per ottenere più vasti possedimenti, vaniva dunque dinanzi
al fermo proposito del gabinetto inglese di rinunciare a questa guerra
sudanese. Allora la pubblica opinione italiana mutò: all'orgoglio di
conquista successe un improvviso scoramento; si temette di essere
abbandonati dall'Inghilterra in un agguato; le forze vittoriose del
Mahdy crebbero nelle fantasie della gente; si seppe che nel primo
proclama affisso a Massaua dal contrammiraglio Caimi, essendoci vantati
imprudentemente amici dei turchi, avevamo riunito contro di noi le
ostilità reciproche di tutte le tribù limitrofe, e che l'Abissinia ci
spiava con minacciosa diffidenza. L'opposizione parlamentare rinfacciava
al governo di cercare conquiste in Africa, mentre alleandosi
coll'Austria abbandonava Trento e Trieste; i lagni rettorici per lo
sciupio del poco danaro della nazione in imprese illiberali crescevano.
Il ministero, sbigottito dall'abbandono della Inghilterra, la sollecitò
a ritentare l'impresa di Khartum col generale Wolseley, e spedì a
Massaua il generale Agostino Ricci per studiare una marcia su Kassala
con un corpo d'esercito, se mai gli inglesi ripigliassero l'offensiva:
quindi, smentendo alla camera ogni arditezza d'iniziativa, il ministro
Mancini ripetè sino all'umiliazione la necessità per l'Italia di fare in
Africa la più modesta di tutte le politiche coloniali.

Una incertezza fastidiosa agitava paese e governo. Era impossibile e
ridicolo restare a Massaua senza acquistarvi un vasto territorio con
sbocchi sicuri per il commercio interno. La bandiera egiziana
sventolante ancora daccanto alla nostra toglieva credito al nostro
indefinibile diritto di occupazione; ogni altro acquisto ci susciterebbe
contro l'Abissinia; la Russia, aspirante a coprire quest'ultima del
proprio protettorato, teneva già verso di noi una riserva di mal
augurio; la Francia aizzava la Turchia alle proteste e alle armi;
l'Inghilterra, minacciata bruscamente dalla Russia verso l'Afganistan,
sospendeva in Africa ogni lotta.

Il ministero pensò quindi di premunirsi contro il maggior pericolo,
seducendo con larghe promesse di pace e di commerci il negus
d'Abissinia, presso il quale legati di Francia e di Grecia
s'argomentavano a crearci diffidenze e difficoltà. Gli si deputò in
missione con molti regali il capitano Ferrari, ma se le assicurazioni di
questo parvero calmarlo un istante, non poterono togliergli il sospetto
della conquista da noi iniziata sul confine del suo impero. Infatti
all'annunzio del nostro continuo dilatarci ad Arafali ed Arkiko, e
dell'intenzione di occupare Saati e Amba, il negus s'irritò nuovamente:
razzie di abissini nei pressi di Massaua parvero prodromi di guerra. Nel
parlamento e nel paese le apprensioni divennero più vive; il ministero,
incapace di dare all'impresa africana un rapido ed imponente sviluppo
militare, si sentiva trascinato alla guerra, e volendo nasconderne la
fatalità si imbrogliava ad ogni interpellanza. Nei partiti l'idea
africana era non meno torbida che nel governo, le discussioni tiravano
all'accademico. A complicare la situazione venne il ritiro di Gladstone
dal ministero inglese, nel quale successe il marchese di Salisbury
pertinacemente ostile sino dalla prim'ora ad ogni nostro intervento in
Africa.

Il ministero Depretis ne fu scosso, il ministro Mancini dovette
dimettersi.

L'occupazione di Saati da noi compita con basci-buzuck assoldati dal
comando superiore di Massaua produsse nuovi scoppi di ira alla corte
d'Abissinia. Tale villaggio preso dagli egiziani nel 1866, quando posero
piede a Massaua, da essi abbandonato nei disastri del 1875-76,
rioccupato al tempo della missione Hewett, ritolto loro alla firma del
trattato che ne derivò e nullameno rimasto loro, era ancora difeso da
alcuni buluck di basci-buzuck, quando il colonnello Saletta decise
d'impadronirsene contro ogni possibile sorpresa degli abissini su
Monkullo, che è la chiave di Massaua. Per quanto il danno immediato di
questa occupazione fosse degli egiziani, e gli abissini considerassero
questi come i loro più antichi nemici, era impossibile al negus non
sospettare gravi pericoli da questa nuova espansione degli italiani sui
confini del proprio regno. Il nostro contegno verso le tribù degli
Habab, dei Belad-el-sek e dei Mensa, sui quali l'Abissinia pretendeva
esercitare una assoluta supremazia e alle quali noi concedemmo il nostro
protettorato, punse oltre l'orgoglio del negus anche le gelosie di ras
Alula, il suo miglior generale. L'imperatore Giovanni scrisse a Menelik
re dello Scioa, suo tributario, per lagnarsi degl'italiani e
denunziargli la loro imminente cacciata dall'Africa; agenti egiziani e
greci soffiavano su queste ire.

Intanto a reggere il ministero degli esteri il Depretis chiamava il
conte di Robilant, generale ed ambasciatore a Vienna, di credito
superiore al valore poichè aveva consigliato la visita di re Umberto a
Francesco Giuseppe e da questo non restituita con grave sfregio di Roma.
I primi atti del nuovo ministro furono nullameno abbastanza risoluti:
unificò il comando militare di Massaua sino allora diviso fra le forze
di terra e di mare, vi mise a capo il generale Genè imponendogli di
profittare del primo conflitto colle autorità egiziane per impadronirsi
del governo e dell'amministrazione diretta sui territori da noi
occupati, ma vietandogli categoricamente di allargarne i confini. Tale
minimo colpo di stato avvenne senza difficoltà da parte degli egiziani:
la Sublime Porta cessò da ogni protesta alla prima minaccia di guerra.

Il governo negava sempre ogni intenzione di conquista territoriale
affermando che solo le colonie commerciali sono veramente utili e che il
porto di Massaua, come emporio necessario dell'Abissinia, ce ne
offrirebbe una delle più utili. Intanto si era dovuto allargare
sensibilmente il raggio del suo territorio; si temeva già una guerra e
non si ardiva prevenirla con spedizioni di nuovi soldati e
coll'occupazione dei luoghi più strategici.

Un futile orgoglio aristocratico rendeva il conte di Robilant sprezzante
verso le barbare potenze africane. Tuttavia, uomo piuttosto di
diplomazia che di politica, pensò di spedire presso il negus in più
vistosa missione il deputato generale Pozzolini perchè coll'aiuto del
capitano Harrison Smith, mandato per accordo segreto dall'Inghilterra,
potesse ammansirlo. Ma ras Alula moltiplicando le razzie intorno ai
nostri territori, ed essendo scoppiata una insurrezione all'estrema
parte meridionale dell'Abissinia, il ministro temette che un altro
massacro di una missione capitanata da un generale deputato potesse
impegnarci in una guerra col negus, e telegrafò a Massaua ordini di
soprassedere. Ne venne che il negus, avvisato della missione e non
vedendola arrivare, si stimasse sbertato, e che il capitano Harrison,
presentandoglisi solo dopo venti giorni di marcie, gli facesse
involontariamente giudicare molto timide le ambascerie italiane.

Alla camera questo nuovo smacco provocò critiche a destra e scherni a
sinistra. La democrazia rettorica, impigliandosi nelle contraddizioni
del diritto politico col diritto storico, non avrebbe voluto nessuna
guerra coll'Africa: si paragonava la nostra occupazione di Massaua a
quella austriaca di Trento e di Trieste, si dimenticava che se i più
civili non avessero sempre conquistato i più barbari la civiltà non
sarebbe mai cresciuta. La scoperta di Colombo non giovò all'America già
scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagli indiani, se non perchè
fu susseguita dalla conquista europea. I brevi calcoli dell'interesse
nazionale e la minuta scienza d'analisi economica sui vantaggi e sui
danni delle colonie non bastavano a giudicare di questa impresa
africana, giacchè ogni colonia deve trovare la propria giustificazione
non nel presente ma nel futuro, non nell'utile della nazione che la
fonda, ma in quello della nazione che da essa deve sorgere.

Senonchè il governo, quasi sperando di rendere inavvertita la propria
azione in Africa col diminuirla, vi aveva sospeso i lavori di una
piccola ferrovia di congiunzione fra i pochi posti militari, e malgrado
l'esempio del cavo telegrafico sottomarino gettato dall'Inghilterra fra
Suakin e Perim all'indomani della sua occupazione nell'Egitto, lasciava
per ingiustificabile gretteria Massaua senza mezzi di comunicazione
diretta telegrafica, dopo avervi diminuito il già scarso presidio.

Una stessa politica di riserbi e di iattanze faceva credere che con due
battaglioni si sarebbe resistito a tutto l'esercito abissino, mentre non
si voleva guerra con esso a nessun costo; si dichiarava di voler
attirare un grande commercio a Massaua assicurando le vie di terra dai
predoni, e si lasciava ras Alula fare stragi e razzie sulle popolazioni
sottomesse al nostro protettorato; si sconfessava con crudele
indifferenza ogni rapporto colla spedizione Porro, massacrata
nell'Harrar al mese di aprile del 1886, e se ne permetteva un'altra al
conte Salimbeni, al maggiore Piano e al tenente Savoiroux presso il re
del Goggiam con carattere quasi officiale.

E anche questa fu catturata da ras Alula per sospetto di spionaggio. La
nuova occupazione di Uà sempre per tutela delle carovane commerciali
attirò a Massaua nuove minaccie da ras Alula: il pericolo incalzava. La
scarsezza delle guarnigioni obbligò il generale Genè a munire Uà e Saati
con soldati regolari e con pochi cannoni, poichè da parecchi mesi aveva
chiesto indarno al ministero, sebbene senza sollecitarlo troppo, un
rinforzo di duemila uomini. Finalmente un telegramma di sconfitta già
pubblicato dai giornali inglesi giunse a Roma.

Il 24 gennaio (1887) ras Alula, movendo da Ghinda, aveva tentato invano
l'assalto di Saati; quindi il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari
sotto il comando del colonnello De Cristoforis, accorse da Monkullo per
vettovagliare Saati, erano state sorprese e trucidate sulle alture di
Dogali. Il capitano Tanturi non aveva potuto giungere colla propria
compagnia sul campo di battaglia se non quando il massacro era già
consumato: «Tutti i nostri soldati giacevano in ordine come fossero
allineati!» egli scrisse poi nel proprio rapporto.

Questo incredibile eroismo di coscritti morti senza indietreggiare,
allineati come ad una rivista, gonfiò di tragico orgoglio il cuore della
nazione. Qualcuno dei superstiti, lasciati per morti dal nemico,
raccontò che il colonnello rimasto degli ultimi a cadere, nell'ebbrezza
di una morte resa dall'eroismo dei suoi soldati più bella di tutte le
vittorie, avrebbe ordinato al manipolo, che ancora lo difendeva, di
salutare i caduti:

-- Presentate le armi! --

La commozione nel parlamento e nel paese fu maggiore del fatto. Il
ministero si scompose, parecchi ministri dovettero uscirne, si dichiarò
la guerra all'Abissinia, e non si chiesero alla camera più di cinque
milioni; si ordinò al generale Genè di mercanteggiare con ras Alula,
minacciante di trucidare la spedizione Salimbeni se tutta l'Africa non
fosse immediatamente sgombra dagli italiani: si dovettero consegnare al
barbaro un migliaio di fucili a lui diretti, dianzi sequestrati, e
cinque capi di tribù assaortine, a lui nemici, riparati nel nostro campo
sotto la protezione dell'onore italiano.

E nemmeno così si ottenne subito il riscatto dei tre prigionieri.

Ma questo tragico episodio di Dogali troncava finalmente tutte le ambagi
della nostra politica coloniale: guerra e conquista diventavano
inevitabili.

L'Italia risorta nazione aveva ripreso il proprio posto d'avanguardia
nella guerra immortale della civiltà contro la barbarie: Dogali era
stata la prima conseguenza di Solferino.



CAPITOLO TERZO.

L'Italia in Europa


Così l'Italia in quindici secoli di una storia, la più complessa fra
tutte, aveva potuto raggiungere la propria individualità politica
costituendosi in nazione.

Splendidi e squallidi i suoi avvenimenti si erano succeduti con foga
precipite attraverso le scene di un dramma, nel quale tutte le leggi
della vita per lungo tempo erano sembrate capovolgersi. Nessuna unità
apparente fra tante avventure, nessun carattere dominante nel suo popolo
composto dalla sintesi di tutte le razze. Già prima ancora che Roma,
dilatandosi a città universale, desse al mondo la prima unità politica,
quando nell'Europa la barbarie era più antica e più fitta, il popolo
misterioso degli Etruschi aveva improvvisato fra il Tevere e il Po una
civiltà meravigliosa d'arte e di scienza, di politica e di religione.
Roma, costituita in una immensa città militare, che imporrebbe poi a
tutto il mondo la propria giurisprudenza, non aveva potuto fondere in un
solo getto le troppe genti d'Italia: la sua azione politica restava loro
fatalmente esterna, mentre il suo orgoglio quiritario considerandole
come materia di conquista, le respingeva dall'eguaglianza civile dei
suoi cittadini, che era tutto il resultato della sua vita storica. Ma
quando Roma, cresciuta ad impero universale, dovette diventare come il
centro neutro del mondo, e le sue legioni composte di sudditi
ribellandosi al governo dei Cesari nominarono i propri imperatori e
s'impadronirono dell'orbe, una nuova eguaglianza avvenne fra cittadini e
concittadini, fra capitale e provincie.

Naturalmente queste, conservando contro quella un residuo di originalità
etnografica, si giovarono dei suoi elementi civili per rinnovellarsi in
nazioni indipendenti. La grande religione del cristianesimo aiutò
singolarmente col principio della propria eguaglianza morale e della
libertà di coscienza questo processo d'individuazione già affrettato
dalla decadenza imperiale cogli orrori di una corruzione, nella quale
con Roma sembrava perire la coscienza umana. E quando per l'inevitabile
spostamento di governo determinato dalla necessità di resistere alle
frontiere orientali più vivamente minacciate dai barbari, la capitale da
Roma emigrò a Bisanzio, l'Italia, pur conservandosi nominalmente centro
dell'impero occidentale, non fu più che una provincia come tutte le
altre. Roma passava per lungo ed incerto tramite dall'impero al papato,
dal paganesimo al cristianesimo, mentre Ravenna, antico villaggio
lacustre e mediocre stazione navale, s'ingigantiva con improvvisa ed
effimera fortuna a capitale d'occidente. Allora irruppero le invasioni
che rinnovarono il mondo antico preparando il moderno. Popoli barbari
cresciuti in una selvaggia verginità dilagarono sulle terre romane, e ne
assorbirono la civiltà, disparendo per dar luogo ad una razza più mista,
nella quale un sangue giovane beveva tutti gli aromi vaporanti dalla
rovina di una antica civiltà. Il mondo fu quindi e dovunque federale.

Bisanzio, perduta sul confine dell'Asia, cessò quasi di appartenere alla
storia europea per attendere fra gli orrori e gli splendori della più
spirituale decadenza quella rinnovazione mussulmana, che doveva poi
imporre al cristianesimo d'occidente l'ultima e più difficile prova.

Ma se nell'Europa il mareggiare delle invasioni sembra ubbidire
piuttosto alle leggi fisiche della gravitazione che a quelle ideali
della storia, nell'Italia, ove a Roma dura ancora l'idealità dell'impero
e splende più pura ed universale l'altra della chiesa, le invasioni
s'illuminano d'incandescenti chiarori, e si sottopongono quasi con
umiltà di olocausto a questi due supremi poteri. Senonchè il loro
tumulto è così sanguinario, le loro battaglie così spaventevolmente
effimere, le loro stratificazioni storiche sul suolo italiano così
confuse, la loro inconsapevolezza così ingenua, le loro catastrofi così
ritmiche, mentre i due concetti della chiesa e dell'impero s'alzano
sempre nelle tenebre medioevali sino a parere due stelle di una medesima
costellazione, che nè cronisti, nè storici, nè vincitori, nè vinti, nè
barbari, nè latini, nè politici, nè sacerdoti, nè poeti, nè filosofi
possono comprenderne l'idea o apprezzarne almeno approssimativamente il
risultato.

Al momento, in cui s'attendono le conseguenze più previste nel dramma
dei personaggi e nella tragedia dei popoli, altre invasioni irrompono,
nuovi prologhi scompongono gli epiloghi, la narrazione s'interrompe
nello sbigottimento di un nuovo racconto, altre geste disperdono le
immagini delle quali la leggenda stava rivestendo le imprese degli
ultimi trionfatori. Goti, Longobardi, Franchi, Alemanni si succedono
scacciandosi, schiacciandosi, sovrapponendosi gli uni agli altri:
Normanni, Angioini, Aragonesi, Francesi perpetuano queste invasioni, che
interventi pontifici e discese imperiali trasformano in disastri
periodici. Ogni mattina i popoli sembrano ricominciare la trama della
propria storia: le loro città si trasformano in teatro di glorie
straniere, i loro campi servono a battaglie di una guerra scoppiata
nella Scandinavia o nella Germania, nella Francia o nella Spagna.

Quindi una confusione inestricabile di forme e di periodi politici rende
inintelligibile la storia di questi primi tempi. Guerre ed invasioni
sono così continue che non si discernono più nè vincitori nè vinti, nè
invasi nè invasori: chiesa ed impero sovrastano, municipii romani e
città militari si osteggiano, il moto indigeno è come una corrente di
fiume nel mare, che vi diventi inavvertibile a pochi passi dalla foce. I
governi, che s'improvvisano sul suolo ancora tutto pregno di elementi
romani e solcato da tutti gl'istrumenti della nuova religione cristiana,
sono qua comunali, là feudali, normanno in Sicilia, bizantino a Venezia,
teocratico a Roma, regio a Pavia: o s'irrigidiscono in fragili regni, si
stemperano in labili republiche, si distaccano in villaggi indipendenti,
si sminuzzano in gruppi abbaziali, urtandosi coi più imprevedibili
contrasti nella più abbacinante fantasmagoria.

Un dualismo riprodotto dappertutto dalla più eterogenea multiplicità
rovescia l'alta Italia sulla bassa, municipii contro municipii, città
contro città, castelli contro castelli: gli odii s'invertono per
rianimarsi, le guerre stancano i secoli senza una tregua, gli eserciti
compaiono talora come indipendenti dai popoli, questi vigoreggiano
sballottati da convulsioni troppo lunghe per essere un morbo, l'anarchia
rinnova tutti i governi senza soccombere ad alcuno di essi, l'impero è
impotente come la chiesa e non per tanto chiesa ed impero sono le due
sole idee e i due unici poteri invincibili.

L'Italia ha dimenticato il mondo sul quale regnava con Roma, e ridotta
Roma sede del pontefice e capitale di una piccola regione turbolenta
quanto Genova, meno colta di Firenze, più povera di Milano, quasi nulla
politicamente di fronte a Venezia.

Ma dopo quattro o cinque secoli la lava delle invasioni si è già
solidificata amalgamandosi col terreno, dal quale germoglia una nuova
flora. Una razza mista di sangue e di colore, di tendenze, d'abitudini,
di tradizioni, d'ideali è disseminata per l'Italia in tanti piccoli
stati con governi di tutti i modi, con dimensioni che sfuggono a tutti i
calcoli. Un particolarismo angusto e fratricida costituisce la loro
forza e la loro originalità: il comune è una idea, che vale quella
dell'antica urbe e la supera potendosi riprodurre da per tutto, mentre
Roma era condannata ad essere unica nel mondo e contro il mondo. Il
comune nega inconsciamente la tradizione pagana, le invasioni
barbariche, le trasformazioni dell'impero romano, la feudalità, il papa,
la nazione, il mondo. La sua vita, circoscritta al suo territorio, si
fortifica nell'oblio di ogni universalità: i suoi nuovi cittadini
imbevuti di tutte le superstizioni medioevali, oppongono una
indipendenza capace di qualunque bassezza e di qualunque eroismo a tutte
le autorità religiose e politiche; la loro tenacia stanca tutte le
inimicizie, la loro passione li mette a paro con tutte le idee, la loro
originalità li sovrappone a tutti i poteri. Quindi il nuovo federalismo
si organizza nei comuni attraverso rivoluzioni, nelle quali i partiti
pullulano e le sètte si suddividono; dittatori, tiranni, signori, si
moltiplicano; le epopee si specializzano, le politiche si frantumano, e
ogni comune diventa un governo, uno stato, una nazione, un mondo
separato ed antagonista, che solo la legge arcana della federazione
avvince a tutti gli altri, e che nell'orgoglio della propria
individualità pretenderebbe ad una storia speciale come Roma ed Atene.
La guerra, che come una bufera sbatte gli uni sugli altri i comuni,
sprigiona dalla loro idea scintille che rischiarano ed incendiano: la
loro prima vittoria è contro i castelli, la seconda contro le città
militari, la terza dei comuni più grandi e spirituali sui più piccoli e
meno intelligenti. Laonde la loro storia riproduce a distanza di secoli
quella dell'antica Grecia; la Toscana supera l'Attica nella molteplicità
del genio, e basta da sola ad iniziare una terza epoca di incivilimento
mondiale. Tutti i borghi hanno grandezze che illustrerebbero una grande
nazione: la loro vita resiste a tutte le sventure, prospera fra tutti i
delitti, si decora di tutte le virtù, si scinde in tutte le varietà per
riunirsi in unico risultato. Nè la chiesa nè l'impero possono prevalere
contro i comuni, che sono il nocciolo infrangibile della patria e della
nazione futura.

La guerra, invece di distruggerli, li amalgama in corpi sempre maggiori,
che vittorie e sconfitte consolidano: alleanze ed esigli stringono le
prime fratellanze politiche; le stesse rivalità inconciliabili,
incatenandoli l'uno all'altro, li preparano a sempre maggiore unità.

Mentre i loro cronisti sembrano chiudersi ognuno nella cerchia angusta
delle proprie mura, la storia invisibile li appaia e li coordina: il
loro racconto inintelligibile diventa chiaro proseguendo oltre i confini
dei loro territori e della loro epoca nel racconto degli altri: malgrado
l'intrattabilità degli odii, che lo esagerano, nell'assenza di ogni
preconcetto e di ogni giudizio morale riesce quasi sempre vero.

Coll'impero, col papato e coi comuni l'Italia è ancora il centro della
nuova civiltà. Ogni moto viene all'Europa dall'Italia: Cesari e
pontefici debbono incoronarsi a Roma; da Roma si diffondono il diritto e
la religione, la tradizione e l'avvenire. Tutti gli altri popoli, usciti
appena dalla preistoria e oscillanti ancora nella marea delle invasioni,
aspettano da Roma e dall'Italia le idee: il loro istinto non può
diventare coscienza che per mezzo di una rivelazione italiana, la loro
bravura mutarsi in virtù che al contatto del sentimento italiano, la
loro forza essere creatrice che sotto la direzione del genio italiano.
L'Italia sola è classica: impero, papato, religione, scienza, arte,
politica, tutto prosegue in essa e la trascende senza stremarla.
L'Italia basta al mondo, e si serve indifferentemente dei Cesari e dei
papi, doma la propria religione coll'incredulità, respinge l'ateismo
coll'arte, sgretola tutti i dispotismi con una libertà, alla quale
concede l'efferatezza di tutte le tirannidi; è dotta, marinara,
tribunizia, bancaria, agricola, democratica, mentre l'Europa non ha
ancora che barbari alle prese colla propria gerarchia militare e colla
nuova religione cristiana.

Il numero delle rivoluzioni italiane è così enorme che oggi stesso la
scienza storica stenta ad accettarlo, la gamma delle sue forme politiche
così ricca che nessun progresso vi può essere impedito, la folla de'
suoi grandi uomini così densa che la fortuna e non il merito deve
assegnare loro l'immortalità. Appena i suoi comuni, respingendo come un
cuneo la doppia barriera del papato e dell'impero, arrivano alla grande
libertà di potere decorare se stessi, una primavera di bellezza comincia
per tutta l'Europa: l'epoca della barbarie è conchiusa, l'Italia ha
trionfato del mondo.

Le altre nazioni riunite dalla guerra a grandi unità con pochi ma
potenti e contrari caratteri potranno dietro l'impulso italiano
proseguire nell'opera dell'incivilimento. L'Italia, come stanca della
propria immensa elaborazione, si riposa in un'orgia di bellezza,
moltiplicando i propri artisti ed imponendo loro come a soldati la
conquista quotidiana di un capolavoro. I suoi comuni divenuti signorie
stanno per sparire nei principati, la sua religione romana per essere
spezzata da uno scisma, del quale la coscienza umana si coprirà come di
uno scudo; il suo Cesare non è più che un simbolo, il suo papa un
vescovo, le sue republiche non sono più una libertà, i suoi regni non
hanno ancora unità, perchè il federalismo necessario alla sua vita per
la produzione di tante idee e di tante forme non può sparire che sotto
l'azione di un'idea maggiore della chiesa e dell'impero.

Ma l'Italia, indietreggiando dall'avanguardia della civiltà, copre la
propria ritirata col lanciare Colombo alla scoperta dell'America e
Galileo a quella del cielo: così, dopo aver dato al mondo l'unità romana
e cristiana, vi aggiunge quella geografica e l'universalità planetaria
sorpassando lo stesso cristianesimo, col quale l'aveva salvato dalla
barbarie medioevale.

La sua immensa storia di venti secoli s'impicciolisce quindi in quella
del Piemonte e della Sicilia; Firenze non è più che una stazione ove le
belle arti essendosi troppo a lungo fermate, hanno perduto ogni energia
di progresso; Venezia s'irrigidisce in una inutile difesa contro i
turchi, dando al proprio governo l'immutabilità dei marmi, coi quali ha
costrutto i propri incantevoli palazzi; Milano decade a provincia
francese o spagnola; Roma è appena la capitale di uno stato pontificio
senza potere, senza nazionalità e senza governo.

La storia italiana, mutata in eco della storia europea, deve ripetere le
voci di Francia, di Germania, d'Austria, di tutti. Il suo federalismo si
è arrestato all'ultimo termine, e s'inizia segretamente il periodo
dell'unità. L'Italia, che colle proprie idee universali ha dato
all'istinto individualistico degli altri stati la profondità di una
coscienza nazionale, attende dai contraccolpi della propria opera
l'energia di organizzarsi in nazione. Per ora la diffrazione delle sue
tendenze e l'esaurimento delle sue forze lo contendono. Come nel medio
evo, la sua grande valle del Po seguita quindi ad esser il teatro ove si
decidono le massime contese europee, ma nelle quali solo il Piemonte si
mescola per educarsi all'abilità necessaria di una futura egemonia
italiana. Mentre la Germania s'insanguina nella rivoluzione della
Riforma per togliere a Roma il primato religioso e l'estrema fattizia
unità mondiale all'Italia, questa dalla festa della bellezza durata
tutto il cinquecento è già tornata all'azione, dando ai propri
scienziati l'impeto degli antichi legionari romani.

Il seicento è l'epoca eroica delle scienze, l'ultimo trionfo del genio
italiano. Dopo questo sforzo supremo l'Italia pare cancellata dalla
storia: Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Austria,
Russia, si dividono il mondo: l'America è già misurata, girata l'Africa,
contornata l'Asia, scoperta l'Australia: il mondo, libero da ogni antica
unità religiosa o politica, è aperto a tutte le carriere, ma solo quei
popoli, che vi raggiunsero l'indipendenza e la libertà di nazione,
possono agirvi efficacemente. L'Europa in preda ad una febbre di
operosità urge tutte le proprie genti. La Spagna, succeduta nel posto
dell'Italia all'avanguardia della storia, non ha potuto durarvi più di
un secolo; la Francia, rimasta sola a difendere il primato delle razze
latine, sembra perdere terreno dinanzi agli sforzi giganteschi della
razza teutonica rappresentata dall'Inghilterra e dalla Germania; ma
poichè il genio romano è inesauribile, la Francia contrappone presto
alla Riforma, che aveva emancipato la coscienza religiosa, una
rivoluzione, che crea la coscienza civile.

E l'Italia ritorna nella storia con Napoleone I, ultimo Cesare e ultimo
condottiero, che dilata la rivoluzione francese con due antichi concetti
romani, l'universalità imperiale e la democrazia militare.

La nazionalità italiana riappare quindi fugacemente entro l'impero
napoleonico nei limiti di un regno, nel quale persino il papa è
scomparso, e sul quale comanda un fanciullo col titolo di re di Roma.
Ogni traccia di federalismo vi è cancellata: l'Italia, presa nell'orbita
della rivoluzione francese, ha ricevuto dal suo urto la forza di
conglomerarsi politicamente in nazione; l'impero napoleonico si
scomporrà come un immenso bolide; ma l'Italia, aggirandosi sempre in
quell'orbita, potrà in solo mezzo secolo consolidarsi in nazione.

Tale è oggi in Europa.

Ma quale è in questo glorioso continente il suo posto e la sua missione?

La moderna Europa civile non somiglia all'antica: questa guardava il
Mediterraneo, quella fronteggia tutto il mondo. Dopo il Rinascimento
l'Europa si creò nel mare Baltico un secondo centro, ove Olanda,
Germania, Inghilterra, Scandinavia, Russia si fusero come le antiche
nazioni mediterranee; ora tutte le coste dei suoi mari brillano di fari
civili, all'interno tutte le sue grandi città sono centri di scienza e
di vita. Le sue vittorie sull'Islamismo, col quale l'Asia aveva tentato
più volte di sopraffarla, le hanno da quasi due secoli assicurata la
primazia su tutti i continenti; i suoi popoli organizzati in nazione
offrono lo spettacolo di una forza, alla quale l'antichità non saprebbe
trovare in se stessa alcun paragone. L'Inghilterra possiede un impero
maggiore del romano, la Russia ha un territorio quasi pari a quello
della Cina, piccoli paesi come il Portogallo e l'Olanda posseggono
colonie decuple di loro stessi.

L'Europa libera non ubbidisce a nessuno dei propri popoli, non soccombe
più ad alcuna loro preponderanza fattizia, ma conquista, illumina,
rinnova tutti gli altri continenti. L'America è già tutta europea di
spirito, figlia primogenita e rivale dell'Europa: questa vi possiede
ancora qualche colonia, che può sfruttare come una fattoria, ma che
perderà presto come tutte le altre. L'America è democratica: l'altro
ieri fucilava al Messico l'ultimo imperatore avventuriero, ieri
distruggeva nel Brasile l'ultimo impero e rinviava in Europa Pietro I di
Braganza, come un servitore pensionato.

I due grandi problemi esteri per l'Europa sono l'Africa e l'Asia, che
essa deve attirare l'una dalla preistoria nella storia, l'altra dalla
storia antica nella storia moderna. Tutte le nazioni europee si sono
date in questo secolo la posta sul continente nero; Russia ed
Inghilterra si contendono la gloria e l'utile di trasformare l'Asia; il
secolare problema della Turchia sul Bosforo non è che un dato del
problema orientale. Ma la Russia, già distesa nell'Asia sovra immensi
territori, cinge colla Siberia la Cina a nord-ovest, e dal Caucaso
discendendo per la Persia e l'Afganistan minaccia di asserragliarla al
sud per sopraffarvi l'Inghilterra; una ferrovia russa, miracolo
d'improvvisazione, in pochi anni, tocca già al Tibet; Annenkoff, il
generale che l'ha costrutta, ne sta disegnando un'altra sino all'estrema
frontiera chinese verso il Giappone. L'America ha offerto i miliardi dei
propri banchieri al Celeste Impero per aprirvi le prime grandi arterie
ferroviarie; gli inglesi solcano di ferrovie l'India; il commercio ha
dischiusi tutti i porti asiatici; la Francia, sempre liricamente
avventuriera, è penetrata vittoriosa fino a Pechino e si è ritirata
fermandosi conquistatrice nell'Annam, nella Cocincina e nel Tonkino.

Mentre l'Europa penetra con sì irresistibile espansione nei due
vastissimi continenti, che quasi l'imprigionano, raddoppia in sè
medesima con rapido processo le proprie forze. Tutti i suoi popoli in
questo secolo si sono rinnovati al contatto della rivoluzione francese.
Teocrazie, monarchie, aristocrazie, hanno dovuto soccombere ad una
democrazia multiforme: appena costituite le nazioni, si pensa a
confederazioni per razze. Nel Baltico un disegno di federazione
presentato dal re di Svezia (1864) congiunge Svezia, Norvegia e
Danimarca; l'avanguardia della democrazia latina ne propone un altro per
stringere in un solo fascio Spagna, Francia e Italia; la Germania,
riunitasi intorno alla Prussia in un impero di 45 milioni di cittadini,
aspetta l'occasione di assorbire gli altri 12 milioni di tedeschi
predominanti ancora nell'impero austriaco. Questo, scacciato dal centro
d'Europa, tende ad inorientarsi, e per resistere al moto delle
nazionalità comincia a concedere qualche autonomia ai maggiori popoli,
onde è composto: l'Ungheria è già in possesso di un proprio parlamento,
gli czechi di Boemia lo reclamano ad alte grida e propongono Praga a
loro capitale, nei Principati Danubiani guerre e rivoluzioni vi educano
le forti popolazioni a libertà. Bulgaria, Romania, Serbia, Montenegro,
vi sono già indipendenti e con dinastie proprie; la Bosnia e
l'Erzegovina, cedute in amministrazione all'Austria dal trattato di
Berlino (1878), non intendono acconciarsi al nuovo padrone, che tutti
gli slavi di Polonia, di Transilvania, di Gallizia, di Slavonia, di
Dalmazia, guardano con occhio nemico. La Grecia ostinata nell'eroismo
delle proprie rivendicazioni, tiene sempre la mano sull'elsa per
slanciarsi contro il turco, del quale l'impero europeo, caduto nel fondo
della più orribile rovina economica, si sfascia politicamente sotto
l'azione combinata dell'idea greco-slava e dei propri principii
barbarici. Ora le rivalità dell'Austria, della Russia e dell'Inghilterra
lo proteggono ancora, ma l'irresistibile moto nazionale delle sue
popolazioni cristiane non può essere arrestato da alcuna combinazione
diplomatica. Qualunque sia dunque per essere il carattere che dominerà
la formazione di questi nuovi stati divisi ancora da odii di sètte
religiose e da gelosie storiche di razza; vi preponderi la influenza
greca o slava, l'unità panslavistica di Pietroburgo, o una federazione
più democratica che vi rispetti le originalità regionali; l'Austria si
dissolva in questo moto o vi si rinnovi entrando coi proprii popoli in
questa lega che potrebbe avere altrettante capitali che gli Stati Uniti
d'America, Praga, Buda-Pest, Belgrado, Bucarest, Sofia, Atene,
Costantinopoli, mentre Vienna sarebbe la seconda città della Germania: è
impossibile che il processo d'individuazione si fermi in questi stati,
cui l'islamismo non potè fondere, e che la moderna democrazia deve
integrare.

Se nei primi passi all'indipendenza essi tutti, come il Belgio, la
Grecia e l'Italia, accettarono o accattarono dinastie indigene o
straniere, le quali naturalmente si destreggiarono diplomaticamente fra
loro medesime e più forti vicini per timore di essere fuse in un grosso
getto monarchico; questo tirocinio politico era necessario per
addestrarli ai governi rappresentativi e per convergere in una fattizia
unità di comando i loro sforzi sempre infranti da troppo minuti
antagonismi.

Quindi il grande problema europeo, una volta dibattuto sul Reno, sul Po
e sull'alto Danubio, ribolle ora alla foce di questo ultimo e sulle
sponde del mare Nero, che dopo essere stato uno stagno turco sta per
diventare un lago russo, se il panslavismo, nell'incalcolabile sua forza
di espansione trionfando delle opposizioni riunite dell'Austria e
dell'Inghilterra, offra alle popolazioni slave del sud più pronta
indipendenza della Porta e maggiore fortuna politica coll'annessione
all'impero degli czar.

L'avvenire della politica e della storia europea è dunque slavo.

Un immenso popolo, disseminato sulla metà del nostro continente, sta per
aprirvi un periodo di civiltà pari al latino e al germanico. Il suo
numero enorme è tuttavia piccolo per il suo territorio: la sua orbita
abbraccia già una gran parte dell'Asia, e si piega dal mare di Behring
al mar Glaciale sino al Baltico, penetra nella Scandinavia e nella
Prussia, dal mar Nero tende al Mediterraneo e da questo all'Adriatico e
all'Oceano Indiano. Le avanguardie slave vigilano già nella Dalmazia,
sono accampate nel cuore dell'Austria, gli eserciti russi hanno già
corso vittoriosi tutta l'Europa da Parigi a Costantinopoli. L'impero
degli czar ha l'estensione e la varietà di un mondo. Nella sua
spaventevole unità governativa presenta la più salda compattezza
attraverso le antitesi di tutte le forme della vita primitiva colla vita
moderna; religione e politica vi sono fuse da secoli nello czar,
pontefice ed imperatore, che regna, governa, giudica, rivela a nome di
Dio. La forza dell'impero è incalcolabile come l'autorità del suo
governo: nessuna guerra può vincerlo, nessuna rivoluzione rovesciarlo.
Entrato da poco più di un secolo nella storia europea, esso ne domina
già le vicende: ha indigato la rivoluzione francese, cancellato il primo
impero napoleonico, organizzato nella Santa Alleanza la reazione
monarchica, liberata la Grecia, sottratti colla propria influenza i
Principati Danubiani alla Turchia; colla voracità dei barbari divora
tutti i prodotti della nostra civiltà per meglio assimilarsene la
sostanza; ha già una scienza, una letteratura, una musica, una politica,
della quale i disegni sorpassano tutte le combinazioni diplomatiche
degli altri governi. Il suo raccoglimento è sublime di promesse, la sua
attività miracolosa d'ardimenti. Coll'istinto infallibile dell'avvenire
minaccia simultaneamente Asia ed Europa: il suo sogno è di espandersi
dall'India all'Illiria, la sua marcia attraversa regioni di tutti i
climi e di tutte le storie, lenta, calcolatrice, senza mai
indietreggiare, assodando la conquista prima di aumentarla, aiutandosi
egualmente colla barbarie ubbidiente della propria moltitudine e colla
raffinata cultura del proprio governo. Nessuna tirannia è più terribile
e meno capricciosa della sua, che ubbidisce ancora più fanaticamente del
popolo all'idea di un mondo russo. Roma non era che una città di
soldati, Londra non è che una città di mercanti, Pietroburgo è una città
di padroni, che invece di soggiogare il mondo o di sfruttarlo, vogliono
riempirlo di se medesimi. La loro devozione allo czar è fatta di fede in
se stessi. Di fronte all'impero russo l'impero austriaco pare una
piccola confusione burocratica, e quello germanico un accampamento
militare: entrambi debbono destreggiarsi nella politica per difendere la
propria importanza, mentre la Russia sa di essere inattaccabile.

La terribilità della sua forza si rivela ad intervalli nelle esplosioni
de' suoi rivoluzionari, che col nome inesplicabile di nihilisti
vorrebbero trarla dalla sua base per farne una improvvisata democrazia
moderna. Solo il cristianesimo alla prima guerra contro Roma potè
mostrare nei propri neofiti una pompa di volontà e una gloria di
passione pari a quella dei moderni nihilisti.

Il moto delle nazionalità raddoppia la potenza della Russia, facendola
centro di tutti gli slavi dispersi nel mezzo o nel sud dell'Europa: il
panslavismo è la più vasta, profonda idea nazionale della storia
europea. Grecia, Belgio, Italia, Germania, non vi prelusero che come
saggi.

All'immensa iniziativa della rivoluzione francese solo il moto
panslavista è degno risultato.

Quindi l'Europa non ha che due fuochi, Parigi e Pietroburgo: due
originalità, la republica e lo czarismo: tutti gli altri governi
costituzionali sono transizioni di epoche e transazioni di principii.
Nessuna guerra se non russa può mutare sensibilmente la carta europea;
nessun problema è più vitale per tutti i governi del come gli slavi del
sud si riuniranno in nazione. I popoli occidentali d'Europa possono
perfezionarsi piuttosto che crescere; il popolo russo può emigrare
all'interno per una varietà sconfinata di terre, ove tutti i climi gli
promettono tutte le ricchezze, prima che le collisioni del lavoro col
capitale vi producano la tormenta politica delle nostre anguste
democrazie.

Ora per quasi tutti i governi d'Europa la questione pregiudiziale è
quella della loro forma monarchica, alla quale mancando la consacrazione
religiosa e la giustificazione teoretica crescono ogni giorno le
ostilità. Negli stati, ove le monarchie furono necessario strumento alla
rivoluzione, la lotta è meno violenta per l'elasticità delle une e
dell'altra; ma in quelli, ove le monarchie preesistevano alla
rivoluzione, la lotta si accanisce nelle antinomie dei principii, che le
costituzioni irritano cogli stessi espedienti di conciliazione.

Fra cittadino e re la guerra è anche più fiera che non fra operaio e
capitalista, giacchè alle rivoluzioni sociali debbono sempre aprire il
passo le rivoluzioni politiche.

Dopo la proclamazione della sovranità popolare tutte le monarchie sono
idealmente reazionarie. Il loro ufficio in questo secolo fu di prestare
alla rivoluzione il proprio ambiente per attuarvi l'originalità
dell'idea democratica nella sproporzione pericolosa fra la coscienza
culta delle classi dirigenti e la coscienza bruta delle classi dirette.
Le monarchie diventarono come il punto neutro, ove s'accordarono le
ragioni del passato e le istanze dell'avvenire, i pregiudizi e i
privilegi storici colle uguaglianze e colle giustizie sociali. Nella
garanzia di ordine offerta dalle monarchie si acquetarono le diffidenze
delle plebi e gli odii delle aristocrazie contro il pareggiamento
democratico; ma le contraddizioni della sovranità popolare col diritto
divino dovevano mutare la pace costituzionale fra monarchi e popoli in
una guerra parlamentare con interventi di piazza, appena le battaglie
rompessero i confini statutari.

Le monarchie più gloriose furono in Piemonte e in Prussia, e dureranno
più lungamente, finchè un egoismo dinastico o un errore di metodo
inimicandole colla patria le rompa come il bozzolo, dal quale deve
involarsi la farfalla.

In fondo a tutte le monarchie costituzionali sta la stessa republica.

Quale è dunque il posto e la missione dell'Italia monarchica in questa
Europa, nella quale la popolazione aumenta da un secolo con nuova
proporzione, e il militarismo prodotto dalle guerre di nazionalità
mantiene armati nella pace tre o quattro milioni di soldati, e può
raddoppiarli al primo scoppio di ostilità? L'Italia, che va liquidando
la sovranità temporale del papato, e ha raggiunta fra tutti gli stati
risorti a nazione la più intensa unità politica, con oltre duemila anni
di storia la più gloriosa, e in breve territorio la più spiccata varietà
di attitudini nel proprio popolo, quali idee e quale forza può recare
nella politica europea? In questo secolo non è più possibile parlare di
primati come quelli antichi di Roma; la civiltà futura d'Europa potrà
colorarsi vivamente ai riflessi del mondo slavo, ma non sparirà più nel
carattere di un solo popolo.

Ora all'avanguardia del progresso democratico sta ancora la Francia
colla propria republica, mentre la Russia, attardata nella più arcaica
forma di governo, addensa promesse su promesse di civili originalità:
unità republicana e unità ieratica chiudono l'Europa come in una
parentesi. Nella Germania il federalismo imperiale non ha altra vera
unità che l'esercito; il lavoro dell'assimilazione politica, cui non
basterà una sola generazione, converge all'interno tutte le forze
nazionali; la Spagna non entra più nel concerto europeo che per
risolvervi qualche difficoltà coloniale; l'Inghilterra non vi è spinta
che da contraccolpi della questione orientale; l'Austria cerca una nuova
base federalista per non uscirne. L'Italia, costretta dal proprio
diritto nazionale alla conquista di Trento e di Trieste, e dalle proprie
origini rivoluzionarie ad una politica democratica, dovrà attraverso le
oscillazioni delle correnti parlamentari seguire una politica che
secondi il liberalismo francese e le nazionalità slave. La sua opera nel
Mediterraneo può essere prevalente: i suoi addentellati storici col
mondo greco-slavo le permettono un'ingerenza altrettanto fortunata che
gloriosa, le sue affinità colla Francia e colla Spagna le assicurano con
una alleanza l'invincibilità.

Il suo nemico immutato è l'Austria; il mare, che può e deve essere suo,
è l'Adriatico, mentre la Germania avrà il Baltico.

La sua monarchia dei Savoia potrà accompagnare la rivoluzione nazionale
dell'unità sino alla conquista di Trento e di Trieste?

La scienza della storia non può rispondere a questo problema.

Ora l'Italia elabora in se stessa la propria coscienza di grande
nazione. Se la forma monarchica del suo governo è naturalmente
reazionaria, il suo spirito rivoluzionario ha potuto produrre in questo
secolo le due maggiori originalità politiche con Napoleone I e con
Garibaldi: il suo governo è ancora all'avanguardia della nazione, ma
questa si affretta per raggiungerlo, e non può tardare molto a
sorpassarlo.

L'alleanza attuale dell'Italia colla Germania e coll'Austria contro la
Francia e la Russia non esprime più che l'ultimo stadio della sua
inferiorità politica, nella contraddizione della sua posizione
diplomatica colle sue tendenze storiche.

L'avvenire d'Italia sarà di assoluta libertà, e quindi fecondo di grandi
iniziative.

La Germania all'indomani del proprio trionfo sul secondo impero
napoleonico, nell'ebbrezza superba di sentirsi finalmente libera ed una,
alzava a se medesima una statua colossale sulle rive del Reno fisa
minacciosamente verso Francia; nè paga a questo monumento di un'ultima
gloria militare, esorbitando dalla propria idea, ne levava un'altra ad
Arminio che tagliava a pezzi le due legioni di Varo, quasi con quella
vittoria aneddotica di un condottiero selvaggio volesse opporre se
medesima all'immensa storia ideale di Roma. Quindi, bandendo per
l'iscrizione latina, che doveva spiegare quel monumento, un concorso
mondiale, con spavalda ironia dava il premio al romagnolo Ferrucci,
retore latinista e abbastanza vacuo italiano per non sentire la vergogna
di vantare una sconfitta romana così:

    Hic, ubi romano rubuerunt sanguine valles,
      Duxque datus saevae cum legione neci
    Hostibus hic terror post saecula multa resurgo
      Vindex Germani nominis Arminius.

L'Italia tacque.

Quando l'Italia avrà conquistata intera la coscienza della sua nuova
grandezza in Europa, sentendo meglio quella antica nella quale fu centro
a tutto il mondo, risponderà alla Germania col mettere in Campidoglio,
al posto di Marco Aurelio, l'incomparabile statua di Giulio Cesare
confusa ora nel museo capitolino fra troppi capolavori, e vi scriverà
sotto con romana brevità:

                                DIVO
                         CAIO JULIO CAESARI
                           URBS ET ORBIS

E ora esaminiamo le condizioni della lotta politica attuale.


  Casola Valsenio, 2 giugno 1888-29 settembre 1890.



INDICE


  LIBRO SETTIMO: =La rivoluzione unitaria=             _Pag._    7
  CAPITOLO PRIMO: La grande vigilia                              9
  -- Esaurimento della reazione                                   9
  -- Ultime difficoltà del Piemonte                              13
  -- L'idea napoleonica                                          16
  -- Alleanza Franco-Sarda                                       18
  CAPITOLO SECONDO: La conquista regia                          25
  -- Guerra Franco-Sarda                                         25
  -- La pace francese                                            31
  -- Catastrofe dell'idea piemontese                             35
  CAPITOLO TERZO: Prime integrazioni rivoluzionarie             40
  -- I governi provvisori nell'Italia centrale                   40
  -- Iniziative dittatoriali                                     44
  -- Le annessioni dell'Italia centrale                          51
  -- Cessione di Nizza e di Savoia                               54
  CAPITOLO QUARTO: La conquista rivoluzionaria                  59
  -- I mille di Marsala                                          59
  -- Ultime resistenze dei governi borbonico e piemontese        71
  -- Impresa di Napoli                                           78
  -- Campagna piemontese nelle Marche                            85
  -- Annessione del reame                                        90
  LIBRO OTTAVO: =Il regno d'Italia=                             95
  CAPITOLO PRIMO: Il primo assetto                              97
  -- Insufficienza storica della nuova monarchia                 97
  -- I dati della politica monarchica                            99
  -- Caratteri parlamentari                                     105
  -- Difficoltà politiche                                       109
  CAPITOLO SECONDO: La proclamazione di Roma capitale          113
  -- Trattative diplomatiche                                    113
  -- L'ordine del giorno Buoncompagni                           116
  -- Ultima lotta fra Garibaldi e Cavour                        118
  -- Le Regioni                                                 124
  CAPITOLO TERZO: I luogotenenti di Cavour                     128
  -- L'ambiente politico                                        128
  -- I primi ministeri                                          132
  -- Empirismo legislativo                                      135
  CAPITOLO QUARTO: La reazione del brigantaggio nel
     mezzogiorno                                               140
  CAPITOLO QUINTO: La tragedia d'Aspromonte                    149
  -- L'avventura di Sarnico                                     149
  -- Seconda spedizione garibaldina                             154
  -- La monarchia italiana e il papato                          161
  CAPITOLO SESTO: Soluzione monarchica del problema di Roma    166
  -- Roma durante la rivoluzione                                166
  -- La convenzione di settembre                                171
  -- Trasporto della capitale a Firenze                         176
  CAPITOLO SETTIMO: La prima guerra italiana nel veneto        181
  -- Cospirazioni regie e democratiche                          181
  -- La preparazione prussiana                                  187
  -- Trattative ed apparecchi                                   191
  -- La campagna                                                197
  -- Garibaldi nel Tirolo                                       201
  -- Battaglia di Lissa                                         204
  -- La pace di Vienna                                          206
  CAPITOLO OTTAVO: Ultima ripresa rivoluzionaria               212
  -- Ultima reazione brigantesca a Palermo                      212
  -- La politica ecclesiastica                                  214
  -- Ministero Rattazzi                                         218
  -- Mentana                                                    226
  -- Contraccolpi parlamentari                                  230
  -- Ultimi conati mazziniani                                   234
  CAPITOLO NONO: La crisi finanziaria                          240
  -- L'ambiente economico                                       240
  -- Quintino Sella                                             244
  -- Il pericolo del fallimento                                 247
  CAPITOLO DECIMO: La presa di Roma                            259
  -- Rivalità della Francia colla Prussia                       259
  -- Fine del papato temporale                                  265
  -- Guerra Franco-Prussiana                                    268
  -- Esitazioni monarchiche                                     270
  -- Annessione di Roma                                         280
  -- Ingresso di Vittorio Emanuele a Roma                       283
  -- Garibaldi in Francia                                       285
  -- La legge delle Guarentigie                                 291
  CAPITOLO UNDECIMO: L'opposizione ideale                      298
  -- Decadenza letteraria                                       298
  -- Giosuè Carducci                                            302
  LIBRO NONO: =Il secondo periodo monarchico=                  313
  CAPITOLO PRIMO: Le due monarchie                             315
  -- Esaurimento della destra                                   315
  -- I prigionieri della monarchia                              320
  -- Ultimo ministero Minghetti                                 323
  -- Avvento della sinistra                                     328
  CAPITOLO SECONDO: La conquista africana                      335
  -- Attrazione della storia europea                            335
  -- Influenza europea sull'Africa                              338
  -- Iniziativa italiana                                        343
  -- Difficoltà diplomatiche                                    345
  -- Battaglia di Dogali                                        356
  CAPITOLO TERZO: L'Italia in Europa                           363



      *      *      *      *      *



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (neo-guelfi/neoguelfi, khedive/khedivè, oblio/oblìo e
simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La lotta politica in Italia, Volume III (of 3) - Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione" ***

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