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Title: Il Regno d'Etruria - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Author: Vogüé, E. Melchior de
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Regno d'Etruria - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero" ***

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                                  LA
                            VITA ITALIANA

                              DURANTE LA
                   Rivoluzione francese e l'Impero


                _Conferenze tenute a Firenze nel 1896_

                                  DA

        Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Anton Giulio Barrili,
          Vittorio Fiorini, Guido Pompilj, Francesco Nitti,
       E. Melchior de Vogüé, Ferdinando Martini, Ernesto Masi,
        Giuseppe Chiarini, Giovanni Pascoli, Adolfo Venturi,
                           Enrico Panzacchi.



                                MILANO
                       FRATELLI TREVES, EDITORI

                                 1897.



                        PROPRIETÀ LETTERARIA

                     _Riservati tutti i diritti_.

                        Tip. Fratelli Treves.



                         IL REGNO D'ETRURIA


                             CONFERENZA
                                 DI

                        E. MELCHIOR DE VOGÜÉ.


Questa conferenza fu tenuta in francese; essa fu tradotta in italiano da
Guido Biagi.



_Signore e Signori_,


Alla _Società di pubbliche letture_, chiamandomi a Firenze, piacque
concedermi di parlarvi della vostra storia nella mia lingua nativa. Mi
scuserò con essa e con voi; e quasi avrei intenzione di scusarmi con
coteste nobili figure di Luca Giordano, avvezze ad ascoltare l'idioma
che Paul Louis Courier, ellenista di gusto così squisito e sicuro,
affermava “la più bella delle lingue viventi„. Ma un forestiero mal
volentieri si arrischia a balbettare la purissima lingua italiana a
un'eletta di ascoltatori toscani.

Eppure, a Firenze io non mi sento del tutto straniero; e ci torno per
pagare un tributo a quei luoghi che furono i primi educatori del mio
intelletto. Consentite che io mi lasci vincere dai personali ricordi:
perchè dinanzi a ognuna di queste pietre eleganti, così sature di
bellezza e di storica maestà, io ritrovo le impressioni lontane che la
vita non potè cancellare.

Uscito di collegio, m'avevano condannato a studiar legge in una delle
nostre città di provincia: scappai, piantai lì le _Pandette_ e le
_Istituzioni_, e spiccato il primo volo di viaggiatore venni a posarmi
in Firenze, dove passai sei mesi nello studio dei vostri monumenti,
delle vostre arti e della storia vostra. Cotesta iniziazione fu per me
una vera ebbrezza: scopersi il mondo della bellezza all'aurora della
vita; e qui cominciai a scrivere, ma fortunatamente per i miei
contemporanei e per me, ho perduto i miei scritti fiorentini: erano una
tragedia in versi sul conte Ugolino che divorava i figliuoli per
conservar loro il padre. Avendola perduta, ho qualche volta l'illusione
di credere che fosse stupenda.

L'amore alla storia, alla storia viva, drammatica, scritta su tutte le
vostre mura, s'impadronì di me a Firenze, e mi distolse da quella poesia
da collegio. Già fin d'allora, leggendo Dino Compagni e i vostri altri
antichi cronisti, mi trovai dinanzi ad uno dei problemi insolubili che
s'impongono allo spirito umano: come si spiega l'eterna contradizione
che esiste fra le cupezze, le follie, le crudeltà di cui parlano i
libri, e le cose sorridenti, meditative, pacifiche che qui parlano agli
occhi? Ecco un luogo d'elezione, dove la natura e gli uomini hanno
cooperato per creare di nuovo quell'armonico capolavoro che dopo Atene
non s'era più visto. Fra le linee di questi orizzonti felici, che così
bene si accordano, sembra che l'uomo si sia strappato di dentro la
ragione e la grazia. Firenze si mostra nel cielo dell'intelligenza e
dell'arte, sotto la sua luce dorata, come la vediamo in questa stagione
dell'anno, fra la nebbia rosea e bianca dei mandorli e dei peschi che
fanno una cintura di fiori alle sue cupole, a' suoi campanili; è il
giardino in cui tutti i fiori del genio umano sbocciarono, con un'esatta
disciplina d'eleganza prestabilita, di saviezza tranquilla, e come in
virtù d'una fraterna premeditazione della terra e dell'uomo per avverare
finalmente il gran sogno di tutti noi, cioè una vita perfettamente bella
nel riposo d'una perfetta felicità.

Ma non è che un miraggio! Consultate la storia: qui, come ad Atene, essa
ci mostra nel giardino incantato e perpetuamente devastato, una
sanguinosa arena in cui gli uomini si lacerano fra loro, un campo di
battaglia in cui le nazioni si accapigliarono furiose nel corso dei
secoli, con le loro concupiscenze, accese dalle tentazioni di questa
perfetta bellezza.

Oggi, come quando leggevo Dino Compagni, ho spogliato alcune pagine
della storia fiorentina, ma di tempi a noi più vicini; e ci ho ritrovato
quel doloroso problema, ci ho ritrovato l'uomo che si accanisce a recare
il turbamento e il disordine ne' luoghi in cui sembrava splendere una
divina potenza pacificatrice. Vi parlerò liberissimamente di coteste
cose passate, di quel confuso marame d'istinti, d'interessi e di idee
che, al principio del nostro secolo, l'onda rivoluzionaria francese
rovesciò sulle terre d'Italia. E mi ricorderò che qui, con tante altre
lezioni, mi fu data la norma per giudicare della storia. È nella
Galleria degli Ufizi una tavola d'un ignoto quattrocentista: una Madonna
col Bambino, pittura di pregio mediocre, opera incerta di alcun povero
scolaro di Giotto. Pure, ho sempre sul mio scrittoio la fotografia di
quel quadro. Sotto cotesta Vergine, che fu certamente affissa in qualche
pretorio d'un palazzo di giustizia, una mano indica allo spettatore ed
al giudice l'iscrizione in grandi lettere gotiche: “_Odi l'altra
parte._„

_Odi l'altra parte!_ la Madonna degli Ufizi ci porge così la prima
regola dei nostri giudizi nella vita, nella storia, in quella scienza
embrionale ed oscura, che noi chiamiamo, mentre è ancora _in fieri_,
politica, e che un giorno sarà storia pur essa.

La vostra _Società di letture_ ebbe la felice ispirazione di assegnare
al corso di ciascun anno un periodo di storia. Vi hanno già parlato in
addietro del Medio Evo e del Rinascimento; vi narreranno in questa serie
la vita italiana durante le tempeste della Rivoluzione e dell'Impero. In
questo ciclo ho scelto un episodio minuscolo, la breve esistenza del
Regno d'Etruria. Ma prima di raccontarvelo, permettetemi di fare alcune
riflessioni sulla legge misteriosa che trascina i nostri due paesi entro
una medesima orbita.

Anche se differiscono i tempi, il fondo dell'uomo rimane invariabilmente
il medesimo. Di questo permanenti rassomiglianze è facile persuadersi
paragonando i sanguinosi conflitti nei quali le nostre razze si
accapigliarono, così nel Rinascimento come durante la Rivoluzione. Più
ci medito e più scopro un'identità fondamentale fra il movimento che
rovesciò in Italia le milizie di Carlo VIII, di Luigi XI, e di Francesco
I e quello che vi ricondusse le soldatesche del Championnet, dello
Schérer, del Bonaparte. La stessa operazione di segreta alchimia si
riproduce nello stesso crogiuolo. È un parto laborioso, che si compie,
secondo l'eterna e dura legge della riproduzione, in mezzo al sangue e
agli spasimi.

È nota a voi tutti una teorica che, se non il cuore, appaga
l'intelligenza: quella dello Schopenhauer sull'amore. Secondo lo
spietato filosofo, due esseri che si amano cedono all'inganno della
natura; inconscienti e ingannati, non fanno che obbedire alla volontà
d'un terzo essere, il quale si serve di loro per conseguire i suoi fini,
e arrivare alla vita. La spiegazione dello Schopenhauer, se è vera,
potrebbe adattarsi egualmente a ciò che è il rovescio dell'amore,
all'odio: vale per la guerra delle razze come per la guerra dei sessi.
Quando due nazioni si scannano, con l'illusione di soddisfare a
cupidigie individuali e immediate, esse preparano inconsciamente una
nuova forma di civiltà che vuol nascere dal loro conflitto. Questa legge
si manifesta in tutte le epoche della storia; e segnatamente nei
violenti contatti fra i popoli al di là e al di qua delle Alpi. Mentre
gli uomini bagnan di sangue e si contendono le feconde valli fra le Alpi
e l'Adriatico, una divinità serena ed ironica contempla le loro lotte,
dalla vetta di quelle Alpi dove le nuvole la nascondono agli sguardi dei
mortali: impassibile e indifferente alla diversità di razza, di patria e
d'interessi, essa rappresenta il genio della storia. Non dice come il
Bonaparte a' suoi soldati: “In coteste fertili pianure troverete il pane
e le scarpe che vi mancano!„ Ma grida: “Andate, operate, poveri
esecutori de' miei disegni: ho bisogno della vostra ignoranza e delle
vostre atrocità per conseguire i miei fini; andate e in coteste pianure
risvegliate lo spirito della vita, la scintilla che vi ripose l'antica
Roma: ne ho bisogno per illuminare l'immagine de' tempi avvenire, che
nascerà e prenderà forma e figura sulle rovine da voi lasciate.„ E alla
sua voce il miracolo si compie. I soldatacci brutali ed entusiasti,
cupidi ed ubriachi, che si sparsero per l'Italia dietro Gastone di Foix
e il La Trémouille, ricondussero in Francia, nel riflusso d'una
controinvasione, Leonardo, Benvenuto, il Primaticcio, parecchi
letterati, e dotti ed ellenisti: il Rinascimento sbocciò, lo spirito de'
tempi moderni aleggiò sul carnaio ove caddero gli estremi lottatori
dell'età feudale. Parimente, quando i volontari della Rivoluzione
piombarono in Italia, spinti dagli stessi principii, attirati dallo
stesso miraggio, essi non s'accorsero che preparavano la formazione
d'una novella Europa, e che, vagheggiando il loro sogno, aiutavano
l'effettuazione dell'antico sogno italiano, cioè la resurrezione d'una
patria comune.

Il mio amico Alberto Sorel ha messo in evidenza l'idea madre, ormai
accettata da tutti gli storici, che deve regolare i nostri giudizi
quanto all'opera della Rivoluzione e dell'Impero oltre le frontiere
francesi. Gli uomini del 1789 e i loro violenti continuatori avevano un
ideale nobile, generoso, ma chimerico quanto mai; i primi volevano
largire al mondo e gli altri imporgli per forza cotesto ideale di
libertà, d'uguaglianza, d'emancipazione umana nella fusione di tutti i
popoli fratelli. Ma la sementa che i soldati della Rivoluzione e
dell'Impero portarono nei loro zaini cambiò natura — per dir così —
nelle terre straniere dove fu sparsa: l'idea di libertà astratta vi
germogliò e fruttificò sotto altra forma, con l'idea dell'indipendenza
nazionale, e con il risveglio dello spirito particolare a ciascun gruppo
etnico; e così la Rivoluzione che credeva di unificare l'Europa preparò,
in fatto, la ricostituzione delle nazionalità che dalla voce di quella
furon richiamate alla coscienza dell'esser loro. Gli ultimi avanzi
dell'Epopea, testimoni di cotesto infrenabile movimento delle
nazionalità, non poterono riaversi dallo stupore: rimasero come la
gallina che si avvede di aver covato le uova d'un'anatra. Quindi
malintesi infiniti: e quel che il Sorel comprende oggi così chiaramente,
non fu mai capito da uno storico come il Thiers.

Nell'ora dei primi contatti tra la Francia rivoluzionaria e l'Italia,
quest'Italia degli antichi governi aveva sentito aleggiare uno spirito
precursore: le sorde speranze, affiochite da secoli, ritrovavano la
voce. Il Muratori insegnava di nuovo agl'Italiani le loro origini:
Pietro Verri e l'Alfieri con il fuoco della poesia tenevano accesa la
fucina dove si preparavano le sorti della patria italiana; e quando il
Vico con i suoi occhi veggenti perlustrava la storia, ne' grandi
orizzonti dove chiamava a raccolta l'umanità, altro non vedeva che
l'Italia rigenerata. Nel 1789 il conte Napione parlava già come un
precursore del Cavour: e anche fuori della penisola, si presentiva
cotesta futura possibilità. La grande Caterina scriveva col suo spirito
perspicace: “L'Italia attende e spera.„ E cotesta intuizione politica
coincideva col primo risveglio del Romanticismo, uscito dall'anima di
Gian Giacomo Rousseau: e la terra della bellezza classica doveva per
prima profittare di questo nuovo modo di considerare il mondo. Già lo
Chénier esclamava in una delle sue elegie:

    _Belle encore, l'Italie attire l'univers._

Mossi dal fascino della fata misteriosa, venivano a lei i viaggiatori,
pieni d'una sacra ebbrezza che i loro precursori non conoscevano ancora.
Paragonate i sentimenti dello Chateaubriand, di madama di Staël, del
Lamartine, simili al Goethe che faceva datar dalla sua venuta in Italia
la sua seconda nascita, paragonateli alla curiosità puramente classica
del presidente De Brosses e degli altri viaggiatori del XVII e del XVIII
secolo. Un mondo s'è rivelato: non soltanto ai poeti, ai maestri delle
intelligenze, ma ai semplici, ai soldati trascinati dalle guerre. Lo
Championnet si reca in pellegrinaggio alla tomba di Virgilio. Udite
questo passo del d'Hauteroche, giovane ufficiale della Rivoluzione:
“Avevo diciott'anni, le spalline di sottotenente nuove fiammanti, un
gran pennacchio bianco, il più grande che avessi potuto trovare....
Partii per Lione. Mia madre pianse, la mia sorellina pianse; io, io per
me ridevo e piangevo insieme, ero tanto contento di partire per
l'Italia!„ Un altro, il chirurgo aiutante-maggiore Lamare, diciottenne
anch'esso, previene la chiamata e parte per Napoli “con un _bisturì_
nell'astuccio, un microscopio nel sacco, e, con in tasca l'Eneide.„

Questi pellegrini armati ebber da prima liete accoglienze nel paese che
tanto li attraeva. Tranne nel Piemonte, fedele e devoto alla vecchia
Casa di Savoja, c'era poca affezione per le dinastie nomadi che i
Francesi spodestavano. I patriotti italiani videro di buon occhio questo
aiuto rivoluzionario, che li liberava dai loro padroni stranieri e che
per essi trasformavasi in un'aurora dell'indipendenza e della libertà
italiana. Il Monti, Ugo Foscolo, composero odi alla gloria di “Bonaparte
liberatore„. Ma il disinganno fu rapido. I filosofici liberatori,
divenuti alla lor volta padroni stranieri nei paesi che avean liberato,
si fecero ben presto odiare dai sudditi. Le tentazioni e le necessità
della conquista alterarono l'idea originale della Rivoluzione: in
Bonaparte conquistatore, e già prima di lui nello Schérer e nel
Championnet, l'Italia disingannata malediceva di nuovo i successori,
gl'imitatori di Carlo VIII e di Luigi XI.

Le memorie del generale Thiébault, pubblicate recentemente, mostrano per
qual naturale cammino la guerra difensiva diventò guerra di conquista e
per quale logica metamorfosi l'entusiasmo dei liberatori si cambiò in
spirito d'invasione e di rapina e quello dei liberati in odio contro i
nuovi oppressori. Si rabbrividisce a leggere le scene di carneficina e
di devastazione che l'inconsciente Thiébault descrive allegramente,
quando racconta l'occupazione di Napoli e delle Calabrie. Ma più ancora
di questi sanguinosi eccessi, la rapacità dei vincitori esasperò
gl'Italiani. Li spogliavano dei tesori d'arte, nei quali la coscienza
nazionale vedeva con ragione i veri emblemi della patria smembrata, le
più salde garanzie del diritto che essa aveva a pretendere un destino
pari all'altezza del suo genio. Paul-Louis Courier testimone dell'esodo
di questi dèi lari, già lo rimpiangeva nelle sue eloquenti lamentazioni:
“Tutto quel che apparteneva ai Certosini, a Villa Albani, ai Farnese,
agli Onesti, al Museo Clementino, al Campidoglio, è portato via,
saccheggiato, perduto o venduto. Gl'Inglesi ne hanno avuto una gran
parte, e alcuni commissari francesi, sospettati di aver fatto cotesti
traffici, son qui arrestati; ma la cosa non avrà seguito. Una squadra di
soldati, entrati nella Biblioteca Vaticana, ha fra le altre rarità
distrutto il famoso Terenzio del Bembo, per prender le poche dorature
onde il manoscritto era ornato. La Venere di Villa Borghese è stata
ferita in una mano da qualche discendente di Diomede, e l'Ermafrodito,
_immane nefas!_, ha un piede rotto.„[1]

  [1] _Lettres de Rome_, 1799.

In Toscana, come a Roma e a Napoli, il triennio, gli anni di guerra
civile e straniera corsi tra il 1798 e il 1801, fu un'êra dolorosa di
disordini, di esazioni, di miseria per il popolo. Francesi, Napoletani,
Austro-Russi e insorti paesani opprimevano ugualmente i poveri abitanti
estenuati. Mai fu meglio appropriato il grido del poeta:

    Ahi, serva Italia di dolore ostello,
    Nave senza nocchiero in gran tempesta!

Le vittorie del Primo Console, nell'anno 1800, restituirono l'ordine se
non l'indipendenza e la libertà. L'anno dipoi la Toscana riaveva un
regolare assetto sotto il nome di Regno d'Etruria. Questa la prima, in
ordine di tempo, delle sovranità effimere che Napoleone doveva far
sorgere su tutta la superficie d'Europa, per mettervi e rimettervi come
altrettante sentinelle i principi della sua famiglia. Sembra che il
futuro distributore di tante corone abbia voluto farsi la mano, per
questo grandioso palléggio, a Firenze. Per tale rispetto, l'esperienza
etrusca merita d'esser dallo storico presa in considerazione; ed oggi ci
è ben nota, mercè dei lavori eruditi di Pierfilippo Covoni, e del libro
compilato sui documenti dei nostri archivi diplomatici da Paul
Marmottan.

Il granduca Ferdinando III fin dal marzo 1799 aveva abbandonato Firenze,
per ordine del generale Gauthier comandante il corpo francese
d'occupazione. Ma il principe lorenese non fu definitivamente spodestato
che dopo la conclusione del trattato di Lunéville, per il quale i
diritti di lui furono trasmessi ai Borboni di Parma. Il trattato, quanto
all'assetto dell'Italia, ebbe compimento con una convenzione conclusa ad
Aranjuez, il 21 marzo 1801, fra Luciano Bonaparte e il principe della
Pace. Ai termini del concordato, l'antico granducato di Toscana, eretto
in Regno d'Etruria, passava al giovane infante Luigi di Parma, cugino e
genero del Re di Spagna. Una stipulazione espressa determinava che il
nuovo re e la sua sposa traverserebbero Parigi prima d'entrare nei loro
Stati. L'immaginazione del primo console erasi infiammata all'idea di
mostrare alla Francia repubblicana il primo re creato da lui, e di
accompagnare sulla Piazza della Rivoluzione, con un corteggio di
regicidi e con un cerimoniale abolito, un nipote di Luigi XIV, un
discendente di Luigi XVI.

Don Luigi aveva ventott'anni, l'infante Maria Luisa venti. Erano ombre
leggiere, come tant'altre che svolazzarono al principio del secolo, ne'
rami meridionali della Casa di Borbone: deboli rampolli del gran tronco,
estenuati da troppo sole, da troppo potere, da troppe passioni. Nella
galleria degli Ufizi è il ritratto di Don Luigi: un esile fantasma,
elegante, col suo abito verde e co' suoi calzoni scarlatti, con un viso
pallido e il naso caratteristico della famiglia; i capelli d'un biondo
pallido son intrecciati in una catenella racchiusa entro una borsa di
seta nera. La testa di lui si piega sotto il peso del Toson d'oro:
quella povera testa non doveva a lungo resistere sotto il pondo d'una
corona cascatale sopra.

Maria Luisa non era bella: piccola, pienotta, colorita, trasparivale una
cert'aria di maestà nella fisonomia e tutto il fuoco della Spagna negli
occhi neri. Avea uno spirito perfettamente incolto, ma abbastanza
sciolto, che pure mostravasi sommesso ai preti, i quali dirigevano la
sua devozione puerile.

Don Luigi avea dato segno di una certa curiosità e di qualche attitudine
per le scienze naturali. Con lo Chaptal teneva corrispondenza intorno a
questioni di chimica industriale. Lo scienziato nel 1792 avea ricevuto
dal suo allievo una lettera, che egli ci ha conservato nei suoi
_Souvenirs_ e che non è di un principe imbecille. “La vostra
Rivoluzione, mio caro amico, ci ha insegnato che il mestiere di re non
vale più nulla: figuratevi quello d'erede presuntivo. Dopo averci ben
riflettuto, mi son deciso a conquistare la mia indipendenza, e credo
potervi riuscire mettendo su delle fabbriche in Ispagna dove mancano. Ma
non posso riuscirvi che mediante il vostro aiuto. Venite a trovarmi e
lavoreremo insieme. Mio suocero ci darà aiuti di denaro e di protezione.
Quando avremo fatto fortuna, andremo a vivere in qualche posto dove
possiamo trovar riposo, se pure esiste ancora su questa terra.„

Il Bonaparte stava per dargli la fortuna e un breve riposo. Gl'Infanti
lasciarono la Spagna l'11 di maggio 1801. Viaggiarono sotto i nomi di
conte e di contessa di Livorno. Questa la sola precauzione che prendesse
il Primo console per attenuare lo scandalo d'un ricevimento apertamente
reale. Suo fratello Luigi aspettava le vetture alla Bidassoa, alla testa
del suo reggimento di dragoni: il generale Bessières andò incontro ai
sovrani a Mont de Marsan e li scortò fino a Parigi. Furon ospitati nel
palazzo del signor d'Azara, ambasciatore di Spagna: Cambacérès e Lebrun
andarono a far loro la prima visita. Subito dopo, i sovrani d'Etruria
presero posto in una vettura tirata da muli, secondo la moda spagnuola,
e si recarono alla Malmaison, dal Primo Console, che circondato da' suoi
generali li attendeva sul peristilio. Don Luigi, timido e imbarazzato,
si fermò come interdetto dinanzi al vincitore di Marengo: non potè
proferir parola e si gettò con effusione tra le braccia del suo
creatore. Bonaparte lo rialzò con bontà, rivolse qualche complimento
alla regina, che, con maggior presenza di spirito del marito, rispose
con parole cortesi le quali tolsero Don Luigi dall'imbarazzo. Giuseppina
s'impadronì di Maria Luisa e la colmò di regali, di acconciature ch'essa
avea scelte dalle sue modiste; e grazie all'inesauribile argomento della
moda fu presto rotto il ghiaccio fra le due donne, che durante il
soggiorno della coppia reale a Parigi furon viste intime e loquaci come
vecchie amiche.

Ma fra i due uomini non avvenne il medesimo. Don Luigi non poteva
vincere la soggezione che provava dinanzi al Bonaparte. Quando gli
affari richiamavano il Primo Console nel suo gabinetto, il giovane re se
la svignava scappando nel salone degli aiutanti di campo, dove ritrovava
la sua disinvoltura e il suo vero carattere. Superbo di possedere una
bella voce baritonale, cantava il _Tantum ergo_ o il _Magnificat_ a
quegli antichi volontari della Repubblica che cantavan con lui. Poi li
faceva mettere in fila per saltare sulle loro spalle e far le capriole
sul tappeto. Questa puerilità serviva a puntino ai disegni del
Bonaparte. Dopo la partenza degl'infanti, dinanzi a' generali ne
prendeva occasione per dire: “Avete visto che cosa sono cotesti principi
della Casa di Borbone, cotesti eredi di Carlo V e di Luigi XIV? È
possibile che gente fatta così risponda alle necessità del nostro
secolo?„

Pure il Console usò a' suoi ospiti ogni maggior riguardo, e moltiplicò i
divertimenti: partite di piacere, balli, ricevimenti magnifici alle
Tuileries, presso i ministri, parate della guardia consolare al
Carrousel, spettacoli all'Opera, al Teatro francese. Alla zecca si coniò
in presenza dei sovrani la medaglia di prammatica _Rex Etruriae_. Essi
assisterono alla seduta dell'Istituto e ascoltarono dotte comunicazioni
dello Chaptal, del Cuvier, del Laplace. Presero con loro doni preziosi
di Sèvres e dei Gobelins. Maria Luisa, consigliata da Giuseppina, usciva
fuori in gran gala e per risparmiarsi la fatica di cambiare
abbigliamento, la Spagnola si vestiva fin dalle sette di mattina con lo
strascico di corte e portava il diadema senza più levarlo fino a quando
andava a riposare.

Il mobilissimo popolo parigino accoglieva con grande entusiasmo il primo
Console e il re, su quella stessa piazza dove, ott'anni prima, aveva
ghigliottinato il loro buon _zio_ Luigi XVI, come doveva chiamarlo più
tardi Napoleone. I manifesti attaccati alle cantonate avevano preparato
la pubblica opinione: si diceva che quella memorabile visita era al
mondo pegno di pace, e dell'universale concordia che i negoziatori
d'Amiens eran sul punto di restaurare. E poi, in cotesta folla, ogni
granatiere che aveva traversato scalzo l'Italia poteva dire ai vicini:
Cotesto re e cotesta regina li ho fatti io! — L'entusiasmo fu tale che
sorpassò i desiderî del Bonaparte, onde il Gabinetto del Primo Console
mandò ai prefetti istruzioni segrete per temperare lo zelo delle
popolazioni lungo il tragitto che avrebbero percorso i Reali. Il 30
giugno, gl'infanti presero commiato dal Bonaparte e da Giuseppina, e
affermarono la loro eterna riconoscenza in un ultimo abbraccio a così
grandi amici.

Presero la via dell'Italia scortati da uno squadrone di ussari comandati
dal Grouchy. Il generale Clarke, che a Firenze doveva essere il loro
tutore, li accompagnava. Dovunque gli stessi segni di rispetto, le
stesse ovazioni. Il Murat li attendeva in Toscana, poichè l'eroe piumato
riempiva allora con la sua petulanza e magnificenza teatrale queste sale
del palazzo Riccardi. Egli diresse l'insediamento di re Luigi a Palazzo
Vecchio, e, lasciatolo lì sotto la sorveglianza del Clarke, ripartì per
Milano.

Ci voleva un altro ingegno, assai maggiore a quello di questo principe
debole ed infermiccio, per rafforzare un trono malfermo in quella
Toscana rovinata, lacerata dalle fazioni, occupata dai soldati
stranieri, indifferente al sovrano che il caso le imponeva. Le
difficoltà gravissime del nuovo regno ci sono rivelate dai carteggi del
Clarke e del Tassoni, l'accorto inviato della Repubblica Cisalpina,
dalle lettere lamentevoli del re Luigi al Primo Console. Fin dal primo
giorno, l'infante si trova alle prese con le difficoltà finanziarie che
sempre aumenteranno. Come ricordo del fausto avvenimento, è costretto ad
imporre ai sudditi una contribuzione di 300.000 franchi per far fronte
alle spese del corpo francese d'occupazione, giacchè 6000 uomini eran di
guarnigione a Livorno, donde sorvegliavano gl'Inglesi padroni dell'isola
d'Elba. Invano Don Luigi supplica il suo “carissimo amico„, il Primo
Console, di scemare le sue pretese; non può nemmeno ottenere dal
Bonaparte la restituzione della Venere dei Medici, che allora appunto
peregrinava da Livorno a Napoli e da Napoli a Parigi; non potè neanche
ottenere quel “più regolare arrotondamento de' suoi Stati„, che il
giovane sovrano molto ingenuamente chiedeva in cambio della bella
divinità.

Senza tener conto della pubblica miseria, la Corte spagnola si lasciò
andare al fasto e allo sperpero. Non si pensava che al piacere. Il re
avea preso come primo ministro il vecchio Mozzi “astronomo calato
dall'osservatorio al gabinetto„, dice un diplomatico forestiero. Cotesto
cortigiano de' vecchi tempi sembra uno dei personaggi dipinti dallo
Stendhal nella _Chartreuse de Parme_. Pure il Mozzi era un galantuomo
che non mancava nè d'esperienza nè di finezza; ma fu ben presto
sostituito da un intrigante della peggiore specie, il Salvatico che alla
Corte degl'infanti diventò ciò che era presso i loro parenti di Madrid
il famoso principe della Pace. Cotesto Godoi in sessantaquattresimo
aveva tutti i vizi del suo modello. Per le sue mani passavano le grazie,
e il denaro del Tesoro andava a' suoi compagni di dissolutezza. Da un
solo particolare si può giudicare del fasto che si permetteva cotesta
Corte indebitata: intorno alla coppia reale erano centoquindici
gentiluomini di Camera e settantacinque dame d'onore. Il Salvatico
accarezzava le manie puerili di Don Luigi e la passione per il piacere,
che nella regina Maria Luisa andava unita ad un superstizioso
bigottismo. La mattina diceva il rosario con i Sovrani; la sera metteva
su a Poggio a Cajano alcune recite nelle quali l'infante faceva ammirare
la sua bella voce. Che autorità poteva conservare un principe che
cantava nel _Barbiere_ la parte di Basilio, mentre il favorito gli
rispondeva in quella di Figaro? E cotesto principe era insidiato dal
male implacabile che dà un così tragico aspetto ai nipoti di Luigi XIV,
consumati sotto il cielo di Spagna dagli eccessi del senso.

Dopo pochi mesi di regno, il disgraziato Don Luigi non era più che
un'ombra demente. I rapporti del Clarke e del Tassoni segnalano giorno
per giorno il declinare della sua salute, gli accessi furiosi
d'epilessia, la cui frequenza è attribuita “alle troppo frequenti prove
d'amore che il re dava alla regina„. Ben presto i ministri cominciarono
a parlare della sua pazzia, senza riguardi. Questo Amleto frenetico
scappava dalla tavola a cui il Murat lo invitava, si chiudeva a forza in
camera, e ne usciva poi in veste da camera, con la sciabola in pugno,
per esterminare i traditori che la sua immaginazione vedeva da per tutto
e non senza ragione! Mancò poco che così non ammazzasse il vecchio Mozzi
e il Salvatico. Dovettero legarlo nel letto con lacci di seta. Il 27
maggio 1803 un'ultima crisi epilettica lo spense a trent'anni, dopo un
biennio di regno. Come parecchi de' suoi congiunti, aridi rampolli d'una
razza esaurita, don Luigi aveva appena appena attraversato la scena del
mondo. Nel risveglio di giovani forze che fremevano all'aurora del
nostro secolo, coteste fisonomie smarrite e invecchiate sembrano gli
ultimi fantasmi d'un mondo che scompare.

Lo seppellirono — ma per poco, come vedremo — nella Cappella dei Medici.
Per una di quelle ironie a cui la storia è avvezza, cotest'anima
d'augello spaurito, vagabonda così nella morte come nella vita, andò per
un momento a posarsi fra le grandi figure di marmo e di bronzo, sotto il
_Pensieroso_, alla grave ombra della _Notte_. La miseria dell'erario,
scrive il Clarke, era tale che “per il funerale del re non c'era di che
pagare i ceri; e dalla cereria non vollero darli a credenza: non c'erano
che dodici ceri in un angolo del palco sul quale fu esposto, scoperto,
il corpo del principe sventurato„. — E il ministro soggiunge: “Gli animi
son vicini alla disperazione: le imposte sono così gravi che i sudditi
toscani pagano più di quelli della Gran Bretagna: la regina reggente è
abbattuta e scoraggita.„

Maria Luisa diventava difatti reggente d'Etruria, in nome del figlio
Carlo Luigi ancora in culla. Il vero reggente era il Salvatico.
Rinchiusa nelle sue pratiche devote, viaggiando di monastero in
monastero con un codazzo di monache, la Spagnola non faceva nulla per
affezionarsi i Toscani. Alla morte dell'Alfieri offese i loro
sentimenti: e gli amici del poeta ottennero a gran fatica il servizio
religioso che il clero gli voleva rifiutare. Nel dicembre 1804,
l'ambasciatore di Spagna Labrador fu dai parenti di Maria Luisa
incaricato di ottenere a qualunque patto l'allontanamento dell'infausto
Salvatico. Il Labrador si recò dalla regina e per tre ore le fu intorno:
essa finì per cedere con mala grazia. Cotesta rivoluzione di palazzo
fece gran rumore in Firenze. Il favorito non lasciava mai la sovrana, ed
entrava da lei a qualunque ora: doveva accompagnarla il giorno appresso
a una partita di caccia; ma grande fu lo stupore, e generale il
sollievo, quando seppesi ch'era stato destituito durante la notte e
condotto con una vettura di posta in una delle residenze suburbane. E la
Reggente dovè alla meglio ricomporsi per comparire nel circolo di corte.

D'allora in poi e durante i tre anni che seguirono, la storia della
reggenza d'Etruria non ci presenta che l'agonia d'un potere che si
dissolveva prima ancora di aver governato. Gl'imbarazzi finanziari ogni
giorno crescevano, nonostante gli sforzi e l'abilità del banchiere
Eynard: nel 1805 il generale Verdier metteva il sequestro sulle rendite
della città e del porto di Livorno per pagare le spese del corpo di
occupazione. Come i soldati stranieri, così gl'impiegati toscani si
pagavano da loro, e l'amministrazione era dall'alto in basso
incancrenita dalla più sfacciata corruzione. Da principio la reggente
aveva cercato appoggio e soccorso presso il suo protettore, il
Bonaparte; ma il Bonaparte era diventato Napoleone; e il nuovo
imperatore aveva altre cure, altri pensieri per altri Stati più
importanti di quello dove il Primo Console aveva fatto il primo saggio
d'una monarchia vassalla. Per un momento pensò di maritare Maria Luisa
al fratello Luciano, che rifiutò. Di poi lasciò libero il campo
agl'intrighi della sorella, l'Elisa Baciocchi; giacchè la principessa di
Lucca e di Piombino anelava di succedere alla sua debole vicina; e
insidiare occultamente Maria Luisa, rovinarla agli occhi
dell'imperatore, prendere il suo posto a Firenze, era il disegno
politico dell'ambiziosa Elisa.

La guerra di Spagna sonò a morto per il regno d'Etruria; e Maria Luisa
sballottata tra Ferdinando suo padre e Napoleone suo protettore,
oscillante fra il partito francese e quello spagnuolo, era destinata
fatalmente ad esser travolta nella disgrazia de' suoi parenti.

Elisa trovò un alleato nel successore del Clarke, il residente francese
D'Aubusson de la Feuillade, gentiluomo di vecchia razza, d'ingegno vivo
e aperto a tutte le idee moderne, che si dava in Firenze un gran da
fare. Abitava il palazzo Feroni, in Via dei Serragli, si teneva in gran
lusso e dava sontuosissime feste. Partiti gli ospiti, il ministro
prendeva in mano la penna e dirigeva al Talleyrand delle relazioni
vivaci e argutissime, nelle quali diceva corna della società che avea
ricevuto. “Il presente governo (dicembre 1806), è composto di quattro
ministri, tutti vecchissimi, debolissimi, indolentissimi. Il vecchio
Mozzi è rimbecillito dall'età. La regina gli mandò l'altro giorno
l'ordine di dare 300 zecchini a un corriere che andava in Spagna: ma
egli non ha mai saputo perchè quel corriere ci andasse. La regina non ha
fiducia in lui, perchè non ha più che qualche lucido intervallo. Il
Cercignani, vecchio come Erode, debolissimo, decrepitissimo,
sciocchissimo, nemicissimo dei Francesi, chiedeva non è molto a coloro
che sollecitavano la sua protezione, se educassero i figli nel santo
timor di Dio e nell'odio contro i Francesi. Il Martini, ministro da un
anno, non è fanatico; ma questa è la sola sua buona qualità. È lungo,
lento, peso e vecchissimo. Pure ha grandissime pretensioni: ha per
intercalare ch'egli ha per governare più talento dello stesso
imperatore.... Il quarto ministro Mugnai è ancora vecchissimo e
sordissimo.... Fo quanto posso per scuotere coteste vecchie zucche e far
loro aprire gli occhi semichiusi dagli anni; ma non ci riesco.„ Nel
giugno del 1807 il D'Aubusson tornava all'assalto e ritoccava così il
quadro poco lieto: “ministri che non stanno in piedi per le ingiurie del
tempo e per la mancanza di fiducia della loro sovrana, o imbecilli e
inveleniti contro di noi, tutti con la paura di perder l'impiego;
subalterni che valgon quanto loro e anch'essi impauriti, deboli come i
superiori in ogni cosa.

Una regina che per giudizio e istruzione ha sei anni, che non si
rammenta da un giorno all'altro delle cose, ostinata e dispotica come si
suole essere a cotesta età, raggirata da un confessore fanatico e da
sottoposti intriganti i quali vogliono arricchire e dominare e non sanno
nulla prevedere: ecco il vero quadro della Corte.„

Pretendevano le male lingue che il D'Aubusson fosse molto addentro nel
favore della Sovrana, da lui dipinta con colori così poco lusinghieri. È
difficile crederlo, perchè lo vediamo prendere a cuore gl'interessi
d'Elisa Baciocchi e con la principessa di Lucca cospirare alla rovina
della Spagnola. La più gran censura che si faceva al governo etrusco,
continuamente rappresentata al Talleyrand e all'Imperatore, era la
complicità sua con gl'Inglesi che stavano in crociera dinanzi a Livorno,
le agevolezze concedute alle loro merci per rompere il blocco
continentale. L'Elisa e il D'Aubusson sapevano che l'Imperatore su
questo punto era specialmente irritabile. Sembra di fatti che le
risoluzioni di lui fossero precipitate per il pensiero di difendere più
energicamente il suo sistema di blocco sulle coste d'Etruria. Tutti
aspettavano e reclamavano in Toscana il cambiamento d'un ordine di cose
intollerabile, giacchè non c'era più nulla da sperare da una regina e da
un governo screditati, odiati da tutte le classi della popolazione,
incapaci di porre riparo all'anarchia amministrativa e alla rovina
economica del paese. Napoleone non aveva che da fare un cenno per
distruggere a Firenze il fragile edifizio da lui innalzatovi: e cotesto
cenno fece nell'ottobre del 1807, ma non fu come Elisa desiderava.
Frustrando le speranze della sorella, l'Imperatore decise l'annessione
pura e semplice della Toscana al Regno francese in Italia. La
principessa di Lucca doveva ancora aspettare due anni quel granducato da
essa tanto bramato, che le fu concesso soltanto nel 1809.

Stipulava il trattato di Fontainebleau che la reggente e il piccolo re
d'Etruria, spodestati dei loro dominii, ricevessero compensi nel
Portogallo: Maria Luisa non li ebbe mai. Napoleone, di fronte a lei,
procedè con la sua solita brutalità sbrigativa. Disse al generale
Reille: “Reille, avete consegnato nel 1801 al re d'Etruria le chiavi di
Firenze: andate a farvele restituire.„ Il generale entrò nella città,
nel dicembre 1807, con un corpo di 10.000 uomini. Il D'Aubusson aveva
notificato alla sventurata Regina il colpo che le era preparato: il 10
dicembre, essa firmò piangendo il proclama che scioglieva i Toscani dai
loro giuramenti di fedeltà. E da quel paese, dove non aveva potuto
radicarsi, la videro fuggire come un'ombra leggiera, circondata da altre
ombre, nella generale indifferenza. Tragica dipartita, quadro parlante
di tutto il sistema napoleonico, di quei perpetui sgomberi di sovrani,
insediati, cambiati, richiamati come sentinelle di fazione: attendati
per alcuni giorni in quelle capitali donde il capriccio di Lui, morti o
vivi, li richiamava. Maria Luisa fece esumare il corpo dello sposo, e
una carrozza che precedeva la sua portò il feretro di Don Luigi,
custodito da quattro cappellani: un'altra carrozza portava la culla di
suo figlio. All'inizio del viaggio, il convoglio di scorta era
ragguardevole: ma a Cafaggiolo incontrò la principessa Elisa, che
aspettava i cavalli di posta requisiti dalla sua rivale: le due donne
non si videro. La scorta diminuì rapidamente, intorno alla regina
errante che partiva senza un soldo: arrivato alla frontiera di Francia,
il corteggio erasi ridotto al morto, al bambino e a quattro donne
spagnole rimaste fedeli alla loro padrona. A Milano, essa aveva avuto un
abboccamento con l'Imperatore: ma abituato alle disgrazie cagionate
dalla sua politica, quella di Maria Luisa non lo commosse più di tante
altre.

L'Infante raggiunse i suoi parenti e seppellì lo sposo ad Aranjuez, dove
“il cadavere del Re arrivato a buon porto, fu ritrovato conservatissimo„
(_Gazzetta Universale di Firenze_). Poco dopo Maria Luisa accompagnò la
famiglia nell'esilio di Valençay. Il Talleyrand che aveva offerto nel
1801 alla regina d'Etruria una magnifica festa nella sua dimora di
Neuilly, le offerse ora una prigione nel suo castello di Valençay. Nei
_Souvenirs_ di Madame Cavaignac, che incontrò per caso il triste
convoglio, trovo un quadro poco lieto di questo miserie reali: “Fu
appunto a Saint-Jean de Maurienne, credo, che trovai la famiglia reale
di Spagna, mentre recavasi non so dove. Io non ebbi cavalli: tutti erano
ritenuti per essa. C'erano il re, la regina, gl'infanti, la regina
d'Etruria, suo figlio, il principe della Pace. Tutte figure oltremodo
strane e grottesche. Se non avessi visto i corrieri con la livrea
dell'Imperatore, avrei preso tutte quelle carrozzate per altrettanti
ciarlatani ambulanti, venditori d'orvietano o giocolieri. Non ho mai
visto nulla di simile: eran divisi gli uomini dalle donne, comprese le
tre Maestà. Mi meravigliai di veder la giovane regina quasi brutta
quanto la madre.„ — Uscita da Valençay, Maria Luisa dimorò alcun tempo a
Nizza; poi fu mandata a Roma e chiusa nel convento di San Domenico e
Sisto, donde il Murat la trasse fuori nel 1814. — Inviata a Lucca dal
Congresso di Vienna, vi morì nel 1824. L'infante Carlo Luigi ricuperò i
dominii ereditari di Parma nel 1847; abdicò nel 1849 in favore di suo
figlio Carlo III assassinato il 27 marzo 1854.

Così disparve, dopo sei anni d'esistenza, il regno d'Etruria fondato per
un capriccio del Bonaparte. Come tante altre, l'effimera dinastia
spagnola passò fra le pietre forti dei vostri palazzi fiorentini, senza
radicarsi nei cuori. Data in balìa a cotesti passeggeri padroni, prima
dalla volontà di Napoleone e poi dai calcoli della Santa Alleanza,
l'Italia li guardava alternarsi e passare: essa si raccoglieva e
preparava la propria indipendenza. Di quell'Italia silenziosa,
concentrata nell'attesa de' propri destini, un Michelet avrebbe voluto
scorgere l'imagine simbolica nel David di Donatello: quel David di marmo
che ammiravo ieri al Bargello, quel giovane erede presuntivo, così
altero e disdegnoso, la cui bocca fiorisce in un misterioso sorriso,
mentre calpesta la testa di Golia. Eppure è Golia che ha rivelato a
cotesto giovane la sua forza e i suoi destini: non sarà re senz'aver
lottato contro il gigante. L'invasione rivoluzionaria, da principio
acclamata perchè abbatteva i vostri secolari tiranni, fu alla sua volta
opprimente e sanguinosa: la dominazione napoleonica fu conculcatrice,
abusiva, perchè la fantasia arbitraria del Grande disconobbe il diritto
dei popoli a governarsi liberamente. Ma cotesta ultima prova era
necessaria per scuotere e staccare l'Italia dall'antico regime, per
risvegliare il sentimento nazionale che doveva ben presto trovare la sua
forma e tradurre in una realtà politica il vecchio sogno dell'Alighieri.
Quindi non malediciamo a questi un po' crudeli preparatori dell'idea
patriottica.

Tali sanguinosi conflitti di razze e d'ambizioni hanno avuto la loro
utilità nella storia; ma avremmo fatto ben vano studio di essa, se non
ci avessimo imparato a risparmiare in avvenire tante lacrime e tanto
sangue, a compiere più semplicemente e più umanamente le nostre opere
d'incivilimento e di trasformazione. Converrebbe disperare della ragione
e del progresso, se l'inevitabile concorrenza dei popoli non trovasse
ormai più pacifiche forme: fra noi segnatamente, Italiani e Francesi,
fra le due nazioni sorelle che si laceraron fra loro le tante volte, e
che si aiutarono anche scambievolmente senza potere scindere il loro
ideale. Possiamo almeno riconoscere in avvenire una sol forma di
rivalità e di lotta; e cotesta io me l'auguro ardente, accanita: la
lotta sui campi di battaglia dello spirito, dell'arte, della
letteratura, la lotta dell'umanesimo dove noi svolgeremo a gara, in
diverso modo, gli elementi comuni che hanno formato la nostra anima di
latini.

Ho parlato un giorno, a proposito dei vostri scrittori, del rinascimento
latino. Ho detto come fossimo rimasti colpiti in Francia dalla
recrudescenza del movimento letterario italiano. Noi altri stranieri,
siam forse meglio di voi disposti a misurare la crescente influenza di
cotesto movimento, e la diffusione continua al difuori delle opere che i
vostri poeti e romanzieri impongono all'attenzione dell'Europa. Vedo qui
dinanzi a me un di quei romanzieri che hanno trovato da noi tanta
fortuna; e invito Gabriele d'Annunzio a darmi ragione con nuovi lavori.
Ma non voglio insistere sopra un soggetto che saprebbe di adulazione in
bocca d'un ospite vostro, e che è invece l'espressione d'un meditato
convincimento. Dirò soltanto che auguro a' miei figliuoli di trovare
negli scaffali della mia biblioteca ciò che ho trovato in quella di mio
nonno e letto con passione all'età loro: alcune grandi opere italiane,
di quelle che illuminano e consolano la vita. Quelli ch'io leggeva erano
i poeti classici dei vostri antenati: Dante e Petrarca, l'Ariosto e il
Tasso. Tocca a voi, miei cari colleghi italiani, di scrivere i bei libri
che saranno un giorno letti dai nostri ragazzi francesi.

E, conchiudendo, ardisco dire — a costo di tirarmi addosso le folgori di
quella terribile potenza ch'è la stampa, — mandateci molti libri e pochi
giornali, almeno di quei giornali che non illuminano gli spiriti ma
soltanto vi accendono le malvagie passioni. Da voi e da noi, coteste
nocive effemeridi hanno spesso tradito i veri sentimenti dei cuori.
Quando, in alcuna gazzetta di Francia, leggerete cose spiacevoli per
l'Italia, quando noi in un foglio italiano troviamo cose spiacevoli per
la Francia, ricordiamoci entrambi il savio consiglio della Madonna degli
Ufizi; prima di formarci un'opinione, mettiamo in pratica il motto
preservatore di possibili errori, che la mano della Giustizia ci addita
a piè di quel quadro: _Odi l'altra parte!_ E così giudicheremo meglio,
senza malintesi, senza odio, come convien giudicare di tutte le cose tra
Italiani e Francesi, fraternamente.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Regno d'Etruria - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero" ***

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