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Title: Giacomo Leopardi (1798-1837) - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Giacomo Leopardi (1798-1837) - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero" ***

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                                  LA
                            VITA ITALIANA

                              DURANTE LA
                   Rivoluzione francese e l'Impero


                _Conferenze tenute a Firenze nel 1896_

                                  DA

        Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Anton Giulio Barrili,
          Vittorio Fiorini, Guido Pompilj, Francesco Nitti,
       E. Melchior de Vogüé, Ferdinando Martini, Ernesto Masi,
        Giuseppe Chiarini, Giovanni Pascoli, Adolfo Venturi,
                           Enrico Panzacchi.



                                MILANO
                       FRATELLI TREVES, EDITORI

                                 1897.



                        PROPRIETÀ LETTERARIA

                     _Riservati tutti i diritti_.

                        Tip. Fratelli Treves.



                          GIACOMO LEOPARDI
                            (1798-1837)


                            CONFERENZA
                                DI

                          GIOVANNI PASCOLI.



_Signore e Signori_,



I.


Era un sabato, il più bel giorno dei sette: e io uscito “in sul calar
del sole„ dalla porta di Monte Morello mi recava al colle detto Monte
Tabor. Sono ora pochi giorni: della primavera tuttavia irresoluta avevo
visto già dal mattino, venendo dal Porto alla città di Recanati,
inalberare la terra due insegne tra il pallore degli ulivi; una candida,
una rosea, d'un mandorlo e d'un pesco. E nelle prode e per i greppi
vedevo ora le margherite richiudere per la notturna vigilia i petali
sfumati di carmino che candidi erano apparsi nel giorno (spose
biancovestite che si tingono di rossore allo sbocciare della stella);
mentre io adorava le orme del Poeta, lasciandomi alle spalle la
“piazzuola„ piena del “lieto romore„ dei fanciulli e avviandomi
all'“ermo colle„ donde egli aveva sentito nell'anima gl'“interminati
spazi„ e i “sovrumani silenzi„. Il colle non è più quello, essendo stato
in parte tagliato per dar luogo a una strada nuova, e piantato e
ripulito e pettinato per diventare un giardino pubblico, il Pincio; ma
“ermo„ era anche quella sera di sabato. E si udivano bensì grida di
fanciulli, felici della festa del domani; ma di qua e là, di lontano; e
velavano appena la taciturnità del tramonto. Tornava un contadino con la
vanga sulla spalla, dando la faccia rugosa ai bagliori del sole. Tornava
una vecchierella con sul capo un piccolo fascio di stecchi. Un'altra le
si fermava di contro. Stettero, nereggiando tra uno scintillìo diverso e
continuo, parlando tra uno scampanìo fioco di voci remote. Parlavano a
lungo: tentennavano la testa. Il “buon tempo„ pareva non lo avessero
conosciuto mai.



II.


“Donzellette„ non vidi venire dalla campagna col loro fascio d'erba. Non
ancora la lupinella insanguina i campi. Avrei voluto vedere il loro
mazzolino, se era proprio “di rose e di viole„. Rose e viole nello
stesso mazzolino campestre d'una villanella, mi pare che il Leopardi non
le abbia potuto vedere. A questa, viole di Marzo, a quella, rose di
Maggio, sì poteva; ma di aver già vedute le une in mano alla
donzelletta, ora che vedeva le altre, il Poeta non doveva qui
ricordarsi. Perchè il Poeta qui rappresenta a noi cose vedute e udite in
un giorno, anzi in un'ora; e bene le rappresenta, come non solevano i
poeti italiani del suo tempo e dei tempi addietro. E come queste, così
altre; e in ciò è la sua virtù principale e, aggiungerei se non fosse
ozioso e noioso a proposito di poesia parlar di gloria, la principale
sua gloria. Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa
che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è
nelle cose: un certo etere che si trova in questa più, in quella meno,
in alcune sì, in altre no. Il poeta solo lo conosce, ma tutti gli
uomini, poi che egli significò, lo riconoscono. Egli presenta la visione
di cosa posta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva. Erano forse
distratti gli occhi, o forse la cosa non poteva essere resa visibile che
dall'arte del poeta. Il quale percepisce, forse, non so quali raggi X
che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate. Ora il
Leopardi (io pensavo fermandomi a guardare i monti di Macerata, sui
quali si contorcevano alcune nuvole in fiamma, come dolorando), il
Leopardi questo “mazzolin di rose e di viole„, non lo vide quella sera;
vide sì un mazzolino di fiori, ma non ci ha detto quali; e sarebbe stato
bene farcelo sapere, e dire con ciò più precisamente che col cenno del
fascio dell'erba quale stagione era quella dell'anno. No: non ci ha
detto quali fiori erano quelli, perchè io sospetto che quelle rose e
viole non siano se non un _tropo_ e non valgano, sebbene speciali, se
non a significare una cosa generica: fiori. E io sentiva che, in poesia
così nuova, il poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune alla
poesia italiana anteriore a lui: l'errore dell'indeterminatezza, per la
quale, a modo d'esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col
nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le
capinere e i falchetti con quello d'uccelli. Errore d'indeterminatezza
che si alterna con l'altro del falso, per il quale tutti gli alberi si
riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (anzi rose e viole
insieme, unite spesso più nella dolcezza del loro suono che nella
soavità del loro profumo), tutti gli uccelli a usignuolo. Ma non erano
usignuoli quelli che io sentivo tra gli uliveti della valle sottoposta;
sebbene d'usignuolo sembrassero tre o quattro note punteggiate che
promettevano, a ogni momento e sempre invano, il prorompere e il
frangersi della melodia: preludio eterno. Quelle note d'usignuolo mal
riuscito erano di cingallegre; e io le udivo a quando a quando dare in
quegli striduli sbuffi d'ira o timore, che sembrano piccoli nitriti
chiusi in gola d'uccello; le udivo, ora qua ora là, strisciare a lungo
la loro limina mordace su un ferruzzo duro duro.



III.


Quante volte si sarà soffermato il Leopardi ad ascoltare queste risse
vespertine, risse sull'ora di scegliere il miglior posto per attendervi,
con una zampina su, l'aurora! Egli amava “le più liete creature del
mondo„, il filosofo solitario. Puro nell'elogio che ne scrisse, non
riuscì a infondere la poesia che sentiva in quello che egli chiama loro
“riso„, in quella vispezza e mobilità per la quale egli li assomiglia a
fanciulli. Ciò che ne dice, è troppo generico, lasciando che non è tutto
esatto. Per quanto l'assunto del filosofo dovesse in quell'elogio
contrastare al sentire del poeta, tuttavia noi vi desideriamo il
particolare perchè sia e legittima l'induzione del filosofo e viva
l'esposizione del poeta. Ma non un nome di specie: tutti uccelli, tutti
canterini. Nè molta varietà è, a questo proposito, nelle poesie: in una
canta al mattino “la rondinella vigile„ e la sera il “flebile usignol„;
e il “musico augel„ in un'altra canta il rinascente anno e lamenta le
sue antiche sventure “nell'alto ozio de' campi„; e in un'altra è “il
canto de' colorati augelli„ insieme col murmure de' faggi; e via
dicendo. Ora da questi e simili esempi si potrebbe inferire (io pensava)
che il Leopardi non fosse quel poeta che tutti dicono, o perchè non
colse quel _particolare_ nel quale è, per così dire, come in una cellula
speciale, l'effluvio poetico delle cose, o non lo colse per primo. Ma il
nuovo e il vivo abbonda. E così mi rivolgeva nella mente, come un uomo
pio sussurra un'orazione per scacciare un brutto pensiero, i tanti
luoghi coi quali il poeta della mia giovinezza, della giovinezza di
tutti, destava in me i palpiti nuovi nel riconoscere le vecchie cose.
Ripensavo le sue notti. Ecco una notte tormentata dalla tempesta: a un
tratto non più lampi, non più tuoni, non più vento: buio e silenzio.
Un'altra: una notte buia: la luna sorge dal mare e illumina un campo di
battaglia tutto ancora vibrante del fracasso del giorno: gli uccelli
dormono, e appena rosseggerà il tetto della capanna, gorgheggeranno come
al solito. Un'altra ancora: una notte illuminata: la luna tramonta,
spariscono le mille ombre “e una oscurità la valle e il monte imbruna„,
e il carrettiere saluta con un melanconico stornello l'ultimo raggio.
Oh! i canti e i rumori notturni! il fanciullo che non può dormire e
sente un canto “per li sentieri Lontanando morire a poco a poco„ o,
mentre sospira il mattino, sente, portato dal vento, il suono dell'ora!
Nessuno in Italia, prima e dopo il Leopardi, rappresentò così bene
l'estasi d'una notte estiva:

                               allora
    Che, tacito, seduto in verde zolla,
    Delle sere io solea passar gran parte
    Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
    Della rana rimota alla campagna!
    E la lucciola errava appo le siepi
    E in su l'aiuole, sussurrando al vento
    I viali odorati, ed i cipressi
    Là nella selva: e sotto al patrio tetto
    Sonavan voci alterne e le tranquille
    Opre dei servi.

E nessuno meglio sentì la poesia d'un risvegliarsi in campagna al
picchierellare sui vetri della pioggia mattutina; e nessuno meglio
espresse il riprendere della vita dopo un temporale: lo schiamazzar di
galline, il grido dell'erbaiuolo, che s'era messo al coperto, il
rumoroso spalancarsi delle finestre, che erano state chiuse, e in ultimo
il tintinnìo dei sonagli e lo stridere delle ruote d'un viaggiatore che
riprende il suo viaggio; e nessuno dirà meglio mai la sensazione d'un
canto di donna, udito di notte, in una passeggiata, dentro una casa
serrata, a cui ci si soffermò per caso; o di giorno, nel maggio odoroso,
misto al cadenzato rumore delle calcole e del pettine. Un grande poeta,
o cingallegre che fate sentire lo stridìo assiduo delle vostre piccole
lime, in questo dolce sabato sera! un grande poeta, sebbene egli forse
non distinguesse i vostri squilli dallo spincionare del fringuello, a
cui assomigliano! Così pensavo, e venne il suono delle ore dalla torre
del borgo, e io pensai all'altra torre, la torre antica del Passero
solitario. Era proprio alle mie spalle. La primavera brillava nell'aria,
sebbene non esultasse ancora per li campi: qualche belato, qualche
muggito si udiva: dei passerotti saltabeccavano sul tetto della chiesa
di Sant'Agostino, che ora è una prigione; le cingallegre stridevano
sempre. Il Passero solitario però non faceva più il nido nella torre, di
cui fu abbattuta la “vetta„: mi dissero che più tardi ne avrei sentito i
sospiri d'un gufo. Più tardi: ora il sole dirimpetto, facendo lustrare e
avvampare tutti i vetri delle case,

                  tra lontani monti
    Cadendo si dilegua, e par che dica
    Che la beata gioventù vien meno.



IV.


Il sole non si dileguava così presto dietro il Sanvicino: esso colorava
qua in rosa tenue, là in rosa carico, qua in oro, là in violetto le
nuvole che parevano essere convenute per assistere alla sua discesa. A
un volger d'occhio, quella si scolorava in ardesia, questa trascolorava
in porpora. E non mi pareva che il sole dicesse cadendo quelle tristi
parole. Già con me erano di troppo: ma mi ricordo che quando ero, non un
poeta giovane, ma un giovane proprio, il sole al tramonto mi diceva
sempre, come dirà anche oggi ai giovani lettori del Leopardi:

    Che la beata gioventù vien meno.

Il Passero solitario dicono che sia concezione, so non lavoro, della
prima giovinezza del Poeta: dell'anno 19 che fu a lui il più ricco di
ispirazioni. Fu concepito, in vero, quando il poeta non curava più

                sollazzo e riso,
    Della novella età dolce famiglia,

quando non era più quel fanciullo giocondo, di cui egli stesso narra:

                  In queste sale antiche,
    Al chiaror delle nevi, intorno a queste
    Ampie finestre sibilando il vento,
    Rimbombaro i sollazzi e le festose
    Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
    Mistero delle cose a noi si mostra
    Pien di dolcezza.

Giacomo godè il suo Sabato, “giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro,
sereno„. La sua fanciullezza passò, come raccontava il suo fratello
Carlo, tra giuochi e capriole e studi; ma passò in un collegio. Carlo
lodava suo padre “d'averli tenuti presso di sè„; ma certo questi li
tenne più da _rettore_ che da padre. Monaldo credeva d'avere ricevuto
una _instituzione_ molto imperfetta. “L'ottimo Torres„ egli dice “fu
l'assassino degli studi miei, ed io non sono riuscito un uomo dotto,
perchè egli non seppe studiare il suo allievo e perchè il suo metodo di
ammaestrare era cattivo decisamente„. Ora sin dall'età di anni
quattordici egli aveva detto fra sè che avendo figli non avrebbe
permesso ad alcuno lo straziarli tanto barbaramente. Come tenne il suo
proponimento? In una cosa intanto: nel non mandare in monastero la
figlia Paolina, come vi era stata mandata la sua sorella, con la quale e
col fratello vivo aveva trascorso i suoi primi anni. Egli sofferse molto
di quell'allontanamento e non volle dare a Giacomo e a Carlo il dolore
che aveva provato esso. Poi: avrà certo raccomandato ai precettori che
forniva ai suoi figli di non essere così pedanti da esigere da essi la
recitazione a memoria di “libri intieri senza il più piccolo errore„. Ma
i precettori volle che fossero preti: don Giuseppe Torres per primo (il
suo maestro “di una severità intollerabile„), poi don Sebastiano
Sanchini. Egli diede inoltre ai figli un pedagogo, che sempre li
accompagnasse, “un pedante vermiglio, grasso, florido„, don Vincenzo
Diotallevi, buon bevitore. Quelli erano i maestri o professori, questo
il prefetto; il rettore, s'intende, era Monaldo. I giuochi dei ragazzi
erano quali si fanno anche oggidì nei collegi un poco all'antica; quali
mi ricordo d'aver fatti anch'io nel collegio dei buoni Scolopi, ai quali
sono grato dal profondo del cuore: battaglie romane. Intanto che
Napoleone (Monaldo nel 1797 avrebbe potuto vederlo. “Passò velocemente a
cavallo, circondato da guardie le quali tenevano i fucili in mano col
cane alzato. Tutto il mondo corse a vederlo. Io non lo vidi, perchè
quantunque stessi sul suo passaggio nel palazzo comunale, non volli
affacciarmi alla finestra, giudicando non doversi a quel tristo l'onore
che un galantuomo si alzasse per vederlo„) intanto che Napoleone
combatteva ad Austerlitz o a Jena, i piccoli Leopardi ed i piccoli
cugini Antici, battagliavano a Canne o a Zama, nel grande salone, al
chiarore delle nevi, o nel giardino; e Giacomo mostrava, sotto il nome o
di Scipione o di Annibale, quell'ardore guerresco, che si adempiè poi
nel 18 coi celebri versi:

    L'armi, qua l'armi: io solo
    Combatterò, procomberò sol io.

Sanno di collegio le passeggiate fatte sempre insieme e sempre col
prefetto o pedagogo, sa di collegio la burla fatta al buon prete, che
Giacomo descrisse nella poesiola “la Dimenticanza„; sa di collegio quel
porsi nomi finti (Giacomo era Cleone; Carlo, Lucio; Paolina, Eurilla).
Si narra persino del romanzo letto di nascosto.... Nè mancavano gli
esami e le premiazioni. “Noi tre„ racconta Carlo, “fratelli più grandi,
Giacomo, io e la Paolina, davamo talvolta in casa saggi quasi pubblici
de' nostri studi„. E da questa vita di soggezione continua e di
regolarità uniforme, veniva quel bisogno delle fole e delle novelle, che
Giacomo raccontava e Carlo ascoltava a lungo; e derivò presto
quell'opposizione di pensieri col loro padre, che nei collegi è solita
tra alunni e superiori. Giacomo “l'onorare i genitori non intendeva
esserne schiavo„. Ciò nei tempi in cui si confessava, poichè “ne fu
dichiarato empio dal prete„. Il noto dissidio tra padre e figlio, che ha
diviso gli studiosi del Leopardi in due fazioni, quella dei Monaldiani e
quella dei Giacomiani, nacque, o almeno fu reso facile o possibile, da
questo fatto: che Giacomo, come i suoi fratelli, vide da fanciullo nel
padre più il superiore che il genitore; e ciò attenua la colpa sì di
Monaldo, se è di Monaldo, perchè egli operava a fin di bene, sì di
Giacomo, se è di Giacomo, perchè egli non credeva di fare tanto male.
Col tempo, Carlo lodò suo padre e della severa educazione e
dell'istruzione “forse migliore di quella dei collegi„, come lodiamo noi
ora quel buon rettore di cui da ragazzi dicevamo tanto male. Certo noi
ameremmo o amiamo i nostri figliuoli in modo diverso; ma non si può dire
che Monaldo non li amasse a modo suo. Oh! egli avrebbe fatto meglio,
dico io non ostante le lodi di Carlo, a metterli a dirittura in un
collegio vero e fuori di casa. Nella tristezza della solitudine, che si
fa in esso così fiera nella celletta dopo il chiasso del giorno e il
brusìo della sera, si sarebbero essi con tutta l'anima rivolti alla
famiglia lontana. Io ricordo che strette al cuore sentivo quando mi
giungeva, la notte, nella veglia non consolata, “il suon dell'ore„. Era
la voce della città straniera; non del borgo natìo. E io pensavo a babbo
e mamma. E Giacomo non poteva nemmeno fuggendo dal padre, correre al
seno della madre. Essa, tutta occupata nel restaurare il patrimonio
Leopardi, non accarezzava i figli che con lo sguardo. Se era così dolce,
come so io d'un'altra, come sanno tutti, o quasi, di una, poteva
bastare. Ma....



V.


Nell'_instituzione_ di Monaldo era sopratutto un vizio che egli con
meraviglia s'intenderebbe rimproverare. Egli coltivò troppo in Giacomo
il desiderio della gloria. È un'ambizione questa che si suole chiamare
nobile; in verità non può esservi ambizione nobile, se nobile vuol dire
buona. Ma lasciamo lì: io non voglio, nè so, nè devo fare il moralista:
certo mi piacerebbe che l'uomo facesse bene, senza aver sempre di mira
un altro, di cui far meglio; e che specialmente nell'arte e in
particolare nella poesia, la quale non è nessun merito far bene, perchè
non si può far male; o si fa o non si fa; l'artista e il poeta si
contentasse di piacere a sè senza cercare di piacere a tutti i costi
agli altri e più d'altri. Lasciamo, ripeto: io voglio soltanto dire che
questo smodato desiderio di gloria fu cagione d'infelicità a Giacomo
Leopardi. Che smodato fosse in Giacomo ancor fanciullo, dice Carlo:
“Mostrò fin da piccolo indole alle azioni grandi, amore di gloria e di
libertà ardentissimo„. Notiamo quell'amore di libertà, figlio non
fratello di quello di gloria, come è chiaro a chi legge il secondo de'
Pensieri: “Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli
che sono tali, non per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica
pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella
prima età....„ E più giù “la potestà paterna appresso tutte le nazioni
che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù ne' figliuoli, che
per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile„. E
che Giacomo adattasse al caso suo, o piuttosto ne derivasse, questo
principio generale, non può esser dubbio a chi ripensi le sue parole:
“Io non vedrò mai cielo nè terra, che non sia Recanatese, prima di
quell'accidente, che la natura comanda ch'io tema e che oltracciò
secondo la natura avverrà nel tempo della mia vecchiezza: dico la morte
di mio padre„. Nel tempo della vecchiezza! nel quale, come egli osserva
nel Pensiero citato, l'uomo “non prova stimolo.... e se ne provasse, non
avrebbe più impeto, nè forza, nè tempo sufficienti ad azioni grandi„.
Tuttavia osserviamo che egli conclude come sia utilità inestimabile
trovarsi innanzi nella giovanezza una guida esperta ed amorosa, sebbene
aggiunga che ne deriva “una sorta di nullità e della giovinezza e
generalmente della vita„. Ebbene che cosa poteva da ragazzo temer più
che tale nullità, chi nel 17 affermava: “Io ho grandissimo, forse
smoderato e insolente, desiderio di gloria; io voglio alzarmi, farmi
grande ed eterno coll'ingegno e collo studio„; e nel 19: “Voglio
piuttosto essere infelice che piccolo„? Questo voto, povero Giacomo, si
adempiè. Ora come in lui, ancora fanciullo, fu coltivato il funesto
desiderio, che dissi? Già il padre era stato da fanciullo (e continuò
sempre a essere) animato dal medesimo sentimento. Egli dice di sè, tra
molte altre note che se ne potrebbero riferire: “È singolare però che io
nutrivo brama ardentissima di sapere, e che allettato pochissimo dai
trattenimenti puerili leggevo sempre, e più ostinatamente, quelle cose
che meno intendevo, _per avere la gloria_ di averle intese„. E poi: “Mi
sono rassegnato a vivere e morire senza essere dotto, quantunque di
esserlo avessi nudrita cupidissima voglia„. E la cupidissima voglia si
trasfuse in Giacomo che “dai 13 anni ai 17„ scrisse da sei a sette tomi
non piccoli sopra cose erudite; come dice egli stesso aggiungendo: “la
qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato„; e in altro luogo
afferma d'essersi rovinato con sette anni di studio matto e
disperatissimo, e si sa che studiava sino a tardissima notte,
ginocchioni avanti il tavolino per poter scrivere fino all'ultimo guizzo
del lume morente. Eppure, a differenza del padre, da fanciullo era
allettato dai trattenimenti puerili: dal che si deve dedurre, che del
disperatissimo studio suggerito dallo smoderato desiderio di gloria,
fosse, almeno in parte, causa l'educazione stessa che riceveva dal
padre. Il quale nel 1801, per dirne una, aveva eretto in casa sua una
accademia poetica; che vi durò tre o quattro anni e poi perì, quando non
ebbe più la sua “casa paterna„. Perchè Monaldo l'aveva eretta? Perchè
“queste accademie sono un piccolo teatro in cui si può fare una qualche
pompa di ingegno comodamente e senza bisogno di grandi capitali
scientifici, eccitano alcun principio di emulazione, accendono qualche
desiderio di gloria, impongono l'amore per lo studio o per lo meno la
necessità di simularlo....„

A quelle accademie erano poi succeduti i saggi quasi pubblici dei
figliuoli con presso a poco il medesimo intendimento. E Monaldo mostrava
certo il suo compiacimento per la splendida riuscita del suo primogenito
più che non lasciasse vedere la sua pena nell'accorgersi come, per usare
le parole della contessa Teia-Leopardi, “il gracile corpo del figlio si
sconciasse e alterasse pel faticoso e continuo maneggio di enormi
in-folio e dei pesanti volumi della Poliglotta e dei SS. Padri„. La
medesima afferma che il conte Monaldo accarezzò grandemente questa
tendenza del figlio. È vero che in altro luogo ricorda che il conte
Monaldo stesso animava i figli a quegli esercizi che giudicava molto
atti a svilupparne le membra. Nel che peraltro è da osservare che si
tratta dei giuochi romani e che con essi, sempre secondo la contessa
Teia, il conte Monaldo voleva fomentare il gusto delle cose elevate,
delle gesta e delle rappresentazioni eroiche. Io non intendo biasimare
questo padre; ma certo egli stesso sarebbe stato più felice dell'amore
dei figli, se ne avesse coltivato più le tendenze umane che quelle
eroiche, e li avesse voluti più affettuosi che gloriosi. È vero che non
avremmo avuto forse un Giacomo Leopardi, ma egli non sarebbe stato così
infelice. Ma è vero ancora che Giacomo comprendeva di poter scegliere
tra l'infelicità e la grandezza, e che scelse l'infelicità.



VI.


Del resto la sua fanciullezza fu felice. Il più dolce e il più bello
della sua poesia sta nel rimpianto di quello _stato soave_, di quella
_stagion lieta_. Stato soave, stagion lieta, se crediamo a lui che tante
volte e in tante forme lo dice. Ma si può avere qualche ragionevole
dubbio che fosse così. _Grato occorre_, dice egli stesso,

    Il rimembrar delle passate cose,
    Ancor che triste, e che l'affanno duri!

La qual sentenza, dell'Idillio XIV, parve al poeta troppo lata negli
ultimi anni della sua vita: onde la limitò aggiungendo:

    Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
    La speme e breve ha la memoria il corso.

Certamente accade in noi questo inganno continuo, che altri spiegherà,
ma che tutti, credo, possono avere sperimentato: che pensiamo sempre che
la felicità sia avanti noi, nell'avvenire; e proviamo sempre che è
dietro noi, nel passato. Ciò in un andare di vita comune, senza scosse
soverchie. Questa illusione era anche del Leopardi, poichè grato gli era
il rimembrare il passato, ancorchè tristo. E più doveva ubbidirle a
proposito della sua fanciullezza di piccolo trionfatore nei giuochi
romani, di vincitore nei primi studi, in quanto che egli non ebbe, si
può dire, che fanciullezza. La sua fanciullezza appassì, come un fiore
insidiato da un baco segreto, senza nè esser colto nè legare. Anche
l'aspetto era, non si sapeva se di fanciullo o di vecchio: di giovane,
non fu mai. Nè si sa, se di vecchio o di fanciullo fossero più certi
suoi gusti, certe sue ripugnanze, certe sue golosità, certe sue
ritrosie. Anche i suoi amori somigliano a quei grandi tuffi di sangue,
che ognuno ha provato da ragazzo, quando il genio della specie dorme
ancora o ha appena un occhiolino aperto. Non ebbe giovinezza, dunque, e
il ricordo della sua prima età addolcì o amareggiò, non so bene, quasi
per intero, la sua vita di poeta e di pensatore, come di tale, che,
studiando sempre sè stesso e dalla sua esperienza e qualche volta dalla
sua immaginazione prendendo gli argomenti de' suoi giudizi, allargava
sino alla storia del genere umano e dei popoli la conclusione che egli
aveva preso intorno a sè stesso.

Nè solo è vero quello che un nobilissimo pensatore scrisse di lui, che
“il ricordare trascorsi, il rimpiangere perduti (i primi anni) fu
l'unica sorgente della sua poesia„ ma altresì che della sua politica e
della sua filosofia bisogna cercare la fonte in questo suo tempo
migliore. Parrà strano a chi crede, come credono quasi tutti, a un
mutamento radicale avvenuto nelle idee e nei sentimenti del Leopardi
dopo il 17. Ma io penso che nella sua vita accadesse invece come un
cataclisma intimo, che la spezzò in due. Tra le due parti è un baratro;
ma le due parti sono della stessa formazione. Quando avvenisse questo
discidio, non si può dire a puntino: ci fu forse una lenta corrosione,
piuttosto che un improvviso schianto; ma avvenne. Negli ultimi anni
della sua vita egli derideva quel generale austriaco-papalino che si
portò così bene alla battaglia di Faenza: i papalini fuggirono, e li

    ... precedeva in fervide sonanti
    Rote il Colli gridando: Avanti avanti.

Ebbene, più che dalla voce popolare, egli dovè udire, fanciullo, questo
motto in casa dal padre; che nella sua autobiografia ne riferisce altri,
da quell'uomo mordace che era: “Il giorno 2 di febbraio del 1797, alla
mattina, i Francesi attaccarono.... Ben presto.... l'inimico si accinse
a guadare il fiume; e vistosi dai popolani (papalini?) che i Francesi
non temevano di bagnarsi i piedi: “Addio„ si gridò nel campo “si salvi
chi può„ e tutti fuggirono por duecento miglia„. E più giù racconta che
i cannoni vennero caricati con fagioli, aggiungendo “questa mitraglia
figurò nella guerra fra il Papa e la Francia„. Nella villetta di
Posilipo in cui il poeta scriveva la Ginestra, sonò forse una sera la
stessa risata che trent'anni prima aveva fatto eco, nel palazzo di
Recanati, al racconto di Monaldo. E ci sono in vero molte differenze tra
l'autore dei Paralipomeni e quello dei Dialoghetti sulle materie
correnti? Il figlio scherniva, il padre malediceva: per le male barbe
Giacomo invocava il barbiere, Monaldo il boia: ma infine i loro
sentimenti s'incontravano, sebbene non paresse nè agli altri nè a loro
stessi.

Giacomo amava la patria italiana. Egli scrive al Giordani: “mia patria è
l'Italia: per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi
fatto italiano„. Ma aggiunge “perchè alla fine la nostra letteratura,
sia pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere
tra le antiche„. È un amore dunque letterario, quale poteva averlo da
bambino, sebbene aspirasse allora più a erudizione che a letteratura. Ma
avesse il suo amore ardente avuto altre origini o fini, Giacomo non
potrebbe con ciò essere chiamato “patriota„ come intenderemmo noi ora.
Bene lo credettero a' suoi tempi: “Quando Giacomo (dice Carlo) stampò le
prime canzoni, i Carbonari pensarono che le scrivesse per loro, o fosse
uno dei loro. Nostro padre si pelò per la paura„. Eppure Giacomo scrisse
quelle canzoni con lo stesso animo con cui tre o quattro anni prima
aveva con un suo discorso plaudito alla caduta dell'oppressore e
maledetto il tentativo di re Murat. E se ne accorsero poi i liberali e i
carbonari, e presero in sinistro la sua canzone sul monumento di Dante:
al che egli risponde “che non la scrisse per dispiacere a queste tali
persone, ma parte per amor del puro e semplice vero e odio delle vane
parzialità e prevenzioni; parte perchè non potendo nominar quelli che
queste persone avrebbero voluto, metteva in iscena altri attori, come
per pretesto e figura„. Che non potendo parlare di Austriaci, egli
parlasse di Francesi, e adombrasse col nome di questi, che avevano, per
esempio, degli itali ingegni

    Tratte l'opre divine a miseranda
    Schiavitude oltre l'Alpi,

quelli che, cogli altri alleati, erano stati autori di ricondurle in
patria; e potesse sperare che ad altri che a Francesi, si attribuisse,
per esempio,

                          la nefanda
    Voce di libertà che ne schernìa
    Tra il suon delle catene e de' flagelli,

a me non pare verosimile. Del resto, io non altro voglio indurre da
questi fatti, se non che de' sentimenti suoi di prima del 14, è traccia
ben distinta e nel 18, nel qual anno scriveva le due canzoni, e negli
ultimi anni della sua vita, nei quali dettava i Paralipomeni. In
politica, in somma, sentì presso a poco sempre a un modo. I sentimenti
che apprendeva in casa, e certo ebbe da giovinetto sino almeno il 15,
restarono in lui quasi immutati.



VII.


E in religione? Egli era da fanciullo veramente pio: pativa anche di
scrupoli e giocava all'altarino con la sua sorella. Recitava nella
Congregazione de' Nobili, nella chiesa di San Vito i suoi sacri
discorsi, abbozzava inni cristiani. Come tetri questi inni! Al Redentore
egli diceva: “Tu hai provato questa vita nostra, tu ne hai assaporato il
nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro....„ A
Maria: “È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo: siamo tanto
infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma
noi pure siamo piccoli, e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu
che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie!„ Oh! certo il
piccolo Giacomo leggeva un libretto, uno forse de' molti della sua madre
severa, così severa che appena appena sfiorava il suo visetto sparuto
con la mano offrendola a un bacio; uno di quei libri, nei quali ella
segnava le morti de' suoi. Vi leggeva la terribile massima
dell'Ecclesiaste: _Vanità delle vanità ed ogni cosa vanità!_ Ma in quei
primi anni egli che abbozzava l'inno al Redentore (dice Gesù: dall'ora
del mio nascimento infino alla morte mia sulla croce mai non fui senza
dolore) doveva confortarsi con l'aggiunta, che trovava nel libretto:
_fuorchè l'amar Dio e servire a lui solo_. E amava e serviva. Ma in
tanto s'imprimeva sempre più nella tenera mente disposta alla mestizia e
alla devozione: “Rammenta che l'occhio non si sazia per vedere, nè
l'orecchio riempiesi per ascoltare„. Ruzzava e trionfava nel giardino
paterno; e non importava che Carlo facesse l'ufficio di schiavo
ammonitore; egli poteva leggere nel libretto: “Non esaltarti per
gagliardia o per beltà di corpo, la quale per piccola malattia si guasta
e si disforma„. Ardeva del desiderio di gloria: leggeva: “Dove sono....
quei maestri.... di loro, si tace„. In verità a me par di vedere nel
lugubre libretto la traccia, o volete l'embrione, di tante poesie e
prose del nostro Poeta. “La natura è scaltra e trae a sè molti, allaccia
e inganna e sempre ha sè stessa per fine„. Indifferente di noi fa il
Leopardi la natura:

    Ma da natura
    Altro negli atti suoi
    Che nostro male o nostro ben si cura.

“La natura fatica per proprio agio„ commenterebbe il monaco pensoso.
Altra considerazione: “povero ed esule in terra nemica dove incontro
guerra ogni dì e grandissime sciagure....„ Non pensava ad essa Giacomo
non più devoto, non più pio, Giacomo negli ultimi tempi della vita
quando nella Ginestra stima gli uomini tra sè confederati contro
l'_Inimico_? Non ricordava, sia pure inconsciamente, il modo cristiano
di figurarsi la morte, come un soave abbandono del capo stanco sul petto
del divino Redentore, quando diceva:

    Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
    Sul tuo vergineo seno?

Vero che non è più il seno di Gesù. Il Leopardi ha trasformato Gesù
nella Morte, adornandola delle bianche vesti che indossava la donna che
comparve a Socrate e gli disse:

    A Ftia zollosa puoi arrivare nel terzo giorno.

Non ricordava egli l'umile preghiera “Percuotimi gli omeri e il collo„,
l'umile confessione “Non son degno se non di essere flagellato e
punito„, quando diceva, ribelle ai pensieri che alitavano dalla lontana
fanciullezza,

    La man che flagellando si colora
    Del mio sangue innocente
    Non ricolmar di lode,
    Non benedir, com'usa
    Per antica viltà l'umana gente,
    Ogni vana speranza....?

Vana anche quella speranza, vano anche quel conforto! Egli aveva
cancellato la seconda parte di quella prima affermazione, e restava,
nuda terribile, la sentenza di Salomone:

    Vanità delle vanità e tutto vanità.

Non paia strano che il Leopardi attingesse da libri cristiani o
religiosi la sua sconsolata filosofia. Lo osservò il Gioberti: “quando
lo scrittore deplora la nullità d'ogni bene creato in particolare,

    E l'infinita vanità del tutto,

non fa se non ripetere le divine parole dell'Ecclesiaste e
dell'Imitazione„. E, non so se dietro lui, la Teia scriveva: — Quale è
il pensiero dominante negli scoraggiamenti, nei disgusti del figliuol di
Monaldo? L'infinita vanità del tutto. E non è questo il mesto gemito di
Salomone già da tanti secoli? Vanitas vanitatum. — Egli tutta la sua
vita impiegò in commentare, ampliare, provare ciò che quei libri
affermavano seccamente e solennemente. Ma ne aveva tolto già una
paroletta di tre lettere, senza la quale quei libri divenivano vangeli
di dolore: _Dio_.



VIII.


Dal cristianesimo egli certo prese un suo paragone che riassume il suo
concetto della vita umana:

    Vecchierel bianco, infermo
    Mezzo vestito e scalzo,
    Con gravissimo fascio in su le spalle
    . . . . . . . . . . . . . . .
    Corre via, corre, anela,
    Varca torrenti e stagni,
    Cade, risorge....

Non è questo il cristiano, che a imitazione del divino maestro, deve
prendere la croce, cadendo sott'essa, risorgendo sempre con essa? “Dalla
tua mano ricevetti la croce, la porterò e la porterò sino alla morte,
così come m'imponesti„. Quella del vecchierello non è una croce, ma un
fascio. Il poeta dissimula, il poeta sdegna l'immagine vera, che certo
gli si era affacciata alla mente, ma è quella. Il Petrarca ha dato
qualche colore e non altro: chè il fanciullo antico si è ridestato nel
giovane trentenne e ha parlato col suo linguaggio d'allora. Solo in
fine, invece della gloria e della felicità ultima, è un

    Abisso orrido, immenso,
    Ov'ei precipitando il tutto oblia.

Un altro paragone è in lui che compendia la sua filosofia. Il paragone
del letto. Ognuno ricorda sì questo del Leopardi, sì l'altro del
Manzoni; i quali furono ingegnosamente paragonati tra loro da un terzo
valentuomo. Il Manzoni e il Leopardi si assomigliano molto in quello in
cui differiscono: sono due convertiti; ma l'uno a rovescio dell'altro.
Il loro piccolo sunto di filosofia, sembra ritratto e ricorretto di su
un modello comune. Che non è di Dante, di Dante proprio, nè del
Petrarca, nè d'altri; sebbene vi si trovi. È del cardinale Melchiorre di
Polignac nel suo poema postumo _Anti-Lucretius_. Il poema fu tradotto
due volte in versi italiani; e tutte e due le traduzioni, una col testo
a fronte, si trovano nella biblioteca dei conti Leopardi. Il paragone
del cardinale Arcade è questo: “Come un malato si avvoltola nel letto
con le membra inferme, ora adagiandosi sul lato sinistro, ora sul
destro: E non giova: di che alza gli occhi, resupino: E non trova il
sonno e sempre lo cerca; ciò che prima gli piaceva, poi lo tormenta e
tortura; E non guarisce il suo male e nemmeno ne inganna la noia„. Si
vede che dai tre versi di Dante “simigliante a quella inferma Che non
può trovar posa in sulle piume Ma con dar volta suo dolore scherma„ si
sono svolti alcuni particolari, che poi si ritrovano nel Manzoni e nel
Leopardi. Dice, per esempio il Polignac “quod illi Primum in deliciis
fuerat„; dice il Manzoni “e si figura che ci si deve star benone„. Dice
il Polignac: “Ceu lectum peragrat.... In latus alternis laevum
dextrumque recumbens: Nec iuvat.... Nusquam inventa quies; semper
quaesita;„ e il Leopardi “comincia a rivolgersi sull'uno e sull'altro
fianco.... sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di
sonno.... senza essersi mai riposato, si leva„. Ma si può opporre che
tutto era già in Dante o prima di lui in Giobbe, e che non c'è bisogno
di credere che il Leopardi e il Manzoni vedessero il Polignac. Or bene:
nella prefazione dell'_Anti-Lucretius_, si racconta che il Cardinale,
malato a morte, non trovando pace nel suo letto di dolore, si ricordò di
quei suoi versi “nei quali paragona l'anima che ammalata e agitata dalla
passione delle cose terrene non trova mai pace, a un corpo infermo„. Si
ricordò di quei versi e ripetè quel suo pensiero in alcuni altri versi
bellissimi, cui gli astanti, nel loro dolore, dimenticarono tutti, fuori
di uno; Quaesivit strato requiem ingemuitque negata; verso imitato dal
Virgiliano: Quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta. Questo racconto è
tale, che i due nostri grandi scrittori doveva fermare, invogliare e
commuovere. Il Polignac morendo applicava, in certo modo, il suo
paragone non più all'anima insaziata dell'epicureo, ma alla vita umana.
E la reminiscenza di Virgilio colpì particolarmente il Leopardi. Si
direbbe che, sulla fine della lugubre comparazione, egli lasciasse il
Polignac per Virgilio. Non c'è in lui quel gemito che chiude così
tristamente la lotta; ma l'uomo, per lui, muore, come Elissa, quando
vede la luce: la luce, ossia la morte. “Venuta l'ora, senza essersi mai
riposato, si leva„. Qual ora? l'ora del mattino, poichè ha durato a
rivolgersi, “sempre sperando (spem elusam, ha il Polignac) tutta la
notte„. Con l'aurora la morte, disse il mantis a Leonida. Ma possiamo
noi esser certi che il Leopardi conoscesse quel poema? Certo egli
l'aveva nella biblioteca; e si può supporre facilmente che egli
ammiratore di Lucrezio (che negli Errori popolari è citato spessissimo)
dovesse sin da fanciullo, quando la mente è di cera, leggere
l'Anti-Lucrezio. Il padre non doveva lasciargli bere il veleno senza
propinargli il contravveleno. Ma questo, si può dire, lasciò nella sua
anima più traccie di quello. Egli ricavò bensì dal poeta Romano la
descrizione dei primi momenti della vita dell'uomo, quando “La madre e
il genitore Il prende a consolar dell'esser nato„; ma quanto più ha
ricavato dal poeta franco-gallo! “Che ha a far teco la Natura? Matrigna
certo, non madre la dirai, e in vano la chiamerai, molto gemendo„. Non
aveva egli da queste parole appreso, fin da fanciullo forse, a maledire
la Natura? Non discendono da queste parole i suoi rimproveri, tante
volte poi ripetuti e in tante forme, a quella che “de' mortali È madre
in parto ed in voler matrigna?„ “O natura, o natura, Perchè non rendi
poi Quel che prometti allor? perchè di tanto Inganni i figli tuoi?„ In
questo libretto, forse, egli apprese a disprezzare la felicità umana:
“Appena le hai ottenute, le prendi a noia, cercando sempre in cose nuove
ciò stesso che ti deluse quando lo provasti, e ti lasciò avido o
desideroso di meglio„. In questo libretto, forse egli apprese il
presentimento di quel vano pentirsi, di quel volgersi indietro, quando
la vecchiezza abbia inaridito le fonti del piacere, e siano “le pene
Sempre maggiori e non più dato il bene„. Trovava egli infatti qua e là
nel savio e pio libro: “Ti staranno avanti gli occhi le gioie della vita
trascorse e ti trafiggeranno il memore cuore, come saette.... Reo di
lesa voluttà quegli che a sè fiero nemico si astenne dall'amore e dal
vino, seguendo più gravi consigli„. E il Leopardi scrisse:

    A me se di vecchiezza
    La detestata soglia
    Evitar non impetro,
    Quando muti questi occhi all'altrui core
    E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
    Del dì presente più noioso e tetro,
    Che parrà di tal voglia?
    Che di quest'anni miei? che di me stesso?
    Ahi pentirommi, e spesso,
    Ma sconsolato, volgerommi indietro.

Nel libro declamatorio e, diciamolo, pedantesco egli notò forse prima
che in Giovanni le lugubri parole: “Tu segui, invece della luce, dolci
tenebre. Già, ti piacciono; la morte ti piace!„ Potrei fare altre
citazioni; potrebbe, chi volesse, trovare altri raffronti, sfuggiti a
me. S'intende che il Pastore errante dell'Asia e il Gallo silvestre
cantano con ben altra dolcezza e altezza! Ma qualche loro lugubre nota
risonò nell'anima del poeta dalla lettura, destinata forse dal padre a
premunirlo o guarirlo. Sono, per esempio, al bel principio del libro V
alcuni versi, che dovettero fermarsi nella mente del giovinetto lettore,
per poi più tardi ridestarsi e riecheggiare: “non sei simile a quelli
cui, dopo aver fatti dolci sogni, è in uggia veder la luce del giorno
quando.... l'Aurora.... li sveglia mal loro grado e dissipa le ombre
soavi. Chè l'errore piace più e sogliono sospirare trovando la luce, per
la quale ritornano le noie del Vero„. Pensate come comincia il suo
cantico il Gallo silvestre: “Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce:
torna la verità in su la terra e partonsene le imagini vane. Sorgete,
ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero„.

Dunque il cardinale di Polignac è un ispiratore del Leopardi? In vero
questi vuol dimostrare, nel primo libro e altrove, che la felicità umana
è nulla e falsa senza e fuori di Dio. E le argomentazioni sue
s'impressero nel fanciullo credente. Poi Dio gli tramontò dall'anima....
e allora, “all'apparir del vero„ la Speranza cadde e mostrava a lui “La
fredda morte ed una tomba ignuda„, ignuda, senza la felicità infinita ma
postuma, che sola è, se è.

Mentre il Manzoni, sulla fine del suo Romanzo, tirava “un po' cogli
argani„ una morale nuova dal vecchio paragone, di cui non poteva
disconoscere la giustezza, e concludeva: “E per questo si dovrebbe
pensare più a far bene che a star bene, e così si finirebbe a star
meglio„.

Queste cose io ripensavo aggirandomi per i luoghi dove Giacomo Leopardi
soffrì più che non visse, e meditò che la vita è dolore. Il sole era
veramente dileguato, gli uccelli si erano taciuti, pace avevano infine
le nuvole, i monti di Macerata spiccavano appena nell'azzurro, la valle
del Potenza era bruna e silenziosa. Appena appena gli ulivi facevano
sentire qualche brivido secco e un cipresso nereggiava sul colle
dell'“Infinito„. E io imaginai il Poeta, ancora giovinetto, seduto
ancora dietro la siepe: un fanciullo macilento, dal viso pallido e
senile, coi capelli neri e gli occhi azzurri. Erano i primi anni del
secolo, e a me pareva che quel fanciullo che si rifiutava di guardare
così bello e lontano accavallamento di monti, la valle e il fiume, e si
faceva riparo d'una siepe di sterpi per veder più lungi, in una
lontananza senza fine, rappresentasse la coscienza umana di quei primi
anni. Un soffio di vento che muove appena le foglie è la voce del
presente, della vita. Che è essa rispetto all'infinito silenzio? Un
canto d'artigiano che passa, ecco il suono dei popoli antichi, ecco il
grido degli avi famosi:

    Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
    Il mondo, e più di lor non si ragiona.

Così meditava dopo il grande fragorìo della rivoluzione e dell'impero,
il giovinetto smunto, dal viso senile, in questo borgo solitario. Egli
era ben disilluso degli sforzi umani per raggiungere l'inafferrabile
felicità, e non credeva nel progresso, non credeva nella scienza. Altri,
presi dal medesimo sconforto, nei medesimi tempi, si volgevano a Dio,
egli non credeva nemmeno a Dio. E tutta la vita egli rivolse all'Ignoto
interrogazioni le quali sapeva dover restare senza risposta.

E ora del secolo siamo alla fine. Il fanciullo senile è ancora là, sente
stormire le foglie e naufraga nel mare dell'Infinito. O siede, in forma
di pastore, su un sasso della prateria, guardando la luna (appunto la
luna falcata si mostrava su Monte Lupone) e chiedendo:

                  Che vuol dir questa
    Solitudine immensa? ed io che sono?

Sì: la coscienza umana chiede ancora al fine del secolo, quello che
chiedeva al principio. Dobbiamo credere che ciò sia un sintomo di
malattia o degenerazione? O dobbiamo credere che sia naturale del
pastore in tal modo affannarsi, come della sua greggia il posare? Non
so: certo io rammento che qualunque sia la risposta che noi ci sentiremo
dare, ella ci consiglia il bene. Chè il fare bene non è solo la
conclusione ultima della filosofia cristiana del Manzoni, ma anche di
quella sconsolata del Leopardi. Poichè questi dopo avere mostrata la
vanità del tutto, a parte a parte, della gloria, della libertà, del
progresso, della vita, ha la visione dell'umanità futura, stretta
insieme e ordinata, “negli alterni perigli e nelle angoscie della guerra
comune„.

Il poeta del dolore conclude adunque, non troppo diversamente dal poeta
della speranza, così: Noi stiamo tutti male: aiutiamoci dunque tra noi
infelici, difendiamoci, amiamoci.

Non diversa la conclusione, come non dissimili le premesse. Perchè? Elle
furono poste, ripeto, da tutti e due in quei primi anni del secolo,
durante e dopo quel tanto “affaticare„, che parve non fosse giovato a
nulla. Parve, ripeto, al Leopardi nella sua fanciullezza, e seguitò a
parer dopo, perchè in lui la fanciullezza fu tutta la vita. Nè per altra
ragione io ho trattato del divino poeta nel periodo storico nel quale
cade il gemmare, non il fruttare nè il fiorire suo. Era appena cessata
l'epopea Napoleonica, e il Leopardi, già formato, usciva a dire:
Infelici! infelici! O mesta voce di fanciullo, ineffabilmente mesta,
sebbene si volgesse allora a Gesù! La dolce fede divina, già non
gl'impediva di credere all'immedicabile infelicità umana; come il
mancare poi di essa fede, non gl'impedì di credere al grande ma unico e
non solito, ahimè, nè facile conforto: all'amore!



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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